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EDIZIONE LUGLIO - AGOSTO 2019

ANNO 11 - NUMERO 06

NUMERO CENTODUE

PANTHEON

ALESSANDRO ANDERLONI

SIAMO FIGLI DELLA MADRE TERRA Il Film Festival della Lessinia taglia il nastro delle 25 edizioni. Dal 23 agosto al 1° settembre, a Bosco Chiesanuova, film, incontri, ospiti nazionali e internazionali, laboratori, escursioni, approfondimenti nel segno della tematica ambientale, della salvaguardia del pianeta e della convivenza tra uomo e natura


LUGLIO/AGOSTO 2019

DI MATTEO

SCOLARI

EDITORIALE

Ebbene, non solo ho avuto la conferma delle sensazioni che avevo maturato negli anni precedenti, ma ho scoperto che il lato umano di Alessandro Anderloni è ancora più profondo di quanto immaginassi o di quanto lasci trasparire nella sua quotidianità, celato talvolta dal ruolo istituzionale-artistico che impone una comprensibile rigidità.

Sono felice di aver dedicato la copertina di Pantheon numero 102 - con voto unanime di tutta la redazione - ad Alessandro Anderloni. Di lui ho sentito parlare per la prima volta a metà degli anni Novanta. Ero adolescente, avevo 13 anni, mi trovavo in un camposcuola estivo degli Stimmatini a Bosco Chiesanuova. Era il 1994. Qualche anno prima il diciottenne Anderloni aveva dato vita a Le Falie, il gruppo teatrale composto dagli abitanti di Velo Veronese, il paese in cui lui è nato e vive tuttora.

Ciò che mi piace di più di lui, ed è questo il motivo per cui ho deciso di parlarne a titolo esemplificativo in questo spazio, è l’amore vero, autentico, viscerale che ha con il suo territorio. Scevro da interessi particolari se non quello di diffondere un po’ di bellezza e di gentilezza. Un amore testimoniato anche da questi lunghi 25 anni di Film Festival della Lessinia, da una continuità e da un’abnegazione senza pari.

Io sono nato e cresciuto a Santa Maria in Stelle. Non così distante. Lungo la bisettrice che dalla bassa Valpantena porta in Lessinia, di questo giovane attore, regista, autore di testi teatrali, e oggi stimatissimo direttore artistico di numerosi festival tra cui il prestigioso Film Festival della Lessinia, si è sempre sentito parlare. Il suo dinamismo, la sua creatività, le sue scelte artistiche, estremamente originali, a volte discusse, non convenzionali, non sempre capite, personalizzate, di qualità, e poi la sua convinzione e la sua perseveranza hanno creato attorno alla sua persona un qualcosa di metafisico.

In una società in cui si fanno largo la superficialità, l’approssimazione, il disinteresse per la cosa comune, l’opportunismo, troviamo un esempio di dedizione personale – con un richiamo costante a tematiche di cui dovremmo tutti tener conto – che va sicuramente sottolineato e valorizzato. Specie in occasioni come questa del venticinquesimo.

Ci sono artisti bravi, e poi c’è Anderloni. Questa è l’immagine, quasi mitizzata, che ho avuto per molto tempo di lui, fino a quando non ho avuto la possibilità di conoscerlo, di intervistarlo più volte nel corso di questi undici anni per il giornale; di conquistarmi la sua fiducia e di discutere – come è accaduto pochi giorni fa – di alcune questioni che riguardano il territorio montano veronese, la Lessinia, ma anche la città, Verona.

Se ognuno di noi prendesse a cuore il metro quadro che sta oltre i nostri piedi come fa Anderloni in Lessinia, tra la sua gente, con la sua gente, vivremmo in una società diversa. Grazie Alessandro per il tuo impegno e per questo quarto di secolo di Film Festival.

IO SONO ME PIÙ IL MIO AMBIENTE E SE NON PRESERVO QUEST’ULTIMO NON PRESERVO ME STESSO. JOSÉ ORTEGA Y GASSET

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matteo.scolari@veronanetwork.it @ScolariMatteo


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REGISTRAZIONE TRIBUNALE DI VERONA N.1792 DEL 5/4/2008 - NUMERO CHIUSO IN REDAZIONE IL 04/07/2019

Indice

48

IL FIORE DELL’ARTE

50

FORZA BELLEZZA

62

PILLOLE DI

LA LESSINIA

64

ANGOLO PET

20

LE VETTE DA RAGGIUNGERE

66

STORIE DI

STORIA

24

L’AFGHANISTAN

68

BELLEZZA

AL NATURALE

28

DA CAPRINO AL LIBANO

74

IN CUCINA

CON NICOLE

30

SPAZIO CORDIS

78

L’OROSCOPO

32

TOCATì , LA BRETAGNA, LA GIOIA DI ESSERE NONNI

6

IN COPERTINA

10

LE OLIMPIADI CHE SARANNO CON FULVIO VALBUSA

TRA RICHIESTE DI AIUTO, MORMORII E SPERANZE

NON DA PRETENDERE IN UN DOCUFILM

E LA SCUOLA DEL CAI DI VERONA

DAVIDE COLTRI E LA SUA STORIA DI CONFINI

L’ARTE NELLO STUDIO DI UN CARDIOLOGO SOGNATORE

E IL GIOCO COME PICCOLA SALVEZZA

36

UNA BOTTEGA DEL RIUSO

38

ABAL, L’AUTISMO SI AFFRONTA INSIEME

52

L’ODE DEL “VESTALE DELLA MUSICA”

CONTRO LA CULTURA DELLO SCARTO

OSTR IL N O

12

ANDERLONI, LA VOCE DELLE TERRE ALTE

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MEGLIO SE PER MANO

MAMMA

ALLA NOSTRA MANIERA

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CLAUDIO COCCOLUTO

A PAGINA 26 LE NOSTRE CRONACHE EUROPEE, DIRETTAMENTE DAL CUORE DELL’UE ERRORI O SEGNALAZIONI: WHATSAPP 320 9346052 - REDAZIONE@VERONANETWORK.IT

DIRETTORE RESPONSABILE MATTEO SCOLARI DIREZIONE EDITORIALE MIRYAM SCANDOLA

REDAZIONE E COLLABORATORI

REDAZIONE MATTEO SCOLARI, MIRYAM SCANDOLA, MARCO MENINI, GIORGIA PRETI, ALESSANDRO BONFANTE, MASSIMILIANO VENTURINI, CAMILLA FACCINI, IRENE FERRARO HANNO COLLABORATO AL NUMERO DI LUGLIO - AGOSTO 2019 SARA AVESANI, CARLO BATTISTELLA, MARTA BICEGO, CHIARA BONI, CLAUDIA BUCCOLA, GIORGIA CASTAGNA, DANIELA CAVALLO, EMILIANO GALATI, FEDERICA LAVARINI, FRANCESCA MAULI, ANDREA NALE, ERIKA PRANDI, NICOLE SCEVAROLI, ALESSANDRA SCOLARI, INGRID SOMMACAMPAGNA, PAOLA SPOLON, TOMMASO STANIZZI, GIOVANNA TONDINI, MARCO ZANONI. FOTO DI COPERTINA FLAVIO PETTENE PROGETTO GRAFICO MARTA FRANCHIN SOCIETÀ EDITRICE INFOVAL S.R.L. REDAZIONE VIA TORRICELLI, 37 (ZAI-VERONA) - P.IVA: 03755460239 - TEL. 045.8650746 - FAX. 045.8762601 MAIL: REDAZIONE@VERONANETWORK.IT - WEB: WWW.DAILY.VERONANETWORK.IT FACEBOOK: /PANTHEONVERONANETWORK - TWITTER: @PANTHEONVERONA - INSTAGRAM: PANTHEONMAGAZINE UFFICIO COMMERCIALE: 045 8650746 STAMPATO DA: ROTOPRESS INTERNATIONAL SRL – VIA BRECCE – 60025 LORETO (AN) - TEL. 071 974751 VIA E. MATTEI, 106 – 40138 BOLOGNA - TEL. 051 4592111

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IN COPERTINA ALESSANDRO ANDERLONI

«LA FORZA DEL FESTIVAL? HA RADICI PROFONDE»

La rassegna cinematografica internazionale di Bosco Chiesanuova è giunta alla sua venticinquesima edizione. Un traguardo festeggiato quest’anno con il Patrocinio del Ministero dell’Ambiente e del Parlamento Europeo. Un quarto di secolo nel segno di Alessandro Anderloni, direttore artistico e, soprattutto, anima e cuore della kermesse.

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O INCONTRIAMO UNA MATTINA di fine giugno, una delle più calde di questo inizio estate. A Velo Veronese, il paese in cui è nato, in cui ha iniziato la sua carriera di attore e regista e in cui tuttora vive, alle nove del mattino ci sono già 26 gradi. Alessandro Anderloni è emozionato, anche se tende a mascherare, probabilmente per modestia, questo suo sentimento. È consapevole del fatto che l’edizione del Film Festival della Lessinia che inizierà il 23 agosto e terminerà il 1°֯ settembre, anticipata da un’anteprima itinerante in tutti i paesi della Lessinia dal 1° di agosto, avrà un sapore diverso da tutte le altre. È l’edizione numero 25, celebrativa, storica, che impone alcune riflessioni. Siamo saliti a 1087 metri sul livello del mare proprio per questo. Anderloni, 25° Film Festival della Lessinia. Come si sente alla vigilia di un’edizione così importante dal punto di vista celebrativo? Stranamente non mi sento coinvolto nella nostalgia di questo bellissimo percorso, vedo

piuttosto il Festival proiettato nel prossimo futuro. Credo così tanto al valore culturale e sociale di questa manifestazione, che l’edizione numero 25 ci servirà per gettare le basi, per cercare una stabilità organizzativa e istituzionale in vista dei prossimi 25 anni. All’indomani della ventesima edizione, nel 2014, lei aveva diffuso un videoclip in cui manifestava tutta la sua preoccupazione per il futuro stesso del FFDL. Si sentiva “solo” nel portare avanti gioie e fatiche? È cambiato ora il contesto? Quando una manifestazione cresce, oltre alle soddisfazioni o ai benefici, c’è anche un aspetto pratico, organizzativo ed economico che si deve adeguare. Cinque anni fa il Festival era sull’orlo di chiudere per una serie di circostanze che non gli permettevano di avere quella base minima di budget necessaria alla sua evoluzione. Oggi c’è una consapevolezza diversa da parte delle istituzioni e degli sponsor, e c’è stata una crescita notevole di pubblico e quindi anche di auto finanziamento. 6

DI MATTEO SCOLARI


Che significato aveva quel messaggio? Non era solo un campanello d’allarme, era ed è stata per me la necessità di far prendere consapevolezza del valore della manifestazione. In quel contesto mi sentivo di essere abbastanza duro nel dire “crediamoci, credeteci”. E si è visto. Ora c’è bisogno di incardinare il Festival all’interno del tessuto sociale e istituzionale della Lessinia. E non dico a caso della Lessinia: è il Festival che deve essere percepito come il festival di tutta la montagna veronese. Partendo dalla gente del posto? L’anno scorso abbiamo avuto un aumento del 46 per cento di pubblico proveniente dalla Lessinia. Sono contento che cresca il pubblico veronese o il pubblico straniero, mi fa ancora più piacere sapere che questo territorio si sta affezionando ancora di più al suo Festival. Per rafforzare ulteriormente questo legame dal 1°֯ al 23 agosto il FFDL farà un’anteprima in tutti i paesi della Lessinia. Che edizione sarà quella del 2019? Sarà un’edizione dedicata alla Madre Terra. Raccoglierà tutti gli aspetti di cui ci siamo occupati in un quarto di secolo: il rapporto dell’uomo con la montagna, la natura, gli animali, i cambiamenti climatici, la sfida nel continuare a vivere e convivere con questo pianeta. Attorno a queste tematiche ci saranno film, incontri, ospiti, laboratori e tante escursioni. Con la tematica ambientale che sarà dominante? Dedicheremo ampio spazio alle tematiche ambientali, a partire da una retrospettiva cinematografica dedicata al nostro pianeta che sarà conclusa con la presenza di Franco Piavoli e la sua opera Il Pianeta Azzurro, che è considerata tutt’ora il grande capolavoro documentaristico dedicato proprio alla Madre Terra. Un tema, quello dell’ambiente, che ricorrerà anche nel ciclo di incontri culturali chiamato Parole Alte, in collaborazione con l’Università di Verona: sarà ospite Luca Mercalli che parlerà del tempo per la salvaguardia del pianeta che ci sta sfuggendo. Sempre in questo ambito, ci sarà anche una camminata musicale e poetica, In Silva: porteremo i bambini nei boschi per coinvolgerli con i cinque sensi nel tema naturalistico e ambientale. Un impegno che ha prodotto anche un bel risultato istituzionale… Sì, il FFDL ha ottenuto il patrocinio del Ministero dell’Ambiente e, novità dell’ultim’ora, anche del Parlamento Europeo. La presentazione ufficiale la faremo a Roma il 18 luglio. 25 anni sono tanti. Qual è il segreto di lunga vita di questa manifestazione? Se hai radici profonde, come i larici che sono resistiti nell’ecatombe degli alberi in altopiano e in Trentino, resisti anche agli scossoni e agli imprevisti. Credo che il FFDL sia resistito fino

ad oggi perché ha radici profonde con il suo territorio. Merito del Curatorium Cimbricum che lo ha inventato nel 1995 e che poi ha trovato in me una persona che qui vive, fatica, combatte, trae soddisfazione. Merito ai tantissimi collaboratori e alle tantissime collaboratrici che hanno dato e stanno dando idee, entusiasmo, lavoro, prospettive…un impegno costante basato sul volontariato o sul semi volontariato e anche questa è un’altra sfida per il futuro. Immagini, aneddoti a centinaia, c’è qualcosa che le ha dato particolare soddisfazione? Quando vai al Festival internazionale del cinema di Berlino, ti presenti dopo un po’ di anni che lo frequenti e le grandi distribuzioni di film hollywoodiane ti dicono: «Ah, Lessinia, voi siete quelli del festival…». Oppure quando una rivista americana tra le più lette dagli studenti di cinema statunitensi, No film school, dedica un amplissimo servizio al Film Festival della Lessinia, indicandolo come esempio di rassegna di nicchia dal grande valore cinematografico. La soddisfazione anche di essere usciti dalla definizione di festival della montagna ed essere identificati proprio come Film Festival della Lessinia. Infine, vedere che un cortometraggio passato lo scorso anno nel nostro programma viene candidato nella cinquina degli Oscar, e non è la prima volta. Il 2 ottobre 2018 lei è stato ospitato in Commissione Cultura a Palazzo Barbieri. In quell’occasione sottolineò, tra le altre, la chiusura dei cinema storici della città, la mancanza di spazi culturali e musicali di un certo tipo…Cosa dovrebbe fare la città di Verona per capitalizzare il suo potenziale che, a detta di tutti, è enorme? Investire nel piccolo. Verona deve stare attenta a sentirsi appagata dai grandi eventi perché spesso il grande evento non è radicato e non lascia nel tessuto sociale e culturale ciò che lascerebbe un investimento costante e diffuso nelle piccole cose di qualità. Che poi l’aggettivo piccolo non è riduttivo, perché significa, in questo caso, esteso, allargato, che coinvolga 8


giovani, scuole, ragazzi, categorie sociali diverse, che non sia soltanto una bandiera mediatica. Certo, è più faticoso fare le cose piccole, è dura dare continuità, ma il FFDL sta dimostrando che proprio attraverso la continuità sta ottenendo il radicamento sul territorio. Un approccio artistico e culturale che potrebbe essere replicato anche in città? Ci sono eventi incredibili a Verona, questo valore o patrimonio potrebbe e dovrebbe incunearsi di più nelle pieghe della città: un festival teatrale o di musica jazz che entri nelle piazze, nelle istituzioni culturali piccole, nelle librerie, negli itinerari, nei luoghi nascosti, che si diffonda e che metta radici. Cambierebbe tutto. E basterebbe poco. Qual è il limite a questa visione? Abbiamo la fortuna e la sfortuna di avere due contenitori unici al mondo, l’Arena e il Teatro Romano, al di fuori dei quali sembra che non possa accadere nient’altro. Non è vero, perché gli spazi e le potenzialità della città sono amplissime. I sostenitori dei grandi eventi rivendicano i numeri… Un festival o un evento culturale non si giudica soltanto sui numeri, non si deve mai giudicare una stagione di teatro o di musica soltanto sui numeri, perché si sbaglia. Perché il numero non è sempre indicativo della qualità e dell’importanza della manifestazione. Non è il tutto esaurito che fa la qualità di un festival. Cos’è che fa la qualità di un festival? È la novità, ciò che nasce qui, ciò che crei qui, ciò che il mondo s’accorge che sta succedendo in Lessinia o a Verona. Noi, invece, spesso, prendiamo cose che nascono altrove e le ospitiamo.

so, perché non si chiudono le persone, né le idee, né le dinamiche. Il carcere è in continua comunicazione con l’esterno. E si scopre, lavorando in un luogo come questo, che il punto di vista che qui nasce svela la città in cui vivi, il luogo dove vivi. Al Festival di Avignone, l’attore, poeta, regista e drammaturgo Olivier Py lavora tutto l’anno in carcere e porta lo spettacolo dei detenuti nel cartellone ufficiale del festival avignonese che è uno dei più importanti del mondo. Una definizione di cultura? Lavorare in carcere, lavorare con le scuole, con le cooperative che si occupano di disabilità, con le situazioni di disagio sociale di giovani e di adulti…questa, per me, è cultura. Un concetto che va oltre il semplice godimento di qualcosa di bello o il piacere. La cultura è fatica, sudore, confronto, scontro, invenzione, delusione, sfida, mettersi in gioco… quando scavi, quando metti le mani nella terra, per tornare al tema di quest’anno, te le sporchi inevitabilmente. Ed è lì che ti accorgi di essere figlio della Madre Terra. Cosa farà Alessandro Anderloni da grande? Mi auguro di continuare a fare teatro in Lessinia e di continuare a occuparmi di questa terra con un’attitudine e uno sguardo internazionale. Ma posso anche dire che il sogno sarebbe, fra qualche anno, vedere il Festival andare avanti con le proprie gambe e sarei là, seduto in platea, e non me ne perderei uno. Poter passare il testimone, consegnare quanto fatto nelle mani di altri, sapendo che la manifestazione è riuscita a costruire una struttura che le permetterà di sopravvivere a lungo, questo è il mio desiderio, il mio impegno.■

La sua voglia di coinvolgere il territorio è evidente, già dal 1990 quando diede vita alla compagnia teatrale Le Falie, composta dagli abitanti di Velo. Più recentemente al Teatro Ristori con le scuole e gli studenti veronesi e da qualche tempo anche in un luogo particolare come il carcere. Come nasce la scelta di entrare a Montorio? Il lavoro con il carcere è iniziato grazie al Festival con l’istituzione della giuria dei detenuti. Fondamentale è stata la collaborazione con l’associazione Microcosmo. L’iniziativa, a detta di tutti i registi del mondo che sono stati nostri ospiti, è una delle cose più belle e uniche che accade al FFDL. Una giuria che dà un premio, guarda i film, ne discute. Il teatro è arrivato dopo. Cos’è per lei il carcere? È il laboratorio del futuro della città. È impossibile da capire se non ci entri. Quando sei dentro capisci che lì si sta sperimentando quello che sarà il nostro futuro. Non è un luogo chiu9

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A TU PER TU CON FULVIO VALBUSA

«MILANO-CORTINA? ABBIAMO DIMOSTRATO DI ESSERE CREDIBILI» L’Oro olimpico di Torino 2006 commenta l’assegnazione dei XXV Giochi Olimpici invernali del 2026 all’Italia e rilancia una riflessione sul significato dell’evento a cinque cerchi e sullo stato di salute dello sci azzurro. DI MATTEO SCOLARI

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L 24 GIUGNO SCORSO ha festeggiato anche lui, alla pari di milioni di italiani, la lettura in mondovisione da parte di Thomas Bach, presidente del Comitato olimpico internazionale, del verdetto ufficiale grazie al quale sono state assegnate al nostro Paese le Olimpiadi invernali del 2026. Lui che le Olimpiadi invernali le ha vinte, nel 2006, a Torino, nella staffetta 4X10 chilometri di fondo assieme ai compagni di squadra Giorgio Di Centa, Pietro Piller Cottrer e Cristian Zorzi nella bianca spianata di Pragelato. Fulvio Valbusa è emozionato per un evento che tornerà in Italia vent’anni dopo quell’impresa che lo vide protagonista all’età di 37 anni. Oggi che di anni ne ha 50 tondi, lo abbiamo incontrato per conoscere il suo stato d’animo e le sue impressioni su un appuntamento che ha vissuto, con gioia, sulla sua pelle. Fulvio, hai seguito anche tu la lettura del verdetto in diretta? Certamente, ero di servizio con il mio collega (Valbusa è un Carabiniere forestale, ndr), ci siamo fermati un attimo lungo la strada e abbiamo guardato la cerimonia di Losanna sul telefonino. Quali emozioni hai provato in quegli istanti? Non ci speravo, perché per come era costruita questa candidatura sembrava avessimo poche speranze. Le distanze delle sedi di gara tra Milano e Cortina sembravano giocarci contro, e invece l’Italia ha dimostrato ancora una volta di avere dentro di sé qualcosa di magico, di essere credibile. Qual è il quid in più che ci ha fatto vincere? Ci sono decine di stati che vorrebbero ospitare un evento come questo, pensiamo alla Russia che è sicuramente una potenza economica e sta investendo nello sport in maniera pesante, da tempo. O la Turchia, che ha la capacità di organizzare gare a livello mondiale. O la stessa Svezia. Però, dalla nostra, c’è la volontà di realizzare un evento che dia seguito a una cultura dello sport invernale, che ci appartiene, da sempre. Il finale a Verona? Da brividi. Verona, la nostra città, la mia città. È già magica, diventerà qualcosa di cui non so

Fulvio Valbusa

dare una definizione, sicuramente sarà qualcosa di straordinario. Come dicevo, il fascino dell’Italia sta proprio in questo saper coniugare sport, arte, cultura, tradizione. Un mix che solo pochi Paesi sono in grado di vantare. Qual è il vero significato di un’Olimpiade? È un evento gigantesco che può aiutare – e spero che sia così anche stavolta – a far crescere o a dare vigore al movimento degli sport invernali nella nazione ospitante. Le località che ospiteranno le gare sono località di uno spessore rilevante per tali discipline. Citiamo solo la Val di Fiemme per lo sci di fondo: ha una storia di gare mondiali che non è seconda a nessuno. Come sta lo sci azzurro? Lo stato di salute delle discipline invernali in Italia non è dei migliori. Si sta alzando l’asticella a livello geografico: a nord del nostro Paese ci sono le strutture, e non solo, per mettere nelle condizioni gli atleti di allenarsi con continuità. Qui da noi, o in altre parti d’Italia che non siano il Trentino o la Valle d’Aosta, un praticante 10

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deve spostarsi di molti chilometri, aumentando notevolmente i costi, utilizzando molto del suo tempo. Sembra una banalità, ma sul lato pratico incidono anche questi aspetti. Il risultato è un impoverimento del bacino di atleti e, in generale, una perdita di competitività del nostro sci. Tu come sei riuscito a emergere? Al tempo c’erano le condizioni anche in Lessinia, territorio che per quanto riguarda lo sci ha consegnato allo sport nazionale, oltre che il sottoscritto, anche mia sorella Sabina e Paola Pezzo. Oggi queste condizioni non esistono più. E non torneranno? Non ne sono così convinto. È questione di volontà. Ormai fanno le piste di sci anche a Dubai. Dobbiamo crederci, in tanti: uomini di sport, istituzioni, aziende, sponsor privati. Il rischio è uno scollamento dell’intero movimento. Sono passati 13 anni dal tuo Oro olimpico, qual è il ricordo vivo di quell’impresa? Soprattutto il calore della gente che l’Italia sa dare durante un evento simile. Torino 2006 è stata un’Olimpiade incredibile proprio per l’affetto che le persone hanno manifestato nei confronti di tutti gli atleti di tutti gli sport, dallo slittino al curling. Avevi 37 anni quando hai trionfato, eri già avanti con l’età... Mi ero dato come obiettivo di chiudere la carriera con quell’evento. Mi sono giocato tutte le carte e sono arrivato all’appuntamento in

condizioni perfette. Non è stato facile, ma ci ho creduto molto e ci sono riuscito. Lo sci di fondo di oggi è tanto diverso da quello dei tuoi tempi? È un altro sci. Molto muscolare, fisico. Ci sono degli atleti norvegesi, che stanno vincendo tutto, che se li vedi sciare ti gireresti volentieri dall’altra parte, sembra che corrano con gli sci ai piedi. Eppure vincono. Hanno ragione loro. Cosa si è perso allora? L’eleganza, il bel movimento. Io sono legato al passo finlandese, al passo triplo, a quello classico, a uno sci rilassante. Oggi, come dicevo, lo sci è muscolare e deve essere così. Vedi qualche speranza per lo sci azzurro da qui al 2026? Sette anni per un atleta sono tanti. Ci sono quindicenni o sedicenni di oggi che all’appuntamento di Milano-Cortina ne avranno venti due o venti tre. In Lessinia c’è già qualche bel talento, così come in Friuli e in Trentino. Forse è ancora presto per sapere se li avremo anche nel 2026. Sabina? Vive a Modena e allena un team nella zona di Pavullo nel Frignano, Frassinoro da dove arrivano i fratelli Biondini (Tonino e Leonello, ndr), atleti di spicco di questo sport. Tu alleni? Ho provato un paio di anni e mi sono reso conto che non fa per me. Quando non riesci a trasmettere ad un atleta quello che pensi, diventa tutto difficile. Magari tra qualche anno potrei ripensarci. Fai TV però, e sei molto bravo. Sì, il commentatore di gare per Eurosport, da otto anni. Mi piace. Non pensavo di riuscire. Ho provato quasi per scherzo, è andata bene e sono ancora qua. Avanti e indietro da Milano.

Fulvio negli studi di Eurosport

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Sperando di rivederci prima, ci diamo appuntamento in Arena nel 2026? Certo, per la grande chiusura, ma prima bisogna fare le Olimpiadi e magari con soddisfazione da parte dei nostri atleti.■


IL FOCUS DI VERONA NETWORK

Foto di Marco Malvezzi

LA LESSINIA MORMORA E NOI LA SAPPIAMO ASCOLTARE?

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Cartelli stradali sbagliati (ora sostituiti), Piani strategici regionali che non facevano menzione dei Monti Lessini (poi si è emendato), frettolosi quanto impietosi giudizi della domenica (ancora e sempre in piedi): ma la Lessinia non è una meta di serie b, malgrado i tentativi di squalificarla, distrazione dopo distrazione. Del futuro di questo luogo, che è marginale solo per chi lo guarda con miopia, si è parlato agli Stati Generali della Lessinia, promossi, lo scorso 20 giugno a Bosco Chiesanuova, dall’Associazione Verona Network.

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LUOGHI, PER CHI ABITA lassù, sono gli spazi del lavoro, sono l’orizzonte, il poco e il tutto. La gente della Lessinia quando muore ha tra le labbra “i suoi posti”. Li ripete come un rosario personale. Lo Sparavieri, i Covoli di Velo Veronese, la Foresta dei Folignani. Non si può prescindere da questa antica geografia “interna” quando si immagina il futuro di un territorio che ha vissuto per decenni di allevamento e che ora vuole capire quanto e quale turismo può attraversarlo. Alla sesta edizione degli Stati Generali della Lessinia e le sue Valli, il 20 giugno scorso, si è parlato di prospettive con i sindaci dei comuni locali, il consigliere provinciale Cristian Brunelli, il presidente del Gal Baldo Lessinia Ermanno Anselmi e con voci lessiniche come Giuliano Menegazzi, promotore dell’ATS per l’iscrizione degli Alti Pascoli nel registro nazio-

nale Paesaggi Rurali e Storici, Daniele Massella dell’Associazione Tutela della Lessinia APS, Marcantonio Grizzi Tinazzi e Marco Zambelli dell’Associazione Proprietari malghe e terreni, Alfonso Albi, presidente del Consorzio di tutela del formaggio Monte Veronese Dop e i docenti Pier Andrea Tosetto e Vito Massalongo. Non si può più vivere solo di agricoltura, artigianato e aria buona, l’ha detto con una lucidità dura il sindaco di Erbezzo Lucio Campedelli ma ha aggiunto «siamo fiduciosi delle nostre forze e della forza del nostro territorio». Un ottimismo lieve che sta iniziando, al netto delle ancora grandi difficoltà, a prendersi sempre più spazio tra iniziative di sinergia istituzionale come il protocollo d’Intesa Destinazione Lessinia (vedi pagina 16) e idee nuove e coraggiose come progetti di valorizzazione degli Alti Pascoli (vedi pagina 14). Federarsi, unirsi per 12

DI MIRYAM SCANDOLA


scongiurare il pericolo di vedersi morire con le attività che chiudono, i «letti freddi» della spopolazione, le seconde case con i loro cartelli “Vendesi” che spezzano lo sguardo, insieme al cuore. Ma prima di tutto, ci vuole rispetto per chi ha modellato i prati rendendoli giardini estesi migliaia di chilometri, miracoli di cura punteggiati da un centinaio di malghe che ora stanno vivendo la rivoluzione grande di votarsi all’accoglienza. Ci vuole rispetto per gente come il signor Modesto Gugole, uno dei pochi allevatori che pratica ancora la transumanza. Ogni anno porta le sue mucche da Campofontana fino a Malga Folignano di Cima e arriva in alpeggio come si faceva una volta. Recentemente Legambiente l’ha premiato per il suo “cargar montagna”. «Un’attività, la transumanza che rappresenta un’azione di mitigazione del cambiamento climatico, con una riduzione delle emissioni che potrebbe apparire margi-

nale, ma che racchiude un altissimo valore simbolico». Insomma, prima di iniziare a elencare soluzioni, bisogna ricordarsi «dell’anima rurale di queste terre». Delle persone che vivono e lavorano ogni giorno, tutto l’anno, lassù, dove è più bello, ma a volte così duro.■

Il convegno di Verona Network

Cartelli e richieste d'aiuto sussurrate «La Lessinia mormora aiuto». Daniele Marconi di Sant’Anna d’Alfaedo una domenica si è svegliato e ha scritto un cartello che riassume in questo mormorare la fragilità della montagna veronese. L’ha fatto perché «quando mi alzo alle 5 e vedo la bellezza della Lessinia mi viene da pregare. Noi allevatori siamo i custodi di questo territorio». Il giorno dopo (il 9 giugno scorso) Abramo Gardoni ha preso ispirazione e, sulla strada che da Roverè va a San Francesco, ha messo anche la sua richiesta, senza rabbia, con una rassegnazione che chiarisce il peso della situazione. Il capitolo delle predazioni del lupo, la questione dei cinghiali sono solo la punta dell’iceberg: «l’isolamento, le istituzioni lontane» completano e ampliano il quadro. L’indirizzo è generico: «Ci aiuterà chiunque ci saprà ascoltare». La Lessinia non parla, mormora. Dimenticata, fraintesa e, a volte, usata solo come terra di sollievo immediato per calure estive e poi addio, ha ormai perso la voce. C’è il lupo, tema affrontato con parzialità, non sempre ascoltando tutte intere le ragioni di chi «se lo trova sulla porta di casa». L’escalation di maggio con predazioni che hanno superato i 30 capi attaccati in un mese, ha lasciato gli

Il cartello di Abramo

allevatori stanchi e arresi. «Non ci piacciono le urla. Non ci sono orecchie pronte per ascoltare le urla. Sussurriamo, educatamente. Continuamente. Fino a che avremo respiro» scrive Giuliano Menegazzi nel gruppo Facebook dove ha trovato il modo di diffondersi questa protesta silenziosa. A dare il la, dicevamo, è stato Marconi, tra l'altro presidente dei Coltivatori Diretti di Sant’Anna d’Alfaedo. Il cartello l’ha messo sulla strada perché chi viene a trovare la montagna veda il sottotesto di fatica che c’è in ogni prato, in ogni pascolo. Per Abramo che ha replicato il cartello a Roverè Veronese, «Non disturba. Se a qualcuno dà fastidio il cartello, non lo guardi. Anche nelle parole mi è sembrata un’iniziativa giusta perché quando ci lamentiamo dei lupi e di tutto il resto, la risposta sono sempre insulti». L’appello è diretto in primis agli amministratori locali e poi anche alle istituzioni e a quanti minimizzano il problema: «Vivere in Lessinia 365 giorni all’anno è un’altra cosa, rispetto a venirci a fare un salto la domenica» spiega ancora Daniele che ha la voce rotta, mentre racconta dei cinghiali che distruggono i terreni, dei lupi, delle stalle che falliscono. A ferirlo è soprattutto l’atteggiamento di chi non vuole ascoltare le urla di un territorio dove è sempre più difficile lavorare e resistere. «Ci sentiamo sconfitti. Si dice tanto di salvaguardare i prodotti della Lessinia e poi non si aiuta chi di quei prodotti è il primo custode. Ho pensato a questa protesta perché non siamo gente che urla. Cosa dobbiamo fare? Prendere i trattori e andare in piazza Bra? Non ci ascolterebbero e quindi proviamo a mormorare». Il futuro è l’assillo di Daniele e di tanti altri come lui «se noi chiudiamo qui finisce tutto. Tra 50 anni magari decideranno di reintrodurre gli allevatori come attrazione per i turisti». Intanto i vessilli di una Lessinia che sussurra sono aumentati, imitando l’esempio di Daniele e di Abramo. E chissà che non possano iniziare a frantumare il silenzio di questa terra, vittima senza colpe della distrazione collettiva.


NASCE L’ATS PER L’ISCRIZIONE AL REGISTRO NAZIONALE

TUTTI DEVONO VEDERE L’INCANTO DEGLI ALTI PASCOLI Si è costituita a inizio maggio la nuova associazione temporanea di scopo finalizzata a inserire il territorio dell’alta Lessinia nel Registro nazionale dei paesaggi rurali di interesse storico. Tra i soggetti aderenti ci sono due associazioni di tutela, sei amministrazioni comunali e due società agricole private. DI REDAZIONE

di Assisi – Spoleto, il Paesaggio della Pietra a secco dell’isola di Pantelleria o alcune pratiche quali la transumanza e la Piantata Veneta. Il Ministero approva la richiesta di candidatura con riserva: «L’area (degli Alti Pascoli, ndr) è di sicuro interesse per il registro, ma si ritiene necessaria una sua più accurata perimetrazione». L’approvazione con riserva da parte del Ministero dà inizio nel 2017 al percorso di predisposizione del dossier che porta, inizialmente, alla nascita di un comitato organizzatore composto, oltre che dai quattro soggetti proponenti, anche dai rappresentanti di tutti i comuni interessati: Sant’Anna d’Alfaedo, Erbezzo, Bosco Chiesanuova, Velo Veronese, Roverè Veronese e Selva di Progno nella provincia di Verona, Ala e Avio in quella di Trento e Crespadoro per Vicenza. Attorno al paesaggio delle maghe e dei pascoli della Lessinia si crea quindi una rete che unisce in un progetto diverse realtà amministrative accomunate da un patrimonio territoriale condiviso. Il percorso si è poi evoluto ed è stato formalizzato l’8 maggio con la nascita della ATS che andrà a rilevare ulteriormente alcune caratteristiche del paesaggio degli Alti pascoli della Lessinia, quali l’integrità, la significatività, l’unicità, la persistenza, ma anche la vulnerabilità, l’assetto economico e produttivo e una Valutazione Storico Ambientale. Un’analisi approfondita che potrà promuovere e incentivare sviluppi sia nel settore agricolo che turistico, oltre che ad un riconoscimento culturale e ministeriale del territorio, e che sarà portata avanti grazie anche alla collaborazione del GAL Baldo Lessinia.■

I firmatari dell'atto di costituzione

Foto di Marco Malvezzi

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’ALTA LESSINIA È LA ZONA della montagna veronese, e in parte trentina e vicentina, dove prati e contrade lasciano spazio a malghe e pascoli. È qui che probabilmente viene custodito il più importante patrimonio di questa terra: il Paesaggio degli Alti Pascoli. Un territorio impiegato fin dal neolitico per la pastorizia di greggi transumanti, passando dall’azione dei boscaioli Cimbri di provenienza bavarese e tirolese, fino ad arrivare all’attuale utilizzo da parte di allevatori, principalmente di vacche per la produzione di latte e carne. «Il paesaggio culturale è creato attraverso la trasformazione di un paesaggio naturale operato da un gruppo culturale». È questa la frase attribuita al geografo americano Carl Sauer, pronunciata nel 1923, che ad oggi è fonte di ispirazione e punto di riferimento per le due associazioni di tutela territoriali, i sei comuni della Lessinia e le due società agricole private che l’8 maggio scorso hanno firmato l’atto notarile che sancisce la nascita dell’associazione temporanea di scopo per la gestione del progetto Studio di fattibilità per la realizzazione di progetti di recupero, conservazione e valorizzazione del paesaggio rurale storico degli alti pascoli della Lessinia. A sottoscrivere l’accordo formale di collaborazione sono state l’Associazione Tutela della Lessinia APS (soggetto capofila), con il presidente Daniela Massella; l’Associazione per la promozione e la tutela della pecora brogna, con il presidente Lorenzo Erbisti; i comuni di Erbezzo, Selva di Progno, Velo Veronese, Sant’Anna d’Alfaedo, Bosco Chiesanuova, Roverè Veronese con i rispettivi sindaci; le società agricole Baito Jegher Campara e Le Coste S.S. con le rispettive rappresentanti Roberta Campara e Laura Giacopuzzi. Nel 2015, su idea del perito agrario Giuliano Menegazzi, oggi coordinatore del progetto, e grazie alla collaborazione dell’architetto Chiara Zanoni, viene inviata al Ministero una scheda di segnalazione con la proposta di iscrizione degli Alti Pascoli nel Registro nazionale dei paesaggi rurali di interesse storico di cui fanno già parte, per citarne alcuni, le Colline di Conegliano Valdobbiadene – Paesaggio del Prosecco superiore, le Colline venete del Soave, la Fascia pedemontana olivata


LA RETE SINERGICA TRA COMUNI

I sindaci della Lessinia e i relatori del convegno di Verona Network

DESTINAZIONE LESSINIA UN ANNO DOPO

GUARDA L’INTERVISTA

Il punto (e lo stato di salute) del protocollo d’Intesa siglato nell’aprile del 2018 da nove amministrazioni locali e una cordata di privati per istituire un tavolo di coordinamento e confronto periodico sul tema dei temi: la promozione condivisa delle terre alte. DI MIRYAM SCANDOLA

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I COSA È STATO FATTO, DI QUANTO RIMANE DA FARE. Agli Stati Generali della Lessinia (vedi pagina 12) si è parlato dell’apertura dello sportello Iat (Informazione e accoglienza turistica) di Bosco Chiesanuova, ora unico per la Lessinia. È il primo approdo di un percorso che vede altri e tanti obiettivi in agenda come l’articolarsi di una rete di Iat diffusi (almeno una trentina con già aderenti attivi), un «portale di destinazione» collegato al Dms (Destination manager system) regionale dove si troveranno tutti gli eventi del territorio e anche tutti gli attrattori naturali e non, una promozione social oculata e il costante coordinamento con la Regione. Tra i comuni che si sono federati per promuoversi in maniera sinergica nel progetto Destinazione Lessinia, quello di Bosco Chiesanuova, Cerro, Erbezzo, Grezzana e Roverè, San Mauro, Selva di Progno, Velo e Sant’Anna d’Alfaedo. La sfida? Non dare una definizione univoca al territorio montano, ma declinarlo insieme attraverso letture diverse. Meta culturale ma anche sportiva, ad esempio. I trend parlano chiaro: è in aumento il turismo che cerca approdi culturali e il filone sportivo (l’edizione 2019 di Lessinia Legend conclusa da poco insegna) garantisce nicchie insperate. Per il 2019, il budget è di 60mila euro (metà della cifra proviene proprio dalle ammi-

nistrazioni e dai privati) che saranno usati anche per avviare una classificazione di tutti gli operatori del territorio, evidenziando i lati rosei e gli angoli meno luminosi dell’offerta complessiva. Federare le proprie ferite, dovute ad una marginalità di posizione, a una storia, a un passato che ha responsabilità diverse, è la strada per non perdere posizioni e per evitare che il sistema dell’accoglienza locale si trovi svuotato e derubato di ogni prospettiva. E per fortuna, il futuro pretende spazi anche lassù, tra le terre alte. «Non basta produrre, bisogna comunicare e la Lessinia lo sta capendo» chiosa il consigliere regionale Stefano Valdegamberi. La speranza trova spazio, rassicura il primo cittadino di Bosco Chiesanuova Claudio Melotti «nel progetto Destinazione Lessinia c’è il coinvolgimento convinto degli operatori economici locali e questo è un supporto fondamentale». Non parole al vento ma fatti e tempi rispettati: sono stati mesi di lavoro come ricorda Nadia Maschi, sindaco di Cerro Veronese, rappresentante tra l’altro della Lessinia nella ODG veronese (Organizzazione di Gestione della Destinazione turistica). Parlare di risultati è presto, «ora stiamo facendo passi lunghi e sfidanti». Si sa, solo le camminate più dure si guadagnano i panorami. «Vedrete, ce la faremo».■

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DALLA GASTRONOMIA AI FASCINI DELLE LEGGENDE CIMBRE

IL MARKETING TERRITORIALE PARTE ANCHE DALLE FADE Anguane, Strie e via così: gli stilemi della mitologia alpina, eredità perenne dei cimbri, potrebbero costituire, attraverso un racconto territoriale strutturato e corale, la strada (una delle tante) per radicare in Lessinia il turismo lento. L’unico capace, forse, di ammirarla senza snaturarla. DI MIRYAM SCANDOLA GUARDA L’INTERVISTA A PIER ANDREA TOSETTO

GUARDA L’INTERVISTA A VITO MASSALONGO

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N BREVE, FUNZIONAVA così: dopo il suono dell’Ave Maria, nelle notti di luna piena le Fade, creature sospese tra il fiabesco e l’orrido (corpo sublime fino alla vita, lunghe vesti a coprire le gambe da animale), uscivano dalle loro caverne nei Monti Lessini e stendevano i panni su lunghissime funi che tagliavano le valli. Si sprecano le versioni che scelgono e ribaltano aggettivi, funzioni e misteri: a distanza di appena qualche chilometro le storie descrivono donne molto belle oppure esseri del tutto atroci. Leggenda vuole, e su questo quasi tutti sono d’accordo, che le Fade potessero uscire solo di notte e che fossero spaventosamente scostanti: buone e cattive insieme (tagliavano le trecce alle donne, ingarbugliavano i gomitoli di lana, addirittura, secondo alcuni, rapivano bambini e mangiavano carne umana). Nella mitologia delle terre alte ci sono pure le Anguane, (anche dette, per gli affezionati, le Bele Butèle), ninfe innamorate dell’acqua. Erano loro che tenevano vive le tante fontane dei paesi. Dopo il Concilio di Trento furono costrette a nascondersi nei covoli, lasciando aride tutte le sorgenti. Si potrebbe andare avanti all’infinito tra orchi e basilischi, danze sacre, immaginari collettivi trasmessi e sempre un po’ vissuti nelle stalle di una Lessinia che non c’è più. Queste storie antiche che hanno animato le distese di verde sopra la pianura veronese trovano plastica espressione alcune volte, ma mai abbastanza, negli eventi del territorio. Esempio eccelso è da oltre vent’anni la Festa del Fuoco di Giazza. Nella piccola frazione cimbra della Lessinia orientale ogni estate si celebra il solstizio con omaggi alla tradizione. I circa 90 abitanti si preparano per settimane al 23 giugno, la serata che vede scontrarsi le forze del male con quelle del bene, la vittoria

La festa degli Gnocchi Sbatui di malga, appunto A Valdiporro, suggestiva frazione di Bosco Chiesanuova, il 26, 27 e 28 luglio, come ogni anno, si terrà una tre giorni enogastronomica. Dalle ore 19 alle 22 venerdì e sabato e dalle 11 alle 16 alla domenica si potrà gustare, sulle note di svariati accompagnamenti musicali, uno dei piatti tipici e più apprezzati della tradizione lessinica.

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della luce (e dunque del fuoco) sul buio delle paure. Il tutto accompagnano da coreografie incantate e combattimenti sui trampoli. Accorrono in migliaia, la coda delle auto è infinita, il paese travolto. «L’identità culturale può essere uno strumento di marketing territoriale» spiega Vito Massalongo, presidente del Curatorium Cimbricum Veronense. Giazza lo dimostra. «La gente ha modellato la Tzimbar earde (la terra cimbra). È un unicum che bisogna imparare a raccontare e sul quale investire. Le Fade, le Anguane parlano ancora». Cosa fare? Magari creare percorsi precisi che confluiscano in una geografia delle leggende. Ripristinare le stalle perdute, «quei salotti dei nostri nonni» come scriveva Attilio Benetti, perché tornino i luoghi di una socialità pura. Dove far vivere l’esperienza del racconto, della relazione semplice, merce rara e dunque sempre così cercata da un turismo che non vuole solo una vacanza. Pretende altro, cerca un po’ di quell’anima che latita spesso nella vita quotidiana, immolata alla rapidità, anche di pensiero. Fermo restando che «il turismo deve integrarsi con gli altri settori produttivi: agricoltura, cultura, artigianato, industrie creative, per evitare la monocultura turistica e incentivare la valorizzazione delle risorse esistenti e una migliore gestione del territorio anche in termini di tutela e conservazione». Amen, verrebbe da dire sfogliando alcune pagine del Piano strategico del turismo del Veneto 2019. Nel concreto «dobbiamo prestare attenzione all’ambiente, all’etica e alla sostenibilità: questi sono i nostri tesori segreti, da investire nel futuro. E il futuro sono i giovani» chiarisce Pier Andrea Tosetto, docente del Dipartimento Sociologia e Ricerca Sociale all'Università degli Studi di Milano. Per l’esperto la Lessinia ha anche la carta gastronomica da giocarsi. E, mentre si mangiano gli gnocchi sbatui di malga o si assaggia il Monte Veronese, è decisamente magnifico, e nessuno può negarlo, sapere che le Fade facevano anche del bene: insegnavano alla gente a lavorare il latte e i suoi derivati come il formaggio, il burro, la ricotta.■


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IL DOCUFILM DI NICOLA TONDINI

LASSÙ. SENZA AVER PAURA DI SOGNARE Per raccontare la sua idea di alpinismo, Nicola Tondini, guida alpinistica, ha realizzato un docufilm. Cinquanta minuti di riprese mozzafiato mostrano la prospettiva di chi s’impegna per aprire una nuova via. Impresa che è pure metafora: ad alta quota o nella vita, non si deve temere di raggiungere i propri obiettivi.

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OME LO SCULTORE OSSERVA un masso e immagina una scultura, così l’alpinista: guarda una parete, traccia idealmente una linea da percorrere, intravvede la possibilità di salita. Nelle fatiche dell’alpinismo c’è molto di più di ciò che si riesce a immaginare: la conquista di un’altezza è un viaggio a tappe, fisico ma soprattutto interiore, che Nicola Tondini ha voluto raccontare con parole e immagini nel docufilm Non abbiate paura di sognare. Cinquanta minuti di riprese mozzafiato effettuate con un drone e direttamente sulla parete sud-ovest della cima Scotoni, a 750 metri d’altezza, per mostrare la prospettiva reale di chi si impegna per aprire una nuova via, rendendola accessibile ad altri arrampicatori. Per ringraziare la natura della sua bellezza sconfinata. Per ricordare che, davanti ai problemi, bisogna stringere ancor più forte tra le mani le speranze. E proseguire. La tenacia appartiene a Tondini: guida alpina dal 1997 e formatore di guide alpine dal 2001, si è formato alle imprese sulle grandi pareti

dolomitiche nella palestra naturale della Valdadige. Con la Lessinia da una parte, il Monte Baldo, dall’altra: laboratorio verticale nel quale tuttora si allena. Dalle falesie della montagna veronese è passato alle Dolomiti, sua passione. A parte qualche scorcio scaligero, infatti, il film è stato girato perlopiù in Val Badia. E legate, mente e cuore, alle Alpi orientali sono le tre icone dell’alpinismo intervistate: Reinhold Messner, Christoph Hainz e Hansjorg Auer (purtroppo vittima di un incidente mortale accaduto questa primavera in Canada, ndr). «Il docufilm è stato pensato nel 2017, ragionando sui contenuti e facendo le prime riprese per avere chiaro che cosa potevamo realizzare», chiarisce il quarantaseienne, affiancato in quest’avventura dal rocciatore e imprenditore Sergio Rocca assieme a due cameraman scalatori, tra cui Klaus Dell'Orto che ha siglato la regia. L’idea è affiorata nel 2016 quando Tondini era concentrato sull’apertura della nuova via: «Volevo usare questa salita, un livello difficilissimo di arrampicata affrontato senza l’uso di 20

DI MARTA BICEGO


mezzi artificiali, come pretesto per raccontare il mio modo di essere alpinista che ricerca l’avventura. Per mostrare che l’alpinismo moderno non è soltanto impresa estrema, ma è legato alla storia e al rispetto della natura, da preservare intatta». Non a caso il film inizia con una frase: «Abbiamo un patrimonio di bellezze nelle Dolomiti e il nostro compito è salvaguardarle». Su una parete dolomitica non si è così distanti dall’affrontare la vita di ogni giorno: «Nella nostra scalata abbiamo avuto spesso insuccessi e cadute. Accade pure nella quotidianità, quando si ha un obiettivo e sembra difficile da raggiungere. Si può essere sconfitti e rinunciare o ci si può rialzare e rimettersi in gioco. Bisogna lasciare tempo al tempo». Emozioni, ispirazioni, pensieri hanno creato un amalgama con le immagini. Con un finale che vuole essere positivo e lasciare traccia di speranza: «Non abbiate paura di sognare» conclude. «Se si desidera raggiungere un obiettivo, se si ha un sogno, non si deve avere timore di fallire. Le avventure alpinistiche portano le persone a vivere a 360 gradi: con preparazione tecnica e mentale, ma coltivando anche quella dimensione spirituale che non fa guardare esclusivamente al successo dell’impresa. Spinge a osservare cosa c’è oltre». Porta a volgere lo sguardo più in altro, verso la cima da raggiungere. Lassù.■

PRESENTATO AL TRENTO FILM FESTIVAL IN ANTEPRIMA, IL DOCUFILM SARÀ PROIETTATO A SETTEMBRE AL CINEMA K2 E PARTECIPERÀ VISITA IL SITO

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LA CECITÀ SULLE CIME DELL’HIMALAYA IN UN DOCUMENTARIO

VIVERE SULLE VETTE E NON POTERLE VEDERE

I ragazzi del team

Numerosi studi scientifici hanno dimostrato come l’irradiazione solare ad alte altitudini, dove si è più vicini allo strato di ozono atmosferico, sia causa della progressiva perdita della vista di molte persone che vivono in quelle zone. È un fatto poco conosciuto che tre ragazzi veronesi, Gaia Milani, Tazio Nicoli e Pietro Cremona, stanno portando alla luce con un documentario.

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ULLE VETTE DELLA CATENA HIMALAYANA, il “tetto del mondo”, per un giovane adulto perdere la vista a causa della cataratta è un fatto tragicamente ma assolutamente normale. La cataratta è una malattia oftalmologica causata da un’opacizzazione del cristallino, la lente naturale dei nostri occhi. Gaia Milani, Tazio Nicoli e Pietro Cremona stanno cercando far conoscere portando avanti una campagna di sensibilizzazione e raccolta fondi per sostenere una ONG tedesca, Shades of Love, che, nel 2009, ha iniziato a raccogliere occhiali da sole con tutte le iniziative possibi-

li per poterli portare, di volta in volta, nei vari paesi del Tibet. Shades of Love ha distribuito più di 460.000 occhiali da sole con filtri UV-400 e UV-350 e insieme alla clinica The Tibetan Health Care Center ha assistito più di 120.000 persone per consentire loro operazioni oculistiche. Gaia Milani, che ha un background in marketing con una fortissima passione per il volontariato, assieme a Tazio Nicoli e Pietro Cremona, videomaker per alcune delle più importanti aziende di moda, oltre che automobilistiche e di altri settori, hanno lanciato la campagna di raccolta fondi sulla piattaforma online Eppela. L’obiettivo è raggiungere questi villaggi poveri e sperduti della catena dell’Himalaya e realizzare SOL: un documentario per proteggere la vista. La loro iniziativa di fundraising durerà fino al 10 luglio, data entro la quale dovranno raccogliere 12.000 € per coprire sia le spese per gli spostamenti sul territorio sia le attrezzature necessarie per realizzare il documentario. L’idea di questo film-documentario ha già suscitato l’interesse di un importante festival cinematografico, l’European Outdoor Film Tour che si terrà in Italia e in altri Paesi europei. Nel caso non venisse raggiunta la cifra, l’iniziativa non potrà partire e sarebbe davvero un peccato. È possibile conoscere meglio il progetto collegandosi alla piattaforma di fundraising.■

DI FEDERICA LAVARINI

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IN AFGHANISTAN UN PROGETTO DI SCIALPINISMO

UN LUOGO CHIAMATO WAKHAN All’ombra del Noshaq, la montagna più alta del Paese dell’Asia meridionale, nasce il sogno di Cristiano Tedeschi, direttore della scuola di scialpinismo “Renzo Giuliani” della Sezione CAI Cesare Battisti di Verona: creare una microeconomia sulle altezze dell’Afghanistan, insegnando lo scialpinismo alla popolazione locale.

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ON È STATA, E NON VOLEVA ESSERE, una performance alpinistica. Una spedizione con l’unico obiettivo di raggiungere la cima. La cima, quella più alta di tutto l’Afghanistan, quella che nel 2018 è stata salita dalla prima donna afghana della storia. No, niente di tutto questo. È stata un’avventura condotta da una storia di amicizia lunga anni, tra Cristiano Tedeschi e Pavel Bem, uno italiano, l’altro ceco. Il Noshaq, 7492 metri s.l.m, una montagna che si trova nella fascia più remota dell’Afghanistan, nella zona NordEst, dove neanche la guerra si è fatta sentire. Qui la gente è ospitale e povera. «Vive principalmente di pastorizia, e tutt’intorno ha una bellezza inespressa, che sono le montagne». Si percorrono 37 km in valle per raggiungere il campo base del Noshaq. A fare da guida c’è Malang, il primo afghano a salire la cima nel 2009. Cristiano, Pavel e Tomas, il terzo alpinista dell’avventura, non hanno avuto tanti giorni per tentare la cima. «Tomas si è fermato subito, per mal di montagna, mentre Pavel ed io abbiamo proseguito». Poi lo stesso Tedeschi ha dovuto rinunciare: «Mi si stava congelando il piede e, per non compromettere la salita di Pavel, ho deciso di fermarmi».

L’alpinista ceco ha così raggiunto l’obiettivo, ma per Cristiano è stata comunque un’esperienza profonda. «Era il mio sogno giovanile − ci confida − poi l’invasione della Russia nel 1979 ha bloccato qualsiasi progetto in questo Paese». Nel 2010 Cristiano legge la notizia che la guida alpina Ferdinando Rollando avrebbe avviato un progetto sullo sci nella regione del Bamyam. Di lì a poco sarebbe seguita l’iniziativa di Mountain Wilderness, che formò e accompagnò i primi scalatori afghani a salire il Noshaq, tra i quali Malang. «Ogni anno in queste montagne muoiono dalle 300 alle 400 persone a causa delle valanghe», afferma Tedeschi citando lo stesso Rollando nel libro Il cielo di Kabul. «Non esiste prevenzione, né protezione civile». Il viaggio per l’alpinista italiano è stato quindi l’occasione di prendere contatti, soprattutto con Malang. «Lo sci − aggiunge − sarebbe una risorsa per loro, visto il patrimonio naturistico che hanno. E questo consentirebbe di avere un turismo anche in altre stagioni dell’anno. A noi interessa avviare delle attività sostenibili e generare una microeconomia locale».

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DI GIOVANNA TONDINI


TORNATO DAL VIAGGIO, Tedeschi ha avuto subito una masnada di sostenitori per avviare il progetto di scialpinismo. È bastato poco quindi per trovare i primi volontari, tutti membri della Scuola di scialpinismo Renzo Giuliani del CAI Cesare Battisti. La stessa scuola che, in occasione dei suoi 50 anni di vita, sosterrà il primis le attività a favore delle popolazioni montane afghane. Perché, come ha affermato il presidente della Cesare Battisti, «novità, innovazione, impresa sono gli elementi fondamentali dei progetti che noi sosteniamo, e in questo sono tutti presenti». Partiti in primavera, i nostri scialpinisti hanno trascorso 22 giorni in terra afghana. Un po’ meno se si tiene conto del lungo viaggio di avvicinamento al campo base. Che questa volta si trovava sempre nella regione del Wakhan, alla confluenza delle due lingue di ghiaccio dell’Issik Glacier. «Un grandissimo ghiacciaio che abbiamo percorso in due giorni per 14 km». Qui, a circa 4200 metri di quota hanno allestito il campo. Ci racconta Igino Castellani, «abbiamo trascorso 9 giorni accampati nelle nostre tende, piantate su ciottoli, in prossimità della neve». Continua Michele Zanoncelli: «è stato difficile, facevamo l’attività la mattina, poi il tempo cambiava e noi ci riposavamo, anche perché l’attività continuativa a questa quota non è semplice». Ma la fatica è valsa l’esperienza che, come sottolinea Giuliana Steccanella, è stata magnifica: «vivere a contatto con persone nuove e con abitudini e cultura diverse, costruendo un legame forte, è qualcosa di unico». E non sono mancate le fughe esplorative su qualche canale innevato in zona, come racconta il più temerario di tutti, Giorgio Bonafini. La presenza di Giuliana, una donna tra i volontari, e di Shugofa Nasiri , una donna tra gli allievi, non è stata così scontata. Ma sicuramente voluta. «Le difficoltà della vita si accettano se ci sono delle speranze», dice Cristiano. «E lì le donne sono la speranza».

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Un progetto quindi di larghe vedute, ambizioso e allo stesso tempo concreto, che proseguirà per altri due anni. «Con il prossimo viaggio sceglieremo una zona diversa, più accessibile, e una stagione che ci consenta di sfruttare più giorni da dedicare all’insegnamento», sottolinea Igino Castellani. Sarà anche questione di risorse che si raccoglieranno nel tempo. Ma ci sono tutti i presupposti perché il progetto prosegua con successo.■

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CRONACHE EUROPEE DIRETTAMENTE DAL CUORE DELL’UE

CC-BY-4.0 © European Union 2019 – Source EP

LE DIECI (PIÙ UNA) COSE CHE L’EUROPA HA FATTO PER NOI Negli ultimi cinque anni il Parlamento europeo ha lavorato per approvare qualcosa come 1.100 leggi: qui trovate un riassunto di quelle principali, e qualche parola su come tutti ne abbiamo beneficiato.

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ONO STATI QUASI 190 MILIONI i cittadini europei che tra il 23 e il 26 maggio scorsi si sono recati alle urne per partecipare alle seconde elezioni democratiche più grandi del mondo. Si parla ovviamente di quelle che hanno eletto i nuovi deputati del Parlamento europeo, la cui legislatura è stata inaugurata il 2 luglio. Ma prima di capire in che direzione andrà questo nuovo Parlamento, sappiamo quello che è stato fatto in Europa negli ultimi cinque anni? Di seguito trovate dieci (più una bonus) decisioni prese dal Parlamento europeo nel corso dell’ultima legislatura e come hanno cambiato le vostre vite. 1. Prodotti sicuri, consumatori felici Lo scorso febbraio, l’UE ha approvato una nuova legislazione in materia di protezione dei consumatori: prodotti più sicuri, insomma, sia in negozio che online, grazie a una migliore sorveglianza del mercato e all'applicazione a livello UE di maggiori controlli, ispezioni e norme. 2. La questione GEO Blocking L’Europa senza frontiere si applica anche allo shopping online: è dal dicembre 2018 infatti che all’interno dell’Unione Europea sono stati aboliti i costi legati al GEO Blocking, che rendevano gli acquisti internazionali più complessi e costosi. 3. Mai più roaming Un ulteriore passo in avanti rispetto a quello fatto il 15 giugno 2017, quando i costi del

roaming nei Paesi europei sono stati azzerati. Il che significa che chiamate, SMS e navigazione Internet non hanno alcun costo aggiuntivo quando ci si sposta in Europa. Un grande aiuto per i vacanzieri europei, per le aziende con contatti internazionali, per gli amori a distanza. 4. La temutissima riforma del Copyright Dopo tre anni di trattative e una serie infinta di piccole e grandi modifiche al testo originale, il 26 marzo 2019 il Parlamento europeo ha approvato una tra le più discusse riforme dell’Unione. Si tratta della direttiva sul diritto d’autore, che ha scatenato un acceso dibattito tra chi l’ha accolta come una necessaria tutela per autori e creativi e tra chi invece la considera un inutile bavaglio ai contenuti online. 5. I diritti dei consumatori nell'era digitale Nella stessa scia della normativa sul Copyright si inseriscono le nuove regole generali sulla protezione dei dati (GDPR), che garantiscono ai cittadini più potere sulla loro presenza digitale, difendendo il diritto di ottenere informazioni su come vengono utilizzati i loro dati e di eliminare i contenuti che non vogliono più essere visibili online. Le nuove regole si applicano a tutte le società che operano nei Paesi europei, anche se hanno sede al di fuori dell'UE. 6. L’equilibrio vita e lavoro L’UE ha introdotto nuove norme specifiche 26

DALLA NOSTRA INVIATA A BRUXELLES CHIARA BONI


per aiutare tutti i genitori europei a conciliare la vita professionale e quella privata. Gli Stati membri dovranno infatti introdurre dei requisiti minimi riguardo al congedo di paternità, pagati almeno al livello della retribuzione per malattia e altri due mesi di congedo parentale non trasferibile retribuiti. L'accordo stabilisce inoltre cinque giorni di congedo annuale per accompagnatori/trici e la possibilità di richiedere modelli di lavoro flessibili. 7. Contro il terrorismo e i reati gravi La direttiva sui dati dei passeggeri (Passenger Name Records, PNR), introdotta dopo gli attacchi terroristici di Parigi e Bruxelles, obbliga le compagnie aeree a fornire i dati dei passeggeri raccolti dalle autorità nazionali per tutti i voli da paesi terzi verso l'UE e viceversa. Gli Stati membri possono anche estendere la regola ai voli "intra-UE". 8. Protezione civile senza frontiere Tempeste, inondazioni e incendi boschivi hanno devastato tutta l'Europa nel 2017 e nel 2018, testandone le risorse. La risposta è stata l’introduzione di RescEU, un protocollo che rafforza i meccanismi di difesa degli Stati membri istituendo risorse condivise a livello UE, dagli aeroplani forestali agli ospedali da campo e alle squadre mediche di emergenza, per proteggere i cittadini dai futuri disastri naturali. 9. Come si combatte il cambiamento climatico È forse la sfida più importante di questo secolo, e di sicuro si tratta di un’enorme possibilità per costruire un'economia più sostenibile e competitiva e una società più stabile. Con la ratifica dello storico Accordo per il Clima di Parigi approvata dal Parlamento europeo, l'Unione Europea si è impegnata a ridurre le emissioni di gas serra almeno del 40% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2030. Ma regole più severe saranno applicate anche alle emissioni di CO2 provenienti dall’industria e sono in programma nuovi incentivi per migliorare l'efficienza energetica di edifici ed elettrodomestici.

CC-BY-4.0 © European Union 2019 – Source EP

9 ½. E come si difendono gli oceani Il dramma dell’inquinamento marittimo sta scritto nella percentuale di plastica che si accumula nei nostri mari: stiamo parlando dell’80% dei rifiuti nelle acque terrestri. Per far fronte all’emergenza, nel marzo 2019, il Parlamento europeo ha approvato una nuova legge che vieta l'uso di oggetti di plastica monouso come piatti, posate, cannucce e cotton fioc entro il 2021. Le nuove regole stabiliscono anche obiettivi di raccolta per le bottiglie di plastica e un'applicazione più rigorosa del principio "chi inquina paga". 10. A che punto siamo con il Trattato di Dublino L’immigrazione continua a essere un tema fondamentale per tutta l’Unione: risale al novembre del 2017 il tentativo di riforma da parte del Parlamento europeo del Trattato di Dublino, che regola lo Stato membro a cui affidare migranti e richiedenti asilo. Per quanto si tratti del fulcro di una riforma globale della politica di asilo dell'UE, i negoziati sulla forma definitiva del testo potranno iniziare solo quando gli stati membri saranno d'accordo sulla loro posizione. «Dobbiamo trovare soluzioni che consentano la creazione di un sistema di asilo funzionante con un adeguato sostegno per gli Stati in prima linea, responsabilità condivise e una corretta gestione delle frontiere esterne. Senza tali negoziati, restiamo a mani vuote con un sistema di asilo che non funziona e senza risposte per i cittadini», ha spiegato Cecilia Wikström, relatrice del Parlamento per la riforma del Trattato di Dublino.■

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DA CAPRINO A BEIRUT, A TU PER TU CON DAVIDE COLTRI

DOV’È CASA MIA? Come operatore umanitario ormai da anni mette radici nei luoghi più “feriti” del mondo: l’Iraq, la Siria, la Sierra Leone. Dov’è casa mia. Storie oltre i confini (edito da Minimum Fax), presentato anche all’ultimo Salone del Libro di Torino, è una raccolta delle sue esperienze. Davide lo raggiungiamo al telefono, perché vive a Beirut, con la moglie, anche lei in missione.

«C

I FURONO URLA, IMPRECAZIONI, pianti […] rimanemmo lì, sicuri di morire, un relitto a poche miglia da un’isola greca. Molti di noi pregavano […] poi il motore ripartì ma nessuno ebbe il coraggio di esultare». Così scrive Davide Coltri, veronese, operatore umanitario, da anni impegnato sul campo in missioni d’emergenza, in quei territori che noi chiamiamo “limite”: in Siria, in Iraq, in Sierra Leone. Spera che le storie che ha scritto, possano dare profondità e complessità a persone, a Paesi che nella narrazione attuale vengono trattate in maniera troppo semplicistica. Cita Orwell, verso la fine del libro, «scrivo perché c’è qualche bugia che voglio smascherare, qualche fatto su cui voglio attirare l’attenzione, e il primo pensiero è quello di farmi ascoltare».

La realtà del suo vissuto si mescola al racconto. Come nasce questo libro? Il libro nasce durante un periodo di crisi e di riflessione sul valore e l’importanza del lavoro che faccio. Sono un operatore umanitario e, nei tre anni precedenti alla stesura del libro, ho lavorato in alcuni posti molto difficili: in Iraq durante l’arrivo dell’Isis, in Sierra Leone durante l’epidemia di Ebola, in Siria durante la guerra civile. In quei contesti il divario tra l’aiuto che puoi portare e la vastità dei drammi di cui sei testimone è immenso. Ecco, le storie si inseriscono in quello spazio incolmabile. Come operatore umanitario ha vissuto in Siria, Iraq, Tanzania, Turchia. Quale esperienza l’ha segnato di più? Sicuramente l’Iraq, sia per l’intensità e la drammaticità degli eventi vissuti, sia per il rapporto che ho instaurato con i miei colleghi locali. E poi, era la prima missione vera e propria, quindi era tutto nuovo. In seguito, più o meno per gli stessi motivi, sono rimasto molto legato anche ad altri luoghi: la Tanzania, la Turchia e la Siria.

«IN QUEI CONTESTI IL DIVARIO TRA L’AIUTO CHE PUOI PORTARE E LA VASTITÀ DEI DRAMMI DI CUI SEI TESTIMONE È IMMENSO. ECCO, LE STORIE CHE RACCONTO SI INSERISCONO IN QUELLO SPAZIO INCOLMABILE» La copertina del libro

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DI SARA AVESANI


Che significato ha la parola “confine”? Confine è una parola polivalente: è quello che può impedire a una persona di trovare rifugio ma anche quello che protegge da una guerra, in un paese confinante. Nel confine c’è il senso del limite, che torna molto spesso nel libro: il limite di ciò che è possibile fare in una situazione di crisi, sia per un operatore umanitario che per una vittima; il limite nel senso della finitezza umana (che i terroristi vogliono eliminare sostituendosi alla divinità); il limite labile tra una situazione di pace e una di guerra. Che valore ha la vita per un bambino che nasce in terre dilaniate dalle guerre, dalla fame? Purtroppo un bambino che nasce e cresce in situazioni simili ha pochissime scelte oltre a quelle che riguardano la pura sopravvivenza, ammesso che riesca a farcela. L’istruzione nelle emergenze, che è il settore di cui mi occupo, ha la funzione di creare spazi sicuri e a misura di bambino, anche in contesti di profonda crisi (guerra, catastrofi naturali) e garantire un’apertura, una progettualità e una realizzazione personale nel futuro, che dovrebbe essere scontata ma che purtroppo rimane impossibile per moltissimi bambini nel mondo. Si calcola che a livello globale ci siano 64 milioni di bambini che non accedono alla scuola primaria. Questo li espone, sia a conseguenze immediate (lavoro minorile, rischio di sfruttamento, bambini soldato, matrimoni precoci), sia a lungo termine (mancanza di qualifiche e di competenze per vivere una vita piena e dignitosa).

Ha progetti per il futuro? Al momento sto lavorando ad un progetto sulla mediazione culturale in Italia con l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni e collaborando con una piccola ONG, Second Tree, che si occupa dell’integrazione di rifugiati e richiedenti asilo in Grecia. Tra poco lascerò Beirut, dove ho vissuto per 4 anni, e cercherò insieme a mia moglie una nuova destinazione dove continuare a svolgere il mio lavoro. Il titolo Dov’è casa mia che messaggio vuole lanciare? Nasce dal nome di un mio amico Kaniwar, che in curdo significa «dov’è casa mia» ed è anche il titolo del racconto che chiude la raccolta. Il tema della casa è centrale in quanto ho vissuto, sia lo sradicamento delle persone costrette a fuggire dalle loro case, sia il mio in quanto operatore umanitario. C’è infine una questione personale che ha a che fare con il momento politico di oggi, in cui la cattiveria verso i migranti, slogan semplicistici e disumanizzazione dell’altro, sono diventati soffocanti in quella che dovrebbe essere la mia casa, l’Italia.■

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SPAZIO CORDIS, IL PROGETTO DI UN SOGNATORE Foto di Diego Tonus

"Artist's Proofs for A Moment of Darkness" di Diego Tonus

«HO TRASFORMATO IL MIO STUDIO DA CARDIOLOGO IN UNO SPAZIO D’ARTE» Da poco meno di un anno esiste, in un quartiere popolare di Verona, Spazio Cordis: un luogo indipendente per l’arte contemporanea ricavato dallo studio di un medico di base e cardiologo, Alberto Geremia, che ha deciso di dare un nuovo significato alla sua atavica passione per l’arte. DI FEDERICA LAVARINI

D

ott. Geremia, qual è stata la motivazione che l’ha guidata fino ad oggi? Il mio è un percorso da autodidatta. Negli anni Sessanta frequentavo la sinistra extraparlamentare ed è stata la militanza politica che mi ha avvicinato all’arte. In particolare, mi sento debitore verso Giorgio Bertani (morto lo scorso giugno) e la sua libreria, dove erano esposte una serie di opere di Fluxus, di grafiche di Mirò e di Richter. Sono entrato in contatto con persone come Enzo Ferrari, un personaggio importante per l’arte veronese, che è stato forse poco capito, ma che mi ha fatto amare questo mondo. Come si sono evoluti questi trent’anni e più di passione per l’arte? Agli inizi seguivo i consigli di galleristi e amici poi, progressivamente, ho trovato una mia strada: avevo capito che ogni momento importante della mia vita, triste o gioioso che fosse, si asso-

ciava a un’opera d’arte. Per questo quando sono nati i miei due figli o sono morti i miei genitori o quando ho cambiato lavoro sono andato in cerca di un’opera che rappresentasse i miei sentimenti e il mio stato d’animo in quel momento: e l’ho sempre trovata. In tutte le opere che ho acquisito e collezionato ho trovato qualcosa che mi apparteneva. Dopotutto, tutti noi facciamo questo quando siamo attratti da un’opera, perché in essa troviamo qualcosa di nostro. Come si intreccia il suo lavoro di medico con la sua passione per l’arte? Dicono che sono un sognatore, ma in realtà per me è fondamentale la ricerca della bellezza e l’opera d’arte è una manifestazione di bellezza. Lo stimolo che ci fa pesare poco il nostro lavoro è il renderci conto che stiamo contribuendo a creare bellezza. Anche avere un sorriso di fronte vuol dire aumentare la bellezza e le opere possono darti questo. Sono soddisfatto della mia 30


Che cosa rappresenta per lei Spazio Cordis? Spazio Cordis è stato aperto a ottobre 2018 non come galleria, ma come spazio indipendente, area progettuale. I soci fondatori, oltre a me, sono Simone Frittelli, Paola Parolin e Andrea Mion, mentre Jessica Bianchera si occupa della direzione artistica del programma espositivo e della curatela di mostre e progetti. Con l’esposizione in corso di Diego Tonus siamo alla quarta mostra, a ottobre invece cureremo una personale di Rebecca Moccia, la quale sta lavorando a un doppio progetto che la vedrà protagonista anche della nostra partecipazione ad ArtVerona per la sezione i10. Per me Spazio Cordis è soprattutto un modo per conoscere e stabilire una relazione con giovani artisti. Oltre ai progetti nello spazio, abbiamo un programma di eventi “fuori le mura” che hanno come obiettivo proprio la relazione con la città e il territorio, le Ectopie, usando di nuovo un termine mutuato dalla cardiologia. La prima l’abbiamo realizzata nella chiesa dei Santi Apostoli, che sarà protagonista di un intervento anche a settembre: nella cappella delle reliquie esporremmo per tre settimane l’ultima opera di Mimmo Rotella, Parlando con Dio, di proprietà dei galleristi Frittelli. Sarà la prima volta che Rotella viene esposto in un punto sacro. SPAZIO PUBBLICITARIO

Foto di Marco Toté

collezione: ho circa cento opere di grandi artisti che all’epoca ho acquistato per pochissimi soldi lavorando come medico di base. È il piacere di avere queste opere in casa e pensare che i miei figli sono cresciuti giocandovi davanti.

Da sinistra: l'artista Michal Martychowiec, Paola Parolin, Alberto Geremia

Qual è la stella polare che la guida nella scelta delle opere che colleziona? Con le opere che colleziono sento un rapporto di tipo affettivo, siamo in sintonia. Ho capito alcuni aspetti delle opere dopo anni che le avevo acquistate: perché non ti stanchi mai di guardarle, come guardare il viso di un bambino. Questo ti dà la bellezza: non sei mai stanco di guardarla.■

«IN TUTTE LE OPERE CHE HO ACQUISITO E COLLEZIONATO HO TROVATO QUALCOSA CHE MI APPARTENEVA»


Foto di Gie Autout France - Ente per lo Sviluppo del Turismo Francese

VERSO IL FESTIVAL INTERNAZIONALE DEI GIOCHI IN STRADA

BRETAGNA, TÒCA A TÌ Dalle coste frastagliate e modellate dalle acque dell’oceano Atlantico della Bretagna, alle piazze traboccanti di storia e di vita di Verona. Quest’anno, per la sua 17° edizione, Tocatì, il Festival Internazionale dei Giochi in Strada, è tornato nelle terre d’Oltralpe alla ricerca del suo ospite d’onore, dopo il grande successo dell’anno scorso con la Francia del Sud. Ora l’attesa è tutta per i giochi e la ricca lista di eventi in programma per il Festival, che si terrà dal 12 al 15 settembre in centro storico.

N

ELLO SCORSO NUMERO di Pantheon (il numero 101, pagina 53) avevamo lanciato una sfida. Forse solo i più attenti ci avranno fatto caso: in fondo all’articolo riguardante proprio il Tocatì e la corsa verso la sua candidatura UNESCO, c’era un box con una foto, una piccola “briciola di pane” lasciata dalla redazione come indizio per indovinare l’ospite d’onore. E ora vi possiamo svelare che l’immagine ritraeva una verdeggiante scogliera bretone. La Francia torna infatti protagonista di questa nuova edizione del Tocatì, il Festival Internazionale dei Giochi in Strada organizzato da Associazione Giochi Antichi con il patrocinio di Comune di Verona, Regione del Veneto e della Provincia di Verona. Un territorio antico, ricco di storia (e di giochi) che è pronto a portare le sue tradizioni nella nostra città, dove dal 12 al 15 settembre si potrà “viaggiare” alla scoperta della cultura bretone, incontrando persone e consuetudini che portano nel presente antichi gesti ludici, danze, musiche e rituali. In tutto saranno circa 40 i giochi e gli sport tradizionali provenienti dalla Bretagna e da varie regioni d’Italia che, come di consueto, saranno praticati proprio nelle strade del centro storico e presentati da

gruppi di giocatori pronti a raccontare abitudini e storia del loro territorio e a condividere il piacere di giocare (che sappiamo bene non appartenere solo ai più piccoli). Ricco anche il programma di eventi collaterali al festival, tra incontri culturali, concerti e momenti di riflessione con ospiti di spicco provenienti dal panorama italiano e non, che contraddistinguono da sempre Tocatì. In linea con il percorso di candidatura UNESCO ICH di Tocatì al Registro delle Buone Pratiche per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale, promossa da Associazione Giochi Antichi con il partenariato europeo di AEJEST, Simbdea e UNPLI, sono anche i simboli che racconteranno i valori legati al gioco in questo Tocatì 2019: salvaguardia, impegno ed evoluzione (dopo Patrimonio, Confronto e Territorio del 2018). Tre parole che racchiudono il significato del festival e il suo scopo: portare gioia e divertimento nelle piazze non solo veronesi, valorizzando le tradizioni ludiche proprie di ogni Paese, regione e Stato, stimolando al contempo una riflessione su temi attuali e di interesse, accompagnando così i partecipanti in un concreto percorso di arricchimento personale. Questo è Tocatì.■ 32

DI GIORGIA PRETI


Giocare insieme con la musica: la filosofia di “El Sistema” In molte lingue suonare e giocare sono indicati con la stessa parola: to play, jouer, spielen. A incarnare questa dualità semantica sono i giovanissimi allievi di El Sistema, il rivoluzionario progetto di educazione musicale creato nel 1975 in Venezuela dal Maestro José Antonio Abreu (1939-2018) che offre a bambini e ragazzi la possibilità di accedere gratuitamente a una formazione musicale collettiva. Si tratta di un modello educativo con una didattica impostata sul divertimento dell’imparare e del fare musica insieme, dove il gioco svolge un ruolo fondamentale. A parlarne, in uno dei numerosi incontri organizzati per il Festival Tocatì, saranno Maria Majno, vicepresidente di Sistema Europe e il Maestro Carlo Taffuri, musicista e responsabile delle attività orchestrali della Associazione SONG Onlus, che opera in Lombardia su forte ispirazione da El Sistema. Con loro, alcuni piccoli strumentisti della Pasquinelli Young Orchestra a rappresentare una rete che dal Venezuela si è estesa all'Italia per iniziativa del Maestro Claudio Abbado, all'Europa e a oltre 60 Paesi nel mondo. Introduce Albertina Dalla Chiara.

La gioia di diventare nonni raccontata da Fulvio Ervas Uno dei momenti di riflessione sarà, invece, affidato a Fulvio Ervas, scrittore veneziano che, con delicatezza, parlerà della gioia di diventare nonni raccontata tra le pagine del suo ultimo libro Nonnitudine (2017, Marcos y Marcos). Si tratta di un compendio di emozioni e di nuove scoperte generate dal nuovo status di “nonno” che, grazie al nipotino, vive una seconda vita. Ervas, che inizia la sua carriera con i romanzi gialli, di cui è protagonista l’ispettore Stucky, nel 2012 scrive Se ti abbraccio non avere paura, la dolce storia di Franco e di suo figlio Andrea, affetto da autismo. Il libro è stato tradotto in 9 lingue. Nel 2017, invece, al cinema esce il film Finchè c’è prosecco c’è speranza, tratto dall’omonimo romanzo di Ervas e appartenente alla serie di gialli che ha come protagonista l’ispettore Stucky.

SCOPRI IL NOSTRO SPECIALE TOCATÌ Uscirà i primi di agosto con più di un mese di anticipo rispetto al grande evento ludico (dal 12 al 15 settembre a Verona). Sarà una guida per racconti, una sorta di selezione intima a cura della redazione per orientarsi tra la cospicua mole di eventi che rendono bellissimo il Festival. Pantheon, speciale Tocatì sarà la nostra sintesi ragionata per fruire con serenità e la giusta dose di stupore uno degli appuntamenti più affascinanti del contesto scaligero.

Foto di Gie Autout France - Ente per lo Sviluppo del Turismo Francese

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IL BABYWEARING TRA MODE E BISOGNI

Foto di Portare i Piccoli ®

CON LA FASCIA TI PORTO SUL CUORE

Capita sempre più spesso di vedere mamme e papà a spasso con i loro neonati avvolti da una fascia, o portati con un marsupio. Il babywearing (termine inglese che significa “indossare il bambino”) si sta diffondendo sempre più, per la praticità che regala (avere le mani libere, quando si ha un neonato, è una sfida non da poco!), l’aiuto che dà nel calmare e nel far addormentare il proprio piccolo, ma anche per la bellezza di sentirlo appoggiarsi sul cuore.

P

ER CAPIRE QUALCOSA IN PIÙ su questo fenomeno, abbiamo chiacchierato con Margherita Chiappini, istruttrice veronese di Portare i Piccoli, che dal 2000 si occupa di diffondere la cultura del “buon portare” a livello nazionale. «In realtà non è nulla di nuovo» esordisce Margherita. «Così si faceva prima dell’avvento del passeggino, e così fanno ancora oggi molte popolazioni nel resto del mondo. Portare non è solo un modo per trasportare il proprio figlio; significa far proseguire quella vicinanza fisica, fatta di battiti e respiri, che c’era durante la gravidanza, avvolgerlo in un abbraccio di stoffa che ricorda quello dell’utero materno; è un modo per prendersi cura del proprio bambino e accompagnarlo nello stare al mondo». Ma come si porta? «Sono tre le posizioni utilizzabili» prosegue l’istruttrice. «Davanti, con il bambino girato verso il petto

del portatore, dalla nascita fino ai 6 mesi circa (attenzione: mai fronte mondo, una posizione sempre scorretta perché non rispetta la cifosi del bambino e lo espone a troppi stimoli); sul fianco, dai 2-3 mesi in su, e sulla schiena, indicativamente dai 4 mesi in poi. Ogni posizione rappresenta una tappa nello sviluppo del bambino. La prima è la posizione “dell’incontro”, che protegge e avvolge. La seconda è quella “del dialogo”, in cui portato e portatore si guardano in faccia. La terza è la posizione del “tu mi segui”: il portatore non ha più il controllo visivo sul bambino e diventa la “base sicura” da cui questo può guardare il resto del mondo». La posizione che il bambino deve mantenere all’interno del supporto è simile a quella che assume quando viene preso in braccio e appoggiato sul fianco: la cosiddetta posizione “a M”, in cui il culetto si trova in basso e le ginocchia 34

DI FRANCESCA MAULI


più in alto. Questo fa sì che il peso del corpo sia distribuito uniformemente e non vada a scaricare sui genitali. I supporti, prosegue Margherita, si dividono in strutturati, semi-strutturati e non-strutturati. «Gli strutturati sono i marsupi, utilizzabili dai 4 mesi in su, e gli zaini da montagna. I marsupi “tradizionali”, quelli cioè con la base stretta, non sono ergonomici perché non rispettano la posizione a M; lo sono invece quelli il cui pannello di stoffa va da un cavo popliteo all’altro. Nemmeno gli zaini da montagna, pesanti e scomodi, sono ergonomici. I supporti semi-strutturati sono il mei-tai (un pannello di stoffa con 4 fasce di origine orientale) e le ring, ovvero le fasce monospalla con anelli, che si usano per portare solo sul fianco, consigliate a partire dai 3-4 mesi. I non-strutturati sono la fascia elastica, ovvero un telo in jersey utilizzabile in sicurezza solo fino ai 7 kg di peso del bambino, e la fascia rigida, un telo tessuto ad armatura diagonale, 100% cotone o in vari blend. È il più versatile, il solo che si adatta totalmente alla corporatura di chi porta e alla crescita del bambino, utilizzabile per tutto il percorso, dalla nascita fino ai 2-3 anni». Ovviamente bisogna imparare a usarlo in maniera corretta. Per questo, prendersi del tempo fisico e mentale per entrare nel mondo del “buon portare” è molto importante. «L’istruttrice – spiega Margherita – accompagna la famiglia nella conoscenza dei diversi supporti e nel loro utilizzo autonomo, dando anche la possibilità di provarli e capire quali

sono i più adatti alle proprie esigenze». Portare in fascia, insomma, nonostante alcune paure assolutamente infondate («così non impara a camminare!», «in quel coso non respira!», solo per citarne due), sembra non avere controindicazioni, se non quello di creare “dipendenza”… soprattutto nei genitori: una volta iniziato, infatti, è impossibile farne a meno. Parola di mamma portatrice.■

GUARDA IL VIDEO Foto di Portare i Piccoli ®

Margherita Chiappini

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IL PROGETTO DELLA CARITAS A GREZZANA

IL RIUSO COME ANTIDOTO ALLA CULTURA DELLO SCARTO

Dai mobili alle biciclette passando per i soprammobili: c’è questo e molto altro nella Bottega del riuso di Via Enrico De Nicola a Grezzana. Ridare valore è lo scopo principale del progetto della Caritas parrocchiale, condiviso con il Comune della Valpantena, l’Associazione Stella Matutina, i volontari e i cittadini. Attività che applica la formula delle cinque “R”: riutilizzare, ridurre, riciclare, risparmiare e recuperare.

I

L NUOVO PROGETTO DELLA CARITAS parrocchiale di Grezzana, in Valpantena, condiviso con quella diocesana, va nella direzione della “rivalorizzazione” delle persone e degli oggetti, per un nuovo sviluppo socio-economico, il quale, abbandonata la cultura dello scarto e dell’indifferenza, accoglie, coltiva relazioni umane e diminuisce gli sprechi. Questo significa fornire alle persone nuove qualifiche e quindi altre opportunità di lavoro e nel contempo ridare nuova vita agli oggetti. Il parroco don Remigio Menegatti presidente della Caritas parrocchiale ha confermato: «Questa iniziativa è nata anzitutto per valorizzare le persone e i beni (altrimenti destinati al macero, ndr). Ci siamo trovati nella necessità di aiutare persone con famiglia alle spalle – parecchie anche della nostra comunità – che per vari motivi si trovavano in difficoltà (uscite anzitempo dal lavoro) a riqualificarsi, a scoprire altre competenze e quindi nuove possibilità di impiego e dignità. Un impegno lungo e paziente che è stato svolto in sinergia con le parrocchie dell’Unità pastorale e reso possibile grazie alla collaborazione di varie associazioni e delle famiglie». Don Menegatti ci ha presentato la comunità solidale, quella attenta alle situazioni difficili, che le segnala alla Caritas, la quale, in sinergia con i servizi sociali del Comune e l’Associazione Stella Matutina, avvia poi un percorso di aiuto sul piano sociale, oltre che economico. Luciana Tosoni, che da una decina d’anni affianca i parroci nella gestione operativa della Caritas, ha aggiunto «Abbiamo avviato una buona rete di relazioni e con tutti un’ottima collaborazione. Il nostro intento è quello di aiutare le persone e le famiglie in difficoltà a rimboccarsi le maniche, ad utilizzare correttamene le poche risorse economiche e far ritrovare loro l’autonomia nella corretta gestione della famiglia e della casa». Talvolta il sostegno inizia dalla scuola d’infanzia; cioè la Caritas contribuisce a versare le rette dei bambini di famiglie in difficoltà «perché aiutare i bambini a socializzare con i loro pari fin da piccoli, significa facilitare il loro inserimento nella scuola primaria». Nell’inaugurare, il 19 maggio scorso, la Bottega del riuso, nello spazio messo a disposizione della Caritas parrocchiale (in comodato

gratuito) dalla famiglia Sante e Angiolina, don Remigio ha riportato alcuni passi del discorso di Papa Francesco (lo scorso 27 maggio) all’assemblea generale di Caritas Internationalis e, tra l’altro, ha detto «dobbiamo puntare alla promozione di tutto l’uomo e di tutti gli uomini, affinché siano autori e protagonisti del loro progresso. Il servizio della carità deve scegliere la logica dello sviluppo integrale come antidoto alla cultura dello scarto e dell’indifferenza». Come funziona? Mobili e articoli vengono donati da vari benefattori, poi riprendono vita attraverso un accurato restauro e riordino, da parte di un gruppo di persone, seguite dall’Associazione Stella Mattutina, coadiuvate dai volontari, spesso artigiani (falegnami, elettricisti e molti altri) in pensione che mettono tempo e competenza a disposizione di queste persone. La Bottega del riuso sarà poi seguita dalle volontarie Saveria Bellamoli e Antonella Franck, in collaborazione con Romina Galvani (argentina, mamma di sei figli) che la terrà aperta il mercoledì, il venerdì e il sabato, dalle ore 9 alle 12 e dalle 15 alle 17. Si possono portare via gli oggetti previa un’offerta, che ovviamente va alla Caritas per continuare le sue attività.■ 36

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BAMBINI SPECIALI E LE LORO FAMIGLIE STRAORDINARIE La coppia tregnaghese formata da Nicola Marcolini e dalla moglie Emanuela Busti, dopo aver fondato A.B.A.L. Onlus (Associazione bambini autistici Lessinia), grazie all'aiuto di amici, familiari, enti, fondazioni e aziende, ha inaugurato, lo scorso primo giugno, la propria sede operativa nell'ospedale di Marzana, per dar via al progetto Intera famiglia.

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ASSO DOPO PASSO SI RAGGIUNGONO grandi obiettivi. Dove le idee immaginano nuovi percorsi, le mani creano. E come le quattro dita di una mano possono abbracciare insieme il pollice, anche le persone, unite, possono aiutare chi è in difficoltà. Il logo dell'associazione A.B.A.L., creato da Nicola Marcolini che ne è il presidente, rappresenta proprio la mano dell'adulto che aiuta quella del bambino a uscire da questo tunnel che può essere la malattia. Il Centro Intera Famiglia è nato al fine di erogare quei servizi che l'associazione per propria natura giuridica non può promuovere (a seguito della riforma del Terzo settore, ndr), rispondendo alle tante esigenze sociali sulle quali il servizio pubblico non riesce ad intervenire. A.B.A.L. si è costituita nell'estate del 2013, grazie al desiderio di Nicola e di Emanuela, di creare un'associazione per aiutare a capire il problema e a sostenere le famiglie. Loro lo sanno bene. Hanno tre figli di cui il mezzano, Michele, con autismo, e anche loro si sono sentiti spaesati all'arrivo della diagnosi. Quella iniziale paura hanno voluto trasformarla in possibilità di cambiamento e di aiuto per le altre famiglie, perché, anche se a volte è difficile ammetterlo, la nascita di un figlio con disabilità destabiliz-

za gli equilibri familiari. Con Intera famiglia il loro progetto si è ampliato e strutturato, trovando una sede fisica nell'ex portineria dell'ospedale di Marzana, grazie alla Convenzione con l'adiacente centro Diagnosi Cura e Ricerca per l'Autismo (CDCRA) dell'Ulss 9, importante e all'avanguardia per il territorio. «Questo centro potrebbe diventare la svolta della nostra vita e delle altre famiglie, per non farle sentire più sole, senza la paura o la vergogna di far sapere che il loro figlio ha questo problema. Solo con l'accettazione e la condivisione le cose possono cambiare, come abbiamo fatto io ed Emanuela, affrontando tutto a testa bassa, e rivoluzionando la nostra vita, per dare una sofferenza in meno a nostro figlio Michele che ha ricevuto la diagnosi a 4 anni», spiega Nicola. In questo progetto, oltre alla coppia tre-

DI INGRID SOMMACAMPAGNA

Potete sostenerli con il 5 per 1000 oppure attraverso erogazioni liberali/ donazioni. Codice fiscale: 92024740232 0454649891 info@associazioneabal.it associazioneabal.com

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gnaghese, spiccano la psicologa e psicoterapeuta Sara Stevan, che ha redatto il progetto e si occupa delle terapie sociali, Micaela Soro, laureata in Giurisprudenza qui responsabile della comunicazione e servizi. L'autismo non è solo un disordine dello sviluppo psicologico altamente invalidante è, anche: «Diversità, complessità, opportunità, sofferenza, tabù, disperazione, l'urlo di Munch, se non mi guardi non ti parlo, se non mi guardi, non ti ascolto», spiega Sara, che nel Centro segue più attività che coinvolgono genitori, fratelli, nonni, zii, amici, insegnanti, compagni di classe, tra queste: il «Parent Listening», i «Sibling Listening» e la «Play Therapy». I primi due sono sportelli di ascolto, che forniscono a tutti i componenti esterni e interni della famiglia, strumenti per affrontare e gestire la situazione, e per rielaborare quello che a volte viene vissuto quasi come un lutto. La «Play Therapy», invece, si basa sul gioco, per rilevare problematiche ed affrontarle, in quanto i fratelli (siblings), vivono in modo emotivamente complesso l'aspetto legato alla disabilità del fratello. «Uno dei nostri obiettivi a lungo termine è che le famiglie già seguite dal nostro centro lavorino con le altre famiglie. Perché l'aspetto tecnico-professionale non è sufficiente dinanzi alla complessità di una patologia così invalidante, per il bambino quanto per la famiglia», spiega Sara. «Ogni bambino negli occhi racconta la sua storia e quella dalla sua famiglia, ed ogni bambino rappresenta un dono, un dono speciale. Il dono rappresenta per noi un'assunzione SPAZIO PUBBLICITARIO

di responsabilità sociale e di sensibilizzazione di tutti i soggetti che entrano o entreranno in contatto col bambino e la sua famiglia durante il suo percorso di vita, per questo chiediamo degli aiuti con le donazioni», racconta Micaela. «Un ringraziamento va all'Ulss 9 Scaligera, al direttore generale Pietro Girardi, al dottor Raffaele Grottola direttore dei servizi sociali, al sindaco di Tregnago Simone Santellani, al presidente del Bim Adige Franco Rancan, a Umberto Caroleo presidente di Green media team, e a tutti quelli che hanno creduto in noi», conclude Nicola. L'autismo unisce le persone, come Nicola, Emanuela, Sara e Micaela, che grazie a questo percorso, anche nei momenti più difficili, hanno saputo tirare fuori il meglio di loro stessi. Le mani, unite all'unisono, saranno un passaparola di sollievo per tutte le famiglie in difficoltà.■

Da sinistra: Emanuela Busti, Micaela Soro, Nicola Marcolini, Sara Stevan


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articolo pubbliredazionale


LE VOCI FUORI DAL CORO NEL LIBRO DI CAPITINI

RITRARRE GLI “INCOMPARABILI”

Teatro, musica, danza. I protagonisti delle arti da incontrare attraverso un viaggio nel tempo e nello spazio, dagli anni Ottanta a oggi, dal Teatro Romano, al Ristori, all’Arena. Claudio Capitini racconta le “voci fuori dal coro” passate dalla nostra città.

È

UN MOSAICO DI RITRATTI, di “voci fuori dal coro”, che compongono l’immagine di quarant’anni di spettacolo a Verona. Incomparabili, firmato da Claudio Capitini, raccoglie in tre sezioni le interviste ai grandi del teatro, della musica e della danza passati dalla città scaligera, dagli anni Ottanta a oggi. Dopo Le voci del teatro (Marsilio), dedicato al Romano, ed E lucevan le stelle (Gabrielli Editori), al festival areniano, in quest’ultima opera della trilogia c’è spazio anche per i protagonisti delle tante altre cornici veronesi dello spettacolo, dal Filarmonico al Ristori, dalle chiese ai cortili. «Dopo i primi due libri – spiega l’autore – mi era rimasta una ferita aperta». Un centinaio di interviste nel primo, altrettante nel secondo, ma molte ancora attendevano nella

Claudio Capitini

memoria e nel baule dei ricordi di Capitini. «Mi sembrava che questi “incomparabili” mi chiamassero, per rimarginare quella ferita». Benigni, Mastroianni, Chiari, Monica Vitti, Milva, Morricone, Ughi, Peppino De Filippo: difficile scegliere anche solo i nomi da citare a titolo di esempio. Tutti uniti dalla caratteristica di essere unici, incomparabili. Non solo. Come recita il sottotitolo del volume, sono anche “voci fuori dal coro”. «Non si sono mai piegati al business, hanno tenuto la schiena dritta contro ciò che il mondo dello spettacolo chiedeva loro» dice Capitini. Nel corso della sua carriera da giornalista e critico teatrale, l’autore ha intervistato tante grandi personalità. Lealtà, sincerità e grande lavoro di aggiornamento sono, secondo Capitini, le chiavi per una buona intervista. «Nei primi due minuti dovevo guadagnarmi la loro fiducia. Dovevo dimostrare di essere aggiornato su tutto ciò che avevano fatto, fino al giorno prima». Nella composizione del volume, c’è un grande lavoro nella ricerca delle foto. Spicca quella di copertina, della danzatrice Carolyn Carlson. «È di un giovane fotografo, Elia Falaschi. Mi sembrava perfetta da associare al concetto di “incomparabile”». Grandi nomi sono passati da Verona. Oggi, forse, allo spettacolo scaligero mancano certe vette. «Manca la competenza, che deriva da professionalità, rigore, continuo studio», è l’opinione di Capitini. «Non ci si improvvisa attori, cantanti o direttori artistici. Oggi il mondo della cultura lamenta la scarsa attenzione dalla politica. Sbagliando, perché cultura è anche business, se fatta bene. Ma serve competenza».■ 42

DI ALESSANDRO BONFANTE

La copertina del libro


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UN GIARDINO (URBANO) SEGRETO

BARBACÀN, L’ANIMA INTIMA DELLA CITTÀ Il sogno che tutto ha fatto cominciare? Riportare in vita il Giardino di Palazzo Giusti Cristani a Veronetta e aprirlo, tra eventi e bellezza, alla città.

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ARBACÀN È UN'ASSOCIAZIONE culturale, senza scopo di lucro, nata a Verona, nel maggio del 2018, dalla collaborazione di otto giovani provenienti da differenti percorsi e esperienze di lavoro, accomunati però dalla passione per l'arte e per la sua divulgazione. La realtà culturale, che conta quasi 1.000 associati, nasce dall'idea e dal desiderio dei fondatori di riportare in vita il Giardino di Palazzo Giusti Cristani, in via Carducci 41, a Veronetta. Il giardino, chiuso da anni e abbandonato all'incuria, grazie ad un attento lavoro di risistemazione è stato riportato al suo splendore originario. Il resto è venuto da sé: il gruppo di giovani ha deciso di rendere vivibile e fruibile il luogo che fino a poco tempo prima era abbandonato e sconosciuto a tanti. A parlarci del progetto Serena e Mattia, i due principali ideatori del progetto. Partiamo dal nome, perché Barbacàn? La scelta è stata inizialmente casuale tra tanti altri nomi ma poi, man mano che il progetto prendeva forma ci siamo resi conto che questa era la parola che più racchiudeva la nostra visione. Il nome, declinato volutamente in lingua veneta, deriva da un termine tecnico: «barbacani», strutture di rinforzo alle costruzioni, che a noi piace definire con "l'ampliamento di uno spazio per noi vitale". Qual è la vostra mission? Barbacàn vuole portare la cultura fuori dagli spazi usuali, dai luoghi più conosciuti e far entrare arte, colore, musica in quegli angoli sconosciuti e meravigliosi che la nostra bellissima città nasconde. Noi abbiamo avuto la fortuna, con il benestare dei proprietari, di recuperare il giardino e vogliamo far sì che questo spazio, aperto a tutti, diventi un punto di riferimento per il quartiere, un centro aggregativo, sede di stimolanti attività culturali per noi ma non solo.

Quali sono le attività che avete promosso in questo anno? Ci siamo divertiti a dare spazio a diverse attività promosse da noi o dagli associati stessi. Abbiamo organizzato giornate del benessere tra meditazione, massaggi shiatsu e yoga o, ancora, lezioni di cucina, presentazione di libri, rassegne teatri o musicali. La nostra offerta è vasta e aperta a tante idee provenienti anche da altre associazioni che con noi trovano sempre una porta spalancata. Perché il futuro del giardino è in pericolo? La nostra proposta di inclusività e coinvolgimento attualmente è in bilico a causa di interessi privati ed impedimenti burocratici. Una piccola battuta di arresto al momento ma che contiamo di superare in tempi brevi. Siamo attualmente in contatto con gli assessori del Comune di Verona che ci hanno assicurato massima partecipazione e collaborazione per poter risolvere le questioni che momentaneamente stanno rallentando le nostre attività in via Carducci 41. Speriamo di poter ripartire da qui, dove tutto è nato ma nel frattempo non siamo fermi… E a cosa state lavorando? Il calendario delle nostre collaborazioni estive sta prendendo forma e a breve lo troverete pubblicato sui nostri canali social Barbacan. Verona. A fine giugno abbiamo collaborato con Balera Veronetta che si è tenuta come ogni anno ai giardini di Santa Toscana. Grazie alla fiducia accordataci dagli organizzatori del festival, siamo stati i curatori artistici della manifestazione.■

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DI GIORGIA CASTAGNA

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IL PATRIMONIO ARBOREO E LE SUE SALVEZZE URBANE

GLI ALBERI E TUTTA LA GRATITUDINE CHE SI MERITANO Più caldo fuori, più fresco dentro. Inevitabile. È la logica del frigorifero, del climatizzatore di casa, dell'auto che utilizziamo per spostarci nei centri urbani a una media, attualmente, di circa 15km/h (7km/h nelle ore di punta). Ai lati delle strade loro, gli alberi, ci guardano, pronti a offrire la loro ombra, il loro gratuito refrigerio.

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ARLARE DEL RUOLO degli alberi vuol dire non prescindere dagli scritti di Tiziano Fratus, padre del concetto di “Uomo Radice” ovvero l’individuo che vive quotidianamente un rapporto di stretta connessione con la terra e gli elementi naturali e vegetali, ma che sa anche costituire nuove connessioni con il paesaggio che si trova a attraversare. L'uomo e gli alberi sono legati da un rapporto millenario. Si riparava dapprima sui suoi rami, quando ancora era quadrupede, per difendersi dai predatori. Poi l’uomo è sceso e sulle due zampe è diventato lui stesso predatore, ricordandosi sempre meno di quello che gli alberi hanno fatto e fanno incessantemente per lui. Come con la CO2. Le piante si adattano. Più CO2 c'è nell'atmosfera, più tendono ad avere le foglie grandi. Qualcuno dice anche che “prova-

no sentimenti”, nel senso che danno cenni positivi, se, ad esempio, ascoltano la musica di Mozart (L'uomo che sussurra alle vigne di Carlo Cignozzi). Non è solo filosofia, ci sono benefici anche in termini economici: secondo uno studio condotto sulle principali città del mondo, le piante farebbero risparmiare 11 milioni di euro, frutto del miglior deflusso idrico e della conseguente prevenzione di inondazioni urbane; 0,5 milioni di risparmio energetico degli edifici grazie al raffrescamento ambientale e 8 milioni per l’assorbimento di gas serra. Avete da costruire una casa? Pensate ad allestirla con le piante attorno (e se avete il pollice verde, anche dentro). Siete amministratori? Pensate ai viali alberati che tengono l'asfalto all'ombra e quindi a temperature più basse. Meno condizionatori accesi in auto e più 46

DI MARCO MENINI


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gente in bici, forse. Ce lo sussurrano gli alberi, sotto i quali si nascondono tutti per almeno cinque mesi all'anno. Il resto del tempo proteggono dal freddo o fanno da ombrello quando non l'abbiamo. Ci sono poi altre sigle contro le quali le piante costituiscono un importante e innato avversario: NO2, SO2, Pm10 e Pm2.5. Il diossido di azoto, l'anidride solforosa e le polveri sottili. Il punto della situazione? Legambiente ha fatto una stima (Ecosistema urbano 2018). A Verona ci sono circa 19,5 piante ogni 100 abitanti. Non male, ma neanche bene se consideriamo che Milano ne ha 34, Brescia 64 e Modena 108. Non parliamo di miracoli, ma di una riduzione dell'1% di sostanze inquinanti nell'atmosfera, secondo una ricerca pubblicata su Environmental Pollution. Forse sembrerà poco, ma è sufficiente a salvare 850 vite ogni anno negli Stati Uniti, oltre ad evitare 670.000 malattie respiratorie acute come attacchi di asma, bronchiti e così via. Non si hanno ancora stime ufficiali sugli alberi che saranno rimossi a breve dal territorio del Comune di Verona, per permettere il passaggio del filobus (il progetto originario parlava di circa 250 abbattimenti). Amt, che realizza i lavori, ha rassicurato però i cittadini dicendo che «per ogni essenza tagliata, ne verrà piantata un’altra studiata per il contesto in cui sorgerà». Intanto Viale Piave resta con la pista ciclabile assolata, e lo Stadio rischia di perdere

gli storici pini marittimi di via Frà Giocondo, che secondo alcuni anziani del quartiere sarebbero coetanei del Bentegodi stesso. «Alberi, eravate frecce cadute dall’azzurro?» si chiedeva Federico García Lorca. Domanda lecita. Ci salverà la gratitudine.■


IL FIORE DELL’ARTE OGNI MESE UN PETALO E UNO SCORCIO

IL MUSEO FIORONI STORIA DI UNA DONNA E DEL SUO SOGNO È una casa museo particolare, in cui le collezioni sono state esposte con l’intento di mostrarle ai pubblici, più che al piacere personale. A Legnago, la casa della Fondazione Fioroni contiene cimeli del Risorgimento legati al territorio, ma anche un’importante serie di armi antiche, acquerelli, ceramiche ed oggetti esotici. Da poco è direttore il giovane 36enne Federico Melotto che ci ha condotto tra le sale del museo mostrandoci i suoi “pezzi forti”.

L

A VISITA INIZIA AL PRIMO PIANO al quale si accede da un’ampia scala che conduce in un ambiente aperto. È la sala “della moda” che espone abiti di fine Ottocento e inizio Novecento. «In realtà – spiega Melotto – è un salotto di una casa tipica della borghesia di metà Ottocento, quindi è molto evocativa di quegli anni e della classe sociale che ha fatto il Risorgimento». Maria Fioroni proveniva da una famiglia benestante trasferitasi a Legnago nel 1893. Era l’ultima di sei figli. Non si sposò mai, ma il suo amore per la storia, l’archeologia, e l’arte del suo territorio, la spinse a realizzare, già a partire dagli anni Trenta del secolo scorso, un museo. Come lei stessa affermò, «Legnago aveva un passato glorioso, ed io volevo ne fosse conservato e tramandato il ricordo». Il museo divenne fondazione nel 1958. Oltre al Museo del Risorgimento e alle collezioni varie esposte a pian terreno, vi è anche un museo archeologico romano attualmente chiuso. Tra i progetti del neo direttore (in carica per tre anni) vi è però la volontà di riaprirlo al pubblico. Per ora chi si reca a Legnago può visi-

Federico Melotto, direttore Fondazione Fioroni

Maria Fioroni in una foto dell'epoca

tare curiosi e importanti oggetti di un passato che ha segnato la storia del nostro Paese. Come ci tiene a precisare Melotto, «sono reliquie, oggetti quasi venerati. È chiaro che è un museo immaginato in un’epoca in cui il Risorgimento era qualcosa di mitico, un momento storico il cui racconto retorico oggi non accetteremmo più. Ci racconta come è stato vissuto e visto». Quali sono questi oggetti? Ciocche di capelli di Alessandro Manzoni, palle dei fucili della battaglia di Curtatone e Montanara, chiodi del castello di Ischia (dove furono imprigionati patrioti), maschera funebre di Giuseppe Mazzini, tanto per citarne alcuni. Ovviamente non manca la ciocca di capelli di Giuseppe Garibaldi, e neppure il famoso "Sì" del plebiscito del 21-22 ottobre del 1866. A questi si aggiunge la sentenza di morte di Pietro Frattini, morto a Curtatone e i numerosi santini del mito Garibaldi. A lui è dedicata un’intera stanza, ed è facile immaginare, guardando gli oggetti esposti, quanto fosse importante per la gente dell’epoca. E i santini lo dimostrano. «Si può dire che si siano imposti con lui. – conferma Melotto – Garibaldi era un abile promotore di 48

A CURA DI ERIKA PRANDI


se stesso e i santini facevano sì che la gente si mobilitasse». Un’operazione di marketing ante litteram. Il pezzo forte della sala, però, è sicuramente il mobilio: un letto, un tavolino da notte, un mobile a lavabo, un attaccapanni in ferro e un tavolo ovale provenienti dalla camera dell’albergo Paglia di Legnago dove Garibaldi dormì il 10 marzo 1867. Per avere la stessa identica stanza mancava solo il camino in marmo che Maria Fioroni fece copiare. Ciò che stava creando era una celebrazione del Risorgimento con oggetti che hanno un valore per la storia stessa di cui sono portatori. Così niente è escluso dall’esposizione che rispecchia un carattere tipicamente cronologico. Oltre ai pezzi curiosi vi sono anche quelli più importanti come un’incisione della battaglia del 1799 svoltasi davanti alle mura del paese, una collezione di proclami della repubblica romana che rappresenta la più completa ad oggi conosciuta, le camicie rosse per la loro ottima conservazione, e tanto altro. A pian terreno vi è una bella collezione di armi antiche, addirittura di epoca longobarda, ritrovate in prossimità del fiume Adige. Poi vi sono acquerelli di Zancolli, ritratti

di uomini illustri di Legnago, ceramiche del XV secolo che attestano la fiorente attività dell’artigianato locale, e una sala dal gusto esotico. «Era stata realizzata per celebrare, da un lato, l’epopea coloniale, e dall’altro i vari safari che venivano fatti». Ora, in tutto questo, il progetto del direttore prevede l’inserimento di alcuni dispositivi multimediali e l’allestimento del Museo del Novecento con reperti della Prima e Seconda Guerra Mondiale.■

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FORZA BELLEZZA ASSAGGI DI SPERANZA PRATICA

CHI GUARDA GENOVA SAPPIA CHE GENOVA SI VEDE SOLO DAL MARE Le immagini del Ponte Morandi demolito, sullo sfondo una città che è stratificazione di registri, vocata al mare e disegnata dalle montagne che la circondano. Un ritratto architettonico di Genova. Dove «ci si rialza e si guarda al futuro, perché il passato sia utile».

C

OME UNA FRENATA a tutta velocità su un tappeto che si rialza formando colline e poi montagne, il territorio costiero è lungo e stretto, poi sipari di altezze diverse si perdono all’orizzonte, la lingua pianeggiante si sovrappone a se stessa per livelli sfalsati in verticale, la città sembra costruita su “palafitte”, zattere, torri e scale; l’abitare è predisposto a teatro verso il mare, una frammentarietà che diventa geometricamente l’insieme di linee spezzate come cartattere spigoloso, schietto, mai scontato. Palazzi, bellissimi, imponenti, spesso di un Barocco plastico morbido o di un Classicismo dipinto ad affresco in partiture geometriche, lasciano intravvedere cortili con palme come Riad a Marrakech; ed anche se a volte sono lasciati al tempo, non si piegano, si presentano fieri e immobili custodi delle vie del centro. Linee che si ritrovano nel dialetto, parole rotte, spezzate, tono interrotto, sospeso, l’astrattismo come sistema identitario. Linee strette sono le vie (carugi), dalle calli di Venezia diverse per essere in salita e in discesa, ripide; la città storica è fatta di aggregati indipendenti e a volte guardinghi, anche socialmente ed economicamente autonomi; una frammentarietà che diventa convivenza rispettosa, accettazione naturale, alla quale si aggiunge da sempre, da quando c’è il mare, l’implementazione di etnie diverse e che fa di Genova storicamente una metropoli, una città madre, strategica da sempre per un porto che si insinua dentro l’aggregato urbano, diffuso, nell’aria, che risale lungo le vie strette, verso la montagna. Si percepisce la montagna, incombe tra i palazzi, si apre in prospettive e canaloni che lasciano entrare il mare con un respiro lungo e blu nel verde o nel rosso, con terrazzamenti che sono tenacia e ostinazione visibile di una coltura e cultura del territorio che non ha confini, ostacoli che si ha sempre la sensazione si possano incredibilmente superare, nulla ferma i Genovesi, poi i Liguri. Meraviglia. I terrazzi coltivati come file di platea e palchetti, sottolineano l’idea del paesaggio come anfiteatro, la scena si svolge sul mare: le navi sembra arrivino dentro la montagna, in prospettive che avvicinano

lo sguardo ed uniscono i due elementi, mare e montagna, lo sguardo si fa ponte e via essa stessa. La gente per strada sorride, ogni tanto una signora mugugna, si percepisce un’uguaglianza e una coesistenza che è bellezza civile, donne belle e uomini abbronzati dal mare, eleganti, sono gli abitanti padroni indiscussi della città che godono senza indugio all’aperto. Dolcenera. Il territorio è i suoi abitanti. Fattivi, lavoratori, positivi, costruttivi, accoglienti. Nessuna lagna. Ci si rialza e si guarda al futuro, perché il passato sia utile. La città metropolitana di Genova è Ponte per il mondo, un sistema unico da indossare almeno per un giorno.■

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A CURA DI DANIELA CAVALLO


UNA VACANZA DA SOGNO NEL MEDITERRANEO

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02 - 09 SETTEMBRE 2019 Itinerario: Nave: Partenza da: Durata: Tipologia cabina:

Quota: 1.345€ 1.150€ a persona


ISPIRAZIONI MUSICALI COSA ASCOLTARE (SECONDO NOI)

IN DIFESA DELLA MUSICA

Speaker radiofonico, uomo di spettacolo, organizzatore di eventi ma soprattutto dj. Claudio Coccoluto è indubbiamente una delle figure più importanti del mondo del Club e della musica Italiana. Da decenni porta avanti con impegno una lunga battaglia per la difesa della musica. Il tutto con una passione quasi sacerdotale. Lo abbiamo raggiunto telefonicamente per fare il punto sulla salute della nostra radio e del mercato musicale.

È

della settimana scorsa la notizia della chiusura dell’ennesimo programma radiofonico. Questa volta è toccato a Babylon, Radio2. Stiamo andando verso una radio sempre più generalista? La chiusura dei programmi radiofonici ha radici più lontane del tempo. Da quando il web ha iniziato ad interferire con la divulgazione musicale ha messo in pericolo la radio. Il problema principale è che chiudono i programmi migliori e restano in palinsesto solo quelli devoti al “mainstream”. Invece di aiutare la radiofonia stiamo prestando il fianco. Così facendo stiamo solamente aiutando il web a schiacciarla. Questa riflessione è proprio nata in occasione della notizia della chiusura di Babylon ed è l’ennesima conferma di questo amaro pronostico. Da molto tempo si scontrano due fazioni sul ruolo del dj quando si parla dei supporti da usare. Gli integralisti e gli innovatori in ambito tecnologico. La verità sta sempre nel mezzo? Secondo me non ci siamo mai posti questo problema o, se lo abbiamo fatto, lo abbiamo fatto in modo parziale quando il sintetizzatore ha fatto irruzione nella vita dei musicisti elettrici. Stessa cosa vale per quando è apparso il campionatore 20 anni dopo. La tecnologia porta o, meglio, dovrebbe portare a evolvere la creatività. Se questa mia affermazione è vera bisogna allora farla entrare dalla porta principale. Nel nostro ambiente non è successo così.

Nel mondo dei dj’s la tecnologia ha sostituito il piatto ed il mixer senza far evolvere la percezione artistica. A questo punto diventa solo una scelta personale. Io sono legato al suono e alla manipolazione del vinile perchè per me è uno strumento formidabile. Parlando in assoluto dopo tanti anni di mia polemica, i supporti digitali e le tecnologie applicate non hanno portato nessun beneficio se non dare un libero ingresso a mo’ di refugium peccatorum per ex GF o simili. Non vedo quindi una vera evoluzione del contenuto artistico e della sua percezione. Il mercato musicale odierno produce sempre di più artisti con la data di scadenza. Vittime loro stesse di un successo immediato. A cosa è dovuto secondo te tutto questo? Semplicemente è dovuto a un atteggiamento

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A CURA DI TOMMASO STANIZZI


sociale che rigetta la possibilità di fare sacrifici, quella che noi una volta chiamavamo gavetta. Tutto questo processo di accelerazione porta inevitabilmente approssimazione. Nell’approssimazione c’è un quadro generale che parte dal contenuto artistico, dallo spessore del personaggio fino all’esperienza di vivere e guadare questo stagno che è il “music business”. Chiaramente, sono vittime del loro successo a causa di una mancata preparazione che li trasforma in carne da macello.

Per chi volesse sentirlo dal vivo, Claudio Coccoluto sarà presente al Mag Festival di Sona il prossimo 22 Agosto

Hai sempre lottato per dare dignità alla musica, per non farle mai mancare il suo ruolo culturale. Non ti senti solo, alle volte, in questa battaglia? No, questo assolutamente no. Condivido questa battaglia con tanti colleghi. Io ho coniato il termine «vestale della musica» perchè mi sento esattamente così. Mi sento un sacerdote, come appunto le vestali del tempio messe a difesa dei riti e della sacralità che stava intorno ad un Dio, in questo caso la musica, mi sento in dovere di difenderla fino alla fine. Tutte le forme di abuso o di uso non rispettoso sono chiaramente quello che io cerco di combattere. Sia chiaro, io non sono immune da errori, ma è l’atteggiamento che è importante in questi casi. Bisogna essere sempre pronti ad imparare, a portare rispetto alla musica per creare condivisione e confronto. Dalla condivisione e dal confronto nasce la crescita professionale e umana di ognuno di noi. Da quello che vedo però sta vincendo il partito della competizione, dove è importante emergere a discapito delle altre persone. Sicuramente sia io che molti colleghi faremo di tutto per cambiare lo scenario.■ SPAZIO PUBBLICITARIO

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DUE LIBRI & QUALCHE VERSO

PAGINE PER I GRANDI

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MIRYAM SCANDOLA

IL LIBRO. Un classico, forse, pure un classico estivo, consigliato da insegnanti di tutta Italia, con stanca ripetizione. Ma la forza di questo romanzo degli anni Cinquanta non deve neanche per un momento finire associata alle assopite imposizioni didattiche. Leggere dell’epopea di Arturo, del bambino che si fa ragazzo sull’isola di Procida, è ricordarsi di come siamo stati insicuri nelle nostre presunzioni adolescenziali, in quelle giornate che erano solo il sogno di essere altro. La Morante ci sottopone, implacabile, il ricordo delle nostre delusioni. Di come abbiamo mitizzato cose che forse meritavano poco della nostra mitologia e di come abbiamo sperimentato la solitudine nella sua ricchezza e nella sua, francamente, insostenibile spietatezza. Così recuperare, con l’ostinazione di un folle, l’orologio del padre perduto in mare, cercarlo fino allo sfinimento per ottenere il premio di un sorriso che non ci riguarderà mai, quanto ci fa assomigliare all’eroe che crediamo di poter diventare, in quell’età che è premessa di ogni esistenza.

Titolo: L’Isola di Arturo Autrice: Elsa Morante Casa Editrice: Einaudi Pagine: 402

L’AUTRICE. «Una piccola, criptica Achilleide resuscitata» l’aveva definita Cesare Garboli, critico e amico delle Morante. «Un capolavoro» per Natalia Ginzburg che l’ammirava senza invidie. Premio Strega nel 1957, questo romanzo è l’ennesimo frammento di quello «sgomento metafisico» che apparteneva a Elsa Morante. Una delle scrittrici più complicate e affascinanti del Novecento. Dispotica, estrema, triste e totalmente coincidente con la sua letteratura, la Morante stessa racconta che scrisse L’Isola di Arturo per «il mio antico e inguaribile desiderio di essere un ragazzo». CURIOSITÀ. L’isola di Procida, dopo la Morante, è un’isola che non può più prescindervi. Ogni anno si tiene Procida Racconta, un festival ideato da Chiara Gamberale che porta sei scrittori contemporanei sulla terra che impastò l’infanzia di Arturo. Nel tempo di qualche giornata, devono scrivere una storia sugli abitanti. Perché si sente ancora per quelle strade la storia sempre attuale dell'Amalfitano, di Immacolatella, di quel padre amato fino a impazzire, che reca il segno «non di un oggi ma di un sempre». Non conosce epoche l’esigenza di liberarsi dell’isola che ci ha cresciuti, scappare «dalla preistoria della nostra infanzia», senza voltarsi indietro, a guardare cosa lasciamo. Questo libro spiega, come nessun romanzo mai, il rischio e la necessità di attingere ai rimpianti per inventarci le persone che amiamo. Anche se «forse tutto l'inventare è ricordare».

PAGINE PER I PIÙ PICCOLI

A CURA DI

ALESSANDRA SCOLARI

IL LIBRO. Racconta la storia dei calzini spaiati, quelli che non si trovano mai quando li cerchi e magari hai pure fretta. La Pina li immagina in un pianeta, tutto loro, in cui il calzino rimasto solo si rifugia per trovare l'amore. Sono calzini che, secondo La Pina, non vogliono più stare per forza accoppiati con chi non hanno scelto. Una metafora ovviamente, che fa divertire e riflettere (più gli adulti che i bambini). L’autrice immagina un pianeta libero dove un calzino a pois può sposarsi con un gambaletto e una parigina gira a braccetto con un calzino corto, di spugna. Simpaticissime anche le illustrazioni di Irene Frigo: gli indumenti finiti in lavatrice e poi stesi sul tradizionale filo diventano davvero i protagonisti del libro.

Titolo: Il pianeta dei calzini spaiati Autrice: La Pina Illustratrice: Irene Frigo Casa Editrice: ADD Editore Pagine: 24 Età: da 6 a 8 anni

L’AUTRICE. La Pina, in realtà si chiama Orsola Branzi (figlia unica del famoso architetto Andrea Branzi), nata a Firenze nel 1970, diventata una rapper, una conduttrice radiofonica e televisiva. Una ragazza che ha saputo sempre rimettersi in gioco con naturalezza e umanità. Dal 1999 voce di Radio Deejay con il suo programma Pinocchio, personaggio molto amato dalle giovani generazioni, per la sua grande versatilità. In effetti La Pina si mostra sempre e comunque, entusiasta ed ottimista e gira il mondo con la sua voce di cantante rap. Nel 2013 ha sposato il musicista napoletano Emiliano Pepe, con il quale già condivideva progetti musicali, approdando anche alla scrittura di libri per bambini. CURIOSITÀ. Da alcuni anni La Pina supporta Sos Villaggi dei Bambini, come testimonial e raccolta fondi. Tutti i proventi anche di questo libro, giunto alla terza edizione, saranno devoluti all’associazione che opera a favore dei bambini, rispettandone cultura e religioni diverse, nonché lo spirito della Convenzione Onu dei Diritti dell'Infanzia, in vari Paesi del mondo. L’autrice è convinta che «forse se una storia la si racconta ai bambini e alle bambine tante volte, loro saranno capaci di costruire un pianeta migliore». Alverio Camin della SOS Villaggi dei Bambini, ringrazia La Pina «preziosa e insostituibile compagna di avventura».

SE VI SERVE UN PO’ DI POESIA Sii dolce con me. Sii gentile. È breve il tempo che resta. Poi saremo scie luminosissime. E quanta nostalgia avremo dell’umano. Come ora ne abbiamo dell’infinità. Ma non avremo le mani. Non potremo fare carezze con le mani. (da Bestia di gioia, Mariangela Gualtieri) 54


L’iniziativa viene realizzata nell’ambito dell’Accordo di Programma Regione del Veneto – (Comune di Sommacampagna, Provincia di Verona)

VILLA VENIER

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martedì 21.15

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giovedì 21.30

COMPAGNIA NATURALIS LABOR

TANGOS!

VANTOUR 2019

DAVIDE VAN DE SFROOS

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mercoledì 21.15

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mercoledì 21.15

22 LUGLIO

lunedì 21.15

DIEGO BASSO

FLY ME TO THE MOON

24 LUGLIO

mercoledì 21.15

GRUPPO POPOLARE CONTRADE

EN RIVA A L’ADESE, TANTO TEMPO FA CANTINA DI CUSTOZA

TEATRO DELL’ATTORCHIO

CANTIERE A LUCI ROSSE

AGRITURISMO LE BIANCHETTE

Cinema all’aperto nel suggestivo Golf Club di Sommacampagna

LEGGENDA 1 LADI BAGGER VANCE C’È PROSECCO 8 FINCHÈ C’È SPERANZA QUALCUNO 15 APIACE CALDO

LUGLIO

LUGLIO

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ESTRAVAGARIO TEATRO

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Il Muro di Giulietta Mi sono detto, lo scrivo sul giornale, vuoi che magari lei lo legga? Ti ho visto un giorno mentre fissavi l’Adige. Ponte Pietra era deserto, erano tutti ancora sui loro cuscini a sognare. Io sognavo guardandoti, con quella collana, quel sorriso solitario e solo tuo da spartire con l’alba.

L'amore è fatto di piccoli gesti e oggi ho voluto dimostrartelo così: ti amo. (A Michi)

Ti sposerei oggi, come ho fatto 30 anni fa. (Carla)

(Alberto, quello con la

maglia gialla fosforescente che ti aspetta ogni mattina sul ponte)

Sono passati due anni o cento? Però quei tuoi sorrisi così eterni io non li so superare. (Alessandro)

Guardami e poi fallo ancora e ancora fino a che ne avrai la forza. Amarci è una cosa più forte della morte.

Rido con te come non sono mai riuscita con nessuno.

Rimane il dubbio, il piccolo, costante naufragio delle illusioni. Ma scegliere di amare (perché di scelta si tratta) è un modo per dare alle delusioni lo spazio minimo che, alla fine, è giusto loro concedere. Ho fiducia in te, e non voglio stare qui a fare la conta degli sbagli che ci assommeremo, anno dopo anno. Le promesse mancate non saranno mai l’unica lettura che darò a noi. Guarderò, e spero che lo farai anche tu, al resto, a tutto quello che abbiamo mantenuto. Per vie diverse, forse, ma che abbiamo mantenuto.

(Federica per N.)

(A te, a chi altri?)

(Giovanna)

Chissà chi hai imparato a essere senza di me. (Giuliano)

56 VUOI DICHIARARE IL TUO SENTIMENTO (di qualsiasi intensità sia)?

INVIACI IL TUO PENSIERO


PAESAGGI EMOTIVI I LUOGHI CI RICORDANO CHI ERAVAMO

LA GUERRA, I MIEI GENITORI E QUELLA MERAVIGLIOSA LAVANDA Vi raccontiamo di come, un giorno, la visita ai campi di lavanda in località Maroni ha permesso un viaggio insperato tra i ricordi dell’infanzia. Una lezione di bellezza che incanta.

A CURA DI ALESSANDRA SCOLARI

P

ER UNA VOLTA TANTO mi soffermo sulle emozioni, anche personali, che la trasformazione ecosostenibile di un territorio può trasmettere. Se a questo si aggiunge che l’innovazione significa lavoro per i giovani e sviluppo di nuove attività, l’entusiasmo penetra nell’animo e risveglia la voglia di fare. Iniziamo con il palesare che io sono nata a Maroni. C’era la Guerra. Mio padre lavorava pochi campi «sgrembani», diceva. Quello fu per i miei genitori il periodo più difficile della loro vita. Appena poterono si trasferirono a Novaglie, località Gazego. Di Maroni se ne parlava poco. Capitolo chiuso. Di recente è nota in Valpantena la trasformazione delle corti rurali di Maroni. Un giorno Graziella Pernigo mi ha detto «a Maroni stiamo coltivando un paio di campi di lavanda, quando sarà fiorita ti accompagno a vedere». Mentre premeva la mia curiosità di vedere i campi di lavanda a Maroni, non potevo non pensare quando sono nata in casa, improvvisamente (settimina e nemmeno 1,5 kg), soltanto con l’assistenza di una vicina (che poi è diventata la mia balia) e, grazie a Dio, sono ancora qui. È arrivata l’ora di andare a Maroni. Partiamo con un’amica e Graziella che ci ha fatto da guida. Saliamo sul monte, su strade bianche tra boschi, macchie di ulivi e vigneti, superata “Casa di Stelle”, un ordinato muricciolo ci accompagna in una tenuta, destinata a diventare orto botanico, dove giovani periti agrari stanno coltivando tutto rigorosamente biologico. Il panorama su Santa Maria

in Stelle e sulla Valpantena è da mozzafiato. Tutt’intorno un ordine rigorosissimo: non una cartina, non una foglia secca per terra o nei vasi dei fiori della terrazza. Ristrutturazioni dei fabbricati rurali ecosostenibili e nel rispetto dell’ambiente. Andrea Montolli, un giovane (23 anni), diplomatosi perito agrario al Bovolino, lavora qui e cura tutte le piantine officinali che affiorano ovunque e ce le racconta con dovizia di particolari. Da lì, una piccola passeggiata ed ecco i campi di lavanda: camminare fra quei solchi, il profumo apre i polmoni, sembra farsi penetrare dalla natura e non resta che contemplare il cielo con il sole che sta tramontando: il paesaggio è davvero fantastico. Un’innovazione che ha richiesto molti investimenti, tanto lavoro e grande capacità progettuale, che in futuro avrà un buon sviluppo: la terra produce e i giovani ci credono.■ La nostra collaboratrice Alessandra Scolari a Maroni

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IL PROGETTO PINK IS GOOD, IN BREVE

NIENTE FERMA LA CORSA DELLE DONNE (NEANCHE IL TUMORE) Ogni anno in Italia oltre 50.000 donne si ammalano di tumore al seno, oltre 10.000 all’utero e oltre 5.000 alle ovaie. I numeri non devono spaventare ma invitarci ad una riflessione, soprattutto sulla possibilità di accedere a forme di prevenzione attuabili. DI SARA AVESANI

F

ONDAZIONE UMBERTO VERONESI nel 2013 ha istituito il progetto Pink is Good, con lo scopo di finanziare medici e ricercatori di altissimo profilo che hanno deciso di dedicare la propria vita allo studio e alla cura dei tumori marcatamente femminili. Il progetto Pink is Good «lancia un appello a tutte le donne italiane che hanno combattuto un tumore femminile (seno, utero, ovaio) per diventare Pink Ambassador con l’obiettivo di dimostrare che dopo la malattia si può tornare a vivere più forti di prima».

Ad oggi in Italia si contano 12 Pink is Good Running Team. Le donne, dapprima selezionate e poi coinvolte, con il loro impegno, vogliono dimostrare l’importanza della diagnosi precoce e dei corretti stili di vita nella lotta contro i tumori, che loro stesse hanno vissuto. Anche a Verona abbiamo un team di cui essere orgogliosissimi per il grande esempio di forza di volontà e tenacia. Ilaria, Nicoletta, Tony, Giulia, Giovanna, Elisa, Gioia, Stefania hanno sostenuto e tuttora sostengono un intenso allenamento, coordinato e gestito dalla Federazione Italiana di Atletica Leggera. Sono inoltre seguite da nutrizionisti e psicologi. Una vita sana e lo sport rappresentano un indiscusso fattore di prevenzione. Queste ragazze, insieme, sono diventate ancora più forti e si sostengono nei momenti difficili. Giulia Lasagni e Giovanna Zanardelli, sono riuscite a correre una mezza maratona internazionale, quella di Madrid, lo scorso aprile. Altre dello stesso gruppo, hanno partecipato con successo all’ultima Moonlight Half Marathon di Jesolo e sono tanti ed ambiziosi i progetti in programma per queste coraggiose maratonete veronesi, sempre al grido di «niente ferma il rosa, niente ferma le donne».■ 58

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CONSIGLI E RIFLESSIONI TARGATI ADICONSUM

NAVIGARE, PER DAVVERO Sembrerà impossibile ma questa volta si parla di navigazione concreta. Niente tablet e dati mobili, ma imbarcazioni reali che transitano da porto a porto galleggiando su quello splendido elemento chiamato acqua. È arrivata l’estate, quale momento migliore per approfondire i nostri diritti di naviganti?

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IAGGIARE NON È PIÙ una questione stagionale. Grazie alla diffusione delle compagnie low cost, l’aereo è divenuto un mezzo di trasporto di massa che in Europa muove milioni di persone durante l’intero arco dell’anno. Per questo abbiamo parlato altre volte della normativa posta a salvaguardia dei passeggeri del traffico aereo in caso di ritardi o cancellazioni. Tuttavia, non di rado, queste tipologie di disagi possono presentarsi anche per i turisti che viaggiano sull’acqua. E visto che, in questo caso, la stagionalità incide parecchio facendo dei traghetti un mezzo imprescindibile per le vacanze estive di moltissimi italiani, sembra più che mai utile fare luce sui diritti che ci riserva la normativa di settore. Nello specifico è il Regolamento UE 1177/2010 a fissare le regole per gestire le spiacevoli situazioni sopra citate. Innanzitutto, l’art. 18 del Regolamento prevede che, nel caso in cui il viaggio venga cancellato o vi sia un ritardo alla partenza superiore ai 90 minuti, al passeggero debba essere offerta la scelta tra: ■ il rimborso del biglietto e, se necessario, il trasporto gratuito verso il punto di partenza iniziale; ■ il trasporto alternativo verso la destinazione finale appena possibile e senza costi aggiuntivi.

A ciò l’art. 17 aggiunge un obbligo di assistenza consistente in: ■ spuntini, pasti o bevande (in relazione alla durata dell’attesa); ■ sistemazione in albergo se la partenza è programmata per i giorni successivi, sino ad un massimo di tre pernottamenti per un ammontare massimo di € 80 a notte (obbligo che viene meno quando la cancellazione dipende da condizioni meteorologiche che mettono a rischio la sicurezza della nave). Infine, l’art. 19 stabilisce che, nel caso in cui l’arrivo a destinazione subisca un ritardo di almeno un’ora, si abbia diritto ad una compensazione economica che va da un minimo del 25% sino ad un massimo del 50% del prezzo del biglietto, a seconda della durata del ritardo e della sua entità rispetto alla durata complessiva del viaggio. Un piccolo ma importante inciso finale da non dimenticare per le vostre vacanze. Queste norme non valgono solo in Italia bensì si applicano su tutto il territorio dell’Unione Europea e riguardano tutti i traghetti e le navi da crociera (con alcune piccole eccezioni consultabili all’art. 2 del Reg. UE 1177/2010) in servizio su mari, fiumi, laghi o canali. Buona navigazione.■ www.adiconsumverona.it

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PILLOLE DI MAMMA CON UN PO’ DI AMOREVOLE IRONIA

Aiuto, ha compiuto due anni Figli piccoli, problemi piccoli. Figli grandi, problemi grandi. Quante volte ve l’avranno detto? Magari cercavate conforto per capire quando sarebbero finiti i cosiddetti “terrible two” e invece gli altri genitori vi hanno zittito, buttandovi addosso l’angoscia dell’adolescenza? Non preoccupatevi, siete in buona compagnia. A CURA DI SARA AVESANI

N

ON VORREI SCOMODARE personaggi famosi ma “ogni cosa a suo tempo” è una frase che va sempre bene. Quando si è alle prese, magari per la prima volta, con capricci, scene memorabili in mezzo alla strada, in negozio, pianti inspiegabili perché avete osato mettere la tazza con la faccia di Masha e Orso a sinistra e non a destra, il pensiero dell’adolescenza non è la vostra priorità. Il bambino verso i due anni, cito testualmente un rinomato manuale di pedagogia, «sta gradualmente imparando ad affermarsi come persona unica e distinta dai genitori e vuol far emergere il suo carattere». Se ne sono sicuramente accorti i nostri vicini di casa. Alla sera per infilare il pigiama alla piccola partono certe urla che trovo tuttora strano che la polizia non abbia ancora bussato alla porta. Ultimamente poi, per lamentarsi di qualcosa che non vuole indossare: un berretto, una forcina, le calze, subito ti trapana i timpani con un bel «no voio!», e poi grida «aiutooooooooo» con tutte le implicazioni che comporta e con tutte le “o” che ho scritto. Quando fa così, mi si gela il sangue e spesso mi tocca accontentarla:

la vergogna ha il sopravvento. Se incontro qualcuno per le scale, sfoggio un sorriso per sembrare la madre più brava e paziente del mondo e balbetto a testa bassa «scusate, è una fase». Sbagliatissimo, lo so ma la cantano facile i vari psicoterapeuti-blogger che disperatamente interroghiamo come la Sibilla su internet. E le risposte quali sono? Sempre quelle! Dovete dare dei “no” sicuri e coerenti, non dovete dare punizioni, dovete comprendere, dovete illustrare i motivi per immagini, dovete, dovete… ma mi chiedo «questi signori hanno dei figli o dei burattini ammaestrati?». Insomma, dimenticate la lista dei “to do” adesso va di moda quella dei “must”, altrimenti (rullo di tamburi), vostro figlio non avrà un sano sviluppo psicologico. E qui le immagini che passano nella testa di una mamma sono le peggiori possibili. Personalmente ogni tanto mi prendo della “molla” come diceva Malesani, altre volte sono troppo severa. Forse il vero trucco per queste piccole pesti che stanno crescendo, è far decidere loro qualcosa che, in realtà, vuoi anche tu, genitore. Questa deve essere la nostra abilità che, se esercitata con costanza, darà i suoi frutti.■ 62


articolo pubbliredazionale

Mal di schiena e dolore cervicale: come curarsi con l’ozono

A cura del Dr. Claudio Ferlinghetti - Chirurgo Spinale specializzato nella Diagnosi e nella cura delle patologie della colonna vertebrale

Numerosi lavori scientifici ne supportano l’efficacia clinica. Più dell’80% dei casi di ernia discale guarisce grazie al trattamento.

C’è forse qualcuno che non abbia mai sperimentato, almeno una volta nella vita, mal di schiena (lombalgia) o dolore cervicale? La risposta è scontata: probabilmente nessuno. Il dolore che affligge la colonna vertebrale è un disturbo assai diffuso nella popolazione; stiamo parlando di un fenomeno di proporzioni bibliche che coinvolge una vastissima fascia di soggetti, dai più giovani agli anziani ultraottantenni. Infatti circa l’80% della popolazione sperimenta almeno una volta nella vita dolore alla colonna vertebrale. Le cause scatenanti sono molteplici: ernia del disco cervicale e lombare, protrusione discale, contusioni muscolari (colpo di frusta), sovraccarico articolare per citare i più frequenti. Le cause sono molteplici: fattore costituzionale (genetico) e fattori ambientali quali il lavoro, cattive posture ed eventi traumatici. Quali le possibili soluzioni per chi soffre di mal di schiena e/o dolore cervicale? Tra le molteplici terapie oggi utilizzate per curare tali sintomi, l’Ossigeno-Ozono terapia è probabilmente quella più conosciuta, con numerosi lavori scientifici che ne supportano l’efficacia clinica. Basti pensare che nell’ ernia discale lombare si ottiene la guarigione in più dell’80% dei casi (Intramuscolar Oxygene Ozone Teraphy of Acute Back Pain with

Lumbar Disk Hernation-SPINE Volume 34, Number 13, pp. 1337-1344). Che cos’ è e cosa fa l’Ozono? Moltissima gente ha sentito parlare di ozono, molte persone sono state trattate con l’ozono, ma pochissime persone sanno cosa sia l’ozono e come agisca. Ma soprattutto, quasi nessuno conosce le potenzialità e le aree mediche di applicazione dell’ozono.L’ ozono non è un farmaco ma è un gas incolore e ha un odore particolare. È formato da tre molecole di ossigeno (O3) ed è un gas instabile (le molecole di ossigeno tendono a separarsi rapidamente) e la sua efficacia terapeutica deve essere garantita attraverso la rapida inoculazione nel paziente. Questo spiega la completa inefficacia dell’ozono senza aghi.L’ ozono agisce sul dolore grazie ad un’azione antinfiammatoria e miorilassante, inoltre aiuta la guarigione favorendo il microcircolo: ne consegue un’accelerazione del processo di essicamento/riassorbimento dell’ernia del disco.Non essendo un farmaco, l’ozono non ha controindicazioni, non interferisce con eventuali farmaci assunti dal paziente e non presenta alcun effetto collaterale. In cosa consiste il trattamento? La procedura varia a seconda della zona e della problematica da trattare. Nel caso di ernia del disco e/o protrusioni discali lombari la terapia consiste nell’ iniettare l’ozono in sede intramuscolare paravertebrale lombare. Nel caso di contratture muscolari, ernie o protrusioni discali cervicali, l’ozono viene iniettato in sede sottocutanea. Le procedure vengono eseguite utilizzando piccoli aghi in modo da creare il minor disagio possibile al paziente, il quale può riprendere le proprie attività quotidiane dopo il trattamento, lavoro compreso. A seconda dei casi un trattamento può variare dalle 6 alle 12 sedute.

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ANGOLO PET CANI, MICI&CO

CHE VACANZA È SENZA DI LORO? Sono numerose le proposte e le destinazioni marittime o montane dove poter portare i propri animali, senza per forza destinarli ad amici o pensioni. A CURA DI INGRID SOMMACAMPAGNA

I

N MOLTE SPIAGGE VIGE ancora il divieto di portare i nostri amici pelosi, se non in alcune zone specifiche. Ma qualcuno sta cercando di far cambiare le cose. Un esempio? È già storica la sentenza 176 dell'11 marzo 2019, del Tar del Lazio, che dichiara l'illegittimità dell’ordinanza del Comune di Latina. L’amministrazione aveva, infatti, vietato l'ingresso dei cani in spiaggia, anche se con museruola e guinzaglio, tutti i giorni della stagione balneare. Fortunatamente, il web regala tantissimi suggerimenti, su siti dedicati, con mete da raggiungere e hotel pet friendly, sul lago, in montagna e al mare. Nel Veneto si trovano spiagge attrezzate, come la Spiaggia di Pluto a Bibione, oppure, sul lago di Garda, a Peschiera, la Braccobaldo Bau Beach. La montagna risul-

ta il luogo ideale per i nostri cani, dove possono abbandonare la routine della città, come i padroni, per un ritorno alle origini, alloggiando in camper, in tenda o in hotel, preventivamente accertandosi che la direzione accetti gli animali (anche di grossa taglia). Come per ogni viaggio ci sono delle regole da rispettare per partire in sicurezza. È importante stare attenti ai possibili segnali del colpo di calore, portare un kit di pronto soccorso, acqua, cibo e i giochi preferiti per far sentire a casa i nostri amici a quattrozampe. La partenza va fatta a digiuno e se, nel caso del cane, l’animale soffre di mal d'auto, su consiglio del veterinario, si può dargli un farmaco. I cani di piccola taglia e i gatti devono viaggiare nel trasportino, quelli grandi invece, vanno tenuti nel baule con una rete che li divida dal resto dell'abitacolo. Bisogna fare delle soste ogni ora e mezza, e fare attenzione al buon senso: per gli animali è pericoloso tenere il muso fuori dal finestrino, rischiano otite e rinite. Se si viaggia con i mezzi pubblici, bisogna avere con sé il libretto sanitario e l'animale deve essere iscritto all'anagrafe canina. In treno, se di piccola taglia, il cane viaggia gratis, con museruola e guinzaglio. La compagnia di trasporto Italo, su prenotazione, nel mese di luglio e di agosto, regala il biglietto anche ai cani di grossa taglia, con spazi comodi per loro e il padrone con un kit dedicato. Se si necessita di un vagone letto, bisogna acquistare, invece, l'intero scomparto. Per viaggiare fuori Italia serve il passaporto europeo, rilasciato dall'Asl veterinaria, il certificato delle vaccinazioni e, rigorosamente, il microchip. In aereo ogni animale ha bisogno del proprio biglietto, e a seconda della taglia può viaggiare in cabina o in stiva, mentre i cuccioli che hanno meno di tre mesi non possono volare.■ Abbandoni, è ancora allarme Nonostante le numerose mete accessibili ai nostri amici e le campagne di prevenzione, continuano gli abbandoni. A giugno il primato lo ha preso la Puglia, a seguire la Sardegna, la Campania e l'Emilia Romagna, con un totale di 361 cani abbandonati tra il 30 maggio e il 2 giugno, secondo Aidaa (Associazione italiana per la difesa degli animali e dell'ambiente). Se trovate un animale abbandonato in autostrada, chiamate il 112, sulle strade urbane la Municipale della zona, in alternativa il 113 o il numero 800253608. 64


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STORIE DI STORIA LIBERAMENTE ROMANZATE

L'ANGELO DI BERLINO Nato a Pazzon nel 1909, il veronese Luigi Fraccari, come scrive nei suoi diari («cos’è la nostra vita? Non è solo per noi»), si dedicò totalmente al prossimo.

«L

A FAMIGLIA PAIOLA MI PREGÒ di aiutarli in un'operazione difficile e pericolosa ma per me di molta soddisfazione. Si trattava di portare in salvo i vecchi coniugi ebrei Orvieto. Avevano trovato per loro rifugio in una stanza che stava proprio di fronte alla Casa del Fascio, in via Scrimiari. Non avendo saputo a chi rivolgersi, hanno chiesto a me. Pane per i miei denti! Oggi pomeriggio sull'imbrunire, ho preso i due anziani e camminando adagio, infilammo la porta e salimmo al rifugio. Erano tutti commossi e contenti. Quanto è bello poter aiutare, salvare anche a pericolo della propria vita! Cos'è la nostra vita? Non è solo per noi, ci è data perché la mettiamo a disposizione del prossimo!». Dopo l'Armistizio del Governo Badoglio (8 settembre 1943) decise che avrebbe vissuto in prima persona il dramma della guerra in quel di Berlino, giocando fuori casa e sul campo di un nemico che, sentendosi tradito dall'ex alleato, stava internando migliaia di italiani nei campi di concentramento. «Approvo, benedico e finanzio», poche ma decisive parole pronunciate dall'allora Papa Pio XII, permisero a Don Luigi di aprire una casa

rifugio nella capitale tedesca. Partendo in treno da Verona e intrufolatosi in mezzo ad una folta rappresentanza di fascisti che andavano a rendere omaggio a Hitler, raggiunse Vienna. Entrato nella sede della Croce Rossa, sbloccò immediatamente l'invio di sessantamila pacchi di aiuti destinati agli italiani che erano rimasti fermi nei magazzini, A Berlino poi fondò casa Pio XII, aiutando sul campo vedove, orfani, cappellani militari ed i circa seicentomila italiani che chiedevano aiuto per tornare in Italia. Vita di un grande veronese che fu nominato Cavaliere della Repubblica (Governo Segni), Cappellano Papale e che i cittadini di Sant'Ambrogio di Valpolicella (dove concluse la sua opera) ricordano ancora con affetto e con un busto di marmo eretto nella piazza del comune. Quest'anno si celebrano i settant'anni di ricordo di quei giorni e di quella casa che ancora oggi (sotto altro nome e direzione) dà ospitalità agli orfani e a famiglie disagiate. In ricordo di un Monsignore che ha lasciato un segno indelebile nelle vite di molti italiani.■

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A CURA DI

MARCO ZANONI


BELLEZZA AL NATURALE SÌ, QUESTA RUBRICA NON CONTIENE PARABENI

CAPELLI SECCHI D’ESTATE? ECCO L’OLIO CHE CI SALVERÀ

A CURA DI

CLAUDIA BUCCOLA

Sole, cloro e salsedine sono i principali nemici di una chioma perfetta: è proprio in estate, infatti, che spesso i capelli appaiono spenti, crespi e danneggiati dalle giornate trascorse fra spiaggia e piscina. Dunque come proteggerli e mantenerli lucenti anche nella bella stagione? Esistono in commercio alcuni spray nutrienti formulati proprio per la beauty routine estiva, ma è possibile anche prepararli in casa seguendo semplici ricette con ingredienti naturali. Eccone due.

LINO, JOJOBA E ROSMARINO ■ 2 cucchiai d’acqua ■ un cucchiaio di olio di semi di lino ■ 10 gocce di olio essenziale di rosmarino ■ un cucchiaio di olio di jojoba

Spruzzando il mix di questi ingredienti sulla chioma si otterranno capelli più lucenti, grazie all’olio essenziale di rosmarino, e nutriti, per merito dell’effetto dell’olio di semi di lino e di jojoba.

OLIO EVO, SESAMO E COCCO ■ 2 cucchiai di olio di cocco ■ un cucchiaio di olio extravergine di oliva ■ 10 gocce di olio di sesamo ■ 2 cucchiai d’acqua

Questa formulazione è adatta soprattutto a chi desidera contrastare l’effetto crespo: l’olio extravergine d’oliva ha un effetto nutriente ed è ottimo per domare le chiome più ribelli. 68


Per bambini e ragazzi dai 3 ai 14 anni, in un fantastico parco acquatico immerso nel verde. Tre fasce orar ie a scelta, piscina dalle 8 alle 18, corsi di nuoto, animazione, giochi e r istorazione.

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IL GLOSSARIO PER CAPIRE COME SI CAMBIA UNA PAROLA PER VOLTA

LA SOMMINISTRAZIONE SPIEGATA BENE ll contratto di somministrazione di lavoro è un contratto a tempo determinato o indeterminato attraverso cui un’agenzia per il lavoro autorizzata mette a disposizione di un’azienda uno o più dei suoi lavoratori dipendenti per lo svolgimento di una determinata mansione lavorativa.

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EDIAMO NEL DETTAGLIO cosa comporta. Il lavoratore, per tutta la durata della missione, svolgerà la sua attività sotto la direzione e il controllo dell’utilizzatore. La somministrazione coinvolge tre soggetti, tra i quali si sviluppano diversi rapporti che sono organizzati da due distinti contratti: ■ Rapporto agenzia per il lavoro con l’azienda: contratto di somministrazione di natura commerciale. Precede i contratti individuali e contiene il numero di lavoratori richiesti, mansioni e relativi inquadramenti, obbligo di comunicazione da parte della azienda utilizzatrice dei trattamenti retributivi e previdenziali applicati. Può essere a tempo determinato o indeterminato. ■ Rapporto agenzia per il lavoro con il lavoratore: contratto di lavoro subordinato (cd. contratto di lavoro somministrato) che può essere a tempo determinato o a tempo indeterminato. Nel primo caso la durata del contratto sottoscritto coincide con la durata della missione

presso l’utilizzatore, nel secondo il lavoratore viene assegnato di volta in volta a specifiche missioni. Pertanto il lavoratore si interfaccerà: ■ Con l'agenzia per il lavoro, in qualità di datore di lavoro che provvederà all’assunzione, alla corresponsione della retribuzione e al versamento dei contributi ■ Con l'azienda nella quale materialmente eseguirà la prestazione lavorativa, sotto la sua direzione e controllo. Quando può essere utilizzata la somministrazione di lavoro? Dopo l’entrata in vigore della legge 96/2018 il cosiddetto Decreto Dignità ha modificato l’uso della somministrazione in questi punti: ■ Causale per i contratti con durata superiore ai 12 mesi ■ Limite massimo di 24 mesi ■ Costo aggiuntivo dello 0,5% in occasione di ogni rinnovo. 70

A CURA DI EMILIANO GALATI SEGRETARIO FELSA CISL VENETO

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CALENDARIO DEL MESE gli eventi di Luglio 2019, secondo noi

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LA LEGGENDA DI BAGGER VANCE Luogo: Golf Club, Sommacampagna Ora: 21:15

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I MOSTRI FAMOSI Luogo: Forte Gisella Ora: 21:00

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AMERICA 50th Anniversary Luogo: Teatro Romano Ora: 21:30

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ROMEO & GIULIETTA ITINERANTE Luogo: Verona Ora: 21:00

a cura di Paola Spolon

QUANDO GATTINO FINDUS DA PICCOLO ERA SCOMPARSO Luogo: Giardini Borgo Trieste Ora: 17:00

LO SFREGIATO Luogo: Osteria ai Preti Ora: 18:30

VILLA BURI MUSICA 2019 Luogo: Villa Buri Ora: tutto il giorno

WONDER Luogo: San Vito Ora: 21:15

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7 UOMINI A MOLLO Luogo: Parco ai Cotoni, San Giovanni Lupatoto Ora: 21:15

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SLASH & MYLES KENNEDY Luogo: Castello Scaligero, Villafranca Ora: 21:30

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A CACCIA DELL’ORSO Luogo: Giardini Santa Croce Ora: 17:00

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IL CARROZZONE DEGLI ARTISTI Luogo: Grande Teatro Parco Pia Opera Ciccarelli Ora: 21:00

legenda MOSTRE

CINEMA

LIBRI

MUSEO

SPORT

INCONTRI


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SOFFITTE IN PIAZZA Luogo: Giardini San Marco Ora: 9:00

MIO, TUO E NOSTRO Luogo: Parco delle Colombare Ora: 17:00

LA VEDOVA SCALTRA Luogo: Grande Teatro Parco Pia Opera Ciccarelli Ora: 21:00

LUDOVICO EINAUDI Luogo: Teatro Romano Ora: 21:15

POPONE E IL GRANELLO DI POLVERE Luogo: Forte Gisella Ora: 21:00

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MIDSUMMER NIGHT COLOURS Martino Zanetti Luogo: Palazzo Gran Guardia Ora: tutto il giorno

BON IVER Luogo: Castello Scaligero, Villafranca Ora: 21:00

Ama e non rinunciare ad ascoltarti, nel profondo dove iniziano le confidenze piccole del cuore.

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HANSEL & GRETEL E LA POVERA STREGA Luogo: Forte Gisella Ora: 21:00

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NEGRITA 25th Anniversary Luogo: Teatro Romano Ora: 21:00

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IN BARCA A VELA Luogo: Castelletto di Brenzone Ora: 12:30

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È STATO IL FIGLIO Luogo: Palazzo Vescovile, Bovolone Ora: 21:15

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IL MERCANTE DI VENEZIA Luogo: Teatro Romano Ora: 21:15

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OLD MAN & THE GUN Luogo: Parco ai Cotoni, San Giovanni Lupatoto Ora: 21:15

CONCERTO EVEQUARTETT Luogo: Lazzaretto di Verona Ora: 21:00

Non ce lo siamo dimenticati: non ci stava.

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SHAKESPEARE INTERACTIVE MUSEUM Luogo: Teatro Satiro Off Ora: tutto il giorno

FIERA

DANZA

MUSICA

MOMIX Luogo: Teatro Romano Ora: 21:00

AMORE

30 CARNEVALE

31 SANTIAGO Luogo: Arena Estiva Cinema Fiume Ora: 21:30

TEATRO


in cucina con Nicole Qualche idea sana, golosa (e molto semplice) per le vostre giornate www.nicolescevaroli.com a cura di NICOLE SCEVAROLI

HUMMUS DI CECI E FRIGGITELLI Una salsa di legumi mediorientale abbinata a un peperone speciale Ingredienti • una scatola di ceci precotti • un pezzettino d’aglio • il succo di mezzo limone • olio, sale, cumino e paprika • prezzemolo fresco • peperoni friggitelli Frullate i ceci con succo di limone, aglio, olio, prezzemolo, cumino, paprika e sale. Saltate in padella i pe-

APPUNTI NUTRIZIONALI

peroni fino a che ammorbidiscono. Create dei crostini

Queste ricette sono ottime da proporre per aperitivo o

con la salsa e i peperoni.

antipasto ai nostri ospiti! Vi consiglio di accompagnarle con delle fette di pane di segale. Hanno un sapore molto rustico e contengono tante fibre utili al nostro intestino.

GUACAMOLE E POMODORINI Una salsa messicana abbinata al re dell ’estate: il pomodoro Ingredienti • un avocado maturo • il succo di mezzo limone • un pezzettino d’aglio, sale, pepe • pomodorini, olio extra vergine Frullate l’avocado con limone, olio, aglio, sale e pepe. Create dei crostini con la salsa e i pomodorini tagliati a metà. 74


A CURA DI

ANDREA NALE

L'OROSCOPO ALLA NOSTRA MANIERA

21 MARZO - 20 APRILE

21 APRILE - 20 MAGGIO

21 MAGGIO - 21 GIUGNO

22 GIUGNO - 22 LUGLIO

Vi siete mai sentiti avvolti da una sensazione di preveggenza? Dal sentore di poter saper prima del tempo quale sarà il vostro futuro? Di solito quando accade non accade mai attraverso delle parole, ma attraverso dei segni impercettibili del mondo. Non vi serve l’oroscopo questo mese, provate a stare in ascolto.

In matematica la definizione di catastrofe indica la distruzione di un sistema da parte di un altro sistema, la fine di un equilibrio che segna l’ingresso in un altro equilibrio. Avete mai riflettuto sul fatto che quando pensate vi sia successo il peggio non è altro che il mondo che si sta riassestando? Nelle cadute della vita non c’è distruzione, ci sono solo nuove regole.

L’amore per voi è stato molto spesso una sofferenza, direi che però è quasi normale. I termini dell’amore sono quasi sempre associati al lessico bellico: “rapito”, “catturato”, “conquistato”, “cadere innamorato…” e via dicendo. Si apre la stagione, però, in cui scoprirete tutta la pace racchiusa nell’amore e nelle sue manifestazioni.

Crescere significa convivere con sempre più “l’avrei voluto” e sempre meno il “vorrei”, significa vedere chiudersi il ventaglio di strade e possibilità che la vita mette davanti. Forse è questo che ci rende davvero tristi, quando ci trasformiamo in adulti. Eppure, io dico che non è mai troppo tardi per nulla, e che avete il resto della vostra vita per sconvolgere questa regola e riderle in faccia.

23 LUGLIO - 23 AGOSTO

24 AGOSTO - 22 SETTEMBRE

23 SETTEMBRE - 22 OTTOBRE

23 OTTOBRE - 22 NOVEMBRE

Quand’è stata l’ultima volta che avete imparato qualcosa di importante, di veramente importante, che ha cambiato la vostra percezione del mondo? Non avrete davvero abbandonato il vostro processo educativo interiore con la fine degli studi, vero? Questo è il momento di tornare ad ascoltare la sete di conoscenza che troppo spesso non ascoltiamo.

Ad alcuni animali la natura impone di fuggire, ad altri di aggredire, altri animali ancora sanno dimostrare il loro estremo coraggio in situazioni di stress e pericolo. Voi, come tutti gli uomini, e forse un po’ di più, siete episodici, irregolari, e per questo adatti a tutti gli stimoli che questa giungla della vita sa darvi. Non sforzatevi di essere quello che non siete, siete tutto quanto.

Una volta, un importante autore italiano ha scritto che nonostante tutto quello che impariamo, tutte le esperienze che facciamo e tutte le idee che cambiamo, le uniche leggi morali a cui rispondiamo sono quelle che ci ha insegnato nostra madre da piccoli. Vi chiedo questo mese di identificarle e trasmetterle limpidamente a una persona che amate.

Immagino ci siano delle ricorrenze, delle gioie, delle conquiste, che mantenete nel segreto del cuore e non raccontate mai a nessuno. Questi segreti, queste gioie che vi cambiano le giornate e che rimbombano all’interno di voi senza trapelare mai all’esterno, sono ciò che vi rende vivi, la struttura più importante di voi. Provate a raccontarne almeno una, adesso!

23 NOVEMBRE - 21 DICEMBRE

SAGITTARIO

22 DICEMBRE - 20 GENNAIO

CAPRICORNO

21 GENNAIO - 19 FEBBRAIO

20 FEBBRAIO - 20 MARZO

Ora che è arrivata l’estate tutti si fermano e tutto si ferma, è il momento adatto per liberare l’arredamento della vostra mente da tutte quelle cose inutili che si sono accumulate durante l’anno. Riorganizzate bene voi stessi e trovate pace nell’appendere post-it sul vostro frigo interiore. Ripartire a settembre sarà bello come tornare a scuola.

Avete una vita fatta di disordine esistenziale, un disordine sano e fecondo. Ciclicamente, però, nella vostra mente inizia a farsi strada il bisogno di mettere ordine, di fare pulizia. Questo è uno di quei periodi, in cui le vostre intenzioni stanno a metà tra questi due poli opposti. Trovare equilibrio e uscirne sereni sarà la vostra sfida dei prossimi mesi.

Ricordate da piccoli quante cose non riuscivate a mangiare? E ricordate il preciso momento in cui avete conquistato dei gusti di cui ora, magari, non potete più fare a meno? La vita è un continuo susseguirsi di conquiste delle quali nemmeno ci accorgiamo. Sono sicuro che in queste settimane ne farete almeno una, importantissima. Purtroppo ve ne accorgerete tra molti anni.

Ogni volta che sentite di aver fallito, che non siete in grado di fare nulla al mondo e che in grado non lo sarete mai… ripensate a Cristoforo Colombo, che era intenzionato a raggiungere l’India. Credo che il suo sia uno dei fallimenti più grandi della storia, eppure qualcosa è sorto, dal suo fallimento. Avete mai fatto peggio di Colombo?

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Pantheon 102 - Alessandro Anderloni e la sua Madre Terra  

In copertina Alessandro Anderloni, l'anima del Film Festival della Lessinia che quest'anno compie 25 anni di film, incontri, passione e cora...

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