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Aubervilliers (Parigi), trame di tessuti industriali. Giulia Setti

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TEMPI DELLA DISMISSIONE, TEMPI DEL PROGETTO. STRATEGIE PROGETTUALI PER IL CONSOLIDAMENTO DI TESSUTI E MANUFATTI INDUSTRIALI: IL CASO DI AUBERVILLIERS, PARIGI. Giulia Setti >Polimi

Il saggio propone una riflessione critica e progettuale su un caso esemplare di dismissione e degrado di tessuti industriali, si tratta dei territori francesi di Aubervilliers e Saint Denis collocati a nord della città consolidata di Parigi, appena oltre la cintura del Boulevard Périphérique. La ricerca condotta vuole costruire un’indagine sui luoghi e i tessuti interessati dai processi di declino e dismissione, nonché sugli strumenti di cui il progetto deve attrezzarsi per far fronte a contesti in abbandono, molto diversi da quelli che si erano delineati a ridosso degli anni Ottanta. Ad una prima ricognizione sui caratteri della dismissione industriale in Francia e, conseguentemente, sulle forme di industrializzazione che hanno definito i confini dei territori dell’industria di Aubervilliers, seguiranno alcune prefigurazioni di scenari, storie possibili di modificazione dei territori in dismissione.1 Le strategie progettuali proposte per Aubervilliers richiamano all’utilizzo dello strumento della microstoria2, coniato da Carlo Ginzburg, significativo per descrivere soluzioni puntuali, come quelle previste per Aubervilliers, ma in grado di declinarsi per dare nuova qualità e forma a sedimi più estesi.

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I fenomeni di abbandono sono segnati dalla presenza di tempi diversi che incidono sulle forme di degrado che colpiscono i manufatti e i suoli. In particolare, le forme di decadenza del contesto francese sono arrivate ad interessare anche i tessuti e i suoli, determinando gradi diversi di compromissione di reti energetiche e infrastrutturali che hanno portato a gradi diversi di obsolescenza dei tessuti stessi. Lo scenario di dismissione che si presenta è, senza dubbio, drammatico perché alla compromissione di manufatti, si associa una certa forma di degrado sociale ed economico che rende difficile pensare a processi di trasformazione più ampia e coordinata. Per queste ragioni, le strategie progettuali proposte non assumono la forma di un progetto concluso, non costruiscono nuovi oggetti, ma presentano alcuni modi possibili di intervento su questi tessuti; illustrano, dunque, azioni progettuali diverse: densificazione, demolizione, stratificazione e innesto, riuso e parcelizzazione. La variabile temporale diviene la ‘lente’ attraverso la quale osservare lo scenario industriale e le sue trasformazioni, a tempi diversi dell’abbandono rispondono differenti strategie progettuali che individuano nei tessuti industriali di Aubervilliers una risorsa futura. Percorrendo gli spazi tra le industrie in disuso e i manufatti, già oggetto di processi di riconversione, di Aubervilliers si percepisce una condizione di incertezza e instabilità, di discontinuità non tanto dello spazio costruito quanto degli usi, dei valori, delle memorie di luoghi che si spengono per parti, interrompendo improvvisamente la loro attività e diventando rovine. Davanti a queste condizioni, il progetto deve ridefinire i propri strumenti, si prefigureranno, dunque, scenari in cui gradi di densificazione e consolidamento del tessuto in dismissione si intreccino con processi di rarefazione e demolizione parziale delle strutture più obsolete. La rinuncia, voluta, ad un riciclo totale nasce dalla constatazione della presenza di gradi di abbandono profondi che interessano parti del tessuto in oggetto, il cui recupero appare impensabile, se non a fronte di costi troppo elevati per il risarcimento del suolo. Il processo di consolidamento di tessuti fragili, come quelli di Aubervilliers, può avvenire solo dopo aver compreso la necessità di agire per interventi puntuali, discreti, nei vuoti interstiziali che la dismissione produce. Il declino dei tessuti di Aubervilliers mostra però segnali di ripresa e di convivenza tra forme di produzione diverse, legate al commercio e allo stoccaggio di materiali, e i sedimi industriali in disuso. Produttività di vario genere si intrecciano in un

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contesto che risente, al contempo, di processi di trasformazione urbana, quali l’arrivo della metropolitana e la costruzione di un grande campus universitario, Campus Condorcet, che dovrebbe rappresentare un importante momento di modificazione e riqualificazione dei tessuti industriali. La complessità e l’estensione dei processi di declino, osservati ad Aubervilliers, evidenzia il cambiamento di scala dei fenomeni di dismissione a cui si faceva riferimento inizialmente; una dismissione capillare che interessa frammenti di tessuto all’interno di più ampie estensioni produttive, non più vuoti urbani, ma interstizi e abbandoni puntuali. I processi di riuso, quasi spontanei, che stanno modificando il tessuto di Aubervilliers mostrano come il territorio mantenga un’identità produttiva forte, quale memoria storica della nascita di questi luoghi, a cui si intreccia una spinta verso l’inserimento di strutture residenziali e luoghi per la città. Da queste premesse muove il lavoro di indagine progettuale, leggendo da un lato le forme esistenti, i tipi e le forme con cui l’industria ha costruito i suoli produttivi e, dall’altro, sperimentando possibili trasformazioni discrete. Caratteri della dismissione industriale nel contesto francese. La comprensione dei caratteri del tessuto industriale di Aubervilliers è il primo atto conoscitivo e progettuale da compiere; la genesi della forma e della struttura delle banlieue dipende, in larga misura, dalla volontà di decentrare gli spazi della produzione, favorendo l’insediamento in terreni liberi, su cui le industrie potevano disporsi senza vincoli con l’esistente, prefigurando la possibilità di future espansioni. La struttura del tessuto industriale di Aubervilliers ha conosciuto un periodo di rapida crescita a partire dalla fine dell’Ottocento, dalle carte storiche emerge la progressiva saturazione dello spazio aperto, grazie alla presenza di una rete infrastrutturale capillare, che arrivava a costruire la forma stessa degli spazi industriali. L’orditura del tessuto agricolo presente intorno al centro di Aubervilliers caratterizza e struttura la prima fase dello sviluppo industriale della Plaine Saint-Denis, in particolare i primi impianti industriali si dispongono perpendicolarmente ai sistemi infrastrutturali, al canale e all’Autoroute du Nord; costruiscono un sistema minuto, la cui misura riprende la suddivisione dei terreni agricoli. L’insediamento interno alla piana diventa possibile solo a seguito della costruzione del sistema ferroviario che permetta una totale saturazione

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dello spazio aperto disponibile, gli impianti industriali seguono una doppia logica dispositiva: da un lato, permane una crescita ortogonale ai sistemi infrastrutturali, mentre nella parte interna gli impianti industriali si dispongono prevalentemente secondo la direzione nord-sud. Appare evidente il legame tra la traccia delle vie ferrate e l’impianto morfologico delle fabbriche, che vengono ad essere modellate, potremmo dire tagliate, in funzione della presenza di questo elemento. L’indagine sui processi produttivi e sugli insediamenti industriali testimonia la necessità di riflettere sulle trasformazioni profonde che questi introducono nello spazio urbano; l’impronta dei tessuti industriali determina ferite che modificano il suolo e i suoi caratteri. L’industria si adatta alle permanenze e modifica la propria struttura in relazione a ciò che preesiste, in parte adattandosi alle condizioni del contesto, in parte insediandosi su suoli liberi, privi di vincoli. Più comunemente, l’introduzione di processi e stabilimenti produttivi comporta la modifica e la trasformazione sia della struttura degli edifici industriali, sia dei tessuti su cui sorgono. Il paesaggio industriale muta rapidamente i propri connotati: alla scomparsa di alcune strutture, si affianca la creazione di altri manufatti. Appare difficile identificare una evoluzione lineare dei luoghi della produzione, negli ultimi decenni il fenomeno della deindustrializzazione e dell’abbandono o dismissione dell’industria ha aggravato una certa condizione di instabilità degli spazi industriali. Si assiste ad una continua riscrittura dei luoghi produttivi, ad una stratificazione di nuovi usi in spazi tradizionali che appartengono alla memoria del lavoro e costituiscono un patrimonio che può essere conservato. Aubervilliers è una città di circa 74.000 abitanti, che si colloca all’interno del dipartimento della Senna-Saint-Denis, di natura prevalentemente industriale e residenziale. Il complesso industriale di Aubervilliers e della Plaine Saint-Denis mostra, evidenti, i segni della dispersione industriale e dell’abbandono che hanno interessato i tessuti e hanno, in parte, modificato le forme e i caratteri. I tessuti industriali si spengono per parti, si presentano processi di corrosione del tessuto industriale e urbano proprio a causa della decadenza e dell’abbandono a cui questi sono sottoposti. Ad oggi, è in corso un progressivo recupero e re-insediamento di attività produttive, in particolare attraverso forme di commercio e produzione all’ingrosso, quali stoccaggio di materiali o lavorazione di materie prime, che consentono una sorta di convivenza tra nuove forme di produzione e

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strutture ormai dismesse. La discontinuità e la frammentazione mostrano la fragilità di un tessuto che si è sviluppato troppo rapidamente, condannato ad essere luogo destinato all’industria, in cui la mixité è stata negata. Lo studio delle trasformazioni, delle labilità, delle crescite discontinue subite da questi territori è una premessa necessaria al lavoro di sperimentazione progettuale in corso. Il contesto di Aubervilliers è stato interessato da differenti fasi di industrializzazione a partire dalla metà del 1800, la prima fase di questo fenomeno interessa gli ultimi cinquant’anni dell’Ottocento e vede il crescente trasferimento delle attività produttive della città di Parigi verso le banlieue. Differenti fattori portano e inducono al trasferimento verso la cintura esterna al Périphérique: in primo luogo, la presenza di spazi agricoli e di condizioni economiche molto più vantaggiose per l’acquisto di terreni rispetto al contesto urbano a cui si aggiunge la vicinanza tra i territori delle banlieue e la capitale, ma, un ruolo estremamente rilevante, viene assunto dalla presenza di infrastrutture: tracciati ferroviari, canali e sistemi stradali determinano una più facile accessibilità alle merci prodotte. In particolare, il caso della Plaine Saint-Denis si configura come emblematico per lo stretto rapporto che intercorre tra sistemi infrastrutturali e sviluppo, anche morfologico dei contesti produttivi. La presenza di tre canali, canal de Challes, canal de l’Ourcq e canal de Saint-Denis, costituiscono vie sicure per il trasporto delle merci, e consentono la crescita e l’espansione dei manufatti industriali durante questa prima fase di industrializzazione. L’arrivo della ferrovia modifica, in modo decisivo, la struttura morfologica dello spazio industriale di Saint-Denis; intorno al 1880 sono le imprese, in accordo con le compagnie ferroviarie, che decidono di costruire le Chemin de Fer Industriel. La costruzione dei nuovi tracciati ferrati consente una migliore efficienza nel trasporto e nella circolazione delle merci a prezzi ridotti. L’impianto morfologico dei tessuti industriali risente della conformazione e dell’avvento della struttura ferroviaria, gli edifici esistenti vengono in parte attraversati o parzialmente demoliti a seguito della costruzione della ferrovia. Le letture interpretative mostrano come il tessuto di Aubervilliers e Saint Denis venga ad essere progressivamente densificato dalla presenza dell’industria che, dai bordi della piana, innerva il tessuto libero per gradi successivi. Il tessuto viene descritto attraverso diverse soglie storiche che ne colgono anche le misure, le crescenti labilità, le disconti-

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nuità che segneranno poi i caratteri della dismissione odierna. L’industrializzazione della banlieue nord costruisce un vero e proprio paesaggio industriale a partire dalla fine del 1800, in seguito alla grande depressione, la ripresa della produzione rilancia il settore industriale dei quartieri di Saint Denis e Aubervilliers, strutturando stabilmente l’impianto morfologico di questi luoghi. La costruzione della ferrovia porta a raggiungere la «soglia di saturazione» (Katz, 2003) di alcuni tessuti, quali la Plaine Saint-Denis e la necessità di espandere gli impianti industriali lungo il tracciato ferroviario, verso La Corneuve, Bobigny e Le Bourget. «Il est difficile de déterminer la coupure entre la période d’intégration du monument industriel dans le paysage préexistant et celle du remodelage de ce paysage par la prédominance de la structure usinière» (Dumas, 1980). La penetrazione dell’industria nel tessuto urbano è, in alcuni casi, un fenomeno violento, produce ferite e cesure nella costituzione dei caratteri di un dato contesto. A partire dalla fine del secolo fino al 1930 circa, la massa degli elementi industriali si impone sulla struttura urbana, generalmente posta al margine dell’agglomerazione stessa, come nel caso di Saint Denis. Spesso, si tratta di un gruppo omogeneo di fabbriche che sorgono in un luogo a seguito della convergenza di un’impresa o di una serie di imprese, che presentano caratteristiche simili relativamente al tipo di produzione. L’esplosione dell’industrializzazione ha trasformato le banlieue da villaggi ad agglomerati produttivi altamente specializzati, nuove zone urbanizzate sono state costruite modificando le strutture consolidate esistenti. L’architettura degli spazi industriali inizia ad assumere un ruolo sempre più importante, se le prime forme di spazi industriali richiamavano i modelli classici, al contrario, si assiste in seguito alla determinazione di un lessico compositivo autonomo che darà forma a tipi e strutture riconoscibili. Emerge come l’industrializzazione abbia radicalmente modificato la forma dei tessuti consolidati dei villaggi e dei comuni interessati da questo fenomeno. «La déindustrialisation, elle aussi, transforme le paysage, entraînant des friches et des démolitions et une déqualification de certains quartiers» (Katz, 2003). Il patrimonio industriale può e deve essere considerato come materiale in attesa di modificazione, il progetto di architettura deve riattrezzare i suoi strumenti per poter essere in grado di intervenire nei contesti dismessi.

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Il caso di Aubervilliers merita una descrizione approfondita dei caratteri dell’industrializzazione che vi si è insediata, per comprendere la complessità dei fenomeni di dismissione e riciclo che sono in corso. ‘Territorio frammentato’ ma, al contempo, fortemente segnato dall’industria e dalla presenza di impianti produttivi di diversa forma e consistenza, si caratterizza anche per una certa solidità e compattezza dei tessuti che lo definiscono. A parti in continuità definite da strutture imponenti, chiaramente riconoscibili, si affiancano territori più labili ancora segnati dalla presenza dell’industria. L’industrializzazione che interessa Aubervilliers presenta tre caratteri importanti che ne determinano l’immagine: una netta preferenza verso la produzione industriale pesante, l’insalubrità delle attività industriali presenti, in particolare a causa dell’alta presenza di industrie chimiche e, fattore decisivo, la taglia e la dimensione dei manufatti industriali che, di fatto, segnano la nuova struttura della Plaine Saint-Denis. Un caso interessante di riconversione in corso è costituito dalle strutture dei Magazzini Generali, situate appena oltre la porta di Aubervilliers, oggi ancora in uso e soggetti a processi di riuso e adattamento a dinamiche produttive differenti, che si insediarono qua già a partire dal 1874, grazie all’arrivo della ‘Société Anonyme des Entrepots et Magasins Généraux d’Aubervilliers et Saint Denis’. Si è trattato del primo nucleo di costruzione dei Magazzini Generali, la cui espansione non ha conosciuto soste negli anni a venire; tutti i terreni e gli edifici preesistenti sono stati demoliti per favorire la costruzione di strutture per lo stoccaggio dei materiali e delle merci. La crescita del sistema industriale continua fino al 1950, in seguito si è assistito ad una progressiva dismissione delle strutture, fino a giungere alla condizione attuale, nella quale all’abbandono si contrappongono forme di riuso puntuali. Davanti alla dismissione in corso, i Magazzini Generali sono stati soggetti ad una fase di recupero e riuso delle strutture industriali, oggi occupate da nuove società e destinate allo stoccaggio e alla vendita all’ingrosso di materiali e prodotti. La conservazione e la ridefinizione di un nuovo carattere produttivo all’interno delle strutture dei Magazzini ha consentito il recupero e la rigenerazione parziale di tali ambiti. Gli interventi condotti sul complesso dei Magazzini Generali mostrano come alla demolizione di strutture, spesso in degrado o parzialmente abbandonate, si sostituisca la possibilità di integrare in quei luoghi nuove forme di produzione, quali spazi per il

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commercio o lo stoccaggio di materiali. Il recupero dell’esistente diviene prerogativa importante nei processi trasformativi che interessano i tessuti industriali di Aubervilliers, accanto però ad una serie di nuovi interventi che cercano di integrare al tessuto storicamente industriale, spazi residenziali e, dunque, maggiormente urbani. Il territorio di Aubervilliers ha conosciuto lo sviluppo industriale più importante a partire dal 1860, producendo una nuova geografia degli spazi produttivi e industriali parigini. La crescita dei tessuti industriali continua fino a ridosso del 1980, quando inizia a ridursi l’espansione e la nuova costruzione di luoghi per la produzione; a questo si affianca una progressiva modificazione dei caratteri stessi della produzione, diminuisce l’interesse verso l’industria pesante e si diffondono nuove forme di produzione più flessibile. La strutturazione del lavoro cambia, si condividono spazi per ridurre i costi della produzione; i grandi impianti industriali sono soggetti a forme diverse di abbandono, anche a causa dell’interruzione delle attività produttive. La crisi che colpisce il tessuto di Aubervilliers non è soltanto riflesso della contrazione economica della produzione, quanto più una crisi di senso e di significato degli spazi di produzione che perdono qualità e funzioni. Il contesto di Aubervilliers mostra sia una contrazione degli insediamenti industriali, sia forme e processi di riconversione e riuso parziale di strutture industriali abbandonate o in degrado, in particolare, l’intensità dell’abbandono ha contribuito a costruire un paesaggio di rovine, lacerti, scarti che incrementano la percezione e il senso di dismissione. Non a caso, anche il suolo è oggetto di queste forme di corrosione, la mancanza di cura verso le reti infrastrutturali ed energetiche ha determinato tessuti discontinui anche per quanto concerne l’approvvigionamento di energia elettrica o la fruizione di alcuni spazi. Non si abbandonano, dunque, soltanto industrie o spazi produttivi, ma si manifesta una forma di degrado molto più generalizzata ed estesa; dove con grande difficoltà si cercano di introdurre puntuali riconversioni, discrete azioni progettuali quali la riconversione dell’Entrepot MacDonald o del Centre Recherche Saint Gobain che mirano a riattivare porzioni più estese di territori. E’ dalla densificazione, forse eccessiva, con la quale è stata saturata la struttura della piana di Saint Denis che hanno origine le prime riflessioni sugli strumenti progettuali utili in luoghi così fortemente alterati. Il processo di indagine ha rappresentato una forma di ricerca, per

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immagini, sul campo; attraverso il disegno si è cercato di leggere le trasformazioni e l’evoluzione di un territorio per il quale la sola descrizione planimetrica non poteva essere sufficiente a rendere conto delle forme di disgregazione in atto. Descrivere la dismissione La descrizione del tessuto industriale di Aubervilliers avviene attraverso diverse ‘lenti’ che permettono di individuare e cogliere aspetti diversi del fenomeno di abbandono in corso. Una prima considerazione riguarda l’estensione di superfici che sono costituite dalla presenza di manufatti imponenti che segnano un nuovo tipo di suolo produttivo. La misura diviene strumento di indagine e comparazione tra diversi spazi aperti del tessuto parigino, che presentano estensioni simili al contesto di Aubervilliers, ad indicare la possibile corrispondenza tra condizioni differenti, sia urbane che industriali, ma reciprocamente confrontabili. La stratificazione di sedimi e tipologie diverse consente di indagare le forme industriali e produttive che segnano il territorio, per individuare possibili relazioni tra le parti di un sistema che dialoga con sempre maggiore difficoltà. Infine, vengono descritti i ‘gradi di obsolescenza’ o di uso di parte dei tessuti industriali scelti come caso campione. L’indagine, in questo caso, si è svolta sul campo, osservando le forme di abbandono e i modi in cui tali strutture venivano utilizzate o, in parte, dismesse. Una configurazione che mostra sia il tipo di abbandono in corso, sia la forma effettiva che questa assume, attraverso un rilievo fotografico si è cercato di cogliere la diversa intensità del degrado in relazione agli usi svolti nelle strutture produttive presenti. Misurare la dismissione: un problema dimensionale «Misurare significa predisporre le distanze limite tra gli elementi; equivale a determinare quella economia nella disposizione degli spazi che rappresenta il vero significato architettonico delle scelte tipologiche» (Purini, 2000) Gli impianti industriali emergono dal tessuto urbano in relazione alla loro dimensione ed estensione; generalmente è la scala di questi oggetti a determinare una certa preoccupazione verso l’industria e le sue implicazioni urbane e territoriali. Bernardo Secchi riconosceva, già negli anni Ottanta, il problema della dimensione dei vuoti generati in seguito alla demolizio-

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ne/dismissione di impianti produttivi: «(…) dei vuoti cogliamo innanzitutto la dimensione e l’ubicazione e ciò è causa di disagio» (Secchi, 1984) La struttura dei sedimi industriali è il primo elemento che si coglie osservando le mappe delle città metropolitane, spesso relegate ai confini del tessuto urbanizzato, le aree industriali si identificano per grandi agglomerati, simili per scala e struttura, la cui impronta segna il territorio. Davanti al caso di Aubervilliers, si è cercato di affrontare il problema della scala dei manufatti industriali come premessa alle strategie di intervento che verranno successivamente definite. Può la misura essere strumento di ridefinizione dello spazio industriale, proprio perché in grado di leggere le variazioni tra spazio aperto e spazio costruito e le gerarchie presenti nel luogo? Misurare la dismissione, dunque, significa studiare le proporzioni di tali ambiti in relazione alle grandi misure, ai capisaldi della città consolidata, a testimonianza di quanto la grande estensione di questi luoghi non sia una misura sconosciuta nella città. Significa individuare le relazioni e le distanze minime tra parti diverse di tessuti per capire come leggere le variazioni di scala dei vuoti in relazione al costruito. Il contesto parigino diventa, dunque, il terreno di sperimentazione/comparazione tra le misure dell’industria e quelle del tessuto urbano. L’indagine è stata sviluppata secondo due forme di confronto: da un lato, le industrie si misurano in relazione al sistema dei grandi capisaldi della città consolidata, dall’altro con il sistema dei parchi urbani di Parigi. Si tratta di una vera e propria campionatura o ‘tassonomia’ delle grandi misure del tessuto parigino: le Champs de Mars, la spina de Les Invalides, la centralità del Louvre e dell’asse che si sviluppa lungo le Jardin du Tuileries. Questi vengono messe in relazione alle misure industriali del settore di Aubervilliers: l’Entrepôt MacDonald, la spina del Campus Condorcet, sede del futuro centro universitario della città, il sistema dei Magazzini Generali e la due strutture industriali recuperate, la Saint Gobain Research Center e Le Marché CIFA. Si coglie come la ‘grande misura’ data dal sistema di spazi aperti, non rappresenti una questione sconosciuta nella costruzione della città, al contrario, la scala dei capisaldi individuati è comparabile all’estensione dei complessi industriali di Aubervilliers. Le grandi misure urbane sono comparabili con le forme e le dimensioni degli spazi industriali. Parallelamente, l’indagine si è concentrata inoltre sulla comparazione tra

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le misure dell’industria e le misure dei parchi urbani di Parigi. Escludendo i parchi esterni alla cintura del Boulevard Périphérique, quali il Bois de Boulogne e il Bois de Vincennes, sono stati scelti come campione quattro parchi urbani: il Parc des Buttes Chaumont, le Jardins des Plantes, le Jardin du Luxembourg e il parc de la Villette. Anche in questo caso, emerge chiaramente come l’estensione di questi luoghi urbani sia alla medesima scala degli impianti industriali. Dunque, misurare la dismissione permette di individuare una certa familiarità tra la dimensione degli spazi industriali e la città consolidata, spesso però, è l’imponenza delle strutture industriali a determinare un senso di disagio e di preoccupazione nei confronti degli scheletri che la dismissione lascia dietro di sé. Oltre a ciò il tessuto industriale è stato isolato dai contesti più propriamente urbani, relegato ai margini si è densificato costruendo un paesaggio senza variazioni di scala, in cui una dimensione intermedia del costruito viene a mancare. Il confronto di misure alla scala della città di Parigi mostra come l’estensione dei tessuti industriali delle banlieue nord, Saint Denis e Aubervilliers, sia comparabile ai sistemi di spazi aperti già presenti. La presenza dei manufatti industriali assume il carattere di segno indelebile nel tessuto urbano, Sergio Crotti sostiene che «l’orma delle aree abbandonate è impressa nella città e conserva la memoria strutturale che la lega alle ragioni del contesto» (Crotti, 1990); non sembra, dunque, possibile né corretto celare l’impronta che le strutture industriali lasciano sul suolo, quanto riconoscere l’eccezionalità della misura di tali oggetti, veri e propri fuori scala all’interno del tessuto urbano e prefigurare forme di integrazione a scale diverse. All’immagine degli spazi della produzione si aggiunge, poi, anche il ritmo caratteristico degli spazi industriali, una scansione ripetitiva di elementi e segni che mette in luce la presenza di una misura sottesa al manufatto industriale; si pensi a questo proposito alla successione ritmica degli sheds in copertura o alle alte ciminiere che definiscono la verticalità del paesaggio industriale. E’ auspicabile immaginare che, a seguito dell’individuazione di misure e ritmi che segnano il paesaggio industriale, sia possibile determinare una scansione degli elementi delle strutture industriali in grado di rendere nuovamente abitabili, e produttivi, i manufatti industriali conservando la grande misura caratteristica di questi spazi? L’indagine evidenzia come, ai grandi impianti industriali, si affianchino spazi interstiziali, vuoti discreti tra spazi costruiti che descrivono luoghi in

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attesa di trasformazione che non si limitano ad agire sul manufatto, ma che coinvolgono anche lo spazio limitrofo. Dice ancora Franco Purini: «(…) tra una cosa e la sua misura c’è sempre un resto, una quantità residua che va collocata da qualche parte in quanto elemento importante della composizione» (Purini, 2006) In particolar modo, occorre studiare delle forme di ripartizione e delle «griglie di specificazione» (Foucault, 2011) in grado di determinare una misurata relazione tra spazio aperto e spazio costruito, tra spazio pubblico e spazio privato. La questione, che si pone come decisiva nella determinazione delle strategie progettuali di recupero, è comprendere come agire attraverso trasformazioni puntuali negli intervalli tra parti di tessuto e come tali strategie, possano fornire risposte progettuali davanti alla dismissione ad ampia scala a cui i territori sono sempre maggiormente soggetti. Stratificare i tessuti, costruire relazioni tra le parti Le stratificazioni dei differenti tessuti industriali mostrano come le forme dello spazio produttivo si declinino variamente, ritrovando forme archetipali da cui derivano strutture secondarie. Le modificazioni dello spazio industriale descrivono ‘tempi diversi’ di costruzione dei tessuti industriali stessi, differenti tecnologie costruttive utilizzate e, al contempo, evidenziano come spazi apparentemente uniformi e omogenei possano presentare variazioni e particolarità. Come premessa a questa forma di descrizione dei tessuti di Aubervilliers, si può fare riferimento alle indagini fotografiche condotte nei territori tedeschi da Bernd & HIlla Becher, attraverso i loro reportage emerge l’importanza della ‘variazione’ nel lavoro con gli spazi dell’industria. I Becher descrivono così la relazione che si stabilisce tra le diverse strutture industriali che determinano ampi distretti produttivi: «(…) le differenze tra gli oggetti sono talmente sottili che si notano solo quando sono vicini l’un l’altro. Tutti gli elementi di una famiglia si assomigliano, ma possiedono al tempo stesso una loro identità assolutamente specifica.» (Becher, 2002) La differente articolazione dei manufatti industriali sia in relazione ai sistemi di copertura scelti che alla dimensione degli spazi industriali presenti nel territorio di Aubervilliers, mostra come una serie di architetture possano definire un paesaggio della produzione complesso e in continua mutazione. Si è scelto di studiare una serie di campionature del tessuto

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industriale di Aubervilliers per descriverne il carattere e le differenti stratificazioni. La prima campionatura3 riguarda l’area dei Magazzini Generali dove si evidenzia la presenza di un tessuto industriale compatto, caratterizzato da edifici di media estensione, simili tra di loro che permettono di cogliere la specializzazione produttiva di quel settore urbano. Lo spazio è saturato dalla presenza di manufatti, denso e privo di grandi vuoti, si riesce a cogliere la presenza di alcuni vuoti interstiziali che appaiono però come spazi di risulta, ai margini dell’edificato e destinati a zone di parcheggio. Inoltre, si può osservare come la forma stessa di alcuni manufatti sia ancora influenzata dalla presenza della traccia ferrovia che ‘taglia’ e modella la forma dei capannoni. Le tipologie che si riconoscono, in questa porzione di suolo, vedono l’utilizzo di coperture a falda inclinata doppia o singola che scandiscono il ritmo del luogo, mostrandone la forte identità produttiva e industriale. Il disegno preciso degli spazi industriali mette in luce un minor degrado di questi tessuti, una certa regola nella costruzione dei luoghi e nella relazione tra spazi aperti e costruiti. Il secondo campione si concentra, appena più a nord, sulla spina del futuro Campus Condorcet, qua la tipologia di tessuti appare più variata, spazi industriali si intrecciano a strutture residenziali riconquistando, in parte, una certa ‘mixité’ tra produzione e abitare. La spina del Campus Condorcet appare come un ‘fuori scala’, sia per la dimensione degli impianti industriali sia per la densificazione dello spazio; l’imminente demolizione delle strutture presenti per la costruzione della sede universitaria determinerà una notevole modificazione dell’impianto attuale. Il saggio illustrerà, in seguito, alcuni possibili interventi progettuali che cercano di ridurre la completa demolizione dell’impianto industriale. Si legge, inoltre, un progressivo incremento di condizioni di labilità, definite anche da un tessuto più minuto che si intreccia alle grandi estensioni industriali. A ciò si affianca la presenza di una serie di interventi di trasformazione del tessuto esistente che si propongono di ridare qualità a luoghi compromessi. La visione zenitale permette di individuare chiaramente il salto di scala che caratterizza le diversi parti del tessuto industriale di Aubevilliers, oltre che le forme diverse di abbandono e le labilità presenti in questi contesti. E’ qui che il progetto può maggiormente intervenire per consolidare o rarefare parti di tessuto, ridefinendo una struttura capace di saldare i frammenti presenti.

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La terza campionatura si concentra sulla descrizione della parte più a nord della piana, appena prima dello Stade de France; si vuole studiare la modificazione dei sedimi urbani e industriali che si strutturano lungo l’asse di rue du Landy, asse storico che taglia trasversalmente la piana da est a ovest determinando anche una cambiamento delle condizioni dei tessuti urbani. In particolare, si nota una crescente frammentazione del tessuto che mostra un incremento residenziale nella parte più a nord. Permangono i capisaldi industriali del centro Saint Gobain e del Marché CIFA, a cui si affianca una saturazione dello spazio aperto attraverso un tessuto estremamente minuto e frammentato. La vista zenitale permette di osservare la minore qualità del tessuto a nord di rue du Landy, piccoli agglomerati urbani privi di spazi aperti, quasi a formare un unico tessuto. La presenza del canale da un lato e della linea metropolitana dall’altro rende ancora più complessa la lettura di un contesto particolarmente instabile e fatiscente; salendo verso nord si coglie come si modifichi il principio di insediamento, come incrementino forme insediative discontinue che perdono la misura e il ritmo delle altre porzioni di suolo indagate. Un contesto, quello che si sviluppa intorno a rue du Landy, particolarmente complesso anche dal punto di vista sociale, il degrado dei tessuti e il progressivo abbandono ha lasciato un suolo ferito che ospita situazioni di profondo disagio, difficilmente sanabili. La compromissione di suoli, a cui si accennava prima, favorisce processi e forme di contrazione proprio per le difficoltà che si incontrano nella modificazione di sedimi così gravemente danneggiati. Infine, l’ultima campionatura studiata, utile ad individuare forme insediative differenti per gli spazi della produzione, è presa ad est del canale di Saint Denis. Si coglie con grande incisività la forte relazione che intercorre tra spazi industriali e vie d’acqua, nonché la grande misura che connota questa spina industriale. Le industrie, poste ortogonalmente al canale, densificano una fascia ristretta per poi lasciare spazio a residenze e unità di scala minore. Il principio insediativo degli spazi industriali è estremamente rigoroso, non si colgono discontinuità o interruzioni nell’orditura dell’edificato. Molto più complessa risulta l’integrazione con il tessuto residenziale limitrofo che assume, anche in questo caso, una scala più minuta e frammentata; alcuni oggetti industriali si inseriscono nel tessuto residenziale variandone la misura. La presenza del canale permette di concentrare le industrie nei suoi bordi

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definendo margini densi e produttivi, si tratta, nella maggior parte di casi, di strutture industriali di uno o due piani che mostrano una certa orizzontalità. Si può notare come ‘tipi’ diversi compongono lo spazio oltre il canale, determinando una successione di luoghi dedicati all’industria, ma che presentano tratti non omogenei. Gradi di obsolescenza/gradi di uso degli spazi industriali Lo ‘scarto’ e il ‘degrado’ del territorio non sono provocati solo a seguito di abbandoni o dismissioni, ma anche da determinati usi che vengono ad insediarsi, pur essendo necessari per lo sviluppo del territorio stesso a più vasta scala, lasciano suoli profondamente compromessi. Tra questi l’insediamento di industrie pesanti o instabili che producono residui e inquinano l’ambiente rappresenta uno dei principali fattori di danneggiamento del suolo stesso. Nei tessuti di Aubervilliers e Saint Denis è accaduto questo, usi ‘duri’ per i territori sono stati concentrati in un lembo di terra che è stato altamente sfruttato per lunghi periodi e che oggi appare ‘esaurito’. L’inserimento del Campus Condorcet destinato ad accogliere una serie di poli universitari tra i quali l’EHESS, il potenziamento della linea metropolitana sono alcuni degli interventi in corso per trasformare un tessuto che appare in decadenza. Percorrendo più volte i luoghi di Aubervilliers si può osservare come il tessuto e i manufatti presentassero ‘gradi diversi di declino’ in relazione agli usi che vi vengono praticati. Kevin Lynch sostiene che il declino «è una diminuzione graduale di valore o di vitalità. Il declino può portare all’abbandono, ma non necessariamente, né questo deve esser preceduto dal declino» (Lynch, 1992). I tessuti industriali della piana di Saint Denis presentano ‘gradi diversi di obsolescenza’ e di uso che determinano differenti livelli di declino, in alcuni casi di abbandono; il declino di questi contesti viene visto come una fase, uno stadio nella vita di oggetti e tessuti che, attraverso processi di recupero e riconversione, possono tornare ad essere ‘abitati’. Il territorio industriale si consolida secondo ‘tempi diversi’, presenta modificazioni e processi di riconversione, per questo l’indagine condotta su una serie di manufatti vuole evidenziare la compresenza di diversi usi. I Magazzini Generali, ad esempio, sono stati soggetti a riconversione, sono ancora attivi e mantengono un carattere produttivo; la spina industriale centrale della piana di Saint Denis, dove sorgerà il Campus Condor-

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cet è invece completamente dismessa, in una situazione di forte degrado. Accanto a queste condizioni, si può vedere come alcuni nuovi complessi stiano sorgendo in prossimità della porta di Aubervilliers, strutture prevalentemente dedicate ad attività produttive o terziarie, o altri siano in corso di riconversione (Entrepot MacDonald). Una parte consistente di impianti industriali presenta i primi segni di declino, derivanti dalla riduzione della produzione o da una condizione di degrado diffuso che interessa l’intero territorio. Un diverso uso degli spazi produce differenti forme di obsolescenza o declino che inducono a valutare con attenzione possibili strategie di modificazione in un contesto a netta prevalenza di attività produttive. La trasformazione dei luoghi del lavoro di Aubervilliers può rappresentare una strada significativa che permette di vedere come ‘risorsa’ lo spazio esistente e di valorizzare le dismissioni e i sottoutilizzi presenti nell’area, riducendo il consumo di suolo. L’intensità dell’abbandono serve a riflettere sulle diverse modalità di intervento possibili: rarefazioni e densificazioni descrivono atteggiamenti progettuali di nuova natura che mettono in luce i gradi di recupero previsti per ciascun tessuto. Lo sguardo, che riflette sui territori di Aubervilliers, riconosce sia la necessità della demolizione, nei casi in cui la conservazione o il recupero non siano più praticabili, così come guarda al ‘riuso industriale’ quale strategia per far fronte ad all’abbandono di manufatti che non chiedono più di essere radicalmente trasformati, ma che vedono nelle nuove forme degli spazi produttivi una risposta agli edifici vuoti che segnano il territorio. Tempi della dismissione/tempi del progetto: gradi di densificazione/gradi di rarefazione del tessuto industriale. Gradi diversi di obsolescenza producono diversi tempi di dismissione, in altri termini il degrado non tocca in modo uniforme i tessuti industriali (e urbani), ma si declina con differente intensità. Attraversando gli spazi industriali della piana di Saint Denis e di Aubervilliers si coglie la forza di questo fenomeno, la capacità che il tempo e l’uso hanno di trasformare i tessuti, di corrodere architetture e spazi aperti all’interno di un contesto che mostra tutta la sua fragilità. Il saggio presenta, immagina e descrive nuovi scenari di riconversione dei territori di Aubervilliers, non attraverso un progetto concluso, ma prefigurando ‘azioni progettuali’ legate allo stato di in cui versano i suoli coinvolti. Rarefazione e densificazione costituiscono i principali strumenti di una

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modificazione che libera suolo e, al contempo, ne satura alcune parti ‘in attesa’, intervenendo nei vuoti interstiziali presenti nel tessuto. «L’obsolescenza programmata» (Lynch, 1992) descritta da Kevin Lynch, qui si declina in una revisione dell’intero ciclo di vita del manufatto, un ‘riuso programmato’ potremmo dire, volto ad individuare come sia possibile, e auspicabile, pianificare il riuso dopo una prima stagione di attività del manufatto. I tempi diversi individuati dall’indagine strategico-progettuale rappresentano una possibile forma di approccio al tema della dismissione industriale dei territori di Aubervillliers, non pretendono di essere la sola chiave di lettura, ma mostrano una delle tante ‘storie possibili’. A ciascun tempo individuato corrispondono strategie o azioni progettuali che permettono di immaginare una riqualificazione dello spazio esistente, una saldatura tra spazi aperti e spazi costruiti in un territorio frammentato e lacerato da discontinuità di forme e usi. Camminando attraverso i capannoni industriali di varia forma e dimensione a partire dalla porta di Aubervilliers salendo a nord verso la rue du Landy, arrivando quasi a lambire lo Stade de France, si percepisce come il degrado e l’abbandono subiscano notevoli trasformazioni, determinino paesaggi estremamente differenti. Verso nord il tessuto viene corroso da processi di abbandono che portano ad una progressiva fatiscenza dei manufatti; le condizioni sociali che interessano questi luoghi ne mostrano la fragilità, l’intermittenza, le lacerazioni profonde vengono accentuate dalla presenza di pesanti infrastrutture che incrementano le separazioni tra la città e le sue periferie esterne. In questo scenario, si coglie la presenza di un tempo dell’abbandono che interessa tutti quei territori sui quali la dismissione ha agito duramente, rendendo difficile ipotizzare possibili forme di riconversione. L’elevata obsolescenza di questi manufatti e dei tessuti che si determinano provoca inoltre una notevole compromissione delle condizioni sociali; non solo, il degrado pare estendersi, privo di vincoli, arrivando ad intaccare l’ambiente nella sua accezione più ampia. Questa condizione si coglie prevalentemente nella parte che si sviluppa oltre l’asse di rue du Landy, dove un pulviscolo urbano, non soltanto di carattere industriale, definisce un tessuto instabile e minuto a cui manca un chiaro principio insediativo. L’abbandono descrive una condizione decisiva per i tessuti coinvolti, sottolinea, infatti, come vi siano ‘dismissioni senza ritorno’, situazioni nelle quali, a

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causa dell’eccessivo degrado dei manufatti, diventa impossibile attuare forme di recupero. L’etimologia del termine abbandono può aiutare a comprenderne il significato, abbandono deriva dal termine francese ‘abandonner’, utilizzato per la prima volta intorno al 1080, così come dall’espressione ‘être à bandon’, ‘essere in potere’, dunque originariamente il termine abbandono era associato all’idea di essere in potere di qualcuno o qualcosa, da qui deriva anche l’espressione ‘abbandonarsi a’, al contrario oggi l’abbandono indica più una condizione di esclusione, rinuncia da qualcosa o da tutto. Se si abbandona qualcosa si cessa di prendersene cura, lo si trascura. Per questo la condizione di abbandono, in cui versano alcune parti del territorio di Aubervilliers, appare estremamente problematica proprio perché ciò che si abbandona tende ad essere dimenticato e cancellato, o solo parzialmente ricordato; in particolare, se l’abbandono deriva da una modificazione o cessazione degli usi praticati su quel suolo è facile ‘dimenticare’ ciò che risulta compromesso4. Come si può intervenire, dunque, in luoghi segnati da profondi e ripetuti abbandoni? La ricerca condotta associa a ciascun tempo, potremmo dire a ciascun ‘stato’, possibili strategie progettuali, volte a favorire il recupero urbano e sociale di quel contesto. Al tempo dell’abbandono si lega uno scenario di più forte rarefazione che riconosce la necessità di liberare e recuperare suoli occupati da lacerti e rovine, il cui stato di conservazione ne impedisce un nuovo utilizzo. Il degrado che colpisce questi lembi di tessuto mette in evidenza come la corrosione interessi anche la rete infrastrutturale che innerva i suoli, generando un processo di graduale abbandono. Le condizioni di ‘decadenza energetica’, che sono emerse da alcune indagini e sopralluoghi sull’area spiegano le difficoltà che i processi di riconversione incontrano in luoghi in cui vengono meno le principali infrastrutture capaci di consentire il recupero o l’approvvigionamento dei servizi di base. La demolizione selettiva di parti, che non possono essere più trasformate o che presentano un elevato livello di inquinamento e compromissione, consente di aprire una serie di ‘vuoti’ interstiziale nel tessuto denso che possono essere poi nuovamente edificati dopo essere stati bonificati e risanati. La demolizione si prefigura come un’operazione di risarcimento, a seguito della cancellazione di tracce e usi precedenti; nella parte più a nord di Aubervilliers laddove il tessuto si frantuma e l’abbandono interessa tutto il

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sistema urbano, demolizione e rarefazione permetterebbero di eliminare strutture industriali obsolete. Un secondo tempo, che emerge dalla lettura delle condizioni di Aubervilliers, è detto tempo dell’attesa perché riguarda manufatti colti in una fase iniziale di degrado o abbandono, che possono essere cioè ancora recuperati. Sono luoghi che risultano dismessi in tempi recenti e che attendono di poter essere ‘restituiti’ a nuovi usi. Si apre uno scenario di consolidamento parziale, in cui a processi di demolizione selettiva si affiancano interventi di recupero o riconversione sui manufatti, quali addizioni di volumetrie o stratificazioni di linguaggi e forme diverse. Esiste poi un tempo che potremmo definire tempo della modificazione che interessa quei tessuti industriali o produttivi già oggetto di processi di trasformazione più o meno radicale. Il tessuto di Aubervilliers è al centro di una serie di interventi di diversa natura che prefigurano una riqualificazione della periferia, nonché il riattrezzarsi di attività diverse nei suoli abbandonati. Si pensi, in questo caso, al vasto processo di intervento che porterà all’insediamento del Campus Condorcet, nuovo centro universitario parigino, nel cuore della piana di Saint Denis, che si configurerà come nuova centralità nel tessuto esistente. I processi di modificazione interessano però prevalentemente manufatti che possono ancora essere coinvolti in interventi trasformativi di riuso o riciclo, definendo in questo modo due tra le più recenti forme di recupero dell’esistente sviluppate in ambito architettonico. Tali processi si prefigurano di conservare, dove possibile, le strutture esistenti, intervenendo sul manufatto attraverso una serie di operazioni di densificazione del tessuto e degli spazi interstiziali che si liberano a seguito dei fenomeni di contrazione e dismissione industriale. La trasformazione del centro ricerche Saint Gobain costituisce un interessante esempio di modificazione del sedime industriale in nuovi spazi ancora produttivi realizzato recentemente. Al tempo della modificazione si affiancano strategie di consolidamento progressivo che rinunciano alla demolizione, se non per sottrazioni puntuali sui manufatti. Il riuso e il riciclo prima citati possono essere visti come operazioni capaci di trasformare l’esistente e il suo contesto limitrofo. Con il termine ‘riuso’ si intende la possibilità di fornire un nuovo uso, una nuova utilizzazione al manufatto esistente, lavorando ad esempio sull’ampia flessibilità delle strutture esistenti. «(…) riusare un evento architet-

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tonico vuol dire convertire il suo significato alla nostra contemporanea interpretazione; che è inevitabilmente diversa da quella di chi ha esperito quell’evento nel passato.» (De Carlo, 1981) Attraverso il riuso si può fornire una diversa interpretazione dell’esistente che modifica i propri legami con il passato; si può sostenere come il riuso lavori sull’esistente conservandone forma e struttura. Riusare e riciclare non descrivono il medesimo processo, seppur si riconoscono alcune affinità tra i due procedimenti; si attuano processi di riciclo sui manufatti quando si propone un nuovo ciclo di vita per strutture cadute in dismissione. Il riciclo definisce una successione di fasi nella vita di un oggetto (architettonico) che ne modificano l’uso, ma anche la forma e le relazioni tra le parti. Il riciclo, applicato all’architettura, può definire anche pratiche di ‘smontaggio’ e nuova configurazione di materiali in declino. Tornando alle descrizioni di Giancarlo De Carlo, il ‘riuso’ propone «(…) non di recuperare volumi edificati ma di preservare dalla distruzione edifici del passato» (De Carlo, 1981), dunque al riuso si associano azioni di maggior ‘conservazione’ del tessuto esistente nelle sue forme originarie. Il riciclo immagina, invece, che ad un manufatto possa essere fornito un nuovo senso, un nuovo significato semantico che ne può alterare anche profondamente l’immagine e le proporzioni. Inoltre, il riciclo agisce anche in situazioni di profondo declino andando a studiare lo sviluppo dei singoli manufatti nel corso della loro esistenza e prefigurando nuovi cicli di vita in grado di superare la fase di declino. In entrambi i casi, i manufatti e il tessuto urbano esistente diventano ‘risorse’ da conservare così come si conservano quotidianamente oggetti di vario genere. Esiste poi un ulteriore momento indagato nel territorio di Aubervilliers, che viene definito come tempo della rigenerazione, riguarda contesti in cui si interviene con nuove realizzazioni di insediamenti residenziali o di spazi destinati alla città, quali parchi urbani e strutture pubbliche. Il concetto di rigenerazione richiama la possibilità di «ripristinare in una sostanza peculiari attitudini perdute o attenuate con l’uso o l’invecchiamento»5, la possibilità di definire un tempo dedicato al ‘nuovo’ come tempo della rigenerazione deriva dalla capacità che i nuovi progetti realizzati o in corso hanno di modificare la percezione e la qualità del proprio intorno. Si ri-genera un tessuto abbandonato grazie ad una serie di innesti, in particolare si fa riferimento alla realizzazione del parco Èlie Lotar da parte dell’Agence TER, che costituisce un interessante nuovo innesto nel tessu-

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to fatiscente della parte nord di Aubervilliers. Attraverso una serie di progetti puntuali e minuti si può cogliere la vivacità di un contesto che cerca di consolidare il proprio intorno oltre a favorire processi di recupero di parti in dismissione. I nuovi interventi sorgono, spesso, in seguito alla demolizione di strutture in dismissione; il suolo liberato rappresenta un’ulteriore risorsa che si affianca a quanto si può recuperare dell’esistente. Infine, viene descritto e prefigurato un ultimo tempo che segna gli interventi di consolidamento e rarefazione previsti nei tessuti di Aubervilliers: un tempo ‘oltre la dismissione’, attuale e documentata. Si tratta della possibilità concreta di immaginare una ‘seconda fase di riciclo’ di manufatti industriali e produttivi che sono stati già soggetti ad un precedente processo di trasformazione, ma che in seguito ad ulteriori cambiamenti delle condizioni economiche e sociali vedono profilarsi una seconda stagione di dismissione o abbandono. In questo contesto, i processi di riciclo possono essere attivati per garantire successivi cicli di vita a vaste estensioni di spazi produttivi già riconvertiti. Il caso del sistema dei Magazzini Generali di Aubervilliers mostra i segni di una dismissione che si ripete ciclicamente, tornando ad intaccare suoli che sono privi di una struttura consolidata. Fino a quando gli interventi di trasformazione si limiteranno ad intervenire sui singoli manufatti si costruiranno scenari sempre più frammentati, nei quali ciascun edificio è separato da ciò che gli sta intorno e incapace di stabilire relazioni con il suolo e il contesto limitrofo. Il consolidamento di un tessuto fragile può avvenire soltanto se si considera il suolo quale strumento del progetto, in grado di stabilire relazioni fisiche tra gli oggetti. Un suolo attrezzato, dunque, capace di costituire un nuovo basamento per i sistemi produttivi che si innestano. Parallelamente i processi di densicazione proposti incentivano la realizzazione di nuove volumetrie che ‘misurano’ lo spazio aperto e i vuoti interstiziali disponibili. Sezioni urbane: gradi di rarefazione/gradi di consolidamento. Una strategia operativa. Data la complessità insediativa del territorio di Aubervilliers, si è scelto di proporre alcuni possibili scenari trasformativi che riducano l’incidenza delle demolizioni già praticate o in corso sui tessuti esistenti. I nuovi interventi previsti6, infatti, cancellano totalmente le tracce dei precedenti sedimi industriali, rinunciando ad una lettura più attenta delle condizioni

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del sito stesso. Se la demolizione può rappresentare uno strumento operativo importante utile per limitare le obsolescenze dei tessuti dismessi, questa può essere declinata in forme puntuali di sostituzione di parti, di sottrazioni che aprono vuoti decisivi nel tessuto urbano. Demolizione e costruzione si intrecciano definendo una condizione di modificazione in cui si ridetermina il rapporto tra ciò che si aggiunge e ciò che si sottrae all’equilibrio esistente. In questo senso, studiare i termini del rapporto tra demolizione e costruzione «significa considerare necessaria, ogni volta, una attribuzione di valore all’esistente in una continua rifondazione del sistema dei rapporti che lega tra loro gli elementi della città e ne rende percepibile l’identità.» (Barbieri, 1997) Una città che si costruisce su successive stratificazioni, demolizioni e densificazioni è una parte di città che non si dà in un tempo unico e stabilito, ma si costruisce secondo fasi diverse. Il tessuto di Aubervilliers ben si presta ad una lettura stratigrafica di tempi diversi sia nella costruzione dello spazio urbano che nel suo uso. Per cogliere le differenze tra le forme dello spazio industriale si è deciso di studiare cinque sezioni urbane significative perché capaci di mostrare le differenti condizioni morfologiche presenti, le relazioni tra le parti costruite e gli spazi aperti, tra i caratteri e la misura di un suolo frammentato e instabile. Per ciascuna sezione sono state individuate aree sensibili alla trasformazione su cui intervenire secondo gradi diversi di rarefazione e consolidamento in relazione allo stato di conservazione di suolo e manufatti. Ad ogni sezione corrisponde uno ‘scenario’ di modificazione che può costruirsi secondo tempi diversi, partendo da alcune demolizioni necessarie per giungere a processi di densificazione con inserimento di volumetrie che ridefiniscono il rapporto tra pieni e vuoti. Gli interventi di rarefazione riguardano sia demolizioni o sostituzioni di parti di tessuto, sia azioni di sottrazione parziale su alcuni manufatti, necessarie per l’insediamento di nuove attività produttive. Insieme a questo, processi di consolidamento si determinano a seguito di densificazioni e addizioni, stratificazioni, sovrascritture e innesti sull’esistente. Gli innesti su edifici esistenti costruiscono nuovi scenari produttivi grazie all’inserimento di attività legate al commercio, alla ricerca scientifica o ad incubatori di impresa. Nuovi suoli si sovrascrivono agli edifici recuperati, consentendo di avere spazio disponibile oltre che consentire l’inserimento

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di dispositivi per la produzione energetica necessaria al mantenimento delle attività produttive e dei processi di riuso in corso. L’addizione di volumetrie consente una maggiore mixité di funzioni presenti nel territorio, non più soltanto rigidamente monofunzionale, ma innervato da strutture residenziali o di carattere pubblico che possano però integrarsi con il tessuto esistente. Nei punti in cui la demolizione libera i vuoti più estesi si può immaginare la costruzione di un ‘suolo nuovo’, che recuperi e risarcisca le precedenti forme di inquinamento. Le strategie progettuali prefigurano il mantenimento del carattere ‘industriale’ o produttivo del territorio di Aubervilliers, riconoscono la flessibilità degli impianti industriali stessi e le loro possibilità di trasformazione. L’ampia dismissione che ha colpito il tessuto di Aubervilliers ha generato una serie di porosità interstiziali, definite da abbandoni parziali, sottoutilizzi di insediamenti industriali o contrazioni delle attività economiche; è in questi spazi contesi e marginali che si decide di intervenire per tramite saldature e ricuciture tra costruito e spazio aperto. La frammentazione del territorio di Aubervilliers deriva, in parte, dal passaggio ad una dimensione diffusa della fabbrica, che si estende sul territorio sfruttando le risorse di cui il luogo stesso dispone. «Nel contesto di mondializzazione dell’economia, dove produrre significa competere, il territorio diventa l’ambiente complesso a cui l’impresa ricorre in maniera selettiva per reperire quelle risorse esterne al ciclo che le sono necessarie per essere più competitiva: economie di urbanizzazione, comunicazione sociale, saperi, infrastrutture. In questo senso il territorio si fa fabbrica.» (Bonomi, 1997). Bonomi descrive lo stretto, e inscindibile, legame tra fabbrica e territorio; un legame fatto di scambio e uso di risorse presenti, risorse ambientali, sociali e infrastrutturali. Per questo le forme di abbandono che hanno caratterizzato Aubervilliers assumono una scala diversa, la frammentazione dei luoghi dell’industria non ne frena l’espansione, il lavoro si scompone perché cambiano le condizioni economiche e i modi stessi di produrre; o cambiano i tipi di produzione e gli imprenditori coinvolti. Nuove forme di produzione che, con coraggio, si insediano nella piana di Saint Denis convivono con parti ormai spente e dismesse, in un contesto precario che vuole riattivare gli spazi abbandonati presenti.

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Il progetto come trasformazione aperta di tessuti produttivi labili. Gli scenari immaginati dalla ricerca condotta sul tessuto di Aubervilliers non forniscono soluzioni concluse ad un problema estremamente complesso, ma invitano a riflettere sulle possibilità trasformative di un luogo che sarà decisivo per la crescita del tessuto urbano di Parigi e delle sue periferie nei prossimi anni. Il progetto è ‘aperto’, densifica alcuni spazi interclusi non definendo precisamente le forme e i modi in cui le singole architetture saranno declinate, ma lavora su di un sistema unitario costituito dal suolo e dal sistema di vuoti interstiziali riconoscibili nei tessuti industriali. L’idea di conservare il carattere produttivo del territorio nasce dalla lettura di un contesto che, come visto, è saldamente ancorato all’industria nella costruzione morfologica di spazi nati per essere produttivi; per questo si respingono alcune soluzioni progettuali che stravolgono completamente il carattere del luogo imponendovi altre regole e condizioni. Gli interventi e le azioni progettuali descritte mostrano una certa attenzione verso il ‘costruire’, rifiutando, al contempo, l’accettazione passiva della dismissione quale condizione propria del sistema e non più recuperabile. Gli interventi di consolidamento ipotizzati possono, dunque, essere condotti secondo tempi diversi, innervano puntualmente il territorio e consentirebbero l’inserimento di dispositivo per la produzione di energia in grado di garantire un miglior approvvigionamento all’area. In un’ottica trasformativa come quella descritta, appare necessario favorire aprire il campo a nuove forme di produzione di energia ‘pulita’, che consenta a ciascun impianto industriale di produrre autonomamente un certo apporto energetico. I gradi di densificazione previsti permettono di innervarne regolarmente il territorio, costruendo una rete di nuovi impianti e riconvertendo quelli esistenti, garantendo, in entrambi i casi, la messa a sistema di frammenti discontinui. Questi passaggi mostrano come sia possibile selezionare criticamente cosa conservare, rinunciando a forme di riciclo totale ormai impraticabili, a favore di interventi che coinvolgono energia, territorio e manufatti architettonici. L’indagine progettuale illustra come rarefazione e densificazione rappresentino una coppia di opposti in gradi di coesistere e di trasformare, ove possibile, scenari in dismissione, se si accetta che la città e i suoi territori possano costruirsi secondo tempi differenti. La variabile temporale descrive le peculiarità del tessuto industriale di

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Aubervilliers, quale suolo fragile e instabile, soggetto a modificazioni cicliche. La dismissione industriale attuale impone una riflessione sulla temporalità e la successione delle fasi di abbandono e possibile recupero. Il progetto di architettura deve riattrezzarsi attraverso nuovi strumenti e strategie per essere in grado di rispondere alle recenti forme di dismissione. I luoghi della produzione costituiscono non soltanto una risorsa progettuale, rappresentano una risorsa economica, sociale e di usi; possono essere il volano per continue e cicliche modificazioni. Ad Aubervilliers la frammentazione e la discontinuità delle dismissioni industriali in corso determinano un supporto fragile, spesso incapace di garantire nuovi processi di recupero. Al contempo, è un tessuto labile, che si accende per parti, che richiede una sostituzione minuta che avviene in un contesto fortemente instabile, dove il territorio si riattrezza per parti, secondo tempi diversi per ridefinire un supporto prima compromesso. Il progetto lavora, dunque, per innesti, grazie ad interventi puntuali sul tessuto industriale, tessuto su cui la dismissione ha determinato un sistema di vuoti interstiziali continui. Le storie possibili descritte dal caso di Aubervilliers descrivono i caratteri e le peculiarità di un luogo industriale in trasformazione, avanzando proposte e ipotesi necessarie per costruire prospettive di sviluppo e crescita, economica e sociale, solide e durature. I tempi diversi, legati ai processi di dismissione, mettono in luce la flessibilità e la variabilità dei suoli oggetto di studio, dove modificazione, consolidamento e demolizione si compenetrano e innestano gli uni sugli altri. L'estrema violenza dei processi di dismissione avvenuti ad Aubervilliers induce a riflettere sulla durata dei luoghi e sui modi attraverso cui il progetto di architettura è chiamato ad intervenire nei fenomeni di recupero e modificazione dell'esistente.

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Note

3. Campionature: sono state realizzate alcune viste aeree di differenti tipologie di tessuto industriale, campionature di 500x500 metri con vista zenitale, che leggono le modificazioni subite dallo spazio industriale della piana.

1. La ricerca sui territori di Aubervilliers nasce da un’indagine sul campo condotta tra la fine del 2012 e l’inizio del 2013 che ha permesso di osservare direttamente le condizioni di dismissione che hanno colpito questi contesti. L’esperienza condotta è parte di un periodo di ricerca svolto presso l’Ecole Nationale Supérieure d’Architecture de Paris-Belleville. Le questioni che il caso studio presenta sollevano domande aperte, prive di conclusioni certe, l’indagine non può dirsi conclusa, ma in continuo divenire.

4. L’abbandono dei territori è legato a fattori diversi, economici, sociali, ma è anche la cancellazione di una parte di ricordi o di memorie legate a quel contesto specifico. In questo senso, l’abbandono è visto anche come lacuna della memoria. «(…) l’oblio è sentito come un attentato all’affidabilità della memoria. (…) La memoria, a questo proposito, si definisce essa stessa, per lo meno in prima istanza, come una lotta contro l’oblio.» (Ricoeur, 2003)

2. Sostiene Carlo Ginzburg: «La microstoria non si occupa di piccola storia, si occupa di storia in maniera analitica, con uno sguardo ravvicinato (…) Sotto la lente del microscopio si può mettere un’ala di libellula, o un pezzetto di pelle d’elefante. E’ lo sguardo che conta; le domande che facciamo. Io penso che la microstoria ponga sempre, in maniera esplicita o implicita, un problema di generalizzazione. Si parte da un caso circoscritto (tutti i casi, grandi o piccoli, lo sono) per qualcosa di più generale»

5. Riferimento alla voce ‘rigenerazione’ del Dizionario della lingua italiana, Lo Zingarelli 1998, Zanichelli, Bologna 1998. 6. Gli interventi di trasformazione riguardano, in particolare, la fascia più a sud di Aubervilliers, attraverso una serie di ZAC si prefigura la completa modificazione della porta di ingresso ad Aubervilliers e la trasformazione di un’ampia parte del tessuto industriale per la realizzazione del Campus Condorcet.

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Bibliografia C. Katz, Territoire d’usines, Créaphis, Paris 2003. M. Daumas, L’archéologie industrielle en France, R. Laffont, Paris 1980. F. Purini, Comporre l’architettura, GLF Editori Laterza, Roma 2000. B. Secchi, La questione dei vuoti, in Casabella, n. 503, 6/1984. S. Crotti, Luoghi urbani ritrovati, in Rassegna, n. 42, 1990. F. Purini, Una lezione sul disegno, Gangemi, Roma 2006. M. Foucault, L’archeologia del sapere. Una metodologia per la storia della cultura, Rizzoli, Milano 2011. H. Becher, Conversazione con James Lingwood, in J. Lingwood (a cura di), Field trips. Bernd & Hilla Becher, Robert Smithson, Hopefulmonster, Fundação de Serralves, Torino, Porto 2002. M. Southworth, V. Andriello (a cura di), Kevin Lynch. Deperire: rifiuti e spreco nella vita di uomini e città, Cuen, Napoli 1992. P. Ricoeur, La memoria, la storia, l’oblio, Raffaello Cortina Editore, Milano 2003. G. De Carlo, Del ribaltamento del termine “riuso” nella prassi architettonica, in L. B. Belgiojoso, Riuso e riqualificazione edilizia negli anni ’80, Franco Angeli Editore, Milano 1981. G. Barbieri, Tempo di demolire, in A. Terranova (a cura di), Il progetto della sottrazione, F.lli Palombi, Roma 1997. A. Bonomi, Il capitalismo molecolare. La società al lavoro nel Nord Italia, Einaudi, Torino 1997.

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Tempi della dismissione, tempi del progetto