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FORCHE CAUDINE Associazione dei Romani d’origine molisana

EDITORIALE Disfacimento irreversibile? Mentre il Molise si “rianima” (si fa per

dire), come al solito, alla vigilia di tornate elettorali, nel caso delle Europee con candidati provenienti soprattutto da fuori regione (ma a Campobasso sono in seicento, per lo più autoctoni, ad ambire al posto in consiglio comunale), la situazione sociale della più piccola regione del nostro Mezzogiorno è a dir poco preoccupante. Notiziario dell’associazione I nuovi dati sul lavoro diffusi da Eurostat confermano il dramma: nel 2013 in edito dal 1989 Molise la disoccupazione ha fatto un balzo in avanti di quasi quattro punti Giampiero Castellotti percentuali (maggior incremento nazionale dopo quello pugliese), passando presidente dal 12 al 15,8 per cento. E quella giovanile è arrivata al 49 per cento: in pratica uno su due non ha lavoro. Le fughe altrove, soprattutto all’estero, vedono i Donato Iannone nostri territori primeggiare a livello nazionale, ovviamente per numero di vicepresidente nuovi emigranti rispetto alla popolazione regionale. Il Molise, per i dati sul lavoro, si riavvicina pericolosamente al profondo Sud: la Puglia è al 19,8 per Gabriele Di Nucci segretario cento, la Campania al 21,5, la Calabria al 22,2. Del resto le cronache quotidiane confermano il disfacimento del tessuto Gianluigi Ciamarra produttivo, già strutturalmente fragile: Gam, Ittierre, Solgarital, Zuccherificio Giovanni Scacciavillani sono i quattro nomi più ricorrenti di aziende in crisi. presidenti onorari Negli ultimi due anni circa tremila persone hanno perso il lavoro in Molise. I lavoratori iscritti alle liste della mobilità sfiorano le 7 mila unità, cui si Fabio Scacciavillani aggiungono i circa 12 mila percettori dell’Aspi. L’Istat parla di un tasso di presidente com. scientifico povertà relativa intorno al 22 per cento. ----------------------------------Questi i numeri secchi, al di là delle parole. Una regione al collasso, Supplemento al sito www.forchecaudine.com socialmente puntellata dalle pensioni degli anziani (compresi i tanti testata giornalistica registrata “accompagni”) e dall’occupazione pubblica, imbottita all’inverosimile per il 30 maggio 2008 (n. 221) decenni ed oggi anch’essa in grande sofferenza, soprattutto sul fronte delle presso il Tribunale di Roma numerose società partecipate. E poi, paradossalmente, “sostenuta” dal lavoro (già registrato il 9/1/90, n. 5 “nero”, stimato al 25 per cento. Proprio nei giorni scorsi la Guardia di finanza come periodico cartaceo). Direttore: Giampiero Castellotti ha scoperto nel Basso Molise una ditta che opera nel settore dei trasporti con 51 lavoratori in nero, con cinque milioni di euro evasi tra imposte dirette e WWW.FORCHECAUDINE.IT Irap, un milione ed 800 mila euro di Iva non versata, 115 mila euro di ritenute info@forchecaudine.it ------------------------------------- di acconto non pagate. La Newsletter di Forche Caudine Responsabilità politiche? Certo, specie per tanti consiglieri – lo dicono le cronache della magistratura proprio di questi giorni – che non hanno brillato raggiunge 5.928 persone (30% Roma, 30% Molise, per ortodossia. Ma è un intero sistema che esce sconfitto, dilaniato, sfiduciato. 20% resto d’Italia, 20% estero). I sindacati (con le loro colpe) condannano le politiche della giunta Frattura e Inoltre numerose associazioni il bilancio da poco approvato, suggerendo “interventi strutturali e mirati al la inoltrano ai propri soci. posto di una sterile programmazione a pioggia”. Ma sono parole al vento. La reale conseguenza di tutto ciò è il danno all’identità stessa di una regione Per cancellazioni, anche in riferimento che non è stata in grado di programmare il proprio futuro, a partire da una alla legge sulla privacy: propria solida uniformità. Oggi, per chi non se ne fosse accorto, è in crisi la info@forchecaudine.it. stessa sussistenza di questo territorio. Non è casuale che un amministratore La collaborazione è gratuita. non proprio di secondo piano, come il presidente della Provincia fiorentina “Forche Caudine” Andrea Barducci (uno dei suoi predecessori è attualmente premier), a è realizzato per passione proposito dell’abolizione delle Province si chieda come mai il Molise esista e senza fini di lucro. ancora. Sterili e un po’ retoriche reazioni d’orgoglio da parte di chi ha sangue Per le foto si ringrazia molisano serviranno davvero a poco. Tiziano Primerano

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MOLISE A MONTEMITRO CI PENSERA’ LA MAGIA DEL LUOGO A DIRE NO ALL’EOLICO SELVAGGIO di PASQUALE DI LENA dottore in agraria

Un posto magico, quello incontrato a Montemitro e vissuto con altre decine di persone, per dire NO alla installazione di pali e pale eliche poco sopra, in cima al monte, e sulla cima del monte di fronte, dove si racconta il primo insediamento delle genti arrivate dalla Croazia, in cerca di quella pace che la loro terra aveva perso. Non più di duemila quelli che, nel Molise, parlano ancora la lingua portata qui dai loro avi, a rappresentare la più piccola comunità linguistica presente in Italia. Ci siamo radunati, per parlare di pali e pale eoliche, sul piazzale di una casa poco sotto la cima di quel monte che io, dalla mia casa sul “Monte” di Larino, vedo collocato tra Montefalcone del Sannio e San Felice del Molise. Un luogo magico che, come raccontavo a Rocco Cirino, l’animatore degli insegnanti di geografia che da sempre si batte per la bellezza e le bontà di questo nostro Molise, la mia piccola Canon si è rifiutata di fotografare per non profanare la sacralità del luogo e del momento in cui il sole si preparava al tramonto sui Monti dell’Abruzzo che erano lì, di fronte. La sensazione di poterli toccare con la mano, e vedere, sotto di noi, una gola profonda, accompagnata da veli di nebbie a significare il mistero dei luoghi, scendeva, sulla destra dell’antico centro della cittadina di origine slava, per tuffarsi nel Trigno. Verso oriente la sagoma non lontana di un altro centro stupendo di origine croata, qual è San Felice del Molise; il tracciato del tratturo Ateleta – Biferno, che passa per Acquaviva Collecroce, il terzo centro di origine croata, e, poi, un mare di onde verdi di boschi sopra una campagna composta di seminativi, viti e olivi che andavano verso Monte Mauro. Un luogo che ogni molisano dovrebbe visitare per convincersi che il paesaggio è uno straordinario valore di questo Molise, e lo è, per le emozioni che ti dà e, ancor più, per quelle che potrebbe dare a un visitatore invitato domani dai giovani di una cooperativa sociale, “Diversessere”, che hanno scelto questo luogo come sogno del loro futuro di coltivatori, animatori e promotori del territorio. Un visitatore che, una volta arrivato qui, solo se costretto da richiami più forti, decide di andar via e tornare là dove la solitudine è ancora più sentita stando con un numero di sconosciuti, i paesaggi sono palazzi tutti uguali e i suoni sono rumori assordanti di una frenesia che non trova pace.

▲Montemitro (Campobasso) -----------------------------------------------------------------Pensare alla possibilità di vedere presto questi luoghi trafitti da chiodi giganti, come i pali eolici, e di sentire il rumore violento delle pale che girano, mi porta a ripensare la passione del Cristo sulla croce di una settimana fa. Ora, come oltre duemila anni fa, per colpa di affamati di potere e di soldi, che i governi dell’Europa stanno alimentando, e dei moderni Ponzio Pilato, che si lavano le mani per dare spazio a scempi che segnano la loro identità e quella dei loro figli, visto che feriscono e uccidono il territorio. Le cento persone che sono riuscite a vivere insieme, con il dialogo e la speranza che venga evitato lo scempio, la sacralità del luogo, non sono poche, ma un’enormità che fa credere che il Molise si può salvare da totem che, pensati qui, appaiono del tutto fuori luogo, portatori di una violenza che si trasformerà in dannazione per chi ha pensato di installarli là dove le aurore e i tramonti si confondono. Il sindaco di Montemitro, che personalmente conosco come persona a modo, e gli abitanti di questo paesino incastrato su un crinale, che ieri erano dietro le finestre, hanno perso un’occasione a non essere protagonisti quanto me e gli altri di un dialogo sulla necessità, prima ancora che sull’utilità, di questi pali eolici. Hanno perso, purtroppo, anche l’opportunità di vivere la magia che, con il lento respiro del tramonto, ha coinvolto me e le altre e cento persone presenti ieri pomeriggio. a Montemitro.

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ITALIA UN PREMIER CON IL “CHIODO” FISSO di PIERINO VAGO commentatore

Ve

l’immaginate l’economista Amintore Fanfani, tre volte presidente del Senato e cinque del Consiglio, che va ospite di Giovanni Minoli a “Mixer” vestito con un “chiodo” di pelle nera alla Fonzie? O uno Zaccagnini Benigno da Faenza, stimato medico pediatra, per cinque anni segretario della Democrazia cristiana, che si presenta in tv di fianco a Jader Jacobelli, a “Tribuna politica” e comincia a nominare tutti i suoi compagni di partito per nome, Arnà, Ciri’, Emì, Marià, Virgì? O uno Spadolini Giovanni da Firenze, stimato giornalista e storico, che ospite di Enzo Tortora a “Portobello” prova a far parlare il pappagallo, entra nel Centralone e fa battute con Renèe Longarini? Sarebbe fantapolitica nell’occhialuta Prima repubblica. In questa fase politica che stiamo vivendo, in cui anche il conteggiare le Repubbliche – sul più serio modello francese - è entrato in crisi, un’apparizione televisiva può invece rappresentare un affare di Stato. Degno dell’apertura dei giornali. Credevamo (un po’ ingenuamente), infatti, che il lungo ma delimitato Truman Show vissuto grazie al Re delle emittenti ai vertici della Baracca nazionale avesse anche i titoli di coda. Che l’attempato e ben definito Jim Carrey, con il suo “chiodo fisso” (anzi, con i diversi “chiodi fissi” da edonismo puro), potesse contare solo su un nugolo di contemporanei e inevitabili epigoni (indimenticabile il Mastella che in tv, ad inizio recessione, gorgheggia “Champagne” di Peppino Di Capri). E invece la stagione della polvere di stelle (e stelline) della politica, che ha fatto pendant con l’era dei Drive in, dei Bagaglini e delle Isole dei famosi, pare ineclissabile. Il 6 aprile 2013, data apparentemente anonima, segna invece la vera svolta della sinistra. Altro che Bolognina. Il giovane Matteo (Renzi è un orpello), non ancora premier né segretario del Pd, ha il suo primo momento di gloria nei talent Mediaset. Una sorta della prima Osiris nella compagnia di Macario. Non una trasmissione qualsiasi: “Amici” di Maria De Filippi su Canale 5 è un vero spaccato di costume. C’è tutto l’estratto berlusconiano dei sogni di gloria e del talento. Nel segno del più puro ed eterno giovanilismo alla Faust.

▲ “RENZIE” VERSIONE GANZO. Matteo Renzi, alla vigilia della conquista della segreteria del Pd e del premierato, è ospite di Maria De Filippi nel 2013 -----------------------------------------------------------------L’istrione fiorentino lo sa e si presenta con il look giusto, i jeans scuri, la t-shirt nera e soprattutto il giubbotto di pelle alla Fonzie di “Happy Days”. Sono tre minuti sbarazzini che lasciano il segno. Con un sermoncino sulla speranza e una leggendaria chiosa “Ha ragione Maria!” che entusiasma l’esercito di ambiziosi sbarbatelli in studio. Renzi, da premier, ci avrebbe voluto riprovare. Il prossimo 3 maggio, sempre in prima serata, nell’analogo ambiente “familiare” della signora Costanzo. Ma i vertici Mediaset, sensibili alla legalità, anteponendo il rispetto della par condicio in periodo elettorale, gli hanno detto di no. Era già successo, ad onor del vero, soltanto pochi giorni fa, per una “partita del cuore”, prevista il 19 maggio, in diretta su Raiuno: il premier probabilmente non ci avrebbe voluto risparmiare anche le sue doti di atleta, ma in questo caso l’alt è venuto dal Movimento Cinque Stelle del nuotatore dello Stretto, che ha invocato la solita par condicio. Dopo l’appuntamento con le urne, però, siamo certi che il nuovo Jim Carrey ci riproverà. Il “chiodo”, quello del narcisismo, è difficile da svestire.

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ARCHIBUGIO L’Europa è vicina. Anzi, lontana di GIAMPIERO CASTELLOTTI giornalista

E’

soprattutto la rilevante discrasia tra gli obiettivi comunitari per il 2020 (definiti poco profeticamente “strategia di crescita”) e la realtà quotidiana in ampie zone del vecchio continente a mettere con le spalle al muro i residuali fervori europeisti alla vigilia della prossima tornata comunitaria, tra meno di un mese. Le forze anti-europeiste, ben distribuite dai paesi scandinavi a quelli mediterranei (seppur da prospettive diverse), potrebbero avere vita facile nel costruirsi una buona rappresentanza nel prossimo Parlamento europeo sull’onda di una crisi economica che non accenna a diramarsi. Persino rappresentanti politici fino a ieri fautori della governance comunitaria – nel nostro paese è il caso di molti esponenti di Fratelli d’Italia - stanno con scaltrezza e opportunismo cambiando posizione, seguendo l’energico vento disfattista che si spinge fino alla richiesta di uscita dall’euro. Ad inchiodare l’Europa dei tecnici e degli economisti alle proprie responsabilità sono soprattutto i numeri. Le cifre più emblematiche e drammatiche sono quelle relative al lavoro. L’obiettivo europeo per il 2020 è di almeno il 75 per cento di occupati. Ma il dato, anziché aumentare, è in caduta libera: nel 2008 la media europea era al 70,3, nel 2010 è scesa al 68,5, nel 2012 è continuata a scendere toccando il 68,4. Per raggiungere quel 75 per cento, occorrerebbe occupare almeno 16 milioni di persone in sei anni. Praticamente un miracolo. Parallelamente si allontanano anche gli obiettivi sulla riduzione della povertà. Anche qui il dato va controcorrente: 112 milioni di poveri nel 2009, ben 124 milioni nel 2012. Basterebbero questi pochi elementi per fotografare il disastro causato dalle rigide politiche di austerità adottate come risposta alla recessione iniziata nel 2008. Anche gli altri obiettivi comunitari sono lontani: siamo ad una media europea del 2,06 per cento (dato 2012) indirizzato alla ricerca rispetto alla meta del 3 per cento del 2020. Qualche progresso c’è stato sul fronte dell’istruzione, con l’abbandono scolastico al 12,7 per cento (dobbiamo arrivare al 10 nel 2020) e la percentuale di universitari al 40 per cento (siamo al 35,7). Tuttavia le disomogeneità all’interno del continente europeo sono marcate. Gli obiettivi italiani, già al di sotto della media europea, sono ancora più lontani: abbiamo un tasso di occupazione al 55,3 per cento (gennaio 2014) a fronte di un obiettivo del 69 per cento nel 2020 (Olanda e Danimarca puntano a superare l’80 per cento). Per la ricerca, rispetto – come detto - al 3 per cento medio quale obiettivo europeo per il 2020 (ma la Finlandia è già al 3,8, la Svezia al 3,39, la Danimarca al 2,98, la Germania al 2,89), noi siamo all’1,25. Dal 2007 al 2012 nel nostro paese è raddoppiato il numero di poveri: da 2,4 a 4,8 milioni (dati Istat). Quasi la metà - 2,3 milioni - sono nel Mezzogiorno. Qual è stata la risposta dei Palazzi europei di fronte a questo drammatico trend?

Fondamentalmente negli ultimi anni sono stati consolidati i sistemi di sorveglianza delle politiche economiche e di bilancio dei singoli Stati, nella convinzione che una maggiore rigidità potesse garantire la riduzione degli sprechi e l’ottimizzazione delle risorse e delle governance. In particolare con il semestre europeo, introdotto nel 2010, è stato rafforzato il ruolo di controllo da parte della Commissione europea per verificare la bontà delle riforme messe in atto dagli Stati membri. E’ stato attivato un vero e proprio calendario che scandisce agli Stati le linee impartite dall’Unione europea (attraverso le raccomandazioni): in base a queste gli Stati membri debbono presentare i programmi di stabilità e di convergenza (piani di bilancio a medio termine) e i programmi nazionali di riforma (ad aprile) poi analizzati in sede comunitaria entro tre mesi, ma anche i documenti programmatici di bilancio per l’anno successivo (entro il 15 ottobre) che, se giudicati non in linea con gli obiettivi, possono essere “bocciati” dalla Commissione, con il compito di riformularli. A ciò si aggiunge la possibile applicazione di sanzioni in caso di violazione delle norme. Il monolitico sistema è difeso dai “rigoristi” che mirano a bilanci più responsabili, a finanze pubbliche sane, ad un migliore coordinamento delle politiche nazionali, anche attraverso puntuali verifiche reciproche e, all’occorrenza, pesanti sanzioni (ad esempio la mancata riduzione del disavanzo può comportare un’ammenda pari allo 0,2 per cento del Pil, che può arrivare allo 0,5 in caso di frode statistica). Al contrario, la poca flessibilità è mal tollerata dai nostalgici degli Stati sovrani che vedono l’Europa come un coacervo di grandi interessi economici, mal sopportano l’euro e le ingerenze nelle politiche locali. L’esempio della Grecia, le politiche di macelleria sociale, l’insorgere di gravi squilibri di bilancio alimentano le spinte anti-europeiste. L’Europa dei popoli, ripetono con frequenza tanto a destra quanto a sinistra, è ridotta alla dittatura dei banchieri. Sotto accusa, in particolare, finiscono anche le ultime rimodulazioni del patto di stabilità attraverso il cosiddetto “six pack”, entrato in vigore nel dicembre 2011 e il “two pack”, partito nel maggio 2013. In questo contesto sono stati inseriti quei provvedimenti tanto dibattuti (e criticati) nel nostro paese, benché persino inseriti in Costituzione: i limiti del 3 per cento del Pil per il disavanzo (da qui il 2,6 nel Def dei giorni scorsi), del 60 per cento per il debito (da qui la riduzione del 5 per cento della quota eccedente all’anno, i “famosi” 50 miliardi l’anno che dovremo restituire dal 2016), l’entità della spesa pubblica subordinata alla crescita potenziale del Pil a medio termine. La prossima tornata elettorale rischia quindi di far passare in secondo piano la distribuzione dei voti tra gli schieramenti tradizionali, in particolare popolari e socialisti, mentre è probabile che si concretizzerà nella sfida tra europeisti ed antieuropeisti.

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RAGIONANDO

Quale Europa? di UMBERTO BERARDO professore

“Elezioni europee 2014". Così la maggior parte dei mass-media definisce la consultazione che si terrà il 25 maggio e che più propriamente è quella che porterà i cittadini degli Stati dell'Unione europea a rinnovare il Parlamento europeo. Nella situazione di crisi economica che stiamo vivendo è comprensibile che i programmi elettorali privilegino indicazioni per il superamento della stessa e la realizzazione di un'Europa dei popoli e per i popoli da contrapporre a quella fin qui realizzata solo per gl'interessi delle lobbies economiche e finanziarie. Tra le proposte da noi esaminate per la costruzione di una nuova Europa quelle della lista Tsipras ci sembrano le più concrete ed accettabili per l'idea di società europea che abbiamo. In estrema sintesi tale lista prevede i seguenti punti: la fine dell'austerità, la creazione di una banca centrale europea davvero pubblica e controllata democraticamente, prestiti agevolati alle piccole e medie imprese per la ricostruzione economica e lo sviluppo dell'occupazione, eliminazione dell'obbligo del pareggio del bilancio e del fiscal compact, creazione degli Eurobond per sostituire i debiti nazionali, blocco della speculazione finanziaria, tassazione delle attività imprenditoriali offshore e rilancio dell'economia reale. C'è un aspetto che vorremmo sottolineare e che non ci pare occupi l'attenzione dei candidati per queste elezioni. Sappiamo che gli organi di governo dell'Unione europea non nascono tutti secondo criteri di democrazia reale e che proprio il Parlamento Europeo, unico ad essere eletto ogni cinque anni direttamente dai cittadini degli Stati membri, è l'istituzione che ha poteri molto limitati; esprime, infatti, pareri sulle proposte di legge, la cui approvazione compete al Consiglio dei ministri, approva o respinge il bilancio, esercita il controllo sulla Commissione, composta da venti membri nominati dai governi dei Paesi aderenti, e può costringerla alle dimissioni, anche se la nomina della nuova Commissione spetta al Consiglio dei ministri. In realtà gli organi cui spettano le decisioni più importanti sul piano dell'elaborazione dei provvedimenti legislativi e dell'iniziativa sul piano esecutivo sono proprio il Consiglio dei ministri e la Commissione, entrambi composti da membri non eletti, ma designati dai governi dei Paesi membri. Un'Europa veramente democratica deve prevedere a nostro avviso regolamenti costitutivi diversi per gli organismi europei economici, di governo e di controllo giurisdizionale al fine di dare più scelta ai cittadini per i loro componenti.

▲ Umberto Berardo nella “sua” Duronia (Campobasso) Tali norme devono anche stabilire la centralità del Parlamento con poteri decisamente più ampi di quelli attuali. In un'Europa dei popoli, poi, non è accettabile che Paesi economicamente più ricchi tendano a prevaricare diritti fondamentali di cittadini di altri Stati in difficoltà economiche come purtroppo è già accaduto in questo periodo di recessione e crisi economica. Accettare limitazioni di sovranità da parte degli Stati aderenti è possibile solo all'interno di un'organizzazione internazionale il cui fine prevalente sia la solidarietà tra i popoli e la democrazia come fondamento del vivere comune. In Europa a noi sembra che tali due criteri manchino e che invece cresca la disuguaglianza e la plutocrazia nei sistemi amministrativi e di governo. Sarebbe allora opportuno che, oltre alla richiesta di un'effettiva equità sociale, si lavori a livello di programmi elettorali per creare un rapporto più democratico tra i cittadini e le istituzioni europee che li governano. Siamo tutti consapevoli che fin qui nell'Unione europea di errori e discriminazioni ne siano stati commessi diversi sul piano strutturale, economico e monetario. C'è chi fonda su tali presupposti la richiesta di azzeramento di un'idea di Europa che fin qui sarebbe fallimentare. Tale prospettiva ci pare davvero piena di incognite e di problemi di non facile soluzione. Noi pensiamo che, nonostante la crisi, gli sbagli ed il disagio, si debba lavorare, come in passato abbiamo cercato di fare in molti, per una reale unità culturale, politica ed economica europea capace di impedire che le decisioni siano prese dai centri finanziari e che si torni in merito ad un coordinamento democratico in grado di garantire a tutti i diritti fondamentali per un'esistenza dignitosa.

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GENS Cina, la finanza ombra che droga la crescita di FABIO SCACCIAVILLANI economista

A

quasi sette anni dal fallimento di Bear Stearns, la Sarajevo della Grande Recessione, mentre l’economia globale arranca su un impervio sentiero di normalizzazione, la coltre di silenzi ufficiali non riesce a ovattare sussurri e grida provenienti dai grattacieli di Shanghai e dai corridoi di Pechino su un “sistema bancario ombra”, composto da trust companies (fiduciarie) opache, senza controlli e mal gestite. Dato che i depositi bancari offrono tassi irrisori perché compressi dalla Banca centrale, queste fiduciarie promettono rendimenti allettanti in tempi di inflazione persistente. I fondi – raccolti da risparmiatori convinti di godere di garanzie statali – spesso finanziano palazzinari in bolletta, aziende pubbliche alla canna del gas (ad esempio miniere di carbone o acciaierie) e direttamente o indirettamente autorità locali disinvolte. Sul fenomeno governo e Banca centrale avevano sostituito saracinesche alle palpebre, illudendosi che la crescita impetuosa, a cui le fiduciarie fornivano propellente, avrebbe mondato le conseguenze nefaste. In cinque, ruggenti, anni il debito totale in Cina, secondo l’agenzia Fitch, si è gonfiato fino a raggiungere il 220 per cento del Pil a fine 2013, dal 130 per cento nel 2008, un aumento che in valore assoluto risulta pari all’intero settore bancario degli Usa. Metà di questo aumento andrebbe attribuito alla finanza ombra. Purtroppo gli steroidi macroeconomici da investimenti sballati (pubblici o privati) si sciolgono sempre in una valle di lacrime e la Cina del laissez-faire comunista non fa eccezione. Persino il Fmi (di solito tenero con la Cina) ha avvertito che gli attivi marcescenti vanno rimossi e le catene di Sant’Antonio spezzate. Le autorità da qualche mese hanno intrapreso l’ingrato compito. Seguendo il dettato maoista sul colpirne uno per educarne cento hanno lasciato fallire alcuni pesci piccoli, effetti scenici ribattezzati “Potemkin defaults” dalle avanguardie della blogosfera che hanno sostituito quelle del proletariato. Gli squali grossi invece vengono neutralizzati con cautela e circospezione attraverso salvataggi coordinati, ad evitare un corto circuito stile Lehman.

◄ Fabio Scacciavillani Inoltre i nuovi investimenti nelle trust companies non possono essere più utilizzati per pagare i rendimenti di quelli vecchi e ad ogni investitore va assegnato un conto segregato che fornisca dettagli sulle singole esposizioni piuttosto che il riferimento opaco ad un portafoglio di titoli malamente assemblato. Questo desiderio di ramazza però confligge con un vincolo psico-politico pavloviano. Appena la crescita del Pil si sgonfia verso il 7% per cento (cifra ufficiale, quella reale sarebbe sotto il 5) ai ministri cinesi appare minaccioso lo spettro delle rivolte. Quindi parte un’altra ondata di credito allegro che genera altri prestiti dubbi, altri immobili vuoti, altra capacità industriale obsoleta, altre infrastrutture costose. A fine 2013 si stimava a 1800 miliardi di dollari il totale degli attivi delle fiduciarie. Per quanto la cifra sia astronomica, la Cina, oltre a misure emergenziali di politica monetaria, mantiene riserve valutarie per 4 mila miliardi di dollari e potrebbe in teoria affrontare una crisi di questa portata. Ma il grosso di queste riserve sono detenute in titoli del debito pubblico Usa. Se da Pechino a New York può deflagrare il battito d’ali di una farfalla, figuriamoci una tale batosta.

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LA NOTIZIA

La visita del Papa in Molise Grande attesa tra tutti i molisani per l’evento che avrà luogo sabato 5 luglio di TONY PALLADINO E’ notizia ufficiale da settimane grazie all’annuncio dell’arcivescovo della diocesi di Campobasso-Bojano, monsignor Giancarlo Brigantini. Recita letteralmente il testo: “Carissimi presbiteri, diaconi, seminaristi, consacrate/i, giovani, autorità, organi di stampa e fedeli tutti dell’Arcidiocesi di CampobassoBojano, in sintonia con la Sala Stampa Vaticana, che a mezzogiorno ne comunica la notizia ufficiale, anch’io come vostro Pastore rendo noto a tutti voi che il Santo Padre, Papa Francesco, visiterà il Molise sabato 5 Luglio 2014. E’ una gioia immensa! Il programma dettagliato sarà concordato in seguito. Per ora possiamo sapere che nella mattinata visiterà la nostra città di Campobasso, sostando poi nel pomeriggio ad Isernia. Già fin d’ora ringraziamo papa Francesco per aver scelto di farci questo dono. Egli viene a confermare la nostra fede, a ravvivare il nostro entusiasmo, a rafforzare la nostra unità come popolo del Molise. Ci prepariamo ad accoglierlo con entusiasmo, quell’entusiasmo stesso che egli ha saputo darci in ogni nostro precedente incontro con la sua straordinaria figura. Il cammino di preparazione lo concorderemo tutti insieme, perché divenga, alla luce di Pasqua, un momento di attesa risurrezione per le nostre comunità.

Chiediamo a tutti di pregare perché sia un evento di fortissima valenza pastorale, affidando papa Francesco alla Vergine Maria Addolorata patrona del Molise e ai nostri santi Patroni san Pietro Celestino e san Bartolomeo. Con affetto di padre e il cuore colmo di esultanza vi benedico”. Ovviamente in una regione particolarmente impregnata di fede cattolica come il Molise, c’è grande festa e attesa per l’inaspettato arrivo del Pontefice. Nel dettaglio, il Papa giungerà a Campobasso in elicottero, per visitare la Cattolica e la Cattedrale. Per quanto riguarda il luogo di incontro con i fedeli (sono attese decine di migliaia di persone), si pensa allo stadio di Selva Piana che presenta, però, problemi di inagibilità parziale (ma la questione potrebbe risolversi in tempi record). Durante lo spostamento ad Isernia è prevista la sosta a Castelpetroso, dove 19 anni fa si recò anche Giovanni Paolo II in una giornata di brutto tempo atmosferico, con un fortissimo vento. Il programma di massima ricalca quello che era già stato messo a punto per la visita che Benedetto XVI avrebbe dovuto compiere in Molise tempo fa, ma che poi non si concretizzò a causa delle dimissioni di Ratzinger. Quanto a Papa Francesco si era ipotizzato di fissare la sua visita nel mese di maggio, ma si è poi scelto luglio in considerazione delle più favorevoli condizioni climatiche.

Monsignor Bregantini manifesta tutta la gioia per l’evento, da lui strenuamente voluto. “È un dono bellissimo che ha voluto fare a tutti noi sulla scia di quanto ci aveva promesso Benedetto XVI. Un regalo a un’Italia minore, magari dimenticata – ha dichiarato l’arcivescovo. “Il Molise è tappa papale perché è un’area del sud umile di stampo rurale di grandi valori, terra ideale da cui inviare un messaggio all’Italia e alla Chiesa globale – ha continuato Bregantini. “Da una fede più rafforzata verrà fuori la speranza sul futuro: chi ha speranza investe, chi investe nel lavoro. Più una comunità ha fede più riesce a progettare, meno fede ha più si rassegna. Credo che Papa Francesco ci spingerà a questo. Ci aspettiamo che da un grande richiamo alla fede al senso di vicinanza, solidarietà e responsabilità vengano fuori coscienze che sappiano progettare per il bene della collettività. Che qui la società abbia più entusiasmo e la politica più concretezza”.

E ancora: “È necessario abbandonare l’egoismo la permalosità e alimentare la pratica della fiducia. La politica e deve essere consapevole dei propri doveri e avere un grande senso di responsabilità”. ■

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PRIMOPIANO

Il Molise (reale) che troverà il Papa I 32 consiglieri regionali, in carica ed ex, indagati per le spese dei gruppi consiliari. La costante profanazione dell’ambiente, con l’eolico quale emblema del “Creato”. Il Papa in un Molise molto “peccatore”: serviranno Ave Marie e scorte di incenso… di PIERINO VAGO Non è “qualcuno”, ma sono ben trentadue i consiglieri regionali del Molise, in carica ed ex, indagati nell’ambito dell’inchiesta della Guardia di finanza sulle spese dei gruppi consiliari durante la IX legislatura del consiglio regionale del Molise. E’ quanto ha reso noto il comando provinciale della Guardia di Finanza di Campobasso. Fonte più che autorevole, fino a prova contraria. Inizialmente i consiglieri indagati del Molise erano trentacinque (su complessivi trentasei), successivamente tre posizioni sono state archiviate. Sarebbe interessante sapere chi fosse quel trentaseiesimo escluso dal coro dei “furbetti”: onesto, minimalista, sbadato o che cos’altro? Comunque il reato contestato alla maggioranza (trasversale) è di peculato per tutti. Insomma, secondo quanto emergerebbe dall’inchiesta, l’etica e la moralità sono valori praticamente assenti in buona parte della politica molisana ai più alti livelli. Si dirà: anche altrove è così. Ma il classico “mal comune mezzo gaudio” non può certo applicarsi per chi fa un uso non propriamente morigerato dei soldi altrui. La visita di Papa Francesco, quindi, capita davvero a fagiolo per le coscienze non proprio immacolate di tanti amministratori regionali. I quali, anche attraverso questo modus operandi non proprio da Vergini vestali, contribuiscono a dare spintarelle verso il baratro al proprio territorio. E a chi ci abita. Con tutto quello che ne consegue per le famiglie, per i tanti disoccupati, per i cassintegrati, per i giovani costretti a riparare all’estero, persino nella lontana Australia. Lasciando solo gli accidenti nella propria madrepatria.

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Una situazione che sembra amaramente ricalcare il titolo di una celebre opera lirica di Mozart, il “Così fan tutte”. Con un sottotitolo, a quanto sembra, nemmeno estraneo alla vicenda delle spese non proprio immacolate da parte dei consiglieri regionali: “La scuola degli amanti”. Perché, secondo “spifferi”, nella vicenda ci potrebbero essere anche elementi piccanti. Di certo da luglio 2013 il pubblico ministero titolare dell’indagine ha interrogato quasi tutti gli indagati contestando loro i dati rilevati dal Gico. E nell’ambito dell’indagine, tanto per rimanere in tema di materialismo spiccolo, i finanzieri hanno eseguito un provvedimento di sequestro preventivo, del Gip del Tribunale di Campobasso, per beni mobili e immobili per un valore di 270mila euro, nella disponibilità di un noto politico locale che ha ricoperto incarichi istituzionali di vertice nella IX legislatura. I sigilli, per la cronaca, sono stati apposti a tre immobili, vari appezzamenti di terreno (tutti in provincia di Campobasso), un’ auto e due motocicli. “Nel corso delle indagini i finanzieri – riferiscono dalle Fiamme Gialle – hanno passato al setaccio copiosa documentazione utile a verificare la destinazione o meno, nel rispetto degli scopi istituzionalmente previsti, dei fondi regionali. Le spese in contestazione a carico dell’indagato, in analogia a quanto accaduto in altre Regioni, spaziano in ambiti più diversi, quali il pagamento di ristoranti, acquisto di cialde per il caffè e coppe per sponsorizzazioni sportive”. ■

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Una “regola morale” della vita pubblica L’articolo 54 comma 2 della Costituzione sancisce testualmente: “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore…”. di VINCENZO MUSACCHIO (presidente Presidente Commissione Anticorruzione Molise)

Dopo tanto tempo torno a parlare dello scandalo dei gruppi consiliari alla Regione Molise. Dagli ultimi sviluppi sembra addirittura che nella vicenda ci siano note “hardcore”. L’impressione che ho oggi, è quella di ritenere che se le indagini venissero estese a tutti i settori nevralgici della Regione probabilmente ne emergerebbe un quadro a dir poco raccapricciante. Tutto ciò accade ed è accaduto, ovviamente, a spese degli sventurati cittadini molisani. La Commissione Regionale Anticorruzione, pertanto, oggi, come allora, continua ad esprimere viva preoccupazione poiché si tratta di fatti molto gravi. Fummo all'epoca i primi ad evidenziare il problema. Eravamo circa 400 associati, attualmente siamo oltre 6000. Riteniamo, dunque, che, alla luce di quanto sta accadendo oggi e si sta sviluppando di giorno in giorno, vi sia l'improrogabile necessità del controllo serrato dei bilanci dei partiti e dei gruppi e di tutte le altre spese correnti, dal momento che deve essere chiaro che quando si tratta di soldi pubblici sono necessari controlli e verifiche puntuali e specifiche. La nostra idea resta quella di prevedere un controllo preventivo da parte di un organo esterno, indipendente ed autonomo. Penso, con assoluta sincerità, che ogni altro rimedio non garantirà queste esigenze di fondo e men che meno un gruppo di revisori esterni che sono stati già previsti e sperimentati in alcune realtà regionali e come si è potuto constatare recentemente non hanno dato i risultati sperati (cfr. il caso Piemonte). Voglio precisare ancora una volta che le radici ideologiche che muovono Co.Re.A. (Commissione Regionale Anticorruzione) sono semplici: diffusione della legalità, dell'etica pubblica e lotta alla corruzione. Non dimentichiamoci, neanche, che il fulcro della materia in esame risiede tutto nell’articolo 54 comma 2 della Costituzione italiana che sancisce testualmente: “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore.” Uno specifico e puntuale richiamo al cittadino che ricopre un ruolo pubblico, di responsabilità e di guida nei confronti della società: “Adempire alle proprie funzioni con disciplina ed onore”.

C’è il richiamo ad un dovere di osservanza di una condotta di vita che sia all’altezza del proprio ruolo, adottare comportamenti compatibili con il ruolo pubblico del quale si è investiti. L’attualità con la quale ognuno di noi si deve confrontare è l’effetto di una “regola morale” della vita pubblica. Chi amministra, ancor più, ha il dovere di condurre una vita pubblica sobria che trasmetta coerenza e buon senso ai propri amministrati, specie in una regione che vive gravi problemi economici e sociali connessi al lavoro. Oggi come allora penso che una delle soluzioni possa essere la restituzione volontaria del maltolto ai cittadini, che potrebbe anche risultare una buona strategia processuale soprattutto in vista dei futuri procedimenti penali che ne scaturiranno dopo il vaglio degli atti da parte del Tribunale di Campobasso. Mi auguro che per questi delitti così odiosi non solo si applichi la pena più severa ma soprattutto si punti a garantire la restituzione del denaro al popolo molisano. Co.Re.A. manterrà i riflettori accesi e si costituirà certamente parte civile nei vari processi avendo raccolto oltre 200 firme per tale finalità. ►►►

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PRIMOPIANO / IL MOLISE DELLA POLITICA ►► La questione morale non ingloba a sé soltanto i corrotti delle alte sfere della casta politica e amministrativa ma, come diceva Berlinguer, spesso è tutt'uno con l'occupazione dello Stato da parte dei partiti, con la guerra tra lobbies, con la concezione della politica "pro domo sua" e con i metodi di governo scarsamente democratici. Ecco perché penso che la questione morale, oggi più di ieri, vada riproposta al centro del dibattito in Molise. Perché non ricordare che nella nostra piccola regione sembra che la classe politica non riesca ad esprimere più da tempo valori ed interessi in favore della collettività?

I partiti del governo regionale (e non solo) sembrano tutti avvolti da una sorta di immobilismo che sta nuocendo sempre più ai cittadini molisani. Si ha la netta impressione che questi gruppi di potere vogliano soltanto occupare ogni spazio: enti locali, aziende pubbliche, istituti culturali, ospedali, università, televisioni e giornali. Sembra si voglia lottizzare e spartire tutto. E il risultato è drammatico, sotto gli occhi di tutti. Tutto si fa in funzione dell'interesse del partito o peggio della corrente o del gruppo cui si deve la carica o per la cui carica si concorre. Ogni diritto sembra concedersi se è utile a questo fine, se procura vantaggi e clientelismo in dispregio delle regole e della meritocrazia. Un'autorizzazione amministrativa è concessa, un appalto aggiudicato, una cattedra assegnata, un posto di lavoro bandito, se i beneficiari fanno atto di devozione al gruppo che governa o al partito che procura quei vantaggi. Molti molisani, secondo me, si accorgono benissimo del mercimonio in corso, delle sopraffazioni, dei favoritismi e delle discriminazioni. Ma gran parte di loro probabilmente è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più. Quel che in realtà dovrebbe interessare veramente è la sorte della nostra regione e dei suoi cittadini. Ma se si continua in questo modo, il Molise rischia molto presto di rimanere asfissiato. (Vincenzo Musacchio)

L’eolico selvaggio e la dignità di una terra L’ultimo caso è quello di Montemitro, provincia di Campobasso. Qui, come informa una nota del Comitato “No eolico selvaggio”, già nel 2007 il gruppo consiliare "Trasparenza e verità", in merito ad una delibera del consiglio comunale con la quale si proponeva la realizzazione di una centrale di energia eolica nel territorio comunale, ritenendo inopportuno e improponibile un impianto eolico a Montecilfone, poneva al Consiglio una serie di lungimiranti osservazioni: innanzitutto se nell'accettare un impianto eolico fossero stati ascoltati gli umori e i pareri dei cittadini; inoltre se si fosse tenuto conto del reale fabbisogno energetico del Molise (oggi invaso di pale eoliche con ben pochi benefici); se si fosse tenuto conto delle raccomandazioni delle Linee Guida che fissano a 250 il limite massimo di torri eoliche da istallare a fronte di un totale di 920 richieste allora dai comuni; si si fosse provveduto a valutare l'impatto con l'ambiente e l'effetto “banalizzante” a carico del territorio e del paesaggio; ancora, se si fosse ascoltato il parere dei comuni limitrofi (Montenero di Bisaccia, Guglionesi);se fosse stata presa in considerazione la presenza nell'area di residenti che avrebbero potuto avere notevoli problemi alla salute causati dal continuo rumore e dall'emissioni di ultrasuoni; se fosse stato realizzato uno studio d'impatto su fauna e flora; se fossero previsti interventi compensativi per la tutela dell'ambiente, come istituzione di aree naturali protette, interventi di ingegneria naturalistica, rimboschimenti, censimenti floro-faunistici, interventi di educazione ambientale, ecc. Tralasciando altri punti, la problem list è indicativa di cosa significhi la calata dall’alto di una schiera di pale eoliche in un piccolo territorio. Situazione che accomuna sempre più borghi del Molise sia della provincia di Campobasso sia di quella d’Isernia. Anche qui la politica molisana ha non poche colpe. In cambio di tornaconti più o meno “robusti” ha dato il via libera a scempi di ogni genere che innanzitutto non hanno assolutamente costituito il volano per lo sviluppo dei territori, come alcuni amministratori hanno voluto far credere sin dagli anni Ottanta, quando sono sorte le prime centrali, ma soprattutto non sempre è stata coinvolta la cittadinanza in decisioni che hanno avuto ricadute collettive. Mentre la politica molisana continua a rendersi complice di questi attentati alla Natura (al “Creato”, per dirla nel clima di attesa per la visita del Pontefice in Molise), comitati, associazioni e cittadini stanno portando avanti con passione il proprio impegno per salvare il territorio molisano e restituire dignità alla nostra terra. ■

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La “logica” delle soppressioni A furia di chiudere uffici e istituzioni la provincia di Isernia (o ciò che ne resterà) si avvia verso l’ulteriore impoverimento di EMILIO IZZO

Quando

questa regione scomparirà, così come agognano importanti (sic!) pezzi delle istituzioni territoriali (eletti e non!), allora, forse, la popolazione capirà, metterà a fuoco, cercherà di reagire (ma su questo nutro forti dubbi!) ma sarà troppo tardi! Ormai non ricordo più quanto tempo è passato dal mio grido di allarme e di dolore, dalle vigilie che prefiguravano tristi avvenimenti specialmente per la provincia di Isernia. Ma adesso è accaduto e non sembra affatto che si sia creata una coscienza collettiva. Lo dimostra il fatto che, nonostante i vari allarmi annunciati con altre paventate importanti soppressioni come la direzione scolastica regionale e la direzione regionale per i beni culturali, poi rientrate con lotte ed escamotage, la catena dell’impoverimento non conosce tregua. E, se sul fronte regione sembra ci sia una tregua, certamente di facciata, ma che cova temporeggiamenti in attesa che gli attori aggiustino le loro cose, le future carriere, nessun freno si delinea sul fronte isernino. Fra poco si comincerà di nuovo a parlare di smantellamento della Prefettura, della Questura, dei Carabinieri, della Guardia di Finanza, del Corpo Forestale dello Stato, della Camera di Commercio e via dicendo. Che piaccia o no, sparita vergognosamente e nel silenzio quasi totale la provincia, tutto il resto se lo porterà appresso e il popolo ancora lì ad aspettare gli accadimenti. E così, aspettando decisioni dal governo centrale, decisioni che saranno ratificate da tutti i parlamentari per non andare a casa nonostante la loro permanenza sia macchiata da un colpo di stato perlomeno di fatto, in regione, con la complicità del governo locale, un altro golpe in salsa casereccia già si sta consumando. Azzerato il governo di centro destra a guida Michele Iorio, il neo (ma non più tanto) governatore, dopo essersi fatto vedere moltissimo in campagna elettorale nella Pentria per ottenere consensi e promettere un nuovo e più democratico percorso, non ha perso moltissimo tempo per dar ad intendere che la politica regionale sarà totalmente sbilanciata sul fronte Molise centrale e costiero. E se non bastasse l’esigua rappresentanza nella sua giunta di rappresentanti pentri, esigua ancora per poco vista la promessa partenza di Scarabeo, altri segnali nient’affatto velati si profilano all’orizzonte. Per esempio, ma veramente come esempio, se mai si comincerà a lavorare per l’odiata autostrada, i lavori invece che prendere avvio, come logica vorrebbe da San Vittore verso l’interno, inizieranno da punti intermedi! Ma per fare cosa? A chi gioverebbe tutto ciò?! Risposte banali sulle quali non mi soffermo per questioni di tempo e per rientrare in tema.

Ebbene, se non bastasse allora andiamo al dunque, all’attualità, all’evidenza. Questi balletti sul rimbalzo delle responsabilità relativi alla questione università e sul trasferimento nel capoluogo di regione (o meglio ancora, ormai di provincia!) di una delle poche ragioni di essere di Isernia, dettata dalla facoltà di lettere e sul corso in beni culturali, grida palesemente allo sciacallaggio. Fanno ridere le posizioni dell’ente regione con un’assegnazione irrisoria di fondi, così come fanno ridere (amaramente) le versioni, a mio avviso bugiarde, del rettore sulla richiesta di somme più ingenti, fanno tristezza i silenzi e i tentativi di dare una parvenza di verità ad una pantomima già scritta. Il rettore e il presidente della Regione, con la complicità teatrale degli altri attori consumatissimi, secondo me hanno da tempo pianificato l’azzeramento di Isernia. Del resto, non credo di aver ascoltato solo io le dichiarazioni del magnifico che rispondeva a chi glielo chiedeva come si potesse giustificare lo scippo di lettere vista la presenza del paleolitico di Isernia, seraficamente, laconicamente, serenamente e furbescamente con un lapidario: “Il Molise archeologico non è solo il paleolitico, c’è altro”! Che tradotto vuol dire, (verificato solo qualche ora fa), ti servo sul piatto un protocollo d’intesa con la soprintendenza per studiare (ancora) i siti molisani ma facendo in modo da prendere in considerazione quelli che vengono definiti i siti minori. Che tradotto vuol dire, addio Paleolitico, Pietrabbondante e San Vincenzo (che abbiamo dimostrato di aver già ottimamente tutelato e valorizzato…) perché, vedete, noi, studiosi democratici e attenti amministratori facciamo attenzione alle piccole realtà. Ciao, ciao, Isernia, altro che difficoltà economiche. E’ n atto la pianificazione scientifica dell’azzeramento di un intero territorio!

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Territorio di persone anziane Il 16,5% della popolazione molisana ha oltre 65 anni (in Italia è al 14,8%). Ma nei territori più interni (come nella diocesi di Trivento) la percentuale arriva al 24,5%. a cura di UMBERTO BERARDO e COSIMO DENTIZZI Lo studio che segue, già pubblicato nell'ottobre 1998 sul quaderno della solidarietà "Camminare Insieme" della Caritas diocesana di Trivento (Cb) e successivamente nel mensile "La vianova", è stato ora aggiornato nell'analisi e nei dati. “Forche Caudine” lo riporta di seguito nella sua interezza e ringrazia gli autori per averlo fornito al nostro giornale. Nella nostra società l'uomo vive sicuramente più a lungo che in passato; basti pensare, infatti, che in duemila anni la durata media della vita è passata dai trenta a circa ottant'anni. Secondo stime del 2011 per le donne la vita media è di 84,5 anni, mentre gli uomini è di 79,4. In Italia attualmente ci sono 4.000 anziani che ne hanno superato cento. Questo allungamento dell'esistenza, dovuto prevalentemente alla sconfitta di molte malattie ed al miglioramento dell'igiene e dell'alimentazione, va seguito dalla società con attenzione perché possa avere aspetti positivi per gli anziani. L'invecchiamento o senescenza non ha una precisa età e varia, come è facilmente comprensibile, a seconda degli individui, della società di appartenenza e delle particolari condizioni di vita. Possiamo, comunque, dire che una persona raggiunge la vecchiaia quando alcuni elementi fisici, psichici e sociali contribuiscono a produrre quel declino che rende l'anziano privo di autonomia e di ruoli nella società, determinando in lui una notevole crisi esistenziale. L'appannamento delle forze psicofisiche, le malattie, l'allontanamento dal lavoro, l'assoluta insufficienza della pensione con cui è costretto a vivere, la dipendenza dagli altri per i più elementari problemi esistenziali, sono sicuramente tra i fattori più importanti del processo di invecchiamento della popolazione che definiamo come "terza età". Quando, poi, l'esistenza perde anche le forme più elementari di autonomia, come la deambulazione o l'auto alimentazione, si vive quella che potremmo definire la "quarta età". La popolazione del Molise, in continuo calo dagli anni ‘50, vede anche un progressivo invecchiamento della stessa al punto che la nostra regione ha un indice di invecchiamento molto alto tra le regioni italiane con 174 anziani per ogni 100 persone fino a 14 anni, a fronte di una media nazionale di 144. Secondo le proiezioni Istat in Molise tale valore passerà dal 148,42 del 2001 al 309,8 del 2050. Su tale questione facciamo riferimento alla scheda sociografica sulla diocesi di Trivento a cura del Centro Ricerche Sociali.

Nelle relative tabelle n. 2 e 4 si può vedere come il calo demografico della diocesi assuma gli aspetti di una vera e propria frana, perché, se escludiamo il comune di Trivento, in tutti gli altri la popolazione è diminuita in percentuali che vanno da -31,46% di Celenza sul Trigno a -76,59% di Molise. Se analizziamo, poi, le tabelle relative alla popolazione residente della diocesi di Trivento per classi di età e per comune, possiamo leggervi con chiarezza il fenomeno dell'invecchiamento della popolazione. Il 24,5% di essa è costituito da anziani con più di 65 anni, contro il 16,5% del Molise ed il 14,8% dell'Italia. I comuni col maggior tasso di invecchiamento risultano essere Castelverrino, Duronia, Pietracupa e Sant'Elena Sannita. In qualche comune, come Duronia, la percentuale della popolazione ultrasessantacinquenne tocca addirittura il 39,07%. Questi dati evidenziano il forte aumento del numero degli anziani nel Molise, soprattutto nei piccoli comuni montani delle aree interne, dove tale situazione è stata determinata dalla forte emigrazione, dalla mancanza di programmazione e di iniziativa economica e dal forte calo delle nascite. In una indagine dell'ufficio regionale dell'Istat risulta che l'80% degli anziani è privo di qualsiasi titolo di studio, il 69% vive in coppia, mentre il 31% è senza coniuge; il 34%, pur godendo di assistenza, vive distante dai figli o dai parenti. Un problema che affligge molti anziani è quello della povertà, il cui indice tra gli anziani supera il 13% in Italia, mentre nel Mezzogiorno arriva anche al 25% per gli ultra sessantacinquenni ed è in continuo aumento soprattutto in questo periodo di forte recessione economica. ►►►

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PRIMOPIANO / IL MOLISE DEI CITTADINI ►►► LA PREVIDENZA - Va detto a tale proposito che, nel sistema generale delle pensioni relativo al 2011, in base ai dati Inps, su un totale di 5.269.493 pensioni di vecchiaia (il dato si riferisce al numero delle prestazioni), circa il 52% ha un importo inferiore ai 500 euro mensili. Relativamente invece alle pensioni di anzianità, più del 30% delle prestazioni non supera la soglia dei 900 euro. L'importo medio della pensione di vecchiaia in Molise nel 2011 era di 599 euro. Dati recenti del Sole24Ore ci dicono che in Molise i 93mila pensionati sono i più poveri d'Italia con una media di 12.160 euro l'anno. La maggiore spesa per gli anziani è del 47,8% per l'abitazione e l'energia e del 21,3% per l'alimentazione. Inutilmente da anni la Caritas diocesana di Trivento chiede per i pensionati al minimo almeno la defiscalizzazione per le spese energetiche e da riscaldamento. LA SALUTE - Anche le condizioni di salute degli anziani molisani sono peggiori della media nazionale; solo un terzo degli anziani (34,7%), infatti, dichiara di stare bene, mentre quelli che affermano di vivere in cattive condizioni di salute rappresentano il 20%. Le malattie si presentano più frequentemente in forma cronica (79% dei casi, infatti, sono patologie non acute); una malattia è spesso accompagnata da altre forme morbose e le più frequenti sono le malattie degenerative (neurologiche, osteoarticolari, degli organi di senso) associate all'invecchiamento, le affezioni cardiorespiratorie, le patologie tumorali, le malattie cerebrovascolari, le forme di demenza. Le caratteristiche principali di tali malattie sono la cronicità e la frequente associazione con la disabilità, causa della perdita di autonomia personale o non autosufficienza; perciò le risposte da dare agli anziani non autosufficienti devono costituire una priorità assoluta all'interno di un progetto per la tutela della salute degli ultrasessantacinquenni. Passando in rapida rassegna le condizioni prevalenti di bisogno degli anziani molisani rispetto alla salute possiamo evidenziare: la mancanza diffusa della possibilità di differenziare e personalizzare le strategie di intervento e, per riflesso, un eccesso di ospedalizzazioni improprie; la mancanza totale di strutture semiresidenziali; la grave mancanza di strutture residenziali, sanitarie ed assistenziali nelle quali ospitare persone non più in grado di permanere nella propria abitazione ma non necessitanti di ricovero ospedaliero, pur avendo bisogno di trattamenti sanitari continuativi, specie riabilitativi, e di assistenza sociale; la mancanza di una adeguata assistenza domiciliare rivolta anche a situazioni di malattia e di non autosufficienza. L'Azienda Sanitaria Regionale ha un unico reparto di geriatria presso l'ospedale Cardarelli di Campobasso. Se si esclude la Rsa di Larino, tutte le altre strutture di accoglienza per gli anziani, come le tredici cooperative per l'assistenza domiciliare, sono organizzazioni private. Su una popolazione di oltre 70mila anziani, nel Molise al 2011 avevamo 46 strutture residenziali, rispettivamente 26 in provincia di Campobasso e 18 in quella di Isernia che accoglievano circa 1500 anziani. L'attivazione del telesoccorso non ha avuto fin qui esito positivo se non in qualche realtà territoriale molto limitata, mentre nella provincia di Isernia è stato attivato un taxi della solidarietà per il trasporto gratuito di disabili ed anziani presso le strutture ospedaliere.

▲ A Duronia quasi la metà della popolazione ha più di 65 anni LE CONDIZIONI DI VITA - Tra gli anziani molisani il 70% dichiara di essere cattolico praticante, ma è un dato troppo generale per poter analizzare la partecipazione alla vita parrocchiale. Il tempo libero viene trascorso prevalentemente seguendo la radio o la televisione, ma sono in crescita gli anziani che si dedicano alla lettura o si cercano degli hobbies. Se questa tendenza all'invecchiamento dovesse confermarsi, come sembra inevitabile, il Molise è destinato a conquistare il primato di regione "più anziana" dell'Italia. Gli studiosi del Centro Ricerche Sociali, nello studio citato, arrivano a conclusioni ancora più negative e scrivono "Tali fenomeni demografici, spopolamento e invecchiamento, acuiscono e accelerano il calo della popolazione. Molti paesi, data la mancanza di ricambio generazionale, rischiano di scomparire (secondo le proiezioni, se si continua con lo stesso andamento, nel 2040, nella migliore delle ipotesi, tali paesi dovrebbero scomparire)". La condizione di vita degli anziani nel Molise presenta aspetti preoccupanti, ormai di vecchia data, insieme a qualche segnale positivo di cambiamento. Dal secondo dopoguerra fino alla fine degli anni settanta sicuramente nel Molise si è fatto molto poco per gli anziani. Inizialmente l'unica forma di assistenza alternativa a quella familiare era unicamente il famigerato "ospizio", da molti sentito come una vera e propria "anticamera della morte". Verso la fine degli anni sessanta alcune strutture ecclesiali, come le parrocchie, e dei privati hanno fatto sorgere in taluni centri delle case di riposo che, per quanto più accoglienti degli ospizi, restano in generale sicuramente un luogo di forte emarginazione. Qualche comune, come quello di Capracotta, iniziava un'esperienza piuttosto interessante, di assistenza domiciliare integrata. La Caritas diocesana di Trivento si è impegnata in passato per orientare gli obiettori di coscienza al servizio militare in un'opera capace di migliorare le condizioni di vita dell'anziano ed oggi ha diversi volontari che con le loro associazioni lavorano in tale direzione. Sono, queste, forme di intervento apprezzabili, ma che ci sembrano francamente insufficienti, isolate e, comunque, troppo limitate. L'attenzione per la terza età, almeno sul piano formale, ha visto un momento importante nel 1982, proclamato a livello mondiale, "anno internazionale degli anziani". ►►►

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PRIMOPIANO / IL MOLISE DEI CITTADINI ►►► Nel 1987 la Regione Molise decideva di affidare alla facoltà di medicina e chirurgia dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma una ricerca sulla condizione degli anziani nel Molise. Nel 1988 ad Isernia veniva avviato, in un convegno regionale, il progetto di ricerca per le persone anziane "active aging" (vecchiaia operosa), i cui risultati sono stati, poi, pubblicati nello stesso anno. La Regione Molise il 2 maggio 1990 ha varato la legge n. 21 per "interventi in favore delle persone anziane". Nonostante nelle finalità, all'articolo 1, si dica testualmente che la "Regione promuove e sostiene iniziative dirette a rivalutare la persona anziana nel contesto familiare e sociale ed a prevenire le alterazioni psicofisiche", in realtà, poi, tutta la legge sembra interessarsi più delle forme strettamente assistenziali che non della ricerca ed enunciazione di sistemi in grado di ridare agli anziani un ruolo sociale nell'ambiente in cui vivono. Nel 2004 il Consiglio regionale ha approvato il primo Piano Socio Assistenziale Regionale, che prevede la suddivisione del territorio regionale in ambiti territoriali. Tale necessità deriva dal carattere multidimensionale dei bisogni che richiede un approccio globale ed integrato. Attualmente gli ambiti territoriali sono sette e corrispondono ai distretti sanitari. Ogni ambito territoriale approva il suo Piano di Interventi e di Servizi, ma, vista la carenza di fondi, esso spesso non è altro che una promulgazione di desideri; per la popolazione anziana, infatti, non si va oltre l'erogazione del servizio di assistenza domiciliare che nel corso degli anni è diminuito sia per numero di utenti che per le ore erogate. Tra l'altro ricordiamo che l'assistenza è gratuita solo per chi ha una pensione minima, mentre gli altri sono tenuti a pagare ai Comuni un contributo proporzionale al reddito. I servizi erogati dagli ambiti territoriali dei Piani Sociali di Zona dovrebbero integrarsi con quelli sanitari forniti dalla ASReM, ma l'integrazione avanza con grosse difficoltà. Gli ultimi Piani Sanitari Regionali prevedono l'istituzione all'interno dei Distretti Sanitari di Unità Operative dedicate all’assistenza degli anziani, alle cure domiciliari, alla residenzialità, ma finora sono rimaste solo sulla carta. Si prevede, inoltre, l'istituzione di residenze sanitarie assistite, strutture intermedie tra l'assistenza domiciliare ed il ricovero ospedaliero. L'idea può essere utile per l'assistenza degli anziani non autosufficienti, solo a condizione che tali residenze sanitarie non siano molto grandi e il più possibile diffuse sul territorio regionale, anche se ciò presenta costi elevati; ma ci sembra l'unico modo per mantenere anche all'anziano che vive la "quarta età" un livello accettabile di socializzazione e di relazioni con l'ambiente di vita. Gli interventi, come si vede, vanno sempre nella direzione di una logica assistenziale, mentre, invertendo rotta, bisognerebbe cercare di ridare all'anziano un ruolo sociale, cercandogli occupazioni che lo facciano sentire utile per la società in cui vive. Finalità precipua dell'assistenza all'anziano deve essere, dunque, il mantenimento del miglior livello di qualità di vita possibile in rapporto alle condizioni di salute psicofisica. Per raggiungere tale obiettivo è necessaria una strategia che comprenda: la prevenzione, tesa ad eliminare i fattori capaci di incidere negativamente sulla salute di una persona; la cura delle malattie; la riabilitazione; l'ottimizzazione dell'intervento globale.

E' allora fondamentale un approccio unitario ed integrato alla persona, che individui le diverse componenti della compromissione e consenta la formazione di programmi di intervento individualizzati e continuativi. L'obiettivo principale dei programmi deve essere quello di provvedere agli anziani mantenendoli all'interno della propria famiglia o della propria abitazione. Per coerenza, dunque, l'accoglimento in residenze o in altre soluzioni istituzionalizzate va considerato come ultima soluzione. Integrazione, flessibilità e continuità sono le caratteristiche qualificanti dei servizi a favore degli anziani in modo da assicurare globalità ed articolazione dell'intervento. Servizi organizzati a blocchi separati o a piramide non risponderebbero sufficientemente bene a queste esigenze quanto servizi organizzati a "rete". Il Comune, l'Azienda Sanitaria, il volontariato, le cooperative di servizio sociale costituiscono i nodi della rete: modalità di intervento, criteri di valutazione, raccordi informativi, piani di lavoro costruiti in collaborazione ne costituiscono le connessioni. Il distretto socio-sanitario di base, con la presenza al suo interno di una Unità Operativa dedicata alle persone fragili, può divenire la struttura depurata alla funzione di governo della rete dei servizi, in definitiva una funzione di programmazione generale e di coordinamento. Assistenza economica ed abitativa, aiuto domestico, assistenza domiciliare sanitaria, ospedalizzazione domiciliare, centri di aggregazione e centri diurni gestiti dagli enti o autogestiti, residenze protette possono costituire altrettanti momenti di una rete di servizi che offra risposte differenziate in rapporto alle esigenze degli utenti ed integrate in un progetto di intervento unitario. Anzitutto in paesi di piccole dimensioni e dispersi sul territorio, come quelli del centro e alto Molise, non si può pensare ad una seria organizzazione di servizi per gli anziani prescindendo da un discorso consociativo tra i Comuni, premiando con finanziamenti aggiuntivi quelli che tentano di realizzarlo. La Regione ed i Comuni, poi, devono pensare necessariamente, per chi vuole dedicarsi al servizio di assistenza agli anziani, a seri corsi periodici di formazione ed aggiornamento, tenuti da psicologi e geriatri che mettano gli operatori in grado di avere con gli assistiti un rapporto legato a principi scientifici e diano loro la capacità di organizzare attività di tipo culturale ricreativo per migliorare la qualità della vita degli anziani stessi. ►►►

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PRIMOPIANO / IL MOLISE DEI CITTADINI ►►► Fuori da un'ottica di efficienza produttivistica, è necessario vedere la questione della terza età nel quadro più generale del rispetto per la vita in ogni sua fase. Se l'obiettivo primario è, dunque, come dicevamo, la qualità della vita, bisogna lavorare, a livello legislativo, amministrativo, culturale, educativo, perché la persona abbia, soprattutto nell'ultima fase della sua esistenza, la salute fisica e mentale, un'accettabile condizione socio-economica ed un ambiente sano ed accogliente; per questo è necessario promuovere istituzioni, programmi, centri ed attività, non solo di tipo assistenziale, ma anche di carattere educativo, ricreativo e culturale in grado di preparare e qualificare le persone anziane a svolgere nuovi e più specifici ruoli nella società in cui vivono. Ci pare che alcuni punti fermi per andare incontro ai bisogni della terza età siano quelli di evitare anzitutto che l'assistenza all'anziano continui ad essere un grosso business; si tratta, poi, di eliminare le case di riposo, o almeno ridimensionarne il ruolo, perché esse, comunque, segnano l'allontanamento dell'anziano dal suo ambiente, dalla sua casa, dagli affetti e dalla sua identità. Ha ragione Luce D'Eramo nel suo romanzo "Ultima luna" a definire le case geriatriche luoghi in cui vengono rinchiusi e segregati fino alla morte "tutti i vecchi attruppati a pagamento in quelle aree di parcheggio dai nomi promettenti". Anche in una recente indagine condotta in Umbria i giudizi degli anziani sulle case di ricovero risultano totalmente negativi. Sul piano sociale e politico-amministrativo riteniamo si debba intervenire prioritariamente per una efficace organizzazione del territorio e per creare strutture edilizie adeguate. La nascita di spazi attrezzati per la terza età, come, ad esempio, giardini con panchine comode e tavoli, centri sociali o circoli ricreativi con sale per lettura, il gioco o la proiezione di film, rappresenta sicuramente un primo passo importante per evitare l'isolamento e stimolare l'aggregazione tra gli anziani. In questa direzione un ruolo importante hanno le associazioni di volontariato che, in collaborazione con il personale adibito all'assistenza, possono, ad esempio, organizzare gite, escursioni, passeggiate ed esperienze di animazione musicale. E' urgente, poi, secondo noi, che la Regione faciliti, con aiuti economici, quegli anziani che vogliono ristrutturare le proprie abitazioni, eliminando delle barriere architettoniche, come ad esempio le scale, o munendole di servizi, come ad esempio l'impianto di riscaldamento. Una seria attenzione per gli anziani non può prescindere, poi, secondo noi, dalla creazione sul territorio di efficienti strutture mediche ed infermieristiche, soprattutto a livello di piccoli centri interni, dove spesso manca anche la guardia medica in loco. Avere il riferimento costante di un medico o di un infermiere per un anziano diventa importante, soprattutto sul piano della tranquillità psicologica. Una decisione che va presa con ogni sollecitudine, vista l'incidenza della malattia di Alzheimer, ci sembra l'istituzione di moduli dedicati all'assistenza di pazienti con demenza all'interno delle RSA, per evitare non solo che un anziano malato del morbo di Alzheimer, ad esempio, sia ricoverato impropriamente presso i reparti di psichiatria, dove sicuramente vivrebbe in una situazione di grande difficoltà psichica, ma anche per fornire loro prestazioni qualificate.

In relazione all'assistenza sanitaria ed alla funzione di altri servizi sociali, si deve studiare un sistema di trasporto, interno ai Comuni e da questi verso il capoluogo di provincia, più aderente alle necessità degli anziani, anche attraverso la creazione di un eliporto almeno presso gli ospedali provinciali per i ricoveri urgenti ed immediati, soprattutto nella stagione invernale, quando la neve crea seri problemi di collegamento. Un invito pressante va rivolto, poi, alle associazioni sindacali perché si crei sul territorio regionale una rete ramificata di servizi di consulenza e disbrigo di pratiche varie. A tale proposito è auspicabile un rapporto sempre più stretto tra i servizi comunali di assistenza domiciliare agli anziani e gli enti di patronato per la soluzione di tutti quei problemi burocratici che si presentano nel corso dell'anno (compilazione e spedizione del 740, pagamento imposte, ecc.). Abbiamo delineato sin qui taluni elementi che a nostro avviso caratterizzano l'esistenza di un anziano e certo tra questi vi è la solitudine. Quando gli anziani vivono in condizione di isolamento sono depressi, hanno la sensazione di sentirsi inutili, vuoti, inariditi, hanno poco interesse per ciò che li circonda, appaiono chiusi e annoiati, sono scontenti anche per ciò che viene loro offerto e mostrano scarsa capacità di trarre piacere da qualsiasi attività; spesso rinunciano a vivere perfino i propri sentimenti e i propri stati d'animo. Se non vengono stimolati, tendono a regredire ad una condizione di passività e di mancanza di autonomia, a rinchiudersi in se stessi ed a rinunciare a vivere le proprie emozioni. L'isolamento, la depressione, l'abbattimento, il venir meno della speranza e il disinteresse per percorsi di vita che di solito danno gioia sono sicuramente tra le cause più diffuse della solitudine degli anziani, ma non v'è dubbio che l'elemento scatenante di tale condizione è l'assenza, la riduzione o la rarefazione delle relazioni familiari e la scomparsa progressiva dei rapporti di amicizia e di vicinato. Ovviamente la condizione di solitudine ha connotati diversi a seconda che si viva in un istituto o nella propria abitazione. La sensazione di inutilità e di non essere desiderati è causa, come si vede, di gravi problemi di ordine psichico, che possono essere superati solo cercando di ridare fiducia nella vita a chi vive in tale situazione. Gli antidoti alla solitudine si chiamano anzitutto compagnia, considerazione, affetto. Nel vasto universo della popolazione anziana esistono persone in condizioni fisiche e psichiche di disagio estremo ed altre autosufficienti ed attive. ►►►

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PRIMOPIANO / IL MOLISE DEI CITTADINI ►►► A tutti si tratta di dare condizioni di vita dignitose sul piano umano e sociale e ruoli possibili in relazione alle capacità ed alle forze disponibili. Quali sono le vie per realizzare un tale disegno sul piano esistenziale? L'anziano potrebbe organizzare il servizio di sorveglianza davanti alle scuole, come già viene fatto presso amministrazioni comunali di altre regioni, per impedire incidenti ed evitare o ridurre il traffico della droga, che anche da noi sta diventando un problema serio. Quelli più efficienti potrebbero essere impegnati, in maniera singola o associata, nell'organizzazione, direzione e gestione dei servizi per la terza età o di centri ricreativi, sociali e culturali. Anche nelle strutture ecclesiali potrebbero dare un apporto di grande utilità nella catechesi, nell'amministrazione economica delle parrocchie e nella preparazione dei riti religiosi. Gli anziani, poi, possono essere facilmente inseriti in attività di volontariato per la difesa dell'ambiente nel quartiere ed in commissioni o comitati per l'organizzazione di festività civili o religiose. Di grande rilievo ci sembra l'inserimento dell'anziano in attività di animazione musicale, articolata su diversi livelli: ascolto, ballo, canto. Questo permette non solo di stare insieme agli altri e di divertirsi, ma anche di recuperare il patrimonio personale e collettivo attraverso la musica e le canzoni del passato, perché queste consentono di riprovare dentro di sé le emozioni vissute in gioventù e che sono state tanta parte della propria vita. Un ruolo di grande rilievo, tuttavia, l'anziano può averlo inserendosi, insieme ai giovani, in attività culturali tendenti al recupero ed alla valorizzazione delle tradizioni locali e dei dialetti. La lingua, le tradizioni, gli usi, i costumi e le vicende storiche sono aspetti fondamentali della cultura di un popolo. Chi può aiutarci a recuperarle, se non quelli che, affondando nel ricordo, riescono a far rivivere il passato? Utili appaiono anche corsi di alfabetizzazione informatica che i giovani potrebbero tenere ritessendo in tal modo relazioni intergenerazionali importantissime. Ci sembra di grande interesse, infine, sottolineare l'importanza di riunioni periodiche tra gli anziani, anche di comunità e paesi diversi, per discutere, insieme ai giovani, della vita e dei suoi valori, perché siamo convinti che spesso la loro sapienza abbia tante cose da dire. Sia chiara una cosa, però. Una qualità di vita significativa ed ottimale si può raggiungere per ogni anziano solo se sarà lui stesso a cercarla con una volontà ottimistica di dare un senso attivo continuo ai propri giorni. Un grande teologo in un recente volume scrive testualmente che "... una vita dotata di bellezza e razionalità ... ha bisogno della consapevolezza che la vita stessa esiste solo se è un processo ancora in atto". Nulla può fare più paura, credeteci, neppure la malattia o la morte quanto la mancanza di senso della propria esistenza. Questa allora bisogna cercare sempre. La condizione dell'anziano ha bisogno di grande attenzione da parte dell'opinione pubblica e di quelli che hanno scelto o avrebbero dovuto scegliere di impegnarsi nell'attività politica per il servizio agli altri, perché il valore della vita non cambia nelle diverse età, giacché essa esige rispetto, comprensione ed amore sempre, in ogni fase del suo svolgimento.

Compito di queste riflessioni è quello di suscitare attenzione verso i problemi della vecchiaia e molto in questa direzione può fare il mondo della scuola e del volontariato. Noi tutti abbiamo il dovere di aiutare gli anziani a valorizzare e dare un senso alla propria vita passata ed al tempo che resta ancora da vivere. Una società non impegnata nella difesa dell'esistenza, soprattutto nei momenti in cui questa richiede più attenzione, non crediamo si possa considerare progredita. Anche se in modo insolito, chiudiamo queste riflessioni con una bellissima lirica del grande poeta indiano Rabindranath Tagore, in cui si legge di una vecchiaia vissuta con ricchezza e speranza, quale dovrebbe essere per noi quella di ogni essere umano. IL GIORNO DELL'ADDIO Il giorno dell'addio dirò che non ho parole per narrare ciò che ho vissuto e che ho ricevuto. Benedetto perché in questo oceano di luce, ove regna il loto, ho bevuto dolce miele, ho giocato tra le bellezze dell'universo I miei due occhi hanno visto cose meravigliose. Mi hai fatto toccare Te, che non puoi essere toccato, in tutte le creature. Qui puoi por fine ai miei giorni. (Umberto Berardo e Cosimo Dentizzi).

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PRIMOPIANO / IL MOLISE DEI CITTADINI

La “Sacra Sindone” di Chiauci Un importante convegno sui misteri e le verità della Sindone conferma l’attenzione dei molisani per le tematiche spirituali di SIMONETTA D’ONOFRIO ISERNIA - Si è svolto presso la sala conferenze della Provincia d’Isernia il convegno “La Sindone-Misteri e Verità”, interamente dedicato alla copia del telo che da secoli rappresenta uno dei più reconditi misteri del Cristianesimo, custodito dalla scorsa estate nel paese di Chiauci (Isernia). Studiosi, esperti e personalità istituzionali hanno partecipato giovedì 10 aprile al meeting organizzato dall’amministrazione comunale di Chiauci, guidata dal sindaco Egildo Di Pilla (vedi servizio TV dal minuto 23 http://www.teleregionemolise.it/portale_web/lib/archivio .aspx?video=5982). L’iniziativa è stata premiata dalla presenza di oltre 350 persone che hanno manifestato un forte interesse e curiosità per il significato dell’immagine religiosa, donata alla parrocchia del paese molisano dal Priore dell'Ordine dei Cavalieri della Spada e del Silenzio, custodi dell’originale nel duomo di Torino. Il 13 agosto, con una cerimonia presieduta dal Vescovo della diocesi di Trivento, monsignor Domenico Angelo Scotti, la copia è stata esposta presso la chiesa madre di San Giovanni Apostolo. In seguito, per offrire una maggiore fruibilità per i fedeli che vogliono giungere in Chiauci per visitare l’opera, è stata trasferita presso la chiesa della Madonna del Rosario, con visite organizzate nei fine settimana, a cura della locale Pro Loco. Tra i partecipanti all’incontro presso la sede istituzionale della Provincia di Isernia merita una segnalazione particolare, l’intervento di Aldo Guerreschi, studioso ed esperto di sindonologia, il quale ha contribuito a interpretare il mistero rappresentato dall’immagine ritraente i segni dei soprusi e delle sofferenze impressi nel lenzuolo che, secondo la tradizione cristiana, avrebbe avvolto Gesù durante la deposizione del suo corpo nel Sacro Sepolcro. Al dibattito sono intervenuti oltre il Primo Cittadino del Comune di Chiauci, Egildo Di Pilla, contribuendo in prima persona al successo dell’appuntamento, il Presidente della Provincia di Isernia, Luigi Mazzuto, il Segretario Vescovile della Diocesi di Isernia-Venafro, Don Enzo Falasca, e il Vicario della Diocesi di Trivento, Don Mimì Fazioli. La giornata si è conclusa a Chiauci con una Santa Messa, celebrata per l’occasione da Monsignor Domenico Scotti, Vescovo di Trivento, nella Cappella del S.S. Rosario dove è custodita la copia della Sacra Sindone. Presenti alla cerimonia religiosa anche Don Franco Martinacci, Priore della Real Chiesa di San Lorenzo di Torino. Durante il periodo delle feste pasquali

Anche durante il periodo delle feste pasquali sono stati numerosi i turisti che si sono recati a visitare la copia della “Sacra Sindone”, dimostrando come la sosta a Chiauci sia ormai considerata un itinerario di culto amato dai fedeli. La presenza dell’immagine delle sofferenze di Cristo a Chiauci rappresenta un elemento su cui costruire un progetto turistico importante e può diventare un valore aggiunto per le potenzialità dell’intero territorio molisano, da molti anni scarsamente sfruttate. Puntare sul turismo religioso è una delle “carte vincenti” per una regione con un forte legame a tradizioni popolari, tra le quali i riti religiosi sono particolarmente sentiti: è una delle opportunità più facilmente cavalcabili. Non può essere, però, solamente la presenza di un “clone” la carta vincente per risolvere le numerose lacune organizzative di un territorio che ha perso in passato molte occasioni, senza poter esprimere il suo intero potenziale. Per anni il territorio molisano si è concentrato su un sistema, dove molto spesso ha prevalso l’improvvisazione, senza prendere come esempio realtà già strutturate nel territorio italiano. L’Italia rappresenta un bacino unico al mondo, dove le ricchezze artistiche e culturali sono inesauribili e al di sopra ogni attesa: 43 siti Unesco, 3.400 musei e oltre 2000 aree archeologiche. In particolare nel Molise abbiamo 4 aree archeologiche, 5 castelli e tre musei (fonte sito web istituzionale Ministero dei Beni Culturali del Molise: http://151.12.58.207/molise/index.php/luoghidella-cultura-modulo/32-aree-archeologiche). Come osservatori attenti, in conclusione, possiamo esortare come sia importante per la copia della Sindone avere un progetto di valorizzazione ad hoc, collegandola assieme alle altre ricchezze del territorio circostante. C’è la necessità che diventi un polo attrattivo per potenziali visitatori provenienti oltre che dalle regioni italiane anche dall’estero, capace di generare un circuito virtuoso e non demandata all’opera di pochi volenterosi. Un bene visibile unico nel Molise, la copia della “Sacra Sindone”, può diventare un punto centrale allettante non solo per il turismo locale ma per l’intera economia.

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MOLISANI A ROMA

Il nuovo libro di Nicoletta Pietravalle S’intitola “Memorie di Carta dalla Monarchia alla Seconda Repubblica” il nuovo volume della stimata studiosa originaria di Salcito (Campobasso). di MARIA DI SAVERIO ROMA - Avrà luogo lunedì 5 maggio 2014, alle ore 16:30, nella Sala/Museo della Basilica di San Giovanni dei Fiorentini in via Acciaioli, 2 a Roma la presentazione del libro “Memorie di carta dalla Monarchia alla Seconda Repubblica” di Nicoletta Pietravalle, residente dell’Adsi (Associazione dimore storiche italiane), sezione Molise, nonché nota e apprezzata ricercatrice e studiosa di cose molisane. All’appuntamento del 5 maggio interverranno Ippolito Calvi di Bergolo, l’intellettuale discendente della nota famiglia della nobiltà sabauda, l’ex parlamentare Publio Fiori, che è stato vicepresidente della Camera dei deputati, sottosegretario al ministero delle Poste e Telecomunicazioni, alla Sanità e ministro dei Trasporti e della Navigazione, il critico d’arte Vittorio Sgarbi e il giornalista Gianfranco Svidercoschi. Le letture saranno a cura di Sabrina Colle e dell’attore molisano Stefano Sabell. L’ingresso libero è libero. Nicoletta Pietravalle, giornalista e scrittrice originaria di Salcito (Campobasso), già docente nell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” ed Ispettore Onorario “per la tutela dei beni monumentali e degli oggetti d’antichità e d’arte per le Province di Campobasso ed Isernia”, è stata apprezzata Soprintendente per i Beni Architettonici e per il Paesaggio, per il Patrimonio Storico, Artistico e Demoetnoantropologico del Molise per nomina del ministro per i Beni e le Attività Culturali on.le Giuliano Urbani su proposta dell’on.le Vittorio Sgarbi, allora sottosegretario per i Beni e le Attività Culturali.

▲ Nicoletta Pietravalle FORCHE CAUDINE – PAGINA 19


MOLISANI A ROMA

Tre iniziative nei prossimi giorni

ANTONIO TAMBURRO SEGNO/ENERGIA/COLORE/MOVIMENTO FINISSAGE 30 aprile 2014 - ore 18.00 a cura di Kasper Van Aalten 6° Senso Art Gallery Via dei Maroniti 13/15, 00186 Roma Tel-Fax 06 69921131 info@sestosensoartgallery.com www.sestosensoartgallery.com From Monday to Saturday, h 11:00 - 19:00

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MOLISANI A ROMA

Info: 06.88817616-88817620 FORCHE CAUDINE – PAGINA 21


LIBRI

“Termoli in camicia nera” Un’attenta ricostruzione storica del fascismo nella cittadina adriatica. A cura di Giovanni De Fanis di OSCAR DE LENA Per presentare degnamente questo testo, riportiamo la nota di presentazione di Edilio Petrocelli scritta prima della sua scomparsa avvenuta nel settembre 2013. “Dopo il saggio sulle vicende del primo podestà Angelo Cieri, Giovanni De Fanis torna a scrivere sul Ventennio fascista a Termoli con un nuovo studio ben documentato e argomentato. Come è nel suo stile, i fatti e i personaggi non sono considerati “locali”, ma vengono ricondotti all’interno degli eventi della Grande storia, di cui sono parte integrante, effetto e causa. L’itinerario storico che ci propone De Fanis inizia dal “Biennio rosso” e ci conduce fino alla caduta del nazi-fascismo. Si tratta in larga parte di una ricerca d’archivio che fa rivivere i comportamenti dei Gerarchi termolesi, le situazioni e le decisioni di quei giorni difficili che lasciarono segni indelebili nella città e nelle persone. Il materiale raccolto parla di uomini e donne semplici, di prepotenti e di eroi e di come la dittatura fascista entrò nelle case, nella scuola e nei luoghi di lavoro violando le coscienze individuali e collettive. In dettaglio i fatti, anche quelli quotidiani, vengono raggruppati cronologicamente in quattro parti per essere analizzate in modo da far emergere la forma, la sostanza e il significato dell’avvento del fascismo e delle sue disastrose conseguenze. Nella prima vengono documentate le iniziative contro il carovita e la disoccupazione del dopoguerra 1915-‘18, la nascita dei Fasci e le ultime elezioni politiche e amministrative “democratiche” dalle quali, dopo il declino dei partiti storici, emersero nuove idee e uomini ambigui. Successivamente, come in un gioco fiumano dannunziano, iniziarono le parate con le divise acquistate ai grandi magazzini, mentre si preparava la Marcia su Roma per legittimare il sostegno popolare del Duce nei confronti di una Monarchia allo sbando e, soprattutto, per avere l’appoggio dei poteri forti dell’industria e della finanza; nel frattempo, per essere più convincenti verso i dissidenti, gli squadristi molisani distribuivano manganellate e olio di ricino. La seconda descrive il passaggio dalla dittatura al regime ed è dominata dallo scioglimento forzato del Partito Molisano d’Azione, dall’uccisione a Napoli del molisano Michele Pietravalle (promotore dei Fasci e vicepresidente della Camera) e quella del socialista Giacomo Matteotti per mano dei fascisti. Mentre a Roma si preparavano le leggi fascistissime che davano tutto il potere al Duce, al Partito Nazionale Fascista e all’apparato dello Stato, tenuto sotto controllo dai fedelissimi Prefetti e dai Podestà, il gruppo di potere termolese si sbriciolava dando inizio alle rivalità fra i Gerarchi di turno che coinvolsero nelle beghe personali anche l’Arma dei Carabinieri. Con i Patti Lateranensi diventava protagonista anche la Chiesa la quale, riconoscente, benediceva ogni cosa..

Con la terza si mette in evidenza il radicato consenso raggiunto negli anni Trenta dal fascismo, ma si denunciano anche i danni e le morti causate dalle avventure africane di Mussolini per creare un falso Impero. Il Duce magnanimo volle dare una nuova “Patria” alla bella abissina e, nel contempo, per compiacere i tedeschi e contribuire allo sterminio degli ebrei, approvò le leggi razziali e preparò le condizioni per portare l’Italia dentro una seconda e disastrosa guerra mondiale ispirata da Hitler. A fronte di tali avvenimenti epocali la vita politica si svolgeva con le turnazioni dei vertici nei centri di potere, le rivendicazioni demaniali e, in primo luogo, le inaugurazioni con festeggiamenti popolari delle opere del regime. Tutto il resto sembrava lontano, meno coinvolgente e senza ricadute negative sulla città. Dalla quarta apprendiamo i costi finali, i disagi e i sacrifici sostenuti dai termolesi durante la guerra in casa e al fronte. In primo luogo pesano una ventina di vittime civili dei bombardamenti nemici e un centinaio di nomi nelle lapidi dei Sacrari che onorano i militari caduti o dispersi in operazioni militari dalla Russia alla Grecia. Non fu facile sopravvivere nemmeno con l’arrivo degli Alleati insediatisi al porto sulla incerta linea Gustav, mentre si sviluppò la resistenza individuale di tanti eroi senza divisa (uomini e donne) che fronteggiarono i tedeschi e i fascisti a mani nude, come Nicolò D’Abramo, uno dei pochi antifascisti della prima ora. Per questi ed altri motivi che traspaiono pagina dopo pagina dal lavoro di De Fanis, il testo merita di essere letto e divulgato, soprattutto fra le giovani generazioni.

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LIBRI

Intervista a Giovanni De Fanis L’autore della ricerca su Termoli ha raccolto molti materiali inediti di OSCAR DE LENA

Una chiacchierata nel suo studio dove i libri sfiorano il soffitto, nel quartiere di Colle Macchiuzzo a Termoli. Sulla scrivania c’è la sua ultima “fatica”: 480 pagine zeppe di documenti, lettere, fotografie inedite, testimonianze, storie che fanno la storia. Quella del fascismo a Termoli e in provincia di Campobasso, che è una storia in qualche modo esclusiva: prima di questo libro nessuno ne sapeva granché. Nemmeno l’autore, Giovanni De Fanis, scrittore e giornalista con una vocazione profonda per il metodo di ricerca storica, che con grande onestà ammette di essere rimasto «io per primo sorpreso dallo straordinario materiale in cui mi sono imbattuto, che ho catalogato, organizzato e utilizzato per ricostruire il periodo che va dalla fine della prima guerra allo sbarco degli inglesi dell’ottobre 1943». “Termoli in camicia nera”, edito da Cosmo Iannone, che lo ha voluto inserire nella collana “Storie e Documenti”, collana di pregio, è un libro destinato a far discutere, con la garanzia inconfutabile data dal rigore scientifico nella ricostruzione di uno dei periodo più controversi e complessi della storia italiana. - Quali sono i primi commenti al libro? «Ho ricevuto molte congratulazioni per il lavoro, tutte consapevoli che si tratta di uno studio fatto con grande rigore scientifico. Chi ha letto o sta leggendo il libro mi dice di trovarlo molto interessante, sia perché contiene notizie inedite in grandissima parte, sia perché si basa sulla ricostruzione minuziosa di fonti riscontrabili da chiunque». - E’ un lavoro impegnativo. Quanto lo hai cominciato? «E’ iniziato nel 2007, con qualche interruzione a causa di forza maggiore, ed è andato avanti fino a un mese fa. E’ stato certamente impegnativo, e per semplificare il lavoro e non rischiare di affondare nella straordinaria mole di documenti mi sono basato sulla traccia del piano dell’opera, sia pure generica, stilata all’inizio, con indicati i punti che avevo intenzione di trattare». - Come funziona l’analisi e la selezione delle fonti? «Beh, per questa che è la parte più importante e complessa, ognuno ha un suo criterio personale. Per la ricerca e lo studio dei documenti mi sono avvalso di fonti multiple, cominciando da quelle letterarie, come i sette libri di De Felice su Mussolini e tutta la letteratura prodotta dai maggiori storici del fascismo, in modo particolare di Santarelli e Gentile, fino alle fonti letterarie della nostra zona, per la verità poche. Ma è stato soprattutto un lavoro d’archivio, da quello centrale dello Stato a quello di Campobasso, fino all’archivio diocesano Termoli-Larino, agli archivi comunali di Termoli e di alcuni Comuni.

Non ho potuto visitare l’archivio storico comunale di Larino perché inagibile, ma tutti gli altri sono stati passati al setaccio e mi hanno restituito una mole incredibile di documentazione: cinque faldoni di carte e migliaia di fotografie, di cui ho dovuto fare l’inventario. In più ci sono le fonti giornalistiche, periodici e quotidiani dell’epoca». - E non solo, perché ci sono anche le interviste… «Le cosiddette fonti orali e quelle memorialistiche, certo. Carlo Cappella per esempio è stato una fonte formidabile, mi ha fornito molte fotografie e indiscrezioni che aveva raccolto di prima mano dal padre, esponente di primo piano del fascismo locale. Ho contattato e ho parlato con i familiari di tutti e quattro i podestà (Cieri, Ragni, Cucumo e Italo Sciarretta, ndr). Poi ho intervistato diverse persone dalle quali mi sono fatto raccontare, per esempio, come si viveva negli anni della guerra». - Come hanno reagito le persone alle tue domande? «Con una grandissima disponibilità, di cui ancora una volta li ringrazio. Nessuna reticenza, anzi. Hanno messo a disposizione ricordi, foto, documenti». - Non c’è stato nessuno che si è sottratto? «Una sola persona, nonostante i ripetuti inviti a confrontare le risultanze delle ricerche». - Hai intervistato solo parenti di fascisti o anche di qualche antifascista? «Dei famigliari dei fascisti ho già fatto cenno. Quanto agli altri, la figlia di Giuseppe Santella, tassista di fede socialista molto noto a Guglionesi, purgato dai fascisti di Termoli che gli avevano teso un vile agguato notturno. E poi la figlia del farmacista Nicolò D’Abramo, figura coraggiosissima e straordinariamente generosa verso Carusi, l’esponente fascista di primo piano di Guglionesi, ex sottosegretario». - Perché hai scelto proprio questo argomento? «All’epoca in cui ho iniziato questo studio il fenomeno del fascismo a Termoli e dintorni, ma anche oltre, era pressoché sconosciuto. Il risultato a cui sono pervenuto colma un vuoto di conoscenza, e dunque andava fatto. Ora tutto è più chiaro, ad esempio, per quanto riguarda la classe dirigente molisana: sempre la stessa al potere, prima, durante e dopo il fascismo, spesso con le medesime persone». ►►►

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LIBRI ►► DE FANIS (segue) - Ha influito la tua formazione ideologica e culturale, oltre che il tuo impegno politico del passato? «No, e lo prova il contenuto del libro. Lo stimolo principale è stata la curiosità. Volevo capire fino a che punto era vera l’immagine del fascismo trasmessami da un mio ziomentore, secondo il quale si era trattato di una dittatura all’acqua di rose, fatta qui da personaggi di modesta levatura culturale e al limite del folklore. Una lunga mascherata diceva. Aveva sette anni nel 1922, probabilmente ignorava o aveva rimosso il ricordo delle violenze squadriste, come l’assalto e l’incendio delle sedi socialista e della massoneria. Ricordava solo la purga data al «gobbetto di Guglionesi». Né da lui né da altri ho mai saputo che Termoli era sede di confino politico». - E’ stata una scoperta? Ti sei imbattuto in altre sorprese? «A parte la violenza, molte altre. Per esempio l’abbraccio da parte della Chiesa al fascismo. Una commistione di vedute e di interessi che è durata fino alle leggi razziali, che si è realizzata in modo pieno. Mi ha sorpreso e colpito non poco. Un’altra sorpresa è stato apprendere come sia la Chiesa locale che i maggiori proprietari terrieri della città si erano impossessati abusivamente nel tempo di migliaia di ettari di terreni coltivabili di proprietà comunale. “Coloni usurpatori” era chiamati nei documenti». - E il popolo, invece? Come ha reagito? «Ha reagito solo al disagio sociale, ma senza il sostegno e la guida del sindacato, messo fuori gioco dallo squadrismo tra il 1921 e il 1923. Sette degli otto morti e i numerosi arresti e condanne avutisi nel Molise a causa delle proteste durante il fascismo - tutti ad opera dei carabinieri - sono stati il prezzo pagato dal popolo che cercava di uscire da una condizione di miseria insopportabile. Lotte per lo più isolate, spontanee, di tipo ribellistico e perciò facilmente represse. Il resto lo ha fatto una propaganda quotidiana, martellante e ossessiva, che ha stordito le masse fino a renderle strumento del consenso verso il regime. - Dunque hai scoperto, fonti alla mano, che dalle nostre parti il consenso attorno al regime era granitico, compatto? «Sì, e a un certo punto anche convinto, specie dopo i Patti Lateranensi del 1929. L’apporto della Chiesa, anche qui in Molise e a Termoli, è stato decisivo a questo riguardo. Un consenso alto, che ha investito tutti gli strati sociali e che ha raggiunto l’apice con la conquista del cosiddetto Impero d’Etiopia e ha cominciato a declinare con la guerra di Spagna e con le leggi razziali, per poi franare in coincidenza dei rovesci militari del 1941-1942». - Come ti spieghi questa adesione completa al fascismo in questo territorio? «Stroncata ogni forma di contrasto al regime, chiusi i giornali antifascisti, perseguitati, arrestati e repressi gli avversari politici, dilagava solo la propaganda fascista. Aggiungi poi la particolare indole della classe dirigente molisana, opportunista e gregaria per vocazione, prima, durante e dopo il fascismo».

- Gli intellettuali non hanno fatto eccezione? «No, anche loro hanno aderito. In fondo anch’essi sono parte della classe dirigente. Nel libro cito e documento con certezza come anche i maggiori intellettuali del Molise dell’epoca, L. A. Trofa, Eugenio Cirese, Francesco Jovine, siano stati “contaminati”, sia pure in modo diverso dal fascismo. Cirese, ad esempio, iscritto al partito sin dal 1925, nel 1940 era membro del gruppo dirigente della federazione fascista. Diverso il caso di Jovine, attratto dal clima di rinnovamento introdotto dalla riforma scolastica di Gentile. Suggestioni giovanili nel suo caso, perché il percorso dello scrittore di Guardialfiera sarà presto radicalmente altro». - Come credi che verrà accolto l libro? «Intanto mi auguro che venga letto, e a giudicare dalle prime reazioni devo dire che sta avvenendo con interesse. Il mio augurio è che questo studio dia origine a dibattiti, e d’altra parte è un libro di cui non si può non parlare. Sono cose in qualche modo svelate per la prima volta, anche a me. Spero che l’interesse si allarghi a tutta la regione, in quanto parla non solo di Termoli, ma del Molise, compreso Campobasso». - Giunto alla fine ti ritieni soddisfatto del lavoro? «Onestamente sì. Se, come dice nella prefazione Norberto Lombardi, esso introduce un criterio interpretativo nuovo nella storiografia sul fascismo in regione, è per me un risultato non da poco, dovuto proprio allo scavo profondo, alla ricerca accurata, che ha posto il fascismo sotto una luce diversa da come la pubblicistica l’ha presentato finora. Insieme a questo tengo a dire che “Termoli in camicia nera” non è un’opera revisionista, basta leggere il libro perché sia smentita un’interpretazione del genere». - C’è qualcuno in particolare da ringraziare? «Sono tante le persone che in vario modo mi hanno aiutato, verso le quali provo gratitudine sincera. Mi si permetta, però, di citarne qui solo qualcuna. Edilio Petrocelli, per primo. La sua presentazione, pur breve, è stata quasi certamente l’ultimo suo scritto. La mia amicizia con lui è durata più di 50 anni, e questo suo gesto in punto di morte, che peraltro non gli avevo sollecitato, mi ha molto emozionato. Poi c’è Norberto Lombardi, prodigo di consigli e osservazioni che hanno molto migliorato il lavoro, e per aver accettato di scrivere la prefazione. Infine ringrazio mia moglie, che ha sopportato le mie lunghe assenze da casa durante le ricerche e da ultimo ha persino contribuito alla stesura dell’indispensabile indice dei nomi, alleviando non poco i miei ultimi sforzi». BIOGRAFIA DI GIOVANNI DE FANIS - (TERMOLI, 1942) Giornalista pubblicista, studioso di storia e tradizioni locali. Ha finora pubblicato: Paranze e Battelli a Termoli 1900-1950 (2003); Storie termolesi: i fratelli Ruffini (2009). Brevi saggi sulla marineria e la Termoli del passato sono apparsi in giornali e riviste molisane. Al filone dialettale e della cultura popolare appartengono le raccolte di poesia Retratte (2000), A Giòstre (2002), Salùte da Tèrmele (2011) e l’antologia di proverbi e modi di dire Mò cchiù’ (2010). Collabora alla testata giornalistica Primonumero.it ■

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IL MOLISE CHE CI PIACE

I 120 anni della ferrovia Roccaravindola-Isernia fotoservizio a cura dell’associazione LE ROTAIE

Il 21 marzo 1894 la prima locomotiva a vapore fece il suo ingresso nella stazione di Isernia. Probabilmente uno degli eventi più importanti della storia molisana, dall'Unità fino alla seconda guerra mondiale. Fu un momento di rottura con il passato e ancora oggi si commemora quel giorno. Centoventi anni fa Isernia e il Molise entrano a far parte della storia nazionale: Roma e Napoli non sono più città lontane e irraggiungibili; i molisani possono dirsi italiani e adesso emigrare dalla città partenopea o andare nella capitale del regno non è più un miraggio. La RoccaravindolaIsernia è l'ultima fatica di un grande progetto che voleva la nostra regione collegata con i grandi centri industriali e amministrativi del giovane Regno d'Italia. La politica aveva lottato per ottenere questo privilegio, all'epoca concesso a pochi. Il 20 gennaio 1886 veniva aperta all’esercizio la tratta Vairano-Cajanello-Venafro e il 2 settembre la ferrovia arrivava a Roccaravindola. La celerità nella realizzazione di questi due tratti era giustificata dall'assenza di opere infrastrutturali poiché il territorio attraversato è completamente pianeggiante. I treni dal capolinea provvisorio di Rocccaravindola, viaggiavano alla volta della stazione di Vairano-Cajanello e da lì verso Roma o Napoli. La politica locale esigeva un collegamento tra il capoluogo della Pentria ed i grandi centri urbani della Campania e del Lazio, ritenuti indispensabili per l'intera economia regionale. E questo piano fu portato a termine nel 1894. Si impiegarono diversi anni per completare l'intera tratta Isernia-Vairano: lo sforzo ingegneristico fu straordinario e i costi altrettanto ingenti. Si realizzarono poderosi terrapieni per evitare smottamenti e caduta massi; gallerie che perforavano quelle montagne che per secoli erano state delle barriere naturali; diversi viadotti furono edificati per superare fiumi, quali il Volturno, o dirupi, come quello scavato dal fiume Carpino con il viadotto di Santo Spirito a Isernia con i suoi mastodontici archi; come non ricordare infine i viadotti della Trinità, presso Macchia d'Isernia e di Longano, pochi chilometri dopo la stazione di Sant’AgapitoLongano. La linea, lunga ben 45 chilometri, annoverava sei fermate (Presenzano, Sesto Campano, Pozzilli, Santa Maria Oliveto, Monteroduni Sant’Eusanio, Macchia d’Isernia) e sette stazioni (Vairano-Cajanello, Capriati a Volturno, Venafro, Roccaravindola, Monteroduni-Macchia, Sant’AgapitoLongano e Isernia), dotate di scalo merci con magazzino e piano di carico a testimoniare l'importanza commerciale che la tratta aveva nel passato. Furono fatti enormi sforzi per assicurare un futuro al Molise e anche all'Abruzzo e uscire da un isolamento che potremmo definire secolare. Arrivò la guerra e con essa la distruzione. Durante la loro ritirata nel 1943, i tedeschi fecero terra bruciata, abbattendo ponti e tagliando i binari. Per diversi anni, dopo la fine del secondo conflitto mondiale, il Molise ritornò in quell'isolamento dal quale era uscito molti decenni prima.

▲ L’arrivo del primo treno ad Isernia il 21 agosto 1893 Con impegno e costanza, dopo molte interrogazioni parlamentari, si riuscì a riattivare la Isernia-Vairano con altrettanta perizia ingegneristica: il ponte di Santo Spirito, ad esempio, fu ricostruito ex novo e venne edificato con un poderoso arco centrale che è divenuto uno dei simboli che caratterizzano il capoluogo pentro; fu uno dei piani architettonici più arditi nel periodo della ricostruzione post bellica. ►►►

▲ I lavori per la ricostruzione del ponte di Santo Spirito ad Isernia, attualmente utilizzato per la ferrovia

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IL MOLISE CHE CI PIACE ►► FERROVIA (segue) La linea fu riaperta a lavori ultimati nel 1953 e, precisamente il 27 febbraio: il capolinea di Isernia rivide giungere un treno con a bordo l’allora ministro dei Trasporti Guido Corbellini. Nel 1956, poco dopo la riapertura all’esercizio, sono state dismesse la fermata Pozzilli e la stazione di Monteroduni-Macchia, entrambe per carenza di viaggiatori, in quanto la prima troppo vicina a Venafro e la seconda situata in aperta campagna tra le fermate di Monteroduni Sant'Eusanio e Macchia d'Isernia, voluta e utilizzata solo dal principe Pignatelli per raggiungere i suoi possedimenti. Oggi purtroppo sono lasciate in totale stato di abbandono. La storia recente, a cavallo tra il XX e il XXI secolo, ha visto altre dismissioni: la fermata di Santa Maria Oliveto e lo scalo di Capriati a Volturno per la scarsa fruizione del vicino cementificio. Nel 2003 è stato attivato il nuovo scalo merci di Roccaravindola che soddisfa principalmente l'area industriale di Pozzilli tramite un raccordo ferroviario. Si pensava così di dare un incentivo all'industria molisana, facilitando il trasporto merci con l'elettrificazione della linea, da Vairano-Cajanello fino al piccolo comune molisano. Come spesso accade, i pochi finanziamenti e la schiacciante concorrenza del trasporto su gomma hanno ridotto drasticamente l'esercizio delle nuove infrastrutture. Da centovent'anni a questa parte la Isernia-Vairano serve i molisani, nonostante i tagli e i ridimensionamenti delle Ferrovie dello Stato che hanno portato all'abbandono quasi totale delle stazioni e delle infrastrutture che contribuivano al buon funzionamento della linea. Alla luce di tutto ciò è nostro compito ricordare questo anniversario come parte integrante della storia molisana. Grazie alle ferrovie il Molise entrò nella modernità e poté sperare in un futuro migliore, lontano dal provincialismo. Ecco perché l'associazione LeRotaie Molise si è impegnata a celebrare questo evento con una mostra nel Museo di Cultura Ferroviaria, presso l'ex rimessa dei treni della stazione di Isernia.

I VIADOTTI

▲ Immagine storica del ponte sul fiume Volturno

▲ Il ponte sul fiume Ravindola

▲ I viadotti Ravacupa e Riccioni

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IL MOLISE CHE CI PIACE

Italia, questo è il Paese del vino… La consapevolezza di vivere nel territorio che offre le migliori produzioni vinicole di PASQUALE DI LENA

Non c'è, al mondo, un Paese come l'Italia che ti mette a disposizione un filare di vite come passamano e ti porta a scoprire ambienti e paesaggi unici; monti e mari; dolci colline e pianure; castelli e città, note o meno note; borghi e paesi, case in pietra e campanili, siti archeologici e vulcani. Non c’è, al mondo, un paese così, dove un campanile, anche quello più isolato, ha sempre una vite da guardare e tu puoi contare tante varietà, molte delle quali straordinarie preziosità. Migliaia e migliaia le tipologie di vini, una parte delle quali raccolte in 332 doc e 73 docg, non dimenticando le 118 Igt. In pratica non c'è paese che si possa definire, come il nostro, "Il Paese del Vino". Un Paese già conosciuto dagli antichi popoli, - dai coloni greci ai latini -, come l'"Enotria Tellus", la terra del vino, a dimostrazione di una vocazione alla vitivinicoltura che affonda le radici nella notte dei tempi. Il Paese del vino: dai mille metri e più delle vigne della Val d'Aosta a quelle, altrettanto alte, dell'Etna; dalle vigne ondulate delle Langhe e del Monferrato a quelle che abbracciano i colli del Friuli; da quelle spettacolari che strapiombano sul mare a quelle che accompagnano l'Adriatico fino alla Terra dei Montepulciano e dei Cerasuoli, in Abruzzo; della Tintilia, nel Molise; dei Rosati, nel Salento, o il Tirreno fino alle Calabrie con il vino di Olimpia, il Cirò, e il dolce e delicato Greco di Bianco, e poi la Sardegna, Pantelleria, l'Elba, Ischia, Capri e altre piccole isole ancora. Un filare/passamano lungo migliaia e migliaia di chilometri, che sale, scende, si distende lungo le piccole e grandi pianure, circonda antiche mura e si ferma per segnare antiche tradizioni e raccogliere odori di una cucina dai mille delicati sapori che il vino, o meglio, i vini esaltano. Oggi il vino, cioè la bevanda che, com'è scritto negli antichi testi sacri, riesce a rallegrare il cuore degli uomini, è più un piacere che un alimento; un'occasione di incontro e di dialogo; un testimone importante di un territorio e come tale un personaggio che attira attenzioni, richiama gente, fa turismo, esalta una immagine e la rende vincente. Prima di essere una bevanda/alimento, è, ancor più del passato, un prodotto culturale che stimola riflessioni e fa discutere e, come tale, un prodotto unico che non trova uguali. Sta qui la sua straordinaria capacità di rinnovarsi fino ad esprimere un’attualità ed una modernità che lo fanno diventare mito e rito, oggetto di desiderio, di ricerca e di incontro, nonché motivo ed occasione di eventi che si sviluppano ovunque con un crescendo fino a qualche anno fa impensabile.

Avendo avuto la fortuna e l’onore di dirigere l'Enoteca Italiana, quella con sede a Siena, che, sin dagli anni '80, ha puntato senza riserve sui valori culturali del vino, posso dire, con assoluta certezza, che essa ha saputo anticipare i tempi, nel momento in cui ha trasformati questi fondamentali valori in nuove fortune per questa eccellenza dell’agricoltura nazionale. Con l’Enoteca il vino è diventato strategico per il turismo, la ristorazione, lo sviluppo compatibile e sostenibile di importanti territori, i flussi e gli scambi commerciali, l'occupazione, l'immagine del nostro Paese, "il Paese del Vino", nel mondo. Strategico anche per un diverso coinvolgimento dei consumatori, in particolare i giovani, che, qualche tempo fa, stavano riscoprendo il vino proprio per le peculiarità che esso ha e per la sua modernità. Un rapporto che, a me, appare interrotto, privando così i giovani di vivere con il vino quella sobrietà che non possono trovare in altre bevande e nelle droghe sponsorizzate dal sistema che ci tiene sull’orlo del baratro. Il bisogno della semplicità; della verità e non della demagogia; della trasparenza e non dell’ipocrisia; della storia e della cultura, cioè del rapporto con la propria realtà per sentire il fascino dell’identità. Il vino, il cibo, le tradizioni, la bellezza di un paesaggio, sono capaci di fare miracoli in questo senso proprio perché esempi, testimoni di questo Paese straordinario, il Paese del Vino, un territorio grande centinaia di migliaia di territori stupendi che, grazie al filare di vite che fa da passamano, uno può visitare.

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MOLISE NOTIZIE Regione Molise: bando per logo Parco d’Abruzzo Lazio e Molise:

CAMPOBASSO - L’assessorato alla Cultura della Regione Molise ha indetto un concorso di idee finalizzato a favorire la realizzazione del logo per la promozione di eventi culturali, da realizzarsi sul territorio regionale e nazionale, in attuazione di quanto già previsto dal programma regionale. Una sfida per tutti gli appassionati di arte, creatività e design. È prevista la realizzazione di un logo elaborato in maniera originale e inedita, facilmente riconoscibile e pensato per l'utilizzo in materia a stampa (dalla carta intestata ai manifesti, dai siti web ai libri), oltre a potersi prestare a riduzioni o ingrandimenti. Possono partecipare al concorso le persone fisiche (sia in forma singola sia associata) di età anagrafica compresa tra un minimo di 18 anni e un massimo di 40 anni. Nel momento dell'iscrizione al concorso sarà necessario consegnare gli elaborati di progetto, privi di qualsiasi contrassegno che possa ricondurre all'autore, al fine di garantire la massima equità nella valutazione. Gli elaborati dovranno essere presentati su supporto digitale (Dvd o Cd-Rom), che conterrà la scansione dell'opera alla risoluzione di 2400 x 4800 dpi, e in formato JPEG. In aggiunta, sarà necessario riprodurre il logo su un cartoncino di dimensioni 35 x 50 cm. La commissione giudicante valuterà tutti i loghi e selezionerà un unico vincitore, corrispondendo il premio in denaro di 1.500 euro. Per poter partecipare è necessario che la domanda di partecipazione e gli elaborati pervengano entro le ore 13 del prossimo 6 maggio 2014, secondo quanto indicato nel bando. Il bando che disciplina la partecipazione al concorso è disponibile al link: www3.regione.molise.it/flex/cm/pa ges/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina /11012

aumenta il numero di visitatori ROMA – In base ai dati dell’XI Rapporto Ecotur sul turismo natura per il 2013, redatto congiuntamente con Istat, Enit ed Università dell'Aquila e presentato ad Ecotur Borsa internazionale del turismo natura, le cifre del 2013 indicano un incremento delle presenze nel Parco nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise rispetto al 2012. Un’ottima notizia, tanto più che il turismo tradizionale vive momenti non proprio esaltanti. Le presenze generate dal turismo natura in Italia hanno infatti sfondato quota 101 milioni, producendo un fatturato di 11,378 miliardi di euro. Secondo il docente universitario Tommaso Paolini, coordinatore scientifico del Rapporto, a migliorare la performance economica del settore ci sarebbe l'internazionalizzazione di tale segmento di mercato. Per la prima volta, infatti, l'incidenza di turisti stranieri è in aumento rispetto agli anni precedenti generando un incremento del giro d'affari, in quanto un turista straniero spende di più, al giorno, rispetto ad un turista italiano. Sono sempre i parchi-aree protette a costituire il segmento più rappresentativo del turismo natura in Italia col 79% delle preferenze, e nella top ten dei parchi nazionali preferiti dagli operatori italiani al primo posto c'è quello d'Abruzzo, Lazio e Molise, mentre per il mercato europeo la top ten è guidata dalle Cinque Terre e il Parco d'Abruzzo, Lazio e Molise si posiziona all'ottavo posto. E' proprio per questo che il Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise, insieme agli altri parchi abruzzesi, nell'ambito del progetto di promozione turistica condiviso e sostenuto dalla Regione Abruzzo ormai da tre anni ha investito risorse sulla promozione del territorio sui mercati stranieri, organizzando press tour, incontri con tour operator stranieri e non mancando ad alcuni dei più importanti appuntamenti fieristici internazionali, Londra, Amsterdam, Parigi. A giudicare dai dati del Rapporto che vede in crescita il mercato straniero si può dire che la strada intrapresa è quella giusta Il Rapporto evidenzia anche le richieste dei turisti: voglia di fare attività sportive (47%); biking (30%); escursionismo (21%); relax (20%); trekking (18%); enogastronomia (15%); riscoperta delle tradizioni (10%).

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L’ARTICOLO DEL MESE

Sanità, due giornalisti “su misura” In questo numero pubblichiamo questo interessante pezzo apparso su “Prima Pagina Molise”. Il portavoce della Boldrini, quello di Marchionne, come, per continuare a pescare nell'empireo dei grandi ma grandi della stampa nazionale, Enrico Mentana, Massimo Gramellini, Milena Gabanelli, Marco Travaglio, Giovanni Floris, Lucia Annunziata..., e via elencando in un parossismo di sola andata senza ritorno. Tutti questi nomi del giornalismo italiano, come del resto e, qui sta il peccato grave, gravissimo, tantissimi validi cronisti molisani, anche i più validi e i più bravi, forse soprattutto loro, avrebbero difficoltà, anzi la più totale impossibilità, a superare il bando indetto lo scorso 15 aprile (in scadenza a fine mese), dall'Asrem per l'individuazione di due addetti all'informazione dell'azienda sanitaria molisana, commissariata e quindi controllata dalla Regione. Proprio così, nei parametri fissati dalla struttura di Percopo nessuna distinzione tra professionisti e pubblicisti, tra uno con la terza media e un laureato, nessuna attenzione al contenuto dei curricula. Della serie, se hai lavorato vent'anni al Corriere della Sera o a Repubblica, sei escluso, se hai lavorato invece cinque anni all'Asl di Catanzaro, sei il benvenuto. I requisiti richiesti sono così stretti e stringenti, così pennellati con l'acquerello, che quasi quasi fanno pensare a una selezione pubblica che tanto pubblica non è. Magari, ecco, fanno pensare piuttosto a un paravento, ideato dal direttore dell'Asrem, Angelo Percopo, in stretta collaborazione con il commissario, Paolo Frattura, su misura per...

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Il sospetto è fondato, lo sostiene anche il sindacato dei giornalisti. L'Assostampa Molise interviene sul bando, che di per sé - per carità - è un fatto positivo (all'apparenza), soprattutto "nel momento di crisi più acuta del mercato giornalistico", come analizza Giuseppe Di Pietro, sollevando più di una perplessità, appunto, "su misura". "Risulta incomprensibile - recita la lettera di Di Pietro inviata a Percopo e a Frattura -, la richiesta di "esperienza quinquennale continuativa negli uffici stampa della pubblica amministrazione, preferibilmente nel settore sanitario". Quanti in Molise vantano tale curriculum? Per questo, "sarebbe opportuno, pur mantenendo i requisiti generali, modificare le rigide e allo stesso tempo inconsuete maglie per l'accesso. Ciò consentirebbe di aumentare l'offerta professionale ed evitare le prevedibili critiche, ovviamente senza fondamento ironizza nell'ironia generale l'Assostampa del Molise -, sul bando tagliato a "misura" di candidato".

Con un po' di coraggio in più, con la necessaria onestà intellettuale, non sarebbe stata più sana, più vera, più giusta la chiamata diretta? Anche perché di fronte a questi punti oscuri pesanti, non certo edificanti per una struttura della pubblica amministrazione, viene da chiedersi se il gioco valga la candela. Tanto fango per cosa? Il corrispettivo previsto per i due addetti stampa sarà fissato da un contratto di collaborazione. Nei tecnicismi di settore, esiste la possibilità di stipulare collaborazioni per la stampa, ma così come prevede il contratto nazionale dei giornalisti, In via Petrella si preferisce non sapere e così alle due nuove figure si applica, denuncia il sindacato molisano, "il contratto che meno tutela dal punto di vista previdenziale e degli ammortizzatori sociali. Invece, l'inquadramento ex articolo 2 del Cnlg (contratto nazionale giornalistico), previsto proprio i collaboratori, permette l'accumulo dei contributi nelle gestione principale e, allo stesso tempo, l'ottenimento di 24 mesi di assegni di disoccupazione da parte dell'Inpgi alla scadenza del periodo di lavoro". Un diritto, non beneficenza, tanto più dovuto perché applicato nella pubblica amministrazione dove le regole e il rispetto di esse dovrebbero essere normalità. E invece, nella più piccola regione italiana che parametra le indennità dei consiglieri regionali a quelli del decreto Monti, cosicché l'eletto di Palazzo Moffa prende uno stipendio pari a uno della Lombardia, della Toscana e dell'Emilia, l'unica cosa che non si può applicare è il contratto nazionale dei giornalisti ai giornalisti. Spending review sì, ma come ci pare. ■

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SOCIETA’

Giornali, “formazione continua” foglia di fico per una crisi nera Si chiama “formazione continua” e obbliga tutti gli iscritti ad albi a rimettersi sui banchi per accumulare crediti formativi, come all’università. di ALOYSA PAVESI Bisogna frequentare corsi o partecipare a seminari, ma soltanto a quelli accreditati dagli Ordini (e l’iter di accreditamento non è dei più soft, anche perché richiede un contributo economico). Lo vuole la legge. E molte di queste attività formative sono a pagamento. In altre c’è l’obbligo di acquistare volumi. Obiettivo finale: accumulare 60 crediti in tre anni, di cui 15 su questioni deontologiche. Un obbligo di legge - promosso dal governo Monti (Dpr 137/2012) ma dopo incontri con gli organismi settoriali - che include anche i giornalisti, o perlomeno gli iscritti all’Ordine dei giornalisti (laddove le decine di migliaia di “pubblicisti” possono anche svolgere altri mestieri), che sono globalmente oltre 100mila in Italia. Una situazione che oltre ad alimentare malumori e proteste, specie in questo periodo di recessione, sta mettendo in crisi la macchina organizzativa. In un periodo di grave disfacimento del comparto editoriale, che coinvolge anche le testate del terzo settore già falcidiate dalle riduzioni delle agevolazioni postali, la risposta dall’alto è quella di appesantire il carico degli operatori del settore con iniziative formative spesso discutibili. Come quella svoltasi qualche giorno fa presso la Commissione europea a Roma, interlocutori due europarlamentari, di cui uno ha lasciato la sala con due ore di anticipo rispetto ai tempi previsti a causa “dell’assemblea nazionale del suo partito”. Il seminario sull’Europa ha fornito come dati più recenti sulla povertà quelli del 2012, mentre l’Istat ha divulgato gli ultimi ad inizio 2014. Di altre iniziative è scarsa la promozione. Per altre è stato chiesto l’obbligo di iscrizione ad un sindacato del settore, obbligo poi ritirato. In tutto ciò l’Ordine, finanziato con i soldi degli iscritti, sta investendo ingenti risorse, come ha precisato il presidente Iacopino in una lettera di presentazione dell’iniziativa a dicembre scorso. Però, ad onor del vero, chiudere in un’aula un giornalista è decisamente in antitesi rispetto a ciò che hanno sempre predicato i maestri del mestiere: “cucina redazionale” all’interno di una testata e scarpe da ginnastica per andare a caccia di notizie. Ma da qualche anno la logica s’è capovolta e le onerose scuole per accedere al praticantato si sono moltiplicate a dismisura rispetto alle quattro originarie. Inoltre è stato ormai di fatto superato l’obbligo di svolgere il praticantato in una redazione qualificata e con più professionisti, come richiede la legge: l’orientamento più recente è il riconoscimento “di fatto” del periodo di apprendistato o il “ricongiungimento” con corsi di formazione da 250 euro.

Nel contempo, però, gli organi del settore hanno scoperto una febbrile attività nel partorire carte deontologiche e nel dar vita ad iniziative formative. Mentre il comparto sprofonda in una crisi drammatica e senza precedenti, non soltanto quantitativa ma anche qualitativa. E a ben poco possono servire gli aggiornamenti professionali imposti tramite le sole attività certificate: per quale motivo dovrebbe essere migliore un corso di lingue con “il bollino” dell’Ordine rispetto ad uno del British? O perché un corso sulla deontologia di pari ore a Benevento rilascia quattro crediti e a Nola dieci? Inoltre, benché variegata, può una formazione coprire gli infiniti settori in cui sono specializzati i giornalisti? E ancora: quale vantaggio competitivo può dare la formazione nel momento in cui tutti i giornalisti sono obbligati a seguirla? Per la cronaca, gli argomenti proposti dall’Ordine pugliese, ad esempio, vanno da “Giornalismo e musica internazionale” a “Dal dolore al diabete, la medicina specialistica nella stampa generalista”, da “Donne in cartiera” a “Infertilità e ambiente, il ruolo dei mass media”. Mentre agli operatori del settore, ormai in maggioranza lavoratori autonomi, si sottrae tempo prezioso per questo genere di attività (compresi i “comizi” degli europarlamentari che garantiscono crediti), l’editoria ha perso ben 1.660 posti di lavoro negli ultimi cinque anni. Secondo i drammatici dati della Fieg, federazione della stampa, nel 2013 le vendite dei quotidiani sono scese del 10,3% e i ricavi da inserzioni del 19,4%. Non è andata meglio ai periodici: meno 9,8% in edicola, meno 24,5% di ricavi pubblicitari. Gli editori, giocoforza, rispondono tagliando le redazioni e non assumendo più. La situazione della Rcs è emblematica, ma anche al Sole 24 Ore non si naviga in buone acque. La cassa integrazione e i contratti di solidarietà sono ormai la regola in molte aziende editoriali. Il trend, tra l’altro, è sempre più accentuato. Il fatturato degli editori di quotidiani è sceso del 2,1% nel 2011, del 9,9% nel 2012, fino a crollare dell’11,1 per cento nel 2013. Colpa soprattutto del calo della pubblicità. Nonostante i contributi per l’editoria, nel 2012 soltanto sedici aziende risultavano in utile, contro 35 che hanno chiuso i bilanci in rosso subendo perdite complessive per 149,4 milioni (l’anno prima per 66,6 milioni). I lettori di quotidiani sono oggi poco più di 20 milioni rispetto ai 25 milioni del 2011. Per i periodici s’è passati in appena due anni da 33 a poco più di 28 milioni. In controtendenza, ma flebile, l’on-line: i lettori di testate quotidiane sono passati da 2,7 a 3,7 milioni in due anni. L’effetto di questa situazione drammatica lo stanno pagando soprattutto i giornalisti: tra il 2009 e il 2013, secondo i dati Fieg, ne sono rimasti a spasso 887 dei quotidiani e 638 dei periodici. Si è più che dimezzato (da 173 a 75) il numero dei praticanti, da cui la necessità di ricorrere ai praticantati d’ufficio soprattutto per non dare contraccolpi alle casse previdenziali.

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L’INCHIESTA

Land grabbing: la corsa alle terre d’oro Dai Paesi del terzo mondo i rischi di un’agricoltura che non vogliamo…

Le origini del fenomeno

di ERIKA ZANNINO esperta in cooperazione internazionale originaria di Roccaravindola (Isernia)

Investire

e vendere, vendere e investire. E’ il motto delle aziende internazionali che adottano strategie con i governi nazionali per avviare il processo di accaparramento delle terre. Governi che hanno il bilancio in rosso. Esecutivi che, corrotti e non, aprono le porte dell’Africa al mercato globale per fini finanziari speculativi. Sono gli stessi governi che fanno l’asta a chi svende la terra al minor prezzo possibile. Che sia il caso di uno Stato vicino al mare - e quindi con ottime potenzialità per esportare - o al centro dell’Africa, senza mare e strutture tecnologiche adeguate, il fenomeno del land grabbing ha inghiottito milioni di ettari di terre. I governi a volte rendono la terra gratis per i primi vent’anni. Come fosse una promozione. E’ il caso della Repubblica Centrafricana: i governanti del paese mettono al banco i propri terreni promuovendo un primo periodo gratuito. E’ un fenomeno drammatico, di cui c’è poca percezione nell’opinione pubblica del mondo occidentale. Per capire: cosa succederebbe se venissero nella nostra regione e comprassero le nostre province, abitanti compresi, al solo prezzo di un caffè all’ettaro? Noi, però, a differenza dei popoli che lottano contro questo fenomeno, abbiamo i diritti di proprietà sulla terra. Abbiamo la Costituzione che ci tutela. E la garanzia da parte del governo. Diritti che nella maggior parte dei casi agli abitanti del cosiddetto terzo mondo viene negato. Perché la terra è dello Stato, e come avviene ad esempio in Etiopia, vi è la politica ispirata al “principio di giustizia ugualitaria”.

Cioè il beneficiario gode di usufrutto, non di proprietà. E’ sempre lo Stato che decide a chi concederla. Parliamo, in questo caso, di un paese che gode degli aiuti internazionali per sfamare la popolazione ed è proprio la stessa che affitta terreni a prezzi stracciati agli investitori stranieri. Il mercato locale ne risente. La manodopera pure. In questo paese il tema scotta, è tabù. E chi osa lottare viene ucciso senza problemi. Le Ong che hanno operato su quest’area sono state messe a tacere. I telefoni posti sotto controllo. Ci sono regioni dell’Etiopia dove la terra è messa sul piatto d’argento a 60 centesimi di euro all’ettaro.

Per comprendere bene le dinamiche della corsa alle terre d’oro occorre tornare agli anni 2007 e 2008, quando la crisi alimentare ha provocato allarmismi. E’ stato soprattutto lo shock finanziario che ha investito Wall Street, con le conseguenti perdite economiche da parte dei colossi finanziari internazionali, a determinare l’ascesa dell’accaparramento delle terre. Gli investitori, i noti trader, si sono spostati su altri investimenti, sui cosiddetti “beni rifugio”, come l’oro, l’argento, le materie prime alimentari. Così facendo, le azioni speculative di Chicago hanno comportato l’innalzamento dei prezzi dei beni alimentari, con gravi ricadute nel Sud del mondo. Inoltre, a partire dal 2008, si è determinato un afflusso di liquidità nella borsa di Chicago (Chicago Board of Trade) che si è ripercossa sulla filiera. I trader, oltre a comprare virtualmente e non sempre per le loro tasche, hanno giocato una partita originale. Il mercato azionario è stato dannato dalla speculazione. I prezzi sono raddoppiati e in molte aree del pianeta si sono susseguite rivolte e proteste contro tali aumenti. Anche in Italia il prezzo del pane e di molti beni di prima necessità è aumentato con l’avvento della crisi. Cosa è successo in America Latina, in Africa, in Asia, nei paesi in via di sviluppo, di fronte a questa emergenza? Cosa hanno fatto per fronteggiarla, addirittura per poter mangiare? In alcuni Stati dell’Africa e dell’America Latina i governi nazionali hanno avviato politiche di sussidi per la produzione locale. E qui sono scattate le operazioni diaboliche, legate agli investimenti sulla terra. Perché proprio nella terra? ►►

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L’INCHIESTA ►► (segue) Il ragionamento è semplice e cinico: la popolazione tende a crescere, le aspettative di vita si allungano, i generi di prima necessità scarseggiano (per il duplice interesse derivante dalle monoculture) e dato che gli individui continueranno a sfamarsi, il valore del cibo aumenta. Un colossale investimento. Una vera e propria partita a Monopoli sul pianeta Terra. Il repentino passaggio di superfici coltivabili dalla gestione pubblica ai grandi investitori, alle multinazionali, ai fondi pensione sta quindi provocando gravi ricadute sulle popolazioni locali. Seguendo i canoni di affitto, sono state accaparrate terre essenzialmente per due motivi: il primo riguarda l’uso alimentare e quindi la coltivazione di materie prime; il secondo, il più diffuso, è per produrre bio-carburanti. Gli attori che giocano la “partita a Monopoli” sono principalmente organizzazioni internazionali, Stati e multinazionali dell’agro-business. Il fenomeno del land grabbing sta di fatto paralizzando molte aree del mondo. Dall’Africa all’America Latina. Dal Midwest americano alle immense aree di biodiversità che caratterizzano da sempre la bellezza del Brasile. Il meccanismo è lineare: affittare le terre è il sogno del businessmen e di Stati ansiosi di garantire l’approvvigionamento di cibo ai propri cittadini. Scopo di entrambi: moltiplicare i propri profitti. Una domanda sorge spontanea: perché i governi nazionali mettono letteralmente a saldo la loro terra? La motivazione è riposta nell’illusione dello sviluppo agricolo. I governi hanno lo scopo di eliminare l’agricoltura di sussistenza. Ma, ovviamente, non è questo il modo. I governi nazionali sono fragili, corruttibili, e facilmente penetrabili. A volte s’attiva anche uno scambio di favori. Uno dei problemi del land grabbing sta anche nella sua rapidità. A differenza del vecchio colonialismo, il nuovo fenomeno si è sviluppato in pochissimo tempo imponendo grandi monocolture da una parte e riducendo gli abitanti dei piccoli villaggi al lastrico, senza nemmeno più la casa di famiglia.

Inoltre, spingendo l’Africa a tali nuove forme di investimento, sempre secondo accordi negoziati dietro le quinte, si litiga persino sul prezzo della terra. Tutto diventa vera e propria asta. La testimonianza di Stefano Liberti, riportata nel suo libro “Land Grabbing. Come il mercato delle terre crea il nuovo colonialismo”, edito nel 2011 da Minimum Fax, riporta la storia di una conferenza molto particolare, che si è tenuta a Riyadh, capitale dell’Arabia Saudita. Un’occasione vista dai sauditi come un’opportunità per rafforzare una partnership fatta di amicizia, reciproche opportunità e rispetto. Quattro le aree di lavoro divise in focus: Commercio, Telecomunicazioni, Energia e Agricoltura. Il focus sull’agricoltura è stato il più gettonato. Il vice ministro saudita dell’agricoltura, Abdullah Al-Obaid, l’ha definita un’iniziativa filantropica per aumentare la produttività agricola dei paesi coinvolti. Da qui il coinvolgimento del suo governo che fornisce crediti a investitori stranieri privati. Il caso della Repubblica Centrafricana è una proposta fatta proprio in tale conferenza, insieme alla svendita di Mozambico ed Etiopia. Josè Pacheco, ministro dell’Agricoltura del Mozambico, ha mostrato la sua nazione come terra adatta a tutte le colture. Ha promosso iniziative e grandi porzioni di terreni. Ha favorito l’abolizione dei dazi su esportazione di macchinari, ha concesso permessi facilitati per gli investitori e ha affittato le sue terre a un canone (cinquanta più cinquanta anni) per solo un dollaro all’ettaro. L’intenzione è stata quella di espandere la politica di leasing e istruire i vari finanziatori alle nuove conquiste. La Banca Mondiale, da parte sua, ha emanato i cosiddetti Rai, Investimenti Responsabili in Agricoltura. Anche la Fao inizialmente ha incoraggiato investimenti in terre a canoni d’affitto.

Tra gli Stati che vengono indicati come fautori di land grabbing possiamo annoverare Arabia Saudita, Quatar, Emirati Arabi, Libia, ma anche Stati europei come l’Italia, l’Olanda e altri del Nord Europa. Tali conferenze sono spesso favorite anche dalla Banca Mondiale. In molti casi scattano coperture assicurative per investimenti rischiosi. La questione etica, seppur in modo indiretto, coinvolge anche scelte quotidiane. Ad esempio, capita che uno abbia i risparmi in fondi pensione che, senza saperlo, investono nell’accaparramento delle terre. Pochissimi sono a conoscenza degli investimenti fatti dai fondi. Indirettamente un cittadino comune può di fatto partecipare al fenomeno del land grabbing. Ecco perché il fenomeno necessita di una puntale informazione. Perché occorre portare a conoscenza le atrocità che ha provocato e provocherà tale inghiottimento globale di risorse. Bisogna ridare i diritti di accesso alla terra a popolazioni che per secoli le hanno abitate e coltivate. E’ necessario dare loro una speranza di poter vivere senza l’incubo della mancanza di acqua, terre e risorse naturali. Occorre soprattutto avere la volontà di indagare. I problemi, tra l’altro, sono interconnessi. C’è l’incrocio tra sovranità alimentare e biotecnologie applicate ai nuovi progetti. E con l’aumento della crisi alimentare, ci troviamo ad affrontare anche la questione del cambiamento climatico che motiva il ricorso a fonti di energia rinnovabile tra cui i bio-carburanti. Questi, seppur indirettamente, sono responsabili di squilibri ambientali. I bio-carburanti più diffusi in commercio sono il biodiesel ed il bioetanolo[1]. Questo è prodotto tramite processi di fermentazione e distillazione di materiali zuccherini, amidacei o derivanti da cereali, piante, ecc. Può essere utilizzato come miscela identificabile con la sigla E85, composta per l’85% da etanolo e per il 15% da benzina. Con una legge proposta da Bush e approvata dal Congresso, gli Usa si sono impegnati ad aumentare sette volte le quantità di etanolo disponibile nelle pompe entro il 2022 nell’Iowa, primo produttore di biocarburante prodotto da mais del paese. ►►

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L’INCHIESTA ►► (segue) Ma grande fabbricante di bioetanolo è anche il Brasile, che con una produzione di circa cinque miliardi di litri copre il 20% dei consumi interni di carburante per i trasporti e consente di ridurre dell’80% le emissioni di anidrite carbonica. Il biodiesel deriva dall’esterificazione di oli vegetali ottenuti dai semi di colza, di girasole e dalla soia. E’ un prodotto utilizzabile come carburante per autotrazione e come combustibile per riscaldamento, con le caratteristiche indicate rispettivamente nelle norme UNI 10946 e UNI 10947. In Europa le aziende produttrici sono raggruppate nell’Ebb (European biodiesel board) che ne rappresenta gli interessi di fronte a tutti gli organismi internazionali. Nel vecchio continente, più che in altri Paesi, la corsa per produrre biocarburanti da parte delle diverse nazioni è finalizzata a rientrare nei parametri stabiliti dal protocollo di Kyoto. In Italia il biodiesel su scala industriale è entrato in produzione nel 1992 e dal 1995 è stata concessa la defiscalizzazione su una quota di 125mila tonnellate/anno a fronte di una capacità produttiva dell’industria nazionale di oltre 751mila ettari di girasole, caratterizzati da una resa granellare di due tonnellate/ettaro ed un contenuto in olio del 42%. Nonostante gli utili aggiuntivi, il prezzo resta ancora alto. A stento riesce a decollare perché la coltivazione di oleaginose per impieghi non alimentari viene spesso trascurata e tali colture si realizzano soltanto in quelle superfici destinate al set aside. Il biodiesel in filiera corta utilizza oli vegetali locali, oli vegetali esausti e grassi animali. La colza, coltivata soprattutto nel Nord Italia, oltre a ridurre la quantità di materie prime lasciando invariato il prezzo, tende a utilizzare terreni disponibili e aumenta la disponibilità per l’alimentazione animale. E’ una scelta europea per evitare la dipendenza della soia americana e l’importazione dei semi Ogm.

Il collegamento tra il complesso mondo dei biocarbutanti e il fenomeno del land grabbing è molto stretto. L’accaparramento delle terre è provocato anche dalla scellerata voglia di produrre monocolture destinate ai biofuels. Aziende come Adm, Avipal, Bunge, Cargill e Dreyfus controllano il 60% del mercato brasiliano e l’80% delle sue esportazioni verso l’Europa. L’accaparramento delle terre qui ha un’aria meno sfacciata, ma brucia lentamente le comunità locali (i fazenderos hanno i diritti di proprietà sulla terra) e le piantagioni gestite dal grande capitale (che si estendono nella culla della biodiversità) non sono più destinati al consumo alimentare, bensì alla produzione di biocarburanti. I contadini anche qui sono messi da parte. Molte organizzazioni combattono questo modello intensivo di agricoltura come Via Campesina, Roppa, Federazione dei contadini dell’Africa Orientale sino all’Indonesia. E nelle terre d’oro le aziende italiane come si comportano? Il 7 marzo 2014, il quotidiano “La Repubblica” ha pubblicato un articolo di Emanuela Stella[2] che riporta una petizione di ActionAid contro un’azienda italiana accusata di land grabbing. La ditta è la Tampieri Financial Group, con sede legale e amministrativa a Faenza (Ravenna). La petizione internazionale lanciata da ActionAid e Re:Common chiede al Gruppo Tampieri di abbandonare il progetto di coltivazione di girasoli per la produzione di olio alimentare nella riserva senegalese di Ndjael. Lì ci sono circa quaranta villaggi abitati da comunità autoctone.

Questa metterebbe a rischio l’esistenza e i mezzi di sostentamento di circa novemila persone. I rappresentanti dei villaggi del nord-est del Senegal e Ong ne stanno denunciando la pericolosità. La Senhuile SA è controllata per il 51% dall'italiana Tampieri e al 49% dalla società senegalese a capitale misto Senéthanol. Questa ha ottenuto in affitto dal governo senegalese, nell'agosto 2012, ventimila ettari della riserva. Le comunità locali hanno affermato che ciò va a discapito loro, sia per quanto riguarda lo stile di vita sia per i limiti che il progetto stesso provocherebbe ai pascoli, fonti idriche e altre risorse fondamentali per la sussistenza. La Tampieri sin dal 2011 ha avviato un progetto ricco di controversie. Fanaye, località dove il progetto doveva essere realizzato, è stata luogo di rivolte causando la morte di due persone e il ferimento di altre. Tutto ciò ha indotto gli investitori stranieri a cambiare zona. I residenti hanno rifiutato i posti di lavoro proposti poiché ritengono che si tratterebbe di lavoro precario, senza contratto regolare. Come risposta la ditta italiana afferma che la si vuole trascinare nel fenomeno del land grabbing e che il loro progetto è destinato alla produzione di generi alimentari di cui le popolazioni locali necessitano. Di fatto si produrrà riso per il mercato locale interno, non si esporterà nulla se non campioni per controlli di qualità. Si produrrà mais, poiché vi è una sostanziale importazione per l’alimentazione del bestiame, e l’arachide richiesto dal governo senegalese, da destinare all’uso degli agricoltori locali. La ditta, inoltre, afferma che non precludono l’accesso all’acqua, ma hanno creato pozzi a uso della comunità. Roberto Sensi, policy officer per il diritto al cibo di ActionAid, sottolinea che il popolo locale si oppone al progetto per un palese conflitto di interessi. Prevale l’interesse privato e non quello pubblico sull’uso delle terre. Una valutazione ambientale realizzata a lavori avviati e il tirarsi indietro nell’agosto 2012 con le comunità per la realizzazione del progetto sono campanelli d’allarme per un investimento di land grabbing, secondo quanto affermato dalla Dichiarazione di Tirana, sottoscritta dalla Fao. ►►

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L’INCHIESTA ►► (segue) L’allarme lanciato da ActionAid è dettagliato: “Un appello perchéTampieri receda dal progetto. Le organizzazioni italiane ActionAid e Re:Common, e con loro Peuple Solidaire, Grain, Oakland Institute, il Conseil National de Concertation et de Coopération des Ruraux e Enda Pronat, sostengono la protesta delle comunità e, insieme alle reti e associazioni senegalesi e internazionali, rilanciano l'appello urgente alla Tampieri affinché ponga fine al progetto. La società italiana, dal canto suo, ribadisce ‘con forza la volontà di continuare a operare secondo le regole e nell'interesse collettivo’”.

Sempre negli stessi giorni, il 19 marzo 2014, il quotidiano “La Repubblica” ha annunciato che la PepsiCo adotterà un piano per prevenire nella sua filiera produttiva il fenomeno dell’accaparramento delle terre. La campagna Oxfam “Scopri il marchio” ha aperto la strada a questa decisione con una raccolta di firme che ha visto in pochissimo tempo circa 272mila aderenti. Entro il 2014 effettuerà valutazioni nelle aree più colpite da questo fenomeno. Elisa Bacciotti, direttrice Campagne di Oxfam Italia, afferma che senza il sostegno di migliaia di persone (che hanno chiesto ai colossi americani di rispettare i diritti delle comunità) tutto questo non sarebbe stato possibile. Secondo il rapporto Oxfam “Zucchero Amaro” dal 2000 sono circa ottocento le compravendite di terreni su larga scala utilizzata dai grossisti per rifornire le multinazionali di zucchero, soia e olio di palma.

Netto l’impegno di PepsiCo: “La multinazionale ha deciso di adoperarsi pubblicando le valutazioni sociali e ambientali nei quattro paesi dove si rifornisce di materie prime in Asia e America Latina e nel cercare il consenso libero e informato nelle compravendite di terra. Inoltre renderà noti i principali Paesi in cui si rifornisce di olio di palma, soia e zucchero. Assicurerà anche la sua collaborazione con i governi per sostenere pratiche responsabili di gestione dei diritti fondiari”. “Le politiche che PepsiCo ha adottato afferma Bacciotti - influenzeranno anche il comportamento dei propri fornitori che, se vorranno continuare a fornire aPepsiCo le proprie materie prime, devono dimostrare che la terra da cui si riforniscono è stata acquisita responsabilmente. Soprattutto verranno adottate misure preventive per evitare quei conflitti che costringono i piccoli agricoltori a lasciare la loro terra e le loro case”.

Per combattere il land grabbing è quindi necessario procedere all’instaurazione di strumenti e misure atti a portare paesi in via di sviluppo a livelli accettabili di evoluzione economica, sociale ed umana, frutto di una governabilità garante dei diritti umani. La “coesione sociale”, concepita come uno degli aspetti dello sviluppo umano, richiama il “diritto allo sviluppo”. Occorre in sostanza evitare l’esclusione o lo sfruttamento dei paesi in via di sviluppo e dei paesi in via di emarginazione. La risposta è data dalla rivalutazione della persona umana/popolo. Come affermano i documenti onusiani, il diritto allo sviluppo è considerato un vettore per lo sviluppo umano e uno strumento per rafforzare la cooperazione internazionali. NOTE [1] Industria Chimica e Sviluppo Sostenibile: La chimica verde. Giuliana Vinci, Donatella Restuccia, Francesca Pirro, Edizioni Nuova Cultura, 2007, Roma [2] www.repubblica.it/solidarieta/cooperazi one/2014/03/07/news/terre_senegal80405841/ ■

Molise, un’altra Storia

IL DOCU-FILM DELLA FESTA DI ROMA

Regia di Felipe Goycoolea E’ qui www.youtube.com/watch? v=s8V1GEqcSAg&list=UU VjLSeUdRSlli9YOEhs8dK w&fea

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DULCIS IN FUNDO Primo maggio, su coraggio…

Versi

Paese Le tue spalle di roccia, le mura senza tempo, i santi immobili alle cantonate, il silenzio che stagna dentro una cerchia d’ulivi.

Chiudiamo questo numero di “Forche Caudine” con qualche amara considerazione sulla “festa del lavoro”…

Ecco i miei luoghi dove hanno voce soltanto le campane e il tempo che fa ressa attorno alle sue mura. Le donne sulla soglia delle case stanno a scaldarsi con il fiato negli scialli; gli uomini sotto le arcate, sostano con i visi nascosti nel silenzio triste e nell’ozio dei mantelli neri Tu dici che la vita è una veglia ma il sonno nasce sotto le ciglia di questa mia gente stenta: lo porta il sole della meridiana, l’uggia della nebbia dagli orti, il lamento della tramontana. Oh non è qui la vita, in questa cava che i secoli assediano e la noia fa profonda; non è in questo silenzio indolente. Gennaro Morra (Venafro 1922, Roma 2002)

(da: Parole udite domani,1953)

Torna il tormentone del consumato concertone del primo maggio a San Giovanni. Menù tradizionale: scontate riprese televisive sulle ragazze in spalla, immancabile bandiera sarda dei quattro Mori, mediocri slogan sul palco e sugli striscioni, l’esercizio di una creatività musicale italiana sempre più in crisi, concorsi per giovani promesse alla Maria De Filippi. Insomma, logore banalità a iosa per rinnovare il rito, per quanto ormai insensato. Poi gli affari per i pochi negozi di zona che rimangono aperti e soprattutto per gli ambulanti, compresi i tanti abusivi in trasferta (onoriamo il lavoro nero). Il superlavoro dei vigili urbani, sollecitati da chi con le licenze degli ambulanti ci campa. I costi economici (tanti) per la baracca, oltre a quelli per i tanti abitanti del quartiere. E, sullo sfondo, per chi la sa vedere, la drammatica crisi di rappresentanza di un sindacato sempre più distante dal degrado, dalla disperazione sociale, dalle istanze generazionali che trasudano in piazza. Anzi, proprio come risposta alla logora kermesse di San Giovanni in tante altre città si organizzano manifestazioni alternative. A Taranto, ad esempio, ma anche a Napoli, Torino, Parma. Si rinnova con sempre maggiore forza una domanda: che senso ha “solennizzare” il lavoro che non c’è (e quando c’è, tra ingiustizie, precarietà e tagli, merita davvero poco i festeggiamenti)? Il bello è che a contestare la kermesse di San Giovanni è ormai una folla trasversale. Se a destra se la prendono con i contenuti e con qualche battuta che immancabilmente accompagna lo spettacolo (ma orfani di Berlusconi sarà ancora più difficile), a sinistra notano, come Ascanio Celestini, che il lavoro è ormai quasi sempre schiavitù. Non ha quindi senso festeggiarlo. Se n’è accorta la Triplice sindacale?

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