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Cooperativa Editoriale Etica

Anno 15 numero 133 novembre 2015

€ 4,00

FOTO CATERINA FILIPPI

Mensile di economia sociale, finanza etica e sostenibilità FONTI FOSSILI AIUTI PESANTI E INSOSTENIBILI

finanza etica

FAIRTRADE LANCIA I CREDITI DI CARBONIO EQUOSOLIDALI

ChI FINANzIA IL NEgAzIONISmO CLImATICO

internazionale

Numero speciale interamente dedicato al clima che cambia e alla Cop21 che si apre a Parigi: il destino dell’umanità è legato a un accordo vincolante non più rinviabile ma molto difficile da raggiungere

9 788899 095130

ISBN 978-88-99095-13-0

Poste Italiane S.p.A. Spedizione in abbonamento postale D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 1, NE/VR.

economia solidale

Ci giochiamo il futuro


2

valori / ANNO 15 N. 133 / NOVEMBRE 2015


editoriale

I GOVERNI NON BASTANO di Hervé Kempf

L’AUTORE HERVÉ KEMPF

Nato ad Amiens nel 1957, è un giornalista e scrittore francese, direttore del quotidiano ecologista www.reporterre.net Ha pubblicato numerosi saggi tra i quali, in italiano, Per salvare il pianeta dobbiamo farla finita con il capitalismo e Perché i mega-ricchi stanno distruggendo il pianeta (Garzanti), proponendo un lavoro di sintesi e rinnovamento dell’ecologia politica. Ha scritto a lungo per il Courrier International, per La Recherche, e per il quotidiano Le Monde, curando le pagine dedicate all’ecologia. valori / ANNO 15 N. 133 / NOVEMBRE 2015

L

a Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici che si terrà a Parigi all’inizio di dicembre costituisce incontestabilmente l’appuntamento più importante da quello, fallito, di Copenaghen nel 2009. La Cop21 dovrà rappresentare l’opportunità, per la comunità internazionale, di restituire ai negoziati sul clima la corretta direzione. Essa arriva in un contesto di emergenza: le emissioni di gas a effetto serra continuano a crescere, la concentrazione di biossido di carbonio nell’atmosfera è a livelli record, si moltiplicano i segnali che confermano i cambiamenti climatici. La buona notizia è che gli obiettivi sono ormai chiaramente definiti: i governi hanno accettato l’idea che non bisogna superare, alla fine del Ventunesimo secolo, un aumento della temperatura media globale di 2 ºC rispetto all’era pre-industriale: se lo facessimo, infatti, il sistema climatico risulterebbe fuori controllo. Al contempo, è sempre più condiviso anche il concetto che, al fine di non varcare tale soglia, occorra dimezzare le emissioni di gas a effetto serra entro il 2050. Si tratta, dunque, di definire delle traiettorie di decelerazione e di imporre dei limiti. Negli ultimi anni abbiamo registrato cambiamenti importanti: la Cina, che fino ad allora si rifiutava di farlo, nel novembre 2014 – per bocca del suo presidente Xi Jinping – ha accettato di porre un tetto alle proprie emissioni «entro il 2030». Tale impegno è stato annunciato da Pechino anche agli Stati Uniti e, tenendo conto che proprio la rivalità tra Cina e Usa aveva bloccato la conferenza di Copenaghen, la loro cooperazione sul clima è divenuta un vero e proprio motore di progresso.

È su tale onda, infatti, che quasi tutti i Paesi del mondo hanno dichiarato i loro impegni in tema di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra. Ma il fatto che ci siano stati alcuni progressi non significa che essi siano sufficienti. In poche parole, il ritmo è troppo lento. Il conflitto tra nazioni povere e nazioni ricche è ancora troppo attuale, e rimanda alla questione-chiave della distribuzione ineguale della ricchezza nel mondo. Inoltre, più nascosta ma non meno potente, la resistenza del sistema capitalista alla trasformazione profonda che richiede la lotta ai cambiamenti climatici è impetuosa. Il sistema finanziario, le multinazionali, le classi più agiate, gli ideologi della crescita ad ogni costo, si battono contro un cambiamento che nuocerebbe ai loro privilegi e ai loro dogmi. Dicono sì alle tecnologie verdi, ma non ai cambiamenti sociali. E le tecnologie non bastano a risolvere il problema, la cui soluzione presuppone una riduzione del consumo globale di risorse, una nuova distribuzione delle ricchezze e una mutazione dell’attività economica. La vera sfida della Cop21 è capire se essa saprà indicarci l’emergere di un vero movimento popolare: non possiamo più fare affidamento solo sui governi. La società civile si sta organizzando per affermarsi nei dieci giorni di Parigi. Sarà in grado di dare corpo a un movimento ambientalista duraturo? Di far passare l’idea che, dietro la questione climatica e più largamente ecologica, c’è la possibilità concreta di trasformare in profondità, e in meglio, la società? Al di là dell’accordo diplomatico, è questo il vero tema che, a dicembre, farà di Parigi il centro del mondo. ✱ 3


sommario

novembre 2015 mensile www.valori.it anno 15 numero 133 Registro Stampa del Tribunale di Milano n. 304 del 15.04.2005 ROC. n° 13562 del 18/03/2006 editore Società Cooperativa Editoriale Etica Via Napo Torriani, 29 - 20124 Milano promossa da Banca Etica soci Fondazione Culturale Responsabilità Etica, Arci, FairTrade Italia, Mag 2, Editrice Monti, First Cisl Nazionale, Cooperativa Sermis, Ecor, Cnca, First Cisl Brianza, Federazione Autonoma Bancari Italiani, Publistampa, Federazione Trentina della Cooperazione, Circom soc. coop. consiglio di amministrazione Antonio Cossu, Donato Dall’Ava, Maurizio Gemelli, Emanuele Patti, Marco Piccolo, Sergio Slavazza, Fabio Silva (presidente@valori.it). direzione generale Giancarlo Roncaglioni (roncaglioni@valori.it) collegio dei sindaci Mario Caizzone, Danilo Guberti, Giuseppe Chiacchio (presidente) direttore editoriale Mariateresa Ruggiero (ruggiero.fondazione@bancaetica.org) direttore responsabile Andrea Di Stefano (distefano@valori.it) caporedattore Elisabetta Tramonto (tramonto@valori.it) caporedattore vicario Emanuele Isonio (isonio@valori.it) redazione Via Napo Torriani, 29 - 20124 Milano (redazione@valori.it) hanno collaborato a questo numero Paola Baiocchi, Andrea Barolini, Alberto Berrini, Matteo Cavallito, Nicoletta Dentico, Corrado Fontana, Luca Martino, Mauro Meggiolaro, Andrea Vecci grafica, impaginazione e stampa Publistampa Arti grafiche Via Dolomiti 36, Pergine Valsugana (Trento) fotografie e illustrazioni Laura Bertazzoni, Diego Cantore, Chanceline Emago, Joel Emanuel, Nico Farnese, Caterina Filippi, Pamela Mastrilli, André Moussi distribuzione Press Di - Segrate (Milano)

È consentita la riproduzione totale o parziale dei soli articoli purché venga citata la fonte. Per le fotografie di cui, nonostante le ricerche eseguite, non è stato possibile rintracciare gli aventi diritto, l’Editore si dichiara pienamente disponibile ad adempiere ai propri doveri.

fotoracconto 01/04 Sembrano quasi obiettivi nel mirino la nonna e la nipotina scovate dalla macchina dei fotografi impegnati al seguito del progetto Arcs di agricoltura sostenibile a Cuba. Ma l’apparenza non è lontana dalla realtà, se i leader mondiali non porranno un freno ai cambiamenti climatici.

dossier

LOTTA 8 IN CONTRO IL TEMPO

A Parigi si aprono le danze della Cop21, la conferenza mondiale sul Clima: un viaggio dietro le quinte alla vigilia di un evento cruciale per il futuro del Pianeta. Nella speranza che produca un accordo forte.

global vision la mappa del mese Rischio fallimento finanza etica

7 18

Fonti fossili, aiuti pesanti e insostenibili Carbon market, la riforma langue Obbligazioni verdi, la parola al mercato

21 24 26

Le nuove frontiere dell’equità Quel trilione e mezzo pagato allo smog Che brutta impronta lascia lo Stivale... Transizione avanti piano I brevetti che fanno bene all’ambiente

31 34 36 38 40

economia solidale

social innovation internazionale

43

Quelli che... l’effetto serra è falso Atolli del Pacifico, crociati anti-carbone Obiettivi Onu di Sviluppo sostenibile: belli, giusti ma irrealistici La carica (vittoriosa) dei 900 contro L’Aja

bancor Il Forest Stewardship Council® (FSC®) garantisce tra l’altro che legno e derivati non provengano da foreste ad alto valore di conservazione, dal taglio illegale o a raso e da aree dove sono violati i diritti civili e le tradizioni locali. Involucro in Mater-Bi®

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I dibattiti tra scienziati, i confronti tra Capi di Stato e di governo, le trattative tra diplomazie sono cruciali per il destino dell’umanità e del pianeta. Ma solo a condizione che ad essi si accompagni un’attività sul campo, spesso sottovalutata nella copertura che i media offrono dei rimedi ai cambiamenti climatici. Eppure, le voci di analisti ed economisti sono ormai unanimi nel sottolineare lo stretto legame tra questioni ambientali e sociali. Convinzione che rende ancor più meritoria l’attività delle tante associazioni che, direttamente nel Sud del 6

mondo, operano per garantire l’accesso all’acqua potabile e il miglioramento della qualità di vita della popolazione locale. Il fotoracconto che accompagna le pagine di questo numero di Valori è quindi dedicato agli sforzi che Arcs, la Ong del sistema Arci, sta conducendo in Africa e America Latina: come le attività per riportare a nuova vita il sistema idrico del villaggio di Bankondji, una delle zone più povere nel cuore della verdeggiante regione occidentale del Camerun. L’acquedotto era stato realizzato già 30 anni fa da una società norvegese. Ma la mancata formazione della

NICO FARNESE

CHANCELINE EMAGO

DIEGO CANTORE

JOEL EMANUEL

fotoracconto 02/04

comunità locale lo fece cadere presto in disuso. Eppure dal suo funzionamento dipende il futuro di molti contadini e allevatori. E quindi, accanto all’installazione di impianti fotovoltaici e microidroelettrici per il suo funzionamento, molte ore vengono spese a istruire i cittadini alla sua corretta manutenzione. Un coinvolgimento mirato a costruire un ruolo attivo per la comunità, che possa diventare un baluardo anche contro il rischio che il futuro di un territorio venga scippato alle popolazioni che lo vivono.

Quattro momenti immortalati all’interno e nei dintorni del mercato del villaggio di Bankondji dai fotografi coinvolti nel workshop fotografico promosso da Arcs e Giulio di Meo in Camerun tra il 2014 e il 2015.

valori / ANNO 15 N. 133 / NOVEMBRE 2015


global vision

La questione demografica

Rifugiati ambientali risorsa per l’Italia di Alberto Berrini

l tema “immigrazione” è ovviamente assai complesso in quanto rimanda a problematiche etiche, sociali, politiche, economiche e ambientali. Ma la questione demografica assume, anche a causa dell’impatto dei cambiamenti climatici, un ruolo cruciale per il nostro Paese. Il dipartimento delle Nazioni Unite per gli Affari economici e sociali ha recentemente diffuso gli ultimi dati disponibili sulle migrazioni, evidenziando come negli ultimi 23 anni (1990-2013) il fenomeno sia in forte crescita globale, dai 154 milioni di migranti presenti nel 1990 ai 232 milioni del 2013, pari al 3,2% della popolazione mondiale. Dunque le pressioni demografiche dovute alle immigrazioni vanno al di là delle motivazioni specifiche (la guerra in Siria ha ad esempio causato 250mila morti e milioni di profughi) ma continueranno nei prossimi anni. Soprattutto in un’ottica europea sarà l’Africa il continente protagonista dei maggiori flussi migratori. Il continente africano anche nei prossimi anni sarà al centro di un grande sviluppo demografico, rappresenterà infatti un terzo della popolazione mondiale. Contemporaneamente si tratta di un’area non certo ad alti standard di vita, senza tensioni (anche di tipo ambientale come siccità

I

valori / ANNO 15 N. 133 / NOVEMBRE 2015

e inondazioni) e politicamente stabile. Ciò significa che tali difficoltà non potranno che aumentare con la densità demografica e questo creerà una pressione formidabile verso l’Europa, continente vicino, ricco, con ampi spazi geografici e con un bisogno di persone che crescerà nel tempo a causa dell’invecchiamento della popolazione locale. Quest’ultimo elemento è uno dei fattori chiave del lento sviluppo dei Paesi avanzati: «Quando l’indice di vecchiaia, cioè il rapporto tra gli ultra 65enni e la popolazione in età da lavoro, supera il 30%, cioè il numero di anziani supera il 30% della forza lavoro potenziale, il sistema economico va in sofferenza, per la crisi contemporanea di quattro subsistemi: sanità, pensioni, domanda di beni e servizi, offerta di lavoro» spiegava recentemente l’ingegnere-economista Nicola Cacace. «I costi della sanità degli anziani sono molto superiori a quelli dei giovani, un sistema pensionistico fallisce quando il numero di anziani rispetto ai giovani è troppo elevato, la domanda di beni e servizi di una popolazione anziana è inferiore a quella di una più giovane e infine un’offerta di lavoro anziana è meno produttiva di un’offerta di lavoro giovane». Il dato italiano in questo ambito è particolarmente preoccupante. Se l’Italia non intraprenderà una seria politica a favore della natalità e della famiglia, e non saprà “sfruttare” la risorsa-immigrazione, il suo indice di vecchiaia passerà dall’attuale 33,3% al 36% nel 2020 fino ad arrivare al 60% nel 2050. «Gli immigrati non devono essere braccia in affitto temporaneo ma innesti duraturi da curare e far crescere» ricordava poche settimane fa Massimo Livi Bacci, il più noto e accreditato studioso italiano di demografia. «Al netto dell’irrisolto problema dei rifugiati, l’Italia continuerà ad aver necessità di immigrazione, per rinsanguare una forza lavoro invecchiata e in declino, per contrastare se non la desertificazione, l’impoverimento della società». Si consideri, infine, che l’immigrazione in Italia, cresciuta enormemente nell’ultimo decennio (da 1,3 milioni a 5 milioni), si caratterizza per la presenza massiccia nei lavori più umili, mal pagati ma necessari. Senza gli immigrati, interi settori (dall’agricoltura all’allevamento, ai servizi domestici, con quasi 2 milioni di colf e badanti) andrebbero in crisi. Senza immigrati avremmo un’economia ferma e una società ancora più incapace di gestire i bisogni elementari dei propri cittadini. ✱ 7


DOSSIER

fotoracconto 03/04 In molte parti del mondo accedere all’acqua significa ancora sporgersi su una pozza fangosa. E il surriscaldamento globale renderà sempre più difficile il problema. Una realtà documentata dai fotografi dell’Arcs, impegnati in un progetto di ricostruzione del sistema idrico nella regione occidentale del Camerun.

10 / La Terra val bene una messa? 12 / A Parigi è l’ora della multipolarità 14 / Società civile, unione per l’ambiente 16 / Quel filo sottile tra clima e disparità

CONT


FOTO ANDRÉ MOUSSI

Il clima cambia, la CO2 aumenta, il futuro di milioni di persone è in bilico

Ma mille incognite aleggiano sulla Conferenza di Parigi: si rischia un cattivo accordo

IN LOTTA TRO IL TEMPO


DOSSIER IN LOTTA CONTRO IL TEMPO

La Terra val bene una messa? di Andrea Barolini

A Parigi si aprono le danze della 21a Conferenza sul clima. Cruciale approvare soluzioni efficaci. Ma gli Stati sono divisi, gli interessi nazionali contrastanti. E l’accordo finale difficilmente sarà vincolante

D

elegati di governi, istituti internazionali, Ong, sindacati e gruppi industriali: un esercito si concentrerà a fine mese a Parigi, per la Conferenza Mondiale sul Clima delle Nazioni Unite (Cop21). Oltre 30mila persone con un unico obiettivo: salvare il Pianeta. Ovvero, trovare un accordo che imponga a tutti gli Stati politiche in grado di limitare la crescita della temperatura media globale a un massimo di 2 gradi centigradi entro la fine del secolo. I nodi da sciogliere, tuttavia, restano molti e l’esito del summit appare incerto.

Dalla Cop1 Di Berlino aD oggi, passanDo per il protoCollo Di Kyoto

i negoziati onu sui cambiamenti climatici furono lanciati a Rio nel 1992, e sfociarono nella prima Conferenza delle Parti (Cop1) a Berlino tre anni dopo. L’accordo più importante sottoscritto dai governi è stato il Protocollo di Kyoto, firmato nel 1997 al termine della Cop3 nell’omonima città giapponese. Solamente 84 Paesi, tuttavia, siglarono il documento. Fu così lanciato un nuovo ciclo di negoziati, e si arrivò agli Accordi di Marrakech (Cop7), che tuttavia non convinsero i due principali responsabili delle emissioni globali di gas a effetto serra: Cina e Usa. Gli anni 2000 sono stati segnati in particolare dal Piano di Bali (Cop 13, 2007), con il quale si designò la road map per arrivare ad un nuovo accordo che potesse sostituire Kyoto. Due anni più tardi, a Copenaghen (nel corso di una conferenza poco ricca di risultati), fu fissato l’obiettivo di limitare la crescita della temperatura globale a 2 ºC entro il 2100. Nel 2010, a Cancun, sono stati quindi creati degli organismi ad hoc dedicati a tale scopo, compreso un Fondo verde per il clima. Un anno dopo, a Durban, è stata adottata l’omonima Piattaforma, nella quale si dichiarava la volontà di ottenere un accordo «per uno strumento giuridico con forza di legge». L’obiettivo della Cop21 di Parigi è di completare l’iter, anche sulla base degli impegni assunti a Doha nel 2012, e confermati a Varsavia nel 2013. In Polonia si decise anche di chiedere a tutti i governi di comunicare i loro impegni in tema di riduzione delle emissioni inquinanti prima del summit di Parigi. Non tutti i Paesi, tuttavia, lo hanno fatto (vedi MAPPA a pag. 18). [a.Bar.] 10

Un “assaggio” delle difficoltà che incontreranno i negoziatori si è avuto già nelle due conferenze preparatorie tenute in estate a Bonn e Parigi. A partecipare sono stati 57 Paesi, e nonostante l’ottimismo del ministro degli Esteri francese Laurent Fabius (che ha parlato di «zone di convergenza sulle grandi questioni»), un tema su tutti è apparso particolarmente ostico da affrontare: quello legato alla distribuzione degli oneri economici, quantificati in almeno cento miliardi di dollari. Cifra che dovrà essere messa a disposizione entro il 2020. Chi pagherà? Il braccio di ferro, su questo punto, è “globale”. Da una parte ci sono le economie emergenti, che sottolineano come sia per loro complicato sacrificarsi proprio mentre i loro sistemi produttivi sono in piena espansione. Ben più facile, suggeriscono, è che a farsi carico del problema siano le nazioni più ricche. Queste ultime, però, ricordano a loro volta la situazione di crisi che le attanaglia ormai da anni. Al contempo, i Paesi in via di sviluppo si dichiarano vittime dei cambiamenti climatici, causati dalle economie industrializzate. E a queste chiedono di riparare il danno: alcune piccole nazioni – principalmente atolli e isole come Kiribati, Palau e Tuvalu – si sono riunite di recente in Papua Nuova Guinea per ricordare al mondo che, per loro, la Cop21 sarà una questione di vita o di morte. Con l’innalzamento dei mari oltre un determinato livello le loro terre saranno infatti sommerse e cancellate dalle carte geografiche. In questo contesto, nel giugno scorso, si sono incontrati i leader del G7, in Germania, sottoscrivendo un accordo che prevede un calo delle emissioni di gas a effetto serra compreso tra il 40 e il 70%, da raggiungere entro il 2050. Un successo, con l’ok valori / ANNO 15 N. 133 / NOVEMBRE 2015


IN LOTTA CONTRO IL TEMPO DOSSIER TEMPERATURE GLOBALI. CRESCITA VERTIGINOSA

CO2, DAL 1990 EMISSIONI IN CONTINUA CRESCITA

FONTE: WRI (WORLD RESOURCES INSTITUTE), 2014. CLIMATE ANALYSIS INDICATORS TOOL (CAIT) 2.0: WRI’S CLIMATE DATA EXPLORER. ACCESSED MAY 2014. HTTP://CAIT.WRI.ORG FOR MORE INFORMATION, VISIT U.S. EPA’S “CLIMATE CHANGE INDICATORS IN THE UNITED STATES” AT WWW.EPA.GOV/CLIMATECHANGE/INDICATORS

+0,9 2015 +0,8

Record degli anni più caldi 2014

+0,7

2010 2013 2005 2009 1998

+0,6

+0,5

Gen Feb Mar Apr Mag Giu Lug Ago Set

35.000 30.000

Altro Nord America

Sud America

Africa e Australia e Oceania Medio Oriente

25.000 20.000 15.000

Stati Uniti

10.000

Asia

5.000

Ott Nov Dic

arrivato anche dai governi conservatori di Giappone e Canada (dai quali si temevano posizioni più dure). Non era presente, però, la nazione che, ad oggi, inquina in termini assoluti più di tutti: la Cina. Pechino – a differenza di altri 145 Paesi del mondo che hanno indicato, in vista della Cop21, i loro impegni in termini di riduzioni dei gas inquinanti (vedi MAPPA a pag. 18) – non ha avanzato promesse, limitandosi a dichiarare che le proprie emissioni raggiungeranno «un picco entro il 2030». Anche per questo i negoziati si annunciano difficili. Mentre questo numero di Valori va in stampa, alcuni Paesi si ritrovano a Bonn, dal 19 al 23 ottobre, per un nuovo round di pre-negoziati. La base è una bozza (piuttosto vaga) di 20 pagine stilata da un gruppo di lavoro diretto dall’algerino Ahmed Djoghlaf e dallo statunitense Daniel Reifsnyder. «Si percepisce però una spinta ad affrontare il problema» spiega Maria Grazia Midulla, responsabile Clima ed Energia del WWF Italia. «Non so dire come si concluderà la Cop21. Forse andrà come a Berlino nel 1995, quando non si sottoscrisse un accordo definitivo, ma si posero le basi per il Protocollo di Kyoto del ’97». A poche settimane dall’evento, i punti interrogativi sono ancora molti: è in dubbio, ad esempio, l’introduzione di un meccanismo di monitoraggio trasparente per verificare i risultati raggiunti da ciascun Paese nel corso del tempo. Senza dimenticare, poi, il nodo del trasferimento di tecnologie dal mondo ricco a quello povero, fondamentale per consentire a tutti di adottare da subito le transizioni energetiche necessarie. Facciamo però un passo avanti, e immaginiamo che, alla fine, un accordo verrà trovato: a quel punto, quale forma giuridica gli verrà data? A Durban, nel 2011, si è parlato di un documento “vincolante”. «Ma stando al diritto internazionale – spiega Maria Romana Allegri, docente di Diritto dell’Ue all’Università valori / ANNO 15 N. 133 / NOVEMBRE 2015

[emissioni (milioni di tonnellate)]

[differenza media del 20° secolo]

FONTE: NOAA

0

Europa

1990 1992 1994 1996 1998 2000 2002 2004 2006 2008 2010

Sapienza di Roma – gli impegni assunti dalle Cop sono essenzialmente politici. Anche se fossero formalizzati in un trattato (o convenzione, o protocollo: la sostanza non cambia), esso verrà rispettato solo se gli Stati vorranno. Trovo infatti alquanto improbabile la presenza di clausole sanzionatorie, e ancor di più il ricorso alla Corte internazionale di Giustizia». «In sede Onu si agisce per consenso» conferma Midulla. «Stavolta, però, gli Stati hanno approvato, presso organi nazionali, i piani di riduzione delle emissioni. E lo hanno fatto prima della conferenza. Dovrebbero essere quindi le istituzioni interne di ogni Paese a garantire il rispetto dei patti. Certo, di contro, ciò ha comportato ampia libertà per i governi, e il risultato è che gli impegni assunti sono del tutto insufficienti: anche mantenendo tutte le promesse avanzate finora, la temperatura media potrebbe crescere di 3,5 gradi». «È chiaro – le fa eco il climatologo Luca Mercalli – che i 2 gradi ipotizzati dai governi sono un obiettivo ormai quasi irraggiungibile». L’eventuale accordo di Parigi potrebbe alla fine rappresentare più una limitazione dei danni che una soluzione al problema. ✱

LE BOURGET (ILE-DE-FRANCE)

ALMENO 15MILA

 30 NOVEMBRE - 11 DICEMBRE PAESI PARTECIPANTI

196 DELEGATI PREVISTI

COP21

DELEGATI DEI GOVERNI

LUOGO

DATE

I NUMERI DELLA

 

OSSERVATORI DELLA SOCIETÀ CIVILE

 

ALMENO 15MILA

 

GIORNALISTI ACCREDITATI

CIRCA 3MILA COSTO STIMATO DELL’EVENTO

170 MILIONI DI EURO SITO UFFICIALE

www.cop21.gouv.fr

TRA 30 E 40MILA 11


DOSSIER IN LOTTA CONTRO IL TEMPO

A Parigi è l’ora della multipolarità di Paola Baiocchi

Al tavolo dei grandi siedono nuovi protagonisti. Cina e Usa sembrano intenzionati a negoziare. Ma ci sono anche molti convitati di pietra che lavorano per imporre la visione dei Paesi più sviluppati

N

on c’è solo la speranza di risultati rilevanti sul fronte ambientale a far guardare con trepidazione alla Cop21. Dai lavori di Parigi si attende anche una svolta collaborativa ed egualitaria che vada al di là della necessità di mitigare i cambiamenti climatici, perché a confrontarsi saLIVELLI DI CO2 LEGATI A ENERGIA E PIL FONTE: AIE SPECIAL REPORT

[Gt (mld di tonnellate)]

15

1990-2007

2010-2014

OECD

12 9

CINA

RESTO DEL MONDO

6 3

0 10 Nota: MER = market exchange rate

20

30

40 50 Trilioni di dollari [$2013, MER]

ranno nazioni che partono da livelli di sviluppo molto diversi e quindi agiscono con rapporti di forza non equivalenti: da un lato i Paesi a capitalismo maturo, dall’altro gli emergenti e quelli in via di sviluppo, che in molti casi fanno ancora i conti con la povertà lasciata come retaggio dal colonialismo ma rivendicano allo stesso tempo autonomia decisionale e riconoscimento dello svantaggio iniziale. Un mix difficile da equilibrare. Nel piatto ci sono investimenti nel settore energetico tra i 35,8 e i 37,9 trilioni (miliardi di miliardi) di dollari e al tavolo dei negoziati parecchi convitati di pietra: ci saranno i frenatori, come gli scienziati negazionisti, che rappresentano gli interessi di chi trae vantaggio dai cambiamenti climatici, per esempio i petrolieri che risparmiano sulle rotte più brevi che si sono aperte con lo scioglimento dei ghiacci artici. E ci saranno anche i “finti buoni”, realtà industriali degli Stati più sviluppati che hanno l’interesse a far adottare a Paesi meno avanzati tecnologie in cui sono già leader, per conservare la loro posizione egemonica.

DIETRO LE QUINTE DELLE DELEGAZIONI di Andrea Barolini

Trentamila persone al lavoro. I criteri di selezione utili a capire l'orientamento dei vari governi. Cruciale il ruolo dei membri della società civile. Che però non avranno diritto di voto 12

Alla Cop21 sono attesi non meno di 30mila delegati: circa la metà in rappresentanza di governi e istituzioni internazionali, gli altri per dare voce alla società civile. La scelta dei membri verrà effettuata in modo autonomo da ciascuna nazione, senza alcun vincolo specifico: i nomi saranno quindi ufficializzati il giorno dell’apertura della Conferenza. Normalmente, ogni governo sceglie

un ministero “capofila” (solitamente, uno tra Esteri e Ambiente). Quindi vengono nominati dei delegati per gli stessi dicasteri, assieme a dei “tecnici”, incaricati di vagliare nel merito tutta la documentazione. Infine, di solito nel corso delle fasi finali della Conferenza, entrano in gioco i primi ministri o i capi di Stato. L’unico Paese ad aver già svelato i nomi della propria “squadra” è la nazione ospitante. Il presidente francese François Hollande ha individuato infatti un gruppo interministevalori / ANNO 15 N. 133 / NOVEMBRE 2015


IN LOTTA CONTRO IL TEMPO DOSSIER CO2 DA FONTI ENERGETICHE, EMISSIONI PER AREE REGIONALI

Gt

DATI 2014 - FONTE: INTERNATIONAL ENERGY AGENCY - WORLD ENERGY OUTLOOK SPECIAL REPORT

Emissioni di CO2 da fonti fossili

Russia 1,7 Gt Nord America 6,2 Gt

$/t

Cina 8,6 Gt

Unione Europea 3,2 Gt

$107/t

$8/t

21%

% % emissioni CO2 coperte da ETS e crediti carbonio $/t

Caspio 0,5 Gt 60%

$2/t 34%

$9/t $36/t 4%

% $6/t

$102/t 52%

$29/t

Medio Oriente 1,7 Gt $173/t

4%

15%

Giappone 1,2 Gt

% emissioni di CO2 da asp

[Gt (mld di tonnellate)]

8% $66/t

63% $168/t

America Latina 1,2 Gt

33% $208/t

Altra Asia 1,9 Gt

Africa 1,1 Gt

26%

$104/t 15%

2%

$68/t 27%

India 2,0 Gt

Australia e Nuova Zelanda 0,4 Gt $3/t 15%

Qualcosa di già visto quando il freon è stato sostituito con altri gas refrigeranti e la DuPont è riuscita a imporre la sua superiorità tecnologica, conservando la leadership nei fluorocarburi.

TRA EMERGENTI E SVILUPPATI «In questa partita tra Brics e Stati già sviluppati – dice Marco Frey, direttore dell’Istituto di management della Scuola superiore Sant’Anna di Pisa – c’è in gioco anche il ruolo dell’Onu, molto dipenderà da quanto saprà comporre le trattative» o se invece sarà messo all’angolo dai Paesi emergenti, che quest’anno possono vantare un supporter eccellente come il Papa, ma non hanno il favore dei media, pronti a sottolineare ogni intento della Cina come una vittoria degli Usa. «Devo dire – continua Frey – che i cinesi tengono fede agli impegni che riale formato da sei componenti: Laurent Fabius (ministro degli Esteri), Ségolène Royal (Ambiente), Michel Sapin (Finanze), Stéphane Le Foll (Agricoltura), Annaick Girardin (Sviluppo) e Marie-Hélène Aubert (consigliera governativa per il Clima). A loro sarà affidata la “guida diplomatica” dei negoziati. Altre quaranta persone saranno invece incaricate di supervisionare le trattative tecniche, guidate da Laurence Tubiana, 64 anni, fondatrice dell’Istituto per lo Sviluppo sostenibile e le Relazioni internazionali, che è stata valori / ANNO 15 N. 133 / NOVEMBRE 2015

prendono e già da tempo hanno avviato importanti investimenti per diversificare le proprie fonti energetiche». Anche l’Aie (Agenzia internazionale per l’Energia), in un rapporto del giugno scorso, suggerisce di guardare la crescita nei livelli delle emissioni degli Emergenti, come un film e non come una fotografia: comparando le emissioni con il Pil, infatti, al momento i paesi Ocse sono sempre primi nella produzione di gas climalteranti (vedi GRAFICO ). L’Aie aggiunge anche che «i segni di un disaccoppiamento tra le emissioni legate all’energia e la crescita economica in alcune parti del mondo sono incoraggianti»: portando argomenti alla tesi degli emergenti per i quali i costi della riconversione energetica devono essere suddivisi tenendo conto delle responsabilità pregresse. ✱

nominata nel maggio del 2014 “Rappresentante speciale per la Conferenza mondiale”. Sarà lei a supervisionare l’intera attività della Cop21, coadiuvata da quattro gruppi di lavoro. I primi tre saranno composti, rispettivamente, da esperti di diritto e di politiche pubbliche, da diplomatici e da economisti. Il terzo da tecnici incaricati di seguire le iniziative degli istituti internazionali in tema di transizione energetica. Affiancati alle delegazioni governative, poi, ci sono gli osservatori della società civi-

 INFO Special Report on Energy and Climate Change, giugno 2015 www.iea.org

le, suddivisi anch’essi in una serie di gruppi di interesse. Tra questi figurano i professionisti e gli industriali, le Ong ambientaliste, le amministrazioni locali, i rappresentanti delle popolazioni autoctone, gli istituti di ricerca indipendenti, le organizzazioni di genere, i sindacati, i delegati dei giovani e i rappresentanti degli agricoltori. A loro non è concesso diritto di voto, ma potranno effettuare alcuni interventi e assistere ai negoziati. Quasi sempre, perché è prassi mantenere a porte chiuse parte degli incontri. ✱ 13


DOSSIER IN LOTTA CONTRO IL TEMPO

Società civile unione per l’ambiente di Andrea Barolini

Le Ong francesi si sono riunite nella Coalition Climat 21 per avere un maggiore impatto. In Italia la Coalizione Parigi 2015 fa due richieste al governo: convertire il modello agricolo e rapida transizione energetica

«S

e non agiremo, nessuno lo farà al nostro posto». Il messaggio campeggia da qualche settimana nelle strade francesi, rimbalza nelle televisioni, è ripetuto alle radio, nei cinema, sui social network. Firmato da 130 organizzazioni non governative francesi, che si sono riunite sotto l’insegna della “Coalition Climat 21” per lanciare il loro appello in vista della Cop21. Una campagna virale, che raggruppa sindacati e associazioni, tra le quali figurano Greenpeace, il WWF e la Fondazione Nicolas Hulot. Lanciata a tambur battente anche grazie al riconoscimento di “Grande causa nazionale per l’anno 2015”, concesso dal governo, che permette la diffusione gratuita sulle emittenti radiotelevisive pubbliche. L’obiettivo è di coinvolgere il più possibile la popolazione: «Comunque vada a finire la Conferenza sul clima – ha spiegato Juliette Rousseau, coordina-

Un eConoMista sUDCoreano per il FUtUro Dell'ipCC

si era chiusa in modo traumatico l'esperienza dell'indiano Rajendra Pachauri, presidente dell'Ipcc (l'organismo Onu incaricato di monitorare il climate change), costretto alle dimissioni da uno scandalo a sfondo sessuale. E, alla vigilia dell'appuntamento parigino, la nomina del suo successore non poteva non assumere un'importanza cruciale. Troppo importante il ruolo dell'istituto, già premiato con il Premio Nobel per la Pace nel 2007, ma anche criticato da un gruppo di studiosi, compreso l'italiano Carlo Carraro (membro del bureau dell'Ipcc), per ottenerne “una messa a punto” e renderlo più efficace. La scelta di chi dovrà guidarlo in questa nuova fase è caduta sul 69enne sudcoreano Hoesung Lee. Una decisione tutto sommato in continuità, anche per il curriculum del neopresidente: anch'egli economista, come il predecessore, ma con un'esperienza più mar14

trice della Coalizione, presentando l’iniziativa nel corso di una conferenza stampa – è probabile che gli impegni assunti dai governi non saranno sufficienti per rispondere alla crisi climatica. Per questo, è necessario costruire un movimento popolare che sia pronto ad agire». Con questo obiettivo, nel corso dei 12 giorni della Cop21, le associazioni organizzeranno numerose “mobilitazioni cittadine”, a cominciare da una “Marcia mondiale per il clima” prevista il 28 e il 29 novembre a Parigi. Nel frattempo, la federazione France Nature Environnement, alla quale aderiscono più di 3mila organizzazioni, ha lanciato una serie di iniziative a tema in tutto il territorio francese: conferenze e cortei sul tema dell’acqua, della montagna e dell’energia. Similmente, in Italia, è nata a maggio scorso la “Coalizione Parigi 2015: mobilitiamoci per il clima”, che coinvolge decine di organizzazioni (Acli, Aiab,

cata sul rapporto tra temi economici e ambientali. Insegna economia dei cambiamenti climatici, energia e sviluppo sostenibile alla Korea University di Seul e, fin dalla sua prima conferenza stampa, ha sottolineato questa sua specializzazione: «Sono un economista e come tale concentrerò la mia attenzione anche su temi connessi alla creazione di lavoro, alla salute, all’innovazione, Hoesung Lee neopresidente Ipcc allo sviluppo tecnologico, all’accesso all’energia, alla riduzione della povertà». Il suo programma per il futuro dell'Ipcc prevede di «aumentare la nostra comprensione degli impatti regionali, in particolare nei Paesi in via di sviluppo, e migliorare il nostro modo di comunicare i risultati al pubblico. E abbiamo anche bisogno di fornire maggiori informazioni sulle opzioni che esistono per la prevenzione e l'adattamento ai cambiamenti climatici». [em.is.] valori / ANNO 15 N. 133 / NOVEMBRE 2015


IN LOTTA CONTRO IL TEMPO DOSSIER

29 novembre: la (buona) marcia su Roma Appuntamento a mezzogiorno del 29 novembre per una grande festa nell’area pedonale dei Fori Imperiali: le associazioni riunite nella “Coalizione per il Clima Parigi 2015” hanno deciso di celebrare così la vigilia dell’apertura della Cop21. «Uno spazio per tutti i movimenti sociali e i singoli cittadini, adulti e bambini, che vorranno far sentire la propria voce». Quello di Roma è solo uno degli eventi che si svolgeranno in contemporanea in decine di capitali del mondo. Identica la richiesta ai leader mondiali: raggiungere il 100% di energie pulite e arrivare a un accordo equo e vincolante per limitare il riscaldamento globale ben al di sotto dei 2 °C. Tutti i dettagli della giornata e delle altre iniziative in vista di Cop21 sono disponibili su www.coalizioneclima.it

Arci, Cgil, Coldiretti, Fondazione Culturale Responsabilità Etica, Greenpeace, Lunaria, Legambiente, Oxfam, WWF e Unione degli studenti, solo per citarne alcune). L’obiettivo è riunirsi non solo per sollecitare un’azione contro i cambiamenti climatici, ma anche per favorire la conversione del modello agricolo verso il biologico, per bloccare il programma del governo italiano che prevede lo sviluppo delle trivellazioni e per avviare la costruzione nei diversi settori industriali di un modello produttivo che acceleri la transizione energetica in corso, garantendo i livelli occupazionali attuali.

I CALCOLI DI GREENPEACE Parte dagli stessi assunti, ma in modo più direttamente orientato alle delegazioni che animeranno la Cop21, il rapporto Energy (R)Evolution 2015 pubblicato il 21 settembre da Greenpeace, che si concentra sull’avvenire energetico del Pianeta. Secondo la Ong ambientalista, il mondo intero potrebbe rinunciare totalmente alle energie fossili, di qui al 2050, approvvigionandosi solo attraverso fonti rinnovabili. E il prezzo della transizione, pari a 1,6 miliardi di dollari all’anno, sarebbe ampiamente coperto dai risparmi ottenuti. La transizione, insomma, potrebbe essere effettuata a “costo zero”. Ciò partendo dalla constatazione che quelle del solare e dell’eolico sono ormai industrie “mature”, in grado di competere con carbone, petrolio, gas e nucleare. Anzi: nel prossimo decennio, prevede Greenpeace, le rinnovabili supereranno le fonti fossili sia in termini di energia prodotta che di posti di lavoro assicurati. In particolare, il settore solare potrebbe impiegare già nel 2030 più di 9,5 milioni di persone (ovvero tante quante ne lavorano, oggi, nell’industria del carbone). E l’eolico potrebbe moltiplicare per dieci i propri posti, passando dagli attuali 700mila a 7,8 milioni (arrivando perciò a eguagliare la somma delle industrie del petrolio e del gas). ✱ valori / ANNO 15 N. 133 / NOVEMBRE 2015

GLI SPONSOR DELLA COP21 FANNO SCANDALO di Andrea Barolini

Per coprire parte dei costi, il governo francese ha coinvolto i privati. Tra loro molti grandi inquinatori, alla ricerca di una pubblicità positiva La Conferenza mondiale sul clima di Parigi costerà 170 milioni di euro. Oltre 20 in più rispetto alla precedente edizione di Copenaghen. Per far fronte alla spesa, il ministro degli Esteri francese, Laurent Fabius, ha fatto appello ai capitali privati, chiedendo ad alcune imprese di coprire il 20% delle spese attraverso sponsorizzazioni. La lista delle aziende che lo stesso Fabius ha definito «amiche del clima» ha tuttavia suscitato la reazione sdegnata di associazioni ed ecologisti europei. Scorrendo l’elenco si leggono infatti i nomi di gruppi accusati di inquinare fortemente l’ambiente: sono presenti ad esempio Engie (nuovo marchio del colosso industriale Gdf Suez), la compagnia elettrica Edf, il costruttore di auto Renault, e ancora Suez Environnement, la compagnia aerea Air France, il gigante delle assicurazioni Axa, la banca BNP Paribas e ancora Lvmh e Ikea. Alcune associazioni hanno parlato di «negoziati in mano a chi inquina»; da parte sua, Fabius si è difeso invocando la necessità di «ridurre i costi per i contribuenti» e sottolineando alcune iniziative «ecologiche». Come la fornitura di auto elettriche per l’evento da parte della Renault e l’installazione di paline per la ricarica da parte di Edf. Troppo poco, però, secondo le Ong. Per Oxfam, si tratta di «un’operazione di greenwashing». Célia Gautier, di Réseau Action Climat, ha puntato il dito in particolare contro BNP Paribas: «Primo istituto finanziario del Paese per finanziamenti alle fonti fossili». «La maggior parte di queste imprese – le ha fatto eco Malika Peyraut, di Les Amis de la Terre – è responsabile di massicce emissioni di gas ad effetto serra, come nel caso di Edf ed Engie, le cui centrali a carbone (presenti in tutto il mondo) emettono un quantitativo di CO2 pari alla metà delle intere emissioni della Francia». ✱

al VertiCe l’inCognita CreDiti Di CarBonio

Deludente, inefficace e dal futuro incerto. È l’Emissions Trading Scheme (ETS), il mercato costruito sui permessi di emissione di CO2 (allowances) e sui relativi crediti che ne derivano. Lanciato in Europa all’inizio del secolo, il meccanismo avrebbe dovuto consentire un’efficace allocazione delle risorse permettendo a chi immetteva meno di quanto fosse autorizzato a fare (sulla base di limiti prestabiliti) di trasformare la differenza in un credito da rivendere sul mercato. A mandare in crisi il sistema, come noto (vedi ARTICOLO a pag. 24), l’eccesso di offerta creatosi negli anni e il conseguente tracollo dei prezzi che ha limitato l’efficacia dell’incentivo alla riduzione delle emissioni inquinanti. Negli ultimi tempi l’Europa ha annunciato alcune iniziative per favorire il rialzo dei prezzi. Ma le attuali condizioni di mercato – per quanto in risalita i prezzi restano tuttora piuttosto bassi – e l’assenza di un’iniziativa coordinata a livello globale (vedi MAPPA a pag. 18) appaiono preoccupanti. [M.Cav.] 15


DOSSIER IN LOTTA CONTRO IL TEMPO

Quel filo sottile tra clima e disparità di Andrea Di Stefano

La proposta di Robert Costanza: «Calcoliamo i servizi garantiti dagli ecosistemi e combattiamo i danni della disuguaglianza». E sulla carbon tax: «Utile. Ma senza cambio di approccio nessuna ricetta è sufficiente»

«A

ltro che benessere: se guardiamo ai costi esterni dell’economia in termini di ineguaglianza, danni all’ambiente, salute, educazione, accesso alla conoscenza, il benessere non è affatto aumentato»: è molto netto il giudizio di Robert Costanza, uno dei più celebri economisti ecologici nel panorama mondiale, docente all’australiana Crawford School of Public Policy.

Robert Costanza economista ecologico

DALLE

Indubbiamente potrebbe essere un segnale importante. Ma sono convinto che non potremo recuperare l’enorme quantità di risorse che a livello globale sono andate perdute in termini di distruzione di biodiversità ed ecosistemi. La carbon tax è solo uno strumento mentre abbiamo bisogno di cambiare completamente l’approccio.

Si riferisce alla sua tesi del capitale naturale? Esattamente. A partire dal 1997 a livello globale, sono andati perduti circa 20mila miliardi di dollari l’anno in servizi agli ecosistemi non contabilizzati, una cifra superiore al Pil degli Stati Uniti. L’economia reale include le risorse in termini di capitale naturale, SPESA MILITARE ovvero tutto ciò che MONDIALE

Professor Costanza, alla vigilia della Cop21 sembra essersi riacceso il dibattito su una carbon tax globale dopo che anche Christine Lagarde si è schierata a favore. Sarebbe un passo in avanti?

SOLDI SUFFICIENTI PER LA TRANSIZIONE

SPESE MILITARI

[FONTE: SIPRI]

1.776 miliardi di dollari/anno

267

COSTO PER ELIMINARE LA FAME NEL MONDO

136,5

COSTO PER GARANTIRE A TUTTI UNA CASA, COLLEGAMENTI FOGNE E MONITORAGGIO QUALITÀ ACQUA

miliardi

miliardi

11,3 miliardi

[FONTE: FAO]

[FONTE: OMS]

COSTO PER DIMEZZARE LA % DI POPOLAZIONE PRIVA DI ACCESSO SOSTENIBILE ALL’ACQUA E SERVIZI IGIENICI [FONTE: OMS]

16

valori / ANNO 15 N. 133 / NOVEMBRE 2015


IN LOTTA CONTRO IL TEMPO DOSSIER

la natura dona e che non dobbiamo produrre, nonché i servizi agli ecosistemi che tali risorse garantiscono: controllo del clima, l’approvvigionamento idrico, la protezione dalle tempeste, l’impollinazione e le opportunità di svago che la natura offre. Si tratta di un valore straordinariamente elevato, anche se non misurato né contabilizzato. Alcune stime indicano che questo capitale naturale contribuisce molto più significativamente al benessere umano rispetto alla somma di tutti i Pil del mondo. Con superbia, siamo riusciti a trascurare questo contributo, causando l’esaurimento dei capitali naturali. Quanto questo approccio lineare all’economia ha contribuito ad aumentare le diseguaglianze? A partire dagli anni Ottanta e in particolare nei Paesi del G20 la disparità ha causato un aumento dei problemi sociali, incapacità di creare e conservare il capitale sociale e un degrado generalizzato della qualità della vita. La maggior parte degli utili che l’aumento del Pil ha registrato è concentrata nelle mani dell’1% dei principali percettori di reddito. Il restante 99% ha registrato invece la stagnazione dei redditi reali, in un contesto di depauperamento costante del capitale naturale e sociale. Questo fenomeno ha un duplice effetto: aumenta la diseguaglianza tra Paesi e all’interno degli stessi colpisce, ovviamente, le fasce di popolazione meno abbienti. L’aspetto più eclatante è forse il modo in cui descriviamo e consideriamo lo stravolgimento del clima: sebbene sia una delle principali risorse naturali, gli investimenti volti a mantenere stabile il clima vengono considerati impedimenti alla crescita economica mentre dovrebbero essere valutati come un modo di protezione del capitale su cui si fondano le attività dell’intera impresa umana. Nelle valutazioni di crescita del Pil gli squilibri climatici devono essere calcolati come un costo, perché gli va attribuita la stessa importanza data alla perdita di fabbriche, strade o abitazioni. Allo stesso modo, anche l’esaurimento del capitale sociale causato dall’accentuata disparità va sottratto a ogni guadagno registrato. ✱

stUDenti “siMUlano” la Cop21. e FinisCono in laCriMe

nella scorsa primavera circa 200 studenti provenienti da tutto il mondo si sono riuniti a Nanterre, vicino Parigi, con l’obiettivo di “simulare” la Cop21. I lavori sono durati quattro giorni: i ragazzi sono stati divisi in gruppi, ricalcando in parte le delegazioni che parteciperanno alla vera conferenza (governi, istituzioni internazionali, Ong). Ma dando voce anche a coloro che a Parigi non potranno parlare: gli oceani, l’atmosfera, le specie in pericolo, o ancora i rifugiati climatici. Il tutto è nato da un’idea del filosofo Bruno Latour, secondo il quale «è proprio la cattiva rappresentazione delle collettività che ha condotto ai fallimenti delle precedenti conferenze sul clima. Occorre cambiare i rigidi codici della rappresentazione politica». A Nanterre, ad esempio, la delegazione degli oceani ha chiesto di «eliminare l’uso delle energie fossili», scontrandosi frontalmente con i Paesi produttori di petrolio. E non sono mancati momenti drammatici. Come riferito da un inviato del quotidiano Libération, una rappresentante delle Maldive (nazione che rischia di scomparire se le temperature globali cresceranno di oltre due gradi entro il 2100), nel corso di una pausa, tratteneva a stento le lacrime rivolgendosi alla rappresentante delle Filippine: «Sarà la fine delle nostre terre. Diventeremo rifugiati. E gli Stati non avranno neppure l’obbligo di accoglierci». Al termine dei lavori, la Rappresentante speciale francese per la Cop21, Laurence Tubiana, ha promesso che presenterà i lavori degli studenti a Parigi. [a.Bar.] EMISSIONI DI GAS SERRA PER SETTORE ECONOMICO FONTE: IPCC FIFTH ASSESSMENT REPORT

Electricity and heat production

1,4%

AFOLU

24%

Industry

Buildings

11%

6,4%

Transport

14%

TOTALE

49 Gt CO2 -eq

Transport

0,3%

(2010)

Industry

Buildings

21%

12%

Other energy

AFOLU

9,6%

0,87% Emissioni di gas serra dirette

CHiesa in taCKle sU parigi: “serVe aCCorDo eQUo e VinColante”

Cardinali, vescovi e patriarchi: i vertici della Chiesa cattolica si schierano con il mondo ambientalista e confermano che il Vaticano a Parigi assumerà una posizione nettamente favorevole a un accordo «coraggioso e giuridicamente vincolante». Nulla di nuovo, visto il contenuto dell'Enciclica ambientale Laudato si’ pubblicata a giugno scorso da papa Francesco. Ma le proposte contenute nell'appello reso noto il 26 ottobre dai rappresentanti di tutte le Conferenze episcopali nazionali, sono comunque molto impegnative. valori / ANNO 15 N. 133 / NOVEMBRE 2015

Energy

25%

Emissioni indirette di CO2

Dieci punti in cui la soluzione ai cambiamenti climatici è associata a iniziative contro l'ingiustizia e l'esclusione sociale dei più poveri. Tra di essi: completa decarbonizzazione entro il 2050, riconoscimento a clima e atmosfera dello status di beni comuni, controlli periodici e obbligatori dei risultati man mano conseguiti, nuovi stili di vita compatibili con l'ambiente, coinvolgimento delle comunità più vulnerabili, garanzia di accesso ad acqua e alla terra per sistemi alimentari sostenibili «che privilegino le soluzioni in favore delle persone, piuttosto che dei profitti», contrastare la disuguaglianza che genera povertà e «fornire a tutti l'accesso affidabile e sicuro alle energie rinnovabili, a prezzi accessibili». [em.is.] 17


numeri della terra

LE PROMESSE NON BASTANO

Rischio fallimento CANADA (9°) BAU

2025

1,48% •  30%

UE (3°) 1990

2030

10,29% •  40%

USA (2°) 2005

2025

14,69% •  26-28%

ALGERIA (19°) BAU

MESSICO (11°) BAU

2030

1,36% •  25%

RICORSO AL MERCATO ETS, MA CON AUMENTO AL 40% DELLA RIDUZIONE

di Andrea Barolini

COLOMBIA (20°) BAU

La Conferenza di Varsavia del 2013 (Cop19) ha imposto a tutti i governi di dichiarare i loro impegni in termini di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra. Mentre questo numero di Valori va in stampa, 146 Paesi, responsabili dell’87% delle emissioni mondiali, hanno ufficializzato i dati in vista della Cop21 di Parigi (in questa mappa presentiamo le promesse dei 30 maggiori inquinatori, dai quali deriva l’80% delle emissioni). Ma ogni Stato ha scelto un metodo diverso: così, gli impegni vanno da un -1,5% a un -84% e l’anno di riferimento varia dal 1990 al 2015. Una parte dei Paesi userà poi il mercato delle emissioni. La Cina, inoltre, si è “smarcata”, non dichiarando un calo bensì un “picco massimo di emissioni”, che dovrebbe arrivare nel 2030. Ciò ha garantito ampia libertà ai governi, evitando uno stallo nei negoziati già nell’individuazione degli obiettivi, ma sarà di ostacolo alla Cop21. Secondo uno studio del climatologo olandese Michel Den Elzen, gli impegni promessi finora «porteranno a ridurre le emissioni di 3 o 4 miliardi di tonnellate di CO2 pari ad appena il 15-20% dello sforzo necessario per limitare la crescita della temperatura globale a 2 gradi entro il 2100». 18

2030

0,37% •  20%

2030

0,4% •  7-22%*

* IN FUNZIONE DEI FINANZIAMENTI INTERNAZIONALI

IRAN (27°) 

1,6%

NESSUN IMPEGNO

CONGO (21°) BAU

2030

0,32% •  17%*

* CONDIZIONATO A FINANZIAMENTI INTERNAZIONALI

BRASILE (7°) 2005

2025

2,6% •  37%

CAMERUN (26°) BAU

2035

0,2% •  32%

ARGENTINA (13°) BAU

2030

0,9% •  15%

FONTI: BANCA MONDIALE, WORLD RESEARCH INSTITUTE, CIA WORLD FACTBOOK, UNFCCC (ANNO EMISSIONI 2010).

valori / ANNO 15 N. 133 / NOVEMBRE 2015


la mappa degli impegni

UCRAINA (15°) 1990

RICORSO A MERCATO ETS PER RISPETTARE GLI IMPEGNI PRESI (scambio quote di emissione) Sì No n.d.

RUSSIA (5°)

2030

1990

0,9% •  40%

2030

5,32% •  25-30%

TURCHIA (14°) BAU

2030

0,9% •  21%

GIAPPONE (6°)

BIELORUSSIA (25°) 1990

Nessun impegno di riduzione delle emissioni nocive

KAZAKISTAN (17°)

2030

1990

0,2% •  30%

2030

0,8% •  15%

2005

2030

2,91% •  25,4%

23,84% •  N.D.*

CINA (1°)

* DICHIARATO “PICCO EMISSIONI NEL 2030” RICORSO AL MERCATO ETS, MA FORSE RICORRENDO A MERCATO INTERNO

COREA DEL SUD (10°) BAU

2030

1,39% •  37%

BANGLADESH (22°) 2011

2030

0,35% •  5-15%*

* IN FUNZIONE DI ACCORDI INTERNAZIONALI

VIETNAM (18°) BAU

NIGERIA (30°) 

0,8%

NESSUN IMPEGNO

FILIPPINE (24°) BAU

ARABIA SAUDITA (28°) 

INDONESIA (8°) BAU

ETIOPIA (23°) 

BAU

0,24% •  64%*

* CONDIZIONATO A UN ACCORDO MULTILATERALE

2030

0,8% •  20%

INDIA (4°) SUDAFRICA (29°) 1,1%

NESSUN IMPEGNO

BAU = Business as Usual Scenario, ovvero il livello di emissioni che lo Stato in oggetto raggiungerebbe senza politiche correttive. valori / ANNO 15 N. 133 / NOVEMBRE 2015

2020

1,9% •  26-28%

THAILANDIA (16°)

2030

2030

0,3% •  11,5%

1,2%

NESSUN IMPEGNO

BAU

2030

0,6% •  8%

2005

AUSTRALIA (12°) 2005

2030

5,7% •  33-35%

ANNO DI RIFERIMENTO

2030

1,24% •  26-28%

ANNO DI OTTENIMENTO DEL RISULTATO

(n.) Posizione nella classifica mondiale delle emissioni  % emissioni mondiali  % di diminuzione promessa

19


FINANZA ETICA

FONTI FOSSILI AIUTI PESANTI E INSOSTENIBILI

I

di Matteo Cavallito

I sussidi “ufficiali” a petrolio, gas e carbone ammontano ogni anno a 500 miliardi di dollari. Ma il loro costo reale vale dieci volte tanto. Più di tutta la spesa sanitaria mondiale. Senza contare gli effetti distorsivi scaricati sulle energie rinnovabili. E il loro trend è in crescita valori / ANNO 15 N. 133 / NOVEMBRE 2015

l dato non è ancora ufficiale ma le stime preliminari, assicurano gli analisti, evidenziano già una prima tendenza significativa. Nel corso del 2014, afferma la più recente analisi dell’International Energy Agency (IEA), i sussidi concessi al settore delle fonti fossili dai governi del Pianeta sarebbero stati pari a circa 510 miliardi di dollari. Una cifra inferiore rispetto a quella rilevata l’anno prima e ampiamente distante dal picco del 2012 quando si erano raggiunti i 575 miliardi (vedi GRAFICO di pag. 23). L’appoggio concreto dei governi nei confronti del comparto fossile, in altre parole, si starebbe finalmente riducendo in accordo alle promesse fatte dai leader mondiali al G20 di Pittsburgh, nel lontano settembre 2009. A pesare sulla decisione dei governi, all’epoca, era ovviamente il preoccupante trend rialzista che stava condizionando il mercato. La clamorosa impennata del prezzo del petrolio – stabilizzatosi per molto tempo in area 90-100 dollari dopo un picco iniziale ol21


finanza etica aiuti dannosi

tre quota 140 (luglio 2008) – unitamente ai rialzi di gas (una conseguenza diretta della risalita del greggio) e carbone stava rendendo i sussidi decisamente troppo co-

stosi esacerbando ulteriormente la pressione sui bilanci pubblici, già provati, per altro, dagli interventi di risposta alla crisi finanziaria. La crescita dei costi nel com-

La geografia dei sussidi secondo iL fondo Monetario

La differenza tra ciò che i consumatori pagano per l’energia e i costi reali (tasse incluse) di quest’ultima, come i costi di fornitura e i danni inflitti alle persone e all’ambiente: è questa, in sintesi, la definizione di “sussidio energetico” elaborata dal Fondo Monetario Internazionale. Un fardello, per il comparto fossile, da 5.300 miliardi di dollari su cui pesa, in particolare, il contributo della Cina che nel 2015, dicono le stime dello stesso Fmi, dovrebbe sostenere costi complessivi per quasi 2,3 trilioni. Alle spalle del colosso asiatico si collocano gli Stati Uniti che di miliardi dovrebbero spenderne 700, cifra superiore alla somma dei costi sostenuti da Russia e India. Diversi i discorsi sui sussidi pro capite (il peso scaricato idealmente sulle spalle di ogni cittadino), che vedono il “dominio” del Golfo Persico, e sul rapporto sussidi/Pil, che genera una classifica ancora più sorprendente, in cui domina l’Europa orientale. E l’Italia? La rilevazione Fmi fissa il dato a quota 13,27 miliardi di dollari, pari, a conti fatti, allo 0,62% del Pil (contro una media UE di 1,75%). Un dato inferiore a quello individuato nel 2014 da Legambiente che, sommando sussidi diretti e indiretti, esenzioni dall’accisa e finanziamenti, stimava un costo totale di 17,5 miliardi di euro (al cambio attuale 19,6 miliardi di dollari, contro i 21,3 di fine 2014). Un discorso a parte, ovviamente, meriterebbe il capitolo rinnovabili. «Dopo anni di generosi sostegni, il nostro Paese ha cancellato a partire dal 2013 tutti i sussidi al solare tagliando inoltre quelli relativi agli altri comparti verdi» spiega il vicepresidente nazionale di Legambiente, Zanchini. «Il decreto ministeriale attualmente in discussione (destinato a modificare il DM del 6 luglio 2012, ndr) confermerebbe sostanzialmente questa linea evidenziando il problema di fondo di una politica energetica e ambientale del tutto inadeguata a garantire la crescita del settore». Ma questa è un’altra storia. [M.cav.] il costo degli aiuti al fossile nel mondo FONTE: FMI, “COUNTING THE COST OF ENERGY SUBSIDIES”, LUGLIO 2015. NOSTRE ELABORAZIONI.

parto fossile, inoltre, sembrava favorire la transizione verso le rinnovabili con ovvie ricadute sulle politiche stesse dei governi. Nel corso del 2013, l’ultimo anno per il quale sono disponibili cifre definitive, i sussidi alle fonti “verdi” nel mondo calcolati dagli analisti IEA sono stati pari a 121 miliardi di dollari, più del doppio rispetto all’ammontare rilevato nel 2009 (vedi GRAFICO ). Il dato 2014 non è ancora disponibile, ma tutto lascia pensare che il trend sarà confermato. Lo “spread” tra il sostegno alle rinnovabili e quello alle fonti fossili pare destinato a ridursi progressivamente. Con l’eccezione dell’area mediorientale, sostiene la IEA, gli aiuti al fossile dovrebbero essere quasi aboliti entro il 2030. Tutto bene, dunque. O forse no.

“STIME SCIOCCANTI” DALL’FMI Il fatto è che il calcolo dell’Agenzia convince poco. Anzi, pochissimo. Per quanto di per sé ineccepibile, infatti, il computo IEA si limita ai sussidi “nominali” escludendo, come ricorda Edoardo Zanchini, vicepresidente nazionale di Legambiente, «alcune voci che, al contrario, dovrebbero essere considerate» come «i sussidi indiretti e i costi ambientali». Non stupisce, dunque,

SERBIA

 14,91 •  34,70 •  2.081,22

LUSSEMBURGO  2,14 •  3,24 •  3.747,17

BOSNIA-ERZEGOVINA

UCRAINA

 82,63 •  60,73 •  1.935,84

 7,57 •  36,98 •  1.959,59

STATI UNITI  699,18 •  3,82 •  2.176,53

EMIRATI ARABI UNITI

Top 6 valore assoluto Top 6 per peso su Pil Top 6 pro capite Altri

 28,96 •  6,58 •  3.022,85

BAHRAIN  3,94 •  11,23 •  3

KIRGHIZISTAN

 2,18 •  26,41 •  3

 Valore assoluto [miliardi di dollari]  Peso sul Pil [in percentuale]  Costo pro capite [in dollari]

IRAN

 108,53 •  26,01 • 

BULGARIA  19,50 •  33,85 •  2.720,74

UZBEKISTAN  17,85 •  26,29 • 

ITALIA

22

UE

MONDO

 329,84  1,75  651,65

 5.301,72  6,53  748,98

 13,27 •  0,62 •  220,32

ARABIA SAUDITA  106,56 •  13,23 •  3.395,03

QATAR

 14,47 •  6,37 •  5

KUWAIT

 14,10 •  7,79 •  3 valori / ANNO 15 N. 133 / NOVEMBRE 2015


aiuti dannosi finanza etica

che altre analisi a più ampio raggio abbiano portato a stime del tutto diverse. È il caso, in particolare, dell’indagine compiuta dal Fondo Monetario Internazionale che, applicando criteri meno restrittivi (vedi BOX ), ha stimato per i sussidi erogati al fossile nel 2015 un costo complessivo circa 10 volte superiore: 5,3 trilioni di dollari (5.300 miliardi). E qui, ovviamente, è tutta un’altra storia. Perché a cambiare, in definitiva, non è solo la valutazione in sé ma anche e soprattutto la fotografia del trend globale. Il dato 2015, infatti, evidenzia un aumento sia in valore assoluto sia in termini relativi: quattro anni fa, rileva l’Fmi, il costo del sostegno al fossile ammontava al 5,8% del Pil mondiale (4,2 trilioni di dollari), oggi siamo al 6,5%, lo stesso peso rilevato nel 2013 (4,9 trilioni): «stime scioccanti», ha affermato pubblicamente l’Fmi, «superiori alla spesa sanitaria rilevata nel Pianeta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità». Un paragone inquietante soprattutto di fronte agli effetti più ovvi di quegli stessi fenomeni presi in considerazione nell’indagine. Il solo inquinamento, rileva l’analisi, genererebbe costi complessivi, a partire da quelli per la salute, per oltre 2.700 miliardi di dollari. Un’enormità.

GLI EFFETTI DI MERCATO

i sussidi all’energia secondo la iea: 2008-14 [miliardi di dollari]

FONTI: IEA - INTERNATIONAL ENERGY AGENCY (WWW.IEA.ORG): IEA ENERGY AND CLIMATE CHANGE - WORLD ENERGY OUTLOOK SPECIAL REPORT, 2015; IEA FOSSIL - FUEL SUBSIDIES DATABASE, 2014; WORLD ENERGY OUTLOOK EDIZIONI 2010, 2011, 2012, 2013; NOSTRE ELABORAZIONI. DATI IN MILIARDI DI DOLLARI USA. ND: DATI ESATTI NON DISPONIBILI.

700 600

558

 335,44 •  15,98 •  2.334,31

4

GIAPPONE  157,09 •  3,22 •  1.239,60

CINA  2.271,88 •  20,13 •  1.652,33

INDIA  277,31 •  12,34 •  217,28

.224,74

378,13

 1.374,33 576,31

5.995,25

3.429,95 valori / ANNO 15 N. 133 / NOVEMBRE 2015

548 510

409

400

312

300 200 100

Fossile

RUSSIA

575

549

500

0

2

tembre l’Ocse, il sostegno pubblico al fossile «risulta costoso e distorsivo, generando inefficienze nella produzione e nell’utilizzo dell’energia dal punto di vista economico». Tradotto: un’alterazione del mercato che penalizza in primo luogo le fonti alternative. «Se si iniziassero a scaricare i costi ambientali sul settore delle fonti fossili, imponendo ad esempio una carbon tax, queste ultime diverrebbero più care e le rinnovabili risulterebbero così pienamente competitive» rileva Zanchini. Una rinnovata competitività, come già notava l’Fmi, che renderebbe a quel punto superflui gli stessi sussidi alle rinnovabili. Generando così un ulteriore risparmio. ✱

I danni all’ambiente e le loro conseguenze dirette sono facilmente intuibili e le cifre calcolate dal Fondo monetario sono pronte a darne conferma. L’abolizione dei sussidi al fossile, rileva l’organizzazione, porterebbe a «un taglio delle emissioni di CO2 pari al 20% del totale» oltre che a una riduzione «del 50% del numero di decessi prematuri dovuti all’inquinamento dell’aria» salvando «circa 1,6 milioni di vite all’anno». Ma i numeri, per quanto impressionanti, non sono tutto. Perché il peso dei sussidi, ovviamente, non è solo “ambientale”. Oltre a incidere negativamente sul riscaldamento globale, ha ricordato a set-

57

66

88

121

101

n.d. 2008

n.d. 2009 Rinnovabili

2010

2011

2012

2013

2014

stranded assets: iL PetroLio cHe riMarrà sotto terra

«Non crediamo che le nostre riserve certificate possano essere bloccate, nemmeno in parte, da future normative per la salvaguardia del clima», ha dichiarato la compagnia petrolifera Shell in una lettera agli azionisti nel maggio 2014. Stessa opinione di quella espressa, poche settimane prima, da BP ed ExxonMobil. Un segno di miopia gestionale secondo Carbon Tracker Initiative (CTI), la società di analisi finanziaria con sede a Londra che ha coniato il termine "stranded assets" (attivi arenati) per definire le riserve di combustibili fossili che, in futuro, potrebbero rimanere nel sottosuolo con conseguenze pesantissime per i bilanci delle compagnie petrolifere. Ai rischi normativi si aggiungerebbero infatti problemi tecnici legati a progetti in aree sempre più estreme, che richiederebbero un prezzo del greggio molto elevato (sopra i 75$) per essere redditizie. Una serie di fattori che potrebbero portare all'abbandono di progetti di estrazione per oltre mille miliardi di dollari in base alle stime di CTI. I fatti, per ora, stanno dando ragione ai ricercatori londinesi. Nel giugno 2014 il prezzo del petrolio è crollato del 40% ed è ancora stabile sotto i 50$. Il 28 settembre scorso Shell ha annunciato che abbandonerà le trivellazioni nell'Artico, ormai troppo costose. Mentre Eni ha deciso di restare: l'avvio della produzione del giacimento Goliat, controllato assieme alla compagnia norvegese Statoil, rimane «uno degli obiettivi principali per il 2015». Anche se, sostiene Greenpeace, l'operazione sarebbe sostenibile solo con il greggio a 80-90$ al barile. [M.M.] 23


finanza etica un settore controverso

Carbon market La riforma langue di Matteo Cavallito

Il mercato dei crediti di emissione è in crisi da anni sotto il peso di un persistente eccesso di offerta. Sulle modifiche da introdurre l’accordo c’è. Ma la loro entrata in vigore non è imminente

P

rezzare l’inquinamento e scaricarne il costo sugli operatori, premiando chi “riduce” e imponendo un esborso, regolamentato, a chi eccede. Come dire, una tassa sulle emissioni. Affidata però al mercato e alla sua capacità innata (almeno si spera) di allocare le risorse nel modo più efficiente possibile. Sono gli obiettivi e i meccanismi chiave del cap & trade, il sistema di base che caratterizza l’Emissions Trading Scheme (ETS)

finanza e aMbiente: La boLLa deLLa co2

dal sogno dei profitti a leva all’inevitabile scoppio della bolla. È la parabola vissuta dal mercato finanziario creatosi attorno al sistema ETS europeo. Le cifre effettive sono difficili da stimare ma la logica dell’operazione è piuttosto intuitiva. «La nascita del mercato dei crediti di emissioni ha aperto la strada allo sviluppo di un comparto parallelo dei titoli derivati, contratti futures che avevano come sottostante i crediti stessi» spiega Stefano Pogutz, Professore PhD di Green Management and Corporate Sustainability e docente del Master in Green Management, Energy and CSR dell’Università Bocconi di Milano. «Questo fenomeno ha assunto un carattere tipicamente speculativo, in netto contrasto con la finalità originaria del sistema ETS». Una speculazione finita male, a seguito, manco a dirlo, del ribasso dei prezzi. Nel 2005, dicono i dati di Bloomberg New Energy Finance e della London Energy Brokers Association, ripresi dalla Commissione europea, le transazioni totali avevano riguardato 321 milioni di permessi (da una tonnellata di CO2 ciascuno) per un valore complessivo di 7,9 miliardi di dollari (6,6 miliardi di euro al cambio di allora, praticamente 20 euro e mezzo a tonnellata). Nel 2011 il volume annuale dei permessi scambiati sul mercato sfiorava gli 8 miliardi per un controvalore di 147,9 miliardi di dollari equivalente a un prezzo unitario di 18,7 dollari (13,4 euro circa dell’epoca). «Non è un mistero che l’eccesso di offerta di allowances abbia determinato un forte calo dei prezzi mettendo in crisi il mercato stesso» rileva ancora il docente. «È probabile che a quel punto molti speculatori si siano ritrovati a fronteggiare le proprie posizioni scoperte con una massa di carta straccia in mano». Il più classico dei déjà vu. [M.cav.] 24

europeo. Il principio è apparentemente semplice. I regolatori fissano un tetto massimo (cap) alle emissioni inquinanti del Continente suddividendo le quote tra i diversi Paesi. Dalle quote stesse derivano quindi le cosiddette allowances, i permessi di emissione per una certa quantità di CO2, messe letteralmente all’asta dalle autorità nazionali (in Italia il GSE). Gli operatori, a cominciare dalle grandi industrie, acquistano i permessi dallo Stato, pagando, di fatto, una sorta di “tassa sull’inquinamento”, ma senza per questo perdere la possibilità di rifarsi. Chi “immette” meno di quanto sia autorizzato a fare, infatti, trasforma la differenza in un credito vero e proprio costituito dai permessi in eccesso che, a loro volta, possono essere rivenduti (il trade nel mercato secondario) a chi necessita di superare la propria soglia. Un sistema di allocazione apparentemente perfetto. O quasi.

IL PROBLEMA NEI NUMERI Il carbon market, come è stato definito il meccanismo, ha aperto i battenti all’inizio del secolo promettendo, almeno sulla carta, di incentivare il processo di riduzione dell’immissione di CO2 nell’atmosfera. A oltre dieci anni di distanza, i numeri – 3,2 miliardi di tonnellate di biossido di carbonio da combustione energetica prodotta dai 28 Paesi membri nel 2014 contro le 4,1 del 2003 (vedi GRAFICO ) – restano positivi. Ma l’ETS, a conti fatti, parrebbe c’entrare poco. A pesare sulla riduzione sperimentata dal Continente, infatti, sembrano essere stati altri fattori: la prolungata recessione economica, ovviamente, che ha impattato sulla produzione e sull’uso di energia fossile, ma anche e soprattutto la forte crescita degli investimenti valori / ANNO 15 N. 133 / NOVEMBRE 2015


un settore controverso finanza etica le emissioni da combustione fossile nella ue

il prezzo d’asta dei permessi in europa

FONTE: EUROSTAT (HTTP://APPSSO.EUROSTAT.EC.EUROPA.EU/NUI/SUBMITVIEWTABLEACTION.DO), EARLY ESTIMATES OF CO2 EMISSIONS FROM ENERGY USE, GIUGNO 2015; GREENHOUSE GAS EMISSIONS FROM ENERGY USE (DATABASE, LUGLIO 2015); NOSTRE ELABORAZIONI. DATI IN MIGLIAIA DI TONNELLATE.

FONTE: EUROPEAN ENERGY EXCHANGE EEX (WWW.EEX.COM), EMISSION SPOT PRIMARY MARKET AUCTION REPORT, EDIZIONI 2012, 2013, 2014, 2015. ACCESSO A OTTOBRE 2015. NOSTRE ELABORAZIONI. DATI IN EURO PER TONNELLATA.

4.300.000

10,0 9,0

4.100.000

8,0

3.900.000

7,0

3.700.000

6,0

3.500.000

5,0 4,0

3.300.000

3,0

3.100.000

2,0

2.900.000

1,0

2.500.000

2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009 2010 2011 2012 2013* 2014**

sulle rinnovabili, capaci di trainare il settore verso vette mai viste prima. L’aspetto paradossale, in definitiva, è essenzialmente questo. Nello spazio di un decennio le emissioni degli energivori europei sono diminuite in modo evidente. Ma il sistema che era stato pensato inizialmente per favorirne il calo, al tempo stesso, è andato in crisi. E a certificarlo, manco a dirlo, sono proprio le cifre “di mercato”. Dieci anni fa il prezzo di un’allowance viaggiava sui 20 euro per tonnellata di CO2. Il prezzo d’asta attuale si colloca a quota 8. Una differenza che nasce essenzialmente da un eccesso di offerta, il vero e proprio peccato originale del sistema ETS. «I fattori di squilibrio sono stati sostanzialmente due», spiega a Valori un analista di mercato che ha chiesto di restare anonimo. «In primo luogo le previsioni errate circa le prospettive di crescita dell’Europa fatte all’inizio del 2000 senza l’inserimento di meccanismi correttivi; in secondo, l’ipotesi, poi rivelatasi errata, che le altre grandi aree economiche mondiali avrebbero finito per adottare uno schema di riduzione delle emissioni del tutto simile a quello europeo». Il riferimento, precisa l’analista, corre ai cosiddetti CER (credit emission reduction), o “crediti a bassa emissione”. Si tratta dei permessi, introdotti dal Protocollo di Kyoto, che si generano in caso di investimenti sul fronte delle energie “pulite” in un Paese emergente o in via di sviluppo e che misurano la riduzione di CO2 immessa nell’atmosfera a seguito dell’investimento stesso. Su questo fronte, ovviamente, Cina e India hanno fatto la parte del leone, ma in assenza di un carbon market nazionale hanno finito

Dal 2018 la Commissione europea prevede di ritirare dal mercato i crediti per far rialzare i prezzi valori / ANNO 15 N. 133 / NOVEMBRE 2015

03-01-12 06-03-12 08-05-12 03-07-12 04-09-12 02-11-12 07-01-13 01-03-13 03-05-13 01-07-13 03-09-13 01-11-13 07-01-14 03-03-14 02-05-14 03-07-14 03-09-14 03-11-14 08-01-15 03-03-15 05-05-15 03-07-15 03-09-15

0,0

2.700.000

per rivendere i crediti nella vecchia Europa. Determinando il crollo del prezzo.

CAMBIO DI ROTTA La lunga ondata dei ribassi ha spento da tempo gli entusiasmi. Quelli degli speculatori, in primo luogo, che nel mercato della CO2 avevano creduto di trovare una maxi opportunità di profitto (vedi BOX ). Ma anche quelli dei regolatori, che da tempo promuovono una riforma del sistema. Da qualche anno la distribuzione gratuita dei permessi di emissione è andata scomparendo e i prezzi d’asta sono saliti sensibilmente (vedi GRAFICO ) pur mantenendosi distanti dai valori del passato. A febbraio, il Parlamento europeo ha approvato la proposta avanzata dalla Commissione per la creazione di una riserva di stabilità che, a partire dal 2018, consentirà il ritiro dal mercato di un certo ammontare di permessi con l’obiettivo di spingere al rialzo i prezzi. È l’elemento chiave della riforma, per lo meno in senso tecnico. Ma il problema, sostiene qualcuno, rischia di essere più ampio. «Si può pensare di stimolare la riduzione CO2 con un prezzo di otto euro a tonnellata?» si chiede ancora l’analista. «Probabilmente no, ed è per questo che si cerca giustamente di ridurre l’offerta di mercato. Ma la vera domanda è: può l’Europa continuare ad affrontare questo problema da sola senza l’aiuto di Stati Uniti e Cina? La verità è che occorre allargare il mercato, ma questo non è solo un problema economico o finanziario. È una questione politica». A settembre, la Cina ha annunciato l’introduzione di un carbon market nazionale a partire dal 2017. Anche se di fronte «alle difficoltà di integrazione delle strutture locali e la mancanza di trasparenza sulle quote da distribuire», sostiene il Financial Times, l’avvio effettivo del programma «potrebbe essere rinviato al 2020». ✱ 25


finanza etica emissioni sostenibili

Obbligazioni verdi La parola al mercato di Matteo Cavallito

I collocamenti sono cresciuti del 1080% negli ultimi due anni. Cruciali la sensibilità degli investitori e le nuove strategie delle imprese. Sugli allori, i servizi finanziari per le rinnovabili e la tutela forestale

I

l numero è ovviamente da record. Ma la certezza, a questo punto, è che il primato sarà presto polverizzato. Nel corso del 2014, dicono i dati di Climate Bonds Initiative, una Ong di base a Londra, i mercati finanziari hanno accolto emissioni di green bond – i prodotti di credito per le iniziative dedicate all’ambiente e al contrasto al cambiamento climatico – per 36,6 miliardi di dollari, circa il triplo rispetto all’anno precedente. Nei primi mesi del 2015, i collocamenti accertati di obbligazioni verdi sono stati pari a 14 miliardi circa ma le stime rese note a luglio da Climate Bond Initiative ipotizzano per la fine dell’anno il raggiungimento di quota 70. La previsione è condivisa dagli analisti di Skandinaviska Enskilda Banken (Seb), un istituto di credito svedese attivo da tempo in questo promettente comparto di mercato. Bloomberg New Energy Finance (Bnef), da parte sua, ha espresso ulteriore ottimismo: alzando l’asticella a 80 miliardi. In attesa dei dati definitivi, in ogni cagreen bond: crescita esponenziale nell’ultimo triennio

FONTE: CLIMATE BOND INITIATIVE (WWW.CLIMATEBONDS.NET), “BONDS AND CLIMATE CHANGE”, LUGLIO 2015; NOSTRE ELABORAZIONI. DATI IN DOLLARI USA. *CIFRE PRELIMINARI. **STIME (IN BLU I COLLOCAMENTI GIÀ REGISTRATI, PARI A 14 MILIARDI DI DOLLARI; IN AZZURRO I RESTANTI 56 MILIARDI PREVISTI PER UN TOTALE ANNUALE DI 70 CIRCA).

75.000

70.000*

60.000 45.000

36.593 30.000 15.000 0

26

11.042 807

414

909

2007

2008

2009

3.905 2010

1.219 2011

3.102 2012

2013

2014*

2015**

so, c’è già una certezza: il mercato sta dilagando, e nulla, al momento, sembra poterlo fermare.

UNA NUOVA DIREZIONE Per capirlo basta guardare ai numeri. Tra il 2007 e il 2012, pur tra alti e bassi, il volume annuale dei collocamenti obbligazionari verdi è aumentato del 284% (vedi GRAFICO ). Nel biennio successivo, il tasso di crescita ha raggiunto il 1080% (che diventerebbe il 2157% su base triennale se le previsioni 2015 dovessero essere confermate). Quello che per anni è stato semplicemente un settore marginale in forte ascesa, in altre parole, è diventato oggi qualcosa di radicalmente diverso: il segnale, verrebbe da dire, di un’autentica rivoluzione. «La sostenibilità ambientale è una vera e propria “market transition”, un fenomeno che coinvolge molteplici settori industriali ma anche il comparto finanziario» spiega Stefano Pogutz, Professore PhD di Green Management and Corporate Sustainability e docente del Master in Green Management, Energy and CSR dell’Università Bocconi di Milano. «I green bond rappresentano uno strumento chiave per il finanziamento dei nuovi investimenti nei processi di riconversione sostenibile e riguardano in particolare il passaggio dal fossile alle rinnovabili». La crescente attenzione dei grandi fondi per i temi ambientali, ben rappresentata dal fenomeno dei disinvestimenti nel settore fossile (vedi BOX ), contribuisce ad accelerare la transizione che, da parte sua, si lega sempre di più alle stesse strategie corporate. Lo evidenziano, in particolare, i piani di molte grandi imprese come Enel (che «ha presentato un piano industriale per il prossimo quinquennio che prevede investimenti complessivi per oltre 18 miliardi la metà dei quali per le valori / ANNO 15 N. 133 / NOVEMBRE 2015


emissioni sostenibili finanza etica

fonti rinnovabili»), le società tedesche dell’energia (impegnate a «dismettere la produzione di carbone per riposizionarsi nei settori verdi»), soggetti come Unilever, Nestlé e Barilla («sostenibilità delle materie prime») e Tesla, già focalizzata «sulle nuove tecnologie fossil-free e sulle rinnovabili». Tutte strategie premiate dal mercato e che, traducendo in cifre e rendimenti, determinano «riduzione dei rischi legati all’investimento». Non è un caso, in questo senso, che gli stessi osservatori tendano a includere nel computo del mercato le obbligazioni non direttamente collegate a “progetti verdi” specifici (i cosiddetti unlabelled green bonds) ma emesse comunque da imprese e società che hanno avviato una qualche forma di transizione verso le fonti rinnovabili. Secondo questo criterio, il controvalore dei green bond attualmente presenti sul mercato sfiorerebbe i 600 miliardi di dollari.

CAPITALE NATURALE Lo sviluppo delle fonti rinnovabili e il conseguente abbattimento delle emissioni non costituiscono, in ogni caso, l’unica direttrice di diffusione dei servizi finanziari verdi. A garantire prospettive al mercato, infatti, sembra essere oggi anche un altro settore particolarmente promettente: quello della protezione delle foreste e degli ecosistemi. Un segmento sempre più interessante che, sostiene ancora Stefano Pogutz, «rappresenta la nuova frontiera degli investimenti». Al momento, precisa il docente, si tratta ancora di «un mercato fortemente protetto che coinvolge soprattutto operatori come la Banca mondiale o le istituzioni sovranazionali in genere» e in cui «lo scarso coinvolgimento degli investitori privati si lega oggi alla difficoltà di attribuzione di un valore preciso al capitale naturale, un problema su cui si sta ancora lavorando». Quello della valutazione degli ecosistemi resta un tema particolarmente complesso, ma la logica di fondo, al momento, appare già piuttosto chiara. «Il concetto chiave – spiega Pogutz – è il cosiddetto “pay-for-ecosystem-services”, l’idea cioè che si possa e si debba sostenere un costo per la preservazione di quelle attività “gratuite” che sono svolte dall’ecosistema: il servizio di impollinazione da parte delle api, ad esempio, o l’attività di purificazione dell’acqua esercitata dalle foreste. Una volta calcolato il costo è possibile prezzare uno strumento finanziario, come un’obbligazione ad esempio, e immetterlo sul mercato per attrarre gli investitori e cercare di preservare gli ecosistemi e la loro funzionalità». La strada, per lo meno in teoria, sembra già tracciata. ✱ valori / ANNO 15 N. 133 / NOVEMBRE 2015

fossiLe: iL booM dei disinvestiMenti

in cima alla lista c’è lo Statens pensjonsfond Utland, il maxi fondo pensione norvegese, protagonista, a partire dalla scorsa estate, di un’autentica svolta. All’inizio di giugno, dopo il nulla osta del Parlamento di Oslo, il comitato etico del fondo ha potuto annunciare l’esclusione dal portafoglio delle società che generano dal carbone oltre il 30% della loro produzione o dei loro ricavi. Può sembrare un paradosso – il fondo è pur sempre alimentato dalle entrate della principale industria del Paese: quella petrolifera – ma al di là di ogni considerazione, resta la certezza di un’operazione di enorme impatto. Ad oggi, ha ricordato infatti il quotidiano inglese The Guardian, il pensjonsfond norvegese gestisce asset complessivi per quasi 900 miliardi di dollari, come dire l’1,3% del capitale azionario presente nel Pianeta. L’operazione di disinvestimento, ha precisato il quotidiano britannico, varrebbe circa 8 miliardi e dovrebbe interessare a conti fatti qualcosa come 122 imprese, facendo segnare, inevitabilmente, un successo di grande portata per gli attivisti delle campagne di contrasto al cambiamento climatico. La decisione di Oslo segue una serie di provvedimenti analoghi già approvati da altri grandi investitori come banche, organizzazioni religiose e istituzioni accademiche (vedi MAPPA ). Attualmente, ha ricordato a settembre una ricerca della società di consulenza Arabella Advisors, le operazioni complessive di disinvestimento totale o parziale da una o più fonti fossili nel mondo hanno interessato 436 organizzazioni e 2.040 operatori individuali con un portafoglio totale da 2,6 trilioni di dollari. Un anno fa, il dato complessivo valeva appena 50 miliardi. i grandi investitori [valore totale del fondo in miliardi di dollari]

FONTE: NOSTRE ELABORAZIONI DA PENSIONS & INVESTMENTS (HTTP://WWW.PIONLINE.COM/), "INVESTORS TAKING A STAND ON DIVESTMENTS", 21 SETTEMBRE 2015. GLI OPERATORI HANNO DISINVESTITO, PARZIALMENTE O TOTALMENTE, DA UNA O PIÙ FONTI FOSSILI.

Church of England

2,0

90,0

University of California

SVEZIA

Oxford University

10,4 USA

REGNO UNITO

21,4 Stanford University

291,5 Nordea

FRANCIA

NORVEGIA

873,0 581,9 AXA

gli operatori coinvolti

AP2

37,0

Statens pensjonsfond Utland

FONTE: PENSIONS & INVESTMENTS (HTTP://WWW.PIONLINE.COM/), "INVESTORS TAKING A STAND ON DIVESTMENTS", 21 SETTEMBRE 2015

AUSTRALIA

KLP

65,9 6,4

Local Government Super

FONDAZIONI 28,2%

ORGANIZZAZIONI RELIGIOSE 23,2% FONDI PENSIONE 15,2% GOVERNI 12,7%

ISTITUZIONI ACCADEMICHE E FORMATIVE 10,0% ONG 6,7% ISTITUZIONI MULTINAZIONALI 2,5% SANITARIE 1,5% 27


la bacheca di valori ?? finanza etica

NEWS

NEWS

Shanghai: un indice per le imprese green

Equity crowdfunding: nel Regno Unito il 40% va a segno

Un indice di borsa per le aziende che producono meno anidride carbonica. A introdurlo, nella principale piazza azionaria del proprio Paese, uno degli Stati più inquinanti del mondo: la Cina. Il nuovo indice della borsa di Shanghai includerà le 180 società che, a parità di prestazioni economiche, emettono meno. L'obiettivo è semplice: premiare le loro scelte, incentivando investimenti verso chi inquina di meno. Sulla stessa linea si colloca un'altra decisione del governo di Pechino, che nel 2017 lancerà un sistema di incentivi per chi tiene sotto controllo le emissioni.

L'equity crowdfunding, la forma di investimento online che permette di finanziare progetti innovativi e start-up ottenendo una serie di diritti patrimoniali, piace agli imprenditori inglesi, che vi ricorrono per mancanza di alternative di finanziamento. Lo rivela un’inchiesta del Centre for Responsible Banking & Finance dell’Università scozzese di St Andrews. Per i ricercatori l’equity crowdfunding è un fenomeno “dirompente”, e, in effetti, nel regno Unito la raccolta con questo strumento di finanziamento è passata da 91 milioni di sterline nel 2014 a 146 milioni all’inizio di quest’anno, quasi 200 milioni di euro. Dalla ricerca emerge che circa il 40% delle campagne di equity crowdfunding va a buon fine. e spesso le aziende ne fanno uso senza neanche passare dalle banche.

VALORITECA SPUNTI DA NON PERDERE NEL MESE APPENA TRASCORSO

AFRICA, IL PRIVATE EQUITY FA BOOM

Valore totale delle transazioni di private equity in Africa per anno [in mld di US$]

8.3

8.1

4.3 2.8

2.5

Numero di transazioni di private equity per macroaree regionali. Periodo 2007-2014 [in mld di US$]

2009

2010

2011

17%

22%

12 ottobre Giulio Meneghello @GiulMeneghello

2012

2013

13%

18%

quota % di transazioni, 2011 - 14

5%

3%

9%

7% 28%

24%

South Africa

valori / ANNO 15 N. 133 / novembre 2015

2014

quota % di transazioni, 2007 - 10

14%

25%

Detrazioni fiscali edilizia ottimo affare per Paese: 15 mld benefici '98-2015

2.0

1.5

2008

Rivoluzione tecnologica solo con la pazienza delle banche pubbliche come in Germania e Cina 8 ottobre Mauro Meggiolaro @meggio_m

5.0

2007

I MIGLIORI TWEET DEL MESE

Studi sul climate change evidenziano in diversi settori implicazioni finanziarie negative per gli investitori 13 ottobre Etica Sgr @EticaSgr

29


30

valori / ANNO 15 N. 133 / NOVEMBRE 2015


ECONOMIA SOLIDALE

LE NUOVE FRONTIERE DELL’EQUITÀ

L’

di Emanuele Isonio

Il circuito Fairtrade lancia i crediti di carbonio solidali. Ai promotori di progetti di efficienza energetica, fonti rinnovabili e riforestazione verrà riconosciuto un prezzo equo. Un tentativo di ovviare ai limiti del carbon market, coinvolgendo le aziende attente all’impatto ambientale valori / ANNO 15 N. 133 / NOVEMBRE 2015

esito dell’iniziativa non è per niente scontato. E il tentativo farà probabilmente storcere il naso a chi guarda con sospetto ogni progetto che appaia una concessione allo strapotere degli strumenti finanziari. Ma l’obiettivo è ambizioso e nobile, tanto da rendere intrigante l’esperimento: assicurare agli agricoltori e alle comunità dei Paesi in via di sviluppo una nuova fonte di reddito e di miglioramento della qualità di vita. Protagonista dell’iniziativa, il circuito Fairtade, il più noto marchio di certificazione del commercio equosolidale, che ha deciso di affacciarsi ufficialmente nel controverso settore dei crediti di carbonio. Se gli esiti sono quelli sperati, le buone notizie riguarderanno anche l’ambiente e lo stesso carbon market, che – come documentato dall’ articolo di pag. 24 – soffre sotto il peso di un eccesso di offerta e di comportamenti speculatori, in attesa di una riforma non più rinviabile. 31


economia solidale crediti di carbonio etici

UNA FILIERA, QUATTRO ATTORI L’idea dei tecnici di Fairtrade International è di mutuare i principi ormai consolidati del commercio equo e solidale in ambito agricolo (di cui già oggi beneficiano un milione e mezzo di produttori e coltivatori in 74 Paesi) ed estenderlo al mondo dei crediti di carbonio. In questo modo – spiegano i promotori – si potrebbero aprire nuove nicchie di mercato per le comunità del Sud del mondo e gli stessi contadini potrebbero trovare nuove fonti di reddito. Lo schema della filiera che si verrebbe a creare prevede quattro attori: di esso faranno parte, oltre agli agricoltori e a Fairtrade, anche un partner tecnico che si occupa del calcolo e della vendita dei crediti e le aziende dei Paesi industrializzati («ma – spiegano da Fairtrade – potranno aderirvi anche organizzazioni e privati interessati a ridurre l’impatto ambientale di qualche loro attività, compensando le emissioni di CO2 prodotte»). Tutto inizia con la selezione dei progetti da parte di Fairtrade, che saranno presentati ufficialmente in una conferenza stampa a Parigi nei giorni di Cop21 (ma Valori è in grado di anticiparne un paio, vedi schede ). Tre gli ambiti previsti: efficienza energetica, energie rinnovabili e riforestazione. Il partner tecnico Gold Standard Foundation, organizzazione internazionale che si occupa di progetti di sviluppo nel settore e il più vicino ai prin-

DALLE COLTURE SOLIDALI VANTAGGI ANCHE PER L’AMBIENTE

“Rispetto del lavoro, rispetto dell’ambiente”. Su questo binomio si fonda la peculiarità della certificazione Fairtrade, attraverso precisi standard che devono essere rispettati, pena l’esclusione dal sistema di commercio equo. È difficile infatti pensare al benessere dei lavoratori del Sud del mondo prescindendo dalle condizioni ambientali in cui si trovano ad operare. Un esempio? Il trattamento dei prodotti nei campi con agenti chimici spesso provoca malattie anche gravi tra i produttori; oppure la manipolazione con detergenti, durante il lavaggio delle materie prime, causa irritazioni e gravi danni alla pelle e alla respirazione. Anche per questo motivo, gli standard ambientali Fairtrade prevedono l’impiego della lotta integrata in agricoltura e offrono particolari incentivi ai produttori che vogliono passare al biologico. «È necessario proteggere l’ambiente nel quale lavorate – recita l'introduzione agli standard Fairtrade rivolta ai produttori – e far sì che questo comportamento diventi uno stile di vita per le vostre aziende agricole e per la vostra organizzazione. La protezione dell’ambiente include quella delle risorse idriche naturali, delle foreste vergini e altre importanti aree agricole, e la gestione dei problemi di erosione e di stoccaggio dei rifiuti». La collaborazione con Fairtrade International prevede che i produttori non debbano utilizzare prodotti contenenti organismi geneticamente modificati e che si dotino di un sistema di controllo sull’impatto ambientale delle attività che vengono svolte, oltre a un piano per la diminuzione dell'impronta ecologica. Altri aspetti riguardano la gestione dei rifiuti (il censimento di quelli potenzialmente pericolosi, il loro stoccaggio ma anche il riciclaggio di quelli organici, utili per le concimazioni e le pacciamature nelle colture); il controllo sull’erosione dei terreni e l’introduzione di sistemi specifici per ridurlo; l’inserimento di buone pratiche per incrementare la fertilità e la struttura del suolo.

cipi etici alla base di Fairtrade, calcola i crediti ottenuti grazie ai vari progetti, li acquista e poi li rivende agli utenti finali. Ogni credito permette di compensare una tonnellata di CO2 rilasciata in atmosfera. E, per evitare casi di green washing, le aziende interessate dovranno acquistare almeno mille crediti, dopo aver accettato

di far valutare l’impatto ambientale delle proprie attività e aver concordato un graduale piano di riduzione delle emissioni.

e il 13% se si considerasse l’intero globo: un risultato di grande rilievo, raggiungibile se tutti i suoli agricoli fossero coltivati con sistemi biologici. Il calcolo è stato effettuato da Andreas Gattinger, ingegnere agrario dell’Istituto di ricerca dell’agricoltura biologica FiBL Svizzera. Nella sua analisi ha calcolato che, con la transizione dai metodi dell’agroindustria, i suoli sarebbero in grado di immagazzinare fino a 450 kg di carbonio atmosferico in più per ettaro all’anno. Un cambiamento rilevante perché ancora oggi, spiega Lorenzo Ciccarese, ricercatore dell’Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e Ricerca ambientale),

«l’agricoltura è responsabile dell’11-12% delle emissioni globali di gas serra». 5,3 miliardi di tonnellate, stando ai dati Fao (in Italia il settore incide per il 7%).

REMUNERAZIONE GARANTITA A differenziare i crediti di carbonio prodotti secondo lo Standard Fairtrade dal resto del carbon market sono di fatto due

Col passaggio al biologiCo, in Europa -23% di Co2 di Emanuele Isonio

La transizione dall’agricoltura convenzionale potrebbe essere l’asso nella manica per raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra nella Ue. Il settore oggi incide per il 12% e dovrà calare del 28% entro il 2030 Tagliare di quasi un quarto le emissioni di CO2 prodotta all’interno dell’Unione europea, oltre un terzo di quella degli Stati Uniti 32

L’ENERGIA USATA SI DIMEZZA E infatti da Bruxelles arrivano impegni stringenti in vista degli obiettivi di contrasto ai cambiamenti climatici da raggiungere entro il 2030: «La Commissione europea – rivela Erica Gall, policy manager per l’Europa di Ifoam, federazione mondiale dei movimenti per l’agricoltura biologica – stima che il settore agricolo dovrà ridurre del 28% le proprie emissioni». Obiettivo che sarebbe più a porvalori / ANNO 15 N. 133 / NOVEMBRE 2015


crediti di carbonio etici economia solidale

fattori: i crediti acquistati dagli utenti finali vengono ritirati dal mercato da Gold Standard e non possono essere rivenduti, così da tagliar fuori eventuali intenti speculatori ed evitare che un credito venga usato due volte. E il prezzo pagato al produttore non è stabilito dalle leggi del mercato ma, esattamente come avviene per il caffè o il cacao equosolidale, è fissata in partenza una cifra che assicuri l’adeguata remunerazione del progetto: il prezzo minimo è di 8,10 euro per tonnellata di CO2 evitata in caso di progetti di energie rinnovabili, 8,20 per i piani di efficienza energetica, 13 per attività di riforestazione. Cifre superiori al prezzo di mercato corrente di un credito di carbonio e soprattutto al riparo da eventuali oscillazioni nei listini. «E ad esse – spiegano ancora i promotori – è aggiunto il Premium, già previsto per tutti i nostri prodotti», ovvero un guadagno addizionale per ogni

il caffè coltivato a Gimbi, nel Nord dell’etiopia, potrà diventare uno dei pochi “climate-neutral” grazie alla diffusione di nuove stufe utilizzate dalle raccoglitrici. Più efficienti dal punto di vista energetico, permettono di usare meno combustibile (e hanno quindi un minore consumo di legno dalle foreste circostanti) e sono più sicure per la salute. in questo modo, il progetto permette di evitare 15mila tonnellate di co2 all’anno.

Nel Perù nordoccidentale, nella siera de Piura, a 1100 metri d’altezza, opera Norandino, consorzio che riunisce 6600 cafetaleros (produttori di caffè biologico). tra i problemi che devono affrontare ogni giorno, l’erosione del suolo e la difficile conservazione dell’acqua. Per farvi fronte, è stato avviato un progetto di riforestazione che coinvolge anche le comunità che vivono a monte (a oltre 3000 metri). Queste ultime ottengono la proprietà degli alberi, i coltivatori di caffè riceveranno invece gli introiti dei crediti di carbonio più il Premium Fairtrade.

credito venduto, che sarà usato per combattere gli effetti dei cambiamenti climatici nelle comunità o per iniziative di sicurezza alimentare. «Questo è il primo standard che cerca di dare una risposta alle disuguaglianze nel mercato dei crediti di CO2. E per la prima volta si fa in modo che i produttori che vi partecipano abbiano un tornaconto equo» ha dichiarato Andreas Kratz, direttore dell’unità Standard e Pricing in Fairtrade Interna-

tional. «Inoltre assicura un supporto reale ai produttori nel contrastare i cambiamenti climatici». Ma il sistema torna a vantaggio anche delle aziende che hanno scelto di usarlo per compensare le proprie emissioni: gli utenti finali infatti possono utilizzare il marchio Fairtrade, che, come molte attività di responsabilità sociale, ha già dimostrato di garantire un tornaconto positivo in termini di immagine. ✱

Due progetti di crediti Fairtrade

Organizzazione di produttori

valori / ANNO 15 N. 133 / NOVEMBRE 2015

Fornitore autorizzato crediti di carbonio

SUPPORTA

VENDITA E RITIRO FCC

Compagnia/ individuo

i VanTaggi ECologiCi dEllE ColTurE bio

stime delle potenziali riduzioni di emissioni di gas serra ottenibili grazie a pratiche di mitigazione connesse all’agricoltura biologica FONTE: BASED ON CALCULATIONS FROM SOUTH POLE CARBON ASSET MANAGEMENT LTD

[riduzione potenziale emissioni]

tata di mano sposando tecniche colturali a minore impatto: «Rispetto all’agricoltura convenzionale, il biologico riduce del 40% le emissioni» prosegue Ciccarese. Numerose le voci alla base di tale differenza (vedi GraFico ): c’è il maggiore carbonio mantenuto sottosuolo, ma incide anche l’assenza di prodotti chimici di sintesi, la possibilità di recuperare metano dalle biomasse attraverso la digestione anaerobica e la trasformazione in energia elettrica. E a proposito di risparmio energetico, lo statunitense Rodale Institute calcola che l’agricoltura biologica utilizza il 45% in meno di energia: a fronte dei 231 litri di gasolio necessari alla coltivazione convenzionale di un ettaro di terreno, con il bio si scende a 121 litri. ✱

VENDITA FAIRTRADE CARBON CREDIT (FCC)

12.0

Carbonio nel sottosuolo Riduzione di fertilizzanti

10.0

Elettricità da biogas da letame Recupero metano da letame

8.0

Elettricità da biomasse

6.0

Compost e/o recupero metano da biomasse (digestione anaerobica)

4.0 2.0 0.0

1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20

PROGETTO FACILITATORE

 Dal Perù all’Etiopia

[anni (dopo l’avvio dell’uso del nuovo sistema agricolo)]

33


economia solidale cattivo sviluppo

Quel trilione e mezzo pagato allo smog di Corrado Fontana

Vite umane finite prematuramente, giorni di malattia, disabilità, perdita di attività economiche. Tante voci di costo che gas serra ed eventi climatici estremi incrementano. Che per l’Italia valgono il 4,7% del Pil

S

ette milioni. Tante sarebbero, ogni anno, le morti premature connesse all’inquinamento dell’aria nel mondo. Circa una su otto di quelle totali. Un dato sconvolgente se pensiamo che gran parte delle emissioni inquinanti potrebbero essere ridotte grazie a tecnologie e informazioni che già possediamo. Ma anche un costo economico pesantissimo da sostenere per le amministrazioni pubbliche, quantificato in un rapporto (Economic cost of the health impact of air pollution in Europe) pubblicato quest’anno dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse). Per i soli Paesi europei vigilati dall’Oms sono stati stimati più di 1,43 trilioni di dollari (cioè migliaia di miliardi) di costi a lE ondaTE di CalorE, di iEri E di domani Valori rilevati in passato e stime future FONTE: EEA

34

partire dal 2010 per 600mila morti premature dovute all’inquinamento atmosferico; e fino a 1,57 trilioni di dollari se si sommano gli impatti complessivi sulla salute (malattie e disabilità). In 44 di queste nazioni si tratta di costi sociali che superano l’1% del loro prodotto interno lordo; in 10 (soprattutto Paesi a basso reddito dell’Est Europa) l’inquinamento atmosferico vale oltre il 20% del Pil; in Italia il danno sarebbe il 4,7% del Pil (88,5 milioni di euro).

PRESSIONE SANITARIA Macrodati che fanno anche più impressione se tradotti in effetti diretti sulla vita delle persone. E lo si capisce, ad esempio, dalle parole di Celestino Panizza, medico del lavoro e membro di Isde, l’associazione italiana dei medici per l’ambiente: «Stime molto solide dicono che se oggi ho un aumento di soli 10 microgrammi di PM10 per metro cubo d’aria (cioè le famose polveri sottili con un diametro uguale o inferiore a 10 millesimi di millimetro, ndr), nel corso dei sette giorni successivi potrò constatare l’innalzamento dei ricoveri ospedalieri, di accessi al pronto soccorso, dell’impiego di farmaci antiasmatici, del manifestarsi di malattie cardiovascolari, di ictus e infarti del miocardio, e infine della mortalità a breve termine. Oltre alle conseguenze a lungo termine, date da un’esposizione prolungata a certi livelli di inquinanti dell’aria: cioè una maggiore insorgenza di tumori polmonari e malattie cardiovascolari». E non solo. Perché se è vero che vi sono pure studi in positivo, ovvero che dimostrano benefici diretti e quasi immediati per la salute qualora si abbia un miglioramento della qualità dell’aria, «una grossa parte valori / ANNO 15 N. 133 / NOVEMBRE 2015


cattivo sviluppo economia solidale

dell’inquinamento – sottolinea Panizza – avviene attraverso la catena alimentare: tramite fitofarmaci ed erbicidi che rimangono nei terreni e nelle acque, oppure con inquinanti come diossine e policlorobifenili, che sono composti lipofilici e si accumulano nei grassi, e quindi nella carne e nel latte degli animali che noi mangiamo, e che attraverso fenomeni di bio-accumulazione possono giungere fino al latte materno».

PRESSIONE AMBIENTALE Un cambio di rotta, insomma, pare quanto mai urgente. Soprattutto nel momento in cui il circolo vizioso emissioni inquinanti-surriscaldamento globale-cambiamenti climatici somma ai costi umani e socio-sanitari dell’aria malsana anche quelli connessi agli eventi climatici estremi: tra 1980 e 2004 sarebbero infatti pesati sulla collettività per 1,4 trilioni di dollari (solo un quarto dei quali coperti da assicurazioni), almeno secondo una ponderosa analisi pubblicata nel luglio scorso dalla Rockfeller Foundation e Commissione Lancet (Safeguarding human health in the Anthropocene epoch). Un documento nel quale si ricorda che entro il 2050 una cifra compresa tra 50 e 350 milioni di persone sarà costretta a lasciare le proprie case per ragioni connesse al clima (aumento del livello del mare o scarsità d’acqua, desertificazione o mancanza di cibo, povertà). Quanto esattamente potrà costare economicamente tutto ciò non è forse ancora prevedibile, ma qualche cifra relativa a situazioni recenti e localizzate può tuttavia darci l’idea dell’importanza di mitigare certi fenomeni: l’uragano Katrina, abbattutosi su New Orleans e sul Golfo del Messico nel 2005, con i suoi 1833 morti, sarebbe stato infatti il più dispendioso disastro naturale nella storia degli Stati Uniti, arrivando a costare fino a 108 miliardi di dollari di soli danni materiali; mentre i fenomeni di acidificazione delle acque, che minacciano le barriere coralline americane, elementi fondamentali per il ciclo di vita delle specie che alimentano il settore ittico, coinvolge 16 delle 23 bioregioni marine Usa, arrecando già 110 milioni di dollari di danni all’industria delle ostriche, e mettendo in pericolo 3200 posti di lavoro. ✱ QuanTo ValE una ViTa pErsa [valore in €, 2011]

FONTE: HEAT HEALTH ECONOMIC ASSESSMENT TOOL

valore base

3.386.642

minimo

valori / ANNO 15 N. 133 / NOVEMBRE 2015

massimo

5.079.962

di Corrado Fontana

Il climate change porta con sé anche ondate di calore sempre più frequenti, causa di costi sociosanitari aggiuntivi. Rimedi? Più informazione, studio dei materiali e pianificazione urbana Avete presente il periodo estivo in cui i Tg trasmettono solo servizi sul terribile caldo percepito nelle città e l’invito agli anziani a non uscire e bere molto? Una delle ragioni per cui avviene è che «i cambiamenti climatici in atto hanno sensibilmente aumentato la frequenza e l’intensità delle ondate di calore, sebbene esse non siano un fenomeno recente»: ce lo ricorda Stefano Zauli Sajani, fisico dell’Agenzia regionale per l’ambiente dell’Emilia Romagna (Arpa ER). E poiché oggi vive in aree urbane il 54% della popolazione mondiale (entro il 2050 sarà probabilmente il 66%, secondo un rapporto Onu 2014) e l’agenzia di rating Moody’s stima che nel 2030 ben 34 Paesi (Italia, Germania e Giappone in testa) avranno almeno un quinto degli abitanti oltre i 65 anni di età, non stupisce che anche la politica se ne interessi. Obiettivo: far fronte a tali eventi che acuiscono il manifestarsi delle cosiddette “isole di calore urbano” (Urban Heat Islands, UHI), cioè un “fenomeno microclimatico” che Paolo Lauriola, anch’egli scienziato di Arpa ER, definisce come il «significativo incremento della temperatura rispetto alle aree rurali circostanti», anche di 5-6 °C nelle ore notturne. Se però in media il “valore della vita statistica” (la VSL, cioè una stima di quanto costerebbe la perdita della vita di ciascun cittadino) calcolato nel 2011 per l’Europa a 28 Stati era di 3,37 milioni di euro, quanto ci costano economicamente gli effetti di questo riscaldamento? E quali contromisure sarebbe urgente adottare per mitigarli? «Esistono diversi studi – risponde Zauli Sajani – che hanno stimato il numero di decessi attribuibili alle ondate di calore più importanti, come quella verificatasi nell’estate del 2003. In quel caso le morti in Europa furono decine di migliaia (circa 15mila nella sola Francia, perlopiù anziani e gente con problemi di cuore o di tipo respiratorio, ndr). Le contromisure sono di diverso tipo. Un primo aspetto importante è quello educativo e comunicativo: la consapevolezza da parte della popolazione e del sistema della prevenzione dell’entità del rischio, soprattutto per le persone più fragili, ha dimostrato enorme rilevanza per la riduzione dell’impatto sanitario. Un secondo importante aspetto è quello legato all’organizzazione delle nostre città, forse la maggior sfida in questo ambito per i prossimi decenni. Città più “verdi” e costruite con materiali che riducano il fenomeno dell’isola di calore rappresentano infatti un elemento chiave sia nell’ottica dell’adattamento ai cambiamenti climatici che in quella della loro mitigazione». Dicevamo della politica, che finalmente si è accorta del problema. E infatti l’Unione europea ha finanziato con 4 milioni di euro per tre anni un progetto di ricerca sull’argomento. Conclusosi nel 2014, dopo aver coinvolto le principali aree urbane dell’Europa Centrale (Budapest, Lubiana, Modena, Padova, Praga, Stoccarda, Varsavia e Vienna), ora è nella fase di restituzione dei risultati. ✱ mEdia who rEgionE EuropEa

mEdia Eu28

mEdia Eu27

1.693.321

CiTTà infuoCaTE

valore base

3.370.891

minimo

1.685.446

[SENZA ANDORRA, MONACO, SAN MARINO, TURKMENISTAN E UZBEKISTAN]

massimo

5.056.337

valore base

2.487.283

minimo

1.243.642

massimo

3.730.925

35


economia solidale impatto sul Pianeta

Che brutta impronta lascia lo Stivale... Tra i 24 Stati mediterranei, l’Italia è al terzo posto per l’eccessivo utilizzo di risorse naturali. E la sua capitale non è da meno: ci vive il 7% della popolazione ma consuma un terzo della biocapacità nazionale

di Emanuele Isonio

GENOVA PECORA NERA

D

ell’ennesima medaglia in una classifica negativa avremmo fatto volentieri a meno. Ma sui limiti del nostro modello di sviluppo cade un’altra tegola: tra i Paesi del Mediterraneo, l’Italia ha una delle impronte ecologiche pro capite più elevate. Peggio di noi, solo Francia e Slovenia (vedi GraFico ). Il calcolo, contenuto in un rapporto presentato a fine ottobre dal think-tank Global Footprint Network, confronta due dati: la quantità di risorse naturali e di servizi ecologici che ciascun territorio è in grado di rigenerare ogni anno (la cosiddetta “biocapacità”) e il consumo che di tali fattori viene fatto da chi in quelle aree vive: cibi vegetali, carne, pesce, spazi per le infrastrutture urbane, boschi per il legno e per assorbire l’anidride carbonica. Più i consumi si discostano dalla biocapacità, minore è la sostenibilità del sistema: si vive, in pratica, oltre le possibilità della natura di rispondere ai nostri bisogni.

Uno scostamento particolarmente marcato, nel caso italiano: ogni anno consumiamo più del triplo delle risorse che i nostri territori sono in grado di generare. A rendere particolarmente acuto il problema, l’emissione di CO2 in misura molto più marcata del potere di assorbimento degli ecosistemi e l’impatto connesso con l’uso di aree da pascolo. Non a caso sono proprio cibo e trasporti le voci che incidono di più sull’impronta ecologica nazionale. «Il monitoraggio delle voci di consumo – spiega Alessandro Galli, direttore del Programma mediterraneo di Global Footprint Network – è un passaggio fondamentale per scovare i settori più rilevanti e poter poi suggerire soluzioni per invertire la tendenza». In un quadro del genere, nemmeno le città italiane possono brillare per impatti ambientali: Genova ha la più alta impronta pro capite tra i centri esaminati (con l’1,5% della

bioCapaCiTà E impronTa ECologiCa nEl baCino dEl marE nosTrum [dati 2010]

36

5,0 4,5 4,0 3,5 3,0 2,5 2,0 1,5 1,0 0,5 0,0

Impronta ecologica mondiale pro capite

Palestina

Marocco

Siria

Algeria

Albania

Egitto

Tunisia

Giordania

Bosnia Erzegovina

Turchia

Macedonia TFYR

Montenegro

Croazia

Libia

Libano

Spagna

Cipro

Israele

Grecia

Malta

Portogallo

Italia

Slovenia

Biocapacità mondiale pro capite

Francia

[Impronta ecologica (ettari globali pro capite)]

FONTE: MEDITERRANEAN INITIATIVE - GLOBAL FOOTPRINT NETWORK

BIOCAPACITÀ Aree urbanizzate Aree marine Foreste Pascoli Terreni coltivabili IMPRONTA ECOLOGICA Aree urbanizzate Consumi prodotti ittici Consumi prodotti forestali Consumi prodotti da allevamento Consumi prodotti agricoli Emissione gas clima-alteranti

valori / ANNO 15 N. 133 / NOVEMBRE 2015


impatto sul Pianeta economia solidale

DIETA MEDITERRANEA ABBANDONARLA FA MALE ANCHE ALL'AMBIENTE

il ruolo dEll’alimEnTazionE

impronta ecologica dei consumi alimentari (2010)

FONTE: MEDITERRANEAN INITIATIVE - GLOBAL FOOTPRINT NETWORK

Il contributo dell’alimentazione all’impronta ecologica globale di un Paese, negli Stati mediterranei, è superiore a quella che si registra in Germania. È probabilmente il dato che più stupisce, all'interno della ricerca di Global Footprint Network (Gfn). I numeri indicano un impatto medio di 0,9 ettari globali pro capite (con punte tra 1 e 1,6 in Italia, Spagna, Grecia e Portogallo, vedi GraFico ), rispetto allo 0,8 tedesco. La fine del primato della dieta mediterranea rispetto ai piatti a base di würstel e carne bovina? In realtà, il risultato evidenzia come proprio l'abbandono del regime alimentare tipico dei Paesi marittimi (e dichiarato Patrimonio dell'Umanità dall'Unesco) abbia incrementato l'impatto ambientale totale. Sui piatti finiscono molte meno verdure, frutta, pasta, prodotti locali, sostituiti da più carne e prodotti importati da altri continenti. «A questo – spiega Galli direttore Mediterraneo di Gfn – si può ovviare solo operando su tre direttrici: migliorare le pratiche agricole per ottimizzare l'uso delle risorse idriche, ridurre gli sprechi lungo la filiera e ripensare a ciò che mettiamo sulle nostre tavole». Una scelta che, oltre all'ambiente, porterebbe giovamento anche a livello sanitario.

Carne Latticini Pesce Frutta e verdura Cereali Altri cibi

0

0,2

0,4

0,6

0,8

1,0

1,2

1,4

1,6

[Impronta ecologica (ettari globali pro capite)]

popolazione nazionale, consuma il 7% delle risorse). E sul podio, c’è anche la capitale, che assorbe un terzo della biocapacità del Paese nonostante i romani siano solo il 7% degli italiani. A dire il vero, nel tentativo di equilibrio tra consumi umani e produzione degli ecosistemi, non esce bene, in realtà, nessuno degli Stati affacciati sul Mare Nostrum. L’impronta media è due volte e mezzo superiore alla biocapacità.

IL BENESSERE PUÒ ESSERE SOSTENIBILE? La vera sfida che attende cittadini, decisori politici e tessuto industriale appare chiara: come riuscire a incrementare il livello di qualità di vita senza però continuare a poggiare il nostro sviluppo sul depauperamento delle risorse naturali dei Paesi in via di sviluppo? Per questo, i ricercatori di Global Footprint Network hanno incrociato i dati dell’impronta ecologica con quella dell’indice Hdi, l’indicatore di sviluppo umano predisposto dall’Onu. «L’impronta ecologica – spiega Galli – non ci dice nulla sulla qualità della vita di una popolazione ma solo quante risorse naturali sfrutta. Incrociando i risultati con l’Hdi, riusciamo a capire quanto siamo lontani dall’obiettivo di innalzare il benessere in modo sostenibile». La strada da fare è parecchia, perché i passi in avanti fatti nell’ultimo decennio sul fronte del progresso umano sono stati fatti nella maggior parte dei casi a discapito dell’ambiente (vedi GraFico ). L’inversione di rotta però non pare impossibile. È sempre una questione di scelte politiche. E in tal senso, proprio i centri urbani possono diventavalori / ANNO 15 N. 133 / NOVEMBRE 2015

re un elemento per migliorare la situazione: «Le città – conclude Galli – funzionano come ascensore sociale, permettendo agli abitanti di migliorare la loro qualità della vita. Ma con essa aumentano i loro consumi e quindi l’impronta ecologica pro capite. Il circolo vizioso può essere interrotto, enfatizzando le pratiche che possono migliorare l’utilizzo delle risorse grazie ad appropriate politiche abitative, di trasporto e di gestione energetica. In questo modo, le municipalità possono diventare motori di progresso, piuttosto che ostacoli sul cammino verso la sostenibilità». ✱ lo sViluppo umano CrEsCE, l'impaTTo ambiEnTalE purE

confronto fra l'andamento dell'impronta ecologica e dello human development index [anni 2000-2010] FONTE: MEDITERRANEAN INITIATIVE - GLOBAL FOOTPRINT NETWORK

Sviluppo umano elevato

Sviluppo umano molto elevato Grecia

Portogallo

Francia

6

5

Italia 4 2010 2000

3

Libano Croazia

Turchia

Bosnia Erzegovina Biocapacità mondiale pro capite 2010

Egitto Tunisia

Albania

Marocco

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Biocapacità Mediterraneo pro capite 2010 QUADRANTE DELLO SVILUPPO SOSTENIBILE

0,7

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[Impronta ecologica (ettari globali pro capite)]

Slovenia Egitto Israele Albania Marocco Tunisia Cipro Med-15 media Turchia Francia Italia Croazia Spagna Grecia Malta Portogallo

0,9 [Indice HDI per lo Sviluppo umano sostenibile Onu]

1

0

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economia solidale esperimenti urbani

Transizione avanti piano di Corrado Fontana

Dieci anni fa le Transition town erano pioniere nel prospettare un futuro sostenibile di comunità. E se oggi quella spinta propulsiva filtra nei propositi di Cop21, che ne sarà della loro proposta?

«L

a parte qualificante del progetto Transition town è di prevedere un modello culturale che vede i limiti della crescita economica e capisce che non può essere infinita: o sapremo ridurre i nostri consumi oppure l’attuale architettura, economica e ambientale, crollerà». Parola di Luca Mercalli, geografo e presidente della Società Meteorologica Italiana. E se anche molti media internazionali (vedi Valori di novembre 2009) già trattarono di Transition town, ovvero di quell’idea che nacque con il movimento fondato a Kinsale, in Irlanda, a partire dal pensiero

di Rob Hopkins, e poi messo più direttamente in pratica a Totnes, in Inghilterra, tra 2005 e 2006, c’è da chiedersi dove sia arrivata la sua spinta propulsiva. Perché da quando Hopkins divenne una sorta di “star” di quella parte del mondo ambientalista che propugna una società libera dai combustibili fossili è nato un Transition network, fatto di circa duemila iniziative sparse per 50 Paesi. Una sperimentazione diffusa sulla quale, tuttavia, Cristiano Bottone, coordinatore di Transition Italia, ammette che non si è stabilito un modo per misurarne i successi o l’evoluzione, pur dopo un vivace dibattito interno.

TECnologiE al sErVizio dEl nuoVo modEllo di Corrado Fontana

Soluzioni d’ingegneria verde conquistano spazio all’Università di Bologna Si chiama transition engineering ed è una parte importante di ciò che sviluppano la professoressa Alessandra Bonoli e il gruppo Alma Low Carbon dell’Università di Bologna. «Tecnologie di ricerca scientifica orientate verso un futuro con basse emissioni di CO2, a impatto zero e senza consumo di combustibili fossili» spiega Bonoli. «Ci stiamo concentrando sul tema della città resiliente, orientata verso una gestione sostenibile delle risorse e l’attenzione al clima che cambia». Ma alla facoltà di Ingegneria non si fa solo 38

teoria: è nato così il gruppo “Terracini in transizione” (dal luogo del nuovo campus alla prima periferia della città) con l’ambizione di «creare una sorta di laboratorio vivente, che coinvolga docenti, personale tecnico-amministrativo e studenti; dove provare le tecnologie della transizione». Un richiamo esplicito che dall’ispirazione passa alla sperimentazione delle cosiddette “tecnologie verdi urbane”: «Il “tetto verde tecnologico” (cioè ricoperto di vegetazione, ndr) al di sopra dei nostri laboratori richiede una manutenzione limitata ma permette di ridurre il consumo energetico, sia per il riscaldamento invernale sia per il raffrescamento estivo, e il vantaggio della raccolta d’acqua, con un serbatoio disponibile per usi diversi. Tetti e pareti “verdi” (speriamo di realizzarne

una entro Natale) sono utili ad abbattere gli inquinanti, a coibentare gli edifici e rispondono alle criticità legate alla cosiddetta isola di calore» (vedi articolo a pag. 35). Ma nel laboratorio si smontano anche i rifiuti informatici dell’ateneo e si riassemblano in nuove apparecchiature da riusare, e si studiano sia il compostaggio di comunità sia dispositivi di risparmio idrico nei sanitari e di raccolta dell’acqua piovana. Il futuro riserva poi un altro progetto: la realizzazione di un edificio energeticamente passivo, a impatto zero, autocostruito dagli studenti. «Questo è un periodo di estremo interesse per lo sviluppo delle pratiche di risparmio energetico – conclude Bonoli – ma anche per la ricerca di nuove forme di energia, diverse da quelle finora sfruttate». ✱ valori / ANNO 15 N. 133 / NOVEMBRE 2015


esperimenti urbani economia solidale

E così la mappa mondiale di queste esperienze, ufficialmente affiliate o ufficiosamente ispirate al movimento, lascia la sensazione di un mondo nato di slancio e ora in attesa di capire se sarà riassorbito dai buoni propositi di sostenibilità del Pianeta, e un po’ oscillante: tra (pochi) picchi avanzati di comunità che si raccontano mentre trasformano in buone prassi quotidiane le lezioni del fondatore (Greyton in Sudafrica; Minamiaso in Giappone; El Manzano in Cile; Monteveglio, vicino Bologna), e molti semplici embrioni (perlopiù sparuti gruppi di persone) di quest’idea di processo. Del resto non è facile penetrare nella base culturale del movimento. Per essere assimilata pienamente richiede un’iniziazione verso concetti articolati: dalla sociocrazia alle città resilienti, dalla rimozione del conflitto a quella del modello competitivo, dall’approccio sistemico e i framework di progettazione alle leggi della termodinamica. Tutte basi teoriche di un pensiero che punta a cambiare l’esistente attraverso energie rinnovabili e permacultura (una coltivazione che riduce al minimo gli interventi umani), o con la promozione di un’alimentazione sostenibile e locale, sviluppata a partire dalla creazione del proprio orto domestico fino alla proposta di uno schema di agricoltura alternativo, sostenuto dalla comunità. ✱

i TEnTaTiVi iTaliani FONTE: TRANSITION ITALIA

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Funo in transizione Castel Maggiore San Cassiano di Fiuminata

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Biella in transizione Santorso in transizione Monteviale in transizione Sovizzo in transizione Campagnola in transizione Scandiano in transizione Monteveglio Città di transizione Persiceto in transizione Calderara in transizione Budrio in transizione Lame in transizione Bologna Dentro Porta in transizione San Lazzaro in transizione Pianoro in transizione

Iniziative di transizione attive

Carimate in transizione Granarolo in transizione Lucca Città di transizione Urbania in transizione

Gruppi in fase di formazione

Iniziative che hanno cessato la loro attività

’eccellenza italiana sotto la lente di Valori V lori Va FATTI F FA ATTI ITA T LIA L’L’eccellenza TA T IN ITALIA

sotto la lente di Valori

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FATTI IN ITALIA L’eccellenza italiana

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IL LIBRO DI VALORI DEDICATO ALL’ITALIA CREATIVA E CAPACE FATTI IN ITALIA Isonio Emanuele to tta Tramon ed Elisabe prefazione ci ac al Ermete Re

a L’eccellenz italiana nte sotto la le di Valori

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economia solidale scienza per il clima

di Emanuele Isonio

LA STUFA CHE FERTILIZZA I CAMPI

Una stufa pirolitica ad alto rendimento energetico e zero emissioni nocive che utilizza biomasse non legnose, che permettono di evitare il taglio delle foreste, e produce carbone vegetale, fertilizzante in grado di raddoppiare la produzione agricola locale: il brevetto esce dalle stanze dell’Università di Udine, all’interno del progetto internazionale “Bebi” coordinato dal prof. Alessandro Peressotti e finanziato dalla Commissione Ue con 840mila euro. La stufa è staTre idee industriali ta ribattezzata Elsa, dal nome della leonessa protagonista del bestseller “Nata libera”. Gli ideatori si augurano che la stufa a pirolisi, libera da copyright e alimentata con vari tipi di che potrebbero scarti agricoli, si diffonda in migliaia di villaggi africani. La storia parte nel 2007 con l’analisi degli fare la differenza effetti del carbone vegetale sui suoli: «È un fertilizzante molto utile in terreni acidi come quelli africani, difper ecosistemi ficili da coltivare. La pirolisi permette di produrlo in modo sostenibile». L’ostacolo maggiore, per ora, è e popolazioni locali. trovare abbastanza combustibile per soddisfare il fabbisogno. Si è partiti quindi dalle aree in cui si colPerché ridurre tiva palma da olio a livello familiare in Ghana. Si è poi esteso il discorso a Kenya, Etiopia, Ghana, Tanle emissioni nocive zania, dove le segherie non recuperavano la segatura che ora viene invece utilizzata per produrre è anche una grande pellet. Finora si sono distribuite circa 20mila stufe, a un prezzo che varia dai 10 dollari per la stufa prodotta con lamiere di recupero ai 100 dollari per quella a due fornelli. sfida tecnologica

I brevetti che fanno bene all’ambiente

LE ALGHE SALVERANNO IL DIESEL?

È un’invenzione che potrebbe evitare futuri scandali Volkswagen-style, quella messa a punto da Tere Group, una delle più importanti realtà mondiali nella produzione di biocarburanti: produrre biodiesel – ribattezzato Algamoil – ricavato dalle alghe. Anche solo con una miscela composta per l’80% di gasolio minerale e per il 20% di Algamoil – rivelano le analisi effettuaL’idea è stata lanciata da una start-up svizzera (la Seas del Canton te dall’Università di Modena – le riduzioni di particolato si sono Ticino) ma ha un cervello italiano, quello della professoressa Anna Maquasi dimezzate. grini, docente di Ingegneria civile all’Università di Pavia, che ha collaboraPer di più, oltre a diminuire le emissioni inquinanti, il biocarburanto al progetto, e un cuore che potrebbe rivoluzionare la vita delle popolaziote viene ricavato da un processo naturale di fotosintesi che si ni che vivono in zone con carenza d’acqua. Il brevetto permette di catturare basa sul riassorbimento dell’anidride carbonica. La speranza l’umidità dell’atmosfera e trasformarla in acqua potabile di alta qualità, senza dei produttori è che gli obblighi introdotti dal Ministero dello dover avere bisogno di costose opere per infrastrutture e trasporti: una novità Sviluppo economico, che impone dal 2018 di miscelare gache potrebbe avere un impatto diretto sugli 880 milioni di persone che nel mondo solio con biocarburanti “avanzati” (ottenuti da materie prinon hanno accesso all’acqua potabile (3,4 milioni muoiono ogni anno per la manme di scarto), possano essere un volano per il settore. canza di questo bene o per malattie correlate). E la domanda di acqua è destinata «Qualsiasi investitore con il supporto di Tere Group a crescere a causa di inquinamento e cambiamenti climatici. «La tecnologia – spie– spiega Michael Magri, Country Manager per l’Italia – ga la professoressa Magrini – è frutto di oltre quattro anni di ricerca e sviluppo e gaè in grado di avviare un impianto per la produzione di rantisce un impatto ambientale basso o nullo. A differenza delle tecnologie a osmobiodiesel dalle alghe; attività che si rivela interessante si inversa (desalinizzazione, depurazione delle acque, trattamento delle acque reflue anche dal punto di vista economico. L’alto rendimento ecc.), quella di Seas non rilascia impurità nell’ecosistema locale e offre una fonte di questi impianti infatti ha fatto in modo che negli ulillimitata e inesauribile di acqua potabile». I sistemi Seas permettono di produrre actimi mesi già numerosi imprenditori italiani abbiano qua dall’aria con macchine da 2.500 a 10mila litri al giorno. deciso di investire in questa tecnologia».

L’ACQUA POTABILE È NELL’ARIA

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valori / ANNO 15 N. 133 / NOVEMBRE 2015


economia solidale ??

la bacheca di valori ?? economia solidale

I MIGLIORI TWEET DEL MESE #Landdegradation costs the world up to $10.6tn a year [La degradazione dei suoli costa al mondo fino a 10,6 trillioni di dollari all'anno]

15 settembre Robert Costanza @Robert_Costanza

From today large retailers in England will charge 5p for single use plastic bags.

[Da oggi, la Grande Distribuzione inglese dovrà pagare 5 penny per ogni sacchetto di plastica utilizzato] 4 ottobre Defra UK @DefraGovUK

CAFFÈ: METÀ DELLE PIANTAGIONI A RISCHIO

il caffè può crescere solo a determinate temperature, ed entro il 2050 i terrenti adatti potrebbero essersi ridotti in molte regioni del pianeta. in queste tre aree si produce il 71% del raccolto attuale.

FONTE: WORLD COFFEE RESEARCH, FAO, INTERNATIONAL COFFEE ORGANIZATION ET AL.

ENERGIA SOLARE: PREZZI IN PICCHIATA

Andamento del costo delle celle solari fotovoltaiche, US$ per watt, 1977-2014

#consumi: la svolta green degli italiani, spesa #madeinitaly bio per un valore di 20 miliardi nel 2015 12 ottobre Coldiretti Giovani @ColdirettiG

Diesel pulito è un ossimoro come carbone pulito Accelerare la conversione alla mobilità elettrica 13 ottobre Gianni Silvestrini @GiaSilvestrini, Palermo, Sicily

VALORITECA SPUNTI DA NON PERDERE NEL MESE APPENA TRASCORSO

NEWS

NEWS

La folle idea del governatore dell’Alaska: trivelle contro i danni ambientali

Le mezze stagioni arrivano prima

Come pagare i danni causati dai cambiamenti climatici? Semplice, secondo il governatore dell'Alaska, Bill Walker: espandendo le trivellazioni di petrolio sul proprio territorio. Il politico repubblicano lo ha pubblicamente affermato in un'intervista alla britannica BBC, nella quale ha chiesto con urgenza di esplorare l’area protetta dell’Arctic National Wilderness Refuge alla ricerca di altri giacimenti di idrocarburi. L’Alaska è infatti l’unico Stato americano che non ottiene denaro attraverso tasse sui redditi o sulle vendite (come la nostra Iva, ad esempio), ma ricava invece il 90% della disponibilità finanziaria proprio dalle imposte sulla produzione di petrolio e gas.

APPUNTAMENTI

18-21

noVEmbrE 2015

rieti

“Clima, ultima chiamata”

xii forum inTErnazionalE di giornalismo ambiEnTalE

valori / ANNO 15 N. 133 / NOVEMBRE 2015

Nei prossimi cento anni l'inizio dello sviluppo primaverile della vegetazione giungerà negli Usa con un anticipo medio di 3 settimane, a causa dell'aumento delle temperature globali. Ad affermarlo, dalle pagine della rivista scientifica Environmental Research Letters, una ricerca elaborata da alcuni ricercatori della University of Wisconsin-Madison, che hanno osservato rapidi cambiamenti nei comportamenti delle piante soprattutto nell’area del Nord Ovest sulla costa pacifica e nelle regioni montane occidentali degli Usa. Gli studiosi sottolineano inoltre che ciò avrà inevitabili conseguenze sulla durata degli inverni (più brevi) in alcune regioni e sulle trasmigrazioni degli uccelli.

Si terrà nell'immediata vigilia dell'apertura della Cop21 il tradizionale forum internazionale dell'Informazione per la salvaguardia della Natura organizzato dall'associazione Greenaccord Onlus. Come nelle precedenti edizioni, decine di giornalisti specializzati in ambiente si confronteranno con scienziati provenienti da tutto il mondo. Tra i relatori attesi quest'anno: Jean-Pascal van Ypersele, vicepresidente IPCC; Hans Schellnhuber, analista del CBE Potsdam Institute for Climate Impact Research; David R. Easterling del National Climatic Data Center degli Stati Uniti. 41


PAMELA MASTRILLI

LAURA BERTAZZONI

fotoracconto 04/04

C’è anche Cuba tra i Paesi coinvolti dai progetti di sviluppo sostenibile ideati da Arcs in collaborazione con partner locali. Nell’isola caraibica, dal 2012, è in atto un programma di agricoltura urbana e sub-urbana con un triplice obiettivo: migliorare la produttività dei terreni, diffondere tecniche di coltura a basso impatto ambientale, aumentare i redditi delle cooperative agricole attraverso la vendita diretta dei prodotti nel mercato locale.

Ed ecco che quindi, sui terreni, sono stati sperimentati sistemi di irrigazione efficiente alimentati da pannelli solari e applicati sistemi colturali che riducessero il più possibile l’uso di materie prime, a partire dalle risorse idriche. Un piano avviato prima in una cooperativa pilota e, una volta verificati i risultati, replicato in altre 11 cooperative previste nel progetto. Lo sviluppo dei progetti in America Latina ha offerto l’occasione anche per liberare la creatività e stimolare l’occhio dei fotografi coinvolti nel workshop fotografico promosso da Arcs e da Giulio di Meo. In questa pagina, due scatti realizzati tra il 2014 e il 2015 sulla spiaggia di Santa Fe (foto grande) e nella provincia occidentale di Pinar del Rìo.

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social innovation

Terzo Settore alla sfida dell’upcycling

L’energia sociale dà valore agli scarti di Andrea Vecci iparare, riutilizzare, riciclare: tre verbi che non appartengono ai modelli industriali consumer e che estendono l’attenzione e le competenze produttive al life cycle assessment cioè a quel complesso di relazioni generate dentro e fuori dal processo produttivo. Per approcciare all’upcycling (il processo di riciclo tramite il quale i nuovi prodotti hanno valore economico maggiore rispetto ai componenti originali) occorre integrare tutti i fattori funzionali, simbolici, culturali, tecnici di un sistema produttivo e programmare i flussi di materia ed energia che scorrono da un sistema industriale a un altro, in un circolo continuo che diminuisce l’impronta ecologica, genera un notevole flusso economico e promuove l’integrazione sociale. Tra i primi ad associare il tema del riciclaggio e della solidarietà c’è Mani Tese che negli anni ’90 apre una decina di punti raccolta e vendita di oggetti usati per promuovere uno stile di vita quotidiano più sobrio e sostenibile. Una delle cooperative di Mani Tese, la fiorentina Riciclaggio e Solidarietà, fonda una piattaforma locale con le cooperative Atelier e Flo, un concept store etico. Oggi la cooperativa Atelier di Firenze produce borse realizzate con tele pubblicitarie riciclate e gestisce un laboratorio di sartoria in Linguaggio dei Segni per i non udenti. A Sesto Fiorentino la cooperativa Sociale In Rete ha attivato il laboratorio AltreMani divenuto un marchio di prodotti di legatoria e cartotecnica, complementi di arredo e oggettistica partendo da materiali di scarto. Negli ultimi anni si osserva il passaggio dalle pratiche isolate a un vero e proprio distretto del riuso all’interno del quale le imprese sociali governano il ciclo della raccolta e della rigenerazione a favore di diversi soggetti: amministrazioni locali, municipalizzate, organizzazioni di cittadini, designer, altre imprese sociali e organizzazioni di terzo settore. È il caso di Erica, cooperativa sociale di Alba impegnata da diversi anni nell’educazione e nella ricerca di nuove politiche pubbliche e aziendali per ridurre i rifiuti e ottimizzare i processi di upcycling, in particolare il compostaggio collettivo automatico. In Trentino si punta tutto sul nuovo Distretto Industriale Solidale del

R

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Contoterzismo in cui il consorzio Con.Solida e la cooperativa A.L.P.I. sono impegnate nel far riconoscere alla cooperazione sociale una deroga nel trattamento di alcuni materiali di scarto prima che diventino rifiuti e quindi non più utilizzabili. Re.Do Upcycling è una prima esperienza che rigenera striscioni pubblicitari e ausili sanitari vendendoli in spacci e negozi tra Trento, Rovereto e Bressanone. Come per gli esempi toscani, anche in Trentino le imprese sociali lavorano a stretto legame con i designer per migliorare le competenze gestionali e di mercato tipiche dei brand. WiaNui (come nuovo) è la cooperativa di Bressanone che produce e vende accessori decorativi ad alto contenuto di design in una vera e propria boutique dell’upcycling. Akrat Recycling di Bolzano mette in vendita nel suo negozio mobili, vestiti e accessori composti da materiali di riciclo prestando particolare attenzione al design. Ecosphera a Forlì e Il Giardinone a Locate Triulzi stanno sperimentando l’inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati attraverso l’upcycling della filiera alimentare: il riutilizzo di fondi del caffè per la produzione di funghi commestibili e di substrato per la coltivazione ortofrutticola. A Vicenza la cooperativa sociale Insieme tratta una vasta gamma di prodotti riciclati con una particolare attenzione al restauro. Corner è un negozio specializzato nella realizzazione e rigenerazione di cornici, telai e parquet della coop sociale I Piosi di Sommacampagna. A Milano Arimo ha aperto Co-Wooding, una falegnameria partecipata, che integra l’arte del legno con la filosofia della rigenerazione sia della materia prima che delle persone fragili attraverso percorsi formativi ed educativi. Le cooperative trentine CS4, Aurora e Ge@ Trentina Servizi hanno avviato iniziative di riuso condiviso, RiCó, uno spazio a disposizione di tutti i lavoratori delle tre realtà. Riciclo e riuso rappresentano un importante campo di intervento per un numero sempre più consistente di cooperative e imprese sociali che riconoscono nella sostenibilità ambientale non solo un limite, ma un’opportunità di crescita e che possono essere tra i primi attori economici capaci di includere anche le sfide sociali accanto a quelle ambientali. ✱ Maggiori approfondimenti sul blog Social Innovation di valori.it

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INTERNAZIONALE

QUELLI CHE… L’EFFETTO SERRA È FALSO

I

di Paola Baiocchi

Per bloccare le politiche di riduzione delle emissioni di gas serra agisce un’intera galassia di ricercatori, associazioni e fondazioni. A finanziarli i soliti noti delle energie fossili. Ma anche l’industria del tabacco, da sempre in lotta contro le prove della scienza valori / ANNO 15 N. 133 / novembre 2015

n una vignetta a china un dinosauro manifesta sotto un’eruzione vulcanica mostrando in primo piano un cartello che dice: “i cambiamenti climatici sono una beffa”. In una foto, invece, un signore baffuto regge un altro cartello che afferma: “il riscaldamento globale è una truffa socialista”, riferendosi al fatto che limitare le emissioni vuol dire cambiare in parte il modo di vivere nordamericano e quindi sicuramente si tratta di una montatura del nemico storico che ha svestito i panni ufficiali del “terrore rosso” per camuffarsi con quelli del “terrore verde”. Sono solo due esempi di cosa si può trovare sul web ricercando le parole climate change denial: decine di siti di “negazionisti” del cambiamento climatico, contrapposti a quelli di “preoccupati” che dimostrano uno scontro durissimo in atto. Trova moltissime pagine anche la ricerca anti climate change lobby, mentre la stessa ricerca fatta usando i

L’International Herald Tribune ha scelto una vignetta per scherzare su quanti ancora oggi credono che il surriscaldamento globale sia solo una bufala. E l’immagine ha presto fatto il giro del web. 45


internazionale il clan dei negazionisti

termini italiani riporta una raccolta abbastanza generica di articoli, come se l’Italia non fosse coinvolta nelle campagne negazioniste o, più semplicemente, come se non ci fossimo ancora accorti che dietro al tema dei cambiamenti climatici si muovono enormi interessi che spingono la ricer-

ca scientifica e l’opinione pubblica in una direzione o nell’altra. Vincenzo Ferrara, fisico-climatologo dell’Enea ora in pensione, ne ha invece parlato chiaramente in un’intervista pubblicata su QualEnergia.it, intitolata “Quelle lobby a braccetto con la politica contro il taglio delle emissioni”.

GLI APOSTOLI DEL NEGAZIONISMO CLIMATICO E LE LOrO rETI DI fINANZIATOrI FONTE: EXXON SECRETS

Hover Institute on Heartland War, Revolution and Peace, Institute Competitive Stanford University Enterprise Institute National Center George C. for Policy Analysis Marshal Institute Cato Institute Science and Environmental Policy Project

American Council on Science and Health Heritage Foundation

Frontiers of Freedom Institute and Foundation

Annapolis Center for Science-Based Public Policy

Federalist Society for the Law and Public Policy Studies

Global Climate Coalition

Centre for the New Europe

Manhatten Institute for Policy Research

Weidenbaum Center on the Economy, Government, and Public Policy

American Petroleum Institute

ALEC American Legislative Exchange Council The Advancement of Sound Science Coalition Cooler Heads Coalition

Fraser Institute Arizona State University Office of Climatology Center for the Study of Carbon Dioxide CFACT Tech Central of and Global Change Independent Committee for a Science Foundation Constructive Tomorrow Institute or Tech Central Station

Consumer Alert

Patrick J Micheals Tim Ball

Craig Idso

ChI NEGA IL PErICOLO

Sherwood Idso

SURRISCALDAMENTO 46

L’azione di contrasto messa in atto dalla potente lobby dei combustibili fossili – spiega Ferrara – è uno degli ostacoli maggiori frapposti al vero cambiamento: «Quando cominciammo, nel 1990, il percorso che portò alla prima dichiarazione di Rio del 1992 e poi al protocollo di Kyoto, eravamo entusiasti e ingenui, convinti che le sole evidenze scientifiche avrebbero spinto il mondo ad agire rapidamente. Ma ben presto ci rendemmo conto che contro di noi si era messa in moto una macchina enorme che arriva a produrre lavori scientifici falsi, assoldare nostri colleghi perché ci smentissero, indirizzando i media perché instillassero un continuo dubbio nel pubblico e nei politici riguardo alle nostre conclusioni. Io sono stato attaccato per anni da giornali di centro-destra, con interventi al limite della diffamazione, solo perché affermavo ciò che oggi hanno riconosciuto tutti. E così si sono persi 20 anni, e ci ritroviamo più o meno al punto di partenza».

LA COSPIRAZIONE VERDE molti dollari

S. Fred Singer John Christy Richard Lindzen David R Legates Sallie Baliunas

AL LIMITE DELLA DIFFAMAZIONE

un sacco di dollari un po’ di dollari

Willie Soon

WORLD BUSINESS COUNCIL FOR SUSTAINABLE DEVELOPMENT (WBCSD)

Tra i suoi 200 membri ci sono Shell, Bp, Petrobras, Dow Chemicals, Chevron. Fondato da Stephan Schmidheiny, anziano ex presidente di Eternit, ha partecipato in maggio al summit parigino Business & Climate in cui, secondo gli ambientalisti, il presidente Hollande ha dimostrato completa disponibilità a includere le imprese nella negoziazione.

Nel grande fronte degli oppositori alla limitazione delle emissioni ci sono gli scettici e i negazionisti climatici. Gli scettici dicono che il riscaldamento climatico non è niente di più che uno dei tanti cicli naturali già subiti dalla Terra e quindi non è da imputare all’azione

HEARTLAND INSTITUTE

Il think tank liberal-conservatore di Chicago è uno dei principali oppositori del riscaldamento globale e ha svolto anche campagne con Philip Morris per confutare la correlazione cancro-fumo passivo. Ritiene dannose per l'economia le politiche di mitigazione, le rinnovabili e sostiene la necessità di uno Stato leggero. È stato fondato nel 1984 da David H. Padden, già capo di altri think tank reazionari come il Cato Institute e la Charles Koch Foundation.

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il clan dei negazionisti internazionale

umana, anche se si devono trovare i rimedi alle sue conseguenze. I negazionisti duri e puri, come l’ex ministro dell’Energia dell’amministrazione Reagan, James B. Edwards, semplicemente sostengono che non c’è nessun cambiamento del clima in corso. In appoggio a questa tesi si è mobilitata una coalizione di think tank conservatori statunitensi, che si sono ri-orientati dopo esser rimasti senza nemico con la caduta del muro di Berlino, alleandosi con l’industria del tabacco e con quella estrattiva e delle fonti fossili. Nel 1992 Big Tobacco, per contrastare un rapporto dell’Epa (l’Ente per la protezione dell’ambiente) sulla correlazione tra fumo passivo e cancro ai polmoni che avrebbe portato a iniziative di legge contro il tabacco, ha assunto la società di pubbliche relazioni Apco Worldwide per mettere in campo strategie di astrofunding (vedi GLOSSARIO ) che sminuissero tutta una serie di timori per la salute, per esempio quelli collegati al fumo o al buco dell’ozono, attraverso gruppi di facciata, come l’Advancement of Sound Science Center (Tassc), che si autonominano di opposizione alla “scienza spazzatura”. Nel tempo nei confronti di Tassc sono aumentati i finanziamenti da parte delle società petrolifere, a cominciare da Exxon, e il loro sito Junkscience.com ha rappresentato la centrale di distribuzione di ogni rifiuto dei cambiamenti climatici diffuso dalla stampa.

LE FONDAZIONI KOCH

Alla famiglia Koch fanno capo sette fondazioni, di cui le più importanti sono la Charles Koch Foundation e la David H. Koch Charitable Foundation. Svolgono diverse azioni di lobbying, anche in funzione anti cambiamenti climatici, finanziando molte iniziative e organizzazioni conservatrici.

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Una campagna ben strutturata che tra il 2002 e il 2010, afferma il giornale britannico The Guardian, ha fruito di almeno 120 milioni di dollari assegnati a oltre cento organizzazioni negazioniste attraverso il Donors Trust, con sede in Virginia, e il Donors Capital Fund, fondi che garantiscono la non tracciabilità dei versamenti.

GLOSSARIO ASTROTURFING È la tecnica di mascherare gli sponsor di un messaggio o di un'organizzazione per far sembrare che siano supportati da un movimento partecipativo: omettendo le informazioni sulla fonte dei finanziamenti, si dà più credibilità alle affermazioni di organizzazioni, che in realtà sono campagne di disinformazione coperte, vere operazioni di depistaggio dell'opinione pubblica. Il termine astroturfing è la derivazione di Astro turf, un marchio di moquette sintetica che imita l'erba tanto da sembrare un vero prato.

LOBBY EUROPEE CRESCONO Le azioni delle lobby non si limitano agli Usa: hanno già scoperto l’importanza dell’azione su Bruxelles, anche perché molte società petrolifere sono europee, come la britannica Bp e l’olandese Shell. Con l’avvicinarsi del Trattato transatlantico sul commercio (Ttip) anche Koch Industries, la multinazionale con sede in Kansas specializzata nella produzione di energia, raffinazione di petrolio e fertilizzanti, ha dichiarato di aver utilizzato 300mila euro nel 2014, per attività di lobbying nell’Unione europea, con l’obiettivo di agevolare le importazioni di gas e carbone americano. Una spesa ancora piccola, rispetto ai 5 milioni di euro che Shell avrebbe utilizzato, afferma il dossier The Climate Deception della Union of Concerned Scientists, per contribuire all’ottenimento in sede europea del target di un 27% non vincolante a livello nazionale, sostenendo la campagna di riduzione delle emissioni tramite il consumo di gas naturale. Non tutti però stanno a guardare: a livel-

GLOBAL CLIMATE COALITION (1989-2002) Finanziato da Chevron, ExxonMobil, Bp e altre compagnie petrolifere, il gruppo ha svolto attività di pressione sul Senato Usa per impedire la ratifica del protocollo di Kyoto, sostenendo che i suoi obiettivi avrebbero ostacolato la crescita economica del Paese.

ALEC

lo finanziario un gruppo di 25 investitori istituzionali, che vantano la gestione di attivi per 61 miliardi di euro, hanno recentemente rinfacciato a nove multinazionali dell’energia e delle miniere di professarsi in pubblico a favore del clima, ma di continuare ad agire in privato con i peggiori gruppi di pressione europei. Questi investitori hanno preparato una lista di grandi imprese che sostengono almeno un’associazione lobbistica: Bhp Billiton, Bp, Edf, Glencore, Statoil, Total, Johnson Matthey, Procter and Gamble e Rio Tinto. Il gruppo di fondi pensione, equity fund e fondazioni, attivi in tre continenti, sostengono che le dichiarazioni ufficiali di queste imprese sono contraddette dai loro impegni economici nelle campagne dei gruppi di pressione che vogliono influenzare i regolamenti europei in loro favore. ✱

Finanziato, tra gli altri, da Kraft, Shell, Chevron e Coca Cola, si muove in ambito legislativo, promuovendo progetti di legge con vari obiettivi: ridurre le fonti rinnovabili, indebolire accordi regionali sulla riduzione delle emissioni, introdurre nei programmi scolastici nozioni che negano il global warming.

WESTERN STATES PETROLEUM ASSOCIATION

La lobby finanziata anche dalla Bp, responsabile del disastro del Golfo del Messico del 2010, l'anno scorso ha creato sedici tra organizzazioni e comitati per simulare un'inesistente opposizione popolare contro le politiche pro-clima in California.

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internazionale migrazioni forzate

Atolli del Pacifico crociati anti-carbone M

far notizia. Ma, presto, nelle medesime condizioni potrebbero trovarsi quasi 10 milioni di persone. di Emanuele Isonio Tante quante abitano oggi nei sedici Stati del Pacifico (vedi MAPPA ) che hanno lanciato una proposta radicale sulla quale cercheranno una (difficile) convergenza al summit di Parigi di fine novembre: Proposta shock approvare una moratoria internazionale contro le di sedici Stati: nuove miniere di carbone come primo passo per bandire tutte arrivare a un progressivo abbandono delle fonti le fonti fossili fossili. «Le nostre comunità già da tempo stanno per non dover perdendo terra e case per effetto di eventi meteo estremi. Siamo di fronte a una crisi umanitaria evacuare crescente che, se non sarà affrontata con decisiomilioni di ne, minerà la stabilità e la sicurezza dell’intera repersone rimaste gione» ha osservato David Ritter, presidente di senza terra. Un Greenpeace Australia e Pacifico. fenomeno che Una consapevolezza diffusa tra i capi di Stato e LA DICHIARAZIONE DI SUVA in molte isole di governo delle nazioni insulari del quadrante Finché ad essere coinvolte sono poche centinaia è già realtà compreso tra Filippine, Indonesia e Australia. Mesdi persone, l’evento, benché drammatico, può non sa nero su bianco a inizio settembre nella DichiaGLI ArCIPELAGhI ChE PrOTESTANO razione di Suva, durante il 3° Pacific Island DeveFONTE: BANCA MONDIALE lopment Forum (www.pacificidf.org), insieme agli ISOLE  △  obiettivi indispensabili per sperare di garantire la MARSHALL  △  29 ATOLLI 10 52.634 83 sopravvivenza delle proprie nazioni: «mantenere 5 ISOLE M S.L.M. ABITANTI 1 61 10.084  ISOLE ISOLA M S.L.M. ABITANTI l’innalzamento della temperatura globale sotto il 666 STATI FEDERATI △ M S.L.M. DELLA MICRONESIA grado e mezzo rispetto ai livelli preindustriali, arri 118 ISOLE KIRIBATI 258.301 NAURU  ABITANTI 2,241 PAPUA △ M S.L.M. vare a un accordo mondiale legalmente vincolante,  33 ISOLE NEW GUINEA ISOLE monitoraggio degli obiettivi raggiunti ogni 5 anni, TUVALU ABITANTI  276.831 SALOMONE △ 7M S.L.M. corsie preferenziali per l’assistenza degli Stati più TIMOR EST 102.351 colpiti dagli effetti del climate change, introduzione POLINESIA FIJI  ABITANTI FRANCESE di metodi di pagamento per i servizi ecosistemici». 607 1.000 VANUATU   icronesia, Fiji, Vanuatu, Polinesia e, insieme a loro, una dozzina di altri arcipelaghi. Da mete idilliache per viaggi di nozze, la realtà dei cambiamenti climatici li sta trasformando anche nel gruppo di Stati più sensibili agli effetti di riscaldamento globale. Quello che altrove è ancora percepito come una previsione su una carta, a queste latitudini è già tangibile angoscia collettiva: come nel villaggio di Tebunginako, sull’atollo Abaiang nell’arcipelago di Kiribati. Un avamposto degli effetti da climate change, in cui erosione del suolo e inondazioni sempre più frequenti hanno minato la stabilità degli edifici e costretto il governo ad affrontare la prima evacuazione totale legata all’innalzamento dei mari.

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Obiettivi ambiziosi che rischiano di scontrarsi con le potenti lobby degli Stati che puntano a fare di Parigi l’ennesimo nulla di fatto, a tutto vantaggio dei settori industriali più inquinanti. Ad esserne consapevoli sono prima di tutto gli stessi leader degli Stati firmatari della Dichiarazione di Suva. Non a caso il presidente di Kiribati, Anote Tong, parla esplicitavalori / ANNO 15 N. 133 / novembre 2015


migrazioni forzate internazionale

IL PIANO “E” DELL’ONU E LA SOrDITà DELL’AUSTrALIA

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mente di un’opzione B da far tremare i polsi, un piano di migrazione dell’intera popolazione del Paese: «La mia speranza è che, se e quando il mio popolo dovesse migrare, possa farlo con dignità. Ed è per questo che bisogna prepararsi fin d’ora a tale eventualità». «Non possiamo permettere che qualcuno riduca la questione a un “vi sistemeremo da qualche altra parte”» gli fa eco il primo ministro di Tuvalu, Enele Sopoaga. D’altro canto, come ricorda il ministro degli Esteri delle Isole Marshall, Tony de Brum, «Non c’è nulla di più umiliante per una comunità che finire sotto la tutela di un’altra civiltà». Aspettando gli esiti della Cop21, ai leader del Pacifico arriva l’esplicito sostegno dell’inviato speciale delle Nazioni Unite per i cambiamenti climatici ed ex Alto commissario per i diritti umani, Mary Robinson. «Confido che i Paesi più industrializzati mostreranno buon senso e capiranno che le isole del Pacifico vengono già oggi danneggiate dall’assenza di decisioni. Tale consapevolezza potrebbe aiutare a creare un diffuso senso di urgenza».

LIVELLI MARINI IN RAPIDA CRESCITA Appelli, proposte e speranze si scontrano però con una realtà a tinte più fosche di quanto immaginato in passato dai climatologi. Un recente studio pubblicato su Nature (“Probabilistic reanalysis of twentieth-century sea-level rise”) evidenzia come la rapidità dell’innalzamento degli oceani negli ultimi due decenni sia maggiore alle previsioni. «In alcune aree, il livello del mare sta crescendo di 1,2 millimetri all’anno, quattro volte di più della media globale» rivela Carling Hay del Dipartimento di Scienze della Terra e planetarie dell’Università di Harvard. «Questa nuova accelerazione è circa il 25% maggiore delle stime precedenti». E Anders Levermann, ricercatore del Potsdam Institute for Climate Impact Research, calcola che, per ogni grado di riscaldamento, il contributo degli oceani all’innalzamento sarebbe di 0,4 metri e lo scioglimento dei ghiacci antartici di 1,2 metri. «In totale, il livello del mare auvalori / ANNO 15 N. 133 / novembre 2015

Le Nazioni Unite lavorano a un sistema per coordinare le evacuazioni causate dal clima che cambia. Ma dalla prima bozza preparata per Cop21, la proposta è sparita “e” come evacuazione: eventualità terribile ma per nulla irrealistica viste le previsioni di meteorologi e climatologi. Per questo, i tecnici dell’onu impegnati a preparare una bozza di discussione da usare come base per le trattative di Parigi avevano inserito la proposta di una «struttura di coordinamento per trasferimenti connessi con i cambiamenti climatici» in grado di «organizzare migrazioni e ricollocamenti» di popolazioni colpite da innalzamenti marini, eventi meteo estremi e danni alle attività agricole. ma l’idea potrebbe non riuscire nemmeno ad affacciarsi nella capitale francese: tra pressioni e veti incrociati la bozza ha infatti subito un drastico processo di dimagrimento: le 90 pagine del testo iniziale sono diventate appena una ventina. e i riferimenti al piano di evacuazioni di massa sono spariti. CANBERRA NICCHIA Tra le mani che hanno spinto a cancellare la proposta, c’è sicuramente quella del governo australiano. Con buona pace della solidarietà che gli Stati del Pacifico auspicano di ricevere dai loro vicini regionali. In realtà il neoprimo ministro, malcolm Turnbull, sottolinea l’interesse del proprio Paese per il nodo dei trasferimenti. ma intanto, un portavoce del Dipartimento Affari esteri chiarisce che l’Australia «non vede nella creazione di un’autorità di coordinamento delle evacuazioni lo strumento più efficace ed efficiente per far progredire concretamente l’azione mondiale di contrasto dei cambiamenti climatici». La formula è un po’ involuta ma l’obiettivo è chiaro: quel piano non deve vedere la luce. D’altro canto, Canberra ricorda che «l’Australia sta già lavorando con i suoi partner del Pacifico su questi temi». e come esempio cita i 50 milioni di dollari spesi in progetti di resilienza climatica nell’area pacifica e il contributo di 200 milioni al Green Climate Fund, attivato nell’ambito della Convenzione Quadro delle nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici. Giustificazioni che non fermano lo sconcerto degli Stati insulari pacifici che parlano esplicitamente di «tradimento australiano»: «Li consideriamo nostri fratelli maggiori, non fratelli cattivi. Per questo ci aspettiamo il loro sostegno» commenta il presidente di Kiribati, Anote Tong, che ricorda come nel quadrante pacifico i cambiamenti climatici creeranno verosimilmente «un’ondata di rifugiati comparabile nelle dimensioni alle migrazioni che stanno avvenendo tra Siria ed europa». L’unica speranza per gli Stati del Pacifico potrebbe giungere da ben più lontano se, durante la Cop21, i tradizionali alleati dell’Australia – Stati Uniti, Gran bretagna e Francia, in testa – manterranno sul progetto onu la posizione più possibilista espressa in passato. ✱

menterebbe di 2,3 metri per ogni grado di incremento della temperatura» (vedi GRAFICO ). «Se vogliamo avere una chance di salvare gli Stati insulari – conclude Ritter di Greenpeace – almeno l’80% delle riserve di carbone deve rimanere inutilizzato». ✱ 49


internazionale alla ricerca della sostenibilità

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Improbabili senza impegni drastici

possibile rafforzato, con la nuova agenda post-2015. Gli SDG poggiano su tre pilastri: sviluppo economico, protezione ambientale ed equità sociale. Il segretario generale Onu si è mostrato palesemente sollevato per la conclusione di un negoziato a detta di tutti estenuante, carico di sorprese dell’ultima ora, e definito «un compromesso sordido» da alcuni autorevoli analisti. Secondo Ban Ki-Moon, la nuova agenda post 2015 «comprende un percorso universale, trasformativo e integrato, che annuncia un punto di non ritorno per il nostro mondo»; questa è, ambiziosamente, «l’agenda della gente, un piano di azione inteso a terminare la povertà in tutte le sue dimensioni, in maniera irreversibile, e in ogni dove, senza lasciare nessuno indietro».

La recessione economica e le politiche di riduzione di spesa pubblica: due ostacoli agli obiettivi di sviluppo sostenibile La prima domanda spontanea è quasi banale: se la comunità internazionale non è riuscita in quindici anni a portare a compi50

mento l’opera degli otto specifici obiettivi del millennio come è pensabile che possa dar seguito al traguardo, molto più ambizioso, vasto e sistemico, dei 17 obiettivi per lo sviluppo sostenibile, da qui al 2030? Il contesto storico in cui è maturato il negoziato sull’agenda post 2015, a settanta anni dalla creazione delle nazioni Unite, coincide con un momento di esaurimento di ogni spinta propulsiva del dialogo intergovernativo. Con una fase di bassa marea nel

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17 azioni e 169 traguardi: sono gli Obiettivi Onu di Sviluppo sostenibile. Nuovi traguardi ambientali e sociali, a 15 anni dalla Dichiarazione del Millennio. Ma solo pochi potranno essere raggiunti

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ono serviti due anni di consultazioni e uno di negoziati per giungere nell’Assemblea Generale Onu all’accordo sugli Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile (Sustainable Development Goals, SDGs). Solo 15 anni prima, 189 Stati membri avevano assunto l’impegno per “lo sviluppo e lo sradicamento della povertà”, tradotto poi in otto Obiettivi di Sviluppo del Millennio (Millennium Development Goals, MDGs) con precisi traguardi da raggiungere entro il 2015. Non c’è dubbio che gli MDGs abbiano catalizzato l’attenzione a livello globale sui temi dello sviluppo e contribuito a far crescere il volume degli aiuti allo sviluppo, promuovendo un nuovo paradigma di cooperazione tra Nord e Sud, quello del partenariato pubblicoprivato (obiettivo 8), con implicazioni sulla ridefinizione della cultura politica in materia di sviluppo e sulla riconfigurazione degli attori in gioco. Che ci piaccia o no, gli MDG hanno fornito il primo terreno di sperimentazione su scala globale del modello di ibridazione della governance che va sotto il nome di Global Compact, l’iniziativa che ha istituzionalizzato il ruolo delle grandi multinazionali nelle politiche globali Onu. Un approccio confermato, e se

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Belli, giusti ma irrealistici

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prestigio internazionale e nella credibilità dell’onu. Il pianeta resta aggravato dalla crisi finanziaria globale, senza soluzioni di continuità da sette anni, e il rapporto 2015 del World Economic Outlook (Weo) sottolinea che le conseguenze strutturali sono serie. La crescita media nel 2008 si aggirava al 2,4%; è crollata all’1,3% tra il 2008 e il 2014 e le stime la proiettano intorno all’1,6% fino al 2020. Una tendenza che gli economisti del Fondo monetario Internazionale chiamano valori / ANNO 15 N. 133 / novembre 2015

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alla ricerca della sostenibilità internazionale

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POSSIbILI, DIffICILI, UTOPICI: IL vENTAGLIO DELLE PrObAbILITà DEGLI ObIETTIvI ONU

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Solo qualche mese fa The Economist, sferrando un duro attacco all’impianto e ai contenuti degli SDG, li rinominava ironicamente Stupid Development Goals. E quattro ricercatori dell’Overseas Development Institute (Odi) hanno valutato, dati e documenti alla mano, quanto siano realistici. I risultati sono stati riuniti nel rapporto “Projecting progress” (vedi GRAFICO ): «Senza aumento degli sforzi, nessuno degli obiettivi e traguardi esaminati verrà soddisfatto» spiega senza giri di parole il report. I traguardi più a portata di mano sarebbero appena tre: fine della povertà estrema, crescita delle economie meno avanzate, stop della deforestazione. Per nove target, tra i quali gran parte dei vecchi MDG, bisognerà accelerare i progressi ben oltre gli attuali impegni. Per altrettanti, l’esito positivo è vincolato a una forte accelerazione degli sforzi. E per gli ultimi cinque (disuguaglianza, città, rifiuti, oceani e clima) serve addirittura una radicale inversione di tendenza.

SOTT’ACQUA

Irrealistici a meno di inversioni di rotta

UN’INTRICATA RETE DI INDICATORI

SOSTENIBILI O STUPIDI? Esercizi di retorica diplomatica a parte, colpisce l’ambiguità e l’artificio della trama politica, prima anche che linguistica in cui sono innestati i 17 obiettivi. Se ne devono essere accorti anche alle Nazioni Unite. Una vera e propria task force di esperti della comunicazione è stata sguinzagliata per dare priorità assoluta alla strategia di divulgazione del percorso SDG ai decisori politici, tenendo conto che questa volta tutti i governi sono coinvolti nell’esercizio dello sviluppo sostenibile, non solo i Paesi cosiddetti “in via di sviluppo” (come per gli obiettivi del Millennio). Ma non sarà facile riuscire a smaltire il sospetto dell’ennesima iniziativa di distrazione dagli irriducibili scenari della contemporaneità.

la “nuova mediocrità” (Weo, Aprile 2015). né stanno in migliori condizioni i Paesi emergenti, la cui crescita è pure in declino secondo le proiezioni del Fondo – dal 6,5% tra il 2008 e il 2014 al 5,2% nel periodo 2015-2020. La crisi finanziaria dal canto suo – dice l’onu – ha creato almeno 200 milioni di nuovi poveri, diversi milioni di disoccupati e molti più precari, specialmente tra i giovani, nel nord e nel Sud del pianeta. In un mondo in cui prevalgono le politiche di austerità permanente – che modificano alla radice il ruolo dello Stato e il suo rapvalori / ANNO 15 N. 133 / novembre 2015

I 17 obiettivi includono ben 169 traguardi, con il risultato di un numero enorme di indicatori globali, che si uniranno, entro marzo 2016, a indicatori nazionali, regionali, settoriali e tematici. Un incubo burocratico per le istituzioni locali in termini di rendiconto e rapporti. Nel contempo, dovrà essere assicurata la continuità del monitoraggio di numerosi indicatori relativi agli Obiettivi di Sviluppo del Millennio, per non perder traccia del lavoro fatto negli ultimi quindici anni. Tutto ciò indurrà i governi a scegliere singoli obiettivi su cui concentrarsi tralasciando quelli più complessi da affrontare. Ancora una volta, prevedibilmente, sarà favorito un approccio settoriale, perdendo di vista l’unitarietà del processo che, nelle intenzioni originarie, doveva ispirare l’orizzonte di ridurre povertà e disuguaglianze sul pianeta. ✱

porto con le cittadinanze nazionali – chi attuerà veramente lo sviluppo sostenibile? “People, planet e prosperity” è la triade degli SDG. ma la crisi ambientale e la brutalità dei conflitti rischiano di sfuggire presto a ogni controllo, producono instabilità, insicurezza, povertà, migrazioni. Il recente rapporto sui Territori occupati di Palestina dell’Unctad (la Conferenza onu sul commercio e lo sviluppo), tanto per fare un esempio, conia il neologismo “de-sviluppo accelerato” per la striscia di Gaza strangolata da una situazione geopolitica irrisolta da quasi set-

tant’anni, e destinata a diventare inabitabile fra meno di cinque. nizar visram, esperto in studi per lo sviluppo, di fronte alle stime che figurano l’arrivo di 500mila - un milione di profughi in europa entro fine anno, spiega che la strategia militare dei Paesi occidentali è spesso all’origine delle tragedie del mediterraneo, protagonisti e vittime i migranti africani e mediorientali che si lasciano alle spalle Paesi pervasi dai conflitti. Difficile immaginare che basti una dichiarazione di buoni intenti per affrontare questa complessità. ✱ 51


internazionale sentenza storica

La carica (vittoriosa) dei 900 contro L’Aja di Andrea Barolini

Un tribunale olandese ha condannato il governo per la scarsa incisività delle azioni contro i gas serra, imponendo di tagliare la CO2 del 25% entro sei anni. La decisione potrebbe aprire la via a una nuova forma di proteste pro-clima

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uella che era stata presentata dai media europei come un’azione simbolica, si è tradotta in una clamorosa vittoria giudiziaria: lo scorso 24 giugno un tribunale olandese ha pronunciato una sentenza di condanna nei confronti del governo dei Paesi Bassi, che era stato trascinato in tribunale da 900 cittadini guidati dalla Ong ambientalista Urgenda. I giudici hanno infatti affermato che «lo Stato olandese è obbligato a diminuire le emissioni di CO2 del 25%, entro il 2020, rispetto ai livelli del 1990». Ciò in ragione del fatto che «la protezione dei cittadini è un obbligo da parte delle istituzioni». «Si tratta di un risultato epocale, siamo felicissimi» aveva spiegato Marjan Minnesma, direttrice di Urgenda, uscendo dal tribunale. «Questa sentenza conferma il fatto che i cambiamenti climatici rappresentano un problema enorme, che necessita di essere affrontato con decisione. E se i politici non sono in grado di impegnarsi, sono i giudici a intervenire». «In un Paese democratico che si basa sullo Stato di diritto – le aveva fatto eco uno dei legali dell’associazione – anche un governo eletto dal popolo è sottoposto alla legge. E la giustizia è chiamata a far rispettare questo principio, nonché a correggere l’azione dell’esecutivo, se necessario».

MA L’ESECUTIVO NON CI STA Ma non è tutto: la “class action” degli ambientalisti olandesi potrebbe rappresentare una nuova forma di lotta. Ne è convinto Faiza Oulahsen di Greenpeace Olanda: «È una sentenza rivoluzionaria, che moltiplicherà i processi giudiziari in tutto il mondo». Un’azione legale simile a quella dei 900 olandesi è stata già avviata in Belgio e un’altra è in preparazione in Norvegia. Mentre i militanti di Urgenda stanno traducendo l’intera documentazione processuale in inglese, al fine di fornire al più ampio pubblico possibile tutte le informazioni riguardanti il procedimento. Il governo dei Paesi Bassi non si è però arreso di fronte alla decisione dei giudici e ha deciso di presentare ricorso: «La giustizia non deve interferire con le scelte del governo, perché in una democrazia le decisioni sono responsabilità di quest’ultimo e del Parlamento», ha spiegato un avvocato dello Stato. Negli uffici di Urgenda, però, permane l’ottimismo: «Siamo totalmente fiduciosi sulla possibilità di vincere anche in appello – ha dichiarato Minnesma –. Il governo sa che la quota stabilita in termini di riduzione delle emissioni nocive, pari al 25% rispetto ai livelli del 1990, non è neppure abbastanza, se si considerano gli enormi rischi posti dai cambiamenti climatici. Dovremmo fare molto di più: è per questo che lanciamo un appello ai politici olandesi affinché si assumano le loro responsabilità e aumentino gli sforzi necessari per effettuare una transizione verso un’economia al 100% sostenibile». Un secondo appello è stato avanzato da un nutrito gruppo di intellettuali, scienziati, avvocati e studenti (non solo olandesi), che ha preso la forma di una lettera aperta all’esecutivo dei Paesi Bassi. Nel documento si chiede di rinunciare al ricorso, ma il governo appare intenzionato a chiedere un secondo giudizio: in una seduta parlamentare, i ministri hanno infatti contestato punto per punto le motivazioni della sentenza. ✱ valori / ANNO 15 N. 133 / novembre 2015


la bacheca di valori ?? internazionale

LA POPOLAZIONE MONDIALE: 11 MILIARDI NEL 2100 FONTE: UNITED NATIONS

Crescita della popolazione mondiale, con previsioni fino al 2100

NEWS

Filippine, grandi inquinatori accusati di violare diritti umani

Per la prima volta inquinamento e diritti umani vengono messi in relazione. Una petizione per la violazione dei diritti fondamentali contro un gruppo di cinquanta grandi inquinatori, composto soprattutto da compagnie petrolifere e industrie cementiere. A firmarla sono state 13 associazioni ambientaliste nelle Filippine, tra cui Greenpeace, che hanno chiesto alla Commissione per i diritti umani del Paese di indagare sulle conseguenze dei cambiamenti climatici, correlate alle violazioni compiute dai principali responsabili di emissioni nocive. La petizione si basa sui risultati di uno studio dello scienziato richard Heede che dimostra le responsabilità delle grandi compagnie petrolifere e cementiere nell’inquinamento di aria e acqua.

VALORITECA SPUNTI DA NON PERDERE NEL MESE APPENA TRASCORSO

FONTE: WORLD BUREAU OF METAL STATISTICS, BLOOMBERG, L.P.; AND IMF STAFF CALCULATIONS

CRESCITA MEDIA DEI CONSUMI, 2002-2014

I MIGLIORI TWEET DEL MESE Stiglitz, Piketty e Mazzucato diventano consiglieri economici di Jeremy Corbin. Come una sinistra che si rispetti. 6 ottobre Giulio Marcon @GiulioMarcon1

Antarctic ice is melting so fast the whole continent may be at risk by 2100

[I ghiacci antartici si stanno sciogliendo tanto velocemente da mettere a rischio l'intero continente entro il 2100] 12 ottobre Gianni Silvestrini @GiaSilvestrini

#Africa contributes only 2% of greenhouse gas emissions but suffers the most from the impact of #climatechange

[#Africa responsabile di appena il 2% delle emissioni di gas serra ma soffre i maggiori effetti del #climatechange] 13 ottobre DroneValleyInt @DroneValleyInt

Renewables could supply nearly a quarter of Africa’s energy by 2030: report

[Dossier rivela: le rinnovabili potrebbero garantire circa un quarto dell'energia per l'Africa entro il 2030] 13 ottobre Guardian Environment @guardianeco

valori / ANNO 15 N. 133 / novembre 2015

NEWS

Profughi ambientali: 157 milioni in sei anni

oltre 157 milioni di persone dal 2008 al 2014 sono state costrette a spostarsi per eventi meteo estremi. Lo rivela il rapporto “migrazioni e cambiamento climatico” pubblicato da CeSPI, Focsiv e Wwf Italia. negli ultimi sei anni, l’85% delle migrazioni ambientali è stato causato da tempeste o alluvioni. Addirittura nel 2014 la percentuale delle migrazioni causate da alluvioni è salito al 91%. e gli scenari prefigurati dagli scienziati dell'IPCC, che prevedono un innalzamento di 98 cm del livello dei mari, uniti ad attività umane come il land grabbing e la cementificazione selvaggia, potrebbero incrementare il fenomeno. 53


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Lotta ai cambiamenti climatici

Lo chiede la Terra Serve all’economia dal cuore della City Luca Martino on la storica enciclica “Laudato si’”, papa Francesco aveva lanciato il suo grido di allarme chiamando in causa tutti, dai negazionisti ai plutocrati, da quanti guardano alle risorse naturali solo per il profitto fino ai politici, spesso miopi di fronte alle catastrofi legate al cambiamento climatico che affliggono tutti e in particolare i poveri e chi non può difendersi: «L’idea di una crescita infinita o illimitata, che ha tanto entusiasmato gli economisti, i teorici della finanza e della tecnologia, si basa sulla menzogna circa la disponibilità infinita dei beni del pianeta». Peraltro, nonostante uno sfruttamento oltre ogni limite, la redistribuzione delle risorse ambientali e dei beni che ne derivano lascia ai margini ancora oggi gran parte della popolazione mondiale: mentre ci avventuriamo su Marte e fin nell’orbita di Plutone per una legittima sete di conoscenza, ci sono sulla Terra, e in particolare nei Paesi cosiddetti “emergenti”, miliardi di persone che hanno sete di acqua, vivono senza energia elettrica, si ammalano e muoiono per scarsità assoluta di mezzi di sussistenza. Barack Obama ha più volte affermato che affrontare alla radice il problema del climate change è come un imperativo morale: «Siamo la prima generazione a risentire degli impatti del cambiamento climatico e l’ultima in grado di poter fare qualcosa al riguardo». Da un punto di vista etico, non ci sarebbe altro da aggiungere. Ma c’è anche un imperativo economico, legato anch’esso allo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali e al costo del non porvi rimedio, che aumenta di giorno in giorno, soprattutto se nell’equazione consideriamo anche la salute pubblica. Il vento e l’acqua sono ormai fattori che condizionano

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il destino aziendale di molte imprese anche nei Paesi cosiddetti “sviluppati”, pensiamo per esempio ai settori alimentare o assicurativo, ma ovviamente anche alle costruzioni e ai trasporti. Inoltre, entro il 2030 si calcola che Stati ad alto rischio climatico, tra questi India e Cina, conteranno per più di un terzo del Pil mondiale e di “nuove tragedie all’orizzonte” ha parlato recentemente il presidente della Banca d’Inghilterra, Mark Carney. Oggi, dopo tanti impegni disattesi, i grandi della Terra devono necessariamente ridefinire le loro strategie energetiche e rivoluzionare la gestione delle risorse naturali puntando alla salvaguardia e non più allo sfruttamento del pianeta: qualche piccolo passo in avanti è stato fatto in luglio alla Terza Conferenza sul Finanziamento per lo Sviluppo di Addis Abeba e alla sessione di settembre delle Nazioni Unite sugli Obiettivi di Sviluppo del Millennio. Ma quello di fine anno in programma nella capitale francese sarà l’appuntamento realmente decisivo. In passato, c’era la scusa dei dati incerti, degli alti costi delle energie rinnovabili, della presunta scarsità del petrolio che, con la speculazione, ne gonfiava artificiosamente il prezzo. Oggi possiamo e dobbiamo pretendere una svolta: per contenere il riscaldamento climatico sappiamo di dover ridurre drasticamente, se non azzerare, le emissioni di gas inquinanti, ma sappiamo anche che ciò è possibile, grazie soprattutto alle nuove tecnologie, a tutto vantaggio dello sviluppo economico. Certo servono scelte decise, controlli severi (vedasi scandalo Volkswagen) e anche investimenti importanti sui quali questa volta i governi dovranno prendere impegni definitivi approfittando dell’attuale congiuntura favorevole: “Se non ora, quando”, verrebbe da dire. Anche se nulla può darsi per scontato quando ci si deve per forza di cose affidare alla lungimiranza di chi ci governa. ✱ todebate@gmail.com valori / ANNO 15 N. 133 / NOVEMBRE 2015


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Anno 15 numero 133 novembre 2015 Cooperativa Editoriale Etica

Anno 15 numero 133 novembre 2015

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Mensile di economia sociale, finanza etica e sostenibilità FOTO CATERINA FILIPPI

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ISBN 978-88-99095-13-0

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9 788899 095130

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Poste Italiane S.p.A. Spedizione in abbonamento postale D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 1, NE/VR.

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Mensile Valori n. 133 2015  

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