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Anno XXI - n. 96 - Trimestrale (ottobre-dicembre) - spedizione in ahb. postale gr. IV/70%

queste ìstìtuzìonì Mettere la democrazia al lavoro Vent'anni di corsa Sergio Lariccia, Francesco Sidoti, Giovanni Bechelloni, Goffredo Zappa, Carlo Chimenti, Giorgio Pagano

Indici 1973-1993 Degli aitori Dei soggetti Dei fascicoli mono grafici Dei fascicoli con tenen ti segnalazioni bibliografiche

o. 96 1993


queste 0~ rivista del Gruppo di Studio SocietĂŹ e Istituzioni Anno XXI n. 96 (ottobre-dicembre 1993) Direttore: SERGIO RISTUCCIA Vice Direttore: FRANCESCO SIDOTI Comitato di redazione SAVERIA A000TFA, ANTONIO AGOSTA, BERNARDINO CASADEI, ROSALBA CORI, DAN1ELA FELISIN1, GIORGIO PAGANO, MARCELLO ROMEI, CRISTIANO A. RISTUCCIA; STEFANO SEPE, ANDREA SPADETTA, PAOLA ZACCHINI Responsabile redazione: SAVERIA A000TTA

Responsabile organizzazione: GIORGIO PAGANO Direzione e Redazione: Via Ennio Quirino Visconti, 8- 00193 Roma Tel. 39/6/32153 19- Fax 3215283 Periodico.iscritto al registro della stampa del Tribunale di Roma al n. 14.847 (12 dicembre 1972) Responsabile: GIOVANNI BECHELLONI Editore: QUES.I.RE Sri QUESTE ISTITUZIONI RICERCHE ISSN: 1121-3353 Stampa: Policrom 2000- Roma Finito di stampare nelmese di gennaio 1994

Associato all'Uspi: Unione Stampa Periodica Italiana.


N. 96 1993

Indice

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Mettere la democrazia al lavoro Sergio Ristuccia

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Vent'anni di corsa

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I vent'anni di "Queste Istituzioni" Sergio Lariccia

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Una cultura istituzionale fuori dall'angolo Francesco Sidoti

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Cinque punti per riflettere su un indice Giovanni Bechelloni

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Un'ennesima prova obbligata Goffredo Zappa

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Il circolo vizioso continua Carlo Chimenti

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Cronache di un club Giorgio Pagano

Indici 1973-1993 Alessandro Miniero 35

Degli autori

53

Dei soggetti

79

Dei fascicoli monografici

83

Dei fascicoli contenenti segnalazioni bibliografiche


Mettere la democrazia al lavoro

Questo numero della rivista è particolare: pubblica gli indici generali riguardanti tutte le annate dal 1973 ad oggi e con ciò consente di fare un bilancio del lavoro svolto. Sarebbe poco importante fare valutazioni su questo lavoro se non si tenesse conto e non ci si confrontasse in qualche modo con il contesto. Il quale contesto è oggi quel mare in moto ondoso crescente che è, per rimanere discreti nei termini, la situazione politica italiana Poiché il lavoro di cui questo numero consente di fare un bilancio è un lavoro che continua, conviene allora cogliere l'occasione per riprendere un discorso di prospettiva e per cercare, comunque, una rotta giusta in questo mare in tempesta. Note di lettura, spunti teorico-politici, provocazioni sui che fare sono i materiali di lavoro riuniti qui di seguito.

1 IL CERCHIO E LA PIRAMIDE

Chi sono i Proci, gli eroi negativi dell'Odissea? Se lo chiede Massimo Bonanni che per studiare le origini del politico ha riletto l'epica omerica in modo affascinante (v. Il cerchio e la piramide, Il Mulino 1992). "Il torto che viene loro attribuito non ha niente a che fare con Penelope alla cui virtù non hanno attentato, attenendosi anzi al 'patto della tela' da loro proposto (e da lei violato)". Il dossier d'accusa contro i Proci, secondo Bònanni, è ben altro: "Senza pensiero scialacquano I. beni senza misura, non fanno risparmio"; "Vogliono dividersi i beni del re da tanto tempo partito"; "L'altrui bene impunemente divorano". Sono versi dell'Odissea e molti altri del genere potrebbero essere aggiunti. Comunque il politologo lettore non crede che il problema fosse soltanto di carattere patrimoniale: è che nella Itaca senza re si era venuta a creare, attraverso i Proci, una forma politica diversa che Ulisse, il re che ritorna, non può accettare. Lasciamo a questo punto l'analisi politologica dell'Odissea per utilizzare come metafora questo spezzone di rilettura "politica" dell'epica omerica. Per utilizzarlo, vogliamo dire, nella presente situazione italiana. Dissipare, scialacquare sono parole che significano quel che significano. E III


non bisogna calcare sulle analogie. Però è vero che in generale l'economia italiana è, ancora più che nel passato, una "economia di rendita" come convincentemente illustra Luigi Campiglio nell'ampio saggio pubblicato ad apertura del libro collettaneo La riconquista dell'Italia curato da Fabio Luca Cavazza (Longanesi 1993); ed è vero che, in un'economia di rendita è più facile fare il passo verso l'industria della tangente. Dunque, la rendita: rendita finanziaria, attraverso il debito pubblico, rendita immobiliare, deindustrializzazione, ma anche - partendo più da lontano - stato del benessere realizzato sulla base di un'illusione che rassomiglia alla "catena di Sant'Antonio" come ha suggerito Luciano Cafagna nella stringente ricostruzione storica di come l'Italia si sia avviata verso la crisi della democrazia (La grande slavina, I grilli Marsilio 1993). E poi quello che lo stesso Cafagna chiama "il nuovo corso della finanza politica" che si è affermato negli Anni Ottanta: cioè l'irrompere del Francis Drake del socialismo italiano, Bettino Craxi, che utilizza "nuovi sistemi di finanziamento politico" (e non solo politico, sembra) per favorire "l'indipendenza e l'aumento della forza negoziale socialista". Vediamo meglio il fenomeno. Sempre secondo la ricostruzione di Cafagna, con il diffuso decentramento del sistema del finanziamento partitico, si è creata una forza economica e politica propria degli esattori di questo sistema, divenuti non solo "nuovi ricchi", ma "grandi elettori" ( ... ). Né, d'altra parte, a onor del vero, sono mai emersi indizi di altre forme di progettazione, diciamo così, "transitoria" della grande operazione di pirateria della finanza partitica (...). Il che configura il caso italiano, come caso di puro saccheggio, come taglieggio, è duro dirlo, non dissimile da quello mafioso". Tutto ciò non è sufficiente per usare la metafora dei Proci? Per la verità basta e avanza. E allora qual è il sovrano che torna per far fuori (qui ovviamente il massacro compiuto da Ulisse prendiamolo come una immagine forte ma simbolica) una classe dirigente ormai degenerata? I soggetti detentori della sovranità, si può rispondere in termini astratti: cioè, data per solida la democrazia, quelle aggregazioni di maggioranza che derivino da partiti rinnovati. Il suggerimento di Cafagna che si crei una "grande coalizione di vecchi partiti" opportunamente rinnovati (il vecchio arco costituzionale) per realizzare un profondo e sicuro rinnovamento politico sembrava avere le sue buone ragioni. Per esempio, è vero che c'erano nei vecchi partiti uomini "desiderosi di operare nella vita pubblica per passione e non per lucro, che non hanno partecipato al banchetto". E vero che "il loro essere stati presenti politicamente senza direttamente macchiarsi è

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il più grande titolo di merito morale, superiore certamente a quello di coloro che non si sono macchiati perché stavano lontano e non sono stati messi alla prova". Ed è vero, ancora, che questi uomini "hanno un capitale di esperienza che a chiunque manca". E tuttavia non sfuggirà al senso storico dei proponente che la proposta è modesta, risulta tardiva e in definitiva poco credibile. Tanto è vero che dopo pochi mesi dall'uscita del libro sembra cancellata dal novero degli eventi possibili. Per rispondere ai requisiti della credibilità bisogna muoversi attraverso un ben diverso percorso. Occorre stabilire, innanzitutto, condizioni e caratteristiche della forma-partito per la stagione politica che si sta aprendo in una grande incertezza. Un partito per essere accettabile dovrà essere qualcosa di molto diverso dalla organizzazione a direzione centralistica, prima assai munita e poi disarmata, che era il prototipo vigente fino a poco tempo fa. Prototipo imposto dalla guerra fredda, sottilmente tramandato dal fascismo (è la tesi, ancora, di Cafagna ripresa da Amato in un controverso di scorso in Parlamento) e ben accetto e reso funzionante dal mondo cattolico ed ecclesiastico per realizzare 1' "occupazione" dello Stato che era nato come ad esso estraneo. Che nel decadimento progressivo del sistema politico fondato sui partiti storici la vecchia forma-partito si trasformasse, quasi integralmente, in qualcosa di simile ad un'associazione per delinquere è la verità ormai venuta in evidenza. Dunque, prima di tutto occorre ripartire da capo, invertire la forma-partito. A questo proposito i suggerimenti migliori e più concreti sono di Fabio Luca Cavazza nel saggio Una democrazia al lavoro. Ipotesi sulla nuova forma-partito contenuto nel libro già citato sulla riconquista dell'Italia. Egli compila quasi un decalogo (nove sono i suoi suggerimenti). Il criterio di base è che il partito o movimento dev'essere un'organizzazione leggera: "punti di vista, criteri, indirizzi di pensiero e di lavoro, idee, comportamenti, stili operativi, civismo, volontariato, circuiti relazionali, bene comune, interessi orizzontali, diffusi, generali e non verticali o corporativi, per così dire, di lobby (queste sono velocissime nell'aggregarsi e nell'organizzarsi), e quanto a ciò fa da complemento, carta, matita, computers, stampanti, fax, telefoni e segreterie telefoniche con molteplici funzioni. Il tutto contenuto in piccole basi ottenute in comodato presso qualche ufficio professionale e sostenuto dall'autofinanziamento e da contributi raccolti e amministrati da notai o comunque da persone che né vogliono né possono

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sia trovarsi davanti a strutture ingorde e a voragini finanziarie, sia taglieggiare il prossimo". Di qui il secondo suggerimento: che un movimento politico sia un'associazione privata non a scopo di lucro secondo le regole di rigore ma anche di buon management che l'esperienza internazionale del non profit insegna. Il terzo e il quarto criterio riguardano la raccolta dei fondi e il loro regime fiscale secondo il principio che il "costo della democrazia" deve essere pagato prima perché, invece, "qualora lo si paghi dopo, tende a restare oscuro e misterioso". Dunque, non finanziamento pubblico attraverso trasferimenti ma "appropriati meccanismi di deducibilità fiscale". Il quinto punto nega l'utilità della classica "sezione di partito" come unica rappresentanza locale del movimento. Al contrario, "nel comune o in un dato territorio, comunque lo si voglia convenzionalmente circoscrivere, potranno a volontà fiorire tante unità periferiche di base quante il mercato ne potrà accogliere. Sarà, del resto, il mercato stesso, inteso come domanda politica per la tutela di interessi diffusi, a suggerire il campo e le attività in cui specializzarsi". Al punto sei Cavazza riprende uno spunto teorico generale: "Una 'democrazia al lavoro' è una cosa ben diversa da una che sia partecipativa e assembleare. La prima va a caccia di risultati, la seconda vota su mozioni che esprimono posizioni ideologiche, dopo di che resta tutto come prima". Se ne deriva che per la singola unità periferica deve valere un orientamento operativo rivolto a determinate issues, senza trasformare l'unità in una sede di voto e di conta dei voti. Quando si debba votare è meglio che ciò avvenga, per esempio nel caso di primarie per la selezione dei candidati alle elezioni, attraverso sistemi di registrazione presso pubblici notai. Al punto sette si insiste sul carattere di "gruppi relazionali" che devono avere le articolazioni di un movimento politico. "Se la 'democrazia al lavoro non vive senza che si producano risultati, allora essi si produrranno tanto più facilmente quanto più si saprà che una proposta che si vorrebbe realizzare in un dato ambito locale ha avuto esito positivo (o che è in via di esecuzione, o che se ne sta studiando la fattibilità) in un altro contesto locale lontano cinquecento chilometri. E per questa via che in politica l'informazione diventa una risorsa strategica, ma, sia consentito di notare, è anche per questa stessa via che si cementa il senso di identità e di cittadinanza di un paese. Entrano così in scena il computer e il telefono, il modem e il fax. La nostra vita è fatta di banche dati. E allora perché non prevedere che i circoli affiliati a un movimento nazionale versino in una di esse notizie secche e brevi su ciò che intendono fare, stanno facendo o hanno fatto? Dopo di VI


che avverranno i contatti e gli scambi di notizie, materiali e documenti. La procedura di montare una collaborazione fra più gruppi relazionali per raggiungere un obiettivo si convertirà in modalità di lavoro condivisa e accettata, e con il montare, smontare e rimontare più gruppi relazionali per far massa critica onde produrre certi risultati, gli stessi partecipanti percepiranno in concreto e sperimentalmente che cosa significa esser parte di una rete, apprendendo al tempo stesso le tecniche organizzative e di lavoro dei sistemi a rete". Al punti Otto e nove i suggerimenti di Cavazza riguardano i livelli di rappresentanza, a partire dal basso, interni al movimento politico. "La nuova forma-movimento o partito deve avere propri punti fissi di incontro e di raccordo fra centro nazionale (l"impresa-madre") e periferia, cioè le unità che, in quanto riconosciute e abilitate, fanno parte della rete. Il punto fisso è l'agente regionale del centro nazionale e il suo ufficio è il punto di snodo e di compensazione fra centro e unità periferiche. Quale che sia il suo appellativo, all'agente regionale possono attribuirsi compiti di convocazione e coordinamento fra comitati o consigli provinciali, oppure di controllo della regolarità delle procedure, o, ancora, di arbitrato di conflitti e così via a seconda delle circostanze e delle sfumature organizzative che questa o quella nuova forma-partito stabilirà di darsi. Quando i delegati regionali si trovino tutti insieme presso il centro la loro riunione diventa una sede di compensazione e di sintesi, un momento cruciale per la definizione delle posizioni essenziali del movimento, o partito. Poiché il rappresentante regionale del centro avrà compiti e incarichi di tipo funzionale, e non fissati. una volta per tutte come avviene negli attuali statuti dei partiti che disegnano in astratto una realtà immutabile e che nessuno mai legge, è evidente che essi potranno variare nel tempo a seconda delle contingenze come di nuove ,, necessita L'esercizio propositivo di Cavazza vale per i partiti ma non solo per essi. Per molti aspetti riprende con semplicità il tema, già da anni affrontato in termini teorici, sull'uso delle tecnologie dell'informazione e delle attitudini alla comunicazione per un migliore funzionamento della democrazia. Certo, accanto alla forma-partito c'è la sostanza-partito, se così possiamo dire, cioè valori, riflessione in comune, azione collettiva, identità storica e così via. Attraverso questo esercizio ci si ritrova, comunque, davanti alla necessità di dare una risposta concreta ai problemi della contrastata coesistenza, che si ripetono continuamente nella vita politica, delle due linee, orizzontale (del consenso) e verticale (del comando), lungo le quali si muove e si assesta il sistema politico. E per le quali si possono riprendere le due simbologie '

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del cerchio e della piramide usate da Massimo Bonanni nella citata lettura dell'Odissea in chiave di antropologia politica.

2. LA SOCIETÀ CIVILE FUORI DAI MIRAGGI DELLA RETORICA

Di questi tempi si è straparlato di società civile. Ebbene, possiamo affermare che qui da noi la "società civile" esista pienamente dispiegata ed operante? C'è da dubitarne. E certo sarebbe temerario rispondere positivamente. In verità, la democrazia italiana nasce e si sviluppa nel secondo dopoguerra come una democrazia che è insieme protetta e protettiva. Protetta, almeno fino al momento in cui li mondo comunista si è liquefatto, nel senso che è stato impedito ogni dislocamento dell'Italia fuori dell'area occidentale e questo è stato un vincolo originario del sistema, vincolo costantemente rispettato. Di qui: conventiq ad excludendurn, fattore K, necessità di partitiapparato da contrapporre al partito comunista che per antonomasia è partito-organizzazione e così via, solo per citare le tante formule sintetiche, ben note, che vengono impiegate ricorrentemente nell'analisi della condizione politica italiana fino alla "caduta del Muro". Protettiva perché, in un sistema di suffragio universale, i partiti politici al governo, - proprio per far rispettare in modo democratico (cioè attraverso il voto) il vincolo della de jmocrazia protetta - hanno dovuto adoperarsi il più possibile a "proteggere", appunto, il maggior numero di interessi sociali. E a qualsiasi costo per il bilancio dello Stato e per l"etica" pubblica. In questa prospettiva ben si colloca l'ipotesi interpretativa di chi, come Luciano Cafagna, ritiene la partitocrazia un lascito fascista: è durante il regime fascista che il partito cominciò ad essere "una cosa assai presente nella vita degli italiani i quali, volenti o nolenti, si adattarono a questa presenza e finirono con il considerano un ingrediente indispensabile della vita moderna", soprattutto appunto come strumento di protezione. Ben s'intende, allora, come e perché i soggetti assolutamente egemoni della vita nazionale - come dimostra "Tangentopoli" - siano stati negli ultimi decenni partiti e imprese (o grandi imprese). Ogni altro soggetto istituzionale ò sociale è rimasto in posizione subalterna o strumentale. La pubblica amministrazione è stata subalterna ai partiti di governo, le professioni fortemente dipendenti dal sistema economico. Le professioni legali, per esempio, compresse dalla crisi della giustizia hanno avuto come modello di successo il rapporto privilegiato con le grandi imprese. Quanto all'associazionismo c'è soltanto da riVIII


cordare come il suo ruolo sia risultato schiacciato per essersi quasi totalmente integrato nel collateralismo ai partiti. E difficile immaginare, in una condizione del genere, che ci sia stato un grande sviluppo della società civile. Ma cos'è la società civile? L'abuso dell'espressione, soprattutto negli ultimi anni, può ben far storcere il naso. Tuttavia non è facile sostituire tale espressione con altra. Meglio è intendersi sul suo significato e sul "progetto" che essa semanticamente esprime. Se, come raccomanda Dahrendorf, non vogliamo intendere per società civile qualcosa di elaborato ma semplicemente alcuni aspetti specifici e basilari della società (dall'esistenza di piccole-medie imprese e di istituzioni educative autonome, a un'articolata opinione pubblica, ad un sistema sufficientemente sviluppato di autonomie locali e così via) allora ci stiamo riferendo agli elementi costitutivi di una civiltà come sistema evoluto di convivenza. Humana civilitas, potremmo dire, come dettava il motto, del Movimento Comunità negli anni Cinquanta. "Società civile" sta inizialmente a denotare - all'epoca della disputa sei-settecentesca sul diritto naturale -, la società che si contrappone alla società naturale. Dunque, un prototipo ideale di ampio spettro entro il quale trovano posto istituzioni e comportamenti della politica. C'è da chiedersi, in quest'ordine di idee più spiccatamente teorico, se nel gran parlare che oggi si fa di "società civile" non emerga l'esigenza di una ricomposizione della visione politica e istituzionale della convivenza dopo quella frattura, ormai inconsapevolmente tramandatici, che partendo da un'origine semantica, ha assunto nel tempo un rilievo concettuale forte ponendo in sfere diverse, se non separate, politica e civiltì. Per uscire dall'enigmatico, ci riferiamo a quanto ha ricordato D. Sternberger a proposito della duplicità dei filoni linguistici inaugurati nel XIII secolo, secondo i quali "la politica, il politico, l'uomo politico rimasero greci partendo dapolis, lo stato e i cittadini diventarono latini civitas, cives". Sicché non è più risultata "linguisticamente immediata l'origine civile o di cittadinanza della politica". Il che, in definitiva, ha contribuito a dare alla politica uno statuto particolare, sempre tendenzialmente svincolato dalle regole comuni: i politici portati sempre a sentirsi "legibus saluti". Eppure la politica serve, è una "noble art", non di per sé una cosa sporca come per lo più i politici in carica negli ultimi decenni nel nostro paese si sono ben impegnati a dimostrare, sia pure con molte importanti eccezioni. Nel turbinoso evolvere degli eventi che stiamo vivendo si comincia diffusaIX


mente a capire che "occorre tornare a fare politica" perché esistono, aperti e irrisolti, alcuni problemi della convivenza civile e nazionale che non è possibile affrontare e risolvere con meri atti di amministrazione. Essi vogliono in massimo grado l'uso della "prudenza" creativa secondo l'accezione aristotelica della politica: comando più consenso. Ma a tal fine un punto dev'esser chiaro: la politica non può né deve tradursi in un sistema di poteri e di soggetti che si auto-alimentano e si cooptano (come nel caso della partitocrazia) immaginando di diffondersi pervasivamente nella società. Né a tal fine possono ancora valere giustificazioni paternalistiche o giacobine di supplenza nei confronti di lacune e insufficienze della "società civile". I tanti soggetti di una società libera devono crescere e dare sostanza alla società civile perché dalla qualità e consistenza di questi soggetti dipenderà, in gran parte, la vitalità stessa di una politica corretta e ben funzionante. E chiaro, infine, che alla definizione di "società civile", oggi, dà un ben modesto contributo la tradizionale contrapposizione pubblico-privato: sia perché questa è il cascame di una visione del sistema politico-economico per troppo tempo ripetuta senza vera intelligenza dei cambiamenti, sia perché è grande la perdita di prestigio e reputazione degli attori del "pubblico" e degli attori del "privato", quelli che abbiamo conosciuto negli ultimi decenni. Il degrado delle partecipazioni statali, da una parte, e il crollo del gruppo Ferruzzi (tanto per fare un caso), dall'altra, parlano da soli. Concludiamo sul punto. L'abuso che si fa dell'espressione "società civile" ha fondato la convinzione che la società civile sia ben sviluppata, sana e che soltanto patisca di essere repressa, sopraffatta o semplicemente negletta dalla società politica. Convinzione quanto mai discutibile. Se, dunque, dobbiamo continuare a parlare di società civile è bene respingere ogni divulgazione e iterazione retorica per esporre progetti concreti di costruzione di una società civile vitale o di sue specifiche aree. Quali sono, oggi in Italia, gli obiettivi da porsi perché una società civile esista nel senso proprio, e forte, del termine? Sono tre, a nostro parere, i grandi obiettivi e, conseguentemente, le linee d'azione da perseguire. Il primo: creare e dare tenuta allo spirito civico, contemporaneamente ricollocando le pubbliche amministrazioni, tessuto connettivo della società, in un rapporto corretto, diretto e fluido, con i cittadini, i cives. Malgrado recenti innovazioni legislative, come quella della legge n. 241 del 1990 sul procedimento amministrativo e sull'accesso alla documentazione, non pare vicino il momento di un nuovo rapporto pubblica amministrazione-cittadini. Per certi aspetti sembra che il problema dell'amministrazio-

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ne pubblica sia soltanto quello di una ridefinizione dei rapporti fra dirigenti amministrativi e responsabili politici. Problema vero, certamente, ma che da solo non esaurisce la problematica di una fisionomia diversa del comportamento e dell'azione amministrativa ma anzi ne riduce drasticamente l'ampiezza. E ciò Io si vede nel mondo comunale, dove con la legge n. 81 del 1993 è stata compiuta la più grande innovazione dall'unità d'Italia ad oggi: l'elezione diretta del sindaco da parte della cittadinanza. Il nuovo tipo di amministrazione, polarizzata sul potere del "primo cittadino", rischia di rimanere entro la camicia di Nesso dei vecchi modelli se tutto ciò sarà affidato esclusivamente al rapporto fra il sommo politico cittadino e le burocrazie storiche (centrali e locali) magari con qualche spazio per un ipotetico city manager. In verità, procedimento amministrativo e gestioni pubbliche finalizzate alla fornitura di servizi pubblici efficienti hanno bisogno di un contesto più articolato e vivace di società civile. La voce dei cittadini deve trovare espressione in una più ricca rappresentanza di interessi "disinteressati", in un'offerta di partecipazione attiva alla vita cittadina in base ad una responsabilità fondata sullo "spirito civico" e non soltanto per esprimere (come pure è legittimo) rivendicazioni talvolta tanto generiche quanto estemporanee. In questo senso, tutta l'esperienza ambientalista è importante ma merita di essere ripensata e riorganizzata nella prospettiva di creare un'organizzazione civica, ricca di iniziative e reattiva. Se si pensa alla società civile nell'accezione che la tiene più vicina alla civitas dobbiamo, in sostanza, ritrovare una concezione più realistica, e perciò inevitabilmente più circostanziata, di quell'esigenza di partecipazione che è stata tante volte proclamata in vari momenti della nostra recente vita politica. A questa concezione servirà molto ripensare cos'è politica e cos'è amministrazione affinché le energie dei cives siano sollecitate ad una efficace azione, critica o collaborativa. Intendendo bene chi è, volta a volta, l'interlocutore giusto.

Il secondo obiettivo consiste nel ridare un'anima alle professioni, come soggetto sociale e come soggetto di cultura. Forse per un eccesso di "mercificazione" delle prestazioni professionali in epoca di denaro facile e di fisco compiacente, forse pèr l'incapacità di cogliere le esigenze di una nuova organizzazione delle professioni nella società contemporanea mantenendo queste nel monadismo delle attività dei singoli, forse per la tenace abitudine di considerarsi pur sempre, anche se soltanto in modo difensivo, una corporazione, le professioni hanno perso negli ultimi decenni lo statuto e il XI


ruolo quali l'espressione "libere professioni" poteva un tempo evocare. Ma le professioni sono, per propria natura, al crocicchio di teoria e pratica, sono un osservatorio di prim'ordine sulla realtà sociale e sui rapporti fra istituzioni e singoli, nutrono l'ambizione di essere chiamate a risolvere casi importanti e difficili, ad arbitrare conflitti (non soltanto legali) e per tutto ciò essere soggetti di cultura e d'iniziativa civile. Riconquistare, per le professioni, i livelli alti di ruolo e rideterminare le ragioni di un'etica forte della responsabilità professionale significa contribuire alla realizzazione di una parte importante della società civile. Il terzo obiettivo è nel rilancio del settore del volontariato e del non profit. Qui occorre ricordare gli elementi tipici, quasi diremmo gli animai spirits, dell'esperienza delle fondazioni, associazioni e settore not for profit, quale altre volte considerata su questa rivista, che vanno valorizzati come dati costitutivi dell'etica cui questo mondo si ispira. Molto importante è il ruolo del volontariato. Dobbiamo ora aggiungere che esso viene valorizzato attraverso dei principi ispiratori tradizionalmente propri del mondo delle fondazioni: l.o spirito di indipendenza e, ad esso strettamente correlato, l'intento di prendere iniziative originali e comunque non quelle strettamente promosse e sovvenzionate dallo Stato. Certo, può apparire problematico invocare questi principi ispiratori nel momento in cui al settore non profit si sta chiedendo di intervenire maggiormente nell'offrire i servizi che il weifare state non è più in grado di offrire. Ciò sembrerebbe comportare una mera sostituzione di agenti nel mantenimento di linee operative già date e definite. Le cose, però, non stanno così. Il passaggio di alcune funzioni dallo stato sociale al settore del volontariato sarebbe un ripiego occasionale e poco affidabile se non significasse ben altro cambiamento: di stile e comportamento e di intelligenza delle esigenze. Sarebbe un errore ipotizzare un ricorso al volontariato in una visione semplicistica dei problemi. Al contrario, dovrà essere di grande sostegno l'esperienza consolidata di organismi quali le fondazioni per sviluppare le tecniche per interventi non burocratici ma neppure, per converso, dilettanteschi:

3. PROGETTARE LE POLITICHE DI GOVERNO

I mutamenti politici in corso stanno andando al di là di quanto si potesse immaginare solo due anni fa. Sul piano politico il ribaltone è profondo. Si tratta, per ora, di un cambio dei soggetti politici e di alcuni loro comportaXII


menti (ragioni del loro aggregarsi, parole d'ordine, rimescolamento delle "costituencies" elettorali, etc.). L'esigenza primaria di trovare assetti aggregativi utili a fini elettorali entro un sistema a logica maggioritaria sta catalizzando l'attenzione di molti e, com'è naturale, sta governando attualmente il gioco. La semplificazione, unita alla necessità di "bucare lo schermo", va alla ricerca esasperata di slogan che facciano breccia. Di qui la recente "fiera" delle parole d'ordine nella quale - almeno in un primo momento - si è cercato di reinventare e riciclare antiche fobie o antiche bandiere: l'anticomunismo, per esempio, riciclato come il più generico ma non per questo meno fobico sentimento "anti-sinistra", l'idealizzazione di un "centro" ormai antistorico ribattezzato come liberaldemocrazia con tanto "mercato, mercato" invocato da noti oligopolisti, l'uso dell'antifascismo come principale, se non unico, collante di schieramento "progressista" (una manna in situazioni come quella delle recenti elezioni comunali a Roma), il federalismo - modello istituzionale quant'altri sofisticato - ridotto ai gusti e allo stile del "bar dell'angolo" e degli ultrà di campanile o, nel migliore dei casi, dei promotori di una rivolta fiscale che non va per il. sottile, qualche ripristinato e superficiale "amor di patria" che fa da fondamento ad una ben più consistente richiesta di "law and order". E così via di seguito. La frustrazione è il sentimento che più facilmente può derivare da questo panorama. Quasi l'impressione che si possa cadere dalla padella nella brace. Abbattute - ormai da tempo - le ideologie che avevano imperato per decenni e sostituite negli anni Ottanta da una generale corsa di rampantismi e pararampantismi, il discorso politico sembra tutto un groviglio di nostalgie, ingenue od infami, delle perdute - e oggi improbabili - idee forti. Ma forse, in realtà, le cose non stanno proprio come appaiono. Il passaggio da un sistema elettorale all'altro ha, soprattutto nell'immediato, un costo e questo può essere una nuova e grossa dose di grandi semplificazioni. Di per s, però, il fenomeno è naturale. Se queste semplificazioni servissero veramente a costruire, secondo la meccanica del maggioritario, i raggruppamenti politici necessari per avviare il sistema politico fondato sulle regole dell'alternanza dovremmo accettane quasi di buon grado. La legge elettorale con la quale si va al voto (che non è quella comunale del ballottaggio) rischia infatti, senza raggruppamenti forti e ad estensione nazionale, di consacrare la frammentazione con la conseguenza di successive faticose e fragili coalizioni post-elettorali. La "transizione" diverrebbe un percorso incerto con esiti imprevedibili. XIII


Nel breve termine la questione politica si riduce fondamentalmente alla questione di come adattarsi a trarre il maggior possibile profitto dalla nuova legge elettorale. E chiaro che dalle soluzioni che si stanno trovando e che riusciranno ad affermarsi alle prossime elezioni deriveranno condizioni e vincoli ad effetto più duraturo. Però, a questo punto è inutile pretendere che entro pochi mesi si costituiscano assetti e si formino orientamenti politici solidi e affidabili. Anche la sottoscrizione di documenti programmatici va presa con cautela, se non con buona dose di scetticismo. C'è tuttavia un interrogativo fondamentale a cui rispondere. Fino ad ora i cittadini hanno avuto la percezione che la situazione si sia ribaltata completamente e da questa percezione hanno tratto il convincimento che il ribaltone dovesse essere compiuto fino in fondo. La domanda : questo convincimento rimarrà ancora fermo? L'alto tasso di confusione che caratterizza il momento politico rende possibili molti, e imprevedibili, cambiamenti d'umore nell'elettorato anche nel senso di una più compiacente considerazione del passato. In ogni caso, se la percezione della necessità di ribaltare il sistema politico rimane ferma per un certo periodo di tempo, questa sarà la chiave politica del prossimo futuro in quanto farà da filtro per le scelte dell'elettorato. In altri termini, i meno coinvolti nel sistema politico precedente sarebbero favoriti e quelli più coinvolti, in un modo o nell'altro, sarebbero penalizzati (almeno per un certo periodo di tempo). Un eventuale successo "della sinistra" potrebbe dipendere molto da questo fattore. Si tratterebbe, infatti, del successo degli uomini che sono stati meno coinvolti nel precedente sistema di governo (ma non certamente nel sistema politico complessivo) in quanto sono stati all'opposizione pur con tutte le attenuazioni che si vuole, dovute alle regole consociative della "democrazia bloccata". Così lo schieramento "moderato" (quando se ne crei uno soltanto entro brevi termini brevi) potrebbe superare il filtro costituito dall'esigenza diffusamente percepita di ribaltare il sistema politico solo attraverso una forte componente leghista, la più sicuramente estranea al sistema di governo preesistente. Anzi, avrebbe addirittura bisogno di un ruolo egemonico della Lega. Quanto alle parole d'ordine, l'accelerazione dei processi di scomposizione e ricomposizione delle forze politiche secondo la logica maggioritaria ne brucerà molte. La volatilità delle affermazioni leghiste è, a questo riguardo, l'esempio di un comportamento più generale. L'itinerario di Mario Segni ne è un altro. Le stesse preoccupazioni riguardo alla mancanza di un'identità politica più chiara per gli schieramenti in campo, preoccupazioni espresXIV


se da editorialisti un po' astratti dalla realtà, sono quantomeno frettolose. I fenomeni in corso possono dare assai rapidamente una risposta. uno slogan, tra i tanti di facile consumo in questa fase, che può sopravvivere e far da tramite fra il breve e il medio-lungo termine. E quello della rivolta fiscale. I temi fiscali rispondono meglio e di più alla necessità di definire le identità degli schieramenti emergenti nella battaglia elettorale e politica prossima ventura. La questione fiscale si trascina da anni attraverso la non-politica degli aggiustamenti e delle razionalizzazioni a metà secondo linee che non sono mai omogenee e fino in fondo vengono spesso contraddette, nel susseguirsi dei ministri delle finanze. Si è da tempo delineata una contrapposizione fra prelievi sui redditi dei lavoratori autonomi e quelli relativi ai lavoratori dipendenti, mediata attraverso una politica di bilancio che ha trovato nel debito pubblico la sua principale base di supporto. L'incanto delle mistificazioni usate per affrontare la questione in modo sempre assai parziale si è rotto con le misure del Governo Amato. Non più sostenuto dai partiti tradizionali, in decadenza e poi in disfatta per l'intervento della procura della Repubblica di Milano contro il sistema delle tangenti e dei taglieggiamenti, quel governo è stato capace di un accordo anti-inflazione con le forze sociali che ha consentito la prima vera mordente stretta fiscale dopo anni ed anni. S'avviava così un certo risanamento della finanza pubblica ma tutti i contribuenti venivano ad avvertire drammaticamente cosa ciò significasse per le loro tasche. Di qui due reazioni: da una parte, un'accentuata, se non imperiosa richiesta di servizi pubblici funzionanti; dall'altra un puro e semplice rifiuto della pressione fiscale. La prima reazione spiega perché si sia accentuato l'interesse della sinistra e delle confederazioni sindacali per il buon finanziamento della pubblica amministrazione, e conseguentemente, perché l'atteggiamento verso il pubblico impiego sia stato assai meno compiacente e perché, infine, sia stato dato un forte appoggio alle iniziative le-. gislative in materia di riorganizzazione amministrativa. Senonché immaginare in tempi brevi risultati utili su questo piano è illusorio. Di qui il prevalere della seconda reazione, quella del rifiuto. Reazione a cui facilmente si potrebbe unire lo stesso mondo del pubblico impiego che si sente sotto pressione. Insomma, la rivolta fiscale non è da sottovalutare come questione politica centrale. Il fisco può ben essere tema significativo e sufficiente per creare conflitto politico e stabilire diverse identità. E non solo in epoca di ideologie deboli: la storia politica conosce nei secoli molteplici episodi di battaglia

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fiscale, potrebbe innestare un singolare capovolgimento di umori dell'elettorato. Quanti, per senso di responsabilità, cavalcheranno con maggior discrezione la rivolta fiscale potrebbero venir percepiti come i continuatori, diciamo così, del sistema politico precedente se è vero che la ragione delle recenti "stangate" fiscali è il malgoverno proprio di quel sistema politico. Il colmo sarebbe, per converso, che all'insegna della rivolta fiscale si riciclino alcuni uomini di quel sistema di governo. Ma veniamo alle prospettive di più lungo termine. Ammettiamo che uno schieramento politico riesca a vincere in misura piena e convincente secondo le regole del maggioritario e dunque venga ad assumere senza bisogno di coalizioni estese la responsabilità di governo. Il rischio evidente è che si tratti di una vera e propria vittoria di Pirro. Chiediamoci infatti: coloro che si troveranno a gestire gli affari di governo su quali margini di scelta si troveranno ad operare? E ancora: in quale misura sapranno fare buon uso di tali margini, date le profonde diversità che ogni eventuale raggruppamento vincente presenterà al suo interno? Ed infine: quanto peserà il grado di inesperienza? La prima domanda riporta, da una parte, alle condizioni reali dell'economia italiana, e di quella pubblica in particolare, e all'inserimento profondo, dall'altra, in meccanismi, comportamenti, fenomeni economici e sociali che sono internazionali e "globali". Per quante varianti si possano immaginare (e sarebbe un gran bene immaginarle, purché con sufficienti dettagli operativi), le linee portanti della politica economica sono già scritte in gran parte nell'eredità che si viene a prendere in carico. Ovviamente senza beneficio d'inventano. Il che, fra l'altro, avverrà tanto più chiaramente quanto più chi vince avrà vinto nettamente senza aver modo di dividere le responsabilità attraverso coalizioni ampie. In ogni caso, chi va al governo farà tanto meglio quanto più chiaramente partirà dal riconoscere questo dato di fatto con onestà intellettuale. La seconda domanda è decisiva perché riguarda certamente la capacità di dare un senso al governo dello schieramento vincente sia sul piano dell'identità politico-sociale sia sui piano dei contributi e dei risultati innovativi. Ancora una volta, ci vorrà molta onestà intellettuale (ma anche forza carismatica) per lavorare al margine valorizzando al massimo i ridotti spazi di manovra e talora i profili bassi dell'attività di governo. La terza domanda riguarda il rinnovamento, reclutamento e fase di appren-

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dimento-formazione di personale dirigente nuovo. Nel che si sostanzia, per lo più, la vexata questio di cosa sia "cultura di governo". Il ribaltone politico che sta avvenendo in Italia riguarda per ora prevalentemente il ceto politico ma non potrà non coinvolgere in qualche misura il ceto dirigente pubblico e privato. La caduta delle prime linee del ceto politico che era riuscito a perpetuarsi per un così lungo periodo di tempo è avvenuta, precipitosamente, nella sorpresa generale. Ciò significa che non c'era né stava veramente incubando un meccanismo alternativo di selezione della classe dirigente. Infatti, incalzano ora le seconde linee. I richiami insistiti ed immediatamente conformisti alla "società civile" sono poco più che generiche invocazioni. Se, dunque, al di là della prospettiva breve o brevissima dell'evento elettorale, ci si pone di fronte ad altri aspetti della situazione è difficile dare risposte riduttive e tutto sommato confortanti. Le questioni che ci si possono porre sono tante. Innanzitutto quanto durerà l'afasia della politica oltre che il gioco gladiatorio innescato dalle elezioni? E poi la caduta del sistema politico costruito nel dopoguerra offre opportunità reali per una organizzazione della "società civile", tale in ogni caso da dare voce ad altri soggetti di azione politica e da contenere sul serio le espansioni improprie della politica per partiti? La logica partito-centrica è veramente superata oppure la nicchia assai forte assicurata ai partiti attraverso la quota proporzionale del sistema elettorale costituisce l'agganciò strategico per la ripresa? Per converso, la logica localistica valorizzata dal sistema maggioritario sarà o no - al di là di tutti i "patti" o alleanze -, la variabile indipendente del sistema politico? Queste ed altre sono le domande, di non poco peso, che vengono in mente. Una, tuttavia, ci sembra che vada posta in evidenza sottraendola con forza alla inevitabile noncuranza del momento (il pressapochismo del maiora premunt) ovvero alla consunta vischiosità dei comportamenti consuetudinari e/o degli interessi costituiti. Vogliamo dire: quali potenzialità ci sono, se ci sono, di mettere mano, in condizioni migliori che nel passato, ad una cultura politica che dia maggior chiarezza a problemi e cose? E che non ceda alle sciocche semplificazioni della demagogia che è il primo frutto avvelenato della rottura degli equilibri del passato e che trova facile transito verso il pubblico attraverso i media di ogni genere? Su quest'ultima questione bisogna soffermarsi. XVII


I• i i i ossiamo pure iniziare aicenaoci: non c e aa rarsi iuusioni. 'onsiaeriamo tre aspetti: i tempi stretti della corsa elettorale e dei conseguenti riaggiustamenti politici; i tempi lunghi e i percorsi tormentati del cambiamento di cultura; l'aggancio forte dato dalla parte proporzionale del sistema elettorale ad una ricostruzione di logica partitica. Data per scontata la normale deriva culturale per la quale il futuro recepisce naturalmente modi d'essere, di percepire e di agire creati e consolidati nel passato, la necessità di trovare urgentemente degli sbocchi di qualche consistenza è fattore sufficiente perché si crei una spinta forte verso un nuovo senza noviti Il trasformismo è questo: un fenomeno culturale prima ancora che un comportamento morale. E il trasformismo traghetterà nel "nuovo" la continuità della politica perché così sarà richiesto dall'andare delle cose e anche dall'urgere delle cose. Sarebbe tuttavia un errore ritenere che, allora, non ci sia spazio per un'operazione sistematica di innovazione dei modi di elaborazione delle politiche pubbliche e, più in generale, della cultura politica. Che è il problema di quanti fanno riviste come la nostra e promuovono circuiti di riflessione e di elaborazione e proposta, appunto, di politiche pubbliche. Innanzitutto, malgrado la percezione contraffatta del trasformismo, la dimensione e la profondità della crisi politica e istituzionale sono tali da rimettere in questione un po' tutti gli snodi e gli elementi costitutivi del sistema politico e istituzionale. Ci si chiedeva qualche anno fa quale sarebbe stato il fattore scatenante, la causa prossima del passaggio da una forma di repubblica all'altra, che fosse comparabile con il fattore "Algeria" nella transizione, in Francia, dalla IV alla V Repubblica. Ebbene, per l'Italia, l'Algeria è stata Tangentopoli, anche se in Italia non c'è de Gaulle. Il fenomeno che stiamo vivendo apre di per sé spazi che possono anche essere relativamente ampi ed entro i quali possono farsi largo quanti ritengano e si sentano in grado di prendere la parola, se non addirittura di conquistare un posto in scena; di prendere la parola e magari di alzare la voce, se necessario almeno per farsi sentire. Bisogna stare attenti, invece, ai tempi. Una "finestra temporale" per iniziative utili ed incisive c'è, ma potrebbe non durare molto se vincerà la risposta opportunista di gestire l'eredità di governo con il minimo di innovazioni nelle modalità e negli obiettivi . Durerà di più solo in ragione delle difficoltà a uscire dalla crisi per la debolezza stessa di chi ha vinto ovvero, e soprattutto, in ragione della capacità d'iniziativa che sarà spesa. 1•

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Abbiamo già detto, a proposito di organizzazione della società civile, chi potrebbe prendere l'iniziativa. Qui si può ribadire: l'iniziativa va presa da XVIII


chi abbia qualcosa di utile da dire e sappia dirla. In altre parole, e meno semplicisticamente, quanti operano nel campo multiforme dell'attività sociale o di quella professionale e si chieda quale sia il proprio ruolo nel presente sistema sociale e nel momento storico si accorgeranno, se dotati di una buona intelligenza delle cose, che posseggono chiavi importanti di interpretazione nonché conoscenze e saperi di rilievo generale da far valere nel dibattito e nella lotta politica. Per esempio, le professioni, organizzate ed integrate, posseggono punti di osservazione e patrimonio culturale preziosi per un proprio legittimo (e atteso) apporto al discorso politico. Tanto più se la loro etica, parte integrante della "morale della responsabilità", sia realmente un elemento costitutivo della professione. Il ragionamento che a questo punto si riapre è anche quello (o soprattutto quello?) degli intellettuali politici ovvero degli uomini di cultura e di scienza che si attribuiscono particolari compiti e doveri nella società politica. Dice assai efficacemente Wolf Lepenies per la Germania - ma quanto dice vale in generale e per il nostro paese calza assai bene - che l"articolazione delle élites deve mirare a legittimare pubblicamente affermazioni impopolari e a sostenere le conseguenti decisioni politiche con efficacia presso l'opinione pubblica. Non si tratta di esprimere opinioni o rivolgere appelli il cui scopo principale è quello di tranquillizzare la coscienza dei rispettivi firmatari. Esse dovrebbero assumersi l'obbligo di prendere posizione di fronte alle questioni incalzanti del nostro tempo facendo leva sull'opinione pubblica. Non si tratterebbe di manifesti, bensì di prese di posizione accuratamente preparate da gruppi di lavoro che, di regola, verrebbero pubblicate in modo "anticiclo" e conterrebbero sempre anche riguardo all'opinione pubblica e alle opinioni pubblicate, un potenziale di sorpresa - con la ferma intenzione di mettere in discussione le ovvietà del consueto consenso politico, di avviare svolte necessarie nella formazione delle opinioni politiche e di far applicare decisioni politiche impopolari, ma inevitabili. "La concreta efficacia di questa presa di posizione dipende dal rischio che gli interessati sono pronti ad assumersi. Va detto che, come è evidente, questo rischio è distribuito in modo disuguale. Un politico in carica corre il rischio di alienarsi le simpatie dei suoi elettori, un imprenditore rischia di perdere i suoi clienti; per i docenti delle università statali e i pensionati della politica - in fondo per tutti gli intellettuali in senso stretto - la posta in gioco è nulla. Bisognerà quindi riflettere molto bene su come raggiungere, all'interno del gruppo, la compensazione dei diversi rischi e, al tempo stesso, la massima disponibilità al rischi. E davvero tempo di cercare, attraverXIX


so una articolazione delle élites, di superare il malessere della nostra cultura politica, che non sta prevalentemente nell'incompetenza della classe politica" (v. La Prefazione a Conseguenze di un evento inaudito. I tedeschi dopo l'unificazione, trad. it., Il Mulino 1993). L'opinione di Lepenies è folgorante. Coglie nel segno come accade raramente quando si parla di politica ed intellettuali (che egli in un'altra occasione ha chiamato la "classe lamentosa". Vedi: Ascesi e tramonto degli intellettuali in Europa, Laterza 1992). Anche se mai si è parlato ex-professo di questo problema sulle pagine della nostra rivista è facile per noi riconoscerci nel programma etico e di lavoro di Lepenies. E su questa lunghezza d'onda che ci siamo mossi da lungo tempo. Forse non abbiamo corso fino in fòndo i nostri rischi anche perché protetti dalla nostra stessa solitudine. A questo punto diviene però necessaria l'autocitazione. Chiediamo scusa. Nel 1981 sul "Taccuino del Centro Studi della Fondazione Adriano Olivetti" ci proponemmo di spiegare i nostri progetti di lavoro: Perché un programma di studi sulle politiche pubbliche. Linee programmatiche a cui poi ci siamo attenuti facendo "Queste Istituzioni". Rileggiamo daccapo la prima parte di quell'articolo di tredici anni fa. 1. Nel corso degli ultimi quindici anni è avvenuto nel nostro paese un fenomeno che mi è capitato di definire come la "rottura della continuità dello Stato". Il fenomeno si è svolto, per alcuni aspetti, in parallelo con l'evoluzione verificatasi in altri paesi ma, per molti altri, con modalità e ritmi del tutto particolari. La rottura della continuità dello Stato non è stata e non è quell'evento auspicato, come inizio di una nuova società, da alcune correnti di pensiero della sinistra più radicale. E un fenòmeno da cui fino ad ora non sono nati né un assetto organizzativo nuovo ed efficace delle istituzioni pubbliche, né una società "nuova" in termini di giudizio di valore. Comunque il fatto è davanti a noi: e va preso realisticamente per quello che è. La realizzazione delle regioni, cioè di una parte importante del disegno costituzionale, l'influenza crescente delle organizzazioni sindacali nella politica nazionale e nella organizzazione stessa delle strutture pubbliche, il prevalere negli anni Settanta di forti tendenze egualitarie nella politica retributiva del pubblico impiego, sono fatti di diverso segno (positivi alcuni, negativi altri) che - insieme ad altri fenomeni variamente sottoliP6W4


neati nel ricorrente dibattito istituzionale sui Parlamento e sui Governo - compongono il quadro del fenomeno complessivo innanzi richiamato. Nella società sono presenti forti tendenze centrifughe. Si è accentuata la complessità dei rapporti sociali, soprattutto nel senso di una diffusa e permanente conflittualità fra interessi e gruppi organizzati. E su questa "complessità sociale" che si è andata indirizzando l'attenzione degli studiosi dopo tante, reiterate tentazioni di semplificare diagnosi e prospettive della nostra società. Quali innovazioni sono possibili in questa società? Se si pensa allo spazio che tradizionalmente, nel passato del nostro paese, ha separato la società italiana da indicazioni e messaggi innovativi, si deve rilevare che in questi anni tale spazio si è "smisuratamente allargato, perché si è .prodotta nella realtà attuale una simulazione, una falsificazione di quelle proposte innovativeusimulazione che è assai peggio del niente di allora" (come ha scritto Angela Zucconi in un documento di lavoro della Fondazione Adriano Olivetti). Né si tratta solo di questo. Nei fatti non si vede ancora emergere un assetto delle funzioni pubbliche che abbia le capacità riflessive e di proposta necessarie per far fronte alla complessità sociale e allo stesso gioco delle falsificazioni appena accennato. Si potrebbe parlare, a questo punto, di istituzioni senza memoria e senza bussola. Molto spesso si è guardato al problema delle istituzioni come un problema di riforma delle loro strutture giuridiche. Per anni, gli studiosi delle istituzioni hanno riproposto all'attenzione del mondo politico questioni, "grandi" o "piccole" ma tutte in qualche modo decisive, concernenti l'attuazione della Costituzione. Nella fase costitutiva delle regioni un'enfasi particolare fu data agli statuti nella convinzione che alcune idee che facevano parte dell'aria dell'epoca avessero la capacità di realizzare una nuova efficienza democratica. Anche a questo particolare tipo di atteggiamenti intellettuali si deve, forse, più di un fenomeno di "mistificazione". In realtà, molto minore è stata l'attenzione alle politiche concrete che le istituzioni facevano, o non facevano, in relazione ai propri determinati campi d'intervento. E stato, cioè, largamente trascurato il tema delle politiche dell'amministrazione sicché ne è derivata una notevole arretratezza nel nostro paese, dei settori di lavoro culturale, altrove più sviluppati, quali, per esempio, gli studi sulle politiche dell'Ammini-

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strazione (non è un caso, forse, che in lingua italiana sia difficilmente traducibile l'espressione public policy). E cR mentre l'amministrazione, intesa in senso largo e cioè amministrazione centrale e amministrazione regionale e locale, ha bisogno di pungoli, di proposte, di dialettica: la cultura amministrativa va ricostruita su basi disciplinari aggiornate, la figura dell'operatore pubblico va ridefinita. Negli anni scorsi, di fronte alle difficoltà di tener dietro alle cose e di rispondere a trasformazioni sociali di segno opposto e di fronte all'impossibilità di dominare crisi aventi connotati largamente sfuggenti, i soggetti politici, ivi compresi fra questi i sindacati, hanno avvertito l'esigenza di avere dei propri centri di studi. Centri cui sono stati affidati compiti non tanto di teoria generale quanto di analisi di problemi concreti. E affiorato il tentativo di elaborare politiche specifiche. Sembrerebbe dunque accresciuta la consapevolezza che l'intervento di governo, qual è quello che si chiede in sostanza a tutte le forze politiche, richiede un ampio retroterra di studi, di documentazione, di raccolta di esperienze. Un entroterra che non serve da solo a risolvere i problemi di governo ma ne è una precondizione. E avvenuto tuttavia che i centri di ricerca nati intorno ai molteplici soggetti, centrali e periferici, del sistema politico, abbiano per lo più dimensioni modeste e non abbiano trovato il modo di una reale e seria integrazione nei processi di elaborazione delle politiche realizzate dai soggetti politici. Inoltre, 1' "affiliazione" di molti dei centri di ricerca alle aree politiche o alle aree di interessi organizzati ha accentuato, almeno finora, forme di reciproco disinteresse. Di qui la mancanza di un coordinamento delle ricerche. A questo coordinamento avrebbero potuto presiedere, per la verità, alcune istituzioni pubbliche costituite a suo tempo per realizzare gli studi necessari ad una programmazione nazionale. Ma, a parte il fatto che probabilmente i fenomeni di crisi dell'apparato statale hanno impedito a queste istituzioni pubbliche, nate negli anni Sessanta, di trovare una propria autorevole identità, c'è da dire che i circoli viziosi dell'organizzazione del pubblico impiego ne hanno irretito la capacità di iniziativa (si pensi alle vicende, da una parte, dell'Istituto di Studi per la Programmazione Economica e a quelle, dall'altra parte, degli Istituti di ricerca creati dalle regioni). Una conclusione comunque si può trarre a questo punto. Un tempo la nascita di centri di studio al di fuori dell'università dipendeva dai limiti XXII


che la cultura accademica veniva a porre alla ricerca orientata verso i problemi dell'azione sociale e politica e, in genere, al rifiuto delle scienze sociali. Negli ultimi tempi c'è stata, invece, una forte tendenza a creare centri di studio, anche sotto forma di centri di consulenza professionale, per rispondere a ragioni di efficienza o di più diretta e facile utilizzazione dei risultati di ricerca a fini pratici. In relazione a questa esigenza più pragmatica, una conclusione provvisoria oggi è già possibile: è necessario salire di livello ed è necessario muoversi verso il compito ambizioso di legare intorno all'elaborazione di politiche concrete vecchi e nuovi soggetti politici, ma al di fuori dei meccanismi più anchilosati e ripetitivi del sistema politico. Occorre rispondere a un bisogno di qualità, di costanza, di autorevolezza. 6. Si ripropone perciò la necessità di una iniziativa culturale in grado di svolgere una forte azione promotrice di analisi e di proposta che riguardi alcune azioni strategiche del sistema pubblico. Un'azione che sia anche promotrice di un coordinamento da realizzare attraverso un ruolo autorevole nei confronti delle tante ma disperse istituzioni di ricerca oggi esistenti. Del resto, l'accavallarsi senza limiti delle "urgenze" pone l'esigenza di un istituto di studi di politica economica e amministrativa che abbia in qualche modo la possibilità di distaccarsi dal circolo vizioso della più stretta quotidianità. Il distacco da questo circolo vizioso tanto più è possibile quanto si stringa il collegamento con altre iniziative di orizzonte perlomeno europeo. Ebbene, dopo essere riandati alle riflessioni del 1981 la domanda che ci poniamo è questa: quali maggiori opportunità ci sono oggi di riproporre e realizzare le linee di quel programma di lavoro con tutti gli ovvii aggiornamenti necessari? Diciamo opportunità e non bisogno: perché che ce ne sia bisogno lo ha dimostrato in termini generali Lepenies, mentre per l'Italia la "transizione" alla seconda Repubblica, anche per quel poco che abbiamo ricordato innanzi, offre motivi a iosa per stabilire che il bisogno c'è sempre di più. Le opportunità, dunque. Le opportunità derivano dal venir meno di alcune caratteristiche del sistema politico cosiddetto della "prima repubblica": la fine del partito di tipo leninista costituito da una complessa e articolata organizzazione e dal suo corrispondente occidentale, un tempo denominato partito "pigliatutto"; la XXIII


fine del sistema generalizzato della cooptazione secondo criteri di stretta funzionalità per l'apparato o il sotto-apparato, all'interno dei partiti, e secondo criteri di spartizione, all'interno delle istituzioni; la fine del finanziamento indiretto di ogni apparato e iniziativa attraverso la logica del legame con i partiti e delle loro convenienze di "rientro" politico. Fine di fenomeni che, naturalmente, nessuno assicura sia definitiva. Il fatto è che, comunque, difficilmente si può immaginare una rapida costituzione di soggetti politici forti di tipo tradizionale capaci di restaurare le logiche di stretta appartenenza che hanno governato i meccanismi appena ricordati. Il venir meno di tali caratteristiche del sistema lascia liberi i rapporti fra iniziative di riflessione/elaborazione e iniziative di azione politica elettorale. Malgrado il peso delle continuità culturali e delle abitudini il gioco è aperto. In qualche modo tutti possono essere nell'arena competitiva e sono da pensare ben diversi rapporti fra centri di cultura politica e di progettazione e critica di politiche pubbliche e politici pratici. Tutti sembrano poter far appello al grande pubblico sia sul piano della raccolta dei fondi sia su quello dell'ascolto e dell'interazione. La via, per esempio, di un più ampio e costruttivo uso di forme organizzative del tipo fondazioni e associazioni con piena capacità giuridica potrebbe essere una via aperta a iniziative politiche di vario tipo e fra loro in competizione e comunque reciprocamente autonome. La vecchia subordinazione del collateralismo potrebbe essere ribaltata: tutto può essere giocato sulla indipendenza conquistata attraverso l'autorità sostanziale dell'attività ideativa, critica e tecnico-professionale. Il gioco - vale insistere - è aperto: non sta più ai partiti scegliersi i propri consiglieri (i consiglieri del "moderno principe") ma è pensabile che questi si tramutino in soggetti politici, capaci di proposta e leadership. Non solo come individui (così in realtà già avviene da tempo sia pure limitatamente: l'attuale "governo del governatore e dei professori" ha una storia e un'origine particolari) ma come specifiche comunità di pensiero. In questo senso è da riconsiderare la possibilità di think tanks degni del nome che siano insieme centri di analisi ed elaborazione e strumenti (accanto ad altri) di selezione e formazione di personale politico e, più in generale, di classe dirigente. Tanto più che in un'arena del genere possono farsi valere esperienze di provenienza diversa e soprattutto professionali. In prosettiva lunga questo disegno può contare di avere un orizzonte ampio di opportunità se si rivelerà fondata l'ipotesi di un periodo "culturalmente esplosivo, di grandi mutamenti" che ha formulato Gabriele Calvi XXIV


nel recentissimo rapporto Eurisko sull'evoluzione dei consumi e degli stili di vita (Signori, si cambia, Milano 1993). A differenza di quanti ritengono che "all'inflazione culturale degli anni Ottanta" stia ora subentrando una fase deflattiva (rallentamento dei processi di modernizzazione, contrazione dei consumi, neomoderazione familiare e così via), egli ritiene che "il mutamento socioculturale degli anni Ottanta sia stato tutto sommato modesto e che buona parte di quanto è stato indicato come mutamento altro non sia stato che una rappresentazione artefatta della realtà, confezionata nell'autocompiacimento, o per interesse, dalle dlites professionali della ricerca e della comunicazione". Su che si basano i profondi cambiamenti socio culturali in corso? Secondo Calvi "il viraggio dalle politiche di welfare e sicurezza garantita è in atto quasi ovunque, imposto da fallimenti economici e sociali". Questo significa che c'è una ridistribuzione del rischio e s'impone una cultura del rischio. Si può stimare che attualmente "sia quasi la metà delle famiglie che si gioca in tutto o in parte il reddito su attività a rischio". Si dovrebbe allora uscire dalla logica dell'economia di rendita di cui parlavamo all'inizio di queste note? E probabile. Certo, osserva ancora il direttore di Eurisko, "una società del rischio consegna a tutti maggiore libertà, ma presenta subito il conto. La responsabilità di autogarantirsi e di garantire in qualche modo anche gli altri e le future generazioni ha un costo psicologico molto alto, che precede e si aggiunge a quello economico". Tuttavia la gente comune sta pienamente entrando in questa cultura del rischio. A latitare, cioè a non assumere i propri rischi (come invece richiede Lepenies), sono - ricorda Calvi - le élites intellettuali che rimangano "disorientate e silenti". A differenza di quanto avvenne negli anni Settanta quando il cambiamento culturale fu delle minoranze, oggi è il buon senso della gente comune che sopravanza. Il fatto è che c'è un problema d'identità delle èlites intellettuali che va risolto dopo il declino della "classe lamentosa" ideologico-letteraria e il difficile ritrovarsi degli studiosi difatti sociali fuori dai ruoli istituzionali di tecnici consiglieri (ciò riguarda, per esempio, molti economisti) e secondo procedure di serio lavoro interdisciplinare. Su quest'ultimo punto è già intervenuto il Rapporto che il Royal CouncilforSocial Sci ences e l'European Science Foundation hanno preparato per la Commissione dell'Unione Europea e che noi abbiamo pubblicato nel n. 94. Problemi difficili, naturalmente. Ma è il momento di correre rischi per superarli.

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4. UNA PROPOSTA-PROVOCAZIONE

In che modo questi rischi si possono concretamente correre oggi nel nostro paese? Vale la pena, per concludere, proporre un'idea. Su Queste Istituzioni non c'è bisogno di dire ancora una volta quanto sia cruciale una politica dell'amministrazione pubblica. Per molti aspetti, lo abbiamo molte volte ripetuto, si tratta della questione nazionale che oggi merita una fatica particolare ma anche - come sarà impegno della rivista nei prossimi numeri - un metodo innovativo e un'ampia mobilitazione. Chiediamoci: è una questione da rimettere alla classe politica che sarà espressa dalle elezioni o al prossimo parlamento? Certamente, ma non so!tanto. Del resto, il volto di questa classe dirigente è per ora imperscrutabile e, per molti sintomi, sembra culturalmente simile a quella precedente. In secondo luogo, la questione amministrativa chiama in causa il personale dirigente delle amministrazioni pubbliche, quello già in carica e quello in fieri. In terzo luogo, intorno alle amministrazioni c'è sempre, più vivace, se non organizzato, il mondo dei cittadini-utenti che sono - anzi debbono essere - i principali interlocutori delle istituzioni. Infine, le amministrazioni pubbliche sono certamente il lavoro, e cioè l'occupazione e la vita, dei tanti addetti del pubblico impiego con tutti i loro interessi organizzati (sindacati) e costituiti (corporazioni di vario tipo). Come trovare in quest'arena il bandolo della matassa? Dopo la spinta dell'iniziativa legislativa del Governo quale, bene o male, c'è stata e s'è realizzata (se ne riparla nel prossimo numero), quale può essere l'attore dell'innovazione o, perlomeno, il soggetto (necessariamente collettivo) che agevoli la nascita e l'affermazione di una ragionata e condivisa strategia dell'innovazione? La questione amministrativa è di quelle che vogliono un approccio e una risposta che verrebbe da definire bipartisan se volessimo usare la terminologia americana. In altre parole un approccio e una risposta che in qualche modo devono convincere tutti o comunque i più, dovendosi realizzare, in sostanza, un impianto funzionante d'interesse comune. Senonché, a ben pensare, il termine americano richiamato è improprio. Nel caso della questione amministrativa non si tratta soltanto di trovare accordi politici generali ma creare soggetti d'iniziative che non siano più o meno espressione di soggetti politici operanti nel gioco della rappresentanza elettorale. Tanto più che se la questione amministrativa è una questione nazionale con grandi e crescenti proiezioni europee, intenderne la portata e studiarne le soluzioni agevola, anzi è precondizione per la corretta ed utile posizione XXVI


della questione del federalismo, fiscale e non, altrimenti preda di mere irrazionalità. Dunque, questione unificante, quella amministrativa, che può consentire di trovare soluzioni alle giuste esigenze di valorizzare tutte le diversità e le capacità di self-government che oggi si esprimono nel paese, anche e ben al di là di volatili furie plebee. I temi della pubblica amministrazione hanno bisogno di trovare promotori, sostenitori, attori al di là e al di fùori delle sedi politiche tradizionali o delle organizzazioni degli interessi interni al settore. Sulla base di alcuni principi o atteggiamenti comuni, l'iniziativa suggerita consisterebbe nel chiamare alla riflessione e all'azione persone coinvolte, ma per ragioni diverse e con o senza appartenenze politiche, nel funzionamento dell'amministrazione. Si può pensare a questo proposito a quanto sta scritto nello stesso statuto, edizione 1987, dell'associazione Gruppo di Studio Società e Istituzioni quando si dice che questa promuove "iniziative e manifestazioni culturali che sollecitino il dibattito intorno ai problemi innanzi indicati, favoriscano una migliore comprensione dei fini e del funzionamento delle istituzioni pubbliche, contribuiscano a stabilire un migliore rapporto fra queste e i soggetti della vita economica e sociale e comunque valorizzino lo 'spirito pubblico' ". Si potrebbe tener conto dell'esperienza dell'A meri can Soci etyfor PublicAdministration, il cui fine è quello di far "avanzare l'eccellenza nel servizio pubblico facendo avanzare la scienza e l'arte della pubblica amministrazione o i suoi procedimenti, sostenendo l'integrità, l'etica e la reputazione del prestare servizio pubblico e facendo avanzare l'eguaglianza delle opportunità di tutte le persone entro la pubblica amministrazione". L'ASPA è un'associazione aperta a quanti sono interessati attivamente alle sue finalità. Si tratterebbe di costituire un'associazione diffusa sul territorio, a composizione mista (studiosi, politici, amministratori, rappresentanti degli utenti) e/o un'associazione di associazioni costruita secondo quel modello di organizzazione leggera ma fortemente interattiva che secondo Cavazza sarebbe possibile per gli stessi partiti. Naturalmente, non si tratterebbe di fare qui un partito (da un partito dell'amministrazione guardiamoci bene) ma si tratterebbe di creare anche, e non soltanto, un gruppo di pressione in grado di elaborare, presentare e sostenere - come ha fatto l'AsPA - importanti documenti legislativi di principio quale il Government Performance and Results Act approvato all'unanimità dal Congresso USA nell'estate 1993 (la nuova legge richiede a tutte le agenzie federali di sviluppare strategie a cmXXVII


que anni con obiettivi misurabili a lungo termine e rapporti annuali sulla capacità di realizzazione). Un ultimo punto: l'iniziativa, ovviamente, dovrebbe essere autofinanziata, secondo la logica del volontarismo civico, attraverso contribuzioni dei soci. L'idea è proponibile? Quali forze intellettuali sono disposte a correre il rischio di impegnarvisi? La discussione potrebbe cominciare subito. Finché le opportunità sono maggiori. Sergio R istuccia

XXVIII


questeisiduzioni

Vent'anni di corsa

Raccogliere i 'venti anni di Queste Istituzioni in un apparato di indici che ne agevoli la consultazione ha comportato alcune decisioni preliminari che vale forse la pena rendere esplicite. Se sull'indice per autori così come su quello relativo ai numeri monografici della rivista non c'è in verità molto da dire, qualche parola di spiegazione richiede invece l'indice per soggetti. Nell'allestirlo si è infatti cercato di rispettare ciò che, nel mutare degli interessi di Queste Istituzioni è rimasto costante: l'approccio "pratico"ai problemi. Chiunque conosca anche sommariamente la rivista sa che le analisi si caratterizzano per essere condotte dall'interno dell'oggetto di studio, ad opera cioè di addetti ai lavori direttamente impegnati nell'impresa; e che ilfunzionamento concreto, la pratica delle istituzioni, viene osservato su un arco temporale di durata medio-lunga, il che consente di individuare dei filoni di ricerca costanti. Da queste considerazioni è disceso un complesso di poche grandi voci riferite ai temi di più duraturo interesse, intorno alle quali sono andate organizzandosi, in rapporto di subordinazione, voci piìi puntuali. Così ad esempio Governo e Presidente della Repubblica sono sottovoci di Forma di governo, dal momento che è stata quest'ultima il vero oggetto di interesse nel corso del tempo,


al di sotto dell'accentuazione che ora un tema ora un altro possonò aver assunto. Così pure fenomeni a diffusione internazionale hanno avuto la precedenza, nell'indice, rispetto al descrittore relativo al paese oggetto di analisi, in omaggio alla visione comparativistica che ha caratterizzato fin dall'inizio il taglio degli articoli. Mancano del tutto poi, poiché non coerenti con l'assunto difondo, voci riferite a materie di studio, quali potrebbero essere Filosofia politica o Dottrina dello Stato. Accoglierle avrebbe significato aprire la via ad un dizionario di voci di diversa natura e onnicomprensivo, pesante da consultare e soprattutto poco consono al carattere di Queste Istituzioni. Carattere di cui, si spera, la struttura dell'indice possa dare una prima immagine. Anche per questo scopo di chiarificazione, abbiamo chiesto ad alcuni collaboratori della rivista di esprimere brevi impressioni su ciò che tale Indice suggeriva loro. Abbiamo così gli interventi di Sergio Lariccia, Francesco Sidòti, Giovanni Bechelloni, Carlo Chimenti e Goffredo Zappa, che sulla base della storia dei vent'anni della rivista presentano anche alcune riflessioni sul presente delle nostre istituzioni: di "queste istituzioni ". A tali riflessioni si aggiunge, infine, una breve storia degli ultimi anni del Gruppo di Studio «Soci etì e Istituzioni», fondatore della rivista.


I vent'anni di "Queste Istituzioni" di Sergio Lariccia

Commentare venti anni di una rivista non è facile: ma è un impegno molto gradevole per chi come me, pur non facendo parte della redazione della rivista, ha seguito costantemente la sua pubblicazione sin dalle sue origini. Era il 1973 quando per la prima volta è uscito un fascicolo di Queste Istituzioni, con il sottotitolo di Cronache del sistema politico. Direttore della rivista Sergio Ristuccia; condirettore responsabile Giovanni Bechelloni; redazione: Marco Cimini, Ennio Colasanti, Marina Gigante, Marcello Romei, Franco Sidoti, Vincenzo Spaziante; segreteria organizzativa Rodolfo De Angelis. Il fascicolo, di 137 pagine, era composto da un ediotoriale, intitolato «Sondaggio per una proposta di lavoro», da una nota dal titolo «Ipotesi di lavoro», da 11 interventi, da tre ricerche e documenti, da un contraddittorio. Nella terza pagina di copertina vengono riportate le finalità dell'Associazione «Gruppo di studio su società e istituzioni», costituita come strumento utile, anche sul piano formale, per quelle operazioni organizzative necessarie per dare realizzazione all'iniziativa culturale promossa nel 1972 e presentata con il fascicolo: nella stessa

pagina sono anche riportati alcuni articoli dello statuto dell'associazione. Due anni dopo, nel 1975, ha inizio la pubblicazione dei fascicoli monografici editi dalla rivista. Per dieci anni, esattamente fino al marzo 1985, si sussegue la pubblicazione di 74 fascicoli dedicati rispettivamente ai seguenti temi: «Il controllo parlamentare» (a cura di Vincenzo Spaziante), «Il dibattito sull'istituzione scolastica in Italia» (a cura di Marina Gigante), «Partiti e società politica» (a cura di Francesco Sidoti), <dl po tere militare» (a cura di Paolo Mieli), «Il Presidente della Repubblica in Italia» (a cura di Marcello Romei), «Sindacati e sistema amministrativo» (con scritti di Sergio Ristuccia, Donatello Serrani, Marina Gigante, Vincenzo Spaziante), «Il disavanzo del Tesoro» (a cura di Maria Teresa Salvemini e con uno scritto di Sergio Ristuccia, Noam Chomsky, James F. Petras), «Il credito» (a cura di Guido Sirianni), «Crisi economica e tagli della spesa pubblica» (con scritti di Paolo Filo della Torre e Maria Teresa Salvemini), «Come governare le Partecipazioni statali» (con scritti di Paplo Leon e Sergio Ristuc3


cia), «Taccuino della crisi. Questioni di metodo nel dibattito della sinistra» (a cura di Sergio Ristuccia), «Le istituzioni politiche nella società cinese» (a cura di Yves Viltard e Tiziano Terzani), «Le classi sociali in Italia: note su un dibattito» (a cura di Gabriella Pinnarò), «Classe media vecchia e nuova» (a cura di Francesco Sidoti), «Prospettiva sulle istituzioni USA» (con scritti di Mauro Calamandrei e Henry Steele Commager), «Quali obiettivi per le Partecipazioni statali» (con scritti di Laura Pennacchi e Alberto Massera), «Quali istituzioni di controllo» (con scritti di Sergio Ristuccia e Francesco Garri), «Parlamento e forze armate» (con scritti di Massimo Bonanni e Alberto Chellini), «Tribunali amministrativi regionali. Un primo bilancio» (con scritti di Emilio Rossini e Bruno Leuzi Siniscalchi), «La politica ecclesiastica della sinistra storica in Italia dal 1943 al 1977» (a cura di Sergio Lariccia), «Riflessioni sugli scandali politici» (con scritti di Renata Adler e Francesco Sidoti), «Sindacati e sistema amministrativo: la contrattazione nel "parastato"» (con scritti di Marina Gigante e Ennio Colasanti), «Potere politico e magistratura: il caso francese» (a cura di Maria Rosaria Ferrarese), «L'economia politica della crisi>' (con scritti di Massimo Bonanni e Nino Salamone), «L'energia nucleare in Parlamento: le molte ombre di un'indagine conoscitiva» (a cura di Vincenzo Spaziante), «La forma di governo dopo le elezioni del '79: riflessioni sulle origini di una democrazia bloccata» (a 4

cura di Carlo Chimenti), «Struttura economica e mercato del lavoro nei caso italiano» (a cura di Nino Salamone), «Il lavoro dipendente: realtà e interpretazioni» (con scritti di Francesco Sidoti, Filippo Battaglia e Fiorella Padoa Schioppa), «Sindacato, istituzioni, politica» (con scritti di Giuseppe Berta e Giulio Sapelli), «Industria e amministrazione pubblica» (con scritti di Vincenzo Spaziante e Sergio Ristuccia), <'Poteri e politiche locali: tendenze e prospettive» (con scritti di Alberto Lacava e Raffaele Libertini), «"Opere pie", mondo cattalico, regioni» (con scritti di Maurizio Di Giacomo e Mariangiola Reineri), «La proprietà edilizia secondo la Corte costituzionale» (a cura di Guido Alpa), «Ruolo del governo e partiti» (a cura di Sergio Ristuccia), «La Cina è vicina» (a cura di Francesco Sidoti, Gregor Benton e Renzo Ristuccia), «La vicenda contrattuale nel parastato. Prime conclusioni di una ricerca» (a cura di Ignazio De Marco), «Come riformare la finanza regionale» (a cura di Lauro Colombini), «Un'illusione il governo dell'economia» (con scritti di Claudio De Vincenti e Antonio Malaschini), «Governi, non governi e subgoverni dell'energia» (con scritti di Vincenzo Spaziante e James R. Temples), «Le politiche pubbliche negli Stati Uniti: cosa imparare dai loro fallimenti» (con scritti di Francesco Sidoti e Aaron Wildavsky), «La pubblica amministrazione sotto analisi» (con uno scritto di Alessandra Costa e Sergio Gigli e un'analisi a cura dell'Istituto di


studi per la gestione e l'organizzazione), «Cultura di governo e cultura di sinistra» (a cura di Stefano Sepe), «Aspetti dell'organizzazione della cultura cattolica» (a cura di Jean Tavares), «I bilanci pubblici fra economia e politica. Flessibilità e contenimento della spesa pubblica» (a cura di Ann Robinson e Bengt-Christer Ysander), «Governo, Mitterand e politica dell'amministrazione» (a cura di Marco Cammelli), «Quale tutela per gli interessi collettivi e diffusi?» (a cura di Laura Long), «La politica meridionalista degli anni Ottanta: immobilità o rinnovamento?» (a cura di Goffredo Zappa), «Programmazione in agricoltura e sistema di governo» (a cura di Roberto Finuola), «Profili istituzionali del governo pubblico dell'economia in Francia» (a cura di Silvio Gambino), «Perché i bilanci sono divenuti così rigidi» (a cura di Ann Robinson e Begt-Christer Ysander), «Il caso Ambrosiano-br» (con scritti di Piero Bellini, Sergio Lariccia, Gustavo Minervini, Carlo Crocella, Gianni Long, Carlo Cardia e Sergio Ristuccia), «Ripensare l'organistica» (con scritti di Alberto Lacava, Francesco Karrer e Emanuele Tortoreto), «Amministrazione pubblica, alta borghesia, classe dirigente» (a cura di Christophe Charle), «Le istituzioni della comunità economica europea venticinque anni dopo» (a cura di Riccardo Perissich), «Politiche dell'occupazione e politiche sindacali» (con scritti di David Metcalf e Giuseppe Berta), «La mafia e i mafiologi» (a cura di Francesco Sidoti), «Politica e di-

scorso politico» (a cura di Piero Trupia), «Il ministero della pubblica istruzione: il punto sulla riforma» (a cura di Marina Gigante), «Un sistema elettorale in discussione» (con scritti di Ernesto Bettinelli, Carlo Chimenti, Luigi Berlinguer, Mario Caciagli, Roberto Ruffilli, Paolo Armaroli, Piero Aimo, Fusco Lanchester, Gianfranco Pasquino, Mario Galizia, Orazio M. Petracca, Pasquale Scaramozzino), «Centro e periferia: i confini e le inerzie» (con scritti di G.W. Jones, J.D. Stewart e Vincenzo Spaziante), «La riforma dell'amministrazione, per che fare?» (con scritti di Gianfranco D'Alessio e Raffaele Manfredi Selvaggi), «Osservatorio di primavera» (con scritti di Giuseppe Berta su "Il sindacato come impresa", Sergio Lariccia su "Gli accordi di Villa Madama sui rapporti fra Stato e Chiesa; Concordato storico o routine politica?", Maria Teresa Salvemini su "Una novità nella gestione della politica monetaria: il finanziamento anticipato del Tesoro", Sergio Ristuccia su "Spunti e appunti: democrazia deregolata", Luigi Giampaolino su "Quale amministrazione per 'depenalizzare'?" e Mario Caciagli su "Sistemi elettorali e consolidamento della democrazia: le esperienze tedesca e italiana a confronto"), «La politica di bilancio fra immaigne e realtà» (con scritti di Michael White e Sergio Ristuccia), «L'amministrazione per obiettivi o missioni» (a cura di Silvio Gambino), «Lo Stato dell'Unione negli anni di Reagan» (con scritti di Sergio Ristuccia e Stefania Boscaini), «Pro5


grammi spaziali e potere amministrativo» (con scritti di Walter A. Macdougai1 e Benedetto Purificato), «Borsa e Consob verso una nuova identità» (con scritti di Sergio Ristuccia, Fulvio Tonnarelli Grassetti e Nicola Forti), «Dalla cultura della programmazione alla cultura della valutazione» (a cura di Giuseppe Pennisi), «Le politiche dell'occupazione» (con scritti di Dunia Astrologo e Daniela Rossi), «Sindacati, Ministri, Amministrazioni» (con scritti di Giuseppe Berta, Luigi Giampaolino, Giorgio Pagano, Carlo Chimenti e Piero Calandra), «Amministrazioni pubbliche e Comunità europea: la fatica dell'integrazione» (con scritti di Ezio Federici, Vincenzo Spaziante e Massimo Morisi), «Politiche della transizione: il caso agricolo» (con scritti di Vincenzo Spaziante e Paola Masi). Con il fascicolo dell'inverno 1986 (n. 68) ha inizio una nuova serie della rivista, dopo che la pubblicazione, nel 1985, era stata interrotta per qualche mese. Direttore della rivista è sempre Sergio Ristuccia; redattore capo Vincenzo Spaziante; responsabile organizzazione e relazioni Giorgio Pagano. Nell'editoriale del fascicolo si legge: «La novità principale di questa ripresa è l'abbandono della formula editoriale che aveva caratterizzato Queste Istituzioni per dieci anni; la ripartizione di ciascun numero in più fascicoli separati, ciascuno dedicato ad un tema. Abbandonare la formula ci è costato. Non tanto per un gusto delle proprie "tradi6

zioni" quanto per il fatto che tale formula rendeva subito evidente la caratteristica principale della rivista: l'essere costruita di dossier di analisi e di critica. E una caratteristica che, beninteso, non intendiamo perdere, ma anzi valorizzare. Semplicemente, ora torniamo a fare i conti, per una più spedita confezione della rivista e per una sua migliore distribuzione, con la formula classica del fascicolo unico. E all'interno di questa che cercheremo di mantenere una scissione per quanto possibile netta dei dossier tematici». La rivista viene pubblicata con periodicità trimestrale dal 1986 al 1989, semestrale dai giugno 1989 al luglio 1991, poi di nuovo trimestrale (con una eccezione per il fascicolo semestrale n. 9091 del 1992). Nei sedici fascicoli della rivista viene confermata l'intenzione, espressa nell'editoriale che si è sopra riportato, di mantenere una separazione dei dossier per singoli temi. I titoli degli articoli e di tutti i contributi sono indicati nell'indice che viene pubblicato in questo fascicolo. Ma a me sembra importante, per valutare, in una successione anche cronologica, la scelta degli argomenti via via esaminati nei vari fascicoli di quest'ultimo decennio, ricordare qui alcuni dei temi considerati nella rivista. Nel fascicolo n. 68 (inverno 1986), «La Quinta Repubblica alla prova» (interessante è in particolare un breve articolo di Sergio Ristuccia, «Cos'è la sinistra, cos'è la destra: sondaggi e opinioni», la cui lettura può tuttora risultare interes-


sante per l'analisi della situazione attuale italiana), cooperazione economica e sicurezza internazionale, la «Social Security» da Roosvelt a Reagan, ispettori tributari e amministrazione finanziaria (viene tra l'altro pubblicato un commosso ricordo di Girolamo Caianiello di un nostro amico carissimo, Piero Ricci, socio del "Gruppo di studio su società e istituzioni", prematuramente scomparso pochi giorni prima dell'uscita del fascicolo), televisioni, nuove tecnologie e pubblici poteri. Nel fascicolo n. 69 (aprile-giugno 1986), alcuni articoli sul potere economico, la storia della Strategic Defense Initiative, pianificazione territoriale e autonomie locali, la politica dell'energia, un dibattito su televisione e pubblici poteri. Nel fascicolo n. 70 (luglio-settembre 1986), «Un'era nuova di capitalismo?», mezzogiorno, sviluppo, povertà, Germania, cristianità e media. Nel fascicolo n. 71 (ottobre-dicembre 1986), «America, i dilemmi della democrazia imperiale», le indagini del parlamento italiano su mafia e terorrismo, le esperienze di "deregulation" e privatizzazione, informazione scientifica e cronaca di attualità. Nel fascicolo n.. 72-73 (ottobre-dicembre 1987), i meccanismi del grande mercato, un indagine sulle politiche pubbliche, un'analisi del ministero del tesoro. Nel fascicolo n. 74 (gennaio-marzo 1988) è un fascicolo monografico dedicato ad illustrare e commentare i principali aspetti della politica di bilancio

quale risulta dalla legge finanziaria e da quella di bilancio approvate annualmente dal parlamento. Il tema analizzato nel fascicolo costituisce uno dei temi costantemente considerato nella rivista: nell'editoriale del fascicolo si fa riferimento alla pubblicazione del volume Dentro la finanziaria. Bilancio 86 e politiche pubbliche, edito da QIR nel 1986. Nel fascicolo n. 75-76 (aprile-settembre 1988), tre analisi sull'amministrazione pubblica (la cultura amministrativa italiana negli ultimi 40 anni, decisioni, pubblica amministrazione, intelligenza artificiale, la tecnologia spaziale), la relazione città-territorio, cronache di finanza pubblica. Nel fascicolo n. 77-78 (aprile-luglio 1989), economia e istituzioni,, chiese, spirito religioso, istituzioni civili (le formule del separatismo in Italia, un dibattito sulla chiesa cattolica nella società contemporanea, un articolo su Israele), l'Europa delle televisioni. Facendo riferimento ad un tema già anticipato nel precedente fascicolo, nell'editoriale si esprime l'intento di dedicare la dovuta attenzione all'insieme di problemi che possono essere identificati intorno al tema Europa e amministrazione, un tema che costituirà uno degli argomenti ai quali la rivista dedicherà maggiore attenzione negli anni seguenti. Nel fascicolo n. 79-80 (luglio-dicembre 1989), gli argomenti considerati sono quelli della giustizia (il nuovo codice di procedura penale, il consiglio superiore della magistratura e l'identità dei magistrati, il nuovo processo davanti al pre7


tore), un dibattito sulla politica dell'in- Nel fascicolo n. 87-88 (luglio-dicembre novazione nelle amministrazioni pub- 1991), oltre ad articoli su temi vari, due bliche, un Archivio Media (l'Europa argomenti centrali: l'istituzione Goverdelle televisioni, analisi di trent'anni di no e l'Europa. giurisprudenza costituzionale sul siste- Nel fascicolo n. 89 (gennaio-marzo ma radiotelevisivo, riflessioni in pub- 1992), numerosi contributi dedicati ai seguenti tre temi: «Alla ricerca di nuovi blico del Librarian ofCongress). Il fascicolo n. 8 1-82 (semestre gennaio- assetti per le amministrazioni pubbligiugno 1990), è un numero monografi- che», «Questioni di metodo per la riorco dedicato ai temi del governo del ter- ganizzazione amministrativa», «Il miniritorio e della riforma degli enti locali, stero dei lavori pubblici». dopo che la legge n. 142 del 1990 ha in- Nel fascicolo n. 90-91 (aprile-settembre nescato un ampio processo di innova- 1992), tre temi centrali: «Le ragioni delzione sulla maggior parte degli aspetti l'Europa», «L'America di fronte a se dell'assetto e dell'azione delle ammini- stessa», «La Germania riunificata». Nell'editoriale della rivista viene pubblicastrazioni locali. Nel fascicolo n. 83-84 (luglio-dicembre ta l'introduzione di Sergio Ristuccia al1990), gli argomenti esaminati sono la giornata di studio del 2 ottobre 1992 quelli delle regole della privatizzazione a Cortona, dedicata alla questione euro(le procedure di privatizzazione, le pea dopo il trattato di Maastricht. esperienze degli enti locali, un dibattito L'ultimo fascicolo del ventennio qui sui significati, le tecniche e le proposte considerato, il n. 92 (ottobre-dicembre. di privatizzazione), metropoli e città 1992), è dedicato al tema del rapporto difficili (il programma di sviluppo ur- fra industria farmaceutica e pubblica bano a Roma dopo la legge n. 396 del amministrazione, al Movimento Co1990, i problemi di due città particolari munità di Adriano Olivetti e all'argocome Venezia e New York), un artico- mento «Presenze religiose e istituzioni civili», con due articoli su «I laici nella lo sul concetto di democrazia. Nel fascicolo n. 85-86 (semestre gen- Bibbia e nella Chiesa» e «Religione e senaio-giugno 1991), numerosi articoli colarizzazione nelle società islamiche». dedicati al tema «Quale stato ammini- Questa mia presentazione dell'indice strativo per l'Europa, la riorganizzazio- non può naturalmente dare conto dei ne della sanità, l'organizzazione del contenuti di una raccolta di fascicoli non profit (con tre contributi di note- che, in un periodo non breve come vole intese su «Associazioni e organi- quello di vent'anni, ha affrontato un smi del settore privato non proJìt in Eu- complesso di argomenti e di problemi ropa», .<Associazionismo e volontariato che hanno rappresentato alcuni degli in Parlamento», «Le sovvenzioni statali aspetti più significativi della nostra storia più recente. Più di una volta ho avuall'associazionismo»). 8


to occasione in questi anni di riprendere in mano i fascicoli della rivista per valutare problemi e questioni che, via via assumevano per me rilievo per lo svolgimento della mia attivitĂ  di studioso e di insegnante: posso dire di avere quasi sempre trovato nella rivista utili spunti di riflessione ed analisi. E voglio qui concludere esprimendo il mio apprezzamento e la mia gratitudine per Sergio Ristuccia, in primo luogo, e per

tutti gli altri amici che, con il loro impegno e la loro dedizione, hanno consentito di raggiungere un risultato che a me sembra importante, se è vero, come io sono convinto, che la rivista Queste Istituzioni ha fornito un contributo di grande rilievo per la valutazione di una realtà in rapida e continua trasformazione. Complimenti, cari amici, e auguri di buon lavoro per i prossimi anni.

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Una cultura istituzionale fuori dall'angolo di Francesco Sidoti

Nella cultura politica contemporanea il dibattito sui temi istituzionali ha un posto centrale. Dalle vicende relative alla fondazione dell'unione europea dei paesi occidentali, nel corso degli anni Ottanta le tematiche istituzionali hanno suscitato riflessioni, polemiche, speranze, sotto punti di vista diversi. Tra le tante voci autorevoli che si sono espresse in tal senso, spicca ad esempio quella di RaIf Dahrendorf, il quale ha sottolineato che il liberalismo del futuro deve essere «accentuatamente istituzionale. Uno dei compiti principali dei liberali alla fine del XX secolo sta nel dover creare istituzioni che diano alla libertà il suo senso. Non istituzioni purchessia, ma tali che il loro senso sia evidente>) 1 . Rispetto alla temperie culturale prevalente negli altri grandi paesi europei, la situazione italiana è stata constatemente anomala sotto molteplici profili - perché scontavamo un lungo ritardo storico durante il Regno d'Italia, per ovvi motivi durante il fascismo, e per la preminenza dei cattolici e dei comunisti durante la Prima Repubblica. In un paese incline per tradizione e per cultura a enfatizzare le analisi in termini di

classe politica e di ideologie, la peculiarità della dimensione istituzionale ha avuto un rilievo meno ampioe profondo che altrove. Basti ricordare in proposito il ruolo che nella cultura francese hanno svolto le riflessioni di Montesquieu sulle divisioni dei poteri, le analisi di Tocqueville sulle istituzioni dell'Ancien Régime e sull'emergere dell'Etat-Providence: oppure si pensi al ruolo che nella cultura anglosassone hanno svolto le riflessioni di Bagehot sui caratteri peculiari della English Constitution, o quelle di Dicey sul collettivismo legislativo. In Italia, invece 2 , la riflessione politica e sociologica ha prodotto risultati certamente di grande spessore, ma centrati soprattutto o sull'analisi delle elites (da Gaetano Mosca ad Antonio Gramsci), o sull'analisi dei fattori intellettuali (da Benedetto Croce a Palmiro Togliatti). Ovviamente, una riflessione sui temi istituzionali non poteva mancare3 , perché comunque istituzioni di volta in volta, ad ogni passaggio di regime, dovevano essere create o ristrutturate, ma, e questo è il punto, tranne eccezioni significative quanto isolate, la riflessione e il dibattito sui temi istituzionali non sono mai stati al cuore delle


preoccupazioni nazionali. Anche se ci società aperta di Popper, una delle granlimitiamo a ripetere osservazioni in lardi opere del pensiero umano e docuga misura datate e scontate, è giocoformento aere perennius della opposizione za notare che il ritardo storico della alle bestialità del nazismo e dello stalicultura istituzionale del Regno d'Italia nismo, viene pubblicato in Italia dopo si è aggravato ulteriormente durante il essere stato pubblicato in tutti i paesi fascismo ed è precipitato negli anni del- più importanti (inclusa la Turchia). E la prima Repubblica, quanto erano ege- l'editore non è il Mulino, n Laterza, moniche forze come i comunisti e i de- né Feltrinelli, né Einaudi, né Bonnmocristiani, entrambi caratterizzati da ghieri, né Mondadori, né Rizzoli, né Il una prevalente attenzione o ad argo- Saggiatore. Non a caso rimane per molmenti puramente ideologici o, se pro- to tempo misconosciuto in Italia il più prio un tema istituzionale faceva palpi- grande teorico della contrapposizione tare gli animi, alle problematiche del- tra pensiero ideologico e piecenzal social l'internazionalismo comunista e dell'e- engineering, cioè miglioramento della cumenismo cristiano. Non è un caso o società attraverso un graduale succederuna congiura se nel 1994 il nuovo siste- si di aggiustamenti e di riforme (rivolte ma politico verrà alla luce monco e non allo scopo di raggiungere la felicicontraddittorio, generato dalla babele tà, ma di ridurre la sofferenza). di mille ricette molto diverse l'una dal- In quegli anni, nel 1974, nasce Queste l'altra: il marasma istituzionale in Italia Istituzioni; dunque in uno dei momenti viene da lontano e per questo è ben più meno propizi per le problematiche tipiampio e profondo che in ogni altro pae- camente «sovrastrutturali e borghesi>). se occidentale. Lo spazio di attenzione per i temi della Un altro episodio della storia nazionale cultura istituzionale era sempre stato durante il quale si consolida questo per- stretto: all'inizio degli anni Settanta lo durante deficit di attenzione nei con- era di più; un destino di voce minoritafronti dei temi istituzionali, è certo il ria fu una scelta di necessità, addolcita Sessantotto. L'anti-istituzionalismo del dall'orgoglio di chi ha scelto consapeSessantotto è mosso dalle migliori in- volmente (o presuntuosamente) una tenzioni ed è a suo modo utopista e ge- strada impervia e solitaria, indipendenneroso4; rappresenta comunque un mo- temente dalle capacità personali. Rimamento ulteriore di torsione della cultu- nere incapsulati dentro angusti confini, ra politica italiana in una direzione che del resto era precedentemente accaduto è e rimane specifica sotto questo e altri ad altri personaggi cosiddetti minori profili limitrofi. Mi limito a ricordare nella nostra storia culturale, da Ernesto un dato di fatto: autori come Popper, Rossi ad Adriano Olivetti. Hayek, Aron sono stati pubblicati con La rivista nasceva senza una dichiaragrande ritardo e da editori minori. La zione di precisa opzione ideologica - a 11


parte la comune predisposizione antideologica. A proposito della necessità di presentare programmi per una rivista, Gaetano Salvemini aveva dichiarato molti anni prima riferendosi alla sua Unitì: «la rivista era nata senza programma e se proprio si voleva un programma era il programma di fare il meno possibile programmi... noi vogliamo semplicemente richiamare l'attenzione degli italiani su alcuni problemi, che reputiamo, sopra tutti gli altri, gravi, per il nostro paese; problemi che i politicanti della democrazia hanno dimenticato o - peggio ancora - rifiutato di prendere in esame» 5 . Per Queste Istituzioni, la scelta prioritaria fu innanzitutto a favore di una moderna cultura delle strutture pubbliche, senza esorcismi e senza paraocchi, e a favore di una ricognizione attenta, specifica, concreta. Sergio Ristuccia, che è stato l'anima e il motore dell'iniziativa, riconosceva poche ed autentiche scuole morali e culturali: Adriano Olivetti, Gaetano Salvemini, Ernesto Rossi, Wladimiro Dorigo, e pochi altri. La Fondazione che prendeva nome appunto da Adriano Olivetti fornì in buona misura l'aiuto logistico ed economico perché l'iniziativa potesse avere l'indispensabile sostegno materiale. L'opzione a favore della cultura istituzionale non era vuota di contenuti, perché innanzitutto la scelta di metodo era già una scelta di contenuto. Il pieceineal social engineering non e uno strumento buono per molti usi, ma una scelta di valore: si basa sull'idea che il buon fun12

zionamento delle istituzioni significa che la democrazia funziona bene; dunque, essere democratici vuoi dire anche fare funzionare le istituzioni democratiche. Inoltre, per chi crede nella centralità dei temi istituzionali è decisiva la convinzione che in una società policentrica e poliarchica le buone istituzioni sono più importanti sia delle buone intenzioni sia dei buoni leaders. Le rette intenzioni, come i leaders onesti e competenti, in una democrazia sono ovviamente decisive; ma in un paese come il nostro bisognava sottolineare le conseguenze di alcuni miti perciniosi e diffusi, in particolare quelli relativi alla preminenza dei leaders e delle ideologie. Mentre nell'immaginario politico italiano le istituzioni sono state viste come arene per la competizione di ottusi protagonisti che si scornavano indiscriminatamente e che vedevano rosso con facilità, per il più avvertito pensiero politologico e sociologico le istituzioni debbono essere viste almeno in parte come variabili indipendenti6 . In società aperte, pluraliste, complesse, sovraccaricate di domande e di corporazioni, le istituzioni sono delegate al compito supremo della mediazione e della dettatura delle regole del gioco; sono come semafori che regolano il traffico tendenzialmente caotico delle domande sociali e delle risposte amministrative. Le istituzioni in parte si sviluppano come isole coralline, risultato non pianificato di una larga serie di effetti imprevisti e inintenzionali; in parte sono il risultato delle pressioni sociali di società seg-


mentate e divise, per niente raccolte intorno ad una definizione univoca del bene comune. Per questi motivi in questo secolo è possibile riscontrare nella storia di alcuni paesi una sorta di legge sociologica: se falliscono le istituzioni, allora hanno il sopravvento i movimenti antidemocratici, che possono prendere molte forme, dalla demagogia al culto dei capi, dal corporativismo professionale al particolarismo etnico. La scelta di fondo a favore di una responsabile cultura istituzionale significava interpretare il proprio ruolo più nel senso dell'analisi che nel senso della denuncia. Se un limite abbiamo sofferto, è stato quello di non capire che il marcio fosse tanto: tanto diffuso, tanto pervicace, tanto spudorato. Se esperti come Nando Della Chiesa, Alfredo Galasso, Giorgio Bocca hanno dichiarato che la realtà ha superato l'immaginazione, possiamo in parte anche noi in qualche modo consolarci per non avere capito fino in fondo come stavano le cose7 . Dovevamo urlare di piu, ed essere meno propositivi e analitici? Il bilancio finale è bene che lo facciano gli altri; a noi la soddisfazione di sapere che di tantissimi problemi siamo stati i primi ad occuparci, offrendo spesso contributi che hanno avuto qualche influenza soprattutto nella cerchia più ristretta e qualificata degli addetti ai lavori: nei numeri della rivista e nelle collane promosse con le edizioni di Comunità e con l'editore Officina, è possibile rintracciare i primi contributi pubblicati in Italia su temi che ancora oggi ri-

mangono discussi e insoluti, dalle autonomie regionali alla riforma del bilancio, dalle privatizzazioni alla forma di governo. Prima all'interno della Fondazione Adriano Olivetti, poi con un diverso strumento organizzativo, su questi argomenti è stato sollevato una buona parte della pur poca riflessione esistente. Sulle nostre pagine non ha scritto soltanto il meglio della cultura istituzionale del paese; hanno spesso collaborato con noi giovani che al momento erano alle prime armi e in seguito sono diventati molto più noti. Ad esempio, giornalisti come Paolo Mieli e Gianni Riotta hanno scritto su Queste Istituzioni quando erano quasi sconosciuti. Dopo venti anni dal primo numero della rivista, il contesto generale è profondamente cambiato, ma in maniera da rendere più motivati e urgenti le idee che indussero a questa iniziativa. Il cambiamento del sistema elettorale era necessario per spazzare via un sistema diventato gradualmente sempre più marcio e insostenibile. Da questo punto di vista alcuni cambiamenti sono profondi e irreversibili. Ad esempio, nella seconda Repubblica non esisteranno più quel complesso di motivi che han.no reso impossibile l'alternanza di governo, e quindi hanno aggravato oltre misura alcuni aspetti della costituzione materiale del paese. Tuttavia un ammasso enorme di questioni è ancora ben lungi dall'essere portato a soluzione: molti problemi istituzionali decisivi ed urgenti cominciano appena ad essere 13


affrontati e discussi, dal pubblico impiego al sistema dei controlli. La riforma del sistema costituzionale e del sistema amministrativo sono non meno importanti della riforma elettorale (che peraltro è appena cominciata, e in maniera deludente). Il risultato dei primi mesi di rinnovamento non è sempre entusiasmante: resta ancora molto da fare e in tempi che improvvisamente sono diventati sempre più risicati. La riforma elettorale è un primo passo per la riduzione del peso della politica: è tempo di diminuire il numero dei parlamentari, dei consiglieri regionali, dei consiglieri comunali. E chiaro che in un corpo istituzionale pletorico e omertoso bisogna ristrutturare, inventare, accorpare, modificare, sopprimere, dalle provincie alla Corte dei conti, dall'Università alle Usi, dal Parlamento

alla magistratura, dalla Rai alle ferrovie, dalle poste al fisco. E un lavoro imponente, e veramente rivoluzionario, che non molti hanno il coraggio di discutere e tantomeno di cominciare. C'è stato in Italia un terremoto istituzionale e si è aperto uno spazio nuovo per gli ingegneri della ricostruzione; ma sono fortissimi i rischi di pateracchi, e non c'è adeguata consapevolezza della necessità di una ricostruzione che innovi in profondità - senza creare quegli ulteriori sconquassi che certamente arriveranno se presto non prevarrà la cultura istituzionale finora purtroppo mancata nei momenti decisivi della storia del nostro paese. Una cultura istituzionale, beninteso, che non sia soltanto architettura o ingegneria ma pratica del buon funzionamento delle istituzioni.

Note R. DAI-IRENDORE, Per un nuovo liberalismo, Laterza, Bari 1988, p. 225. 2 In maniera sintetica sto sottolineando le conseguenze sul piano della cultura istituzionale di una nota interpretazione della nostra storia intellettuale; cfr. N. B0Bsio, ProJìlo ideologico del Novecento, Einaudi, Torino 1990. E non manca tuttora; vedi, ad esempio, di recente,

Fondazione Rosselli, Primo Rapporto sulle prioriia nazionali. Le istituzioni, Mondadori, Milano 1993. Il Sessantotto costituiva un patrimonio da recuperare perché sete di verità e di onestà S. Ris-rucaA, Ammini-

strare e governare. Governo Parlamento Amministrazione nella cnsz del sistema politico, Officina, Roma, 1980. Cfr. F. GoLzio e A. GUERRA, La cultura italiana del '900 attraverso le riviste, vol. V, L'Uniia e la Voce poli. tica, Einaudi, Torino 1962, p. 195.

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Per le tematiche più significative di quel new institutionalism che è diventato una delle correnti culturali più significative della cultura americana di oggi, cfr. J. G. MARCH e J.P. OLSEN, Riscoprire le istituzioni. Le basi organizzative della politica, Il Mulino, Bologna 1992; D . C. NORTH, Institutions, Institutional Change and Economic Performance, Cambridge University Press, New York 1990; K.A. SHEPSLE, Institutional Equili. brium and Equilibrium Institutions, in H. WEI5BERG, Political Science: The Science of Politics, Agathon Press, New York 1986; G. Tsebelis, Nested Games, Universi. ty of California Press 1990. Anche se non avevamo capito fino in fondo come stavano le cose, qualche idea ce l'avevamo; cfr. ad esempio il numero monografico di «Queste Istituzioni'> dal titolo Riflessione sugli scandali politici, gennaiogiugno 1978, n. 22.


Cinque punti per riflettere su un indice di Giovanni Bechelloni

1. Vent'anni sono molti per una rivista smi ad esigenze di comunicazione più di cultura politica. Ma sembrano pochi ampie di quelle dettate dalle commitper chi questi venti anni li ha vissuti «di tenze o dalle ambizioni accademiche, corsa», inseguendo una «visione>' - dalle consulenze o dalle routines quotiun'idea di futuro possibile, un'idea del- diane. In un'Italia - come desidereremo che fosse e come alcuni di noi hanl'Italia - che ad un certo punto, sembrava realizzarsi, pur nel suo farsi e di- no pensato che stesse diventando Queste Istituzioni avrebbe potuto essfarsi quotidiano. sere molto di più di quello che è stata, L'indice degli argomenti è più ancora la lettura o la rilettura di tante pagine mo- avrebbe potuto essere punto di riferistrano il lungo cammino percorso da mento e fonte autorevole per un gioruna rivista sui generis, unica in Italia e, nalismo di precisione e di qualità che forse, nel mondo; e dimostrano che il non riesce ad affermarsi. Se mai si afferprogetto iniziale - sfrondato da alcuni mera. ideologismi contingenti presenti nell'animus e nel lessico di alcuni di quelli 2. Quando Queste Istituzioni è partiche, tra 1972 e 1973, contribuimmo a ta sembrava di essere in Italia - negli anni del post-Sessantotto - ad una far nascere Queste Istituzioni - si svolta non contingente. Ma ci siamo realizzato. Non so dire dell'influenza avuta dalla dovuti accorgere, in questi ultimi due rivista; certamente inferiore alle aspet- anni, che la «lunga durata>' dei processi tative di alcuni di noi. Ciò che è stato storici è ben più lunga di quanto ci lascritto e pubblicato, tuttavia, non è so- scino ritenere sia la nostra attività di oslo un patrimonio di idee, la dimostra- servatori partecipanti sia la sempre più zione visibile di un lungo itinerario di frenetica velocità dei nostri media giornalistici E molto più verosimile pensaesercizio critico, attento, analitico, documentato. Una regia accorta e sempre re che alla «svolta» si sia giunti oggi; se vigile ha consentito che si producesse le derive trasformistiche non continuequel lavoro di ricerca e di scrittura, ra- ranno ad agire. Come la lettura della ro e prezioso, che sa piegare gli speciali- crisi che viene data da alcuni commen15


tatori lascia pure ritenere. La drastica eliminazione della scena di gran parte di quella classe politica che, salvo qualche eccezione, proprio in questi vent'anni era emersa alla ribalta come portatrice di «nuovo», del solo nuovo che sembrava possibile in un Paese complicato e attraversato da tante contraddizioni, rischia di lasciare una rivista come Queste Istituzioni priva di interlocutori a breve. La ragion d'essere di una rivista come Queste. Istituzioni mi pare risiedere in una scommessa: quella di produrre informazione critica di grande qualità e ben documentata che possa essere letta nella cerchia più attenta e responsabile di quella parte della classe dirigente che si propone di modernizzaree democratizzare i processi decisionali, la macchina amministrativa, il governo dello Stato. Rispetto alle riviste più tradizionali di cultura politica - come quelle che fiorirono nella stagione che precedette il centro-sinistra o come quelle che tornano adesso a rinascere (come «il Mulino») o a nascere (come «Limes» e «Reset») - Queste Istituzioni è stata, in questi venti anni, una rivista più «tecnica», più specialistica, che cercava i suoi lettori all'interno della cerchia più stretta della classe dirigente; non si poponeva di costruire opinioni pubbliche bensì di farsi leggere sia da coloro che informano l'opinione pubblica sia da coloro che partecipano alle decisioni di governo. Il futuro, dunque, di una rivista come Queste Istituzioni dipende molto dal futuro politico dell'Italia e 16

dal tipo di classe dirigente politica che il paese saprà esprimere nei prossimi anni. 3. Con la stagione politica che si chiude in questi mesi esce, sembra definitivamente, dalla scena non tanto, come si dice, al politico di professione bensì l'intellettuale-politico, come amava chiamarlo Altiero Spinelli. I vertici della classe politica nazionale, infatti, avevano un comune denominatore: quello di essere costituiti da persone che avevano abbracciato la politica a partire da una vocazione intellettuale precocemente abbandonata ma della quale restavano tracce in tanti comportamenti e atteggiamenti dei politici italiani (i discorsi scritti o limati di persona, le collaborazioni giornalistiche, i tormentati rapporti con gli intellettuali). Da questa caratteristica sociologica dei politici italiani derivavano alcune conseguenze alle quali posso solo accennare: lo scarso peso degli intellettuali-tecnici, la costante presenza degli intellettuali-ideologi di formazione umanistica, la costante presenza, in posizione di influenza, dei tecnici del diritto. A me sembra di scorgere, nella fase attuale di passaggio, un rischio che andrebbe, innanzitutto, individuato. Al politici-intellettuali di un tempo si vanno sostituendo politici «puri» privi di spessore intellettuale o politici «improvvisati» capaci di impersonare agli occhi dell'elettorato virtù umane semplici. Parallelamente sembra aprirsi una nuova stagione di notorietà e di in-


fluenza per gli intellettuali-ideologiumanisti che aspirano a fare i politici o gli opinion leaders. Nello stesso tempo l'influenza dei media giornalistici nella veste di grandi semplificatori sembra crescente. Se tali tendenze si consolideranno il rischio che io intravedo è quello di una nuova forma di ideologizzazione della lotta politica che porterà a una drastica polarizzazione: da una parte, sulla scena pubblica, avremo pochi grandi temi molto dibattuti e dall'altra parte, sul retroscena delle stanze del potere, avremo la presenza di un nuova oligarchia che prenderà decisioni, anche rilevanti, senza pubblica conoscenza e pubblico dibattito. Se questo accadesse, il processo di modernizzazione e democratizzazione dello Stato per il quale Queste Istituzioni ha così ben lavorato in questi venti anni subirebbe una battuta di arresto. Spero, vivamente, che questo mio timore sia infondato. E, tuttavia, non posso negare che sono, in questo momento tra coloro, che, per la prima volta, si trovano in una posizione di imbarazzante pessimismo. 4. Una rivista come Queste Istituzioni ha lavorato per vent'anni alla costruzione di una cultura di governo, fatta di concretezza e di conoscenza minuta dei meccanismi e dei processi decisionali: una cultura di governo capace di tenere insieme i grandi temi della politica e delle istituzioni con quelli dell'amministrazione troppo spesso sottratti alla pubblica discussione, anche

perché sovraccaricati di tecnicismi. Lavorando alla costruzione di una cultura di governo la rivista ha anche svolto una funzione, per così dire, pedagogica, mostrando incessantemente, la necessità e la possibilità di attraversare i confini disciplinari e di corporazione, per far lievitare saperi e conoscenze; dando una interpretazione pratica, a grande forza di convinzione, del significato possibile di una cultura generalista che non è tuttologia ma capacità di usare discipline e saperi per leggere e interpretare la realtà politico-amministrativa nel suo farsi. La tensione riformatrice aveva saputo incarnarsi in una rivista che sapeva rivivere la lezione della concretezza salveminiana privata delle asprezze polemiche e dei moralismi retorici. 5. L'imbarazzante pessimismo che ho sopra evocato si lega all'impressione che la lettura delle recenti vicende italiane suscita in chi si era pure abituato a leggere dietro le righe, a cogliere la filigrana o la tessitura che si cela dietro le parole o i discorsi che i media giornalistici propongono nella cronaca quotidiana degli accadimenti. Una cronaca che non sembra più in grado di inseguire i fatti, che non riesce più a raccontare quello che accade: risultati elettorali che non vengono pubblicati, commenti a ruota libera su fatti che non sono accertati, invettive e polemiche prive di motivazioni argomentate, molto colore e poca sostanza. Nel giro di pochi mesi sembra che si sia dimostrata l'inutilità

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del tipo di lavoro che Queste Istituzioni ha svolto in questi venti anni. Come se la «verità» delle cose sia diventata, per miracolose circostanze che non è dato di capire, trasparente, facilmente attingibile nel caotico agitarsi delle opinioni che si scambiano in un talkshow. Le ideologie sono cadute, i muri sono crollati, ma, alloro posto, non è emersa la vigilante attenzione critica di chi è consapevole della complessità degli intrecci, dei processi e dei problemi, bensì la ruvida realtà delle opinioni grezze,

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delle invettive facili, dei moralismi di maniera. Come se l'Italia si fosse trasformata dalla sera alla mattina in un gigantesco «bar dell'angolo» dove le opinioni si scambiano alla grande, tra lazzi e frizzi, sotto gli occhi vigili ditelecamere pronte a trasformare in un gigantesco spettacolo rabbia, dolori e inganni. Forse si tratta solo di una moda passeggera. Forse è il riemergere di vecchi vizi italiani che credevamo sepolti... Quien sabe?


Un'ennesima prova obbligata di Goffredo Zappa

In tempi di rapidi e generalizzati mutamenti istituzionali è norma il diffondersi di un acuto disorientamento causato dalla non facile e comunque non immediata percezione e comprensione vuoi dei meccanismi che si intendono instaurare (o dei meccanismi che vengono alternativamente proposti) vuoi degli interessi, delle situazioni e degli assetti che, stabilendoli, si finirebbe col favorire. La notazione non è certo originale, semmai è ovvia, e basterebbé l'esperienza della legge elettorale emanata in seguito al referendum per convincere chi nustrisse dubbi in proposito. Se la notazione è scontata, resta vero che, davanti alle novità istituzionali all'orizzonte - proposte o comunque possibili - nel nostro paese, non'sembra essersi ancora prodotta nella misura e nella qualità adeguate quell'elaborazione di cultura politica indispensabile a rendere i cittadini consapevoli dei rivolgimenti che stanno, per affrontare, alcuni dei quali, e non da poco, potranno vederli partecipi e dovrebbero averli attivi propugnatori. Nel caso questo giudizio fosse condiviso, il periodo che stiamo attraversando offrirebbe una prova obbligata a Queste Istitu-

zioni cimentandone le facoltà di cogliere i problemi nodali e le capacità critiche. Assumendo - e non posso reputare questa assunzione immotivata o arbitraria - che su questa premessa si possa trovare qualche assenso, mi permetto di indicare pochissime, assai rilevanti questioni alle quali ritengo prioritario porre attenzione con sollecitudine, energia e rigore. La prima riguarda la lotta politica e i suoi attori. Non credo che lo sfacelo al quale assistiamo sia totalmente o quasi da imputare alla situazione di «democrazia bloccata», anche se questa è stata condizione basilare nonché robusto e non occasionale fattore del degrado; ma perché, nella concezione e nella prassi della democrazia, dall'autogoverno del popolo, filtrato da quanti meccanismi e mediato da quante procedure si vogliono, si degenerasse all'autogoverno degli apparati percepito e vissuto come normalità per un periodo pluridicennale, ci vuol altro. In ogni caso, al perdurare di questi apparati mancano ormai alcuni presupposti decisivi: ideologici, finanziari e altro ancora. E in ogni caso si apre il problema della sede di proposta e di dibattito 19


degli obiettivi politici e delle modalità con cui gli interessi e le tendenze particolari, le appartenenze originarie e le aspirazioni sezionali troveranno composizione per, e prima di, tradursi in richiesta di adesione e di scelta elettorale. E stato evocato - spesso come alibi per esorcizzare il rivolgimento che sembra essere ormai nelle cose e alfine estremo di puntellare gerarchie e dispositivi divenuti oggetto di pubblico ludibrio - il rischio di lasciar libero e incontrastato gioco agli interessi economico-finanziari forti; se questo rischio non va sottovalutato (né può essere ingigantito) rimane che il problema dei futuri raggruppamenti, e dell'evoluzione possibile di quelli storici, è stato sostanzialmente trascurato, e a questa negligenza bisogna por termine. Cominciando, magari, dall'esame attento delle ricche esperienze di altri paesi. Un tema sul quale invece non mancano pronunce quotidiane, dove però il mito fa aggio sulla teoria e sulla storia, quello dei limiti dell'economia di mercato, limiti che l'infelice esperienza (non solo ma soprattutto italiana) dello Stato sociale, l'ingloriosa vicenda delle Partecipazioni Statali negli ultimi decenni e non pochi infausti episodi di politica economica portano a obliterare. Oggi una ricca e poco sorvegliata pubblicistica tende ad esaltare il mercato capitalistico ben al di là delle considerevoli doti che lo caratterizzano, ignorando tanto le evidenti difficoltà che affliggono il suo funzionamento quanto le elaborazioni scientifiche che da oltre 20

mezzo secolo ne mettono a fuoco insufficienze e incongruenze. Non solo, ma, di fronte alle talora devastanti problematiche che proprio in questo momento flagellano le economie occidentali, essa non trova di meglio che mettere sul banco degli imputati le rigidità e gli altri elementi (cui in troppi casi bisogna comunque provvedere) che si oppongono a o che rallentano la libera operatività delle leggi di mercato: valga per tutti il caso drammatico della disoccupazione, alla quale si finge di poter almeno parzialmente rimediare disinteressandosi delle iniziative attualmente in crisi e del destino di chi vede messo in discussione, talvolta avventuristicamente, il posto di lavoro e invocando una maggiore flessibilità sul mercato del lavoro. Sono convinto che, da un lato, il richiamo dei «fallimenti del mercato» enucleati da una vasta letteratura scientifica e, dall'altro, l'analisi dei margini entro i quali il mercato può prevedibilmente dar risposta ad alcuni dei più consistenti problemi del paese - e non si può non pensare, immediatamente, allo sviluppo del Mezzogiorno - rappresentino i due versanti sui quali sarebbe opportuno intervenire con decisione. La regolamentazione dei mercati cruciale per ogni ordinato svolgimento della vita economica e rispetto alla quale l'arcaicità delle istituzioni, la scarsa sensibilità della classe dirigente (non solo della classe politica) dell'Italia repubblicana, il precario e deficitario ruolo dei pochi organismi di controllo (si pensi alla Consob) bastano a destare le


più vive preoccupazioni - rappresenta l'ultima grande questione sulla quale ritengo urgente concentrare gli sforzi. Su di essa esiste una pubblicistica non abbondante e spesso di buon livello, e i «Temi di discussione» del Servizio Studi della Banca d'Italia editi nell'estate 1993 costituiscono un apporto notevolissimo pur se limitato ad alcuni mercati; ma mi sembra che troppi terreni siano stati assai scarsamente arati, troppi problemi restino da approfondire, l'opinione pubblica risulti ancora troppo lontana da quel minimo di consapevo-

lezza che• la centralità dell'argomento richiede. Presumo che non occorrano altre parole per dire che vale la pena impegnarsi in questa prova. Rimane forse da precisare - ma anche questa precisazione pleonastica - che la sporporzione tra la vastità dei temi e la modestia dei mezzi non può essere di ostacolo all'impegno e che quanto può e deve essere richiesto a Queste Istituzioni è , una volta di più, quel paziente, lineare, documentato lavoro di cultura politica che ci aiuti ad affrontare con maggiori visibilità e capacità di comprendere i giorni a venire.

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Il circolo vizioso continua di Carlo Chimenti

A chi di problemi istituzionali si occupa con qualche continuità, la lettura degli indici di una rivista come Queste Istituzioni, impegnata fin dal titolo della trattazione di quei problemi, produce la sensazione della lingua che batte sul dente che duole. La lettura fa infatti toccare con mano l'ampia inutilità dell'affannarsi intorno a problemi che, se ad un certo punto scompaiono dal dibattito giuspolitico nel quale avevano tenuto banco per anni, non è perché sono stati risolti, ma piuttosto perché vengono oscurati e ingiobati da altri, derivanti dalla mancata soluzione di quelli originari. Prendiamo, ad esempio, il caso del Governo. Sarebbe certamente falso affermare che dal 1980 - da quando cioè Sergio Ristuccia ne sottolineava, su queste colonne, l'esigenza di un riorganizzazione fondata su una lettura moderna della Costituzione (v. Queste Istituzioni, n. 35, 1980, pp. 3-32) - nulla sia stato fatto al riguardo. Infatti, dopo il piccolo cabotaggio riformatore tentato dai Governi Spadolini dell'81/ 82, e dopo l'invenzione craxiana del Consiglio del Gabinetto basato su accordi politici, si è faticosamente arriva22

ti, nell'88, alla legge 400 che ad una lettura moderna della Costituzione dava veste formale e compiuta allo scopo, fra l'altro, di rendere governabile il Governo. Ma appena tre anni dopo, nel '91, Andrea Manzella (v. Queste Istituzioni,n 87-88, 1991, pp. 27-31) era costretto a rilevare la disapplicazione .di quella legge. Per cui se oggi dello scopo anzidetto non si parla più, cio non accade perché l'esigenza è stata soddisfatta, ma perché ormai risulta chiaro che essa fa parte di un bisogno più vasto di governabilità, che una legge ordinaria configurata nel quadro dell'articolo 95 della Costituzione non appare più in grado di soddisfare, mentre occorrono, a monte, riforme costituzionali come l'elezione popolare del Premier o il «Cancellierato». Ma gli esempi potrebbero moltiplicarsi. Così la problematica del controllo parlamentare, che Vincenzo Spaziante delineava nel '75 in vista di un quadro politico nuovo (v. Queste Istituzioni, n. 1, 1975, pp. 1-36), che preludeva alla breve stagione della solidarietà nazionale, e del quadro normativo fornito dai Regolamenti rinnovati nel '71, per lungo tempo non ha trovato soluzioni appa-


ganti, in conseguenza della vischiosità del «vecchio». Dopodiché, negli ultimi anni, ad essa è venuto a sovrapporsi in particolare - quanto implicato della generalizzazione del voto palese nelle Camere, che muta radicalmente la prospettiva di tutta l'attività parlamentare, contròllo compreso, ed impone di pensarè ad una ricollocazione complessiva del Parlamento nel sistema. La stessa raffigurazione del Presidente della Repubblica, formulata da Marcello Romei nel 1976 (v. Queste Istituzioni, n. 5, 1976, pp. 1-24), pur non avendo risentito di innovazioni normative, è andata incontro ad una tale evoluzione di prassi e convenzioni che mentre non ha chiuso alcuno dei vecchi problemi, ne ha aperto una quantità di nuovi. Naturalmente, il fatto grave non consiste nella frustrazione dell'addetto ai lavori che viene a scoprire l'inanità dei suoi sforzi, ma nella inarrestabilità - di cui comincia ad essere giustificato il sospetto - di un percorso puramente inerziale delle nostre istituzioni. Percorso le cui tappe o svolte, essendo finora state tutte di segno negativo, non

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lasciano, per il futuro, adito a ragionevoli speranze di un'inversione di tendenza. Di guisa che il termine, più o meno prossimo, del percorso istituzionale non sembra poter essere altro che il baratro, costituito dal passaggio dal regime di libertà, di cui abbiamo ben o male fin qui fruito, a qualche forma, non necessariamente già sperimentata, di autoritarismo. A meno che non accada un fatto oggettivamente straordinario: e cioè che gli italiani riescano a rendere virtuoso quel circuito strettissimo fra fenomeni istituzionali e condizioni socio-politiche dei cittadini (che ormai anche i giuristi riconoscono esistente), approfittando degli spazi di decisione che l'attuale 'regime ancora concede loro. E, dimostrandosi un'altra volta; dopo il 18 aprile 1993, migliori dei propri rappresentanti politici, sappiano imporre un rinnovamento istituzionale che nulla conceda all'autoritarismo, rifiutando quest'ultimo in quanto soluzione non corrispondente al livello di sviluppo civile a cui quarantacinque anni di sia pur debole e bloccata democrazia hanno portato il nostro paese.

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Cronache di un club Il Gruppo di Studio "Società e Istituzioni" dal 1988 al 1993 di Giorgio Pagano

I vent'anni di Queste Istituzioni trascorrono parallelamente alle attività del Gruppo di Studio. Soci fondatori del Gruppo di Studio "Società e Istituzioni" sono stati, infatti, studiosi e "operatori dei diritto" che uniti inizialmente dalla collaborazione al Centro Studi della Fondazione Adriano Olivetti, hanno trovato poi un loro punto d'incontro nel progetto e quindi nella realizzazione della rivista. Importante fu nei primi anni il contributo di Fabio Fiorentino (scomparso tragicamente nel 1976), proveniente insieme a Sergio Ristuccia dall'esperienza di Questitalia, rivista che negli anni Sessanta aveva svolto un vivace ruolo di critica politica sotto la direzione di Wladimiro Dorigo. Scopo principale del Gruppo, costituito come associazione culturale nel 1972, è stato fin dagli inizi quello di promuovere e realizzare studi ed altre iniziative culturali riguardo la realtà e i problemi dei rapporti fra la società e le istituzioni. Fondamentale è stato, - ed tuttora -, lo studio del ruolo del funzionamento delle istituzioni pubbliche nella società contemporanea. Di conseguenza, le ricerche sono state svolte 24

nell'ambito delle scienze sociali e dlle discipline giuridiche ed economiche. Benché il punto di riferimento principale sia da sempre il sistema istituzionale italiano, il gruppo ha ricercato, soprattutto negli ultimi anni, la cooperazione con istituzioni di altri paesi anche al fine di uno studio comparativo delle istituzioni e delle politiche economiche. Anche sulla base di questo intento, vi è stata l'iniziativa, presa nel 1989, di costituire il Comitato Italiano della Fondazione Europea della Cultura. La rivista, secondo l'idea dei suoi fondatori, doveva servire da punto di riferimento e da volano di altre più articolate iniziative all'insegna della identificazione delle possibili politiche istituzionali in campo e della loro valutazione in termini di fattibilità e di effetti. Da qui alcune iniziative di lunga durata e diversi incontri e seminari: è , soprattutto a partire dal 1988 che il gruppo, cessati i rapporti con la Fondazione Adriano Olivetti, dà un particolare impulso alla sua attività convegnistica. Tra le iniziative pluriennali bisogna ricordare che sia il Gruppo che Queste Istituzioni si occupano, da qualche an-


no, di "terzo settore": ovvero del cosiddetto settore non profit, creato e gestito da privati, da associazioni libere, dalla cosidetta "società civile" (nella definizione di Alexis De Tocqueville). Una delle prime iniziative in tal senso è stata la partecipazione del presidente del Gruppo di Studio (allora Sergio Ristuccia), al convegno organizzato dall'European Foundation Centre a Vienna (aprile 1991) su1 "Futuro della cooperazione culturale in Europa tra Ovest ed Est. Il ruolo delle fondazioni" nel cui ambito egli ha introdotto e presieduto un working group appunto sul "terzo settore". Una delle principali indicazioni del dibattito fu proprio l'attenzione da dare all'ampio settore delle organizzazioni non profit in quanto istituzioni sociali alternative a quelle pubbliche ormai in crisi. Da qui l'iniziativa da parte del Gruppo, con il sostegno della Cassa di Risparmio di Roma, di un progetto di studio che potesse essere in grado di créare i presupposti per la nascita di un centro di servizi di promozione e di coordinamento delle fondazioni nel nostro Paese. Si è organizzato, così, un pane1 interdisciplinare di studiosi e di responsabili del mondo delle fondazioni al cui interno è stata costituita una commissione esperta in problemi giuridici al fine di elaborare una proposta per un progetto di legge che possa riformare l'attuale disciplina in materia, ritenuta ormai inadeguata a regolare il settore. Tale proposta di riforma, riguardante appunto "Le persone giuridiche del primo libro del codice

civile", è stata presentata in un convegno svolto il 15 e 16 marzo 1993 presso la Cassa di Risparmio di Roma. Altro progetto pluriennale del Gruppo e quindi, della rivista, riguarda i problemi della democrazia negli ultimi cmquant'anni e le prospettive per il futuro. Nell'ambito ditale progetto è già stato realizzato a Firenze, nel novembre 1990, un workshop in cui si è tentato un bilancio di alcuni aspetti della democrazia dal punto di vista dei suoi punti deboli e quindi delle "sfide". Al workshop, diretto da Giovanni Sartori, hanno partecipato studiosi come Ghita lonescu, Alessandro Pizzorno, Alain Touraine. In tale incontro si è sottolineato che nonostante l'idea di democrazia conservi ancora il suo valore positivo le sue realizzazioni nelle diverse società non sono altrettanto positivi. Problemi irrisolti di grande momento connotano le società democratiche contemporanee, quali il persistere di lancinanti disuguaglianze sociali, la forza della criminalità organizzata, lo sconvolgente conflitto etnico, il denegato statuto delle minoranze e la crisi dello Stato inteso come unità omogenea e sovrana.

GLI INCONTRI ANNUALI

Dal 1988 hanno inizio gli incontri di Cortona, due o tre giornate di studio che si svolgono annualmente nei mesi di settembre od ottobre. Tali convegni, 25


oltre ad essere un momento di confronto e di scambio d'idee fra i soci per un bilancio e una programmazione dell'attività del Gruppo, servono anche come occasione di dibattito su alcuni temi d'interesse comune. I temi affrontati hanno riguardato la gestione del territorio, la "questione amministrativa" e il governo della finanza pubblica e, negli ultimi anni, la "costituzione europea E il caso di darne un breve resoconto. 111 0 incontro (23-25 settembre 1988) ha avuto come oggetti di discussione: "il Bilancio fra Governo e Parlamento dopo la recente legge di riforma (L.362 del 23 agosto 1988)" e "la Chiesa nella Società contemporanea" (in occasione dell'uscita dell'omonimo libro di Guido Verucci). Nella prima giornata è stata data una valutazione d'insieme alla legge che ha provveduto ad un organico aggiustamento della riforma di bilancio varata nel 1978. Nella seconda sono state dibattute alcune questioni riguardanti l'attuale e il futuro ruolo della Chiesa in una società sempre più secolarizzata. Nel 2° incontro (29-30 settembre e 1° ottobre 1989) gli argomenti sono stati: il "Capitale Comune" e "la cultura amministrativa degli ultimi 40 anni". La prima discussione ha riguardato quale dovrebbe essere il capitale fisso sociale e il capitale ambientale dei Comuni sufficienti allo sviluppo del paese. Nel dibattito sono emersi tutti i quesiti di 26

fondo della politica urbana sia sul piano degli strumenti urbanistici sia su quello del funzionamento istituzionale dei poteri locali. Il seminario sulla cultura amministrativa, invece, è stato introdotto da Bruno Dente, il quale ha ricapitolato le tesi e le ragioni contenute nel suo libro (Politiche Pubbliche e Pubblica Amministrazione, primo libro edito da Maggioli-Queste Istituzioni). Le due giornate del terzo incontro cortonese (5 e 6 ottobre 1990) hanno riguardato, rispettivamente: "Le privatizzazioni in Italia" e "Riflessioni e valutazioni a due anni dall'approvazione della legge n. 362/88". Per quanto concerne il primo argomento sono stati affrontati i profili tecnico-normativi del passaggio di attività produttive e di servizi dalla sfera pubblica a quella privata, integrando il quadro generale della situazione con riferimenti alla casistica italiana ed estera. Nella seconda giornata, invece, si è riparlato dell'attuazione della legge di riforma del bilancio, su cui sono state espresse alcune perplessità. Dal 4° incontro (11 e 12 ottobre 1991) il Gruppo dedica un'attenzione costante alle tematiche europee. Il dibattito del primo giorno, infatti, è stato dedicato al tema "Quale costituzione per l'Europa", quello del secondo a "Quale finanza pubblica nel contesto europeo degli anni Novanta". Si è messo in evidenza come intorno ai temi e problemi sul tappeto non ci sia stato adeguato dibattito politico ed istituzionale nè sono


state prese serie iniziative di studio. Generalmente, si è parlato di Europa soltanto nella logica funzionale-economica della CEE tralasciando l'importanza dei problemi politici, ancora più complessi dopo la rivoluzione del 1989. Il secondo tema, invece, ha rappresentato una nuova tappa del lavoro del workshop sulla finanza pubblica, il cui nuov'o ciclo era iniziato con un seminario sulla spesa sanitaria e famaceutica svolto a Roma, all'Istituto Superiore della Sanità, l'li dcembre 1989. Il 5° incontro di Cortona ha avuto come temi culturali di discussione "Quale Costituzione dopo il referendum francese" e "Il futuro dela democrazia occidentale". Il dibattito sul primo tema ha dimostrato quanto il tema Europa sia stato recepito e fatto proprio dagli elettori, indicando come non sia più valida l'affermazione dei molti che considerano l'Unità Europea quale un fatto unicamente intergovernativo. Il secondo tema trattato rientra nel progetto pluriennale sulla democrazia a cui abbiamo già accennato. La discussione, in quest'ultima occasione, è stata introdotta da Robert D. Putnam che ha descritto il suo progetto "Revitalizing American Democracy" e da un intervento di Alessandro Pizzorno che ha commentato e integrato le analisi dello studioso americano. Sono intervenuti, inoltre, studiosi di numerosi centri di ricerca italiani ed esteri, e responsabili del mondo delle amministrazioni pubbliche, i quali hanno toccato diversi

aspetti della vita politica dei nostri paesi. Nell'ultimo incontro cortonese (2 e 3 ottobre 1993), la discussione si è svolta nella prospettiva dell'allora imminente ratifica del Trattato di Maastricht da parte degli Stati membri della Comunità Europea. La prima giornata, svolta in collaborazione con la rivista La Comunita Internazionale, è stata dedicata, in particolare, al problema del deficit democratico venutosi a creare in seguito al trasferimento di poteri e competenze degli Stati membri alla Comunità Europea. In tale spostamento, infatti, vi è stata una diminuzione del potere dei parlamenti nazionali a vantaggio dei governi nazionali riuniti nel Consiglio Europeo all'interno delle istituzioni europee. E stato sottolineato, comunque, che il discorso sul rafforzamento della legittimità democratica nell'ambito della Comunità Europea non riguarda soltanto il Parlamento Europeo. Il Trattato di Maastricht ha incidenza, ad esempio, anche sul rapporto tra cittadini e Unione con l'istituzione della "cittadinanza europea" o sugli enti intermedi rispetto allo stato con la creazione del Comitato delle Regioni. Legati al problema del deficit democratico sono stati gli altri argomenti affrontati nella discussione quali, ad esempio, il principio di sussidarietà e la realizzazione degli impegni comunitari da parte del nostro ordinamento. Nella seconda giornata sono stati affrontati, invece, temi riguardanti la finanza pubblica dei diversi livelli di governo. Il dibattito ha af27


frontato il tema dei fondi strutturali della CEE dopo la recente riforma dei regolamenti che li disciplinano. Sono state toccate, inoltre, alcune questioni aperte quali il modo in cui affrontare, da una parte, lo spostamento degli interventi verso i programmi multiregionali e, dall'altra, la logica amministrativa di Bruxelles dalla quale le amministrazioni italiane sono molto lontane. In occasione di quest'ultimo convegno, infine, il Gruppo di Studio ha deciso di organizzare, in collaborazione con la Società Italiana per l'Organizzazione Internazionale (Sioi), un panel di studiosi ed esponenti della pubblica amministrazione che affronti le diverse problematiche concernenti l'Unione Europea. L'obiettivo è quello di dividere in aree di interesse la questione "Europa" alfine di analizzame i probabili sviluppi. Verranno cosí affrontati temi quali il regionalismo, le politiche sociali, i governi, gli assetti istituzionali e gli aspetti di finanza pubblica.

I SEMINARI

Un campo tradizionale di ricerca del Gruppo sono le istituzioni costituzionali. Di Governo, in particolare, alcuni membri del Gruppo cominciano a occuparsi nel libro L'Istituzione Governo (1977, ed. Comunità, Milano) il quale, oltre a lanciare un'espressione semantica che si è affermata, rappresenta un'anticipazione di temi di li a poco 28

raccolti prima nel dibattito politicoistituzionale e poi nella legislazione. Il Gruppo torna a occuparsi del tema nella giornata di studio su "L'Istituzione Governo" (Roma, Residenza Ripetta, 27 gennaio 1990). L'incontro è stato dedicato alla valutazione della legge n. 400 del 1988 sui poteri del Governo e di riforma della Presidenza del Consiglio e ad altre modificazioni quali alcune, importanti, a norme dei Regolamenti Parlamentari che incidono sui rapporti tra Camere e Governo soprattutto in relazione alla produzione normativa. L'eliminazione dell'arretrato da parte della Corte Costituzionale e le esperienze di guida del Governo nel corso degli anni Ottanta sono stati gli altri argomenti affrontati. L'anno seguente (il 20 giugno 1991), ancora nell'ambito delle riforme istituzionali, il Gruppo analizza in un incontro su "Esperienze di riforma negli Enti Pubblici", le esperienze di riforma riguardanti tre importanti organismi publici (ISTAT, ICE, ENEA). In particolare, sottolineando l'importanza della fase di attuazione e delle modalità con cui questa viene affrontata. Il dibattito sulle riforme istituzionali continua con ii seminario Lomunicazione e riforme istituzionali" (Roma, Residenza di Ripetta, 29 ottobre 1991). In tale occasione il Gruppo ha affrontato (insieme all'associazione Correnti) il tema della comunicazione che si intreccia strettamente con quello delle rifor•1


me istituzionali. Il dibattito si è svolto sulla base della considerazione che l'attenzione sulle riforme istituzionali è stata sollecitata attraverso specifica ed intensa azione di comunicazione; sulla considerazione che il potere esercitato nella comunicazione è fra quelli il cui riassetto è problema stesso di riforma e che l'esito dei processi decisionali per le riforme istituzionali è collegato all'uso di strumenti di comunicazione - anche con modifiche istituzionali al riguardo -, quali sono ad esempio i referendum (almeno per molti aspetti). L'attenzione del Gruppo alle riforme istituzionali continua con l'incontro, tenuto il 30 novembre 1989 presso il CRESME su "Riforma delle autonomie e politica urbana". In tale sede sono state fatte delle valutazioni sulla legge di riforma delle autonomie locali che viene giudicata, sostanzialmente, non in grado di determinare quella svolta che possa permettere alle amministrazioni di recuperare il governo della città. Il dibattito sugli enti locali, prosegue con il seminario svolto alla Biblioteca della Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione: "A proposito di 'Metropoli per progetti'" (23 maggio 1990). Tale incontro, che ha preso l'avvio dalla presentazione del libro di Bruno Dente, Luigi Bobbio, Paolo Fareri, Massimo Morisi: Metropoli per progetti - Attori e processi di trasformazione urbana a Firenze, Torino e Milano (ed. il Mulino 1990), ha ribadito l'insufficien-

za della riforma degli Enti Locali e la necessità di una cultura e di mezzi d'intervento nuovi. In particolare il Gruppo ha discusso, in chiave critica, delle modalità che caratterizzano l'intervento pubblico e privato. Da tutti è stata richiamata la necessità di ridefinire al più presto l'intervento pubblico, ricomponendo il quadro delle competenze che, a livello locale, appaiono frazionate al punto da precludere la possibilità di adottare una progettualità di ampio respiro. Sul fare urbanistica si ha, infine, un ultimo dibattito con il "Seminario sulla Riforma urbanistica a cinquant'anni dall'emanazione della Legge 17 agosto 1942, n.1150." (tenuto a Roma, in Villa Huffer, il 4 novembre 1992). In tale occasione, ancora in collaborazione con il CRESME, il Gruppo ha affrontato la carenza di aggiornate norme regolatrici generali e discusso sull'incapacità dell'amministrazione pubblica di portare avanti progetti. E, naturalmente, di pubblica amministrazione il Gruppo si occupa in varie altre occasioni. Ad esempio il 22 febbraio 1991, alla Biblioteca della Scuola della Pubblica Amministrazione, con il seminario su "Informatica e pubblica amministrazione". In tale occasione, l'attenzione è stata rivolta allo "stato dell'arte" delle innovazioni tecnologiche nelle pubbliche amministrazioni e sul tipo di "governo" dell'innovazione. Si sono affrontati, quindi, temi quali: l'impatto 29


informatico e la gestione delle risorse umane e lo stato del mercato informatico, sia sotto l'aspetto dell'offerta che della domanda pubblica e della loro qualificazione. 1115 luglio 1992, il Gruppo organizza una tavola rotonda su un tema, riguardante ancora la pubblica amministrazione ma in termini più generali. Il seminario su "Il riassetto della pubblica amministrazione: prospettive e ruolo delle amministrazioni tecniche" (Roma, Villa Huffer) è stato occasione per la presentazione dello studio relativo alla riorganizzazione del Ministero dei lavori pubblici svolto dalla CIDs S.p.a.. Nella discussione è emersa, ancora una volta, l'importanza di restituire all'amministrazione - nei principi e nei comportamenti - gran parte di poteri e doveri per l'auto-organizzazione (i doveri innanzitutto di un'auto-organizzazione efficiente). La discussione ha rilevato, infatti, che non sono ancora acquisite quelle culture e quelle tecniche della riforma che considerino temi e problemi dell'attuazione come parte integrante della progettazione stessa della riforma, almeno come azione parallela da pensare fin dall'inizio, cioè da quando si avvia un processo legislativo di riforma. Nell'ambito delle iniziative concernenti l'Europa, il Gruppo ha svolto a Roma (Residenza Ripetta, 1 giugno 1989) il seminario dal titolo: "Nuovo assetto giuridico italiano ed europeo delle trasmissioni televisive". L'iniziativa ha

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voluto offrire una prima riflessione tra addetti ai lavori e non, sulle innovazioni introdotte dall'apposita Convenzione da parte del Consiglio d'Europa e sulle conseguenze di queste sul processo di trasformazione del sistema televisivo europeo e sulla normativa italiana. Nel 1990 è stato tenuto un convegno su "Europa '93 e Amministrazioni Pubbliche" (Roma, Biblioteca della Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione) in cui il Gruppo si è posto il quesito se l'amministrazione troverà nel processo di integrazione comunitaria elementi di ulteriori crisi ovvero validi fattori di rifondazione. Ciò nella considerazione che nel "grande mercato" ogni soggetto si porterà dietro un pezzo della propria amministrazione sulla quale il còntrollo rimarrà al paese di origine: il confronto tra sistemi sarà dunque immediato e diretto. In tale occasione, il Gruppo decide che s'interesserà di raccogliere testimonianze significative dagli addetti ai lavori circa i processi già in atto nei diversi ambiti e di individuare i percorsi che le singole amministrazioni intendono seguire nel prossimo futuro. Il filone di dibattito sulle problematiche legate all'unificazione europea prosegue con il convegno "Revisione e controlli nel settore pubblico: esperienze europee a confronto", (Residence di Ripetta, 29 gennaio 1992). Lo studio, organizzato con la Deloitte & Touche ha trattato dei problemi posti dall'evo-


luzione dell'ordinamento comunitario da una parte, e dallo stato di prostrazione degli apparati pubblici sul piano dell'efficienza e della morale dall'altra. Da esso è risultata, fra l'àltro, la necessità di porre all'attenzione del sistema il problema di una collaborazione pubblico-privato anche in quest'area. Il Gruppo, infine, svolge ormai da anni la funzione, fra le altre, di un circolo aperto che consente discussioni fra addetti ai lavori e studiosi intorno ai temi della politica e delle tecniche di bilancio. Per tener fede a tale intento ha utilizzato come occasione d'incontro (svolto alla Residenza di Ripetta il 17 luglio 1991) la relazione della Corte dei conti sul Rendiconto Generale dello Stato. Nel dibattito si sono poste questioni di contenuto, di metodo e di impostazione su alcuni problemi di politica di bilancio ormai da alcuni anni al centro dell'attenzione.

LE INDICAZIONI DI LAVORO

Che dire dopo aver ripercorso l'itinerario fin qui compiuto? Il Gruppo ha operato in questi anni sulla base di alcune indicazioni di lavoro abbastanza precise. Vale ricordare che sono le medesime indicazioni che, in qualche modo, hanno ispirato la rivista e che possono essere lette nelle presentazioni della nuova serie di Queste Istituzioni che prese inizio nell'inverno 1986.

Rileggiamole. "Un tempo (non moltissimi anni fa) erano in tanti a pensare che in politica valesse soprattutto l'ideologia. La scelta ideologica poteva servire a tutto. Ora, quasi a nessuno la politica appare come una questione soltanto ideologica. Al punto da cadere in errori opposti (via da noi i valori!) ugualmente disastrosi. In ogni modo sono in tanti ad aver scoperto (o riscoperto), ora la società complessa. Pare, insomma, che la politica debba essere intesa al plurale. Le questioni sono tante e diverse; le scelte da fare sono tante e diverse, la politica è fatta di tante politiche: tanti gli interessi e tanti i valori in gioco. Allora, si dice, serve l'informazione e questa deve essere libera, ricca, accessibile. Ma cos' l'informazione? Come se ne garantiscono i contenuti? Il punto è che l'informazione rischia di essere fine a se stessa. Essa, invece, va organizzata, selezionata. Solo così dall'informazione si passa alla valutazione. Valutare le cose che sono state fatte è pur sempre premessa necessaria per capire e decidere le cose da fare. Sembra, dunque, che la linea su cui si muove oggi chi fa politica (intendiamo l'espressione in senso lato) quella dell'attenzione ai singoli problemi. Si può concludere che il comportamento politico in via di divenire prevalente è ispirato a quella che i politologi americani chiamano the politics ofsingle issues? E difficile dirlo. Certo, lungo questa linea (che beninteso ha anche origini 'ideologiche' o incontra sul31


la sua strada continue tentazioni di neo-ideologismo) o si rinnovano i fasti delle politiche delle rivendicazioni particolari e del desiderabile ovvero si fanno i conti con una cultura politica, in gran parte da creare, fatta soprattutto di valutazione delle politiche. Se le cose stanno così è urgente mettere a punto gli strumenti per fare valutazioni: perché essi non servono solo ai discorsi fra addottrinati ma a molti e diversi soggetti politici. Declinare la politica al plurale significa selezionare i temi sull'agenda ai vari livelli di governo e lavorarci attorno radunando interessi ampi. Dunque, è ormai chiaro, non si tratta solo di fare una rivista. Questa sarebbe già una bella ambizione volendo farsi

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leggere e dovendo a questo fine uscir fuori dall'inerzia specialistica, dalla grande fioritura delle riviste d'intrattenimento o di tempo libero (che finiscono per monopolizzare i banconi di librerie e di edicole), ma anche, e soprattutto, da un certo grigiore ed astrattezza delle riviste colte o di tendenza. Intorno alla rivista c'è da dare molto di più: costruire un gruppo indipendente di valutazione delle politiche pubbliche capace di grande libertà d'iniziativa." Non è decisamente il caso di stabilire ora in quale misura siamo riusciti nell'intento: il giudizio spetta a quanti in questi anni ci hanno conosciuto.


Indici 1973 - 1993 a cura di Alessandro Miniero


Indice degli autori

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L'assetto organizzativo dopo la legge 183 del 1989. A cura della Cids spa, n. 89 (1992), pp. 101-128

Astrologo Dunia, Job creation: metodi e politiche dell'impiego, n. 66 (1984), pp. 269/3-

Aimo Piero, Sistema politico-sociale e ordina284/ 18 mento istituzionale, n. 60-61 (1983), pp. 42-44 Allum Percy, I partiti britannici: strutture vecchie ed elettori demobilzzzati, n. 95 Bafile Paolo, Storie di un assistenzialismo di lusso. Le sovvenzioni allo spettacolo dalla (1993), pp. 88-105 «legge-madre» alla finanziaria '88, n. 75-76 Alpa Guido, Dopo le sentenze n. 5 e n. 13 (1988), pp. 134-149. 1980, n. 34(1980), pp. 1-22 Amorosino Sandro, Urbanistica, cultura giu- Baldassarre Antonio, Fonti normative, legalità legittimità: l'uniti della ragionevolezza, ridica e prassi amministrativa, n. 94 (1993), n. 87-88 (1991), pp. 60-64 pp. 74-76 Bandiera Carlo, Comunicare è suscitare un apAnceschi Enzo, vedi: Le fondazioni bancarie, prendimento tra interno e esterno, n. 87-88 problemi e prospettive, n. 93 (1993), pp. 96-98 Le fondazioni (1991), pp. 184-185 Andreatta Beniamino, vedi: bancarie, problemi e prospettive, n. 93 Bar Cendon Antoniò, 'I partiti politici e la democrazia in Spagna: 1977-1992, n. 95 (1993), pp. 98-101 Angelico Fabio, I grandi interventi infrastrut(1993), pp. 112-141 turali tra governo centrale e amministrazio- Barberio Raffaele, Gli sviluppi della televisione in Europa, n. 68(1986), pp. 103-124 ni locali, n. 8 1-82 (1990), pp. 36-46 Per l'innovazione delle funzioni di indirizzo Barletti Antonio - Arcangeli Laura, La Sanit.ì nel 1987, n. 74(1988), pp. 103-116 e coordinamento, n. 98(1992), pp. 3848 Arcangeli Laura, vedi: Barletti Antonio, n. Battaglia Filippo, Assenteismo manageriale e 74(1988), 103-116 motivazione al lavoro, n. 29 (1979), pp. 4-22 Arena Gregorio, La novitcì nella comunicazio- Bechelloni Giovanni, Il centro di ricerca. Un ne pubblica è fare il servizio dialogando con alleato prezioso del giornalista, n. 71 (inveri cittadini, n. 87-88 (1991), pp. 178-181 no 1986-87), pp. 134-137 Ancora sulla funzione dell'intellettuale, Armaroli Paolo, Ma basteranno riforme omeo(estate-autunno 1973), pp. 39-43 patiche?, n. 60-61 (1983), pp. 38-41

B

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I minatori inglesi. la solidarietà difficile, n. 65.3 (1984), pp. 160/3-165/8

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Introduzione a: Programmazione in agricoltura e sistema di governo, numero monografico, n. 49 (1982), pp. 1-2 Energie rinnovabili e vecchi problemi.- il prezzo del decentramento, n. 62 (1983), pp. i 1-16

Le energie rinnovabili tra Stato e Regioni. come uscire dal «buco nero», n. 65.3 (1984), pp. 180/23-185/28

Introduzione a: Le politiche dell'occupazione, numero monografico, n. 66.3 (1984), pp. 267/1-268/2, sigla vedi: Federici Ezio, n. 67.2 (1985), pp. 331/ 5-338/12

Il piano è morto, viva il piano, n. 67.3 (1985),pp. 347/1-348/2

Chernobyl e dintorni, n. 69 (primavera 1986), pp. 99-102

pp. 144-145

vedi: Privatizzare: i significati, le tecniche, le proposte. Un dibattito in redazione, n. 83-8 4

Comunicare per ottenere riforme è modella-

(1990), pp. 51-79


vedi: Meloni Maurizio, n. 87-88 (1991), pp. 40-41

Spirito Pietro, Aziende pubbliche: un patrimonio da valutare. Criteri contabili per privatizzazioni trasparenti, n. 83-84 (1990), pp. 34-44 vedi: Privatizzare: i significati, le tecniche, le proposte. Un dibattito in redazione, n. 83-84 (1990), pp. 51-79

Stasio Donatella, La giustizia alla prova della veritì: come funziona la nuova procedura penale, n. 79-80 (1989), pp. 13-23 Stefani Piero, Il Papa, la Sinagoga, lo Stato d'Israele, n. 70 (estate-autunno 1986), pp. 115124

Riflettendo sul «soggiogamento del creato» e sulle catastrofi venture, n. 77-78 (1989), pp. 128-133

I laici nella Bibbia e nella Chiesa, n. 92 (1992), pp. 101-113

L'eccedenza dell'immagine, n. 93 (1993), pp. 133-13 5 Stewart John David, •vedi: Jones, George William, n. 62 (1983), pp. 3-10

Storto Giancarlo, Riflessioni sull'edilizia condonata, n. 75-76 (1988), pp. 89-102 Sturm Roland, I sindacati e l'unitì tedesca, n. 90-91 (1992), pp. 115-125

Stiirmer Michael, Il punto sulla questione tedesca, n. 70 (estate-autunno 1986), pp. 91-101 Szanton David L., Religione e secolarizzazione nelle societì islamiche, n. 92 (1992), pp. 114-118

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lo del Centre catholique des intellectuels frauais, n. 44(1981), pp. 3-32 Televisione: sette domande sulla regolamentazione, n. 72-73 (1987), pp. 129-138 Televisione e pubblici poteri. Un dibattito in redazione, n. 69 (primavera 1986), pp. 123-125 Temples James R., Sviluppi istituzionali e legaslativi della politica nucleare degli Stati Uniti, n. 40(1981), pp. 10-26 Terracciano Chiara, vedi: Croce Beppe, n. 77-78 (1989), pp. 88-98

Terzani Tiziano, Il dopo Mao: verso una interpretazione moderata della Costituzione?, n. 13(1976-77), pp. 3 1-43 Toldonato Francesco, vedi: Presente e futuro

degli accordi fra imprese nell'economia dell'informazione», n. 70 (estate-autunno 1986), pp. 29-42

Tonnarelli Grassetti Fulvio, La Commissione nazionale per le societtì e la borsa durante la presidenza Rossi, n. 66.1 (1984), pp. 197/ 7-219/29

Tortoreto Emanuele, Normativa dilizia tra CER e regioni, n. 53(1982), pp. 19-24 Toso Francesco, Le nuove classi dimensionali dei comuni, n. 81-82 (1990), pp. 233-249 Travaglini Claudio, vedi: Fondazioni bancarie e volontariato, n. 93 (1993), pp. 93-95 Tre opinioni, (estate-autunno 1973), pp. 30-32 Trequattrini Gianluca, vedi: Privatizzare: i significati, le tecniche, le proposte. Un dibattito in redazione, n. 83-84(1990), pp. 5 1-79 Trupia Piero, Il Discorso Politico: una istituzione?, n. 58 (1983), pp. 3-18 Comunicare è cambiare i paradigmi, n. 8788(1991), pp. 187-188

Talia Michele, Le prospettive da riforma della

legislazione urbanistica tra il peso della tradizione e gli impulsi alla innovazione, n. 94 (1993), pp. 81-87

Tavares Jeari, La sintesi cristiana: gli intellettuali alla ricerca della «trascendenza». Profi-

Turno Roberto, La «riforma della riforma» in Parlamento. Il conflitto tra i livelli di governo, n. 85-86(1991), pp. 61-69

U Urbani Giuliano, Ricette boomerang e compa51


razioni superficiali, n. 95 (1993), pp. 155-160 Urbani Paolo, vedi: Merloni Francesco - Urbani Paolo, (estate-autunno 1973), pp. 93-103 Riforma dell'urbanistica o attuazione della disciplina, n. 94(1993), pp. 32-37

v Vancheri Arturo, Maastricht: una critica federalista, n. 87-88 (1991), pp. 126-142 Vandamme Jacques, vedi: Il futuro del modello democratico occidentale. A cura di Bernardino Casadei, n. 94 (1993), pp. 3-24 Verucci Guido, lerocrazia e popolo di Dio, n. 77-78 (1989), pp. 143-147

Vesperini Giulio, vedi: Orsini Gianni, n. 8384 (1990), pp. 45-50

La vicenda contrattuale nel parastato. Prime conclusioni di un ricerca. A cura di Ignazio De Marco, n. 37(1980), pp. 1-20 Vietard Yves, La Costituzione del 1975, n. 13 (1976-77), pp. 4-30

Vigli Marcello, La scuola bloccata, n. 77-78 (1989),pp. 133-138

w White Michael, Gli esercizi di taglio della Signora Thatcher, n. 64.2 (1984), pp. 36/3-48/ 15

Wildavsky Aaron, Per una analisi delle «publicpolicies», n. 41(1981), pp. 7-26

52

Y Yarrow George, La privatizzazione in teoria e in pratica (I), n. 71 (inverno 1986-87), pp. 110-127

La privatizzazione in teoria e in pratica (11), n. 72-73 (1987), pp. 29-52 Young Ken, Ascesa, declino e scomparsa del Greater London Council, n. 69 (primavera 1986), pp. 80-90

Ysander Bengt-Christer, vedi: Robinson Ann, n. 45(1981), pp. 4-17 vedi: Robinson Ann, n. 51(1982), pp. 1-20

z Zacchia Franco, vedi: Ripensare il servizio sanitario nazionale, n. 92 (1992), pp. 5 1-54 Zappa Goffredo, Le proposte di legge per l'intervento straordinario, n. 48 (1982), pp. 1-13 Un'ennesima prova obbligata, n. 96 (1993),

pp. 19-21 Zappa Goffredo - Becchi Collidì Ada, Molte erogazioni e poco governo per il Mezzogiorno, n. 70 (estate-autunno 1986), pp. 45-72 Zecca Emilio, Il Servizio centrale degli ispettori tributari. Note per un bilancio, n. 68 (inverno 1986), pp. 75-96 Zuckerman SoIly, Le meraviglie delle guerre stellari, n. 69 (primavera 1986), pp. 44-70


Indice dei soggetti

AMMINISTRAZIONE DELLA GIUSTIZIA Criscuolo Alessandro, Il nuovo codice di procedura: quale futuro per la giustizia penale, n. 79-80 (1988), pp. 42-49 Melillo Giovanni, Il nuovo processo davanti al pretore, n. 79-80(1989), pp. 5 1-57

Ristuccia Sergio, L'istituzione giudiziaria: vecchio e nuovo nella lotta alla grande criminalitì, n. 93(1993), pp. 1-2 Stasio Donatella, La giustizia alla prova della verit.ì: come funziona la nuova pro cedura penale, n. 79-80 (1989), pp.13-23

La magistratura Ferrarese Maria Rosaria, Il Consiglio superiore della magistratura e l'identitì dei magistrati, n. 79-80(1989), pp. 24-40 Severini Romano, Autogoverno e ruolo sociale dei giudici (estate-autunno 1973),

pp. 66-74 1.1. In Francia Ferrarese Maria Rosaria, Potere politico e Magistratura: il caso francese, n. 24

(1978), pp. 1-27

La giustizia amministrativa Leuzzi Siniscaichi Bruno, Giustizia amministrativa e Tribunali amministrativi re-, gionali: continuittì o innovazione? n. 20(1978), pp. 16-27 Longo Laura, Aspetti e prospettive della tutda giurisdizionale, n. 47(1981), pp. 3-18 Manfredi Selvaggi Raffaele, La riforma della magistratura amministrativa, n. 63

(1983), pp. 30-35 Ristuccia Sergio, Introduzione a.- Quale tutela per gli interessi collettivi e diffusi, numero monografico, n. 47(1981), pp. 1-2 Rosini Emilio, Giustizia amministrativa e partecipazioe democratica, n. 20 (1978), pp. 4-15

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AMMINISTRAZIONI PUBBLICHE L'organizzazione Birga Stefano - Graziadio Bruno, Decisioni, Pubblica Amministrazione, IntelligenzaArtijìciale, n. 75-76 (1988), pp. 39-51 Colacito Mario, Uguale è bello? Rflessioni sulla (dis)organizzazione amministrativa, n. 79-80 (1989), pp. 73-75 Dente Bruno, La cultura amministrativa italiana negli ultimi 40 anni, n. 75-76 (1988), pp. 15-38 Giampaolino Luigi, Quale amministrazione per «depenalizzare», n. 64-1 (1984), pp. 23-25 Lacava Chiara, Pubblico e privato nell'amministrazione per accordi, n. 89 (1992), pp. 69-88 Ristuccia Sergio, L'informatica nella pubblica amministrazione fra politica degli investimenti e politica dell'organizzazione, n. 79-80 (1989), pp. 91-102

Le riforme Costa Alessandra - Gigli Sergio, L 'approccio organizzativo ai problemi della Pubblica Amministrazione: caratteristiche e contributi, n. 42 (1981), pp. 3-10 D'Alessio Gianfranco, I giuristi e l'organizzazione amministrativa, n. 63 (1983), pp. 5-29 Dente Bruno, Alla ricerca dei fattori strategici del processo di riforma, n. 79-80 (1989), pp. 86-90 Laurenti Alberto, Come determinare l'organico delle strutture centrzli della PubblicaAmministrazione, n. 89(1992), pp. 49-68 Manzella Andrea, La pubblica amministrazione tra decima e undicesima legislatura, n. 89(1992), pp. 3-5 Merloni Francesco, Un osservatorio per le pubbliche amministrazioni, n. 89 (1992), pp. 6-19 Mostacci Roberto, L'analisi di strutture pubbliche complesse, n. 89(1992), pp. 3 1-37 Ristuccia Sergio, Introduzione a: La riforma dell'amministrazione. per che fare? numero monografico, n. 63 (1983), pp. 1-4 Strumenti moderni per uno Stato modesto, n. 72-73 (1987); pp. 5-8 Se cammina l'»istituzione Governo», n. 75-76 (1988), pp. 3-11

2.1. Le riforme. Le amministrazioni tecniche L'assetto organizzativo dopo la legge 183 del 1989. A cura della CIDS Spa, n. 89 (1992), pp. 101-128 Calandra Piero, Il riassetto per ministeri, n. 67.1 (1985), pp. 30/320-35/325 Di Virgilio Silvio, Obiettivi della riorganizzazione, n. 89 (1992), pp. 129-146 54


Grimaldi Gaetano, Il percorso di trasformazione della struttura ministeriale, n. 89 (1992), pp.147-l59

Ristuccia Sergio, Ricostruire l'amministrazione tecnica: linee di una politica amministrativa, n. 89 (1992), pp. V-X

3. I nuovi modelli. 3.1 muovi modelli. La Consob Ristuccia Sergio, Per una strategia degli organi di controllo, n. 66.1 (1984), pp. 193/3-196/6

Introduzione a: Borsa e Consob verso una nuova identitĂŹ, numero monografico, n. 66.1 (1984), pp. 191/1-192/2 Tonnarelli Grassetti Fulvio, La Commissione nazionale per la societĂŹ e la borsa durante la presidenza Rossi, n. 66.1 (1984), pp. 197/7-219/29

3.2. I nuovi modelli. Il Nucleo di valutazione degli investimenti pubblici Perinisi Giuseppe, Il Nucleo di valutazione degli investimenti pubblici, n. 66.2 (1984), pp. 233/3-253/23

Ristuccia Sergio, Introduzione a. Dalla cultura della programmazione alla cultura della valutazione, numero monografico, n. 66.2 (1984), pp. 1/231-2/232

3.3. I nuovi modelli. Il Secit Ristuccia Sergio, Ispettori tributari e amministrazione finanziaria: cronache dall'in: temo, .n. 68 (inverno 1986), pp. 73-74 Il SECIT: cos'è, cos'ha fatto, n. 68 (inverno 1986), pp. 101-102 Zecca Emilio, Il servizio centrale degli ispettori tributari. Note per un bilancio, n: .68 (inverno 1986), pp. 75-96

4 La dirigenza Angelico Fabio, Per l'innovazione delle funzioni di indirizzo e coordinamento, n. 89 (1992), pp. 38-48

Caianiello Girolamo, Per una clinica dell'amministrazione e per una migliore sintassi istituzionale, n. 79-80 (1989), pp. 64-68 Cardi Enzo, Riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche e bisogni di forma. zione, n. 89 (1992), pp. 20-27 Lamanda Francesco, Una possibile leadership, n. 79-80 (1989), pp. 75-78 Organizzazione e leadership nelle pubbliche amministrazioni. Un dibattito in redazione, n. 79-80(1989), pp. 61-90 Provenzano Maria Teresa, Come la pensano i dirigenti statali, n. 79-80 (1989), pp. 78-83 55


Ristuccia Sergio, Quale classe dirigente amministrativa è da salvare?, n. 94 (1993), pp. 111-1V Sepe Stefano, Una dirigenza non piifiacca e incerta?, n. 79-80 (1989), pp. 68-73

I controlli Garri Francesco, Controllo e amministrazione: considerazioni sull'esperienza della Corte dei conti, n. 18(1978), pp. 12-26 Ristuccia Sergio, Per la ri/orma della Corte dei conti, n. 18 (1978), pp. 3-11 A caccia della bestia da un miliardo di piedi, n. 92 (1992), pp. 111-1V

Il governo regionale Predieri Alberto, Regioni anno terzo: assetto istituzionale e capacitì operative, (estate-autunno 1973), pp. 105-122

In Francia Cammelli Marco, La legge sul decentramento amministrativo e la regionalizzazione, n. 46(1981), pp. 1-11 Charle Christophe, Nascita di un «grand coi-ps» francese. l'ispettorato delle Finanze alla fine del XiX secolo, n. 54(1982), pp. 3-23 Gambino Silvio, La nuova amministrazione francese, n. 64.3 (1984), pp. 58/3-92/37

CRIMINALITÀ ORGANIZZATA Ferrarese Maria Rosaria, Magistratura e illegalitì diffusa, n. 93(1993), pp. 3-17 Jamieson Alison, Istituzioni antidroga nazionali e internazionali, n. 93 (1993), pp. 37-47

Masciandaro Donato, Intermediari bancari e finanziari, istituzioni di vigilanza e riciclaggio, n. 93 (1993), pp. 18-36 Sidoti Francesco, La mafia e i mafiologi, n. 57(1983), pp. 1-17 Silj Alessandro, Un'intervista a Falcone, n. 93 (1993), pp. 48-56

DIFESA Bonanni Massimo, Spunti introduttivi: il ruolo del Governo e della societì civile, n. 19(1978), pp. 1-3

Chellini Alberto, Informazione, controllo e direzione pdrlamentare della politica della difesa, n. 19 (1978), pp. 4-24 Mieli Paolo, Il potere militare: gli argomenti del dibattito critico sull'assetto delle ForzeArmate, n. 4(1975), pp. 1-21

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ECONOMIA PUBBLICA Di Majo Antonio, Un compito per l'economia pubblica: studiare la gestione, n. 7980(1989), pp. 61-64 Leon Paolo, Per un progetto alternativo. analisi e proposte,n. 11 (1976-1977), pp. 1-15 Massera Alberto, Le Partecipazioni Statali tra politica e amministrazione, n. 17 (1977),pp. 11-16

Pennacchi Laura, L'impresa pubblica come strumento dz politica industriale, n. 17 (1977), pp. 2-11

Ristuccia Sergio, Salvataggio, fallimento occupazione (note sull'analisi di Leon), n. 11(1976-1977), pp. 16-29

FINANZA PUBBLICA 1. La politica di bilancio De loanna Paolo, Il bilancio. una riforma senza convenienze politiche? Riflessioni dall'interno del «partito della riforma», n. 72-73 (1987), pp. 109-114

Felisini Daniela, Finanziaria in Parlamento crisi di Governo. Le tre (e piii) versioni della legge peri! 1988, n. 74(1988), pp. 25-52 Goggiamani Emanuela, Il deficit italiano difronte all'Europa: serve ancora la riforma del bilancio? n. 85-86 (1991), pp. 47-58 Malaschini Antonio, La politica di bilancio in Parlamento: legge finanziaria e procedura regolamentare, n. 39 (1980), pp. 12-20 Pisauro Giuseppe, Procedure e metodi di programmazione finanziaria. La prima esperienza (dimezzata) dell'86-87, n. 74 (1988), pp. 128-142 Ristuccia Sergio, Introduzione a: I bilanci pubblici fra economia e politica, numero monografico, n. 45 (1981), pp. 1-3

Verso un nuovo processo di bilancio?, n. 64.2 (1984), pp. 16/49-22/55 Costi e coperture delle leggi: un capitolo nuovo?, n. 74 (1988), pp. 5-24 Nuove tecniche di bilancio o nuova politica di bilancio?, n. 74(1988), pp. 3-4 Robinson Ann - Ysander Bengt-Christer, Quale flessibilitì per la politica di bilancio?, n. 45(1981), p. 4-17

Perché i bilanci sono divenuti così rigidi?, n. 51(1982), pp. 1-20 Salvemini Maria Teresa, Il disavanzo del Tesoro è una variabile decisionale?, n. 7 (1976), pp. 1-14

1.1. La politica di bilancio. Negli Stati Uniti Bowsher Charles A., La crisi del bilancio USA. Appello per una politica bi-partisan, n. 72-73 (1987), pp. 101-108 Calamandrei Mauro, Riforma dell'Amministrazione e tecniche di bilancio, n. 16 (1977), pp. 3-12 Haas Lawrence J., La cultura del deficit, n. 75-76 (1988), pp. 150-164

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Haward James A., Sono attendibili le proiezioni economiche ufficiali? Il caso degli Stati Uniti attraverso il confronto fra le previsioni del Cbo e dell'Omb, n. 7576(1988), pp. 119-133 1.2. La politica di bilancio. NeiRegno Unito Filo Della Torre Paolo, Il dibattito sulla riduzione della spesa pubblica, n. 10 (19761977), pp. 3-27 Ristuccia Sergio, Introduzione a: Crisi economica e tagli alla spesa pubblica: i conti del «patto sociale» inglese, numero monografico, n. 10(1976-1977), p. 1-2 Salvemini Maria Teresa, I tagli della spesa pubblica: forza o debolezza del Governo?, n. 10(1976-1977), pp. 28-31 White Michael, Gli esercizi di taglio della Signora Thatcher, n. 64.2 (1984), pp. 36/3-48/15 2. Il Tesoro Eck Franois, Un Tesoro d'eccellenza: Profilo della Direction du Trésor, n. 72-73 (1987), pp. 84-97 Jories George William - Stewart John David, Tesoro ed enti locali.- il caso britannico, n. 62(1983), pp. 3-10 Ristuccia Sergiò, Il Tesoro come istituzione. Alla ricerca di un 'organizzazione per la discrezionalità, n. 72-73 (1987), pp. 77-83

'3. La spesa pubblica Colasanti Ennio, Prime ricognizioni delle spese per la «sicurezza pubblica», (estateautunno 1973), pp. 129-134 3.1. La spesa pubblica. Contributi Bafile Paolo, Storie di un assistenzialismo di lusso. Le sovvenzioni allo spettacolo dalla «legge-madre» alla finanziaria '88, n. 75-76 (1988), pp. 134-149 Regonini Gloria, La politica pensionistica nelle finanziarie '87 e '88, n. 74 (1988), pp. 75-102 Silvestri Paolo, I clienti e le dinamiche dei trasferimenti alle imprese, n. 74 (1988), pp. 117-127 3.2. La spesa pubblica. Investimenti Lamanda Giulio, La progettazione legislatia degli investimenti pubblici, n. 74 (1988), pp. 59-74

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3.3. Spesa per i contratti del pubblico impiego Ristuccia Sergio, A proposito di previsioni di spesa: quali sono gli oneri del contratto dei parastatali?, n. 7(1976), pp. 15-16 La vicenda contrattuale nel parastato. Prime concluioni di una ricerca. A cura di Ignazio De Marco, n. 37 (1980), pp. 1-20

3.4. Spesa sanitaria Barletti Antonio, - Arcangeli Laura, La Sanità nel 1987, n. 74(1988), pp. 103-116 Lucioni Carlo, Spesa pubblica e modalità di controllo del prezzo dei farmaci, n. 92 (1992), pp. 4-27

4. La finanza regionale Colombini Lauro, Come -riformare la finanza regionale, n. 38 (1980), pp. 1-33

FORMA DI GOVERNO Calandra Piero, Problemi d'equilibrio nei rapporti Governo-Parlamento, n. 87-88 (1991), pp. 35-39

Capotosti Alberto, La forma di Governo - la politica di Governo, n. 87-88 (1991),

pp. 46-49 Chimenti Carlo, La forma di governo dopo le elezioni del '79: riflessiòni sulle origini di una democrazia bloccata, n. 27 (1979), pp. 3-16 Il Governo, il Parlamento, n. 87-88 (1991), pp. 32-34

1. Il Governo Manzella Andrea, L'istituzione Governo e la «disapplicazione» della legge 400, n. 87-87(1991), pp. 27-31

Meloni Maurizio - Spaziante Vincenzo - Pinelli Cesare, Sull'organizzazione della Presidenza del Consiglio, n. 87-88 (1991), pp. 40-45 Onida Valerio, Organizzazione interna e rapporti funzionali esterni dopo la legge 400 del 1988, n. 87-88 (1991), pp. 19-26 Ristuccia Sergio, Iniziativa e collegialità: per una riorganizzazione del Governo, n. 35 (1980) 2 pp. 3-32

L'istituzione Governo: una riforma disapplicata di fronte all'integrazione europea, n. 87-88 (1991), pp. 11-18

59


Il Parlamento 2.1. Il Parlamento. La funzione di controllo Spaziante Vincenzo, Il controllo parlamentare: quadro politico e orientamenti della piii recente dottrina, n. 1(1975), p. 1-16 Chimenti Carlo, Senato: mozioni di sfiducia individuali, n. 67.1 (1985), pp. 311/ 21-319/29

2.2. Il Parlamento. La funzione ispettiva Piazzesi Gianfranco, Sul terrorismo andriĂŹ meglio?, n. 71 (inverno 1986-87), pp. 78-80 Sidoti Francesco, Mafia e Parlamento, n. 71 (inverno 1986-87), p. 59-77

Il Presidente della Repubblica Romei Marcello, Il Presidente della Repubblica in Italia: interpretazioni giuridiche e disegni politici, n. 5 (1976), pp.l-24

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Ladu Giampaolo, Segretario comunale e ChiefExecutive a confronto. Un parziale avvicinamento di modelli ordinamentali?, n. 85-86 (1991), pp- 40-46 Libertini Raffaele, I dilemmi del Consiglio circoscrizionale, n. 32 (1980), pp. 9-26 Neri Paola, Riorganizzare l'ente locale, n. 89 (1992), pp. 89-97 Piraino Andrea, Per una critica dell'ente intermedio, n. 69 (primavera 1986), pp. 91-98 Ristuccia Sergio, Introduzione a: Poteri e politiche locali: tendenze e prospettive, numero monografico, n. 32(1980), pp. 1-2 Serafini Umberto, Una grande associazione europea di Poteri locali e regionali, n. 87-88 (1991), pp. 143-153 Toso Francesco, Le nuove classi dimensionali dei comuni, n. 81-82 (1990), pp. 233-249

1. Nel Regno Unito Young Ken, Ascesa, declino e scomparsa del Greater London Council, n. 69 (primavera 1986), pp. 80-90

PRI VATIZZAZIONI Del Casale Enrica, Pri vatizzare in Italia, n. 77-78 (1989), pp. 59-71 Moglia Giovanni G. - Ristuccia Renzo, Le procedure di privatizzazione, n. 83-84 (1990), pp. 13-33 Orsini Gianni, - Vesperini Giulio, Pri vatizzare: esperienze negli enti locali. Sull'adozione del modulo societario per pubblici servizi locali, n. 83-84 (1990), pp. 45-50 Privatizzare: i significati, le tecniche, le proposte. Un dibattito in redazione, n. 83-84 • (1990), p. 51-79 Ristuccia Sergio, Varietì dei capitalismi e privatizzazioni: ripensare lo Stato, n. 8384(1990), pp. 3-9 Salvemini Maria Teresa, Debito pubblico, patrimonio, privatizzazioni, n. 79-80 (1989), pp. 103-111 Spirito Pietro, Aziende pubbliche: un patrimonio da valutare. Criteri contabili per privatizzazioni trasparenti, n. 83-84 (1990), pp. 34-44

In Francia Rampini Federico, Pri vatizzare in Francia, n. 77-78 (1989), pp. 42-58

In Germania Priewe Jan, I compiti dell'amministrazione fiduciaria sono irrisolvibili, n. 90-9 1 (1992), pp. 106-114 Sovvenzionamento e privatizzazione mediante la «Treuhandanstalt». A cura dell'Istituto tedesco per la Ricerca Economica, n. 90-91 (1992), pp. 97-105 71


Nel Regno Unito Yarrow George, La privatizzazione in teoria e in pratica (7), n. 71 (inverno 198687),pp. 110-127 La privatizzazione in teoria e •in pratica (lI), n. 72-73 (1987), pp. 29-52

Deregulation Finocchi Renato, Esperienze di «deregulation». 1: il nuovo ruolo delle Corti in USA. 2: il dibattito sulle politiche di deregolamentazione, n. 71 (inverno 1986-87), pp. 83-109

PROGRAMMI SPAZIALI MacDougall Walter A., Tecnocrazia e politica nell'era spaziale, n. 65.2 (1984), pp. 129/3-150/24 Purificato Benedetto, Un posto nello spazio: l'italia e la collaborazione internazionale, n. 65.2 (1984), pp 151/25-158/32 Romzeck Barbara S. - Dubnick Melvin J., Amministrare la tecnologia spaziale. Le responsabilità nella tragedia del Challenger,n. 75-76 (1988), pp. 52:70

1. Le guerre stellari Pianta Mario, L 'economia delle guerre stellari. I molti costi, i pochi benefici (e i sicuri beneficiari), n. 71 (inverno 1986-87), pp. 38-56 Zuckerman Solly, Le meraviglie delle guerre stellari, n. 69 (primavera 1986), pp. 44-70

RELAZIONI INDUSTRIALI Bei-ta Giuseppe, Note di lettura sulla genesi di un problema: il caso italiano, n. 3C (1979), pp. 3-11 I nodi della contrattazione sindacale prima e dopo l'accordo del22 gennaio, n. 56(1983), pp. 29-36 Il sindacato come impresa, n. 64.1 (1984), pp. 3-7 Le relazioni industriali tra deregolazione e partecipazione, n. 67.1(1985), pp. 293/3-301/11 Ristuccia Sergio, Forza e contraddizioni dei nuovi protagonisti, (estate-autunno 1973), pp. 51-61 Sapelli Giulio, Sindacato, «democrazia industriale», programmazione: la logica di rappresentanza degli interessi, n. 30 (1979), pp. 12-23

1. In Germania Caciagli Mario, Lotte operaie in Germania: le 35 ore ed oltre, n. 65.3 (1984), pp. 166/9-169/12 72


Sindacati più aggressivi ma con molte incertezze, n. 70 (estate-autunno 1986), pp. 102-111

2. Nel Regno Unito Bei-ta Giuseppe, I minatori inglesi: la solidarietà difficile, n. 65.3 (1984), pp. 160/3165/8

RELIGIONE La chiesa nella società contemporanea. Un dibattito in redazione, n. 77-78 (1989), pp. 121-147 Eslin Jean-Claude, Ripercorrendo l'itinerario di Tocqueville. Tre varianti di separazione politica/religione, n. 77-78 (1989), pp. 101-112 Gentiloni Filippo, Cristianesimo (cattolico) del XX secolo. Tre storici a confronto, n. 70 (estate-autunno 1986), pp. 125-133 Ristuccia Sergio, Introduzione a: Aspetti dell'organizzazione della cultura cattolica, numero monografico, n. 44(1981), pp. 1-2 Gli ultimi quarant'anni: alcuni punti di riferimento, n. 77-78 (1989), pp. 121-125 Presenze religiose e istituzioni civili, n. 92 (1992), pp. 95-100 Sidoti Francesco, Parlando di secolarizzazione, n. 77-78 (1989), pp. 138-143 Stefani Piero, Riflettendo su1 «soggiogamento del creato» e sulle catastrofi venture, n. 77-78 (1989), pp. 128-133 I laici nella Bibbia e nella Chiesa, n. 92 (1992), pp. 101-113 Szanton David L., Religione e secolarizzazione nelle società islamiche, n. 92 (1992), pp. 114-118 Tavares Jean, La sintesi cristiana: gli intellettuali alla ricerca della «trascendenza". Profilo del Centre catholique des intellectuelsfranais, n. 44 (1981), pp. 3-32 Verucci Guido, lerocrazia e popolo di Dio, n. 77-78 (1989), pp. 143-147

SETTORE NON PROFIT Casadei Bernardino, Associazionismo e volontariato in Parlamento, n. 85-86

(1991), pp. 131-136 Cavazza Fabio Luca, Le fondazioni indipendenti afini culturali. Gestione, amministrazione, funzionamento, processi decisionali, interventi, dimensioni di bilancio, esempi concreti, n. 93 (1993), pp. 77-88 Colacito Mario, Fondazioni e Associazioni: istituti da tenere insieme o da separare?, n. 87-88 (1991), pp. 195-198 Eisenberg Pablo, Associazioni e organismi del settore privato non profit in Europa. Un processo di crescita irreversibile ma difficile, n. 85-86(1991), pp. 123-130 Le fondazioni bancarie, problemi e prospettive, n. 93 (1993), pp. 96-107 Fondazioni bancarie e volontariato, n. 93 (1993), pp. 9 1-95 73


Fondazioni e tradizione giuridica, n. 93 (1993), pp. 88-90 Ranci Pippo, Il «terzo settore»: suo ruolo sociale, espansione e sviluppo, n. 93 (1993), pp. 66-76 Rigano Francesco, Le sovvenzioni statali all'associazionismo, n. 85-86 (1989), pp. 137-156 Ristuccia Sergio, L'organizzaziòne del non profit, n. 85-86 (1991), pp. 121-122 I nuovi modi del dare nella società di oggi, n. 93 (1993), pp. 59-65 Il nuovo delle Fondazioni Casse diRisparmio, n. 93(1993), pp. 57-58 Schneider Marina e Pierre, Le Fondazioni culturali europee, n. 87-88 (1991), pp. 154- 17 1

SISTEMA POLITICO 1. Il partito politico e la società Benzoni Alberto, L'accordo di comportamento del «bipartitismo imperfetto», (estate-autunno 1973), pp. 44-50 Berta Giuseppe, E che facciamo se il capitale non è pii soltanto grande industria?, n. 69 (primavera 1986), pp. 18-23 Borsa Marco, Verso il capitalismo di massa?, n. 69 (primavera 1986), pp. 10-17 Pasquino Gianfranco, Soliditì eflessibilità dei partiti nei regimi democratici, n. 95 (1993),pp. 3-17 Ristuccia Sergio, Sette mesi, n. 1974, pp. 1-6 Taccuino della crisi. Questioni di metodo nel dibattito della sinistra, n. 12 (1977), pp. 1-17 Spunti e appunti: democrazia deregolata, n. 64.1(1984), pp. 20-22 Spunti e appunti: scambio politico e doppio Stato, n. 65.3 (1984), pp. 170/13173/16 Sidoti Francesco, Partiti e societ.ì politica, n. 3 (1975), pp. 1-21 Dall'immunità alla destabilizzazione? Note su quindici anni di scandali politici in Italia, n. 22 (1978), pp. 20-32 Trupia Piero, Il Discorso Politico: una istituzione?, n. 58(1983), pp. 3-18 Urbani Giuliano, Ricette boomerang e comparazioni superficiali, n. 95 (1993), pp. 155-160 1.1. In Francia Di Virgilio Aldo, I partiti francesi da de Gaulle a Mitterrand: affermazione o declino?, n. 95 (1993), pp. 18-52 1.2. In Germania Beyme Klaus von, Dal vecchio sistema di blocco al nuovo blocco dei sistemi: i partiti nella Germania riunificata, n. 95 (1993), pp. 60-82 74


1.3. In Gran Bretagna Allum Percy, I partiti britannici: strutture vecchie ed elettori demobilizzati, n. 95

(1993), pp. 88-105

1.4. In Spagna Bar Cendon Antonio, Ipartiti politici e la democrazia in Spagna: 1977-1992, n. 95,

(1993),pp. 112-141

2. Gli intellettuali e le classi Bechelloni Giovanni, Ancora sulla funzione dell'intellettuale, (estate-autunno

1973), pp. 39-45 Note sui temi di un sondaggio, (estate-autunno 1973), pp. 6-18 Pinnarò Gabriella, Le classi sociali in Italia: note su un dibattito,n. 14 (1977), pp. 1-31 Ristuccia Sergio, Introduzione a: Cultura di governo e cultura di sinistra, numero monograficò, n. 43 (1981), pp. 1-2 Rositi Franco, Profilo dell'intellettuale riformista, (estate-autunno 1973), pp. 34-38 Sepe Stefano, Il dibattito sull'autonomia» del politico fra gli intellettuali del PCI, n. 43 (1981), pp. 3-19 Sidoti Francesco, Classe media vecchia e nuova, n. 15 (1977), pp. 1-24 Sondaggio per una proposta di lavoro, (estate-autunno 1973), pp. 1-5

STATO E CHIESA Bellini Piero, Lo IOR non è intoccabile (attività patrimoniali degli enti centrali della Chiesa e giurisdizione dello Stato), n. 52(1982), p. 3-7 Cardia Carlo, Leprospettivedi riforma, n. 52(1982), pp. 29-3 1

Il caso Ambrosiano-br. Un dissesto bancario nella prospettiva dei rapporti StatoChiesa, n. 52 ('1982), pp. 1-39 Crocella Carlo, Religione efinanza da Pio IX allo I, n. 52 (1982), pp. 18-22 Di Giacomo Maurizio, Le istituzioni pubbliche di assistenza e beneficienza: una questione aperta, n. 33(1980), pp. 2-17 Lariccia Sergio, La politica ecclesiastica della sinistra storica in Italia dal 1943 al 1977, n. 21(1978), pp. 1-28 Gli enti centrali della Chiesa nell'ordinamento italiano: quali garanzie e quali limiti, n. 52 (1982), pp. 8-13 Gli accordi di Villa Madama sui rapporti fra Stato-Chiesa: concordato storico o routine politica?, n. 64.1 (1984), pp. 8-15 L 'intesa tra lo Stato italiano e le chiese rappresentate dalla tavola valdese, n. 65.3 (1984), pp. 174/17-179/22 Le formule del separatismo in Italia, n. 77-78 (1989), pp. 113-120 La questione del Concordato, n. 77-78 (1989), pp. 125-128 75


Long Gianni, Ricordando una intervista di Nitti: «l'amministrazione del Vaticano come banca», n. 52 (1982), pp. 23-28 Minervini Gustavo, «Realizzabilità» dei crediti nei confronti dello br?, n. 52 (1982), pp. 14-17 Referendum sul divorzio e trappole neo-concordatarie, (estate-autunno 1973), pp. 123-128 Reineri Mariangiola, Le risorse del collateralismo n. 33 (1980), pp. 18-32 Ristuccia Sergio, Perché va cambiata la condizione giuridica dello br nei rapportifinanziari internazionali, n. 52 (1982), pp. 32-39

URBANISTICA Alpa Guido, Dopo le sentenze n. 5 e n. 131980, n. 34(1980), pp. 1-22 Amorosino Sandro, Urbanistica, cultura giuridica e prassi amministrativa, n. 94 (1993), pp. 74-76 Bellicini Lorenzo, Piano o progetto: tra complessità, rapidità del mutamento e competitività economica, n. 94(1993), pp. 59-64 Cempella Federico, Il ruolo dell'amministrazione centrale, n. 94(1993), pp. 38-49 Coppo Maurizio, Piano, risorse, territorio,n. 94(1993), pp. 50-58 Fabbri Marcello, Perché un nuovo Progetto. Architetture per la seconda «rivoluzione urbana», n. 75-76 (1988), pp. 108-115 Giannella Valeria, Venezia: di eccezionaltà si muore. Riconquistare una qualificata gestione ordinaria, n. 83-84(1990), pp. 125-135 Karrer Francesco, Quali obiettivi per le politiche territoriali degli anni 802, n. 53 (1982), pp. 11-18 La costruzione di scenari, n. 94 (1993), pp. 65-69 Lacava Alberto, La questione urbanistica, n. 53 (1992), pp. 4-10 Lamanda Giulio, Una capitale per la Repubblica. Benefici e mezzi di un programma di sviluppo urbano a Roma dopo la legge n. 39611990, n. 83-84 (1990), pp. 105-124 Merloni Francesco - Urbani Paolo, La politica della casa: in attesa del «profitto»?, (estate-autunno 1973), pp. 93-103 Mostacci Roberto - Savarese Nicolò, Quale rinnovo per le città, n. 75-76 (1988), pp. 73-88 Nigro Gianluigi, Il superamento della visione autoritativa della pianificazione, n. 94 (1993), pp. 77-80 Ristuccia Sergio, Nuova fisionomia delle grandi immobiliari, (estate-autunno 1973), pp. 103-104 Città d'Europa. Una Scuola d'Atene per una nuova classe dirigente, n. 8 1-82 (1990), pp. 3-5 Ripensare l'urbanistica a cinquant'anni dalla legge,n. 94 (1993), pp. 25-26 76


Salzano Edoardo, L 'urbanistica della qualità. Attività commerciali e rinnovo urbano, ri. 75-76 (1988), pp. 103-107 Savarese Nicolò, Pianificazione e valutazione, n. 94(1993), pp. 27-31 Spantigati Federico, Il piano di interesse nelle periferie, n. 94(1993), pp. 70-73 Storto Giancarlo, Riflessioni sull'edilizia condonata, n. 75-76 (1988), pp. 89-102 Talia Michele, Le prospettive di riforma della legislazione urbanistica tra il peso della tradizione e gli impulsi alla innovazione, n. 94 (1993), pp. 81-87 Tortoreto Emanuele, Normativa edilizia tra CER e regioni, n. 53 (1982), pp. 19-24 Urbani Paolo, Riforma dell'urbanistica o attuazione della disciplina, n. 94 (1993), pp. 32-37

1. Negli Stati Uniti Kirk Russel, Proletarizzazione e degrado urbano, n. 90-9 1 (1992), pp. 50-62 Mollenkopf John H, New York città laboratorio, n. 83-84(1990), pp. 136-142

NECROLOGI Caianiello Girolamo, L'impegno d'innovare.- ricordo di Piero Ricci, n. 68 (inverno 1986), p. 97-100

Corsale Massimo, Ricordando Renato Treves, n. 90-91 (1992), pp. 141-143

77


Indice dei fascicoli monografici

1976 n. 6

Sindacati e sistema amministrativo: materiali per una ricerca.

n. 8

Verifiche del sistema americano: supremazia mondiale e potere interno.

n. 10

Crisi economica e tagli della spesa pubblica: i conti del <patto sociale>' inglese.

n. 11

Come governare le Partecipazioni statali.

n. 13

Le istituzioni politiche nella societĂ  cinese. In appendice: Testo della Costituzione della Repubblica popolare cinese del gennaio 1975.

n. 16

Prospettiva sulle istituzioni USA.

n. 17

Quali obiettivi per le Partecipazioni statali.

n. 18

Quali istituzioni di controllo.

n. 19

Parlamento e Forze armate.

n. 20

Tribunali amministrativi regionali. Un primo bilancio.

n. 22

Riflessioni sugli scandali politici.

1976-1977

1977

1978

79


n. 23

Sindacati e sistema amministrativo: la contrattazione nel «parastato».

n. 25

L'economia politica della crisi.

n. 29

Il lavoro dipendente: realtà e interpretazioni.

n. 30

Sindacato, istituzioni, politica.

n. 31

Industriali e amministrazione pubblica.

n. 32

Poteri e politiche locali: tendenze e prospettive.

n. 33

«Opere pie», mondo cattolico, regioni.

n. 34

La proprietà edilizia secondo la Corte costituzionale.

n. 35

Ruolo del governo e partiti.

n. 36

La Cina è vicina.

n. 39

Un'illusione il governo dell'economia?

n.40

Governi, non governi e subgoverni dell'energia.

n. 41

Le politiche pubbliche negli Stati Uniti: cosa imparare dai loro fallimenti.

n. 42

La Pubblica Amministrazione sotto analisi.

n. 43

Cultura di governo e cultura di sinistra.

n. 44

Aspetti dell'organizzazione della cultura cattolica.

n. 45

I bilanci pubblici fra economia e politica (1). Flessibilità e contenimento della spesa pubblica nei paesi industriali.

1979

1980

1981

80


n. 46

Governo Mitterrand e politica dell'amministrazione. In appendice: il progetto di legge Defferre.

n. 47

Quale tutela per gli interessi collettivi e diffusi?

n. 48

La politica meridionalista degli anni Ottanta: immobilitĂ  o rinnovamento?

n. 49

Programmazione in agricoltura e sistema di governo.

n. 50

Profili istituzionali del governo pubblico dell'economia in Francia.

n. 52

Il caso Ambrosiano-IOR. Un dissesto bancario nella prospettiva dei

1982

rapporti Stato-Chiesa. n. 53

Ripensare l'urbanistica.

n. 54

Amministrazione pubblica, alta borghesia, classe dirigente.

n. 55

Le istituzioni della ComunitĂ  economica europea venticinque anni dopo.

n. 56

Politiche dell'occupazione e politiche sindacali.

n. 58

Politica e discorso politico.

n. 59

Il Ministero della pubblica istruzione: il punto sulla riforma.

1983

n. 60-61 Un sistema elettorale in discussione. n. 62

Centro e periferia: i conflitti e le inerzie.

n. 63

La riforma dell'amministrazione: per che fare?

n. 64.2

La politica di bilancio fra immagine e realtĂ .

n. 64.3

L'amministrazione per obiettivi o missioni.

1984

81


n. 65.1

Lo stato dell'Unione negli annidi Reagan.

n. 65.2

Programmi spaziali e potere amministrativo.

n. 66.1

Borsa e Consob verso una nuova identità.

n. 66.2

Dalla cultura della programmazione alla cultura della valutazione. In appendice: Documentazione legislativa.

n. 66.3

Le politiche dell'occupazione.

n. 67.1

Sindacati, ministri, amministrazioni. Giornale a più voci.

n. 67.2

Amministrazioni pubbliche e Comunità europea: la fatica dell'integrazione.

n. 67.3

Politiche della transizione: il caso agricolo.

1985

1990 n. 8 1-82 Governo del territorio e riforma degli enti locali.

IJ] n. 95

82

La trasformazione dei partiti politici nelle società occidentali.


Indice dei fascicoli contenenti segnalazioni bibliografiche

1975 n. 1 pp. 14-16 Il controllo parlamentare: quadro politico e orientamenti della piĂš recente dottrina. n. 2 pp. 19-2 1 Il dibattito sull'istituzione scolastica in Italia. n. 3 pp. 14-2 1 Partiti e societĂ  politica. n. 4 pp. 19-21 Il potere militare: gli argomenti del dibattito critico sull'assetto delle Forze Armate.

1976 n. 5 pp. 18-24 Il presidente della Repubblica in Italia: interpretazioni giuridiche e disegni politici. n. 6 pp. 17-19 Sindacati e sistema amministrativo: materiali per una ricerca.

1976-1977 n. 9 pp. 20-22 Il credito: vicende di una amministrazione parallela.

1977 n. 14 pp. 25-31 Le classi sociali in Italia: note su un dibattito. n. 15 pp. 23-24 Classe media vecchia e nuova. n. 20 pp. 26-27 Tribunali Amministrativi Regionali. Un primo bilancio. 83


n. 21 pp. 26-28 La politica ecclesiastica della sinistra storica in Italia dal 1943 al 1977.

1983 n. 63 pp. 5-29 I giuristi e l'organizzazione amministrativa.

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