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PER RICORDARE

11 DICEMBRE 1979

Si ringrazia della collaborazione: La Stampa, il suo archivo e Luciano Borghesan La Fondazione Teatro Regio di Torino Esposizione a cura di: Giampaolo Giuliano, Luca Guglielminetti e Donatella Pacces Design: Kore Multimedia Stampa: Litografia Cirone

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11 DICEMBRE 1979

Un gruppo di giovani fa il suo ingresso nell’atrio della Scuola di amministrazione aziendale in via Ventimiglia 115 alle ore 15 e 18. Entrano per prime cinque persone: vestiti elegantemente, con valigette «ventiquattr’ore». «Ho pensato — dirà in seguito la moglie del custode — che fossero studenti in ritardo: le lezioni infatti erano iniziate da pochi minuti». Non erano studenti: spianando le pistole, un commando di Prima linea (i cinque primi ad entrare più altri cinque armati, coperti all’esterno da non meno di sei o sette loro compagni) stava per dare inizio al più clamoroso attacco terroristico mai avvenuto in Italia. Nel giro di trenta minuti, con scadenze quasi cronometriche, occuperanno «militarmente» la palazzina dell’istituto sequestrando duecento tra studenti, insegnanti e dipendenti, e ferendo alle gambe cinque insegnanti (quattro dei quali funzionari Fiat distaccati presso la scuola, e uno dell’Olivetti) e cinque allievi, futuri quadri dirigenti delle aziende. Ore 15,20 — Si spalanca la porta dell’aula magna dove novanta studenti (trenta ragazze e sessanta ragazzi) stanno seguendo la lezione della professoressa Barberis: entra un giovane dall’età apparente di 25 anni. Alto, bruno. Dice: «Sono di Prima linea. State tranquilli e non vi accadrà nulla. L’edificio è occupato». Il tono tranquillo, la voce quasi cortese: gli studenti non sanno se credere a uno scherzo: «Ho pensato che a un collega dell’altro corso fosse venuto in mente di fare una spiritosata» racconterà più tardi un giovane. Ma l’uomo appena entrato insiste aprendo la giacca e mostrando due pistole infilate nelle fondine di un cinturone: «Adesso scendete con calma, tutti da questa parte». E indica il lato a sinistra della cattedra, dalla parte opposta della porta di ingresso. Contemporaneamente, fuori dall’aula gli altri terroristi si dividono per tutto l’edificio. Entrano in biblioteca, al bar, in segreteria, nel lato del Master (il corso aperto, in numero più limitato, a tecnici e funzionari, «giunti a un grado di carriera tale — spiega un depliant della scuola — da richiedere una formazione manageriale oltre a quella specificatamente tecnica già posseduta»). Qui i terroristi sceglieranno, oltre ai cinque insegnanti, le altre vittime. Ore 15,25 — Nell’aula magna entra un altro uomo, sui 30 anni, con una sacca da ginnastica da cui tira fuori il mitra. Accompagna gli impiegati della segreteria. Il direttore Giorgio Pellicelli, è a Londra. Il suo sostituto è momentaneamente assente, per una visita medica. Arriverà più tardi, trovando davanti all’istituto dieci ambulanze. Ore 15,26 —I terroristi entrano anche nell’aula «B», la più piccola, dove si stanno svolgendo gli esami di ammissione al Master. Sono presenti una ventina di persone. Con fermezza dicono a tutti di spostarsi nell’aula magna. Ore 15,30 — Stessa operazione nella terza aula dove altri 60 allievi stanno seguendo la lezione del professor Vercellone, presidente del Tribunale dei minori. Anche lui sarà trascinato insieme agli altri nell’aula magna. Ore 15,31 — Duecento persone ormai si stipano nell’emiciclo. Uno dei terroristi dà un preciso avvertimento: «Quest’arma spara molto bene. E’ un AK 47». Aggiunge un altro: «E’ di fabbricazione sovietica». Ore 15,32 — Nell’aula magna le giovani donne del commando sono due. Una legge un volantino. E’ l’unica a tradire, nella concitazione della voce, una forte agitazione: «Qui si formano i quadri dirigenti per le multinazionali... non dovete proseguire in questi studi o sarà peggio per voi». Uno studente obietta: «Arrivo da Foggia per studiare. Che cosa dovrei fare secondo voi?». Risponde il primo dei terroristi entrati nell’aula: «Non diciamo che tu debba fare come noi, ma qui non devi più venire». Chiede un altro studente: «Che differenza c’è tra voi e le Brigate rosse?». Risposta: «Siamo diversi. Ma adesso non abbiamo tempo per spiegare. Lo leggerai nel volantino». Ore 15,35 — Nell’ala dei Master il secondo gruppo (a questo punto secondo le testimonianze dovrebbero essere cinque e cinque) ha già selezionato professori e studenti. I terroristi chiedono i documenti, fanno domande precise: «Tu sei quello che lavorava alla pianificazione con Ghiglieno?» (l’ingegnere della Fiat recentemente ucciso da Prima linea). Alla risposta affermativa l’ingegner Vittorio Musso, 42 anni, viene allineato con gli altri: Angelo Scordo, 45 anni, dirigente Fiat; Lorenzo Uasone, 42 anni, dirigente Fiat: Diego Pannoni, 41 anni, dirigente Fiat; Paolo Turin, 40 anni, dirigente Olivetti; i quattro allievi dei corsi: Tommaso Prete, 24 anni; Pietro Tangari. 31 anni; Gianpaolo Giuliano, 33 anni; Renzo De Poser, 31 anni, e infine l’unico non ancora iscritto, che al momento dell’irruzione stava sostenendo l’esame d’ammissione: Giuliano Dallocchio, 28 anni. Ore 15,37 — Senza fretta, molto meticolosamente, i componenti del commando perquisiscono gli uffici. Parlottano tra loro. Una delle impiegate si sente male e viene soccorsa dagli stessi terroristi con un bicchiere d’acqua. Le vittime designate vengono divise in due gruppi: una parte di loro e stata legata con corde nere di nailon e incerottata bocca. Ore 15,38 — Nell’aula magna qualcuno degli studenti pensa anche a reagire, ma saggiamente ci ripensa. Tutti sono stati costretti ad accovacciarsi in terra con la testa tra le gambe. Dall’esterno arrivano i colpi sordi. Qualcuno intuisce. Altri pensano a una vetrata rotta. Nell’ala dei Master i terroristi hanno cominciato a sparare: a raffica contro parte degli insegnanti e degli studenti allineati contro il muro in corridoio. Con precisi colpi di pistola contro gli altri raggruppati nei gabinetti. I dieci sono colpiti alle gambe e si accasciano in terra. Ore 15,40 — Uno dei terroristi nell’aula: «E’ ora. Cominciate ad andare». Stesso discorso dalla parte dei Master: «Bene, adesso via, in ordine». Ore 15,45 — L’attacco, un’azione di guerriglia (come la definirà Sanlorenzo al suo arrivo), è terminato, i terroristi si ritirano con calma. Dalla scuola viene dato l’allarme. In pochi minuti, meno di dieci, sul posto piomberanno ambulanze e polizia.

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PER RICORDARE per non dimenticare

11 DICEMBRE 1979 11 dicembre 1979

Sergio Pininfarina: «Non era mai accaduto, credo, che si colpisse una scuola: solo le peggiori menti totalitarie, nella storia, hanno sentito la necessità di scegliere questo tipo di obiettivo».

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I terroristi hanno voluto colpire una scuola-simbolo È uno dei migliori centri di formazione manageriale La scuola di «Amministrazione aziendale» è stata istituita sotto l’egida dell’Università di Torino nel 1963 col fine di sviluppare la ricerca e la formazione dei neo-diplomati in materia di gestione aziendale, basando l’insegnamento sull’incontro diretto tra gli studenti il mondo accademico e le forze imprenditoriali, sociali e politiche. Per il suo finanziamento è stata costituita una società cui partecipano oltre all’ateneo torinese la Fiat, l’Unione industriale, la Camera di Commercio, la Cassa di Risparmio e il San Paolo. Fino al ‘78 c’era un solo corso, riservato ai diplomati della media superiore: due anni di perfezionamento con seminari di studio e lezioni tenute da specialisti a disposizione degli allievi oltre a materiale didattico di prim’ordine e insegnanti universitari altamente qualificati una biblioteca con 15 mila volumi, 500 riviste di scienza e tecnica manageriale, un archivio dei bilanci delle 300 maggiori società italiane e una raccolta di casi aziendali. Da due anni la presidenza aveva istituito un altro corso biennale di specializzazione postuniversitaria per giovani da avviare a posti di responsabilità in diversi settori della nostra economia. Definito «Master in gestione aziendale» e organizzato sulla falsariga delle «Business-school» europee ha come caratteristica la selezione degli allievi che vengono accolti solo dopo un esame preliminare. Gli studenti nel firmare la domanda di iscrizione devono impegnarsi a studiare a tempo pieno ed a superare nei tempi previsti i 13 esami di cui molti con funzione di filtro. Non più del 70 per cento riesce a terminare il biennio. Il «Master in gestione aziendale» è stato creato per far fronte alla crescente complessità dei problemi che riguardano il mondo economico e che costringono i dirigenti a tenersi costantemente aggiornati sulle tecniche amministrative e di gestione. Gli obiettivi principali tendono a dare al giovane una visione globale della problematica aziendale, una capacità decisionale di tipo imprenditoriale e una maggiore sensibilità ai fenomeni sociali. Quest’anno sono iscritti circa 180 allievi: 160 alla scuola di «Amministrazione aziendale» e 20 al «Master». L’esperienza che gli studenti acquisiscono durante il biennio è tale che le maggiori aziende italiane non solo prenotano gli allievi con mesi di anticipo, ma mandano i loro funzionari a perfezionarsi. Spiegano i responsabili della scuola: «Da noi non nascono manager perché il capitano di industria si forma esclusivamente nell’ambiente di lavoro, ma forniamo ai giovani tutti gli strumenti necessari per diventarlo». I terroristi hanno certamente, voluto colpire la scuola perché rappresenta uno dei maggiori centri di formazione manageriale d’Italia e dalla quale stanno uscendo da alcuni anni i quadri dirigenti delle più grandi aziende.

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(em. Mon.) La Stampa Pagina 20 del 12.12.1979 - numero 282

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È uno dei migliori centri di formazione manageriale

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Il proditorio attentato contro la scuola di amministrazione industriale Sdegno della città: un’ora di sciopero e manifestazione in piazza San Carlo Sdegno della città: un’ora di sciopero e manifestazione in piazza San Carlo - Il vicario generale ha portato ai feriti il conforto del cardinale - Il presidente della Federazione industriali: «L’efferatezza di chi ha dichiarato lotta al sistema non conosce limiti» - Tutti i partiti, i sindacati, Comune, Provincia e Regione invitano i cittadini per oggi alle 18 alla grande protesta. Le armi di Prima linea (che si è presentata ieri con una nuova sigla P. L. con la stella Br a 5 punte), hanno fatto sentire ieri, ancora una volta, il loro cupo rimbombo seminando feriti, sangue, orrore. Parlare di una cittadinanza annichilita di fronte alla criminale azione terroristica non è esagerato. Le prese di posizione di enti pubblici, autorità, sindacati, Chiesa si sommano a iniziative concrete decise subito dopo il propagarsi della notizia in tutti gli ambienti. La prima, concordata dalla giunta e dal consiglio regionale, dal Comune, Provincia, Comitato regionale antifascista, Cgil, Cisl e Uil è la manifestazione oggi pomeriggio, inizio ore 18, in piazza S. Carlo. Sarà un momento unitario di protesta e di impegno contro il terrorismo. Tutta la cittadinanza è invitata ad intervenire (...).

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«Ci hanno condannati prima del processo»

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Una sensazione: 5 delle vittime erano designate, le altre sono state «pescate nel gruppo» Interesse dei terroristi per una relazione che ricordava l’ing. Ghiglieno ucciso da Prima linea Cinque dei feriti sono ricoverati al Cto. gli altri alle Molinette. Le loro condizioni sono buone, e le preoccupazioni dei sanitari sono solo per il dott. Paolo Turin funzionario Olivetti, operato d’urgenza per ridurre la lesione a un’arteria. Dice la moglie Bruna: «E’stato 5 ore sotto i ferri, l’intervento è riuscito. C’è solo il pericolo di un’embolia, ma viene tenuto costantemente sotto controllo. Se non succederà nulla fra una decina di giorni tornerà a casa». Aggiunge: «Ha perso molto sangue, è ancora sotto choc. Ha trascorso una notte agitata. Mi hanno detto che gli hanno fatto un innesto». Ieri, per i feriti è stata la giornata delle visite. Ai loro capezzali sono accorsi parenti, amici e colleghi. Nonostante lo choc e il dolore hanno trovato la forza di scherzare, quasi volessero esorcizzare la paura. «E’ come tornare a vivere — dice il dott. Gian Paolo Giuliano, 33 anni, impiegato del San Paolo — e dei terroristi ho un vago ricordo. So solo che erano gentili, che ci davano del lei e che niente faceva pensare ad una “esecuzione “». Prosegue: «Volevano colpire l’istituzione perchè fa parte dell’Unione Industriale». Un giudizio sul loro documento? «E’ fatto da gente in gamba, peccato che sia di supporto alla violenza». Gian Paolo Giuliano è vicino a Giuliano Dellocchio 28 anni, ingegnere di Alessandria, che racconta: «Hanno dimostrato di agire come vogliono. Per alcuni la scelta era già stata fatta, per gli altri hanno pescato nel mucchio. Si sono accaniti contro Musso perché dirigente Fiat». Nella stessa camera del Cto1 c’è Pietro Tangari, 31 anni, ingegnere: «Ci hanno visti come strumenti di potere, mentre noi siamo in posizione dialettica col potere. Mi chiedo perché il dirigente debba essere paragonato ad un aguzzino». Nella stanza accanto ci sono Diego Pannoni. professore. 41 anni, dirigente Fiat, e Renzo Re Poser 31 anni, bancario. Il primo: «Hanno colpito la scuola perché la ritengono un centro nevralgico del sistema, come già avevano fatto alla “Praxis”». «Sono stato bloccato all’ingresso — spiega — e ho subito capito che era il mio momento, e che se dovevano prendere qualcuno, quello ero io. Mi è andata bene». Re Poser ancora sotto choc racconta: «Ho pensato solo alla mia vita. Quando ci hanno messo al muro ho pregato. Sono stato il terzo ad essere colpito, un’esecuzione sommaria». Della stessa opinione è il prof. Angelo Scordo. 45 anni, dirigente Fiat, ricoverato assieme a Musso, Uasone Prete e Turin alle Molinette. «Non siamo stati processati, ma eravamo già condannati». «Nella vicenda —aggiunge —ho un ricordo sbiadito. Gli sconosciuti avevano un volto anonimo. Mi hanno maltrattato perché fra i miei documenti hanno trovato il porto d’armi. Uno mi lui urlato: “Significa per noi volontà di resistenza”. Mentre sparavano mi auguravo che i colpi fossero diretti solo alle gambe». Vittorio Musso, dirigente Fiat, insegnante di sistemi di informazione, ritiene che i terroristi “siano un’organizzazione militare”. «Freddi e spietati —spiega — perché, per raggiungere lo scopo, hanno organizzato tutto alla perfezione. Il ricordo dei loro volti svanisce lentamente, così i loro movimenti. Non riesco più ad ordinare nella mia mente le fasi dell’irruzione». Tommaso Prete avvocato di Pescara era accanto a Musso. Lo ha bloccato nell’atrio un giovane con il loden verde. «Mi ha detto che era di Prima linea — aggiunge — e che dovevo seguirlo. Non ero preoccupato, pensavo che l’obiettivo fosse un altro, invece se la sono presa anche con me*» Si ricorda che gli sconosciuti si sono molto interessati ad una relazione che c’era sul tavolo. «Era stata preparata dal prof. Musso — precisa — e riguardava l’attività della scuola con riferimenti ad una lezione tenuta dal dirigente Fiat Carlo Ghiglieno, ucciso da Prima linea, e per il quale avevamo preparato uno studio sui problemi aziendali. Per questa ragione hanno chiesto al prof. Musso: “Ma allora, ti occupi anche tu di pianificazione”?». Prof. Lorenzo Uasone dirigente Fiat esperto in «marketing»: «Non ci sono dubbi, volevano colpire il “Master” e ci sono riusciti. Ma non hanno capito che siamo insegnanti che trasmettono cultura e informazioni: il manager si forma da solo». Ancora: «Non ho visto nessuno in faccia, per me tutto è durato meno di 5 minuti. Mi hanno preso alle spalle e spinto nel bagno. Mi sono trovato in compagnia di Pannoni e di Turin, che mi hanno detto: “Buongiorno, ci sei anche tu?”».

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I dieci feriti (tutti fuori pericolo) ricostruiscono l’allucinante aggressione

Emanuele Monta Giuliano Dolfini

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Vivace e consapevole assemblea di studenti e insegnanti nella scuola assaltata «Abbiamo vissuto un episodio di fascismo rispondiamo così: continuando a studiare» «Guai a cedere, guai a lasciarsi intimorire. L’importante è non diventare succubi della paura» - Un professore: «Farei lezione anche se avessi un solo iscritto» - All’aut-aut dei terroristi: «Non stiamo con voi, ma con le istituzioni. E cambiarle dall’interno per dare finalmente al Paese il giusto senso di sicurezza e di libertà» Lo spettacolo di violenza, la sensazione di disperazione e panico che Prima Linea ha portato l’altro pomeriggio nella scuola di amministrazione aziendale di via Ventimiglia 115 sovrastavano ieri mattina l’assemblea degli studenti. L’attentato riviveva, minuto per minuto, nei racconti degli ostaggi: l’aula magna, una tomba di silenzio e angoscia, il corridoio dell’«esecuzione», l’angolo di un mattatoio; uomini riversi a terra, altri che si trascinano carponi disegnando sul pavimento ghirigori di sangue. E i primi concitati soccorsi, cinture e foulard usati come lacci emostatici: unico anestetico, al bruciore delle ferite, il whisky del bar. E barelle, agenti, infermieri: sedie rovesciate, sangue dappertutto. Soprattutto all’inizio, l’assemblea si dipanava nella dimensione di questi tremendi ricordi: ricordi che poi, a poco a poco, sfocheranno nel dibattito e nella discussione su quale tipo di mozione votare. Ricordi che, comunque, non usciranno mai da quest’aula dove soltanto 16 ore fa oltre 170 persone si sono dovute piegare alle pistole e ad un mitra. Le 10,30: nei banchi disposti ad anfiteatro non c’è nemmeno un posto libero: accanto agli allievi della scuola siedono delegazioni di alcuni licei e istituti secondari. Presenti pure parecchi insegnanti. Nell’aula sosteranno brevemente anche il questore Pirella ed il vicecapo della polizia, Santino. Gli interventi si succedono rapidi, essenziali: la maggior parte sottolineano la necessità di ignorare la minaccia dei terroristi, «Non dovete più continuare questi studi», alcuni evidenziano dubbi e timori, tutti pongono domande o abbozzano diagnosi sui perché del terrorismo, molti dimostrano che tra questi studenti c’è sfiducia nello Stato. Coloro che hanno seminato l’inferno in questa palazzina adagiata nel verde di Italia ‘61 sono quasi sempre chiamati «terroristi», «loro», «quelli», soltanto qualche ragazzo li definisce «criminali» e «delinquenti». Uno studente afferma: «Dinanzi ad azioni come quella di ieri abbiamo una sola arma: continuare a fare quanto abbiamo fatto finora. Guai a cedere, a lasciarsi intimorire. Per conto mio, dobbiamo continuare a studiare in questa scuola. Le lezioni ricomincino al più presto». Uragano di applausi. (...)

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Il tragico bilancio dell’anno appena trascorso - Cosa ci attende neli’80?

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Nelle carceri italiane, quasi 1500 persone sono detenute per reati che hanno a che fare con il terrorismo: dalle stragi, agli omicidi, ai piccoli attentati. E’ un numero impressionante che, da solo, basta a rendere esplicita la vastità del fenomeno. Mai, come in questi ultimi dodici mesi, polizia e carabinieri sono parsi così «attivi». Nelle loro reti, sono finite persone di ogni ceto sociale, molto note o sconosciute. La loro effettiva responsabilità deve essere ancora sancita (in numerosi casi) dai tribunali, ma è innegabile che una fetta del «partito armato» è già finita dietro le sbarre. Eppure, nonostante questi «successi», l’entità della lotta armata non ha subito flessioni, anzi. Il terrorismo, nelle sue varie forme e sigle, è in qualche modo riuscito a «rigenerarsi», a trovare nuovi adepti. E’ questo il dato che più colpisce e che pone una pesante ipoteca sull’anno che si è appena aperto. I provvedimenti giudiziari adottati dal governo Cossiga proprio alla fine di dicembre sono la diretta conseguenza di questa situazione e, a loro volta, suscitano nuove inquietudini. Se non saranno sufficienti (e molti ne dubitano) ad arrestare l’ondata di violenza, ben poche possibilità «nuove» e «costituzionali» restano all’esecutivo. Siamo davvero all’ultima spiaggia? Non è ancora detto. Fra i «fatti nuovi» avvenuti nell’anno appena trascorso, uno, almeno, vale la pena di essere approfondito: le rotture, i dissensi, la polemica, all’interno del «partito armato». E’ una diatriba che si è espressa attraverso comunicati, volantini. Oltre agli interventi della polizia, è stato questo il «punto debole» mostrato dal terrorismo. E alla sua base c’era, innanzitutto, un dissenso ideologico, politico. E’ su questa breccia «politica» che bisogna anche insistere, pur se, spesso, l’emotività e la commozione spingerebbero a reagire «con gli stessi metodi di chi uccide». Per anni si è creduto (e qualcuno ha fatto di tutto per lasciarlo credere) che il terrorismo fosse ristretto ad un piccolissimo gruppo di «provocatori». Si è anche negato che il «partito armato» potesse avere la benché minima logica politica, ed è stato un errore. Adesso si scopre che in carcere vi sono già 1500 persone e che altre, molte di più, sono ricercate. Un esponente del governo Cossiga ha perfino ipotizzato una «legione» di simpatizzanti e fiancheggiatori pari a circa 150 mila persone. Se è vero, polizia e carabinieri, da soli, non possono bastare. (s. c.)

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Terrorismo’79: 22 morti 83 feriti

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Per ricordare l'11 dicembre 1979