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Atelier

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CittĂ  ecologica e nuove domande di resilienza Coordinatore Maria Federica Palestino con Maria Cerreta Discussant Giancarlo Paba


Introduzione La rigenerazione ambientale e l’uso sapiente di risorse hanno innalzato la qualità della vita urbana, generando le nuove icone della green economy: dai quartieri smart agli spazi pubblici resilienti alle risorse naturali. Alla scala territoriale l’offerta ecologica punta, con enfasi crescente, sulla mitigazione degli effetti del cambiamento climatico [secondo una dimensione prevalentemente ingegneristica della resilienza e delle tecniche al suo servizio]; sul sostegno e l’accompagnamento di comunità colpite da calamità naturali [entro una declinazione sensibile a nuove forme di capacitazione degli utenti]; sulla riabilitazione di siti ove agire in risarcimento ai danni provocati da passate destinazioni funzionali. Va anche tenuto conto del fatto che la relazione fra diversificazione/ diffusione dell’offerta ecologica e contrazione degli investimenti pubblici sta generando, da un lato, nuove e più sofisticate domande di “natura in città”, dall’altro, l’accrescersi di forme di offerta auto-organizzata dal basso. Siamo chiamati, in questo frangente, a sperimentare e promuovere modalità innovative di sviluppo equo e sostenibile che garantiscano la giusta distribuzione di costi e benefici ambientali. Promettente, in tale senso, sembra la porosità del concetto di “resilienza evolutiva”, da interpretare, così come recentemente tematizzato in ambiti di planning theory, come ponte fra natura e società. Il superamento di concezioni ostinatamente settoriali può, infatti, fare da leva all’innovazione delle politiche ambientali, integrandole con altre dimensioni urbane. Domande di valorizzazione di beni comuni primari come l’acqua e l’energia, o azioni di adattamento e resistenza da sviluppare entro città rivisitate come aggregati di ecosistemi squilibrati e complessi vanno guardate, dunque, come i mattoni su cui costruire la città ecologica di tutti, evitando nuovi recinti e forme di esclusione. Quali strumenti, argomenti e strategie mettere in campo per favorire la città ecologica per tutti? Quali linguaggi, narrazioni e prefigurazioni progettuali utilizzare per condividere visioni di futuro dialogando con le rinnovate pratiche di produzione sociale dello spazio pubblico? Quali interpretazioni e teorie valorizzare per rafforzare il ruolo di culture lungamente messe a rischio di estinzione dalla modernità? L’invito a proporre riflessioni e argomentazioni utili a impalcare prime risposte di merito, ha fatto emergere, innanzitutto, l’esigenza trasversale di problematizzare il significato di smartness in chiave ecologica. Dai pianificatori impegnati in progetti di sviluppo al di fuori dell’occidente propriamente detto [India, Messico, Africa sub-sahariana] è venuta, in particolare, la sollecitazione a ibridare le tecniche tradizionali e i relativi savoir-faire costruttivi e gestionali con i ritrovati tecnologici della moderna ingegneria idraulica, al fine di facilitare processi di costruzione sociale del territorio che superino il gap della modernizzazione forzata facendo appello alla razionalità contingente del piano. Per ciò che riguarda il contesto urbano e metropolitano, è stato invece rilevato come la resilienza, interpretata come offerta di modalità di adattamento alla crisi di significati, valori e finanziamenti pubblici, abbia a che fare con l’assemblaggio creativo di forme di resistenza attiva di abitanti/utenti, richiedendo una sponda, altrettanto attiva, nell’intelligenza delle istituzioni.

Se l’elemento naturale al quale ha fatto riferimento buona parte dei paper focalizzati sulle diverse scale del progetto è l’acqua, sentito è risultato anche il tema del cambiamento climatico, che è stato rivisitato a partire dalle strategie, dagli strumenti tecnici e dagli atteggiamenti culturali propri all’architettura, all’ingegneria e alla valutazione. Pur utilizzando argomentazioni e retoriche diversificate, alcuni paper hanno lamentato il trattamento ancora settoriale del rischio, esplicitando la difficoltà di integrare gli strumenti di protezione civile con quelli di pianificazione urbanistica o, ancora, la resistenza delle politiche legate al rischio ad essere assorbite nel corpo della pianificazione urbanistica e trattate attraverso dimensioni di ristrutturazione e riabilitazione territoriale. Una piccola parte delle comunicazioni ha esplorato, infine, scenari progettuali legati all’offerta di infrastrutturazione verde e blu, mettendo in luce le nuove possibilità di fruizione offerte alla post-metropoli contemporanea dalla bicicletta, e argomentando l’opportunità di alternative percorribilità ciclabili e pedonali. Maria Federica Palestino


Città ecologica e nuove domande di resilienza

Coordinatore Maria Federica Palestino con Maria Cerreta Discussant Giancarlo Paba

10 Culture della citta e del territorio Simonetta Armondi Wilderness e transizione postmetropolitana dei territori Paolo Bozzuto, Lorenzo Fabian Apologia del Bicycle Urbanism. Il futuro del mezzo a pedali, tra utopia e progetto urbano Giulia Fini, Salvatore Caschetto Implicazioni spaziali, visione metropolitana e gestione collettiva dell’infrastruttura energetica. Un’interpretazione dell’esperienza della Amsterdam Smart City

Luciano De Bonis, Alessandra Nguyen Xuan Adattamento al cambiamento climatico e flessibilità nella pianificazione ambientale (trans)locale Adriana Galderisi Un modello interpretativo della resilienza urbana Pierluigi Loiacono Integrazione tra pianficazione urbanistico-territoriale e di protezione civile Francesco Domenico Moccia, Emanuela Coppola La pianificazione ambientale di un comune a rischio idrogeologico: il caso di Pago del Vallo di Lauro

Laura Grassini Gestione delle risorse idriche e sviluppo territoriale. Percorsi di innovazione tra modernità e tradizione

Carlo Pavan, Nicola Pavan Metabolismo dell’acqua: uno strumento per la pianificazione e il disegno urbano sostenibile

Valentina Gurgo Approcci resilienti per territori sensibili

Francesca Pirlone Il Piano di Azione Ambientale per una città ecologica. Esperienze di ricerca in Provincia di Savona

Lorenzo Massimiano, Patrizia Toscano Smart People. Le azioni locali che nascono dentro le reti globali Amedeo Trezza Laboratori di resilienza verso la città del Quarto Paesaggio Edoardo Zanchini, Michele Manigrasso L’intelligenza che riattiva la città. Nuovi rischi climatici e morfologie urbane sostenibili Resilienza, pianificazione, progetto Antonio Acierno Infrastruttura verde multifunzionale per Napoli orientale Enrico Anguillari Veneto 2100: living with water Barresi Alessandra, Pultrone Gabriella Urbanistica e sostenibilità. Sfide, esperienze e prospettive per la costruzione di una nuova qualità urbana Oriana Codispoti La sostenibilità e il ruolo del disegno urbano Valentina Crupi Il progetto delle acque urbane come nuova opportunità per la città esistente. Esperienze a confronto

Questioni di metodo e valutazione Sebastiano Curreli Il piano d’azione per l’energia sostenibile nel quadro degli strumenti di pianificazione urbana delle Smart Cities Roberto De Lotto, Cecilia Morelli di Popolo, Sara Morettini, Elisabetta Venco Le valutazioni di scenari flessibili per la riduzione del rischio naturale Giuseppe Faldi L’analisi di scenario per l’adattamento al cambiamento climatico: definire un progetto di sostenibilità per la città sub-Sahariana Salvatore Losco, Luigi Macchia Pianificazione urbanistica e dimensione ambientale: il contributo del Water Sensitive Urban Design (WSUD) al miglioramento della sostenibilità urbana Francesco Rossi, Emilia Manfredi La valutazione integrata nel progetto della città ecologica. Questioni di metodo e processi applicativi


Wilderness. Una rassegna critica della letteratura

Wilderness e transizione postmetropolitana dei territori Simonetta Armondi Politecnico di Milano DAStU - Dipartimento di Architettura e Studi Urbani Email: simonetta.armondi@polimi.it Tel: 02.23995430

Abstract Un dibattito eclettico sulla sostenibilità, la biodiversità, l’ambiente sta acquisendo sempre più peso nel discorso pubblico. Esso tuttavia interpella nozioni di natura e di selvaggio date per acquisite rispetto alle quali sembra importante svolgere un esercizio di decostruzione, anche per smontare alcuni stereotipi che condizionano attori e politiche pubbliche. L’obiettivo del paper è di elaborare una rassegna selettiva e aggiornata della letteratura dedicata al tema della Wilderness, quasi del tutto trascurato in Europa fino a poco tempo fa, attraverso l’individuazione dei principali temi di un ricco dibattito transdisciplinare, gli autori, gli approcci, ma anche delle prospettive. In una condizione di fallimento del modello dominante di sviluppo e di pianificazione costruiti a ridosso della crescita economica e dell’espansione edilizia, la rassegna documenta la lezione che può derivare dal riferimento ad una precisa nozione di Wilderness, mostrando le potenzialità di uno specifico sguardo urbanistico sulla montagna e sui frame dei processi di regionalizzazione dell’urbano che la investono. Parole chiave Wilderness, conflitti, montagna, shrinking territories.

1 | Tracce di Wilderness Perché dedicare una riflessione alla Wilderness? Sebbene appaia come una questione ambientale tra le tante, si tratta di una nozione decisiva nel definire una lunga serie di altre questioni con importanti ricadute nelle politiche pubbliche e sulle scelte relative all’uso della terra. Ecco perché la sua influenza è così pervasiva e, potenzialmente, così insidiosa. Sebbene il termine Wilderness esista da tempo in molte lingue europee, è un concetto relativamente nuovo entro le strategie ambientali di conservazione europee. Diversi paradigmi e definizioni che informano le più mature esperienze americane, non sono però molto adeguate per capire le applicazioni della Wilderness europea. La letteratura sulla Wilderness – la quale non coincide come vedremo con il concetto di natura – è in bilico tra un’eclissi drastica della natura, tema mobilitato come problema centrale delle società contemporanee (Jameson, 2007) e il tema della costruzione sociale della natura (Smith, 1990). Diverse discipline si sono misurate con la Wilderness, da quelle che afferiscono al campo delle scienze naturali, alla letteratura geografica e filosofica, fino agli studi di antropologia paesaggistica (Meschiari, 2010). Il paper si interroga su una nozione di Wilderness che non rinvia esclusivamente allo stereotipo di una natura selvaggia e incontaminata “là fuori”, completamente separata dall’umano, ma una modalità complessa di percepire, rispecchiare, costruire e gestire particolari tipi di paesaggio. Fino a 250 anni fa non esisteva quella sensazione che si riferisce all’esperienza del contatto con la natura incontaminata. Alla fine XVIII secolo la parola Wilderness era impiegata per paesaggi accompagnati da aggettivi che si riferivano a contesti molto diversi e davvero poco attraenti. Il mondo selvaggio, sconosciuto, non destava nessun interesse, non era fonte di ispirazione, incuteva paura o era luogo dell’assenza, terra desolata (wasteland), terra sterile, arida, deserta e priva di attrattiva (barren). Tutto è cambiato alla fine del XIX secolo. E’ importante però risalire allo sfondo dell’immaginario americano La nozione di Wilderness è legata a due archetipi: il sublime e la frontiera1 (Cronon, 1995). La categoria estetica del sublime – così come è stata 1

Con tutti i rischi di pressapochismo, in questo scritto tali questioni potranno solo essere brevemente richiamate. Una genealogia delle categorie di sublime e di frontiera richiederebbe un testo a parte. Su una natura come luogo di

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sviluppata a partire da Edmund Burke, nell’Enquiry upon the origin of our ideas of the sublime and beautiful (1757) – ha identificato una certa visione di paesaggi, legata alla particolare emozione da essi evocata. A partire da questa chiave di lettura è stato elaborata una rassegna di ‘luoghi sublimi’. Questo catalogo corrisponde perfettamente ai luoghi scelti per la fondazione dei primi parchi nazionali americani: Yellowstone, Yosemite, Grand Canyon, Rainier, Zion. Luoghi meno ‘sublimi’ semplicemente non sembrano meritevoli di ricevere un identico statuto di protezione. Infatti, non prima del 1940, per esempio, un’area paludosa è stata onorata del titolo di parco nazionale (Everglades). La declinazione romantica del sublime non è l’unica categoria che ha contribuito a trasformare la Wilderness nell’icona sacra degli Stati Uniti d’America nel corso del XIX secolo. Nel 1893, lo storico Frederick Jackson Turner ha scritto The Significance of the Frontier in American History, un classico sul tema della frontiera e della costruzione di questa grande cornice narrativa. In esso si racconta del percorso di costruzione di una nuova identità nazionale nella lotta contro le forze della natura, di reinvenzione delle istituzioni democratiche da parte dei pionieri nel processo di appropriazione di quelle ‘nuove’ terre incognite. Basta ricordare però la rimozione dei nativi indiani americani e il loro sistematico sterminio per comprendere quanto non ci sia nulla di naturale nella concezione della Wilderness disabitata e selvaggia. L’aporia di una tabula rasa culturale, di una narrazione unitaria della Wilderness è confutato in un saggio molto critico (Cronon, 1995). In esso si contesta l’incorporazione nella Wilderness di una visione dualistica entro la quale l’umano è nettamente esterno alla natura. Se ammettiamo che la natura per essere vera debba essere selvaggia allora paradossalmente: «The place where we are is the place where nature is not» (Cronon, 1995: 11).

2 | Le ideologie della Wilderness Una chiave di lettura rinnovata interpreta il concetto di Wilderness come strategia per proteggere la biodiversità e come uno dei nuovi temi della politica ambientale, provando a definirla attraverso la specificità della sua dimensione spaziale e della sua percezione (Lupp, 2012). Al centro di recenti riflessioni che si stanno diffondendo soprattutto in Europa centrale ci sono strategie che muovono dall’abbandono e sottoutilizzo di suoli urbani rifiutati, per investirli di un’utopia del selvatico. Kowarik (2005), sottolinea due categorie: Wilderness ‘tradizionale’ e ‘nuova’. In particolare, la categoria della nuova Wilderness comprende suoli abbandonati dall’uso in regioni periferiche comparsi come esito di cambiamenti strutturali delle società e del declino agricolo e industriale. Negli Stati Uniti la nuova Wilderness riguarda anche l’insolita, ma robusta riconquista da parte degli animali selvatici di estesi territori urbanizzati a bassa densità (Sterba, 2012). La competizione intensiva per alcuni usi del suolo commerciali e residenziali in particolare, ha avuto come effetto non voluto la generazione di suoli ed edifici abbandonati, infrastrutture dismesse i quali comportano costi troppo elevati per essere ristrutturati o convertiti ad altri usi. Tale tipologia di abbandono è stato considerato dalla strategia nazionale della biodiversità tedesca un’opportunità per strutturare isole di Wilderness anche in aree urbane, come per esempio la riserva berlinese di Südgelände sul tracciato di uno scalo ferroviario dismesso. E’ stato inoltre rimarcato (Lupp, Hӧ tchl, Wende, 2011) come i tentativi di definire la Wilderness da esperti, in qualche caso improvvisati, siano spesso sorretti da motivi etici, religiosi e culturali e riflettono più nozioni di natura romantica (Nash, 2001), un costrutto mentale eterogeneo radicato nella tradizione e rinnovato dagli studi sulla città contemporanea (Vincenzotti, Trepl, 2009) o un sentimento personale. Nondimeno la percezione pubblica di suoli abbandonati e incolti di Wilderness urbana è largamente negativa e accostata a termini come pericolo, insicurezza e degrado. Contro questo tipo di interpretazione si schierano gli autori e gli attivisti ispirati ai padri fondatori dell’ambientalismo di fine Ottocento, i quali hanno costruito una cornice di riferimento per l’approvazione del celebre U. S. Wilderness Act (1964) per aree «where people are only visitors» (Botkin 2000: 48), senza prevedere quale genere di conseguenza avrebbe portato in seguito tale impostazione in un’epoca di economia globalizzata e neoliberista. Il Wilderness Act ha costituito un rilevante riferimento per i membri di una organizzazione ambientalista radicale (Earth First!) 2. In questo approccio si sostiene che l’uso dei termini Wilderness e natura come sinonimi porta a malintesi pesanti nella costruzione delle politiche ambientali e di tutela (Foreman, 2000) e si critica addirittura anche la possibilità di poter studiare la Wilderness con un metodo scientifico (Botkin, 2000). Pertanto entro questo approccio la Wilderness è qualcosa di più della natura, aspira ad essere anche un concetto di conservazione (Zunino 2005). Questo aspetto è considerato molto importante in paesi come l’Italia dove – sebbene ai margini del dibattito esista l’Associazione Italiana Wilderness (AIW)3 – non si è depositata una

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“interpellazione” e su una rivisitazione del sublime in senso kantiano per fronteggiare i dilemmi posti dall’attuale crisi, si rinvia a Magatti (2012). Formata grazie a eco-warriors come David Foreman e Red Noss, Earth First! ha promosso nel 1991 il Wildlands Project, con il quale si è tracciata una direzione di rottura rispetto al modello preesistente di riserva naturale. Le “Aree Wilderness” designate in Italia grazie all’azione dell’AIW, fondata da Franco Zunino, sono 68 per un totale di 44.141,9 ettari in 9 regioni. Di esse il 48,3% è anche chiuso alla caccia per divieti preesistenti (21.310,2 ettari); 20 aree,

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cultura della conservazione attenta alla Wilderness. I più popolari richiami nostrani al tema si limitano a riallacciarsi alla notorietà di Henry D. Thoreau e Aldo Leopold, due autori tuttora familiari nelle visioni idilliache e sentimentali e nelle letture new age della Wilderness.

3 | Le contraddizioni delle politiche sul ritorno dei grandi predatori e il governo del territorio postmetropolitano Una importante celebrazione della Wilderness si traduce entro politiche settoriali, apparentemente prive di contenuto politico. «Come il treno ad alta velocità, le pale eoliche, gli organismi geneticamente modificati e altre cento questioni italiane, il lupo non è più un tema o un problema su cui riflettere, ma un tabù ideologico. I dati non contano: conta l’appartenenza» (Camanni, 2012: 2). Questa dichiarazione spiega il conflitto innescato dai programmi di reintroduzione dell’orso e del lupo che, solo in Italia, ha raggiunto un livello altissimo di tensione tra conservazionisti e pastoralisti. In Europa sono state avviate di recente alcuni programmi e progetti legati alla nozione di rewilding – come per esempio il programma Rewilding Europe (2012) – e ispirati alla corrente americana di ecologia profonda di Noss e Soulé (1998), a una circoscritta riflessione accademica (Nagendra, Southworth, 2009) e sostenute da potenti lobby ambientaliste. Alcune di queste politiche muovono dal tentativo di offrire una soluzione attraverso la promozione di azioni di rewilding all’abbandono di ampie porzioni di territorio agricolo europeo (Navarro, Pereira, 2012).

Figura 1. Alcune specie selvatiche tornate in Europa (Rewilding Europe, 2012, p. 9).

Altre hanno riguardato la costruzione di isole di Wilderness in ambienti a clima temperato di paesi industrializzati fondate però quasi esclusivamente sulla reintroduzione dei grandi carnivori come garanti esclusivi di un ambiente di alta qualità. In Italia sono stati promossi i progetti di monitoraggio, sostegno e reintroduzione dei grandi predatori, come l’orso, la lince e il lupo nelle Alpi sostenuti dal milieu conservazionista4. Si tratta di politiche di tutela e gestione faunistica vicini che sembrano avere maggiore affinità con le scienze naturali, più che con temi di carattere urbanistico. Esse tuttavia rappresentano processi socialmente costruiti che implicano rappresentazioni spaziali e costruzioni sociali, mobilitano importanti pratiche di esclusione e fanno emergere conflitti sull’uso del suolo, sulla gestione dello spazio e delle risorse vegetali ed animali che coinvolgono le politiche pubbliche delle amministrazioni locali montane, in particolare. I grandi carnivori sono un pretesto che chiama in gioco rappresentazioni e costruzioni sociali eminentemente di carattere politico, visioni opposte del territorio da parte di saperi esperti mobilitati dalle politiche forestali e faunistiche, che vedono schierati da una parte la middle class urbana5 e dall’altra gli abitanti della montagna. Il programma Rewilding Europe ha l’obiettivo rendere “selvaggio” un milione di ettari di terra entro il 2020, trasformando il problema dell’abbandono del suolo agrario in un’opportunità di «world-class wildlife tourism attractions» (Rewilding Europe, 2012: 12). La strategia di rewilding prevede solo turisti, non popolazioni pari al 30,1%, sono incluse totalmente o parzialmente in parchi e riserve naturali (13.293 ettari). Al loro interno sono state riconosciute 225 zone di tutela ambientale di protezione assoluta. 4 Sul tema si rinvia all’efficace e approfondito saggio di Corti (2012). 5 Pronti però a contestare usi molto sostenibili delle pecore, ma troppo contigui. Per esempio per lo sfalcio naturale dell’erba nei prati a margini dell’urbano e in alcuni giardini pubblici a Torino, sull’esempio di Parigi (Mattioli, 2013). Simonetta Armondi

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insediate, per quanto scarse, e propone un’applicabilità a categorie territoriali eterogenee, dove, nemmeno per la gestione è ritenuta necessaria la presenza umana: «is a new conservation vision for Europe, with wild nature and natural processes as key elements, where rewilding is applicable to any type of landscape or level of protection. Treating nature as something that is fully capable of taking care of itself, if given the opportunity to do so» (Rewilding Europe, 2012: 13). Come si sottolinea in un progetto mirato a sostenere l’attività pastorale alpina (Progetto Propast) dai rilievi compiuti su alcuni alpeggi si può evincere come i sistemi di gestione delle superfici pastorali, adottati a seguito del ritorno del lupo, risultino ancora poco favorevoli al mantenimento della qualità degli spazi aperti. La prima conseguenza è rappresentata dal mutamento delle pratiche pastorali e dall’abbandono delle superfici più difficilmente raggiungibili (e dunque più insicure), ma di indiscutibile valore ecologico, con l’effetto di determinare l’incremento della vegetazione arbustiva e pre-forestale e la perdita delle testimonianze dell’insediamento antropico. La seconda conseguenza è determinata dal peggioramento della qualità dei materiali spaziali per il pascolo. Infatti le misure di contenimento degli animali da ‘reddito’, entro appositi recinti metallici, rappresentano un detrattore paesaggistico, oltre a incidere sul benessere degli animali e a innescare meccanismi segregativi. Dunque al degrado e all’abbandono paesaggistico ed ecologico al quale le montagne sono esposte da oltre cinquant’anni, con dimezzamento delle superfici pastorali, si legano le conseguenze di ordine produttivo e di deterioramento dell’abitabilità dell’alpeggio, con la compromissione delle opportunità che la biodiversità vegetale di un pascolo ben utilizzato può offrire per ricchezza e diversità attraverso i prodotti dell’allevamento. Inoltre, nonostante le difficoltà incontrate dal settore, è stato anche dimostrato l’interesse che l’attività pastorale6 e il ritorno alla montagna sta riscuotendo (Dematteis, 2011) – con motivazioni in qualche caso naïve e condizionate da una nostalgia di selvatico non del tutto prudente rispetto alle sue implicazioni concrete 7 – attraverso la formazione di piccole imprese produttive ‘di ritorno’ che potrebbero essere orientate alla riscoperta delle tradizionali e peculiari produzioni casearie e che proprio dalle strategie di rewilding potrebbero essere ostacolate.

4 | Shrinking territories attorno ai confini del patrimonio Anche i codici dei procedimenti di candidatura dei territori che ambiscono ad ottenere il prestigioso riconoscimento di patrimoni Unesco sono investiti da un giudizio aprioristico sul concetto di selvatico. Sono le richieste turistiche espresse o da una popolazione urbana di visitatori più che di abitanti a costruire l’immagine di Wilderness delle Dolomiti. E’ emblematico infatti che venga accolta con favore nel Rapporto elaborato dalla IUCN – Unione mondiale per la conservazione della natura, organizzazione mista di agenzie governative per l’ambiente e di Ong ambientaliste – la tipologia peculiare del percorso di ‘rinaturalizzazione’ dolomitico: «gradual recolonisation of remote areas by large carnivores is occurring and has been facilitated by a diminishing human use and disturbance of both valley lands and alpine pastures. This has encouraged the return of animals such as bear and lynx, previously killed to protect livestock. This diminution of use also encourages the upward and downward spread of forest on the slopes, potentially enhancing the resilience of the area to climate change» (IUCN, 2009: 45). Come sono tracciati i confini del patrimonio dolomitico inscritto nella World Heritage List Unesco? Da tempo sono state sviluppate riflessioni (Barker, 1982; Bätzing, 2005) sui rischi di estremizzazione di aspettative perentorie e sulla natura rigida del ‘recinto’, i quali di fatto possono condurre, attraverso un interpretazione eccessivamente protezionistica, a superate concezioni dei confini tra mondo umano e natura, tra sviluppo economico e salvaguardia ambientale. Questa divaricazione apparente porta in primo luogo a un ulteriore paradosso rispetto al concetto di valorizzazione. Pur sempre senza apporre ulteriori vincoli di tutela infatti, in primo luogo, i patrimoni Unesco nel territorio dolomitico diventano mete di flussi turistici in qualche caso insostenibili. In secondo luogo, l’assenza di sfumature di valorizzazione e protezione tra aree core, aree buffer e aree escluse conduce ad un’afasia nei confronti dei territori esclusi dal perimetro (Taylor, 2000). In altri paesi lo spessore del confine tra domestico e selvatico e territori esclusi (Kelson, 1998) e la ‘durata’ della protezione (Bishop, Phillips, Warren, 1995) hanno dato luogo a ripensamenti e interpretazioni. In Italia la tensione, lo scarto di interesse, lo ripetiamo sempre fittizi, tra urbanizzazione e Wilderness ha portato allo sfaldamento dei cosiddetti ‘paesaggi intermedi’. Tali luoghi costituiscono l’esito di una faticosa e antica opera di mediazione tra esigenze antropiche ed equilibri naturali, si pensi, ad esempio, al declino diffuso dei paesaggi terrazzati dell’arco alpino nonostante il loro riconosciuto contributo alla biodiversità (Faragazzi, Varotto, 2007). 6 7

Un riferimento è il blog pascolovagante.wordpress.com aperto da Marzia Verona, scienziato e pastore nomade. Il cinema è riuscito a esprimere la forma dolorosa di sradicamento e di desiderio, i rischi tragici, ma anche la retorica nella visione urbanocentrica della vita selvaggia. Si citano, tra i tanti, quattro film che prendono spunto da storie reali: Grizzly man (2005) di Werner Herzog, Il vento fa il suo giro (2005) di Giorgio Diritti, Into the wild (2007) di Sean Penn, L’ultimo pastore (2012) di Marco Bonfanti.

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In un convegno dal titolo paradigmatico – ‘Di chi sono le Alpi?’8– è stata ribadito l’assunto che il paesaggio alpino, e dolomitico in particolare, costituisca l’esito dell’interazione sofisticata con un ambiente fisico che le popolazioni delle terre alte hanno controllato e addomesticato nel corso dei secoli attraverso pratiche socioeconomiche e agro-forestali, sottolineando lo sbilanciamento implicitamente prodotto proprio dalla nomina, troppo orientata verso una esclusiva ed escludente tutela naturalistica delle montagne che riduce in sostanza la Wilderness a strumento di marketing, a ridosso del crollo del mondo alpino tradizionale (Varotto, 2011). L’immagine di Wilderness dell’area dolomitica restituita dalla perimetrazione Unesco è simile a quella che si evince dai piani per le Alpi (Ferrario, 2011): una immensa riserva naturale destinata alle pratiche turistiche, nella quale si rinuncia al progetto, anche urbanistico, di una montagna come luogo dell’abitare e dove l’integrazione tra popolazione e territori risulta essere ancora una volta assente. La sottovalutazione del ruolo degli abitanti e delle comunità locali appare quanto mai contradditoria, anche a fronte del fatto che la proprietà giuridica dei beni Unesco in alcuni casi appartiene agli stessi abitanti, tramite gli istituti regolieri e le Asuc (Amministrazioni Separate Usi Civici).

5 | Conclusioni: problemi e opportunità Questo saggio ha voluto proporre soprattutto alcuni spunti per rivisitare, attraverso l’uso di una categoria ricorrente, ma poco esplorata, questioni che ci interpellano nel mestiere di urbanisti. La Wilderness, per quanto possa apparire irritante, è anche una lezione di alterità (Rametta, 2011), una spinta a scompaginare temi nobili della nostra disciplina. L’ipotesi di partenza del paper dunque è che, se si vuole verificare la capacità dell’urbanistica di rispondere a nuove sfide, occorre considerare le categorie classiche della città e del paesaggio, ma anche guardare a quelle formazioni sociali e spaziali che costituiscono i territori contemporanei non solo urbani, ai temi di uso del suolo e delle risorse che si insinuano in modo apparentemente neutro in alcune politiche ambientali e forestali e che pongono la necessità di superare le tradizionali distinzioni tra ‘domestico’ e selvatico’, tra ‘agricolo’ e Wilderness. Il tema di uno spazio locale dedicato alla Wilderness apparentemente incontaminata – e garantita tale dalla presenza dell’orso e del lupo9 – opposto ad uso agrosilvopastorale, carica il dibattito di una forte dimensione simbolica che offre una sorta di compensazione, attraverso il tema feticcio della reintroduzione dei grandi predatori selvatici rispetto all’evidenza drammatica e insostenibile della distruzione di ambienti forestali chiave, lo spreco imprevidente di acqua dolce del pianeta, l’infinita e inutile sofferenza degli animali negli allevamenti intensivi altamente inquinanti (Foer 2010, Pollan 2008). La Wilderness si situa al capo opposto della paesologia: «La paesologia è una via di mezzo tra l’etnologia e la poesia. Non è una scienza umana, è una scienza arresa, utile a restare inermi, immaturi. La paesologia non è altro che il passare del mio corpo nel paesaggio e il passare del paesaggio nel mio corpo» (Arminio, 2011: 36). Con questo termine Franco Arminio, partendo dalle percezioni del corpo, ha dato un nome a riti e ritmi di un complesso di luoghi, i paesi morenti, di paesaggi dimenticati nei quali tali paesi sono immersi, di straordinario interesse. Sembra promettente una ipotesi di ricerca che osservi l’identificazione delle eterogenee forme dei pattern spaziali dei processi di urbanizzazione in una transizione post-metropolitana, oltre la città consolidata. Un esempio è la ridefinizione del rapporto tra città e montagna (e “natura”), attraverso la quale si evincono interessanti agganci tra le riflessioni rivoluzionarie di Soja (2000) sullo sviluppo simultaneo di urbanizzazione e agricoltura e quelle di Dematteis (2011) sulla montagna (dalla quale si è ritirata la civitas), come contesto non alternativo alla città, ma laboratorio postmetropolitano, dove sperimentare nuovi modelli spaziali e pratiche dell’abitare. E’ dunque un compito dell’urbanistica, oggi impegnata nel tentativo di ridefinire le proprie mappe continuare a tenere insieme dimensioni diverse o ibride e interrogarsi sulle diverse trasformazioni dell’uso dello spazio aperto e di copertura del suolo implicite entro tutte quelle pratiche e politiche che hanno a che fare con la terra e con il nesso abbandono/riuso.

Bibliografia

Arminio F. (2011), Terracarne. Viaggio nei paesi invisibili e nei paesi giganti del Sud Italia, Mondadori, Milano. Barker M.L. (1982), “Traditional Landscape and Mass Tourism in the Alps”, in Geographical Review, n. 72, vol. 4, pp. 395-415. Bätzing W. (2005), Le Alpi. Una regione unica al centro dell’Europa, Bollati Boringhieri, Torino. Bishop K., Phillips A., Warren L. (1995), “Protected forever?”, in Land Use Policy, n. 4, vol. 12, pp. 291-305.

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Comunità Montana Agordina, Agordo, 22-24 settembre 2011. Continuano le costruzioni di seconde case nell’area alpina bergamasca e valtellinese, un patrimonio residenziale quasi totalmente inutilizzato per la maggior parte dell’anno. Continua il pesante uso di pesticidi e fertilizzanti nelle coltivazioni intensive di valle, come per esempio nei meleti agroindustriali del Trentino.

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Wilderness. Una rassegna critica della letteratura

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Sitografia

Il progetto Propast è disponibile sul seguente blog: progetto-propast.blogspot.it

Simonetta Armondi

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Apologia del Bicycle Urbanism. Il futuro del mezzo a pedali, tra utopia e progetto urbano.

Apologia del Bicycle Urbanism Il futuro del mezzo a pedali, tra utopia e progetto urbano Paolo Bozzuto* Politecnico di Milano DAStU - Dipartimento di Architettura e Studi Urbani Email: paolo.bozzuto@polimi.it Lorenzo Fabian** Università Iuav di Venezia dCP - Dipartimento di Culture del Progetto Email: lfabian@iuav.it

How could I forget to mention the bicycle is a good invention (Red Hot Chili Peppers, Bicycle song, 2002)

Abstract Il modello della mobilità e i sistemi infrastrutturali attuali, prevalentemente disegnati in funzione dell’uso privato e individuale dell’automobile, appaiono sempre più inadeguati a rispondere alle crescenti sfide ambientali, energetiche ed economiche del futuro. Anche per questo motivo, nel corso degli ultimi anni, è andata consolidandosi una forma di vero e proprio ‘Rinascimento’ internazionale della bicicletta come mezzo di trasporto per gli spostamenti quotidiani. Tale fenomeno è stato accompagnato, nel campo degli studi urbani e territoriali, dalla recente introduzione di una nuova dimensione interpretativa e progettuale: il bicycle urbanism. La nuova ‘urbanistica della bicicletta’ vuole intendere il mezzo a pedali come un dispositivo concettuale e uno strumento operativo per lo sviluppo sostenibile della città contemporanea. Parole chiave Bicicletta, Urbanistica, Futuro

1 | Crescita e infrastrutture Se il “territorio è un palinsesto” (Corboz 1983), le reti infrastrutturali divengono spesso gli elementi che in modo più chiaro ne rivelano la struttura, il percorso evolutivo e i principali criteri di sviluppo. Seguendo questo principio è legittimo osservare i territori con uno sguardo che metta al centro le reti, siano esse dell'acqua, dell'asfalto o dell'energia, interrogandosi sulle razionalità che ne hanno governato lo sviluppo e sulle relazioni che è possibile stabilire fra queste e l'accumulo dei manufatti (case, attrezzature, attività produttive) che nel corso del tempo hanno dato forma alla città. Fra le differenti infrastrutture le reti della mobilità hanno senza alcun dubbio assunto, nel corso della modernità, un ruolo dominante. Per questo motivo attraverso di esse è possibile riflettere sul nesso che spesso si può stabilire fra il sistema della mobilità e il modello energetico; fra i processi di sviluppo del territorio e i temi progettuali di una “urbanistica per una diversa crescita”. Il termine crescita infatti, associato al termine di infrastruttura, rimanda all'idea economica di infrastruttura come “capitale fisso sociale” (Marx, 1867) (Kregel, 1979) e, per estensione, al ruolo che è stato spesso attribuito alle infrastrutture quali elementi fondamentali capaci di sostenere, alle volte addirittura di innescare, processi di sviluppo economico e di crescita. Anche se successivamente proprio nell'ambito dell'economia dello sviluppo sarà messa in discussione la possibilità che debba sempre esistere un rapporto di diretta e meccanica causalità fra * Paolo Bozzuto è autore dei paragrafi 2 (Il ‘Rinascimento’ della bicicletta) e 3 (Dall’utopia della bicicletta al bicycle urbanism) ** Lorenzo Fabian è autore dei paragrafi 1 (Crescita e infrastrutture) e 4 (Riprendiamoci la strada) 1 Paolo Bozzuto, Lorenzo Fabian


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lo sviluppo della dotazione infrastrutturale e crescita economica (Hirscmann, 1958), quello che sembra utile qui sottolineare è che questa interpretazione del ruolo delle infrastrutture territoriali ha condizionato molta parte della crescita e dello sviluppo infrastrutturale e, per estensione, dello sviluppo urbano del territorio del XX secolo, con una maggiore evidenza del secondo dopoguerra1. Un secondo aspetto che sembra utile sottolineare è che questa idea di crescita si è fondata sulla convinzione che lo sviluppo potesse essere continuo e che l'energia disponibile ad alimentarlo, cioè l'energia fossile e l'energia con bassa entropia2, potesse considerarsi sostanzialmente inesauribile (Roegen, 1971). L'ipotesi è che a questa interpretazione dell'infrastruttura come supporto alla crescita economica sia anche corrisposta in Italia come all'estero, a partire dalla seconda metà del XX secolo, una idea di crescita e un modello della mobilità (di cose e persone) disegnato attorno al trasporto individuale a motore e legato alla facile disponibilità di una grande quantità di energia fossile. Ma sopratutto, e questa sembra essere in effetti la cosa più rilevante per le questioni che stiamo dibattendo, che a questo paradigma dello sviluppo si associ anche uno specifico tipo di infrastrutture e uno modello di organizzazione del territorio. La costruzione della rete autostradale italiana sembra, da questo punto di vista, un caso emblematico. In Italia, fra il 1956 e il 1963, in meno di otto anni, sono realizzati i settecentociquantacinque chilometri dell'Autostrada del Sole, l'infrastruttura che unirà per sempre Milano con Napoli. La rapidissima realizzazione di quella che sarà poi chiamata “la strada dritta” (Pinto, 2011), come di tutto il sistema autostradale italiano, rappresenta l'idea politica e l'esplicita affermazione del riscatto di un Paese che non vuole più essere percepito fra i più poveri d'Europa . Secondo Pinto la realizzazione in tempi brevissimi della più grande impresa infrastrutturale italiana della modernità si spiega solo con lo Zeitgeist, lo spirito del tempo. «[...] Il 1956, l’anno della prima pietra della strada dritta che attraverserà l’Italia, è anche l’anno di Marcinelle. In quella cupa località del Belgio più di cento italiani morirono da poveri, nel nero di una galleria, come topi. Parte da là la storia di una nazione che non vuole più essere povera, che è stanca di essere considerata l’ultima d’Europa» (Pinto, 2012: 9). Con l'autostrada, ingegneria, architettura e industria dell'automobile diventano, negli anni sessanta la massima espressione della tecnologia e del design italiano uniti per dare assieme una nuova prospettiva allo sviluppo economico di un intero Paese3. A partire dagli anni settanta, come conseguenza della diffusione di massa della proprietà dell'autovettura, l'uso del territorio italiano progressivamente si dilata, alcune aree si specializzano, così come le infrastrutture della mobilità che da spazi della mixité si convertono in modo quasi esclusivo al traffico veicolare a motore. In alcune regioni come il Veneto, dove negli anni settanta è più facile osservare la collisione improvvisa fra un mondo ancora contadino e le nuove possibilità offerte dall'auto di massa, appaiono più evidenti le ricadute territoriali ed urbane delle impetuose trasformazioni in atto. Al supporto millenario e minuto di fossi e strade bianche che nei secoli hanno dato forma al paesaggio si sovrappone, con una profonda accelerazione negli ultimi anni del XX° secolo, un supporto altamente specializzato, fatto di strade asfaltate. “Strade nere” come le chiamavano i vecchi quando ancora il territorio era in gran parte coperto da strade sterrate e il principale mezzo di locomozione era la bicicletta (Scarponi, 2005). Contemporaneamente anche il supporto minuto cambia natura e da grande macchina per il controllo idrogeologico diventa in pochi decenni il principale supporto all'urbanizzazione diffusa e all'impermeabilizzazione del territorio (Fabian, Viganò, 2010)4. Viene progressivamente messo a fuoco come il modello energetico, della mobilità e infrastrutturale partecipino in modo integrato a dare forma e sostanza alla 1

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Basti pensare al territorio italiano, in particolare a parte delle politiche infrastrutturali del mezzogiorno, fin quando si è avuta la Cassa di Mezzogiorno e al ruolo attribuito neanche troppo implicitamente alle infrastrutture dalla legge Obiettivo del secondo governo Berlusconi negli ultimi dieci anni. Secondo Arieh (Arieh 2009) per legge di entropia, meglio conosciuta come seconda legge della termodinamica, si intende l'energia disponibile ai processi di trasformazione, per questo essa è anche spesso interpretata come una misura del disordine. Secondo Roegen, che trasla tali concetti in ambito economico, in un sistema chiuso (come è il nostro Pianeta) l'energia libera (cioè quella disponibile ai processi di trasformazione) è limitata e tende inesorabilmente a trasformarsi in energia legata (indisponibile ai processi di trasformazione). Lo stato di massima entropia si ha quando in un sistema chiuso non esiste più energia disponibile ad essere impiegata in altri processi di trasformazione . Nel 1961, un anno dopo l'inaugurazione dell'autostrada del Sole, la rivista Quattroruote organizza lungo il percorso Milano-Roma la sfida fra una Fiat Giulietta e il treno Settebello. La vittoria della Giulietta sul Settebello, che in meno di sei ore giungerà a destinazione con uno scarto di circa 40 minuti sul velocissimo treno, sancisce la definitiva vittoria di un modello culturale e della mobilità basato sul combustibile fossile, che condizionerà per circa cinquant'anni lo sviluppo del territorio italiano e delle sue città. Basti pensare al riguardo che a causa dell'impermeabilizzazione diffusa il 20% della superficie territoriale del veneto centrale appare oggi completamente impermeabile (Nella sola provincia di Venezia sono stati impermeabilizzati ogni anno, in modo pressoché continuo fino al 2007, circa 1,5 km di nuova superficie territoriale). I dati sul consumo di suolo in Lombardia, elaborati da Legambiente e dal Centro di Ricerca sui Consumi di Suolo, mostrano come nella sola provincia di Monza e Brianza, una delle aree maggiormente infrastrutturate del paese, le superfici artificializzate al 2009 coprono più del 50% dell'intera superficie provinciale.

2 Paolo Bozzuto, Lorenzo Fabian


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città contemporanea della fine del XX secolo (Indovina, 1990) (Munarin, Tosi, 2000). Gli spazi dell'acqua sono sempre più compressi e vulnerabili. Le strade bianche sono sempre più nere. Sempre più frequenti sono le esondazioni e le alluvioni. I recenti fatti di cronaca e di devastazione legati ai problemi idrogeologici e ai cambiamenti del clima che hanno colpito il territorio italiano nell'ultimo decennio, uniti alla profonda crisi economica ed energetica, hanno improvvisamente messo alla luce l'inadeguatezza del criterio di razionalità infrastrutturale basato sull'auto di massa (Fabian, 2012a). Contemporaneamente, l’ultimo rapporto ACI Censis (ACI CENSIS, 2012) sottolinea come le abitudini degli italiani in materia di mobilità siano in questi ultimi dieci anni profondamente cambiate. Il rapporto rivela come anche a causa della crisi economica e di una diversa e più matura sensibilità ambientale un numero sempre maggiore di persone rinunci, quando è possibile, all’uso dell'auto in favore di altri sistemi di trasporto come la bicicletta, il car sharing o il trasporto pubblico. La bicicletta, in particolare, assume nuova centralità nella definizione di nuovi possibili modelli di mobilità individuale. Più in generale la crisi economica e la questione ambientale hanno messo in discussione un modello di sviluppo economico e una razionalità del sistema infrastrutturale in larga misura basato sui combustibili fossili. In particolare il Rapporto Stern (Stern, 2006) ha messo in evidenza le relazioni esistenti fra modello di sviluppo economico, picco del petrolio e cambiamenti climatici.

Figura 1 - Bici Contropedale “Rino” di Biascagne Cicli.

2 | Il ‘Rinascimento’ della bicicletta L’Unione Europea ha recentemente ribadito la necessità di ridurre drasticamente le emissioni complessive di ‘gas serra’ dei Paesi membri; a tal fine nel settore dei trasporti, che rappresenta una fonte significativa e crescente di inquinamento atmosferico, è ritenuta necessaria entro l’anno 2030 una riduzione di circa il 20% delle emissioni rispetto ai livelli registrati nel 2008 (European Commission, 2011). Il trasporto urbano è responsabile di circa un quarto delle emissioni di CO2 dell’intero comparto europeo dei trasporti; per questo motivo, da alcuni anni, l’Unione ha posto il tema della mobilità urbana sostenibile al centro della propria ‘agenda’ 5. Il White Paper 2011, adottato dalla Commissione, auspica addirittura «la graduale eliminazione dall’ambiente urbano dei veicoli alimentati con carburanti convenzionali» (European Commission, 2011: 9). A questo scopo l’Unione contribuisce al finanziamento di progetti di ricerca per lo sviluppo e la sperimentazione di soluzioni e dispositivi eco-friendly per i trasporti urbani; grazie a queste iniziative «molte aree urbane, in Europa, stanno diventando

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In relazione a questo tema, tra i diversi documenti adottati dalla Commissione Europea in materia di mobilità e trasporti, si vedano in particolare: il Transport White Paper 'European transport policy for 2010: time to decide' (12.09.2001); il rapporto Keep Europe moving - Sustainable mobility for our continent (22.06.2006); il Green Paper ‘Towards a new culture for urban mobility’ (25.09.2007); l’Action Plan on urban mobility (30.09.2009); il WhitePaper ‘Roadmap to a Single European Transport Area – Towards a competitive and resource efficient transport system’ (28.03.2011).

3 Paolo Bozzuto, Lorenzo Fabian


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veri e propri laboratori per l’innovazione tecnologica e gestionale, per il cambiamento dei modelli di mobilità» (European Commission, 2009: 4). Entro questo sfondo di riferimento, un ruolo significativo per l’innovazione delle pratiche della mobilità urbana, così come per le pratiche d’uso della città e dei territori contemporanei, sembra però essere svolto, oggi, da un oggetto a basso contenuto tecnologico, affatto nuovo nella sua concezione: la bicicletta. Se la mobilità ciclabile è parte integrante delle dinamiche urbane in paesi europei tradizionalmente attenti alle questioni ambientali, come Danimarca, Olanda e Germania, nel corso degli ultimi anni stiamo assistendo a una forma di vero e proprio ‘Rinascimento’ internazionale dell’uso della bicicletta (Pucher, Buehler, 2012), come mezzo di trasporto per gli spostamenti quotidiani, in tutti i paesi occidentali. Come evidenziato nei paragrafi precedenti, anche in Italia è possibile registrare indizi di radicamento di questo fenomeno: le conseguenze della perdurante crisi economica e finanziaria sulle disponibilità economiche delle famiglie e degli individui stanno paradossalmente determinando condizioni favorevoli a una riduzione dell’uso di autoveicoli privati e all’incremento dell’uso quotidiano della bicicletta per gli spostamenti sulle brevi distanze. Ma la crisi economica è solo l’ultimo fattore di un processo più complesso. Il ‘Rinascimento’ della bicicletta è stato alimentato e accompagnato, in questi ultimi anni, dall’emergere di una moltitudine di iniziative ‘dal basso’ mirate a svolgere azioni di vera a propria cycling advocacy6 e a diffondere le molteplici culture del mezzo a pedali7. Nella loro eterogeneità, queste esperienze condividono spesso la capacità di integrare la dimensione collettiva delle pratiche d’uso della bicicletta negli spazi della città con l’interazione negli spazi digitali delle comunità online oggi disponibili in internet (social network, blog, ecc.), quella ‘dimensione ulteriore’ (Bozzuto, 2008) potenzialmente fertile per la costruzione di progettualità e ruoli attoriali secondo una dinamica tipicamente bottom-up. La rilevanza e la potenzialità di questo tipo di iniziative risiedono anche nella capacità che esse hanno di alimentare l’immaginazione sociale e di ristrutturare l’immaginario collettivo, ripristinando il connotato di ‘modernità’ che la bicicletta ha storicamente posseduto fino all’avvento della motorizzazione di massa nei paesi occidentali (in particolare, in Europa e in Italia, il periodo tra gli anni ’50 e ’60 del secolo scorso). Tale capacità può risultare di grande importanza nell’incidere positivamente, dal punto di vista della mobilità sostenibile, sulle propensioni individuali all’uso di mezzi di locomozione non inquinanti nei contesti urbani e territoriali caratterizzati da hyperautomobility (Martin, 1999; Freund, Martin, 2009), cioè dalla combinazione di alta densità (e alta intensità d’uso) delle automobili private con un sistema dei trasporti disegnato in modo prevalente in funzione della mobilità su gomma. L’hyperautomobility, infatti, non è solo il prodotto di un paradigma trasportistico, tecnologico ed economico dominante nel XX secolo, ma anche un fenomeno culturale, forse un epifenomeno di quella ideologia dell’automobile (car ideology) che ancora oggi pervade non solo gli Stati Uniti (Lutz, Lutz Fernandez, 2010), ma anche altri contesti occidentali, Italia in primis, senza che vi sia un’esatta percezione della sua rilevanza e trasversalità8.

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Questo genere di attività mira a sensibilizzare l’opinione pubblica e i diversi organi/livelli di governo in merito alla necessità di garantire all’eterogenea popolazione dei ciclisti condizioni infrastrutturali e di sicurezza adeguate, ma aspira anche a illustrare e argomentare i possibili vantaggi, in termini di qualità urbana, che un incremento della mobilità ciclabile potrebbe garantire nei diversi contesti di riferimento. Uno dei casi più noti, a livello internazionale, è quello della London Cycling Campaign (http://lcc.org.uk/ ). In Italia, i casi più significativi sono rappresentati dalla FIAB-Federazione Italiana Amici della Bicicletta alla quale fanno riferimento circa 130 associazioni locali (http://fiab-onlus.it/) e dal movimento popolare #Salvaiciclisti–Città a misura di bicicletta (http://www.salvaiciclisti.it), nato nel 2012 come declinazione italiana dell’iniziativa/campagna Cities fit for cyclists promossa dal quotidiano britannico The Times (http://www.thetimes.co.uk/tto/public/cyclesafety/) Il fenomeno più noto è quello della rete CicleChic, composta da un centinaio di blog internazionali che, ispirandosi all’omonima esperienza pilota avviata nel 2007 a Cophenaghen da Mikael Colville-Andersen (http://www.copenhagencyclechic.com/ ), testimonia la praticabilità del ciclismo urbano in abiti comuni o, addirittura, glamour al fine di promuovere l’immagine della bicicletta come mezzo elegante e di tendenza per la mobilità quotidiana. «That car ideology, like many elements of culture, is invisible tu us because it is what we see with rather than what we see» (Lutz, Lutz Fernandez, 2010: 11)

4 Paolo Bozzuto, Lorenzo Fabian


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Figura 2 - Scatto fisso “Oliva” di Biascagne Cicli

3 | Dall’utopia della bicicletta al bicycle urbanism Contrapporre all’ideologia dell’automobile una nuova ‘utopia’ della bicicletta, secondo un approccio che sembra risuonare della wissenssoziologie di Karl Mannheim (1929; 1952), è ciò che di fatto suggerisce Marc Augè (2008) nel propugnare la necessità di una ‘rivoluzione’ della città contemporanea 9 capace di liberare la dimensione dell’abitare quotidiano dalle contraddizioni insite nei fenomeni socio-spaziali tipici delle ‘megalopoli’, delle ‘città globali’ e dei ‘sistemi urbani transnazionali’10, perché «le divisioni di cui dimentichiamo l’esistenza, di fronte all’affascinante spettacolo della globalizzazione, si ritrovano negli strappi del tessuto urbano» (Augè, 2008: 36-37). L’utopia della bicicletta prospettata dall’antropologo francese, per tornare al pensiero di Karl Mannheim, riletto da Bronislaw Bazcko (1998), deve essere intesa come «una visione del mondo, coerente e strutturata, nella quale si manifestano aspirazioni, ideali e sistemi di valori dei grandi movimenti sociali e attraverso la quale si esprimono i profondi bisogni di cambiamento di un'epoca»; così interpretata, essa diviene argomentabile proprio attraverso le nuove forme e le nuove pratiche del ciclismo urbano, che stanno ripensando la bicicletta come una potenziale soluzione per una pluralità di problemi della contemporaneità, piuttosto che come un semplice mezzo di trasporto11: dalla riduzione della dipendenza dai combustibili fossili alla riduzione dell’inquinamento atmosferico e delle emissioni di ‘gas serra’, co-responsabili del cambiamento climatico; dalla riduzione dei fenomeni di congestione del traffico al risparmio di tempo per gli spostamenti quotidiani; dallo svolgimento di una frequente attività fisica, foriera di benefici estetici e fisiologici, alla riduzione di patologie tipiche della contemporaneità (disturbi cardiovascolari, obesità, ecc.); dal conseguimento di un risparmio economico individuale alla possibilità di orientare strategicamente gli investimenti pubblici in direzioni più rispondenti, in un tempo di crisi, alle domande emergenti della collettività (Pucher, Buehler, 2012).

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«La bicicletta diventa così simbolo di un futuro ecologico per la città di domani e di un’utopia urbana in grado di riconciliare la società con se stessa [...] La trasformazioine della città è un sogno possibile? E la bicicletta può avere un ruolo in questa rivoluzione? Perchè la città avrebbe proprio bisogno di una rivoluzione, nel senso letterale del termine, per trasformarsi [...] Il fattore urbano si estende ovunque, ma ci siamo persi la città e perdiamo di vista noi stessi. A questo punto la bicicletta forse acquista un ruolo determinante per aiutare gli uomini a riprendere coscienza di loro stessi e dei luoghi in cui vivono» (Augè, 2008: 29-38). 10 Augè non fa esplicitamente uso delle locuzioni ‘città globali’ e ‘sistemi urbani transnazionali’ (Sassen, 2000), ma è a questi concetti e a queste immagini che, implicitamente, si riferisce nell’usare l’espressione ‘mondo-città’ (ivi: 36). 11 Secondo la recente riflessione antropologica di Luis Vivanco (2013: XIX), «people are riconsidering the bicycle, no longer thinking of it simply as a toy or exercise machine, but as a potential solution to a number of contemporary problems [...] a concept that refers to the intertwined physical, technological, social and experimental dimensions of human movement». 5 Paolo Bozzuto, Lorenzo Fabian


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Osservata da una prospettiva antropologica, oggi, la bicicletta può davvero rivelarsi come the new thing ed essere «riconcettualizzata come uno strumento di avanguardia per la trasformazione urbana 12» (Vivanco, 2013: XX). Non sorpende, dunque, la crescente attenzione teorica e progettuale dedicata ai temi della ‘nuova’ mobilità ciclabile anche da parte di architetti e urbanisti e, ancor meno, sorprende la comparsa e la crescente diffusione della locuzione bicycle urbanism13, utilizzata per indicare un approccio alla pianificazione e alla progettazione urbana ispirato e orientato dalle molteplici pratiche d’uso della bicicletta e, più in generale, dei mezzi a pedali (Lorenz, Bufton, 2012). Un approccio che può essere esteso anche alle attività di descrizione della città e dei territori contemporanei, delle loro trasformazioni, ad esempio riconoscendo le opportunità offerte dal complesso ‘sguardo ubiquo’ esercitato dalle riprese televisive in occasione delle telecronache delle grandi competizioni del ciclismo professionistico (Bozzuto, 2013). Al di là del carattere retorico e ‘arbitrario’ connaturato a ogni attività di definizione (Perelman, Olbrechts-Tyteca, 1958), la semplice esistenza della locuzione bicycle urbanism, la necessità (evidentemente avvertita) della sua ‘invenzione’, può essere interpretata come l’indizio di una crescente aspirazione a ricostruire, attraverso l’individuazione di un medium (la bicicletta), materiale e simbolico allo stesso tempo, un legame fertile tra le pratiche e le riflessioni disciplinari dell’urbanistica (e degli studi territoriali in genere) e l’esperienza quotidiana dell’abitare e del muoversi nella città, condivisa da una moltitudine di individui non detentori di un sapere esperto. Lungi dal poter rivendicare uno statuto epistemico proprio, il bicycle urbanism (l’urbanistica ‘della bicicletta’, per dirla in italiano) può configurarsi oggi come un campo di riflessione e di azione progettuale ampio e trasversale, non limitato solo ai temi e alle problematiche della mobilità ciclabile, non circoscritto agli spazi delle infrastrutture viarie, non riferito alla bicicletta, in modo stringente ed esclusivo, come mezzo di trasporto e spostamento. Un campo in cui, a partire innanzitutto da una rinnovata riflessione progettuale sul ruolo e sulle valenze degli spazi e degli eventi urbani ‘prodotti’ dalla bicicletta (ciclo-officine, ciclo-stazioni, spazi e attrezzature per il bike-sharing, critical mass, competizioni agonistiche, ecc.), sia possibile ricostruire una concezione della mobilità come parte integrante ed espressione dei diritti di cittadinanza (Secchi, 2013), evitando che essa venga ‘sequestrata’ dagli specialisti (Cassano, 2004). Entro questa prospettiva, probabilmente, potrebbe operarsi quel cambiamento che Ivan Illich (1973: 67), nel suo elogio della bicicletta come mezzo-simbolo dell’efficienza in una dimensione di equità energetica, definiva «una ristrutturazione sociale dello spazio che faccia continuamente sentire a ognuno che il centro del mondo è proprio lì dove egli sta, cammina e vive». In fondo, come ci ricorda Robert Penn (2010), citando una celebre sequenza in cui Paul Newman recita nei panni di Butch Cassidy14, il futuro – simboleggiato dalla bicicletta – ci sta già inseguendo.

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Nel testo originale: «bicycles are ‘the new thing’, re-envisioned as a transformative vehicle at the cutting edge of urban change» (ivi: XX), traduzione a opera di Paolo Bozzuto. 13 Florian Lorenz e Shannon Bufton hanno proposto l’uso della locuzione bicycle urbanism, nel contesto di una ricerca (Smarter than car, http://www.stcbj.com) sul ruolo della cultura della bicicletta nella costruzione di una dimensione di supporto alla vita quotidiana per la città di Pechino, definendo il concetto nei seguenti termini: «an approach to urbanism using pedal-powered vehicles as means of understanding, programming and developing urban form. We conceive sustainably functioning and culturally active urban landscapes animated by pedal-powered vehicles. For the process of creating such environments we propose the term bicycle urbanism» (Lorenz, Bufton, 2012: 59). Bicycle urbanism è una locuzione utilizzata anche dal gruppo danese Copenhagenize (http://copenhagenize.eu/) che, dall’anno 2007, offre consulenze per la pianificazione della mobilità lenta, per la progettazione delle infrastrutture ciclabili e, più in generale, per la diffusione della cultura della bicicletta come mezzo di trasporto (si veda, a questo proposito, anche il sito http://www.copenhagenize.com). Bicycle urbanism, infine, è anche il titolo di un simposio internazionale sui temi inerenti il rapporto tra bicicletta, mobilità urbana e città che si terrà, dal 19 al 22 giugno 2013, presso la University of Washington – College of Built Environment (USA). Obiettivo principale è la definizione di strumenti, progetti e politiche utili a conseguire una città bicycle-friendly per l’anno 2040. 14 Il riferimento è al film Butch Cassidy and the Sundance Kid, regia di George Roy Hill, Stati Uniti 1969, in cui Newman/Cassidy, mostrando orgoglioso la propria bicicletta, esclama «Questo è il futuro!». 6 Paolo Bozzuto, Lorenzo Fabian


Apologia del Bicycle Urbanism. Il futuro del mezzo a pedali, tra utopia e progetto urbano.

4 | Riprendiamoci la strada15 Come già detto il Bicycle Urbanism, ovvero il progetto del territorio disegnato attorno all'uso della bicicletta non è solo una questione di natura squisitamente energetica o ambientale. Se il problema fossero solo le emissioni sarebbe infatti sufficiente investire nella ricerca tecnologica e nella diffusione capillare di veicoli a trazione elettrica. Nè può essere, l'urbanistica della bicicletta, un problema solo trasportistico. Una città disegnata attorno ad una mobilità a basso tenore di carbonio è, come ricorda sempre Illich, anche e soprattutto un'opportunità spaziale oltre che di equità sociale perché «[...] elevati quanta di energia degradano le relazioni sociali con la stessa ineluttabilità con cui distruggono l'ambiente fisico» (Illich, 1973: 7). Ciò che è centrale nella locuzione proposta è che il termine urbanistica sia associato al termine bicicletta riconoscendo, così, che i sistemi di mobilità individuali hanno profonde ricadute nella definizione di spazi, densità, prossimità, condizionando i modi d'uso e i sistemi di produzione delle merci, stabilendo gerarchie, definendo forme di inclusione ed esclusione sociale (Secchi, 2013). L'uso dell'auto di massa ha infatti progressivamente trasformato le strade in spazi specializzati ed introversi, comprimendo così anche le opportunità pubbliche e di relazione che in altri tempi hanno definito gli elementi fondamentali del “diritto alla città” (Lefebvre, 1972). Per queste ragioni la strada “liberata dall'auto” non è solo uno spazio immaginato per la mobilità sostenibile. Esso può essere un ambito attrezzato in cui il complesso delle superfici impermeabili oggi occupate dalle auto (parcheggi, autorimesse, aree di sosta, distributori di carburante, ecc) diventano il supporto dove operare un ampio processo di riciclo degli spazi pubblici del territorio contemporaneo (Fabian, 2012b). In questa prospettiva l'urbanistica della bicicletta usa le modalità operative e le categorie concettuali che sono tipiche del riciclo (Ciorra, Marini, 2011) per attraversare le differenti scale del progetto, dal territorio all'oggetto stesso della locomozione. Alla scala dell'infrastruttura riciclo significa, come già detto, ridare alla strada il ruolo che nelle città del sud Europa ha sempre avuto: non solo dispositivo di transito ma spazio pubblico a tutti gli effetti, luogo di relazione e dell'interazione sociale. Alla dimensione transeuropea, riciclo può invece significare il recupero di linee ferroviarie dismesse, strade bianche, alzaie lungo i grandi fiumi, connessi in una immensa rete ciclabile alla scala del territorio continentale che riconcettualizza l'idea stessa di corridoio europeo (Bador, Lancaster, 2012). Riciclo alla scala dell'oggetto significa infine riconoscere e valorizzare i “nuovi cicli” di produzione che “dal basso”, attraverso ciclofficine e ciclostazioni consentono il recupero delle vecchie biciclette. Capita sempre più spesso infatti di incrociare nelle strade delle nostre città biciclette autocostruite, riciclate o restaurate di particolare bellezza, caratterizzate da essenzialità, ricerca del dettaglio e da alcuni elementi che nonostante la superficilità che connota i fatti di costume, appaiono rilevanti proprio perché, a cinquant'anni di distanza dall'inaugurazione dell'Autostrada del Sole, possono forse raccontarci di qualcosa che attiene al progressivo emergere di un nuovo Zeitgeist, un nuovo spirito del tempo16. Autocostruzione, riciclo, bassa tecnologia sono alcune delle possibili parole d'ordine e degli elementi programmatici di un programma di ricerca che anche grazie all'uso della bicicletta può realmente tracciare alcune interessanti prospettive per un urbanistica dopo il ciclo della crescita.

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L'espressione “riprendiamoci la strada” riprende l'espressione inglese Reclaim the streets (RTS) nome e programma operativo di un collettivo di attivisti anarchici nato a Londra negli anni settanta del XX secolo e sviluppatosi negli anni seguenti con diverse declinazioni in molte città europee ed americane. Il gruppo, di cultura Punk, nasce contro l'uso di massa dell'autovettura e si esprime anche nell'avversità nei confronti delle compagnie petrolifere. Obiettivo principale di RtS è quello di riappropriarsi delle strade intese quali spazi pubblici, del popolo e per l'interazione sociale. Reclaim the streets ha operato ed opera ancora attraverso azioni di protesta che attraverso feste clandestine e rave party si concretizzano in operazioni di concreta occupazione della strada. Allo spirito originale di RtS sono riconducibili altre e più recenti forme di protesta e di occupazione delle strade come, ad esempio i raduni di biciclette meglio conosciuti come Critical Mass, che grazie al numero elevato di partecipanti (massa critica) disturbano o, di fatto, impediscono il traffico automobilistico. 16 Nel suo processo di riduzione dell'oggetto all'essenza, la mancanza di leve, freni, cambi, cordini, la trasmissione a scatto fisso esprime, nella fusione di gamba e pedale dello scatto fisso, ciò che sempre Illich definisce come la diretta trasmissione dell'energia metabolica dell'uomo in un oggetto a basso contenuto tecnologico. 7 Paolo Bozzuto, Lorenzo Fabian


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Figura 4 - Scatto fisso “Barriquata II” di Biascagne Cicli.

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Gestione delle risorse idriche e sviluppo territoriale. Percorsi di innovazione tra modernità e tradizione

Gestione delle risorse idriche e sviluppo territoriale. Percorsi di innovazione tra modernità e tradizione Laura Grassini Politecnico di Bari DICATECh - Dipartimento di Ingegneria Civile, Ambientale, del Territorio, Edile e di Chimica Email: l.grassini@poliba.it

Abstract La storia recente dei sistemi di gestione delle risorse idriche è in gran parte la storia di un processo di modernizzazione forzata dei territori e dell’affermazione di un paradigma di grande hydraulique che ha relegato in un angolo tutta una serie di tecnologie e di pratiche di gestione tradizionali. Questa storia è tutt’uno con una visione progressiva e lineare dello sviluppo, che non ammette ritorni al passato. Ci sono, tuttavia, sempre più casi che testimoniano l’esistenza di interessanti processi di innovazione che si stanno producendo mediante parziali inversioni di tendenze, laddove conoscenze e tecniche tradizionali si sono ibridate con ritrovati tecnologici della moderna ingegneria idraulica al di fuori delle soluzioni tecnologiche dominanti. Tali casi verranno qui analizzati alla luce di un’ampia letteratura riguardante i processi di cambiamento e di innovazione dei sistemi socio-tecnologici. Ciò verrà fatto con un duplice scopo: verificarne l’utilità, da un lato, per la definizione di processi di cambiamento e di innovazione nelle modalità di gestione delle risorse; dall’altro, per la definizione di percorsi di sviluppo territoriale più sostenibili e resilienti. Parole chiave Cambiamento tecnologico, risorse idriche, sviluppo territoriale.

Introduzione Per troppo tempo la gestione delle risorse idriche è stata considerata un ambito esclusivamente tecnico di analisi e di intervento, delegato ad ingegneri che avevano il compito di costruire un’offerta adeguata al soddisfacimento di una domanda in continua crescita (Gil e Beckman, 2009). Sottesa a questa idea c’era, e in buona parte c’è ancora, la convinzione che: (i) la domanda sia esogena e che l’obiettivo di una gestione ottimale della risorsa sia quello di uguagliare l’offerta alla domanda; (ii) il problema a cui rispondere sia esclusivamente tecnico e i comportamenti siano, invece, una conseguenza della tecnica; ossia che stabilite le modalità ottimali di gestione di una tecnica le pratiche si adeguino alle necessità di funzionamento della tecnica; (iii) l’evoluzione tecnologica segua un modello lineare, sebbene discontinuo, di progresso, consistente in un percorso di allontanamento dai modelli tradizionali, considerati inadeguati e arretrati, verso quelli moderni; (iv) la costruzione di sistemi di gestione moderni delle risorse possa “liberare” le potenzialità di sviluppo del territorio svincolandolo dai limiti pre-esistenti. Di contro, in questo articolo cercherò di argomentare come sia vero proprio il contrario, ossia come: (i) la domanda non solo non è esogena ma in buona parte è creata dal sistema di offerta che in questo modo, in maniera perversa, si autolegittima; (ii) i comportamenti, e non solo i meccanismi tecnici, incidono sulla capacità di funzionamento di una tecnologia; (iii) l’aver svincolato la gestione delle risorse dai limiti del contesto non ha liberato i territori, ma, attraverso un loro sviluppo irrazionale, ha incrementato la loro dipendenza da risorse (naturali e cognitive) esogene e ha imposto nuovi e più importanti vincoli per lo sviluppo che risiedono anche nella incapacità di pensare ad un futuro diverso da quello che il passato (recente) ci ha imposto; (iv) l’evoluzione tecnologica non segue modelli lineari ma, sempre più, emergono casi in cui proprio il ritorno a soluzioni sociotecnologiche passate, ibridate e innovate, costituisce punto di partenza per innovazioni tecnologiche che ci fanno riflettere per la progettazione di transizioni tecnologiche con maggiori caratteri di sostenibilità e di resilienza. Quest’ultimo punto costituirà il fuoco dell’attenzione di questo scritto. A partire dalla descrizione delle conseguenze dell’imposizione indifferenziata di modelli di grande idraulica a prescindere dalle specificità dei Laura Grassini

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contesti e dall’esistenza di alternative di sviluppo radicate in sistemi di approvvigionamento tradizionali, verranno discussi alcuni casi che testimoniano l’emergere di interessanti processi di innovazione che nascono dalla rielaborazione di tecnologie tradizionali. In tale analisi, le tecnologie saranno considerate non solo come artefatti tecnici ma, seguendo un approccio cognitivista sociale, come una serie di conoscenze e di memorie che le rendono in grado di funzionare, di pratiche che ne informano l’uso, di dinamiche che le hanno portate ad evolversi nel tempo e nello spazio. Tali casi verranno interpretati alla luce di una copiosa letteratura che si è occupata, da un lato, di innovazioni tecnologiche e di transizioni sostenibili di sistemi socio-tecnologici e, dall’altro, delle dinamiche cognitive alla base dei cambiamenti all’interno delle organizzazioni. Essi mostreranno come proprio i percorsi di innovazione che partono dalle tecnologie tradizionali, nel loro radicamento nei capitali socio-cognitivi profondi delle comunità, possono favorire lo sviluppo di tecnologie resilienti e la definizione di percorsi di sviluppo maggiormente sostenibili. Ciò nella convinzione che il locale non sia qualcosa da idealizzare, ma sia, tuttavia, depositario di un repertorio di pratiche socio-tecnologiche e di conoscenze da cui sia necessario ripartire per pensare a un progetto migliore di territorio e di uso delle sue risorse. Questo porterà alla definizione di possibili raccomandazioni per una pianificazione impegnata nella costruzione di modalità di coesistenza di insediamenti umani e ambiente maggiormente sostenibili.

Un’unica via di sviluppo? Secondo stime della FAO e di UN-Water, nell’ultimo secolo l’uso delle risorse idriche è aumentato ad una velocità doppia rispetto all’aumento della popolazione (UN-Water, 2012). Il modello della grande idraulica, ha, in questo contesto, costituito un “paradigma tecnologico” dominante (Dosi, 1982), ossia un modello condiviso e condizionante per la “comunità di pratica” coinvolta nella soluzione dei problemi idrici. Si pensi solo al fatto che, dal 1950 alla soglia degli anni Duemila, il numero delle grandi dighe (quelle alte oltre 15 metri) è passato da circa 5.000 a 45.000, con migliaia di chilometri di canali costruiti per trasportare l’acqua all’interno e tra vari bacini idrici (World Commission on Dams, 2000). Tale paradigma è ancora oggi dominante, nonostante la crescente evidenza degli enormi impatti negativi di tale modello di sviluppo sull’ambiente e gli ecosistemi locali (Postel, 2000; McCully, 1996), sulle comunità locali (Roy, 2002) e sui loro sistemi di conoscenze e di pratiche tradizionali (Shiva, 2001; Escobar, 1996). L’idea che qui si cerca di argomentare non è, tuttavia, che la grande idraulica sia di per sé da demonizzare, nonostante le problematiche ad essa connesse. Ci sono casi in cui essa è l’unica soluzione praticabile. Il punto è, piuttosto, riflettere sugli effetti della diffusione acritica di tale modello di intervento. In questo rispetto, il caso dell’India appare altamente significativo di un processo di modernizzazione forzata guidata dall’alto1. La storia del cambio di paradigma in India nasce verso la fine degli anni Quaranta quando il paese, all’indomani dall’indipendenza dagli Inglesi, decise di abbandonare la via di uno sviluppo rurale decentrato, sul modello tradizionale di ispirazione Gandhiana di economia dei villaggi, per abbracciare l’idea di progresso occidentale. L’acqua e la sua gestione era ovviamente parte di questo progetto, non più risorsa per la sussistenza delle comunità ma settore strategico per la crescita economica nel Paese, tanto che in un celebre discorso tenuto dal primo ministro Nehru questi parlò enfaticamente delle dighe come di “templi dell’India moderna”, strumento indispensabile per la liberazione di tutto il popolo indiano dalla fame e dalla povertà (Gidwani, 2002). Trascurando l’analisi puntuale delle varie problematiche e dei vari conflitti generati dalla costruzione di dighe in India2, è interessante notare come, in questo cammino di modernizzazione, il cambio di paradigma nella gestione delle risorse idriche si sia intrecciato profondamente con il processo di autolegittimazione e di rafforzamento istituzionale del governo centrale. Da un lato, infatti, la retorica della grande idraulica era da questo usata per costruire strette alleanze tecniche e finanziarie con i paesi occidentali, mediata anche dalle nuove banche e organizzazioni per lo sviluppo (Black, 1998; Hirschman, 1967), tanto che l’India è presto diventata uno dei maggiori costruttori di dighe nel mondo (Roy, 2002). D’altro canto, proprio la trasformazione dell’acqua da risorsa gestita secondo logiche di ‘sussistenza’ a ‘fabbisogno’ da garantire uniformemente sul territorio portava a

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Processi simili hanno caratterizzato anche la maggior parte dei paesi occidentali. Per portare solo un esempio, si pensi al grande progetto di modernizzazione portato avanti in Puglia con la costruzione dell’Acquedotto Pugliese che, a distanza di oltre cento anni dal suo avvio, ci ha consegnato il più grande acquedotto d’Europa, il terzo acquedotto del mondo (Masella, 1995). Gli esempi che si potrebbero qui citare sono molti. Si pensi, tra tutti, al caso paradigmatico della costruzione di un complesso sistema di 1165 dighe sul fiume Narmada, di cui 2 mega dighe, iniziato negli anni Quarata con l’appoggio degli stati del Gujarat, Madhya Pradesh e Maharashtra e il supporto della Banca Mondiale, poi ritiratasi dal progetto nel 1993 a causa degli enormi conflitti (Roy, 2002). Tale progetto è ancora in corso, tra contraddittori pronunciamenti delle Corti dei vari Stati e della Corte Suprema, e le dure opposizioni della popolazione, raccolta nel Narmada Bachao Andolan (Movimento per salvare il Narmada) e sostenuta da una rete internazionale di ambientalisti.

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individuare nell’attore pubblico e non più nelle comunità locali i responsabili del soddisfacimento di tale bisogno e quindi rendeva necessaria la creazione di un poderoso apparato tecnico cui demandare tale compito. A questo si aggiunge il fatto che proprio la promessa di liberazione del territorio dai vincoli della mancanza naturale di risorse e il miraggio del potere “liberatorio” della tecnologia ha portato ad aumenti della domanda di acqua anche da parte di contesti tradizionalmente caratterizzati da consumi più bassi. Ciò è stato ulteriormente aggravato da politiche governative che hanno portato ad un aumento irrazionale della domanda idrica favorendo, in modo diretto o indiretto, il crescere di attività idroesigenti proprio laddove vi erano meno risorse. Nello stato del Gujarat, per esempio, ciò è avvenuto con l’avvio di politiche agricole che, per cercare di compensare gli svantaggi di alcuni contesti mediante la detassazione delle colture più idroesigenti, hanno, invece, portato al paradossale impianto di colture intensive proprio laddove esse erano naturalmente più sfavorite. Nello stesso stato più di recente distorsioni simili si sono prodotte con la costruzione di aree industriali con grandi industrie attive nel settore della produzione di cemento e nel petrolchimico proprio nella zona più arida dello Stato, il Saurashtra, che nella retorica governativa è additata come la regione più bisognosa di acqua 3. Tutto ciò ha portato e ancora continua a portare a politiche di sfruttamento delle risorse indifferenti al contesto, anzi responsabili dello sradicamento dei legami delle comunità con i luoghi e con le attività tradizionali, oltre che con le tradizionali tecnologie di raccolta dell’acqua. Di contro, la necessità di portare acqua per sostenere questo sviluppo diviene per il governo un efficace artifizio retorico per giustificare nuove costruzioni infrastrutturali. Si giunge, quindi, ad una situazione perversa in cui la domanda e l’offerta ciclicamente si sostengono. Da un lato, infatti, le profonde distorsioni nel modello di sviluppo economico, sostenute dal modello di gestione delle risorse secondo un paradigma tecnico indifferente al contesto, hanno portato ad una crescita continua della domanda idrica in una forma che solo l’attore pubblico e le sue burocrazie tecniche possono soddisfare mediante l’aumento dell’offerta e la ricerca di nuove tecnologie per lo sfruttamento delle risorse (Gyawali, 2001). “L’impressione che abbiamo di uno Stato ipertrofico, che lotta per far fronte al peso troppo grande dei suoi problemi, è un’impressione pericolosa. Il fatto è, invece, che è proprio lo Stato a creare il problema. Lo Stato è una gigantesca macchina produttrice di povertà”, afferma una scrittrice indiana proprio parlando delle politiche idriche promosse dal governo del suo Paese (Roy, 2002, p. 75). D’altro canto, l’enorme crescita della domanda idrica in zone caratterizzate da scarsità di risorse implicitamente rafforza il paradigma dominate di sviluppo anche in virtù del fatto che la sproporzione con cui esse agiscono sulle risorse e il potere con cui influenzano il nostro immaginario contribuiscono in maniera decisiva allo sradicamento di tutta quella serie di conoscenze e pratiche tradizionali di gestione delle risorse (Brodt, 2001) e, quindi, ad un’ulteriore spinta per la diffusione delle tecnologie moderne. E questo non solo per motivi tecnici 4, ma anche e soprattutto per motivi culturali e sociali legati alla difficoltà d’uso di tecnologie che implicano non solo un tipo di relazione con le risorse diversa da quella meramente strumentale moderna, ma anche la necessità di costruire modelli istituzionali di gestione collettiva difficili da perseguire. In questo modo, il paradigma di scarsità attraverso il quale è comunemente letto il problema idrico diviene l’esito e la premessa di un tipo di gestione che non solo si autosostiene, ma impedisce o rende estremamente complessa ogni possibilità di cambiamento.

Più mondi possibili Di fronte al riconoscimento delle grosse problematiche derivanti dal perseguimento del modello unico di sviluppo sopra descritto, si inizia oggi a riflettere sulla possibilità porre, alla base dei modelli di sviluppo delle nostre città e dei nostri territori, approcci di gestione delle risorse maggiormente sostenibili, che minimizzino la dipendenza da fonti a lunga distanza e che portino all’adozione di soluzioni più decentrate, cercando di chiudere i cicli della risorsa, massimizzando le pratiche di riciclo. Alcuni autori parlano di ecocities, di città del futuro, discutendo, ad esempio, del modo in cui alcuni nuovi quartieri hanno cercato di coniugare questi principi nei modelli di gestione delle risorse idriche, a partire dal caso del quartiere ecologico di Stoccolma Hammarby Sjöstad (dove però, invero, le pratiche di riciclo delle acque sono molto limitate) a casi di ecoblocks come il quartiere di Quindao in China, semi-indipendente per i propri bisogni idrici dal momento che utilizza anche acque di pioggia e ricicla parte delle proprie acque di scarico (Howe, Mitchell, 2012). Alcuni di questi esempi fanno qualcosa di estremamente significativo: ripartono da modelli di uso e di gestione delle risorse tradizionali, come la raccolta delle acque piovane e la costruzione di sistemi locali di approvvigionamento delle risorse, per innovarli mediante l’uso di apparati tecnici moderni che riescono a renderli in grado di rispondere alle mutate esigenze di oggi. In questi casi, la raccolta delle acque di pioggia, tradizionalmente fatta tramite un sistema di 3 4

Fonte: Interviste dirette. Faccio riferimento, ad esempio, all’inefficacia delle tecnologie tradizionali di gestione idrica nella fornitura delle ingenti quantità di risorse, che le mutate condizioni di vita e le nuove colture impiantate richiedono, e al loro spesso impossibile utilizzo a causa dell’eccessivo approfondimento delle falde o dell’irrimediabile compromissione di alcune strutture dovuto al disuso e alla mancanza di manutenzione.

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grondaie e pluviali che incanalava le risorse in cisterne sotterranee, è migliorata con l’aggiunta di opportuni sistemi di filtraggio e di un sistema di prelievo meccanizzato che consente una immissione diretta dell’acqua in un sistema di tubature interno agli edifici. Sono le cosiddette reti duali, utilizzate ad esempio per l’annaffiatura delle aree verdi, il lavaggio delle aree pavimentate, l’alimentazione dei sistemi di climatizzazione e delle cassette di scarico dei W.C. Che cosa sono, allora, queste? Sono tecnologie tradizionali o tecnologie moderne? Esempi simili, li troviamo in vari altri paesi del mondo, inclusa l’India, dove negli ultimi anni sta aumentando l’interesse per processi di ibridazione “dal basso” di tecnologie tradizionali con quelle moderne (Barbanente et al., 2012). In tali esempi è interessante vedere come siano le stesse comunità locali nei villaggi, con l’aiuto esterno fornito da ONG o da altri tecnici, a costruire percorsi di innovazione delle proprie tecnologie tradizionali per renderle in grado di rispondere anche a mutati bisogni attraverso l’innesto di sistemi di trattamento e/o di sistemi di distribuzione delle acque, originariamente non previsti. All’interno di un recente progetto europeo 5, sono stati analizzati vari esempi di tali processi di innovazione in India, in Messico e in Sud Africa. In India, per esempio, significativo è apparso il caso di alcune vasche artificiali di raccolta di acqua piovana, sistema molto diffuso in passato per l’approvvigionamento idrico in contesti rurali. In particolare, nel villaggio di Pattikadu in Tamil Nadu, mentre tradizionalmente l’acqua era prelevata direttamente dalle vasche per scopi potabili o per l’irrigazione, per far fronte al crescente inquinamento di origine organica l’acqua passa oggi attraverso un filtro orizzontale e da qui va in una vasca secondaria costruita in adiacenza alla prima; da questa, l’acqua è quindi prelevata con una pompa meccanizzata dotata di ulteriore sistema di filtraggio a sabbia. Altri piccoli accorgimenti tecnici sono, poi, volti alla riduzione della quantità di fanghi che entrano nel sistema e delle perdite d’acqua in falda6. Analisi condotti sulla qualità delle acque mostra che, nel passaggio dalla prima vasca al punto di prelievo finale, si ha una riduzione drastica della contaminazione batteriologica7, una riduzione della torbidità e un abbassamento del Ph a un valore neutro (Borri e Grassini 2010). Un altro esempio interessante di innovazione di tecnologie tradizionali è stato osservato nel villaggio Rudraprayag in Uttrannchal. In questo caso, le pratiche tradizionali di ricarica delle falde, con cui gli agricoltori hanno tradizionalmente incanalato verso gli acquiferi le acque dei monsoni, sono oggi sostenute e migliorate dall’impiego di moderne tecniche di analisi isotopica 8, attraverso le quali viene determinata l’origine delle sorgenti. Varie vasche di accumulo sono state, quindi, costruite dagli agricoltori proprio in quelle zone di ricarica, producendo un sensibile aumento della portata delle sorgenti nel punto di captazione a valle (Borri e Grassini, 2010). D’altro canto, a livello internazionale si stanno moltiplicando i progetti che mirano a sperimentare l’innesto di pezzi di tecnologie moderne su tecnologie tradizionali per cercare di recuperare un approccio tradizionale alla gestione delle risorse rendendolo, però, in grado di funzionare anche in presenza delle mutate condizioni socioambientali dei contesti locali. Proprio quest’anno, ad esempio, uno dei Global Impact Awards di Google (riconoscimento dato a organizzazioni che utilizzano soluzioni tecnologiche e innovative per affrontare alcuni dei problemi più critici per l'umanità) è stato conferito ad una ONG, Charity water, che ha proposto di costruire sensori remoti innovativi per il monitoraggio in tempo reale del corretto funzionamento di 4000 punti di approvvigionamento decentrati in Africa. Di fronte alla difficoltà di esercitare un controllo su tecnologie tradizionali fortemente decentrate, questa Organizzazione ha proposto non già la via semplice dell’accentramento delle soluzioni ma quella del supporto intelligente delle preesistenti soluzioni decentrate.

Innovazioni al confine tra tecnologie e territori Sotteso a questo approccio al cambiamento e all’innovazione, che non mira ad una sostituzione delle vecchie tecnologie con le nuove ma ad una loro innovazione dall’interno, sta la convinzione che i modelli socio-cognitivi tradizionali che sono alla base dei meccanismi di funzionamento delle tecnologie di partenza non debbano essere sostituiti mediante un atto di imposizione dall’esterno, ma debbano, invece, costituire gli asset di partenza per uno sviluppo innovativo delle tecnologie stesse. L’importanza di tali fattori nei processi di innovazione e di cambiamento di complessi sistemi che potremmo definire “socio-tecnologici” (Geels, 2004; Geels and Schot, 2010) è, in verità, un elemento che solo di recente comincia ad affacciarsi nel dibattito internazionale sul cambiamento tecnologico. Tradizionalmente gli studi sulle innovazioni tecnologiche hanno riguardato l’analisi dei fattori che favoriscono l’emergere e la diffusione delle innovazioni dentro le singole imprese o i settori di impresa (Breschi e Malerba, 5

Progetto Europeo EU-FP6 CA ANTINOMOS “A knowledge network for solving real life water problems in developing countries: Bridging contrasts” (April 2007-December 2010), coordinato dal prof. Borri, Politecnico di Bari. 6 A tale scopo il loro fondale è stato rivestito di argilla per ridurre le perdite in falda e sono stati costruiti sistemi di filtraggio in entrata per evitare il trasporto di fanghi. 7 In particolare, i dati delle analisi mostrano che da valori di coliformi fecali di circa 5000 (MPN/100 ml) si passa a valori 100 volte inferiori dopo il processo di filtraggio, mentre gli E-coli passano da 500 (MPN/100 ml) a un valore pari a 0. 8 Supporto a questa iniziativa è stato dato dai ricercatori del Bhabha Atomic Research Centre. Laura Grassini

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1997). L’analisi di più complessi sistemi socio-tecnologici – intesi come insieme di artefatti materiali, di tecniche ma anche di conoscenze (Raven e Geels, 2010) e di reti di attori e istituzioni (Voβ et al., 2009; Farla et al., 2012) che co-evolvono attraverso processi di interazione – ha cominciato a catalizzare l’attenzione solo più di recente, con i lavori seminali di Nelson e Winter nell’ambito della teoria economica evolutiva (Nelson e Winter, 1982; van den Bergh e Gowdy, 2000) e con i contributi di ricercatori appartenenti al filone della teoria socio-costruttivista della tecnologia (Bijker et al, 1987; Hughes, 1987). Tali studi, spostando l’oggetto d’indagine dalle innovazioni singole a quelle che Freeman e Perez (1988) definirebbero innovazioni di sistemi tecnologici, si sono interessati dello studio di processi di cambiamento in contesti socio-ambientali più ampi, analizzando, in particolare, i fattori che favoriscono il cambiamento dei “regimi socio-tecnologici” intesi come paradigmi o routine cognitive condivise da una comunità tecnica o da un gruppo sociale. A partire da tali contributi si sono sviluppati vari filoni di ricerca volti, da un lato, all’analisi dei processi di formazione e di evoluzione di “nicchie strategiche”, intese come incubatori dove emergono innovazioni radicali in grado di sfidare i regimi consolidati (Hoogma et al, 2002; Kemp et al, 1998); dall’altro alla definizione di nuovi framework teorici (specialmente la Multi Level Perspective) in grado di uscire dalla linearità delle spiegazioni dei processi di innovazione per includere in maniera più diretta considerazioni sulla multidimensionalità dei fattori che determinano le transizioni tecnologiche (Geels, 2002), anche con specifico riferimento ai processi di modernizzazione delle tecnologie di approvvigionamento di acqua potabile (Geels, 2005); infine, alle strategie di gestione e alle politiche per favorire una transizione sostenibile in settori sociotecnologici strategici (Loorbach, 2010; Voβ et al., 2009). In questo processo di progressivo ampliamento dell’oggetto e delle metodologie di indagine stanno emergendo alcune posizioni interessanti che riguardano l’analisi dei processi cognitivi che sono alla base dell’innovazione e del cambiamento tecnologico. Alcuni autori, ad esempio, hanno studiato l’influenza diretta esercitata sui processi di innovazione dalle conoscenze tacite e dalle “tradizioni tecnologiche”, ossia da una serie di convinzioni e conoscenze socialmente condivise, basate su precedenti esperienze, di come una tecnologia dovrebbe funzionare e può risolvere problemi pratici (Nightingale, 1998). La somiglianza del concetto di “tradizioni tecnologiche” con quello di “frame tecnologico” elaborato all’interno della scienza dell’organizzazione come specifico caso di framework cognitivo (Tversky e Kahneman, 1981, Weick 1977, 1995) applicato ad un problema tecnologico – ossia come “sottoinsieme di frames organizzativi che riguardano le ipotesi, le aspettative, e le conoscenze che i membri usano per comprendere la tecnologia nelle organizzazioni” (Orlikowski e Gash, 1994, p. 178) – richiama tutta una serie di studi in cui si mostra l’influenza di tale concetto sulle pratiche organizzative. Seguendo il lavoro di Nightingale, Kaplan e Tripsas (2008) hanno applicato una prospettiva cognitiva nell’ambito degli studi sull’economia evolutiva cercando di spiegare le traiettorie di cambiamento delle tecnologie attraverso un modello co-evolutivo tra frames tecnologici e tecnologia. Essi identificano, infatti, alcuni casi in cui gli esiti di processi di evoluzione tecnologica sono diversi da quelli attesi in base all’adozione di modelli puramente economici o organizzativi, e sono spiegabili solo adottando una lente di osservazione cognitiva che parta dall’analisi delle cognizioni individuali dentro le organizzazioni. Una considerazione più esplicita dei meccanismi di evoluzione di cognizioni condivise all’interno di gruppi sociali più ampi in relazione ai processi di innovazione tecnologica è fatta da Raven e Geels (2010), nel momento in cui usano una prospettiva socio-cognitivista per spiegare alcuni meccanismi di evoluzione delle nicchie strategiche. In particolare, essi cercano di spiegare processi di variazione, selezione e accumulazione di cambiamenti tecnologici attraverso l’influenza di dinamiche socio-cognitive quali le modifiche nelle aspettative, nelle convinzioni e nella percezione della scelta tecnologica in seguito a processi di apprendimento sociale e di ‘sensemaking’ (Weick, 1995). Più di recente, altri autori hanno cercato di dimostrare il legame tra frames cognitivi e “memorie tecnologiche” (Borri, 2011) sui processi di evoluzione e di innovazione di tecnologie tradizionali in vari contesti come l’India (Barbanente et al, 2012) e il Messico (Borri et al., 2010). In tali contributi si mostra, da un lato, il potenziale di innovazione insito nei domini cognitivi stratificati e nelle memorie tecnologiche delle popolazioni locali nei processi di interazione in un complesso spazio tra locale e globale; dall’altro, si evidenziano i pericoli di distruzione di tali memorie e, quindi, dell’abilità di costruzione e di uso di specifiche tecnologie, a seguito dell’imposizione di tecnologie esogene al contesto. Questo composito insieme di ricerche conferma, tra l’altro, l’interesse e l’opportunità di proseguire con lo studio di specifici fattori e dinamiche socio-cognitive che sostengono i processi di innovazione tecnologica in sistemi complessi come quelli ambientali.

Alcune considerazioni per la pratica della pianificazione L’articolo ha mostrato, in opposizione ad una visione dell’innovazione come processo esogenamente determinato, l’esistenza di casi in cui soluzioni tradizionali di gestione delle risorse idriche sono divenute punto di partenza per un percorso di innovazione e di cambiamento, radicato però nei meccanismi cognitivi stratificati a livello locale e nelle modalità tradizionali con cui le comunità si sono relazionate con la gestione delle risorse. Laura Grassini

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Tali casi, interpretati alla luce degli studi più recenti sulle transizioni tecnologiche, mostrano le potenzialità di percorsi di innovazione che partono dalle tecnologie tradizionali e dalla valorizzazione dei capitali sociocognitivi profondi delle comunità, come asset importanti di partenza per percorsi di sviluppo maggiormente sostenibili. In quest’ottica, la riscoperta di sistemi socio-tecnologici di gestione delle risorse tradizionalmente usati dalle comunità locali diviene un modo per cercare di radicare un progetto di sviluppo locale in quella che Dryzek chiamerebbe “razionalità ecologica” (Dryzek, 1987), in una conoscenza profonda del contesto e del suo modello di funzionamento ambientale, e in asset socio-cognitivi locali derivanti dalla persistenza, negli abitanti dei diversi luoghi, di frames socio-cognitivi, di modalità di interpretare i problemi e di costruire conoscenze e pratiche per la loro soluzione. Da qui la necessità di imparare dai contesti in cui queste pratiche di innovazione per così dire ‘dal basso’ si stanno producendo, in maniera molto meno celebrativa rispetto a quella in cui vengono propugnate grandi innovazioni tecnologiche come esito di standardizzazioni di pensiero. Tutto ciò ci spinge, però, ad alcune importanti considerazioni per la pratica della pianificazione. Innanzitutto, se le tecnologie co-evolvono con le società, allora i pianificatori devono essere in grado di supportare tali percorsi di co-evoluzione indirizzandoli in accordo con un progetto che sia in primo luogo un progetto sostenibile di sviluppo territoriale. In questo articolo ho cercato di mostrare come i paradigmi dello sviluppo moderno non solo non abbiano liberato i territori dai vincoli di sviluppo ma, con il loro tentativo di annullare le differenze e le specificità dei luoghi, abbiano portato ad un incremento della dipendenza da risorse (naturali e cognitive) esogene e alla imposizione di nuovi e più importanti vincoli per lo sviluppo. Ciò ha contribuito ad erodere e rischia di compromettere irrimediabilmente i capitali di conoscenze e di tecnologie locali (Brodt, 2001), rendendo le comunità, specie le più marginali, alla rincorsa costantemente mancata di un progetto di modernizzazione e senza la possibilità di tornare indietro, “esuli in casa propria, costretti a tirare avanti nella terra di nessuno tra modernità e tradizione” (Sachs, 1998, p. 9). In questo scenario è, quindi, necessario proporre un approccio alla gestione del territorio e delle sue risorse fondato sulla valorizzazione delle intelligenze locali e su meccanismi in grado di sostenere progetti decentrati di innovazione e di sviluppo. Lavorare in questa prospettiva, però, richiede di supportare con forza tali modelli distribuiti. Ciò nella convinzione che la decentralizzazione richieda sforzi ancora maggiori di pianificazione rispetto ai modelli accentrati, dal momento che necessita non già di un semplice progetto centralizzato ma della capacità di dare coesione e coerenza alle molte intelligenze distribuite. Lasciate a sé stesse, queste intelligenze possono anche produrre modelli distruttivi del territorio e delle sue risorse, innescando quella che Hardin (1968) ha definito “tragedia dei beni comuni”, ossia una spirale di sovrasfruttamento nell’uso di risorse caratterizzate da un regime di proprietà comune quale quello che contraddistingue le risorse idriche. In India, ad esempio, l’aver focalizzato tutti gli sforzi della pianificazione nella costruzione di un progetto di grande idraulica ha distolto completamente l’attenzione dalla proliferazione di meccanismi individuali di estrazione di acqua dalla falda, che parallelamente veniva fortemente sovvenzionato dal governo per garantire acqua in zone non ancora servite dai grandi acquedotti. A causa di ciò in questo Paese si è passati, tra l’inizio degli anni Cinquanta alla fine degli anni Novanta, da un numero di circa 3.000 pozzi dotati di meccanismo di estrazione meccanica a oltre 20 milioni, senza che ci fosse il benché minimo piano per un uso sostenibile delle risorse di falda né che fossero imposte regole specifiche ai prelievi (GOI/WB, 1999; Moench, 1994). È, quindi, in questo contesto estremamente complesso, dove l’attribuzione di responsabilità è più difficile di quanto si sarebbe tentati di fare, dove non ci sono soggetti ‘buoni’ e ‘cattivi’, ‘altruisti’ ed ‘egoisti’(Borri, 2002) ma una pluralità di conoscenze e di attori con atteggiamenti spesso contraddittori, che i pianificatori devono rinunciare a letture semplificate della realtà. Essi devono, invece, lavorare per recuperare le molteplici forme delle intelligenze locali che nel tempo hanno dato luogo a pratiche e tecnologie di gestione del territorio che, adeguatamente analizzate, possono divenire punto di partenza per percorsi di innovazione e di costruzione di progetti di sviluppo territoriale maggiormente sostenibili. Proprio il recupero di quelle soluzioni così frettolosamente accantonate dalla logica dello sviluppo, considerate perdenti in una dialettica semplificata tra modernità e tradizione, può, allora, mostrare una forza ed una creatività a lungo ignorate e forse indicare nuovi percorsi evolutivi più resilienti e sostenibili (Bateson, 2000; Scandurra, 1995).

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Laura Grassini

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Approcci resilienti per territori sensibili

Approcci resilienti per territori sensibili Valentina Gurgo Università degli studi di Napoli FedericoII Dipartimento di Progettazione Urbana e Urbanistica Email: vgurgo@yahoo.com

La chiave di lettura che prospetto per un’ urbanistica per “una diversa crescita” approfondisce i molteplici fenomeni di resilienza con i quali nuovi e più complessi “sistemi sociali” (Crawford Holling, 1973) rispondono a fenomeni di “disturbo” di equilibri urbani, mediante forme di adattamento e resistenza che spesso si concretizzano in nuovi spazi di relazione con i luoghi e tra le persone. Un’analoga capacità di resilienza non si ritrova nelle risposte dell’urbanistica. Così come brusche sono le trasformazioni indotte sul contesto urbano, altrettanto rigide e incapaci di superare patterns consolidati sono le risposte progettuali a queste nuove problematiche urbane. Ciò che propongo è la lettura dei temi legati al concetto di città come ecosistema urbano (riciclo di risorse, rigenerazione di territori dismessi ,innovazione di spazi di relazione sociale, produzione economie sostenibili) alla luce del concetto di resilienza applicato ai nodi di problematicità della relazione tra pratiche spontanee e strumenti del progetto urbano.

1 | Tempi e spazi di resilienza Nel trattare il valore della resilienza rispetto alla “reinvenzione” di modelli alternativi di abitabilità e convivenza mi preme approfondire quale sia la mia interpretazione del termine. In particolare, nel ricondurre la definizione di resilienza di Holling in ambito ecologico, come reazione di sistemi naturali e umani a fenomeni di disturbo, mediante la rigenerazione di nuovi equilibri (Crawford Holling, 1973), all’“ecosistema città” e ai nuovi spazi di relazione derivati da fenomeni di resilienza, lo sguardo al termine segue un doppio binario di approfondimento. Da un lato guardo alla resilienza delle pratiche di reazione e di cura di territori “ in transizione” con le quali sistemi sociali sempre più mutevoli trasformano situazioni di crisi, di trasformazione di equilibri urbani, in spazi di sperimentazione per nuove forme di convivenza e di relazione con le risorse ambientali, sociali e culturali. Dall’altro guardo alla capacità di resilienza del sistema di regole e degli strumenti dell’urbanistica di fronte a questi nuovi stati di equilibrio, ovvero all’attitudine ad innestarsi su situazioni di resilienza spontanea ed a trasformarle in nuovi ritmi e sistemi di rinnovamento urbano. Affinché ciò accada ritengo necessario che si inneschi un fenomeno di resilienza a catena, che vi sia una reciproca capacità di reazione e adattamento tra i due sistemi descritti. Un altro tema della mia interpretazione di resilienza urbana riguarda i concetti di tempo e spazio di resilienza. Le pratiche di autoproduzione di spazio pubblico riguardano generalmente determinate tipologie di spazio, caratterizzate dal trovarsi in un tempo di transizione, di attesa nel passaggio dalla loro funzione originaria ad un nuovo equilibrio che li reintegri nell’ecosistema urbano, sono “spazi di sonnolenza” tra dimensione locale e mercato globale, tra uso pubblico e valore privato (Sharon Zukin, 2010). La temporanea sospensione dello spazio dal sistema di origine e lo stato di attesa rispetto al nuovo sistema di destinazione, lo rende una zona neutrale (William Bridges 1991), caratterizzata da una temporanea assenza di regole. Gli spazi “in transizione” diventano così territori di immaginazione connotati da una dimensione utopica nella quale è possibile immaginare nuove regole o comunque prescindere da quelle ordinarie. Questo momento di sospensione e disordine, diventa territorio propizio per l’innescarsi di una dinamica di “ resilienza reciproca” . Se per le pratiche si apre infatti uno spazio fisico e temporale per il loro verificarsi, per l’urbanistica, la temporalità configura uno “stato elastico” dei luoghi (Gausa, 2010), una dimensione di reversibilità e di sospensione di giudizio, che consente di abbandonare i paradigmi consueti ed interpretare il progetto urbano non più solo rispetto alla durabilità degli spazi ma anche della attitudine a misurarsi con condizioni di crisi e di Valentina Gurgo

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Approcci resilienti per territori sensibili

incertezza. Questo passaggio è definito da Argyris e Schön, (Argyris e Schön, 1998) come transito da model 1 a model 2, ovvero l’abbandono di un modello comportamentale consueto (model 1) a vantaggio di un momento di creazione nel quale fare spazio all’incertezza del risultato e sperimentare un nuovo sistema di comportamento (model 2). Racconti di resilienza reciproca a partire da spazi e tempi di transizione si ritrovano nel caso berlinese e nel caso francese. Entrambi, anche se con sfumature diverse, mostrano come l’alchimia tra questi due temi possa produrre nuovi scenari per la rigenerazione di territori dismessi, l’innovazione di spazi di relazione sociale, la produzione di nuove forme di empowerement e di economie sostenibili. Nel caso barcellonese la dimensione spazio e tempo di transizione assumono dei connotati particolari che pongono delle questioni rispetto alla possibilità che si inneschi un meccanismo di resilienza reciproca.

2 | Urban Pioners (Berlino). Progettare con “il tempo di transizione” A Berlino, a seguito di mutamenti demografici e della trasformazioni del valore economico di terreni e spazi edificati, si è verificato un rallentamento nella trasformazione della città, che ha restituito al territorio una serie di spazi “di transizione”. Tra questi vi sono spazi di grandi dimensioni come tracciati ferroviari, ex-aree industriali e porzioni di edilizia abbandonata di inizio novecento, situati in zone periferiche ed una serie di spazi di dimensioni più ridotte lasciati vacanti da trasformazioni repentine dello spazio urbano, come parti del tracciato dell’ex-muro ma anche piccoli spazi interstiziali di proprietà pubblica e privata. Questi territori di attesa, di interruzione di dinamiche urbane e sociali, diventati in molti casi scenari di degrado e marginalità sociale, hanno favorito l’innesto di pratiche spontanee di cura e produzione di nuove forme di convivenza, con le quali gruppi di abitanti di diversa derivazione (vecchi abitanti, giovani famiglie, squatters, etc), hanno ricostituito nuovi equilibri urbani a partire dai loro bisogni sociali e desideri urbani. Così sono nati spazi culturali, orti comunitari, villaggi ecologici, spazi dedicati allo sport di diversa dimensione e tipologia, come campetti da sci per bambini, campi da golf, spazi dedicati alla costruzione di sculture di sabbia e addirittura una piscina galleggiante sullo Spree. La risposta dell’amministrazione tedesca a questi episodi di resilienza è stata caratterizzata dal riconoscimento del valore della flessibilità delle pratiche rispetto alla mutevolezza del sistema urbano a partire dalla quale ha prodotto messo a punto una nuova politica. Questo passaggio è stato ottenuto mediante un uso sperimentale del tempo di transizione, inteso come momento di osservazione delle pratiche rispetto all’attitudine a prefigurare dal vero possibili vocazioni di utilizzo degli spazi temporaneamente trasformati e testare contemporaneamente le risposte del contesto. La condizione di temporaneità rappresenta l’elemento propulsore del processo, prefigurando la possibilità di intervenire in qualsiasi momento dell’esperimento, aggiustando il tiro della trasformazione indotta dalle pratiche: indirizzandola verso una situazione di rifunzionalizzazione permanente o bloccandola se non produce risultati significativi o se la sua destinazione d’uso non sia negoziabile. In questo processo il comune assume un ruolo di promotore/facilitatore rispetto alla costruzione di nuove forme di empowerement che vedono gli abitanti autoproduttori di spazio diventare imprenditori di nuove forme di economia legate agli usi promossi nei territori trasformati. Questi vengono loro concessi mediante contratti di fitto agevolati con il comune stesso o con privati rispetto ai quali il comune agisce da garante.

Figura 1. Mellow Park (Berlino) Valentina Gurgo

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Tra i vari spazi generati dal sistema tedesco, un esempio dell’intero processo si ritrova in Mellow Park (Fig.1), lo skatepark più grande d’Europa nato nell’area dismessa di una fabbrica di cavi di 10.000 mq. L’associazione giovanile “All eins e.V.”si installa in quest’area dopo essere stata sgombrata da un sito destinato alla realizzazione di una nuova area residenziale. Con la vittoria del concorso "Teens Build the New Berlin" con il progetto di una pista per skateboard e BMX, “All eins e.V.” ottiene l’assegnazione temporanea dell’area e un finanziamento dalla municipalità di Köpenick per realizzare il progetto. Lo spazio nel tempo cambia progressivamente consistenza acquisendo nuovi spazi legati all’organizzazione di competizioni internazionali di skate e bmx, che comportano la realizzazione di un camping e di un ostello e di una serie di spazi di relazione il quartiere come campi da calcio, da pallavolo e da basket, un parco giochi, sedute e arredi che permettono la fruizione del parco anche ad utenti che non usano le attrezzature sportive. Successivamente, a causa della realizzazione in un’area adiacente di un complesso residenziale da parte della compagnia immobiliare privata Berner Group, il comune negozia con l’associazione lo spostamento dello skatepark in un’altra area sulla riva dello Spree. Il processo di generazione e trasformazione di Mellowpark, offre un esempio di come la conversazione riflessiva (Schön 1983) innescata dal comune con una situazione non ordinaria, possa generare un ciclo continuo resilienza reciproca tra pratiche e politiche che consente il radicamento di modalità di rinnovamento dello spazio pubblico a partire da processi non pianificati.

3 | Jardins Partagés (Parigi) . Un sistema resiliente di gestione del verde urbano A seguito del proliferare di episodi di colonizzazione e cura spontanea di spazi vacanti in aree periferiche della città di Parigi, il comune decide di modificare i propri sistemi di gestione del verde aprendoli alla partecipazione di comunità di abitanti-giardinieri. La connotazione significativa della resilienza della politica dei Jardins Partagés, riguarda il modo di reinterpretare le regole ordinarie alla luce delle nuove problematiche che gli episodi di cura spontanea fanno emergere. In particolare i nodi di problematicità riguardano: il rischio di esclusione della cittadinanza non direttamente coinvolta nella cura degli spazi verdi; l’immagine di questi spazi, precedentemente garantita da un determinato progetto del verde in funzione della dimensione delle aree e delle stagioni con modalità di gestione predefinite, condizioni non più garantite nel momento in cui le scelte vengono prese autonomamente da abitanti che non hanno conoscenze specifiche nel campo, né possono garantire continuità nella cura degli spazi, rischiando così di compromettere l’immagine complessiva del verde urbano. Il comune affronta queste problematiche producendo una nuova politica di gestione degli spazi verdi con un nuovo sistema di regole che permette di promuovere la spontaneità della gestione conservando per sè un ruolo di facilitatore e di garante. La politica dei Jardins Partages prevede la possibilità che gli abitanti si associno in piccoli gruppi, (condomini di uno stesso edificio, abitanti di un quartiere, etc.) e stipulino un contratto collettivo con Main Verte, una cellula della Direction des Espaces Verts et de l’Environement del comune, per la gestione temporanea di uno spazio verde di proprietà comunale o di proprietà privata. Il contratto prevede da parte dei gruppi di abitanti-giardinieri : l’apertura obbligatoria dello spazio al pubblico in alcuni giorni della settimana, la realizzazione di eventi pubblici in ogni stagione, l’apposizione all’ingresso del giardino di un regolamento d’uso dello spazio con le coordinate dell’associazione e la stipula di un’assicurazione di assunzione di responsabilità civile dello spazio da parte della comunità. Main Verte si impegna invece ad affiancare i gruppi di cittadini nell’intero processo di costituzione e funzionamento del giardino, offrendo supporto metodologico nella manutenzione dello spazio, organizzando corsi di giardinaggio e promuovendo la comunicazione tra i diversi giardini. La resilienza del nuovo sistema messo a punto dal comune, trasforma inoltre la regolazione e il rafforzamento delle pratiche nell’occasione per mettere a punto nuove politiche ecologiche e progetti di inclusione sociale. I giardini prodotti sono di molteplici tipologie: giardini familiari, giardini pedagogici, giardini di inserimento sociale, giardini terapeutici, giardini comunitari inseriti all’interno di un parco pubblico come quello della Trèfle d’Eole e l’Ecobox (Fig.2), un progetto di giardino itinerante, basato sulla possibilità palesata dal comune di costituire giardini effimeri su terreni di cui è già prevista l’urbanizzazione. Il giardino consta di aiuole realizzate con pallets su ruote, una cucina ed una biblioteca mobili. Questi dispositivi temporanei sono utilizzati per produrre attività pedagogiche, giardinaggio, pranzi comunitari, spettacoli teatrali e musicali e sperimentazioni ecologiche (forno solare, compostaggio, etc). Anche Ecobox, come Mellowpark, si è spostato dal primo luogo di insediamento per adattarsi ad un nuovo spazio, ma in questo caso nel luogo dove sorgeva il giardino, invece che residenze, la società mista di riqalificazione urbana SEMAEST, ha realizzato un progetto di attrezzature pubbliche che riproduce in una scala differente e con un disegno più complesso le attività promosse da Ecobox nel tempo di utilizzo temporaneo dell’area.

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Figura 2. Ecobox (Parigi)

4 | Parc del Pou de la Figuera, Barcelona (Spagna). Un sistema di resilienza interrotto Il Parc del Pou della Figuera è un piccolo parco pubblico nel centro di Barcellona che deriva da un conflitto di sette anni tra abitanti e amministrazione conclusosi con un processo di partecipazione. Il parco,diversamente dai casi precedenti, non si trova in un’area periferica ma in un’area centrale della città in corso di trasformazione. Il tempo di transizione che caratterizza la nascita dello spazio è un tempo non previsto, dovuto a mancanza di fondi per completare la trasformazione dell’area che fa si che lo spazio non sia immediatamente riassorbito dal sistema che lo ha prodotto, generando un tempo di resilienza inaspettato in un luogo centrale. Il grande vuoto generato nel tessuto urbano (Fig.3) viene progressivamente colonizzato dagli abitanti del quartiere che, con pratiche di cura e convivialità, reagiscono al trauma delle demolizioni ed al trasferimento di parte degli abitanti originari ristabilendo nuovi equilibri. Queste pratiche danno vita ad un parco di quartiere autogestito che diventa oggetto di conflitto con l’amministrazione che vuole realizzarvi a sua volta un parco ma di diversa tipologia. Il conflitto dura sette anni e si conclude con un processo di partecipazione che porta alla realizzazione di un parco caratterizzato da una mixitè di elementi e funzioni derivati dalla negoziazione comune /abitanti. Sebbene il parco rappresenti oggi uno spazio con connotazioni diverse dagli altri spazi centrali rispetto alle funzioni ed al sistema di gestione che lo caratterizzano, è di fatto rifiutato dall’amministrazione che, pur avendo generato una risposta resiliente nello spazio concertato con gli abitanti, guarda allo spazio come un luogo ibrido,da ricondurre prima o poi alla propria immagine di spazio pubblico centrale. Dalla storia della vicenda, appare immediatamente evidente come il significato del tempo di resilienza del parco sia distinto rispetto agli altri casi. Si tratta di un tempo che non avrebbe dovuto esistere, che si è allargato improvvisamente determinando una situazione imprevista. Lo spazio in transizione in questo caso ha già una destinazione d’uso ben definita che poco si presta alla sperimentazione di qualcosa di nuovo e questo soprattutto perché il disegno dello spazio pubblico centrale catalano presenta dei patterns spaziali e delle regole di funzionamento molto rigidi, messi completamente in discussione dalle pratiche prodotte dagli abitanti. Alcune delle regole progettuali della plaza dura, termine con cui si definisce il prototipo dello spazio pubblico catalano, sono: l’organizzazione del numero e del tipo di funzioni nello spazio in base alla dimensione delle aree, la collocazione al di sotto delle piazze di parcheggi sotterranei con conseguente scarsa presenza di alberi nella parte sovrastante, un pavimento “duro”, aree di gioco per bambini regolati in base alle fasce di età, tipologie di verde standardizzate e organizzate in base alle stagioni ed arredi caratterizzati da un disegno omogeneo. Tutti questi elementi trovavano un preciso contrappunto negli spazi autocostruiti dagli abitanti: orti urbani, spazi di gioco non regolamentati, un campo da calcio e uno da pallacanestro non adatti alle dimensioni dell’area e pavimento di sabbia. Questo scollamento tra due immaginari radicali di spazio pubblico ha determinato l’impossibilità che si verificasse una risposta resiliente da parte dell’amministrazione ad un sistema di resilienza spontanea che oltre ad aver riempito una falla nel sistema di produzione di spazio pubblico, preservando un territorio in uno stato di fragilità da fenomeni di abbandono e di degrado, si poneva come occasione per mettere a punto un sistema di gestione temporanea di aree caratterizzate dalle stesse problematicità. Valentina Gurgo

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Figura 3. Parc del Pou de la Figuera, lavori in corso

5 | Tirando i fili Rileggendo i tre casi rispetto all’attitudine dell’urbanistica ad innescare sistemi resilienti di rinnovamento urbano è possibile tirare alcuni fili del discorso rispetto all’efficacia del meccanismo di resilienza reciproca. Se il tema della resilienza pratiche/strumenti convenzionali del caso barcellonese interpretato alla luce delle politiche berlinesi e francesi, mostra che si poteva lavorare ad una reinterpretazione dei patterns convenzionali a vantaggio di nuovi modelli di empowerement e di diverse forme di gestione dello spazio pubblico, il termine tempo/spazio di resilienza crea problemi e lascia delle questioni aperte. Lo spazio di transizione, del parco di Barcellona è diverso da quello degli altri due casi, pur rientrandovi nella fattispecie, continua infatti a mantenere le connotazioni del sistema “centro della città” al quale appartiene. Lo spazio pubblico centrale è il luogo nel quale si pubblicizza l’immagine della città. Sebbene a Barcellona siano molteplici gli episodi di resilienza spontanea, il fattodi non aver ancora trovato una modalità di relazione con questo fenomeno esclude questo racconto dall’immagine pubblica della città. Diversamente Parigi, dopo aver messo a punto per un certo tempo il sistema dei Jardins Partagés è riuscita a ricondurre questa politica all’immagine pubblica della città, producendo ad esempio la Fete dei Jardins Partagès, evento internazionale di promozione della politica dei giardini urbani che si svolge a settembre. Ritornando ai concetti spazio/tempo di resilienza e meccanismo di reciproca resilienza alla luce dei tre casi attraversati è possibile pensare che esistono degli ingredienti determinati affinchè le pratiche possano incidere sulle politiche. Forse per indurre trasformazioni nello spazio pubblico cittadino bisogna prima passare per una messa a punto di nuovi strumenti di “deregolazione controllata” in spazi di transizione periferici caratterizzati da una dimensione di transizione? Quanto incide nella messa a punto di nuovi strumenti la temporaneità, ovvero la reversibilità del fenomeno nella sperimentazione di nuovi sistemi di produzione di spazio pubblico? Rispetto al problema della centralità dello spazio e dell’incidenza del fattore temporaneità, uno spunto di riflessione è offerta da festivals ed eventi sul tema dello spazio pubblico, (penso per esempio a Quartiers Créatifs, un’iniziativa dedicata alle pratiche di partecipazione e riattivazione dal basso di spazi pubblici, prevista per Marsiglia Capitale Europea della Cultura 2013), che per ora rappresentano l’unica apertura delle amministrazioni a sperimentazioni nella città di diversi approcci alla rigenerazione urbana. Questa apertura è legata al fatto che gli eventi rappresentino delle prefigurazioni artificiali di spazi di transizione. Sebbene alcuni di questi eventi depositino tracce sul territorio, anche partendo da qui, bisognerebbe lavorare rispetto a strumenti di relazione tra la vita temporanea dei luoghi e l’immagine che può sedimentare.

Valentina Gurgo

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Bibliografia

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Valentina Gurgo

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Smart People Le azioni locali che nascono dentro le reti globali

Smart People Le azioni locali che nascono dentro le reti globali Lorenzo Massimiano Scuola Superiore G. D'Annunzio, Chieti-Pescara Dipartimento di Architettura Email: massimiano.lorenzo@gmail.com Patrizia Toscano Scuola Superiore G. D'Annunzio, Chieti-Pescara Dipartimento di Architettura Email: arch.patriziatoscano@gmail.com

Abstract Il modello di città cui oggi si guarda maggiormente per rispondere alla crisi economica e ambientale che sta coinvolgendo l’intero pianeta porta il nome di smart city. È evidente, però, che essa non può esistere senza smart people e Internet sta contribuendo a rendere i cittadini più consapevoli e attivi. Il paper intende indagare le possibilità che i nuovi media e le reti digitali offrono alla società contemporanea per rendere gli spazi urbani capaci di rispondere in maniera flessibile, immediata e adattabile alla crisi. Pertanto, nella prima parte si affronterà l’argomento sotto l’aspetto teorico, evidenziando le caratteristiche peculiari di tali esperienze. nella seconda parte, invece, verrà posta l’attenzione sulla capacità di Internet di modificare l’ambiente in cui viviamo, passando in rassegna alcuni degli interventi più interessanti avviati da gruppi auto-organizzati di cittadini, che, grazie all’utilizzo della rete e delle nuove tecnologie, sono riusciti a mettere in atto processi di trasformazione dal basso di assetti politici e spaziali. Parole chiave Smart city, smart people, attivismo urbano

Premessa Uno degli argomenti più affrontati degli ultimi tempi è sicuramente il modello smart city. Sono sempre di più, infatti, i momenti di dibattito e i contributi sull’argomento. Ciò è dovuto alla necessità impellente di sovvertire il modello di sviluppo utilizzato fino ad oggi, diventato oramai insostenibile per il nostro pianeta. L’Unione Europea sta puntando molto sulle città intelligenti, stanziando cospicui finanziamenti per promuoverle e raggiungere così gli obiettivi ecologici fissati dall’Agenda 20-20-20. Anche l’Italia si sta impegnando in questa direzione, attraverso bandi promossi dal MIUR che raggiungono quasi i novecento milioni di euro (La Stampa.it, 2012). Nonostante l’interesse suscitato, ad oggi non esiste una definizione univoca di smart city; anzi, probabilmente proprio la sua discussione in moltissime e varie occasioni, ha fatto subire all’argomento un’inflazione del suo significato. Qualcosa di simile era successo poco tempo prima con il termine ‘sostenibilità’, il quale, sebbene sia stato per diversi anni un tranding topic, ancora oggi genera fraintendimenti. Cos’è dunque una smart city? Solitamente si tende a identificare la smart city con una città dominata dalle tecnologie, spesso con esiti molto high tech ma poco ‘umani’. In realtà, secondo una definizione fornita dal progetto interuniversitario “European Smart City Ranking” (Università di Vienna-Ljiubljiana-Delft, 2007), le persone (smart people) sono uno dei sei assi strategici Lorenzo Massimiano, Patrizia Toscano

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indispensabili per ottenere una ‘citta intelligente’1. Ai cittadini, dunque, è riservato un ruolo fondamentale nella definizione e nella formazione di una smart city, e Internet può contribuire in maniera determinante. Ma in che modo? Possono le nuove tecnologie digitali influenzare non solo la realtà virtuale, ma anche quella fisica? E come possono essere sfruttate per rendere le città del futuro più intelligenti, ecologiche e democratiche?

1 | Attivismo urbano e trasformazioni informali: origini e sviluppi La città contemporanea si pone oggi come espressione di una società di consumatori e non più di produttori. Il consumo oggi ha incarnato il concetto di svago, rappresentando una nuova forma di redenzione sociale. La spinta verso una dimensione consumistica produce il doppio effetto di presentare un territorio urbano invitante e al contempo fortemente diviso e controllato, fattori che causano la crescita di ineguaglianze sociali e la conseguente nascita di fenomeni di trasgressione e di rivolta. Di fronte alle mutate condizioni oggi la rappresentazione di un'idea moderna di progresso non è più auspicabile né sostenibile per il nostro sistema ed una certa parte di cittadinanza attiva se ne è resa conto prima ancora degli organi politici ed istituzionali. Come sostiene Margareth Crawford nel testo Contesting the Public Realm: Struggles over Public Space in Los Angeles è necessario guardare a quella pluralità di spazi rappresentati da strade, marciapiedi, lotti vuoti, parchi ed altri luoghi della città, reclamati dalle comunità di immigrati, dai poveri e dai senza tetto, che sono diventati luoghi in cui il dibattito sul significato della democrazia viene svolto quotidianamente. Senza sostenere che queste rappresentino la totalità degli spazi pubblici, nelle loro molteplici forme queste attività collettive costruiscono e rivelano una logica alternativa di vita pubblica. Quando i residenti con nuove storie, culture e domande appaiono nelle città, inevitabilmente introducono forme di disturbo, le loro richieste suggeriscono nuovi tipi di diritti, basati sulle necessità di vivere esperienze che vanno al di fuori delle normative e delle definizioni istituzionali di stato e dei suoi codici legali. I luoghi pubblici in cui gli scontri si verificano sono la prova di un ordine emergente, non ancora completamente comprensibile: qui infatti si sfocano le differenze tra domestico ed economico, pubblico e privato. Osservando da vicino le realtà urbane, ci si accorge di come stiano riemergendo alcune pratiche legate a forme varie di attivismo urbano: fenomeni nati negli anni '60 e '70 ma che tornano oggi con forme nuove e in luoghi inaspettati, suggerendoci di ripensare radicalmente l'esperienza urbana. Come ben documentato dalla mostra Actions, What you can do with the city, le azioni considerate prevedono comportamenti alieni dagli odierni modelli di consumo, propongono un lifestyle alternativo e ri-occupano lo spazio urbano con nuovi usi, sintetizzati nella mostra sopra citata con le categorie del walking, gardening, recycling e playing. Provisional, improvisational, guerrilla, unsolicited, tactical, temporary, informal, DIY, unplanned, participatory, opensource sono solo alcune parole che sono state usate per descrivere questa crescente modalità di intervenire in modo spontaneo sulla città. Tali fenomeni sono stati oggetto di studio di vari progetti curatoriali, a partire dal 2008 fino ad oggi, che li hanno ritratti attraverso scatti fotografici e documentazione video, nel tentativo di capire e spiegare la tendenza ad occupare e trasformare autonomamente lo spazio urbano attraverso azioni temporanee e spesso intenzionalmente provocatorie. Il concetto che possiamo considerare come l’assunto teorico di base per molte di queste iniziative è quello del Right to the City, teorizzato dal sociologo francese Henry Lefebvre nel 1968. Le 'utopie sperimentali', da lui pensate come primo passo nell’acquisizione dei diritti alla città, si concretizzano nel campionamento di progetti urbani informali e improvvisati, che stanno proliferando in modo esponenziale nelle metropoli del mondo indistintamente dalla localizzazione geografica e cultura locale, a dimostrazione della globalizzazione della cultura urbana. Movimenti quali Freegans, Trash Safari, Green Workers, Critical Mass, Shared Space, Guerrilla Gardening, Precare e Dumpster diving e molti altri ancora, promuovono interventi sullo spazio urbano dal carattere attuativo, immediato, che non prevedono una progettualità lunga ma che si basano su azioni concrete. Il più delle volte si tratta di interventi temporanei che durano il tempo necessario per l’utilizzo del luogo da parte di una specifica porzione di pubblico.

2 | L’influenza delle reti digitali nella città L'organizzazione di questi gruppi ed il coordinamento dell’azione avviene oggi all’interno della rete virtuale: attraverso blog e social network. Negli ultimi anni si sono susseguiti diversi esempi che dimostrano come l’utilizzo della rete e dei social networks possa produrre dei cambiamenti nella realtà fisica, come ad esempio nelle dinamiche sociali, arrivando a modificare l’assetto politico di intere nazioni. Grazie a Internet, nel 2011 un’ondata di proteste si è spostata di paese in paese, partendo dall’Africa settentrionale fino a coinvolgere tutto il mondo arabo, riuscendo a sovvertire regimi politici radicati da anni. Un fenomeno come la Primavera Araba non si era mai verificato prima e il ruolo dei social media, Facebook e Twitter su tutti, è stato determinante per alimentare e diffondere la protesta Lorenzo Massimiano, Patrizia Toscano

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(Osservatorio di Politica Internazionale, 2011). Nello stesso anno, in Spagna, è avvenuto qualcosa di simile: gruppi di cittadini auto-organizzati, uniti sotto il nome di Indignados, sono scesi in piazza per protestare contro il modo di amministrare il paese da parte dell’attuale politica spagnola. Anche in questo caso la rete è stata fondamentale, e non solo per alimentare le proteste, ma anche per gestirle. Durante le diverse manifestazioni, infatti, i cittadini avevano istituito delle commissioni informatiche: gruppi di volontari connessi sul web che inviavano i risultati e i commenti delle assemblee ai media tramite Internet, condividendo quanto stava accadendo nelle diverse piazze occupate. Fino ad arrivare all’attuale situazione politica italiana in cui un movimento nato in rete, il Movimento 5 Stelle, è riuscito a ottenere percentuali altissime di voti nelle ultime elezioni politiche coniugando modalità di informazione alternativa, come il blog e YouTube, a quelle più tradizionali, come i comizi in piazza. Senza voler entrare nello specifico dei motivi che hanno portato a queste manifestazioni, è interessante notare come l’innovazione tecnologica portata da Internet e il suo utilizzo sempre maggiore da parte della popolazione, stia attuando delle mutazioni che influenzano tutti i campi dell’attività umana, configurandoli secondo una logica di rete (Castells, Manuel, 1996). Dunque le nuove tecnologie giocano un ruolo fondamentale: negli ultimi 20 anni la rivoluzione delle comunicazioni ha prodotto un sostanziale cambiamento del modo in cui interagiamo col mondo, modificando anche la tradizionale opposizione tra reale e virtuale, tanto che la nostra stessa identità e socialità ha una doppia rappresentazione, virtuale e presenziale. La nostra socialità, infatti, si esprime per larga parte attraverso gli strumenti offerti dalla rete e la nostra informazione avviene per lo più attraverso canali informatici. Internet sembra offrire un 'luogo' altro per le relazioni sociali: fenomeno che può essere letto da un lato come causa dello svuotamento dello spazio pubblico, dall'altro come straordinaria possibilità per rafforzare le relazioni sociali. E' proprio attraverso il web infatti che oggi si sperimentano interessanti modelli di gestione collettiva. Come afferma Mitchell: «La connettività è diventata la caratteristica distintiva della condizione urbana del ventunesimo secolo» (Mitchell, William J. 2004: 11). La differenza sostanziale tra le città contemporanee da quelle del passato starebbe nella capacità di connettersi: ad Internet per acquisire o riversare informazioni, tra loro i dispositivi per farli interagire, gli utenti per comunicare, e molte altre forme di interazione che oggi esperiamo in maniera naturale, quasi inconsapevole, frutto di una rivoluzione digitale iniziata ‘solo’ cinquant’anni fa. La possibilità di connetterci ha generato un nuovo campo di azione che ha prodotto cambiamenti notevoli nel nostro modo di vivere e relazionarci. Basti pensare alle infinite possibilità di cui disponiamo oggi grazie alle tecnologie di comunicazione e informazione (ICT), che, unite alla loro diffusione e alla loro capacità di ‘connettersi’, sono in grado di produrre una complessità tale da poter parlare di una nuova realtà generata elettronicamente: la realtà virtuale. Non bisogna però cadere nell’errore di considerare le due realtà, quella virtuale e quella fisica, in maniera separata, o addirittura pensare che, con una maggiore presenza di tecnologia nella nostra vita quotidiana, la realtà virtuale possa prevalere, soppiantando quella fisica (Gilder, George, 1995). Esse sono in stretta relazione, dialogando continuamente; come spiega Guido Martinotti (2002) «Non esistono due realtà, ma una sola, che si è oggi arricchita di qualcosa che prima non esisteva, e cioè della possibilità quasi universale di usare bottoni che fanno fare cose». Ciò che accade nel mondo reale, dunque, influenza quello virtuale, e viceversa. Tale assunto diventa fondamentale per la comprensione del modello smart city e più in generale della città contemporanea. Nel paragrafo successivo vedremo alcuni esempi di come il binomio individui-rete oggi sia in grado non solo di influenzare gli assetti sociali e politici di un territorio, ma anche di modificarne le configurazioni spaziali.

3 | Alcuni modelli applicativi e di ricerca sul tema delle trasformazioni spontanee Un approccio al progetto che tenga conto dei fenomeni di riappropriazione della città, della partecipazione pubblica e comunicazione orizzontale di quelli che sono gli indirizzi di trasformazione urbana, e dell'attenzione verso le informazioni digitali prodotte dagli utenti di un dato territorio, sta prendendo piede sempre più in Spagna, sia nel campo della ricerca che della progettazione. Come affermato in vari articoli presenti sul blog di Domenico di Siena, architetto e ricercatore italiano che opera a Madrid e lavora sui concetti di Ciutad Hibrida e Sentient City: “Ogni territorio, città, quartiere o strada, è depositario di una conoscenza tacita creata dalle persone che la abitano (…) La dimensione digitale può aiutarci: su internet si pubblicano quotidianamente grandi quantità d’informazioni riguardanti i luoghi in cui abitiamo; potremmo approfittarne per creare strumenti che ci permettano di conoscere meglio le persone che vivono attorno a noi e gli spazi in cui ci muoviamo (…) Queste informazioni sono in realtà già presenti nella rete grazie ai servizi di social network, tuttavia non sono ancora contestualizzate e relazionate con il territorio”. Un esempio rilevante è dato dalle piattaforme web di ‘attivismo urbano’, come ad esempio Camina Haz Ciudad e Toronto Urban Repair Squad. Nel corso degli anni questi due movimenti hanno prodotto diverse microtrasformazioni urbane, utilizzando la rete come strumento di supporto. Nel 2011 essi hanno realizzato: Lorenzo Massimiano, Patrizia Toscano

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Smart People Le azioni locali che nascono dentro le reti globali

attraversamenti pedonali, aree di sosta per biciclette, corsie preferenziali per pedoni e piste ciclabili, semplicemente formando un network di persone su Internet disposte ad impegnarsi in prima persona per realizzare ciò di cui la città aveva bisogno, spesso utilizzando interventi informali e a basso costo. In questo modo sono riusciti ad ottenere delle strade più sicure e ad incentivare lo spostamento a piedi o con mezzi ecologici. Un altro intervento interessante, operato dal collettivo Camina Haz Ciudad, è consistito nell’occupare diverse aree di sosta per automobili con zone ricreative e di attività all’aria aperta, dando così la possibilità agli abitanti del quartiere di usufruire di nuovi spazi per la socialità e di interagire tra loro. Architetti e urbanisti non possono più ignorare queste nuove realtà. Innovare le soluzioni urbane significa anche captare, analizzare e visualizzare i dati che la città produce. In tale processo tutte le tecnologie diventano strumento e argomento di ricerca così come è evidente nel lavoro di Ecosistema Urbano, studio madrileno che ha incorporato la dimensione virtuale all'interno del processo progettuale di riqualificazione di spazi pubblici e rigenerazione urbana. Un esempio interessante è incarnato dal progetto Dreamhamar presentato durante l'ultima Biennale di Architettura di Venezia, Common Ground, che ha previsto il redesign di una piazza ad Hamar in Norvegia, realizzata durante il 2011 e 2012. In questo caso il processo progettuale è stato supportato da iniziative multiple come workshop, lecture, azioni urbane, messa in atto di strumenti di comunicazione e partecipazione pubblica; è stato attivato un processo di brainstorming collettivo che ha visto i cittadini fortemente coinvolti nel dare vita alla loro nuova piazza. Questa strategia prevedeva, tra le varie iniziative, un DIGITAL LAB (participatory web platform linked to social network channels, to follow the weekly broadcasts, online workshops and use the mobile application, dreamhamar.app3) che ha fornito dati utili nella fase di analisi.

4 | Conclusioni Dopo aver analizzato il fenomeno sotto l’aspetto teorico e aver fornito dei casi studio di riferimento, emerge come le reti digitali costituiscano degli strumenti fondamentali con cui è necessario confrontarsi per la progettazione della città di domani. I cittadini hanno già cominciato a farlo, sfruttando il loro potenziale per ovviare autonomamente ai problemi della città: le azioni descritte, che usano la rete in modo attivo, sono infatti in grado di trasformare l’ambiente urbano in maniera efficace, reversibile e a basso costo, coinvolgendo al contempo l’intera società per migliorare la qualità della vita all’interno dei quartieri in cui vivono. A tutto ciò va sommato l’aspetto tecnologicamente innovativo dell’intero processo, che sfrutta le capacità dei nuovi strumenti di comunicazione per gestirne le dinamiche: Internet gioca qui il ruolo fondamentale di informare, reclutare e organizzare i cittadini che gravitano intorno alla piattaforma web, formando un insieme di persone attive che ‘abita’ la rete, in cui si perde il confine tra comunità e community. Approcci simili, dunque, si configurano come esempi da cui è possibile apprendere delle nuove modalità di intervento sulla città, che tengano conto delle trasformazioni dettate dalla contemporaneità e che coniugano al contempo l’aspetto tecnologico e quello umano, in maniera ‘smart’. Esperienze di questo tipo ci suggeriscono di utilizzare le informazioni reperite attraverso i nuovi strumenti di comunicazioni -blog, social network, app- sempre nel rispetto della privacy dei fruitori (argomento spinoso che meriterebbe approfondimenti e discussioni più ampie), come vero e proprio materiale di progetto in quanto capitale umano ed esperenziale prezioso per lo sviluppo in chiave etica ed umanistica del progetto degli spazi pubblici nelle città contemporanee.

Bibliografia Aa.Vv, (2008), “Into the open. Positioning practice”, Catalogo del Padiglione degli Stati Uniti d'America, XI Mostra Internazionale di Architettura, La Biennale di Venezia; Aa.Vv, (2008 ), Post-it City. Occasional Urbanities, CCCB, Barcellona; Aa.Vv, (2012), “Spontaneous Interventions”, in Architect, The Magazine of the American Institute of Architects, U.S. Pavillon, 13th International Architecture Exhibition at the Venice Biennale; Borasi, Giovanna - Zardini, Mirko, (2008), Actions: What you can do with the city?, Canadian Center for Architecture , SUN, Montreal – Amsterdam; Castells, M. (1996), La nascita della società in rete, Università Bocconi editore, Milano (ed. 2002) Castells, M. (2004), La città delle reti, Marsilio, Venezia; Crawford, Margareth, (1995), “Contesting the Public Realm: Struggles over Public Space in Los Angeles” in Journal of Architectural Education n.49, Washington; Gilder G. 1995. Forbes ASAP. Febbraio 27. in Mitchell Moss, Technology and Cities, Cityscape; Lefebvre, Henry, (1976 ), Il diritto alla città, Marsilio editori, Venezia; Mitchell, W.J. (2004), Me++: the cyborg self and the networked city, MIT Press, Massachussets; Lorenzo Massimiano, Patrizia Toscano

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Smart People Le azioni locali che nascono dentro le reti globali

Martinotti, G. (2002), Prefazione contenuta nel libro di Castells, M. (1996), La nascita della società in rete, Università Bocconi editore, Milano (ed. 2002).

Sitografia Blog di Domenico di Siena in cui è pubblicato l’articolo “La città open source: creazione partecipata dell’identità locale”,discusso durante il “Convegno Internazionale RISCHIO E PROGETTO URBANO São Paulo_territorio aquilano” del 19-20 ottobre 2011, svoltosi presso la Facoltá di Architettura di Pescara. http://urbanohumano.org/category/italiano/ Sito dello studio di architettura Ecosistema Urbano, Madrid (Spagna), pagina web dedicata al progetto Dream Hamar presentato nel Padiglione della Spagna durante la 13a Mostra Internazionale di Architettura di Venezia. http://ecosistemaurbano.com/portfolio/dreamhamar/ Conferenza Stampa, 10 ottobre 2007, “European smart cities – Un nuovo strumento scientifico per la valutazione delle città europee di media grandezza”, disponibile sul sito European Smart Cities, sezione press and ressources http://www.smart-cities.eu/press-ressources.html Articolo pubblicato sul sito La Stampa.it, 03 dicembre 2012, “Le città cercano i fondi per diventare più smart”, disponibile sul sito La Stampa.it, sezione tecnologia http://www.lastampa.it/2012/12/03/tecnologia/le-citta-cercano-i-fondi-per-diventare-piu-smartMopd6hIBdblHKTB2RjR1GL/pagina.html Sito della piattaforma Camina Haz Ciudad http://hazciudad.blogspot.co.uk Sito della piattaforma Toronto Urban Repair Squad http://urbanrepairs.blogspot.com.ar

Lorenzo Massimiano, Patrizia Toscano

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Laboratori di resilienza verso la Città del Quarto Paesaggio

Laboratori di resilienza verso la Città del Quarto Paesaggio Amedeo Trezza Libero ricercatore in semiotica del paesaggio e contadino contemporaneo Email: amedeotrezza@gmail.com

Abstract Città ecologica eccede la declinazione scientifico-biologica del termine e apre a una dimensione sociale e culturale, ad una ecologia profonda dei comportamenti e delle relazioni. Ecco che la città si de-materializza e appare un intreccio di strade di senso e di rapporti, perde il suo carattere di densità (in senso urbanistico) e può diventare metafora di rete diffusa in una possibile – auspicabile – città esplosa su un territorio di area vasta come un parco naturale, un distretto geografico ampio, tendendo a far emergere un paesaggio geografico e culturale diverso da quelli che hanno caratterizzato i territori fino ad oggi. Il ‘quarto paesaggio’ qui si pone come riscrittura, ricucitura organica delle trame di relazioni di senso del vissuto e dell’abitato riscrivendo il concetto di città e offrendo un’alternativa di ‘diversa crescita’ ed equo sviluppo, promuovendo e offrendo di fatto una strategia di resilienza a partire dalla consapevolezza della continua e inarrestabile – e per questo vitale e benefica, nel bene e nel male – continua metamorfosi dei luoghi e dei linguaggi. Parole chiave Paesaggio culturale, Città diffusa, Ecologia profonda

Crescita e Decrescita Una de-crescita in-felice

Nonostante i molti assunti teorici di fondo e le numerose voci interdisciplinari in seno al dibattito scientifico internazionale in tema di sostenibilità e di limiti della crescita economica in chiave ecologica e non solo (ad es. Commoner, 1972), il pensiero della decrescita nella sua vulgata inizia ad affermarsi in Europa a cavallo tra il vecchio e il nuovo secolo. Senza entrare nel dettaglio delle varie sfumature, essa si pone sostanzialmente in reazione agli esiti socialmente ed antropologicamente – prima ancora che economicamente – infelici del capitalismo, di quel capitalismo allora uscito vincitore dalla ‘guerra fredda’ e ormai unico sistema economico produttivo in forza nei paesi maggiormente industrializzati e pressoché unico paradigma di sviluppo per la schiera di quelli emergenti. Troppo spesso però i temi e le declinazioni della decrescita hanno mostrato la loro impostazione fondamentalmente ideologica, provocatoria e contrappositiva rispetto al male assoluto ravvisato nell’economia privatistica di accumulo e di mercato. Tale irrigidimento ideologico e politicamente schierato, anche se parziale nella galassia delle voci e delle testimonianze della decrescita, ha trovato terreno fertile nella crisi finanziaria ed economica degli ultimi anni proprio quando parallelamente iniziava lo sdoganamento del pensiero decrescente che cominciava ad essere progressivamente più conosciuto.

Per via di negazione

È così che, se pure andava affiancandosi al sostantivo ‘decrescita’ l’attributo ‘felice’, ormai il termine decrescita aveva imboccato la sua strada di antagonismo provocatorio, teso ad essere anzitutto contro qualcosa, contro la crescita, mettendo in ombra il suo attributo. Attributo che invece a mio avviso è più importante del sostantivo a cui si riferisce poiché vale qui al contrario proprio come sostanza di una modalità, la modalità che è appunto quella della decrescita, fino al punto che si potrebbe ribaltare l’espressione e dare all’attributo ‘felice’ dignità sostantivale e parlare così di ‘felicità attraverso la decrescita’ e non più di ‘decrescita felice’. La questione semantica qui è cruciale perché mette a nudo strategie interpretative ideologiche che possono risultare fuorvianti. Amedeo Trezza

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Laboratori di resilienza verso la Città del Quarto Paesaggio

‘De-crescita’, presuppone una contrapposizione, il suggerimento di un concetto per via di negazione. E già questo è sbagliato, a meno che non sia frutto di una precisa e solo provvisoria strategia comunicativa che, in fase di rottura rispetto ad un sistema di concetti e di valori già strutturati e accreditati presso una comunità di parlanti, in un tempo limitato si afferma per negazione di un concetto comunemente condiviso e fa ciò, si badi bene, solo a scopo provocatorio, utilizzando cioè il paradigma accreditato da demolire (crescita) e negandolo, ovvero utilizzando la via della negazione come testa d’ariete per provocare una destabilizzazione ed una messa in discussione dei contenuti. Ed è qui che si gioca tutta la scommessa. Se subito dopo aver proposto una pars destruens si passa a costruire e proporre (anche terminologicamente) una pars construens allora il termine ‘de-crescita’ conserva tutta la sua forza dirompente nella misura in cui ha fatto il suo gioco, ha cioè svolto il suo ruolo ed è al contempo già linguisticamente superata nella misura in cui è sostituita da una strategia comunicativa che va a prendere subito il suo posto in virtù di un nuovo paradigma che non lavora più per negazione bensì per affermazione, per una nuova diversa affermazione. E per l’appunto si passa dalla ‘de-crescita’ ad una nuova diversa crescita. La scommessa della decrescita sta tutta qui: riappropriarsi del significato del termine ‘crescita’, o meglio, andare a lavorare nell’intimità del suo spazio semantico. Assunto che le risorse del pianeta sono limitate e che questo modello di sviluppo a crescita economica indefinita non è sostenibile, si dovrebbe anzitutto andare a riappropriarsi del termine ‘crescita’ e proporne un altro uso.

Una crescita felice

In definitiva, continuare a usare in termine ‘decrescita’ significa perdere in partenza la scommessa sia linguistica che dei contenuti, perché ci si pone nei confronti dell’altro come istanza che nega un concetto invece auspicabile e che gode di un comune giudizio positivo. Ragionare in termini positivi significa allora proporre una accezione differente che declini il concetto di crescita in termini di felicità umana, di socialità condivisa, di benessere esistenziale non misurato con gli strumenti di una economia di mercato e finanziaria ma con una economia di scambio, di reciprocità e con strumenti socio-antropologici che stimolino la percezione delle fonti energetiche e delle materie prime come beni comuni e non come merci.

Esplosioni Il museo è negato

E allora sarà bene cominciare a parlare di crescita in termini di sviluppo sociale e non di accumulo economico. Si potrà parlare semmai di una diversa crescita, di un’altra crescita. Mossi da un simile intento, nell’immaginare un’alternativa possibile ci viene naturale guardare a quei territori meno investiti dal modello di sviluppo economico classico, a quegli insediamenti umani che meno hanno risentito della disgregazione e dell’atomizzazione sociale sopravvenuta negli ultimi cinquant’anni e così, spesso uscendo dalle città ‘scartate’ a priori, si è guardato ai quei territori rurali detti ‘marginali’, appunto perché lontani dall’occhio del ciclone che ha investito zone produttive e metropolitane più adatte a simili cambiamenti. Modelli, anzi brandelli di contesti agricoli rurali ci sono apparsi come il mondo nascosto per anni e all’improvviso riscoperto. E così si è cominciato, più o meno consapevolmente, a immaginare una correzione (per i più moderati tra i decrescenti) o a una revisione (per i più convinti) dell’assetto socio-economico produttivo e insediativo contemporaneo nei modi e sulle suggestioni di un pezzo di mondo ritenuto essere miracolosamente scampato alla modernità. E così i temi della decrescita oscillano tra un’anima futuristica dedita solo a dibattiti tutti interni alla modernità metropolitana (fonti energetiche rinnovabili, mobilità alternative, reti di comunicazione innovative, ecc.) e un’anima sentimental-tradizionalista che assume a volte anche colorazioni bucoliche. Queste derive non comprendono che niente è più come prima e quello che oggi ci appare come arcaico e incontaminato non lo è affatto. Il museo è negato.

Il museo negato è esploso

Spesso i territori ora percepiti come marginali (ai margini di un progresso avvenuto altrove) sono stati abbandonati per anni e il loro presidio, la loro cura e coltura è andata persa, spesso intere comunità sono scomparse e di fatto annientate nella loro memoria collettiva a causa della infinita emigrazione e chi è rimasto nei territori rurali a volte non è un ‘eroe’ come può sembrare dall’esterno ma magari lo fa controvoglia oppure è mosso da più o meno corretti o deprecabili incentivi economici che contribuiscono a falsare, loro pure, il panorama sociologico dei luoghi. Una idea di diversa e altra crescita non può non tener conto della pervasiva contaminazione di vecchio e nuovo, della inestricabile compresenza e contemporanea influenza di istanze lontane tra loro, l’una sull’altra e nell’altra. Tale reciprocità e commistione non può non indurci ad adottare un atteggiamento interpretativo scevro da pregiudizi e da troppo facili giudizi su una dicotomia urbano-rurale che, di fatto, non esiste più.

Amedeo Trezza

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Laboratori di resilienza verso la Città del Quarto Paesaggio

La realtà è molto più fluida e complessa. Se ancora molte conurbazioni attraggono in maniera intensiva e massificante importanti flussi migratori provenienti dalle campagne, un’idea nuova di città va affermandosi, più estesa, più diffusa su spazi molto più grandi, nuove ampie zone di verde compaiono nei loro centri mentre zone periferiche diventano residenziali. La concentrazione diventa diffusione e nuove densità appaiono altrove e sotto forme nuove. I limiti stessi delle città così come le intendevamo fino a ieri non sono più rintracciabili. Allo stesso tempo i ‘vecchi’ territori rurali vedono aumentare la presenza umana e il numero di insediamenti, si riscoprono in aree vaste inedite forme di aggregazione fino a pochi anni fa impensabili, nuove identità urbane e sociali emergono dalle frequentazioni periodiche e cicliche da parte dei flussi turistici. Sono palesemente fuori strada coloro che vaneggiano sentimentalisticamente la resistenza di un mondo agricolo arcaico così come coloro i quali ritengono che le città siano e saranno domani uguali a come sono state fino a ieri. Il museo negato è esploso.

Ecologia profonda e città negata esplosa

Città ecologica è anzitutto ecologia della città, laddove s’intenda un’accezione ampia del termine di ‘ecologia’, che ecceda la declinazione scientifico-biologica del termine e apra invece a una dimensione sociale e culturale, appunto una ‘ecologia profonda’, dei comportamenti e delle relazioni. Di fronte a questa alternativa di una vera e propria ecologia della mente (Bateson, 1972) ecco che il termine ‘città’ dovrà essere letto secondo accezioni sempre più ampie fino al punto che il concetto stesso di ‘città’ esplode su di un territorio più vasto. Le possibilità che teneva insieme in maniera densa cessano di mostrarsi come siamo stati abituati a vederle fino a ieri e diventano metafore di esse stesse. La realtà torna ad essere possibilità indefinita: in questo momento la città letteralmente si de-materializza, la città delle cose diventa la città degli uomini e si mostra piuttosto come un intreccio di strade di senso e di rapporti, essa perde il suo carattere di densità (in senso urbanistico) e può diventare metafora di rete diffusa in una possibile – auspicabile – città esplosa su un territorio di area vasta come un parco naturale, una micro-regione, un distretto geografico ampio, tendendo a far emergere un paesaggio geografico e culturale diverso da quelli che hanno caratterizzato i territori fino ai giorni nostri. Cosa genera una tale esplosione? Davanti a quali effetti di senso ci troviamo e quali ricadute socioantropologiche comporta tutto ciò? Detto in altri termini: le due esplosioni, quella del museo negato e quello della città negata, ovvero l’esplosione del paesaggio rurale e di quello urbano-industriale, a quale nuovo paesaggio danno vita? Quali possibili vie dell’abitare indicano?

Paesaggi Dai paesaggi impossibili al terzo paesaggio

Il paesaggio rurale e quello urbano risultano essere dunque paesaggi impossibili, le loro esplosioni mostrano la reciproca ibridazione che ingaggia entrambi in una modalità nuova che non lascia scampo, irretisce e mortifica oppure libera nuove energie in una terza via. G. Clément (2004) disegna gli esiti di una destrutturante implosione dei paesaggi tradizionali salutando l’affacciarsi del terzo paesaggio come residuo biodiverso. Se il primo paesaggio è quello essenzialmente agricolo arcaico e pre-industriale (rurale) e il secondo è prettamente industriale e terziaristico e relativamente recente, il terzo paesaggio è il residuale inatteso che spesso deriva «da un abbandono di un’attività» (Clément, [2004] 2005: 18). È in qualche modo il rimosso (p.57), lo scarto ma anche «spazio crescente nel mondo» (p.22). Ma il terzo paesaggio è anche corridoio biologico e «opportunità di comunicazione tra i vacuoli» (p.40), è allo stesso tempo «situazione passiva e […] luogo dell’invenzione possibile, situazione attiva» (p.28). Centrale nel discorso di G. Clément è il concetto di limite e frontiera: «Pensare i limiti come uno spessore e non come un tratto» (p.62) significa vedere i confini come membrane osmotiche ricche di possibilità. In una semiotica della cultura (Lotman, 1985) trovano ampio spazio tali riflessioni e il tema del confine appare come concetto-grimaldello per scardinare una visione semplicistica della cultura e delle società e inaugurare invece un approccio più raffinato di analisi dell’uomo e del suo agire nel mondo e col mondo. Tali spazi residuali per alcuni versi, anche se con toni più negativi, M. Augé (1992) sembra ravvisarli anche nei suoi celebri non luoghi, di certo stranianti ma anche luoghi del contrasto e di possibili ripartenze. Un possibile non-luogo di un paesaggio rurale impossibile può essere un mulino abbandonato allo stesso modo in cui un parcheggio dismesso può esserlo per un’area commerciale in disuso.

Dal terzo al quarto paesaggio

Sebbene siano concetti e luoghi critici, fortemente problematici e per questo utilissimi al nostro ragionamento, spazi residuali e non luoghi ci raccontano attraverso il terzo paesaggio di una implosione di paesaggi diventati impossibili. Poc’anzi invece ci siamo interrogati sull’esito di queste esplosioni e sulle possibili nuove vie dell’abitare che esse suggeriscono. Per fornire un’alternativa a tali mutamenti ipotizziamo quindi un nuovo paesaggio che superi il terzo (che invece si affida nella sua futura possibile nascita, come un’araba fenice, alle

Amedeo Trezza

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Laboratori di resilienza verso la Città del Quarto Paesaggio

ceneri dell’implosione dei due sistemi precedenti), ovvero un quarto paesaggio che nasca dall’esplosione dei primi due e assuma su di sé tutto il potenziale di nuova fertilità offerta dall’ibridazione dei precedenti sistemi. L’ibridazione di due paesaggi impossibili, dopo i rivoli inattesi e residuali del terzo paesaggio, genera nuova possibilità di senso: nasce la città del quarto paesaggio come realtà fluida e in divenire, dai confini/soglia riposizionati in maniera inaspettata, frutto di un ragionamento per affermazione e non più, ancora una volta, per via di negazione. Il quarto paesaggio qui si pone proprio come riscrittura, ricucitura organica delle trame di relazioni di senso del vissuto e dell’abitato in maniera del tutto diversa dai precedenti paradigmi, riscrivendo il concetto di città e offrendo pertanto un’alternativa di ‘diversa crescita’ ed equo sviluppo ai territori che intendono uscire dai primi tre paesaggi. Come poter realizzare compiutamente il quarto paesaggio? Anzitutto attraverso la concomitanza di vedute e l’intreccio di discipline (plectica) e la lettura del potenziale dei territori (Persico, 2002). Il concetto di ‘città’ si de-materializza, città è tutto ciò che fonda e offre densità di rapporti tra gli uomini, tutto ciò che fa comunità e si nutre di flussi informativi, a prescindere dai vecchi parametri territoriali e urbanistici di densità o dispersione del costruito. Una città di relazioni sempre situate ma al contempo a-spaziali. Il quarto paesaggio è frutto dell’ibridazione delle preesistenze che danno vita (per questo parliamo di ibrido fertile) a un nuovo assetto territoriale e paesaggistico, un distretto pluri-prodotto, città diffusa e non dispersa, comunità di uomini che, a prescindere dalla loro densità abitativa su un dato territorio, produce cultura e propone una nuova decodifica dei territori, comunità resiliente che vede non solo quello che anche gli altri vedono ma che sa leggere il potenziale inespresso dei territori e sa riposizionarsi ad ogni nuova interpretazione del reale.

Verso la Città del Quarto Paesaggio: oltre la decrescita

La Città del Quarto Paesaggio nasce come evoluzione della Città del Parco (http://issuu.com/cittadelparco /docs/quarto_paesaggio), già nuovo modo di intendere un’area vasta come il Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano (SA) che fu proposto e perseguito durante i primi anni di vita del Parco. L’idea della Città del Parco si è ispirata alla visione di un artista, Ugo Marano (1988), che immaginava anche che col concetto di ‘Certosa Esplosa’ la Certosa di Padula (simbolo secolare di sapienza e cultura in Cilento) potesse esplodere e far ricadere a pioggia frammenti di sé su tutto il territorio come schegge di sapienza e di nuova scommessa di resilienza per le popolazioni che lo abitano e simboleggiare così una nuova ripartenza. Dopo molti successi e suggestioni tale progetto interdisciplinare, frutto dell’approccio innovativo offerto dal rivoluzionario approccio al Piano di Sviluppo socio-economico del Parco affidato in quegli anni all’economista Pasquale Persico, incontra però numerose resistenze, soprattutto politiche. È così che dopo un periodo di quiescenza e di riflessione comune si decide di inaugurare ancora una nuova ripartenza dando seguito all’idea originaria di esplosione sul territorio di saperi ed emozioni attraverso una costellazione di micro-realtà operanti ciascuna nel proprio piccolo e animate da soggetti attenti e fiduciosi nelle potenzialità inespresse del territorio: i nuovi certosini (in riferimento sempre alla metafora della Certosa Esplosa di qualche anno addietro) segnano il passaggio dalla Città del Parco alla Città del Quarto Paesaggio e ne costituiscono i Laboratori. In termini urbanistici ed economici possiamo dire che si tratta di vera e propria pianificazione debole attraverso una costellazione di Laboratori, di cui chi vi parla ne anima uno (quello di Casale Il Sughero), tesi a declinare ciascuno secondo le specifiche attitudini e le proprie inclinazioni i temi della nuova città diffusa. L’esperienza della Città del Parco ha visto prevalentemente come gesti fondanti e caratterizzanti degli eventi artistici unici nel loro genere (non senza essere affiancati anche da realtà laboratoriali) e tesi in primis a valorizzare agli occhi delle comunità residenti il loro stesso territorio che ormai non sapevano più leggere appieno: l’opera d’arte suggestiona e offre nuovi strumenti di decodifica del potenziale inespresso. La scommessa della Città del Quarto Paesaggio è dare corpo a un tentativo reale di pianificazione debole ovvero dare slancio, senza abbandonare il potente approccio estetico al reale, a nuove forme di quotidianità qualificata dislocate in maniera apparentemente casuale sul territorio, impegnate nel riuso e nella riappropriazione di pratiche e di spazi lasciati vuoti nel corso dei decenni scorsi, attraverso un approccio di tipo – appunto – laboratoriale e interdisciplinare, andando a riempire di senso e di vissuto la mappatura ideale della città possibile ideata qualche anno prima col progetto della Città del Parco. I laboratori si propongono come la carne viva del quarto paesaggio, nodi di senso della nuova altra città, diffusa, punti rete del nuovo possibile paesaggio. L’altra città possibile (nelle declinazioni di Città del Parco e del Quarto Paesaggio) dice di un’altra crescita e di uno sviluppo socio-economico integrato che, di fatto, supera il concetto di ‘decrescita felice’ teorizzato da S. Latouche (2007) – e già pure prima che Latouche stesso l’avesse teorizzato – perché, oltre ad essere pensato in termini positivi come abbiamo spiegato fino ad ora, fa appello ad una riflessione profonda sul tempo dell’uomo in relazione ai tempi della natura (dal tempo biologico del vivente fino ai tempi geologici), come emerge chiaramente ad esempio dalle istallazioni artistiche ambientali di Ugo Marano (cfr., tra le tante, almeno la Piazza dei Flauti) che proietta di fatto l’agire dell’uomo in un contesto cosmologico, onnicomprensivo e di amplissimo respiro concettuale e operativo. E, paradossalmente, una tale potenza simbolica aggregante è capace di generare una pianificazione debole proprio perché mossa dalla consapevolezza dei tempi lunghi che si rendono necessari anche all’uomo per ripensare se stesso e riposizionare la sua presenza esistenziale sulla terra. Amedeo Trezza

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Laboratori di resilienza verso la Città del Quarto Paesaggio

I laboratori, dunque, tornano a proporre una possibile decodifica del potenziale dei territori che per i più svariati motivi le popolazioni locali non sanno o non riescono più a vedere, a riconoscere, promuovendo e offrendo di fatto una strategia di resilienza a partire dalla consapevolezza della continua e inarrestabile – e per questo vitale e benefica – metamorfosi dei luoghi e dei linguaggi.

Casale Il Sughero, laboratorio del Quarto Paesaggio

Casale Il Sughero è uno dei Laboratori del Quarto Paesaggio (www.casaleilsughero.blogspot.it). È uno dei molti esempi di pianificazione debole sul territorio e nasce come riposizionamento esistenziale ed economico di un nucleo familiare dalla città alla campagna attraverso la riconversione di un terreno agricolo dismesso e impoverito in nuovo giardino alimentare di agricoltura naturale in auto-sostentamento e la riqualificazione bioarchitettonica di un vecchio rudere abbandonato reso nuova dimora familiare e luogo di ospitalità rurale per un profilo di viaggiatore lento e consapevole che valorizza il territorio anziché consumarlo secondo una declinazione turistica che critichiamo fortemente. È sede dell’Ateneo Nomade Triangolare (uno dei progetti della Città del Parco) e svolge, attraverso seminari, incontri e numerose attività di ricerca e laboratoriali sia in tema agricolo che umanistico e ricettivo, un lavoro di valorizzazione della cultura rurale e della memoria locale stimolando l’incontro di nuovi e vecchi saperi. Casale Il Sughero è inoltre co-fondatore e nodo-stazione effettivamente operante del progetto di mobilità dolce in Cilento definito Ciucciopolitana, viaggio lento a piedi a fianco dell’asino all’interno del Cilento Interiore (nella doppia accezione di Cilento interno e dell’anima), attraverso borghi, vecchie strade di collegamento, fontane, siti di archeologia rurale e di grande interesse naturalistico e artistico. L’asino, emblema della secolare subalternità rurale rispetto all’ urbano è reinterpretato come simbolo del riscatto sociale e culturale e inteso non solo come vettore fisico di biodiversità ma anche come vettore concettuale di ibridazione culturale e, per questo, testimone e ‘professore’ del quarto paesaggio. Mobilità dolce che connette la pianificazione debole dei laboratori.

Bibliografia

Augé M. (1992), Non-lieux: introduction à une anthropologie de la surmodernité, Editions du Seuil, Paris. Bateson G. (1972), Steps to an ecology of mind, Ballantine Books, New York. Clément G. (2004), Manifeste du Tiers paysage, Editions Sujet/Objet, Paris (trad. it. Manifesto del Terzo paesaggio, Quodlibet, Macerata 2005). Commoner B. (1972), The closing circle: nature, man and technology, A. A. Knopf, New York. Latouche S. (2007), Petit traité de la décroissance sereine, Mille et Une Nuits, Paris. Lotman J. (1985), La semiosfera, Marsilio, Venezia. Marano U. (1988), La città di Trenta, La casa. Persico P. (2002), Plektos: La Città del Parco, Plectica, Salerno.

Sitografia

Per una rassegna dettagliata delle attività laboratoriali di Casale Il Sughero si può scorrere il blog di riferimento: www.casaleilsughero.blogspot.it sia accedendo ai video e ai documenti teorici nelle barre laterali di destra che agli articoli nel corpo centrale. Un’ampia riflessione a cura di P. Persico sui concetti di Città del Parco e la successiva evoluzione nel concetto di Quarto Paesaggio: http://issuu.com/cittadelparco/docs/quarto_paesaggio.

Amedeo Trezza

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L'intelligenza che riattiva la città. Nuovi rischi climatici e morfologie urbane sostenibili

L'intelligenza che riattiva la città. Nuovi rischi climatici e morfologie urbane sostenibili Edoardo Zanchini Vicepresidente Legambiente Nazionale Email: edoardo.zanchini@gmail.com Michele Manigrasso Università G. d'Annunzio, Pescara Dipartimento di Architettura Email: michelemanigrasso@gmail.com

Abstract Si propone una nuova declinazione del concetto di “città intelligente”, attraverso una risposta ecologicoadattiva al complesso tema dei mutamenti climatici. La riflessione interessa le problematiche ambientali, più specificamente quelle legate al cattivo funzionamento dei sistemi idrici urbani, naturali e artificiali, derivante dalle modalità tradizionali di occupazione e impermeabilizzazione di suolo. Alla luce dei tanti casi in cui la tecnologia ha mostrato solo parziale affidabilità, la reazione di tali sistemi a fenomeni calamitosi anche inattesi, dovrà essere anticipata. Questa nuova forma di intelligenza sottende l'immagine di una città che reagisce alle sollecitazioni climatiche, per forma e struttura, dunque per morfologia. La riqualificazione di aree critiche, soggette ad allagamenti, inondazioni o esondazioni di corsi d'acqua, dovrà interpretare la “nuova geografia del rischio”, come traccia per la costruzione di una “nuova cultura del rischio” e di nuovo paesaggio attivo, capaci di reagire agli eventi estremi, mutando verso nuovi significati formali e funzionali. Parole chiave intelligenza, adattamento, attivazione Città intelligente = Città tecnologica? Ponendosi in maniera critica rispetto a questo ormai riduttivo paradigma che sembrava sostanziare l'idea di Smart City, si auspica una rifondazione del significato di intelligenza, basato sull'interpretazione anche creativa dei contesti morfologici urbani, per finalità di adattamento e accrescimento della resilienza rispetto ai cambiamenti climatici, in particolare, ad eventi estremi di pioggia, con conseguenti inondazioni e allagamenti. L'intervento riguarda una specifica tematica nella più ampia ricerca sull'adattamento ai cambiamenti climatici in città, che gli autori stanno esplorando in ambito accademico e con Legambiente Nazionale. Il tema molto attuale, risulta basilare in una rifondazione culturale del progetto urbano in chiave sostenibile, dunque invita a più specifici approfondimenti, anche attraverso la sperimentazione e l'applicazione in contesti sensibili. I cambiamenti climatici in corso mettono sotto accusa non solo le modalità di pianificazione e costruzione delle città, assolutamente impreparate a reagire ad essi ma, al tempo, mettono in crisi la congruenza tra Città Digitale e Città Smart, rendendola solo parzialmente condivisibile. Rispetto allo scenario di forte evoluzione ambientale e climatica che viviamo, gli enti locali sono chiamati ad introiettare il tema nelle politiche urbane e a dare risposte nuove; e la tecnologia non sembra essere l'unica strada, né la più sicura, per assicurare l'incolumità di chi vive in città. Il cambiamento di alcuni parametri ambientali e climatici, non solo rende inefficaci i regolamenti e gli strumenti di governo del territorio di cui disponiamo, ma più urgentemente svela l'incapacità delle città nell'affrontare questo scenario di forte cambiamento e di grande incertezza. In fondo, è in uno scenario di evoluzione che siamo chiamati a ragionare e la città del '900 non sembra essere adeguata a reagire alla mutazione climatica, né ai nuovi rischi che inevitabilmente si presentano. Basti guardare ciò che abbiamo registrato in Italia negli ultimi anni: un

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territorio fortemente vulnerabile1, con una condizione idrogeologica diffusamente critica, e per le modalità di occupazione fisica dei suoli, con un patrimonio materiale e culturale legato fin troppo a tradizioni costruttive inerti, e per lo scellerato abusivismo edilizio che fa lievitare i dati sul consumo di suolo 2 con proiezioni ancor più preoccupanti. Città come Genova, Roma, Messina, Massa Carrara, Catania, sono solo alcune di un lunghissimo elenco di realtà che hanno subito importanti alluvioni con conseguenti allagamenti (Figura 1), anche per l'esondazione dei fiumi che le attraversano, o per frane disastrose che hanno portato ad ingenti danni materiali ed umani. Dunque, a fattori esterni, cioè agli eventi calamitosi dovuti alle mutazioni climatiche, si aggiungono fattori interni rappresentati dalle modalità in cui si presentano le città.

Figura 1. Immagini emblematiche degli eventi alluvionali che negli ultimi anni si sono verificati in città come Roma, Genova, e Catania.

Da un lato individuiamo il problema nella forma delle città, nella diffusione ormai geografica sul territorio, nel modo in cui esse abbiano 'aggredito col cemento' importanti sistemi idrici naturali, costringendoli in invasi minori e nella quantità di suoli impermeabilizzati; dall'altro però i sistemi tecnologici preposti per la metabolizzazione della portata d'acqua oggi risultano inefficaci proprio per il mutamento dei parametri, dunque non rispondendo in maniera adeguatamente reattiva alle sollecitazioni, ma accrescendo la necessità d'intervento in emergenza. E a ciò si aggiunga la cattiva manutenzione che spesso è causa di problemi molto seri. La ricerca in campo tecnologico non solo è importante, ma probabilmente permetterà nel prossimo futuro di ridurre alcuni interventi, integrandoli meglio nel territorio, anche perché si sta procedendo in una direzione che sembra condurre all'integrazione sempre più profonda tra tecnologia, mixité funzionale, forma ed estetica. Ma la tecnologia non può offrire certezze perché la sua affidabilità non è totale. E poi il progresso tecnologico non è detto debba far scivolare in secondo piano le qualità degli assetti spaziali della città, da recuperare come presupposto per la sostenibilità urbana. La circolazione dell'acqua in città comporta due sistemi correlati: il ciclo idrologico naturale modificato dall'uomo e quello del tutto artificiale, ossia il sistema di approvvigionamento idrico e quello fognario (captazione e allontanamento delle acque bianche e nere). La circolazione naturale delle acque viene mutata dalle caratteristiche della superficie urbana che provocano la riduzione dell'infiltrazione e facilitano il rapido deflusso superficiale. Inoltre il bilancio di calore urbano e la macro - ruvidità (o rugosità) superficiale del tessuto urbano influenzano i meccanismi che producono le precipitazioni e l'entità dello scioglimento della neve sopra e all'interno della città. L'urbanizzazione interagisce con i corsi d'acqua e con le pianure alluvionali costringendo spesso l'acqua a scorrere attraverso le città a velocità più elevate (Gisotti, 2007). In Italia, per esempio, la maggioranza delle fognature non prevede la suddivisione dei reflui civili ed industriali dalle acque meteoriche, e di conseguenza un aumento in frequenza ed intensità degli eventi meteorologici causa, come possibili risposte del sistema, sia un’insufficiente capacità di drenaggio della rete fognaria, sia un abbassamento dell’efficienza depurativa degli impianti di trattamento, con conseguente rischio di sversamento di acque non trattate nei corpi idrici superficiali. Il problema diventa ancor più importante in presenza di corsi d'acqua, che a causa dell’aumento del livello dei mari e dell’intensità delle precipitazioni, rischiano di essere caratterizzati da piene che superino la capacità dell’alveo fluviale, allagando porzioni di territorio, più o meno estese. Le opere idrauliche sui corsi d’acqua, sono state sempre realizzate rispetto a parametri pressoché costanti. Spesso opere ingegneristiche e piani di settore (in Italia i Piani di Bacino), sono stati realizzati con metodi puramente geometrici e idraulici. Oggi le mutazioni climatiche rendono obsoleti piani e interventi. La presenza di aree artificialmente impermeabilizzate non solo tende a fare aumentare i volumi di acqua destinati al collettore, ma ne modifica sostanzialmente la distribuzione nel tempo. Il deflusso superficiale su queste aree comincia quasi immediatamente, laddove, invece, sulle originali naturali superfici permeabili (o comunque dotate di maggiore permeabilità rispetto a quelle artificiali), una buona parte di pioggia si infiltrava nel sottosuolo prima che si innescasse il fenomeno di apporto di acqua al collettore: il che vuol dire che la risposta 1

Si veda Legambiente, Protezione civile, Ecosistema rischio 2011. Monitoraggio sulle attività delle amministrazioni comunali per la mitigazione del rischio idrogeologico, 2011 2 In particolare, gli autori stanno realizzando per Legambiente "Il consumo delle aree costiere italiane", ricerca che misura il consumo di costa in Italia, e fotografa l'aggressione del cemento a scapito della trasformazione dei paesaggi. Edoardo Zanchini, Michele Manigrasso

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alla pioggia di un bacino idrografico così modificato sarà molto più rapida. Ciò è accentuato dal perfezionamento delle reti di drenaggio delle acque piovane che accompagnano lo sviluppo di un’area urbana e che accelerano il convogliamento delle acque a valle ancora a scapito del deflusso di base. Così, a causa della impermeabilizzazione del suolo e dell’aumento di efficienza idraulica delle reti di drenaggio, viene modificato sostanzialmente, a seguito di uno specifico evento di pioggia, quel parametro fondamentale che è il tempo di ritardo. Delle variazioni del tempo di ritardo, conseguente alla espansione delle aree urbane, si sono occupati diversi autori che evidenziano come, a parità di 'rapporto di bacino', il tempo di ritardo decresca proporzionalmente al grado di urbanizzazione e di sviluppo delle reti di drenaggio (Colpi, 1984). L’effetto combinato dell’aumentato del volume di deflusso superficiale e del ridotto tempo di smaltimento delle acque consiste nell’incremento dei picchi di piena che è forse l’effetto più vistoso del processo di urbanizzazione (Kibler et al.,1981). Le città dovranno sviluppare nuove forme di intelligenza che rinnovino il concetto di 'ecologia urbana' e che si pongano come capacità di adattamento all'evoluzione delle condizioni ambientali. Per fare ciò, è auspicabile la 'riattivazione del paesaggio urbano', coinvolgendo il suolo, il sistema degli spazi aperti e del costruito. E' questione transcalare, da affrontare sui tessuti, sui tracciati e sui singoli manufatti; un processo di rigenerazione dello scambio tra elementi artificiali e fattori ambientali e climatici. Ciò non passa necessariamente per la tecnologia, e comunque non attraverso soluzioni 'high', tutt'altro. Probabilmente, facendo perno su una progettazione virtuosa di configurazioni spaziali che tengano conto della 'nuova geografia del rischio', che i cambiamenti climatici ridisegnano in città, e su tecniche costruttive più 'naturali', ristabilendo, per esempio, il comportamento originario del suolo come spugna, ottimizzando l'uso delle risorse, riciclando e riducendo il carico ambientale delle attività antropiche e sugli ecosistemi. Operazioni che necessariamente coinvolgono la città intera, con le sue armature consolidate, ma ancor più le porzioni di espansione dove le forme del nuovo non possono più sedimentare gli effetti di cattive pratiche progettuali. Per questo si individuano due modalità operative, non alternative, da mettere in scena contemporaneamente e in parallelo. Da un lato è opportuno ragionare sulle modalità insostenibili di impermeabilizzazione dei suoli, favorendo la riscoperta di un dialogo più naturale tra suolo, atmosfera e acqua di pioggia; dall'altro, riscoprire il potenziale della forma e della qualità degli assetti spaziali, introiettando la nuova geografia del rischio nella programmazione degli interventi e nella progettazione alle tante scale. Probabilmente un tale approccio, integrando il tema nella forma della città, condurrà ad una ridefinizione del concetto stesso di paesaggio, in conseguenza di una sua riformulazione non solo come patrimonio sedimentato, inerte e passivo, ma flessibile e mutevole nel tempo. Alcuni progetti in ambito internazionale, risultano emblematici perché sembrano ricalcare questi atteggiamenti.

Progetto di riqualificazione del quartiere Augustenborg, Malmö Abitato da circa 3000 abitanti, questo quartiere ha vissuto negli ultimi decenni un grave declino socio economico ed edilizio, anche a causa di una serie di allagamenti. Perciò, tra il 1998 e il 2002, è stato interessato da un intenso programma di rigenerazione con chiari obiettivi di adattamento agli eventi estremi di pioggia. Il sistema di drenaggio di questo quartiere era incapace di gestire il crescente flusso di acqua piovana e degli scarichi generati dagli usi domestici: questa inadeguatezza ha prodotto molte volte allagamenti gravissimi, causa di rilevanti danni ai piani bassi delle abitazioni e ai piani interrati, garage e cantine. Spesso sono stati ostruiti gli accessi a strade e sottopassaggi, e scarichi non trattati hanno inquinato i corsi d’acqua naturali. Al fine di prevenire l’aggravarsi di tale situazione, è nato l’'Ekostaden', un progetto di rigenerazione avente l’obiettivo di migliorare il quartiere dal punto di vista sociale, economico e ambientale, con la creazione di un nuovo sistema di drenaggio. Avviato nel 1997 e concluso nel 2002, il progetto è stato realizzato dal comune, insieme alla MKB, l’agenzia che gestisce gli alloggi sociali, e dai residenti. Il nuovo sistema di drenaggio3 'aperto e attivo', sostituito al più tradizionale sistema fognario, ha visto la realizzazione di 10 laghetti di laminazione, oltre 6 km di canali e l’adattamento di numerosi edifici attraverso la realizzazione di tetti verdi. Questo nuovo sistema trattiene e in parte depura in maniera naturale le acque, diminuendo il carico e dilatando i tempi di ruscellamento verso il sistema di drenaggio e depurazione. Tali elementi del sistema sono stati integrati nei cortili, con spazi verdi, orti sociali, aree d’incontro progettate anche come aree di espansione per le acque di pioggia nel caso di precipitazioni più intense. Sono stati realizzati 30 tetti verdi nel quartiere e 2100 mq di tetti verdi sugli edifici popolari, mentre un Botanic Roof Garden di 9500 mq copre un vecchio edificio industriale consegnandosi come il più grande tetto verde del paese. I tetti verdi, intercettando circa la metà dei flussi di acqua piovana con effetto di rinfrescamento in estate, hanno contribuito all’adattamento al rischio allagamento e al previsto aumento delle temperature estive, evitando anche importanti movimenti di terra4.

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Sistemi chiamati Sustainable Urban Drainage System, Suds. L'esperienza è descritta in un articolo realizzato nel 2010 dalla giornalista Chiara Mazzone e pubblicato su http://www.lospaziodellapolitica.com/2009/05/viaggio-in-svezia-leco-quartiere-invisibile

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Figura 2. Vista del quartiere Augustenborg a Malmš ed in primo piano il sistema di canalizzazione e di raccolta delle acque, realizzato per adattare il luogo all'aumento della frequenza delle piogge intense e del rischio allagamento.

Il flusso di acqua piovana da gestire con la rete tradizionale è stato dimezzato ed è aumentata la quantità degli spazi verdi: il 90% delle acque piovane è intercettato dal nuovo sistema di drenaggio e il 20% di questo evapora prima di raggiungere il sistema chiuso. Gli impianti di depurazione tradizionale non risultano più sovraccaricati; è migliorata l’efficienza di depurazione e i consumi energetici sono stati ridotti. Questo sistema ha avuto successo perché dalla sua realizzazione non si sono verificati più allagamenti, tranne un episodio nel 2007, ma che ha dimostrato l’efficacia delle soluzioni, rispetto ai notevoli danni che il resto della città ha subito.

Bacini permanenti per la raccolta di acqua piovana a Potzdamer Platz, Berlino Questa piazza, presenta uno dei più noti casi contemporanei di infrastrutture per la raccolta e il trattamento delle acque piovane (Figura 3). Dopo la seconda guerra mondiale la municipalità di Berlino pretese una ricostruzione della piazza secondo principi della sostenibilità con obiettivi di alta qualità dello spazio pubblico: se ne occuparono grandi architetti come Renzo Piano, Richard Rogers, Helmut Jahn ed Arata Isozaki. lavorarono al progetto dell'intera area, intorno alla piazza. Un terzo dell'intero complesso edilizio, presenta tetti verdi dai quali viene raccolta l'acqua e stoccata in cisterne sotterranee, per poi riutilizzarla nei servizi degli edifici commerciali e direzionali che si affacciano sulla piazza.

Figura 3. Viste dei bacini di raccolta

L'acqua in eccesso viene utilizzata come fonte idrica alternativa per irrigare le aree verdi e come elemento conformativo dello spazio pubblico, attraverso, canali, laghetti e fontane. Il sistema riutilizza l'acqua previo trattamento mediante infrastrutture di depurazione naturale. Esperienza che dimostra la possibilità di riutilizzare l'acqua di pioggia, alleggerendo il peso sui sistemi di drenaggio e fognari, generando contemporaneamente spazi urbani di grande valenza sociale ed ecologica. Paradossalmente, esperienze come quella di Malmö e quella di Berlino ci dimostrano che ecologicamente, l'aggettivo Smart, in taluni casi vada attribuito a 'tecnologie lente'. Edoardo Zanchini, Michele Manigrasso

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Progetto di riqualificazione di un tratto del lungofiume Schelda, Anversa Il principale elemento che il progetto vincitore del concorso internazionale (PROAP, Wit Architects, D-recta, Idroesse) ha dovuto tenere in considerazione è stata la necessità, richiesta da parte della città di Anversa e del Waterwegen en Zeekanaal nv, di dover alzare il muro di protezione da 1,35 a 2,25 m mantenendo e garantendo la qualità spaziale del più grande vuoto pubblico della città. Il progetto pone in relazione il centro storico con il fiume impostando tutto l’intervento sull’ispessimento di una linea che, acquistando in tal modo la seconda dimensione, permette alla città di avanzare verso il fiume, definendo un paesaggio dinamico e variabile in funzione delle maree e delle possibili inondazioni. La linea di divisione tra la città e il fiume è la linea sulla quale lavora e si costruisce tutto il progetto; questa non sarà un muro ma uno spazio attrezzato, un percorso che permetterà ai fruitori di arrivare in quota e di ?scavalcare? la soglia dei 2,25 m. Questa linea, dedotta dalla forma di ogni sezione tipologica, definisce anche una possibile integrazione di usi: su un lato stabilisce le aree inondabili, fondamentali per un’utilizzazione temporanea; mentre, sul fronte città, le piattaforme asciutte per funzioni permanenti, determinando le condizioni per l’ubicazione di infrastrutture, arredo urbano, edifici o aree verdi. Dunque uno spazio che offre un duplice sguardo: sulle attività che si svolgono lungo il fiume e su quello che accade in città. La volontà è che il progetto contamini ciò che gli è vicino producendo una sorta di interconnessione tra le parti coinvolte, con l’ambizione che lo stesso diventi uno spazio tra due realtà non più separate ma in relazione. La città rioccupa il suo fiume e ripensa alle aree dei moli come ad una serie di spazi pubblici interconnessi che collegano il centro della città all’acqua e tra le due rive. Attraverso una serie di elementi topografici che disegnano percorsi, piattaforme e luoghi di sosta, il progetto tiene insieme gli elementi eterogenei con cui si confronta: ciò che i progettisti mirano a ottenere, è un grande spazio pubblico urbano che trovi forza di vivere, esista e funzioni, proprio per la sua vicinanza con il centro storico. Il progetto è in grado di far sì che questa serie di spazi centrali e interconnessi si muovano verso e oltre lo spazio delimitato dalle stesse banchine, negandolo, rompendolo e perforandolo per dare alla città e al suo centro una forma aperta, con la possibilità di estendersi nel futuro. La segregazione spaziale tra banchine e città è stata quindi superata attraverso la creazione di una zona di confine che 'gestisce il rischio e accetta le inondazioni, regolandole'. Questa esperienza ci consegna una prefigurazione spaziale coerente con quanto si sta asserendo, a proposito del progetto di morfologie sostenibili. La realizzazione di opere di difesa dall’esondazione, opere fisse di protezione, sarebbe stata operazione più che mai sconveniente, e non solo rispetto al rapporto tra città e fiume che sarebbe stato ancor più negato. L’uso di tecnologie probabilmente più onerose, forse capaci della risoluzione tecnica rispetto ad una minaccia, non avrebbe contribuito alla qualità di uno spazio importante e flessibile, negando il potenziale valore di paesaggio inscritto in quel luogo. Questa esperienza, insieme al progetto River+City+Life a Toronto dello studio Stoss Landscape Urbanism (Figura 4), in cui il problema delle inondazioni viene risolto attraverso uno straordinario progetto di suolo, che lascia la possibilità al livello delle acque di espandersi disegnando nuove configurazioni, hanno prodotto degli 'spazi in continua attesa', perché proprio l’evento ne potrà modificare l’aspetto, probabilmente l’uso.

Figura 4 Progetto RIVER+CITY+LIFE a Toronto dello studio Stoss Landscape Urbanism. Il rischio inondazione viene risolto attraverso una nuova morfologia del suolo.

Ma sicuramente, è l’attesa di una mutazione che non fa paura, ma che riattiverà con un nuovo senso lo spazio. In questo modo la paura del rischio diventa in positivo, tema progettuale, lo spazio diventa una funzione del tempo e il tempo diventa la vera misura/dimensione dello spazio: una dimensione stratificata, dove le cose coincidono e non, tra 'ordine e imprevisto', tra spazio inerte e muto, e nuovo paesaggio; spazi a più velocità perché in essi più tempi della città si sovrappongono, si susseguono, anche annullandosi, risignificandoli ogni volta in maniera nuova. Questo concetto dell’attivazione in risposta alla possibile evoluzione del clima, dovrà validarsi ed estendersi a tutta la città, ma soprattutto dovrà riguardare il progetto nelle aree a rischio; in particolare, nei luoghi Edoardo Zanchini, Michele Manigrasso

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in cui la città incontra la natura, l’acqua, i bacini idrografici, la costa. E' qui che lo spazio si fa 'luogo della mutazione' ed è qui che il progetto dovrà accettare la mutazione, consapevolmente governarla attraverso nuove forme ed inedite ecologie, per l’incolumità di chi fruisce, abita e usa quel luogo; e in parte realizzarla. Dovrà affrontare ed interpretare il confronto tra città e natura, colmando gli scarti tra inerzia e mutazione, tra staticità ed evoluzione, che inevitabilmente le due realtà contrapposte realizzano nel tempo.

Bibliografia Bianchi D., E. Zanchini (a cura di), Ambiente Italia 2011. Il consumo di suolo in Italia. Edizioni Ambiente, Milano, 2011. Bossi P. et al. (a cura di), (2010). La città e il tempo: interpretazione e azione, Milano, Maggioli Editore. Gisotti G., Introduzione all’ecologia urbana. Dario Flaccovio Editore, Palermo, 2007. Legambiente, Protezione civile. Ecosistema rischio 2011. Monitoraggio sulle attività delle amministrazioni comunali per la mitigazione del rischio idrogeologico, 2011 Mostafavi M., (2010). Ecological Urbanism, Harvard, Lars Muller Publishers. Owens S. E., & Cowell R., (2002). Land and Limits. London, Routledge. Vatterini L., (2005). Città sostenibile e spazi aperti, Bologna, Pitagora Editrice.

Sitografia Neutralità climatica a Berlino: uno studio del Potsdam Institute for Climate Impact Research (PIK) http://www.ilsostenibile.it/2013/04/08/neutralita-climatica-a-berlino-uno-studio-del-potsdam-institute-forclimate-impact-research-pik/ L'esperienza del progetto di riqualificazione del quartiere Augustenborg a Malmö è descritta in un articolo realizzato nel 2010 dalla giornalista Chiara Mazzone. http://www.lospaziodellapolitica.com/2009/05/viaggio-in-svezia-leco-quartiere-invisibile

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Infrastruttura verde multifunzionale per Napoli orientale

Infrastruttura verde multifunzionale per Napoli orientale Antonio Acierno Università degli Studi Federico II di Napoli DiArch - Dipartimento di Architettura Email: antonio.acierno@unina.it Tel: 0812538853

Abstract Il paper sostiene che per i territori frammentati e degradati delle aree metropolitane sia opportuno intervenire progettando infrastrutture verdi multifunzionali, informate agli approcci concettuali e operativi europei, e prende a modello teorico-operativo quello britannico in particolare. L'infrastruttura verde è un'entità multidimensionale che ambisce ad integrare funzioni diverse, compatibili con gli spazi verdi: mobilità sostenibile ciclopedonale, gestione del rischio idraulico, valorizzazione dei suoli agricoli, diffusione di aree verdi attrezzate per lo svago e lo sport, messa in rete delle risorse culturali e di possibili circuiti turistici. L'infrastruttura verde costituisce un telaio alla scala vasta entro il quale possono collocarsi i progetti urbani locali, conferendo centralità alla multiscalarità del progetto urbanistico contemporaneo. A supporto della tesi sopra dichiarata si propone un caso studio, l’area orientale di Napoli, storicamente caratterizzata da problemi di allagamento, attualmente densamente popolata e segnata da commistione di aree produttive, in parte dismesse, e residenziali, scarsità di servizi e spazi verdi, e con un carattere di crescente degrado territoriale. Parole chiave Infrastruttura verde, riqualificazione ambientale, area orientale napoletana

1 | Metodologia e riferimenti Le metropoli contemporanee sono caratterizzate da territori frammentati e degradati, segnati da forti densità abitative e privi delle adeguate infrastrutture, nei quali i rischi naturali, ambientali e sociali si moltiplicano. Tali territori risultano "palinsesti logorati" dalle dismissioni e dalle riconversioni che determinano un paesaggio composto da un mosaico eterogeneo di spazi residuali interstiziali e vuoti urbani. L’area orientale di Napoli, e in particolare il territorio composto dagli 11 comuni appartenenti al Consorzio di Bonifica delle Paludi di Napoli e Volla rappresenta un esempio caratteristico dei territori metropolitani periferici degradati a rischio. È caratterizzata fisicamente da una vasta pianura alluvionale prossima al livello del mare e che di conseguenza per sua natura presenta problemi di allagamento, storicamente testimoniati dalla presenza di zone paludose. Attualmente l’area è densamente popolata e comprende parte della città di Napoli e i comuni della prima corona periferica dell’area metropolitana, segnata da commistione di aree produttive, in parte dismesse, e residenziali con alte densità abitative, scarsità di servizi e spazi verdi, e con un carattere di crescente degrado. Allo stesso tempo, l’area orientale è pregevolmente contraddistinta dalla presenza di risorse paesaggistiche e culturali di eccezionale valore, basti pensare alla presenza del Vesuvio e delle aree archeologiche diffusamente distribuite sul territorio. Per tutto ciò, si è scelto di sviluppare una ricerca applicata tesa a definire gli elementi strutturanti di una “infrastruttura verde” nell’area orientale napoletana con l’obiettivo di ricucire i spazi aperti residuali ancora presenti, riconvertire le aree dismesse disponibili, proteggere la rete delle acque e rinaturalizzarne le sponde, dotare gli insediamenti esistenti dei necessari servizi, potenziare e costruire una rete di mobilità lenta, valorizzare i beni culturali e paesaggistici in una prospettiva anche di potenziamento turistico dell’area. Si propone pertanto la descrizione sintetica di un'esplorazione progettuale circa la realizzazione di una infrastruttura verde multifunzionale, informata agli approcci concettuali e operativi di tradizione più europea che statunitense, e in particolare ci si ispira alla green infrastructure britannica.

Antonio Acierno

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Infrastruttura verde multifunzionale per Napoli orientale

Nella cultura anglosassone europea la green infrastructure 1 è costituita da una "rete integrata di spazi verdi e aperti insieme con la rete blu costituita da fiumi e canali", che va progettata e gestita come le tradizionali infrastrutture grigie (trasporti, reti energetiche, ecc.) cui si affianca nella costruzione di un'armatura strutturale di medio e lungo termine. L'infrastruttura verde è per sua definizione un'entità multidimensionale che ambisce ad integrare funzioni diverse, compatibili con gli spazi verdi, al fine di garantire molteplici benefici: mobilità sostenibile ciclopedonale, gestione del rischio idraulico, valorizzazione dei suoli agricoli, diffusione di aree verdi attrezzate per lo svago e lo sport, messa in rete delle risorse culturali e di possibili circuiti turistici. Come riferimento metodologico si è preso il progetto dell'infrastruttura verde per l'area orientale metropolitana di Londra2, estesa su una superficie molto più ampia e con un carico insediativo maggiore, tuttavia significativa per comprendere i modelli tecnici ed amministrativi da mutuare, con i necessari accorgimenti, sull'area napoletana. Il progetto della East London Green Grid (ELGG) si fonda sul concetto di multifunzionalità degli spazi aperti ed è volta a creare una rete di spazi interconnessi, con differenti usi e ben collegati alle aree residenziali, ai distretti produttivi, alle stazioni/fermate dei trasporti pubblici, alla Green Belt e al fiume Tamigi. L'infrastruttura verde londinese mira, inoltre, a consolidare l'identità delle comunità locali, a facilitare l'adattamento dei tessuti urbani ai cambiamenti climatici riducendo il rischio idraulico e il surriscaldamento globale, a promuovere l'accessibilità agli spazi aperti e agli attrattori ludico-culturali (beni culturali, svago, sport, attrezzature pubbliche e aree naturali). Il progetto della ELGG (fig. 1) pone particolare attenzione alla connettività degli spazi aperti e gioca un ruolo fondamentale la rete delle acque, fiumi e canali. Intento principale dell'intervento è quello di affrontare il crescente rischio idraulico e di alluvione, che sta caratterizzando tutte le aree temperate del pianeta. Il cambiamento climatico, con l’intensificarsi delle piogge, sta determinando un aumento delle probabilità di inondazioni nell'area metropolitana londinese e un atteso innalzamento del livello del Tamigi. Accanto al rischio idraulico, la green grid si propone di migliorare l'accessibilità ai parchi pubblici, nelle diverse tipologie, così come classificati nel London Plan (parchi comprensoriali, metropolitani, urbani, ecc.), e l'accessibilità alle aree naturali3.

Figura 1. La strategia della East London Green Grid 1

Per comprendere esaustivamente gli approcci, le politiche e le sperimentazioni di realizzazione dell'infrastruttura verde nel Regno Unito si veda il sito di Natural England, struttura di supporto al governo sulle politiche ambientali e paesaggistiche, http://www.naturalengland.org.uk/ 2 Per un approfondimento della ELGG si vedano: Greater London Authority (2008), East London Green Grid Framework Supplementary Planning Guidance e i reports di Design for London, ELGG area framework 1,2,3,4,5,6 sui seguenti siti http://www.designforlondon.gov.uk/what‐we‐do/all/london‐riverside/#/london‐thamesgateway; http://legacy.london.gov.uk/; http://www.london.gov.uk/publication/all‐london‐green‐grid‐spg 3 La classificazione delle aree verdi è un aspetto di particolare interesse disciplinare; si veda a proposito il sito della Greenspace Information for Greater London (GiGL), http://www.gigl.org.uk/ Antonio Acierno

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Infrastruttura verde multifunzionale per Napoli orientale

La East London Green Grid può essere intesa come un piano strutturale che fissa le linee di indirizzo, individua i principali assi di connessione e le aree multifunzionali che andranno a costituire l'infrastruttura verde, e prevede successivamente la progettazione in dettaglio alla scala locale delle azioni e degli interventi puntuali, in attuazione del principio di multiscalarità del piano. Attraverso strategie e indicazioni strutturali, punta al superamento delle criticità rilevate: rispetto al rischio alluvione, persegue la mitigazione degli effetti negativi connessi al rischio idraulico utilizzando gli spazi aperti come serbatoi delle acque meteoriche in eccesso, adottando le tecniche del SuDS4 (Sustainable urban Drainage System), e aumentando la permeabilità dei suoli, al fine di potenziare la resilienza urbana. L’infrastruttura potenzierà la rete dei parchi esistenti mediante l’ampliamento degli stessi, il miglioramento dei servizi, dell'accessibilità, dei collegamenti tra i parchi e prevedendo la formazione di nuovi parchi. La griglia verde dell'area orientale londinese è suddivisa in 6 macroambiti che funzionano come settori di pianificazione e gestione locale e forniscono una guida, offrendo opportunità di trasformazione agli enti ed istituzioni locali ed aiutando a selezionare le priorità con un'ampia flessibilità decisionale. Per la realizzazione dell'infrastruttura verde La Greater London Authority ha prodotto delle Linee Guida che raccomandano ai comuni di inserire la ELGG nei piani locali ma non costituiscono vincolo prescrittivo, sebbene i principi di efficienza gestionale e di integrazione della pianificazione diventano cruciali per l'assegnazione dei finanziamenti pubblici. Di conseguenza, è evidente che l’attuazione della Green Grid costituisce una priorità per la pianificazione e la governance delle comunità locali. La ELGG rappresenta uno strumento di pianificazione strutturale che chiede la partecipazione e il coinvolgimento dei boroughs e, pur se non costituisce un documento normativo vincolante, ha una sua forte valenza nei processi di pianificazione e tutti gli stakeolders interessati alla trasformazione del territorio non possono non tenerne conto. Inoltre, la decisione di delimitare le aree operative secondo criteri geografici e non amministrativi, seguendo le risorse ambientali, costringe gli enti locali a cercare la collaborazione e a costituire aggregazioni e partnerships. L'esperienza londinese, sotto gli aspetti tecnici e procedurali, considerando il disegno strutturale, le linee guida fino al sistema di governance, può rappresentare un interessante modello da importare, con i dovuti accorgimenti locali, sul territorio napoletano. La descrizione che segue sintetizza il lavoro di ricerca analitica compiuto sul campo e l'impalcatura generale di una proposta di piano strutturale per le aree verdi nell'area orientale.

2 | Le analisi territoriali per il progetto dell'Infrastruttura Verde nell'area orientale Il progetto dell’infrastruttura verde amplia il concetto di rete ecologica, superandone la monofunzionalità, ed integra in un unico sistema quest'ultima con la rete di accessibilità e fruizione pubblica e con la rete del tessuto agricolo. L'integrazione di più reti mira così a tutelare e a valorizzare le peculiarità del territorio e ad associare agli aspetti naturalistici e paesaggistici anche quelli legati alla mobilità, alla produttività e alle attività ricreative del territorio5. Al fine di predisporre il progetto dell'infrastruttura verde, si è proceduto preliminarmente all'analisi del territorio scomposto nei suoi principali sub-sistemi: sistema naturalistico-ambientale caratterizzato dalle aree verdi e dalla rete idrografica; sistema insediativo comprendente il tessuto urbanizzato nel suo storico determinarsi; sistema relazionale articolato sulla densa rete stradale, sulla più modesta rete ferroviaria e su una scarsa, se non inesistente, rete ciclopedonale; sistema dei beni culturali (fig. 2), composto dalle testimonianze storicoartistiche-archeologiche presenti nell’area (chiese, palazzi storici, ville, scavi archeologici). L'indagine sul sistema naturalistico-ambientale dell’area orientale di Napoli, ha tenuto conto delle caratteristiche geologiche e agronomiche del territorio. Dal punto di vista geologico, l'area di studio occupa la parte meridionale della Depressione di Volla originariamente solcata dal fiume Sebeto. In età greco romana furono captate le acque di alcune sorgenti e successivamente convogliate nell’acquedotto della Bolla che alimentava Napoli, mentre nei secoli successivi terremoti ed eventi vulcanici determinarono una significativa riduzione del flusso del corso d’acqua ed un nuovo interrimento dell’area. L'area sin dalla fine dell'Alto Medioevo è stata caratterizzata dalla diffusa presenza di stagni e acquitrini, parzialmente bonificati in età angioina e soprattutto in epoca borbonica. A seguito dell'irregimentazione dei corsi d'acqua, risalente alla prima metà dell’800, si viene a determinare una prima occupazione dell'area segnata da espansioni urbanistiche dei piccoli centri esistenti. In quest’epoca è ancora riconoscibile il corso del Sebeto e la rete di canali, come attestano le numerose vedute e cartografie ritraenti l'area. Nelle cartografie storiche successive del 1936 invece i centri dell’area si presentano compatti e distaccati, e le espansioni insediative si attestano prevalentemente ai margini dei nuclei storici. A partire dagli anni ’60 l'area vesuviana pedemontana viene investita da una crescita edilizia significativa, in particolare nei comuni inclusi nella prima corona periferica di Napoli. L'area tende ad urbanizzarsi rapidamente e senza alcun 4

Sul drenaggio sostenibile e le nuove tecniche si veda il sito http://www.ciria.org/ dal quale è possibile scaricare una serie di manuali operativi e best practices. 5 Al progetto di infrastruttura verde proposto ha partecipato l'arch. jr. Vanina Borrelli, con il suo lavoro per la tesi di laurea dal titolo "Infrastruttura Verde per il Bacino di Napoli e Volla". Le immagini e la parte descrittiva del testo sono state parzialmente dedotte dal lavoro di tesi e rielaborate dall'autore. Antonio Acierno

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rispetto della morfologia ed idrografia locale dando vita a zone insediative scarsamente relazionate tra loro. L'urbanizzazione satura progressivamente il territorio riducendo la presenza degli alvei naturali a vantaggio di quelli tombati e dell'interramento di alcuni tratti stradali. La crescita edilizia prosegue con ritmo accelerato negli anni ’80 portando in alcuni casi alla continuità dell'edificato nei territori di comuni limitrofi dando vita alla struttura tentacolare metropolitana. Gli interventi antropici degli ultimi trent'anni anni hanno prodotto una condizione di particolare rischio a causa del dissesto idrogeologico, annullando di fatto la rete idrografica superficiale che appare scarsamente riconoscibile. Il reticolo idrografico dell’area del bacino di Napoli e Volla è attualmente morfologicamente distante dall’antica e naturale conformazione. A fronte dei rischi idrogeologici presenti è stato redatto il Piano Stralcio per l'Assetto Idrogeologico6 (PAI) che ha perimetrato le aree a rischio idrogeologico, disciplinando le necessarie misure di salvaguardia, mediante specifiche normative. Le aree verdi agricole sono ormai quelle residuali e prossime ai centri urbani e si tratta tra l'altro dei suoli più fertili delle pianure campane con colture di pregio quali frutteti, oliveti e vigneti. Le aree naturali beneficiano di grande tutela, per la presenza del Parco Nazionale del Vesuvio e di altri parchi cittadini. Nel dettaglio, nell’area del consorzio sono presenti ben 16 parchi pubblici, sebbene molti di questi versino in condizioni di particolare degrado ed abbandono.

Figura 2. L'analisi della rete dei beni culturali esistenti

Gli insediamenti nell’area orientale compongono una corona di centri, prevalentemente residenziali, relazionati al capoluogo ma fisicamente separati e distanti. Il territorio è estremamente frammentato e segnato dall'invadente presenza di barriere fisiche (infrastrutture per la mobilità e i trasporti) e da numerose aree industriali dismesse . Il sistema insediativo è ad elevata densità abitativa e soffre di una cronica carenza di attrezzature pubbliche (scuole, impianti sanitari, uffici amministrativi, ecc.) del tutto insufficienti per la popolazione residente. La mancanza di spazi pubblici adeguati e la debolezza del trasporto collettivo hanno abbassato notevolmente la qualità urbana e della vita delle comunità locali. Il sistema infrastrutturale stradale è caratterizzato dalla presenza di due arterie autostradali (A1 e A3) e della sopraelevata SS162, strada di collegamento di Napoli con i comuni vesuviani, cui si raccorda una fitta rete di strade locali che determinano un'elevata frammentazione del territorio, soprattutto in prossimità delle aree industriali dismesse. L'ipertrofia delle arterie stradali ha configurato una trama discontinua che separa fisicamente le parti interne e ne impedisce un razionale collegamento. La disarticolazione dell'impianto stradale produce parallelamente un'inefficienza del sistema di trasporto pubblico e l'appesantimento di quello privato. I percorsi ciclopedonali sono estremamente rari, costituiti da un piccolo tronco nel comune di Pomigliano d'Arco che si dirige verso Casalnuovo ed un secondo ubicato nel comune di San Giorgio a Cremano, sebbene il PTCP di Napoli preveda un fitto e articolato sistema. 6

Sui caratteri idrogeologici dell'area si vedano: www.sito.regione.campania.it/ambiente/assessorato/cicloacque.htm; www.difesa.suolo.regione.campania.it/; www.consorziobonificanapoli.it/;

Antonio Acierno

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Circa il sistema dei beni culturali, allo scopo di recuperare e valorizzare i luoghi d’interesse storico architettonico, per la creazione di una rete culturale attiva nell’sistema d’Infrastruttura Verde, sono stati individuati e catalogati i siti storici, architettonici e monumentali di particolare rilevanza diffusi sul territorio di studio. L’area si caratterizza per un ingente patrimonio contraddistinto dalla vicinanza dei siti archeologici tra i più noti al mondo, tra l'altro ben integrati con il parco nazionale, a cui si aggiungono le monumentali ville vesuviane situate sul lungo percorso (il “miglio d’oro”) nonché numerosi edifici religiosi. A dispetto di tale ricchezza di beni culturali, non esiste un sistema integrato di fruizione e collegamento, soprattutto di tipo ciclopedonale, che potrebbe invece andare a costituire l'armatura portante dell'infrastruttura verde capace di mettere in rete spazi verdi e siti di interesse per un efficace sviluppo turistico dell'intero territorio.

3 | Il progetto dell'Infrastruttura Verde Il territorio di studio fa parte del Consorzio di Bonifica delle Paludi di Napoli e Volla, ente che si occupa della sicurezza idraulica attraverso la manutenzione degli alvei, delle condotte interrate, dei canali di scolo e della vasche di laminazione, elementi che soffrono di evidenti criticità soprattutto in alcune stagioni dell'anno. Il progetto dell’Infrastruttura Verde (fig. 3) può essere visto come una proposta concreta per la risoluzione non solo dei problemi idrologici che investono quest’area ma anche per dare risposta alle altre istanze del territorio: carenza di attrezzature, mobilità alternativa a quella motorizzata, valorizzazione dei beni culturali e delle attività agricole di pregio.

Figura 3. La proposta progettuale per una Infrastruttura Verde nell'area orientale di Napoli

Per la sua attuazione sono stati fissati alcuni assi strategici lungo cui articolare la progettazione: difesa del suolo; tutela e valorizzazione delle aree a forte naturalità; valorizzazione delle aree rurali; fruizione dei beni culturali e paesaggistici, potenziamento della mobilità sostenibile. L'infrastruttura verde diventa un piano strutturale di scala territoriale entro il quale prevedere numerosi progetti locali, da realizzarsi in un arco temporale lungo e programmato, relativi a zone da riqualificare, recuperare e/o potenziare. I progetti locali diventano i nodi di una rete ciclopedonale capace di proporre una mobilità sostenibile, costituita da percorsi lungo i quali sono previste una serie di strutture come le stazioni di bike sharing, pensiline di sosta con impianti fotovoltaici e spazi di socializzazione. L’infrastruttura verde è una rete attrezzata che associa alla rete ecologica (fig. 4) quella di accessibilità e fruizione pubblica generando un sistema multifunzionale in cui si integrano anche le reti dei beni storici e del tessuto agricolo. Il sistema così articolato aspira a fondere in un’unica infrastruttura multifunzionale reti che da sole assolverebbero a funzioni diverse e che spesso finiscono per entrare in conflitto. L'Infrastruttura Verde va Antonio Acierno

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Infrastruttura verde multifunzionale per Napoli orientale

intesa come un obiettivo prioritario della pianificazione a scala territoriale perché cerca di dare soluzione simultanea ai principali problemi del territorio, cui si aggiungono le altre infrastrutture tradizionali di trasporto (infrastrutture grigie).

Figura 4. La rete degli spazi verdi

Il progetto dell'infrastruttura verde deve porsi anche come piano strategico, nel senso più autentico del termine, attivando sinergie tra gli stakeolders coinvolti e soprattutto tra le circoscrizioni e gli uffici tecnici delle amministrazioni locali. Il progetto si inserisce nel territorio enfatizzando le qualità e i caratteri distintivi dell’area, mettendo in rete e recuperando le porzioni di superfici di risulta, all'interno e ai margini degli insediamenti urbani, rispettando la varietà dell'eccezionale paesaggio locale. L'infrastruttura supera il concetto di rete ecologica e, pur conservando aree di alta naturalità, tende a ricucire i paesaggi agricoli e quelli frammentati delle frange periurbane. L'armatura dell'infrastruttura è costituita dalla rete della mobilità lenta (fig. 5), composta di spazi aperti accoglienti e sicuri dove la popolazione residente e i turisti potranno spostarsi a piedi o in bici. La rete ciclopedonale non è solo funzionale ai percorsi turistici e a quelli per il tempo libero ma riesce anche a costruire un sistema alternativo di collegamenti veloci tra le abitazioni e i servizi di quartiere contribuendo a scoraggiare l’uso delle auto private. La realizzazione dell'infrastruttura verde dovrebbe di conseguenza innalzare la fruibilità dei servizi e la qualità urbana nonché della vita dei residenti, rivalutando l'intera area. Un altro degli effetti indotti dal progetto dovrebbe riscontrarsi nel miglioramento della fruizione a fini turistici che già oggi presenta un elevato numero di visitatori prevalentemente diretti verso i grandi attrattori dell'area (scavi archeologici di Pompei e Ercolano, ville vesuviane, musei), e che potrebbe invece estendersi verso le altre componenti del ricco patrimonio locale, con ricadute positive per il benessere economico e sociale della comunità. La multifunzionalità del sistema delle Infrastrutture Verdi rappresenta un modo integrato ed innovativo di fare pianificazione perché tende a risolvere simultaneamente le criticità sollevate dal territorio, integrando le diverse funzioni e coinvolgendo i suoi utenti nella gestione e nello sviluppo delle sue parti. I cittadini saranno coinvolti nel processo non solo nelle scelte delle strategie ma anche e soprattutto nella gestione e manutenzione degli spazi verdi, mediante una serie di opportunità determinate dalla costituzione di nuovi parchi urbani ed agricoli, orti urbani, giardini e fattorie urbane.

Antonio Acierno

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Figura 5. La rete dei percorsi ciclopedonali

Bibliografia

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Sitografia

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Infrastruttura verde multifunzionale per Napoli orientale

http://www.london.gov.uk/publication/all窶人ondon窶身reen窶身rid窶尽pg http://www.gigl.org.uk/

Riconoscimenti:

Si ringrazia Vanina Borrelli per la documentazione fornita, soprattutto iconografica, utilizzata per la realizzazione del paper.

Antonio Acierno

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Veneto 2100: living with water

Veneto 2100: living with water Enrico Anguillari Università Iuav di Venezia Dipartimento di Culture del progetto Email: enrico.anguillari@iuav.it

Abstract Quale sarà il futuro del Veneto dati i pericoli posti dall’innalzamento del livello del mare, da forti precipitazioni, da inondazioni e da lunghi periodi di siccità? Come apparirà nel 2100? Questo lavoro di ricerca, racconta di come tre diversi territori potrebbero trasformarsi a partire da una serie di minacce e di opportunità legate dall’acqua. Ampliando il letto dei fiumi e ripristinando gli spazi golenali per assecondare le esondazioni stagionali; ricaricando le falde acquifere e stoccando l’acqua per far fronte ai periodi di siccità; riattivando il rapporto naturale tra fiume e mare e adattando i litorali all’innalzamento del livello del mare, forse sarà ancora possibile dare avvio a strategie virtuose capaci di lavorare in stretto rapporto con nuovi processi di urbanizzazione e di sviluppo. L’acqua diventa il punto di partenza per ripensare, rimodellare e riconfigurare il territorio del Veneto, nel tentativo di concepire ambienti di vita più resilienti. Parole chiave Dissesto idrogeologico, suscettibilità, resilienza.

Un territorio impreparato Mentre ovunque assistiamo ad un inarrestabile sviluppo insediativo, il cambiamento climatico si manifesta alternando piogge sempre più copiose a periodi di siccità sempre più lunghi. Questi fenomeni irrompono con particolare violenza in quei territori la cui urbanizzazione è dilagante, all’interno degli spazi dei fiumi, lungo le coste e sui pendii. Il Veneto non fa eccezione. Già le alluvioni del 2006 e del 2007 avevano causato seri danni; ma le piogge cadute tra il 31 ottobre e il 1 novembre del 2010, quattro volte superiori alla media stagionale, hanno colpito duramente una popolazione di mezzo milione di persone distribuita in 262 comuni, provocando allagamenti su una superficie complessiva di 140 km2, causando 3 morti, 6.670 sfollati, la perdita di 151.000 capi di bestiame, l’isolamento per 4 giorni dell’autostrada A4 e il conseguente blocco delle merci da e per mezza Europa (Regione del Veneto, 2011). All'opposto, per le scarse precipitazioni autunnali e nevicate invernali, durante l’estate del 2012 il Veneto si è trovato a dover affrontare un deficit idrico prossimo al 35% rispetto alla media stagionale dei precedenti 20 anni. Più o meno, sono mancati all’appello 150 litri d’acqua per ogni metro quadrato di territorio (Arpav, 2012). Questo, da un lato ha aggravato le condizioni di un’economia agricola già in difficoltà, dall’altro lato ha comportato una riduzione delle produzione energetica da fonte idroelettrica del 40% rispetto alla media storica del periodo generando una sorta di guerra dell’acqua tra Enel e Coldiretti. La drammaticità dell’alluvione e l’estrema siccità che ha portato il governo regionale a dichiarare lo stato di crisi idrica, indicano la necessità di ripensare con attenzione le relazioni tra forme, processi di sviluppo insediativo e disfunzioni idrauliche in uno dei territori più produttivi, infrastrutturati e, al contempo, frammentati d’Italia. In tal senso, la ricerca ‘Veneto 2100: living with water’, presentata alla 5^ Biennale Internazionale di Architettura di Rotterdam ‘Making City’, prefigura scenari alternativi (Figura 1) con l’obiettivo di indurre a ripensare il rapporto tra gestione del territorio e progetto, utilizzando un approccio qualitativo all’indagine dei luoghi, delle dinamiche sociali, istituzionali e delle condizioni ambientali, come atteggiamento fondamentale per la prevenzione del rischio idrogeologico. In Veneto, come altrove, gli effetti di eventi tanto impressionanti per entità, frequenza e danni prodotti, quanto inaspettati per mancanza di educazione, conoscenza e informazione, accrescono la percezione di un declino che, Enrico Anguillari

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Veneto 2100: living with water

nella dimensione tangibile dei luoghi, palesa l’inadeguatezza degli strumenti di governo del territorio, così come di molti piani attuati e progetti realizzati. Meno lucida è la percezione dell’insostenibilità economica ed ambientale degli attuali modelli di costruzione e mantenimento degli elementi strutturanti il territorio – tra cui i corsi d’acqua –. Ovvero, se da un lato oggi si registra un certo cambiamento culturale, se risulta quasi banale affermare che le fragilità e i rischi derivano anche da un certo modello di sviluppo e che tali questioni sono sempre più centrali quando si progetta il futuro, risulta meno banale considerare seriamente l’ipotesi di coabitare con le pressioni alle quali siamo esposti anziché contrastarle.

Figura 1. Tre scenari: 1) I torrenti dei Monti Lessini; 2) Il delta del Po; 3) La pianura secca del Piave.

Suscettibilità Per l'Unesco-IHE Institute for Water Education, la vulnerabilità corrisponde alla misura in cui un sistema, un territorio, una popolazione è sia esposta che suscettibile ad un evento e la sua capacità (o incapacità) di far fronte o, più precisamente, di adattarsi a tale evento. Si esprime con l’equazione vulnerability = exposure + susceptibility – resilience (Balica, Wright, van der Meulen, 2012). Oggi, la maggior parte delle indagini condotte su aree ad alto rischio idrogeologico propongono un’analisi prevalentemente settoriale e quantitativa dei territori e della loro urbanità. In particolar modo appare evidente come molti di questi studi manchino di una conoscenza approfondita della ‘suscettibilità’, soprattutto per quanto riguarda il rapporto tra la società civile/le istituzioni locali – la loro percezione della vulnerabilità –, il territorio – vulnerabilità misurabile – e le politiche – prevenzione/intervento – (Latitude, 2011). Questo perché la suscettibilità è una condizione intrinseca del territorio che sussiste indipendentemente dal verificarsi o meno di un evento. Ne descrive la capacità di recepire il pericolo e l’attitudine ad assorbirne gli effetti. ‘Veneto 2100: living with water’, propone un approccio qualitativo, sul campo, all’analisi del rischio idrogeologico intrecciando diverse discipline, punti di vista e metodi di analisi. Alla ricerca hanno lavorato principalmente urbanisti, antropologi e designer della comunicazione. Queste due ultime discipline dedicano particolare attenzione ai modi in cui il territorio viene percepito da chi lo abita e si supportano nell’utilizzo di metodi e strumenti diretti ad ascoltare, comprendere e rappresentare come una comunità descrive se stessa e si racconta. Mentre l’antropologo è portato ad ascoltare cercando di stabilire una relazione ravvicinata con l’interlocutore, il designer della comunicazione è inteso come specialista nel fare affiorare e nel riproporre le informazioni (Bonifacio, Bonini Lessing, 2012). Nell’individuare cioè gli strumenti e gli artefatti comunicativi più opportuni per restituire ad esempio la geografia degli attori, l’intreccio dei poteri, i principali conflitti, al fine di generare un discorso critico sul territorio, far discutere, scambiare informazioni, innescare processi di self evaluation, self awareness e mirroring. ‘Veneto 2100: living with water’ focalizza l’attenzione su tre territori, paradigmatici riguardo al rapporto tra vulnerabilità idrogeologica e percezione del problema da parte della popolazione (Figura 2). L’ipotesi è che i tre casi studio rappresentino tre differenti attitudini nel rapporto con l’acqua e altrettanti livelli di consapevolezza del rischio legato all’eventuale gestione impropria delle risorse (Latitude, 2012). Enrico Anguillari

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Veneto 2100: living with water

Figura 2. SN) 1 novembre 2010: autostrada A4 nei pressi di Monteforte d’Alpone. DX) Idiomi e attori, problemi percepiti.

Ad un estremo, la regione compresa tra i Monti Lessini e la pianura veronese-vicentina, rappresenta la perdita della relazione storica degli insediamenti e delle attività legate al territorio con i torrenti. Qui, il ventaglio di corsi d’acqua che scende dalle vette per confluire nell’Adige è drasticamente tagliato da un denso fascio di infrastrutture a ridosso del quale si sono addensati centri abitati, zone industriali e aree produttive. Monteforte d’Alpone, Soave e San Bonifacio sono tra i comuni più danneggiati dall’alluvione del 2010 – circa 55 milioni di euro di danni a famiglie, imprese e opere pubbliche dichiarati nel 2011 (Regione del Veneto, 2011) –. Per anni, il problema è stato sottovalutato dalle istituzioni indebolendo via via la percezione del rischio da parte della popolazione locale. I principali conflitti, disfunzioni, e fragilità derivano dalla scarsa manutenzione dei torrenti e dal conseguente aumento della loro pensilità, dalle controversie giuridico-amministrative sulla gestione della rete dei canali, dalla saturazione insediativa delle ‘terre basse’, dalla sostituzione della rete minuta di canali di irrigazione con pozzi privati e tubature in cemento per attingere all’acqua di falda, dall’espansione del settore vitivinicolo per la produzione del Soave – passata da 1.100 ettari di coltivazioni a vigneto prevalentemente in collina e lungo i pendii negli anni ’30 a più di 4.000 ettari di vigne, piantate oggi perlopiù in pianura –. All'estremo opposto si trova il caso del delta del Po, tra le province di Rovigo e di Ferrara. Qui, le fragilità di un territorio che si trova interamente sotto il livello del mare fanno sì che la popolazione locale conviva con gli sforzi necessari per mantenerlo asciutto e produttivo. Questa stretta relazione con l’acqua, è alla base del senso di appartenenza ad una terra strappata al mare con grande fatica. La forma a delta è il risultato di una deviazione del Po fatta dalla Serenissima nel 1604 per evitare che i sedimenti trasportati dal mare potessero interrare la laguna di Venezia. A ovest, l’area è attraversata da un complesso cordone di dune fossili che testimonia come, prima della diversione, la costa avanzasse per linee parallele. Su questo sistema si sono arroccati insediamenti, infrastrutture, servizi e attività, lasciando il resto del territorio prevalentemente agricolo e scarsamente abitato. Oggi il delta del Po è una sorta di catino, i cui bordi evidenziano un forte ribassamento centrale – fino a 4 metri sotto il livello del mare – dovuto ad una prolungata subsidenza naturale aggravata dall’estrazione di acque metanifere perpetrata tra gli anni ’40 e gli anni ’60. Oltre a questo, l’area soffre di problemi di risalita del cuneo salino – fino a 20 km dal mare –, di salinizzazione dei suoli, di scarsità d’acqua dolce per l’irrigazione, di erosione della costa e delle difese naturali a mare, di eutrofizzazione delle acque. Problemi che comportano costi enormi per mantenere e potenziare argini, pennelli, barriere antisale, canali e idrovore. Tra i due casi precedenti, si colloca quello dell’alta pianura del Piave, detta ‘pianura asciutta’, che si estende tra i comuni di Montebelluna, Castelfranco e Treviso. Qui vi è una certa consapevolezza da parte delle istituzioni e della popolazione dei problemi derivanti dal fiume Piave e dalla rete idraulica secondaria ma allo stesso tempo appaiono molto chiari i conflitti tra diversi attori socio-economici nella gestione delle risorse e nel trovare soluzioni condivise. Lungo il Piave, ogni goccia d’acqua è contesa tra Enel, operatori turistici e agricoltori. D’inverno e durante i periodi più piovosi, per le impressionanti fluttuazioni del livello del fiume associate alla riduzione dei suoi spazi e all’esponenziale aumento dei suoli impermeabilizzati, l’intero territorio su trova in serio pericolo d’inondazione. D’estate invece il fiume non raggiunge la foce. L’acqua viene trattenuta a monte per la produzione di energia elettrica e per assicurare la stagione turistica, o viene prelevata per irrigare colture idrovore ed estensive. Il canale Brentella, voluto dalla Repubblica di Venezia per rendere produttiva la ‘pianura asciutta’ ai piedi del Montello, è la principale presa per alimentare una fitta rete di canali d’irrigazione. Enrico Anguillari

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Veneto 2100: living with water

Tutta questa regione poggia su di un materasso di ghiaia depositato dalle piene del Piave nei secoli. È zona di cava. Nella sola provincia di Treviso, il giro d’affari che ruota attorno all’estrazione – privata – del materiale inerte ruota attorno ai 36 milioni di euro all’anno e non è ancora chiaro quanto, il vuoto legislativo che negli ultimi decenni ha permesso il fiorente sviluppo dell’attività di cavazione, abbia inciso anche sull’ambiente e sul funzionamento idraulico nel sottosuolo.

2100 I differenti rapporti con l’acqua che emergono dalle indagini svolte sottolineano specifiche questioni urbane, territoriali e sociali che si dimostrano fondamentali nel ‘fare città’ (Brugmas, Petersen, 2012). Seguire l’acqua e i rischi ad essa connessi non obbliga solamente a considerare il funzionamento complessivo del territorio o ad attraversare luoghi troppo spesso esclusi dalle riflessioni; induce anche a riformulare i punti di vista sui temi tradizionali della pianificazione e del progetto urbanistico: gli insediamenti, le infrastrutture, le economie, le forme di welfare. La ricerca ‘Veneto 2100: living with water’ prende le mosse dai fatti accaduti in Veneto negli ultimi anni e cerca di assecondare un approccio evolutivo, resiliente più che resistente o strutturante, nella costruzione di scenari futuri. Lavora sulla reversibilità del sistema. Il tal senso, lo scenario non è inteso come un programma a lungo termine per il territorio, orientato a far rientrare le realtà future all’interno di un quadro precedentemente definito. Tantomeno è il ‘disegno di un disegno’ (Ascher, 2001). Va piuttosto inteso come uno strumento la cui elaborazione svela le potenzialità e i condizionamenti imposti dalla società, dai luoghi, dalle circostanze e dagli avvenimenti. Si basa su orientamenti riflessivi e adatti ad un avvenire incerto; articola un costante e diversificato va e vieni: il lungo termine e il breve termine, la grande scala e la piccola scale, gli interessi generali e gli interessi particolari. In definitiva, la pratica di costruzione di scenari, accogliendo le attese, le incertezze e gli accadimenti di una società aperta, è finalizzata ad alimentare una visione condivisa di futuro (Anguillari, Bonini Lessing, 2012). Gli scenari elaborati per i tre casi studio assumono come orizzonte temporale un futuro sufficientemente lontano – il 2100 – da permettere di superare le contingenze assumendo posizioni spesso radicali e apparentemente drastiche nell’intenzione di forzare le ipotesi dalle quali sono mossi. A sottolineare la natura esplorativa dello scenario viene posta la domanda What if? Che cosa succederebbe se il sistema di torrenti dei Monti Lessini ristabilisse una stretta relazione con le valli, le colline e la pianura? A monte, i torrenti avrebbero bisogno di maggiore spazio per ridurre la velocità di scorrimento durante le piene e far sì che i detriti trasportati non aumentino la loro pensilità. Più a valle, dove si trovano vigneti, frutteti, piccoli insediamenti e ville isolate, non esistono dispositivi per trattenere l’acqua di superficie ed usarla per l’irrigazione. In compenso vi è una moltitudine di pozzi per il prelievo dell’acqua di falda. Anche qui, lungo il corso dei torrenti, sarebbe opportuno individuare capillarmente una serie di bacini di stoccaggio di profondità anche minime, allo scopo di ricaricare la falda e reindirizzare lo sviluppo insediativo. In pianura sarebbe necessario ristabilire il collegamento laddove il denso fascio infrastrutturale taglia i corsi d’acqua che da monte dovrebbero confluire nell’Adige. Sarebbe possibile diminuire di molto il rischio di allagamenti, costruendo bacini di piccole e medie dimensioni tra gli insediamenti, le aree industriali e le infrastrutture per ritenere l’acqua in eccesso, per poi lasciarla lentamente approfittando di stretti varchi oggi utilizzati per il passaggio dei trattori (Figura 3). Infine, una serie di diversioni, capaci di riportare alcuni corsi d’acqua a scorrere in alvei abbandonati, bypassando i centri principali, potrebbero risolvere quei punti critici dove, nel 2010, gli argini hanno ceduto. Che cosa succederebbe se, nel delta del Po, le pressioni ambientali non venissero più contrastate? Considerando l’aumento del livello medio del mare, in futuro potrebbe non essere più sostenibile continuare ad alzare argini e sollevare meccanicamente l’acqua affrontando costi energetici enormi. Ad esempio che cosa significherebbe spegnere le idrovore? Lo scenario propone di lasciare che il mare si riappropri di alcuni spazi. O meglio, che si riattivi il naturale rapporto fiume-mare fino al sistema di dune fossili utilizzando i sedimenti per rafforzare le aree maggiormente fragili. Ad ovest, il corridoio abitato che, lungo la statale Romea si estende tra Venezia e Ravenna, addensandosi potrebbe assumere un carattere più urbano simile ad una città lineare che si affaccia su un grande sistema di parchi, lagune e aree umide. Tra i cordoni dunali, il terreno sabbioso permetterebbe un’agricoltura di qualità elevata. Alcune rotture controllate del ramo principale del Po permetterebbero di colmare le aree più basse, formando un esteso filtro tra fiume, lagune e mare di terre semi-sommerse, fondamentali dal punto di vista ecologico e della regolazione idraulica.

Enrico Anguillari

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Veneto 2100: living with water

I piccoli insediamenti che punteggiano il delta diventerebbero isole all’interno di un sistema di lagune protette dal mare da una spesso cordone dunale (Figura 4).

Figura 3. SN) Il torrente Illasi in località S. Andrea, scenario. DX) Soave, Monteforte d’Alpone, S. Bonifacio, scenario.

Figura 4. SN) Delta del Po, in nero: aree sotto il livello del mare. DX) Isola di Boccasette, scenario.

Che cosa succederebbe se il Piave tornasse ad essere un fiume? Il terzo scenario prevede di ridurre i prelievi d’acqua lungo il corso del Piave e di lasciare che esso ritorni a ‘divagare’ nella sua pianura alluvionale. I cicli dell’acqua dovrebbero essere riorganizzati in base all’effettiva disponibilità di risorse e seguire i corsi naturali. Le numerose diversioni che riforniscono le stazioni idroelettriche, non sempre rilasciano l’acqua nello stesso bacino idrografico dal quale la attingono. Per ottimizzare il sistema, queste dovrebbero essere chiuse. Gli spazi agricoli, quando la loro irrigazione dipende dal fiume, dovrebbero essere ridotti a quelle zone in cui l’acqua può arrivare naturalmente (Figura 5). Queste azioni permetterebbero al fiume di riavere una portata sufficiente da poter essere ancora definito tale. Negli anni l’alveo del Piave è stato estremamente ridotto e paralizzato da imponenti sistemi di arginature. Riattivare alcuni tracciati dove in passato l’acqua scorreva, permetterebbe di disporre di un sistema di bypass esterno agli argini di supporto all’alveo principale in caso di piena. Ridare spazio al fiume andando ad includere golene, boschi e ‘prai’ significherebbe aumentare la capacità di ritenzione e infiltrazione del terreno, ricaricare la falda e diminuire la velocità di scorrimento d’acqua a valle durante i periodi di maggiori piogge.

Enrico Anguillari

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Veneto 2100: living with water

Figura 5. SN) Centrali idroelettriche e nodi su cui intervenire, scenario. DX) Bosco arido abitato, scenario.

Conclusioni Considerando che, in Veneto, le alluvioni e la scarsezza d’acqua sono state tanto disastrose principalmente a causa degli effetti combinati di processi molecolari e diffusi di disboscamento, di impermeabilizzazione del suolo, di frammentazione insediativa, della mancata manutenzione di alcuni corsi d’acqua, – in particolar modo della rete minore – dell’eccessivo irrigidimento di altri, ecc. è necessario chiedersi se la ‘logica ortopedica’ (Trombetta, 2004), correttiva, di contenimento e di ‘difesa ad ogni costo’ sia ancora quella da perseguire. Diffusamente, quando si parla di rischio, il modello etico prevalente è ancora quello utilitaristico che trae la sua forza dalla norma, dalla coercizione, dalla ‘messa in sicurezza’ del territorio (Olmo, 2013), da atteggiamenti che hanno consentito molto del passato sviluppo economico e sociale del Veneto e del nostro Paese, ma che oggi sembrano richiedere un ripensamento. Mentre infatti la gran parte del dibattito pubblico si concentra sui costi e sulla velocità per realizzare interventi monumentali, barriere, chiuse, dighe, diversioni e bacini – opere che si prestano a retoriche politiche e individuali di dominio del rischio – sia la natura che la società si dimostrano essere strutture troppo complesse per adattarsi a semplici soluzioni di comando e controllo. Forse allora, perseguire una riduzione selettiva e volontaria della produzione e dei consumi, con l’obiettivo di stabilire una nuova relazione di equilibrio tra uomo e natura, più resiliente, meno resistente, diventa una sfida necessaria rispetto alle questioni territoriali. Un cambio di rotta culturale e dei modi di rapportarsi con il territorio in cui si abita, di convivenza con il rischio, con la probabilità che gli eventi si verifichino, di presa di coscienza che l’acqua, ‘risorsa comune’, è anche fattore di ‘rischio comune’ (Giannotti, Viganò, 2012) di fronte a cui la società ed ogni singolo individuo diviene responsabile se non preparato.

Bibliografia

Anguillari E., Bonini Lessing E. (2012), “Delta del Po. Immagini del futuro per un presente comune”, in Progetto Grafico, n. 22, pp. 82-91. Ascher F. (2001), Les Nouveaux Principes de l'urbanisme. La fin des villes n'est pas à l'ordre du jour, Éditions de l'Aube, La Tour d'Aigues. Balica S.F., Wright N.G., van der Meulen F., (2012) “A flood vulnerability index for coastal cities and its use in assessing climate change impacts”, in Natural Hazards, n. 64, pp. 73-105. Bonifacio V., Bonini Lessing E. (2012), “People and identity”, in Tosi M.C., Anguillari E., Bonini Lessing E., Ranzato M. (eds.), Delta Landscape 2100, professionaldreamers, Trento. Brugmans G., Petersen J.W. (eds., 2012). Making City. 5th IABR 2012 Catalogue, IABR, Rotterdam. Giannotti E., Viganò P. (eds., 2012), Our Common Risk. Scenarios for the diffuse city, et al./Edizioni, Milano. Latitude Platform (2011), Living with Water. Flood Vulnerability vs Urbanisation in the Veneto Region. Application to the 5th IABR 2012 - Making City. Counter Site proposal. Latitude Platform (2012), Living with water, Research report. Olmo C. (2013), “Tigri di carta (o forse no)”, in Il Giornale dell’Architettura, n. 113, p. 1 continua p. 17. Regione del Veneto (2011), Veneto. La grande alluvione. http://www.venetoalluvionato.it/documenti/archivio/Veneto_la_grande_alluvione.pdf Trombetta F. (2004), Il glossario dell’auto-organizzazione, Donzelli, Roma. Enrico Anguillari

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Veneto 2100: living with water

Sitografia

Arpav (2012), Rischio siccità 2012: situazione al primo marzo, disponibile su Arpa Veneto, Temi ambientali, Idrologia, Approfondimenti. http://www.arpa.veneto.it/temi-ambientali/idrologia/approfondimenti/rischio-siccita-2012/rischio-siccita-primomarzo-2012

Riconoscimenti:

‘Veneto 2100: living with water’ è una ricerca di Latitude Platform con Enrico Anguillari e Studio Iknoki. Lo scenario relativo ai torrenti dei Monti Lessini è a cura di Fabio Vanin con Andrea Masciantonio e Manoe Ruhe; lo scenario relativo alla regione del delta del Po è a cura di Enrico Anguillari con Andrea Bortolotti e Marta de Marchi; lo scenario relativo alla pianura secca del fiume Piave è a cura di Marco Ranzato con Tullia Lombardo e Alessandra Marcon. Le indagini di carattere antropologico sono state coordinate da Valentina Bonifacio con Alice Brombin. Comunication & Graphic design sono a cura di Studio Iknoki. La fase più consistente di analisi sul campo è avvenuta in occasione di due attività didattiche condotte dal gruppo di ricerca allo Iuav di Venezia nel 2011. Nello specifico, durante l’Erasmus Intensive Programme (IP) ‘Summer school on the Po river delta’ coordinato da Maria Chiara Tosi e durante lo European Postgraduate Master in Urbanism coordinato da Paola Viganò.

Enrico Anguillari

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Urbanistica e sostenibilità. Sfide, esperienze e prospettive per la costruzione di una nuova qualità urbana

Urbanistica e sostenibilità. Sfide, esperienze e prospettive per la costruzione di una nuova qualità urbana Alessandra Barres* Università degli Studi Mediterranea di Reggio Calabria DArTe – Dipartimento di Architettura e Territorio Email: alessandra.barresi@unirc.it Tel: 335.6514493 Gabriella Pultrone* Università degli Studi Mediterranea di Reggio Calabria DArTe – Dipartimento di Architettura e Territorio Email: gabriella.pultrone@unirc.it Tel: 338.8846592

Abstract (tesi sostenuta) I principi di “sostenibilità” e “smartness” costituiscono gli slogan, ormai fin troppo ricorrenti e scontati, di ogni iniziativa, programma, progetto riguardante la città contemporanea avente l’obiettivo di proporre soluzioni alle numerose questioni emergenti a livello globale, di tipo ambientale e sociale, legate alla scarsità di risorse in rapporto al fabbisogno di una popolazione che, a ritmi esponenziali, tenderà a concentrarsi sempre di più nelle aree urbane, acuendone le problematicità esistenti. In questa realtà in continua, rapida e imprevedibile trasformazione, l’Urbanistica deve avere un ruolo di primo piano nel rendere sostenibili le città attraverso attività di pianificazione/progettazione/costruzione/trasformazione che mettano in rapporto i fabbisogni fisici, sociali ed economici della società con l’ambiente circostante e con le risorse disponibili in termini di energia, acqua, trasporti, morfologia territoriale, specificità e identità locali che costituiscono anche forti asset competitivi. Queste azioni richiedono un approccio multidimensionale e integrato, fattore principale di successo, che consideri tutte le dimensioni di cui si compone la qualità urbana. Il necessario superamento dell’approccio urbanistico tradizionale destinato alla regolazione degli usi del suolo per tendere ad un’azione socialmente più complessa quale quella della sostenibilità non è facile e immediato. (campo entro il quale la tesi trova argomentazioni) A livello internazionale, da un lato viene messo in evidenza il fallimento della pianificazione urbana la quale, tranne pochi lodevoli esempi, non è riuscita a prevenire il degrado ambientale, i problemi dei trasporti, della mobilità e il disagio sociale, dall’altro viene auspicato il suo indispensabile riposizionamento al centro del “volano della prosperità”, in quanto l’efficienza della pianificazione e gestione urbana è ancora percepita da più parti come condizione basilare per il raggiungimento di obiettivi ampiamente condivisi. Numerosi programmi e iniziative a livello europeo stanno consentendo ad un sempre maggior numero di città e territori di divenire laboratori di innovazione dove sperimentare strategie di sostenibilità attraverso processi di governance atti ad integrare azioni pubbliche e private, indispensabili per affrontare con successo la crisi economica, ambientale e sociale in atto. *

All’interno del presente contributo, frutto di riflessione comune, viene di seguito specificata l’attribuzione dei paragrafi ai singoli autori: “La dimensione urbana della sostenibilità fra approccio teorico e possibili traduzioni operative” (Gabriella Pultrone); “Il quartiere Leidsche Rijn ad Utrecht come caso esemplare di integrazione virtuosa fra sostenibilità, pianificazione e forma urbana” (Alessandra Barresi); “Considerazioni conclusive” (elaborazione congiunta).

Alessandra Barresi, Gabriella Pultrone

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Urbanistica e sostenibilità. Sfide, esperienze e prospettive per la costruzione di una nuova qualità urbana

(prospettive di lavoro) L’esame di casi di studio significativi costituisce un passaggio basilare per cercare di comprendere, interpretare, individuare le tendenze in atto e le prospettive future, e per dare concretezza operativa alle declinazioni della sostenibilità in termini di qualità urbana, attraverso gli strumenti della pianificazione e progettazione urbanistica. Parole chiave sostenibilità, urbanistica, qualità urbana

La dimensione urbana della sostenibilità fra approccio teorico e possibili traduzioni operative La locuzione sustainable development che, come è noto fa il suo ingresso 25 anni fa nel Rapporto Brundtland (United Nations, 1987), va oltre il concetto di carrying capacity del pianeta, intesa come capacità portante in un dato momento, per indicare la capacità di portare nel tempo (sustain, dal termine musicale inglese che significa sostenere la nota nel tempo pigiando il pedale del pianoforte) e, quindi, sostenere lo sviluppo anche per le future generazioni. Da allora il concetto di sostenibilità si è diffuso in maniera quasi pervasiva come slogan ritenuto quasi di per sé sufficiente a garantire la qualità delle numerose iniziative, piani, progetti, programmi, che si fregiano di questo attributo. Il risultato non è però così immediato e scontato poiché richiede la definizione degli ambiti e delle modalità stesse di applicazione affinché l’affermazione di un principio possa trovare concreta ed efficace attuazione. Tra le sfide della sostenibilità una delle più rilevanti è indubbiamente quella del cambiamento climatico in atto che, oltre che sul sistema ambientale, ha pesanti ricadute anche sui sistemi economico e sociale, strettamente dipendenti sia dalla disponibilità ed equa distribuzione delle risorse naturali, sia dalla capacità degli ecosistemi di assorbire l’impatto delle attività umane sull’ambiente, essendo il capitale artificiale (i sistemi di produzione) e quello naturale (le risorse naturali) fondamentalmente complementari. Se la storia del nostro pianeta è segnata da grandi mutamenti climatici, ciò che preoccupa è la velocità con cui sta quello attuale si sta verificando, molto superiore rispetto alla capacità di adattamento dei singoli ecosistemi. È pertanto necessario prevenire i possibili rischi agendo sia sulle cause, riducendo le emissioni di gas serra provenienti dalle attività umane e rallentarne l’accumulo in atmosfera (mitigazione), che sugli effetti, limitando la vulnerabilità territoriale e socio-economica ai cambiamenti climatici (adattamento, di tipo preventivo, autonomo o pianificato). Le due strategie sono poi complementari poiché ad un maggiore impegno per la mitigazione dei cambiamenti del clima corrisponderanno minori esigenze di adattamento e viceversa (ISPRA, 2009). È altresì indispensabile rafforzare la resilienza degli stessi ecosistemi, ossia la loro capacità di assorbire le perturbazioni pur mantenendo la propria struttura e le modalità di funzionamento di base. Così intesa, la resilienza deve essere una componente necessaria dello sviluppo sostenibile e deve contraddistinguere anche i sistemi urbani per renderli capaci di resistere efficacemente e reagire attivamente, nel lungo periodo, alle sollecitazioni dell’ambiente e della storia attraverso nuove risposte sociali, economiche e ambientali (Coordinamento Agenda 21 Locali Italiane). Infatti, proprio le città, dove tenderà a concentrarsi sempre più la popolazione mondiale, sono soggette ad intense pressioni dovute a fluttuazioni della popolazione, migrazioni, povertà, crescita economica, recessione globale, carenza di risorse, de-industrializzazione, degrado ambientale e cambiamento climatico (UCLG, 2010). Da luoghi ad elevata criticità esse possono però trasformarsi, quasi paradossalmente, in laboratori di innovazione, ambiti sensibili e favorevoli alla creazione di opportunità di miglioramento complessivo della qualità della vita. In questa realtà in continua, rapida e imprevedibile trasformazione, l’urbanistica deve avere un ruolo di primo piano nel rendere sostenibili le città attraverso attività di pianificazione/progettazione/costruzione/trasformazione che mettano in rapporto i fabbisogni fisici, sociali ed economici con l’ambiente circostante e con le risorse disponibili in termini di energia, acqua, trasporti, morfologia territoriale, specificità e identità locali che costituiscono anche forti asset competitivi. A livello internazionale, se da un lato viene messo in evidenza il fallimento della pianificazione urbana la quale, tranne pochi lodevoli esempi, non è riuscita a prevenire efficacemente il degrado ambientale, i problemi dei trasporti, della mobilità e il disagio sociale, dall’altro viene auspicato il suo indispensabile riposizionamento al centro del “volano della prosperità”, in quanto l’efficienza della pianificazione e gestione urbana è ancora percepita da più parti come condizione basilare per il raggiungimento di obiettivi ampiamente condivisi (UN-HABITAT 2012). Ed anche il Libro Bianco della Commissione Europea L’adattamento ai cambiamenti climatici: verso un quadro di azione europeo, dell’ottobre 2009, richiama a un approccio maggiormente strategico e di più lungo termine alla pianificazione territoriale (Barresi & Pultrone, 2012). In Europa, a diversi livelli istituzionali, è in corso una nuova stagione di politiche e pratiche di trasformazione urbana fondate sulla consapevolezza del ruolo determinante delle città nelle strategie atte a perseguire le molteplici declinazioni della sostenibilità, rispetto alle quali è indispensabile un approccio integrato per far sì che questo principio possa tradursi in qualità urbana, con tutta la ricchezza delle sue dimensioni (ambientale, sociale, economica, estetica), in grado di assicurare elevati standard di qualitativi per la crescita individuale e sociale di Alessandra Barresi, Gabriella Pultrone

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cittadini ed operatori economici, grazie all’ottimale programmazione, progettazione e gestione di risorse e spazi. Qualità urbana che richiede sia una regia pubblica forte e costante per garantire il presidio degli interessi pubblici e il coordinamento fra le amministrazioni pubbliche – in modo da ridurre eventuali conflitti che si ripercuoterebbero negativamente sul buon esito degli interventi –, sia la partecipazione e il coinvolgimento dei cittadini, che devono diventare protagonisti attivi sulla strada verso la sostenibilità. Si tratta di un passaggio cruciale dal quale dipende la possibilità di futuro migliore per l’ambiente urbano e i suoi abitanti (Cecchini, 2010: 42-46). In alcune città italiane si stanno compiendo passi significativi verso l’obiettivo di promuovere congiuntamente sostenibilità dello sviluppo urbano e miglioramento della qualità della vita, soprattutto alla scala di quartiere (fra i quali Firmian e CasaNova a Bolzano, Savonarola a Padova, Spina 3 a Torino), ritenuta la più idonea all’effettuazione di esperienze pilota da poter estendere all’intero ambito urbano, ma ciò si verifica con maggiore lentezza e ritardi rispetto agli altri Paesi UE, dove sono numerose le esperienze avviate e in programma, beneficiarie di fondi europei e/o nazionali, oggetto di attenzione e studio in una logica di networking, diffusione e scambio di buone pratiche che, attraverso l’utilizzo di risorse e strumenti specifici, ruotano attorno ai concetti di ecocities, smartcities, città sostenibili, città resilienti: Vauban a Friburgo, Hammarby a Stoccolma; Greenwich Millenium Village, BedZed, StrandHome a Londra, Solar City a Linz, Bo01 a Malmö, Valdespartera a Saragozza, Ecociudad di Montecorvo, Amsterdam, Paredes, Aarhus, Ghent fra le esperienze più note. Agli esempi europei guarda anche il recente documento riguardante la politica italiana per le città, dal titolo Metodi e contenuti sulle priorità dell’Agenda urbana, sottoposto dal Ministro per la coesione economica al Comitato Interministeriale per le Politiche Urbane (CIPU) e approvato lo scorso 20 marzo (Governo Italiano, 2013), che indica il percorso verso cui indirizzare le azioni future, partendo dalla constatazione del ruolo determinante delle città nelle politiche di sviluppo e di innovazione, e dell’emergere di una nuova domanda di qualità dello spazio urbano, individuabile nell’organizzazione dello spazio costruito e dei vuoti, della partecipazione sociale e della identificazione dei cittadini con i luoghi di appartenenza. Nel documento vengono esaminate le questioni chiave da affrontare: messa in sicurezza del patrimonio immobiliare; manutenzione e gestione strategica dell’intero processo di recupero e rinnovamento del patrimonio edilizio, per la riduzione dei rischi sismico, idrogeologico, idraulico e climatico; mobilità; consumo di suolo inteso come bene comune; manutenzione e riqualificazione urbana; social housing. La sfida principale per la politica delle città è in particolare determinata dalla necessità di promuovere una inversione di tendenza del rapporto espansione/riqualificazione. (Governo Italiano, 2013:22). È una sfida soprattutto per l’urbanistica che, in ritardo, ha ripreso ad interrogarsi sulla necessità di migliorare le prestazioni ambientali della città, con un’attenzione all’integrazione delle diverse dimensioni nella prospettiva dello sviluppo sostenibile (Zazzero, 2010). In un Paese come il nostro dove le città dispongono di ampi spazi da riqualificare e rinnovare completamente in chiave ecologica e sostenibile, a differenza di quanto avviene nella maggior parte dei casi, si deve intervenire ben oltre la somma interventi puntuali o settoriali, magari di efficientamento energetico su singoli edifici, la cui sommatoria non è sufficiente ad assicurare sostenibilità e qualità complessive alla scala urbana. E la settorializzazione e dispersione dipende dall’assenza di una regia urbanistica con il compito di comporre la segmentazione tecnologica nella forma fisica della città intervenendo sull’intero sistema delle infrastrutture urbane (Moccia, 2010).

Il quartiere Leidsche Rijn ad Utrecht come caso esemplare di integrazione virtuosa fra sostenibilità, pianificazione e forma urbana Alla luce di quanto finora esposto, è evidente la necessità di relazioni virtuose tra sostenibilità, forma e pianificazione – sottolineato a livello europeo dalla Carta di Lipsia sulle città europee sostenibili (2007), in quanto attraverso il controllo e il disegno della forma urbana la pianificazione urbanistica può contribuire in modo significativo all’obiettivo della sostenibilità. E la dimensione alla quale sostenibilità e qualità formale producono gli esiti più concreti è quella della progettazione urbana alla scala del quartiere. Infatti soprattutto a questa scala discipline un tempo assai distanti convergono e si integrano nella progettazione, superando la settorialità e la rigidità che hanno caratterizzato molti decenni della cultura progettuale. A tal proposito si è scelto di evidenziare gli aspetti propri di tale legame non in via teorica ma ritrovandone i più significativi all’interno di un caso concreto, emblematico per la capacità dimostrata nell’avere integrato in maniera trasversale i temi della sostenibilità con lo sviluppo dell’intero progetto. Analizzando lo stato dell’arte si sono riscontrati diversi progetti che applicano una progettazione sostenibile alla scala urbana attraverso l’introduzione di criteri sostenibili per la progettazione dell’impianto, degli spazi aperti, del parterre, dei materiali, del verde, dell’infrastrutture a rete. Nella consapevolezza che una reale sostenibilità urbana non possa limitarsi alla progettazione di edilizia sostenibile, ma che debba essere sostenibile l’impianto urbano (e non solo, banalmente, la sommatoria dei singoli edifici). Nel repertorio europeo degli interventi mirati alla adozione di criteri di sostenibilità ambientale nelle pratiche della progettazione urbana, alcuni esempi risultano però particolarmente significativi per essere incardinati su Alessandra Barresi, Gabriella Pultrone

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Urbanistica e sostenibilità. Sfide, esperienze e prospettive per la costruzione di una nuova qualità urbana

criteri di una sostenibilità non solo dichiarata, ma anche concretamente praticata, essendo in essi i requisiti della sostenibilità non condizione aggiuntiva ma carattere sostantivo degli stessi. Tra questi si è dunque preso in esame Leidsche Rijn, progetto olandese per l’estensione della città di Utrecht (Fig. 1). Ancora in corso di realizzazione, è uno dei quartieri più grandi progettati negli ultimi anni in Europa che nel 2025 ospiterà 80.000 abitanti; in esso saranno realizzate 30.000 abitazioni. Il progetto risponde a quanto stabilito nel Quinto Rapporto Nazionale sulla Pianificazione, steso in Olanda nel 2004, che intende strutturare l’urbanizzazione in specifiche ‘aree di concentrazione urbana’ attraverso differenziate densificazioni, il controllo dell’uso del suolo e il potenziamento dei trasporti pubblici. L’urbanizzazione si articolerà dunque in 6 National Urban Networks in una organizzazione a rete delle aree metropolitane policentriche (Barattucci, 2011). La realizzazione del quartiere non si fonda su un disegno pre-definito, ma al contrario, si incrementa una parte per volta, dando la possibilità ad architetti e pianificatori di favorire i nuovi sviluppi. L’ampiezza dell’area interessata dall’intervento ha dato la possibilità di realizzare un’edilizia differenziata dal punto di vista formale e tipologico, conseguentemente ogni unità di vicinato ha una propria identità. Una delle caratteristiche più importanti che differenzia questo grosso quartiere dagli altri è la presenza di un consistente patrimonio archeologico risalente al periodo romano di cui si è tenuta grande considerazione nel disegno attuale del quartiere e nelle successive fasi di sviluppo.

Figura 1. Veduta aerea del quartiere Leidsche Rijn, progettato come espansione della città di Utrecht (fonte: http://maxwan.com).

Figura 2. Masterplan del Leidsche Rijn (fonte http://maxwan.com). Alessandra Barresi, Gabriella Pultrone

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Urbanistica e sostenibilità. Sfide, esperienze e prospettive per la costruzione di una nuova qualità urbana

Il primo aspetto dal quale, nel progetto per il quartiere di Leidsche Rijn, emerge il forte intreccio tra progettazione urbanistica e sostenibilità al fine della qualificazione dell’ambiente urbano è quello di avere saputo cogliere anche l’importanza che le ragioni puramente economiche hanno in una svolta sostenibile, comprendendo che una città verde, con una buona dotazione infrastrutturale e con un’elevata qualità della vita, potrà attirare le persone migliori e più brillanti, con la conoscenza e le capacità giuste per guidare il processo di innovazione e di crescita economica. Leidsche Rijn è così divenuto un quartiere fortemente attrattivo per gli affari e per la localizzazione di uffici per l’elevato livello di accessibilità, attraverso il trasporto pubblico o l’auto privata, alla quale si è pensato sin dal momento in cui il progetto ha preso forma. L’obiettivo di garantire agli abitanti le basi per una qualità urbana attraverso la realizzazione di spazi ove le persone possano facilmente relazionarsi tra loro si esplicita attraverso la volontà di delineare, in tempi brevissimi, un ‘centro’ nel cuore del quartiere caratterizzato da mixitè funzionale che risponderà in prima istanza alle esigenze dei residenti e, in seconda battuta, per la sua enorme capacità di offerta, attirerà visitatori dall’intera città di Utrecht e dai suoi dintorni. Lo sviluppo di Leidsche Rijn è strettamente connesso alla progettazione di un articolato sistema infrastrutturale, ispirato sempre ai principi della sostenibilità ambientale, come dimostrano i punti principali sui quali si incardina, ovvero: la rilocalizzazione ed una parziale copertura di un tratto autostradale, l’edificazione di tre ponti di collegamento con il centro di Utrecht che attraversano l’Amsterdam Rij Kaanal, la realizzazione di due nuove stazioni ferroviarie e di una nuova linea ferroviaria che connetterà Utrecht con l’intera Olanda. E’ evidente dunque che l’accessibilità è uno dei principali obiettivi sui quali punta l’intera Municipalità della città. Gli obiettivi della sostenibilità ambientale a Lidsche Rijn si realizzeranno, da un lato, attraverso i grossi investimenti realizzati nella protezione dell’ambiente e nel management dell’energia, dall’altro attraverso la grossa attenzione focalizzata verso la natura, i parchi e i giardini pubblici. I grossi investimenti prevedono la realizzazione di un sistema di raccolta dell’acqua piovana (Wadi) e l’utilizzo di impianti a basso consumo di energia per l’illuminazione pubblica e domestica con effetti positivi sulla natura e un consistente risparmio energetico per la Municipalità ed i suoi residenti. Inoltre ampie zone del quartiere sono connesse ad un distretto cittadino di riscaldamento della temperatura, riducendo il consumo di combustibili dispendiosi e contribuendo a decrescere il livello di emissioni inquinanti. Per quanto concerne il sistema del verde, questo è parte strutturante dei progetti di tutte le unità di vicinato che compongono il quartiere ed inoltre un parco (Maximapark) di estensione pari a quella dell’attuale centro di Utrecht è localizzato al centro di Leidsche Rijn. Questo parco è articolato in diversi parchi di differenti dimensioni e forme attraversati tutti da una strada che cinge l’intera area verde, lunga 8 chilometri e con una sezione di 30 metri. L’intreccio tra urbanistica e sostenibilità volto a rafforzare la qualità dell’ambiente urbano sin qui descritti trovano infine coronamento nella policy del piano stesso che abbandona il modello decisionistico top-down per impiegare sistemi pluralistici e di coinvolgimento collettivo. Il Master Plan di Leidsche Rijn si avvia infatti attraverso la costituzione di una coalizione di stakeholders quali: gli esponenti delle professioni, i pubblici ufficiali, i rappresentanti della comunità con un ruolo specifico nello sviluppo, gli enti istituzionali ed altri. I progettisti del Masterplan (Fig. 2) sviluppano un concetto di pianificazione per Leidsche Rijn che hanno definito Orgware (dove per orgware si intende un struttura organizzativa in grado di far funzionare al meglio l’elaborazione automatica dei dati), derivante dalla teoria economica che combina idee e conoscenza (software) con gli elementi fisici (hardware) della città. Il concetto di master planning di Lidsche Rijn asserisce che l’orgware di un piano debba essere compreso prima che il suo software sia reso comprensibile e che il suo hardware divenga reale. In tale ottica i progettisti del masterplan abbracciano un ‘urbanismo della negoziazione’ nel quale ostacoli burocratici e sistemi dinamici sono considerati parte dell’orgware e guidano l’urban design stesso, cosi che la forma che ne verrà fuori assume il carattere di imprevedibilità.

Considerazioni conclusive Lo studio delle esperienze in corso (quartieri di nuova realizzazione o di riqualificazione di quelli esistenti) costituisce un passaggio fondamentale per individuare criticità e fattori di successo in termini di sostenibilità, qualità urbana, partecipazione, progettazione e gestione degli strumenti urbanistici disponibili, indispensabili per la predisposizione di indirizzi e linee guida da adattare agli specifici contesti locali, in un’ottica complessiva di ridefinizione dei paradigmi dello sviluppo urbano (Mazzeo, 2011). A fronte del caso di studio illustrato, se almeno nelle esperienze più avanzate gli elementi analizzati costituiscono delle costanti nelle scelte e nei contenuti progettuali, i primi passi da compiere per una diffusa qualità urbana dovrebbero essere almeno due: tradurre le esperienze in codici di comportamento da potere diffusamente applicare; far sì che la progettazione urbana sostenibile superi la soglia di alcune esperienze di punta per configurarsi come pratica corrente per la trasformazione urbanistica, a qualunque scala e per qualsiasi tipologia di intervento. «Per realizzare questi obiettivi occorre che da subito le norme siano incardinate sui criteri di una sostenibilità non solo dichiarata, ma anche praticata, spostando i requisiti della sostenibilità da condizione Alessandra Barresi, Gabriella Pultrone

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Urbanistica e sostenibilità. Sfide, esperienze e prospettive per la costruzione di una nuova qualità urbana

aggiuntiva a carattere sostantivo degli interventi stessi. (…) La parola deve passare dunque al governo del territorio, alla sua capacità di trasformare le conquiste delle sperimentazioni in ordinarietà, nonché di controllarne gli esiti» (Calace, 2010:8).

Bibliografia Barattucci C. (2011), Tendenze europee. La “sostenibilità” nella recente pianificazione e progettazione urbanistica in Gran Bretagna, Germania, Olanda etcc., IUAV Venezia, Lezione del 15/12/2011, http://www.iuav.it/Ateneo1/docenti/architettu/docenti-a-/Chiara-Bar/materiali-/Documenti-/Tendenzeeuropee-sulla-pianificazione-e-progettazione-sostenibile--Gran-Bretagna--Germ.pdf Barresi A. & Pultrone G. (2012), “ Nuove energie e governo delle trasformazioni per la costruzione della smart city: problemi e prospettive di una relazione complessa”, in L. Colombo (a cura di), Città Energia, Le Penseur, Brienza (PZ), pp. 87-93. Cecchini D. (2010), “Esperienze di quartieri sostenibili in Europa”, in Urbanistica, n. 141, pp. 42-46. Coordinamento Agenda 21 Locali Italiane, Città resilienti. L’adattamento dei sistemi urbani al cambiamento climatico,http://comune.mo.it/lecittasostenibili/documenti-cittasostenibili/pianificazione-epartecipazione/documenti- ufficiali/docindirizzo_resilient-cities_bozza Governo Italiano-Presidenza del Consiglio dei Ministri-CIPU, (2013), Metodi e contenuti sulle priorità dell’Agenda urbana, http://www.coesioneterritoriale.gov.it/wp-content/uploads/2013/04/Politica-nazionaleper-le-città1.pdf ISPRA (2009), Adattamento ai cambiamenti climatici: strategie e piani in Europa, Rapporti 94/2009, http://www.ftsnet.it/documenti/705/adattamento%20ai%20cambiamenti%20climatici%20%20strategie%20e%20piani%20in%20europa_ISPRA.pdf Mazzeo G. (2011), “La scomparsa del piano nel disegno della città”, in Urbanistica Informazioni, n. 237, pp. 1718 Moccia F. D. (2009), “L’urbanistica nella fase dei cambiamenti climatici”, in Urbanistica, n. 140, pp. 95-102. Moccia F. D. (2010), “Infrastruttura verde”, in Urbanistica Informazioni, n. 232, pp. 28-29. UCLG (2010), Policy paper on urban strategic planning. Local leaders preparing for the future of our cities, United Cities and Local Governments, http://www.citieslocalgovernments.org/upload/doc_publications/9636672792_(EN)_uclg_policy_paper_(eng) _web.pdf UN-HABITAT (2012), State of the World Cities 2012/2013. Prosperities of Cities, United Nations Human Settlements Programme, http://www.unhabitat.org/pmss/listItemDetails.aspx?publicationID=3387. United Nations (1987), Our Common Future, Report of the World Commission on Environment and Development, http://conspect.nl/pdf/Our_Common_Future-Brundtland_Report_1987.pdf Zazzero E. (2010), Progettare green cities. S.S.U.D. Sustainable Sensitive Design, LISt, Barcelona-Trento.

Alessandra Barresi, Gabriella Pultrone

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La sostenibilità e il ruolo del disegno urbano

La sostenibilità e il ruolo del disegno urbano Oriana Codispoti Politecnico di Milano DAStU - Dipartimento di Architettura e Studi Urbani Email: oriana.codispoti@polimi.it

Abstract L’interpretazione dei temi della sostenibilità alla scala urbana rappresenta una delle sfide per le discipline che si occupano del progetto insediativo. L’attenzione progettuale, infatti, ha spesso sacrificato la dimensione del disegno urbano d’insieme concentrandosi sul miglioramento delle prestazioni dei singoli edifici. Riflettendo sulle esperienze di alcuni quartieri sostenibili europei realizzati negli ultimi vent’anni, il testo intende indagare le questioni legate al rapporto tra sostenibilità e urbanità, nonché mettere in luce l’esistenza di elementi di conflitto fra le strategie progettuali rivolte ai due ambiti. Parole chiave disegno urbano, quartieri sostenibili, sostenibilità

Sostenibilità e urbanità: alcune considerazioni Il costante processo di urbanizzazione – che vede le città ospitare oltre il 50% della popolazione mondiale, consumare il 75% dell’energia totale e produrre l’80% delle emissioni di gas climalteranti 1 – mette sempre più in gioco la possibilità di perseguire un equilibrio tra il soddisfacimento dei bisogni delle generazioni attuali e la possibilità che le generazioni future riescano a soddisfare i propri2. Sia il rapporto fra sviluppo economico e necessità di preservare le risorse naturali che l’equilibrio indispensabile tra assetto urbano e qualità dell’ambiente – al centro, rispettivamente, della Conferenza delle Nazioni Unite di Stoccolma (1972)3 e, vent’anni dopo, della Conferenza delle Nazioni Unite di Rio de Janeiro (1992)4 – rappresentano ancora questioni aperte nella discussione sulla sostenibilità alla dimensione urbana e territoriale. L’attenzione progettuale, infatti, ha spesso sacrificato la dimensione del disegno urbano d’insieme concentrandosi sul miglioramento delle prestazioni dei singoli edifici. Il testo qui proposto intende offrire una riflessione su alcune questioni legate al rapporto tra sostenibilità e urbanità, a partire da considerazioni sui quartieri sostenibili realizzati in ambito europeo negli ultimi vent’anni. Alcuni progetti urbani ritenuti esemplari dal punto di vista della sostenibilità mostrano infatti elementi di debolezza nei loro caratteri di urbanità. Considerando la sostenibilità come espressione di un’attenzione alla dimensione ambientale, economica e sociale, e l’urbanità legata ai caratteri spaziali e alla complessità relazionale e dei modi d’uso di cui essi possono farsi promotori5, si notano infatti dei conflitti fra i due ambiti. Un esempio di questa conflittualità è dato dall’attenzione rivolta agli aspetti tecnologici dei singoli edifici che pone talvolta in secondo piano l’obiettivo di generare luoghi dotati di complessità spaziale e relazionale, rendendo l’intervento una sommatoria di episodi serialmente ripetuti6.

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F. M. Butera, La nave terra, le falle e le città, in P. Droege, La città rinnovabile. Guida completa ad una rivoluzione urbana, Edizioni Ambiente, Milano 2008, p. 9. 2 F. La Camera, Sviluppo sostenibile. Origini, teoria e pratica, Editori Riuniti, Roma 2005, p. 11. 3 Ivi, p. 2. 4 Ivi, pp. 59-63. 5 S. Porta, Dancing streets. Scena pubblica urbana e vita sociale, Edizioni Unicopli, Milano 2002, p. 74. 6 M. Maretto, Ecocities. Il progetto urbano tra morfologia e sostenibilità, Franco Angeli, Milano 2012, p. 41. Oriana Codispoti

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Un altro esempio è dato dallo sviluppo a bassa densità di alcuni interventi che può generare la sensazione di ‘vivere nel verde’, ma – oltre a contribuire al consumo di suolo – manca l’obiettivo di costruire una spazialità complessa e rende gli abitanti dipendenti dagli spostamenti, anche se effettuati tramite il trasporto pubblico. Occorre tuttavia sottolineare le difficoltà di un tale approccio: mentre i caratteri di sostenibilità sono più chiaramente codificati e misurabili (ad esempio – se ci riferiamo alla sostenibilità ambientale – rilevando le ‘prestazioni’ di un edificio), i caratteri che contribuiscono all’urbanità possono presentare una maggiore difficoltà di oggettivazione. La riflessione sulla sostenibilità a scala urbana, come indicato nel documento Urban design for sustainability (2004)7, ha finora rivolto l’attenzione alla sostenibilità ambientale, mentre lo sviluppo di strategie di disegno urbano volte ad altri aspetti sta avvenendo soltanto recentemente 8. Il documento riporta inoltre un insieme di linee guida che rappresentano un punto di riferimento per lo sviluppo di insediamenti in grado di limitare il proprio impatto sull’ambiente e al contempo di assicurare buone condizioni di vita per i propri abitanti 9. Il rapporto di ricerca indica come primari i seguenti obiettivi: la creazione di spazi da abitare riconoscibili, sicuri, capaci di suscitare presso i residenti un forte senso di appartenenza; il contenimento del consumo di suolo attraverso l’utilizzo di aree dismesse interne al tessuto urbano esistente, privilegiando così una forma compatta della città alla scala locale; la presenza di attività miste, che consente di beneficiare dei vantaggi della prossimità, assicura la massima efficienza nell’uso del trasporto pubblico e dei servizi, contribuisce a sviluppare una comunità con una struttura variegata e assicura vitalità e sicurezza nell’uso degli spazi pubblici; una struttura verde volta a migliorare la qualità ecologica dello spazio urbano, sia dal punto di vista del microclima che dell’inquinamento dell’aria, e a garantire agli abitanti un’esperienza dei valori della biodiversità; una ben pianificata rete del trasporto pubblico e la valorizzazione delle reti di mobilità pedonale e ciclabile; l’utilizzo delle migliori tecnologie disponibili per consentire la realizzazione di edifici a basso consumo energetico, modalità di trasporto non inquinanti, sistemi di riciclaggio e di produzione di energia da fonti rinnovabili10. Tali linee guida sono ricavate sulla base di alcune caratteristiche ricorrenti nei progetti di quartieri sostenibili realizzati in Europa a partire dagli anni novanta del secolo scorso. Questi quartieri sono spesso realizzati su aree recuperate; offrono un mix funzionale e sociale; tentano di costruire un senso di comunità, a partire da meccanismi di progettazione partecipata; promuovono una mobilità indipendente dall’automobile e basata sul trasporto pubblico e sulla trama dei percorsi pedonali e ciclabili; considerano cruciali gli aspetti ambientali, perseguendo, ad esempio, il risparmio energetico e la produzione di energia da fonti rinnovabili 11. Con l’obiettivo di contribuire a una riflessione sul rapporto tra sostenibilità e urbanità, sono di seguito riportate considerazioni su alcuni quartieri sostenibili che intendono mettere in luce l’esistenza di elementi di conflitto fra le strategie progettuali rivolte ai due ambiti.

Sostenibilità ambientale e carattere degli spazi aperti Un processo di partecipazione che vede i futuri abitanti, in continuo confronto con la municipalità, costantemente protagonisti del processo di progettazione – dalla definizione delle linee guida del masterplan fino alla costruzione di alcune abitazioni – è alla base del progetto del quartiere Vauban a Friburgo. Questa modalità realizzativa, unita a un progetto degli spazi aperti e della mobilità che privilegia pedoni e ciclisti e ad abitazioni che presentano standard elevati di riduzione dei consumi, lo rendono uno dei più conosciuti esempi di quartiere sostenibile. Il quartiere – che ha un’estensione di 38 ha e ospita 5.000 abitanti – si trova nella zona sud di Friburgo. La città tedesca è stata una delle prime, a metà degli anni ottanta del novecento, ad adottare politiche sostenibili di sviluppo urbano prevalentemente basate sulla pianificazione del sistema di trasporto pubblico, sulla precedenza alla mobilità pedonale e ciclabile e su uno sfruttamento dell’energia solare diffuso e integrato nel costruito12. Nel 1994 la città acquisisce un’ex area militare con l’intenzione di realizzarvi un progetto insediativo esemplare 7

Urban design for sustainability, Final Report of the Working Group on Urban Design for Sustainability to the European Union Expert Group on the Urban Environment, 2004. 8 Ivi, p. 18. 9 D. Gauzin-Müller, Architettura sostenibile. 29 esempi europei di edifici e insediamenti ad alta qualità ambientale, Edizioni Ambiente, Milano 2003, p. 35. 10 Urban design for sustainability, Final Report of the Working Group on Urban Design for Sustainability to the European Union Expert Group on the Urban Environment, 2004, p. 39-40. 11 AUDIS, GBC ITALIA, LEGAMBIENTE, Ecoquartieri in Italia. Un patto per la rigenerazione urbana, 2011, p. 5. 12 D. Gauzin-Müller, Architettura sostenibile. 29 esempi europei di edifici e insediamenti ad alta qualità ambientale, Edizioni Ambiente, Milano 2003, pp. 69-75. Oriana Codispoti

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dal punto di vista sociale e ambientale: la definizione del masterplan, ad opera dello studio tedesco Kohlhoff & Kohlhoff, avviene attraverso una modalità di progettazione partecipata che coinvolge amministratori, cittadini e attori economici. Le misure adottate nell’ambito della sostenibilità ambientale vanno dalla scala dell’edificio a provvedimenti che riguardano l’intero quartiere. Tra le prime possono essere annoverate le scelte progettuali finalizzate al raggiungimento di alti standard di risparmio energetico (ad esempio, l’utilizzo di pannelli solari per la produzione di acqua calda e di cisterne per la raccolta dell’acqua piovana) e la presenza di molte case ‘passive’ e case ‘energy plus’13. Le seconde, relative all’intero insediamento, comprendono invece un impianto di cogenerazione collegato alla rete di riscaldamento, un sistema di recupero e riutilizzo delle acque piovane, nonché misure restrittive sulla circolazione delle auto. Il quartiere, infatti, incoraggia uno stile di vita ‘car-free’, grazie anche alla presenza di un efficace sistema di trasporto pubblico. Le automobili possono penetrare nel quartiere lungo la via di accesso principale (Vaubanallee) che corre da nord-ovest a sud-est, mentre tutte le altre strade di distribuzione interna sono pensate come spazi pubblici, dedicati specialmente al gioco dei bambini. In queste strade sono consentite alle auto esclusivamente le operazioni di carico-scarico, e sono invece vietati i parcheggi, in parte dislocati alle estremità del quartiere14. Dal punto di vista del disegno complessivo dell’impianto, la Vaubanallee rappresenta un elemento cardine: è l’arteria principale di distribuzione – con limite di velocità fissato a 30 km/h – su cui si attestano anche alcuni edifici pubblici e attività commerciali. Ospita, oltre alle linee trasporto pubblico, percorsi ciclabili e pedonali, che separano la sede stradale vera e propria dagli edifici residenziali. Il quartiere presenta dunque molteplici elementi di valore dal punto di vista della sostenibilità ambientale e sociale. Esistono tuttavia alcuni elementi di conflitto tra le strategie volte alla sostenibilità e l’urbanità? Ad esempio, potrebbe essere perseguito un maggiore carattere di complessità urbana, dato dalla disposizione degli edifici e dal loro rapporto con gli spazi aperti? Gli aspetti legati alle prestazioni tecnologiche degli edifici e alle misure legate alla mobilità sembrano infatti prevalere su un disegno dotato di un originale e riconoscibile carattere urbano, espressione di una reciproca appartenenza di edifici e spazi aperti, intesa come elemento di valore per la qualità urbana dei luoghi.

Il rapporto tra edifici e spazi aperti Recentemente realizzato a Bolzano, il quartiere CasaNova è costituito da un impianto planimetrico articolato in particolari ‘corti semi-aperte’ in dialogo con il paesaggio agricolo e naturale circostante. Il quartiere – che occupa un’area di 10 ha e ospita 3.500 abitanti – è stato realizzato su terreni agricoli acquistati su libero mercato dal Comune di Bolzano nel 2002 per far fronte a un’esigenza abitativa di circa mille alloggi di edilizia sociale15. Il masterplan – disegnato dall’olandese Frits Van Dongen – è costituito da otto ‘corti semi-aperte’ residenziali (tre-quattro edifici disposti attorno a uno spazio comune) e una corte con funzione mista. Le misure legate alla sostenibilità ambientale comprendono, tra le altre: un sistema di teleriscaldamento a servizio dell’intero quartiere con recupero di calore da un vicino inceneritore; lo sfruttamento della fonte solare per la produzione di acqua calda sanitaria ed elettricità; il recupero delle acque meteoriche per l’irrigazione. La riduzione del traffico automobilistico è perseguita attraverso l’integrazione del sistema pedonale e ciclabile del quartiere con quello della città di Bolzano e la creazione di nuove linee del trasporto pubblico. La strada interna al quartiere presenta un disegno volutamente tortuoso volto a scoraggiare un traffico di attraversamento 16. Esistono elementi di conflitto tra le strategie rivolte alla sostenibilità e l’urbanità? Un primo aspetto riguarda il rapporto tra spazi privati e spazi pubblici. Gli spazi interni alle ‘corti semi-aperte’ – trattati come spazi attrezzati di pertinenza delle residenze, destinati prevalentemente al gioco dei bambini – presentano infatti un carattere piuttosto ‘introverso’, essendo recintati e sopraelevati rispetto al piano stradale e degli spazi pubblici. Ciò, se da un lato li rende sicuri e protetti e ne rafforza il senso di appartenenza con gli edifici che li definiscono, dall’altro determina una cesura con il più generale sistema di spazi pubblici tra una ‘corte’ e l’altra. Questi ultimi, inoltre, sono trattati prevalentemente a verde: un elemento che esprime l’attenzione per la sostenibilità ambientale – con la conservazione di estese superfici permeabili – e riduce però la complessità funzionale e relazionale degli spazi aperti.

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M. Berrini, A. Colonetti (a cura di), Green life. Costruire città sostenibili, Editrice Compositori, Bologna 2010, pp. 161165. 14 S. Field, ITDP Europe, Vauban, Freiburg, Germany, in N. Foletta, S. Field, Europe’s Vibrant New Low Car(bon) Communities, Summer 2011, ITDP, New Work, p. 97-103. 15 M. Castagna (a cura di), CasaNova. Nuova concezione sostenibile dell’abitare, Eurac Researc, Istituto per le Energie Rinnovabili, p.11. 16 Ivi, p. 19. Oriana Codispoti

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Inoltre, la forma compatta dell’edificato, utilizzata per limitare il fabbisogno energetico massimizzando il volume e minimizzando la superficie disperdente 17 va a scapito di un più articolato e complesso rapporto, all’interno del disegno d’insieme, tra le diverse ‘corti’ che vengono percepite come ‘isole’.

Alta densità e disegno urbano Alta densità, diversificazione sociale e funzionale, presenza di un ricco sistema di spazi pubblici e verdi strettamente interrelati con quelli privati, modalità di trasporto fondate sulla mobilità pubblica, ciclabile e pedonale: questi, in sintesi, i caratteri del quartiere GWL Terrein ad Amsterdam. Il quartiere è realizzato tra il 1995 e il 1998 sull’ex area della Compagnia Municipale dell’Acqua di Amsterdam – Gemeente Waterleidingen (GWL), da cui prende il nome – ed è frutto di un intenso lavoro di progettazione partecipato che vede autorità locali, imprenditori e futuri abitanti scegliere la proposta preliminare presentata da KCap e West8, poi tradotta in masterplan18. Il disegno del quartiere – 6 ha e 1.400 abitanti – considera i caratteri urbani circostanti: a nord e a ovest sono posti gli edifici più alti, a protezione dall’inquinamento acustico della trafficata Haarlemmerweg e dai venti dominanti. I corpi di fabbrica determinano inoltre una netta separazione con la vicina area industriale. A est invece il progetto è aperto verso il quartiere esistente la cui trama viaria viene connessa al nuovo sistema dei percorsi. L’impianto vede a nord una zona più ‘pubblica’, con il recupero di alcuni edifici industriali esistenti per ospitare servizi, uffici e attività commerciali. A sud, invece, una zona residenziale è costituita da una serie di edifici compatti di cinque-sei piani tra cui si sviluppa il sistema di spazi aperti, in parte destinati a verde. Nell’ambito della sperimentazione volta all’efficienza energetica, gli appartamenti usufruiscono di un sistema combinato per la produzione di calore ed elettricità e sono orientati in modo da beneficiare del riscaldamento solare naturale19. Dal punto di vista del disegno complessivo, viene dunque costituita una sorta di ‘nucleo pubblico’, in cui i nuovi edifici dialogano con quelli esistenti recuperati. Tali edifici rappresentano per il quartiere elementi d’identità, che esprimono un rapporto di continuità con la storia dell’area. La mixitè funzionale proposta contribuisce inoltre a generare complessità urbana e intensità di relazioni. Le aperture al piano terra di alcuni edifici sottolineano la continuità dei percorsi che attraversano l’intero quartiere. Tale scelta d’impianto – nonostante una certa serialità nella disposizione dell’edificato – offre un tentativo di sintesi tra le strategie volte alla sostenibilità ambientale (tra cui la necessità di contenimento di consumo di suolo) e le potenzialità di un disegno urbano complesso, articolato sul dialogo tra edifici e spazi aperti.

La sostenibilità e il ruolo del disegno urbano Se «la sostenibilità è una condizione necessaria alla qualità, ma non sufficiente» (Clementi, 2010), occorre dunque invitare al dialogo ambiti che procedono secondo logiche autoreferenziali e considerare cruciale il tema dell’urbanità, intesa come «una qualità che interessa tanto le forme insediative – e dunque il disegno urbano e l’architettura – quanto il sistema delle relazioni» (Consonni, 2008). Molte sono le questioni in gioco: quali sono, ad esempio, le implicazioni della sostenibilità sulla forma urbana? Attraverso quali modalità si potrebbe tentare una sintesi tra gli approcci legati ai temi ambientali, economici e sociali con le questioni relative alla configurazione dello spazio20? Una sintesi di tali approcci potrebbe essere operata attraverso gli strumenti propri del disegno urbano, che offre grandi potenzialità per interventi che travalicano la scala del singolo edificio. Pur trattandosi di aspetti più difficilmente ‘misurabili’, attraverso alcuni elementi – quali, ad esempio il rapporto tra edifici e spazi aperti, il carattere dei piani terra degli edifici, il rapporto tra spazi pubblici e spazi privati, le connessioni, le attività e i modi d’uso – potrebbero essere individuate nuove modalità di organizzazione dello spazio in grado di coniugare sostenibilità e urbanità.

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Ivi, p. 15. D. Gauzin-Müller, Architettura sostenibile. 29 esempi europei di edifici e insediamenti ad alta qualità ambientale, Edizioni Ambiente, Milano 2003, pp. 76-78; N. Foletta, ITDP Europe, GWL Terrein, Amsterdam, The Netherlands, in N. Foletta, S. Field, Europe’s Vibrant New Low Car(bon) Communities, Summer 2011, ITDP, New Work, pp 20-29. 19 M. Berrini, A. Colonetti (a cura di), Green life. Costruire città sostenibili, Editrice Compositori, Bologna 2010, pp. 127129. 20 A. Clementi, Progetto urbano sostenibile a Pescara, in A. Clementi (a cura di), EcoGeoTown. Programma pilota a Pescara, LISt Lab, Trento 2010, p. 20. 18

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Bibliografia

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Sitografia

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Il progetto delle acque urbane come nuova opportunità per la città esistente. Esperienze a confronto

Il progetto delle acque urbane come nuova opportunità per la città esistente. Esperienze a confronto Valentina Crupi Università degli Studi di Trieste Dipartimento di Ingegneria Civile e Architettura Email: valentina.crupi@phd.units.it

Abstract La crisi economica e ambientale alla quale stiamo assistendo ci pone nella condizione di ripensare radicalmente i modelli di gestione delle acque urbane. L'approvvigionamento idrico e il controllo delle acque sotterranee, reflue e piovane costituiscono un complesso sistema di distribuzione e raccolta che investe gli spazi pubblici e le risorse economiche di ogni città. Nuovi indirizzi di pianificazione territoriale e di progettazione ingegneristica si stanno sviluppando per integrare il ciclo delle acque alla progettazione urbana in modo da ridurre il degrado ambientale, ottimizzare gli investimenti pubblici e al contempo agire sulla qualità degli spazi urbani. Parole chiave Cambiamenti climatici, spazio pubblico, progetto urbano

Un problema della nostra epoca Il problema delle acque piovane in ambiente urbano non è certo nuovo. Sono però i cambiamenti epocali che stiamo vivendo (climatici, economici, e non solo) ad imporre una revisione dei sistemi sino ad ora adottati per la loro gestione, sia nell’ordinario che in situazioni legate a eventi straordinari, ormai non più così rari. Le cause che ci costringono oggi a confrontarci con questo problema sono diverse, e non univocamente riconducibili ai cambiamenti climatici. A causa della veloce urbanizzazione, grandi porzioni di territorio vegetati vengono continuamente sostituiti con superfici impermeabili, impedendo il naturale ciclo dell'acqua1 e compromettendone la qualità. Infatti, le acque piovane, relativamente pulite, quando entrano in contatto con le superfici della città diventano inquinate; a causa di pavimentazioni dure, inoltre, non possono infiltrarsi nel terreno e vengono rapidamente raccolte ed evacuate attraverso sistemi di drenaggio, non permettendo quindi l'evaporazione e influendo negativamente sulla ricarica delle falde acquifere, sull'approvvigionamento idrico e sul clima urbano (Odum & Barrett, 2007). Se le acque bianche non sono gestite correttamente, ne consegue l'allagamento di strade ed edifici e costi maggiori per la manutenzione delle infrastrutture fognarie. Ci sono, poi, le conseguenze del global warming. È ormai ampiamente dimostrato come le variazioni del regime delle precipitazioni dovute all’accelerazione dei cambiamenti climatici inducano a significativi cambiamenti nel deflusso e nella disponibilità di acqua. Secondo il Synthesis Report dell'IPPC del 2007, il flusso aumenterebbe tra il 10% e il 40% entro la metà del secolo a latitudini più alte e nelle aree alluvionali tropicali, e diminuirebbe tra il 10% e il 30% in alcune regioni aride alle medie latitudini e ai tropici secchi, a causa di piogge ridotte e tassi di evapotraspirazione più alti. Inoltre, i tradizionali sistemi di gestione delle precipitazioni spesso non sono né sostenibili né adattabili al mutare delle condizioni climatiche (Hoyer, Dickhaut, Kronawitter, Weber, 2011). Per definire ulteriormente la questione, deve essere ricordata la ridotta disponibilità di fondi pubblici dovuta alla crisi economica, destinata anch’essa ad incidere sulle modalità di gestione delle acque piovane. Agire su uno stato di emergenza (es. alluvione) piuttosto che sull’adeguamento dell’infrastruttura fognaria esistente, ha influenze economiche (e sociali) maggiori sulle casse comunali rispetto a interventi di adeguamento, visto che si

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Precipitazione, infiltrazione, deflusso superficiale e evaporazione

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dovranno impiegare i finanziamenti destinati al common good per ripristinare lo stato di emergenza a scapito di altri settori. Oggi però le cose stanno cambiando. Il rinnovato interesse nei confronti delle questioni ambientali da un lato, e nuove conoscenze e acquisizioni tecnologiche dall’altro, stanno spingendo a un cambio di paradigma e stimolando lo sviluppo di strategie integrative per la sostenibilità ecologica, economica, sociale e culturale. Per il problema in questione, questo comporta l’introduzione di nuove pratiche di management integrato delle acque. Si studia così l’introduzione di approcci in grado di considerare tutti gli interessi in gioco, e di valutare gli effetti di ogni intervento non solo localmente, bensì alla scala globale. Si tratta di approcci destinati a modificare non solo l’ordinaria gestione dello spazio urbano, ma anche di influire sulla sua configurazione, costringendo l’urbanistica a rivedere le ‘forme’ del progetto proprio in relazione a questi nuovi orientamenti. ‘Progettare l’acqua’ diventa una locuzione possibile: si tratta di considerare questo elemento non più come qualcosa da gestire solo in emergenza, ma elemento propositivo per la definizione di sistemi urbani basati su nuovi equilibri ecologici.

L'evoluzione del sistema integrato delle acque urbane Verso una maggiore sensibilità ambientale La progettazione delle acque urbane ha subito una significativa evoluzione nel corso di questo secolo, influenzata dal contesto culturale, politico e tecnologico. Durante il XX secolo, le acque urbane venivano trattate in maniera passiva, allontanando rapidamente i flussi ai corsi d'acqua con poca o nessuna attenzione alla conservazione degli ecosistemi. Con la crescita delle città, gli ingegneri iniziarono a sviluppare tecniche che hanno portato alla nascita dell'idrologia urbana, disciplina in cui l'Australia è stata promotrice (Brown & Clarke, 2007). È sul finire degli anni ’60 che si registrano i primi cambiamenti nella gestione delle acque meteoriche. La presa di coscienza dell’esistenza di processi di degrado dell'ecosistema, legati proprio al deflusso delle acque piovane, e lo sviluppo di nuove pratiche di trattamento, attuate attraverso lo sviluppo di zone umide e i sistemi di biofiltrazione (Brown & Clarke, 2007), porta ad approcci diversi, più articolati, che contemplano l’inclusione di aree verdi disponibili anche per uso ricreativo (Roy, Wenger, Fletcher, Walsh, Ladson, Shuster, Thurston & Brown 2008). Paesi industrializzati come l'Australia, gli Stati Uniti e l'Europa hanno iniziato a elaborare pratiche di gestione delle acque integrate alla pianificazione e progettazione urbana. Rio'92 segna una tappa decisiva che sposta l'attenzione verso problematiche ambientali e di sviluppo, portando non solo all’adozione, alla scala globale, di politiche di riduzione delle emissioni di gas serra nell'atmosfera, ma anche a condividere la consapevolezza degli effetti negativi prodotti dai cambiamenti climatici, oltre alla preoccupazione per la crescente scarsità dell'acqua. Una sensibilità che, negli anni successivi, si è tradotta in indirizzi, strategie e azioni di mitigazione e adattamento a tutte le scale. Proprio in questi anni iniziano ad essere rilasciate le prime linee guida per la progettazione di sistemi integrati e sostenibili per la raccolta di acque meteoriche. Il compito non spetta più solo agli ingegneri idraulici, ma richiede e coinvolge competenze di gruppi interdisciplinari composti da paesaggisti, ecologi, geologi e pianificatori, che apportano diversi livelli di conoscenza nel ‘progetto dell'acqua’ in ambiente urbano. Nelle ultime due decadi si stanno sviluppando in tutto il mondo strategie che, affrontando le principali questioni legate al sistema idrico urbano in riferimento alle piogge, aprono un fertile dialogo tra tecniche ingegneristiche, pianificazione territoriale e progettazione urbana. Globalmente riconosciuto come Integrated Urban Resource Water Management o Sustainable Urban Water Management, il processo che prevede la gestione integrata delle acque assume denominazioni differenti2 a seconda delle nazioni in cui viene adottato (JSCWSC, 2009). A prescindere dalla nominazione, però, appare evidente come la gestione integrata delle acque urbane sia ormai uno dei temi nevralgici delle agende politiche globali per lo sviluppo delle città.

Ricadute disciplinari                                                                                                                 2   Negli

Stati Uniti e in Canada il Low Impact Development descrive i diversi approcci alla pianificazione e al progetto per la gestione dei flussi piovani attraverso pratiche di gestione sostenibile delle acque meteoriche; il Green Infrastructure applica la gestione del deflusso delle acque piovane a livello locale attraverso l'uso o il processo di sistemi naturali. In Europa le Best Management Practices (nel Regno Unito Sustainable Urban Drainage Systems, in Germania il Decentralised Rainwater/Stormwater Management) descrivono le misure per la gestione sostenibile delle piogge. In Australia il Water Sensitive Urban Design delinea un approccio per la gestione sostenibile integrata delle acque nel progetto urbano. Nella letteratura, concetti come il Total Cycle Management, Integrated Water Resources Management, ‘water soft path’, Sustainable Urban Water Management, tendono a sottolineare i principi e gli approcci che incoraggiano l'uso di sistemi decentralizzati delle acque (Yu, Brown, Morison, 2011).  

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Linee guida a livello locale e nazionale, norme e regolamenti testimoniano come stia profondamente cambiando il modo in cui vengono considerati l’acqua e le infrastrutture idriche all’interno dei processi di pianificazione e progettazione. A supporto delle crescenti legislazioni nazionali e locali, in questo ultimo decennio si sono moltiplicati manuali e pubblicazioni per la progettazione e gestione integrata delle acque piovane. In genere, si tratta di manuali che offrono specifiche tecniche attraverso la presentazione dei più diffusi approcci per la realizzazione di sistemi di drenaggio sostenibili; all’illustrazione di casi studio, affiancano anche nozioni normative e riferimenti legislativi. Facilmente reperibili nel web, si rivolgono a amministrazioni, ingegneri e progettisti, spesso coinvolti nella stesura degli stessi. É chiaro, infatti, come solo attraverso un approccio olistico, perseguibile con il coinvolgimento di diversi attori e conoscenze, si possano trovare soluzioni adeguate alle differenti dinamiche coinvolte nel ‘progetto delle acque urbane’. Guide e manuali non sono l’unico segnale che denuncia la nascita dell'attenzione urbanistica per la questione delle acque in ambito urbano. Anche le riviste di settore sembrano confermare l’avvento silenzioso di un cambio di paradigma: così, l’acqua, da elemento accessorio del progetto diviene dispositivo strategico per la riqualificazione di sistemi urbani complessi. Non si tratta solo di un nuovo interesse disciplinare, ma di un necessario adattamento dell’urbanistica per individuare adeguate risposte al problema, mutando di conseguenza la ‘forma del progetto’. Le tracce di questo mutamento sono diverse. Si ritrovano nell’uso di un lessico nuovo: parole che un tempo appartenevano all’ambito delle tecniche ingegneristiche spingono a riformulare la nostra interpretazione della sostenibilità, grazie anche all’introduzione di termini come resilienza, adattabilità e mitigazione. Dispositivi progettuali di derivazione tecnico ambientale come zone umide, raingarden, bacini di ritenzione, canalette di scolo arricchiscono le forme del progetto urbano rivelando inedite possibilità per la creazione di nuovi paesaggi. Ulteriore segno che denota la nuova attenzione dell’urbanistica a questa tematica è dato dalla nascita di sempre più frequenti collaborazioni tra architetti, ingegneri e paesaggisti per la formazione di studi di progettazione integrata altamente specializzati nel trattamento delle acque urbane. L’introduzione della figura dell’urbanista nel progetto delle acque urbane di derivazione meteorologica è significativo: sono proprio le principali criticità dello spazio pubblico urbano, come l'impermeabilizzazione estensiva dei suoli, la riduzione degli spazi aperti di valore ambientale, lo scadimento della qualità dell'acqua, a rappresentare le cause che rendono le città vulnerabili agli agenti atmosferici. Ne consegue un’attenzione maggiore nell’elaborazione di strategie in grado di agire sullo spazio fisico della città e di rispondere, al tempo stesso, alle sfide lanciate dai cambiamenti climatici. Ecco allora che la disciplina urbanistica si avvale di un nuovo contesto tematico per rielaborare teorie e strumenti analitici, pianificatori e progettuali.

Reti di spazi aperti pubblici. Esperienze progettuali a confronto Se da un lato il campo scientifico si muove verso la formulazione di linee guida, normative e manuali, dall'altro iniziano a fiorire esperienze di città che investono nello spazio pubblico attraverso nuovi tipi di piazze, strade e parcheggi in grado di tramutare il rischio allagamento in occasione per ripensare gli spazi urbani e di incidere in modo positivo sulla loro abitabilità. Dispositivi di origine tecnicistica si traducono nel progetto in nuovi spazi capaci di generare meccanismi di riqualificazione urbana e rispondere, al tempo stesso, alle sfide climatiche attuali. Questi apparati che purificano, detengono, ritengono, trasportano e filtrano l’acqua piovana in città variano a seconda delle esigenze e delle superfici. Se «gli effetti delle piogge dipendono dalla condizioni del suolo» (Laureano, 2002: 238), è evidente come i cambiamenti del regime piovoso in combinazione alla forte impermeabilizzazione dei suoli della città contemporanea, portino ad individuare come luogo preferenziale di intervento proprio quelle superfici che compromettono la qualità dell’acqua piovana, ovvero quelle dedicate alla circolazione veicolare e ciclopedonale, quelle occupate dall'edificato e gli spazi pubblici impermeabili. Il confronto di esperienze e progetti lascia emergere le potenzialità per uno sviluppo economico, sociale e ambientale della gestione integrata delle acque e dà evidenzia a come sia proprio il suolo pubblico a giocare un ruolo determinante per questa sfida. Questa lettura viene qui di seguito restituita attraverso il riconoscimento di strategie di progetto di esperienze di città con condizioni climatiche simili (zona temperata). Si tratta di una prima ricognizione che lascia intravedere la ricchezza degli approcci e delle soluzioni possibili.

Articolare il suolo per sfruttare le potenzialità del sito Con questa strategia si sono riconosciuti quei progetti che, agendo sul suolo attraverso il movimento del terreno e l’uso di superfici permeabili, producono spazi coerenti e articolati. Questa strategia si suddivide in due sottostrategie. Questa strategia si suddivide in due sottostrategie. La prima - il disegno del suolo attraverso l'articolazione delle pendenze - comprende quei progetti che agiscono sulla topografia del suolo attraverso Valentina Crupi

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pendenze, terrazzamenti, valli e depressioni per il controllo dei flussi piovani. La seconda - pavimentazioni porose per la salvaguardia dell'ambiente - agisce sulla qualità della superficie attraverso l’uso di pavimentazioni porose e giunti aperti che permettono l’infiltrazione dell’acqua nel sottosuolo. Nelle tabelle seguenti si riporta una sintetica descrizione.

Il disegno del suolo attraverso l’articolazione delle pendenze Materiale urbano Foyer aperto The City Dune, Copenhagen Parco Quartier Bourlione, Corbas Strada Krems Business Park, Krems an der Donau Insediamento ZAC des Docks, Saint Ouen

Elementi water sensitive Terrazzamenti

Principi water sensitive Detenzione Trasporto

Benefici e influenze sullo spazio pubblico

Valli e depressioni di bioritenzione Canalette infossate

Detenzione Ritenzione

Collegamento ciclo pedonale a quote differenti che suggerisce una fruizione stratificata dello spazio Riduzione dei costi di manutenzione e gestione dello spazio verde

Trasporto Detenzione Sedimentazione

Varietà di paesaggio che agisce sul microclima urbano e riduce i costi di gestione dello spazio verde

Pendenze naturali del terreno

Detenzione Trasporto

Riutilizzo delle acque meteoriche per l’irrigazione delle aree vegetate

Pavimentazioni porose per la salvaguardia dell’ambiente Materiale urbano Parcheggio Olympic College Student Lot, Bremerton Parcheggio Krems Business Park, Krems an der Donau

Elementi water sensitive Pavimenti porosi

Principi water sensitive Detenzione Purificazione Infiltrazione

Benefici e influenze sullo spazio pubblico

Giunti aperti nella pavimentazione

Detenzione Purificazione Infiltrazione

Infiltrazione localizzata delle acque meteoriche configurano uno spazio unitario

Riduzione del volume delle acque di dilavamento per uno spazio più 'asciutto'

Generare varietà di paesaggio Con questa strategia si sono riconosciuti quei progetti che agiscono sullo spazio aperto pubblico attraverso l’uso di specie vegetali idrofile, xerofite e con funzione fitodepurativa e l’introduzione di elementi che generano nuove varietà di paesaggio. Nella prima sottostrategia - la natura come processo: la vegetazione efficiente - sono stati raggruppati quei progetti che utilizzano la vegetazione per purificare e detenere i flussi di acqua piovana. Nella seconda - dispositivi water sensitive delineano nuovi elementi per il progetto del paesaggio - le zone umide, i rain garden, i giardini pensili e le canalette per la bioritenzione contribuiscono all'articolazione di differenti tipi di paesaggio.

La natura come processo: la vegetazione efficiente Materiale urbano Foyer aperto The City Dune, Copenhagen Parco Quartier Bourlione, Corbas Valentina Crupi

Elementi water sensitive Vegetazione autoctona

Principi water sensitive Purificazione Detenzione

Piante per la fitodepurazione

Purificazione Detenzione

Benefici e influenze sullo spazio pubblico La vegetazione riduce gli inquinanti, contribuisce al microclima urbano e disegna spazi ricreativi di qualità La visione di natura come processo migliora il microclima urbano e riduce i costi di gestione e manutenzione 4


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Parcheggio Olympic College Student Lot, Bremerton Parco Xeriscape Park Cape Canaveral

Vegetazione idrofila

Purificazione Detenzione

Varietà di essenze promuovono la biodiversità

Vegetazione xerofita

Ritenzione

Nuova tipologia di paesaggio xeriscaping in grado di tollerare brevi periodi di inondazione intervallati da periodi più secchi

Dispositivi water sensitive delineano nuovi elementi per il progetto del paesaggio Materiale urbano Parco Quartier Bourlione, Corbas

Elementi water sensitive Zone umide

Principi water sensitive Ritenzione Sedimentazione Purificazione Infiltrazione Assorbimento biologico Trasporto Detenzione Sedimentazione

Benefici e influenze sullo spazio pubblico

Trasporto Detenzione Sedimentazione Detenzione Purificazione Infiltrazione Assorbimento biologico Purificazione Detenzione

Disegno della sezione stradale articolato con distacco netto dei flussi veicolari e pedonali

Bacini di ritenzione

Purificazione Detenzione

Maggior funzionalità del parcheggio e netta separazione dei flussi pedonali e veicolari

Bacini per la bioritenzione

Trasporto Detenzione Sedimentazione Infiltrazione Assorbimento biologico

Spazio caratterizzato da varietà di paesaggio che agisce sul microclima urbano e riduce i costi di manutenzione e gestione dello spazio verde

Strada Toppilansaari Park, Oulu

Canali vegetati

Parco Toppilansaari Park, Oulu Parcheggio Olympic College Student Lot, Bremerton

Canali inerbita

Parcheggio Krems Business Park, Krems an der Donau Parcheggio (stalli) Krems Business Park, Krems an der Donau Percorsi pedonali Zac de Docks, Saint Ouen

Giardini pensili

Rain garden

Spazio caratterizzato da varietà di paesaggio che agisce sul microclima urbano e riduce i costi di manutenzione e gestione dello spazio verde Riduzione dell'entità del fondo stradale impermeabile

Promuove la biodiversità e riduce i costi di manutenzione

Uno spazio caratterizzato da differenti paesaggi promuove la biodiversità e migliora il microclima

Scegliere modelli insediativi per ridurre l’uso del suolo Con questa strategia si sono riconosciuti quei progetti che intervengono sull’insediamento residenziale a bassa densità e sulla città esistente attraverso tipologie insediative e nuovi tipi di spazio pubblico per ridurre l’uso di suolo. La prima sottostrategia - lotti piccoli e alloggio diffuso per limitare le superfici impermeabili a favore di grandi parchi centrali - si riferisce a quartieri residenziali a bassa densità che permettono lo sviluppo di grandi aree verdi centrali. La seconda - generare nuovo spazio anche dove non c'è: stratificazione funzionale - mostra un esempio di come è possibile individuare nuove superfici per la captazione dell’acqua piovana anche nella città densa.

Valentina Crupi

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Lotti piccoli e alloggio diffuso per limitare le superfici impermeabili a favore di grandi parchi centrali Materiale urbano Insediamento Quartier Bourlione, Corbas Insediamento Toppilansaari Park, Oulu

Elementi water sensitive Lotti piccoli

Elementi di alloggio diffuso

Principi water sensitive Limitazione del grado di impermeabilizzazi one del suolo Limitazione del grado di impermeabilizzazi one del suolo

Benefici e influenze sullo spazio pubblico Rete di spazi verdi continui collegati col grande parco centrale. Le abitazioni si affacciano su uno spazio centrale verde di qualità dai costi di manutenzione e gestione ridotti

Generare nuovo spazio anche dove non c’è: stratificazione funzionale Materiale urbano Piazza Benthemplein, Rotterdam

Elementi water sensitive Vasche di raccolta

Principi water sensitive Ritenzione Sedimentazione

Benefici/influenze sulla spazio pubblico I finanziamenti comunali dedicati alla gestione delle acque bianche vengono utilizzati per il progetto di un nuovo spazio pubblico per la città

Definire una nuova struttura attraverso spazi minimi interconnessi Con questa strategia si sono riconosciuti quei progetti che intervengono sugli spazi interstiziali (per lo più della strada) attraverso interventi minimi ma continui in grado di definire una nuova struttura urbana. Materiale urbano Parcheggio Krems Business Park, Krems an der Donau Strada (marciapiede) Krems Business Park, Krems an der Donau Percorsi pedonali ZAC des Docks, Saint Ouen Strada Maynard Avenue Green Street, Seattle

Valentina Crupi

Elementi water sensitive Bacini di infiltrazione lungo gli spazi pubblici Canalette inerbite

Principi water sensitive Infiltrazione Detenzione Purificazione

Benefici e influenze sullo spazio pubblico

Trasporto Detenzione Sedimentazione

Rete di spazi verdi interstiziali

Canaletta vegetata

Trasporto Detenzione Sedimentazione Trasporto Detenzione purificazione

La trama delle acque e del verde valorizza gli spazi pubblici e ne aumenta il ruolo medioambientale Migliora l'abitabilità e la viabilità del quartiere e aumentano gli spazi aperti e riqualifica il quartiere

Container planters

Maggior funzionalità del parcheggio separazione dei flussi pedonali e veicolari

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Bibliografia ABC Water Design Guidelines (2009) Ministry of the Environment and Water Resources, Singapore Brown R., Keath N. and Wong T., (2008), Transitioning to Water Sensitive Cities: Historical, Current and Future Transition States, 11th International Conference on Urban Drainage, Edinburgh, Scotland, UK Brown R.R. & Clarke J.M., (2007) Transition to Water Sensitive Urban Design: The story of Melbourne, Australia, Report No. 07/1, Facility for Advancing Water Biofiltration, Monash University Evaluating options for water sensitive urban design - A national guide, Joint Steering Committee for Water Sensitive Cities JSCWSC (2009) Canberra Jacqueline Hoyer, Wolfgang Dickhaut, Lukas Kronawitter, Björn Weber, (2011) Water Sensitive Urban Design. Principles and Inspiration for Sustainable Stormwater Management in the City of the Future - Manual, jovis jovis Verlag GmbH , Berlino Pietro Laureano (2001), Atlante d'acqua. Conoscenze tradizionali per la lotta alla desertificazione, Torino, Bollati Boringhieri Eugene P. Odum, Gary W. Barrett (2007), Fondamenti di Ecologia, Piccin IPCC Fourth Assessment Report (AR4), Climate Change 2007: Synthesis Report, Contribution of Working Groups I, II and III to the Fourth Assessment Report of the Intergovernmental Panel on Climate Change Core Writing Team, (2007) Pachauri, R.K. and Reisinger, A. (Eds.) Geneva, Switzerland, IPCC Roy AH, Wenger SJ, Fletcher TD, Walsh CJ, Ladson AR, Shuster WD, Thurston HW & Brown RR, (2008), "Impediments and Solutions to Sustainable, Watershed-Scale Urban Stormwater Management: Lessons from Australia and the United States", Environmental Management, vol. 42 Elizabeth Wilson and Jake Piper (2010), Spatial Planning and Climate Change, London e New York, Routledge Yu C., Brown R., Morison P., (2011) Co-governing small-scale distributed water systems: an analytical framework, 12th International Conference on Urban Drainage, Porto Alegre/Brazil

Elenco dei progetti esaminati e riferimenti Benthemplein plaza, Rotterdam, Olanda, DE URBANISTEN www.urbanisten.nl Krems Business Park, Krems an der Donau, Austria, Atelier Dreiseitl www.dreiseitl.de Le quartier Bourlione, Corbas, Francia, Atelier LD e VRD www.atelierld.com www.ville-corbas.fr Maynard Avenue Green Street, Seattle, WA, SvR www.svrdesign.com Olympic College Student Parking Lot, Bremerton, WA, Schacht Aslani Architects, SvR www.saarch.com www.svrdesign.com The City Dune/SEB Bank, Copenhagen, Danimarca, Stig L. Andersson, SLA www.sla.dk Toppilansaari Park, Oulu, Finlandia, Atelier Dreiseitl, suuunnittelukeskus, SCC Viatek Oy www.dreiseitl.de www.suuunnittelukeskus.fi www.ramboll.fi ZAC des Docks, Saint Ouen, Francia, Espinas i Tarraso, Helene Saudecerre www.espinasitarraso.com

Riconoscimenti Il presente lavoro è frutto di riflessioni sviluppate nella ricerca di dottorato, attualmente in corso, “L'urbanistica del rischio. Politiche, progetti e spazi dei cambiamenti climatici in ambiente urbano” condotta nell’ambito della Scuola di Dottorato in Ingegneria e Architettura - indirizzo Progettazione integrata dell'Architettura e dell'Ingegneria Civile dell'Università degli Studi di Trieste, coordinato dalla prof.ssa Paola Di Biagi. Un sentito ringraziamento va a Sara Basso per la revisione del paper.

Valentina Crupi

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Adattamento al cambiamento climatico e flessibilità nella pianificazione ambientale (trans)locale

Adattamento al cambiamento climatico e flessibilità nella pianificazione ambientale (trans)locale Luciano De Bonis* Università del Molise Dipartimento Bioscienze e Territorio Email: luciano.debonis@unimol.it Tel: 3204793942 Alessandra Nguyen Xuan* Email: a.nguyenxuan@gmail.com Tel: 3487292233

Abstract I concetti di vulnerabilità e resilienza connotano gli approcci emergenti dalla ricerca sull’adattamento al cambiamento climatico. Il paper sostiene in proposito la possibilità di associare ad essi un concetto di flessibilità rispondente precisamente all’accezione rinvenibile nel campo dell’ecologia della mente, in modo tale da renderlo non solo il principio cardine della pianificazione per l’adattamento ma anche il possibile contributo originale della pianificazione all’adattamento. Per verificare tale possibilità, gli autori interpretano l’opportuna impostazione sito-specifica degli studi sull’adattamento climatico non in senso di chiusura localistica, bensì in un senso capace di dischiudere feconde possibilità di confronto e contaminazione tra contesti culturalmente anche molto diversi. A tal fine il paper delinea un possibile programma di sviluppo, per confronto, del progetto europeo Adapting to Climate Change in Coastal Dar es Salaam e della ricerca di dottorato relativa agli ‘orizzonti’ della pianificazione per l’adattamento nell’‘area romana’. Parole chiave Cambiamento climatico, Resilienza, Flessibilità.

1 | Cambiamento climatico: concetti fondamentali Il problema del cambiamento climatico e delle sue conseguenze non rappresenta una questione nuova nell’ambito della disciplina della pianificazione: da sempre gli insediamenti umani hanno dovuto confrontarsi con le mutevoli condizioni del contesto ambientale. La questione climatica, ed in particolare l’adattamento al cambiamento climatico, evidenziano la necessità di rafforzare la consapevolezza che cambiamento e variabilità sono caratteristiche fondanti dei sistemi umani e naturali e che questi, in quanto sistemi complessi, possono dare luogo a trasformazioni i cui esiti sono carichi di incertezza. E’ per questa ragione che l’adattamento viene normalmente identificato con un insieme di iniziative e misure di diversa natura volte a ridurre la vulnerabilità dei sistemi naturali e umani a fronte degli effetti in atto o prevedibili, ma sempre incerti, del cambiamento climatico. L'adattamento per ridurre i danni attuali o potenziali, o per approfittare di nuove opportunità, si può verificare sia nei sistemi ecologici, sia in quelli umani (insediamenti, sistema economico e sistema sociale). Nel caso di sistemi territoriali, ossia di sistemi che nella teoria della resilienza vengono definiti sistemi socio-ecologici 1 (SESs) , l’adattamento corrisponde ad un insieme di misure di diversa natura – il cui mix è dettato dalla * Fermo restando che il paper è frutto di un lavoro comune dei due autori, ad A. Nguyen Xuan è attribuibile in particolare il §.1 e a L. De Bonis il §. 2. 1 L’uso del termine sistema socio-ecologico (SES) sottolinea che nei sistemi urbani e territoriali, sistema umano e sistema ambientale sono inscindibili. Per ’sistema socio-ecologico’ si intende un modello multiscala, sia spaziale sia temporale, Luciano De Bonis, Alessandra Nguyen Xuan

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Adattamento al cambiamento climatico e flessibilità nella pianificazione ambientale (trans)locale

specificità del contesto, dalle tipologie di rischio climatico, dai valori e dalle capacità della comunità e istituzionali – che tentano di rispondere a stress multipli, piuttosto che misure discrete che affrontano un solo fenomeno climatico particolare. I campi di ricerca cui è legato l’adattamento al cambiamento climatico sono quelli della vulnerabilità (Brooks, 2003; Adger, 2006) e della resilienza (Holling, 1973; Walker & Salt, 2006) dei sistemi socio-ecologici (SESs). Non potendo controllare il cambiamento climatico, e dal momento che alcune delle sue conseguenze sono inevitabili, è necessario agire sulla vulnerabilità e la resilienza del SES, cioè sulla capacità di mediazione dei sistemi sociali, economici e fisici (Brooks, 2003). Esistono molte definizioni di vulnerabilità2, ma qualunque sia l’approccio è possibile delineare un insieme di elementi comuni rappresentati da: esposizione, sensibilità alle perturbazioni e capacità di adattamento. La vulnerabilità di una società, e quindi in qualche maniera anche di un sistema urbano o territoriale, è influenzata dal suo percorso di sviluppo, dall'esposizione fisica, dalla distribuzione delle risorse, dalla presenza di stress precedenti, e dalle sue istituzioni governative e sociali (Kelly & Adger, 2000; Turner, Kasperson, Matson, McCarthy, Corell, Christensen, Eckley, Kasperson, Luers, Martello, Polsky, Pulsipher, Schiller, 2003; O'Brien, Sygna, Haugen, 2004; Smit & Wandel, 2006). E’ possibile specificare ulteriormente la vulnerabilità (Aall, Norland, 2005) suddividendola in: vulnerabilità biologica (conservazione ecosistemi, funzionalità ecologica, biodiversità, servizi ecosistemi, ecc.); vulnerabilità fisica, spaziale/localizzativa/geografica; vulnerabilità socioeconomica (attività economiche, status della popolazione, accesso risorse, condizioni di vita, valori condivisi, ecc.); vulnerabilità istituzionale (governo e governance territoriale). La resilienza di un sistema è misurata in base alla grandezza del disturbo, ad esempio una perturbazione climatica, che può essere assorbita prima che il sistema cambi la sua struttura modificando le variabili ed i processi che ne controllano il comportamento e che ne rappresentano l’identità (Holling, 2001; Walker & Salt, 2006). La resilienza è in altri termini la capacità di subire un cambiamento e riorganizzarsi continuando ad avere la stessa ‘identità’ (ovverosia la stessa struttura di base e la stessa modalità di funzionamento). Un aumento di resilienza corrisponde ad una maggiore adattabilità al cambiamento climatico. Il cambiamento e la trasformazione vengono concepiti in tal senso come caratteristiche fondanti dei sistemi complessi3, che hanno in sé il potenziale per creare nuove opportunità di sviluppo e innovazione. Ciò non vale invece nel campo della vulnerabilità in cui il cambiamento non è visto sotto una luce positiva poiché anche piccole trasformazioni possono risultare devastanti. Il rapporto tra vulnerabilità e resilienza, che è di difficile definizione, viene qui assunto in senso inverso: quanto meno un sistema sociale o ecologico, o socio-ecologico, è resiliente tanto più è vulnerabile ai cambiamenti. Se i due sopracitati approcci – vulnerabilità e resilienza – sono riportati in gran parte della letteratura sul cambiamento climatico e l’adattamento, il terzo approccio qui proposto, quello della flessibilità, non lo è. Vengono infatti indicati come sinonimi di resilienza, l’elasticità e la mobilità, che corrispondono alla capacità di movimento, in una determinata circostanza, per adottare nuovi comportamenti una volta appurato che i precedenti non funzionano. Alcuni autori (Berkes & Folke 1998; Barnett, 2001) definiscono la resilienza non solo in relazione al rischio, ma come la generale capacità di una società che in quanto flessibile è in grado di adattarsi di fronte ad incertezze ed eventi inaspettati e di approfittare delle opportunità positive che può portare il futuro. Nel caso di sistemi urbani e territoriali, la flessibilità non viene associata solo alle loro caratteristiche intrinseche, ma anche al modo in cui sono organizzate4.

dell'uso delle risorse sulla base del quale una comunità si è organizzata in una particolare struttura sociale (norme, istituzioni, reti, ecc.) (Resilience Alliance, http://www.resalliance.org/). «We hold the view that social and ecological systems are linked, and that delineation between social and natural system is artificial and arbitrary. […] When we wish to emphasize the integrated concept of humans-in-nature, we use the terms social-ecological system and social-ecological linkages. » (Berkes & Folke, 1998: 4). 2 Gli scienziati sociali tendono a rappresentare la vulnerabilità tramite l'insieme di fattori socio-economici che determinano la capacità delle persone di rispondere agli stress o ai cambiamenti, mentre gli scienziati del clima vedono la vulnerabilità in termini di probabilità del verificarsi di un evento e degli impatti ad esso correlati. Per un ulteriore approfondimento delle definizioni di vulnerabilità e sulle differenze concettuali dei vari approcci si vedano la revisione fatta da Adger (1999), il lavoro di Füssel (2005), di Füssel & Klein (2006), e la revisione sulla letteratura della vulnerabilità climatica fatta nell’ambito del progetto europeo AMICA- Climate. 3 «Dovers and Handmer (1992) distinguish between the reactive and proactive resilience of society. A society relying on reactive resilience approaches the future by strengthening the status quo and making the present system resistant to change, whereas one that develops proactive resilience accepts the inevitability of change and tries to create a system that is capable of adapting to new conditions and imperatives.» ( Klein, Nicholls, Thomalla, 2004). « ...the natural state of a system is one of change rather than one of equilibrium.» (Nelson, Adger, Brown, 2007) 4 Ad esempio Cutter, Barnes, Berry, Burton, Evans, Tate, e Webb (2008), nel caso della resilienza ai rischi naturali, affermano che sistemi che sono organizzati in maniera gerarchica secondo una struttura di tipo command and control, al presentarsi di un rischio sono meno flessibili e dunque meno resilienti – in base ad un’associazione implicita tra resilienza e flessibilità – rispetto a sistemi dotati di una struttura organizzativa più integrata con coordinamento verticale ed, aggiungerei, orizzontale Luciano De Bonis, Alessandra Nguyen Xuan

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Ugualmente legati alla flessibilità sono secondo Tompkins e Adger (2004) gli approcci di gestione ambientale collaborativa, ritenuti centrali nella riduzione della vulnerabilità e nell’incremento della resilienza di quelle società che dipendono in maniera diretta dalle risorse naturali (ambiente come fonte di sostentamento). In questo caso la flessibilità è la capacità di includere nel sistema di gestione le nuove conoscenze in modo tale che lo stesso sistema di gestione venga trasformato e risulti più conforme alle situazioni in essere.

2 | Flessibilità: dall’ecologia della mente alla pianificazione (per l’adattamento) Considerato il carattere implicito dei riferimenti alla flessibilità rinvenibili nella letteratura sul cambiamento climatico, vale la pena tentare di delineare, in via del tutto preliminare, un possibile contributo ‘disciplinare’ al tema. Va tuttavia anzitutto chiarito che per fornire tale contributo si assumono (e si contaminano) i riferimenti impliciti della letteratura sull’adattamento (v. par. precedente) e l’accezione esplicita di flessibilità formulata nell’ambito dell’ecologia della mente. Allo scopo di verificare la possibilità di individuare nuove possibilità di intendere la flessibilità nella pianificazione per l’adattamento, ma anche nella pianificazione tout court (Scandurra, Bottaro, Budoni, De Bonis, Decandia, 1998; De Bonis 1998a,b; 2003a,b; 2004; 2007; De Bonis e Marcelli, 2005). Tenendo naturalmente presente anche lo sfondo costituito dal dibattito disciplinare sulla flessibilità, periodicamente riemergente (cfr. ad es. Faludi, 1987; Mazza, 1998; Salzano 2002). Per essere più chiaro su quelli che a me sembrano i passaggi fondamentali del prezioso apporto fornito da G. Bateson (1942; 1971; 1972, trad. it. 2000) – anche a partire, nell’articolo del 1971, dai lavori di Sennet (1970) e C. Alexander (1964) – sarò schematico. 1. Non è possibile pianificare in modo indipendente dai ‘valori’ culturali espressi, hic et nunc, dal contesto in cui si pianifica. a. Tuttavia tali valori, nelle società contemporanee, sono sempre inevitabilmente plurali, ovverosia non sono condivisi, né unanimemente né molto largamente, nemmeno all’interno di un’unica cultura, if any…; b. Ma esistono pur sempre, anche se poco condivisi, valori almeno per qualcuno ‘centrali’ (Mead, 1942) ovverosia variabili ‘più rigide’ (Bateson, 1971; 1972), esito dell’inevitabile processo di formazione delle abitudini culturali. 2. D’altra parte è evidente che è altrettanto impossibile – nonché inutile – pianificare per il puro mantenimento dello status quo, per il semplice motivo che la necessità di adattamento al cambiamento climatico è solo un caso particolare, sebbene molto evidente, delle necessità di adattamento ‘evolutivo’ al continuo cambiamento del contesto bioculturale stesso. 3. Ne deriva che è assolutamente necessario, anche nella pianificazione, l’esercizio di una flessibilità (per l’adattamento climatico) intesa non come polo opposto ma come complemento di altrettanto necessari gradi di rigidità; ‘altrettanto necessari’ al patto di non essere a loro volta intesi come polo opposto della flessibilità, ovverosia di non essere ‘mai’ intesi come ‘eternamente’ immutabili. Se il problema è questo si possono naturalmente anche raccogliere – anzi secondo me si devono – le indicazioni preliminari di Bateson circa la possibilità di mantenere la rigidità per mezzo della stessa flessibilità, come fa l’acrobata che per mantenersi dinamicamente stabile sulla corda muove liberamente e continuamente le braccia passando da una posizione di instabilità all’altra. E quindi evitando (anche in ambito pianificatorio) di affidare a controlli di tipo legislativo–normativo sia gli aspetti culturali che è bene rimangano più possibile flessibili sia, tanto più, il mantenimento delle ‘inevitabili rigidità’, da lasciare più convenientemente in mano al ‘sistema di trasmissione culturale’ (famiglia, scuola e chiesa). Ma la strada apparentemente molto stretta che rimane così aperta, nonché il carattere preliminare – quanto mai opportuno e fecondo – delle indicazioni di Bateson, impone d’altra parte di approfondire il discorso specifico sulla/della pianificazione, anche a partire da ulteriori fertili spunti – a loro volta da sviluppare – di Bateson stesso. In particolare mi vorrei concentrare qui, a fini di prefigurazione di un possibile programma di ricerca sulla pianificazione per l’adattamento – o meglio di un possibile sviluppo di una ricerca sulla pianificazione per l’adattamento già svolta (Nguyen Xuan, 2012) – sulla questione dei ‘valori impliciti’ nella pianificazione stessa (De Bonis, 1998; De Bonis in Scandurra et al., 1998, par. 4). Nel lavoro a quattro mani (o meglio 2+2) sulla pianificazione sociale per la Conference on Science, Philosophy and Religion in their Relation to the Democratic Way of Life5, Mead (1942) e Bateson (1942, rpt. 1972, trad. it. 1976) mettono sostanzialmente l’accento su due principali e correlate questioni (De Bonis in Scandurra et al., 1998, par. 4): 1. Si possono anche elaborare piani allo scopo di modificare la nostra attuale cultura (o di una cultura in genere), ma riconoscendo che ragionando in termini di mezzi e fini, ovverosia col tendere verso scopi definiti, è inevitabile un effetto di manipolazione sociale. 5

Columbia University, New York, 8 – 11 September 1941.

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2. Per evitare tale pericolo è allora opportuno ricercare direzioni e valori ‘impliciti’ negli stessi mezzi a disposizione, anziché spingersi verso uno scopo programmato. Si tratta in altre parole, di «ricercare il valore di un atto pianificato in quanto implicito e contemporaneo all’atto stesso e non come separato da esso, come se l’atto derivasse il suo valore solo riferendosi a un qualche scopo o fine futuro» (Bateson, 1942, rpt. 1972, trad. it. 1976: 197). In particolare, il compito dell’antropologo è quello di «trovare il fattore comune implicito più pertinente in una vasta congerie di fenomeni umani, o inversamente di decidere che fenomeni apparentemente simili sono in realtà intrinsecamente diversi» (Bateson, 1942, rpt. 1972, trad. it. 1976: 197). Direi che il compito che Bateson affida all’‘antropologo-pianificatore’ si possa estendere senz’altro al ‘semplice pianificatore’. Anche perché, programmaticamente, Bateson ritaglia il ruolo dell’antropologo sulla base del tentativo (che è anche di Mead) di liberare la pratica di ricerca antropologica (e le scienze sociali in generale) dall'atteggiamento di ‘esternità’ dello scienziato rispetto all‘oggetto’ delle scienze: «Noi non siamo mai fuori dall’ecologia che stiamo pianificando: ne facciamo sempre e comunque parte» (Bateson 1972, trad. it. 2000: 549). Inoltre, è piena in Bateson la consapevolezza della stretta affinità tra ‘internità’ dell’osservatore/pianificatore ed ‘esteticità’ della sua possibile azione (De Bonis, 2004), come dimostra la seguente citazione: «Può darsi che la percezione estetica sia una caratteristica degli esseri umani, sicché è improbabile che piani d’azione che ignorino questa caratteristica della percezione umana vengano adottati, e addirittura è improbabile che siano praticabili» (Bateson 1968, pt. 1991, trad. it. 1997: 391)6. Mi pare innegabile che se l’osservazione di Bateson vale per la pianificazione antropologico-sociale valga anche, anzi di più, nel campo di ricerca sulla pianificazione fisica (o nel campo di una pianificazione che tenda a integrare i due approcci). Soprattutto se si considera che l’approccio ‘estetico’ propugnato da Bateson risulta decisamente funzionale al superamento delle permanenze di quella logica mezzi-fini tuttora prevalente nelle pratiche progettuali urbanistiche (e non solo). Direi anzi che l’approccio batesoniano, mirato a superare una pratica scientifica puramente razionale (o razionalistica) si possa considerare intrinsecamente (e innovativamente) progettuale, o più precisamente si possa considerare un metodo di ricerca intrinsecamente adatto a una ricerca progettuale capace di coniugare rigore e immaginazione. Il metodo né deduttivo né induttivo bensì ‘adduttivo’ da lui adottato e propugnato infatti (Bateson, 1941, rpt. 1972, trad. it. 2000), ovverosia un metodo basato sull’accostamento di fenomeni diversi alla ricerca di relazioni di somiglianza tra di essi, è evidentemente in grado, grazie al potere disvelatrice della metafora che naturalmente ne deriva, di dischiudere nuove e impreviste possibilità. E quindi, per me, ‘in essenza’ progettuale. In definitiva credo che lo sviluppo di un programma di ricerca sulla pianificazione per l’adattamento si possa basare: 1. Sull’assunzione di contesti di studio culturalmente molto differenti, allo scopo di rendere estremamente evidenti le condizioni di ‘interculturalità’ – ovverosia di ‘scarsità’ di variabili rigide universalmente accettate – in cui si trovano ormai peraltro anche i singoli contesti ‘locali’ (almeno quelli del ‘primo’ mondo), nonché allo scopo di affrontare a una scala insieme locale e planetaria la questione dell’adattamento, coerentemente con la natura translocale dei fenomeni di cambiamento climatico; 2. Sull’adozione, per lo studio dei contesti ‘interculturali’, del metodo adduttivo di Bateson, ovverosia del confronto tra di essi alla ricerca di somiglianze e di differenze; in altre parole alla ricerca di possibili direzioni di ‘innovazione adattiva’ emergenti dal confronto stesso; 3. Infine, sull’identificazione del ‘valore’ della ricerca progettuale (e delle azioni di pianificazione che ne potrebbero derivare), proprio coi risultati prodotti dall’accostamento ‘estetico-abduttivo’, intesi come ‘fattori comuni impliciti’ batesoniani. In pratica, si tratterebbe di identificare, a partire dalle pratiche considerabili come pratiche di pianificazione ‘in atto’ nei contesi di studio, le ‘rigidezze’ che ostacolano – o per converso le ‘flessibilità’ che favoriscono – l’assunzione di atteggiamenti più adattivi rispetto al cambiamento climatico. E di prefigurare inoltre, proprio grazie al confronto interculturale, i possibili fattori (‘esteticamente impliciti’) che potrebbero accomunare gli approcci pianificatori nei diversi contesti. Individuando al contempo in quali attività di pianificazione si possano opportunamente e fattibilmente calare i fattori comuni impliciti identificati, ma senza per questo rinunciare a indicazioni contestualizzate di revisione anche radicale dei modelli di pianificazione mainstream (Macchi, 2012).

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V. anche MacAgy (ed., 1942) in De Bonis (2004).

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3 | Da Roma a Dar es Salaam, e ritorno… Per verificare la possibilità di procedere nella direzione di un programma di ricerca ‘interculturale’ sulla ‘pianificazione flessibile per l’adattamento’, si forniscono sotto alcuni primi elementi utili a tal fine, tratti dalla ricerca di dottorato (Nguyen Xuan, 2012) e dal progetto europeo citati (Macchi, 2012). Con la premessa che, considerando la pianificazione come un aspetto della vulnerabilità ‘istituzionale’ (v. sopra), si potrebbe affermare che agire con la pianificazione in direzione di una maggiore capacità di adattamento al cambiamento climatico equivale a ridurre la vulnerabilità biologica, fisica e socio-economica tramite la riduzione di vulnerabilità istituzionale. Va però immediatamente chiarito che in questa sede non solo si intende per vulnerabilità ‘istituzionale’ la capacità di mediare tra il cambiamento climatico e il territorio delle istituzioni pubbliche sia formali sia informali – quindi dell’azione collettiva in generale – ma soprattutto che non si intende qui il termine ‘pubblico’ come coincidente col termine ‘statale’, nemmeno se riferito alle articolazioni statali costituite dagli Enti Locali Territoriali (Crosta, 1996; 1998; 2006). In tal senso l’accezione di ‘vulnerabilità istituzionale’ assunta qui sarebbe più vicina al concetto di adattabilità (adaptability) che nell’ambito degli studi sulla resilienza viene definita come la capacità collettiva di gestire la resilienza da parte degli attori umani. Attori a cui viene riconosciuta una intenzionalità in grado di influire sulla traiettoria e sull’evoluzione del sistema socio-ecologico nel suo insieme e sulla sua resilienza. E’ evidente tuttavia che anche il riferimento esclusivo alla ‘intenzionalità’ presente nel concetto di adattabilità risulta problematico rispetto all’impostazione ‘estetica’ (in senso batesoniano) del nostro programma di ricerca. Non certo perché si voglia misconoscere o escludere l’intenzionalità, bensì perché si ritiene che essa vada contestualizzata (e ridimensionata) nell’ambito della più vasta (e complessa) questione delle abitudini culturali in generale e dei ‘valori impliciti’ nella pianificazione in particolare.

3.1 | Pianificazione per l'adattamento nell'area romana In ogni caso, sulla scorta di uno schema con finalità analitico-progettuali7 (Figura 1) costruito per esaminare l’insieme dei fattori e delle dimensioni territoriali rilevanti ai fini della pianificazione per l’adattamento nell’area romana8 (Nguyen Xuan, 2012), vengono di seguito sintetizzati gli elementi afferenti alla vulnerabilità ‘istituzionale’ sui quali la pianificazione può incidere in maniera determinante. Per sinteticità le considerazioni emerse dall’analisi vengono riportate per punti. • La mancata considerazione da parte della pianificazione dell’area romana della variabilità e dell’incertezza dei sistemi, non contemplando la possibilità di esistenza di diverse configurazioni del territorio, ossia di molteplici futuri possibili, priva lo stesso della possibilità di raggiungere i medesimi obiettivi seguendo percorsi differenti. Ne deriva non solo una deroga al principio di sussidiarietà, ma anche una riduzione della diversità delle risposte adottate e una compromissione della capacità dei diversi soggetti coinvolti di individuare soluzioni alternative9, oltreché un’incapacità di affrontare quanto ‘esula’ dallo scenario prestabilito.

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Lo schema è l’esito di una sovrapposizione tra il modello DPSIR (Determinanti, Pressioni, Stato, Impatto, Risposte) opportunamente riadattato e modificato in alcune sue componenti, e lo IAD framework (Institutional Analysing and Development framework) riconducibile al filone di ricerca sui beni comuni (Ostrom, Burger, Field, Morgaard, Policansky, 1999). 8 Intesa come l’area di influenza relazionale e di interdipendenza economica, sociale ed ambientale, con cui la città di Roma interagisce. 9 Tale atteggiamento, riscontrato nel caso di studio soprattutto nella pianificazione di area vasta come ad esempio il PTPG, si fonda sull’idea che la razionalità dell’area vasta, in quanto originata ad un livello superiore a quello locale, sia più completa e superiore a quella locale, e che tale razionalità sia capace di prevedere tutte le possibili configurazioni locali. Luciano De Bonis, Alessandra Nguyen Xuan

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Figura 1. Schema analitico-progettuale per l’analisi di un sistema territoriale ai fini di una pianificazione per l’adattamento

• La mancata considerazione dell’incertezza associata alla co-evoluzione dei sistemi complessi, e l’attribuzione delle trasformazioni solo all’intervento antropico, sottende l’idea che i sistemi pianificati non siano soggetti a perturbazioni esogene naturali, e che quindi non sia necessario renderli resilienti. • Il concetto della resilienza è infatti del tutto assente dalla pianificazione esaminata per l’area di studio. • La flessibilità dei sistemi è spesso messa in crisi dalla ricerca di razionalità, ottimizzazione ed efficienza, che portando alla riduzione della diversità e della ridondanza e conduce ad un irrigidimento dei sistemi stessi che non sono quindi in grado di fronteggiare situazioni al di fuori dell’ordinario o al di fuori di quanto già sperimentato. La flessibilità del contesto istituzionale, invece, più che corrispondere ad una effettiva capacità di trasformazione istituzionale, si presenta come deroga alle regole, ma senza mettere in discussione il contesto – istituzionale appunto – nel quale sono quelle regole si sono generate. • Le istituzioni – formali e non formali – emergono pertanto dal caso di studio come uno dei nodi centrali, se non ‘il’ nodo su cui agire per risolvere la questione territoriale dell’adattamento al cambiamento climatico; • Emerge anche la necessità di abbandonare l’idea di una razionalità assoluta e proveniente dall’alto (dal soggetto pubblico), in favore di una razionalità che si crea nel confronto, nell’apprendimento collettivo10. • Il processo di decisione, nel contesto romano, risulta ancora gestito quasi esclusivamente dalle istituzioni formali, a scapito di tutti gli altri soggetti; il soggetto pubblico non solo tende ancora ad attribuirsi una conoscenza e una razionalità superiore rispetto a quella degli altri attori territoriali, ma ha anche la tendenza ad attribuirsi, in nome di un supposto bisogno di coordinamento e di strategicità, il compito di definire quanto viceversa spetterebbe – per il principio di sussidiarietà verticale/orizzontale – ad altri livelli/soggetti (i diversi ‘locali’). • Le arene di interazione risultano ancora estremamente povere di significato e di capacità di decisione, e in esse l’istituzione politica e tecnica continua ad assumere una posizione preminente invece di farsi garante dell’attivazione stessa dell’arena, delle regole e dei rapporti tra pubblico e privato, della rappresentanza degli interessi più deboli, delle mediazione dei poteri.

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Le variabili/funzioni suscettibili di cambiamento e le variabili-funzioni essenziali/identitarie, proposte anche dall’approccio della resilienza, non esistono prima e al di fuori – a prescindere cioè – dalla comunità, così come i valori e i criteri sulla base dei quali vengono valutate le diverse risposte alternative perseguibili.

Luciano De Bonis, Alessandra Nguyen Xuan

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3.2 | Adapting to Climate Change in Coastal Dar es Salaam11 Anche per questo caso illustreremo per brevità lo stato della ricerca in corso per punti, traendoli direttamente (ma sintetizzandoli) da Macchi (2012: 111) e da Ricci (2011). • Il sistema di pianificazione tanzano è stato per lungo tempo (sin dall’epoca della colonizzazione britannica) improntato ad un approccio di tipo ‘comprehensive planning’ (Ricci, 2011), sistematicamente sovrapposto o soppiantato da una pianificazione occasionale guidata dalle emergenze, mettendo così in luce un’incapacità di lettura delle dinamiche urbane e delle loro modalità di sviluppo, ma anche un’incapacità tenere unite le fasi di analisi e conoscenza del contesto con i processi e gli strumenti di governance della decisione e attuazione della pianificazione. • Anche nel caso tanzano è possibile rilevare numerose sovrapposizioni diverse autorità, soprattutto in fase di approvazione degli schemi di pianificazione, di revoca del diritto di occupazione della terra o di limitazioni negli usi dei suoli. • Sebbene in Tanzania un piano non possa essere approvato senza una preventiva consultazione pubblica, è possibile affermare che finora la partecipazione della comunità negli spazi di consultazione previsti nell'ambito della pianificazione urbana è da considerarsi abbastanza scarsa e mette in luce la povertà delle arene di interazione. • Il cambiamento climatico e l’adattamento sono questioni estremamente sentite a Dar es Salaam non solo a livello istituzionale, come testimoniato dalla ratifica della UNFCCC e dalla redazione di un National Adaptation Programme of Action (NAPA), ma anche a livello di residenti che, come emerge da alcuni studi (Dodman, Kibona, Kiluma, 2011; Ricci, 2011), hanno già iniziato a mettere in atto autonome strategie per fronteggiare alcune trasformazioni ambientali legate alla disponibilità di risorse naturali. • Dato che il sostentamento delle popolazioni peri-urbane di Dar es Salaam è caratterizzato da una forte relazione con le risorse naturali localmente disponibili e da un continuo adattamento delle strategie di sostentamento; il ruolo delle istituzioni locali e nazionali è fondamentale in quanto in grado di orientare gli usi del suolo e la gestione delle suddette risorse, di definire l’accesso a servizi e infrastrutture ossia di influenzare in maniera più o meno diretta la vulnerabilità delle persone soprattutto nelle aree peri-urbane e negli insediamenti informali che rappresentano la maggior parte della città. • Sebbene le istituzioni formali, per quanto detto sopra, ricoprano un ruolo rilevante, ciò che pure emerge è che esse dovrebbero soprattutto essere capaci di riconoscere e valorizzare le istituzioni non formali, rappresentate in questo contesto soprattutto dai modi di vita tipici del peri-urbano, caratterizzati da un sostentamento basato su un mix di attività (urbane e rurali), dalla costruzione di reti e capitale sociale, ecc.; che possono incrementare – e di fatto già lo fanno – la capacità di adattamento delle persone. Risulta quindi evidente che tale ‘capacità adattiva’ è intrinsecamente connessa ai caratteri insediativi e relazionali propri del peri-urbano. • A dispetto di ciò le strategie di pianificazione mainstream, che si rifanno per la maggior parte a modelli occidentali europei, implicano una modifica sostanziale di quegli stessi caratteri che oggi garantiscono l'adattamento. • Si ritiene quindi cruciale valutare le pratiche di pianificazione oggi in atto (ispirate al mainstreaming) per verificare se non sia più efficace integrare gli obiettivi di adattamento nei comportamenti e nelle relazioni esistenti, anziché aderire a modelli che rischiano di ridurre la capacità adattiva di Dar es Salaam piuttosto che incrementarla.

4 | Conclusioni Anche da uno sguardo breve allo stato dalle ricerche considerate, così come brutalmente sintetizzate nei due paragrafi che precedono, risulta evidente che un approfondimento del confronto – evidentemente necessario – tra i due contesti di riferimento, se condotto secondo il metodo abduttivo che ci si propone di adottare, può produrre quanto meno il positivo effetto di porre su di un piano di assoluta parità i contesti di studio e di attivare flussi di scambio completamente bidirezionali tra i contesti stessi. Nel senso che indicazioni di revisione dei modelli di pianificazione correnti possono viaggiare, se emergono dal confronto, indifferentemente da o verso uno qualunque di essi. Oppure possono condurre a identificare per entrambi nuove e inattese direzioni.

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Dar es Salaam è una città dell’Africa Sub-Sahariana che, oltre ad essere la città più grande della Tanzania, ha un elevato tasso di crescita demografica e di immigrazione, un’elevata percentuale di insediamenti informali (tra il 70 e l’80%), e un’espansione delle aree periurbane11 estremamente spinta. Per le considerazioni su Dar es Salaam sono stati usati come riferimento i documenti prodotti nell’ambito del progetto triennale co-finanziato dalla Commissione Europea intitolato Adapting to Climate Change in Coastal Dar es Salaam (http://www.planning4adaptation.eu/).

Luciano De Bonis, Alessandra Nguyen Xuan

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Adattamento al cambiamento climatico e flessibilità nella pianificazione ambientale (trans)locale

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Un modello interpretativo della resilienza urbana

Un modello interpretativo della resilienza urbana Adriana Galderisi Università degli Studi di Napoli Federico II DICEA - Dipartimento di Ingegneria Civile, Edile, Ambientale Email: galderis@unina.it

Abstract Nonostante l’ampia letteratura prodotta negli ultimi due decenni e le molte iniziative istituzionali in corso per accrescere la resilienza delle città, è ancora difficile trovare una definizione condivisa del termine resilienza, i differenti approcci stentano a trovare punti di congiunzione e pochi sono gli studi mirati a fornire operatività al concetto. Il presente contributo focalizza l’attenzione sul ruolo chiave della resilienza per accrescere la capacità delle città, interpretate come sistemi complessi, di fronteggiare differenti fattori di perturbazione. A partire dalla letteratura scientifica e componendo diversi approcci disciplinari, si delinea un modello interpretativo della resilienza, individuando le principali ‘capacità’ di un sistema urbano resiliente e le relazioni tra queste. Il modello, primo passo per la messa a punto di uno strumento di supporto alle politiche urbane, rispecchia la ciclicità del processo di costruzione di una città resiliente e si articola in livelli a crescente grado di operatività. Parole chiave Resilienza, sistemi urbani complessi, capacità adattive.

1 | Città: sistemi complessi alle prese con eterogenei fattori di pressione Da oltre cinquant’anni, la letteratura scientifica propone un’interpretazione della città come sistema; negli ultimi vent’anni, l’evoluzione del paradigma della complessità ha assegnato centralità ad una lettura dinamica dei sistemi urbani (Batty, 2008), sempre più diffusamente interpretati quali sistemi complessi, non lineari, capaci di auto-organizzazione, che si modificano costantemente per l’azione di fattori perturbativi, frutto di processi interni al sistema o di fattori esogeni. E numerosi sono oggi i fattori di pressione capaci di innescare processi di alterazione o modificazione dei sistemi urbani: cambiamento climatico, scarsità di risorse, rischi singoli o concatenati, degrado ambientale sono solo alcuni dei numerosi ed eterogenei fattori che minacciano le città contemporanee. Tali fattori sono differenti per natura e per impatto: alcuni possono indurre cambiamenti a lungo termine (scarsità di risorse), altri causare shock immediati (rischi). Al cambiamento climatico è associata, ad esempio, una vasta gamma di fenomeni: da quelli ad andamento lento, come l’incremento della temperatura media dell’aria e degli oceani, a quelli ad andamento veloce, come inondazioni, cicloni tropicali, ondate di calore, prevalentemente connessi alle modificazioni delle condizioni meteo-climatiche (IPCC, 2011). Fenomeni in grado di indurre shock immediati sono invece i numerosi fattori di pericolosità naturale (sismica, vulcanica, ecc.) che, molto spesso, minacciano le aree urbane. I recenti disastri che hanno investito grandi città hanno evidenziato, peraltro, che la simultanea presenza e l’interazione tra diversi fattori di pericolosità, naturali e antropici, le relazioni tra questi e le caratteristiche stesse dei sistemi urbani rendono i disastri urbani eventi sempre più complessi: un «mix interattivo di eventi naturali, tecnologici e sociali» (Mitchell, 1999) che minaccia non soltanto le risorse antropiche ma anche gli ecosistemi naturali, spesso già gravemente alterati. Un altro fattore di pressione per le città contemporanee è il cosiddetto fenomeno del ‘picco del petrolio’, espressione che indica il raggiungimento di un tetto massimo della produzione petrolifera in una data area. La questione è largamente dibattuta e, sebbene ampio sia il numero degli scettici, molti studiosi rilevano che le risorse petrolifere sono ormai prossime al raggiungimento del picco massimo, con una fase di declino imminente (Minniear, 2000; Newman et al., 2009). Tali affermazioni sollevano questioni gravi, che riguardano il modello di

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Un modello interpretativo della resilienza urbana

sviluppo globale, ma che richiedono altresì nuovi scenari di evoluzione per le città, atti a ridurne la dipendenza da una risorsa non rinnovabile. Di fronte ai diversi fattori elencati, le città sembrano giocare un ruolo duplice: da un lato, esse si configurano quali sistemi altamente vulnerabili ai potenziali impatti di tali fattori; dall’altro, sono proprio le caratteristiche e le modalità di evoluzione dei sistemi urbani che, molto spesso, ne amplificano le conseguenze. La complessità dei diversi fattori di pressione e le strette interrelazioni tra questi e le caratteristiche dei sistemi urbani sembrano suggerire la necessità di analizzare e gestire la risposta dei sistemi urbani ai potenziali impatti di tali fattori sulla base di un approccio olistico-sistemico, capace di coglierne la complessità e di comprendere meglio le modalità secondo cui i diversi elementi del sistema urbano reagiscono a ciascun fattore e alle interazioni tra questi, a diverse scale e in diversi istanti temporali. Purtroppo, nonostante la consapevolezza che le città costituiscono sistemi complessi da guidare e gestire facendo attenzione alle connessioni prima ancora che alle singole parti (Kanter e Litow, 2009), i diversi fattori di pressione qui sinteticamente enunciati sono spesso affrontati separatamente, sia dagli studiosi sia dai tecnici: il risultato è una crescente frammentazione e una conseguente inefficacia delle politiche urbane mirate a prevenirne o a mitigarne gli impatti. A fronte di ciò, un numero crescente di studiosi e di organizzazioni internazionali sembra concordare sul ruolo chiave che il concetto di resilienza può giocare nell’accrescere la capacità dei sistemi sociali e territoriali di fronteggiare, adattarsi o mutare a fronte di eterogenei fattori di pressione (Folke, 2006; Bahadur et al. 2010), da quelli lenti, connessi al cambiamento climatico o al picco del petrolio, a quelli istantanei, come i rischi.

2 | Resilienza: un concetto utile o una nuova “etichetta”? La centralità assunta dal concetto di resilienza nel dibattito scientifico degli ultimi anni in diversi ambiti disciplinari richiede, però, un approfondimento: si tratta, infatti, di un concetto controverso che, date le molte definizioni e approcci disponibili, rischia di diventare un guscio vuoto, di difficile traduzione in termini operativi (Rose, 2007; Grünewald e Warner 2012). Pur se costituisce aggiunta recente al repertorio dei termini utilizzati dai pianificatori (Davoudi 2012), il concetto di resilienza ha radici profonde e un complesso percorso evolutivo. Rimandando ad approfondimenti già disponibili in letteratura per una rassegna delle definizioni e degli approcci alla resilienza (Galderisi et al. 2010; Sapountzaki, 2011; Colucci, 2012; Galderisi e Ferrara, 2013), verranno qui richiamati solo alcuni passi fondamentali dell’evoluzione del concetto, con l’obiettivo di comprenderne l’applicabilità ai sistemi urbani, intesi quali sistemi complessi chiamati a fronteggiare diversi fattori pressione. Nato nell’ambito della fisica per descrivere la resistenza dei materiali a fronte di perturbazioni esterne, il concetto di resilienza trova i suoi principali sviluppi tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta nel campo dell’ecologia. Holling (1973) fu uno dei primi ad utilizzare il termine per descrivere il comportamento di sistemi naturali a fronte di perturbazioni esterne. E fu ancora Holling a proporre, a metà degli anni Novanta, un’interessante distinzione tra resilienza “ingegneristica” e resilienza “ecologica” (Holling, 1996). La prima, strettamente connessa al concetto di stabilità, fonda su caratteristiche quali efficienza, tempo di ritorno ad una precedente condizione e, soprattutto, su un’idea di ‘unicità’ dello stato di equilibrio. La seconda fonda sulla possibile pluralità degli stati di equilibrio e ammette una duplice possibilità per un sistema: assorbire perturbazioni entro una data soglia, mantenendo le proprie caratteristiche e struttura, oppure, quando il livello di pressione supera tale soglia, trasformarsi in un sistema differente, non necessariamente migliore del precedente. L’interpretazione in chiave ecologica della resilienza, si rafforza ulteriormente quando il concetto comincia ad essere utilizzato nello studio dei sistemi socio-ecologici – caratterizzati dalla stretta interrelazione tra componenti antropiche e componenti naturali – intrecciandosi con gli studi sulle capacità ‘adattive’ dei sistemi complessi, capaci di apprendere dall’esperienza, elaborare le informazioni e adattarsi ai mutamenti (Holling, 2001; Walker, Holling et al. 2004; Bankoff et al. 2004). La trasposizione del concetto di resilienza ai sistemi adattivi complessi è strettamente connessa al concetto di ‘panarchia’, introdotto da Gunderson e Holling (2001) per spiegare la natura evolutiva e dinamica, nel tempo e nello spazio, di tali sistemi: il termine descrive l’evoluzione dei sistemi secondo cicli evolutivi caratterizzati da differenti fasi (fig. 2).

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Un modello interpretativo della resilienza urbana

Figura 1. Misure della resilienza ecologica (a sinistra) e della resilienza ingegneristica (a destra) (Adger, 2000).

Figura 2. Rappresentazioni, in campo bidimensionale e tridimensionale, delle diverse fasi di un ciclo adattivo e serie di cicli adattivi (Holling, 2001).

Tali cicli si sviluppano in un campo di esistenza a tre dimensioni: il potenziale, ovvero la disponibilità di risorse accumulate (che per i sistemi socio-ecologici può essere inteso come il capitale naturale e sociale disponibile); la connessione, ovvero la capacità del sistema di controllare il proprio destino o, all’inverso, la sua vulnerabilità a cambiamenti inattesi, che eccedono la capacità di controllo del sistema; la resilienza, che diminuisce quando il sistema si assesta in una condizione di stabilità e si accresce nelle fasi di riorganizzazione e crescita, consentendo al sistema di avviare un nuovo ciclo. Le più recenti evoluzioni degli studi sulla resilienza, fortemente connessi alla metafora della panarchia, hanno ulteriormente ampliato il concetto, proponendone un’interpretazione come risultante di tre componenti dinamicamente interagenti: persistenza, adattabilità e trasformabilità (Folke et al. 2010). La persistenza, più vicina al concetto di resilienza ingegneristica, esprime la capacità del sistema di resistere all’impatto, conservando le proprie caratteristiche e struttura, fatto salvo un temporaneo allontanamento dalle condizioni ordinarie di funzionamento. L’adattabilità esprime la capacità propria dei sistemi socio-ecologici di apprendere, combinando esperienza e conoscenza, al fine di regolare la propria risposta alle pressioni perturbatrici interne o esterne, modificando il sistema perché esso permanga nel proprio dominio di stabilità. La trasformabilità esprime la capacità del sistema di modificare le proprie caratteristiche e la propria struttura, entrando in un diverso dominio di stabilità. Quest’interpretazione della resilienza, superando definitivamente la diffusa interpretazione della resilienza come mero “ritorno” ad una condizione di equilibrio precedente, sembra essere la più rispondente alla natura dinamica dei sistemi urbani, in costante mutamento sotto la spinta di processi endogeni e/o di fattori esterni.

3 | Le “capacità” di un sistema resiliente Al fine di dare operatività al concetto di resilienza, il primo interrogativo che si pone riguarda le capacità che un dato sistema deve possedere per essere resiliente, ovvero capace di far fronte a pressioni esterne o interne preservando le proprie caratteristiche e la propria struttura oppure adattandosi o trasformandosi rispetto alle mutate condizioni. Per dare risposta a tale interrogativo, si è effettuata un’ampia rassegna della letteratura scientifica, rappresentativa di approcci eterogenei e di applicazioni del concetto di resilienza a differenti sistemi (da quelli sociali a quelli economici e infrastrutturali). Pur non potendosi considerare esaustiva, essa ha consentito di individuare quelle capacità che, in diversi ambiti disciplinari, risultano le più utilizzate per descrivere un sistema resiliente (tab. 1). Rimandando ad altri studi per una più puntuale descrizione di tali capacità (ENSURE Project, 2010; Galderisi et al., 2010), si propongono qui solo alcune riflessioni.

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Un modello interpretativo della resilienza urbana

Anzitutto, va evidenziato che persistenza, adattabilità e trasformabilità – individuate da Folke et al. (2010) come componenti dalla cui dinamica interpretazione si genera la resilienza di un sistema – sono tra le capacitù più largamente menzionate nella letteratura scientifica, anche se al termine persistenza sono spesso preferiti quelli di robustezza o resistenza: questi ultimi, riferendosi comunque alla capacità di un sistema di fronteggiare un evento senza subire alterazioni, possono essere agevolmente interpretati quali specificazioni del concetto di persistenza. Ancora, alcune capacità sono largamente utilizzate a prescindere dagli approcci e dai sistemi considerati: ad esempio, la diversità, cruciale nei sistemi ecologici ma anche in quelli economici e sociali. Infine, molto utilizzate sono le capacità individuate dal Multidisciplinary Center for Earthquake Engineering Research nel modello delle 4R (Bruneau et al. 2003): ridondanza, robustezza, disponibilità di risorse (resourcefulness) e rapidità. Tale modello, espressione di una visione ingegneristica della Resilienza, ha costituito infatti un riferimento largamente ripreso, in tutto o in parte, nella successiva letteratura sul tema. Una volta individuate le capacità più utilizzate in letteratura per descrivere un sistema resiliente, si è proceduto ad una loro selezione, sulla base del loro significato, della ricorrenza in letteratura, delle relazioni tra esse, anche in termini di dipendenza reciproca, e dell’interpretazione del concetto di resilienza adottata nel presente studio. Tabella 1: Le ‘capacità’ di un sistema resiliente

Autore

Anno

Folke et al. (Resilience Alliance)

2002

Fiksel

2003

Godshalk

2003

Bruneau et al. Chang e Shinozuka. Davis Tierney e Bruneau

2003 2004 2005 2007

Walker et al.

2004

Adger et al.

2005

Van der Veen et al.

2005

Chuvarajan et al.

2006

Maguire e Hagan

2007

Adriana Galderisi

Capacità Diversità Ridondanza Adattabilità Auto-organizzazione Innovazione Memoria Esperienza Conoscenza Capacità di apprendimento Trasformabilità Diversità Adattabilità Coesione Efficienza Diversità Ridondanza Resistenza Adattabilità/Flessibilità Collaborazione Interdipendenza Autonomia Efficienza Ridondanza Robustezza Disponibilità di risorse (Resourcefulness) Rapidità Resistenza Latitudine Precarietà Panarchia Diversità Ridondanza Organizzazioni spaziali Ridondanza Sostituibilità Trasferibilità Diversità Ridondanza Auto-organizzazione Memoria Reti Innovazione Capacità individuale Interazioni spaziali Interazioni temporali Fiducia in sè stessi Feedback Resistenza

Ambito

Sistemi adattivi complessi

Sistemi

Città

Comunità

Sistemi socio-ecologico

Ecosistemi

Sistemi Economici

Comunità urbane

Sistemi sociali 4


Un modello interpretativo della resilienza urbana

UNESCAP

2008

Briguglio et al.

2008

McDaniels et al.

2008

Norris et al.

2008

Folke et al.

2010

Gibson e Tarrant

2010

Bahadur et al.

2010

Tyler and Moench

2013

Capacità di recupero Creatività Ridondanza Robustezza Disponibilità di risorse (Resourcefulness) Efficienza Rapidità Flessibilità Robustezza Rapidità Robustezza Ridondanza Rapidità /capacità di mobilitazione Persistenza Adattabilità Trasformabilità Resistenza Affidabilità Flessibilità Ridondanza Diversità Efficacia e affidabilità delle istituzioni Meccanismi di controllo Partecipazione Conoscenza Preparazione Equità Reti Capacità di apprendimento Prospettiva multi-scala Flessibilità Diversità Ridondanza Modularità Sicurezza Reattività Disponibilità di risorse (Resourcefulness) Capacità di apprendimento Processi decisionali Informazione Conoscenza

Sistemi economici

socio-ecologici

ed

Sistemi economici Sistemi infrastrutturali Comunità

Sistemi socio-ecologici

Organizzazioni (sistemi di gestione)

Sistemi

Sistemi Infrastrutturali (trasporti, acquedotti, etc.)

Urbani

Sistemi Sociali Urbani (Agenti e Istituzioni)

In particolare, alcune capacità molto simili tra loro (es. cooperazione e collaborazione), sono state sintetizzate in un unico concetto. Altre capacità, pur ricorrenti in letteratura, in riferimento alla teoria della panarchia, si è ritenuto potessero essere più propriamente ricondotte agli altri due fattori che influenzano i cicli adattivi di un sistema - potenziale e livello di connessione interna – piuttosto che alla resilienza. Specificamente, la disponibilità di risorse (resourcefulness), seppure non trascurabile nella definizione della capacità di adattamento del sistema, è riconducibile al concetto di potenziale, inteso come capitale naturale e sociale disponibile. Analogamente, la capacità di auto-organizzazione dei sistemi, l’interdipendenza - definita da Godshalk (2003) come caratteristica di interconnessione tra i sistemi che li rende capaci di supportarsi reciprocamente l’autonomia – intesa come capacità dei sistemi di operare indipendentemente da un controllo esterno - sono riconducibili al livello di connessione interna. Infine, si è ritenuto di poter tralasciare alcune caratteristiche (interazioni spaziali, temporali, prospettiva multiscala) finalizzate a tener conto delle molteplici interazioni tra gli elementi di un sistema nello spazio e nel tempo: esse risultano, infatti, insite in un approccio alla città come sistema dinamico e complesso, la cui conoscenza non può prescindere dal considerare le interazioni tra elementi e sistemi che avvengono a differenti scale geografiche e in diversi istanti temporali.

4 | Il modello interpretativo della Resilienza Urbana Una volta individuate e selezionate le ‘capacità’ che un sistema deve possedere per essere resiliente, si è delineato un modello intepretativo che consente di comprendere ruoli, rilevanza e relazioni tra le capacità selezionate, in riferimento alle principali fasi che caratterizzano la risposta di un sistema urbano ai diversi fattori Adriana Galderisi

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Un modello interpretativo della resilienza urbana

di perturbazione, ovvero di comporre l’insieme delle capacità selezionate in un percorso volto alla ‘costruzione’ della resilienza urbana. I modelli interpretativi attualmente disponibili, rispondendo a specifici approcci disciplinari e/o a specifiche finalità, tengono conto solo di alcune delle capacità di un sistema resiliente elencate e danno parzialmente conto del complesso gioco di interazioni tra queste. Alcuni di essi consentono, tuttavia, alcune prime riflessioni: in particolare i modelli riportati in figura 3 sono improntati ad un’interpretazione della resilienza come insieme di capacità interrelate; in ciascuno di essi le interazioni tra le capacità considerate si collocano in uno schema circolare e sono influenzate da alcuni fattori di base (ad es. le condizioni di contesto nello schema centrale). Infine, pur non essendo esplicitamente considerata la dimensione temporale, l’interpretazione della resilienza come risultante dell’interazione tra diverse componenti implica un approccio alla resilienza come condizione dinamica nel tempo e nello spazio, variabile al variare delle componenti.

La resilienza come insieme di capacità adattive interrelate (Norris et al., 2010)

Il modello triangolare della Resilienza (Gibson e Tarrant, 2010)

I fattori che influenzano la Resilienza (Turnbull et al., 2013)

Figura 3. Modelli interpretativi della Resilienza prodotti in differenti ambiti disciplinari

Sulla base di tali considerazioni, il modello interpretativo proposto ha nel suo centro la resilienza, intesa non quale condizione statica bensì quale obiettivo finale di un processo ciclico che si sviluppa seguendo le tre macrofasi in cui è possibile articolare la risposta di un sistema urbano ad un fattore perturbativo esterno (fig. 4): una fase pre-evento, di prevenzione e mitigazione degli impatti che tale fattore può indurre; una fase, immediatamente successiva all’impatto, di risposta e prima emergenza; una fase di ricostruzione/transizione. Queste fasi avranno rilevanza diversa in ragione della tipologia di fattore perturbativo: in caso di eventi caratterizzati da impatti istantanei, risposta e prima emergenza rappresentano una fase cruciale, generalmente seguita da una fase di ricostruzione; in caso di eventi che inducono alterazioni di medio-lungo periodo, la fase di prevenzione e mitigazione sarà direttamente seguita da una lenta fase di transizione del sistema, caratterizzata da un suo adattamento o trasformazione, per far fronte alle mutate condizioni.

Figura 4. Il modello interpretativo della Resilienza Adriana Galderisi

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Un modello interpretativo della resilienza urbana

Il modello è stato ulteriormente strutturato in tre livelli: ciascuno costituisce una specificazione, in chiave di crescente operatività, del precedente, richiamando la struttura gerarchica propria dei processi decisionali di governo delle trasformazioni urbane, articolata in finalità-obiettivi-azioni. Al primo livello (il più interno) trovano posto le tre componenti della resilienza – persistenza, adattabilità e trasformabilità – la cui dinamica interazione determina la capacità di un dato sistema di far fronte ad eventi perturbativi. Al secondo livello, trovano posto cinque caratteristiche, ciascuna delle quali è connessa ad uno o più componenti. Alcune derivano più specificamente da una visione ingegneristica della resilienza (robustezza, efficienza) e rivestono un ruolo cruciale per garantire la persistenza del sistema. Altre, più direttamente correlate alla visione della resilienza applicata ai sistemi socio-ecologici (diversità, innovazione, capacità di apprendimento), sono fondamentali nel determinare la risposta del sistema nel medio-lungo periodo, garantendone l’adattamento o la transizione verso un diverso stato di equilibrio. In particolare, la robustezza di un sistema costituisce il presupposto per la persistenza: essa, infatti, è stata definita come la capacità di un sistema di continuare a garantire prestazioni soddisfacenti in condizioni di sovraccarico (UKCIP, 2003). L’efficienza è anch’essa una capacità fondamentale sia per garantire il ripristino di una condizione di equilibrio precedente (persistenza) sia per l’adattamento del sistema, consentendo di ottimizzare le risorse disponibili e garantire il funzionamento del sistema anche in condizioni di stress e di risorse limitate. La diversità è stata riconosciuta quale caratteristica fondamentale per consentire ad un sistema di affrontare condizioni di incertezza e facilitarne lo sviluppo e l’innovazione a seguito di una crisi: essa è dunque connessa sia alla capacità di adattamento che alla trasformabilità del sistema. La diversità influenza anche la capacità di innovazione - intesa come capacità di un sistema di riorganizzare le proprie variabili in risposta ad un cambiamento - che assume rilevanza nel lungo periodo e garantisce la transizione di un sistema verso nuove condizioni di equilibrio. Infine, la capacità di apprendimento, propria dei sistemi adattivi, è considerata come fondamentale per anticipare, fronteggiare e riprendersi a seguito di un evento perturbativo. Pertanto, essa è una caratteristica fondamentale sia nella fase pre-evento per garantire la persistenza o l’adattamento di un sistema, sia nella fase di ripresa/transizione, per orientare la trasformazione di un sistema a seguito di un evento perturbativo. Al terzo livello è collocato un set di capacità che rappresentano ulteriori specificazioni delle caratteristiche descritte: in particolare, la resistenza e la capacità individuale (rispettivamente riferibili ai sistemi fisici e sociali) sono fondamentali per accrescere la robustezza del sistema; flessibilità, affidabilità, capacità di cooperazione, modelli di organizzazione reticolare sono finalizzate ad accrescere l’efficienza di un sistema e, quindi, a migliorarne la risposta ad eventi perturbativi. Ridondanza, trasferibilità, sostituibilità sono capacità fortemente correlate tra loro e consentono di accrescere la “diversità” interna al sistema, rendendolo più adattabile a fronte di fattori di alterazione: esse forniscono continuità al sistema nel garantire un soddisfacente livello di prestazioni a seguito di un evento, consentendo il re-innesco di un meccanismo di ripresa e di transizione verso un nuovo equilibrio. La ridondanza è anche connessa alla capacità di innovazione: nel fornire continuità al sistema, essa costituisce un presupposto per mettere in campo risorse intangibili, quali la creatività, di grande importanza per sviluppare scenari futuri e conseguire diverse, e migliori, condizioni a seguito di un evento perturbativo. Ovviamente la creatività è una delle caratteristiche centrali nella fase di ripresa a medio-lungo termine che segue il verificarsi di un evento perturbativo, quella fase che alcuni autori descrivono come “finestra di opportunità” (Christoplos, 2006), e che segna la transizione tra diversi stati del sistema. La creatività costituisce, però, anche una risorsa chiave per accrescere la capacità di apprendimento del sistema: essa è alla base della capacità di prefigurare scenari futuri e di delineare strategie di prevenzione e comunicazione di eventuali fattori di perturbazione. Infine, numerose sono le capacità connesse alla capacità di apprendimento: conoscenza, capacità di reazione, esperienza, memoria, coesione sono tutte orientate a garantire che il sistema apprenda dagli eventi passati e che tale apprendimento sia sufficientemente diffuso e condiviso all’interno di una data comunità. Tali capacità sono strettamente connesse tra loro: per esempio, la capacità di reazione - ovvero la capacità di anticipare, pianificare e prepararsi ad evento perturbativo e di reagire ad esso - dipende in gran parte della conoscenza, così come dall’esperienza e dalla memoria di eventi passati. In conclusione, sulla base di un’interpretazione della resilienza quale risultante della dinamica interazione tra persistenza, adattabilità e trasformabilità (Folke et al. 2010) – che consente di superare la dicotomia tra resilienza ingegneristica ed ecologica e di guardare alla resilienza come processo (Davoudi, 2012) – il presente contributo individua le principali capacità che i sistemi urbani - o i loro sub-sistemi (infrastrutturali, sociali, ecc) – devono possedere per fronteggiare efficacemente fattori di pressione esterni. Tali capacità sono state analizzate, selezionate e organizzate all’interno di un modello, che ne descrive i ruoli, la rilevanza e le reciproche connessioni in riferimento alle principali fasi che caratterizzano la risposta di un sistema urbano ai diversi fattori di perturbazione. Il modello, strutturato come un processo ciclico, rappresenta uno strumento utile a guidare pianificatori e decisori nella costruzione di città resilienti, consentendo di inquadrare, in un approccio unitario, le attuali politiche volte ad affrontare, quasi sempre in maniera settoriale, i principali fenomeni che minacciano lo sviluppo urbano: dal cambiamento climatico ai disastri, dalla scarsità di risorse al degrado ambientale. Se Adriana Galderisi

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Un modello interpretativo della resilienza urbana

tuttavia il modello può rappresentare un utile riferimento per accrescere la resilienza urbana, l’individuazione delle strategie e delle azioni da mettere in campo per rafforzare ciascuna delle capacità individuate, non potrà che essere effettuato in riferimento alle specificità e alle peculiarità dei singoli sistemi urbani. Bibliografia Adger W.N. (2000), “Social and ecological resilience: are they related?”, in Progress in Human Geography 24: 347–364. Adger W. N., Hughes T. P., Folke C., Carpenter S. R., Rockstrom J. (2005), “Social-Ecological Resilience to Coastal Disasters”, in Science, 309, 1036. Bahadur A., Ibrahim M., Tanner T. (2010), “The Resilience Renaissance? Unpacking Of Resilience for Tackling Climate Change and Disasters”, Strengthening Climate Resilience Discussion Paper 1, Institute of Development Studies. Brighton, UK. Bankoff G., Frerks G., Hilhorst D. (2004), Mapping vulnerability. Disasters, development and people. Earthscan, London. Batty M. (2008), “Cities as Complex Systems. Scaling, Interactions, Networks, Dynamics and Urban Morphologies”, UCL Working Paper Series, Paper 131. http://eprints.ucl.ac.uk/15183/1/15183.pdf Briguglio L., Cordina G., Farrugia N., Vella S. (2008), “Economic vulnerability and resilience. Concept and measurements”, Research Paper 2008/55. United Nations University. Bruneau M., Chang S.E., Eguchi R.T., Lee G.C., O’Rourke T.D., Reinhorn A.M., Shinozuka M., Tierney K.T., Wallace W.A., von Winterfeldt D. (2003), “A framework to quantitatively assess and enhance the seismic resilience of communities”, in Earthquake Spectra, 19 (4): 733-52. Chang S.E., Shinozuka M. (2004), “Measuring improvements in the disaster resilience of communities”, in Earthquake Spectra, Volume 20, No. 3: 739-755. Chuvarajan A., Martel I., Peterson C. (2006), “A Strategic Approach for sustainability and resilience planning within municipalities”. Thesis submitted for completion of Master of Strategic Leadership towards Sustainability, Blekinge Institute of Technology, Karlskrona, Sweden. Colucci A. (2012), Towards Resilient Cities. Comparing Approaches/Strategies, in TeMA, Journal of Land Use, Mobility and Environment, 2 (2012) 101-116. Davis I. (2005), “Observations on Building and Maintaining Resilient Buildings and Human Settlements to withstand Disaster Impact”, Proceedings International Conference on Built Environment issues in small island states and territories, August 3 - 5, Faculty of the Built Environment, University of Technology, Jamaica. Davoudi S. (2012), “Resilience: A Bridging Concept or a Dead End?”, in Planning Theory & Practice, 13:2, 299-307. Ensure Project (2010), Integration of different vulnerabilities vs. Natural and Na- tech Hazards, Deliverable 2.2. Available at:http://www.ensureproject.eu/ENSURE_Del2.2v2.pdf Fiksel J. (2003), “Designing resilient, sustainable systems”, in Environmental Science and Technology, 37 (23). Folke C., Carpenter S., Elmqvist T., Gunderson L., Holling C. S., Walker B., et al. (2002), “Resilience and sustainable development: building adaptive capacity in a world of transformations”, Scientific Background Paper on Resilience for the process of The World Summit on Sustainable Development on behalf of The Environmental Advisory Council to the Swedish Government. Folke C. (2006), Resilience: The emergence of a perspective for social–ecological systems analyses, in Global Environmental Change, 16: 253-267. Folke C., Carpenter S.R., Walker B., Scheffer M., Chapin T., Rockstrom J. (2010) “Resilience Thinking: integrating Resilience, Adaptability and Transformability”, in Ecology and Society, 15(4):20. http://www.ecologyandsociety.org/vol15/iss4/art20/ Galderisi A., Ferrara F.F., (2013) Resilience, in Bobrowsky P.T (ed.) Encyclopedia of Natural Hazards, Springer, pp. 849-850. Galderisi A., Ferrara F.F., Ceudech A. (2010), “Resilience and/or Vulnerability? Relationships and Roles in Risk Mitigation Strategies”, in Ache P., Ilmonen M., Space Is Luxury. Selected Proceedings 24th Annual AESOP Conference. http://lib.tkk.fi/Reports/2010/isbn9789526031309.pdf Gallopin G.C. (2006), “Linkages between vulnerability, resilience, and adaptive capacity”, in Global Environmental Change, 16: 293-303. Gibson A.C., Tarrant M. (2010), “A ‘conceptual models’ approach to organizational resilience”, in The Australian Journal of Emergency Management, vol. 25, N°02, April. Godschalk D. R. (2003), “Urban Hazard Mitigation: Creating Resilient Cities”, in Natural Hazards Review, ASCE, August. Grünewald F., Warner J. (2012), Resilience: buzz word or useful concept? http://www.urd.org/RESILIENCEbuzz-word-or-useful?artpage=2-5#outil_sommaire_0 Gunderson L., Holling C.S., (eds., 2001), Panarchy: Understanding Transformations in Human and Natural Systems, Island Press, Washington DC. Adriana Galderisi

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Un modello interpretativo della resilienza urbana

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Adriana Galderisi

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Integrazione tra pianificazione urbanistico-territoriale e di protezione civile

Integrazione tra pianificazione urbanistico-territoriale e di protezione civile Pierluigi Loiacono Servizio Protezione Civile-Regione Puglia Ufficio Previsione e Prevenzione dei Rischi e Gestione Post-Emergenza

1 | Premessa La necessità di programmare ed attuare idonee strategie per la prevenzione degli effetti delle calamità naturali o antropiche impone un nuovo approccio alla pianificazione urbanistico-territoriale, integrata e coordinata con le problematiche di protezione civile, atteso che le modificazioni dell’assetto urbano e territoriale in generale sono strettamente connesse alla necessità di assicurare adeguati livelli di sicurezza in relazione ai rischi considerati. Tutto ciò concorre alla definizione di un quadro di conoscenze diffuso che porta ad incrementare la resilienza delle comunità locali ai disastri. Specifiche, anche recenti, disposizioni normative già orientano le interazioni tra le suddette pianificazioni.

2 | Motivi di integrazione tra piani urbanistico-territoriali e di protezione civile Un corretto ed efficace approccio alla pianificazione urbanistico-territoriale richiede una sempre più stretta integrazione con le problematiche di protezione civile. Anche dove non espressamente richiesto dalle norme, peraltro sempre più orientate in tal senso1, è opportuno assicurare il coordinamento della pianificazione urbanistica con gli strumenti di protezione civile. Talune norme regionali per il governo del territorio operano in tal senso, per quanto finora si sia trattato di isolati tentativi. La necessità di osservare il citato recente dettato normativo, costituisce motivo di speranza che si imbocchi definitivamente, diffusamente e soprattutto efficacemente la strada invocata. Prescindendo da una più o meno estensiva interpretazione dei dispositivi normativi, le esigenze delle differenti pianificazioni - urbanistico-territoriale e di protezione civile - hanno certamente punti di contatto e delle relative integrazioni si avvantaggerebbero entrambe, attesa la necessità di assicurare adeguati livelli di sicurezza in relazione ai rischi considerati in conseguenza delle modificazioni dell’assetto urbano e territoriale in generale. D’altra parte è sempre maggiormente posta all’attenzione dell’opinione pubblica e sempre più entrata nella coscienza collettiva la stretta correlazione tra uso (o più spesso abuso) del territorio, quale conseguenza (lecita o meno) della pianificazione urbanistica e territoriale, e le conseguenze di eventi (troppo spesso, a torto, definiti catastrofici o eccezionali). A fronte della richiamata necessità di dialogo tra i due ambiti culturali, sinora forse non troppo permeabili, si assiste tuttavia ad un non sempre agevole dialogo tra pianificatori del territorio ed operatori (anche nel senso della pianificazione) di protezione civile. Ciò sembra una conseguenza della mancanza di reciproca comprensione degli ambiti specifici di azione e di una non adeguata cultura del rischio anche tra i tecnici, particolarmente tra quelli che assumono responsabilità nella pianificazione territoriale.

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L’art.3, comma 6 della L. 225/1992, così come novellata dal Decreto Legge n°59 del 15.05.2012 recante “Disposizioni urgenti per il riordino della protezione civile”, convertito con modificazioni nella Legge n°100 del 12.07.2012, dispone che“I piani e i programmi di gestione, tutela e risanamento del territorio devono essere coordinati con i piani di emergenza di protezione civile, con particolare riferimento a quelli previsti dall’art.15, comma 3-bis, e a quelli deliberati dalle regioni mediante il piano regionale di protezione civile”.

Pierluigi Loiacono

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Integrazione tra pianificazione urbanistico-territoriale e di protezione civile

Nel seguito ci si riferisce in particolare, pur nella necessità di sintesi richiesta, alle problematiche relative ai rischi sismico, idraulico (alluvioni) ed idrogeologico (da frana) che si avvantaggerebbero, per quanto si fa cenno nel seguito, delle auspicate suddette sinergie. Quale considerazione generale utile ad una migliore comprensione di quanto segue, è opportuno premettere che, nell’ambito di un piano comunale di protezione civile, particolare importanza riveste la definizione degli scenari di evento o di danno di riferimento, relativi alle differenti tipologie di rischio. Si tratta, in estrema sintesi, dell’individuazione degli eventi di diversa gravità che possono interessare il territorio, a fronte dei quali il Piano di emergenza deve prevedere specifici dimensionamento e tipologia di risorse da mettere in campo, oltre che relative azioni da intraprendere. Per quanto attiene al rischio sismico, il raggiungimento di più elevati livelli di sicurezza per le costruzioni impone la ridefinizione dell’assetto urbanistico e la corrispondente pianificazione di protezione civile dovrebbe adottare specifici scenari riferiti ad analisi di vulnerabilità e di esposizione della popolazione, elementi utili anche ai fini della pianificazione territoriale. Gli scenari di danno per il rischio sismico forniscono una valutazione predittiva delle perdite attese a seguito di eventi giudicati critici rispetto alla gestione dell’emergenza, consentendo di definire una pianificazione di emergenza attraverso il preventivo dimensionamento delle risorse da mettere in campo. In particolare, per quanto qui di interesse, ci si riferisce agli edifici strategici, alle aree di destinate a scopi di protezione civile (aree di emergenza: di attesa, di accoglienza e di ammassamento) - da intendersi quali spazi necessari alla gestione di situazioni di crisi - e alle infrastrutture di accesso e connessione, aspetti questi sempre presenti e quanto mai rilevanti anche nella pianificazione urbanistica. Relativamente alle aree di emergenza, si segnala peraltro che specifiche disposizioni normative orientano le interazioni tra le diverse pianificazioni2. Particolare interesse riveste inoltre lo studio degli effetti locali, ovvero delle condizioni geologiche e morfologiche che possono determinare fenomeni di amplificazione locale o indurre fenomeni franosi, essendo a tal fine di aiuto le informazioni derivanti dagli studi di microzonazione sismica. Nella formulazione più elementare, detti studi, sotto forma di carte delle microzone omogenee in prospettiva sismica, consentono l’identificazione e la valutazione di conformità delle aree di emergenza, una prima verifica di eventuali tratti critici nel sistema delle infrastrutture di trasporto a supporto della gestione dell’emergenza, oltre che l’individuazione delle strutture strategiche e di emergenza (edifici strategici per la protezione civile e strutture di accoglienza) sulle quali condurre approfondimenti specifici attraverso una valutazione della sicurezza sismica. La pianificazione di emergenza per il rischio sismico deve inoltre tenere adeguatamente conto della configurazione urbanistica del centro abitato, così come della presenza di ponti o altre infrastrutture che potrebbero danneggiarsi in caso di terremoto e valutare la conformità delle infrastrutture a rete di servizio (acquedotti, fognature, gasdotti, reti elettriche e telefoniche). A fronte delle richiamate necessità nell’ambito della protezione civile, gli studi di microzonazione sismica hanno lo scopo di indirizzare le scelte di pianificazione territoriale ed urbanistica orientando nella scelta delle aree di nuova espansione, definendo gli interventi ammissibili in una data area e le relative modalità, orientando nella localizzazione degli elementi primari di carattere operativo, logistico ed infrastrutturale. A ciò si aggiunge la possibilità di indirizzare efficacemente le politiche di riduzione del rischio sismico, definendo le priorità di intervento nelle aree edificate ed individuando la risposta del sistema urbano al sisma. A detto ultimo riguardo, un aspetto di particolare rilevanza riveste, in associazione agli studi di microzonazione sismica, la valutazione a scala comunale della Condizione Limite per l’Emergenza (CLE) dell’insediamento umano3, che rappresenta quella condizione al cui superamento, a seguito del manifestarsi di un evento sismico, l’insediamento umano nel suo complesso conserva comunque l’operatività della maggior parte delle funzioni strategiche per l’emergenza, la loro accessibilità e connessione con il contesto territoriale. E’ infatti previsto che gli studi di microzonazione sismica siano accompagnati dall’analisi della CLE dell’insediamento urbano, al fine di realizzare una maggiore integrazione delle azioni finalizzate alla mitigazione del rischio sismico e di incentivare iniziative volte al miglioramento della gestione delle attività di emergenza nella fase immediatamente post sisma. Detta analisi comporta l’individuazione degli edifici e delle aree che garantiscono le funzioni strategiche per l’emergenza, la relativa individuazione delle infrastrutture di accessibilità e connessione con il contesto territoriale e l’individuazione delle criticità (aggregati e singole unità strutturali) rispetto a dette connessioni. Le Regioni da parte loro sono tenute a determinare le modalità di recepimento di dette analisi negli strumenti urbanistici e di pianificazione dell’emergenza vigenti. In detta prospettiva risulta evidente la necessità di verificare la congruenza tra le previsioni del Piano di protezione civile e quelle dello strumento urbanistico, in rapporto alle funzioni urbane, all’accessibilità dei luoghi e agli usi del territorio, oltre che di definire le ricadute urbanistiche delle stesse analisi di CLE in termini di individuazione dei percorsi strategici e delle citate criticità nelle connessioni. L’attuazione di azioni ed interventi conseguenti all’analisi di CLE comportano altresì evidenti implicazioni urbanistiche, sotto forma di verifica delle finalità generali della pianificazione in rapporto all’insediamento (si pensi agli usi ed alle 2

Direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri 2 febbraio 2005 recante “Linee guida per l’individuazione delle aree di ricovero di emergenza per strutture prefabbricate di protezione civile”. 3 Ordinanze del Presidente del Consiglio dei Ministri n° 4007 del 29.02.2012 e n°52 del 20.02.2013, art.18   Pierluigi Loiacono

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trasformazioni su edifici strategici ed aree di emergenza), con la conseguente necessità di valutazioni sistemiche, che vanno ben oltre la considerazione di singole specificità. Ciò, da un punto di vista organizzativo e gestionale, comporta peraltro la necessità di coordinare differenti livelli di responsabilità a scala territoriale. Passando al rischio idraulico, la pianificazione urbanistica si appoggia di norma alle valutazioni contenute nella pianificazione di bacino (Piano stralcio di bacino per l’Assetto Idrogeologico-PAI), diretta, anche se non immediata, conseguenza delle norme sulla difesa del suolo entrate in vigore quasi un quarto di secolo fa4. In particolare, con riferimento agli aspetti urbani, si sottolinea l’opportunità che la pianificazione urbanistica consideri adeguatamente il rischio connesso alle trasformazioni operate sul territorio, attesa la rilevanza che assume l’analisi degli effetti delle trasformazioni del territorio sul regime idraulico esistente. Al riguardo, anche con riferimento alle implicazioni di protezione civile, è auspicabile vengano previste adeguate misure compensative secondo i principi della invarianza idraulica e, preferibilmente, anche di quella idrologica, contrapposti a quello comunemente adottato secondo cui, alla crescente urbanizzazione, corrisponde l’adeguamento della conduttività idraulica (canalizzazione) del territorio. Al riguardo, si precisa che per modificazione del territorio ad invarianza idraulica si intende la trasformazione di un’area che non provochi aggravio della portata di piena del corpo idrico ricevente i deflussi superficiali originati nella stessa area, mentre per modificazione a invarianza idrologica deve intendersi quella cui non corrispondono sostanziali variazioni dei volumi di piena. L’invarianza idraulica si consegue adottando misure compensative sotto forma di predisposizione di volumi di invaso che consentano la laminazione delle piene e, in misura complementare, individuando, laddove possibile, superfici atte a favorire l’infiltrazione idrica. Si segnala inoltre come a breve sia prevista5 la redazione di mappe della pericolosità e del rischio di alluvioni, cui seguirà la redazione dei Piani di gestione del rischio alluvioni che tengano conto anche di aspetti legati all’uso del territorio e che possono anche comprendere la promozione di pratiche sostenibili di uso del suolo. Dette mappe contengono, per diversi scenari, informazioni anche in merito alla estensione dell’inondazione e alla distribuzione dei valori dei tiranti, delle portate e delle velocità idriche, di grande utilità ai fini del dimensionamento delle suddette misure compensative. Anche relativamente al rischio idrogeologico, o da frana, la pianificazione urbanistica si appoggia normalmente alle valutazioni contenute nel PAI e, laddove disponibili, a studi di microzonazione sismica. Per altro verso, la corrispondente pianificazione di protezione civile dovrebbe considerare scenari di evento correlati a specifici comportamenti del pendio, anche valendosi di idonei monitoraggi strumentali e di adeguati modelli interpretativi dei relativi risultati. In tal modo la pianificazione territoriale si avvantaggerebbe delle progressive conoscenze maturate nell’ambito della protezione civile e potrebbe più efficacemente orientare nel tempo le scelte urbanistiche, oltre che la programmazione degli interventi di mitigazione dei rischi. Le considerazioni in precedenza formulate con riferimento al livello di pianificazione comunale, devono evidentemente ritenersi estese ai livelli provinciali e regionale. Al riguardo si rammenta che, per quanto attiene alla materia della protezione civile, sia le Regioni che le Province sono tenute alla redazione dei rispettivi Programmi di previsione e prevenzione dei rischi, mentre, con riferimento alla pianificazione territoriale, alle Regioni compete la definizione delle linee generali dell’assetto del territorio e degli obiettivi da perseguire mediante i livelli di pianificazione provinciale e comunale ed alle Province la predisposizione del Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale (PTCP).

3 | Profili di responsabilità, comportamenti etici e processi partecipativi Nel richiamato contesto di interazione tra i differenti livelli di pianificazione si identificano profili di responsabilità che devono essere adeguatamente considerati, anche con riferimento alle citate disposizioni normative recentemente introdotte che impongono un adeguato coordinamento tra gli stessi. Ci si riferisce a responsabilità attinenti ai processi di trasformazione del territorio che possono portare - per errori, sottovalutazioni di situazioni, previsioni errate - a modificazioni delle condizioni di rischio del territorio e a conseguenze anche catastrofiche. La complessità delle problematiche connesse alla percezione ed accettabilità del rischio orienta inoltre verso una rivisitazione del concetto di vulnerabilità del territorio, con l’obiettivo di ridurla attraverso un approccio olistico dell’analisi territoriale, capace di cogliere i rapporti di mutua dipendenza tra i vari fattori in gioco. In tal modo è peraltro possibile avviare nella popolazione processi di naturale apprendimento, finalizzati al progressivo adattamento all’ambiente, incrementando così la resilienza6 dei territori, definibile sinteticamente quale capacità 4

Legge 18.05.1989, n°183 recante “Norme per il riassetto organizzativo e funzionale della difesa del suolo” Decreto legislativo 23.02.2010, n°49 recante “Attuazione della Direttiva 2007/60/CE relativa alla valutazione e alla gestione dei rischi di alluvioni” 6 Il concetto di resilienza è posto all’attenzione mondiale attraverso la Strategia Internazionale per la Riduzione dei Disastri promossa dall’ONU (UN-ISDR), nell’ambito della quale, al fine di contribuire allo sviluppo della resilienza delle comunità locali ai disastri, è stato definito il Programma HFA (Hyogo Framework for Action 2005-2015), sottoscritto da 168 Paesi, tra cui l’Italia. 5

Pierluigi Loiacono

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degli stessi di ripristinare in breve tempo le condizioni di vita ordinaria a seguito di eventi calamitosi e conseguente efficace terapia di contrasto dei rischi, la cui crescita è peraltro fortemente condizionata dallo sviluppo di un diffuso quadro di conoscenze. Al riguardo si ritiene necessario procedere ad una adeguata azione di coordinamento tra le diverse fasi partecipative ai processi decisionali, attualmente generalmente improntate a logiche non uniformi. La pianificazione territoriale ed urbanistica soggiace infatti a processi partecipativi che dalla informazione/comunicazione (partecipazione passiva) si sono progressivamente evoluti alla consultazione (partecipazione attiva), secondo una concezione che consente al cittadino di influire sul processo decisionale; forme di informazione e consultazione del pubblico sono altresì previste dalla richiamata normativa di matrice comunitaria che si riferisce alla valutazione e gestione del rischio di alluvioni. Per contro, il processo di formazione della pianificazione di protezione civile normalmente non si basa sui suddetti processi partecipativi, essendo piuttosto rimandata (auspicabilmente) a fasi successive all’approvazione attraverso percorsi informativi ed esercitazioni sul campo. Una più estesa e preventiva partecipazione ai processi decisionali in materia di pianificazione di protezione civile concorre peraltro ad una modificazione delle cultura, tanto dei cittadini che degli amministratori, nei confronti del rischio, troppo spesso ingiustificatamente ed irrazionalmente basata su una separazione tra scelte operate in precedenza ed effetti conseguenti, come se i secondi non fossero diretta conseguenza dei primi. Detta cultura determina crescenti eccessive aspettative nei confronti del sistema della protezione civile, sempre ed incondizionatamente considerato dall’opinione pubblica deputato ad assicurare adeguati livelli di sicurezza. In definitiva, alla responsabilità deve sempre associarsi, rifacendosi alla radice latina del termine, il concetto di risposta ad una esigenza che, con riferimento alla problematica discussa, è quella di coniugare idonei livelli di sviluppo del territorio (in conseguenza delle programmate trasformazioni) ad adeguati standard di sicurezza per la popolazione. Si osserva peraltro come le strategie di comunicazione volte alla pianificazione tanto urbanistico-territoriale che di protezione civile pongano sempre più all’attenzione della comunità scientifica la necessità di coniugare saperi e culture che invadono il campo delle scienze sociali e della geoetica. Detta crescente contaminazione tra ambiti culturali diversi investe evidentemente anche i rapporti tra la tutela ambientale e quella dei beni culturali, anche con riferimento alla salvaguardia degli stessi, in considerazione anche della loro valenza economica, da eventi calamitosi. Vi è per ultimo da considerare che le politiche di gestione del territorio e gli strumenti di pianificazione dello stesso sono sempre più soggetti anche alle regole imposte dal mercato; al riguardo di quanto di interesse in questa sede si pensi alla possibilità di introdurre un regime assicurativo per la copertura dei rischi derivanti da calamità naturali, con inevitabili conseguenze in termini di rapporti con la pianificazione urbanistica.

4 | Conclusioni Alla luce di quanto sopra appare necessario approfondire, attraverso il più ampio coinvolgimento della comunità scientifica e della pubblica amministrazione, la riflessione in ordine all’individuazione di idonee azioni, anche di riordino normativo, volte a conferire la necessaria integrazione ed efficacia di azione agli strumenti di pianificazione, urbanistico-territoriale e di emergenza.

Pierluigi Loiacono

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La pianificazione ambientale di un comune a rischio idrogeologico: il caso di Pago del Vallo di Lauro

La pianificazione ambientale di un comune a rischio idrogeologico: il caso di Pago del Vallo di Lauro Francesco Domenico Moccia Università Federico II di Napoli Dipartimento di Architettura Email: fdmoccia@unina.it Tel: 081.2538608 Emanuela Coppola Università Federico II di Napoli Dipartimento di Architettura Email: ecoppola@unina.it

Abstract Le aree a rischio frane o esondazioni, delimitate dalla Autorità di Bacino sono considerate, nella pianificazione urbanistica, nei termini negativi dell’inedificabilità, oppure come oggetto di mitigazione del rischio attraverso opere di ingegneria volte a contenere i flussi. Di questa impiantistica settoriale sono già stati evidenziati tutti i limiti proponendo un paradigma di gestione sostenibile delle acque meteorica. Con quest’approccio le acque superficiali sono trattate in maniera naturalistica favorendo l’infiltrazione e la creazione di corridoi verdi. La tesi che si sostiene è che la rete ecologica così determinata è uno strumento di ristrutturazione urbanistica e rientra tra i momenti fondamentali della metodologia del disegno della città. Questo primo passo si può qualificare come restauro delle condizioni naturali anteriori alle alterazioni apportate dall’urbanizzazione come deviazione e tombatura dei corsi d’acqua. Su di esso si fonda la riconversione ecologica della città. Parole chiave pianificazione ambientale, gestione delle acque meteoriche, cambiamenti climatici.

Pianificare il rischio: il quadro morfologico di riferimento Pago del Vallo di Lauro è uno dei sei comuni del Vallo di Lauro, un’antica valle attraversata dal corridoio ecologico del Lagno Quindici, a cui si connettano dei corsi d’acqua minori che scendono dalle colline circostanti. Il quadro morfologico del Vallo di Lauro è caratterizzato da versanti ad elevata pendenza, percorsi da impluvi di modesta estensione, il più delle volte di impianto strutturale che nei settori terminali hanno formato e alimentato le conoidi. Il reticolo idrografico mostra una chiara impronta strutturale con una modesta gerarchizzazione ad aste per lo più rettilinee scemando per poi disperdersi nelle coltri alluvionali vallive1. Contigui al Vallo di Lauro sono i territori di Sarno e di Quindici, tristemente noti per l’alluvione del maggio 1998 causata da un eccezionale evento piovoso, che vide in 72 ore cadere sulla zona oltre 140 millimetri di pioggia e provocò 160 morti. Il pericolo vissuto rende il rischio idrogeologico una priorità con il piano urbanistico comunale deve confrontarsi. Mitigare il rischio idrogeologico diventa quindi un punto-chiave del preliminare di piano urbanistico per Pago del Vallo di Lauro. Il piano comunale quindi sceglie la possibilità di cercare di migliorare le condizione idrogeologiche del comune in un’ottica ambientale. Nell’alluvione del 1998 il pericolo furono due milioni di metri cubi di fango che si staccarono 1

Relazione geologica dei dott. geol. Ugo Ugati e Pietro Casalino.

Francesco Domenico Moccia, Emanuela Coppola

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dalle pendici delle montagne ed invasero gli abitati, i canali di scolo di epoca borbonica (i regi lagni) che scorrono dalle falde del monte fino a dentro il paese, anche a causa dell'incuria e dello stato di abbandono in cui si trovano da anni, si riempiono immediatamente di detriti franosi trasformandosi in colate di fango. Laddove gli argini non reggevano il fango invase le strade, riempì i piani più bassi delle case, trascinò auto, alberi e persone. Questo rappresenta lo scenario catastrofico da scongiurare pianificando una mitigazione del rischio attraverso il restauro ambientale del territorio che parte proprio dai corridoi idro-ecologici presenti sul territorio. Intervenendo sulla rete idrografica, il restauro ambientale punta ad aumentare la permeabilità dei suoli liberando tratti idrografici tombati di interesse strategico. Se conveniamo sull’idea che molto spesso il disastro ecologico deriva da un’eccessiva regimentazione delle sponde dei corsi d’acqua, un nuovo modo di approcciarsi al territorio è quello di rinaturalizzarlo secondo il principio che il passaggio da un processo naturale e estroverso ad uno introverso di tipo ingegneristico ha prodotto strozzature nel sistema di raccolta delle acque e che queste vengono messe a dura prova in eventi piovosi eccezionali sempre più frequenti. La teorizzazzione di una pianificazione ambientale più rispettosa dell’equilibrio idrico-ecologico del territorio si lega al Landscape Planning che vede in Robert France dell’Università di Harvard uno dei punti di riferimento pioneristici (Moccia Berruti Coppola 2012). Robert L. France (2002) è docente di landscape ecology, coordinatore di uno dei primi simposi in cui venne presentato il nuovo approccio alla gestione delle acque meteoriche nell’ambito del cosiddetto Low Impact Development (LID). Sviluppato sul filone dello smart growth, si aggiunge come uno delle diverse ricerche di approcci e paradigmi che si accettano la sfida ecologica e formulano soluzioni di modelli insediativi sostenibili. In questa tendenza viene data particolare rilevanza al sistema idrografico proponendo una progettazione che imiti la natura e costituisca sistemi di corridoi ecologici che attraversano gli insediamenti. L’approccio “naturalistico” costituisce anche una dottrina per riformare la tecnologia delle infrastrutture, ottenendo, allo stesso modo, una interpretazione paesaggistica degli spazi urbani. Lo stesso innovativo programma per le green infrastructure dell’ Enviromental Protection Agency (EPA), degli Stati Uniti si è ispirato alle sue teorizzazioni e punta a trasformare le infrastrutture di gestione dell’acqua piovana in maniera naturalistica attraverso linee guida, memorandum e soluzioni per ridurre l’eccedenza di flussi che gravano sui sistemi fognari, ridurre l’inquinamento delle acque piovane, aumentare la permeabilità e l’infiltrazione nelle zone urbanizzate. A differenza delle tradizionali infrastrutture, che l’EPA definisce “infrastrutture grigie”, che prevedono l’utilizzo di tubi per lo smaltimento delle acque piovane (Enviromental Planning Agency, 2010), la scelta di utilizzare “infrastrutture verdi” implica un innovativo - ma allo stesso tempo tradizionale - utilizzo della vegetazione e del suolo non solo per la gestione delle acque piovane ma anche come sistemi di protezione contro le alluvioni, la gestione della qualità dell'aria e di contenimento di eventi meteorici particolarmente forti che possono caratterizzare uno scenario - sempre più realistico - di repentini cambiamenti climatici. Puntare a sostituire le infrastrutture tradizionali delle nostre città, ormai vecchie e inefficienti, con infrastrutture verdi rappresentano per l’EPA una soluzione resiliente e conveniente allo stesso tempo. Eventi di piena sempre più frequenti hanno fatto sì che sono sempre più le comunità statunitensi che si stanno dotando di infrastrutture verdi come un modo per mitigare future inondazioni e gestire al meglio il deflusso delle acque meteoriche (Coppola 2012). Per queste comunità che sono state duramente colpite da gravi inondazioni nell’ultimo decennio, l’utilizzo di infrastrutture verdi, quali giardini della pioggia, vegetative swales, tetti verdi, pavimenti permeabili, ha rappresentato un'ulteriore protezione dalle inondazioni durante gli eventi meteorici più forti. La lettura della carta Carta della pericolosita idraulica2 di Pago mostra come il territorio comunale si trova orograficamente in una condizione sfavorevole, ovvero stretto tra i rilievi a Nord, soggetti a fenomeni gravitativi, ed il Lagno di Quindici, soggetto a fenomeni di esondazione. La carta evidenzia tre forme morfologiche, partendo dal confine con il comune di Marzano di Nola e fino a quello di Lauro, ovvero il conoide nei pressi della località Sopravia, quello che interessa il centro di Pago e quello in località Pernosano. Molti tratti dei corsi minori risultano tombati e deviati, sono diventati “alvei strada”. Le aree a pericolosità elevata risultano fortunatamente poche e collocate in territorio aperto mentre le aree a pericolosità media sono relativamente maggiori e in corrispondenza di due alvei tombati. In arancione sono segnalate le aree a suscettibilità elevata di invasione per fenomeni di trasporto solido e liquidi da alleviamento, sul territorio ci sono due aree, la maggiore collocata alle spalle del cimitero, la minore a ridosso del nucleo di Pernosano. L’urbanizzato storico dei tre nuclei risulta inoltre interessato da aree a suscettibilità bassa d’invasione per fenomeni di trasporto solido e liquido da alluvionamento. Quello che subito si evidenzia è come i tratti tombati sono diventati l’ossatura di comunicazione dei nuclei principali del comune di Pago del Vallo di Lauro.

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Redatta dai dott. Geol. Ugo Ugati e Pietro Casalino.

Francesco Domenico Moccia, Emanuela Coppola

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Figura 1. Carta della pericolositĂ  idraulica

La strategia del Preliminare del Puc Il PUC come quadro di riferimento programmatico per future azioni di pianificazione delle risorse territoriali, si pone come obiettivo primario di affrontare e gestire gli aspetti ambientali in modo da consentire uno sviluppo territoriale in un’ottica di sostenibilità. Gli obiettivi di piano discendono dagli elementi strutturali e dai fattori caratterizzanti del territorio (valori, risorse, relazioni e beni) e in rapporto ad essi stabiliscono le trasformazioni ammissibili e gli usi compatibili otre a stabilire le norme di salvaguardia. Gli elementi strutturali rilevati sono: - la rete ecologica, suddivisa in aree naturali, agrosistema, corrodoi idrico-ecologici principali e secondari; - il paesaggio, con gli elementi che lo caratterizzano avvero cime, pianori, crinali, strade panoramiche pavimentate, strade panoramiche sterrate, sentieri/tratturi panoramici; - i beni culturali ovvero i nuclei storici e gli edifici di maggior pregio religioso e civile; - gli elementi del sistema urbano, ovvero le infrastrutture e le attrezzature esistenti; - gli elementi di interferenza e dequalificazione del paesaggio ovvero le cave dismesse e gli elettrodotti di alta tensione.

Francesco Domenico Moccia, Emanuela Coppola

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Figura 2. Carta della struttura del territorio

Gli obiettivi progettuali della componente strutturale del PUC sono articolati in base a tre sistemi (Sistema naturale e rurale; Sistema insediativo; Sistema infrastrutturale), ciascuno dei quali è suddiviso in ambiti, aventi carattere di unitarietà funzionale, morfologica e organizzativa. Il Sistema naturale e rurale comprende le aree fortemente caratterizzate da elementi di elevato valore ecologico e ambientale, nonché le aree che hanno conservato la prevalente utilizzazione agricola e forestale per le quali è opportuno prevedere interventi di conservazione e valorizzazione. L’idea su cui si è fondato il piano è intervenire sulle aste tombate, ad alto rischio idraulico. Per gli ambiti e le risorse ricadenti all’interno del Sistema naturale e rurale il PUC propone il miglioramento della funzionalità dei servizi sistemici, riguardo alle specifiche caratteristiche delle aree naturali e dei terreni agricoli e in coerenza con i provvedimenti legislativi e pianificatori sovraordinati, di tipo generale o settoriale, e con gli obiettivi di tutela posti dalla pianificazione comunale. In sintesi per il Sistema Ambientale si considerano i seguenti obiettivi: - salvaguardia dell’equilibrio ambientale e riduzione dei fattori di instabilità idrogeologica anche attraverso la rinaturalizzazione di tratti strategici della rete idrografica minore e la progettazione di bacini di ritenzione; - valorizzazione e riqualificazione punti di forte valore di panoramicità anche attraverso la loro connessione ad un sistema di accessibilità perlomeno pedonale; - messa a sistema dei tracciati viari ad elevata panoramicità con sentieri ad altro valore paesaggistico; - salvaguardia e valorizzazione delle aree agricole esistenti tutelando le potenzialità colturali e delle unità produttive oltre che con la riduzione delle pressioni urbane anche con la messa a punto di un agroparco del noccioleto nelle arre contigue al Lagno di Quindici. La rinaturalizzazione delle aste e la volontà di rendere maggiormente permeabile il territorio si unisce con l’idea di riammagliare i tre nuclei (Pago, Pernosano e Sopravia) che costituiscono il comune di Pago. I tre nuclei abitati di Pago del Vallo di Lauro sono legati da strade carrabili difficilmente percorribili secondo una modalità ciclopedonale nonostante siano vicinissimi. L’azione di riqualificazione e riammagliamento di questi nuclei significa anche ridare forza al vecchio asse viario sul quale si attestano i nuclei storici. Nello specifico il preliminare di piano ha individuato tre aree di intervento che affrontano queste finalità. La prima area è posta a ridosso della frazione di Sopravia, qui si intende realizzare un primo parco urbano con una vasca di ritenzione ed un primo tratto di percorso pedonale che attraversa questo nucleo. La seconda area di riqualificazione e riammagliamento è posta ad ovest del centro principale di Pago del Vallo di Lauro; anche in quest’area queste azioni si accompagnano alla realizzazione di un’area verde attrezzata con il percorso pedonale. Nella terza area sono previsti gli interventi più significativi perché ricade in un conoide. Per quest’area si prevede la rinaturalizzazione di due corsi d’acqua che dalle colline confluiscono nel Lagno Quindici a cui si collegano due vasche di laminazione, una delle quali posta a monte, prima Francesco Domenico Moccia, Emanuela Coppola

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di immettersi nell’abitato, in corrispondenza del corso d’acqua che attraversa il nucleo abitato principale mentre una seconda grande vasca è all’interno di un grande parco di progetto che dovrà assorbire gran parte del deficit di verde e attrezzature oltre a prevedere parte dei percorsi pedonali che termineranno il collegamento tra le frazioni di Sopravia (a ovest) e Pernosano (a est) con il nucleo centrale di Pago del Vallo di Lauro. Il Sistema Insediativo comprende le aree già interessate dall’urbanizzazione o nelle quali si ritengono ammissibili trasformazioni d’uso per il soddisfacimento della domanda di riqualificazione insediativa, di attività produttive e attrezzature di interesse generale espresse dalla collettività. In sintesi, per il Sistema Insediativo il piano prevede la riqualificazione urbanistica e paesistica dei nuclei abitati con i seguenti obiettivi: - valorizzazione e recupero degli insediamenti storici e tutela della loro specifica identità culturale; - creazione di aree di riqualificazione e riammagliamento tra i tre nuclei che compongono il comune di Pago del Vallo di Lauro con interventi relativi alla riorganizzazione degli spazi pubblici percorribili e al completamento delle aree con nuove attrezzature; - individuazione di aree di verde attrezzato di ricomposizione e riqualificazione paesaggistica oltre che di soddisfacimento degli standard esistenti; - ambiti di trasformazione strategica per insediamenti di tipo produttivo; - creazione di un polo turistico-ricettivo; - miglioramento delle prestazioni edilizie e funzionali del patrimonio esistente Infine per il Sistema Infrastrutturale si perseguono i seguenti obiettivi: - potenziamento del sistema della mobilità con nuova viabilità di progetto locale ed extra-urbana; - potenziamento dei percorsi pedonali e ciclabili, anche nelle aree di salvaguardia ambientale riqualificazione degli spazi pubblici percorribili nei tessuti storici con eventuali integrazioni pedonali e/o ciclabili.

Figura 3. Carta Strategica

Conclusioni Avendo percorso l’insieme delle tematiche del preliminare di piano comunale di questo piccolo comune della provincia di Avellino, si è voluto presentare il ruolo decisivo svolto dalla considerazione del sistema geomorfologico Francesco Domenico Moccia, Emanuela Coppola

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ed idrografico. In questo caso non si è lasciato i suddetti caratteri naturali come un quadro di sfondo su cui adattare un modello urbanistico confezionato secondo principi e soluzioni autonome, ma si sono considerati quegli elementi costitutivi del progetto urbanistico. I corsi d’acqua hanno funzionato come stimoli alla creatività suggerendo una struttura ordinatrice dell’insediamento costituita da spazi pubblici aperti. Questo risultato ha superato le sole preoccupazioni della sistemazione idraulica e della mitigazione del rischio delle esondazioni per tradursi in forma urbana. Il risultato appare apprezzabile nella prospettiva di trasformazione sostenibile delle città dove assume particolare valore l’integrazione delle tematiche ambientale nel complesso delle problematiche urbane. Infatti, secondo questo approccio, non si presentano come vincoli ed ostacoli ma come soluzione creativa.

Bibliografia Coppola E. (2012), Il contributo delle “Green Infrastructure” alla costruzione della città ecologica/ The contribution of "Green Infrastructure" to the construction of ecological city”, M. Bellomo, G. Cafiero, V. D'Ambrosio, M. Fumo, L. Lieto, R. Lucci, P. Miano, M.F. Palestino, M.Sepe, Inhabiting the new/Inhabiting again in times of crisis, CLEAN Edizioni, Napoli Coppola E. (2010), Il ruolo delle infrastrutture verdi nella costruzione del eco-cities, in Urbanistica Informazioni, n. 232 Enviromental Planning Agency (2010), Green Infrastructure Case Studies: Municipal Policies for Managing Stormwater with Green Infrastructure, www.epa.gov France R. L. (editor) 2002, Water Sensitive Planning and Design, New York, Lewis Moccia F. D., Berruti G., Coppola E. (2012), “Morfologie urbane ed eco-progettazione degli spazi pubblici nell’area orientale di Napoli / Urban Morphologies and Ecological Design of Public Spaces in East Naples", M. Bellomo, G. Cafiero, V. D'Ambrosio, M. Fumo, L. Lieto, R. Lucci, P. Miano, M.F. Palestino, M.Sepe, Inhabiting the new/Inhabiting again in times of crisis, CLEAN Edizioni, Napoli Moccia F.D. e Coppola E. (2012), Spazi aperti urbani resilienti alle acque meteoriche in regime di cambiamenti climatici, in Planum, The Journal of Urbanism, n.25, vol.2 Moccia F.D. (2010), Introduzione, in Abitare il futuro … dopo Copenhagen, CLEAN, Napoli Moccia F.D. (2010), Città e cambiamento climatico, in Urbanistica Informazioni, a. XXXVIII, n. 230 Patassini D. (2011), Introduzione alle Infrastrutture verdi, in VI Giornata di Studi Inu “Città senza petrolio”, Atti del Convegno Ugati U., Casalino P. (2012), Relazione geologica del Comune di Pago del Vallo di Lauro

Francesco Domenico Moccia, Emanuela Coppola

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Metabolismo dell’acqua: uno strumento per la pianificazione e il disegno urbano sostenibile.

Metabolismo dell’acqua: uno strumento per la pianificazione e il disegno urbano sostenibile Carlo Pavan 120grammi :: laboratorio di architettura Email: studio@120lab.net Tel +39 347 5891125 Nicola Pavan 120grammi :: laboratorio di architettura Email: studio@120lab.net Tel +39 347 5116625

Abstract La gestione delle risorse idriche e del rischio idrogeologico, alla luce dei cambiamenti climatici in atto, comportano una revisione drastica dei modelli progettuali urbani e territoriali. In molte regioni italiane si può notare come le precipitazioni tendano a distribuirsi disomogeneamente durante l'anno e, più preoccupante, a concentrarsi in pochi eventi straordinari cui il territorio (in particolare l'area veneta) non è attrezzato a fare fronte. Le tre principali criticità dal punto di vista del controllo del rischio di allagamenti (1 perdita di complessità della rete idrogeologica, 2 Inefficienza e criticità del sistema fognario, 3 Impermeabilizzazione del suolo) coinvolgono profondamente i materiali costituenti questa realtà urbana e territoriale e diventano spunto per mettere in luce come opere dal valore apparentemente ingegneristico possano invece ridisegnare architettonicamente uno spazio per la popolazione e la città ecologica. Parole chiave Metabolismo, clima, sostenibilità.

Cambiamento climatico e criticità del territorio Variazioni del regime pluviometrico e impatti sulla terraferma veneziana Il bacino scolante della laguna di Venezia rappresenta una realtà idrogeologica unitaria estremamente delicata per la complessità della sua rete idrografica frutto di una secolare interazione tra l'uomo e la natura. Tale sistema, già duramente messo alla prova da anni di dissennate scelte territoriali, è ulteriormente minacciato dal variare del regime pluviometrico che promette nel futuro di accentuare l'alternanza tra periodi di siccità e vere e proprie ‘bombe d'acqua’ mettendo in crisi i sistemi tradizionali di drenaggio urbano e territoriale. Dati interessanti emergono dalle ricerche condotte dal gruppo di climatologia storica dell’Istituto ISAC-CNR che registrano una diminuzione dei giorni di pioggia, con la stessa tendenza, sia a Nord che a Sud della penisola, mentre l’intensità delle precipitazioni è in aumento con valori superiori a Nord rispetto al Sud. Secondo le più recenti stime condotte da ENEA le regioni Italiane Settentrionali potrebbero avere maggiori problemi di franosità e erosione da ‘runoff’ (Ferrara, 2003). Ciò nonostante, terreni bassi nella zona del delta del Po potrebbero essere colpiti in maniera significativa da fenomeni d’innalzamento del livello del mare e d’intrusioni d’acque salmastre, per non parlare ovviamente del problema alluvioni. In ogni caso, i previsti aumenti di temperatura e di variazione delle precipitazioni e gli effetti sul ciclo idrologico richiederanno cambiamenti di gestione in molte regioni. Variazioni anche minime della piovosità, soprattutto se eventi precipitosi brevi e intensi diventano più frequenti, vengono amplificati dal sistema di gestione delle acque che versa in uno stato critico. Carlo Pavan, Nicola Pavan

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L'aggiornamento della mappatura delle aree a rischio di allagamenti (eseguita grazie ai rilievi del Commissario Delegato per l'emergenza straordinaria) ci rivela come la distribuzione delle zone a rischio di allagamento non siano più ormai solo le depressioni naturali della pianura alluvionale ma interessino invece ampie zone dello spazio urbano. Ciò non può che essere interpretato come il fallimento di un sistema di gestione idrica che ha nel tempo puntato ad una riduzione della complessità a favore di benefici immediati minando però la resilienza complessiva sul lungo periodo. E’ evidente la necessità di un ripensamento della gestione idrica che parta dall’affrontare in modo preciso ciascuna criticità del territorio.

Figura 1. Criticità della terraferma veneziana dal punto di vista del rischio idrogeologico.

Approfondiamo brevemente le tre caratteristiche fondamentali che influenzano il rischio di allagamenti: 1. PERDITA DI COMPLESSITA’ DELLA RETE IDROLOGICA: la progressiva trasformazione della rete idrologica in sistema ad albero diminuisce l’elasticità complessiva e la capacità di rispondere ad eventi precipitosi brevi e intensi. E’ interessante notare come questo trend possa essere rilevato oltre che nelle reti naturali anche in quelle artificiali, per le quali l’ultimo ventennio ha significato il passaggio da sistemi di depurazione diffusi a sistemi centralizzati. 2. INEFFICIENZA E CRITICITA’ DEL SISTEMA FOGNARIO: le lacune che impediscono di leggere il territorio utilizzando solo il ‘layer’ dell’idrografia superficiale ‘naturale’ vengono colmate facendo ricorso a quelli della rete di adduzione idrica e di deflusso dei reflui. La rete di deflusso delle acque bianche e nere diventa rivelatrice quando sovrapposta alla mappatura degli allagamenti. Risulta così evidente il suo sottodimensionamento. In caso di precipitazioni brevi e intense l’acqua delle reti miste viene immessa nella rete idrologica superficiale e quindi in laguna attraverso gli sfiori causando ingenti danni ambientali. 3. IMPERMEABILIZZAZIONE DEL SUOLO: la trasformazione delle pratiche agricole e l’aumento delle aree edificate ha progressivamente diminuito la capacità del territorio di infiltrare e ritenere l’acqua di pioggia. E’ così che ci si accorge che le aree a rischio di allagamenti non sono più soltanto i catini inter-fluviali ma interessano anche le zone elevate e permeabili dei dossi fluviali.

Strategie di intervento Le criticità ed i caratteri del territorio sopra evidenziati ci portano ad individuare due situazioni specifiche: la prima dove l’edificazione lineare e sparsa, sviluppatasi lungo i dossi fluviali e sulle fasce di transizione tra questi, si trova in prossimità di porzioni di territorio che possono assorbire e annullare gli impatti Carlo Pavan, Nicola Pavan

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dell'edificazione stessa sulle risorse idriche; la seconda in aree urbane ad elevata impermeabilizzazione del suolo dove gli interventi di gestione del ‘runoff’ devono essere intesi come azioni sulle infrastrutture o direttamente sugli edifici. In questo secondo caso si ipotizzano sia interventi diffusi di tipo ‘bottom-up’ che interventi di entità più rilevante che dovranno coinvolgere come ‘stakeholders’ sia le amministrazioni pubbliche, che i proprietari dei suoli da riqualificare.

Strategie di mitigazione del rischio idraulico in ambito extra-urbano La prima sperimentazione progettuale si basa su una peculiarità del territorio della terraferma Veneziana, e precisamente sulla sua elevata dispersione insediativa. La ‘città diffusa’ è appunto un territorio pervasivamente insediato e pesantemente infrastrutturato. Se da un lato la costituzione di filamenti edificati in corrispondenza delle arterie viabilistiche consolidate ha fatto sì che venissero impermeabilizzate quelle porzioni di territorio (i dossi fluviali) più permeabili e salubri (perchè di quota più elevata e costituite da terreni più sabbiosi), dall'altra la porosità di questo tessuto insediativo ed il suo aver inglobato porzioni di territorio rurale apre nuove possibilità di gestione integrata della risorsa idrica. In esso infatti le porzioni di territorio infrastrutturato ed insediato (e quindi impermeabilizzato) si alternano ad appezzamenti e terreni interclusi ancora a prevalente utilizzo agricolo. Gli obiettivi in questi territori sono: 1 diminuire il rischio di allagamenti dovuto alla diminuzione della permeabilità del suolo e della capacità di invaso dei sottobacini scolanti che è causa di un aumento del rischio nei territori a valle (più densamente abitati); 2 impedire le infiltrazioni di acqua meteorica nella rete fognaria mista vetusta e pesantemente sottodimensionata al fine di evitare che, in concomitanza di eventi precipitosi significativi, essa tracimi e emetta reflui misti nella rete idrografica superficiale inquinando quindi l'ecosistema lagunare. Immaginiamo che porzioni di territorio agricolo, in corrispondenza dei ricettori superficiali principali dei sottobacini scolanti a monte della città di Mestre, che non presentano più caratteristiche tali da essere utilizzate con profitto per le colture estensive tradizionali, possano venire destinate alla costruzione di vasche di espansione piantumate con colture idrofile e che siano allo stesso tempo in grado di funzionare da aree di fitodepurazione per il ‘runoff’ urbano delle zone adiacenti; il trattamento locale del ‘runoff’ urbano è altamente consigliato, specie in un territorio in cui le pendenze bassissime rendono molto oneroso il trasporto a grandi distanza (in condotte) di notevoli quantità di acqua (sono necessari diversi sollevamenti per raggiungere il depuratore più vicino). La costruzione di vasche di laminazione si rivela essere molto efficace nella riduzione del rischio di allagamenti delle zone dove vengono realizzate, ma soprattutto delle zone a valle.

Figura 2. Schema delle strategie di intervento per gestire il runoff in ambito extraurbano. Carlo Pavan, Nicola Pavan

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Questi paesaggi ibridi, aree di lagunaggio che portano il suggestivo paesaggio lagunare a contaminare anche la percezione della terraferma, rappresentano, con il variare del loro utilizzo nell'arco dell'anno, una simbolica presa di coscienza della convivenza dell'uomo con un territorio che è per sua stessa natura mutevole.

Strategie di mitigazione del rischio idraulico in ambito urbano Soluzioni diffuse per la gestione del ‘runoff’ in ambito urbano mirano a ridurre il rischio di allagamenti e a diminuire le infiltrazioni di acque meteoriche nel sistema fognario a rete mista. La logica sottesa è ovviamente quella di aumentare l’inerzia idraulica del sistema urbano invece di incrementare la sua capacità di drenaggio catturando e ritenendo l'acqua prima che venga immessa nella rete fognaria mista attualmente sottodimensionata. Immaginiamo quindi interventi che costruiscano artificialmente quelle funzioni che in un ecosistema naturale vengono offerte dalla complessità sistemica, in particolare la capacità di ritenere, depurare ed infiltrare l'acqua, di regolare il ‘runoff’ e addirittura di produrre biomassa. Possiamo distinguere questi interventi in: • interventi di ridisegno urbano, con lo scopo di ridurre gli allagamenti delle strade principali, potranno essere posizionati proprio in coincidenza delle più importanti arterie della rete fognaria; • interventi diffusi, come serre, orti urbani e giardini pensili, potranno invece essere utilizzati ovunque nella città.

Figura 3. Valutazione delle strategie da adottare per la riduzione del ‘runoff’ urbano e il controllo del rischio di allagamenti

Una rete di invasi profondi e superficiali costituisce la vera essenza del modello di ‘città anfibia’ che indaghiamo; le sue sembianze mutano al variare del regime pluviometrico ed essa adatta la sua capacità di invaso per regolare l’acqua immessa nella rete fognaria.

Carlo Pavan, Nicola Pavan

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Gli interventi ‘verdi’, data l’impossibilità di riconversione totale delle coperture da impermeabili a tetti giardino, possono essere viste come un ibrido tra il giardino pensile e il vaso di gerani al balcone e a loro volta potranno essere distinti a seconda dell’utilizzo di sistemi a verde intensivo o verde estensivo prevedendo forme di depurazione e fitodepurazione sia delle acque reflue che delle acque meteoriche al fine di ridurre il carico ora completamente gestito dalla rete fognaria. Ciò che interessa è ovviamente capire se sistemi la cui efficacia riconosciuta per il miglioramento delle prestazioni energetiche, la riduzione dell’abbagliamento estivo, il miglioramento della qualità dell’aria, ecc. siano efficaci anche dal punto di vista della gestione del ‘runoff’. La verifica attraverso confronto di sistemi diversi di gestione del ‘runoff’ mette in evidenza, pur pensando inverosimilmente di avere percentuali altissime sulle possibilità di intervento (parliamo del 90% di aree di città coperte da superfici verdi verticali o orizzontali), come gli interventi più incisivi siano caratterizzati dagli invasi lineari, preposti lungo le dorsali della rete principale. A seguire, in termini di efficacia, troviamo le coperture verdi e solo come ultima possibilità l’utilizzo di sistemi a verde verticale che sono meno efficaci, al 90% di superficie coperta, del 22% rispetto i tetti verdi e del 34% rispetto gli invasi lineari.

Un approccio integrato alla gestione del ciclo dell'acqua in ambito urbano L’esigenza di adattare la città alle istanze di sostenibilità ambientale, divenuto innegabile grazie al campanello d’allarme dei recenti allagamenti, viene soddisfatta indagando un nuovo modello di infrastruttura concepito per gestire nella sua interezza il ciclo dell’acqua sia per quanto riguarda il ‘runoff’ urbano, che l’allontanamento e la depurazione dei reflui, che la riduzione del rischio di allagamenti. Attraverso oggetti architettonici a metà tra il congegno tecnico-ecologico, il disegno di paesaggio e l’opera di architettura, sarà possibile immaginare spazi urbani per il ‘loisir’ e il tempo libero che offriranno ai cittadini la possibilità di interagire con il ciclo urbano dell’acqua nella sua interezza e di trarne come benefici non solo la consapevolezza della sua esistenza ma anche cibo prodotto in serre, che fanno uso di acque depurate, offrendo così la possibilità di riappropriarsi di spazi urbani attualmente proibiti ed evitati dalla cittadinanza – aree a margine, parcheggi, cavalcavia e tutte quelle aree che vengono identificate come fortemente sensibili al degrado urbano. Per avviare questo processo sarà quindi necessario introdurre nuovi materiali di progetto negli spazi urbani, materiali che appartengono probabilmente a discipline non esattamente affini quali l'ecologia, l'agraria, l'ingegneria idraulica. Immaginiamo questi spazi ibridi essenzialmente come opere di modellazione del terreno per ridare complessità al suolo e distinguere zone allagabili da zone invece sicure. Il paesaggio sarà poi costellato da una serie di dispositivi quali serre e giardini d'inverno che connetteranno il sistema degli spazi privati all'infrastruttura garantendo la depurazione delle acque e potenziando artificialmente i servizi ecosistemici indeboliti dalle pressioni degli spazi urbani.

Una ipotesi d’approccio integrato alla gestione del ciclo dell’acqua in ambito urbano A conclusione di quanto fino ad ora descritto insistiamo sulla necessità di considerare come materiale di progetto, e quindi non semplicemente come infrastruttura tecnica da nascondere, gli apparati di gestione delle risorse idriche. La concezione delle infrastrutture ed in particolare di quelle finalizzate alla gestione dell’acqua deve abbandonare il campo esclusivo di un sapere tecnico e aprirsi ai contributi dell’ecologia e del disegno urbano con innegabili benefici per tutte le parti coinvolte. La città europea del XX secolo con la sua periferia si presenta come il campo di sperimentazione ideale e necessario del progetto di rinnovamento urbano. La disciplina dell’architettura nell’interpretazione della città contemporanea potrà offrire chiavi di lettura originali solo se abbandonerà i metodi di approccio tradizionali e si aprirà anch’essa al confronto con le nuove istanze che comporta il progetto sostenibile, indirizzando i propri sforzi immaginifici per adattare e migliorare gli spazi urbani esistenti.

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Metabolismo dell’acqua: uno strumento per la pianificazione e il disegno urbano sostenibile.

Bibliografia Albrecht, B., Frate, M., (2008). Disegno Urbano Sostenibile e Adattativo. In: L’architettura e le sue declinazioni, pp. 223-232, Verona, Ipertesto Edizioni. Bixio, V., Fiume, A., a cura di, (2002). Caratterizzazione delle piogge intense sul bacino scolante nella laguna di Venezia. ARPAV Agenzia Regionale per la Prevenzione e Protezione Ambientale in Veneto. Bondesan, A., Primon, S., Bassan, V., Vitturi, A., et al., (2008). Le unità geologiche della provincia di Venezia. Provincia di Venezia e Università di Padova. Draghetti, T., Cimatti, E., Montanari, L., (2003). Cambiamenti climatici e pianificazione idrica. Regione EmiliaRomagna, Servizio Tutela e Risanamento Risorsa Acqua. Dreiseitl, H., Grau, D., (2009). Recent Waterscapes - planning, building and designing with water. Basilea, Birkhauser Basel. Ferrara, V. (2002). Evoluzione del clima ed impatti dei cambiamenti climatici in Italia. In: Sintesi del Contributo ENEA alla Terza Comunicazione Nazionale dell’Italia alla UNFCCC. Roma, ENEA Progetto Speciale Clima Globale. Ferrara, V. (2003). I problemi di impatto ambientale dei cambiamenti climatici in Italia. In: La risposta al cambiamento climatico in Italia. Roma, ENEA Progetto Speciale Clima Globale. Piovene, G. (1962). Introduzione al Veneto. In: TUTTITALIA, Istituto Geografico De Agostini Novara, Firenze, Edizioni Sadea Sansoni. Rusconi, A., 1991, Evoluzione della rete idrografica di ieri e di oggi attraverso il confronto delle osservazioni in Trasformazioni del territorio e rete idrica del Veneto. Venezia, Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti. Speetjens, S.L., (2008), Towards Model Based Adaptive Control for the Watergy Greenhouse - Design and Implementation. Ph.D. Thesis Wageningen Universiteit, Wageningen, The Netherlands. Tjallingii, S.P., (1988). Strategies In Urban Water Design. In: Hydrological Processes and Water Management in Urban Areas (Proceedings of the Duisberg Symposium, April 1988), pp. 323-330, IAHS Publ. no. 198, 1990. Todd, J., Brown, E.J.G., Wells, E., (2003). Ecological design applied. In: Ecological Engineering 20, pp. 421440, Elsevier B.V., 2003. Vallerani F. (2004). Acque a nordest. Da paesaggio moderno ai luoghi del tempo libero, Verona, Cierre Edizioni. Viganò, P., et. al., 2009, Landscapes of water, paesaggi dell’acqua. Pordenone, Risma Edizioni. Zaragoza, G., Buchholz, M., Jochum, P., Pérez-Parra, J., (2006). Watergy project: Towards a rational use of water in greenhouse agriculture and sustainable architecture. In: Desalination 211, pp. 296-303, Elsevier B.V., 2007.

Carlo Pavan, Nicola Pavan

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Il Piano d’Azione Ambientale per una città ecologica. Esperienze di ricerca in provincia di Savona

Il Piano d’Azione Ambientale per una città ecologica. Esperienze di ricerca in provincia di Savona Francesca Pirlone Scuola Politecnica, Università degli Studi di Genova DICCA - Dipartimento di Ingegneria Civile, Chimica e Ambientale Email: francesca.pirlone@unige.it

Abstract Al fine di favorire la realizzazione di una città ecologica è necessario mettere in atto un processo partecipato capace di fornire un quadro generale sulle tematiche prioritarie a livello urbano a partire dal quale sviluppare i singoli aspetti. Tale processo può trovare il suo riferimento in Agenda 21 e nel suo strumento operativo Piano d’Azione Ambientale (PAA). In oggi i PPA realizzati sono eterogenei e approfondiscono lo stato ambientale mettendo in luce tematiche prioritarie e finalità, lasciando indeterminate però le fasi propositive successive. All’interno di un PPA dovrebbe essere definito invece un quadro generale articolato in obiettivi, buone pratiche, stakeholder,… il tutto condiviso con la realtà urbana interessata. Nel paper viene affrontata una delle tematiche urbane prioritarie, quella della gestione sostenibile dei rifiuti, e sono riportate alcune ricerche svolte in provincia di Savona relative a buone pratiche da inserire in un PPA, capace di dialogare, a regime, con i Piani urbanistici, al fine di creare i presupposti per una città realmente ecologica. Parole chiave Piano d’Azione Ambientale, rifiuti, sostenibilità

Il Piano d’Azione Ambientale e proposta di un nuovo approccio metodologico Al fine di favorire la realizzazione di una città ecologica è necessario mettere in atto un processo partecipato capace di fornire un quadro generale sulle tematiche prioritarie a livello urbano (rifiuti, mobilità, energia,…) a partire dal quale, nel seguito, sviluppare i singoli aspetti. Tale processo può trovare il suo riferimento nell’ambito dell’Agenda 21 ed, in particolare, nel suo strumento operativo, il Piano d’Azione Ambientale (PAA). Tale piano considera al suo interno lo stato ambientale del territorio interessato definendo tematiche prioritarie e relative finalità. Come noto un Piano d’Azione Ambientale consiste in un programma di azioni concrete e necessarie per raggiungere gli obiettivi prefissati, con la definizione degli attori che saranno responsabili dell’attuazione, delle risorse finanziarie e degli strumenti di supporto. Fondamentale sono le fasi relative al monitoraggio, valutazione e aggiornamento del Piano di Azione Ambientale, ossia le procedure di controllo sull’attuazione e sull’efficacia del Piano stesso attraverso rapporti periodici che individuino il trend di sviluppo della situazione ambientale. Come primo passo per la redazione di tale strumento è necessario formulare una relazione dello stato ambientale1 . In oggi i PPA realizzati sono eterogenei. Alcuni considerano complessivamente le problematiche ambientali, altri sono specifici per determinati settori (ad esempio si ricorda il Piano di Azione Ambientale per l’Energia SEAP). Inoltre la maggior parte di tali strumenti approfondisce lo stato ambientale mettendo in luce tematiche prioritarie e finalità, lasciando indeterminate però le fasi propositive successive. All’interno di un PPA, invece, 1

Le relazioni redatte in oggi presentano impostazioni metodologiche eterogenee, in quanto diverse sono le motivazioni che hanno portato a decidere la rispettiva realizzazione e differenti risultano anche le competenze tecniche coinvolte. Omogenei sono invece gli obiettivi da considerare nella sua predisposizione tra cui si ricordano: la rappresentazione dello stato dell’ambiente al momento dell’attivazione dell’Agenda 21; l’individuazione delle componenti ambientali sensibili o vulnerabili e i fattori di pressione antropica maggiormente critici; l’informazione dell’opinione pubblica coinvolgendo diversi stakeholders nel processo di Agenda 21; il monitoraggio dello stato ambientale e i fattori di pressione in relazione agli obiettivi di sostenibilità selezionati; la valutazione delle politiche in atto in relazione agli obiettivi selezionati,…

Francesca Pirlone

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Il Piano d’Azione Ambientale per una città ecologica. Esperienze di ricerca in provincia di Savona

dovrebbe essere definito un quadro generale articolato in obiettivi, indicatori, buone pratiche/azioni, stakeholder, durata azioni, fattibilità economica, il tutto condiviso con la realtà urbana interessata (ad esempio attraverso appositi Forum). Un PAA per essere davvero efficace dovrebbe inoltre considerare, oltre agli obiettivi, anche le azioni o buone pratiche necessarie a raggiungere i livelli di sostenibilità prefissati per i diversi settori interessati. I contenuti di tale Piano, ed in particolare la scelta delle best practices, dovrebbero essere condivisi all’interno di Forum, dove i diversi soggetti a livello locale (amministrazioni, soggetti economici, associazioni, popolazione, …) potrebbero partecipare al fine di orientare il processo di elaborazione dell’Agenda 21 e monitorarne l’applicazione. In tale modo è possibile pervenire ad una partecipazione condivisa e responsabile da parte di tutti gli attori di una realtà urbana, all’interno dei processi decisionali, ai fini di una strategia ambientale comune. Una buona pratica, come noto, è definita come «un’azione, esportabile in altre realtà, che permette ad un Comune, ad una comunità o ad una qualsiasi amministrazione locale, di muoversi verso forme di gestione sostenibile a livello locale» ed è buona, quando «è in grado di rispondere alle necessità del presente, senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare le proprie» (Brundtland, 1987). Difficile è però rendere operativo tale assioma, in quanto non tutte le buone pratiche possono soddisfare le esigenze di territori diversi. Una recente ricerca2 ha posto in essere un approccio metodologico basato sulla elaborazione di appositi questionari da far compilare a chi gestisce il territorio, ossia dalle amministrazioni pubbliche. Tale metodologia ha portato all’individuazione oggettiva, attraverso parametri specifici, quali raggio d’azione, soglie di convenienza economica, sociale ed ambientale, conformazione morfologica del territorio,… di best practices da calare sulla realtà urbana interessata. Nel contempo è importante però capire quanto una pratica sia utilizzata e se rappresenti effettivamente una pratica di successo. Una buona pratica può infatti essere imposta dall’alto (da parte delle amministrazioni) ma poi non essere praticata perché non idonea a quel territorio o non conosciuta dalla popolazione. Al fine di poter considerare anche quest’ultimo aspetto, attraverso un approfondimento dell’approccio sopra citato, è stato definito un questionario questa volta indirizzato alla popolazione (vedere Fig. 1). QUESTIONARIO CONOSCITIVO Realtà territoriale: Età intervistato: Professione: Grado istruzione: Tematica:

Buone pratiche Raccolta differenziata porta a porta Compostaggio domestico….. Vuoto a rendere …

RIFIUTI È consapevole della sua esistenza?

Ne conosce gli obiettivi, modalità, obiettivi? (molto bene, bene, vagamente, non conosciuta)

Usufruisce del servizio? (sì/no)

Cosa potrebbe incentivarla all’utilizzo?

Cosa disincentiva l’utilizzo?

Eventuale proposta per migliorare i rifiuti nel comune: ………………………………..

Figura 1. Estratto da questionario conoscitivo rivolto alla popolazione (esempio relativo a buone pratiche sui rifiuti)

Una volta identificata la buona pratica o l’insieme di buone pratiche è necessario passare al progetto operativo per applicare tali azioni a livello urbano o su parti specifiche di una città.

Verso una gestione sostenibile dei rifiuti Nel presente paper viene affrontata una delle tematiche urbane prioritarie, quella della gestione sostenibile dei rifiuti. Con tale termine si intende l’insieme delle politiche volte a gestire il processo dei rifiuti, ossia dalla loro 2

Trattasi del Progetto Transfrontaliero Marittimo per la cooperazione Italia – Francia Active “Action Verte” (2010-2012). Il progetto ha avuto quale finalità quella di contribuire alla strategia di sviluppo sostenibile della zona di cooperazione del programma Marittimo (Liguria, Toscana, Sardegna, Corsica) attraverso un confronto per la realizzazione di un piano di sviluppo sostenibile e di salvaguardia della zona transfrontaliera, in un’ottica di Agenda 21 interfrontaliera secondo i principi promossi dalla Carta di Aalborg.

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Il Piano d’Azione Ambientale per una città ecologica. Esperienze di ricerca in provincia di Savona

produzione fino alla raccolta, trasporto, trattamento (riciclaggio o smaltimento) e riutilizzo dei materiali di scarto, riducendo le relative conseguenze sulla salute dell’uomo e dell’ambiente. Il tema dei rifiuti è complesso, è difficile da regolamentare e da gestire. Apparentemente sembra riguardare solo l’aspetto ambientale ma in realtà sono molto interessati anche i settori sociali ed economici. La produzione di rifiuti rappresenta essenzialmente una perdita di risorse materiali e di energia. Secondo ricerche condotte dall’Agenzia Ambientale Europea (EEA), un terzo delle risorse utilizzate in Europa è convertito in scarti ed emissioni con oltre 1,8 miliardi di tonnellate di rifiuti prodotti ogni anno e ogni cittadino europeo produce più di 500 kg di rifiuti domestici all’anno, con una crescita prevista del 25% dal 2005 al 2020. La gestione dei rifiuti interessa un numero rilevante di posti di lavoro nell’economia e coinvolge in prima persona la popolazione che deve comportarsi in modo consapevole e responsabile al fine di ridurre gli impatti stessi determinati dai rifiuti, quali ad esempio l’inquinamento dovuto da un trattamento e uno smaltimento inadeguato. Il miglioramento della gestione dei rifiuti è considerata una delle più grandi sfide ambientali, e non, a livello non solo nazionale ma anche europeo ed internazionale. L’attuale politica vede il rifiuto, quando prodotto, non come uno scarto di cui disfarsi ma come una risorsa importante da sfruttare e considera il rifiuto migliore quello che non viene prodotto, agendo pertanto in un processo a monte piuttosto che a valle. Pertanto in oggi risulta fondamentale inizialmente la fase di prevenzione e, solo successivamente, la riduzione del rifiuto mediante il riuso, il riciclo e altre azioni di recupero; solo alla fine si ricorre allo smaltimento dei rifiuti in discarica. Secondo la normativa europea, Direttiva 2008/98/CE, una gestione sostenibile dei rifiuti si articola, in tre diverse fasi: la prevenzione3 della formazione di rifiuto (con interventi in fase di progettazione, produzione, distribuzione e utilizzo, che consentono l’ottimizzazione della fruizione di beni e di servizi e di promuovere la trasformazione in rifiuti, contenendone la pericolosità), la minimizzazione del rifiuto (riduce la destinazione a smaltimento e massimizza il recupero di materia), lo smaltimento dei rifiuti residui non recuperabili (nel rispetto della salute dell’uomo e dell’ambiente). Pertanto il tema trattato risulta di notevole importanza in termini di strategie urbane e prioritario affinché una città diventi realmente ecologica. In tale ottica, inoltre, la tematica della gestione sostenibile dei rifiuti dovrebbe trovare più spazio nell’ambito di quelle che sono le politiche di Smart City4, visto che tale tema risulta molto importante ai fini di uno sviluppo urbano intelligente, sia da un punto di vista ambientale sia economico, andando ad incidere nettamente sulla qualità della vita delle popolazioni insediate. Inoltre la gestione dei rifiuti ha delle interazioni anche con altri temi rilevanti a carattere urbano, ad esempio la mobilità e l’energia. Attuare una raccolta differenziata e trasportare il rifiuto differenziato fuori dal contesto urbano determina ad esempio una gestione sostenibile del rifiuto ma insostenibile in termini di mobilità; produrre elementi di risparmio energetico (quali lampadine a basso consumo) determina una sostenibilità di tipo energetico ma produce un rifiuto speciale non differenziabile,…. Affinché il tema dei rifiuti possa concretamente far parte delle politiche di smart city è necessario attuare strategie e politiche supportate da strumenti che operativamente siano capaci di rispondere alle esigenze attuali delle realtà territoriali. Vista l’importanza del tema, l’Unione Europea ha richiesto agli Stati Membri di provvedere alla predisposizione di Piani di gestione dei rifiuti. Tali strumenti dovrebbero considerare un’analisi della situazione dello status quo della gestione dei rifiuti per il territorio considerato e le relative misure da adottare per migliorare il riutilizzo, il riciclaggio, il recupero e lo smaltimento dei rifiuti da un punto vista ambientale 5. In oggi, in Italia, tali piani però non costituiscono ancora un riferimento per la tematica in questione: pochi quelli realizzati a livello comunale, che presentano contenuti abbastanza eterogenei (alcuni si occupano dell’intero ciclo dei rifiuti, altri promuovono solo alcune buone pratiche…). Uno strumento che potrebbe risultare interessante anche per tale settore è invece quello analizzato nel presente paper, ossia il Piano d’Azione Ambientale (PPA).

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La Direttiva 2008/98/CE definisce che con il termine prevenzione si intende l’insieme di misure intraprese prima che un materiale o un prodotto sia diventato un rifiuto, capaci di ridurre la quantità dei rifiuti, anche attraverso il riutilizzo dei prodotti o l’estensione del loro ciclo di vita; gli impatti negativi dei rifiuti prodotti sull’ambiente e la salute umana; il contenuto di sostanze pericolose in materiali e prodotti. A riguardo l’Unione Europea ha previsto una spesa di circa 10 - 12 miliardi di euro fino al 2020 per investimenti volti a finanziare progetti delle città europee che ambiscono a divenire smart. Questi ultimi sono rivolti più specificatamente all’ecosostenibilità dello sviluppo urbano, alla diminuzione di sprechi energetici ed alla riduzione dell’inquinamento anche attraverso misure di pianificazione urbanistica. L’UE ha rafforzato la fase della prevenzione introducendo l’obbligo di elaborare Programmi di prevenzione dei rifiuti considerando i principali impatti ambientali anche in base all’intero ciclo di vita dei prodotti e dei materiali. Per tale motivazione l’Unione Europea ha stabilito la scadenza ad adottare Programmi di prevenzione dei rifiuti entro il 12 dicembre 2013 da parte degli Stati Membri.

Francesca Pirlone

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Il Piano d’Azione Ambientale per una città ecologica. Esperienze di ricerca in provincia di Savona

Rifiuti e buone pratiche in alcune città in provincia di Savona Al fine di una gestione sostenibile dei rifiuti occorre, come già espresso, inizialmente identificare quali siano le migliori buone pratiche per il territorio considerato. La metodologia, citata in precedenza, che si basa sulla compilazione di questionari relativi alle buone pratiche sui rifiuti6 rivolti alla popolazione, è stata applicata in alcune città campione della provincia di Savona 7. Dalle elaborazioni di tali questionari è emerso che le buone pratiche, più conosciute, più utilizzate e più apprezzate dalle persone intervistate sono risultate essere senza dubbio, quella della raccolta differenziata, per strada con i cassonetti o porta a porta. Da sottolineare è che le risposte sono state diverse a seconda delle fasce di età, per grado di istruzione e professione. Ad esempio i giovanissimi e gli anziani risultano essere i più sensibili alla tematica e quindi sono più attenti a differenziare il rifiuto e anche il livello di istruzione può portare ad una maggiore responsabilità. Uno dei risultati emersi da tale ricerca è che alcune buone pratiche sui rifiuti risultano essere quasi sempre applicabili anche se con modalità differenti, a seconda ad esempio della dimensione territoriale della realtà considerata (nel campione le città hanno dimensioni differenti), altre invece risultano essere specifiche a seconda della relativa vocazione. Diverse città analizzate presentano vocazioni di tipo turistico (Loano e Alassio di tipo balneare, Finale ligure balneare-sportivo,….), altre vocazioni di tipo industriale (Vado Ligure), ed infine altre presentano un carattere più complessivo (Savona). Inoltre le realtà in oggetto risultano differenti per popolazione e affluenza turistica. Alcune città, a seconda della stagionalità, possono addirittura raddoppiare o triplicare il numero di popolazione presente. A riguardo una prima considerazione che si può dedurre è quella della necessità di potenziare ed introdurre nuove best practices per una gestione sostenibile dei rifiuti che tenga conto della vocazione di ciascun territorio nonché della variazione di popolazione nella realtà urbana considerata8. Una seconda considerazione è la necessità di introdurre nuove analisi capaci di pesare non solo i rifiuti procapite (kg/ab residente) ma anche quelli prodotti dalla popolazione fluttuante dovuta al turismo (vedere Fig. 2). Tale aspetto risulta davvero significativo in quanto nelle realtà analizzate il dato rifiuto pro-capite in cui si considerano i kg di rifiuti solo per abitante residente non permette una corretta politica dei rifiuti sottostimando la problematica in oggetto. Popolazione residente e fluttuante popolazione fluttuante

50000 45000

popolazione residente

37818

40000 35000

33304

24567

30000

Rifiuti pro capite (kg/ab a) per popolazione residente

25000

1200

20000

14268

10567

10449

5307

11845

0

Loano

Alassio

Finale Ligure

Celle Ligure

Kg/ab a

10000 5000

957,37

1000

15000

790,47

800 600

865,18

852,64

400 200 0 Loano

Alassio

Finale Ligure

Celle Ligure

Figura 2. Rifiuti pro-capite (popolazione residente) e popolazione realmente presente (residente e fluttuante) in alcune città analizzate 6

Tra le più importanti si ricordano: raccolta differenziata per strada con cassonetti, raccolta differenziata domiciliare, Acquisti Verdi (Green Public Procurement), compostaggio domestico, campagne di sensibilizzazione utilizzo di sorgenti d’acqua locali, campagne di sensibilizzazione utilizzo dell’acqua del rubinetto, presenza di distributori del latte sul territorio, utilizzo di acqua di sorgente nelle mense scolastiche, detersivi e/o prodotti alimentari alla spina, ecosagre – ecofeste, mercatino di scambio e riuso, filiera corta, tariffazione puntuale, raccolta di pile scariche e/o medicinali scaduti, vuoto a rendere, eco acquisti presso grande e piccola distribuzione,… 7 Trattasi delle città di Savona, Varazze, Loano, Finale Ligure, Vado Ligure, Alassio, Celle Ligure. 8 Per la popolazione residente potrebbero essere potenziate ed introdotte buone pratiche quali la raccolta differenziata porta a porta, la dislocazione di prodotti sfusi nel comune, il compostaggio domestico, attività finalizzate alla raccolta differenziata, con lo scopo di creare nei bambini e loro famiglie l’abitudine alla raccolta, settimane ecologiche per insegnare l’utilizzo del punto eco,….. Per la popolazione turistica potrebbero essere potenziate ed introdotte buone pratiche quali la dislocazione di posaceneri sulle spiagge, sconti nei servizi (affitto sdraio, ombrelloni, docce, ecc.) per gli utenti che si prestano ad effettuare la raccolta differenziata negli stabilimenti balneari, incentivi per i proprietari degli impianti di balneazione ad investire nell’acquisto di distributori alla spina di acqua potabile per ridurre il consumo di plastica e vetro, … Francesca Pirlone

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Il Piano d’Azione Ambientale per una città ecologica. Esperienze di ricerca in provincia di Savona

Considerazioni conclusive I rifiuti rappresentano una sfida a livello ambientale, sociale ed economico. La migliore scelta strategica ai fini di una gestione sostenibile è quella della prevenzione, come già citato, in quanto elimina la manipolazione, il trasporto, il riciclaggio e lo smaltimento, garantendo la protezione dell’ambiente ed ottimizzando l’uso delle risorse. Sicuramente una gestione sostenibile dei rifiuti potrebbe contribuire favorevolmente alle politiche smart per una città, soprattutto ai fini del raggiungimento di una buona qualità della vita dei suoi abitanti, come evidenziano recenti esperienze negative (relativamente a tale tema) verificatesi in alcune realtà urbane italiane. Il paper si inserisce all’interno degli attuali dibattiti relativi alla sostenibilità declinata nei suoi diversi strumenti (Agenda 21, Piano d’Azione Ambientale, indicatori, buone pratiche…) ed, in particolare, nell’ambito delle attuali politiche di Smart City e Smart Planning che affrontano temi prioritari a livello urbano (rifiuti, mobilità, energia, …). La raccolta dei rifiuti potrebbe e dovrebbe infatti, secondo le logiche internazionali, diventare smart. Prevedere, ad esempio, punti dislocati nella città in cui gli abitanti possano conferire i rifiuti differenziati attraverso l’utilizzo di tessere magnetiche in speciali compattatori, come nel caso del capoluogo ligure (che rappresenta uno dei primi casi in Italia) può costituire ad una esperienza smart. Inoltre gli stessi compattatori dei rifiuti, che per il loro funzionamento, sfruttano l’energia solare, pongono i presupposti per una città ecologica. Inoltre in merito alla raccolta differenziata, mediante il porta a porta, sarebbe utile conoscere la quantità e la tipologia di rifiuti prodotti dai cittadini. Esistono in Italia comuni che operano secondo tale logica; ad esempio attraverso la distribuzione alle famiglie di sacchetti diversi per la raccolta dei rifiuti, ad ognuno dei quali viene associato un codice elettronico, è possibile determinare la quantità di rifiuti indifferenziati e differenziati realmente prodotta per famiglia e definire una corrispondente tariffazione. Necessario è puntare su uno strumento di sostenibilità che possa, a regime, pianificare e attuare i relativi interventi per il tema in oggetto dei rifiuti ma anche per le altre tematiche prioritarie a livello urbano. La tesi proposta nel paper è pertanto quella di rivisitare le logiche del Piano di Azione Ambientale già esistente facendolo diventare un punto di riferimento per la strategia sostenibile di una città, volto a definire, mettere in atto e monitorare buone pratiche partecipate tra i diversi attori e capace di dialogare con i Piani urbanistici vigenti al fine di creare i presupposti per una città realmente ecologica.

Bibliografia

AA.VV. (2007), Progress Report on the Sustainable Development Strategy 2007, COM(2007) 642, Bruxelles, 22.10.2007 Direttiva 2008/98/CE Federambiente (2010), Linee guida sulla prevenzione dei rifiuti urbani ISPRA (2009), Il contesto europeo – rapporto rifiuti urbani ISPRA (2009), Situazione italiana – produzione e raccolta differenziata rifiuti urbani Pirlone F., Sotgia Z., Spadaro I., Ugolini P. (2011), Analisi comprendente quattro buone prassi di sviluppo sostenibile identificate a livello di programma, Progetto ACTI-VE Programma Transfrontaliero Marittimo Italia-Francia, 2007-2013 UNCED (1987), Our Common Future (Brundtland Report)

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Il Piano d’azione per l’energia sostenibile nel quadro degli strumenti di pianificazione urbana delle Smart Cities

Il piano d’azione per l’energia sostenibile nel quadro degli strumenti di pianificazione urbana delle Smart Cities Sebastiano Curreli Università di Cagliari DICAAR - Dipartimento di Ingegneria Civile, Ambientale e Architettura Email: sebastiano.curreli@tiscali.it

Abstract Il presente contributo intende stimare la qualità della governance urbana a partire dalla valutazione del rapporto tra strumenti di pianificazione energetica e pianificazione urbanistica di livello comunale e di area vasta. Tale rapporto – spesso carente sotto il profilo dell’integrazione – verrà letto a partire dalla definizione di un modello di governance la cui scelta sia tale da interpretare i diversi aspetti interconnessi in ambito territoriale: l’economico, il sociale e l’ambientale. Le politiche per lo sviluppo sostenibile richiedono infatti l’adozione di sistemi di governo capaci di integrare le tre dimensioni della sostenibilità; una scelta in tal senso potrà consentire di superare tanto l’approccio prevalentemente economicistico nella valutazione della crescita del sistema economico e produttivo, quanto l’approccio prevalentemente ambientalista nella valutazione del grado di sostenibilità di un sistema territoriale. Si prende in esame il caso di studio di venti comunità locali, in forma singola o aggregata, che hanno recentemente redatto il loro Piano d’azione per l’energia sostenibile. Parole chiave Pianificazione energetica, Smart cities, governance.

Pianificazione territoriale e variabile energetica: la scala locale Nonostante un nutrito quadro di progetti singoli, riguardanti anche il livello locale, non è facile trovare in Italia alla scala d’area vasta o comunale significative e consolidate esperienze riferibili all’integrazione degli obiettivi di sostenibilità energetica nel quadro degli strumenti di pianificazione dello sviluppo territoriale. Ciò è riscontrabile tanto sul piano delle pratiche quanto su quello del dibattito teorico-disciplinare. Il raggiungimento degli obiettivi che per semplicità inquadriamo nella grande famiglia della sostenibilità energetica delle politiche non può prescindere evidentemente dal coinvolgimento di comunità e amministrazioni locali. Il governo del livello locale evidenzia come molteplici aspetti della politica energetica esprimano importanti capacità di incidere, in maniera più o meno diretta, sulle variabili di natura economica e sociale connesse allo sviluppo dei territori. Consistendo in una dimensione di governo più prossima ai cittadini, la scala locale è quella potenzialmente più adatta a coinvolgere, informare e sensibilizzare le scelte e le azioni di governo. Non secondario risulta inoltre il livello di conoscenza del contesto che si esprime sulle condizioni territoriali, ambientali, sociali, economiche dell’ambito locale, sia in termini di opportunità che di criticità e rischi. A rafforzare questa lettura la considerazione in merito alla razionalizzazione dei consumi energetici del settore civile – ancora fortemente energivoro – che è divenuta negli anni la sfida più importante per le comunità locali. In Italia il Rapporto Energia e Ambiente – Analisi e scenari 2009 (ENEA, 2010: 50-51), pur evidenziando una flessione ridotta ma significativa dei consumi del settore trasporti (-1,8%), mette in risalto una variazione di segno inverso nel settore civile (+3,5%). Questi è anche il settore responsabile di una quota significativa, pari al 20% a livello nazionale, delle emissioni di CO2, superiore perfino a quella emessa dal settore industriale (18%). In questo scenario si è chiamati alla scala locale, in particolare nei comuni, a svolgere un ruolo strategico di vitale importanza: le amministrazioni comunali non solo recepiscono norme e leggi sovraordinate, comprendenti alcuni compiti di vigilanza, ma attraverso le attività di programmazione, pianificazione e regolamentazione possono facilitare l’innovazione nella misura in cui si fanno promotori di linee guida per la scelta di criteri, Sebastiano Curreli

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Il Piano d’azione per l’energia sostenibile nel quadro degli strumenti di pianificazione urbana delle Smart Cities

indirizzi progettuali, meccanismi incentivanti calibrati e contestualizzati nel proprio ambito territoriale. Non a caso alcuni recenti strumenti di politica energetica a livello comunitario chiamano in causa proprio la partecipazione dei Comuni nella stipula di atti volontari di governo del territorio; è il caso ad esempio del Patto dei Sindaci1 (Covenant of Mayors) che sarà oggetto di un nostro successivo approfondimento. A livello internazionale l’importanza dell’azione locale, per il raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità ambientale e contrasto al riscaldamento globale è stata più volte sottolineata, e sono state promosse importanti iniziative basate sull’adesione volontaria degli enti locali: tra le più note richiamiamo ICLEI, Local Governments for Sustainability2 e Agenda 21 locale3. Principio sussidiario, adeguatezza delle politiche e partecipazione permeano tutte queste iniziative. Assicurare un livello di condivisione delle scelte appare sempre più l’unica strada percorribile per raggiungere gli obiettivi di sostenibilità ambientale, economica e sociale. L’importanza di progetti e iniziative comunitari che ricercano espressamente l’integrazione della variabile energetica nei piani e programmi alle varie scale di governo, risiede principalmente nel contributo da loro offerto affinché autorità e comunità locali vengano investite del giusto ruolo di responsabilità rispetto all’abbattimento delle emissioni in atmosfera, al risparmio ed efficienza energetica e in generale allo sviluppo sostenibile.

La necessità di un nuovo modello di governance Il presente saggio muove da tali premesse con l’obiettivo di delineare gli elementi fondamentali di un modello di governance basato sull’integrazione tra processo valutativo e pianificatorio che si affidi a tecniche di partecipazione e di confronto partenariale tra attori e stakeholder attraverso un processo di mainstreaming della dimensione energetica all'interno dei piani di governo del territorio e di sviluppo locale. Un modello così concepito trova piena rispondenza tra le sette innovazioni generali di metodo proposte nel documento di fine mandato del Ministro italiano per la Coesione Territoriale (Barca, 2013: 73-87); sulla base di tali considerazioni il documento, che definisce metodi e obiettivi per un uso efficace dei fondi comunitari 20142020, configura un sistema di «valutazione pubblica aperta» che possa dare vera attuazione al principio europeo del partenariato. Il tema trova riscontro nella Proposta modificata di Regolamento del parlamento europeo e del consiglio recante disposizioni comuni sui fondi strutturali; l’art. 28 riguarda infatti lo Sviluppo locale di tipo partecipativo. È all’interno della matrice concettuale delineata in sede comunitaria che si colloca il rapporto – poco esplorato nelle pratiche pianificatorie – tra modelli di governance e famiglie di indicatori di sostenibilità. Alla base di un valido modello di governance risiede la scelta degli indicatori poiché essi assistono la comunicazione con i cittadini; in tal senso quanto più gli indicatori divengono oggetto di condivisione, tanto più saranno prezioso tramite educativo per i cittadini poiché, essendo elemento centrale del lessico della comunicazione politica, la loro formulazione scaturisce sempre più da un percorso cumulativo tra posizioni diverse. Governare questa variabile garantisce non semplicemente le fasi di monitoraggio di piani e programmi ma fonda lo stesso concepimento degli stessi. Le criticità a monte di tale processo vanno lette secondo due punti di vista. Il primo, interno alla definizione stessa di piani e programmi, entra nel merito della scelta degli indicatori e della loro coerenza ed è riassumibile in una generale inadeguatezza degli indicatori utilizzati per monitorare il ciclo di vita dei piani e la valutazione delle loro performances. Ciò genera ricadute inevitabili nella gestione e valorizzazione dei risultati, continuità e coerenza tra interventi successivi e conseguente incapacità di stabilizzazione di strutture di governance dedicate. Il secondo punto di vista evidenzia criticità in ordine alla situazione economico-sociale delle regioni; tale aspetto non verrà esaminato poiché trascende la trattazione proposta in questa sede. 1

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Il Patto dei Sindaci è il principale movimento europeo che vede coinvolte le autorità locali e regionali impegnate ad aumentare l’efficienza energetica e l’utilizzo di fonti energetiche rinnovabili nei loro territori. Attraverso il loro impegno i firmatari del Patto intendono raggiungere e superare l’obiettivo europeo di riduzione del 20% delle emissioni di CO2 entro il 2020 (tratto dal sito web http://www.pattodeisindaci.eu/about/covenant-of-mayors_it.html. Ultimo accesso 5 aprile 2013). L’associazione ICLEI (International Council for Local Environmental Initiatives) nasce nel 1990 con l’obiettivo di costruire e supportare un movimento mondiale di governi locali per aumentare la sostenibilità e le condizioni ambientali a livello globale sfruttando l’effetto cumulativo delle azioni locali (dal sito web http://www.iclei-europe.org/home/. Ultimo accesso 5 aprile 2013). Carta di Aalborg, 1994: riconosce il ruolo e le responsabilità delle città e dei governi locali nelle azioni di salvaguardia ambientale e nelle scelte di sviluppo sostenibile. Le città che attivano il processo di Agenda 21 locale si impegnano a sviluppare come azione volontaria un piano di azione per la sostenibilità assicurando la partecipazione della cittadinanza e degli attori locali, assicurando un processo di condivisione e informazione sulle azioni da perseguire. Nell’aprile 2009 la rete di Agenda 21 locale ha promosso la Carta delle Città e dei Territori d’Italia con cui gli enti sottoscrittori (comuni, province e regioni) si impegnano a perseguire politiche di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici al fine di ridurre di oltre il 20% le emissioni di gas serra ed aumentare l’equilibrio sociale, ambientale ed economico nel territorio. Anche la Regione Piemonte figura tra gli enti che hanno sottoscritto la Carta.

Sebastiano Curreli

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Il Piano d’azione per l’energia sostenibile nel quadro degli strumenti di pianificazione urbana delle Smart Cities

La rinnovata Agenda Territoriale 2020 (Unione Europea, 2011) rilancia tra i vari target la necessità di sviluppare indicatori territoriali all’interno di una metodologia condivisa per rendere immediatamente efficaci ed efficienti le azioni di sviluppo territoriale; in tal senso l’innovatività degli indicatori non risiede necessariamente nella loro formulazione tout court quanto piuttosto nella relazione/integrazione tra la loro scelta e quella degli stakeholder e dei partner agenti nell’arena decisionale. La costruzione di un indicatore è infatti il frutto di transazioni e compromessi rispetto a potenziali – iniziali – situazioni conflittuali o comunque solo parzialmente sinergiche. Questa prospettiva investe, condizionandone la scelta, gli indicatori di sostenibilità nei tre versanti tradizionali (ambiente, economia e società), ma, mentre nei primi due ambiti si presenta come conflitto tra esperti, nel caso degli indicatori sociali si mostra direttamente come conflitto tra stakeholder. Ne consegue la necessità di indirizzare il processo di formulazione di un indicatore di sostenibilità a partire dall’individuazione degli stakeholder; in questo progettisti e pubbliche amministrazioni possono trovare un fertile campo di sperimentazione. In quest’ottica si colloca, sotto il profilo metodologico, l’interessante sperimentazione rappresentata dall’adesione di venti comunità sarde4 al Patto dei Sindaci e la conseguente stesura di altrettanti Piani di azione per l’energia sostenibile (PAES) nell’ambito di un Protocollo d’Intesa tra la Regione Sardegna e le comunità selezionate tramite avviso pubblico rivolto alle amministrazioni comunali interessate all’avvio di un percorso di affiancamento tecnico per la redazione del proprio PAES5.

Il caso di studio Con la Delibera della Giunta regionale n. 17/31 del 27.04.2010, in linea con gli obiettivi e le strategie dell’Unione Europea, la Regione Sardegna si prefigge di attuare politiche atte a contribuire alla riduzione delle emissioni di gas a effetto serra nell’atmosfera incentivando le strategie finalizzate ad un uso razionale delle risorse rinnovabili e non rinnovabili. In tale ottica il progetto Sardegna CO2.0 ha l’obiettivo strategico di attivare una serie di azioni integrate e coordinate di breve, medio e lungo periodo, destinate a ridurre progressivamente il bilancio delle emissioni di CO2 nel territorio regionale, utilizzando strumenti finanziari innovativi capaci di rigenerare le risorse investite. Il primo progetto, denominato Smart City-Comuni in Classe A, ha previsto attività volte ad affiancare, stimolare e supportare le comunità locali per il raggiungimento dell’obiettivo di razionalizzazione dei consumi di energia da fonte fossile, di produzione di energia elettrica e/o termica da fonte rinnovabile, di uso sostenibile ed efficiente dell’energia. Le attività sono state inizialmente concentrate su un numero limitato di amministrazioni – denominate Comunità Pioniere (CP) – in possesso di idonei requisiti per la sperimentazione. Il progetto, già in fase di attuazione e monitoraggio per venti CP, ha previsto un percorso di affiancamento delle singole amministrazioni comunali con l’obiettivo di redigere i PAES finalizzati a ridurre le emissioni di CO2 di almeno il 20% al 2020 e di favorire e stimolare lo sviluppo di idee progettuali coerenti con le linee strategiche regionali e capaci di assicurare il raggiungimento degli obiettivi dell’iniziativa Smart City6. Descriveremo nel seguito alcune fasi decisive della sperimentazione.

Coinvolgimento e partecipazione degli attori locali7. Consapevoli che ogni realtà territoriale possiede specificità non riducibili e che tali peculiarità possano rappresentare un reale valore aggiunto nel processo di realizzazione e attuazione dei PAES, si è inteso porre le basi per valorizzare metodologicamente, attraverso un ampio processo partecipativo, la società locale in alcune sue dinamiche esemplari. Ciò al fine di mettere al servizio della comunità l’intero patrimonio di intelligenza collettiva, canalizzando le energie e costruendo sinergie altrimenti improduttive. Il primo passo volto a consentire l’effettivo coinvolgimento della comunità nel suo complesso è stato la redazione di uno specifico documento metodologico, condiviso con le amministrazioni comunali, al fine di render trasparente tutto il processo di partecipazione. Il percorso partecipativo ha compreso le specifiche modalità di coinvolgimento dei differenti stakeholder presenti nel territorio di riferimento e di tutti quei soggetti che avrebbero poi contribuito alla realizzazione e alla successiva attuazione del PAES.

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In forma singola o di aggregazione. Per affiancare le Comunità Pioniere, la Regione Sardegna ha creato un gruppo di lavoro multidisciplinare, coordinato dal Servizio per il coordinamento delle politiche in materia di riduzione delle emissioni di CO2 – Green Economy della Direzione Generale della Presidenza, nel quale sono confluite le competenze tecniche, scientifiche ed economicofinanziarie messe a diposizione dalle agenzie regionali e dalle società in house della Regione Sardegna. 6 L’autore del presente saggio ha preso parte al progetto Smart City in qualità di consulente della Regione Sardegna con il compito di dare assistenza tecnica alle CP impegnate nella redazione del proprio PAES. 7 Fase realizzata da luglio 2012 a ottobre 2012. 5

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Il Piano d’azione per l’energia sostenibile nel quadro degli strumenti di pianificazione urbana delle Smart Cities

Gli obiettivi di fondo delle attività partecipative hanno riguardato tre livelli di intervento: l’informazione, il coinvolgimento e l’attivazione della comunità locale. Tali livelli hanno rappresentato un continuum sul quale possono essere misurati anche i risultati complessivi del processo partecipativo. Le attività di informazione sono state realizzate in diversi momenti e occasioni di confronto tra gli amministratori e la cittadinanza. Dalla comunicazione istituzionale, agli incontri con le scuole, dalla partecipazione ad eventi locali, agli incontri di approfondimento sulle modalità di accesso alle risorse finanziarie, le CP sono state affiancate e supportate sia negli aspetti divulgativi sia nell’acquisizione di informazioni specifiche, di carattere tecnico e finanziario. Per quel che riguarda il coinvolgimento e l’attivazione, per garantire un approccio bottom up, le attività sono state indirizzate all’individuazione delle linee di intervento, partendo dalla visione degli attori locali nei confronti del loro territorio, proseguendo nell’ascolto e nella condivisione delle diverse istanze che i singoli portatori di interesse hanno manifestato in occasione della loro partecipazione al processo, fino ad arrivare all’individuazione degli elementi utili alla redazione della strategia ed ad un set di azioni da valutare ed implementare per costruire l’impianto progettuale del PAES. Al fine di garantire il perseguimento degli obiettivi descritti, sono state utilizzate alcune tra le più note metodologie di partecipazione adottate a livello internazionale, scegliendo, di volta in volta, quella più appropriata rispetto alle specificità locali8. La partecipazione degli attori locali è stata mediamente buona in tutte le CP. I partecipanti agli incontri hanno ben rappresentato la varietà del tessuto sociale locale, sia dal punto di vista delle classi di età che delle realtà economiche rappresentate. Questo ha consentito di affrontare molteplici tematiche che sono state utili all’individuazione delle strategie ed alla definizione delle azioni, spaziando tra interessi pubblici e privati afferenti alle varie realtà economiche, alla mobilità pubblica e privata, alle scuole, alle esigenze legate alle famiglie, agli anziani, agli imprenditori. Ogni attore locale ha avuto modo di esprimere le proprie esigenze confrontandosi con i propri concittadini, affrontando, negoziando e quindi scegliendo le azioni del PAES sulla base delle esigenze espresse da tutti i partecipanti. Il processo partecipativo è stato realizzato con il supporto degli amministratori e dei tecnici – interni ed esterni alla struttura regionale – che di volta in volta hanno saputo dare un feedback sulle possibilità di realizzazione delle azioni proposte. Le attività di partecipazione hanno certamente rappresentato un importante percorso di crescita collettiva dell’intera comunità.

Individuazione delle azioni progettuali e stesura del PAES9. Le CP hanno beneficiato del supporto di alcune società e strutture in house della Regione Sardegna ai fini della corretta strutturazione, dal punto di vista tecnico e economico-finanziario delle proposte progettuali da inserire all’interno dei propri PAES. È stata elaborata una valutazione della fattibilità tecnica delle proposte con la finalità di valutare la coerenza delle iniziative emerse con i risultati dell’analisi di contesto. Al fine di facilitare tale processo è stato predisposto e messo a disposizione delle comunità un Documento di Supporto alla Decisione contenente la sintesi dell’analisi di contesto, le potenzialità dal punto di vista energetico delle prime strategie proposte dalle comunità durante la fase di animazione territoriale e delle ipotesi di scenari di riduzione delle emissioni di CO2. Il documento ha costituito una buona base di discussione per gli incontri territoriali con gli stakeholder, volti all’individuazione delle azioni progettuali da inserire all’interno dei redigendi piani. Questa attività ha consentito di mettere in evidenza le criticità e i punti di forza delle azioni proposte in termini di connessioni con la progettualità già esistente nei territori, la disponibilità di risorse materiali e immateriali per l’attuazione degli interventi, l’individuazione di possibili vincoli, gli impatti economico sociali, la coerenza con i risultati dell’Inventario di Base delle Emissioni10 (IBE) e con il quadro della legislazione e programmazione europea, nazionale e regionale. Parallelamente, e in stretta sinergia con la valutazione tecnica, è stata condotta la valutazione della fattibilità economica e finanziaria delle proposte progettuali. L’attività svolta si è sostanziata principalmente nell’affiancamento alle selezionate CP nello sviluppo progettuale degli investimenti, nella valutazione della loro convenienza economica e sostenibilità finanziaria e nell’individuazione delle forme di finanziamento idonee ad attuare gli interventi individuati dal Comune. L’affiancamento ha altresì previsto un’attività di informazione alle CP sulle opportunità di finanziamento esistenti per sostenere gli interventi diretti all’efficientamento energetico ed all’uso di fonti rinnovabili per la produzione di energia. Le attività hanno consentito di individuare per ciascuna CP un set di azioni progettuali che nel corso del 2013 saranno sottoposte al processo di valutazione/istruttoria di finanziamento tramite i dedicati fondi strutturali degli Assi III e V del Programma operativo regionale del Fondo europeo di sviluppo regionale (POR FESR) per il ciclo di programmazione 20078

Tre le metodologie utilizzate: European Awareness Scenario Workshop (EASW), Focus group e Metaplan. Fase realizzata da ottobre 2012 a gennaio 2013. 10 L’IBE ha rappresentato il principale strumento conoscitivo attraverso il quale è stato possibile quantificare e localizzare per ciascun ambito di rilevazione le fonti di emissione di CO2. 9

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Il Piano d’azione per l’energia sostenibile nel quadro degli strumenti di pianificazione urbana delle Smart Cities

2013 e per accedere in via prioritaria alle risorse del fondo rotativo Jessica11. Le restanti azioni incluse nei venti PAES potranno beneficiare dei proventi finanziari derivanti dalle prime azioni poste in essere o trovare eventualmente altre fonti di finanziamento nella prossima stagione programmatoria ancora in fase di definizione. Il caso di studio preso in esame mostra alcune criticità che esporremo nelle note conclusive del contributo.

Conclusioni Lo scenario ritratto, pur contando su alcuni spunti di innovazione metodologica, vede tuttavia gli enti locali di base procedere a diverse velocità rispetto alle questioni di politica energetica e ciò nonostante siano inquadrati in un contesto normativo che impone loro il recepimento a livello locale di specifiche norme europee, nazionali e regionali direttamente e indirettamente connesse all’integrazione della variabile energetica negli strumenti di piano. A questo va aggiunta una considerazione non trascurabile rientrando i PAES nel novero degli strumenti di pianificazione attuativa ad adesione volontaria. Vediamo alcune comuni criticità riscontrate nelle realtà che hanno redatto il proprio PAES all’interno del progetto Smart City. Il recepimento di direttive sovraordinate, che ha animato e guidato la redazione dei PAES, si traduce talvolta in un atto impositivo, non perseguito come una obiettiva necessità ambientale che deve indirizzare le scelte strategiche di pianificazione e programmazione, né tantomeno come un’opportunità reale di crescita sostenibile. Pur nella consapevolezza della centralità delle questioni e tematiche interessate dalla variabile energetica, ci si affida spesso ad azioni sporadiche ed estemporanee, legate in massima parte alla possibilità di accedere a specifici finanziamenti. L’esperienza del progetto Smart City evidenzia come su tutte le comunità coinvolte pesino difficoltà dovute a esiguità di risorse economiche e umane, accentuate in Sardegna dall’alta frammentazione amministrativa e dalla presenza di un elevato numero di comuni (superiore al 90%) sotto la soglia dei 10.000 abitanti. Considerata l’urgenza delle questioni trattate è necessario, dunque, che gli enti locali di base, possano sviluppare competenze e strategie all’interno della propria attività amministrativa, normativa e regolamentare nell’ambito delle funzioni ordinarie loro attribuite. L’esperienza maturata nella predisposizione dei PAES potrebbe in tal senso ispirare virtuosi tentativi di adattamento e adeguamento delle strutture organizzative interne nell’ottica di una rinnovata dimensione di governance locale. Non possiamo tuttavia nascondere il fatto che l’ambito volontario espone gli enti locali al rischio che alternanze politiche, fattori economici e sociali, possano non garantire la continuità delle strategie e il monitoraggio delle azioni proposte in sede di piano, o che ancora i comuni con risorse umane ed economiche limitate non riescano a impostare adeguate politiche energetiche, riducendo la propria azione ad una rincorsa a canali di finanziamento, la cui continuità e disponibilità non sempre è garantita.

Bibliografia Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile, ENEA (2010), Rapporto Energia e Ambiente – Analisi e scenari 2009, Roma. Barca F. (2013), Le politiche di coesione territoriale. Rapporto di fine mandato, Roma. Commissione Europea (2012), Proposta modificata di regolamento del parlamento europeo e del consiglio recante disposizioni comuni sul Fondo europeo di sviluppo regionale, sul Fondo sociale europeo, sul Fondo di coesione, sul Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale e sul Fondo europeo per gli affari marittimi e la pesca compresi nel quadro strategico comune e disposizioni generali sul Fondo europeo di sviluppo regionale, sul Fondo sociale europeo e sul Fondo di coesione, e che abroga il regolamento (CE) n. 1083/2006 del Consiglio, COM(2012) 496 final, 11.9.2012, Bruxelles. Regione Sardegna (2012), Programma operativo regionale del Fondo europeo di sviluppo regionale, versione approvata dal Comitato di Sorveglianza in data 17 aprile 2012, Cagliari. Unione Europea (2011), Territorial Agenda of the European Union 2020, Gödöllő.

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Joint European Support Sustainable Investment in City Areas.

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Le valutazioni di scenari flessibili per la riduzione del rischio naturale

Le valutazioni di scenari flessibili per la riduzione del rischio naturale Roberto De Lotto Università degli Studi di Pavia DICAR - Dipartimento di Ingegneria Civile ed Architettura Email: roberto.delotto@unipv.it Tel: 0382.985792 Cecilia Morelli di Popolo Università degli Studi di Pavia DICAR - Dipartimento di Ingegneria Civile ed Architettura Email: ceciliamorellidp@gmail.com Tel: 0382.985743 Sara Morettini Università degli Studi di Pavia DICAR - Dipartimento di Ingegneria Civile ed Architettura Email: morezsara@tiscali.it Elisabetta Venco Università degli Studi di Pavia DICAR - Dipartimento di Ingegneria Civile ed Architettura Email: bets.venco@virgilio.it

Abstract Il paper intende proporre una metodologia complessiva per l’approccio alla costruzione di scenari di piano relativi alla riduzione del rischio naturale. Il metodo viene approfondito dal punto di vista procedurale ma anche dal punto di vista sostantivo. Il quadro disciplinare di lettura della città al quale si fa riferimento, è la ‘città flessibile’. Il termine ‘città’ è utilizzato in senso estensivo, e riguarda insediamenti di dimensioni variabili; infatti si ritiene che i concetti qui esposti siano ragionevolmente estendibili alle diverse scale. L’inquadramento culturale che viene presentato descrive l’approccio generale seguito in tutte le fasi del lavoro e focalizza il punto di vista attraverso il quale sono intesi: la città nel suo complesso; tutti gli elementi costitutivi della città stessa; le diverse dimensioni della città con gli ambiti disciplinari coinvolti. Leggendo la città come elemento ‘flessibile’ e adattivo, ci si è interrogati su quale tipo di piano e quali contenuti fossero adeguati ad un contesto che nella reazione agli eventi naturali trova occasione di verifica della propria resilienza. Parole chiave Città flessibile, rischio naturale, valutazione di scenari.

Inquadramento culturale: la Città flessibile Il progresso tecnologico e della società, i cambiamenti politici e geografici si stanno riflettendo sempre più sulle richieste da parte della cittadinanza (intesa come una civitas composita di residenti e city users), nei confronti della città e delle sue caratteristiche. Tuttavia il progresso fisico non può essere rapido come quello che i suoi abitanti necessiterebbero perché vi sia completa coerenza tra urbs e civitas. Già Geddes, nel libro ‘L’evoluzione della città’, introduce gli elementi dell'approccio adattivo e ‘flessionista’ che oltre ad occuparsi di temi classici relativi allal città fisica (che oggi possiamo riconoscere nel recupero, Roberto De Lotto, Cecilia Morelli di Popolo, Sara Morettini, Elisabetta Venco

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Le valutazioni di scenari flessibili per la riduzione del rischio naturale

l’ammodernamento e la ricostruzione), evidenzia aspetti processuali critici quali, ad esempio, l’eccesso di autorità politica e tecnica nell’atto pianificatorio, che estrania il ruolo della cittadinanza rispetto alla città stessa. «Rompere con una tradizione o con uno stile è tanto più significativo ed efficace quanto più tale stile e tradizione sono conosciuti con precisione e profondità. In questo senso la concezione di nuovi metodi e pratiche urbanistiche, l’elaborazione delle loro problematiche, passano attraverso la conoscenza dei metodi, delle pratiche e dei problemi posti dalle teorie che ci hanno preceduto sulle sistemazioni urbane» (Choay, 1981: 10). Se da un lato le esigenze di adattamento si possono configurare come una rilettura del passato, dall’altro nel contesto contemporaneo esse richiedono un approccio innovativo. Infatti, come già evidenziato in altri contributi (De Lotto, 2012, De Lotto, Morelli di Popolo, 2012), è evidente come i city users richiedano adeguamenti della realtà e dai luoghi ad un ritmo sempre crescente, in linea con i cambiamenti degli stili di vita. La teoria della città flessibile va letta come strettamente legata (in quanto ne deriva) alla teoria evoluzionista: come scrive Geddes, «evolution considers form and function no longer statically, but in movement» (Welter, 2002: 182). Il mutamento ed il concetto stesso di spazio-tempo cambiano al pari passo dei moderni progressi tecnologici e scientifici, ma la metamorfosi continua rischia di far perdere alla civitas la sua stessa identà. Il cuore del problema diviene il legame tra civitas e urbs come rapporto non esclusivamente legato ad esigenze funzionali, e di conseguenza si richiama con forza il tema della permanenza dei luoghi antropologici. L’identificazione del cittadino in luoghi fisici della città è una tematica di primaria importanza, accompagnata allo stesso tempo dalla necessità evolutiva che prevede che nessun luogo, in termini urbanistici, abbia funzioni predeterminate e costanti (Koolhaas, 1978, 2001). «Città in evoluzione significa che anche ciò che appare più stabile, come l’insediamento, si trasforma continuamente, sotto i nostri occhi. Ma il punto centrale del ragionamento di Geddes è che questa trasformazione non risponde al dispiegarsi lineare e inevitabile di una legge. Per Geddes l‘evoluzione non significa trasferimento di leggi dal campo della natura al campo della società. Non significa neppure ‘progresso’, che Geddes considera una trappola quantitativa che imprigiona il movimento della società in un circolo vizioso. Evoluzione è un racconto che intreccia sempre diversamente nel tempo innovazione e memoria, trasformazione delle tecniche e degli ideali collettivi e conservazione delle tradizioni e delle istituzioni più remote». (Ferraro G., 2002: 32-33) Quindi, nel ragionamento di Geddes, non si parla di progresso legando questa parola esclusivamente a mera innovazione tecnologica, ma si tratta di una continua evoluzione, partendo anche dalla memoria collettiva, ciò che in città è maggiormente identificabile con i luoghi antropologici. Il senso della memoria e di identificazione sociale diventa fondamentale per l’evoluzione, e l’importanza di conservare i segni del passato è fonte di riflessione per l’evoluzione dell’uomo-cittadino. Pensando ad una città in evoluzione, non si può definire una regola formale finita, ma piuttosto linee strutturali e scenari possibili. L’approccio organicista-evoluzionista, adattato ai giorni nostri, non può però prescindere da un fattore che nel passato assumeva un’importanza sicuramente diversa: il fattore tempo. Le teorie dell’evoluzione parlano di capacità di adattamento, e di modifiche di abitudini e forme delle diverse specie, a seguito di cambiamenti avvenuti in lunghi lassi di tempo, mentre il moderno approccio non può fare a meno di tener conto della velocità con cui la tecnologia e gli usi cambino o come certe situazioni di contorno rendano necessari cambiamenti repentini. La capacità di adattamento dell’uomo quindi deve svilupparsi con modalità e tempi diversi rispetto alla storia precedente. Le nuove città ed i nuovi interventi devono poter già prevedere questa necessità di modifiche funzionali laddove si verifichino cambiamenti di esigenze, e la necessità di flessibilità è sempre più richiesta in tutti i campi (Poli, 2009). Allo stesso modo può essere intesa la necessità di adattamento di un ambiente che ha subito delle modifiche repentine dovute, ad esempio, ad eventi naturali di breve ed intensa durata come guerre, attentati o eventi naturali catastrofici.

Procedura Scenario planning Lo scenario planning è un noto metodo di pianificazione strategica, utilizzato a partire dagli anni ’70 prevalentemente in ambiti legati all’economia, alla finanza ed alla pianificazione aziendale. Come metodo risulta particolarmente adatto alla pianificazione territoriale in quanto permette di semplificare elevate quantità di dati in un numero limitato di possibili configurazioni. Come spiegato da Schoemaker (1995), ogni scenario specifica le modalità in cui diversi elementi interagiscono sotto specifiche condizioni. Le interazioni possono essere formalizzate con diversi metodi quantitativi o qualitativi. Un altro aspetto interessante dello scenario planning è la possibilità (tipica dell’urbanistica) di integrare dati quantitativi con espressioni di tipo qualitativo e, ancora di più, di integrare discipline con queste caratteristiche. La ‘fuzzyness’ insita in molte se non tutte le variabili che determinano la vita di una città e le relazioni tra gli Roberto De Lotto, Cecilia Morelli di Popolo, Sara Morettini, Elisabetta Venco

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attori, nello scenario planning non sono un ostacolo in quanto il metodo stesso esplora la relazione tra diverse incertezze. La condizione richiesta per ogni scenario è che possieda consistenza e plausibilità interne. Ciò che differenzia lo scenario planning da altri metodi strettamente quantitativi (quali ad esempio la simulazione) consiste nella ricchezza che l’accesso a diverse possibilità implica. Questo aspetto rende lo scenario planning perfettamente in linea con l’impostazione della città flessibile e adattiva. Nella costruzione dello scenario i principali passaggi direttamente tratti dalle formulazioni originali della costruzione dello scenario sono dieci: 1. definizione dello scopo; 2. identificazione dei maggiori stakeholders; 3. identificazione delle tendenze di base; 4. identificazione dei principali elementi di incertezza; 5. costruzione dei temi dello scenario iniziale; 6. verifica di consistenza e plausibilità; 7. studio dei temi dello scenario; 8. definizione delle esigenze di approfondimento; 9. sviluppo di modelli quantitativi; 10. evoluzione verso scenari decisionali. Non necessariamente ognuno di questi passaggi deve avere una sua totale indipendenza; anzi, nella formulazione di proposte localizzative urbanistiche essi sono strettamente interrelati e/o sintetizzabili in fasi progettuali ampiamente condivise. Ad esempio, le fasi 6), 7), 8) e 9) possono essere un unico step di verifica, mentre la fase 10) può richiedere un passaggio retroattivo di modifica della fase 1). Come è evidente, ogni scenario discende da uno specifico scopo che si intende perseguire; nel nostro caso, l’obiettivo inziale è condiviso in senso assoluto: la diminuzione del rischio, ma tale scopo è troppo generale per poter definire uno scenario localizzativo. È necessario individuare degli scopi secondari, e costruire uno scenario per ognuno di essi seguendo la procedura illustrata. In questo modo ci sarà un determinato numero di scenari, che perseguono obiettivi tra loro diversi; integrabili ma diversi. Per questo appare evidente la necessità di introdurre dei metodi di valutazione comparativa. Per fare un esempio generale: escludendo la vulnerabilità (che è riferita all’elemento edilizio), la riduzione del rischio può avvenire attraverso la riduzione della pericolosità oppure attraverso la riduzione dell’esposizione. Nel primo caso si chiamano in causa direttamente gli aspetti areali/localizzativi, mentre nel secondo l’elemento primario da considerare è la destinazione funzionale. Essendo impossibile escludere aprioristicamente uno dei due scopi, si tratta di circoscrivere in quale misura entrambe possono concorrere ad un unico scenario.

Valutazione La valutazione applicata a piani e a scenario di piano è un tema noto molto dibattuto (Patassini, 1995, Stanghellini, 1996, Lombardi, Micelli, 1999, Lenti, Marchi, 2003). La valutazione sottintende un processo decisionale, cioè la formulazione di una decisione in condizioni di complessità e incertezza. L'attivazione di un processo decisionale è legata all'identificazione di un problema, percepito come tale e trasformato in istanza, cui si cerca di dare una risposta o una soluzione. La valutazione, o meglio la ricerca valutativa è intrinsecamente una operazione progettuale (Bezzi, 2001). Il vero e proprio processo di valutazione consiste nell'elaborazione delle preferenze sull'insieme delle azioni percepite dagli attori. L'elaborazione comporta l'individuazione dei criteri di scelta, la ricerca del livello di soddisfazione, l'analisi delle conseguenze probabili, la raccolta delle informazioni necessarie, l'interazione reciproca e uno sforzo di sintesi contingente. La valutazione dei contesti attuali caratterizzati da una forte aleatorietà, è chiamata a svolgere un'azione razionalizzatrice. L'oggetto della valutazione può essere un'opinione, un'azione, un assetto organizzativo, un ambiente, un impatto su di una scala di valori o una performance di un'azione rispetto ad uno o più criteri. In generale stabilire un obiettivo nella valutazione corrisponde ad effettuare una dichiarazione specifica dei risultati o esiti desiderati di un progetto. Un obiettivo può essere specificato in modo più o meno generale, può essere quantificato o non quantificato e di solito fa parte di una gerarchia di obiettivi. Dato un insieme di oggetti (opzioni, progetti, alternative, scenari, etc.) il criterio stabilisce relazioni di dominanza fra oggetti e partizioni più o meno stabili. L'individuazione e la formulazione esplicita di questi attributi (criteri), necessari per la valutazione di un problema (piani, progetti, processi alternativi), sono un presupposto necessario per applicazioni di questo tipo, in quanto esprimono un aspetto misurabile di giudizio che caratterizza una certa dimensione. Il criterio è quindi dotato di una struttura di preferenza e ad ogni criterio è associata una scala in valori ordinali o cardinali. Essi sono caratterizzati da: semantica, metrica e modalità di Roberto De Lotto, Cecilia Morelli di Popolo, Sara Morettini, Elisabetta Venco

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espressione del giudizio formalizzata dalla funzione di risposta e devono soddisfare i seguenti requisiti: intelligibilità, consenso, coerenza, completezza, non ridondanza. Il riconoscimento del valore porta alla formazione di un punto di vista sulla cui base preferire o evitare azioni o sequenze di azioni. La teoria della decisione fornisce un impalcato metodologico per valutare potenzialità e rischi di un particolare corso di azioni, sulla base di teorie della probabilità e dell'utilità. Si ricorda che l’oggetto specifico della valutazione, cioè lo scenario che minimizza il rischio naturale, fa riferimento a grandezze puramente statistiche e probabilistiche (rischio, esposizione, pericolosità). È possibile descrivere il legame tra decisione e pianificazione, sia esso relativo ad ambienti individuali che ad ambienti plurali, come un continuo ciclo di esplorazione dello spazio dell’azione composto di tre attività: • Strutturazione del problema; • Costruzione ed implementazione di alternative; • Reframing, ri-inquadramento del problema di partenza. Come appare evidente, il processo di valutazione è molto simile a quello dello scenario planning (d’altra parte entrambe sono metodi di supporto alle decisioni di derivazione economica) e si sottolinea quindi la coerenza interna del metodo complessivo. L'analisi multicriteri (MCDA) è una tecnica di strutturazione dei giudizi e della loro aggregazione nello spazio dei criteri, uno strumento di aiuto alla decisione: permette di riconoscere o creare opportunità negoziali nel gioco fra coalizioni di criteri a favore o contro l’ipotesi che si intende testare (detta di dominanza), ovvero l’ipotesi che un’opzione superi globalmente le altre (Voogd, 1983). Di questo macrogruppo fa parte anche AHP - Analytic Hierarchy Process (Saaty, 1977, 1990, 1996) che può essere definito come una procedura sistemica appropriata per decisioni complesse che richiedono la comparazione di elementi di giudizio difficilmente quantificabili; contribuisce a risolvere i problemi complessi attraverso la strutturazione di una gerarchia di criteri, in quanto decompone i problemi in sub-problemi che possono essere più facilmente compresi e valutati; permette l’integrazione efficace di fattori oggettivi e soggettivi, quantitativi e qualitativi. Proprio questa sua particolarità lo rende appropriato per lo studio di scenari di progetto alternativi con elementi di base comuni, declinati in diverse accezioni. Il suo uso condurrà alle decisioni ‘razionali’ ovvero quelle che realizzano al meglio il maggior numero di obiettivi. L’ultimo passo dell’Analytic Hierarchy Process è quello riguardante l’analisi di sensitività in quanto è necessario verificare la stabilità dei risultati ottenuti. Infatti, come ogni metodo multicriteri, i risultati dell’AHP variano al variare dei pesi attribuiti ai criteri e ai subcriteri e al variare del numero di elementi che compongono la gerarchia. In particolare, modificando i pesi dei criteri, si può vedere come varia la scala di priorità delle alternative. Il metodo AHP gestisce perfettamente decisioni complesse e grazie alle sfumature di valutazioni possibili, porta l’operatore ad avere la possibilità di valutare in modo più oggettivo ed esaustivo gli elementi a confronto. Il campo migliore dove sfruttare la procedura è quello legato alla valutazione degli scenari/alternative: grazie anche ai suoi intrinseci controlli, si possono effettuare valutazioni che tengono conto di ogni singolo aspetto del piano, ottenere risultati più che apprezzabili e rispecchianti la realtà, soprattutto a fronte di criteri che permettono confronti e espressioni di idee quantitative.

Contenuti dello scenario L’aspetto sostantivo dello scenario deve giungere a proposte di tipo spaziale e localizzativo e definisce prioritariamente delle macrofunzioni e degli ambiti di intervento. L’assunto iniziale è scontato in quanto ogni insediamento presenta funzioni localizzate spazialmente su ambiti definiti da diversi livelli di pericolosità e conseguentemente essi offrono diversi livelli di esposizione (Cremonini, 1990, Fabietti, 1999, 2001, Di Lodovico, Iangemma, 2012, Di Salvo et al., 2012, Gesualdi, 2012, Losco, Macchia, Marino, 2012). Per la pianificazione alla scala urbana è necessario possedere elementi conoscitivi di dettaglio; ad esempio, per il caso del rischio sismico, è indispensabile la micro-zonazione sismica (ad oggi non ancora molto diffusa) basata sui fattori di amplificazione del suolo. Ipotizzando di avere tutti gli elementi conoscitivi, gli scenari definibili sulla base dei macro-obiettivi possono seguire due modalità di intervento: 1. Agendo sulla localizzazione: è ipotizzabile la modificazione della localizzazione di una determinata funzione urbana da un’area ad alto rischio ad un’area a basso rischio; 2. Agendo sulla funzione: nello stesso luogo, si ipotizza la sostituzione di una funzione ad elevata esposizione con una funzione con esposizione minore; Per garantire elevati livelli di flessibilità, ogni nuovo ambito funzionale deve considerare la possibilità di subire modifiche di destinazione e di volumetria. Ciò significa innanzitutto individuare le condizioni di carico urbanistico massimo determinate dal contesto infrastrutturale e misurate rispetto a criteri di consistenza e plausibilità delle diverse ipotesi di densità.

Roberto De Lotto, Cecilia Morelli di Popolo, Sara Morettini, Elisabetta Venco

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Le valutazioni di scenari flessibili per la riduzione del rischio naturale

Inoltre, le casistiche 1) e 2) devono tenere conto del valore antropologico dei luoghi e quindi dell’esistenza di limiti alla variabilità di forme e funzioni urbane. Su questo tema si possono considerare come punti di partenza gli studi teorici della Choay (2001), gli approfondimenti sulla Struttura Urbana Minima ed indagini specifiche da effettuare sul valore di spazi ed edifici esistenti. Come già accennato uno scenario complessivo abbraccia entrambe i metodi di base. Il livello di soddisfazione che ogni scenario presenta, può essere confrontato a partire dai pesi che si attribuiscono ad ogni aspetto specifico coinvolto (aspetto sociale, culturale, economico, architettonico, etc.). La procedura valutativa di tipo multicriteriale è in linea con le esigenze sopra esposte. Per l’attribuzione dei pesi si è ipotizzato di utilizzare il metodo del confronto a coppie il quale, benché possa presentare elementi di soggettività, è ampiamente utilizzato e testato. Come cifra di confronto, così come è stato suggerito da studiosi della Fondazione GEM (Global Earthquake Management, Segretario Generale: Prof. Rui Pinho dell’Università degli Studi di Pavia) che mira a costruire modelli e tools quantificabili e il più possibile oggettivi, si è considerata una voce di costo in genere insito nel concetto di esposizione, qui inteso come somma di un costo economico relativo ad alcune tipologie di intervento (quali ad esempio l’adeguamento strutturale, la rilocalizzazione di funzionai esistenti, la definizione di nuovi ambiti) e di un costo sociale relativo all’ambiente costruito, valutato come componente complessa a cui fanno riferimento non solo le vite umane ma anche aspetti quali il valore storico-culturale, il valore monumentale, il valore simbolico, il valore estetico, di oggetti urbani che possono subire o che hanno subito un danno. Se per il costo economico è relativamente semplice definire abachi quantitativi di riferimento (è un bilancio economico-finanziario standard), per il costo sociale è doveroso utilizzare criteri di tipo qualitativo che possono rientrare in una matrice multicriteriale. I criteri stessi possono essere pesati con il metodo del confronto a coppie. Difficilmente gli esiti della verifica possono essere associati alle cifre che emergono dalla valutazione economica (valori economici di riferimento anche per i fattori sociali sono quelli determinati dalle compagnie assicurative ed essi possono essere utili se considerati a titolo di parametro comparativo, e non come valori assoluti). Seguendo il percorso dell’AHP si possono così avere diverse ‘classifiche’, riferite ai costi economici, ai costi sociali e ad infinite combinazioni pesate di essi. In base al sistema valoriale che guida l’attribuzione dei pesi, sistema che esplicita o traduce lo scopo iniziale del processo di scenario planning, si costruisce il percorso di scelta dello scenario preferibile.

Conclusioni Nel testo il termine resilienza viene assunto in riferimento a concetti ad esso legati come ad esempio la capacità di adattamento. Per resilienza si intende non tanto la capacità di ritorno alle condizioni di equilibrio iniziale (nel caso specifico le condizioni territoriali, sociali, economiche) in seguito ad un evento perturbativo quale l’evento naturale, quanto la capacità di trovare un nuovo punto di equilibrio anche diverso da quello precedente (anzi, certamente diverso da quello precedente, atteso che almeno dal punto di vista sociale e di memoria collettiva non è possibile cancellare eventi che stravolgono, anche temporaneamente, una comunità). Si è scelto di fare riferimento allo scenario planning come guida metodologica per dare forma al piano urbanistico più adatto al contesto culturale di riferimento. Dello scenario planning si considerano i passaggi fondamentali mentre per la definizione dei contenuti degli scenari, cioè della loro componente sostantiva, si fa riferimento al principio della indifferenziazione funzionale che la città flessibile chiama in causa (De Lotto, 2012) e di salvaguardia della variazione funzionale. All’interno di una ipotesi localizzativa generale si accetta che vi siano variazioni di destinazione e di consistenza volumetrica diffuse nel tempo, anche con ritmi rapidi, che non cambiano la sostenibilità urbanistica dello scenario. Ogni scenario, che si considera come modificazione dello stato di fatto (essendo azione di prevenzione o risposta all’evento naturale), è composto tradizionalmente da singole azioni alle quali si attribuisce un valore o una posizione in una scala gerarchica; ad esse può essere associato un costo attraverso un processo di stima (il metodo scelto nello specifico è relativamente semplice, ma si può optare per diverse tecniche senza che cambi la filosofia generale dell’intero procedimento). La necessità di individuare un parametro di costo è stata concordata con uno staff appartenente alla Fondazione GEM con cui il gruppo di ricerca sta collaborando. Il confronto tra gli scenari individuabili avviene attraverso metodologie di valutazione classiche, tra cui l’AHP, ma che possono essere integrate e modificate in base ai contesti, alle specifiche caratteristiche degli scenari stessi e alle risposte che gli attori decisionali possono richiedere nei diversi momenti. Il procedimento porta a caratterizzare ogni scenario secondo una serie di parametri che si sintetizzano con un valore di costo finale. È importante segnalare come questo valore sia utile ai fini della preferibilità di uno scenario rispetto ad un altro (la valutazione è comparativa), ma che non ne definisce elemento di valutazione assoluta. Con fini esclusivi di ricerca il metodo è stato applicato alla scala urbana ad alcuni contesti tra cui il Comune di Faenza. Roberto De Lotto, Cecilia Morelli di Popolo, Sara Morettini, Elisabetta Venco

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Le valutazioni di scenari flessibili per la riduzione del rischio naturale

Il prossimo step del lavoro è la unificazione dei diversi passaggi in un unico planning tool informatizzato.

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Riconoscimenti: Si ringrazia il Prof. Rui Pinho ed i colleghi della GEM e dell’Eucentre di Pavia per la fondamentale collaborazione alla ricerca in corso.

Roberto De Lotto, Cecilia Morelli di Popolo, Sara Morettini, Elisabetta Venco

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L’analisi di scenario per l’adattamento al cambiamento climatico: definire un progetto di sostenibilità per la città sub-Sahariana

L’analisi di scenario per l’adattamento al cambiamento climatico: definire un progetto di sostenibilità per la città sub-Sahariana Giuseppe Faldi Sapienza Università di Roma Dipartimento di Ingegneria Astronautica, Elettrica ed Energetica Email: giuseppe.faldi@yahoo.com

Abstract Lo studio assume che la pianificazione dell’adattamento al cambiamento climatico (CC) nei contesti urbani non debba essere esclusivamente finalizzata a ridurre i possibili impatti del CC, ma debba anche interessarsi alla definizione di un progetto futuro di trasformazione della società e del territorio verso più ampi obiettivi di sostenibilità. Concentrandosi sulle tecniche di analisi di scenario, sempre più utilizzate come strumento metodologico applicato alla pianificazione dell’adattamento, in quanto considerate capaci di confrontarsi con la crescente incertezza dei sistemi socio-economici, ambientali e climatici, questo studio propone alcune riflessioni sul significato e sulle implicazioni dell’applicazione di due diversi approcci, di forecasting piuttosto che di backcasting, per guidare la pianificazione dell’adattamento nei contesti urbani sub-Sahariani. In particolare, riconosce la potenzialità del backcasting partecipativo nel sostenere comunità e amministrazioni locali nella definizione di obiettivi di adattamento, fattori di cambiamento e possibili azioni trasformative del sistema. Parole chiave Adattamento, Analisi di scenario, Backcasting

La questione dell’incertezza nella pianificazione dell’adattamento al cambiamento climatico Il cambiamento climatico (CC) è ormai riconosciuto a livello globale come una delle sfide più significative e complesse per le società del XXI secolo. Dopo un ventennio in cui il dibattito politico (in sede UNFCCC1) e scientifico (in ambito IPCC2) sulle strategie per contrastare il CC si è focalizzato principalmente sul tema della mitigazione, ossia la riduzione della concentrazione dei gas climalteranti nell’atmosfera, a partire dalla ‘Conference of Parties’ di Bali (2007) si sono mossi i primi passi verso il riconoscimento – anche in termini finanziari – dell’adattamento come strategia parimenti rilevante (da applicarsi non disgiuntamente dalla mitigazione) rivolta verso l’incremento delle capacità di risposta locali nei confronti degli effetti del CC, nell’ottica di ridurne i possibili impatti negativi e coglierne le opportunità positive. Tale impegno si è tramutato in ambito scientifico in una progressiva complessificazione degli schemi metodologici per il supporto alla definizione delle strategie di adattamento – dai “classici” studi di impatto sino a più articolati studi di vulnerabilità3 al CC che inglobassero la capacità adattiva delle persone nel processo di

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‘United Nations Framework Convention on Climate Change’ ‘Intergovernamental Panel on Climate Change’ 3 Nella letteratura sul CC la vulnerabilità è definita come ‘Il grado al quale un sistema è suscettibile, o incapace di far fronte, agli effetti negativi dei cambiamenti climatici, includendo la variabilità climatica e gli eventi estremi. La vulnerabilità è una funzione del tipo, della grandezza, e del tasso dei cambiamenti climatici al quale un sistema è esposto, della sua sensibilità e della sua capacità di adattamento‘ (IPCC, 2001: 21). Secondo tale definizione la finalità della valutazione della vulnerabilità è quella di sviluppare una comprensione dei processi ambientali e socio-economici che possono trasformare le conseguenze del CC in possibili fattori di rischio per le persone. Fornendo così quel substrato conoscitivo necessario per formulare possibili strategie di adattamento specifiche per un determinato territorio (Downing, Patwardhan, 2003). 2

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valutazione4 (Füssel, 2007). Nonostante questa vasta produzione scientifica, resta tuttora aperta una rilevante ed ampiamente dibattuta questione riguardante il modo in cui la pianificazione dell’adattamento debba confrontarsi, specialmente nei contesti urbani, con il tema dell’incertezza futura; incertezza profondamente correlata alla difficoltà di leggere nel lungo termine la complessità e l’interdipendenza dei sistemi sociali, economici, ambientali ed infrastrutturali, la rapidità nei cambiamenti degli stessi, nonché alla difficoltà di prevedere gli impatti del CC, soprattutto ad una scala locale. Difatti, sebbene i trend futuri relativi ad alcune variabili climatiche possano essere stimati più o meno precisamente a livello globale, muovendosi verso una scala locale la complessità delle interazioni tra le molteplici variabili climatiche e i relativi driver coinvolti rende la previsione degli effetti del CC altamente incerta (Hulme, Pielke, Dessai, 2009). Tali dinamiche sono ulteriormente complessificate dalle relazioni retroattive che si instaurano con i processi e driver non-climatici, i quali possono modificarsi in relazione agli impatti dal CC, ma al tempo stesso essere fonte di variazione per i medesimi (Jones, 2000). Si assiste a quella che Oldfield (2005) definisce come “cascata delle incertezze”, che cresce progressivamente nel percorso che va dalla costruzione degli scenari globali di emissione alla definizione dello spettro dei possibili impatti umani, passando per la risposta del ciclo del carbonio, la sensibilità del clima globale e gli scenari regionali di cambiamento climatico. Infatti, ad ogni passo cambia il sistema di riferimento e le relative caratteristiche di predicibilità (Macchi, 2012a). Tale questione appare ancor più accentuata nei contesti urbani sub-Sahariani, dove la necessità di definire idonee strategie di adattamento si scontra non solo con l’incertezza nelle condizioni climatiche future a livello locale – unitamente alla carenza di informazioni climatiche ed ambientali storiche – ma anche con la mancanza di strumenti pianificatori (o l’inadeguatezza degli attuali) che consentano di leggere e governare i processi dinamici in atto (alti tassi di crescita urbana, processi insediativi, utilizzo diretto delle risorse naturali, complessità del sistema urbano-rurale) (Friedmann, 2005). A partire da tale contesto di riferimento, nell’ambito di questo contributo ci si concentra sulle tecniche di analisi di scenario sempre più impiegate da ricercatori e policy maker come strumento metodologico applicato alla pianificazione dell’adattamento, in quanto considerate in grado di confrontarsi con situazioni altamente incerte caratterizzate da un basso livello di controllo (Peterson, Cumming, Carpenter, 2003). Con il termine “analisi di scenario” si fa riferimento ad un insieme di metodi e metodologie attraverso i quali plausibili storie ed immagini sul futuro (scenari) vengono costruite ed utilizzate per sostenere i processi decisionali e la pianificazione di priorità e azioni da intraprendere5 (Shoemaker, 1995; Chermack, Lynham, Ruona, 2001). Attraverso l’analisi dei due principali approcci per la costruzione di scenari esistenti in letteratura (approccio di forecasting ed approccio di backcasting) questo studio intende produrre alcune riflessioni riguardo il ruolo e le implicazioni dell’impiego dell’analisi di scenario nella pianificazione dell’adattamento nei contesti urbani subSahariani, partendo dall’assunto che la pianificazione dell’adattamento non debba essere esclusivamente finalizzata alla riduzione dei possibili impatti diretti ed indiretti del CC, ma debba anche interessarsi alla definizione di un progetto futuro di trasformazione della società e del territorio verso più ampi obiettivi di sostenibilità. A tal proposito, si farà riferimento alla metodologia di analisi di scenario sviluppata nell’ambito del progetto europeo ‘Adapting to Climate Change in Coastal Dar es Salaam’ (ACC Dar)6, finalizzata a supportare le autorità locali di Dar es Salaam (Tanzania) nella definizione di strategie di adattamento di lungo termine nel campo della gestione delle risorse idriche7.

Approcci all’analisi di scenario Il campo degli studi sul futuro ingloba una grande varietà di tecniche per lo sviluppo di scenari, che differiscono ampiamente in termini di obiettivo, metodo, contenuto ed impostazione filosofica8. Dall’analisi della letteratura 4

Füssel e Klein (2006) individuano quattro schemi concettuali nell’evoluzione del processo di valutazione della vulnerabilità al CC: ‘valutazione d’impatto’, ‘valutazione di vulnerabilità di prima e seconda generazione’ e ‘valutazione delle politiche di adattamento’, che differiscono in relazione ai driver e fattori di pressione (climatici e non climatici) considerati, e rispetto alle componenti della vulnerabilità (esposizione, sensibilità, capacità adattiva) introdotte nell’analisi, e, di conseguenza, verso cui si rivolgono le azioni di adattamento da pianificare. 5 Più che focalizzarsi sulla previsione futura di un determinato aspetto o fenomeno (ed, in questo senso, andando oltre il tradizionale paradigma del ‘predict and plan’), attraverso l’analisi di scenario viene considerata una varietà di possibili ed alternativi futuri che includono e rendono esplicite le principali incertezze presenti nel contesto in studio (Peterson et al., 2003; Holway, Gabbe, Hebbert, Lally, Matthews, Quay, 2012). 6 Per una esposizione sintetica del progetto vedi Macchi (2012b). Materiali specifici sono disponibili a: http://www.planning4adaptation.eu/ 7 Per quanto concerne l’attività di costruzione di scenari, il progetto è ancora in corso di svolgimento. Di conseguenza, nell’ambito di questo contributo non verranno presentati risultati specifici per il contesto in studio, ma ci si focalizzerà esclusivamente sull’impianto metodologico sviluppato. 8 Per una presentazione della storia dell’analisi di scenario dalle sue origini sino all’evoluzione delle principali scuole di pensiero, che rappresentano il basamento teorico e strumentale degli studi di scenario attuali, vedi Bradfield, Wright, Burt, Cairns, Van Der Heijden (2005).

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due grandi filoni di studio possono essere riconosciuti, che si esplicano in due diversi approcci alla costruzioni degli scenari (Van Notten, Rotmans, Van Asselt, Rothman, 2003; Börjeson, Höjer, Dreborg, Ekvall, Finnveden, 2006): • approccio di forecasting (scenario esplorativo – ‘Che cosa è possibile che accada?’); • approccio di backcasting (scenario normativo – ‘Che cosa è preferibile che accada, ossia come è possibile raggiungere un determinato obiettivo?’). L’approccio esplorativo si sviluppa all’interno dell’ampio filone della pianificazione strategica in contrapposizione al tradizionale paradigma razional-positivista che considerava il futuro come totalmente prevedibile attraverso l’estrapolazione dei trend storici. Nella visione strategica, l’analisi di scenario rappresenta uno strumento che, attraverso la costruzione e l’esplorazione di possibili storie e percorsi dal presente verso il futuro, può essere utilizzato come processo di apprendimento finalizzato a comprendere le relazioni tra i differenti fattori di cambiamento, e di conseguenza, esplorando le implicazioni derivanti dall’applicazione di strategie di lungo termine, sviluppare un certo grado di flessibilità del sistema interessato nei confronti dei potenziali eventi futuri alternativi. Seppur con differenze sostanziali nei metodi di sviluppo degli scenari (topdown vs. bottom-up, quantitativo vs. qualitativo, analitico vs. partecipativo), l’approccio esplorativo ha giocato un ruolo dominate negli studi di impatto (Carter, La Rovere, 2001) e vulnerabilità al CC (ESPON, 2011), risultando ampiamente il più sperimentato per la pianificazione dell’adattamento, soprattutto ad una scala sovraregionale. Ad esempio, rientrano all’interno di questo approccio gli scenari di emissione di GHG (SRES) dell’IPCC (Nakicenovic, Swart, 2000), così come gli scenari GEO di UNEP (Swart, Raskin, Robinson, 2004). Uno schema concettuale dell’approccio esplorativo applicato al processo di valutazione della vulnerabilità al CC è mostrato in Figura 1. L’approccio backcasting all’analisi di scenario si sviluppa originariamente nell’ambito dei cosiddetti studi ‘soft energy path’, focalizzati sullo sviluppo di possibili percorsi politico-tecnologici per la riduzione dei consumi energetici in un determinato contesto (Lovins, 1977; Robinson, 1982), ed è attualmente inquadrabile nel più ampio filone della pianificazione della sostenibilità (Robinson, 1990; Dreborg, 1996). Facendo riferimento al criterio strutturalista nel trattamento del tempo, nell’approccio backcasting l’analisi di scenario viene utilizzata primariamente per la definizione di un insieme di visioni ed immagini desiderabili del futuro che presentano una soluzione ad un determinato problema, e, secondariamente, muovendo la prospettiva dal futuro verso il presente, per la definizione delle azioni e dei cambiamenti, anche di sistema, necessari a far emergere tali immagini nel futuro (Quist, 2007; Vergragt, Quist, 2011). Come per l’approccio esplorativo, anche nel backcasting si riscontra una grande varietà di tecniche per lo sviluppo degli scenari, anche se il suo carattere tipicamente normativo lo rende più conforme all’impiego di metodi qualitativi (Vergragt, Quist, 2011). Sebbene l’approccio backcasting sia utilizzato in vari ambiti, come ad esempio negli studi sulla “transizione verso la sostenibilità” in tema di transizione tecnologica (Rotmans, Kemp, Van Asselt, 2001) ed urbana (Hopkins, 2008), il suo impiego nella pianificazione dell’adattamento al CC non è stato ancora ampiamente sperimentato. Una recente evoluzione di questo approccio è il cosiddetto backcasting partecipativo (Robinson, 2003; Quist, Vergragt, 2006), che si basa sul coinvolgimento di differenti stakeholder (esperti e non esperti) nella creazione della visione futura e nello sviluppo dei percorsi futuro-presente, nell’ottica di promuovere un processo di apprendimento sociale degli attori coinvolti. Uno schema concettuale dell’approccio backcasting è mostrato in Figura 2.

Figura 1. Schema concettuale dell’approccio esplorativo applicato al processo di valutazione della vulnerabilità al CC.

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Figura 2. Schema concettuale dell’approccio backcasting.

L’adattamento come progetto di sostenibilità per la città sub-sahariana: una metodologia di analisi di scenario nel caso di Dar es Salaam La definizione dell’impianto metodologico che si intende applicare nell’ambito del progetto ACC Dar è scaturita da una serie di riflessioni sul significato dell’applicazione di un approccio di forecasting piuttosto che di backcasting per guidare la pianificazione dell’adattamento. I due approcci all’analisi di scenario esemplificano due differenti concezioni del valore del futuro e delle incertezze ad esso connesse, in rapporto alle condizioni presenti di vulnerabilità. Nell’approccio di forecasting la vulnerabilità viene considerata come una caratteristica intrinseca delle persone, la cui traiettoria futura dovuta ai cambiamenti in atto – siano essi climatici o socio-economici – sarà fortemente determinata dalle condizioni di vulnerabilità attuale, e di conseguenza, non potrà far altro che riprodurre i meccanismi che la alimentano nel presente. Attraverso l’esplorazione di differenti percorsi di vulnerabilità che rendano espliciti i livelli di incertezza associati, l’impiego di questo approccio consente sì di riconoscere quali siano le dinamiche e le relazioni tra i differenti fattori di pressione sul sistema, così come le condizioni al contorno del problema in studio, ma, essendo basato sull’esplorazione dei trend dominanti, non sembra in grado di supportare i necessari processi trasformativi, soprattutto ad una scala locale. Lo scenario esplorativo può essere dunque considerato come conservativo, nel senso che gli obiettivi per l’adattamento che derivano da un suo utilizzo nel processo di pianificazione – buoni e ambiziosi che siano – non potranno che essere estrapolati dalle condizioni presenti. Nell’approccio di backcasting, invece, la vulnerabilità viene considerata come una caratteristica contestuale determinata dal complesso sistema di relazioni che la persona sviluppa con la società e l’ambiente. Data l’elevata imprevedibilità delle condizioni di vulnerabilità futura, unitamente alle legittime aspettative di cambiamento delle persone, tale approccio considera il futuro in termini utopici, come orizzonte desiderabile al di là della situazione attuale. Valutando il presente solo come stato da cui si parte per raggiungere tale orizzonte, e quindi distaccandosi dai meccanismi che alimentano la vulnerabilità attuale, l’approccio di backcasting, possiede di per sé una forte carica trasformativa, rendendolo adeguato per coniugare lo sviluppo di strategie di adattamento di lungo-termine a livello comunitario con la promozione di un processo di transizione delle società verso modelli di sostenibilità. Nello specifico, alcuni caratteri peculiari del backcasting partecipativo sembrano capaci di sostenere comunità ed amministrazioni locali e in vari aspetti del processo di pianificazione dell’adattamento (Figura 3). Dalla costruzione di una visione comunitaria di sviluppo futuro (o più visioni ordinate secondo criteri di desiderabilità) possono scaturire quelle informazioni che permettono di definire obiettivi di adattamento che siano socialmente condivisi e non estrapolati sulla base di valutazioni di vulnerabilità prodotte esternamente al contesto. In tal modo gli obiettivi sono individuati mantenendo una prospettiva sistemica nel leggere le caratteristiche chiave dei sistemi umani e naturali ed interessati, nonché dei differenti modi in cui il CC può impattare su di essi. Il coinvolgimento di differenti attori e la loro interazione nella costruzione della visione può promuovere un processo di apprendimento sociale, che favorisca l’ampliamento dello spazio per l’individuazione di azioni che incorporino valori e preferenze contestuali, e per la definizione di alternative comportamentali ed agenti di cambiamento. Difatti, la definizione delle traiettorie futuro-presente, connettendo in modo flessibile gli obiettivi futuri con le azioni di adattamento da applicare nel presente, può mettere in evidenza e far emergere l’eventuale necessità di azioni trasformative per il sistema.

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Figura 3. Aspetti in cui il backcasting partecipativo può assistere la pianificazione dell’adattamento a scala locale.

A valle di questi ragionamenti viene rapidamente illustrata la metodologia di analisi di scenario elaborata dal gruppo di lavoro del progetto ACC Dar, all’interno della quale viene delineato un processo in cui i due approcci di forescasting e backcasting si combinano nel senso che si prevede ora l’uno ora l’altro a seconda del tipo di incertezza con cui ci si deve misurare. La tematica con cui ci si confronta è quella dell’accesso ad una risorsa idrica di qualità, che rappresenta un problema emergente per le comunità costiere di Dar es Salaam (Tanzania), dove, data l’inadeguatezza del sistema idrico cittadino, il ricorso sempre più massivo alle acque sotterranee per sostenere i fabbisogni legati alle differenti attività antropiche ha favorito l’incremento di processi di salinizzazione dell’acquifero nelle aree costiere. In tale situazione il CC può agire come moltiplicatore degli effetti su un sistema idrogeologico già quantitativamente e qualitativamente stressato, con evidenti ricadute sugli ecosistemi e sulle comunità dipendenti da essi, in termini di aumento della vulnerabilità. Facendo riferimento alla terminologia utilizzata in ambito IPCC (esposizione, sensibilità e capacità adattiva) (IPCC, 2001: 21), la metodologia si compone di tre parti tra loro strettamente correlate (Figura 4): • analisi delle relazioni attuali tra persona-società-ambiente; • definizione di ipotesi sulla possibile evoluzione futura del sistema biofisico attraverso un approccio di tipo forecasting; • individuazione della vulnerabilità futura in relazione alle aspirazioni delle persone attraverso un approccio di tipo backcasting partecipativo. La prima parte del processo consiste in primo luogo nella comprensione delle dinamiche che regolano il fenomeno ambientale in studio (sensibilità naturale) rispetto ai fattori di pressione (esposizione) climatici ed antropici individuati9 (variabilità climatica storica, evoluzione della copertura del suolo, urban sprawl ed evoluzione della domanda idrica); in secondo luogo nello studio delle relazioni retroattive che si instaurano tra i medesimi fattori di pressione, i driver non-climatici (crescita della popolazione, migrazione) e le attività umane10; ed in terzo luogo nella comprensione del rapporto tra popolazione e accesso alle risorse naturali (sensibilità sociale), e nell’analisi delle strategie adattive autonome che la popolazione adotta in risposta ai cambiamenti in atto11 (capacità adattiva). Il secondo passo consiste nell’esplorazione di plausibili traiettorie presente-futuro del fenomeno ambientale considerato in relazione all’evoluzione delle dinamiche presenti individuate. In questo caso lo scenario esplorativo viene utilizzato per individuare le condizioni al contorno del problema. Difatti l’utilizzo dell’approccio di forecasting sembra essere più adeguato per l’indagine dei sistemi ‘path-dependent’ – o conservativi come definiti precedentemente – quali sono i sistemi biofisici, che, nonostante l’incertezza nei fattori di pressione futura, posseggono una coerenza temporale e strutturale sufficiente a definire plausibili ipotesi di comportamento futuro. L’indagine delle condizioni presenti e delle ipotesi evolutive del sistema biofisico informano – nel senso che il presente comunque condiziona i passi da compiere per muoversi verso un orizzonte prefigurato – il successivo livello metodologico, che consiste, attraverso un processo di backcasting partecipativo, nella definizione di un progetto di sviluppo futuro per le comunità e delle azioni per raggiungerlo. In questo caso lo scenario normativo, 9

Per una esposizione più esaustiva dei metodi utilizzati e dei risultati ottenuti vedi Coviello, Faldi, Rossi, Sappa, Vitale (2013). 10 Per una esposizione più esaustiva dei metodi utilizzati e dei risultati ottenuti vedi Congedo, Munafò, Macchi (2013) 11 Per una esposizione più esaustiva dei metodi utilizzati e dei risultati ottenuti vedi Ricci, Demurtas, Macchi, Cerbara (2012). Giuseppe Faldi

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che prefigura un progetto utopico e quindi fortemente politico, meglio si confronta col il problema di definire “che cosa fare per” nel caso di sistemi altamente indeterminati quali sono quelli umani.

Figura 4. Impianto metodologico elaborato nel progetto ACC Dar.

Conclusioni In questo contributo sono state effettuate alcune considerazioni sul ruolo e le implicazioni dell’impiego dell’analisi di scenario nella pianificazione dell’adattamento ad una scala comunitaria, scaturite dalle riflessioni sviluppate nel processo di costruzione della metodologia di analisi di scenario che si intende applicare a Dar es Salaam per l’individuazione di azioni di adattamento specifiche per il settore idrico. Nell’ottica di un processo di adattamento finalizzato alla riduzione degli impatti del CC ed alla definizione di un progetto futuro di sostenibilità per le comunità di Dar es Salaam, viene riconosciuta la potenzialità dell’approccio di backcasting partecipativo nel sostenere comunità e amministrazioni locali nella definizione di obiettivi di adattamento, fattori di cambiamento e possibili azioni trasformative del sistema. Difatti, tale approccio, attraverso l’introduzione di un orizzonte utopico verso cui tendere, ma al tempo stesso mantenendo una tensione con il rapporto presente tra persona-società-ambiente specifico del contesto, sembra meglio confrontarsi con il problema di definire azioni di adattamento in condizioni di elevata incertezza. Al fine di comprendere la sua applicabilità nel contesto sub-Sahariano, la metodologia di backcasting proposta verrà testata nel caso specifico di Dar es Salaam rispetto al tema dell’accesso all’acqua. A tal proposito, emergono due questioni rilevanti, che riguardano: quale sia il valore del futuro (quindi quale visione di lungo termine rispetto al luogo in cui abitano) per abitanti la cui prima strategia di adattamento autonomo ai cambiamenti ambientali spesso consiste nel muoversi verso altre aree della citt��; e come definire in termini essenziali l’obiettivo di adattamento a partire dalla visione futura (ad esempio quale tipologia di accesso alla risorsa idrica, quale quantità di risorsa). Tali questioni richiamano la necessità di valutare attentamente l’orizzonte temporale rispetto a cui sviluppare la visione e la scelta dell’obiettivo guida.

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L’analisi di scenario per l’adattamento al cambiamento climatico: definire un progetto di sostenibilità per la città sub-Sahariana

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Giuseppe Faldi

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L’analisi di scenario per l’adattamento al cambiamento climatico: definire un progetto di sostenibilità per la città sub-Sahariana

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Giuseppe Faldi

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Pianificazione Urbanistica e dimensione ambientale: il contributo del metodo WSUD al miglioramento della sostenibilità urbana

Pianificazione Urbanistica e dimensione ambientale: il contributo del Water Sensitive Urban Design (WSUD) al miglioramento della sostenibilità urbana Salvatore Losco Seconda Università di Napoli DICDEA - Dipartimento di Ingegneria Civile Design Edilizia e Ambiente Email: salvatore.losco@unina2.it Tel 347-2427963 Luigi Macchia Email: luigi.macchia@ordingce.it Tel 392-2661042

Abstract L’area pseudo-metropolitana è un territorio intensamente antropizzato in cui si situano molteplici e diversificate attività umane che determinano una sostenuta domanda di acqua generando ingenti pressioni sullo stato quantitativo e qualitativo della risorsa idrica. La domanda riguarda essenzialmente gli usi civili, industriali e ricreativi della risorsa idrica e le pressioni sono riconoscibili nella forte concentrazione di carico inquinante negli scarichi tanto da sorgenti puntuali (lavorazioni industriali) che diffuse (traffico). Questi ultimi, in particolare, sono conseguenza della crescente impermeabilizzazione del suolo e del suo dilavamento causato dalle acque di prima pioggia, in queste condizioni il first-flush risulta carico di inquinanti. Il contributo tenterà di delineare i tratti fondamentali del metodo WSUD e le sue possibili applicazioni in ambiente antropizzato, sia negli interventi di recupero/riqualificazione dell’esistente sia nella pianificazione/progettazione delle aree di nuovo impianto. Il caso-studio, scelto in un quartiere recente della città di Aversa (Ce), rappresentativo di gran parte dell’espansione urbana della città italiana ed europea del secondo dopoguerra, sarà utilizzato per testare l’applicazione di un primo elemento di intervento, nello specifico la riduzione delle superfici impermeabilizzate, sia per individuare le percentuali minime che possano contribuire significativamente alla gestione più sostenibile delle acque piovane che per evidenziare le interrelazioni con l’infrastruttura idraulica, sia per identificare possibili miglioramenti della qualità ambientale del quartiere che, in particolare, possano contribuire anche alla riduzione del fenomeno dell’isola di calore. Parole chiave Dimensione ambientale della Pianificazione Urbanistica - Gestione sostenibile delle acque meteoriche Sostenibilità urbana

1 | Pianificazione urbanistica e gestione sostenibile delle acque meteoriche L’espansione delle aree antropizzate ed il corrispondente incremento delle aree impermeabili, in caso di piogge intense, genera problemi tecnici notevoli per lo smaltimento e squilibri ambientali i cui effetti macroscopici sono riconoscibili nel fenomeno dell’isola di calore. Lo smaltimento delle acque di pioggia dalle aree antropizzate è stato tradizionalmente considerato unicamente nel suo aspetto idraulico e, come tale, ha riguardato le competenze di ricercatori, progettisti e gestori delle fognature. Le mutate condizioni territoriali, con il peso sempre crescente delle aree impermeabilizzate, ha indotto ad un ripensamento nella risoluzione di tale problematica individuando nell’integrazione tra la pianificazione urbanistica e la progettazione delle costruzioni idrauliche una possibile soluzione della questione. Cosicché la pianificazione urbanistica, per contribuire alla risoluzione del problema, deve inserire tra i criteri di scelta delle trasformazioni del territorio una riduzione delle aree impermeabilizzate, per converso la progettazione e gestione dei sistemi fognari e degli impianti di depurazione delle acque reflue urbane deve modificare alcune impostazioni tecniche tradizionali al fine di Salvatore Losco, Luigi Macchia

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Pianificazione Urbanistica e dimensione ambientale: il contributo del metodo WSUD al miglioramento della sostenibilità urbana

integrare l’infrastruttura idraulica e il territorio servito per migliorarne la sostenibilità ambientale. A tale fine nelle scelte di pianificazione urbanistica andrebbero privilegiate, ove possibile, le soluzioni atte a ridurre a monte le portate meteoriche in fogna, programmando una raccolta separata delle acque meteoriche non suscettibili di apprezzabile inquinamento e prevedendo il loro smaltimento in loco tramite sistemi di infiltrazione nel suolo. Tuttavia, nelle aree antropizzate, il ciclo delle acque è disturbato dalla presenza dell’uomo che non permette lo svolgersi del suo corso naturale (Fig. 1), risulta evidente la necessità di individuare soluzioni più efficaci nella gestione delle acque urbane.

Figura 1 - Caratteristiche del deflusso, infiltrazione, evaporazione nelle aree urbane (a sinistra) e nelle aree naturali (a destra).

2 | Il Water Sensitive Urban Design (WSUD)

Si tratta di un metodo interdisciplinare tra coloro che si interessano di gestione delle acque e coloro che si occupano di pianificazione/progettazione urbanistica, esso considera tutti gli elementi del ciclo integrato delle acque, sviluppa strategie integrate per la sostenibilità ecologica, economica, sociale e culturale con l'obiettivo di combinare le esigenze di una gestione più sostenibile delle acque piovane con quelle della pianificazione urbana al fine di riavvicinare il ciclo delle acque, in ambiente antropizzato, a quello naturale. L'obiettivo principale della gestione sostenibile e decentrata delle acque piovane è la riduzione del deflusso superficiale e delle portate in fogna da sottoporre a trattamento a favore dell’infiltrazione e dell’evaporazione attraverso l’utilizzo di diverse tecnologie per la raccolta e lo smaltimento. L’approccio del metodo WSUD è principalmente rivolto al restauro del ciclo naturale dell'acqua, conservando o addirittura incrementando il comfort e la qualità della vita nei territori antropizzati (Fig. 2). Gli obiettivi del metodo WSUD sono: La protezione dei sistemi idrici naturali all'interno delle aree antropizzate; La protezione della qualità dell’acqua attraverso l’utilizzo di tecniche di filtrazione e ritenzione; La riduzione del deflusso delle acque piovane attraverso la minimizzazione delle zone impermeabili, l’implementazione di detenzioni locali e tecniche di conservazione; La riduzione delle portate collettate dalle infrastrutture di drenaggio e dei relativi costi di realizzazione/gestione e il conseguente miglioramento della sostenibilità dei servizi ricreativi e del confort\qualità delle aree antropizzate; L’integrazione della gestione delle acque piovane nella configurazione paesaggio urbano. Per la gestione sostenibile dell’acqua integrata alla pianificazione/progettazione urbanistica, è importante che le scelte di piano e di progetto acquistino una maggiore sensibilità all’acqua coinvolgendo soprattutto le comunità locali. Sono svariate le soluzioni tecniche per l’implementazione della gestione sostenibile delle acque piovane, la scelta appropriata di una o più di esse è discriminante per il raggiungimento dell’obiettivo anche se non esiste alcuna soluzione ideale perseguibile dovunque mentre quella ottimale è spesso conseguente all’integrazione di diverse tecniche, opportunamente relazionate e organizzate in un logica di sistema, con le caratteristiche dello specifico territorio di riferimento. Tali tecniche possono essere catalogate in base alla loro funzione primaria: l'uso dell'acqua, il trattamento, la detenzione, l’infiltrazione, il trasporto. Salvatore Losco, Luigi Macchia

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2.1 | Uso dell’acqua Gli impianti che trattengono l’acqua, per poi riutilizzarla all’occorrenza, quando è tecnicamente possibile ottenere questa doppia funzione si realizza un sistema di gestione decentralizzato. Gli impianti più grandi per la conservazione dell’acqua piovana sono le cisterne (interrate o fuori terra) che immagazzinano acqua ne consentono il riutilizzo per svariati usi in cui non è richiesta la potabilità.

Figura 2 - Berlino Potsdamer Platz. WSUD: vasche e canali a pelo libero per Il WSUD integrati nel disegno urbano del quartiere (in alto). Schema di funzionamento degli impianti per il trattamento delle acque urbane che garantiscono il riutilizzo delle acque piovane (1), regolarizzano temperature, umidità e polveri (2), migliorano la qualità urbana (3) (in basso). Salvatore Losco, Luigi Macchia

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2.2 | Trattamento Il trattamento può essere necessario prima di riutilizzare l’acqua piovana nei servizi idrici domestici o prima ancora dell’infiltrazione nel terreno nel caso in cui le acque non soddisfino gli standard di qualità previsti dalle normative vigenti. Particolari filtri come l’arboricoltura, i biotopi, la ghiaia e sabbia, costituiscono delle valide tecniche per il trattamento delle acque piovane. Per arboricoltura si intendono delle particolari aree paesaggistiche drenanti, esse si realizzano su terreni artificiali favorendo la vegetazione e l’infiltrazione, eliminando così l’inquinamento e il deflusso verso valle. Il biotopo è un'area di limitate dimensioni dove vivono organismi vegetali ed animali che nel loro insieme formano una biocenosi. Biotopo e biocenosi formano un’unità funzionale chiamata ecosistema. I filtri di sabbia e ghiaia rappresentano tecniche per realizzare camere di filtraggio, fuori terra o entroterra, per il trattamento del deflusso delle acque in superficie. Questi particolari filtri possono essere integrati nel paesaggio attraverso un disegno urbano innovativo dei bordi stradali, degli spazi verdi, dei canali o addirittura di interi edifici.

2.3 | Detenzione e infiltrazione L'acqua piovana può essere trattenuta in modo da ridurre i flussi delle acque superficiali, onde evitare possibili allagamenti, per ridurre il carico idraulico sulle fogne ripristinando il ciclo idrologico naturale. Gli impianti di detenzione temporanea immagazzinano acqua per poi immetterla e infiltrarla gradualmente altrove, al tal fine possono essere utilizzati i tetti verdi come trattenitori di acqua, le pavimentazioni e sistemazioni esterne permeabili, le trincee e i percorsi di infiltrazioni, le fosse livellarie o swales, i sistemi geocellurari, gli stagni di detenzione (secchi e bagnati). Le tecniche per costruire tetti verdi come trattenitori d’acqua utilizzano una struttura multistrato, progettata secondo la dimensione e la funzionalità del tetto, oltre ad ottenere un miglioramento visivo del paesaggio costruito tanto dall’interno quanto all’esterno dell’edificio essi contribuiscono al miglioramento dell'evaporazione e della traspirazione arginando l'effetto dell'isola di calore. Le pavimentazioni permeabili sono realizzate mediante una miscela di inerti, bitume e polimeri caratterizzata dall'alta porosità esse permettono all'acqua di transitare in un apposito sub-strato costituito da un letto di ghiaia o da un altro mezzo poroso, dove può infiltrarsi nel terreno, evaporare, o essere drenata dal sistema. Questi tipi di pavimentazione possono essere utilizzati sia per i marciapiedi sia per le strade con transito veicolare. Le trincee e i percorsi di infiltrazione sono concentrati laddove è presente maggior vegetazione. Le zone di infiltrazione possono essere inserite in diversi punti del territorio antropizzato, quali giardini pubblici e privati, fioriere stradali, parchi, viali e marciapiedi. Gli stagni di detenzione a secco o bagnato hanno la funzione di accogliere le acque superficiali, le quali durante il loro deflusso portano con sé i vari detriti. Per questo l’acqua viene trattenuta nello stagno per permettere il deposito delle particelle e poi indirizzarla nei sistemi di trasporto.

2.4 – Trasporto L'acqua piovana può essere trasportata mediante diversi impianti, quali: i canali e gli scarichi aperti delle acque piovane, l’evapotraspirazione passiva e attiva. I canali a pelo libero sono alternativi alle fogne sotterranee. Essi convogliano l’acqua piovana da superfici impermeabili, quali tetti e strade, alle fognature interrate o ai sistemi di gestione decentralizzati. L'evapotraspirazione è una componente integrante e fondamentale del ciclo dell'acqua. Le piante consumano acqua, la traspirano e la evaporano attraverso i corpi idrici esposti al caldo e al sole. Questo processo ha un effetto sulla temperatura, sull’umidità e quindi sulle precipitazioni. L’evapotraspirazione passiva è riferita alla possibilità di utilizzare le qualità intrinseche, quali la traspirazione e l'evaporazione per migliorare il clima di un’area, anche con la realizzazione di spazi verdi, ciò risulta particolarmente importante nelle città dove nei mesi estivi si registra un'alta incidenza del fenomeno dell’isola di calore; l’evapotraspirazione attiva utilizza impianti capaci di modificare direttamente la qualità dell'aria attraverso la realizzazione di pareti d’acqua, fontane, piscine e sistemi integrati nel paesaggio antropizzato.

Salvatore Losco, Luigi Macchia

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Pianificazione Urbanistica e dimensione ambientale: il contributo del metodo WSUD al miglioramento della sostenibilità urbana

2.5 - Principi del WSUD I principi fondamentali del metodo WSUD, per il miglioramento della sostenibilità ambientale delle acque piovane integrati alla pianificazione e progettazione urbanistica possono essere così sintetizzati: 1. Sensibilità all’acqua. Il metodo WSUD può essere di successo solo se raggiunge l’obiettivo del ripristino del ciclo naturale delle acque nei territori antropizzati implementando l’evaporazione, il tasso di infiltrazione, il basso deflusso superficiale. 2. Estetica. Il metodo WSUD può migliorare la consapevolezza pubblica della risorsa idrica se la gestione delle acque meteoriche viene applicata nella progettazione e costruzione degli spazi aperti della città sia pubblici che privati. Le scelte tecnologiche relative al miglioramento ambientale della gestione delle acque piovane dovrebbero essere integrate agli edifici, alle strutture urbane, ai paesaggi. 3. Funzionalità. Le soluzioni del metodo WSUD devono essere progettate in accordo con la condizione ambientale locale. È sempre necessario e conveniente considerare la topografia, la permeabilità del terreno, il livello di falda e la qualità delle acque. 4. Usabilità. Anche se il metodo WSUD nasce per la gestione sostenibile delle acque piovane esso propone una varietà di tecniche di intervento che, opportunamente progettate, possono essere integrate facilmente in qualsiasi ambiente antropizzato o semi-naturale. 5. Pubblica percezione ed accettazione. Obiettivo di una buona pianificazione è la realizzazione di insediamenti umani che rispondano alle aspettative degli utenti pertanto la partecipazione risulta indispensabile per il raggiungimento di buoni risultati e per ottenere un ampio consenso sulle soluzioni proposte dal metodo WSUD sia il costo di realizzazione che di gestione degli impianti di decentralizzazione dell’acqua piovana devono essere comparabili con quelli delle soluzioni tradizionali.

3 | Il caso-studio: l’espansione della città di Aversa a sud-ovest L’area studio si trova nel comune di Aversa (Ce) sul confine sud-ovest con il Comune di Lusciano (Ce), essa è stata caratterizzata negli ultimi 20 anni da un forte incremento insediativo, con l’aumento delle superfici impermeabili, facilitando così, una possibile condizione di stress idrico da parte del collettore fognario. Le misurazioni delle superfici urbanizzate sono state effettuate sulla base dei supporti cartografici del 1991 (scala 1:25.000), 1998 (scala 1:5.000), 2004 (scala 1:5.000) e dell’ortofoto 2011 (scala 1:5.000) (Fig. 3). L’area è stata utilizzata per testare l’applicazione di una prima soluzione tecnica di intervento, proposta dal WSUD, ovvero la riduzione delle superfici impermeabilizzate attraverso l’utilizzo di pavimentazioni e sistemazioni esterne permeabili. L’intento è quello di individuare le percentuali minime che possano contribuire significativamente alla gestione ambientalmente più sostenibile delle acque piovane, di evidenziare le interrelazioni con l’infrastruttura idraulica ricevente e di identificare possibili miglioramenti della qualità ambientale del quartiere che, in particolare, possano contribuire alla riduzione del fenomeno dell’isola di calore. La portata di acqua piovana è stata calcolata tramite la seguente formula razionale:

C A I

media pesata dei coefficienti relativi alle diverse tipologie di superficie; area di interesse; intensità media di pioggia calcolato mediante la seguente formula:

aen

parametri derivanti dalla legge di pioggia pari rispettivamente a 41,8 e 0,5 per un periodo di ritorno T = 10 anni (per le fognature)

tempo di percorrenza tempo di ruscellamento Noti questi parametri è possibile calcolare la portata Q in mc/sec e dalla formula di Gauckler-Strickler si ricava l’incognita D:

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ks R i s

costante pari a 70 per tubazioni in cls raggio idraulico = s/c pendenza della condotta area perimetro bagnato

Dai calcoli si ricava un diametro di D=1.200 mm ed un’altezza del perimetro bagnato della condotta pari a h= 0,638 m. Considerando improbabile la possibilità di intervenire sull’attuale sistema fognario aumentandone il diametro e/o modificando le caratteristiche idrauliche della tubazione stessa, si decide di mantenere costante dal 1998 il diametro ed il tirante idrico (h= 0,9 m, che corrisponde al massimo grado di riempimento compatibile con un franco libero di 30 cm), andando, quindi, a valutare il valore del parametro a della legge di pioggia corrispondente al deflusso della portata massima. Tale valore è evidentemente legato al periodo di ritorno T. Con tali valori di diamentro e tirante idrico si ottiene: per l’anno 1991 una portata Q_max=1,97 mc/s, una legge di pioggia a pari a 41,8 mm, un coefficiente afflusso pari 0,22 con periodo di ritorno T pari a 10 anni; per l’anno 1998 una portata Q_max=3,20 mc/s, una legge di pioggia a pari a 29 mm, un coefficiente afflusso pari 0,48 con periodo di ritorno T pari a 3,1 anni; per l’anno 2004 una portata Q_max=3,23 mc/s, una legge di pioggia a pari a 24 mm, un coefficiente afflusso pari 0,57 con periodo di ritorno T pari a 2 anni; per l’anno 2011 una portata Q_max=3,23 mc/s, una legge di pioggia a pari a 22 mm, un coefficiente afflusso pari 0,60 con periodo di ritorno T pari a 1,7 anni.

di di di di

Pertanto, al modificarsi delle caratteristiche delle pavimentazioni all’interno dell’area colante, uno stesso valore di portata massima corrisponderà ad eventi di diversa probabilità di superamento e, quindi, di diverso periodo di ritorno. Per risolvere questo problema si è pensato di intervenire sulle aree impermeabili realizzando, laddove possibile, superfici permeabili, variando così i rispettivi valori del coefficiente di afflusso e di conseguenza ottenendo anche nuovi valori di a, che equivarranno a nuovi valori del tempo di ritorno T. L’obiettivo è quello di ottenere, senza intervenire sul collettore, valori prossimi a quello di progetto, o quantomeno in linea con le indicazioni di normativa (si ricorda che per le reti di drenaggio urbano il tempo di ritorno non deve essere inferiore a cinque anni, per la normativa italiana). Pertanto, attraverso diverse ipotesi di intervento sulla percentuale degli ettari disponibili e sulle modalità della deimpermeabilizzazione delle superfici, si riportano di seguito diverse ipotesi riassuntive, precedute da una breve descrizione dei possibili interventi ipotizzati. Pertanto, attraverso diverse ipotesi di intervento sui circa 13,3 ettari disponibili e su come deimpermeabilizzare le superfici, si riportano di seguito le descrizioni degli interventi ipotizzati. Ipotesi 1 Si decide di intervenire sul 100% delle aree da deimpermeabilizzare. A tale ipotesi corrisponderà un coefficiente a della legge di pioggia pari a 36 mm con un periodo di ritorno T pari a 5,7 anni. Ipotesi 2 Si decide di intervenire sul 75% dei 13,3 ettari delle aree da deimpermeabilizzare, A tale ipotesi corrisponderà un coefficiente a della legge di pioggia pari a 32 mm con un periodo di ritorno T pari a 4,2 anni. Ipotesi 3 Si interviene sul 50% dei 13,3 ettari delle aree da deimpermeabilizzare, A tale ipotesi corrisponderà un coefficiente a della legge di pioggia pari a 29 mm con periodo di ritorno T pari a 3,2 anni. Ipotesi 4 Si interviene sul 25% dei 13,3 ettari delle aree da deimpermeabilizzare. A tale ipotesi corrisponderà un coefficiente a della legge di pioggia pari a 27 mm con un periodo di ritorno T pari a 2,6 anni.

Salvatore Losco, Luigi Macchia

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Pianificazione Urbanistica e dimensione ambientale: il contributo del metodo WSUD al miglioramento della sostenibilità urbana

Figura 3 - Aversa (Ce), quartiere di espansione a sud-ovest verso Lusciano. Cronologia dello sviluppo urbano e superfici impermeabilizzate al 1991, 1998, 2004 e 2011. Base cartografica ortofoto Agea 2011.

4 | Conclusioni L’antropizzazione incontrollata del territorio risulta distruttiva per l’ambiente naturale. La pianificazione fisica tradizionale frammenta e compromette, talvolta in modo irreversibile, gli ecosistemi. Obiettivo dell’eco-planning è quello di sviluppare una bio-integrazione tra l’ambiente antropizzato e quello naturale tutelando, manutenendo, restaurando e riparando, laddove necessario, l’integrità degli ecosistemi, la loro connettività ed il loro funzionamento. L’eco-planning si propone di realizzare, attraverso la pianificazione e la progettazione, un unico sistema vivente dinamico tra l’ambiente antropizzato e quello naturale che risulta sia interattivo che funzionale e richiede la bio-integrazione di quattro infrastrutture: l’Infrastruttura verde: l’eco-infrastruttura della natura; l’Infrastruttura blu: l’eco-infrastruttura dell’acqua, cioè il drenaggio naturale ed i sistemi di conservazione idrica e la gestione idrologica in generale; l’Infrastruttura grigia: l’infrastruttura ingegneristica, cioè le strade, le fognature, le tubazioni di scarico etc come sistemi di supporto per lo sviluppo urbano sostenibile;

Salvatore Losco, Luigi Macchia

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l’Infrastruttura rossa: l’infrastruttura umana, cioè l’ambiente costruito, incluso le attività umane ed i sistemi sociali economici e legislativi. La loro integrazione fornisce la base per l’eco-planning e per la progettazione di eco-città. La gestione delle risorse idriche sarà una delle preoccupazioni principali del 21° secolo. I progetti dovranno introdurre strategie efficaci in grado di conservare ed utilizzare al meglio questa preziosa risorsa. La progettazione e la riqualificazione di quartieri ecosostenibili dovrà integrare una gestione efficiente della domanda idrica. In particolare l’infrastruttura blu rappresenta un elemento chiave dell’eco-planning, essa non va confusa con il sistema idrico reticolare tradizionale. Il metodo WSUD fornisce valide tecniche per la pianificazione e la progettazione di uno schema di drenaggio sostenibile per la gestione delle acque superficiali, assicurando che queste rimangano all’interno dell’area, vengano gestite e conservate all’interno dell’ambiente costruito. Da questo punto di vista, le precipitazioni atmosferiche devono essere considerate come una risorsa preziosa e limitata. Obiettivo delle tecniche del WSUD è quello di captare l’acqua piovana e conservarla all’interno del sito facilitando il drenaggio naturale dell’intera area, consentendo il verificarsi di processi naturali di filtrazione e purificazione delle acque e, laddove sia appropriato, fornire un rilascio graduale e controllato nei corsi d’acqua recettori. Il paper applica una di queste tecniche, la riduzione delle superfici impermeabilizzate, ad un quartiere tipo della città di Aversa per verificare quali percentuali di deimpermeabilizzazione risultino significative nel miglioramento della sostenibilità della gestione delle acque meteoriche. I risultati conseguiti, seppur di prima approssimazione, dimostrano che, pur intervenendo su un solo elemento dell’infrastruttura blu di un sistema complesso, è possibile conseguire apprezzabili risultati. Ciò apre ad interessanti riflessioni sull’interconnessione tra le varie infrastrutture attraverso le quali può essere schematizzata la complessità di un territorio e sull’interrelazione tra i vari elementi di cui è costituita la singola infrastruttura. Ulteriori approfondimenti andranno rivolti a questo tema ma si può senz’altro affermare che il miglioramento della sostenibilità ambientale in ambiente antropizzato magnifica i suoi effetti in una logica di sistema, basti pensare alle interconnessioni tra infrastruttura blu e verde nel disegno degli spazi urbani o al legame di causa-effetto tra infrastruttura grigia e rossa (consumo di suolo) e quella blu in quanto la riduzione delle prime due ha benefici effetti sulla terza e apporta grandi miglioramenti nella prima, tanto da non dover ricorrere ad una riprogettazione e, successiva realizzazione, di una nuova infrastruttura idraulica. Risulta evidente che è il piano urbanistico lo strumento tecnico più adatto ad accogliere ed organizzare tali azioni di trasformazione del territorio tanto nella forma strutturale che operativa e il WSUD potrebbe prestarsi a trasformare in scelte tecniche alcuni indirizzi presenti nella Valutazione Ambientale Stategica (VAS) dei piani e nella Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) dei progetti.

Bibliografia

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Pianificazione Urbanistica e dimensione ambientale: il contributo del metodo WSUD al miglioramento della sostenibilità urbana

Yeang K., (2009). Ecomasterplanning, John Willey & Sons Ltd, Chichester, West Sussex, United Kingdom.

Sitografia

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Salvatore Losco, Luigi Macchia

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La valutazione integrata nel progetto della città ecologica. Questioni di metodo e processi applicativi

La valutazione integrata nel progetto della città ecologica. Questioni di metodo e processi applicativi Francesco Rossi * Università della Calabria Dipartimento di Ingegneria per l’Ambiente e il Territorio e Ingegneria Chimica Email: f.rossi@unical.it Emilia Manfredi * Università della Calabria Dipartimento di Ingegneria per l’Ambiente e il Territorio e Ingegneria Chimica Email: manfrediemilia@alice.it

Abstract Per raggiungere il modello ideale di città sostenibile si stanno affermando nel panorama internazionale numerosi sistemi di certificazione e di valutazione aventi quale oggetto d’indagine scala microurbana che, analizzando il quartiere come unità fondamentale del sistema urbano, permettono di tracciare il relativo profilo di sostenibilità . Essi si configurano come sistemi che, basandosi su un insieme di criteri sostenibili, permettono di esplicitare i punti di forza e debolezza dell’intervento di pianificazione/progettazione rispetto al modello di una città più compatta ed efficiente. Parole chiave valutazione, sostenibilità, quartiere

Introduzione Nel presente paper si intende proporre una riflessione sui principali sistemi di valutazione e di certificazione esistenti, analizzandone i criteri di sostenibilità da cui estrapolare nuovi ed efficienti indicatori di sostenibilità, utili nella valutazione delle strategie di progettazione urbana a scala di quartiere e per misurare “la distanza” dall’auspicato modello di città ecologica. Trattare di sostenibilità urbana può pertanto divenire occasione per proporre nuovi strumenti attraverso cui dare ordine, priorità e trasparenza alle trasformazioni del territorio abitabile. Il modello di città sostenibile può dunque essere perseguito lavorando il progetto/piano con una nuova generazione di strumenti incentrati sull’uso di indicatori di sostenibilità urbana. Per la costruzione degli indicatori, particolare significato hanno assunto i sistemi di valutazione LEED for Neighborhood e il Piano Speciale degli Indicatori di Siviglia.

1 | LEED for Neighborhood Development (ND) Development. Il LEED ND è un sistema di rating che propone una serie di parametri inerenti la selezione del sito, il design, gli elementi di costruzione (edifici e infrastrutture) e la loro interazione con il paesaggio, il contesto locale e regionale in cui il quartiere si inserisce. LEED ND è stato sviluppato a partire dal 2006, negli USA, da The Natural Resource Defence Council, Congress for the New Urbanism e USGBC; dal 2008 al 2010 è iniziata la fase di piloting su 238 quartieri pilota, per essere quindi lanciato nel 2010. Il sistema è stato progettato per la pianificazione e lo sviluppo di eco quartieri, sia nelle operazioni di infill che nel caso di nuovi sviluppi. Il *

La redazione dei paragrafi 1,2 è di E. Manfredi, la redazione del paragrafo 3 è di F. Rossi

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metodo assegna un’etichetta ecologica per mezzo di una serie di prerequisiti e crediti che fanno capo a 3 macrocategorie Smart Location e Linkage, Neighborhood Pattern and Design e Green Infrastructure and Buildings per un totale massimo di 100 punti possibili, a cui si aggiungono 10 bonus nel caso di particolari innovazioni di processo, secondo le categorie Innovation and Design Process e Regional Priority Credit. Ispirato alle origini del design urbano e alle migliori pratiche contemporanee per l'individuazione e la progettazione degli smart neighbouroohs, il sistema fa riferimento alla Carta del Congresso per il New Urbanism che considera il quartiere come l’unità di pianificazione urbana "compatta, pedonale e ad uso misto Il sistema si basa su prerequisiti che tutti i progetti devono avere e vari crediti che consentono di aumentare il punteggio finale utile per l’ottenimento della certificazione. Ogni quartiere è considerato come un’unità compatta e include spazi edificati e naturali, centri principali e di attrazione, connettività con gli ambienti circostanti, percorsi pedonali, presenza di siti per usi civili e interazione sociale. Secondo gli standard LEED, un quartiere deve avere spazi pubblici, riconoscibili come il fulcro della comunità, che incentivano la socializzazione. Il quartiere deve essere progettato a misura di pedoni e tutte le principali funzioni devono essere facilmente raggiungibili a piedi entro una distanza massima di 500 m. L’Unità di indagine è il quartiere, che secondo la classificazione che ne fa Clarence Perry per il Piano Regionale di New York nel 1929, dovrebbe avere un mix funzionale ed una dimensione ideale contenuta tra 150.000 e 800.000 mq, avere un centro ben definito, una dimensione a misura d’uomo con percorsi pedonali che permettano di raggiungere i principali servizi ad una distanza massima di 500 m (Figura1).

Figura 1. L’Unità di Quartiere di Clarence Perry’s, 1929 (fonte: LEED ND, 2009)

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Figura 2. Categorie di valutazione del sistema LEED ND (fonte: LEED ND, 2009)

Il quartiere, per come concepito nel LEED-ND, è in contrasto con i modelli di sviluppo a sprawl, che creano cluster disconnessi rispetto alle aree circostanti. Nel sistema, gli impatti ambientali dell’intervento sono “misurati” in base a specifiche categorie, assegnando un peso relativo a ciascuna (Figura 2). La categoria Smart Location and Linkage risponde alla richiesta di attenzione della scelta del sito, individuando l’ubicazione e la connessione dell’area rispetto ai diversi spazi esistenti della città. L’importanza del layout urbano associata ad un uso ottimale delle aree naturali, al rispetto delle specie e nicchie ecologiche esistenti e ai sistemi di trasporto, possono sviluppare un sistema ecologico attraverso i 9 crediti previsti. Nella categoria Neighborhood Pattern and Design, il sistema interviene sulla qualità dello spazio urbano attraverso azioni volte all’efficienza dei trasporti e all’aumento della mobilità sostenibile, attraverso 15 crediti. La categoria Green Infrastructure and Buildings incoraggia la progettazione e la costruzione di edifici ad alta efficienza energetica. La categoria Innovation & Design Process analizza le scelte progettuali particolarmente innovative; l’ultima categoria Regional Priority Credit assegna il punteggio in base all’importanza regionale della località in cui è situato il quartiere. La somma dei singoli punteggi ottenuti nella valutazione dei crediti può portare a 4 livelli di certificazione per lo sviluppo di quartieri ecologici, prevedendo un punteggio massimo paria a 110: • certificato: 40 - 49 punti;; • argento: 50 - 59 punti • oro: 60 - 79 punti; • -platino: >80 punti (LEED ND, 2009).

2 | Piano Speciale degli Indicatori di Siviglia Il Piano rappresenta lo strumento di valutazione elaborato dall’Agenzia di Ecologia Urbana di Barcellona (BCN), al fine di fornire un metodo per la realizzazione di modelli di città compatta, efficiente e socialmente coesa. Il nuovo modello di sviluppo urbano proposto comprende un approccio sistemico e integrato che permette di analizzare il rapporto tra la città e le componenti ambientali, secondo quattro componenti: compattezza, complessità, efficienza e coesione sociale.

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La compattezza è associata alla realtà fisica del territorio. Determina la vicinanza tra usi urbani e funzioni. In tal senso accompagna il modello di mobilità e la gestione dello spazio pubblico e del territorio. Lo spazio pubblico è riconosciuto quale elemento strutturale del modello di città sostenibile. È lo spazio di coesistenza e delle forme e, insieme alla rete delle strutture e degli spazi verdi, determina la qualità della vita sociale e di relazione. La qualità dello spazio pubblico non è solo un indicatore relativo al concetto di compattezza, ma allo stesso tempo è un indicatore di stabilità e coesione sociale. La complessità è funzione dell’organizzazione urbana e misura la presenza del mix funzionale su un dato territorio. La complessità urbana pertanto è un riflesso delle interazioni che si stabiliscono tra le entità organizzate (istituzionali, imprenditoriali..) La complessità è quindi legata al concetto di diversità. Le strategie urbane che aumentano l'indice di diversità sono quelli che cercano di bilanciare usi urbani e funzioni negli spazi urbani. Inoltre, tra gli altri obiettivi, permettono di avvicinare le persone ai servizi e al posto di lavoro, e ciò si traduce in una riduzione del consumo energetico complessivo. Tali indicatori consentono di determinare il grado di prossimità tra casa e lavoro Gli indicatori di complessità (diversità) danno una misura del grado di maturità del tessuto urbano e del capitale economico e sociale. L'efficienza è associata metabolismo urbano, vale a dire i flussi di materiali, acqua ed energia, che sono la linfa vitale di ogni sistema urbano per mantenere la propria organizzazione. La gestione delle risorse naturali dovrebbe ottenere la massima efficienza con il minimo disturbo del ecosistemi. La coesione sociale indica il grado di servizi e di relazioni sociali nel sistema urbano. Il mix sociale (di culture, età, reddito, professione) ha infatti un effetto stabilizzante sul sistema urbano in quanto comporta un equilibrio tra i diversi attori della città. Essa è strettamente connessa alla diversità ovvero alla probabilità di scambi e relazioni tra i diversi componenti all'interno del sistema città. Di contro la segregazione sociale che si verifica in alcune zone delle città crea problemi di instabilità, insicurezza ed emarginazione. Il fenomeno è strettamente connesso all’ omogeneità di reddito (Rueda, 2011). Gli indicatori e i criteri previsti rispondono ad un modello di ordinamento pianificatorio sviluppato su tre livelli. (Figura 3) Pensare ad una ridistribuire delle funzioni del sistema urbano, attualmente molto concentrate in superficie, su tre livelli, consente di razionalizzare l'intero sistema e un risparmio di spazio in superficie utile per sviluppare processi di coesione sociale. La struttura del modello (Figura 4) evidenzia le interrelazioni esistenti tra le componenti principali del sistema: ad esempio, le aree verdi hanno un impatto sulla biodiversità e la qualità degli spazi pubblici e del paesaggio urbano (complessità), così come sulle superfici permeabili e sul comfort termico dello spazio pubblico (efficienza). Gli indicatori sono suddivisi in sette categorie:Morfologia Urbana, Spazio Pubblico, Mobilità, Complessità, Metabolismo Urbano, Biodiversità e Coesione Sociale.

Figura 3. Modello di ordinamento su tre livelli (fonte: http:www.bcnecologia.net) Francesco Rossi, Emilia Manfredi

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Figura 4. Schema indicatori Copertura del suolo- Spazio pubblico e mobilità e servizi: ad ogni indicatore è collegato un valore che descrive l’obiettivi minimo e quello desiderabile (Fonte: Rueda, S., 2011)

Gli indicatori elaborati dalla BCNecologia (Agenzia di Ecologia Urbana di Barcellona) combinano diverse variabili per semplificare la realtà urbana complessa. Ad esempio l’indicatore compattezza corretta misura il rapporto tra il volume dell'ambiente costruito e la superficie di spazio pubblico (piazza, parco, strada pedonale..) di permanenza. Il sistema di indicatori può essere applicato sia all'inizio dello sviluppo urbano (pianificazione), che in fase di esecuzione (uso e gestione). In entrambi i casi persegue lo stesso obiettivo: realizzare un modello di città compatta, complessa e sostenibile (Cormenzana, 2012). Con l'applicazione degli indicatori e determinanti di pianificazione ecologica urbana si cerca di adeguare il modello di città compatta, complessa, efficiente e socialmente coesa, nel rispetto dei principi di efficienza e vivibilità. Il set è costruito indicadori sette gruppi o aree: 1. Copertura del suolo, 2. Lo spazio pubblico, 3. Mobilità, 4. La diversità di usi e funzioni urbane, 5. Biodiversità, 6. Metabolismo, e 7. La coesione sociale, che a loro volta sono raggruppati in quattro aree che definiscono il modello di città: compattezza (1,2,3,) complessità (4,5), l'efficienza (6), coesione sociale (7). In Figura 5 si riporta l’etichetta che mostra il punteggio ottenuto da un quartiere ecologico sottoposto a valutazione.

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Fig.5. Etichetta a Punteggio elaborata dalla BCN (Fonte: http:www.bcnecologia.net)

3 | La costruzione della metodologia di valutazione integrata Dall’analisi dei principali sistemi di valutazione/certificazione è stato possibile costruire un sistema di indicatori guida al processo di master planning e di supporto al sistema decisionale di progettazione/pianificazione urbana. La disamina degli strumenti di valutazione esistenti a scala di quartiere permette di individuare i parametri attraverso cui scomporre il progetto del quartiere in modo da orientarne la definizione e consentirne una valutazione in termini di sostenibilità del tessuto urbano. La comparazione con i criteri operativi adottati dai principali sistemi di valutazione può esprimere il grado di efficacia di tali strumenti nell’individuare le fasi essenziali del progetto e valutarne gli impatti e le possibili conseguenze, riconoscendo in tal modo la validità del modello per individuare i principi e le regole che concorrono a costruire percorsi di sostenibilità. L’analisi degli obiettivi prioritari e degli indicatori dei principali metodi valutativi e di certificazione ha permesso di implementare una serie di criteri specifici e di parametri essenziali che permettono di delineare un quadro strutturale flessibile in grado di confrontare le alternative di progetto e di monitorare gli impatti secondo un percorso di miglioramento continuo, adottando azioni correttive agli scenari delineati. La “misura” della sostenibilità del quartiere è stata tracciata attraverso l’elaborazione di un set di indicatori guida. Gli indicatori sono stati misurati attraverso indici sperimentali ricavati dalla disamina degli strumenti di valutazione che permettono di guidare in modo creativo il progetto di quartiere. Essi rispondono alle esigenze di ridurre il consumo di suolo, assicurare il mix sociale e il mix dei servizi, al fine di mantenere la diversità sociale e un accesso equo alle risorse, rispettare la capacità di carico del sistema paesaggio- ambiente, ottimizzare i flussi urbani. Di seguito si propongono due esempi di indicatori afferenti alla categoria Metabolismo Urbano e Complessità: Tabella I: Indicatore Compattezza Corretta Metabolismo Urbano BCN

Riferimento BCN

Obiettivo Ridurre il consumo di suolo Migliorare lo spazio pubblico e l’abitabilità

Calcolo Volume costruito/Superficie pubblica di attenuazione (piazza, parco, strada pedonale)

Obiettivo Assicurare un accesso equo alle risorse Riduzione del consumo di energia

Calcolo (S1+..Sn) /Stot (%) n= numero aree servite per ciascun tipo di servizio, con r=300 mt

Tabella II: Indicatore Mix di servizi Complessità Mix di servizi

Riferimento LEED ND

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Risulta quindi possibile elaborare indicatori guida al progetto sostenibile che permettono di creare poli misti e compatti e ancora più efficienti da un punto di vista energetico e funzionale. Gli indici ricavati da diversi ambiti disciplinare hanno permesso di verificare come l’ipotesi di integrabilità possa tradursi in un sistema strategie utili per costruire in maniera creativa il progetto urbano. La dimensione multipla diventa creatrice di alternative e opportunità decisionali attraverso cui misurare la moltitudine delle azioni da sottoporre a verifica e controllo. Da quanto emerso emerge con chiarezza che la strada percorsa. inizia a produrre risultati importanti e significativi nel rinnovo della disciplina e delle metodologie di valutazioni proposte e sperimentate. Gli elementi che concorrono all’esigenza di nuovo approccio alla sostenibilità dei quartieri sono da ricercarsi nello sprawl del sistema territorio- insediamento, nella promozione di azioni di tutela delle risorse naturali, nel progettare città più sicure e nella necessità di coordinare in maniera più coerente le leggi e i piani di settore. Tuttavia alcune questioni rimangono aperte e meritano opportuni approfondimenti in particolare le questioni relative agli aspetti di natura più qualitativa relativi in particolare all’integrazione trasversale della sostenibilità sociale, economica e ambientale. In particolare costruire un quartiere più sostenibile, oltrepassando la dimensione del singolo edificio, proponendo la realizzazione di unità dense e miste, significa costruire mediante tasselli urbani la qualità complessiva della sostenibilità. Presso l’Unical da tempo è stata avviata la sperimentazione del metodo su alcuni casi di studio quali il contratto di quartiere nel Comune di Rossano e l'applicazione in alcune regolamenti edilizi nella zona della Sibaritide. I risultati saranno oggetto di una prossima pubblicazione.

Bibliografia LEED 2009 Neighborhood Development, Congress for the New Concil and the U. S. Green Building Council. Rueda, S. (2011) Il trasversale gioco dei saperi nel progetto Urbanismo Ecológico. TRIA: Rivista Internazionale di cultura Napoli Federico II. Centro Interdipartimentale di Ricerca, Territoriale. Edizioni Scientifiche Italiane.

Urbanism (2010), Natural Resources Defence e nella promozione della città. Capítulo: El urbanistica núm. 06. Università degli Studi di Laboratorio di Urbanistica e Pianificazione

Sitografia Presentazione e materiali del convegno la Valutazione integrata a scala di quartiere, 3 dicembre 2012 Politecnico di Milano 2013 Cormenzana B. I protocolli di certificazione L’approccio dell’urbanismo ecologico alla valutazione https://sites.google.com/site/valutazioneq/home Presentazione del Piano Speciale degli Indicatori di Siviglia http:www.bcnecologia.net

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by Planum. The Journal of Urbanism ISSN 1723 - 0993 | no. 27, vol. II [2013] www.planum.net Proceedings published in October 2013


XVI Conferenza SIU | Full Papers Atelier 10 | by Planum n.27 vol.2/2013