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BREVE STORIA DEL PSI (1848-1982)

SOMMARIO Cap 1 1848-1892: LE ORIGINI DEL SOCIALISMO E LA FONDAZIONE DEL PARTITO, di Zeffiro Ciuffoletti Cap 2 1893-1900: I PRIMI ANNI DI ATTIVITÀ POLITICA DEL PARTITO SOCIALISTA, di Roberto Chiarini Cap 3 1900-1914: IL RIFORMISMO SOCIALISTA NELL’ETÀ GIOLITTIANA, di Maurizio Degl'Innocenti Cap 4 1915-1926: IL SOCIALISMO E LA GUERRA. IL BIENNIO ROSSO E L’AVVENTO DEL FASCISMO, di Angelo Ventura Cap 5 1926-1943: IL REGIME E L'ESILIO. DALLA GUERRA DI SPAGNA ALLA RESISTENZA, di Santi Fedele Cap 6 1946-1948: LA RICOSTITUZIONE DEL PARTITO. DALLA REPUBBLICA AL FRONTE POPOLARE, di Pasquale Amato Cap 7 1948-1962: GLI ANNI DEL FRONTISMO. L'AUTONOMIA SOCIALISTA E LA NASCITA DEL CENTRO SINISTRA, di Pasquale Amato Cap 8 1962-1970: LA RIPRESA DEL RIFORMISMO. GLI ANNI DEL CENTRO SINISTRA, di Gaetano Cingari Cap 9 1970-1982: L'ITALIA DEGLI ANNI '70 E IL NUOVO CORSO SOCIALISTA, di Ugo Intini

Breve storia del PSI è la versione digitale dell’opera apparsa nell’Almanacco dal PSI (digitalizzazione a cura di Michele Ragone - editing by Luca Guglielminetti)

This work (Almanacco , by PSI - Partito Socialista Italiano), identified by Socialisti.net, is free of known copyright restrictions.


1848-1892: LE ORIGINI DEL SOCIALISMO E LA FONDAZIONE DEL PARTITO, di Zeffiro Ciuffoletti

"paura" del Socialismo determinò in senso precocemente conservatore tutta una serie di atteggiamenti politici e culturali dei ceti dominanti. Questi gruppi erano di origine prevalentemente terriera e avevano nella ricchezza immobiliare la base delle loro fortune private e il fondamento del loro prestigio sociale. La paura del Socialismo, "lo spettro del comunismo" di cui, parlava Marx nel "Manifesto", generatosi in contesti economici e sociali più sviluppati come quello inglese o francese, caratterizzati dal conflitto fra borghesia capitalistica e proletariato industriale, in Italia venne trasferita sul piano dei conflitti fra proprietari terrieri e contadini in chiave antidemocratica e antindustriale. Data la formazione prevalentemente cattolica delle classi dominanti in Italia, il loro antisocialismo fu influenzato, almeno nella sfera giuridico-sociale dall’antisocialismo della cultura cattolica che vedeva nel socialismo una specie di religione che si contrapponeva al cattolicesimo per operare in modo del tutto umano e terreno una completa rigenerazione dell’uomo. Da qui l'invito della cultura cattolica alle classi dominanti affinché riaffermassero il loro potere, sul piano etico attraverso la beneficenza per temperare l'asprezza dei conflitti sociali e sul piano sociale attraverso la riconferma di quelle forme di produzione precapitalistiche e di compartecipazione che predominavano nelle campagne italiane. L'ala democratica del movimento patriottico italiano aveva avuto fin dalle sue origini giacobine prima e cavouriane poi una serie di contenuti di riforma sociale anche se abbastanza labili e generici. Mazzini aveva anche lui mutuato dal sansimonismo tutta una serie di istanze socialistiche. Fu, però la rivoluzione francese del febbraio 1848 - che portò sulla scena il contrasto fra la borghesia e il proletariato e quindi il fallimento della rivoluzione in Francia ed in Italia - a spingere il movimento democratico italiano ad approfondire il nesso tra la lotta per l'indipendenza nazionale e il socialismo, fra le esigenze della lotta di liberazione e gli interessi delle masse popolari chiamate e concorrervi. Appare chiaro, infatti, che senza l'intervento delle masse popolari i democratici non avrebbero potuto prendere con successo l'iniziativa rivoluzionaria. Il fronte democratico si divideva così fra chi, come Mazzini, metteva in primo piano il problema dell’indipendenza e dell’unità nazionale e chi riteneva inadeguata questa impostazione e avanzava “l’esigenza di approfondire i contenuti concreti della rivoluzione così da trasformare radicalmente l'assetto sociale del Paese, facendo battere l'accento sull’eguaglianza reale ed indicando la prospettiva di una trasformazione della penisola in direzione di una democrazia più avanzata ed anche socialista". Questa fu la problematica sulla quale, da Giuseppe Ferrari e Carlo Pisacane, da Montanelli ai proudhoniani, si sviluppò dopo il 1848 l'embrionale socialismo italiano. All’interno del movimento democratico risorgimentale si venne così delineando, accanto ad una corrente radicale e federalista, una

Il socialismo moderno sorse in Europa occidentale nei primi decenni dell’Ottocento e i suoi iniziatori videro un nesso preciso fra il grande evento della Rivoluzione Francese del 1789 e i nuovi conflitti "sociali" della rivoluzione industriale. Le ideologie socialistiche che si originarono in Inghilterra, in Germania e in Francia nel corso di quegli anni trovarono dei limiti e dei condizionamenti specifici alla loro diffusione in Italia per due motivi fondamentali: il primo consistente nel fatto che la penisola era ancora un paese in ritardo rispetto allo sviluppo industriale e il secondo che molte delle energie migliori del Paese erano impegnate nella soluzione del problema dell’indipendenza nazionale. In questo senso si può dire che esiste un nesso fra le origini del Socialismo in Italia e il Risorgimento nazionale, che prevede per molti versi il rapporto pure importante fra la maturazione del processo di industrializzazione nel nostro Paese e la nascita di un movimento operaio e socialista organizzato. Probabilmente la stessa "fondazione precoce" (precoce rispetto al pieno dispiegarsi di un processo industriale e della formazione di un moderno proletariato di fabbrica) di un Partito socialista in Italia sul modello di quelli sorti negli altri Paesi dell’Occidente europeo, si può spiegare con l'intreccio che si viene a stabilire fra movimento democratico e socialismo durante il corso del Risorgimento e poi, con forza maggiore dopo la formazione dello stato unitario per la soluzione dei molti problemi lasciati aperti dalla risoluzione moderata della questione nazionale. In questo contesto, quindi, va posta la questione dello speciale rapporto con il movimento democratico che segna le origini del Socialismo italiano e che ci permette di cogliere anche l'eredità che il socialismo francese e proudhoniano attraverso il socialismo risorgimentale trasmette al movimento socialista fino oltre la fondazione del Partito dei lavoratori italiani. C'è infine un altro carattere del Socialismo italiano delle origini che merita di essere rilevato, perché si lega strettamente alla natura prevalentemente agricola e arretrata dell’economia italiana, e cioè il carattere rurale che rispetto agli altri partiti socialdemocratici europei venne ad assumere il Partito Socialista Italiano e ancora legate a questo e alla grave situazione sociale delle campagne italiane le tendenze radicali e massimalistiche che lo attraversarono nel corso della sua storia. Il Socialismo risorgimentale Nella fase di preparazione del movimento di liberazione nazionale, quando ancora in nessuno degli stati italiani preunitari le dottrine socialistiche erano presenti come ideologia politica del movimento operaio e contadino, la 2


corrente socialista che trovò la sua massima espressione nella concezione di Giuseppe Ferrari di una federazione italiana di repubbliche la cui realizzazione sarebbe stata possibile se in Francia fosse scoppiata una rivoluzione a carattere socialista e nella concezione di Carlo Pisacane, più legata ai problemi e ai caratteri peculiari della società e della tradizione culturale italiana, soprattutto per il peso che le masse contadine del Sud avrebbero dovuto avere nel processo rivoluzionario e per i riferimenti all’utopismo sociale dell’illuminismo meridionale. Secondo Ferrari, chiamato da Osvaldo Gnocchi-Viani il Proudhon d'Italia, solo subordinando l'iniziativa italiana all’iniziativa rivoluzionaria di un Paese più avanzato sulla via della rivoluzione sociale, si poteva superare il divario fra un Paese arretrato e agricolo come l'Italia e i Paesi più evoluti sul piano economico e politico, senza attraversare la transizione, mediante la fase della rivoluzione liberal-borghese. Anche per Pisacane, in pieno contrasto col socialismo scientifico e alla ricerca di una via nazionale autonoma al socialismo il soggetto rivoluzionario non era il proletariato industriale, ma le masse contadine povere e meridionali. Egli individua nella grande miseria e nella insopportabile oppressione di queste masse il fattore rivoluzionario che avrebbe permesso di coniugare la lotta di liberazione al socialismo saltando la fase democratico-borghese. L'azione concreta di Pisacane per tradurre sul terreno dei fatti i suoi propositi di iniziativa insurrezionale fra i contadini meridionali si risolse, come i tentativi degli anarchici negli anni settanta, in un completo fallimento. Fedele al metodo mazziniano della propaganda delle idee per mezzo dei fatti, Pisacane mori senza che il suo tentativo potesse mettere in movimento le masse contadine, strette nell’ignoranza, nella fame e nella subordinazione secolare alla chiesa. Dopo il 1849 il movimento nazionale italiano fu inserito nel gioco diplomatico europeo. Grazie all’abilità di Cavour le forze della borghesia moderata e gli eserciti regolari ebbero un peso decisivo nel determinare la soluzione del Risorgimento. Il fallimento dei moti mazziniani e di Pisacane dimostrava l'impossibilità di saltare la fase liberal-borghese in Italia. Tale fase si realizzò nonostante la debolezza e la disorganicità della borghesia italiana. Cavour poté portare al trionfo il movimento nazionale sfruttando una felice congiuntura internazionale come quella che portò alla guerra del 1859, e subordinando l'azione di Garibaldi a quella dei moderati, senza una reale azione rivoluzionaria ancorché borghese. A conclusione di questo processo e per i limiti della politica dei moderati nei decenni successivi all’unificazione, tutta una serie di rivendicazioni popolari ed egualitarie che avevano costituito parte del bagaglio delle lotte dei democratici negli anni dal 1830 al 1860 restavano in eredità ai socialisti, alcuni dei quali, a ragione, possono essere definiti, specialmente in campo riformista, gli ultimi uomini del Risorgimento.

Un difficile incontro Una fase importante nel processo di crescita del movimento socialista, come espressione politica dei lavoratori, operai e contadini, nel suo lento e faticoso procedere fu costituito anche in Italia dalla nascita delle società di mutuo soccorso e più in generale dal movimento associazionistico e cooperativo. Fu soprattutto nel decennio preunitario che sorsero soprattutto in Piemonte, in Lombardia e in Toscana, le prime società di mutuo soccorso tra artigiani e operai, sorte spesso per iniziativa filantropica e progressista della borghesia liberale e imprenditrice: una parte veramente minoritaria della borghesia italiana che, fra l'altro, aveva compreso l'esigenza di cultura tecnologica e professionale connessa al processo di industrializzazione. Ai loro esordi esse ebbero compiti di assistenza e di previdenza e programmaticamente esclusero ogni fine legato alla lotta politica o di classe. Ciò nonostante furono proprio le società di mutuo soccorso che rappresentarono il nucleo fondamentale entro cui si sviluppò e prese corpo la coscienza operaia, nel quale prese progressivamente forma lo spirito di solidarietà di classe. Mazzini contribuì potentemente a questa evoluzione, pur nel quadro del suo pensiero sociale che escludeva la lotta di classe, ma non le esigenze di sviluppo civile, economico e sociale del proletariato e delle masse popolari più bisognose. Fin dal congresso di Firenze, nel 1861, quando l'azione mazziniana aveva permeato dei suoi stimoli molte di queste organizzazioni, si ebbe una svolta nel l'orientamento delle società di mutuo soccorso. Sotto l'azione di Mazzini fu messo in primo piano il diritto democratico della partecipazione degli operai alla vita politica, il diritto di voto e di istruzione laica e gratuita, l'abolizione degli articoli del codice civile che vietavano le coalizioni operaie, la necessità di una diminuzione della giornata lavorativa e di un aumento dei salari. Infine, sotto l'impulso di Mazzini, innamorato del cooperativismo inglese e dei suoi instancabili dirigenti, nasceva, spesso come emanazione delle società operaie, un embrionale movimento cooperativo di orientamento prima democratico, poi democratico-socialista. Negli anni settanta-ottanta il mutualismo, come il cooperativismo divenne terreno di incontro fra le varie componenti ideali e politiche del movimento operaio italiano, comprese quelle correnti del Socialismo premarxista così sensibili all’idea di creare una nuova società attraverso la sperimentazione dal basso di modelli di organizzazione sociale e di produzione autonomi e diversi da quelli offerti dalla società borghese e capitalistica che si andava delineando anche in Italia pur fra i mille residui della società feudale. Fu Michele Bakunin, un agitatore russo, dal passato avventuroso, a scuotere l'ascendente che Mazzini aveva esercitato su vasti strati intellettuali e proletari italiani. Giunto in Italia nel 1864 (a Firenze e poi a Napoli) come emissario dell’Associazione internazionale degli operai, fondata a Londra nel 1864 con uno statuto d'impronta marxiana, col compito di contrastare l'influenza di 3


Mazzini riuscì in poco tempo a creare le basi di un movimento anarchico anche nel nostro Paese, attirando specialmente quei giovani intellettuali delusi dalla soluzione moderata del Risorgimento e da Mazzini. Dopo l'unificazione si era generata una diffusa protesta contro lo stato accentratore e vessatore. Anche dalle masse popolari lo stato era visto come lontano ed estraneo, fiscale e di classe, contro cui il brigantaggio sembrava l'unica forma di risposta. Fra i giovani si diffonde l'idea di una agitazione sociale da parte del Paese, che travolga lo stato e tutta la sua struttura giudicata inevitabilmente autoritaria e liberticida. Bakunin porta fra questi giovani sradicati dalla loro classe di provenienza o insoddisfatti della mancata loro collocazione nel nuovo stato l'idea di un cambiamento radicale e palingenetico, frutto di un atto, di una scintilla che accende l'incendio della rivoluzione dei più poveri sfrattati e miseri sottoproletari. Davanti a questa prospettiva e a questo ruolo esaltante non manca il seguito e invece del "marxismo" nasce e si sviluppa robusta la forma anarchica del Socialismo italiano. Mentre Mazzini coerente col suo pensiero condannava la Comune, Garibaldi diventava in questi anni il veicolo di disintegrazione a sinistra del Partito d'Azione e l'anello di congiunzione fra la tradizione del Risorgimento e gli ideali socialisti e liberatori nascenti. Benché approssimativo ed elementare il "socialismo" di Garibaldi con le sue puntate di razionalismo, di anticlericalismo contribuì a smantellare lo spiritualismo mazziniano e a porre sempre più in primo piano il problema dell’emancipazione materiale dei lavoratori.

stava ormai acquistando una certa consistenza. Tutto ciò avveniva anche sotto la spinta della crisi recessiva mondiale del 1873 che in Italia ebbe come effetto quello di frenare la breve stagione di sviluppo industriale iniziata con gli effetti protezionistici del corso forzoso. La crisi del Socialismo anarchico Proprio mentre questo processo era in corso, il metodo insurrezionale degli anarchici incappò in due clamorosi fallimenti, quello dei miti di Romagna nel 1874 e quello dell’insurrezione nel Beneventano del 1877. Nonostante questi insuccessi, che pure incisero sulle future possibilità di sviluppo del movimento, l'idea anarchica in una situazione di sostanziale assenza di alternative si rafforzò tra le masse sottoproletarie urbane e fra la piccola borghesia cittadina, dove più acuti erano i disagi creati dall’urbanesimo e dal nuovo regime politico (FirenzeRoma- Napoli). Nel resto del Paese, persino nelle Romagne, si faceva strada il dubbio sull’efficacia del metodo dell’azione diretta e della propaganda dei fatti sostenuti dagli anarchici. Nel 1877 il gruppo gravitante intorno alla "Plebe", a Bignami e all’ex-mazziniano Osvaldo Gnocchi-Viani, già influenzati dal socialismo gradualista di Maion, ruppe con la Federazione italiana dell’internazionale e diede vita con intenti antianarchici alla Federazione Alta Italiana "embrione di un socialismo italiano che si libera dall’estremismo anarchico senza ricadere nel mazzinianesimo" (Manacorda). Il nuovo organismo si pronunciò subito a favore di un'organizzazione operaia su base professionale e per un programma rivendicativo di tipo classista. Siamo nell’ambiente e nel clima dal quale di lì a poco sarebbe scaturito il Partito Operaio lombardo. La svolta di Andrea Costa con la famosa "Lettera agli amici di Romagna" del 1879 segnò un momento decisivo nell’itinerario del Socialismo italiano verso un socialismo non violento, non barricadiero, ma possibilista e legalitario, conforme alle modificate condizioni della lotta politica (1882 allargamento del suffragio) e in grado di darsi una organizzazione partitica come stava avvenendo nella maggior parte del Paesi d'Europa. Negli anni Ottanta anche in Italia si posero le condizioni per lo sviluppo dell’industrializzazione della parte centro-settentrionale del Paese. La politica protezionistica favori il sorgere di nuovi settori industriali, anche se produsse la crisi di settori importanti dell’agricoltura specialmente meridionale; il potenziamento del sistema bancario, l'intervento dello stato (commesse ecc...), l'ascesa dell’industria pesante, posero le premesse per una trasformazione della società italiana e per la nascita di un proletariato moderno. La riforma elettorale, portando ad oltre due milioni il corpo elettorale, e la nuova legge comunale e provinciale (1889) con l'elettività del sindaco, sembrarono aprire nuove prospettive per una via democratica al socialismo, nonostante la chiusura dello stato davanti alla questione sociale e ai diritti dei lavoratori (divieto di sciopero) e la crisi agraria si ripercuotesse nelle campagne provocando miseria, pellagra ed emigrazione. Proprio fra gli anni

I tentativi di Engels Ormai la parte più viva del movimento operaio, nonostante la presenza delle società affratellate mazziniane, fosse ancora massiccia, cominciava ad essere contesa tra internazionalisti anarchici, marxisti e socialisti di vario genere, come per esempio quelli influenzati da Benoit Malom, un ex comunardo rifugiatosi in Italia e sempre più critico nei confronti della linea insurrezionalista degli anarchici. Engels, come segretario dell’internazionale si adoperò perché prevalesse in Italia l'autorità del consiglio generale, ma non riuscì a mantenere i contatti che con il gruppo lodigiano della "Plebe" capeggiato da Enrico Bignami. Ormai, come si vide a Rimini nel 1872, il grosso dell’internazionalismo italiano era sulle posizioni antiautoritarie di Bakunin. Proprio a Rimini si costituì la Federazione italiana dell’associazione internazionale dei lavoratori che si scisse formalmente dal centro di Londra dove operavano Marx ed Engels. I leaders del movimento erano uomini di valore come Cafiero, Costa, Malatesta, ma non dotati di particolari doti teoriche e politiche. Da Rimini, segno dei nuovi tempi, sortì anche la decisione di promuovere anche l'organizzazione delle società operaie su base professionale e con finalità di resistenza. In quegli anni il movimento degli scioperi sebbene imbrigliato dall’organizzazione ancora semi-artigiana del lavoro e dal paternalismo di fabbrica, 4


ottanta e l'ultimo decennio del secolo si sviluppò nelle campagne un vasto movimento contadino che abbandonate le primitive forme ribellistiche si andava organizzando dai grandi sommovimenti della Valle padana ai Fasci siciliani. Il problema della terra lasciato irrisolto dalla soluzione moderata del Risorgimento si legava così col nascente socialismo. Con l'introduzione del capitalismo nelle campagne settentrionali il contadino perdeva una serie di diritti consuetudinari e comunitari per diventare bracciante salariato, salariato senza terra e senza lavoro, fisso spesso espulso dai campi e costretto ad inurbarsi o ad emigrare, altre volte ad integrare il magro reddito familiare con il lavoro in fabbrica o per le donne con il lavoro a domicilio. Si trovò cioè nella condizione più propizia per svincolarsi dalle vecchie tradizioni e dai vecchi modi di pensare, pronto ad assorbire nuove idee, a ricercare solidarietà con i suoi simili e a lottare per migliorare la propria condizione. Le campagne dominate fino ad allora dallo spirito di conservazione e dal clero si aprivano al socialismo e gli stessi cattolici erano costretti a scendere in campo per contrastare l'avanzata del Socialismo e organizzare a loro volta le masse operaie e contadine. Anche nelle campagne infatti si passava dall’agitazione al l'organizzazione della resistenza come stava avvenendo nelle città, dove il proletariato passava dal mutualismo alla resistenza organizzata. Ormai il proletariato conquistava con la lotta il diritto di organizzazione e di sciopero, svincolandosi dagli anarchici e dall’ipoteca della democrazia radicale, che pure aveva cercato con poco successo di promuovere una legislazione sociale degna di un Paese moderno anche in Italia.

Partito operaio servi da utile filtro sia per l'operaismo piccolo-borghese che per le posizioni puramente ideologiche degli anarchici e dei socialisti intellettuali e a fornire una base di classe al socialismo italiano (Merli). Dopo il 1886 intervennero vari fattori interni ed internazionali a favorire le condizioni necessarie ai sorgere di un unico Partito socialista. In primo luogo la crisi delle vecchie formazioni (nel 1886 il Partito operaio fu sciolto e fu ricostruito un anno più tardi) e la scissione fra operaismo e democrazia borghese particolarmente importante in Lombardia, cioè nella regione dove l'accresciuta massa salariata, prendeva sempre più coscienza di sè. Poi lo spostarsi sul terreno del Socialismo di gruppi di intellettuali messi in crisi dall’incapacità del sistema liberale e della cultura borghese di risolvere quella "questione sociale" che la stessa cultura positivista aveva evidenziato. Molti intellettuali non vedevano possibile un mutamento politico che non si fondasse sul mutamento delle classi e della società. Tutto questo mentre entrava in crisi la tradizione settaria e massonica dell’intellettualità italiana, compreso l'astratto giacobinismo post-risorgimentale, scaduto ormai nella demagogia e nella retorica. E ancora la morsa della crisi economica degli anni ottanta rendeva più acuto lo scontro di classe, evidenziato anche dal ripiegamento in chiave repressiva e antisocialista della politica crispina, che pure aveva esordito con istanze programmatiche di tipo riformatore (dalla riforma comunale e provinciale del 1889 con la eleggibilità del sindaco, alle mancate riforme in campo sociale e in campo agricolo). Fra il 1888 e il 1890 insieme al pensiero di Marx si, diffondeva quello di Engels, di Kautsky, di Plechanov. Anna Kuliscioff ebbe su questo piano un ruolo di mediazione tra il socialismo internazionale e il socialismo italiano. Come ha scritto Arduino Agnelli, la figura di Anna Kuliscioff acquista un valore emblematico per chi voglia cogliere la transizione dalle esperienze e dal clima della Prima Internazionale, agli schemi ed ai programmi della Il Internazionale. Inoltre sempre più forte e diretta si faceva proprio nella seconda metà degli anni ottanta l'influenza della socialdemocrazia tedesca, che ormai grazie ai suoi successi elettorali e al prestigio dei suoi dirigenti e teorici, costituiva un modello per tutti i movimenti socialisti in cerca di una organizzazione di partito. Sul piano delle idee si faceva strada la diffusione del pensiero marxista, prima grazie all’opera degli stessi anarchici, così come era avvenuto in Francia, con il "Compendio del Capitale" di Cafiero nel 1879, poi con la sua traduzione integrale nel 1886. Nel 1888 il cremonese "Eco del popolo" pubblicava il "Manifesto", apparso poi in volumetto nel 1890. Nel 1887 la "Rivista Italiana del Socialismo" pubblicò "La guerra civile in Francia". Nel 1890 Antonio Labriola, che aveva maturato il suo passaggio dalla democrazia radicale al socialismo, tenne un corso sul materialismo storico all’Università di Roma. Del resto, dopo il Partito socialdemocratico, negli anni fra la fine degli anni settanta e gli anni ottanta, altri partiti

Verso la fondazione del Partito Nel 1881 Andrea Costa fondò il Partito Socialista Rivoluzionario di Romagna che nel 1884 divenne Partito Socialista rivoluzionario italiano. Alla base c'era il rifiuto dell’insurrezione come unica arma di lotta e l'accettazione di una strategia politica più articolata da sviluppare attraverso il voto, lo sciopero, l'azione rivendicativa, la conquista dei comuni etc... Costa, tuttavia, non riuscì a realizzare, forse per mancanza di chiarezza teorica e politica, la grande operazione di creare un Partito socialista a base nazionale con l'incontro fra socialismo e movimento operaio. Il suo tentativo - come del resto quello del Partito operaio italiano nato a Milano nel 1882 con spiccata matrice operaista e sindacale - rimase un tentativo limitato e parziale, che non riuscì a superare i confini regionali e la confusione politica e teorica fra intransigentismo e socialriformismo. Fra l'operaismo lombardo, chiuso verso ogni ideologia, ostile e diffidente verso ogni intromissione degli intellettuali e dei lavoratori non manuali, avverso alla democrazia radicale, e il socialismo rivoluzionario di Costa, si apriva un terreno per la costruzione di un Partito nuovo, meno chiuso nei limiti dell’economicismo e meno opportunista sul piano elettorale e quindi più coerente fra i mezzi e i fini del programma di agitazione. Tuttavia, l'operaismo del 5


operai erano venuti costituendosi come superamento dell’esperienza della Prima Internazionale. Nel 1879 sorsero partiti socialisti in Spagna, Danimarca e in Francia (la Federazione del Partito dei lavoratori socialisti, sorta a Marsiglia per l'iniziativa di Jules Guesde). Tra il 1880 e il 1889 sorsero il Partito Operaio Belga, il Partito Operaio Norvergese e quello Svedese, il Partito Socialdemocratico Svizzero, la Lega Socialdemocratica Olandese. I caratteri comuni di questi partiti favorivano la nascita di nuove forme di coordinamento internazionale. Nel 1889 a Parigi i rappresentanti dei vari partiti fondarono una nuova associazione internazionale. Nasceva la Seconda Internazionale. Comune denominatore era la socialdemocrazia, che si proponeva la conquista della democrazia come primo passo per l'attuazione del Socialismo. In effetti il programma di Erfurt (1891) del Partito socialdemocratico tedesco, che fu la maggior forza operante nella Seconda Internazionale, ispirò tutta l'azione della Seconda Internazionale, che peraltro, non costituì mai un organismo centralistico. I singoli partiti socialisti, infatti, costituivano le sezioni di un organismo internazionale, che lasciava larga autonomia ai singoli partiti nazionali. Davanti alla realtà del Socialismo internazionale perdeva forza l'estremismo rivoluzionario degli anarchici e l'economicismo degli operaisti e si rafforzava il socialismo "scientifico" e l'esigenza di organizzarsi in partito. Così tra il 1886 e il 1892, mentre maturava la crisi delle vecchie formazioni e mentre il movimento di classe raggiungeva nuovi livelli organizzativi con la costituzione delle prime camere del lavoro, l'epicentro del Socialismo italiano si spostava dalle Romagne alla Lombardia dove Turati fondava la Lega socialista milanese, in cui confluivano anche autorevoli esponenti dell’operaismo come Costantino Lazzari. La Lega impegnata da Turati e dalla Kuliscioff sul problema del Partito cercò anche di portare avanti l'opera di chiarificazione teorica, grazie anche alla fondazione nel 1891 della "Critica Sociale", nella quale sotto l'impulso del socialista milanese e della sua compagna si raccolsero le forze migliori dell’intellettualità socialista.

documento del Socialismo marxista in Italia. Nello stesso anno Turati aveva preso parte al Congresso di Bruxelles, che aveva segnato la separazione anche sul piano internazionale fra socialisti e anarchici, problema che occorreva sciogliere anche in Italia dove il movimento anarchico ancora forte, era diviso al suo interno, anche se aveva tentato di fondare il Partito socialista anarchico rivoluzionario (Capolago 1890). Poco dopo il Congresso di Milano si tenne a Palermo un congresso delle società operaie e contadine siciliane dal quale usci un documento non lontano dagli orientamenti dei socialisti milanesi, alcuni dei quali si erano recati in Sicilia proprio con l'intento di coordinare gli sforzi e le linee programmatiche del movimento siciliano a quelle del movimento milanese. A Milano, Turati aveva attaccato gli anarchici e gli operaisti intransigenti e in un certo senso li aveva battuti dal momento che il congresso si chiudeva con l'impegno che la costituzione del Partito, benché rimandata ad un congresso futuro, era ormai un dato di fatto non più prorogabile, ma rimaneva - e questo spiega anche un certo possibilismo e un certo eclettismo di Turati - il problema di conquistare al socialismo una base operaia il più possibile ampia e tale da superare i limiti localistici delle vecchie organizzazioni partitiche. La fondazione del Partito Il Congresso, che doveva essere quello della fondazione del Partito, si aprì a Genova il 14 agosto. La sede tu la città ligure, perché i delegati poterono usufruire delle facilitazioni ferroviarie che erano concesse in occasione delle manifestazioni colombiane. Lo scontro fra anarchici e operaisti da un lato e gruppi vicini a Turati dall’altro fu subito aspro e si arrivò alla scissione. La maggioranza, che appoggiava il socialista milanese, decise di procedere per proprio conto verso la fondazione del Partito senza tener conto di una opposizione che diveniva paralizzante per gli sviluppi del Socialismo italiano. Con la conclusione del Congresso nasceva il Partito dei lavoratori italiani che l'anno successivo avrebbe preso il nome di Partito socialista dei lavoratori italiani. Quello che Costa non era riuscito a fare e non si risolveva ad accettare, cioè l'esclusione degli anarchici e la fondazione del Partito nuovo, riuscì a Turati e ai socialisti milanesi che avevano una più chiara esperienza di organizzazione su cui fondare la loro azione e un più solido impianto culturale su cui basare i loro programmi politici.

Il merito di Turati Quest'azione di orientamento delle forze socialiste e operaie per cercare di arrivare alla saldatura fra il movimento di lotta del proletariato con la coscienza socialista degli intellettuali più avanzati, costituì il grande merito di Turati nelle fasi decisive che precedettero il momento costitutivo del Partito. Nell’agosto del 1891 si tenne un Congresso operaio a Milano, dal quale, nonostante la eterogeneità delle idee e i limiti dell’operaismo lombardo, uscì l'impegno di dare vita ad un partito dei lavoratori su base nazionale. Il Congresso scelse una commissione a cui fu demandato il compito di preparare il programma e lo statuto del Partito. Il programma, dopo una prima stesura di Maffi, fu rivisto da Turati, che riuscì ad uniformarlo ai principi del programma della Lega milanese, che costituiva il primo serio e moderno

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Contraddizioni irrisolte Ma ammesso anche di riuscire a sgomberare il campo da eredità ideologiche obsolete con una scelta dì campo in favore del marxismo -ripensato per lo più in forma evoluzionistica -, restava pur sempre il problema reale delle contraddizioni irrisolte che minacciavano di irrigidire il movimento operaio in un perenne stato di dissociazione: tra subalternità e intransigenza, tra lotta economica e lotta politica, tra spontaneità e organizzazione, tra masse e intellettuali, tra modelli teorici ed esperienze concrete. Anzitutto si poneva il problema di una presenza autonoma dei lavoratori nell’agone politico. Le prime timide esperienze di partecipazione alla vita sociale e politica condotte attraverso i vari circoli operai, le società di mutuo soccorso e le stesse leghe di resistenza non lo avevano mai liberato da uno stato umiliante di subalternità al ceto politico dominante. Viceversa, la ricerca di una identità schiettamente operaia aveva condotto - come nel caso del Partito Operaio Italiano -all’operaismo, ad una intransigenza cioè pagata con l'isolamento sociale e l’impotenza politica. Per altro verso, se la semplice azione economica di difesa e di resistenza sul posto dì lavoro era risultata di fatto monca perché incapace di uscire dal cancello di fabbrica a incidere nei rapporti politici e sociali, in particolare sullo Stato, l'azione politica proposta dagli anarchici per un attacco diretto allo Stato aveva penalizzato più che promosso la crescita del movimento operaio a causa delle ondate repressive che propiziava. Non diversamente l'azione più propriamente elettorale sostenuta dai democratici al fine di ottenere una piena cittadinanza dei lavoratori nelle istituzioni era andata incontro rapidamente ad un inaridimento per la rescissione di ogni fecondo collegamento proprio con le lotte dei lavoratori. Da un altro punto di vista ancora il movimento operaio non aveva saputo superare riforme di protesta ribellistiche, spontaneistiche ed anarchicheggianti tipiche più della rivolta d'ancíen régime che non della lotta sociale moderna. Del resto la questione era intimamente connessa ad un altro nodo ancora irrisolto, e cioè il mancato incontro tra masse ed intellettuali che in altri Paesi si rivelava invece così fecondo di risultati. C'era poi una contraddizione latente nella ricerca di uno sbocco alla crisi: l'assunzione di modelli tratti da esperienze altrui non rischiava di risultare scollata rispetto alle condizioni della società italiana? E poi: era percorribile nella realtà italiana la strada aperta in Inghilterra dal tradeunionismo o quella tedesca del Partito socialdemocratico di massa di stampo marxista? Infine: come trapiantare da noi l'esperienza di un Partito socialista quando la sua base sociale per così dire naturale nel resto d'Europa era il proletariato industriale, quel proletariato che in Italia ancora mancava?

1893-1900: I PRIMI ANNI DI ATTIVITÀ POLITICA DEL PARTITO SOCIALISTA, di Roberto Chiarini Fondato al congresso di Genova il Partito socialista, toccava ora al suo gruppo dirigente il non agevole compito di costituirlo, di definire cioè sia sotto il profilo politico, sia sotto quello ideologico ed organizzativo una fisionomia che il congresso aveva solo abbozzato. Impreciso nelle norme statutarie, incerto nell’adottare una prospettiva tradeunionistica coerente con il carattere collettivo e non. individuale delle adesioni, approssimativo nel distinguere tra lotta politica e lotta economica, privo quasi di organi deputati alla sua guida, il Partito socialista (o meglio il Partito dei Lavoratori Italiani come ancora si definisce per un anno, dopodichè si chiamerà Partito Socialista dei Lavoratori Italiani per assumere al congresso di Parma del ‘95 il nome definitivo di Partito Socialista Italiano), appare un partito capace più di coordinare che non di dirigere con coerenza un movimento dei lavoratori cosi variegato e multiforme. Non a caso, a seconda delle aspettative di ogni osservatore, la fondazione del Partito poteva apparire in un caso solo un modesto risultato frutto quasi di un "caso fortuito" o invece una conquista storica conseguita a conclusione di un lungo travaglio. A chi infatti, come Antonio Labriola, guardava alle vicende congressuali sulla base di un modello di partito espressione del proletariato industriale moderno, il Partito fondato a Genova poteva sembrare poco più che un pasticcio. Ma a chi, come Filippo Turati, era da un decennio impegnato in prima persona a far rifluire i mille rivoli del movimento operaio in un'unica organizzazione coerente con un progetto capace di comporre le gravi contraddizioni denunciate in questa prima fase di vita del movimento, il risultato doveva apparire un vero salto di qualità. Nei trent'anni circa di vita unitaria, il movimento dei lavoratori aveva percorso sì un lungo tratto, accumulando esperienze, crescendo in peso, in organizzazione, in uomini, ma al giro di boa degli anni '90 era in preda ad una crisi derivante dalla sconfitta delle idee-guida cui aveva affidato in questa prima fase le sue sorti e insieme dall’incapacità di comporre difficoltà e incongruenze mai risole, Sia il mazzinianesimo sia l'anarchismo, ideologie leaders del movimento operaio per più di un ventennio, apparivano ormai prospettive perdenti. Da una parte il metodo interclassista proprio della proposta mazziniana mai si conciliava con le spinte conflittuali della moderna lotta sociale. Dall’altra l'appello romantico e in fondo aristocratico o al gesto individuale ribelle all’insurrezione non si confaceva al carattere, forse più prosaico, ma certo più corale, delle nuove lotte di massa.

Passi decisivi Le movimentate vicende del congresso di Genova non potevano certo risolvere di colpo tutte queste con7


traddizioni. Alcuni passi decisivi però erano fatti. Anzitutto l'adozione, in via pregiudiziale, del metodo della lotta di classe poneva una discriminante che chiudeva la lunga e inconcludente contrapposizione tra mazziniani e democratici da una parte ed anarchici dall’altra, metteva i socialisti italiani in collegamento con le esperienze parallele dei partiti fratelli costituitisi nella Il Internazionale, lo candidava all’interno al ruolo di coordinatore e stimolatore delle varie esperienze di emancipazione dei lavoratori; creava poi un asse ideologico sul quale costruire un'indennità in confondibile del movimento operaio. In secondo luogo la risoluzione presa a favore di un impegno politico volto alla conquista dei pubblici poteri dava un colpo di spugna all’agnosticismo politico degli operaisti e all’insurrezialismo degli anarchici, poneva in termini positivi il rapporto con lo Stato, apriva ai lavoratori la possibilità di ottenere nuove conquiste sociali e politiche decisive - dalla legislazione sociale alle libertà sindacali, dalla gestione dei municipi alla fruizione dei primi servizi sociali. Sciolti questi due nodi centrali un passo avanti decisivo era fatto anche per dipanare la matassa risultata fino allora inestricabile, dei problemi sopraesaminati. La definizione ulteriore della fisionomia del Partito si sarebbe realizzato poi nel concreto operare storico, alla luce delle sollecitazioni, delle spinte, degli appuntamenti posti dall’evoluzione complessiva della società e della vita politica italiana ed europea. Un dato strutturale contraddistingueva infatti la situazione italiana rispetto alle esperienze coeve di altri Paesi e cioè l'ancora incerto sviluppo industriale, con la persistente prevalenza del settore agricolo su quello manifatturiero, e con una diversificazione geografica ed una frammentazione sociale amplissime di quel che è stato chiamato il "cosmo agricolo".

cile perciò ricondurre a unità. Al dato strutturale bisognava poi aggiungere il dato congiunturale. L'onda lunga della cosiddetta "grande crisi" - una crisi di stagnazione più che di recessione - che attanagliava l'economia europea dal 1873, anche se faceva risentire meno crudamente i suoi effetti su un'economia scarsamente integrata con la realtà internazionale com'era quella italiana, disponeva non certo ad un atteggiamento di disponibilità nei confronti del mondo del lavoro una classe dirigente già di per sé incline a comportamenti illiberali. Ma, soprattutto, la concorrenza massiccia del grano americano aveva aperto la piaga della crisi agraria, con l'accelerazione del processo di espulsione dal ciclo produttivo agricolo di crescenti quote di lavoratori della campagna, condannati così alla disoccupazione per la debole domanda di manodopera del settore industriale o costretti all’emigrazione. Non a caso il Partito socialista era costretto a lasciare rapidamente il terreno del dibattito ideologico e del confronto politico interno, richiamato alla realtà dell’offensiva repressiva ed antipopolare messa in atto da Crispi come risposta all’esplosione del malcontento popolare prima in Sicilia e poi in Lunigiana. Se non voleva correre il rischio da una parte di isolarsi dal movimento reale di protesta, sorto e sviluppatosi senza una paternità e men che meno una direzione socialista, e dall’altra di rimanere sommerso dall’ondata liberticida in atto, il Partito socialista doveva prendere posizioni su alcuni temi cruciali - quali le libertà sindacali e politiche, la partecipazione alle elezioni, la strategia delle alleanze, in una parola la sua partecipazione politica a pieno titolo , temi che avrebbe volentieri lasciato da parte perché difficilmente inseribili nel programma politico appena adottato al Congresso di Genova dove si parlava di lotta per la espropriazione dei capitalisti borghesi e di dittatura del proletariato. Meglio di qualsiasi lezione ideologica l'attacco repressivo fa accelerare quella chiarificazione politica ed organizzativa del Partito socialista che lo porta, nell’arco di meno di un decennio, a strutturarsi compiutamente e aspetto altrettanto decisivo - a entrare nella scena politica da protagonista. Non solo, ma grazie alla coraggiosa e convinta difesa della libertà contro le spinte illiberali della classe dirigente, si candida a vero interprete delle domande di democrazia e di progresso civile proprie anche di consistenti settori borghesi. Nel '93, ad un solo anno di distanza dalla fondazione, è il suo primo appuntamento importante: l'esperienza dei Fasci siciliani. Sullo sfondo di un'arretratezza feudale e di oscuri intrighi esplode la protesta popolare con assalti ai municipi ed ai casotti daziali, e con parole d'ordine che inneggiano insieme monarchia e socialismo. Come in Sicilia cosi in Lunigiana. Anche qui un movimento di protesta che si sviluppa fuori dal controllo del Partito socialista e col pericolo di una riproduzione dello schema più volte sperimentato dell’ondata ribellistica seguita dall’inevitabile risucchio repressivo. Il Partito socialista è posto di fronte a due problemi la cui soluzione è indilazionabile. Primo: è indifferente per

In difesa della libertà Non erano socialmente né politicamente equiparabili le figure del mezzadro, del contadino povero, del colono, dell’affittuario, del piccolo proprietario, del bracciante. E parimenti era difficile trovare un tratto comune nel panorama dei lavoratori urbani, nel quale dominavano ancora le vecchie e diversificate figure dell’artigiano o dell’operaio di bottega con un orizzonte politico per lo più solo municipale che rendeva problematica la formazione di correnti di opinione pubblica di respiro nazionale. Non esistendo ancora l'operaio-massa moderno impersonato dalla figura del metalmeccanico, erano piuttosto figure come Vedile, il ferroviere, il tipografo a prevalere, figure che non conoscevano l'esperienza delle grandi concentrazioni operaie, quando non condividevano ancora insieme l'esperienza del lavoro manifatturiero con quello agricolo, com'era frequente nel caso delle masse femminili, occupate spesso con ritmi stagionali nell’industria tessile. Campagna piuttosto che città significava anche Nord piuttosto che Sud, secondo una dinamica che non era fa8


le sorti del movimento operaio l'indirizzo politico della classe dirigente o invece è opportuno favorire l'affermazione di una politica liberale", ben sapendo che la libertà sindacale è per il movimento socialista come l'acqua per il pesce? Secondo: scartata l'ipotesi - del resto da nessuno avanzata - di una possibilità rivoluzionaria nell’immediato, non vai la pena di sviluppare una politica di alleanze che scongiuri la svolta reazionaria incombente e propizi invece una svolta liberale nel Paese? La costituzione a Milano nel '94 insieme ai radicali, di una Lega per la difesa della libertà è l'annuncio di una scelta che si precisa negli anni seguenti. La sconfitta di Adua nel '96 affossa di fatto il progetto colonialista ed insieme autoritario perseguito dalla classe dirigente nell’età crispina in perfetta sintonia con il clima politico europeo ormai fosco per il crescere di suggestioni nazionalistiche ed imperialistiche. L'opposizione all’espansionismo coloniale, alle spese militari, al sistema fiscale, tributario e daziario, alla politica dei favori alle frazioni più arretrate della borghesia italiana - siderurgia, cantieristica, cerealicoltura - veri e propri «trivellatori dello Stato», si allarga. L'inversione di tendenza del ciclo economico che a partire dal '9496 comincia anche in Italia a far sentire i suoi benefici stimoli espansivi dispone la parte della borghesia più interessata allo sviluppo, e perciò più dinamica, a separare prima le proprie responsabilità dalle forze reazionarie e poi, via via con maggiore determinazione, a battersi per una "svolta liberale". Il punto alto della crisi è nel '98; il governo Rudinì, nato con propositi di liquidazione della politica crispina, di fronte alla marea dilagante della protesta popolare contro il caro-pane imbocca di nuovo la strada della reazione antipopolare e liberticida in più occasioni tentata dalla classe dirigente, questa volta estendendola dal piano regionale a quello nazionale. Il Partito socialista, che pure è vittima di una persecuzione senza precedenti (scioglimento di camere del lavoro, di circoli e di leghe, arresto di dirigenti, censura della stampa, ecc.) non cede alla tentazione di secondare le spinte ribellistiche ed anarcoidi del movimento di protesta ma si impegna in una battaglia di difesa di quei valori liberali traditi dalla classe dirigente, abbandonando cosi le posizioni di assoluta intransigenza classista enunciate al momento della sua fondazione. L"'Avanti!", il quotidiano dei socialisti sorto solo due anni prima, nel dicembre del '96, diventa la bandiera di uno schieramento ampio a difesa degli spazi di libertà e di sviluppo democratico del Paese. L'arresto di Turati e di Bissolati, il direttore dell’"Avanti!", non compromette la lotta socialista. Ferri assicura la continuità della battaglia condotta dal giornale socialista. I processi a carico degli esponenti socialisti si traducono in una requisitoria a carico della classe dirigente rivelatasi liberale a parole e liberticida nei fatti. La lotta dei socialisti culmina nell’ostruzionismo parlamentare contro i cosiddetti "provvedimenti politici" limitativi di tutte le libertà emanati, secondo una logica schiettamente autoritaria, dal Governo Pelloux con

decreto legge. Occorreranno ancora due anni per inaugurare in Parlamento la "svolta liberale" ' con la formazione, nel febbraio del 1901, del governo Zanardelli-Giolitti. Ma già nel 1899 il tentativo autoritario appare sconfitto nel Paese. Spazi di crescita La difesa della libertà imposta dalla crisi di fine secolo immette così il Partito socialista nel vivo della lotta politica, garantisce gli spazi di crescita del movimento operaio, inaugura una coerente strategia volta a costruire una democrazia di massa, pone le premesse per un allargamento della libertà civile, evitando l'isolamento della classe operaia, collegandola anzi alle forze più vive ed avanzate della borghesia. Il socialismo diventa compiutamente riformista: accanto alla costruzione di una rete, vasta e capillare, di organizzazioni di massa - cooperative, leghe, circoli, camere del lavoro - accanto alla conquista e alla gestione di municipi e di enti locali si sviluppa una più generale lotta nel Paese, sulla stampa e in Parlamento, per incidere sulla direzione politica della Nazione a favore di una prospettiva di sviluppo e di progresso. Il Partito socialista che nel 1895 aveva conseguito 76.000 voti, il triplo di quelli conseguiti nel 1892 (circa 27.000), e 13 seggi, e nel 1897 era passato a 137.000 voti e a 15 deputati, alle elezioni del 1900 raddoppia i deputati che salgono al numero di 32. Alla crescita elettorale corrisponde una crescita della sua influenza nella società civile. Si diffonde la stampa socialista, che annovera ormai, oltre I’Avanti!, una nutrita serie di testate provinciali ed alcune riviste, prima fra tutte "Critica Sociale", portavoce del riformismo turatiano. Le Camere del lavoro, che nel 1897 erano 19 e nel 1898 si erano ridotte a 4 a causa della repressione governativa, nel 1900 ridiventano 14, per poi salire a 57 nel 1901 e a 76 nel 1902. Altro dato significativo dello sviluppo del movimento socialista: il Partito, nel '92 forte dell’adesione di circa 200 organizzazioni operaie, già al congresso di Reggio Emilia del 1893 aveva registrato un vistoso rafforzamento del proprio seguito: basti ricordare l'adesione della Federazione mantovana che annoverava oltre 10.000 soci o quella del movimento dei Fasci sostenuto da circa 65.000 lavoratori. E a Bologna, avvenuto il passaggio dalle adesioni collettive a quelle individuali, si annunciò la crescita da 19.000 a circa 27.000 iscritti. Nel contempo il Partito socialista non trascura di definire anche sotto il profilo ideologico la sua fisionomia. La sede più autorevole del confronto politico ideologico, anche perché rappresenta la massima istanza deliberativa del Partito, è il congresso. Anche solo scorrendo le deliberazioni delle assise congressuali ci si rende conto della traiettoria percorsa dal Partito socialista nel suo primo decennio di vita. Al Congresso di Reggio Emilia del 1893 aveva riaffermato il principio dell’autonomia elettorale del Partito, già sancita a Genova, ma lo scatenamento della reazione aveva subito imposto l'alleanza con i democratici. Al Congresso di Parma, tenutosi in forma 9


clandestina in seguito ai provvedimenti di scioglimento di tutte le organizzazioni socialiste, oltre a sancire il passaggio dalle adesioni collettive a quelle individuali, già ricordato, ribadì la tattica intransigente, ma limitandola al primo turno di votazioni, per lasciare la possibilità di convergenze sul candidato democratico nel ballottaggio. A Firenze, nel 1896, il Partito tornò sulla necessità di una emancipazione dal democraticismo e di una distinzione tra azione economica e azione politica, riconfermando però la tattica di una scalata con metodo democratico ai pubblici poteri. L'anno dopo invece, al congresso di Bologna, pur continuando lo sforzo teso a definire una politica attivamente riformista, soprattutto in tema di legislazione sociale e di difesa del lavoro minorile e femminile, espresse una forte opposizione a quella che qualcuno definì «ipertrofia politico-elettorale», tanto che alla fine risultò vincente la componente più radicale ed intransigente schieratosi dietro l'ordine del giorno di Ferri contrario a quello transigente presentato da Turati.

collettiva, non per riproporre una logica di iniziazione secondo la prassi dei massoni e dei congiurati, ma per il suo portato di scelta politica e di impegno morale. Per questo è necessaria la stampa socialista onde assicurare un contatto politico permanente, un'educazione civile, un'emancipazione intellettuale e morale. A soli dieci anni dalla fondazione, il Partito socialista, con le sue leghe, i suoi circoli, le sue cooperative, le sue camere del lavoro, i suoi municipi, la sua rappresentanza parlamentare, è ormai una realtà solidamente insediata nella società italiana: ha una presenza a pieno titolo nella scena politica nazionale, mantiene solidi collegamenti internazionali, rappresenta il più saldo pilastro della democrazia italiana, come ha dimostrato contribuendo nella crisi di fine secolo in misura determinante alla salvezza della libertà. Certo privilegiando la lotta all’interno delle istituzioni, accettando come interlocutori i democratici e la stessa sinistra liberale, accodandosi ai liberisti nella battaglia antiprotezionistica, facendo propria la tesi delle due ltalie - il Nord sviluppato e il Sud arretrato - e della necessità quindi di una egemonia della prima sulla seconda, con tutto ciò mostrava di essere ancora in certa misura vittima di una subordinazione ideologica e politica alla borghesia. Così come mostrava di peccare di economicismo nel privilegiare l'impegno a favore delle leghe, dei sindacati, degli strumenti assistenziali, dei municipi, o di nutrire un ottimismo eccessivo nel considerare già consolidate le condizioni per una evoluzione pacifica verso il socialismo. Ma se si volgeva lo sguardo solo ad un ventennio prima, all’Italia delle plebi e dei notabili, come non considerare straordinaria la distanza?

La piattaforma riformista Solo al congresso di Roma del 1900 la vittoria della tesi transigente, che puntava sulla battaglia per le riforme e sulla necessità di alleanze elettorali con le forze democratiche, si consolida definendo la piattaforma della strategia riformista. In una situazione di crisi della direzione politica del Paese che rivela la fragilità dell’ispirazione democratica del ceto liberale, il Partito socialista sancisce la validità della tattica gradualista e della politica riformatrice. Ai pericoli di svolta reazionaria risponde puntando ad un'alleanza democratica con tutte le forze progressiste del Paese, anche borghesi. Ai ritardi del capitalismo che i lavoratori pagano con salari di fame, orari di lavoro prolungati, sfruttamento minorile e femminile, disoccupazione ed emigrazione risponde opponendo una piattaforma di crescita economica, di legislazione sociale, di elevazione del livello di vita dei lavoratori. Alla prospettiva di riscatto e di emancipazione, agitata da masse crescenti di lavoratori, contribuisce con il tenace impegno quotidiano di diffusione delle organizzazioni di massa, di educazione politica, di utilizzazione di tutti gli spazi di libertà, di allargamento della democrazia nella società e nelle istituzioni. La transizione al socialismo non appare al socialismo riformista come un atto di volontà, ma come un processo storico inarrestabile. Il Partito non può porsi rispetto al movimento come la "coscienza" che dall’esterno piega la storia ponendosi alla guida di masse inconsapevoli, ma semplicemente come il coordinamento del processo di emancipazione dei lavoratori. Per questo è doverosa un'opera di organizzazione e di disciplinamento del movimento di lotta che assicuri il superamento del sovversivismo generico delle plebi. Per questo è utile una forma di organizzazione unitaria e centralizzata, ma senza soffocamento delle iniziative periferiche delle sezioni. Per questo è opportuna l’adesione personale più di quella

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congresso internazionale di Parigi del 1900 così riassumeva la nuova prospettiva: «in uno stato moderno, la conquista del potere politico da parte del proletariato non può essere il risultato di un colpo di mano, ma di un lungo e difficile lavoro di organizza ione proletaria sul terreno economico e politico, della riorganizzazione fisica e morale della classe operaia e della graduale conquista delle municipalità e delle assemblee legislative». in Italia la tendenza che sembrava più consapevolmente inserirsi nel processo di sviluppo del movimento socialista europeo, o almeno della sua parte maggioritaria, fu quella cosiddetta riformista. Riformiste furono in prevalenza le istituzioni culturali, associative, sindacali del proletariato italiano. Di orientamento riformista fu sempre il gruppo parlamentare. Teorizzava il gradualismo realistico "Critica sociale", la rivista politica e culturale di Filippo Turati e di Anna Kuliscioff, che più di ogni altra rappresentava il tramite con le esperienze del movimento operaio europeo. E appunto tale rapporto consente anche di capire correttamente il gradualismo riformista, che non fu fatalismo, ma che al contrario si alimentava della consapevolezza dell’ora storica in cui si trovava ad operare, e che dal "senso della storia" traeva certezza della propria azione, volontà di andare avanti e di costruire, tensione morale. In ciò i socialisti del tempo furono incoraggiati anche dalla prevalente mentalità positiva, tutta tesa ad una costante aderenza ai fatti concreti e che si innestava, come in Turati, sull’idea-forza del progresso, derivata in parte dalla tradizione illuministica lombarda di Cattaneo. In Italia però i tempi dell’evoluzione in senso parlamentare del movimento socialista furono assai più brevi e comunque condizionati dalla precedente lotta contro la reazione di fine secolo e dagli impetuosi progressi delle organizzazioni di resistenza. Il problema dell’appoggio ai governi borghesi, che in sede internazionale aveva avuto una eco profonda con il caso Milierand, si intrecciava con il tema del rapporto tra sviluppo industriale e arretratezza meridionale; fra lotta contro il «partito agrario reazionario», compimento della rivoluzione democratica e lotta per il socialismo.

1900-1914: IL RIFORMISMO SOCIALISTA NELL’ETÀ GIOLITTIANA, di Maurizio Degl'Innocenti Scrivevano due attenti osservatori stranieri delle vicende italiane agli inizi del secolo, H. Bolton King e T. Okey, in relazione allo sviluppo del movimento socialista in quegli anni: «II diffondersi assai rapido del Socialismo, la sua apparizione come partito parlamentare, l'assorbimento da parte sua di molto ciò che vi ha di meglio nella vita e nel pensiero nazionale, costituiscono il fatto principale dell’odierna politica italiana. Un movimento che dieci anni fa esisteva appena, ora è nella sua maggiore forza di vita; e il suo entusiasmo la sua abilità e capacità di adattamento provano come il genio politico sia ancora possente in Italia». Difficilmente poteva manifestarsi un riconoscimento più ampio ai successi conseguiti dal movimento socialista italiano dopo la svolta liberale degli inizi del secolo, successi che venivano assai opportunamente ricondotti alla capacità di esso di porsi come forza nazionale e di governo. Ma se la intensità e la dimensione della svolta segnata dal consolidamento del movimento socialista nella storia d'Italia colpivano l'attenzione dell’osservatore straniero per la loro peculiarità, è anche vero che i ritmi e la natura di quella evoluzione si inserivano con forza in un quadro internazionale. Il volgere del secolo aveva coinciso con una svolta nella storia del Socialismo europeo: la rivoluzione attesa e profetizzata e la crescente proletarizzazione degli strati intermedi non si erano verificate; l'illusione di un vicino rovesciamento dell’ordine stabilito si era dissipato. Era la fine, come fu scritto allora, del "periodo romantico" del Socialismo, che entrava definitivamente nella fase sperimentale". Maturava la presa di coscienza delle modifiche profonde, anche se diseguali, determinate dalla nuova favorevole congiuntura economica sulla struttura e sul l'orientamento del Socialismo internazionale. Fu allora promossa una revisione della dottrina marxista tradizionale, e specialmente della ipotesi catastrofica. Il revisionismo, di cui uno degli interpreti più autorevoli fu Berstein come dottrina, fu sostanzialmente respinta dalla maggioranza dei partiti socialisti europei, e, con un voto, anche dall’internazionale socialista. Questa rimase legata alla difesa della tradizione marxista, ma con un'attenzione tutta nuova ai processi di trasformazione del sistema capitalistico e ai rapporti di forza tra le Grandi Potenze, fino a paventare la guerra e il terrore e a indicare - da Kautsky a Hìiferding a Jaurès - il nesso inscindibile tra pace, libertà e socialismo. Non solo, con l'inizio del secolo il movimento socialista internazionale si incamminava risolutamente verso il parlamentarismo: l’espansione politica del Socialismo veniva identificata nei successi conseguiti nelle elezioni politiche e amministrative e nella crescita del movimento cooperativo e sindacale. La risoluzione adottata dal

Le basi del riformismo Fino all’aprile 1901 non erano emerse all’interno del PSI opposizioni sostanziali al l'atteggiamento di sostegno nei confronti dell’indirizzo politico adottato dal Governo Zanardelli-Giolitti, il governo "della svolta liberale" che per primo si era rifiutato di far intervenire l'esercito e la forza pubblica nei conflitti del lavoro e che aveva presentato un programma avanzato. Semmai erano state prospettate talune riserve di principio e considerazioni tendenti a circoscrivere l'atteggiamento favorevole al Governo a ragioni contingenti e dettate da semplice opportunità. Tale posizione si era concretizzata nel concetto di "ministerialismo" coniato da Turati in un editoriale della "Critica sociale" del 16 aprile 1901: e venne poi ratificata ufficialmente alla fine di maggio in una riunione congiunta tra direzione e gruppo parlamentare, con un o.d.g. 11


nel quale, mentre si escludeva in via di principio la possibilità di dare fiducia ad un governo borghese, si autorizzava il gruppo parlamentare «caso per caso a dare voto di approvazione all’opera e alle riforme del Ministero, che siano più conformi allo svolgimento normale della lotta di classe ed altri interessi del proletariato». Di conseguenza a metà giugno i socialisti esprimevano voto favorevole sul bilancio degli Esteri e di lì a poco anche su quello degli Interni. Ma le dimissioni del ministro Wollemborg, e quindi la rinuncia alla riforma tributaria e le ripercussioni politiche al susseguirsi degli eccidi proletari, specialmente nel Mezzogiorno d'Italia, evidenziarono l'emergere di una difformità politica di fondo all’interno del Partito. Lo scontro fra le tendenze venne definendosi in tutta la sua ampiezza al Congresso di Imola del 1902. In quella sede Treves indicava la base del riformismo nel movimento organizzato dei lavoratori, che «colla conquista graduale dei pubblici poteri stringe d'assedio appresso la borghesia, obbliga noi ad esaminare, a risolvere i problemi pratici di ogni giorno, ad entrare nel meccanismo degli istituti esistenti»; e in polemica alla visione "chiesastica e dogmatica" del Socialismo che rimproverava agli oppositori interni, concludeva che per i riformisti «il socialismo è il partito scientifico», e che anzi c'era «identità tra lo sviluppo della scienza e del Socialismo». Fiducioso nel metodo sperimentale, il riformismo si presentava come espressione politica di un proletariato in ascesa, forte dei successi conseguiti contro le persecuzioni e contro la reazione di fine secolo e sul piano elettorale, con una dichiarata veste di modernità e di laicismo, e soprattutto di pragmatismo. Anzi, esso ambiva ad accreditarsi come il modo stesso di essere di un partito socialista che si trovasse ad agire in un regime liberale e in presenza di processi di industrializzazione, che ammodernando le strutture produttive del Paese ne consolidavano anche un nuovo protagonista sociale, la classe operaia. L'opposizione al gruppo riformista proveniva da una composta ala "rivoluzionaria", nella quale convivevano l'operaismo di Costantino Lazzari, il pedagogismo classista di Enrico Ferri, l'orientamento liberista e antigiolittiano del gruppo capeggiato da Romeo Soldi, Arturo Labriola e Enrico Leone, futuri teorizzatori dello sciopero generale e quindi del sindacalismo rivoluzionario. La posizione più significativa venne espressa da Arturo Labriola, per il quale la tendenza rivoluzionaria respingeva la legislazione sociale per obiettivi politici più generali, come la riforma del sistema tributario e l'abolizione del dazio sul grano, la riduzione delle spese militari, la pregiudiziale repubblicana, facendo appello in ciò essenzialmente all’«Italia artigiana, di piccoli proprietari, o disoccupati», più che a quella "proletaria", giudicata ancora troppo fragile per la persistenza di rapporti di produzione di tipo feudale in molte regioni del Paese. Replicava Turati che l'obiettivo indicato da Labriola di una lotta contro la disoccupazione e contro «la mancanza di capitale» piuttosto che contro lo

sfruttamento di esso a danno dei lavoratori scivolava inevitabilmente nelle posizioni populistiche dei repubblicani e dei democratici; e che l'altra tesi labriolana che indicava il nemico dei socialisti nello "stato dissanguatore" e non nel "capitalismo sfruttatore" e che quindi la lotta condotta dal Partito avrebbe dovuto essere «più politica che socialista», rappresentava un cedimento politico e ideologico ai liberalisti o un richiamo passivo alla tesi del padronato industriale del secolo passato. Fenomeni nuovi I cosiddetti "rivoluzionari" riuscirono nel 1904 con una maggioranza eterogenea a conquistare la direzione del Partito, anche se tale esperienza finì assai presto, con strascichi polemici che prelusero da un lato alla scissione dei sindacalisti rivoluzionari (1907-1908), dall’altro alla progressiva emarginazione di Enrico Ferri e alla progressiva assimilazione dei quadri sindacali da parte dei riformisti, mentre solo nel 1910-11, in condizioni assai diverse, si ricostituì su basi organizzate una tendenza intransigente-rivoluzionaria, diretta da Giovanni Lerda, Costantino Lazzari, Arturo Vella, Gregorio Agnini. Tuttavia, i temi della legislazione sociale e delle grandi riforme, del rapporto Nord industriale e Mezzogiorno agricolo e per certi aspetti ancora feudale, della svolta liberale e dell’ordine pubblico, delle alleanze con le forze di democrazia laica e liberale in sede locale e a livello nazionale caratterizzarono il dibattito politico dentro e fuori il Partito socialista durante tutta l'età giolittiana. In questa sede ci preme richiamare l'attenzione sul fatto che la scelta politica dei socialisti riformisti a favore della industrializzazione e insieme della democratizzazione e modernizzazione delle istituzioni statali teneva conto di due fenomeni nuovi e concomitanti. Da un lato, essa interpretava le linee di fondo dello sviluppo economico del Paese tra la fine dell’800 e i primi del ‘900, quando, in un quadro complessivo ancora prevalentemente agricolo, si innestava una fase di intesa e accelerata industrializzazione, con un forte dinamismo sociale a causa dell’intensificarsi dei flussi migratori e dei fenomeni di urbanismo. Dall’altro, si sorreggeva consapevolmente su un nuovo protagonista sociale: il proletariato di fabbrica, in alleanza con il lavoratore del campi conquistato al socialismo già da alcuni anni, specialmente in Emilia e nella Padana. La stabilizzazione del Socialismo italiano e il suo correlarsi con la svolta liberale degli inizi del secolo coincisero in larga misura con la creazione e il consolidamento delle strutture sindacali, in concomitanza con il grande movimento rivendicazionistico del 1901-2. Fu emblematico il caso della fondazione a Bologna nel 1901 della Federterra, la cui forza iniziale di ben 152.000 lavoratori dei campi organizzati in 704 leghe corrispondeva complessivamente al numero degli scioperanti. Essa nacque sulla base di una dichiarazione classica, o, meglio, di idealità socialista, dietro la spinta della categoria più laica e moderna della campagna, quella dei salariati agricoli. Il tratto distintivo dell’attività della 12


Federterra fu quello di farsi espressione immediata del movimento rivendicazionistico delle campagne. Ne costituiva il nucleo embrionale la lega, la cui area di influenza coincideva con il locale mercato del lavoro: ciò ne condizionava la politica salariale e dell’orario di lavoro, la lotta per il collocamento della manodopera e le iniziative per disciplinare il fenomeno delle migrazioni interne, l'obiettivo delle affittanze collettive. Ne erano in qualche modo condizioni preliminari la possibilità di organizzare tutta la manodopera e il mantenimento di un autonomo potere contrattuale, che permettesse di intervenire anche nei periodi di morta stagione al di là del puro campo della resistenza (lavori pubblici, cooperative di lavoro, ecc.). Ciò rimaneva ancora prevalentemente in un'ottica difensiva, ma sempre più spesso si verificavano proiezioni di carattere offensivo, come quando, con l'affittanza collettiva, i socialisti tendevano a collegare la difesa dei livelli occupazionali ad un più generale obiettivo di progresso tecnico-produttivo e all’incremento della produzione agricola. In generale, gli scioperi del 1901-2 furono caratterizzati dalla difficile convivenza della spontaneità e dell’organizzazione, ma anche laddove esistevano elementi di organizzazione, l'obiettivo di una vera e propria sindacalizzazione fu lungi dall’essere conseguito. La costituzione o il consolidamento delle Camere del lavoro e delle federazioni di mestiere agli inizi del secolo avviò tale processo di sindacalizzazione, che ebbe una svolta positiva con la costituzione nel 1906 della CGIL, ma in realtà rimase un problema aperto durante tutta l'età giolittiana. Nel 1902 erano più o meno attive ben 76 Camere del lavoro, con 270.376 organizzati: il loro successo ne attestava la maggiore corrispondenza, come istanze territoriali ' alle esigenze di una Manodopera profondamente divisa negli orari del lavoro, nelle qualifiche e nelle mansioni, nei salari. Esse esercitavano un'aggregazione di carattere politico, intorno a obiettivi generali, nell’intreccio di rivendicazioni proletarie e istanze democratiche-popolari, di lotta politica e di lotta sindacale. Ma agli inizi del secolo il fatto nuovo nella storia sindacale fu rappresentato dallo sviluppo delle organizzazioni di mestiere, cioè di categoria, a carattere verticale. Nel 1902 erano attive 28 federazioni di mestiere con circa 238.989 organizzati, di cui solo quattro esistevano prima del 1900. Esse ereditarono la tradizione corporativo-artigiana, per trasferirla sul pieno della lotta per il miglioramento delle condizioni salariali e di lavoro di una determinata categoria. In questo ambito, contribuirono in maniera decisiva a formare una coscienza e una esperienza sindacale moderna ed europea, con un ruolo destinato a crescere in rapporto al processo di industrializzazione, al consolidamento del mercato nazionale, alla progressiva integrazione dell’economia italiana nel mercato internazionale. Il movimento sindacale italiano era stato protagonista della svolta liberale, anche direttamente con lo sciopero generale di Genova contro il decreto prefettizio di scioglimento della locale Camera del lavoro, e aveva contribuito alla definizione del quadro complessivo delle

riforme sociali. Dalla legge sugli infortuni, modificata nel 1901, e dalla introduzione della legge sul lavoro femminile e minorile, agli obiettivi di una legge sul riposo festivo, della estensione della legge 1869 sulle risaie novaresi, delle riforme del probivirato, del contratto di lavoro per gli addetti pubblici della riforma del lavoro carcerario, della riforma del codice marittimo, dell’ordinamento del porto di Genova, della riforma delle assicurazioni, fino alle agitazioni relative alla scadenza delle convenzioni ferroviarie, il movimento organizzato manifestò all’alba del nuovo secolo una vasta gamma di rivendicazioni non strettamente salariali e di orario, ma politicizzate, anche perché postulavano un atto legislativo, una «sempre più forte pressione sui pubblici poteri». Obiettivi generali Il riformismo sociale delle organizzazioni di resistenza si alimentava in gran parte di rivendicazioni specifiche delle varie categorie e tale carattere talvolta corporativo mantenne anche in seguito. Purtuttavia, avanzava anche una piattaforma comune di obiettivi di interesse generale (assicurazioni, tutele del lavoro femminile e minorile, probivirato, ecc.), individuavano nel gruppo parlamentare socialista il punto di riferimento comune in Parlamento; postulavano un sistema di alleanze o comunque di convergenze politiche che solo avrebbe permesso l'approvazione in Parlamento di un provvedimento a carattere sociale e a tutela del lavoro; reclamavano un clima di tolleranza, nel Paese che la svolta giolittiana degli inizi del secolo sembrava appunto concretizzare. La costituzione degli organi consultivi dello Stato, dal Consiglio superiore del lavoro al Commissariato per l'emigrazione e all’Ufficio del lavoro, imponeva un ulteriore sforzo di aggregazione politica ed organizzativa tra istanze ancora troppo divise e talvolta perfino contrastanti, come quelle delle camere del lavoro e delle federazioni. Si poneva insomma l'esigenza di un centro unificante tra le organizzazioni che si richiamavano in vario modo alla resistenza: fu costituito, con il plauso di Filippo Turati, un Segretariato della resistenza, convegno di Milano dell’1-2 novembre 1902, al quale avevano dato le proprie energie i riformisti Angiolo Cabrini, Gino Murialdi e Pietro Chiesa. Il problema era quello di controllare, di disciplinare, di definire le linee di condotta di un movimento di resistenza esploso repentinamente e tumultuosamente, che già nel 1902 era in riflusso di fronte alla controffensiva padronale. Il problema di una direzione unitaria delle organizzazioni operaie rimase ancora aperto, come palesò l'esito dello sciopero generale nazionale del settembre 1904, imponente per partecipazione specialmente nelle grandi città e nei centri industriali, ma abbastanza caotico per l'accavallarsi e l'intrecciarsi di iniziative e di obiettivi. Verso la metà del primo decennio il ruolo del sindacato subiva profonde trasformazioni, dopo il superamento della fase dei puro rivendicazionismo e del leghismo e 13


dello stato convulso delle organizzazioni caratterizzato dal continuo processo di costituzioni e di dissoluzioni, soprattutto tra il 1903 e il 1906. La ristrutturazione industriale interessava molti settori, ponendo in chiaro la inadeguatezza del tradizionale sindacato di mestiere. Questioni nuove si affacciavano, dal contratto collettivo alla commissione interna, come riflesso delle trasformazioni interne delle fabbriche sul piano della organizzazione del lavoro, ed esterne sul piano della concentrazione delle imprese. La trasformazione del sindacato di mestiere in sindacato di industria traeva da qui le sue ragioni di essere. Il controllo del locale mercato del lavoro e del collocamento diveniva essenziale non solo per il raggiungimento degli altri obiettivi sindacali, ma anche per la salvaguardia del potere contrattuale del sindacato dentro e fuori della fabbrica. La stessa crescente presenza dello Stato nell’economia e nello sviluppo dell’industria rendeva inevitabilmente più politicizzata la lotta sindacale, come del resto il problema dell’ordine pubblico assumeva connotati del tutto nuovi. La formazione di una moderna legislazione del lavoro, la creazione di organismi giuresprudenziali, la definizione di una medicina del lavoro, e soprattutto il perseguimento di una legislazione sociale e di tutela, la lotta contro la disoccupazione e per il controllo del mercato del lavoro, la politica di intervento sui temi delle condizioni di vita delle masse popolari (carovita, alloggi popolari, ecc.) spingevano tutti verso la creazione di un organismo sindacale nazionale. La lotta sindacale non poteva ormai più prescindere da un più stretto collegamento degli obiettivi direttamente rivendicativi con un interesse specifico sui temi della riconversione industriale nei settori tradizionalmente artigianali, sulla questione della presenza dello Stato nell’economia, sulle tariffe protezionistiche e sulla politica degli investimenti. La fondazione della Confederazione Generale del Lavoro, al congresso di Milano del 29-30 settembre 1906, con 400 delegati in rappresentanza di circa 250.000 organizzati, corrispondeva anche a tali esigenze, e si inseriva in un processo che aveva visto la costituzione di centrali sindacali in tutti i Paesi europei, sia pure con prospettive diverse. Ad essa il gruppo dirigente riformista assegnò compiti di rappresentanza nazionale del movimento operaio italiano in un'ottica gradualista «al dì sopra di qualsiasi distinzione politica», rivolta al graduale elevamento delle condizioni materiali di vita e di lavoro della classe operaia e al sempre più ampio ingresso delle rappresentanze dirette del proletariato nei poteri pubblici, fino alla traformazione dei meccanismi dell’apparato statale. Un'altra iniziativa rivolta al consolidamento della strategia riformista fu la stipula nel gennaio 1907 di un'alleanza - la cosiddetta Triplice del Lavoro - tra la CGdL, la Lega nazionale delle cooperative e la Federazione nazionale delle società di mutuo soccorso. Il baricentro si spostava così fuori del Partito, o meglio della Direzione di esso. Gli anni tra il 1906 e il 1911 furono pertanto caratterizzati dall’acuirsi della divaricazione tra il

processo di rafforzamento della egemonia riformista all’interno del movimento socialista e la progressiva crisi del Partito, che ad un certo punto coincise con la cosiddetta crisi del Socialismo in Italia. Trasformazione dello Stato In un bilancio complessivo dell’attività dei socialisti negli organi consultivi dello Stato, e in particolare nel Consiglio superiore del lavoro, non potrebbe non risultarne una sorta di frammentarietà legata a problemi di categoria e di settore. I progetti per la creazione di appositi uffici per disciplinare la mobilità della forza lavoro, di organismi giurisprudenziali e di controllo per l'applicazione delle leggi sociali caldeggiati dal Consiglio superiore del lavoro furono insabbiati. L’obiettivo di controllare il mercato del lavoro fu sostanzialmente mancato. Dopo la crisi economica del 19071908, e soprattutto dopo il 1911 si verificò una radicalizzazione della lotta di classe. Tuttavia, rimasero una grande esperienza e il tentativo, solo in parte riuscito, della introduzione di una legislazione sociale che portasse il nostro Paese al livello di quelli europei; un'esperienza, comunque, che per l'insieme degli studi, delle proposte, dei livelli di partecipazione nei corpi consultivi dello Stato, delle rivendicazioni delle categorie dei lavoratori rappresentò una parte cospicua del socialismo riformista, e ne radicò i legami con la classe operaia e con vasti strati della popolazione. Restava il tentativo di una radicale democratizzazione dello Stato attraverso la partecipazione e la gestione delle organizzazioni dei lavoratori, tentativo che per questa via sarebbe stato limitato al livello consultivo e che poi sarebbe stato progressivamente svuotato. Ma fu anche uno degli aspetti di un’esperienza politica di “governo" intensamente vissuta da parte dei socialisti, sotto la direzione riformista: fu quella che il riformista Giovanni Montemartini chiamava «esercizio della vita pubblica». Anche da qui nasceva la tendenza a dare maggiore legittimazione giuridica e politica allo Stato liberale, del quale veniva abbandonata la concezione come semplice comitato di affari della boghesia. In questo ambito infatti si consolidava la tesi riformista della trasformazione dello Stato per via democratica attraverso l'assunzione progressiva di sempre più ampi livelli di partecipazione da parte delle organizzazioni dei lavoratori. Le vicende del Socialismo riformista coincisero in larga misura con il processo di radicamento del movimento socialista nella società italiana durante l'età giolittiana. Venivano allora costituite le strutture e le istituzioni storiche del movimento operaio, oppure, laddove già esistevano, esse acquisivano un ruolo diverso. Si poneva con maggiore forza e consapevolezza il problema di reperire sedi autonome e adeguate per le organizzazioni operaie. Si consolidava la presenza parlamentare del Partito socialista, il cui elettorato si stabilizzava intorno ad un quinto del totale. Di tale processo il socialismo riformista rappresentò il punto di equilibrio fra le varie componenti ed insieme ne fu il coagulo politico. 14


Esso garanti un equilibrio talvolta instabile e precario, che ammetteva di per sé larghe autonomie e che si risolveva in una sorta di compensazioni tra le spinte particolari, ma che comunque salvaguardava un quadro generale di comportamento a livello parlamentare e nel Paese definito delle linee fondamentali e soprattutto presente ad ogni livello di attività. Attraverso il perseguimento di finalità di integrazione sociale e il consolidamento delle strutture organizzative di massa, il Partito socialista acquisiva allora i caratteri di un partito moderno, di tipo socialdemocratico, segnando con ciò una svolta nella storia d'Italia. Agli inizi del secolo le quattro strutture fondamentali del Partito socialista - sezione, gruppo parlamentare, direzione, organo di stampa ufficiale - erano definite a norma di statuto, ma soprattutto erano divenute realtà operanti, in un rapporto di carattere generale e non molto rigido, che tuttavia diveniva più solido in determinate circostanze, come le campagne elettorali, le campagne di opinione, alcune battaglie parlamentari. La sezione era la struttura base del Partito, e tale sarebbe rimasta fino ai nostri giorni. L'origine della sezione, le cui competenze vennero definite meglio con lo statuto del 1905, era collegata alla lotta elettorale; e tale impronta mantenne anche nel rapporto gerarchico non tanto con la federazione provinciale quanto con il comitato collegiale, corrispondente al collegio elettorale. Con gli anni, sezioni e federazioni collegiali e provinciali furono retti con criteri più articolati e democratici, e soprattutto dettero un'attività più continua.

aspirazione a conseguire una dimensione realmente nazionale e a trasformare il Partito in una realtà politica moderna. Lo stesso dibattito sulla scelta della sede del giornale, che attraversò tutta l'età giolittiana, al di là degli annosi problemi tecnico-redazionali e di distribuzione, rifletteva la difficoltà a conciliare la politica di sostegno alle lotte operaie e alle istituzioni socialiste create nel Nord, con l'esigenza - come scriveva il primo direttore delI'Avanti!, Leonida Bissolati -di stabilire un rapporto costante con quell’«ambiente ancora indeterminato, amorfo, di tutti coloro che, doloranti nelle ristrettezze della piccola borghesia, della piccola proprietà, dell’artigianato, maturano istinti di ribellione». Nondimeno il livello sul quale il potere effettivo del Partito si esplicava maggiormente era rappresentato dal gruppo parlamentare, non soltanto per il prestigio conseguito nella crisi di fine secolo o perché esemplificasse in sé la scelta legalitaria e parlamentare del Socialismo italiano, quanto perché fungeva da chiave di volta nel complesso sistema di articolazioni e di interrelazioni che costituiva la vera ragione del successo riformista. L'ingresso dei socialisti alla Camera aveva rappresentato una svolta nella storia parlamentare, non solo perché si trattava dei legittimi rappresentanti della classe operaia e dei lavoratori della terra della Padana o perché con essi fecero ingresso alcuni deputati-operai come il Chiesa, ma anche perché si costituirono in gruppo, con un proprio segretario, al quale era demandato il compito di mantenere stretti contatti con il Partito, è vero che la frammentarietà, la improvvisazione e la disorganicità dell’attività del Gruppo - più volte denunciati da Turati e da Luigi Montemartini - riflettevano per molti aspetti il frequente frantumarsi dell’azione politica del Partito. Tuttavia, il primato dell’istanza parlamentare accentuò il carattere democratico e legalitario del movimento socialista italiano, cosicché nei momenti di crisi profonda del Paese e delle istituzioni sarebbe toccato proprio ad esponenti socialisti il compito della difesa più strenua e convinta del nodo indissolubile tra democrazia e socialismo, e della rivendicazione della importanza decisiva della salvaguardia delle prerogative parlamentari per il consolidamento della democrazia nel Paese e per l'ascesa della classe lavoratrice. E proprio dalla tribuna parlamentare si verificarono le espressioni più significative della "coscienza politica" del riformismo socialista, e sia sufficiente a tale proposito ricordare gli interventi alla Camera di Treves, di Turati, di Matteotti nel dopoguerra. Tra i processi di aggregazione di massa e le iniziative di integrazione sociale più diffuse sul territorio messe in atto dal socialismo riformista un posto centrale occupava la cooperazione. L'inserimento della cooperazione tra le altre forme organizzative del movimento operaio era stata l'aspirazione dei socialisti emiliani e degli operaisti milanesi fin dall’atto costitutivo della Federazione nazionale delle cooperative nel 1886, divenuta nel 1893 Lega (LNC). Esso obbediva ad una concezione dell’istanza cooperativa come fattore di emancipazione,

La Direzione del Partito Della Direzione è da osservare innanzitutto che fino al 1900 non si era avvertita neppure l'esigenza di precisarne le prerogative e le funzioni. Ma inaugurata la fase di concreto "sperimentalismo" agli inizi del secolo, il rilancio politico della Direzione apparve necessario in concomitanza del perseguimento degli obiettivi stabiliti nel programma minimo, anche se con compiti prevalentemente di rappresentanza all’interno e all’estero, di mediazione e di arbitrato nelle vertenze interne, di preparazione dei congressi, di controllo sull’operato dell’esecutivo, al quale aveva facoltà di delegare alcune particolari funzioni. Il punto di forza del tessuto connettivo del Partito era rappresentato dall"'Avanti!". La carenza di solide strutture verticali di partito finiva per attribuire un potere considerevole al direttore dell"'Avanti!", che contrastava singolarmente con la figura spesso modesta del segretario del Partito, perché poteva esercitare un'azione quotidiana, continua, su scala nazionale, nonché un rapporto diretto con la base del Partito. Nel primo decennio del secolo aveva avuto una enorme diffusione la stampa locale socialista, la cui area geografica coincideva con quella del movimento associativo e di resistenza, e che fu un veicolo formidabile di propaganda; ma la fondazione nel 1896 del quotidiano aveva di fatto segnato una svolta nella storia del Socialismo italiano, concretizzandone la 15


recuperando in ciò tanto la tradizione libertaria delle colonie utopiche quanto uno stretto legame con il movimento di resistenza nato negli anni '80 in Lombardia e nella Padana. Proprio su ciò, infatti, si era verificata una discriminante nei confronti dei cooperatori conservatori sociali, radicali, repubblicani e cattolici, che oscillavano tra il legalitarismo mutualistico, il paternalismo sociale e l'interclassismo. I socialisti favorirono il progressivo inserimento della cooperazione nel processo di aggregazione di tutte le istanze associative ed organizzative del mondo del lavoro, in particolare intorno alla legislazione sociale e alla creazione e poi alla gestione dell’Ufficio del lavoro, nonché ai problemi della vita amministrativa, anticipando spesso in sede locale quella politica di confronto positivo fra forze politiche di orientamento socialista e democratico, che avrebbe poi avuto una conferma e uno sviluppo in sede nazionale sotto i Governi Giolitti. Le linee di sviluppo della cooperazione socialista risiedevano essenzialmente nei settori di consumo, di produzione e di lavoro di categoria e artigianale, mentre gravi ritardi denunciava sul piano creditizio e assicurativo. Nella cooperazione di consumo accanto alla Alleanza cooperativa torinese o ai grossi sodalizi delle grandi città, per lo più di origine impiegatizia, esistevano una miriade di spacci di consumo dispersi e di modeste dimensioni che vendevano a prezzo di costo o ai soli soci, spesso legati al mutualismo o di categoria. Nella cooperazione di consumo rimasero a lungo i tratti originari della distribuzione tra i ceti più popolari e disagiati dei generi alimentari di prima necessità soprattutto il pane - a basso costo e di buona qualità, piuttosto che la realizzazione di strutture competitive sul mercato con magazzini all’ingrosso e consorzi. Importante fu la diffusione della cooperazione di orientamento socialista nelle campagne, anche se essa non riuscì mai sostanzialmente a superare il divario tra città e campagna e a collegare sufficientemente la produzione con il consumo. Tra l'altro la carenza di capitali e la debolezza intrinseca delle strutture, che quasi mai andavano al di là del mercato locale, erano ostacoli difficilmente superabili.

a rompere l'isolamento storico del contadino inserendolo in una logica collettiva. La cooperativa contribuiva a radicare l'abitudine a fare da sé, a sviluppare il senso dell’autonomia; diveniva vera e propria scuola di educazione di operai, artigiani, impiegati alla amministrazione e alla direzione sia pure di una azienda; insegnava a misurarsi con la realtà, a intrattenere rapporti con la burocrazia centrale e periferica dello Stato, a conoscere le leggi; sviluppava il senso del lavoro quotidiano e radicava la consapevolezza che la crescita politica dei lavoratori era un processo non improvvisato né spontaneo, ma al contrario graduale, organizzato e di lungo periodo. Talvolta nel lavoro quotidiano si perdevano di vista i problemi di carattere nazionale; come pure nell’allargamento graduale di esperienze associative taluno finiva per vedere la risoluzione della cosiddetta questione sociale e l'avvento del Socialismo; oppure veniva incoraggiata una sorta di contrapposizione tra politica e gestione economico-amministrativa, in quanto la prima strumento di divisione, la seconda fattore di feconda unione. Ma fu una scuola di concretismo, una grande esperienza politica e culturale, un elemento portante del tessuto connettivo del Socialismo italiano, che rimase nella stessa tradizione e mentalità collettiva del movimento operaio del nostro Paese. Tra il 1907 e il 1915 si registrarono le più marcate trasformazioni nel movimento cooperativo, sia in risposta all’aumento del costo della vita e della disoccupazione, sia per la difficile congiuntura economica, tanto più che la guerra Iibica del 1911-12 aveva accentuato le restrizioni creditizie per cooperative ed enti locali. Anche le trasformazioni industriali ne avevano favorito la tendenza alla concentrazione; ma soprattutto vi aveva influito la legislazione giolittiana sui consorzi, i quali introdussero elementi di modernità e di più corretta gestione amministrativa. Il conflitto mondiale rappresentò la grande prova, e in tal senso fu inteso dai cooperatori, per misurare il grado di efficienza e le reali aspirazioni del movimento cooperativo a rappresentare una forza economica e sociale essenziale nell’ambito dell’economia di guerra e nella prospettiva della futura ricostruzione e riconversione. In quegli anni e nel primo dopoguerra fu avviata una riorganizzazione sulla base di federazioni nazionali di categoria, che, pur in un'ottica prevalentemente assistenziale rappresentarono il tentativo di superare i caratteri di isolamento e di dispersione tradizionali di larga parte della cooperazione italiana allo scopo di un suo graduale inserimento in un quadro economico che prescindesse dal mercato locale e dai livelli di pura autosufficienza. Fu sviluppato un rapporto privilegiato con l'ente locale, specialmente laddove le amministrazioni erano dirette da socialisti, come a Bologna e a Milano. Alle tradizionali misure di calmiere, si aggiungevano ora le rivendicazioni di un ruolo attivo dell’ente locale ne: settore degli approvvigionamenti e del consumo: l'azione era ancora prevalentemente circoscritta ai generi di prima necessità, ma si costituivano enti annonari, consorzi misti

Il ruolo delle cooperative Nel complesso, la cooperazione veniva intesa in un'ottica prevalentemente difensiva, se non come finanziatrice del Partito o come sostegno della resistenza, certo come autodifesa proletaria contro i fenomeni più clamorosi di intermediazione, di speculazione, oppure contro la disoccupazione, la crisi degli approvvigionamenti e l'aumento del costo della vita. Da qui anche la tendenza a chiudersi, più che a proiettarsi all’esterno, con la conseguenza di favorire in taluni casi spinte di tipo corporativo. Eppure, è innegabile che la cooperazione fosse un fattore di aggregazione di grandi masse rurali ed urbane, tanto che nel 1920 gli associati alla Lega sfioravano l'imponente cifra di due milioni. Soprattutto nelle campagne, essa contribuiva, insieme all’organizzazione di resistenza con cui per lo più si integrava, 16


chiusura o di indifferenza nel confronti dei problema dello Stato, ma, al contrario, costituì l'asse centrale di una politica di profonda trasformazione in senso democratico delle istituzioni e della società, che si alimentava della grande tradizione democratica lombarda che risaliva a Cattaneo, e della spinta libertaria e popolare padana ed emiliana, in concomitanza della scelta "comunalista" all’interno del movimento socialista europeo. Non a caso, la formazione del programma amministrativo socialista era venuta definendosi in occasione dell’assestamento del Partito, colpito prima dalle persecuzioni del 1894, poi dal tentativo autoritario del ‘98. E a questo proposito la lotta amministrativa nel 1899, specialmente a Milano, aveva contribuito a preparare la svolta liberale degli inizi del secolo. Se ne derivò una forte accentuazione democratica della lotta per il socialismo, nello stesso tempo il municipalismo diveniva espressione della lotta per le riforme, in senso gradualista e sperimentalista, imperniata sulla salvaguardia dell’autonomia e sull’esaltazione del ruolo attivo dell’ente locale. Ed infatti il riformismo fu anche, agli inizi, sperimentalismo, adattamento alle situazioni locali, tentativo di aggregazione dal basso, insomma municipalismo. Dagli inizi del secolo, e sotto la spinta delle agitazioni del 1901-2, il municipalismo ebbe un ruolo importante nell’ambito dello sviluppo generale del movimento operaio, e in particolare costituì un perno dell’azione dei riformisti. La conquista dei comuni e poi l'amministrazione dell’ente locale si intrecciarono con le vicende delle altre istituzioni socialiste e proletarie, da quelle sindacali a quelle cooperative a quelle culturali. L'amministrazione dell’ente locale, nonostante i lacci della legislazione vigente, fu anche educazione all’autogoverno, e in ogni caso rappresentò lo stimolo più rilevante per una più generale crescita civile: la nuova capacità di lotta delle popolazioni intorno alla cosa pubblica e il faticoso emergere di una nuova classe dirigente contribuirono a trasformare costumi e mentalità in intere regioni del nostro Paese. Intorno al sistema socialista locale si veniva costituendo una tradizione e una mentalità collettiva, democratica e socialista al tempo stesso, che era destinata a riemergere prepotentemente anche al di là della furia devastatrice del fascismo. Se a livello nazionale fu la legislazione sociale a costituire il punto di raccordo delle istanze politiche e sindacali intorno al gruppo parlamentare, in periferia e sul territorio fu il municipalismo a svolgere tale funzione, essendo il comune «il vero centro della vita civica» e rappresentando, come ebbe a dichiarare Francesco Zanardi, «la sintesi e il nucleo centrale di ogni forma di vita sul territorio». In sede locale venne definendosi una politica di alleanza con le forze affini, repubblicani e radicali, specialmente tra il 1906 e il 1909, che assunse il nome di blocco popolare. Essa prefigurava un accordo locale in occasione delle elezioni amministrative o l'appoggio a candidati democratici nei ballottaggi delle politiche. Nelle elezioni

tra enti locali e cooperative, aziende autonome, che sembravano porre su basi del tutto nuove il sistema degli ammassi e della distribuzione, e che in ogni caso erano in grado di incidere sul mercato. Nel dopoguerra, il peso della cooperazione di orientamento socialista sul piano economico era assai rilevante, tanto che nel 1920 le circa 8000 cooperative associate nella Lega vantavano un capitale azionario intorno ai 600 milioni e un movimento di affari di circa un miliardo e mezzo. Anche il nodo fondamentale del credito, sul quale tradizionalmente si misuravano molti dei limiti della cooperazione socialista, veniva affrontato in maniera assai più articolata, attraverso il consolidamento delle casse di deposito interne alle cooperative, il ricorso a prestiti alle banche e soprattutto il potenziamento dell’istituto di credito per la cooperazione. Nella crisi del dopoguerra, il sistema cooperativo creato o consolidato dai socialisti, prevalentemente dell’ala riformista, rappresentava davvero lo strumento di intervento e di aggregazione sociale qualitativamente diverso rispetto a quelli operanti nell’Italia liberale, indispensabile in un’Italia che aveva acquisito spiccate caratteristiche di massa; o quel insieme di strumenti di autogoverno e di rappresentanza dei lavoratori sul quale potessero reggersi l'opera prima di riconversione industriale e poi di ricostruzione economica intorno ad un ruolo più attivo dello Stato e dell’ente locale, ma su basi profondamente democratiche? E ancora: esso, nonostante le sconfitte e il fallimento di talune ambiziose esperienze cooperative (la cooperazione integrale a Reggio Emilia, ecc.), lasciava intravedere una “via antimonopolistica" dello sviluppo economico e la possibilità di una trasformazione democratica dell’assetto istituzionale nei gangli vitali del potere economico? Certo, allora la creazione di strutture consortili e le iniziative tese alla concentrazione e alla integrazione nell’aspirazione ad un inserimento non più occasionale nel mercato nazionale erano ancora a livello embrionale, e spesso sorrette da erronee valutazioni del dirigismo statale, in larga misura subordinato alla congiuntura bellica; e comunque il fascismo spezzò tali ambizioni, spesso con il sangue. Tuttavia è indubbio che il processo di radicamento dell’associazionismo nella nostra società, al quale un così rilevante contributo dettero i socialisti tra la fine dell’800 e i primi decenni del ‘900, merita senz'altro di essere riproposto alla riflessione di storici e politici, su questo punto abbastanza disattenti, sia per esaminarne gli effetti nel lungo periodo sulla mentalità collettiva e sul costume, e sulla fissazione di taluni caratteri della geografia politica del Paese sia per valutarne le implicazioni come grande esperienza di governo e di emancipazione economica e sociale. Gli enti locali L'altra grande esperienza di governo messa in atto dal socialismo riformista fu quella dell’amministrazione degli enti locali. Il municipalismo socialista, non fu sintomo di 17


amministrative del 1907 tale indirizzo ebbe esito positivo nella vittoria dei blocchi in varie città italiane, e in particolare a Roma e a Firenze. Esso avrebbe dovuto rappresentare una sorta di alternativa laica e democratica al clericomoderatismo e allo spostamento a destra degli equilibri giolittiani in atto dopo il 1904, ma proprio il suo carattere accentuatamente localistico e sostanzialmente anticlericale evidenziava la esiguità delle aperture sociali e politiche della borghesia liberale e insieme la natura sostanzialmente conservatrice dello Stato monarchico, nonché la debolezza intrinseca delle forze di orientamento democratico. In questa ottica si poneva anche il problema del laicismo, accostato a quello della istruzione elementare, e che rientrava nella riforma più generale, intellettuale e morale, di cui era portatore il movimento socialista. Proprio per questo, sarebbe erroneo considerare tale battaglia come una sorta di sovrapposizione ideologica di tipo piccolo-borghese, o come pura e semplice subordinazione ideologica dei socialisti alla borghesia liberale. Certo vi furono talvolta aspetti piccolo-borghesi tendenti a privilegiare la lotta contro il prete rispetto a quella contro la borghesia, e non mancarono furori anticlericali che facevano divieto al cattolico di iscriversi al Partito socialista. In ciò erano la forte carica libertaria del Socialismo del tempo, ostile a qualsiasi forma di dogmatismo, ma soprattutto la proiezione delle esperienze di lotta, nelle quali il proletario si era trovato spesso di fronte il prete, alleato con il borghese nella difesa dell’ordine costituito. Anzi i cattolici erano scesi in campo con tutte le loro forze per contrastare la propaganda socialista, specialmente nelle campagne, ora alleati con i moderati, ora con iniziative autonome tese alla creazione di organizzazioni di massa. In questo ambito, allora, il laicismo socialista assumeva connotati di classe. Esso si innestava però anche in un progetto di democratizzazione della società e dello Stato, richiamandosi alla separazione tra Stato e Chiesa, alla laicizzazione della scuola elementare integrata con l'assistenza e con la refezione scolastica, alla stessa diffusione delle scuole popolari e delle biblioteche popolari circolanti. Sul piano politico, l'alternativa laica apparve ad alcuni esponenti socialisti - da Bissolati alla stessa Kuliscioff - obiettivo decisivo da utilizzare contro la maggioranza ritenuta sempre più condizionata dai clerico-moderati, specialmente dopo il 1904 e in parli. colare dopo la caduta del ministero Sonnino del febbraio-maggio 1906; ma già fin dal 1908-9, nello stesso gruppo Turati-Kuliscioff affioravano sostanziali perplessità non solo su un anticlericalismo che non riuscisse a saldarsi alla contemporanea azione per la diffusione delle organizzazioni di classe, ma anche sulla stessa possibilità di affidare ad esso la funzione di coagulare una opposizione democratica al giolittismo. In sede parlamentare, nel giugno 1909, l'Estrema, nella quale venivano accomunati i deputati socialisti, re. pubblicani e radicali, usciva divisa e quasi sfaldata sul capitolo delle spese militari, che i socialisti - soli

-reclamavano di contemperare alle esigenze della politica di riforme. Il fallimento della politica dei blocchi popolari non deve tuttavia far trascura. re un capitolo importante del Socialismo italiano del primo Novecento. E cioè la azione costante, tenace, condotta specialmente da esponenti riformisti come Turati e Campanozzi, di aggregazione sociale e politica dei ceti medi, e in particolare degli impiegati, in un progetto di democratizzazione dello Stato, che per impegno politico e per tensione morale ebbe ben poche analogie nella storia d'Italia. La crisi economica Nei settori della istruzione, della salute e dell’igiene, della giustizia, dei trasporti e dei servizi essenziali, il riformismo socialista si faceva paladino non solo della difesa degli interessi di categoria in nome della valorizzazione della professionalità, ma anche della riforma dei servizi in relazione alle nuove funzioni di uno Stato moderno e democratico. Tra il 1908 e il 1911 anche all’interno del Partito si riaffermò indiscussa l'egemonia dei riformisti, ma essa coincideva con un quadro politico e economico, interno e internazionale, profondamente mutati rispetto agli anni 1900-1903. Rispetto alla fase riformista degli inizi del secolo, non vi era allora più margine per lo sperimentalismo e per l'incondizionata certezza nel continuo progresso economico e sociale. Sul piano economico nel 1907-1908 si era registrata una grave crisi borsistica e finanziaria, dalla quale sarebbe derivata una lunga stagnazione economica, una sorta di malessere prolungato fino alla guerra mondiale. In campo industriale s'intensificavano i processi di concentrazione e di riorganizzazione interna dei vari settori, con una nuova spiccata tendenza imprenditoriale all’insegna del privatismo e della riscoperta di valori gerarchici nella società. In politica estera si consolidò la tendenza ad imprimere maggiore dinamismo rispetto alla precedente fase di raccoglimento fino alla conquista della Libia nel settembre 1911, in corrispondenza dell’acuirsi dei contrasti tra le grandi potenze, di cui l'annessione della Bosnia e della Erzegovina da parte dell’Austria nel 1908 era stato un episodio emblematico che ebbe rilevanti conseguenze negli ambienti economici e politici italiani. Come ammoniva lo stesso Turati, l'essere entrati nel «giuoco oscuro e pieno di insidie delle grandi competizioni internazionali» con la guerra contro la Turchia per il possesso della Libia significava passare da "una politica di lento progresso democratico ad un'intensa politica imperialista», alla quale sarebbe stato inevitabilmente sacrificato qualsiasi serio programma di riformismo sociale. Anche sul piano politico-parlamentare la maggioranza giolittiana appariva sempre più condizionata a destra, per la presenza dei clerico moderati in occasione delle elezioni politiche del 1904 e 1909, e soprattutto di quelle a suffragio universale del 1913. In quegli anni, il Partito socialista perdeva il consenso di molti strati di intellettuali, che viceversa non 18


era mancato alla fine dell’800. Si inaugurava allora una fase di grandi agitazioni sociali, sia nelle campagne sia nei grandi centri urbani e industriali, che, congiuntamente al susseguirsi degli eccidi proletari, rendevano particolarmente acuto il problema dell’ordine pubblico. La stessa politica di sostegno ai governi liberali non sembrava avesse conseguito risultati apprezzabili, e rischiava di configurarsi come fine a se stessa, una sorta di parlamentarismo lontano dalle aspettative delle masse popolari; laddove anche la legislazione sociale, dopo l'accantonamento delle grandi riforme tributai rie e con1a eccezione della legge su riposo festivo nel 1907, sembrava trovare ostacoli insormontabili. In questo quadro, si verificava nello stesso tempo la crisi politicoorganizzativa e una sorta di maturazione del riformismo socialista.

municipale che fu evidente lo sforzo di rinnovamento, di cui la fondazione della rivista "Comune moderno", diretta da Giulio Casalini fu un episodio significativo. Si chiudeva allora la fase storica dello "sperimentalismo" municipale, si rilanciava la lotta contro la tutela prefettizia e a favore dell’autonomia dell’ente locale, si definiva - nella primavera del 1914 - un programma amministrativo che riassumeva in un unico denominatore politico tutte le esperienze passate, ci si preparava ad amministrare le grandi aree urbane. L'obiettivo dell’”Italia del lavoro" si scontrava con le conseguenze politiche della guerra libica (1911-12), con la crisi economica e con la stretta creditizia, nonché con il coagularsi di una campagna di pressione sull’opinione pubblica, con connotati ora radico-liberalisti ora nazionalisti - ma comunque fortemente orientata in senso antisocialista e antioperaio. Inoltre tale obiettivo non poteva prescindere da un consolidamento a livello politico-parlamentare di una vasta alleanza a fini riformatori tra i liberali giolittiani, le forze democratiche e i socialisti, che invece proprio la guerra libica e il radicalizzarsi della lotta di classe resero sempre più difficile. Il baricentro dell’area riformista socialista si spostava e si consolidava al di fuori del Partito, dove dal giugno 1912 la direzione era passata alla frazione intransigente-rivoluzionaria, sulla base del rilancio del ruolo del Partito, dell’intransigenza nei rapporti con i partiti affini e con la politica giolittiana, del "ritorno a Marx", come riaffermava polemicamente la testata della rivista della frazione, "La Soffitta", alludendo alla nota battuta di Giolitti che i socialisti italiani avevano da tempo relegato Marx in soffitta. La frazione intransigente, nel suo nucleo originario, ereditava il pedagogismo socialista di Giovanni Lerda, l'ex-operaio, di Costantino Lazzari e di Osvaldo Gnocchi Viani, il classismo dell’emigrazione socialista di Giacinto Menotti Serrati, il meridionalismo antigiolittiano di numerosi quadri sindacali e l'apporto della federazione giovanile, diretta da Arturo Vella.

La Confederazione del lavoro Da un lato, i riformisti nel congresso di Reggio Emilia del 1912 avrebbero perso la maggioranza, senza più riuscire a riacquistarla negli anni successivi; e soprattutto si sarebbero presentati assai divisi tra le ipotesi di democrazia sociale di Bonomi e di Bissolati, che usciti dal Partito appunto nel 1912 avrebbero dato vita ad un effimero Partito Riformista, i progetti laburisti di Fausto Pagliari e in parte anche di Rinaldo Rigola, gli obiettivi delle grandi riforme rilanciati da Modigliani e da Salvemini (anch'essi usciti dal Partito nel 1911), e il riformismo sociale di Turati, che, nella continuità della tradizione, indicava "una terza fase" del Socialismo italiano in «un'opera costruttiva e positiva alla quale sollecitava tutto il partito, dopo la vittoriosa lotta di difesa della autonomia di classe conclusasi alla fine del secolo e la espulsione tra il 1906 e il 1908 dei «vecchi germi sentimentali ed anarchici» che identificava nelle posizioni dei sindacalisti rivoluzionari. Dall’altro lato, però, il gruppo dirigente riformista della Confederazione del lavoro tra il 1911 e il 1913 si fece promotore di una piattaforma di lotta incentrata intorno «ad una grande politica del lavoro», che sul piano della legislazione sociale tendeva ad allargare gli obiettivi tradizionali a categorie meno protette, e in particolare ai lavoratori dei campi, e a disciplinare e a consolidare l'intervento pubblico; sul piano economico poneva al centro la salvaguardia dei livelli occupazionali collegandola strettamente ad un programma di valorizzazione delle risorse nazionali ad una politica di investimenti con la creazione di infrastrutture e con il rilancio della bonifica e della cosiddetta colonizzazione interna. In questo senso sollecitava anche il movimento cooperativo, all’interno dei quale proprio nel 1911 i socialisti riformisti consolidavano le proprie posizioni con la segreteria di Antonio Vergnanini alla Lega Nazionale delle cooperative. Tra il 1909 e il 1913, i riformisti dettero un contributo fondamentale per rilanciare la Confederazione generale degli impiegati e per costituire una Confederazione dell’impiego Privato, intorno ad un programma di democrazia sociale. Ma fu ancora nel campo del Socialismo

La guerra mondiale Faceva ingresso nella nuova Direzione del Partito anche Benito Mussolini, "uomo nuovo", capo della federazione socialista di Forlì, che avrebbe svolto un ruolo importante nel 1913-14, quando, divenuto in maniera abbastanza casuale direttore dell’Avanti!, se ne avvalse per farne una sorta di portavoce di tutte le forze non solo socialiste, ma anche sovversive. In generale è da osservare che la vittoria degli intransigenti al congresso di Reggio Emilia segnò la rottura definitiva di precedenti equilibri interni, ponendo allora un problema reale, quello di dare a tutto il movimento socialista italiano una direzione politica sostanzialmente omogenea e disciplinata, rilanciando il ruolo prioritario dell’istanza partitica. Tuttavia stentò a ricreare nuovi equilibri, anche perché tale sforzo fu reso particolarmente arduo dalla concomitanza di fatti storici eccezionali o comunque di 19


profonde trasformazioni della società italiana, dalla guerra libica, alla guerra mondiale e al biennio rosso. In questo sono da ricercare anche le oscillazioni e la instabilità della frazione di cui lo stesso Mussolini approfittò per il proprio successo personale favorendone taluni sbandamenti verso il sovversivismo e il verbalismo follaiolo. E in una fase di assestamento politico e organizzativo doveva cogliere il movimento socialista italiano lo scoppio del conflitto mondiale nell’estate del 1914. Ne fu un sintomo chiaro il fatto che proprio nel giugno 1914 si verificarono due episodi concomitanti e fra loro del tutto estranei, ma che pure coinvolsero profondamente tutto il movimento socialista del Paese. In seguito ai tumulti verificatisi ad Ancona in occasione di una manifestazione antimilitarista, si diffuse rapidamente in molte zone del Paese un'agitazione di protesta, non priva in taluni casi di intenti insurrezionali. Fu la "settimana rossa", una sorta di “rivoluzione senza programma" come la definì Salvemini; in realtà la grande prova della provincia sovversiva, a carattere per lo più spontaneistico. Negli stessi giorni, il movimento socialista si cimentava in una prova di segno opposto: il tentativo di conquistare nelle elezioni amministrative il governo dei grandi centri urbani, con una piattaforma politica unitaria. Insieme alla amministrazione di 4 province e di centinaia di comuni i socialisti conquistarono i comuni di Bologna e di Milano. Era il coronamento di un lungo sforzo teso a fare del movimento socialista una forza di governo, in questo caso nell’amministrazione di grandi aree metropolitane dove vivevano grandi masse di popolazione e di lavoratori.

1915-1926: IL SOCIALISMO E LA GUERRA. IL BIENNIO ROSSO E L’AVVENTO DEL FASCISMO, di Angelo Ventura Unico fra tutti i grandi partiti socialisti dei Paesi europei coinvolti nella prima guerra mondiale, il Partito socialista italiano tenne ferma la sua opposizione alla guerra e la sua ispirazione internazionalista, votò contro i pieni poteri al Governo, si rifiutò di aderire alle unioni sacre formatesi per fronteggiare la grande prova. Questo è il dato storico principale che segna in quegli anni l'originalità e la grandezza del Socialismo italiano. Eppure questo fatto d'impressionante evidenza, lungi dal suscitare tutta la considerazione che nella storiografia e nella cultura comune è generalmente misconosciuto e come appiattito sullo sfondo del fallimento della Il Internazionale. È questo il risultato d'un singolare rovesciamento di prospettiva, che fa giudicare la politica del PSI non in rapporto al contesto storico reale, come sarebbe corretto, e quindi in particolare rispetto al contemporaneo diverso comportamento degli altri partiti socialisti, ma assumendo come pietra di paragone la successiva esperienza della rivoluzione russa, e la posizione di Lenin, che sin dall’inizio aveva sostenuto la necessità di condurre ad uno sbocco rivoluzionario l'opposizione contro la guerra imperialista. Giudicata da questo punto di vista la linea del PSI, riassunta nella celebre parola d'ordine "né aderire né sabotare", poteva anche apparire come una forma soltanto più ipocrita del collaborazionismo "socialsciovinista" degli altri partiti della Il Internazionale. Ma si tratta appunto d'una deformazione prospettica. In realtà anche le esigue minoranze socialiste che negli altri Paesi europei si opponevano alla guerra in contrasto con la politica dei rispettivi partiti impegnati a sostenere lo sforzo bellico nella nazione sino alla vittoria, intendevano battersi per una pace negoziata, senza vinti ne vincitori e senza annessioni, non per fare della guerra un'occasione per la rivoluzione socialista. Questa è la posizione affermata dalla conferenza di Zimmerwald. Anche Rosa Luxemburg scriveva nel 1915: “Farla finita con la guerra e forzare al più presto la pace con l'azione combattiva dei proletariato, ecco ciò che può rappresentare l'unica vittoria per la causa proletaria". Anche la successiva conferenza di Kienthal, nell’aprile 1916, indicava l'obbiettivo della pace immediata senza annessioni. L'affermazione di principio, ovvia per la dottrina socialista, secondo cui non vi sarà pace duratura se prima non sia rovesciato il dominio capitalistico, restava un'indicazione di prospettiva che non si traduceva in una strategia rivoluzionaria. La stessa posizione di Lenin, espressa dallo slogan “trasformare la guerra imperialista in guerra civile", non esprime in origine - come osservava uno storico marxista dell’autorità di Georges Haupt - "un imperativo immediato", non si riferisce alla congiuntura concreta del momento, "ma cerca di aprire una prospettiva storica, di

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definire un metodo, una linea d'azione e di demarcazione a lunga scadenza". Essa deriva quindi da un'analisi di tipo dottrinario, e soltanto dal 1915 cominciò ad assumere nel pensiero di Lenin il valore d'una indicazione politica da tradurre in pratica nell’immediato. E tuttavia rimase nel limbo delle astratte elaborazioni teoriche, prive di effettiva incidenza nella realtà, fino a che non poté calarsi nella disgregazione dello Stato zarista e della società russa, travolti dall’immane catastrofe militare, dalla paralisi del sistema economico e dalla spaventosa carestia: tutti eventi verificatisi del tutto indipendentemente dall’azione dei partiti rivoluzionari russi, bolscevichi compresi, che furono colti alla sprovvista dalla spontanea rivoluzione del febbraio 1917. Tanto che poche settimane prima, parlando in Svizzera dov'era ancora esule, I'allora giovane Lenin (aveva 46 anni), diceva di non sapere se "noi, i vecchi" avremmo "vissuto abbastanza per vedere le battaglie decisive della prossima rivoluzione".

La recente amara esperienza della guerra di Libia era stata il banco di prova che aveva maturato la coscienza del Socialismo italiano di fronte al problema della guerra imperialistica, era stato l'elemento chiarificatore che, eliminati gli equivoci con l'espulsione della destra di Bissolati e Bonomi, aveva stimolato l'elaborazione d'una linea politica coerente con i principali socialisti e con gli interessi delle classi popolari. I socialisti italiani non giungevano dunque impreparati alla drammatica prova. Intransigenza rivoluzionaria e gradualismo riformista trovavano un solido terreno di convergenza nella comune opposizione alla guerra. Pronunciando alla Camera il suo fermo no alla guerra, "in un discorso che ha il respiro di una pagina di storia", Turati aveva denunciato la violenza fatta al Parlamento, rappresentante della volontà popolare. Sua è la lucida intuizione che con la guerra faceva irruzione sulla scena politica "una forza antisocialista, e tendenzialmente antidemocratica a carattere sovversivo", "punta di diamante di nuove correnti reazionarie", già evocate dalla guerra di Libia. In questa tragica congiuntura, la formula "né aderire, né sabotare", dettata dal segretario del Partito Costantino Lazzari, rappresenta l'efficace sintesi del realismo politico e di quella fedeltà ai principi e ai propri doveri, che anche Rosa Luxemburg riconosceva ai dirigenti socialisti italiani. La formula poteva apparire contraddittoria rispetto ad un'astratta esigenza di coerenza dottrinaria, ma di fatto era la risposta alle contraddizioni reali d'una situazione drammaticamente complessa. Essa esprimeva la posizione d'un grande partito di massa costretto a subire una situazione oggettiva che non era in suo Potere di scongiurare, che non perciò rinunciava ai suoi principi, continuando a battersi per la pace, ma che nel contempo non poteva rinchiudersi a coltivare l'orticello della sua purezza ideologica, come una setta di dottrinari, e tanto meno mandare allo sbaraglio i suoi seguaci in avventura senza speranza, capaci soltanto di aggiungere inutili sacrifici e compromettere l'avvenire; ma che anzi aveva il dovere dell’azione politica per preservare spazi di libertà contro le tentazioni autoritarie, per difendere gli interessi dei lavoratori sui quali si riversavano più pesantemente i sacrifici imposti dallo sforzo bellico, e alleviarne per quanto possibile le sofferenze. La dialettica interna al Partito vede in questo periodo i rivoluzionari porre l'accento sul "non aderire", vigilando affinché sia rigidamente osservato, mentre i riformisti inclinano ad, una più estesa interpretazione del "non aderire, soprattutto attraverso la cooperazione dei sindacati e delle amministrazioni socialiste all’organizzazione della produzione e dell’assistenza civile. Nel complesso i riformisti, benché minoritari, attraverso il controllo della Confederazione Generale del Lavoro, della Federterra, delle Amministrazioni comunali e del gruppo parlamentare impongono la propria egemonia su una sinistra priva di una propria autonoma strategia. Anzi nel 1916, di fronte al prolungarsi della guerra e alla spaventosa carneficina di milioni di uomini, che nessuno prima era stato in grado di prevedere in tali proporzioni,

Fermezza contro la guerra Ben altre, comunque, erano le condizioni degli altri Paesi europei, tali da porre fuori della realtà ogni proposito, se mai vi fosse stato, di rivoluzione a breve scadenza, proprio mentre la mobilitazione bellica aveva poderosamente rafforzato l'apparato di dominio e l'egemonia delle classi dirigenti, e scompaginato un movimento socialista già di per sé debole e minoritario. Specie in Italia, dove le organizzazioni proletarie erano radicate soltanto nei centri industriali del Nord e nella bassa pianura padana e in limitate zone di latifondo nel Centro-Sud. Né va dimenticato che la ventata nazionalistica, alimentata con particolare vigore da quell’interventismo idealistico e democratico - si pensi a Cesare Battisti, a Gaetano Salvemini e a Leonida Bissolati - che vedeva nel conflitto il compimento del Risorgimento, la quarta guerra d'indipendenza per la liberazione di Trento e Trieste, e dei popoli oppressi e l'affermazione delle nazioni democratiche contro gli Imperi autoritari, aveva schierato compatti a favore della guerra i ceti medi e la borghesia intellettuale. Eppure, se in altri Paesi si trovarono all’opposizione soltanto correnti minoritarie scarsamente rappresentative o piccoli partiti privi di rapporti organici con le masse, in Italia tutto il Partito si schierò compatto contro il conflitto, rappresentando così, come riconosceva lo stesso Lenin, "una felice eccezione". Le ragioni di questa fermezza vanno probabilmente ricercate nel distacco delle masse popolari da uno Stato di recente formazione e privo di tradizioni unitarie, diretta espressione delle classi dominanti, e soprattutto nella radicata tradizione internazionalista e antimilitarista tempratasi nelle tenaci lotte contro le avventure coloniali, che l'ancor fragile tessuto economico e sociale e la relativa arretratezza del Paese dimostravano palesemente contrarie all’interesse nazionale, tanto da schierare all’opposizione perfino alcuni settori della borghesia produttiva. 21


mentre i fronti restavano in posizione di stallo con i soldati immobilizzati nel fango delle trincee (meno che sul fronte orientale) la stanchezza per l’”inutile strage" sembrò aprire nuove opportunità alle iniziative di pace di cui si facevano interpreti i socialisti italiani, ai quali ora si affiancavano settori sempre più consistenti degli altri partiti socialdemocratici.

Partito, era infranto dal radicalizzarsi dei contrasti politici. In questo senso la rotta di Caporetto segnò una svolta decisiva. Di fronte alla minaccia d'invasione i riformisti erano indotti ad affermare il dovere del proletariato di difendere il territorio nazionale e l'indipendenza del Paese. Come osserva giustamente Arfé, Turati non aveva mai accettata 'la contrapposizione tra nazione e classe. Il proletariato nella sua marcia ascensionale non nega la nazione, ma idealmente la conquista e ne assimila la tradizione migliore". Ma in lui era anche viva la preoccupazione realistica di un domani, neanche troppo remoto, in cui il proletariato si troverà a dover riallacciare rapporti di dialettica e collaborazione con altri ceti.

Non più in trincea Anche il presidente americano Wilson si propose come mediatore di un accordo per porre termine al conflitto sulla base del principio dell’autodeterminazione dei popoli. Con questo autorevole avallo la linea del pacifismo socialista trovava nuovo vigore. La rivoluzione democratica russa del febbraio 1917, che abbatté l'autocrazia zarista, apportava nuovi motivi di speranza. La battaglia pacifista condotta dal gruppo parlamentare sulla base di una mozione presentata da Turati, continuò per tutta la prima metà del 1917. Nel luglio, in un discorso alla Camera, Treves lanciò la parola d'ordine: "Un altro inverno non più in trincea!”. Nel frattempo però, il corso degli eventi andava mutando radicalmente il clima politico di quel fatale 1917, che s'era aperto con speranze di pace. La guerra, che aveva mobilitato le masse, era divenuta scontro di popoli e di civiltà, aveva assunto un carattere ideologico. Le stesse dimensioni dell’immane massacro rendevano in pratica inaccettabile da tutte le parti una pace senza vincitori. E come avrebbero potuto giustificare le classi dirigenti responsabili della guerra tutti quei milioni di morti e tutte quelle sofferenze, davvero inutili? Dunque, avanti verso la vittoria finale. D'altra parte l'entrata in guerra degli Stati Uniti a fianco dell’intesa, nell’aprile 1917, e, con segno opposto, lo sfacelo dell’esercito russo, erano eventi tali da infondere nuovo vigore ai settori più oltranzisti dell’uno e dell’altro campo. Vennero poi in ottobre la disfatta di Caporetto e in novembre la rivoluzione bolscevica. La storia aveva veramente imboccato un nuovo corso, e il 1917 ne costituisce lo spartiacque, o meglio la rivelazione, poiché lo spartiacque effettivo si pone probabilmente nei primi due anni del conflitto, quando questo assumeva per la prima volta i caratteri della guerra totale, con la mobilitazione generale di massa militare e civile, e si trasformò in un bagno di sangue senza precedenti nel passato. Vi sono fasi nella storia - e sono in specie quelle che vedono fenomeni nuovi e imponenti irrompere per la prima volta sulla scena in forme ancora caotiche e non facilmente decifrabili nel loro reale significato - in cui gli individui sono come travolti dagli eventi ed anche i protagonisti debbono piegarsi ad un senso d'impotenza, o sono condannati a conseguire risultati assai diversi e spesso opposti rispetto a quelli che si proponevano. Il periodo che si apre col 1917 è certo una di queste fasi. Mentre tramontava la prospettiva di pace, la parola ritornava alle armi e le passioni s'infiammavano. Il precario equilibrio che sino allora aveva consentito di ricomporre su un terreno unitario la dialettica interna del

Linee contrastanti Contro questa condotta reagiva aspramente la sinistra del Partito, mettendo sotto accusa il "collaborazionismo" dei riformisti, rei di aver infranto la disciplina con una interpretazione che stravolgeva la parola d'ordine "né aderire, né sabotare". In realtà l'ala massimalista, rendendosi interprete dell’esasperazione dei militanti e delle masse contro la guerra, con tutti i sacrifici di sangue e i disagi economici che essa comportava - già esplosa in agosto nei moti di Torino -, e sotto la suggestione della rivoluzione d'ottobre che s'andava diffondendo con la forza trascinante del mito, accentuava anch'essa la sua intransigenza e guardava agli sviluppi futuri in una prospettiva rivoluzionaria. Dal suo interno si veniva enucleando ancor prima di Caporetto, una nuova corrente di estrema sinistra, nella quale emergeva Bombacci e Bordiga, che sosteneva la necessità di sabotare la guerra e spingere le masse alla rivolta con l'obiettivo di innescare un processo insurrezionale per la conquista del potere. Con la fine della guerra la divaricazione tra queste contrastanti linee si accentuerà irrimediabilmente, provocando una catena di scissioni. Ma nessuna frazione, nessun gruppo dirigente del movimento operaio riuscirà a trovare la lucidità, il realismo, la duttilità e la risolutezza necessari per incidere positivamente nel corso degli eventi, e tutti ne sarannotravolti. La prospettiva indicata dai riformisti non mancava certo di realismo ed era la sola che, se perseguita con coerenza e determinazione, avrebbe forse potuto assicurare alla società italiana e alle classi lavoratrici in particolare una nuova era di pacifico e ordinato sviluppo, evitando la tragedia del fascismo, che peraltro nessuno poteva ancora seriamente prevedere. Turati aveva avvertito per tempo che il dopo guerra non avrebbe aperto in Italia un periodo rivoluzionario, ma che invece sarebbe stata possibile una fase di riforme democratiche, sul piano politico e sociale, tanto più avanzate quanto più profonda era l'ansia di giustizia maturata nella sofferenza della guerra dalle masse popolari. La linea era sostanzialmente quella indicata nel programma approvato fin dal 1917 nella riunione congiunta della Direzione del Partito, del gruppo parlamentare e della CGL. Ma successivamente il Partito si era spostato in grande maggioranza su posizioni 22


rivoluzionarie, e l'11 dicembre 1918 la Direzione aveva giudicato superato tale programma, adottando quale obiettivo immediato niente meno che “l’istituzione della Repubblica socialista e la dittatura del proletariato". La corrente riformista era ridotta ad un'infamante minoranza. L'effetto congiunto dell’acutizzarsi dello scontro sociale, dell’esplodere del sordo spirito di rivolta maturato contro i responsabili della guerra, e della suggestione della rivoluzione russa, aveva prodotto un'estrema radicalizzazione dei militanti, che accorrevano ora numerosi ad ingrossare i ranghi del Partito. In quale misura la febbre rivoluzionaria dei militanti politicizzati corrispondesse alle reali tendenze delle masse delle quali il Partito assumeva la rappresentanza, è difficile dire. mancano in proposito studi adeguati. Certo è che se gli iscritti delle sezioni di Partito designavano in grande maggioranza candidati massimalisti, gli elettori concentravano spesso le preferenze sui riformisti. E così pure i riformisti prevalevano negli istituti della società civile, conservando il controllo dei sindacati, delle cooperative e delle amministrazioni locali socialiste.

proprie posizioni, per potersi così presentare all’appuntamento d'una nuova fase riformistica con tutto il peso politico necessario. In ciò i massimalisti, come vedremo più avanti, gli offrivano fondati motivi di speranza. In questo senso all’interno del Partito, il tempo sembrava lavorare a suo favore, e decise di attendere. Ciò che egli non previde e forse, come tutti non poteva prevedere, era che su un diverso piano, quello del quadro politico generale e dei rapporti di classe, la situazione sarebbe rapidamente precipitata ad un punto di non ritorno. Il periodo reazionario Eppure proprio Turati con profetica lucidità aveva avvertito prima di chiunque altro il pericolo incombente d'una reazione autoritaria, provocata da quanti andavano irresponsabilmente predicando alle piazze la violenza rivoluzionaria immediata. "Oggi non ci pigliano abbastanza sul serio - aveva ammonito al congresso di Bologna nel settembre del 1919 -; ma quando troveranno utile prenderci sul serio, il nostro appello alla violenza sarà raccolto dai nostri nemici, cento volte meglio armati di noi, e allora addio per un bel pezzo azione parlamentare, addio organizzazione economica, addio Partito socialista! Questo è un inganno mostruoso, è una farsa, che per altro può tralignare in tragedia, preparando i tribunali di guerra, la reazione più feroce, la rovina del movimento per mezzo secolo, non solo sotto la compressione militaristica, ma sotto la ostilità di tutte quelle classi medie, quelle piccole classi, quei ceti intellettuali, quegli uomini liberi, che si avvicinavano a noi, che vedevano nella nostra ascensione la loro propria ascensione e la liberazione del mondo, e che noi - colla minaccia della dittatura e del sangue - gettiamo dalla parte opposta...". Ma nonostante questa sua straordinaria intelligenza analitica, in Turati e nel gruppo dirigente riformista continuava ad operare, ispirandone l'azione politica, uno schema interpretativo maturato nell’esperienza di fine secolo e dell’età giolittiana. Superato lo smarrimento e le tensioni postbellici, eliminate in gran parte le più gravi conseguenze economiche della guerra e ritornati gli animi alla ragione, sembrava logico attendersi che sarebbero ripresi lo sviluppo economico e civile del Paese e l'ascesa delle classi lavoratrici, ad opera soprattutto del proletariato e della borghesia produttiva, l'uno e l'altra altrettanto bisognosi della libertà d'iniziativa, di coalizione e di contrattazione in campo economico, e conseguentemente di libertà e di democrazia in campo politico.

Incertezze del diciannovismo Non si può quindi dire che ad essi mancassero le forze necessarie per attuare il proprio disegno. Che cosa trattenne i dirigenti dalla scissione, per costituire un partito riformista in grado di tentare una positiva politica di collaborazione con le forze democratiche borghesi sulla base di un programma di riforme democratiche, secondo gli insistenti consigli di Anna Kuliscioff e di altri esponenti del gruppo turatiano. Non certo un attaccamento sentimentale all’unità del Partito. In altra meno grave occasione Turati non aveva esitato a compiere tale passo. A parte il fatto che l'infatuazione rivoluzionaria, che Nenni definì “diciannovismo", finiva per seminare non poche incertezze anche tra le file dei riformisti, mancarono a Turati e agli altri leaders della corrente la necessaria risolutezza e l'esatta percezione del momento storico: della formidabile accelerazione della storia e delle profonde trasformazioni strutturali in atto, che esigeva un tempestivo intervento prima che fuggisse l'occasione favorevole e la situazione degenerasse irrimediabilmente. Ma vivissima, e tutt'altro che infondata era anche in Turati la preoccupazione di doversi assumere il compito di liquidare le drammatiche conseguenze della guerra nella delicata fase della riconversione, sgravandone quei ceti dirigenti che ne portavano tutta la responsabilità. Sarebbe stato inevitabile assumere misure impopolari e fors'anche reprimere le agitazioni, come Noske in Germania. Un'eventualità dalla quale, in una lettera alla Kuliscioff, Turati si ritraeva inorridito. Ma soprattutto Turati, gradualista fino in fondo, aduso a concepire l'ascesa del proletariato come un processo di lungo periodo sul terreno decisivo dalle riforme economiche e sociali, ma che valutava anche tutta l'importanza determinante del momento politico, non intendeva sacrificare all’impazienza, con iniziative precipitose, la prospettiva di recuperare la maggioranza del Partito alle

Ingovernabilità del Parlamento Il retaggio dell’esperienza, lo stesso razionalismo e umanesimo che ispiravano la concezione del Socialismo riformista, impedivano loro di cogliere tutto lo spessore e la vasta portata delle trasformazioni strutturali che s'andavano compiendo; di comprendere che per una sorta di mutazione genetica erano emersi nuovi ceti borghesi, cresciuti in fretta grazie all’economia di guerra, più 23


dinamici e aggressivi, indifferenti rispetto ai valori della cultura umanistica e liberale che avevano ispirato le classi dirigenti dell’Ottocento e dell’età giolittiana, ed anzi istintivamente inclini a spiriti autoritari ed antidemocratici, nutriti semmai degli umori irrazionalistici, antidemocratici e antisocialisti largamente diffusi nella cultura del primo Novecento. Era loro difficile capire che non d'un fenomeno di psicologia di guerra si trattava, pericoloso e funesto ma passeggero, bensì dell’irrompere di forze irrazionali pervase da una incontrollata volontà di potenza e di dominio, che avrebbero occupato la scena d'una epoca storica. L'esigenza di assumere responsabilità di Governo, rompendo con la sterile opposizione di principio, imposta dalla maggioranza massimalista, che condannava il Partito socialista al "nullismo" politico e apriva larghi spazi alle forze conservatrici e reazionarie, divenne più pressante dopo le elezioni del novembre 1919, che grazie all’introduzione del sistema proporzionale e al generale spostamento a sinistra, avevano sconvolto il vecchio assetto parlamentare, ridimensionando drasticamente i liberali e registrando l'avanzata impetuosa dei socialisti, con 156 deputati, e l'ingresso in forze del nuovo Partito popolare. Dati gli insanabili contrasti che dividevano i liberali democratici dai conservatori, l'intransigenza negativa del Partito socialista contribuiva a rendere la Camera praticamente ingovernabile. L'imponente immobilismo della Direzione massimalista giungeva ad esiti paradossali quando imponeva al gruppo parlamentare di votare la sfiducia al governo Nitti, impegnato a fronteggiare con fermezza la sedizione dannunziana a Fiume, che pareva preludere ad un imminente colpo di stato militare. Tra gennaio e febbraio del 1920 i dirigenti rifomisti sembravano decisi a rompere gli indugi. Claudio Treves pubblicava un articolo il cui titolo suonava significativamente: "Al potere!". Turati cominciava a preparare, attraverso un accurato studio dei problemi e giovandosi della consulenza di tecnici di grande valore, un ampio programma di governo per lo sviluppo economico e sociale del Paese, che esporrà poi nel famoso discorso "Rifare l'Italia". Ma carente restava l'individuazione d'una chiara strategia politica, e alla fine prevalse ancora una volta la tattica temporeggiatrice. Nel 1921 il movimento operaio e socialista ripiegava già nella difensiva, e venivano quindi meno le condizioni che avrebbero consentito l'ascesa al governo dei riformisti. Quando poi nel luglio 1922, sotto l'incalzare della violenza fascista che andava sistematicamente disgregando l'organizzazione economica e politica del proletariato e del movimento socialista, Turati si decise al gran passo di offrire la disponibilità dei riformisti per appoggiare un Governo col programma di ripristinare la legalità democratica, era ormai troppo tardi. Il passo, com'è, ebbe come unico effetto quello di provocare, due settimane avanti la marcia su Roma, una nuova scissione del Partito socialista, per iniziativa dei massimalisti rigidi custodi del dogma dell’intransigenza.

Una scissione che Turati definì più tardi, non già "tardiva e inutile", come inesattamente si suole ripetere, ma "tardiva e perciò inutile". L'errore stava tutto nel ritardo, non già nella decisione di porre in atto coerentemente la strategia riformista. La posizione dei massimatisti L'ambiguità del massimalismo aveva contribuito non poco, come s'è detto, a far indugiare i riformisti nella loro tattica temporeggiatrice. Ed infatti chi legga senza preconcetti i documenti più significativi e meditati, si rende conto che, nonostante le profonde divergenze, i massimalisti erano in fondo meno vicini ai comunisti che ai riformisti. Nella famosa "risposta di un comunista unitario al compagno Lenin" (16 dicembre 1920), Serrati dimostrava che non esisteva affatto in Italia una situazione rivoluzionaria. L'occupazione delle fabbriche del settembre 1920 e il movimento per l'occupazione delle terre del 1919, interpretati da Lenin come episodi insurrezionali, erano ricondotti da Serrati al loro reale significato di larghi movimenti sindacali ed economici, diretti nel primo caso da quei riformisti, che la Ili Internazionale voleva fossero espulsi dal Partito, nel secondo caso egemonizzati in larga parte da forze moderate. Anche la situazione del movimento nei Paesi occidentali era tale che un eventuale moto rivoluzionario in Italia sarebbe stato inevitabilmente isolato e soffocato. Lungi dall’esistere una situazione rivoluzionaria, era anzi iniziato "il periodo del contrattacco borghese". Nella questione decisiva del Partito, Serrati dimostrava di essere agli antipodi della concezione leninista. Ricordando la forza e la complessità del movimento proletario e socialista italiano, individuava nelle sue forti organizzazioni economiche di resistenza, nelle cooperative, nelle amministrazioni comunali rosse, "il terreno ed i materiali per la ricostruzione. Per la massa dei nostri compagni - soggiungeva - non c'è dissenso fra quelle che si sono chiamate le due anime: anzi esse non sono che un'anima sola, realizzatrice ed avveniristica, per la conquista immediata e per la rivoluzione: un'anima socialista e rivoluzionaria". Come non avvertire in questi accenti che, non diversamente dai riformisti anche i massimalisti concepivano la rivoluzione come un processo costruito dal basso, che va dalla società allo Stato e non dallo Stato alla società, al contrario del giacobinismo leninista, per il quale la rivoluzione procede dall’alto, come una trasformazione imposta dal potere statale e dall’azione d'un partito di élite, omogeneo e disciplinato? Di fatto, per quanto fossero profondamente suggestionati dall’esempio della rivoluzione russa, essi ritenevano che non fosse possibile applicare in Italia il modello bolscevico. Pur avendo adottato come programma immediato la dittatura del proletariato, i massimalisti ne davano un'interpretazione democratica, intendendola come dittatura della grande maggioranza del popolo, costituito dalle classi lavoratrici. "Non possiamo tornare indietro oltre i principi della rivoluzione francese, non possiamo tornare al concetto 24


dispotico del medio evo", esclama Adelchi Baratono, massimo teorico della corrente, al congresso di Livorno. E respingeva, in polemica con i comunisti, la concezione della dittatura del proletariato come dittatura di partito, di una minoranza sulla maggioranza, che "diventa un dispotismo di élite di classe". Analogamente, la violenza rivoluzionaria era una necessità storica, ma soltanto quando l'idea avesse conquistato la maggioranza; sicché anche i soldati fossero pronti ad unirsi agli insorti. "Vince, la violenza, dove la ragione ha già vinto". Né l'adesione alla Terza Internazionale poteva significare la cieca subordinazione alle sue direttive da parte del Partito socialista italiano, di cui Serrati rivendicava l'autonomia nell’interpretarle alla luce delle concrete condizioni della realtà italiana. Egli perciò respingeva il diktat di Mosca, che con le 21 tesi voleva imporre tra l'altro l'espulsione dei riformisti. Che cos'è allora il massimalismo, questa specie di enigma storico troppo spesso liquidato come un fenomeno irrazionale d'umana stoltezza? Che significano questo assurdo suicida immobilismo dell’intransigenza, questo irritante verbalismo rivoluzionario mai seguito dai fatti, che eccita attese sempre deluse e terrori inestinguibili? Gravi furono senza dubbio le responsabilità dei massimalisti nella disfatta del movimento operaio e socialista e della democrazia. Nessuna ricostruzione storica potrà mai rivalutarne l'operato. Ma è pur necessario comprenderne le motivazioni, che non erano in sé spregevoli né del tutto irrazionali.

Tanto più facile era poi confondere la fermezza dei principi con la rigidità nell’azione politica - che richiede invece duttilità di visione strategica e spregiudicatezza tattica - quanto più il Partito socialista era stato costretto ad affermare la propria autonomia nei confronti della sinistra democratica borghese, che ne era stata una delle matrici, e con la quale persistevano affinità e legami che era difficile recidere mentre anche il socialismo doveva assumere la propria parte di responsabilità nella difesa della fragile democrazia italiana. Era naturale che il trauma della guerra, l'afflusso di nuove masse proletarie indifferenziate prive di tradizioni politiche e sindacali, le tensioni sociali della crisi postbellica, il mito infine della rivoluzione russa esaltassero questa tradizione. Nell’impatto con una realtà che vedeva per contro il rafforzamento delle classi dominanti e dello Stato, questa intransigenza si volgeva nell’iperbole dell’immobilismo impotente e del verbalismo rivoluzionario, che ne costituivano da sempre gli aspetti più deteriori. S'è visto però che i dirigenti massimalisti più responsabili, anche se certo non immuni dal l'infatuazione rivoluzionaria del dopoguerra e dai suoi miti, non ne erano intimamente convinti, o lo erano soltanto a metà. Se vi si lasciarono trascinare non fu solo per inclinazione demagogica, ma fu anche perché erano incalzati a sinistra dalle correnti estremiste di Amedeo Bordiga e dell’Ordine Nuovo torinese di Gramsci, Terracini e Tasca - confluite poi nella frazione comunista che con la scissione di Livorno nel gennaio 1921, diede infine vita al Partito comunista d'Italia - a loro volta spalleggiate dagli anarchici, che ebbero nel biennio rosso un ruolo assai più importante di quanto comunemente si pensi. Legittima era quindi la preoccupazione dei dirigenti massimalisti di non perdere la propria influenza nel Partito e tra le masse; spontaneo l'impulso - e non mero calcolo machiavellico - ad indulgere maggiormente alle illusioni e ai miti rivoluzionari, ai quali del resto essi stessi non erano insensibili, rilanciando sulle piazze la parola d'ordine della rivoluzione imminente, alla quale molti di essi per primi, in fondo all’animo, non credevano. Tanto più irresistibile era la vischiosità e il potere d'intimidazione e di coinvolgimento della psicologia rivoluzionaria tra i militanti, in quanto il circolo perverso de! condizionamenti a catena e degli scavalcamenti era reso incontrollabile dalla struttura composita e decentrata del Partito - conglomerato di sezioni territoriali relativamente autonome e di correnti - che non consentiva la formazione d'un gruppo dirigente omogeneo e autorevole, in grado d'imporre una linea politica coerente e responsabile. Naturalmente alla predicazione verbale non seguivano i fatti. Nessuno si curava di porre in atto iniziative concrete volte a preparare la rivoluzione. Ma si deve considerare che se anche ne avessero avuto il serio proposito e le attitudini necessarie, le condizioni reali del Paese, i rapporti di forza nettamente sfavorevoli non lo avrebbero comunque consentito, come i dirigenti massimalisti non mancavano di avvertire quando si esprimevano in sedi responsabili. Del resto neppure i

Contrapposizioni frontali L'intransigenza rivoluzionaria dei massimalisti stava tutta nel concepire la lotta di classe e l'ascesa del proletariato secondo uno schema elementare di contrapposizioni frontali, che ignorando il momento della mediazione politica e della sintesi costruttiva, puntava tutto sul movimento di lotta, sulla pressione crescente delle masse contro le classi dominanti e lo Stato borghese. Ogni forma di mediazione, o peggio di collaborazione con questi, avrebbe svigorito il movimento di lotta, e andava quindi escluso. Di qui il dogma dell’intransigenza, estraneo invece ai riformisti, i quali, più sensibili al momento politico e istituzionale, tendevano a tradurre continuamente la forza del movimento in azione politica immediata, a consolidarne le conquiste graduali attraverso l'opera legislativa e le istituzioni di classe, a garantirne la libertà d'azione e d'organizzazione, per concorrere positivamente e più efficacemente alla trasformazione graduale della società civile e dello Stato: operando, per così dire, dall’interno. Questa tendenza "rivoluzionaria", composta d'intransigenza dottrinaria, d'istintivo antagonismo verso l'ordine sociale costituito, come anche il populismo demagogico, apparteneva alla storia d'un Partito, che era espressione di ceti proletari e piccolo borghesi a lungo oppressi e taglieggiati, tenuti ai margini della società e dello Stato da classi dirigenti arretrate e strutturalmente deboli. 25


nel bene e nel male, fu la rivoluzione sovietica, oltre che nell’acerbità di un'esperienza politica all’inizio del suo corso. Volerne discorrere anche solo superficialmente significherebbe aprire un diverso capitolo di storia, che non rientra nei limiti di queste brevi note. Basti osservare che nell’immediato, in quei cruciali anni venti, l'operazione si rivolse in pura perdita per il movimento operaio e socialista. Soltanto attraverso una dura e sofferta esperienza storica, di questo nucleo si svilupperanno un agguerrito gruppo dirigente e un grande Partito di massa, quando, un ventennio più tardi, ripudiati in parte i settarismi e gli schemi dottrinari delle origini, i comunisti si avvieranno nella pratica, pur tra molte contraddizioni non ancora interamente risolte, a ripercorrere le vie maestre del riformismo socialista, ancora una volta vincitore nella sua lunga storia, come aveva loro preconizzato Filippo Turati al Congresso di Livorno. Dopo di allora la storia del movimento socialista fu una tragica vicenda di sconfitte e di nuove scissioni, di dolorose distruzioni e di lutti, animata dall’eroica resistenza di migliaia di militanti, anche se non mancò qualche caso isolato di cedimento, specie dopo che il fascismo parve consolidato al potere. Nulla potevano contro la violenza armata dello squadrismo fascista, protetta e talvolta sorretta, quando non bastava, dall’intervento repressivo dell’apparato statale, i tentativi di resistere con la forza, L'unica via d'uscita poteva essere trovata soltanto sul terreno politico, secondo la linea indicata dai riformisti, di un'ampia coalizione tra socialisti, popolari e liberali democratici. Ma essa restava di fatto impraticabile mentre - per non parlare delle pesanti responsabilità di altri settori politici, che qui non interessa esaminare - il movimento operaio era profondamente diviso ed una gran parte di esso vi si opponeva aspramente.

comunisti seppero fare alcunché di meglio in quegli anni cruciali, e sotto questo aspetto si possono assimilare ai massimalisti. Da questi i comunisti si differenziavano per rigore intellettuale, per più decisa volontà d'azione e coerenza tra teoria e prassi, oltre che, naturalmente e in primo luogo, come s'è visto, per il diverso modo d'intendere il processo di costruzione del Socialismo, il rapporto tra partito e masse, la rivoluzione: in una parola per il loro leninismo. Tutto questo non mancherà di dare in seguito i suoi frutti, ma l'immediato condannava i comunisti a restare prigionieri del settarismo, dell’astratezza dottrinaria, del velleitarismo rivoluzionarlo che ne paralizzavano l'azione politica, condizionando negativamente tutto il movimento operaio e socialista. Sotto questo aspetto la responsabilità storica dei comunisti non fu certo inferiore a quella del tanto dileggiati massimalisti. Il cliché corrente nei manuali scolastici, nella pubblicistica e nella produzione cinematografica e televisiva, che rappresenta Gramsci e i comunisti come i soli capaci d'intendere la realtà del momento e di proporre un'idonea strategia politica, va radicalmente modificata. Errori dei comunisti Se per tutti era estremamente difficile orientarsi in mezzo alle profonde trasformazioni e agli sconvolgimenti in atto, e tutti, come s'è visto, furono impotenti a farvi fronte, questo vale a maggior ragione per i comunisti, rispetto ai quali perfino i dirigenti massimalisti riuscivano a dimostrare un po’ più realismo. C'è in essi una sorta di schizofrenia tra una straordinaria intelligenza analitica, capace di penetrare molti fenomeni antichi e nuovi della società italiana - un rigore critico in cui s'avverte lo stacco d'una generazione, come in tanti altri uomini nuovi del Socialismo, da Giacomo Matteotti a Carlo Rosselli ed Eugenio Colorni - e la dimensione prevalentemente dottrinaria e intellettualistica, talvolta ai limiti del semplicismo utopico, in cui tali elementi analitici erano assunti quando si trattava di pervenire ad una valutazione complessiva della situazione e alla conseguente elaborazione d'una strategia politica. Cosi l'illusione tenacemente coltivata - in contrasto palese con la realtà - che l'Italia si trovasse nel mezzo d'un periodo rivoluzionarlo, che la conquista del potere fosse a portata di mano e non mancasse altro che un Partito deciso e attrezzato per sferrare il colpo di grazia al dominio agonizzante della borghesia; e la convinzione che si potessero tradurre meccanicamente nel contesto profondamente diverso del nostro Paese l'esperienza della rivoluzione russa e gli schemi ideologici e organizzativi del leninismo, furono alla base della scissione comunista al congresso di Livorno nel gennaio 1921 che sancì la spaccatura del movimento operaio e socialista italiano proprio mentre si andava sviluppando con violenza l'offensiva reazionaria. Certo le radici profonde di questa scissione e degli stessi errori di prospettiva che l'ispirarono stanno nella frattura storica rappresentata da quel grandioso avvenimento che,

Situazione compromessa Oggi è sin troppo facile rilevare, col senno di poi, la cecità di quei dirigenti massimalisti e comunisti che di fronte al disastro, anche dopo la marcia su Roma, rimasero ostinati nelle loro posizioni intransigenti e settarie. Dobbiamo piuttosto esercitarci nello sforzo di comprenderne le ragioni. Non di meno se consideriamo la storia come un processo che non segue binari obbligati, ma è aperto sempre a diverse alternative; se riteniamo quindi che la storia sia fatta dagli uomini, e che nel determinare il corso la loro volontà abbia dunque. qualche peso - specie nelle vicende politiche - possiamo ben dire che qualcosa, per evitare la tragedia, si poteva e si doveva fare. Certo dopo l'ottobre del 1922 la situazione era pregiudicata, forse irrimediabilmente, ma nessuno se ne rendeva esattamente conto, neppure i riformisti, che pure ne percepivano la gravità con maggiore realismo dei massimalisti e senza le illusioni rivoluzionarie dei comunisti. Comunque ben poco potevano fare, ciascuno per proprio conto, i due partiti socialisti: il Partito socialista unitario, nato dalla scissione del 1922, nelle cui file si 26


diffondeva lo scoraggiamento della sconfitta, nonostante la presenza autorevole di Turati e degli altri leaders riformisti, e la disperata energia del suo segretario, Giacomo Matteotti; ed il vecchio PSI massimalista, salvato a fatica nel 1923 dalla fusione con i comunisti, grazie all’iniziativa di Pietro Nenni, ma ridotto nei ranghi dalla nuova scissione della frazione terzinternazionalista capeggiata ora da Serrati, e da una continua emorragia di militanti. Con Nenni e con Matteotti, uomini nuovi, consapevoli della necessità di rinnovare le idee e i metodi del Socialismo italiano, facendolo uscire dalle secche dell’intransigenza e della questione del rapporto con la Terza Internazionale, su cui per quattro anni si era logorato, cominciava ad attuarsi un ricambio dei vecchi gruppi dirigenti. Al centro della loro azione e del comune sforzo di rivedere le concezioni e le linee politiche del passato, si poneva ormai la lotta contro il fascismo, mentre dal canto loro i comunisti perseguivano ancora il miraggio della rivoluzione, puntando innanzi tutto a conquistare l'egemonia sul proletariato, in funzione della quale erano anche concepite le proposte di fronte unico. Non a caso il fascismo omicida colpirà in Matteotti l'avversario più lucido e coraggioso, il più temibile in quanto potenzialmente in grado di aggregare con la sua azione politica un ampio schieramento di forze democratiche: Matteotti incarnava l'unica alternativa reale al fascismo. Quella dell’Aventino fu l'ultima disperata battaglia prima dell’esilio e della clandestinità. Dati i reali rapporti forza, dopo la disfatta del movimento operaio e socialista e lo sfacelo delle sue organizzazioni, mentre il fascismo restava saldamente al potere controllando le leve dello Stato e conservando intatte le sue squadre armate, il ricorso all’azione diretta delle masse, appariva praticamente inattuabile. C'era inoltre il rischio che scioperi e dimostrazioni di piazza, nelle quali i comunisti e forse anche in parte i massimalisti non avrebbero mancato di inserirsi con un indirizzo "rivoluzionario" e antiborghese, spezzassero il fronte aventiniano e rinsaldassero attorno ai fascisti il consenso ora vacillante della borghesia e dei ceti medi, ancora ben lontani dall’aver superato la grande paura del biennio rosso.

La verità è che i comunisti erano convinti più di chiunque altro che il fascismo dopo il delitto Matteotti era ormai "entrato in agonia" “finisce e muore" scriveva Gramsci nell’agosto 1924, dandone per scontato il decesso) perché la borghesia, una volta fiaccato lo slancio rivoluzionario del proletariato e annientate le sue organizzazioni servendosi delle squadre fasciste, intendeva ora ritornare alla legalità dello Stato liberale, altra e più ipocrita forma della dittatura borghese. Era lo schema dogmatico della funzione complementare di fascismo e democrazia, teorizzato da Grarrisci e Togliatti: quello del “tiranno bieco", che, come aveva scritto Togliatti il 27 luglio 1922, aveva "un solo aspetto ed un triplice nome: Turati, don Sturzo e Mussolini". Onde derivava la necessità d'una strategia politica volta ad abbattere “non solo il fascismo di Mussolini e Farinacci, ma anche l'antifascismo di Amendola, Sturzo, Turati". La proposta rivoluzionaria dell"'antiparlamento" aveva quindi l'unico e dichiarato obiettivo di screditare i partiti democratici e liberali, ma soprattutto i socialisti agli occhi delle masse, per sottrarle alla loro influenza. La verità storica che emerge con chiarezza è che ormai le sorti delle classi lavoratrici e del Paese erano interamente sfuggite dalle mani di tutti i gruppi dirigenti, vecchi e nuovi, del movimento operaio e socialista. A tutti non restava altro che riflettere sugli errori compiuti e ricominciare quasi da capo a tessere faticosamente, nel rischio e nella sofferenza, le trame d'un'antica tela, lacerata ora e dispersa in mille brandelli. §§§

Tattica inadeguata La tattica legalitaria aventiniana sulla quale un'influenza decisiva esercitarono i riformisti e Turati personalmente, che puntava sulla coalizione di tutti i partiti democratici e antifascisti per sollevare la questione morale e provocare l'intervento del re, si rivelò inadeguata alla prova dei fatti. Ma non esistevano concrete alternative, anche se un'azione più decisiva volta alla mobilitazione popolare in senso strettamente antifascista poteva essere almeno tentata, e avrebbe potuto affiancare con efficacia quella condotta sul piano parlamentare e pubblicistico. Non era certo un'alternativa la proposta dell’”antiparlamento" avanzata dai comunisti, che tanta immeritata fortuna ha trovato nella storiografia e nella pubblicistica. 27


1926-1943: IL REGIME E L'ESILIO. DALLA GUERRA DI SPAGNA ALLA RESISTENZA, di Santi Fedele

Bruno Buozzi, Giuseppe Sardelli, Pallante Rugginenti ecc.; qualche settimana dopo lascerà l'Italia in circostanze avventurose il più noto e prestigioso esponente del Socialismo italiano: Filippo Turati. Tra i dirigenti massimalisti varcano la frontiera Pietro Nenni, Angelica Balabanoff, Filippo Amedeo e altri. Favoriti sia dalla presenza in Francia di alcune centinaia di migliaia di compatrioti emigrati negli anni precedenti per motivi di lavoro o perché costrettivi dalle persecuzioni fasciste, sia dalla lunga e consolidata tradizione di libertà nei confronti degli esuli politici sempre seguita dal governo francese, i socialisti non tardano a ricostituire in esilio le loro organizzazioni politiche. Particolarmente solleciti sono i massimalisti, che anzitutto si preoccupano di garantire la ripresa della pubblicazione dell"'Avanti!", il cui primo numero dell’edizione parigina reca la data del 12 dicembre 1926: financo in un'ora certamente tra le più drammatiche nella storia del PSI, I’Avanti! è una bandiera che i socialisti non intendono assolutamente ammainare, è il simbolo di una continuità politica e organizzativa che si vuole riaffermare a costo di qualsiasi sacrificio. Notevolissime appaiono infatti sin dall’inizio le difficoltà che si frappongono alla rinascita del PSI in esilio: esse sono di natura organizzativa, con sezioni ubicate in diverse nazioni europee e americane e, all’interno della stessa Francia, a centinaia di chilometri l'una dall’altra; di natura finanziaria, soprattutto in considerazione della non adesione del PSI ad alcuna delle due maggiori organizzazioni mondiali del movimento operaio (l'internazionale operaia socialista e l'internazionale comunista) e quindi dell’assoluta mancanza di quegli aiuti e sostegni internazionali che sono in genere pressoché indispensabili alla sopravvivenza di un piccolo partito di esuli; di natura psicologica, come è facilmente comprensibile per una formazione politica che, dopo avere avuto per decenni la rappresentanza di gran parte dei lavoratori italiani, è ora ridotta a dover contare su una base relativamente esigua di iscritti e di militanti, per di più gli uni e gli altri senza alcuna precedente esperienza di lotta politica nelle particolari condizioni dell’esilio e della clandestinità; di natura politica, se si pensa al fenomeno dell’esasperazione del "patriottismo" di partito e della gelosa salvaguardia della sua tradizione che è atipico di ogni formazione politica in esilio e che ovviamente rischia spesso di risolversi in un fattore di immobilismo, di insufficiente revisione critica delle esperienze passate e di mancato adeguamento alle mutate condizioni della lotta politica.

Logorato da un'interminabile serie di scissioni che hanno frantumato l'unità politica della classe lavoratrice, sottoposto dalla reazione fascista a una catena impressionante di violenze della quale l'assassinio di Giacomo Matteotti rappresenta soltanto l'episodio più eclatante, il socialismo italiano attraversa a metà degli anni '20 un momento certamente tra i più difficili della sua pluridecennale storia. Nella lenta agonia della democrazia italiana, quale va considerato il periodo di tempo tra il delitto Matteotti (giugno 1924) e la promulgazione delle leggi eccezionali (novembre 1926), non mancano tuttavia di manifestarsi i primi sia pure ancora deboli segni del superamento della gravissima crisi da cui il movimento socialista è sembrato per un istante nel nostro paese sul punto di venire irrimediabilmente travolto. Infatti, se da un lato l'esigenza, da più parti vivamente sentita, della ricomposizione della divisione prodottasi nell’ottobre del 1922 tra le due componenti storiche (la riformista e la massimalista) del Socialismo italiano già di per sè costituisce una significativa inversione di tendenza rispetto alla vera e propria "orgia di scissioni" che ha caratterizzato nel primo dopoguerra la storia del movimento operaio in Italia, dall’altro l'avvio di un rigoroso processo di riflessione critica sulle insufficienze e gli errori del più recente passato si avvale dell’impegno e dell’intelligenza di giovani dirigenti e militanti quali Pietro Nenni, Carlo Rosselli, Giuseppe Saragat ecc. Mentre dal fallimento stesso dell’esperienza aventiniana, in quanto criticamente riconsiderata, ulteriori sollecitazioni derivano dalla ricerca e dalla definizione di una più incisiva strategia di lotta antifascista: sono le prime manifestazioni di un lungo e faticoso processo di rinnovamento, bisognoso sì di ulteriori specificazioni e approfondimenti ma destinato ad avere in prosieguo di tempo sviluppi tali da permetterci di considerare quelli dell’esilio e della clandestinità come gli anni della riscossa e della rinascita del Socialismo italiano. La via dell’esilio All’atto della promulgazione delle leggi eccezionali, che, rappresentando una tappa decisiva nel processo di fascistizzazione dello Stato, sanciscono la soppressione delle più elementari libertà politiche, parecchi sono gli esponenti del movimento socialista italiano i quali per sfuggire alle prossime prevedibili ondate di arresti e per continuare fuori dai confini dell’Italia la loro battaglia antifascista, intraprendono la via dell’esilio dirigendosi in prevalenza verso la Francia e taluni anche in Svizzera, Belgio, Austria, ecc. Tra le figure più rappresentative del Socialismo riformista espatriano anziani leaders come Claudio Treves e Giuseppe Emanuele Modigliani, giovani come Giuseppe Saragat, dirigenti sindacali quali

L'influenza dei riformisti in esilio Per quel che poi concerne il problema dei collegamenti tra l'organizzazione del Partito ricostituito all’estero e gli ex iscritti al PSI rimasti in Italia, se essi nei mesi immediatamente successivi alla promulgazione delle leggi eccezionali non mancano del tutto, anche se nella maggior parte dei casi più all’iniziativa di alcuni militanti particolarmente generosi e audaci, quali Sandro Pertini e 28


Fernando De Rosa, che a un'organizzazione stabilmente e organicamente operante, successivamente, sul finire degli anni '20, rafforzatosi e acquisita maggiore efficienza l'apparato repressivo del regime fascista, essi diventano più sporadici, come risulta tra l'altro dall’esito il più delle volte negativo che hanno le frequenti indagini effettuate dall’OVRA sui conto di ex militanti del PSI sospettati di essere in contatto con i compagni in esilio. Anche i socialisti riformisti ricostituiscono all’estero la loro organizzazione politica, il PSULI, soprattutto grazie all’impegno profuso da Modigliani perché sezioni del Partito sorgano nei principali centri d'emigrazione ed esso disponga di un organo di stampa, "Rinascita Socialista", la cui pubblicazione ha inizio nel 1928. E se al PSULI aderisce un numero di lavoratori italiani inferiore a quello compreso nelle fila massimaliste, esso può contare in cambio sul prestigio di alcuni dirigenti di notorietà internazionale, quali Treves, Modigliani e, soprattutto, Turati; oltre a godere dell’appoggio del Partito socialista francese e di qualche sia pure limitato sostegno finanziario da parte dell’internazionale operaia socialista. E’ da considerare anche che l'influenza dei leaders socialisti riformisti nell’emigrazione antifascista va al di là della consistenza numerica del loro partito e si esercita tramite il controllo che essi hanno su altre organizzazioni non partitiche quali la Lega italiana dei diritti dell’uomo (organizzazione antifascista unitaria, modellata sulla Ligue des droits de l'homme francese, principalmente finalizzata all’assistenza e alla difesa degli esuli politici) e la Confederazione generale del lavoro. Aderenti al PSULI sono infatti i vari Buozzi, Bensi, Quaglino, ecc., dirigenti sindacali che non hanno riconosciuto la validità dello scioglimento della CGL decretato in Italia il 4 gennaio del 1927 da alcuni membri del consiglio direttivo, ma hanno deciso il trasferimento all’estero del comitato esecutivo della Confederazione motivandolo con l'impossibilità di continuare a svolgere in patria un'efficace azione sindacale nell’ambito della 'legalità" fascista e con la necessità di non offrire al regime, continuando almeno formalmente ad esistere la CGL, la possibilità di dimostrare all’estero che la libertà sindacale non era stata soppressa in Italia, condizione questa indispensabile per l'ammissione dei rappresentanti dei sindacati fascisti alle periodiche conferenze dell’Organizzazione internazionale del lavoro. Ed è appunto Buozzi a recarsi puntualmente ogni anno, a partire da 1927, alle riunioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro per chiedere, in contrapposizione ai sindacalisti fascisti, il riconoscimento della CGL come sola legittima rappresentante del proletariato italiano, riuscendo a ottenere, grazie alla solidarietà di tutte le altre organizzazioni aderenti alla Federazione sindacale internazionale, che le delegazioni sindacali dei vari paesi esprimano voto contrario all’ammissione dei rappresentanti dei sindacati fascisti. L'opera di denuncia e di sensibilizzazione antifascista all’interno dell’internazionale operaia socialista vede invece impegnato in prima fila Turati, il quale prende più

volte la parola nelle assisi del movimento socialista internazionale per ammonire con forza e autorità gli altri partiti socialisti europei a non considerare il fascismo un fenomeno esclusivamente italiano e come tale assolutamente irripetibile in nazioni economicamente e socialmente più avanzate. Né in quest'ora di chiarificazione del reale significato del fenomeno fascista e del pericolo che esso potenzialmente rappresenta per l'Europa intera, le responsabilità avute dalle forze democratiche italiane, gli errori da esse compiute negli anni cruciali del primo dopoguerra vengono mai nascosti o minimizzati dai socialisti italiani: loro preoccupazione costante è invece sempre che non vada perduta l'esperienza della sconfitta socialista negli anni '20 e che dagli errori compiuti, se criticamente esaminati, un'utile lezione derivi all’intero movimento socialista europeo. La nascita della concentrazione A potenziare questa azione di sensibilizzazione antifascista dell’opinione pubblica internazionale condotta dai socialisti italiani, indubbiamente un notevole contributo viene dalla decisione adottata dagli organi dirigenti del PSI, del PSULI e della CGL di dar vita, nella primavera del 1927, assieme al Partito republicano italiano (anch'esso ricostituitosi in esilio) e alla Lega italiana dei diritti dell’uomo, alla Concentrazione di azione antifascista, organizzazione unitaria destinata a durare sino al 1934 e a rappresentare durante i suoi sette anni di vita un importante organo di collegamento tra tutti i principali partiti e gruppi dell’antifascismo di sinistra, fatta eccezione per il PCI, la cui mancata adesione alla Concentrazione non è che un aspetto di quel progressivo irrigidimento settario in atto nell’internazionale comunista e destinato a culminare tra poco nell’enunciazione della teoria del "socialfascismo". Spesso sbrigativamente liquidata dalla storiografia di ispirazione comunista, cattolica e radica]-azionista, come una sterile prosecuzione dell’Aventino in esilio, l'esperienza concentrazionista va invece soggetta, a nostro avviso, a una meno riduttiva e più articolata valutazione storico-politica. La concentrazione infatti, se da un lato risentì negativamente dell’inadeguatezza di un'analisi della situazione italiana spesso improntata a canoni interpretativi antiquati, che non tenevano nel giusto conto i profondi mutamenti in essa intervenuti a seguito del consolidamento del regime fascista, e non riuscì mai, nonostante i ripetuti tentativi, a diventare un'efficace centrale operativa per l'organizzazione della lotta clandestina in Italia; dall’altro persegui tenacemente per tutto il corso della sua esistenza obiettivi politici tutt'altro che secondari: la battaglia contro l'avventurismo e la confusione ideologica che inizialmente avevano rischiato di screditare l'emigrazione antifascista, la pubblicazione del più autorevole e diffuso giornale dell’antifascismo, "La Libertà", la resistenza ai tentativi di fascistizzazione delle comunità italiane all’estero ripetutamente messi in atto dal governo mussoliniano, e, soprattutto, un'in29


cessante azione di denuncia e di propaganda antifascista che, sorretta dalla testimonianza di un'irriducibile opposizione morale e politica che i disagi e le amarezze dell’esilio mai riuscirono a piegare, non poco contribuì a impedire che l'opinione pubblica internazionale fosse portata a identificare l'Italia con il regime fascista. Per quanto poi riguarda in particolare le vicende dell’emigrazione socialista, occorre aggiungere che la Concentrazione, realizzando al proprio interno l'unità d'azione antifascista tra le sue componenti del movimento socialista italiano, pose le premesse della successiva riunificazione socialista del 1930.

La necessità della fusione tra il PSI e il PSULI deriva inoltre dalla presa di coscienza della gravissima sconfitta subita dal movimento operaio italiano nel dopoguerra, dalla lezione stessa degli eventi che hanno dimostrato in maniera inconfutabile l'incapacità sia del rinnovamento che del massimalismo di elaborare una strategia e una tattica adeguate alla situazione politica italiana immediatamente successiva alla conclusione del conflitto mondiale. è pertanto ora indispensabile, sempre secondo Nenni, che i socialisti italiani, pur continuando a muoversi nell’alveo delle migliori tradizioni internazionaliste e classiste del movimento operaio italiano, rifiutino le pesanti bardature dottrinali del passato, che non solo hanno più volte ostacolato l'operato del Partito, ma hanno anche contribuito a determinare un'interminabile catena di scissioni. Allo stesso modo, sostiene Nenni, è assurdo il procrastinarsi di una situazione che vede il PSI al di fuori di ambedue le grandi organizzazioni mondiali del movimento operaio proprio in un momento in cui il socialismo italiano maggiormente necessita di aiuto e solidarietà internazionali. E se l'adesione al l'internazionale comunista, dopo le dolorose esperienze degli anni precedenti e data l'involuzione settaria in essa in atto ' è ormai assolutamente improponibile, non può invece non essere presa in considerazione l'eventualità dell’adesione al l'internazionale operaia socialista, che, mentre garantirebbe al PSI i necessari collegamenti internazionali, gli lascerebbe la più ampia autonomia e non comporterebbe la rinuncia ad alcuna delle sue tradizioni ciassiste e rivoluzionarie. L'adesione all’internazionale operaia socialista è del resto la condizione imprescindibile per l'unificazione posta dai dirigenti del PSULI, partito all’interno del quale è soprattutto il giovane Saragat che porta avanti un processo di spregiudicata revisione critica delle esperienze passate del Socialismo riformista italiano, ravvisandone l'errore più grave nell’aver scambiato “Ia pseudo democrazia di Giolitti" per un sistema di democrazia progressista capace di garantire l'avanzata delle classi lavoratrici e di aver ristretto l'azione del Partito su un piano esclusivamente economicistico ed elettoralistico; mentre i massimalisti, dal canto loro, erano caduti nell’errore opposto a quello dei riformisti, facendo derivare dal rifiuto della pseudo democrazia borghese il rifiuto anche dell’autentica democrazia socialista e l'accettazione della parola d'ordine leninista della dittatura del proletariato. Dal momento che sia i riformisti che i massimalisti, argomenta Saragat, si sono parimenti rivelati incapaci di affrontare e risolvere il problema della conquista rivoluzionaria di un'autentica democrazia socialista, “l’unità dei socialisti deve essere concepita come liquidazione tanto del riformismo quanto del massimalismo, e come instaurazione di un socialismo rigorosamente marxista e democratico". Le ampie convergenze che si realizzano tra le posizioni di Nenni e quelle di Saragat non poco contribuiscono ad accelerare i tempi della riunificazione della stragrande maggioranza dei socialisti italiani in esilio, quale viene

L'elaborazione politica di Nenni Si può dire che non esista vera soluzione di continuità tra il dibattito sull’unità socialista quale si registra in Italia negli anni 1924-26 e la sua ripresa nel l'emigrazione. Appena poche settimane sono infatti trascorse dalla ricostituzione dei due partiti socialisti in esilio, che all’interno di ambedue inizia a essere dibattuto il problema della riunificazione dei due tronconi nei quali dall’ottobre del 1922 si trova scisso il movimento socialista italiano. All’interno del PSI è più d'ogni altro Nenni che nei frequenti articoli che scrive per l’Avanti! si incarica di dare compiuta espressione politica alle tendenze favorevoli all’avvio di trattative immediate con i compagni separati del PSULI nella prospettiva della ricomposizione unitaria dei due filoni storici del Socialismo italiano. Nel l'elaborazione politica di Nenni, ed è certamente l'aspetto più significativo e importante della battaglia condotta dal giovane leader del PSI, il problema dell’unità socialista si connette strettamente con quello dell’ormai indilazionabile rinnovamento politico e ideologico dei movimento socialista italiano, dal momento che il superamento della condizione di cristallizzazione ideologica nella quale il PSI si trova, è per Nenni condizione indispensabile perché esso possa affrontare le due principali questioni sul tappeto: la lotta al fascismo e la rinascita del Socialismo italiano. Per condurre la battaglia antifascista e riconquistare la perduta libertà politica continua ad essere valida per Nenni la politica di alleanza con le forze di democrazia borghese realizzatasi nell’Aventino prima e nella concentrazione dopo, ma a condizione che all’interno dell’alleanza concentrazionista i socialisti riescano a esercitare una funzione di guida e di stimolo. Affinché ciò sia possibile è necessaria l'unione di tutti i socialisti in un unico partito: la questione del potenziamento della lotta antifascista e quella del rinnovamento del socialismo italiano vengono cosi a coincidere, a identificarsi potremmo dire, con quello dell’unità socialista. Il fondamento logico di essa sta difatti, sostiene Nenni, nella nuova situazione determinatasi in Italia con l'avvento del fascismo al potere, una situazione di fronte alla quale "sia il vecchio massimalismo intransigente, sia il vecchio riformismo parlamentare non hanno più nulla da dire o da fare. Radici secche, foglie al vento". 30


sancita dal Congresso di Parigi del luglio 1930 (a sua volta preceduto dal Congresso di Grenoble del marzo dello stesso anno nel corso del quale si è adoperata la separazione tra l'ala maggioritaria del PSI capeggiata da Nenni e la minoranza dei massimalisti intransigenti raccolta attorno alla Balabanoff), allo stesso modo in cui sono i frutti del processo di autocritica e di revisione politico-ideologica che nei due giovani esponenti socialisti ha trovato i più autorevoli interpreti, che sostanziano la "Carta dell’Unità", vale a dire il documento programmatico del Partito unificato.

coloro i quali si sono in patria mantenuti fedeli agli ideali del Socialismo, mai rinnegando le proprie convinzioni politiche ma anzi testimoniando con il fatto stesso della non adesione al PNF e alle altre organizzazioni fasciste una silenziosa ma non per questo meno significativa opposizione al regime, e se parecchi sono al tempo stesso in Italia i giovani senza alcuna precedente esperienza partitica, la cui iniziale e generica scelta antifascista si va specificando secondo le posizioni proprie del Socialismo classista e libertario, continua tuttavia a lamentarsi il dato negativo costituito dall’insufficienza di collegamenti tra tutti costoro e i socialisti emigrati. Ciò di cui si avverte vivamente la mancanza è appunto di uno scambio reciproco di analisi, di esperienze e di idee sulla situazione politica italiana e internazionale, da cui per un verso nuova linfa vitale possa derivare al processo di rinnovamento del PSI in esilio e per altro i risultati del travaglio politico-ideologico cui esso è pervenuto diventino patrimonio comune dei compagni rimasti in patria. Né a risolvere questo importante e delicato problema si rivela del tutto sufficiente l'accordo di collaborazione per l'azione in Italia che il PSI stipula nel luglio del 1931 con il nuovo movimento che ha di recente fatto la sua apparizione sulla scena dell’antifascismo italiano: Giustizia e Libertà. Sorto sull’onda dell’entusiasmo suscitato dalla fuga da Lipari di Rosselli, Lussu e Fausto Nitti, animato da una forte carica ideale di chiara derivazione democratico-risorgi mentale (valga ad esempio il motto "insorgere per risorgere"), reso prestigioso dalla riuscita di alcune audaci e clamorose imprese quale il volo di Bassanesi su Milano, il nuovo movimento si impone sin dall’inizio come un importante elemento di rinnovamento e di stimolo ai potenziamento della lotta contro la dittatura per l'intero arco dell’antifascismo democratico-repubblicano-socialista. Il proposito giellista di considerare assolutamente prioritaria l'organizzazione della lotta in Italia, l'esortazione rivolta da Rosselli e dai suoi compagni alle altre organizzazioni' politiche ad accantonare ogni particolarismo di partito o di gruppo nel nome di una superiore unità antifascista, l'insistere dei giellisti sulla necessità di adottare canoni interpretativi della realtà italiana adeguati a cogliere le profonde trasformazioni in essa intervenute rispetto al prefascismo, sono soltanto alcuni dei fattori determinanti dei consensi che il nuovo movimento suscita e, in particolare, delle adesioni che alle formazioni gielliste operanti in Italia vengono da parte di giovani di diversa estrazione politica ma accomunati dal desiderio di un più attivo e incisivo impegno di lotta contro la dittatura. Benché numerosi siano i militanti di ispirazione socialista presenti nei gruppi italiani di GL e nonostante le numerose e notevoli affinità politicoideologiche esistenti tra il partito storico dei lavoratori italiani e il nuovo movimento fondato da Rosselli, i rapporti tra il PSI e GL si presentano sin dall’inizio non privi di difficoltà: da un lato per certe riluttanze e remore di ordine tradizionalistico da parte socialista nell’apprezzare

La Carta dell’Unità Prendendo le mosse dall’esigenza di superare pregiudiziali ideologiche paralizzanti e di conciliare il mantenimento dei caratteri rivoluzionari del rinnovato PSI con le esigenze immediate della lotta al fascismo, la "Carta dell’Unità" riafferma anzitutto nel marxismo il principale anche se non unico posto di riferimento ideologico del Partito e conferisce a quest'ultimo una collocazione ben precisa nell’ambito dello schieramento antifascista: essa infatti, ribadendo il carattere classista del PSI, pone una valida discriminante nei confronti delle formazioni antifasciste democratico-borghesi e, al tempo stesso, con il rifiuto della concezione bolscevica della dittatura del proletariato, opera una netta distinzione tra socialismo e comunismo. Senza nascondere come obiettivo finale dei socialisti sia la conquista dei pubblici poteri con l'intento di trasformarli da strumento di oppressione in strumento di liberazione della classe sfruttata", la "Carta dell’Unità" riconferma la necessità per il PSI di proseguire nella politica di alleanza con le altre forze antifasciste, classiste e no, proponendo come obiettivo della lotta comune l'instaurazione della repubblica democratica dei lavoratori. Avvenimento di primaria importanza nella storia del movimento socialista italiano tra le due guerre, la riunificazione del 1930 non è tuttavia di per sé sufficiente a risolvere i molti e complessi problemi che il PSI è chiamato ad affrontare. Nonostante lo sforzo di analisi e di elaborazione politico-ideologica compiuto nell’ultimo scorcio degli anni '20, rimane infatti ancora per diversi aspetti inappagata l'esigenza di una più compiuta comprensione dei mutamenti intervenuti nella società italiana ormai a diversi anni di distanza dell’avvento del fascismo al potere e della ragione dei consensi che, almeno apparentemente, il regime mussoliniano suscita in strati relativamente vasti della popolazione, sempre in maniera soddisfacente si sviluppa il processo di individuazione delle gravi contraddizioni che la dittatura non è assolutamente in grado di risolvere, delle classi e dei ceti sociali potenzialmente disposti a impegnarsi nella lotta contro di essa, delle tappe intermedie nelle quali deve necessariamente articolarsi una strategia di lotta antifascista che rifugga dai pericoli opposti ma altrettanto gravi dell’attendismo sterile e dell’insurrezionalismo velleitario. Permane inoltre insoluto il problema dei collegamenti tra l'organizzazione estera del PSI e i compagni rimasti in Italia. Se grande è il numero di 31


nella giusta misura e recepire appieno i fermenti vivificatori di cui sono indubbiamente portatori nella lotta antifascista i leaders giellisti, dall’altro per l'atteggiamento fortemente e spesso anche esasperatamente ipercritico assunto da questi ultimi nei confronti dei partiti tradizionali della sinistra in generale e di quello socialista in particolare, di quella tradizione socialista cioè "della quale - come molto opportunamente ha sottolineato Gaetano Arfè - Rosselli acutamente coglie gli aspetti deteriori, ma che non sa vedere come forza suscitatrice di fede e di eroismo a valutare come fonte di esperienze ideologiche e politiche, che vanno comprese e superate ma non respinte".

PSI, ritengono ormai indifferibile l'avvio di un processo di riavvicinamento tra i due maggiori partiti della sinistra marxista. Se poi esaminiamo la situazione politica interna dell’Italia, vediamo come da essa provengono ai socialisti ulteriori sollecitazioni ad allentare i vincoli di alleanza con le forze di democrazia laica e a ribadire con decisione i peculiari caratteri classisti e rivoluzionari del PSI. All’inizio del 1934 già da alcuni mesi il regime fascista ha superato la fase più acuta della crisi economica, il numero dei disoccupati è diminuito rispetto agli anni 1931-32 e si va verso una relativa stabilizzazione della situazione economica del Paese. Le illusioni di una imminente caduta del regime fascista, vittima delle sue stesse contraddizioni, sono ormai definitivamente svanite e altrettanto può dirsi per la prospettiva a breve termine di una insurrezione popolare capace di abbattere il regime. Sotto questo profilo, a parte il moltiplicarsi dei dissensi e delle polemiche contingenti, la ragione di fondo della crisi dell’alleanza concentrazionista va, a nostro avviso, ricercata nella differenziazione crescente tra due strategie politiche: l'una, la giellista, sostanzialmente imperniata su una concezione insurrezionale e quindi inevitabilmente elitaria della lotta antifascista, l'altra, la socialista, che, tenendo conto della concreta realtà italiana a più di dieci anni di distanza dalla marcia su Roma, si pone in una prospettiva non già di immediata mobilitazione prerivoluzionaria, ma di un lento lavoro di riorganizzazione delle avanguardie e di riattivazione delle masse. Al processo di revisione degli schieramenti formatisi nell’emigrazione e alla progressiva individuazione di una più incisiva ed articolata strategia di lotta antifascista, fa inoltre riscontro - ed è quel che principalmente occorre sottolineare - il rapido maturare all’interno del PSI di una decisa volontà politica tendente all’avvio di un'autonoma azione del Partito in Italia, non più limitata, come negli anni precedenti, alla presenza di militanti socialisti all’interno delle organizzazioni clandestine di GL. è Giuseppe Faravelli che nell’aprile del 1934 lancia per primo dalle colonne dell"'Avanti!” la parola d'ordine del "nuovo fronte". Il "nuovo fronte" è quello della lotta in Italia, l'obiettivo è la costituzione di una autonoma organizzazione socialista in grado di operare nella clandestinità e di assumere in prima persona la direzione della lotta antifascista in Italia. Facendo propria la parola d'ordine del "nuovo fronte", la direzione del PSI a partire dalla primavera del 1934 incomincia a inviare alle organizzazioni periferiche una serie di circolari nelle quali si comunica la decisione presa dal Partito di compiere ogni sforzo per riannodare le fila della cospirazione e della lotta clandestina in Italia e si forniscono le indicazioni di ordine politico e organizzativo atte a rendere tale proposito esecutivo. E’ il preludio alla nascita del Centro interno socialista, la cui costituzione a Milano nell’estate del 1934 coincide

Socialisti e "Giustizia e libertà" Da qui la mancata realizzazione -che non poche conseguenze avrà nelle successive vicende della sinistra italiana - di una intima compenetrazione tra le diverse esperienze socialista e giellista, vale a dire tra il patrimonio storico e politico del movimento operaio italiano, del quale il PSI in esilìo è fedele depositario e vigile custode, e le fresche energie, il soffio di rinnovamento, la carica volontaristica che animano il movimento giellista. Così anche quando con l'adesione di GL alla Concentrazione (novembre 1931) si instaureranno più stretti rapporti di collaborazione tra le due principali formazioni dell’antifascismo di sinistra non comunista, ciò avverrà più che altro sulla base di contingenti motivi di opportunità tattica, quali la volontà dei leaders giellisti di non rompere del tutto i collegamenti con le forze politiche tradizionali e l'impossibilità per il gruppo dirigente del PSI, fermo restando legato l'altro partito operaio, il PCI, all’aberrante teoria del "socialfascimo" elaborata dall’internazionale comunista, di prospettare al proprio partito una valida alternativa in termini di schieramenti politici. Ma allorché, sul finire del 1933, all’interno dell’internazionale comunista incominceranno a manifestarsi i primi segni di superamento della fase più acuta dell’involuzione settaria prodottasi nel movimento comunista europeo e quindi di una sia pur limitata apertura nei confronti dei partiti aderenti all’internazionale operaia socialista, sarà inevitabile che i motivi di contrasto nei rapporti tra il PSI e GL finiscano col prevalere sulle ragioni di opportunità tattica, tanto da portare, nel maggio del 1934, allo scioglimento della Concentrazione. Gli sviluppi della situazione politica internazionale dopo l'avvento al potere di Hitler non poco contribuiscono a far ritenere necessario al gruppo dirigente del PSI la revisione degli schieramenti politici formatasi nell’emigrazione che dal 1927 vedono i due partiti operai italiani divisi da aspre e reiterate polemiche. Sono soprattutto gli avvenimenti politici in Francia del febbraio 1934 (allorché le masse lavoratrici socialiste e comuniste danno una risposta unitaria alle minacce eversive provenienti dall’estrema destra francese) ad avere una grande risonanza tra l'emigrazione politica italiana, rafforzando la posizione di quanti, all’interno del 32


denuncia del pericolo per la pace europea costituito dalla politica estera mussoliniana che i socialisti italiani conducono in sostanziale concordia d'intenti con le due altre principali organizzazioni antifasciste in esilio: i giellisti e i comunisti. Con i primi, dopo le polemiche immediatamente successive allo scioglimento della Concentrazione, i rapporti si sono andati gradualmente normalizzando; con i secondi è ormai in atto quella politica d'unità d'azione che, fatta eccezione per la relativamente breve interruzione degli anni 1939-41, rappresenterà per circa un ventennio una costante nella politica italiana. Ciò tuttavia non esclude che i rapporti tra i due partiti operai attraversino talvolta momenti di frizione o addirittura di crisi, vuoi per la tendenza comunista a scavalcare spesso disinvoltamente i socialisti nella ricerca di più ampie alleanze politiche con formazioni antifasciste non marxiste o a dar vita in maniera del tutto autonoma a spregiudicate e molto discutibili iniziative politiche, quale ad esempio quella dell’appello "ai fratelli in camicia nera" lanciato dal comitato centrale del PCI nell’estate del 1936, vuoi per l'esistenza all’interno del PSI di una componente, capeggiata da Tasca e da Faravelli, caratterizzata da una marcata diffidenza nei confronti della politica di unità d'azione con i comunisti. Favorevoli a quast'ultima sono invece Nenni e Saragat, non perché disposti ad accantonare, e neppure a minimizzare, la presenza di motivi di differenziazione, in taluni casi anche notevoli, tra le impostazioni politiche e ideologiche dei due partiti, né tantomeno ad accettare acriticamente la concezione comunista di una Unione Sovietica punto di riferimento e patria ideale per tutto il movimento operaio internazionale (basterebbe ricordare in proposito la denuncia degli aspetti oppressivi e autoritari presenti nel sistema sovietico operata da Nenni nella relazione al congresso socialista di Marsiglia del 1933, oppure gli articoli apparsi nel 1938 nel "Nuovo Avanti" a commento della tragica e sconcertante vicenda dei processi di Mosca), ma in quanto convinti della necessità di fare dell’unità d'azione tra i partiti di sinistra il nucleo centrale di un più ampio schieramento unitario di forze democratiche capace di fronteggiare, a livello internazionale, la crescente aggressività dei fascismi europei quale ora si manifesta nell’intervento di Hitier e di Mussolini nella guerra civile spagnola a sostegno della sedizione franchista.

cronologicamente con la stipula a Parigi del primo patto d'unità d'azione tra il PSI e il PCI. Una nuova fase Con la seconda metà del 1934 è una nuova fase che si apre nella storia del PSI in esilio. La costituzione del Centro interno, composto da un gruppo di giovani antifascisti raccolto attorno a Rodolfo Morandi e Lucio Luzzatto, la cui scelta antifascista si sostanzia di una quanto mai rigorosa riflessione storico-politica e il cui impegno organizzativo permette all’esperienza del Centro interno di superare l'iniziale dimensione milanese per raggiungere e collegare nuclei socialisti operanti anche in altre regioni dell’Italia settentrionale e centrale, imprime nuovo impulso e vigore al già avviato processo di rinnovamento del Socialismo italiano. Tra coloro i quali hanno garantito la sopravvivenza politica e organizzativa del PSI in esilio e quanti, per la prima volta dopo le leggi eccezionali, hanno dato vita a un'autonoma centrale clandestina del Partito in Italia, si apre ora infatti, sia pure tra mille difficoltà, un fecondo scambio di informazioni, di analisi e di opinioni sulla situazione politica italiana e internazionale. In particolare, "Politica Socialista", la nuova rivista la cui pubblicazione ha avuto inizio a Parigi nel settembre del 1913 e alla quale, dall’agosto dell’anno successivo, collabora anche una "redazione italiana" espressione del Centro Interno, rappresenta il punto di incontro e di confronto delle differenti esperienze di militanti socialisti formatisi in condizioni storiche profondamente diverse ma accomunanti dall’esigenza di una revisione politica complessiva della strategia di lotta del movimento socialista italiano. Cosi nelle pagine di "Politica Socialista" gli editoriali di Angelo Tasca dedicati alla politica estera si alternano con le penetranti analisi sociologiche che Bruno Maffi fa giungere dall’Italia, gli scritti di Nenni e di Buozzi con quelli di Morandi e di Luzzatto. A parte il contributo di una sempre stimolante riflessione politico-ideologica sui grandi temi della lotta al fascismo e della rinascita del Socialismo italiano, l'aspetto più originale e interessante dell’apporto specifico che alla rivista del PSI viene dalla "redazione italiana", è certamente quello di una particolare attenzione rivolta alla realtà quotidiana dell’Italia fascista, alle profonde modificazioni intervenute nella società italiana a diversi anni di distanza dalla marcia su Roma. E ciò non poco contribuisce a far si che l'incessante impegno propagandistico profuso dai socialisti italiani nell’opera di sensibilizzazione antifascista dell’opinione pubblica internazionale assuma sempre più i caratteri di una puntuale e documentata denuncia delle profonde e insanabili contraddizioni strutturali di un regime, quello fascista, in cui il mito dello stato corporativo maschera le reali condizioni di sfruttamento e di indigenza delle classi subalterne e la retorica patriottica cela la minaccia di una politica estera avventurosamente aggressiva. L'aggressione fascista all’Etiopia vede il PSI portare il contributo di una limpida e pluridecennale tradizione antimilitarista e anticolonialista nella battaglia comune di

Nenni in Spagna Di quanto da vicino le sorti della repubblica spagnola interessino la causa dell’antifascismo e della democrazia in Europa i socialisti italiani danno prova di chiara e immediata consapevolezza: nell’agosto del 1936 Nenni è tra i primi dirigenti dell’internazionale socialista a giungere in Spagna con il compito di coordinare gli aiuti politici e militari alla repubblica; il mese successivo è Fernando De Rosa a cadere mentre alla testa dei suoi miliziani guida una controffensiva contro i franchisti; è tutto il PSI che si mobilita nei suoi organi di stampa, nelle limitate risorse finanziarie, nel generoso entusiasmo 33


dei suoi militanti a sostegno dei contadini e degli operai spagnoli in lotta. Forse più rapidamente di ogni altro partito socialista europeo, sono infatti i socialisti italiani a rendersi immediatamente conto di come la rivolta militare capeggiata da Franco, lungi dall’essere un semplice episodio di lotta politica interna che si verifica in un Paese arretrato sotto il profilo socio-economico, rappresenta invece soltanto una delle prime manifestazioni dell’attacco mortale che il fascismo internazionale si accinge a portare alle democrazie europee. Da qui lo stretto nesso che lega la causa della Spagna repubblicana e le sorti dell’antifascismo europeo; da qui lo slancio con cui, nella fedeltà alla migliori tradizioni internazionaliste del movimento operaio europeo, i socialisti italiani si battono per la libertà del popolo spagnolo scrivendo cosi una delle pagine più gloriose della lunga e tormentata storia dell’esilio. E soprattutto Nenni, il leader dei socialisti italiani il cui nome assurge proprio in questi anni a grande notorietà e prestigio internazionali, che nelle decine e decine di articoli scritti in Spagna e pubblicati nel "Nuovo Avanti" di Parigi si sforza di dimostrare ai democratici europei l'estrema importanza della posta in gioco in terra di Spagna, di comunicare loro la consapevolezza, così viva negli antifascisti italiani, di come le trincee che solcano la Spagna siano le trincee della pace e della democrazia in Europa. E quando poi le sorti della guerra civile, a causa del crescente divario dei mezzi militari a disposizione dei contendenti, cominceranno a volgere a sfavore dei difensori della repubblica, i socialisti italiani non verranno meno al dovere internazionalista di criticare non soltanto i governi delle nazioni democratiche occidentali ma anche alcuni partiti ed esponenti della stessa Internazionale socialista per l'insufficiente sostegno offerto alla causa della libertà e della democrazia in Spagna di fronte all’intensificarsi dell’intervento fascista e nazista a fianco delle truppe franchiste. La cessazione dell’ultima resistenza repubblicana in Spagna precede di poche settimane lo scoppio del secondo conflitto mondiale e di poco più di un anno lo scatenamento dell’offensiva hitleriana sul fronte occidentale. Con l'occupazione nazista della Francia le possibilità di sopravvivenza organizzativa del PSI si riducono pressoché a zero: il "Nuovo Avanti" cessa le pubblicazioni, i dirigenti si disperano o vengono catturati dalla Gestapo, quasi più nulla sembra ormai rimanere del PSI se si fa eccezione per la centrale svizzera affidata ad Ignazio Silone. Ma lo sforzo di quanti in quindici anni di esilio, tra mille difficoltà e a costo di notevolissimi sacrifici, hanno garantito la sopravvivenza politica e organizzativa del Partito non è stato vano. Allorché tra la fine del 1942 e l'inizio dell’anno successivo, mentre il regime fascista si avvia verso l'ineluttabile disfatta militare e politica, si porranno le premesse della riorganizzazione del PSI in Italia, agli anziani militanti rimasti in patria fedeli alla gloriosa bandiera del Partito di Matteotti e ai giovani formatisi

alla dura scuola della clandestinità, i vari Nenni, Pertini, Morandi, Saragat, Buozzi, Modigliani, Jacometti e tanti altri dirigenti e militanti tornando dall’esilio, dalle carceri, dal confino, riconsegneranno un Partito che non solo in virtù di una mai interrotta continuità politico-organizzativa, è rimasto saldamente ancorato alle migliori tradizioni classiste, internazionaliste e libertarie del movimento socialista italiano, ma all’interno del quale si è prodotto un profondo processo di revisione critica delle esperienze passate e di rinnovamento politicoideologico. Sarà questo Partito che, arricchito dalla confluenza di nuovi gruppi di ispirazione socialista, quali il Movimento di unità proletaria di Basso e l'Unione proletaria di Zagari e Vittorelli, e soprattutto confortato dalla rinnovata adesione di ampi settori della classe lavoratrice, si impegnerà con tutte le proprie forze nella lotta di liberazione nazionale, offrendo alla Resistenza italiana un ingente contributo di intelligenza, di sacrificio e di eroismo e svolgendo un ruolo determinante nella lotta per la libertà, la democrazia, la repubblica. §§§

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1946-1948: LA RICOSTITUZIONE DEL PARTITO. DALLA REPUBBLICA AL FRONTE POPOLARE, di Pasquale Amato

Rossa. Ben più amaro e difficile era stato il Ventennio nero per i socialisti. Essi, intanto, avevano vissuto in maniera traumatica (per uomini come Turati, Treves, Prampolini era stato anche un dramma morale e generazionale) il forzato passaggio da una trentennale lotta politica condotta sui binari della legalità e impostata sulla conquista democratica di spazi sociali (mediante le Case del popolo, le Università popolari, i circoli, il sindacato, le cooperative) e di spazi istituzionali (i municipi e il Parlamento) ai metodi paramilitari che erano necessari nella lotta clandestina. In secondo luogo, perdurando il naufragio della Seconda Internazionale nonostante esperienze originali come l'austromarxismo e il planismo, era mancato un saldo e prestigioso punto d'ancoraggio all’esterno che assicurasse loro una protezione politica, basi organizzative sicure, flussi consistenti e continui di finanziamento per sopravvivere all’estero o per organizzare la lotta clandestina in Italia. Insomma, mentre Nenni faceva il giornalista a Parigi e Pertini il muratore a Marsiglia, e Morandi investiva i beni della sua famiglia per tenere in vita il Centro Interno Socialista almeno nel Nord, i dirigenti comunisti in esilio ricevevano, come ha testimoniato Amendola, un regolare rimborso mensile da Mosca e a De Gasperi e a Gonella avevano assicurato casa e lavoro in Vaticano. Da queste carenze politiche e finanziarie erano derivate una forte instabilità e varietà da posizioni politiche, una estrema precarietà nell’azione clandestina, labili e discontinui collegamenti tra Direzione all’estero e gruppi operanti in Italia, l'impossibilità per lo stesso Centro Interno di estendere la sua azione in tutto il Paese, una diffusa frammentarietà di iniziative individuali o di piccoli gruppi, un costante dissanguamento di energie, in quanto molti giovani cresciuti in ambienti familiari socialisti erano affluiti verso la più articolata e capillare organizzazione clandestina comunista per l'impossibilità di contatti con la più debole e disarticolata presenza del PSI. Quella socialista, insomma, era stata una vera e propria "diaspora". E la convivenza tra i reduci di essa risulta, sin dai primi passi del PSIUP, difficile e, per alcuni versi, quasi impossibile. A causare lacerazioni non è tanto l'incontro del complesso retaggio di una tradizione di cui permangono l'umanitarismo, la laicità, il liberalismo, l'autonomia nazionale del movimento operaio e il neutralismo con filoni nuovi quali il luxenburghismo, il trotzkismo, il socialismo liberale rosselliano, il keynesismo di sinistra di Morandi, l'europeismo di Colorni, il pragmatismo della nenniana "politique d'abord”. Anzi, da questo crogiuolo di idee e di spinte a volte contrastanti scaturiranno decisioni, proposte, iniziative che daranno una forza catalizzante inaspettata ad un Partito considerato dai più come morto e sepolto. Gli spartiacque che attraversano il corpo del PSIUP, e che lo dilanieranno impedendo lo sviluppo delle sue potenzialità, hanno origine proprio nella "diaspora", nelle troppe strade diverse che gruppi e leaders hanno percorso in tanti anni senza una bussola e senza poter mettere a confronte le rispettive esperienze.

Ricordando nel '63 su Mondo Operaio la tormentata vicenda socialista del secondo dopoguerra, Arfè ha definito la fase del ‘43-'47 come quella “dell’orda, tumultuaria, pittoresca, caotica, ricca forse potenzialmente di avvenire". La nuova sigla, PSIUP (Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria), è in effetti la prima testimonianza che il partito che si rifonda a Roma nell’agosto del ‘43 risulta dall’incontro e dalla fusione tra il vecchio PSI, riunificatosi a Parigi nel 1930 e ricostituito a Roma nel settembre 1942 da Romita, Canevari, Lizzadri, Vernocchi e Perrotti, il Movimento di Unità Proletaria costituito a Milano nel gennaio del'43 da Basso, Luzzatto e Bonfantini e il nucleo romano di Zagari, Vassalli e Solari che ha in Eugenio Colorni l'ispiratore. Ma non sono soltanto socialisti di generazioni diverse. Essi portano nella nuova formazione politica anche i segni di esperienze differenti, dall’esilio al confino, dalla lotta clandestina interna al carcere, dai giovani formatisi nell’area del dissenso fascista a coloro, e sono la maggioranza dei quadri intermedi, che pur isolati hanno rifiutato dignitosamente di aderire al regime, subendone licenziamenti e trasferimenti arbitrari, pedinamenti e sorveglianza speciale, angherie e umiliazioni. Le differenze tra essi sono però molto più marcate rispetto a quelle che interessano dirigenti e militanti della DC e del PCI. I cattolici hanno potuto contare sul saldo punto di riferimento della Chiesa. All’ombra dei compromesso dei Patti Lateranensi del ‘29, De Gasperi e Gonella hanno potuto essere protetti dal Vaticano, l'Azione Cattolica e la FUCI hanno mantenuto una continuità organizzativa e operativa, gli intellettuali cattolici hanno potuto esercitare una notevole influenza e, a partire dal '35-'36, è emersa una classe dirigente che ha esercitato una vera e propria egemonia su settori vitali della vita pubblica come l'IRI. Quindi i cattolici sono rimasti dentro il Paese e in posizioni anche elevate, ne hanno seguito l'evoluzione, hanno più degli altri la conoscenza della realtà che si accingono a governare. Dal canto loro, i comunisti hanno mantenuto anche essi una forte omogeneità tra fuorusciti e interni, tra carcerati e confinati, grazie ad alcuni fattori fondamentali: la struttura organizzativa fondata sul centralismo democratico (la più adatta, per la disciplina che richiede, per un'attività clandestina) e soprattutto il riferimento al partito guida bolscevico, prestigioso sul piano psicologico (grazie ai miti della prima rivoluzione proletaria e di Stalin), potente sul piano politico, utilissimo sul piano pratico per l'aiuto finanziario e organizzativo. Si presentano, pertanto, nel '43 già rodati e organizzati in maniera capillare nell’intero Paese, e ulteriormente rafforzati dai successi militari dell’Armata 35


I dirigenti dell’emigrazione, Nenni Saragat, Modigliani, portano con sè il bagaglio delle esperienze dolorose ed esaltanti dell’antifascismo europeo e danno ai problemi dimensioni che risentono di un ampio respiro internazionale. I vecchi militanti che hanno resistito in silenzio sono legati alla tematica degli Anni Venti e risentono degli influssi del riformismo e del massimalismo, se non sul piano della strategia politica, almeno per quanto concerne quello degli atteggiamenti e dei comportamenti. I dirigenti dei gruppi clandestini interni, Morandi, Pertini, Basso, Colorni, portano nel nuovo Partito e nella Resistenza, di cui diventano i capi di parte socialista, il segno di un'intransigenza rivoluzionaria che per alcuni (come Basso) significa fare terra bruciata della tradizione del vecchio PSI e ricominciare da zero. Questi tronchi sono peraltro attraversati da venature sottili o marcate al loro interno. Tra gli emigrati, Nenni, sulla scorta delle esperienze dal '19 al '22 in Italia e di quelle degli Anni Trenta in Europa, ritiene indispensabile che il Partito sia sempre al centro dell’iniziativa politica per non lasciare spazi alla destra sempre pronta a cogliere le debolezze altrui per andare al potere (è la "politique d'abord”) che esso debba puntare su un sistema di alleanza per non trovarsi isolato prima di tutto a sinistra (unità d'azione col PCI) e poi non perdere i contatti coi partiti di democrazia borghese (le larghe alleanze di unità antifascista). Saragat concorda con lui sul primo e sul terzo punto ma, da quando nel '39 i partiti comunisti non hanno avuto scrupoli nello schierarsi a favore di Mosca nel patto Hitler-Stalin, ritiene che il rapporto col PCI non debba essere privilegiato. Piuttosto il Partito deve recuperare la sua completa autonomia di giudizio e di azione perché l'obiettivo dei socialisti, la democrazia e la libertà per i lavoratori, è antitetico al totalitarismo comunista.

sinistra italiana. Tuttavia, gli stanno stretti il centralismo e l'allineamento rigido con Mosca. Sceglie quindi di condurre nel PSIUP la battaglia per creare le premesse del Partito unico dei lavoratori, d'impronta chiaramente classista e coerente mente rivoluzionaria, senza "compromessi" con le forze politiche della borghesia. Per questi motivi vuole fare del PSIUP il laboratorio del futuro Partito e nel contempo favorisce tutte le spinte in favore di una maggiore unità col PCI. Forza e debolezza del PSIUP In sostanza, l'intreccio delle variabili dell’arcipelago socialista è talmente articolato che durante la Resistenza il Partito raccoglie nel suo seno molte nuove energie. Dentro di esso si ritrovano tutti: dai giovani di Iniziativa Socialista che sognano un'Europa federata, democratica e socialista in contrapposizione al sistema autoritario e burocratico stalinista a quelli che, pur aderendo al nuovo Partito, hanno nel PCI la loro bussola d'orientamento politico, in Mosca il loro culto, in Stalin il loro mito, nel partito unico dei lavoratori il loro sogno. Basso spiega nel '45 che gli uni e gli altri scelgono il PSIUP perché è il Partito " più aperto ai giovani, il più ricco di possibilità per essi, il meno legato a schematismi e a formule, il più agile, il più aderente alle situazioni concrete del momento"; in sostanza, in esso sono meno presenti che nel PCI l’ostacolo, la remora, l'impedimento al rinnovamento". E' questa la forza del PSIUP nel periodo di ripresa della vita democratica. Essa risponde del resto alla sua storia, al suo essere sempre stato il Partito portatore dei valori della Riforma protestante nel nostro Paese, quindi con un'alta tolleranza di differenza e di dissenso, senza verità assolute ma con la convivenza di più verità costantemente sottoposte al confronto, alla sperimentazione, alla verifica. Caratteri opposti a quelli cui si richiamano il mondo culturale cattolico al servizio della Chiesa e la cultura ufficiale comunista al servizio del Partito. Il clima di fervido dibattito interno, l'autonomia di elaborazione e la libertà di critica attirano verso l'area culturale socialista molti intellettuali di sinistra non disponibili a subire il ruolo di "organici" nel sistema comunista. E’ da tener presente, a questo proposito, che accanto al dogma della superiorità del Partito, il PCI offre una serie di vantaggi consistenti e sbocchi soddisfacenti sul piano personale: scuole di Partito, istituti di studi e biblioteche, riviste specializzate, giornali, case editrici, efficace rete di distribuzione e propaganda del prodotto culturale. Con i caratteri della spontaneità e nella più assoluta disorganicità sorgono comunque numerosi centri di aggregazione anche nell’area culturale socialista. A Milano, al ritorno di "Critica Sociale" si affiancano la "Società Umanitaria" per iniziativa di D'Aragona e Riccardo Bauer e l’Università Popolare diretta da Emanuele Zazo. Sempre a Milano Paolo Grassi e Giorgio Strehler lavorano per la creazione di un teatro moderno e vicino alle classi popolari e fondano, nel '47, il "Piccolo Teatro". A sua volta lo stesso sindaco socialista di Milano, Antonio Greppi, si fa promotore del

Il dibattito interno Anche tra i protagonisti della lotta clandestina si possono individuare linee divergenti. Morandi, in polemica con Bauer, ritiene superate le esperienze sia della Seconda Internazionale sia Comintern e auspica da una parte un rinnovamento del Socialismo fondato sulla libertà, sul metodo democratico delle riforme di struttura e sulla politica di piano, e dall’altra un processo di unificazione del movimento operaio in ogni Paese che parta dal basso, con le masse che creano nella lotta i loro nuovi strumenti di organizzazione politica. Il gruppo romano che si ispira all’insegnamento di Colorni si fa portatore di un disegno politico che realizzi anch'esso un cambiamento radicale in senso socialista, ma guardando all’Europa Occidentale e ai valori di democrazia e di libertà piuttosto che al modello sovietico e al suo rappresentante in Italia, il PCI. Su posizioni che si richiamano senza sottintesi al messaggio del Socialismo riformista, pragmatico e umanitario di Turati e Anna Kuliscioff si colloca il gruppo che rifonda la Critica Sociale nel '45 e che fa capo a Ugo Guido Mondolfo e a Faravelli. Basso, al contrario, considera il vecchio PSI ormai defunto e vede nel PCI il nuovo partito della 36


"Cineclub Mario Ferrari" col fine di diffondere la nuova cultura cinematografica a livello popolare. Una cultura che, come scrive Bosio, "deve lottare per gli uomini, con gli uomini per la liberazione degli uomini", riscopre il "verismo" italiano e il "realismo" del romanzo americano in campo letterario e esprime i valori morali e poetici che alimentano la speranza e il mito di una nuova società nel cinema neorealista. Fiorisce la stampa socialista. Particolarmente ricchi di spunti e fermenti nuovi sono già durante la Resistenza i fogli clandestini destinati a speciali categorie e ceti sociali ("L'Operaio", "La terra", "La compagna", “Il Partigiano", "Rivoluzione Socialista" della Federazione Giovanile, "Edificazione Socialista" dedicato ai tecnici) e la rivista ideologica "Politica di Classe". Dopo la Liberazione nascono alcune riviste: "Iniziativa Socialista", "Compiti Nuovi" e "Quarto Stato". Un serio e organico tentativo di far coagulare questi innumerevoli rivoli in un alveo comune viene compiuto dal '45 al '47 da Rodolfo Morandi, il quale, oltre a farsi promotore di una rivista ideologica ufficiale del Partito, "Socialismo", fonda nel novembre 1945 l'istituto di Studi Socialisti. Il programma e le iniziative dell’istituto sviluppano una visione strategica del movimento operaio potenzialmente antagonista a quella togliattiana e ipotizzano strutture democratiche partecipative nel l'organizzazione di Partito antitetiche al burocratismo stalinista. Infatti l'istituto si prefigge di far compiere al Partito un salto di qualità passando dalla fase dell’agitazione con obiettivi generici ad una fase di costruzione e realizzazione mediante un programma d'azione "sul terreno economico e sociale". E intende colmare il distacco tra tecnici e politici, formare centri d'indagine sociale, estendere e ramificare la presenza organizzativa del Partito preparare i giovani quadri "con serietà di intenti alla vita politica". Attorno all’istituto si aggregano molti intellettuali, soprattutto di formazione tecnica e scientifica, e ne scaturiscono significative proposte: l'industrializzazione diffusa come forza nuova di propulsione nel sistema economico stagnante del Mezzogiorno, ribaltando così la tesi gramsciana che condanna il Sud al suo ruolo prevalentemente agricolo perciò Morandi fonda nel dicembre 1946, assieme all’economista cattolico Pasquale Saraceno, la SVIMEZ come strumento di analisi e di proposta; il progetto sui Consigli di Gestione; l'elaborazione di un "Piano Socialista" fondato sulla democrazia della vita produttiva e su grandi riforme di struttura. Da parte sua, Nenni conferma la sua capacità di cogliere i fermenti emergenti, di farsi portatore di istanze di grande respiro, di condurre battaglie su questioni di principio che hanno rilevanza politica. Il rifiuto di entrare nel secondo governo Bonomi nel dicembre del ‘44, il rientro al governo con Parri, l'incarico di ministro per la Costituente nel primo governo De Gasperi rappresentano altrettante tappe decisive per vincere la non facile resistenza delle forze conservatrici, raccolte attorno alla monarchia e sostenute da Churchill, e arrivare il 2 giungo del ‘46 alla Costituente e alla Repubblica. E una grande battaglia politica, una grande

scommessa adatta alle caratteristiche del leader socialista, che assomma alle doti di tributo quelle dell’abile e paziente tessitore. Altrettanto significativo è il "no" all’art. 7, che ha introdotto, grazie al voto determinante del PCI, i patti Lateranensi nella Carta Costituzionale. Nenni si richiama ai valori laici della tradizione democratica e socialista per rivendicare il diritto di libertà religiosa di ogni cittadino e il dovere dello Stato di rispettare alla pari qualsiasi confessione religiosa, senza privilegi e trattamenti di favore. Questo Partito così composito, così vivace intellettualmente, così ricco di fermenti e di idee, autonomo rispetto a centri di potere esterni, libero nelle elaborazioni e nelle proposte, attrae non soltanto i ceti operai del Triangolo, gli artigiani, gli intellettuali illuminati, alcune tradizionali categorie come i ferrovieri, ma per la prima volta nella sua storia consistenti fasce di ceti medi urbani professionali e produttivi, piccoli e medi imprenditori. A Milano prende voti nei quartieri operai, ma anche nel centro urbano. Le amministrative della primavera del ‘46 e le politiche del 2 giugno lo vedono inaspettatamente collocarsi al primo posto assoluto in alcune grandi città a partire da Milano e al primo posto tra i due partiti di sinistra nell’insieme del Paese. Eppure, già subito dopo il successo del 2 giugno, il PSIUP comincia a evidenziare i segni della crisi che lo porterà alla rottura di Palazzo Barberini nel gennaio successivo. La sua debolezza trae origine dalle stesse caratteristiche che ne hanno determinato il successo elettorale: esse lo rendono instabile politicamente, impediscono la costruzione di una forte organizzazione interna e una articolata e radicata presenza nella società, ne erodono l'immagine tra interminabili contese sulla sua natura, sul suo ruolo nella sinistra e nel nuovo stato democratico, sul suo Statuto, sui rapporti con gli altri partiti e in particolare col PCI, sulla collocazione internazionale. Un primo terreno di scontro si crea tra coloro che aspirano ad un processo rapido di fusione col PCI per realizzare l'unità del movimento operaio e coloro che invece vogliono costruire un forte Partito socialista, libero dai condizionamenti di Mosca e del PCI. L'ipotesi fusionista, inserita nel Patto d'Unità d'Azione del ‘43 ma scomparsa in quello del '44 tornata in auge nel Primo Consiglio Nazionale del luglio-agosto del ‘45 e definitivamente accantonata nel Comitato Centrale dell’ottobre successivo, aleggia in tutte le discussioni interne del Partito, ne condiziona e spesso paralizza la crescita delle strutture organizzative. Nel frattempo il PCI va avanti per la sua strada, rafforza e capillarizza le sue strutture, e ignora più volte i socialisti decidendo in piena autonomia, nonostante gli impegni sottoscritti nei vari Patti. Altri campi di battaglia in cui emergono spartiacque profondi sono quelli della presenza nella società e nei luoghi di lavoro. Nel primo si confrontano tre posizioni. Morandi, riecheggiando la Luxemburg, sostiene che le masse creano da sé nel corso della lotta, i propri istituti e strumenti di partecipazione senza bisogno di essere 37


guidate dagli organismi fiancheggiatori messi su dai comunisti. I riformisti di "Critica Sociale" e i giovani di 1niziativa Socialista" concordano sull’esigenza che i socialisti ricreino una rete diffusa di organizzazioni che filtrino nel sociale i principi ispiratori della politica del Partito: i primi rimettono in piedi la Lega dei Comuni Socialisti, i secondi decidono di far uscire la FGS dal Fronte della Gioventù e fondano l'Associazione dei Falchi Rossi e l'Associazione Sportiva Socialista Italiana (ASSI). Lelio Basso, attento a creare le condizioni per l'unità del movimento operaio, ritiene queste iniziative disgreganti rispetto all’esigenza di partecipare alle organizzazioni di massa dirette dal PCI: scioglie difatti la Lega e fa annullare dal Comitato Centrale dell’ottobre '45 l'uscita dei giovani socialisti dal Fronte. Risultato: Elena Caporaso osserva nel dicembre del ‘45 che mentre DC e PCI si sono attrezzati consolidando organismi esistenti e creandone di nuovi, ad esempio quelli femminili di massa (CIF e UDI), il PSILIP s'è perso in interminabili discussioni riducendosi alla fine con “l’aderire debolmente e con riluttanza alle iniziative comuniste". Tessendo e ritessendo la tela di Penelope delle iniziative fatte e disfatte, anche su questo terreno il Partito arriva all’appuntamento a mani vuote, ripiegando sulle iniziative altrui. Simile è la vicenda della lunga disputa sui NAS e sullo Statuto. Tutto il Partito concorda sull’esigenza di ristrutturarsi, in quanto le sezioni territoriali sono perdenti di fronte alla concorrenza delle cellule comuniste nei luoghi di lavoro. I NAS (Nuclei Aziendali Socialisti) si rivelano una valida risposta organizzativa. Ma di nuovo il Partito si spacca tra Basso che chiede la totale indipendenza politica dei NAS e Faravelli che sostiene la dipendenza dei NAS dalla Sezione. Risultato: Morandi riesce a far passare una soluzione di compromesso che prevede l'autonomia dei NAS ma alla presenza dei dirigenti della Sezione. Ne scaturisce una estrema confusione tra i quadri e militanti che farà il gioco dei cattolici, presenti tramite le ACLI, e soprattutto dei comunisti, i quali offrono certezze e stabilità, in quanto la cellula è una cinghia di trasmissione della sezione territoriale. Ma lo scontro sui NAS, come quello sulla presenza sociale autonoma o unitaria, non è tecnico. Esso sottintende il più ampio scontro politico sulla natura e sulla funzione del PSIUP. Per Basso, e per buona parte delle correnti di sinistra, esso deve essere esclusivamente il partito della classe operaia; per "Critica Sociale" esso deve coinvolgere strati più vasti e diversificati per trasformarsi in partito della classe lavoratrice in senso lato. Gli obiettivi sono opposti: per Basso il Partito è l'avanguardia del Partito unico della classe operaia, è un laboratorio, è una tappa intermedia verso la meta finale. Per Critica Sociale, invece, il Partito deve attrezzarsi ideologicamente e organizzativamente in maniera autonoma perché, se vuole conquistare la maggioranza in un regime parlamentare, deve puntare sull’aggregazione di vasti consensi non soltanto tra gli operai, ma anche tra i ceti medi produttivi.

Divergenze interne Nonostante gli inviti di Morandi all’equilibrio, alla ponderazione, alla misura delle espressioni, a contenere la polemica entro i limiti che soli possono legittimare “l’esistenza di tendenze di correnti diverse di pensiero in seno al Partito". I primi mesi del ‘46 si caratterizzano per la recrudescenza della lotta tra le correnti. Alla relazione della segreteria uscente (Nenni-Morandi) si aggiungono le mozioni di "Critica Sociale', Iniziativa Socialista", Pertini-Silone, "Quarto Stato" di Basso, "Compiti Nuovi" di Lizzadri. Morandi, Foscolo Lombardi e Jacometti mettono in guardia contro la proliferazione artificiosa delle correnti, che il Partito nella sua maggioranza non riesce a recepire nelle loro sofisticate e bizantine differenziazioni. Al Congresso di Firenze questa china pericolosa della spaccatura verticale tra due socialismi viene alimentata soprattutto da due interventi: quelli di Saragat e di Basso. Il primo descrive in maniera brillante il "dio che ha fallito" (il regime sovietico e quelli di cosiddetta democrazia popolare), evoca la sorte triste del PSIUP se il movimento operaio italiano fosse assegnato in un'ipotetica divisione del mondo all’egemonia sovietica, illustra la sua visione del Socialismo, strettamente legato alla civiltà occidentale, realizzatore dell’umanesimo socialista contro la barbarie stalinista. Il secondo accentua lo steccato già eretto da Saragat, gli imprime una forte carica ideologica, invita a una scelta netta che non ammette soluzioni intermedie. Non c'è - egli afferma una politica diversa dalla "politica di classe"; non c'è una specificità socialista rispetto al PCI perché non c'è differenza di classe". Piuttosto, ci sono due partiti contrapposti: quello non classista, a suo giudizio "piccolo borghese" e "opportunista" deve andarsene. La conclusione del Congresso è compromissoria. Morandi, sconfitto nel suo tentativo di trovare una composizione unitaria, lascia la segreteria. La direzione-paritetica è una conferma che ormai vi sono due partiti in uno. L'impressione che se ne trae a caldo è che non vi siano nè vincitori nè vinti. Ben presto gli avvenimenti dimostreranno che un vincitore c'è stato: il partito della scissione. La scissione di Palazzo Barberini Infatti nonostante i successi elettorali delle amministrative e delle politiche, l'atmosfera interna al PSIUP nella seconda metà del ‘46 diventa sempre più irrespirabile. Faravelli parla dell’incompatibilità nella stessa formazione politica tra li "socialismo democratico" e il "totalitarismo comunista". Basso rincara la dose definendo i riformisti di "Critica Sociale" come “l’ultimo baluardo della borghesia contro gli assalti" del proletariato. Nel corpo dilaniato del Partito, che offre ampi varchi, s'infittiscono le incursioni esterne di chi, a destra e a sinistra del PSIUP, è interessato alla rottura. La stampa moderata e settori della DC premono su Saragat perché rompa coi "criptocomunisti" e recuperi la libertà di giudizio e di autonomia dei socialisti. I comunisti dal canto loro soffiando sul fuoco in maniera 38


massiccia e articolata attraverso tutti i canali di cui dispongono: gli attacchi continui della loro stampa ufficiale e di quella fiancheggiatrice a Saragat e agli altri esponenti autonomisti; il lavoro ai fianchi sui quadri socialisti nel sindacato, nelle cooperative e nelle organizzazioni "unitarie"; gli interventi politici dei loro quadri infiltrati già dal periodo della Resistenza nel PSIUP a tutti i livelli (dalla Direzione con Mancinelli sino alle Sezioni); la- partecipazione in massa alle assemblee e ai Congressi locali socialisti dei loro militanti col chiaro intento di condizionare il dibattito e i risultati di esso. I risultati delle amministrative del novembre '46, che segnano un sensibile calo dei socialisti rispetto ai comunisti, si tramutano in un altro argomento di scontro. Gli autonomisti attribuiscono il risultato negativo al l'appiattimento della "sinistra" sulle posizioni del PCI, sia nelle scelte politiche che in quelle tecniche (le liste uniche dei Blocchi del popolo). Gli "unitari' ribaltano l'accusa sull’azione polemica pubblica degli autonomisti, che ha finito con lo scolorire l'immagine del Partito e ne ha minato l'entusiasmo e l'impegno organizzativo. Nel vortice si lascia trascinare anche Nenni, il quale, replicando ad un attacco di Saragat, si lascia sfuggire l'affermazione che l'albero socialista deve liberarsi dei suoi "rami secchi". Quando percepisce che la situazione va precipitando è già tardi. A quel punto Saragat e Faravelli da una parte e Basso e Lizzadri dall’altra stanno marciando a tappe forzate verso la "soluzione" finale. E a nulla valgono il tentativo in extremis dello stesso Nenni su Mondolfo, l'appello ai doveri di tutti, maggioranza e minoranza, lanciato sull’Avanti! da Morandi, l'accorato ultimo invito che Pertini va a rivolgere agli scissionisti già riuniti a Palazzo Barberini. Saragat può finalmente costruire un "suo" Partito socialista libero e indipendente. Basso, liberatosi dalla zavorra "piccolo borghese" e "opportunista”, parla addirittura di "vittoria" e coglie i frutti della sua battaglia ascendendo alla segreteria del Partito, tornato intanto al vecchio nome. Può anch'egli avviare la costruzione del "suo" partito, il "partito della classe". Ripeterà sempre la teoria della scissione come liberazione", come "secessione dei notabili", anche se ammetterà nel '58 alcune conseguenze di essa sul corpo del Partito: "Dimezzato o quasi il gruppo parlamentare, allontanatisi molti dirigenti periferici, e fra questi gran parte degli uomini più conosciuti e più influenti del vecchio socialismo.... privato o quasi di ogni risorsa finanziaria, con molte federazioni acefale, con una base fondamentalmente fedele ma incerta e smarrita, spesso lacerata nel contrasto fra l'istinto di classe e l'attaccamento ad uomini che si allontanavano dal Partito, talvolta semplicemente disgustata e stanca della lunga lotta delle frazioni, quasi sempre ad qgni modo con idee confuse". E soltanto una parte della verità. Sul piano culturale la scissione rappresenta una mezza decapitazione. In primo luogo, priva il Partito dell’apporto di due gruppi di notevoli capacità d'elaborazione e aggregazione culturale: i riformisti di "Critica Sociale", i quali assicuravano il rapporto con i settori più illuminati dei ceti medi, gli operai specializzati, gli artigiani delle

aree industrializzate del Nord, settori importanti della piccola e media impresa; ed i giovani di “Iniziativa Socialista" che si trascinano via gran parte della Federazione Giovanile e fanno mancare al Partito il filone europeista. In secondo luogo, si viene a formare un piccolo esercito di "apolidi", tra cui non pochi intellettuali, che per anni non prenderanno alcuna tessera restando parcheggiati in un'area di confine tra PSI e scissionisti. La spietata guerra aperta tra PSI e PSU trasforma d'altronde fabbriche, uffici, sindacato, cooperative, sezioni, circoli in altrettanti livelli di conflitto. Le reciproche accuse tra i dirigenti, non soltanto politiche ma spesso personali, sezioni separate da muri, gare per gli elenchi degli iscritti, contese su sedi di Federazioni, di cooperative, di circoli finiscono col far prevalere nei quadri socialisti l'impegno concorrenziale contro i loro ex-compagni rispetto al militantismo sindacale e al proselitismo politico. Se ne avvantaggiano i comunisti, i quali invece devono soltanto affiancare al militantismo sindacale o cooperativistico il proselitismo politico. Essi si muovono lungo due direttrici convergenti: da una parte alimentano i contrasti inserendosi in essi e parteggiando per il PSI; dall’altra conducono una sottile campagna di propaganda contro tutti i socialisti, presentati come poco seri, litigiosi e rissosi. Il terreno è fertile: la maggioranza degli operai non sono politicizzati e hanno il problema impellente dell’incerta situazione occupazionale, mentre i dirigenti delle cooperative sono occupati a far quadrare difficili bilanci. Gli uni e gli altri sono poco disponibili quindi a seguire le interminabili discussioni tra i socialisti e molto più disposti ad accogliere i comportamenti omogenei dei comunisti. Così nelle fabbriche del Triangolo, dove nel '46 i socialisti erano ancora a ridosso dei comunisti, nel '47-'48 questi ultimi conquistano quasi ovunque la maggioranza assoluta e i socialisti scendono dal 30-35% al20% circa. Nell’estate del ‘47 al I Congresso della CGIL e in quello della Lega delle Cooperative questo rapporto di forze viene confermato, mentre i socialisti perdono tra l'altro anche la presidenza della Lega, che era stata tenuta sino ad allora dal vecchio riformista Canevari, passato con gli scissionisti. Anche il peso politico dei due Partiti è ridimensionato alle loro reciproche più ridotte dimensioni. Il PSI entra nel III governo De Gasperi nel febbraio del ‘47 con due soli ministri (Morandi e Romita), mentre il PSDI, quando vi arriverà, si ridurrà a far da supporto alla DC in una funzione subalterna. I fautori della scissione non avevano calcolato bene questo aspetto: che le due anime, essendo in un certo senso complementari, una volta sciolti i legami tra di esse, sarebbero state risucchiate una nell’area moderata dominata dalla DC e l'altra nel sistema comunista. Durante il '47 i segni dell’involuzione si evidenziano soprattutto nel PSI, nonostante Basso impegni il Partito in un notevole sforzo di riorganizzazione, Nenni concentri le sue energie per caratterizzare meglio la funzione dei socialisti nella Costituente, Morandi 39


evidenzi l'originalità dell’apporto del Partito, al Governo con i 14 punti per il rilancio economico e fuori dal governo con la proposta del “Piano Socialista". Lombardi porta la maggioranza del disciolto Partito d'Azione nel PSI. Ma la fine del tripartito e l'acuirsi del clima internazionale, in assenza anche dell’efficace controspinta dei riformisti, favoriscono i settori del Partito più sensibili al totem dell’unità. Per cui il PSI lancia la proposta di un grande Fronte Democratico Popolare, mentre Mosca costituisce il Cominform e Zdhanov teorizza la divisione del mondo in due campi contrapposti, "uno antidemocratico e imperialista" guidato dagli Stati Uniti e l'altro "antimperialista e democratico" capeggiato dallo Statoguida sovietico. Facendo leva su questa divisione manichea del mondo, nei Paesi dell’Est europeo i Partiti socialisti vengono liquidati costringendoli alla fusione. I socialisti europei dell’Ovest intanto si schierano a favore del Piano Marshall e compiono una chiara scelta di campo in senso occidentale. In questo clima, che in politica interna comporta la svolta deflazionistica di Einaudi con migliaia di licenziamenti e pur sussistendo una distanza notevole tra l'apparato organizzativo del PSI e quello del PCI, al Congresso dell’Astoria, nel gennaio del ‘48, il PSI decide la lista unica col PCI. La decisione è sofferta. Nonostante le pressioni dell’apparato, un terzo dei delegati si dichiara d'accordo con Lombardi, Pertini e Romita nel preferire le liste separate. Ma Nenni è convinto di poter rinverdire il successo del Fronte Popolare del ‘36 in Francia e di poter recuperare il “gap" organizzativo accordandosi in anticipo sui candidati da eleggere. Morandi, dal canto suo, vede nella lista unica l'occasione per superare le strutture partitiche tradizionali della sinistra facendo crescere dalla mobilitazione dal basso una nuova struttura politica unitaria.

preferenze, mentre gli elettori comunisti fanno convergere le preferenze sui candidati "indicati" dal loro partito. Infine, nella radicalizzazione della campagna elettorale, l'attenzione si polarizza sulla lotta tra due schieramenti internazionali. La DC rappresenta l'Occidente, la democrazia, la Chiesa, gli Stati Uniti. Il Fronte (e per esso il PCI che l’egemonizza) impersona l'Oriente, il totalitarismo, Stalin l’URSS. Ne fa le spese l'area socialista. Il suo gruppo dirigente, sia per effetto della "diaspora" sia perché privo di saldi punti di riferimento all’esterno in un periodo di forte internazionalizzazione della politica interna, non è riuscito ad operare un processo di sintesi per incalanare l’orda" e renderla promotrice di una strategia politica complessiva. Anzi s'è prima lacerato, poi diviso, infine combattuto in campo aperto, dilapidando le potenzialità del Partito. Il 71% degli scissionisti è certo un bel risultato, ma esso non è rilevante nè condizionante rispetto alla straripante vittoria della DC, nella cui area d’influenza il PSLI sarà presto ingoiato. Quanto al PSI, esso aggiunge al danno la beffa: nella sconfitta del Fronte emerge una sua disfatta politica, cui si aggiunge una ancor più rilevante decimazione numerica: dai 115 deputati del ‘46, ridottisi a 65 nel gennaio del ‘47, scende a quota 40. Ne traggono vantaggio il PCI e la DC. Il primo conquista la leadership della sinistra. La seconda ne ricava un profitto ancor più consistente. Come s'è visto, nel '46 i socialisti, ancora uniti e forti della loro tradizione di movimento democratico e riformatore radicato nella storia del Paese, avevano dimostrato le loro potenzialità concorrenziali nei confronti del Partito di De Gasperi, aggregando consensi non soltanto tra gli operai ma anche tra i ceti medi urbani produttivi. La loro disgregazione, con la contemporanea affermazione del PCI come maggiore partito della sinistra, sgombra alla DC il terreno dall’unico possibile e credibile suo concorrente alla guida del Paese nel breve e nel lungo periodo.

Le conseguenze del 18 aprile Prevale la logica delle cose rispetto alle illusioni. Il Fronte si riduce sostanzialmente a un cartello elettorale PCI-PSI, il suo programma non è altro che un fiacco elenco di generiche riforme, la sua caratterizzazione propagandistica e organizzativa è di marca PCI, la sua collocazione internazionale è così chiara che il colpo di Stato di Praga viene giustificato, alimentando timori e allarmi. Si svuota così di significato anche il nutrito elenco di intellettuali prestigiosi che aderiscono al Fronte della Cultura. Infatti un folto stuolo di intellettuali dell’area laico-socialista si rifiuta di appoggiare i clericali, ma non ha fiducia nel PCI e in Mosca, quindi sceglie la lista di "Unità Socialista", ricca di personalità prestigiose e la sola che si richiama al socialismo liberale, democratico e indipendente dai blocchi. Su di essa si riversano peraltro i suffragi di quegli elettori tradizionalmente vicini alle posizioni di "Critica Sociale". I socialisti che seguono il PSI nell’avventura della lista unica non perdono altresí la loro mentalità di "ordinamento civile" rispetto a quello "militare" del PCI. Scelgono in libertà i candidati da votare e disperdono le

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1948-1962: GLI ANNI DEL FRONTISMO. L'AUTONOMIA SOCIALISTA E LA NASCITA DEL CENTRO SINISTRA, di Pasquale Amato

vecchio e il nuovo colonialismo, ma anche contro le tendenze centralizzatrici e oppressive dello Stato sovietico. Quanto al l'organizzazione del Partito Lombardi fa ricorso alla sua storia e alla "sua tradizione incancellabile e inestinguibile", per cui i suoi militanti sono da sempre refrattari ai rigidi inquadramenti disciplinari. Quindi tentare di fare del PSI un partito leninista significherebbe fare "un'inutile doppione" di un partito che esiste già, ed è il PCI. Anche per ciò che concerne, infine, il ruolo del Partito, Lombardi indica la sua peculiarità rispetto al PCI. Quest'ultimo, pur con la "sua forza, il suo dinamismo, i suoi mezzi e la sua esperienza" ha dei limiti oggettivi d'iniziativa politica dovuti alla subordinazione nei confronti della politica sovietica. Il PSI, grazie alle sue caratteristiche storiche ed al rifiuto di seguire l'URSS “ad occhi chiusi”, può invece rispondere meglio all’esigenza di farsi interprete dell’autonomia nazionale della lotta di classe e assumere la guida della sinistra essendo i comunisti paralizzati dai legami con il Comintern. Partendo da questa piattaforma, che costituisce il primo lucido e organico tentativo di sintesi tra motivi del riformismo e dell’autonomia e esigenze nuove collegate con la presenza di un forte PCI, sintesi la cui mancanza aveva prodotto la disgregazione del 1947-48, Lombardi si muove per modificare i rapporti sia coi comunisti, sia con gli scissionisti e la già folta schiera degli "apolidi". Scioglie l'accordo del Fronte pur confermando il Patto di unità d'azione "ma su un piano di parità, come non sempre era avvenuto in passato". Vincola il recupero degli scissionisti e degli "apolidi" all’accoglimento di tre punti ritenuti irrinunciabili in quella fase politica: neutralismo, non collaborazione coi governi centristi, appoggio all’unità sindacale, nella delicata fase che la CGIL attraversa, con la scissione della corrente cattolica nell’agosto del ‘48. Imposta la politica internazionale sull’impegno a fondo per una "prospettiva di scambi di idee, di istituzioni, di esperienze, di uomini fra i due blocchi", per la costruzione di una unità europea e per fornire appoggio ai popoli del Terzo Mondo che lottano per liberarsi dal giogo del colonialismo. Morandi è di tutt'altro avviso. Aveva creduto fermamente che potesse affermarsi in Italia un Partito socialista liberato dal l'esasperazione del dibattiti, dalla loro cristallizzazione in schieramenti, dal l'irrigidimento della contrapposizione tra essi fino allo sbocco in traumatiche scissioni. Era avvenuto esattamente il contrario, compresa la scissione di Palazzo Barberini. Aveva difeso sin dai tempi del Centro Interno Socialista il principio dell’autonomia nazionale della classe operaia che crea nella lotta i suoi strumenti criticando la subordinazione della politica nazionale a quella sovietica da parte del PCI. Ma l'internazionalizzazione della campagna elettorale, col massiccio intervento propagandistico degli Stati Uniti, lo ha convinto che sia in atto un tentativo da parte dell’imperialismo capitalistico guidato dagli USA di scatenare una terza guerra mondiale con l'obiettivo di annientare il socialismo, di cui l'URSS è considerata simbolo. Aveva peraltro ritenuto che la scissione di

Dopo la sconfitta del Fronte si diffonde tra i militanti socialisti un'ondata di malcontento e di risentimento che investe i maggiori responsabili delle scelte del Partito. Avanza da più parti la richiesta di un Congresso straordinario. Basso intende resistere. Nenni invece appoggia la proposta annotando nel suo diario: "Chi perde paga e noi abbiamo perso una grossa battaglia. Perché allora ostinarsi?". L'orgoglio ferito dei militanti si riversa difatti, nel Congresso straordinario di Genova, sulla mozione di "Riscossa Socialista" ispirata da Riccardo Lombardi, che al Congresso di gennaio aveva invitato a "lasciar sopravvivere una riserva di politica socialista" adottando le liste separate. La sinistra di Nenni, Morandi e Basso riconquisterà la maggioranza nel Congresso di Firenze del maggio 1949, dopo dieci mesi in cui il travaglio socialista trova espressione in un confronto che tocca punte di asprezza a volte più elevate della vigilia di Palazzo Barberini. In effetti si confrontano due schieramenti legati a opposte tesi sulla concezione del Partito, sulla sua funzione nel Paese e sulla sua collocazione internazionale. Ad impersonare compiutamente queste tesi contrapposte sono da una parte Lombardi (che assume la direzione dell"'Avanti!” mentre Jacometti si insedia alla segreteria), dall’altra un Morandi ormai orientato verso posizioni cominformiste e staliniste. La posta in palio è la ricerca di una via che permetta al Partito di recuperare un suo ruolo di protagonista, pur dopo il netto ridimensionamento della sua forza elettorale (secondo calcoli abbastanza attendibili la percentuale di voti del PSI nel '48 si aggira attorno al 9%), della sua capacità d'iniziativa politica, della sua presenza sociale (la perdita della leadership nel sindacato, nelle cooperative, nelle altre organizzazioni di massa create dal socialismo turatiano). Lombardi intanto cerca di recuperare l'identità socialista. Rivendica con fermezza la caratterizzazione del PSI come partito di sinistra che, pur non rompendo i rapporti col PCI, ha comunque una sua area d'influenza diversificata rispetto a quella comunista e una sua sfera d'azione autonoma e non in rapporto sussidiario alle scelte dell’altro Partito. Rifiuta così la teoria dello Stato-guida e quella connessa del Partito-guida. Le idee-forza di questo PSI, partito autonomo di sinistra, sono costituite dallo sviluppo dei temi della specificità socialista: la difesa dei valori della libertà, la applicazione del metodo democratico, la conferma dell’autonomia nazionale della classe operaia, l'impegno internazionalista per la costruzione dell’unità europea e a favore dello sviluppo nazionale del Socialismo in ogni Paese e del diritto all’indipendenza dei popoli contro il 41


Palazzo Barberini avesse tolto al PSI molti quadri e dirigenti di primo piano e con molto prestigio ma con un seguito di massa effimero. Perciò il 7,1 % di Unità Socialista è stato da lui interpretato non tanto come un risultato favorito dalla scelta della lista unica quanto come conferma dell’intervento statunitense e conseguenza dei cedimenti di tipo socialdemocratico" e delle "gravi debolezze" organizzative del PSI. Sulla scia di questa metamorfosi, Morandi ritiene che si possa risollevare il PSI dalle ceneri non con gli “opportunismi" e "deviazionismi" socialdemocratici di Lombardi e neanche con la "diversità" socialista cui lui stesso aveva creduto sino a circa un anno prima, ma serrando le file, mettendo da parte le "dispute ideologiche", lasciando cadere le differenze e ricercando le "identità" coi comunisti. Con la terza guerra mondiale alle porte, non si può continuare a criticare la degenerazione burocratica della rivoluzione russa perché così si corroderebbe '1a fiducia di cui la classe lavoratrice si alimenta", mentre è necessario contrapporre al mito dell’America il mito di Stalin. L'acuirsi della guerra fredda, con la persecuzione maccartista negli USA, l'adesione dell’Italia al Patto Atlantico, l'irrigidimento del Comisco in direzione filo-americana in Occidente; il muro di Berlino, la condanna di rito e l'ondata dei processi staliniani all’Est le ripercussioni in Italia con l'invadenza clericale nella società e nelle istituzioni - e la repressione scelbiana nelle fabbriche e nelle campagne, tutti questi elementi fanno saltare il tentativo lombardiano dando spazio al nuovo Morandi cominformista e stalinista. L'apparato del Partito, costituito in buona parte durante la segreteria Basso, è favorevole del resto alla soluzione "unitaria" e sabota la già debole gestione Jacometti. Per il PCI è altresì determinante, per evitare l'isolamento, avere ai proprio fianco un PSI come quello che è nei progetti di Morandi, mentre giudica pericoloso quello che sta disegnando Lombardi. Dal canto suo, Nenni, pur profondamente scottato coi comunisti per l'amara esperienza del 18 aprile ma sempre saldamente ancorato alla preoccupazione di non lasciare il Partito senza alleanze stabili, considera in questo frangente (dato anche lo stato di debolezza del Partito) troppo rischioso tenere una posizione concorrenziale col PCI senza poter contare su una valida alleanza alternativa. Per questi motivi appoggia Morandi nella riconquista del Partito e nell’instaurazione del "partito unitario", in attesa di tempi più favorevoli alla ripresa di una politica autonoma del PSI.

l'imposizione dell’autocritica, hanno risposto all’esigenza di "pace interna" diffusa tra i militanti, dopo logoranti polemiche e laceranti divisioni e scissioni. Le campagne di proselitismo per I’Avanti!, il rafforzamento dell’apparato, la valorizzazione di giovani quadri, l'impegno per dare al Sud una prima elementare struttura organizzativa, la guerra dichiarata all’elelettoralismo e al personalismo, hanno galvanizzato i militanti e gli iscritti, impegnandoli in un frenetico attivismo. La "cura" del centralismo democratico ha, insomma, dato alcuni risultati indubbiamente positivi. Lo stesso atteggiamento settario, senza la minima ricerca di dialogo verso gli scissionisti socialdemocratici è stato utile ai fini interni, perché ha indicato nei "socialtraditori" il bersaglio verso cui indirizzare l'amarezza e la delusione del 18 aprile. Ma, già nel medio periodo, alla fine del 1950 e soprattutto dopo il Congresso di Bologna del 1951 (che anche nell’oleografia fu stalinista), la "svolta" mostra le sue crepe. In sostanza essa comporta l'accettazione, da parte del PSI, dei cardini per cui si era verificata la scissione di Livorno: riconoscimento di Mosca come Stato-guida, l'applicazione del centralismo nella gestione del Partito e degli altri organismi, il rapporto col sindacato e le organizzazioni di massa regolato dal sistema della Il cinghia di trasmissione", la concezione della sudditanza della cultura alla politica. Ma, quel che è peggio, l'accettazione non avviene in maniera diretta (il che avrebbe richiesto una fusione che neanche i comunisti volevano. Essa include anche la soggezione al Partito-guida in Italia, il PCI, di cui il PSI sceglie sostanzialmente di essere partito-appendice. Si tratta, quindi, di una scelta che stravolge la natura, la specifica e originale presenza dei socialisti nella società civile e politica italiana. I comunisti, dai canto loro, battono sui ferro caldo: operano una distinzione rigida fra i "socialisti sinceri" e "non riformisti" da salvare, e i socialisti "relitti del vecchio riformismo" da condannare. Questa distinzione comporta una distillata distruzione del prestigio del Socialismo turatiano, contrabbandato non come antesignano del PSI o del gruppo di "Critica Sociale", che è collocato a sinistra tra i socialdemocratici e si oppone alla collaborazione centrista, ma della politica subalterna alla DC di Saragat. Così, nel clima rigido degli "inverni" staliniani, l'apparato del PSI applica un "centralismo di complemento": soffoca ogni dissenso; emargina Basso perché questi non approva il ruolo ausiliario del Partito, che si unisce "alle lotte della classe operaia" dirette dal PCI; obbliga i quadri impegnati negli organismi di massa a direzione comunista e a partecipazione socialista a subire i comportamenti più tracotanti per non rischiare l'accusa, infamante, di anti-unitari; conduce nel sindacato, dove più forte che altrove è la resistenza di militanti e iscritti all’invadenza comunista, una vera e propria normalizzazione; chiude i battenti dell’istituto di Studi Socialisti e affossa, con Valori, le uniche due organizzazioni socialiste superstiti, i Falchi Rossi e l'ASSI, obbligandole ad entrare rispettivamente nell’Associazione Pionieri (API) e nell’UISP, entrambe a

Il "Partito ausiliario" "Ideologicamente, senza riserva alcuna, noi assumiamo il leninismo come interpretazione e sviluppo del marxismo": con queste parole, pronunciate a Modena nell’aprile 1950 al IV Convegno dei Giovani Socialisti, Morandi sintetizza la "sua" svolta del ‘49. Di essa egli può, dopo undici mesi, misurare gli effetti nel breve periodo: lo scioglimento delle correnti e la pratica dell’unanimità, la rigida disciplina, il divieto della critica e 42


direzione comunista e partecipazione socialista; fa di tutto, insomma, per far dimenticare, e disperdere tanta parte del patrimonio socialista di tradizioni, di idee, di presenze nelle istituzioni di classe. Gli effetti sulla psicologia dei militanti socialisti sono pesanti e di lungo periodo. Vecchi quadri si sentono sradicati dal loro passato, costretti a rinnegare cioè le lotte politiche cui avevano dato il loro personale contributo. I giovani che negli anni della Resistenza e all’alba della Repubblica si erano avvicinati al PSI, attratti dalla vivacità dialettica e dall’apertura del Partito alle novità, sono ora costretti a ricercare le "identità" con lo stalinismo. Gli intellettuali dell’area socialista, abituati ad occupare l'area della libertà a sinistra, sono stretti nella morsa drammatica della scelta tra il mandare il proprio cervello in soffitta, l'esporsi a condanne per "eresia" o chiudersi in un frustrante silenzio. Anche quei giovani che abbracciano con entusiasmo fideistico l'unitarismo ausiliario, gli ultràs "unitari" che guardano al PCI come modello e s'impegnano per realizzarlo nel PSI, ben presto, delusi dalla sorda resistenza del "corpo socialista" allo stalinismo, si disamorano del loro Partito giudicandolo incapace di raggiungere il "modello" e si sentiranno sempre più estranei ad esso via via che sarà predominante una politica autonomista. Lo stesso Morandi nel corso del 1952 accenna ad un primo ripensamento sull’esperienza "ausiliaria", visti alcuni esiti negativi di essa nel medio periodo: le iscrizioni diminuiscono, i convegni di quadri sono generici e preparati e svolti con "diffusa trascuranza", i giovani di valore, quando fanno la scelta a sinistra, optano per il PCI. Non si poteva certo attendere un'iscrizione massiccia ad un partito che aveva messo la sordina alle sue diversità. Né era illogico che i giovani migliori, i quali decidevano di saltare il fosso della adesione totale al dogmatismo staliniano erano più stimolati ad aderire al PCI e diventarne "intellettuali organici" piuttosto che iscriversi al suo doppione imperfetto, il PSI.

poggio alle posizioni comuniste, e dall’altra il protagonista del nuovo corso sindacale. A partire dal '54 egli sostiene infatti la necessità di superare lo scontro frontale nel Paese e quindi l'avvio di un processo di profonda revisione delle strategie di lotta del sindacato in grado di fronteggiare le trasformazioni tecnologiche, organizzative e socioeconomiche intervenute nelle realtà aziendali. Pone inoltre la questione del pluralismo sindacale col superamento della polemica distinzione tra "sindacato unitario" e "sindacati scissionisti" (CISL e UIL). Indica come possibili basi d'incontro con gli altri due sindacati una linea autonoma dal governo, dal padronato e dai partiti e la contrattazione aziendale. I segni della "normalizzazione" sindacale restano comunque nel l'eliminazione del sistema del Congresso a mozioni, fondato sulla tesi che le correnti che avevano rifondato nel '44 la CGIL non erano tre (socialista, comunista e cattolica) ma due (marxista e cattolica). Essendo uscita la seconda, l'altra poteva fare congressi con tesi "unitarie". Il che ha significato in quegli anni l'imposizione nella CGIL del centralismo, congelando così all’interno di essa un'eventuale espressione autonoma o una crescita della componente socialista. Bosio, dal canto suo, conduce una coraggiosa azione intellettuale "eretica" rispetto alla linea di politica culturale del PCI. La storiografia ufficiale comunista è impegnata in quegli anni a svalutare l'intera esperienza socialista antecedente al 1921 e ad esaltare la scissione di Livorno come vero e proprio atto di nascita del movimento operaio italiano, in quanto momento del passaggio alla matura presa di coscienza della propria funzione egemonica grazie alla "guida sicura" di Mosca e del PCI. L'intellettuale mantovano si muove in direzione opposta. Tramite la rivista "Movimento Operaio" organizza una ricerca storica capillare sul movimento operaio e socialista prima del 1921, rivalutandolo come moto di civiltà popolare, processo di risveglio politico, affermazione del momento autoctono e di autonomia ideale e culturale della sinistra italiana. Il successo è immediato ed entusiasmante. Le Botteghe Oscure non sopportano l'eresia. E incaricano Feltrinelli, che nel frattempo è divenuto l'editore della rivista, di emarginare Bosio e tutti i collaboratori socialisti. L'epurazione avviene nella primavera del 1953. Nello stesso periodo emergono i segni di un lento distacco del PSI dal vincolo cieco dell’immobilistico scontro "muro contro muro" del frontismo. Protagonista delle scelte politiche del Partito torna ad essere Nenni, il quale, pur appoggiando lealmente l'azione morandiana, ha sempre ricercato tutte le occasioni per recuperare al PSI una propria autonoma presenza. Nel 1952-53, sfruttando l'avvio della distensione internazionale, egli vi incunea una prima apertura verso la sinistra socialdemocratica proponendole "un terreno d'azione comune o parallelo", spiega la scelta "ausiliaria" del 1949 come conseguenza dell’arroccamento centrista, lancia nel gennaio del 1953 la proposta deII’”AIternativa Socialista" presentandola

Il risveglio "autonomista" "Doppione" imperfetto anche perché i fermenti autonomisti covano sotto la fuliggine di un unanimismo stalinista estraneo alla cultura e alla tradizione storica socialista. I fenomeni di rigetto del "virus" staliniano si evidenziano in tutti i settori, ma soprattutto nel sindacato e nella cultura. Nel primo sono impersonati da Fernando Santi, nel secondo da Gianni Bosio, oltre che da gruppi di intellettuali, tra cui Guiducci e Fortini, che danno vita a riviste semiclandestine come "La Verità", "Giorni Presenti", "Discussioni" e "Ragionamenti". Santi è il naturale erede di Bruno Buozzi, interprete coerente delle migliori tradizioni del riformismo padano e dell’autonomismo sindacale socialista, che nella CGIL del secondo dopoguerra ha assunto i connotati di rivendicazione dell’autonomia rispetto all’egemonia esercitata dal PCI. Egli diventa quindi da una parte il punto di riferimento della forte resistenza della base operaia socialista ai diktat dell’apparato sempre in ap43


come "un ponte largo e solido gettato sulla frattura politica e sociale" del 18 aprile. Risveglia altresì nei militanti, con la lista separata e la battaglia contro la legge maggioritaria, il gusto di battersi per il simbolo del Partito e di condurre una grande battaglia di principio. Infrange infine la resistenza degli stalinisti facendo rientrare in direzione Lombardi e Santi. Le elezioni del 7 giugno rafforzano “l’operazione Nenni" grazie al recupero elettorale e d'immagine del PSI mentre segnano la fine del "centrismo storico" e quella del suo leader De Gasperi. Si apre un periodo di forte instabilità e si cominciano a ipotizzare alleanze con aperture a destra o a sinistra. Nenni, preoccupato di non lasciare vuoti in cui possa incunearsi una destra uscita anch'essa rinvigorita dal 7 giugno, dichiara la disponibilità del PSI all’apertura a sinistra. E nel gettarne le basi, da una parte comincia a parlare dell’interpretazione della NATO e non più della sua esistenza, e dall’altra ricorre al programma dell’austromarxismo degli Anni Trenta per impostare l'incontro sui terreno delle "cose" con i cattolici. Assieme ad un Morandi che sta riprendendo i fili di un brillante discorso interrotto nel 1948-49 e ad un Lombardi che torna protagonista dopo anni di ibernazione stalinista, il leader socialista lancia difatti al Congresso di Torino del 1955 la proposta di una alleanza di governo con la DC. Una risposta positiva a quei settori del mondo cattolico e della stessa DC (Gronchi, La Pira, Mattei, la sinistra di base, Vanoni) che manifestano interesse ad una svolta a sinistra della crisi centrista. I nodi del possibile incontro sono indicati nel Piano Vanoni, nell’applicazione della Costituzione e in riforme di struttura all’interno; l'accettazione socialista della NATO nella interpretazione difensiva, l'apertura all’Est e la cooperazione con i Paesi emergenti del Terzo Mondo in politica estera. Raniero Panzieri, intanto, recupera la tematica del primo Morandi e rivendica, tramite alcuni convegni, la specificità della cultura socialista portatrice dei valori di libertà, di critica e di ricerca, in alternativa al dogma comunista della partiticità della cultura e della scienza. Rivaluta, inoltre, con un Convegno a Matera, l'apporto originale dato da Rocco Scotellaro, il sindaco-poeta socialista di Tricarico che aveva sostenuto l'autonoma capacità d'espressione della cultura contadina utilizzando il nuovo approccio sociologico nella tecnica d'indagine e suscitando una levata di scudi del comunista Alicata. Settori dello stesso apparato peraltro si mostrano impazienti della sudditanza ideologica e politica al PCI, quindi sempre più disponibili a favorire le forti spinte autonomiste mai spentesi ed ora alimentate dalla situazione interna ed internazionale.

Egli sostiene che il “lato oscuro e sconcertante sta nel modo con cui il culto della personalità si è trasformato in demolizione". Ma è troppo facile e semplicistico per i nuovi dirigenti russi scaricarsi la cattiva coscienza puntando sull’anticulto di Stalin, dopo essere stati partecipi per decenni del suo culto. No, non si può accettare, come fa Togliatti, di ridurre agli errori di un uomo solo crimini di vaste dimensioni quali l'eccidio di milioni di piccoli coltivatori. Le radici dello stalinismo sono piuttosto da ricercare nel sistema sovietico, fondato sulla dittatura di un partito unico. L'intervento sovietico in Ungheria e la repressione sanguinosa che ne segue confermano la validità della tesi nenniana sul sistema bolscevico. Il segretario socialista dichiara che la condanna del PSI significa "confermare quarant'anni di battaglie contro l'intervento straniero” e precisa che non è in discussione "il diritto delle rivoluzioni a difendersi, ma il principio che la difesa di una rivoluzione proletaria o è affidata ai petti e alle armi dei lavoratori o diviene impossibile". In campo comunista, cento intellettuali escono allo scoperto rompendo la cappa togliattiana, e Antonio Giolitti contesta il giustificazionismo del segretario del PCI sulla repressione sovietica. Osserva che quando l'imperialismo massacra in Algeria e in Malesia "fa il suo mestiere, lo sappiamo, e perciò lo combattiamo. Ma se si macchiano degli stessi orrori le forze che portano il socialismo, allora non soltanto sono offese la civiltà e l'umanità, ma sono dilaniate le nostre speranze, calpestate le nostre convinzioni, sporcati i nostri ideali. Mentre Togliatti emargina i dissenzienti, costringendoli a dimettersi o espellendoli, nel PSI l'apparato si divide: una parte si schiera sulle posizioni di Nenni, un'altra si colloca su posizioni di critica da sinistra al PCI (Panzieri), una terza, quella dei fedelissimi "ultràs" unitari, tenta anch'essa di giustificare l'invasione sovietica e si guadagna il soprannome di "carrista". Ma l'anima del Partito è ormai con Nenni, si riconosce in lui. Il PSI comincia a ritrovare il suo volto Il Congresso di Venezia nel febbraio 1957 segna un vero e proprio spartiacque nella storia socialista del secondo dopoguerra. Esso rappresenta l'uscita ufficiale dal tunnel frontista sul piano politico e una tappa decisiva nella lunga marcia di recupero del ruolo di protagonista che il Partito ha cominciato ripartendo quasi da zero dopo il "suicidio" del 1947-48. Nenni rilancia Il immagine del PSI riaffermandone i tradizionali valori umanitari e libertari, precisando che "senza libertà tutto si avvilisce, si corrompe, anche le istituzioni create dalle rivoluzioni proletarie", sottolineando che la trasformazione dei mezzi di produzione e di scambio "nell’etica socialista è pur sempre un mezzo e non il fine, il fine essendo la liberazione dell’uomo". Basso, dal canto suo, puntualizza i tre punti essenziali d'accordo nel dibattito congressuale: la conferma del metodo democratico, l'autonomia nei rapporti coi comunisti, l'avvio del processo di unificazione socialista sulla base di una "piattaforma di convergenza" dopo il

Il crollo di un mito Il terreno, quindi, è già arato quando sul movimento operaio si abbatte come un uragano il XX Congresso del PCUS, nel febbraio 1956 e il rapporto Kruscev sui crimini staliniani. È il crollo di un mito. Anche per Nenni, il quale è pronto nella reazione e lucido nel giudizio. 44


primo approccio dell’incontro Nenni-Saragat a Pralognan nell’agosto del 1956. Con la risoluzione finale di Venezia, che riflette in buona parte la relazione di ampio respiro del segretario, il PSI imposta il rapporto col PCI abbandonando qualsiasi patto vincolante e affermando la piena libertà d'azione; conferma la scelta del "dialogo coi cattolici" e ne indica la possibile realizzazione in una politica economica di riforme incisive, dirette a realizzare la democrazia reale in campo economico e sociale; rivede l'atteggiamento verso l’URSS, non riconoscendola più come patria del Socialismo e Stato-guida del movimento operaio mondiale; manifesta l'adesione di principio alle prospettive del processo di unità europea che di lì a pochi mesi avrebbe portato il PSI all’astensione sul MEC e al voto favorevole all’Euratom in polemica aperta col PCI, nettamente contrario; dà inizio alla politica di unificazione socialista non soltanto sul piano teorico ma recuperando al Partito l'apporto di gruppi "apolidi" come l'USI e Unità Popolare; abbandona il neutralismo filo-sovietico dei primi anni '50 ritirandosi dal Consiglio Mondiale dei Partigiani della Pace (che ha dimostrato sì di parteggiare, ma per l'URSS, in occasione dei fatti ungheresi) e riconoscendo la NATO, pur se nell’interpretazione difensiva. Il successo di Nenni, sull’onda dei traumi del 1956 che egli ha saputo indirizzare, è sul piano politico indiscutibile. A renderlo molto amaro sono i risultati del voto per l'elezione del Comitato Centrale, che lo stesso segretario ha voluto per la prima volta libero e democratico. Ha dato così, inconsapevolmente, l'occasione agli "ultràs" unitari di ridimensionare la sua vittoria assicurandosi, grazie alla loro capacità di manovrare i delegati, una maggioranza di membri in Comitato Centrale. La loro ostilità alla svolta autonomista, se si pensa agli effetti dell’ausiliarismo, è da considerarsi scontata: per Vecchietti, Valori, Luzzatto, qualunque politica del PSI che si ponga anche timidamente fuori dall’alveo del grande padre PCI e che si affianchi all’Occidente nell’attacco alla chiesa moscovita, che liberi cioè il Partito dal rapporto "ausiliario" col comunismo, rappresenta un grande tradimento della classe operaia e del Socialismo, un indebolimento per il movimento operaio di fronte al nemico di classe, un cedimento al capitalismo e all’imperialismo. Il totem dell’unità guidata dal PCI è talmente intoccabile che per essi Venezia non è altro che il "congresso della capitolazione". Il PSI modellato sul PCI che essi avevano sognato e tentato di imporre, proprio a Venezia, difatti, si allontana dalle loro aspirazioni e diventerà dal 1959, quando Nenni vincerà anche numericamente il Congresso di Napoli, sempre più estraneo alla loro visione politica. Le ripercussioni del voto per il Comitato Centrale sono comunque gravissime. Le conclusioni di Venezia hanno suscitato speranze nella cultura socialista e in quella comunista del dissenso. C'è chi, come Onofri, propone una vera e propria "Costituente Socialista" che dia luogo a una formazione nuova, unitaria e democratica, del Socialismo italiano". C'è chi, come Guiducci, parla di un

"New Deal Socialista", di un nuovo corso che abbia al centro una politica di programmazione per realizzare l'umanesimo socialista. Viceversa nel PSI s'instaura un clima di diffidenza e di sospetti, di bizantinismi, di manovre di corridoio e colpi di mano; in secondo luogo s'introduce una lacerazione insanabile che sfocerà nella scissione del PSIUP nel 1964; infine, la maggioranza del Comitato Centrale che dovrebbe gestire la linea politica di Venezia è nettamente contraria a questa linea ma non trova il coraggio di estromettere Nenni dalla segreteria. Ne scaturisce, nel biennio 1957-59, una condotta del Partito spesso contraddittoria, in cui il ruolo della sinistra "carrista" risulterà senz'altro quello di frenare, ritardare, far perdere mordente, credibilità, tempo prezioso ad un coerente sviluppo della politica autonomista appena avviata. Un esempio su tutti: la vicenda degli ex-comunisti. I comunisti dimessisi o espulsi dal PCI in seguito prima al dissenso con Togliatti sull’interpretazione del Rapporto Kruscev e poi alla rottura sui fatti ungheresi percorrono vie diverse, ma il gruppo più consistente e qualificato, raccolto attorno ad Antonio Giolitti, si avvicina al PSI e dopo qualche tempo ne chiede l'iscrizione. Si scatena la bagarre: per la sinistra di Valori e Vecchietti gli ex-comunisti sono traditori del movimento operaio e del Partitoguida di esso. Quindi non possono essere accettati, per una questione di coerenza, nel "secondo" partito del movimento operaio. Le domande d'iscrizione restano sospese per mesi. Per Giolitti si ricorre a un voto del Comitato Centrale cui i "carristi" non partecipano. Luciano Vasconi, nonostante sia entrato nella redazione dell"'Avanti!" di Milano, deve attendere tre anni perché la federazione socialista di Torino, controllata dagli ultràs "ausiliari", gli conceda la tessera. Nel frattempo, molti intellettuali e militanti ex-comunisti si disperdono e qualcuno rientra nel PCI. Il PSI non utilizza che in minima parte quindi l'unica occasione, dal 2 giugno 1946, di accogliere linfa nuova di militanti che hanno per la prima volta ritenuto che esso ha connotati che lo rendono migliore dell’altro partito di sinistra. E non sarebbe stato poco, visto che dal 1943 i socialisti sono stati perseguitati dal l'ossessionante immagine del PCI come partito più forte, più organizzato, più efficiente, insomma "migliore del PSI". In sostanza, nei due anni da Venezia a Napoli, vengono tarpate le ali alla svolta nenniana, non permettendole di cogliere i frutti sul piano di un considerevole rafforzamento e consolidamento del PSI. Salta altresì qualsiasi processo di ristrutturazione del Partito in funzione dei nuovi compiti che esso si accinge ad assumere. Infatti, per realizzare la nuova linea politica era necessario un partito che fosse aperto a recepire le istanze di quell’area di sinistra schiacciata per anni sotto il rigido tallone staliniano e nel contempo si ponesse il problema della selezione e preparazione di una classe dirigente nuova, in grado di affrontare il futuro impegno di governo. Ma il risultato di Venezia ha scombussolato tutti i Programmi. Messo alle strette dall’offensiva degli "unitari", i quali ricevono oltretutto il pieno appoggio 45


politico, organizzativo e anche finanziario del PCI (interessato a far saltare la linea di Venezia), Nenni non ha scelta. Se non vuoi soccombere, deve porsi il problema di rispondere all’attacco anche sul piano organizzativo, aspetto per cui ha sempre manifestato una vera idiosincrasia tanto da demandare tale incombenza prima a Basso, poi a Morandi. Non gli resta altra via, allora, che affidarsi ai quadri dell’apparato che hanno scelto di schierarsi sulla sua linea. Essi difatti sono gli unici in grado di contrastare, usando gli stessi metodi (mobilitazione organizzata della base, radicalizzazione del contrasto e riduzione a pochissime idee-forza, emarginazione di tutti i dubbiosi e cooptazione dei fedelissimi), i quadri di apparato "unitari". Grazie a questo apporto, Nenni può vincere il Congresso di Napoli, poi quello di Milano nel 1961 e quello di Roma nel 1963. Ma il prezzo che il Partito nel suo insieme paga è molto alto. La lunga lotta tra "autonomisti" e "unitari" cui il segretario socialista è stato costretto dall’arroccamento dei fedelissimi dell"'unità" è egemonizzata dall’una e dall’altra parte dai “fratelli separati" dell’apparato morandiano, ed è caratterizzata, come ha rilevato Benzoni, "da convinzioni opposte ma da una comune preferenza per il conformismo ideologico e per il principio di autorità". Del resto, i sette anni di prassi ausiliaria non fanno intravedere ai quadri autonomisti, al di là della posizione politica generale, altri modi di presenza sociale che non siano quelli delle organizzazioni a direzione comunista e a partecipazione socialista. L'assuefazione mentale alla subalternità è tale da provocare una vera e propria paralisi psicologica (esclusi alcuni dirigenti, tra cui soprattutto Brodolini e Mancini) di fronte alla sola prospettiva di organismi di chiara matrice socialista che siano in grado di portare avanti nella società civile l'interessante e avvincente tematica che attira verso il PSI intellettuali e tecnici agli inizi degli Anni Sessanta. Su un binario non parallelo ma divergente rispetto all’insieme del quadro dirigente autonomista, protagonisti di questa tematica sono un nutrito gruppo di intellettuali, dei quali Lombardi, Giolitti e Guiducci rappresentano i punti di riferimento essenziali. Essi elaborano un progetto politico che intende offrire una prospettiva globale di cambiamento e di trasformazione e insieme esprimere un programma, gradualistico e concretamente attuabile nel lungo periodo e nell’immediato, che contemperi una programmazione economica con riforme di struttura. "La programmazione - precisa Giolitti -, come strumento della politica socialista, non è semplicemente un procedimento per la massimizzazione di quantità economiche, ma piuttosto una strategia per la democratizzazione del potere economico, per realizzare su questo terreno i valori di libertà, di giustizia, di eguaglianza". Questo progetto sarà definito alcuni anni dopo il “libro dei sogni" dei socialisti. Resta da precisare per quali responsabilità di partiti, gruppi di pressione, forze economiche esso non si è potuto tradurre in un processo di trasformazione della società. Per quanto concerne il

PSI, esso si presenterà all’ambizioso appuntamento del centro-sinistra attrezzato nelle idee e nei progetti, ma ancora troppo debole nelle sue strutture di Partito, troppo minato dalle lotte interne tra chi ne vuole affermare il ruolo di protagonista nella sinistra e nel governo e chi è rimasto legato alla concezione del Partito "ausiliario", troppo esile nella sua presenza sociale, ancorata ad una funzione sussidiaria all’interno degli organismi a direzione comunista. Troppo incerto, infine, nell’impatto col potere e nell’approccio con la DC. §§§

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1962-1970: LA RIPRESA DEL RIFORMISMO. GLI ANNI DEL CENTRO SINISTRA, di Gaetano Cingari

la calda estate del 1960, quando il governo Tambroni tentò un'impossibile restaurazione dei vecchi equilibri provocando l'opposizione del Paese reale e sanguinose azioni repressive. Ora, riguardando pacatamente quel lungo periodo, si deve partire dalla considerazione che la linea di centro-sinistra nasceva da un profondo processo sociale indotto da una forte crescita economica del Paese e dall’esigenza non più rinviabile di offrire uno sbocco politico positivo al movimento operaio. La ricostruzione post-bellica, pur se operata dalle forze egemoni più in continuità che in rottura con gli assetti economici-sociali precedenti, aveva comunque prodotto importanti cambiamenti sia al Nord sia al Sud, e il grande esodo e i corrispondenti processi nella campagna e nelle città ne erano diretta espressione.

La formula e la politica di centrosinistra sono tuttora investite da aspre critiche, specie nel campo della sinistra; ed è notevole che, nemmeno a tanti anni dal suo affermato esaurimento, gli stessi socialisti riescano a darne non tanto una spiegazione giustificativa quanto una valutazione critica ma equilibrata. Tali ambivalenze e contraddizioni interpretative nascono certo dai profondi cambiamenti della politica socialista in rapporto ai movimenti reali della società e al più acuto conflitto tra Paese e istituzioni, ma anche dalla difficile elaborazione di linee alternative rispondenti a dati di fatto della presente condizione politica. Tuttavia è pur tempo di una riflessione più pacata che restituisca agli anni del centro-sinistra i suoi caratteri innovativi e rimuova, in primo luogo tra i socialisti, il complesso di un centro-sinistra come peccato caduto. Non si tratta, beninteso, di un'operazione facile nè di una rivisitazione con intenti partigiani, ma del giusto bilancio di un momento essenziale dell’evoluzione del Paese; e di un momento che, proprio perché non del tutto concluso nelle sue motivazioni di fondo, incontra tuttora così dure contestazioni. Si deve osservare, in primo luogo, che il periodo cosiddetto di centrosinistra è da taluni ristretto al decennio 1962-72, dalla formazione del quarto governo Fanfani con l'appoggio parlamentare del PSI al secondo governo Andreotti di svolta a destra; e da altri ampliato fino ad includere la fase precedente al 1962 e comprendente il cosiddetto pericolo di preparazione aperto, sul piano internazionale, dalla denuncia dei crimini dello stalinismo al XX Congresso del PCUS e su quello interno Socialista, dall’incontro di Pralognan tra Nenni e Saragat nell’agosto del 1956. In effetti tutte e due queste periodizzazioni hanno un loro fondamento perché la prima tende a concentrare il giudizio sulla qualità dell’apporto socialista nella direzione politica del governo e la seconda, oltre a questo pur fondamentale aspetto, mira a valutare il contributo essenziale dell’automatismo socialista sullo spostamento a sinistra dell’equilibrio complessivo del Paese. D'altra parte è impossibile giudicare gli anni di centro-sinistra nella loro esplicazione concreta senza tener conto ad un tempo delle spinte che provenivano dalla società per la svolta a sinistra e delle tenaci resistenze che si opponevano al nuovo corso. E basti, a tal proposito, ricordare soltanto che in quella fase di preparazione si manifestarono resistenze molto dure anche in campo socialista, come è mostrato dall’episodio del XXXII Congresso di Venezia quando la linea di Nenni fu messa in minoranza dalla sinistra di Vecchietti sul punto specifico del dialogo con i cattolici e sul l'unificazione socialista. Senza dimenticare, inoltre, a riscontro dell’opposizione tenace del campo conservatore,

Revisione politica e ideologica Tali cambiamenti peraltro avevano toccato lo stesso campo operaio non più in grado di sostenere nè il tipo nè il livello di lotta praticati fino al 1950. E a quel punto si poneva iI problema di una Iinea di sinistra che fosse adeguata al passaggio in atto del Paese verso la società industriale. In realtà i dati della situazione complessiva non consentivano un progetto politico diretto a fare assumere al movimento operaio la guida politica dello Stato. Il PCI, che esercitava un ruolo egemone nel movimento, non offriva altra alternativa che quella della "democrazia popolare", sottraendo di fatto forze importanti ad una prospettiva schiettamente socialista, ad un tempo pluralista e all’altezza dei problemi di una società industriale occidentale. Il problema era dunque di elaborare e sostenere un progetto politico che consentisse la partecipazione del movimento operaio alla direzione dello Stato e di procedere, nel contempo, ad una revisione politica e ideologica del campo di sinistra. Su questi dati di fondo vanno misurate sia le linee strategiche e tattiche del PSI sia l'intera esperienza di centro-sinistra come concretamente attuata. E nel fare questo bilancio, oltre a considerare il momento dell’unificazione tra PSI e PSDI nel suo prevalente ruolo negativo, è bene non dimenticare l'opposizione praticata dai comunisti nei confronti del nuovo corso socialista, di cui una prima proiezione si ebbe con la stessa scissione del gennaio del 1964 che portò fuori dal Partito molti quadri sindacali e 37 dei 131 parlamentari socialisti. Sarà chiaro così il quadro di partenza di un progetto che doveva scontrarsi con le dure opposizioni del blocco conservatore e con una concezione, prevalente nella DC, di un centrosinistra come cooptazione dei socialisti più che come riforma e razionalizzazione del sistema. Fuori discussione dunque l'importanza della svolta storica impressa dall’autonomismo socialista, di cui il centro-sinistra rappresentò il termine operativo, è più importante accertarne la qualità sia rispetto allo sviluppo complessivo della società nazionale, sia al ruolo del movimento operaio. Da più parti, specie dopo l'esaurimento di quella esperienza, si è riconosciuto che negli 47


democratico e di coinvolgere progressivamente le masse popolari nelle scelte fondamentali di governo. Sul piano delle riforme, quel programma si orientava, da un lato, in direzione del completamento della Costituzione, avviando prioritariamente l'attuazione dell’ordinamento regionale e la democratizzazione della scuola; dall’altro, impegnava il governo ad avviare la programmazione economica e la nazionalizzazione delle imprese elettriche e ad attuare il "Piano verde", sia per sostenere la produzione agricola sia per contenere la fuga dalle campagne. Sul piano della politica estera, infine, confermando l'opzione atlantica ed europea dell’Italia, si precisava l'impegno di operare per la distensione, il che, se non accoglieva interamente l'impostazione socialista sul l'interpretazione difensiva della NATO, tuttavia costituiva una più precisa e dinamica definizione del tradizionale atlantismo del Paese. Di questo programma, come è noto, non ebbe attuazione l'ordinamento regionale, così come incontrò forti ostacoli in fase operativa il piano di sviluppo agricolo. Ma passarono punti qualificanti, come la nazionalizzazione dell’energia elettrica e la scuola media unica che obbligava alla frequenza fino al 14° anno e limitava l'insegnamento del latino. E altre particolari misure possono completare quel bilancio: quella sui dividendi azionari e sulle speculazioni immobiliari come quella sulle pensioni, contestata soprattutto dal PCI nella campagna elettorale, e tuttavia significativa delle tendenze impresse dal nuovo corso. In realtà il valore di quella prima esperienza andava ben al di là delle singole misure, più o meno incisive sul terreno strutturale. Esso stava essenzialmente nel l'apertura di nuovi spazi politici e nella libertà assicurata ai nuovi soggetti sociali di affermarsi in un quadro di più solida democrazia. E questo è un dato di fondo di lunga durata, malgrado le successive tappe non sempre di eguale efficacia riformatrice. Il risultato elettorale tuttavia non premiò le scelte compiute. Taluni, e anche rilevanti, spostamenti non avvennero in direzione di sostegno alla svolta di centro-sinistra. La flessione del PSI, in verità fu minima, ma quella della Democrazia Cristiana toccò il 4%. E mentre tra le forze di governo il PSDI conseguiva un incremento, i maggiori benefici furono tratti dai liberali, che aumentarono del 3,5%, e dai comunisti, che aumentarono del 2,6%. La DC pagava la reazione dell’elettorato di destra, colpito e impaurito dalla nazionalizzazione dell’energia elettrica e dalle ipotizzate misure urbanistiche contro la speculazione sulle aree edilizie, ma il PSI non ne traeva alcun vantaggio; e, in ogni caso, la forte caduta dei monarchici finiva per premiare l'estrema destra e l'estrema sinistra.

anni sessanta si è attuato un profondo cambiamento nella vita economica, nella distribuzione del reddito, nella mobilità della popolazione, nel l'orientamento politico e nei comportamenti sociali. Nella introduzione al suo noto volume, "Gli anni della Repubblica", Giorgio Amendola definisce il periodo luglio 1960-maggio 1968 con i due termini "centro-sinistra e riscossa operaia", spiegando che in esso si attuarono fatti importanti come l'unità sindacale e la congiunzione de lo spirito resistenziale con le nuove generazioni. Ora, a parte la sua positiva interpretazione del periodo successivo come superamento del centro-sinistra per l'instaurazione di nuovi rapporti tra la DC e il PCI, questo suo giudizio è fondato, ma fortemente reticente. Egli non spiega, infatti, le cause della "riscossa operaia" e sottovaluta (ma altri comunisti addirittura lo cancellano) il ruolo socialista in questa fase espansiva. C'è appunto da chiedersi se i mutamenti politici, sindacali, culturali e di costume sempre più consistenti a partire dal 1960 non abbiano un rapporto stretto con la scelta socialista della linea autonomistica trattandosi poi del centro-sinistra. In questo senso il dato politico rilevante è che i movimenti di base della società trovavano, dopo la rottura del 1947, una proiezione al vertice dello Stato e che il movimento operaio, pur in presenza di una contestazione che muoveva dalla parte maggioritaria dei suoi vertici sindacali e politici, aveva un interlocutore diretto nel Governo. Il dissenso può nascere sulla qualità dell’ascolto da parte socialista di quanto era domandato dalla società e della forza o capacità di operare il piano delle riforme necessarie, non già sulla giustezza di una linea, peraltro confortata dalle vicende successive. Di fatto, l'esperienza di centrosinistra ebbe inizio alla fine del 1960. Anche prima si era precisata una tendenza in questa direzione ma essa non aveva oltrepassato il momento del dibattito. Il caso Tambroni e i suoi effetti sul Paese e nelle forze politiche ne imposero un primo avvio. L'astensione socialista nella votazione di fiducia sul terzo governo Fanfani, mentre assumeva il valore di sostegno ad una linea di chiusura a destra, indicava le tendenze del nuovo corso che si apriva. Il quarto governo Fanfani L'avvio era certo difficile, soprattutto in ordine al problema delle cosiddette "giunte difficili", per il contrasto tra socialisti e democristiani sul rapporto tra la solidarietà che si avviava nel governo centrale e le alleanze diverse che regolavano i governi locali; ma esso si precisò egualmente con la costituzione, prima a Milano e poi a Genova e Firenze e in altri comuni di Giunte di centro-sinistra. Da queste spinte che influenzarono direttamente la scelta compiuta dalla DC nel suo Congresso di Napoli, nasceva così quel quarto governo Fanfani con l'astensione socialista dal quale ebbe inizio in concreto la nuova fase politica. Questo governo, durato poco più di un anno per la scadenza normale della legislatura nel febbraio 1963, operò incisivamente rispetto al programma concordato. Il punto essenziale dell’accordo era tutto racchiuso nell’impegno di rafforzare e ampliare il sistema

Polarizzazione della lotta politica Emergeva così un orientamento che, al di là e talora contro le riforme attuate, accentuava lo scarto tra la domanda sociale sempre più pressante e la capacità e possibilità di soddisfarla adeguatamente, in certa misura, 48


per quanto riguarda il PSI, si precisava una costante destinata a durare a lungo e invertita solo nelle fasi recenti, per cui, mentre da un lato molte energie venivano spese per strappare ai settori moderati misure riformatrici, dall’altro non si era in grado di controllare gli effetti sociali indotti dalle riforme. Così, se la Democrazia Cristiana riuscirà, dopo la forte flessione del'63 a riguadagnare il terreno perduto, li PSI si vedrà costretto ad affrontare seri contrasti interni sull’interpretazione del suo ruolo nell’ambito del centro-sinistra e sulla linea più idonea per dare luogo ad un rafforzamento dell’area socialista in riscontro all’accertata e più accentuata polarizzazione della lotta politica. Proprio in questa fase si verificava la spaccatura della maggioranza autonomista sul nuovo accordo di governo (dal che il primo governo "balneare" Leone) e la dissidenza "carrista" che avrebbe dato luogo alla nascita del PSIUP; e proprio in questa fase, a ben sette anni dal noto incontro di Pralognan, si poneva il problema dell’unificazione socialista. L'opposizione all’interno della DC permaneva abbastanza forte ma essa, più volte minacciata, era alla fine rientrata. Non così nel PSI dove, oltre la scissione, permanevano fortissimi contrasti sulla natura della politica di centro-sinistra, se essa, cioè, dovesse rappresentare un disegno "storico" di alleanza tra i cattolici e socialisti (Nenni) oppure un disegno di contestazione nell’ambito dello stesso centro-sinistra finalizzato all’alternativa socialista (Lombardi). D'altra parte, se questo malessere interno socialista nasceva anche da una non completa revisione ideologica rispetto ai problemi di guida di una società industriale e dall’accentuata pressione comunista, esso era alimentato dalla congiuntura economica negativa durata l'intero triennio 1963-65. Il cosiddetto "miracolo economico" si era chiuso e la recessione, nel momento in cui si rafforzava la tesi socialista sulla necessità della programmazione, provocava però un rallentamento, se non l'arresto, dell’azione riformatrice, sicché fu possibile dire che la linea "nenniana" si adeguava ad una sorta di stato di necessità, quasi a privilegiare il momento dell’equilibrio politico raggiunto (e non era poco!) rispetto alle riforme di struttura. Tuttavia la funzione della presenza socialista al governo deve essere riguardata in riscontro ai problemi che la recessione poneva nel campo operaio (e in questo senso vanno valutate le stesse misure anticongiunturali che ridiedero respiro alla vita economica a partire dal 1966), alla mancanza di soluzioni alternative di sinistra e, anzi, alle rinnovate manovre di destra in opposizione alla espansione della domanda democratica suscitata, appunto, dall’avvio del centro-sinistra. L'Italia non era più un Paese agricolo e già nel decennio precedente si era attuata una forte trasformazione produttiva che aveva profondamente modificato la composizione delle forze del lavoro. In quegli anni erano notevolmente aumentati gli addetti alle attività industriali e ai servizi, si era ridotta l'occupazione agricola e, contestualmente, erano fortemente aumentati i consumi.

L'unificazione socialista D'altra parte, si era precisata la tendenza all’espansione del ceto medio, con un ruolo più determinante della piccola borghesia e la connessa difficoltà di creare un fronte riformatore comprendente ceto medio e classe operaia. Anche i comunisti cominciavano a intravedere i nodi che imponevano un cambiamento di strategia, ma essi erano legati al tema della loro egemonia nell’ipotizzato processo di trasformazione della società. Nè, fatto parimenti importante, essi avevano sciolto le questioni essenziali del modello democratico di gestione della società e le altre connesse alla loro collocazione internazionale. L'unificazione socialista, nacque e, si può dire, si consumò in una più ampia fase che può ben essere racchiusa nel periodo Moro, comprendente i tre governi diretti dallo statista democristiano dal dicembre 1963 alle elezioni politiche del maggio 1968. Volendo - e ci sarebbero molte giustificazioni a farlo - si potrebbe distinguere l'intero periodo in due fasi, dal dicembre 1963 alla fine del ‘65 e dal terzo governo Moro, il più lungo, durato dal marzo 1966 al maggio 1968. Tutta questa fase si svolse in presenza di rilevanti fatti interni ed esterni al PSI. Proprio nell’agosto del ‘64, pochi giorni dopo della formazione del secondo governo Moro, moriva Palmiro Togliatti e, sempre in quel mese, l'infermità del Presidente della Repubblica Segni apriva il problema della sua anticipata successione. Se da parte comunista si tentava una rielaborazione della linea togliattiana proponendo una nuova maggioranza democratica e mettendo in luce le due diverse posizioni di Ingrao e di Amendola (quest'ultimo giunto anche a proporre la formazione di un partito unico della sinistra), nel campo della sinistra democristiana emergeva la prospettiva della cosiddetta "Repubblica conciliare", mentre da parte socialista si avviava concretamente il progetto di unificazione. In questo senso agí fortemente l'elezione di Saragat a Presidente della Repubblica con i voti determinanti del PCI e per la rottura in campo democristiano fra le due candidature Fanfani e Leone. Il processo di unificazione, che si era arrestato al fugace incontro di Pralognan, ne ebbe una forte accelerazione, e già nel XXXVI Congresso del PSI (novembre 1965), con le riserve di De Martino e l'opposizione di Lombardi, era stato approvato un documento di invito al PSDI per un accordo politico tra i due Partiti. E l'effettiva unificazione si compì l'anno dopo nel XXXVII Congresso di Roma. Il passo era importante, e creò un serio allarme in campo democristiano come in quello comunista poiché sembrava avviare concretamente la costituzione di un terzo polo socialista in opposizione alle due egemonie finora esercitate sulle aree di centro e di sinistra. I fatti dovevano travolgere le speranze socialiste e fugare i timori congiunti di democristiani e comunisti; e di fatti, come è noto, la scissione avverrà in condizioni tempestose, il 2 luglio 1969. In effetti questi ed altri fattori, ma in primo luogo il peso della recessione economica, raffreddarono i progetti riformatori e aprirono così ulteriori conflitti in campo socialista. 49


I provvedimenti anticongiunturali diretti prima a bloccare il processo deflattivo e poi a superare la stagnazione produttiva, avevano abbassato la spinta riformatrice e insieme sorretto i settori moderati che, dentro e fuori la DC, puntavano a conservare le proprie posizioni di forza e ad indebolire il temuto polo socialista. Il secondo governo Moro cadde nel gennaio del 1966 nella votazione sulla legge per la scuola materna e certo a quella caduta non fu estranea l'opposizione di gruppi socialisti insoddisfatti del raffreddamento della linea riformistica e non pienamente convinti che in quelle condizioni la tenuta della linea politica potesse avere un valore preminente sui contenuti della scelta socialista. Ma non si deve trascurare che a quella caduta non fu estranea la manovra della sinistra democristiana per fini di equilibrio interno di quel Partito e per una tendenza, destinata a rafforzarsi sempre di più, a scavalcare nelle proposte gli stessi socialisti, facendoli passare come prigionieri dello stato di necessità. Il secondo periodo fu ancora più combattuto sebbene in sostanza più produttivo. Da un lato tornò in campo la linea di politica estera del governo, sia per la perdurante presenza degli Stati Uniti nel Vietnam e per la guerra dei "Sette giorni" tra Israele e i Paesi arabi confinanti, sia per l'approssimarsi della scadenza ventennale del patto NATO. Qui il giuoco a scavalco della sinistra democristiana era più pesante, come peraltro più difficili erano i termini del problema europeo condizionato dalla politica gollista. La linea adottata in questo settore riprendeva in concreto le linee programmatiche precedenti e teneva fermo il quadro delle alleanze sottoscritte. Era un punto decisivo, allora largamente sottovalutato per la spinta del problema Vietnamita e per l'incipiente ricorso a modelli terzomondisti, ma obbligato e, in ogni caso, legittimamente assunto da forze che si ponevano a guida del Paese. Dall’altro, fu ripresa la politica delle riforme, sebbene il clima politico fosse negativamente influenzato dalla questione SIFAR e dalla incerta condotta del governo che, mentre non decideva un accertamento parlamentare, ricorreva al segreto di Stato. Ma anche qui vanno poste in bilancio non solo le riforme rinviate, da quella tributaria a quella del diritto di famiglia e quella universitaria (quest'ultima, peraltro, al di là delle resistenze "baronali", proposta con caratteri estremistici e tali da creare anche legittime resistenze in settori non conservatori) ma quelle attuate, ad esempio la riforma ospedaliera e quella sull’ordinamento regionale, la prima di rottura con la secolare concezione dell’assistenza e beneficenza e la seconda di grandissimo rilievo politico perché attuava una norma costituzionale e apriva una concreta esperienza autonomistica. E si dovrebbe ricordare altresì l'approvazione della legge sulla programmazione economica. Ma questa, pur fondata su esigenze fondamentali poste soprattutto dai socialisti e ora riprese anche da chi allora era avverso o reticente, è il punto più critico dell’intera esperienza di centro-sinistra: e la sua mancata applicazione in tempi

successivi, malgrado le annose polemiche sulla programmazione democratica o imperativa, mostra sia la resistenza del sistema sia la debolezza complessiva del fronte riformatore. La prova elettorale del maggio 1968, se non chiuse definitivamente la esperienza di centro-sinistra, certo ne aggravò il percorso, rendendo nel contempo più instabile la situazione politica generale e più conflittuale il rapporto tra istituzioni e società. Il polo socialista unificato subì un duro colpo con la perdita di un quarto dei voti ottenuti nel '63 dal PSI e PSDI separati e, nel contempo, si rafforzarono polo democristiano e quello comunista. Di più, mentre nell’area governativa si registrava un aumento dei repubblicani, sulla destra proseguiva l'erosione dell’elettorato monarchico e perdevano voti tanto i missini quanti i liberali, il che mostrava la capacità di recupero della DC sull’elettorato moderato che si era spostato a destra negli anni precedenti. Già da soli, questi dati suscitavano profondi fermenti all’interno del Partito socialista unificato, e preludevano ad un forte contrasto circa la stessa sopravvivenza della linea di centro-sinistra. Ma vi si aggiungevano altri fattori, generali e particolari, internazionali e interni, già presenti nella fase pre-elettorale, complicando sia il comportamento socialista sia la situazione complessiva. Da Est e da Ovest giungevano impulsi di rilevante significato e tali da innestare spinte ulteriori ad una condizione politica e sociale che premeva in senso contestativo. Da Praga giungeva l'eco del nuovo corso dubcekiano, un processo popolare di liberalizzazione dal sistema del Socialismo reale, chiuso ben presto dall’invasione delle truppe del Patto di Varsavia. E dagli Stati Uniti e poi da altri Paesi occidentali giungeva una impetuosa ondata contestativa che in Italia assumeva connotati ora terzamondisti ora leninisti e che, in presenza del forte scarto tra istituzioni e società, finiva per andare in direzione ben diversa dalle motivazioni originarie, fino a sfociare, in taluni settori marginali, nel terrorismo. Da qui, non solo l'incertezza della condotta politica del PSU dopo la sconfitta elettorale, ma le ragioni di fondo della scissione. De Martino e Tanassi, sostenuti anche da Saragat, scelsero il "disimpegno", contrariamente alla posizione di Nenni più favorevole alla ripresa del centrosinistra, anche in considerazione dell’assenza di altre positive alternative. E da tale disimpegno venne fuori il secondo governo "balneare" Leone e una condizione complessiva di instabilità durata, con brevi intermezzi, fino allo scioglimento anticipato delle Camere e alle elezioni politiche del 1972, dalle quali si usci con una svolta di centro-destra e la fine degli anni di centro-sinistra. Dal 16 dicembre 1968, data di costituzione del primo governo Rumor di centro-sinistra organico al 28 febbraio 1972, data di formazione del monocolore pre-elettorale Andreotti, si alternarono difatti ben quattro compagini governative, i tre ministeri Rumor (di cui uno monocolore), tutti e tre di brevissima durata e il primo 50


governo Colombo durato esattamente un anno e sei mesi. Si tratta di dati inequivocabili di una crisi generale, nella quale si sommavano insieme gli effetti della espansione politica e sociale degli anni '60 e la debolezza del quadro direzionale di governo, debolezza in parte interna alle forze di centro-sinistra, in parte indotta dalla indisponibilità del PCI ad una linea che non fosse o di un quadro alternativo da esso egemonizzato o la "Repubblica conciliare". La maggiore durata del governo Colombo può spiegarsi difatti, oltre che con la necessità di interrompere l'indizione del referendum sul divorzio anticipando le elezioni politiche, con i primi segni della caduta dell’ondata contestativa iniziata nel 1968. E, in realtà, il biennio 1969-70 fu l'epicentro di una tempestosa congiuntura politica al limite della crisi di regime. Dalla contestazione universitaria, con i ripetuti tentativi di raccordare la lotta studentesca a quella operaia, agli episodi del malessere meridionale (Avola, Battipaglia, la rivolta di Reggio), all"'autunno caldo" e alla strategia della tensione culminata nel tragico attentato di Piazza Fontana: da questi fatti e da altri parimenti significativi si approfondivano il divario tra quadro sociale e quadro politico, e si rendeva più difficile una navigazione, peraltro, ripetiamo, priva di altri sbocchi. In queste condizioni si svolsero i tre momenti della ultima fase di centrosinistra. Prima della scissione socialista il governo aveva varato la modifica del sistema pensionistico; e dopo, sospinto anche dalla conseguita unità sindacale e dal crescente peso della pressione operaia, lo Statuto dei lavoratori. Nel contempo si avviò (elezioni del giugno 1970) l'esperienza autonomistica nelle regioni a statuto ordinario. Il risultato elettorale, contrariamente a quello politico del ‘68, ridiede forza all’area socialista e il PSI si collocava al 10,4% nelle elezioni regionali.

In conclusione, se nulla di ciò che è accaduto (e perciò nemmeno il centro-sinistra) può dirsi inevitabile, tuttavia è giusto affermare che l'opzione socialista non solo ha impresso una svolta decisiva ad una situazione diversamente ingovernabile nelle condizioni prodotte dal forte e squilibrato sviluppo degli anni cinquanta, ma ha consentito alla sinistra di superare la condizione di sterilità politica e decisionale che anche per propri gravi errori si era prodotta nella fase post-resistenziale. Tale superamento ha consentito una veloce, seppure disordinata, espansione delle libertà individuali e collettive che, se erano in parte frutto della trasformazione in atto, nascevano in primo luogo dalla svolta politica e dai nuovi equilibri di centrosinistra. E qui si deve dire, per rispondere a talune critiche tuttora vive, che se il centro-sinistra non era "ineluttabile", nemmeno era ipotizzabile un passaggio diverso rispetto ai dati della condizione italiana degli anni sessanta. In che direzione superare il centrismo ormai in crisi? Come e con quali forze far fronte allo svolgimento degli istituti e dei diritti costituzionali, affermati nella Carta ma o inattuati o violati? E come ridare respiro e forza ad un movimento sindacale diviso e, soprattutto a sinistra, senza adeguate mediazioni con il potere politico? Tutto ciò mostra abbastanza chiaramente che l'opzione di centrosinistra andava nella giusta direzione dell’allargamento e della trasformazione delle basi dello Stato. E chiarisce, altrettanto chiaramente, malgrado l'alto prezzo pagato, la positività della scelta socialista di quegli anni difficili. Nel 1976, all’inizio del triennio di "compromesso storico", un intellettuale comunista elaborò uno schema curioso e un po' "perfido". Disse che il centro-sinistra s'iscriveva nel modello trasformistico della storia nazionale e che, invece, il "compromesso storico" ribaltava finalmente quella storia, dava mano ad una trasformazione della società in senso democratico-popolare e - aggiungiamo noi - faceva di Moro e Berlinguer i fondatori di una nuova nazione. Si sa come, allo stato, è finita quella fase, a parte il fatto che nei due scenari Moro prendeva le sembianze di un Giano bifronte, con Nenni volto al passato e con Berlinguer all’avvenire. Ma questo e altri schemi possibili non possono certo oscurare la portata del cambiamento impresso dal centro-sinistra (anche in direzione della revisione in campo comunista), come non possono nè devono - per polemica - far dimenticare gli errori compiuti nell’esperienza concreta. In realtà il centro-sinistra era nato, sotto il segno di un doppio ritardo.

Una svolta decisiva In certa misura anche il centrosinistra riprendeva fiato, ma contemporaneamente, si riapriva il problema del rilancio economico e si ponevano fattori reattivi rispetto alla forte crescita dei salari e della spesa pubblica prodotti dall’ampliato ruolo pubblico e dal forte aumento dei salari. D'altra parte - come mostreranno le elezioni amministrative parziali del luglio 1971 - riprendeva l'ascesa neo-fascista in comuni importanti, come a Catania. Pesavano certo reazioni locali e congiunturali (e, in primo luogo, l'opposizione alla legge sui "fondi rustici” ma il fatto non poteva essere trascurato come indice di tensioni che riaffioravano e cui occorreva far fronte. I socialisti è vero riprendevano, specie in Sicilia, i voti perduti nelle precedenti elezioni, ma la ripresa della loro iniziativa cominciava ad inquadrarsi in una situazione parzialmente nuova: emergeva così la nuova formula degli "equilibri più avanzati", che non spetta qui giudicare, e che di fatto apriva una nuova situazione politica, di superamento del centrosinistra, potremmo dire, "storico", ma in cui non si esauriva tuttavia l'assenza politica delle scelte compiute nel lontano 1955.

Riforme fatte Da un lato, esso prendeva avvio nella fase calante del "miracolo" e quando l'intreccio delle posizioni di rendita e di potere attorno e dentro la DC rendeva più arduo il compito di fronteggiare gli effetti insieme dinamici e selvaggi dello sviluppo. Dall’altro, si fondava su forze politiche in ritardo, per opposte ragioni d'interesse o di cultura, rispetto alla evoluzione di una società industriale. Per quanto ci riguarda, il ritardo ideologico non era di 51


verno, con esiti negativi sulla sua stessa credibilità. Che altre forze - anche fuori e dopo il centro-sinistra abbiano accettato forme più o meno mascherate di lottizzazione non costituisce ragione di scusa. Il problema vero era (ed è) del sistema più idoneo a garantire il controllo sociale e democratico del potere, apparendo ormai chiaro che la partecipazione democratica alla gestione della cosa pubblica, ancorché fissata per legge, non pone al riparo dall’inquinamento e, in taluni casi, lo legittima. Su questo terreno il ruolo del PSI è stato certo carente, così come, al contrario, è stata largamente positiva la sua funzione innovativa nella evoluzione costituzionale del Paese. Da allora ad oggi molti dati sono cambiati, ed è cambiato il PSI. Spesso ci si è accusati di non aver saputo fare i conti con la nostra storia. In parte è vero. Ma è più vero che spesso, per eccesso di autocritica, non siamo stati in grado di cogliere appieno il valore della nostra identità storica e del ruolo fondamentale svolto, pur tra tanti errori, nella costruzione del sistema democratico. Di più (e ciò è più grave) abbiamo assistito da spettatori alle ripetute operazioni mistificatorie, da altri compiute, del patrimonio complessivo del movimento operaio. Ora, se per formazione politica e culturale siamo portati più alla critica che alla esaltazione, è bene non dilatare l'autocritica fino all’autolesionismo.

scarso peso, specie nel momento in cui il PSI assumeva funzioni di governo. La critica insistente, motivata spesso da opposizioni pregiudiziali o da ragioni di bottega, sul "doppio gioco" dei socialisti, contemporaneamente al governo e all’opposizione, non era sempre infondata. Ragioni di dislocazione e anche di opportunità politica spingevano il PSI a dare ascolto e forza alla domanda sociale e alle rivendicazioni popolari. Una diversa condotta avrebbe interrotto l'esperienza prima di poter esplicare il significante suo ruolo politico. Ma ciò non diminuisce il grave limite rappresentato dal ritardo ideologico e dall’ambivalenza - rafforzata dalla precedente fase - tra la tradizione riformista e i più svariati elementi vetero-marxisti. Ne fu influenzata non solo la polemica interna sui fini del Socialismo e su come le riforme avrebbero potuto raccordarsi con il superamento del capitalismo ma la capacità di aggregazione sociale e culturale sottesa nella scelta di centro-sinistra; e tutto ciò in presenza di una elaborazione tematica socialista robusta, cui guardavano molte forze vive della cultura. E forse anche da questo - cioè da un difetto di valutazione della natura della società industriale e del sistema di potere democristiano - derivò l'altalena delle riforme minacciate e non fatte, che dava spazio reattivo agli interessi da colpire senza, per contro, aggregare le forze che ne avrebbero tratto benefici; e derivarono le frequenti rielaborazioni programmatiche, ora troppo estese ora troppo esangui, che accompagnarono la nascita di quei governi. Il gradualismo è già difficile quando, in una società pluralistica, si detiene tutta o gran parte della direzione politica; ed è arduo quando – come nel caso del centro-sinistra - si partecipa in posizione minoritaria al governo e si deve fronteggiare un'opposizione dura del tipo di quella allora sprigionata da destra e da sinistra. Ma è sicuro che una condotta altalenante, con brusche fermate e altrettante brusche fughe in avanti, propizia più reazioni che consensi e, in ogni caso, indebolisce la capacità di controllo degli effetti dinamici prodotti dalle riforme.

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Il vero problema Di fatto, nell’esperienza di centrosinistra, il PSI scontò questo limite ponendosi (o apparendo) in una posizione ora troppo populista ora troppo subordinata al potere. D'altra parte la stessa unificazione aggravò, più che contenere, i limiti politici e culturali emersi nella prima fase. Essa tentava di creare un terzo polo del sistema politico e, insieme, si sforzava di superare i difetti di un'impostazione ideologica ritardataria. E non vi riuscì, non solo per le ragioni già dette e per il modo bicefalo di attuazione organizzativa e politica, ma perché la socialdemocrazia italiana non era portatrice di funzioni ideologiche tipiche del corrispondente filone europeo. Né si deve sottacere, a questo punto, la non robusta opposizione all’uso improprio del potere, così come vissuto precedentemente. In questo campo il PSI non si oppose adeguatamente (e talora ne subì l'inquinamento) alla logica del sottogo52


1970-1982: L'ITALIA DEGLI ANNI '70 E IL NUOVO CORSO SOCIALISTA, di Ugo Intini

frenante e sostanzialmente conservatrice, con un PCI ancora attestato sul no a qualunque processo riformatore non direttamente egemonizzabile). Il PSI si chiude in se stesso, come spesso gli accade nei momenti di crisi, e si lacera, con la scissione di Ferri e Tanassi del luglio '69. Dopo i risultati delle elezioni del ‘68, è il segno che un periodo si sta chiudendo. Ma si chiude senza che all’equilibrio perduto si sia pronti a sostituire un equilibrio diverso.

Come diceva Lamartine, di notte una barca illuminata si distingue tanto più nitidamente quanto più ci si allontana da essa. E in effetti difficilissimo avere una visione storica su avvenimenti troppo vicini, ai quali troppo viva e recente è stata la partecipazione. Non la storia quindi, ma una cronaca ragionata si può affrontare per questi anni '70. Il Partito socialista li ha iniziati lacerato, mentre le speranze del Paese, dei giovani, della cultura, guardavano a nuovi miti e nuove formule politiche. Li ha conclusi entrando negli anni '80 al centro della vita politica, ricostruendo intorno al socialismo riformista le attese più razionali e più avanzate, dopo che i miti, le formule, le mode che lo avevano frettolosamente liquidato si sono dimostrate assolutamente sterili. Gli anni '60 spirano mentre le bombe di Piazza Fontana segnano l'esplosione definitiva degli equilibri che, pur tra molte contraddizioni e ritardi, avevano consentito un periodo di grande sviluppo culturale, sociale, del costume: un periodo che, per la relativa stabilità, per la pace sociale e la tendenza prudentemente riformista, si potrebbe paragonare, pur con le enormi differenze storiche, a quello giolittiano. Paradossalmente, proprio mentre una fase della politica italiana sta spirando, essa dà i suoi ultimi frutti: lo statuto dei lavoratori voluto dal Ministro del lavoro compagno Brodolini, la legge sul divorzio, risultato di una lunga battaglia socialista guidata dal compagno Fortuna, le prime elezioni per i consigli regionali (tutti avvenimenti datati 1970). Il primo è il risultato della crescita enorme del prestigio dei sindacati e della forza dei lavoratori in fabbrica, è il ribaltamento della condizione di soggezione alla quale negli anni '50 gli operai erano stati ridotti. Il secondo è il segno di una modernizzazione radicale del costume, della cultura, della sensibilità media degli italiani. E il referendum del 1974, come è il referendum del 1981 sull’aborto, dimostreranno come questo processo abbia continuato il suo progressivo inarrestabile sviluppo. li terzo è il segno definitivo della liquidazione, voluta innanzitutto dai socialisti, del vecchio Stato burocratico, accentratore, prefettizio, e della rigogliosa espansione, attraverso le autonomie locali, di una democrazia vera e capillarmente radicata. L'Italia, democrazia "vigilata" e protettorato clericale alla fine degli anni '50, quasi come la Spagna postfranchista, esce dagli anni '60 come un Paese europeo, come una moderna società industriale. Ma il motore di questo contrastato processo di sviluppo si dimostra ormai logorato: il Partito socialista perde colpi, una ventata di irrazionalità e massimalismo lo priva di presa culturale, dopo che le elezioni del '68 gli hanno negato la crescita della quale avrebbe avuto bisogno per resistere a una battaglia su due fronti (con una DC

L'autunno caldo Senza che in Parlamento esistano le forze per dare uno sbocco politico al nuovo che in Italia, come in Europa, bolle nella società. Gli studenti marciano sotto la guida del "movimento", come nel resto d'Europa. Avranno ovunque una risposta razionale alla parte giusta e concreta delle loro istanze: una risposta conservatrice, come nella Francia di De Gaulle, o progressista, come nella Germania di Brandt. In Italia hanno molte parole demagogiche, ma pochi fatti. Scandiscono: «Lo Stato borghese si abbatte e non si cambia», alcune frange organizzano la violenza "rivoluzionaria" con aperto compiacimento di quei salotti che avrebbero visto in Feltrinelli, padre del terrorismo, un martire dei servizi segreti. Agli agenti che li fronteggiano, gridano: “PS = SS". Nenni ascolta e ci dice: «Verrà il giorno in cui la gente applaudirà la polizia». Occorre un nuovo passo avanti verso le riforme, ma le forze politiche non sono in grado di promuoverlo. E così si tentano le scorciatoie. L'autunno caldo nel '69, rende protagonista il sindacato, sembra che le confederazioni, finalmente unite e vive, gli scioperi, il "nuovo modello di sviluppo", il "diverso modo di produrre" possano cambiare la società. Un movimento impetuoso di rinnovamento anche della magistratura, attraverso un'interpretazione evolutiva della legge, punta per altra strada alle riforme, aprendo, per l'eccessiva politicizzazione conseguenti prospettive che si sarebbero a distanza di anni dimostrate pericolose. Ma né gli slogan studenteschi, né i cortei sindacali, né gli sforzi della cultura progressista possono riempire un vuoto politico che si è creato. La spinta per il cambiamento non trova sbocco (da questa impotenza si sarebbero sviluppate dopo pochi anni le tendenze rivoluzionarie, non solo a parole ma con i fatti). Gli interessi colpiti dalle riforme fatte e dal cambiamento dei rapporti di forza nel paese, invece si riorganizzano, preoccupati di uscire dalla situazione di confusione e incertezza con una decisa svolta a destra, che butti definitivamente i socialisti fuori del governo e dia una risposta repressiva alle spinte provenienti dalla società. Le bombe di Piazza Fontana sono il segnale al quale sarebbe seguita una lunga catena di stragi nere, di macchinazioni, di compromissioni dei servizi segreti. All’indomani dell’attentato, l"'Avanti!” esce a tutta pagina con il titolo "Strage fascista", ed è poi protagonista della campagna rivolta a capovolgere la ricostruzione "di stato" e a scoprire i veri responsabili. Una campagna nel53


la quale si distinguerà per il suo coraggio la segreteria di Giacomo Mancini, iniziata nel 1970, che individuerà lucidamente il ruolo dei servizi segreti e molte delle trame contro le istituzioni. In effetti, in quegli anni, è proprio questo uno dei meriti principali dei socialisti: in un periodo particolarmente buio e difficile, mentre le formule politiche precedenti sono state compromesse senza che quelle nuove siano praticabili, evitano il precipitare della situazione, mantenendo sul piano formale e sostanziale il pieno rispetto delle regole democratiche e anche, sia pure a un prezzo altissimo, il funzionamento del sistema. Promuovendo ancora riforme significative: da quella del diritto di famiglia, a quella dell’ordinamento previdenziale. Sono gli anni degli stanchi governi di centro sinistra Rumor, ai quali segue, con l'elezione di Leone alla presidenza della Repubblica, nel dicembre '71, una spinta verso destra, la cristallizzazione, nella DC, di un equilibrio che preferisce il rappresentante dei dorotei e degli integralisti ad Aldo Moro. Si va alle elezionianticipate su questa spinta nel maggio del ‘72, i socialisti ottengono il 9,6 per cento, ma il centrismo, al quale si ritorna con il governo Andreotti, dimostra di non avere fiato. L'unica formula possibile è ancora un governo DC, partiti minori, socialisti al quale si ritorna nel 1973. Ma il PSI ha ormai un peso insufficiente per imporre il proseguimento, e anzi l'accelerazione, del processo riformatore a un partito di maggioranza relativa sempre più riluttante. Nel novembre 1972, al Congresso di Genova, Francesco De Martino succede nella segreteria a Giacomo Mancini. Cerca un sostegno nel PCI, chiede equilibri nuovi e più avanzati che utilizzino ai fini riformatori la grande forza organizzativa, politica, sindacale dei comunisti, ma la morsa bipolare PCI-DC tende a stringersi. Ora esasperando il tono dello scontro e fornendo all’opinione pubblica l'impressione che tutta la vita politica ruoti in realtà intorno alla alternativa: o i comunisti e le forze loro subordinate, o la DC e i partiti minori. Ora creando le premesse per un ambiguo rapporto di non belligeranza o addirittura di collaborazione, per una democrazia "consociativa" nella quale nulla si può fare se tutti non sono d'accordo e innanzitutto non lo sono DC e PCI. L'ultimo governo di centro-sinistra viene messo in crisi nel gennaio del ‘76, con la richiesta socialista di una presenza del PCI in una maggioranza adeguata ad affrontare l'emergenza. Nel XIL Congresso del marzo 1976, a Roma, la linea dell’alternativa viene indicata alla sinistra e al Paese, con forza. Ma nelle elezioni anticipate che seguono, i voti passano sulla testa del PSI, che resta inchiodato al 9,6 per cento mentre il PCI raggiunge addirittura il 34,4 per cento, il suo massimo storico, più di quanto in un Paese occidentale mai un partito comunista abbia ottenuto. Inizia il periodo dei governi Andreotti, appoggiati dall’astensione comunista. Il "compromesso storico", che sembrava fino a pochi anni prima una teorizzazione di intellettuali catto comunisti, è a portata di mano, DC e PCI, per anni si sono rafforzati a vicenda, creando l'uno

la fortuna dell’altro. Il PCI condannando il cattivo governo democristiano e Indicando in sé l'unica possibile alternativa per chi voglia dare un voto che getti alla opposizione la classe dirigente democristiana, egemone ininterrottamente dal '47 in poi (caso unico nel mondo occidentale per un regime democratico). La DC sottolineando la diversità del PCI, la sua politica estera ed economica non completamente guadagnata ai principi della democrazia occidentale, sfruttando quel fattore K che mai ha consentito a un partito comunista (o a coalizione dove un partito comunista risulti maggioritario) di prendere il potere con libere elezioni. E ancora: il PCI giudicando sempre insufficienti le riforme proposte e ottenute dal centro-sinistra, lamentando che la programmazione economica sia una razionalizzazione del sistema capitalistico, respingendo, con rigore massimalistico, le prospettive di "socialdemocratízzazíone" del Partito socialista e dell’economia; la DC frenando i processi rinnovatori, rinviando, stemperando e non attuando, nel costante tentativo di svuotare i contenuti che si tenta di inserire nei governi a partecipazione socialista. Adesso, dopo aver fatto il vuoto intorno a sé, pensano seriamente alla prospettiva di un patto, di un regime che renderebbe assolutamente unica la situazione politica italiana. La scelta tra uno scontro sociale di disastrose proporzioni, che avrebbe probabilmente come sbocco la crisi delle istituzioni democratiche, e il grande compromesso sembra l'unica alternativa aperta di fronte al Paese. Alcuni la desiderano, altri si avvedono troppo tardi di come l'esasperazione del bipolarismo DC-PCI abbia reso ingovernabile il Paese. E in effetti vie di uscita non ce ne sarebbero se un "accidente della storia", e cioè il rinnovamento del Partito socialista, non bloccasse i pericolosi ingranaggi ormai in movimento. Il 16 luglio 1976, al Comitato Centrale convocato all’hotel Midas, il Partito individua nella nuova segreteria Craxi la carta per il rilancio. Al congresso di Torino, nel marzo del ‘78, il nuovo corso supera con un bilancio largamente positivo la fase di rodaggio. L'obiettivo è la "rivoluzione copernicana" del sistema politico. La carta del rilancio socialista La tradizionale arroganza del potere democristiano, opportunismo, pigrizia intellettuale, obiettive, gravissime difficoltà, conducono a vedere come immutabile un sistema dove la DC stia al centro, inamovibile, perennemente destinata a gestire la presidenza del consiglio e a riscaldare come una stella, attraverso il riflesso del potere, i partiti satelliti cui spetta, in concorrenza tra loro, il compito di fornire ai governi l'indispensabile apporto di voti. Il PCI può secondo alcuni essere in qualche modo associato, e costretto a pagare il prezzo di prudenza, tatticismo e moderazione cui lo costringono la sua diversità, l'ambiguità, allarmante per la maggioranza dell’opinione pubblica, dei suoi legami internazionali, dei suoi principi ideologici e della sua storia. Il nuovo PSI è invece deciso a sbloccare un sistema bloccato, rendere 54


possibile l'alternativa, dimostrare che l'egemonia democristiana sul potere e sulla presidenza del consiglio non è una regola immutabile. Bisogna mettere in conto i tentativi di schiacciare sul nascere lo sforzo di innovare tanto profondamente la situazione. Bisogna soprattutto dotarsi degli strumenti politici e organizzativi necessari. I socialisti cominciano a muoversi in modo nuovo negli organismi di massa, senza soggezioni, con orgogliosa autonomia: dalle cooperative, alle associazioni, ai sindacati, dove un socialista ritorna alla segreteria generale della UIL. Eliminano i dogmatismi e i vecchi tabù massimalisti, lanciano grandi dibattiti che preciseranno meglio la linea ideale del Partito. Per ricordarne soltanto alcuni: la contestazione del concetto gramsciano di egemonia; il problema del nesso tra pluralismo economico e pluralismo politico; la denuncia della reale natura del collettivismo burocratico o, come è stato definito, "asiatico"; la riscoperta anche delle tendenze non marxiste della tradizione socialista; la partecipazione vista come strumento di democrazia nelle fabbriche; il superamento della presunta antitesi tra valori socialisti e valori liberali; la democrazia interna nel sindacato e la sua autonomia dai partiti; la valorizzazione del concetto di "società conflittuale", aperta, viva, contro il concetto di società "consociativa" (la nascita cioè cui ci preparerebbe il compromesso storico, dove le diversità, i dissensi, la dialettica, sono non regola, ma la devianza); il riconoscimento pieno degli aspetti positivi del mercato e dell’iniziativa imprenditoriale. Un enorme lavoro, in un periodo di tempo straordinariamente breve, viene impostato con il concorso di un numero crescente di uomini di cultura e tecnici, ai quali il Partito non chiede né tessere né patenti di "intellettuale organico". Il PSI, soprattutto, cancella le diffidenze verso le socialdemocrazie e si apre completamente all’Europa e all’internazionale, preparando le vele ad accogliere il vento impetuoso che sempre più soffierà a vantaggio dei socialisti. Che conserverà al governo la SPD in Germania, che porterà Mitterrand e Papandreu alla vittoria che farà del PSOE di Gonzales la grande speranza della Spagna e imporrà sindaci socialisti a Madrid, a Barcellona, in tutte le principali città. Si fa politica in un modo diverso, assolutamente scomodo, che spezza gli schemi tradizionali degli addetti ai lavori, il costume bizantino del "palazzo" romano, le pazienti trame di salotto. E si fa politica soprattutto in modo autonomo, con un'autonomia in così rigoglioso sviluppo da essere spesso denunciata come aggressiva dai potentati politici - e non soltanto politici - messi in discussione.

conservatrice del governo, l'esigenza non di interventi congiunturali, ma di riforme profonde per superare la crisi, scatta l'accusa di “scavalcamento a sinistra". Quando si fanno presenti alcuni limiti della politica sindacale (che pure ha meriti enormi di fronte al Paese) sul piano dell’unità, dell’autonomia, della lotta agli egoismi corporativi, l'accusa di moderatismo sostituisce di nuovo quella di massimalismo. Quando si sostiene la necessità che il PSI, saldamente collocato all’interno della sinistra, diventi polo di attrazione per le forze laiche e libertarie, subentra l'accusa di terzaforzismo. Il Partito si apre ai movimenti che si muovono nel Paese, cerca di superare le incrostazioni burocratiche che esistono ancora e sono purtroppo molto dure a morire. E proprio le donne possono riconoscere che la grande vittoria sul problema dell’aborto non sarebbe stata possibile senza l'impegno dei socialisti. Il Partito consente, eliminando le ultime tracce di dogmatismo e di anticlericalismo, una più larga partecipazione dei cattolici. A poco a poco, la questione socialista diventa il problema centrale della politica italiana e i socialisti riconquistano una posizione chiave, tale da dar loro un peso ben superiore a quello elettorale. Non è storia, è cronaca ormai recentissima quella delle lotte cui va incontro il Partito così rinnovato. È spesso una cronaca drammatica, segnata da vittorie importanti. Il governo Andreotti di solidarietà nazionale non risolve uno solo dei problemi del Paese, fa rimpiangere quelle riforme degli anni '60 e anche dei primi anni'70 che i comunisti, oggi a sostegno del governo, giudicavano allora, mentre erano all’opposizione, con grande severità. Tra parole demagogiche e pratiche moderate, si sviluppa il tentativo di una parte del mondo imprenditoriale, sostenuto da organi di pressione come la "Repubblica", di ottenere la pace sociale attraverso l'accordo con il PCI, sperando che i sindacati si trasformino in cinghia di trasmissione di tale accordo. E tuttavia non la pace sociale si ha nel Paese, ma un'ondata impressionante di infami imprese terroristiche. Le Brigate rosse si sono organizzate, hanno ormai centinaia di militanti e migliaia di simpatizzanti, perseguono sul serio, con sanguinosa ferocia, i disegni rivoluzionari che erano stati sottovalutati quando venivano impunemente teorizzati, e anche praticati, con le prime violenze minori, agli inizi degli anni '70. Lo Stato è impreparato e inefficiente, come quasi sempre. Al terrorismo, si oppone la retorica della fermezza, ma poco si fa per reciderne le radici ideologiche e i legami internazionali. Si definiscono i brigatisti fascisti", "delinquenti e basta", si esorcizza l'eversione, senza risposte né politiche, né militari adeguate. Anzi, dando sulla voce a chi cerca di andare a fondo. Quando si scoprirà che il terrorismo ha messo piede in fabbrica e persino nel sindacato, che le connessioni internazionali sono incontestabili, si farà fatica ad ammettere che proprio i socialisti hanno per primi detto la verità. Il 15 marzo '78, le raffiche di mitra che uccidono cinque uomini della scorta in via Fani aprono, con il rapimento del presidente della DC Aldo Moro, uno dei periodi più

Il compito politico centrale Quando si incalza il PCI sul tema dei rapporti con Mosca, della democrazia interna, dell’ambiguità teorica o della vaghezza dei programmi di governo, ben più deludenti di quelli del primo centro-sinistra, è pronta l'accusa di "anticomunismo". Quando si contesta l'arroganza del potere democristiano, la condotta sostanzialmente 55


sconvolgenti della nostra storia recente. Dopo il cordoglio e lo sgomento, immediatamente, con una compattezza sconcertante, la stampa, la televisione, i massimi organi della DC e del PCI, cominciano a martellare il Paese con la retorica della fermezza. Nessuna trattativa, nessun contatto, nulla deve essere fatto per ottenere la liberazione di Aldo Moro. Soltanto il braccio armato dello Stato può intervenire, e ad esso soltanto è affidato il compito di riportare ai suoi affetti il presidente democristiano. Eppure, mai un braccio armato si è dimostrato così inefficiente e inattendibile. E mai bracci armati ben più potenti sono stati manovrati con tanta assoluta intransigenza. Il governo tedesco, quando fu rapito dai terroristi il segretario della Democrazia Cristiana berlinese Peter Lorenz, trattò e ottenne la sua libertà attraverso la scarcerazione di alcuni prigionieri appartenenti alla Rothe Armee Fraktion. Persino il governo israeliano, quando un aereo dell’El Al fu dirottato a Entebbe, finse di trattare, allo scopo di prendere tempo e preparare il famoso raid vendicatore. Lo Stato italiano, il più debole di tutti, probabilmente proprio perché tale, vuole dimostrare di essere il più forte, non vuole incrinare il muro della fermezza, né per trattare e neppure per guadagnare tempo. Dai mass media si respira aria di regime, tanta è l'uniformità assoluta delle cronache e dei commenti. La stessa aria si respira all’interno delle loro redazioni, dove i giornalisti tiepidi o perplessi sono invitati a non occuparsi del caso Moro. Istintivamente, fin dall’inizio, il Partito socialista, erede di una tradizione che pone l'uomo in cima a tutti i valori, appoggiato dalle forze cristiane partecipi della stessa concezione, tiene una. posizione diversa.

La morte del presidente democristiano e stata una sconfitta per tutti, ha aperto un vuoto enorme per la democrazia. E l'ironia della sorte non ha risparmiato agli italiani una amara constatazione. La retorica della fermezza aveva imposto che non un solo terrorista si potesse liberare in cambio della vita di Moro. La cronaca successiva ha indicato che, non per una scelta umanitaria, ma per l'inefficienza del sistema giudiziario, numerosi terroristi sono stati scarcerati per effetto della decorrenza dei termini di carcerazione preventiva o per altri cavilli. Tra tensioni sempre maggiori, nel vuoto lasciato dalla scomparsa di Moro, il governo di unità nazionale continua stancamente il suo cammino, quando le dimissioni del presidente Leone, legate allo scandalo Lockheed, preparano per i socialisti una grande vittoria politica. Dopo la presidenza della Repubblica democristiana, c'è la volontà di giungere a una presidenza laica e di un laico appartenente al PSI. Per la prima volta nella storia della democrazia italiana, non solo è giusto che questo avvenga, ma è possibile, dal momento che il Partito dispone di candidature di grande rilievo, come quella, appunto, di Pertini, e si trova in una posizione politica autonoma (e strategica) tale da consentirgli di giocare nel modo migliore le sue buone ragioni. Il pericolo è, come sempre, un accordo più o meno mascherato, da "compromesso storico", tra DC e PCI, che tagli fuori il candidato socialista e finisca, in cambio di sostanziose contropartite, per portare al Quirinale ancora un democristiano. La battaglia socialista viene conclusa con un successo che coincide veramente, e completamente, con quello della Repubblica. Tutti possono infatti onestamente riconoscere che, in un momento di grave crisi della credibilità e della funzionalità delle istituzioni, proprio nel presidente Pertini la nazione ha trovato un punto di riferimento sicuro, un interprete dei propri sentimenti, una voce disinteressata e autorevole, capace di intervenire con saggezza nei momenti difficili. Domenica 9 luglio, nel corso di un grande comizio a Reggio Emilia, trasformato dall’entusiasmo dei compagni in una festa socialista, Craxi può, senza esagerazione e retorica, affermare: «Tutti gli italiani possono guardare a testa alta chi li rappresenta al Quirinale».

Il caso Moro Nel discorso di apertura del Congresso del Partito, a Torino, Bettino Craxi dice chiaramente, il 29 marzo, che non sarebbe stato dalla parte dei “falchi a buon mercato". E nei corridoi del Congresso, intorno a una posizione responsabilmente umanitaria, si crea, spontaneamente, l'unità dei compagni, dai leader storici, quali Lombardi, De Martino, Mancini, ai semplici militanti: segno, questo, di una profonda affinità non soltanto politica, ma anche culturale e morale. La linea del Partito socialista diventa a poco a poco la principale speranza per la famiglia, per Moro stesso (che attraverso lucide e drammatiche lettere lotta per la vita dal "carcere del popolo"), per quella parte dell’opinione pubblica che non si arrende al sacrificio di un uomo in nome della ragion di Stato. Si è scritto che in quel periodo vi fu uno scontro tra due concezioni antitetiche dello Stato. Quella liberale, che ha origine nel "contratto sociale" di Locke, secondo la quale lo Stato altro non è se non il risultato di un accordo tra individui per ottenere il massimo di protezione e sicurezza reciproca, e quella hegeliana, origine dei fascismi e dei nazionalismi, secondo la quale lo Stato è un valore in sé, trascendente qualunque valore umano e individuale, un altare, quasi un dio, al quale tutto si può e si deve sacrificare. Questa distinzione è probabilmente giusta.

Le elezioni del 1979 Pur con le sicurezze determinate dalla presenza di Pertini alla presidenza della Repubblica, le difficoltà politiche si aggravano. La crisi -strisciante del governo monocolore Andreotti, appoggiato all’esterrio da PCI, PSI, PSDI e PRI, iniziata ormai da tempo, esplode nel gennaio '79. Il PCI è sempre più preoccupato per il malcontento della sua base e non vuole più restare in mezzo al guado, vuole o giungere subito all’ingresso nel governo o affrontare uno scontro elettorale sulle tradizionali posizioni anti-DC prima che una troppo lunga fase di logoramento lo indebolisca irreversibilmente. La DC risponde picche e non giudica affatto negativa l'ipotesi di una rissa elettorale con il PCI, tale da rafforzarla presso il suo elettorato moderato, deluso e stanco dall’esperienza del 56


governo di unità nazionale. Anche l'idea di gettare in secondo piano, attraverso elezioni politiche anticipate, le elezioni europee, è certo giudicata allettante in molti ambienti comunisti e democristiani. Il PSI tenta come può di prevenire un inutile trauma al Paese e Craxi scrive: “I giorni passano e la febbre sale. Il processo di logoramento della situazione politica, che data non da ieri, avanza a passi da gigante. Forse esso è già entrato nella sua fase più cruciale. 0 lo si arresta affrontando di petto i problemi e non girandoci intorno con formule che hanno ormai il sapore di giaculatorie, oppure il campo sarà libero per grandi manovre. Si va verso una crisi al buio. Tutti dicono di non volere la guerra, ma accumulano montagne di munizioni e richiamano alle armi anche i riservisti. Il solo modo per evitarla è quello di aprire subito un negoziato globale». Pertini fa un ultimo tentativo serio di dare un governo stabile alla legislatura incaricando La Malfa. Craxi lo appoggia, ma i due maggiori partiti fanno fallire anche il leader repubblicano, aprendo la strada alle elezioni, che, imposte dal lungo e pretestuoso braccio di ferro DC-PCI, si preparano sullo stesso tema dello scontro muro a muro, quello tradizionalmente più favorevole per i due partiti. Berlinguer punta a recuperare quanti sono scontenti della collaborazione con lo scudo crociato. I democristiani, polemizzando aspramente con il PCI, sperano di fare il pieno di voti moderati, e magari di rendere possibile una solida maggioranza con la "spalliera" costituita dai gruppi centristi che appoggiano il governo elettorale Andreotti. La campagna dei socialisti punta a spezzare questo schema di contrapposizione DC-PCI. Craxi insiste sul fatto che il bipolarismo dei due maggiori partiti ha condotto la democrazia italiana in un vicolo cieco, in una situazione di paralisi e di confusione dalla quale può farla uscire soltanto la crescita di una terza forza socialista. Propone un "contratto" agli elettori: avanza impegni politici e programmatici precisi e chiede più voti al PSI per cinque anni di stabilità e di governabilità. La campagna dei socialisti è strettamente legata ai temi europei. Il presidente dell’internazionale Socialista Willy Brantd tiene con Craxi un grande comizio a Torino. Nel corso di una conferenza stampa, a Parigi, tutti i leader europei dell’internazionale Socialista presentano proposte comuni all’elettorato chiamato a scegliere il Parlamento di Strasburgo. Il 4 giugno, il risultato delle politiche segna una sconfitta sia per le velleità neo-centriste che per il compromesso storico. La DC, nonostante il successo di alcuni tra i partiti minori, non ha la possibilità di una maggioranza centrista. Il PCI ha una perdita massiccia: 26 deputati e il 4 per cento secco. Lo schiaccianoci DC-PCI non funziona questa volta a danno dei socialisti, che guadagnano 5 deputati e conseguono perciò un successo, sia pure limitato. Il rafforzamento socialista è confermato, e in modo ben più vistoso, una settimana dopo, dal voto europeo. Il PSI guadagna un altro 1,2 per cento, raggiungendo l'11 per cento. Le elezioni politiche anticipate, volute da DC e PCI, hanno lasciato a en-

trambi la bocca amara. I socialisti risultano più determinanti di prima, perché senza di loro nessun governo è possibile, ma non rafforzati al punto tale da poter adempiere pienamente al "contratto" proposto al Paese. Il problema della governabilità resta pericolosamente aperto. E tuttavia, fin dall’inizio della legislatura, appare evidente che può essere risolto in modo radicalmente I socialisti, all’indomani delle elezioni, rinnovano e mantengono la promessa di garantire la governabilità, ma la rivoluzione "copernicana" è ormai possibile, la DC non è più il centro del sistema intorno al quale ruotano i satelliti. È possibile un rapporto paritario nel governo, che dia lo stesso peso alla DC da una parte, ai socialisti e ai partiti laici dall’altra. È possibile una alternanza alla presidenza del Consiglio. E infatti il Capo dello Stato dà per la prima volta a un socialista l'incarico di formare il nuovo governo, chiamando Craxi. La segreteria della DC domanda chiarimenti, avanza per giustificare le sue riserve due argomenti contraddittori. Da un canto, si lamenta la mancata volontà socialista di costituire una maggioranza rigidamente chiusa ai comunisti ed estesa persino alle giunte locali. Dall’altro, si lamenta che Craxi non sia in grado di ricostituire la politica di solidarietà nazionale. In questa gran confusione, alla fine Zaccagnini è costretto a dichiarare il suo "non possumus" sulla base della più semplice e brutale delle argomentazioni. La DC è il partito più forte, e anche se non ha la maggioranza assoluta non vuole cedere la presidenza del Consiglio né ora, né mai. Si forma, per il senso di responsabilità dei socialisti, il governo Cossiga nel quale per la prima volta è rispettata la rappresentanza paritetica tra DC e partiti alleati nella ripartizione dei ministeri. Quando Cossiga viene impallinato dai franchi tiratori su una serie di misure economiche il cui ritardo provoca grave danno al Paese, diverso dal passato, realizzando finalmente quel l'alternativa al monopolio democristiano del potere che il nuovo corso socialista si era proposto, spezzando lo schema DC-PCI. La situazione politica, pur in mancanza di un terremoto nei rapporti di forza elettorali, sembra profondamente cambiata. Il PCI si vede chiusa la prospettiva del compromesso storico da circostanze obiettive, interne e internazionali. Si vede, allo stesso modo, chiusa la possibilità di una maggioranza che escluda la DC. Appare incerto sulla strada da seguire, e Berlinguer riempie il vuoto di indicazioni politiche con la sottolineatura di una "diversità", di una presunta superiorità morale dei comunisti, in una fumisteria massimalistica – e talvolta antisocialista - non condivisa da larghi settori del Partito. La DC si trova priva di leadership consolidate, in una crisi profonda di identità e di ruolo, in parte partito laico e neoconservatore, in parte partito cattolico: coalizione di interessi resi sempre più difficili da conciliare per effetto della crisi economica. nel settembre '80, subentrerà Foriani, che si dimetterà per gli echi del caso P2 nel maggio '81. Ma la strada non solo alla pariteticità nel governo, anche all’alternanza nella presidenza del Consiglio, è aperta. Caduto Foriani, Spadolini diventa presidente del Consiglio; per la prima 57


volta, dai tempi cioè del governo Parri, un laico arriva a Palazzo Chigi. Per la prima volta il monopolio democristiano è contestato non solo a parole, ma con i fatti.

mondo l'orizzonte si è rannuvolato. L'Unione Sovietica non ha sfruttato la chance offerta dalla amministrazione di Carter e dal dopo Vietnam, quando Washington ha giurato «non più un solo soldato americano impegnato all’esterno». Ha occupato la Cambogia attraverso il Vietnam, che da mito libertario si è dimostrato una aggressiva potenza militare. È penetrata in Etiopia e in Yemen del sud, controllando l'ingresso del Mar Rosso, ha rafforzato la sua influenza in Africa, ha occupato militarmente l'Afghanistan. In Europa aveva una superiorità nelle armi convenzionali di tre a uno, ha voluto anche una superiorità missilistica, installando i missili SS 20 che minacciano ogni città dell’Europa Occidentale mentre nessun missile NATO è, dall’altra parte, in grado di raggiungere il territorio sovietico. I socialisti italiani, sulla linea di quelli tedeschi, sono stati determinanti nel rendere possibile la decisione di installare i missili Pershing e Cruise, che saranno pronti rispettivamente nell’83 e nell’84, allo scopo di bilanciare gli SS 20 che già sono installati e che continuano a venire piazzati al ritmo di uno alla settimana. Ma nel contempo hanno chiesto la "clausola dissolvente", e cioè la non installazione qualora i missili sovietici vengano ritirati. Hanno pazientemente contribuito, insieme ai compagni dell’internazionale, a costruire i presupposti del negoziato. La trattativa non ci sarebbe probabilmente stata se Mosca non si fosse convinta della capacità dell’Europa Occidentale di decidere a sua volta, come risposta agli SS 20, l'installazione dei Pershing e Cruise. Oggi, la trattativa e avviata e la posizione dell’internazionale Socialista ha contribuito in modo determinante a tenere aperte le porte al dialogo, è anzi stata fatta propria dallo stesso Reagan. Mentre i movimenti pacifisti si rafforzano esprimendo una giusta istanza dei giovani e della stragrande maggioranza dell’opinione pubblica, vale su di essi l'osservazione di Mitterrand: «I movimenti pacifisti hanno le loro motivazioni e la loro importanza. Ma ci si aggiunge molta confusione. Queste manifestazioni possono essere utili, si, ad orientare il negoziato sul disarmo. A una condizione pero: chè se si grida abbasso i Pershing si gridi pure abbasso gli SS 20. E per organizzare la pace, per eliminare la confusione che rende più difficile una influenza reale dell’opinione pubblica, i socialisti hanno organizzato il 15 novembre la "giornata della pace"; non slogans e propaganda, non il tentativo di dividere gli italiani tra chi vuole e chi non vuole la pace, ma una "campagna della ragione", una imponente serie di dibattiti e di approfondimenti.

La grande riforma Questa è la cronaca della lotta politica al vertice, dove spesso assume le caratteristiche di un assurdo gioco al massacro, di una giostra tra "cavalieri" molto simili a quello dell’Ariosto che «non se ne era accorto, andava combattendo ed era morto». Perché nel frattempo si logorano le istituzioni, si assottiglia il filo che tiene legata alla realtà del Paese la classe dirigente democratica e in tal modo le dà vitalità e legittimità. Mentre questa lotta si sviluppa, i socialisti non perdono di vista i grandi temi di fondo, né il contesto internazionale. Cercano di non lasciarsi completamente coinvolgere dal contingente e di guardare più lontano. Molte sono le intuizioni e le iniziative che su questo piano hanno preso, spesso isolati, ma consapevoli che nonostante la frequente deformazione strumentale delle loro posizioni i fatti che, come diceva Nenni, "hanno la testa dura", alla fine si sarebbero imposti. È del 28 settembre 1979 l'articolo nel quale Craxi lancia l'idea della "grande riforma", partendo dalla constatazione che se le istituzioni funzionano male, se la governabilità è diventata ancor più difficile per una serie di norme superate, i democratici veri devono discutere seriamente su come correggere quanto è da correggere, senza tabù e senza demagogia. Oggi, nessuno contesta seriamente che il problema esista e le trattative sulla così detta “riforma istituzionale" sono all’ordine del giorno delle forze democratiche. È stata individuata come un attacco alla libertà di stampa l'osservazione che una parte dei giornali svolge una non chiara attività di pressione, in un complesso intreccio politico ed economico. E tuttavia gli sviluppi del caso Rizzoli, con tutti i suoi risvolti, hanno indicato quale sia la verità. I socialisti hanno constatato che alcuni aspetti dell’azione giudiziaria favoriscono strumentalizzazioni e lotte di potere, senza regole del gioco precise, né responsabilizzazioni di tutti, né reali garanzie per i cittadini. E non occorre ricordare quali e quanti casi hanno dimostrato la fondatezza di questi rilievi. La battaglia per la salvezza di Moro si è ripetuta per il giudice D'Urso, perché una impostazione che risponda a profondi motivi ideali non può certo essere priva di coerenza. E questa volta l'isolamento della linea umanitaria è venuto meno, il magistrato è tornato vivo alla sua famiglia. In politica estera i socialisti hanno stretto sempre più i legami nell’internazionale, sondando nello stesso tempo le possibilità di dialogo e di negoziato ovunque si intravedesse uno spiraglio. Gli incontri di Craxi con i presidenti cinese e romeno, i contatti sempre più intensi, sono indice di una volontà, spesso inconsueta nel nostro Paese, di lavorare per la pace senza vedere i fatti di politica internazionale come strumentali rispetto alle esigenze propagandistiche della politica interna. Nel

La morte di Pietro Nenni È l'internazionale Socialista oggi il motore della pace nel mondo, ma non soltanto. E anche lo strumento più efficace per promuovere una pace fondata sulla giustizia (e innanzitutto sulla giustizia distributiva), per riequilibrare i rapporti economici tra Nord e Sud, tra Paesi poveri e Paesi ricchi. Come dimostra il lavoro di Brandt, di Kreisky, di altri leader dell’internazionale, rivolto a impostare i problemi mondiali non solo sul confronto Est Ovest, ma anche sul rapporto, che deve 58


essere ricostruito su basi eque, tra economie sviluppate e Paesi in via di sviluppo. Quegli stessi Paesi i cui partiti progressisti, in misura sempre maggiore, entrano a far parte dell’internazionale. Ha fatto molta strada il Partito socialista in questi anni. Nella seconda metà degli anni '70, ha seminato ricostruendo la sua autonomia e la sua immagine. Dalle elezioni del giugno '79 in poi, ha cominciato a raccogliere i frutti conquistando un peso nella politica italiana quale mai aveva avuto dall’immediato dopoguerra in poi. Ma proprio nel primo giorno degli anni '80, il 1° gennaio, ha smesso di camminare insieme a noi Pietro Nenni. Ci ha lasciati nel momento in cui stavano concretandosi molti degli obiettivi che il "grande vecchio" del Socialismo aveva perseguito con tenacia e spesso con sfortuna: il pieno ripristino dell’autonomia sulla base della tradizione riformista; un Partito unito che non si divide più sul rapporto con i comunisti o su quello con la DC; al contrario, una situazione politica nella quale il PSI ha un ruolo centrale e sono piuttosto PCI e DC a dividersi sulla "questione socialista"; la fine della esasperante alternativa tra collaborazione con la DC in condizioni sostanzialmente subordinate e crisi della democrazia; la conquista invece di un peso paritario nel governo e il riconoscimento, in teoria e nei fatti, del diritto all’alternanza rispetto all’egemonia democristiana nella presidenza del Consiglio; la salda collocazione nell’internazionale Socialista, con la fine della "marginalità" e "particolarità" dei socialisti italiani rispetto alle socialdemocrazie europee. Pietro Nenni aveva seguito sempre solidale i momenti difficili del Partito, aveva sorretto il nuovo corso col suo consiglio e la sua appassionata partecipazione. Se n'è andato insieme agli anni '70, ma la sua lezione resta la base di quanto il Partito sta faticosamente costruendo per gli anni '80. §§§

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Breve storia del PSI