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Dicembre 2020


FIND YOUR DIFFERENCE


Sommario 04

La Serenata Editoriale

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Il lungo inverno fiorentino e il rebus dei fondi alla cultura Il Museo della Lingua italiana e la loggia di Isozaki Luci e panorami

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Luoghi dimenticati

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Prove di sopravvivenza: le case del popolo

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(Ăˆ) tutto nei termini

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Emma Nolde - Lavorare con lentezza

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Le vittorie di Martina Trevisan Sipario - Cosa non vedremo, quel che non sarĂ sul palco

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I somellier e le storie in bottiglia

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Lo bello stile NoCost - Gli occhiali di Salvino Lavignetta

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Nell'armadio di Alicia Tessuti e ricordi con BEBE

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La posta di Sigismondo Froddini - Pandoro, brindisi e wi-fi Personaggi fiorentini - Federico Maria Sardelli

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Albero alternativo per un Natale piĂš buono Il mignolo verde - Sperimentazioni aromatiche

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Il cinema salva l'anima Up&Down

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Frastuoni

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Libri e libellule - Il 2020 in libri. Storie per l'anno sospeso Brevi cronache librarie - Racconti fiorentini con la scusa di un libro

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Parola ai musicisti - Intervista a Michelangelo Scandroglio Minimondo

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La voglia di fare impresa non si ferma Tradizioni fiorentine

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Palati fini - Gingerbread House Spirito liquido - Le origini del Gin

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Oroscopo


EDITORIALE LA SERENATA di Matilde Sereni

fidùcia s. f. [dal lat. fiducia, der. di fidĕre «fidare, confidare»] (pl., raro, -cie). – 1. Atteggiamento, verso altri o verso se stessi, che risulta da una valutazione positiva di fatti, circostanze, relazioni, per cui si confida nelle altrui o proprie possibilità, e che generalmente produce un sentimento di sicurezza e tranquillità. È difficile trovare le parole giuste per salutare o riassumere questo bislacco - a essere gentili - 2020; siamo più bravi con le sensazioni, ed è innegabile che fatica e sconforto la facciano da padroni. Eppure ci siamo sempre stati, da marzo a oggi, cercando di raccontare quel che succedeva intorno, e spesso siamo inciampati in atteggiamenti ben distanti dal senso di fatica e sconforto di cui parlavo sopra: abbiamo raccontato di gesti altruistici, di azioni collettive, di impegni istituzionali e di promesse per cambiamenti prossimi. E visto che continueremo a esserci questo è il momento di buttare l’amo per quello che verrà; alla luce di tutto, che sia un amo carico di leccornie e buone speranze. “A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca” disse qualcuno ben più dritto di me; ma, nonostante sappia benissimo quando non dovrei farlo, dormo meglio ad avere fiducia che malafede.

di Jacopo Aiazzi

Un anno distanti, ma insieme

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bbiamo sempre cercato di schivare il classico bilancio di fine anno. Quest’anno, invece, ci sentiamo quasi in obbligo di rendere conto del nostro percorso ai nostri azionisti di maggioranza: i lettori. Pronti ad affrontare il 2020 con l’entusiasmo di un andamento costantemente positivo, con l’arrivo delle prime giornate di sole è cambiato tutto. Il numero di marzo nascondeva una proposta: istituire una giornata di musica libera per le strade della città. Non ha fatto in tempo a uscire che il lockdown si è drammaticamente abbattuto sulle nostre vite. Come sempre in direzione ostinata e contraria, complici anche gli effetti secondari della pandemia – perdita di lavoro per gli artisti, svuotamento del centro storico, etc. – abbiamo creduto in questa idea (e continuiamo a crederci) e l’abbiamo mantenuta con una piccola modifica sul piano della distribuzione. Invece di elemosinare qualche spicciolo a voi lettori, abbiamo deciso di sostenervi, a modo nostro, nella chiusura forzata spedendo gratuitamente la rivista a casa di che ne faceva richiesta. Ad aprile abbiamo ripetuto l’operazione raddoppiando la platea di chi poteva ottenere la rivista a domicilio. Semplicemente, abbiamo pensato che foste il miglior investimento che potevamo fare. E il risultato non ha tardato ad arrivare: ci avete intasato la casella di posta della redazione con i vostri ringraziamenti e i vostri racconti di quello che stavate vivendo e di come questa rivista vi è stata utile contro la noia e l’isolamento. L’estate ha portato con sé una parvenza di normalità ed è stata l’occasione per esaminare con la lente di ingrandimento tutto quello che la nostra regione offre in termini di vacanze. L’autunno ha bussato alle nostre porte con nuove regole di convivenza sociale, e la catalogazione di alcune attività come spettacoli, mostre, proiezioni, etc. come elementi non essenziali. Siamo convinti di avervelo raccontato nel modo più fedele possibile. Oggi, alla prospettiva di passare le vacanze natalizie senza le consuete abbuffate di massa abbiamo risposto con un numero eccessivo di articoli a doppia firma. Cercare di sopperire al mantenimento del distanziamento fisico con l’avvicinamento intellettuale. E anche qui, con qualche doverosa revisione nel metodo distributivo. Perché leggere è il miglior strumento per contrastare la noia.

Buona lettura

IN COPERTINA

HAPPY

di Simone "Duman" Marinelli "Questo è stato un anno stancante, ma abbiamo ancora molto amore da dare, che sia per un uomo, per una donna o per un animale. Abbiamo ancora la voglia di sognare, di guardare fuori dalla finestra e sperare che tutto questo passi il prima possibile. Possiamo essere felici di quel che abbiamo." Simone “Duman” Marinelli, creativo, graphic designer e illustratore. La sua passione lo porta fin dall'adolescenza a esprimere la sua creatività sui muri della sua città e di molte città Europee. Attualmente oltre a collaborare con alcune agenzie pubblicitarie di Firenze continua a coltivare la sua passione artistica partecipando a molte iniziative ed esponendo in vari luoghi. Il suo segno è contraddistinto da una ricerca della semplicità espressiva, dall’aspetto gioiosamente infantile che mette in luce la sua visione non razionale, emotiva del mondo in maniera ornamentale e ludica. Le sue illustrazioni e graphic design compaiono per campagne pubblicitarie, copertine di libri, riviste, abbigliamento. https://www.instagram.com/simone_duman/

Iscrizione al Registro Stampa del Tribunale di Firenze n. 5892 del 21/09/2012 N. 90 - Anno IX - Dicembre 2020 - Rivista Mensile ISSN 2612-2294

Proprietario: Associazione Culturale Lungarno Editore: Tabloid Soc. Coop. • Firenze • N. ROC 32478 Direttore Responsabile: Jacopo Aiazzi Stampa: Tipografia Baroni e Gori srl • Prato Nessuna parte di questo periodico può essere riprodotta senza l’autorizzazione scritta dell’editore e degli autori. La direzione non si assume alcuna responsabilità per marchi, foto e slogan usati dagli inserzionisti, né per cambiamenti di date, luoghi e orari degli eventi segnalati. Lungarno ringrazia Marco Battaglia e la type foundry Zetafonts per aver concesso, rispettivamente, l’utilizzo delle font Queens Pro e Monterchi.

I contenuti di questo numero sono a cura dell’Associazione Culturale Lungarno. Per la loro realizzazione hanno collaborato: Matteo Azzaroli, Daniele Pasquini, Martina Vincenzoni, Giacomo Alberto Vieri, Matteo Chiapponi, Alect, Michele Baldini, Virginia Landi, BUE2530, Leonardo Cianfanelli, Gabriele Giustini, Tommaso Chimenti, Tommaso Ciuffoletti, Marco Tangocci, Davide Di Fabrizio, Teresa Vitartali, Lafabbricadibraccia, Marta Pancini, Valentina Messina, SpazioPosso, Marcho, Marianna Piccini, Walter Tripi, Caterina Liverani, Beatrice Tomasi, Carlo Benedetti, Giulia Focardi, Susanna Stigler, Raffaella Galamini, Riccardo Morandi, Marta Staulo, Andrea Bertelli, Lulaida, Francesca Arfilli, Simone "Duman" Marinelli. Caporedattore: Riccardo Morandi Editor: Arianna Giullori L’Associazione Culturale Lungarno ringrazia la Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze per il contributo a sostegno delle attività culturali svolte.


Il lungo inverno fiorentino e il rebus dei fondi alla cultura di Daniele Pasquini e Martina Vincenzoni illustrazione di Alect

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imponderabile eventualità della pandemia ha colpito tutti i settori, ma il focus di questo giornale è da sempre la vita culturale e artistica della città: per questo nei mesi scorsi abbiamo dato conto delle problematiche affrontate dalle realtà che propongono tale offerta al territorio, dai teatri storici alle piccole associazioni. Il Comune di Firenze ha adottato diverse strategie per contenere i danni. Ecco un ordinato riassunto delle puntate precedenti. Intanto i contributi triennali previsti dal bando Estate Fiorentina: a fine novembre l’assessore Sacchi ha confermato lo stanziamento di 680 mila euro ai 67 soggetti vincitori, con una decurtazione del 15% per il 2020, allontanando lo spettro dell’annullamento totale dei contributi e affiancandosi al milione e mezzo stanziato da CR Firenze. A metà ottobre è poi uscita la gradita notizia di un bando per proporre eventi di una rassegna, l’Inverno Fiorentino, da tenersi nei mesi di novembre e dicembre. La call era affidata all’associazione Mus.e ed esprimeva un favore verso eventi che prevedessero una fruizione anche online. Tutto questo è ovviamente saltato a seguito del DPCM del 24 ottobre e, alla presentazione della mancata stagione del Teatro

della Pergola, Sacchi ha dichiarato che i fondi sarebbero stati confermati per aiutare associazioni, teatri e sale di cinema in sofferenza: 200 mila euro per quegli eventi e spettacoli che potessero essere realizzati in forma digitale o che non prevedessero una fruizione di massa; gli altri 100 mila euro come forma di sussidio ai teatri. La delibera dell’Inverno Fiorentino approvata a inizio novembre “sposta il baricentro della produzione sul digitale: associazioni, enti e realtà culturali potranno così organizzare eventi e iniziative fruibili online. Siamo la prima città in Italia a compiere un’operazione del genere”. Lo stanziamento totale è di 150 mila euro destinati a soggetti no profit che hanno maturato esperienze nel territorio e che si contraddistinguono per qualità artistica e originalità. Potrà essere riconosciuto un contributo di 1.500 euro per ogni evento digitale proposto, fino ad un massimo di 5 mila euro in caso di più eventi. Confermati anche gli altri aiuti per “i soggetti senza scopo di lucro che gestiscono sale teatrali e di spettacolo fiorentine attualmente chiuse al pubblico che necessitano con urgenza di un sostegno economico per far fronte alle spese”, per un massimo di 15 mila euro ciascuno, sulla base delle spese documentate nel 2020. Palazzo Vecchio prevede anche la concessione gratuita di immobili e l’esenzione del canone di noleggio di beni di proprietà del Comune.

Luci e panorami

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ome nelle commedie americane sul Natale, anche la Città di Firenze tenta di salvare le feste. Lo fa confermando F-Light, Firenze Light Festival, che da anni propone installazioni luminose, light-art e videomapping sui monumenti e le piazze di Firenze. In versione ridot-

ta, si tratterà di un’edizione ispirata al viaggio Dantesco. Ponte Vecchio, alberi artistici e luminarie nei quartieri. Rimandata invece l’idea di Nardella di far installare una ruota panoramica al Piazzale Michelangelo. M.V e D.P.

Il Museo della Lingua Italiana e la Loggia di Isozaki

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e lo avevamo anticipato sul Lungarno di marzo. Anche se il virus ha messo in ginocchio la cultura italiana l’ipotesi del Museo della Lingua Italiana è rimasta in piedi. Il Ministero dei Beni Culturali il 10 agosto ha stanziato 4,5 milioni di euro alla realizzazione del progetto, che dovrà prendere vita nel Complesso di S.M. Novella. Dopo la visita di febbraio del Ministro Franceschini, il Comune ha portato avanti uno studio di fattibilità e si è mosso sul progetto tecnico. A fine estate il comitato promotore – tra cui i prof. Antonelli e Serianni, e istituzioni prestigiose, tra cui Crusca, Lincei e Soc. Dante Alighieri – ha fatto sapere di aver appreso dello stanziamento dei fondi ministeriali a cose fatte, e di non aver più lavorato dall’inizio del primo lockdown. Ci sarà da recuperare il tempo perso. Intanto, crescono le voci contrarie sul doppio fronte culturale-politico: Firenze non ha bisogno di altri musei, dovrebbe piuttosto valorizzare ciò che ha, proteggere il proprio tessuto culturale e dare sostegno alle realtà che stanno soffrendo. Quel che è certo è che salvo miracoli il museo non vedrà la luce nella primavera 2021, come previsto inizialmente, per gli anniversari danteschi. Più probabile la fine del prossimo anno, o la primavera 2022. Nello stesso decreto i Beni Culturali hanno stanziato per Firenze 12 milioni (6 nel 2021 e altrettanti nel 2022) per la realizzazione della Loggia Isozaki, l’atteso e discusso portale di uscita degli Uffizi. Il progetto dell’archistar giapponese è in standby dal 1998. M.V e D.P.

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LUOGHI DIMENTICATI Foto di Matteo Azzaroli

MANDELA FORUM “Il mandelaforum è un deposito di memoria, e noi siamo i custodi delle emozioni dei tanti che ci sono stati e che speriamo continueranno ad esserci” Giuseppe Malgeri Venue Manager Mandela Forum

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SPAZIO ALFIERI "Una volta qui era tutto… Cinema” Federico Babini Direttore Artistico Cinema Spazio Alfieri

TEATRO PUCCINI “Tempi nuovi per altre idee” Lorenzo Luzzetti Direttore Artistico Teatro Puccini

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Prove �i sopravvivenza: le case del popo�o di Matteo Chiapponi e Giacomo Alberto Vieri foto di Susanna Stigler

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ualche settimana fa, nel silenzio illuminato dei più Grandi, se n'è andato Carlo Bordini, poeta e uomo magnifico: “così questo rammendare piccole cose porta le cose migliori”, è un suo verso tratto da “Sasso”, che forse vi dirà poco e nulla. E forse, a molti di voi, diranno poco e nulla anche le case del popolo, i circolini, sì proprio loro, quei fortini di Storia (con la S maiuscola, non badate a Instagram) e camparini alle 5 il pomeriggio, quei bunker sicuri fra Partito, bestemmie, Cuore Viola, dibattiti sociali, che non sono rimasti immuni ai decreti governativi sulle chiusure di locali ed esercizi e, nella sofferenza goffa, ma sempre orgogliosa di chi regge una bandiera, si sono fermati una seconda volta. Le porte chiuse, ora: come a Vicchio nelle notti d'inverno, quando i ragazzi si fermavano davanti al circolo, prima di tornare a casa dopo una serata in giro a diventare grandi, per fumare l'ultima sigaretta. Quel luogo era, anche sprangato, la matrice d'inizio e il punto di fine, il “bona raga, vado in branda”. Al circolo di Settignano, Naima e Gianluca, fotografi e innamorati, un giorno di giugno, si sono sposati fra biliardino e amici. Si sono sposati altrove ma anche lì, ci sono arriva-

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ti per dedicare al proprio futuro insieme, il bicchiere della staffa. Per Duccio Tebaldi, storico barista e presidente dell’associazione culturale La Chute, il Circolo Progresso è un vero e proprio laboratorio di trasformazione culturale e sociale. Quando arrivò, il circolino era popolato da loschi personaggi dall’aura pesante che ci bivaccavano dentro mettendo i piedi sul tavolo. Un giorno tolse la tv: la rivolta. “Il circolo è casa mia!” dicevano. Molti di loro però, dopo esser stati buttati fuori a calci nel sedere, si presentarono, durante la chiusura estiva, armati chi di pennello e vernice, chi di cencio e granata. Negli anni è diventato un luogo in cui ascoltare artisti suonare e magari bersi anche un amaro con loro dopo il concerto. “Casa nostra” insomma. Leonardo Sgatti, presidente del Circolo San Niccolò, ci racconta il mutamento del tessuto sociale in cui il circolo è nato: da rione “pitiglioso” (pulcioso ndr) dove nacque la prima società di mutuo soccorso dei lavoratori di San Niccolò nel 1897, siamo passati attraverso due guerre e due alluvioni senza che però si perdesse il significato profondo di “mutuo soccorso” che, come ci spiega la consigliera Chiara Burgio, adesso è “fioritura collettiva” grazie alla poesia. Il poeta iracheno Hasan, ad esempio, che

frequentava il circolo senza che nessuno sapesse chi fosse, qui è stato omaggiato un anno fa; c’è un suo verso tratto dalla poesia “L’abbandono” che sembra parlare di quando, straniero, andava al circolo per trovare rifugio: “Un’altra volta come uomo perduto sto tornando verso te”. E anche Angiolino, I'becco, come lo chiamano da anni i suoi amici ottuagenari, compagni di lotte sindacali, tombolate e riunioni di quartiere, i mercoledì sera d'inverno dalle parti di Firenze Nord, ora sta seduto su una panchina, guarda l'insegna spenta del suo circolo, aspira una boccata di M&S rosse, assorto regala una confidenza: “E mi chiamano i'becco perché qui ce n'ho portate neanche una, ma due, di donne. Non ho fatto a tempo a sposarle che l'eran belle scappate con un altro. E allora, o come tu la metti?”. Guardiamo altrove, poi sorridiamo. Passa una ventata ancora calda nel primo buio di novembre, nel rammendare le piccole cose che porta le cose migliori. Il sipario per ora si chiude. Ma voi continuate ad applaudire. I circoli, come gli attori migliori, tornano sempre per un bisse.

Il circolo è anche casa mia!


(È) tutto nei termini

di Michele Baldini e Virginia Landi illustrazione di BUE2530

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e come dice Nanni «le parole sono importanti» bisogna ogni tanto mettere un punto. Questo 2020 è stato un anno pieno di parole (oltreché disgrazie) motivo per cui abbiamo pensato di fare un piccolissimo sunto di quelle che ci porteremo dietro, perlomeno nel 2021. O meglio, più che parole, termini, che si sono insinuati (grazie o per colpa del Covid, seppur indirettamente) nella nostra vita comune (e di massa) da zero; perché alieni (lockdown, new normal, social bubble, streaming) oppure che hanno assunto un significato diverso da quello comune (tamponare, positività) o sono diventate vittime di meme e storpiature (Focolaio vs Focolare, Smart Working vs smartuorki, Assembramento vs Assemblamento) o hanno infine materializzato l’angoscia (pandemia, virus, indice di mortalità, paziente zero). E gli acronimi come DAD, FAD, DPCM? Come dimenticare poi gli hashtag (#celafaremo, #andratuttobene, #distantimauniti, ma anche #blacklivesmatter)? Insomma non se ne veniva a capo. Di seguito alcuni spunti tra i più istituzionalizzati; noi nel frattempo andiamo a panificare e a fare “attività fisica all’aperto” (ma con la mascherina!), pensando alla nuova rubrica che troverete presto sulle pagine di Lungarno.

DPCM /dippittʃi’èmme/ acr. (Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri). Spesso mal pronunciato e mal trascritto in DCPM è la misura con cui il Presidente del Consiglio Conte ha nel corso dell’anno (e dello stato di emergenza) tradotto in legge le progressive restrizioni o allentamenti per il contenimento del virus COVID-19. Associato sempre più spesso a un crescente stato di ansia che si prolunga dalla comunicazione quotidiana del bollettino pandemico alla successiva pubblicazione dello stesso. Smart /smɑɹt/ dall’inglese Smart (brillante, capace, attivo). Da solo o associato alla parola working /ˈwɜːkɪŋ/ e mal tradotto smarworky o smartuorki è diventato particolarmente comune nel 2020 nel definire il telelavoro o “lavoro agile”. Per analogia e dozzinalità riassume il concetto di lavoro da casa, senza precisi orari né spazi, in condizioni di frequente affanno, frustrazione, incompiutezza, in opposizione al significato originario. (Es. “Mi hanno messo in smart”). DAD - FAD /ˈdad/,/ˈfad/ acr. (didattica a distanza, formazione a distanza). Insieme delle attività di insegnamento all’interno di un progetto educativo che prevede la non compresenza di docenti e studenti nello stesso luogo fisico. L’alternativa utilizzata per colmare il vuoto didattico, viene prevalentemente svolta tramite piattaforme on-line per videoconferenze come Zoom, Meet e Google Classroom,

strumenti indispensabili per i due termini. Tra gli effetti generati da questa pratica si riscontrano, alternati: gioia, avvilimento e stati confusionali diffusi che hanno accompagnato la fine e l’inizio dell’anno accademico 2020. Da non confondere con la parola inglese Dad /ˈdæd/ (padre, papà), o con i meme su “Daddy Conte”.

Le parole del 2020

Positivo /po·ṣi·tì·vo/ (valido, buono, effettivo). Contrapposto a negativo, può indicare la “conferma” relativa alla prevedibilità di un risultato (“l’esame è stato p.”), o anche il sussistere di conseguenze favorevoli in corrispondenza di dati o fatti direttamente controllabili (“i lati p. della situazione”). Generalmente utilizzato anche per descrivere uno stato d’animo o situazione favorevole, oggi rappresenta, al contrario, un persistente “stato d’allerta” provocato dall’attesa di un risultato diagnostico o motivo di spiritosaggini in attesa di un esito qualsiasi. (Es. “Non essere così p.”).

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Emma Nolde Lavorare con lentezza di Leonardo Cianfanelli

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opo aver impressionato pubblico e critica al Rock Contest 2019, la ventenne empolese Emma Nolde è da poco uscita con “Toccaterra”, il suo debutto solista sull'etichett(on)a Woodworm/Polydor. Ne parliamo con lei in un piacevole scambio di email dove si evince facilmente quanto sia già a fuoco il suo progetto. Da qualche parte ho letto che hai iniziato a scrivere canzoni a quindici anni in inglese, per poi passare alla nostra lingua. Cosa significa per te cantare in italiano? “Significa prima di tutto, esprimersi con una lingua che è la mia. Di conseguenza avere a che fare con l'italiano che ti sfida costantemente in termini musicalità, tante troppe vocali. Infatti è perfetto per la lirica. Grazie a realtà finalmente fresche però la nostra lingua sta riscoprendo nuova vita e nuovi portamenti: ce n’era bisogno”. Nella tua musica si mescola vecchio e nuovo, in uno stile personale e maturo. Cosa ascolta solitamente Emma Nolde? “Non ascolto troppa musica, tanta, però

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non in modo compulsivo. Mi piacciono tanto Bon Iver, Radiohead, Niccolò Fabi e Jack Garratt, ma anche Kendrik Lamar e Hiatus Kayote”. Come a te e al tuo progetto, quella "santissima" realtà chiamata Rock Contest ha portato fortuna anche ai Manitoba, che sono recentemente approdati al grande pubblico grazie a X Factor. Che opinione hai dei talent? “Io ho l’opinione, ormai condivisa dalla maggior parte delle persone, che i talent non abbiano niente a che vedere col fare musica. Il problema è che spesso chi concorre non ne è così consapevole, spesso i più piccoli, che sono più facilmente condizionabili. Io stessa quando avevo quindici anni aspettavo di compierne sedici per poter andare a X Factor o Amici. Fortunatamente vivendo la musica per com’è, quindi: il carico e lo scarico degli strumenti, le sale prova, i jack che all’improvviso non funzionano più, e soprattutto, conoscendo da vicino le storie di persone che hanno raggiunto i propri obiettivi con il tempo, e tante altre storie invece di persone rimaste

psicologicamente segnate dall’esperienza talent, ho fatto le mie riflessioni. Detto questo, è una vetrina importante, se sei pronto puoi ricavare il meglio da quell’esperienza così distante rispetto a quello che la musica è veramente”. Nonostante la giovanissima età, hai già una struttura consolidata alle tue spalle (etichetta, booking, ufficio stampa, management). Che consiglio ti senti di dare a tutti quegli esordienti che stanno iniziando ad approcciarsi al mondo misterioso della discografia? “Che non ci sono regole e che quindi la scelta migliore è ascoltarsi e fare ciò che ci fa stare bene. La troppa libertà spesso fa paura quindi non prendetevi troppo sul serio, datevi modo di sbagliare e non abbiate mai fretta. La chiave, come in tutte le cose, è non restare in superficie e questo richiede sbagli e tempo. Ma per fare questo in realtà basta essere innamoratissimi. (E poi suonate tanto, in qualsiasi localino, e il giorno dopo postate il video fatto dal vostro migliore amico su Facebook)”.

La nostra lingua sta riscoprendo una nuova vita


Le vittorie di Martina Trevisan di Gabriele Giustini

Q La sua vita in miniatura concentrata in ogni momento difficile di un match

uel che è accaduto a Martina Trevisan in occasione di quest’ultimo ed alienante Roland Garros ha sì qualcosa di incredibile. Ma, forse, è tutto quel che è successo prima, che ha condotto Martina sino a quel punto. E se, come in una delle frasi più celebri in Open di Agassi, “ogni partita di tennis è una vita in miniatura”, nel caso di Martina, non osiamo pensare come lavori la sua psiche durante un match. Martina Trevisan è nata a Firenze 27 anni fa, ha un fratello di qualche anno più grande, anche lui tennista e molto bravo. Solo che Martina ha qualcosa in più e, da junior, già competeva negli slam di categoria. Il passo successivo sarebbe quello tra i grandi e, a scanso di equivoci, chi arriva a quei livelli, diciamo tra la posizione 100 e 150, è un fenomeno. Questo è bene chiarirlo, perché il rapporto tra chi arriva in cima a questa montagna e praticanti, è palesemente sfavorevole. E, sempre a scanso di equivoci, chi non arriva lassù, ha spesso i conti in rosso. Avere sedici anni però è complicato e, se non sei circondata da armonia e comprensione, crolli. Soprattutto nello “sport inventato dal diavolo”, come dice Panatta.

Il crollo portò all’anoressia e ci sono voluti anni di terapia psicologica per uscirne. Ripartire e ritrovare gli stimoli dopo quattro anni non è stato uno scherzo. Dopo aver ripreso la racchetta in mano come maestra, ci ha riprovato. Siamo nel 2014, circuito ITF, minore rispetto ai WTA e agli Slam. Piano piano, fra alti e bassi, Martina recupera quel ranking che le consente di iscriversi ai tornei più importanti. Quest’anno la svolta con la prima qualificazione slam, agli Australian Open, battendo la Bouchard. Lo sport del diavolo può darti molto quando sei in fiducia e arriva l’exploit al Roland Garros. Tre turni di qualificazioni, il derby con la Giorgi e prima vittoria in un tabellone principale. La fiducia che cresce, il pugnetto a ogni punto vinto e la consapevolezza delle proprie qualità a ogni punto perso che, adesso è solo un colpo sbagliato andrà meglio il prossimo. E poi in fila Gauff, Sakkari, Bertens (numero cinque del tabellone), fino alla sconfitta nei quarti contro Iga Swiatek, poi vincitrice del torneo. Sappiamo quanto la mente, in questo sport particolarmente, sia decisiva. Soprattutto a questi livelli, quando la differenza è minima e si vince per un dettaglio. Ecco, quel dettaglio è stato il percorso di Martina, la sua vita in miniatura concentrata in ogni momento difficile di un match. Il dettaglio che è la risorsa per uscirne, ed emozionarci.

SIPARIO di Tommaso Chimenti

Cosa non ve�remo, quel che non sarà sul pa�co

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ome in un brutto deja vù siamo ancora qui a nominare gli stessi hashtag, #quarantena e #lockdown, a ripiombare nell'incubo della chiusura. Stavolta Conte e soci non lo chiamano lockdown ma in definitiva che cos'è? Ristoranti e bar, teatri e cinema serrati e non poter uscire dal proprio comune. Quanta bellezza ci siamo persi? Quanta ne stiamo perdendo e quanta ne perderemo ancora, non è dato saperlo. E ricominciare, stavolta, sarà ancora più duro della volta precedente, quando eravamo ingenui e neofiti. Ora, più scafati e soprattutto disillusi che “Andrà tutto bene” erano solo parole dei soliti ottimisti che buttano fumo e fango per non guardare in faccia la realtà. E allora facciamo il gioco del non, del non andrò, del non vedrò, del non assisterò, del non applaudirò.

E la vita, quella quotidiana e quella di spettatore, peggiora innegabilmente. A oggi, mentre scriviamo, il DPCM ci dice che fino al 3 dicembre le condizioni saranno queste; unica soluzione (che poi una soluzione non è): uscire il meno possibile. Se qualcosa riaprirà saranno i negozi per far strisciare le carte per i regali di Natale: a proposito, chi ne avrà voglia di Re Magi e pacchetti, di abeti e di canzoncine ebeti? Al Teatro di Rifredi perderemo Lorenzo Baglioni con “Chiacchiere e canzoni” come, crediamo, “I promessi Sposi” (che doveva essere dal 10 al 13) dell'accoppiata Masella-Savelli. Al Teatro Puccini non vedremo Drusilla né Roberto Latini, né Alessandro Benvenuti né Ascanio Celestini. Al Teatro della Pergola sono saltati i Dubliners. Una strage esistenziale, una tragedia cul-

turale, economica di tutto un comparto, di una Nazione, del nostro Continente, del Primo Mondo soprattutto. Un azzeramento dal quale rialzarsi sarà veramente complicato. Una perdita colossale, gigantesca anche per chi non è mai entrato in un teatro, anche per chi non ha intenzione di entrarvi. Il 2020 annus orribilis, un anno perduto che ha falcidiato, distrutto, cancellato. Il vaccino del 2021 non ristabilirà le cose, non farà giustizia, non ci farà tornare alla situazione precedente.

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Il gran corpo diplomatico toscano

I sommelier e le storie in bottiglia di Tommaso Ciuffoletti

Illustrazione di Costanza Ciattini

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redo che l’Italia potrebbe con minor danno rinunciare al proprio corpo diplomatico, piuttosto che ai sommelier toscani. Ed è una cosa di cui sono assolutamente convinto. Perché forse non ve ne siete mai accorti, non c’avete mai pensato e magari non ve ne frega neanche niente, ma in Toscana e a Firenze in particolare, si costruisce ogni giorno un pezzettino di quella grande impalcatura che regge ancora, nel mondo, il mito della Bella Italia, della bella Toscana e della bella Firenze. E ci potrà far ridere, magari un po’ indispettire, la rappresentazione cartolinesca che a volte viene data di casa nostra, ma è ciò che più di ogni altra cosa tiene in piedi tanta parte del nostro paese, della nostra regione e della nostra città. Dà lavoro, crea ricchezza, produce valore. E purtroppo questi giorni di nuovi lockdown, non sono giorni facili. Di recente Alessandro Tomberli, direttore di sala all’Enoteca Pinchiorri, è stato premiato come sommelier dell’anno da una rivista online, ma è solo uno dei nomi che si potrebbero fare di coloro che, parlando di vini a clienti di varia provenien-

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za, raccontano storie e territori e contribuiscono ad arricchirli di sogno. Che poi è la parte decisiva di tutta quella vicenda che si chiama vino. Perché se il vino fosse solo quello che c’è dentro la bottiglia sarebbe solo gioia, ebbrezza (che comunque non è poco e che Dio benedica Bacco), sbornia o alcolismo. E questo vale sia per il vino del contadino, che per quello promosso dalla più raffinata strategia di marketing. Perché anche per mio nonno il suo vino era il migliore di tutti, perché lo faceva lui. E magari dentro la bottiglia c’era pure qualcosa che a un certo punto diventava simile all’aceto. Ma quello che c’era dentro non conta. E la stessa cosa, per motivi diversi, si può dire di quei vini che costano migliaia di euro. Quel prezzo non è dentro la bottiglia, in forma di 75cl di succo d’uva fermentato e invecchiato. Certo il vino è succo d’uva fermentato e (più o meno) invecchiato e fa la sua differenza che sia ben fatto o meno, ça va sans dire. Ma se quel vino lo si mette in una bottiglia e su quella bottiglia si mette un’etichetta. E se su quell’etichetta si

scrive un nome, forse anche il nome di un luogo e magari ci si accompagna anche un disegno, allora si sta iniziando a raccontare una storia. E se quella storia è una bella storia e magari anche una storia antica che tira in ballo re, regine, pirati, santi, poeti e navigatori, allora in quella bottiglia non c’è più solo succo d’uva fermentato. Se c’è una bella storia, serve però anche qualcuno che la conosca e che la sappia raccontare. E non è così semplice. Perché ci sono tantissime belle storie, tante quante sono le diverse etichette di cantine che, a volte, ne tengono a centinaia. E se ancora non vi sembra complesso, tenete presente che ci sono le diverse annate e che ogni annata è diversa a seconda dei diversi luoghi. Fatto bene, non è un mestiere facile. Ecco perché credo davvero che l’Italia potrebbe con minor danno rinunciare al proprio corpo diplomatico, piuttosto che ai sommelier toscani. E comunque, anche per me, il vino del mi’ nonno era il migliore di tutti.

Raccontano storie e territori e contribuiscono ad arricchirli


LO BELLO STILO NOCOST a cura di Firenze NoCost

Firenze NoCost che scrive di moda per Lungarno? Sì, la realtà surclassa la fantasia. Partendo da un capo di abbigliamento la guida (anti)turistica più pazza che ci sia ci racconta il passato e il presente di grandi uomini e lucenti donne che Firenze l’hanno resa unica e senza tempo. Perché lo (bello) stile è tutto. www.nocost.guide

Gli occhiali di Sa�vino

di Marco Tangocci e Davide Di Fabrizio

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alvino, non Salvini. State tranquilli: il divo del Papeete rosario-munito non è nato a Firenze e non comparirà in questa rubrica. Al suo posto invece siamo ben lieti di raccontare le avventure del fu Salvino, grazie al quale, e i fiorentini lo ben sanno, il mondo ha scoperto gli occhiali… Secondo infatti le dichiarazioni di fine Seicento dell’erudito Ferdinando Leopoldo Del Migliore, nella chiesa di Santa Maria Maggiore (in via de’ Cerretani, ai fianchi del Battistero) un tempo stava la tomba di tale Salvino degli Armati, la cui epigrafe così recitava: “Qui diace Salvino D’Armato Degl’Armati di Fir. inventor degl’occhiali”. Da allora l’ignaro (e defunto) Salvino si vide attribuito rocambolescamente il merito della capitale invenzione e tanto fu l’entusiasmo cittadino che si decise di ricostruire la lapide in suo onore, quella che secondo il Del Migliore sarebbe andata perduta. La leggendaria storia stette in piedi addirittura fino al 1920, quando lo storico Isidoro Del Lungo, sottoponendo l’epigrafe a un’accurata analisi filologica, dichiarò assolutamente infondata sia l’invenzione che l’esistenza dell’ipotetico inventore, e che il tutto fosse stato semplicemente fantasticato a scopo campanilistico. Ai fiorentini infatti non poteva proprio andare giù che ad aver inventato i preziosissimi occhiali fosse stato un pisano, il domenicano Alessandro della Spina, addirittura nel Duecento! Eresia!

LAVIGNETTA

di Teresa Vitartali

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alvino degl’Armati insomma non inventò gli occhiali nel XIII secolo, e non sapeva neanche cosa fossero! Esteticamente erano tutto tranne che attraenti, ma chi ne aveva si guadagnava automaticamente un’aura speciale: avere a disposizione lenti graduate infatti sarebbe stato per lungo tempo segno di prestigio e di agiatezza. Oggi, si sa, la situazione è ben diversa, e ne trovate di ogni tipo, prezzo, colore. Per me sono un po’ come le borse e le scarpe, quindi grazie caro inventore, chiunque tu sia! E d’altronde Firenze è stata un punto di riferimento in Europa per la produzione degli occhiali già nel Quattrocento, e solo nell’Ottocento assunsero la forma e l’aspetto che conosciamo oggi, con il brevetto delle asticelle. Da sole o da vista? Comunque li vogliate la vostra Teresa vi consiglia di acquistarli qui: I VISIONARI Negozio di occhiali indipendente e molto interessante in zona San Frediano. Qui troverete una selezione di occhiali davvero speciale e creativa. Un negozio visionario in piazza Nazario Sauro 14r. OPEYEWEAR Negozio super cool in una delle vie più carine dello shopping fiorentino. Qui vendono occhiali selezionati e sofisticati. Lo trovate in via della Vigna Nuova 67r. MOMO VINTAGE Uno dei mei negozi preferiti di Firenze. Se avete voglia di occhiali vintage questo è il vostro posto. Ché qualcosa di vintage ci vuole sempre, no? È in via dei Serragli 7r.

di Lafabbricadibraccia

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TESSUTI E RICORDI CON BEBE di Marta Pancini

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ome sarebbe bello imbottigliare quella sensazione che si ha da piccoli di assoluta quiete, di pensieri microscopici, in cui tutto si riduce ai quadrucci in brodo, alla mamma, al babbo e ai giochi. In questo momento ci penso spesso alla mia infanzia, quella in cui credevo che ET sarebbe arrivato a prendermi e avremmo fatto un giro volando in bicicletta. Guardo le mie foto, quelle dei tre anni: capelli biondo rosso, paffuta con tette (scomparse poco dopo) e abitini a fiori che ricordavano molto quelli della mia bambola Holly Hobbie. Di recente in una delle mie sessione di scouting di nuovi brand, mi sono imbattuta in uno che rispecchia alla perfezione quello di cui parlavo: shape basic, che profumano di infanzia con la perduta spensieratezza che ci manca tanto. Si chiama BEBE Timeless Clothes: nel nome la missione di creare abiti, camice, pantaloni e accessori senza tempo, adatti a tutte le fisicità. Claudia Francolino, la mente dietro tutto, mi parla con la voce piena di gioia: “Ho sempre amato le divise scolastiche, quelle tipiche degli anni ’60, i grembiulini a quadretti che vedevo nelle foto in bianco e nero dei miei genitori. Ho pensato così di creare una linea che rispecchiasse quel ricordo, la spensieratezza e la nostalgia di quei tempi”. Sono capi pensati per essere timeless, a tiratura limitata, piccoli gioielli sartoriali, creati con quella passione che rende le cose preziose, come sanno esserlo quelle handmade. Claudia ha deciso di utilizzare tessuti di eccedenza che scova dopo un’accurata ricerca nelle aziende tessili di Prato, naturalmente made in Italy. Ecco che allora ci imbattiamo in una camicia a fiorellini, svasata perfetta sotto un cardigan, un abitino dal pattern geometrico adatto per ogni occasione, così come i pantaloni a quadrettini bianchi e blue. Troverete queste meraviglie online su Etsy e sono certa che, come me, ve ne innamorerete, perché in una realtà tutta omologata e scontata le cose che trasmettono emozioni sono davvero poche.

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Nell’armadio di Alicia di Valentina Messina

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iovane, carina e decisamente molto occupata nella cura del guardaroba altrui e nella lotta allo spreco di vestiti. Alicia Martini, classe 1988 è una closet organizer, ovvero colei che ti aiuta a riorganizzare l’armadio, buttando ciò che è superfluo, recuperando dai meandri dei cassetti ciò che avevi dimenticato e smaltendo l’eccesso, riciclandolo. Metà italiana e metà francese, Alicia si affaccia nel mondo della moda lavorando nell’azienda di famiglia, specializzandosi nella grande distribuzione e produzione di denim. Già dal 2019 aveva cominciato a riflettere sul consumismo generato dal mondo del tessile e a porsi qualche domanda. “Basti pensare che ogni singola persona nel corso di un anno butta via tra i 10 e i 15 kg di indumenti. Non sono capi rovinati, sono solo capi che scegliamo di non indossare più. L’ 80% va a finire in discarica ma il 48% è perfettamente riutilizzabile. In definitiva, produciamo capi che sappiamo che butteremo via”. Alzi la mano chi non possiede nell’armadio almeno un abito ancora con il cartellino, frutto di un acquisto compulsivo, un regalo sbagliato, un outfit troppo particolare, messo rigorosamente una sola volta. Ecco allora che decide

di orientare la sua attività sul decluttering. “L’avevo messo in atto già prima dell’avvento del Coronavirus. Ci sono varie teorie nel mondo che dicono che con 30 capi puoi creare i tuoi abbinamenti, ma pur apprezzando il metodo Marie Kondo, non credo che nella vita reale la maglietta arrotolata sia sempre applicabile e funzionale. L’armadio disorganizzato può essere un problema ma anche quello troppo organizzato può diventarlo! Il mio approccio non è integralista, anzi, si adatta sempre alla persona che ho davanti”. La cernita non viene fatta in base ai gusti personali ma secondo lo stile di vita, a ciò che piace veramente e ciò di cui ci si vuole sbarazzare. Eliminare il superfluo è una pratica utile e liberatoria, ma farlo da soli talvolta risulta difficile, per il valore affettivo che diamo alle cose. Ecco perché parallelamente al riordino degli armadi, Alicia ha dato vita a REVIE_2h, un piccolo e-commerce virtuale in cui rivende vestiti di seconda mano con dei prezzi super accessibili. Quel famoso 48 % degli scarti del nostro armadio. Perché tutti meritano di avere una seconda possibilità, anche e soprattutto i vestiti!

Dal decluttering al second hand

Come contattarla? Scrivendo a aliciamartini@me.com o visitando la pagina IG instagram/revie_2h


PERSONAGGI FIORENTINI di Tommaso Ciuffoletti illustrazione di Marcho

La posta di SIGISMONDO FRODDINI a cura di SpazioPosso

Pandoro, brindisi e Wi-Fi “Il Natale non mi è mai piaciuto. Livelli di stress altissimi, per poi ritrovarsi il 25 pomeriggio con la sensazione di aver mangiato troppo e un senso di delusione diffusa, della serie: ma come, tutto qui? Negli ultimi anni, con la scusa delle ferie per l’appunto proprio in quel periodo, sono sempre partito per qualche viaggio, zaino in spalla e guida alla mano. Al ritorno mi facevo perdonare portando souvenir e mostrando le foto delle mie avventure e nessuno si è mai lamentato troppo per la mia assenza. Quest’anno però questa opzione è decisamente poco praticabile e quindi le chiedo: esiste un modo per uscirne sani di mente?” Matteo Natale, è quel periodo così intenso in tutto, dalle luci per strada alle vetrine piene di addobbi e prelibatezze, dai litigi su pandoro vs panettone alla scelta della location del pranzo. È per eccellenza il momento dei ritrovi, degli aggiornamenti reciproci, delle domande incuriosite, a volte scomode, dei parenti che non vedi da tempo, ma è anche il momento dei ricordi. Torna alla mente il volto di chi a quella tavola non c’è più e in questo giorno la sua assenza diventa ancora più presente. Si riaffacciano alla mente i festeggiamenti degli anni prima, e con loro gli inevitabili confronti e paragoni, così come riaffiorano le dinamiche familiari dalle quali, con più o meno fatica, ci siamo allontanati e tutto ad un tratto diventano attuali, di nuovo. Per questo, Matteo, comprendo la sua strategia; anche perché è in buona compagnia. Le persone si suddividono tendenzialmente in due gruppi, i supporter del Natale, che iniziano a vestirsi di rosso e fare il conto alla rovescia da inizio novembre e quelli che, come lei, vorrebbero passare dal 24, forse anche 23, direttamente al 26 senza passare dal via. Quest’anno è tutto diverso e nell’anno dell’incertezza anche il Natale non fa eccezioni, per cui diventa difficile immaginare come, dove e con chi festeggeremo. Forse la sua avventura per questa volta Matteo sarà proprio questa: immergersi e riscoprire le tradizioni, i malumori e gli affetti vicini, con l’aggiunta dell’effetto suspance dato dalla connessione instabile. Tra i tanti scenari possibili chissà, magari ci ritroveremo tutti a fare un brindisi online, augurandoci non sappiamo bene cosa, forse di passare semplicemente una giornata serena senza guardare troppo avanti, né troppo indietro. Ovunque voi siate, con chiunque siate.

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Federico Maria Sardelli

ederico Maria Sardelli ha due nomi e non bastano, perché sono tante persone. C’è il musicista. Che poi sono il flautista, il direttore d’orchestra, il compositore e il ricompositore. C’è poi il disegnatore. L’incisore, il pittore, il fumettista. E ci sono anche il Mago Afono e Clem Momigliano. Un giallo per Sellerio e una rilettura spietata del libro Cuore di De Amicis. Il Vernacoliere e mille altre cose, ma ora anche basta sennò ci si fa du’ palle così. Federico Maria Sardelli, che poi sono tanti Federichi Marie Sardelli, è tante persone e un genio solo. Ed ha pure il physique du rôle e il piglio di quello che su Facebook scrive status complicatissimi su vicende di musiche barocche, spartiti e si bemolli e prende più like della foto di un culo (il che la dice lunga sulla pericolosa china che ha preso la nostra società) e addirittura più like di una foto coi gattini. E poi all’improvviso ti piazza la vignetta del Sorbetto al cinghiale. E piglia uguale, più like di culi e gattini. Io boh. Il Sardelli è uno di quei regali che ogni tanto la specie umana decide di concedersi. A veder lui ti viene fiducia in un futuro migliore. Il Sardelli è un’utopia. Molto probabilmente non esiste. E se poi non sapete chi è il Sardelli, allora siete proprio delle bestie.

Inviate le vostre domande, crisi e drammi esistenziali a spazioposso@gmail.com. Il dott. Sigismondo Froddini vi risponderà in questo spazio. Camilla Biondi, Arturo Mugnai, Federica Valeri 15


Albero alternativo per un Natale più buono testo e illustrazione di Marianna Piccini

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iciamocelo, con l’inizio di dicembre arriva sempre quella voglia di Natale, di lucine, di decorazioni, di alberi addobbati... anche, e forse soprattutto, in un periodo difficile come questo. Il Natale è la festa che ci rende tutti più buoni e se quest’anno è più difficile dimostrarlo alle persone a noi care possiamo provare a dimostrarlo alla nostra casa, alla Terra. I modi per rendere questo Natale più “green”sono molti, solo per fare qualche esempio: preparare un pranzo vegetariano, fare regali utili, impacchettarli con carta di giornale o pezze di stoffe ma anche costruire un albero di Natale più ecologico. Pensate che ogni anno vengono tagliati - solamente in America - circa 36 milioni di abeti per essere usati pochi giorni e poi gettati. Si potrebbe pensare che quelli artificiali risolvano il problema, ma purtroppo la loro filiera produttiva inquina 4 volte di più e sono molto difficili da smaltire, insomma non proprio

la soluzione migliore. Quello proposto qui è un albero alternativo, lontano dal classico abete che però può essere riutilizzato all’infinito, è senza plastica e interamente compostabile. Inoltre può essere personalizzato attraverso materiali e colori rispecchiando al massimo il vostro stile, sia esso minimal, rustico o punk rock! Per prepararlo vi serviranno per prima cosa sette o più listelli tondi di legno (o rami caduti raccolti nel bosco) dal diametro di circa 2cm e dalla rispettiva lunghezza di 10cm, 15cm, 25cm, 35cm, 45cm, 55cm, 65cm, e così via. Disponeteli per terra creando la forma di una piramide, poi prendete un lungo pezzo di spago naturale e annodateli insieme lungo i bordi, sia a destra che a sinistra, alla distanza che preferite. Per renderlo più stabile e resistente potete aiutarvi anche con della colla a caldo. Adesso non vi rimane che appenderlo e addobbarlo con palle e lucine come se fosse un normalissimo albero, vedrete che l’effetto finale vi lascerà senza parole, così come la soddisfazione di averlo costruito voi e di aver fatto del bene al pianeta!.

IL MIGNOLO VERDE: sperimentazioni aromatiche illustrazione e testo di Walter Tripi

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e lo siamo detti un milione di volte: il fatto che – ahinoi - si sia costretti a vivere molto di più la nostra casa, può essere l'occasione quantomeno per scoprire alcuni piccoli piaceri. Tra questi, sicuramente la cucina, il fai da te, magari addirittura il pollice verde. Sapete cosa? Proviamo a immaginare un'attività che, in qualche misura, metta insieme tutte le altre. Parliamo delle erbe aromatiche e di come curarle in casa propria: sperimentarsi giardinieri, tenersi allenati a montare e smontare fioriere e poi godersi i profumati risultati nei propri manicaretti. Consideriamo innanzitutto che sono decisamente democratiche: possono essere coltivate anche nel più piccolo dei monolocali. Poi, qualche piccola nota utile: innanzitutto, è molto più semplice trapiantare che non seminare da zero, oltre a lasciarci la soddisfazione del risultato in tempi molto più stretti. Nel vaso, è utile inserire un pezzo di coccio per coprire il foro senza otturarlo. Utile aggiungere sabbia e argilla espansa, in modo da evitare ristagni idrici. Annaffiare usando acqua tiepida e non inondare la vegetazione. Informarsi bene sulle concimazioni: la maggior parte delle aromatiche si accontentano di terreni non troppo fertili. In inverno, proteggiamole, magari portandole all'interno senza far mancare loro la luce. Il momento di coglierle è in assenza di pioggia, o almeno dopo un paio di giorni dall'ultima acquata: scateneranno al meglio le proprie essenze. Molto importante è preoccuparsi di togliere di tanto in tanto le cime. Ok, lo ammettiamo. Non proprio tutte queste indicazioni sono perfettamente precise, e senz'altro non sono sufficienti. Però non vogliamo rovinarvi il gusto, il morbido piacere di veder crescere le vostre piccoline, di imparare foglia dopo foglia tutti i trucchetti necessari. Speriamo solo di avervi messo un po' di voglia di provarci: in cambio, verremmo volentieri a cena da voi ad assaggiare il risultato. Attendiamo l'invito, quando si potrà di nuovo.

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Il cinema salva l’anima

di Caterina Liverani

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up&down

edicina, legge, economia, ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento. Ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l'amore, sono queste le cose che ci tengono in vita.» Queste le parole con cui il Professor Keating ne L’Attimo Fuggente cercava di spronare i suoi studenti ad ampliare le proprie vedute. Un incoraggiamento che, malgrado le circostanze, è più che mai attuale. Se bellezza, poesia e romanticismo in questo nuovo lockdown sono di sostegno a noi che siamo a casa, per chi lavora a stretto contatto col virus fin dalla prima ondata si rivelano talvolta vitali. Proprio de L’Attimo Fuggente mi ha parlato Elena, odontoiatra a Pistoia, che sottolinea quanto la sua professione sia a rischio di contagio per la frontalità col paziente “anche i complottisti e i negazionisti hanno il mal di denti. L’Attimo Fuggente non parla di cure o medicina in senso stretto ma è di grande ispirazione”. Di ispirazione mi parlano anche una coppia di infermieri toscani trasferitisi da alcuni anni a Parma: “Jojo Rabbit è il

film che ho visto di più durante la prima emergenza, il senso di speranza che accompagna il finale è liberatorio” racconta Viola che lavora in Pronto Soccorso, mentre Dario, infermiere in una REMS, mi fa scoprire un film che non conoscevo “American Animals è stato il film che mi ha sostenuto in questo periodo. È bizzarro perché si parla di una rapina e di come essa sia un obiettivo vitale per i protagonisti. L’ho fatto vedere anche agli ospiti della struttura in cui lavoro che lo hanno molto apprezzato”. Come è vissuta l’emergenza in un luogo dove i pazienti sono sottoposti a misure restrittive? “Per qualcuno è una preoccupazione, per altri un’ossessione. Noi sanitari però siamo fortunati perché non esposti a fattori infettivi come altri colleghi”. Lino è pediatra a Lucca ed è un grande appassionato di cinema “Quest’anno dopo tanto tempo ho rinunciato all’appuntamento con la Mostra del Cinema di Venezia, sono stato frenato dalla generale scarsa attenzione che ho notato questa estate”. Favolacce è il film di cui mi parla: “l’ho rivisto per 6 volte. Non reca certo conforto, ma il modo favolistico in cui descrive

la nostra società è decisamente catartico”. La fantasia è ciò a cui è ricorso Gabriele, medico al pronto soccorso di Careggi: “nella prima ondata sentivo solo il bisogno di staccare e così mi sono rivisto tutto Miyazaki. Ora è diverso, avrei tanta voglia di tornare in sala ma sono riuscito a vedere solo Tenet prima della chiusura”. Non va spesso in sala ma è una grande appassionata Grazia, radiologa a Santa Maria Nuova che invece di un film descrive una sensazione: “Ci sono talmente tanti cambiamenti che alle volte sembra di sentire quella voce fuori campo caratteristica dei film apocalittici che descrive quello che succede nelle diverse parti del mondo: Trump che perde le elezioni, le rivolte in Polonia…”. Cristina, psichiatra in pensione che grazie a RaiPlay ha scoperto la cinematografia di Yoji Yamada, mi racconta che sua figlia, anche lei medico, e la sua famiglia hanno contratto il virus: “Con i bambini a casa i film sono una risorsa e una continua scoperta. L’importante è che appena possibile anche loro ricomincino a vivere l’esperienza insostituibile della visione in sala. Il cinema salva l’anima”.

L’orizzonte di gloria

Il viale del tramonto

LOVE & ANARCHY Dio benedica gli svedesi e la loro sanissima e liberatoria noncuranza nell’affrontare anche i temi più scabrosi. In questa deliziosa mini-serie una madre di famiglia professionalmente molto affermata intreccia con un giovane collega un pericoloso gioco di seduzione che li condurrà a un profondo e inaspettato livello di comprensione l’una dell’altro. Che guardiate la serie su una smart tv o su un laptop la chimica tra i due protagonisti, Ida Engvoll e Björn Moste, farà incendiare il vostro schermo.

WE ARE WHO WE ARE Luca Guadagnino è un buon regista che però non ha ancora una sua cifra, una dimensione che contenga le sue (buone) intenzioni, che si frammentano perdendo intensità. We Are Who We Are è una bella sceneggiatura, ma sono troppi i temi in ballo. Raccontare l’adolescenza e la scoperta della sessualità senza cadere nello stereotipo è già difficilissimo, ambientarla in una base militare americana a Chioggia e infarcirla di problematiche socio-culturali, difficoltà di comunicazione e politica, è equilibrismo e si finisce per sbandare.

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F R AST U O N I di Gabriele Giustini

ALEX MAAS “LUCA”

GABRIELS “Love and Hate in a Different Time”

Basin Rock I The Black Angels sono uno dei migliori gruppi usciti dalla scena psych moderna di Austin, in Texas. E lì, di psychedelia se ne intendono, leggere alla voce 13th Floor Elevators e Roky Erickson. Dei The Black Angels, Alex Maas è voce e chitarra e “Luca” è il suo debutto solista. Il disco, il cui titolo richiama quello del primogenito dei Maas il cui nome significa portatore di luce, contiene brani che solo adesso vedono la luce, appunto, ma alcuni dei quali in vita da oltre un decennio, come il primo singolo ‘Been Struggling’, seguito poi dalla bellissima ‘American Conquest’, viaggio folk-trance che si concentra sul vicinato e sulle terribili sparatorie che hanno devastato gli Stati Uniti negli ultimi anni. “Luca” mostra un altro lato di Maas dove, se da un lato rimane netto il background della band madre, dall’altro si esplorano gli anfratti del folk più oscuro e trasognante. A detta dello stesso Alex, il disco mette in mostra un’altra parte del suo cervello che lo ha condotto dove non è mai stato prima. Il risultato è una deviazione ipnotica lungo i sentieri selvaggi della casa natale di Maas in Texas, una deviazione più lunga del previsto guidata dalla natura e colorata da un vortice di pensieri religiosi sul mondo spesso spaventoso e su come affrontare i pericoli della società moderna.

PEARZ “Nocturnal”

Liberal Art

Annibale Records

Ci sono un paio di eccezioni in questo numero di Frastuoni, che da anni ormai, nella discografia, il formato EP si è guadagnato una sua dignità. Sempre meglio la qualità, alla quantità. Converrete con noi che sia meglio ascoltare un EP contenente pochi brani ma superbi, che un album composto da una decina di brani di cui, al massimo, 2 buoni. E “Love and Hate in a Different Time” debutto discografico sulla media distanza dei Gabriels, gruppo losangelino composto dal cantante Jacob Lusk e dai produttori Ari Balouzian e Ryan Hope, è assolutamente di quelli che vive di brani superbi, 5 per la precisione. Jacob è un personaggio importante all’interno della comunità evangelica di Los Angeles e, in questi anni, si è già occupato degli arrangiamenti dei cori di Diana Ross e Beck. L’EP è composto da un paio di singoli già editi - ‘Loyalty’, uscito a fine dicembre 2018 su R&S ed il più recente ‘In Loving Memory’ – e altre tre chicche in bilico tra soul fumoso, gospel e jazz. Gli arrangiamenti ricchi, eleganti ma mai sopra le righe e la voce calda di Lusk, rendono questo “Love and Hate in a Different Time” una delle cose più belle ascoltate quest’anno. Consigliatissimo a chi ama Michael Kiwanuka, Sault e Mourning [A] BLKStar.

Abbiamo già conosciuto Francesco Perini, per gli amici Pera, in arte Pearz, come membro dei The Hacienda quando, ormai qualche anno fa, seguì i suoi compagni di band a Londra per contribuirne alla crescita artistica. Poi lì qualcosa, al momento, si deve essere inceppato e Pearz si è costruito un importante profilo sia come live session ma, sia come collaboratore in studio culminato in un importante ruolo in M!R!M, ottimo progetto synth-wave-lo-fi-‘80s di Jack Milwaukee. “Nocturnal”, il suo debutto discografico in solo, fa tesoro di tutte queste esperienze a cui Francesco aggiunge, come in un piccolo mosaico, tutte le sue influenze e passioni. Accompagnato da un bel progetto grafico curato da Raissa Pardini che rievoca la pubblicità futurista italiana degli anni d’oro ‘70 e ’80, l’EP – perché anche “Nocturnal” contiene solo cinque brani, ma tutti di qualità – è un viaggio cinematico tra strani aperitivi balearici, echi morriconiani, pop francesce – soprattutto Tellier, tanto Tellier – e tra le grandi composizioni per colonne sonore italiane, Piccioni e Umiliani su tutti. Come se si fossero incontrati un italiano, un francese, uno spagnolo e un inglese. Non è una barzelletta, ma è “Nocturnal” ed è ottimo.

FRASTUONI SU SPOTIFY

La playlist di Frastuoni è su Spotify. Aggiornata settimanalmente, contiene una selezione dei migliori brani sia italiani che internazionali, in linea con i gusti della rubrica. In copertina Gabriels. Scansiona il QR code per accedere direttamente e segui la pagina Facebook di Lungarno per rimanere aggiornato. Per reclami, segnalazioni e pacche sulle spalle, scrivi a frastuoni@lungarnofirenze.it 18


LIBRI E LIBELLULE

BREVI CRONACHE LIBRARIE

di Beatrice Tomasi

di Carlo Benedetti

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Il 2020 in libri. Storie per l’anno sospeso

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iamo arrivati alla fine dell’annus horribilis. Per festeggiare, ecco una piccola lista di libri che, per temi trattati e generale atmosfera di inquietudine, potranno farvi esclamare, una volta finiti, “ehi, fanno proprio 2020!”.

La tarda estate di Luis Ruffato (La Nuova Frontiera) è un romanzo dai contorni malinconici, il racconto – in prima persona – di un uomo che sta cercando, dopo una lunga assenza dalla sua città natale, tracce del suo passato, in un presente irriconoscibile. Pubblicato in Spagna per la prima volta nel 2002, ma uscito in Italia quest’anno, La vita alla finestra di Andrés Neuman (Einaudi) sembra scritto apposta per il lockdown: il protagonista Net affida il racconto della sua vita alle lunghe email per Marina, misteriosa presenza del mondo virtuale che lascerà senza risposta i dubbi e le ansie del protagonista. Oltre che dalle finestre di Windows, Net scorge la vita da quelle della sua casa, ed è staccando gli occhi dallo schermo che riesce ad afferrare il significato di ciò che lo circonda.

Racconti fiorentini con la scusa di un libro

na volta scavalcata la spalletta di Ponte alle Grazie pensò che qualcuno sarebbe arrivato di corsa. Le pietre nocciola puntavano Ponte Vecchio come una prua. Rimase in piedi a occhi chiusi mentre il sole disegnava i soliti fosfeni sotto le palpebre. Che ore sono? La strada alle sue spalle era deserta. Si sentivano le campane del Duomo e una melodia che non aveva mai ascoltato con la stessa attenzione. Immaginò le onde sonore, molecole d’aria spinte le une sulle altre, che viaggiavano sulle vie svuotate, rimbalzando contro le facciate dei palazzi, per arrivare fino al suo timpano, al martello, all’incudine e alla staffa, trasformate in segnali elettrici. E tutto per cosa? Afferrò la ringhiera dietro di sé e percepì quanto fosse porosa, instabile. Non esisteva nessuna ringhiera, ma solo una precaria conformazione di atomi che avevamo deciso di chiamare ringhiera. Se sapessimo aspettare abbastanza a lungo diventerebbe qualcos’altro. Tutto esiste come un temporale che accade e smette di accadere. Come un bacio dato e dimenticato. Dove finiscono i baci? Inspirò e si tuffo con un carpiato elegante. La corrente lo tirò giù in un nero freddo, schiumoso. Si ripeteva che, se fosse rimasto immobile, non gli sarebbe potuto succedere niente. Se fosse stato davvero solo, terribilmente solo, sarebbe sparito. Che sono gli altri a farci esistere. L’acqua lo fece riemergere una decina di metri più avanti e spiaggiò di schiena sui ciottoli duri. Non si vedeva nessuno, ma era ancora qui.

Al centro del mondo di Alessio Torino (Mondadori) è all’opposto delle atmosfere ipermoderne di Neuman: una villa in collina rimasta fuori dal tempo, abitata da personaggi che sembrano usciti dai romanzi di Volponi o Faulkner. Damiano, il protagonista, percepisce in maniera ancestrale la natura intorno a sé, e si fa paladino della sua difesa e di quella della sua sgangherata famiglia, resistente e desideroso di riscatto. Altri Giorni terribili sono quelli dell’americana A.M. Homes (Feltrinelli): una raccolta di racconti sull’America di oggi, in cui si indagano, con cinismo e spiazzante umorismo, le dinamiche relazionali di un Paese spezzato. Per chiudere con un po’ di dolcezza, ci pensano Maria Loretta Giraldo e Ilaria Urbinati con le Storie di quando eravamo lontani (Librì Progetti Educativi), un libro dedicato ai più piccoli – con bellissime illustrazioni – in cui il magico Contastorie ci racconta il lockdown dal punto di vista dei bambini, le loro emozioni, le loro speranze.

Carlo Rovelli, Helgoland Adelphi 2020 – 15,00€

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Parola ai musicisti

Intervista a Michelangelo Scandroglio di Giulia Focardi foto di Caterina Di Perri

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ppena vent’anni ma Michelangelo Scandroglio, contrabbassista e bassista maremmano di stanza a Firenze, dimostra di avere una maturità artistica, professionale e umana che lo rendono una delle stelle più lucenti del nuovo panorama del jazz italiano. Conosciamolo meglio. Partiamo dall'attualità e dalla tua collaborazione con Lucio Corsi al programma di Daria Bignardi: come è nata questa connessione e soprattutto quali sono le tue sensazioni a riguardo? “Lucio è un grande amico e un grandissimo artista. Sto imparando tantissimo da lui e dalla sua musica negli ultimi anni, sia nel primo tour del 'Bestiario Musicale' sia in quello di adesso 'Cosa Faremo da Grandi'. Grande musicista e grande leader, quando

MINIMONDO 43°47'24.7"N 11°15'43.2"E foto di Susanna Stigler

“Gli uomini cercano di correggere la geografia bucando le montagne e deviando i fiumi e, così facendo, si illudono di dare un corso diverso alla storia. Ma non modificano un bel niente, perché un bel giorno tutto andrà a catafascio e le acque ingoieranno i ponti e romperanno le dighe, e riempiranno le miniere. Crolleranno l e case e i palazzi e le catapecchie, e l’erba crescerà sulle macerie e tutto ritornerà terra”. (Giovannino Guareschi)

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si condivide il palco con lui si entra in un microcosmo magico; ammiro molto come riesce a trasformare il suo legame con il territorio 'La Maremma' in musica. Lucio era già stato ospite in 'Le invasioni barbariche', l’anno scorso. È nato, con la Bignardi, un rapporto profondo, di stima reciproca; quest’estate lei ha deciso di prenderci per il nuovo programma. È stata un’esperienza importante”. Un anno nefasto, questo 2020, per la musica dal vivo: come lo hai vissuto? “Inizialmente non benissimo. È scoppiato tutto quando ero a Istanbul per il tour di presentazione del mio album 'In The Eyes of the Whale' (Auand Records). Ho rischiato di rimanere bloccato in Turchia perché il governo stava chiudendo le frontiere. Avevo in pro-

gramma molte date di presentazione del disco, dopo la vittoria del Conad Jazz Contest di Umbria Jazz e del bando 'Nuova Generazione' di I-Jazz. Tantissimi concerti annullati proprio quando avrei dovuto spingere al massimo per presentare il mio lavoro. Fortunatamente poi quest’estate sono riuscito a recuperare praticamente tutto ed è andata molto bene, grazie anche alla caparbietà dei direttori artistici dei festival e degli operatori dello spettacolo che non hanno mai smesso di crederci. Durante il lockdown sono riuscito a riprendere i contatti con me stesso e con lo strumento. Ho scritto anche le musiche per il prossimo album che spero di realizzare presto”.


TRADIZIONI FIORENTINE di Riccardo Morandi

Il budino di riso

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La voglia di fare impresa non si ferma

di Raffaella Galamini foto BadaMù

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emergenza Covid non ferma le nuove aperture a Firenze. A dispetto della crisi c’è chi continua a investire in una nuova attività e, al tempo stesso, promuove il suo territorio e fa rete per un effetto benefico a cascata su tutta l’economia di zona. È il caso di BadaMù (Bada che Mugello), iniziativa nata durante lo scorso lockdown. Un gruppo di sei amici: Virginia, Susanna, Silvia, Dario, Giancarlo e Martina con competenze diverse (comunicazione, antropologia, grafica e fotografia) si sono uniti insieme per far conoscere le aziende di un territorio, il Mugello, che di km 0 e sostenibilità sta facendo una bandiera da tempo. BadaMù organizza eventi e iniziative per conoscere sul campo queste realtà: così i partecipanti assistono alla preparazione dei formaggi in fattoria, raccolgono la canapa tessile o vanno a vendemmiare in un’azienda di vini naturali. Inoltre promuove queste

realtà locali d’eccellenza, spesso a conduzione familiare, sul web e sui social. I primi eventi hanno avuto grande successo e i ragazzi stanno pianificando altre iniziative per allargare il campo d’azione. BadaMù è sui social www.facebook.com/BadaMugello, www.instagram.com/bada.mu e presto anche su www.badamu.it. Anche a Firenze, dove la crisi si sente tra mancanza di turisti e uffici semi-deserti causa smartworking, i giovani stanno rispondendo con spirito imprenditoriale e una buona dose di coraggio. Monica Roshan, indiana naturalizzata fiorentina, ha aperto la sua bottega di gioielli, oro e pietre preziose Firenze Forever a Ponte Vecchio. Un modo, il suo, per guardare al futuro ed esorcizzare la paura. In viale Fratelli Rosselli è arrivato Gusto Dim Sum di Lapo Bandinelli e Liu Xinge, un ristorante take away per chi ama la cucina etnica e soprattutto i ravioli gourmet. Infine a Firenze sud l’esempio della caffetteria alimentari Da Fernando, la dispensa di Villamagna: una bottega di paese avviata dal trentenne pieno di entusiasmo Alessandro Trivigno.

Da BadaMù alla Dispensa di Villamagna

ermi tutti, continuate pure a leggere: questa non è la rubrica di cucina di Lungarno, anzi. Qua si parla di accezioni tipiche, di contrasti. E infatti il soggetto della storia riguarda una rottura. Perché, come già narrato nelle altre rubriche, Firenze è fatta di diatribe, polemiche, epiteti, e ovviamente divisioni. Qua la questione è fatta in primis su chi conosce questo splendido pasticcino da colazione denominato budino di riso, ed in secundis, su chi lo preferisce alto o basso. Chi non lo conosce, altresì detto “il forestiero”, è condonato in caso di errore, dalla pena peggiore che un fiorentino può dare a suo ospite, ovvero la scossa di capo e il sorrisino ironico. Chi conosce il budino di riso, e preferisce il basso è tacciato quasi di inadempienza alla cittadinanza. Non staremo in questa sede a descrivere il prodotto (ve lo cercate o ve lo assaggiate), e neppure a rispondere al solito #sentimentoErasmus che ricorda che in Portogallo esiste una roba simile detta Pastéis de Belém. La questione qua è divisiva, non portoghese, ed è ovviamente più importante del far conoscere questo ottimo prodotto ai neofiti della nostra città. Il consiglio della rubrica è di chiederlo ovviamente sempre alto, almeno la prima volta, almeno davanti a qualcuno che ve l’ha fatto scoprire. Poi, di nascosto, potete fare quello che volete. Anche pucciare una Macina nel VinSanto. Dimenticavamo: quando andate (andrete) a pagare il conto alla cassa non usate espressioni definite e italiane. Pagate “un pezzo dolce”. Sarete d’incanto trattati come fiorentini da otto generazioni, e non domandatevi per quale strano motivo lessicale un pasticcino venga chiamato “pezzo dolce”. Misteri di Firenze, misteri del budino.

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PALATI FINI testo e illustrazione di Marta Staulo

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Gingerbread House

l 2020, pur essendo stato marcato come l’anno del SARSCoV-2, lo ricorderemo come l'anno della casa. L'anno in cui abbiamo imparato che potevamo fare jogging per le scale, lavorare in pigiama dalla cucina, se non dal letto, fare conference call dal cesso, prendere il sole appesi alla finestra e cantare dal balcone senza che il vicino chiamasse la Municipale. L’anno che hanno promesso di riportare i residenti in centro a colpi di parcheggi selvaggi con ZTL fuori controllo che manco nelle cartoline del ‘72, di costruire case al posto di alberghi, di mettere gli Airbnb al rogo, di vedere sui Lungarni famiglie con figli al posto dei cani. Ah no. L'anno che ti hanno detto che ti saresti improvvisamente reso conto che al posto del tuo trilocale di 50mq in centro con mutuo trentennale, avresti sentito il magico bisogno di possedere una casa con giardino e/o terrazza panoramica, maddai. E ti hanno detto "È il momento di comprare casa, vedrai come scendono i prezzi ora", e hai visitato i peggiori scantinati di San Jacopino, perscrutato i frazionamenti più furbi di tutta Careggi, delle planimetrie che manco Escher e, addirittura, un appartamento trasformato in allevamento per gatti (true story), ma sottovalutavi i – navigatissimi – palazzinari bread and born in Florence, che manco ti invitano a casa loro se non sei fiorentino da quattro generazioni, tuvvedrai nini. E allora, visto che manco quest’anno l’abbiamo sfangata, mi costruisco una Gingerbread House, perché sarà l'unica sensazione di casa che mi accompagnerà in questo Natale.

SPIRITO LIQUIDO di Andrea Bertelli

Le origini del Gin

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I pionieri del Gin Tonic

a prima traccia di questa bevanda è lasciata da Alessio Piemontese nel suo libro “De secreti”. Il suo Liquore era un rimedio universale contro le malattie: macerava in alcol da vino, distillato due volte, sei parti di ginepro. Univa poi con altre piante aromatiche, creando una miscela compatibile con un Gin moderno, la cui dose variava da due a quattro. La macerazione avveniva separatamente in base alle caratteristiche delle piante e quando le distillava otteneva “un’acqua chiarissima come quella di fonte”. La cosa incredibile è che ovviamente Alessio non consigliava un abbinamento con una tonica, ma aveva ben chiaro il concetto e consigliava di mescolare il liquore con della Malvasia dolce per ammorbidirlo. Seguono altri documenti che confermano l’expertise italiana, i “Secreti di Isabella Cortese” del 1561 con il suo rimedio “Contra la peste ed il veleno” e “L’Arte dello Spetiale” di Francesco Sirena con la sua “acqua balsamica”, di qualche anno dopo. Ricette che vedono il ginepro protagonista e sono tutte ottenute macerando piante nell’alcol per poi distillarle a bagnomaria. La ricetta di Isabella Cortese potrebbe essere la prova di come la ricetta di un botanical gin abbia risalito l’Europa, seguendo la diffusione della peste e venendo usata come tonico da monaci, medici e speziali, fino ad arrivare in Olanda ed Inghilterra. Ricordando, come tradizione vuole, che fu Franciscus Sylvius, medico olandese, a inventare il Genever nel 1614, a dimostrazione di come nella storia, le ricette sono fusioni di saperi diversi e spesso hanno radici lontane.

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OROSCOPO di Lulaida illustrazioni di Francesca Arfilli

ARIETE (21 marzo - 19 aprile) Siete tipi molto previdenti vi siete messi all’opera ad addobbare casa vostra in previsione del Natale. Molto bene, siete certamente liberi di trasformare l’appartamento nello studio di Babbo Natale, ma non il palazzo: in questo mese cercate di non strafare, consiglio spassionato. Addobbi: Soldatino Schiaccianoci.

BILANCIA (23 settembre - 22 ottobre) Avete fatto una lista, ma non dei regali, è una lista di tutte le persone a cui volete dire Ti Voglio Bene. Vi siete messi in testa di dirlo sempre, per tutto il mese a un selezionato gruppo di persone ed è fantastico. Questo vi fa stare in uno stato di gioia perenne, che vi sovreccita. Coraggio, iniziate! Addobbi: Biglietti di auguri.

TORO (20 aprile - 20 maggio) Non state ammutoliti a fare il conto della serva. D’accordo avete speso un po’ di più lo scorso mese e adesso dovete stare più attenti, ma questo non significa che per voi ci sarà un magro Natale. Rimboccatevi le maniche e non perdete il sorriso. Addobbi: Stelle di Natale.

SCORPIONE (23 ottobre - 21 novembre) Voi siete l’incarnazione del Grinch: non amate il Natale, né dover correre a fare i regali, gli auguri e poi c’è il Capodanno con i suoi interrogativi, “Dove lo passerai? Cosa farai? Con Chi?”. Ora calmatevi, bevete un bicchiere di vino e tentate di non somatizzare troppo: le feste come arrivano, se ne vanno. Addobbi: Lucine a led.

GEMELLI (21 maggio - 20 giugno) Al contrario del vostro vicino di banco (il Toro), siete stati bravi e avete per tempo fatto la formichina: ora potete godervi la meritata ricompensa. La cosa che forse avete un po’ trascurato è la parte affettiva: ricordatevi sempre che una vita fatta di agi fa stare bene, ma occorre avere qualcuno con cui condividerla. Addobbi: Casetta di marzapane.

SAGITTARIO (22 novembre - 21 dicembre) Al contrario dello Scorpione, voi sprizzate gioia da ogni poro: siete innamorati di un amore folle? Bene, andate dritti alla meta perché questo è il mese giusto per realizzare anche l’impossibile. Il cielo di dicembre sarà vostro alleato e ne avrete benefici anche dopo l’inizio dell’anno nuovo. Addobbi: Vischio.

CANCRO (21 giugno - 22 luglio) Vi consiglio un ansiolitico potente: i tempi sono faticosi e voi siete maestri nel farvi venire l’ulcera anche per un’unghia incarnita. Dovete respirare e pensare che alla fine si risolverà tutto, passerà anche questo mese di dicembre che, da sempre, non amate particolarmente. Addobbi: Ghirlanda di pigne.

CAPRICORNO (22 dicembre - 19 gennaio) È tipico del vostro segno: non riuscite a godervi l’attimo, pensate sempre a quello che viene dopo. Lo scorso mese pensavate al Natale e adesso già siete proiettati all’anno nuovo. Abbiate un po’ di pazienza, state sul presente, sul qui e ora, perché una volta tanto il tempo in cui vivete potrebbe riservarvi soprese. Addobbi: Nastri rossi.

LEONE (23 luglio - 23 agosto) Siete entusiasti come non vi capitava da molto tempo e vi stupisce. Sì perché diciamo che non siete proprio dei tipi che si accontentano facilmente voi. Ma ora lasciate andare un po’ tutti gli orpelli e le zavorre, lo fate senza sforzo, forse per la prima volta da quando eravate piccoli. Addobbi: Albero di Natale.

AQUARIO (20 gennaio - 19 febbraio) Quest’anno siete decisi a festeggiare con tutti i crismi, contrariamente da come spesso avete fatto. Volete vivervi i canti natalizi, i regali, la cioccolata calda e la rassegna completa dei film di Walt Disney. Non giustificatevi, è tutto perfettamente normale. Addobbi: Angioletti canterini.

VERGINE (24 agosto - 22 settembre) I tempi un po’ dilatati vi fanno riflettere, avete fiducia nel domani. Sarà l’aria delle feste o la voglia di staccare la spina dalle cose brutte, ma ritrovate un'insolita energia e la voglia di ridere che troppo spesso ultimamente vi era mancata. Non temete questa volta durerà abbastanza. Addobbi: Candele rosse.

PESCI (20 febbraio - 20 marzo) Non sarà un mese semplice per voi: dovete armarvi di coraggio e soprattutto non perdere la vostra proverbiale calma. Ne verrete fuori, come solo a voi riesce, senza troppi danni. Il prossimo anno inizierà con propositi migliori e voi ne gioirete. Perciò aprite lo spumante e brindate lo stesso! Addobbi: Puntale a forma di stella cometa.

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«Non si è mai lontani abbastanza per trovarsi» Alessandro Baricco

LA MUSICA VA AVANTI in streaming su orchestradellatoscana.it


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