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BABILON anno 1, n° 3 Rivista di geopolitica bilingue italiano-inglese. Un prodotto Oltrefrontiera News in collaborazione con Il Caffé Geopolitico - Numero disponibile online: www.oltrefrontieranews.it - www.paesiedizioni.it - 29/06/18

BA BIL ON

DEC 2018

A GEOPOLITICAL EXPERIENCE

n°3

€ 5,00

NOW? WHAT

CHE SUCCEDE IN ARABIA SAUDITA

Il caso Khashoggi

Vision 2030

Iran, Turchia e Qatar

Losing Yemen


SUMMARY

BA BIL ON

n°3

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FACES / / / / / / / / / / / / / / / pag 6

I VOLTI PIÙ SIGNIFICATIVI DEL 2018

A GEOPOLITICAL EXPERIENCE

SUMMARY SOMMARIO

EDITORIALE MBS and the destiny of a region. . . . . . . . . . . pag 4 SCENARIO A star is born. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Bin Salman’s obstacle course. . . . . . . . . . . . . . The war of the Princes . . . . . . . . . . . . . . . . Friends and enemies of Saudi Arabia. . . . . . . . . The little Sparta of the Middle East . . . . . . . . . .

pag 8 pag 18 pag 20 pag 22 pag 26

GEOPOLITICS Vision or Mirage? . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Qatar and the “Rebel” Alliance. . . . . . . . . . . . It’s raining money. . . . . . . . . . . . . . . . . . . USA, Russia & Oil Market. . . . . . . . . . . . . .

pag 34 pag 38 pag 42 pag 46

PLACES / / / / / / / / / / / / / pag 32

CULTURE The Revolt in Yemen . . . . . . . . . . . . . . . . . pag 50 No Religion, just Politics. . . . . . . . . . . . . . . pag 54

SPECIAL DURA LEX Why trump needs the Senate. . . . . . . . . . . . . pag 30

RAGES / / / / / / / / / / / / / / pag 48

DIPLOMATIC COURIER In medio stat indipendence . . . . . . . . . . . . . . pag 58 Cover Photo: photographic reworking of the shot by Leon Neal / Getty Images

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EDITORIALE

MBS AND THE DESTINY OF A REGION IL DESTINO DEL MEDIO ORIENTE BY LUCIANO TIRINNANZI

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MBS AND THE DESTINY OF A REGION / / / / / / / / / / / / /

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Forse la nostra cecità ha contribuito al piano; forse questo crimine di Stato senza precedenti nei tempi moderni, è stato possibile solo perché il suo autore sapeva (o credeva...) che sarebbe stato sostenuto, a qualunque costo, da un Occidente pronto a chiudere entrambi gli occhi, a giocare tutti i giochi pur di continuare a fare affari con questo Paese mostruosamente strategico che è l’Arabia Saudita; forse, sì, questa incommensurabile violenza non sarebbe stata concepita se la rana gonfia di petrolio non si fosse saputa al sicuro sulla testa del bue americano e delle sue montagne di dollari. Tra gli eredi degli imperi persiano, ottomano e arabo, è in ballo la leadership politica e morale dell’Islam: non discredita, anzi, rende onore ai musulmani dire e ripetere che né Teheran, né Ankara o Riad, sono degne di questa missione - e che tra gli assassini dei curdi e quelli di Khashoggi oggi non c’è nulla da scegliere». Sono parole al vetriolo quelle di Bernard-Henri Lévy, il filosofo giornalista e saggista francese, che torna sulla vicenda del collega del Washington Post, barbaramente ucciso nel consolato del regno saudita a Istanbul. Il suo j’accuse, stavolta, è tutto in un semplice ragionamento sull’abitudine dannosa che le persone e i mass media hanno fatto all’orrore e alla violenza dei nostri giorni. Una violenza che, particolarmente in Medio Oriente, mostra prepotentemente tutte le sue sfaccettature: dalla guerra senza fine all’omicidio di Stato (se così sarà provato nella vicenda Khahsoggi). Il punto è però un altro: «possiamo mettere allo stesso livello degli ayatollah iraniani o del neo-sultano Erdogan, questo giovane principe modernista che apre cinematografi e concede la patente alle donne?» si domanda Lévy. La sua risposta è affermativa: «La festa è finita» dice. Sarà davvero così? In questo numero, abbiamo ricostruito numerosi aspetti delle vicende che gravitano intorno alla trasformazione in atto dell’Arabia Saudita, da monarchia assoluta e oscurantista a reame illuminato e innovatore. Quale delle due anime prevarrà sull’altra, è forse presto per dirlo. Ma se la geopolitica non mente, presto sapremo chi in questa lotta senza quartiere avrà prevalso: se cioè il caso Khashoggi dovesse configurarsi come un retaggio, uno strascico di ciò che i Saud non possono e non devono più permettersi di fare nell’ottica di modernizzare il Paese, o se al contrario la sua fine ingloriosa si trascinerà dietro il cadavere politico del giovane Mohammed Bin Salman (MBS), spezzando il cuore di Re Salman e distruggendo dall’interno l’Arabia Saudita. Uno scenario, quest’ultimo, dalle conseguenze così pericolose e incerte da cancellare del tutto la già precaria stabilità di questa regione del mondo. Sulla figura di MBS, dunque, si gioca la partita per il futuro del Medio Oriente.

A GEOPOLITICAL EXPERIENCE

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Perhaps our blindness was essential to the plan; perhaps this state-sponsored crime, unprecedented in modern times, was possible only because the perpetrator knew (or believed…) that he would be supported, at any cost, by a West prepared to close its eyes and play along in order to stay in business with a country as vitally strategic as Saudi Arabia; perhaps, yes, this unfathomable violence would have never occurred if the oil-filled frog was not sure it was safe on the head of the American ox and its mountain of dollars. Among the heirs of the Persian, Ottoman and Arab empires, the political and moral leadership of Islam is at stake: not to discredit, rather, it is a compliment to Muslims, to say and repeat that neither Teheran, Ankara or Riad is capable of this mission, and that among the murders of the Kurds and Khashoggi we are left with no choice.» Bernard-Henri Lèvy, the French philosopher, journalist and author speaks with vitriol about the case of his Washington Post colleague, brutally murdered at the Saudi consulate in Istanbul. This time, his j’accuse, lies on a simple reasoning regarding the dangerous habit of people and mass media have made of the horror and violence of our days. A level of violence that, particularly in the Middle East, powerfully displays its many facets: from endless war to state-sponsored homicide (if it will indeed be proven in the Khashoggi case). His point, however, differs: “Can we put this modern prince who opens cinemas and grants women the right to drive on the same level of the Iranian ayatollahs or the neo-sultan Erdogan?” Lévy asks himself. He responds in the affirmative: “The celebration is over,” he says. It it true? In this edition we have reconstructed numerous aspects of the events gravitating around the ongoing transformation of Saudi Arabia, from an absolute, obscurantist, monarchy to an enlightened and innovative land. Which of the two sides will triumph, it is perhaps too early to tell. But geopolitics do not lie and soon we will know which side prevails: if the Khashoggi case is a sort of remnant of what the Saudis can and must not allow if they want to modernize the country, or, if on the contrary, the inglorious tale will trail from the political cadaver of the young Mohammad Bin Salman (MBS), breaking the heart of King Salman and destroying Saudi Arabia from the inside. The latter scenario, holding dangerous and uncertain consequences to threaten the already precarious stability of the region. On MBS, therefore, lies the fate of the entire Middle East.

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FACES

“INVENCIBLE” JAIR BOLSONARO Il neo-presidente del Partito social liberale (Psl), che domenica 28 ottobre ha vinto con il 56% dei voti nelle presidenziali, è orgogliosamente un militante dell’estrema destra, ex militare dalle idee radicali e uomo particolarmente coriaceo. Neanche una coltellata allo stomaco in piena campagna elettorale, opera di uno squilibrato, lo ha fermato. Dove potrà arrivare? The new president of the Liberal Social Party (PSL), which won 56% of the votes on Sunday, 28 October, is proudly a militant of the far right, a former soldier with radical ideas who has proven to be particularly tough. Not even being stabbed in the stomach during the electoral campaign by a deranged man stopped him. How far could he go?

EMMANUEL MACRON, UN PRESIDENTE SOTTO STRESS Il presidente della Repubblica francese è alle prese con una delle stagioni più difficili della sua presidenza. Il movimento spontaneista dei “gilet gialli”, scesi in piazza per protestare contro il caro benzina, è solo l’ultimo di una serie di tentativi d’assedio contro di lui. «Ha accusato il colpo» ha spifferato a Le Parisien uno dei suoi fedelissimi. The president of the French Republic is grappling with one of the most difficult seasons of his presidency. The spontaneous “yellow vest” movement, taken to the streets to protest the increase in oil prices, is only the latest in a series of attempts against him. “He was hit hard,” one of his loyalists blurted out to Le Parisien.

THERESA MAY, MISSION ACCOMPLISHED! La “missione impossibile” della premier britannica di concludere senza psicodrammi l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea è infine riuscita, dopo un negoziato lungo sei mesi. La lady di ferro dei nostri tempi ha raggiunto l’accordo con Bruxelles. Adesso, l’unico tiro mancino potrebbe arrivare da Westminster, dove il parlamento deve ratificare l’accordo. The prime minister’s “mission impossible” to conclude the exit of the United Kingdom from the European Union without a psychodrama, has finally succeeded, after six months of negotiation. The iron lady of our time has reached an agreement with Brussels. Now only a dirty trick from Westminster could stop her as parliament must ratify the agreement.

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S E C A F DEC 2018

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ANGELA! «Questo quarto mandato è il mio ultimo da Cancelliera, nel 2021 non mi presenterò più come candidata, non mi candiderò neanche al Bundestag e non voglio più ricoprire incarichi politici» ha confessato la longeva Cancelliera dopo il voto in Assia, dove il partito CDU e l’SPD in coalizione nel governo, hanno registrato un crollo verticale.

“This fourth mandate is my last as chancellor, in 2021 I will no longer run as a candidate, not even for the Bundestag and I do not want to hold any more political posts,” confessed the long-lived chancellor after the vote in Hessen, where the CDU party in a ruling coalition with the SPD, have suffered a vertical collapse. A GEOPOLITICAL EXPERIENCE

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SCENARIO

A STAR IS BORN: LIFE OF

MBS

DALL’ARTICOLO DEL NEW YORKER DEL 9 APRILE 2018, DAL TITOLO THE ASCENT (L’ASCESA) BY DEXTER FILKINS

Traduzione di Almerico Bartoli per Dagospia

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A STAR IS BORN: LIFE OF MBS / / / / / / / / / / / / /

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ohammed bin Salman è cresciuto a Riad in un ampio complesso di edifici recintato e condivideva le ville con i fratelli e sua madre, Fahda, una delle quattro mogli del padre (ciascuna moglie aveva una villa per sé). Per la maggior parte dell’infanzia suo padre, Salman, era stato il governatore di Riad e veniva visto da tutti come il futuro re. La casa di famiglia, nel quartiere di Madher, aveva una cinquantina di persone di servizio, tra cui camerieri, giardinieri, domestiche, cuochi e autisti. Ogni giorno della settimana, uno dei servitori portava il giovane principe a scuola, presso un’accademia prestigiosa chiamata al-Riad. Nei fine settimana, lui e suoi compagni di classe venivano portati nel deserto, dove si piantavano delle enormi tende e si faceva il fuoco sotto le stelle. I suoi compagni di classe si raggruppavano intorno a lui recitandogli poesie e rivolgendosi a lui come Karim il generoso per ringraziarlo di quelle feste sfarzose. Il giovane MBS sorrideva con grazia a ogni encomio, specialmente se proveniva da un membro giovane di una delle famiglie di maggior spicco di Riad. «Trattava tutti bene, ma anche allora era perfettamente consapevole dello status sociale di ognuno» ha riferito Mahboob Mohammed, un pachistano che ha lavorato nello staff di uno dei cugini di MBS: «Il principe Salman ha sempre saputo di essere una persona speciale».

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hen Mohammed bin Salman was growing up, in Riyadh, he lived in a walled palace complex the size of a city block, sharing a mansion with his five brothers and his mother, Fahda, one of his father’s four wives. (Each wife had a mansion of her own.) For most of his childhood, his father, Salman, was the governor of Riyadh and a likely future king. The family’s home, in the Madher neighborhood, had a staff of about fifty, including servants, gardeners, maids, cooks, and drivers. Each weekday, the staff ferried the young prince to class, at a prestigious academy called the al-Riyadh Schools. On weekends, the servants sometimes escorted him and his classmates into the desert, where they erected large tents and lit bonfires under the stars. His fellow-students would gather around him and recite poems of praise, calling him Kareem—the generous one—for sponsoring the lavish parties. The young M.B.S. would smile at the encomiums, especially if they came from a son of one of Riyadh’s better families. “He treated everyone well, but even then he was aware of everyone’s status,” Mahboob Mohammed, a Pakistani who worked on the staff of one of M.B.S.’s cousins, told me. “Prince Salman always knew he was special.”

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SCENARIO

Tuttavia, il futuro del giovane Salman non era affatto al sicuro, a causa delle incertezze nella linea di successione reale nella Casa dei Saud. Dal 1953, il Regno dell’Arabia Saudita, una delle ultime monarchie assolute sopravvissute al mondo, è stato governato da sei fratelli, tutti figli del re Abdul-Aziz al Saud. Abdul-Aziz è divenuto una figura centrale nell’Arabia Saudita moderna dopo aver unito il Regno nel 1932 al termine di una lunga serie di battaglie. Negli anni Quaranta, decise di aprire il Paese alle società occidentali per la produzione del petrolio su larga scala e, dopo essersi incontrato col presidente Franklin Roosevelt su un torpediniere nel Mar Rosso, siglò un’alleanza con gli Stati Uniti che dura da allora. I sauditi garantiscono l’accesso al petrolio; gli americani, in cambio, garantiscono all’Arabia Saudita protezione dai nemici esterni. Abdul-Aziz fu un padre prolifico – si vantava di aver sposato «non meno di 130 vergini» e di aver avuto almeno 42 maschi e 55 femmine. Dalla sua morte, nel 1953, la successione reale fu determinata sul principio agnatico, dove viene preferito il fratello più giovane del re ai figli. Nel 2015, quando morì re Abdullah, salì al trono suo fratello Salman e un altro fratello più giovane, Muqrin, divenne principe ereditario. Muqrin, figlio di una concubina yemenita, era l’ultimo figlio sopravvissuto della prole di Abdul-Aziz.

Still, even for the young Salman, the future was cloudy—due, in no small part, to the uncertain line of royal succession in the House of Saud. Since 1953, the kingdom of Saudi Arabia, one of the world’s last surviving absolute monarchies, has been ruled by six brothers, all sons of King AbdulAziz al Saud. Abdul-Aziz is the central figure in modern Saudi Arabia, having united the kingdom in 1932, after a series of wars. In the forties, he opened the country to largescale oil production by Western companies and, after meeting President Franklin Roosevelt on an American destroyer in the Red Sea, struck an alliance with the United States, which has endured ever since. The Saudis guarantee access to oil; the U.S., in return, guarantees Saudi Arabia security from foreign enemies. Abdul-Aziz was a prolific father—he bragged of having “married no fewer than a hundred and thirty-five virgins,” and he sired at least forty-two sons and fifty-five daughters. Since his death, in 1953, royal succession has been determined on the principle of agnatic seniority, whereby a king’s younger brother is preferred over his sons. In 2015, when his successor King Abdullah died, his brother Salman ascended to the throne; another, younger brother, named Muqrin, became crown prince. Muqrin, the son of a Yemeni concubine, was Abdul-Aziz’s last surviving son.

La sera prima, bin Nayef era stato convocato per un incontro con re Salman. Giunto al palazzo, le guardie lo circondarono, gli confiscarono il telefono e gli ordinarono di abdicare. The night before, bin Nayef had been summoned to a
meeting with King Salman. At the palace, guards surrounded him, confiscated his phone, and demanded that he abdicate.

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Esauritasi la generazione di figli di Abdul-Aziz, iniziavano a crescere tensioni su chi dovesse essere il primo membro della generazione successiva a diventare re. I re sauditi, pur avendo autorità assoluta, hanno tradizionalmente regnato attraverso il consenso tra fratelli; ai loro figli, in cambio, vengono assegnate posizioni governative strategiche. Chiunque, tra il centinaio di nipoti di Abdul Aziz, poteva avere diritto al trono. Salman, durante i suoi 48 anni di governatorato a Riad, si era guadagnato una reputazione come dirigente inflessibile ed efficiente. Dopo nemmeno un anno dalla sua incoronazione però, depennò suo fratello dall’eredità mandandolo in pensione; iniziò invece a crescere suo nipote Mohammed bin Nayef come principe ereditario affinché gli succedesse, e rese suo figlio, Mohammed bin principe saudita alwaleed. Rimpiazzare un principe ereditario fu una mossa senza precedenti, ma sotto molti versi bin Nayef finì per essere una scelta azzeccata. Aveva servito per anni come primo ministro e dopo gli attacchi dell’11 settembre, aveva preso parte a una lotta furibonda con Al Qaeda, in cui le sue guardie di sicurezza torturarono e uccisero numerosi potenziali ribelli. Nel 2009 il gruppo terroristico si vendicò mandando un attentatore suicida per uccidere bin Nayef, che fu ferito a una mano e da allora soffre di dolori cronici. Bin Nayef aveva formato legami stretti con diversi ufficiali americani: «Era la persona giusta da cui andare per prendere delle misure antiterrorismo» ha riferito un ex agente che ha lavorato nella squadra antiterrorismo per Obama.

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As the generation of Abdul-Aziz’s sons neared its end, tensions arose over who would be the first member of the next generation to become king. Saudi kings, though absolute in their authority, have traditionally ruled by consensus among the brothers; their sons, in turn, are placed in key positions across the government. Any one of AbdulAziz’s hundreds of grandsons could feel entitled to the throne. Salman, during forty-eight years as governor of Riyadh, had earned a reputation as a ruthlessly efficient executive. “He was the family enforcer—he kept people in line, and he had a file on everyone,” Rashid Khalidi, a professor of history at Columbia, told me. Less than a year after becoming king, he removed his brother as crown prince and sent him into retirement; he elevated his nephew Mohammed bin Nayef to succeed him, and made his own son, Mohammed bin Salman, deputy crown prince. Displacing a crown prince was an unprecedented move, but in many respects bin Nayef was a solid choice for a successor. For years, he had served as interior minister. After the attacks of September 11, 2001, he had presided over a vicious fight with Al Qaeda, in which his security forces tortured and killed suspected insurgents. In 2009, the group retaliated by sending a suicide bomber to kill bin Nayef, who suffered damage to one hand and lasting pain from his injuries. Bin Nayef forged close relationships with American officials. “He was the go-to person on counterterrorism,” a senior counterterrorism official in the Obama Administration told me. For King Salman, the choice of bin Nayef was politically astute for another reason: his only children were two daughters, which meant that his ascension would be less threatening to others, because no one in his bloodline could succeed him. The selection of M.B.S. as deputy crown prince promised less stability. At twenty-nine years old, he was younger than many of his rivals but undeniably King Salman’s favorite. Joseph Westphal, the U.S. Ambassador to Saudi Arabia from 2013 to 2017, told me that whenever Salman introduced M.B.S. to a stranger he said, with evident pride, “This is my son.” M.B.S. gives the impression of being comfortable with Western mores. In meetings with American women, he shakes their hands and looks them in the eye, which not every Saudi official will do. Once, during a meeting at the home of Secretary of State John Kerry, M.B.S. spotted a grand piano, walked over, and began playing the “Moonlight” Sonata. His favorite diversion is Call of Duty, the video game. But his English is halting, and among his brothers — he has nine — he is unusually bound to Saudi Arabia.

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SCENARIO

La scelta di re Salman di insediare bin Nayef fu una mossa politicamente astuta anche per un’altra ragione: la sua prole era composta da due figlie femmine e ciò significava che la sua ascesa sarebbe stata meno minacciosa, poiché nessuno avrebbe potuto succedergli. La scelta di MBS come vice principe ereditario invece offriva molta meno stabilità. A 29 anni, era più giovane di molti suoi rivali ma chiaramente il favorito da re Salman. Joseph Westphal, ambasciatore in Arabia Saudita dal 2013 al 2017, racconta che quando Salman presentava MBS a qualcuno ne andava visibilmente fiero: «Questo è mio figlio» diceva. MBS dà l’impressione di sentirsi a proprio agio con i costumi occidentali. Negli incontri con le donne americane stringe loro le mani e le guarda negli occhi, cosa che nessun altro funzionario saudita oserebbe mai fare. Una volta, durante una riunione a casa dell’ex Segretario di Stato americano John Kerry, MBS intravide un pianoforte a coda, si avvicinò e iniziò a suonare la Sonata Chiaro di luna. Il suo passatempo preferito è il videogioco Call of Duty ma il suo inglese è altalenante e tra i suoi fratelli - ne ha nove - è quello più insolitamente legato all’Arabia Saudita. Secondo i suoi amici, quando era adolescente faceva spesso visita a ricchi uomini d’affari per raccogliere investimenti per il suo fondo personale: in

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In his teens, according to people who know him, he visited a series of wealthy businessmen and asked them to put money into his personal investment fund. In a matter of weeks, he raised thirty million dollars. “He’s the son of Salman,” M.B.S.’s friend told me. “It’s not like anyone was going to say no.” According to a story that circulates in Riyadh, M.B.S. demanded that a Saudi land-registry official help him appropriate a property. After the official refused, he received an envelope with a single bullet inside. The episode earned M.B.S. the street name Abu Rasasa, or “father of the bullet.” “The story is true,” the friend said. In addition to being deputy crown prince, M.B.S. was appointed to positions that gave him vast powers over foreign and domestic policy. He was named defense minister, head of the kingdom’s economic-planning council, and chief of Aramco, the national oil company and the central pillar of the country’s economy. When King Salman named bin Nayef crown prince, some Saudis speculated that the King envisioned him as a sort of caretaker, running the government until M.B.S. could be installed. “I don’t think Salman ever intended to make bin Nayef king,” a prominent Saudi analyst told me. “I think he was just waiting for the moment when M.B.S. was ready.” But bin Nayef was a popular figure, and bypassing him would have aroused resistance


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poche settimane, raccolse trenta milioni di dollari: «È il figlio di Salman», dice un amico di MBS: «Non potevi certo dirgli di no». Secondo una storia che circola a Riad, MBS una volta chiese a un funzionario del registro dei terreni di aiutarlo a ottenere una proprietà. Dopo essersi rifiutato, il funzionario ricevette una busta contenente una pallottola. L’episodio valse a MBS il soprannome di strada “Abu Rasasa,” o “padre del proiettile”. «La storia è vera» sostiene il suo amico. Oltre a essere il vice principe ereditario, a MBS vennero assegnate alcune posizioni che gli offrirono ampi poteri sulla politica estera e interna del suo Paese. Fu nominato ministro della Difesa, capo del Consiglio per la pianificazione economica del Regno, e capo della Saudi Aramco, la compagnia petrolifera nazionale e pilastro centrale dell’economia del Paese. Quando re Salman nominò bin Nayef principe ereditario, molti sauditi pensarono che il re lo avesse messo a guardia del governo per tenerlo sotto controllo finché non si sarebbe insediato MBS: «Non credo che Salman abbia mai avuto intenzione di fare bin Nayef re» spiega un analista saudita. «Penso stesse solo aspettando il momento in cui MBS fosse pronto». Ma bin Nayef era un personaggio popolare, e scavalcarlo avrebbe suscitato troppe tensioni nella famiglia reale. Da fuori sembrava che MBS e bin Nayef lavorassero bene insieme. MBS stava attento ad aderire attentamente al protocollo reale; durante le riunioni con i leader stranieri chiedeva spesso il permesso a bin Nayef per parlare. Nel 2016, Joseph Westphal chiese a MBS chi pensava sarebbe stato il successore di re Salman e la risposta fu: «Abbiamo un principe ereditario, e storicamente il principe ereditario diventa sempre il re». Sotto la superficie, tuttavia, le tensioni interne crescevano. MBS compieva le sue manovre per ridurre il potere in mano al suo rivale e il suo posto alla guida dell’economia e dei militari gli permisero di sollevare bin Nayef da buona parte dei suoi incarichi quotidiani. Nel nome dell’efficienza burocratica, eliminò il consiglio di consulenti che rispondeva direttamente a bin Nayef, privandolo così della maggior parte del suo staff personale. La sera del 21 giugno, gli spettatori di Al Arabiya, il notiziario della tv di stato saudita, hanno assistito a una scena surreale: MBS, con la faccia avvolta in una keffiah rossa e bianca, si è avvicinato al suo rivale bin Nayef baciandogli teatralmente la mano e inchinandosi alle sue ginocchia. Prima che MBS avesse il tempo di spiegare il gesto, bin Nayef prende la parola e dichiara al cugino: «Ti assicuro fedeltà, nel bene e nel male». MBS si alza in piedi e, agitando vigorosamente la mano di Bin Nayef, dice: «Cercheremo sempre la tua guida». Il filmato, lungo ventiquattro secondi, aveva lo scopo di annunciare che MBS sarebbe succeduto pacificamente a bin Nayef come futuro re dell’Arabia Saudita.

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within the royal family. Outwardly, M.B.S. and bin Nayef worked smoothly together. M.B.S. adhered carefully to royal protocol; at meetings with foreign leaders, he sometimes asked bin Nayef ’s permission to speak. In 2016, Joseph Westphal asked M.B.S. who he thought would succeed King Salman. “He said, ‘We have a crown prince, and historically the crown prince always becomes the king,’

La diffidenza dei sauditi al consolato di Istanbul Under the surface, though, tensions grew, as M.B.S. maneuvered to reduce his rival’s power. His directorship of the economy and of the military allowed him to crowd out bin Nayef ’s daily duties. In the name of streamlining the government, he eliminated a council of advisers who answered to bin Nayef, depriving him of most of his professional staff. On the evening of June 21st, viewers of Al Arabiya, the Saudi state news channel, witnessed a surreal scene: M.B.S., his face shrouded by a red-andwhite checked kaffiyeh, strode up to his rival bin Nayef, theatrically kissed his hand, and dropped to his knees. Before M.B.S. could explain himself, bin Nayef declared his fidelity to his cousin: “I pledge allegiance to you, through the best and the worst.” M.B.S. stood up and, furiously shaking bin Nayef ’s hand, offered his own affirmation: “We will always seek your guidance.” The film clip, twenty-four seconds long, was intended to announce that M.B.S. had peacefully succeeded bin Nayef as the next king of Saudi Arabia.

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SCENARIO

In realtà, il trasferimento di potere era stato tutt’altro che amichevole. La sera prima, secondo fonti saudite e americane, bin Nayef era stato convocato per un incontro con re Salman. Giunto al palazzo, le guardie lo circondarono, gli confiscarono il telefono e gli ordinarono di abdicare. Bin Nayef si rifiutò. Secondo l’ex funzionario americano, fu costretto a rimanere in piedi per diverse ore, il che, a causa delle ferite persistenti causate dall’attacco suicida, gli causò dei dolori lancinanti. Una fonte ha riferito che le guardie avevano minacciato di annunciare che bin Nayef era dipendente agli antidolorifici, un’affermazione che l’ex ufficiale americano avrebbe smentito: «Dubito davvero che avrebbero fatto qualcosa del genere». Con l’arrivo dell’alba, bin Nayef accettò la resa. MBS nominò come nuovo ministro degli Interni un suo parente Abdul-Aziz fedele. Bin Nayef fu rinchiuso nella sua abitazione, dove perfino alcuni dei suoi fu un padre amici americani più potenti, tra cui i due ex direttori della C.I.A. George Tenet e prolifico: si John Brennan, non riuscirono a raggiunvantava di gerlo. La strada di MBS verso il trono era stata finalmente aperta. aver sposato

In fact, the transfer of power was anything but amicable. The night before, according to Saudi and American sources, bin Nayef had been summoned to a meeting with King Salman. At the palace, guards surrounded him, confiscated his phone, and demanded that he abdicate. Bin Nayef refused. According to the former American official with contacts in the region, he was forced to stand for several hours, which, because of lingering injuries from the suicide attack, caused excruciating pain. One source told me that the guards threatened to announce that bin Nayef was addicted to painkillers, an allegation that the former American official dismissed: “I really doubt he did anything like that.”

«non meno di 130 vergini» e di aver avuto almeno 42 maschi e 55 femmine. Dalla sua morte, nel 1953, la successione reale fu determinata sul principio agnatico.

As dawn neared, bin Nayef agreed to surrender his position. M.B.S. installed a new interior minister, a relative believed to be loyal to him. Bin Nayef was confined to his house, where even some of his most powerful American friends, including the former C.I.A. directors George Tenet and John Brennan, were not able to reach him. M.B.S.’s way to the throne was finally clear.

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Donald Trump e Re Salman ballano la tradizionale Danza delle Spade (21 maggio 2017)


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A GEOPOLITICAL EXPERIENCE

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LAST DAYS OF JAMAL KHASHOGGI Nato a Medina nel 1958, Jamal Khashoggi ha studiato economia aziendale negli Stati Uniti all’Indiana State University. Dopo essere rientrato in Arabia Saudita, negli anni Ottanta ha iniziato la sua carriera di giornalista. Segue l’invasione delle truppe sovietiche in Afghanistan e racconta l’ascesa del leader di Al Qaeada Osama Bin Laden. La sua fama di giornalista autorevole cresce. Per decenni è stato vicino alla famiglia reale saudita, ricoprendo anche l’incarico di consigliere del governo. Nel 2017 il cambio di linea con l’auto-esilio negli Stati Uniti da dove, per il Washington Post, firma una rubrica mensile con commenti duri nei confronti del giovane erede al trono saudita. Nell’ultima puntata della sua rubrica (11/09/18), critica il coinvolgimento dell’Arabia Saudita in Yemen. Ecco quanto è avvenuto a Jamal Khashoggi nel momento in cui ha messo piede nel consolato saudita a Istanbul.

Born in Medina in 1958, he studied business administration in the US at Indiana State University. He then returned to Saudi Arabia and started his career as a journalist in the 1980s as a reporter for regional newspapers covering the Soviet invasion of Afghanistan. As a prominent journalist, he covered major stories including the Soviet invasion of Afghanistan and the rise of Osama Bin Laden for various Saudi news organisations. For decades, he was close to the Saudi royal family and also served as an adviser to the government. But he fell out of favour and went into self-imposed exile in the US last year, 2017. From there, he wrote a monthly column in the Washington Post in which he criticised the policies of Crown Prince Mohammed bin Salman. In his last column (09/11/18), he criticised Saudi involvement in the Yemen conflict. Here’s what happened that day near the saudi consulate in Istanbul.

SEPTEMBER 28TH Khashoggi si reca per la prima volta al consolato saudita di Istanbul per ottenere un documento che attesti il divorzio dalla ex moglie.

Khashoggi pays a first visit to the Saudi consulate in Istanbul to obtain a document attesting he had divorced his ex-wife.

OCTOBER 2ND 03:28 Un primo jet privato con a bordo sospetti agenti sauditi atterra all’aeroporto di Istanbul.

03:28 The first private jet carrying suspected Saudi agents arrives at Istanbul airport.

05:05 Il gruppo di uomini viene ripreso mentre controlla due hotel nei pressi del consolato saudita.

05:05 The group is seen checking into two hotels near the Saudi consulate building.

12:13 Telecamere a circuito chiuso piazzate nella strada in cui si trova il consolato riprendono l’arrivo di alcune vetture diplomatiche. A bordo agenti sauditi.

12:13 Several diplomatic vehicles are filmed arriving at the consulate, allegedly carrying some of the Saudi agents.

13:14 Le telecamere di sorveglianza registrano l’ingresso nel consolato di Kashoggi, accompagnato dalla fidanzata, che lo aspetterà fuori.

13:14 Accompanied by Cengiz - who waited outside the consulate - Khashoggi is recorded by surveillance cameras entering the building

15:08 Le vetture diplomatiche lasciano il consolato e vengono riprese mentre si spostano verso la residenza del console saudita, vicino al consolato.

15:08 Vehicles leave the consulate and are filmed arriving at the nearby Saudi consul's residence.

17:15 Un secondo jet privato con a bordo diverse persone, presumibilmente funzionari sauditi, atterra a Istanbul. 17:33 Le telecamere inquadrano la fidanzata di Khashoggi, ancora in attesa del compagno. 18:20 Riparte uno dei jet privati che era arrivato a Istanbul. Il secondo jet parte alle 21:00. La misteriosa fine di Khashoggi è già diventata una notizia.

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17:15 A second private jet carrying a number of suspected Saudi officials lands in Istanbul. 17:33   Khashoggi’s fiancée, Hatice Cengiz, is seen on CCTV waiting outside the consulate. 18:20  One of the private jets departs from Istanbul airport. The other plane leaves at 21:00. The misterious end of Khashoggi has already become a news.

(Source: BBC, Al Jazeera)

BABILON N°3


FRANCIA, SCONTRI IN PIAZZA PER IL CARO BENZINA

LA VIGNETTA

A cura di Sankara A GEOPOLITICAL EXPERIENCE

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SCENARIO

BIN SALMAN’S OBSTACLE COURSE BY VALERIO MAZZONI

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ono passati ormai due anni dall’ascesa al trono del principe ereditario Mohammad bin Salman. Un nuovo principe, giovane, aperto culturalmente, visionario in economia. Più liberale e attento ai diritti umani. Un film perfetto, soprattutto se la Vision 2030 che MbS ha in mente dovesse andare in porto come preventivato dalla parte più giovane della famiglia Saud che lo appoggia. L’ascesa fulminante al trono saudita non conosce ostacoli, sembrerebbe. Un percorso già tracciato, da percorrere soltanto. Può esserci spazio alle opposizioni su questo cammino verso il futuro saudita? La risposta è no. Almeno per ora. Mohammad bin Salman nella sua visione futuristica che mira al 2030 sembrava avesse individuato già da tempo da quali sponde sarebbero potuti spuntare i suoi nemici. Vecchi o nuovi che fossero. Se i primi passi del suo regno in divenire sono stati segnati dalla rimozione dei suoi ex predecessori che ne avevano osteggiato l’ascesa, lo zio Mohammad bin Nayef su tutti, pochi mesi dopo il nuovo principe ereditario ha provveduto a rimuovere dal suo cammino anche chi, un suo nemico, lo sarebbe potuto diventare domani. La notte del Ritz Carlton Hotel passerà alla storia come una delle guerre lampo interne più veloci nella storia del Regno Saudita. Una manovra simile, con simili quantità di soldi sequestrati in tutto il mondo e con una simile velocità di esecuzione, richiede mesi di programmazione. Millecinquecento conti bancari chiusi, o congelati, nella nebulosa galassia degli investimenti internazionali degli uomini più ricchi dell’Arabia Saudita non sono uno scherzo da poco. Con quest’operazione il principe aveva in mente tre obiettivi da centrare. Il primo consisteva nel lanciare un messaggio. Nel Regno non c’è spazio per gli oppositori. Presenti, passati o futuri che siano. Il messaggio è stato inviato con successo e sembra sia stato recepito. Il secondo obiettivo era presentare il nuovo volto del Regno nel mondo. È finito il tempo della corruzione dilagante nella terra dei Saud. Non sarà più concesso neanche agli stessi membri della famiglia reale intascare illecitamente un solo centesimo. Colpo di mano alla corruzione,

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wo years have passed since Crown Prince Mohammad bin Salman ascended to the throne. A new prince, young, culturally open, a visionary in economics. More liberal and attentive to human rights. A perfect film, especially if the Vision 2030 that MbS has in mind were to go to port as budgeted by the younger part of the Saud family that supports it. The fulminating ascent to the Saudi throne knows no obstacles, it would seem. A path already traced, only to be followed. Can there be room for opposition on this path to the Saudi future? The answer is no. At least for now. Mohammad bin Salman in his futuristic vision focused on 2030 seems to have long from which trenches his enemies could emerge. Both old and new. If the first steps of his becoming kingdom were marked by the removal of his former predecessors who had opposed his ascent, especially his uncle Mohammad bin Nayef, a few months later the new crown prince took steps to remove even potential future enemies from his path. The night at the Ritz Carlton Hotel will go down in history as one of the fastest inner flash wars in the history of the Saudi Kingdom. Such a maneuver, with that amount of money seized from all over the world and with that speed of execution requires months of programming. Five hundred and fifty closed or frozen bank accounts in the galaxy of international investment by the richest men in Saudi Arabia is no joke. With this operation, the prince had three objectives. The first was to send a message. In the Kingdom there is no room for opponents. Past, present or future. The message was successfully sent and seems to have been received. The second objective was to present the new face of the kingdom to the world. The time of rampant corruption in the land of the Saud is over. It will no longer be allowed, even for members of the royal family, to illegally pocket a single cent. A blow to corruption, but respecting the rules of the game. All those held in the Ritz Carlton Hotel will be rightly tried. The guilty will pay what they owe in the name of justice. Unless they are willing to pay


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ma rispettando le regole del gioco. Tutti i sequestrati del Ritz Carlton Hotel saranno giustamente processati. I colpevoli pagheranno il loro conto salato con la giustizia. A meno che non siano disposti a pagare una penale per chiudere anticipatamente la pratica. E questo ci porta dritti al terzo obiettivo che il giovane Salman si poneva. Un salvagente economico stimato attorno ai 300 miliardi di dollari, se mai riuscirà l’impresa di intascare tutte le penali degli indagati coinvolti. Un ammortizzatore che dovrebbe essere riutilizzato per affrontare al meglio le ingenti riforme economiche e sociali che attendono il Paese. La Vision 2030 saudita, inevitabilmente, intaccherà il tessuto sociale del Paese. Il mercato del lavoro dovrà essere aperto a chiunque, se si vorrà sgravare il Regno dai sussidi che lo stesso versa ai suoi cittadini. L’operazione di Salman, in apparenza, sembra semplice. Meno sussidi, più tasse, uguale più diritti concessi. Questi porteranno la parte regnante della dinastia Saud in collisione anche con il clero wahhabita, il garante dell’integrità spirituale del Regno. Da questo campo potrebbe giungere qualche problema? Non sembrerebbe. L’arresto, due anni fa, dell’importante imam del clero wahhabita Muhammad Muhaysini, fu anch’esso un messaggio chiaro da lanciare a un’altra categoria di oppositori. Cosa ne resta, allora, degli oppositori interni di MBS, se anche la categoria dei giornalisti è stata messa sull’attenti con il raccapricciante scandalo di Kashoggi? Niente. Perché è così che funziona, e funzionerà, nel Regno che verrà del giovane Salman. Al netto delle difficoltà che il principe ereditario troverà sul suo cammino. Si può ipotizzare, allo stato attuale, una figura che possa spodestare, o minimamente scalfire MBS dalla sua ascesa al trono? Non sembrerebbe. In fondo è così che funziona ovunque non siano rispettati i canoni classici della democrazia. L’opposizione, se concessa, è esule, in esilio. E anche lontano dal Regno, è sempre meglio tenere un occhio aperto. Così funziona in Russia, Egitto, Turchia e ovunque ci siano figure che accentrino nelle sole loro mani il potere. Salman, sotto questo punto di vista, non fa alcuna differenza. Se, e quando, emergerà una figura in grado di sfidare l’erede al trono dei Saud ce ne accorgeremo. Perché parte del potere, lentamente, inizierà a scivolare via dalle mani del principe. L’Arabia Saudita non è un Paese da colpo di stato. Per ora al principe è concesso quasi tutto, anche se l’affaire Kashoggi potrebbe portare alla luce qualche crepa nascosta. Ma per ora l’opposizione rimane non pervenuta.

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a penalty to close their cases early. And this leads us straight to the third goal that young Salman posed. An economic lifejacket estimated at $300 billion, if they ever manage to pocket all the penalties of the suspects involved. A shock absorber that should be reused to best manage the huge economic and social reforms that await the country. The Saudi Vision 2030 will inevitably affect the social fabric of the country. The labor market must be open to anyone, if the kingdom is to be relieved of the subsidies it pays to its citizens. The operation of Salman, apparently, seems simple. Less subsidies, more taxes, more equal rights granted. This, however, will bring the ruling part of the Saud dynasty to clash with the Wahhabite clergy, the guarantor of the spiritual integrity of the kingdom. Could some problems arise from this camp? It would not seem. The arrest, of the important imam of the Wahhabite clergy Muhammad Muhaysini two years ago was another clear message to another category of opponents. What then remains of MBS’s internal opponents, even if the category of journalists has been brought to our attention with the horrifying Kashoggi scandal? Nothing. Because that's how it works, and how it will work, in the coming kingdom of young Salman. Excluding difficulties the Crown Prince will find in his path. Can we imagine that a figure, at present could displace or even scratch MBS on his ascent to the throne? It would seem unlikely. After all, this is how it works where the traditional standard practices of democracy are not respected. The opposition, if granted, is exiled, in exile. Even far from the kingdom, it is always best to keep an eye open. This is how it works in Russia, Egypt, Turkey and wherever there are individuals that concentrate power in their own hands. Salman, under this point of view, is no different. If, and when, a figure emerges to challenge the heir to the Saud throne, we will see. Because part of the power, slowly, will start to slip away from the prince's hands. Saudi Arabia is not a coup d’etat country. For now thepPrince is granted almost everything, even if the Kashoggi affair could bring a hidden crack to light. But for now the opposition remains unaddressed.

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SCENARIO

THE WAR OF THE PRINCES HAMZA BIN LADEN LANCIA LA SFIDA A MOHAMMAD BIN SALMAN. ENTRAMBI SAUDITI, GIOVANI ED EREDI A UN “TRONO” BY VALERIO MAZZONI

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Hamza bin Laden attende. Saudita, millennial, ambizioso. Un cognome pesante da portare ed erede al trono anche lui. Hamza attende, probabilmente al confine tra il Pakistan e l’Afghanistan. Gli ultimi due Paesi che ospitarono suo padre, il principe del terrore, Osama bin Laden. La sua attesa però non è passiva. Hamza studia, apprende dal suo maestro. Ayman al Zawahiri, il dottore egiziano attuale leader di Al Qaeda. Mentre continua il suo processo di formazione, iniziato da giovane tra le case-prigione iraniane e i rifugi in Pakistan, comincia a farsi conoscere a colpi di articoli, comunicati e audio messaggi. Il suo impeto giovanile, che spes-

Hamza bin Laden waits. Saudi, millennial, ambitious. With a heavy surname to bare, he is also heir to a throne. Hamza is waiting, probably on the border between Pakistan and Afghanistan, the last two countries that hosted his father, the prince of terror, Osama bin Laden. However, his waiting is not passive. Hamza studies, learns from his teacher, Ayman al Zawahiri, the current Egyptian leader of Al-Qaeda. As he continues his training process, started as a young man between Iranian prison houses and shelters in Pakistan, he begins to make himself known by means of articles, press releases

onosciamo bene Mohammad Bin Salman. Negli ultimi due anni abbiamo imparato a comprendere quale posto vede nel mondo per il Regno Saudita. Un Paese nuovo, proiettato nel futuro. Una nuova economia, più libera dal giogo del mercato degli idrocarburi. Una Paese culturalmente più aperto, svincolato dalla visione radicale wahhabita dell’Islam. Perché MBS sa perfettamente che economia e religione, il profano e il sacro, nel suo Regno, si toccano e si influenzano a vicenda. Cambiare l’economia senza modificare i rapporti sociali e i pilastri culturali del Paese è impossibile. Vision 2030, il piano economico e culturale ideato dal Principe, giocoforza, passerà dalla riscrittura del patto sociale che ha dato vita alla nazione e l’ha tenuta in piedi. Difficile prevedere la riuscita o meno di un piano così visionario. Il Principe agisce, imponendo i ritmi della sua visione. C’è chi lo segue, convinto della bontà del suo piano, o perché capisce che al momento accodarsi a MBS è l’unico modo di accedere a un po’ di potere. C’è chi l’osteggia, magari perché critico verso una manovra che può far deflagrare la nazione, o perché non accetta l’accentramento del potere nelle mani del principe. Infine c’è chi attende. Lontano da Riyad e dalla corte reale saudita, il palazzo al Yamama. Lontano dai circoli silenziosi dell’opposizione interna.

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e know Mohammad Bin Salman well. Over the last two years we have learned to understand what place the world sees for the Saudi Kingdom. A new country, projected into the future. A new economy, free from the domination of the hydrocarbon market. A more culturally open country, released from the radical Wahhabite view of Islam. Because MBS knows perfectly well that the economy and religion, the profane and the sacred, in his Kingdom, touch and influence each other. Changing the economy without changing social relations and cultural pillars of the country is impossible. Vision 2030, the economic and cultural plan conceived by the prince, inevitably, will pass from the rewriting of the social pact that gave life to the nation and kept it on its feet. It is difficult to foresee the success or failure of such a visionary plan. The prince acts, imposing the rhythms of his vision. There are those who follow him, convinced of the good of his plan, or because they understand that tagging along behind MBS is the only way to access a bit of power. There are those who oppose him, perhaps critical of a maneuver that can make the nation explode, or because they do not accept the centralization of power in the hands of the Prince. Finally, some wait. Far from Riyadh and the Saudi royal court, the palace at Yamama. Far from the silent circles of the internal opposition.


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so sfocia nella ferocia tradita da un timbro di voce che tende ad alzarsi al culmine delle sue invettive, si sposa alla perfezione con il tono più remissivo e pacato di al Zawahiri. Le sue invettive spaziano e colpiscono ovunque si trovino i nemici del jihad e della sua Umma. Invoca all’azione, a colpire i crociati in qualsiasi modo e in qualsiasi luogo. Grida vendetta per la Palestina, attacca l’Iran. E insieme all’Iran accusa l’Arabia Saudita, rea, tra le varie colpe che ha, di non riuscire a contenere l’espansione della mezzaluna sciita. Il Regno Saudita, però, non ricopre un ruolo marginale nella produzione mediatica di Hamza bin Laden. Tutt’altro. Hamza trova sempre un modo o un pretesto per attaccare il Paese guidato da Mohammad bin Salman. Ma non invoca o spera di provocare un regime change nel Regno Saudita. Semplicemente, prepara la strada se un domani la visione reale dovesse naufragare. L’organizzazione al momento non gode di abbastanza potere nel Regno Saudita. Non ci sono opposizioni estremiste di stampo religioso sunnita da infiltrare. Al Qaeda

and audio messages. His youthful impetus, which often results in ferocity betrayed by a tone of voice that tends to rise at the height of his tyrades, works perfectly with the more submissive and calm tone of al Zawahiri. His rants range and strike wherever the enemies of jihad and his Umma are to be found. Call to action, strike the crusaders any way and anywhere. He cries revenge for Palestine, attack Iran. And alongside Iran, he accuses Saudi Arabia, among other sins, of not being able to contain the expansion of the Shiite crescent. The Saudi Kingdom, however, does not play a marginal role in the media production of Hamza bin Laden. Quite the contrary. Hamza always finds a way or a pretext to attack Mohammad bin Salman’s country. But he does not invoke or hope to provoke a change in regime in the Saudi Kingdom. He simply paves the way should the royal vision fail. The organization currently does not enjoy enough power in the Saudi Kingdom. There are no extremist oppositions of a Sunni religious mold to infiltrate. There are few field operapunta tives because many have done a hijrah su Hamza to Yemen. Above all, the social fabric of the country presents cracks not yet per portare a deep enough to allow Al-Qaeda’s idetermine il jihad ology to take root as they would like.

Gli operativi sul campo sono pochi, perché molti hanno compiuto l’hijrah verso lo Yemen. Soprattutto, il tessuto sociale del Paese presenta delle crepe non ancora abbastanza profonde da permettere all’ideologia qaedista di attecchire come vorrebbe. Senza operativi e senza sostegno della popolazione è inutile qualsiasi azzardo e questo la leadership centrale del gruppo lo comprende perfettamente. Memore della cocente disfatta patita dall’organizzazione quando nel 2003 diede il via alla stagione di attentati nel Paese. Sconfitta per giunta infertagli, ironia della sorte, dall’ex designato erede al trono saudita, il principe Mohammad bin Nayef. Nel mentre Al Qaeda prepara il terreno, conscia del fatto che l’occasione, se mai dovesse presentarsi, potrebbe rappresentare un momento spartiacque nella storia dell’organizzazione. Programmazione, pazienza, sguardo rivolto al futuro. Hamza però, proprio come la sua nemesi Mohammad bin Salman, ha anche una visione. Un disegno ispirato e condiviso dal leader in carica al Zawahiri e da buona parte del suo gruppo. Hamza è il “Leone del Din” su cui Al Qaeda punta per tentare di portare a termine la guerra civile che affligge il panorama jihadista. Lignaggio e sangue non si imparano e non si acquisiscono. Hamza bin Laden, nonostante sia al vertice dell’organizzazione acerrima rivale dello Stato Islamico, è il figlio della leggenda del jihad. È l’erede di Osama bin Laden, il figlio che nella volontà del padre non avrebbe dovuto seguire le orme paterne. La storia però è andata diversamente. Hamza vuole riuscire dove il padre ha fallito.

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Without operatives or the population’s support, any risk is useless and the central leadership of the group understands it perfectly, aware of the bitter defeat suffered by the organization in 2003 during a season of attacks in the country. Defeated in turn, ironically, by the former designated heir to the Saudi throne, Prince Mohammad bin Nayef. Meanwhile, Al-Qaeda prepares the ground, aware of the fact that the opportunity, if ever it should arise, could represent a watershed for the organization. Planning, waiting patiently while looking towards the horizon. Hamza, just like his nemesis Mohammad bin Salman, also has a vision. An inspired design shared by the current leader of the Zawahiri and a large part of his group. Hamza is the "Lion of the Din" on which Al Qaeda aims to try to complete the civil war that afflicts the jihadist scene. Lineage and blood cannot be learned or acquired. Hamza bin Laden, despite being at the top of the bitter rival organization of the Islamic State, is the son of the jihad legend. He is the heir of Osama bin Laden, the son who, according to his father's will, should not have followed in his footsteps. But the story went differently. Hamza wants to succeed where his father has failed.

Nella pagina precedente e in alto: Hamza Bin Laden oggi e da giovane, al fianco del padre.

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SCENARIO

FRIENDS AND ENEMIES OF SAUDI ARABIA BY ANTHONY ROBERTS

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no dei più grandi amici di MBS è un uomo potentissimo il cui acronimo dice già molto del rapporto tra i due: si chiama MBZ, Mohammed Bin Zayed, ed è il principe ereditario di Abu Dhabi, politicamente il più importante dei sette emirati che compongono gli Emirati Arabi Uniti. Inondato dai ricavi del petrolio e della fiorente città-stato di Dubai, MBZ ha reso gli Emirati una sorta di Singapore mediorientale: ricca, efficiente e autoritaria. Il principe, non ancora cinquantenne, è un ex pilota di elicotteri militari dal portamento modesto e all’occidentale, che tradisce la sua enorme influenza su tutto il Medio Oriente e oltre, a cominciare dagli Stati Uniti.

O

ne of MBS’s greatest friends is an incredibly powerful man whose own acronym already speaks volumes of their relationship: MBZ, Mohammed Bin Zayed, the crown prince of Abu Dhabi, the most important, politically speaking, of the seven emirates that make up the UAE. Bathing in revenue from oil and the flourishing city-state of Dubai, MBZ has transformed the Emirates into a sort of Middle Eastern Singapore, rich, efficient and authoritarian. The prince, not yet fifty, is a former military helicopter pilot known for his modest poise and Western ways that contradict his enormous influence over the entire Middle East and beyond, starting with

MBZ ha sempre visto in MBS un se stesso più giovane, ed è stato il primo a spendersi per farlo arrivare dove è oggi. Scrive Dexter Filkins del New Yorker del rapporto tra loro: «I due reali hanno una visione geopolitica molto simile. MBS ha fatto riferimento alla Fratellanza Musulmana e ai suoi alleati come le “forze del male” e, come MBZ, considera l’Iran come il grande nemico del suo Paese. Questa rivalità risale fino all’Impero Safavide, che nel XV secolo travolse la Persia e governò su gran parte del mondo arabo per due secoli. Negli ultimi anni, i funzionari sauditi e degli Emirati hanno guardato con allarme alla presenza sempre più dominante in tutta la regione del regime sciita». L’avversità per di entrambi l’Iran è tale che, insieme, Riad e Doha si sono spinti nel 2015 a intervenire militarmente nello Yemen, dove i ribelli sciiti Houthi sostenuti dall’Iran hanno messo la capitale Sanaa sotto assedio, convinti di riuscire a prendere il potere anche a costo di dividere in due il Paese. Questo è costato a sauditi ed emiratini una guerra prolungata che ancora nel 2018 non conosce fine, mentre ha prodotto una crisi umanitaria senza precedenti nella regione, che ha già fatto oltre diecimila morti, la maggior parte dei quali per carestia, e dove è in corso anche un’epidemia di colera. MBZ si è era speso molto a Washington per ac-

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La “foto di famiglia” al G20 di Buenos Aires (30 nov 2018)


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creditare MBS come il futuro dell’Arabia Saudita, e per rimarcare il pericolo rappresentato dall’Iran. Su entrambi gli aspetti, ha trovato terreno fertile e un sostegno forte da parte dell’Amministrazione Trump. Da questi punti condivisi, è nato il tour del maggio 2017, che ha visto Donald Trump visitare Arabia Saudita e Israele, danzando con le spade in mano insieme ai principali esponenti delle tribù arabe del Golfo e stringendo con Riad il più grande accordo di armi nella storia americana, per un valore di 110 miliardi di dollari in un colpo solo. In quell’occasione, il padre di MBS Salman, Al Sisi dell’Egitto e Donald Trump hanno inaugurato un centro anti-terrorismo multi forze, a ribadire la loro alleanza strategica, poco prima che il presidente americano annunciasse la ferma intenzione degli Stati Uniti di trasferire la propria ambasciata israeliana da Tel Aviv a Gerusalemme Est (cosa che poi è avvenuta ufficialmente il 14 maggio 2018). A quel vertice era presente anche l’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad al-Thani che, come MBS, è un uomo giovane, ambizioso e molto potente. Al Thani guida un paese che dipende dalle importazioni estere per quasi tutto fuorché il petrolio e gas, di cui è ricchissimo (al punto da potersi permettere una certa indipendenza politica anche da Riad). Al contrario di MBZ, l’emiro del Qatar non è mai stato un grande estimatore di MBS. Anzi, ne ha sempre temuto l’audacia e l’odio viscerale nei confronti dell’Iran, preferendogli da sempre il cugino Bin

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the United States. MBZ has always viewed MBS as a younger version of himself and was the first to expend his efforts to make him who is he today. Dexter Filkins of the New Yorker writes: “The two royals share a view of geopolitics. MBS has referred to the Muslim Brotherhood and its allies as “forces of evil” and, lik MBZ, he considers Iran his country’s greatest enemy. The rivalry dates to the time of the Safavid Empire, which swept out of Persia in the fifteen-hundreds and ruled parts of the Arab world for two centuries. In recent years, Saudi and Emirati officials have watched in alarm as the Shiite regime in Iran has established an increasingly dominant presence throughout the region.” The adversity to Iran for both is such that, in 2015, Riyadh and Doha joined forces to intervene militarily in Yemen, where Houthi Shiite rebels supported by Iran sieged the capital, Sanaa, convinced that they would be able to take power, even if it meant dividing the country in two. This cost the Saudis and Emirates a long war that, still, in 2018, knows no end, while creating an unprecedented humanitarian crisis in the region, costing over 10,000 lives, primarily from hunger, and from the current cholera epidemic. MBZ invested heavy efforts in Washington to sell MBS as the future of Saudi Arabia and to stress the danger represented by Iran. On both of these missions he found fertile ground and strong support in the Trump Administration. These shared views led to the May 2017 tour, during which Donald Trump visited Saudi Arabia and Israel, dancing with sword in hand alongside chief exponents of Arab Gulf tribes and, in Riyadh, signing the largest arms agreement in American history, with $110 billion in a single go. For the occasion, the father of MBS, Salman, Egypt’s Al Sisi and Donald Trump inaugurated a new multi-force anti-terrorism center to reaffirm their strategic alliance just before the American president announced his intention to transfer his embassy to Israel from Tel Aviv to East Jerusalem, which officially occurred on 14 May 2018. Participating in the summit were also the emir of Qatar, Tamim bin Hamad al-Thani who, like MBS, is young, ambitious and powerful. Al-Thani leads a petroleum and gas-rich country (so much so that it can afford a level of political independence even from Riyadh) that relies almost exclusively on foreign imports for everything else. Unlike MBZ however, the emir of Qatar has never been a declared fan of MBS. On the contrary, he has always feared his audacity and visceral hate for Iran, preferring MBS’s cousin Bin Nayef, former crown prince and minister of the interior, before being stripped of all positions by King Salman. This, in practice, isolated al-Thani in the Persian Gulf and made him an emeny of MBS.

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SCENARIO

d n e i fr

Mohammed Bin Zayed, principe ereditario di Abu Dhabi

Nayef, già designato principe ereditario e ministro dell’Interno, poi esautorato per volere di re Salman. Questo, in pratica, ha reso Al Thani isolato nell’intero Golfo Persico, e nemico di MBS. Il primo segno di attrito tra l’emiro e il nuovo principe ereditario risale al 23 maggio 2017, quando l’agenzia di stampa ufficiale del Qatar batté una dichiarazione inspiegabile da parte dell’Emiro: «L’Iran è un potere islamico che non può essere ignorato nella regione. Hamas è il rappresentante legittimo del popolo palestinese». Queste dichiarazioni, poi rivelatesi false e fabbricate da un hacker mai identificato, hanno sganciato una bomba nell’intero Golfo, perché approvare pubblicamente l’operato dell’Iran rappresenta un gesto inaudito e assai pericoloso per il mondo sunnita. In men che non si dica, infatti, è partito un pesante blocco commerciale contro il Qatar, che dura ancora oggi, e al quale il Paese sta riuscendo a far fronte grazie anzitutto all’Iran e ai ponti aerei della Turchia. L’episodio è davvero molto significativo per capire le alleanze che si fanno e disfano intorno alla regione mediorientale in questi anni tribolati: da un lato, c’è il modello politico-religioso sunnita di Riad che segue la corrente tradizionalista del wahhabismo, cui sono intimamente legati anche Emirati Arabi Uniti, Bahrein, e in second’ordine anche l’Egitto, con gli Stati Uniti nel ruolo di protettore; dall’altro, c’è il modello politico sunnita più

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The first sign of friction between the emir and the new crown prince dates to 23 May 2017 when Qatar’s official press agency published an unexplainable declaration from the emir: “Iran is an Islamic power that cannot be ignored in the region. Hamas is the legitimate representative of the Palestinian people.” These declarations, later revealed to be false and fabricated by an unidentified hacker, detonated a bomb in the entire Gulf, as publically approving of Iran’s doings is unheard of and dangerous in the Sunni world. In no time, a heavy commercial blockade hit Qatar. While the blockage continues, the country manages to continue thanks to Iran and Turkish ‘air bridges’. The episode is truly significant in understanding the alliances that are made and broken in the region in these trying years: on one side there is Riyadh’s Sunni political-religious model that follows traditional Wahhabist currents which are also intimately linked to the United Arab Emirates, Bahrain and to a lesser extent, Egypt with the United States acting as a protector. On the other side there is the more secular Sunni political model, less extremist than Qatar, which, although part of the Wahhabist current, nevertheless demonstrates a closeness to the Muslim Brotherhood currents, starting with Doha’s support to countries involved in the Arab Spring, and in particular, to Islamist factions that


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secolarizzato e meno oltranzista del Qatar che, pur facendo anch’esso parte della corrente wahhabita, tuttavia dimostra grande vicinanza anche alla corrente dei Fratelli Musulmani, a cominciare dal sostegno fornito da Doha ai Paesi coinvolti dalle Primavere Arabe e, in particolare, alle fazioni islamiste che hanno rovesciato i regimi precedenti per imporre governi meno rigidi - a loro dire, improntati più al welfare e ai diritti civili - che si oppongono alla visione centralista e ortodossa di Riad (che, da parte sua, teme che il proliferare di simili idee nel Golfo possa mettere a rischio la tenuta del regno e persino la leadership religiosa delle città sacre di Mecca e Medina). Paure non infondate, quelle di Riad e di MBS in particolare, visto che Doha ha trovato un forte sostegno nella Turchia del presidente Recep Tayyip Erdogan, che con l’emiro Al Thani condivide non soltanto una diversa interpretazione della religione e dello stato rispetto al modello saudita, ma anche basi militari (una in particolare nei pressi della capitale) e accordi economici rilevanti per un valore intorno al miliardo di dollari (dal gas al ferro e acciaio, compreso un fondo d’investimento condiviso). Senza contare che la Turchia è un player imprevedibile, di certo distante dalle logiche del Golfo e che nutre ambizioni geopolitiche indipendenti, aggressive e le cui alleanze si stringono e si disfano nell’arco di pochi anni, addirittura mesi, secondo le convenienze del momento. Molto vicini al Qatar sono anche il Kuwait e l’Oman, dove Doha ha rilevato la compagnia aerea nazionale e investito sulla costruzione di porti marittimi. Senza dimenticare il legame commerciale con l’Iran, con cui il Qatar condivide il più grande giacimento di gas naturale al mondo nelle acque del Golfo (quasi 10mila km quadrati complessivi, denominato North Dome / South Pars), oltre a numerosi accordi commerciali stretti con Cina e India. Il che, secondo i suoi detrattori fa del Qatar la testa di ponte del regime degli Ayatollah iraniani per minare il potere centrale che l’Arabia Saudita riveste storicamente nella regione. Dunque, il Medio Oriente oggi è in un equilibrio precario che offre ben poche certezze e numerose incognite. Il che porta a ritenere che, se il caso internazionale scaturito dalla morte misteriosa di Jamal Khashoggi dovesse comportare la caduta di MBS e del suo piano per rilanciare l’Arabia Saudita nel mondo denominato Vision 2030, ciò sarebbe in grado di minare la tenuta della stessa monarchia dei Saud e, di conseguenza, anche la sopravvivenza del Paese per come oggi lo conosciamo.

A GEOPOLITICAL EXPERIENCE

FRIENDS AND ENEMIES OF SAUDI ARABIA / / / / / / / / / / / / /

have topped previous regimes to seat less rigid governments – in their words more focused on welfare and human rights – that oppose the centralist and orthodox vision from Riyadh (which, for its part, fears that proliferation of similar ideas in the Gulf could threaten the kingdom and even the religious leadership of the sacred cities of Mecca and Medina.) The fears of Riyadh and MBS in particular are not unfounded. Doha has found strong support in Turkey’s President Recep Tayyip Erdogan, with whom Emir al-Thani shares not only a different interpretation of religion and of state than the Saudi model, but also military bases (one in particular near the capital) and economic agreements topping $1 billion (from gas to iron and steel as part of a shared investment plan.) Not taking into consideration that Turkey is an unpredictable player, certainly distant from the logic of the Gulf, that nurtures independent, aggressive geopolitical ambitions, making and breaking alliances within the span of a few years, or even months, to suit their current needs. Very close to Qatar are also Kuwait and Oman where Doha took over the national air company and invested in marine ports. Nor can we forget the commercial agreement with Iran, with which Qatar shares the largest natural oilfield in the world, located in the Gulf waters (nearly 10 thousand square km, called North Dome/South Pars), in addition to numerous commercial agreements with China and India. Which, according to its detractors, makes Qatar the bridgehead of the Iranian ayatollah regime’s undermining of Saudi Arabia’s historic central role in the region. This, the Middle East today lies in a precarious balance that offers little certainly and numerous variables. This leads us to believe that if the international case surrounding Khashoggi’s mysterious death were to topple MBS and his plan to relaunch Saudi Arabia in the world of Vision 2030, it would be capable of undermining the resilience of the monarchy itself, and, consequently survival of the country as we know it.

Nel tondo: Tamim bin Hamad al-Thani, emiro del Qatar

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SCENARIO

THE LITTLE SPARTA OF THE MIDDLE EAST

BY LORENZO NANNETTI

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L’

attuale Segretario alla Difesa USA James Mattis li ha definiti la “piccola Sparta”, considerandoli tra i migliori alleati USA in Medio Oriente, ed è difficile trovare un ambito regionale dove non siano stati attivi. Gli EAU sono in realtà un insieme di sette emirati differenti, di fatto uniti in un’unica realtà e conosciuti principalmente per essere economicamente dinamici con la caratteristica di forti attrattori d’investimenti. Dubai, uno dei centri principali, è ormai una calamita per investimenti esteri e un hub del business internazionale, seguita dalla capitale Abu Dhabi (anche se con il neo della violazione dei diritti umani dei lavoratori immigrati, soprattutto asiatici, e della repressione del dissenso). Ma negli ultimi anni il lato economico non è stato l’unica area di espansione: politicamente, e anche militarmente, gli EAU sono oggi diventati una realtà che non è più possibile ignorare.

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he current US Secretary of Defense James Mattis called them a little Sparta, considering them among the best allies of the US in the Middle East, and it is difficult to find a regional area where they have not been active. The UAE is actually a union of seven emirates, primarily known for being economically dynamic and attractive to investors. Dubai, one of the main centers, is now a magnet for foreign investments and a hub of international business, followed by the capital Abu Dhabi (albeit with the blemishes of violating the human rights of immigrant workers, especially those from Asia, and the repression of dissent). But in recent years, the economy has not been the only field of expansion: ​​ politically, and even militarily, the UAE has become a reality that can no longer be ignored.

MOHAMMED BIN ZAYED, OR MBZ Come in Arabia Saudita, dove a dominare realmente la scena non è il re ma il Principe Mohammed Bin Salman, negli EAU la figura principale è il cinquantaseienne principe Mohammed bin Zayed (MBZ), fratello dell’Emiro di Abu Dhabi, attuale presidente dell’EAU. Le analogie con MBS non sono poche: entrambi sono di fatto a capo delle forze armate e i veri registi della politica dei rispettivi Paesi, incluso l’interventismo estero. Le analogie però si fermano in gran parte qui, poiché è molto differente il loro modo di esprimere queste politiche. MBZ ha passato gli ultimi dieci anni a modernizzare e rendere molto più efficienti le proprie forze armate, al punto da guadagnarsi gli apprezzamenti dei partner statunitensi ed europei: l’aviazione emiratina ha partecipato con i suoi F16 sia ai bombardamenti contro la Libia di Gheddafi del 2011 (“Operazione Unified Protector”) sia a quelli contro ISIS dal 2015. Le sue forze speciali sono considerate davvero competenti e sono intervenute anche in Yemen, conquistando con un difficile assalto anfibio alla città di Aden, il porto conteso nel sud del Paese. Like in Saudi Arabia, where dominating the scene is not the king but Prince Mohammed Bin Salman (MBS), the leading figure in the UAE is the 56-yearold Prince Mohammed bin Zayed (MBZ), brother of the Emir of Abu Dhabi, current president of the UAE. There are several similarities between the two: both are the heads of the armed forces and the real political leaders of the respective countries, including foreign intervention. The analogies, however, for the most part end here, as their way of expressing these policies is very different. MBZ has spent the last ten years modernizing and making his armed forces much more efficient, to the point of earning appreciation from US and European partners: the United Arab Emirates Air Force sent F16s to bomb Gadhafi’s Libya in 2011 (Operation Unified Protector) and to fight ISIS since 2015. Its special forces are considered highly competent and have also intervened in Yemen, hailing success following a difficult amphibious assault on the city of Aden, the disputed port in south of the country.

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SCENARIO

FAITHFUL ALLIES … Tutto questo però non spiega bene il reale aumento dell’influenza geopolitica emiratina nella regione. Gli EAU sono spesso visti come semplice “alleato fedele” dell’Arabia Saudita, che appoggia Riad nelle sue principali mosse: dal boicottaggio del Qatar all’intervento militare in Yemen, fino all’opposizione all’Iran. Il modo in cui si muove sullo scacchiere mediorientale è infatti metodico ed efficiente, ma esso rivela una strategia più complessa e anche più silenziosa: ad esempio, Abu Dhabi ha appoggiato militarmente e diplomaticamente il generale libico Khalifa Haftar, inviando anche in Europa suoi emissari in cerca di appoggi internazionali; ha acquisito dall’Eritrea una base ad Assab, che permette ai suoi uomini di meglio operare in Yemen, e dalla Somalia una base a Berbera, considerata fin dal XIX secolo la “porta del Golfo Persico”. La stessa presa di Aden, apparentemente un servigio reso alle forze di spedizione saudite, in realtà ha anche un’altra faccia: gli emiratini la considerano un asset fondamentale nell’area, e sarà da verificare se saranno disposti a cederla quando mai lo Yemen ritroverà la pace (per ora sicuramente hanno la scusa del conflitto in corso). Sembra dunque che MBZ stia lentamente costruendo una sua propria influenza regionale che, pur non opposta all’Arabia Saudita - non ce ne sarebbe ragione, del resto entrambi condividono gli stessi timori verso l’Iran - rende comunque gli Emirati niente affatto un Paese di sottoposti ubbidienti, ma gente capace di proprie scelte e di una propria influenza. Non sempre tale strategia è stata priva di errori: è quasi ossessivo l’odio di MBZ verso la Fratellanza Musulmana, con gli EAU che dal 2012 al 2016 almeno hanno commissionato numerose ricerche a centri studi internazionali per capire come essa avrebbe potuto espandersi nella regione e come invece avrebbe potuto essere fermata. Uno di questi studi interessava proprio lo Yemen ma che, tuttavia, ha portato a sottovalutare la realtà dello scontro che cresceva tra governo centrale e ribelli Houthi. Questa è infatti diventata la dinamica chiave che ha portato il Paese nel baratro. Tutto ciò conduce gli analisti a porsi una domanda: quanto le mosse emiratine sono dipendenti da quelle saudite, e quanto invece si configurano come un modo per costruirsi una propria influenza internazionale? La domanda per ora è senza risposta, dato che gli interessi al momento sono sufficientemente convergenti. In ogni caso, qualunque osservatore farà bene a non sottovalutare dove la “piccola Sparta” installerà la sua prossima base: la bandiera degli Emirati potrebbe garrire sempre più lontana dalle sue coste.

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Il filo-americano Bin Zayed con il presidente degli Stati Uniti

OR SOMETHING MORE? None of this, however, explains the real increase in the UAE’s geopolitical influence in the region. The UAE is often seen as a mere loyal ally of Saudi Arabia, which supports Riyadh in its main moves: from the boycott of Qatar to military intervention in Yemen and its opposition to Iran. The way the UAE moves on the Middle Eastern chessboard is indeed methodical and efficient, but it reveals a more complex and even more silent strategy: for example, Abu Dhabi supported Libyan General Khalifa Haftar both militarily and diplomatically, sending its emissaries to Europe in search of international support; it acquired a base in Assab from Eritrea, which allows its men to work better in Yemen, and a base in Berbera, considered since the nineteenth century the gate of the Persian Gulf, from Somalia. The same conquest of Aden, apparently a service to Saudi dispatching forces, also has another face: the Emirates consider it a fundamental asset in the area, and it will be interesting to see if they are willing to sell it if Yemen ever finds peace (for now they certainly have the excuse of the ongoing conflict). It seems, therefore, that MBZ is slowly and methodically building his own influence in the region that, although not opposed to Saudi Arabia - there would be no reason, both of them share the same fear of Iran - makes the Emirates not a country of obedient subjects at all, but of people capable of their own choices and influence. This strategy has not been without error: MBZ’s hatred of the Muslim Brotherhood is borderline obsessive, with the UAE commissioning numerous projects at international research centers from 2012 until at least 2016 to understand how the Muslim Brotherhood could expand in the region and how it could be stopped. One of these studies focused precisely on Yemen but, nevertheless, led to underestimating the reality of the clash that grew between the central government and Houthi rebels. This has indeed become the key dynamic that has dragged the country into an abyss. All this leads analysts to ask themselves one question: how dependent are the UAE’s moves on Saudi Arabia, and how are they used to build their own international influence? For now, the question remains unanswered, given that their interests are sufficiently convergent for the time being. In any case, any observer will do well not to underestimate where the little Sparta will install its next base: the flag of the Emirates could fly further and further from its shores.

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DURA LEX WHY TRUMP NEEDS THE SENATE

BY FABIO VALERINI

IL DOPO ELEZIONI DI MIDTERM E LE DINAMICHE DEL POTERE USA

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radizione vuole che le elezioni di Mid-term svolgano una funzione di sondaggio qualificato sulle scelte del presidente degli Stati Uniti, ma i risultati delle elezioni possono anche determinare una modifica degli assetti politico-istituzionali. Questa volta il presidente Trump può dire di aver retto al delicato passaggio delle elezioni di metà mandato mantenendo il controllo del Senato, anche se i democratici hanno guadagnato il controllo della Camera. E allora, rispetto a tutto ciò che era in discussione prima della tornata elettorale, cosa può cambiare per l’amministrazione Trump dopo le elezioni di Mid-term? Il controllo del Senato, come vedremo, è fondamentale per almeno tre aspetti strumentali alle scelte di Trump: il primo aspetto importante è sicuramente il tema che era stato ventilato durante la prima parte dell’amministrazione Trump e, cioè, la possibile messa in stato d’accusa del presidente. I motivi andavano dalle dichiarazioni rese dal suo ex manager della campagna elettorale e dal suo ex avvocato fino al caso noto come “Russiagate”. La Costituzione americana prevede la procedura per l’impeachment nei casi di tradimento, corruzione o altri gravi crimini e misfatti. È stata avviata tre volte soltanto nella storia degli Stati Uniti: Johnson, Nixon e Clinton. Nel primo caso, Lyndon B. Johnson si salvò dalla condanna per il voto di un senatore, mentre negli altri due casi, le dimissioni di Nixon nel primo e i voti insufficienti nel secondo determinarono la chiusura del procedimento prima di qualunque decisione. Per sapere se Trump possa governare con una certa tranquillità, dobbiamo però prima vedere chi avvia e chi decide della responsabilità del presidente. In base alla Costituzione è la Camera dei Rappresentanti che ha la competenza a promuovere il procedimento: il rinvio a giudizio avviene a maggioranza semplice dei presenti. Dopo le elezioni del 6 novembre, i democratici arrivano a 227 seggi e, quindi, sono oltre la maggioranza fissata a 218: la nuova maggioranza dei democratici, quindi, potrebbe quantomeno avviare la messa in stato di accusa di Donald J. Trump. Sennonché, se ciò dovesse avvenire sarà il Senato - presieduto dal presidente della Corte Suprema - che dovrà decidere dell’even-

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radition has it that the mid-term elections are a sort of survey on the choices of the president of the United States, but the election results can also lead to a shift in the political-institutional balance. This time, President Trump can claim to have held up against the delicate passage of the mid-term elections by retaining control of the Senate, even if Democrats have gained control of the House. And so, compared to all that was under discussion prior to the election, what can change for the Trump administration after the mid-terms? Control over the Senate, as we shall see, is fundamental for at least three aspects that are instrumental to Trump's choices: the first important aspect is certainly the topic that had been in the air during the first half of the Trump administration, that is, the possible accusation of the president. Possible implications range from the statements made by his former campaign manager and his former lawyer to the Russiagate case. The US constitution calls for impeachment in cases of treason, corruption or other serious crimes and misdeeds; there have only been three impeachments in the history of the United States: Johnson, Nixon and Clinton. In the first case, Lyndon B. Johnson was saved by a single senator's vote, while in the other two cases, the resignation of Nixon and insufficient votes against determined the end the proceedings. To know if Trump can govern in peace, we must first see who directs and who decides if the president was responsible. According to the Constitution, it is the House of Representatives that has the power to start an impeachment procedure: the decision to go to trial depends on a simple majority of those present. After the elections on 6 November, the Democrats hold 227 seats and, therefore, are more than the majority set at 218: the new majority of Democrats, then, could at least start the prosecution of Donald J. Trump. However, if this happens, it will be the Senate – presided over by the chief justice – who will have to decide on the possible liability of Trump, by a majority of two thirds of those present. However, the substantial Republican midterm victory seems to guarantee a certain security: Trump's party holds a majority, making it impos-


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tuale responsabilità di Trump, a maggioranza dei due terzi dei presenti. Tuttavia, al Senato la sostanziale vittoria repubblicana nelle Mid-term sembra poter garantire una certa sicurezza: il partito di Trump detiene, infatti, la maggioranza dei componenti e questo rendepressoché impossibile ai democratici rimuovere il presidente contando soltanto sui propri numeri. Il secondo aspetto è la possibilità di avviare indagini e commissioni d’inchiesta nei confronti di Trump o del suo entourage. Se non vi potrà essere l’impeachment, certamente Trump (secondo una posizione espressa più volte) non potrà essere sottoposto direttamente neanche a un’indagine penale. Secondo la prassi costituzionale, infatti, l’eventuale incriminazione di un presidente in carica comprometterebbe seriamente la capacità del potere esecutivo di svolgere le proprie funzioni. Ma non ci può essere dubbio, come dimostra l’indagine sul “Russiagate”, che il ruolo del Segretario alla Giustizia sia in questo caso centrale: da qui, probabilmente, la scelta da parte della Casa Bianca di far dimettere Jeff Session (reo di essersi astenuto nel corso dell’indagine) e di nominare al suo posto Matthew Whitaker per la carica di Segretario alla Giustizia, che dovrà passare al vaglio del Senato. Il terzo aspetto riguarda la nomina dei nove giudici della Corte Suprema, che riveste un ruolo fondamentale per l’equilibrio degli Stati Uniti e la cui ponderata composizione è sicuramente un prerequisito necessario per la sua autorevolezza. I giudici sono nominati a vita dal presidente degli Stati Uniti, con il consenso del Senato. La recentissima vicenda della contestata nomina del giudice Brett Kavanaugh (che, peraltro, si era schierato politicamente per restringere le ipotesi d’impeachment, volendo garantire quella che per lui deve essere una necessaria tranquillità per i presidenti) sta a dimostrare come possa essere delicata e traballante la nomina presidenziale di un giudice della Corte Suprema. Ecco allora che la conquistata maggioranza potrebbe consentire a Trump - se durante la restante parte del mandato dovesse procedere a una nuova nomina (sarebbe la terza) - di poter far affidamento su un Senato in mano ai repubblicani. Già con la precedente nomina di Neil Gorsuch, Donald Trump dette prova di determinazione avendo fatto ricorso alla “nuclear option” per superare l’ostruzionismo dei democratici e confermando la nomina di Gorsuch a giudice della Corte Suprema con i 52 voti di maggioranza. Tre passaggi delicati per l’esercizio delle funzioni presidenziali sono, quindi, nelle mani del Senato. Il presidente Trump ne avrà sicuramente bisogno per la sua azione di governo nei prossimi due anni.

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WHY TRUMP NEEDS THE SENATE / / / / / / / / / / / / /

sible for Democrats to remove the president based only on their numbers. The second aspect is the possibility of starting investigations and inquiries against Trump or his entourage. If there cannot be an impeachment, Trump certainly (according to a position expressed several times) cannot be directly subjected even to a criminal investigation. According to constitutional procedure, in fact, the possible incrimination of a sitting president would seriously compromise the ability of the executive branch to perform its functions. But there can be no doubt, as the investigation on Russiagate shows, that the role of the Secretary of Justice is central in this case: hence, the White House's decision to force Jeff Session resign (guilty of recusing himself from the investigation) and to appoint Matthew Whitaker to take his place, which will have to be examined by the Senate. The third aspect concerns the appointment of the nine judges of the Supreme Court, which plays a fundamental role in the balance of the United States and whose thoughtful composition is certainly a prerequisite of its authority. The judges are appointed for life by the president of the United States, with the consent of the Senate. The very recent story of the disputed nomination of Judge Brett Kavanaugh (who, moreover, had politically sided to restrict Se non the possibility of imvi sarà peachment in order to guarantee what must l’impeachment, be a necessary peace Trump non of mind for the presidents) shows how delpotrà neanche icate and shaky presidential nominations essere of a Supreme Court sottoposto a judge can be. Here, the conquered majorun’indagine ity could allow Trump penale – if the opportunity to nominate another judge were to present itself during the remainder of his term (it would be the third) – to be able to rely on a Senate in the hands of the Republicans. Already with the previous appointment of Neil Gorsuch, Donald Trump gave proof of his willingness to overcome Democrat obstruction by using the nuclear option and confirming the Gorsuch as a Supreme Court judge with 52 votes. Three delicate steps to allow the president to exercise his power are, therefore, in the hands of the Senate. President Trump will certainly need it to carry out his actions over the next two years.

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PLACES

PLACES I

L U O G H I

S I M B O L O

D E L

M O N D O

CRIMEA, MAR NERO - In seguito all’attacco russo contro navi militari ucraine che effettuavano una traversata marittima dal porto di Odessa al porto di Mariupol, l’Ucraina ha introdotto la legge marziale nel Paese dopo l’approvazione della Verkhovna rada, il parlamento nazionale. L’Ucraina non aveva introdotto la legge marziale neanche dopo il conflitto scoppiato tra le truppe di Kiev e i separatisti filo-russi nel Donbass. Il presidente Poroshenko ha assicurato che le elezioni presidenziali previste a marzo 2019, si terranno in ogni caso. La mossa della legge marziale, ancorché azzardata, potrebbe fargli guadagnare dei voti. CRIMEA, BLACK SEA - Following the Russian attack on Ukrainian military ships, carrying a sea crossing from the port of Odessa to the port of Mariupol, Ukraine introduced martial law in the whole country after the approval of the Verkhovna rada, the national parliament. Ukraine had not introduced martial law even after the conflict broke out between Kiev’s troops and the proRussian separatists in the Donbass. President Poroshenko assured that the presidential elections scheduled for March 2019 will be held in any case. The martial law move, though risky, could earn him some votes.

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VISION OR

MIRAGE?

CHE COSA SI NASCONDE DIETRO LA SFIDA VITALE PER RIAD DI VOLER PORTARE IL PROPRIO PAESE NEL FUTURO. BY GINO LANZARA

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ision 2030 è il piano economico che, approvato nel 2016, intende trasformare il Regno saudita in una potenza economica regionale, riducendo la sua dipendenza dalle entrate petrolifere. Il progetto si basa su riforme strutturali, sulle privatizzazioni e sullo sviluppo delle piccole e medie imprese, con l’intento di creare nuove opportunità occupazionali per i cittadini. Il piano è seguito dal Consiglio degli Affari Economici, presieduto dall’intraprendente giovane erede al trono, Mohammed Bin Salman, principale promotore delle riforme economiche. Il progetto si fonda su tre pilastri: il primo vede il Regno come cuore del mondo arabo e musulmano; il secondo consiste nella determinazione del Paese a divenire un propulsore globale d’investimento; il terzo intende trasformare l’Arabia Saudita in un hub strategico che colleghi Asia, Europa e Africa, con il Fondo di investimento pubblico trasformato nel più grande fondo sovrano mondiale.

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ision 2030 it is the economic plan that, approved in 2016, intends to transform the Saudi kingdom into a regional economic power, reducing its dependence on oil revenues. The project is based on structural reforms, on privatization and on the development of small and medium-sized businesses, aiming to create new employment opportunities for citizens. The plan is followed by the Council of Economic Affairs, chaired by the enterprising young heir to the throne, Mohammed Bin Salman, and main promoter of economic reform. The project is based on three pillars: the first that the kingdom is the heart of the Arab and Muslim world; the second determines the country should become a global investment propeller; the third to transform Saudi Arabia into a strategic hub that connects Asia, Europe and Africa, with the Public Investment Fund transformed into the largest sovereign fund in the world.

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THE VISION 2030 CHALLENGE Nell’ambito della Vision - e senza perdere di vista i settori economici, turistici, infrastrutturali e della salute - il Regno ha lanciato tre imprese: il “Red Sea Project”, destinazione di lusso destinata a stabilire gli standard per lo sviluppo sostenibile; “Al Qiddya”, meta di intrattenimento, sport e cultura; “Neom”, che è la vera perla della Vision, e consiste nell’edificazione di una nuova città che funga da zona economica speciale. Una realtà da 500 miliardi di dollari, che dovrà incentivare gli investimenti e che vede una donna, Aradhana Khowala, quale managing director per il turismo.

Within the Vision - and without losing sight of the economic, tourism, infrastructural and health sectors - the kingdom has launched three ventures: the Red Sea Project, a luxury destination destined to set the standards for sustainable development; Al Qiddya, a destination for entertainment, sport and culture; Neom, which is the true pearl of Vision, consisting of building a new city that acts as a special economic zone. The $500 billion project will boost investment and sees a woman, Aradhana Khowala, as managing director for tourism.

Faced with a possible stagnation in oil prices, the A fronte di una possibile stagnazione dei prezzi pervasiveness of the country’s historic rivalry with petroliferi, della pervasività dello storico nemico Iran and a latent economic crisis, the Vision aims iraniano, e di una crisi economica latente, la Vision to radically reform the Saudi economy. For examambisce così a essere lo strumento di riforma radiple, in the energy field, Riyadh intends to develcale dell’economia saudita. Per esemop alternative and renewable energy pio, in campo energetico Riad intensources while also focusing on minde sviluppare il comparto delle fonti eral resources in the area and trying La Vision energetiche alternative e rinnovabili, to increase exports of non-oil prodpuntando anche sulle risorse mineucts. A particularly interesting point potrebbe avere rarie presenti sul territorio, e tentanregards implementing logistics and due hub: uno al do di aumentare le esportazioni dei infrastructural services to attract forprodotti non petroliferi. Spunto pareign investment. Cairo e uno a ticolarmente interessante riguarda l’implementazione dei servizi logistiFrom a geopolitical and geo-ecoNeom ci e infrastrutturali, finalizzati ad atnomic point of view, Vision could trarre investimenti stranieri. lead to the creation of two hubs of particular relevance, and not only for the region: Da un punto di vista geopolitico e geoeconoone is Egypt. Having abandoned indiscriminant fimico, la Vision potrebbe portare alla creazione di nancing, the kingdom sees in Cairo a useful coudue hub di particolare rilevanza, non solo regionarier to transport crude oil both to Europe and, at le: uno è l’Egitto. Abbandonati ormai i cosiddetti discounted prices, to Egypt itself. This is why King “finanziamenti a pioggia”, il Regno vede nel Cairo Salman has already announced the construction l’utile vettore per il trasporto del greggio sia verso of a 15-kilometer bridge over the Red Sea, which, l’Europa sia, a prezzi agevolati, verso l’Egitto stes"passing over the island of Tiran," will bring the so. Questa la ragione per cui Re Salman ha già antwo countries closer together. nunciato la realizzazione di un ponte di 15 km sul Mar Rosso che, passando sull’Isola di Tiran, “avviThe other hub is that which, from Egypt, would cinerà” i due Paesi. L’altro hub è quello che dall’Edirect a part of the Mediterranean gas production gitto convoglierebbe una quota parte della produtowards the new city of Neom, placed in a favorable zione gasifera mediterranea verso la nuova città di position with respect to Jordan, Israel and Egypt. Neom, posta in una posizione favorevole rispetto a Considering that crude production is and will reGiordania, Israele ed Egitto. Tenuto conto che la main primarily destined for export, gas is the most produzione di greggio è e rimane principalmente requested resource for domestic Saudi consumpdestinata all’export, il gas è invece la risorsa più rition, driven by a notable demographic increase. A chiesta per il consumo saudita interno, spinto pehypothesis of importing gas from Egypt is thereraltro da un incremento demografico rimarchevofore not so unthinkable, and among other things, le. L’ipotesi di un import di gas dall’Egitto non è would help to draw a new geopolitical picture of perciò così impensabile, e tra l’altro contribuirebbe the area, given that Egypt would also be the regiona disegnare un nuovo quadro geopolitico dell’area, al hub for Cypriot gas production, and, above all, visto che l’Egitto sarebbe latore quale hub regionale Israeli production. anche del gas di produzione cipriota, e soprattutto di quello israeliano.

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CONCLUSIONS A che punto siamo di tutto ciò? A due anni dal lancio della Vision 2030, è nato un nuovo sistema fiscale che ha aumentato il gettito erariale, mentre l’implementazione delle riforme finanziarie, finalizzate ad attrarre investimenti esteri, non è pienamente riuscita nel suo intento. Si registrano invece la crescita del tasso di disoccupazione e il calo del PIL. Anche le privatizzazioni auspicate non hanno raggiunto il target prefissato, per esempio la mancata (per ora) cessione del 5% di Aramco, la compagnia petrolifera di Stato, che avrebbe dovuto finanziare la Vision grazie a una quotazione sul mercato. La diversificazione economica dunque progredisce a fatica, e i prodotti esportati (ancorché forieri di ricchezza) sono ancora in larga parte quelli derivati dalla lavorazione petrolifera. Il mancato pareggio di bilancio spostato al 2023, inoltre, costringerà il governo saudita a un ulteriore indebitamento sui mercati finanziari. Infine, la modernizzazione necessaria alla Vision si scontra con l’intransigenza wahhabita e ortodossa del credo sunnita, ancora determinante per garantire il consenso necessario a Mohammed Bin Salman per indossare la Corona. In sintesi, le riforme economiche non procedono parallelamente a quelle politico-sociali, e l’unica forma di governo compatibile resta quella di stampo assoluto, una sorta di capitalismo di Stato a metà strada tra la forma cinese e quella degli EAU che, di fatto, non può accettare voci dissonanti come quella del giornalista Jamal Khashoggi. Il destino di MBS è dunque legato alla Vision 2030 e al suo successo. Sarà questo progetto a decretare se potrà essere (potenzialmente) il più longevo Re Saudita, oppure l’interprete di un repentino tramonto politico.

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How far have we gotten so far? Two years after the launch of Vision 2030, a new tax system has increased revenue, while the implementation of financial reforms, aimed at attracting foreign investments, has not fully succeeded in its intent. On the other hand, unemployment levels have grown and the GDP has declined. Even the desired privatizations have not reached their set targets, for example, 5% of Aramco, the state oil company, has still not been sold off, which should have financed the Vision thanks to a quotation on the market. Economic diversification therefore progresses with difficulty, and exports (even if they are the harbingers of wealth) are still in large part those derived from oil processing. Moreover, the failure to balance the budget, now moved to 2023, will also force the Saudi government to further indebtedness on the financial markets. Finally, the modernization necessary for Vision clashes with the Wahhabi and orthodox intransigence of the Sunni creed, still determining to guarantee the consent needed by Mohammed Bin Salman to wear the crown. In short, economic reforms do not proceed parallel to social-political reforms, and the only form of compatible government remains the absolute, a sort of state capitalism halfway China and the UAE, which cannot accept dissonant voices like that of journalist Jamal Khashoggi. The destiny of MBS is therefore linked to the Vision 2030 and its success. It will be the project that decides whether MBS could be (potentially) the longest living Saudi king, or the cause of a sudden political decline.

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GEOPOLITICS

QATAR AND THE “REBEL” ALLIANCE IL PICCOLO MA RICCO EMIRATO, È IL VERO PAESE RIBELLE CHE NON INTENDE PIEGARSI A RIAD BY ALTEA PERICOLI

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utto è cominciato il 5 giugno del 2017, o forse no. I rapporti tra Arabia Saudita e Qatar sono infatti tesi da molto tempo prima, a causa dell’indipendenza di Doha nelle sue decisioni in politica estera e nelle sue visioni poco convergenti con quelle di Riad. L’Iran non sembra essere un nemico comune, per esempio, e questo all’Arabia Saudita di Mohammed Bin Salman non piace affatto. Ma non è certo l’unico problema. Sul piano ideologico, visioni diverse circa i movimenti dell’Islam sunnita allontanano ancora di più il Qatar dall’Arabia Saudita così come dagli Emirati Arabi Uniti, a partire da quella guerra del Golfo che ha rotto quel delicato equilibrio tra l’ideologia della Fratellanza Musulmana e il wahhabismo saudita, da cui era nato il movimento della Sahwa islāmiyya (Risveglio islamico). Le primavere arabe del 2011 non hanno fatto altro che allargare questo

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t all began on 5 June 5 2017, or maybe not. Relations between Saudi Arabia and Qatar were tense long before, due to Doha’s divergence from Riyadh in foreign policy. Iran does not seem to be a common enemy, for example, and this does not please Mohammed Bin Salman’s Saudi Arabia one bit. But it is certainly not the only problem. On an ideological level, different visions about the movements of Sunni Islam further alienate Qatar from Saudi Arabia as well as from the United Arab Emirates, starting with the Gulf War that disrupted that delicate ideological balance between the Muslim Brotherhood and Saudi Wahhabism, from which the Sahwa Islāmiyya (Islamic Awakening) movement was born. The Arab Springs of 2011 have done nothing but widen this ideological divide: on one hand we have Qatar, alongside Turkey, supporting the Muslim Brotherhood in the

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divario ideologico: da una parte il Qatar, insieme alla Turchia, a sostenere i Fratelli Musulmani nella regione, promuovendo l’instaurazione di regimi “islamo-democratici”; dall’altra, Emirati e Arabia Saudita a battersi per ripristinare lo status quo, sostenendo l’Egitto di al-Sisi. Già nel 2014 vi fu una collisione tra l’Arabia Saudita e il Qatar in seno al Gulf Cooperation Council (GCC), dovuta alla mancata volontà di Doha di ratificare il “Riyadh Agreement”, un meccanismo di implementazione del dispositivo di sicurezza del GCC. Nel giugno 2017, infine, Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti ed Egitto hanno definitivamente interrotto i rapporti diplomatici con Doha, accusata di sostenere diversi gruppi terroristici tra cui i Fratelli Musulmani e Hamas. Sicuramente questa crisi rappresenta la maggior crisi tra i Paesi della Penisola Arabica. Non si è trattato soltanto di una rottura delle relazioni diplomatiche ma anche di un isolamento che prevede l’interruzione dei collegamenti via mare, via terra e via aria, oltre all’espulsione di tutti i cittadini qatarini e al ritiro degli ambasciatori dal Paese. L’obiettivo è rendere il Qatar un Paese totalmente dipendente dalle importazioni, vulnerabile e più incline a scendere a compromessi. A nulla sono servite sinora le mediazioni di Kuwait e Oman, che hanno mantenuto posizioni neutrali, facendosi interlocutori nella risoluzione delle controversie.

region and promoting the establishment of “Islamic-democratic” regimes; on the other, the Emirates and Saudi Arabia are struggling to restore the status quo and supporting al-Sisi’s Egypt. As early as 2014 there was friction between Saudi Arabia and Qatar in the Gulf Cooperation Council (GCC), due to Doha’s failure to ratify the “Riyadh Agreement”, a mechanism to implement the GCC security ruling. Finally, in June 2017, Saudi Arabia, Bahrain, the United Arab Emirates and Egypt definitively interrupted diplomatic relations with Doha, accusing Qatar of supporting various terrorist groups, including the Muslim Brotherhood and Hamas. This crisis is one of the most pressing among the countries of the Arabian Peninsula. Not only has it lead to a breakdown of diplomatic relations but an isolation that interrupts sea, land and air connections, in addition to the expulsion of all citizens of Qatar and the withdrawal of ambassadors from the country. The goal is to make Qatar completely dependent on imports, vulnerable and more inclined to compromise. So far, attempts at mediation from Kuwait and Oman have been fruitless, with both states taking neutral positions and acting merely as interlocutors in attempts to settle the disputes.

I giacimenti di shale gas nel sottosuolo argentino cui Doha è molto interessata.

A GEOPOLITICAL EXPERIENCE

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GEOPOLITICS

QATAR’S STRATEGIC ALLIES: TURKEY, IRAN AND MORE

Tamim bin Hamad Al Thani col presidente argentino Mauricio Macri

Dopo circa un anno e mezzo dalla crisi e nonostante l’isolamento, il Qatar non ha ceduto alle volontà di Riad. Ha invece investito energie nel tessere nuovi rapporti e coltivarne di vecchi, vitali per la propria sopravvivenza. La Turchia ha da subito fornito supporto all’Emirato con l’invio di generi alimentari e duecento militari sul suolo qatarino (in aggiunta a quelli già presenti sul campo). Un favore che è stato restituito lo scorso agosto, con l’annuncio dell’emiro Tamim bin Hamad al-Thani di un investimento di 15 miliardi di dollari in Turchia. In un momento di grande difficoltà per l’economia dovuto alla forte svalutazione della lira turca, l’aiuto dell’Emirato è apparso quanto mai tempestivo per concedere un po’ di tregua ad Ankara. Un’alleanza ideologica, economica e politica che vede Qatar e Turchia insieme nello scenario mediorientale attuale. Anche con l’Iran i rapporti e le relazioni diplomatiche si sono intensificati: un risultato diametralmente opposto rispetto a quello sperato da Riad. Il Qatar è da sempre molto attento alle relazioni con la Repubblica Islamica, dal momento che i due Stati condividono il cosiddetto North Dome Field (o South Pars per gli iraniani), ovvero il più grande giacimento di gas naturale al mondo. Questo gioca un ruolo cruciale nelle loro relazioni, probabilmente anche in nome di accordi su uno sfruttamento congiunto del bacino. Una cooperazione energetica del Qatar con l’Iran, in un mondo che va verso

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Nearly a year and a half after the crisis and despite its isolation, Qatar has not succumbed to the will of Riyadh. Instead, the country has invested its energy in weaving new relationships and cultivating old ones, vital for their survival. Turkey immediately provided support to the Emirate by sending food and two hundred military personnel to Qatar soil (in addition to those already present in the field). The favor was returned last August, when Emir Tamim bin Hamad al-Thani announced a $15 billion investment in Turkey. In a difficult moment for the Turkish economy due to a strong devaluation of the lira, the timely help of the Emirate seemed to grant a bit of respite in Ankara. An ideological, economic and political alliance that sees Qatar and Turkey together in the current Middle East scene. Diplomatic relations have intensified with Iran as well, the polar opposite of what Riyadh would hope. Qatar has always been very attentive to its relationship with the Islamic republic, since the two states share the so-called North Dome Field (or South Pars for the Iranians), the largest natural gas field in the world. This plays a crucial role in their relations, likely due to agreements on joint exploitation of the basin. Qatar’s energy cooperation with Iran, in a world with a growing demand for gas, understandably frightens the other Gulf monarchies, who fear an expansion of Iranian hegemony in the region.


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una domanda crescente di gas, spaventa comprensibilmente le altre monarchie del Golfo, le quali temono un’espansione dell’egemonia iraniana nella regione. Al-Thani guarda anche oltreoceano, in particolare all’America Latina, per la conquista di nuovi alleati e canali commerciali: lo scorso ottobre, infatti, l’emiro ha fatto un tour del continente e grande attenzione è stata data all’Argentina (e ai suoi giacimenti di shale gas nel sottosuolo di Vaca Muerta). La crisi del Golfo ha portato a una scarsità di rifornimenti alimentari e il Qatar ha trovato buoni partner commerciali in questo settore.

Al-Thani is also looking overseas, especially at Latin America, for the conquest of new allies and commercial channels: last October, in fact, the emir toured the continent, paying great attention to Argentina (and to its shale gas deposits in the subsoil of Vaca Muerta). The Gulf crisis has led to a shortage of food supplies and Qatar has found good business partners in this sector.

THE “REBEL” STATE PULLS OUT OF OPEC Probabilmente non stupisce che il Gulf Cooperation Council non sia stato in grado di evitare la rottura diplomatica e mantenere intatti gli equilibri di potere. L’organizzazione, nata con l’intento di creare uno spazio economico integrato tra i suoi Stati membri e al fine di perseguire la cooperazione in tutti gli altri campi, non è sicuramente composta da Stati con visioni politiche convergenti, soprattutto sul piano regionale. Un modello, quello del GCC, che ricorda alcuni aspetti dell’UE, dove il processo d’integrazione si dimostra discontinuo e altalenante, forse anche a causa delle diverse posizioni assunte dai suoi membri in termini di politica estera e scelta dei partner economici. In tale situazione, discordie circa gli obiettivi sono inevitabili e al momento il Qatar non sembra disposto a rinunciare a una propria autonomia di manovra nella regione e ad abbracciare l’idea di un Golfo unito anti-Iran (molto desiderato dall’amministrazione Trump), anche in prospettiva della creazione di un’alleanza militare tra i sei Paesi del GCC. Ecco anche perché il Qatar ha appena annunciato la sua uscita dalll’OPEC dopo 58 anni.

It is probably a surprise that the Gulf Cooperation Council was not able to avoid a diplomatic rupture and keep the balance of power intact. The organization, created to develop an integrated economic space between its member states and to pursue cooperation in all other fields, is certainly not made up of states with convergent political visions, particularly at the regional level. The GCC model recalls some aspects of the EU, with an integration process that has proven to be discontinuous and fluctuating, perhaps also due to the different positions taken by its members in terms of foreign policy and the choice of economic partners. In such a situation, contention about objectives are inevitable and, at the moment, Qatar seems unwilling to give up its freedom to maneuver within the region and to embrace the idea of a united Gulf against Iran (much desired by the Trump administration), even when considering the creation of a military alliance between the six GCC countries. This is also why Qatar has just announced its exit from the OPEC after 58 years.

ABOUT GULF COOPERATION COUNCIL Creato il 25 maggio 1981 su impulso dell'Arabia Saudita e su pressione degli Stati Uniti, Il Consiglio di cooperazione degli Stati del Golfo Persico ha scopi essenzialmente economici, politici e sociali. L’organizzazione comprende i seguenti Stati del golfo Persico: Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar. Questi sono spesso chiamati Paesi della cooperazione del golfo Persico. L'Organizzazione ha per scopo l'instaurazione nel golfo Persico di un mercato comune.

A GEOPOLITICAL EXPERIENCE

Established on 25 May 1981 by Saudi Arabia, and with pressure from the United States, the Cooperation Council for the Arab States of the Gulf has essentially economic, political and social objectives. The organization includesthe following Persian Gulf countries: Saudi Arabia, Bahrain, the United Arab Emirates, Kuwait, Oman and Qatar, often referred to as the Gulf Cooperation Council Countries. The purpose of the organization is to instate a common market in the Persian Gulf.

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GEOPOLITICS

IT’S RAINING MONEY LO SCONTRO TURCO-SAUDITA IN EUROPA E L’INFLUENZA SULLE COMUNITÀ MUSULMANE BY STEFANO PIAZZA

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BABILON N°3


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e difficoltà dei rapporti tra l’Arabia Saudita e la Turchia si sono nuovamenti palesate con la vicenda della scomparsa e la morte (benchè non ci sia ancora traccia del suo cadavere) del giornalista saudita Jamal Khashoggi, svanito all’interno del consolato saudita a Istanbul il 2 ottobre 2018. Come e se verranno superate le ruggini che questa storia comporta, lo vedremo nel tempo, anche se i due Paesi sono destinati per storia, alleanze, leadership e obiettivi strategici a entrare in conflitto permanente. Anche in Europa il principe ed erede al trono saudita Mohammed bin Salman (MBS) e il presidente turco Recep Tayyp Erdogan si fanno la guerra per determinare chi comanda oggi e chi lo farà domani, nel mondo islamico sunnita. Secondo il centro di ricerca americano Pew Research Centre, nel 2050 i musulmani in Europa saranno 35,8 milioni (il 7% dell’intera polazione), ma potrebbero diventare 75 milioni se vi fossero delle impennate nei flussi migratori. A quale forma di Islam faranno riferimento? A quello meramente religioso e non violento? A quello politico rappresentato dalla Fratellanza Musulmana? Oppure a quello intollerante e violento? E sarà sul modello saudita-wahhabita o quello nazionalista turco? Lo scontro per il controllo della fede tra sauditi e turchi è iniziata molto tempo fa, mentre l’arrivo del Qatar è un fenomeno recente ma non meno temibile. Negli ultimi decenni, un fiume di denaro proveniente dal Paesi del Golfo Persico ha inondato le democrazie europee. Nel caso dell’Arabia Saudita, la ricchezza accumulata grazie al petrolio ha consentito che venissero stanziate cifre da capogiro per promuovere l’Islam wahhabita: almeno 100 miliardi di dollari distribuiti in tutto il mondo per edificare moschee, finanziare associazioni e centri studio, madrasse dove far studiare i bambini, borse di studio, centinaia di milioni di copie del Corano con note a margine che spiegano come il libro sacro vada riletto in chiave wahhabita.

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he difficulties in the relationship between Saudi Arabia and Turkey have been brought back to the forefront with the disappearance and death (though there is no trace of his body) of Saudi journalist Jamal Khashoggi, vanished inside the Saudi consulate in Istanbul on 2 October 2018. How and if the grudges that this story entails will be overcome, we will see in time, even if the two countries are destined to be in permanent conflict due to their history, alliances, leadership and strategic. Also in Europe, the prince and heir to the Saudi throne Mohammed bin Salman (MBS) and the Turkish President Recep Tayyp Erdogan are waging war to determine who rules today and who will be in power tomorrow in the Sunni Islamic world. According to the American Pew Research Center, in 2050 there will be 35.8 million Muslims in Europe (7% of the entire population), but this could become 75 million if surges in migratory flows occur. What form of Islam will they refer to? To the merely religious and non-violent side? To the political one represented by the Muslim Brotherhood? Or to the intolerant and violent strand? And will it be on the SaudiWahhabite model or the Turkish nationalist model?

WAHHABITE EUROPE Della pioggia di denaro e di petrolio saudita ne hanno beneficiato in molti in Europa: politici, intellettuali e giornalisti che si sono spesi per consentire la nascita di autentiche società parallele. Nessuno nella storia era arrivato a tanto, se si pensa che l’Unione Sovietica per attrarre consenso al dogma del comunismo investì tra il 1921 e il 1991 “solo” 7 miliardi di dollari. Invece, in cinquant’anni la Lega islamica mondiale solo in Francia ha speso più di 40 milioni di dollari, finanziando o co-finanziando le grandi moschee di Mantes-la-Jolie, Evry e Lione. Lo sforzo del governo saudita nell’edificare moschee in Europa non conosce sosta e, delle trecento moschee in costruzione in Francia, circa la metà

A GEOPOLITICAL EXPERIENCE

The rainfall of Saudi money and oil has benefited many in Europe: politicians, intellectuals and journalists who have toiled to allow the creation of true parallel societies. No one in history had come this far, if you consider that the Soviet Union, in order to attract consensus to the dogma of communism, invested only 7 billion between 1921 and 1991. Instead, over fifty years the Muslim World League has spent more than $40 million in France alone, financing or co-financing the great mosques of Mantes-la-Jolie, Evry and Lyon. The Saudi government's effort to build mosques in Europe knows no rest, and of the three hundred mosques being built in France, about half will be paid by the Sau-

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GEOPOLITICS

verranno pagate dai sauditi. Le altre saranno a carico del ministero del Culto turco (Dyanet), della Qatar Charity Fondation e della Sheikh Eid Bin Mohammad al Thani, anch’essa qatariota. Il denaro saudita ha stravolto anche il panorama dei Balcani, diventati terreno fertile per l’estremismo islamico. È il caso di Kosovo, Bosnia, Macedonia, Albania e Serbia- Sangiaccato. È anche a causa delle ONG islamiche se molti giovani sono sfuggiti alla miseria andando a studiare in Arabia Saudita, da dove sono tornati non più poveri e analfabeti, ma dotti e violenti predicatori. Neanche il Kuwait si sottrae ai finanziamenti: da qui arrivano in Europa milioni di euro attraverso la “Società del risveglio dell’eredità islamica”, che più volte in Germania è stata sospettata di finanziare l’estremismo islamico.

dis. The other half will be financed by the Turkish Ministry of Worship (Dyanet), the Qatar Charity Foundation and Sheikh Eid Bin Mohammad al Thani, also a Qatari. Saudi money has also shaken up the Balkan landscape, which has become fertile ground for Islamic extremism, for example, in Kosovo, Bosnia, Macedonia, Albania and Serbian Sanjak. It is also the fault of of Islamic NGOs if many young people have escaped from misery by going to study in Saudi Arabia, where they return from no longer poor and illiterate, but learned and violent preachers. Kuwait too in involved in funding: from here millions of euros come to Europe through the Society of the Revival of Islamic Heritage, repeatedly suspected of financing Islamic extremism in Germany.

THE TERRORISTS’ ADVOCATES In Germania è attiva anche l’organizzazione AlIn Germany, the Al-Asraa organization is also acAsraa, che sostiene gratuitamente i carcerati di fede tive, supporting Muslim prisoners free of charge, musulmana, tra i quali diversi terroristi (come Arid including several terrorists (such as Arid U., a MusU., musulmano del Kosovo e autore dell’attentalim from Kosovo responsible for the 2 March 2011 to del 2 marzo 2011 all’aeroporto di Francoforte): attack on the Frankfurt Airport). there are 16 Alsono ben 16 i legali di Al-Asraa e numerosi gli studi Asraa lawyers and numerous studies that have been prodotti. Chi li paga? La risposta è sempre la stessa: produced. Who pays them? The answer is always “riceviamo donazioni”. Uno dei legali più richiesti the same: "we receive donations." One of the most è l’avvocato di origine turca Mutlu Günal, che ha requested lawyers is Mutlu Günal of Turkish origin, difeso Ibrahim Abu Nagie nella causa (persa) conwho defended Ibrahim Abu Nagie in the (lost) case tro lo Stato, che gli ha pagato per anni la disocagainst the state, which paid him €65,000 in uncupazione (65.000 euro), mentre employment over multiple years while era in giro per il mondo a predicare he traveled the world to preach against contro l’Occidente. Günal difende the West. Günal also defends the star of Il denaro anche la star del salafismo tedesco German Salafism Pierre Vogel; Kresnik Pierre Vogel; Kresnik Berisha, gioBerisha, a young man from Kosovo, saudita ha vane di origini kosovare condansentenced to three and a half years in stravolto i nato a tre anni e mezzo di carceprison for going to fight in Syria; Bernre per essere andato a combattere Falk, a former left-wing terrorist Balcani, terreno hard in Siria; Bernhard Falk, ex terroriwho converted to radical Islam in the fertile per sta di estrema sinistra, convertito1990s, was affiliated with Al-Qaeda si all’Islam radicale negli anni Noand had already served thirteen years l’estremismo vanta, affiliatosi ad Al Qaeda e con in prison for four counts including atalle spalle già tredici anni in carcetempted murder. Finally, Günal dere per quattro capi di imputazione fended converted preacher Sven Lau, compreso un tentato omicidio. Infine, il predicabetter known as Abu Adam, known for having intore convertito Sven Lau, meglio noto come Abu vented the Sharia Police in the city of Wuppertal, in Adam, conosciuto per aver inventato la “Sharia PoNorth Rhine-Westphalia. lice” nella citta di Wuppertal, situata nel land della The strong media coverage of Günal, a leading Renania Settentrionale-Vestfalia. player in cases receiving media coverage, has raised La forte esposizione mediatica dell’avvocato many questions among the German press. In parGünal, protagonista di processi molto seguiti dalla ticular, he was asked who paid his heavy fees, as his stampa, ha suscitato molte domande tra i media teclients are almost always dependent on the welfare deschi. In particolare, gli è stato chiesto chi pagasse state. Despite the insistence, the lawyer has always le sue onerose parcelle, visto che i suoi assistiti sono been hidden behind his privacy. quasi sempre a carico dello stato sociale. Nonostante le insistenze, l’avvocato di origine turca si è sempre trincerato dietro la sua “privacy”.

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IT’S RAINING MONEY / / / / / / / / / / / / /

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TURKEY AND THE SECRET SERVICES

La tempesta finanziaria che sta mettendo in ginocchio la Turchia potrebbe avere importanti ripercussioni anche sulle strutture che, in Turchia e all’estero, provvedono a mantenere e diffondere il verbo islamista. Non solo, anche l’imponente macchina dei servizi segreti turchi (presenti con migliaia di agenti nel Vecchio Continente) potrebbe vedere ridimensionate le proprie costose attività. Oggi tutto passa attraverso la Dyanet, ovvero la “Direzione degli Affari Religiosi” che da quando Erdogan ha assunto il potere in Turchia è diventata un apparato enorme che si sostituisce di volta in volta al ministero degli Esteri, dell’Istruzione, della Giustizia, degli Interni, della Cultura, della Sanità, oltre a mantenere il culto della personalità del pluriplebiscitato presidente turco. Se Erdogan detta la linea politica-islamica al Paese un tempo laico, è la Dyanet che controlla il battito cardiaco delle istituzioni dentro e fuori dalla Turchia. All’estero, la Dyanet e i servizi segreti turchi del MIT (MillI Istihbarat Teskilati, che insieme contano diecimila dipendenti) vigilano e sorvegliano sulle comunità turche che, in Paesi come la Germania, sono molto numerose. A Berlino, gli imam di Ankara inseriti nella Türkisch-Islamische Union der Anstalt für Religion sono riusciti a convincere i vari governi tedeschi a finanziarne i progetti “contro la radicalizzazione” per decine di milioni di euro. Così, mentre incassavano i soldi dello Stato tedesco, spiavano. Dopo la prima bufera mediatica e la sospensione dei contribuiti, tutto però è tornato come prima, e politici tedeschi e imam turchi sono di nuovo allo stesso tavolo a discutere di integrazione. Anche in Austria, Francia e Svizzera vi sono stati clamorosi casi di spionaggio, con imam che hanno provveduto a schedare propri connazionali immigrati, sospettati di non essere in linea con la linea governativa.

A GEOPOLITICAL EXPERIENCE

The financial storm that is bringing President Recep Tayyip Erdogan's Turkey to its knees could have major repercussions on the structures that, in Turkey and abroad, provide for the maintenance and dissemination of Islamist text. An not only, even the impressive machine of the Turkish secret services (with thousands of agents on the Old Continent) could see its costly activities reduced. Today, everything passes through the Dyanet, or the Direction of Religious Affairs that, since Erdogan took power in Turkey, has become a huge apparatus that replaces the Ministry of Foreign Affairs, Education, Justice, Interior, Culture and Health from time to time, all while maintaining the cult of personality of the Turkish president. If Erdogan dictates an Islamic political line to the once secular country, it is Dyanet who controls the heartbeat of institutions inside and outside Turkey. Abroad, Dyanet and the Turkish secret services of the MIT (MillI Istihbarat Teskilati, which employs over 10,000) supervise and monitor Turkish communities which, in countries such as Germany, are very numerous. In Berlin, the imams of Ankara included in the Türkisch-Islamische Union der Anstalt für Religion have succeeded in convincing the various German governments to finance anti-radicalization projects for tens of millions of euros. So, while collecting money from the German state, they were spying. After the first media storm and the suspension of contributions, everything went back to as it was before, and German politicians and Turkish imams are back at the same table discussing integration. Even in Austria, France and Switzerland, there were sensational cases of espionage, with imams who filed against their own immigrant countrymen, suspected of not following the government line.

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GEOPOLITICS

USA, RUSSIA & OIL MARKET LE PAROLE DEL CEO DI ROSNEFT ALL’XI EURASIAN ECONOMIC FORUM DI VERONA BY IGOR SECHIN

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nche nel breve periodo, la guerra economica portata avanti dagli Stati Uniti potrebbe portare a un grave squilibrio nel mercato petrolifero. È l’Amministrazione USA, d’altronde, ad aver causato l’instabilità in Libia, nonché il declino dell’industria mineraria in Venezuela, attraverso l’imposizione di sanzioni, e l’incertezza degli investitori internazionali riguardo il mercato iraniano. Gli Stati Uniti cercano ardentemente di appropriarsi del ruolo di regolatore del mercato petrolifero mondiale. Gli strumenti che utilizzano per raggiungere tale scopo, però, non sono esattamente quelli del mercato tradizionale. Inoltre, nel perseguire questo obiettivo sono guidati principalmente da fini egoistici. L’OPEC (Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio, ndr), a sua volta, ha ridotto la propria quota di controllo sul mercato petrolifero mondiale a favore dell’industria statunitense dello shale. Ciò ha fatto sì che il calo della produzione di petrolio dei Paesi OPEC sia ammontato a circa 2 milioni di barili al giorno nell’aprile 2017, mentre nello stesso periodo la produzione americana di shale aumentava di 2,2 milioni barili al giorno. Gli Stati Uniti intendono diventare un importante esportatore di petrolio. Possiamo dire che sta emergendo una nuova organizzazione che potremmo chiamare “US-PEC”. In quest’ottica, però, considerando anche gli eventi recenti, potrebbe essere errato sovrastimare la profondità delle relazioni tra Stati Uniti e Paesi strategici come l’Arabia Saudita. Si può presumere che queste relazioni in futuro saranno trainate da un programma di azioni politiche ed economiche condiviso estremamente pragmatico. Ma la capacità produttiva di petrolio inutilizzata dai Paesi OPEC è insufficiente per permettere agli USA di compensare il deficit che scontano ancora oggi. I numerosi vincoli finanziari introdotti per finanziare nuovi progetti nel settore energetico svolgono anch’essi un ruolo essenziale. A tal proposito, non posso essere d’accordo con l’opinione degli analisti di Goldman Sachs secondo cui la retorica delle sanzioni utilizzata dagli USA non porterà a un aumento dei prezzi del petrolio, visto che l’OPEC e la Russia, così come i produttori di shale negli Stati Uniti, saranno in grado di aumentare le rispettive capacità produttive. Presumo che questa stima sia solo un tentativo di questi analisti di giustificare le politiche di investimento su cui sta puntando la banca per cui lavorano. Il livello attuale di capacità produttiva inutilizzata è il più basso registrato nell’ultimo decennio. Esiste il rischio che non sia sufficiente per compensare il deficit di capacità produttiva, causato principalmente - ripeto - dall’Amministrazione USA. Altri eventi con impatti negativi - e la storia industriale dimostra che la probabilità che eventi di questo tipo accadano non può essere esclusa potrebbe portare a un nuovo picco dei prezzi del petrolio, il che causerebbe un aumento dei rischi per l’economia mondiale completando così il ciclo economico dell’ultimo decennio.

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VISION OR MIRAGE? / / / / / / / / / / / / /

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ven in the short term, the U.S. economic war may lead to a severe imbalance in the oil market. It is the U.S. Administration that has caused instability in Libya, as well as the decline in mining activities in Venezuela due to the sanctions and the uncertainty regarding the Iranian market. The U.S. works feverishly to become a regulator of the world’s oil market. The instruments they use, however, are not exactly traditional. Moreover, they are mostly driven by selfish ends. OPEC, in turn, reduced its share in the world oil market in favor of the U.S. shale industry. As a result, the decline in OPEC+ production amounted to about 2 million barrels per day by April 2017, while the output of shale in the United States (with the resulting change in the financial well-being of most shale producers) increased by 2.2 million barrels per day. The U.S. intends to become a major oil exporter and we can say that a "US-PEC" organization is emerging. Considering recent events, it is hard to overestimate the depth of the relationship between the U.S. and Saudi Arabia. It can be assumed that an extremely pragmatic agenda will be the driving force of the relationship in the future. But OPEC’s spare oil production capacity is insufficient to allow the U.S. to compensate for the deficit. Numerous financial constraints introduced to finance new projects in the industry also play an essential role. In this regard, I cannot agree with the opinion of Goldman Sachs analysts who believe that the sanctions rhetoric will not lead to an increase in oil prices as OPEC and Russia, as well as shale producers in the United States, will be able to increase productive capacity. I assume this estimate is only an attempt of the analysts to justify the bank’s investment policy. Today’s level of spare capacity is the lowest in a decade. There is a risk that it is insufficient to compensate for the production capacity shortfall, mainly caused by the U.S. administration. Another event with negative impact (the history of the industry shows that the probability of such events cannot be ruled out) may lead to a new spike in oil prices that will increase risks to the world economy and complete the economic cycle of the last decade.

Rosneft è una compagnia di energia integrata russa con sede a Mosca. Si sta specializzando in esplorazione, estrazione, produzione, raffinamento, trasporto e vendita di petrolio, gas naturale e prodotti petroliferi. La compagnia è controllata dal governo russo. Rosneft is a Russian integrated energy company headquartered in Moscow. It is specializing on exploration, extraction, production, refinement, transport, and sale of petroleum, natural gas, and petroleum products. The company is controlled by the Russian government.

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MEXICO Agenti di frontiera degli Stati Uniti lanciano gas lacrimogeni su centinaia di migranti che protestavano vicino al confine con il Messico, dopo che alcuni di loro hanno tentato di attraversare la recinzione che separa i due Paesi. Le autorità americane hanno così bloccato il passaggio di confine più trafficato degli USA, dove migliaia sono in attesa di chiedere asilo. U.S. border agents fire tear gas on hundreds of migrants protesting near the Mexican border after some attempted to get through the fencing and wire that separate the two countries. American authorities shut down the nation’s busiest border crossing from the city, where thousands are waiting to apply for asylum.

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D I S S E N S O

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G I R O

P E R

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M O N D O

RAGES

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BABILON N°3


UNITED STATES Gli agenti federali stanno indagando su diversi ordigni esplosivi inviati a eminenti democratici e alla CNN, alla vigilia delle elezioni di medio termine. I dispositivi erano bombe a tubo ed erano indirizzate all’ex presidente Obama, all’ex segretario Clinton e all’ex direttore della CIA John Brennan. Altri pacchi sospetti sono stati indirizzati a George Soros. Le autorità federali hanno arrestato il presunto autore: Cesar Altieri Sayoc Jr., un uomo di 56 anni della Florida. Federal agents are investigating multiple explosive devices targeting prominent Democrats, as well as CNN, on the eve of the midterm elections. The pipe bombs were addressed to former President Obama, ex-Secretary Clinton and former CIA Director John Brennan. Additional suspicious packages were addressed to George Soros. Federal authorities have arrested their suspect: Cesar Altieri Sayoc Jr., a 56-year-old Florida man.

TUNIS, TUNISIA

Proteste in Tunisia sono iniziate da un giorno all’altro lunedì 26 novembre, e sono poi continuate fino a martedì, nel contesto della visita del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman nel Paese nordafricano. Gli attivisti per i diritti umani e i giornalisti hanno affermato di volersi opporre al tour regionale del principe a causa del record negativo dell’Arabia Saudita quanto a libertà di stampa e diritti umani. L’unione nazionale dei giornalisti tunisini (Snjt) ha espresso profonda indignazione per la visita. Protests in Tunisia began overnight on Monday, 26 November and have continued into Tuesday ahead of Saudi Crown Prince Mohammed bin Salman’s visit to the North African country. Rights activists and journalists say they object to the prince’s regional tour because of Saudi Arabia’s negative record on press freedom and human rights. The national union of Tunisian journalists (Snjt) expressed deep indignation about the visit.

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CULTURE

THE REVOLT IN YEMEN LO SCONTRO TURCO-SAUDITA IN EUROPA E L’INFLUENZA SULLE COMUNITÀ MUSULMANE BY MARCO GIACONI

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BABILON N°3


MBS AND THE REVOLT IN YEMEN / / / / / / / / / / / / /

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l principe ereditario saudita Mohammed Bin Salman, attualmente al potere a Riad dopo che a suo padre Salman, il vero monarca, è stato diagnosticato l’Alzheimer, non ha mai studiato all’estero, ma appare come il più occidentalista tra i membri della sua famiglia. Nel 2015, quando muore il re Abdallah, l’erede diretto è il padre di Mohammed. Il giovane MBS diviene subito vice primo ministro e, ruolo più importante ancora, ministro della difesa. È allora che MBS comincia a dettare la sua linea: guerra in Yemen e una nettissima contrapposizione all’Iran. Per l’economia, il principe ereditario elabora il programma Vision 2030, attraverso cui spera di diminuire il tasso di disoccupazione dall’11,6% al 7%, aumentare il ruolo delle PMI nell’economia saudita al 35%, accrescere la quota di donne al lavoro fino al 30%. Inoltre, il principe intende arrivare a una piena sostituzione, con l’industria evoluta, di un’economia troppo dipendente dal petrolio, grazie ai capitali stranieri. Ma, soprattutto - si afferma nella Vision - intende privatizzare alcuni settori produttivi e vendere la Saudi Aramco, che gestisce il 10% del petrolio mondiale, al prezzo di 2 trilioni di dollari. Un valore che sembra irreale, oggi, per i mercati globali. MBS comincia a legare molto presto con Jared Kushner, genero di Trump e delegato del presidente USA per tutti gli affari mediorientali. È da questo momento che diventa l’uomo numero uno

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he heir to the Saudi throne Prince Mohammed Bin Salman, currently in power in Riyadh after his father Salman, the true monarch, was diagnosed with Alzheimer's disease, never studied abroad, yet appears to be the most Western among the members of his family. In 2015, when King Abdallah died, the direct heir was Muhammad's father. The young MBS immediately becomes deputy prime minister and, even more importantly, minister of defense. It was then that MBS began to lay out his course of action: war in Yemen and a very clear opposition to Iran. For the economy, the crown prince established the Vision 2030 program, which he hopes will reduce the unemployment rate from 11.6% to 7%, increase the role of SMEs in the Saudi economy to 35% and increase the percentage of women in the workforce to 30%. Moreover, the prince hopes to completely overhaul the economy, too independent on oil, through evolved industry with the help of foreign capital. But above all - stated in Vision it intends to privatize some production sectors and sell Saudi Aramco, which accounts for 10% of the world’s oil, at a price of $2 trillion. A value that seems unreal, today, for global markets. MBS very soon began to buddy up to Jared Kushner, Trump's son-in-law and the US president's delegate for all Middle Eastern affairs. It is from this moment that, for Saudi Arabia, Kushner became

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CULTURE

degli Stati Uniti in Arabia Saudita. Ossia quel Paese oltre Atlantico che, come dice Trump, «se non ci fosse, voi sauditi non rimarreste al potere per quindici giorni». Sono proprio gli americani a sostenere la guerra nello Yemen contro i ribelli filo-sciiti Houthi e la successiva emarginazione del Qatar, l’emirato protettore della Fratellanza Musulmana e leader della produzione di gas naturale insieme all’Iran, nell’immenso South Pars II. Kushner e MBS avrebbero addirittura preparato insieme un piano per l’invasione del Qatar, ma Mohammed aspetta che il principe designato Bin Nayef si ritiri a vita privata. Cosa che avviene nel 2017. Inizia in quel momento, quando cioè MBS diviene ufficialmente principe erede al trono, la sua charm offensive in tutto l’Occidente. Così, da un lato viene propagandata la libertà delle donne saudite di prendere finalmente la patente, ma si evita di dire che occorre comunque l’autorizzazione del marito. Basta solo questo per vendere agli ingenui occidentali MBS come “riformatore”. Dall’altro, nel novembre del 2017 il principe mette agli arresti sia l’ex-erede al trono Bin Nayef che undici principi, quattro ministri in carica e trenta ex-ministri. La retata di tutti gli oppositori, veri o presunti, viene fatta passare come operazione anticorruzione. Tra gli arrestati, rinchiusi al Ritz

their number one American. That is, the country beyond the Atlantic that, as Trump says, "if it were not there, the Saudis would not remain in power for fifteen days." It is precisely the Americans who support the war in Yemen against the pro-Shiite Houthi rebels and the subsequent marginalization of Qatar, the Emirate protector of the Muslim Brotherhood and leader in the production of natural gas alongside Iran, in the immense South Pars II. Kushner and MBS even devised a plan to invade Qatar together, but Muhammad wanted to wait for Prince Nayef to retire to private life. Which happened in 2017. It was in that moment, when MBS officially becomes an heir to the throne, that he began his charming offensive throughout the West. While the freedom of Saudi women to finally drive is touted, there is little mention that she needs the authorization of the husband to do so. That is all that was needed to sell MBS as a "reformer" to Westerners. Then, in November 2017 the prince arrested both the former heir to the throne Bin Nayef and eleven princes, four ministers in office and thirty former ministers. The raid of all the opponents, true or presumed, was passed off as an anti-corruption operation. Among those arrested and locked up at the Ritz Carlton in Riyadh are also Lebanese leader Rafik Hariri and the prince financier, also

YEMEN IN NUMBERS

20

9.500

MILLION

people are in need of humanitarian aid

3

people have been killed

(Source: Soufan center)

52

MILLION

people are displaced or unable to return to their homes

55.000 are injured


DEC 2018

Carlton di Riad, vi sono anche il leader libanese Rafik Hariri e il principe finanziere, ben noto anche in Italia, Al Walid bin Talal. Tutti pagano a MBS una taglia salatissima per poter uscire dal doratissimo carcere. Ma se internamente i sauditi prendono il potere, la loro coalizione s’impantana sempre più in Yemen e Riad perde anche appoggi rilevanti per la guerra indiretta contro il Qatar: sia l’Egitto che l’Oman e la Turchia, Paesi “amici” di Riad, si rifiutano infatti di chiudere le relazioni politiche e commerciali con l’emirato di Doha. Il che non giova alla guerra in Yemen, iniziata nel 2015 con la rivolta degli Houthi, setta zaydita fedele al quinto e ultimo imam, nel nord del Paese, l’antico imamato della setta sciita. Una tradizione di tipo sciita, antichissima, che non crede all’infallibilità degli Imam ed è vicina, dal punto di vista legale e coranico, all’Islam sunnita della scuola hanafita, la maggiore dell’area già appartenente all’impero ottomano. Gli Houthi, ovvero Ansar Allah, chiedono di non essere discriminati, vogliono evitare la colonizzazione religiosa sunnita-saudita, avere una maggiore autonomia (non l’indipendenza) nel nord dello Yemen. Non sono sciiti duodecimani come la maggioranza degli iraniani, e la differenza religiosa è tale che è rilevante, per Teheran, il loro ruolo politico e strategico. Gli USA hanno, però, nel frattempo hanno già compiuto 250 missioni aeree sullo Yemen, mentre l’Iran invia molte armi evolute ai ribelli, che prendono la capitale Sanaa nel gennaio 2015. Finora, sono stati intercettati dai sauditi oltre 100 missili lanciati dagli zayditi, tutti di fabbricazione iraniana. Ovvio che Teheran voglia creare una pressione a sud del regno saudita e aprirsi un varco verso l’Africa e mettere inoltre in sicurezza la Siria e le sue linee interne di collegamento tra l’Iran e gli Hezbollah libanesi. Tutto questo è lo specchio di una guerra che, oltre a seminare morte e carestie, sta mostrando l’inefficacia della politica estera saudita. Anche se l’Iran non può vincerla, questo comunque viene considerato dagli ayatollah come un crudele “investimento” per frenare le mire di Riad. Perciò, se la guerra in Yemen dovesse prolungarsi e se il fronte anti-iraniano dovesse cedere, MBS non durerà a lungo sul trono.

A GEOPOLITICAL EXPERIENCE

IT’S RAINING MONEY / / / / / / / / / / / / /

well known in Italy, Al Walid bin Talal. Everyone paid MBS a big price to get out of the gilded prison. But if the Saudis take power internally, their coalition gets increasingly entangled in Yemen and Riyadh also loses significant support for its indirect war against Qatar: Egypt and Oman and Turkey, Riyadh 's friendly countries, refuse to close political and commercial relations with the emirate of Doha. This does not help the war in Yemen, which began in 2015 with the revolt of the Houthi, a Zaidi sect loyal to the fifth and last imam, in the north of the country, the ancient imamate of the Shiite sect. The ancient Shiite tradition does not believe in the imam's infallibility and is close, from a legal and Koranic point of view, to the Sunni Islam of the Hanafi school, the largest of the area previously under the Ottoman Empire. The Houthi, or Ansavvvr Allah, ask not to be discriminated against, they want to avoid the SunniSaudi religious colonization and have greater autonomy (not independence) in northern Yemen. They are not Twelver Shiites like most Iranians, and the religious difference is strong enough, for Teheran, to make a difference at the political and strategic level. In the meantime, the US has already completed 250 air missions on Yemen, while Iran has sent many advanced weapons to the rebels, who take the capital Sanaa in January 2015. So far, the Saudis have intercepted over 100 missiles launched by the Zaidi, all of Iranian manufacture. Of course, Tehran wants to create pressure south of the Saudi kingdom and open a path to Africa while also securing Syria and its internal lines of connection between Iran and the Hezbollah in Lebanon. All this is the mirror of a war that, in addition to sowing death and famine, is showing the ineffectiveness of Saudi foreign policy. Even if Iran cannot win it, this is still considered by the ayatollahs as a cruel "investment" to curb Riyadh’s ambitions. Therefore, if the war in Yemen is to continue and if the anti-Iranian front were to yield, MBS will not last long on the throne.

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CULTURE

REPORTAGE

NO RELIGION, JUST POLITICS LA LONGA MANUS DI RIAD E TEHERAN NEL MOSAICO LIBANESE BY LUCA STEINMANN, LEBANON CORRESPONDENT

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BABILON N°3


NO RELIGION, JUST POLITICS / / / / / / / / / / / / /

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N

on solo una guerra di religione, ma soprattutto uno scontro geopolitico combattuto su commissione attraverso proxy in ogni angolo del Vicino e Medio Oriente. La competizione tra Arabia Saudita e Iran che sta insanguinando il mondo musulmano viene spesso descritta come uno scontro di civiltà tra l’Islam sciita a guida persiana e i sauditi sunniti appoggiati dai propri alleati americani, francesi e israeliani. Questa narrazione si fonda sulla conflittualità militare e politica che contrappone a livello territoriale le locali fazioni sciite a quelle sunnite, supportate e foraggiate dai rispettivi protettori: Teheran o Riad. I teatri bellici più sanguinosi finora sono stati quello siro-iracheno, dove il regime di Assad legato ai mullah sta sconfiggendo la ribellione sostenuta dai Saud; e lo Yemen, dove il governo filo-saudita reprime i ribelli Houthi, alleati di Teheran. Sia l’Arabia Saudita che l’Iran utilizzano la religione come strumento di difesa e promozione dei propri interessi strategici e geopolitici, senza esitare a sostenere movimenti radicali anche al di fuori delle proprie tradizionali aree di influenza. È dall’Arabia Saudita, ad esempio, che sono partiti milioni di dollari destinati a gruppi estremisti europei che negli ultimi anni hanno favorito la partenza di centinaia di foreign fighters verso le zone di conflitto,

M

ore than a religious war, but above all a geopolitical battle fought on commission through proxies in every corner of the Near and Middle East. The competition between Saudi Arabia and Iran spilling blood in every corner of the Muslim world is often described as a clash of civilizations between Shiite-led Islam and the Sunni Saudis, supported by their American, French and Israeli allies. This narrative is based on military and political conflict that places the local Shiite and Sunnis factions against each other, supported and foraged by their protectors: Tehran or Riyadh. The bloodiest theaters of war so far have been the Syrian-Iraqi one, where the mullah-linked Assad regime is vanquishing the Saud-backed rebellion; and Yemen, where the pro-Saudi government is repressing Houthi rebels, allies of Teheran. Both Saudi Arabia and Iran use religion defend and promote their strategic and geopolitical interests, neither hesitating to support radical movements even if they fall outside of their traditional areas of influence. For example, millions of dollars have left Saudi Arabia to support European extremist groups that have encouraged hundreds of foreign fighters to head to conflict zones in recent years to join openly terrorist groups. Iran, on the other hand, has brought together thousands of Pa-

In apertura: Beirut dall’alto. In questa immagine: il presidente iraniano Hassan Rouhani

A GEOPOLITICAL EXPERIENCE

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CULTURE

Supporter di Hezbollah nel giorno dell’Ashura

che sono finiti per unirsi a compagini apertamente terroristiche. L’Iran, invece, ha fatto convergere migliaia di combattenti sciiti pakistani, afghani, iracheni e libanesi, in territorio siriano a ridosso delle alture del Golan, soprattutto in funzione anti-israeliana. Qualora la promozione dei propri interessi lo richieda, però, né iraniani né sauditi esitano a mettere da parte la religione. Il Libano ne è l’esempio più concreto. Composto da centinaia di diversi gruppi etno-religiosi che convivono su un’area estesa quanto la regione Umbria, il Paese dei Cedri è fin dalla sua nascita il territorio per eccellenza sul quale le varie potenze regionali si danno battaglia su commissione, facendo leva sulle comunità autoctone cui sono legati da vincoli di fede e che esprimono partiti su base confessionale. Oggi, il parlamento di Beirut è diviso in due blocchi antagonisti: il primo, capeggiato dal sunnita Saad Hariri, esprime gli interessi di Riad; il secondo è egemonizzato da Hezbollah, l’alleato di ferro di Teheran (il cui braccio armato è considerato terrorista da USA, UE e molti altri). Quando però gli emissari sauditi si recano in Libano non incontrano mai per primo Saad Hariri bensì Samir Geagea, leader del partito cristiano delle Forze Libanesi, che in parlamento siede nel blocco filo-Riad. Accusato dai suoi nemici di avere posizioni filo-israeliane, Geagea è nemico giurato di Hezbollah e della Siria mentre gode di grande prestigio all’interno della casa reale saudita. Di fronte alle esigenze politiche, dunque, i sauditi mostrano di non esitare a mettere in secondo piano i propri fratelli di fede libanesi a favore di un cristiano. Un atteggiamento analogo è condiviso dall’Iran.

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kistani, Afghan, Iraqi and Lebanese Shiite fighters, in Syrian territory close to Golan Heights to stand against Israel. If promoting their interests requires it, however, neither Iranians nor Saudis hesitate to set religion aside. Lebanon is the best example. Home to hundreds of different ethno-religious groups living in an area as large as Italy’s Umbria region, the Country of Cedars has, since its founding, been the territory par excellence for regional powers to commission battles, relying on indigenous communities who are politically bound by faith. Currently, the parliament in Beirut is divided into two opposing blocs: the first, headed by Saad Hariri, a Sunni, that expresses the interests of Riyadh; the latter is led by Hezbollah, Tehran's ironclad ally (whose armed wing is considered a terrorist organization by the US, the EU and many others). But when the Saudi emissaries go to Lebanon, they never meet Saad Hariri first, but Samir Geagea, leader of the Christian Lebanese Forces, who sit in the pro-Riyadh bloc of parliament. Accused by his enemies of being pro-Israel, Geagea is a sworn enemy of both Hezbollah and Syria who enjoys great prestige within the Saudi royal house. When politics call, therefore, the Saudis have demonstrated that they do not hesitate to put a Christian before their Lebanese brothers of faith. Iran shares a similar philosophy.


DEC 2018

NO RELIGION, JUST POLITICS / / / / / / / / / / / / /

ABOUT CHRISTIANS I partiti cristiani del Libano sono la cartina di tornasole di questo pragmatismo e sono equamente divisi nei due blocchi. Il Movimento Patriottico Libero del presidente Michel Aoun (29 seggi) è alleato con Hezbollah, come lo è il piccolo partito del cristiano Emile Rahme (un solo seggio); le Forze Libanesi (15 seggi) sono legate a doppio filo ai sauditi; la Falange di Samy Gemayel - vedi intervista in questo numero - schiera tre parlamentari indipendenti, rivendicando però un’organicità maggiore ai sauditi. Come i cristiani, anche i palestinesi del Libano sono fratturati tra filo-sciiti e filo-sunniti e si combattono tra loro dentro i campi profughi.

Lebanon’s Christian parties are the litmus test of this pragmatism and are divided equally into the two blocs. President Michel Aoun’s Free Patriotic Movement (29 seats) is allied with Hezbollah, as is the small party of Emile Rahme (only one seat); the Lebanese Forces (15 seats) are doubly linked to the Saudis; Samy Gemayel’s Phalange – see the interview in this issue - has three independent parliamentarians, claiming however a greater organic link to the Saudis. Like the Christians, the Palestinians of Lebanon are also fractured between proShiite and pro-Sunnites and are battling each other inside refugee camps.

Tutto il territorio nazionale è, infatti, costellato di campi in cui abitano i discendenti degli esuli che fuggirono dalla Palestina nel 1948 e che, col tempo, sono diventati dei veri e propri Stati nello Stato, controllati delle milizie palestinesi e dove le autorità libanesi non hanno in pratica alcuna giurisdizione. Le ostilità tra sciiti e sunniti e la perdita di consensi delle tradizionali autorità palestinesi (soprattutto da quando nel 1993 l’OLP ha riconosciuto la soluzione a due Stati privando de facto gli esuli del diritto al ritorno), hanno favorito l’emersione di gruppi legati rispettivamente all’uno o all’altro asse. È così che da oltre un decennio scoppiano continuamente scontri in alcuni campi tra le forze laiche (Fatah), quelle jihadiste (Hamas e Jihad), quelle propriamente terroristiche (ISIS e Jabhat al Nusra) e quelle legate a Hezbollah (Ansar Allah).

The entire national territory is, in fact, speckled with camps inhabited by descendants of the exiles who fled from Palestine in 1948. Over time, the camps have become states within the state, controlled by Palestinian militias, with Lebanese authorities having virtually zero jurisdiction. Hostility between Shiites and Sunnis and the loss of consensus of the traditional Palestinian authorities (especially since 1993 when the PLO recognized the two-state solution, essentially depriving exiles the right to return), have led to the emergence of groups linked respectively to one or the other axis. This is how, for over a decade, there have been constant clashes in some areas between the secular (Fatah), the jihadist (Hamas and Jihad), the terrorists (ISIS and Jabhat al Nusra) and those linked to Hezbollah (Ansar Allah).

Guerre di religione? Niente affatto. Negli ultimi anni l’epicentro dello scontro è stato il campo di Ain el Hilwee, a Sidone, densamente popolato da gruppi terroristici in cui, a seguito di un bizzarro riassetto degli equilibri interni, il gruppo di Ansar Allah è stato a lungo alleato con Al Nusra. A dimostrazione di come la religione sia spesso solo un pretesto.

A GEOPOLITICAL EXPERIENCE

Religious wars? Not even close. In recent years, the epicenter of conflict has been Ain el Hilwee refugee camp in Sidone, densely populated by terrorist groups where, following a bizarre rebalancing of internal forces, Ansar Allah has allied with Al Nusra, demonstrating that religion is often just a pretext.

Harissa, statua di Nostra Signora del Libano, patrona del paese.

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DIPLOMATIC COURIER

IN MEDIO STAT INDEPENDENCE INTERVISTA A SAMY GEMAYEL, PRESIDENTE DELLE FALANGI LIBANESI Presidente Gemayel, il parlamento libanese è diviso in due schieramenti: un blocco filo-iraniano guidato da Hezbollah e dal generale Aoun che si oppone al blocco filo-saudita guidato da Saad Hariri. Voi non vi schierate né con l'uno né con l'altro. Perché? Perché queste coalizioni agiscono su mandato di altre potenze regionali, rispettivamente Iran e Arabia Saudita. La Falange è invece un partito puramente libanese senza vincoli né mandanti internazionali, che vuole difendere esclusivamente gli interessi del proprio popolo. Siamo gli unici a rifiutare ogni interferenza esterna nel processo decisionale e democratico del nostro Paese. Vogliamo un Libano indipendente, sovrano e neutrale che vede nella Svizzera il suo punto di riferimento. Come la Svizzera, siamo un piccolo paese circondato da grandi potenze, che vuole difendere la propria libertà e i propri confini dalle guerre e dalle tensioni che ci circondano. Anche noi vogliamo essere un luogo di dialogo che ospiti le organizzazioni internazionali. Beirut dovrebbe essere la Ginevra del Medio Oriente. Questo è il nostro modo di difendere il Libano, non con le armi ma con la diplomazia. Quale la principale minaccia per l’indipendenza del Libano? I filo-iraniani o i filo-sauditi? Entrambi. Tra i due c'è però una grande differenza: l’Arabia Saudita ha sì un'influenza politica sul Libano, ma non dispone di un’organizzazione militare pesantemente armata sul nostro territorio. Hezbollah è invece un gruppo militare che si sostituisce allo Stato e all’esercito e che agisce in tutta la regione in nome degli interessi iraniani, coinvolgendo il Libano in battaglie non nostre. Se il Libano è sulla lista nera della maggior parte delle nazioni

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BY LUCA STEINMANN

President Gemayel, the Lebanese parliament is divided into two camps: a pro-Iranian bloc led by Hezbollah and General Aoun that opposes the pro-Saudi bloc led by Saad Hariri. You have remained neutral. Why? Because these coalitions act on behalf of other powers within the region, Iran and Saudi Arabia respectively. The Phalange, on the other hand, is a purely Lebanese party without ties or international influence, which works solely to defend the interests of our own people. We are the only party to reject external interference in our country’s decision-making and democratic processes. We want an independent, sovereign and neutral Lebanon that views Switzerland as a point of reference. Like Switzerland, we are a small country surrounded by great powers that wants to defend its freedom and its borders from the wars and tensions that surround us. We too want to be a place of dialogue that hosts international organizations. Beirut should be the Geneva of the Middle East. This is our way of defending Lebanon, not with arms but with diplomacy. What is the biggest threat to Lebanese independence? The pro-Iranians or pro-Saudis? Both. But there is a big difference between the two: Saudi Arabia has a political influence on Lebanon, but it does not have a heavily armed military organization on our territory. Hezbollah, on the other hand, is a military group that has replaced both state and army and acts in the name of Iranian interests throughout, involving Lebanon in battles that are not ours. If Lebanon is on the blacklists of the majority of nations around the world, it is due to the presence of Hezbollah and its weight in the country's decision-making process. It controls the president, the government and the parliament,


IN MEDIO STAT INDIPENDENCE / / / / / / / / / / / / /

del mondo è a causa della presenza di Hezbollah e del suo peso nel processo decisionale del Paese. Esso controlla il presidente, il governo e il parlamento, e non risponde agli interessi dei libanesi. Ha invaso la Siria e combatte oggi in Yemen senza averlo chiesto al parlamento, portando così il nostro Paese in conflitto con la maggior parte degli Stati arabi che ora ci boicottano politicamente ed economicamente. E le conseguenze le paga il nostro popolo. La nostra economia va molto male, siamo un Paese indebitato e sull’orlo della bancarotta il cui deficit continua a salire, mentre continua a ridursi il supporto finanziario e militare da parte dell’Occidente. Per superare questa situazione è necessario riappropriarci della nostra sovranità, rafforzando le nostre istituzioni statali, la nostra economia e il nostro esercito, che deve detenere il monopolio della violenza. È necessario quindi disarmare tutte le milizie armate presenti sul territorio, a partire da Hezbollah. Solo così si può affermare una democrazia sovrana e libera da condizionamenti esterni.

and does not respond to the interests of the Lebanese people. They invaded Syria and are currently fighting in Yemen without having asked the parliament, thus bringing our country into conflict with most Arab states that are now politically and economically boycotting us. Our people are paying the consequences. Our economy is doing very poorly, we are in debt and on the verge of bankruptcy as our deficit continues to rise, while the financial and military support from the West continues to fall. To overcome this situation we need to reappropriate our sovereignty, strengthen our state institutions, our economy and our army, which hold a monopoly on violence. Thus, we must disarm all armed militias present on the territory, starting with Hezbollah. This is the only way sovereign democracy can be established free from external conditions.

Non teme che i finanziamenti provenienti dall'Arabia Saudita a movimenti sunniti radicali possano essere una minaccia per i cristiani del Medio Oriente?

I don’t think so. Saudi Arabia and the Emirates have fought ISIS in Syria alongside international coalitions, bombing terrorist positions with their own jets. The Saudis have yet to involve us in foreign conflicts that would compromise our neutrality.

Non mi risulta sia così. L’Arabia Saudita e gli Emirati hanno combattuto l’ISIS in Siria insieme alla coalizione internazionale, bombardando con i loro aerei le postazioni dei terroristi. Finora i sauditi non ci hanno coinvolto in conflitti non nostri che compromettano la nostra neutralità. Una neutralità che deve valere anche nei confronti di Israele? Finché il Libano avrà un contenzioso territoriale con Israele, non è possibile avere la pace. La soluzione è lontana. Per difendere il Libano da ogni attacco israeliano dovremmo agire diplomaticamente, avendo forti relazioni diplomatiche con tutti gli attori regionali e mondiali. Qual è la sua posizione rispetto al conflitto israelo-palestinese? Penso che non sia nostro dovere occuparcene. Sono loro a dovere sapere quali sono i loro interessi, non è compito nostro dare loro lezioni come sta invece facendo Hezbollah, che è più palestinese dei palestinesi stessi. Il nostro dovere è difendere gli interessi dei libanesi, che comprendono il ritorno a casa loro dei rifugiati palestinesi ancora presenti sul nostro territorio. Siamo contro ogni insediamento permanente in Libano, tanto dei palestinesi quanto dei profughi siriani. La questione palestinese può essere risolta solo tramite un dialogo, diretto o indiretto, con Israele. La soluzione è tra di loro. Il Libano deve invece negoziare le modalità con cui i palestinesi faranno ritorno in Palestina.

A GEOPOLITICAL EXPERIENCE

Are you concerned that financing from radical Sunni movements in Saudi Arabia could be a threat for Christians in the Middle East?

Should this neutrality also apply to Israel? As long as Lebanon has a territorial disputes with Israel, peace is not possible. We are far from a solution. To defend Lebanon from Israeli attacks, we have to operate diplomatically, building strong diplomatic relationships with regional and global actors. What is your position on the Israel-Palestine conflict? I think it is not our burden to take care of it. It is their duty to know what their interests are, it is not our job to give them lessons as Hezbollah is doing, which is more Palestinian than the Palestinians themselves. Our duty is to defend the interests of the Lebanese people, including the return of Palestinian refugees, still present on our territory, home. We are against every permanent settlement in Lebanon, both for Palestinians for Syrian refugees. The Palestinian question can only be resolved through direct or indirect dialogue with Israel. The solution lies between them. Lebanon must instead negotiate how Palestinians will return to Palestine. Do you recognize Israel’s right to exist? I don’t know, this will be established by negotiations. Until they begin, it is the responsibility of Arab countries to accept part of the Palestinian and Syrian refugees that we host today. These

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DIPLOMATIC COURIER

Riconosce il diritto di Israele a esistere? Non lo so, questo verrà stabilito dai negoziati. Finché questi non inizieranno, è necessario che i Paesi arabi si prendano delle quote di rifugiati palestinesi e siriani che oggi noi ospitiamo. Quegli stessi Paesi arabi che si presentano come difensori della causa araba non hanno finora mostrato alcuna solidarietà pur avendo i mezzi, la stabilità e lo spazio che noi non abbiamo. Il Libano è oggi la terza nazione più densamente popolata al mondo, la cui unica colpa è di essere confinante con Siria e Palestina. Ora è giunto il momento che tutti si prendano le proprie responsabilità, assumendosi delle quote di rifugiati finché i siriani e i palestinesi potranno far ritorno nei propri Paesi. Naturalmente è più facile che ciò avvenga prima per i siriani. In quel caso, li incoraggeremo ad andarsene dal Libano garantendo che il loro rimpatrio sia umano e sicuro. In che modo potete garantire la sicurezza dei profughi qualora questi rimpatrino? Non è compito nostro negoziare direttamente con i loro Paesi di origine, se ne deve occupare la comunità internazionale. Il Libano dovrebbe fare pressioni diplomatiche perché ciò avvenga. Soprattutto sulla Russia, l’unico attore in grado di imporre ad Assad le proprie decisioni. In questo momento, Assad non ha nessuna intenzione che il milione e mezzo di siriani che sono fuggiti in Libano torni in Siria, perché li considera a lui ostili e perché è solo contento di ridurre la presenza sunnita nel suo Paese. Deve essere quindi forzato a riprenderseli attraverso il presidente Putin, senza il cui supporto politico e militare il regime siriano non durerebbe più di trenta minuti. Ritiene che la Siria rappresenti ancora una minaccia per l’indipendenza del Suo Paese? Finché Damasco non riconoscerà il diritto del Libano a essere indipendente, la Siria avrà delle mire su di noi. Ci considerano una loro provincia. Durante i primi sei mesi della rivoluzione siriana i comitati di opposizione chiedevano chiaramente al governo di smettere di considerarci come una provincia. Assad non la pensa così. Ha sempre visto il Libano come parte della Siria. Eppure i cristiani siriani sono compatti nel combattere l’opposizione e nel sostenere Assad. La Siria è una dittatura in cui una minoranza comanda la maggioranza, raccogliendo intorno a sé le altre minoranze. L’alawita Assad è l’alleato naturale della minoranza cristiana. Di quegli stessi cristiani siriani che durante la guerra in Libano erano molto contenti nel vedere i cristiani libanesi essere massacrati da Assad. In quegli anni, i cristiani siriani

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same Arab countries that claim to be defenders of the Arab cause have, so far, shown no solidarity despite having the means, the stability and the space that we do not have. Lebanon is today the third most densely populated nation in the world, whose only fault is to be neighboring Syria and Palestine. Now it is time for everyone to accept their responsibilities and take Syrian and Palestinian refugees until they can return to their countries. Of course it more likely for this to happen for Syrians. In that case, we will encourage them to leave Lebanon by ensuring that their repatriation is humane and safe. How can you guarantee safety of refugees when they return home? It is not our job to negotiate directly with their countries of origin, it is the international community that has to deal with them. Lebanon should apply diplomatic pressure to make it happen, especially for Russia, the only actor able to impose its decisions on Assad. At this time, Assad has no intention of allowing the 1.5 million Syrians who have fled to Lebanon to return home as he considers them hostile to him and because he is more than happy to reduce Sunni presence in his country. He must therefore be forced to take them back through President Putin, without whose political and military support the Syrian regime would not last more than thirty minutes. Do you believe that Syria is still a threat to the independence of your country? As long as Damascus does not recognize Lebanon's right to be independent, Syria will keep us in its ambitions. They consider us a province. During the first six months of the Syrian revolution, the opposition committees clearly asked the government to stop considering us as a province. Assad does not think so. He has always seen Lebanon as a part of Syria. Yet Syrian Christians unanimously combat the opposition and support Assad. Syria is a dictatorship where the minority commands the majority while attracting other minorities. Alawite Assad is the natural ally of the Christian minority, the same Syrian Christians who were very happy to see Lebanese Christians being massacred by Assad during the war in Lebanon. In those years, Syrian Christians fought us as if we were the devil. Many generals of the brigades were Christians who razed Christian regions of Lebanon to the ground, destroying the Christian part of Beirut and leaving not a single house standing in the Ashrafije neighborhood. These people are interested only in defending the privileges that their protector Assad grants them in Syria in exchange for their total subjection. They are content to be able


IN MEDIO STAT INDIPENDENCE / / / / / / / / / / / / /

ci combattevano come se fossimo il diavolo. Erano cristiani molti generali delle brigate che hanno raso al suolo le regioni cristiane del Libano, distruggendo la parte cristiana di Beirut e non lasciando in piedi neanche una casa nel quartiere di Ashrafije. A questa gente non interessa altro che difendere i privilegi che il loro protettore Assad concede in Siria in cambio della loro totale sudditanza. Si accontentano di potere mangiare, dormire, lavorare e pregare. Noi cristiani del Libano, invece, vogliamo vivere dignitosamente, non sopravvivere. Abbiamo donato troppo sangue per smettere di lottare. Siamo abituati a combattere per la nostra libertà contro ogni nemico, anche contro la Siria. Non dimentichiamo che è stato Assad a fare uccidere Bachir Gemayel, il presidente più carismatico della nostra storia e il leader della resistenza cristiana del Libano. Non possiamo avere nessuna empatia per Assad. La sua famiglia ha dato il sangue per questo Paese. Quali sono i valori per cui combattere? Combattiamo per la democrazia e per la libertà: di parola, di religione, di stampa, per lo Stato di dritto e per i diritti umani. Insomma, per le libertà occidentali che anche per i libanesi sono sacre. Siamo l’unico popolo in questa regione che crede nei valori dell’Occidente. Se l’Occidente vuole diffondere i propri valori in Medio Oriente deve proteggere e rafforzare il Libano per permetterci di diffondere i principi della libertà, dei diritti individuali, del libero mercato. Siamo l’unica piattaforma da cui è possibile esportare la democrazia e i valori occidentali. La mia famiglia combatte da decenni per questo, e ne abbiamo pagato un alto prezzo.

to eat, sleep, work and pray. We Christians of Lebanon, on the other hand, want to live in dignity, not to survive. We have shed too much blood to stop fighting. We are used to fighting for our freedom against all our enemies, even against Syria. Let us not forget that it was Assad who killed Bachir Gemayel, the most charismatic president in our history and the leader of the Christian resistance in Lebanon. We cannot have any empathy for Assad. Your family has spilled blood for this country. What are the values you fight for? We fight for democracy and freedom: of speech, of religion, of press, for a state of rights and for human rights. In short, for Western freedoms that are sacred to the Lebanese too. We are the only people in this region that believe in the values of the West. If the West wants to spread its values in the Middle East, it must protect and strengthen Lebanon in order to allow us to spread the principles of freedom, individual rights and the free market. We are the only platform that can be used to export democracy and Western values. My family has been fighting for this for decades, and we have paid a high price. We have five martyrs in the family, including a president and a minister. But we will continue to fight. No matter what it takes.

Abbiamo cinque martiri in famiglia, tra cui un presidente e un ministro. Ma continueremo a combattere. Costi quel che costi. In foto: Sami Gemayel, presidente delle Falangi Libanesi

A GEOPOLITICAL EXPERIENCE

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BA BIL ON

n°3

JUN 2018

A GEOPOLITICAL EXPERIENCE

Direttore Responsabile Luciano Tirinnanzi Direttore editoriale Alfredo Mantici Caporedattore Rocco Bellantone Coordinamento Editoriale Pietro Costanzo, Emiliano Battisti Hanno collaborato Valerio Mazzoni Anthony Roberts Lorenzo Nannetti Fabio Valerini Gino Lanzara Altea Pericoli Stefano Piazza Marco Giaconi Luca Steinmann

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Merlo Group è strutturata su tre colonne portanti, I.V.N.G. S.p.A. come Istituto di Vigilanza privata dotato di Centrale Operativa certificata ed avanzata, Elma Group Services S.p.A. come global security e facility solution provider, e infine Eyeswiss SA che si occupa di videosorveglianza, impianti di sicurezza e allarme, consulenza.

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