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Direttore Responsabile Felice Bongiorno

Registrazione: Tribunale di Catania N. 15 dell’11-04-2008

Direzione e redazione

Via Del Bosco, 71 - 95125 Catania Tel. 095 336369 Fax 095 339720 E-mail: insieme@sdbsicilia.org Sito web: www.sdbsicilia.org

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Scuola Grafica Salesiana Catania-Barriera


PRESENTAZIONE Esprimo un vivo ringraziamento a don Salvatore Spitale per il lavoro fatto nell’anno centenario della morte di don Rua. Il frutto delle sue ricerche è già stato pubblicato man mano negli ultimi tre numeri di “Insieme”. In occasione del Convegno su Don Rua, che celebreremo il 21 novembre 2010 a San Cataldo, don Felice Bongiorno, a cui sono particolarmente grato, ha avuto la felice intuizione di raccogliere i vari inserti di Insieme e di produrre un numero speciale. Il risultato è nelle vostre mani e, ne sono certo, susciterà la vostra curiosità e il vostro interesse per il legame profondo che si è instaurato tra don Rua, primo successore di don Bosco e la Sicilia, “isola degli ardenti entusiasmi” come dice la titolatura. Le pagine che vi presento sono ricche di tanti episodi che il cronista ha saputo raccogliere e affidare alla considerazione e all’approfondimento dei posteri. Vi sono quadretti deliziosi e commoventi. Domina soprattutto l’accoglienza affettuosa ed entusiasta di folle di gente semplice che si accalcava per accogliere e vedere quell’uomo scarno, dai tratti dolci e paterni che a tutti ricordava e rendeva vivo don Bosco. Don Rua e la Sicilia rappresenta una lettura stimolante per quanti sono interessati a capire la sorgente viva del movimento salesiano che da Torino e dall’impulso carismatico di un santo si è sviluppato prima in tutta Italia e poi nel mondo intero. Di questa diffusione don Rua fu artefice intelligente e coraggioso tanto da meritarsi il titolo di “co-fondatore”. Mi auguro che le brevi ed intense pagine di questo opuscolo stimolino l’interesse di tanti e soprattutto ci incoraggino a guardare in avanti per incarnare. in un contesto socio-culturale così diverso dai tempi di don Rua, la passione per l’educazione e l’evangelizzazione dei giovani in questa straordinaria terra di Sicilia.


PREFAZIONE Pochissimi (o forse nessuno) sono i posti della terra che, come la Sicilia, hanno visto, nello scorrere dei secoli, tante immigrazioni di popoli, pacifici o violenti, che hanno occupato le sue terre e vi hanno dato vita a civiltà splendide per scienza e magnificenza di arte. Enumerarli tutti sembra quasi impossibile: Opici, Pelasgi, Elimi, Sicani, Siculi, Greci, Fenici, Cartaginesi, Mamertini, Romani e cosi via fino ad oggi. Che cosa li attraeva se in questi luoghi non è facile sintetizzarlo in poche parole: la dolcezza del clima?, lo splendore del cielo?, la rigogliosa fecondità del suolo?. O forse tutte insieme? Alla fine del diciannovesimo secolo la Sicilia assiste ad un’altra invasione, questa volta pacifica, che in brevissimo tempo si diffuse in tutta l’isola, ovunque apportando cultura e santità:l’invasione dei Salesiani, di quella Congregazione che da poco tempo S. Giovanni Bosco aveva fondato a Torino. Alla morte del fondatore, le case salesiane in Sicilia erano appena due: Randazzo e Catania-S. Filippo Neri, ma alla morte del suo successore, Don Rua, sono già 21, di cui quattro aperte e chiuse. Don Rua è stato l’artefice e il “motore perpetuo” di questo eccezionale sviluppo. Don Agostino Auffray nel suo volume: “Beato Michele Rua”, edito dalla SEI nel 1972 scrive: “Nel 1892…attraversa lo stretto di Messina, percorre la Sicilia”; “l’anno 1900 lo vede sbarcare in Sicilia una seconda volta…e quasi attratto dall’isola degli ardenti entusiasmi, percorre di nuovo la Sicilia in tutti i sensi, da Palermo a Catania, da Agrigento a Siracusa”; “nel 1906, sullo scorcio di aprile, alla volta della Sicilia,…s’indugia molto tempo in Sicilia”. Cos’era quest’attrazione?, perché questo indugiare molto tempo in Sicilia? Forse per gli ardenti entusiami? Per la dolcezza del clima? Per il cielo terso? Forse per il suo zelo apostolico? Certo. A me piace pensare che Don Rua stesse bene in Sicilia e con i Siciliani.


Centenario 1910-2010

Viaggi di Don Rua in Sicilia

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CENTENARIO DELLA MORTE DI DON RUA a cura di Don Salvatore Spitale

I viaggio 1885 II viaggio 1892 In queste celebrazioni centenarie di Don Bosco, di Don Rua, della congregazione, della presenza dei salesiani in varie città, spesso si sente l’esigenza di ritornare alla fonte, di riscoprire lo spirito genuino che ha vivificato la vita e l’azione dei primi salesiani. Leggere la loro biografia, i loro scritti, la cronaca delle loro “geste”, le impressioni di coloro che li avvicinavano e ascoltavano, può essere un modo di cogliere il segreto (se c’è un segreto) del loro successo. A qualcuno, a distanza di cento anni, può sembrare fuori moda (anche alcune parole lo sono) o “ingenuo” il racconto dei fatti e il modo di comportarsi degli attori della nostra cronaca, esagerate le manifestazioni di affetto e di venerazione suscitate negli altri, o forse bisognerà convenire che davanti al soprannaturale si diventa da tutti “ingenui”. Parlando di D. Rua vorrei farvi conoscere i viaggi che egli ha fatto in Sicilia e il suo interessamento per le opere e i Salesiani di Sicilia. Egli è venuto in Sicilia ben cinque volte. Cominciamo col primo e secondo viaggio.

1885 – 1° viaggio: Come rappresentante di Don Bosco, nel mese di Aprile, visitò la Casa di Randazzo. Passò anche da Mascali, Nunziata e Bronte, dove c’erano già le FMA. Lo accompagnava il Coad. Giuseppe Rossi (Amedei I, pag. 342-43). Nell’aprile del 1885, Randazzo era la sola casa salesiana presente nell’isola e apparteneva all’Ispettoria Romana. Don Guidazio era il direttore. I Salesiani presenti nella casa erano 13. Vi erano anche 3 ascritti e due aspiranti. Nel novembre dello stesso anno si aprirà il S. Filippo Neri di Via Teatro Greco.

Don Bosco, pregava Don Rua a continuare a tenersi in relazione con le case accennate. Devotamente il Servo di Dio obbedì, e in aprile si recò a Roma, quindi proseguì il viaggio verso la Sicilia, per visitare il collegio salesiano di Randazzo, e le prime case di Maria Ausiliatrice in quell'isola, ed esaminare le proposte di altre fondazioni.


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sorpresa nel vederlo e al conoscerlo, che diceva: – Don Rua, di fisionomia non è bello, ma ha tale soavità e dolcezza di modi, che incanta; mai ho visto un uomo così attraente! » Io allora ero catechista e, d"accordo col direttore, l’invitai a predicare gli esercizi spirituali ai nostri alunni. Fattagli la proposta, accettò, ma nella sua Rua – riumiltà pose la corda il condizione di salesiano poter avere da Don FranTorino i quadercesco Pic- Randazzo: Chiesa e Collegio S. Basilio. netti delle sue collo – acprediche. Vennero questi, e i giovani del compagnato dal coadiutore Rossi Giucollegio S. Basilio ebbero la fortuna seppe, arrivò accolto dagli evviva festand’averlo a predicatore degli esercizi spiriti di 100 convittori e di molti alunni estertuali: e la sua chiarezza, l'unzione, e tanni. Eran pure a ricete altre belle qualità fecero sì che corriverlo l’Arciprete, il spondessero molto bene allo zelo del Sindaco e il Cav. Vasanto predicatore. I frutti, riportati abbongliasindi, amici e protettori del Collegio, ed altri molti signori della città. Portava ancor le tracce della stanchezza del lungo viaggio, fatto in terza classe e delle sei ore di carrozza, quante ce ne voDon G. Chiesa. gliono da Piedimonte Etneo a Randazzo; era però arzillo e sorridente; e la sua presenza fece una viva impressione in tutti. Nei giorni che egli passò a Randazzo, ci parve d'essere in continua festa. Un chierico, già adulto ed aspirante alla vita salesiana, che mai l'aveva veduto, ricevette una così gradita Catania: Oratorio salesiano “S. Filippo Neri”. Il suo passaggio lasciò dappertutto un'impronta incancellabile. A Randazzo, «Don


Centenario 1910-2010 dantemente, abbiamo potuto constatarli in seguito, nella loro condotta, migliorata e più fervorosa. Parecchi giovani palesarono che Don Rua aveva letto nella loro coscienza. » L'impressione da lui lasciata nel cuore di tutti fu così profonda, che molti, dopo vari anni, lo ricordavano ancora e parlavano con riverenza ed affetto. Noto, tra le altre cose, questa: un giorno, essendo circondato da parecchi giovani esterni, fissò il suo sguardo sopra uno di essi e gli disse – Tu sarai mio figlio! – Il giovane faceva allora la quarta elementare: dopo quattro anni si decise per la vita salesiana, si portò a fare il noviziato a Valsalice e fu, com'è tuttora, un salesiano molto attivo e zelante, e fu anche direttore». Visitò anche le Case delle Figlie di Maria Ausiliatrice di Mascali, Bronte e Nunziata. A Mascali – scrive Suor Maria Giaccone — «fu un vero trionfo: spari di mortaretti, scampanii, musica; tutto il paese accorse per udire la sua dolce parola, arrampicandosi persino alle inferriate; tutti eslamavano: – Abbiamo visto un santo! » A noi, suore, lasciò questi ricordi: — di farci sante con l’osservanza delle nostre Costituzioni, coll'allegria, coll'attirare alla vera pietà le giovinette, e con l'abbandono in Dio».

1892 – 2° viaggio: Accompagnato da D. Francesia, sbarca a Palermo, prosegue per Marsala. Passò da Caltanissetta e arrivò a Catania. Visitò Trecastagni, Bronte, Randazzo, Mascali Acireale, Alì Marina. (Amedei vol. I, pag. 573-580).

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Marsala: Casa della Divina Provvidenza.

Nel 1890 era stata eretta l’ispettoria Sicula. Nel momento della visita – Febbraio – le case dell’ispettoria erano 4: Randazzo – S. Filippo Neri – Cibali – Alì. Nello stesso anno 1892 si apriranno Bronte – Marsala e il 29 settembre (onomastico di D. Rua) Mascali (noviziato). Da Roma, in compagnia di Don Francesia, si recò in Sicilia dove non era ancora stato dopo la morte di Don Bosco. Scese a Marsala per combinare l'accettazione della Casa la Divina Provvidenza, accolto a festa dagli alunni dell'istituto, che gli cantarono un inno, scritto, per la circostanza, dal prof. Gambini e musicato dal M° Tumbarello. E vi tenne una pubblica conferenza, alla quale accorse un popolo immenso; e, mentre stava per partire ed era circondato da vari signori, tra cui il suddetto prof. Gambini con due dei suoi figliuoli, voltosi a questi, prese ad accarezzare le testoline e domandò loro come si chiamassero. Sentendo che l'uno si chiamava Michele e l'altro Luigi, esclamò pensoso: – Anch'io mi chiamo, Michele, ed aveva un fratello che si chiamava Luigi... e siamo rimasti orfani in tenera età!... Venite con me alla Casa degli Orfani; venite, vi terrò carissimi.


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A quel dialogo il padre dei piccini restò perplesso, e stringeva in silenzio la mano al Servo di Dio, per accomiatarsi; e Don Rua: – Arrivederci! — gli disse — arrivederci in paradiso, Ciascun dei presenti — dichiara il can. Ignazio De Maria nella propria mente pensava: — Oh! che brutto augurio questo sant'uomo fa a questi fanciulli!... Il fatto si è che il padre, dalla dimane, si ammalò e, dopo pochi giorni, colpito da una terribile meningite, assistito da me canonico De Maria e spesso visitato dal suo compare e collega Polizzi Galgano prof. Antonino, rendeva l’anima a Dio, lasciando orfani Luigi e Michele, ed altri tre figlioli». Da Marsala, attraversando la Sicilia e sostando a Caltanissetta, si portò a Catania. Ogni ceto di persone si commosse al suo arrivo, e l'accolse come un amico e come un padre. I piccoli catanesi gli si affollavano attorno, come ad una vecchia conoscenza carissima, e pareva gli dicessero: — Mandi, mandi chi si prenda cura di noi ! I Salesiani avevano aperto in città un fiorente Oratorio festivo (S. Filippo Neri), e da poco tempo un Ospizio (S. Francesco di Sales). Don Rua fu ospite all’oratorio, e rimase consolato nel veder più di 400 giovani, sui 18 anni, frequentarne le scuole serali, molti altri le diurne; e da 500 a 600, quasi tutti alunni delle scuole medie ed alcuni, delle famiglie più aristocratiche, accorrere all'Oratorio nei giorni festivi. E subito — scrive il sac Francesco Piccollo: «vide quante vocazioni si preparavano per la nostra Pia Società, e si occupò intensamente dei giovani, accettando parecchie funzioni religiose per loro; e trattenendosi a lungo con i migliori. E tanta fu l'impressione reciproca, che, anche

dopo molti anni, egli ricordava persino i nomi di parecchi e questi parlavano spesso di lui, come di un santo». La sua visita fu «una pioggia benefica per quella casa. Tutti, in seguito, ricordavano i suoi saggi consigli. E fu vantaggiosa anche per il bene generale delle Case salesiane della Sicilia, perché, proprio allora, venne l'idea d’aprire una casa di formazione di nuovi salesiani nell'Isola. Infatti, pochi mesi dopo, non ostante malte difficoltà, il noviziato si potè iniziare, provvisoriamente, a Nunziata di Mascali; ed io fui ben lieto, quando, incaricato a questo compito, nel settembre dello stesso anno, giorno dell’onomastico di Don Rua, potei condurre con me ben 12 alunni dell'Oratorio dei Filippini a cominciare il noviziato. Fu allora che Don Rua, oltre alla paterna benedizione, volle inviare una bellissima statua del Sacro Cuore, che ancor si venera sull'altare della casa di S. Gregorio, dove poi si traslocò il noviziato, e vi rimase qual segno perenne dell'affetto di Don Rua per quella casa». Fu a visitare anche le Figlie di Maria Ausiliatrice, «chi può dire — si legge nella cronaca dell'istituto — l'entusiasmo delle alunne, vedendo per la prima volta il nostro veneratissimo ed amatissimo Padre e Superiore Maggior Don Michele Rua?... Celebrò la S. Messa nella nostra chiesa e visitò suore e ragazze, che lo accolsero con dimostrazione di filiale affetto. Il giorno 16 celebrò di nuovo Messa, qui alle Verginelle, e riceveva i rendiconti, dandoci infine l’indimenticabile addio». Tra le persone distinte che vennero a trovar Don Rua – prosegue Don Piccollo – vi fu il comm. Giannetto Cavasola di Pecetto Torinese, allora Prefetto della città, il quale lo invitò ad andare al palazzo della Prefettura per assistere al passaggio del corteo trionfale di S. Agata, ricor-

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rendo in quei giorni la festa di questa Santa Patrona della città di Catania. Ad accompagnarli, oltre Don Francesia, eravamo Don Chiesa, direttore dell'altra casa, ed io. Per assistere a tutto lo spettacolo grandioso fummo condotti ad una bellissima balconata, dalla quale si domina tutta quanta la via Stesicoro-Etnea, la più bella della città, e Don Rua, ai fianchi del Prefetto e da noi circondato, si vide innanzi uno spettacolo unico. La grande via Etnea era rigurgitante di popolo; e il corteo, che portava la Santa, s'avvicinò lentamente, finchè giunse quasi sotto ai suoi occhi. Quando sentì quel tradizionale grido che si ripete da

quasi mille anni: Cittadini, viva Sant'Agata, accompagnato dallo sventolio di migliaia di fazzoletti: quando vide le lacrime delle pie devote, il fervore di tutta quell'immensa popolazione che non viveva allora che per la sua Santa concittadina, e, più ora, quando si appressò il carro trionfale, tutto d'argento, pesante, enorme, trascinato da ben 200 devoti, vestiti di bianco camice: e vide l'Urna sacra contenente il busto bellissimo della grande Martire, che, sorridente, pareva corrispondesse all'entusiasmo che arrivava in certi momenti a toccare il delirio e ripetesse col magnifico e regale sorriso del suo volto: — Per me Civitas Catanensium sublimatur a Christo! (come la Chiesa dice nel suo ufficio), si commosse visibilmente; si vide qualche lacrima spuntargli sul ciglio, ed egli pure, partecipe di quella gioia universale, non faceva che esclamare: – Oh che bello spettacolo! Che fede!... Pare che S. Agata riviva in mezzo ai suoi concittadini! Si, viva S.

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Don F. Piccollo.

Catania: Ospizio salesiano “S. Francesco di Sales”.


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Agata!... Alcuni dicono che in questo spettacolo v'è dell'esagerato e del meridionale. Ma non scorgo altro che fede, pietà ed entusiasmo lodevole! E un fiume di gioia santa, che inonda Catania! E così, senza che ne fosse consapevole, si accordava col pensiero e colle parole, che nell'ufficio della solennità, la Chiesa mette sulle labbra della Santa: Fluminis impetus letificat civitatem Dei! (nell'ufficio del Trasporto e ritorno delle reliquie; di S. Agata a Catania). E, proprio in quei momenti, incaricava Don Francesia di scrivere un fascicolo delle Letture Cattoliche sulla vita e sulle feste di S. Agata». Il direttore del nuovo ospizio da poco aveva radunati in particolare conferenza tutti i, Cooperatori Catanesi, ed il Servo di Dio volle egualmente parlare ad essi, la domenica 14 febbraio, nella chiesa di S. Filippo Neri; e Don Luigi della Marra, dell'Ordine di S. Benedetto, segretario del Card. Arcivescovo, ce ne ha lasciato il resoconto nel periodico La Campana: «Fu il medesimo Successore del venerando Don Bosco, il Sac. Michele Rua, che questa volta rivolse la sua tanto desiderata parola ai Cooperatori Salesiani Catanesi, che in numero consolante e straordinario accorsero per vedere ed udire un tant'uomo. » Non è facile descrivere l'impressione che destò in tutti la presenza di questo primogenito e successore del Vincenzo de' Paoli del nostro secolo. Scarno in viso, ma pur dolce come il suo S. Francesco di Sales, nel portamento e nel piissimo tratto immagine viva di Bosco che lo ha formato, egli parlò per circa un'ora, ma con parola semplice, insinuante e tutta spirante carità e dolcezza. » Ricordò, come in riassunto, le principali “imprese” compiute dalla Società Salesiana nello scorso anno, i ristauri

cioè del Santuario di Maria SS. Ausiliatrice terminati per l'occasione del giubileo delle Opere Salesiane, l'Ospizio del S. Cuore di Gesù in Roma quasi condotto a termine, e le iniziate missioni di Africa e di Palestina, che già promettono un'abbondante messe per la salute delle anime in quei paesi. » Parlò inoltre di Catania; del bene che si fa alla gioventù coll'Oratorio festivo di S. Filippo Neri; accennò alle grandi speranze che in pro della povera gioventù ha diritto di concepire la nostra città col nuovo Ospizio già cominciato, e che si desidera presto condotto a compimento, e si raccomandò colle più efficaci e persuasive parole alla carità dei Cooperatori. » Concluse poi col dimostrare i grandi premi e vantaggi con cui Dio premia le. persone benefiche; i quali premi e vantaggi, se qui in terra sono in proporzione del cento per uno, sono però molto maggiori, anzi infiniti, nella vita futura, giusta le promesse del Divin Salvatore. » Sua Eminenza il Cardinal Dusmet, veneratissimo Arcivescovo di Catania e grande amico de' Salesiani, volle presiedere a tutte e due le pie adunanze, e dopo i conferenzieri con nobilissimi ed inspirati accenti approvò quanto si era detto, aggiungendo alle parole di Don Chiesa, che la nuova Casa deve ripetere il suo incremento dalla generosa carità dei Cooperatori Catanesi, ed a quelle di Don Rua, che l'opera del Salesiano è destinata a salvare il mondo, a portare vita dove è la morte spirituale, la luce dove son le tenebre dell'ignoranza, il bene dove regna l'opera del male; e terminò ambedue le volte coll'invocare le divine benedizioni sopra la pia e devota adunanza». Di quei giorni cadeva ammalata, per emorragia cerebrale, la Baronessa Francica Nava di Bontifè, madre del Nunzio

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Apostolico, che Don Rua aveva tanto affettuosamente ricordato a Liegi. «Questa nobile signora, tanto insigne per la pietà, quanto ammirata per la carità — narra Don Francesco Piccollo – considerata come la madre di tutti i poveri e infelici della città. Dalle sue beneficenze non eravamo esclusi noi Salesiani, che eravamo a due passi dal suo palazzo, anzi, si può dire, che eravamo i preferiti. Colpita, da malattia mortale, mentre il figlio si trovava lontano in qualità di Nunzio Apostolico nel Belgio, la famiglia si trovò nella massima costernazione; Don Rua fu invitato ad andare a benedirla, accettò ben volentieri, e si recò da lei, accompagnato da me e da qualche altro confratello. La poveretta stava immobile sul letto, possiam dire, di morte; non comprendeva più nulla, e il male era sì grave, che poca speranza rimaneva di guarigione. Don Rua, alle lagrime dei parenti, la benedisse, pregò per lei, e confortò tutti a sperare. Dio esaudì la preghiera del suo Servo: nella notte stessa cominciò a riaversi e poi a migliorare, tanto che in tempo così breve, quale non si sarebbe potuto sperare, si alzò completamente risanata», e visse, sebbene di età avanzata, ancora parecchio. Il Servo di Dio visitò tutte le case salesiane e quelle delle Figlie di Maria Ausiliatrice, dell'Isola, e fu a Trecastagni, a Bronte, a Randazzo, a Mascali, ad Acireale, ad Ali Marina, suscitando ovunque festose manifestazioni, anche tra i Cooperatori. Ad Ali Marina appena si seppe che doveva giungere, si raccolsero allo scalo della ferrovia tutti i giovinetti dell’Oratorio e l'accompagnarono alla casa, e con inni e canti gli dimostrarono il loro affetto così cordialmente, che ne fu assai impressionato. Anche quando partì, accorsero in massa alla stazione e con la mestizia,

che avevan dipinta sul volto, dissero chiaramente il fascino che aveva esercitato su loro. Nel 1892 — ricorda Suor Maria Genta — «mi trovavo in Sicilia, nel collegio dell'Immacolata in Mascali Nunziata ed avendo in poco tempo perduta la mia povera mamma, la quale lasciava un unico figlio e due figlie ancor molto giovani affidate a mio padre, rimasi profondamente afflitta, temendo soprattutto per l'avvenire delle mie sorelle. Intanto il reverendissimo signor Don Rua venne a visitare quella casa ed io gli domandai una benedizione per la mia famiglia. Ed egli mi disse queste precise parole: – Scrivete a vostro padre, che vi è un posto anche per lui in Congregazione. A me pareva una cosa impossibile, conoscendo le abitudini di mio papà e le condizioni della famiglia; ma dopo sette anni la profezia si avverava; le mie sorelle sono tutte e due suore, e mio padre entrò tra i Salesiani, e vi restò contento molti anni, dal 1894 sino alla morte». Quando fu di passaggio a Caltanissetta, dal Sac. Alfonso Palermo, Rettore della Chiesa di San Sebastiano e Prefetto dei Chierici, gli vennero presentati questi in sacrestia. «Noi a quella vista – ricorda uno dei presenti, il can. Michele Gerbino — restammo edificati; ci sembrò un santo, e ci parlò di santificazione. Ed appena fu per accomiatarsi, tutti cominciarono a baciargli la mano; e quando toccò a me tale fortuna, il prefetto Palermo gli si fè a dire: Don Rua; veda questo chierico e quest’altro (il chierico Giuseppe Polizzi), stamane smetteranno l'abitò talare e andranno a consegnarsi al distretto per indossare la divisa militare; già sono stati visitati e dichiarati abili. » E Don Rua, con quella sua semplicità e come se fosse una cosa da nulla, rispose: No, uno di costoro stamane non

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metterà la divisa militare. » — Come? si fè a dire il prefetto Palermo; già sono stati dichiarati abili, e andranno a fare il servizio. E Don Rua di nuovo: — No! Ce ne andrà soltanto uno!» A quelle parole, dette da un santo, io e l’altro chierico, ora pure sacerdote, ci mettemmo in pensiero, e ci domandavamo a vicenda, in modo che sentisse anche Don Rua, chi dei due sarebbe stato esentato; ma egli non diede più risposta. » Intanto la mattina andai a consegnarmi al distretto, e mentre stavo lì per essere l'ultima volta visitato ed indossare la divisa militare, per ispirazione di Maria Ausiliatrice mi venne in mente di presentarmi al tenente di matricola signor Gennacci e gli esposi il caso, se mai un mio fratello potesse surrogarmi nel servizio militare. Il tenente accettò di buon grado la mia proposta e mi disse: – Vada presto a chiamare suo fratello, ché lo faremo visitare. – Infatti io e mio fratello lo stesso giorno fummo visitati, e fu accettata la surrogazione. » Ripresi l'abito chiericale e mio fratello, dopo pochi giorni, partì per Vicenza, ove, arrivato, fu dal medico dichiarato non idoneo: quindi tornò a casa, ed io fui nuovamente chiamato al distretto per partir subito. Pensai di far presentare un altro fratello per la surrogazione, e, mentre questi veniva visitato, il capitano medico mi diceva: Se quest’altro fratello sarà dichiarato inabile, ne tiene forse ancor qualche altro per surrogarlo? Risposi: Si, ne ho ancor un altro. Ma il secondo fratello venne dichiarato abile, e si scrisse al Ministero per l'accettazione della surrogazione. Nel frattempo, io non poteva essere licenziato, e da dodici giorni me ne stavo al distretto in aspettativa, quando il tenente Gennacci, tutt’ansante, mi chiama,

e mi consegna la lettera di un certo Poli, che aveva fatto ricorso al Ministero, dicendo che io aveva corrotto gli impiegati e il colonello, per sottrarmi al servizio militare. Ma il colonello rispose al ministero che tutto ciò era falso. » Un altro giorno si presentò a me il capitano del distretto a bruciapelo mi dice: — Che cosa fa lei qui? — Rispondo: Attendo il permesso dal Ministero, per fare la surrogazione un mio fratello. — E allora indossate la divisa militare andate a fare servizio in compagnia! — e chiama il furiere Ponzoni, fa portar tutta la roba e lo zaino, e mi ordina di vestirmi da soldato e di andare a raggiungere la compagnia che si trovava all'istruzione in piazza d'armi. » Partito il capitano, il furiere mi consigliò di esporre il caso al capitano della maggiorità, il quale, senz'altro, ordinò di andarmene in cortile. E la dimane, appena il capitano della compagnia si accorse che non avevo ancor indossato l'abito militare, montato sulle furie, chiamò il furiere e gli impose di mettermi in prigione; e il furiere di nuovo mi consigliò di recarmi dal capitano della maggiorità, che mi presentò al colonnello, cui esposi il mio caso. » E il colonnello, seccato, disse: – Comunicate al capitano della compagnia che al soldato Gerbino non spetta vestire la divisa militare, perché è a disposizione del Ministero, » E dopo tre giorni giunse dal Ministero il permesso, e così fu accettata la surrogazione con l'altro mio fratello, verificandosi tutto quanto aveva predetto Don Rua...».

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DUE INEDITI DI DON RUA Quasi pronti di andare in stampa, ci arriva, anonima, una gradita sorpresa. Lascio a voi giudicare. Ci limitiamo a pubblicarla, felici che l’anonimo corrispondente abbia scelto la nostra rivista per far conoscere la sua scoperta. La Redazione

Certamente non avrò l’onore che un poeta mi dedichi una poesia come fece il Leopardi per il Cardinale Angelo Mai, del resto questi aveva scoperto cose ben più importanti di me, né mi arriverà un titolo cardinalizio. Ma per noi Salesiani e proprio in questo momento, centenario di Don Rua, trovare due lettere “inedite” del Beato indirizzate ad un salesiano di Sicilia se non è della stessa importanza delle cose scoperte dal Cardinale, poco ci manca. Rovistare tra i libri è sempre utile: s’impara e si possono fare delle scoperte interessanti. Le due lettere sono indirizzate a D. Francesco Savini, che si trovava nella casa del S. Filippo Neri di Catania. L’una è del 1893 e l’altra del 1897. Tutte due vengono da Torino. La prima pagina delle due lettere hanno una forma standard, preparata, molto probabilmente, vivente D. Bosco perché vi si dice che il pensiero scrittovi è di “sua mano” di D. Bosco. Bastava aggiungere data e destinatario. Il retro sono le vere lettere. Si riferiscono a domande del Savini o ad esortazioni. Chi era il Savini?

Sac. SAVINI Francesco nato a Cergnago (Pavia) il 2 maggio 1858; prof. a Torino Valdocco il 13 settembre 1878; sac. a Venezia il 18 dicembre 1886; † a Messina-S. Luigi il 5 novembre 1933. Sepolto a Messina. Dopo il noviziato e la prima professione a Valdocco, fu a Borgo S. Martino e due anni a Penango. Studiò teologia a Valsalice e a Este. Dopo due anni di Faenza, alla fine del 1889 lo troviamo a Catania-S. Filippo Neri. Ancora un anno a Randazzo e un altro al S. Francesco di Sales. Nel 1892 ritornò al S. Filippo Neri e fu incaricato dell’oratorio festivo femminile S. Rosalia. In quegli anni i Salesiani avevano aperto un oratorio festivo alla Salette, denominato “Leone XIII”. Don Savini dal 1894 al 1901 ne fu l’anima e il direttore meritandosi la gratitudine e la stima di centinaia e centinaia di figli del popolo oggetto delle sue paterne cure1. Fu anche direttore a Catania-S. Filippo Neri dal 1902 al 1905 e a Marsala negli anni 19051908 e poi a Borgia per un anno. Dopo un anno a S. Gregorio e uno a Monteleone (Vibo Valentia) trascorse cinque anni a Bova Marina. Gli ultimi anni li passò tra Randazzo e Messina-S. Luigi. Quivi morì.

– L’accenno che si fa, nella lettera del 1897, agli artigianelli certamente riguarda i ragazzi dell’Oratorio “Leone XIII”. D. Savini appartenente alla comunità del S. Filippo Neri, che non aveva artigianelli, era incaricato dell’ Oratorio “Leone XIII” della Madonna della Salette.

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Lettera di Don Michele Rua a Don Savini Francesco del 1893

(trascrizione)

Torino il 28 – 8 – 93

Carissimo D. Savini a Catania. Ti ringrazio della gradita tua lettera e penso farti una risposta di tuo gusto col mandarti un bel pensiero del nostro amatissimo D. Bosco scritto di sua mano: Dio detesta il peccato e chi lo commette; ma la sua misericordia è senza limite. Sac. Gio. Bosco Gradisci i miei cordiali saluti e prega il Signore pel tuo aff.mo in G. e M.

(retro)

Sac. Michele Rua

P.S. Dalla tua carissima rilevo con piacere la buona volontà che hai di servire con tutto l’impegno possibile il buon Dio facendo, ove occorra, di buon grado sacrifizio della tua volontà per seguire quella dei santi divini precetti, e degli evangelici consigli. Sii sempre contento nel fare il bene e riporta spesso belle vittorie sopra te medesimo, che verran scritte a caratteri d’oro nel libro della vita e ti saran generosamente premiate in cielo. Sono molto contento che anche costì possiate diffondere la bella divozione a Maria SS. e che si trovino dei bravi cooperatori che vi offrano i mezzi per rendere sempre più splendido il suo culto e più diffusa la sua divozione, questo ci prova sempre di più che Maria ci fa da buona madre; procuriamo di esserle figli divoti. Salutami tutti i ca(rissi)mi conf(rate)lli. Ti unisco il ricordo di D. Bosco che mi hai domandato.

Lettera di Don Michele Rua a Don Savini Francesco del 1897

(trascrizione)

Torino il 8 – 7 – 97

Carissimo D. Savini in Catania. Ti ringrazio della gradita tua lettera e penso farti una risposta di tuo gusto col mandarti un bel pensiero del nostro amatissimo D. Bosco scritto di sua mano: Chi protegge gli orfanelli sarà benedetto da Dio nei pericoli della vita e protetto da Maria in morte. Sac. Gio. Bosco Gradisci i miei cordiali saluti e prega il Signore pel tuo aff.mo in G. e M.

(retro)

Sac. Michele Rua

P.S. ho ricevuto la gradita tua del 26/6 e mi rallegrano le notizie che mi dai intorno ai tuoi cari artigianelli: coltivali bene e troverai de’ bei cuori compresi di molta riconoscenza e capaci a divenire ottimi Salesiani, ci vuole solo carità, pazienza, zelo prudente nei superiori che ne hanno la cura immediata. Quanto a tuo nipotino ho rimesso la tua dimanda al nostro caro Direttore D. Farina non senza accompagnarla con raccomandazione. Sta allegro e prega per me. Ti spedisco contemporaneamente un libretto di privilegi ed indulgenze a noi concesse, secondo la dimanda che me ne fai.


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CENTENARIO DELLA MORTE DI DON RUA a cura di Don Salvatore Spitale

III viaggio 1900 Continuiamo il nostro flashback sulle orme di Don Rua. Dopo il primo e secondo ecco il terzo viaggio: Febbraio-Aprile 1900. Fu il viaggio trionfale di Don Rua per tutta la Sicilia. L’attraversò per ben due volte nel tempo di quasi due mesi (dalla fine di Febbraio sino alla metà di Aprile del 1900). Era accompagnato dal Segretario D. Rinetti. Proveniente da Torino e da Roma, da Napoli attraverso la Calabria giunge a Messina, Alì (27 Febbr.), Catania (2 Marzo), S. Gregorio (5), S. Giovanni La Punta, Valverde, Pedara, Trecastagni, Nicolosi, Bronte, Randazzo, Mascali-Nunziata, Vizzini, Catania, Siracusa (18-19), Palermo (20), Marsala, Tunisi, La Marsa, Manouba (30). Ritorno: Marsala (1 aprile), Palermo (4), Agrigento, Gela, Ragusa, Modica (8 aprile), Siracusa, Catania, S. Gregorio (12 Aprile Giovedì Santo), Barcellona, Messina, Reggio C. Nel momento della visita – Febbraio – le case dell’Ispettoria erano 10: Randazzo (1879) – S. F. Neri (1885) – Cibali (1891) – Alì (1891) – Bronte (1892) – S. Gregorio (1893) – S. Luigi (1893) – Pedara (1897) – Terranova (1897) – Bova Marina (1899). Il secondo volume di D. Amadei ne tratta per 26 pagine pp. 567-592.

A Villa S. Giovanni un industriale l’invitò a visitare il suo setificio, e gli fè così cara compagnia che, giunti alla banchina, il bastimento era già in moto. Il capitano del porto, sentendo che doveva partire anche il Superiore dei Salesiani, dato fiato alla tromba, lo fermò; e, salendo su di una barchetta, egli potè raggiungerlo e in poco più di mezz’ora giungeva a Messina. L’ispettore Don Monateri1 con vari confratelli, le rappresentanze degli Oratori e numerosi signori e signore l’attendevano allo sbarco. La marchesa Caterina Scoppa Loffredo di Cassibile mise a sua dispoDon G. Monateri. sizione la vettura, e 1 – Don Giuseppe MONATERI di Crescentino (VC) 03.03.1847 a 51 anni fu fatto Ispettore della Sicilia dal 1898 – 1901. Nel 1901, per motivi di salute, fu sostituito nella carica da Don Francesco Piccolo. Si spense nel 1914.


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nel breve soggiorno, oltre l’Istituto S. Luigi Gonzaga, visitò i tre Oratori festivi, due maschili e uno femminile, che con grande consolazione trovò assai ben avviati e pieni di giovani. Nè mancò d’ossequiare i principali benefattori e di sbrigare la molteplice corrispondenza. L’Arcivescovo Mons. Letterio d’Arrigo l’accolse con santa affabilità, e gli alunni gli fecero le feste più cordiali; ed anche gli esterni, vedendolo passare in cortile, gli si affollano intorno affettuosamente, ed egli ripete loro le più semplici e care raccomandazioni. L’ispettore Don Monateri, annunziando ai direttori la visita del Servo di Dio, aveva proibito di far pubbliche feste al suo passaggio limitandole all’intimità delle case, invitato, noi crediamo, dallo stesso Servo di Dio; ma il divieto non giovò a nulla, chè subito si rinnovarono, con entusiasmo indescrivibile, le festose accoglienze d’intere popolazioni, come nella Spagna. A Messina restò tre giorni. La domenica, fu un giorno di lavoro continuo, che si chiuse con un bel trattenimento, al quale intervennero molti cooperatori. Il lunedì: celebrò la S. Messa nella cappella delle Figlie di Maria Ausiliatrice, e vi presero parte anche le giovinette da loro educate con un bel numero di cooperatrici che desideravano ed ebbero una predica, o meglio una conferenza, dal Servo di Dio. Il 27 era ad Ali Marina, accolto in trionfo. L’attendevano alla stazione una larga rappresentanza del Municipio e dei principali signori della città, la Compagnia di S. Giuseppe, col suo vessillo, e tutto il collegio delle Figlie di Maria Ausiliatrice, e la musica cittadina, che l’accompagnarono nella sala maggiore dell’Oratorio salesiano dove si svolse un ricevimento affettuosissimo. Il confratello Don Alberto Bielli2, che dirigeva l’Oratorio maschile, ci dà questi particolari: «Tenuto al corrente del buon andamento e dei consolanti frutti che si raccoglievano –

per soddisfare ad un suo ardentissimo desiderio che per me era un comando – egli, il sig. Don Rua, sempre ne dimostrò particolare gradimento; paterna sollecitudine, e sto per dire, predilezione, e ciò non solo a Don A. Bielli. parole, ma con i fatti. In occasione della sua venuta ad Ali, i giovanetti ed anche gli adulti che assiduamente frequentavano l’Oratorio; si recarono in corteo alla stazione ferroviaria con la propria bandiera spiegata, per dargli il benvenuto. Sceso egli dal treno, si trovò in mezzo a noi; ci diede il paterno saluto e ci impartì la benedizione di Maria SS. Ausiliatrice. Permise poscia di essere accompagnato processionalmente sino alla Casa Salesiana, ove giunto, ci accomiatò con un cordiale arrivederci. Infatti la sera stessa ci volle radunati nell’Oratorio, si fece portare la Bandiera, e, lettovi sopra “Fede e Lavoro” l’una e l’altro spiegò con un’interessantissima conferenza che lasciò in tutti profondissima, salutare impressione. Distribuì quindi a ciascuno dei presenti una medaglia per ricordo, e li incoraggiò ad essere costanti nella frequenza, all’Oratorio, promettendo a tutti una sua preghiera speciale. Quella visita lasciò in tutta Ali incancellabile memoria di Don Rua, il cui nome fu sempre in benedizione». Si recò a visitarlo la Marchese di Cassibile, la quale, desiderando dare un ricordo del Servo di Dio ai suoi cappellani e ad altri pii ecclesiastici, aveva portato con sè parecchi zucchetti per farli anche momentaneamente usare dal buon Padre, e poi mandarli loro in dono. «Si raccomandò a me – scrive Don Rinetti – perché vedessi di far pago il suo desiderio. Che fare? Tolsi al sig. Don Rua il suo zucchetto, e, con l’intervallo di pochi minuti,

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2 – Don Alberto BIELLI di Torino. Dal 1896 al 1901 fu direttore dell’Oratorio di Alì. Morì a S. Grego-

rio nel 1922.


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gli sostituii l’un dopo l’altro i sei datimi dalla marchesa. Don Rua dapprima credeva che gli volessi spolverare il suo, poi, accortosi del giuoco, mi chiamò all’ordine. Pregato più volte di accontentare la pia signora, si arrese, vedendo che la cosa era al tutto innocente. La marchesa diede, riconoscente, un’offerta a favore dell’istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice». Quest’istituto – notava Don Rinetti – pare al sicuro dall’infuriare delle onde del mare, ma in quest’anno fu visitato due volte e con qualche danno. La prima volta l’acque guastarono il muro della lavanderia che è più vicino alla spiaggia e copersero il terrazzo soprastante, la seconda attraversarono il cortile ed entrarono in cucina e fin nelle pentole. Il 28 febbraio si pose la prima pietra della nuova cappella delle suore di Ali, che la marchesa di Cassibile avrebbe fabbricato a sue spese. Terminata la cerimonia Don Rua spiegò in modo facile e chiaro il significato della funzione compiuta. Disse del sublime e divino significato della pietra angolare, e ricordando la visione di Giacobbe mostrò che la Chiesa è scala dalla terra al cielo e la pietra angolare fonte di salute temporale ed eterna, che attorno alla Chiesa si affollano i popoli per imparare la religione e la civiltà, che da Essa abbiam la fede, il timor di Dio, la carità per il prossimo; e che la chiesa che si edificherà sarà di bene grande all’istituto, alla città, alla Sicilia, e da essa partiranno cuori generosi a portare la luce del Vangelo nelle Missioni. Il 2 marzo scendeva a Catania. L’attendevano alla stazione i superiori delle case di Catania e di Pedara, i chierici di S. Gregorio, e numerosi cooperatori. Il 4 insieme con l’E.mo Card. Francica Nava assistè ad un’accademia musico-letteraria in onore di Papa Leone XIII, ricorrendo il XXII anniversario della sua lncoronazione.

Al discorso ufficiale seguirono vari componimenti e un bimbo dell’Oratorio Leone XIII3, volgendo un saluto al Servo di Dio a nome di tutti i compagni, diceva che se il loro direttore4 era il loro padre amato, egli era il loro nonCard. F. Nava. no amatissimo; e il Servo di Dio accettò, con grande compiacenza, il nuovo titolo. Il 5 si recò alla casa di formazione in S. Gregorio. Aspettato da ben otto anni dai cari confratelli, desideratissimo dai buoni novizi che mai l’avevano veduto, sospirato da tutti i buoni popolani – scrive Don Rinetti – ebbe tale accoglienza che migliore non la potrebbe desiderare un sovrano. Ad un chilometro circa di distanza dal centro del paese, sorgeva un bell’arco trionfale, e la via era tutta coperta di fiori; i nostri chierici ed i bambini degli Oratori festivi schierati facevano a gara a chi pel primo poteva avvicinarsi a dargli il benvenuto. Vennero ad incontrarlo parecchie Società di S. Gregorio e dei vicini paesi colle loro bandiere, ilR.mo Vicario di San Gregorio con tutto il suo clero, il Sindaco colla sciarpa a tracollo, parecchi Consiglieri e poi tutto il popolo che si assiepava intorno gridando ed acclamando al sig. Don Rua, il quale sceso dalla vettura ringraziava tutti profondamente commosso. Appena salutati i rappresentanti del paese, la musica del nostro Oratorio festivo di S. Gregorio suonò la sua più bella mar-

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3 – L’ Oratorio “Leone XIII” era stato inaugurato dal Cardinale Arcivescovo di Catania Giuseppe Du-

smet il 19/03/1893 presso la chiesa di S. M. della Salette. Responsabile ne era Don Emmanuele Dompè dal S. Filippo Neri. 4 – Vedi nota 3.


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cia e Don Rua si avanzava sotto una fitta pioggia di fiori che continuò fino alla Casa; e gli furon presentati palme eleganti e ricchissimi mazzi di fiori fra lo sparo dei mortaretti ed il suono festivo di tutte le campane. Passato l’ultimo e più ricco arco di trionfo vicino al nostro noviziato, tutta la folla gli tenne dietro fin dentro l’istituto per assistere al ricevimento in casa, ove tutto risuonava di canti della più viva gioia, tutto era messo a festa con festoncini, bandiere, iscrizioni. Una festa sì bella trova solo riscontro in quelle che facevano al nostro caro Padre Don Bosco nel dì suo onomastico all’Oratorio di Valdocco, o quando vi ritornava dopo lunghi mesi di assenza. Terminato il caro trattenimento, a cui presero parte autorità ecclesiastiche e civili e molta parte della popolazione il sig. Don Rua vivamente commosso ringraziò tutti i presenti promettendo di ricordarli nella S. Messa; di più li invitò a sentire la sua Messa in parrocchia pel giorno 8, in cui avrebbe avuto luogo la vestizione di parecchi dei novizi. Si chiamò contento di trovarsi in mezzo a tanti buoni amici, assicurandoli che vi si sarebbe fermato più che altrove e che partendo vi avrebbe lasciato, se non tutto, certo gran parte del suo cuore e li avrebbe sempre ricordati nelle sue orazioni. Rivolse a Don Bosco le lodi a lui attribuite e ringraziò i buoni abitanti di S. Gregorio per l’affetto che nutrono pei figli di Don Bosco. Don Piccollo diceva la relazione di Don Rinetti inferiore al vero. Ad. es.: gli archi trionfali, eretti all’ingresso di San Gregorio erano quattro e non due; al “ricevimento” poi del nostro buon padre erano accorse in numero straordinario anche persone dai paesi vicini. Sembrava in quei giorni che fosse venuto in quei luoghi il Messia. Quando Don Rua usciva a far visite o per altre ragioni, la gente usciva di casa, si assiepava attorno a lui per baciargli la mano, parlargli; le madri gli presentavano i loro bambini perché li benedices-

se, e queste scene si ripetevano dappertutto, anche a S. Giovanni la Punta, a Valverde, a Pedara, ad Acireale. «Un’altra cosa da constatare si fu la sorpresa provata da Don Rua nel vedere lo sviluppo di quella casa. Cinque anni prima a stento aveva concesso l’apertura di quella casa di noviziato (che fu il primo in Italia dopo quello di Foglizzo), era ben lontano dal pensare un incremento simile. Ora invece vedeva una casa linda, abitata da 100 chierici tra novizi e studenti di filosofia, vedeva l’attività spiegata da questi chierici in tre oratori festivi5, vide una banda musicale sostenuta dai giovani del paese, vide il paese di S. Gregorio affezionato ai salesiani in modo da formare quasi una stessa famiglia; ed al constatare tutto ciò Don Rua era pieno di soddisfazione e non si accontentò di rimanervi parecchi giorni, ma vi volle ritornare il giovedì santo per compiere la cerimonia della lavanda dei piedi». Allora – prosegue Don Piccollo – era sindaco di S. Gregorio il cav. Raimondo di Bella, uomo di pietà e virtù eccezionale, padre dei poveri e vero protettore dei Salesiani. Egli era stato l’organizzatore di quel ricevimento, che non fu più dimenticato in quel paese. Il giorno dopo la venuta di Don Rua a S. Gregorio, egli lo volle a pranzo a casa sua, ed è incredibile ciò che fece in quella circostanza. Fece venire i paratori da Catania ed addobbò la casa come una chiesa, anche il pranzo lo fece venire da un grande hotel di Catania, come pure le stoviglie, di gran prezzo. E non sapeva, oserei dire, contenere la gioia che provava per avere Don Rua suo ospite. Don Rua era un po’ dolente per quelle spese che riteneva esagerate, e non mancò bellamente di fargli qualche osservazione; ma il cavaliere, in ciò vero impenitente, rispondeva che per un uomo come Don Rua ciò che aveva fatto e che faceva era cosa ben meschina. Dopo il pranzo egli colla famiglia si alzò e, inginocchiatisi, tutti vollero la

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5 – Oratorio di S. Gregorio direttore Don Antonino URSO, Oratorio di S. Giovanni La Punta direttore

Don Argeo MANCINI. Non ho trovato traccia del terzo Oratorio.


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benedizione del venerato nostro padre, dopo la quale porse a Don Rua una busta contenente un’offerta molto generosa. Da quel giorno il cav. di Bella ebbe per Don Rua una venerazione senza limiti, non gli si poteva parlare di altre persone in fama di santità senza che egli dicesse subito: – Saranno questi dei santi, ma sono stelle; invece Don Rua è un sole! – E non tralasciò mai in seguito, ogni anno, e più volte all’anno, d’inviare ottime offerte, anzi qualche volta in casi di stretto bisogno Don Rua ricorreva a lui, ed egli non mancava mai all’appello e mandava generosamente e volentieri. Dio non mancò di premiare questa carità e questa fede che aveva nel Successore di Don Bosco. Qualche anno dopo, colpito da polmonite doppia, era giunto agli estremi. Rassegnato, sì raccomandava a noi di pregare non per la guarigione, sebbene per far solo la volontà di Dio. Volle però telegrafare a Don Rua chiedendo preghiere e la benedizione. La risposta telegrafica in cui Don Rua benediceva e prometteva le sue preghiere venne con molta sollecitudine, e in quel momento stesso che si ricevette il telegramma, il cavaliere si senti migliorare, si operò in lui una crisi benefica e poche ore dopo era fuori pericolo: ed egli tutto lieto, mostrava il telegramma esclamando: “Ecco, Don Rua mi ha guarito!” Va notato che il cavaliere di Bella aveva già 70 anni, e che questa era già la quarta polmonite di cui riusciva a salvarsi» Nel secondo giorno dopo l’arrivo a S. Gregorio, – ancora Don Michele Currò6 – accompagnato al direttore Don Francesco Piccollo e da altri superiori, il Servo di Dio visitò gli studenti e gli ascritti nella sala di studio. Sedutosi al posto dell’assistente, dopo breve pausa disse: “Oggi desidero esaminare i miei cari figlioli della Casa del Sacro Cuore di Gesù”.

Queste parole sorpresero la maggior parte, ancor più chè non era l’epoca degli esami. E Don Rua, dirigendosi ad un novizio, disse: “Dimmi, mio caro, qual era l’argomento della meditazione di questa mattina?...” E poi ad un altro: “Qual era il primo punto?...”; e via via, così, sino a domandare quale era il fioretto. Alcuni risposero bene, altri no. Allora egli concluse: “Mi rincresce molto di non potere dare dieci a tutti quelli che ho interrogato in questa materia, che è la più importante per il Salesiano. Detto questo, egli fece il riassunto della meditazione del giorno, che servì come conferenza al personale della casa. Per molti giorni nelle conversazioni si parlò di questa scena, deducendo la conclusione che Don Rua volle inculcare la necessità di metter come base della vita salesiana la pietà”. Don Rinetti rilevava sine fine le festose accoglienze che si facevano al Servo di Dio. Quanto è amato – scriveva fin d’allora – quanto desiderato da tutti! C’è da piangere di consolazione al vedere quanto è caro a tutti il Successore di Don Bosco! La sua visita in quest’isola, che ha caldo il suolo e caldissimo il petto de’ suoi abitanti, è una vera missione, che apporterà certo i suoi benefici frutti, non solo ai buoni siciliani, ma ai confratelli presenti e a quelli che verranno qui a lavorare, se sapranno imitare gli esempi del nostro superiore. L’entusiasmo crescit eundo! Don Camuto7, che fu presente alle solennissime accoglienze che il sig. Don Rua Don S. Camuto.

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6 – Don Michele CURRÒ nato a Castiglione di Sicilia il 10 ottobre 1871; durante la visita era a S. Gregorio chierico con voti perpetui. Poco dopo (1902) partì per il Brasile dove morirà, a Campo Grande, il 2 maggio 1963. 7 - Don Salvatore CAMUTO di Bronte, fece la professione nelle mani di D. Bosco nel 1884: è il secondo siciliano salesiano.


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quadrato per frenare l’entusiasmo di vederlo, ebbe a S. Gregorio, volle superarle e accodi baciargli la mano, ma era inutile; tutti voleglierlo anche più festosamente nella sua Pevano mirare quell’uomo venerando che giudara. Ed oggi – 8 marzo – dopo aver passastamente vien chiamato, come il suo anteto qualche ora in dolorosa impazienza per il cessore, padre del popolo. Tutta la via princiritardo dell’arrivo, ebbe la consolazione di supale era illuminata e i balconi rivestiti di drapperare S. Gregorio con un più solenne ricevipi e di ghirlande, portanti nel mezzo il ritratto mento al nostro venerato Superiore. di Don Bosco e Siamo giunti di Don Rua. Per sul territorio di ogni dove si vePedara verso le devano a carat18,30, a notte teri cubitali Viva fatta. Ad un chilometro dalla noD. Rua! stra casa ecco Si giunse fiapparire uno nalmente fra il stuolo di baldi getto dei fiori, lo fanciulli con la losparo dei mortaro bella bandiera retti ed il suono ed un grazioso della banda al mazzo di fiori collegio, dov’era che, fermata la una gran sala vettura, si artisticamente ilpresentano allo luminata, in cui sportello e l’offrodoveva aver luono al nostro sugo un’accadeperiore, gridando mia, ma era tanall’unissono: Vita la moltitudine, la pressa che fava Don Rua! e ceva, che si giucosì continuano dicò bene traper tutta la stramandarla al giorda. All’ingresso no seguente. Il in città si accenpopolo non si dono razzi, si L’istituto salesiano di Pedara. contentò e volesparano bombe, va a qualunque suona la musica. costo la benedizione di Don Rua, il quale La vettura che si avanzava adagio adagio tra venne nella sala ed impartì la benedizione fra due fitte ali di popolo e paggetti di onore che la commozione generale. Si vedevano i vecspargevano fiori sul passaggio, gettandone chi a piangere nel mirare quella figura dolce spesso sulla vettura, si deve fermare perchè ed amabile, le madri ed i padri presentare i i cavalli sono spaventati e più non vogliono tiloro figliuoletti affinchè li benedicesse. Il giorrare innanzi. no dopo, per accontentare quella moltitudine «Sceso dalla carrozza, – così la Luce di celebrò nella Matrice, ed anche i membri del Catania8 – fu, direi, quasi trasportato da Municipio vi assisterono in corpo». E dopo un’onda impetuosa. I reali carabinieri col funmessa parlò. Delineò in brevi tratti la vita e le zionante Sindaco fecero come una specie di 8 - Giornale locale.


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opere di Don Bosco e fece pendere tutti entusiasti dal suo labbro per più di mezz’ora, senza che si sentisse una mosca a volare. Oh! come la sua parola scende al cuore e penetra le più intime fibre dell’animo... La sera del medesimo giorno si tenne l’accademia. Nulla si può immaginare di più attraente ed affettuoso. Il modesto e pio Don Rua sedeva su alto seggio e facendo sfiorare dalle sue labbra un sorriso guardava tutti con occhio di padre amorevole. In fine nessuno voleva moversi dalla sala per uscire; tant’è il fascino che esercita quest’uomo meraviglioso sugli animi. Tutti indistintamente vollero baciargli la mano e ricevere da lui la benedizione; e si partirono così col cuore ripieno di un’ineffabile gioia. Da Pedara si recò a visitare le Figlie di Maria Ausiliatrice a Trecastagni, dove avevano assunto la direzione di un Conservatorio, detto delle Vergini, fin dal 1881. Il giorno seguente (il 10) veniva accolto in Nicolosi al suono festoso delle campane e sparo di mortaretti. Entrato nella Matrice diede al popolo prostrato la benedizione e qualche ricordo, indi percorse il paese fra gli evviva e i fiori che si gettavano dai balconi... Di lì a poco salì in vettura, e via alla volta di Bronte. Si trovavano alla stazione il direttore Don Fascie, il rettore Don Prestianni, e una rappresentanza degli alunni del Collegio Capizzi. In casa ricevimento solenne. Per la circostanza Don Urbano9 aveva musicato un inno composto dal direttore che piacque assai, e il Servo di Dio amabilmente ne chiese il bis, coronato da interminabili applausi. L’11 lo spese nel ricevimento dei cooperatori e nel rendiconto dei confratelli, e il 12 celebrò solenni funzioni religiose con un caloroso fervorino agli alunni interni, animandoli ad essere divoti del Sacro Cuore di Gesù e di Maria Ausiliatrice, e a praticar la divozione del mese di S. Giuseppe, come gli alunni dell’Oratorio di Valdocco. Dopo quella degli in-

terni seguì la Messa degli Oratoriani, e Don Rua si fermò in chiesa e rivolse anche ad essi un discorsetto, rallegrandosi nel vedere la cappella piena zeppa di giovani; e fu in questa circostanza che promettendo di allargarla per poterne accogliere un maggior numero, molti presero a fissare le pareti, convinti dì vederle allora allora spostarsi e compiere il prodigio!... Una mia amica – attesta una suora – mi condusse a baciargli la mano dicendogli: – Padre, questa signorina è sorella d’una Figlia di Maria Ausiliatrice. – Allora egli, guardandomi con paterna bontà, disse: – Benedico anche lei!... Io che avevo proprio tutt’altra intenzione, mi sono indispettita con l’amica che mi aveva condotto vicino. Però la grazia del Signore incominciò a lavorare, e dopo un anno anch’io mi consacrai al Signore. A Bronte scesero a visitarlo anche le Figlie di Maria Ausiliatrice residenti a Cesarò, per risparmiargli la fatica di salire da loro. A Randazzo la venerazione per il Servo di Dio si mostrò in forma straordinaria. – Gli alunni manifestarono il desiderio di averlo con loro in ricreazione dopo il pranzo, e «ve ne furono parecchi – scrive Don Rinettì – che non paghi di vederlo e di parlargli e stringersi ai suoi panni, armati di buone forbici gli staccarono parte dei bottoni della veste e del pastrano, e qualcuno, più indiscreto nella sua divozione, gli tagliò il lembo del pastrano e della veste. Già a Firenze era stato così assalito, pur avendo vicino a sè il direttore e il consigliere-scolastico, ed aveva dovuto dar del lavoro ai sarti». Qui a Randazzo la divozione è maggiore, e perciò deve deporre veste e pastrano, chiedendo l’una e l’altro in prestito a un chierico; e raccomandarsi che i suoi non vogliano farli a “pezzi”. Il 16 era a Mascali-Nunziata presso le Figlie di Maria Ausiliatrice, che ci hanno lasciato vari particolari della visita. Nella conferen-

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9 – Don Giovanni Battista URBANO di Chivasso, insegnate e catechista nel collegio di Bronte dal 1897

al 1901.


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za che tenne alla comunità (suore ed educande) inculcò la devozione alla S. Famiglia e a prendere a modelli Gesù, Maria e Giuseppe: – S. Giuseppe a modello in qualunque occupazione, facendo ogni cosa in unione con Gesù e Maria. – Maria a modello di divozione, procurando di non tralasciar mai nessuna delle pratiche di pietà e di farle tutte con la maggior perfezione possibile. – Gesù a modello di spirito di sacrifizio, procurando di essere generose anche nelle piccole cose, nel mortificare i sensi e l’amor proprio, nel sopportare con pazienza il freddo, la fame; la sete, ecc. «Suore, e educande – scrive Suor Giuseppina Camuto10 – andavano a gara nel dargli le più vive dimostrazioni di stima e di venerazione. Fra le altre, io, col consenso del suo segretario volli cangiare la fodera del suo cappello, ma essendosene egli accorto pigliò un aspetto così severo, che noi ci guardavamo ammutolite, e disse: – Non fate sciocchezze! Ma il furto era fatto, e la preziosa reliquia è in mio potere. Parlandogli poi in particolare, manifestai un dubbio che da qualche tempo mi tormentava; ed egli, il venerato Padre, mi disse: – State tranquilla, non pensateci più. – E da quel momento non provai più nessuna pena a quel riguardo. Si fermò con noi tre giorni e a chi lo sollecitava per far ritorno a Catania, ov’era atteso, rispose: «Lasciatemi stare, qui sono tranquillo per sbrigare la mia posta, mentre a Catania i visitatori non mi lascerebbero far nulla». La persona di servizio del sig. Arciprete, in casa del quale andava a dormire; ci assicurò meravigliata che al mattino trova il letto intatto. Io ebbi la fortuna di servirlo a tavola e re-

stai ammirata nel veder come accettava con riconoscenza qualunque vivanda gli si presentasse: tutto era buono. In fine gli venne portata una torta, regalata da uno degli amministratori, ed egli come la vide, per mostrare il suo gradimento al donatore, ivi presente, con slancio veramente infantile: «Oh la bella! esclamava; questa, questa è la parte mia! qua, qua a me!». E volle chiamate tutte le suore, perché partecipassero alla bella cassata servita dalle sue mani venerate». Il 17 fu accolto a Vizzini come un sovrano. «Quindici eleganti vetture a due cavalli – scrive Don Rinetti – formavano il seguito a quella del barone Gaudioso, in cui prese posto Don Rua con i principali signori. Appena si entrò in città, distante dalla stazione cinque chilometri, i cavalli procedettero al passo, perché tutti potessero comodamente vedere le amabili sembianze del nostro superiore, che dovette ammirare con sua grande commozione quant’è vivo l’affetto dei Vizzinesi pel Successore di Don Bosco». Suor Rosina Magrì11 ricorda come «erano più mesi che non pioveva; le campagne erano aride e si erano già fatte molte preghiere per ottenere l’acqua, ma invano. Alla preziosa visita del sig. Don Rua, il popolo si era entusiasmato e pieno di fede diceva: “Se questo Santo benedice le nostre campagne, il cielo ci sarà propizio”. E prima che partisse lo vollero condurre in carrozza su un’altura del paese, affinché benedicesse le campagne; e al ritorno lo indussero pure a visitar e benedire due inferme. Alla prima disse di aver fede in Maria Ausiliatrice, e difatti guarì poco tempo dopo. Alla seconda domandò se amava la Madonna e se voleva vederla in cielo. Si noti che questa non voleva rassegnarsi a morire, e quando l’esortavano a ricevere i SS. Sacramenti, rispondeva che li avrebbe ricevuti quando

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10 – Sr. Giuseppina CAMUTO nata a Bronte il 16 settembre 1866, morta a Catania il 21 luglio 1939.

Fu una delle prime vocazioni siciliane. Nel 1885 ottenne a Nizza la patente normale e tornò in Sicilia. Lavorò soprattutto a Nunziata. 11 – Sr. Rosa MAGRÌ nata a Catania il 17 gennaio 1877, morta a Modica il 10 novembre 1946, Fu maestra d’asilo per trent’anni a Modica, dove svolse anche il compito di economa.


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sarebbe guarita. Ma dopo la benedizione del signor Don Rua cambiò parere. Chiese essa stessa i SS. Sacramenti, e non desiderava altro che di andar presto in cielo a vedere Maria Ausiliatrice. Difatti pochi giorni dopo morì, edificando chi l’assisteva. E la benedizione alle campagne? Appena il sig. Don Rua si pose in carrozza per recarsi alla stazione, incominciò a piovigginare; salito che fu sul treno, l’acqua cadeva a catinelle; e tutti quanti che l’avevano accompagnato, sebbene in carrozze chiuse, dovettero cambiarsi da capo a piedi, tanta fu l’abbondanza della pioggia. E come fu abbondante la pioggia, così fu abbondante il raccolto. Ho visto io stessa delle spighe di grano d’una grossezza straordinaria. I chicchi di grano grossi come ceci. I vecchi non ricordavano di aver mai visto né mai sentito dire di un’ abbondanza simile. Dicevano che questo era l’effetto della benedizione del Santo. Così lo chiamavano! Tutto questo io l’ho visto e l’ho udito». E il caso di ripetere un suo pensiero: «Che fortuna, il poter ospitare i Servi dì Dio! apportano benedizioni insperate!». Il 18 tenne conferenza ai Cooperatori di Catania. Li ringraziò dell’attivo interessamento per le Opere Salesiane e rievocò il grande affetto che Don Bosco dimostrò anche ai Siciliani fin dai primordi della Pia Società. «Dal cielo, soggiunse, continuerà a benedire quanti gli continuano la carità verso le Opere Salesiane che morendo raccomandò ai suoi cari cooperatori; i quali, come hanno parte al bene che compiono i Salesiani, avranno altresì parte al premio con Don Bosco in paradiso. Fortunati quelli che compresi dal suo spirito dilatano il regno di Gesù Cristo sulla terra salvando specialmente la gioventù, contro la quale il demonio ed i tanti suoi seguaci usano le arti più inique per sviarla dal retto sentiero e guidarla alla perdizione». Molti dei Cooperatori si strinsero sul suo passaggio per vederlo, dirgli una parola, baciargli la mano, avere un sorriso. È stato un vero plebiscito di stima e di venerazione. Tutti questi trionfi ci fanno desiderare ch’egli possa vivere «ancora molti anni a fare del

gran bene non solo ai giovani, ma all’intera società». Il 18, vigilia della festa di S. Giuseppe, col treno delle 21 giungeva a Siracusa. Fu ospite di Mons. Arcivescovo, felice di tanta fortuna. «La sua figura evanescente, – scriveva il San Marziano – il raggio dell’anima che gli si legge nel volto, l’incanto soave della sua parola, e lo spirito di Dio che gli aleggia intorno e santifica le aure in mezzo a cui vive, son cose che rendono davvero fortunati tutti coloro che hanno il gran bene di avvicinarlo, di baciargli con riverenza la mano, di ricevere la sua benedizione. La mattina del 19 disse Messa nella cappella del Seminario, e la sera tenne nella cappella un discorsetto ai seminaristi, pieno di quella unzione che è propria delle anime sante. Accompagnato dallo stesso Arcivescovo visitò i monumenti cristiani e pagani che han reso immortale il nome di Siracusa. Le pietre e i luoghi così ricchi di storia, sotto lo sguardo penetrante di Don Rua, pareva che parlassero con più eloquenza sulla vanità della vita e sulla grandezza della fede». Il sac. Giuseppe Cannarella, alunno del Seminario, ci dà altri particolari: «Celebrò in quel: giorno la S. Messa nella nostra cappella. La pietà con cui eseguiva la sacre cerimonie, la magrezza straordinaria del volto e una luce mistica che pareva avvolgesse tutta la sua persona, attirarono grandemente l’attenzione e la curiosità di noi seminaristi che non sapevamo ancora chi fosse. Quando ci fu detto, appena usciti di cappella, che era Don Rua, fu un giubilo generale, e si manifestò ai superiori il desiderio di poterlo avvicinare e di sentirne la parola. Il Servo di Dio accondiscese all’invito e la sera nella stessa cappella, seduto vicino all’altare, parlò per circa tre quarti d’ora, con una semplicità e un’unzione, che penetravano i cuori. Ricordo su per giù le parole con cui cominciò: “Stamane, mentre diceva la Santa Messa, ebbi una distrazione; intesi che si recitava una preghiera per impetrare dal Padrone della messe buoni operai. Si, questo bisogno c’è nella Chiesa e quanto grande! Il Vicario di

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Gesù Cristo nell’ultima udienza che ebbe la bontà di accordarmi, prese tra le sue le mie mani e mi disse: – Quanto bene fanno i Salesiani! oh, quanto bisogno c’è di buoni sacerdoti! – Le stesse parole ripeto io stasera a voi, miei buoni seminaristi…” Quello stesso giorno ricorreva l’onomastico dell’arcivescovo Mons. Giuseppe Fiorenza, il quale dopo il pranzo, cui aveva partecipato Don Rua, che n’era ospite dalla sera innanzi, fece chiamare tutti i seminaristi per distribuir dei dolci. Il prefetto della camerata, a un cenno di Sua Eccellenza, stava per dar principio alla distribuzione, quando il sig. Don Rua si alzò lesto in piedi e chiese a Monsignore il favore di poter servire lui i cari seminaristi. E compì quel servizio con tale effusione di affetto e di bontà da farci rimanere estatici di meraviglia. Volle regalare a ognuno di noi una medaglia di Maria Ausiliatrice, raccomandandoci la divozione alla gran Madre di Dio. Nel pomeriggio i professori del Seminario e alcune persone della città non sapevano staccarsi dalla sua persona chiedevano tutti dei ricordini, che ancor oggi serbano come reliquie. Un seminarista cambiò il suo orologio d’oro con quello d’argento del sig. Don Rua; il segretario dell’arcivescovo volle lo zucchetto; altri si contentarono della firma dietro un’immaginetta. Tutti si era persuasi che quel giorno avevamo avuto la fortuna di parlare e di trattare con un santo...». La mattina del 20 marzo, alle cinque e mezzo lasciava Siracusa, e alle venti giungeva a Palermo. Un numero unico12, di ampio formato, pubblicato poi da Mons. Catalonotto per la conferenza che il Servo di Dio tenne in città, ne dava questo interessante ragguaglio: «Palermo, la città delle iniziative cattoliche, nel passaggio del degnissimo Successore di Don Bosco esulta, ed invocando il concorso di tutte le sue istituzioni, sorte e

moltiplicate in 25 anni sotto questo bel cielo, applaude al venerando Don Michele Rua ed alla Congregazione Salesiana. La presenza di questo caro padre, che coll’ufficio ha ereditato lo spirito di Don Bosco onora grandemente la nostra città, soavemente ci rallegra e ci riempie l’animo di gratitudine per questa sua visita. Palermo, che ha sempre avuto il tradizionale e fervido slancio per la virtù,... può... restare indifferente all’arrivo di Don Rua?... Oh! se potesse vedersi fra noi nel giro delle case salesiane di Sicilia! si va esclamando dai buoni..., se ne spera l’arrivo..., e quando viene annunziato ed assicurato..., e il nostro Eminentissimo Card. Arcivescovo, quantunque infermo, lo vuole ad ogni costo nel suo Palazzo, dispone che gli si offra appartamento nobile di rappresentanza, ed il venerando Don Rua la sera del 20 marzo con cordialissimo affetto è ricevuto dal Pastore di questa Archidiocesi, che nell’amore alla Pia Società di Don Bosco è a nessuno secondo... L’umile e venerato Don Rua a tanta degnazione dell’E.mo Presule rimane assai grato, frattanto viene accolto nell’Episcopio con cordialissimo affetto, e non appena s’incontrano i due distinti personaggi s’inteneriscono. E Don Rua, che dispiciatentissimo di vedere gravemente infermo il suo nobile ospite l’incoraggia col promettere che avrebbe trasmesso alla Casa Madre di Torino la disposizione di far pregare la buona Mamma Maria SS. Ausiliatrice, per la di lui guarigione…, egli stesso promette di pregare..., augurandogli di vederlo guarito nel ritorno a Palermo, da dove sarebbe partito nelle ore pomeridiane all’indomani per recarsi a visitare le case di Tunisi. Il giorno 21 ai numerosi fedeli, che con i Cooperatori salesiani si recavano ad ascoltare la Messa di Lui per comunicarsi nella chiesa del Santissimo Salvatore, rivolge la parola e li eccita a speciali preghiere al Sacro Cuore ed alla Madonna SS. Ausi-

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12 – Cfr.: Il saluto di Palermo al venerando Don Michele RUA Rettor Maggiore dei Salesiani e Succes-

sore di Don Bosco per la Conferenza della Chiesa del SS. Salvatore il 4 aprile 1900 - Tipografia Pontificia.


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liatrice pel triduo di preparazione alla prossima festa dell’Annunziazione per la salute dell’ E.mo pastore, ed in quel giorno appunto questi venne dichiarato scampato dal pericolo, con plauso di tutta l’archidiocesi...». Fin qui dal Numero Unico. – Don Rinetti scriveva che il Cardinale era a letto per influenza e, stante l’età avanzata, si credeva alle porte dell’ eternità. A Don Rua che gli fa coraggio e gli augura di presto guarire, risponde: — Si avvicina la mia ultima ora, mi benedica e mi aiuti colle sue orazioni, perchè possa presentarmi ben preparato al tribunale di Dio. Ed il nostro Superiore: «Il Signore la conserverà a fare ancora un po’ di bene alla sua Chiesa, ad educare tanti buoni chierici al sacerdozio, a salvare tanta gioventù; e poiché la desidera, le do volentieri la benedizione di Maria Ausiliatrice, recitando prima tre Ave Maria con la giaculatoria Maria Auxilium Christianorum, ora pro nobis. E gli diede la benedizione di Maria Ausiliatrice, animando Sua Eminenza a confidare nella protezione di Maria Vergine». All’indomani nella chiesa monumentale del SS. Salvatore fu «un affluire di gente, che raccoltasi dinanzi la cappella del Sacro Cuore stava aspettando la venuta del signor Don Rua per assistere alla S. Messa e, ricevere la S. Comunione. La cappella è artisticamente addobbata. L’arrivo del nostro superiore è annunziato col suono dell’inno salesiano; la Messa è ascoltata con grande raccoglimento. Alla Comunione il momento è solenne. Il sig. Don Rua rivolge la sua parola semplice, viva e calda ai fedeli, tocca le più intime fibre dei cuori e strappa lacrime di tenerezza. Gli astanti, parecchie centinaia, si accostano alla Sacra Mensa e ricevono la benedizione del Santissimo da lui impartita. Il popolo non si muove, e prima di lasciare la chiesa vuole qualche cosa ancora. E l’amato Don Rua, dopo d’aver data la benedizione col SS. Sacramento, dà la benedizione di Maria SS. Ausiliatrice, esortando tutti ad aver care le divozioni di Gesù e Maria Ausiliatrice, e racco-

manda alle preghiere dell’udienza l’Eminentissimo Cardinale infermo». Al Palazzo Arcivescovile – scriveva la Sicilia Cattolica – dalle 10 alle 12 fu un continuo affluire di dignitari, di ecclesiastici, di nobili signori e signore, d’istituti e dì popolo; ed egli ebbe per tutti «una parola di conforto, d’incoraggiamento e di ringraziamento». Alle 15,30 Don Rua partiva per Marsala, e di quel dì medesimo il Card. Celesia era fuor di pericolo, e prima che Don Rua tornasse a Palermo aveva riprese le sue pastorali occupazioni. A Marsala fu dal Barone Spanò, che s’interessò premurosamente dell’azione salesiana in quella città, che v’incontrava gravi ostacoli; e il 22 sul piroscafo Scilla partiva alla volta di Tunisi. Il mare per un tratto fu assai violento, alla Pantelleriasi fe’ calmo, e il Servo di Dio giunse a Tunisi un’ora dopo la mezzanotte. Nello stesso giorno proseguì per la Marsa, dove tutta la comunità l’attendeva alla stazione. Il 24 visitò la nuova cattedrale di Cartagine e il Seminario, il luogo del martirio di S. Perpetua e S. Cipriano, e la cappella edificata sul luogo ove morì S. Luigi, Re di Francia. Il 25 diede la prima Comunione a cinque fanciulli e l’abito chiericale a cinque nuovi aspiranti alla Società Salesiana. Il 27 tenne conferenza nella cattedrale, alla presenza dell’Arcivescovo Mons. Combes e del suo Coadiutore, parlando prima in francese e poi in italiano. La sua simpatica figura – scriveva l’Unione di Tunisi – attrasse subito gli sguardi del numeroso pubblico desideroso di apprendere i miracoli di carità che ovunque la Società Salesiana opera. Fece conoscere assai chiaramente la missione provvidenziale di Don Bosco e come riuscì a far tanto bene alla gioventù, poichè aiutato potentemente dal popolo. Esposti i bisogni delle opere iniziate a Tunisi, a La Marsa, a Manouba e Porto Farina, pregò gli uditori a volersene interessare pel bene della gioventù onde evitarle il pericolo di crescere irreligiosa, immorale, e riuscire di danno alla società». A Manouba il 30 marzo diede l’abito reli-

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gioso ad una novizia, la prima dell’isola di Malta che entrava nell’istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice. La chiesa era piena zeppa, e tutti godevano della fortuna della buona fanciulla di consacrarsi al Signore e ricevere l’abito santo dalle mani del venerato Superiore. Il 31 marzo anche il prefetto generale Don Belmonte dando notizie del Servo di Dio alle case salesiane scriveva che «al suo passaggio si rinnovavano le stesse dimostrazioni di affetto e di venerazione dell’anno passato in Spagna e nel Portogallo. Le visite del sig. Don Rua sono considerate una vera benedizione del Signore; il popolo si affolla attorno a lui per vederlo, per baciargli la mano, come appunto succedeva ai tempi del nostro Padre Don Bosco. Il suo arrivo nei paesi e città é salutato col suono delle campane, collo sparo dei mortaretti, con archi trionfali, con le case pavesate a festa, collo spargere fiori sul suo passaggio, e colla musica che precede il corteo suonando allegre marce. È veramente ammirabile l’entusiasmo che esso desta ovunque si presenta; e quanti lo avvicinano, ne rimangono non solo grandemente edificati, ma convinti di aver trattato con un Santo. Così il Signore esalta i suoi Servi fedeli anche in questo mondo». Fu questo l’unico cenno che ne fece Don Belmonte nelle circolari mensili; evidentemente intervenne il divieto del Servo di Dio. Il 31 marzo egli lasciava la Tunisia e ripartiva per Marsala. La traversata fu piuttosto burrascosa, e si potè approdare solo dopo mezzogiorno. Era la domenica di Passione e, godendo di particolare indulto, alle 14 salì all’altare. Per buona sorte, grazie all’intervento di buoni cooperatori, trovò appianate tutte le difficoltà in cui versava la fondazione salesiana di quella città. Il 3 aprile, a notte rientrava a Palermo. Oltremodo festosa fu l’accoglienza in episcopio. L’Eminentissimo fu lieto riveder Don Rua, e il Servo di Dio si rallegrò vivamente nel trovare l’illustre ospite in piena convalescenza, e insieme resero le più vive grazie a Maria Santissima. L’entusiasmo che destò l’insperata e

pronta guarigione del Cardinale Arcivescovo fu tale che determinò, come abbiam detto, la pubblicazione del numero unico al ritorno del Servo di Dio. Il 4, durante l’intera mattinata e fin dopo mezzogiorno ricevette un’infinità di persone, che egli, diceva la Sicilia Cattolica «con una sua parola impressiona, conforta, elettrizza e commuove»; e nel pomeriggio tenne conferenza nella chiesa del SS. Salvatore, che rigurgitava di gente d’ogni ordine sociale. Presiedeva Mons. Bova, vescovo ausiliare e rappresentante del Card. Arcivescovo. Fu ascoltato con la più grande attenzione, e finita la conferenza, corsero ad ossequiarlo il presidente dell’Azione Cattolica e molti soci. Il giorno dopo alle 5 del mattino partiva per Girgenti. Alle 11,30 – scrive Don Rinetti – si discende, e Don Rua con sua grande sorpresa vede il Vescovo Mons. Lagumina a dargli il benvenuto allo sportello della carrozza. Fuori della stazione un apposito Comitato con vetture di gala acclama il successore di Don Bosco che viene accolto come in trionfo e prende posto nella vettura del Vescovo. Io salgo in vettura con un ottimo cooperatore, padre di un ex-allievo del collegio di Randazzo che mi mostra custodito nel portafoglio un bottone della veste di Don Rua, mandatogli dal figlio con queste parole: “Caro babbo, conserva questo bottone, che ti mando, come un tesoro, come una reliquia. Quando verrò a casa, avrò molte cose da dirti di Don Rua, cui ho strappato il bottone senza che se ne accorgesse. Fui dei pochi fortunati, e ne ringrazio il cielo”. Arrivato alla porta del Seminario il sig. Don Rua fu ricevuto come un vescovo da tutto il clero, disposto in due file sullo scalone d’ingresso. L’atto era insieme riverente ed affettuoso nella sua solennità». Invitato a parlare alla popolazione, tenne una conferenza nella chiesa di San Domenico, piena zeppa d’ogni ordine di cittadini, e specialmente di studenti. Dopo aver parlato di Don Bosco e delle opere da lui fondate, promise di occuparsi della buona popolazione di Girgenti. Le sue parole furono coperte da un subisso di calorosi applausi. Pregato

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da Mons. Vescovo di benedire l’udienza, egli mostrò vivo desiderio di essere benedetto dal degno Pastore della diocesi, e così la popolazione ricevette la benedizione di Don Rua e del Vescovo, il quale, per sottrarlo all’eccessiva divozione del popolo che avrebbe voluto baciargli le mani e strappargli le vesti, comandò che gli lasciassero libero il passo e si contentassero di guardarlo riverentemente mentre passava, e fu prontamente obbedito. Il 6 aprile celebrò nella cappella del Seminario e fece un affettuoso fervorino. Era il venerdì della settimana di Passione. Disse che tutti gli uomini, tutti i cristiani, ma specialmente i sacerdoti sono chiamati a consolar Gesù coll’adoprarsi a dilatar il regno di Dio sulla terra, col salvar le anime. Disse che al clero specialmente è affidata la mistica vigna, la congregazione di tutti i fedeli cristiani, perchè siano condotti al porto della salute. “Nessuno di voi, cari sacerdoti, si rifiuti di prestare l’opera sua come cappellano, vice-parroco, e parroco nei diversi paesi della diocesi e dell’isola, dove l’obbedienza vi mandi. Quanto più sarà disagiato il luogo del vostro lavoro, tanto più sarà meritorio pel cielo. Non vi sia chi pensi al campo, alla vigna, agli interessi terreni; mirate al cielo, sursum corda…

Da Girgenti passò a Terranova. «Tra quei buoni abitanti ci fu chi ammirato della bontà di Don Rua, lo disse un santo; e i concittadini gli risposero: — Se è un santo, ci otterrà la pioggia di cui abbisognamo. Arrivati a Terranova siamo ricevuti dalla pioggia, e perciò, confermata la santità del nostro Superiore, venne accolto colla riverenza che devesi a un santo. Qui... il sig. Don Rua tenne la desiderata e ben riuscita conferenza ai cooperatori nella cappella dell’istituto13... Terminata la funzione succedettero le udienze e poi un po’ di vita intima con questa cara comunità, di cui il sig. Don Rua si mostrò assai contento. Sono consolazioni che gli danno con nobile gara

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Terranova (Gela): Vecchio e nuovo Convitto Pignatelli. (Da: gelacittadimare.it)

tutte le case dell’isola, in cui vi ha perfetto affiatamento trai confratelli e sincera corrispondenza per parte degli alunni, che sono molto espansivi e facili all’entusiasmo». Da Terranova si recò a Ragusa Superiore per visitare un nuovo collegio che si voleva affidare ai Salesiani14. «Si discese dal treno – così il corrispondente del S. Marziano di Siracusa – in mezzo agli evviva e ai battimani 13 – Si tratta del Convitto Principessa Pignatelli che durò dal 1897/02 ne fu direttore Don Domenico

ERCOLINI – Chiuso il convitto si rimase a Terranova con l’Oratorio S. Gioacchino 1902/08.

14 – Si tratta del Collegio del SS. Redentore che si aprirà due anni dopo nel 1902.


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di un buon numero di cittadini e di vispi giovinetti che stavano ad attendere con la massima emozione il desideratissimo Successore di Don Bosco. Egli prese posto in una delle carrozze, apprestate gentilmente dalla parte più eletta della cittadinanza insieme con le autorità ecclesiastiche ed il sindaco. Dalla stazione, traversando la bella piazza delle Logge, si andò direttamente al sito, dove sorge il nuovo edificio, col seguito delle carrozze ed il lungo accompagnamento di popolo, solennissimo corteo che andava dovunque ingrossando... Si passò quindi nella chiesa parrocchiale, ov’egli celebrò la S. Messa. Più tardi diede la benedizione alle Palme e presiedette alla processione: ciò fu una vera soddisfazione per molti, che forse altrimenti non avrebbero avuto la fortuna di conoscerlo. Nel resto della giornata ricevette le visite di vari distinti cittadini e sacerdoti, nonchè... la società delle Dame di San Vincenzo composta delle più distinte signore e signorine, alle quali rivolse brevi parole di occasione, esortandole a far sì che anche tra i signori si estendesse questa benemerita associazione. Anche i Luigini e la sezione giovani furono ricevuti in udienza particolare, ed ebbe per loro parole di vero affetto, ringraziandoli degli indirizzi letti e ricolmandoli di particolari benedizioni... Nel dipartirsi da Ragusa volle anche appagare i desideri di una pia Cooperatrice di Ragusa Inferiore, la signora Concettina Sortino Trefiletti, la quale da molti anni sopportando con cristiana rassegnazione una dolorosa infermità, desiderava una benedizione del Superiore dei Salesiani. E questi ben volentieri accondiscese... Perciò verso le 18 si dipartiva da noi per scendere a Ragusa Inferiore, lasciando impresso nel cuor di tutti il ricordo del suo amabile sembiante. Le carrozze erano di nuovo ad aspettarlo nella piazza delle Logge, la banda musicale era vestita a festa; seguito da molti signori e sacerdoti, Don Rua va a prendere posto nella carrozza del marchese Schininà insieme con il Vicario, il Provicario e il sindaco. Le carrozze si muovono, ma presto s’incontrano con altre di Ra-

gusa Inferiore, ed allora Don Rua prese posto in una di queste, in compagnia delle rispettive autorità ecclesiastiche e civili; e a un tratto trovasi nella piazza S. Giorgio. Entra nella chiesa omonima, genuflette alcuni istanti, di volo guarda l’edifizio bello e divoto, e quindi passa alla dimora della povera inferma. Essa dimanda di restar sola alcuni momenti coll’uomo di Dio; quindi Don Rua le impartisce la benedizione alla presenza di tutti gli astanti. Un figlio dell’inferma gli legge un indirizzo di ringraziamento e di riconoscenza, si ritorna alla carrozza per andare alla stazione, accompagnato dalla musica cittadina. Non tutti ebbero la. felicità di poter toccare e baciare la mano di Don Rua, ma in tutti restò viva l’impressione di aver veduto un santo». La sera dell’8 aprile si fermava a Modica. Alla stazione erano ad attenderlo numerose rappresentanze con bandiere e torce a vento, essendo ornai le 21 «Le campane – scriveva Don Rinetti – suonano a festa, vetture di gala attendono in bell’ordine sullo spiazzale della chiesa, un popolo numeroso ed educato, tutte le case illuminate. Si entra in chiesa e la folla continua a gridare: Evviva Don Rua! Si suona l’organo, si agitano i campanelli come al Gloria del Sabato Santo. Il signor Don Rua portato a braccia da buoni si-

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Card. G. Dusmet.


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gnori sale il pulpito, ringrazia della cordiale accoglienza e si raccomanda che non si gridi evviva a lui, ma s’innalzino preghiere a Dio, alla Vergine, ai Santi. Non può terminare i suoi ringraziamenti, perchè è interrotto da nuovi evviva e deve discendere dal pulpito in mezzo alle più clamorose acclamazioni. Per abbreviargli il cammino e sottrarlo alla folla è trasportato in canonica dalla sacrestia. Il mattino del lunedì, 9 aprile, disse la Messa per la popolazione che in buon numero si accostò alla S. Comunione, cantò diversi mottetti, e sentì con divoto affetto un grazioso fervorino. Lungo la giornata – prosegue la Sicilia Cattolica – fu una continua affluenza di persone di ogni classe, avide di conoscere e baciare la mano all’Uomo di Dio, dal cui volto risplende la santità delle sue virtù. Particolarmente il ceto più eletto della cittadinanza rese splendidi onori al signor Don Rua». La signorina Maria Abate – ricorda Suor Giovanna Piovano15 – lo pregò a mandare le Figlie di Maria Ausiliatrice a Modica offrendosi con le sorelle Carmela e Ignazia a provvedere loro la casa e il necessario per vivere. Il Servo di Dio l’ascoltò con interessamento e bontà paterna, e in fine le disse che in quel momento non era possibile mandare le Figlie di Maria Ausiliatrice a Modica, che pazientassero ancora un poco. Insistendo la signorina Abate: – Faccia presto, signor Don Rua, che le mie sorelle sono vecchie ed io ho i miei anni anch’io, faccia presto; se no, verrà la morte! – egli ridendo le rispose: — Abbiano pazienza, aspettino a morire!... – Poi, prendendo un tono e un aspetto solenne, soggiunse: – No! prima non morranno! – E fu profeta, ché, quantunque vecchie e malandate in salute, le sorelle Abate videro stanziarsi le suore a Modica nel 1901, nella loro casa, e la prima di esse morì solo tre anni dopo». Nelle opere pomeridiane del 9, martedì

santo, ossequiato da distinti signori in carrozza e salutato dagli evviva di numeroso popolo, nonostante la pioggia, ripartiva per Siracusa, dove si rinnovarono le scene più devote. Si trattava di breve dimora – scrive il San Marziano – eppure ce ne siamo giovati per rinnovare in noi la grata impressione lasciataci la festa di S. Giuseppe. La mattina del 10 celebrò la S. Messa nella cappella del Seminario fra l’edificazione dei nostri alunni, rapiti dalla sua amabile pietà. Con Don Rua si poteva essere indiscreti. Quindi nei pochi momenti liberi, precedenti la partenza, fu una ressa affettuosa nella sua camera per averne una medaglia, una corona, un santino, su cui egli scriveva un motto... Ai seminaristi poi, riuniti in corpo, espresse la sua compiacenza di rivederli, disse alcune parole, come le dicono i Santi. “Consolantem me quaesivi, et non inveni: è il lamento del Cuor di Gesù nella Settimana Santa. Fate che trovi fra voi chi gli rechi sollievo, con l’offerta di tutto il suo cuore e con lo zelo con cui procurerà la sua gloria; ecco il senso della breve esortazione che arrivava all’anima, come balsamo che calma e come fiamma che infervora. La sua benedizione animi questi figliuoli a virili propositi. Don Rua è “un santo”: «ecco il segreto per cui guadagna i cuori; è si tranquillo in viso, è si allegro e modesto insieme, è poi tanto semplice che la semplicità è il suo carattere. Iddio gli si legge sul viso; io credo che un positivista si troverebbe imbrogliato a spiegare quell’aura soprasensibile che gli aleggia intorno. I seminaristi erano attratti da queste fattezze...». Quando partì l’Arcivescovo, che l’aveva ospite, volle inginocchiarsi ai suoi piedi per averne la benedizione. Il Servo di Dio umilmente la chiedeva a lui, e non essendo ascoltato ubbidì al pio Pastore e con la maggior devozione e commozione disse: Benedicat Nos omnipotens Deus, ecc. – L’Ar-

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15 – Sr. Giovanna PIOVANO nata a Vinovo (TO) il 12 novembre 1862, morta a Catania l’8 giugno

1924.


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civescovo si alza, l’abbraccia affettuosamente, e Don Rua, commosso, parte per Catania. La sera dopo, era il mercoledì santo, ebbe la consolazione di prestarsi per le confessioni degli alunni dell’Oratorio ai Filippini, studenti di ginnasio, di liceo e di Università, che tanto desideravano confessarsi da lui, e confessò dalle 16 alle 22. Il giovedì mattina amministrò la Santa Comunione a circa 400 giovani studenti, e subito dopo partì per S. Gregorio, dove tenne un’affettuosissima conferenza ai chierici e la sera compì la funzione della lavanda dei piedi con analogo fervorino. Il venerdì santo, alle cinque del mattino partì per Barcellona Sicula, per visitare l’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice, e fu ospite di una famiglia parente di S. Alfonso de’ Liguori. Il sabato santo proseguì per Messina, ove passò la Pasqua e il lunedì, 16 aprile, proseguì subito per Alì e col permesso dell’autorità ecclesiastica celebrò sotto un padiglione eretto sulle fondamenta della nuova chiesa in costruzione; ed una folla di popolo volle fare la Santa Pasqua per ricevere l’Ostia Santa dalle sue mani. La sera tornò a Messina tenne conferenza ai confratelli, alle 23,45 «stando tutti in piedi per evitare il pericolo di addormentarsi». Al mattino del 17, alle sei proseguì per Reggio Calabria, dove celebrò S. Messa in duomo e, ossequiato il Card. Arcivescovo Portanova, ripartiva ed alle 14 giungeva a Bova Marina. «Fuori della stazione erano schierati i seminaristi e con loro il clero, le autorità civili e militari e gran folla di persone desiderosa di vedere il Successore di Don Bosco e riceverne la benedizione. All’arrivo del treno, le autorità ecclesiastiche, civili e militari, vengono a riceverlo alla carrozza col più profondo ossequio; il seminario e tutto il popolo prorompono in clamorose acclamazioni mentre le campane della vicina parrocchia annunziano a tutta la cittadinanza l’arrivo dell’ospite desiderato. All’accademia che si tenne in suo onore prese parte anche Mons. Pugliatti, che proprio di quei giorni era stato nominato vescovo di Bova. Quando si notò la felicissima combinazione di Don Rua a Bova quasi per

presentare ai seminaristi ed alla città il nuovo vescovo tanto desiderato, la commozione toccò il colmo e l’entusiasmo giunse al delirio. Gli evviva al novello Pastore e a Don Rua s’intrecciarono calorosi, e sorse a parlare il nostro Superiore, che con la sua voce dolce e soave ringraziate le autorità del cordiale ricevimento, gli intervenuti dell’onore fattogli, i seminaristi della bella accademia che disse la più bella prova del loro progresso negli studi, si rivolse al nuovo Presule e, congratulatosi con lui, gli promise che sarebbero state tutte per lui le forze dei Salesiani del Seminario di Bova; invitò quindi a gridare un evviva al nuovo Pastore, e interpretando il desiderio comune, domandò la prima pastorale benedizione; e tutti come un sol uomo, seguendo il suo esempio, s’inginocchiarono per riceverla. «Mi trovavo nel Seminario Vescovile di Bova Marina – dichiara un confratello – in qualità d’assistente generale, quando (nel 1900) venne a visitarci il signor Don Rua. Non dico delle accoglienze festose, cordiali, unanimi, che confratelli, chierici, popolo gli fecero; allo stesso Cardinale Portanova, che pur era tanto amato, non fecero tanto. Non parlo della venerazione qual santo, che subito gli portarono tutti i chierici, da tenere come reliquia ciò che avevano fatto toccare alle sue vesti, ma solo di alcuni moniti che mi diede a quattro occhi, stringendomi fortemente la mia mano con la sua esile e diafana: — Caro N. N., sappi conservare illibata e pura questa casa per lo Spirito Santo... Lo so che in questi paesi molti e più pericolosi sono gli incentivi al male, ma resisti; e, se non bastano i mezzi ordinari, bisogna venire agli straordinari. Si, caro, interrompere anche i sonni, inginocchiarsi sovente ai piedi del proprio letto, baciare con fervore la medaglia di Maria Ausiliatrice, digiunare a pane a acqua, darsi qualche penitenza afflittiva, perché tutto si deve mettere in pratica pure, di mantenersi puri, dove maggiori sono i pericoli». Il Servo di Dio lasciava Bova la sera dopo, tra la commozione generale. A mezzanotte giungeva alla stazione di Catanzaro.

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CENTENARIO DELLA MORTE DI DON RUA a cura di Don Salvatore Spitale

IV viaggio 1906

Continuiamo il nostro flashback sulle orme di Don Rua. Dopo i primi tre viaggi ecco il quarto: Aprile-Maggio 1906. Torna in Sicilia 6 anni dopo il precedente viaggio, era accompagnato da D. Barberis. Arriva a Messina (21 Aprile), Catania (22), S. Gregorio (23), Pedara (24), Trecastagni (24), Catania (25), Malta (26-30), Siracusa-Noto (1 Maggio), Modica-Terranova (2 Maggio), Aragona (3 Maggio), Aragona-Stazione di Cammarata, Palermo, S. Giuseppe Jato (4-7 Maggio), Catania - Bronte - Randazzo (8 maggio), Alì (9 maggio), Messina (10 Maggio), Calabria – Bova Marina (11 maggio), Soverato (12 13 maggio). Nel momento della visita – aprile – le case dell’Ispettoria erano 15: Randazzo (1879), S. F. Neri (1885), Cibali (1891), Alì (1891), Bronte, Marsala (1892), S. Gregorio (1893), S. Luigi (1893), Pedara (1897), Terranova (1897), Bova Marina (1899). Dal 1900 si erano aggiunte le case di Sampolo (1902), S. Giuseppe Jato (1902), Aragona (1904), Borgia (1905) e Siracusa, Ragusa, Monteleone (Vibo Valentia) si erano aperte e dopo qualche anno chiuse. Il terzo volume di D. Amadei ne tratta per 12 pagine pp. 217-228.

Il 21 (aprile 1906) giungeva a Messina «Tutti i 150 alunni erano schierati in fila, nella loro bellissima divisa; varie centinaia di benefattori attendevano il sig. Don Rua, anche un numero grandissimo di giovani dell’Oratorio festivo1. Fummo accompagnati trionfalmente al collegio2, dove potemmo ancora celebrare la santa messa. A quella del sig. Don Rua assistettero tutti i giovani del collegio, e vari, sebbene fossero circa le 11, erano rimasti digiuni3 per fare la S. Comunione dalle sue mani. La splendida accademia, che fecero dopo pranzo, ci diede una vera idea dello slancio dei Siciliani, dell’affetto straordinario che portano alle Opere Salesiane e del desiderio immenso che avevano di veder il sig. Don Rua… Della sera medesima si partì per Catania, dove il collegio4 conta oltre 300 alunni. Seb1 – Don Rua fu ricevuto al Ferry Boat dall’Ispet-

tore don Piccollo e dai direttori di varie case salesiane. 2 – Si tratta del S. Luigi di Via Boccetta. 3 – Ricordiamo, per quelli che non lo sapessero, cha, all’inizio del secolo, per poter fare la comunione bisognava essere a digiuno dalla mezzanotte. 4 – Il collegio S. Francesco di Sales.


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Viaggi di Don Rua in Sicilia

Catania: Istituto “S. Francesco di Sales”.

bene noi siamo arrivati dopo le 10 di sera, tutti i giovani erano ad aspettarci. Banda musicale, luminaria, battimani tremendi e prolungati, acclamazioni di evviva al nostro buon Padre non avevano fine. Dovette il sig. Don Rua licenziarli con un discorsetto, e allora si poté andare a fare un po’ di cena. Il giorno dopo, collegio imbandierato, Comunione generale distribuita dal sig. Don Rua; e dopo ricominciarono musiche, battimani, evviva, finchè vennero tanti benefattori a trovare Don Rua, che si dovettero lasciare un poco i giovani. Nel dopo pranzo si fu a far visita al Cardinale Arcivescovo5, tanto nostro amico e benefattore, e poi all’Oratorio festivo del centro della città6 (ed alle Figlie di Maria Ausiliatrice7), e non si tornò a casa che dopo cena... Il mattino seguente si partì per S. Gregorio... un paese a poco più di 12 chilometri da Catania... Quando si seppe che il sig. Don Rua si recava a visitare quella casa salesiana, il popolo fu tutto sossopra». A un chilometro e più dal paese vi erano già molte dozzine di giovani dell’Oratorio che l’attendevano, ed elevando un coro di

Centenario 1910-2010 festevoli voci argentine gli rivolgevano il primo saluto. Anche i nostri chierici gli mossero incontro; ed egli scese di carrozza, e volle fare a piedi il resto della via. Fu un’entrata trionfale! Ossequiato dal cav. Di Bella8, dal Sindaco, da tutte le autorità civili ed ecclesiastiche, circondato e seguito dagli stendardi e dalle bandiere di varie associazioni, tra lo sparo continuo di mortaretti e il suono festoso delle campane, mentre da tutte le finestre si gettavano fiori, tra le grida più entusiastiche di Viva Don Rua! Viva il Successore di Don Bosco! entrò nella chiesa matrice, ringraziò commosso, e impartì la Benedizione Eucaristica. Il giorno dopo fece una breve visita a Pedara, che sorge sui declivi dell’Etna. Lo stesso ricevimento che a. S. Gregorio. I giovani dell’Oratorio festivo erano ad aspettarci un quattro chilometri prima di arrivare al paese. Per via si attraversa il paese di Trecastagni, dove giunge all’istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice alle sei di sera, accompagnato dal Direttore di Pedara9, ascolta con bontà paterna brevi parole d’omaggio dette da una ragazza, rivolge a tutte parole d’incoraggiamento e di rallegramento, dà la benedizione di Maria Ausiliatrice, e riparte ».

Don Michele Rua in visita a S. Gregorio nel 1906.

5 – Il Cardinale Giuseppe Francica Nava , succeduto al cardinale Giuseppe Dusmet. 6 – Oratorio S. Filippo Neri di Via Teatro Greco. 7 – L’Istituto Maria Ausiliatrice di Via Caronda aperta nel 1902. 8 – Grande benefattore dei Salesiani: Vedi terzo viaggio.

9 – Dal 1904 era direttore di Pedara, per la seconda volta, D. Camuto Salvatore.


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L’arrivo di Don Rua a Pedara. All’entrata di Pedara «trovammo il Parroco con altri sacerdoti, il Sindaco con la Giunta, tutti i giovani delle scuole con bandiera, tutta la popolazione. La banda di Nicolosi, venuta apposta, intona la marcia reale, le campane suonano, ed è uno sparo continuo di mortaretti ed una pioggia di fiori; avevo paura che mi accecassero Don Rua». Tornato a S. Gregorio, celebrò nella cappella in costruzione, parlò ai novizi e agli Mons. Genuardi. studenti di teologia, ed ossequiato Mons. Genuardi10, vescovo di Acireale, nel Monastero di S. Anna, ritornò a Catania e proseguì alla volta di Malta

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Don Michele Rua a Pedara nel 1906. Malta

La sua visita a Malta, preannunziata dai giornali con articoli colmi di ammirazione, fu un avvenimento. “I nostri augusti Sovrani – scriveva Malta Herald – si son degnati di visitare recentemente la nostra isola, principi e principesse di sangue reale si susseguirono l’uno dopo l’altro, l’Imperatore di Germania, la Regina del Portogallo, dignitari della Chiesa ed altri personaggi ci onorarono pure della loro presenza, e oggi Malta riceverà per la prima volta un Uomo, che benché umile agli occhi del mondo, non è meno importante, date le sue attribuzioni di Superiore generale della Pia Società Salesiana, che ha per iscopo l’educazione della povera gioventù abbandonata. Il nome venerato di Don Bosco, il fondatore della Pia Società, è conosciuto a sufficienza in tutto il mondo civile. Don Rua, che noi salutiamo quest’oggi, è l’immediato Successore di Don Bosco, e non sarà fuori luogo, in questa fausta occasione, di dare ai nostri lettori alcuni cenni sulla vita laboriosa di lui, di quella vita ch’egli ha tutta impiegata con vivissimo zelo per il bene dell’umanità...». E seguivano lunghi cenni della sua vita improntati al-

10 – Mons. Genuardi è il Vescovo che per primo ebbe i Salesiani nella sua diocesi: la casa di Randazzo.


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la più grande ammirazione. Giunse a Malta all’una dopo la mezzanotte, a bordo del vapore Adria. Accompagnato all’istituto dall’ispettore Don Angelo Lovisolo11 e Don A. Lovisolo. da molti cooperatori, il Servo di Dio rimase commosso nel vedersi accolto da tutti gli alunni, che a niun costo avevano voluto andare a riposo e si erano fatti in quattro per illuminare il collegio12 con palloncini multicolori e nei dì seguenti vollero dare un bellissimo trattenimento drammatico, intercalato con delicati componimenti in italiano e in inglese. Il Servo di Dio volle parlare anche a ciascun di loro in particolare. Entusiastico fu pure l’omaggio resogli dalle autorità dell’isola, a cominciare dal Governatore o Vicerè di Malta, da cui ebbe una cortesissima ed affettuosissima udienza, da Mons. Arcivescovo, dal direttore diocesano dei cooperatori Mons. Farrugia, dal Comm. Alfonso Galea13, e da altri insigni ammiratori e benefattori. Comm. A. Galea “Torno adesso

colla mente – ci scrive il comm. Galea – ai giorni quando il carissimo signor Don Rua arrivava a Malta il 26 aprile 1906. Mentre usciva dall’Istituto Salesiano di S. Patrizio (Sliema) per recarsi a far visita al Governatore, qualcuno s’accorse che a Don Rua mancava un piccolo lembo dell’abito talare. Don Rua, saputolo, disse sorridendo: “Fa niente, fa niente!” e non ci badò più che tanto. La fama della sua santità s’era già diffusa nell’isola, anche prima del suo arrivo. Quando poi, qualche giorno dopo, fece una conferenza sulle Opere Salesiane nella Cappella di S. Patrizio, che era stipata di amici dell’Opera Salesiana, parlò con una semplicità ammirabile per tre quarti d’ora che ad alcuni sembrarono venti minuti, ad altri anche meno, e le lacrime sgorgarono dagli occhi di tutti e s’era commossi, e confesso che anche io ed i miei avevamo gli occhi umidi di pianto. Eppure non aveva fatto che raccontare degli inizi dell’Opera e di mamma Margherita, e dei suoi primi anni presso il Venerabile Don Bosco!...». Nei tre giorni che il sig. Don Rua si fermò a Malta – scriveva Don Barberis14 – ebbe la visita delle prime notabilità dell’Isola, e tutti son pieni di venerazione per lui e lo tengono come vero e gran santo e vogliono la sua benedizione. A mezDon G. Barberis. zanotte del lunedì

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11 – Don Lovisolo era di Nizza Monferrato, venne a Randazzo ancora chierico nel 1880. Operò per

dieci anni a Randazzo insegnante, consigliere scolastico, catechista, economo. Passò alla casa di Cibali ,quando questa si aprì.. Dopo tre anni fu nominato direttore della casa di Messina S. Luigi dove rimase fino al 1903 quando fu nominato Ispettore in Tunisia. Ritornato da Tunisi fu ancora direttore a Messina In questo secondo periodo avvenne il disastroso terremoto dal quale ne uscì miracolosamente illeso e poté fare il racconto di quel cataclisma. Chiuse la sua lunga vita a S. Gregorio. 12 – Si tratta del Collegio di S. Patrizio, fondato nel 1903: Direttore ne era Don O’Grady Patrizio. 13 – Uno dei più antichi ed affezionati Cooperatori Salesiani, munifico Benefattore dell’Opera di Don Bosco in Malta. Suo era il terreno e la costruzione dei locali per l’Oratorio. 14 – Si tratta di Don Giulio Barberis, accompagnatore e relatore del viaggio.


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30 aprile si ripartì per la Sicilia. Sebbene ad ora così tarda, molti cooperatori vollero accompagnarci al battello... Al mattino al levar del sole si vedevano già le coste della Sicilia e il gigantesco cono dell’Etna tutto coperto di neve. Arrivati a Siracusa15, e detta Messa alla Cattedrale, fummo a pranzo dal Can. Lantieri, direttore dei Cooperatori Salesiani... Dopo pranzo si partì per Noto. Il vescovo Mons. Blandini (che tre anni prima era stato a Torino per l’incoronazione di Maria Ausiliatrice), volle venire egli stesso in persona e condurre tutti i chierici del Seminario alla stazione a prendere Don Rua; venne anche in corpo il collegio diretto dai Fratelli delle Scuole Cristiane, e v’erano pure molti signori con dieci o dodici vetture per condurci in città, essendo la stazione lontana. Non è il caso di ripetere la descrizione dei battimani, delle grida di gioia e degli evviva. Si pernottò in seminario insieme col Vescovo, e al mattino seguente si ripartì per Modica, dove abbiamo una piccola casa16 e vogliono affidarci un gran convitto. Anche qui alla stazione v’erano quindici o venti vetture dei principali signori, che volevano aver la fortuna di condurre il sig. Don Rua, per poter dire che la loro vettura aveva condotto un santo... Si visitò il convitto che vogliono offrirci, in una posizione incantevole; e della medesima sera si arrivò a Terrenova di Sicilia17. L’accoglienza fu singolare. Non vi erano che un paio di vetture e pochi signori, ma i giovani dell’Oratorio festivo numerosissimi e quei del Circolo Don Bosco, che fanno da catechisti,

eran venuti in massa; credo fossero più dì quattrocento. Il bello si fu che tutti si misero al passo di corsa ed arrivarono a casa nostra contemporaneamente a noi. Ma presso la casa s’era accumulata tanta gente che ci volle mezz’ora per attraversare una viuzza lunga forse appena cinquanta metri. Tutti si riversarono in chiesa dove si diede la benedizione col Santissimo Sacramento... La chiesa era gremita, le madri avevano portato in braccio tutti i bambini per farli benedire da Don Rua,,.. e quando Don Rua volle dire alcune parole, non gli fu possibile far sentire la voce perchè centinaia di bambini, che piangevano o gridavano, facevano una musica tale da coprire una voce anche dieci volte più forte della sua! Dopo la benedizione non fu neppur possibile andare in sacrestia a deporre le paramenta, e si dovettero lasciarle sull’altare; e per attraversare la chiesa ed entrare in casa ci volle oltre mezz’ora. Tutti volevano baciar la mano a Don Rua e tutte le mamme che dèsse una benedizione ai bambini che portavano in braccio. Si aveva un bel dire e gridare che Don Rua era stanco, che non ne poteva più, che li aveva già benedetti col SS. Sacramento. Da quell’orecchio non ci sentivano, e ciascuna diceva: “Solo più a me; solo più a me!” e tiravano le braccia a Don Rua, che avevo paura glie le rompessero. Al mattino seguente si partì per Aragona. Qui l’entusiasmo giunse all’eccesso. Il Sindaco con la Giunta Comunale, il Parroco col Clero, i carabinieri in alta tenuta, le guardie municipali, due musiche delle città, i giovani delle scuole con le bandiere, sei o sette altre società con le loro bandiere, si può dire tutto

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15 – A Siracusa nel 1900 si era aperta una casa che aveva avuto vita breve e si era chiusa nel 1904. In essa vi era morto il confratello, di origine napoletana, Don Stefano Quartino nel 1901. Fu il primo salesiano morto in Sicilia. 16 – La notizia non è esatta. Al momento della visita non vi era a Modica una casa salesiana. Don Rua doveva vedere una casa che il Can. Carmelo Papa metteva a disposizione dei Salesiani. Il convitto era il Liceo-Convitto Sant’Anna. Nè l’una, né l’altro convinsero Don Rua. La prima casa a Modica Bessa si aprì il 7 novembre del 1907. (Cfr. Sac. Giovanni Iacono: “Don Bosco e la Sicilia” 1904–1907, pag. 42). 17 – Terranova che riprenderà nel 1927 l’antico nome di Gela. Qui la casa, il Convitto Principessa Pignatelli, si era aperta nel 1897 con direttore Don Domenico Ercolini.


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il popolo, erano ad aspettare il sig. Don Rua. Le vetture non potevano più camminare quando si fu vicino alla città: e, nè ai carabinieri, nè alle guardie, era possibile trattenere la folla; un po’ più avrebbero soffocato Don Rua, che dovette scendere dalla vettura e, passato il primo parapiglia, farsi strada in mezzo ai carabinieri e le guardie, serrato dalla Giunta Municipale da una parte, dal Clero dall’altra, e camminare a passo di formica, in mezzo alle continue acclamazioni del popolo. Lo si aspettava alla chiesa matrice; ma non è possibile arrivare fin là; dopo molti stenti, passando per vie traversali, si potè entrare in casa. Don Rua si dovette mettere al balcone ed arringare il popolo, e ringraziarlo della festosa accoglienza ed assicurarlo che al mattino seguente avrebbe celebrato la S. Messa nella gran chiesa matrice, ed avrebbe pregato per tutti. Indi si ammisero all’udienza le notabilità del Clero e del Laicato. Povero Don Rua! dal mattino alle 8, che aveva preso una tazza di caldo, non aveva assaggiato altro ed eravamo alle sei e mezzo pomeridiane! Alla cena-pranzo con tutte le notabilità ecclesiastiche e civili, i brindisi più commossi furono quelli del Sindaco, del Parroco, d’un sacerdote espressamente venuto da Girgenti18, inviato dal Vescovo, e di un giovane dell’Oratorio festivo che parlò a nome dei compagni. Al mattino seguente Messa alla Matrice; ma ci vollero le guardie per poter arrivare alla chiesa, e giunti alla chiesa non si poteva entrare, e si dovette passare per una porta segreta che dava nella sacrestia. Dopo si doveva visitare una casa in costruzione, e Don Rua non potè farlo, non potendo passare tra la gran folla. Per fortuna io v’era andato da solo un’ora prima e potei vedere i disegni e la parte costruita, e dir poi le cose precise al sig. Don Rua”. Fu tale l’entusiasmo che destò il passaggio del Servo Dio ad Aragona, che anche Don Piccollo, dopo vari anni, ci dava, a voce

e per iscritto, molti interessanti particolari. “Dopo la visita fatta a Malta – egli scrive – nel giro che fece nella parte occidèntale dell’isola, a Noto, Modica, Terranova, Aragona, il concorso fu qualche cosa che non aveva dell’ordinario. Ad Aragona, città di 17 mila abitanti, tra cui cinquemila solfatari, tutta la popolazione gli mosse incontro con rami d’ulivo, grida d’evviva, e tutti volevano avvicinarlo, parlargli, esternargli il loro contento, e ci volle uno sforzo grande da parte delle autorità e della forza pubblica per impedire che non avesse a patirne”. Era tutto un agitarsi febbrile di uomini e donne, vecchi e fanciulli, bandiere e stendardi, ed un continuo scroscio d’applausi da coprire il suono delle musiche e lo scampanio festoso dei sacri bronzi, ed uno sforzo continuo delle autorità civili ed ecclesiastiche per frenare l’impeto della folla che voleva vedere, avvicinare e baciar la mano e l’abito al Santo! Il Servo di Dio - prosegue Don Piccollo fu pienamente soddisfatto quando potè vedere in quella casa, recente fondazione19, ben seicento giovani quasi tutti solfatari frequentare le scuole serali, l’Oratorio festivo fiorente, e molto impegno in tutti i suoi figli per il bene spirituale di una gioventù ben infelice, perché costretta tutto il giorno a vivere e lavorare seminudi nelle tenebre, alla profondità di 200 e 300 metri, con continuo pericolo della vita”. Per evitar maggior confusione alla partenza, si convenne di farlo uscir dl casa un’ora prima; cosicchè, quando la gente si affollò in attesa delle carrozze, egli a piedi era alla stazione passando per vie traverse. La voce del suo passaggio s’era diffusa nei paesi vicini ed alla stazione di Cammarata – narra Don Piccollo – ci attendeva un’ inaspettata sorpresa. Era una turba di circa seicento persone che attendeva il passaggio di Don Rua. Appena il treno si fermò fu un grido unanime d’entusiasmo.

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18 – Agrigento. 19 – La casa si era aperta nel 1904 col direttore Don Pasquali Giuseppe ed ebbe vita breve si chiuse

dopo un triennio nel 1907. Si riaprì nel 1919 con Don Giuseppe Cariola, ma dopo un anno si chiuse.


Centenario 1910-2010 Si guardava da tutti agli sportelli del treno per vederlo ad affacciarsi; e quando Don Rua discese fra di loro fu una gara, per non dire una lotta, per avvicinarlo: tutti al solito,volevano baciargli la mano e la benedizione. Dal treno discesero anche la maggior parte dei passeggeri per assistere a questa scena e conoscere Don Rua, che ignoravano d’avere compagno di viaggio. Una banda musicale che era sul treno, allo spettacolo di tanto entusiasmo, sì diede a suonare la marcia reale, e così si accrebbe anche più l’importanza di questo nuovo spettacolo. Chi soffriva però era il capostazione, che non sapeva a quali santi votarsi, per ottenere che lasciassero libero Don Rua in modo da poter far ripartire il treno; e alla fine si fu costretti di prenderlo di peso e riportarlo nel suo scompartimento. Così fu libero dalla violenta ammirazione di quel popolo che si era impossessato di Lui e che a niun costo voleva abbandonarlo ». Tra gli altri avvenne quest’episodio. Un tale – ci scriveva Don Antonio Fasulo20 – Giuseppe Infantino di Cammarata, ridotto uno scheletro da una pleurite purulenta, che lo tormentava da tre anni, saputo del pasDon A. Fasulo. saggio dell’Uomo di Dio, volle andare a vederlo. In mancanza di vetture, già tutte impegnate, fece a piedi i 7 chilometri di strada. Amici, compreso il medico curante, gridavano all’imprudenza, al suicidio… Il poveretto riuscì ad avvicinarsi a Don Rua, a baciargli la mano, e pochi giorni dopo era completamente guarito. Fece la campagna di Libia: fu combattente nella grande guerra, e continua a godere ottima salute.

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Palermo: Collegio “Don Bosco”.

L’episodio mi è stato narrato prima dal Sac. Salvatore La Corte, Vicario Foraneo di Cammarata; quindi dalla madre dell’Infantino, Carmela Giacchino. Il dott. Alessi Arturo, medico-chirurgo, mi confermò d’aver visto l’Infantino in condizioni gravi ed allarmanti fino al 4 maggio 1906, e dí averlo in seguito ritrovato completamente guarito”. A Palermo il Servo di Dio restò stupito nel vedere fiorentissimo il nuovo istituto21, aperto da poco tempo in quella città, in una località allora alquanto eccentrica, alle falde del monte Pellegrino, ed oggi collegata con tranvie e autobus. Tenne conferenza ai Cooperatori nella chiesa del S. Salvatore e fu accolto a gran festa nell’episcopio. Al Card. Celesia era succeduto il Card. Lualdi, che non conosceva personalmente Don Rua, ma gli era nota la sua virtù e lo teneva in concetto di santo: Ed “io – ricorda Don Francesco Piccollo – con Don Barberis e Don Garlaschi22 (direttore del Sampolo) ebbi il piaceDon Garlaschi.

20 – Don Fasulo di Canicattì (1880-1962) per quasi 50 anni si dedicò alla propaganda salesiana. 21 – Si tratta del Don Bosco di Via Sampolo.

22 – Don Attilio Garlaschi era nato a Genova nel 1866; s’incontrò con Don Bosco Fu il primo diretto-

re di Palermo (1902-13). Fu il fondatore dell’internato a Palermo.


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re d’accompagnarvelo. Il Cardinale non conosceva Don Rua, ed anche l’Opera Salesiana non era da lui conosciuta se non da quel poco, che vedeva in Palermo; accolse Don Rua con molta gentilezza, e fin dal principio della visita lo invitò con insistenza ad essere suo ospite nel Palazzo Arcivescovile. Don Rua si schermì bellamente, dicendo che voleva rimanere all’istituto coi suoi figli; poi si portò l’argomento della conversazione sull’Opera Salesiana, e il Cardinale l’ascoltava con un’attenzione e meraviglia, sia per le belle cose che Don Rua diceva, sia pel modo tutto particolare con cui discorreva, che pareva l’ammirazione del Cardinale si accrescesse a ogni istante; si vedeva che l’Eminente Personaggio capiva di aver a sè davanti un Santo, e all’improvviso con visibili segni di commozione e quasi di scatto si alzò, s’inginocchio davanti a Don Rua, dicendo: “Don Rua, mi benedica!”. Fu grande l’impressione e la sorpresa di Don Rua per un tratto di così grande umiltà da parte del Cardinale; anch’egli si inginocchiò e disse che non era lui che doveva benedire, ma anzi egli e i suoi che erano attorno dovevano ricevere la sua Pastorale Benedizione... Il Cardinale non cedette e continuò nelle sue insistenze finchè Don Rua concluse: «Senta, Eminenza, dacché Ella vuol la mia povera benedizione e me lo comanda, faremo così; prima Vostra Eminenza benedica me i miei figli, poi io indegnamente darò la mia... Così si fece, e noi abbiamo potuto assistere ad un atto indimenticabile di reciproca umiltà di un pio e santo Cardinale e del nostro amato Superiore». Fu anche a visitare l’Istituto del S. Cuore a S. Giuseppe Iato, e l’8 maggio, festa dell’Apparizione di S. Michele Arcangelo, era a Catania. Essendo il suo onomastico, nell’Istituto di S. Francesco si tenne una bella acca-

demia, alla quale intervennero quasi tutti i direttori dell’Ispettoria Sicula, le rappresentanze dei giovani di diversi Oratori e Istituti, e un gran numero di cooperatori ed ex-allievi. Una festa indimenticabile. In una della città, visitate dal Servo di Dio in questo viaggio, «fu assalito – scrive una Figlia di Maria Ausiliatrice – da una turba di popolo che voleva vederlo, udirlo, avvicinarlo. Recatosi dalle suore e dalle loro benefattrici, trovò le camere gremite di persone che lo aspettavano. Egli però girò lo sguardo, e, salutando amichevolmente, appuntò le pupille su suor N. N., monaca in casa. Costei, da tempo, per ragioni d’interessi, era in lite con un fratello, che era stato sordo a quanti gli avevano parlato di riconciliazione. La povera monaca soffriva assai, ed era in preda a vivissima ambascia. Il santo, senza alcun preavviso, ma leggendole in cuore, s’avvicinò a lei e le disse: “Coraggio, coraggio, stia allegra!...”. I presenti si guardarono meravigliati ed attesero gli avvenimenti. Due giorni dopo il fratello bizzarro faceva la pace colla sorella, divenendo tuttora affezionato e premuroso». Fu pure alle case di Bronte e Randazzo, prendendo la linea circumetnea, e in tutte le stazioni dei centri importanti si trovava il clero con molta popolazione per vedere e riverire il Successore di Don Banco. Il 9 maggio, ricorda Suor Marianna Nicastro23, «giungeva in Alì Marina, dove mi trovavo da qualche giorno come aspirante per seguire la mia vocazione che umanamente sembrava impossibile, ad effettuarsi, per la mia gracilissima salute. Presentatogli il caso dalla mia direttrice Suor Decima Rocca24, egli, posandomi la mano sulla spalla, mi assicurò che la Madonna mi avrebbe fatto la grazia, come infatti avvenne. In quell’occasione vi fu bisogno di aggiustargli il pastrano,

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23 – Sr. Marianna Nicastro nata a Caltagirone il 16 gennaio 1878; professa a Catania il 19 marzo 1909, morta a Catania il 28 agosto 1960. 24 – Sr. Decima Rocca nata a Gavi (AL) il 1° marzo 1871, professa a Nizza Monferrato il 20 agosto 1890, morta a San José di Costarica il 5 dicembre 1967. In Sicilia dal febbraio 1895. Ispettrice in Sicilia dopo la morte di Madre Morano (26 marzo 1908) fino al 1912. Nel 1913 partì per l’America Latina.


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da cui lungo il viaggio gli era stato tolto un pezzo dai suoi ammiratori per tenerlo come reliquia. Per lo stesso motivo si distribuirono in casa dei pezzetti di stoffa dello stesso, che fortunatamente si dovettero togliere per aggiustarlo. Le suore gli offersero un zucchetto nuovo in cambio di quello da lui usato. Una raccontava, edificata, che avendo grande urgenza di dirgli una parola e trovatolo in chiesa che pregava, osò chiamarlo più volte; ma egli non si dette per inteso, facendo così capire, che non doveva interromper la sua udienza con Dio per parlare con una creatura; dopo di che si mostrò molto affabile e compiacente». A Messina fece la chiusura degli esercizi spirituali agli alunni, e nel pomeriggio lasciava la Sicilia, proseguendo per le Calabrie. La prima casa che visitò fu quella di Bova Marina25 «dove i Salesiani – scriveva Don Barberis – sono alla direzione del Seminario Vescovile. Vi è un centinaio di chierichetti, cominciando dalle ultime classi elementari al corso teologico. Sebbene arrivati ad ora tarda perchè erano scoccate le 22, vennero alla stazione, che è lontana anzichenò dal Seminario, i chierici del corso teologico e filosofico e ginnasio superiore ad incontrare Don Rua, con palloncini e lumi per rischiararci la via. I più piccoli attendevano all’ingresso del Seminario, tutto illuminato a festa. Anche Sua Eccellenza Mons. Vescovo stava coi chierichetti ad aspettarlo. Con che entusiasmo quei vispi chierici calabresi ricevettero Don Rua! acclamavano e davano il benvenuto, proprio come si farebbe all’Oratorio dopo lunga assenza dell’amato Padre. Sebbene la fermata a Bova non potesse essere che brevissima, la parola insinuante e piacevole di Don Rua elettrizzò quei cari giovani, i quali avrebbero voluto che non si partisse da loro».

Il Servo di Dio chiese al direttore Don Eusebio Calvi26 notizie dell’andamento della casa; questi gli comunicò che c’era un alunno colto da grave polmonite. Don Rua si recò a visitarlo, lo beDon E. Calvi. nedisse in nome di Don Bosco con la benedizione di Maria Ausiliatrice, e guarì. Così attestava il chierico Agrippino Tamburino27, allora novizio, residente in Seminario. «Al mattino tutti fecero la Santa Comunione dalle sue mani, poi si tenne una solennissima accademia, presente il Vescovo e tutti i maggiorenti del paese; discorso, musica ed eccellenti poesie si succedevano bellamente... Come i Siciliani, i Calabresi sono svegliatissimi per ingegno e, direi, poeti per natura. Specialmente un chierico inneggiò alle grandezze della Calabria antica, alla sua bellezza, ed al bisogno presente di essere aiutata, che ci commosse tutti. A S. Andrea del Jonio, a Borgia28, a Soverato, si ripeterono le acclamazioni e i ricevimenti già descritti altre volte. Numerosissimi giovani degli Oratori e delle scuole serali gli andavano incontro anche a vari chilometri dal paese, portando mazzi di fiori che venivano ad offrire a Don Rua; e ciascuno con un ramo d’olivo, o d’altro albero, in mano davano l’aspetto di una processione clamorosa, poiché non cessavano le grida di Evviva Don Rua! Evviva i Salesiani! Anche l’Arciprete, il Sindaco, le Autorità, a Borgia vennero incontro a Don Rua fuori del paese; vi fu lo sparo di mortaretti e la strada quasi letteralmente coperta di fiori. Ma quale desolazione per altra parte! Ca-

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25 – Allora Bova Marina apparteneva all’Ispettoria Sicula ed era stata aperta nel 1898. 26 – Don Eusebio Calvi Ancor chierico, proveniente da Valsalice, fu del gruppo che aprì la casa di Ran-

dazzo nel 1879. Vi rimase per sei anni. Fu per sei anni direttore a Bova Marina e per due anni al S. Luigi di Messina. 27 – Agrippino Tamburino di Mineo del 1883. Nel 1907 se ne uscì. 28 – Anche Borgia, in provincia di Catanzaro, aperta nel 1905, apparteneva all’Ispettoria Sicula.


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se cadute pel terremoto29, altre tutte puntellate, baracche di qua e di là, dove per molto tempo dovranno abitare intere famiglie! La chiesa parrocchiale grande, bella, è mezzo caduta, e l’altra parte pericolante, di modo che Don Rua per dare la Benedizione e parlare al popolo dovette farlo nella parrocchia provvisoria, che è nient’altro che una baracca di legno con fessure da ogni parte... Indimenticabile riuscì la Comunione generale dei giovanetti all’Oratorio festivo di Borgia. Don Rua medesimo ed io e l’ispettore che ci accompagnava e i due preti della casa attendemmo alle confessioni la sera antecedente forse per tre ore di seguito. Che buoni giovani! senza coltura e poveri, si, ma religiosissimi di fondo, non han bisogno se non di chi li guidi; docili, si può dire che non hanno mai bisogno di essere avvisati perchè stiano buoni in chiesa; amanti della parola di Dio non potevano distaccarsi da Don Rua, che più volte rivolse loro fervorose espressioni ed incoraggiamenti... Soverato: vi è per ora un Oratorio festi30 vo , ma si sta cominciando la fabbrica d’una bella chiesa e collegio attiguo per accogliere tanti giovani di questa parte meridionale della Calabria sul Jonio». Don Piccollo ricorda come il Servo di Dio si recò a visitare la Baronessa Scoppa di Badolato31 per studiare con lei la fondazione di alcune case che gli venivano proposte. Fu notevole nella visita che fece alla suddetta signora una novità, che certo non era mai capitata a Don Rua nè ad altri salesiani in Italia... Dalla stazione di S. Andrea sul Jonio al paese Don Rua dovette salire in lettiga portata da due robusti muli, mentre noi del seguito stavamo su un carro trascinato da buoi. Così all’andata e al ritorno esperimentò questa novità, e pareva

godesse meravigliato di non soffrire il mal di mare, come per lo più accade. E qui conviene accennare due disposizioni d’animo di Don Rua. La prima è la gratitudine che dimostrava verso la Baronessa Scoppa perchè nelle circostanze di questa visita mi disse parecchie volte: “Bisogna assolutamente che tu cerchi di accontentare questa pia signora; a me ha mai dato nulla sinora, ma è sempre stata grande e generosa benefattrice di Don Bosco... Io ribatteva: “Ma a Borgia non è conveniente aprir casa, è luogo troppo fuor di mano; non ho potuto persuaderla di porre un’opera a Catanzaro, o in qualche centro più importante”; ma egli: “Non importa, procura di accontentarla anche a Borgia, dobbiamo mostrare la nostra gratitudine. La seconda cosa è che da quel tempo Don Rua cominciò a dirmi “Don Francesco32, pensa alle Calabrie; qui vi è bisogno, apri più case che puoi in questa regione!”. Don F. Piccollo. «Parole ripetutemi in seguito molte volte, e che furon pure le ultime udite dal suo labbro: Pensa alle Calabrie!...». «Durante questo viaggio da Bova a S. Andrea del Jonio – dichiara Don Piccollo – avvenne tra me e il signor Don Rua un discorso che attesta... la potenza miracolosa della preghiera di lui...»; e noi lo riferiremo a suo luogo, cioè quando se ne vide, in modo lampante, l’effetto prodigioso. A mezzanotte del 13 lasciava la Calabria.

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29 – Ci si riferisce al terremoto avvenuto la notte del 7 e 8 settembre del 1905. 30 – L’Oratorio festivo dipendeva dalla casa di Borgia, ma si stava costruendo e la casa di Soverato

sarà aperta nel 1907. 31 – Nobil donne Calabresi che si adoperarono per aprire le case di Borgia e di Soverato: Baronessa Maria Caterina Scoppa, Marchesa di Cassibile (per Soverato); Baronessa Enrichetta (Borgia); Baronessa Alfonsina Scoppa, Marchesa di Francia (Soverato), madre della Marchesa Enrichetta Lucifero (Soverato). 32 – Don Francesco Piccollo, Ispettore della Sicula.


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LETTERE INEDITE DI DON RUA Sono venuto in possesso delle fotocopie di due lettere di Don Rua inviate al Canonico Buccheri di Pietraperzia. Le lettere sono state ritrovate nella casa delle Figlie di MA in Pietraperzia. Al Sac. Filippo Marotta siamo grati della loro interpretazione e trascrizione, come pure delle notizie relative al Can. Buccheri. Rev.mo Signore (dalla busta: padre Vincenzo Buccheri) 5-7-1897 A riscontro delle sue riverite missive del 2 volgente le dichiaro che faremo iscrivere volentieri gli individui, da V. S. notati in apposito elenco, nell’Arciconfr.ta di Maria Aus.ce; ed eseguiremo pure la di lei commissione alla Direz.ne del nostro magazzeno somministrante. Non so per altro se le saranno dalle medesime somministrati, /salvo V. S. abbia con esse conto corrente/ gli oggetti in sua lettera domandati, prima di averne ricevuto il relativo importo: (aggiunta di Don Rua) perché d’ordinario le commissioni devono essere accompagnate dal relativo importo per essere eseguite. Sono con distinto ossequio di V. S. Rev. ma Dev.mo in Domino S ac . Mi che le R ua

Il sacerdote Vincenzo Michele Buccheri, destinatario delle due missive di don Rua, nacque a Pietraperzia l’8 Maggio 1867 e qui morì il 7 Febbraio 1960 all’età di 92 anni. Divenuto sacerdote, padre Buccheri fu chiamato a reggere le rettorie della chiesa di San Giuseppe e del Santuario della Madonna della Cava. Fino a tarda età celebrò la messa domenicale delle ore 11 nella Chiesa Madre, dove rivestì anche la carica di canonico della “Comunija” (Communia).


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lì 6 Ottobre 1898 Rev.mo Sig. Can.co Buccheri Pietraperzia Ho ricevuto la gradita sua lettera del 3 c.te e sinceramente ringrazio la S. V. Benemerita delle n. 10 messe che s’offre a elebrare gratuitamente secondo le mie intenzioni a titolo d’offerta per grazia ricevuta per l’intercessione di M. SS. Ausiliatrice. N. 5 altre messe che s’offre a celebrare il Rev.mo Can.co Amico Cal. per l’invio del Bollettino. Inoltre V. S. si compiacerà di celebrare ancora altre. N. 19 messe per l’importo di 2 oleografie di M. A. e due immagini in croma che le saranno spedite quanto prima; l’esperienza già fatta ci consiglia di non spedire quadri con cornice in paesi lontani; perché sempre vengono rovinati. Si è per questo che le mandiamo le sole immagini in cromolitografia che V. S. potrà fare inquadrare con cornice più o meno ricca come le piacerà; così non si corre alcun pericolo di guasti. Intanto io noterò a suo carico l’obbligo di n° 29 messe ed a carico del sig. can.co Calogero Amico n° 5 ˝ totale a mio scarico n° 34 messe che verranno celebrate al più presto secondo le mie intenzioni. Con sincera stima e riconoscenza mi professo di V. S. Rev. in Corde Jesu. Dev.mo Servitore Sa c. Mic he le R ua

S cr i tt o p er pen di co la r e al l a lettera L’avverto però che non potrò un’altra volta concedere merci per limosina di messe, senza aver presso di me una speciale autorizzazione per iscritto dal suo Ordinario. Così prescrivono i nostri regolamenti – per questa volta faccio eccezione trattandosi di poca cosa, ma la prego di (non) ripetere simili commissioni senza accompagnarle da qualche riga d’approvazione del suo ordinario che mi autorizzi ad accettarle.


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CENTENARIO DELLA MORTE DI DON RUA a cura di Don Salvatore Spitale

V viaggio 1908

Continuiamo il nostro flashback sulle orme di Don Rua. Dopo i primi quattro viaggi ecco il quinto: maggio 1908. Di ritorno dalla Terra Santa passa dalla Sicilia 2 anni dopo il precedente viaggio, era accompagnato da D. Bretto, economo generale. Arriva a Messina (3 maggio), Alì, Acireale (4), Catania (5), Siracusa (5), Malta (6-7), Siracusa (8), Catania (8-9), Messina (9), Calabria: Soverato (10), Borgia (11-12)... Nel momento della visita – maggio – le case dell’Ispettoria erano 15: Randazzo (1879), S. F. Neri (1885), Cibali (1891), Alì (1891), Bronte (1892), Marsala (1892), S. Gregorio (1893), S. Luigi (1893), Pedara (1897), Bova Marina (1899), Sampolo (1902), Borgia (1905), S. Patrizio (Malta) 1905, Modica Bassa (1907), Soverato (1907). Il terzo volume di D. Amadei ne tratta per 10 pagine pp. 400-409.

Arrivo in Sicilia

Giunto a Messina alle 15 (del 3 maggio), scendeva nella prima barchetta che si presentò, e in pochi minuti era alla spiaggia. “Un giovane facchino – scrive Don Bretto1 – pronto afferra le nostre valigie, ci fa passare alla visita dei bagagli e ci accompagna ad una vettura, come gli avevamo detto. Saliti in vettura, gli chiediamo che voleva di mancia ed egli rispettosamente rispose: – Cinquanta centesimi! – Noi non avevamo spiccioli italiani; il signor Don Rua, aperto il suo portamonete, osservò, poi sorridendo disse al facchino: – E se io ti do un franco, tu ti offendi? Quegli sorrise ringraziando. La carrozza ci condusse al collegio salesiano2, e qui giunti, quale non fu la meraviglia?! “Don Rua!... ma come? Non è a Malta? …” La colpa era della posta; s’era scritto a tempo da Alessandria d’Egitto e la lettera giungeva all’ispettore Don Fascie3 il giorno dopo l’arrivo.

1 – D. Clemente Bretto, era l’economo generale e accompagnava D. Rua in questo viaggio. 2 – Il S. Luigi di Messina, che dopo alcuni mesi sarebbe stato distrutto dal terribile terremoto del

1908. La foto ci mostra uno scorcio dell’istituto e la facciata della chiesa. 3 – D. Bartolomeo Fascie di Verezzo (Savona-Italia) (1861). Studente ad Alassio, visse con don Bosco durante gli studi universitari a Torino, sentì il fascino del Santo e della vita salesiana. ricevette la talare da D. Rua e fu salesiano. Venne in Sicilia come Direttore dell’istituto pareggiato di Bronte in Sicilia 1896-1907, anno in cui i superiori lo elessero ispettore delle case di Sicilia (1907-13). Con questo ufficio passò alla Ligure, Toscana ed Emilia (1913-20). Infine, nel 1919, Don Albera lo chiamò alla carica di Consigliere Scolastico nel Consiglio Superiore. Nel 1930 rappresenterà il Rettor Maggiore Don Rinaldi, impedito a partecipare, alle celebrazioni che si fecero in Sicilia per il Cinquantenario dell’opera salesiana in Sicilia. Morì a Torino il 31 gennaio 1937.


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Messina: Oratorio Boccetta.

Giunse inatteso, e ricevette le più liete accoglienze; la fama della sua santità era particolarmente diffusa nell’isola. Com’ebbe preso un po’ di ristoro, fu subito in mezzo ai giovani, visitò l’Oratorio festivo, andò a visitare Mons. Arcivescovo4, il quale aveva detto che voleva assolutamente vederlo quando sarebbe passato a Messina; ed assistè ad una adunanza del Circolo Don Bosco, composto di giovani dai 18 ai 30 anni, catechisti e assistenti dell’Oratorio festivo con viva soddisfazione.

Alì Marina

All’indomani (4 maggio), celebrata la Messa della Comunità, proseguiva per Ali

Centenario 1910-2010 Marina, e si recava presso le Figlie di Maria Ausiliatrice. Da pochi mesi era morta la loro ispettrice Madre Maddalena Morano,5 e volle rivolger loro parole di conforto… Fece anche aggiustare il pastrano, che aveva subito un grosso taglio, per l’indiscrezione di alcuni devoti, nella parte posteriore. Ricordava Suor Teresa Panzica6 che il Servo di Dio per nascondere il guasto, stretto nelle mani il lembo dell’abito, lo teneva alto e tirato da una parte, e appena la vide esclamò; – Fate voi la penitenza; vedete che non posso uscire di casa, aggiustatelo per amor di Dio. – E la suora l’aggiustò meglio che poté, perché il guasto era nel centro. E non v’era tempo di far meglio dovendo ripartire subito dopo pranzo. E coll’abito così rattoppato serenamente proseguì. La stessa suora ci dice che ebbe anche il bene di potergli parlare per un momento. Gli disse: « – Padre mio buono, avrei una cosa a dirle, vuole avere la bontà di ascoltarmi? – E perchè no? – Senta, Padre, quando io era più giovane aveva un gran desiderio di morir martire per amor di Dio: ora, Padre, che vedo le cose stringersi e che vi può essere la probabilità di verificarsi il mio desiderio, mi spavento ed ho gran timore per le cose che corrono contrarie alla nostra Santa Religione... temo, mi pare di non avere il coraggio e la forza di sostenere il martirio, se tanta grazia il Signore volesse concedermi. – Egli mi ascoltò benigno, e poi rispose: “Sentite, buona figlia, ai tempi nostri non vi saranno più quelle specie di martirio che davano i tiranni ai cristiani. Quindi questo non vi sarà, ma qualora ciò permettesse il Signore, vi darà la grazia e la forza che diede ai Santi Martiri. Adesso v’è un’altra specie di martirio, molto più doloroso per le anime buone che soffro-

4 – Letterio D’Arrigo Ramondini (Itala, 15 novembre 1849 – Messina, 18 ottobre 1922), dal 1898 era

succeduto al Card. Giuseppe Guarino, colui che aveva accolti i primi salesiani provenienti da Torino per andare a Randazzo. 5 – Madre Morano era morta a Catania, da appena una quarantina di giorni, il 26 marzo 1908. 6 – Panzica Maria Teresa di Cesarò 1852 - 1932. Direttrice per tre anni a Catania “San Filippo” la casa delle suore unita ai Filippini di via Teatro Greco.


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no, ed è una pena grande che loro sta fitta nel cuore; il vedere tanti mali, tanti scandali che allagano la terra..., vedere la nostra Santa Madre, la Chiesa, il suo Capo, cioè il Sommo Pontefice..., questa navicella col suo Pilota, sbattuti dalle onde furibonde dei suoi nemici..., vedere malmenati i sacri ministri e i figli tutti fedeli di questa Santa Madre, la Chiesa..., questo dico è un martirio per le anime buone più tormentoso dello stesso martirio di sangue…”. Pregate, infine mi diceva, e soffrite questa specie di martirio! – E fu l’ultima volta che gli parlai”. Mancavano pochi minuti al treno – aggiunge Suor Decima Rocca7 – e noi ancora a fargli ressa, quando all’ultim’ora ricordo che volevo che benedicesse e desse un’immagine a ciascuna. Egli comprese tutto il mio pensiero. Quella doveva essere una reliquia. – Il treno fischiava già in lontananza... Prese tra le sue mani le immagini, le benedisse, e poi con tutta lestezza le fece scorrere due o tre volte nelle sue mani in modo da toccarle tutte, poi le restituì dicendo: – Le darete voi alle ragazze! e alle suore – e corse al treno che lo aspettava in stazione. Quanta condiscendenza, quanta delicatezza e quanta trascuranza di se stesso in quell’atto che ci lasciò tutte profondamente commosse”. Partì da Alì all’una e mezzo, ed alla stazione di Taormina incontrava gli alunni dell’istituto di Catania che facevano la passeggiata annuale. Gli applausi che fecero al Servo di Dio attrassero l’ammirazione dei passeggeri, e i giovani ebbero la gioia di vederlo scendere con loro ad Acireale dove avevano stabilito di fare il pranzo. Subito se ne diffuse la notizia. Il Superiore del Collegio San Michele8,

che li avrebbe avuti ospiti, schierava i suoi cento alunni all’ingresso dell’istituto e faceva affiggere per le vie dei biglietti con la scritta: W. S. Filippo! W. Don Bosco! W. Don Rua! Una giornata indimenticabile; tanto era l’entusiasmo che ovunque destava la sua comparsa. Nel maggio del 1908 – scrive Don Antonino Fasulo – mi trovavo a Messina nell’Istituto salesiano. Giunse Don Rua di ritorno dal suo viaggio in Oriente. Ebbi la fortuna d’accompagnarlo da Messina a Catania. Dovunque appariva il buon Servo di Dio, attorno a lui vedevo destarsi una corrente di muta riverente attenzione. Anche nella stazione di partenza, mentre attendeva il turno davanti allo sportello del bigliettario, tutti gli occhi si fermarono sopra di lui. Una signora, riccamente vestita, dopo averlo riguardato visibilmente commossa, mi si avvicinò per chiedermi chi fosse quel santo. Appena seppe che era Don Rua, non potè più trattenere la commozione ed inginocchiatasi, lì stesso, a vista di tutti, volle essere benedetta. Quando l’umile vegliardo alzò la scarna mano sopra di lei, tutti i presenti, dei quali certamente non potrei garantire la fede religiosa, si scoprirono il capo, compresi di sacro rispetto”.

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Malta

Il 5 dopo aver celebrato a Catania e ricevuto la professione religiosa di vari chierici e coadiutori9, partiva per Siracusa e s’imbarcava per Malta, approdando alla Valletta verso mezzanotte. Al porto era ad attenderlo Mons. Farrugia, «Si doveva inaugurare l’altro istituto salesiano di Sliema, Juventutis Domus, ed era ci scrive il comm. Alfonso Galea10 — venuto appositamente a Malta. In quei giorni S. E.

7 – Sr. Decima Rocca nata a Gavi (AL) nel 1871, morta a San José di Costarica il 5 dicembre 1967. In Sicilia dal febbraio 1895. Ispettrice in Sicilia dopo la morte di Madre Morano (26 marzo 1908) fino al 1912. Nel 1913 partì per l’America Latina. 8 – L’Istituto San Michele, fondato nel 1875, e diretto dai Padri Filippini. 9 – Sono riuscito a rintracciare i nomi di alcuni di quei chierici che fecero i voti quel giorno: Di Francesco Onofrio, Furnari Emilio, Garra Vito, Gennuso Vincenzo, Lombardo Giuseppe, Raspa Cherubino, Savarino Giuseppe, Scornavacca Antonino. 10 – Il donatore, insieme alla moglie e alla cognata, dell’opera.


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Mons. Arcivescovo Don Pietro Pace trovavasi a Roma. Il suo vicario generale Mons. Can. Salvatore Grech insisteva di voler compiere lui il rito della benedizione dei locali, mentre spettava a Don Rua, arrivato verso la mezzanotte, tra il 5 e il 6 maggio. Da parte mia non

sua moglie Elisa e la signorina Mary Aspfar, di lei sorella. Dopo la benedizione dei locali, 7 maggio, S. E. il Governatore Sir Henry Fane Grant consegnava le chiavi della Domus al sig. Don Rua». Quindi si svolse il programma «di un’accademia, della quale – osservava Don Bretto – non mi sarebbe possibile, anche scrivendo molte pagine, il dire bene quanto basti; canti e suoni, recite e discorsi si succedettero in modo superbamente grandioso, inappuntabile. Chiuse il sig. Galea con affettuose parole, inneggiando soavemente alla cristiana educazione Malta-Sliema: Istituto S. Alfonso e Oratorio Salesiano. ricevuta dai suoi genitori cui ascrisse il vanto dell’egregia me la sentivo che si facesse questo scambio, opera compiuta. mi sembrava inurbano..., si desiderava che Sfollata la sala, il Comitato della festa si strinse in intimo colloquio col sig. Don Rua, fosse Don Rua e nessun altro, tanto più che che, salutati poi i giovanetti, dopo d’aver ceera stato invitato alla funzione. Don Rua, penato alla Valletta in casa di Mons. Farrugia il rò, per non mancare di riguardo verso l’autoquale per la circostanza ha invitato a far corità ecclesiastica, mi chiese se avessi piacerona al Successore di Don Bosco molti egrere che invitasse egli stesso Mons. Vicario a gi signori, si recava a bordo di quella stessa benedire i locali della Domus, per cui si sasera, per tornare in Sicilia. Erano le ore 24, rebbe subito firmato l’atto di donazione ai saquando Don O’Grady11 e il distintissimo sig. lesiani, invece che nel giorno dell’inauguraGalea ci lasciarono al porto, anzi a bordo, auzione. gurandoci buon viaggio...». Capii la sua prudenza e abnegazione, e come negare nulla al suo sorriso pieno di paterno affetto? Verso le ore 9 pomeridiane scrisse a Mons, Vicario pregandolo a nome proprio di benedire la Domus, e l’atto fu firmato verso le ore 10 pomeridiane la vigilia stessa dell’inaugurazione, 6 maggio 1908, presenti come testimoni il marchese Testaferrata Olivier e il marchese onorevole avvocato Alfredo Mattei, dinanzi al notaio Pietro Mifsud. La donazione della Domus e dell’Oratorio festivo si faceva dal sottoscritto e

Malta-Sliema: Teatro della «Juventutis Domus».

11 – Don O’Grady Patrizio Irlandese (1860) “All’età di 20 anni venne in Italia con l’Arcivescovo di To-

ronto per essere presentato al Santo Padre e poi proseguire per il Canada per dedicarsi al ministero sacerdotale in quella diocesi: ma nella sosta fatta dall’Arcivescovo a Torino, Don O’ Grady con altri tre compagni fu così conquiso dalla santità di Don Bosco che rimase all’Oratorio” (Dal Dizionario biografico dei Salesiani) Divenuto salesiano per due anni fu in Argentina con Mons. Cagliero: per 12 anni da sacerdote, nelle isole Malvine ebbe cura degli emigrati irlandesi. Dal 1903 al 1923 nell’Ispettoria sicula fu direttore a Malta. Morì a S. Francisco USA il 16/08/1943.


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Siracusa

te, mi porse la mano da baciare, e paternamente mi disse: – Coraggio, figliuola, domani metterò m’intenzione per voi nelle Messa. – Ogni dubbio, ogni timore scomparve, sentivo già gli effetti della preghiera d’un santo!» Si trattava di una pena interiore; sentiva forte il dovere di tendere con tutte le sue forze al conseguimento della perfezione religiosa, e le sembravano insufficienti i mezzi per riuscire a raggiungere le virtù necessarie, per combattere le battaglie spirituali, vincerà se stessa e divenire una vera Figlia di Maria Ausiliatrice, secondo lo spirito di Don Bosco; per questo era tanto scoraggiata. Dal momento che Don Rua le diede quello sguardo, che per lei fu un lampo di luce divina, sentì infondersi nuovo coraggio, ebbe la persuasione di poter riuscire a migliorar se stessa con i mezzi che la Provvidenza le offriva giorno per giorno, e serena attese al lavoro dell’anima sua, vivendo ancora molti anni pia, prudente, caritatevole, laboriosa e amante dell’ adempimento d’ogni dovere sino al sacrifizio. Mi trovavo educanda in quella casa – racconta Anastasi Giovanna – e pensando che anch’io dovevo avere la consolazione di vedere sì veneranda persona, si ravvivò in me l’ardente desiderio di volergli parlare personalmente, per ricevere qualche savio consiglio, e promisi una Via Crucis in suffragio delle anime sante del Purgatorio, se avessi potuto avere tanta fortuna. Eravamo schierate in un corridoio a pian terreno, quando Don Rua entrato con in mano delle medagline di Maria Ausiliatrice, le distribuiva. Il mio occulto desiderio mi spingeva a volergli parlare, ma pensando che sarebbe stata una eccezione per le altre educande, non osai. E mentre dava a me la medaglina e gli baciai la rnano, col volto sorridente e voce chiara mi disse: – Coraggio neh? – Indicibile fu la mia consolazione; rimasi appieno soddisfatta.

L’8 maggio (festa dell’apparizione di S. Michele Arcangelo) – ricorda Don Giuseppe Cammarella – arrivava dopo una pessima traversata del canale di Malta, a Siracusa verso le ore 11, e chiedeva subito di poter celebrare la Santa Messa. Il Foglio Ufficiale dell’Archidiocesi, nel n. 5 di quell’anno, scriveva: «È stato tra noi Don Rua, l’Eliseo del venerabile Don Bosco. Celebrò Messa nella Cattedrale. Avvisato Mons. Arcivescovo12, creduto assente dall’ospite illustre, scese subito e l’incontro fu commoventissimo. Don Rua accettò l’ospitalità offertagli. Seppi dopo dai seminaristi, che l’Arcivescovo ripeteva quel giorno, durante le funzioni della festa commemorativa di S. Lucia: – Abbiamo avuto tra noi un santo! – ».

Catania

Nel pomeriggio proseguì per Catania, ed alla stazione trovò tutti i direttori dell’ispettoria per passare in intima festa familiare il resto di quel giorno, come nel 1906. Il mattino del 9 si recò a celebrare presso le Figlie di Maria Ausiliatrice per ripetere anche ad esse parole di rassegnazione, e di conforto per la perdita di Madre Morano, e quella fu l’ultima messa che il Servo di Dio celebrò in Sicilia. Breve era il tempo che aveva a disposizione, ma accontentò tutte le religiose, lasciando loro nell’animo i più cari ricordi. «Sentiva il bisogno vivissimo di confidare a lui una mia pena – narra Suor Grazia Cantarella13 – per avere il suo consiglio illuminato, e il buon padre che temeva di perdere la corsa, dovette licenziarsi prima che io potessi parlargli. Passandomi vicino, mi guardò con quei suoi occhi che penetravano nell’intimo dell’anima. Comprese il mio bisogno, la mia pena? Io credo, perché mi sorrise benevolmen-

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12 – Era Mons Luigi Bignemi vescovo di Siracusa da dicembre 1905 al dicembre del 1919. 13 – Cantarella Grazia di Paternò (CT) 1872 - 1933. Per tutta la vita fu cuciniera e guardarobiera a

Catania “San Francesco di Sales”.


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Per maggior sicurezza volli domandare ad una mia compagna (con la quale ci trovavamo alle due estremità del corridoio) se avesse sentito dire qualcosa ad alcuna mentre passava vicino a lei; e con tutta ingenuità mi rispose: No, diceva niente a nessuna! – Dopo ciò, senz’indugio mantenni la promessa della Via Crucis in ringraziamento, stimando l’accaduto un’ispirazione divina avuta ad intercessione delle anime purganti». Tornato in via Cibali al collegio salesiano, tenne conferenza ai direttori e ai giovani delle Compagnie di S. Luigi e del SS. Sacramento, e in fretta ai avviava alla stazione. Mentre stava per uscire gli si presentò uri padre piangente, accompagnando un figlio, alunno del collegio che per ordine del dottore doveva condursi a casa perché, colto da grave malattia infettiva agli occhi, e pregò il Servo di Dio che lo guarisse. Don Rua – narrava Don Gaetano Patanè14 – mise la mano sul capo del giovane, poi disse al direttore15 del collegio che era presente: – Questo giovane può rimanere in collegio, perché non ha nulla. – Il dottore, pure presente fece le sue forti ed energiche proteste, esclamando: – O io sono pazzo, o non capisco niente! – Il Servo di Dio partì; il dottore volle accertarsi dello stato della malattia del ragazzo e lo trovò completamente guarito». Messina

Partì verso le ore 15, alla volta di Messina. Qui alla stazione centrale lo attendevano amici, Salesiani, Figlie di Maria Ausiliatrice e due squadre di alunni per salutarlo. I giovani

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Messina-S. Luigi dopo il terremoto del 1908.

si affrettarono a raggiungere il porto e giunsero ancora in tempo ad applaudire al buon Padre mentre scendeva nel piroscafo, e continuarono a salutarlo con le mani e i berretti, finchè il bastimento scomparve... Era l’ultima volta che lo sguardo del Servo di Dio si posava su quelle spiagge, sulle quali alla fin dell’anno doveva tornare a posarsi dolorosamente il suo pensiero, forse anche nei terribili istanti del disastro tellurico16, nel quale due anni prima aveva assicurato un confratello che non sarebbe perito17, mentre ne sarebbero rimasti vittime non pochi alunni e confratelli18… anche di quelli che l’avevano salutato allora allora con tanto entusiasmo! Calabria

A Reggio Calabria l’avvicinarono devotamente per baciargli la mano alcuni chierici del Seminario, dicendo che in maggior numero l’avevano atteso la sera innanzi. Il Servo di Dio salì in treno, e proseguì si-

14 – Don Gaetano Patanè nato a Nunziata nel 1876. Fu dei primi al noviziato di Sicilia a Mascali. Fu

a Tunisi: Oratorio festivo per gli italiani. Nel 1907 è a Sanpierdarena. Rientra in Sicilia nel 1910 a Messina, Alì, Catania, Pedara direttore di Oratorio, economo, insegnante, catechista. Nel 1927 partì per il Mato Grosso. Vi morì nel 1947. 15 – Era direttore di Cibali dal 1897 Don Mantelli Giovanni. Era di San Salvatore (Alessandria-Italia) del 1862. Proveniente da Firenze venne in Sicilia nel 1897 e fu direttore della casa di Cibali per dieci anni fino al 1908 quando venne sostituito da Don Camuto e Don Mantelli partì per Torino Valdocco. Morì a Chiari nel 1950. 16 – Si fa riferimento al terremoto che doveva colpire Messina alle 5,20 della mattina del 28 dicembre del 1908. Ecco un’immagine di quello che era il S. Luigi dopo il terremoto. Una triste fila di baracche. 17 – Vedi in appendice. 18 – Le vittime del terremoto furono 38 alunni, 9 Salesiani, 4 persone di servizio:totale 51.


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Viaggi di Don Rua in Sicilia

no a Soverato. A Bova Marina l’attendeva Don Piccollo19 che gli fece compagnia sino a Foggia. Giunse a Soverato mezz’ora prima della mezzanotte; e il di seguente, per la munificenza della compianta Marchesa di Cassibile20, aveva la consolazione di benedire la prima pietra della chiesa e dell’Istituto Salesiano. L’11 si recò a S. Andrea a visitare la baronessa Scoppa e la Marchesa di Francia, nostre insigni benefattrici, che lo veneravano anch’esse come un santo. Celebrò nella loro cappella; e prosegui per Catanzaro Marina e di là, dopo più di due ore di carrozza, giunse a Borgia. Il 12, accompagnato dall’arciprete e da vari sacerdoti del luogo e dei dintorni e da molti signori si recò a benedire il nuovo istituto e vi celebrò la prima Messa, quindi tra un popolo festante, a suon di banda e tra lo sparo di mortaretti, tornò alla casa, dove i nostri allora dimoravano. La sera, verso le nove e mezzo, riparti in carrozza per Catanzaro, e alle 23? proseguiva per Rossano, dove giungeva verso le 3? del mattino, per far visita al Vescovo che insistentemente gli aveva manifestato íl desiderio di vederlo e di parlargli. La vettura l’attendeva alla stazione. Giunto in episcopio celebrò la S. Messa e s’intrattenne a lungo con Mons. Mazzella21, che gli espose il vivissimo desiderio d’avere i Salesiani nella sua diocesi e nella sua terra natale; quindi l’accompagnò a visitare la Cattedrale e a venerarvi l’immagine dell’Acheropita22; e lo condusse in seminario, e il Servo di Dio rivolse ai chierici i preziosi suggerimenti che soleva ripetere Don Bosco ai sacerdoti per cattivarsi la fiducia popolazioni. Nel pomeriggio saliva nuovamente in treno, dopo aver parlato alla stazione con un altro vescovo che voleva egli pure i Salesiani; e, cambiando convoglio a Metaponto e a Ta-

ranto, giungeva la sera a Bari, all’Istituto Salesiano. La mattina dopo tenne un caro fervorino alla Messa: «Voi volete onorare e contentare Maria Ausiliatrice; amate Gesù, suo Figlio. Egli è già in mezzo a noi, e si compiace di starvi: Corrispondete con amarlo tanto. Trattenetevi volentieri con lui, venendo a visitarlo, venendo a riceverlo». Don Piccollo ci dà altri particolari: Incontrai il sig. Don Rua a Bova; mi pareva stanco e deteriorato in salute; nel viaggio aveva perduto 6 o 7 denti; se prima non mi era mai succeduto di vedere Don Rua appoggiato quando sedeva, ora era costretto a prendere in viaggio una posizione di riposo; era però sempre vivace e zelante, come portava la sua carità instancabile anche allora nel viaggio. non perdeva un minuto di tempo. La funzione della benedizione e della posa della prima pietra della chiesa di S. Antonio di Padova a Soverato fu solenne ed entusiastica per quelle popolazioni. A Soverato sembrava dimentico di noi, ma procurava di passare il maggior tempo possibile col giovane Arciprete e s’intratteneva con lui tutte le volte che poteva. Questi era uno dei migliori sacerdoti della diocesi di Squillace, e forse era per ciò molto caro a Don Rua; si vedeva che voleva portarlo a sempre maggior perfezione; forse egli, che aveva un intuito superiore e divino, sapeva supernamente che quel sacerdote doveva molto presto essere chiamato all’eternità, e cercava di disporvelo. Mistero! Dio solo lo sa!... «Don Rua, pure in Soverato, fu spettatore di una terribile invasione di cavallette piovute dall’Africa; tutti i territori di Soverato e dei paesi circonvicini ne erano ricoperti; in certi luoghi lo stato di questi ditteri arrivava

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19 – Don Piccollo dall’anno precedente non era più ispettore delle Sicula e si trovava assegnato alla

casa di Soverato.

20 – Nobildonna siciliana che possedeva grandi feudi nei ditorni di Siracusa e Cassibile. 21 – Mons. Orazio Mazzella † (24 marzo 1898 - 14 aprile 1917 nominato arcivescovo di Taranto). 22 – Immagine Acheropita del Redentore. “Acheropita” in greco significa “non fatto da mano uma-

na”.


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Viaggi di Don Rua in Sicilia

ad un palmo. Don Rua, impressionato per simile sciagura pregava; qualche volta con una verghetta picchiava quelle malefiche bestiole; il flagello durò pochi giorni, e l’esercito degli animali distruttori volò altrove». A Borgia «le Comunioni furono più di seicento e le persone che vi avevano partecipato, dopo la funzione, non sapevano distaccami da lui; si vedevano quelle buone vecchie, quei contadini prostrarsi a terra per baciare le orme lasciate da Don Rua e il posto dove aveva posato i piedi». Alla stazione di Rossano «lo attendeva un altro Vescovo, Mons. Chieppa23, vescovo di Cariati, il quale salì in treno e mise a supplicarlo perché inviasse i Salesiani nel Seminario della sua diocesi; Don Rua voleva fargli capire le difficoltà a poter accordargli quant’egli desiderava, Ma il Vescovo continuava ad insistere, però con tanta grazia, che faceva pena perfino a noi il veder Don Rua costretto a negargli quel favore. Al fine Don Rua disse: «Senta, Monsignore, fra qualche anno Vostra Eccellenza sarà traslocato dall’ attuale diocesi in altra più importante. Sa, Vostra Eccellenza, se il suo Successore avrà le intenzioni che ella ha ora? Monsignore si tacque e alla stazione più vicina discese, ammirato dell’amabilità di Don Rua, come Don Rua era edificato dello zelo e della bontà di quel giovane Prelato»; il quale, l’anno dopo, avverandosi le parole di Don Rua, veniva promosso alla sede di Lucera. A Bari fu grandemente festeggiato in casa e anche dai signori della città. Studiò i bisogni di quell’istituto, e non solo permise che si terminasse la fabbrica, ma si offrì a fornire il denaro per compiere il lavoro. Io lo accompagnai fino a Foggia, e poi dovetti separarmi per continuare la visita delle case del Napoletano. Quando lo salutai, anche allora mi disse come per ultimo saluto dallo sportello del treno: «Caro Don Francesco, cura la tua salute; ma, sai, pensa alle Calabrie!».

Centenario 1910-2010 Appendice Una Profezia. (Mentre attraversava la Calabria) Durante il tragitto da Bova Marina a S. Andrea del Ionio avvenne fra il detto Ispettore (Don Piccollo) e Don Rua un colloquio misterioso, che il primo lasciò descritto. Erano le 21. Nello scompartimento si trovavano essi soli con due Salesiani, che sonnecchiavano in un angolo. Don Piccollo profittò del momento per dire a Don Rua: – Senta, signor Don Rua, io ho da qualche tempo più che una preoccupazione, un presentimento che tra non molto debba morire, non io solo però, ma con una cinquantina dei nostri; anzi mi pare che saremo in cinquantadue a morire. – Don Rua lo guardò stupito. Non prese tuttavia la cosa alla leggera, ma gli chiese di spiegarsi meglio. – Non ho altro pensiero, rispose; non so dove nè in che tempo, ma la voce interna mi dice che quando morirò, saremo in cinquantadue a presentarci a Dio. Tacque allora Don Rua; anche il suo interlocutore fece silenzio e pensava ad altro. D'un tratto Don Rua lo toccò leggermente sulla spalla e gli disse: – Senti, caro Don Francesco, ora io pregherò per te; quello che mi dici, non ti capiterà più. – Trascorsero due anni e Don Piccollo non ricordava nemmeno più quel discorso, quando accadde un fatto che glielo fece ricordare. Viveva egli in riposo a Soverato nella Calabria, donde già due volte era andato a godere le feste natalizie con i confratelli di Messina, come contava di fare anche una terza volta nel 1908; ma l'obbedienza lo mandò visitatore straordinario nelle Ispettorie napoletana, romana e ligure. Il 28 dicembre del 1908, tragica data dello spaventoso terremoto calabro-siculo, egli stava nel collegio di Alassio in Liguria, e ignaro dell'accaduto, sognava che in quei giorni avrebbe dovuto sperimentare il beneficio del mite inverno di Messina. Invece proprio in quel giorno l'inaudito cataclisma aveva sepolto sotto le rovine di quell'istituto cinquantuna vittima. La cinquantaduesima l'avevano dunque salvata le preghiere di Don Rua? (Cfr. Eugenio Ceria: “Vita del Servo di Dio Don Michele Rua”, SEI 1949, pp. 426-27.)

NB. Le vittime furono: 9 Salesiani, 38 alunni, 4 persone di servizio = 51.

23 – Lorenzo Chieppa (1863-1918). Vescovo di Cariati dal 22 giugno 1903 al 23 giugno 1909 quan-

do fu nominato vescovo di Lucera come profetizzato da Don Rua. Morì il 15 ottobre 1918.


CONCLUSIONE All’inizio di questa piccola raccolta scrivevo; “durante queste celebrazioni centenarie si sente l’esigenza di ritornare alla fonte, di riscoprire lo spirito genuino che ha vivificato la vita e l’azione dei primi salesiani. Leggere la loro biografia, i loro scritti, la cronaca delle loro “geste”, le impressioni di coloro che li avvicinavano e ascoltavano, può essere un modo di cogliere il segreto (se c’è un segreto) del loro successo. A qualcuno, a distanza di cento anni, può sembrare fuori moda (anche alcune parole lo sono) o “ingenuo” il racconto dei fatti e il modo di comportarsi degli attori della nostra cronaca, esagerate le manifestazioni di affetto e di venerazione suscitate negli altri, o forse bisognerà convenire che davanti al soprannaturale si diventa da tutti “ingenui”. Rivisitando i viaggi di Don Rua in Sicilia, forse, siamo rimasti esterefatti e increduli davanti alle manifestazioni tributategli da paesi interi e da singole persone. Sono archi di trionfo, sono mortaretti, sono più bande contemporaneamente che suonano, sono evviva, sono masse che si accalcano, che vogliono toccare ed essere toccati e benedetti. Sembrano cose impossibili. Eppure ci sono i diari di questi viaggi scritti da persone degne di fede: Don Barberis, Don Bretto, il Coad. Rossi; ci sono le testimonianze di Salesiani e FMA, primo fra tutti Don Piccollo, Ispettore. Non sono cose impossibili. Sentite ciò che scrive Don Eugenio Ceria nella sua biografia del Servo di Dio Don Michele Rua a pag. 322: “dalla cronaca del viaggio, scritta minutamente quasi giorno per giorno dal Salesiano che lo accompagnava, è facile rilevare esuberante espansività dell’anima siciliana, espansività che altrove potrebbe sembrare eccessiva, ma che era espressione sincera di veraci sentimenti; si vede pure la religiosità di quel popolo, che, intuendo nell’uomo il santo, non sapeva mettere limiti alla sua venerazione. Si dovrebbero perciò ripetere le stesse cose ad ogni fermata: Catania, S, Gregorio, Pedara, Trecastagni, Bronte, Randazzo, Mascali, Vizzini vorrebbero tutti la loro pagina”, Se c’era cuore e religiosità, allora tutto era bello.


24 aprile 1906 - Seconda visita di Don Rua a Pedara. Don Rua, figura dolce e amabile, entusiasmò il paese lasciando tutti enormemente commossi. Restarono in tutti scolpite le sue venerate sembianze nelle menti, e nei cuori rimase un forte e tenero affetto di questo santo vivente. Pedara in questa occasione fece di tutto per dimostrare che era stata grande nell’affetto per Don Rua.

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