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Antonio Bello

Ad Abramo e alla sua discendenza

edizioni la meridiana p a g i n e a l t r e


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Indice Premessa Per un solo giusto Homo ludens Contrazioni del grembo Agonia di nomi I have the dream Quel braccio disteso Portavoce, non portaborse Profumo di donna Magnificat o miserere? Il prezzo delle vittorie Svolta istituzionale o riforma dell’ethos La lancia e la cetra L’ultimo ciottolo Danzar con los muertos Viscere di commozione Non passa lo straniero

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Premessa

L’espediente non è nuovo. Quello, cioè, di ricorrere alla finzione epistolare per mettersi in contatto con i personaggi della storia. Forse, però, è la prima volta che viene praticato il tentativo di scrivere ad alcuni protagonisti biblici, e per giunta del Vecchio Testamento, allo scopo di leggere, attraverso vicende lontane, il senso di certi avvenimenti vicini, e, conversando familiarmente con loro, interpretare l’enigma delle scelte nodali della civiltà contemporanea. Ne vien fuori una galleria eloquentissima di medaglioni. Anzi, ne vien fuori un corridoio gremito di interlocutori sempre nuovi, che, a turno, ti prendono sotto braccio e vanno su e giù passeggiando con te, per offrirti, alla luce della Parola di Dio, le cifre d’analisi del complicato scenario sul quale ognuno di noi è chiamato a recitare: quasi sempre a soggetto e improvvisando la partitura. I segnali delle luci nuove che si accendono all’orizzonte costituiscono il sommario dei temi che attraversano queste pagine. Le quali, con lo stile della discorsività confidenziale, si prefiggono un solo scopo: promuovere la tenerezza. Esegesi della Bibbia o esegesi della vita? L’una o l’altra. Sicché non si riesce a capire quando queste lettere siano state imbucate. Se ai nostri giorni per raggiungere il passato, o nel passato per raggiungere noi. Il destinatario, insomma, si confonde a tal punto col mittente, che risulta difficile precisare se la data del timbro sia quella di partenza o quella di arrivo. Volete sciogliere il mistero? Provate a leggere queste pagine per conto vostro.

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Per un solo giusto

Disse allora il Signore: «Il grido contro Sòdoma e Gomorra è troppo grande e il loro peccato è molto grave. Voglio scendere a vedere se proprio hanno fatto tutto il male di cui è giunto il grido fino a me; lo voglio sapere!». (...) Allora Abramo gli si avvicinò e gli disse: «Davvero sterminerai il giusto con l’empio? Forse vi sono cinquanta giusti nella città: davvero li vuoi sopprimere? E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano? Lungi da te il far morire il giusto con l’empio, così che il giusto sia trattato come l’empio; lungi da te! Forse il giudice di tutta la terra non praticherà la giustizia?». Rispose il Signore: «Se a Sòdoma troverò cinquanta giusti nell’ambito della città, per riguardo a loro perdonerò a tutta la città». Abramo riprese e disse: «Vedi come ardisco parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere... Forse ai cinquanta giusti ne mancheranno cinque; per questi cinque distruggerai tutta la città?». Rispose: «Non la distruggerò, se ve ne troverò quarantacinque». Abramo riprese ancora a parlargli e disse: «Forse là se ne troveranno quaranta». Rispose: «Non lo farò, per riguardo a quei quaranta». Riprese: «Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora: forse là se ne troveranno trenta». Rispose: «Non lo farò se ve ne troverò trenta». Riprese: «Vedi come ardisco parlare al mio Signore! Forse là se ne troveranno venti». Rispose: «Non la distruggerò per riguardo a quei venti». Rispose: «Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora una volta sola: forse là se ne troveranno dieci». Rispose: «Non la distruggerò per riguardo a quei dieci». Poi il Signore, come ebbe finito di parlare con Abramo, se ne andò e Abramo ritornò alla sua abitazione. (Gen. 18,20-21.23-33) 11


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Carissimo Abramo, nell’aria c’è odore di zolfo. Non meno acre di quello che si levò da Sòdoma e Gomorra. Anche se, ai tuoi tempi, i sistemi di guerra erano più crudeli. Stando a quel che si legge nella Bibbia, quando passavate voi da un villaggio, con le armi in pugno, era peggio di quando passa un cilindro sul bitume delle moderne autostrade. Non c’era pietà per nessuno. La barbarie prendeva il sopravvento. Il saccheggio eccitava i predoni. I cadaveri venivano spogliati sul campo. E il ciclone della violenza si abbatteva senza misericordia anche sulle donne e i bambini. Certo, gli eccessi erano spiegabili, visto che la guerra era una impresa a conduzione pubblica, che doveva rendere soprattutto sul piano economico, e che i combattenti, al di là del bottino, non avevano altro soldo. Oggi, grazie al cielo, le cose vanno meglio. I soldati vengono regolarmente pagati. La barbarie è diventata più civile. La crudeltà si è fatta meno selvaggia. E la violenza si è messa gli abiti della cortesia. Abbiamo compiuto progressi, insomma, anche in fatto di guerra. Non più da feroci mandriani, armati di clave e assetati di razzie, ma da signori in doppiopetto che maneggiano i trattati. Non più da rapaci predatori che si aggirano attorno alle carovaniere del deserto, ma da rispettabili probiviri che si aggirano tra i labirinti delle intese internazionali. Ci è rimasta solo la sete del bottino. Ma, al di là di questo trascurabile particolare, tutto il resto è cambiato. O Dio, la gente viene ammazzata lo stesso: però 13


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con più eleganza di forme. I diritti dei popoli vengono calpestati ugualmente: però col rituale dei negoziati diplomatici. Le donne e i bambini cadono sempre per primi: ma decimati dalla fame, e non più crudelmente trafitti dalla spada. La storia dell’embargo, per esempio, ai tuoi tempi non c’era. Allora bastava l’assedio per impedire l’introduzione nella città nemica dei prodotti alimentari. Faceva parte della logica di guerra: uno la accettava come un numero del programma, e amen! Oggi, invece, si usa l’embargo, che consiste nel blocco economico sul traffico dei generi di prima necessità, medicinali compresi. Con questo di perverso: che passa ipocritamente come un metodo alternativo alla guerra, mentre è guerra bella e buona. Anzi, brutta e maligna. Perché le vittime privilegiate sono gli indifesi, i deboli, i poveri. Gli innocenti, insomma: che muoiono presi per gola o per malattia. Poco importa se di morte incruenta. Come sta accadendo, in questi giorni, dalle parti dove abitavi tu, prima che giungessi in terra di Canaan. Gli innocenti, appunto. È per essi che ti scrivo. Perché, di tutti i personaggi biblici, tu mi sembri l’unico ad aver impostato con chiarezza il problema se sia giusta la rappresaglia contro un popolo, qualora a farne le spese, insieme ai malvagi, dovessero essere anche gli innocenti. L’episodio ci viene raccontato al capitolo diciotto della Genesi. Poco prima che le città di Sòdoma e Gomorra venissero distrutte dallo zolfo e dal fuoco (le armi chimiche, come vedo, esistevano anche ai tuoi tempi), tu avesti il coraggio di mettere in guardia il Padreterno da una colossale ingiustizia che stava per accadere: l’eventualità che dei giusti, cioè, venissero annientati con i peccatori. Lungi da te il far morire il giusto con l’empio... Forse il giudice di tutta la terra non praticherà la giustizia? 14


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Intraprendesti allora col tuo altissimo interlocutore quella stupenda trattativa diplomatica, in cui non si sa se ammirare di più la scaltrezza del beduino, o la fiduciosa perseveranza dell’intercessore, o l’abilità con cui rovesciasti i termini del problema: invece che coinvolgere gli innocenti nella sorte dei malvagi, perché non salvare anche i malvagi a causa di pochi innocenti? Forse vi sono cinquanta giusti nella città: davvero li vuoi sopprimere? E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano? Ti mettesti poi, con sorprendente audacia, a giocare al ribasso con Dio: Forse ai cinquanta giusti ne mancheranno cinque; per questi cinque distruggerai tutta la città? Da cinquanta, a quarantacinque, a quaranta, a trenta, a venti, a dieci... Una bella faccia di bronzo, insomma. Ma Dio si lasciava sedurre dalla tua confidenza, e sembrava che ci godesse a perdere terreno con te. Peccato che ti fermasti a dieci. Non hai avuto il coraggio di andare oltre. Di arrivare a uno. A uno solo. Ma sei scusabile. Non potevi mai supporre che la logica di Dio camminasse sulla linea di quel paradosso che avevi imboccato tu: un giorno, per un solo giusto, il servo innocente, si sarebbe salvato dalla perdizione l’intero genere umano. La storia di Sòdoma e Gomorra sappiamo come andò a finire. Le due città vennero distrutte perché di giusti non c’era manco l’ombra. Però tu hai avuto il merito di porre per primo, in termini drammatici, il problema cruciale che emerge dietro ogni guerra: se è moralmente ammissibile, cioè, che degli innocenti debbano morire coinvolti nell’iniquità altrui. Da allora, purtroppo, il problema è rimasto sempre in piedi. Anche perché non ci siamo mai decisi ad assumere come paradigma la condotta di Dio: Per riguardo a loro, perdonerò a tutta la città. Ed eccoci tornati alla storia dei nostri giorni. Anzi, alla cro15


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naca minuziosa di una guerra annunciata, che ha mosso implacabile verso il suo possibile epilogo1. La distruzione di Sòdoma incombe come punizione esemplare, nel vigliacco silenzio sulle cento altre Gomorre che quotidianamente arrecano violazioni allo stesso diritto internazionale. Il Golfo Persico è divenuto il meeting di paurose scenografie militari allestite, così si dice, per ristabilire la giustizia compromessa. Tutto è pronto per il fuoco e lo zolfo, con cui castigare l’iniquità di chi ha compiuto intollerabili soprusi contro un altro popolo. Ma qui è il punto! Se la guerra è già esecrabile in radice per quel tasso di violenza animale che si sprigiona dalla sua logica, il fatto che ogni guerra, sparando nel mucchio, uccida inesorabilmente dei “giusti” non la rende iniqua per sempre, anche quando pretende di ristabilire una giustizia vilipesa? Ecco, padre Abramo, anche noi siamo sconcertati come te, e ci poniamo gli stessi drammatici interrogativi che ti ponesti tu di fronte alla sorte degli innocenti. È giusto mettere in atto un dispiegamento così osceno di forze internazionali per assicurare l’attuazione delle sanzioni imposte all’Iraq, senza chiedersi se a pagare l’estratto conto dell’embargo saranno i bambini che muoiono per fame e per carenza di medicinali? È umano oggi, con la coscienza progredita che ci vantiamo di avere, ipotizzare un’azione militare in cui anche una sola persona innocente debba morire, quando sappiamo che la guerra travolgerebbe in un olocausto senza precedenti milioni di esseri incolpevoli? È lecito ritenere di aver superato la logica dei cavernicoli, quando sappiamo che gli strateghi militari hanno già fatto i loro

1. Questa lettera è stata scritta qualche mese prima della Guerra nel Golfo (N.d.E.).

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calcoli, in termini di vite umane, sul costo della guerra e sul numero dei morti civili, necessari per sedersi con autorità al tavolo delle spartizioni? È forse meno iniqua la violenza quando il suo monopolio si trasferisce dalle sovranità nazionali a quella internazionale, così come è avvenuto con la recente risoluzione del Consiglio di Sicurezza? O, per caso, una guerra sponsorizzata dall’ONU si potrebbe fregiare come giusta, riprendendosi così un aggettivo da cui una lunghissima riflessione morale la stava ormai dissociando? O il disco verde, anche se rilasciato all’umanità dai plenipotenziari della terra, libererebbe la coscienza di tutti dal rosso del sangue innocente? È accettabile il principio che, per consegnare i rubinetti del petrolio ai pochissimi proprietari, valga la pena consegnare a morte violenta innumerevoli giusti? Dimmi, padre Abramo. È possibile ancora scommettere sull’intelligenza dell’uomo? Può valere a qualcosa richiamare la responsabilità dei potenti della terra sulla presenza dei “giusti”? O dobbiamo affidarci ormai unicamente a un miracolo di Dio? Se è così, ci pianteremo davanti a lui. Per supplicarlo come facesti tu. Affinché odore di zolfo non si alzi mai più dalla città.

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Homo ludens

Ma Sara vide che il figlio di Agar l’Egiziana, quello che essa aveva partorito ad Abramo, scherzava con il figlio Isacco. Disse allora ad Abramo: «Scaccia questa schiava e suo figlio, perché il figlio di questa schiava non deve essere erede con mio figlio Isacco». La cosa dispiacque molto ad Abramo per riguardo a suo figlio. (Gen. 21,9-11)

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Carissima Sara, che tu sia stata una donna di classe è risaputo da tutti. Eri così bella che, quando con tuo marito lasciasti la terra di Canaan e scendesti in Egitto a causa della carestia, il Faraone perse la testa per te. E Abramo, per non perdere la sua, temendo cioè di esser fatto fuori come rivale in amore, invece che come moglie, pensò bene di presentarti come sorella. Meno male che la storia si concluse senza compromessi e che, a salvarti l’onore, in quella circostanza, intervenne direttamente il Padreterno. Il quale, oltre che di fascino, ti aveva colmata anche di un eccezionale “ésprit de finesse” che esplodeva ora nella giocondità del sorriso, ora nella prontezza delle battute con cui tenevi banco conversando con tuo marito o con gli ospiti di lui. Una vera principessa, insomma, come il tuo nome sta a significare. Peccato per quel guaio della sterilità, che ti aveva condotto alle soglie della vecchiaia senza la soddisfazione di un figlio! Sicché un giorno, per assicurare una discendenza a tuo marito, decidesti di farti sostituire dalla tua schiava Agar che gli partorì Ismaele. A noi, diciamocelo con franchezza, quest’espediente della sostituzione sa parecchio di adulterio. Ma, tenuto conto che ai tuoi tempi tale procedura prevista dalla legge era considerata onestissima, dobbiamo concludere che ti sei mostrata di gran classe anche in questa circostanza. Perché le leggi possono cam21


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biare col cambiare dei secoli, ma la gelosia delle donne rimane sempre quella: ieri, oggi, domani. Ebbene, tu non sei stata gelosa di tuo marito e, ancora una volta, hai dato prova del tuo alto sentire. Prosit, donna Sara! Non pensare, però, che io ti stia portando la serenata. Anzi, non vorrei che Abramo, trovando questa mia lettera tra i tuoi papiri, fosse lui a ingelosirsi. Vi sbagliereste l’una e l’altro. A dissipare, perciò, ogni equivoco, ti dico subito il motivo vero per il quale ti scrivo: esprimerti tutta la mia delusione per quanto è successo proprio nel momento in cui potevi essere la donna più felice della terra. Sappiamo tutti come sono andate le cose, stando a quello che ci racconta il capitolo ventuno della Genesi. Dopo la nascita di Ismaele, il Signore concesse finalmente anche a te il dono della maternità, quando ormai non se l’aspettava più nessuno, e desti ad Abramo un figlio. Forse in segno della tua schietta allegria, o per una specie di contrappasso con le tante lacrime dell’attesa, lo chiamasti Isacco, che vuol dire: sorriso. Poi un giorno, ecco il fattaccio. Ti accorgesti che Ismaele, figlio della schiava, scherzava col tuo Isacco. E tutta la gelosia che avevi saputo mascherare per tanto tempo come moglie, non sapesti più trattenerla come madre. Pretendesti l’allontanamento immediato di Agar e di suo figlio, e Abramo, sia pure con una tristezza mortale nel cuore, per motivi di quieto vivere dovette accontentarti. Sara vide che il figlio di Agar l’Egiziana... scherzava con il figlio Isacco. «Accidenti – pensasti – lo schiavetto sta giocando con mio figlio! Questa familiarità non mi piace proprio. Qui se non manteniamo le distanze, si imbrogliano le carte. Bisogna intervenire e separarli subito. Perché, se questi cominciano a stare insieme 22


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giocando, va a finire che staranno insieme tutto il resto della vita: anche nella spartizione dell’eredità e dei privilegi. Non vorrei che l’uguaglianza nel gioco preludesse ad altre uguaglianze nei diritti». Dai, Sara, non nasconderlo. I motivi che ti ingelosirono furono questi: di bassa lega, di un’incredibile banalità mercantile. Se Ismaele continuava a sorridere con “Sorriso”, sarebbe diventato un altro Isacco, alla pari in tutto e per tutto con lui: anche nel denaro. Di qui, l’ordine perentorio ad Abramo: Scaccia questa schiava e suo figlio perché il figlio di questa schiava non deve essere erede con mio figlio Isacco. Prevalse così la ragion di stato, il sorriso si spense, e il giocattolo si ruppe. Peccato, Sara. Avrei voluto conservare di te un buon ricordo, perché sei stata una donna splendida e, con la tua grazia femminile, hai permesso a tuo marito di camminare sempre alla presenza del Signore. In fondo, se Abramo, per la sua fede, è considerato padre dei credenti, un po’ madre sentiamo anche te. Quel “raptus” di gelosia, però, incrina la tua immagine dolcissima: non ci voleva proprio. Forse esagero, ma per me ha il sapore del sacrilegio. Perché, tramutando in pianto non solo la tenerezza di Ismaele ma anche il sorriso di Sorriso, hai frantumato l’icona dell’“homo ludens”. Hai messo in atto un grave attentato al concetto primordiale della festa, negli archetipi della gioia infantile. Hai fatto diventare occasione di trauma ciò che per sua natura appartiene ai gesti santi della comunione. Hai inferto un colpo basso al momento più radicale della fantasia e della libertà. Hai trasferito, insomma, il tripudio creativo dei bambini dai campi erbosi della “ricreazione” nel deserto della “mortificazione” e del pianto. Non so se nella Bibbia ci sono altri esempi: ma forse nessuno come te potrebbe essere preso come immagine perversa 23


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di chi introduce il calcolo nel gioco, l’interesse finanziario nel divertimento, il “business” sui prati di gara, la frode nei risultati per cupidigia di dividendi, la violenza negli stadi per delirio di egemonia. Forse sono stato un po’ duro con te. Ma non mi piace lasciarti con l’amaro in bocca e voglio risarcirti del disappunto che ti reco con questa lettera, mettendo in risalto la grande intuizione nascosta sotto il tuo deprecabile gesto di gelosia. Nessuno ha capito meglio di te che gli uomini, giocando insieme, diventano fratelli. Perché chi gioca deve accettare una uguaglianza iniziale, non può accampare vantaggi, e deve sistemarsi con gli altri sulla stessa linea di partenza. Perché, anche se il gioco termina col vantaggio di qualcuno, il risultato di oggi è sempre ribaltabile domani, e alla fine subentra la logica del pareggio che è anche logica di parità. Tutto questo tu l’hai capito benissimo: non volevi che il figlio della schiava diventasse fratello del figlio della libera, e non hai trovato rimedio più efficace che quello di rompere con la violenza la felicità dei bambini che stavano divertendosi. Ma resta il fatto che tu, con quel gesto, nonostante tutto, hai dato credito alla forza pericolosa di pace nascosta nel gioco. È per questo, Sara, che ti ringrazio. E sono certo che per questo mi perdonerai le maldicenze di cui sopra. In fondo, sia pure in extremis, ho ribaltato in tuo vantaggio una partita che sembrava chiusa per te. Non è la prima volta, del resto, che una gara si decide al novantesimo minuto!

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Contrazioni del grembo

Isacco supplicò il Signore per sua moglie, perché essa era sterile e il Signore lo esaudì, così che sua moglie Rebecca divenne incinta. Ora i figli si urtavano nel suo seno ed essa esclamò: «Se è così, perché questo?». Andò a consultare il Signore. Il Signore le rispose: «Due nazioni sono nel tuo seno e due popoli dal tuo grembo si disperderanno; e il maggiore servirà il più piccolo». Quando poi si compì per lei il tempo di partorire, ecco due gemelli erano nel suo grembo. Uscì il primo, rossiccio e tutto come un mantello di pelo, e fu chiamato Esaù. Subito dopo, uscì il fratello e teneva in mano il calcagno di Esaù; fu chiamato Giacobbe. (Gen. 25,21-26)

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Carissimo Esaù, non voglio entrare nei tuoi fatti personali. Anche perché è difficile giudicarli. È vero che le sacre carte descrivono con abbondanza di particolari i tuoi rapporti burrascosi col gemello Giacobbe. Ma, sai, oggi gli interpreti sotto ogni parola biblica ci leggono tante di quelle allusioni e a ogni giro di frase scoprono il trabocchetto di tanti di quei sottintesi che, alla fine, tra critica comparata del testo e analisi strutturale del linguaggio, uno non sa più se dare ragione a te o a quell’imbroglione di tuo fratello. Perché, sia detto senza offesa, di un vero e proprio imbroglione si tratta. Baro matricolato. Truffatore incallito. Professionista della frode. Tuo fratello l’inganno ce l’aveva nel sangue. Anzi nel nome. Giacobbe, infatti, ha una curiosa spiegazione etimologica. Come sostantivo, significa “calcagno”: forse perché quando è nato, qualche attimo dopo di te, ti teneva stretto il tallone con la mano preludendo a future rapine. Come radice verbale, invece, significa tendere tranelli, soffiare il posto, praticare lo sgambetto a livello scientifico. E nella vita si è comportato così come il nome faceva preludere: da scippatore senza scrupoli. Ha scippato a te i diritti di primogenitura, approfittando della tua fame lupigna e prendendoti, come si suol dire, per gola. Ha scippato al vecchio genitore la benedizione patriarcale che sarebbe toccata a te, approfittando della sua cecità e camuffandosi sotto le tue spoglie. Se ti scrivo, però, carissimo Esaù, non è perché voglia parlar 27


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male di tuo fratello o esprimerti la mia tardiva solidarietà per la sopraffazione subìta. Non voglio intromettermi nelle faccende private di casa tua. È andata così, e bisogna prenderne atto. Punto e basta. Oltretutto, a quanto dicono gli esperti che hanno studiato la cosa, questa vicenda è l’ennesima dimostrazione di come il Padreterno sia “imperscrutabile” e, nelle sue scelte quasi sempre paradossali, non segua necessariamente le logiche umane. Per lui non ci sono automatismi legali, né primogeniture di diritto, né privilegi accordati per nascita. Le sue elezioni sono libere perfino dai condizionamenti del prestigio morale, tant’è che nel numero dei suoi beniamini figurano personaggi tutt’altro che raccomandabili. Non prendertela, perciò, più di tanto se tuo fratello, ingordo di potere, ti ha fatto pagare così salata l’ingordigia di un piatto. Pazienza! Il suo nome, invece del tuo, sarà ripetuto in benedizione in tutte le promesse bibliche, e del Messia si dirà che regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe. Sulla casa di Giacobbe. Non su quella di Esaù, il peloso, uscito troppo presto dalla scena. Il motivo, comunque, per il quale ti scrivo è un altro. Ed è dovuto a quel curioso particolare con cui il capitolo venticinque della Genesi ci dà l’annuncio della gravidanza di Rebecca, tua madre. Essa, sterile per tanti anni, a un certo punto rimase incinta di voi gemelli. E il testo annota: Ora i figli si urtavano nel suo seno. Non è un inciso secondario, rilevato magari sui referti della visita ginecologica. È invece un simbolo premonitore carico di presagi. Perché, di ostetrici, Rebecca non ne consultò. Ma si dice espressamente che: andò a consultare il Signore. Il Signore le rispose: due nazioni sono nel tuo seno, e due popoli dal tuo grembo si disperderanno. Ecco, se sei in grado, spiegamelo, Esaù. Questo misterioso versetto biblico è per caso una rassegnata 28


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presa d’atto della nostra conflittualità all’ultimo sangue, che sarebbe così primordiale da non poterci far nulla? Sta a dire, cioè, con la sua forza allusiva, che la vita è tutta un gioco al massacro fin dal seno materno? E che urtarsi e spingersi e picchiarsi è una fatalità ineluttabile, che contrassegna gli esseri umani fin dal concepimento? E che la corsa per arrivare prima è un’esercitazione ginnica prenatale, che impegna al superamento dell’altro senza esclusione di colpi? O, invece, il versetto biblico è un richiamo struggente all’unico grembo? Ed è un appello accorato, espresso con simbologie ancestrali, a ceppi comuni, a patrie indivise, a spazi senza tensioni? Anzi, chi sa che non nasconda nostalgie arcane verso quella vocazione planetaria alla solidarietà, per cui, se l’utero è uno, il genere umano è uno? Insomma, sotto le righe, dobbiamo leggere i segni della resa alle leggi della lacerazione, o gli indicatori della profezia che allude a confluenze ecumeniche, dove ci sia posto per la convivialità e dove i fratelli, più che barattarla approfittando della fatica e della fame altrui, condividono la stessa coppa di minestra e gustano insieme la rossa pietanza di lenticchie? La risposta a queste mie domande tu l’hai data con i fatti. Perché quando dopo tanti anni Giacobbe, stracolmo di paura per le tue reazioni, ritornò nella patria comune di Canaan controllata da te, tu, invece che fargli pagare il conto con gli interessi, gli facesti inaspettatamente spazio nel grembo materno della terra. Il versetto che narra questo passaggio è un monumento levato in tuo onore, che vale tutti gli elogi biblici riservati a tuo fratello: Esaù gli corse incontro, lo abbracciò, gli si gettò al collo, lo baciò e piansero. Complimenti, Esaù. Con questo finale a sorpresa tu diventi per noi, uomini del duemila, l’icona luminosa di come sullo stesso terreno, dopo essersi scalciate tra loro, possano pacificamente convivere culture diverse. 29


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Oggi l’umanità sta vivendo i dolori di Rebecca. Dall’Etiopia ai Paesi arabi, dal Sudafrica all’Est europeo, dall’Irlanda all’Estremo Oriente, assistiamo a situazioni in cui un unico grembo deve sopportare scotimenti di civiltà non omogenee tra loro. Nord e Sud, Est e Ovest, bianchi e neri, protestanti e cattolici, cristiani e musulmani... sono oggi i nuovi soggetti di un gemellaggio rissoso, violento, disumano. I predicatori vaticinano con coraggio profetico la nascita di convivenze multirazziali, multireligiose, multietniche e multinonsoché. Ma l’utero sembra contrarsi per le doglie dell’agonia più che per l’attesa del parto. Vuoi sapere il punto più emblematico di questo travaglio planetario? È proprio quella fascia di terra che è stata la tua. Israeliani e Palestinesi si urtano nel seno della madre. Alle espulsioni in massa di popolazioni tranquille che occupavano da sempre i territori contesi, hanno fatto eco gli agguati di sangue e le ritorsioni disperate di chi è costretto a sopravvivere. All’arroganza del sionismo, che continua a ignorare i diritti nazionali dei Palestinesi, ha fatto riscontro il puntiglio del movimento palestinese che ha finto di ignorare, almeno fino agli anni ‘70, l’identità israeliana. Alle repressioni operate dagli Ebrei, oggi rispondono i sibili nonviolenti dell’Intifada. Sembra di riudire il lamento di Rebecca, quando i due embrioni le si urtavano nel ventre: Se è così, perché questo? Perché continuare a vivere? Nonostante questo, però, si avvertono inizi di cose vive, nuove, segnali di distensione, ansie di riconciliazioni definitive, per merito soprattutto di chi, i torti, li ha subìti di più. La svolta che ha preso la storia della tua rivalità con Giacobbe, detto pure Israele, soprattutto per merito tuo (di te spodestato con le arti della più fraudolenta diplomazia) ci infonde coraggio. Perché sembra una parabola culturale carica di speranza e ricca di promesse di pace. 30


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Più che un racconto del passato, insomma, ha tutta l’aria di essere il presagio di un imminente futuro. Dio lo voglia! Comunque, grazie, Esaù. Qua la mano. La mano, non il calcagno.

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Ad abramo e alla sua discendenza  

L'espediente non è nuovo. Quello, cioè, di ricorrere alla finzione epistolare per mettersi in contatto con i personaggi della storia. Forse,...

Ad abramo e alla sua discendenza  

L'espediente non è nuovo. Quello, cioè, di ricorrere alla finzione epistolare per mettersi in contatto con i personaggi della storia. Forse,...

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