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Agosto 2013 RIMANGA TRA NOI

“Sei mai uscita di notte dal bungalow?” “Da sola intendi?” “Sì, dovresti farlo. Scopriresti un sacco di cose sugli altri che non immagineresti mai.” “Dai, Nico. Smettila di andar sempre a ficcare il naso nelle faccende altrui, poi metti le persone nei pasticci.” “Lo sai che ieri sera il signor Birni è andato a farsi una partitina con i soliti amici? Ho scoperto che scommettono soldi, infatti lui ha tirato fuori un rotolo di banconote da cinquanta euro che non gli sono neanche bastate. Ha continuato a perdere tutta la sera e deve ancora dei soldi al Taffi.” “No! E tu come hai fatto a sentire tutto?” “Mi sono nascosta dentro la macchia di cespugli di ginestre che c’è vicino a dove loro si ritrovano per giocare.” “Sua moglie sa che lui perde tutti quei soldi?” “Non se lo immagina minimamente! Tu pensa che non le fa fare nemmeno una spesuccia extra per se stessa, perché le dice che devono risparmiare per l’università dei ragazzi. Chissà come ci rimarrà male appena verrà a sapere che cosa fa il marito con i soldi che dovrebbe accantonare!” “Glielo dirai?” “Sì, al solito modo.” “Stai attenta. Lo sanno tutti che sei tu a lasciare quei bigliettini.” “Non m’interessa. A me piace che gli altri abbiano paura di me. E ti dico anche un’altra cosa: il papà di Luca a notte fonda esce dal suo bungalow sempre verso la stessa ora e s’incontra con una cameriera del ristorante.” “Questo non lo dire, non vorrai mettere in crisi una famiglia?” “No, questo rimarrà un segreto. Per me è sufficiente che loro sappiano che io li ho visti.” “E come sarebbe possibile?” “”Ieri sera mi sono fatta vedere mentre tornava indietro e ho sorriso in modo molto eloquente.” “Nico, sei sempre la mia migliore amica, ma cominci a starmi antipatica.” Nicoletta la guardò fissa negli occhi, tirò su col naso e poi aggiunse: “È come per tutti gli altri, ma poi tornate sempre a farvi raccontare qualcosa di pepato.” Nicoletta si alzò dal tavolo di legno con panchine abbinate a cui si era seduta assieme all’amica. 2


“Beh, però di te, Serena, non racconterei mai niente.” “Forse perché non c’è nulla da raccontare.” “Forse. Chi lo può sapere?” “Nico, ho paura per te: è pericoloso seminare zizzania.” “Stai tranquilla, le cose veramente pericolose le tengo per me. Sai ce n’è una di cui non parlerei mai.” “A chi ti riferisci?” “Se ti dico che non ne parlerei mai … . Ciao Serena, ci vediamo dopo.” Nicoletta si allontanò col passo elastico delle quindicenni in forma e sportive, era vestita con pantaloncini corti e una maglietta aderente che le arrivava fino all’ombelico e sottolineava la sua figura. La coda di capelli castani, le spazzolava le spalle ad ogni passo e, nel suo insieme, sembrava la ragazzina più felice del mondo. La sua amica Serena, rimasta seduta al tavolo non parlava mai male di nessuno, anche se dovette ammettere che ascoltare la sua amica, in compenso, era decisamente stuzzicante. Almeno così era stato fino a quel giorno, ma adesso voleva troncare con quella mania di pettegolare, sperando che anche la sua amica prendesse esempio. Lei sapeva che Nicoletta era diventata un ricettacolo d’informazioni proibite; e tutto ciò nasceva dalla disperazione di essere al centro dell’attenzione di qualcuno. Per riuscire nel suo intento era disposta ad inventarsi qualcosa; non di sana pianta, ma comunque era propensa ad aggiungere un po’ di pepe se la vicenda scoperta non si rivelava abbastanza piccante in sé. Serena s’incamminò verso il bungalow dove i suoi genitori la stavano aspettando per andare al mare e mentre camminava sotto i pini marittimi, che come altissimi ombrelli profumati riparavano dal sole il capo di chi camminava sul tappeto dei loro aghi caduti, rifletteva su come la realtà sia un insieme di sensazioni e punti di vista. A lei quel camping, dove tutti gli anni faceva ritorno, era sempre sembrato un paradiso terrestre pronto ad accogliere lei e tutti i villeggianti, stanchi delle fatiche dell’anno trascorso, ma felici di rivedersi. Di anno in anno i papà accompagnavano lì le famiglie e le raggiungevano durante i week end o per una settimana, ripartendo poi tranquilli per il loro lavoro. Negli ultimi anni, a causa di tutto il torbido che Nicoletta era stata capace di tirar fuori sulle persone e le loro relazioni, di qualunque natura fossero, quel paradiso terrestre, quel laghetto di ninfee profumate e candide, si era trasformato in uno stagno di rospi melmosi. Esseri brutti, sformati dalle loro negligenze nei confronti degli impegni presi, avevano preso il sopravvento e avevano invaso quel posto rendendolo un angolo gracidante d’insulti e litigate. Come quella che si poteva sentire in quel momento, proveniente dal bungalow dei Troini. Il loro equilibrio familiare aveva subìto un duro contraccolpo per via di uno dei famosi biglietti lasciati dalla sua amica due settimane prima.

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Lei, dopo aver pedinato il figlio quattordicenne ed averlo trovato intento a farsi qualche canna in compagnia di alcune ragazze di dubbia moralità, si era tolta lo sfizio di farlo sapere ai genitori, grazie ad una delle sue solite missive. E anche per quel padre la visione di quel posto era mutata; il film sulla sua famigliola di allegre raganelle era terminato, perché qualcuno gli aveva fatto trovare sotto la porta un piccolo documentario su di un rospo più propenso a frequentare acquitrini paludosi. E ora, alle undici del mattino, quelle voci urlanti liberavano nell’aria l’astio che i due coniugi neanche pensavano di provare l’uno per l’altro, scaturito da un’educazione impartita al figlio di cui solo ora vedevano i limiti. Poco oltre quel bungalow sostava un caravan di una giovane coppia che aveva cominciato a frequentare quel campeggio da poco. Fino all’anno prima e da molto tempo, il loro posto era occupato dai Turri. Di loro Nicoletta aveva portato alla luce un incrocio di corna con dei loro compaesani, che l’estate raggiungeva il culmine lì in villeggiatura, ma che durante il resto dell’anno certo non sopiva completamente. La sua amica aveva seminato molta tempesta nella cerchia di conoscenti che trascorrevano lì le loro estati e il passare accanto ai loro bungalow, fu come fare una carrellata di ricordi tristi e la rese ancora più sicura nella sua decisione che, da quel giorno in poi, nonostante il bene che le volesse, non si sarebbe fatta più vedere in compagnia della sua amica; anche per non finire anche lei sul rogo insieme alla strega. Sì perché, secondo lei, a giocar col fuoco prima o poi ci si scotta e Nicoletta col fuoco ormai faceva delle evoluzioni circensi. Fino all’anno prima si limitava ad origliare e a far girare le voci, ma adesso si era messa letteralmente a pedinare le persone divertendosi a coglierle sul fatto. Non le bastava più raccogliere le informazioni e rigirarle, riviste e corrette dalla sua fantasia un po’ morbosa, ma le piaceva sapere che la gente la temesse. Il problema è che le persone portano rispetto per quelli di cui hanno paura solo in apparenza. In fondo li odiano.

Il resto della giornata passò tranquillo e così Serena non pensò più alla sua amica fino a che non le arrivò un messaggio ambiguo che lei decise di non prendere in considerazione e decise di non risponderle neanche quando al primo messaggio ne seguì un altro che includeva l’invito a far parte di una delle sue spedizioni notturne. Quella sera si sarebbero viste insieme a tutti gli altri amici, l’avrebbe presa in disparte spiegandole che non voleva più esser messa al corrente delle sue scoperte sulle nefandezze altrui. Erano le sei di sera, ormai, e mentre tornava dalla spiaggia ebbe modo di vedere la signora Birni che, con il volto stravolto dalla rabbia e gli occhi ancora arrossati dal pianto, a bordo della propria auto carica delle sue valige stava lasciando il campeggio piantando lì il marito e i suoi debiti di gioco. 4


Altra lite, altro tizzone che si accendeva i piedi del rogo per la strega.

Dopo cena le ragazze si erano messe in ghingheri per uscire ed andare a farsi un giro in compagnia. Tutte con età compresa tra i quindici e i diciassette anni ancora disdegnavano i tacchi alti ma non mancavano di mettere in mostra gambe lunghissime, scolli già maturi e chiome lunghe e folte che ancora non vedevano molto il parrucchiere, ma a cui venivano dedicate delle cure che totalizzavano un monte ore ricco di straordinari. Il piccolo drappello di una ventina di ragazzini, tra maschi e femmine, che uscì dal campeggio La Mareggiata per raggiungere il centro di Giannicoli, comprendeva anche Serena e Nicoletta la quale, avvicinata dall’amica in un momento in cui gli altri si stavano dedicando chi a una bibita e chi a un gelato, si sentì dire di non essere più una conoscenza convenientemente frequentabile. Mentre le parlava, Serena sperò che il gelato semi squagliato che l’amica teneva in mano non venisse scagliato per la rabbia sulla sua T-shirt con scollo asimmetrico, ma si augurò che Nicoletta sarebbe stata in grado di controllarsi per via della presenza di tutti gli altri. Giusy, poco più in là, avendo sentito la loro conversazione, appena poté non farsi vedere da Nicoletta, fece a Serena un occhiolino di approvazione. Serena, con la maglietta rimasta pulita, si diresse in spiaggia insieme a tutto il gruppo per la seconda parte della serata, sollevata da un’amicizia pericolosa e appesantita dai sensi di colpa, in un binomio di sentimenti che solo gli adolescenti sanno provare in maniera così totalizzante da non sapere quale dei due, nel tempo, avrà la meglio sull’altro. Non si seppe come successe ma quella sera, complice il desiderio di appartarsi in combutta con qualcuno, quel gruppo di quasi maggiorenni si ritrovò a scegliere un gioco da bambini e si mise a giocare a nascondino. Per il primo turno fu sorteggiato Samuele, il quale dovette andare a scovare ben diciassette amici che, partiti dalla spiaggia, si diressero nella macchia di ginestre a ridosso della pineta che, per un paio di kilometri, divideva il campeggio dall’arenile. Li trovò tutti tranne un paio di amici che, una volta scoperti, si lanciarono in uno sprint da centometristi lasciandolo indietro ansimante e perdente. La prima ad essere scoperta fu Anna e a lei spettò, per il secondo turno, contare addirittura fino a cinquanta per lasciare che i suoi amici s’imboscassero comodamente, o forse per i loro comodi, ma a lei questo non doveva interessare. Tanto era sicura che li avrebbe ripescati tutti nell’arco di dieci minuti. Venti, trenta, quaranta … “… qualcuno ha visto dove s’è nascosta Nicoletta?” “Sì, è venuta dalla mia parte.” “Io l’ho vista dietro le cabine del Miramare.” “No. Era nelle docce del Bellagio insieme a Daniele.” “Sì, ma poi le ho detto di andare via, perché parlava di continuo. Altrimenti Anna ci avrebbe scoperto.” 5


“Dai, cerchiamola! Magari s’è offesa perché l’hai mandata via e vuol fare la preziosa.” “Daniele, sei sempre il solito!” “Non mi sembrava offesa quando se n’è andata.” “Nicolettaaa …” Il suo nome fu urlato qualche centinaio di volte da quei ragazzini che, con tonalità di voci diverse, cercavano però lo stesso risultato: riportare a casa l’amica. Un’ora dopo, verso le undici s’erano già stufati e ritrovatisi in gruppo cominciarono a dar voce al dubbio che l’amica avesse tirato loro un brutto scherzo e, con ogni probabilità, era già tornata dai suoi ridendo di loro ch’erano in giro a cercarla. “Non è che s’è offesa perché stasera l’hai scaricata?” Giusy si era avvicinata a Serena e le esternò questo dubbio. “Non è da lei, comunque a quest’ora in effetti comincio a chiedermi se abbia voluto vendicarsi e non sia già sotto le lenzuola.” “Vedrai che sarà così.” Marco, che era vicino a loro, non poté fare a meno di udirle, convincendosi che fosse effettivamente così e cominciò a far girare la voce appurata che Nicoletta fosse già andata a dormire. Tra imprecazioni e mugugni il gruppo di ragazzi, esausti per la ricerca, sciamò in direzione dei propri alloggi. Alcuni raccontarono ai propri genitori come fosse andata la serata e il relativo epilogo trascorso a cercare quella fetente. Questo non aiutò la ragazzina, che stava ancora dietro ad un cespuglio, a guadagnare dei punti favorevoli agli occhi di quegli adulti, molti dei quali già non la vedevano di buon occhio per le questioni sopracitate. Sì, perché la ragazzina stava ancora là ferma. Immobile nella fissità del suo sguardo non scorgeva più la speranza che qualcuno la ritrovasse.

Verso le due del mattino, quando i genitori di Nicoletta sentirono le voci degli altri ragazzi scomparire dietro le porte dei loro bungalow, che a mano a mano andavano chiudendosi e spegnandosi, senza che la loro figlia si degnasse di tornare, uscirono e cominciarono ad andare a bussare alle porte dei loro amici; forse meglio catalogabili come conoscenti. All’inizio furono solo due le mani le cui nocche andarono a disturbare il sonno altrui, ma verso le quattro del mattino un piccolo esercito di genitori sonnolenti, ma tirati giù dal letto dai rimorsi di coscienza, girava per tutto il camping non senza farsi sfuggire qualche battuta un po’ caustica nei riguardi dell’interessata. Qua e là in qualche capannello di persone rivestite in fretta e furia, un po’ a quella maniera, si alzava qualche dialogo dando vita a dei siparietti da commedia brillante, complice il fatto che i villeggianti provenissero da diverse regioni d’Italia e si esprimessero con cadenze e dialetti differenti. 6


“Se la becco e scopro che l’è tutta una burla, l’è la volta bòna che l’ammazzo.” “Un lo dire, bischero! Che un t’abbia a pentirtene.” “Io mi sono spinto fino alla cala della figurina, ma non l’ho vista.” “Qualcuno di voi ha controllato sulle sdraio della spiaggia? Magari s’è addormentata.” “No ghe xè. Ghe l’ho sercada io.” “Parla bene, Arlecchino, che la un ti si capisce.” “Mi son veneto.” “E i’cchè tu ci fai in Toscana?” “Mi ghe vo’ sémper sull’Adriàdego. Ghe voleo proàr l’antra sponda.” “Allora se tu vo’ prova’ l’altra sponda, un mi camminà alle spalle.” “Sciòpa!” “I’cchè la si fa’? La si chiama la polizia?” “Sara i’ caso. Senti se i genitori l’han di già fatto.”

Duccio s’era girato e rigirato tutta la notte nel letto, alla ricerca di un po’ di pace. Non che fosse un sensitivo e avesse colto nell’àere il disagio proveniente da un corpo morente, ma era rimasto sveglio per colpa delle pappardelle al cinghiale della Gina che gli erano rimaste sullo stomaco. Le sue vicine di casa s’erano coalizzate in modo da preparare sempre qualcosa mangiare al povero vedovo, facendogli trovare a turno un pentolino di cosine buone. La loro organizzazione era tale che le sue donne, come le chiamava lui, si erano duplicate le sue chiavi del cancello d’ingresso e della porta a vetri della cucina e, i loro mangiarini, glieli facevano trovare direttamente sul fuoco; in modo che l’ unico sforzo fosse solo quello di accendere la fiamma sotto la pentola di turno. Duccio aveva provato a comprarsi il microonde, organizzando poi una piccola riunione per spiegare loro come funzionasse. L’unico risultato che aveva sortito era stato un post-it scritto dalla sua amica più vetusta, la quale gli chiedeva come facesse una pastasciuttina non in brodo a fare le onde per scaldarsi. Lui per sdebitarsi di tante carinerie faceva trovare sul tavolo dei pacchetti di biscotti della pasticceria lì vicino, dove ormai aveva teneva un conto che saldava ogni fine mese. Non solo; quando la Gemma della pasticceria lo vedeva arrivare, oramai sapeva tutto e partiva in quarta, a seconda del giorno della settimana e della cuoca di turno, a mettere nel vassoio i biscotti che sapeva essere i preferiti della destinataria. Verso le quattro del mattino si stava ancora rigirando nel letto in cerca di un’ultima possibilità di chiudere un occhio per dormire un po’, prima di doversi alzare per andare in centrale, che il telefono squillò mettendo fine a quel patire di stomaco e al suo ultimo tentativo di riposare.

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La notizia della scomparsa di una quindicenne lo fece saltar giù dal letto come un pupazzo di quelli caricati a molla che balzano fuori dalle scatole per farti uno scherzo. Mentre si rivestiva cominciò a pensare a come raggiungere Giannìcoli, sul Lido dei Marmi, dove stava il camping La Mareggiata in cui soggiornava la ragazza e la sua famiglia. Quattro dei suoi uomini erano già in loco e Duccio chiamò il commissariato di Livorno perché ne mandasse almeno altrettanti. Quando mezz’ora dopo raggiunse l’ingresso del camping a bordo della sua jeep trovò il suo vice Vito Scoppola ad attenderlo per dargli maggiori delucidazioni su come stessero procedendo i colleghi presenti. “Ieri sera la ragazzina, assieme a de’ su’ coetanei ospiti di questo complesso turistico, stava giocando a nascondino sulla spiaggia, sfruttando la pineta che divide l’arenile da i’ camping. Io, i’ Gorini e due de’ colleghi di Livorno, rispetto a i’ punto in cui so’ partiti i ragazzi per andare a nascondersi, siamo andati verso nord e i’ Rossi, i’ Berti e gli altri due di Livorno, stanno setacciando la zona verso sud. Purtroppo per ora un abbiamo ancora trovato né lei né un qualche oggetto che le appartenga, il telefonino, una scarpa, un orecchino … nulla.” “C’è motivo di credere che la si sia allontanata co’ un ganzo, di sua volontà?” “No, da quello che so’ riuscito a capi’ fin’ora, la ragazza un c’ha di molte amicizie. La sta antipatica a diversi.” “Chè, te l’hanno detto i su’ amici?” “No. Commissario, l’ho capito da i’ fatto che un la piange nessuno tranne che la madre e la zia, che l’è arrivata da Ferrara.” “Davvero?” “Sì, tutti la cercano ma nessuno la piange; e siccome l’ho ‘na figliola della su’ età, so bene quanto siano facili a i’ pianto l’adolescenti. Mi sorprende che quelle ragazze un si lascino commuovere. Segno che dev’essere proprio antipatica.” “Proprio nessuna?” “C’è una certa Serena che sembra più amareggiata dell’altri e difatti me l’hanno indicata come la su’ migliore amica. Adesso la puoi trovare a i’ su’ bungalw, il D43.” “Io mi dirigo da’ genitori della ragazza e poi da questa Serena, tu riunisciti pure alle ricerche.” La ragazza alloggiava in un bungalow di trenta metri quadrati, predisposto per ospitare quattro persone. I suoi genitori erano seduti sul patio esterno circondati da conoscenti e dalla parente di cui gli aveva parlato Vito. La mamma di Nicoletta Poglini guardava in basso con occhi inespressivi e li alzava solo quando attorno a lei si creava un movimento di persone che potesse essere di buon auspicio, magari foriero di buone notizie. E difatti, non appena vide un uomo alto e dal passo deciso dirigersi verso di loro, si alzò faticosamente in piedi e pronunciò la fatidica domanda: “L’avete trovata?” Duccio si presentò e poi le comunicò che ancora non si avevano notizie.

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La signora si lasciò cadere di nuovo sulla sedia da cui aveva fatto lo sforzo di alzarsi e chiuse gli occhi per lasciare fuori di sé la cattiva notizia che gli era appena stata portata. Il padre di Nicoletta era un uomo grassoccio ancora in pigiama che s’era trascinato, dalle due del mattino fino a una manciata di minuti prima, avanti e indietro per la spiaggia alla ricerca di sua figlia. Nonostante non fosse ancora vestito, l’uomo portava al polso un Rolex che, in quel contesto di persone semplici, sembrava più un indicatore di ricchezza che di tempo. La sua macchina, parcheggiata dietro al bungalow era una costosa Cherokee, molto sopra la media delle altre auto in fila accanto a lei; soprattutto perché Duccio, passandoci accanto, aveva avuto modo di notarne gli interni in pelle e radica. In un attimo il commissario ebbe la visione di un uomo arricchito, che avrebbe potuto benissimo permettersi un luogo di villeggiatura più prestigioso, ma che era legato a quel posto perché era stata la mèta delle loro ferie da prima che facessero i soldi; o forse, ora che i soldi erano fatti, lo frequentava ancora per il sottile piacere di ribadire la differenza che si era stabilita tra lui e gli altri. Se qualcuno avesse voluto vendicarsi di questa ricchezza raggiunta, come si raggiunge una vetta da cui poi ci si permette di guardare gli altri dall’alto in basso? Se avessero colpito la figlia per affondare il padre, con una macabra mossa da battaglia navale, in cui padre e figlia sono un’unica portaerei da eliminare? Le persone che li circondavano rimanevano lì perché erano mossi più dal senso del dovere che da pietà e Duccio intuì che, da loro, sarebbe riuscito a far emergere un’opinione sincera sulla ragazza solo nel modo più classico che la psicologia conosca: col linguaggio non verbale. Sì perché, da persone che non sono affrante dal dolore quando lo dovrebbero, difficilmente si riesce a ottenere un’opinione sincera, di quelle che vengono date con trasporto, trascinate dalle emozioni forti. E allora, considerato che il padre e la madre erano fuori di sé al dolore, si concentrò sulla zia accorsa da Ferrara. “Qual’è i’ carattere della su’ nipote?” “Nicoletta è una ragazzina dolce, sempre allegra, benevola, di quelle che spendono sempre una buona parola per tutti …” E … alè! Il balletto delle mani ebbe inizio e Duccio assistette ai movimenti con cui andarono a coprire la bocca o uno degli orecchi del legittimi proprietari, con movimenti che sembravano casuali ma che in realtà indicavano il rifiuto di ascoltare o condividere ciò che si stesse udendo. Così gli avevano spiegato durante un corso di linguaggio non verbale a cui partecipò e durante il quale gli dissero che quando ascolti una persona che esprime dei concetti che non approvi, inconsciamente vai a coprirti la bocca o una delle orecchie in movimenti che sembrano casuali, ma che includono in sé il desiderio di non accettare ciò che il tuo interlocutore ti sta propinando. Dopo che la zia ebbe terminato di parlare, il padre illustrò per una decina di minuti la situazione dal momento in cui gli altri cuccioli erano rientrati alle loro tane, tranne

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la loro; non disdegnando, in chiusura, di accusarli di essersene fregati della sorte della sua Nicoletta. A quel punto un paio di genitori presenti si pronunciarono in difesa dei propri figli sottolineando, seppur in modo pacato, che l’avevano cercata per quasi un’ora e arrivando alla conclusione, plausibile, che l’amica avesse tirato loro un brutto scherzo tornando a casa senza avvertirli. Da quella schermaglia a colori pastello, per rispetto alla preoccupazione dei signori Poglini, Duccio riuscì comunque a intravedere una forma di livore a tinte forti nei confronti di quella famiglia, forse dovuto a qualche comportamento della giovane. Qualche tassello del puzzle stava cominciando ad andare a posto e il commissario decise di accomiatarsi per andare alla ricerca dei ragazzi con cui Nicoletta era stata fino al momento della sua sparizione. Innanzitutto si diresse da Serena Lucchetti, l’unica con cui Nicoletta avesse un buon rapporto e soprattutto quella con cui si confidava maggiormente. La ragazza era una sana e robusta quindicenne dai capelli ricci e biondi, con qualche brufolo e l’immancabile apparecchio ai denti. Guardarla lo intenerì perché colse in lei, come in quasi tutti i ragazzi della sua età, quell’angoscioso desiderio del bozzolo di diventare finalmente una farfalla. La ragazza, con voce ferma, raccontò tutte le vicende della serata dal momento in cui aveva visto la sua amica per l’ultima volta, mentre correva a cercarsi un nascondiglio, fino al momento in cui tutti loro avevano cominciato a cercarla. Era un po’ nervosa e mentre parlava si staccava delle pellicine dal palmo delle mani, comportamento che mancava di educazione e di classe, ma considerata l’età della giovane, Duccio non si stupì più di tanto. “Prima di chiederti qualche cosa sulla tu’ amica, vorrei sape’ se vu avevate già stabilito ne i’ pomeriggio di gioca’ a nascondino sulla spiaggia.” “No.” “Tu se’ sicura che nessuno avesse ventilato l’ipotesi, magari dicendo qualche cosa a’ vostri genitori?” “No, sono certa che sia stata un’idea del momento. Boccio, Samu e Luca volevano trovare una scusa per appartarsi un po’ con tre mie amiche e allora hanno proposto questo gioco.” E qui si escludono gli adulti e il desiderio di colpire il padre. “Com’è la tu’ amica? Pregi e difetti; e per favore cerca d’essè sincera e un presentarmela come ‘na santarellina.” La ragazza fece un risolino dimostrando così di esser riuscita a mantenere un po’ di spirito, seppur nella tragedia. “La mia amica non ha molti pregi, forse quello di essere una buona studentessa, ma per il resto è una persona difficile. I suoi lavorano sempre in gelateria e credo che sia cresciuta accudita da una serie di baby sitter. Io penso che sia una che cerca attenzioni; prima le interessavano quelle dei genitori ora quelle di tutti gli altri.” “I su’ genitori hanno una gelateria?”

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“Hanno cominciato con una, ma adesso hanno aperto una catena che ne conta una quindicina e tutte la Toscana.” “Ok, adesso capisco, un mi spiegavo da dove provenisse i’ loro agio economico. Continua pure a parlarmi di lei.” “Il modo che ha trovato di darsi importanza è quello di spiare gli altri e poi raccontare quello che vede, inventando qualcosa se le informazioni un le sembrano abbastanza interessanti. In questo modo gli altri la temono, almeno così crede lei.” “Insomma, cerca una qual forma di rispetto.” “Esatto, ma io glielo dico sempre che può essere pericoloso. Lei lascia dei bigliettini in cui racconta ciò che sa scegliendo come luogo di consegna un punto in cui l’interessato, o uno a lui vicino, lo trova per forza. Ieri per esempio ne ha lasciato uno alla Sig.ra Birni, in cui le spiegava senza mezzi termini che il marito perde tutti i loro risparmi giocandoli a carte.” “Lei come la fa a saperlo?” “Due sere fa è uscita dal suo bungalow e l’ha seguito fino a dove si è incontrato con degli amici e lo ha visto tirar fuori un rotolo di banconote da cinquanta euro; soldi che ha poi perso nel corso della serata.” “E, se ho ben capito, tutto ciò Nicoletta l’ha fatto sape’ alla moglie lasciandole un biglietto esplicativo.” “Sì, col risultato che la donna ieri se n’è andata. L’ho vista io.” Duccio si fermò un attimo a pensare con gli occhi bassi che sembravano rincorrere le venature del legno del tavolo a cui erano seduti. “Oltre a questi fatterelli di poco conto, può essere che lei abbia visto qualche cosa di pericoloso?” “Ieri mattina mi ha detto di aver notato qualcosa di molto interessante, ma non si è decisa a parlarmene, segno che c’era qualcosa di vero; perché di solito, quando vuole darsi importanza raccontando frottole, lei parte in quarta e non la ferma più nessuno. È quando rimane sulle sue che c’è un fondo di verità in quello che ha scoperto.” “E un t’ha accennato proprio nulla.” “No. Lei mi raccontava sempre tutto e se non mi detto niente è perché doveva ancora svolgere delle indagini a riguardo.” “Altro d’importante? Qualcuno che potesse avercela con lei?” “Niente di ché. Si è accorta che il padre di un nostro amico ha intessuto una relazione con una cameriera. Ma non credo che abbia fatto in tempo a lasciare un biglietto a sua moglie.” Distanti da loro una decina di metri, una quindicina di ragazzi e ragazze, quasi tutti ancora vestiti con gli abiti della sera prima, aspettavano il loro turno per essere interrogati. Erano gli amici con cui Nicoletta stava giocando a nascondino quando è sparita e che i genitori avevano radunato lì in modo che fossero a disposizione del commissario. Una volta salutata Serena, Duccio fece chiese ai ragazzi di avvicinarsi uno alla volta. 11


Non appena il primo cominciò a parlare, il suo fine orecchio musicale colse un accenno di raucedine nelle sua voce e intuì fosse dovuto al continuo urlare il nome dell’amica che non rispondeva, mentre la cercava. Tutti dettero più o meno la stessa versione della serata e la medesima opinione della ragazza. Loro la incontravano lì d’estate e non la frequentavano durante l’anno, perciò non la conoscevano molto bene. Però erano tutti d’accordo nel sostenere che fosse un’impicciona. Ma non una ricattatrice o, per lo meno, a loro non risultava che avesse mai chiesto soldi a qualcuno. Da questi colloqui Duccio ebbe diverse informazioni importanti. Marco aveva la voce molto roca, segno che avesse urlato come un pazzo per cercare l’amica, e disse di lei che era una ragazza molto carina. “A mio fratello Demetrio piace molto, anche per il carattere, ma non stanno insieme perché lei ha solo quindici anni.” “Chiamami i’ tu’ fratello, magari da lui riesco ad avere un’opinione diversa di Nicoletta.” Demetrio arrivò, era scuro in volto e dava l’idea di uno anche fin troppo serioso per l’età che aveva. “Quant’anni tu c’hai?” Con voce afona gli rispose che ne aveva diciannove. “Bell’età che tu c’hai! I’cchè tu farai di bello i’ prossim’anno? Immagino che tu comincerai l’università.” “Sì, una settimana fa ho passato il test di ammissione a Medicina.” “Bravo! So che un’è per niente facile.” Dopo i primi convenevoli di rito, tanto per rompere il ghiaccio Duccio gli chiese di aiutarlo a capire come fosse veramente questa Nicoletta che tutti descrivono senza troppa enfasi. “Io la conosco da quando aveva dieci anni e, non so cosa le abbiano detto gli altri, ma escludo che si sia allontanata con qualcun altro perché non era una ragazza facile e soprattutto non avrebbe mai dato un dispiacere così ai suoi genitori.” “Fammi capi’ bene, Demetrio. Quello ch’ho sentito di’ di lei fino ad ora tratteggia ‘na ragazza piena di difetti. Anche la su’ migliore amica un sa’ di’ nulla di bòno, tranne che la studia bene. È vero che i’ su’ genitori l’hanno trascurata sin da quando l’era piccina?” “Non proprio. Sua madre l’aveva lasciata alle cure di una baby sitter quando era molto piccola, ma qualche anno fa ha deciso di lasciare il lavoro per seguire meglio il marito e la figlia. Prima seguiva la contabilità della gelateria, ma da quando hanno creato un marchio e ne hanno aperte tante, ha smesso di occuparsene lei.” “Parlami de i’ su’ carattere. Mi dicono che spii la gente e lasci de’ biglietti in cui denuncia persone e situazioni. Ti risulta?” “Qualcosa combina di sicuro, anche se a me non racconta mai le sue scoperte, perché sa che non apprezzo i pettegolezzi. Ad ogni modo, credo che le venga attribuito anche qualcosa che non sia farina del suo sacco. Lei ha da farmi vedere uno dei famosi biglietti? Io saprei riconoscere la sua calligrafia.” 12


“No, dovrei chiederne uno a qualcuna di quelle persone che so’ co’ su’ genitori. Magari tra di loro c’è qualcheduno che n’ha ricevuto uno, anche se dubito che se lo sia tenuto pe’ ricordo. Anzi, tu m’hai fatto veni’ in mente ‘na cosa importante!” Duccio lo ringraziò e scappò di corsa diretto verso il bungalow dei Poglini.

Le ore passarono lente e mentre il commissario procedeva con le sue indagini dal punto di vista degli interrogatori e delle informazioni da acquisire sui possibili motivi che avevano portato alla sparizione, i suoi collaboratori stavano ribaltando ogni sasso della spiaggia e ogni cespuglio di quella maledetta pineta, ma arrivati a metà mattina non avevano ancora trovato la ragazza, né un qualsiasi oggetto che le appartenesse. Vito era abbacchiato e stanco. Secondo lui, Nicoletta era stata portata lontano da lì, ma per evitar di tralasciare qualsiasi eventualità, dopo essersi allontanato di un paio di kilometri dallo stesso punto in cui i ragazzini si erano sparpagliati per andare a nascondersi, la sera prima, si decise a tornare indietro e a chiedere il permesso al suo superiore di chiamare l’unità cinofila per far controllare il circondario dall’olfatto dei loro pastori tedeschi. Mentre rientrava verso il camping La Mareggiata dove avrebbe trovato Duccio, non poté fare a meno di notare con tutto l’orgoglio semi-toscano e semi-siculo che gli scorreva nelle vene, la bellezza del loro litorale e la meticolosità con cui veniva ben tenuto dagli albergatori. Essi, oltre alle camere, offrivano il posto spiaggia con ombrelloni e sdraio a disposizione degli ospiti. Erano ordinati in file perfettamente parallele grazie alla maestria dei bagnini ed erano piantati saldamente nella rena tutti ben eretti. Quasi tutti. Dalla passeggiata su cui stava avanzando per rientrare al camping, con i tre colleghi che lo seguivano di pochi metri,ebbe modo di ricordarsi che la perfezione non è di questo mondo e infatti un ombrellone chiuso, corrispondente probabilmente ad una camera d’albergo momentaneamente senza ospiti, era un po’ obliquo e leggermente fuori dalla fila degli altri. Forse perché la sabbia alla sua base … Vito si mise a correre in quella direzione come se avesse il diavolo alle calcagna, i suoi colleghi allarmati fecero altrettanto e come arrivarono in prossimità di quell’ombrellone lo sfilarono e si misero a scavare a mani nude come se fossero stati dei cani alla ricerca dell’osso preferito. A loro quattro si aggiunsero altre persone che erano lì in villeggiatura e che, senza capire per quale motivo lo stessero facendo, si unirono allo scavo fino a che non emerse un piede, che divenne una gamba e poi tutto il resto fino ad arrivare al viso. Vito e quel drappello di uomini, se lo sarebbero ricordato per il resto dei loro giorno: dolce come solo quello di un angelo avrebbe potuto essere, ma incorniciato da una chioma di capelli castani che la sera prima saranno stati lucenti, ma che ormai erano stopposi.

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Duccio chiuse la telefonata e gli scappò una lacrima. Di fronte a lui il signor Birni cominciò a piangere a sua volta, avendo intuito il contenuto della telefonata. Piansero da uomini, con gli occhi lucidi e solo due lacrime, ma così intense che avrebbero potuto scavare un solco nel granito se ci fossero scivolate sopra. La signora Birni, che il giorno precedente se n’era andata, era stata contattata telefonicamente per aver conferma che fosse ancora in grado di recuperare, nel caso li avesse buttati via, i due biglietti che le erano stati recapitati il giorno prima in modo poco ortodosso, e per chiederle che tornasse immediatamente indietro per consegnarli alle forze dell’ordine. Nelle due ore di attesa che separarono la telefonata dall’arrivo della signora, Duccio dovette avvertire i genitori e accompagnarli presso il luogo del ritrovamento dove ormai i ragazzi del campeggio erano già arrivati alla spicciolata. Stavano in piedi, taluni stavano in piedi da soli ed altri si sostenevano a vicenda abbracciandosi, piangendo e ripetendo a voce alta ciò che gli adulti pensavano solamente: “Non è giusto.” I due genitori come arrivarono in vista della loro Nicoletta di misero a correre per poi buttarsi in ginocchio appena arrivarono vicino a lei. Si alzarono solo molto dopo, nel momento in cui la salma fu messa dentro la barella e portata via in mezzo a due ali di folla che nel frattempo si era radunata per salutare la piccola Nicoletta. Si levò un applauso, come sempre più spesso avviene al termine dei funerali. Anche quando la sua Dinda lasciò la Chiesa Santa Croce a Firenze, sdraiata dentro un feretro coperto di gigli bianchi, si levò un applauso che lui accolse e reinterpretò come uno d’incoraggiamento nei suoi confronti, che doveva trovar la forza di vivere senza di lei. Quando la signora Birni varcò l’ingresso del campeggio a bordo della sua auto, era in preda alle lacrime e a un forte tremolio, al punto che Vito si chiese come avesse potuto guidare in quelle condizioni. “Ho pensato tutto il male possibile di quella ragazzina, ma giuro che non le avrei torto un capello e mi dispiace per quello che le è successo.” “Signora mi segua dal commissario.” “Raggiunsero il bungalow dei Poglini, che Duccio aveva eletto a suo ufficio di fortuna. “Signora Birni, ha con lei i due biglietti che ha trovato?” Come li ebbe appoggiati sul tavolo della piccola cucina, Demetrio ne indicò uno con decisione. “L’altro non è stato scritto da lei. Assomiglia alla sua scrittura ma non lo è.” Il ragazzo aveva fornito ai poliziotti una lettera che la ragazzina gli aveva scritto e, anche a occhio nudo, si vedeva con estrema facilità che il secondo biglietto era una pessima contraffazione della grafia di Nicoletta. “Grazie Demetrio per il tuo contributo. Comunque sappi che il contenuto del secondo biglietto non mi sorprende e so già a chi appartiene.” L’agente Berti arrivò in quel momento e, come richiesto, consegnò al suo superiore il telefonino della ragazza. 14


Nei dieci minuti che seguirono Duccio studiò i messaggi che Nicoletta aveva inviato agli amici nei giorni precedenti. Ne trovò uno molto interessante in cui chiedeva a Serena di raggiungerla quella notte nel parcheggio tra il posto auto numero D25 e il D26. Sul telefono, dotato di videocamera, non trovò fotografie ne video compromettenti, segno inequivocabile che la ragazza non avesse alcuna intenzione di ricattare chicchessia; mentre invece il secondo biglietto trovato dalla signora Birni conteneva una chiara richiesta di quattrini per comprare il silenzio. Duccio s’incamminò nel parcheggio, in prossimità dei posto auto indicati dalla ragazza nel suo messaggio all’amica, nel tentativo di capire che cosa avesse visto di così interessante da volere l’amica come testimone. Serena, durante il colloquio, aveva detto che l’amica era in possesso d’informazioni importanti e potenzialmente pericolose. Come raggiunse il luogo, Duccio fece un giro completo su se stesso alla ricerca di qualcosa che colpisse la sua attenzione. Oltre ai pini marittimi e al retro dei vari bungalow, parzialmente coperti dalle auto in sosta, l’unica cosa che potesse aver colpito l’attenzione della ragazzina, erano le piccole auto elettriche scoperte con cui gli inservienti si spostano all’interno della sterminato camping. Visto che Nicoletta, nel suo messaggio all’amica, aveva indicato un orario preciso in cui incontrarsi, c’era qualche probabilità che volesse seguire qualcuno che abitudinariamente si muoveva a bordo di quelle piccole auto bianche e sempre alla stessa ora. Duccio chiamò Vito al telefono e si fece confermare la presenza di tutti e otto i poliziotto che insieme a lui avevano partecipato alle ricerche. “Siamo qui in attesa di ordini.” “Perquisite tutti gli armadietti de i’ personale dell’hotel, de i’ residence e del camping, e prelevate qualunque cosa sia abilitata a fa’ fotografie o video.” La proprietà del complesso turistico fu lieta di mettere a disposizione i pass partout per aprire gli armadietti di tutti i membri del personale, dando la propria autorizzazione a prelevare qualunque cosa ritenessero opportuna. In uno di essi trovarono ciò che cercavano: una macchina fotografica con teleobiettivo e una videocamera, ma entrambe erano prive della memory card. Vito fece chiamare il ragazzo proprietario dell’armamentario fotografico il quale, bianco come un fantasma, si fece condurre fino dal commissario senza proferire parola. “Come ti chiami?” “Saverio Merinucci.” “Di che t’occupi qui a i’ camping?” “So’ addetto alla manutenzione de’ bungalow Mobil Chalet, sa c’è sempre qualcosa che si rompe.” “E poi tu fa’ fotografie per ritrarre di nascosto l’ospiti.” “Un so di che stia parlando.” 15


Gli occhi fissi davanti a sé erano sparati in quelli di Duccio come due revolverate, che avrebbero voluto sortire l’effetto di eliminare l’avversario. “Ascolta bene i’cchè ho da dirti, giovanotto, e poi decidi se continua’ a mentirmi o se comincia’ a collaborare. Il massimo a cui andresti incontro se collaborassi è un’accusa per complicità in omicidio, a cui potrei trovare delle attenuanti. Ti sia chiaro: lo so che un tu s’è state te a ucciderla.” Nei minuti successivi Duccio, sulle base delle sue supposizioni, espose per filo e per segno a quel ragazzo in che modo lui e la sua complice operasero alle spalle di Nicoletta. Al termine della sua esposizione al ragazzo non rimase altro che confessare e confermare tutte le ipotesi avanzate dal commissario. La ragazza fu raggiunta dai poliziotti mentre prendeva placidamente il sole, con la pelle che profumava di cocco e l’hi-pod alle orecchie. Quando vide arrivare quattro agenti, in mezzo a due dei quali il suo complice avanzava con l’incedere di chi sta andando al patibolo, si alzò dal lettino, tirò i fili degli auricolari per farli cadere dalle orecchie e senza guardare in faccia gli agenti si rivolse a lui direttamente: “Hai parlato, vero? Lo sapevo che eri un perdente.”

Quando si trovò seduta di fronte al commissario, allo stesso tavolo a cui aveva desiderato che quel laghetto di allegri ranocchi non si trasformasse in peggio, ammise con se stessa che avrebbe preferito così solo perché un falco di palude, come era lei, si nutre preferendo le morbide raganelle ai rospi. “Come ha fatto a capire che sono stata io?” “È stato molto semplice. Tanto per cominciare le fiacche che hai sulle mani indicano che recentemente hai fatto in lavoro manuale a cui non sei abituata. Come, ad esempio, scavare una buca lunga e profonda nella sabbia. Le ho notate quando durante il nostro primo colloquio ti toglievi la pelle che si staccava dai palmi. Secondariamente sei l’unica, tra tutti i tuoi amici, a non avere neanche una leggera traccia di raucedine nella voce. Segno che, mentre ti davi da fare per cercare la tua amica insieme agli altri, l’inconscio ha avuto il sopravvento sulla razionalità e ti ha indotto a non urlare quasi mai il suo nome, cosa che invece tutti gli altri hanno fatto, perché dentro di te sapevi che non ti avrebbe mai risposto. “Mentre stavano giocando l’ho convinta a seguirmi lontano dal resto del gruppo e poi l’ho strangolata. Son tornata a seppellirla mentre gli altri la cercavano.” Serena deglutì e tenne gli occhi bassi mentre parlava. “Questi so’ i du’ biglietti che la signora Birni ha trovato su’ i’ tavolo della su’ veranda. I’ primo porta la grafia di Nicoletta; il secondo l’è scritto da te, in un goffo tentativo d’imitazione, e contiene ‘na richiesta di dumila euro per un spiffera’ a’ du’ figli de’ signori Birni che i’ padre si stava giocando tutti i soldi con cui avrebbero dovuto fa’ l’università. Devo andare avanti o continui tu?” “Quella cretina! Credevo che li avesse eliminati come fanno tutti; nessuno tiene in foglio di accuse ed uno di ricatto.” 16


Dopo un minuto di silenzio in cui Serena ponderò a cosa sarebbe andata incontro continuando nella sua confessione, decise di svuotare il sacco fino in fondo. “Io seguivo Nicoletta quando partiva per le sue spedizioni, come le chiamava lei. Ero costretta a farlo perché quella stupida s’inventava metà delle cose che mi confidava e perciò, non potendo fare completamente affidamento sulle sue informazioni, doveva verificare di persona. Di nascosto da lei, io e Saverio la seguivamo e lui la riprendeva mentre spiava le persone, in modo che lei fosse incolpata di tutto, anche dei ricatti.” “Fino a che qualcosa l’è andato storto.” “Sì, Nicoletta deve essersi accorta di qualcosa perché mi ha dato appuntamento in un punto del parcheggio da cui partono le mini auto del personale. Forse la sera che ha visto il signor Birni perdere tutti quei soldi, ha notato in giro quella parcheggiata da Saverio.” Altra pausa. “L’idea di ricattare le persone mi è venuta quando l’ho vista per la prima volta mentre lasciava uno dei suoi biglietti accusatori. Non sapevo che cosa fosse ma ero incuriosita e allora sono andata a leggerlo. In quel momento mi è venuta l’idea di aggiungerne anche uno in cui si chiedevano soldi. Il resto sarebbe stato facile perché lei si vantava con tutti di ciò che sapeva e le persone avrebbero dato a lei la colpa di tutto.” Era il quindici agosto, la festa dell’Assunta. Quella sera, dopo aver scritto il rapporto insieme ai suoi agenti e a Vito, Duccio si mise in macchina per tornare a casa ma fu fermato da un vigile urbano. “Ciao Pietro, la un si passa?” “No, sta pe’ passa’ i’ corteo della fiaccolata per l’Assunta. Ma un sono ancora arrivati, se tu vòi la ti fo’ passare.” “No, lascia perde’.” Duccio andò a parcheggiare e s’incamminò dietro alle prime persone che seguivano la statua elevata sopra una portantina. Aida lo vide e gli allungò uno di quei moccoli che hanno la carta velina colorata, di quelle che prendono sempre fuoco. La sua era rossa ma l’ultima volta era stata arancione, tanti anni prima. Aveva sì e no dieci anni, era con sua nonna e lei lo raccomandò alla Madonna perché fosse un bravo ragazzo e, da grande, che avesse un lavoro prestigioso e ben remunerato. Lui pensò al suo stipendio, a quello dei suoi colleghi e rise. Certo Madonnina che tu ce n’ha tanto di senso dell’umorismo!

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Racconto di Arita Cast

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