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I trimestre 2010

ALBERT CAMUS 50° ANNIVERSARIO DELLA MORTE

BETTINO CRAXI 10° ANNIVERSARIO DELLA MORTE o

Camus - Craxi, o l'esilio del socialismo libertario

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L'esilio di Elena

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Le due facce dell'impegno

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Camus, la «rivolta» 50 anni dopo

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Albert Camus filosofo del futuro

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Bettino Craxi, un ricordo personale e politico

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Tangentopoli che cosa resterà

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Camus - Craxi, o l'esilio del socialismo libertario

Editoriale

el gennaio 1960 e nel gennaio 2000, cinquant’anni fa e dieci anni, sono morti rispettivamente Albert Camus e Bettino Craxi. Li accomuna qualcosa? Forse i cimiteri sotto il sole posti sull’altro versante del Mediterraneo rispetto a quello in cui sono nati, o forse il fatto di essere considerati dei ‘traditori’, il «filosofo da liceali» e il «cinghialone», dalla sinistra del socialismo cesareo e militare, illiberale e comunista, odiati e rimossi a tal punto che rischiano di diventare oggi strumentali icone l’uno della destra di Sarkozy in Francia, l’altro della destra di Berlusconi in Italia. Impresa ardua paragonare un politico e un intellettuale: uno statista del primato della politica e un artista del primato dell’uomo in rivolta. Ma anche rappresentanti esemplari delle responsabilità soggettiva propria dell'intellettuale impegnato (Camus) e delll’etica della responsabilità propria del politico (Craxi), come ci segnalano Todorov e Ostellino. Due irregolari nei rispettivi mondi che hanno evitato di diventare complici di menzogne. Non solo quelle del comunismo, ma anche, ad esempio, da quelle sul terrorismo: l’uno di fronte a quello della sua patria algerina, l’altro di fronte a quello brigatista che rapiva Aldo Moro; con le loro scelte a favore della vita umana da anteporre alla ‘ragion di giustizia’ anticolonialista («In questo momento ad Algeri si gettano bombe sui bus. Mia madre potrebbe trovarsi su uno di questi. Se questa è la giustizia, io preferisco mia madre».) e alla ‘ragion di Stato’ (la linea di Craxi contro la "strategia della non decisione" o della ‘fermezza’ che bloccò ogni trattativa per la liberazione del presidente della DC). Due irregolari che, nei rispettivi ambiti, hanno lanciato sfide a destra e manca, cui non è mai

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mancato coraggio, lucidità e coerenza (eccezion fatta per il Craxi successivo al 1989, debilitato dopo il suo primo ricovero, come ci ricorda Giusi La Ganga), accomunati dal comune destino paradossale di aver perso pur avendo ragione. Sono cioè rimasti rappresentanti di minoranze nell’ambito della cultura e della politica. Così come il PSI non ebbe mai i numeri per imporsi su DC e PCI e così attuare la “grande riforma” che modernizzasse l’Italia, così la sinistra culturale si è impantanata, in Francia come in Italia, nelle sacche del nichilismo, del pensiero debole, della critica vacua della scuola di Francoforte, dei Roland Barthes, dei Foucault e Deridda. Con il risultato che abbiamo tutti sotto gli occhi : una sinistra agonizzante sia in termini di critica sociale che culturale, proprio nel momento in cui il neoliberismo ha mostrato tutte le sue capacità di criminalità finanziaria e di sperequazione sociale, mentre le chiese manifestano con sempre maggiore aggressività la crisi del loro presunto universalismo. E’ vero che nel 50° anniversario della morte di Camus, Bernard-Henri Lévy con mezzo secolo di ritardo fa qualche ammissioni sulle ragioni del Premio Nobel a nome del 'gauchisme' d'oltralpe, così come nel decennale delle morte del leader socialista si sprecano i riconoscimenti dei meriti delle grandi firme del giornalismo italiano, con la postilla delle sentenze passate in giudicato. Ma nessuno si è accorto della metafora che incarnano entrambi: l‘esilio del socialismo libertario dal panorama politico e culturale attuale. In Italia si preferisce parlare di intitolazione di vie, in Francia di spostamento di tombe al Pantheon ed è quindi corretto quanto riportava il corrispondente de La Stampa da Parigi riferito ad Alain Finkielkraut che dice: «Camus è consacrato da un’epoca che gli volta la schiena. Il nostro tempo non ama che se stesso ed è se stesso che celebra quando crede di commemorare i grandi uomini». Non commemoriamo nessuno, quindi: c’è solo da studiare e lottare, con la fatica ciclica e assurda di Sisifo, per riportare la carica libertaria del socialismo al cento della scena. (Luca Guglielminetti)

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L'esilio di Elena Tratto da: Albert Camus, L' été, dalla edizione italiana "Saggi letterari",( II ed. 1960) Edizioni Bombiani, traduzione di Sergio Morando.(*)

l Mediterraneo ha la propria tragicità solare che non è quella delle nebbie. Certe sere, sul mare, ai piedi delle montagne, cade la notte sulla curva perfetta d'una piccola baia e allora sale dalle acque silenziose un angosciante senso di pienezza. In questi luoghi si può capire come i Greci abbiano sempre parlato della disperazione solo attraverso la bellezza e quanto essa ha di opprimente. In questa infelicità dorata la tragedia giunge al sommo. Invece la nostra epoca ha nutrito la propria disperazione nella, bruttezza e nelle convulsioni. Ecco perché l'Europa sarebbe ignobile, se mai il dolore potesse esserlo. Noi abbiamo esiliato la bellezza, i Greci per essa han preso le armi. È la prima differenza, ma risale molto addietro. Il pensiero greco si è sempre trincerato nell'idea di limite. Non ha spinto nulla all'estremo, nè il sacro, nè la ragione, perché non ha negato nulla, né il sacro, né la ragione. Ha tenuto conto di tutto, equilibrando l'ombra con la luce. Invece la nostra Europa, lanciata alla conquista della totalità, è figlia della dismisura. Essa nega la bellezza come nega tutto quello che non esalta. E, per quanto in modo diverso, esalta una sola cosa: l'impero futuro della ragione. Nella sua follia, essa allontana i limiti eterni e, nello stesso istante, oscure Erinni le si avventano sopra e la straziano. Vecchia Nemesi, dea della misura, non della vendetta. Chi supera il limite, ne è castigato senza pietà. I Greci, che per secoli si sono interrogati su che cosa sia giusto, non potrebbero capir nulla della nostra idea di giustizia. Per loro l'equità supponeva un limite mentre tutto il nostro continente spasima alla ricerca di una giustizia che vuole totale. Già all'aurora del pensiero greco, Eraclito immaginava che la giustizia ponga limiti allo stesso universo fisico. <<Il sole non oltrepasserà i suoi limiti, altrimenti le Erinni, custodi della giustizia, sapranno scoprirlo. >> Noi, che abbiamo scardinato l'universo e lo spirito, ridiamo di quella minaccia. Accendiamo in un cielo ebbro i soli che vogliamo. Ma questo non toglie che i limiti esistano, e noi lo

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sappiamo. All'estremo delle nostre demenze, fantastichiamo di un equilibrio che ci siamo lasciati alle spalle e che ingenuamente crediamo di ritrovare in fondo ai nostri errori. Presunzione puerile che giustifica come popoli infantili, eredi delle nostre follie, guidino oggi la storia. Un frammento, attribuito sempre a Eraclito, enuncia semplicemente: <<Presunzione, regresso del progresso. >> E molti secoli dopo il filosofo di Efeso, davanti alla minaccia di una condanna a morte, Socrate non si riconosceva altra . superiorità che questa: non credeva di sapere quello che ignorava. La vita e il pensiero più. esemplari di quei secoli terminano con una fiera ammissione di ignoranza. Dimenticandolo, abbiamo dimenticato la nostra virilità. Abbiamo preferito la potenza che scimmiotta la grandezza, prima Alessandro e poi i conquistatori romani che, con incomparabile bassezza d'animo, gli autori dei nostri manuali ci insegnano ad ammirare. Anche noi, a nostra volta, abbiamo conquistato, spostato limiti, dominato cielo e terra. La nostra ragione ha fatto il vuoto. Finalmente soli, portiamo a compimento il nostro dominio su un deserto. Come. potremmo dunque immaginare quel superiore equilibrio in cui la natura bilanciava la storia, la bellezza il bene, e che portava la musica dei numeri fin nella tragedia del sangue? Noi voltiamo le spalle alla natura, ci vergogniamo della bellezza. Le nostre miserevoli tragedie si trascinano dietro un odore di scrivania e il sangue di cui grondano ha il colore dell'inchiostro grasso.

erciò oggi è indecente proclamare che siamo figli della Grecia. Oppure ne siamo i figli rinnegati. Mettendo la storia sul trono di Dio, andiamo verso la teocrazia, come quelli che i Greci chiamavano barbari, combattendoli a morte nelle acque di Salamina. Per afferrare bene la differenza bisogna ricorrere a quello fra i nostri filosofi che è il vero rivale di Platone. <<Solo la città moderna>> osa scrivere Hegel, <<offre allo spirito il terreno in cui può prendere coscienza di sé>>. Cosi noi viviamo l'epoca delle grandi città. Il mondo è stato deliberatamente amputato di ciò che ne costituisce la permanenza: la natura, il mare, la collina, la meditazione serale. C'è coscienza ormai solo nelle strade, perché c'è storia solo nelle strade, questo è il decreto. E in quella scia, le nostre opere più significative attestano lo stesso partito preso. Dopo Dostoevskij, si cercano invano i paesaggi nella grande letteratura europea. La storia non spiega ne

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l'universo naturale che c'era prima, ne la bellezza che sta sopra alla storia. Quindi ha scelto di ignorare l'uno e l'altra. Mentre Platone comprendeva tutto in sé, l'assurdo, la ragione e il mito, i nostri filosofi, che hanno chiuso gli occhi sul resto, non contengono che l'assurdo o la ragione. La talpa medita. Ha cominciato il cristianesimo a sostituire alla contemplazione del mondo la tragedia dell'anima. Ma almeno si riferiva ad una natura spirituale, e, mediante quella, manteneva una certa fissità. Morto Dio, non rimane altro che la storia e la potenza. Da molto tempo ogni sforzo dei nostri filosofi non mira ad altro che a sostituire alla nozione di natura umana quella di situazione, e all'armonia antica l'impeto disordinato del caso o il moto spietato della ragione. Mentre i Greci ponevano alla volontà i limiti della ragione, noi, per finire, abbiamo messo la spinta della volontà al centro della ragione, che ne è diventata micidiale. Per i Greci i valori preesistevano ad ogni azione e ne segnavano esattamente i limiti. La filosofia moderna colloca i propri valori al termine dell'azione. I valori non sono, divengono, e li conosceremo interamente solo aI compiersi della storia. Coi valori, sparisce il limite, e dal momento che le concezioni differiscono su quel ch'essi saranno, dal momento che non c'è lotta che, senza il freno di quegli stessi valori, non si estenda all'infinito, oggi i messianismi si affrontano e i loro clamori si fondono nell'urto degli imperi. Secondo Eraclito, la dismisura è un incendio. L'incendio avanza, Nietzsche è superato. L'Europa non filosofeggia più a colpi di martello, ma di cannone. Però la natura è sempre lì. Alla follia degli uomini contrappone i cieli calmi e le proprie ragioni. Fino a che anche l'atomo prenda fuoco e la storia si compia col trionfo della ragione e l'agonia della specie. Ma i Greci non hanno mai detto che il limite non poteva essere varcato. Hanno detto che esisteva e che veniva colpito senza pietà chi osava oltrepassarlo. Nella storia di oggi non c'è nulla che li possa contraddire. Lo storico e l'artista vogliono entrambi rifare il mondo. Ma l'artista, costrettovi dalla propria natura, conosce i suoi limiti e lo storico li disconosce. Perciò il fine di quest'ultimo è la tirannia, mentre la passione del primo è la libertà. Tutti coloro che oggi lottano per la libertà combattono in ultima analisi per la bellezza. Non si tratta, beninteso, di difendere la bellezza per se stessa. La bellezza non può fare a meno dell'uomo; ma solo seguendo la nostra epoca nella sua sventura noi le daremo grandezza e serenità. Non saremo mai più solitari. Ma è altrettanto vero che l'uomo non può fare a meno della bellezza e la nostra epoca finge di volerlo

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ignorare. Essa s'irrigidisce per raggiungere l'assoluto e il dominio, vuole trasfigurare il mondo prima di averlo esaurito, ordinario prima d'averlo capito. Per quanto dica, essa diserta da questo mondo.

ell'isola di Calipso, Ulisse può scegliere fra l'immortalità e la terra della patria. Sceglie la terra, e insieme la morte. Oggi una grandezza cosi semplice ci è estranea. Altri dirà che manchiamo d'umiltà. Ma, tutto considerato, la parola è ambigua. Simili ai buffoni di Dostoevskij che si vantano di tutto, salgono alle stelle e finiscono con l'esibire la propria vergogna nel primo locale pubblico, noi manchiamo di quella fierezza dell'uomo che è fedeltà ai propri limiti, amore chiaroveggente della propria condizione. <<Odio il mio tempo,>> scriveva Saint-Exupéry prima di morire, per ragioni che non sono molto lontane da quelle di cui ho parlato. Ma, per quanto conturbante sia questo grido che viene da chi aveva amato gli uomini in quel che hanno di ammirevole, noi non lo faremo nostro. Eppure, in certi momenti, che tentazione di abbandonare questo mondo triste e scarno! Ma questo tempo è il nostro, e noi non possiamo vivere odiandoci. L'uomo è caduto cosi in basso solo per l'eccesso delle sue virtù e per la grandezza dei suoi difetti. Lotteremo per quella fra le sue virtù che risale a tempi lontani. Quale? I cavalli di Patroclo piangono il loro padrone morto in battaglia.. Tutto è perduto. Ma il combattimento riprende con Achille e alla fine c'è la vittoria, perché l'amicizia è stata assassinata: l'amicizia è una virtù. Ammettere l'ignoranza, rifiutare il fanatismo, por limiti al mondo e all'uomo, il viso amato, la bellezza insomma, è questo il terreno su cui ci ricongiungeremo ai Greci. Il senso della storia di domani non è in certo modo quel che si crede. Esso è nella lotta fra creazione e inquisizione. Nonostante il prezzo che agli artisti costeranno le loro mani vuote, si può sperare nella loro vittoria. Sopra il mare scintillante ancora una volta si dissiperà la filosofia delle tenebre. O pensiero meridiano, la guerra di Troia viene combattuta lontano dai campi di battaglia! Anche questa volta le terribili mura della città moderna cadranno, per darci, <<anima serena come la calma dei mari>>, la bellezza di Elena. (1948)

(*) Questa edizione on-line è in attesa di autorizzazione dall'editore Bompiani 4


Le due facce dell'impegno La responsabilità dell'intellettuale vista da Raymond Aron e da Albert Camus

di Tzvetan Todorov da Il Sole24Ore del 20/01/2002

l premio Nonino 2002 è stato assegnato a Tzvetan Todorov. La consegna avverrà presso le Distillerie Nonino a Percoto, sabato 26 gennaio, alle ore 11.00. Saranno presenti, tra gli altri, i componenti della giuria Adonis, Emmanuel Le Roy Ladurie, Claudio Magris, Ermanno Olmi e V.S.Naipaul. Pubblichiamo qui, quasi integralmente, un'anticipazione dell'intervento di Todorov. A un intellettuale si chiede sempre: lei è impegnato? Bisogna essere impegnati? Sono domande prive di interesse. Impegnarsi è la cosa più facile del mondo. Tutti lo fanno per una causa o l'altra. Ognuno è felice di mettere abilità ed entusiasmo al servizio dei propri ideali. Sotto questo aspetto, l'intellettuale non ha nulla di specifico. Altra faccenda è la responsabilità. Diversamente dai comuni mortali, nel dire e nello scrivere, l'intellettuale - scrittore, scienziato, filosofo - propone un'interpretazione del mondo. E quando si trasforma in uomo d'azione, ha un obbligo morale di coerenza con le proprie teorie. Questa è la sua responsabilità. Ma la responsabilità può essere intesa in vari sensi, come illustra il paragone tra i destini di due grandi intellettuali francesi, Raymond Aron e Albert Camus. Dai contemporanei, non li distingue "l'impegno", l'adesione a certi valori condivisi e la lotta per difenderli, ma l'attenzione alla verità. Non sono più appassionati degli altri, sono più veri. E Camus si distingue da Aron per come concepisce il rapporto con la verità. Per lui, si tratta di una verità rispetto a sé, quindi di una coerenza interna. Per Aron, la verità risulta da una migliore conoscenza del mondo, va cercata nell'oggettività, non nella soggettività. A più riprese Camus rinuncia a posizioni che prima aveva difeso, e ogni volta il cambiamento è dettato dall'esigenza di rimanere onesto con se stesso al costo di rompere con gruppi consistenti di lettori. Nel 1944, alla Liberazione, è favorevole all'epurazione ma si accorge presto che sebbene le cause astratte, collaborazionismo e resistenza, siano opposte e meritino giudizi contrastanti, gli uomini hanno qualità e debolezze simili. Nel praticare l'epurazione, ci si rende

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complici di atteggiamenti che per altri versi si dice di voler combattere. Allo stesso modo, finita la guerra, va di moda essere di sinistra e lodare le virtù del sistema sovietico. Per Camus invece, chi condanna la violenza in generale e la soppressione delle libertà, non può smettere di farlo quando quella violenza si rifà a un lontano ideale socialista. Camus si trasforma allora in aspro critico del totalitarismo comunista anche se la pubblicazione nel 1951 dell'Uomo in rivolta porta alla rottura con gli amici esistenzialisti o marxisti. Infine durante la guerra d'Algeria, sente di non riuscire a conciliare il principio di giustizia universale con il proprio attaccamento affettivo alla terra natia; piuttosto che mentire a una parte di sé, conclude di dover tacere, a costo di deludere numerosi lettori coinvolti nella lotta anticolonialista. La sua cerchia si indigna per queste "dimissioni da intellettuale" che rifiuta il proprio ruolo, che è quello di impartire lezioni. Ma per Camus, essere responsabile significa tacere quando non si pensa che la propria posizione debba diventare quella degli altri. L'intera esistenza di Camus è mossa dal bisogno di essere vero verso se stesso anche se, ai propri occhi, è ancora lontano dal riuscirci.

al canto suo Aron, animato da una passione propriamente politica, desidera incidere sulla vita pubblica. Al contempo però aderisce al seguente postulato: l'azione politica deve essere una risposta a circostanze particolari, non un costrutto teorico o l'espressione di sentimenti personali. Quindi occorre innanzitutto una conoscenza, la più completa possibile, delle circostanze. In ciò Aron si colloca all'opposto degli intellettuali di sinistra del tempo, pronti a discutere di qualunque argomento in nome di pochi grandi principi. Filosofo di formazione, vuol parlare della propria società e per prima cosa studia economia. Marx non è il pensatore a lui più affine ma visto che Marx c'è, Aron ne diventa uno dei massimi conoscitori. In seguito, pur di poter commentare le relazioni internazionali, studia la storia della diplomazia e della guerra. Perché una raccomandazione sia credibile, occorre prima accertarsi che il commentatore non confonda i propri desideri con la realtà, che parli davvero del mondo così com'è. Le due vie verso la responsabilità - essere vero verso se stesso, aspirare alla verità riguardante il mondo - non si contrappongono ma sono complementari, così come la morale e la politica; la scelta dell'una o dell'altra dipende da inclinazioni personali, non da

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una gerarchia assoluta. Ma una volta scelta una via, non sempre si è teneri con i fautori dell'altra. Camus non commenta la scelta di Aron ma non perde occasione di esprimere riserve nei confronti del l'appello - rivolto costantemente, in Francia, a scrittori o scienziati - a prendere posizione su questioni politiche. Oggi, lamenta, Racine dovrebbe scusarsi di scrivere Berenice invece di difendere l'editto di Nantes. Aron, invece, commenta a più riprese le posizioni di Camus, spaziando dal l'approvazione (sulla condanna del totalitarismo comunista o sul rifiuto delle ideologie) alla condiscendenza (gli argomenti filosofici di Camus rimangono un po' "puerili" o "banali") ma il suo giudizio diventa interessante soprattutto durante la guerra d'Algeria. Camus rifiuta di abbracciare la causa dell'indipendenza algerina e confessa di preferire una riconciliazione tra francesi e algerini, all'interno del quadro politico esistente, pur sapendola improbabile. Perciò dopo il 1956 sceglie il silenzio. Aron giudica severamente questa posizione (o meglio questa assenza di posizione pubblica): Camus ha rinunciato a guardare le cose come stanno, non ha dato prova di realismo come esige invece Aron. C'è un momento, tuttavia, in cui Aron cambia atteggiamento. Durante la Guerra dei sei giorni, nel 1967, sente di provare una simpatia incondizionata per la causa israeliana. Per giustificare la propria posizione, non ricorre come

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suo solito a un accumulo di informazioni né a un'argomentazione logica. No, questa volta - il caso è talmente eccezionale nella lunga carriera di Aron che vale la pena sottolinearlo - fornisce una sola ragione: . Aron accenna di nuovo all'"esperienza" di Camus con l'Algeria e la rivendica ora per sé. . L'ultima frase fa pensare. Credo che Camus abbia taciuto e Aron abbia obbedito al suo demone. Ammiro di più il gesto di Camus. Facendo un'eccezione nel momento in cui impegna la propria solidarietà, Aron apre una breccia nella propria posizione, giustifica a priori ogni accecamento: è sempre possibile invocare una solidarietà insopprimibile. In quel momento si trova interamente nell'impegno e non nella responsabilità. Quando Aron ha reagito a una situazione non con la ragione ma con il sentimento (il suo "demone"), la responsabilità oggettiva ne è uscita malconcia. Camus ha taciuto, aveva capito di non poter scegliere senza rinnegarsi: è rimasto fedele alla via della responsabilità soggettiva. Ma Camus e Aron hanno entrambi pensato e agito per tutta la vita controcorrente, a dispetto delle conseguenze e in accordo con le proprie convinzioni profonde, con ciò che credevano essere la verità. In questo rimangono splendidi esempi di persone responsabili. (Traduzione di Sylvie Coyaud)

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Camus, la «rivolta» 50 anni dopo ritratto di Kafka, Camus ha schizzato il modello di ogni pensiero immortale: il marchio di tutti i grandi pensatori, lui compreso…

di Zygmunt Bauman da Avvenire del 28/12/2010

na riflessione del sociologo della «modernità liquida», Zygmunt Bauman, sul lascito del grande scrittore francese, morto prematuramente a 47 anni in un incidente d’auto il 4 gennaio 1960, ma i cui romanzi aiutano a riconciliarsi con le stranezze e le assurdità del mondo che abitiamo. Mezzo secolo è trascorso senza Albert Camus, senza i suoi giudizi pungenti, provocatori e stimolanti, che ci pungolano e ci pungono sul vivo. In tutto questo tempo il corpus di libri, articoli e tesi dedicati all’autore di L’Etranger, La Peste, La Chute e Le Premier Homme non ha smesso di lievitare. Questia, la «biblioteca on line di libri e periodici» più consultata dai docenti universitari, il 1° ottobre 2009 elencava 3171 titoli, tra cui 2528 libri dedicati al suo pensiero e al posto che occupa nella storia delle idee; Google Books, sito web ancora più popolare, ne contava 9953. La maggior parte degli autori finisce per porsi la stessa domanda: quale sarebbe stata la posizione di Camus di fronte al mondo – il nostro – che si è instaurato dopo la sua morte prematura? Quali sarebbero stati i suoi giudizi, i consigli, le intimazioni che non ha avuto il tempo di offrirci e che ci mancano così ferocemente? Una sola domanda, tante risposte: tante risposte diverse… Non c’è da meravigliarsi. Camus diceva: «Tutta l’arte di Kafka sta nell’obbligare il lettore a rileggere». Perché? Perché le sue rivelazioni, o l’assenza di rivelazioni, suggeriscono spiegazioni, ma «che non vengono rivelate chiaramente» e che, per essere chiarite, richiedono che la storia sia riletta «da una nuova angolazione». In altre parole, l’arte di Kafka consiste nell’evitare la tentazione di voler inglobare l’ininglobabile e chiudere questioni destinate a restare per sempre aperte, intriganti e lancinanti: e dunque nel non cessare mai di interrogare e provocare il lettore, continuando a ispirare e incoraggiare gli sforzi di ripensare. Grazie a questa peculiarità le intuizioni di Kafka sono immortali, e le controversie e i dibattiti che continuano a generare sono la migliore approssimazione possibile alla «pietra filosofale» che sognavano gli alchimisti, dalla quale si può perennemente estrarre l’«elisir di vita». Nel suo

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Naturalmente non ho finito (e neanche seriamente tentato) di studiare le migliaia di reinterpretazioni suscitate finora dall’eredità di Camus. Non sono perciò competente per valutare, e neanche per sintetizzare, lo stato del dibattito, tanto meno per predirne l’evoluzione. Nelle riflessioni che seguono dovrò limitarmi al mio Camus, alla mia lettura personale e alla sua voce come la riascolto dopo oltre cinquant’anni, filtrata questa volta attraverso il tumulto della modernità liquida, quel gran bazar che ci fa da mondo: l’autore, innanzitutto, di Le mythe de Sisyphe e L’Homme révolté, due libri che come pochi altri letti nella mia giovinezza mi hanno aiutato a riconciliarmi con le stranezze e le assurdità del mondo che abitiamo, e che continuiamo a modellare giorno dopo giorno, consapevoli o meno, attraverso la nostra stessa maniera di abitarlo. Non sarei sorpreso che altri ferventi lettori di Camus, alla ricerca del suo messaggio alla posterità, giudicassero la mia lettura diversa dalle loro, strana o addirittura perversa: nell’inseguire indefessamente la verità della condizione umana, Camus era consapevole che l’oggetto della sua esplorazione restava aperto a una moltitudine di spiegazioni e giudizi, e resisteva strenuamente a ogni conclusione prematura (del resto, quando ci si dedichi al mistero insondabile della natura umana e delle sue possibilità, qualunque conclusione non potrebbe che essere prematura!), così come alla tentazione di espungere dalla sua visione della tragedia umana, in nome della logica e della chiarezza del discorso, l’ambiguità e l’ambivalenza che ne sono attributi irriducibili, se non addirittura quelli che la definiscono. Non si dimentichi che Camus definiva l’intellettuale come «uno la cui mente osserva se stessa»...

arecchi anni fa in un’intervista mi fu chiesto di «riassumere il mio pensiero in un paragrafo». Non saprei trovare descrizione migliore degli sforzi del sociologo per indagare e registrare i sentieri tortuosi dell’esperienza umana che questa citazione di Camus: «C’è la bellezza e ci sono gli umiliati. Quali che siano le difficoltà dell’impresa, vorrei non essere mai infedele né all’una né agli altri». Molti autori di ricette per la felicità degli uomini, più radicali e più arroganti, denuncerebbero questa professione di fede come un’incitazione scandalosa a giocare su due tavoli. Ma Camus ha mostrato, per me senza ombra di dubbio, che «fare una scelta di campo»

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sacrificando uno di quei due compiti per (apparentemente) svolgere meglio l’altro finirebbe inevitabilmente per metterli fuori portata entrambi. Lui stesso si diceva «posto a metà strada tra la miseria e il sole». «La miseria – spiegava – mi ha salvato dal credere che tutto vada bene sotto il sole e il sole mi ha insegnato che la storia non è tutto». Camus si confessò «pessimista sulla storia umana, ottimista sull’uomo», nel quale vedeva «l’unica creatura che rifiuta d’essere ciò che è». La libertà umana, sottolineava, «non è altro che una chance di essere migliori» e «il solo modo di affrontare un mondo senza libertà è diventare così assolutamente liberi da fare della propria esistenza un atto di ribellione». Il quadro che dipinge del destino e delle prospettive dell’uomo s’iscrive a metà tra la figura di Sisifo e quella di Prometeo, lottando – invano, ma con ostinazione indefessa – per riunirli e fonderli. Prometeo, l’eroe di L’Homme révolté, sceglie una vita per gli altri, una vita di ribellione contro la loro infelicità, scorgendovi la soluzione a quella «assurdità della condizione umana» che trascinava Sisifo, sopraffatto e ossessionato dalla propria infelicità, verso il suicidio come unica risposta e via d’uscita alla sua umana (troppo umana) maledizione (fedele all’antica massima enunciata da Plinio il Vecchio, e rivolta senz’altro a tutti gli adepti dell’amore di sé associato all’amor proprio: «Nella miseria della nostra vita sulla terra, il suicidio è il miglior regalo di Dio all’uomo»). Nella giustapposizione, operata da Camus, di Sisifo e Prometeo il rifiuto diventa un atto di affermazione: «Io mi ribello – avrebbe concluso Camus – dunque noi esistiamo». È come se gli uomini si fossero inventati gli ideali della logica, dell’armonia,

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dell’ordine e dell’Eindeutigkeit solo per essere spinti dalla loro condizione e dalle loro scelte a sfidarli uno a uno nella pratica… Il «noi» non potrebbe essere mobilitato da Sisifo il solitario, che ha per tutta compagnia un masso, un pendio e un compito di autosconfitta. Ma anche nella maledizione di Sisifo, apparentemente senza speranza e senza prospettiva, confrontato com’è con l’assurdità assoluta della propria esistenza, c’è uno spazio, atrocemente minuscolo, è vero, ma ampio a sufficienza per accogliere Prometeo. La sorte di Sisifo è tragica solo perché egli è cosciente, consapevole dell’insensatezza ultima delle sue fatiche. Ma come spiega Camus: «La chiaroveggenza che doveva essere il suo tormento determina al tempo stesso la sua vittoria. Non c’è destino che non si superi con il disprezzo». Scacciando la coscienza morbosa di sé per aprirsi alla visita di Prometeo, Sisifo riesce a trasformarsi da figura tragica di schiavo delle cose in loro artefice gioioso. «La felicità e l’assurdo – osserva Camus – sono due figli della stessa terra. Sono inseparabili». E aggiunge: a Sisifo questo universo «senza padrone» non sembra «né sterile né futile. Ogni atomo di quella roccia, ogni falda minerale di quella montagna piena di notte, da solo forma un mondo. La lotta verso le vette basta a riempire un cuore d’uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice». Sisifo è riconciliato con il mondo com’è, e quest’accettazione spiana la strada alla ribellione. Zygmunt Bauman, da «Le Nouvel Observateur» (traduzione di Anna Maria Brogi)

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Albert Camus filosofo del futuro Il titolo è assolutamente centrato, ma... “Albert Camus filosofo del futuro” di Paolo Flores D’Arcais (Codice Edizioni, Torino, 2010) è una sintesi in 30 pagine del pensiero del Premio Nobel, in linguaggio ‘filosofese’. Il “Mito di Sisifo” e “L’uomo in rivolta” sono cioè ricondotti ad un linguaggio che sostituisce la ricchezza di quello originario con le categorie di quello accademico: la vita umana diventa ‘dimensione ontologica’, il senso per la misura diventa ‘finitezza’, tanto per fare due esempi. Certamente, è corretto presentare Camus, come filosofo del futuro, capace di superare le sacche nichiliste nelle quali è sprofondato il pensiero postmoderno, ma dubito che l’interessato avrebbe apprezzato che il suo pensiero fosse ricondotto ad una specie di prefazione alla sua opera ad uso degli studenti universitari dei corsi di filosofia. Obliterare la ricchezza, in termini di storia, letteratura, mito, di quanto è presente nelle opere originali, temo cagioni un depauperamento troppo grave. Questo, però, probabilmente vale sempre quanto ci si cimenta ad

affrontare l’opera di un gigante: si rischia sempre di tradire in qualche modo e, d’altra parte, sarebbe troppo facile limitarsi a dire: leggete Camus (e traetene le conseguenza nelle vostre vite)! A Madrid due mesi fa, trovai una libreria, neanche centralissima, che aveva allestito la sua vetrina di tutte le opere di Albert Camus. In questo 50° anniversario delle sua scomparsa si è visto talmente poco in Italia (spero che Bompiani si degni almeno di ristampare l’ormai introvabile “Il primo uomo”) che non possiamo non dare il benvenuto a questo breve pamphlet di Paolo Flores D’Arcais e che ha il pregio di contenere in appendice le trascrizioni di una tavola rotonda (Albert Camus et le mensogne) tenutasi a Parigi nel 2002, nella quale spicca il contributo di Alian Finkielkraut (sul rifiuto netto del terrorismo e la presenza delle natura nel sua opera). 6 aprile 2010, L. G. (da http://hommerevolte.ilcannocchiale.it/Il Blog del NCL)

Segnaliamo la Call for papers: Albert Camus della rivista telematica Dialegesthai http://mondodomani.org/dialegesthai/

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Bettino Craxi, un ricordo personale e politico di Giusi La Ganga Avevo già conosciuto Craxi durante manifestazioni o comizi, ma la prima volta che lo incontrai a quattr’occhi fu nel novembre del 1976. Da luglio era segretario, dopo la sconfitta elettorale e le dimissioni di De Martino, espresso da un gruppo di quarantenni che aveva preso la guida del partito, e che lo aveva proposto come segretario per le insistenze di Nenni e Mancini, ma che lo considerava solo un “primus inter pares”. Sempre a luglio ero diventato segretario provinciale di Torino. Avevo 28 anni ed ero uno dei pochi esponenti della corrente di Giolitti, quella degli “intellettuali”, scelto probabilmente proprio perché non avevo un grande seguito e costituivo un punto di equilibrio fra le maggiori correnti. Craxi cercava nuovi quadri dirigenti da valorizzare e che gli consentissero di avere più forza nel partito. La corrente autonomista del PSI, fondata da Nenni e guidata da Craxi, era infatti piccola e poco radicata in molte regioni. Mi invitò ad andarlo a trovare nel suo ufficio di piazza Duomo, a Milano. Fu un incontro lungo e ricco. Mi colpì innanzitutto l’ambiente; quadri dappertutto, montagne di libri e di carte, oggetti e cimeli da ogni parte del mondo, una tangibile prova di grandi relazioni internazionali. Fisicamente era grande e grosso come me e scoprimmo che eravamo entrambi siciliani d’origine, di due paesi vicini sui Nebrodi, terra di rifugio nei secoli di perseguitati d’ogni genere. Da lì i nostri genitori erano venuti a Milano e a Torino, sposando ragazze del posto. Eravamo dei “terroni” del Nord. Nacque una simpatia istintiva, anche se lui metteva soggezione. Era brusco, andava al sodo nei giudizi, aveva una visione ampia dei problemi, ma anche attento ai particolari. Era curioso di uomini e cose. Fu chiaro: dovevamo lavorare per restituire ai socialisti e a riformisti la guida della sinistra italiana. Per farlo dovevamo rinnovarci, aprendo il PSI alle influenze del socialismo europeo. Cominciò così una collaborazione durata vent’anni. In questi giorni di molte ipocrite riabilitazioni voglio ricordarlo per come lo conobbi e lo apprezzai io. La prima cosa che mi viene di sottolineare è che Craxi era un uomo della sinistra italiana, anticomunista in nome di una sinistra liberale e riformista. In tutte le mille conversazioni private con lui ebbi sempre chiaro quel che pensava, e che

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mi faceva essere d’accordo con lui. La sinistra italiana doveva profondamente cambiare per uscire dalla condizione di doppia subalternità alla DC e al PCI, e la collaborazione con la DC, indispensabile per ragioni interne e internazionali, doveva essere in qualche modo sempre competitiva, perché, “in nuce”, era la collaborazione fra due poli alternativi. Così era in Europa e così avrebbe dovuto essere in Italia. Gli era chiaro che ad ostacolare questo disegno era la natura consociativa della Repubblica nata con il CLN e la propensione al dialogo diretto che DC e PCI mostravano ogni volta che i socialisti lo consentivano. Aveva chiara l’origine pre-marxista della sinistra italiana e Garibaldi era non soltanto un mito romantico ma una figura simbolica. Aveva tratto da Nenni un impianto istintivamente popolare, che gli faceva amare poco o nulla la tradizionale grassa borghesia del Nord, rappresentata da famiglie autoperpetuantesi e protese alla ricerca di risorse pubbliche per sostenere i propri affari. Ciò spiega la costante attenzione agli “uomini nuovi” che potessero emergere nell’economia, sostituendosi ad elites poco dinamiche e che percepiva come naturalmente ostili. Come è normale, nella prassi discuteva con tutti, ma la diffidenza che provava era probabilmente percepita dai suoi interlocutori. In generale i conservatori, i moderati e la destra in genere lo apprezzavano per il suo anticomunismo ma ne temevano le radici di sinistra. Nella primavera del ’78 si tiene a Torino il Congresso, durante i giorni drammatici del sequestro Moro. La posizione socialista a favore del tentativo di salvare la vita del leader DC viene spiegata come una spregiudicata mossa per rompere l’asse DC-PCI. Non nego che ci fosse un calcolo politico (Berlinguer definì più volte Craxi un “giocatore di poker”), ma posso testimoniare che alla base di quella scelta vi era anche l’angoscia sincera che Craxi mostrava ad ogni passaggio della vicenda. Alla base c’era l’idea della tutela della vita umana di fronte alla spietata “ragion di stato”, un umanesimo socialista che cercava interlocutori, distinguendosi dalla zelante “fermezza” di cui i comunisti volevano dar prova, anche per esorcizzare le radici militar-comuniste delle BR. Un anno dopo divento deputato. Nel giorno di inaugurazione della legislatura Craxi scrive per l’Avanti! un fondo in cui pone la questione delle riforme istituzionali. E’ la prima volta (a parte Pacciardi, trattato quasi come un fascista) che un leader democratico affronta il tema della

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modernizzazione delle istituzioni e della revisione della Costituzione. Fu un argomento costante della battaglia di Craxi. Oggi lo si riconosce ma insieme ne si deforma il senso. Nulla aveva a che spartire lo spirito dei socialisti di allora con molte proposte di oggi, che delineano una democrazia plebiscitaria e senza partiti, senza equilibri e contrappesi, in sostanziale discontinuità con la democrazia repubblicana della Costituente. L’idea di Craxi era di riprendere tesi e proposte accantonate alla Costituente (si pensi per esempio a Calamandrei), nonché le migliori esperienze francesi e tedesche, per rafforzare le istituzioni, che, senza cambiamenti, si sarebbero sempre più deteriorate. Trentadue anni dopo, i fatti testimoniano quanto quell’intuizione fosse lungimirante. Le elezioni del ’79 rinnovano radicalmente il gruppo parlamentare socialista. Craxi, quarantenne, alleva una generazione di trentenni, che segue con attenzione. Ho vivo il ricordo delle tante serate trascorse in fumose trattorie, oggi scomparse, a tirar tardi discutendo con passione. Craxi raccontava: storie apprese da suo padre, Prefetto di Como alla Liberazione, racconti di Nenni sulla guerra di Spagna, le intricate vicende dei rapporti Nenni-Mussolini. Si formò così il gruppo dirigente che guidò il PSI per quindici anni. Il Congresso di Palermo del ’81 segna la definitiva conquista della maggioranza nel partito da parte della corrente autonomista, che cambia nome. Diventa “riformista”, come ai tempi di Turati. L’autonomia dei socialisti è conquistata, ora le riforme. Palermo è il Congresso del “Viva l’Italia”, la canzone che diventa quasi una parola d’ordine, il rilancio di un patriottismo democratico, garibaldino, sottratto alle grinfie della Destra. L’Inno di Mameli risuona per la prima volta in un Congresso, affiancato all’Inno dei Lavoratori, che ora, non so perché, non si sente più. Craxi conclude il Congresso in maniche di camicia, con le lacrime agli occhi, in un clima di grande entusiasmo. L’anno dopo, Rimini. I meriti e i bisogni. Un messaggio di modernità e giustizia. Le elezioni dell’83 aprono la strada della guida del governo. La fase più alta dell’esperienza di Craxi. Molti ne hanno sottolineato i passaggi più significativi: scala mobile e relativo referendum, Sigonella, revisione del Concordato. Di quella fase a me preme ricordare un episodio, che ben spiega l’idea che Craxi aveva del primato della politica. All’epoca, fra le altre cose, seguivo per conto del partito i sondaggi e in quella veste gli avevo segnalato le difficoltà del referendum sulla scala mobile, dove in sostanza si chiedeva agli italiani di rinunciare all’uovo oggi per la gallina domani. Cosa

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che è sempre difficile da far capire e accettare. Lui non si scompose e mi replicò che i sondaggi si fanno non per adeguarvisi passivamente, ma, se necessario, per riuscire a far cambiare idea alla gente. Il leader deve assumersi il rischio di ciò che ritiene l’interesse generale e la politica deve guidare la società e non subirne gli umori. Quanta distanza da Berlusconi e Veltroni! Dopo l’87 si apre la fase più difficile: una sorta di traversata nel deserto in attesa di un ritorno alla guida del paese, che, nelle sue intenzioni, avrebbe consentito finalmente lo sfondamento a sinistra e conseguentemente l’alternativa alla DC. Ma nel frattempo si addensavano le nubi. Lo stato del partito non era buono. La traduzione in periferia della politica di Craxi era quanto mai discutibile e provocava reazioni crescenti. Io ero da tempo responsabile degli enti locali e ogni giorno cercavo di correggere le intemperanze periferiche. La centralità della posizione socialista non doveva tanto essere usata per massimizzare il potere in sè, quanto per innescare processi politici. Ma spesso non avveniva così, e cresceva il rancore verso un ceto politico vissuto come arrogante e inamovibile. Mentre al centro la politica era padrona, in periferia spesso era ancella, al servizio di altro. Questo valeva anche per il finanziamento del partito, che anche il PSI, come gli altri, reperiva in forme non trasparenti. Ma se per molti questo era un mezzo, al servizio di un progetto, per alcuni diventava un fine. Faceva il resto la fragile struttura del partito, che, a differenza del PCI, non disponeva di eroici ex partigiani o dei Greganti di turno, che gestivano un sistema ancora oggi in gran parte sconosciuto e di cui gli eredi continuano a non parlare. La degenerazione del sistema politico, che era generale, sembrava, per effetto di queste circostanze, riguardare soprattutto i socialisti. Che pagavano anche un minor radicamento nelle strutture dello stato (Magistratura, Servizi segreti, alta burocrazia). A questo bisogna aggiungere l’inevitabile sovraesposizione di chi doveva continuamente combattere su due fronti all’interno, di chi cercava di emanciparsi da una servile acquiescenza alla politica americana, di chi sosteneva la causa dei palestinesi, di chi sosteneva e alimentava il dissenso all’Est e i democratici schiacciati da regimi dittatoriali in tutto il mondo. C’erano le premesse per gli eventi successivi. L’anno decisivo fu sicuramente il 1989. Il crollo del comunismo nell’Est mette in moto la situazione. Craxi da un lato esalta la natura di sinistra del PSI (“Una bandiera rossa di cui non ci dobbiamo vergognare”, disse facendola esporre dal balcone di via del Corso a Roma, il giorno della caduta del muro di Berlino), moltiplica i contatti con i “miglioristi” del PCI, divenuto, in fretta e senza

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particolari autocritiche, PDS, modifica la scritta sul simbolo del Garofano, aggiungendo le parole “Unità Socialista”; dall’altro tiene in piedi il rapporto con la DC aspettando l’ineluttabile collasso a sinistra. Questa tattica attendista, pur giustificata dall’enorme diffidenza verso lo spregiudicato antisocialismo del giovane gruppo dirigente del PDS (i “nipotini di Berlinguer”), diventa un rischio, se protratta troppo a lungo. E qui le vicende politiche si intrecciano con quelle personali e private. Alla fine del ’89 Craxi ha un grave malore. Nessuno drammatizza, ma resta lontano da Roma per un mese. Quando torna, sono fra i primi ad incontrarlo. Mi fa una strana impressione: sembra invecchiato e poco combattivo. Ad un certo punto mi guarda fisso: “Non sai cosa vuol dire guardare la morte negli occhi”. La cosa mi colpì, ma subito riprendemmo a lavorare. A distanza di anni, ripensando mille volte a quei momenti decisivi mi sono formato un’opinione. La crescente circospezione , l’immobilismo con cui affrontammo la fase terminale del pentapartito ha anche una spiegazione soggettiva, una certa stanchezza che intorpidiva le analisi e le decisioni. Craxi era un leader forte ed era difficile contraddirlo. Ognuno di noi avrebbe forse potuto e dovuto fare di più, ma era comunque molto difficile. D’altra parte vi erano molte apparenti buone ragioni per una tattica non aggressiva. Il PDS rifiutava anche nel nome l’approdo socialista, molti dei suoi dirigenti, che ci parlavano di nascosto, preconizzavano l’imminente collasso del partito, i risultati elettorali parziali continuavano ad essere buoni. Craxi e tutti noi sottovalutammo le capacità di sopravvivenza del PDS, che era l’erede di un partito comunista anomalo, diverso da quello francese, socialdemocratico nella prassi amministrativa e profondamente radicato in alcune parti del paese. La stessa scelta di cambiare nome mantenendo una continuità storica, pur molto discutibile, agevolava la transizione. Inoltre, aspettando l’Unità Socialista, non ci accorgemmo che il paese stava sbandando. La fine della guerra fredda stava scongelando il sistema politico, liberando energie positive, ma anche spinte demagogiche, populiste e qualunquiste. Un grande rilancio delle riforme, la rottura degli equilibri politici e una svolta modernizzatrice era nelle possibilità di Craxi. Non fu così. Certo c’era sempre qualche buona ragione che induceva a temporeggiare. Ricordo che nel ’91, quando ci fu una crisi nella quale La Malfa uscì dal governo, si pensò ad elezioni anticipate, che probabilmente

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avrebbero indirizzato il malessere del paese in direzioni diverse da quelle che poi prese. Craxi ci pensò. A me disse, a crisi ricomposta, che dal PDS gli avevano chiesto aiuto per rinviare alla scadenza naturale del ’92 elezioni che li vedevano totalmente impreparati. Probabilmente è vero, ma il Craxi di 10 anni prima non si sarebbe certo fermato per questo. Alla fine del ’91 Chiaromonte, uno dei dirigenti comunisti che più stimava e frequentava, avvertì Craxi che le speranze di una riconciliazione a sinistra stavano sfumando. Gli disse che i “nipotini di Berlinguer” avevano scelto di combattere con ogni mezzo, anche “per via giudiziaria”. Craxi me lo raccontò, scettico su quel che potesse significare. Gli risposi che, per la mia esperienza torinese, non era cosa che si potesse sottovalutare. Ma ormai il tempo stava scadendo. Ciononostante le elezioni del ’92 danno un risultato discreto. Il governo mantiene una risicata maggioranza aritmetica. La DC perde 5 punti, il PDS più di 10, il PSI lo 0,6, principalmente in Lombardia (a Torino invece i socialisti raggiungono il massimo storico). Ma la bufera ormai incalza e travolge qualunque equilibrio. Craxi stenta ad accettare l’idea di poter essere un bersaglio diretto. Spera di poter formare un governo, poi ripiega su Amato. Ma ormai la politica cede il passo alla canea mediatica, alle inchieste, ai cappi sventolati in Parlamento, alle monetine lanciate per strada, ai suicidi, alle morti sospette. Il lavacro purificatore purtroppo non purificherà granchè, ma questo lo si scoprirà più tardi. L’ultima mossa politica fu il suo famoso discorso alla Camera, in cui invitava tutti ad un bagno di verità. Nessuno aprì bocca. Fece forse l’errore di non dar seguito a quel discorso con un pubblico atto di autoaccusa, che potesse rimettere in movimento un’iniziativa politica. Sbagliò forse l’intero gruppo dirigente a non autoaccusarsi, dando a questo un significato politico che facilitasse il superamento della crisi. Ognuno se la cavò come potè. Craxi, ferito e deluso, nel ’94 lascia l’Italia. Lo vidi ancora prima che partisse. Molti oggi dicono che non avrebbe dovuto andarsene. Ma allora non lo pensavo, e non glielo dissi. Troppo forte era il desiderio di linciaggio, troppo grandi i rischi, anche per la sua vita. Lo andai a trovare in Tunisia. Era un leone in gabbia, carte dappertutto, fax in ebollizione, segnato dal diabete, con un piede martoriato. Girai con lui per Hammamet. Era salutato da tutti con simpatia. In alcuni caffè esponevano la sua foto. Zoppicava. Eppure manteneva integri i tratti della sua personalità. Attento anche alle vicende private

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degli amici, affettuoso con me, come sempre. Cenai più volte a casa sua, sempre piena di gente. Scherzando ci dicemmo che sembrava di essere a Cascais. Ci sentivamo ogni tanto al telefono. Ma non quanto avrei voluto. Ognuno di noi era immerso nei propri problemi e nel proprio dolore. Chi non lo ha conosciuto stenta a credere che, dietro il suo modo di fare brusco, si nascondesse un uomo capace di affettuosità e grande dolcezza. Che aveva della politica un’idea alta e nobile, che combatteva duramente ma rispettava gli avversari. In uno dei momenti di maggiore scontro con il PCI, l’Avanti! aveva attaccato con rudezza Giancarlo

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Pajetta. Craxi si arrabbiò molto. Davanti a me chiamò Intini e lo rimproverò. “Ricordati che Giancarlo è un eroe, che ha dedicato la sua vita alla lotta per la libertà. E poi ha quarant’anni più di te e merita il tuo e nostro rispetto”. Anche Craxi merita, oltre all’affetto di chi ha vissuto e lavorato con lui, il rispetto che si deve a chi ha combattuto generosamente la propria battaglia in nome di ideali e passioni che solo una sinistra cieca e settaria può regalare ad altri. Giusi La Ganga Torino, 19 gennaio 2010

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Tangentopoli che cosa resterà di Piero Ostellino dal Corriere della Sera 21 gennaio 2010

Craxi il solo ad aver detto a un Paese politicamente incolto che l’etica della responsabilità è etica della Politica Erano stati sufficienti pochi mesi per processare e condannare Bettino Craxi. Ci sono voluti 15 anni per assolvere gli ex parlamentari pugliesi del Psi, Rino Formica, e della Dc, Vito Lattanzio, nel frattempo politicamente bruciati. Se questo è il senso politico di Tangentopoli non c’è di che compiacersene. Il decennale della scomparsa del segretario del Psi era una buona occasione per riflettere sul sistema politico che ha governato l’Italia dalla proclamazione della Repubblica e sui suoi rapporti col sistema economico; per chiedersi se —al riparo di pur legittime inchieste sulla corruzione— non si sia perpetrato un ricambio per via giudiziaria della classe politica, che ha tenuto fuori il Pci dal finanziamento irregolare sovietico e illecito tangentizio e alcuni settori della grande industria da Tangentopoli; per interrogarsi se oggi la corruzione politico-amministrativa non sia maggiore di prima. Ma politici, intellettuali e giornalisti hanno ridotto la questione a una polemica sull’opportunità di dedicare a Craxi una via di Milano, mentre Antonio Di Pietro—un ex poliziotto che s’è costruito una discutibile carriera politica come ex magistrato di Mani pulite, e con l’aiuto elettorale del Pci (la candidatura al Mugello)—continua a processarlo invocandone la decapitazione anche da morto. Ma che cosa è stata Tangentopoli? Ha scritto Guido Carli: «Se oggi volessimo ripercorrere la genesi di Tangentopoli, verremmo a scoprire probabilmente che mano a mano che la Cee si andava dotando di strumenti per individuare e colpire il "protezionismo interno", la risposta del sistema consisteva nell’estensione a macchia d’olio della collusione con il mondo politico attraverso lo sviluppo delle tangenti (...) I "lacci e lacciuoli" che imbrigliavano la libera espressione delle forze dell’invenzione e dell’intelligenza non erano soltanto esterni, ma soprattutto interni, e si celavano nell’occulto di bilanci non trasparenti». Come presidente degli industriali, Carli si era proposto di

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adottare uno «Statuto dell’impresa» con lo scopo di «isolare e poi scindere l’attività autenticamente imprenditoriale da quella che veniva mantenuta in vita soltanto grazie al contributo, diretto o indiretto, dello Stato». Ma (in Confindustria) «tutti, all’unanimità, rigettarono quel progetto, che venne accantonato» (Guido Carli, «Cinquant’anni di vita italiana», Laterza, 1993). Giorgio Fedel ha curato la pubblicazione dei discorsi di tre leader di epoche diverse con l’intento di verificare empiricamente come essi si erano assunta la responsabilità delle conseguenze dell’agire politico («Tre discorsi politici – Frammenti di etica della responsabilità», Rubbettino). Uno dei tre è il discorso pronunciato da Bettino Craxi alla Camera dei deputati, il 3 luglio 1992, mentre sta esplodendo Tangentopoli. Sullo sfondo ci sono il crollo dell’Unione Sovietica, la fine del bipolarismo internazionale (Usa-Urss) e interno (Dc-Pci), la prospettiva di un nuovo e più competitivo sistema politico. È da quel discorso che il mondo della politica avrebbe dovuto ripartire per correggere le distorsioni dell’interpretazione criminosa di Tangentopoli e prendere atto dei limiti e delle ambiguità della soluzione giudiziaria di Mani pulite. Di fronte alla convenienza di tutte le forze politiche— come poi sarebbe accaduto, abdicando alla propria funzione e delegando alla magistratura di risolvere la crisi—il segretario del Psi si affida, innanzi tutto, al giudizio di realtà: «... ciò che bisogna dire, e che tutti sanno benissimo, è che buona parte del finanziamento politico è irregolare o illegale». Quindi, esplicita il suo pensiero. Poiché lo facevano tutti, Tangentopoli non era un caso giudiziario, ma politico. Dice: «Se gran parte di questa materia deve essere considerata materia puramente criminale, allora gran parte del sistema sarebbe un sistema criminale». Fa appello, infine, all’etica della responsabilità: «Un finanziamento irregolare o illegale al sistema politico, per quante reazioni e giudizi negativi possa comportare e per quante degenerazioni possa aver generato, non è e non può essere considerato un esplosivo per far saltare un sistema, per delegittimare una classe politica, per creare un clima nel quale di certo non possono nascere né le correzioni che si impongono né un’opera di risanamento efficace, ma solo la disgregazione e l’avventura». L’appello non è stato colto, per opportunismo e per viltà, ieri; non è colto, per conformismo e per incultura, oggi. Così si accreditano due pregiudizi che ancora avvelenano la vita del Paese. Il primo,

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che dalla nascita della Repubblica l’Italia sia stata governata da mariuoli e che il solo partito immune da responsabilità politiche, e giudiziarie, fosse il Pci che traeva i propri finanziamenti dall’Urss, nemica del sistema di alleanze internazionali dell’Italia. Il secondo pregiudizio è che la magistratura possa risolvere un problema che è solo politico: quello dei costi, e del finanziamento, della politica, cioè dei rapporti fra società civile e società politica in un sistema di mercato e capitalistico. Che lo dica Di Pietro che l’Italia è stata governata per anni, e ancora lo è, da mariuoli è nella logica della sua vocazione anti-politica. Che con questo falso

storico, e al di fuori di ogni senso comune, non abbia ancora fatto i conti la sinistra post-comunista, è un vizio che le ha impedito di capire le ragioni della nascita del fenomeno Berlusconi e la espone, oggi, ai rozzi ricatti di Di Pietro. Bettino Craxi rimane il solo ad aver detto a un Paese politicamente incolto che l’etica della responsabilità è l’etica della Politica; che ad essa partiti e uomini politici dovrebbero far riferimento; che il problema dei costi, e del finanziamento, della politica non lo si risolve sbandierando il giustizialismo in Parlamento e nelle aule dei Tribunali.

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Nuovo Caffé Letterario 1/2010  

Web-zine Liberalsocialista fondata nel 1997 e curata dalla Kore Multimedia

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