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Giugno 2013 CON IMMUTATO AFFETTO

Duccio si staccò dagli scogli e durante quel volo di pochi metri che lo divideva dallo specchio d’acqua del porticciolo, si chiese quale ne sarebbe stata la temperatura. Un attimo prima di saltare in tuffo aveva buttato un’occhiata alla caletta dei pescatori e il ricordo di pochi bagnanti e per lo più tedeschi, per giunta, gli levò ogni dubbio sulla temperatura polare che avrebbe accolto il suo corpo. Le bracciate che lo allontanavano sempre più dalla scogliera dei Pungenti avrebbe reso la visuale di Castiglioncello sempre più completa. Quando fu a largo un centinaio di metri, si voltò a guardare l’insieme: sulla destra, in lontananza spiccava Rosignano Solvay con i suoi stabilimenti, che nei decenni avevano fatto crescere molte famiglie del luogo; portando lo sguardo più a sinistra il cielo era interrotto dagli alberi delle barche ferme nel nuovo porto che, con i suoi bar, i negozi di abbigliamento, la galleria d’arte, la libreria, la gioielleria e il gelataio, sapeva offrire ogni versione della vacanza di lusso a seconda delle tasche o dell’età. Alle volte Duccio andava al porto ad osservare le persone e i loro comportamenti, cercava di intuirne i pensieri e i sentimenti, analizzandoli dai diversi punti di vista. Ecco per esempio, qualche giorno prima aveva osservato un papà e un figlio, alto quasi quanto lui, che mangiavano un gelato insieme. Probabilmente, secondo l’opinione del figlio, il suo papà approdato in quel porto con lo yacht, lo skipper e quant’altro, era un uomo ricco …e fortunato perché aveva il tempo di mangiare un gelato con suo figlio. Ma Duccio era certo che, secondo il papà, lui era un uomo fortunato per la barca e tutto il resto … e ricco solo perché aveva un figlio con cui mangiarsi un gelato assieme. Poco importa se quei due avevano ognuno il proprio modo di valutare la stessa situazione, quando i sentimenti ci sono, l’ordine d’importanza lo si può mettere a posto con il tempo e l’esperienza. Dopo il porto veniva Caletta, con la sua spiaggia di sabbia e ghiaia, e il mare che si apriva piano piano a largo; la passeggiata che aveva avuto origine al porto, proseguiva collegando gli stabilimenti balneari sempre in ordine e molto amati per i loro ristoranti di pesce. Poi seguivano i Pungenti, da cui lui si era tuffato: una scogliera con vista spettacolare sul mare aperto, molto amata dai pescatori. Più oltre, la passeggiata conduceva chi la percorreva a seguire la costa per un paio di chilometri fino ad arrivare alla salita per la pineta grande, ribattezzata pinetona dagli abitanti del luogo per l’estensione di svariati chilometri quadrati e che, essendo leggermente sopra il livello del mare, offriva ombra e un leggero venticello che tirava quasi sempre, o almeno quando era importante trovarcelo. 2


Dalle cime dei pini faceva capolino la storia di Castiglioncello, raccontata dalle torri merlate del Castello Pasquini. Anche il futuro faceva bella figura, affiorando qua e là nelle forme moderne di diverse residenze estive di persone importanti o di semplici lavoratori, che avevano messo da parte i risparmi di una vita per discrete villette ben congeniate e inserite nel contesto verde delle colline alle loro spalle. Il bello della sua cittadina, in cui d’estate il numero degli abitanti si decuplicava, consisteva nel fatto che accogliesse persone dalle estrazioni sociali più disparate, ma ricche uguali solo per il fatto di essere lì. Nel lussuoso cafè bar del centro le porte erano aperte per tutti ed entravano mocassini da dieci euro e infradito da duecento ma ognuno era servito come un signore, da baristi in divisa e con il sorriso navigato di chi sa che, comunque siano coperti, i piedi sono solo piedi e il caffè piace buono a tutti. Quella panoramica della Costa degli Etruschi, Duccio la chiuse portando il suo sguardo fino alla Punta Righini, un armonioso concerto di scogli e mare, dove i flutti cantavano quando incontravano i massi e le persone sedute sulle alture degli scogli si lasciavano curare dall’ansia in quel contesto dove i loro problemi, che sembravano onde gigantesche, s’infrangevano come quei cavalloni d’acqua che parevano giganti e invece finivano in una bazzecola di schiuma ai loro piedi. Quando uscì dall’acqua s’infilò le ciabatte per poter riattraversare i Pungenti perché, come dice il nome, le piccole asperità di quella distesa di scogli mal si conciliavano con la carne morbidina della pianta dei piedi; era meglio offrirgli in sacrificio due suole. Lui sapeva che lei ogni tanto si prendeva qualche olocausto umano: ginocchia sbucciate, gomiti sbertucciati, mani spellate e fondoschiena punzecchiati dalle sedute scomode. Tutti venivano immolati sull’altare della magnificenza di quella scogliera enorme. Duccio s’incamminò in costume e ciabatte verso casa sua; era uscito così, senza portarsi dietro neanche le chiavi, perché a casa sua c’era Aida a fargli i mestieri quel giorno e ci avrebbe pensato lei ad aprirgli. Davanti a lui camminava un signore aitante che si tirava dietro un cane anziano, trascinato da un collare troppo pesante per il suo collo, a fare una camminata fuor di misura per le sue gambe vetuste. Quel cane stanco, ma fedele al suo padrone, gli sembrava la metafora di alcune sue giornate un po’ bigie, in cui la mancanza della sua Dinda pulsava come una ferita ancora troppo fresca, e lui si trascinava lungo il percorso della sua vita, fedele a un collare che gli pesava troppo. Quel fardello era diverso a seconda della giornate e del suo umore: alle volte gli pareva una catenaccio tremendo e ogni tanto una catenina leggera. Sempre anelli metallici erano, ma tuttavia la sua capacità di farsi voler bene dalle persone che vedeva tutti i giorni e che lo contraccambiavano, lo aveva tenuto in sella anche nei momenti peggiori, facendo di quel filo di cerchietti appesi al suo collo, un giogo accettabile. Forse un giorno si sarebbe innamorato di nuovo, per amore di qualcuna o per odio della solitudine. Chissa?

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Un languorino dovuto alla nuotata lo fece riemergere dalla profondità dei suoi pensieri, grandi sì, ma pur sempre fugabili da un brontolio di stomaco e dalla prospettiva della caponata di Aida. Il vero nome della sua domestica era Ida, ma siccome s’era impuntata sul fatto d’aver una bella voce e andava in giro cantando le arie di Verdi come se fosse stata sul palcoscenico di un teatro … i toscani, si sa’, non perdonano e l’avevano ribattezzata Aida. Lei certo non sembrava offesa e ogni tanto il Nabucco prendeva vita tra le mura di casa sua e accompagnava i suoi mestieri umili rendendoli più nobili solo per il fatto di essere accompagnati dal Va’ Pensiero. Come arrivò a casa sua scavalcò il cancello e s’incamminò lungo il selciato per andare a vedere per quale motivo la sua domestica, già debole d’orecchie, non avesse sentito il suo deciso scampanellare. Le voci lo raggiunsero prima ancora che riuscisse a vedere le due donne. Aida e Maristella stavano discutendo su come si facesse la ribollita. Quest’ultima era la sua vicina di casa e, a giudicare dal pacchetto che teneva in mano, gli aveva tenuto da parte la solita porzione smisurata di ribollita, come sempre faceva quando se la preparava per sé. Maristella era un’impicciona e le sue incursioni in casa dell’amico commissario, per scoprir qualcosa di quello che succedeva all’altri, erano accompagnate da una pioggia di domande a trabocchetto, che in confronto i suoi interrogatori non erano niente. Ma quella volta gl’era andata male perché c’era Aida che, contrariamente all’amica, non amava il chiacchiericcio e per questa ragione non le dava retta. Aida, infatti, nonostante le sue stranezze aveva però il grande pregio d’essere una persona discreta e questo faceva di lei la sua domestica ideale. L’oggetto del contenzioso, che la nuova venuta non era riuscita nemmeno ad appoggiare sul tavolo, era una pietra di scandalo, perché il giorno in cui Aida veniva a pulire e cucinare non voleva nessun’altra donna alla porta che portasse altre pietanze. Duccio rise vedendo la scena e dopo essersela goduta per un minutino occhieggiando le donne dalla portafinestra, arrivò alla conclusione che la concorrenza non fosse solo una caratteristica del commercio: riferita a due massaie comporta la necessità di far sparire i mestoli. Ancora in costume e con il sale del mare che gli pizzicava i peli delle gambe, s’intromise tra le due donne a rischio della propria incolumità fisica e assicurò che la caponata di Aida sarebbe stato il suo desinare, mentre la ribollita l’avrebbe tenuta per cena. Fra l’altro, aveva un ospite e perciò gli era arrivata proprio a fagiolo. “Che t’ha invitato, ‘na giovincella?” “No.” Aida lo guardò di sbieco: “Peccato! Oh Duccio, sistemati! Riaccasati di nòvo, un tu po’ mica rimane’ da solo tutta la vita.” “Ma ndo’ la trovo una che mi fa i mangiarini come i vostri?” Un po’ di captatio benevolentiae non aveva mai guastato. “Quella un tu la trovi di certo.” Quell’ultima risposta la dettero in coro e si guardarono un po’ meno bruscamente. 4


Aida si decise addirittura a offrire un caffè alla rivale di fornelli e Duccio si sentì abbastanza sicuro di non trovare un cadavere in cucina al suo ritorno dalla doccia, che decisa di avviarsi verso il bagno. Quando finì la doccia l’unica cosa che trovò freddata in cucina, fu il suo caffè. Meglio così. Maristella lo salutò dal giardino mentre già si avviava verso il cancello accompagnata dall’amica di una vita con cui si era appnea riappacificata. Quando Aida rientrò in cucina con il suo fazzoletto piegato a triangolo e legato intesta sopra la messa in piega, per non far colare sulla fronte della nostra cantante lirica un rivolo di sudore durante l’ouverture del Nabucco, lo guardò con quel suo sguardo che non riusciva a essere bieco e sentenziò: “Comunque la ribollita la un si fa in codesta maniera.” “Che tu l’ha’ mai assaggiata quella fatta da Maristella?” “No e un ci tengo.” “Allora come tu fa’ a dire che un è bòna?” “Lo sento da i’ profumo che un è stata abbastanza su i’ fòco.” “Senti, stasera vieni a cena che ce la mangiamo assieme.” “Un tu c’ha’ n’ospite?” “Tu s’è te, chioccola. Voglio che tu l’assaggi e così la smetterete di litigare.” “Ah, davvero? So’ io l’ospite? Vengo volentieri e così si leva una serata alla solitudine.” “E domani tu le dici che l’era bòna.” “Questo un tu me lo po’ chiedere.” Quando Aida e Nabucodonosor finirono di riassettargli la casa e di preparargli la caponata di melanzane, Duccio uscì sul terrazzo d’ingresso e l’accompagnò fino al cancello. Dopo due appostamenti notturni fatti insieme all’agente Gorini per cercar di cogliere in flagranza di reato almeno una delle due bande di ladri che stavano ripulendo una ad una tutte le ville della zona, quel giorno se l’era preso di riposo in vista della nottata futura che avrebbe trascorso ancora in macchina assieme al collega, come ai vecchi tempi in cui era un agente semplice. Ma del resto molti dei suoi agenti erano impegnati in un’altra operazione e quella delle rapine a cui stava collaborando anche lui tornando a militare nelle fila dei novellini, impegnava due volanti a serata perché i ladri, per portare a termine un colpo, che facevano? Ne organizzavano due: uno sarebbero andato a vuoto per l’arrivo della polizia, mentre l’altro si sarebbe concluso indisturbato perché la polizia era corsa dall’altra parte. Quando stava per richiudere il cancello alle spalle di Aida, si accorse che all’angolo della strada, dietro il muretto della villetta di fronte e sopra la sua bicicletta, c’era Lucrezia Borghini che sembrava intenta a guardarsi in giro. La donna era seminascosta da un paio d’occhiali da sole enormi e da un cappello a falda larga che celava la parte alta del capo. Lucrezia, Lucrezia … finché un tu cambi i’ colore de’ capelli, un tu c’ha’ bisogno d’un cappello pe’ camuffarti ma d’una cuffia. 5


Duccio intuì, grazie a quella perspicacia che fece di un ragazzo un uomo, e di quell’uomo un buon poliziotto, che la Signora Borghini aspettava proprio lui, ma che non si sarebbe mai avvicinata fintantoché Aida non s’era allontanata. Come da copione, un paio di minuti dopo aver chiuso il cancello alle spalle della sua domestica, Duccio lo riaprì sul volto rigato di lacrime di Lucrezia Borghini. Duccio non sapeva cosa dire e stava fermi ad aspettare la comunicazione di qualche lutto o di un incidente grave. Per quello strano gioco di ruoli che la vita impartisce senza spiegarsi il perché, lui si era sempre rivolto a quella donna dandole del lei, mentre lei forse per il fatto di rivolgersi ad un ragazzo che era stato un compagno di classe di suo figlio, lo apostrofava dandogli del tu e infischiandosene del ruolo istituzionale che aveva nella cittadina. E faceva bene. Ieri la son partita per anda’ a trovare la mi’ sorella a Livorno e Sauro gli è rimasto a casa da solo, ma oggi quando sono tornata gl’ho trovato tutto sotto sopra. Duccio, Sauro è sparito e c’è sangue in giro pe’ i’ bagno.” Dopo un attimo di smarrimento Duccio si riprese: “Lucrezia, i’ che l’aspettava a dirmelo, un possiamo perde’ tempo! L’ho vista dall’altra parte della strada già qualche minuto fa.” “C’era Aida e un volevo che la si spargesse la voce.” Perché, mi domando e dico, una persona si deve vergognare d’esse’ stata rapinata? un è mica ‘na colpa. Rientrò in casa per richiudere il portone e prendere la vespa. Decise di non avvertire subito il comando perché qualcosa gli diceva che sarebbe stato meglio vedere la situazione in loco prima di affrettarsi a fare comunicazioni ufficiali. La casa dei Borghini distava un paio di chilometri tutti da percorrere sulla statale Aurelia in direzione di Cecina ed era un edificio indipendente senza balconi, di quelle che assomigliano alle vecchie case cantoniere dell’ANAS. Lucrezia si era avviata verso casa prima di lui, ma essendo in bicicletta arrivò un minuto dopo e lo condusse sul retro della casa dove gli fece vedere una finestra le cui imposte di legno erano state forzate con un piede di porco e che lei aveva momentaneamente richiuso aiutandosi con una catena da bicicletta. Tornati sulla parte davanti della casa Duccio e Lucrezia Borghini entrarono dalla porta principale che i ladri non avevano neanche sfiorato perché, essendo sulla strada principale e solitamente molto trafficata, sarebbero stati visti da qualcuno di passaggio nel tentativo di scassinarla. Inoltre, avrebbero fatto così tanto rumore da allertare il marito di Lucrezia che probabilmente era in casa. Il corridoio d’ingresso aveva un mobile i cui cassetti erano stati sfilati e rovesciati a terra, mentre in salotto non c’era più nulla al proprio posto: cuscini del divano rovesciati, lampade a terra e un mobile, svuotato completamente del suo contenuto di documenti, aveva i due sportelli dotati di serratura, che erano stati sfondati con un’ascia e divelti. La cucina era stata rovistata tutta e anche le camere da letto avevano ricevuto lo stesso trattamento.

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Del marito non c’era traccia, anzi qualche segno di lui a dir la verità era visibile in alcune gocce di sangue sparse in bagno qua e là. Con ogni probabilità i ladri dovevano aver tenuto d’occhio la coppia e, quando avevano visto la moglie uscire, erano entrati e una volta sopraffatto l’occupante, lo avevano chiuso in bagno dopo averlo convinto con le maniere forti. Duccio conosceva Sauro Borghini sin da quando era piccolo e, non essendo un uomo di grande statura, pensò che doveva essere stato facile per i ladri aver la meglio su di lui. Saperlo in mano loro lo turbava non poco e gli lasciava sul volto un’espressione così mesta da non essere di nessun aiuto alla donna che gli stava accanto e che lo osservava come se fosse stato un oracolo a cui poter chiedere quale futuro avesse in riserbo per lei la sorte. “Lucrezia, l’ha già visto se le manca qualche cosa in particolare?” “Tenevamo dei soldi in casa e so’ spariti. Gl’eran di molti, perché da un po’ di tempo in qua Sauro un si fidava più della nostra banca. Avea ritirato tutti i nostri risparmi e preferiva tenerli in casa. Li tenevamo qui.” La donna lo condusse in bagno e gli mostrò una finta cassetta per il pronto soccorso, che loro avevano eletto a cassaforte di fortuna, non avendone una murata in casa. A Duccio cominciavano a prudere le mani. “Di quanti soldi la si parla?” “Tanti. Sauro un me li faceva conta’ ma credo che fossero più di quarantamila euro.” Duccio rimase in silenzio ma la perplessità sulle intenzioni del marito della donna gli si leggevano chiare in faccia. “Qualcos’altro?” “M’hanno portato via l’unico gioiello che io abbia mai avuto. L’è una collana di perle che Sauro mi regalò i’ giorno che nacque Marco. Mi garberebbe tanto riaverla. I’ resto de’ mi’ gioielli, se così vogliamo definirli, l’era quasi tutta bigiotteria da du’ soldi.” “Lucrezia avete mai fatto i passaporti?” “Sì, la si tengono tra le carte importanti.” E si avviò al mobile del salotto i cui sportelli erano stati aperti a colpi d’ascia. “Mi controlla per favore se ci sono ancora?” Mentre la donna, in ginocchio per terra, controllava se tra le carte di successione, della banca, delle dichiarazioni dei redditi e della pensione, ci fossero ancora i passaporti, Duccio le chiese dove fossero le chiavi della macchina che aveva visto parcheggiata ancora fuori. Si avviò verso l’esterno e cominciò a dare un’occhiata alla vettura. La macchina era relativamente nuova, doveva avere cinque o sei anni di vita, e veniva utilizzata per pochi chilometri al giorno perché Lucrezia non aveva la patente e Sauro la usava solo per andare in fabbrica; e infatti Duccio notò, sedendosi al posto di guida, che il contachilometri ne contava circa solo ventimila. Nonostante questo, una volta aperto il cofano notò subito che l’indicatore di livello del liquido dei freni era sotto il minimo; come estrasse l’astina dell’olio, vide 7


che anche lì non era stato fatto un rabbocco ormai da parecchio tempo e l’olio era, oltre che poco, anche molto sporco. Idem per il livello del liquido di raffreddamento. Sapendo bene che il dubbio che gli era sorto prima, stesse crescendo a vista d’occhio, il commissario di Colle cominciò a credere che quella macchina, non particolarmente vecchia, fosse in realtà molto trascurata perché il proprietario sapeva che da un certo punto in poi non l’avrebbe utilizzata più. Uscì la signora Borghini e gli comunicò che i passaporti erano spariti. “Che tu dici, Duccio, secondo te l’hanno rubati per rivenderli?” “È difficile, Lucrezia ma tutto può essere. Chiamo i colleghi e li faccio venì qui a fa’ un soprallògo, così t’accompagnano in centrale a fa’ la denuncia pe’ i’ furto con scasso e pe’ la scomparsa di Sauro.” La seconda denuncia era necessaria per lui, perché gli avrebbe lasciato carta bianca in quella faccenda. In caso contrario non avrebbe avuto giustificazioni per occuparsi di qualunque cosa d’altro non fosse la rapina. E, comunque, c’erano quella macchie di sangue in bagno a cui un significato bisognava pur trovarlo. Prima di avviarsi in centrale, Duccio pensò al piatto di caponata che non avrebbe neanche toccato e alle ire di Aida a cui sarebbe andato incontro, e sperò che, data la situazione, la donna lo avrebbe capito. Appena varcò la soglia della centrale salutò il Berti seduto dietro il vetro del centralino, verificò che non ci fossero state telefonate e chiamò il suo vice, Vito Scoppola, e l’ispettore Mariano nel suo ufficio “Ragazzi, ascoltate questa storia senza interrompermi e poi ditemi i’cche vu ne pensate: la signora Borghini viene a casa mia, un paio d’ore fa, aspetta che Aida s’allontani prima di raggiungermi a i’ cancello e poi mi dice che da lei c’è stata ‘na rapina ed è sparito i’ su’ marito, ma lei un sa da quanto perché manca da casa da ieri. Io mi dirigo subito in loco e trovo la casa de’ Borghini sotto sopra e con delle macchie di sangue in bagno, solo goccioline. So’ spariti molti soldi, perché da qualche mese a questa parte Sauro un si fidava più delle banche e preferiva tenerli sotto i’ su’ tetto. Mancano anche i du’ passaporti, della paccottiglia di poco valore e l’unico gioiello che Sauro Borghini regalò alla moglie quando nacque Marco.” Fu Gino a parlare per primo: “È scappato.” “Purtroppo è la conclusione a cui so’ arrivato anch’io. Ma il punto è che, conoscendo Sauro, io un ce lo vedo a fa’ tutto da solo. Conosco tutti e due da ‘na vita e mentre venivo qui mi so’ soffermato a pensare a quali potrebbero esse’ i motivi che portano un uomo dell’età di Sauro Borghini a lascia’ ‘na moglie co’ un carattere normale, magari un po’ sui generis, ma comunque non aggressiva o fagocitante, e l’unica cosa che m’è venuta in mente gl’era una ragazza giovane.” “Chi? Quell’uomo un è che faccia ‘na gran vita sociale.” “Una, in generale, per ora senza nome e senza volto. Perché, se la moglie fosse ‘na persona scontrosa a cui è difficile vivere accanto, capirei che lui si fosse mosso da solo per allontanarsene. Farei fatica a vedercelo, ma alle volte le persone so’ capaci di cose incredibili e, un facendo eccezioni, un potevamo escludere che anche Sauro ci fosse riuscito.” 8


Mariano sembrava scettico: “In caso contrario ritieni possibile che i’ nostro uomo si sia fatto convincere da una dolce pulzella?” “Sì, una che l’ha circuito pe’ i soldi.” “Quali soldi? La un mi sembra che sian così ricchi.” “Qualcuna che sapeva che i due tenevano un piccolo capitale in casa e uno da un’altra parte. Fatemi fa’ ‘na telefonata e poi vi dico in cosa l’è appetibile i’ patrimonio de’ Borghini.” “Va bene, io nel frattempo i’cchè fo’?” “Mariano, a momenti dovrebbe giungere in centrale la signora Borghini. Appena l’arriva conducimela qui.” Rimasto solo nel suo ufficio, nei dieci minuti successivi, Duccio fece una telefonata che gli tolse ogni dubbio sulle eventuali intenzioni del marito di Lucrezia: chiamò la ditta dove aveva lavorato per ben trentotto anni e quattro mesi e seppe che l’uomo s’era licenziato un mese prima facendosi versare tutta la liquidazione, che ammontava a circa sessantamila euro. A quest’omo gli ha dato di volta i’ cervello. Duccio chiamò nuovamente il suo vice: “Gino, tu e Mariano controllate tutti i voli intercontinentali in partenza da Roma e Milano e avvertitemi di qualunque risultato. A i’ Berti facciamo chiamare la capitaneria di porto pe’ ave’ l’elenco di tutti i passeggeri in partenza da Livorno pe’ tutta la settimana.” Pensò che fosse più probabile che avesse cercato d’imbarcarsi su una nave, piuttosto che essersi registrato su un volo per i tropici. Sauro era un sempliciotto, ma la donna che c’era di mezzo, non era certo una sprovveduta e certamente sapeva che i voli sono la prima cosa ad essere controllata quando una persona sparisce. Anche se uno, per non far capire le vere motivazioni alla moglie, cerca di camuffare il proprio allontanamento volontario per un rapimento. “Berti!” L’agente semplice Nunzio Berti si precipitò nel suo ufficio e si mise sull’attenti, come era suo solito. Abitudine che non c’era verso di fargli abbandonare. I pochi anni passati nella Marina Militare, prima di capire che la sua vocazione richiedesse i piedi ben saldi a terra, non gli permettevano di abituarsi all’idea che Duccio Cortese fosse un commissario di Polizia e non un capitano della flotta nazionale. In caso d’incendio lo avrebbe visto benissimo mettersi a urlare in mezzo al casino: “Abbandonate la nave. Ognuno si diriga verso la scialuppa di salvataggio più vicina.” Ogni dieci giugno, data della festa della Marina Militare, il Berti si dava malato e tornava in centrale il giorno dopo, leggermente più abbronzato. Eh, il primo amore la un si scorda mai! Quando lo ebbe di fronte e sull’attenti gli spiegò brevemente la situazione e gli chiese di chiamargli la capitaneria di porto. “Appena te l’inviano, portami subito l’elenco de’ passeggeri imbarcati da Livorno per tutta la settimana, ieri incluso.” Come l’agente si fu allontanato chiamò il Gorini, che era a casa della Borghini: “Per quanto vu ce n’avete ancora?” “Un paio d’ore, qui nulla l’è stato lasciato com’era prima.” 9


“Tagliate corto con la denuncia pe’ la rapina e accompagnate qui la signora, perché ho bisogno di farle qualche domanda.” “Ci so’ problemi, commissario?” “Sergio, quasi certamente si tratta d’un allontanamento volontario, ma rimanga tra noi e un farti capi’ dalla donna.” Nell’attesa di una mezz’oretta che seguì, prima che Lucrezia entrasse nel suo ufficio, Duccio venne informato che nessun Sauro Borghini s’era imbarcato su un aereo in partenza da qualsiasi aeroporto italiano che avesse dei voli intercontinentali. “Sì, i’ mi’ marito l’era un pantofolaio, glielo diceva sempre anche Michela, e l’unico svago che si teneva stretto l’era la partitina de i’ martedì con l’amici. Anche se presto avrebbe lasciato anche quella.” “Chi è Michela?” “Michela Cuccurullo l’è una ragazza che veniva a fargli le punture un anno fa, quando l’è stato operato.” Lucrezia, con i suoi capelli color ghiacciolo all’arancia e un fazzoletto in mano già intriso di lacrime, lo guardava fissamente dimenticandosi di sbattere le ciglia ogni tanto, il che faceva riempire quegli occhi di lacrime al punto che l’azzurro dell’iride, ne diventava lo sfondo perfetto. “Torniamo alla partitina de i’ martedì. Perché dice che presto avrebbe smesso di andarci?” “Perché la stava diventando un impegno eccessivo. Lo sai come so’ gli amici, no? Ti chiedono un dito e poi si prendono tutto i’ braccio.” “Gli chiedevano molti favori?” “Ultimamente, sì. Era sempre fòri casa la sera e quasi la un si cenava neanche più insieme.” “Signora Borghini, a lei un so’ venuti de’ dubbi?” Vito, che aveva la pessima abitudine di intervenire durante gli interrogatori, calando degli assi come se fossero stati due di picche a briscola, in questo caso aveva posto la domanda, oltre che con il solito tempismo inopportuno, con la leggiadria di un maniscalco collerico. “Dubbi d’icchè?” La valanga di acqua dentro quegli occhi azzurri, stava tentando un disperato equilibrismo per rimanere negli argini delle ciglia. A questo punto, dopo aver tirato un’occhiata al suo vice che certamente non lo avrebbe fatto tremare di paura, Duccio dovette riprendere in mano la situazione affrontando il toro per le corna. “Lucrezia, lei un c’ha qualche dubbio su i’ fatto che i’ su’ marito possa essersi allontanato di su’ volontà?” “Ma i’cchè tu dici, Duccio. Poi di martedì un lo farebbe mai.” “Perché?” “Che un tu lo sai? Di venere e di marte né ci si sposa, né si parte.” Vito la guardò indeciso se darle una scrollata o uno sganassone. Era noto che la donna avesse qualche rotella fuori posto, ma in quel momento il commissario sperava che fosse più lucida e presente possibile. Quello che invece 10


stava succedendo era che il dolore e lo scompiglio le avevano accresciuto le sue stravaganze mentali. “Ipotizziamo pe’ un momento che Sauro abbia deciso di fregarsene de’ proverbi: perché vu avevate fatto i passaporti l’anno addietro?” “Perché voleva portarmi a’ caraibi in vacanza, quando sarebbe andato in pensione tra qualche anno.” “T’ha mai citato un luogo particolare?” “Una settimana fa, quando gli ho chiesto se mi avrebbe portato a Santo Domingo, lui s’è messo a ride’ e m’ha risposto che preferiva Santa Lucia.” Quando la donna fu congedata e fu fatta salire sulla macchina di Gorini che l’avrebbe riaccompagnata a casa, Duccio andò nell’ufficio del suo vice e come lo vide gli fece il verso di cacciargli due dita negli occhi. “Tu s’è delicato come un rinoceronte, Vito.” “Ah, dottò. Questa proprio la un c’arriva.” “Perché tu c’arrivi a capi’ i’cchè sta succedendo a quell’uomo?” “Certo. In qualche maniera, che dobbiamo ancora scoprire, quell’uomo vuole raggiungere l’isola di St Lucy, appartenente alle Piccole Antille.” “Bravo, ti trovo ben ferrato in geografia. E come tu fa’ a sape’ ch’esiste quest’isola?” “Io e Carmelina ci volevamo andare in viaggio di nozze.” “E perché la un ci siete andati?” “Perché gl’è troppo costosa.” “Oh, vedo che lentamente ci s’avvicina. Sauro ha a disposizione circa centomila euro, tra quelli presi a casa sua durante la finta rapina e la liquidazione che quasi certamente avrà prelevato da i’ su’ conto corrente. Mi spieghi perché un uomo che scappa di casa co’ un gruzzolo neanche tanto grosso si trasferisce a fa’ i’ pezzente in mezzo a’ ricconi? Un sarebbe più logico, e proporzionato alle su’ tasche, scegliersi ‘na destinazione dove con que’ soldi la si fa la vita da nababbo pe’ il resto dei tu’ giorni?” “Magari la donna ne aveva altri.” “Un credo. Son certo che la donna con cui gl’è scappato l’è quella Michela che l’anno scorso è andata a fargli da infermiera e che, accortasi che nella cassetta de i’ pronto soccorso al posto de’ medicinali c’erano molti soldi, ha cominciato a manovrare per impossessarsene senza rubarli di persona.” Un leggero bussare li interruppe e i’ Berti s’affacciò alla porta. “Capitano, so’ arrivati i dispacci della Capitaneria.” “Marinaio, me li consegni.” L’agente, che non aveva capito la battuta, allungò i fogli che teneva in mano aggiungendo che aveva già controllato l’elenco e il nome di Borghini non compariva. Tra le navi in partenza ce n’era una che avrebbe compiuto un itinerario di circa venti giorni, arrivando fino ai tropici. “Berti, tu ch’ha’ vissuto qualche anno sulle navi, sai se c’è i’ modo di potersi nasconde’ pe’ tanti giorni senza che nessuno s’accorga della tu’ presenza?”

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“L’è praticamente impossibile, a meno che la un si sfrutti ‘na cabina rimasta vòta pe’ nascondersi. Ma comunque c’è i’ fatto che uno deve mangia’ e lavarsi. Un po’ di rumore lo si fa per forza.” “Un c’è n’altra maniera secondo te?” “Certo, se tu fa’ parte dell’equipaggio gl’è normale che tu stia a bordo. Magari s’è fatto assumere pe’ fa’ i’ cameriere o l’uomo di fatica, capitàno.” “Bravo, bòna idea! Comunque so’ commissario, Berti. Torna in coperta e chiamami i’ Rossi. Digli di raggiungermi ne’ i’ mi’ ufficio tra cinque minuti.” Qualche tempo dopo e grazie alla consulenza dell’agente Massimo Rossi, che sapeva vita, morte e miracoli della cittadina e dei suoi abitanti spingendosi fino a Quercianella verso nord e a Vada verso sud, Duccio seppe qualcosa di più di quella Cuccurullo Michela. “È sorella di Cuccurullo Salvatore, che si trova in carcere a Livorno pe’ spaccio di stupefacenti, e soprattutto la figlia di Cuccurullo Santo: rapina a mano armata e lesioni aggravate a danno d’un gioielliere.” “Bella famigliola! E di lei i’cchè tu sai?” “È ‘na bella donna, ma ‘na poco di bòno. È un’approfittatrice che vive d’espedienti e lavoricchia ogni tanto ma un riesce a tenersi un posto di lavoro pe’ più di du’ mesi. Solitamente si fa mantene’ da qualche ganzo.” “Il cognome la mi sembra campano.” “Sì, se un ricordo male son di Napoli.” Una così non aveva certo una macchina a disposizione per potersi allontanare insieme al vetusto amante, alla volta di nuovi lidi. “Commissario, ma a noi che c’importa di tutto questo? Se quest’òmo vòle rifarsi una vita, con rispetto parlando per la moglie, so’ affari sua.” “Il problema gl’è che, secondo me, s’è messo in un troiaio più grande di lui. Per come lo conosco io, la un mi sembra un grande amatore e quella ragazza la un cerca certo i’ grande amore della vita. E, comunque, a Lucrezia Borghini ho fatto firma’ ‘na denuncia di scomparsa basata su quelle macchioline di sangue trovate ne i’ bagno, che possono indurre a pensa’ ad un’aggressione escludendo un allontanamento volontario. Con tutto ciò adesso la ci si può occupare ufficialmente della cosa e intendo farlo, perché i’ Borghini un se la passerà bene se un lo troviamo, dammi retta.” Duccio riprese in mano l’itinerario della lunga crociera ai caraibi, partita quella mattina e verificò un particolare che, mentre ascoltava Massimo Rossi, lo assillava. Il primo scalo che la nave avrebbe fatto, una volta partita da Livorno, era giusto a Napoli per imbarcare altri passeggeri prima di puntare verso l’oceano. Riprendendo in mano l’elenco dei passeggeri ci trovò la signorina Cuccurullo. Qui ci vuole Ciro o’ sceriff, sperando che non sia troppo tardi. Prese il telefono e, dopo i primi convenevoli, Duccio chiese a Ciro di attendere la nave che sarebbe attraccata al porto da lì a poco. “So’ alla ricerca d’un omo, probabilmente un allontanamento volontario camuffato da rapimento, che poco prima di parti’ s’è fatto scappa’, parlando con la moglie, ‘na frase sibillina che può aiutarci a capi’ quale sia la su’ destinazione. Ha 12


detto che gli sarebbe piaciuto anda’ a Santa Lucia, riferendosi all’isola caraibica, ma secondo me la intendeva qualcos’altro che si chiama il quel modo. La persona con cui se n’è andato l’è originaria di Napoli e credo che siano diretti proprio lì, nella capitale partenopea. La mi’ domanda gl’è questa: c’è una zona di codesta città o una parrocchia, per esempio, che abbia i’ nome di Santa Lucia?” “A Napoli ci sta Borgo Santa Lucia, ca’ è ncopp o’ mare ed è ‘na zona storic assaie bbella.” “Perfetto, allora t’invio la foto di quest’omo. S’è imbarcato su una nave da crociera che arriva a Napoli stasera. Dovresti pedinarlo da quando scende fino a dove andrà insieme alla donna che l’è con lui.” Il resto della giornata fu intensa per via d’un investimento con omissione di soccorso e la solita lite in famiglia dove i coniugi Benci se l’eran sònate di santa ragione. Prima o poi li arresto, quei due. E per punirli per benino li metto in cella assieme La sera Aida fu comprensiva per il fatto che la sua caponata fosse rimasta intatta nella padella e fu costretta anche ad ammettere che in effetti, volendo essere generosi, la ribollita di Maristella fosse abbastanza buona. ‘Abbastanza’ da riuscire a mangiarne tre porzioni circa. Verso le dieci arrivò la telefonata di Ciro che tanto attendeva perché lui se lo sentiva nelle ossa che il Borghini avrebbe avuto di che pentirsi delle proprie scelte. Ciro gli comunicò che i due erano sceso a terra verso le due del pomeriggio. “Lui come t’è sembrato?” “Era àllero comm ‘na pasqua, accànt a ‘na bella uaiona.” “Tu c’ha l’indirizzo di dove si son diretti?” La mattina successiva Duccio partì presto e mentre era in auto fece una lunga telefonata al suo collega partenopeo, al cui distretto apparteneva la zona di Borgo Santa Lucia, e gli spiegò per quale motivo lui si stesse dirigendo da quella parte. Arrivò verso l’una all’appartamento che gli era stato indicato dal suo amico o’sceriff. In quel quartiere alcuni palazzi erano veramente belli ed altri appena accettabili, come quello in cui stava entrando lui. I due fuggiaschi, secondo le indicazioni di Ciro, erano al quinto piano nell’appartamento 102 e Duccio, come arrivò davanti al portone dovette suonare molte volte prima di sentire qualcuno che spostasse lo sportellino dello spioncino. Subito dopo si sentirono i giri della chiave nella toppa e finalmente vide il padre del suo vecchio compagno di classe. Poteva sembrare suo nonno, a giudicare dall’espressione che aveva in volto. Il racconto di quanto fosse accaduto in quegli ultimi tre giorni fu un insieme di laconiche ammissioni di stupidità. Tutto il brio della fuitina era svanito in una bolla di sapone, insieme a tutti i soldi che la ragazza aveva arraffato mentre lui dormiva. Oltre al contante che si erano portati dietro dalla finta rapina, anche i soldi della liquidazione che lo aveva convinto a prelevare dal conto corrente.

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Mentre l’auto correva in direzione della Toscana i due occupanti non si parlarono, uno perso nei propri pensieri e l’altro per non infierire. Duccio gli spiegò che il giorno successivo avrebbe convinto Lucrezia a ritirare la denuncia per scomparsa e lui sarebbe potuto rientrare subito a casa sua senza passare per la centrale. Solo quando furono alle porte di Rosignano il più anziano ruppe il silenzio: “Che cosa le dico?” “Dille la verità, Sauro.” “La siamo rimasti senza soldi e lavoro.” “Forse tu le basti te.” Come ebbe finito di parlare, i due erano arrivati e Sauro scese dalla macchina, dirigendosi a testa bassa verso casa sua, teatro di una finta rapina, di uno squallido amorazzo e un noioso ma normale matrimonio. La vita di un commissariato di polizia non è costellata solo di omicidi da risolvere. Alle volte ci sono altri delitti in cui ci scappa un morto, un colpevole c’è, ma sfugge alla giustizia ed è destinato a pagare una pena forse più greve del carcere. Quella notte Duccio aveva dormito male e adesso, mentre guardava quella persona appesa al soffitto, sentì dentro di sé quel senso d’impotenza che non gli aveva fatto chiudere occhio tutta la notte, diventare smisurato. Per quanto avesse cercato di fare qualcosa di buono e utile per i suoi due conoscenti, era potuto arrivare solo fino a un certo punto. Da lì in poi aveva dovuto solo sperare e stare a guardare. Come in quel momento, in cui vicino a lui una sedia era stata allontanata con un calcio dalla disperazione, e un biglietto portava una scritta: ‘Con immutato affetto … la tua Lucrezia.’ Sopra, come una dedica ragionata o un testamento spirituale, la collana di perle che lei aveva tanto voluto che le tornasse indietro: unica cosa di cui lui non si era sbarazzato. Duccio ripensò al padre e figlio che qualche settimana prima aveva visto mangiare un gelato assieme, ricchi e fortunati per motivi diversi e ognuno a modo proprio, ma almeno si sentivano tali. Chissà quante volte Sauro e Lucrezia avevano mancato di sentirsi così. Forse l’ultima volta era stato ai tempi di quella collana di perle, quando ricchezza e fortuna si erano incontrate e lasciate andare.

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Con immutato affetto