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Anno 7 numero 48. Aprile 2007. € 3,50

valori Mensile di economia sociale, finanza etica e sostenibilità

JONAS BENDIKSEN / MAGNUM PHOTOS

Fotoreportage > Spazzatura spaziale

Dossier > Si apre una nuova era per l’economia all’insegna della sostenibilità

Terra a impatto zero Guinea > Contro la rapina delle risorse serve la comunità internazionale Forum Nairobi > Molti progetti validi nonostante la confusione Lavoratori > Autorganizzati e ambientalisti. Il caso di Bollate Poste Italiane S.p.A. - Spedizione in abbonamento postale - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n° 46) art. 1, comma 1, DCB Trento - Contiene I.P.


| editoriale |

Terra Futura, piena

di idee responsabili di Andrea Di Stefano

S ECOR

TIAMO PER ENTRARE IN UNA NUOVA ERA.

Dove parlare di decrescita felice è possibile. Dove si può ragionare, sì soprattutto ragionare, di come conciliare una crescita dell’economia che non sia dissipativa, che significhi migliori condizioni di vita senza distruggere la salute degli altri e, quindi, anche quella del Pianeta. Certo non è un sfida facile. Ma ormai è ineludibile. Quello che non abbiamo voluto, o potuto, fare negli ultimi cinquant’anni di crescita sfrenata dei consumi e della predazione della Terra e di tutte le specie che la abitano, forse ci verrà imposto. E soprattutto in Italia si sa quanto sia facile costringerci ad accettare regole nuove quando vengono imposte da un’altra autorità-entità. Nel numero di Valori trovate molti spunti per riflettere su quella che sarà la nostra Terra Futura: sono e saranno gli stessi oggetto anche dell’incontro di Firenze che la Fondazione Culturale di Banca Etica, insieme a molti partner che sostengono l’avventura di Valori, anche quest’anno sta organizzando senza rinunciare al coinvolgimento di tante, tantissime persone che ogni volta affollano sempre di più Fortezza da Basso. Ma la Terra Futura non si costruisce in un colpo solo. Occorre molta pazienza, tanta conoscenza, parecchio impegno. In ogni numero di Valori troverete una pagina di notizie da questa Terra, flash su esperienze di uomini e donne che tentano di mettere in pratica alcune delle tante idee che circolano tra chi ha voglia di discutere, riflettere, polemizzare di tutto e con tutti. Ma non scende a patti con chi, invece, agisce solo per distruggere, uccidere, depredare, ferire. Non esiste un tutto bianco e un tutto nero, il male e il bene molto spesso hanno confini labili salvo che su un punto: la violenza e la guerra, che altro non è che violenza istituzionalizzata, gerarchizzata e negli ultimi tempi, purtroppo, anche abbellita. La nostra Terra Futura pensa, per esempio, alle nuove energie. Quelle che si possono produrre risparmiando oppure utilizzando una risorsa che soprattutto in Italia è veramente tanta: il sole. La nostra Terra Futura pensa che si possono e si devono ridurre i consumi ma che anche quello che consumiamo, come i rifiuti, si possa e si debba recuperare. Non distruggere, ma riutilizzare per produrre altra materia. La nostra Terra Futura ritiene che si possa anche crescere consumando bene. I numeri, se l’economia è costretta a considerare anche i costi della Terra, sono validi, anzi validissimi. E nessuno è costretto a rinunciare al riscaldamento, al cibo, alla salute, all’istruzione, all’intrattenimento. Semplicemente può cambiare qualche piccola abitudine per dare un’impronta diversa. Noi crediamo che si possa fare, persino nel mondo della finanza dove è francamente difficile immaginare una logica diversa, visto che il modello che abbiamo di fronte è quello della distruzione non creativa, ma dissipativa, salvo che del danaro.

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| sommario |

aprile 2007 mensile www.valori.it

anno 7 numero 48 Registro Stampa del Tribunale di Milano n. 304 del 15.04.2005 editore

Società Cooperativa Editoriale Etica Via Copernico, 1 - 20125 Milano promossa da Banca Etica soci

Fondazione Culturale Responsabilità Etica, Arci, TransFair Italia, Mag 2, Editrice Monti, Fiba Cisl Nazionale, Cooperativa Sermis, Ecor, Cnca, Fiba Cisl Brianza, Agemi, Publistampa, Federazione Trentina delle Cooperative, Rodrigo Vergara, Circom soc. coop.

JONAS BENDIKSEN/ MAGNUM PHOTOS

valori Territorio di Altai. Contadini tra i resti di una navicella precipitata e circondati da centinaia di farfalle bianche. Gli ambientalisti temono per il futuro di questa regione a causa del propellente altamente tossico.

Russia 2000

bandabassotti

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fotoreportage. Spazzatura spaziale

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consiglio di amministrazione

Ugo Biggeri, Stefano Biondi, Pino Di Francesco Fabio Silva (presidente@valori.it), Sergio Slavazza

dossier. Sostenibilità

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direzione generale

La rivoluzione del terzo millennio: vivere a emissioni zero Emergenza energia? La miglior difesa è il risparmio Italia baciata dal sole, è ora di approfittarne Uno a zero per gli ambientalisti, nella guerra sui rifiuti

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lavanderia

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economiaetica

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Per chi corre il cane a sei zampe Anche l’arte cerca una via partecipativa

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macroscopio

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economiasolidale

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La tintoria si autorganizza e punta sull’ambiente Il paese sperduto rinasce con la partecipazione sostenibile

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utopieconcrete

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internazionale

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Euro 30,00 ˜ scuole, enti non profit, privati Euro 40,00 ˜ enti pubblici, aziende Euro 60,00 ˜ sostenitore abbonamento biennale ˜ 20 numeri Euro 55,00 ˜ scuole, enti non profit, privati Euro 75,00 ˜ enti pubblici, aziende

I sindacati risvegliano le coscienze Africa sociale mondiale

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gens

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come abbonarsi

altrevoci

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globalvision

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numeridivalori

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paniere

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padridell’economia

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Giancarlo Roncaglioni (roncaglioni@valori.it) collegio dei sindaci

Giuseppe Chiacchio (presidente), Danilo Guberti, Mario Caizzone direttore editoriale

20 22 24

Ugo Biggeri (biggeri.fondazione@bancaetica.org) direttore responsabile

Andrea Di Stefano (distefano@valori.it) redazione (redazione@valori.it)

BPM NUOVA

Via Copernico, 1 - 20125 Milano Cristina Artoni, Paola Baiocchi, Francesco Carcano, Paola Fiorio, Michele Mancino, Sarah Pozzoli, Francesca Paola Rampinelli, Elisabetta Tramonto progetto grafico e impaginazione

Francesco Camagna (francesco@camagna.it) Simona Corvaia (simona.corvaia@fastwebnet.it) Vincenzo Progida (impaginazione) Adriana Collura (infografica) fotografie

Jonas Bendiksen, Dino Fracchia, Guy Le Querrec, Alessandro Tosatto (Contrasto/Magnum Photos) stampa

Publistampa Arti grafiche Via Dolomiti 12, Pergine Valsugana (Trento) abbonamenti, sviluppo e comunicazione

Adescoop ˜ Agenzia dell’Economia Sociale s.c. Via Boscovich, 12 - 35136 Padova abbonamento annuale ˜ 10 numeri

bollettino postale c/c n° 28027324 Intestato a: Società Cooperativa Editoriale Etica, via Copernico 1 - 20125 Milano Causale: abbonamento/Rinnovo Valori I bonifico bancario c/c n° 108836 - Abi 05018 - Cab 12100 - Cin A della Banca Popolare Etica Intestato a: Società Cooperativa Editoriale Etica, via Copernico 1 - 20125 Milano Causale: abbonamento/Rinnovo Valori + Cognome Nome e indirizzo dell’abbonato I carta di credito sul sito www.valori.it sezione come abbonarsi Causale: abbonamento/Rinnovo Valori È consentita la riproduzione totale o parziale dei soli articoli purché venga citata la fonte. Per le fotografie di cui, nonostante le ricerche eseguite, non è stato possibile rintracciare gli aventi diritto, l’Editore si dichiara pienamente disponibile ad adempiere ai propri doveri. Carta ecologica gr 90 Long Life prodotta secondo le norme Iso 9706 - Elemental Chlorine Free I

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LETTERE E CONTRIBUTI RELAZIONI ISTITUZIONALI E AMMINISTRAZIONE

INFO VALORI ABBONAMENTI, PUBBLICITÀ, SVILUPPO E COMUNICAZIONE

Società Cooperativa Editoriale Etica

Adescoop ˜ Agenzia dell’Economia Sociale s.c.

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| bandabassotti |

Palenzona

Un banchiere da prepensionare di Andrea Di Stefano

CASA. FABRIZIO PALENZONA, il politico che ha definito gli ambientalisti degli asini raglianti e i magistrati che sequestravano le azioni Antonveneta dei “maiali” deve andare a casa. Deve dimettersi subito dalla presidenza dell’Aiscat, l’associazione delle società concessionarie autostradali, dalla vice presidenza di Unicredit e dal consiglio d’amministrazione di Mediobanca. Ma le espressioni colorite non c’entrano nulla. Il nodo del contendere è molto, molto più serio: Palenzona non solo aveva una miriade di conti esteri, nascosti al fisco italiano, ma forse riceveva anche compensi su quei conti per concedere “aiutini”. A chiamare in causa Palenzona erano stati proprio Fiorani e i suoi più stretti collaboratori. Dopo l’arresto per la scalata Antonveneta, il banchiere di Lodi aveva dichiarato, il 24 e 28 dicembre 2005, di aver «bonificato 5 miliardi di lire, nel 1999-2000, alla Banca del Gottardo di Montecarlo, su un conto intestato alla moglie o a parenti, per retribuire Palenzona, che come vicepresidente Unicredit ci aveva permesso di acquistare a prezzo conveniente l’ Iccri», le casse del Tirreno comprate nel dicembre 1999. «Palenzona l’ho pagato nell’estate 2004 anche su una banca di Chiasso - aveva aggiunto Fiorani. Questo bonifico proviene dal (nostro) conto Gattuccio ed era di oltre un milione di euro». Secondo l’accusa, era la ricompensa per cercare alleati preziosi mentre nasceva il piano di Fiorani per Antonveneta. Palenzona che non è stato ancora interrogato, ha già respinto tutte le accuse: «Nego fermamente Non uno ma dieci conti correnti - ha dichiarato nel marzo 2006 - quando i pm chiesero nascosti al fisco le rogatorie all’estero: non ho mai ricevuto alcuna per il vicepresidente di Unicredit somma di denaro né in contanti né in altro modo, che ha definito gli ambientalisti né da Boni né da Fiorani, per nessuna ragione». asini raglianti e i magistrati La documentazione bancaria trasmessa che sequestravano le azioni dal Principato di Monaco alla procura di Milano Antonveneta “maiali” attribuisce a Palenzona non uno ma sette depositi. Due conti sono intestati a due off-shore con lo stesso nome, Maritime Partecipations, una liberiana e l’ altra bahamense: fra i gestori compare Manfredi Lefebvre D’ Ovidio. Poi ci sono i conti in Svizzera: le autorità elvetiche hanno comunicato alla procura che «Giampiero Palenzona è titolare e beneficiario» del conto «Bitoca», dove «tra dicembre ’99 e giugno 2000 sono stati versati in contanti 760 mila franchi». I documenti svizzeri poi segnalano che su due conti «riconducibili alla famiglia di Palenzona Fabrizio», chiamati «Sausalito e Nicetown» e attivi a Nassau (Bahamas), risultano due accrediti, «in data 3 agosto 2004», di «499.700 euro ciascuno»: per la procura svizzera sono fondi «provenienti indirettamente dal conto Gattuccio». Cioè dalla presunta «cassa nera» della Bpi di Fiorani. La Svizzera comunica anche il «transito sul conto Adios di 1.100.000 euro poi ripartiti tra Sausalito e Nicetown». E altri «232.400 franchi versati in contanti» sul conto «Idrobike», «intestato a terzi», ma «con la moglie di Fabrizio Palenzona quale avente diritto economico». A casa. Senza se e senza ma. Ma questo non basta perché molte domande ci sarebbero da farsi sui vertici delle banche dove il signor Palenzona, già presidente della Provincia di Alessandria e politico in quota alla Margherita, ha transitato ricoprendo ruoli di primissimo piano.

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| fotoreportage |

> Spazzatura spaziale foto di Jonas Bendiksen / Magnum Photos

Ovunque vada, dalla montagna alla Luna, l’uomo lascia sempre una firma inconfondibile: rifiuti. Quelli spaziali rappresentano ormai un serio problema. Sopra le nostre teste, c’è un turbinio incontrollato di detriti, almeno 10 mila oggetti, pronti a impattare con tutto quello che incontrano in orbita. E, qualche volta, ritornano spontaneamente sulla terra.

ome accade in molte grandi imprese dell’uomo, insieme alla gloria viene prodotta anche una certa quantità di pattume e i viaggi spaziali non fanno eccezione. Qualche anno fa, Reinhold Messner, alpinista famoso per aver scalato le più alte vette del mondo, organizzò una spedizione per ripulire le montagne dell’Himalaya da tutta l’immondizia prodotta durante le varie spedizioni alpinistiche. La stessa cosa si potrà fare per la volta celeste? La questione non è di semplice soluzione, sia per ragioni tecniche che economiche. L’elenco dei detriti che intasano l’orbita terrestre è lungo e ammonta a circa diecimila oggetti, tra cui anche una pallina da golf, persa in orbita da un astronauta in cerca del buco nero. Stadi di razzi alla deriva, serbatoi inutilizzati e schegge di vari materiali e dimensioni, frutto a loro volta di altre collisioni, girano vorticosamente nello spazio pronti all’impatto, anche con la terra, come dimostra il reportage del fotografo finlandese Jonas Bendiksen nella steppa dell’ex Unione Sovietica. Una situazione che ha fatto scattare l’allarme nella comunità scientifica mondiale, soprattutto dopo il recente test dei cinesi che hanno deciso di abbattere un vecchio satellite inutilizzato per testare un missile antisatellite di nuova generazione. Bersaglio colpito, test riuscito e un nuovo consistente gruppo, circa un centinaio, di detriti spaziali di dimensioni preoccupanti che andranno a impattare con qualche altro satellite in disuso, creando nuove schegge viaggianti. Una reazione a catena che potrebbe danneggiare altri satelliti in orbita. La fascia dove si concentra la maggior parte dei detriti è tra gli 800 e 1000 chilometri. Questo significa che non sono messi a rischio i voli spaziali, che normalmente si muovono ad orbite più basse. Ad esempio, lo Shuttle non si spinge oltre i 550 chilometri di altezza. La lista dei produttori di rifiuti spaziali, secondo un rapporto Nasa del 2004, vede al primo posto la Russia, seguita da Stati Uniti, Francia, Cina, India, Giappone e infine dall’Agenzia spaziale europea. Tuttavia, come detto, anche smettendo di gettare rifiuti nello spazio il problema non sarebbe risolto, visto che i detriti già presenti generano altre collisioni che li fanno aumentare di numero. Il record, comunque, spetta agli americani: l’esplosione del serbatoio di un razzo ha creato 713 frammenti rilevabili. Alcuni scienziati si sono attivati per studiare metodi per ripulire lo spazio dalla spazzatura. Tra le soluzioni pensate, c’è quella di attaccare delle zavorre ai detriti. In questo modo si rallenta notevolmente la loro velocità orbitale, facilitando il loro rientro nell’atmosfera. Altre ipotesi, invece, appaiono meno praticabili per una questione di costi, come quella di costruire dei lanciatori di satelliti e razzi con dei motori che possano permetterne il ritorno sulla terra.

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L’AUTORE Jonas Bendiksen Nato in Norvegia nel 1977, è entrato in Magnum nel 1996 e si è trasferito poi in Russia dove, per molti anni, ha raccolto storie dalle frange dell’ex impero Sovietico. Le foto di Bendiksen testimoniano le tracce di un passato recente, ciò che è rimasto della seconda potenza mondiale. Il suo obiettivo si concentra sulle comunità autoctone, sulle zone franche, sperdute, spesso terra di nessuno, un tempo confini dell’impero russo. Ha vinto numerosi premi internazionali quali il World Press Photo nella categoria Daily Life Stories. Nel 2003 ha ricevuto l’Infinity Award dall’International Centre of Photography (ICP) di New York, e il primo premio Pictures Of the Year (POY). Altri riconoscimenti includono il Nikon/Sunday Times Magazine Ian Parry Memorial Award, PDN’s “30 under 30”, il World Press Photo Masterclass. I suoi lavori sono stati esposti alla Tom Blau Gallery di Londra e nella mostra “Moving Walls” presso l’Open Society Institute di New York. Vive a New York con sua moglie Laara ed il figlio Milo.

Territorio di Altai. Gli agricoltori, a causa dei problemi economici, usano le carcasse metalliche dei razzi per costruire attrezzi da lavoro.

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Nella foto grande, i resti malconci del motore di riserva di una navicella Soyuz. Sopra, ciò che rimane di un razzo Soyuz caduto recentemente dallo spazio nella steppa. Alcuni commercianti di ferraglia esplorano i resti da recuperare come metallo, mentre altri scrutano il cielo e aspettano un razzo che sta per cadere.

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Il serbatoio che conteneva del propellente per una navicella Soyuz si trova sulla steppa.

Kazakistan, 2000

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Nella foto grande, regione di Altai. Un contadino passeggia tranquillamente vicino a un pezzo di una navicella Soyuz, caduta sul suo terreno. In questo villaggio agricolo, i razzi cadono nei giardini della gente. Sopra, Kazakistan: il monumento alla gloria del programma sovietico per lo spazio è stato allestito in una città dove cadono “pezzi” dal cielo. In queste zone ovini e bovini muoiono regolarmente a causa del terreno avvelenato dal combustibile dei razzi.

Russia / Kazakistan, 2000

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dossier

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a cura di Paola Fiorio, Mauro Meggiolaro e Elisabetta Tramonto

La rivoluzione del terzo Millennio >18 Italia baciata dal sole. È ora di approfittarne >22 Tutti contro la Finanziaria >24 Obiettivo? Rifiuti zero! Parla Paul Connett >26 I tanti primati italiani della raccolta differenziata >28

Territorio di Altai. I rifiuti spaziali vengono “riciclati” con alti rischi per la salute e l’ambiente. In questo caso l’alta percentuale di titanio suscita molto interesse.

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Sostenibilità

La nuova economia non dissipa L’allarme clima, le decisioni dell’Unione Europea, i provvedimenti del governo, alcune industrie stanno cambiando l’approccio nei confronti delle regole economiche

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La rivoluzione del terzo millennio: vivere a emissioni zero di Elisabetta Tramonto

uecento milioni di profughi in cammino per scappare dal deserto che avanza, migliaia di morti per il caldo, inondazioni, calotte polari che si sciolgono e città intere che scompaiono sommerse dal mare. Scenari fantascientifici, degni di un colossal di Steven Spielberg. Invece purtroppo è la realtà che potrebbe presentarsi ai nostri occhi nei prossimi decenni. Seduti sul divano davanti alla televisione, dopo una lunga giornata di lavoro, ascoltiamo, ormai da mesi, queste previsioni catastrofiche dalla voce del giornalista di turno, con un misto di curiosità e distacco come fosse qualcosa di lontano, che non ci riguarda, di cui non abbiamo nessuna colpa e per cui non ci possiamo fare proprio niente. E invece non è così. I nostri comportamenti sono stati la causa di questo disastro ambientale, ma, se sapremo modificarli, potrebbero anche

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rappresentarne la soluzione. È necessaria però una rivoluzione a 360 gradi, che coinvolga tutti, dalle politiche dei governi nazionali, alle strategie delle imprese, alle abitudini quotidiane di ognuno di noi. «Devono cambiare i modelli di produzione e di consumo», sottolinea Edoardo Ronchi, senatore nel gruppo dei DS e presidente dell’Issi, l’Istituto Sviluppo Sostenibile Italia.

Il conto salato del progresso

Secondo un rapporto del World Resources Institute la produzione di energia genera il 24% dei gas serra, i trasporti il 14%, il riscaldamento il 10%, i rifiuti il 10% | 18 | valori |

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I famigerati gas serra, che stanno saturando l’atmosfera, provocando l’aumento delle temperature e i disastri ambientali, non nascono dal nulla. Siamo noi a generarli, con i gesti che compiamo ogni giorno, quando accendiamo la luce, mettiamo in moto la macchina o ci godiamo il tepore di casa in una giornata invernale. Ognuna di queste azioni immette nell’atmosfera anidride carbonica. L’energia elettrica, i mezzi di trasporto e il riscaldamento sono infatti tra le principali cause dell’inquinamento mondiale. Negli ultimi due secoli la concentrazione di Co2 nell’atmosfera è cresciuta del 35%, di cui il 10% negli ultimi 15 anni. E secondo l’Iea (l’Agenzia Internazionale dell’E-

UNA PIOGGIA DI INCENTIVI PER CASE E INDUSTRIE PIÙ ECOLOGICHE PIÙ ENERGIA DAL SOLE… Ricoprire i tetti d’Italia di pannelli solari. È questo l’obiettivo del nuovo Conto Energia che incentiva l’installazione di impianti fotovoltaici. Obiettivo finale: arrivare al 2016 con 3.000 megawatt di pannelli fotovoltaici in Italia (oggi siamo a circa 50 MW). Il meccanismo è semplice: l’impianto fotovoltaico viene collegato alla rete elettrica nazionale, l’energia prodotta viene immessa nella rete e acquistata dal gestore nazionale a un prezzo (dai 36 ai 49 cent\Kwh) più alto rispetto a quello di mercato (circa 17 cent\Kwh). In questo modo chi ha installato l’impianto può recuperare l’investimento iniziale in un certo numero di anni, che varia a seconda della dimensione, posizionamento e tipo di impianto. Il Conto Energia infatti prevede incentivi maggiori per gli impianti di piccole dimensioni e per quelli posizionati sui tetti delle case, sulle facciate o su capannoni industriali (impianti integrati o parzialmente integrati). Ad esempio: basta una decina di anni per recuperare l’investimento, intorno ai 20 mila euro, per un impianto di piccole dimensioni, circa 2 chilowatt di potenza e circa 16 metri quadrati di moduli, per soddisfare le esigenze di una famiglia di 4 persone. Penalizzate invece le centrali fotovoltaiche, cioè gli impianti di maggiori dimensioni posizionati direttamente sul terreno. Su questo punto sono arrivate le maggiori proteste da parte delle aziende del settore. Molte le differenze rispetto alle due versioni precedenti del Conto Energia (28 luglio 2005 e 6 febbraio 2006): È cambiata la suddivisione in classi in base alle dimensioni (anziché 1-20, 20-50 e 50-1000 KW, oggi è fino a 3, da 3 a 20, più di 20). Non c’è più limite massimo alla potenza dell’impianto. L’incentivo viene concesso solo dopo che l’impianto è stato installato. L’iter burocratico è più semplice, basta la richiesta al Comune, a impianto terminato. È previsto un limite massimo della potenza totale istallata di 1.200 KW. Previsti premi aggiuntivi del 5% per scuole, ospedali e piccoli Comuni.

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TARIFFE INCENTIVANTI CON IL NUOVO CONTO ENERGIA POTENZA KW

Fino a 3 Da 3 a 20 Più di 20

IMPIANTI NON INTEGRATI NEGLI EDIFICI

IMPIANTI PARZIALM. INTEGRATI

IMPIANTI INTEGRATI (TETTI E PARETI DELLE CASE)

0,40 0,38 0,36

0,44 0,42 0,40

0,49 0,46 0,44

…E MENO SPRECHI Forte spinta anche al risparmio energetico: Detrazione fiscale del 55% per famiglie e imprese che riducano il consumo di energia degli edifici (interventi di isolamento termico, sostituzione di finestre e infissi per ridurre la dispersione di calore, sostituzione delle vecchie caldaie con modelli più efficienti…). Detrazione fiscale del 55% per chi installa pannelli solari per la produzione di acqua calda (Sulle nuove case è obbligatorio installare pannelli solari per produrre almeno il 50% di acqua calda). Detrazione fiscale del 20% per le imprese che sostituiscano i motori elettrici con modelli più efficienti.

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GUEORGUI PINKHASSOV / MAGNUM PHOTOS

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Un ragazzo gioca su un rottame di satellite. Gli ambientalisti sono preoccupati per i rifiuti spaziali e i residui di carburanti che sono cancerogeni.

Kazakistan, 2000

nergia) l’aumento delle emissioni sarà sempre più rapido perché i consumi di energia raddoppieranno entro il 2050. Continuando di questo passo nei prossimi 70 anni la temperatura media del pianeta potrebbe aumentare dai 2,2 ai 3 gradi, 11 mila persone in più potrebbero morire ogni anno a causa del caldo, gran parte dei ghiacciai si scioglierebbero, il livello del mare si innalzerebbe fino a un metro, le zone desertiche si amplierebbero a tal punto da costringere 200 milioni di persone a emigrare. Sono le previsioni di un rapporto della Commissione europea e di uno studio condotto dall’economista britannico Nicholas Stern, ex dirigente della Banca Mondiale. Se la lista dei danni alla natura, all’uomo e agli animali non dovesse bastare a convincerci a fare qualcosa subito per ridurre l’inquinamento mondiale, possiamo passare al capitolo economico. Il conto da pagare per i danni provocati all’ambiente, infatti, è salato. Il rapporto Stern parla di una distruzione del 20% del Prodotto interno lordo mondiale entro il 2100. La Commissione europea di una spesa tra i 4 e i 6 miliardi di euro già nel 2020, 42,5 miliardi nel 2080. In Italia, in particolare, la mancata attuazione del protocollo di Kyoto potrebbe costare 2,5 miliardi di euro all’anno di sanzioni tra il 2008 e il 2012.

Attacco incrociato contro l’allarme clima Di fronte a questo scenario apocalittico, ma purtroppo realistico, viene da chiedersi che cosa possiamo fare, da dove iniziare. Il punto è proprio questo, non si può iniziare da una sola delle cause del problema, ma bisogna affrontarle tutte contemporaneamente. Secondo un rapporto del World Resources Institute la produzione di energia elettrica contribuisce alle emissioni di gas serra per il 24%, i trasporti per il 14%, il riscaldamento delle case per il 10%, l’industria per il 14%, lo sfruttamento intensivo del suolo per il 18%, lo smaltimento dei rifiuti per un 10%. È necessario intervenire su tutti questi fronti. Mettere una toppa qua e là, con qualche pala eolica per produrre energia pulita, qualche domenica di stop alle auto, qualche grado in meno nel riscaldamento nelle case, non sarebbe sufficiente. Un contributo fondamentale arri-

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per ridurre le emissioni di gas inquinanti sono le più svariate, coinvolgono, ad esempio, i PRODOTTO ORIGINE PREZZO DISTANZA KM DA ROMA CONSUMO KG PETROLIO EMISSIONI KG CO2 rifiuti: dalla raccolta differenziata, al recupero, Melone Brasile 3 euro/kg 11mila 5 15 alla stessa progettazione dei prodotti per avePesca Cile 9,5 euro/kg 13mila 5,8 17,4 re meno scarti possibili. Secondo la Coldiretti Uva Sud Africa 5 euro/kg 8mila 4,4 13,2 anche il consumo di frutta e verdura locali Ciliegie Argentina 22 euro/kg 12mila 5,4 16,2 Mele Cina 2,5 euro/kg 9mila 4,7 14,1 permette di tagliare i gas serra, perché i proFagiolini Senegal 7 euro/kg 5mila 2,5 7,5 dotti a “chilometri zero” evitano le emissioni provocate per il trasporto da zone di coltivazione lontane (vedi TABELLA ). «Basterebbe che gli italiani rinunciassero a verà dalla sostituzione del petrolio nella produzione di energia con fonpesche, ciliegie e uva importate via aerea fuori stagione dal Sud Africa ti pulite come il vento e il sole. Secondo le previsioni di Greenpeace e e dal Centro e Sud America per risparmiare 125 mila tonnellate di aniIses Italia (la sezione italiana dell’International Solar Energy Society), dride carbonica», si legge nel rapporto di Coldiretti. entro il 2050 circa il 34% dell’energia mondiale potrà essere fornita da centrali eoliche, che significherebbe evitare di immettere nell’atmosfera 110 miliardi di tonnellate di anidride carbonica. Lo stesso rapporto Emissioni zero: un obbligo prevede che entro il 2025, gli impianti solari fotovoltaici forniranno e un’opportunità energia a oltre un miliardo di famiglie, abbattendo le emissioni di gas Perché si inneschi questo cambiamento radicale naturalmente è neserra per 2,2 miliardi di tonnellate. Ma produrre energia da fonti rincessario l’intervento dei governi nazionali con un mix di obblighi e di novabili non è sufficiente. Bisogna anche pensare a consumarne meincentivi, rivolti alle imprese e alle singole famiglie, perché modifichino: nelle case, con accorgimenti anche piccoli per ridurre gli sprechi; no il loro il modello produttivo e il loro stile di vita. L’Italia sembra innelle industrie, introducendo macchinari ad alta efficienza; nei mezzi camminata sulla strada giusta, seppure su alcuni fronti con grande ridi trasporto con motori che brucino meno carburante. Ma le strategie tardo. Tra incentivi ed esenzioni fiscali contenuti nella finanziaria I CONSUMI ENERGETICI DEI PRODOTTI FUORI STAGIONE

2007, il Conto Energia per favorire lo sviluppo dell’energia fotovoltaica, le norme sulla certificazione energetica delle case e una serie di nuove leggi in via di approvazione, gli strumenti per ridurre l’inquinamento ci sono (vedi BOX ). E le imprese? Dalle piccole aziende familiari alle grandi multinazionali saranno disposte a cambiare strategia? Costruire un’economia a emissioni zero, infatti, ha dei costi elevati. Ma se da un lato saranno costrette a ripensare i propri modelli produttivi per non violare le normative, dall’altro ne trarranno grandi vantaggi. Perché ridurre le emissioni può significare risparmiare energia e quindi tagliare le spese. E, soprattutto, perché gli scenari economici mondiali stanno cambiando e si stanno aprendo nuovi mercati. Per la società di consulenza Lehman Brothers l’allarme ambientale si trasformerà in un’opportunità di guadagno per le imprese che sapranno muoversi per prime nei settori emergenti, dalle energie rinnovabili alle tecnologie per il risparmio energetico, dalla raccolta e il recupero dei rifiuti alla produzione di motori e di macchine industriali ad alta efficienza.

Costruire un’economia a emissioni zero può significare ripensare produzione e consumi incrementando risparmi e efficienza. Le opportunità sono molteplici anche grazie alle tecnologie. GUEORGUI PINKHASSOV / MAGNUM PHOTOS

FONTE: ELABORAZIONI COLDIRETTI

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Emergenza energia? La miglior difesa è il risparmio Il risparmio energetico puo’ dare risultati straordinari. Bastano pochi, semplici accorgimenti. E una buona dose di creatività. L MONDO HA SEMPRE PIÙ FAME DI ENERGIA. Il fabbisogno energetico primario del nostro Paese è cresciuto di oltre il 40% negli ultimi trentanni. In Cina, nello stesso periodo, è salito del 130%, in India del 110%. Lo dicono le statistiche dell’IEA, l’Agenzia Internazionale per di Mauro Meggiolaro l’Energia. Mentre ultimamente nei Paesi occidentali la fame si è progressivamente placata, a causa di un rallentamento dell’economia, nei Paesi emergenti è in crescita esponenziale. La Cina è al secondo posto al mondo dopo gli Stati Uniti per consumo di energia, ma è ancora scarsamente motorizzata: 19 automobili per 1.000 abitanti, contro le 780 negli USA (in Italia sono 581). Cosa succederà quando tutte le famiglie cinesi avranno almeno una macchina in garage? Come potrà essere soddisfatta la richiesta di energia di centinaia di migliaia di uomini che rincorrono il modello di sviluppo occidentale? Un tempo era sufficiente trivellare la terra alla ricerca di nuovi giacimenti, bruciare più carbone, costruire nuove centrali nucleari. Oggi non basta più. Perché costa troppo, in termini economici e ambientali, e perché le risorse si stanno progressivamente esaurendo. Che fare? Si puo’ ricavare sempre più energia dal sole, dal vento, dall’acqua, dal calore terrestre. Ma esiste anche un’altra fonte, ancora in gran

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parte inutilizzata e con potenzialità inimmaginabili: il risparmio. Senza grandi sforzi i cittadini europei potrebbero ridurre di un quinto il proprio consumo, risparmiando circa 60 miliardi di euro all’anno. E sta proprio qui la sfida del risparmio energetico lanciata in febbraio dall’Italia: un taglio del 20% al fabbisogno nazionale da ottenere entro il 2020 e 60 mila posti di lavoro in più nel campo degli ecoservizi. In pratica si potrebbero risparmiare 100 miliardi di chilowattora all’anno, corrispondenti alla produzione di 14 nuove centrali elettriche da 1.000 megawatt. Per le famiglie significherebbe alleggerire le bollette del gas e dell’elettricità di alcune centinaia di euro, solo prestando un po’ più di attenzione.

Luci incandescenti, lucine spente Per esempio sostituendo le tradizionali lampadine a incandescenza con quelle fluorescenti: costano un po’ di più ma consumano l’80% in meno e durano molto più a lungo (10.000 ore contro le 1.000 ore delle incandescenti). In Italia, secondo i dati dell’Enea (Ente per le Nuove Tecnologie, l'Energia e l'Ambiente), il 13% del consumo totale di energia elettrica nel settore domestico è dovuto all’illuminazione. “Se entro il 2015 saranno sostituiti i 2/3 di tutte le lampa-

dine, si avrà un risparmio di 7 miliardi di chilowattora all’anno, pari all’energia prodotta da due centrali elettriche di media grandezza”, ha dichiarato Gianni Silvestrini, consigliere per l’energia e l’ambiente del Ministero per lo Sviluppo Economico. Dopo le luci, tocca alle “lucine”. Quelle degli stand by, che restano accese quando si spegne il televisore o il computer. “A causa degli stand by ogni famiglia paga otto euro in più all’anno per ogni apparecchio”, spiega il professor Dall’O’ del Politecnico di Milano. “È bene ricordarsi di spegnerli tutti, magari collegandoli ad una ciabatta con interruttore, in modo da dover premere un unico tasto”. Altro versante tutto da esplorare è quello degli elettrodomestici: frigoriferi, lavatrici, lavastoviglie. La scelta dovrebbe cadere naturalmente sugli elettrodomestici di Classe A o A+, ad alta efficienza. Con alcuni accorgimenti. La lavatrice, per esempio, consuma gran parte dell’energia nel riscaldamento dell’acqua per il lavaggio, mentre solo una piccola percentuale serve per azionare il motore. Grazie all’efficacia sempre maggiore dei detersivi si possono scegliere programmi a basse temperature (fino a 60°C) anche per il bucato più sporco. In termini energetici il lavaggio a 40°C costa quasi 2,5 volte in meno del lavaggio a 90°C che, comunque, è quasi sempre da evitare.

“Tra lampade ad alta efficienza, elettrodomestici di classe A e un uso attento degli apparecchi, si ha già un risparmio rispetto agli usi standard del 40%”, continua Dall’O’.

La sezione di un missile satelittare dopo che è caduto durante la notte.

Kazakistan, 2000

La casa si mette il cappotto Ma si puo’ fare di più, e il tutto senza uscire di casa. Due terzi dell’energia che si usa nelle abitazioni serve infatti per il riscaldamento degli ambienti e dell’acqua sanitaria. Come ridurre questi consumi? Prima di tutto investendo nell’isolamento termico delle pareti con “cappotti” isolanti in sughero o fibra di legno. Altri interventi si possono fare sulle finestre, acquistando doppi vetri divisi da un’intercapedine riempita con aria secca o gas nobili, che aumentano il potere isolante. La spesa, di circa 100 €/ m2 puo’ essere recuperata nel giro di 3-5 anni grazie al risparmio ottenuto. Ma si puo’ intervenire anche sulle caldaie, preferendo quelle ad alta efficienza, e sui radiatori, applicando valvole termostatiche (che possono costare dai 50 ai 150€) per rilevare e regolare la temperatura in ogni stanza e non solo dove è posizionato il termostato. Le spese per rendere la casa più efficiente possono essere detratte per il 55% dall’Irpef e si ripagano nel tempo, grazie ai minori consumi. A partire dal febbraio del 2007 (per i nuovi edifici) è stata

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Il peso delle automobili

Friburgo, 2007

70

68,6

60

54,3 50

40

1994-2005 [GWH]

303.672

250.000

PRODUZIONE TOTALE

231.804 200.000

L’ENERGIA RINNOVABILE LORDA IN ITALIA 50.000 52.000

TOTALE 40.000 36.600

IDRICA 30.000

32,7

AUSTRIA

ITALIA

2,5 3,7

50.000

SVEZIA

9,8 10,1 10,6

7,1 7,3

10.000

FINLANDIA

16,4

49.920

PRODUZIONE RINNOVABILE 1995

1996

1997

1998

1999

2000

2001

2002

2003

2004

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BILANCIO ELETTRICO NAZIONALE

2005

[2005]

PRODUZIONE NETTA + IMPORT IDRICA RINNOVABILE

CONSUMI

10,7%

1,7%

35,5 TWH

BIOMASSE E RIFIUTI

1,8%

GEOTERMICA

1,5%

TERMICA TRADIZIONALE AL NETTO DEI CONSUMI DA POMPAGGI

5,9 TWH 2,1% 6,9 TWH

0,7%

IDRICA RINNOVABILE

49,2 TWH

SALDO ESTERO

2,4 TWH

Italia baciata dal sole, è ora di approfittarne

RINNOVABILE 48,8 TWH

TRADIZ. + IMPORT 281,6 TWH

RICHIESTA 330,4 TWH

INDUSTRIALI

27,1%

TERZIARIO

83,8 TWH 14,9%

EOLICA

49,6% 153,7 TWH

5,0 TWH 6.700 5.500 3.200 35

AGRICOLI

5,4 TWH

68,3% 225,5 TWH

EOLICO FOTOVOLTAICA

48.368 1994

BIOMASSE E RIFIUTI GEOTERMICA

18,4 19,2 PORTOGALLO

14,5 14,7 14,8

20.000 100.000

DANIMARCA

SPAGNA

UE 15

GRECIA

GERMANIA

FRANCIA

PAESI BASSI

IRLANDA

REGNO UNITO

BELGIO

PRODUZ. LORDA TOTALE E RINNOVABILE IN ITALIA

150.000

30

20

FONTE: GSE (GESTORE SERVIZI ELETTRICI)

PRODUZIONE DA ENERGIE RINNOVABILI SUL TOTALE

LUSSEMBURGO

FONTE: GSE (GESTORE SERVIZI ELETTRICI)

Un’altra grande scommessa del risparmio energetico si gioca sui trasporti, che hanno un’incidenza di oltre il

FONTE: GSE (GESTORE SERVIZI ELETTRICI, EX GRTN)

Giuliano Dall’O’ architetto, professore associato di fisica tecnica ambientale presso il dipartimento BEST del Politecnico di Milano, è docente presso la Facoltà di Architettura e Società. Nella pagina a fianco, Sonnenschiff, il nuovo complesso di abitazioni, uffici, negozi all’interno del “quartiere solare”

FRIBURGO, LA CITTÀ DEL SOLE

un’altra battaglia. A fine gennaio, su pressione delle grandi case tedesche, Angela Merkel, presidente di turno dell’Unione Europea, ha chiesto e ottenuto di far pesare sulle società petrolifere buona parte del programma europeo di riduzione delle emissioni di CO2. I carburanti verdi (bio-etanolo), mescolati al petrolio, avranno la precedenza sull’efficienza dei motori. Le benzine e gli altri derivati del petrolio dovranno contenere il 5% di etanolo dal 2011, raggiungendo il 10% nel 2020. Il bio-etanolo, che si ricava dalla fermentazione dei cereali e della frutta, è una fonte rinnovabile e non produce CO2, anche se i modi in cui viene prodotto possono avere impatti significativi sull’ambiente. Ma che importa? BMW, Daimler-Chrysler e VW (Volkswagen) stanno già brindando. Del resto i consumatori tedeschi sembrano preferire ancora le auto di grossa cilindrata che bevono grandi quantità di benzina. La VW Lupo 3 litri (ben 33 Km con un litro di benzina), lanciata nel 1999, non viene più prodotta. La domanda è stata molto inferiore alle aspettative.

30% sui consumi complessivi. “Di questa percentuale un terzo riguarda l’ambito urbano”, spiega Maurizio Romanazzo dell’Enea. “In sostanza si può dire che l’uso dell’autovettura privata nelle città è responsabile di almeno il 10% di tutti i consumi energetici nazionali”. E la fame di carburanti non accenna a diminuire: “il traffico medio attuale è di oltre il 30% maggiore di quello del 1990, i consumi e le emissioni di gas serra sono cresciuti con un tasso annuo del 3%”. È un problema complesso, per cui non esiste un’unica soluzione. “Si puo’ far ricorso alla tecnologia, incentivando veicoli a basso impatto, come le auto ibride elettricità-benzina o l’uso di biocarburanti”, continua Romanazzo, “ma il primato è della politica, che deve prevedere interventi strutturali per facilitare il trasporto su rotaia, costruire parcheggi di scambio ai margini delle città o ripensare la logistica: la componente “merci” rappresenta il 12-15% del traffico urbano, con un contributo alla congestione urbana pari a circa il 3035% per effetto dimensionale e di sosta in doppia fila”. Intanto a Bruxelles l’industria automobilistica ha vinto FONTE: GSE (GESTORE SERVIZI ELETTRICI)

resa obbligatoria anche nel nostro Paese la certificazione energetica. Le case, come le lavatrici e i frigoriferi, dovranno ottenere un bollino di efficienza, in base ai chilowattora per metro quadrato annui (Kwh/m2) consumati. A Bolzano, dove la certificazione è obbligatoria dal 2005, si va dalla classe A (minore o uguale ai 30 Kwh/m2) alla classe G (maggiore ai 160 Kwh/m2). “La gran parte delle case italiane ha oggi un’efficienza molto bassa, che va dalla E alla F. La media nazionale è intorno ai 140 Kwh/m2”, spiega Dall’O’. “C’è ancora tanto da fare, ma non si puo’ dire che siamo così indietro rispetto agli altri Paesi europei. Già a partire dal 1976, con la legge 373, si sono ridotte di molto le inefficienze rispetto al “periodo nero” delle costruzioni, quello del boom economico degli anni sessanta e settanta, quando si è buttata a mare la sapienza edilizia dei primi del novecento. Oggi si torna alle origini, ma con tecnologie profondamente innovative”.

21,6%

DOMESTICI

66,9 TWH

PERDITE DI RETE 20,6 TWH

CONSUMI 309,8 TWH

SI CHIAMANO BARBARA E MARTIN e sono una giovane coppia tedesca. L’anno scorso si sono trasferiti con la loro bambina a Friburgo, una città di 200.000 abitanti nel sud della Germania, ai confini con la Francia. Abitano nella Solarsiedlung, il “quartiere solare”. Una cinquantina di abitazioni, tutte costruite in base agli standard più elevati di efficienza energetica. Il riscaldamento è assicurato da una centrale termica a biomassa (legname) poco lontana. “Per scaldare la nostra casa di 170 m2 spendiamo solo 300 euro all’anno”, racconta Barbara allo Spiegel. Con suo marito vive in un Plusenergiehaus, un edificio che è come una piccola centrale: produce più energia di quanta ne venga consumata. Il segreto sta tutto nell’isolamento, nella parete di vetro esposta a sud e nell’impianto fotovoltaico installato sul tetto, che genera 9.000 chilowattora di energia all’anno, 2.000 in più del necessario. Il quartiere solare è anche un investimento finanziario, grazie a quattro fondi immobiliari. L’ultimo, il Sonnenschiff I, prevede una sottoscrizione minima di 5.000 euro, ha un patrimonio di 5,65 milioni di euro e promette un rendimento del 5,5% all’anno, assicurato dall’affitto di abitazioni, uffici e negozi. “Siamo stati i primi in Europa a creare un complesso abitativo di queste dimensioni con standard di efficienza così elevati”, ha dichiarato l’architetto Rolf Disch che, nel 1998, assieme ai Ritter, industriali del cioccolato, ha fondato la Solarsiedlung GmbH. È anche per merito di gente come Disch e i Ritter che Friburgo si conferma ai primi posti nel mondo nello sfruttamento dell’energia pulita e nella mobilità sostenibile. Già nel 1986, in risposta alla catastrofe di Chernobyl, è stata una delle prime città tedesche ad approvare in Consiglio comunale una nuova strategia energetica locale, basata sul risparmio, sull’efficienza e sull’utilizzo di fonti rinnovabili. L’impegno dei cittadini è stato più che ripagato dai fatti. Oltre 7.000 chilowatt di potenza installata nel solare fotovoltaico (circa 1/5 dell’Italia), 11.000 m2 di pannelli termici, centri di ricerca a livello internazionale sull’energia solare e Intersolar, la fiera più importante in Europa per l’energia del sole. L’appuntamento è dal 21 al 23 giugno a Friburgo. Per l’ultima volta. Dal 2008 la fiera si sposta a Monaco di Baviera. I padiglioni della Messe Freiburg sono ormai troppo piccoli per contenere tutti gli stand e le migliaia di visitatori. M.M.

Nota: l’apporto del fotovoltaico non è indicato nel rapporto del Gse perché troppo basso, solo lo 0,01%, 31 gigawattora nel 2005

Risorse sfruttate come l’acqua e risorse dimenticate come il sole. L’Italia, in ritardo, cerca finalmente di correre ai ripari. A OTTIME POTENZIALITÀ, MA NON SI APPLICA. Non esiste giudizio più fastidioso che un genitore possa sentire sul proprio figlio. Una definizione che però, purtroppo, si adatta perfettamente all’Italia e allo di Elisabetta Tramonto sviluppo delle energie rinnovabili: ottime potenzialità, ma poco sfruttate, in particolare nel campo dell’energia solare. Lo conferma la società di consulenza internazionale Ernst & Young che l’anno scorso ha pubblicato i “Renewable Energy Country Attractiveness Indices”, una classifica mondiale dei Paesi dove è più conveniente investire in energie

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rinnovabili. Se gli Stati Uniti dominano incontrastati su tutti i fronti, l’Italia ha conquistato ottimi voti: un sesto posto a pari merito con la Cina in generale, ma addirittura un quarto posto nel comparto del fotovoltaico, giudicata la fonte energetica con le maggiori potenzialità di sviluppo per il nostro Paese. Peccato che finora non abbiamo saputo, o voluto, sfruttarla. «Abbiamo a disposizione una risorsa che altri Paesi si sognano: il sole, e non ne stiamo approfittando», denuncia Domenico Inglieri, responsabile della comunicazione del Gifi (Gruppo imprese fotovoltaiche italiane). «La Germania ha molte meno giornate di sole di noi, un’insolazione media inferiore del 50% rispetto a quel-

la italiana. Eppure ha installato 300 mila impianti fotovoltaici, con una potenza di 2.300 MW (megawatt), l’Italia non raggiunge neanche i 50 MW», conclude Inglieri. Secondo uno studio dell’IEA, l’Agenzia Internazionale dell’Energia, considerando le aree disponibili su tutta la penisola e i diversi livelli di insolazione, l’Italia potrebbe produrre una quantità di energia fotovoltaica per soddisfare il 45% dei consumi elettrici nazionali. Oggi siamo allo 0,01%. Eppure guardando le statistiche l’Italia non sembrerebbe messa così male rispetto al resto d’Europa. Come percentuale di energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili, siamo al sesto posto, con un 16,4% (dati Gse 2005), supe-

riore al 10,1% della virtuosa Germania. Di fronte a queste cifre il traguardo stabilito dall’Unione europea di un 20% di energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili entro il 2020, non appare così lontano. Ma la realtà è ben diversa: stiamo solo scialacquando l’eredità lasciata dai nostri nonni. Circa il 58% dell’energia prodotta da fonti rinnovabili deriva, infatti, dalle centrali idroelettriche costruite nel secolo scorso, la prima nel 1865. Una risorsa, l’acqua, che abbiamo ormai sfruttato fino all’ultima goccia. Si può dire che non esista fiume o torrente dove non ci sia una centrale idroelettrica. Sugli altri fronti invece l’Italia è rimasta ferma da 15 anni. «Negli anni Novanta avevamo un pro-

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SVOLTA CONCRETA DELL’UE: PUNTARE SULLE RINNOVABILI

Cocktail rinnovabile

Per recuperare dieci anni di letargo nello sviluppo delle energie rinnovabili, però, è necessaria una terapia d’urto a 360 gradi, ma ogni fonte energetica ha potenzialità diENTRO IL 2020 UN QUINTO dell’energia del Vecchio Continente dovrà essere pulita. verse ed è più o meno efficiente anche a seconda delle caL’Unione europea ha varato un piano energetico con obiettivi molto ambiziosi: entro ratteristiche geografiche e delle risorse naturali del Paese il 2020 le emissioni di gas serra dovranno essere ridotte del 20%, rispetto a quelle dove è applicata. «Nel breve e medio periodo, diciamo fidel 1990 (il protocollo di Kyoto prevedeva un taglio dell’8% entro il 2012). no al 2012-2015, il contributo maggiore alla produzione Considerando che oggi siamo a un -0,6%, la meta appare davvero lontana. di energia pulita in Italia arriverà dalle centrali eoliche e a Per raggiungerla bisognerà lavorare sul risparmio energetico, sui biocarburanti biomassa», prevede Gianni Silvestrini, consulente per l’ee sulla produzione di energie pulite. Ed ecco gli altri tre obiettivi del piano energetico nergia e l’ambiente del ministero dello Sviluppo econoeuropeo: entro il 2020 bisognerà ridurre i consumi di energia del 20%, il 10% mico e direttore scientifico del Kyoto Club. «Grazie anche dei carburanti dovrà provenire da combustibili agricoli e il 20% dell’energia consumata all’introduzione di coltivazioni ad alta resa - continua Sildall’Europa dovrà essere prodotta da fonti rinnovabili: sole, vento, biomasse vestrini, si potrà arrivare fino a 3-4.000 MW di cogenerao, dopo la pressione della Francia, anche da centrali nucleari. Su quel 20% di energia zione di piccola scala», cioè piccole centrali alimentate da fonti rinnovabili l’accordo ha rischiato di naufragare, soprattutto per le obiezioni dalla combustione di legno, scarti biodegradabili e prodell’ex blocco sovietico, troppo dipendente dal carbone. Ma l’ostacolo è stato dotti agricoli, che producono contemporaneamente casuperato stabilendo che l’obiettivo finale sarà ripartito in sotto-obiettivi, diversi lore ed elettricità. Intanto solo l’anno scorso l’energia proda Paese a Paese, che terranno conto dell’attuale mix energetico e del potenziale dotta da biomasse è aumentata del 9,2% In grande di sviluppo delle fonti rinnovabili. Non si potrà pretendere, ad esempio, che uno Stato espansione negli ultimi anni il contributo del vento alle con superfici agricole ridotte possa sviluppare centrali a biomassa o regioni con poco energie rinnovabili. Nel 2006, secondo i dati del Gse, l’evento possano basarsi sull’energia eolica. Alla Commissione Europea ora spetta nergia eolica ha fato segnare un vero boom, con una creil compito più arduo: concordare con ogni governo nazionale i singoli obiettivi. scita del 37%. «In Italia abbiamo superato i 2.000 MW di potenza installata con pale eoliche, ma potremmo arrivare a 3-4 volte di più», prevede Silvestrini. «Sono molti i gruppi industriali e finanziari interessati a investire in questo settore gramma di ricerca all’avanguardia nel campo dell’energia eolica, geoperché garantisce guadagni elevati», commenta Renato Pellegatta, termica e fotovoltaica – spiega Anna De Lillo, responsabile delle fonti uno dei soci fondatori di Reenergy, una società che progetta e realizrinnovabili al dipartimento ambiente dell’Enea (Ente per le nuove tecza impianti eolici e fotovoltaici. Il motivo è semplice: «quella delle nologie, l’energia e l’ambiente) – poi intorno al ’98 i finanziamenti si centrali eoliche è una tecnologia matura, che ormai ha raggiunto cosono interrotti e la ricerca ha subito una brusca frenata. Siamo andati sti ridotti e competitivi rispetto a quelli di una centrale termoelettrica avanti solo grazie ai fondi dell’Unione europea, che però non coproa gas o carbone», spiega Anna De Lillo dell’Enea. Ma sfruttare il venno neanche il 50% dei costi». Così, mentre l’Italia si sedeva, il resto del to per produrre energia non è così semplice, soprattutto in Italia. «Non mondo iniziava a correre superandoci su tutti i fronti e oggi ci troviaè facile trovare zone che garantiscano un vento costante e con un inmo con una quantità di energia prodotta da fonti rinnovabili praticatensità sufficiente a far funzionare una pala eolica» spiega Leonardo mente identica a quella di 10 anni fa, (vedi GRAFICO ). Ma la rotta sta camBerlen, di Kyoto club e responsabile del sito www.qualenergia.it. L’obiando, anche l’Italia sembra aver deciso di rimboccarsi le maniche. Lo stacolo più difficile da superare è poi il muro delle autorizzazioni. «L’idimostrano gli ultimi dati arrivati dal Gse, il Gestore del sistema eletter burocratico è lungo, con 25 diversi enti coinvolti – racconta Renatrico, secondo cui nel 2006 la produzione di energia elettrica da fonti to Pellegatta – e in Italia c’è una forte resistenza alla costruzione di pale rinnovabili è aumentata del 4,5% raggiungendo quota 52 miliardi di eoliche che potrebbero rovinare il paesaggio dei nostri crinali». chilowattora.

Le promesse del sole «L’energia pulita su cui puntare nel futuro, soprattutto per l’Italia, è quella del sole, il fotovoltaico, che però inizierà a dare un contributo considerevole tra il 2015 e il 2020», avverte Silvestrini. È una questione di tecnologia, di efficienza e, quindi, di costi. «Oggi le celle fotovoltaiche hanno raggiunto un’efficienza del 24% in laboratorio, quelle in commercio tra il 13% e il 18%. Troppo poco per essere competitive con le centrali termoelettriche. Il costo di un chilowattora prodotto da un impianto fotovoltaico è ancora alto – spiega Anna De Lillo dell’Enea - Ma è una tecnologia che ha un enorme margine di sviluppo. La ricerca per migliorare l’efficienza e ridurre i costi degli impianti fotovoltaici si sta muovendo su diversi fronti: innanzitutto il materiale con cui sono realizzate le celle fotovoltaiche. Stiamo cercando alternative più economiche al silicio cristallino, che ai livelli di purezza necessari per produrre energia, è raro e costoso. Ma stiamo lavorando su tutto il processo produttivo, per cercare di tagliare i costi, sugli elementi che compongono la parte fotovoltaica dell’impianto, come il vetro della cella, la cornice, la struttura, e su tutte le parti non fotovoltaiche, il numero di cavi, la distanza tra i pannelli, gli inverter per trasformare la corrente continua in corrente alternata, i controlli, la manutenzione. Entro il 2015 prevediamo di avere impianti fotovoltaici con costi e rendimenti competitivi con qualsiasi centrale termoelettrica». E nel frattempo? «Bisogna iniziare ad alimentare il mercato del fotovoltaico con incentivi pubblici, in modo che poi possa camminare con le proprie gambe. Com’è successo in Giappone, prima, e in Germania, poi – racconta Domenico Inglieri del Gifi – Nel ’95, quando Tokyo ha iniziato a finanziare il fotovoltaico, non esisteva un mercato locale in questo settore e le celle fotovoltaiche erano importate dagli Usa. Oggi gli aiuti di Stato sono stati sospesi e il Giappone controlla quasi il 50% del mercato mondiale del fotovoltaico. Un percorso simile a quello intrapreso dalla Germania nel 2000». L’Italia, il paese del sole, invece ha compreso in ritardo l’importanza del fotovoltaico. L’ultimo Conto Energia (vedi BOX ), il decreto sugli incentivi al fotovoltaico varato lo scorso febbraio, punta a installare 3.000 MW di pannelli solari fotovoltaici entro il 2016. Non raggiungeremo certo la Germania, che già oggi è a quota 2.300 MW, ma potremo almeno fare un balzo in avanti rispetto agli attuali 50 MW. Seguendo l’esempio tedesco, gli incentivi consistono in tariffe

agevolate con cui il Gse, il Gestore del sistema elettrico, compra l’energia prodotta da impianti fotovoltaici, di qualsiasi dimensione: «singole famiglie che installano sul tetto di casa pannelli da 3 chilowatt per soddisfare il proprio bisogno di elettricità – precisa Domenico Inglieri - Imprese che vogliono ricoprire i propri capannoni con moduli fotovoltaici da 10, 100 fino anche a 800 chilowatt, per poi usare parte dell’elettricità per la propria produzione e vendere la parte rimanente al Gse, guadagnandoci. Oppure vere e proprie centrali fotovoltaiche, con una potenza anche superiore a 1 MW, create per produrre e vendere energia, come una qualsiasi centrale elettrica. Le tariffe sono molto convenienti per gli impianti domestici e per quelli di media dimensione, non per le centrali fotovoltaiche». «Ma è questa la logica alla base delle energie rinnovabili, in particolare quella fotovoltaica, sviluppare una produzione decentrata di elettricità, usando spazi altrimenti inutilizzati, come tetti e facciate spiega Leonardo Berlen - Meglio tanti piccoli impianti che forniscano l’energia a livello locale piuttosto che un’unica grande centrale elettrica». La pagella degli operatori del settore sul nuovo Conto

Per il fotovoltaico il caso scuola è quello nipponico: nel 1995 le celle erano importate dagli Usa. Oggi che gli aiuti sono sospesi il Giappone detiene il 50% del mercato mondiale Energia comunque è abbastanza buona. Un rischio che sembra scongiurato è la speculazione sugli incentivi. «Il precedente Conto Energia aveva alimentato una corsa ad accaparrarsi le autorizzazioni, spesso non per costruire effettivamente un impianto fotovoltaico, ma solo per poi rivenderle a prezzi maggiorati, creando un mercato parallelo», spiega Renato Pellegatta di Renergy. La bolla speculativa questa volta non dovrebbe presentarsi all’orizzonte. «Dopo i primi due decreti, del 2005 e del 2006, è stata istallata solo una decina di MW di pannelli fotovoltaici – lamenta Domenico Inglieri - per quest’anno invece prevediamo circa 60 MW e nel 2008 molti di più. Ma gli incentivi sono troppo bassi per stimolare un vero mercato del fotovoltaico in Italia. Nasceranno nuovi impianti ma non una filiera che vada dalla produzione del silicio alla fabbricazione delle celle e dei moduli fotovoltaici, che dovremo continuare ad acquistare ancora per un po’ dalla Germania e dal Giappone».

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Uno a zero per gli ambientalisti, nella guerra sui rifiuti Lo smaltimento dei rifiuti è un business che fa gola a molti. A Bruxelles si è combattuto il primo round tra ambientalisti e le multinazionali dell’incenerimento. Ce lo racconta chi l’ha vissuto dall’interno, un lobbista dalla parte dell’ambiente.

M di Elisabetta Tramonto

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ENTRE IN UN CONDOMINIO DI MILANO si litiga per stabilire se il cartoccio del latte debba essere buttato nel bidone verde o in quello bianco, a Bruxelles si combatte per decidere le sorti dei rifiuti di tutta Europa. Dietro quel cartoccio infatti si nascondono enormi interessi economici, che ruotano attorno al business dei rifiuti. Basti pensare che in Italia alimentano un traffico illega-

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le di oltre 22 miliardi di euro all’anno, secondo il rapporto “Ecomafie” 2006 di Legambiente. Lo scorso 14 febbraio attorno al tavolo dell’Europarlamento si discuteva proprio di smaltimento di rifiuti e della revisione della vecchia direttiva che risale al 1975. Era solo il primo atto di un lungo iter di bozze passate dalla Commissione al Parlamento, al Consiglio europeo e poi di

nuovo in Parlamento per avere una nuova direttiva, nella migliore delle ipotesi, entro la fine dell’anno. Ma già in quella prima seduta si è compresa l’importanza della posta in gioco: molti miliardi di euro da una parte, la salute dell’ambiente dall’altra. La battaglia è stata dura e si è conclusa con un colpo di scena. Una delle questioni più scottanti sul tavolo riguardava gli inceneritori. La su-

perlobby delle multinazionali degli inceneritori puntava a far riconoscere l’incenerimento indiscriminato dei rifiuti, urbani e industriali, come una forma di produzione di energia pulita, per ottenere fondi pubblici riservati alle fonti energetiche rinnovabili (come già avviene in Italia con i Cip6 per le fonti assimilate). Dall’altra parte della barricata la lobby, decisamente me-

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Paul Connet, professore emerito di chimica alla St Lawrence University di Canton, New York.

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no potente, degli ambientalisti tentava di ricordare agli europarlamentari che disperdere nell’aria sostanze tossiche bruciando rifiuti non è esattamente una forma pulita di produrre energia, ma solo l’ultima opzione a cui ricorrere dopo aver recuperato, differenziato, riciclato, compostato i rifiuti. «Partivamo enormemente svantaggiati perché la proposta di legge presentata dalla Commissione europea al Parlamento era completamente sbilanciata verso gli interessi delle multinazionali dell’incenerimento - racconta Roberto Ferrigno, lobbista di professione, dalla parte dell’ambiente – Il testo della Commissione metteva sullo stesso piano riciclaggio, recupero energetico, messa in discarica e incenerimento dei rifiuti. Un testo che trovava i consensi, oltre che del mondo degli inceneritori, anche delle grandi industrie elettroniche e automobilistiche. Ma dalla nostra parte, questa volta, avevamo anche qualche alleato del mondo industriale: innanzitutto tutti i gruppi che ruotano attorno al riciclaggio, interessati a far passare una norma che lo ponesse come priorità. Ma anche settori indu-

striali come quello della chimica pesante, dell’acciaio e la siderurgia. Con i costi elevati e la scarsità di materia prima infatti questi settori attingono a larghe mani ai materiali riciclati. Si pensi che il 70% dell’acciaio è originato da rifiuti. L’allarme climatico ormai alle stelle, poi, ha dato la spallata finale, rendendo i parlamentari molto sensibili al tema del trattamento dei rifiuti, come possibile modo per ridurre le emissioni di gas inquinanti nell’atmosfera». E alla fine il miracolo è avvenuto: il testo della commissione è stato bocciato su moltissimi punti, mentre le proposte degli ambientalisti hanno convinto la maggioranza dei parlamentari, ottenendo consensi perfino nel centrodestra, abituale terra di conquista delle lobby imprenditoriali e finanziarie. «È stata un’enorme vittoria – esulta Roberto Ferrigno – soprattutto perché non ci aspettavamo che gli emendamenti a nostro favore passassero con una maggioranza così schiacciante». Quali sono state dunque queste conquiste? «Il testo approvato dal Parlamento ha posto dei paletti molto precisi sullo smalti-

mento dei rifiuti per, limitare il più possibile la libertà di manovra dei singoli Stati, evitando così che in un secondo momento le leggi nazionali possano indirizzarsi diversamente, magari strizzando un occhio ai big dell’incenerimento – spiega Ferrigno – Sono stati fissati precisi obiettivi: entro il 2020 in tutta Europa si dovrà riciclare il 50% dei rifiuti solidi urbani e il 70% di quelli industriali. È stato definito chiaramente l’ordine delle priorità: primo la prevenzione nella generazione di rifiuti, secondo il riciclaggio dei materiali, terzo il recupero energetico e solo all’ultimo posto la messa in discarica e l’incenerimento. Ed è stato definito una volta per tutti che il concetto di incenerimento significa smaltimento di rifiuti e non recupero. Ma è stato posto anche un obiettivo molto ambizioso: la produzione di rifiuti dovrà rimanere congelata al livello attuale per i prossimi 13 anni. Cioè il 6% circa di crescita annua dei rifiuti riscontrato negli ultimi anni dovrà annullarsi». Un’utopia? Forse, ma meglio puntare in altro, soprattutto perché l’ambiente ha vinto solo il primo round. La partita è ancora lunga.

GUEORGUI PINKHASSOV / MAGNUM PHOTOS

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Il serbatoio di un missile Soyuz ricaduto nelle steppe kazake.

Rifiuti zero entro il 2020 Parola di Paul Connett Residui? Un chiaro segnale che stiamo sbagliando qualcosa. Lo sostiene Paul Connett, professore di chimica alla St iù sviluppo uguale più rifiuti. L’equazione non è mai stata così chiara. Perché? Perché mai come in questi tempi si vive nell’illusione che la felicità sia direttamente proporzionale al consumo. In realtà di Mauro Meggiolaro consumando di più si diventa solo più grassi. E si producono più rifiuti. I rifiuti sono un segnale, a livello locale, che stiamo sbagliando qualcosa, come il surriscaldamento del clima è il chiaro risultato dei nostri errori a livello globale. Non possiamo pensare di vivere come se avessimo un mondo di scorta.

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Che fine fanno i rifiuti oggi? Le opzioni sono molte. Si possono accumulare nelle discariche, bruciare con gli inceneritori oppure si puo’ scegliere di riciclare vetro, carta e altri materiali, compostare i resti organici e bruciare o gettare in discarica il resto. L’opzione più sostenibile è però la strategia “rifiuti zero”, che da anni cerco di spiegare al maggior numero di persone in tutto il mondo. Molti vedono la “termovalorizzazione” come la soluzione più efficace. Perché non è d’accordo? Con l’incenerimento si convertono in proporzione tre tonnellate di rifiuti in una tonnellata di ceneri tossiche, che nessuno vuole. In più vengono immessi nell’atmosfera composti pericolosissimi, come diossine o furani, sottoforma di nanoparticelle che sono almeno die-

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ci volte più piccole delle PM10 con cui combattiamo ogni giorno nelle città. Le nanoparticelle non vengono rilevate dalle strumentazioni per il controllo dell’inquinamento, viaggiano per lunghe distanze e penetrano in profondità nei polmoni. Attraverso gli alveoli entrano nel sangue e si diffondono in tutto il corpo provocando infiammazioni e malattie degenerative. Non dimentichiamo poi che le diossine si accumulano nel grasso animale: bevendo un litro di latte di una mucca che pascola nelle vicinanze di un inceneritore assumiamo la stessa dose di diossina che entrerebbe nel nostro corpo respirando per otto mesi l’aria che respira la mucca! In Italia, grazie alle ricerche di Stefano Montanari e Antonietta Gatti a Modena e di Ernesto Burgio a Palermo siete all’avanguardia nella ricerca sulle nanoparticelle prodotte dall’incenerimento dei rifiuti. Quindi non avete scuse! Perché allora non investire nella costruzione di inceneritori più sicuri? Perché si tratta di investimenti sproporzionati rispetto ai risultati che si possono ottenere. Non ha senso sprecare risorse che potrebbero essere utilizzate per risolvere il problema alla radice. Con le discariche ci limitiamo a sotterrare le prove della nostra inefficienza, con gli inceneritori le bruciamo. Il problema però non è come eliminare i rifiuti, ma come non produrli. Dobbiamo metterci in testa che i rifiuti sono il risultato di una progettazione industriale miope e non la conseguenza inevitabile dello sviluppo economico. È questa la chiave per capire la strategia “rifiuti zero”.

Kazakistan, 2000

Lawrence University di Canton (NY). Che lancia una sfida: recuperare e riutilizzare gli avanzi dello sviluppo economico entro il 2020. In cosa consiste allora il progetto “rifiuti zero”? I punti cardine sono tre: responsabilità industriale (a monte), responsabilità delle comunità (a valle) e una buona leadership politica per saldare insieme entrambe. L’industria non deve pensare solo a creare prodotti ma anche al modo in cui potranno essere recuperati alla fine del loro ciclo di vita. Il design industriale deve essere pensato in funzione della sostenibilità. Faccio l’esempio della Xerox, un’impresa che produce fotocopiatrici. In Europa tutte le vecchie fotocopiatrici Xerox, provenienti da oltre 16 Paesi, vengono raccolte in enormi depositi in Olanda, dove sono smontate per recuperare le singole componenti. Oltre il 95% dei materiali viene riciclato! E questo genera un risparmio per l’impresa di quasi 80 milioni di dollari in un anno. Cosa si intende invece per responsabilità delle comunità? Le comunità devono collaborare a valle, nella raccolta e nella separazione dei rifiuti. La responsabilità inizia con la raccolta porta a porta: un contenitore per i rifiuti organici, uno (o più d’uno) per i riciclabili e uno per la frazione residua, quella che non si puo’ recuperare perché è frutto di una cattiva progettazione industriale. Come si gestisce la frazione residua? Questo è uno snodo cruciale nella strategia “rifiuti zero”. In alcune regioni, come in Nuova Scozia, in Canada, esistono già stabilimenti per la separazione della frazione residua. Sono costruiti di fronte alle discariche: nessun residuo puo’ finire in discarica se prima non viene atten-

tamente analizzato, alla ricerca di usi alternativi, o se la parte organica “sporca” non viene stabilizzata chimicamente. Attorno alla frazione residua si potrebbero creare centri universitari di ricerca in modo da studiare nuovi impieghi per i rifiuti non riciclabili e nuove tecniche di progettazione industriale, in modo da ridurre all’origine la frazione residua. “Se non possiamo riciclarlo, compostarlo o riutilizzarlo, non bisognava produrlo!”. È questo il messaggio che deve passare. Lei sostiene che entro il 2020 potremmo fare a meno delle discariche e degli inceneritori. Non le sembra un obiettivo utopistico? A San Francisco nel 2000 si riusciva a recuperare solo il 50% dei rifiuti. Nel 2004 eravamo già al 65%. Entro il 2010 si arriverà al 75% e nel 2020 non saremo lontani dal 100%. Il segreto? La raccolta differenziata, un impianto di compostaggio che ricava fertilizzante naturale dai rifiuti organici e una centrale di riciclaggio. Ma anche in Italia non si scherza. Grazie alla raccolta porta a porta nel vostro Paese più di 600 comunità hanno già raggiunto obiettivi di recupero superiori al 50%, molte hanno addirittura superato il 75% (vedi ARTICOLO a pagina 28). E ciò in pochissimi anni. Italia all’avanguardia quindi? Sì, ci sono molti centri di eccellenza, anche nella ricerca. Ma due grossi ostacoli: una cattiva leadership politica e la corruzione. Il rimedio più efficace è la partecipazione consapevole. A tutti i livelli.

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IMPRENDITORI PER LA DECRESCITA FELICE

DISINFORMAZIONE FIRMATA DAL PRESIDENTE DI FEDERAMBIENTE «LADDOVE SI RICORRE AL PORTA A PORTA - nota il presidente di Federambiente Daniele Fortini - è vero che si raggiungono livelli elevati di raccolta differenziata, ma crescono i costi e non vi è assoluta certezza che tutte le materie recuperate siano effettivamente riciclate». Riferendosi alla sollecitazione del ministro dell'Ambiente a sviluppare ancora di più il porta a porta, Fortini sostiene quindi che questo sistema di raccolta «deve essere accompagnato da concrete politiche di riduzione dei costi e da uno sviluppo del mercato delle materie riciclabili che è ancora fortemente condizionato dagli interessi dei grandi gruppi industriali multinazionali». Parole incredibili!

È ora di dire basta a dirigenti di aziende pubbliche che invece di far funzionare il sistema lanciano segnali e avvertimenti. Fortini invece di sbraitare contro il porta a porta, che in tantissime esperienze italiane ha dimostrato di essere efficiente e economicamente più che conveniente, dovrebbe occuparsi di rendere realmente convenienti le attività di raccolta, recupero e smaltimento dei rifiuti solidi urbani. Dica, per esempio, che senza la truffa Cip 6 gli inceneritori economicamente sono dannosi per la collettività. Inoltre, se si sviluppa la raccolta differenziata, gli impianti esistenti in molte zone del Paese sono più che sufficienti.

SITI INTERNET Notizie su clima, rifiuti, energie e iniziative in Italia: www.qualenergia.it, www.ilsolea360gradi.it, www.ecodallecitta.it Il sito del gestore nazionale dell’elettricità: www.gsel.it Rassegna stampa sulle tematiche ambientali: www.enea.it Associazioni di imprese del fotovoltaico: www.gifi-fv.it, www.assosolare.org Quante tonnellate di Co2 produce la nostra auto in un anno: www.climatecare.co.uk/calculators/car_calc.cfm

Anche in Italia si ricicla Novara e Maserada esempi virtuosi Le eccellenze italiane doppiano l’obiettivo europeo. Bellizzi e Castelbuono, le buone pratiche del Sud. La raccolta differenziata fa bene all’ambiente, ma anche al portafoglio.

L di Paola Fiorio

A RACCOLTA DIFFERENZIATA IN ITALIA è un quadro di luci e ombre con un Nord e un Centro che avanzano di gran carriera e fanno da traino alla media nazionale (24,3%) e un Sud che arranca. A fotografare il sistema dei rifiuti del Belpaese è l’Apat (Agenzia per la protezione dell’Ambiente e per i servizi tecnici) nel suo rapporto annuale uscito in febbraio. Tra le regioni, si aggiudica la vetta della classifica il Veneto (47,7%), seguito da Trentino Alto Adige (44,2%) e Lombardia (42,5%). Maglia nera, invece, per Sicilia e Basilicata (5,5%) e Molise (5,2%). Non mancano però i casi virtuosi, sparsi per tutta la penisola, che raggiungono livelli di raccolta differenziata del 70 per cento, ben oltre l’obiettivo del 35 per cento fissato dalla legislazione. Nella classifica stilata ogni anno da Legambiente il capoluogo più “Riciclone” del 2006 è Novara, che l’anno scorso ha totalizzato il 68,48% di differenziata e per il 2007 si propone di battere la soglia del 70%, con una copertura totale della città. Un dato molto importante se si pensa che nel comune piemontese la raccolta porta a porta è iniziata solo due anni fa. Vincitore assoluto tra i comuni “Ricicloni” è, invece, Maserada sul Piave, in provincia di Treviso. Con altre 22 amministrazioni della Marca, Maserada è associato al Consorzio Priula, che l’anno scorso ha registrato il 76,99% di differenziata. E non solo. Dal 2000, la quota di rifiuti non riciclabili si è progressivamente ridotta fino a raggiungere il 25% del totale. Sei anni fa, prima della raccolta porta a porta, finivano in discarica 321 chilogrammi pro capite di spazzatura. Oggi appena 85 chilogrammi su 368 comples-

Economica, sostenibile, replicabile: la raccolta porta a porta vince sempre

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sivi per persona. E portare meno in discarica non è solo un vantaggio ambientale, ma anche economico. Le tariffe di conferimento sono infatti aumentate anche di quattro volte, ma gli utenti del Consorzio, grazie alla riduzione dei rifiuti secchi, nella loro bolletta hanno avuto incrementi percentuali in linea con l’inflazione, nonostante l’aumento dei costi di smaltimento. Anche perché a Treviso, chi inquina paga, secondo un principio affermato a livello europeo. Così grazie a un transponder piazzato nel contenitore del secco ogni utente è tassato per il proprio consumo e ha maggiore interesse a riciclare il più possibile. Ma i benefici, sottolineano al Consorzio, non finiscono con tariffe meno salate e ambiente più pulito. A differenza della termovalorizzazione il riciclo dei rifiuti consente una filiera più lunga della risorsa. Il destino industriale dei materiali da riutilizzare significa, quindi, posti di lavoro. Anziché pagare soldi a chi provvede all’incenerimento della spazzatura, si crea occupazione sul territorio. E si riceve anche un contributo dal Conai, il Consorzio nazionale per la raccolta degli imballaggi di vetro, plastica, cartone a cui si può dare nuova vita. L’anno scorso per il Priula si è trattato di una cifra intorno ai 2-3 milioni di euro. Poco se si considera che il bilancio del Consorzio è di 22-25 milioni all’anno, ma comunque significativo perché crea un circolo virtuoso. Tra gli esempi di eccellenza nella raccolta differenziata in Italia c’è proprio quella di carta, cartone e cartoncino, tanto che con i risultati del 2005 ( 2,26 milioni di tonnellate di imballaggi di cellulosa) si sono anticipati di tre anni gli obiettivi fissati dalla Ue e dal 2006 il Belpaese è diventato anche esportatore di carta da macero. Evitare di mandare gli imballaggi di cellulosa in discarica significa una vera

e propria boccata d’ossigeno per l’ambiente: l’anno scorso il riciclo di carta e cartone ha impedito di immettere nell’aria tanta anidride carbonica quanta quella prodotta da tutto il traffico urbano in Italia per una settimana. Negli ultimi otto anni, poi, la quantità di carta e cartoncino raccolta ha eguagliato la capienza di 100 discariche e ha portato nelle casse dei comuni convenzionati con Comieco (Consorzio nazionale recupero e riciclo degli imballaggi a base cellulosica, associato a Conai) 344 milioni di euro. Tra le amministrazioni che hanno beneficiato di questa cifra c’è Bellizzi, nel salernitano, in una regione dove l’emergenza rifiuti è un fenomeno più o meno costante. «Abbiamo fatto un atto spregiudicato», spiega Mimmo Volpe, ex sindaco e ora vice del primo cittadino. «Proprio in un momento in cui le strade erano piene di spazzatura, abbiamo tolto in 48 ore i contenitori e cominciato la raccolta differenziata porta a porta». Il risultato è ottimo, tanto che per quattro anni Bellizzi ha ottenuto il riconoscimento di Comune Riciclone da Legambiente. Inoltre, il vantaggio qui non è solo economico e ambientale. «Una città pulita», spiega Volpe, «è un messaggio culturale e civile molto apprezzato, nonostante i maggiori investimenti». Porta a porta anche per Castelbuono, in provincia di Palermo, dove la differenziata, avviata nel 1996, rappresenta oggi il 35% del totale dei rifiuti solidi urbani. È una quota più modesta rispetto a quelle dei comuni del Nord, ma il paese siciliano ha in serbo altre buone pratiche per salvaguardare l’ambiente. In febbraio ha infatti preso il via un progetto per utilizzare gli asini come mezzi di trasporto per la raccolta della spazzatura nelle tortuose vie della cittadina. È più economico, sottolinea il sindaco Mario Cicero, in una nota ai suoi concittadini, e non inquina.

NASCE IL MOVIMENTO PER LA DECRESCITA FELICE. Al termine di un seminario di due giorni presso l’Abbazia di Maguzzano (BS), un gruppo di persone provenienti da varie regioni italiane, ha deciso di costituire un’associazione che si propone di introdurre questa tematica nel dibattito politico e culturale, affiancando all’elaborazione teorica la formulazione di una serie di proposte pratiche sia in relazione agli stili di vita individuali, sia in relazione alle scelte di politica amministrativa e di politica economica e industriale. «La tematica della decrescita sta suscitando un interesse sempre maggiore a livello sociale – spiega il professor Maurizio Pallante, esperto di risparmio energetico e “ideologo” italiano della decrescita felice – mentre si scontra con un’indifferenza totale nel mondo politico, accademico, sindacale e imprenditoriale». Da qui l’iniziativa promossa da questo primo gruppo di imprenditore e liberi professionisti. «L’elaborazione teorica è ancora agli inizi, ma sta uscendo dalle nicchie di piccoli gruppi intellettuali e coinvolge sempre più ampi settori del variegato universo dei movimenti» spiega Pallante che fa alcuni esempi. «A livello pratico sono state realizzate esperienze importanti che, anche non riferendosi esplicitamente al tema della decrescita, nei fatti l’hanno praticata e la stanno praticando: dai gruppi di acquisto solidali, alle reti di economia solidale, dai bilanci di giustizia all’esperienza veneziana di Cambieresti?, che si sta replicando in altre realtà territoriali». «Il Movimento per la decrescita felice si inserisce in questa realtà vivace – continua Pallante – con la proposta specifica di coinvolgere il mondo imprenditoriale, i professionisti e gli artigiani. Quante sono le imprese che di fatto operano per la decrescita? Molte meno di quanto sarebbe necessario, ma molte più di quanto si immagina». Tre sono le aree di intervento del Movimento per la Decrescita Felice. La crescita dell’efficienza nell’uso delle risorse, in particolare quelle energetiche. Chi possiede le tecnologie per ridurre gli sprechi e le dispersioni, consentendo di ottenere lo stesso benessere con un minor consumo di energia, contribuisce a ridurre le importazioni di fonti fossili. Chi possiede le tecnologie per riutilizzare e riciclare i materiali dimessi a cui si dà impropriamente il nome di rifiuti, contribuisce a ridurre i consumi di materie prime. In entrambi i casi si ottiene una riduzione del prodotto interno lordo, accrescendo al contempo il benessere, riducendo l’impatto ambientale e creando significative opportunità di occupazione. L’elaborazione teorica di riferimento è quella che va sotto il nome di Fattore 4, o Fattore 10 elaborata in particolare dal Wuppertal Institute e dal Rocky Mountains Institut. «Un altro modo in cui si può ottenere la stessa somma di risultati positivi è lo scambio delle esternalità tra le imprese, secondo il modello indicato da Gunter Pauli nel suo progetto ZERI (Zero emission research institut)» spiega Pallante. Si tratta di costituire una “borsa dei rifiuti” in cui i residui di un ciclo produttivo possano essere utilizzati come materia prima secondaria di un altro ciclo produttivo. Il terzo settore di questa strategia è la sottoscrizione di codici comportamentali fondati sulla responsabilità ambientale delle imprese, che a fronte di una maggiore entità di investimenti ambientali comportano una riduzione dei costi di gestione in base al principio che tutte le forme di inquinamento sono sostanzialmente degli sprechi. Meno si spreca e meno si inquina. «Ma si risparmia anche in proporzione» dice Pallante. «Il Movimento per la decrescita felice proporrà alle imprese che già hanno fatto esperienze significative in questi tre ambiti, di partecipare a breve a un seminario di studio in cui definire un codice di comportamenti comuni e forme di collaborazione per potenziare questi tipi d’intervento e realizzare sinergie, in collaborazione con professionisti e artigiani che hanno sviluppato professionalità coerenti con questi obbiettivi.» conclude Pallante. www.decrescitafelice.it

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Risanamenti neri

Te lo do io il Brasile di Paolo Fusi

LI ITALIANI DI TELECOM E BEPPE GRILLO NON SONO GLI UNICI DUE ATTORI DI CLOWNERIE legati al grande paese sudamericano. Proprio in questi giorni gli organismi di controllo di borsa londinesi passano al setaccio le operazioni compiute negli ultimi 18 anni dalla più grande società di trasporti e commerci brasiliana – una società legata fin dal XVII secolo alla grande aristocrazia britannica. Anche questa società è stata presa nel gorgo della crisi monetaria brasiliana degli anni 80 – e ci mancherebbe altro, dato che guadagna in cruzeiros e spende in sterline. Nel 1991 i maggiorenti londinesi, che tramite questo gruppo di società controllano i due terzi dei porti commerciali carioca, erano sul punto di issare bandiera bianca. Proprio in quel momento sono apparsi all’orizzonte due fratelli, William H. S. e sua sorella Caroline A. T., appoggiati da uno dei più potenti studi fiduciari delle Bermuda, ed hanno trovato le chiavi di volta per il salvataggio della compagnia. Per prima cosa hanno creato una nuova holding ad Hamilton, la capitale dello staterello (ancora oggi profondamente legato alla Corona britannica), ed hanno offerto 80% delle azioni nella borsa inglese. Il 20% l’hanno tenuto nella manica, in mano ad una società offshore parallela che opera come investitore borsistico per conto terzi. Le azioni in offerta a Londra se le sono divise circa 25 società – oggi sappiamo che sono tutte facenti capo ai “gemelli del gol” ed ai loro fiduciari arroccati nell’isoletta atlantica. Le azioni, che in partenza valevano La più grande società 20 centesimi l’una, sono salite fino a 17 sterline. di trasporti e commerci Ma chi le ha pagate a chi? Nessuno, perché i magistrati stanno brasiliana salvata scoprendo che i passaggi di danaro erano solo fittizi. Allo stesso tempo dal crack con il traffico di droga e armi. Ora è un la società d’investimento parallela, quella che aveva mantenuto il 20%, va alla caccia di clienti, specie nel mondo arabo, negli Stati Uniti e tra “patrimonio” nazionale i latifondisti sudamericani, che conoscono da generazioni la grande compagnia di shipping anglo-brasiliana e credono candidamente di comprarsi fette di storia patria. Con quei soldi i fiduciari di Hamilton investono in ciò che rende davvero: droga dal Brasile, armi dagli Stati Uniti, elemosine dai quartieri del fondamentalismo islamico dell’Uruguay e dell’Argentina. In questo modo, un passo alla volta, la compagnia viene risanata. Di più: quando Collor de Melho sale al trono del disastrato Brasile, la compagnia lo aiuta a piene mani, ricambiata con licenze, appalti, contratti speciali. Tra il 1992 ed il 2002 la compagnia diventa una macchina da soldi di proporzioni invereconde. Happy end per i cattivi di turno? Giammai. Succede che i due fratellini, oggi in età pensionabile, comincino a litigare ed a cercare di spartirsi le “proprie” azioni. E dato che l’arroganza e la gola sono sempre più forti dell’intelligenza e della prudenza, decidono di darsi battaglia nelle aule di Tribunale, mettendo bene in vista i panni sporchi di vent’anni di attività criminale. Ora si comincia a capire e la giustizia si mette a macinare le proprie mole. Happy end per i giusti? Non sia mai. Lo Stato brasiliano e la Corona britannica hanno già fatto sapere che la compagnia, comprese le sue oltre 500 società offshore sparse per il mondo che compiono solo attività criminali, “sono un valore positivo, duraturo e necessario per lo sviluppo della democrazia e del benessere in entrambi i paesi”. Gnutti di tutto il mondo, unitevi!

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CONTRASTO

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Per chi corre il cane a sei zampe >34 Anche l’arte cerca una via partecipativa >37

economiaetica BANCHIERI BAMBINI SE NE DISCUTE A FIRENZE

BIOLOGICO E BANCA ETICA INSIEME NEI NEGOZI PER SENSIBILIZZARE I CONSUMATORI

GREENPEACE: IL MAIS OGM MONSANTO È TOSSICO

ANCHE LA REGIONE TOSCANA BOCCIA L’IKEA

CONSUMO CRITICO E FINANZA ETICA FA LA COSA GIUSTA ALLA FIERA MILANO CITY

CONVEGNO SU SCELTE ECONOMICHE E FELICITÀ

Il prossimo 13 aprile sarà presentata a Firenze la Bal Vikas Bank, ovvero una banca gestita da bambini e dagli adolescenti, per clienti bambini e adolescenti. L’iniziativa è nata alcuni anni fa dall’esperienza indiana del Collettivo dei bambini lavoratori e di strada di Delhi, Bal Mazdoor Union. Sostenuto dagli educatori e dagli accompagnatori adulti dell’associazione Butterflies, questo collettivo, che funziona anche come sindacato che difende i bambini dai soprusi ai quali sono esposti nelle loro attività di lavoro, rappresenta una delle tante esperienze diffuse in Asia e nel mondo, dirette a promuovere la partecipazione e il protagonismo dei minori che lavorano e che lo scorso anno a Siena si sono costituite in movimento mondiale. Nel capoluogo toscano arriveranno tre delegazioni di adolescenti ed educatori provenienti da India, Afghanistan e Sri Lanka. I delegati ragazzi, membri del Movimento asiatico di bambini e adolescenti lavoratori, sono stati invitati in Italia dalla rete Italianats e dall’associazione Asoc. Questo progetto è seguito in Italia da Banca Etica. L’incontro è aperto al pubblico e si terrà all’interno dell’Istituto Innocenti, che ha dato il patrocinio all’evento.

Il 21 aprile biologico e economia solidale si incontreranno durante la seconda edizione del “Biologico per la finanza etica”, una giornata di sensibilizzazione sull’economia alternativa. Tra i promotori Banca popolare Etica, Ecor, la più grande azienda italiana di distribuzione di prodotti biologici e biodinamici, NaturaSì, la più importante catena di supermercati bio in Italia. Per un giorno, durante l’orario di apertura, i negozi B’io – un progetto associativo di Ecor che oggi coinvolge 260 punti vendita – e i 50 supermercati NaturaSì, aderenti all’iniziativa, formeranno nelle principali città una rete organizzata per la promozione della finanza etica. I clienti potranno fare la spesa e al tempo stesso conoscere un modo etico di investire il proprio denaro, unendo l’attenzione per la salute e i temi ambientali con quella per i temi sociali. Saranno allestiti spazi con la disponibilità di materiale informativo sulla finanza etica, mentre i volontari dei Git (i gruppi di iniziativa territoriale di Banca etica) illustreranno personalmente le caratteristiche e le opportunità legate all’istituto di credito. Il negozio specializzato B’io diventa così uno spazio in cui il cliente fa esperienza di valori e di azioni che lo guidano verso uno stile di vita sostenibile. Un’iniziativa interessante perché lo scambio di esperienze da persona a persona avviene fuori dagli schemi tradizionali di persuasione pubblicitaria.

Il mais Ogm Mon863 Monsanto potrebbe essere pericoloso per la salute. La rivista scientifica Archives of Environmental Contamination and Toxicology ha pubblicato una nuova ricerca, condotta su cavie da laboratorio nutrite con mais geneticamente modificato, prodotto dalla Monsanto. Secondo la ricerca, reni e fegato dei roditori mostrerebbero segni di tossicità. La denuncia è arrivata grazie a Greenpeace che, dopo aver ottenuto i dati in seguito a una vicenda giudiziaria, li ha trasmessi a un gruppo di scienziati indipendenti diretti dal professor Gilles Eric Séralini, un esperto governativo in ingegneria genetica dell’università di Caen (Francia). Gli scienziati hanno analizzato i risultati dei test sulla sicurezza, sottoposti dalla Monsanto alla Commissione europea, richiesti dall’azienda per l’autorizzazione per la commercializzazione del proprio mais nell’Unione europea. Gli scienziati hanno, quindi, concluso che il mais geneticamente modificato Mon863 non si può considerare un prodotto sicuro. Oltre che dalla Commissione Eeuropea il mais ogm è stato autorizzato anche da Australia, Canada, Cina, Giappone, Messico, Filippine e Usa.

Alla fine l’Ikea a Migliarino (Pisa) non si farà. A mettere la parola fine alla querelle, dopo il «no» del Consiglio comunale di Vecchiano, è arrivato anche quello della Regione Toscana. Ad annunciarlo è stato l’assessore regionale all’urbanistica e ai trasporti, Riccardo Conti. La legge regionale, infatti, prevede insediamenti fino a 15 mila metri quadrati e il progetto in questione ne ha proposti più del doppio. Sul piatto c’erano 500 posti di lavoro, diversi milioni di euro per oneri di urbanizzazione e ici. L’ikea, però, sarebbe stata un pericoloso concorrente in una provincia dove il settore del mobile è importante, ma anche in crisi da alcuni anni. A preoccupare maggiormente gli abitanti della zona era l’impatto ambientale del nuovo centro commerciale, come ha sottolineato più volte il comitato di Migliarino. L’ikea avrebbe, dunque, compromesso la vivibilità della frazione. Il carico di traffico maggiore si sarebbe concentrato sull’Aurelia su cui transitano mediamente più di 25mila automobili al giorno. Un incremento di traffico ci sarebbe stato anche sulla strada provinciale di Vecchiano, attraversata da 7mila veicoli al giorno. Ora l’unico spiraglio possibile per la multinazionale svedese sarebbe un drastica riduzione del progetto iniziale.

Dal 13 al 15 aprile si terrà alla FieraMilanoCity “Fa la cosa giusta”, fiera del consumo critico e degli stili di vita sostenibili. Sono attesi oltre 30.000 visitatori e 350 espositori che si occupano di agricoltura biologica, commercio equo e solidale, turismo responsabile, finanza etica, eco-prodotti. Lo spazio espositivo sarà diviso in 4 grandi aree tematiche. “Energ-eticamente”, la sezione dedicata all’energia, dal risparmio energetico alle fonti rinnovabili, proporrà soluzioni pratiche e idee innovative. Il visitatore sarà guidato in un percorso ideale con vari scenari possibili: appartamento, condominio, edificio pubblico, casa indipendente, ufficio. Alla sezione “Penso” ci saranno idee e progetti per un consumo consapevole (associazioni locali e nazionali, distretti e reti, campagne, gruppi informali, gruppi d’acquisto, associazioni per la pace e la nonviolenza, ong, banche del tempo, sindacati, riviste specializzate); la sezione “Scelgo” accoglierà i servizi dell’economia solidale (formazione e comunicazione per la sostenibilità, turismo solidale, finanza etica, software libero, cooperazione sociale); “Agisco”, la spesa quotidiana responsabile (biodiversità, eco-prodotti, commercio equo e solidale, artigianato, editoria e promozione culturale). Durante la tre giorni ci saranno anche convegni, laboratori e workshop sui seguenti temi: il cambiamento climatico, le alternative energetiche, il risparmio energetico e le energie rinnovabili, i Gas, il pannello solare, l’imminente liberalizzazione del mercato energetico. Tra i servizi offerti ai visitatori: la ristorazione equa e biologica, ciclofficina gratuita, spazio nursery, laboratori dedicati alle scuole, momenti di intrattenimento. http://falacosagiusta.org

La facoltà di Economia dell’università Tor Vergata di Roma organizza un convegno, dal 2 al 3 aprile, sulle ripercussioni delle scelte economiche sulle dimensioni non economiche della vita dei cittadini. Con l’attuale disponibilità di diverse banche dati, relative alla felicità dichiarata dei cittadini, negli ultimi anni gli studi sui fattori che determinano la felicità hanno avuto un forte sviluppo. Per la prima volta, dunque, istituzioni come l’Ocse, il Joint research Centre della Commissione Europea e la Banca d’Italia si chiederanno se è possibile da queste indagini sulla soddisfazione di vita dei cittadini trarre conclusioni rilevanti per le politiche sociali ed economiche e costruire nuovi indicatori di benessere in grado di orientare le scelte di policy nell’ottica della promozione integrale del benessere della persona. Interverranno: Ed Diener (University of Illinois), Alois Stutzer (University of Basel), Luigino Bruni (University of Milan-Bicocca): Andrew Clark (PSE, Ecole normale supérieure), Leonardo Becchetti (Ceis-Tor Vergata), Marcel Canoy (European Commission, Bepa), Harry Patrinos (World Bank), Ruut Veenhoven (Erasmus University Rotterdam), Paul Dolan (Imperial College London).

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Per chi corre il cane a sei zampe

Ricerca immobile, scelte strategiche che inseguono il profitto a qualunque costo. L’ex monopolista di Stato non coltiva più il sogno dell’indipendenza energetica dell’Italia, ma quello di diventare un’ottava sorellina. Facendo affari molto discutibili dal punto di vista etico ma anche per quanto concerne il business. L CANE A SEI ZAMPE SICURAMENTE NON CORRE PIÙ PER L’ITALIA. L’Eni ormai è una multinazionale come tutte le altre, che segue solo il profitto e molte volte i suoi utili non hanno nessuna ricaduta positiva per di Paola Baiocchi l’Italia dove, comunque, realizza le entrate maggiori» Mario Reali è nettissimo nella sua considerazione e l’Eni la conosce bene: ha lavorato per quasi 40 anni in Russia, i primi 15 per la Montedison, poi 25 per l’Eni, in un’epoca molto più “fredda” delle temperature atmosferiche che si registrano a Mosca, dove si è laureato in chimica nel 1965 e dove ha fondato l’ufficio russo della Montedison. «Avevamo sempre le valige pronte perché ogni 15 giorni scadevano i visti e lavoravamo in due stanze dell’Albergo Ucraina a Mosca, una stanza per dormire con una brandina e una come ufficio». Altri tempi, altri manager con altri modi di intendere il lavoro per una grande società e la sua responsabilità sociale.

«I

Gas e cosacchi a San Pietro Il racconto di Mario Reali torna a parecchi anni indietro e suona diverso dalle campagne stampa che hanno celebrato l’accordo quadro firmato a novembre con Gazprom, dall’amministratore delegato Eni, Paolo Scaroni: «Ho partecipato alla firma del primo contratto gas, da sei miliardi di mc, tra la Russia e l’Eni di Eugenio Cefis, nel 1969, benché fossi ancora in Montedison. Ci fu un’opposizione politica durissima: dicevano che con quel gas avremmo alimentato i carri armati russi, e i cavalli dei cosacchi si sarebbero abbeverati nelle fontane di Piazza San Pietro. Dopo ho seguito tutti gli altri contratti gas: nell’86, nel ‘94 e nel ‘96. Voglio dire – continua Reali – che in momenti molto più difficili di adesso, siamo riusciti a firmare accordi anche molto vantaggiosi: nel ‘94 abbiamo inventato la formula del revamping, fornendo ai russi tecnologie per evitare perdite dai condotti e abbiamo ottenuto in cambio le forniture del gas da loro risparmiato. Eppure con Reagan presidente nell’82, io ed altri dirigenti Eni siamo entrati nella black list degli americani, perché avevamo venduto ai russi | 34 | valori |

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dei rotori del Nuovo Pignone per le loro turbine. Ma questo contratto firmato a novembre dell’anno scorso e propagandato come storico, cosa porta all’Italia? Sono solo state prorogate le forniture fino al 2035, ma è una fotocopia del contestato contratto “Mentasti” del maggio 2005, come riportato dalla stessa stampa russa». Bruno Mentasti Granelli è l’ex industriale delle acque San Pellegrino, amico di famiglia di Silvio Berlusconi, con cui Gazprom in società avrebbe dovuto distribuire autonomamente 2 miliardi di mc in Italia. Questo accordo ha segnato l’uscita di Vittorio Mincato, dimissionato da Berlusconi e il subentro di Paolo Scaroni. Il contratto è stato poi annullato a novembre 2005 per le reazioni contrarie del consiglio di amministrazione e dell’Antitrust.

L’Eni in Kazakistan Mario Reali, invece, le dimissioni le aveva presentate nel 2002 per dissenso sulla conduzione Eni in Kazakistan: «Nel 2001 a Mosca avevo tutti i giorni una fila infinita di gente, alla porta del mio ufficio, che voleva comprare il condensato - una specie di benzina leggera naturale - pompata dal giacimento di Karachaganak, perché trovavano il prezzo molto conveniente. Anzi – continua Mario Reali – uno di questi mi disse “Facciamo a metà della differenza tra il prezzo d’acquisto e quello di mercato”». Fatte le ricerche e trovata la documentazione necessaria, Reali presenta una relazione all’Eni, in cui si evidenzia che il condensato era venduto a società kazake e russe senza gara, con una perdita di 110 milioni di dollari per il consorzio Kpo, nel solo periodo esaminato di 13 mesi. Nell’azionariato dell’olandese Kpo (Karachaganak Petroleum Operating Bv) ci sono l’Eni e l’inglese British Gas Group (Bg), con quote paritarie del 32,5%, poi la Chevron Texaco con il 20% e la russa Lukoil con il 15%. Ma l’allora dirigente Eni non riceve i complimenti per l’indagine svolta; anzi a Mosca gli arrivano minacce di morte in italiano al telefono e, da parte di Mincato, l’invito a lasciare la società. Gli interessi dell’Eni nell’ex Repubblica sovietica del Kazakistan, ora governata da Nursultan Nazarbaev e dalla sua famiglia (vedi box nella

ALESSANDRO TOSATTO / CONTRASTO

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IL TEXAS IN VAL DI NOTO SFUMATO IL PERICOLO DEL PONTE, la Sicilia deve combattere ora contro i petrolieri e contro la legge regionale sugli idrocarburi di cui si è dotata: la legge n.14 03/07/2000, votata dalla giunta Cuffaro, concede a chi ha permessi di estrazione ampi poteri - anche di esproprio dei terreni confinanti - perché gli viene riconosciuto il regime di pubblica utilità. Ma non solo, anche tutte le opere necessarie per il deposito, il trasporto, la produzione, la valorizzazione del giacimento, all’interno del perimetro del permesso “sono considerate di pubblica utilità, indifferibili ed urgenti”. «Questo vuol dire dare carta bianca ai petrolieri su 1.600 chilometri quadrati» dice uno degli intervistati nel film 13 Variazioni su un tema barocco: ballata ai petrolieri in Val di Noto di Alessandro Gagliardo, Antonio Longo e Christian Consoli. E non si sta parlando di un pericolo remoto: le ruspe della Panther, compagnia texana, sono già arrivate in Val di Noto, considerata dall’Unesco Patrimonio dell’umanità. Espropri ce ne sono già stati, perché nel 2004 sono state autorizzate dall’assessore regionale all’industria Marina Noè quattro concessioni per la ricerca di idrocarburi, a 4 società: Sarcis, all’epoca controllata dalla Regione Sicilia e per il 10% da Eni (che in seguito ha acquisito il restante 90), la Edison, Bg Group (British Gas) e la texana Panther Resources Corporation. Mentre il presidente di quest’ultima, Jim Smitherman, prevede un giacimento da 8 milioni di barili, ai residenti sembra un’occupazione militare del territorio e in Val di Noto si è costituito un agguerrito comitato No Triv, contro le trivellazioni, che parteciperà al Val Susa Film Festival ad aprile con il film, realizzato con il sistema delle produzioni dal basso. Cinquecento persone hanno creduto al progetto dei giovanissimi autori e lo hanno finanziato, sottoscrivendo 10 euro per avere una copia del Dvd. Ora il film è pronto e passa nei circuiti delle associazioni, per far conoscere un lembo bellissimo della Sicilia sud orientale che ha scelto un altro tipo di sviluppo, legato alla terra, alla natura, alle energie rinnovabile e che non vuole diventare una provincia dell’Impero. www.malastradafilm.com; www.produzionidalbasso.com; www.siciliantagonista.org

pagina seguente), sono acquisizioni fatte nell’89 e nel ‘97 e, oltre a Karachaganak, comprendono lo sviluppo dell’area di Kashagan, in offshore sul Mar Caspio. «Anche lì l’Eni attuale vive di rendita: i giacimenti che oggi fanno la maggior parte delle riserve dell’Eni – dice Reali – erano nella cassaforte già ai tempi di Franco Bernabè. Scaroni non ha ancora portato niente: quelli che vengono spostati sempre più avanti sono i costi della prima fase di sviluppo di Kashagan, che sono passati da 10 a 19 miliardi di dollari. E l’inizio dello sfruttamento che, previsto nel 2005, andrà al 2010 e forse oltre».

Gazprom entra in Italia La firma dell’accordo di novembre 2006, e la “liberalizzazione” per Gazprom a distribuire 3 miliardi di mc senza Eni (più del 10% di quanto l’Italia acquista dalla Russia) sono stati commentati dai giornali russi con titoli del tenore “Gazprom entra in Italia” dando una lettura

Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni, già alla guida dell’Enel.

Milano, 2006

completamente speculare a quella dei nostri quotidiani. Abbiamo chiesto un parere a Evgeny Utkin, economista che scrive su Expert, settimanale economico russo, e collaboratore di Panorama: «La Russia cerca un’espansione all’estero e dal punto di vista della concorrenza, nel mercato italiano, posso dire che è meglio se ci sono più fornitori. So che c’è interesse da parte delle municipalizzate, anche della bolognese Hera, all’acquisto di questo gas russo liberalizzato. Ma – continua Utkin - nell’accordo ci sono parecchie cose vaghe: quando ho chiesto a Scaroni se ci saranno società con cui Gazprom fornirà il gas, l’amministratore delegato ha risposto: “Questo è un affare dei russi, non ci riguarda. Possono scegliere chi vogliono”. Sul costo della fornitura dalla Russia è stato piuttosto secco: “Abbiamo ottenuto un ottimo prezzo”. Non è stato definito – continua Utkin - neppure l’inizio esatto della fornitura da 3 miliardi di mc». Singolare anche che alla firma di un contratto così “epocale” fosse presente una new entry: il giovanissimo dirigente Eni Marco Alverà, trentaduenne che arriva dall’Enel e da Wind, senza grande conoscenza della Russia (sembra che di questo i russi gongolassero) e del mercato energetico. Anche per Evgeny Utkin questa presenza è una sorpresa: « Scaroni su Alverà mi ha detto solo “È uno dei nostri”. In Gazprom – continua Utkin – i dirigenti di primo piano sono politici, ma quelli subito dopo sono tutti tecnici, alcuni anche con 40 anni di esperienza». Sostanzialmente in questo accordo l’Eni ha dato via libera alla Gazprom in Italia, trattandola con riguardo, in vista dell’altro affare a cui vuole partecipare in Russia: l’acquisto di Arctic Gas e Urengoil, due società della fallita Yukos. Nell’affare la posizione di Gazprom non è ancora ufficiale: potrebbe tenersi fuori dall’asta per le due società, preparando il terreno al consorzio Esn oppure potrebbe parteciparvi una volta finita l’asta alleandosi, come fanno capire le strizzate d’occhio che Fulvio Conti, amministratore delegato di Enel, lancia a Gazprom. Oppure Gazprom potrebbe aspettare nell’angolo e uscire con una “zampata” al momento giusto, perché il tavolo della trattativa è aperto, ma la faccenda è molto spinosa e anche l’andamento del vertice di Bari del 13 marzo lo fa capire: Scaroni non ha incontrato Gazprom e l’unica novità è stata l’annuncio che Zao -Banca Intesa, piccola società di diritto russo di cui è responsabile Antonio Fallico, il cugino di Marcello Dell’Utri, sarà consulente e appoggio societario della distribuzione per Gazprom. |

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UN PO’ DI MITO SUL MARCHIO

Un’asta giudiziaria SULL’AUTORE DEL LOGO DELL’ENI c’è un piccolo mistero, perché per anni il suo disegno è stato collegato al nome del famoso designer olandese Bob Noorda, autore del restyling attuato negli anni 90, al momento della trasformazione dell’Eni in Società per azioni. Il concorso per il logo è stato bandito nel 1952: si cercavano idee per due cartelloni stradali, per i colori della colonnina di distribuzione e per i due marchi Supercortemaggiore e Agipgas, ma soprattutto si doveva dare visibilità alla politica di sviluppo di Enrico Mattei, al sogno di un’industria nazionale che arrivasse anche nei posti più sperduti del Paese e lasciasse il suo segno; si voleva costruire quella corporate image che contribuisce a creare affezione verso i marchi. Il concorso ebbe un successo strepitoso, era aperto a tutti gli italiani e offriva un premio di 10 milioni di lire. Arrivarono 4000 bozzetti; ci vollero 14 sedute della giuria prima di arrivare alla scelta e subito sul suo autore cominciò una lunghissima e misteriosa attribuzione: il bozzetto era stato presentato da Giuseppe Guzzi, in realtà rifinitore dell’opera. Il disegno vincitore, questo strano animale a sei zampe – venne spiegato – rappresentava un nuovo essere, che sommava le quattro ruote dell’auto alle due gambe del suo guidatore. Si sono cercati riferimenti con animali fantastici della mitologia africana, simboleggianti forze soprannaturali e si sono fatti accostamenti stilistici con le chimere etrusche. Nel 1983, solo dopo la morte di Luigi Broggini, scultore legato al gruppo milanese di Corrente, si è saputo il nome dell’autore del logo e vi si sono trovati riferimenti alla mitologia dei Nibelunghi, vista la produzione dell’artista; ma non si è spiegato perché Broggini non abbia voluto legare il suo nome al marchio.

AVVOLTOI SUL KAZAKISTAN “IL KAZAKISTAN È UN GIGANTE acquattato nel cuore della grande pianura eurasiatica [...]. Nono paese più grande del mondo, ha dimensioni pari a quelle dell’intera Europa occidentale”. Così Enderlin, Michel e Woods, autori di Pianeta petrolio, sulle rotte dell’oro nero (Saggiatore, 2004), nel capitolo Kazakistan, un pozzo di cleptocrazia, descrivono il territorio dello sconfinato paese, cerniera tra Asia ed Europa, incastonato nella Russia, strategicamente affacciato sul Mar Caspio, e confinante oltre che con la Cina, con le ribollenti zone del Turkmenistan, l’Uzbekistan e il Kirghizistan. Nursultan Nazarbayev ne è il presidente; è stato eletto nel 1989 quando la Repubblica era ancora sovietica. Secondo Transparency International, già nel 2002, il Kazakistan è tra i 10 paesi più corrotti del mondo. Nazarbayev si è attribuito un potere pressoché assoluto, che ha esteso ai suoi famigliari; le sue tre figlie e i loro mariti controllano tutti i gangli del paese: dalle banche, ai media, alle compagnie aeree, le ferrovie, la rete elettrica nazionale, le stazioni di servizio, le acque minerali e naturalmente tutte le società legate all’estrazione e allo sfruttamento del petrolio, del gas e dei metalli. Sono ormai molte le compagnie che hanno rapporti commerciali con il Kazakistan: oltre all’Eni ci sono i russi, ChevronTexaco, Bp, che ha costruito il Btc (Baku, Tiblisi, Ceyan) l’oleodotto lungo 1.744 km che trasporta il petrolio del Caspio, attraverso l’Azerbaijan e la Georgia, fino al porto di Ceyan, in Turchia. E ci sono i cinesi: nel 2005 la compagnia statale cinese (Cnpc) ha comprato PetroKazakistan per 4,2 mld di dollari e nel 2006 ha inaugurato un oleodotto di quasi 1000 km.

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Quando Scaroni ha dichiarato di voler partecipare all’acquisto delle due società perché è “una vera asta giudiziaria”, a parecchi all’interno dell’Eni sono corsi i brividi lungo la schiena e si sono chiesti se l’amministratore delegato non avrebbe potuto trovare di meglio: la storia della Yukos, infatti, è ancora lontana dalla soluzione giudiziaria. Gli ex azionisti della Yukos continuano a promuovere cause che rivendicano le loro proprietà; Andrei Illarionov, già consigliere economico del presidente Putin con ufficio al Cremlino, ha dichiarato al Sole 24 Ore che gli asset della Yukos messi ora in vendita, sono proprietà rubate e prima o poi dovranno tornare ai legittimi proprietari, attraverso i governi. Qualunque sia la loro natura ideologica. Comprare oggi quello che è stato definito a livello internazionale una “refurtiva” può significare doverne rendere conto domani agli ex azionisti; su questo Evgeny Utkin è abbastanza rilassato: «Può essere che lo mettano tra i rischi d’impresa. Dal punto di vista internazionale non vi dà una buona reputazione, anche se per la legge russa l’affare si è chiuso nell’agosto 2006 con il fallimento di Yukos, con debiti per oltre 26 miliardi di dollari». Eni ed Enel sono consorziate con Esn, la società del russo Grigory Beryozkin, misterioso imprenditore che ne detiene il 51%, mentre Eni ha il 30% ed Enel il 19%; l’Arctic gas e la Urengoil sono due società nella Siberia settentrionale, che estraggono gas e greggio. Sia Scaroni che l’Enel conoscono bene Grigory Beryozkin, perché insieme gestiscono una centrale termoelettrica a San Pietroburgo, visitata per l’inaugurazione del potenziamento a fine novembre dal ministro Pierluigi Bersani, e oggi funzionante, ma a “scartamento ridotto” perché è Gazprom che decide quanto gas fornirgli. Attorno alle due società siberiane, che vengono dipinte come l’affare del secolo per le riserve di greggio e di gas, si disegnano piani industriali da grande scacchiere: l’Enel produrrebbe energia elettrica nel gigante sovietico; l’Eni improbabili impianti di liquefazione del gas sul posto. Ma certo è tutto da fare e le difficoltà della Siberia sono così conosciute da essere leggendarie; in più l’Eni si disinteressa di rigassificatori anche in Italia. Se tutto andasse bene, all’Italia cosa resterebbe in tasca di questo affare definito storico? «Ancora una volta assolutamente niente – risponde Mario Reali - perché l’Eni è socio di minoranza, il gas estratto servirà per generare energia elettrica sul posto oppure, come previsto dalla legge russa, l’Eni dovrà vendere tutto il gas estratto alla Gazprom e all’Italia non arriverà un solo metro cubo di gas in più. Mettiamoci in testa che l’Eni è una multinazionale come tutte le altre, che è completamente sfuggita al controllo dello Stato e opera solo per il proprio profitto e per quello dei suoi manager». Come tutte le altre major del mondo; persino Bersani, ha avuto modo di dire che gli interessi delle grandi società non corrispondono più agli interessi dei Paesi. Aspetteremo per vedere se a queste dichiarazioni seguiranno iniziative politiche al momento del rinnovo dell’incarico a Scaroni, tra poco più di un anno. La sua sostituzione con un manager cresciuto all’interno della società del cane a sei zampe sarebbe un segno importante di “discontinuità” dalle scelte del governo precedente e potrebbe far ripartire una strategia Eni più rivolta alla ricerca, piuttosto che ai soli profitti finanziari. Immediati, ma non inesauribili e non esenti da rischi: una crescita solo finanziaria, che non indirizzi gli enormi profitti accumulati a soddisfare le reali necessità di energia e di indipendenza del Paese, potrebbero rendere l’Eni scalabile, anche dai nuovi giganti dell’energia.

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Anche l’arte cerca una via partecipativa Jochen Gerz porta in mostra l’esperienza collettiva: al Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo chiama la gente ad essere protagonista prima, durante e dopo la manifestazione. per strada da soli possa avere un senso? Avete mai pensato che scendere in piazza con un cartello sia un atto poetico? Centinaia di persone hanno vissuto un’esperienza simile, al di Ilaria Bartolozzi tempo stesso individuale e collettiva, folle e consapevole, semplice e coraggiosa, riprendendo contatto con la fantasia, con la loro parte sognatrice. Studenti, pensionati, professionisti, casalinghe, commercianti, artigiani, dirigenti, operai, politici, religiosi, stranieri, persone normali insomma, sono i protagonisti di una grande opera d’arte pubblica ideata da Jochen Gerz per il Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo dal titolo “Salviamo la luna”. L’artista tedesco è uno degli autori più importanti in Europa nell’ambito della public art, ovvero le sue opere si basano sul coinvolgimento diretto dei cittadini come autori e non come spettatori. Gerz ha spiegato così il suo progetto: «La mia idea è di chiamaAndrea Grimoldi, re la gente a fare parte dell’opera d’arte, di qualcosa che Virginia Gardenghi e Maria Teresa senza il pubblico semplicemente non esisterebbe». Uno Alberici ritratti degli obiettivi, infatti, è quello di far venire al museo genper il progetto di Jochen Gerz te che altrimenti non ci avrebbe mai messo piede. “Salviaal Museo di Fotografia mo la luna” si sviluppa in quattro fasi: 1) ogni cittadino Contemporanea di Cinisello Balsamo. che vuole partecipare viene fotografato (è stato possibile fi-

A

VETE MAI PENSATO CHE ANCHE MANIFESTARE

no al 31 marzo); 2) i partecipanti si recano per strada da soli (o a piccoli gruppi) con la proprio foto su un cartello in una notte a scelta (dal 5 al 27 maggio) e vengono fotografati durante questa manifestazione “intimista”; 3) tutti i ritratti realizzati e i materiali di documentazione dell’intero progetto vengono esposti in una mostra all’interno del museo (dal 23 giugno al 22 settembre); 4) i ritratti vengono riconsegnati ai partecipanti che li custodiscono nelle case, si crea così una collezione pubblica permanente. Andare per strada con un cartello con la propria foto, perché? Gerz spiega così questa idea: «Il nostro è stato il secolo dei cortei per le grandi cause collettive, ma siamo disposti a manifestare per noi stessi? Manifestare una sera, solitari, con la propria foto attaccata ad un bastone non serve a nulla, non è conveniente in senso economico, non è logico, non è funzionale. Camminando con la proprio foto ognuno dichiara solo se stesso, può scegliere se dare un contenuto ludico o privato o serio all’azione». Il titolo di questa pubblic art nasce da una leggenda lombarda che racconta che un contadino (pare proprio di Cinisello) cercasse con un rastrello di pescare l’immagine della luna riflessa in una pozza d’acqua per donarla all’amata. Da lì i cinisellesi vennero soprannominati “pesca|

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cludiamo con Maria Teresa Albeluna”. Salviamo la luna è un po’ CHI È JOCHEN GERZ rici, ex insegnante, 70 anni, scritsalvare noi stessi. JOCHEN GERZ è nato a Berlino nel 1940, vive a Parigi. Dal 1967 realizza opere in spazi trice. Racconta di essersi appasTra i partecipanti a questo pubblici, creando installazioni, video e performance. Le sue operazioni artistiche, condotte sionata a questo progetto per via progetto c’è Virginia Gardenghi, dagli anni Ottanta in tutte le principali città d’Europa e alcune negli Usa, lo consacrano oggi come uno degli autori principali nel campo della public art. Alcune delle sue opere principali: di quel titolo intrigante e spiega: 22 anni, neolaureata in scienze “La luna è fonte di grande fascidella comunicazione. Ha deciso THE FUTURE MONUMENT. Nel centro di Coventry (Gb) ricostruito per la prima volta dopo la seconda guerra mondiale è nata quest’opera, nata da nazione e mistero per tutti e io ne di partecipare perché «l’arte, oggi idee di tolleranza e di riconciliazione. É stato chiesto alle persone di fare sono particolarmente ammaliapiù che mai, chiama in causa la un elenco delle nazioni che sono state nemiche del loro paese nel passato. I nomi delle 8 nazioni più frequentemente nominate su un totale di 56, ta. Manifestare con la mia foto nostra interpretazione, i nostri sono ora inscritte su placche di vetro poste di fronte ad un obelisco che si sarà una cosa giocosa, che, in stili di vita e, in questo caso, la noillumina dall’interno. L’opera si rivolge ai membri delle diverse comunità questa vita sempre impegnata e stra faccia. E perché in questo cadella città in maniera egualitaria, ben 69 quelle che hanno partecipato all’iniziativa. Queste placche mostrano quante piccole comunità inaspettatamente vivono nella città odierna. sempre di corsa, rappresenta un so chi partecipa è allo stesso temmomento di leggerezza e un’ocpo soggetto dell’opera, visitatore THE WORDS OF PARIS. Nell’estate del 2000 l’opera è stata allestita di fronte alla Cattedrale di Notre Dame di Parigi. casione di riflessione. Sul mio care soprattutto costruttore di signiI passanti erano invitati a donare denaro ai senzatetto della tello c’era la mia foto ma dall’alficati che saranno dinamici, dicittà. Una lastra di vetro è stata incisa con un testo scritto da un clochard accompagnata da una fessura per raccogliere tra ci avrei messo una scritta versi e soggettivi. Inoltre mi piamonete. I senzatetto, che con la loro presenza facevano parte dell’installazione, furono contro l’inquinamento: non riuceva l’idea di manifestare la mia ospitati sotto una pensilina del bus di Parigi, progettata da Norman Foster. L’opera coinvolse 12 persone di strada per un periodo di 6 mesi. sciamo più a respirare...». individualità e così come hanno Maria Teresa ha scritto poesie fatto gli altri, consapevoli o non, MONUMENT AGAINST FASCISM. L’opera di Harburg (Germania) ha invitato i residenti della città e i visitatori ad incidere i loro nomi e le loro firme contro e filastrocche, tra cui “La luna ognuno con le sue individualità, il fascismo su una colonna quadrata alta 12 metri e rivestita di piombo. burlona”: «Forse vuole farmi imabbiamo fatto emergere un’opera Non appena la parte accessibile del monumento fu ricoperta di firme, fu abbassata di livello nel suolo. Tra l’inaugurazione (1986) e la sua sparizione pazzire l’enorme luna bizzarra d’arte collettiva». Andrea Grimol(novembre 1993), il Monumento contro il Fascismo, fu abbassato di livello che spazia fra piazze e palazzi. di, 24 anni, praticante notaio, footto volte. Oggi rimane un testo, tradotto in sette lingue, che racconta la storia di questa opera: 70.000 firme, l’affondamento della colonna e la sua sparizione. Mai una sera a far sosta dove in tografo. “Ho partecipato perchè passato l’ho scorta, eppure son volevo lasciare una traccia della certa, qui era il posto. Macché nemmeno per sogno. Qui il mia presenza con la mia foto, per far conoscere qualcosa lampione, il pino a destra. Ma il cielo in mezzo è deserto! di me. Ho trovato divertente manifestare al niente o a me Già la credo sparita. No! È solo una finta. Ecco: l’ho vista, stesso, lasciare la testimonianza di me stesso, mi piace anl’ho vista! Da un ventaglio di rami velata, in un punto imche perché è una cosa ambigua, nessuno sa perché tutte pensato riaffiora, più grande, più bella e burlona!». quelle persone erano lì con la loro foto gigante». E con-

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Bioenergia

Una sfida da cogliere di Walter Ganapini

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A VALORIZZAZIONE DI FONTI RINNOVABILI DI ENERGIA, incluse a pieno titolo le biomasse, è indispensabile

per raggiungere gli obiettivi delle politiche ambientali dell’Unione Europea. La produzione di energia per via biochimica e/o termochimica da biomasse (bioenergia) vede un bilancio tendenzialmente in equilibrio tra assorbimento del carbonio atmosferico durante il loro ciclo vegetativo ed emissione di anidride carbonica conseguente al loro utilizzo a fini energetici. La quota di CO2 immessa in atmosfera, ad esempio, da processi di combustione delle biomasse vegetali è in gran parte compensata da quella organicata dalla coltura durante il ciclo di vita: inoltre una quota considerevole di carbonio assimilato (40-60%) è destinato all’accrescimento dell’apparato radicale e quindi sottratta all’atmosfera. Tale caratteristica appare ancora più evidente nelle colture di biomasse a scopi energetici (energy crops) rispetto a quelle tradizionalmente dedicate all’alimentazione umana ed animale: l’emissione di CO2 per unità di energia (GJ) da coltura perenne da biomassa è risultata pari a 1.9 kg di C/GJ, valore nettamente inferiore a quello del carbone (24.7 kg/GJ), petrolio (22.3 kg/GJ) e gas naturale (13,8 kg/GJ). Gli obiettivi di carattere energetico si armonizzano con altri obiettivi prioritari, dalla tutela del territorio, con particolare riferimento alla gestione della risorsa suolo oggi a forte rischio di degrado, alla conservazione e valorizzazione delle aree marginali e a riposo fino all’impatto sociale: può essere creato un nuovo posto di lavoro ogni 540 t di biomassa secca ottenuta da colture dedicate. Rispettando alcune condizioni Si calcola che per ogni litro di bioetanolo che va a sostituire ambientali l’Europa può arrivare un litro di benzina, si evitano da 1,93 a 2,64 kg di CO2. Oltre a coprire il 15% del proprio al bilancio della CO2 le emissioni da valorizzazione energetica fabbisogno energetico di biomasse possono presentare una serie di ulteriori vantaggi tagliando sino a 600 milioni rispetto ai combustibili di origine fossile, che variano in funzione di tonnellate di CO2 dei sistemi e delle tecnologie impiegate, come ad esempio: assenza di idrocarburi policiclici aromatici, piombo, zolfo e altri inquinanti; migliore combustione per la presenza di un maggiore quantitativo di ossigeno (con conseguente riduzione delle emissioni di CO, HC e PM10); biodegradabilità dei combustibili; e capacità di sostituzione di componenti di combustibili liquidi tradizionali. Secondo un recente studio dell’ Agenzia Europea dell’Ambiente (EEA), l’Unione ha un potenziale di sviluppo “ambientalmente compatibile” dell’energia da biomasse pluriennali ed annuali molto rilevante, dai 69 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio (Mtep) del 2003 a 190 Mtep nel 2010 e a 295 nel 2030 , sufficiente a coprire il 15-16% della domanda energetica primaria attesa per la UE a 25 Stati Membri nel 2030 (contro il 4% del 2003): il loro utilizzo comporterebbe minori emissioni di anidride carbonica per un valore compreso tra 400 e 600 milioni di tonnellate annue. Il calcolo è stato elaborato nel rispetto di una serie di criteri: dedicare almeno il 30% delle aree agricole ad agricoltura organica e ad alto valore naturalistico, trasformare almeno il 3% delle terre coltivate in modo intensivo ad aree di compensazione ecologica attraverso il meccanismo della messa a riposo (“set-aside”), mantenere le aree a coltivazione estensiva e privilegiare coltivazioni ad uso energetico che implichino il minor impatto sull’ambiente, minimizzando erosione e compattazione del suolo, trasferimento di nutrienti nel terreno e nelle acque, sfruttamento di risorse idriche, inquinamento da pesticidi, rischio di incendio e generando un impatto positivo sul paesaggio rurale e sulla biodiversità.

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La tintoria si autorganizza e punta sull’ambiente >42 Il paese sperduto rinasce grazie alla partecipazione >46

economiasolidale EST EUROPEO AL CENTRO DEL WORLD SOCIAL AGENDA

TURISMO SOSTENIBILE IN BARCA A VELA GRAZIE ALLA LEGA NAVALE ITALIANA

CONTRIBUTI DALLA REGIONE ALLE SCIENZIATE DEL FUTURO

TROPPI RIFIUTI PER L’ITALIA RISPETTO ALLA MEDIA EUROPEA

TERZA EDIZIONE DEL PREMIO “DOMENICO MARCO VERDIGI”

BOOM DEL COTONE EQUOSOLIDALE IN INGHILTERRA

Si terrà a Padova, dal 26 aprile al 6 maggio, l’ottava edizione del World Social Agenda. Quest’anno il tema centrale della manifestazione è dedicato alla realtà dei paesi dell’Est Europa. Il programma prevede una mostra dal titolo “Attraverso l’Europa” (inaugurazione il 26 aprile), un’esposizione di scenografie realizzate dagli studenti del liceo artistico Modigliani che sarà allestita in tre piazze del centro: a Prato della Valle una piramide di detriti ricorderà il disastro di Chernobyl, in viale Perlasca si commemorerà la caduta del muro di Berlino e nella Loggia di piazza dei Signori la guerra nei Balcani. Il 3 maggio si terrà la conferenza “Oltre l’Integrazione”, incentrata sul tema dell’intercultura. Il 4 maggio presso Civitas, la fiera del terzo settore, si terrà la conferenza internazionale intitolata “Quale Europa?”, con l’intervento di tre protagoniste femminili dell’Est europeo, per parlare di passato, presente e prospettive future dei loro paesi. Il 5 maggio è prevista la conferenza dal titolo “Cooperazione e internazionalizzazione responsabile” per discutere del fenomeno della delocalizzazione delle imprese. Il 27 maggio sarà invece la giornata conclusiva del percorso didattico di lettura e scrittura che ha coinvolto oltre 300 studenti padovani nella riflessione sull’Est europeo.

Se siete appassionati di vacanze in ambienti selvatici ed incontaminati e se il vostro sogno, da sempre, è imparare ad andare in barca vela ecco per voi una settimana di corso con la Lega Navale Italiana di Ventotene a bordo di Optimist, Caravelle, Flying junior, Laser, e chi più ne ha più ne metta. È una nuova proposta di Viaggi e Miraggi, l’agenzia di turismo responsabile, nata nel 2000, con sedi operative a Padova e Treviso, e attiva in tutta Italia. Anche grazie al finanziamento di Banca Etica prende il via il 24 aprile questo nuovo progetto che attraverso la pratica della vela, vuole diffondere un’educazione marinara attenta alla tutela dell’ambiente e alla prevenzione del degrado ecologico. Il calendario prevede 3 settimane di corso: 24 aprile - 1 maggio, 2 giugno 9 giugno, 28 luglio- 4 agosto. Il costo è di 580 euro, comprensivo di vitto, alloggio, corso di vela. I corsisti vengono ospitati nella foresteria della base nautica all’interno dell’Area Protetta e Riserva Naturale delle Isole di Ventotene e S. Stefano, l’alimentazione è prevalentemente proveniente da agricoltura biologica con particolare attenzione ai prodotti locali. Un altro progetto di turismo sostenibile in Italia, nato una decina d’anni fa grazie a Banca Etica e Viaggi e Miraggi, si svolge a Riace, in Calabria. In questo paesino, sito su una collina, tra uliveti, ginestre e fichi d’india, l’associazione Città Futura ha ristrutturato una ventina di case, abbandonate da cittadini che sono emigrati nel Nord Italia, che affitta a turisti che vogliono passare vacanze rilassanti a pochi chilometri da mare. Mentre in Liguria, quasi in Francia, vicino a Ventimiglia c’è l’Ecovillaggio Torri Superiore, un piccolo borgo medievale, situato nel mezzo della macchia mediterranea, che ospita gruppi e singoli interessati all’ecologia, alle tematiche della sostenibilità e della vita comunitaria. Informazioni su: www.viaggiemiraggi.org

La Regione Toscana ha assegnato gli incentivi a 252 studentesse che hanno scelto facoltà scientifiche. Il valore del voucher oscilla da un minimo di 356 euro a un massimo di 1000 euro. La graduatoria è consultabile sul sito http://www.rete.toscana.it/sett/ poledu/voucher/studentesse.htm. La decisione di offrire l’incentivo è stata dell’assessore all’istruzione Gianfranco Simoncini ed è stata presa per contrastare il calo costante di iscrizioni di alcune facoltà, che hanno visto diminuire constantemente il numero delle ragazze. Nel 2005-2006, infatti, gli iscritti alla facoltà di ingegneria erano 2.447, di cui 1988 maschi e 459 femmine. A fisica, su 162 iscritti, 123 erano i maschi e appena 39 le femmine. I voucher della Regione sono destinati alle studentesse che, nell’anno accademico 2006-2007, hanno deciso di iscriversi ad alcuni corsi di laurea di primo livello: chimica, fisica, ottica, matematica, statistica, ingegneria. In Toscana nel 2003 i laureati complessivi in scienze e tecnologia erano il 13,5 % ogni mille abitanti fra i 20 e i 29 anni. Un numero ancora troppo basso, ma che rende realistico l’obiettivo di Lisbona che prevede l’aumento, di almeno il 15%, dei laureati in materie scientifiche.

In Italia ancora troppi rifiuti finiscono in discarica: 296 chili per abitante l’anno contro i 221 chili della media europea. La raccolta differenziata ha, invece, recuperato circa 7,5 milioni di tonnellate di rifiuti, pari a meno del 25% di quelli prodotti. I dati sono stati forniti dal rapporto di Legambiente, un monitoraggio sullo stato di salute del Paese. In alcune zone i rifiuti vengono gestiti come una vera e propria emergenza, come, ad esempio, in Campania, che vive una situazione così critica da determinare le dimissioni del commissario Guido Bertolaso (poi ritirate). Nel frattempo la procura di Ancona ha portato a termine una grande inchiesta sul traffico di rifiuti: undici arresti, 56 sequestri e 70 aziende coinvolte nel centro e nel nord Italia. Due organizzazioni, costituite nelle Marche e con diramazioni in Emilia Romagna, Lombardia, Veneto, Campania, Friuli Venezia Giulia e Umbria, in tre anni hanno smaltito 40 mila tonnellate di rifiuti speciali (cromo, rame, piombo, zinco e idrocarburi), provenienti da impianti industriali, discariche pubbliche e cave, realizzando un profitto illecito non inferiore a 5 milioni di euro. I rifiuti finivano direttamente nelle discariche pubbliche di rifiuti urbani o in una cava in ripristino ambientale, anziché essere portati in discariche per rifiuti speciali o negli impianti di termodistruzione.

Domenico Marco Verdigi, il 21 agosto 2004 si è tuffato in mare per salvare due bambini che stavano annegando a Marina di Pisa; gli ha salvato la vita, perdendo la sua. Per la generosità del suo gesto è stato insignito della medaglia d’oro al merito civile, dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. Aveva 23 anni e la sua scomparsa ha commosso molto la comunità locale. Per mantenere vivo il ricordo del giovane come esempio di altruismo e amore per il prossimo, su iniziativa della famiglia e dell’Associazione onlus che porta il suo nome, il comune di San Giuliano Terme, dove Marco Verdigi viveva, bandisce per il 2007 il “Premio Domenico Marco Verdigi”. Il premio, giunto alla terza edizione, è promosso allo scopo di finanziare una o più iniziative o progetti destinati all’infanzia disagiata, alla creazione di servizi o all’acquisto di attrezzature da destinare a strutture pediatriche o altri istituti. Gli enti e le associazioni del territorio che vogliono partecipare, possono scaricare il bando dal sito del Comune di San Giuliano Terme, c’è tempo per spedire i progetti fino al 31 maggio. Nell’edizione dello scorso anno il premio è stato assegnato a quattro progetti: alla cooperativa sociale Il Progetto, per l’ampliamento dell’orario d’apertura della ludoteca nel reparto pediatrico dell’ospedale Santa Chiara di Pisa; alle Acli di Pisa per la costruzione di un campo di calcio e altre strutture sportive, in Brasile; alle cooperative sociali Il Simbolo e Arlecchina per un servizio educativo gratuito per bambini stranieri; alla Comunità di Sant’Egidio per un progetto educativo per bambini stranieri in difficoltà. www.associazionedomenicomarcoverdigi.org www.comune.sangiulianoterme.pisa.it

La prima linea di prodotti confenzionati con cotone certificato Fair Trade è entrata nei negozi inglesi nel novembre del 2005. Ma è negli ultimi sei mesi che la domanda di cotone etico in Inghilterra è raddoppiata, a causa delle richieste che arrivano da aziende e rivenditori di marca. Le vendite di cotone certificato sono, infatti, cresciute di quasi il 4 mila per cento in volume ed oltre il 3mila per cento in valore. Nonostante nell’ultimo anno il numero di produttori di cotone “pulito” sia cresciuto del 30%, non sarà comunque sufficiente a soddisfare la domanda. Tutto il business equosolidale in Gran Bretagna fa registrare aumenti, ma il cotone Fair Trade ha superato di gran lunga i prodotti più convenzionali: il caffé fa registrare un più 36% in volume e più 39% in valore; il the è aumentato del 58% in volume e del 50% in valore; le banane sono aumentate del 55% in volume e del 38% in valore; la cioccolata è aumentata del 22% in volume e del 25% in valore; infine il cotone è aumentato del 3692% in volume e del 3102% in valore. Un successo che ha obbligato tutti i grandi rivenditori ad avere un’immagine più attenta all’ambiente e a investire milioni di sterline in progetti etici e ecologici.

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Gli operai hanno scelto la società di capitali per dimostrare che sono pronti ad accettare la sfida del mercato

«LA MIGLIORE VALORIZZAZIONE PER RESPONSABILIZZARE I DIPENDENTI» PIERPAOLO BARETTA, segretario confederale della Cisl. La scelta dei lavoratori della Syntess pone le questioni dell’autogestione e della cogestione, argomenti che fanno discutere all’interno del sindacato.

Foto di gruppo alla Syntess, tintoria industriale di tessuti, proprietà degli operai dipendenti. Le foto di queste pagine sono gentilmente concesse da Dino Fracchia.

Cos’è per la Cisl la partecipazione dei lavoratori all’impresa? A quale modello fate riferimento?

La partecipazione dei dipendenti è il modo migliore per responsabilizzare e valorizzare il proprio ruolo all’interno dell’impresa. I modelli sono diversi: si va da quello tedesco a quelli del Nord Europa con il coinvolgimento dei lavoratori nei consigli di amministrazione, nella cooperazione, sino all’autogestione. Sul piano valoriale il modello è quello indicato dalla Chiesa. Quello della partecipazione è un panorama molto più ampio di quello che normalmente si pensa.

DINO FRACCHIA FRACCHIA DINO

DINO FRACCHIA

Ma la partecipazione nell’era della globalizzazione non è un libro dei sogni?

La tintoria si autorgani zza E punta sull’ambiente L’esperienza della ex Timavo di Bollate: contro la chiusura e la speculazione immobiliare i lavoratori rilanciano la produzione.

Noi non la pensiamo così. Il capitalismo sta cambiando, è cambiato diventando sempre piu finanziario e quindi molto aggressivo, scarsamente affidabile. Questo pone due questioni: le regole del gioco e la democrazia economica. Se si crea questo contesto la partecipazione dei lavoratori nella gestione dell’impresa diventa molto importante. Faccia un esempio, passando dalla teoria alla pratica.

La vicenda del Tfr alla previdenza complementare è emblematica. Se noi riusciremo a convincere la maggioranza dei lavoratori a trasferire le liquidazioni nei fondi pensione gestiti da sindacati e imprese avremo fatto un passo in avanti notevole, avremo una massa di danaro liquido tale da influenzare il capitale finanziario italiano. Quindi anche lavoratori nei consigli di amministrazione?

è appesa sul muro all’ingresso del reparto tessuti. Il grafico indica l’andamento della produzione, settimana per settimana. «Vede quella lavagna - dice con un punta d’orgoglio Paolo Castellano, capo del perdi Piero Bosio sonale dello stabilimento - l’abbiamo voluta tutti: operai, tecnici e dirigenti così ognuno di noi sa se stiamo rispettando il budget che ci siamo dati. Ma non solo. Periodicamente facciamo assemblee per discutere della qualità del nostro lavoro, per migliorarlo, per darci nuovi obiettivi». Benvenuti alla Syntess di Bollate, tintoria industriale autogestita da 72 dipendenti alla periferia Nord di Milano. È forse il primo caso in Italia dove gli operai sono diventati padroni con una scommessa quasi impossibile, ma non per loro: salvare l’azienda, i posti di lavoro, ridurre l’inquinamento e introdurre per una parte della città il teleriscaldamento. Ma facciamo un passo indietro. La scelta dell’autogestione è arrivata dopo una serie di vicissitudini e cambi di proprietà. Da circa dieci anni lo stabilimento di Bollate era in difficoltà. La proprietà, la società Timavo & Tivene, che ha altri due stabilimenti di tintoria industriale (a Bologna e Treviso) aveva

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NA LAVAGNA CON UN GRAFICO BEN VISIBILE

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deciso di chiudere la fabbrica per le difficoltà del settore tessile «ma soprattutto - sostiene il segretario della Filtea Cgil milanese Giuseppe Augurusa - perché sperava che l’area di 26 mila mq, dove si trova l’azienda, potesse cambiare destinazione d’uso, da industriale a terziario, consentendo così di realizzare una forte plusvalenza». Un tentativo questo che si è scontrato con l’opposizione dei lavoratori e del consiglio comunale di Bollate che ha deciso all’unanimità il mantenimento dell’area a destinazione industriale. La lotta non ha però evitato la chiusura della tintoria e i dipendenti, metà dei quali donne, si sono trovati davanti la mobilità, il licenziamento e la successiva difficoltà a trovare un altro lavoro avendo un età media intorno ai 50 anni. Poi la decisione di non rassegnarsi a questa fine con una scelta che ha sorpreso tutti: «la fabbrica ce la compriamo noi e la facciamo funzionare e produrre».

Gli operai diventano capitalisti. Nasce la Syntess Srl Il progetto, dopo alcune resistenze e poche defezioni, decolla. I lavoratori costituiscono il 6 marzo del 2006 la Syntess srl, concorrendo alla nuova impresa con quote paritarie di 2200 euro a testa. La parti-

colarità sta nel fatto che i lavoratori non formano una cooperativa ma una società di capitali. «Abbiamo scelto la società di capitali spiega Castellano, capo del personale della tintoria - per dimostrare che siamo pronti a accettare la sfida del mercato, competendo con le altre società del settore». Nel consiglio di amministrazione della Syntess entrano due ex delegati sindacali che prima facevano parte delle Rsu, affiancati da un amministratore delegato proveniente da esperienze manageriali. A sostenere il progetto scendono in campo Bruno Casati, assessore al lavoro della Provincia di Milano, Giuseppe Augurusa segretario generale della Filtea Cgil di Milano, il Comune di Bollate con il suo sindaco Carlo Stelluti. La Provincia investe 300 mila euro, erogati ai lavoratori della Syntess come incentivo all’auto imprenditorialità. La Syntess è una tintoria che nobilita i tessuti: arrivano grezzi e dopo una serie di lavorazioni escono dall’azienda pronti per il tavolo da taglio e confezione.

Da delegato a capo del personale. Effetti da autogestione

Certo. Ma non si crea un conflitto di interessi? Un operaio nella stanza dei bottoni.

Sarebbe un conflitto di interessi se si pensasse che l’azienda non è la tua, in realtà in un’impresa il contributo del lavoratore è analogo a quello del manager. E, comunque, si può ovviare al conflitto di interessi prevedendo l’ingresso nel CdA di dipendenti che non fanno contrattazione sindacale. Sarà, ma intanto la partecipazione proposta dalla Cisl non convince nemmeno le imprese

Perché il capitalismo italiano è stato abituato a una competizione facile con la svalutazione della lira e bassi salari. Mentre la partecipazione richiede un sistema più solido, strutturato che punta su innovazione, ricerca, qualità del prodotto. Non a caso il paese in cui ha avuto più successo la partecipazione dei lavoratori all’impresa è la Germania. Cosa pensa dell’autogestione?

È una scelta che se non viene caricata ideologicamente e la si vede come tentativo di organizzare diversamente la produzione può essere una strada interessante. P. B.

«All’inizio abbiamo passato un periodo difficile, dovevamo recuperare i clienti persi, conquistarne dei nuovi, ridurre il costo del lavo|

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UNA SPERIMENTAZIONE DA ANALIZZARE CON ATTENZIONE

MARIO BOSELLI, presidente della Camera della Moda italiana e di Pitti immagine porta buone notizie sull’andamento del settore.

ANDREA FUMAGALLI, docente di politica economica all’Università di Pavia.

Eppure questi lavoratori della Syntess stanno riuscendo a portare avanti un’iniziativa auto imprenditoriale.

A che punto è la situazione del tessile e dell’abbigliamento italiano?

Partiamo dal caso della Syntess di Bollate, uno dei rari esempi di autogestione operaia in Italia. Cosa pensa dell’autogestione?

Sì, questo è apprezzabile perché è uno spostamento verso una frontiera di progresso all’interno della logica capitalista. Comunque sempre meglio esperienze analoghe, manageriali, innovative che un capitalismo familista, bigotto e nazional-corporativo, chiuso in sè stesso.

Il 2006 è stato importante per il settore, che ha segnato una svolta dopo cinque anni in cui abbiamo pesantemente subito le importazioni cinesi. Il miglioramento è dovuto agli effetti all’accordo con la Cina sul sistema delle quote del 2005 e alla ripresa della domanda tedesca, che rappresenta il primo mercato di sbocco per il Made in Italy. È una ripresa solida?

Diciamo che dovremmo aver infilato un mega-trend, una tendenza positiva che potrebbe durare, anche se restano fenomeni di delocalizzazione.

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ABBIAMO ASPETTATO A INNOVARE MA ORA STIAMO RIPARTENDO

La Cina dunque fa meno paura?

Senta cosa state facendo per ridurre l’impatto ambientale, l’inquinamento provocato dalle vostre aziende?

Guardi, mettiamola cosi: volenti o nolenti noi le regole a tutela dell’ambiente le dobbiamo rispettare e sono severe altrimenti Asl e Pretori ci saltano addosso. Certo che le regole italiane sono molto vincolanti e ci creano un gap con i competitori cinesi che fanno dumping ecologico a man bassa. Cosa si può fare secondo lei per migliorare la competitività italiana?

Sarò franco: il problema è la flessibilità. I nostri operai non accettano il ciclo continuo, compresi sabato e domenica. Noi siamo stati costretti a spostare produzioni in Slovacchia perché qui non hanno permesso il ciclo continuo. E poi la mobilità. Gli italiani non si vogliono spostare da regione a regione. Facile dare sempre la colpa agli altri, ma lei non crede che anche molte aziende abbiano delle responsabilità, non avendo investito in tempo in innovazione e qualità del prodotto?

Posso concordare con lei, ma se questo è avvenuto è stato per necessità e non per scelta. Si è dovuto far fronte a una concorrenza terribile, come quella cinese. Un’ultima domanda, che riguarda un’azienda lombarda, dove una tintoria industriale, la Syntess, è passata all’autogestione operaia. Lei conosce questa vicenda. Come l’avete affrontata?

L’assessore della Provincia Bruno Casati ci informò e ci coinvolse e noi abbiamo contribuito segnalando ai nostri associati la possibilità di avvalersi dei servizi di questa azienda, della Syntess. Lei che opinione ha di questa autogestione?

Io sono pragmatico. Se funziona ben venga, poi si vedrà.

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Lo scenario potrebbe essere meno preoccupante del passato per due ragioni. La prima è che i cinesi sono diventati un pochino meno competitivi in quanto in alcune aree sulla costa il loro costo del lavoro è aumentato. Poi l’aumento dei consumi interni cinesi ha ridotto la pressione delle esportazioni verso l’Europa, verso di noi.

Un operaio al controllo della qualità del tessuto. Alla Syntess lavoravano 102 persone. Dopo il passaggio all’autogestione sono rimasti in 72 dipendenti. Il numero ottimale però sarebbe di 65.

ro e soprattutto convincere tutti che facevamo sul serio», dice Castellano mentre continuiamo con lui il giro della fabbrica. Castellano, che prima era un delegato sindacale, ora fa il capo del personale. Gli chiediamo cosa si prova a stare dall’altra parte: «avverto la responsabilità del cambiamento, ma non mi sento a disagio, abbiamo scelto tutti insieme di percorrere questa strada innovativa». Ora l’autogestione si deve confrontare con una questione spinosa: il raggiungimento del pareggio di bilancio, l’ulteriore abbattimento del costo del lavoro e la riduzione del personale. «Lo faremo senza traumi», dice Castellano. I tagli ci sono stati e ce ne saranno ancora: dai 102 lavoratori iniziali si è passati a 72, con l’obiettivo per la società di arrivare alla quota ottimale di 65 persone. «Nessuno è stato lasciato per strada – spiega Castellano – alcuni sono stati ricollocati con l’aiuto della Provincia, altri accompagnati alla pensione, altri ancora sono stati incentivati con una buona uscita». Un altro problema per la Syntess è l’alto costo dell’energia. «Le spese per l’energia - dice il presidente della società Roberto Vai - incidono per 900 mila euro sul nostro bilancio, anche a causa di una centrale elettrica obsoleta». A dare un nuovo impulso al progetto degli operai diventati padroni è stato l’accordo raggiunto il 23 gennaio di quest’anno che prevede l’ingresso della società Te.S.I. Scarl, società per i servizi energetici aderente al gruppo consortile Gestione Multiservice, nel capitale sociale della Syntess Srl e il conseguente avvio di un processo di trasformazione industriale che porterà alla cogenerazione e al teleriscaldamento. «L’ingresso del nuovo partner - spiega Roberto Vai - ci risolve il

Da un punto di vista teorico il giudizio è positivo, in quanto è un tentativo di rompere la classica struttura di organizzazione capitalista della produzione, scegliendo strade innovative, diverse. Concretamente i problemi ci sono: l’autogestione deve comunque fare i conti con il mercato, con la competitività. Oggi competitività non significa poter eccellere fra pari, ma subire le gerarchie del potere economico. Ne consegue che ineluttabilmente il subire la gerarchia di mercato implica anche ridurre i costi e il personale, come mi pare che stia accadendo alla Syntess. Certo, in alcuni casi, tra due mali quello dell’autogestione è il male minore. Si può definire l’autogestione, la cooperazione una forma alternativa oggi alla produzione capitalistica?

La parabola della formula cooperativa, dell’autogestione, nata un secolo fa come alternativa al modello capitalistico si è conclusa con la fine del modello tayloristico. Con la crisi di questo modello sono nate diverse formule organizzative tra cui l’autogestione e la cooperazione ma non sono alternative reali.

Come giudica quindi l’autogestione alla Syntess di Bollate?

È un esperimento interessante in linea con il capitalismo attuale che è basato sulla produzione di beni e servizi ambientali, oltre che manifatturieri. Oggi il prodotto è nella gestione del territorio, nel caso della Syntess il teleriscaldamento, o il fotovoltaico perché oggi è il territorio il luogo dove si svolge la produzione. Su questo in Italia c’è un’arretratezza culturale elevata e quindi è un terreno vergine da esplorare. La sinistra e il sindacato non sono molto attenti a forme alternative di gestione della produzione.

Sperimentazioni come quella della Syntess, seppure di estrema nicchia, vanno ascoltate, seguite perché oggi il vero riformismo non passa attraverso la semplice accettazione della compatibilità delle aziende ma nel sostenere i tentativi innovativi e ecocompatibili di produzione. P.B.

gli ingegneri del Politecnico di Milano alla ricerca di soluzioni innovative con coloranti ecompatibili. La scommessa di una fabbrica innovativa, attenta all’ambiente, aperta al territorio è dunque tutta aperta. Resta ora una domanda: il modello di autogestione Syntess può essere un prototipo, può essere esportabile? «È molto difficile – sostiene l’assessore Bruno Casati – perché si tratLa fabbrica esce sul territorio. ta di un’autogestione diretta, una soluzione che anche a sinistra ha troLa società Te S.I. è entrata in Syntess con un capitale di 1 milione di vato molte resistenze». Resta comunque un’esperienza coraggiosa che euro, con il quale si potrà chiedere un mutuo di 8 milioni di euro per spero possa servire a riflettere su come si possa affrontare diversamenl’acquisto dell’intera area industriale dove si trova la tintoria e la cote una crisi industriale, senza fare pura assistenza ma salvando una fabstruzione, entro il 2008, della nuova centrale termica. «È la fabbrica che brica e la professionalità di chi ci lavora. Tanto di cappello agli operai esce dai suoi confini e va sul territorio - dice Paolo Castellano - si romdella Syntess per la scelta che hanno fatto». pono gli schemi tradizionali. Noi in azienda continuiamo a nobilitare «Nonostante i buoni risultati della Syntess - aggiunge il segretario i tessuti ma nello stesso tempo abbattiamo l’inquinamento con la nuodella Filtea Cgil di Milano Augurusa - penso che questa sperimentava centrale e attraverso questa potremo portare l’acqua nelle case di zione sia difficilmente esportabile, soprattutto perché non si possono Bollate a basso costo con il teleriscaldamento». usare i soldi pubblici per salvare tutte le aziende in crisi. Una soluzione però ci saScommessa sul futuro: RADIOGRAFIA SYNTESS rebbe - dice Augurusa - società finanziarie essere ecocompatibili che investano nel capitale di rischio delle «Ma i nostri progetti non si fermano qui IL GRUPPO TESSILE TIMAVO & TIVENE proprietario di tre stabilimenti (a Bologna, Treviso e Bollate) ha deciso, a fine imprese in difficoltà». Gli operai-padroni - aggiunge Castellano - stiamo anche penfebbraio 2005, di chiudere la fabbrica lombarda di Bollate, della Syntess vogliono andare avanti. sando al fotovoltaico, all’uso dei pannelli con 102 operai. I dipendenti, dopo una dura lotta, sono passati all’autogestione diretta, forse il primo caso in Italia. A marzo «Chiederemo ai politici, ai sindacalisti solari che noi potremmo fornire e instal2006 hanno fondato una società di capitali: la Syntess Srl. di visitare la nostra fabbrica. Apriremo le lare». Anche sul piano interno della proIl personale attualmente impiegato è assunto all’80% con contratto a tempo determinato. Il fatturato della società è stato quest’anno porte della tintoria alla città. Noi ci crediaduzione si stanno studiando delle soluziodi 3 milioni di euro. La produzione giornaliera è di 5mila Kg di tessuto mo. Si può produrre diversamente», dice ni per abbattere ulteriormente gli effetti nobilitato. Oggi i dipendenti sono 72. Da gennaio 2007 è entrata l’ex delegato sindacale, ora capo del pernegativi dei coloranti sull’ambiente: tecnel capitale sociale la società Te.S.I. con 1 milione di euro. sonale Paolo Castellano. nici della Syntess stanno lavorando con problema dei costi dell’energia per la tintoria con la costruzione di una nuova centrale termica e nello stesso tempo offre alla città di Bollate la possibilità per energia pulita e basso costo attraverso il teleriscaldamento».

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Il paese sperduto rinasce con la partecipazione sostenibile In passato si era svuotato per l’emigrazione massiccia dei suoi abitanti. Asuni, borgo in provincia di Oristano, oggi vive un nuovo rinascimento socio-culturale grazie all’intraprendenza di quelli che sono rimasti. La formula è semplice: valorizzare quello che c’è sul territorio. Una natura incontaminata, prodotti agroalimentari di qualità, allevamenti nostrani. Le case diventano piccoli hotel, le cantine si trasformano in dispense da cui attingere prelibate derrate degne di un presido slow food. Il tutto condito dalla tradizionale ospitalità sarda e da una notevole vivacità associativa.

A di Matteo Incerti

La cultura è la nuova risorsa di Asuni. La sfida è portare eventi importanti nel cuore sperduto della Sardegna.

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“depresso” che sta rinascendo attraverso sviluppo sostenibile, cultura e partecipazione civica. Questo piccolo paesino sperduto nel verde dell'Alta Marmilla in provincia di Oristano, negli ultimi decenni ha conosciuto come tanti altri un processo di spopolamento, passando da circa mille abitanti agli attuali quattrocento. Il modello economico dominante è quello dell'economia marginale e della sussistenza legata all'agricoltura. Chi voleva lavorare ad Asuni lo poteva fare soltanto partendo: o nei centri maggiori dell'isola, o cercando la strada dell'assunzione in uno dei tanti corpi di polizia dello stato o nell'esercito. Una situazione insostenibile dal punto di vista sociale che ha portato molta gente a lasciare il paese. Chi rimaneva sembrava semplicemente in attesa della sua morte. Poi un giorno, il destino di Asuni, si è incrociato con un gruppo di sardi emigrati che si raccolgono intorno ad una onlus: “Su Disterru”. «Ci siamo domandati - spiega il presidente Antonio Rubattu, giornalista freelance residente a Bruxelles originario di Asuni - quali possono essere le strade capaci di spezzare questo cerchio malvagio che unisce irreparabilmente la mancanza di lavoro all'abbandono dei nostri paesi. Soprattutto ci siamo domandati cosa dovevamo fare con le nuove generazioni, perché senza ricambio non c'è sicuramente vita. In paesi come Asuni, i gio-

SUNI, STORIA DI UN PARADISO TERRESTRE

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vani hanno davvero la sensazione di essere sul bordo del nulla di cui sperimentano l'angoscia». Da qui l'idea di dar vita al “Progetto Asuni” che ha trovato l'appoggio incondizionato del sindaco Sandro Sarai.

Il progetto «Abbiamo pensato che si dovesse dare vita per il nostro paese ad un progetto, a un modello di intervento: semmai, buono non solo per noi, ma per il resto della Sardegna, dove il 70% dei centri abitati si trova nelle nostre medesime condizioni» continua Rubattu. Facile dirlo. Realizziamo un progetto. Magari uno come tanti, con tante sovvenzioni, poco coinvolgimento della gente e scarsi risultati. Invece, per creare qualcosa di diverso, i sardi di “Su Disterru” hanno pensato a qualcosa di innovativo. «Soprattutto, abbiamo cercato di dare risposte ai nostri problemi, attraverso metodologie poco usuali: da subito è stata scartata l'idea di progetti faraonici, attraverso i quali drenare semmai un po' di risorse pubbliche e ci siamo invece concentrati su progetti di cambiamento in grado di poter essere portati avanti dalla gente in maniera fortemente partecipata, in cui gli abitanti del nostro paese possono direttamente intervenire avvalendosi di tutte quelle conoscenze dei cicli economici che fanno parte della storia del nostro territorio». Con una filosofia di fondo: «scartare quei processi d'innovazione industriale calati dall'alto, che ignorano totalmente le persone e non tengono conto delle possibilità offerte dai cicli già esistenti». La Sardegna, come buona parte delle regioni meridionali italiane per Rubattu «è

un cimitero a cielo aperto di speranze, di sogni che negli anni scorsi si sono materializzati attraverso faraoniche costruzioni di mega poli industriali, che già in fase di avvio hanno dimostrato tutte le loro crepe e si sono sgretolati non appena sono cessati i sostanziosi aiuti statali». Progetti per la maggior parte senza anima, lontani anni luce dai desideri della gente.

Cittadini motori del modello di sviluppo «Noi abbiamo invece voluto pensare per Asuni ad un modello economico in cui gli attori principali fossero proprio le popolazioni dei nostri territori - spiega il presidente di “Su Disterru” - e le loro conoscenze consolidate. L'innovazione economica a cui si vuole dare vita deve nascere dal dialogo e dalle concrete possibilità di gestirla da parte della gente» continua il promotore del progetto che spiega «il vero motore dell'economia non è il prodotto, ma la gente che lo produce: il prodotto è solo il risultato di una domanda che si incontra con una richiesta».

I Nodi da risolvere In una società dove la televisione è arrivata in tutte le case, portando anche nello sperduto paradiso terrestre di Asuni i modelli del consumismo di massa facendo cono-

scere a tutti gli hamburger di note catene multinazionali e facendoci dimenticare dei prodotti tipici della porta accanto, i promotori del progetto hanno dovuto subito fare i conti con alcuni “nodi”. «Un problema intorno al quale abbiamo dovuto ragionare è stato come fare diventare le produzioni locali commercialmente conosciute, creando intorno a loro un pubblico». «In pratica il primo dei problemi che dovevamo risolvere era come fare diventare il nome di Asuni abbastanza conosciuto da non risultare difficile raggiungerlo» spiega. «Asuni, dov'è?» era la domanda che i promotori del progetto si sono sentiti rivolgere non so quante volte negli uffici dela Regione Sardegna, quando passavano per qualche pratica o per ritirare qualche documento. «Era indubbio che il mio paese era perfettamente assente dai sogni dei burocratici regionali e questo non poteva essere che un male». Da qui però è partita la volontà di sciogliere questi nodi con sempre maggior forza. «Abbiamo unito le forze e intorno all'idea di un centro di documentazione e di un museo sui “Sardi di fuori”, abbiamo cominciato a sviluppare alcune tematiche legate all'idea del viaggio, del concetto di confine e di popoli che vivono più di altri in una condizione di marginalità, della lontananza dagli ipotetici centri dentro i quali si suppone avvengono i fatti importanti». Così ricordandosi del proverbio |

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In paese sono nate associazioni per la musica, per il cinema, per gli sport dolci. La partecipazione è il vero motore che puo’ portare il nome di Asuni nel mondo.

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“se la montagna non va da Maometto, Maometto va alla montagna” sono passati all'azione.

In azione Asuni caput mundi!

Poeti, musicisti, scrittori e pittori. Ad Asuni vengono artisti da tutto il mondo senza chiedere molto alle casse del paese.

«Abbiamo pensato di portare direttamente i “fatti” ad Asuni, anzi di fare in modo che accadessero direttamente da noi. È stato così che dal 2005 abbiamo organizzato nel nostro paese una serie di grandi manifestazioni, di incontri internazionali di poesia, di cinematografia, di stage musicali, di laboratori teatrali che hanno trovato ad Asuni la loro nicchia ideale per esprimersi» spiega Rubattu. Artisti quali Jack Hirshman, Serge Pey, Carmine Abate, Carmen Yanez, Paola Riascos, Pablo Fernandez, Cremata Malberti, Lullo Mosso, Marcello Fois, Gavino Murgia, sono arrivati ad Asuni. «Senza chiedere molto, non chiedono molto: le nostre casse non sono così fornite da offrirgli chissà quali cachet, ma sono contenti lo stesso: perché ad Asuni hanno trovato un buon rapporto con la popolazione, con i ragazzi che ancora ci vivono e con il pubblico che arriva da tutta la Sardegna per ascoltarli». A quel punto l'isolata e depressa Asuni si è sentita di nuovo al centro del mondo con una serie di iniziative culturali ed il paese ha iniziato a rinascere. È scattata la scintilla.

Dalla Lapponia ad Asuni “In questi primi tre anni di lavoro: con i nostri pochi soldi siamo riusciti a mettere in piedi anche un festival del cinema che nella prima edizione ha ospitato l'intero staff del Midnight Sun Fil Festivalm l'appuntamento più importante del Nord Europa, ideato dai fratelli Kaurismaki, che ogni annio dirotta verso la Lapponia, la regione più a Nord della Finlandia, un vasto pubblico di persone” spiega il presidente della onlus. E' stato così che il direttore del festival più a Nord del mondo si è trasferito con il suo staff ad Asuni e per un intera settimana di luglio si è goduto una temperatura che in alcune giornate arrivava a a superare i quaranta gradi all'ombra! Lì si è creato un contatto con i registi della nuova onda cinematografica sarda: Mereu, Grimaldi, Cabiddu, Columbu, Marcias, Carboni e tanti altri che ad Asuni hanno presentato le loro opere mettendole a confronto con quelle dei cineasti del Nord Europa. Lapponia chiama Sardegna, Asuni risponde. Nel 2006, il confronto fra terre di confine è stato con Cuba, rappresentata da Maria Padron, direttrice dell'Icaic (l'istituto cinematografico cubano) e da un gruppo di cineasti capeggiati da Cramata Malcerti che ha presentato “Viva Cuba”, vincitore a Cannes e mai proiettato in Italia. Fin qui il lato culturale del Progetto che con una serie di iniziative legate al cinema e la poesia ha risvegliato nei citta-

Il paese diventa un albergo diffuso. Gli abitanti ospitano visitatori e artisti nelle loro case

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dini di questo paesino in provincia di Oristano il senso di appartenenza al mondo che era stato sradicato dal bombardamento psicologico del modello di sviluppo consumistico. I promotori però hanno deciso di far rinascere Asuni mettendo al centro dell'economia del paese i privati cittadini e le loro reti sociali di vicinato.

Il paese come associazione Le manifestazioni, l'accoglienza, i rinfreschi, l'ospitalità, sono state organizzata direttamente dalla gente di Asuni. Gli ospiti vengono alloggiati direttamente nelle case degli abitanti che oggi garantiscono oltre un centinaio di posti letto (su 400 abitanti). Ad Asuni poi le associazioni sono in grado di attrezzare una cucina capace di dare pasti caldi per oltre quattrocento persone. E i cibi si cerca di reperirli direttamente in paese, prendendoli fra i tanti orti familiari e scovandoli nelle cantine che così garantiscono alimenti non solo sani, ma di grande qualità, presi vicino a casa senza quindi creare quella mobilità che crea a sua volta inquinamento e sradicamento dal territorio. Lo stesso modello economico, fatto della compravendita diretta dei prodotti tra cittadini residenti, è il motore del progetto per il futuro. «Si saltano le mediazioni, creando un rapporto diretto e benefici per tutti, ad Asuni non vediamo fertilizzanti chimici da anni, si fa il bagno nel fiume, è un paradiso terrestre ma molti abitanti scappavano senza sapere quello che si perdevano» dice Rubattu. Per inciso il primo spaccio alimentare più vicino dista da Asuni circa quindici chilometri, il primo supermercato 45 chilometri. «Sempre utilizzando la struttura associativa, che il paese si sta dando nel suo tessuto sociale- continua Rubattu - si sta comincianod anche a dotarsi di tutta la strumentazione che serve per montare in piedi eventi e spettacoli organizzati direttamente dalla gente del luogo senza terzi e mediazioni».

Boom di attività In tre anni l'attivismo sociale degli abitanti di Asuni è esploso. Oltre la Pro loco, sono nate un'associazione per il cinema, una per la musica, una per gli sport dolci, un gruppo di teatro e due complessi musicali. «Il paese sta davvero, piano piano, cambiando e questo grazie soprattutto al fatto che le associazioni stanno portando nuova vita” spiega Rubattu. Da poco ad Asuni sono terminati i lavori per il ripristino di un'ala della scuola elementare. Si è potuto così ricavare lo spazio per una biblioteca di paese fino a questo momento inesistente. Negli spazi della vecchia caserma dei Carabinieri, gli abitanti con il loro lavoro stanno creando il centro sociale per gli anziani e le associazioni. Lavori in corso anche per l'anfiteatro per le proiezioni estive ed il festiva del cinema. Un discorso a parte merita il centro di documentazione, in via di ristrutturazione, che diventerà l'archivio dei “Sardi di fuori”, di tutti gli emigranti sardi, oggi presenti nel mondo con oltre 1670 circoli, la realtà organizzata più impor-

tante a livello regionale. Nel centro di documentazione si raccoglieranno tutti i materiali prodotti dalle associazioni dei Sardi in giro per il mondo, gli archivi fotografici, i filmati, i libri e le riviste. Già da quest'anno il centro di documentazione ha dato vita a una casa editrice che ha stampato i suoi primi due volumi di una collana di microstorie di emigrazione e il primo numero di una rivista sui depositi culturali e l'economia della cultura.

Il progetto economico Da quest'anno inizierà poi la seconda fase del “progetto Asuni”. Quello legato alle attività economiche vere e proprie. Grazie al fatto che la gente in questi tre anni ha cominciato a lavorare insieme, sono cominciate a sorgere spontaneamente altre manifestazioni: per esempio è nata la fiera del Gattou artistico di Asuni, che l'anno scorso, con la prima edizione ha visto un folto pubblico arrivare nel paese esaurendo in meno di due ore l'intera produzione di 250 chili di prodotto. Il gattou artistico è un vero e proprio monumento dolciario, a base di zucchero brunito e mandorle, che tradizionalmente viene preparato in occasione di ricorrenze importanti sia pubbliche che private. Sempre il Gattou è stato oggetto di uno stand che ha portato il comune di Asuni alla fiera di Arezzo. «Per l'appuntamento di quest'anno, il comitato della fiera, prevede di moltiplicare i quantitativi da commerciare, oltre che presentare un nuovo prodotto della tradizione del mio paese, la sapa di fichi d'india: un mosto per usi dolciari, ricavato dal succo dei frutti e base di molte lavorazioni della nostra pasticceria tradizionale. Insieme al mosto, si dovrebbe presentare

anche il pane lavorato con lieviti naturali e nelle tipiche forme del paese di Asuni «Queste manifestazioni cominciano così a dare i primi frutti, la gente sta cominciando a pensare che non è poi tanto difficile ricavare reddito dalle produzioni legate alla tradizione locale. Produzioni che possono essere tranquillamente iniziate attraverso le conoscenze e le attrezzature che si trovano in ognuna delle case degli abitanti» precisa Rubattu. Ma quest'anno le associazioni di Asuni hanno intenzione di migliorare le offerte e hanno anche deciso di dare vita ad altre iniziative alcune delle quali legate al mondo Slow food, con i quali si intende dare vita a dei presidi alimentari su cibi particolari presenti solo nei territori del paesino.

Orti aperti e ristoranti in casa Sicuramente per il prossimo autunno, verranno aperti gli orti del paese e il pubblico potrà venire a rifornirsi direttamente con le loro mani. Da quest'anno partirà l'iniziativa dei ristoranti nelle case: le famiglie accoglieranno gli ospiti per i fine settimana organizzando per loro cene a base di prodotti tipici della zona e rispettando rigorosamente la stagionalità delle produzioni. Per i promotori del “Progetto Asuni” è questo il turismo che può portare veramente beneficio agli abitanti della Sardegna, evitando cementificazioni, distruzioni del territorio, sradicamento territoriale. Ma il progetto non si ferma qui. «La partecipazione è il motore di tutto - concludono i promotori- e l'idea è di sviluppare anche un modello di democrazia che potremmo chiamare cantonale per Asuni dove siano direttamente i cittadini a prendere le decisioni in assemblee civiche».

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Abitare ecologico

La casa “verde” non è più un miraggio di Massimiliano Pontillo

LI ITALIANI SONO SEMPRE PIÙ ATTENTI ALL’AMBIENTE e una famiglia su cinque dichiara di desiderare una casa ad alta qualità ecologica. È quanto risulta da una recente ricerca del Censis sulle condizioni abitative, condotta su un campione di 1500 famiglie; il 30% delle quali non è soddisfatto dell’isolamento termico e acustico del proprio appartamento e il 40% risente del problema delle barriere architettoniche. La maggior parte però non è ancora a conoscenza dei vantaggi offerti o della possibilità di aderire ad una cooperativa edilizia ecologica, anche se è convinta che la Casa Ecologica sia una soluzione positiva che migliora la qualità della vita e nel medio-lungo periodo fa risparmiare. Nel marzo 2003 Federabitazione, con il progetto SHE (Sustainable Housing in Europe), coordinato dall’ing. Ballarotto, ha voluto iniziare un percorso di edilizia sostenibile che passasse dalla fase della sperimentalità a quella dell’ordinarietà, cominciando a realizzare una serie di iniziative incentrate sul sistema cooperativo come chiave di sviluppo dell’edilizia eco-compatibile. Oggi sono in crescita le amministrazioni locali che incentivano la casa ecologica, secondo un’indagine condotta insieme a Inbar, Anci e Legambiente: sono previsti sconti sugli oneri di urbanizzazione, incentivi volumetrici, risparmi sull’Ici, finanziamenti tramite bandi di concorso. Il comune di Roma, nel nuovo Piano Regolatore, ha assunto la promozione dell’edilizia sostenibile come linea strategica per la relativa attività futura, prevedendo importanti incentivi per chi si impegna in questa direzione. Sono al vaglio, tra l’altro, alcuni quartieri ecologici. Come a Sesto S. Giovanni, nella zona industriale alle porte di Milano, dove Gli italiani vogliono è stato recentemente approvato un progetto analogo a firma risparmiare e credono di Renzo Piano. A Formia (Lt) sta sorgendo il primo gruppo nell’isolamento, l’efficienza energetica, la bioarchitettura di bio-case italiane candidate al marchio dell’Istituto Nazionale di Bioarchitettura per l’efficienza delle prestazioni energeticoma hanno bisogno di informazione e aiuto concreto ambientali. Saranno utilizzati materiali locali e in prevalenza riciclabili, pannelli solari e infissi con doppi vetri, la pietra per le coperture e il legno per rafforzare l’isolamento acustico e termico. Ventidue villette e sedici appartamenti voluti realizzare dalla EdilCoop di Di Fazio, vice presidente di Federabitazione, senza alcun finanziamento pubblico, con l’obiettivo di creare ambienti confortevoli e salubri, rispettando il territorio e le sue usanze. Risparmiare energia nella casa è un’esigenza che mette d’accordo, quasi per incanto, le più differenti istanze. Figure solitamente contrapposte, come ambientalisti e industriali, padroni di casa e inquilini, si trovano generalmente in sintonia sulla necessità di consumare meno energia. Un rapporto dell’Enea rivela che oltre il 15% dei consumi energetici nazionali è per la casa, il 27% dell’inquinamento deriva dai gas inquinanti di caldaie o altri apparecchi per il riscaldamento domestico. Quello che preoccupa maggiormente è la crescita esponenziale del fabbisogno energetico: in circa vent’anni, il consumo medio di una famiglia è passato da 1800 a 3000 kw/ora. A causa non solo dei grandi elettrodomestici, ma anche di videoregistratori e lettori dvd. È anche vero, però, che noi italiani siamo particolarmente spreconi, sia per scarsa consapevolezza, sia perché moltissime abitazioni sono vecchie e non progettate secondo i criteri di efficienza energetica. Dovremmo cominciare a cambiare le nostre cattive e poco lungimiranti abitudini. Partendo anche dalle piccole cose, una per tutte: si pensi a quanto si potrebbe risparmiare se ognuno di noi non lasciasse in stand by il pulsante di accensione della televisione o dello stereo!

G

DIARIO

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I sindacati risvegliano le coscienze >54 Africa Sociale Mondiale >58

internazionale DALL’EGITTO ALLA CINA TEMPI DURI PER I BLOGGER

ALLARME MENINGITE: NELL’AFRICA SUB-SAHARIANA VACCINATE UN MILIONE E MEZZO DI PERSONE

VIDEOGAME PER INSEGNARE IL BUDDISMO AI BAMBINI

CONDANNATI A ROMA MILITARI ARGENTINI

SECONDO UN SONDAGGIO LE FILIPPINE È IL PAESE PIÙ CORROTTO DEL CONTINENTE ASIATICO

PERSECUZIONE ANTISINDACALE NELLE IMPRESE IN NICARAGUA

La libertà dei navigatori cinesi è sempre in pericolo. Dopo gli internet café, il governo di Pechino ha recentemente approvato una misura per intensificare i controlli sui contenuti dei blog e dei loro autori. L’annuncio è stato dato dall’autorità che amministra la censura del paese. La decisione è stata presa, secondo Long Xinmin, direttore dell’amministrazione generale della stampa cinese, per regolarizzare la crescente comunità di blogger. Una supervisione del governo che secondo la censura non comporterà alcuna violazione della libertà di espressione dei cittadini. La misura è stata presa probabilmente per il forte incremento dei blog cinesi. Sono, infatti, 34 milioni, 30 volte in più rispetto a quattro anni fa. La comunità dei blogger cinesi ha espresso una certa preoccupazione per la misura annunciata, perché queste restrizioni irrigidirebbero un sistema che è già tra i più censurati al mondo. Non sono tempi facili per gli amanti dei blog. In Egitto è stato condannato a 4 anni di carcere un blogger ventiduenne. Una sentenza giudicata da più parti severa e che sta scaldando gli animi della blogosfera egiziana, che da tempo denuncia violenze e soprusi delle forze di polizia.

Nell’Africa sub-sahariana negli ultimi due mesi sono morte di meningite quasi 2000 persone e almeno altre 16 mila sono state colpite dalla malattia. Una situazione che preoccupa molto l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) che sta lavorando con Medici senza frontiere per limitare l’epidemia. Una campagna di vaccinazioni è già in corso nel Burkina Faso, Repubblica Democratica del Congo, Sudan e Uganda. Almeno un milione e mezzo di persone sono state raggiunte dai sanitari e sono state sottoposte alla vaccinazione, nonostante le difficoltà per raggiungere i profughi e gli abitanti di zone isolate e remote. Inoltre, la stagione secca non aiuta a combattere la malattia, perché le epidemie peggiori sono proprio quelle che si scatenano in quel periodo dell’anno. La meningite è un’infezione del sottile rivestimento interno che circonda il cervello e la spina dorsale e viene trasmessa attraverso la tosse e gli starnuti. Può causare danni al cervello e sordità, uccide fra il 5 e il 10 % delle persone colpite. A complicare il quadro c’è anche il trasferimento della produzione dell’unico fornitore del vaccino. Questo significa che quest’anno non sarà possibile produrre altri vaccini, in uno scenario che peggiora giorno dopo giorno e con la forte probabilità che l’epidemia si espanda anche in altri paesi.

Creare un videogioco spirituale per diffondere il buddismo tra i più piccoli. L’idea è venuta al dipartimento degli Affari religiosi del governo di Bangkok. Il suo creatore è il direttore dell’Ufficio per lo sviluppo morale ed etico del dipartimento. L’idea gli sarebbe venuta dopo aver letto la notizia di un bambino che aveva assalito la madre che si rifiutava di dargli soldi per giocare ai videogame. I protagonisti del videogioco sono Dharmmahapanyo, un vecchio monaco buddista, e tre bambini: Charn, il vispo del gruppo, Paloe, un bambino che ama fare gli scherzi e piuttosto corpulento, Nu Na, l’unica femmina del terzetto. I bambini devono seguire il monaco in un pellegrinaggio, ma il percorso è pieno di insidie e i bambini dovranno dimostrare intelligenza e bontà d’animo per avanzare. Qualsiasi atto di violenza comporta una riduzione del punteggio. Per raggiungere l’ultimo livello, i giocatori dovranno rispettare i cinque precetti fondamentali del buddismo: non uccidere, non rubare, non commetter adulterio, non dire bugie e non bere alcool. Una volta raggiunto, saranno chiamati a insegnare a dei contadini le regole fondamentali del buddismo.

Jorge Eduardo Acosta, Alfredo Ignacio Astiz, Antonio Vanek, Hector Antonio Febres e Jorge Raul Vildoza sono stati condannati all’ergastolo dal tribunale di Roma. Erano gli esponenti dell’unità di tortura Grupo de Taréa 3.3.2. I cinque ufficiali argentini erano accusati del sequestro e dell’omicidio di tre cittadini di origine italiana durante gli anni della dittatura (1976-1983). I militari, che andarono al potere con un colpo di stato il 24 marzo del ‘76 fecero 30.000 vittime, di cui 4.400 attribuibili all’Esma, la Scuola di meccanica della marina che aveva la sua base nel centro di Buenos Aires e trasformata in centro di tortura. I cinque condannati operavano proprio lì. Nessuno di loro era presente in aula. A tutti è stato inflitto anche un anno di isolamento diurno, la condanna all’interdizione perpetua dai pubblici uffici e l’obbligo di risarcire ogni parte civile con la somma di 100 mila euro. Il prossimo passo sarà la richiesta di estradizione. Su circa 250 militari condannati in Argentina per le stragi di civili durante la dittatura, 40 si trovano agli arresti domiciliari e 70 sono latitanti, perlopiù in Paraguay dove godono di coperture politiche.

Sono le Filippine il sistema più corrotto dell’intero continente asiatico. Lo rivela un sondaggio, condotto dal Consiglio sul rischio politico ed economico (Perc), centro studi con base ad Hong Kong, pubblicato nel marzo scorso. L’indagine si basa su 1.476 interviste a uomini d’affari che operano all’estero, ma provenienti da 13 Paesi del continente asiatico. Manila ha la peggiore reputazione fra gli investitori stranieri, mentre qualche passo avanti nella lotta alla corruzione lo hanno fatto Cina, Indonesia e Vietnam. A Hong Kong e Singapore va invece il riconoscimento dei Paesi economicamente più puliti, anche se quest’ultimo starebbe peggiorando la propria situazione, perché proprio lì gli industriali stranieri, approfittando della corruzione in Asia, cercano un rifugio per i loro guadagni illeciti, attraverso gli investimenti in nuove imprese indonesiane. In Thailandia, invece, si è aggravata la percezione della corruzione, dopo il golpe di settembre che ha portato al potere una giunta militare. La Cina è al settimo posto tra le nazioni più corrotte mentre il Vietnam è al decimo. Entrambi hanno migliorato il loro punteggio, ma il miglioramento può essere determinato dal fatto che non si è mai parlato apertamente di corruzione. I media, sia cinesi che vietnamiti, sono controllati dalla censura e le uniche cattive notizie che il governo vuole vedere pubblicate sono quelle ritenute adatte a un pubblico di consumatori.

I 250 lavoratori licenziati dalla multinazionale america KB Manufacturing Co, impresa che opera nella zona Franca in Nicaragua, perché iscritti al sindacato aziendale "Edgar Roblero", hanno ottenuto una importante vittoria in tribunale. La corte d’appello di Granada ha dichiarato nullo lo scioglimento del sindacato, ordinando la reintegrazione di tutti i lavoratori. L’industria però si rifiuta di riconoscere la sentenza e così la giunta direttiva del sindacato si è presentata negli uffici del Centro nicaraguese dei diritti umani per denunciare questa nuova violazione, che assume ormai i contorni di una vera e propria persecuzione antisindacale. Se la multinazionale non rispetterà la sentenza, i sindacati chiederanno la revisione delle quote tessili, negoziate all’interno del Trattato di libero commercio stipulato tra Stati Uniti, America Centrale e Repubblica Dominicana (Cafta), alle quali hanno diritto le imprese iscritte al regime di Zona Franca. Nel trattato c’è un capitolo dove si afferma che chi investe nel Paese è obbligato a rispettare le sue responsabilità sociali.

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I PIRATI DEL MARE NON SOLO MATERIE PRIME SUL TERRITORIO. Il saccheggio in Africa avviene anche nel mare. In Guinea Conakry ad entrare in azione nelle acque territoriali del paese sono veri e propri pirati moderni a bordo di pescherecci, in una delle zone riconosciute come tra le più pescose della costa occidentale del continente. Senza autorizzazione i pescherecci stranieri razziano i fondali arrecando un grave danno. Nella primavera del 2006 la nave di Greenpeace “Esperanza” ha pattugliato l’Oceano Atlantico e ha individuato ben 67 barche straniere che pescavano infrangendo le norme legali. Le imbarcazioni erano italiane, coreane, cinesi e liberiane. Un fenomeno di non piccola entità, considerando che di questi pescherecci, 19 (pari al 28%) non erano autorizzati a pescare e 22 (32%) erano già stati segnalati in passato come pirati. Altre 9 imbarcazioni (14%) non è stato possibile identificarle perchè avevano mascherato, in modo illegale, nome e numero di matricola. Infine, dei 67, otto pescherecci pirata pescavano addirittura all’interno delle acque territoriali della Guinea Conakry a meno di 12 miglia dalla costa. Di questi ultimi, quattro erano pescherecci italiani. «Vi sono queste zone di pesca dove possono pescare solo le imbarcazioni nazionali e poi vi sono quelle in cui l’accesso è autorizzato anche agli esterni, ma per quote – spiega Alessandro Giannì, responsabile della Campagna mare di Greenpeace – Le imbarcazioni che abbiamo individuato non solo agivano in zone protette ma in aree in cui vige il divieto agli stranieri. Siamo intervenuti insieme agli ispettori guineani. Il problema è che spesso questi pirati, per le difficoltà economiche dei paesi saccheggiati, non vengono nemmeno intercettati». La Guinea Conakry è l’unico paese al mondo in cui il consumo di pesce sta diminuendo. I pescatori locali non hanno la possibilità di poter competere con superpescherecci d’altura che saccheggiano il loro mare. Come in molte altre regioni africane il mezzo utilizzato per la pesca è il cayuco o delle ampie canoe. Le acque territoriali (che si estendono per 12 miglia dalla costa) sono proprio quelle riservate alla pesca artigianale per il sostentamento diretto delle comunità locali. «Solo nell’Africa sub sahariana – ha aggiunto Giannì – la pesca pirata realizza quasi un miliardo di euro l’anno. Parlare di aiuti all’Africa e permettere che il loro cibo sia rubato dai pescatori pirata è pura ipocrisia». Complessivamente la refurtiva della pesca pirata, in tutto il continente varia tra i 4 ai 9 miliardi di euro l’anno. GREENPEACE/BEENTJES

Il continente nero è vittima di un paradosso: nel processo di globalizzazione gioca un ruolo fondamentale con le materie prime, ma nello stesso tempo, il libero scambio ne agevola il saccheggio “autorizzato”. La Guinea-Conakry è uno dei simboli più evidenti della razzìa in corso.

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I sindacati risvegliano le coscienze

C’

di Cristina Artoni

La Guinea è ricca di bauxite, oro, diamanti e ferro ma occupa il 156mo posto su 177 nella scala di sviluppo umano del programma dell’Onu.

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per la Guinea-Conakry. C’è chi sostiene addirittura che dalle strade della sua capitale si è aperta la via per la rinascita di una nuova coscienza sociale per tutta l’Africa dell’Ovest. Comunque sia, una cosa è certa, negli ultimi mesi in Guinea Conakry l’immobilità durata decenni, ha dovuto cedere il passo sotto la spinta potente dei settori attivi della società, con il ruolo preminente dei sindacati. Dopo ventidue anni il regime del presidente Lansana Conté è stato costretto dalla protesta di piazza a compiere delle aperture fino ad ora impensabili. Cacciato il premier Eugène Camara, il presidente Conté, lo ha sostituito con uno dei nomi imposti dal movimento sindacale e appoggiato dall’opposizione politica. Il neopremier, anche effettivo capo del governo, è Lansana Kouyaté, di etnia malinké, con alle spalle una lunga carriera diplomatica all’ONU e impegnato in negoziati tra governo e opposizione in Togo e in Costa d’Avorio. Una svolta condotta dai sindacati, che ancora prima dei partiti politici, proprio per il degrado economico in cui si trova il paese, hanno spinto nell’ultimo anno ad iniziative che portassero a un cambiamento. Al potere dal 1984, il presidente Lansana Conté ha condotto in rovina in modo sistematico la Guinea, un paese che avrebbe avuto le car-

È CHI PARLA DI UNA SECONDA RIVOLUZIONE

te in regole per essere tra i più ricchi dell’Africa. «Arroccato al potere – spiega Odile Goerg, docente di storia all’Università Paris VII – il presidente ha paralizzato un paese, provocando il deterioramento della situazione economica e sociale. Malgrado i proventi che arrivano dal suolo ricco di minerali, soprattutto la bauxite, ma anche oro, diamanti, ferro, la Guinea resta un paese povero, classificato al Il Presidente della 156esimo posto su 177 nella scala di sviluppo Guinea, Lansana umano del Programma delle Nazioni Unite Conte, ha paralizzato il Paese provocando per lo sviluppo (PNUD). In poco tempo sono un deterioramento fallite le speranze nate nel 1984, dopo la morsociale e economico. te dell’ex dittatore Sekou Touré. Il benessere economico tocca infatti solo alcuni settori limitati, soprattutto quelli legati all’estrazione dalle miniere. Solo la minoranza che gravita intorno al potere si è arricchita. Mentre la maggioranza degli abitanti fatica appena a sopravvivere». L’esasperazione degli ultimi mesi, culminata con un lungo sciopero generale che ha portato ad una serrata totale, arriva da lontano. Dopo gli anni di repressione sotto Sekou Touré, ca-

po di stato della Guinea post coloniale, convertitosi in poco tempo alla dittatura, i guineani hanno dovuto subire sotto Lansana Conté una nuova forma di colonizzazione con il settore dell’economia appaltati alle ricette delle organizzazioni finanziarie internazionali e agli interventi delle multinazionali. Le prime, rappresentate da Banca Mondiale e Fondo Monetario internazionale, hanno così imposto i programmi di riforme strutturali e ampie privatizzazioni. Le seconde hanno ottenuto da Conakry le concessioni per lo sfruttamento della bauxite, dell’oro e dei diamanti. I contratti prevedono che una percentuale finisca immediatamente nelle tasche del presidente in carica. «Se l’ex dittatore Sékou Touré non ha sviluppato l’economia del paese, ha comunque lasciato intatte le risorse naturali – sottolinea Alpha Condé, il principale esponente dell’opposizione, segretario del partito RPG – Lansana Conté, invece, non porta nessun tipo di miglioramento ma nello stesso tempo saccheggia il nostro ricco suolo». L’operazione del presidente Conté è appoggiata dalle due più importanti multinazionali mondiali nel settore dell’alluminio: la statunitense Alcoa Inc., di Pittsburgh e la canadese Alcan Inc., registrata a Montreal. I due colossi si spartiscono la bauxite delle miniere del paese con il governo guineano. Ma il lavoro di rifinitura dei metalli, che |

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ENERGIA E MATERIE PRIME. Nel mondo globalizzato sono queste risorse ad essere determinanti per i nuovi giochi geopolitici. Le nazioni più potenti agiscono con forme di neocolonialismo, mentre i governi dei paesi presi come obiettivo si spartiscono i proventi con il resto dell’entourage al potere e con le multinazionali che sfruttano le risorse. A svelare i casi più inquietanti di questo percorso è l’Ong Global Witness, che nel corso degli anni ha denunciato i legami tra affari e potere tra nord e sud del mondo. Gli esempi sono in diversi angoli del pianeta: Kazakhistan, Congo-Brazzavile, Angola e Guinea Equatoriale. I guadagni che provengono dallo sfruttamento del sottosuolo diventano dei supporti granitici di regimi dittatoriali che non conoscono la parola “sviluppo”. In comune questi paesi hanno corruzione, degrado sociale e povertà in crescita. In questo contesto il ruolo

potrebbe assicurare perlomeno posti di lavoro, viene esportata al di fuori dal paese africano. L’altro aspetto è che in questo modo si realizza una perdita economica considerevole per la Guinea: una tonnellata di bauxite grezza costa sul mercato mondiale circa 20 dollari, mentre il metallo trasformato in alluminio può fruttare fino a 400 dollari. Per le casse di Lansana Conté il guadagno è comunque assicurato. In Guinea si trova oltre un terzo delle riserve mondiali di bauxite ed il paese è il maggior esportatore mondiale del materiale grezzo. Occorrono quattro tonnellate di bauxite per ottenerne due di polvere di alluminio, che poi una volta raffinata si ridurrà in una tonnellata di metallo puro. Tra i molti fedeli nell’entourage del presidente guineano compare anche un imprenditore italiano. Guido Santullo è diventato in poco tempo il principale “contractor” di appalti di edilizia e infrastrutture

delle multinazionali e delle organizzazioni finanziarie internazionali è determinante. In un recente rapporto Global Witness denuncia diversi casi, non la Guinea Conakry ma quello della Guinea equatoriale. Le società petrolifere compiono affari con il regime del dittatore Obiang Nguema, che in questi ultimi anni si è distinto nella repressione di ogni forma di espressione, violazione dei diritti umani e traffici illeciti di droga. Malgrado il paese sia divenuto uno dei maggiori esportatori di petrolio, il livello di qualità della vita rimane tra i peggiori del continente. Forse proprio perchè tutti i proventi del greggio vengono custoditi all’estero, come ha rivelato un’inchiesta giornalistica. Le compagnie petrolifere americane versano infatti i pagamenti direttamente su un conto del presidente guineano: alla Riggs bank di Washington DC. Per consultare il rapporto: www.globalwitness.org/cgi-bin/parser.pl

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GLOBAL WITNESS: L’IMPEGNO PER LA TRASPARENZA

GUINEA CONAKRY

mento che pesa in modo grave sul bilancio famigliare e nello stesso provoca l’aumento di tutte le merci. Ad esempio un sacco di riso di 50 kg nel gennaio del 2005 costava 65.000 franchi guineani. Solo sei mesi dopo era salito a 85.000. Ora il prezzo è ulteriormente lievitato a 100.000 (pari a 18 euro). Una vera e propria batosta se si considera che il salario medio di un funzionario varia tra 200.000 a 300.000 franchi guineani (dai 35 ai 50 euro) e che di media occorrono tre sacchi di riso al mese per una famiglia standard, senza contare il resto delle spese. Si stima che il 90% del budget di una famiglia guineana è consacrato all’alimentazione. In questo quadro di profondo malcontento, malgrado il clima di terrore creato da Lansana Conté, in Guinea si è arrivati all’esplosione sociale. Con tre movimenti di protesta di massa i sindacati hanno indotto Conakry a cedere. Il punto di forza dell’Unione sindacale dei lavoratori della Guinea (USTG) del segretario Ibrahima Fofana e della Confederazione nazionale dei Lavoratori di Guinea

pubbliche nel paese, nonchè “ambasciatore itinerante della Repubblica di Guinea”. Nel paese dal maggio 1984 ha fondato la Sericom Guinée, una holding finanziaria a gestione famigliare. Alloggi, uffici, siti amministrativi, scuole, ospedali e strade: tutte opere costruite con fondi statali. Come lo stesso Santullo ha però dichiarato al settimanale francese l’Express: «Siamo noi che finanziamo lo Stato, anticipando i soldi, in materia di lavori pubblici». Santullo è così oggi alla testa di una fortuna colossale, grazie anche all’incarico ricevuto da Lansana Conté per ricercare investitori stranieri per il paese africano. C’è più di un’ombra nel suo operato, legato a doppio filo con il potere a Conakry. In Guinea intanto negli ultimi anni la popolazione ha dovuto sopportare con picchi di inflazione, l’aumento brusco e frequente del prezzo dei carburanti. A cascata sono così cresciuti i costi dei trasporti, ele-

Superficie: 245 800 kmq Popolazione: 9,400 milioni di abitanti Crescita demografica: 2,1% Principali città: Conakry (capitale) 1,7 milioni di abitanti, Kankran 90 mila Popolazione sotto i 15 anni: 43,9% Speranza di vita: 49 anni Mortalità nell’infanzia: 10,4% Alfabetizzazione: 41% Composizione della popolazione: peul (37%); malinké (30%); Soussous (15%); altre (kissis, kpelles... 18%) Lingue diffuse: francese (ufficiale), malinké, peul, soussou Religione: musulmana, animista Moneta: franco guineano Risorse principali: miniere di bauxite (40% delle riserve mondiali); alluminio; ferro, diamanti e manganese Crescita economica annuale del PIL: 2,1 Classifica del PNUD per sviluppo umano: 156esimo posto

(CNTG) della leader Rabiatou Serah Diallo, è stato quello di promuovere scioperi che paralizzassero le attività economiche e commerciali dell’intero paese. La protesta ha bloccato anche i porti, via di principale trasporto delle materie prime saccheggiate dalle multinazionali. Il presidente ha in un primo tempo reagito ordinando una repressione sanguinosa. Oltre 110 manifestanti hanno perso la vita nell’intervento violento dell’esercito. Ma in seguito Conakry ha dovuto lasciar spazio ai negoziati. Determinante il picco del prezzo dell’alluminio sui mercati mondiali che era schizzato a metà febbraio, in pieno sciopero generale, a un più 8%. Ma ancora più determinante sono stati i malumori delle due multinazionali che fanno affari nel paese, Alcoa e Alcan, che di fronte alle proteste hanno dovuto interrompere le attività ed evacuare gran parte del personale presente in Guinea.

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Un “imprenditore” italiano vero artefice della Guinea Per l’opposizione si tratta di un trafficante d’armi. Lui replica con processi per calunnia in Francia e fa il pendolare tra il paese africano e la Ginevra dove si occupa personalmente delle costosissime cure del dittatore.

G di Paolo Fusi

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UIDO SANTULLO, NATO A GAETA subito prima della guerra, cresciuto in una famiglia di piccolissimi commercianti locali, che si battevano per avere un piccolo supermercato, ha il suo colpo di fortuna nel 1967, quando la Marina Militare americana apre una delle più importanti basi nel Mediterraneo nel suo paesino natale. Nel breve volgere di pochi mesi il giovane Santullo diventa il referente per l’importazione di macchinari agricoli per il dittatore somalo Siad Barre, suo fratello diventa milionario nello spazio di una notte, emigra a Lione e diventa magnate del cemento. La tranquilla vita di commerciante termina bruscamente nel 1983, quando gli Stati Uniti voltano le spalle al dittatore somalo. Santullo, che probabilmente non ha gli stessi cordiali rapporti con la delegazione di faccendieri italiani, guidati da un sodale di Bettino Craxi, Giancarlo Marocchino, come li aveva con gli emissari USA a Mogadi-

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scio, deve cambiare aria. Liquida la sua ditta di import-export di Gaeta e per un periodo scompare in Francia. Ricompare pochi mesi dopo a Conakry, la capitale della Guinea, dove insieme al Presidente Lansana Conté e ad una società offshore di incogniti benefattori mette in piedi il gruppo Sericom, che nell’arco di pochi anni diventa la più importante impresa edile e commerciale del Paese. Mentre a Lione suo fratello Emilio ingrandisce ancora l’azienda di famiglia, a Gaeta la famiglia costruisce una villa immensa, a ridosso del mare, intestata a quello che si definisce altezzosamente “ambasciatore itinerante della Guinea“. Per l’opposizione in Guinea Santullo é un mafioso ed un trafficante d’armi. Lui replica a queste accuse con dei processi per calunnia in Francia, dove sa che i poveri cittadini africani faranno la loro fatica a difendersi. Intanto fa il pendolare tra la Guinea e Ginevra, dove si occupa di

organizzare e di pagare personalmente le costosissime cure ospedaliere del dittatore della Guinea, che da due anni soffre di un cancro giudicato incurabile. Nella lotta alla successione al potere Santullo gioca un ruolo fondamentale. Dapprima François Lonsény Fall, dappoi il potente Primo Ministro Cellou Dalein Diallo, entrambi erano tra i candidati più accreditati e sono caduti in disgrazia presso la famiglia Conté per aver messo ripetutamente di cattivo umore il buon Santullo. Questi preferirebbe il figlio del dittatore, che nel frattempo è socio in affari non solo di Santullo ma anche di Fouzi Ahmad Hadj, il presidente e proprietario della FC Lucchese, che in Guinea importa (povera stella) macchinari dall’Ucraina e dall’Iran che le Nazioni Unite hanno scambiato per traffico d’armi. Il terzo socio in affari è Leonid Minin, trafficante d’armi graziato dalla Corte Costituzionale italiana no-

nostante il suo confesso contrabbando d’armi per la Liberia ed altri paesi africani, ora commerciante di diamanti e di telefonini in Guinea alla Corte di Lansana Conté e dei suoi consulenti italiani. Santullo, logicamente, si sente umiliato, offeso e vilipeso dalle dicerie sul suo conto: «Noi abbiamo fatto del bene a questa gente. Impieghiamo quasi 3000 persone, abbiamo costruito scuole, ospedali, ferrovie, impianti governativi. Ora abbiamo aperto un casinò a N’Zérékoré, in piena foresta tropicale, con un hotel da sogno. Ancora ci rimettiamo soldi, perché gli abitanti della Guinea e dei paesi limitrofi non hanno ancora la cultura del gioco d’azzardo», ma Santullo è sicuro che l’opera pia della Sericom ben presto diverrà il punto d’incontro (una sorta di “Porto Franco”) dei potenti warlords e uomini d’affari dell’intera Africa in fiamme, dalla Liberia alla Nigeria, dalla Somalia al Sudan, dal Congo al Ruanda. Amen!

Guido Santullo, l’uomo d’affari di origine italiana che controlla il business nel paese africano. Sopra, riunione sotto l’Albero.

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Africa sociale mondiale G

RANDE IL CAOS SOTTO IL CIEL DELL’EQUATORE. Una festa di contraddizioni, tra l’altro mondo possibile di giustizia e solidarietà e questo, mercantile e pieno di piccole e grandi esclusioni, che si riproducono in varie forme anche dove si combattono. Giunto alla settima edizione, il Forum Sociale Mondiale si è chiuso a Nairobi il 25 gennaio 2007, con migliaia di “delegati” che hanno percorso una quindicina di chilometri in maratona dallo “slum” (baraccopoli) di Korogocho fino al parco Uhuru (Parco Libertà) nel centro della città. Il sudore sulla fronte sotto il sole quasi estivo di una città affogata dal traffico e daldi Jason Nardi la microcriminalità (due i morti lungo il percorso della maratona, “ladri” uccisi dalla polizia nelle prime ore del mattino – la cosa è passata quasi inosservata), i partecipanti alla corsa per i "basic rights" hanno attraversare alcune delle strabordanti 199 baraccopoli di Nairobi e constatato con i propri occhi il significato concreto di “diritti fondamentali”, vedendo le misere condizioni di vita di milioni di abitanti di questa città. Pochissimi di questi hanno effettivamente partecipato nei quattro giorni di dibattiti e incontri nel complesso sportivo dello stadio Kasarani, sulWahu Karaa, una la strada per Thika, a una decina di chilometri dal centro di Nairobi. delle principali attiviste Ciò nonostante, pur avendo una presenza minore che in passato (la stidel continente ma della partecipazione è intorno alle 50mila persone, un terzo di quele tra le fondatrici dell’African Social Forum. le che si aspettavano gli organizzatori), alla fine si è trattato forse del Sopra, la ferrovia più internazionale dei Forum Sociali Mondiali, con il continente afriattraversa lo slum di Kibera a Nairobi. cano rappresentato da almeno metà dei partecipanti. Il più importanKenya, 2005 te incontro della società civile planetaria si è tenuto finora in coincidenza e contrapposizione al World Economic Forum di Davos, Svizzera, dove le maggiori potenze economiche globali si riuniscono annualmente. Ma di Davos, quest’anno, nei dibattiti del World Social Forum di Nairobi non c’era quasi traccia.

fatto che il Forum “Ilsia avvenuto in Kenya, sul suolo africano,

è per me la concretizzazione di un sogno

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La sfida del colibrì «Il fatto che il Forum sia effettivamente avvenuto qui in Kenya, sul suolo africano è per me una grande celebrazione, la concretizzazione di un

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“L’Africa è un continente dello spirito umano. Il mondo che vogliamo è fatto dallo spirito dell’Africa che può collegare insieme milioni di persone. Dopo oggi, il mondo non sarà più lo stesso: qui è stata la culla dell’umanità e qui torniamo per far rinascere il mondo che vogliamo.” Wahu Kaara, del Kenya Debt Relief Network (Kendren), è una delle attiviste civili più conosciute nel suo paese.

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sogno e il riconoscimento che il mondo è veramente solidale con l’Africa», ha detto Wahu Kaara, una delle attiviste africane più conosciute e tra le fondatrici dell’African Social Forum, dal palco della cerimonia conclusiva. «Le questioni che sono state dibattute sono molto importanti: il diritto all’acqua, l’illegittimità del debito, la questione della casa e del diritto della terra. Sono sicura che abbiamo piantato i semi della speranza», le ha fatto eco Wangari Maathai, altra famosa attivista ambientalista keniana, premio Nobel per la Pace (2004). «Ma la sfida rimane quella di cosa fare quando torniamo tutti a casa!», ha ribadito Maathai. «Ricordatevi della storia del colibrì: il minuscolo uccellino ha speso tutte le sue energie per spegnere, goccia dopo goccia, la foresta in fiamme, mentre gli animali più grandi rimanevano a guardare da lontano. Il colibrì fece migliaia di viaggi al fiume, portando l’acqua nel suo becco, senza arrendersi. Non dobbiamo farci sovrastare dagli enormi problemi con cui dobbiamo confrontarci. Seppure piccoli, ognuno di noi può fare la differenza per costruire un mondo migliore per tutte le popolazioni, a cominciare dall’Africa». La sfida, dunque, è quella di un’effettiva ricaduta del Forum in Africa. Da questo punto di vista, il Forum Sociale Mondiale di Nairobi è stato un evento straordinario per la società civile africana, per la prima volta riunita insieme in uno stesso luogo e con la possibilità di confrontarsi e farsi (ri)conoscere a livello planetario. Vengono così alla luce battaglie locali come i processi di riconciliazione in cui sono impegnate le comunità indigene nel nord del Kenya, la difesa del territorio, delle foreste e della pastorizia delle popolazione semi-nomadi, co-

me i Masai, presenti in buon numero e da varie parti del paese. E le questioni continentali, dal debito pubblico all’HIV/AIDS, che pesano come macigni su tutto il resto. Nonostante i temi seri e complessi, c’era aria di festa e una grande voglia di scambiarsi esperienze, conoscenze, strategie. E numeri di telefono cellulare, nonché indirizzi di posta elettronica. Gli aspetti organizzativi carenti hanno pesato negativamente sull’edizione africana, che sotto il motto “Peoples Struggles, Peoples Alternatives,” da molti è stata vista come una grande fiera delle Ong sponsorizzata (stile Live Aid for Africa, ma senza i cantanti Vip) o un evento di congresso e turismo “sociale” per gli addetti al lavoro, globtrotter delle agenzie umanitarie internazionali. La pesante presenza di grandi “multinazionali” della cooperazione e dei diritti umani e di autoproclamati movimenti sociali, molte volte rappresentati da individui o piccoli gruppi in cerca di identità o da partiti politici sotto false spoglie, ha reso a tratti meno autentico questo Forum. Al contrario che in America Latina o in India, dove i movimenti popolari sono di massa e hanno una lunga storia, la società civile africana è ancora molto istituzionalizzata e legata alle agenzie di sviluppo dei paesi donatori. Accanto alle Ong, cominciano però ad affermarsi anche le organizzazioni basate sulla comunità - Cbo, Community based organisation-, un (relativamente) nuovo modello di sviluppo locale che si avvale anche di risorse economiche provenienti dall’estero, ma che punta innanzitutto a mobilitare le risorse locali. I gruppi comunitari sono in parte legati alla forte presenza


| internazionale | world social forum 2007 | delle chiese, ma anche all’emergere di nuovi protagonisti, a partire dalle donne che reclamano indipendenza economica e sociale.

Fuori dal Territorio sociale mondiale... Il contrasto stridente tra le delegazioni dei paesi del nord (che pagavano un ingresso di circa 80 dollari), con dozzine di “delegati” che partecipavano soprattutto ai propri seminari e i keniani che non avevano abbastanza soldi per entrare (o per mangiare), è stato un evidente richiamo alla disparità all’interno dello stesso movimento per una giustizia globale. Dentro al complesso sportivo Kasarani, che deve rappresentare uno spazio alternativo al mercato globalizzato, un “territorio sociale mondiale”, le contraddizioni erano altrettanto forti. Il posto migliore per la ristorazione era assegnato al ristorante dell’Hotel 5 stelle Windsor, il cui proprietario, John Michuki, attuale Ministro keniano per la sicurezza pubblica è soprannominato ‘Kimeendero" [il bulldozer] per le sue maniere forti e il ruolo che ebbe quando era funzionario distrettuale per l’impero britannico nel trattare con i Mau Mau, i partigiani dell’indipendenza keniota. I prezzi praticati dal Windsor erano fuori dalla portata per gran parte dei partecipanti locali. Anche l’acqua – che negli accordi del comitato organizzatore doveva essere distribuita gratuitamente – era venduta ovunque a un prezzo tre volte superiore che nel centro di Nairobi. La protesta dei partecipanti non ha tardato a farsi sentire. Oltre quattromila persone, molti dei quali abitanti degli slum, hanno manifestato davanti ai cancelli e sono entrati gratuitamente, come altrettanto gratuitamente hanno richiesto al Winsor di distribuire cibo ai bambini di strada. Il ristorante ha ceduto e poche ore dopo ha chiuso baracca, lasciando vuoto il tendone. Il redattore del New Internationalist Adam Ma’anit osserva sconsolato: «La vista delle Jeep 4x4 della Oxfam che giravano all’interno del Forum, così come molti stand di organiz-

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Durante questo Forum sono state lanciate campagne importanti contro gli OGM, il dumping, gli EPA, accordi di partenariato economico

il brasiliano Chico Whitaker, ha risparmiato una certa (auto)critica. «La gente povera e i lavoratori normali hanno bisogno e devono creare un movimento di lotta e di resistenza. Hanno anche bisogno di avere spazi liberi perché quel movimento respiri e si sviluppi. La vera questione è quale ruolo può avere il WSF per favorire quegli spazi? Chi darà forma e controllerà il movimento? Sarà un movimento di Ong e intellettuali illuminati che creano uno spazio per poter parlare della propria attenzione per i poveri? Sarà indebolito dalla collaborazione con le forze capitaliste? Io penso che quello che abbiamo visto succedere qui a Nairobi ci pone alcune di queste domande e sfida alcune delle risposte che vengono da molte (ma non tutte) le organizzazioni e i luminari del WSF».

zazioni con i loro materiali e il loro marchio, davano l’idea di un evento troppo istituzionalizzato, così come le sponsorizzazioni troppo visibili, a partire da quella della compagnia di telefonia mobile Celtel (“facilitatore ufficiale della comunicazione del Forum”) o il partenariato con Kenya Airways – la compagnia aerea che per anni ha negato il diritto di assemblea ai lavoratori sindacalizzati.

lotte per il lavoro (dove il concetto di lavoratore è definito in maniera molto ampia) che va oltre sindacati e ong. C’è una rete internazionale di intellettuali e accademici attivisti. La rete delle comunità rurali e dei movimenti contadini si sta rafforzando molto, mentre sta emergendo una nuova rete di coloro che difendono sessualità diverse (che ha permesso ai movimenti Keniani di gay e lesbiche di affermare pubblicamente per la prima volta la propria presenza)». Durante questo Forum sono state lanciate campagne e reti importanti per i prossimi anni: per il blocco degli EPA (Accordi di PartenariaGli intellettuali to Economico dell’UE con l’Africa), contro gli OGM e il dumping in AfriIl Forum ha sempre attratto molti studiosi, politologi e sociologi che cerca, per i diritti delle donne africane, per i diritti alla casa e a una vita dicano di capire quanto posso essere influente un “processo” di aggregagnitosa, per il diritto alla salute e contro l’AIDS. È stata in particolare – zione per la giustizia globale come quello iniziato a Porto Alegre e adesper il numero di partecipanti e di seminari dedicati al tema - una granso approdato in Africa. Anuradha Mittal, sudafricana, direttrice del “pode occasione per rafforzare i movimenti kenioti che lottano contro licy think tank” californiano Oakland Institute, si chiede se Nairobi posl’HIV e per portare all’attenzione pubblica il fatto che le donne sono le sa davvero essere lo spazio aperto che riesce a integrare ogni istanza delpiù esposte alla contrazione del virus. Con il 60% della popolazione inla società civile e i diversi approcci alle questioni di potere, resistenza e fetta, circa 25 milioni di uomini, donne e bambini, l’Africa è il luogo di organizzazione che si identificano nella Carta dei Prinicipi del World Soincontro ideale per riflettere su come affrontare la sfida più grande, quelcial Forum. “Per esempio, può il COSATU, il più grande sindacato conla di ridurre il numero delle nuove infezioni il più rapidamente possifederale del Sudafrica confrontarsi apertamente e liberamente con il bile. Il quarto giorno del Forum è stato dedicato essenzialmente all’ingruppo di base Anti-Privatization Forum’s che critica fortemente il gotrecciarsi di queste reti, ognuna delle quali ha cercato di deverno dell’African National Congress (ANC)”? Nairobi, lo slum cidere che tipo di azioni comuni potesse intraprendere, per Per Immanuel Wallerstein, sociologo statunitense “andi Kibera, conto proprio ma sotto l’ombrello del World Social Forum. ti-sistemico” (direttore del Fernand Braudel Center per lo uno dei più grandi studio delle economie, dei sistemi storici e delle civiltà), il dell’Africa, dove un millione World Social Forum ha come nucleo fondativo la creazioMicro e macro economie di persone vivono ne di reti a livello internazionale. «C’è oggi un network di Tra queste grandi contraddizioni, è proprio l’aspetto delin meno di tre donne e femministe che si sta allargando anche in Africa. le reti di microeconomie, della trasformazione dell’ecochilometri quadrati. Kenya, 2005 Per la prima volta, a Nairobi, è stato istituita una rete sulle nomia informale e del protagonismo degli ultimi anelli

Critica e autocritica Firoze Manji, direttore di uno dei migliori portali di notizie africane, Pambazuka (www.pambazuka.org), ha così commentato il Forum: «Questo evento aveva tutte le caratteristiche di una fiera – chi aveva più soldi ha organizzato più eventi, con spazi più grandi e maggiore pubblicità, quindi con più voce. Ecco perchè la visibilità delle agenzie di sviluppo e dei donor internazionali è stata così evidente: non tanto perchè quello che avevano da dire era più importante o rilevante per i temi del Forum, ma perché, di fatto, avevano un budget da spendere». Molto critico, a riguardo, anche il nigeriano Tajudeen AbdulRaheem (segretario generale del Global Pan African Movement): «Il WSF mostra le debolezze della società civile africana. Una delle nostre aree critiche è la capacità di preparazione e l’autonomia della partecipazione. Una buona parte dei partecipanti africani, anche di quelli dal Kenya, sono stati portati dai loro mentori stranieri o da organizzazioni finanziate dall’estero. Spesso diventano prigionieri dei propri sponsor: devono andare agli eventi organizzati o sostenuti dai loro sponsor, che devono mettere in mostra i loro “partner”». E conclude, pessimista «molte delle nostre Ong migliori sono diventate dei gatekeepers – o, per usare un termine migliore – degli agenti su commissione tra le masse e i loro oppressori, occupando spazi per i poveri e gli esclusi, quando molti di loro non appartengono al loro ceto né condividono la loro visione radicale di cambiamento». Neanche uno dei padri fondatori del WSF,

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Molte critiche e polemiche sulle scelte di diversi rappresentanti di isolarsi dalla realtà e sui troppi esclusi

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della catena del commercio mondiale a caratterizzare in maniera più significativa il Forum di Nairobi. Qualcosa sta cambiando, soprattutto nelle comunità di base. La popolazione di alcuni slum ha cominciato da qualche anno a organizzarsi e a dare vita a un’economia informale che ha migliorato la vita di molti abitanti, e il governo sta cercando di risolvere alcuni problemi, spostando per esempio le zone industriali fuori dalla città e frazionandole, in modo che non sorgano grandi baraccopoli accanto ad esse e che il centro sia decongestionato. È anche vero, come afferma Ben Ole Koissaba, attivista di un’associazione che ogni giorno accompagna a scuola centinaia di bambini di Kibera – la più grande baraccopoli del Kenya, oltre ottocentomila “abitanti” – che negli ultimi cinque anni, finito il regime del presidente Daniel Arap Moi, la società è effettivamente più libera e aperta, ma il costo della vita è triplicato. I salari, invece, sono rimasti praticamente gli stessi». Uno dei gruppi più visibili e presenti al Forum era senz’altro quello della tribù dei Masai. Coloratissimi e altrettanto attivi, hanno organizzato seminari, spettacoli e danze e partecipato a molte attività, raccontando la loro situazione e scambiando contatti con chiunque si avvicinasse. Superata l’impressione iniziale di folklore, è chiaro che le questioni poste sono molto serie e si sta formando un movimento civile africano che non vuole più rimanere isolato o alla mercé di una Ong di turno. Joseph Kamondo è il portavoce del Nakuru Eburu Conservation Network, nella Rift Valley. Veste con gli abiti tradizionali dei Masai, una tunica rossa decorata con perline bianche nere e blu. «Siamo venuti qui per difendere la nostra tradizione nomade e pastorale», spiega. «Nell’economia globale, la pastorizia è un’attività marginale che ci viene ostacolata sia dal nostro governo, sia dalle potenze straniere. Reclamiamo le terre che sotto il dominio del colonialismo britannico ci sono state tolte e mai restituite e che oggi sono sfruttate a tal punto da toglierci i mezzi di sostentamento o impedirci di spostarci nei diversi periodi dell’anno come

abbiamo sempre fatto». I Masai sono tra le comunità più povere che vivono in Kenya. Ed è una delle più duramente colpite dalle prolungate siccità che periodicamente colpiscono l’Africa orientale. In Kenya, vivono dai 350 ai 450 mila Masai in tribù nomadi composte tra le 12 e 20 famiglie ciascuna. La loro marginalizzazione è dovuta a una grande dispersione, al peggioramento delle condizioni climatiche ed ecologiche, ai piani di sviluppo che li hanno esclusi, alla sottrazione delle loro terre, ai confini nazionali che restringono la loro libertà di movimento, ai conflitti interni. L’economia è quasi esclusivamente basata sulla pastorizia, ma negli ultimi anni i Masai sono stati particolarmente danneggiati dalla mancanza di piogge.

L’economia delle donne e dei giovani Masai Eunice Nkopio è “girl child officer” (responsabile delle bambine) per il Mainyioto Pastoralists Integrated Development Organisation (MPIDO). Ha meno di trent’anni e si occupa dell’educazione delle bambi-

Tra le nuove forze in campo ci sono le donne, che cercando di mettere in discussione sistemi economici e culturali, insieme con i giovani Masai ne, tradizionalmente escluse anche dalla scuola primaria, forzate a sposarsi in età puberale e spesso a subire la pratica dell’infibulazione. In una società fortemente patriarcale, il cambiamento culturale per l’emancipazione delle donne è una dura battaglia. «Stiamo comunque riuscendo a convincere sempre più genitori ad accettare di iscrivere le bambine a scuola e a capire l’importanza della loro educazione. Oltre a questo, cerchiamo di far discutere la comunità sui rischi dell’HIV/AIDS e delle pratiche come la FGM (Female Genital Mutilation). Non è facile, ma negli ultimi anni è già diminuito il numero di bambine che lasciano la scuola perchè incinte o costrette a sposarsi».

L’associazione di Eunice si occupa anche di promuovere attività di generazione di reddito tra le donne, perché acquisiscano gradualmente un’indipendenza economica. «Oggi un numero sempre maggiore di noi non dipende interamente dai nostri mariti e alcune riescono ad assumere posizioni di leadership, come nei comitati locali di gestione dell’acqua o in micro imprese per fabbricare batik e altri prodotti artigianali, come le nostre collane. Il bestiame, però, è ancora di proprietà esclusivamente degli uomini». L’attività dell’MPIDO’s negli ultimi due anni si è concentrata molto anche sui diritti della terra per le comunità pastorali. Tradizionalmente, nella società pastorale, la terra “appartiene” al gruppo o alla famiglia che vi è legata per discendenza o affiliazione culturale. La terra non è di proprietà, ma in “custodia” per le future generazioni. Ma tutto questo sta cambiando. L’appropriazione delle terre ancestrali dei Masai è avvenuta all’inizio del ‘900 da parte dei colonizzatori Britannici, ma avviene anche oggi con l’acquisizione fraudolenta e illegale da parte di non residenti, funzionari governativi, rappresentanti dell’autorità locali, come è successo per esempio nel distretto di Kajido. MPIDO sta portando molti casi davanti ai tribunali keniani, chiedendo di annullare l’assegnazione illegale di terre comunitarie. Si stanno inoltre formando veri e propri gruppi di pressione, come il Pro-pastoralist Parliamentary Group (PPG) e il Kenya Pastoralists’ Forum (KPF), per difendere i diritti alla terra dei Masai e di altre tribù pastorali.

Ecoturismo o Pastorizia? Salomon ha ventidue anni ed è del Namuja Youth Development Group. È Masai anche lui, ma veste all’occidentale e parla della ricerca dei giovani Masai di superare la pastorizia, che non dà più da vivere, cercando di rimanere nella propria comunità. Da qualche anno molti di loro si dedicano all’ecoturismo, alla conservazione e ricostruzione della foresta e all’educazione dei bambini. «Il nostro gruppo di giovani Masai», dice, «si sta dedicando molto all’educazione ambientale... degli adulti. Chiediamo di non tagliare gli alberi indiscriminatamente,

non privatizzare o alterare le piccole sorgenti di acqua che vanno ad alimentare i fiumi – insomma non compromettere il nostro futuro». L’ecoturismo è dunque una possibilità di lavoro, ma presenta molti problemi. Il primo è capire cosa si intenda esattamente per ecoturismo, dal momento che nell’economia globalizzata tra i principali luoghi dell’ecoturismo, oltre alle fiere dei safari vi sono anche le stesse comunità indigene. Salomon racconta che in Africa gli effetti del turismo sulle popolazioni indigene sono stati profondi: dalla cacciata in massa dalle loro terre alla rottura dei valori tradizionali e degli equilibri sociali e ambientali. Anche se l’ecoturismo è un fenomeno relativamente nuovo a livello internazionale, in Africa esiste sotto forme diverse da molto tempo ed è uno dei settori con maggior tasso di crescita, dal 10% al 15% l’anno secondo la UNWTO (World Tourism Organization delle Nazioni Unite). Negli anni ‘50, i governi coloniali britannici di Tanzania e Kenya legalizzarono la caccia agli animali selvatici da parte di coloni bianchi, aprendo la strada al turismo del safari di massa. Furono così creati parchi ad uso esclusivo dei cacciatori, il cui ingresso era vietato agli abitanti autoctoni. Il turismo non ha risparmiato l’ambiente e la biodiversità. Con l’arrivo sempre più numeroso di turisti nelle riserve, la deforestazione è cresciuta così come l’inquinamento e la rottura degli equilibri ecologici. Il flusso massiccio di turisti e di veicoli ha compromesso in molti casi la crescita di erba e delle piante per i pascoli. I lodge-hotel hanno riversato i liquami e spazzatura nelle aree dei Masai e hanno inquinato anche i ruscelli vicini. Ma l’inquinamento è stato anche culturale, con l’influenza dei valori occidentali che hanno attratto i giovani Masai, portando non solo a una perdita dei valori tradizionali, ma anche, nelle aree frequentate dal turismo di massa, alla prostituzione e alla diffusione dell’HIV/AIDS. «L’ecoturismo che vogliamo noi», conclude Salomon, «è quello che rispetta la natura e la nostra comunità. Non è per tutti, ma non è neanche la riserva o il parco esclusivo. È uno scambio alla pari».

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La Cina è (molto) molto più vicina Negli ultimi dieci anni Pechino sta occupando sempre più spazi nei settori strategici. E ha scambiato il Forum Sociale Mondiale per una sede di incontri diplomatici a sostegno della propria iniziativa. di J.N.

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IN RETE www.wsf2007.org www.worldsocialforum.org www.worldsocialforum.tv www.pambazuka.org www.arcoiris.tv

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KASARANI, DOVE SI È SVOLTO IL FORUM, è stato costruito nel 1987 con fondi e assistenza tecnica dei cinesi. Non è un caso. Negli ultimi dieci anni, la Cina si è insinuata in Africa, occupando sempre più spazi in settori strategici. Per la prima volta era presente una delegazione ufficiale di 5 ong cinesi, e una piattaforma di 28 associazioni – la China Ngo Network for Intl Exchanges - che ha organizzato un seminario sulla “cooperazione Cina-Africa, nel quadro delle Nazioni Unite”. Forse qualcuno di loro ha scambiato il Forum Sociale Mondiale per un incontro diplomatico, parlando di Obiettivi di Sviluppo del Millennio per i paesi africani (per i quali la data di realizzazione si avvicina più al 2150 che al 2015) e di nuovo partenariato strategico per rafforzare la cooperazione e “assistere i nostri fratelli africani”. Ma si è dovuto subito ricredere, per la vivace reazione dei molti africani presenti, oltre ad attivi-

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sti cinesi in Africa, per cui il confronto è stato animato. «L’Europa e gli Stati Uniti ci hanno preso le nostre principali risorse e imprese, o hanno impedito che le sviluppassimo. Adesso la Cina sta portando alla bancarotta le nostre piccole e medie imprese», ha gridato Humphrey PolePole del Tanzanian Social Forum, rivolto agli organizzatori cinesi. «Non contribuite neanche all’occupazione perchè portate i vostri operai e tecnici». Cui Jianjun, segretario generale del China NGO Network, ha lasciato il suo tono diplomatico e risposto con una difesa degli investimenti cinesi in Africa, affermando che «noi cinesi abbiamo dovuto prendere delle decisioni molto dure se accettare gli investimenti stranieri molti anni fa. Voi dovete prendere la decisione migliore o sarete sempre perdenti. Dovete decidere bene o rimarrete poveri, poveri, poveri». A questo punto è intervenuto Dale

Wen, un ambientalista cinese, che ha precisato: «Non è vero. Il popolo cinese non ha deciso di accettare gli investimenti stranieri. È stato Deng Hsiao Ping a decidere per tutti». «Dovete trattarci con rispetto», ha aggiunto un africano dal pubblico. La preoccupazione per “l’invasione” cinese è stata dibattuta anche dagli autori di un nuovo libro presentato da Fahamu – Networks for Social Justice, intitolato “Prospettive Africane sulla Cina in Africa”. Il dibattito non era scontato e i punti di vista variavano molto. Tutti d’accordo, però, sul fatto che «la Cina ha dato molti aiuti all’Africa, più di qualsiasi altro governo», ma che allo stesso tempo, l’Africa «non deve essere utilizzata come una discarica, né come una vacca da mungere», come ha detto Abiola Akiyode-Afolabi, del Women Advocates Reasearch and Documentation Center. La storia dell’intervento cinese in Africa è recente, re-

centissimo. Raccontano i vari partecipanti al dibattito: «Dal 4 al 6 Novembre 2006, 48 capi di stato africani sono andati a Pechino per prender parte al più grande vertice internazionale mai tenuto nella capitale cinese. Il Premier cinese Wen Jiabao ha parlato di una nuova alleanza strategica, fondata su “eguaglianza politica e fiducia reciproca, cooperazione economica con soli vincitori e scambi culturali». E per siglare l’accordo, ha promesso di raddoppiare gli aiuti all’Africa entro il 2009, creare un fondo di sviluppo di 5 miliardi di dollari, cancellare il debito dei paesi più poveri e indebitati che hanno relazioni diplomatiche con la Cina, togliere barriere doganali a oltre 440 prodotti africani, costruire 30 ospedali, 100 scuole rurali, ecc. |

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Lo stadio costruito dai Cinesi a Nairobi è un esempio emblematico dell’intervento sempre più massiccio nei continente africano.

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I NUMERI DELL’INTESA CON PECHINO LA DICHIARAZIONE DEL SUMMIT DI PECHINO DEL FORUM sulla cooperazione Cina-Africa (FOCAC) che si è svolto nel novembre 2006, ha stabilito un “nuovo partenariato strategico ed economico tra Cina e Africa”. Gli investimenti cinesi diretti in Africa ammontano ad oggi a più di 1.18 miliardi di dollari, con più di 800 imprese cinesi nel continente. Le statistiche dal Ministero del Commercio cinese mostrano un incremento del volume di scambi da 4 miliardi di dollari nel 1995 a circa 40 miliardi nel 2005. Il premier cinese Wen Jiabao ha proposto che il volume di affari debba salire a 100 miliardi di dollari entro il 2010 e ha annuciato il seguente “pacchetto” per l’Africa nel triennio 2007-2009: RADDOPPIO DEGLI AIUTI del 2006 all’Africa entro il 2009. 3 MILIARDI DI DOLLARI di prestiti preferenziali e 2 miliardi di dollari di crediti preferenziali per gli investimenti in Africa nei prossimi 3 anni. UN FONDO DI SVILUPPO CINA-AFRICA che raggiungerà i 5 miliardi per incoraggiare gli investimenti di aziende cinesi in Africa e dar loro supporto. COSTRUIRE UN CENTRO CONFERENZE per l’Unione Africana per sostenere il rafforzamento e il processo di avvicinamento e integrazione dei paesi africani. CANCELLAZIONE DEL DEBITO nella forma di tutti i prestiti maturati alla fine del 2005 e dovuti dai paesi altamente indebitati e meno sviluppati in Africa che hanno relazioni diplomatiche con la Cina. APERTURA ULTERIORE DEL MERCATO cinese all’Africa attraverso l’incremento da 190 a 440 del numero di articoli esportati alla Cina che ricevono un trattamento di tariffa zero dai paesi Africani meno sviluppati STABILIRE DA TRE A CINQUE ZONE di cooperazione commerciale ed economica in Africa nei prossimi tre anni. FORMARE 15000 PROFESSIONISTI AFRICANI, inviare 100 esperti agricoli in Africa, creare 10 centri speciali dimostrativi di tecnologia agricola in Africa; costruire 30 ospedali in Africa e 30 centri di prevenzione e cura contro la malaria; inviare 300 giovani volontari e costruire 100 scuole rurali in Africa; incrementare il numero di borse di studio sponsorizzate dal governo cinese per studenti africani dalle attuali 2000 all’anno a 4000 all’anno entro il 2009.

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FONTE: WWW.FOCAC.ORG/ENG; ENGLISH.FOCACSUMMIT.ORG

(vedi BOX ). Gli aiuti commerciali ed economici cinesi all’Africa sono cresciuti esponenzialmente e con la fine del 2006, la Cina ha superato il Giappone e gli Stati Uniti in assistenza economica all’Africa. Il tutto senza le odiose condizionalità che europei e statunitensi impongono attraverso il Fondo Monetario Internazionale o la Banca Mondiale. Tradotto, questo significa però anche senza i pur labili vincoli rispetto a questioni ambientali, di diritti umani, di corruzione o di regimi più o meno autoritari. È per questo che ai capi di stato africani la Cina piace molto: «Cina e Africa hanno visioni simili sulle questioni dei diritti umani e si oppongono all’interferenza negli affari interni, incoraggiando il dialogo e la cooperazione tra diverse culture», afferma Zhang Yunfei, direttore dell’Associazione della Cina nelle Nazioni Unite. Secondo Pambazuka News, «quasi ogni paese africano oggi ha esempi della presenza cinese in settori strategici dell’economia, dai pozzi petroliferi a est, alle fattorie agricole nel sud, alle miniere nel centro del continente. | 64 | valori |

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Armi e sostegno alle dittature Uno degli aspetti più problematici emersi dagli incontri di Nairobi è la cooperazione militare sino-africana. Le armi cinesi sono spesso meno costose dell’equivalente occidentale e la Cina non impone condizioni politiche o sui diritti umani nel suo commercio di armi. Il governo nigeriano si è rivolto sempre di più alla Cina per affrontare la crisi per l’insorgenza contro le aziende petrolifere nel Delta del Niger e ultimamente ha acquistato 12 versioni cinesi del jet da combattimento Mig 21. In Sudan, dove il regime militare è accusato di aver perpetrato o comunque incoraggiato la pulizia etnica, la Cina ha comprato nel 2005 il 50% delle esportazioni di petrolio, che al momento coprono il 5% del fabbisogno cinese. Pechino è accusata di bloccare i tentativi del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per mettere il governo sudanese di fronte alle proprie responsabilità nella crisi umanitaria in Darfur. La Cina è destinataria del 35% dell’esportazione di petrolio dall’Angola; in Zambia e in Congo-Brazzaville molte aziende cinesi estraggono il rame, il cobalto in Congo, l’oro in Sudafrica e l’uranio in Zimbabwe. E proprio in Zimbabwe, imprese statali cinesi hanno potuto fare investimenti sostanziali in alcune delle infrastrutture più importanti, incluse dighe e centrali idroelettriche e piantagioni di tabacco. In cambio, la Cina ha dato sostegno finanziario, macchinari e attrezzature militari al regime di Mugabe, come ad esempio aerei da combattimento e camion per l’esercito, nonostante l’embargo da parte di tutti i paesi occidentali. L’impronta ecologica cinese è molto grande, dice Michelle Chan-Fishel, di Friends of the Earth International, arrivando a consumare il 46% del legname esportato dalle foreste del Gabon, il 60% di quello della Guinea equatoriale e l’11% dal Camerun. Come se non bastasse, denunciano gli attivisti africani, dal punto di vista del sostegno tecnico i cinesi sono anche peggiori degli occidentali, non lasciando spazio agli esperti locali. In molti casi importano anche lavoratori senza qualifiche, ignorando gli effetti sulla disoccupazione nel posto. In Zambia, la popolazione cinese è cresciuta da 300 a 3000 persone in meno di quindici anni. Il ruolo della società civile africana è cruciale per evitare che la questione cinese sfoci in una nuova dominazione economica incontrollata, dal momento che gran parte dei governi sono compiacenti con il gigante asiatico. Ma come fare ad affrontare le questioni di diritti umani, della democrazia, del lavoro e del commercio con un avversario tanto potente? Intanto, dicono gli attivisti africani, dobbiamo sapere di più sulla Cina, sulla sua società e su possibili relazioni con ONG cinesi – oltre che stabilendo contatti diretti. Il Forum Sociale Mondiale a Nairobi ha offerto un primo spazio in tal senso e ha posto la questione sul tavolo. La sfida è aperta... un’altra Africa è possibile?

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TERRA FUTURA


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Rockefeller

La politica di repressione nei confronti dei minatori venne affidata a veri e propri squadroni della morte con licenza di uccidere

Un capitalismo nero come il petrolio di Andrea Montella

A destra, John Davison Rockefeller Sr. nel 1923. Sotto, il figlio nel 1915. A sinistra, insieme nel 1921.

La crescita di una grande azienda è semplicemente “ la sopravvivenza del più adatto ”

John Davison Rockefeller Senior Richford 1839 - Ormond Beach 1937

A FAMIGLIA ROCKEFELLER GIUNSE IN AMERICA NEL LONTANO 1723 grazie a Johan Peter un boscaiolo proveniente dalla Germania. Come molti coloni dell’epoca trovò sistemazione e lavoro in quella parte dell’America che divenne, dopo essere passata dagli olandesi agli inglesi, lo stato di New York. Il suo successore, Gottfried Rockefeller che mutò il nome in Godfrey si stabilì nella contea di Fioga, dove prese per moglie Lucy Avery, che gli diede nel 1810 il primogenito William Avery. William Avery Rockefeller, detto anche “Big Bill” per la sua imponente statura era un giovane di bell’aspetto e conquistò il cuore di Eliza Davison, che l’8 luglio del 1839 gli diede il primo figlio maschio: John Davison Rockefeller, il futuro capostipite di una dinastia di banchieri-petrolieri, a tutt’oggi considerata tra le più ricche ed influenti del mondo. William Avery era un gran lavoratore con una propensione al guadagno facile e così si trasformò da agricoltore e commerciante in ciarlatano: da ambulante vendeva elisir contro ogni tipo di malanno e tra le sue vittime preferite c’erano le tribù indiane. A causa dell’attività del padre la famiglia fu costretta a spostarsi per evitare guai con la legge: prima in Moravia, poi a Oswego e nel 1853 a Cleveland, in Ohio; qui il futuro miliardario frequentò la Central High School, ed entrò a far parte della Erie Street Baptist Church, della quale a soli 21 anni diventa amministratore fiduciario. Nel 1858, le sue aspirazioni di diventare un imprenditore e di far lavorare il denaro al posto suo si concretizzarono fondando la sua prima società, la Clark & Rockefeller, che rie delle ferrovie, determinava l’indebolimento dei concorrenti, imnel 1863 investì in una raffineria di petrolio. In seguito la National pedendone lo sviluppo e poi assorbendoli. Che dietro i trasporti su Bank di Cleveland, una delle banche di proprietà dei Rothschild, fiurotaia agisse un trust, venne denunciato da un’inchiesta del dicemtando le enormi potenzialità di quella fonte energetica, finanziò bre 1905: le compagnie ferroviarie appartenevano alle banche di John D. Rockefeller con lo scopo di monopolizzare il settore della New York, alle grandi famiglie - definite «robber barons» - come i raffinazione del petrolio. Rockefeller e i Morgan, i quali avevano capito che dall'ubicazione Nel 1870, a seguito del finanziamento, Rockefeller poté costituidelle stazioni, dalle tariffe e dal prezzo dei prodotti potevano condire la Standard Oil, in partnership con Samuel Andrews, un chimico zionare sia la nascita che la prosperità delle città e acquisire un pogeniale che apportò miglioramenti ai processi di raffinazione, con tere immenso. Henry Morrison Flager, che fu il pioniere della Florida turistica che Le compagnie potevano favorire alcune imprese, rovinarne altre, dal 1880 fece sviluppare con ingenti investimenti, tra cui la ferrovia stringere alleanze per aumentare le tariffe, prezzolare i politici per da Jacksonville a Key West, e Stephen Harkness, uno dei rampolli strappare leggi a loro favorevoli per avere concessioni e sovvenziodella borghesia americana, membro della società segreta Testa di luni, speculare nell'immobiliare, manipolare i propri conti. E tutto po, con la Skull and Bones, una delle tre logge più influenti di Yale. senza rischi. Lo Stato, in confronto a loro, era (ed è) un nano, che Nel decennio 1870-80 la società divenne la compagnia leader in controllano. ambito petrolifero e Rockefeller si arricchì in modo considerevole. Il Nel 1911 la Corte Suprema degli Stati Uniti, su pressione poposuo rapido arricchimento fu frutto di una politica monopolistica che lare, stabilì che la Standard Oil - controllando il 64% del petrolio necombinava due fattori: attraverso il controllo delle politiche tariffagli USA - costituiva un monopolio e la costrinsero a dividersi. Dalla

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Il suo rapido arricchimento fu frutto di una politica monopolistica nel trasporto ferroviario: i concorrenti erano indeboliti in modo drammatico attraverso il controllo delle tariffe

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disgregazione nacquero 37 diverse società, fra le quali le più grandi furono la Continental Oil, che divenne la Conoco; la Standard Oil of Indiana (poi Amoco); la Standard Oil of California (poi Chevron); la Standard Oil of Ohio (poi Sohio); la Standard Oil of New Jersey, che originò la Esso (in seguito Exxon); la Standard Oil of New York, da cui si sviluppò la Mobil che nel 1999, si fuse con la Exxon e divenne ExxonMobil. Rockefeller, peraltro, rimase azionista di tutte queste società, cedendo solo poche quote. John Davison Rockefeller è stato lo statunitense più ricco di tutti i tempi. Nessuno è mai riuscito ad avvicinarsi a quello che era il rapporto tra la sua fortuna e le dimensioni del prodotto interno lordo del Paese: il suo patrimonio, nel 1911, era stimato in 900 milioni di dollari, che oggi equivarrebbero a 189 miliardi di dollari. All’inizio del XX secolo, la famiglia Rockefeller era proprietaria, anche di miniere di carbone nel Colorado. A partire dal 1910, queste furono teatro delle grandi lotte sindacali dei minatori, di cui il momento più tragico fu il massacro di Ludlow che avvenne il 20 aprile 1914, a seguito della feroce repressione degli scioperi da parte delle guardie private armate della Colorado Fuel and Iron Company, di proprietà dei Rockefeller. In un attacco preparato freddamente, le guardie private spararono sull'accampamento e poi gli diedero fuoco, uccidendo venti persone, di cui una dozzina fra donne e bambini. Indagini successive dimostrarono l’uso del kerosene per appiccare gli incendi. Sette delle vittime avevano meno di sei anni.

Con lo scopo di sopprimere i minatori in sciopero fu ingaggiata la Baldwin Felts Detective Agency, che agiva spietatamente anche con un’automobile armata di mitragliatrice, chiamata la Death Special. Il giornalista John Reed, inviato del Metroploitan Magazine, giunse in Colorado pochi giorni dopo il massacro. Di questa strage e dell’eco che suscitò fra i lavoratori e la popolazione Reed scrisse in un suo famoso articolo, La guerra del Colorado (1914). Nessuno dei responsabili del massacro fu mai punito. Questi metodi furono una delle caratteristiche della politica interna degli Stati Uniti. In Europa si fascistizzavano gli Stati, mentre in America ci pensavano direttamente i grandi capitalisti, in una forma di fascismo privato, di violenza inaudita. In Italia i Rockefeller hanno la Rockefeller Foundation Research Center, un “osservatorio-pensatoio” che ha sede nella Villa Serbelloni di Bellagio (Co). Oltre ad “osservarci” i Rockefeller hanno avuto anche un forte peso nelle vicende economiche del nostro Paese, “scendendo in campo” nelle privatizzazioni, con la forza di quei circoli esclusivi come il Bilderberg e l’Aspen. Infatti fu il governo di Giuliano Amato, appartenente al Circolo Bilderberg e all’Aspen Institute, che nel 1992 incaricò ufficialmente tre banche d'affari: la Goldman Sachs, la Merrill Lynch e la Solomon Brothers, a svendere il patrimonio delle ex-Partecipazioni Statali. Circa gli acquirenti bastino i soli nomi di Evelyn de Rothschild, della City di Londra, e di David Rockefeller.

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altrevoci IL SOGNO INVERSO DI TITO BIAMONTI LA RESISTENZA SI FA ROMANZO

IMPRESE IN RETE E STRATEGIE DI GESTIONE

INDIA E MODERNITÀ LA NUOVA SFIDA

ANCHE BONAPARTE ESPORTAVA DEMOCRAZIA

TRE DONNE E UN PICCOLO DI TIGRE PER AMICO

LA SORELLA PERDUTA E RITROVATA NEL RICORDO

Aprile è tempo di celebrazioni della Resistenza, ma “Il sogno inverso di Tito Biamonti, vite di partigiani fra storia e letteratura” non vuole scoprire l’ennesima lapide alla memoria. È, invece, il progetto più complesso di Maurilio “Rino” Riva, autore alla prima pubblicazione (ma non al primo libro) con cui vuole riannodare più fili, per capire quanta parte della nostra storia attuale è contenuta dentro le vite di chi la Resistenza l’ha fatta; dentro chi, partigiano, di partigiani ha scritto e di chi ora guarda a quel periodo. La storia è costruita attraverso il racconto di tre vite, come una sceneggiatura cinematografica fatta di flashback, che nel libro sono resi riconoscibili dalle immagini dei personaggi. “Tito” è Italo Zanotti, partigiano della brigata garibaldina Volante azzurra, in azione nel novarese; autore dopo la guerra di un “libro grosso”, lasciato a casa dell’autore tredicenne che, unico, in famiglia lo legge, prima che se ne perdano le tracce. Biamonti è lo pseudonimo usato da Beppe Fenoglio, per cui Riva, con riconoscenza, immagina un finale di vita un po’ più lungo. La terza partitura è quella che l’autore inserisce parlando in prima persona, per aggiungere dettagli sulla sua meticolosa ricerca storica sulle fonti, oppure in cui annota considerazioni, immagini, passioni, dettagli che non vuole si perdano.

Gianfranco Dioguardi, professore di Economia e organizzazione aziendale presso la Facoltà d’Ingegneria del Politecnico di Bari, analizza il mondo delle organizzazioni imprenditoriali e delle teorie che ne hanno condizionato lo sviluppo. Attraverso un’indagine dell’evoluzione dei sistemi di produzione (dal modello tradizionale del taylorismofordismo a quello rivoluzionario della lean production nipponica) l’autore descrive la natura, le connotazioni, il funzionamento e le strategie di gestione della “impresa-rete”. Si tratta di una realtà complessa ma innovativa che prevede la riscoperta dello spirito d’impresa in una più solida e ricca dimensione etica e culturale, e che consente, inoltre, la costituzione delle reti d’impresa, nuove realtà dinamiche in grado di modificare e migliorare la vita delle piccole e medie unità produttive.

Che cosa hanno in comune l’industria cinematografica di Bollywood e le cime innevate dell’Himalaya? E la jiad islamica con la crisi afghana? Sono le facce di una stessa medaglia chiamata progresso. Il processo di crescita e sviluppo economico di paesi emergenti come l’India porta con sé anche molte contraddizioni culturali. La modernità è infatti una necessità sentita e al tempo stesso temuta per l’impatto che ha sulle tradizioni millenarie di quei popoli. L’indiano Pankaj Mishra supera i luoghi comuni che contraddistinguono l’India agli occhi del Nord del Mondo e descrive da dentro la grande tensione verso la modernità, spesso incontrollata e difficile da gestire. Il modello occidentale non è solo una tentazione, ma è anche un’opportunità per lasciarsi alle spalle un passato che stenta a passare.

Gli Stati Uniti non sono i soli ad aver pensato di esportare la democrazia. Utilizzare una giustificazione “nobile” per motivare ben altre mire di potere è un vecchio e collaudato espediente. La storia ne è piena di esempi. Gli spartani combatterono la guerra del Peloponneso, sostenendo di voler liberare i greci dall’oppressione ateniese. Le guerre napoleoniche determinarono la trasformazione della Francia rivoluzionaria nell’impero di Bonaparte. Dove finirono la rivoluzione e la libertà? La democrazia del mondo è stato ed è ancora il vessillo più sbandierato durante le crisi internazionali. Una «torsione morale, culturale e politica» che consente a uno stato di perseguire una cinica politica di egemonia, fregiandosi allo stesso tempo del titolo di difensore dei diritti e delle libertà.

Una donna dopo dodici anni riceve la notizia della morte della sorella, malata di schizofrenia. Una perdita che diventa una ricerca, un memoir di un affetto smarrito. I luoghi, gli oggetti, gli amici ricompongono due esistenze per troppo tempo rimaste separate. Questo libro racconta la difficoltà e il dolore che deve affrontare una famiglia quando si trova di fronte alla malattia mentale. La sofferenza del malato è accompagnata da altrettanta sofferenza di chi gli sta accanto, dal senso di impotenza che genera la mancanza di risposte. E allora è solo in quel contesto che le parole normalità, diversità, salute, malattia e anche amore assumono un nuovo significato. Ritrovare una sorella perduta è possibile se si crede nel potere incondizionato dell’amore.

PANKAJ MISHRA LA TENTAZIONE DELL’OCCIDENTE

LUCIANO CANFORA ESPORTARE LA LIBERTÀ. IL MITO CHE HA FALLITO

La trentenne Lily, igienista dentale di professione, ha una vita quasi normale, nonostante i centodieci chili da portare sulle spalle. Un peso che per lei non è un ostacolo nella ricerca dell’amore. Si sente sensuale e accattivante più della bella amica ed ex prostituta Ninush, il cui destino, fino ad allora legato al disfacimento e alla fuga dall’ex impero sovietico, cambierà nel giro di una sola notte, come cambierà quello della corpulenta Lily. Complice una terza donna, la taxista Mikhaela che, mentre accompagna Lily al circo, inizia a indagare sulla sua vita sentimentale. Lo spettacolo è già iniziato, ma il destino, appunto, ci mette lo zampino, perché Lily ritroverà Taro il primo fidanzato, un giapponese con cui aveva perso la verginità nella toilette di un aereo mentre sorvolavano l’Atlantico. Taro è diventato un domatore di tigri e così regala un cucciolo a Lily. Sarà lui l’elemento che consoliderà l’amicizia tra le tre donne.

Guanda, 2007

Mondadori, 2007

MAURILIO RIVA IL SOGNO INVERSO DI TITO BIAMONTI

GIANFRANCO DIOGUARDI LE IMPRESE IN RETE

Edizioni Essezeta/Arterigere, 2006

Bollati Boringhieri, 2007

ALONA KIMHI LILY LA TIGRE

Guanda, 2007

MARY LOUDON LA SORELLA SCONOSCIUTA

Corbaccio, 2007

narrativa

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LA COPPIA IN CRISI NON SA PIÙ SOGNARE DALLA SPAGNA IL NUOVO ROMANZO STORICO SCALA LE CLASSIFICHE “La cattedrale del mare”, romanzo d’esordio di Ildefonso Falcones De Sierra, avvocato di Barcellona, esperto in diritto civile, è in testa a tutte le classifiche. Oltre un milione di copie vendute nella penisola iberica in soli otto mesi e il consenso unanime di critici e storici medioevali. La storia è ambientata nel XIV secolo nel quartiere della Ribera a Barcellona. La fantasia del giovane Arnau, figlio di Bernart Estanyol, un servo fuggiasco, viene colpita dalle mura di una grande chiesa in costruzione. Quel luogo e quella città avranno un grande peso nel corso della sua esistenza. Barcellona è la speranza di tutti i servi della gleba, perché è un luogo di libertà oggettiva e soggettiva: da una parte c’è il desiderio di emancipazione del protagonista, dall’altra la struttura socioeconomica in pieno cambiamento, un fattore importante nella realizzazione di questo desiderio. Gli istituti feudali stanno, infatti, lasciando il posto al nuovo ceto mercantile e ai banchieri, entrambi in grande ascesa, mentre l’inquisizione mette a dura prova la convivenza fra le tre religioni monoteiste. La cattedrale del popolo diventa così il luogo di realizzazione della vita di Arnau che dovrà combattere contro fame, ingiustizie, tradimenti, peste, commerci ignobili e soprattutto contro i pregiudizi per un amore che scardina la normalità del tempo.

Noa e Theo vivono a Tel Kedar, una cittadina nel deserto del Negev, in Israele. Theo ha sessant’anni e fa l’urbanista. Non ha più stimoli ed è sempre più introverso, nonostante il successo nel lavoro; Noa, di quindici anni più giovane, insegna lettere ed è sempre alla ricerca di nuovi traguardi e nuove sfide. Una di queste è la creazione di un centro di riabilitazione per tossicodipendenti, dopo la morte per droga di uno dei suoi studenti. Il progetto mette in crisi il rapporto tra Noa e Theo, fino a quel momento felice. Noa si dedica alla realizzazione del centro con entusiasmo e idealismo. In questa nuova sfida non vuole mostrare le sue debolezze e chiedere aiuto a Theo, che a sua volta non vuole interferire. Sullo sfondo una cittadina che non vuole quel centro. Una realtà lontana da Tel Aviv o Gerusalemme, protetta da filo spinato e guardie, che cerca di vivere una vita normale come qualsiasi altro luogo del mondo. AMOS OZ NON DIRE NOTTE

ILDEFONSO FALCONES DE SIERRA LA CATTEDRALE DEL MARE

Feltrinelli, 2007

Longanesi, 2007

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SGUARDI DAL NORD EUROPA A MODENA L’ANIMA LIMPIDA DELLA CAMBOGIA. LA LENTA RINASCITA DI UN PAESE

La relazione fra l’uomo e l’ambiente che lo circonda è il tema portante della mostra “Sguardi da nord”, alla Galleria Civica di Modena fino al 6 maggio. Curata da Filippo Maggia, la mostra propone natura e ambienti domestici del nord dell’Europa visti da un gruppo di artisti tra i più interessanti del momento: Salla Tykkä (Helsinki, 1973), Elina Brotherus (Helsinki, 1972), Annika von Hausswolff (Gothenburg, 1967), Walker and Walker (Dublin, 1962), Sarah Jones (London, 1959), Walter Niedermayr (Bolzano, 1952). Uno sguardo permeato da un falsa freddezza, che nasconde invece un profondo coinvolgimento con la sfera emotiva. Al centro delle loro opere c’è sempre l’uomo, anche dove la natura sembra prevalere su tutto il resto. L’essere umano sembra perdersi nel paesaggio oppure viene solo intravisto in una casa, nella nebbia o seduto abbandonato di fronte all’immobilità di un lago.

“Storie di un altro mondo” è un progetto per aiutare i bambini cambogiani. Le fotografie di Alberto Cannetta e i racconti di Luciana Damiani serviranno a comprare filtri per bonificare l’acqua, preziose zanzariere per arginare la piaga della malaria, rifare i tetti delle case devastate dai monsoni. Insomma, per far vivere meglio tanti bambini e le loro famiglie. Le storie raccontate e le fotografie trasmettono, insieme alla drammaticità della povertà, anche una grande forza e speranza nel futuro. La voglia di sorridere nei bambini ritratti, infatti, non manca mai. Questo libro è un viaggio interessante per chi ha voglia di conoscere altre culture, attraverso il cibo, i gesti quotidiani e la tipica economia di sussistenza dei paesi poveri. La campagna cambogiana si distingue per il profilo delle sue palme da zucchero, i Thnot, alte e sottili come pennacchi. Simbolo dell’anima cambogiana e al tempo stesso risorsa economica importante (appare anche sulle banconote da 500 riel), questi alberi generano un’economia: nel Paese ce ne sono oltre tre milioni. Una ventina di palme possono rendere in una stagione 1800 chili di zucchero, ovvero 2 milioni di riel, che sono circa 400 euro. La Cambogia è una regione dove l’acqua è un elemento sempre presente e dove vive ancora una piccola colonia di delfini bianchi, anche loro sopravvissuti al regime di Pol Pot.

AA.VV. SGUARDI DAL NORD

LE INCHIESTE SOCIALI DI CARLA CERATI

QUATTRO OBIETTIVI PER UN ANNO DEL PARCO

IL MINISTERO DEGLI ESTERI SBARCA SU SECOND LIFE

La fotografa e scrittrice Carla Cerati è protagonista con due mostre a Milano. Acuta osservatrice dei cambiamenti dei modi di vivere nella società, la Cerati è l’autrice di alcune icone destinate a rimanere nella storia della società italiana. Di carattere schivo e timido, è riuscita con le sue foto a immortalare i luoghi più diversi. Nell’ antologica “Punto di vista” vengono presentate cinquanta immagini spesso frutto di un’intuizione e una sensibilità particolari, come testimoniano le foto scattate con Berengo Gardin nei manicomi (“Morire di Classe”), su invito di Franco Basaglia. Nata come fotografa di scena, Carla Cerati si dedica quasi subito alle inchieste fotografiche (per L’Espresso) sui giovani, sulle classi sociali, a partire da quella operaia, sui cambiamenti in atto nel Paese a cavallo tra gli anni Sessanta e settanta. In mostra fino al 15 aprile 2007

Quattro fotografi raccontano “Le stagioni del parco”: Fabio Lovino, Massimo Siragusa, Luca Campigotto e Mauro D’Agati riprendono dodici mesi di vita, incontri e attività del Parco della Musica di Roma. Ognuno, secondo la propria sensibilità, ha seguito un percorso visivo che mostra i protagonisti di un anno di intensa attività dell’auditorium culminata con il grande evento della “Festa del cinema”. Così, in un caledoscopio di colori, le architetture di Renzo Piano fotografate da Luca Campigotto si intrecciano con i volti dei grandi protagonisti della musica e del cinema ritratti da Fabio Lovino, con le immagini del pubblico nelle fotografie di Mauro D’Agati e con le performance artistiche raccontate da Massimo Siragusa, in una sequenza in cui ognuno potrà riconoscersi come protagonista e al tempo stesso come spettatore.

Second Life, il browser a tre dimensioni, sta spopolando tra i navigatori, lo dicono i numeri: quasi quattro milioni di visitatori e oltre trenta milioni di citazioni su Google. A cui si aggiungono continui investimenti da parte di aziende, vip, politici, artisti e gente comune, tutti accomunati dalla voglia di avere uno spazio in questa seconda vita virtuale. All’interno di Second Life anche il ministero degli Affari esteri ha aperto, in via sperimentale, un Istituto italiano di cultura. Si trova all’interno di un lotto nella regione “Eup”, una specie di “East Village” di Second Life, sulle rive di un lago. Nei suoi spazi è già in allestimento la mostra di giovani artisti visivi, “On the Edge of Vision”, che nel mondo reale è stata inaugurata dal presidente del Consiglio Romano Prodi nel corso della sua recente visita in India.

CARLA CERATI PUNTO DI VISTA

AA.VV. LE STAGIONI DEL PARCO

Contrasto, 2007

www.secondlife.com

RADIOWEB IL REGNO DELL’INTERATTIVITÀ CREATIVA Da sempre la radio viene indicata come il mezzo di comunicazione più vicino a internet e alla rete soprattutto per quanto riguarda il rapporto con gli utilizzatori, cioè l’interattività. Gli esempi di web radio, cioè di radio su internet, sono molti, ma Last.fm ha una particolarità perché punta a creare una vera e propria community, come recita lo spot: «The social music revolution». Chattare, ascoltare musica con altre persone, consultare e condividere classifiche, accedere alle statistiche sugli artisti e sulle canzoni più gettonate, creare gruppi di utenti che condividono gli stessi gusti. Con una semplice registrazione il navigatore puo’ creare una pagina con le proprie preferenze musicali, consultare e modificare le informazioni (modello Wikipedia) sugli artisti preferiti, avere una radio personalizzata in streaming. È possibile così sintonizzarsi su un’ampia gamma di stazioni create dagli altri utenti che taggano la propria musica con parole chiave: pop, punk, classic rock, etc. etc. Last.fm, a differenza di altri siti, ha un proprio player facile da usare anche per utenti non esperti e che non conoscono l’inglese. Il sito, inoltre, offre tra i suoi strumenti anche un editor di classifiche con più layout. Last.fm è un software open source

Galleria Belvedere Milano www.lastfm.it

multimedia

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BUON COMPLEANNO KENNETH LOACH

CHISCIOTTE IL BELLO IL VERO IL GIUSTO

Kenneth Loach, conosciuto come Ken Loach, è uno dei registi più noti e premiati in Europa. I suoi film fanno discutere, in particolare in Italia dove fanno anche registrare incassi quasi sempre straordinari. Tra i titoli più conosciuti: “Piovono pietre”, che nel 1993 vinse il premio speciale della giuria al Festival di Cannes,“Terra e libertà”, ispirato alla Guerra di Spagna, che nel 1995 vinse il premio internazionale della critica e il premio speciale della giuria sempre a Cannes, “La canzone di Carla”, film sul conflitto in Nicaragua, che nel 1996 gli valse la Palma d’oro. È in uscita “Karry on Ken”, un dvd realizzato per il suo settantesimo compleanno. Un omaggio per raccontare la sua grande carriera, con l’intervento di colleghi e amici. Il dvd uscirà insieme al film “Il vento che accarezza l’erba”, la saga di una famiglia irlandese ambientata all’inizio del Novecento.

Chi sono gli invincibili? «Sono quelli che non si lasciano abbattere, distruggere, scoraggiare, ricacciare indietro da nessuna sconfitta, e dopo ogni batosta sono pronti a risorgere e a battersi di nuovo. Chisciotte che si tira su dai colpi e dalla polvere, pronto alla prossima avventura, è invincibile». L’eroe di Cervantes seguiva la legge che batteva nel suo cuore per conquistare il bello, il vero e il giusto. Un libro e un cd con uno spettacolo teatrale. Sulla scena Erri De Luca, il cantautore piemontese Gianmaria Testa e il clarinettista Gabriele Mirabassi. Un viaggio che ripercorre la tensione morale di Chisciotte, ma che ha attraversato anche le vene e i pensieri di Brecht, Vian, Sarajlic, Alberti, Ungaretti e tanti altri uomini che hanno sentito sulla propria pelle le ingiustizie del mondo. Tre nuovi eroi che riscoprono in un modo diverso il personaggio reso celebre da Cervantes.

KEN LOACH IL VENTO CHE ACCAREZZA L’ERBA

Feltrinelli, 2007

ERRI DE LUCA CHISCIOTTE E GLI INVINCIBILI

Galleria Civica di Modena

Fandango Libri, 2007

LUCIANA DAMIANI ALBERTO CANNETTA STORIE DA UN ALTRO MONDO

Naaa Onlus, 2005

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terrafutura

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SE LO STILE È BIOLOGICO IL VESTITO CHE FA BENE IL PRIMO CONDOMINIO ECOLOGICO DI LODI PREMIATO A BRUXELLES

«Nessun trattamento chimico di sintesi dal seme al vestito». Lo slogan è di Giuditta Blandini, una imprenditrice che confeziona abiti realizzati con materiali completamente anallergici. I capi di vestiario di “Stile biologico”, a differenza di quelli tradizionali, non contengono coloranti e non subiscono alcun trattamento chimico. La Blandini, infatti, utilizza filati e tessuti naturali che provengono da piantagioni di cotone e canapa certificate, e da coltivazioni che usano soltanto sostanze innocue per l’uomo e per l’ambiente. Inoltre, per le altre fibre naturali richiede al produttore la garanzia che non siano state usate sostanze chimiche dannose e soprattutto il certificato di controllo di organismi riconosciuti a livello internazionale (Skal, Imo, Aiab). La produzione “Stile biologico” sostiene i progetti di The Art of Living Foundation e dell’International Association for Human Values.

«Non mi aspettavo di ottenere un riconoscimento così alto, la speranza c’era, però c’era anche la presenza di molta concorrenza». A parlare è Mario Borsatti responsabile del progetto “Le Sorgenti, una casa al servizio della città”. Il riconoscimento a cui si riferisce è quello ottenuto durante la Settimana europea per l’energia sostenibile, iniziativa promossa dalla Commissione del Parlamento e del Consiglio europeo. Il progetto realizzato dalla cooperativa edilizia S. F. Cabrini Due di Lodi prevede la realizzazione di un condominio che sarà costruito secondo criteri ispirati al rispetto dell’ambiente, utilizzando fonti di energia rinnovabile e con innovativi sistemi tecnologici. Di fatto è il primo significativo intervento di edilizia eco-sostenibile nella provincia di Lodi (sorgerà nel quartiere Fanfani), grazie al quale la cooperativa è diventata partner della Sustainable Energy Europe 2005/2008 (Campagna per l’energia sostenibile promossa dall’Unione europea per accrescere la consapevolezza e modificare la prospettiva dell’energia) e Partner della See (Campagna Italiana promossa dal ministero dell’Ambiente). Il progetto “Le sorgenti” è stato inserito anche in una speciale classifica dei migliori progetti europei non profit.

www.organic-wear.it

UNA PAUSA CAFFÉ EQUA E SOLIDALE

QUANDO UN PARCO È L’ESEMPIO DA SEGUIRE

SUPERARE IL COPYRIGHT PER UNA RETE CONDIVISA

Una pausa caffè equa e solidale grazie ai distributori automatici. L’idea è venuta a un toscano di Fucecchio, Claudio Soldaini, che ha deciso di lanciare sul mercato le “macchinette” con i prodotti del commercio equo e solidale: «In genere spiega Soldaini - i prodotti dei distributori automatici sono di qualità scadente e così ho pensato di alzare il livello aggiungendo qualità e un più alto valore sociale. Quello della distribuzione automatica è un mercato molto aggressivo, che si basa su prezzi bassi e contributi agli enti pubblici per piazzare i distributori». Il progetto ha già trovato sostenitori a Pordenone, Torino, Brescia, Piacenza, Milano, Biella e Firenze. Il successo della proposta ha convinto i sostenitori a dar vita all’associazione Equovending. «L’associazione - conclude Soldaini - farà formazione, darà assistenza e svilupperà nuovi progetti. In futuro avremo nostri distributori automatici e venderemo brioche realizzate con pasta madre».

Da sempre si sostiene che sulle tematiche ambientali è necessario un ruolo guida degli enti, per l’effetto traino che puo’ dare il buon esempio. È il caso del Parco nazionale delle Dolomiti bellunesi che ha sviluppato alcuni progetti ambientali di pregio. Tutte le sue infrastrutture, infatti, saranno alimentate con fonti energetiche rinnovabili. Questo progetto, chiamato “Fossil free”, è stato premiato da Legambiente. L’intervento di recupero e riqualificazione delle malghe, per garantire l’attività di alpeggio estivo, ha ottenuto, invece, il premio Panda d’oro, assegnato dal Wwf. Per coinvolgere i vari attori economici presenti nell’area è stato assegnato il logo ai prodotti alimentari, artigianali e alle strutture turistiche che rispettano precisi protocolli di qualità e di tutela dell’ambiente, ottenendo così l’adesione di ben 180 aziende. Il parco è stato il primo in Europa a ottenere la certificazione integrata Iso 90001 e ISso 14000. Infine, affermando concretamente il principio di condivisione dal basso, la revisione dei confini del parco è stata fatta confrontandosi con i residenti e gli amministratori locali.

Il patron di Apple Steve Jobs ha affrontato pubblicamente il tema di un superamento delle limitazioni imposte allo scambio elettronico di file musicali e video. La lettera aperta indirizzata alla major del settore per un superamento dei codici di protezione Drm non ha sortito grandi effetti pratici malgrado il peso commerciale di Apple nel settore e il merito riconosciuto a Jobs di aver creato un’alternativa commerciale e legale al file sharing illegale degli anni novanta. Un futuro della Rete parzialmente liberato dai vincoli del copyright è ormai sostenuto anche dalle grandi corporation del settore hi-tech. Più progetti si muovono in questa direzione. Il Creative Archive della Bbc, canale nazionale britannico, è tra i progetti più rilevanti e all’avanguardia della storia della televisione. Il servizio offre a tutti gli utenti la possibilità di scaricare video e testi gratuitamente. Video, documentari, musica, sono stati inseriti nella grande banca data ad accesso libero di cui Bbc non solo offre l’utilizzo senza restrizioni di copyright, ma anzi invita a riutilizzare creativamente, ponendosi come fattore di aggregazione.

www.progettolesorgenti.it www.equovending.it

www.dolomitipark.it | 72 | valori |

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BIMBI HI-TECH PER MOSTRARE AGLI ADOLESCENTI I DOVERI DEI GENITORI Le gravidanze impreviste nell’adolescenza sono un tema di particolare importanza nelle Americhe. Negli Stati Uniti oltre un milione di adolescenti ogni anno incorre in gravidanze non previste e non desiderate. L’assenza di utilizzo di metodi di contraccezione deriva da fattori psicologici e religiosi oltre che dall’imprevedibilità del momento del concepimento. Forte la componente di pressione, ai limiti della violenza psicologica, esercitata dai partner maschili, in particolare verso ragazze adolescenti che si trovano di fronte a una scelta immediata di consenso alla sessualità per evitare un possibile rifiuto a proseguire la relazione da parte del partner. La conseguenza è un allarme medico e sociale sulle baby madri che giungono alla maternità in età scolare. Nelle scuole superiori dello stato di Chihuahua si sta facendo una sperimentazione con Real Care Baby bambolotto dalle sembianze di un neonato. «Bisogna cambiargli i pannolini e dargli da mangiare. I bebè simulano il comportamento di un neonato vero: ridono, piangono, hanno addirittura piccole coliche - spiega Pilar Huidobro, capo del programma di istruzione -. Vogliamo far capire ai ragazzi le responsabilità derivanti dal diventare padre o madre in giovane età. Gli studenti sottoposti a una full immersion di tre giorni di cura del bambino si sono detti spaventati dall’immane mole di lavoro che la cura di un neonato comporta».

future

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VALORI CONDIVISI E MARKETING PARTECIPATO

DESIGN RETRÒ PER NUOVE TECNOLOGIE

Nel futuro dei media assisteremo a un progressivo passaggio da mass media a media partecipati, in cui i contenuti sono generati dagli stessi utenti. La tendenza alla condivisione di costruzione del percorso culturale coinvolge sia il canale di diffusione (il medium) sia il messaggio (la promozione e il marketing) sia il mercato, chiamato a esprimersi su un’area riguardante i valori e la sensibilità della persona. Il marketing non viene proposto alle aziende come globale e indifferenziato ma strettamente in relazione all’utente. Il contenuto del messaggio che viene lanciato si lega al contesto, all’esperienza e all’attesa dell’utente. A differenza del recente passato, la proposta di marketing non prevede necessariamente la presentazione di un prodotto specifico ma può basarsi sulla presentazione di un concetto, di una emotività, di un percorso condiviso. Le brand vengono così chiamate a partecipare a progetti di comunicazione in cui assumere un ruolo di neomecenati, in cui il logo e la presenza dello sponsor si fanno minimali a favore di una offerta di contenuti condivisi.

Era una delle quattro grafiche selezionate per il “Word Usability Day 2006” ma l’immagine ha iniziato a circolare in Rete tra i giovani designer e utenti di telefonia, generando richieste di informazioni. L’immagine, simbolo del “design sbagliato” per la numerazione casuale e l’accostamento di tecnologia e estetica retrò, non ha fatto i conti con l’emotività e i ricordi di una generazione che ha potuto beneficiare del piacere fisico dei telefoni con la grande rotella centrale da cui comporre i numeri. Proprio mentre i big del settore hi-tech hanno promosso la prossima scomparsa della tastiera dai telefoni cellulari, un cellulare quasi analogico ha riscosso l’interesse già raccolto dalla vecchia cornetta telefonica in bachelite, ricreata con connettività usb per poter essere collegata al moderno telefonino e venduta in Rete. Hanno giocato in questa vicenda una componente affettiva, l’inquietudine per il dilagare dell’estetica hi-tech e della tecnologia nella società e un desiderio di rapporto con la memoria ed il vissuto personale da parte di oggetti ormai parte dell’esperienza quotidiana.

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ONO EMERSE TENSIONI SUI MERCATI VALUTARI GLOBALI, specialmente sull’euro e sullo yen e questo potrebbe

provocare uno shock improvviso ai mercati finanziari». Le parole del direttore del Fondo Monetario Rodrigo Rato (foto), ben fotografano la realtà che stiamo vivendo in questi giorni di Borse in pesante calo e tentativi di rimbalzo. Ma ne sono anche un’interpretazione perché fanno risalire queste situazioni di crisi, e secondo me a ragione, non a cause riguardanti l’economia reale ma piuttosto, o almeno prevalentemente, a ragioni di tipo valutario e finanziario. Per capirci qualcosa dobbiamo tornare indietro di qualche anno, dobbiamo parlare di quella che è stata definita l’“era Greenspan”. Alan Greenspan, è stato al timone della FED (Banca Centrale Americana) dal 1987 al gennaio 2006, quando ha lasciato l’incarico all’attuale Governatore Bernanke per raggiunti limiti di età. In quest’epoca un fiume ininterrotto di liquidità ha invaso i mercati finanziari proprio per contrastare le crisi ricorrenti provocate dai mercati stessi. La FED in primo luogo, ma anche altre Banche Centrali (in particolare la Banca del Giappone), ha svolto il ruolo di “prestatore di ultima istanza”. Il crollo di Wall Street dell’ottobre ’87, la crisi asiatica dell’estate ’97 che si diffuse fino a determinare il fallimento nel 1998 della Long Term Capital Management (il più famoso hedge fund), lo scoppio della bolla speculativa del 2000 (in particolare per quanto riguarda i titoli della new economy), sono solo alcuni dei momenti di panico che hanno attraversato i mercati finanziari negli ultimi 20 anni. Liquidità significa bassi tassi di interesse che permettono investimenti speculativi di ogni genere poiché, il denaro All’origine di tutto ci sono preso a prestito a basso prezzo, può facilmente essere impiegato le crisi che si sono in strumenti, finanziari e non, più remunerativi. Ma una moltiplicazione susseguite e che hanno costante di mezzi liquidi di natura speculativa può facilmente spinto le Bance centrali e velocemente trasformarsi in una demoltiplicazione violenta. Come (soprattutto americana ha recentemente spiegato in una intervista a Il Sole 24 Ore (01.03.2007) e giapponese) a pompare il “guru” dei Paesi emergenti Marc Faber: «La liquidità non è un fattore fisso. enormi masse di liquidità Le sue condizioni possono variare nel tempo anche in modo repentino. Finchè i mercati salgono e le aspettative degli investitori sono positive, il denaro circola fluidamente. Sembra quasi avere il potere magico di moltiplicarsi poiché, grazie all’aumento delle quotazioni azionarie, la gente può aumentare il proprio leverage (=grado di finanziamento per investimento – ndr) sostenendo così il ciclo virtuoso. Ma quando il meccanismo inizia a incepparsi più volte, allora nessuno parla più di eccesso di liquidità. La parabola della Borsa giapponese nel 1989, o la doccia fredda del Nasdaq e dei listini mondiali nel 2000, sono dei chiari esempi di come funzioni questo meccanismo». In questo quadro le insolvenze sui mutui casa negli Stati Uniti, che sono spesso la fonte per acquisti di beni durevoli ma anche per il finanziamento di investimenti finanziari, ha ulteriormente peggiorato la situazione attuale e le aspettative per il futuro. Da questo punto di vista è allora evidente che il crollo della Borsa di Shanghai è stato solo un pretesto. “La partita vera” a cui guardano i mercati finanziari fa piuttosto riferimento alla nuova strategia FED poco propensa a ridurre i tassi di interesse nonostante i segnali di rallentamento dell’economia americana. Qualcuno ha parlato di “ossessione dei tassi” cioè l’idea che il costo del denaro debba comunque rimanere basso poiché è da questo elemento che dipendono i flussi di liquidità che sono la vera forza dei mercati finanziari.

11,31 6,66

7,05 Montebello

Villorba

Paese

Mogliano

6,51 Treviso

Vittorio Veneto

6,72

7,53

Castelfranco

10,04 10,04

9,84

Oderzo

Montebelluna

Castelfranco

Villorba

Al netto delle utenze esenti

13,86

Conegliano

89,47 75,36

Paese

Trevino

Oderzo

20

69,25 Conegliano

40

81,75

79,9 Mogliano Veneto

60

85,17

16 14 12 10 8 6 4 2 0

numeri 0

123

La raccolta porta a porta vince su tutti i fronti

mente domiciliare ha permesso di portare il compostaggio doUMERI INCONTROVERTIBILI. Che confermano che i simestico nel 29,9% delle utente (oltre 174 mila) risparmiando il stemi di raccolta differenziata dei rifiuti solidi urtrasporto e l'avvio al compostaggio di oltre 15 mila tonnellate bani basati sul porta a porta sono i più efficienti dal l'anno di residui alimentari che rimangono, invece, presso il luopunto di vista economico, oltre a garantire risultati ambientali go di produzione e vengono trasformati in compost di qualità. molto positivi. La ricerca, indubbiamente ricca di elementi di Per il resto la frazione umida viene raccolta porta a porta in interesse, è stata condotta sulla provincia di Treviso dove da 90 comuni (686.267 abitanti, pari all'81% della popolazione) tempo opera il Consorzio Priula che si fregia di essere una delle con frequenza prevalentemente bisettimanale (87 comuni): il migliori realtà pubbliche per qualità e quantità del servizio ofcosto medio è risultato pari a ferto alla cittadinanza. Comples0,12 euro/kg e 9,84 euro per abisivamente l'analisi, “Valutazione METODO DI RACCOLTA DELLA FRAZIONE ORGANICA tante. La qualità della raccolta, raccolte nella provincia di Trevi% popolazione servita laddove è in uso il porta a porso”, riguarda oltre 847 mila abita, è nettamente migliore rispettanti residenti in 95 comuni. to al sistema a cassonetti stradaIl porta a porta vince senza Raccolta a cassonetto li. La regola vale anche per il appello. I costi sono nettamente verde (raccolto in 36 comuni) inferiori, le frazioni residue sono 19% con costi pari a 0,04 euro/kg e dal 50 al 100% in meno rispetto 2,44 euro/abitante, e la carta ai comuni (solo cinque) dove è che si attesta a 0,08 euro/kg e ancora in uso il cassonetto. La Raccolta porta a porta 4,46% euro/abitante. realizzazione di un sistema forte-

N

FONTE: VALUTAZIONE ED ANALISI PRELIMINARE COMPARATA DEI SERVIZI DI RACCOLTA RSU NELLA PROVINCIA DI TREVISO [ANNO 2005]

di Alberto Berrini

105,77 102,99

100 80

COSTO RACCOLTA UMIDA [€/abitante - nei maggiori comuni]

kg/abitante/anno

110,71

Vittorio Veneto

La finanza fa tremare

123,79

120

media provinciale

FONTE: VALUTAZIONE ED ANALISI PRELIMINARE COMPARATA DEI SERVIZI DI RACCOLTA RSU NELLA PROVINCIA DI TREVISO [ANNO 2005]

Borse

«S

PRODUZIONE FRAZIONE UMIDA [Dato 2005 - nei maggiori comuni] 140

media provinciale

| globalvision |

81%

.

.

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| numeridell’economia |

La corsa indiana non prevede proteste ON LA CRESCITA ECONOMICA inarrestabile da ormai tre anni si moltiplicano le contraddizioni sociali in India. La polizia, tentando di controllare una manifestazione particolarmente accesa, ha utilizzato le armi uccidendo 4 persone e ferendone almeno cin-

C

COSTI €/ABITANTI DI RACCOLTA DIRETTI, DI TRATTAMENTO E CONTRIBUTI CONAI

8

6

.

4

2

LE NAZIONI EMERGENTI

3,10 7,98 6,20 5,37 6,13 3,06 4,97 2,08 4,97 10,19 13,19 5,16 6,71 7,05 4,45 10,00 9,67 4,60 9,35 19,60 2,57 8,05 5,18 11,00

9,00 8

9,00

5,44

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Montebelluna

Mogliano

Treviso

0

Oderzo

2

Vittorio Veneto

2,74

5,58

4,41 Castelfranco

4,41

4

Villorba

5,52

Paese

6

Mogliano Veneto

Consorzio Priula

Consorzio Azienda TV3

LE PREVISIONI SUI PAESI RICCHI PAESE

PIL

Australia Austria Belgio Gran Bretagna Canada Danimarca Francia Germania Italia Giappone Olanda Spagna Svezia Svizzera Stati Uniti Area Euro

MIN/MAX 2006

MIN/MAX 2007

2,3/3,7 1,8/2,4 1,7/2,5 1,7/2,6 2,7/3,4 2,5/3,3 1,5/2,2 1,5/2,2 1,0/1,5 1,9/3,5 1,6/3,1 2,8/3,5 3,0/4,1 1,7/2,8 2,8/3,9 1,8/2,4

2,7/3,9 1,2/2,2 1,6/2,2 1,9/2,8 2,6/3,1 2,0/3,1 1,6/2,4 0,2/2,1 0,6/1,7 1,4/3,8 1,4/2,4 2,4/3,1 2,5/3,1 0,9/2,5 2,4/3,5 1,3/2,4

INFLAZIONE MEDIA 2006

MEDIA 2007

3,2 2,3 2,4 2,4 3,2 2,7 2,0 1,7 1,3 3,0 2,2 3,3 3,6 2,8 3,4 2,2

3,3 2,0 2,0 2,5 2,9 2,3 2,0 1,3 1,1 2,4 2,1 2,8 2,9 2,0 2,7 1,8

2006

2,9 2,0 2,2 1,9 2,1 1,9 1,7 1,6 2,1 0,3 1,5 3,3 1,4 1,1 2,9 2,1

2007

BILANCIO STATALE (IN % DEL PIL) 2006 2007

2,7 1,8 1,9 1,9 2,2 1,9 1,6 2,3 1,9 0,6 1,5 2,8 1,9 1,2 2,3 2,1

-5,4 +0,2 +2,2 -2,3 2,0 2,9 -1,3 3,9 -1,5 3,7 5,2 -6,9 6,7 13,1 -6,8 -0,1

-4,0 +0,2 2,3 -2,3 1,4 2,7 -1,1 3,9 -1,4 3,5 5,1 -7,0 6,3 12,4 -6,8 --------

COSTI DI RACCOLTA €/ABITANTE DELLA FRAZIONE VERDE NEI MAGGIORI COMUNI 6

5,52 5 4

3,55

3,17

3,42 3

2,61

2,44 2 1 0

2,36

2,36

Montebelluna

10

SAVNO in 18 Comuni

Castelfranco

COSTI DI RACCOLTA ANNUA €/ABITANTE DI CARTA E CARTONE NEI MAGGIORI COMUNI

0

Villorba

+177,5 Dicembre -48,8 Novemb. +38,5 Novemb. +28,6 Novemb. -4,1 Agosto +33,7 Settem. +16,7 Dicembre +21,3 Dicembre +1,3 Novemb. +12,0 Novemb. +46,1 Dicembre +22,1 Dicembre +0,3 Ottobre -5,9 Novemb. +8,0 Settem. +36,8 III Trimestre -11,1 II Trimestre -7,9 Dicembre -9,6 Novemb. -53,2 Novemb. +2,0 Novemb. - 2,8 Novemb. -4,1 Novemb. +140,8 Novemb.

Paese

Ott. Sett. Sett. Sett. Ott. Sett. Ott. Ott. Ott. Sett. Ott. Ott. Ott. Ott. Ott. Ott. Sett. Sett. Sett. Ott. Sett. Ott. Ott. Ott.

Mogliano

+1,4 +2,1 +6,3 +3,3 +5,4 +0,4 +2,1 -1,2 +2,8 +10,4 +3,3 +2,1 +4,2 +4,3 +1,9 +8,7 +9,6 +1,3 +5,3 +10,0 +2,7 +6,3 +1,2 +9,2

Treviso

Ott. Sett. Ago. Sett. Ago. Sett. Sett. Sett. Sett. Sett. Sett. Sett. Ago. Sett. Ago. Ago. 2005 Ago. Sett. Sett. Sett. Sett. Sett. Sett.

TASSI INTERESSE

Vittorio Veneto

+14,7 +11,4 +6,2 +3,6 -7,0 +7,6 +16,3 +2,1 +5,0 +6,6 +1,3 -2,6 +12,5 +5,0 +9,9 +12,7 +4,0 +8,1 +1,9 +4,0 +5,8 +11,8 +11,7 +4,1

BILANCIA COMMERCIALE

Oderzo

II I II II II II II II II

Trimestre Trimestre Trimestre Trimestre Trimestre Trimestre Trimestre Trimestre Trimestre Trimestre Trimestre Trimestre Trimestre Trimestre Agosto Trimestre Trimestre Trimestre Trimestre Trimestre Trimestre Trimestre Trimestre Trimestre

PREZZI AL CONSUMO

Conegliano

III II II II II III II II II II II II II II

Conegliano

FONTE: VALUTAZIONE ED ANALISI PRELIMINARE COMPARATA DEI SERVIZI DI RACCOLTA RSU NELLA PROVINCIA DI TREVISO [ANNO 2005]

Cina +10,4 India +8,9 Indonesia +5,2 Malesia +5,9 Filippine +5,5 Singapore +7,1 Corea del Sud +5,3 Taiwan +4,6 Tailandia +4,9 Argentina +7,9 Brasile +1,2 Cile +4,5 Colombia +6,0 Messico +4,7 Perù +9,2 Venezuela +9,2 Egitto +5,9 Israele +6,2 Sud Africa +3,6 Turchia +7,5 Repubblica Ceca +6,2 Ungheria +3,8 Polonia +5,5 Russia +7,4

PRODUZIONE INDUSTRIALE

media provinciale

PIL

FONTE: VALUTAZIONE ED ANALISI PRELIMINARE COMPARATA DEI SERVIZI DI RACCOLTA RSU NELLA PROVINCIA DI TREVISO [ANNO 2005]

PAESE

| 76 | valori |

PIL nominale M1 M2 + certificati di deposito Prestiti bancari

10

orientamento marxista, ha deciso infatti, in base a un accordo dello scorso luglio, di concedere la vendita di 6000 ettari del villaggio di Nandigram a una compagnia indonesiana, la Salim, provocando la reazione popolare che è stata sedata con l'uso delle armi.

quanta. La manifestazione ha avuto luogo in un villaggio a 120 chilometri a sud del capoluogo regionale Kolkata (ex Calcutta), Nandigram. Il motivo della sommossa è legato all'assegnazione di un'area rurale per l'edificazione di un polo chimico straniero. L'amministrazione del West Bengala, di

FONTE: VALUTAZIONE ED ANALISI PRELIMINARE COMPARATA DEI SERVIZI DI RACCOLTA RSU NELLA PROVINCIA DI TREVISO [ANNO 2005]

| numeridell’economia |

|

ANNO 7 N.48

0,35

|

APRILE 2007

| valori | 77 |


|

indiceetico

| numeridivalori |

VALORI NEW ENERGY INDEX NOME TITOLO

ATTIVITÀ

BORSA

Abengoa Ballard Power Biopetrol Canadian Hydro Conergy EOP Biodiesel Fuel Cell Energy Gamesa Novozymes Ocean Power Tech Pacific Ethanol Phönix SonnenStrom Q-Cells RePower Solarworld Solon Südzucker Sunways Suntech Power Vestas Wind Systems

Biocarburanti/solare Tecnologie dell’idrogeno Biocarburanti Energia idroelettrica/eolica Pannelli solari Biocarburanti Tecnologie dell’idrogeno Pale eoliche Enzimi/biocarburanti Energia del moto ondoso Biocarburanti Pannelli solari Pannelli solari Pale eoliche Pannelli solari Pannelli solari Zucchero/biocarburanti Pannelli solari Pannelli solari Pale eoliche

Siviglia, Spagna Vancouver, Canada Zug, Svizzera Calgary, Canada Amburgo, Germania Pritzwalk, Germania Danbury, CT-USA Madrid, Spagna Bagsværd, Danimarca Warwick, Gran Bretagna Fresno, CA-USA Sulzemoos, Germania Thalheim, Germania Amburgo, Germania Bonn, Germania Berlino, Germania Mannheim, Germania Konstanz, Germania Wuxi, Cina Randers, Danimarca

CORSO DELL’AZIONE 28.02.2007

RENDIMENTO DAL 30.09.06 AL 28.02.2007

27,49 € 7,07 CAD 7,30 € 6,31 CAD 53,66 € 10,70 € 6,90 $ 21,71 € 486,00 DKK 84,54 £ 16,58 $ 19,39 € 45,06 € 137,00 € 54,58 € 40,99 € 15,97 € 10,24 € 36,25 $ 263,00 DKK

21,15% 0,81% -12,05% 7,83% 40,88% 1,33% -13,00% 25,64% 8,42% 21,61% 13,31% 31,90% 39,50% 146,40% 25,96% 38,62% -18,02% 36,17% 34,65% 67,66%

+25,94% € = euro, $ = dollari USA, £= sterline inglesi, CAN $ = dollari canadesi, DKK = corone danesi

Rinnovabili alle stelle Ma c’è il rischio etanolo di Mauro Meggiolaro e Annegret Kolerus ON C’È PARTITA. Le energie rinnovabili di Valori segnano un nuovo 1,17% record: +26% in appena cinque mesi di gioco. L’indice Amex Oil, Amex Oil Index [in Euro] che comprende le maggiori società petrolifere del mondo, arretra 25,94% e chiude febbraio con un magro 1,2%. Sole, vento, maree, idrogeno, acqua e bioValori New Energy Index [in Euro] carburanti. In borsa stanno battendo il petrolio 26 a 1. Ma non mancano le perRendimenti dal 30.09.2006 al 28.02.2007 plessità, soprattutto sui carburanti bio, prodotti trasformando in etanolo cereali, frutta, barbabietole e altri vegetali. In alcuni Paesi, Conergy AG www.conergy.de Sede Amburgo per far spazio alle “colture energetiche”, sono Borsa FSE – Francoforte sul Meno state devastate le foreste pluviali. Nel Borneo Rendimento 30.09.06 – 28.02.07 +40,88% sono stati incendiati i boschi per piantare palAttività Fondata nel 1998, Conergy è un’impresa tedesca che produce componenti me da olio, una delle materie prime del bioper pannelli solari termici e fotovoltaici. Ha un’affiliata australiana ed è leader diesel. Il fumo degli incendi ha causato “nebnel mercato statunitense. Dà lavoro a 724 persone. bie carboniche” che hanno ricoperto tutta Ricavi [Milioni di €] Utile [Milioni di €] Numero dipendenti 2004 l’Indonesia provocando malattie respiratorie 2005 e la chiusura di alcuni aeroporti. In America 724 530,17 347 284,83 Latina la corsa al mais per ottenere bio-carburanti ne ha aumentato il prezzo e la gente scende in piazza contro il caro tortilla. È vera27,80 mente sostenibile investire nelle bio-benzine? 11,02 Ne riparleremo nelle prossime puntate.

UN’IMPRESA AL MESE

N

.

in collaborazione con www.eticasgr.it | 78 | valori |

ANNO 7 N.48

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APRILE 2007

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CISL


paniere

| numeridivalori |

VALORI NUTRIZIONALI MEDI DELLA BANANA RIFERITI A 100G DI PARTE EDIBILE AL NETTO DEGLI SCARTI parte edibile 65% acqua 76,8g NUTRIENTI ENERGETICI Carboidrati 15,4g di cui amido 2,4g zuccheri solubili 12,8g proteine 1,2g lipidi 0,3g valore energetico 65kcal ALTRI COMPONENTI fibra 1,8g

| numeridivalori | PREZZO TRASPARENTE ALIMENTARI FRESCHI BANANA ALTROMERCATO BIO AL KG IL CALCOLO SI BASA SU BANANE PROVENIENZA EL GUABO - ECUADOR

NUTRIENTI NON ENERGET. potassio 350mg fosforo 28mg calcio 7mg sodio 1mg ferro 0,8mg vitamina C 16mg

Prezzo di vendita al pubblico – IVA 0,11 Prezzo al pubblico (IVA esclusa) Margine medio dettagliante Margine Ctm altromercato Costi accessori

FONTE: TABELLA DI COMPOSIZIONE DEGLI ALIMENTI AGGIORNAMENTO 2000 ISTITUTO NAZIONALE DI RICERCA PER GLI ALIMENTI E LA NUTRIZIONE

Prezzo Fob _ al produttore

€ 2,75 4% 2,64 1,04 0,164 1,04

0,40

100 39,4% copertura costi struttura e lavoro 6,2% copertura costi struttura e lavoro 39,2% - trasporto mare, dazio e licenze import - costi importatore (AgroFair) - costi trasporto terra, maturazione, confezionamento e certificazione 15,2% prezzo “free on board”

FONTE: EQUEAZIONI 0506 - RELAZIONE ANNUALE DELLE ATTIVITÀ DEL CONSORZIO CTM ALTROMERCATO. SCOMPOSIZIONE DEL PREZZO PUBBLICATA A DICEMBRE 2006 E ATTUALMENTE IN USO; IL PREZZO DI VENDITA AL PUBBLICO HA SUBITO UNA PICCOLA VARIAZIONE: DA 2,75 A 2,85 €/KG.

|

QUANTO COSTA LA SPESA [IN GRASSETTO IL PREZZO AL KG] BOTTEGA DEL MONDO

SOLIDALE

MARCHIO

BIO E CTM ALTROMERCATO

CACAO AMARO IN POLVERE

El Ceibo bio Altromercato 12,00 €/kg

Perugina

altromercato tè nero Earl Grey 61,00 €/kg

TÈ IN FILTRI

BANANA BIO

Da 2,75 a 2,95 €/kg 0,97 €/kg 0,028 €/kg

Costo di esportazione

0,32 €/kg

Intermediari

0,30 €/kg

0,32 €/kg

0,10 €/kg

0,50 €/kg

FONTE: TRANSFAIR ITALIA

0,97 €/kg

Diritto di royalty del marchio transfair

La Musa ispiratrice

| 80 | valori |

ANNO 7 N.48

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APRILE 2007

|

per ordine di importanza (dopo riso, grano e mais); la quinta commodity, cioè la quinta materia prima nel commercio internazionale (dopo cereali, caffè e cacao) e sono il frutto fresco più esportato in termini di volume. Guardata con sospetto nelle diete perché più calorica (insieme ai loti o kaki, al melograno e all’uva) di altri frutti, si colloca comunque tra gli alimenti a basso contenuto energetico e per la presenza di amido può essere uno spuntino saziante. Alimento dalle origini antichissime e coltivazione presente in quasi tutti i Paesi dell’area equatoriale, la banana in America Latina è nota come la “fruta quìmica”, a causa del largo uso di prodotti chimici nelle piantagioni. Il clima caldo umido di queste regioni, infatti, favorisce lo sviluppo di agenti patogeni che attaccano la pianta. Il frequente uso di sostanze disinfestanti ha un grosso impatto ambientale ed espone i lavoratori ad importanti rischi per la salute, fino alla sterilità e a vari tipi di tumore. Oltre che cibo appetibile, il prodotto di queste monocolture costituisce un simbolo di sfruttamento umano e ambientale, che rappresenta una grossa sfida per il commercio equosolidale. La banana equosolidale è stata il primo prodotto fair trade a superare la quota dell’1% del mercato italiano.

Perugina

Solidal

8,00 €/kg

El Ceibo bio Altromercato 13,00 €/kg

8,00 €/kg

8,00 €/kg

Twinings Earl Grey 38,50 €/kg

Tè nero Esselunga bio e Ctm altromercato 44,70 €/kg

altromercato tè nero Earl Grey 61,60 €/kg

Twinings English breakfast 32,40 €/kg

Tè Solidal

Twinings Lemon scented 38,00 €/kg

Tè nero al limone Solidal 33,70 €/kg

38,57 €/kg

altromercato basmati 5,50 €/kg

altromercato thai integrale 3,45 €

Suzi Wan basmati 4,36 €/kg

altromercato thai aromatico bio 3,85 €

SUCCO D’ARANCIA 100%

altromercato 2,00 €/l

Santal non zuccherato 1,50 €

altromercato

ZUCCHERO DI CANNA

altromercato Dulcita bio 3,70 €/kg

Demerara Sugarville Toschi Mauritius 2,84 €/kg

CREMA SPALMABILE AL CACAO

altromercato Cajta con anacardi e nocciole 6,25 €/kg

Ferrero Nutella bicchiere 200g 7,45 €/kg vaso 750g 4,52 €/kg

altromercato

Esselunga

2,85 €/kg

1,69 €/kg

CIOCCOLATO FONDENTE TAVOLETTA 100G

Commercioalternativo Antilla cacao 70% 15,50 €/kg

Perugina Nero cacao 70% 12,00 €/kg

altromercato bio Mascao cacao 73% 15,50 €/kg

Fondentenero Novi Solidal extra amaro extra amaro cacao 72% bio cacao 70% 8,00 €/kg 10,00 €/kg

CIOCCOLATO AL LATTE TAVOLETTA 100G

altromercato Companera cac 32% 11,00 €/kg

Lindt Lindor al latte 13,20 €/kg

altromercato bio Mascao cacao 32% 15,50 €/kg

Novi cacao 30% 8,80 €/kg

Solidal bio cacao 39% 10,00 €/kg

CIOCCOLATINI ASSORTITI

altromercato al latte ripieni 16,50 €/kg

Perugina Fantasia Grifo 13,12 €/kg

altromercato al latte ripieni 16,50 €/kg

Perugina al latte e fondenti 10,48 €/kg

Solidal ripieni assortiti 10,75 €/kg

altromercato bio caffè 13,00 €/kg

Lindt cioccolatini assortiti 24,32 €/kg

Solidal thai profumato 2,80 €/kg

altromercato miscela pregiata arabica 100% 11,00 €/kg

Lavazza qualità oro arabica 100% 10,40 €/kg

Solidal arabica 100% bio 8,52 €/kg

.

Skipper Zuegg senza zucchero 1,19 €

Solidal senza zuccheri aggiunti 1,10 €

altromercato Dulcita bio 3,70 €/kg

Demerara 3,00 €/kg

Solidal biologico 2,16 €/kg

altromercato Cajta con anacardi e nocciole

Ferrero Nutella

Solidal con nocciole

6,25 €/kg

5,18 €/kg

5,23 €/kg

Dole

Solidal biologico 2,80 €/kg

2,00 €/l Esselunga bio e Ctm altromercato 3,38 €/kg

Esselunga bio e Ctm altromercato 2,85 €/kg

Compagnia Arabica Colombia Medellin arabica 100% 12,72 €/kg

CAFFÈ MACINATO PER MOKA 250G

Esselunga bio e Ctm altromercato arabica 100% 12,60 €/kg

1,40 €/kg

PREZZO MEDIO ALL'IMPORT (€/KG) 2002

2003

2004

2005

VAR. % 2005/04

2005*

2006*

VAR. % 2006/05

[MONDO]

0,584

0,563

0,543

0,653

20%

0,648

0,514

-21%

[America centro meridionale]

0,573

0,545

0,527

0,614

17%

0,612

0,467

-24%

[EUROPA]

0,656

0,647

0,625

0,795

27%

0,781

0,687

-12%

[UE25]

0,656

0,647

0,625

0,795

27%

0,781

0,687

-12%

[AFRICA]

0,559

0,572

0,462

0,534

16%

0,534

0,382

-28%

Ecuador

0,616

0,580

0,540

0,643

19%

0,641

0,501

-22%

Costa Rica

0,491

0,545

0,538

0,617

15%

0,620

0,405

-35%

|

ANNO 7 N.48

CRONOLOGIA ESSENZIALE XIX secolo Primi commerci e scambi internazionali di banane con mezzi adeguati al trasporto 1899 Nasce la prima società mondiale di produzione e commercializzazione delle banane, la United Fruit Co. (UFCo)

altromercato bio caffè 13,00 €/kg

FONTE: ISMEA

L

SOLIDALE

Esselunga bio e Ctm altromercato 14,70 €/kg

Scotti basmati 3,24 €/kg

BANANE

Alimento base nei Paesi produttori, dessert nell’ambito di regimi alimentari più complessi nei Paesi industrializzati importatori, la banana è il frutto fresco più esportato e nel fair trade ha superato l’1% del mercato italiano. A BANANA È IL FRUTTO della pianta erbacea perenne più grande al mondo (alta fino a 10 m), la cui crescita ottimale richiede un ambiente caldo e umido, tipico delle regioni tropicali. Esistono circa 1000 tipi di banane, suddivise in 50 gruppi di di Anna Capaccioli varietà; quelle coltivate per l’alimentazione appartengono al genere Musa, le cui specie più I PROTAGONISTI diffuse sono Musa acuminata e Musa balbisiana. Da qualPrincipali Paesi che tempo in Sicilia e in Sardegna viene coltivata una in ordine di importanza varietà nana (Musa nana), con frutto piccolo e molto dolce, che va ad aggiungersi alla produzione europea PRODUTTORI India derivante dalla Spagna (Isole Canarie), dalla Francia Brasile (Guadalupa e Martinica), dalla Grecia e dal Portogallo Cina Ecuador (Madeira e Azzorre). Filippine Dal punto di vista del consumo, si possono distinESPORTATORI guere due tipologie di frutti: la banana dolce (che rapEcuador Costa Rica presenta circa il 60% della produzione mondiale e la toFilippine talità delle esportazioni) e la banana da cuocere o Colombia Guatemala banana verde, che invece è destinata ai mercati locali e all’autoconsumo. Sia come alimento base che nei regiIMPORTATORI Usa mi alimentari più complessi, la banana è un frutto conEuropa sumato da una larga fascia della popolazione mondiale. Giappone Russia Le banane rappresentano, in termini di valore lordo Cina di produzione, la quarta coltura alimentare del mondo

MARCHIO

BANANA BIO ED EQUA

Da 2,90 a 3,90 €/kg

Costo di importazione, distribuzione, licenza UE

Produttore

COOP

SOLIDALE

altromercato basmati 5,50 €/kg

RISO

PREZZO TRASPARENTE ALIMENTARI FRESCHI Prezzo al pubblico

ESSELUNGA

PRODOTTO

1966 Nasce Agrofair, composta da produttori del Sud e importatori solidali del Nord, che introducono la banana Okè in Olanda, l’anno successivo in Svizzera e quindi in Belgio, Danimarca, Inghilterra, Italia, Norvegia, Finlandia, Irlanda e Austria 2000 Ctm Altromercato, la prima centrale di importazione equosolidale italiana, diventa partner di Agrofair; viene lanciata la prima campagna nazionale dedicata alle banane eque e solidali in Italia; chiamata “Banane scatenate”. Il prodotto viene venduto nelle Botteghe del mondo 2002 L’Esselunga lancia il nuovo prodotto Ctm con una campagna pubblicitaria. Le banane a marchio Transfair entrano nella linea Solidal Coop 2003 Le banane a marchio Transfair vengono messe in vendita nei supermercati Carrefour 2007 I supermercati Sigma mettono in distribuzione le banane Ctm

|

APRILE 2007

| valori | 81 |


| padridell’economia |

Vernon L. Smith

Anno 7 numero 48. Aprile 2007. € 3,50

valori

L’economia empirica diventa laboratorio

Mensile di economia sociale, finanza etica e sostenibilità

Fotoreportage > Spazzatura spaziale

di Francesca Paola Rampinelli

er primo “ha stabilito esperimenti di laboratorio come uno strumento di analisi economica empirica specialmente nello studio dei meccanismi alternativi al mercato”. Lo afferma la motivazione con cui nel 2002, Vernon L. Smith ha ricevuto il premio Nobel per l’economia insieme a Daniel Kahneman. Il prestigioso riconoscimento dell’accademia svedese ai due studiosi statunitensi ha rappresentato un segnale di assoluta modernità, infatti entrambi i premiati per meriti in campo economico non sono economisti: mentre Kahneman è psicologo cognitivo Smith è ingegnere e prettamente ingegneristico è il suo approccio alla scienza economica. Eppure il professore, che ama sfoggiare stivali di coccodrillo, cappello da cow-boy e codino, nato nel 1927 a Wichita nel profondo Kansas e dal 2001 titolare di cattedra alla Georges Mason University in Virginia, è considerato il padre dell'economia sperimentale. Secondo la dottrina del "parallelismo" infatti il laboratorio economico è come una galleria del vento: se nell'ambiente simulato si trovano regolarità e leggi, queste a fortiori varranno nel mondo reale, anche nelle situazioni più complesse. Le ricerche di Smith hanno dimostrato come anche durante la sperimentazione in laboratorio tramite “l’interazione in forma estensiva tra individui appaiati anonimamente” la cooperazione tende ad emergere in modo evidente, nonostante questo tipo di comportamento sia contrario alle teorie economiche classiche. Si parla di razionalità ecologica, contrapposta alla razionalità costruttivista, in forza Il premio Nobel ha dimostrato della quale le comunità di esseri umani tendono ad assumere l’esistenza di una razionalità spontaneamente modelli di comportamento cooperativo. ecologica, contrapposta alla Alla fine degli anni Sessanta, Vernon Smith decide razionalità costruttivista, in forza di verificare quanto le teorie economiche siano in grado della quale le comunità tendono di prevedere e spiegare il comportamento reale dei soggetti ad assumere spontaneamente economici. Per far questo il professore, ha ricostruito modelli cooperativi e poi “vivisezionato” i comportamenti degli operatori in situazioni di concorrenza, scambio, cooperazione arrivando a elaborare modelli che consentono di interpretare meglio gli eventi economici, le reazioni, le evoluzioni dei fatti economici. Ha concluso, ad esempio, che il mercato di Borsa è molto più volatile e soggetto a bolle e crolli del mercato del lavoro, e persino del mercato delle materie prime. Ha concluso che la deregolamentazione della produzione di energia elettrica senza la deregolamentazione dei prezzi al consumo è stato il problema alla radice della crisi californiana. Ma il suo interesse resta quello per gli aspetti teorici che riguardano i vari mercati che poi messi insieme formano l’economia. Partendo dal presupposto, secondo Smith fondamentale, per il quale il desiderio basilare degli uomini è quello di barattare, scambiare e trattare il prezzo, le ricerche svolte dal professore americano dimostrano che le istituzioni economiche soddisfano una razionalità ecologica, in parte evolutasi dalla capacità del cervello umano di intrattenere scambi sociali. I dati raccolti, infatti, confermano che l’adattamento evolutivo alla fiducia e alla cooperazione viene espresso in centri cerebrali specifici. Le istituzioni finanziarie internazionali dovrebbero sempre sforzarsi di garantire controlli adeguati, impedendo il degrado provocato da coloro che vorrebbero sempre e solo trattare tra di loro, in una cerchia ristretta, per ancestrale istinto.

.

| 82 | valori |

ANNO 7 N.48

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APRILE 2007

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JONAS BENDIKSEN / MAGNUM PHOTOS

P

Dossier > Con le grandi opere ingenti danni: economici, ambientali e sociali

Premiato buco Tav Bioedilizia > Una speranza che sta diventando realtà molto concreta Microcredito > Non è assistenzialismo, ma in Italia è difficile capirlo Banche armate > Mazzotta: «Usciamo». Salviato: «Usiamo anche la Rsi» Poste Italiane S.p.A. - Spedizione in abbonamento postale - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n° 46) art. 1, comma 1, DCB Trento - Contiene I.P.

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Mensile Valori n.48 2007  

Mensile di finanza etica, economia sociale e sostenibilità

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