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2 Marzo/aprile 2010 – Anno XI

Reg. al Trib. di Napoli n. 5112 del 24/02/2000. Spedizione in abbonamento postale 70% Direzione Commerciale Imprese Regione Campania

SINISTRA  E  MEZZOGIORNO

Periodico della Fondazione Mezzogiorno Europa – Direttore Andrea Geremicca – Art director Luciano Pennino

M

a come, ci si potrà dire, le elezioni regionali sono passate da tempo, noi stiamo già pensando al voto per il Comune di Napoli, la madre di tutte le consultazioni del 2011, e voi volete ancora discutere di cose vecchie, registrate e archiviate?! Si, ne vogliamo ancora discutere. Perché siamo convinti che “le cose” sono state archiviate troppo presto. Senza cogliere il radicale cambiamento di scenario avvenuto nel Mezzogiorno e nel paese. E senza tentare analisi e soluzioni adeguate.

Oltre il livello di guardia Andrea Geremicca

Se poi c’è qualcuno che crede che per vincere a Napoli basti rompersi la testa per un anno sul nome del futuro Sindaco, allora vuol dire che

dopo la Provincia e la Regione (e dopo i Comuni di Castellammare e Pomigliano, e non solo) abbiamo deciso di passare la mano anche al Co-

mune di Napoli. Nulla di scandaloso: è l’alternanza, bellezza! Basta dirlo. Se invece si vuol riflettere sul serio, allora ci si confronti a tutto campo. Senza rete. Rischiando di sbagliare. Ma il rischio maggiore è coprirsi dietro alibi e tesi consolatorie. …continua a pagina 2 Ê

S I N I S T R A   E   M E Z Z O G I O R N O

UN VUOTO DA COLMARE

CRISI DI RAPPRESENTANZA

UN PIANO REGOLATORE

Osvaldo Cammarota

Paola De Vivo

Igina Di Napoli

In questa tornata elettorale, contro il parere degli affetti più cari, ho voluto ostinatamente proporre una candidatura “per un progetto”. Ostinatamente, perché ben conosco il “mercato elettorale”, le offerte e lo stile del personale politico…  …continua a pagina 6 Ê

A distanza di poche settimane dalla chiusura della campagna elettorale regionale, la situazione politica nazionale sta evolvendo. Il dibattito interno al Pd sulla posizione da assumere in merito alla crisi della attuale compagine governativa non mi convince.

Le considerazioni qui di seguito riportate muovono dalla convinzione che la parte dirigente della società si debba connettere con la contemporaneità per elaborare idee e proposte al passo coi tempi. Per governare la complessità della vita contemporanea, la politica deve affrontare…

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Ma il cielo è sempre più su? di Bianchi e Provenzano

Riannodare i fili di una relazione Amedeo Lepore

La dichiarazione d’intenti è chiara, fin dalle prime pagine. Luca Bianchi e Giuseppe Provenzano, nel loro volume Ma il cielo è sempre più su? L’emigra-

zione meridionale ai tempi di Termini Imerese. Proposte di riscatto per una generazione sotto sequestro (Castelvecchi, marzo 2010, pp. 201), non ripercorrono la trama,… …continua a pagina 15 Ê

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AFRICA ED EUROPA SVILUPPO CONGIUNTO Giorgio Napolitano Mi è sembrato giusto ospitare quest’anno al Quirinale le celebrazioni della giornata per l’Africa, in coincidenza con la Presidenza italiana del G8, per dare il segno più solenne della vicinanza dell’Italia ai problemi del continente africano e il Ministro Frattini ci ha appena offerto una ricca ed esauriente sintesi dell’impegno del nostro Governo e del nostro Parlamento e per riflettere sul potenziale di crescita di questo grande continente. Ho chiesto ad alcuni illustri relatori, che ringrazio per aver accolto l’invito, di intervenire alla celebrazione odierna per illustrare… …continua a pagina 18 Ê

Altre Afriche | Mezzogiorno Europa promuove un network di riviste Uliana Guarnaccia e Anna Maria Valentino Si finisce col dimenticare che “a incontrarsi o a scontrarsi non sono culture, ma persone. Se pensate come un dato assoluto, le culture divengono un recinto invalicabile, che alimenta nuove forme di razzismo. Ogni identità è fatta di memoria e oblio. Più che nel passato, va cercata nel suo costante divenire”. …continua a pagina 20 Ê 


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Sinistra e Mezzogiorno

Oltre il livello di guardia Andrea Geremicca

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Ci ha provato Biagio de Giovanni ad aprire un confronto scevro da pregiudizi, quando si è chiesto (sul Corriere del Mezzogiorno del 7 Aprile scorso) se la fitta presenza di governatori del centro destra in regioni meridionali e di confine (Lazio, Campania. Calabria), assieme al voto per la Lega al Nord, non possa creare un circolo virtuoso di collegamenti reciproci, e spingere a un buon governo, o almeno a un tentativo in questa direzione. E ci provo io quando invito a non ridere troppo sopra la proposta –  provocazione del Ministro Maroni, che non esclude una candidatura leghista al Comune di Napoli. Ma come? Un Sindaco leghi-

Media

Un talk show periodico di Mezzogiorno Europa Ottavia Beneduce 

La Scuola d’Estate sulla Responsabilità Sociale delle Imprese

Andrea Cardillo

sommario

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Formazione

sta al governo di una grande, storica capitale europea come Napoli?! L’ipotesi, certo, è bizzarra. E già arrivano le prevedibili smentite dall’interno stesso del centro destra. Ma la Lega ha bisogno di sdoganarsi come forza nazionale, che aspira al governo complessivo del paese, superando il recinto della Padania. Ci ha già provato insediandosi nelle ‘intangibili’ regioni del Centro, dalla Toscana, all’Emilia Romagna, alle Marche, all’Umbria. Ci sta provando con i rilevanti risultati conseguiti dal citato Maroni nel contrasto alle mafie. E ci prova Calderoli col positivo ‘colpo di mano’, all’ultimo momento e all’insaputa degli stessi colleghi di Governo oltre che dell’opposizione, sul Decreto Legge che blocca le demolizioni degli immobili

Memoria

Antonio Lombardi, un protagonista della storia del movimento operaio

Nando Morra

Euronote Andrea Pierucci

abusivi in Campania ma con una serie di eccezioni (ultima, contestatissima ma sacrosanta, quella relativa alle zone sottoposte a vincoli paesistici). Questo perché la Lega ha bisogno di passare il Garigliano. E il colpaccio potrebbe volerlo fare proprio a Napoli. Non prendiamola a ridere. Se indovina una candidatura ‘decisionista’, capace di parlare alle paure, al rifiuto dell’attuale sistema dei partiti (con l’astensioni dal voto di circa il 50 per cento degli elettori), alla pancia e alla pelle della città, può farci vedere i sorci rossi. Certo, questo aprirebbe una contraddizione forte tra la Lega e il popolo della Padania, ma il gioco, per Bossi, potrebbe valere la candela.

Mezzogiorno Europa guarda al futuro

La rivista on line dal prossimo numero

Dal prossimo numero la rivista Mezzogiorno Europa uscirà nella versione online. Sarà quindi integralmente e gratuitamente scaricabile dal sito www.mezzogiornoeuropa.it. La versione cartacea di Mezzogiorno Europa rimarrà comunque disponibile. Si potrà ricevere in abbonamento annuale, al costo di € 100,00, inviando i propri dati – insieme al recapito e alla copia della ricevuta del versamento – attraverso il modulo online disponibile sul sito o via fax al numero +390812471168. La quota può essere versata a mezzo bonifico bancario a Fondazione Centro di Iniziativa Mezzogiorno Europa onlus presso Banca Prossima via Manzoni ang. Via Verdi, 20121 Milano filiale 5000 – c/c 10008974  IBAN: IT03S0335901600100000008974  BIC: BCITITMX. Specificare la causale: “Abbonamento annuale Rivista Mezzogiorno Europa”.

Le immagini che illustrano questo numero sono tratte da manifesti circensi della prima metà del XX secolo.


3 Perduti due milioni di voti Ripeto: quando si cercano vie nuove il rischio di sbagliare e grande. Ma ci rendiamo conto del livello cui è giunta la situazione politica ed elettorale dovunque, e segnatamente nel Mezzogiorno? Bastano pochissimi dati (forniti dall’Istituto Cattaneo), perché non è sui numeri che vogliamo tornare in questa sede. Complessivamente, in Italia, la Lega Nord guadagna 1 milione e 370 mila voti rispetto alle precedenti elezioni regionali del 2005, raddoppiano quasi i consensi. Il Popola della Libertà perde 1 milione 69 mila voti, ma in due regioni del Sud avanza fortemente, con più 224 mila voti in Campania (+ 35%) e più 47 mila voti in Calabria (+ 21%). Assieme, il Popolo della Libertà e la Lega Nord guadagnano 301 mila voti, ma con un notevole riequilibrio dei rapporti di forza all’interno del centro destra: mentre nel 2005 i consensi a Forza Italia e Alleanza nazionale erano 5,1 volte superiori ai consensi alla Lega Nord, nelle ultime elezioni questo rapporto è sceso ad appena il 2,2%. Il Partito Democratico perde 2 milioni di voti (ossia circa un quarto (meno 26%) rispetto ai consensi raccolti dai Democratici di sinistra e dalla Margherita nel 2005. Un vero tracollo in Calabria (meno 52 per cento), in Campania (meno  36 per cento), in Basilicata (meno 35%). In Campania il centro sinistra perde 759 mila voti e il centro destra ne guadagna 651 mila. Il centro destra governa ormai tutte le regioni meridionali, ad eccezione della Basilica, il cui peso demografico sappiamo qual è, e della Puglia, il cui governatore è stato eletto ‘a dispetto’ del centro sinistra ufficiale. Anche in Campania Enzo De Luca ha riportato circa 200 mila voti in più rispetto alla coalizione di centro sinistra differenziandosi radicalmente dalla propria coalizione e dalle precedenti Giunte Bassolino. Anche queste circostanze

dovrebbero costituire materia di riflessione dentro sul territorio, organizzarsi, intercettare lo spirito pubblico: ma per dire che cosa? Per fare che cosa? una riflessione politica più generale. Per proporre che cosa? La Lega fa leva sui problemi concreti e minuti, quotidiani delle singole persone Non è questione e sulle paure e gli egoismi di strati diffusi della di ingegneria società. Berlusconi cavalca la sfiducia di tanti citorganizzativa tadini nelle proprie forze e il fascino disperato del populismo e della demagogia. In alcuni commenti al voto di Marzo si spiegaInsomma, non siamo solo di fronte a probleno le ragioni del successo della Lega al Nord (ma mi di ingegneria organizzativa, o alle sole, solite non solo) nel suo ‘radicamento sociale’, nei suoi chiacchiere a “Porta a porta”. La battaglia per ‘legami col territorio’. E del Popolo della Libertà al l’egemonia culturale e il primato politico in atto nel Sud (ma non solo, e con particolare” tenuta” de- Paese è fatta di fatti, problemi, programmi, idee, gli ex A. N.) nella invasività mediatica, nella sua messaggi, valori e disvalori. Su questo terreno la capacità di intercettare i movimenti di opinione, sinistra deve misurarsi se non vuole che il proprio gli stati d’animo, le ‘percezioni’ degli elettori. In declino divenga irreversibile. Deve essere capaquesta tenaglia sarebbe rima- ce di negarsi per rinnovarsi. Non può fare come sto schiacciato il centro si- quelle tribù di cui parla Pasolini, che al trauma del nistra, col PD che non è nuovo e alla contaminazione della modernità prepiù né carne né pe- feriscono il suicidio. sce, né partito orgaImmagino la domanda: e tu credi nell’autorinizzato di massa né forma, addirittura nell’autorifondazione del partito partito liquido. C’è e dei partiti? Risposta: devo crederci perché non del vero, in queste vedo alternative. Ma ad una condizione: che per analisi. Ma attenti cambiare se stesso il partito, i partiti, la politica alle semplificazio- decidano di aprire porte e finestre, con politiche ni. Essere presenti condivise, misure chiare e regole certe. A questo penso quando parlo di negarsi per rinnovarsi. Aprirsi non ad una generica e indefinita ‘società’ (anche le mafie sono “società”) ma al mondo del lavoro e delle professioni, ai saperi, alle competenze. Solo da questo incontro vero, largo, permanente, strutturato, è possibile sperare nel rinnovamento dei partiti e della politica. Le risorse disponibili ci sono ancora. Non è troppo tardi. Anche in queste ultima competizione elettorale decine di migliaia di cittadini sono stati raggiunti e coinvolti da candidati che non avevano pacchetti di tessere da porre sul mercato e blocchi di voti da gestire, ma idee, programmi, prospettive, speranze da proporre e confrontare. La risposta non è mancata da parte di chi, stanco di stare a bordo campo aveva deciso di non votare, ma alla fine ci ha ripensato perché, chissà, la partita poteva essere ancora giocata. Ma siamo in zona Cesarini. Ora un gruppo di questi candidati sta convocando incontri e promuovendo discussioni per non disperdere un ingente patrimonio di energie e decidere cosa fare e dove andare (una ennesima ‘corrente’ o un velleitario ‘gruppo di pressione’ all’interno del partito? No, grazie!). Di seguito pubblichiamo le riflessioni di tre di loro: Osvaldo Cammarota, Paola De Vivo e Igina Di Napoli, e di uno storico del meridionalismo: Amedeo Lepore. Sperando che il discorso non finisca qui.


Mezzogiorno: che fare dopo il voto di Marzo?

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Sinistra e Mezzogiorno

Oltre il livello di guardia Andrea Geremicca

Un ciclo si è concluso La necessità, l’urgenza, l’ineluttabilità – vorrei dire –  del cambiamento per non morire si pongono con particolare evidenza alle forze di sinistra nel Mezzogiorno. Qui come e più che altrove il problema del “radicamento sociale”, dei “legami col territorio” investe questioni di strategia e di cultura politica di fondo. Il meridionalismo di sinistra, elemento centrale dei caratteri e della storia della sinistra italiana, come giustamente sostiene Biagio de Giovanni, ha concluso il suo ciclo. Non appare più in grado di produrre analisi e prospettive nuove di fronte alle novità intervenute nel paese e nel mondo. Troppi sono stati i terreni sui quali ha fatto registrare incertezze, ritardi, errori. Il mutamento della questione meridionale da questione agraria in questione urbana. La creazione di un nuovo, devastante blocco sociale intorno alla spesa pubblica. La confusione tra autogoverno delle masse meridionali e funzionamento delle Regioni, da un lato, e il rapporto di reciproca autonomia tra società, partiti e istituzioni dall’altro. Il cedimento di fronte a teorizzazioni e pratiche burocratiche e accentratrici nei partiti e nelle istituzioni. L’inca-

pacità di ‘rileggere’ il Mezzogiorno nella nuova dimensione europea e globale. Il ripiegamento in chiusure localistiche ed economiciste di un pensiero e una politica che hanno inciso nella concreta realtà meridionale quando sono state capaci di parlare al paese e allo Stato (da questo punto di vista l’idea del Partito del Sud mi pare poco più di una boutade). Ma il problema dei problemi nel Mezzogiorno in modo particolare, data la fragile articolazione delle strutture produttive, sociali e democratiche, rimane, a mio avviso, quello della concezione stessa della politica, del funzionamento democratico dei partiti, della formazione delle nuove classi dirigenti, della partecipazione dei cittadini alla vita pubblica. Su questo terreno il pensiero meridionalista ha fatto registrare i maggiori ritardi. E adesso, al di là della retorica e delle buone intenzioni, cambiare l’attuale stato delle cose non sarà facile. Superare zone sociali di sconforto e di sfiducia, tornare ad un voto esigente e critico, contrastare tendenze alla passività e alla delega, ricostruire una “coscienza civica”, dare corpo e sostanza a due parole chiave per il Mezzogiorno: autonomia e responsabilità, non sarà facile.

Riflettere senza schemi Come e dove riprendere il bandolo della matassa? Se la crisi di una cultura e di un pensiero politico ha raggiunto, come noi pensiamo, livelli di non ritorno, bisogna pensare liberi. Basta con i miti, i tabù, gli schemi, i luoghi comuni. Per quanto mi riguarda, volendo accennare ad uno solo dei tanti possibili terreni di ricerca, sento il bisogno di aggiornare l’analisi della nuova questione meridionale partendo dai meridionali. Dalle persone, dai cittadini del Mezzogiorno. Non sottovaluto, ovviamente, le basi “strutturali” (l’economia, le istituzioni, la finanza, i mercati) della questione. Ma pongo l’accento sulla storia, la cultura, i caratteri, la coscienza, lo spirito, le pecu-

liarità dei meridionali. E sul peso che tutto questo assume per una diverso ruolo e una prospettiva diversa del Mezzogiorno e del paese. Sapendo bene che quando si affronta questo tema si rischia di cadere nella trappola della diversità e delle differenze come cuneo, diaframma, barriera. Come conflitto tra territori, popoli, culture e storie anziché come reciproco riconoscimento e arricchimento. Oppure, per altro verso, come alternativa alla modernizzazione del Mezzogiorno, la cui ricchezza identitaria starebbe proprio nelle sue lentezze e nei suoi ritardi. Guardiamoci da questi equivoci, ma non chiudiamo le nostre menti. A me l’ha aperta grandemente Antonio Ghirelli con i suoi scritti in generale e col suo ultimo volume in particolare: Una certa idea di Napoli. Ghirelli racconta la storia e i caratteri di Napoli partendo dai suoi abitanti: come parlano, cantano, recitano, mangiano. Come sopravvivono, come si fanno coraggio. L’Autore condivide “la sincera indignazione” di quanti descrivono il degrado della città, ma prende le distanze dal rifiuto “di ogni considerazione di carattere storico, come se si potesse parlare davvero di inferiorità razziale o della irreparabile decadenza di una intera comunità anziché delle conseguenze inevitabili di una vicenda ultramillenaria, il cui sviluppo contraddittorio ( ) ha impedito la formazione nella società napoletana di una classe dirigente capace di governare complessivamente gli eventi e soprattutto di alimentare gradualmente in tutti gli strati della popolazione una coscienza civica, una consapevolezza democratica, un minimo di aggiornamento culturale”. Storicismo e antropologia si fondono nell’analisi di Ghirelli in una sintesi virtuosa, che non lascia spazio a letture razzistiche della identità di un popolo e una città. Questo è un approccio che il meridionalismo di sinistra ha sempre guardato con sospetto e distacco. Lo dico senza ignorare ovviamente contraddizioni e posizioni diverse presenti al suo interno. E senza confondere in un unico giudizio il meridionalismo di matrice marxista e quello laico e liberale (Rossi Doria, Compagna, Galasso, De Capraris, il gruppo di Nord e Sud, ecc.). Penso tuttavia che questo approccio vada rivalutato. E che si debba riflettere senza pregiudizi sul pensiero di studiosi, di ieri e di oggi, che guardano al ruolo e alle prospettive del Mezzogiorno partendo dalla identità, dalla storia, dalla cultura, dalla coscienza, dallo spirito pubblico dei meridionali. Sia chiaro: nessuna ’contemplazione’ delle diversità del Mezzogiorno fine a se stesse, da conservare immutate. Ma lo studio attento di queste diversità come rilevante punto di vista della questione storica dello sviluppo duale del Paese.


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Mezzogiorno: che fare dopo il voto di Marzo?

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…lungamente preparato a questo evento. L’ostinazione, tuttavia, deriva da un sentimento di dovere civico e da un convincimento che rimane tuttora forte: dare riscontro ad una diffusa e profonda domanda di innovazione politica. Una domanda su cui il centrosinistra si è arenato e che il centrodestra – avendo imbarcato alcuni autentici maestri di continuismo – non sembra in grado di accogliere. Di certo questa richiesta ha trovato appiglio nella parola d’ordine “cambiare tutto” e nella persona di De Luca che, infatti, ha riscosso un notevole successo personale. Il ritardo con cui si è giunti alla scelta del candidato non ha permesso di raggiungere la “società diffusa” nei territori delle Province e nella sua molecolarizzazione economica e sociale. Forse non ha aiutato il linguaggio, a questo modo risultato anacronisticamente leaderista e dirigista. Per riflettere e lavorare meglio è forse utile esplorare in profondità la domanda di innovazione politica, ascoltarne le ragioni ed esaminare meglio la composizione dei soggetti sociali che la esprimono. Il risultato di questa esperienza elettorale, mia e di altri candidati di analogo profilo presenti in tutte le liste, è stato quello di aver fatto incontrare un campione della nuova composizione sociale. Abbiamo dovuto contrastare rancore, delusione, collera, sentimenti di indolenza e indifferenza, reazioni improntate al tanto peggio tanto meglio, sedimentate in anni di lontananza della politica dalla sua funzione di rappresentanza dei bisogni più elementari e immediati delle comunità. Non sono del parere che “il popolo non ci ha capiti”. Appartengo alla scuola di chi ritiene che si debba ascoltare, capire e comunicare meglio le proprie idee. Ritengo pertanto doveroso rendere conto dell’esperienza, per gli elettori che ci hanno dato fiducia e per chi volesse considerare il punto di vista che essi hanno voluto esprimere attraverso la loro preferenza. Esplorare il vuoto da colmare può dare utili spunti per superare i limiti della coalizione di centrosinistra, potrebbe essere un fattore critico di successo per le prossime occasioni.

Nelle culture e nelle pratiche operative del Partenariato e della Concertazione si sono formate generazioni di classi dirigenti locali

Osvaldo Cammarota

Le incertezze sul futuro Il Partito Unico della Spesa Pubblica che, da trent’anni e più, assicura “stabilità politica” e al contempo segna la subalternità del Mezzogiorno, sembra destinato definitivamente a terminare. Ci sono due eventi annunciati che avvalorano questa ipotesi: il federalismo fiscale e i nuovi criteri di ripartizione dei fondi comunitari che saranno operanti dal 2013. Questi due eventi avranno un inevitabile impatto sui flussi della finanza pubblica destinata al Meridione e si aggiungono alla tendenza già in atto di “distrarre” le risorse dei Fondi per le Aree

Sottoutilizzate (FAS) sulle più svariate emergenze. È improbabile che la sola vittoria del centrodestra in Campania possa invertire questa tendenza, a causa della crescente influenza della Lega Nord sul governo nazionale. L’unica prospettiva che può profilare il centrodestra è l’accentuazione della subalternità in cambio di qualche altra manciata di risorse. Non è da escludere che questa ipotesi, ancorché illusoria e mortificante, abbia fornito speranze a ceti sociali più esposti a contingenze di breve termine. È bene ricordare che, nelle classi dirigenti più consapevoli del Mezzogiorno, questi due eventi sono visti come un’opportunità per superare culture e pratiche di tipo assistenziale. In verità questo orizzonte è già chiaro da almeno vent’anni, ma, nella concreta azione amministrativa, il centrosinistra non ha mostrato affidabili capacità nel perseguire strategie utili a valorizzare e governare queste novità. Le deboli reazioni dei primi anni ’90 alla chiusura della Cassa per il Mezzogiorno – valorizzazione delle risorse endogene, unire gli “attori forti delle aree deboli”, la stagione dei Sindaci, decentramento e innovazione amministrativa, esercizio attivo delle politiche comunitarie di coesione e sviluppo, ecc. – sono rimaste in larga parte enunciazioni teoriche e retoriche, talvolta dileggiate con un’ironica sufficienza. Intorno a queste tracce di lavoro, invece, aveva trovato motivazione e speranza proprio quella nuova composizione sociale di cui parliamo (nuovi sindaci, imprenditori postfordisti, sindacalisti territoriali, tessuto associativo). Nelle culture e nelle pratiche operative del Partenariato e della Concertazione si sono formate generazioni di classi dirigenti locali ben decise a fare progetti e strategie per il futuro dei propri territori. È anche cresciuta una leva di professionisti capaci di accompagnare queste strategie di reazione e riscatto. Pur troppo, gli strumenti innovativi che sono stati sperimentati, a partire dalla Programmazione Negoziata e i suoi derivati, sono stati anch’essi contaminati e vanificati


7 da logiche neoconsociative e neocentraliste. Nulla è stata la capacità critica di selezione, tra esperienze che vanno dagli altari di riconoscimenti europei e internazionali alle polveri di un localismo improduttivo e dispersivo. Eppure queste strategie non erano improvvisate. Basti richiamare le battaglie della sinistra degli anni ’70 per le Regioni, il lavoro per la riforma del titolo V della Costituzione, per il decentramento e l’innovazione amministrativa. Queste bandiere, nella sostanza, sono state lasciate alla Lega Nord. È assurdo rimpiangere queste posizioni senza nemmeno interrogarsi sui limiti che la sinistra ha dimostrato sulla loro concreta attuazione nelle sue esperienze di governo. Sulle deboli strategie del fare coesione per competere sono prevalse le più “concrete” ragioni della “stabilità politica”, perseguita attraverso l’uso di potere e risorse pubbliche con le classiche idee dominanti del secolo scorso: crescita, efficienza, controllo. Poco ha importato che la società moderna richieda di orientare lo stesso utilizzo del potere pubblico, verso bisogni di sviluppo, efficacia, verifica di risultati.

I soggetti sociali Navigando nel significato profondo di queste parole s’incontra la società del nostro tempo. Nell’agire quotidiano della composizione sociale e produttiva postfordista (piccole e medie imprese, amministratori, liberi professionisti, operatori dei servizi) la parola crescita non è più sinonimo di sviluppo. Questo vale nel micro e nel macro, per i soggetti produttori al lavoro e per lo stesso paesenazione. Seppure crescono la produzione e il PIL, con esse aumentano la disoccupazione, il consumo di risorse non rinnovabili, l’incertezza nel futuro, la riduzione degli spazi di democrazia e delle libertà individuali. E tanti altri elementi che mantengono bassi gli indicatori di Sviluppo Umano individuati dalle Nazioni Unite e dall’Unione Europea. Lo sviluppo nel mondo globalizzato è dato sempre più dall’efficacia con cui si combinano le risorse (territoriali, finanziarie, umane) in una prospettiva e in un quadro di sostenibilità che deve essere ambientale, sociale ed economica. Diversamente le nuove generazioni troveranno solo macerie e gli squilibri sono destinati a generare guerre di vario tipo. Per questi motivi, in questo scenario, la parola “efficienza” fine a se stessa non basta più. L’interdipendenza tra i fattori della produzione in-

cide sulla competitività dei prodotti e dei territori, rende sterile l’efficientismo settoriale. Un esempio emblematico è la produzione delle automobili e la crisi che attraversa il settore, un altro è l’abbondanza di risorse materiali (anche opere infrastrutturali) che non producono ricchezza né utilità sociale commisurabili al loro valore. Le offerte che il Mezzogiorno può proporre nelle reti lunghe della globalizzazione, sono le sue risorse territoriali diffuse, umane, produttive e culturali. Anche su questo si è fatta molta retorica e poco si è lavorato a produrre una “efficienza di sistema”, ovvero risultati di efficacia nella combinazione e integrazione delle nostre risorse culturali e produttive, tipiche e uniche al mondo. In questa incapacità ha giocato un ruolo importante anche una valutazione più orientata al controllo formale di procedure burocratiche che alla misurazione dei risultati. Molto spesso l’esigenza di controllare che il flusso di risorse finanziarie producesse “stabilità politica” è andata persino in contrasto con le strutture formali di valutazione, più attente alle direttive e zazione postfordista, può testimoniare il disagio di vivere, produrre, lavorare nel contesto sommariaalle culture europee. mente descritto. Questi semplici elementi di analisi avrebbero dovuto accrescere l’attenzione sui fattori immateNon dico che il quindicennio di esperienze di riali dello sviluppo, ovvero la fiducia, la coesione, governo del centrosinistra in Campania sia stato il rispetto delle regole, la qualità di prodotto, la interamente segnato da queste caratteristiche, cooperazione necessaria nel sistema pubblico e ma è innegabile che oggi questa è l’immagine e nei rapporti pubblico-privato per raggiungere li- la sostanza da confutare. E non basta cambiare velli di competitività comparabili con i paesi più un uomo per cambiare tutto. evoluti. Invece no. È prevalsa l’esaltazione acritiIn questi fatti sono sedimentati i sentimenti ca, a volte ideologica, di queste strategie e la de- avversi che abbiamo incontrato. Il corpo sociale nigrazione – altrettanto acritica e ideologica – di che aveva accolto la sfida del cambiamento è rioppositori interni ed esterni alle dinamiche di masto disarmato. Le speranze alimentate nei pricambiamento. mi anni ’90 con la chiusura della Cassa per il MezNel quotidiano è prevalso un potere pubblico zogiorno non hanno più trovato referenza politica. che ha premiato il “vuoto”, cioè la mediocrità, la Le energie raccolte intorno alle idee di riscatto del fedeltà, l’obbedienza in luogo della qualità, dell’af- Meridione sono andate disperse o si sono ritirate, fidabilità, del rispetto delle regole. Ciascuno, quale con rancore, in centinaia di soggetti di rappresenche sia il mestiere che esercita nella molecolariz- tanza “fai da te”.


Mezzogiorno: che fare dopo il voto di Marzo?

8 Coniugare idealità e concretezza Nell’uso del potere pubblico, e dunque nella qualità della politica, vi è forse il punto di crisi e il fattore strategico di successo per corrispondere alle domande di cambiamento. Come si governerà e come si farà opposizione in Campania? Chiarisco subito che, per opposizione, non intendo certo il fare ostacolo a tutto quanto potrebbe servire allo sviluppo del territorio, dell’economia e della società regionale. Intendo piuttosto una sistematica azione per il superamento dei metodi consociativi che hanno sì assicurato “stabilità politica”, ma anche l’inefficacia dell’esperienza di governo del centrosinistra ai fini del cambiamento.

Allo stato attuale i soggetti in grado di fare questo tipo di opposizione sono più nel corpo sociale che nelle istituzioni formali. Questa composizione sociale non si fida dei partiti così come oggi sono, ma non sembra che abbia voglia di crearne di nuovi. Vuole reagire, si manifesta in centinaia di associazioni, movimenti, comitati, …tutte aggregazioni attraversate da analoga tensione partecipativa. Ma esprime lontananza dalle tradizionali strutture di rappresentanza. Nella sostanza, questo diffuso vitalismo sociale esprime una forte domanda di cambiamento, ma si rifiuta di assumere soggettività politica e critica aspramente le rappresentanze politiche. I politici rispondono battendosi il petto con sfrenati mea culpa che leggiamo sulla stampa quotidiana. Ma risultano innovatori improbabili. È difficile pensare che i principali beneficiari di questo disastroso stato dei partiti abbiano la capacità di

trasformarli in forze di cambiamento. I movimenti hanno conquistato visibilità e forza in alcune battaglie, contro la privatizzazione dell’acqua, per la libertà di informazione, per la giustizia e la legalità, …ma nemmeno si possono sopravvalutare i risultati. La storia recente insegna che i decisori politici, a colpi di maggioranza e di pratiche “trasversali”, sono capaci di ribaltare persino le legittime propensioni espresse dai cittadini attraverso referendum nazionali. Il “vuoto da colmare” è esattamente la rappresentanza di questa opposizione sociale che esprime una domanda di profondo cambiamento della cultura e dell’agire politico. Governare per cambiare una regione come la Campania e, ancor più, una città come Napoli richiede il superamento di partiti burocratici e personali, del leaderismo carismatico estraneo alla sinistra liberale e democratica, per conto la costruzione di una leadership intorno a cui possa riconoscersi la densa e complessa composizione sociale che vuole reagire, ma ha bisogno di riferimenti politici più affidabili. Il problema per il centrosinistra e per il Partito Democratico, resta quello di dare credibilità e concretezza alla sua “ragion d’essere” e alle sue stesse idealità. Operatore di sviluppo locale.


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Non mi sembra né che Fini possa rappresentare – per ovvie ragioni politiche ed ideologiche – un nostro interlocutore né tanto meno che il P.D. possa prendere le distanze accantonando le contraddizioni emerse nelle recenti elezioni regionali, spostando la natura del dibattito interno sulla congiuntura politica subentrata negli ultimi giorni. L’esito delle elezioni va ancora valutato approfonditamente: perché si è perso? È sufficiente parlare di riorganizzazione federale del partito o ridiscutere il ruolo e le funzioni del segretario? C’è qualcosa di più profondo che possa spiegare le motivazioni di una sconfitta? Io penso che vi sia ormai una crisi di rappresentanza della politica che si declina da parte degli elettori con un astensionismo e una graduale perdita di fiducia da parte dei cittadini verso il partito. Non solo per le scelte effettuate – o per quelle omesse – ma per la sua incapacità di leggere i mutamenti che attraversano il paese (dal Nord al Sud). È inutile tentare di nascondere che nel percorso di costruzione del Pd vi siano contraddizioni, conflittualità, lacerazioni che ne stanno minando da sempre le prospettive di sviluppo. Voglio ricordare che Edgar Morin nella comunicazione di apertura della prima scuola estiva del Pd, parlò di una metamorfosi e della necessità di uccidere il vecchio per far nascere il nuovo. Io stessa, in campagna elettorale, ho ripreso quella metafora per spiegare agli elettori che l’Italia e il Sud hanno bisogno urgente di un progetto complessivo di cambiamento. Il problema è che siamo in presenza di un partito che ha ancora la necessità di individuare quali siano gli interessi dei ceti sociali che intende tutelare e rappresentare, di trovare una collocazione distintiva rispetto agli altri che affollano l’area del centro, di riscrivere i caratteri della propria identità.

La sfida del Mezzogiorno In questo quadro si pone la questione del Mezzogiorno. Il P.D. può e deve trarre nuova linfa nell’elaborazione di una proposta politica e culturale che si incardini intorno alle esigenze ed ai diritti di cittadinanza, mai pienamente soddisfatti, di questa parte della popolazione italiana. Ma attenzione ciò non può voler dire che la costituzione di un partito del Sud sia la soluzione. Anche in quel caso si

Il contrasto alle negative condizioni da cui è attraversato lo scenario meridionale può divenire la sfida principale del Pd

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è quanto mai necessario per decidere che cosa fare e come per fuoriuscire dalla crisi sociale ed economica che investe, nella regione, soprattutto Napoli e la sua provincia. L’affanno di Napoli è lo specchio di un’area metropolitana altrettanto devastata ed in cerca di un’identità mai sinora troPaola De Vivo vata. In questa direzione, in campagna elettorale, ho avanzato alcune proposte programmatiche. Mi porrebbe il problema di selezionare gli interessi piace citare, tra queste, quella sulla sperimentain base ad una diversa stratificazione sociale che zione di un marchio per la Sicurezza e la Legalità Territoriale (SLT) e quella inerente il rafforzamento caratterizza il Mezzogiorno. In questi anni, la scarsa rappresentanza politi- dell’economia sociale. ca degli interessi sociali ed economici del MezzoNapoli è completamente esclusa dal circuito giorno ha lasciato un vuoto che va colmato e, tutche connette a livello nazionale le città più rilevantavia, proprio il contrasto alle negative condizioni ti, strategiche e centrali per lo sviluppo economico da cui è attraversato, su più di un piano, lo scenario meridionale, può divenire la sfida principale del Pd. del nostro paese (Milano, Torino, Roma). Le altre Per raccogliere una tale sfida ci vuole però una buo- città italiane hanno trovato, o stanno cercando na dose di coraggio e la voglia di rimettersi in gioco, rinunciando al disfattismo ad ogni costo, anche se la situazione, ad oggi, si presenta oggettivamente difficile. In Campania poi, è ancora più pressante l’esigenza di organizzare il partito e di progettare delle opzioni programmatiche per lo sviluppo economico e sociale. Il rischio che questa fase di fermento post‑voto si traduca in una routine burocratica e in un rituale dovuto è alto. Qui invece si tratta di aggregare nuovi soggetti intorno alla proposta politica che il P.D. dovrà necessariamente definire. Sui contenuti, in altre parole, intorno a cui si vuole sostanziarne l’azione. Siamo in una fase sensibile per la vita del partito e trascurarla sotto la continua pressione di una corsa elettorale che può aver fatto perdere di vista la meta finale significherebbe, effettivamente, decretare il fallimento di tutta l’operazione. Alcune piste di riflessione per avviare una discussione sul ridisegno dello sviluppo in città e nella regione riguardano il metodo ed i contenuti intorno a cui ridefinire l’azione politica. Stabilire delle priorità, definire delle scelte pubbliche partecipate e condivise, integrare e concentrare gli ambiti di intervento attraverso la riscrittura di un patto tra le forze sociali per la competitività, l’occupazione e la coesione sociale è il primo passo da compiere. Stabilire delle priorità


Mezzogiorno: che fare dopo il voto di Marzo?

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sul serio, una loro specifica identità e specializzazione nei cambiamenti che hanno attraversato il capitalismo italiano e globale, mentre Napoli stenta a relazionarsi con esse perché non riesce ad esprimere una sua precisa dimensione identitaria e, perciò, neppure ad individuare un proprio tratto distintivo. È città di mare, è città post-industriale, è città d’arte, è città tuttora alla ricerca di un processo d’industrializzazione? A ben osservare, è tutto e niente allo stesso tempo.

Sicurezza e Legalità territoriale Il risultato è che nella sfida tra quelle che sono definite le lepri del capitalismo – le città – e le tartarughe statali, Napoli si ritrova affannosamente a correre senza avere una meta precisa da raggiungere. Le politiche urbane finiscono, in tal modo, per indebolirsi ulteriormente, perché chiamata a far fronte ad una duplice sfida: da un lato mantenere le città all’avanguardia di un’economia sempre più mondializzata e competitiva, dall’altro fare i conti con i ritardi accumulati, con il degrado urbano preesistente. Se è vero che nel ridisegno complessivo di tali politiche entrambe le sfide sono accolte e considerate come normali per lo sviluppo di un qualsiasi ambiente urbano, nel caso di Napoli, la priorità dell’azione di governo, il suo principio fondamentale, rimane colmare il ritardo che si è accumulato sul fronte dell’ammodernamento delle infrastrutture fisiche e, soprattutto, della formazione e della valorizzazione di risorse civiche. Per tali ragioni, ritengo che una maggiore attenzione vada dedicata al miglioramento del-

le condizioni di attrattività di Napoli e di tutte le altre città regionali, al fine di aumentare l’attrazione di investimenti esteri e di agevolare la localizzazione di nuove imprese. A Napoli si rende necessaria la ricerca di nuovi spazi di insediamento per le imprese, attraverso forme di regolazione urbana che creino un rapporto sinergico tra la città, ormai satura, e le altre province, dove ancora esistono degli spazi utili alla localizzazione delle imprese. Uno dei problemi che frena l’arrivo di capitali internazionali deriva, in parte, dalla negativa rappresentazione territoriale che la criminalità organizzata ha contribuito a diffondere all’estero. Questa rappresentazione negativa, associata ai concreti vincoli che caratterizzano il funzionamento delle istituzioni pubbliche, impedisce alle imprese estere di valutare le reali opportunità offerte dal territorio.

della corruzione nel sistema pubblico. Più bollini si accumulano, più nel territorio cresce la fiducia complessiva e la possibilità di ottenere dei finanziamenti per migliorare le sue condizioni di contesto. E per raggiungere, nel giro di due o tre anni, alla certificazione regionale. Così, le imprese che hanno intenzione di investire in quei territori della regione trovano una certezza nel fatto che ci sono dei luoghi accoglienti dove insediare le imprese e, allo stesso tempo, si lancia simbolicamente un segnale importante anche all’estero, quello della volontà da parte delle istituzioni di intervenire in modo mirato sul problema dell’illegalità. Su queste aree certificate

occorre incidere, più che altrove, concentrando risorse umane e finanziarie, integrando le azioni istituzionali, sensibilizzando i cittadini alle iniziative intraprese, rafforzando ruolo delle istituzioni educative, potenziando le strutture Per accrescere l’interesse a livello internazio- cooperative legate al terzo settore, nale verso i settori produttivi ed economici regiona- ai fini di una mobilitazione civile. li, una proposta è quella di predisporre un pacchetto integrato di azioni tese in modo congiunto alla valorizzazione e alla conoscenza delle potenzialità Ampliare l’accesso imprenditoriali dei territori e alla ricerca di accordi al mercato sulla sicurezza territoriale. In sostanza, integraziodell’economia sociale ne degli interventi, stabilità dei partenariati locali e maggiore presidio delle forze dell’ordine sono La seconda proposta è sull’economia sociale. gli elementi costitutivi di una sperimentazione da L’economia sociale rappresenta una risorsa, non attuarsi con il fine di giungere una certificazione sulla Sicurezza e la Legalità Territoriale, un marchio secondaria e neppure residuale, da attivare e da che potrebbe fungere da stimolo per i potenziali potenziare all’interno della strategia di sviluppo e coesione campana. Le potenzialità di crescita di imprenditori internazionali. Si potrebbe predisporre un’incentivazione questa peculiare forma di intrapresa socioeconoterritoriale da spendere intorno ad un programma mica sono ancora in gran parte inespresse, sia per contro la camorra, la corruzione e le altre forme di quanto riguarda le opportunità sul fronte occupaillegalità. Le istituzioni locali che aderiscono – le zionale, sia per il ruolo che essa ha nell’offerta di scuole, le imprese, i comuni, le associazioni – ot- alcuni servizi ai cittadini che si aggiungano a quelli tengono un “bollino” di riconoscimento della loro ordinariamente forniti e gestiti dalle amministraazione di contrasto dando luogo ad attività mira- zioni pubbliche. te alla prevenzione, alla sensibilizzazione, alla re- Uno degli obiettivi è di predisporre una serie di aziopressione, alla denuncia: delle infiltrazioni camo- ni che amplino le opportunità di accesso al mercaristiche, del lavoro nero, delle raccomandazioni, to dell’economia sociale, considerato peraltro che


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esso è particolarmente idoneo ad assorbire e ad inserire lavorativamente alcune fasce svantaggiate tra cui donne, immigrati e disabili. In tal senso, si predispone un programma di intervento congiunto tra formazione ed impiego, vale a dire corsi di formazione indirizzati a giovani, immigrati e donne che intendono perseguire un percorso di autoimpiego, aiutandoli nella costruzione progressiva dell’iniziativa imprenditoriale e supportandoli finanziariamente con dei micro-capitali per l’investimento iniziale (start-up). La nascita, lo sviluppo ed il consolidamento di imprese per il sociale è affiancato da forme di intermediazione, da parte dell’ente regionale, con le strutture bancarie. La Regione si fa carico delle dovute garanzie patrimoniali, facilitando così il rapporto fiduciario tra i promotori dell’iniziativa progettuale e le banche, aggirando uno dei principali ostacoli che spesso si frappongono tra l’idea imprenditoriale e la sua realizzazione, cioè le stringenti garanzie che esse richiedono per finanziare il progetto. L’economia sociale può contribuire a generare una crescita dei servizi utili alla collettività, per esempio nel caso della sanità, dove andrebbe potenziato il collegamento, ancora fragile, tra i servizi sociali e questo comparto. Molti dei fabbisogni socio-sanitari, soprattutto quelli provenienti dall’assistenza agli anziani e causati dalle emergenti problematiche nate più in generale dall’innalzamento dell’età media dei cittadini, sviluppano opportunità lavorative che, adeguatamente sostenute, creano ed ampliano la domanda di riferimento delle imprese sociali. Le criticità finanziarie, infrastrutturali ed organizzative del comparto pubblico sanitario, possono così essere compensate dal rapporto sinergico che esso instaura con i soggetti del terzo

settore (si pensi alla vasta area dell’assistenza domiciliare integrata, ai servizi di sostegno ai disabili e agli anziani). Per di più, oltre a un fattore di cooperazione, si innescano meccanismi di competizione favorevoli all’innalzamento degli standard qualitativi nella fornitura e nella gestione dei servizi sociali. Su questo fronte, si agisce promuovendo a) azioni che innalzino il livello di condivisione e di compartecipazione tra le strutture sanitarie e gli organismi del terzo settore; b) riqualificando le conoscenze e le competenze, attraverso la realizzazione di attività formative mirate, delle risorse umane impiegate nelle organizzazioni del terzo settore.

Potenziare le strutture cooperative Infine, date le difficoltà che incontrano donne ed immigrati ad inserirsi stabilmente nel mercato del lavoro regionale, questa linea incentiva la creazione e il potenziamento delle strutture cooperative che si dedicano ai bisogni specifici della prima infanzia, degli anziani e dei disabili, in modo tale da coniugare: 1) la creazione di posti di lavoro, soprattutto per quella fascia di disoccupazione femminile in costante crescita nella regione; 2) il sostegno alle esigenze di conciliazione, sempre al femminile, tra tempi di lavoro e tempi di cura per la crescita di strutture dedicate alla soddisfazione dei bisogni della prima infanzia (asili nido); 3) la stabilizzazione di esperienze di lavoro irregolari in cui è coinvolta la fascia immigrata – è il caso delle badanti – attraverso la spinta all’autoimpiego. I due esempi descritti sono soltanto una parte di quanto si potrebbe concretamente realizzare. Ovviamente, quali che siano le proposte, da sole esse non sono sufficienti a promuovere il cambiamento. La sfida del Pd, in questo periodo, oltre all’elaborazione di buone e realizzabili idee programmatiche, consiste nel costruire una classe dirigente adeguata e all’altezza delle funzioni da svolgere in uno scenario politico, economico e sociale caratterizzato da una crescente complessità. Nel caso campano, oltre all’adeguatezza, è necessario ed urgente anche che tale classe dirigente sia eticamente compatibile con i ruoli che ricopre. Durante la campagna elettorale – ed ancora adesso – i miei potenziali elettori mi hanno continuamente ribadito che avrebbero votato la mia persona, non il partito che rappresentavo. Io mi sono spesso ritrovata a spiegare che per me non

si trattava di un complimento, anche se mi faceva ovviamente piacere sentirlo dire. Quando chiedevo le ragioni della disaffezione verso il Pd, in molti mi rispondevano che hanno governato male e che, spesso, hanno favorito interessi propri o clientelari. Io aggiungo che, oltre a questa critica, ve n’è un’altra da fare: si sono dedicati scarsamente alla cura del rapporto con la cittadinanza, dando per scontato che si governa privilegiando il mantenimento della propria autoreferenzialità – i circoli chiusi  –  piuttosto che allargando all’esterno la sfera dell’influenza democratica. C’è stato una burocratizzazione della classe politica del Pd, che trova faticoso andare tra le persone, capirne i bisogni, trovare i rimedi ai problemi. Trova più facile discutere all’infinito nei salotti buoni, nelle televisioni e sui giornali. Da qui la questione del mancato radicamento territoriale e dell’erosione del consenso. Per questo, ritornando agli elettori, essi aggiungevano che il P.D. si può rilanciare soltanto se rifonda profondamente se stesso attraverso un ricambio delle donne e degli uomini che gli danno vita. In verità, posso tranquillamente affermare che l’esito delle elezioni regionali ha riconfermato, attraverso gli eletti in Consiglio regionale, una sostanziale riproposizione dello status quo. La mia vicenda, capolista di un partito che, è bene saperlo, mi ha chiesto dieci giorni prima della chiusura della lista di candidarmi, ma non mi ha appoggiato quasi per niente, è emblematico di ciò di cui sto discutendo. Sul piano personale, i settemila settecento voti assegnatimi da un elettorato composto da persone che non sarebbero andate a votare, o avrebbero per protesta votato il centrodestra, sono per me una grande conquista e un’enorme responsabilità. Si tratta di un capitale di risorsa politica che comunque esiste e che è stata capace di riattivare, ma che il Pd ha trascurato e trascura. Per questo la base elettorale ha dato fiducia alle mie credenziali, piuttosto che al partito. Questi voti sono, allo stesso tempo, il segnale della disfatta di un partito che fa soltanto finta di credere nel rinnovamento. Per tali ragioni sarà difficile uccidere il vecchio per far nascere il nuovo, come affermava Morin, ma sarà altrettanto difficile che il vecchio possa vivere a lungo nelle condizioni in cui si è. A questo punto è evidente che, se si prosegue così, si morirà tutti insieme. Docente di “Sociologia Economica” Università degli studi di Napoli “Federico II”.


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…con coraggio la grande crisi di identità che la attraversa, interpretando il movimento e gli smottamenti, appropriandosi delle dinamicità per finalizzarle al bene comune. È tempo che faccia uno scatto, che superi la banalità tutta autoreferenziale di riprodursi ad ogni costo, e che ricominci a pensare a come svolgere la funzione di rappresentanza, occupandosi degli interessi collettivi per immaginare la felicità di tutti. Il mondo è in continuo movimento, e per parteciparne le società devono trovare il modo di individuare i giusti vantaggi. In particolare la società postindustriale e globalizzata offre stimoli infiniti: crea problematiche ma anche opportunità, da cogliere necessariamente. Servono sapienza, competenza, intuizione per formulare proposte competitive e adeguate ai cambiamenti: diversamente il rischio è arretrare, impoverire. Ecco che, per ridisegnare un ruolo di primo piano della nostra regione e governare parte delle relazioni nel mondo globalizzato, diviene essenza guardare alle produzioni artistico-culturali autoctone. Quali e quante risorse naturali e umane risiedono nel nostro territorio? E, viste in relazione alla globalizzazione, quanta ricchezza producono? Nella contemporaneità la comunicazione creativa – e tutto quel che tocca le corde dell’immaginario – rappresenta un forte valore, poiché interpreta un irrinunciabile bisogno umano: la trasmissione di emozioni e sentimenti. In più, lo speciale carattere creativo dei partenopei ci rende

La mia idea è quella di un Piano Regolatore della Cultura, visto come una sorta di “teoria degli insiemi”, che aggrega le affinità e le moltiplica

Igina Di Napoli

13 portatori di un’identità unica al mondo. Arriva da assai lontano, da innumerevoli incroci e mischiamenti millenari: è il risultato di una fusione umana tra più e più civiltà e culture che, unita all’energia dei luoghi, ci fa capaci di sintetizzare nuovi linguaggi, e allo stesso tempo ci rende “riconoscibili” (come dire abbiamo la chiave dell’acqua: l’abilità di inventare codici nuovi, conservando identità). Dunque, la speciale combinazione di ricreare e conservare dà a questa terra unicità nel mondo. È memoria e futuro. Un vero e proprio giacimento, intorno a cui costruire opportunità di sviluppo. A mio parere, la vitalità artistica e culturale della nostra regione non va vista come subalterna al turismo. Al contrario, ribaltando i ruoli, essa può proporsi come punto di riferimento e di promozione culturale nel Mediterraneo: attrezzandosi con scuole specialistiche, residenze, laboratori, convegni e scambi, e favorendo l’incontro e le relazioni intorno alla produzione di nuovi saperi e di antiche memorie. Abbiamo università, fondazioni, istituti scientifici, aziende e associazioni per innescare nell’area mediterranea un processo virtuoso di relazioni avanzate. La qualità della nostra produzione artistica e il ruolo di predominio di una fetta importante nell’innovazione dei linguaggi (mostre, teatro, musica, danza, produzione cinematografica e televisiva, editoria) consentono di vedere questi nostri prodotti come “esportabili”. Considerati in quest’ottica, offrono possibilità di economie e di sviluppo. In sintesi, il turismo rappresenta una delle possibili conseguenze di un territorio votato all’artisticità e alla creazione di nuovo senso. Riconoscere la propria “unicità” creativa e propositiva, e farla riconoscere dal resto del mondo, rende altamente competitivi, e valorizza e rilancia i prodotti locali: fa marchio doc. In questo orizzonte, proviamo a leggere alcuni dati esemplificativi.

Investire nella cultura Nel solo settore dello spettacolo la Campania oggi produce reddito per 12.000 lavoratori, 210 milioni di euro di fatturato e una lunga catena di indotto. Esprime professionalità alte e mestieri di qualità: insomma “saperi”. A parte il prestigio e l’autorevolezza che tutto ciò rappresenta per il nostro territorio, questi dati sono le tessere di un ideale “domino”, di una rete virtuosa. Questa tesi


Mezzogiorno: che fare dopo il voto di Marzo?

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mira a dimostrare quanto sia redditizio per la nostra comunità investire in tutti i comparti della cultura, coltivare e produrre beni materiali ed immateriali, per poter raccogliere risultati a doppio binario. Ma occorre applicare il principio di produttività e considerare la spesa in arte e cultura un investimento centrale, per offrire opportunità di lavoro qualificato e qualificativo dell’identità campana. Questo significa disegnare per Napoli nel mondo globale un ruolo di grande metropoli del Mediterraneo. Si sa quanto nel mondo contemporaneo le metropoli incidano sul peso specifico dei paesi che le esprimono. La produzione originale di cultura ne è elemento importantissimo, e porta con sé la riqualificazione e il riassetto dei territori. La mia idea è quella di un Piano Regolatore, un “Piano Marshall della Cultura”, visto come una sorta di “teoria degli insiemi”, che aggrega le affinità e le moltiplica, creando valori specifici ma anche d’insieme, e riconosce dignità e rappresentatività ad ogni espressione. Un tale Piano Regolatore avrebbe il vantaggio di non prestarsi né alla subalternità al governo di turno né al singolo assessore, poiché non prevede benefattori e non disegna privilegi per il sistema pubblico; e soprattutto immagina l’azione politica per l’utilità collettiva. Un tale Piano sarebbe in grado di competere per il suo stesso valore. Un valore che è creatore di civiltà. Da questo punto di vista, in quanto sistemica l’attuale legge 6/2007 della nostra Regione è

f) un buon esempio. Ma proporre – come fa qualcuno – di sottrarre il Teatro San Carlo piuttosto che le sigle pubbliche dal gruppo dei teatri finanziati da tale legge vuol dire non solo minare la dignità e l’indipendenza di tutta la produzione di spettacolo, ma soprattutto concedere alla politica di usare i luoghi di produzione pubblica come espressione auto-referenziale e come strumenti di consenso: un difetto oramai intollerabile nell’Occidente avanzato. Questo ragionamento vale ovviamente per tutti i comparti: se costituissero sistemi e reti – sia pure ideali – tra pubblico e privato, si sottrarrebbero all’inevitabile tentazione del politico gestore/ impresario di identificarsi quale “padrone”. La politica deve essere figura terza, a garanzia dell’indipendenza della produzione culturale e a contrasto della concorrenza sleale: solo così diventa buona, efficiente e produttiva amministrazione della cosa pubblica.

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la Cultura, le Arti e lo Spettacolo, contenente tutte le leggi di settore in un sistema a grappolo; regole generali sui compiti per la migliore attuazione delle leggi dei vari comparti; pari dignità a tutti gli enti e le istituzioni pubbliche e private, associazioni e aziende nel campo dei beni culturali e documentali, delle arti e dello spettacolo, dell’editoria e della comunicazione, etc.; regole per facilitare l’ingresso di compagini giovani, così da permettere una “rigenerazione” dei sistemi; costituzione di un fondo di garanzia convenzionato con istituti bancari, per favorire il credito alle imprese tutte; descrizione di tempi e modi delle assegnazioni e delle liquidazioni; costituzione di un’agenzia per la promozione delle attività in paesi comunitari ed extracomunitari; carta delle regole per il welfare regionale; istituzione di uno sportello unico della cultura e della tutela dell’artista.

Stiamo immaginando un sistema virtuoso di regole paritarie tra iniziative pubbliche e private, una filiera che sappia raccogliere e dare slancio alla vitalità del territorio; un territorio così liberato in primis dall’incultura dell’inutile e deleteria autoreferenzialità e dalle logiche minoritarie e assistenzialistiche; e, dulcis in fundo, dalla precarietà. Perché un tale sistema funzioni, bisogna preoccuparsi di mantenerlo plurale e paritario, a garanzia di una creatività stabile, condizione primaria per essere non solo al passo con l’Europa ma addirittura competitivi: per difendere il primato ed essere un luogo dove si eserciti un modello “esemplare”. Pensare la cultura e le arti come un privilegio e un beneficio per minoranze colte, concepire lo spettacolo e gli artisti quali strumenti “pubblicitari” sono ottiche che ci tengono fuori dalla storia del nostro tempo: come quando negli anni Ottanta, Bastano le tarantelle mentre il mondo si riconosceva nella danza contemporanea di Pina Baush e Karol Armitage, la e le mele annurche? Regione Campania esportava tarantella insieme Ma tentiamo di vedere cosa suggerisce un ipo- alle mele annurche! Con tutto il rispetto per l’una tetico “Piano Regolatore della Cultura, delle Arti e e le altre, in piena era della comunicazione totale abbiamo contenuti più alti e più qualificanti da codello Spettacolo”. municare e condividere. Punti generali e da condividere: a) istituzione di un Fondo Unico Regionale per Direttore Artistico Teatro Nuovo di Napoli.


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…il dolente cammino, fin troppo consueto nel Mezzogiorno, della “nuova emigrazione” di giovani da una terra che non offre spazi e opportunità. Questo genere di storia la racconterebbero meglio, secondo gli autori, «le madri che preparano valigie e pacchi di conserve» per i figli, che «rivedono una o due volte l’anno, d’estate e a Natale, dieci giorni al mare e dieci giorni a svernare». Al contrario, Bianchi e Provenzano dispongono dei dati, con i quali hanno «sostituito i numeri ai nomi e ai cognomi di questa storia comune; le dinamiche collettive ai volti che cambiano». L’intenso utilizzo di informazioni socio-economiche – in un tempo in cui le statistiche fungono, spesso, da anestetici per attenuare il portato della realtà – è servito a mettere a fuoco e descrivere la nuova questione meridionale, attraverso un lavoro che riesce a conciliare lo spessore del saggio e l’anima del pamphlet: un vero cimento, con il quale si sono misurati gli autori, con merito e risultati positivi. E fa piacere notare che un libro così vivace, intellettualmente onesto ed equilibrato – che non manca di contestare puntualmente i gravi errori e vizi delle classi dirigenti meridionali, senza trascurare le grandi questioni nazionali e sovranazionali che si ripercuotono sul Sud – sia stato scritto da due giovani studiosi, animati dalla volontà di una rinnovata iniziativa culturale, programmatica e politica, come quella meridionalista, troppo a lungo abbandonata ad una generale ostilità nel resto del paese e ad una penosa rimozione nel Sud. In questo modo, la discussione sul Mezzogiorno è finita per restare inchiodata al glorioso passato di una tradizione ormai logora o al recinto sempre più angusto degli addetti ai lavori. Vi sono diversi livelli di lettura di questo volume, che, innanzitutto, può essere di notevole interesse per un giovane che intenda accostarsi ai temi del persistente di-

Andare «oltre le ideologie per affrontare la complessità», perché occorre costruire una narrazione approfondita e accorata del Sud reale

Amedeo Lepore vario meridionale e alle questioni economiche, sociali e politiche ad esso collegate, ma che, allo stesso tempo, propone un confronto, anche aspro, con alcuni filoni interpretativi classici e con quelli più recenti del meridionalismo. Questa strada irta viene percorsa dagli autori, con la cautela di chi ha i numeri e le analisi dalla propria parte, allo scopo di evidenziare la complessità delle problematiche che si agitano nel Mezzogiorno e che richiedono, inevitabilmente, una molteplicità di interventi per rompere il “circolo vizioso” del sottosviluppo e dell’arretratezza. Particolarmente apprezzabile, per chi ha a cuore il tema dell’innovazione sistemica, è l’appello ad andare «oltre le ideologie per

15 affrontare la complessità», perché occorre costruire – dopo aver fatto le fondamentali verifiche di tipo quantitativo, ossia i “conti” – una narrazione approfondita e accorata del Sud reale, con i suoi «vizi, virtù e virtuosismi», a cui non serve «un dibattito meridionalista sempre più stanco, affezionato a rigidi paradigmi teorici, sempre pronto a sacrificare sugli altari dottrinali una migliore intelligenza delle cose» e incapace di rivedere criticamente, assumendone la lezione e sapendone riconoscere i limiti, le vecchie categorie di esegesi della questione meridionale. Su questo piano di lettura – per così dire, “interno” alla riflessione sul Mezzogiorno – sarebbe interessante confrontare il lavoro di Bianchi e Provenzano con il libro di Gianfranco Viesti, uscito successivamente, dal titolo Più lavoro, più talenti. Giovani, donne, Sud. Le risposte alla crisi (Donzelli, aprile 2010, pp. 138), con il quale, fin dal titolo, sono evidenti i punti di contatto, non quelli di convergenza delle opinioni. Il tema trattato è analogo, ma i contenuti divergono per due ragioni principali: innanzitutto, Viesti rivede a fondo il suo pensiero precedente, considerando, ora, la cancellazione della “questione meridionale” come una forma di incapacità di guardare al futuro dell’intero paese, mentre i due giovani studiosi si muovono da sempre nel solco di una consolidata visione meridionalista; inoltre, Viesti si affida ad una modalità più “rassicurante” di ripensare alle strategie dell’economia della conoscenza, ovvero all’istruzione e alla specializzazione dei giovani, con politiche guidate dalle classi dirigenti locali, mentre Bianchi e Provenzano seguono un percorso maggiormente rischioso, anche se presentato in forma descrittiva e di un inedito senso comune. In questo quadro, infatti, il contributo fondamentale dei due giovani autori è quello di indicare una via per lo sviluppo meridionale che superi i filoni in cui si è avvitata una discussione segnata: «da contrapposizioni forzate  – costruite per astrazioni progressive, per schematismi superati


Mezzogiorno: che fare dopo il voto di Marzo?

16 e sempre correnti, per fraintendimenti quasi voluti. Ciò ha prodotto una certa parzialità di linguaggio, che ha finito per porre in “necessaria” contrapposizione: la “questione politica” e la “questione economica”; la visione dello sviluppo della “macroarea” e il mito del “piccolo è bello”; i difensori di un intervento pubblico fortemente centralista e gli integralisti del localismo; la necessità di una “spesa pubblica” adeguata e l’esigenza di “affamare la bestia”; l’opportunità di politiche macroeconomiche speciali e la priorità delle politiche “ordinarie” della P.A.; la centralità alla crescita economica e produttiva e la priorità allo sviluppo del “capitale sociale”». Un cammino che muove dalle «tracce di questione meridionale», che Bianchi e Provenzano rintracciano nella «lentezza del processo di valorizzazione individuale», nel «ruolo improprio delle istituzioni», nella «mancanza di un “blocco sociale” del cambiamento», come frammenti e, talvolta, accentuazioni di un’arretratezza nazionale. Una via nuova, con cui tutti sono chiamati a confrontarsi e che finisce per collocarsi su un piano innovativo e più avanzato di riflessione meridionalista. A partire dall’invito a «guardarsi intorno», perché bisogna «sgombrare il campo da quella tendenza, ancora diffusa, di guardare al Mezzogiorno come un luogo a sé, immutabile, avulso dal contesto e dalla storia, e non inserito nei grandi processi di trasformazione», fino a considerare la vicenda del Sud come «questione europea», inserita nella «questione mediterranea». E dall’invito a «sporcarsi le scarpe», a prendere le strade (spesso insudiciate) del Mezzogiorno, che viene rivolto alle classi dirigenti locali, per spingerle a cambiare ed essere più prossime ai luoghi dei problemi reali e dei conflitti in corso, e alle classi dirigenti nazionali, che, se intendono esercitare una leadership effettiva e diffondere un messaggio a tutto il Paese, devono riuscire ad affrontare le questioni da vicino, non limitandosi all’indifferenza o ad un rapporto di tipo “feudale” tra centro e periferia. Infatti, il disinteresse su quanto accade nei territori è una forma di vera e propria «ignavia» e di «correità» con le malversazioni locali. Alla fine di una lettura, che – nonostante il denso apparato informativo di dati, numeri e statistiche, nonostante l’utilizzo di parole gravi e, a volte, perfino spietate – scorre agevolmente, senza banalità e conformismi, emerge uno dei punti qualificanti del lavoro, rappresentato dal fatto che, parlando di giovani meridionali, si finisce per parlare dei proble-

mi sociali ed economici del Mezzogiorno, attraverso una «lettura generazionale delle politiche per il Sud, della politica al Sud, dello stato del Sud, dello Stato al Sud». Gli autori, sono «partiti col dire dei giovani meridionali, delle loro condizioni di vita e ragioni di fuga»; in particolare: «le nuove generazioni meridionali rappresentano la vittima principale delle molte e gravi ingiustizie di una società – quella meridionale ancor più di quella italiana – in cui vengono tutelati gli interessi di chi è dentro il sempre più angusto “fortino” del benessere e della tutela dei diritti acquisiti, della rendita e del privilegio, a scapito di chi da questi meccanismi è escluso». Bianchi e Provenzano hanno coltivato il sospetto che questo fosse un bel paradosso da rivelare: le nuove generazioni meridionali sono le punte più avanzate del lento processo di modernizzazione della società meridionale e, al tempo stesso, sono le vittime predestinate delle gravi ingiustizie che la attraversano o che su di essa si riversano. In questo paradosso, vi sono gli estremi entro cui si dipana il racconto contenuto nel volume: il passato (il presente) e il futuro, i mali e i rimedi, il “sequestro” e il “riscatto” del Mezzogiorno. Il tentativo degli autori è quello di comprendere come si possano riannodare i fili «della relazione interrotta tra il Sud e i suoi giovani (…) che non riescono a trovare un posto nella società all’altezza delle loro competenze, delle loro speranze, costretti in un sistema bloccato, immobile, che induce a fuggire, a disertare, o a soccombere, o ancora a omologarsi, ad essere assimilati, a perdere la voce e abbandonare la protesta». Proprio come nel paradigma di Albert O. Hirschman, secondo cui se una generazione «non riesce a far sentire la voice e non gli resta che l’exit». L’idea che occorra ripartire dalle nuove generazioni non deriva certo da un dato meramente anagrafico, ma dal fatto che in questa straordinaria ricchezza è depositato (cioè, sottoutilizzato) «quello che con una fredda metafora gli economisti chiamano “capitale umano” e che rappresenta la risorsa migliore per il rilancio del Sud, dell’intero Paese. Ripartire dai giovani, tanto più in un Mezzogiorno che rimane, forse ancora per poco, l’area più giovane del Paese, dove quasi quattro persone su dieci hanno meno di trent’anni, una in più rispetto al Nord. Quel giovane in più che non deve partire. Ma se mancheranno politiche di sostegno, o se come sta accadendo graveranno sui giovani di oggi e su quelli a venire, alla fine mancherà all’appello pure lui», comprometten-

do la dinamica demografica dell’area (nella quale, la nuova emigrazione si somma ad un brusco calo di natalità e alla mancata capacità di attrazione di persone dall’estero) e, con essa, la possibilità di un futuro produttivo per il Mezzogiorno, senza pesare sul resto del paese. Nel libro, tuttavia, convivono la consapevolezza dei gravi rischi che stanno correndo il Sud e i suoi giovani, con la tensione ad una costruzione positiva e la speranza per la realizzazione di una condizione diversa, più avanzata. Perché, forse è già tardi, e «quel giovane in più» – l’immagine di un Mezzogiorno che può (e deve) ancora farcela – è sul punto di smarrirsi e sparire «in una generazione che rischia di essere dispersa. Negli ultimi dieci anni, mezzo milione di giovani meridionali sono fuggiti, e un milione né studia né lavora: sono partiti – per necessità, o come forma di «liberazione» – o sono scomparsi – rimasti appesi al filo del precariato pubblico, del lavoro sommerso fuori dalle regole e dalle garanzie, in un contesto di illegalità che nega i diritti, in anticamera presso il notabile di turno per un’attesa che mortifica, umilia e deresponsabilizza. Con questa generazione è in gioco il futuro stesso del Sud. Il futuro sequestrato, appunto. E se vi è una possibilità di riscatto, è nel coraggio di riforme che possano mettere in crisi i modelli politici e sociali dominanti, che demoliscano i vincoli di una società pietrificata». In conclusione, va sottolineato che questo lavoro è un saggio, ma anche lo strumento di una nuova iniziativa culturale e politica, dal carattere rigoroso. L’originale percorso di ricerca, all’interno del quale le diverse ispirazioni degli autori si sono convenientemente integrate – anche se rimane di ineliminabile valore e dimensione il fondamento delle analisi approfondite svolte dalla SVIMEZ, di cui Bianchi è vice direttore e a cui Provenzano collabora – appare, già nell’impostazione iniziale del lavoro, del tutto innovativo. Tuttavia, gli approcci ai problemi, le valutazioni e le soluzioni proposte (non un “ricettario” per salvare il Mezzogiorno in poche mosse) si possono rintracciare solo scorrendo le pagine del volume e arrivando fino alla fine. In ogni caso, non si può che condividere il timore e l’auspicio dei due studiosi, secondo cui: «non possiamo attendere altri centocinquant’anni. Stavolta occorrerà agire in fretta: il Sud rischia di uscire dalla crisi sempre più malmesso, sempre meno tollerato». Docente di “Storia Economica” Università degli studi di Bari, LUISS Guido Carli.


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…i rispettivi punti di vista, alla luce del loro rilevante impegno politico e professionale, sulle sfide e le opportunità offerte dall’Africa. Occorre infatti modificare l’immagine del Continente africano, troppo spesso dominata dai dati più negativi e inquietanti, e porne in luce – come già hanno fatto gli oratori che mi hanno preceduto – i recenti successi e le grandi potenzialità. Desidero in particolare ringraziare il Presidente della Commissione dell’Unione Africana, il Presidente dell’IFAD, il Ministro degli Esteri del Mozambico, e il rappresentante dell’Organizzazione dell’Unità Africana per aver accettato di essere presenti all’incontro di oggi. L’Africa riunisce in sé le sfide e le opportunità della globalizzazione: basti pensare alla salvaguardia dell’ambiente e alla sicurezza alimentare. Se c’è un continente che vive con drammatica evidenza i gravissimi problemi causati dai cambiamenti climatici, dalla dissipazione di risorse preziose, dalla scarsità di acqua, pur essendo straordinariamente dotato di ricchezze naturali, questo è proprio l’Africa. Ma l’Africa è anche un continente abitato da una popolazione giovane, orgogliosa delle proprie origini, che ha in sé grandi potenzialità da mettere a frutto nella vita sociale e politica dei Paesi di appartenenza. Forte e fragile allo stesso tempo, l’Africa ha compiuto incoraggianti passi in avanti sotto il profilo della crescita economica e della stabilità politica: il tasso di crescita del Continente africano negli anni 2000-2007 ha conosciuto un andamento crescente, giungendo al 6% nel 2007. La crisi economica e finanziaria che

Desidero ricordare che il Parlamento Europeo ha adottato una risoluzione “Un anno dopo Lisbona” per mantenere viva l’attenzione sul continente africano Giorgio Napolitano

ha successivamente colpito i Paesi industrializzati ha interrotto questo ciclo di crescita e tali effetti negativi potrebbero ampliarsi se la comunità internazionale non metterà in atto misure adeguate a contenere i rischi della recessione e ad aiutare l’Africa a rafforzarsi ulteriormente. Auspico che l’Africa, con cui condividiamo la difficile missione del dare valide risposte ai maggiori problemi del pianeta, diventi sempre più cosciente del proprio potenziale e delle proprie responsabilità. Le gravi situazioni di crisi e anche di guerra che ancora oggi si registrano in varie aree del continente sono all’origine di emergenze umanitarie e di drammatici fenomeni migratori che intaccano la dignità delle popolazioni più svantaggiate costringendo troppi esseri umani a diventare vittime di reti criminali che approfittano della loro miseria e si arricchiscono alle loro spalle. Abbiamo il dovere di avviare, anche in rapporto a una politica europea

dei flussi migratori e di accoglienza, un partenariato con i Paesi africani che permetta di mettere in moto o consolidare lo sviluppo ed aggredire le cause profonde della povertà. Ciò anche attraverso programmi al livello locale che consentano ai giovani africani di contribuire alla crescita dei loro Paesi e di trovare soddisfacenti sbocchi professionali. Sappiamo bene che si tratta di un compito non facile da assolvere per noi e per le giovani Istituzioni africane che mancano spesso delle risorse umane e materiali necessarie ad affrontare l’impegnativa sfida di uno sviluppo equo e sostenibile. Ma proprio su questo punto è importante cogliere la sostanziale convergenza tra i due principi informatori dei grandi processi di integrazione continentale condivisi dall’Unione Africana e dalle altre Organizzazioni regionali africane: ownership e partnership. Alla consapevolezza da parte africana della propria responsabilità primaria (ownership) nel gestire le sorti del Continente, ed al sincero rispetto di quest’ultima da parte dell’intera Comunità Internazionale, deve infatti affiancarsi il costante, attivo sostegno dei Paesi più ricchi per una crescita politica ed operativa delle istituzioni collettive africane, continentali e regionali. Una partnership dunque non più limitata al tradizionale settore della cooperazione allo sviluppo economico e sociale dei singoli Paesi, ma che si estenda a tutto campo per rafforzare l’operato dei soggetti istituzionali impegnati nel processo di integrazione del Continente africano. La crisi che mette a repentaglio le economie più fragili e incide sulle possibilità di intervento dei paesi più forti con strumenti adeguati, non deve inne-


scare una spirale perversa tale da mettere in discussione i valori di solidarietà ed accoglienza, nel rispetto della legge, cui si ispirano le nostre democrazie. Al contrario, la crisi deve rappresentare un’occasione preziosa per rendere più efficaci e moderne le istituzioni internazionali e far partire il processo di sviluppo dell’Africa su nuove e più solide basi. In un tale contesto, dobbiamo innanzitutto superare il concetto di aiuto allo sviluppo basato su una logica asfittica che conduce a identificarlo nella mera assistenza dei Paesi ricchi a quelli più sfortunati, e, in questa visione, a considerare il continente africano come l’esempio paradigmatico della povertà bisognosa di sostegno. L’Italia crede che l’Africa debba sempre più essere l’area nella quale finalizzare gli interventi dell’Unione Europea, che è già il primo donatore nel continente, verso una crescente integrazione del sistema economico africano con quello europeo tendendo a garantire sbocchi adeguati alle produzioni locali. A questo proposito, desidero ricordare che il Parlamento Europeo ha adottato nel marzo scorso una risoluzione “Un anno dopo Lisbona” per mantenere viva l’attenzione sul continente africano. Il Parlamento di Strasburgo ha sottolineato che la metà della popolazione africana vive ancora in povertà e che l’Africa è l’unico continente che, nonostante la sua crescita negli scorsi anni, non sta compiendo progressi apprezzabili verso gli obiettivi di sviluppo del millennio, soprattutto per quanto riguarda la riduzione della povertà, la mortalità infantile, la salute materna e la lotta contro le pandemie. A ciò si aggiunge che la fuga dei cervelli priva il continente di buona parte della capacità intellettuale essenziale per il suo sviluppo futuro. Dunque, il rischio tangibile è che le risorse dell’Africa servano alla globalizzazione economica e finanziaria, ma che le sue popolazio-

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ni non traggano sufficiente beneficio dall’inclusione nella globalizzazione. È pertanto essenziale adottare una strategia per l’Africa che tenga conto della complessità dei problemi ancora da risolvere e che consenta anche di affrontare le nuove sfide globali come quelle imposte dall’approvvigionamento di fonti energetiche, dai cambiamenti climatici, dalla salvaguardia dell’ambiente. L’impegno per uno sviluppo congiunto è infatti non soltanto un primario dovere morale a difesa della dignità dell’uomo, umiliata dalla povertà, dalle pandemie, dalla negazione di servizi essenziali; ma anche un investimento sul futuro comune, a beneficio sia dei Paesi meno sviluppati sia di quelli industrializzati. Uno sviluppo equilibrato e sostenibile reca con sé pace e sicurezza, utilizzo razionale delle risorse del pianeta, governo e stabilizzazione di dinamiche, come quelle migratorie, potenzialmente dannose, se tumultuose, per l’armonica convivenza dei popoli. Gli obiettivi del Millennium Development Goals sono resi ancor più attuali dalla crisi dell’economia mondiale e appaiono ineludibili per far fronte alle sfide attuali. L’Italia sostiene attivamente, in ambito europeo e multilaterale, la riflessione internazionale sulle prospettive dello sviluppo mondiale. A tal fine, nell’agenda della Presidenza italiana del G8 figurano – come ha rilevato il Ministro degli esteri – importanti momenti di incontro con i Paesi africani per un confronto costruttivo e franco sul mantenimento degli impegni presi dal G8 per combattere la povertà e su alcuni temi di prioritario interesse: sicurezza alimentare, salute, risorse idriche, nonché sulle misure di sostegno per le economie più deboli. Altrettanto importante è l’esercizio in atto per migliorare il coordinamento, la coerenza e l’efficacia degli aiuti, esercizio iniziato nel 2003 proprio a Roma, sviluppatosi a Parigi e consolidatosi lo scorso anno in Ghana. D’altra parte, mentre il continen-

te africano si affaccia all’economia globale forte del suo patrimonio di risorse umane e materiali, del suo ruolo tendenziale, delle sue potenzialità di mercato, e reclama a giusto titolo un posto di protagonista nelle scelte di governo del pianeta, l’Italia non a caso ha attribuito carattere prioritario agli interventi di cooperazione governativa destinati all’Africa a sud del Sahara, dove si concentrano maggiori emergenze e criticità. Ritengo tuttavia necessario mettere in evidenza come nessun Paese desideroso di assicurare credibilità e coerenza alla propria politica di sostegno ai Paesi più svantaggiati – tanto più nell’attuale congiuntura economica internazionale – possa fare affidamento solo sull’azione dello Stato. Occorre infatti mobilitare le risorse e le energie presenti nella società civile, nel mondo dell’associazionismo, e nelle Fondazioni private. Sono convinto che il contributo della società civile, in coordinamento con l’intervento dello Stato, sia indispensabile per una più efficace azione a sostegno dei Paesi più fragili e possa rappresentare un modello di proficua integrazione fra pubblico e privato. Ai rappresentanti della società civile qui presenti oggi, delle Organizzazioni Non Governative e delle Fondazioni desidero rivolgere il mio vivo apprezzamento per il loro encomiabile impegno in Africa e nelle aree più povere del pianeta e per aver testimoniato nel mondo i valori di solidarietà ed accoglienza nei quali

l’Italia si riconosce. A tutti gli intervenuti di oggi giunga il mio ringraziamento per essere qui presenti ed il mio incoraggiamento a continuare ad credere nell’Africa, nel suo sviluppo e nella sua prosperità. Vorrei chiudere queste brevi note auspicando che le relazioni tra l’Africa ed i Paesi industrializzati e, in particolare, tra l’Africa e l’Europa possano divenire sempre più strette. Il Premio Nobel Amartya Sen ricorda che “la globalizzazione non va interpretata come un fenomeno di occidentalizzazione del mondo”. Ed è certamente possibile portare avanti un processo di sviluppo equilibrato, sostenibile e vantaggioso per tutti gli attori in gioco. Abbiamo ancora molta strada davanti a noi, mi sembra tuttavia che stiamo uscendo dalla disperata ineluttabilità di un recente passato per aprirci ad un presente certamente complesso ma colmo di opportunità per lo sviluppo politico, economico e sociale dell’Africa. Intervento del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in occasione della “Giornata per l’Africa”, Palazzo del Quirinale, 28 maggio 2009.


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…Così l’antropologo torinese Marco Aime inizia un cammino di cittadinanza, di diversità tra pari, di conoscenza e di riconoscimento con chi migra dal paese d’origine, che può essere allargato a un’idea di afriche quale luogo delle diversità, dove “tra confine e frontiera il primo indicherebbe un limite da non valicare, mentre la frontiera richiama non una linea, ma una fascia di territorio dove due diversità “si fanno fronte”, si incontrano. Il confine è rigido, la frontiera è fluttuante”1. Potrebbe essere questa la cifra di un laboratorio di riviste che riflettono e si muovono in ambito europeo, mediterraneo e africano – a Nord e a

Sud del Sahara – cui sta lavorando la Fondazione Mezzogiorno Europa. Un laboratorio di sguardi e competenze a un tempo locali e globali che incroci, intrecci, confronti, idee, esperienze e visioni diverse per formazione scientifica e rischio creativo. Un network di riviste che richiami dalle più varie parti del mondo studiosi, ricercatori, artisti per costruire un’infrastruttura culturale e innovativa che guardi “oltre il giardino”. Uno strumento che decodifichi e riveli le Afriche sub-sahariane, immenso e molteplice retroterra culturale della sponda sud del Mediterraneo, a sua

1  M. Aime, Eccessi di culture, Einaudi 2004.

volta ponte tra Europa e continente africano, nella convinzione che proprio l’inclusione dello sguardo dal sud del Sahara, garantisce al percorso un reciproco doppio senso di marcia. Un divenire in andata e ritorno.

Le Afriche plurali di fronte alla crisi economica Il 2009 è stato l’anno più doloroso della crisi economica per l’occidente e ha avuto effetti collaterali diversificati nelle altre parti del mondo. Sia in termini di impulso aggiuntivo allo sviluppo, da parte dei paesi emergenti – Cina, India e Brasile cui si aggiunge la Russia (BRIC) e a distanza il Sud Africa – i quali riescono a consolidare i risultati positivi già raggiunti e a investire quote sempre crescenti in ricerca e innovazione; sia in termi-

ni di crollo dei tassi di crescita, da parte delle regioni dell’Africa subsahariana, a causa di una notevole contrazione delle importazioni dalle aree occidentali. Secondo il Regional Economic Outlook (FMI, ottobre 2009), nel continente africano i disagi cominciano a farsi sentire tra la fine del 2007 e il 2008 con l’aumento del prezzo del petrolio e dei prodotti alimentari che portano a un drastico ridimensionamento dei margini di benessere, in continua salita dal 2002, fino a raggiungere nel 2007 il 6,5 del PIL. È durante questi cinque anni di crescita positiva che nelle regioni meridionali del continente si avviano riforme economiche e si mettono in cantiere progetti infrastrutturali, mentre aumenta la spesa sociale in sintonia con alcuni processi di inte-

volte a mettere da parte riserve valutarie che possono tornare utili in tempi difficili. Sul piano della visione federalista, l’Africa può ancora valorizzare le molteplici sovranità con una struttura Sul piano composita che in parte richiama l’Eudella visione ropa. L’Unione Africana ha dunque un federalista, l’Africa compito interessante, quello di darsi una base regionale prima con obietpuò valorizzare tivi più tecnici come la circolazione monetaria e il mercato comune, poi le molteplici con valutazioni strategiche come le sovranità risorse energetiche, i cambiamenti con una struttura climatici, le infrastrutture materiali composita che in e immateriali. L’Europa rimane esposta a criparte richiama tiche da parte di chi all’interno dell’area a sud del Sahara, vorrebbe l’Europa una sua più attiva partecipazione ai Uliana Guarnaccia processi di integrazione economica Anna Maria Valentino e di mutuazione di buone pratiche di sviluppo locale. Fuori da una logica di mero assistenzialismo e in sintonia con Amartya Sen, il Presidente Giorgio Napolitano indica con autorevolezza lungo quali rotte si andranno a disatgrazione regionale. Oggi il rischio è di tivare le logiche di omologazione a accentuare un’asimmetria delle regio- un modello unico occidentale per far ni africane in termini di potere econo- emergere le Afriche plurali. mico e di autonomia politica rispetto a quei paesi che già investono (Cina, L’invenzione Giappone, India) o che intendono con- dell’Africa Dopo aver attraversato in ogni solidare le partnership (Europa). Ma esistono molte Afriche anche latitudine le rotte a sud del Sahara, nel contesto economico della crisi: al- dopo aver penetrato quei luoghi con cune come Tanzania, Zaire, Ghana ri- la curiosità del reporter-narratore lanciano una crescita al 4,1% già dal del Novecento, Ryszard Kapuscinski 2010, altre come il Sud Africa ne ral- scrive: “L’Africa è un continente troplentano i ritmi perché più esposte alla po grande per poterlo descrivere. È un turbolenza internazionale. È il Presi- oceano, un pianeta a sé stante, un codente Barack Obama a riconoscere la smo vario e ricchissimo. È solo per semplificare e per buona performance del Ghana quando l’11 luglio del 2009 rilancia l’Afri- comodità che lo chiamiamo Africa. ca delle buone pratiche nel mondo, A parte la sua denominazione geografica, in realtà l’Africa non esiste” proprio da quel paese. È però la prima volta, tra il 2002 (Ebano, 1998). L’Africa non è dunque e il 2009, che alcune regioni “inven- entità raccontabile, circoscrivibile, se tano” politiche attive di stimolazio- non per approssimazione e stati di ne dell’economia e arrivano a volte, avvicinamento progressivo, ma già a compensare la stagnazione delle dal XIX secolo assistiamo alla nascirimesse dei migranti, a volte a rilan- ta di una vera e propria “biblioteca ciare gli investimenti esteri diretti, a coloniale” con l’obiettivo di sistema-


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tizzare quel continente, altrimenti oggetto misterioso e indecifrabile. Tre secoli prima gli europei accumulavano un corpo di conoscenze per reinventare e tradurre i segreti altrimenti eccentrici dell’Africa, operando macroscopiche generalizzazioni con la mediazione dei sistemi concettuali e scientifici di matrice culturale europea. Grazie a Valentin Y. Mudimbe2 –  scrittore, filosofo, studio-

2  Intellettuale poliglotta di origine congolese, del quale l’editore Meltemi nel 2007 ha pubblicato L’invenzione dell’Africa. Nato nell’ex Congo Belga, oggi Repubblica democratica del Congo, in area linguisticamente francofona, Mudimbe ha iniziato la sua formazione prima in Rwanda poi a Lovanio, per approdare infine negli Stati Uniti, alla Duke University, dove ancora insegna Lingue romanze e classiche, Geografia dell’antica Grecia e Fenomenologia francese. Mudimbe rappresenta l’intellettuale figlio di quella

so di scienze sociali e religiose, narratore –  si svela quell’apparato epistemologico che ha permesso all’Europa di sottomettere e conquistare l’Africa, agendo prima sull’immaginario e poi sulla spoliazione fisica e sociale: “È una rappresentazione dell’Africa che può dare l’impressione di essere più vera persino della realtà, talmente diffusa e ben motivata che neppure gli africani, a cominciare dalle élites intellettuali che assorbono i metodi educativi dell’Europa, riusciranno a farne completamente a meno. Invasa

diaspora africana che interpreta in modo interdisciplinare e creativo il continente nel mondo globalizzato (v. il suo saggio Diaspora and Immigration, 1999).

di una realtà molteplice e ricchissima. Il dopo indipendenza ha avuto piuttosto il pregio di emarginare il colonialismo quale fenomeno circoscritto nella storia. Ed è la storia che riprende a scorrere nel fiume largo della ricerca che, come dice lo storico ghanese A. Adu Boahen, deve risalire il vento di una somma di storie locali differenziate, fino a diventare “Storia delle Afriche”.

e spogliata, l’Africa viene sospinta verso un’alienazione che l’abituerà a cogliere se stessa attraverso le categorie dell’Europa”3. Apparso in inglese nel 1988 e premiato l’anno successivo con il prestigioso Herskovitz Award, L’invenzione dell’Africa è un testo di rilievo nell’area della ricerca filosofica, religiosa e antropologica, nella misura in cui delinea una “sintesi critica delle complesse questioni riguardanti il sapere e il potere in Africa e sull’Africa”. Mudimbe crea in controcanto una biblioteca critica che include l’Orfeo Nero e le riflessioni sul colonialismo di Jean-Paul Sartre, la Negritudine di Senghor fino a Orientalismo di Edward Said. Questo saggio bellissimo apparso nel 1978, ha una particolare influenza su Mudimbe: il quale mutua da Said l’invenzione dell’Oriente per costruire quella speculare invenzione dell’Africa utile a giustificare nel tempo la deprivazione materiale e culturale del continente da parte dell’Europa. Già negli anni settanta del novecento è attiva una seconda generazione di intellettuali africani che prova ad affrontare il tema di una progressiva costituzione del sapere africano, lavorando con strumenti che molto devono alle riflessioni di Foucault e Merleau-Ponty, Lévi-Strauss e Lévy-Bruhl. Ma l’unità a tutti i costi che ha connotato il movimento anticoloniale, ha finito con l’appiattire le diversità

Postcolonialismo e infrastruttura discorsiva Uno dei contributi più interessanti di Edward Said fuori della vulgata marxista dell’epoca, è stato dimostrare che il progetto coloniale non era riconducibile a una semplice questione economico-militare, ma poggiava su una infrastruttura discorsiva, su un’economia simbolica, su un apparato di saperi la cui violenza era sia epistemica che fisica. L’immaginazione coloniale diventa il soggetto stesso della teoria postcoloniale4. “Se è vero e documentato che l’Africa è un continente dove la necessità di usare forme di comunicazione alternative a quella linguistica ha alimentato nei secoli altri codici di trasmissione, dal visuale al sonoro, il fenomeno è chiaramente riconducibile a motivazioni tecnico-comunicative, dovute alla necessità di trasmissione orale… I tamburi parlanti (talking drums) non sono forme espressive di un pensiero “selvaggio”

3  G. Calchi Novati, P. Valsecchi, Africa: la storia ritrovata, Carocci 2007, p. 31.

4  A. Mbembe, Postcolonialismo, Meltemi 2005.


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ma forme comunicative di un pensiero immerso nell’oralità, che non ragiona per astrazioni, ma si concentra sull’utile e concreto, funzionale al presente”5. Dall’Africa occidentale dei talking drums, passando per il rap si arriva all’hip hop americano degli anni novanta fino ad oggi, quando ci si contamina con l’highlife, musica tradizionale popolare che negli anni cinquanta spopolava in Ghana e Nigeria. Poeti e cantastorie (griot) sono stati anche nell’Africa del Sud protagonisti di resistenza, dalle invasioni coloniali fino al regime di apartheid: “Il poeta ha esplorato diversi linguaggi: dalla protesta alla resistenza, dalla liberazione alla celebrazione. E oggi nuovamente, nell’attuale scenario sociopolitico, il poeta passa ancora una volta dalla celebrazione alla protesta, dall’autoaffermazione alla sfida, alla disillusione nei confronti del nuovo ordine costruito sull’avidità, sul clientelismo e sulla corruzione”. Con queste parole Zakes Mda, uno dei più grandi romanzieri sudafricani, saluta la nascita della nuova generazione di cantori della poesia orale (o spoken word artists) 6. I siti web e i blog diventano il luogo dove cresce una comunità artistica urbana che rappresenta una frontiera culturale da seguire e monitorare per capire dove va la comunità letteraria e politica non solo del paese sudafricano, ma dell’intera area a sud del Sahara. “La crisi africana è anche una crisi di conoscenza dell’Africa”7 Come sostiene Gianpaolo Calchi Novati, “… se appena si scende sotto la soglia dell’ufficialità la politica africana moderna può essere spiegata solo in riferimento alle tradizioni”. Fuori dal regno dell’importato, che è opera della modernizzazione e della decolonizzazione, c’è un eccesso di riferimenti istituzionali che vive di fenomeni di sovranità diffusa, propria degli Stati “deboli”. Vale soprattutto per i rapporti con l’esterno: da noi la percezione dell’ufficialità rimbalza come “appartenenza a livello di clan, classi d’età o genere e,

5  R. Altin, Mediascape africani: dai “talking drums” all’“hiplife” ghanese, in Aut Aut, 2008, pp. 180/188.

con effetti che possono anche essere dirompenti, revivalismi etnici”8. Ma le sfere di giurisdizione all’interno sono altre. Qui le autorità tradizionali sono impegnate a produrre una cultura di sintesi: è su questo terreno che i vari paesi africani creano inediti corto circuiti tra la cultura dell’informale (clan, classi d’età o genere, gruppi culturali etnici) e una visione della democrazia, della legittimità, della partecipazione che non ha precedenti storici in occidente9. La poli-

tica della terra e della gestione delle risorse naturali per esempio, pone problemi di empowerment locale e di costruzione dello Stato, come nel Monzambico e lo Zimbabwe, dove il ruolo delle autorità tradizionali, la comunità rurale, diventa nucleo fondativo delle istituzioni ufficiali10. E ancora di crisi di conoscenza si tratta quando si parla di aiuti internazionali. La tesi di rottura sostenuta dalla studiosa dello Zambia Dambisa Moyo nel suo libro Aiuti di morte, si inscrive in un

6  R. d’Abdon, Il movimento dei poeti-bloggers nel Sudafrica del post-apartheid, idem, p. 195. 7  G. Calchi Novati, Una politica per l’Africa alle prese con le sfide della globalizzazione, in AA.VV., L’Africa alla prova del mercato globale, atti a cura di Ipalmo Nord Ovest, in collaborazione con il Centro Piemontese di Studi Africani, 2009, p. 33.

8  Idem, pp. 33 e sgg. 9  Ibidem.

10  C. Tornimbeni, O castrado vivo da memoria. Mappatura delle comunità, tutela ambientale e consolidamento dello stato in Monzambico, in Afriche e Orienti, 2007, p.157.


filone di critica radicale ai programmi di aiuti occidentali, che arricchisce di nuovi punti di vista il contesto culturale da cui ripensare le Afriche: “Gli aiuti sono stati e continuano ad essere un assoluto disastro politico, economico ed umanitario per la maggior parte del mondo in via di sviluppo… L’afflusso di aiuti può minacciare il risparmio e gli investimenti interni”11. L’Africa è disseminata di frontiere visibili e invisibili, ufficiali o informali, frontiere etniche mai esibite ma note a tutti, separazione tra lo spazio urbano “moderno” e la savana “tradizionale”. Eppure nulla di tutto ciò impedisce alle merci, alle valute e agli uomini, oltre che alle idee, di passare. La ricaduta fuori controllo di un contrabbando dilagante anche alla luce del sole, tra il Benin e la Nigeria per esempio, come di un mercato transfrontaliero illegale, riguarda tutti i continenti e la reiterata loro miopia sull’idea stessa di frontiera nel continente africano12. E di frontiere si parla nella più recente revisione (13 luglio 2008) del progetto euro-mediterraneo, allorché viene sancita la nascita a Parigi dell’Unione per il Mediterraneo che promuove l’eguaglianza tra i membri europei e mediterranei all’interno di un’accentuata co-ownership13 . Da questo osser-

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vatorio si auspica finalmente un riposizionamento non membri del Mediterraneo”14. Ma si trattemetodologico e culturale nei confronti delle Afri- rà di tracciare nuove coordinate per nuove forme che a nord e a sud del Sahara, laddove “la politica di condivisione.

mediterranea dell’Unione Europea dovrebbe cessare di essere una politica europea che associa i partner non europei, per divenire invece una politica che l’Unione condivide con i partner

Uliana Guarnaccia – Archeologa e Responsabile Area Comunicazione Fondazione Mezzogiorno Europa. Anna Maria Valentino – Docente di “Storia contemporanea” Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”.

del Processo di Barcellona e in particolare della disaffezione dei paesi mediterranei verso le iniziative UE nella regione”, in P. Wulzer., L’Unione per il Mediterraneo: gli aspetti politico-diplomatici, in (a cura di) M. Pizzigallo, L’Italia e l’Unione per il Mediterraneo, Fondazione Mezzogiorno Europa, 2009, p. 74, n. 10.

14  P. Wulzer, op. cit., p. 74; l’autore riporta la citazione da R. Aliboni, F. M. Ammor, Under the Shadow of Barcellona: from the EMP to the Union for the Mediterranean, EuroMesco Paper, n. 77, January 2009, p. 24, (http//www.euromesco.net/images/ paper77eng.pdf).

11  D. Moyo, Dead Aid. Why aid is not working and how there is a better way for Africa, Farrar Straus and Giroux, NY 2009, pp. 12/13. 12  S. Latouche, Mondializzazione e decrescita. L’alternativa africana, Dedalo 2009, pp. 95/96. 13  “Il concetto di co-ownership come nuova linea guida per le relazioni euro-mediterranee emerse per la prima volta nel dibattito sul fallimento del Partenariato nel decennale della conferenza di Barcellona, quando venne individuato nello status diseguale tra i partner del Nord e del Sud uno dei motivi principali dello stallo


La storia di Graded inizia nel 1958, e fino ai giorni nostri ha seguito un percorso evolutivo che ha portato la società, dalla semplice installazione e costruzione di impianti tecnologici industriali e civili, ad essere una società di servizi energetici ad elevati standard innovativi. Graded è oggi leader negli impianti di Produzione Energia ad alta efficienza, grazie alla consolidata esperienza di progettazione, costruzione e manutenzione sempre al passo con le nuove frontiere del progresso. La società deve il suo successo ad un approccio ingegneristico ed integrato al problema del risparmio energetico, dalla fornitura di servizi di audit, diagnosi ed ottimizzazione, alla formulazione di mirate proposte di intervento, con tecnologie efficienti, contenimento dei costi, redditività degli investimenti e compatibilità ambientale, il tutto supportato da precise garanzie di risultato per il Cliente finale. Graded è oggi approdata al business innovativo derivante dalla produzione di energia sia da fonti tradizionali che rinnovabili, ma sempre con la garanzia della massima efficienza energetica. La società è presente attivamente nei meccanismi di riconoscimento e negoziazione dei Titoli di Efficienza Energetica rilasciati dal GME (Gestore Mercato Elettrico) e nell’Emission Trading (Quote CO2) sancite dal Protocollo di Kyoto. Grazie alle competenze acquisite ed all’elevato standard della propria struttura ingegneristica ed operativa, oggi la struttura è in grado di soddisfare ogni tipologia di esigenza proponendo soluzioni innovative e sostenibili dal punto di vista tecnico, ambientale ed economico-finanziario in tutti i settori degli impianti tecnologici, come dimostrano i contratti di costruzione, gestione e manutenzione di impianti complessi a servizio di aziende pubbliche e private, con la fornitura di energia e di servizi integrati di global service di lunga durata.


Un talk show periodico di Mezzogiorno Europa

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Ottavia Beneduce

Il talk show quindicinale “Mezzogiorno Europa”, realizzato in collaborazione con Denaro Tv, rappresenta un ulteriore tassello nel sistema di comunicazione della Fondazione insieme alla rivista “Mezzogiorno Europa”, al sito Internet, sempre più interattivo e ricco di contenuti ed alla newsletter informativa che raggiunge migliaia di contatti. Lo spazio di approfondimento gioca con il linguaggio televisivo per poter affrontare in maniera più immediata temi di estrema rilevanza ed attualità con l’ausilio di ospiti in studio, schede di approfondimento e testimonianze dirette per ogni argomento.

UN NUOVO MERIDIONALISMO È POSSIBILE? La prima puntata parte con la domanda che le dà il titolo, “Un nuovo Meridionalismo è possibile?”. Ad Alfonso Ruffo, direttore de “Il Denaro”, il compito di coordinare ed animare la discussione con il filosofo Biagio De  Giovanni, Francesco Paolo Casavola, Presidente Emerito della Corte Costituzionale ed Andrea Geremicca, Presidente della Fondazione Mezzogiorno Europa. Dopo una clip tratta dal film “No grazie il caffè mi rende nervoso”, in cui Massimo Troisi “affronta” il problema del cambiamento di Napoli, la prima battuta tocca ad Andrea Geremicca che si sofferma sulla necessità di superare il dualismo che vede divisa l’Italia, con una parte altamente significativa del Paese che non riesce a portare avanti dinamiche di sviluppo coerente. Questo è un dato che non permette all’Italia intera di attestarsi in termini di competitività anche in campo internazionale. È necessario che si lavori per fare uscire non solo una parte del Paese dalla crisi ma l’intera nazione. Geremicca si sofferma inoltre sul “nuovo meridionalismo” che individua nella capacità delle classi dirigenti politico-istituzionali e culturali di garantire la governance dei territori. Prosegue ancora rimarcando che il Mezzogiorno ha certamente sofferto di politiche nazionali sbagliate, ma anche dell’incapacità delle classi dirigenti meridionali nello sviluppare una politica di autogoverno. Dopo questo intervento il direttore Ruffo lancia la scheda di approfondimento che traccia un quadro del divario Nord-Sud, in termini di disoccupazione, aumento dell’emigrazione e richiama l’attenzione sulla responsabi-

lità anche della società civile nel collaborare ad una ripresa economica e strutturale. Casavola osserva che tra Nord e Sud non percepisce unicamente una disuguaglianza in termini politico-costituzionali, ma nota che i cittadini si sentono “diversi” rispetto a quelli settentrionali. Le differenze sono percepite a causa di carenze di infrastrutture, sul tema della salute, della tutela dell’ambiente e della sicurezza pubblica, tutti fattori che demotivano anche sia gli imprenditori che eventuali investitori, creando uno stallo nel mercato. Per De Giovanni se da un lato è giusto valutare le insufficienze dello Stato è comunque compito dei meridionali risollevare le sorti del Mezzogiorno, e sottolinea il dato delle straordinarie risorse che sono giunte nel Mezzogiorno e di come siano state le classi dirigenti locali a determinare problemi di gestione con l’atteggiamento della “lamentela” continua, che richiama direttamente a responsabilità esterne. Risponde poi a Casavola sul sentimento di “diversità” dei cittadini meridionali, controbattendo che è un sentimento di indifferenza che nota e che non si percepisce ancora un reale movimento civile costruttivo. Gere­ mic­ca si ricollega al tema delle ingenti risorse giunte nel Mezzogiorno ed approfondisce il problema della gestione, sottolineando che la spesa pubblica viene, quasi come prassi, utilizzata per creare con-


28 senso anziché sviluppo, con una frantumazione dei fondi in piccoli progetti disomogenei che hanno creato un clima di attesa e di sfiducia, e questo sarebbe un meccanismo da eliminare. Altro aspetto che sottolinea Geremicca è quello della mancanza dei partiti intesi come luogo di confronto, e la necessità di creare quindi una cerniera che possa collegare i livelli più alti della cultura con quelli della politica, delle istituzioni e della società civile per avviare un piano di sviluppo coerente e propulsivo. Casavola, d’accordo con Geremicca sul tema dei fondi dispersi per creare consenso, amplia l’analisi aggiungendo che proprio perché si tratta di un sistema che vede coinvolto un mercato illegale locale con candidati locali, la questione meridionale stenta a divenire questione di interesse nazionale. Geremicca afferma ancora che occorrono politiche “per” il Mezzogiorno e “nel” Mezzogiorno per stimolare l’imprenditoria, creare risorse, lottare contro i poteri criminali che in vaste aree del Sud regolamentano la società più che lo Stato, con rischi altissimi di penetrazione nel tessuto economico e sociale sano. La seconda parte della trasmissione si apre con un’intervista a Gianni Lettieri, Presidente dell’Unione Industriali di Napoli, secondo cui per le imprese nel Mezzogiorno non è un problema di spazi di mercato, ma di attrattività del territorio. Aggiunge che occorrono leggi, poche, chiare e costanti nel tempo che possano rendere competitivi allo stesso livello del Nord. Non manca di denunciare anche le responsabilità del mondo imprenditoriale nel non riuscire a creare una rete di collegamento che possa rendere più omogeneo e dinamico il tessuto imprenditoriale con l’aiuto e il supporto di competenze di università e centri di ricerca. È Casavola a riprendere la parola al rientro in studio, e lancia l’idea, metaforica, della creazione di un “cervello”, in grado di realizzare un’analisi della situazione e di porre delle priorità di azione. Questo “cervello” dovrebbe essere in grado di elaborare le leggi a cui accennava Lettieri nell’intervista, e che dia le indicazioni degli obiettivi lasciando il metodo di attuazione a tutte le realtà associative presenti sul territorio inserite in un telaio di forze che tendano ad unirsi e strutturarsi al di là degli interessi particolari. Il Federalismo Fiscale potrebbe rappresentare l’occasione per far crescere una convergenza di sforzi supportata

da una classe dirigente adeguata che si assuma la responsabilità politica delle azioni. Questi sforzi dovrebbero essere tesi sempre a non vanificare tutto quanto di buono è derivato dall’unificazione dell’Italia. È ovvio il richiamo all’idea di “macroregione” del Sud ed è su questo concetto che di sofferma De Giovanni, specificando che se macroregione significa una ripresa della coscienza politica di un Mezzogiorno più unito, ben venga. Anche se, nota, nell’ultima campagna elettorale ogni regione ha parlato ostinatamente per se stessa. Riprende l’argomento del Federalismo Fiscale come opportunità di ripresa della coscienza civile e politica. Ai due interventi seguono le interviste a Lina Lucci, Segretario Generale della Cisl Campania e ad Anna Rea, Segretario Generale della Uil Campania. Entrambe sottolineano come il tema dell’occupazione sia una delle priorità da affrontare insieme ad un confronto più serrato con le imprese e le istituzioni. Andrea Geremicca esprime un elemento di fiducia nell’affermare che un nuovo meridionalismo è possibile, anche perché nei momenti di maggiore difficoltà le competenze e le risorse entrano in campo, ma occorre una politica concreta e una grande visione del Mezzogiorno nello scenario complessivo del Paese. D’accordo con De Giovanni rimarca sull’atteggiamento di chiusura delle regioni meridionali, chiuse in se stesse sui grandi temi progettuali e inoltre esprime l’esigenza di una politica meridionale più incisiva sullo scenario nazionale e aggiunge ancora che il Federalismo Fiscale può rappresentare un’occasione anche di rinnovamento delle classi politiche. In conclusione De Giovanni invita a non cullarsi nell’illusione particolarmente diffusa al Nord, che se al Sud va male al Nord si sta meglio, l’Italia per sua struttura è “una”, e la sua crescita ed il suo sviluppo devono necessariamente essere organici. Geremicca dedica un’ultima battuta ai giovani, per i quali bisogna mettere in atto azioni concrete per fermare il fenomeno dell’emigrazione che impoverisce di capitale umano, risorse e competenze i territori meridionali.

LA LEGALITÀ CONVIENE. DISECONOMIA DELLE MAFIE La seconda puntata, dal titolo “La Legalità conviene. Diseconomia delle Mafie”, si apre con una clip tratta dal film “Così parlò Bellavista”, in cui Luciano De Crescenzo affronta a viso aperto un camorrista e discute della scelta di essere un malvivente. In studio a discutere del tema il Magistrato Raffaele Cantone, il docente di Economia dell’Università Parthenope Riccardo Marselli, il Procu-


29 ratore aggiunto del Tribunale di Nola, Maria Antonietta Troncone con il direttore della Fondazione Mezzogiorno Europa, Ivano Russo a cui è affidato il compito di coordinare la discussione. Il primo intervento è del professore Marselli che si sofferma sul contrasto che scaturisce dalle scelte individuali e dall’evidente profitto di chi fa parte di organizzazioni criminali rispetto alla collettività che come conseguenza subisce i danni della diseconomia dell’agire criminale. Auspica un intervento pubblico forte per sanare questo contrasto e sottolinea come la partecipazione ad un’organizzazione criminale rappresenti, specie in alcuni territori, un’occasione di mobilità sociale. Ivano Russo, sottolinea quest’ultimo dato rivolgendosi alla dottoressa Troncone, chiedendole se la partecipazione alle organizzazioni criminali possa essere una delle poche forme di ascensore sociale per alcune realtà. Per la dottoressa rappresenta un forma perversa di accelerazione sociale, con conseguenze che si riverberano sull’intera società. Inevitabilmente, l’incidenza dell’economia illegale su quella legale risulta essere fortemente di svantaggio, in quanto le imprese “sane” si ritrovano a subire una concorrenza fondata su una maggiore accumulazione di capitali, e su dinamiche di violenza e sopraffazione per cui, continua a spiegare, per le imprese legali si profilano spesso come uniche alternative, o uscire dal mercato e trasferirsi altrove, o adeguarsi in qualche modo alle illegalità. Nella scheda di approfondimento si analizzano i dati riportati nel rapporto CENSIS del 2009, “Il condizionamento delle mafie sull’economia, sulla società e sulle istituzioni del mezzogiorno”, da cui emerge che su 17 milioni di abitanti del Mezzogiorno circa 13 milioni convivono con le mafie, il 22% della popolazione nazionale. Inoltre gli indicatori sociali ed economici dimostrano che la Sicilia, la Calabria, la Puglia e la Campania, sono le 4 regioni più lontane dal resto del Paese con un Pil pro capite sotto il 75% della media europea e il 65,7% della media nazionale. Altro dato che colpisce l’attenzione è quello che riguarda lo scioglimento dei Consigli comunali per infiltrazione o condizionamento della criminalità organizzata: in Italia dal 1991 sono 185, quasi tutti nel Mezzogiorno, 81 nella sola regione Campania, nel napoletano ben 45. Al rientro in studio Ivano Russo si rivolge a Raffaele Cantone chiedendo di approfondire l’aspetto delle difficoltà nel contrasto e nel mettere in campo azioni di sistema efficaci per limitare la pervasività delle infiltrazioni criminali. Cantone parte da una sostanziale differenziazione tra PIL legale ed illegale: in molte realtà quello illegale arriva al 90% del totale se non di più. In questi contesti arriva a sostituire quasi completamente l’economia legale e rappresenta un fattore di illegalità che va ad inserirsi nei meccanismi economici generali. Aggiunge ancora che in realtà territoriali con un’alta densità mafiosa, le organizzazioni criminali non sono semplicemente uno strumento di sopraffazione, ma rappresentano uno strumento attraverso il quale decine di famiglie, anche estranee alle dinamiche mafiose, vivono di imprese criminali, di commesse, vendita dei prodotti, attraverso, quindi, il controllo di tutta una serie di meccanismi dell’economia, fattori questi che rendono sempre più difficile operare una distinzione tra economia e legale ed illegale. E l’economia meridionale risente moltissimo dell’iniezione dei capitali illeciti. Ivano Russo chiede al professor Marselli quanto la crisi economica possa aver contribuito ad alimentare gli interessi dell’economia mafiosa.

Per Marselli ha sicuramente influito, con effetti che si percepiranno in un futuro prossimo, anche perché le imprese in momenti di difficoltà possono essere portate più facilmente ad usufruire di risorse provenienti dal circuito illegale, e sottolinea un altro dato che è quello relativo all’aumento della disoccupazione che porta ad un’accelerazione dei fenomeni criminali. La dottoressa Troncone interviene sul tema, ripreso nella scheda di approfondimento, della convivenza della popolazione con le organizzazioni criminali e su come questo incida nella vita quotidiana delle persone e sottolinea come oggi si sia arrivati ad una normalizzazione culturale con una scarsa reazione civile di fronte a questi fenomeni. Russo porta l’attenzione sulle attività mafiose al Nord rivolgendosi a Cantone per cercare di capire se in condizioni di humus culturale differente le mafie hanno maggior difficoltà ad innervarsi. Cantone manifesta i suoi dubbi, perché la mafia distingue benissimo l’humus favorevole da quello sfavorevole, tanto è vero che episodi di violenza di matrice mafiosa al Nord sono limitatissimi. La mafia nei territori centrosettentrionali si presenta con la “faccia pulita” di chi ha soldi da investire, ed di fronte al denaro, rileva, è difficilissimo trovare chi fa argine. Su questo ultimo dato si inserisce Marselli con un’osservazione che definisce ancora di più la gravità della situazione, definendola come un ulteriore danno per il Sud perché ci si trova di fronte ad un sistema bancario al contrario, con le organizzazioni criminali che accumulano risorse al Sud per investirle al Nord. Questo è un dato inquietante anche per Canto- ne che sottolinea e conferma come ci sia un fiume di risorse che dal Sud si sposta al Nord senza creare beneficio reale per i territori meridionali. È Tano Grasso, Presidente onorario della Federazione Antiracket Italiana, in un’intervista, che sottolinea ulteriormente come l’economia criminale incida in maniera determinante su quella legale attestandosi come uno dei motivi del divario Nord-Sud. Il racket, prosegue, rappresenta una delle manifestazioni del potere criminale che non incide solo in termini economici, ma anche in termini di libertà per le aziende che decidono di piegarsi all’estorsione. Inoltre rimarca sul problema della scarsa attrattività dei territori in cui c’è presenza massiccia delle organizzazioni criminali, che rappresentano un sicuro deterrente per le imprese che volessero programmare degli investimenti. Al rientro in studio prende la parola la dottoressa Troncone, che aggiunge che oltre alle categorie solitamente indicate come vittime di attività estorsive, cioè commercianti ed imprenditori in particolare nel settore edile, anche le grosse aziende possono essere in qualche modo condizionate dalle mafie, così duttili nel modularsi e nel trovare sistemi


30 di imposizione. Il sistema per sostenere le vittime di estorsione, aggiunge la dottoressa Troncone, è quello di evitare l’isolamento del singolo, compito svolto dalle associazioni antiracket, a cui si deve sommare una presenza più forte dello Stato. Sul problema delle ricadute in termini di attrattività dei territori interviene Marselli, che definisce comprimario il problema della criminalità insieme a quello dello scarso funzionamento della pubblica amministrazione, e in un’ottica di contrasto, oltre alle attività repressive sostiene fortemente l’attuazione di azioni politiche che portino ad uno sviluppo che sia in grado di fornire una valida alternativa all’attività criminale. È don Tonino Palmese dell’Associazione Libera, che approfondisce in un’intervista il tema della confisca dei beni come strumento di indebolimento dei poteri criminali, con una valenza non solo dal punto di vista economico, ma anche nei confronti dell’immaginario collettivo che vede nella confisca una sorta di riscatto. Conferma inoltre la grande attenzione che c’è per questi fenomeni anche all’estero, con le mafie che diventano organizzazioni sempre più internazionali. In ultimo si sofferma sull’importanza della “memoria” che rappresenta un determinante antidoto alla superficialità e all’indifferenza. Anche per Raffaele Cantone è importante la memoria, ma ancora più importante la conoscenza per far fronte ad un’ignoranza diffusa per certi temi. La battaglia culturale è fondamentale per far comprendere quale limite allo sviluppo rappresentino le organizzazioni criminali. Inoltre è fondamentale non dimenticare mai il “costo” in termini di vite umane, e in questo richiama gli enti locali ad un maggiore impegno. Marselli concorda sulla scarsa conoscenza delle implicazioni controproducenti della presenza criminale e si sofferma su quanto sia importante maturare questa consapevolezza anche nei propri comportamenti quotidiani. Cantone sottolinea a questo punto quello che definisce “un paradosso”, e cioè che nelle sedi universitarie non esistono facoltà che studiano questi fenomeni sia da un punto di vista dell’organizzazione economica, sia per ciò che riguarda lo studio dei processi alle mafie. Il botta e risposta prosegue con Marselli che lamenta, dal canto suo, una scarsa accessibilità ai dati che non sono raccolti in maniera tale da poter essere trattati come materia di stu-

dio. Questo resta uno degli argomenti che gli ospiti si sono ripromessi di affrontare nuovamente insieme alla Fondazione Mezzogiorno Europa.

ESSERE DONNA NEL MEZZOGIORNO Questa puntata, la terza, si apre con una clip video in cui lo straordinario Roberto Benigni celebra la donna. In studio a discutere di questo tema Lida Viganoni, Rettore dell’Università “L’Orientale” di Napoli, Paola De Vivo, docente di Sociologia Economica Presso l’Università “Federico II” di Napoli, Lina Lucci, Segretario Generale della Cisl Campania, con Rosita Marchese, per la Fondazione Mezzogiorno Europa, a coordinare il dibattito, che inizia proprio rivolgendo la domanda, cosa significa essere donna nel Mezzogiorno ad ogni ospite. La prima ad intervenire è Paola De Vivo che invita a prestare attenzione alle differenze presenti nell’universo femminile e alle diverse forme di partecipazione sociale. Per le donne persiste in maniera determinante il problema occupazionale. Quindi la mancata occupazione, una cattiva occupazione insieme alla scarsa conoscenza dei propri diritti e alla carenza di servizi, determina l’aggravamento della condizione. Il Rettore Viganoni parte dalla propria esperienza personale che definisce di “privilegio”, in quanto oltre ad essere donna in carriera è anche unico Rettore donna in Campania. Prosegue aggiungendo che oltre al problema del mercato del lavoro è necessario anche analizzare il contesto costituito dal Mezzogiorno, che rappresenta una realtà molto articolata su cui dovrebbero agire politiche coese e non disarticolate per limitare anche le differenze territoriali. Lina Lucci rileva che la situazione non è semplice per l’intero Paese, e che al Sud le criticità si acuiscono ulteriormente a causa delle problematiche economiche e sociali. Oggi la famiglia resta un affare privato, il tema del welfare rappresenta un problema di spesa e non uno strumento di crescita e sviluppo, secondo la Lucci è necessario che gli attori sociali comprendano che la questione delle donne è una questione di contenuti. Prima di lanciare la scheda di approfondimento, Rosita Marchese rileva che dalla discussione si evince che il problema dell’”emancipazione” della donna risulta essere ampiamente superato, e che la questione si inserisce nel contesto strutturale della società. La scheda pone in evidenza come la presenza delle donne nel mercato del lavoro sia caratterizzata ancora da differenze di ruolo rispetto agli uomini, che i livelli occupazionali del Mezzogiorno sono ancora molto lontani da quelli del Nord: il tasso di occupazione femminile è al 30,8% nel meridione, al 55,6% nel Nord-Ovest, al 56,9% nel Nord-Est. Inoltre persistono numerose problematiche relative alla gestione dell’ambito familiare e una cronica mancanza di servizi. Al rientro in studio è Paola De Vivo a prendere la parola, e


31 si sofferma sugli effetti della crisi economica, che ha aggravato ulteriormente il problema occupazionale per le donne. Inoltre afferma che molte delle donne uscite dal mercato del lavoro, trovano impiego nel “mercato parallelo” del lavoro sommerso. In Italia e nel Sud c’è molta retorica per ciò che riguarda donne e giovani, quello che si riscontra è l’assenza di adeguate politiche economiche e di sviluppo. A seguire Lina Lucci spiega come la Cisl in Campania abbia sempre prestato particolare attenzione alle problematiche relative al lavoro sommerso: all’interno degli enti bicamerali infatti, sta proseguendo il discorso della certificazione dell’acquisizione delle competenze delle donne che lavorano nel sommerso, in modo da garantire loro una visibilità nel mercato del lavoro. Il Rettore Viganoni traccia un quadro di quella che è la realtà nell’ambito universitario, dove nonostante vi sia una presenza femminile più marcata, il 33%, persistono delle differenze sostanziali: le donne infatti restano prevalentemente concentrate ai livelli più bassi della carriere, il 45% è nei ricercatori, il 33% negli associati, il 18% nei professori ordinari. Sono dati omogenei su scala nazionale, così come è omogeneo il dato ai vertici, in Italia su 80 Rettori, solo 3 sono donne, mentre ad esempio in Francia sono il 25%. Igina Di Napoli, direttore del Tea­tro Nuovo di Napoli, conferma in un’intervista che la presenza femminile nel mondo della cultura e dello spettacolo non è abbastanza. Per il futuro nutre perplessità a causa di un forte clima di arretratezza che avanza, ma nutre speranza nella coscienza delle persone che possano sentirsi sempre più motivate a partecipare alla vita collettiva. Rosita Marchese trae spunto da questo contributo per porre il problema del- l a rappresentazione della figura femminile nel mondo dello spettacolo, e conferma che anche in questo settore per le donne è difficile affermarsi ai vertici della carriera, così come accade negli altri settori. Per Paola De Vivo, la rappresentazione della donna è in molti casi addirit-

tura distorta, con l’affermazione solo di un certo tipo di modello femminile. Racconta inoltre che nel corso della sua esperienza elettorale, in un’intervista le è stata posta la domanda “quanto conta la bellezza in politica?”. In politica, incalza la De Vivo, si entra per le proprie competenze personali, c’è molto da riflettere. Anche il rettore Viganoni si aggancia al discorso della rappresentazione femminile, che giudica distorta e fuorviante, in quanto è necessario portare la realtà alla visibilità. Per Lina Lucci siamo in un Paese che arretra spaventosamente. E questa arretratezza la registra anche sul piano politico ed istituzionale. Auspica che da questa fase possa nascere una rete vera fatta di donne competenti ed intelligenti. L’ultima intervista della trasmissione è a Silvana Fucito, l’imprenditrice coraggio impegnata da anni nella lotta al racket. La Fucito esterna un certo ottimismo sull’essere imprenditrici donna oggi, poi approfondisce quello che è il suo impegno civile che la vede coinvolta nella lotta al racket delle estorsioni, è un impegno notevole ed invita ognuno a fare nel proprio piccolo la sua parte perché ci sia un cambio di mentalità, per poter cambiare effettivamente le cose. Al rientro in studio Rosita Marchese pone la questione controversa delle quote rosa, come probabile forzatura necessaria per accrescere la rappresentanza femminile in politica e nelle istituzioni. E trova le ospiti d’accordo anche se con qualche riserva. Per la De Vivo probabilmente saranno utili, per il Rettore forse al momento non c’è altra strada se non “l’esserci per legge”, ma incita a lavorare seriamente affinché le donne ci siano come persone. Anche per Lina Lucci non sono la strada che preferisce, ma osserva che abbiamo ereditato un modello maschile per cui è probabilmente necessaria questa forzatura per raggiungere un obiettivo di partecipazione. Responsabile Ufficio Stampa e Relazione Esterne Fondazione Mezzogiorno Europa.


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35 | formazione

La Fonda zione Mezzogiorno Europa lancia la S c u o l a d’ E st ate 2 010 sulla Responsabilità Sociale delle Imprese Andrea Cardillo Puntare sull’etica, sui diritti e sulla qualità del capitale relazionale per sostenere la crescita economica e lo sviluppo sociale dei territori: questa è la sfida lanciata dalla responsabilità sociale d’impresa alle dinamiche sperequative del mercato globale. La responsabilità sociale può essere definita come un insieme di principi e pratiche rivolte ad integrare volontariamente nella gestione e nelle finalità dell’impresa preoccupazioni di carattere sociale ed ambientale investendo maggiormente nei rapporti con le parti interessate. In un epoca in cui le dinamiche economiche (globali e transnazionali) guadagnano sempre maggiore autonomia sui poteri della politica (localizzati nei confini nazionali), le grandi imprese, investite di nuove aspettative, stanno prendendo consapevolezza che è possibile instaurare relazioni stabili con gli stakeholder soltanto ispirandosi a vision orientate a valori immateriali e capaci di generare fiducia nei clienti e negli investitori. Questa rivoluzione microeconomica – evocata a valle della recente crisi da personaggi come Barack Obama (A New Era of Responsibility. Renewing America’s Promise. Budget of the US Government 2010 ) o Benedetto XVI (Caritas in veritate) – sta gradualmente portando alla luce, al di là dei tradizionali modelli di welfare state, la possibilità di nuove vie alla conciliazione di valore sociale, sostenibilità ambientale e sviluppo economico. La crisi ci spinge a ripensare lo sviluppo puntando su una crescita più stabile nei tempi medio-lunghi ma anche più sostenibile ed equa nella distribuzione delle risorse e delle opportunità. Soprattutto in aree soggette a dismissione industriale o

in ritardo di sviluppo – come lo sono molte nel Mezzogiorno d’Italia – questa fase storica può rivelarsi un’occasione importante per rilanciare la riflessione sui delicati legami che uniscono competitività e coesione nelle reti sociali. Inoltre, in un paese come il nostro in cui, a vecchi e nuovi monopoli, si aggiunge il progressivo sfilacciamento di una visione unitaria dello sviluppo ma anche uno scadimento del senso di libertà e responsabilità dei singoli, i modelli della responsabilità sociale possono offrire ai sistemi locali una cornice d’insieme in cui tornare a condividere strategie comuni per una crescita più armonica ed equilibrata. A questi temi la Fondazione Mezzogiorno Europa ha deciso di dedicare la sua Scuola d’Estate di quest’anno, che si terrà presso l’Hotel San Germano di Napoli dal 10 al13 giugno. I lavori si rivolgono ad una variegata platea di intellettuali, studenti e ricercatori universitari, imprenditori, manager, amministratori locali, dirigenti pubblici, rappresentanze sindacali e datoriali, esponenti del terzo settore. Le giornate di studio approfondiranno i nuovi modi del fare impresa orientati alla responsabilità sociale e ambientale, le politiche attive per la sicurezza dei lavoratori, la parità di genere e l’equilibrio tra vita privata e lavoro, ma anche quelle per la legalità, la lotta alla corruzione e la trasparenza nel rapporto tra impresa, poteri locali e territorio.

La Scuola vedrà anche la presenza di personalità politiche europee e nazionali, e si avvarrà di contributi di alto profilo provenienti dal mondo accademico, imprenditoriale e del terzo settore. Interverranno, tra gli altri, il Vicepresidente del Parlamento Europeo Gianni Pittella, il Viceministro allo Sviluppo Economico Adolfo Urso, nonché il Presidente del network italiano del Global Compact Marco Frey, il Presidente dell’IRES CGIL Agostino Megale, il Segretario Generale dell’Associazione Nazionale fra le Banche Popolari Giuseppe De Lucia Lumeno e il Presidente Onorario della Federazione Antiracket Italiana Tano Grasso. Sullo sfondo della Scuola resta aperta una questione di interesse centrale per il nostro Paese. La responsabilità sociale produce nel tempo benefici diretti e indiretti per le imprese, ma gli chiede ovviamente anche di sostenere dei costi aggiuntivi. Poiché in genere sono soprattutto le grandi imprese a disporre dei capitali

necessari da reinvestire in politiche di RSI, il nostro sistema-paese, caratterizzato da costellazioni diffuse di imprese medie e piccole, potrebbe apparire svantaggiato rispetto a realtà, forse più dinamiche, che si distinguono per una maggiore proiezione multinazionale. Quanto sarà capace la realtà italiana di sopperire a questa mancanza nei prossimi anni investendo nella capacità dei piccoli di mettersi in rete per portare avanti in strategie comuni rivolte allo sviluppo economico dei territori e alla qualità della relazione con le comunità locali? Il fatto che le nostre PMI siano spesso legate a produzioni di alta qualità e in grado di conciliare tradizione e innovazione, ci offre l’opportunità di far leva sul valore aggiunto di un rapporto con il territorio che appare ben più forte rispetto ad altre realtà culturalmente e socialmente più frammentate. Affinché questo possa accadere, tuttavia, è necessario che politici, intellettuali e imprenditori promuovano con convinzione il dibattito sui benefici della responsabilità sociale. Ma è anche necessario che le amministrazioni e le agenzie svolgano, con impegno crescente, una funzione strategica di coordinamento e di accompagnamento alle imprese rivolta a sostenere la formazione sui territori di reti virtuose capaci di tenere dinamicamente insieme le opportunità della libera concorrenza e i vantaggi della reciproca cooperazione. Business Consultant and coach.


F u r t h e r o n.

Pomigliano D’Arco, Capodichino, Nola e Casoria:

in Campania diamo ALI al futuro da oltre 90 anni


38 | MEMORIA • antonio lombardi •

UN PROTAGONISTA DELLA STORIA DEL MOVIMENTO OPERAIO Nando Morra

Una “vita da mediano”. Sono certo che Antonio Lombardi, spirito aperto e libero, ironia pungente, critico severo verso se stesso e gli altri, interprete del motto “chi ride di se è padrone del mondo” applicato al suo intenso vissuto, avrebbe condiviso ed apprezzato la definizione. Non un “mediano” declinato alla Ligabue di “fatica senza luce”. Ma un campione di classe autentica, un faro, un combattente irriducibile, uno straordinario uomosquadra. Leader in campo e fuori. Come i grandi. I “mitici”: Castigliano e Grezar; Billy Wright, il leggendario capitano dei “bianchi di Albione” come usavano scrivere i cronisti dell’epoca; Dunga, Ancelotti, Tardelli, Boskov, gli inarrivabili Franz Beckenbauer e Nies Liedholm, fuoriclasse e gentiluomini. Nomi che si ricorderanno sempre nella storia del calcio, “bandiere” e pilastri delle loro squadre e delle “nazionali”. Come si ricorderà Antonio Lombardi, bandiera e “capitano” riconosciuto dalla sua squadra, la CGIL, testa ed anima di una compagine guidata da protagonista degli anni del dopoguerra ad ieri l’altro. È sempre partecipe e parte fondamentale della storia del movimento operaio, del Sindacato e del socialismo. Di Napoli, del Mezzogiorno, del Paese. Un campionato lungo più di mezzo secolo. Dove si intrecciano speranze, battaglie, tensioni, ideali e politiche, vittorie e sconfitte, sempre nel segno di valori etici e sociali, di rigore personale sempre affermati e mai dismessi. Antonio Lombardi, lucido ed acuto osservatore ed analista dei mutamenti sociali, politici, economici e culturali del Paese e del Mezzogiorno fino al confine della vita, è stata una personalità di assoluto rilievo della sinistra sindacale e politica. Socialista sempre e senza tentennamenti, un sodalizio ininterrotto con personalità di grande spessore che hanno segnato la

storia della sinistra in Italia. Tra i tanti: Francesco De Martino, Fernando Santi, Brodolini, Lombardi, Giolitti, Vittorio Foa, Boni, un giovanissimo Epifani, Del Turco. E poi quelli della sua terra: Lezzi, Petriccione, Ghirelli, Marselli, Luigi Di Maio, Avolio, Caldoro, Locoratolo, Corace, Vittorini, altri. Antonio Lombardi ha capito da adolescente la durezza della fatica, la essenzialità e la dignità del lavoro e, al contempo, la strada irta e difficile per conquistare diritti e consolidare la democrazia. Da apprendista quattordicenne alle storiche e “cancellate” M.C.M., all’ARAR e poi alla FIOM, fino ai vertici della Camera del Lavoro di Napoli, della CGIL Campania e degli organismi dirigenti nazionali della Confederazione. Un riformista, leader indiscusso della corrente socialista anche nelle travagliate fasi politiche del PSI, è stato un “compagno unitario” per convincimento e autonomia culturale e politica, negli anni difficili e pesanti dei rapporti PCI‑PSI, sul

piano politico e sindacale, lottando, se necessario, anche con asprezza contro ogni presunta o tentata egemonia comunista sul Sindacato. Un percorso di vita e politico e qualità umane e “professionali” che gli hanno valso una generale e profonda stima da parte della società civile e dentro e fuori il Sindacato. Da Di Vittorio e Chiaromonte a Napolitano, da Valenzi, Geremicca, Fermariello a Vignola, a Luciano Lama, Trentin, Novella, Scheda, da Enzo Giustino a Gino Ceriani, Francesco Compagna, Giuseppe Galasso, Bruno Storti, Colasanti, Caria, Rosetta Iervolino, e, ancora, Marco de Marco e Antonio Polito che spesso ospitavano i suoi interventi. Su Antonio Lombardi, il giudizio era univoco e universale: una persona perbene. Autodidatta, di vasta cultura, unico patrimonio di un uomo sempre portatore di un valore raro: la “cultura della dignità”. Schivo, riservato, mai chiesto nulla. Era il suo orgoglio, la sua forza ed il suo merito. Anzi. Non hanno mai fatto breccia né le lusinghe politiche né le sollecitazioni pressanti a “cambiare mestiere”, con la elezione al Parlamento o alla Regione. Si definiva “figlio della CGIL”. E la CGIL era ed è stata la sua “casa” e la sua chiesa “fino all’ultimo minuto. Con una scelta ed uno stile di vita e di lavoro coinvolgente, ha testimoniato la coerenza come valore primario dimostrando come si possa attraversare mezzo secolo di vita politica da protagonista ed essere se stessi sempre, senza le oscillazioni dell’opportunismo personale e politico. Straordinario formatore di generazioni di leva sindacali, esprimeva il meglio e delle sue notevoli capacità culturali e politiche nel lavoro duro ed anche, a volte, oscuro della elaborazione strategica e degli obiettivi, della costruzione della linea politica e dei gruppi dirigenti e, in particolare, verso i giovani “quadri”. Era il tempo dei Consigli di fabbrica, della spinta forte dei lavoratori per l’unità sindacale. Lombardi “sentiva” e “capiva” il nuovo. Una qualità emersa limpida negli anni ’70. Il post ’68 portò verso il Sindacato energie nuove, vibranti di passione ideale e politica. Cambiare il mondo era l’orizzonte di forze operaie ed intellettuali che non era facile coinvolgere in un progetto politico complessivo. Lombardi


39 si impegnò con tenacia, rara sensibilità umana e politica ma anche con fermo rigore culturale nel promuovere una straordinaria leva di quadri. Marco Calamai, Giovanni Zeno, Franco Belli, Francesco D’Agostino, Massimo Montelpari, Annalola Gerirola, Rocco Civitelli, Maria Teresa Ciancio e Teresa Granata, Sandro Schmid, protagonista delle lotte operaie e studentesche a Trento, cooptato alla FIOM di Caserta, Michele Tamburrino, Eduardo Guarino, Luciano Scateni, Michele Gravano, per citare solo alcuni, portarono una essenziale ventata di vitalità, di rinnovamento e di spinta politica nella direzione del Sindacato. La CGIL napoletana seppe raccogliere molti frutti da quella stagione straordinaria. Per molti fu una scelta di vita. Una leva decisiva per costruire una fase sindacale politica che portò Napoli, la Campania ed il Mezzogiorno alla attenzione generale. Trasfondeva entusiasmo e valori veri: il rinnovamento, l’autonomia e l’unità del Sindacato. Ma anche l’unità all’interno dei partiti e l’unità strategica prima che politica dei partiti della sinistra e del Sindacato sui grandi temi della democrazia, del rinnovamento della classe dirigente del paese, dello sviluppo e del Mezzogiorno. Nel quadro di un riformismo anticipatore di una scelta nazionale e europeista. Le sue delusioni ed i suoi “dolori”: i giovani nati arrampicatori sociali, i saltimbanchi della politica, gli opportunisti di tutte le bandiere. Come la frattura PCI-PSI, con la diaspora Craxi-Berlinguer ai tempi del centro sinistra e la perdita di identità del “suo” partito, la svolta anticomunista del PSI, fino alla drammatica crisi di tangentopoli con la lapidazione politica di Craxi e la liquidazione dei vecchi partiti, dalla DC al PCI, dal centro alle periferie. Antonio Lombardi è stato anche un convinto costruttore della unità programmatica e di azione del Sindacato. È stato con Peppino Vignola, Silvano Ridi, Antonio Rimesso, Mario Ciriaco, Michele Viscardi, tra gli artefici fondamentali della profonda unità del Sindacato campano, tra CGIL, CISL e UIL lungo il decennio 70/80. In quell’arco di tempo il Sindacato costituì un “soggetto politico” centrale della politica, della società e della economia a Napoli e nella Regione, come ha sottolineato Enzo Giustino, ricordando il ruolo impegnativo svolto da Lombardi, espressione unitaria del Sindacato,

nell’Esecutivo della Camera di Commercio di Napoli.Fu protagonista convinto della elaborazione della “vertenza Campania”, la piattaforma politica e programmatica del Sindacato unitario, nata con il contributo appassionato di autorevoli intellettuali di matrice cattolica e della sinistra. Un “manifesto” sociale e politico che determinò la centralità di Napoli e della Campania nella battaglia culturale, sindacale, sociale e politica di quegli anni per il Mezzogiorno. Una idea-forza per lo sviluppo che costituì un arricchimento notevole per la cultura meridionalista e fu al centro di impegnativi dibattiti sul piano nazionale e meridionale. È di quel tempo la più grande manifestazione sindacale unitaria della storia di Napoli e della Campania che, come scrive Antonio Bassolino nella introduzione a “Mezzogiorno e Democrazia operaia”, dedicato a Luciano Lama (ed. Mediterranea, maggio 2005), “era sostenuta da una piattaforma moderna e avanzata che, per la prima volta, univa in un progetto di sviluppo e di innovazione l’intera Regione, guardando alle vocazioni dei singoli territori”.

Antonio Lombardi è stato un uomo dalle radici antiche, intellettualmente “giovane”, attuale ed inserito nella modernità. La telematica teneva saldo il filo rosso con il “suo mondo”. Con lettere ed articoli puntuali e stringenti, autore di “memorie” e di autoironiche e pungenti “cusarelle”, come definiva i suoi lavori in prosa e versi, interveniva dalle colonne del “Riformista” e del “Corriere del Mezzogiorno” sui problemi del paese, del mondo del lavoro e del Sindacato. Fortemente critico verso gli ultimi anni di governo di Bassolino e della stessa Città, non sottaceva la ferita profonda e dolorosa, della crisi e la divisione del Sindacato sul piano nazionale ed in Campania. Scriveva: “Non inseguo più il sogno dell’unità organica del movimento sindacale italiano. Ma spero che sulle questioni che investono la vita, la salute e l’economia di intere generazioni, il Sindacato sappia recuperare i contrasti ed il tempo perduto. È l’unico modo per la risalita e per lo sviluppo della Regione”. Il tempo scaduto gli ha evitato un altro grande dolore: la sconfitta del centro sinistra alla Regione e nei comuni “storici” della sinistra, in particolare, Castellammare di Stabia e Pomigliano d’Arco, scenari di indimenticabili e storiche battaglie dei lavoratori per lo sviluppo, i diritti, l’occupazione. È stato bello, significativo e giusto che a coronamento di una vita da sindacalista “bella, intensa ed appassionata” (Luciano Lama), che Antonio Lombardi abbia ricevuto dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, l’onorificenza di “Commendatore dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana”. Era felice per un riconoscimento di particolare valenza che compendiava una vita fatta anche di tanti sacrifici, per i lavoratori, per la democrazia, per il processo sociale, per l’emancipazione del lavoro, per i diritti. Sono schietto. Ho avuto l’onore e la fortuna di avere avuto in Antonio Lombardi, come in Peppino Vignola, “maestri” di straordinaria caratura umana, culturale e politica. Avrò imparato poco ma il “grazie” per avermi accompagnato e sostenuto e cambiato la vita, è senza confini. Con Antonio Lombardi scompare un campione della democrazia e del riformismo, un cittadino di Napoli esemplare e fiero della sua napoletanità. Un grande italiano. Un esempio da ricordare. Soprattutto nei tristi tempi che il paese attraversa. Già Segretario Regionale Cgil Campania – Presidente Lega Autonomie Locali Campania.


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Un momento difficile per l’Unione europea

Tante volte usiamo a torto o a ragione l’espressione crisi per la costruzione europea. Talora le crisi sono immaginarie, talaltra sono, come si dice per i bambini, crisi di crescenza. In questo periodo siamo invece essenzialmente in difficoltà, mentre, grazie ad una corretta applicazione del Trattato di Lisbona, da poco in vigore, dovremmo vedere un’Europa che si rilancia, sempre più integrata ed efficace.

sto titolo, il Parlamento ha voluto mettere il naso nella faccenda ed il Consiglio, direttamente o indirettamente, ha minacciato di entrare nel merito del funzionamento del Parlamento, facendo planare una minaccia di tagli sulle spese di quest’istituzione e eventualmente su certe indennità dei parlamentari. A parte il carattere un po’ bieco del “ricatto” detto e non Pierucci detto durante il negoziato di bilancio, il Consiglio sembra voler tornare indietro sul sistema di bilancio che voleva che, in un modo o nell’altro, il Parlamento fosse “democraticamente” attento a tutte le spese operative ed a quelle ad esse direttamente inerenti. In particolare, questo atteggiamento mostra il fastidio dei governi per il controllo parlamentare sulla politica estera, previsto dal Trattato stesso. D’altra parte, qualche giorno fa mi hanno chiesto di fare il punto sulla politica estera europea da gennaio ad oggi. A parte le litanie di routine, ho consegnato foglio bianco! Ecco un primo effetto degli sforzi di intrgovernamentalizzazione nel settore.

Euronote di Andrea

Ritorno in forze dell’intergovernamentalismo : caduta significativa di efficienza e di democrazia

L’applicazione del Trattato di Lisbona sembra rilanciare il peggiore “intergovernamentalismo”. I governi degli Stati membri tentano di applicare il Trattato non per realizzarne i fini, ma per limitare i danni. Vediamo due esempi, relativi ad un medesimo problema, quello della creazione del servizio esterno dell’Unione. Si tratta di costruire una struttura amministrativa composta di funzionari europei e di diplomatici degli Stati membri che dovrebbe assistere nei suoi compiti la Signora PESC (pro tempore la baronessa Ashton); in pratica dovrebbe trattarsi di uno snodo determinante del sistema europeo. Sul fronte delle relazioni col Parlamento, inquieto per la creazione di questa struttura che rischia largamente di essere fuori dal controllo democratico, ha voluto veder chiaro nel futuro bilancio. Il Parlamento ed il Consiglio, entrambe autorità di bilancio, hanno un accordo non scritto che vuole che l’uno non interferisca nel bilancio dell’altro, lasciando così libera ciascuna istituzione di provvedere come crede al proprio funzionamento, nei limiti delle regole del Trattato. Il presupposto di questo accordo è chiaramente legato al fatto che le due istituzioni non possono disporre i crediti se non per il loro funzionamento interno (non gestiscono i fondi, in particolare) e non per mettere in opera politiche – compito questo finora della sola Commissione. Ora la crea­zione ed il funzionamento di una struttura di politica estera inserita nel quadro di bilancio del Consiglio esorbita completamente dalla logica dell’accordo, che, mi sembra, dovrebbe restare valido per il funzionamento in senso proprio delle due istituzioni. Dunque, a giu-

Il secondo esempio riguarda sempre la politica estera. Alcuni Stati vorrebbero dare alla Signora PESC l’insieme delle competenze esterne, riassorbendo nel suo mega dicastero la politica di sviluppo e quella commerciale in particolare, finora appannaggio chiaro della Commissione e sottoposte al cd metodo comunitario ed al controllo democratico. Nella nuova struttura queste competenze rischiano di essere risucchiate nel metodo intergovernativo, con sicuro nocumento. La Commissione sembra resistere con alterne vicende. Ma perché criticare a priori il metodo intergovernativo? Beh, in poche parole si tratta di un metodo meno efficace di quello comunitario. Questo è vero non solo perché le decisioni sono sempre prese all’unanimità, ma soprattutto perché la stessa preparazione delle proposte è fatta con un sistema di consenso preventivo degli Stati, che tiene, ovviamente, l’interesse nazionale di ciascuno e molto meno l’interesse comune; in queste condizioni, quest’ultimo non è la preoccupazione maggiore di chi prepara le decisioni. Storicamente, i settori sottoposti a tale metodo hanno funzionato malissimo.

Crisi monetaria: asse Berlino Washington v. Unione europea?

Ben peggiore è la situazione nel settore monetario. All’estrema difficoltà di gestire la crisi economica e sociale in comune, con un poco di unità garantita dalle pressioni della Commis-


44 sione, si è aggiunta la crisi di solvibilità di alcuni Stati membri, a cominciare dalla Grecia. Ne abbiamo viste di tutti i colori, incusa la domanda della CSU bavarese di espellere la Grecia dall’Euro. Questo governo, in effetti sembra non essersi comportato in modo adeguato, sia presentando statistiche che sono apparse assai imprecise, sia dando credito ai venditori di fumo e, soprattutto, di titoli spazzatura. I governi degli altri Stati, la Banca centrale e la stessa Commissione hanno aperto gli occhi solo a catastrofe iniziata. Vorrei sottolineare tre elementi di preoccupazione. Il primo riguarda la situazione di caos provocata dall’incertezza degli Stati membri se salvare o meno la Grecia – dimenticando che la sua moneta è la stessa degli altri e non la dracma e che, dunque, un attacco alla moneta greca sarebbe stato un attacco alla moneta di tutti. Non sono sicuro che dietro questo caos non vi fosse anche una volontà di far diminuire il valore dell’Euro forse troppo alto per le nostre esportazioni; ma, mi pare, l’impressione data ai cittadini ed ai mercati è stata solo quella dell’incapacità politica dell’Europa. Il secondo concerne la questione della solidarietà europea. Fin dall’inizio, soprattutto la Germania ha voluto escludere un logico intervento comune per aiutare, sia pure a condizioni severe, la Grecia. La Commissione lo ha proposto senza successo. Un intervento comune all’inizio della crisi avrebbe sicuramente ridotto l’ampiezza di quest’ultima e dell’intervento stesso. Invece no; anche la soluzione è stata contraria all’idea di solidarietà comunitaria. Infatti, tale soluzione è incentrata su prestiti e garanzie da Stato a Stato, sia pure sulla base di una ripartizione decisa in comune, con la Germania che ha esercitato una leadership negativa durante tutta la vicenda. Ma l’elemento più preoccupante riguarda l’”internazionalizzazione” della crisi. Invece di mostrare la capacità dell’Europa di far valere la propria capacità politica ed economica per far fronte alla crisi, si è voluto implicare il Fondo monetario internazionale, trattando apertamente la Grecia da paese sottosviluppato (termine usato in certi dibattiti). Ma l’episodio peggiore è stato quello relativo alla soluzione della vicenda che è apparsa (o è davvero così, non so) come la conseguenza di un accordo fra la Cancelliera tedesca ed il Presidente degli Stati Uniti! Era difficile immaginare che il governo tedesco desse un simile schiaffo all’Europa, dopo aver salvato il Trattato di Lisbona. Vari commentatori attribuiscono questo comportamento alla preoccupazione per le elezioni in alcuni lander tedeschi. Speriamo che sia così (anche se questo proverebbe un vero disastro della politica, non solo di quella europea). Ciliegina aspra sulla torta del ritorno all’intergovernativo: il Consiglio contesta l’accordo fra Commissione e Parlamento, nel quale la Commissione riconosce un rapporto privilegiato col Parlamento. Apriti cielo! Gli Stati membri ed alcuni parlamenti nazionali attaccano la Commissione, che creerebbe uno squilibrio

fra Parlamento e Consiglio. Venti di tempesta anche in seno alla Commissione, dove certi Commissari e certi funzionari sembrano anch’essi scandalizzati e oltraggiati da tanta indecenza. Salvo che questa relazione privilegiata è nelle regole del Trattato che danno al Parlamento il potere di controllo della Commissione. Anche qui, mi pare, c’è uno sforzo di ritorno indietro, verso una riduzione dello spazio politico dell’Europa, molto inopportuno in periodo di crisi economica e sociale e di competizione internazionale estremamente importante. Credo che Parlamento e Commissione dovrebbero reagire con decisione. Come diceva Tony Blair davanti al Parlamento europeo, le difficoltà dell’Europa sono legate a governanti di scarso livello. Non dobbiamo attenderci da essi una seria risposta. Riprendiamo allora un percorso di riflessione democratica sull’Europa. Probabilmente può farlo solo il Parlamento, non lasciandosi imbrigliare dai lacci e lacciuoli delle procedure legislative e aprendo, appunto, una riflessione di grande respiro. L’Europa non è compiuta, né la sua democrazia. Essa non può vivere se non ha una qualche aspirazione o qualche idea: le difficoltà dei nostri giorni lo provano.

Il Comitato delle Regioni senza Presidente

Il Comitato delle Regioni ha un problema: non sa se ha o no un Presidente. Mercedes Bresso è stata eletta Presidente del Comitato stesso in febbraio, ma non è stata rieletta Presidente della regione Piemonte alle successive elezioni. Dunque non è più membro del Comitato, in quanto era stata espressamente nominata in ragione del suo mandato di Presidente della Regione. Qualcosa di simile è accaduto al suo predecessore, il belga Van den Brande. Il governo belga ha immediatamente provveduto a rinominarlo sulla base di una sua assai incerta funzione di consigliere ed egli ha potuto concludere il suo mandato presidenziale. In Belgio nessuno ha protestato; anzi la cosa è sembrata normale, non si lascia cadere la presidenza di un’istituzione, sia pure consultiva, per beghe interne. L’Italia è, come dire?, diversa. Il provvido governo, nonostante la possibilità giuridica di fare un’azione simile e le proposte in questo senso provenienti dall’interno dello stesso governo, ha ceduto alle pressioni della Lega Nord, contraria ad una rapida soluzione e ha rinviato tutto ad una prossima (quale?) riunione della Conferenza Stato Regioni. Dopo la visita in marzo del Presidente della Repubblica Napolitano e di Frattini che si sono compiaciuti del fatto che i due comitati consultivi (Comitato delle regioni e Comitato economico e sociale) erano presieduti da due italiani, ci siamo lanciati nell’ennesima figuraccia. Come al solito, destra e sinistra confuse, a Bruxelles ridono di noi!


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Numero 2/2010  
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