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Angelo d’Orsi

gramsciana

Dagli scritti qui raccolti esce un ritratto complessivo di Antonio Gramsci, del suo pensiero, e delle sue pratiche politiche, tra il periodo giovanile, la maturità, e gli anni del carcere. Si presta anche attenzione alla “fortuna”, e agli usi e abusi, fino alle polemiche più recenti. L’Autore evidenzia l’originalità della posizione di Gramsci tanto nella storia della cultura e della politica italiana, quanto nel panorama della teoria marxista e dello stesso mondo del comunismo internazionale. La spiegazione, in sintesi, del perché Gramsci sia forse il solo pensatore “marxista” e comunista sopravvissuto al crollo del Muro; anzi del perché proprio la fine del “socialismo reale”, ne abbia rilanciato il nome su scala mondiale, fino a fare di lui l’autore italiano più studiato e tradotto nel mondo.

GRAMSCIANA

Angelo d’Orsi ordinario di Storia del pensiero politico all’Università di Torino, svolge anche attività di commentatore giornalistico. Studioso di Gramsci, si occupa di storia della cultura e degli intellettuali, di nazionalismo e fascismo, di guerre e di pacifismo. Presiede la Fondazione di studi storici Luigi Salvatorelli, ha ideato e dirige FestivalStoria, e la rivista di storia critica “Historia Magistra” (FrancoAngeli editore). È membro della Commissione per l’Edizione Nazionale degli Scritti di A. Gramsci e di quella per le Opere di A. Labriola. Tra i suoi ultimi lavori: Guernica, 1937. Le bombe, la barbarie, la menzogna (Donzelli 2007; ed. spagnola arricchita, RBA 2011); Il Futurismo tra cultura e politica. Reazione o rivoluzione? (Salerno Editrice 2009); 1989. Del come la storia è cambiata, ma in peggio (Ponte alle Grazie 2009); Gli ismi della politica. 52 voci per ascoltare il presente (a cura di,Viella 2010), L’Italia delle idee. Un secolo e mezzo di pensiero politico (Bruno Mondadori 2011); Il nostro Gramsci. Antonio Gramsci a colloquio con i protagonisti della storia d’Italia (a cura di,Viella 2011); Antonio Gramsci, Scritti dalla libertà (1910-1926) (a cura di, con F. Chiarotto, Editori Internazionali Riuniti 2012); Prontuario di Storia del pensiero politico (con F. Chiarotto e G. Tarascio, Maggioli 2013). Sta lavorando al vol. coll. Inchiesta su Gramsci).

SAGGI SU ANTONIO GRAMSCI

Angelo d’Orsi

isbn 978-88-7000-616-2

€ 0

,0

15

9 788870 006162

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Mucchi Editore

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Angelo d’Orsi

gramsciana saggi su antonio gramsci

Mucchi Editore


isbn 978-88-7000-616-2 La legge 22 aprile 1941 sulla protezione del diritto d’Autore, modificata dalla legge 18 agosto 2000, tutela la proprietà intellettuale e i diritti connessi al suo esercizio. Senza autorizzazione sono vietate la riproduzione e l’archiviazione, anche parziali, e per uso didattico, con qualsiasi mezzo, del contenuto di quest’opera nella forma editoriale con la quale essa è pubblicata. Fotocopie per uso personale del lettore possono essere effettuate nel limite del 15% di ciascun volume o fascicolo di periodico dietro pagamento alla SIAE del compenso previsto dall’art. 68, commi 4 e 5, della legge 22 aprile 1941 n. 633. Le riproduzioni per uso differente da quello personale potranno avvenire solo a seguito di specifica autorizzazione rilasciata dall’editore o dagli aventi diritto.

grafica Mucchi Editore (MO), stampa Editografica (BO) © STEM Mucchi Editore via Emilia est, 1741 - 41122 Modena info@mucchieditore.it mucchieditore.it facebook.com/mucchieditore twitter.com/mucchieditore pinterest.com/mucchieditore I edizione pubblicata in Modena nel 2014


Indice

Premessa.....................................................................................................5 Abbreviazioni dei testi di Antonio Gramsci...........................................9 Introduzione La Gramsci Reinassance........................................................................11 1  2  3  4  4  5  6 

Un italiano....................................................................................25 Risorgimento inquieto.....................................................................51 Una strategia di verità: il giornalismo integrale................................71 Davanti alla guerra: dalla polemica politica alla elaborazione teorica......................................................................101 Il Paese del Vaticano.....................................................................133 La passione educativa....................................................................153

Bibliografia........................................................................................177 Indice dei nomi.................................................................................185


Premessa I saggi che qui sono raccolti, in parte editi, in parte inediti, tutti rivisti, accompagnano il mio percorso di ricerca, negli ultimi anni: ma l’attenzione, lo studio, e l’attività volta a far conoscere Antonio Gramsci, in Italia e fuori, sono di lunga data. Nella Introduzione, scrivo che negli anni Novanta del secolo scorso, nessuno in Italia teneva corsi su Gramsci, nelle università italiane; ma, poi, preciso fra parentesi: quasi nessuno. Ebbene, ero tra quei pochissimi. Oltre ai corsi e ai seminari, nel corso del tempo, ho allevato una piccola schiera di gramsciani e gramsciane, e ho contribuito a farne crescere altri, non miei allievi diretti. Insomma, ritengo di aver dato un piccolo contributo alla Gramsci Renaissance, in corso ormai da anni, sia pure ancora non come sarebbe auspicabile. Ho lavorato, molto, quasi esclusivamente, con le giovani generazioni, tanto più preparate di quanto non fosse la mia, alla loro età, almeno a giudicare, autocriticamente, da me stesso. Generazioni, peraltro, disperate, per l’insipienza colpevole di una intera classe dirigente, il ceto politico innanzi tutto: generazioni che parlano tre-quattro lingue, hanno acquisito lauree e dottorati, talora master, specializzazioni varie, viaggiano, studiano, cercano lavoro, e poi, a un certo punto, smettono di studiare e di tentare di collocarsi professionalmente nella dimensione della ricerca, di vivere la vita degli studi e provano a costruire diversamente, in altra collocazione, il loro futuro; oppure, più semplicemente, se ne vanno: lasciano il bel Paese, e vanno a cercare più spirabil aere, all’estero. A queste generazioni il libro è dedicato, e uso il plurale perché ormai stiamo perdendo non una, ma due generazioni, nell’indifferenza dei nostri governanti. La vita degli studi, i saperi umanistici, la ricerca e la riflessione für ewig, ossia non immediatamente finalizzata al mercato, non serve, a quanto pare, e con essa “non si mangia”, secondo il detto di un ex ministro, che non merita neppure di essere citato. Lo studio di Gramsci per me ha sempre avuto un significato tutt’altro che meramente accademico: in Gramsci, lo confesso subito, apertis verbis, io vedo un «maestro di vita spirituale e morale», non, come egli scriveva riferendosi a Marx, «pastore armato di vincastro». A Gramsci ho dedicato saggi, articoli, due antologie dei suoi scritti, raccolte di contributi 5


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di autori vari, seminari, convegni, e iniziative editoriali, prima fra tutte la BGR, la Bibliografia Gramsciana Ragionata, che spero ora possa riprendere il cammino interrotto. Ma non mi iscrivo al partito dei “filogisti” (filologia sì, filologismo no, insegnava Benedetto Croce), che depotenziano il significato politico, profondamente eversivo del pensiero e della vista stessa di Antonio Gramsci, il cui insegnamento discende appunto da una combinazione di parole (scritte, dette), e di gesti: altrimenti non sarebbe il Maestro che è. Non è retorica affermare che la vita stessa di Gramsci rappresenta il suo lascito, altrettanto significativo della sua opera di pensatore, scrittore e rivoluzionario. D’altra parte non ho neppure mai creduto a un diretto utilizzo politico di Gramsci, che è comunque uomo del suo tempo, anche se, giustamente, appartiene all’albo dei classici, ossia di quegli autori che sono sempre attuali, anche quando non sono contemporanei. Anche quando parlano linguaggi, e usano strumentari concettuali di altra epoca. Il messaggio di Gramsci è, dall’inizio della sua presa di coscienza, fra il 1910 e il 1913, sino alla morte, il 27 aprile 1937, un messaggio di autentica sovversione sociale, anche se egli stesso parla, più compostamente, di «riforma intellettuale e morale», ma il suo punto di vista è e rimane quello della rivoluzione, in una sola parola. La rivoluzione dei ceti subalterni. E il suo ideale è il comunismo, per quanto, certo, un comunismo diverso, umanistico e critico. Il Gramsci liberale è una invenzione priva di fondamento reale, poco meno del Gramsci convertito al cattolicesimo in punto di morte, o altre fantasie utili per riempire le pagine dei giornali, o, se vogliamo, più nobilmente, per “usare” Gramsci in funzione di propri orientamenti ideologici. Certo, l’uso di un classico, specie un classico del pensiero politico, è lecito: ma se si lavora anche sul terreno della ricerca storica, la deontologia professionale (e anche la decenza intellettuale) ci obbligano a un minimo di rispetto dei testi e dei documenti. Per quanto mi riguarda, ritengo che Gramsci, nella sua elaborazione teorica ci fornisca chiavi di lettura del presente, e del passato, offrendo uno strumentario fatto di innumerevoli concetti che ci possono aiutare a lottare non soltanto per interpretare il mondo, ma per cambiarlo. Così lo interpreto, così lo studio, così lo insegno, indegnamente, forse, ma appassionatamente. Dedico il libro dunque a coloro che negli anni, da allievi indiretti o diretti, mi sono stati accanto, nel nome e nel segno di Gramsci: France6


Premessa

sca Chiarotto, innanzi tutto, che sul pensiero e l’opera di Gramsci (e non soltanto) lavora con me ormai da oltre un decennio, e Giacomo Tarascio; Gesualdo Maffia e Giovanna Savant; tutti miei allievi diretti. Fra quelli “di complemento”, mi piace ricordare, almeno, Chiara Meta. E, ancora, l’intero gruppo della rivista di storia critica da me fondata «Historia Magistra», che ha una fondamentale ispirazione gramsciana. E dietro di loro, per così dire, il libro è dedicato alla generazione dei “T-Q” senza speranza di essere riconosciuta per quello che vale e che merita: nel silenzio complice o ignavo delle generazioni precedenti. L’Introduzione riprende una conferenza svolta in portoghese, in spagnolo e in italiano, con numerose varianti, in sedi diverse nel corso del 2013 (al Fclch, dell’Università di San Paolo, Usp, in Brasile, quindi alla Escola de Verano di Malaga, poi ad Ales, organizzata dalla Casa Natale di A. Gramsci, e, infine, all’Università di Palermo). Il cap. 1 è l’Introduzione al volume da me curato Il nostro Gramsci (Roma, Viella 2011); il cap. 2 nato da un intervento alla Giornata di Studi della Fondazione Salvatorelli, a Marsciano, nel 2011, è stato poi ripreso e sviluppato per la pubblicazione in «Itinerari di Ricerca storica», XXVI, 2012. Il cap. 3 riprende e fonde alcuni interventi sul tema del giornalismo gramsciano tra cui in particolare: Una strategia per la verità. Appunti sul “giornalismo” del Gramsci torinese (in La prosa del comunismo critico: Labriola e Gramsci, a cura di Lea Durante e Pasquale Voza, Bari, Palomar 2006) e Il «giovane Gramsci», giornalista rivoluzionario (in Gli anniversari che ci parlano, a cura di Mario Brunetti, Collana dell’Istituto Mezzogiorno-Mediterraneo, s. l., 2008), entrambi frutto di convegni, uno a Bari, 2007, l’altro a Plataci, 2008. Anche il cap. 4 riprende un tema su cui sono intervenuto sovente: qui è essenzialmente il testo della relazione al convegno di Bari del 2007, edito in forma e dimensione diversa, ma con lo stesso titolo, Gramsci e la guerra: dal giornalismo alla riflessione storica, prima in «Passato e Presente», 74, 2008, e quindi negli Atti a cura di Francesco Giasi (Gramsci nel suo tempo, Roma, Carocci 2008). Il cap. 5 è l’Introduzione alla raccolta gramsciana Il Vaticano e l’Italia (Roma, Editori Internazionali Riuniti 2010). L’ultimo capitolo, inedito, fonde due conferenze tenute all’Unicamp, Università di Campinas (Brasile), alla Facoltà di Educação, nel 2012 e 2013; tema poi ripreso, in diversa for7


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ma, a Roma nel convegno itinerante organizzato dalla Casa Natale di A. Gramsci, sempre nel 2013. Ringrazio curatori di opere collettanee, direttori di riviste, sulle cui pagine alcuni di questi testi sono apparsi (anche se, insisto, in forma diversa). E ringrazio coloro che invitandomi a parlare o scrivere di Gramsci mi hanno offerto lo spunto per produrre i testi qui raccolti. Ringrazio, infine, soprattutto Cristina Accornero che mi ha aiutato a raccogliere e rivedere i testi, ha corretto le bozze e redatto l’Indice dei nomi.

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Elenco delle abbreviazioni dei testi gramsciani CF = La città futura. 1917-1918, a cura di S. Caprioglio, Torino, Einaudi 1982. CT = Cronache torinesi. 1913-1917, a cura di S. Caprioglio, Torino, Einaudi 1980. CTe = Cronache teatrali. 1915-1920. Seguite dagli appunti sul teatro nei «Quaderni del carcere» 1929-1932, a cura di G. Davico Bonino, Torino, Aragno 2010. DSR = Disgregazione sociale e rivoluzione. Scritti sul Mezzogiorno, a cura di F.M. Biscione, Napoli, Liguori 1995. EN - E 1 = Edizione Nazionale degli Scritti di Antonio Gramsci. Promossa dalla Fondazione Istituto Gramsci. Epistolario 1, gennaio 1906-dicembre 1922, a cura di D. Bidussa, F. Giasi, G. Luzzatto Voghera e M.L. Righi; con la collaborazione di L.P. D’Alessandro, B. Garzarelli, E. Lattanzi, L. Manias e F. Ursini, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana 2009. EN - E 2 = Edizione Nazionale degli Scritti di Antonio Gramsci. Promossa dalla Fondazione Istituto Gramsci. Epistolario 2. Gennaio-novembre 1923, a cura di D. Bidussa, F. Giasi e M.L. Righi; con la collaborazione di L.P. D’Alessandro, E. Lattanzi e F. Ursini, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana 2011. EN - Q = Edizione Nazionale degli Scritti di Antonio Gramsci. Promossa dalla Fondazione Istituto Gramsci. Quaderni del carcere. Edizione critica diretta da G. Francioni. I. Quaderni di traduzioni (1929-1932), 2 tt., a cura di G. Cospito e G. Francioni, 2 tt., Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana 2007. L = Lettere. 1908-1926, a cura di A.A. Santucci, Torino, Einaudi 1992. LC = Lettere dal carcere, a cura di S. Caprioglio e E. Fubini, Torino, Einaudi 1965. LC 2 = Gramsci Antonio – Schucht, Tatiana, Lettere 1926-1935, a cura di A. Natoli e C. Daniele, Torino, Einaudi 1997. 9


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NCF = La nostra città futura. Scritti torinesi (1911-1922), a cura di A. d’Orsi, Roma, Carocci 2004. NM = Il nostro Marx. 1918-1919, a cura di S. Caprioglio, Torino, Einaudi 1984. ON = L’Ordine Nuovo. 1919-1920, a cura di V. Gerratana e A. Santucci, Torino, Einaudi 1987. QdC = Quaderni del carcere. Edizione critica dell’Istituto Gramsci, a cura di V. Gerratana, Torino, Einaudi 1975. QM = La questione meridionale, a cura di Franco De Felice e Valentino Parlato, Roma, Editori Riuniti 1974. Ris. = Risorgimento italiano, Introduzione e note di C. Vivanti, Torino, Einaudi 1977. Ris 2 = Il Risorgimento e l’Unità d’Italia, Introduzione di C. Donzelli, Roma, Donzelli 2011. RSC = La religione come senso comune, a cura di T. La Rocca, Presentazione di G. Vacca, Milano, EST- Nuove Pratiche Editrice 1997. SF = Socialismo e fascismo. L’Ordine Nuovo. 1921-1922, Torino, Einaudi 1966. SL = Scritti dalla libertà (1910-1926), a cura di A. d’Orsi e F. Chiarotto, Roma, Editori Internazionali Riuniti 2012. Vatic. = Il Vaticano e l’Italia, a cura di E. Fubini, Prefazione di A. Cecchi, Roma, Editori Riuniti 1961; 2a ed. 1967; 3a 1986. Vatic. 2 = Il Vaticano e l’Italia, Introduzione di A. d’Orsi, Roma, Editori Internazionali Riuniti 2011.

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Introduzione La Gramsci Reinassance Antonio Gramsci moriva a Roma, in una casa di cura, nel 1937, a 46 anni, dopo aver trascorso tra carcere, confino di polizia e cliniche, in stato di detenzione o semidetenzione, oltre 10 anni, dopo che un tribunale speciale del fascismo lo aveva condannato a venti anni (20 anni, 4 mesi, 5 giorni) di reclusione. Ma la “fortuna” di Gramsci comincia prima della morte, dopo pochi mesi dall’arresto; e ne fu promotore colui che aveva preso il suo posto alla testa del Partito Comunista d’Italia, ossia Palmiro Togliatti, con il quale Gramsci aveva rotto ogni rapporto poco prima dell’arresto, a seguito dell’aspro dissenso scoppiato tra di loro sul giudizio relativo all’operato della maggioranza del Pcb di Stalin e Bucharin contro il fronte delle minoranze di sinistra di Trockij, Kamenev e Zinov’ev. Gramsci, segretario del PcdI aveva scritto una lettera nella quale, pure con la comprensibile prudenza connessa al proprio ruolo, esprimeva una critica di fondo alla linea staliniana, e richiamava i “compagni russi” alle loro responsabilità davanti al movimento comunista internazionale. La lettera, come sappiamo, non fu consegnata da Togliatti (con l’accordo di Bucharin), suscitando l’aspra reazione di Gramsci. Eppure, a dispetto di quell’episodio, che segnò la rottura fra i due, anche sul piano personale, Togliatti si propose e si impose, con abilità, quale prosecutore, interprete fedele e quasi fratello minore di Gramsci; dall’altra si impegnò da subito a valorizzare la figura di quel combattente caduto nella rete del nemico. Potremmo dire che, in nuce, nel dissenso dell’ottobre 1926 risiede l’essenza della fortuna di Gramsci, alla quale assistiamo sulla scena internazionale ormai da un quarto di secolo. Ancora oggi il rapporto Gramsci-Togliatti rimane il nodo essenziale delle infinite discussioni non soltanto in seno alla comunità gramsciana, dentro e fuori i confini italiani, ma anche lo sfondo di tante dispute che, spesso in maniera pretestuosa e infondata, da tempo immemorabile costituiscono il leit motiv di un dibattito che oscilla tra storiografia e ideologia, tra bisogno di conoscere il passato e tentazione di manipolarlo a proprio uso e consumo. Se in seno al Partito comunista, a lungo, anche 11


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dopo la morte di Togliatti (1964), costui era considerato appunto il più fedele compagno e continuatore del “capo della classe operaia” (come fin dal 1927 Togliatti stesso chiamò Gramsci in un famoso articolo apparso in Francia); oggi il giudizio si è fatto molto articolato, tra gli studiosi, mentre l’opposizione Gramsci-Togliatti è diventata il filo conduttore della polemica politico-giornalistica, specialmente nel campo esterno alla cultura di sinistra; ormai, anzi, si può dire sia diventato un luogo comune, con una semplificazione della vicenda storica che arriva alla più indecente banalizzazione, o addirittura fino al suo disinvolto rovesciamento. Che il contrasto politico fra i due sia un dato storico è fuori discussione; ma non v’è dubbio che se noi oggi parliamo di Gramsci – e tutto il mondo, si può dire, ne parla, e siamo qui a chiederci il perché – lo si deve innanzi tutto precisamente a Palmiro Togliatti. Che, appunto, dopo aver scritto i primi due articoli sul compagno in carcere, tra il 1927 e il 1928; dopo aver in qualche modo seguito le trattative per la sua possibile liberazione, sia pure in posizione defilata, dato il suo ruolo; dopo aver tenuto sotto controllo l’andamento della esistenza del prigioniero da Mosca e anche la vita della famiglia a Mosca; fu decisivo sia per salvare gli scritti pubblicati (“bisogna raccogliere gli scritti di Antonio prima che se ne perda memoria” – scriveva a un compagno quando Gramsci era da poco in prigione), sia per mettere al sicuro il tesoro costituito dalle Lettere e poi, soprattutto, dai Quaderni, che tornarono insieme con Togliatti in Italia, in nave, nel 1945, da Mosca; le lettere, quelle ricuperate fino ad allora, giunsero invece tra la fine del 1946 e il gennaio 1947. E decisivo fu Togliatti per la costruzione della fortuna di Gramsci, con la doppia operazione del 1947-48, con la pubblicazione prima delle Lettere e poi, dal 1948, fino al 1951, dei Quaderni: doppia perché fece precedere la scoperta dell’uomo e dello scrittore, in modo da creare un pubblico il più largo possibile per accogliere poi la ricezione del pensatore, come si era espresso nelle note dei Quaderni. E qui, l’ultimo colpo di genio di Togliatti: una edizione tematica, in sei volumi, che potesse facilitare la lettura di quei testi complessi, spesso difficili, che più che un’opera costituivano un insieme di opere abbozzate, a diversi livelli di elaborazione. Operazione, quest’ultima, “filologicamente pazzesca”, come è stata definita (Luciano Canfora), ma culturalmente intelligente e politicamente produttiva. Inoltre, la decisione di scegliere una casa editrice 12


Introduzione. La Gramsci Reinassance

non di partito, sebbene vicina ad esso, ma di orientamento democratico, la casa fondata dal figlio di Luigi Einaudi, che stava nell’immediato dopoguerra costruendo un filo conduttore della nuova cultura italiana, tra i classici del pensiero liberale, socialista e democratico, da De Sanctis fino appunto a Luigi Einaudi e, appunto, ad Antonio Gramsci. Insomma, Gramsci è “autore interamente postumo” (Giuseppe Vacca); almeno il Gramsci dei Quaderni e delle Lettere; in parte il discorso vale anche per gli articoli giornalistici e i testi interni al Partito Comunista: gli uni quasi mai firmati, e gli altri ovviamente noti solo alla dirigenza comunista. Palmiro Togliatti è stato comunque il suo primo e principale “editore”, ossia colui che l’ha salvato e ce lo ha consegnato, sia pure con censure sulle quali si è accanita la polemica giornalistica e politica, ma con scarso fondamento, in quanto si trattava di censure minime che non intaccavano la sostanza del pensiero di Gramsci, che ha cominciato a essere conosciuto e apprezzato a partire proprio dal primo volume dei sei, organizzati da Felice Platone sotto la direzione di Togliatti, intitolato Il materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce. Dal 1951, con la pubblicazione del sesto e ultimo volume, ebbe inizio la stagione degli studi, che non si sarebbe più arrestata, pur nelle oscillazioni legate ai contesti politici e culturali, producendo, con gli anni, una mole che ha pochi termini di paragone, a livello mondiale: monografie, saggi, volumi collettanei, recensioni, note critiche, rassegne, e, naturalmente, seminari e convegni… Proprio un convegno, quello del primo decennale della morte, svoltosi in ritardo, nel gennaio 1958, a Roma, chiudeva idealmente gli anni Cinquanta: il mondo degli studi si era mobilitato intorno a quel nuovo autore. E cominciarono anche le polemiche verso l’interpretazione che si stava cristallizzando nel Partito comunista, con i paralleli tentativi di evidenziare, pur in una ribadita complessiva fedeltà al leninismo, l’originale collocazione di Gramsci in seno al pensiero marxista. Erano spunti e analisi che avevano ricevuto non pochi stimoli dalla pubblicazione, avviata nel 1954, degli scritti antecedenti al carcere, in una prima serie conclusa nel 1971. La scoperta del «giovane Gramsci», e in particolare di quello “ordinovista”, parallelamente al sorgere di un movimento di critica della linea del pci, svolta “da sinistra”, offriva appigli a chi non si accontentava della interpretazione “ufficiale”, ossia del pensiero di Gramsci che era sostan13


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zialmente identico a quello di Togliatti, e, nel contempo, rifiutava la riduzione del primo a una delle tante stazioni del cammino del marxismoleninismo. Così la figura di Gramsci cominciava ad essere piuttosto inserita nella collana di perle del marxismo “alternativo”, che comprendeva consiliarismo, spontaneismo (sia pure in dialettica con dirigismo), libertarismo; un pensiero che comunque si connotava per la critica, anche se spesso più implicita che esplicita, dello stalinismo. Mentre Togliatti difendeva la linearità del percorso gramsciano, al cui termine si collocava il passaggio del testimone nelle proprie mani, si apriva il dibattito continuità/rottura, tra un primo Gramsci, spontaneista e libertario, un secondo bolscevico e leninista, un terzo ripiegato su se stesso, «dopo la caduta» – la sconfitta del movimento operaio – a meditare sui caratteri del mondo «grande terribile». E, in conseguenza di ciò, si disputava (e si disputa) sulla natura del für ewig gramsciano: era, la sua, una riflessione ab aeterno, davvero disinteressata degli svolgimenti politico-pratici? O non piuttosto una presa d’atto che i tempi erano cambiati, e di conseguenza le prospettive e i mezzi, le strategie e le tattiche, ma non gli obiettivi finali? Insomma, Gramsci era rimasto un rivoluzionario fino alla fine? O si era accontentato di passare dall’azione alla meditazione storico-filosofica, rinunciando alla prospettiva del cambiamento? Si faceva strada intanto, da più parti, l’esigenza di evitare le cristallizzazioni del pensiero gramsciano, secondo semplicismi ideologici a carattere strumentalmente politico. Togliatti, dal canto suo, spostava l’asse dell’operazione Gramsci: in luogo dell’intellettuale pensoso, sottolineava il dirigente volitivo. E con la crisi del 1956 si procedeva alla “nazionalizzazione” della teoria e della pratica politica del “fondatore del Partito comunista”, primo a identificare, in sostanza, la necessità di una via “nazionale” al socialismo. Ma il dibattito andava avanti a prescindere e sempre più contro la linea ufficiale della dirigenza comunista, mentre cominciavano nella prima metà degli anni Sessanta a manifestarsi i segnali di una radicale contestazione politico-culturale. A metà del decennio arrivavano in libreria le Lettere dal carcere, in un’edizione che moltiplicava per tre la prima del 1947. A partire da quella raccolta si realizzarono edizioni ridotte, antologiche, per le scuole e per un pubblico più vasto. L’anno dopo, il 1966, fu un giornalista sardo con la passione della storia, Giuseppe Fiori, a pubblicare la prima vera biografia di Gramsci: un’opera, che con tutti 14


Introduzione. La Gramsci Reinassance

i suoi limiti, ancora oggi, in mancanza di una biografia alternativa, è un punto di riferimento. La morte di Togliatti (1964) rappresentò una oggettiva “liberazione” di forze, sia interne sia esterne al pci, per poter affrontare in modo diverso tanto la storia del partito, quanto il ruolo del suo gruppo fondatore, a partire da Gramsci. Momento di svolta fu il secondo Convegno di studi gramsciani (Cagliari, 1967), dove, accanto ai marxisti, studiosi di tutt’altro orientamento (Norberto Bobbio, in primo luogo) avviarono il tentativo di sconnettere Gramsci dal pensiero di Marx e dalla tradizione marxista. Antonio Gramsci era ormai entrato nel Gotha del pensiero mondiale: v’era in ciò un’attitudine che, all’indubbio riconoscimento della grandezza, accompagnava la tentazione di una riduzione di quella stessa grandezza a elemento di monumentalizzazione del «classico». In effetti, dall’altra parte, si era verificata la prima scoperta politica di Gramsci, a sinistra della linea ufficiale dei partiti comunisti di osservanza sovietica, in Italia e fuori d’Italia, a cominciare dalla Francia. Gramsci, rivoluzionario, per sintetizzare: non stalinista, non trockista, non uomo d’apparato, non verboso estremista, non luddista anarchicheggiante, non riformista moderato. Un rivoluzionario pensoso, un comunista critico, un umanista marxista. Etichette peraltro tutte inadeguate, come altre che furono escogitate per identificarlo. Era insomma cominciata la prima “fortuna” di Antonio Gramsci, in un fiorire di studi non sempre fondati filologicamente, specie fuori d’Italia, dove non si disponeva di traduzioni adeguate (quasi sempre antologiche). E la scoperta “a sinistra”, inevitabilmente, comportò la critica “da sinistra”, nella quale l’animosità non sempre era sorretta da buone ragioni filologiche e storiografiche. Gli usi politici in un senso o nell’altro erano facilitati dall’assenza della pubblicazione completa e attendibile dei testi gramsciani, e dalla mancanza soprattutto di un’edizione integrale e critica dei Quaderni del carcere, giunta a metà degli anni Settanta, dopo il lungo, paziente e generoso lavoro di curatela dello studioso Valentino Gerratana; e questa è rimasta l’edizione di riferimento finora. Sembrava, quel momento storico, rappresentare il culmine delle possibilità del socialismo in Italia e nel mondo. Il movimento degli studenti era ancora vivo, il pci (guidato da 15


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Enrico Berlinguer) arrivava a esiti elettorali eccezionali, la società italiana aveva introdotto nei propri ordinamenti giuridici notevoli cambiamenti innovativi, e il costume si era profondamente trasformato. E invece quello era il preludio del ripiegamento, dietro il quale si stagliava l’ombra di una profonda restaurazione politica. E Gramsci? Con la nuova edizione dei Quaderni, era quasi un altro Gramsci che si presentava al pubblico; a partire da Parigi, dove venne presentata in anteprima mondiale l’edizione Gerratana dei Quaderni. che da appunti e note sparse, si trasformavano in un insieme che, malgrado la disorganicità, possedeva una sua compattezza. Il rivoluzionario veniva studiato sub specie aeternitatis, nei termini di un filosofo politico, di uno storico, di un critico letterario, di un interprete del mondo «vasto e terribile», per riprendere una sua espressione che ricorre più volte nella corrispondenza con i familiari. I testi gramsciani, che ritornavano in certo senso nuovi, venivano letti quali frammenti di un’analisi lucida della sconfitta del movimento rivoluzionario, che pareva in controluce profetizzare altre sconfitte: quella del “Vento del Nord”, nel dopo Resistenza in Italia, e l’altra che stava cominciando a delinearsi in quella seconda metà del decennio. Letti nella loro versione (quasi) integrale, i Quaderni, insomma, diventati “opera”, accrescevano la loro forza di suggestione; Gramsci fu esaminato, da parte di una cerchia di studiosi in parte diversa da quella passata, con occhi nuovi, e con strumenti più raffinati. Se ne ricavavano preziose tessere di un mosaico che nel corso degli anni seguenti sarebbe diventato via via imponente, in termini di quantità e di qualità, con una intensificazione fuori d’Italia a partire dal finire degli anni Ottanta, e in Italia, dalla metà dei Novanta. I concetti chiave del lessico gramsciano – da «egemonia» a «guerra di posizione», da «rivoluzione passiva» a «cesarismo» a «intellettuali» – emersero come stelle luminose di un firmamento sconosciuto, improvvisamente scoperto o riscoperto: si trattava di un dizionario generale delle scienze sociali, storiche, umane. Si faceva strada un po’ alla volta la realtà di un pensiero multiverso, a volte quasi inafferrabile per la sua stessa ricchezza. Nello stesso tempo, paradossalmente, il cambio di decennio comportò, in Italia, un lento inabissarsi di quel pensiero, prova che l’assunzione di Gramsci nell’empireo non lo aveva emendato dalla “colpa originaria”: il comunismo. Così, venne il tempo della rimozione e dell’oblio. 16


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Antonio Gramsci, in patria, diventava un “cane morto”. Era un altro paradosso, in quanto, contemporaneamente, sull’onda lunga dell’edizione critico-cronologica dei Quaderni, il pensatore (e il rivoluzionario) veniva scoperto fuori d’Italia, in sedi diverse, e con differenti modalità. In sostanza, mentre fuori dei confini italiani, il nome di Gramsci cominciava a circolare con insistenza, negli ambienti culturali nostrani Gramsci era quasi ritornato ad essere lo sconosciuto che era prima della “scoperta” del 1947, grazie alle Lettere. L’oblio del nome di Gramsci fu impressionante, nell’Italia degli anni Ottanta, dominati politicamente dallo pseudoriformismo “decisionistico” di Bettino Craxi, e culturalmente da quello che fu chiamato, su scala sovranazionale, «l’edonismo reaganiano», con un forte ripiegamento sul privato, una esibita volontà di primeggiare in una dimensione esistenziale in cui il lato pubblico, politico, veniva cancellato. L’agorà, in ogni sua possibile versione, era dimenticata a vantaggio del salotto di casa, o, peggio, della discoteca, o della birreria, dove il discorso pubblico, politico, era del tutto rimosso. Il divertimento, nella sua forma spesso più becera, prendeva il posto dell’impegno. Come avrebbe potuto trovare posto una figura quale quella – severa al punto da apparire rigorista, “calvinista” – di Antonio Gramsci, in quell’universo? E anche a sinistra, nello scenario che si cominciava a delineare di fuga dal marxismo, e dal suo corrispettivo politico, il comunismo, Gramsci non godè di buona stampa. Ormai, mentre la cosiddetta nuova destra, alla ricerca di parentele nobili, cominciava a guardare al pensiero di Gramsci come un punto di riferimento, in un patchwork confuso, bizzarramente anche letture fatte in ambienti che ormai sulla linea del postcomunismo ancor prima della caduta dei regimi dell’Est sovietico, sembravano andare nella stessa direzione, consegnando quel rivoluzionario, inchiodato da etichette che volevano essere squalificanti, come “armonico”, “gerarchico”, “produttivista”, tendenzialmente “totalitario”, proprio al paniere ideologico di una destra “colta”. Gli anni Ottanta, nondimeno, si chiusero con una serie di eventi che sembrarono di nuovo riaprire i giochi, anche se gli impulsi a una Gramsci-Renaissance, onda lunga dell’edizione Gerratana, provennero da fuori d’Italia. Incominciava a delinearsi il divario tra gli ambienti culturali italiani che ricuperavano in modo lento e ritardato una seria ricezione del pensiero di Gramsci, e una comunità di studi internazionale che 17


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si apriva a quell’autore con attenzione e, talora, con entusiasmo. Era un Gramsci nuovo quello che in una lettura trasversale e multidisciplinare, si palesava, tra manipoli di studiosi europei, americani e un po’ alla volta anche di altri continenti – Asia e Australia –: era il Gramsci pensatore critico della modernità, marxista innovatore, comunista capace di riflettere senza ideologismi sul fallimento della rivoluzione in Occidente. La cultura italiana si lasciò lentamente trascinare, in modo spesso riluttante, talora opponendo resistenza, in varia forma. Le edizioni in lingue diverse dall’italiano cominciarono a susseguirsi; e non si trattava più di antologie, ma di ambiziosi tentativi di traduzioni integrali. Negli Usa nacque la International Gramsci Society, che presto diede vita a una importante Sezione italiana. E mentre si cominciava alacremente a lavorare all’edizione integrale inglese dei Quaderni, a cura di Joseph Buttigieg, fondatore dell’IGS, il nome di Gramsci si diffondeva soprattutto in America Latina, mentre in Europa la ripresa di interesse fu più lenta, specie in Francia dove era partita per prima l’attenzione a questo italiano, con grandi contese politiche tra gramsciani e gramscisti… Ciò non toglie che in numerose realtà nazionali Gramsci fosse ormai diventato un personaggio di rilievo in seno al dibattito politico e culturale; lo si citava anche al di fuori dei contesti accademici. Il lessico di Gramsci si prestava a un doppio uso: strumento di analisi della realtà storico-politica, (e più in generale mezzo di lavoro scientifico) da un lato, e di intervento nella prassi, dall’altro. Ma sempre fuori d’Italia. Quando nelle Università italiane si può dire che nessuno tenesse corsi su Gramsci (quasi nessuno…), il cui nome era ormai ritornato ad essere ignoto o pressoché ignoto agli studenti, e negletto dalla quasi totalità del corpo docente; in Giappone, per fare un esempio, era uno degli autori politici più studiati; così pure, per accennare a tutt’altra temperie culturale, nei Paesi arabi. Gli orientamenti culturali stavano cambiando. Il 1989-1991 – ossia il biennio “rivoluzionario” che, con l’improvviso crollo del «socialismo reale», aveva sconvolto il mondo, alimentando speranze poi rivelatesi perlopiù ingannevoli e fallaci – aveva cambiato il quadro della storia. Sotto le macerie del Muro di Berlino, erano rimasti quasi tutti gli autori marxisti; fatta eccezione per Gramsci, e, naturalmente, Marx stesso: se questo si presentava come il grande profeta critico della globalizzazione, anticipando le interpretazioni pessimistiche sulla globalizzazione della mi18


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seria, Gramsci appariva come il pensoso analista della sconfitta dell’ipotesi rivoluzionaria, ma altresì il pacato e profondo studioso di un altro socialismo possibile, lungo sentieri nuovi di lotta culturale, di costruzione di una egemonia intellettuale, di un uso intelligentemente critico degli elementi portanti del “moderno”. L’ultima riscoperta di Gramsci, quindi, in un paradosso più apparente che reale, si collocava proprio a ridosso del crollo del Muro, dal quale non solo non era sfiorato, ma che ne faceva risaltare la figura nello spazio rimasto vuoto. E risiede proprio in ciò la spiegazione della persistente fortuna del suo pensiero, nella sua diversità da tutto l’insieme della elaborazione marxista connessa al socialismo sovietico. Ci vollero, nondimeno, altri anni prima che anche in Italia si ricominciasse, con continuità e sistematicamente, a studiare, pubblicare, tenere corsi universitari; ad avviare ricerche sia archivistiche sia bibliografiche, volte specialmente a rintracciare i segni della fortuna di Gramsci fuori d’Italia. Il segno decisivo del ritorno di Gramsci sulla scena culturale, fu l’avvio dell’Edizione Nazionale degli Scritti, nel 1996-97, sotto l’egida della Fondazione Gramsci: non fu senza significato, certo, che il clima politico fosse di una nuova fiducia nella sinistra, appena giunta al governo del Paese, dopo la prima breve ascesa e caduta di Silvio Berlusconi. E, tuttavia con l’Edizione Nazionale, la gran parte di coloro che studiavano Gramsci, provvedevano consapevolmente o meno, a neutralizzarlo sul piano politico: la sinistra che governava non solo era lontana da qualsivoglia tentazione eversiva, ma si dichiarava estranea alla stessa tradizione marxista. Eppure, se politicamente Gramsci non aveva più appeal, per impulso della progettata Edizione Nazionale e di tutto quello che cominciava a nascere intorno ad essa, gli studi gramsciani conobbero un imponente rilancio e poi una decisa accelerazione, dal sessantesimo anniversario della morte (1997), fino al settantesimo (2007), le cui manifestazioni, per numero, intensità e durata, sorpresero gli stessi gramsciani e gramsciologi. Guardando a ritroso verso l’ultimo ventennio, si può affermare che sul piano dell’acquisizione documentaria si sono forse compiuti maggiori progressi che nel mezzo secolo precedente. Abbiamo acquisito dettagli importanti finora rimasti sconosciuti, che ci aiutano a definire assai meglio il quadro complessivo non soltanto della biografia gramsciana. E ciò, 19


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mentre fuori d’Italia Gramsci veniva scoperto o approfondito, con un salto notevole non solo nella quantità delle traduzioni, ma nella loro qualità e natura, con la prosecuzione o l’avvio di edizioni integrali, con la nascita di “Cattedre Gramsci”, con un nuovo interesse degli editori alla pubblicazione di testi e di studi: difficoltoso in un primo tempo, poi un po’ alla volta più facile. Alcuni convegni latinoamericani (Messico, Brasile, Argentina, Venezuela, in particolare), tra gli ultimi anni Novanta e il primo decennio del secolo XXI, testimoniarono, oltre ogni dubbio, la nuova fortuna del pensiero di Gramsci nel mondo e in specie nel subcontinente americano, dove il richiamo a Gramsci si definiva soprattutto, ma non esclusivamente, di tipo militante; a differenza che nel mondo anglosassone (dagli Usa all’Australia, fino al subcontinente indiano), dove Gramsci veniva scoperto e letto e impiegato metodologicamente, quale teorico, o prototeorico dei cultural studies o dei subaltern studies, spesso con delle forzature o delle semplificazioni. E dire che Gramsci ci invita “non forzare i testi!” Davvero imprevedibile fu la mole delle celebrazioni per il settantesimo della morte, con innumerevoli eventi, da Sidney a Torino, da Roma a San Paolo del Brasile, dalla Sardegna alla Puglia; convegni, ma anche edizioni di testi, pubblicazione di studi, avvio di grandi imprese. Fu l’anno, il 2007, dell’uscita dei primi due tomi dell’Edizione Nazionale, dedicata ai Quaderni di traduzione, inediti; a cui, negli anni seguenti, si aggiunsero i primi due volumi dell’Epistolario. A seguire, innumerevoli iniziative: seminari, altri convegni, premi, edizioni, altri studi, opere di consultazione, quali la BGR (Bibliografia Gramsciana Ragionata), un repertorio che ha avviato la ricognizione con schede analitiche di tutto quanto è stato pubblicato in lingua italiana su Gramsci, dal 1922 ad oggi; e il Dizionario Gramsciano, concentrato sull’analisi e l’interpretazione del lessico e delle figure chiave dei Quaderni. Oggi la bibliografia gramsciana comprende circa 20.000 titoli, in una quarantina di lingue. Oltre 2500 sono in lingua inglese; e, per fare un esempio lontano, oltre 600 in giapponese. Si è avviata l’edizione integrale in cinese mandarino dei Quaderni, dopo quella delle Lettere, mentre giunte a compimento edizioni europee (francese, tedesca, angloamericana), e da tempo diverse edizioni latinoamericane (in portoghese-brasiliano quella del compianto Carlos Nelson Coutinho) venne ripresa quel20


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la russa, che era stata interrotta; e così via. Il risultato è che Antonio Gramsci è oggi uno dei 250 autori più letti, tradotti, citati e discussi di tutti i tempi, di tutti i Paesi e di tutte le lingue e di ogni genere (ossia letterati, filosofi, scienziati… ). È uno dei cinque italiani più studiati e tradotti e commentati dopo il XVI secolo. È il pensatore del Novecento italiano più studiato. E l’interesse per lui sta registrando una eccezionale crescita nel corso degli ultimi anni, che sembra non voglia finire. Gramsci è diventato un autore da citare, oggetto, oggi più che prima, di appropriazioni politiche e strumentalizzazioni ideologiche; le quali, nondimeno, sono il segno di una riscoperta vitalità del suo pensiero. Ma che cosa in particolare da quel pensiero e dalla stessa biografia di Gramsci giunge fino a noi, come eredità feconda? Innanzi tutto, la dimensione dialogica di quel pensiero e di quella personalità. Gramsci scrive (lo confessa lui stesso) sempre immaginando di avere un interlocutore davanti, dal quale essere contraddetto o comunque stimolato. Si tratta di un “pensiero in sviluppo” (l’espressione è gramsciana, ripresa dal compianto Giorgio Baratta). Il “frammentismo” – un dato posto in luce dai primi lettori dei Quaderni – non è soltanto connesso alla dimensione provvisoria di testi che il detenuto Gramsci vergava in vista di possibili loro riprese e sviluppi (come si ebbe poi infatti, a un primo stadio, nei “Quaderni speciali”), bensì corrisponde a un modo d’essere, e di ragionare, di quel cervello che non si riuscì a mettere a tacere. Tutto ciò, ossia la dimensione dialogica della scrittura, e dunque del pensiero di Gramsci, ha a che fare, evidentemente, con la vocazione pedagogica di Gramsci: ho sostenuto altrove che prima che un intellettuale, prima che un militante, prima che un dirigente politico, Antonio Gramsci fu un educatore. E non soltanto nei rapporti con i familiari (come padre, figlio, fratello, cognato, marito, zio…, attraverso la corrispondenza, sia prima, sia durante la carcerazione e nel periodo di semilibertà che precedette la morte), ma anche come giornalista, nel suo modo peculiare di rivolgersi al lettore, per “educarlo”, per far crescere la sua coscienza politica, ma anche elevare, più in generale, il suo livello culturale; e dovunque gli capitasse, al confino e in carcere, Gramsci organizzava attività didattiche, sia di formazione politica sia di alfabetizzazione. Infine, Gramsci fu educatore in seno al partito, secondo modalità proprie di chi mira a favorire la formazione di un intellettuale collettivo, dove si ar21


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riva insieme alla verità: sola attività veramente e squisitamente rivoluzionaria, come scrive. Dinnanzi al crollo dell’utopia e della speranza comunista in Occidente, mentre dall’America Latina giunge la proposta di un nuovo socialismo per il XXI secolo, Gramsci acquista un valore pregnante, proprio per la natura antidogmatica del suo pensiero, per il carattere critico della sua visione del comunismo, per la duttilità intelligente della sua analisi delle possibilità e dei limiti della “Rivoluzione in Occidente”. La sua è una riflessione sulla modernità che ci interroga sul nostro presente, e fuoriesce nella sua strumentazione teorica dai binari canonici della teoria marxiana: basti pensare alle note sia pure solo abbozzate sui “subalterni”, categoria ben più ampia e per noi oggi fondamentale di quella classica di “proletari”. In una situazione babelica di linguaggi e opzioni politiche, di fallimento di tutte le grandi fedi politiche e religiose, Gramsci forse viene riscoperto incessantemente perché ci insegna a non rinunciare alla lotta, proponendo una rivoluzione che sia un processo e non un atto, che nasca da un lungo lavorio di preparazione culturale e pedagogica, una rivoluzione internazionale e sovranazionale, una rivoluzione che non sia più la presa della Bastiglia o del Palazzo d’Inverno, bensì una trasformazione «molecolare» a carattere internazionale e sovranazionale. Gramsci, teorico delle situazioni di «crisi», reinventore del concetto oggi imprescindibile di «egemonia», ci suggerisce, pacatamente, con la fusione dell’ottimismo della volontà e del pessimismo della ragione, qualche percorso per passare dalla crisi alla sua analisi e al suo superamento. Fa bene, oggi, leggere e rileggere Gramsci: tutta la sua opera dialogica, e non solo per la sua frammentarietà, ma proprio per l’intima disposizione ad ascoltare le ragioni dell’altro, a discutere più che a sentenziare, ad allargare più che a restringere. Quanto è degna di interesse la sua concezione del partito politico (“Moderno Principe” machiavelliano), un partito-intellettuale, che rifiuta il modello della setta, e ragiona in termini di massa, secondo il principio del centralismo democratico, e non burocratico. Quanto è prezioso un pensiero antidogmatico e critico come il suo, nel quale la battaglia fondamentale dell’intellettuale è quella per la verità. Fa bene raccogliere i suoi spunti in fatto di analisi del capitalismo non come modo di produzione ma come sistema complessivo, come ci22


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viltà alla quale il comunismo dovrà sostituire un altro e ben diverso modello di civiltà. E quanto sono utili gli spunti sulla concezione di uno Stato allargato, ossia la sua capacità di cogliere la dilatazione dei compiti dello Stato nella società moderna. E la sua analisi del cesarismo moderno, di cui sottolinea il carattere poliziesco più che militare, ossia che il controllo sociale passerà non solo attraverso gli eserciti e la forza fisica, ma attraverso un sistema raffinato ed esteso che invaderà le nostre vite. E così via in analisi che sovente sconfinano nelle profezie… Al sentiero gramsciano potremmo dare il nome banale di comunismo alternativo: antideterministico e antimeccanicistico; alternativo al socialismo reale, agli orrori del gulag, allo stalinismo. Personalmente preferirei parlare di Gramsci come del portatore di un’altra concezione, che non può essere etichettata semplicemente come comunistica e nemmeno come marxistica; comunismo come prospettiva e marxismo come fonte sono le due strade maestre che conducono a Gramsci, ma che non definiscono, sino in fondo, compiutamente, il suo mondo interiore, i suoi princìpi e i suoi fini. Con Gramsci, io credo, incomincia una fase di una storia nuova del pensiero occidentale; una fase nuova che lancia lo sguardo verso altri scenari, e verso altri valori, un mondo in cui l’uguaglianza non sia imposta con la forza, in cui non si obbligherà gli uomini a essere buoni, in cui la disciplina nasca dalla convinzione e dalla partecipazione, dall’educazione, non dalla coercizione; un mondo in cui come egli scriveva fin dal 1920 «il comunismo non oscurerà la bellezza e la grazia». Insomma, sono queste (e molte altre) le ragioni per cui oggi abbiamo bisogno di Gramsci, anche se il suo pensiero appare forse drammaticamente inattuale, quanto, tuttavia, necessario.

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GRAMSCIANA. Saggi su Antonio Gramsci di Angelo d'Orsi