Raccolta articoli 2020

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Nella foto di copertina: “Il Viandante sul mare di nebbia” ( Der Wanderer über dem Nebelmeer). Dipinto a olio su tela del pittore romantico tedesco Caspar David Friedrich, realizzato nel 1818 e conservato alla Hamburger Kunsthalle di Amburgo. Costituisce una delle opere più iconiche della pittura romantica ottocentesca. Nella prima versione della raccolta in copertina era stata inserita la foto del quadro “La Verità che esce dal pozzo”, di Jean-Léon Gerôme, realizzato nel 1896 e conservato nel Musée Anne-de-Beaujeu di Moulins, stupenda cittadina quasi a metà strada tra Lione e Parigi, bagnata dal fiume Allier. In questo spazio era riportata la storiella che ha ispirato il quadro. La Verità e la Menzogna un giorno s’incontrarono. La Menzogna disse alla Verità: “Oggi è una giornata meravigliosa”. La Verità guardò verso il cielo e sospirò, convenendo sulla bellezza della giornata, che le indusse a concedersi una bella passeggiata. Giunte nei pressi di un pozzo, la Menzogna disse alla Verità: “Facciamo un bagno insieme, l'acqua è molto bella”. La Verità, che era sempre un po’ sospettosa, guardò nel pozzo per verificare, ma anche questa volta si trovò d’accordo con la Menzogna: l’acqua era davvero limpida e invitante. A quel punto, senza indugio, si spogliarono e si tuffarono nel pozzo. Improvvisamente, però, la Menzogna uscì dall'acqua e fuggì, indossando i vestiti della Verità. La Verità, indignata più che mai, uscì d’impeto dal pozzo per riprendersi i vestiti, purtroppo senza riuscirvi perché la Menzogna era scomparsa alla vista. Tutto il Mondo, vedendola nuda, distolse lo sguardo e la trattò con rabbia e disprezzo. La povera Verità, doppiamente ferita, tornò al pozzo e scomparve per sempre, vergognandosi molto per ciò che le era accaduto. Da quel giorno la Menzogna gira vestita come la Verità, ben felice di assecondare i desideri del Mondo, che non ha alcuna voglia di incontrare la Verità nuda”. Ho dovuto rimuovere la copertina, purtroppo, in quanto la piattaforma statunitense scelta per la pubblicazione non consente la visione di un seno, ancorché dipinto da un pittore dell’ottocento. Per un europeo ciò e incomprensibile, ma dal momento che tutte le mie pubblicazioni on line, dal 2015, sono su questa piattaforma, ho dovuto accettare l’assurda prescrizione, pur considerando, con amarezza, che negli Stati Uniti, invece di vietare la visione dei quadri di grandi pittori, sarebbe molto più utile eliminare il secondo emendamento della Costituzione, annullare lo strapotere delle lobby e attuare un serio percorso formativo per insegnare a vivere in modo decente a un popolo che spreca molto ed è afflitto dalle più bieche distonie sociali, tra le quali figura senz’altro il malsano e ridicolo puritanesimo.



IL MALE OSCURO INCIPIT “Alcuni ancora difendono le teorie della "ricaduta favorevole", che presuppongono che ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesce a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo. Questa opinione, che non è mai stata confermata dai fatti, esprime una fiducia grossolana e ingenua nella bontà di coloro che detengono il potere”. (Papa Francesco) “Conservatore: uomo politico affezionato ai mali esistenti, da non confondersi col liberale, che invece aspira a rimpiazzarli con mali nuovi”. (Ambroge Gwinnett Bierce) PROLOGO Pur amandola tanto, dobbiamo ammettere che l'Europa continua a essere quella vecchia baldracca che ha puttaneggiato in tutti i bordelli, contraendo le peggiori infezioni, per lo più culminanti in "ismo". Sono state quasi tutte debellate, a onor del vero, e sparute sacche di resistenza non fanno più paura, anche se la peggiore di tutte, il liberalismo, persiste come un virus per il quale non sia stato ancora trovato l'antidoto. Chi lo propaganda come bene supremo è molto abile nel rendere schiavi milioni di persone dando loro l'illusione di essere liberi e l'inadeguatezza delle masse nel fronteggiare le distonie del mondo contemporaneo, soprattutto a causa dei limiti culturali, si trasforma in un prezioso elemento di supporto per i venditori di fumo. Alcune settimane fa la cronaca ci ha mostrato le immagini di bambini che giocavano gioiosamente sulla spiaggia di Chennai, nella parte sud orientale dell'India, immersi in un'enorme distesa di soffice schiuma bianca. Ignoravano, i poveri pargoli, che la schiuma fosse altamente tossica a causa delle sostanze inquinanti contenute nelle acque reflue mischiate con l'acqua di mare. Alcuni mesi fa è stata trasmessa in TV una miniserie che ha ricostruito, in modo encomiabile, la tragica vicenda di Chernobyl. Nella prima puntata si vedono molti cittadini di Pripyat, "la città fantasma", assiepati su un ponte ferroviario per guardare l'incendio della non lontana centrale, con la tipica curiosità di chi assista a qualcosa d'insolito, senza temerne le conseguenze. Ignoravano, i poveretti, che dal cielo cadevano sulle loro teste le micidiali polveri radioattive e quel ponte è ora noto come "ponte della morte". Sia in India sia in Ucraina (così come in tante altre situazioni) vi era chi sapeva e ha taciuto; addirittura in Ucraina furono "tacitati" gli scienziati e i tecnici che volevano rendere nota l'esatta entità del disastro sin dai primi momenti. Tante persone sono morte perché “non sapevano ciò che facevano”. Lo stesso è accaduto e continua ad accadere con il liberalismo: milioni di persone lo hanno assimilato, innocentemente, ignorandone la letale essenza e subendone le conseguenze proprio come i bimbi indiani e gli abitanti di Pripyat. Le oligarchie dominanti hanno facile gioco nell'azione mistificatoria e inascoltati restano coloro che si affannano a spiegare come stiano effettivamente le cose. Niente di buono si vede all'orizzonte. Chissà


quando saranno squarciate le maschere di perbenismo indossate dai fautori del "male oscuro", affinché siano ben evidenti le sembianze mostruose del loro vero volto e divelti gli spessi muri protettivi eretti a protezione degli sporchi giochi praticati. Solo allora, infatti, si potrà avviare la "cura" con gli unici antidoti efficaci: consapevolezza e cultura. LE RADICI DEL MALE Evitiamo di seguire una linea temporale classica, più consona a un saggio, perché ciò richiederebbe necessariamente un salto nell'antica Grecia e poi procedere lentamente fino alla Rivoluzione Francese e ai giorni nostri. Apprenderemmo, in tal modo, i prodromi presenti nelle opere di Sofocle, la rottura con la tradizione ecclesiastica di Marsilio da Padova, i princìpi della valanga illuminista, il riordino messo a punto da John Locke e i successivi disastri generati dai liberali del XX e XXI secolo. Ma, diciamoci la verità: vi è qualcuno che possa seriamente imputare ai pensatori del passato la responsabilità di aver coscientemente creato i presupposti per questo folle mondo? Non esiste e se si chiedesse ai politici che si riempiono la bocca con i termini "liberale", "liberismo" e "liberalismo" di spiegarne la genesi storico-filosofica e le differenziazioni, ci faremmo quattro risate, come sempre accade quando dei simpatici cronisti li fermano per strada per rivolgere loro banalissime domande di cultura generale o su argomenti di attualità al vaglio dei lavori parlamentari, dei quali dovrebbero conoscere anche le virgole. Figuriamoci, quindi, cosa si possa pretendere dalle masse amorfe e incolte. In effetti, molto più incisiva del pensiero "illuminato" di David Hume, Adam Smith, Montesquieu, Voltaire, Kant, Verri, Beccaria e, ovviamente, John Locke, è stata l'opera di Benjamin Hardy. Ora, emulando Don Abbondio quando si chiedeva chi fosse Carneade, vi state chiedendo tutti chi sia questo tizio e sicuramente vi accingete anche a tuffarvi su Google in cerca di notizie. Tempo sprecato: non ne troverete. Egli, infatti, era solo un modesto funzionario statunitense, in servizio presso il dipartimento di Stato. Settanta anni fa, nel gennaio del 1949, Harry Truman, rieletto presidente, si accingeva a pronunciare per la prima volta il discorso d'insediamento in diretta televisiva. La televisione aveva subito uno sviluppo vorticoso: dai settemila apparecchi presenti nelle case degli americani nel 1942, solo nella zona di New York, si era passati a un numero tale da consentire la visione dei programmi in tutti gli stati, a milioni di persone. I collaboratori e i ghostwriter, ai quali non sfuggivano la portata storica dell'evento e le inevitabili nuove metodologie che si sarebbero dovute apportare nella comunicazione, erano alquanto affranti: occorreva trovare argomenti forti per colpire subito "l'immaginario collettivo", aduso a informarsi da sempre sulla carta stampata, affinché fossero poi riproposti e rafforzati dai quotidiani nei giorni successivi, consolidando la fiducia nei confronti del presidente. Benjamin Hardy ebbe modo di leggere, casualmente, un promemoria con il quale si chiedeva di proporre argomenti validi per il discorso d'insediamento e decise di sottoporre una sua riflessione al vaglio dei superiori, che lo mandarono elegantemente a quel paese. Ciascuno stia al suo posto, fu più o meno il senso della replica; un modesto funzionario non poteva certo permettersi di fornire consigli al presidente! Hardy, però, non era un tipo arrendevole e non si perse d'animo; riuscì a farsi ricevere alla Casa Bianca, conferì con i consiglieri di Truman e ottenne che


la sua proposta fosse aggiunta alla bozza del discorso presidenziale come "quarto punto". Truman approvò il discorso, passato alla storia proprio come "il discorso dei quattro punti". Quale fu l'idea geniale? Vendere fumo per arrosto e soprattutto fare in modo che tutti cadessero nella trappola. La parola magica fu: "Sviluppo". Bisognava far passare il messaggio che gli Stati Uniti avrebbero fornito aiuti ai paesi del terzo mondo per favorirne lo sviluppo, ponendo fine a una miseria straziante! "Un gol a porta vuota", scrive Jason Hickel nel saggio "The Divide"1, quando parla di questo episodio, rivelando il pensiero di Hardy, che si proponeva di "ottenere il massimo impatto psicologico sulle persone, cavalcando e guidando l'onda montante del desiderio universale di un mondo migliore". Il discorso di Truman, cesellato sulla proposta del modesto funzionario, ebbe un successo clamoroso e commosse milioni di persone. "Più della metà della popolazione mondiale vive in condizioni prossime alla miseria. La loro alimentazione è inadeguata. Sono vittime delle malattie. La loro vita economica è primitiva e stagnante. La loro povertà è un handicap e una minaccia sia per loro sia per le aree più prospere. Per la prima volta nella storia, l'umanità possiede la conoscenza e l'abilità per alleviare la sofferenza di queste persone. Gli Stati Uniti sono preminenti tra le nazioni nello sviluppo di tecniche industriali e scientifiche. Le risorse materiali che possiamo permetterci di utilizzare per l'assistenza di altre persone sono limitate, ma le nostre risorse nelle conoscenze tecniche sono in costante crescita e inesauribili. Credo che dovremmo mettere a disposizione dei popoli amanti della pace i benefici delle nostre conoscenze tecniche al fine di aiutarli a realizzare le loro aspirazioni per una vita migliore. In collaborazione con altre nazioni, dovremmo promuovere investimenti di capitale in aree che necessitano di sviluppo. Il nostro obiettivo dovrebbe essere quello di aiutare i popoli liberi del mondo, attraverso i propri sforzi, a produrre più cibo, più vestiti, più materiali per le abitazioni e più potenza meccanica per "agevolarli nel lavoro" (le parole esatte pronunciate furono: "to lighten their burdens - per alleggerire i loro fardelli", n.d.r.). Invitiamo altri paesi a mettere insieme le loro risorse tecnologiche in questa impresa. I loro contributi saranno accolti calorosamente e questa impresa dovrebbe vedere tutte le nazioni lavorare insieme, attraverso le Nazioni Unite e le sue agenzie specializzate, ovunque possibile. Deve essere uno sforzo mondiale per il raggiungimento della pace, dell'abbondanza e della libertà. Con la cooperazione di imprese, capitali privati, agricoltura e lavoro in questo paese, questo programma può aumentare notevolmente l'attività industriale in altre nazioni e può aumentare sostanzialmente il loro tenore di vita. Tali nuovi sviluppi economici devono essere ideati e controllati a beneficio dei popoli delle aree in cui sono stabiliti. Le garanzie per l'investitore devono essere bilanciate da garanzie nell'interesse delle persone le cui risorse e il cui lavoro siano orientati verso un effettivo sviluppo. Il vecchio imperialismo - lo sfruttamento per il profitto straniero - non ha posto nei nostri piani. Ciò che prevediamo è un programma di sviluppo basato sui concetti di equo scambio democratico".

Ho evidenziato la frase più significativa del discorso, che ne riassume l'essenza demagogica e fuorviante. Ovviamente non esisteva nessun piano effettivo per un programma del genere, ma gli americani si sentirono lusingati per i propositi presidenziali, che li poneva, di fatto, alla guida del mondo e a "fin di bene", per aiutare chi non aveva le loro opportunità. Lo slogan pubblicitario di un modesto funzionario2, basato sul nulla, funzionò alla perfezione: forniva una spiegazione soddisfacente sulle cause della diseguaglianza globale e offriva una soluzione. Il "liberalismo" post bellico, di fatto, nasce dall'idea di un signor nessuno e dalla lungimiranza di Truman, che ne intuì la portata dirompente. Da allora i "liberali" iniziarono a cibarsi di questo modello propositivo, fatto di chiacchiere spacciate per realtà, perfezionandolo anno dopo anno, fino a renderlo "quasi dogmatico". Scrive ancora Hickel nell'opera citata: "Era una favoletta incredibilmente


allettante per gli occidentali. Non era una storia come un'altra: aveva tutti gli elementi di un mito epico. Forniva alle persone una chiave di volta per organizzare le idee sul mondo, il progresso dell'umanità e il nostro futuro. Ancora oggi la storia dello sviluppo continua a esercitare una forza irresistibile nella nostra società"3. Come siano andate (e stiano andando) effettivamente le cose, poi, è sotto gli occhi di tutti4. Oggi chi non si definisca liberale è considerato quasi un alieno, più o meno come rappresentato nel film "Il pianeta delle scimmie", nel quale gli umani sono ridotti a schiavi e le scimmie, dominanti, filosofeggiano nei salotti. L'affermazione del liberalismo come modello di civiltà ha profonde analogie con la trama del film. I DOGMI DA SFATARE Sono davvero tanti e riguardano, precipuamente, il pensiero che traspare dagli esegeti del liberalismo5. Qui ne analizziamo solo due, tra i più deleteri. 1.Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino - 26 agosto 1789: Art. 4: "La libertà consiste nel poter fare tutto ciò che non nuoce ad altri: così, l'esercizio dei diritti naturali di ciascun uomo ha come limiti solo quelli che assicurano agli altri membri della società il godimento di questi stessi diritti. Tali limiti possono essere determinati solo dalla legge". Quante belle parole! Pronunciate fino alla nausea con enfasi reboante dai paladini dell'illuminismo illuminato che illumina le tenebre e dona pace e gioia all'umanità! Dove siano, poi, pace e gioia, è un mistero, ma ciò che conta è lo slogan! Ce l'ha insegnato Benjamin Hardy. Il famoso articolo, tuttavia, presenta non poche lacune etiche: legittima ogni desiderio purché non contraddica quelli altrui e ritiene fattibile tutto ciò che sia possibile. È davvero possibile, tuttavia, determinare con precisione il momento in cui la libertà di un individuo può essere considerata un ostacolo a quella degli altri? Non è possibile, come ben spiegato da Alain De Benoist.

"Quasi tutti gli atti umani si esercitano, in un modo o nell'altro, a spese della libertà altrui. Intesa in tal modo, la libertà liberale è intesa, in effetti, in maniera puramente negativa, come rifiuto di ogni ingerenza esterna ("libertà da" e non "libertà per"). […] Come dice molto bene Pierre Manent, il liberalismo è in primo luogo la rinuncia a pensare la vita umana secondo il suo bene o secondo il suo fine. La libertà dei liberali, in effetti, è anzitutto libertà di possedere. Risiede non nell'essere ma nell'avere. L'uomo è detto libero nella misura in cui è proprietario, e in primo luogo proprietario di sé stesso. [… ]L'idea che la proprietà di sé determini fondamentalmente la libertà sarà d'altronde ripresa da Marx". (Alain de Benoist: "Critica del liberalismo - La società non è un mercato". Arianna Editore, 2019)

Per i liberali, quindi, ciò che conta è il "mercato" e la libertà consiste soprattutto nella libertà di possedere. De Benoist sviluppa in modo molto articolato queste tematiche che, di fatto, lasciano affiorare, rendendola tangibile, la grande illusione illuminista, già magistralmente descritta da Nello Di Costanzo nella prefazione del mio romanzo "Prigioniero del sogno".


"Il fallimento della società post-illuminista, tuttavia, è sotto gli occhi di tutti ed è da ciechi non prenderne atto. La natura irrazionale dell'uomo non è stata plasmata dalla volontà razionalista affermatasi nel 18° secolo e lo scontro titanico tra la "natura" e "la volontà di dominio della natura" non ha ancora sancito la vittoria definitiva di quest'ultima, avendo solo generato quel mostro chiamato "ipocrisia" che, a livello planetario, regola la vita dell'umanità. Qual è la differenza, per esempio, tra la tirannide pre-illuminista, che l'illuminismo avrebbe dovuto sconfiggere, e la tirannide dell'occidente contemporaneo? Nessuna, salvo che la prima non aveva bisogno di alcuna copertura per essere legittimata, mentre la seconda necessita sempre di un alibi. E l'alibi, lo sappiamo tutti, in questi casi, è sempre figlio dell'ipocrisia". (Lino Lavorgna, "Prigioniero del sogno", Albatros Editore, 2015. Nello di Costanzo è un affermato giornalista professionista e lavora presso la sede RAI di Napoli).

2. "Liberalismo di destra" e "destra liberale". Sono espressioni così consolidate nel linguaggio comune da essere percepite come "normali", sfuggendo ai più la matrice ossimorica. La confusione, come sempre, nasce dalla superficialità con la quale si utilizzano delle parole, misconoscendone il significato. A ciò va aggiunta, poi, la distorsione, a volte volontaria e a volte no, che proviene da chi attribuisce ai termini dei significati distonici rispetto a ciò che essi effettivamente rappresentano. In campo dottrinario si legge spesso la differenziazione tra liberalismo, concepito come "ideologia politica" e liberismo, "teoria economica". Soprattutto a sinistra si cerca di distinguere bene i due termini: al liberalismo si attribuisce un'accezione positiva (politica sociale che salvaguardia e mette alla base delle proprie ragioni le libertà individuali), scaricando sul liberismo, in quanto "teoria economica", la responsabilità di essere all'origine del capitalismo, il mostro che si nutre di "libertà assoluta" e produce più ricchezza in assenza o con scarse regole e interferenze da parte dello Stato, rendendo i ricchi più ricchi e i poveri più poveri. La distinzione è mera accademia, strumentale e fuorviante, perché non vi è alcuna differenza sostanziale tra liberalismo e liberismo: il sistema politico incarna alla perfezione la teoria politica e viceversa. I due termini sono complementari e obbligati a coesistere. Confondere la destra, quindi, con teorie economiche e sistemi politici che esaltano il mercato, considerano la ricchezza un primario valore assoluto e "pragmaticamente" sono orientati a tutelare gli interessi individuali a discapito di quelli della società, concepita non come entità fine a sé stessa ma come somma di tutti gli individui che la compongono, è un madornale errore possibile solo in presenza di una grande confusione mentale o di una palese fagocitazione della realtà, per scopi subdoli. Oggi, soprattutto in Italia, è invalsa l'abitudine di parlare di "destra liberale". Ignoranza a parte, qualcuno pensa che in tal modo si allarghi il bacino elettorale di riferimento, che dovrebbe comprendere dei soggetti che incarnino principi in netta contraddizione tra loro. La mancanza di una vera destra, moderna, sociale ed europea, favorisce questo scellerato bluff semantico, che non può produrre nulla di buono perché tiene lontane le persone migliori, che non accettano di lasciarsi


etichettare in modo così palesemente fagocitante. Ovviamente ciò può solo far piacere a certi politici adusi a circondarsi di pupazzi servizievoli, ma alla lunga è un gioco che non regge: gli uomini senza qualità, in genere, si perdono alla prima burrasca. Va anche detto, però, che molti furbacchioni mettono in conto questo rischio e arraffano a più non posso tutto ciò che sia possibile arraffare, fin quando ne abbiano la possibilità. I problemi seri, come sempre, riguardano coloro che annaspano nelle paludi, alla disperata ricerca di approdi sicuri, che però non esistono da quelle parti. Dovrebbero imparare prima, pertanto, a non precipitarvi dentro. COME USCIRE DAL TUNNEL DEL LIBERALISMO Ho scritto in precedenza che è inutile farsi illusioni. La strada è lunga e impervia e proprio non si vedono possibili alternative a medio termine: mancano gli uomini in grado di effettuare una vera "rivoluzione culturale" capace di ribaltare concetti e presupposti cancerosi, fortemente radicati nella società. Ogni ciclo, tuttavia, è destinato a esaurirsi, prima o poi, e ciò è stato asserito anche da De Benoist, al quale, in occasione del convegno tenutosi a Pietrasanta il 20 ottobre scorso6, chiesi quando finalmente potremo vedere l'umanità abbandonare irreversibilmente i falsi miti. Alla mia domanda fece seguito quella di un altro partecipante al convegno, di analogo sentore. Mi fa piacere chiudere l'articolo con le sue parole, che come sempre vanno scolpite sulla pietra: "Non si può rispondere a questa domanda. Non sono un profeta, ma credo che la storia sia aperta. La storia è sempre aperta. Il liberalismo è stato la grande ideologia della modernità. Oggi la modernità è al suo culmine e il liberalismo è in crisi. Si tratta del liberalismo economico che chiamate liberismo o del liberalismo politico. Le democrazie liberali sono in crisi. Il sistema capitalista è in crisi. Dunque, sì, credo che verrà la fine della dominazione liberale". Rispondendo alla seconda domanda, poi, aggiunse: "Niente è irreversibile, niente è ineluttabile. È possibile rapportarsi alla realtà con presupposti di ottimismo o di pessimismo, ma io resto fedele alla massima di Gramsci: "Pessimismo dell'intelligenza, ottimismo della volontà". Vi è, tuttavia, un altro autore, francese, George Bernanos, che diceva: "Gli ottimisti sono degli imbecilli felici; i pessimisti sono degli imbecilli tristi". Tutti a ridere, in uno scrosciare di prolungati applausi, mentre correvamo ad abbracciarlo e a farci autografare i libri, con gli occhi lucidi e la consapevolezza, fonte di gioia elettrizzante, di essere un manipolo di rari nantes in gurgite vasto al cospetto del più grande pensatore vivente e quindi del migliore tra gli uomini che popolano il Pianeta, volendo collocare al primo posto, sulla scala delle capacità, quella di comprendere e spiegare la natura umana e le fenomenologie sociali. Una signora anziana, facendosi largo imperiosamente nella calca rumoreggiante, mi chiese se realmente avesse concluso la replica con la frase: "Credo che verrà la fine della dominazione liberale". "Si, signora - confermai sorridendole - ha detto proprio così". La donna mi prese le mani e socchiuse leggermente gli occhi, volando con la mente chissà dove, e poi, con una tenerezza che toccò le corde più profonde del mio spirito, sempre stringendomi le mani, soggiunse con voce flebile: "Quello sì, sarà un bel giorno".


NOTE 1) Jason Hickel: "The divide. Guida per risolvere la disuguaglianza globale". Editore "Il Saggiatore", 2018. 2) Questi fatti ne riportano alla mente altri, verificatisi in epoca recente, non meno gravi, che vedono sempre dei signor nessuno come protagonisti. Nel 1981, in Francia, con l'arrivo della sinistra al governo, il deficit iniziò a crescere a dismisura. Giscard d'Estaing aveva posto un limite a trenta miliardi, ma il nuovo ministro del Bilancio, il socialista Laurent Fabius, lo portò a cinquantacinque miliardi. Le stime degli esperti, però, proiettarono un esborso per l'anno successivo verso la mostruosa cifra di 100 miliardi. (I francesi si erano tirati la zappa sui piedi portando la sinistra al governo, ma la storia che favorì la loro ascesa è complessa e non è questo l'articolo in cui parlarne). Erano anni difficili a causa dello shock petrolifero del 1979 e nell'autunno del 1981 si rese necessaria una svalutazione monetaria, cui ne seguì un'altra nell'estate del 1982. L'inflazione volava al 14%. Occorreva reperire in fretta una formula che mettesse tutti d'accordo e che fosse spendibile nella comunicazione politica per i cittadini. Il 9 giugno 1981, pertanto, fu chiesto a due funzionari del ministero del Bilancio, Guy Abeille e Roland de Villepin, (cugino di Dominique, poi primo ministro dal 2005 al 2007, n.d.r.) di stabilire con la massima urgenza una regola semplice e utilitaristica. Guy Abeille aveva solo trenta anni, una normalissima laurea in economia e nessuna esperienza specifica; lo stesso valeva per il collega. Nondimeno i due ebbero chiara la percezione che non era possibile ottemperare all'ordine ricevuto: nessuna teoria economica consentiva di soddisfare le contraddittorie disposizioni connesse a conciliare l'inconciliabile. "Ubi maior minor cessat", tuttavia, e pertanto i due si misero al lavoro con il solo intento di obbedire. Esaminate le voci di bilancio, le spese, le entrate e il debito arrivarono a una conclusione: in macroeconomia tutto comincia e finisce con il Pil. Da qui l'idea (farlocca, come sarà dimostrato ampiamente da tanti economisti nei decenni successivi, n.d.r.) di rapportare il deficit al Pil! Resta da capire, però, come mai fu stabilito proprio il 3% e non, per esempio, il 4, il 5, il 6. La spiegazione fornita lascia esterrefatti: "Quell'anno il Pil era di 3.300 miliardi e la spesa si avvicinava a 100. Il rapporto non era quindi lontano dal 3%. Ecco il perché della formula. Poi tra l'altro cadeva casualmente sul "numero 3" che è noto al pubblico per vari motivi ed ha un'accezione positiva, si pensi alle Tre Grazie, ai tre giorni della resurrezione, le tre età di Auguste Comte, i tre colori primari, la lista è infinita". Un numero magico, quindi, facilmente spendibile anche nel marketing politico come Fabius, e lo stesso Mitterand l'anno dopo, fecero. Abeille ha sempre dichiarato di essere consapevole che legare il deficit al Pil è un po' come dividere i cavoli con le carote e il rapporto al massimo può fungere come indicatore, ma in nessun caso può essere una bussola perché non misura nulla. Ciò che conta realmente, infatti, è ottenere un valore che calcoli la solvibilità di un Paese e la capacità di rimborso del debito, sviluppando complesse analisi non certo alla portata di due modesti funzionari, ai quali per giunta era stato anche chiesto di "fare in fretta". Che nessun ragionamento economico fosse alla base del 3% lo disse chiaramente anche Alexandre Lamfalussy, uno dei maggiori artefici della preparazione e della realizzazione dell'euro e poi presidente dell'Istituto monetario europeo, l'ente precursore della Banca centrale europea: "I governatori sono persone troppo oneste e sanno che i criteri sono sempre arbitrari. Non avrei mai accettato numeri come questo, ma sono contento che i politici lo abbiano fatto". In buona sostanza, nel Trattato di Maastricht, varato nel 1992, un provvedimento partorito in Francia undici anni prima, per le ragioni e nelle condizioni succitate, considerato una boiata pazzesca, fu adottato per imporre rigidi parametri all'intera Unione Europea, senza tenere conto dei cicli economici. Sembra l'ennesimo racconto di fantapolitica, ma purtroppo è l'ennesima "verità" misconosciuta ai più, anche se i disastrosi risultati di questo pazzesco processo non possono sfuggire a nessuno. 3) Dei "limiti dello sviluppo" abbiamo parlato diffusamente nel numero 72 di "CONFINI" (marzo 2019.) 4) Sorvolando su quanto siano state deleterie per il Paese le azioni perpetrate dai liberali risorgimentali della destra storica, soffermiamoci su danni provocati dai loro eredi più recenti, protagonisti, all'epoca del pentapartito, della spoliazione continua delle casse dello Stato in concorso con i loro alleati. Su tutti basti ricordare Francesco de Lorenzo e un alto dirigente ministeriale, a lui legato: Duilio Poggiolini. Il primo, più volte ministro, fu arrestato e condannato per associazione a delinquere finalizzata al finanziamento illecito ai partiti e corruzione in relazione a tangenti per un valore complessivo di circa nove miliardi di lire, in gran parte ottenute da industriali farmaceutici dal 1989 al 1992. Questo è solo ciò che è stato possibile accertare, ma ovviamente vi è molto di più. Il secondo, massone iscritto alla famigerata P2, favorì le aziende farmaceutiche, a danno dei cittadini, lucrando oltre quindici miliardi di tangenti. Nella sua casa di Napoli, inoltre, furono rinvenuti diversi miliardi di lire in lingotti d'oro, gioielli, dipinti, monete antiche e moderne (fra cui rubli d'oro dello zar Nicola II e krugerrand sudafricani). Non di minore rilievo - come ben noto - furono le ruberie e i disastri perpetrati dai paladini della liberal-democrazia sparpagliati negli altri partiti di potere. 5) Vanno comunque letti, dopo aver assimilato gli utili anticorpi, proprio per comprenderne le profonde distonie. Gli autori classici non possono essere imputati di "malafede", contrariamente ai loro epigoni contemporanei. Evito una


lunga lista e mi limito a citare solo due saggi: "La libertà è più importante dell'uguaglianza", Karl Popper, Armando Editore; "Liberalismo", Friedrich A. Von Hayek, Editore Rubbettino. Da prendere con le molle, invece, i saggi sulla storia del liberalismo, perché è in essi che si confondono le acque in modo spaventoso. Fa eccezione, e lo suggerisco, il saggio di Massimo Baldini, "Il liberalismo, Dio e il mercato", nel quale viene analizzato, senza distorsioni, sia pure in chiave di condivisione, il pensiero di Rosmini, Bastiat, Tocqueville, Sturzo, Mises, Hayek, Röpke, Popper. Discorso a parte - e non certo possibile in questo contesto - meriterebbe Benedetto Croce, la cui teoria ha suscitato le prime perplessità proprio nei sostenitori del liberalismo classico, che mal digerivano la propensione verso l'impegno civile (che Croce considerava addirittura "ragione superiore") e la responsabilità dell'individuo per le proprie azioni. 6) Link alla conferenza di Alain de Benoist nell'ambito della terza edizione di "LIBROPOLIS": Cliccare qui.


BASHAR AL-ASSAD: L’INTERVISTA CENSURATA DALLA RAI A scanso di equivoci e d'interpretazioni dietrologiche preciso subito che del presidente siriano penso tutto il male possibile e, condividendo in pieno il soprannome "macellaio di Damasco", affibbiatogli da chi evidentemente ha valide ragioni per definirlo tale, non ho bisogno di aggiungere altro in merito. Cionondimeno, questo non vuol dire pensare "tutto il bene possibile" dei suoi detrattori e dei suoi nemici. Tutt'altro. Ogni problematica sociale ha sempre più sfaccettature e non è mai facile districarsi tra bene e male, distinguendo nettamente il primo dal secondo. Se ciò vale in qualsiasi circostanza e per ogni contesto, nell'intricata matassa mediorientale, con i tanti attori che recitano a soggetto, l'impresa di separare in modo netto le ragioni dai torti è quasi al limite delle umane possibilità. Vanno seriamente rampognati, pertanto, i dirigenti RAI che hanno censurato l'ottima intervista realizzata da Monica Maggioni, il 26 novembre scorso, che sarebbe dovuta andare in onda il 2 dicembre e, solo dopo le veementi proteste, resa disponibile su RaiPlay, una piattaforma non certo seguitissima. Non sappiamo le ragioni precise alla base della censura, anche se è lecito presupporre che vi siano state pressioni esterne, con argomenti evidentemente ritenuti validi. Nell'intervista, infatti, Assad appare in una luce diametralmente opposta a quella rappresentata dai media occidentali e le spiegazioni sulle dinamiche che hanno gettato la Siria nel baratro della "guerra civile" (tra virgolette perché non oso definirla in altro modo, anche se lui sostiene un'altra tesi) di certo non possono piacere ai governi occidentali. Se abbia detto o meno solo bugie, o se nelle sue parole vi siano bugie mischiate a verità, non tocca a me stabilirlo. Ho tratto delle conclusioni leggendo l'intervista e ritengo che ciascuno debba avere la possibilità di fare altrettanto. In altre circostanze, poi, non mi esimerò dal commentare le vicende mediorientali nel rispetto delle mie valutazioni e opinioni, ovviamente soggettive e opinabili come quelle di ciascuno. Ora, però, mi limito a mettere a disposizione dei lettori il testo dell'intervista, limitandomi a osservare che nessuno ha il diritto di considerare i cittadini dei cretini, assumendosi l'onere di stabilire cosa debbano leggere e cosa debba essere loro celato. Testo integrale dell'intervista di Monica Maggioni, tradotta dalla versione in inglese. D. Signor Presidente, grazie per averci ricevuto. Può dirci, per favore, qual è la situazione in Siria ora, qual è la situazione sul campo e cosa sta succedendo nel paese? R. Se vogliamo parlare della società siriana: la situazione è molto migliorata, poiché abbiamo imparato tante lezioni da questa guerra e penso che il futuro della Siria sia promettente; usciremo da questa guerra più forti. Per quanto concerne le forze armate, l'esercito siriano ha fatto progressi negli ultimi anni e ha liberato molte aree dai terroristi, eccezion fatta per la zona di Idlib, dove opera al-Nusra (Fronte del soccorso al popolo di Siria, legato all'Isis, n.d.r.) che è supportato dai turchi e il nord della Siria, occupato dai turchi il mese scorso. Per quanto riguarda


la situazione politica, si può dire che sta diventando tutto molto più complicato: vi sono molti attori coinvolti nel conflitto siriano il cui unico intento è trasformarlo in una guerra di logoramento. D. Sappiamo che esiste una visione militare per quanto concerne la guerra di liberazione, ma cosa può dirci relativamente alle persone che hanno deciso di tornare nelle loro città? Come procede il processo di riconciliazione? Sta funzionando? R. In realtà abbiamo utilizzato il termine "riconciliazione" per definire la metodologia adottata quando volevamo creare, diciamo, delle condizioni ottimali per le persone che vivono insieme e per quelle che vivevano al di fuori del controllo delle aree governative, con l'obiettivo di ripristinare il rispetto delle leggi e delle istituzioni. L'intento era quello di concedere l'amnistia a chiunque avesse deposto le armi, obbedendo alla legge. La situazione non è complicata per quanto riguarda questo problema: se ha la possibilità di visitare qualsiasi area, vedrà che la vita sta tornando alla normalità. Il problema non era rappresentato dalle persone che combattevano tra loro ed è falso ciò che è stato riportato dai media occidentali, ossia che i siriani combattono tra loro una "guerra civile", il che è fuorviante. In realtà i terroristi prendevano il controllo delle aree, imponendo le loro regole. Quando non vi saranno più terroristi, le persone torneranno alla loro vita normale e vivranno insieme. Non si trattava di una guerra settaria, o etnica, o politica: vi erano solo dei terroristi sostenuti da potenze straniere. Hanno denaro e armamenti e occupano quelle aree. (I due paragrafi conclusivi sono stati tradotti lasciando invariati i verbi al passato e al presente, in modo da trasmettere l'esatta successione mentale del pensiero di Assad, che ha inteso in prima battuta parlare dei terroristi come se fossero stati definitivamente sconfitti ("vi erano") e poi concludere con "hanno" e "occupano", evidentemente riferendosi a quelli presenti ancora nelle zone non liberate. Tutto ciò, ovviamente, solo nel rispetto delle sue considerazioni, che lo inducono a definire terroristi i nemici del regime da lui guidato, secondo ben consolidate logiche che prevalgono in simili circostanze: per gli inglesi erano terroristi gli eroi dell’IRA; per i turchi lo sono curdi e armeni e chiunque consideri “non democratico” il regime di Erdogan; per gli austriaci eravamo terroristi noi italiani, quando lottammo per Trento, Trieste e Gorizia n.d.r.). D. Non ha paura che questa ideologia, alla base della vita quotidiana delle persone per così tanti anni, in qualche modo possa permeare la società e prima o poi riaffiorare? R. Questa è una delle principali sfide che abbiamo dovuto affrontare. La sua domanda è corretta. Ci sono due problemi. Le aree al di fuori del controllo governativo soggiacevano al caos, in mancanza di una legge. Le persone, pertanto, specialmente le giovani generazioni, non sanno nulla dello stato, della legge e delle istituzioni. Il secondo problema riguarda l'ideologia, che è profondamente radicata nelle menti. L'ideologia oscura, come la wahabita, ISIS, al-Nusra, Ahrar al-Cham, o qualsia altra ideologia islamica estremista, adusa al terrorismo. Ora abbiamo iniziato a occuparci di questa realtà, perché quando si libera un'area occorre risolvere questo problema, altrimenti qual è il significato di liberazione? La prima parte della soluzione è religiosa, perché questa ideologia è un'ideologia religiosa e i


religiosi siriani, o per meglio dire l'istituzione religiosa in Siria, sta facendo uno sforzo molto forte in questo senso ed è riuscita a far comprendere alle persone il senso della vera religione, sopperendo ai falsi insegnamenti praticati da Al-Nusra, ISIS o altre fazioni. D. Quindi, in sostanza, i chierici e le moschee fanno parte di questo processo di riconciliazione? R. Questa è la parte più importante. La seconda parte riguarda le scuole. Nelle scuole vi sono insegnanti che istruiscono gli alunni, seguendo un percorso formativo molto importante per cambiare le idee delle giovani generazioni. Il terzo punto riguarda la cultura, gli artisti, gli intellettuali e così via. In alcune aree è ancora difficile svolgere attività formativa e quindi è stato molto più facile iniziare con la religione e poi avviare la formazione scolastica. D. Signor Presidente, vorrei solo tornare alla politica per un istante. Ha menzionato la Turchia. La Russia è stata il suo miglior alleato in questi anni e ciò non è un segreto, ma ora la Russia sta cooperando con la Turchia in alcune aree della Siria. Che cosa pensa al riguardo? R. Per comprendere il ruolo della Russia dobbiamo comprendere i principi russi. I russi credono che il diritto internazionale - e l'ordine internazionale basato su quella legge - sia nell'interesse della Russia e nell'interesse di tutti nel mondo. Per loro, quindi, sostenere la Siria vuol dire sostenere il diritto internazionale. Questo è un dato di fatto. In secondo luogo, essere contro i terroristi è nell'interesse del popolo russo e del resto del mondo. Allearsi con la Turchia e accettare questo compromesso, pertanto, non significa che intendano sostenere l'invasione turca: casomai volevano svolgere un ruolo al fine di convincere i turchi a lasciare la Siria. Non sostengono i turchi, non dicono "questa è una buona cosa, la accettiamo e la Siria deve accettarla." No, non lo fanno. Sono intervenuti a causa del ruolo negativo americano e occidentale nei confronti della Turchia e dei curdi, al solo fine di bilanciare quel ruolo, per rendere la situazione... non dico migliore, ma meno grave, tanto per essere più preciso. Attualmente è questo il loro compito. Per il futuro la loro posizione è molto chiara: integrità siriana e sovranità siriana. L'integrità e la sovranità siriane sono in contraddizione con l'invasione turca, che è molto ovvia e chiara. D. Quindi mi sta dicendo che i russi potrebbero scendere a compromessi, ma la Siria non si comprometterà con la Turchia. Voglio dire, la relazione è ancora piuttosto tesa. R. No, neppure i russi hanno effettuato un compromesso riguardo alla sovranità. No, loro hanno a che fare con la realtà. Ora vi è una brutta realtà ed è necessario essere coinvolti per fare qualcosa. non direi un compromesso, perché non è una soluzione finale. Potrebbe essere un compromesso per quanto riguarda la situazione a breve termine, ma nel lungo termine o nel medio termine, la Turchia dovrebbe andarsene. Non ci sono dubbi al riguardo.


D. E sul lungo termine, è possibile qualche piano di discussione tra lei ed Erdogan? R. Non mi sentirei fiero se un giorno ciò dovesse accadere. Mi sentirei disgustato nel trattare con quegli islamisti opportunisti, non musulmani, ma islamisti! È un altro termine! È un termine politico! Ancora una volta, però, dico ciò che ho sempre detto: il mio lavoro non consiste nell'essere contento o meno per ciò che sto facendo, di non essere felice o altro. Non riguarda i miei sentimenti, riguarda gli interessi della Siria, quindi io andrò ovunque andranno i nostri interessi. D. In questo momento, quando l'Europa guarda alla Siria, a parte le considerazioni sul paese, ci sono due problemi principali: i rifugiati e i jihadisti o combattenti stranieri che tornano in Europa. Come giudica queste preoccupazioni europee? R. Dobbiamo iniziare con una semplice domanda: chi ha creato questo problema? Perché vi sono rifugiati in Europa? È una domanda semplice: tutto è dipeso dal terrorismo sostenuto dall'Europa - e ovviamente dagli Stati Uniti, dalla Turchia e da altri. L'Europa, tuttavia, è stata la principale responsabile nella creazione del caos in Siria. Quindi, ciò che va, torna. (Traduzione letteraria di un'espressione idiomatica, "what goes around comes around", traducibile appropriatamente con la frase "Ecco le vere cause di ciò che è accaduto - o "di ciò che accade", n.d.r.). D. Perché attribuisce all'Europa la responsabilità principale? R. Perché l'Unione Europea ha sostenuto pubblicamente i terroristi in Siria dal primo giorno, dalla prima settimana, dai prodromi della rivolta. Hanno incolpato il governo siriano e alcuni stati, come la Francia, hanno inviato armi e munizioni. Penso che il loro ministro degli Esteri, forse Fabius, abbia detto: "mandiamo". Hanno inviato armi e hanno creato questo caos. Ecco perché molte persone hanno difficoltà a rimanere in Siria; milioni di persone sono state costrette ad abbandonare la Siria. D. In questo momento, nella regione, si registrano disordini e caos. L'Iran è un alleato della Siria e la situazione sta diventando complicata. Riflette sulla situazione in Siria? R. Sicuramente. Il caos è sempre un male per tutti: avrà effetti collaterali e ripercussioni, specialmente in presenza di interferenze esterne. Se è spontaneo, se scaturisce da proteste di persone che chiedono riforme o una migliore situazione economica o altri diritti, è positivo. Ma quando scaturisce da atti di vandalismo, distruzione, uccisione e interferenze da parte dei poteri esterni, non lo è In questi casi è assolutamente negativo, cattivo, un pericolo per tutti i cittadini. D. È preoccupato per quello che sta succedendo in Libano, il vero vicino di casa? R. Sì. Sono preoccupato per il Libano come lo sono per la Siria. Naturalmente il Libano influenzerebbe la Siria più di qualsiasi altro paese, perché è il nostro vicino diretto. Ma, mi ripeto, se (il caos, n.d.r.) è spontaneo e riguarda la richiesta di


riforme per liberarsi di un sistema politico settario, sarebbe positivo per il Libano. Lo ribadisco: tutto dipende dalla consapevolezza del popolo libanese al fine di non consentire a nessuno, dall'esterno, di provare a manipolare il movimento o le manifestazioni spontanee in Libano. (Si noti il sottile stile diplomatico nel "dire e non dire": usa il termine "settario", abbastanza vago all'udito, anche se il significato è ben definito. Saad Hariri ha rassegnato le dimissioni da primo ministro del Libano nel mese di ottobre e in passato aveva "chiaramente" dichiarato che Assad deve lasciare la guida del paese. I giochi che riguardano i due paesi confinanti sono molto complessi e delicati, n.d.r.). D. Torniamo a ciò che sta accadendo in Siria. A giugno, papa Francesco le ha scritto una lettera chiedendole di prestare attenzione e rispettare la popolazione, soprattutto a Idleb dove la situazione è ancora molto tesa, perché lì si combatte. Vi è anche un riferimento alle modalità di trattamento dei prigionieri nelle carceri. Gli ha risposto? E in caso affermativo cosa gli ha detto? R. La lettera del Papa riguardava la preoccupazione per i civili in Siria e ho avuto l'impressione che forse il quadro della situazione, in Vaticano, non fosse completo. Ciò è prevedibile, dal momento che la narrativa principale in Occidente parla di questo "cattivo governo" che uccide la "brava gente", come riferito dai media: ogni proiettile dell'esercito siriano uccide solo i civili e ogni bomba cade solo sugli ospedali! Non si uccidono i terroristi e si prendono di mira i civili, la qual cosa non è corretta. Ho risposto, quindi, con una lettera che spiegava al Papa la realtà in Siria, dal momento che siamo i primi a preoccuparci della vita dei civili, perché non si può liberare un'area mentre i civili sono ostili. Non si può parlare di liberazione mentre i civili ti combattono apertamente. La parte più cruciale nel liberare militarmente qualsiasi area è quella di avere il sostegno della gente, nell'area interessata o nella regione in generale. Ciò è stato chiaro negli ultimi nove anni e ciò è contrario ai nostri interessi. D. Quell'appello, tuttavia, in qualche modo le ha consentito di riflettere sull'importanza di proteggere i civili e le persone del suo paese. R. No. A questo pensiamo ogni giorno, non solo dal punto di vista della morale, dei princìpi, dei valori, ma anche nel rispetto dei nostri interessi. Come ho appena detto, senza questo supporto - senza il sostegno pubblico, non si può ottenere nulla… non si può progredire politicamente, militarmente, economicamente e in ogni aspetto. Non avremmo potuto sostenere questa guerra per nove anni senza il sostegno del popolo e non si può avere supporto pubblico mentre si uccidono i civili. Questa è un'equazione, un'equazione evidente: nessuno può smentirla. Quindi, è per questo che ho detto, indipendentemente dalla lettera: "Questa è la nostra preoccupazione". Ma, lo ripeto, il Vaticano è uno stato e pensiamo che il ruolo di qualsiasi stato, se si preoccupa dei civili, è quello di comprendere le principali cause (dei problemi, n.d.r.), che sono determinate dal ruolo occidentale nel sostenere i terroristi e dalle sanzioni al popolo siriano, che hanno peggiorato la situazione. Questa è anche una delle cause che hanno prodotto un alto numero di rifugiati in Europa. Non volete rifugiati ma, allo stesso tempo, create le condizioni ottimali per dire loro: "Vai fuori dalla Siria, da qualche altra parte" e ovviamente


loro andranno in Europa. Quindi, questo stato o qualsiasi stato, dovrebbe occuparsi delle reali cause speriamo che il Vaticano possa svolgere questo ruolo in Europa e nel mondo: convincere gli altri stati che devono smettere di immischiarsi nella questione siriana, smettere di violare il diritto internazionale. Basta! Abbiamo solo bisogno che le persone seguano il diritto internazionale. I civili saranno al sicuro, l'ordine tornerà, tutto andrà bene. Nient'altro. D. Signor Presidente, diverse volte è stato accusato di usare armi chimiche e ciò ha rappresentato un punto chiave, la linea rossa, alla base di molte decisioni. Un anno fa, più di un anno fa, si è verificato l'evento Douma che è stato considerato un'altra linea rossa. Successivamente, ci sono stati bombardamenti, e avrebbe potuto essere anche peggio, ma qualcosa si è fermato. In questi giorni, attraverso WikiLeaks, è emerso che potrebbe essere stato riportato qualcosa di sbagliato nel rapporto e nessuno è ancora in grado di dire cosa sia successo. (Nell'aprile 2018 la città di Douma subì un bombardamento che provocò oltre cento morti, per lo più in un ospedale, e molti feriti che presentavano chiari sintomi d'intossicazione. Si parlò apertamente di attacco chimico da parte delle truppe di Assad e le foto raccapriccianti delle vittime fecero il giro del mondo. Pochi giorni dopo Francia, USA e Inghilterra reagirono con un massiccio bombardamento contro le truppe siriane. Recentemente, però, WikiLeaks ha diffuso una e-mail di un ispettore dell'Organizzazione per la Proibizione delle Armi chimiche che lascia affiorare le sue perplessità, con considerazioni che vanno in direzione di una possibile montatura. Ovviamente non vi è da escludere che la montatura riguardi proprio il tentativo di depistaggio e la verità sia ancora nell'ombra. I morti civili, tuttavia, sono reali, n.d.r.). R. Sin dall'inizio di questa storia abbiamo detto di non aver utilizzato armi chimiche. Non possiamo usarle. È impossibile usarle nelle condizioni in cui versiamo per molte ragioni; diciamo: "ragioni logistiche". D. Me ne dica una. R. Una è molto semplice: quando si avanza, perché dovremmo usare armi chimiche?! Stiamo avanzando! Perché dobbiamo usarle? Siamo in un'ottima situazione, quindi perché usarle, soprattutto nel 2018? Questo è uno dei motivi. Vi sono, poi, prove molto concrete che confutano questa narrativa: quando si usano armi chimiche - questa è un'arma di distruzione di massa – si parla di migliaia di morti o almeno centinaia. Ciò non è mai accaduto, mai: vi è solo la messa in scena degli attacchi con video truccati. Nel recente rapporto che ha citato c'è una discrepanza tra ciò che abbiamo visto nel video e ciò che hanno visto i tecnici e gli esperti. Parliamo della quantità di cloro riportata: prima di tutto, il cloro non è un materiale di distruzione di massa; in secondo luogo, la quantità che hanno trovato è la stessa quantità che si può avere in casa, esiste in molte famiglie ed è utilizzata forse per la pulizia e quant'altro. Esattamente la stessa quantità. L'OPCW (Organizzazione per la Proibizione delle Armi chimiche, n.d.r.) ha falsificato il rapporto, solo perché è stato imposto loro dagli americani. Per fortuna, quindi, questo rapporto ha dimostrato che tutto ciò che abbiamo detto negli ultimi anni, dal 2013, è corretto. Avevamo ragione, avevano torto. Questa è una prova, una prova concreta riguardo a questo problema. Quindi, lo ribadisco, l'OPCW è di parte, viene politicizzata ed è


immorale, e quelle organizzazioni che dovrebbero lavorare in parallelo con le Nazioni Unite per creare più stabilità in tutto il mondo sono state usate come armi statunitensi e occidentali per creare più caos. D. Signor Presidente, dopo nove anni di guerra, lei parla degli errori degli altri. Vorrei che parlasse dei suoi errori, se presenti. C'è qualcosa che avrebbe fatto in modo diverso e qual è la lezione appresa che può aiutare il suo paese? R. Quando si fa qualcosa, ovviamente, si commettono sempre degli errori: questa è la natura umana. Quando si parla di attività politica, tuttavia, vi sono due cose da prendere in considerazione: strategie o grandi decisioni e tattiche o, in questo contesto, l'implementazione. Le nostre decisioni strategiche o le nostre decisioni principali, pertanto, dovevano contrastare il terrorismo, favorire la riconciliazione e contrastare le ingerenze esterne nei nostri affari. Oggi, dopo nove anni, adottiamo ancora la stessa politica; siamo più aderenti a questa politica. Se avessimo pensato che fosse sbagliato, avremmo cambiato strategia. In realtà non pensiamo che ci sia qualcosa di sbagliato in questa politica. Abbiamo compiuto la nostra missione; abbiamo implementato la costituzione proteggendo le persone. Ora, se si parla di errori nell'implementazione, ovviamente se ne possono reperire tanti. Penso che se si vuole parlare degli errori riguardanti questa guerra, non dovremmo parlare delle decisioni prese durante la guerra perché la guerra - o parte di essa - è il risultato di qualcosa stabilito in precedenza. Durante questa guerra abbiamo fronteggiato due problematiche. La prima problematica riguarda l'estremismo, in particolare quello wahabita, iniziato in questa regione alla fine degli anni sessanta, con forte incremento negli anni ottanta. Se si vuole parlare degli errori commessi nell'affrontare questo problema, dirò che eravamo molto tolleranti nei confronti di qualcosa di molto pericoloso. Questo è un grosso errore che abbiamo commesso nel corso di decenni. Sto parlando di diversi governi, incluso me stesso prima di questa guerra. La seconda problematica: quando vi sono persone pronte a ribellarsi contro l'ordine costituito, a distruggere proprietà pubbliche, a commettere atti di vandalismo e così via, a compiere atti ostili contro il loro paese, a mettersi al servizio di potenze straniere e i loro servizi segreti, chiedendo loro di interferire militarmente contro il loro stesso paese, occorre chiedersi come sia stato possibile che sia accaduto tutto ciò. Se me lo chiede posso rispondere, per esempio, che prima della guerra avevamo più di 50.000 fuorilegge in libertà, mai catturati dalle forze dell'ordine. Il nemico naturale di quei fuorilegge, ovviamente, è il governo, perché non vogliono andare in prigione. D. E cosa mi dice circa la situazione economica? Parte del malcontento della popolazione - non so se fosse una grande o piccola parte - si è manifestata in alcune aree in cui l'economia non funzionava. Anche questo è scaturito da fattori esterni? R. Potrebbe essere una causa (l'economia che non funzionava, n.d.r.) ma sicuramente non la principale. Alcuni parlano dei quattro anni di siccità che hanno spinto la gente a lasciare la propria terra nelle aree rurali per recarsi in città ... potrebbe essere un problema, ma non il problema principale. Hanno parlato della politica liberale... non avevamo una politica liberale, siamo ancora socialisti, abbiamo ancora un settore pubblico molto incisivo nel governo. Non si può parlare di politica


liberale con un imponente settore pubblico. Abbiamo avuto una crescita, una buona crescita, il che non ci ha impedito di commettere degli errori nell'attuazione della nostra politica. Come si possono creare pari opportunità tra le persone? Tra le zone rurali e le città? Quando l'economia si espande, le città ne traggono maggiori benefici e ciò crea più immigrazione dalle aree rurali alle città. Questi sono fattori che potrebbero determinare qualcosa, ma non costituiscono un problema. Nelle zone rurali in cui si ha più povertà, il denaro del Qatar ha svolto un ruolo più incisivo rispetto a quanto verificatosi nelle città: le persone guadagnavano in mezz'ora il salario di una settimana e ciò andava molto bene per loro. (Il Qatar è stato uno dei principali finanziatori dell'ISIS, anche se ufficialmente ne ha sostenuto la lotta schierandosi al fianco dei governi occidentali. La matassa è complicata e ha radici antiche, che riguardano anche la mancata autorizzazione di Bashar Assad, nel 2009, al passaggio di un gasdotto dal Qatar verso l'Europa, attraverso Arabia Saudita, Giordania, Siria e Turchia, per tutelare gli interessi degli amici russi, principali fornitori di gas naturale all'Europa, n.d.r.). D. L'intervista è quasi terminata, ma voglio porre ancora due domande. La prima riguarda la ricostruzione, che sarà molto costosa. Come pensa di realizzarla e con chi? R. Non abbiamo grossi problemi. Si dice che la Siria non abbia soldi; in realtà i siriani hanno molti soldi; il popolo siriano nel mondo ha molti soldi e vuole venire a costruire il suo paese. Perché quando si parla di ricostruire il paese, non si tratta di dare soldi alle persone, si tratta di ottenere benefici: è un business. Quindi, molte persone, non solo siriane, vogliono fare affari in Siria. Quando si chiede dove reperire i fondi per la ricostruzione, quindi, possiamo dire di averli già reperiti. Il problema è che le sanzioni impediscono agli uomini d'affari o alle aziende di venire e lavorare in Siria. Nonostante ciò, alcune società straniere hanno iniziato a trovare modi per eludere queste sanzioni e abbiamo iniziato a pianificare. Sarà un processo lento: senza le sanzioni non avremmo problemi con i finanziamenti. D. Concludo con una domanda molto personale, signor Presidente: si sente un sopravvissuto? R. Se si riferisce a una guerra nazionale come questa, che ha visto quasi tutte le città danneggiate dal terrorismo, dai bombardamenti esterni e da altre cose, allora si può dire che tutti i siriani siano dei sopravvissuti. Penso che questa sia la natura umana: essere un sopravvissuto. D. E per quanto riguarda lei? R. Faccio parte di quei siriani. Non posso essere disconnesso da loro; ho la stessa sensazione. Preciso: non mi definisco una persona forte che è sopravvissuta. Se non percepisci questa atmosfera, questa società o questa incubatrice per sopravvivere, non puoi sopravvivere. È un fatto collettivo; non riguarda una sola persona, non è uno spettacolo individuale. Monica Maggioni: Grazie mille, signor Presidente. Assad: grazie.



BYE, BYE PERFIDA ALBIONE PROLOGO Prima di qualsivoglia considerazione sulla Brexit, è doveroso, per chiunque brami un'Europa unita sotto un'unica bandiera, dedicare un affettuoso pensiero a tutti i cittadini del Regno Unito che abbiano il cuore lacerato. Un caldo abbraccio giunga agli scozzesi e agli irlandesi del Nord, nel commosso ricordo delle tante vittime che si sono sacrificate inseguendo il sogno di "A Nation Once Again". Analogo abbraccio giunga ai cittadini del Galles e dell'Inghilterra che si sono battuti duramente per il "remain". Sappiano che non sono soli e in tutta Europa hanno tanti amici che non li dimenticheranno mai e che li aspettano. Dovranno lavorare sodo per sopprimere l'imperante sub-cultura dell'arroganza e soppiantarla con la cultura dell'amore tra i popoli, "uniti nella diversità". Battaglia difficile, ma ineludibile. Gli "Stati Uniti d'Europa", la meta che ogni cittadino d'Europa dovrebbe considerare obiettivo primario della propria esistenza, non possono e non devono fare a meno di loro. Ci si scontri anche aspramente sulle diverse "visioni del mondo", ma preserviamo l'unità continentale come bene supremo. LA FARSA DIVENUTA TRAGEDIA Per alcuni è stato un giorno di lutto; per altri, un giorno di festa. Dopo circa quattro anni dal referendum che vide una piccola maggioranza del popolo britannico decidere di lasciare l'Unione Europea, la Brexit è una realtà. Fino al prossimo 31 dicembre vi sarà un periodo di transizione e poi il definitivo salto nel buio. Con l'uscita del Regno Unito, l'Europa, almeno quella pasticciona e litigiosa che si ritrova nell'UE, non perde solo 68milioni di cittadini (13% della popolazione), ma dice addio anche al 5% della superficie, a un quarto delle acque territoriali, al 15% del PIL, a colossi industriali come Rolls Royce e Vodafone, a dieci miliardi di euro annui sotto forma di contributi, al più grande centro finanziario, a forze armate di prim'ordine (230mila effettivi tra Brtish Army, Royal Navy, Royal Marines e Royal Air Force), a prestigiose università. Volendo valutare la possibilità di trasformare un evento negativo in un'opportunità, tuttavia, si può anche ritenere che non tutti i mali vengano per nuocere. Il discorso riguarda tutti i paesi dell'Unione e per l’Italia si tratta, in primis, di tutelare i tanti connazionali che vivono nel Regno Unito, tra i quali molti “cervelli eccellenti". Se questi ultimi dovessero avere vita dura, creare per loro delle condizioni ottimali di rientro dovrebbe costituire un "dovere etico" da assolvere facendo salti di gioia. La loro assenza pesa molto perché abbassa il livello medio della società e dei relativi settori di pertinenza. Di fatto, stando a quanto traspare dalle disposizioni emanate, nulla dovrebbe cambiare per i cittadini dell'Unione ivi residenti: possono continuare a vivere, a lavorare e a studiare. Lo stesso vale per i distaccati e per coloro che si trasferiranno entro la fine del 2020. Restano garantiti i diritti in termini di salute, prestazioni sociali, accesso al lavoro e all'istruzione. Almeno per ora. Prevenire, però, è meglio che curare. Al fine di far valere i propri diritti, infatti, i cittadini dell'Unione devono registrarsi per richiedere lo "status consolidato", il che alimenta qualche


preoccupazione e ha creato notevoli disagi esistenziali soprattutto a coloro che ivi vivono da molti decenni: per loro era normale sentirsi parte integrante del Paese e il fatto di doverlo ribadire con un provvedimento speciale non è stato facile da digerire. In effetti nessuno è in grado di prevedere cosa realmente accadrà in futuro e ciò che si evince fa nascere il sospetto che si navighi a vista, il che non è certo positivo. In tanti paventano un rafforzamento del già solido legame con gli USA, soprattutto in campo commerciale, ma forse si sono fatti male i conti alla luce di ciò che traspare dagli USA. Johnson ha ripetuto fino alla nausea che intende divergere dalle regole dell'UE. Si accomodi! Ma in che modo sarà possibile? Sull'Iran era più in linea con Parigi e Berlino che con Washington; sulla tassazione dei giganti di Internet sta preparando una tassa paragonabile a quella prevista a Bruxelles; sulle reti Huawei e 5G ha optato per l'Europa come accesso limitato; il ministro delle finanze Sajid Javid, sugli accordi commerciali, ha dichiarato di volersi concentrare prioritariamente sulle discussioni con Bruxelles. Se questo si chiama "divergere", forse dovremo aggiungere un lemma al termine. Molto più realisticamente, quindi, si può ritenere che il Regno Unito tenterà di rimanere legato alle norme dell'UE quando ciò potrà tramutarsi in un vantaggio per i suoi interessi, per allontanarsene solo se rappresentassero una minaccia. Il gioco, però, potrebbe funzionare solo in caso di "cecità" (o complicità) degli altri paesi dell'Unione, cosa possibile e non auspicabile e, allo stato, non fosse altro per scaramanzia, da ritenere improbabile. NON È CHE UN ARRIVEDERCI Ogni essere umano ha il diritto di pensarla come vuole, purché rispetti le regole della civile convivenza. La storia dell'Inghilterra non ha certo bisogno di essere ribadita e ben note sono anche certe "asprezze caratteriali" degli inglesi, considerate molto diffuse, anche se è sempre sbagliato generalizzare. Degli inglesi si dice, e non da ora, che sono spigolosi, presuntuosi, permalosi, pervasi da un complesso di superiorità fastidioso e inaccettabile. Sarà anche vero in linea di massima, ma è sempre ingiusto catalogare negativamente un intero popolo, anche perché ognuno ha le proprie rogne. Sicuramente sbaglia, quindi, chi si compiaccia del distacco in virtù dei sentimenti di antipatia nutriti nei confronti della "perfida Albione". Sbaglia perché in tal modo colpisce anche coloro che, per comportamento e carattere, costituiscono una eccezione. Non sono certo pochi, come i riscontri attuali già dimostrano, e diventeranno sempre di più a mano a mano che si renderà evidente l’abbaglio preso e la zappata sui piedi tiratasi. Già ora, comunque, se si votasse di nuovo per il referendum, il remain vincerebbe con ampia maggioranza, il che la dice lunga sull’effettiva consistenza numerica di chi voglia staccarsi dall’Europa. La storia non si scrive con i "se", ovviamente, ma i se servono a capire gli errori commessi: questa barzelletta che non fa ridere si sarebbe potuta evitare sol che in passato si fosse anteposta l’unione politica a quella monetaria. L'Europa dei mercanti, sotto questo profilo, ha una responsabilità anche maggiore di quella imputabile al popolo inglese e soprattutto a quei parlamentari europei che si pentiranno presto di aver intonato, in modo abbastanza grottesco tra l’altro, "Auld Lang Syne"


in segno di giubilo per l'uscita dall'Europa. Questo canto, noto in Italia come "valzer delle candele", si intona in occasione degli addii e, nella notte del 31 dicembre, accompagna il passaggio dall'anno vecchio all'anno nuovo. In segno augurale, per un futuro che possa cancellare questa brutta pagina di storia, è preferibile ascoltarla nella versione francese: "Ce n'est qu'un au revoir", invocando una nuova Europa, capace di marciare all'unisono e riconquistare il posto che la storia le ha assegnato da sempre: essere il faro del mondo.


IL RUGGITO DELLA TIGRE CELTICA Un risultato clamoroso ha caratterizzato le recenti elezioni in Irlanda: il Sinn Féin, partito da sempre all'opposizione, ha conseguito una brillante vittoria anche se, come vedremo, molto probabilmente non sarà sufficiente per assicurargli la guida del paese. In Italia si parla poco e confusamente dell'Irlanda - lo stesso dicasi per agli altri paesi del Nord Europa - e pertanto, prima di illustrare le conseguenze scaturite dal voto che ha premiato Mary Lou McDonald, recentemente succeduta al mitico Gerry Adams, è opportuno chiarire alcuni aspetti che sono stati presentati dai media in modo distonico e confuso. I partiti che da un secolo si contendono il potere, Fianna Fáil e Fine Gael, sono descritti come partiti di centro-destra; il Sinn Féin è invece presentato come un partito di sinistra nazionalista e braccio politico, in passato, dell'IRA (Irish Republican Army), i cui militanti sono sempre definiti "terroristi". Mettiamo ordine. Il Fianna Fail venne fondato nel 1926 da Éamon de Valera, più volte primo ministro e presidente della Repubblica d'Irlanda dal 1959 al 1973. Politico a tutto tondo, è considerato da molti il mandante dell'assassinio di Michael Collins, l'eroe della guerra d'Indipendenza che dilaniò il paese tra il 1919 e il 1921. Il Fianna Fáil ha una vocazione governativa e, di fatto, ha governato sia con partiti di sinistra sia con quelli di centro-destra. È impropria, pertanto, qualsivoglia caratterizzazione che inglobi il termine "destra". L'ideologia di fondo, vagamente definita e ancorata precipuamente alla gestione del potere, può essere più appropriatamente ascritta al liberalismo, concepito in tutte le sue accezioni negative, politiche ed economiche. (Si veda, a tal proposito, quanto scritto nel numero 81 di questo magazine, dedicato proprio al liberalismo). Il Fine Gael, fondato nel 1933, non è dissimile e anch'esso nulla ha a che vedere con i valori e i principi di un vero partito di destra. Fa parte del Partito Popolare Europeo, è favorevole al matrimonio tra omosessuali e all'adozione da parte delle coppie omosessuali civilmente sposate. Il suo liberalismo è ancora più spinto di quello del Fianna Fáil, con il quale si è spesso alleato, senza disdegnare alleanze con i Laburisti e la Sinistra democratica: l'importante è stare al potere, non importa come, con chi e a che prezzo. Ben altra storia quella del Sinn Féin, movimento indipendentista dalla forte caratura ideologica, fondato nel 1905 dal patriota Arthur Griffith. È senz'altro esatto definirlo un partito di sinistra o, meglio ancora, socialdemocratico-repubblicano, avendo cura, però, di spiegare bene - cosa che nessun organo di stampa si è sognato di fare - che il repubblicanesimo irlandese è tutt'altra cosa rispetto a quello continentale o statunitense e vuole soprattutto sancire il presupposto che tutta l'Irlanda - e quindi anche quella sotto il dominio inglese - debba essere considerata una "repubblica indipendente". Anche la definizione di partito di sinistra, se non correttamente spiegata, può dare adito a errori di interpretazione. Il Sinn Féin si batte costantemente contro la malapolitica e contro i potentati economici che non hanno a cuore il bene comune. L'Irlanda a guida liberale si è dimostrata fallimentare sotto tutti i punti di vista. Il sistema sanitario consente l'assistenza gratuita agli anziani e alle persone di basso


reddito ma, sostanzialmente, non funziona e gli ospedali sono sovraffollati. I giovani non riescono a pianificare il loro futuro; gli affitti delle case sono altissimi e comprarne una è un vero sogno per la maggioranza della popolazione. Il Sinn Féin si batte da sempre contro le agevolazioni fiscali che hanno trasformato il paese nel paradiso delle multinazionali, senza alcun vantaggio per l'occupazione; combatte la speculazione edilizia, la corruzione negli enti pubblici, l'evasione fiscale ed è favorevole a una maggiore e più equa redistribuzione delle risorse economiche: scuole e ospedali pubblici sono al primo posto nella scala degli interventi urgenti. I suoi esponenti, non solo quelli storici, che hanno ceduto il passo a due straordinarie donne - Mary Lou McDonald nella Repubblica d'Irlanda e Michelle O'Neill nell'Irlanda del Nord - sono "inattaccabili" sotto qualsivoglia profilo e la loro statura etico-morale, unitamente all'alto livello culturale, traspare evidente in ogni contesto, soprattutto nei confronti con gli avversari politici, che possono solo arrampicarsi sugli specchi, non potendo, in alcun modo, reperire argomenti validi per confutare i loro. Sul partito aleggia ancora l'aura romantica, sublime, stupenda, ineguagliabile, di un vero eroe dell'indipendentismo irlandese: il settantaduenne Gerry Adams, tempratosi nei terribili anni dei troubles, cosa che per anni è stata sfruttata dai suoi detrattori, adusi a definire i membri dell'IRA come terroristi. È questa l'ultima sciocchezza da stemperare, perché il ritornello è ripetuto come un mantra anche dai media nostrani. L'Irish Republican Army combatteva contro la dominazione inglese né più né meno di come i nostri nonni hanno combattuto contro la dominazione austriaca, durante la Grande Guerra. Noi consideriamo patrioti i nostri nonni, non certo terroristi. Erano gli austriaci che definivano "terroristi" coloro che attentavano alla sovranità dell'Impero, proprio come facevano gli inglesi con i membri dell'IRA e come hanno sempre fatto in tutti i territori "occupati", a cominciare dalla Scozia del valoroso William Wallace, anch'egli "terrorista" per gli inglesi ed "eroe nazionale" per gli scozzesi. Qui non vi è spazio per un'articolata trattazione della storia d'Irlanda, ma chi volesse approfondirla può facilmente reperire, anche in rete, validi documenti e importanti documentari. Corposa ed esaustiva la pubblicistica e su tutti è doveroso segnalare i due testi di Bobby Sands, l'eroe che si lasciò morire nel carcere di Long Kesh, dopo sessantasei giorni di sciopero della fame: "Un giorno della mia vita"; "Il diario di Bobby Sands". Se essere al servizio del popolo, quindi, in Irlanda vuol dire essere di "sinistra", ben venga la sinistra! Ma non la si confonda, per favore, con le sinistre degli altri paesi europei, al servizio dell'Europa dei mercanti e aduse a una gestione del potere molto discutibile quando non propriamente criminale. Gli irlandesi hanno compreso il messaggio del Sinn Féin e lo hanno premiato, alle recenti elezioni generali, conferendogli la vittoria con il 24,53% dei suffragi. Il Fianna Fáil ha raccolto il 22,18% e il Fine Gael del premier Leo Varadkar, grande sconfitto della competizione elettorale, il 20,86%. All'atto della stesura di questo articolo non è dato sapere cosa avverrà, anche se è facilmente intuibile che le forze ostili al Sinn Féin faranno di tutto per coalizzarsi e consentire ai due partiti egemoni da sempre di mantenere il potere. Sulla carta però, in virtù della distribuzione dei seggi, sarebbe ampiamente possibile anche un governo presieduto da Mary Lou McDonald, all'insegna dello slogan lanciato durante la campagna elettorale: "Time for a change" (È ora di cambiare).


Comunque vada a finire, tuttavia, la storica affermazione del Sinn FĂŠin ha gettato le premesse per la ricongiunzione con l'Irlanda del Nord e tutti hanno la percezione che, anche in virtĂš delle recenti vicende legate alla Brexit, l'antico sogno di "A nation once again" possa trasformarsi presto in una splendida realtĂ .


FEBBRAIO 1945: MORTE DI UN POETA All'alba del 6 febbraio 1945, dopo un processo veloce, più formale che sostanziale, Robert Brasillach fu fucilato nel vecchio forte di Montrouge, poco fuori la cinta esterna di Parigi. La condanna, di fatto, era già stata decisa a causa della simpatia dimostrata nei confronti dei regimi fascisti che avevano trascinato il mondo in guerra. Il clima del momento non consentiva deroghe alla decisione "politica" e a nulla valsero gli appelli di grandi uomini di cultura e non solo, per indurre Charles De Gaulle a concedergli la grazia. Dai loro nomi si intuisce facilmente che appartenevano a tutte le aree ideologiche esistenti, anche in forte contrapposizione. Vanno ricordati come testimoni di una vicenda che, ancora oggi, risulta controversa nelle sue infinite contraddizioni e sfaccettature, nonostante per loro fosse ben chiara: Brasillach poteva essere condannato moralmente per le sue idee, ma non doveva essere fucilato.

Robert Brasillach durante il processo. Fonte foto: www.gliindifferenti.it

Accademia francese: Paul Valéry, François Mauriac, Georges Duhamel, Henry Bordeaux, Jérôme Tharaud, Jean Tharaud, Louis Madelin, Paul Claudel, Emile Henriot, Georges Lecomte, André Chevrillon, Thierry Maulnie, Claude Farrère, Jean Anouilh. Accademia delle scienze: principe Louis de Broglie, premio Nobel per la fisica nel 1929. Accademia delle scienze giuridiche e politiche: Firmin Roz, Marcel Bouteron, Frédéric Dard, André Lalande, Emile Bréhier, Jacques Bardoux, Charles Rist, Jacques Rueff. Commedie francaise: Jacques Copeau, Jean Jacques Bernard, Jean-Louis Barrault, André Obey. Académie Goncourt: Roland Dorgelès, André Billy.


Pittori: Georges Desvallières, André Derain, Maurice de Vlaminck, e Louis Latapie. Albert Camus, filosofo, saggista, drammaturgo, giornalista, attivista politico; Jean Paulhan, scrittore, editore, critico letterario, autorevole esponente della resistenza antinazista; Paul Henry Michel, storico della filosofia; Germain Martin, ministro; Pierre Janet, Collège de France; Charles Dullin, attore e regista teatrale; Henri Pollès, scrittore; Jean Schlumberger, designer; Jean Cocteau, poeta, saggista, drammaturgo, sceneggiatore, disegnatore, scrittore, librettista, regista e attore; Jean Effel, pittore, caricaturista, illustratore e giornalista; Wladimir d'Ormesson, saggista, romanziere, giornalista e diplomatico; Marchel Achard, scrittore e drammaturgo; Gustave Cohen, storico della letteratura; Daniel-Rops, saggista e romanziere; Marcel Aymé, scrittore; Sidonie-Gabrielle Colette, scrittrice e attrice teatrale; André Barsacq, regista, scenografo e direttore teatrale; Gabriel Marcel, filosofo, scrittore, drammaturgo e critico musicale; Arthur Honegger, compositore. Volendo affondare il dito nella piaga, ci si può spingere addirittura a suggellare il sostegno di tanti autorevoli personaggi con argomenti che, inevitabilmente, possono suscitare forti mal di pancia. Aveva simpatie fasciste, Brasillach? Certo! Può essere condannato solo per questo? No. Le condanne, soprattutto quelle a morte, devono scaturire da atti concreti effettuati in spregio delle leggi vigenti. Non si processano e tanto meno si condannano le idee: al massimo si possono criticare. Brasillach amava la Francia, il paese che gli aveva fatto male, come recita una delle sue poesie più famose, ed era rimasto sconvolto dalla repentina sconfitta del 1940. Il suo animo era distrutto, alla pari di quello di tanti altri francesi che avevano assistito, increduli, alla morte della patria. Una patria che si voleva fa risorgere, per cancellare quella grave onta. Ed è qui che "scatta", nella mente del poeta - ma non solo nella sua - la superiore capacità di comprendere il mondo al di là delle "apparenze manifeste", da tutti percepibili. La maggiore capacità di meglio comprendere la realtà, sia detto a scanso di equivoci, non assolve automaticamente da qualsivoglia colpa, ma nell'analisi, e soprattutto nel "giudizio", va tenuta in debita considerazione. Brasillach, in buona fede e per amor di patria, fa una scelta di campo per la "resurrezione" del paese, avendo percepito ciò che agli altri sfuggiva: la resurrezione era sgradita sia ai russi sia agli americani. Resta solo da confidare, pertanto, nella collaborazione franco-tedesca per la costruzione di una nuova Europa in cui esercitare un ruolo da protagonista. Concezione visionaria? È ovvio, alla luce di ciò che è accaduto dopo, ma non per questo meritevole di una condanna a morte, in mancanza di azioni che potessero configurarsi come "tradimento", che per essere definito tale ha bisogno di qualcosa più consistente di un mero pensiero espresso. Chiarito questo punto, possiamo serenamente affrontare anche l'altro, che ha più valenza dal punto di vista processuale proprio perché riguarda "atti concreti". L'accusa, infatti, puntò molto, ai fini della condanna, sulle delazioni che consentirono ai tedeschi di scoprire e trucidare molti ebrei, esponenti della Resistenza e oppositori politici, dal poeta segnalati sulla rivista "Je suis partout", con precise indicazioni per la loro cattura. È un dato di fatto oggettivo che nessuno si sogna di


smentire: resta solo da comprendere se basti a giustificare la condanna a morte o se essa non possa considerarsi una forzatura giuridica, soprattutto in funzione di altri episodi, ben più gravi, che però videro i colpevoli farla franca. Uno dei capi della Polizia di Parigi, responsabile "materiale" della deportazione di tanti ebrei, se la cavò con la sospensione dal servizio per due anni. Altri redattori, autori di analoghe delazioni, non furono nemmeno incriminati. Brasillach, quindi, fu assassinato precipuamente per le proprie idee e l'aver pubblicato informazioni sulle persone poi catturate dai tedeschi fu solo sfruttato come utile espediente per la pesante sentenza. È tutta qui la polemica sulla sua morte. Faceva paura ed era insopportabile la forza interiore di uomo culturalmente evoluto, capace di consegnarsi alle autorità per salvare la madre e il cognato, lo scrittore Maurice Bardèche, arrestati proprio con l'intento di indurlo a costituirsi. "Il talento è un titolo di responsabilità", dichiarò De Gaulle per giustificare la mancata concessione della grazia. Un colpevole materiale di efferati crimini può essere assolto in ossequio ai principi di "perdono", che afferiscono alla civiltà, ma guai a coloro che possono offuscare, con il proprio pensiero, ancorché controverso, la luce di chi detenga il potere. Costoro sono pericolosi a prescindere e vanno eliminati. Il comunista Albert Camus, da Brasillach pesantemente sbeffeggiato nelle diatribe politiche e letterarie e vero gigante nell'universo culturale della sinistra, non ebbe alcuna remora nel dichiarare, dopo aver tentato invano di salvarlo: "Se Brasillach fosse ancora tra noi, avremmo potuto giudicarlo. Invece ora è lui a giudicarci". La saggista statunitense Alice Kaplan, anche lei afferente al mondo della sinistra, autrice del prezioso saggio "Processo e morte di un fascista. Il caso di Robert Brasillach" (Il Mulino, 2003), scrive testualmente: "Si trattò di un verdetto esagerato e ingiusto (…) il processo era simbolico (…) un'esecuzione che consolidò il potere di De Gaulle". Nel settantacinquesimo anniversario di quella esecuzione, "esagerata e ingiusta", siamo tutti chiamati non tanto a commemorare un poeta quanto a interrogarci su come la cultura, quella che sovrasta le logiche dei politici, possa essere un elemento fondamentale nella gestione del potere, consentendo di guardare oltre gli steccati della misera convenienza e valutare, con equilibrio e saggezza, anche le vicende più controverse scaturite dal comportamento umano. Una riflessione tanto più necessaria quanto più, con il declino marcato della società e una rappresentanza politica affidata, su tutti i fronti, a soggetti di infima qualità, oggigiorno si giunge a trattare da eroina la sbruffoncella che infrange una sequela impressionante di leggi e si spinge addirittura a speronare una motovedetta militare, rischiando di gettare ai pesci gli occupanti, e non si hanno remore nel mandare sotto processo un ministro che, in ossequio alle leggi, adotta provvedimenti conseguenziali. Fortunatamente la pena di morte, almeno quella "ufficiale", regolamentata dal codice penale, è stata abolita.



DOOMSDAY CLOCK: È PASSATA LA MEZZANOTTE POTENTI E AMBIENTE: CHIACCHIERE SENZA COSTRUTTO L'orologio dell'apocalisse (doomsday clock) fu ideato nel 1947 dagli scienziati dell'università di Chicago, che ne iniziarono a parlare sul "Bulletin of the Atomic Scientists". Il proposito era quello di misurare (metaforicamente) il pericolo di una ipotetica fine del mondo in virtù del continuo depauperamento delle risorse naturali, cui si è aggiunto via via l'attacco sconsiderato dell'uomo all'ecosistema. Il 23 gennaio scorso l'orologio ha superato la mezzanotte, ora simbolica dell'apocalisse. L'evento non ha subito larga eco mediatica, nonostante il monito di Ban Kimoon, ex segretario generale delle Nazioni Unite, il quale ha dichiarato che questo evento, sia pure considerando il suo empirismo, deve rappresentare un campanello d'allarme per il mondo. La mancata attenzione non stupisce, alla luce dei tanti gridi di allarme rimasti inascoltati sin dal lontano 1972, anno in cui fu pubblicato il famoso rapporto del MIT1. Tutto, in effetti, è continuato come prima e l'emergenza pandemica, assumendo valore prioritario, ha ridotto ancor più l'attenzione nei confronti degli atavici malanni di cui soffre il Pianeta. Si deve considerare, del resto, che se nel 1972 la società non era ancora matura per recepire in modo compiuto i guasti ambientali, anche dopo l'istituzione del gruppo intergovernativo delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, nel 1988, non è che le cose siano cambiate più di tanto: i potenti del mondo e larghi strati della "cosiddetta" società civile hanno ignorato gli allarmi, sputando fiele contro gli scienziati, che, a loro giudizio, minacciano la posizione privilegiata e gli enormi profitti aziendali ricavati anche, e forse soprattutto, da attività che contribuiscono sensibilmente al crescente inquinamento delle vitali risorse naturali. Si nega sfacciatamente l'evidenza, anche alla luce di dati inconfutabili. Nel 2019 la temperatura si è innalzata come non mai, soprattutto ai poli e negli oceani. Le concentrazioni di gas serra nell'atmosfera hanno raggiunto nuovi picchi e i ghiacciai continuano a sciogliersi in modo sempre più consistente. A proposito del gas serra è bene precisare che i valori sono destinati a diminuire sensibilmente nel corso del 2020 e ciò potrebbe indurre taluni a parlare di regressione del problema: in realtà ciò è dovuto precipuamente al blocco delle attività industriali, soprattutto in Cina, a causa del covid 19. Sempre nello scorso mese di gennaio, a Davos, in Svizzera, si è tenuto l'annuale Forum economico mondiale, che ha registrato l'ennesimo fallimento, come denunciato da tutti gli ambientalisti. Greenpeace ha giustamente accusato di ipocrisia (termine eufemistico, alla luce della realtà dei fatti) le ventiquattro banche che sponsorizzano il Forum, essendo le stesse che hanno finanziato il settore degli idrocarburi con la bella cifra di 1400miliardi di dollari, in barba agli accordi sulla riduzione delle emissioni2, siglati a Parigi nel 2015. Di fatto si vende fumo e Davos rappresenta solo una splendida vacanza annuale per i potenti della Terra, pagata dai loro veri padroni, più potenti di loro, ossia i burattinai della finanza e dell'economia. Anche Greta Thunberg, la novella Giovanna d'Arco dell'ambientalismo, ha invitato i governi e le multinazionali a bloccare l'esplorazione e l'estrazione dei combustibili fossili, ponendo fine ai sussidi ad essi destinati. "Nel caso non l'aveste notato,


il mondo è attualmente in fiamme", ha tuonato, invano, con quanto fiato avesse in gola. Un silenzio sconcertante ha fatto seguito al suo grido di dolore, smosso solo da qualcosa ancora più grave del silenzio: vuote parole di circostanza, promesse che nessuno intende rispettare (è così ogni anno) e gli inevitabili sberleffi di chi, come Steven Mnuchin, Segretario al Tesoro degli USA, consapevole di essere al servizio di padroni che non possono essere delusi, si è superato per dimostrare la propria fedeltà al sistema, offendendo pesantemente la giovanissima attivista con atteggiamento sprezzante e l'invito a studiare economia. Egli è soprattutto un uomo di banca3 e il fatto che il sistema climatico obbedisca alle leggi della fisica e non a quelle dell'economia è per lui un aspetto secondario: l'importante è tutelare gli interessi economici degli amici; il Pianeta che muore non è un problema che lo riguardi. IL FALSO MITO DELLA SOCIETÀ DEMOCRATICA L'umanità ha raggiunto il limite dell'abisso climatico perché la democrazia, questo principio considerato valore assoluto, indiscutibile e indissolubile, si è trasformato in uno spot pubblicitario, per giunta noioso, ripetitivo e menzognero, come quelli di alcune lamette che, da cinquanta anni, si rinnovano "promettendo" tagli di barba sempre più efficaci, o quelli di alcuni detersivi che lavano sempre più bianco che più bianco non si può. Il falso mito di una democrazia funzionale agli interessi di tutti, di fatto, serve solo a coprire la degenerazione di un sistema che nasce già malato: il capitalismo globale. Ora siamo nella fase terminale di questo sistema distruttivo, che Noam Chomsky aveva ben definito in un celebre saggio4: "Personalmente, sono a favore della democrazia, il che significa che le istituzioni centrali della società devono essere sotto il controllo popolare. Ora, sotto il capitalismo, non possiamo avere la democrazia per definizione. Il capitalismo è un sistema in cui le istituzioni centrali della società sono in linea di principio sotto il controllo autocratico". Il famoso linguista statunitense, che analizzando le fenomenologie sociali da "sinistra" giunge a conclusioni non dissimili da quelle che pervadono il pensiero di Alain de Benoist (il quale, pur rifiutando da tempo di definirsi "di destra", della "Nouvelle Droite" è stato il precursore), nel 2014, ospite a Roma del "Festival delle Scienze", calcò pesantemente la mano sulla crisi della democrazia, sostenendo che "le democrazie europee sono al collasso totale, indipendentemente dal colore politico dei governi che si succedono al potere, perché sono decise da burocrati e dirigenti non eletti che stanno seduti a Bruxelles". Il concetto può sembrare banale e scontato per i lettori di CONFINI, dal momento che in queste pagine viene ribadito come se fosse un mantra, ma così non è, riguardando un personaggio è universalmente considerato una fonte inesauribile di sapere e uno dei più autorevoli critici della globalizzazione e del liberismo5. PROSPETTIVE FUTURE Ora le priorità sono altre. È ben chiaro, tuttavia, che quando le nubi si saranno diradate e il sole tornerà a splendere - speriamo presto - non si potrà più tergiversare e occorrerà davvero cambiare registro, in modo totale e irreversibile, perché questa emergenza planetaria sta scoperchiando il vaso di Pandora nel quale erano celate tutte le mistificazioni poste in essere dai burattinai che controllano il mondo, a cominciare dal grande bluff rappresentato dall'Europa dei mercanti, la cui matrice devastante oramai non può sfuggire nemmeno ai più ottusi.


Nell'articolo intitolato "Povera Europa" (numero 75 di CONFINI - giugno 2019), dopo aver scandagliato le distonie emerse dalle elezioni europee, a cominciare dagli schieramenti in campo, che tutto hanno a cuore fuorché uno spirito realmente "europeista", esprimevo le perplessità per i papabili alle alte cariche istituzionali dell'Unione, concludendo l'articolo con la frase: "Comunque vada a finire, per l'Europa si apprestano giorni cupi". Si scrivono certe cose sperando di essere smentiti dai fatti, che invece, purtroppo, sempre confermano le previsioni. L'inadeguatezza di Christine Lagarde alla guida della BCE è emersa drammaticamente lo scorso 12 marzo, quando, asserendo che "non è compito della BCE ridurre lo spread perché ci sono altri strumenti e altri attori per affrontare questi problemi", ha generato un panico nei mercati foriero della peggiore perdita nella storia della borsa italiana: meno 17%, con lo spread schizzato verso i 270 punti! Dichiarando di non avere intenzione di sostenere i paesi più esposti - in questo momento l'Italia - acquistando i titoli di stato, come aveva fatto Draghi nel 2012, ha indotto i risparmiatori a puntare sulla Germania, percepita più sicura. Gaffe o atto voluto? Autorevoli commentatori parlano di "gaffe", la qual cosa, a dirla tutta, è ancora più grave della mala fede. Analogo discorso vale per Ursula Von Der Leyen, presidente della Commissione Europea, della quale, sin dal momento della sua nomina, chi scrive ha messo in evidenza limiti e inadeguatezza al ruolo, criticando aspramente lo scellerato sostegno assicuratele dagli europarlamentari del M5S, risultati determinanti: nello stesso giorno in cui la sua amica della BCE affossava le borse europee ha diffuso un pistolotto retorico sostenendo che non siamo soli e che "in Europa siamo tutti italiani, vi sosterremo". Con che cosa? Con le chiacchiere? Il ruolo nefasto dell'UE è apparso evidente sin dai primi momenti della crisi in atto: per reperire una manciata di (insufficienti) miliardi abbiamo dovuto far ricorso ai mercati, facendo lievitare il debito pubblico. Nessun aiuto, quindi, ma solo l'autorizzazione a fare altri debiti. E qui casca l'asino, o spira fortissimo il vento che fuoriesce dal vaso di Pandora, travolgendo tutti i principi che ci sono stati venduti dai mercanti padroni dell'Europa e del mondo: la terribile, dittatoriale Cina, ha tirato un fendente mortale alla turbofinanza globalista, autorizzando l'amministrazione autonoma di Hong Kong a stampare in proprio del denaro, in modo da sostenere i cittadini economicamente danneggiati dalla crisi. Non soldi reperiti dai mercati, quindi, producendo debito, ma creati "dal nulla" per fronteggiare una emergenza! Se a ciò aggiungiamo che, a differenza dell'Unione Europea e dei paesi "amici" che ci hanno sbattuto la porta in faccia, la Cina aiuta l'Italia donando centomila mascherine avanzate, ventimila tute protettive, cinquantamila tamponi, inviando anche mille medici e vendendoci mille respiratori e due milioni di mascherine normali, è ben chiaro che a crisi cessata lo scenario comunitario dovrà mutare drasticamente, a prescindere dalle facili illazioni circa la "ratio" che avrebbe spinto i cinesi a darci una mano: recuperare credibilità a livello di immagine e consolidare le relazioni. E se anche così fosse? Non è certo un reato e alla fine sono i fatti che contano e non le chiacchiere dei burocrati di Bruxelles. Tutti dovranno rendersi conto che è "pura follia" lasciare i destini del mondo nelle mani di un paio di centinaia di famiglie che controllano la quasi totalità delle banche centrali, nonché le principali lobby finanziarie. Costoro senz’altro confidano di gestire i prestiti miliardari che serviranno per la ripresa economica, portandoci in un vortice di continuo default per renderci loro schiavi più di quanto non lo fossimo ora. Se dovessimo permettere che ciò accada, vorrebbe dire davvero che ci meriteremmo lo stato di frustrante sudditanza. Indipendentemente dagli scenari


globali, tuttavia, e alla luce di ciò che sta emergendo grazie alla crisi, è ben evidente che in primis occorre fare da subito i conti anche in ambito nazionale, possibilmente accantonando toni accesi e accettando serenamente che non è più possibile tergiversare. Lo si chiede soprattutto ai responsabili dello sfascio nazionale: si facciano da parte senza creare problemi e magari inizino a lavorare veramente per il bene comune. Proprio mentre scrivo questo articolo (13 marzo) mi è giunto un video su WhatsApp estrapolato da un programma televisivo andato in onda ieri, 12 marzo, su La7. Nel video si vede l'arcigno e autorevole primario del reparto malattie infettive del Policlinico di Pavia, dottor Raffaele Bruno, prendere letteralmente a pesci in faccia il politico babbeo di turno, di area renziana, che cercava di "scaricare" sui medici le responsabilità dello sfacelo nel settore sanitario. Senza tanti giri di parole il dottor Bruno ha replicato, con un tono che deve aver fatto più male di un pugno in faccia, che non ha tempo da perdere, invitando i politici a "stare zitti" e magari a recarsi negli ospedali a dare una mano. Ripetiamo, pertanto, quanto già più volte scritto: il decentramento regionale si è dimostrato fallimentare sotto tutti i punti di vista, essendo servito precipuamente per scopi clientelari, con uno sperpero pazzesco di denaro pubblico. Sanità, trasporti, comunicazioni, autostrade, servizio elettrico nazionale, devono ritornare, indipendentemente da ogni possibile riforma dell'assetto costituzionale, a una gestione centralizzata, da effettuarsi, però, con uno spirito ben diverso da quello che li caratterizzava quando fungevano anch'essi da "carrozzoni" al servizio dei partiti. Lo stesso dicasi per Poste e Ferrovie, che con la privatizzazione hanno penalizzato fortemente gli "utenti", trasformati in "clienti", e vessato i dipendenti, costretti a veri lavori forzati, eccezion fatta per i soliti "raccomandati e super raccomandati", i primi pagati per non fare nulla e i secondi strapagati in ruoli creati ad hoc per mero clientelismo politico. La chiusura di centinaia di ospedali ci sta costando parecchio e bisogna fare di tutto per riaprirli. Parimenti deve sparire ogni forma di baronia nelle università, lasciando emergere le eccellenze prima che i capelli diventino bianchi, anche perché tanti giovani non sono più disponibili a siffatte lunghe attese e vanno a rafforzare le strutture estere. I giovani in gamba devono restare in Italia. I baroni-tromboni, adusi a camminare nelle corsie con codazzo infinito, che truccano i concorsi per favorire i loro lecca sedere e le allieve sessualmente disponibili, per non dir di peggio, possono anche andarsene a quel paese e restarci fino alla fine dei loro giorni. Per tristi vicende familiari ho avuto modo di frequentare l'ospedale neurochirurgico di Lione, uno dei più importanti al mondo. Un giorno vidi un signore camminare in bicicletta nei viali dell'ospedale, con le classiche molle ai pantaloni e una busta di plastica appesa al manubrio, che conteneva dei panini e qualche bibita. Vedendo degli astanti che lo guardavano con palese ammirazione, incuriosito, chiesi chi fosse: si trattava del professor Claude Lapras, pioniere della neurochirurgia pediatrica, all'epoca uno dei tre più grandi neurochirurghi al mondo! In bicicletta! Uno dei suoi allievi prediletti, il dottor Carmine Mottolese, napoletano, "scappato" in Francia dopo la laurea, è a sua volta divenuto uno dei più grandi neurochirurghi al mondo e forse il primo in assoluto per quanto concerne la neurochirurgia infantile. Dopo pochi anni al fianco di Lapras, Mottolese è diventato responsabile dell'unità di neurochirurgia pediatrica, poi capo del Dipartimento e addirittura presidente della società francese di neurochirurgia! Sempre a Lione ho avuto modo di conoscere un'altra "eccellenza italiana", la neuroscienziata sarda Angela Sirigu, da oltre venti anni direttrice dell'Istituto di Scienze Cognitive del Cnrs (il Centro nazionale di ricerche francese!)


La lista degli italiani eccellenti che operano all'estero, comunque, come a tutti noto, è davvero lunga. Quando personaggi di siffatta portata non dovranno più scappare all'estero per vedersi riconosciuto il proprio talento, e soprattutto quando anche in Italia saremo capaci di abiurare lo squallido provincialismo, riconoscendo i meriti altrui, senza condizionamenti, allora potremo dire di essere davvero un paese "maturo". Per ora restiamo ancora "la serva Italia di dolore ostello, nave sanza nocchiero in gran tempesta" e vi è solo da augurarsi che questa terribile contingenza serva davvero a farci cambiare rotta, creando le premesse per un reale sbocco nella "seconda repubblica" (siamo sempre nella "prima", al di là delle distorsioni giornalistiche e dei politici ignoranti), con un presidente eletto dal popolo capo dell'esecutivo, un parlamento monocamerale e un razionale riassetto degli enti locali, che contempli l'abolizione delle regioni e delle amministrazioni provinciali. Mi fermo qui, ben consapevole di essermi dilungato con ragionamenti e proclami in un momento in cui bisognerebbe soprattutto ricordarsi il monito di Albert Camus, tratto da "La peste": "Al principio dei flagelli e quando sono terminati, si fa sempre un po' di retorica. Nel primo caso l'abitudine non è ancora perduta e nel secondo è ormai tornata. Soltanto nel momento della sventura ci si abitua alla verità, ossia al silenzio". NOTE 1. Vedere "CONFINI" Nr. 72 - marzo 2019, pag. 5 2. Alla conferenza sul clima di Parigi (COP21) del dicembre 2015, 195 paesi hanno adottato il primo accordo universale, giuridicamente vincolante sul clima mondiale. L'accordo definisce un piano d'azione globale, inteso a rimettere il mondo sulla buona strada per evitare cambiamenti climatici pericolosi, stabilendo i seguenti propositi: mantenere l'aumento medio della temperatura mondiale ben al di sotto di 2°C rispetto ai livelli preindustriali come obiettivo a lungo termine; puntare a limitare l'aumento a 1,5°C, dato che ciò ridurrebbe in misura significativa i rischi e gli impatti dei cambiamenti climatici; fare in modo che le emissioni globali raggiungano il livello massimo al più presto possibile, pur riconoscendo che per i paesi in via di sviluppo occorrerà più tempo; procedere successivamente a rapide riduzioni in conformità con le soluzioni scientifiche più avanzate disponibili. Prima e durante la conferenza di Parigi, i paesi hanno presentato piani nazionali di azione per il clima. Anche se non ancora sufficienti per mantenere il riscaldamento globale al di sotto di 2ºC, l'accordo aveva tracciato la strada verso il raggiungimento di questo obiettivo, ma gli sviluppi successivi hanno dimostrato che si predica bene e si razzola male. 3. Figlio di un banchiere della Goldman Sachs, dopo la laura in economia entra anche lui in banca, dove raggiunge l'alto livello di direttore informatico, ruolo che implica la responsabilità della funzione aziendale, delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione, subalterno solo a quello dell'amministratore delegato. Dimessosi nel 2002 avvia numerose attività finanziarie autonome, alcune delle quali in società con George Soros. La Goldman Sachs è famosa soprattutto per la grande frode dei titoli tossici venduti ai risparmiatori, all'origine della grande recessione iniziata nel 2008. 4. Noam Chomsky, "Democrazia e istruzione. Non c'è libertà senza l'educazione" - Editore EdUP, 2005. (Saggio preziosissimo letteralmente sparito dalla circolazione)


5. Autorevolezza solo scalfita dalle indigeribili "sviste" sui misfatti di alcuni regimi comunisti, almeno fino a quando le chiare evidenze non gli abbiano consentito di ricredersi. Nel 1979 sostenne che il genocidio cambogiano ad opera di Pol Pot fosse una pia invenzione. Parimenti fece con Mao Tse-Tung, allorquando tentò di alleggerire le sue responsabilità per la morte di oltre quindici milioni di cinesi tra il 1959 e il 1962, in virtÚ della dissennata politica economica, tributando a sfortunate cause naturali la terribile carestia.


I GIOVANI IDIOTI Nei giorni precedenti al decreto governativo che ha trasformato l'Italia in zona rossa, per l'emergenza del Covid-19, le scellerate immagini dei giovani intenti a celebrare i soliti riti orgiastici della movida, l'uno addosso all'altro, hanno generato non poco sconcerto. Non sono mancate le trasgressioni nemmeno a decreto pubblicato, nonostante le pesanti sanzioni. Al netto di quella minoranza che, al di sotto dei trenta anni, è capace di cambiare il mondo, eccelle in campo scientifico, culturale, artistico, sportivo, i giovani di oggi, in massima parte, hanno perso l'occasione per guadagnarsi rispetto, dimostrando tutta la loro fragilità, inconsistenza, ignoranza, stupidità. Elementi, del resto, che ben traspaiono, e non da poco tempo, dai tanti social sui quali riversano le loro sconclusionate visioni del mondo. Si dice che i confronti generazionali siano inopportuni perché occorre contestualizzare le varie epoche, ciascuna con le proprie peculiarità, non comparabili alle altre. È senz'altro vero, ma la grave contingenza che stiamo vivendo consente senz'altro un'eccezione, anche se per conferire degna pregnanza sociologica all'analisi si dovrebbe in primis porre in risalto le fenomenologie sociali alla base dei comportamenti registrati nelle varie epoche, la qual cosa attiene più a un saggio che a un articolo. Limitiamoci, pertanto, a registrare esclusivamente il sostanziale mutamento comportamentale avvenuto nell'ultimo trentennio, senza andare troppo indietro nel tempo per evocare gli eventi legati al Risorgimento e alle due guerre mondiali, sicuramente ignorati dalla stragrande maggioranza di quei giovani per i quali l'unica cosa importante è sballarsi nei locali. I giovani nati negli anni quaranta, cinquanta e per buona parte anche negli anni sessanta, indipendentemente dalle idee politiche praticate, maturavano in fretta (ovviamente fatte le debite eccezioni, perché non si deve mai generalizzare in un senso o nell'altro) e riuscivano ad armonizzare in modo equilibrato studio, impegno sociale e divertimento. In tanti, a 18-20 anni, con mansioni direttive nei vari movimenti politici in forte contrapposizione, erano responsabili della "vita" di migliaia di coetanei. Quello che è accaduto e in parte sta ancora accadendo fa venire il voltastomaco. Genitori affranti hanno raccontato di furiosi litigi con figli che non ne volevano sapere di restare a casa, come ampiamente dimostrato, del resto, dai servizi televisivi e dalle tante foto reperibili nei social-media. Il famoso stilista Renato Balestra, intervistato in TV, ha dichiarato che a Fregene, durante il week end 7-8 marzo, vi erano migliaia di giovani, manco fossimo stati in piena estate e in tempi tranquilli. Non serve, come spesso accade, dare la colpa ai genitori per le manchevolezze dei figli. L'eccessivo permissivismo sicuramente è da condannare, ma alla fine ciascuno è responsabile delle proprie azioni e coloro che non sono stati capaci di imporsi autonomamente dei limiti possono solo essere definiti "irresponsabili" e anche peggio.


Basta frequentare alcuni "gruppi" settoriali su Facebook, in particolare quelli legati alla movida e alle crociere, per visionare i deliranti commenti che si leggono, solo di poco ridottisi negli ultimi giorni: la vacanza e il divertimento sono al primo posto nei pensieri dei piÚ! Egregi giovani, avete perso l'occasione che la caducità della vita vi ha offerto per guadagnarvi rispetto. Dovrete lavorare non poco, nei decenni a venire, per farvi perdonare. E non è detto che ci riusciate. Intanto provate almeno a vergognarvi.


LO SPORT PREFERITO DAI DEM USA: FARSI MALE DA SOLI Joe Biden ha dichiarato che, in caso di vittoria alle primarie del partito democratico, sceglierà una donna come possibile vice-presidente. Il suo rivale interno, Bernie Sanders, ha subito replicato che anche lui potrebbe optare per tale soluzione. Ora, a prescindere dal fatto che la sfida tra i due vegliardi appare semplicemente patetica, dal momento che Trump sarà rieletto alla grande senza nemmeno sforzarsi più di tanto, analizzare le fenomenologie comportamentali dei democratici risulta molto interessante dal punto di vista sociologico: la loro propensione all'autolesionismo, infatti, assume caratterizzazioni paradossali. NOTA AGGIUNTA IN FASE DI PREPARAZIONE DEL FILE ISSUU Questo articolo, scritto a fine marzo e quindi prima che gli effetti della pandemia condizionassero in modo significativo il voto presidenziale, risente delle valutazioni effettuate fino a quel momento, che proprio non consentivano di prendere in considerazione la vittoria di Biden. Sarebbero bastate solo poche settimane, del resto, per cambiare drasticamente il pronostico, come ben traspare nell’articolo "Democrazia malata" (numero 86 di CONFINI -giugno) e ancora più esplicitamente nell’articolo "L’insostenibile leggerezza dell’essere” (numero 87 di CONFINI – luglio), entrambi disponibili nelle pagine seguenti. Sembra quasi che la lezione del 2016 non abbia insegnato nulla: Trump vinse "anche" perché aveva una donna come rivale e gli Stati Uniti non sono ancora pronti a vedere una donna alla Casa Bianca, sia pure nell'insignificante ruolo di vicepresidente. Il regista Rod Luire lo ha spiegato egregiamente nel film "The contender", attualissimo nonostante siano trascorsi venti anni dalla sua uscita: morto il vicepresidente, il presidente in carica sceglie una senatrice per la sua sostituzione, scatenando un putiferio e una forte campagna destabilizzatrice, pregna di colpi bassi, da parte di un establishment che di donne al potere proprio non vuole sentirne parlare. Nel film tutto finisce a tarallucci e vino: i cattivi vengono puniti e la senatrice, dopo aver subito un vero e imbarazzante processo perché accusata di aver praticato una fellatio a un collega ai tempi dell'università (non era vero, ma se anche lo fosse stato?), assurge al ruolo. Per quanto concerne il riferimento alla difficoltà degli statunitensi nell’accettare una donna alla Casa Bianca, forse non è ancora giunto il momento di sovvertire il pensiero, anche se le straordinarie contingenze determinatesi nel corso dell’anno, favorendo la vittoria di Biden e di conseguenza la forte ascesa di Kamala Harris, hanno fornito una forte accelerazione per il definitivo superamento di un anacronistico e ridicolo gap concettuale, grazie anche alle straordinaria forza empatica della Harris e alla sua notevole intelligenza, che le consente di essere molto avanti rispetto al resto del Paese, la qual cosa le assicura un evidente e consistente vantaggio. Non a caso ha voluto cesellare la conquista dell’importante primato – prima donna alla Casa Bianca – emulando proprio la scena finale del film, che vede la protagonista concedersi una ritemprante corsa per scaricare la tensione, mentre il presidente le suona di brutto a coloro che si erano adoperati per impedirne la nomina. Scena finale del film; Kamala Harris nel giorno della vittoria.


Chiunque dei due sfiderà Trump, tuttavia, perderebbe le elezioni anche senza questo nobilissimo proposito, reso infausto dal livello della società statunitense, le cui mediocri peculiarità sono state più volte trattate in questo magazine. (In particolare vedere l'articolo a pagina 28 del numero 48, ottobre 2016: "Bye Bye american dream"). Il partito democratico, infatti, per quegli arcani misteri che regolano le leggi della politica - vincere è importante ma solo se non vince qualcuno che intenda realmente operare per il bene comune - ha fatto a meno da tempo dell'unico uomo che potrebbe seriamente contendere la "leadership" di Trump (Ça va sans dire: è davvero caduta in basso, la leadership, negli ultimi tempi, un po' dappertutto), ossia Al Gore, che - è bene ricordarlo - è ancora relativamente giovane, almeno rispetto ai due contendenti (è nato nel 1948); è stato membro del Congresso per venti anni, vicepresidente degli USA per otto anni e nel 2000 sarebbe diventato presidente senza gli imbrogli elettorali perpetrati in Florida dal governatore Bush, fratello del famigerato George, candidato alla presidenza. In pratica un presidente perfetto, utile anche al resto del mondo: colto, raffinato, con pregnante esperienza politica, attento alle esigenze di chi non sappia correre a trecento all'ora, contrario all'uso indiscriminato delle armi, ambientalista convinto e fautore di una sana igiene alimentare, tutte caratteristiche, però, che lo rendono inviso alle lobby e ai potentati economici e ciò chiude ogni discorso. T.I.A, si dice nell'upper west side di N.Y. (This is America). Un'America alle prese con il coronavirus, sottovalutato per molto tempo, e con un sistema sanitario che fa acqua da tutte le parti, impossibilitato a fronteggiare un'emergenza che dovesse coinvolgere gran parte della popolazione. Di fatto negli USA non esiste un sistema sanitario pubblico: ci aveva provato Obama a realizzarlo e per poco non lo linciavano. La tutela della salute è una prerogativa dei ricchi, essendo predominante negli USA il principio della "selezione naturale" sancita dal dio denaro. Chi non possa permettersi le costose cure sanitarie non è un "degno" cittadino americano e quindi può anche sloggiare o morire: nessuno sentirà la sua mancanza. Stando a quanto si apprende da fonti autorevoli, negli USA servirebbero almeno tre milioni di posti letto per la terapia intensiva, ma ne sono disponibili solo 45mila. Un tampone per appurare l'eventuale infezione da Covid-19 può costare dai mille ai quattromila dollari, cifra che non tutti possono permettersi. Se si calcola che ben trenta milioni di statunitensi sono privi di assicurazione sanitaria, si può ben immaginare la portata del vulcano che potrebbe esplodere da un momento all'latro, in mancanza di drastici e immediati correttivi. Il 30% dei lavoratori statunitensi non beneficia di retribuzione in caso di malattia e ciò fa lievitare sensibilmente i problemi nei momenti difficili, come quello attuale. Solo a partire dal 16 marzo le scuole sono state chiuse a New York e 1.200mila studenti resteranno a casa fino al 20 aprile. Mentre scrivo questo articolo non è dato sapere se analoghi provvedimenti saranno adottati anche altrove, ma è lecito presumere di sì e ciò sarà fonte di ulteriori problemi, dal momento che la maggior parte dei genitori che lavorano non può permettersi l'assistenza all'infanzia. È stata proprio questa ragione, del resto, che ha indotto le autorità a ritardare il provvedimento: per molti bambini l'unico pasto quotidiano è quello possibile a scuola. Che ne sarà di loro, ora? Chi si prenderà cura di loro mentre i genitori sono al lavoro? Cosa e come mangeranno?


La società americana è una società malata perché intrisa di tutti i nefasti miti del più becero capitalismo, nato male e poi degenerato verso le squallide formule praticate nei dorati palazzi della finanza, dove le leggi di una sana economia sono sistematicamente violentate, determinando la triste condizione stancamente e inutilmente dibattuta in ogni convegno sul mondialismo: ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri. Ogni ciclo, tuttavia, è destinato a esaurirsi e qualche cosa, prima o poi, dovrà accadere anche negli USA. Speriamo presto, perché i problemi interni degli USA riguardano il mondo intero.



DI CAOS IN CAOS COME ERAVAMO. COME SIAMO. Spostiamo per un attimo le lancette dell’orologio all’indietro solo di un paio di mesi e cerchiamo di ricordarci “come eravamo”: quali fossero le nostre priorità, gli approcci relazionali, le reciproche visioni del mondo, i convincimenti radicali su fatti e persone e, soprattutto, l’effettiva conoscenza delle problematiche che angustia(va)no il Pianeta, nonostante il massiccio e immediato bombardamento mediatico proteso a fornire tutte le informazioni possibili sui vari eventi. Tolti gli scolaretti delle elementari e gli ultraottantenni, sarebbe interessante appurare quanti italiani saprebbero spiegare correttamente almeno due o tre dei seguenti argomenti: cause e dinamiche della guerra civile siriana, con annesse implicazioni internazionali; genesi delle due principali correnti dell’Islam, specificando i paesi ad esse afferenti, i motivi del secolare scontro, le correnti minoritarie all’interno dei due gruppi principali e le rispettive posizioni nel contesto dello scenario mediorientale; cause delle diatribe russo-turche, vecchie e nuove, con annesse recenti intese; diaspora curda e contrasti tra le varie componenti della comunità; paesi africani gestiti dai dittatori e dai signori della guerra (Quanti sono? Con quali Paesi occidentali hanno stretti legami e di che natura?). Ancora: chi sono i buoni e i cattivi tra Hutu e Tutsi? E dove stanno? L’Hotel Rwanda è un titolo di un film, un lussuoso albergo di villeggiatura o qualcos’altro? Chi è Paul Rusesabagina? Come si è conclusa la guerra civile in Papua Nuova Guinea? Dove sta la Papua Nuova Guinea? Cosa rappresentano i termini Holomodor e Medz Yeghérn? Quanti sono i grandi genocidi della storia umana? I giovani turchi incarnano una corrente politica della vecchia DC sarda, del PD o della Turchia del primo novecento? Come nascono le rotte dei migranti? Come funzionano le trattative per salire sui barconi? Cosa rappresentano effettivamente le ONG? Quanti sono i partiti rappresentati nel Parlamento italiano? La lista è lunga ma gli esempi citati bastano e avanzano per avere un’idea del caos esistente e quanto di esso ci sfugga. Da sempre la stragrande maggioranza dell’umanità “convive” col caos, senza sforzarsi più di tanto per comprenderlo. In passato era addirittura difficile venire a conoscenza di ciò che accadeva in tante parti del mondo; oggi ci si accontenta di una lettura superficiale, che autorizza tanti a trarre delle conclusioni, per lo più errate, sviscerate nei social come se fossero verità conclamate. Tutti scienziati, politici, economisti, medici e ovviamente allenatori di calcio. Parafrasando George Burns si potrebbe asserire, sorridendo: “E’ un vero peccato che tutte le persone capaci di sbrogliare il caos mondiale siano impegnate a tagliar barbe, a guidare taxi, a mettere timbri su montagne di documenti”. Il caos, del resto, secondo la genesi, è all’origine dell’universo e quindi precederebbe l’uomo. La scienza, pur contrapponendosi a questa teoria, ne presenta altre che mettono in relazione lo spazio e il tempo, conferendo a quest’ultimo una dimensione di “non esistenza”, quindi senza origine e senza fine… insomma: un bel caos. L’uomo, però, pur susseguendosi fin dalla sua comparsa in un contesto che vede il caos – primigenio e conseguenziale – come una costante del suo essere, è portato a considerare caotico “solo” ciò che non comprende e “solo” quando avverta la necessità di volerlo comprendere. Il che accade precipuamente quando resti coinvolto direttamente in un particolare evento. L’attuale contingenza planetaria, riguardando tutto il genere umano, ha reso ben evidente l’affannoso tentativo di districarsi nel “caos” da essa generata, per comprenderne le dinamiche e sfuggire a quella frustrante sensazione che sempre affiora in mancanza di certezze e al cospetto dell’ignoto. Non è che prima della pandemia l’uomo navigasse in mari più


calmi e meno pericolosi, ma in massima parte il problema dei mali del mondo veniva risolto alla fonte, non ponendoselo o affrontandolo sbrigativamente con qualche commento demenziale sui social. La reattività del genere umano ai problemi posti dalla pandemia, di fatto, non ha nulla di diverso rispetto al passato: è solo mutata la percezione delle azioni, proprio perché esse ci riguardano in modo più diretto. Sono circa quaranta anni che Sgarbi, quando non parla di arte, spara cavolate sesquipedali su qualsiasi altro argomento, con quella violenta verbosità a tutti nota, intrisa di insolenza e volgarità. Eccezion fatta per le querele scaturite da pesanti insulti diretti, tuttavia, nessuno si è mai sognato di denunciarlo per le oscene dichiarazioni sulla giustizia, le farneticanti accuse a eccellenti magistrati in prima linea nella lotta alle mafie, la spasmodica e surreale difesa delle malefatte di Berlusconi e le altre scemenze sciorinate in TV, lautamente retribuite. Quando il suo delirio, però, lo ha portato a sminuire la gravità del Covid-191, invitando le persone a uscire, è scattata giustamente una denuncia da parte di un’associazione fondata da due eminenti accademici, Roberto Burioni e Guido Silvestri, largamente condivisa dai cittadini. Come spesso accade, la pezza è risultata peggiore della toppa: avrebbe prodotto quelle insulse dichiarazioni solo in ossequio ai precetti cristiani sulla visita agli infermi. La contrapposizione tra le forze politiche non è mai stata scevra di colpi bassi, di cattiverie, di congiure, di falsità profferite ad arte per colpire gli avversari. Cosa sta avvenendo ora? Esattamente la stessa cosa, amplificata a dismisura. Sgomenti restano i cittadini con la testa sulle spalle, ai quali non sfuggono le squallide logiche speculative, perpetrate con cinica protervia, in un momento in cui sarebbe stato auspicabile vedere accantonato ogni attrito e ogni interesse partigiano per fronteggiare l’emergenza senza dover perdere tempo a combattersi. I pennivendoli continuano a onorare il loro ruolo, dando il meglio (ossia il peggio) di quanto non fossero capaci, perché è nelle partite più importanti che ci s’impegna di più. Le persone da sempre sagge e per bene continuano a esserlo anche ora, avvertendo la necessità di produrre ogni sforzo per combattere tanto il male oscuro quanto gli sciacalli che in presenza di esso escono allo scoperto. Si può non essere sostenitori dell’attuale Governo – e di certo non lo è l’autore di questo articolo – ma è davvero troppo scoprire che uno tra i più famosi avvocati italiani abbia addirittura denunciato Conte e i ministri, definendoli “criminali”. Peccato che a suo tempo tentò di farsi strada nel M5S, restando praticamente ignorato, legandosela al dito. Ecco l’occasione per vendicarsi, facendo riaffiorare dai meandri della memoria quel tizio statunitense che, tanti anni fa, denunciò DIO per “negligenza contro il creato”, non avendo impedito il determinarsi di un tornado che causò molti danni alle sue proprietà terriere e abitative. GUERRA INASPETTATA. GUERRA PREVISTA. Un dato importante accomuna la maggioranza dei cittadini europei nati dal 1945 in poi: pensavamo di non dover mai conoscere, direttamente, l’orrore di una guerra. Vi è una bella differenza, infatti, tra il vedere in Tv quelle altrui e percepire sulla propria pelle le tensioni e le paure di una guerra vista da vicino o combattuta in prima persona. Ci ha pensato la pandemia globale a smontare questo convincimento, proiettandoci in quella che, di fatto, è una vera guerra, tra l’altro ampiamente prevista da uno degli uomini più in gamba di questo pianeta, Bill Gates, che già nel 2015 si produsse nella seguente predizione: “La prossima guerra che ci distruggerà non sarà fatta di armi ma di batteri. Spendiamo una fortuna in deterrenza


nucleare, e così poco nella prevenzione contro una pandemia, eppure un virus oggi sconosciuto potrebbe uccidere nei prossimi anni milioni di persone e causare una perdita finanziaria di 3.000 miliardi in tutto il mondo”. Un doppio augurio deve seguire questo monito: il primo per scongiurare la nefasta previsioni sui “prossimi anni”; il secondo per auspicare un radicale cambio di rotta, negli usi e costumi, perché ciò che sta emergendo non lascia presagire nulla di buono. Non è solo il male che fa paura ma anche l’insipienza di un bene ricercato con metodi donchisciotteschi. In psicologia e in filosofia lo studio dedicato alla cattiveria, al cinismo, alla crudeltà umana, sovrasta di molto quello dedicato al “bene”, concepito nella sua accezione più ampia, perché si ritengono le dinamiche connesse ai malanni dell’essere molto più complesse da analizzare. Possiamo definire tranquillamente cinici e cattivi coloro che predicano l’accettazione tout-court dello stato di fatto, pur di non compromettere “l’economia”, “la finanza”, “i guadagni”. Con una logica che si riferisce, tra l’altro in modo distonico, a un presunto concetto evoluzionista, per costoro è normale ed accettabile che muoiano milioni di persone purché non si fermi l’economia globalizzante. I più forti e i più intelligenti, sostengono, riusciranno a convivere con il cambiamento e vivranno, “proprio come diceva Darwin”, chiosano. Evidentemente si includono tra i “più forti e i più intelligenti”, sentendosi semidei quasi immortali. Ignorano, però, che la famosa frase a Darwin attribuita, da Darwin non sia mai stata pronunciata! Queste persone, sostanzialmente, è bene lasciarle cuocere nel loro brodo: anche il solo rampognarle vorrebbe dire conferire una qualche importanza alle loro baggianate. È importante, invece, l’analisi comportamentale di coloro che si approccino alla problematica con animo nobile, senza distorsioni esistenziali, ritenendo la vita il bene primario da tutelare a ogni costo, a prescindere dall’età. Rivolgendo, quindi, il doveroso e sentito plauso a medici, infermieri, forze dell’ordine, militari, volontari e a chiunque combatta in trincea, mettendo a repentaglio la vita per tutelare quella altrui, e talvolta perdendola, soffermiamoci su chi abbia la responsabilità di decisioni importanti e si batta sul fronte politico per individuare soluzioni ottimali in grado di sopperire all’emergenza pandemica senza generarne un’altra di natura economica. L’argomento agli onori della cronaca riguarda la guerra interna tra gli stati europei sul MES (meglio noto come “fondo salva stati”, che gli stati in difficoltà, però, affossa) e sull’emissione degli “eurobond”, fortemente richiesta dal governo italiano. Gli eurobond sono titoli di credito che consentono di raccogliere denaro per “prestarlo” ai paesi in particolare difficoltà economica, garantiti da tutti gli stati membri dell’UE in maniera congiunta: se uno stato, infatti, non riuscisse a pagare il debito contratto, se ne farebbero carico gli altri stati, con equa ripartizione. Bella cosa, in effetti, in termini teorici, essendo ascrivibile a un concetto solidaristico: la solidarietà è sempre auspicabile. Fatto sta che paesi come Germania, Olanda, Danimarca, che si autodefiniscono “virtuosi”, (sarebbe un off topic illustrare in questo articolo la vacuità del termine, ma l’argomento è comunque interessante), non ne vogliono proprio sapere di rischiare di dover pagare i debiti dell’Italia, che considerano, evidentemente, inaffidabile. Sospettano quello che nel gergo comunitario si definisce “rischio morale”: noi italiani – secondo Merkel e compagni di merende – potremmo decidere di aumentare il debito in modo irresponsabile, nella consapevolezza di non doverne pagare il fio. Senza tanti giri di parole va detto che, in un momento come questo, si può solo condannare con sdegno siffatto atteggiamento di chiusura, che palesa una buona dose di cinico egoismo. Si deve considerare, tuttavia, che è la sindrome del Titanic che esplode quando si senta suonare la


campana del “si salvi chi può”, almeno per la maggioranza delle persone. Ne abbiamo parlato più volte, ma giova ricordare che vi sono cause recondite alla base delle profonde divergenze tra i vari paesi europei, apparentemente insanabili, perché investono aspetti culturali prima ancora che economici. La mancanza di una vera coscienza europea, infatti, crea una spaccatura sostanziale tra paesi cattolici e paesi protestanti. Max Weber, nell’opera “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo”, spiega molto bene l’essenza del capitalismo intriso di spirito calvinista, in virtù del quale i valori extra economici sono del tutto trascurabili o per nulla percepiti. Il profitto viene considerato un segno della grazia divina mentre il povero è escluso dalla grazia di Dio per i suoi peccati. Il cattolico prega per ottenere qualcosa. Il protestante ringrazia Dio per ciò che ha ottenuto, non importa come. Nel capitalismo, come noto, le perdite di un soggetto (persona fisica o giuridica) si trasformano in un guadagno per altri. Ne consegue che un’Italia “in rotta” rappresenta un bottino appetibile per i più forti. Noi siamo i poveri peccatori, non meritevoli della grazia di Dio, proprio come i greci, dissanguati dalle azioni spietate dei cinici burocrati di Bruxelles. Il dato di fatto più importante che emerga, quindi, evidenzia i limiti di un provvedimento solo apparentemente caratterizzato da nobili intenti, nonché l’inconsistenza dell’attuale Unione Europea, sistematicamente incapace di fronteggiare, in modo efficace e valido, qualsivoglia emergenza a livello continentale, quale che ne sia la matrice: politica, economica, militare, sanitaria. L’attuale Unione Europea, pertanto, è una palla al piede degli stati nazionali, soprattutto di quelli meno forti economicamente. Ben altra cosa - repetita iuvant - sarebbero gli “Stati Uniti d’Europa”, che ci vedrebbero tutti accomunati sotto un’unica bandiera, con un governo e un parlamento in grado di decidere a livello continentale le strategie più consone alla tutela del bene comune e le forze sociali culturalmente evolute impegnate in una costante e valida azione formatrice, protesa a consolidare progressivamente una vera coscienza europea e a far comprendere i limiti e la dannosità del capitalismo e del liberismo2. Impresa ardua e necessitante di tempi lunghi, ma senza valide alternative, eccezion fatta per quelle tristi. In mancanza di questa stupenda istituzione, infatti, che vive solo nei sogni dei “veri” europeisti, è bene incominciare a prendere seriamente in considerazione la possibilità di troncare un legame che risulta oltremodo penalizzante. Come si fa a stare insieme con chi non si fida di te e nel momento del bisogno invece di darti una mano ti spinge ancor più nel baratro? È inutile tergiversare ipocritamente, all’insegna di una presunta armonia comunitaria: è come passare delle pennellate di vernice su una parete che assorba sistematicamente dell’acqua, senza porre rimedio all’infiltrazione. COME DOVREMO ESSERE Tutto ciò premesso, vi è una ulteriore considerazione da fare. Per salvare l’economia minacciata dalla pandemia e dare ossigeno a chi si fosse trovato da un giorno all’altro senza fonte di reddito, non servono gli eurobond, che tra l’altro non ci danno: serve un cambiamento radicale di mentalità da parte di coloro che siano in grado, in virtù delle proprie ricchezze, di elevare le condizioni di vita di chi annaspa. Non bastano le elargizioni, anche cospicue, per tacitare la coscienza: quelle servono solo per farsi un po’ di pubblicità a buon mercato. Occorre mettere a disposizione del Paese una quota parte delle proprie ricchezze in modo da incidere “radicalmente” sulla povertà, quella con radici antiche e quella generata dalla pandemia, in virtù di un radicale convincimento “interiore”, un ribaltamento totale del proprio essere, senza che si rendano necessarie leggi ad hoc (patrimoniale), che sarebbero automaticamente osteggiate dai destinatari: si respinge sempre ciò che


viene imposto, se non lo si ritiene giusto, e si fa di tutto per non ottemperare al rigore della legge. Ecco perché è molto più importante lavorare sulle coscienze. Gli evasori fiscali smettano di evadere e versino ciò che hanno indebitamente trattenuto; i ricchi inizino ad aiutare “seriamente”; le multinazionali smettano di alterare il sano equilibrio tra costi di produzione e prezzo finale3, immettendo sul mercato prodotti con prezzi assurdi e sproporzionati; i politici smettano di rubare e sopperiscano con iniziative valide alle scellerate azioni dei decenni passati, che hanno massacrato il Paese in ogni campo, a cominciare da quello sanitario, in virtù della frammentazione regionale. La si smetta di sprecare denaro per opere inutili (esempio: TAV) e si operi coscienziosamente “solo” nell’interesse del bene comune. Lo scorso 9 aprile, sul fiume Magra, tra Toscana e Liguria, è crollato l’ennesimo ponte e solo per miracolo non si è registrata l’ennesima tragedia. Un disastro annunciato, come testimoniano le numerose segnalazioni di tanti automobilisti, ma per l’ANAS, responsabile della gestione, il ponte non presentava nessuna criticità! Con le crepe ben evidenti e più volte fotografate! Altri gestori di strade e autostrade, con analoga superficialità, si sono resi responsabili della morte di tante persone e ancora non è stata loro revocata la concessione! Il processo di cambiamento radicale – è chiaro – dovrebbe estendersi oltre i confini nazionali, per produrre azioni davvero efficaci. Non è più possibile tollerare che ventisei individui posseggano la ricchezza di quasi quattro miliardi di esseri umani 4 e che il 20% della popolazione che vive nei paesi ricchi consumi l’80% delle risorse naturali disponibili, contribuendo in modo massiccio al degrado del Pianeta. Questi rapporti devono cambiare, così come devono cambiare le logiche che avviliscono il continente africano, ossia un insieme spaventoso di “bombe a orologerie” in parte già scoppiate e in parte pronte a scoppiare. Le case farmaceutiche smettano di speculare sulla salute della gente, corrompendo medici e politici: si giunga a un protocollo mondiale della farmacologia che consenta di individuare il miglior farmaco per ogni patologia, condividendo studi e ricerche. I farmaci devono aver lo stesso costo, il più basso possibile, dappertutto! Siccome prevenire è meglio che curare, suoni subito l’allarme: le multinazionali dei farmaci potrebbero vedere nella pandemia una nuova manna dal cielo, da sfruttare sollecitando l’adozione di protocolli utili solo a far crescere a dismisura gli utili. Il Covid19 ha stravolto le nostre vite e sta provocando quotidiane tragedie in tante famiglie. Vogliamo capire, finalmente, che è giunta l’ora di cambiare registro in modo radicale? Si incominci a scoprire la bellezza di essere utili al prossimo, accogliendo in pieno l’esortazione di papa Francesco che, nel giorno di Pasqua, ha strigliato a dovere l’Unione Europea e i potenti del mondo. Le sue parole, infatti, sia pure intrise di quel tatto diplomatico imposto dall’alto e delicato ruolo, non lasciano adito a errate interpretazioni. Ai burocrati di Bruxelles ha detto chiaramente: “Oggi l’Unione Europea ha di fronte a sé una sfida epocale, dalla quale dipenderà non solo il suo futuro, ma quello del mondo intero. Non si perda l’occasione di dare ulteriore prova di solidarietà, anche ricorrendo a soluzioni innovative. L’alternativa è solo l’egoismo degli interessi particolari e la tentazione di un ritorno al passato, con il rischio di mettere a dura prova la convivenza pacifica e lo sviluppo delle prossime generazioni. Non è questo il tempo delle divisioni. Non è questo il tempo degli egoismi, perché la sfida che stiamo affrontando ci accomuna tutti e non fa differenza di persone”. Non avrebbe potuto essere più incisivo ed esplicito, ovviamente, perché altrimenti sarebbe incorso in una eccessiva ingerenza nella sfera politica, ma nelle sue parole si legge chiaramente il senso recondito: o l’Unione cambia o muore. E il cambiamento deve essere radicale. La frase finale, con la quale conferisce una sorta di azione livellatrice alla pandemia, risponde più a un’esigenza esortativa che non


alla effettiva realtà, ma di questo argomento parliamo nell’articolo “Il male americano”. A tutti gli uomini, poi, soprattutto ai potenti e ai ricchi, il Papa ha ricordato che non è questo il tempo dell’indifferenza: “Non siano lasciati soli questi fratelli e sorelle più deboli, che popolano le città e le periferie di ogni parte del mondo. Non facciamo loro mancare i beni di prima necessità, più difficili da reperire ora che molte attività sono chiuse, come pure le medicine e, soprattutto, la possibilità di adeguata assistenza sanitaria. (Bella botta agli USA; rimando ancora all’articolo “Il Male americano”, ndr). In considerazione delle circostanze, si allentino pure le sanzioni internazionali che inibiscono la possibilità dei Paesi che ne sono destinatari di fornire adeguato sostegno ai propri cittadini e si mettano in condizione tutti gli Stati di fare fronte alle maggiori necessità del momento, riducendo, se non addirittura condonando, il debito che grava sui bilanci di quelli più poveri”. Discorso “rivoluzionario”, che suggella autorevolmente il nuovo corso auspicato dall’autore di questo articolo. Se restasse inascoltato e all’attuale tragedia non seguisse una vera rivoluzione comportamentale, dovremmo davvero sancire l’indissolubilità del famoso concetto espresso da Primo Levi, in una sua celebre opera: se questo è l’uomo e non cambia, è la fine. Ma così non deve essere. L’uomo dà il meglio quando si trovi ad affrontare enormi difficoltà: il dolore strazia, ma allo stesso tempo forgia e tempra i caratteri, essendo un ottimo maestro, almeno per coloro che non si annullano nel vittimismo, incolpando il destino per ogni avversità. Questi concetti furono magistralmente riassunti in un celebre aforisma: “Bisogna avere un caos dentro di sé per partorire una stella danzante”. Possa davvero partorire, questa caotica crisi planetaria, una stella danzante che illumini il mondo e soprattutto le coscienze di chi lo popola. È l’unico modo per andare avanti, di caos in caos, sempre più preparati. NOTE 1) 9 marzo 2020 – Video farneticante pubblicato nella sua pagina Facebook, ora cancellato: “Ma chi di voi sta male veramente sui milioni che siamo in Italia? Quei poveretti che prendono la polmonite stavano male, sarebbero stati male comunque anche senza coronavirus del cazzo, il quale attende solo un po’ di caldo per morire perché è talmente potente che a 26 gradi muore. Tu bevi un tè caldo ed è già morto. Ma che cazzo di virus è? Ma qual è questa peste? Ma perché dobbiamo convincere gli italiani che la loro vita è cambiata? Non escono di casa, non vanno al cinema. Io vorrei dirvi: io giro ovunque. Le uniche zone che mi attraggono sono le zone rosse. Io vorrei andare a Vo’, a Codogno, Bergamo, Lodi. Se questi ministri dicono che c’è il virus non credeteci, sono degli incapaci totali. Zucche vuote e capre. Il capravirus ha preso i loro cervelli. Chiudete tutte le televisioni e guardate dei video pornografici: in quei video c’è più verità. Certo, se uno lo prende nel culo fa male. Il coronavirus è come prenderlo nel culo. Tra quindici giorni sarà finito tutto. Però intanto ci hanno spiegato che dobbiamo essere prudenti, fermi così come dei coglioni chiusi in casa a letto. Bene! Se siete a letto, alzatevi, andate in giro, andate a Codogno, andate a vedere. Se si riunisce il consiglio dei ministri, chiudiamoli dentro e mettiamo il gas, così ci sarà un’epidemia”. 2) Vedere Nr. 81 “CONFINI”, dicembre 2019: “Il male oscuro”, pag. 8. 3) Vedere Nr. 78 “CONFINI”, settembre 2019: “Europa Nazione come antidoto alla globalizzazione”, pag. 10. 4) Fonte: “Il Sole 24 ore”, 21 gennaio 2019.



IL MALE AMERICANO PROLOGO Nel secolo scorso, agli inizi degli anni ottanta, vi erano tre primarie compagnie aeree che effettuavano voli diretti tra New York e Roma: Alitalia, Pan Am e TWA. Un nostro connazionale, che lavorava in un ristorante, dovendo rientrare con una certa urgenza, si recò nella più vicina agenzia di viaggio e chiese di mostrargli i voli per Roma in partenza nei due giorni successivi, al fine di effettuare la scelta più conveniente per lui. Dopo pochi minuti la solerte impiegata gli consegnò la lista, che per poco non gli fece venire un colpo, vedendo il costo irrisorio del biglietto. Ripresosi dallo stupore, guardò con maggiore attenzione e si rese conto, dalla durata del volo, che la lista conteneva un errore madornale: per l’impiegata “ROME” non era la capitale d’Italia ma la piccola cittadina di trentamila abitanti, nello stato della Georgia, distante poco più di mille chilometri da New York. È solo un esempio eclatante, tra le migliaia disponibili, che riguardano anche personaggi importanti, a partire dai presidenti, le cui gaffes, geografiche e non solo, riempiono abbastanza spesso le pagine dei giornali. Una recente ricerca effettuata da “Jetcost”, potente motore di ricerca per reperire tariffe aeree, offre un quadro abbastanza realistico di come gli statunitensi si approccino col resto del mondo: per il 51% il termine “Australasia” è solo sinonimo di Australia; per il 45% l’Africa è uno stato. Con dati progressivamente inferiori, ma solo leggermente: il Polo Nord non esiste, occorrono diciotto ore di volo da New York a Londra, la Scozia è in Ecuador, la Francia fa parte del regno Unito, in Portogallo si parla spagnolo, il Papa è il capo dello Stato in Italia, i confini del Giappone sono protetti dalla “Grande Muraglia Giapponese”, le Filippine appartengono alla Cina, l’Islanda è disabitata a causa del freddo, Cipro è la capitale del Messico e, dulcis in fundo, per il 5% la Terra è piatta. Tanto per non farsi mancare nulla, poi, a seguito della crisi pandemica, la società messicana che produce la birra “CORONA” ha registrato un repentino calo delle vendite negli USA e il titolo azionario ha perso l’8% alla borsa di New York: per tanti statunitensi la birra è in qualche modo corresponsabile della diffusione del “CORONA-VIRUS”. Questi dati, ai quali si dovrebbero sommare quelli afferenti alla cultura generale e alla conoscenza della storia, servono a inquadrare il livello medio della popolazione USA e a meglio comprendere le profonde distonie sociali esistenti nel Paese. I cittadini statunitensi sono, allo stesso tempo, vittime di un sistema malato e colpevoli, perché quel sistema prospera proprio grazie a loro: ignoranza e superficialità comportamentali sono sempre pessimi consiglieri. Per le cause recondite del disarmonico e controverso sviluppo della società americana si rimanda a un articolo pubblicato nel numero 48 di “CONFINI”, ottobre 2016: “Bye Bye American Dream” (pag. 28). In questo contesto analizziamo cosa stia rappresentando, per gli USA, la crisi scaturita dalla pandemia in atto. LE FALLE DEL SISTEMA Il razzismo negli USA è un dato di fatto che riguarda, sia pure con percentuali diverse, tutti gli stati. Le minoranze etniche non sono viste di buon occhio, soprattutto negli stati del sud. Hanno destato molto scalpore, per esempio, le parole di Jerome Adams, il capo dei servizi sanitari, che in una recente intervista ha esortato le persone di colore e i latini a evitare alcool, tabacco e droghe per bloc-


care la diffusione del Covid-19. Quasi come se le forme di dipendenza e i comportamenti negativi riguardassero solo loro. La realtà, in effetti, è ben diversa: la pandemia, erroneamente da tanti considerata “livellatrice”, sta mietendo senz’altro più vittime nella comunità afro-americana, ma non certo a causa degli abusi denunciati da Adams. Negli USA la sanità è nelle mani dei privati, ha costi molto alti e chi non possa sottoscrivere onerose assicurazioni corre seri rischi di non essere curato. Ha fatto il giro del mondo la notizia del giovane Osmel Martinez Azcue, residente a Miami: a metà febbraio, accusando sintomi influenzali, ha ritenuto di recarsi in ospedale per sottoporsi al tampone, essendo rientrato da un viaggio in Cina solo poche settimane prima. I medici gli hanno prescritto la Tac, ma lui ha rifiutato, pur essendo titolare di un’assicurazione per la copertura parziale delle spese sanitarie, chiedendo che gli fosse effettuato il test antinfluenzale. Fortunatamente l’esito è risultato negativo e, cosa più importante, non rappresentava alcun pericolo per gli altri, come temeva. Poche settimane dopo, però, gli è giunta la fattura dall’ospedale: la quota a suo carico, per il semplice test, era di ben 3.270 USD (figuriamoci se avesse fatto la TAC!). È ben evidente come siffatti oneri possano tenere lontano dagli ospedali una fetta consistente della popolazione, gran parte della quale non gode di assistenza sanitaria che, come anticipato, è di tipo assicurativo privatistico. I programmi di assistenza pubblica sono due: “Medicare” (che riguarda solo le persone sopra i 65 anni) e “Medicaid”, gestito dai singoli stati e parzialmente coperto da contributi federali, che però riguarda solo le fasce di popolazione a basso reddito. Restano senza alcuna forma di assistenza circa 28 milioni di cittadini, per lo più afro americani e immigrati irregolari. Una vera bomba, che ha gettato lo scompiglio negli ambienti sanitari, perché la mancata prevenzione e cura del Covid-19 potrebbe generare effetti letali sull’intera popolazione. Ad aggravare un problema già di per sé tragico, si aggiunge una buona fetta di lavoratori che non hanno diritto al congedo per malattia: il 30 per cento di chi operi in taluni settori specifici (vendita al dettaglio, commercio di cibo e bevande, settore alberghiero) e il 69 per cento dei lavoratori con salario minimo. È lecito ritenere, quindi, come di fatto sta accadendo, che i cittadini non assicurati, seppur contagiati e sintomatici, continueranno a lavorare, pur di non rinunciare al salario, e affolleranno i pronto soccorso quando il loro stato di salute diventerà particolarmente grave. L’APPROCCIO ALLA VITA Un aspetto molto importante da considerare, inoltre, riguarda diffuse metodiche comportamentali protese a banalizzare o eludere tutto ciò che possa costituire un fastidio per l’american way of life. In nessun paese come negli USA è il dio denaro che conta e viene rispettato: poveri, vecchi, ammalati, sono un impedimento a quei principi che vedono nell’appagamento materiale il massimo della soddisfazione. Il sacrificio per prendersi cura di chi ne abbia bisogno, rinunciando a un pizzico di autonomia o di libertà, anche all’interno delle famiglie, è inconcepibile. Per le persone anziane non autosufficienti restano solo le case di riposo, anche quando quelle dei loro figli potrebbero accoglierle agevolmente. Le persone ammalate e non produttive infastidiscono, perché minano la serenità della famiglia media, non importa se conquistata con massicce dosi di ansiolitici, antidepressivi e frequenti sbornie. Si muore anche di questo negli USA, non solo per l’inefficienza del sistema sanitario.


EUROPEI E STATUNITENSI Gli europei possono e devono andare in soccorso degli statunitensi, perché i loro usi e costumi, in ogni campo, sono una minaccia per il mondo intero. Ne abbiamo parlato più volte e quindi dedichiamo solo un rapido cenno a quelle distonie esistenziali che di certo non sono appannaggio di un popolo civile: spreco di cibo, consumo smodato di alcool, mancato rispetto dell’ambiente, esacerbata competitività sociale senza riguardo per chi resti indietro. In poche parole: tutti i mali di una società che, oramai, più che afflitta dai guasti del capitalismo, già di per sé marcio, è scivolata profondamente nella palude rappresentata dalla sua “degenerazione”. Che cosa possiamo fare noi europei per indurli a una efficace catartica palingenesi? Molto. Innanzitutto dobbiamo smettere di scimmiottarli, mutuando nel nostro continente il pattume da loro partorito, considerandolo oro. Sono nostri alleati, vi sono strette relazioni economiche e sociali, ospitiamo loro basi e, al netto dei contrasti che afferiscono a contingenze momentanee dovute alle iniziative dei potenti di turno, nessuno vuole incrinare questi rapporti o trasformarli in aperta conflittualità: dopo tutto la stragrande maggioranza ha radici europee. Deve solo cambiare quell’approccio che da sempre consente loro di legittimarsi in modo autorevole quando non palesemente autoritario. La si smetta, quindi, con le sviolinate, gli apprezzamenti (ipocriti o sinceri che fossero), la compiacenza, l’accettazione talvolta faticosa dei loro diktat: tutte cose che scambiano per manifestazioni di sudditanza. Già si sentono i padroni del mondo, se poi diamo loro troppo brodo, è chiaro che si esaltino. Quando i registi inseriscono nei film gli stupidi e ridicoli stereotipi, lontani mille miglia dalla realtà, con quella micidiale arma che si chiama ironia, li si metta a posto utilizzando ogni mezzo possibile, senza però fare i lagnosi e i risentiti: ironia, understatement e colpi di fioretto ben assestati. Nelle relazioni interpersonali si manifesti personalità, carattere, padronanza di sé e si faccia sempre trasparire il presupposto che siamo noi europei ad avere la vista lunga su ogni cosa, mentre loro, purtroppo, si tirano la zappa sui piedi perché non sanno discernere il grano dal loglio: si calchi su questo dato per farli andare in bestia, aiutandoli, in tal modo, a destrutturare il loro malato ego. Scrivo queste cose non a caso. Per ragioni di lavoro e non solo ho avuto molte relazioni con cittadini statunitensi e non ho mai consentito loro di “spadroneggiare”, come di solito fanno, grazie all’altrui compiacenza. In Italia, al ristorante, se chiedono di mettere il parmigiano sulla pizza, senza indugio si dica che non è possibile, perché quel gesto infastidirebbe gli altri commensali e metterebbe in imbarazzo il personale. “Ma come, che c’è di male a mettere il parmigiano sulla pizza?” “Tutto. È una cosa che qui è considerata riprovevole e non si può fare. Mi dispiace”. Se la stessa cosa accade negli USA non sarà possibile impedirlo, ma non si perda occasione per deriderli. Dopo una bistecca di settecento grammi chiedono una frittura di pesce? Li si blocchi subito! “Ma che sei pazzo? Guarda che se chiedi una cosa del genere ci arrestano tutti”. Si replichi sorridendo, ma in modo determinato, impedendo “assolutamente” che la richiesta venga effettuata, per evitare “brutte figure”, anche se dovessero essere loro a pagare il conto. Nelle riunioni di lavoro si obietti con calma, ma con determinazione, ai diversi punti di vista ritenuti fallaci. A battute sagaci si risponda con maggiore sagacia, senza mai tradire agitazione: “Amico mio, apprezzo il tuo impegno, ma prima che le tue idee possano trovare pratica applicazione, so-


stituendo le mie, devi nascere due volte, senza che rinasca io. Ora non ho tempo per farti comprendere tutte le falle, ma ne riparleremo senz’altro. Intanto procediamo con quanto esposto perché il tempo stringe e maiora premunt”. Non si perda mai l’occasione per una citazione latina! I concetti esposti sono chiari e applicabili in ogni contesto. Se si vuole esagerare, poi, li si porti in un bar per un caffè, strizzando l’occhio al cameriere amico, che capirà al volo e la tazzina, già solitamente bollente in modo insopportabile per loro, lo sarà ancor di più: lo spasso è assicurato perché non riusciranno mai a mantenere la tazzina tra le dita e accostarla alle labbra, mentre si chiedono a bocca aperta come facciano tutti gli altri a sorseggiare serenamente il caffè. Assolutamente non si consenta loro di chiedere la tazza fredda, “vietata per ragioni d’igiene” e li si esorti a bere senza dare peso alla sensazione di scottatura: “Vedrai – si dica loro – dopo un paio di volte non ci farai più caso”. Sanno bene che non ci riusciranno mai e anche siffatti episodi, generando frustrazione, risulteranno positivi per loro perché aiuteranno ad abbassare la cresta. In genere s’infastidiscono perché sono abituati a fare quello che vogliono, quando vogliono, soprattutto all’estero. Ribaltare tutto questo è un modo eccellente per ridimensionarli. Si parli di storia e si critichino senza mezzi termini usi e costumi, spiegando che è pazzesco mantenere ancora un emendamento che consenta il libero acquisto delle armi e lasciare l’aria condizionata accesa durante il week-end perché non possono permettersi di aspettare i cinque minuti che servono, al rientro, per rinfrescare la casa. E soprattutto si faccia comprendere che la vita umana non ha prezzo e che con i soldi che spendono per psicanalisti e psicofarmaci, oltre a quelli che sprecano in modo insulso, potrebbero fare tanto bene a chi ne abbia bisogno. Facciamoli sentire piccoli piccoli. Noi siamo europei. Scanniamoci pure tra noi, se proprio è necessario, ma non dimentichiamo mai che al cospetto degli altri abbiamo un solo ruolo da svolgere: quello dei maestri. CHE LA PANDEMIA SERVA DA LEZIONE Mentre scrivo questo articolo, alba del 15 aprile, i dati ufficiali riportano oltre 26mila decessi negli USA a causa del Covid-19 e oltre 600mila contagiati. Il presidente Trump, con l’ennesima estemporanea e bislacca decisione, ha scaricato tutta la responsabilità sull’OMS, che a suo dire “avrebbe fallito nell’ottenere tempestive informazioni sul coronavirus, gestito male e insabbiato la diffusione del virus”, tagliando di getto i finanziamenti. Come noto, già all’inizio della pandemia, emulando l’amico Boris Jhonson, Trump chiese al consigliere immunologo Anthony Fauci se ritenesse plausibile lasciare inondare il paese dal virus, per favorire l’immunità di gregge. “Signor presidente, morirebbe moltissima gente”, fu la risposta del principale esperto di malattie infettive della nazione, che per fortuna riuscì a farsi ascoltare. Nei miei colloqui con molti amici statunitensi, sempre all’inizio della pandemia, ho registrato l’unanime sottovalutazione del problema, il convincimento che tutto sarebbe terminato nel giro di un paio di settimane, che il Paese non si doveva fermare, che gli allarmisti erano tutti degli imbecilli che non capivano nulla, che il Covid-19 era una normale febbre come tante altre, etc. etc. Queste stesse persone, ora, sono barricate in casa e hanno radicalmente mutato il loro pensiero in merito alla pandemia. Ho detto loro che le vittime sono davvero tante e che se si vuole davvero onorarle e far sì che la loro morte non risulti vana devono cambiare una volta per tutte modo di pensare e di agire, adoperandosi con ogni mezzo possibile affinché negli USA si creino presupposti di civiltà in virtù dei quali, prima di qualsiasi cosa, nessuno debba restare senza la possibilità di


curare sÊ stesso o un familiare. Il sospetto che restino parole al vento, però, è forte.



LA DEPRESSIONE È UNA MALATTIA. E SI CURA. PROLOGO Questo articolo, al fine di evitare ribadimenti superflui, deve configurarsi come seconda parte di quello pubblicato il mese scorso, intitolato "CAOS" (pag. 4, CONFINI nr. 84), anche perché è ancora il termine "caos" a regnare sovrano in tante cronache giornalistiche, che riflettono la diffusa percezione di un'opinione pubblica sempre più confusa e disorientata. Non è altrimenti definibile, inoltre, lo scontro sconcertante tra le forze politiche, nessuna esclusa, che cinicamente tentano di sfruttare l'emergenza a proprio esclusivo vantaggio, spesso facendosi male i conti. Nell'articolo, sostanzialmente, si esponevano i limiti e l'inefficienza dell'Unione Europea; un approccio confuso e irrazionale alle problematiche generate dalla pandemia da parte di molti strati della società civile, dai media e dalla classe politica; il cinismo di perfidi speculatori, che non mancano mai in ogni tragedia; la difficoltà oggettiva del mondo scientifico nel fornire chiare risposte alla mole di domande loro poste. Di converso si ponevano in risalto i comportamenti di coloro, per fortuna tanti, che in silenzio e senza perdersi in sterili polemiche, si sono rimboccate le maniche per fronteggiare la grave emergenza, quasi sempre in condizioni di estrema precarietà a causa dei disastri causati da oltre settanta anni di malapolitica. Soprattutto nella sanità si è visto emergere da un lato l'eccellenza delle risorse e dall'altro il fallimento totale e senza appello della frammentazione regionalistica. Venivano esposte, infine, le uniche azioni ritenute valide per fronteggiare l'inevitabile crisi economica generata dal prolungato lockdown: un cambiamento radicale di "mentalità", da parte di tutti, per incentivare la cultura della solidarietà e una più equa ripartizione della ricchezza; l'esercizio del potere nell'esclusivo interesse del prossimo e non di sé stessi. Si sono formulati, pertanto, dei principi puramente "teorici", ancorché intrisi di alta valenza etica, protesi a risolvere annosi problemi, aggravati da quelli attuali. Teorici, purtroppo, perché i fatti, giorno dopo giorno, dimostrano come si stia continuando, imperterriti, a seguire le solite diroccate strade, che non portano da nessuna parte: ciascuno pensa solo al proprio orticello e rivendica impossibili provvedimenti, senza rendersi conto che o si vince insieme o si perde tutti (anzi, "quasi tutti", perché i super ricchi si salveranno sempre); i politici continuano a parlare a vanvera, utilizzando le solite stantie tecniche comunicative, pensando a come sfruttare utilitaristicamente la tragedia in atto, spesso tirandosi la zappa sui piedi; case farmaceutiche e lobby ad esse legate, palesi e occulte, si stanno preparando alla guerra dei vaccini, in mancanza di una normativa internazionale sui farmaci, sempre bloccata grazie alla facilità con la quale sia possibile "comprarsi" coloro che dovrebbero determinarla. A tutto ciò si deve aggiungere l'attività della criminalità organizzata, che ha fiutato l'affare e lo sta già gestendo secondo metodi consolidati ed efficaci, che ovviamente prevedono "anche" la complicità del potere politico. A tal proposito risultano emblematiche e paradossali due vicende, sulle tante assurte alla ribalta della cronaca: le mascherine commissionate dalla Regione Lazio a una piccola azienda che produce lampadine e che ha incassato con estrema facilità circa quindici milioni di euro, non si sa a che titolo (ma lo si può ben immaginare), dal momento che le mascherine non sa produrle e non le ha consegnate; le mascherine taroccate importate dall'azienda dell'ex politica, "irreprensibile, austera e severissima" Veronica Pivetti. A livelli criminali


"più alti", poi, si registra l'indefessa attività delle varie organizzazioni mafiose, pronte a strozzare imprenditori in difficoltà e a impossessarsi per pochi soldi di alberghi, bar, ristoranti e quant'altro possibile. Un quadro più fosco di questo è difficile da immaginare. Tutto ciò premesso, pertanto, cerchiamo di ragionare restando con i piedi per terra, sforzandoci di individuare le soluzioni realmente possibili per "curare" la depressione economica, importante concausa della depressione fisica e mentale, acquisendo consapevolezza, sia pure con grande rammarico, che quelle veramente efficaci sono irrealizzabili per i limiti propri della natura umana. IL PENSIERO LATERALE COME RISORSA Cambiare mentalità non è facile e richiede tempi lunghi. Quanto meno, però, dovremmo sforzarci di cambiare "modo di pensare", affinché si riduca il più possibile la massiccia propensione a prendere lucciole per lanterne o guardare il dito quando si indichi la luna, pratiche nefaste perché sempre foriere di grossolani errori nelle scelte delle azioni da compiere. Sicuramente tra i lettori di questo articolo vi sono persone che non gradiscono i film "horror", aduse a pronunciare frasi del tipo: "Non riesco proprio a vedere corpi squarciati; teste che rotolano; cannibali che sbranano uomini ancora vivi come se fossero panini con wurstel e salse varie; altre di analogo sentore". “Vedere" è il verbo generalmente utilizzato, perché si è convinti di non reggere la visione di scene truculente o pregne di esasperante suspence. A queste persone suggerisco un semplice esperimento: scelgano un film qualsiasi del genere che tanto spaventa - chi fosse abbonato a SKY ne trova almeno un centinaio nella sezione cinema - e lo guardino dopo aver azzerato l'audio. In men che non si dica arriveranno quelle scene terribili che fanno paura e inducono a chiudere gli occhi, cambiare canale, scappare in un'altra stanza. Sorpresa! Magicamente scopriranno di riuscire a guardare serenamente, senza batticuore, dei cannibali intenti a ridurre in poltiglia, con micidiali morsi ripresi in primissimo piano, il malcapitato di turno; voracissimi piranha che fanno strage di ignari bagnanti, anche bambini; psicopatici che tagliano teste e arti con seghe elettriche o asce e scene ancora più truculente. Come mai? Per complessi meccanismi che regolano le funzioni del cervello, qui risparmiati per amor di sintesi, non è la "visione" di scene orribili che genera lo spavento, ma il commento sonoro, le urla di terrore delle vittime e quelle disumane dei carnefici. Azzerato l'audio, quelle scene non producono alcun effetto. Il "convincimento", pertanto, era sbagliato, alla pari di tanti altri convincimenti in virtù dei quali moduliamo le nostre azioni e reazioni, ovviamente disastrose partendo esse da un presupposto sbagliato. Altro esempio? Vi è qualcuno che soffra di vertigini? Che cosa si dice, solitamente, per spiegare questo diffuso disturbo? La frase è nota: "Non posso affacciarmi dal ponte di una nave, dal balcone di un palazzo molto alto perché subito mi gira la testa, ho la sensazione che tutto si muova intorno e ho "paura di cadere". Al disturbo, quindi, riconosciuto come tale, viene imputata la responsabilità di generare spiacevoli sensazioni di "paura". Niente di più sbagliato! Proviamolo con un altro esperimento. La massima efficacia si otterrebbe effettuandolo materialmente, ma funziona abbastanza bene anche immaginandolo. La persona che soffra di vertigini, quindi, immagini di trovarsi in uno degli ultimi piani di un altissimo


grattacielo con terrazzi protetti da muretti che consentano comunque di sporgersi, per guardare all'ingiù. Già tremano le gambe! È impensabile il solo avvicinarsi al muretto! Proviamo a immaginare, però, di essere in compagnia di due persone di sesso maschile delle quali ci si fidi ciecamente. Anche se nella realtà fossero mingherlini e con muscoli flaccidi, immaginiamoli come campioni mondiali di sollevamento pesi e dotati di forza sovrumana! Immaginiamo che una catena cinga la vita, fissata con un solido lucchetto e l'altro capo agganciato a un palo di cemento in grado di resistere a un terremoto di nono grado. La lunghezza della catena, nella sua massima estensione, consente solo di raggiungere il limite interno del muretto e di affacciarsi leggermente. Dulcis in fundo, immaginiamo che anche le due persone super fidate siano attaccate al palo con una catena e accompagnino chi soffra di vertigini al muretto, tenendolo ben saldo sottobraccio. La sensazione di paura, a questo punto, se non proprio sparita del tutto, dovrebbe essersi attenuata di molto, realizzando che, in siffatte condizioni, una sbirciatina dal muretto, magari per pochi secondi, sia possibile darla. Non sono rari i casi, tuttavia, si riesca a recuperare inaspettata sicurezza, sentendosi ampiamente protetti dalla catena e dal "forte" sostegno assicurato da persone fidate. Le vertigini, infatti, non sono altro che difesa attivata dalla mente per impedire che il disturbo reale di cui si soffra diventi letale: la "voglia di cadere", ostacolata e bloccata proprio al loro insorgere. La catena rimanda in modo subliminale al prigioniero. Il prigioniero ha voglia di scappare e la catena "impedisce" che ciò accada. Immaginandosi con una catena che blocchi ogni desiderio "di fuga", viene bloccata la voglia di salire sul muretto e buttarsi giù in virtù di un disturbo assimilabile alla fobia d'impulso, che può avere forme lieve o così gravi da configurare una vera e propria psicopatologia depressiva. Cosa c'insegnano questi esempi? Due cose fondamentali: spesso siamo prigionieri dei nostri pensieri e se non impariamo a metterli sempre in discussione, correggendoli se necessario, commetteremo sempre gli stessi errori; non tutti i problemi sono risolvibili rispettando schemi consolidati, istintivamente partoriti dalla mente, che però ragiona in linea verticale. Quando i problemi sono di rilevante portata, dopo aver disceso la scala mentale in cerca di soluzioni, comportandoci più o meno come quando dal terzo piano di una villa scendiamo in cantina per prendere una bottiglia di vino, può capitare di trovarsi in uno spazio vuoto che genera angoscia, senso di impotenza e smarrimento. Spesso, però, basterebbe aprire una delle tante porticine che si trovano ai lati delle stanze attraversate durante la discesa, rimaste sempre chiuse, per sfociare su nuovi sentieri misconosciuti, ricchi di soluzioni ai vari problemi, in precedenza inimmaginabili. Scordiamoci di risolvere i problemi causati dalla pandemia, in qualsiasi campo siano sorti, facendo ricorso ai soliti schemi mentali, come tutti stanno facendo ora, aggiungendo solo caos al caos. UNA NUOVA CONCEZIONE DELL'ESSERE E CULTURA DEL LAVORO In questo magazine non si è mai persa occasione per evidenziare le tante distonie sociali che affliggono gli Stati Uniti d'America. È anche corretto, tuttavia, riportare gli aspetti positivi che dovessero emergere da una seria analisi sociologica, soprattutto se possono fungere da esempio. L'approccio delle persone con il mondo del lavoro è senz'altro uno di questi. Dimentichiamoci, per un attimo, tutto ciò che


sappiamo in merito all'esacerbata competitività, ai giochi sporchi dei lobbisti, al marcio di Wall Street, ai traffici loschi delle multinazionali, alla corruzione, soffermandoci semplicemente sui pensieri di un cittadino qualsiasi, in cerca di lavoro, per il normale sostentamento familiare o per pagarsi gli studi. Le rette universitarie negli USA sono care e, senza scomodare le università prestigiose, davvero alla portata di pochi, bisogna mettere in conto almeno trentamila dollari annui, ai quali vanno aggiunti i costi di soggiorno. Sono davvero tanti, tuttavia, gli studenti che riescono a sostenersi autonomamente, svolgendo part-time anche dei lavori umili. Negli USA, infatti, l'esigenza di non pesare sul bilancio familiare e il desiderio di autonomia economica è molto sentita sin da quando si è ragazzini ed è stimolata anche a livello formativo-educazionale. Ciò comporta l'assenza di ogni pregiudizio in campo lavorativo: la dignità è assicurata dal fatto che si guadagni lavorando, a prescindere dal lavoro svolto, e nessuno prova vergogna nel dire che presta servizio come lavapiatti, cameriere, facchino, magazziniere, anche se si appresti a diventare uno scienziato. A maggior ragione questo presupposto vale per chi lavori a tempo pieno e con il salario mantenga la famiglia. Un addetto al settore frutta e verdura di un supermercato, quando viene promosso al settore scaffali, è felice come una pasqua e organizza una bella festa in famiglia, invitando amici e parenti. A noi queste cose fanno ridere perché abbiamo una distorta visione del lavoro e non la percepiamo nemmeno, la differenza tra un commesso dell’area frutta e verdura e uno che gestisca gli scaffali. È opportuno correggere in fretta siffatta distorta visione, invece, perché ora più che mai serve accantonare ogni sciocco pregiudizio e smetterla di inseguire testardamente obiettivi così irraggiungibili da generare solo profondo stress e delusioni. I guai non vengono mai da soli ed è sotto gli occhi di tutti l'alto numero di persone che abbiano perso o stiano perdendo il lavoro. La classe politica che governa il Paese sta facendo e farà quello che può ed è stupido ritenere che altri avrebbero potuto o potrebbero fare meglio: chiunque si fosse trovato a gestire questa terribile emergenza, magari adottando provvedimenti diversi, avrebbe comunque ricevuto accuse e apprezzamenti, trovandosi nella medesima condizione di non riuscire a risolvere tutti i problemi. Le diatribe politiche che ci avviliscono quotidianamente sono stucchevoli e fuori luogo perché demagogia e opportunismo, purtroppo, predominano sul buon senso. Nessuno è immune e caso mai vi è solo qualcuno più colpevole. È senz’altro folle, per esempio, la sanatoria varata dal Governo per regolarizzare i clandestini sfruttati nel settore agricolo, senza colpire gli sfruttatori, e occorre avere la pazienza di Giobbe per sopportare una tizia come Teresa Bellanova in un ruolo ministeriale così importante, soprattutto in un momento come questo; non meno folle, però, è la richiesta dei corridoi verdi (lavoratori provenienti dalla Romania e dalla Polonia pagati con i voucher), avanzata dal centro-destra, che pone problemi di natura etica e di sicurezza, in virtù della pandemia, senza, peraltro, risolvere pienamente quelli settoriali. Ciascuno, quindi, "indipendentemente" dai sacri principi sanciti dalla Costituzione, deve attrezzarsi per superare il gap con le proprie forze, assumendo decisioni radicali. In questo modo, oltre ad aiutare sé stesso, aiuta il Paese. Nell'agricoltura mancano almeno duecentomila risorse a tempo pieno più altre centomila che servono per tre-quattro mesi annui. La mancanza di queste risorse genera molti problemi: inutile aumento della disoccupazione con aggravio degli oneri sociali, aumento dei prezzi dei prodotti agricoli, forti tensioni sociali. Si dice che non si


possono utilizzare i beneficiari del reddito di cittadinanza per due motivi: hanno facoltà di rifiutare un'offerta economicamente ritenuta incongrua e non è possibile spostarli in comuni diversi da quello di residenza. Sono queste scusanti valide? No che non lo sono: si potrebbero correggere in un attimo con un decreto, magari elevando anche l'importo minimo previsto per i lavoratori stagionali. È ben chiaro, invece, che la voglia di lavorare nell'agricoltura non vi sia e i politici "senza statura" hanno paura di perdere consensi qualora dovessero prendere il toro per le corna, obbligando i percettori del reddito di cittadinanza a raccogliere meloni e pomodori. In Italia vi sono 7904 comuni e 60milioni di abitanti. Nel settore artigianale si registrano forti carenze: mancano calzolai, falegnami, fabbri, sarti, arrotini che girino per le case, carpentieri, ceramisti, elettricisti, idraulici, imbianchini, pizzaioli, lustrascarpe che un tempo popolavano gli angoli belli delle grandi città, meccanici, orologiai, spazzacamini e sicuramente mestieranti vari in altri settori. Almeno otto-novecentomila giovani potrebbero trovare utile occupazione dedicandosi a siffatte attività, vivendo decorosamente, o addirittura agiatamente, a seconda del mestiere praticato, risolvendo tre problemi: il loro, quello di chi abbia bisogno dei servizi offerti e quello sociale provocato dalla disoccupazione. Non è passato molto tempo da quando un importante imprenditore trevigiano, titolare della Euroedile, annunciò disperato che stava perdendo commesse milionarie perché non riusciva ad assumere VENTI operai in grado di operare nella costruzione di ponteggi e impalcature, che poteva retribuire con duemila euro netti mensili! Sono almeno diecimila, in Italia, i posti disponibili in questo settore! Lo stesso dicasi per il settore dell'alluminio, che ha visto un imprenditore dell'Emilia Romagna trovarsi in analoghe condizioni dopo uno sviluppo repentino della sua azienda, in virtù dell'eccellenza raggiunta nella produzione: cercava con urgenza almeno una cinquantina di operai, che avrebbero guadagnato oltre duemila euro mensili; non trovandoli, ha perso molte commesse milionarie. Gli esempi sono davvero tanti ed è inutile farla lunga: in Italia non manca il lavoro, ma la voglia di lavorare, perché è insita nella maggioranza delle persone la voglia di guadagnare lavorando poco, o comunque di svolgere solo lavori belli e gratificanti! È ora di cambiare registro. E ciò, naturalmente, vale anche per il lato "offerta". Gli imprenditori "sfruttatori" devono - e sottolineo "devono" - sparire. Il lavoro deve essere pagato nel rispetto della dignità dei lavoratori. Punto e basta. I sindacalisti che fanno il doppio gioco, ossia sfruttano il proprio ruolo per "guadagnare senza lavorare", magari rubando anche i contributi degli iscritti devono - e sottolineo "devono" - sparire. Vi è qualcuno con un minimo di buon senso che riconosca ai tanti sindacalisti che si vedono in giro la capacità di poter degnamente rappresentare e tutelare i lavoratori? Non prendiamoci in giro! Se si potesse fare uno screening reale dello sfruttamento, ne vedremmo delle belle. Si recuperi, inoltre, una dimensione sociale del lavoro, da non confondere con l'assistenzialismo di vecchio stampo, dovendo rappresentare qualcosa di nuovo e di più sano: più assunzioni per ridurre il carico su ciascun lavoratore, a beneficio del suo equilibrio psico-fisico. In Italia vi sono ventisei banche con oltre cento filiali, per un totale di circa 18mila filiali; altre trentacinque banche dispongono complessivamente di 2169 filiali e le restanti altre duemila più o meno. Se ogni banca volesse assumere "un solo" dipendente per ogni filiale, toglieremmo subito dalla disoccupazione


almeno ventiduemila giovani! Vi è qualcuno che nutra dubbi circa la possibilità di effettuare questa operazione senza che i banchieri debbano soffrirne le conseguenze? Non prendiamoci in giro e siamo seri! Il che vuol dire - ossia "essere seri" - che le ventiduemila assunzioni potrebbero tranquillamente raddoppiarsi senza alcun problema, anzi, risolvendone molti. Le Poste hanno fatto passi da gigante nell'ultimo ventennio, raggiungendo utili pazzeschi. A fronte di questa realtà, però, negli uffici si soffre: soffrono gli impiegati e soffrono i clienti, costretti a lunghe attese. Vogliamo investire parte di quegli smisurati utili per alleviare le sofferenze? Vogliamo potenziare il settore recapito, allo sfascio, perché meno lucroso del Bancoposta? Con ventimila nuove risorse, da distribuire in modo razionale, quanti problemi si risolverebbero? Proprio tanti! Una volta che fossimo davvero riusciti a mettere in pratica questa rivoluzione personale e sociale, sarebbe tutto più facile. Per il resto, ovviamente, vale tutto quanto già più volte detto. Occorre combattere seriamente l'evasione fiscale e attuare una seria riforma costituzionale che preveda il Parlamento monocamerale; l'elezione diretta del presidente della Repubblica, con funzioni di capo dell'Esecutivo; l’abolizione delle amministrazioni regionali e provinciali, macchine spreca soldi; l’accorpamento dei piccoli comuni in modo che si raggiungano almeno quindicimila abitanti. Più di qualsiasi altra cosa, però, occorre creare i presupposti affinché il Paese sia guidato da persone valide sotto qualsivoglia punto di vista. Ci sono e sono anche numerose, ma vivono nell'ombra, perché ben consapevoli di essere soccombenti in una realtà sociale dominata da una classe politica marcia fino al midollo, che però beneficia del largo consenso tributato da cittadini adusi a tirarsi la zappa sui piedi, salvo poi deprimersi senza comprendere di essere i principali responsabili delle proprie sventure.


MAGGIO DI SANGUE. IL SANGUE DEI VINTI INCIPIT "Era l'inizio di maggio del 1945. E ricordo quel tempo come avvolto nella felicità. La paura che ci incutevano i tedeschi apparteneva al passato. Le bombe sganciate dagli aerei alleati sopra il ponte ferroviario su Po, sempre fuori bersaglio, avevano smesso di cadere. Di lì a poco, saremmo tornati a fare il bagno nelle acque pulite del fiume, alla Baia del Re, senza il rischio d'incontrare gente armata in mezzo ai boschi. Si ballava dappertutto, al chiuso e all'aperto. Trionfava un ritmo nuovo: il boogie-woogie. I più bravi a ballarlo erano gli americani neri della Divisione Buffalo", che mangiavano la mortadella confezionata a cubi, roba mai vista. Ma noi contavamo sulle ragazze della città. Volteggiando al ritmo del boogie-woogie, mostravano le cosce e le caste mutandine bianche". (Gianpaolo Pansa, "Il sangue dei vinti", Sperling Paperback, 2003). PROLOGO Sulla guerra civile combattuta nel Nord Italia, dal 1943 al 1945, sono stati scritti volumi che riempirebbero le stanze di un palazzo di dieci piani. Gli eccidi compiuti dai tedeschi e dagli italiani che aderirono alla Repubblica Sociale hanno avuto, e legittimamente continuano ad avere, larga eco mediatica al fine di onorare la memoria delle vittime e far comprendere fino a che punto possa spingersi la natura umana, quando il sonno della ragione ottunda la mente, dando forma a quel mostro dormiente che ci portiamo dentro dalla nascita, da Francisco Goya magistralmente rappresentato in un celebre dipinto. Siccome la storia è sempre scritta dai vincitori, tuttavia, spesso gli eventi risentono di manipolazioni protese a distinguere i buoni dai cattivi con una linea di demarcazione netta, che escluda ogni forma di contestualizzazione, elemento importantissimo, invece, per penetrare nel "mood" di un'epoca e comprenderla pienamente. Molti storici, però, non amano produrre quel difficile sforzo mentale che dovrebbe indurli a viaggiare nel tempo per mettersi al centro degli eventi e "vederli da vicino", ritenendo più semplice lasciarsi trasportare dal vento a loro più congeniale, facendo finta di ignorare, o ignorando davvero, che bene e male non solo sono due facce della stessa medaglia, ma da sempre convivono su entrambi i lati, in un groviglio di situazioni pregne di sfumature intermedie, non facilmente districabili, soprattutto se non lo si desideri fortemente. Chi scrive, invece, trova interessante proprio girovagare tra spazio e tempo per meglio comprendere uomini e cose e riferire i fatti nella loro cruda essenza, abiurando qualsivoglia mistificazione. Cosa possibile perché, ragazzino, attraversando il bosco alla ricerca di sé stesso, al cospetto di due strade che divergevano, scelse la meno battuta. E questo ha fatto tutta la differenza. Nel mese di maggio 1945, a guerra finita, l'odio feroce che vide tanti italiani gli uni contro gli altri armati, sfociò in terribili carneficine, vendette, regolamenti di conti che nulla avevano a che vedere con i fatti di guerra. Il compianto giornalista Giampaolo Pansa ne ha parlato compiutamente nel saggio succitato, che non dovrebbe mancare in nessuna casa. Gli eccidi furono davvero tanti e in questo articolo ne commemoriamo uno emblematico, avvenuto l'11 maggio 1945, in un piccolo centro della Bassa Padana, che vide tra le vittime ben sette fratelli: i fratelli Govoni di Pieve di Cento.


SI ODIANO GLI ALTRI PERCHÉ SI ODIA SÈ STESSI (CESARE PAVESE) Pieve di Cento è nel cuore di quell'area emiliana assurta a fama mondiale grazie al film "Novecento", uno dei tanti capolavori di Bernardo Bertolucci, interpretato da un cast stellare, di caratura internazionale. Seguendo lo svolgimento dei fatti narrati nel film, riusciamo agevolmente a proiettarci in quell'ambiente agreste, dove l'odio di classe ha radici antiche, mai assopite. Fu proprio a Reggio Emilia, infatti, che nel 1893 le varie anime del socialismo - riformisti, massimalisti, rivoluzionari marxisti, anarchici, radicali democratici, radicali e basta, socialdemocratici pacati e con testa calda (alcuni con testa vuota), liberali insurrezionalisti e altri tipi strani - avviarono quel processo di "armonizzazione interna" che li indusse a definirsi Partito Socialista dei Lavoratori Italiani. Una insalata mista con ingredienti così disarmonici, ovviamente, non poteva durare a lungo e sappiamo quello che è successo dopo con scissioni, riappacificazioni, ulteriori scissioni e la nascita di formazioni politiche che hanno inciso fortemente sulla storia d'Italia, fino al 1992, quando, grazie al coraggio di un pugno di giovani magistrati, fu finalmente chiaro dalle Alpi alle Piramidi e dal Manzanarre al Reno che il socialismo sta al bene dei lavoratori come un Tavernello annacquato sta a un Amarone riserva speciale. Non lontano dal centro abitato, in aperta campagna, vi era una modesta casa nella quale abitava una coppia di contadini, laboriosa come tanti e senza grilli nella testa. Papà Cesare lavorava sodo nei campi, coadiuvato dalla moglie Caterina Gamberini, che alternava l'aiuto nell’attività agreste alla cura del focolare domestico, soprattutto quando la famiglia divenne ben numerosa. Dopo il matrimonio, infatti, celebrato agli albori del secolo, nel giro di venti anni, nacquero ben otto figli: Dino (1905), Marino (1911), Maria (1913), Emo (1914), Giuseppe (1916), Augusto (1918), Primo (1923), Ida (1925). Cinque figli maschi seguirono le orme paterne, dando impulso all'attività contadina; Dino ed Emo, invece, impararono a lavorare il legno e divennero dei bravi falegnami. Maria, tipica bellezza emiliana, alla pari della sorella Ida, si sposò giovanissima e si trasferì con il marito nella vicina Argelato. Ida si sposò anche lei giovanissima e nel marzo del 1945, a poche settimane dall'arrivo degli Alleati nella zona, mise al mondo una bimba. Politicamente la famiglia Govoni non era esposta: i genitori pensavano solo al lavoro mentre Dino e Marino furono gli unici e che ebbero un ruolo marginale nella Repubblica Sociale, il primo come legionario e il secondo come brigadiere della Guardia Nazionale Repubblicana. Nessuno degli altri figli si era mai interessato di politica e non avevano nemmeno mai richiesto la tessera del PNF. Le bande partigiane iniziarono i rastrellamenti nella zona sin dopo la liberazione da parte delle forze alleate, intensificandole nel corso del mese di maggio, con scorribande che seminavano il terrore. La sera del nove maggio vennero assassinate dodici persone dopo innumerevoli sevizie, anche loro da tutti dimenticati: la professoressa Laura Emiliani di S. Pietro in Casale; l'ex Podestà di San Pietro, Sisto Costa con la moglie Adelaide e il figlio Vincenzo; Enrico Cavallini, Giuseppe Alberghetti, Dino Bonazzi, Guido Tartari, Ferdinando Melloni, Otello Moroni, Vanes Maccaferri e Augusto Zoccarato, tutti residenti a Pieve di Cento. Il giorno seguente la banda decise di dedicarsi alla caccia dei membri della famiglia Govoni, senza alcuna ragione particolare, ma solo perché si sapeva dei due fratelli che avevano aderito alla Repubblica Sociale. Il primo a essere catturato fu Marino, subito trasportato presso il casolare del contadino Emilio Grazia, che funse prima da prigione e poi da luogo del massacro. Marino era a casa da solo, mentre i fratelli erano in giro per il paese. Nessuno di loro si sentiva in pericolo e non


immaginavano di essere finiti nella lista nera. Sin dai primi giorni post-liberazione furono interrogati e rilasciati perché non era emersa nessuna accusa a loro carico. Nel corso della notte i partigiani rintracciarono gli altri fratelli e li arrestarono. Ida implorava di non separarla dalla figlioletta che doveva allattare, ma non mosse a pietà gli aguzzini, che catturarono anche il marito, per poi liberarlo buttandolo in malo modo dal camion con il quale trasportavano i prigionieri. Durante il tragitto verso il casolare vi fu una lunga sosta per dare sfogo alla più bieca ferocia di cui un essere umano possa essere capace. Le grida di dolore e il terrore disegnato sul volto dei poveri fratelli Govone fungeva da alimento per quell'odio sviscerato con una violenza senza eguali, tipica di chi agisca, oramai, sotto l'esclusivo impulso di istinti primordiali. Solo il mattino successivo, con le ossa rotte, il volto tumefatto e i fremiti di chi già immagina la triste sorte cui andavano incontro, si ricongiunsero col fratello nell’improvvisata prigione. L'unica a non essere rintracciata e a scampare all'eccidio fu Maria. Nella prigione trovarono altri dieci compaesani, precedentemente catturati: Alberto, Cesarino e Ivo Bonora (nonno, figlio e nipote diciannovenne), Guido Pancaldi, Alberto Bonvicini, Giovanni Caliceti, Vinicio Testoni, Ugo Bonora, Guido Mattioli e Giacomo Malaguti. Tutte persone rispettate in paese per la loro onestà, ma con un "grave" difetto: erano anticomunisti. Giacomo Malaguti, studente universitario ventitreenne, da sottotenente d'artiglieria aveva addirittura combattuto contro i tedeschi a Cassino, nelle fila dell'Esercito Cobelligerante Italiano, restando ferito. Poi passò nell'Ottava armata inglese, impegnata sul litorale adriatico. Anticomunista convinto, al termine della guerra, rientrato a Pieve, assistette a una discussione tra il padre e un inquilino, comunista, che si comportava in modo arrogante. Per sedare la discussione esortò il padre a lasciar perdere, asserendo, magari solo per spingerlo a non insistere nella diatriba, che, dopo tutto, i comunisti avrebbero comandato ancora per pochi giorni. Chissà, forse realmente sognava un'altra sorte per l'Italia liberata dal fascismo, ma quali che fossero i suoi sogni non potremo saperlo: quella frase fu segnalata al Comando partigiano, segnando la sua sorte. E pazienza per i meriti acquisiti durante la campagna di liberazione. Nella mattinata dell'11 maggio una voce serpeggiava in zona, allietando i comunisti bramosi di sangue: nel casolare di Emilio Grazia stava per iniziare una "bella festa" alla quale tutti erano invitati a partecipare. L'invito fu massicciamente accolto e ciascuno volle partecipare secondo il macabro rituale che ben traspare dalle note immagini di Piazzale Loreto. L'unica differenza è che sui poveri fratelli Govoni e gli altri malcapitati la ferocia disumana prese corpo quando erano ancora in vita. La festa proseguì fino a tarda sera, intervallata anche da una parvenza di processo, con sentenza, ovviamente, già scritta. Le urla strazianti delle vittime si fusero con quelle di gioia dei carnefici, trasformandosi in un macabro concerto senza spettatori, essendo il casolare isolato. Solo Dio poteva udire quell'insieme di note stridenti e sicuramente le vittime lo avranno più volte invocato, durante le oltre dodici ore di sevizie, magari chiedendosi se non si fosse troppo distratto, per permettere tanto scempio. Poco prima di mezzanotte, dopo aver prelevato fedi e catenine d'oro, le vittime, oramai già quasi prive di vita, furono portate non lontano dal casolare, legate tre a tre, strangolate con un pezzo di filo telefonico e gettate in una fossa anticarro. Di fianco ve n'era un'altra, dove giacevano altri venticinque cadaveri. Un silenzio tombale discese sulla vicenda, alla pari di quanto accadde anche in altri luoghi. I comunisti avevano licenza di uccidere senza pagarne il fio. I poveri genitori, affranti, chiedevano a tutti che fine avessero fatto i figli: tutti sapevano, ma nessuno parlava. Dopo oltre un mese di immani sofferenze e inutili ricerche, papà


Cesare si recò presso la locale stazione dei carabinieri per presentare una formale denuncia, raccolta dal maresciallo maggiore Nunzio Cardarelli e trasmessa via telegrafo alla tenenza di San Giovanni Persiceto: "Il 19 corrente, ore 11, Govoni Cesare, fu Gaetano, anni 68, contadino da Pieve di Cento (Bologna), denunciava all’Arma di Pieve di Cento che alle ore 6,30 circa 11 maggio scorso quattro sconosciuti provvisti automobile et armi automatiche prelevarono i di lui figli sottoelencati dei quali ignorasi tuttora sorte. Delitto ritiensi originato motivi politici. Diramate ricerche. Indagasi". Non serve una laurea in psicologia per immaginarsi la scena: un padre disperato cerca aiuto; il maresciallo raccoglie la denuncia promettendo di indagare e doverosamente informa i superiori. Nel fonogramma, però, si tradisce utilizzando la parola "delitto", che può senz’altro caratterizzare un reato particolarmente grave e non necessariamente un omicidio, ma che, in quel contesto, lascia sottendere più un lapsus freudiano da parte di chi, evidentemente, era al corrente della triste sorte riservata ai fratelli Govoni e agli altri compaesani. Gli anni si susseguivano l’uno dietro l'altro affievolendo sempre più l’attenzione sui tragici fatti di maggio. Una sorta di rimozione pervase la maggioranza dei cittadini, desiderosi di girare pagina e chiudere con il passato. I Govoni non si arresero e continuarono la loro battaglia per appurare la verità, senza però ottenere alcun risultato concreto. Bruno Vespa, nel saggio "Vincitori e vinti", (Mondadori editore, 2008) riporta una testimonianza di Cesare Govoni Junior, figlio di Dino, relativa a un episodio verificatosi nel 1949. La vecchia nonna Caterina, nel corso dell'estate, affrontò il partigiano Filippo Lanzoni, che diceva in giro di saperla lunga sulla triste vicenda, implorandolo di riferirle dove fossero stati sepolti i figli. Il bastardo rispose beffardo: "Procurati un cane da tartufi e va a cercarli", straziando un cuore già straziato. Caterina, settantenne, cominciò a urlare e l'uomo chiamò la moglie e altre donne che, senza alcun ritegno nei confronti di una settantenne, la picchiarono duramente, la spinsero a terra e le procurarono delle ferite che furono medicate presso l'ospedale. Quell'episodio, però, risultò determinante per segnare una svolta e far muovere la giustizia. Fu visto, infatti, da Guido Cevolani, (o gli fu riferito), fratello di Alfonso, incappato nella retata dell'otto maggio, cui fece seguito la succitata strage del giorno successivo. Guido, all'atto della retata, inseguì i partigiani fino al loro covo e li affrontò, chiedendo la liberazione del fratello. Evidentemente era nelle condizioni di discutere in virtù della conoscenza di tutti loro, forse anche di qualche rapporto d'amicizia, e ottenne che il fratello fosse liberato. Indignato per quanto accaduto, riferì ai carabinieri i nomi di tutti i partigiani responsabili delle stragi. Finalmente fu possibile individuare il luogo della sepoltura e il 29 febbraio 1951 furono celebrati i funerali, in un clima di grande commozione, ma anche di molto astio. Gli amici degli assassini, in segno di disprezzo, si misero a fumare ostentatamente al passaggio delle bare. Il processo si concluse nel 1953 con la condanna all'ergastolo per Vittorio Caffeo, commissario politico della brigata Garibaldi; Vitaliano Bertuzzi, il vicecomandante; Adelmo Benni, membro del tribunale partigiano che aveva comminato le condanne a morte; Luigi Borghi, autore dei sequestri. Il comandante della brigata, Marcello Zanetti, non fu processato perché deceduto nel 1946. Il processo, come racconta Giorgio Pisanò nella sua monumentale opera "Storia della guerra civile in Italia", (Edizioni FPE, 1965), fu surreale e le condanne furono comminate esclusivamente per l'omicidio del tenente Malaguti! Gli assassini, intanto, con l'aiuto del PCI furono fatti fuggire in Cecoslovacchia e di loro si perse ogni traccia. Gli altri partigiani rimasti in Italia, pur riconosciuti colpevoli degli eccidi, beneficiarono dell'amnistia imposta da Togliatti e la fecero franca. Ai


due genitori, lo Stato italiano, dopo molte perplessità, concesse una pensione di settemila lire: mille lire per ogni figlio assassinato. Termino di scrivere questo articolo alle ore 23 dell'undici maggio 2020, esattamente settantacinque anni dopo l'eccidio. In mattinata ho fatto delle telefonate a Pieve di Cento, per raccogliere delle dichiarazioni da parte di alcuni cittadini, discendenti diretti o indiretti delle vittime. In tutti ho colto una sorta di riluttanza a rievocare il triste evento. Anche Bruno Vespa, del resto, che addirittura ebbe modo di parlare con Paola, la figlia di Ida, riferisce che la donna fu cortese e disponibile ma non lieta, perché "si sentiva trascinata violentemente nel gorgo di fantasmi insanguinati che la perseguitano dalla nascita". È comprensibile il ricorso alla "rimozione" perché per molte persone non è facile fare i conti quotidianamente con i fantasmi del passato, vittime o carnefici che fossero. Nondimeno la storia non va cancellata e tutto ciò che è accaduto deve affiorare, nel bene e nel male e soprattutto senza ombre. Una vera pacificazione nazionale, che consenta realmente di chiudere una terribile pagina di storia, contestualizzandola senza alimentare continuamente assurdi e improponibili rigurgiti, sarà possibile solo quando ciascuno sarà capace di approcciarsi agli eventi con animo sereno, scevro di qualsivoglia faziosità. La pretenziosa propensione a ritenere di essere depositari della verità assoluta, da parte di chiunque, e il perdurare di un odio reso anacronistico non solo dal fluire del tempo, contribuiscono solo a perpetuare fino al parossismo la logica dell'occhio per occhio, rendendo infinita "la guerra civile". Non è così che si favorisce la pace: occhio per occhio servirà solo a rendere tutto il mondo cieco, sosteneva Gandhi, al cui pensiero si può aggiungere quello di Madre Teresa, che insegna a perseguire i presupposti di pace non con le pistole e le bombe ma con l'amore e la compassione.


CARA ANGELA TI SCRIVO Carissima Angela Merkel, ti scrivo con animo sereno, affettuosamente e senza alcun risentimento. Non potrebbe essere altrimenti: anche se piccolo, il mio movimento "Europa Nazione" auspica l'unione dei popoli europei sotto un'unica bandiera e quindi, per me, tutti gli europei sono connazionali. So bene che il concetto, per te come per tanti altri, è di difficile comprensione (io sono nato postumo, proprio come quel tuo grande connazionale nato in un minuscolo villaggio della Sassonia, e vivo tra centinaia di milioni di persone che ancora sono afflitte dalla "sindrome dell'orticello") e pertanto ti prego di credermi sulla parola: non puoi nemmeno immaginare quanto sia meraviglioso allargare i confini e sentirsi a casa propria da Capo Fligely all'Isla de Hierro, da Izvaryne a Fajã Grande. (Non me ne vogliano i puristi dei punti estremi del continente se ho cambiato qualcosa ad Est: se permettete, visto che gli Stati Uniti d'Europa per ora vivono solo nei miei sogni, lasciatemi sognare l'Europa Unita con i confini che piacciono a me). Non puoi immaginare, inoltre, quanto ciò sarebbe importante per eliminare alla fonte la stragrande maggioranza dei problemi che ci affliggono in campo politico, economico, sociale. Nelle mie vene, tra l'altro, scorre sangue longobardo e quindi il retaggio ancestrale porta a una sorta di naturale propensione affettiva nei confronti del tuo popolo, che accolse i miei avi quando lasciarono le fredde coste della Scania in cerca di terre più ospitali. Oddio, prima dovettero suonarvele di brutto in Scoringa e zone limitrofe perché non è che li accoglieste a braccia aperte, ma questi sono dettagli di poco conto. Dopo le scaramucce iniziali vi fu grande armonia e commistione. Veniamo al punto. La decisione di riaprire le frontiere a partire da metà giugno vede esclusa l'Italia, considerata a rischio. A prescindere dall’opportunità di concedere così presto il “liberi tutti”, sulla quale nutro qualche riserva, si è ritenuto che i tedeschi solitamente frequentatori della costa adriatica, della costiera amalfitana, delle nostre splendide isole e di qualsiasi altro luogo gradito, saranno più sicuri in Francia, Inghilterra e negli altri paesi del continente. L'esclusione vale anche per la Spagna - va detto per dovere di cronaca - e saranno gli spagnoli, eventualmente, a produrre le osservazioni che riterranno più opportune. Per quanto mi riguarda questa decisione si caratterizza come una colossale scemenza, alla luce dei dati reali, da tutti verificabili. Qui riporto quelli essenziali, sforzandomi di ridurre al minimo l'esposizione di dati statistici, a solo beneficio dei lettori: coloro che il problema seguono per dovere professionale quotidianamente, a qualsiasi titolo, e quindi te compresa, non ne hanno certo bisogno. Alle ore otto del 17 maggio, ora in cui scrivo questa lettera, la situazione nei principali stati europei è la seguente: Regno Unito 233.151 casi (33.614 morti); Italia 223.885 casi (31.610 morti); Francia 141.356 casi (27.425 morti); Spagna 229.540 casi (27.321 morti); Germania 173.152 casi (7.824 morti ). Già questi dati bastano per evidenziare una palese distonia decisionale: a che titolo, Regno Unito e Francia, per esempio, possono essere considerati più sicuri dell'Italia con riscontri quasi analoghi? Ma scendiamo ancor più nei dettagli. È noto - dovresti saperlo anche tu - che quanto più alto è il numero dei tamponi effettuati tanto più alto sarà il numero dei contagi accertati e di conseguenza lieviterà anche il numero dei decessi attribuibili al coronavirus. In Italia, nel computo, figurano non solo coloro che sono deceduti "a causa esclusiva" del coronavirus ma anche coloro deceduti "con" il coronavirus, che ha inciso su altre gravi patologie. Togliendo questi


ultimi, la cifra scenderebbe, e non di poco. Sai qual è il paese europeo che abbia effettuato il più alto numero di tamponi in Europa, in rapporto alla popolazione? Te lo dico io: è l'Italia! Con semplici "proporzioni", qui risparmiate per non far venire il mal di testa ai lettori, ma che anche in Germania qualsiasi analista è in grado di compiere, rimodulando i dati dappertutto, in funzione di quanto fatto in Italia, avremmo uno stravolgimento pazzesco delle cifre summenzionate! Sappiamo tutti, inoltre, e sicuramente lo sapete anche in Germania, che per fronteggiare una pandemia occorre contenere e mitigare la diffusione del virus con adeguati provvedimenti. Ebbene, lo sai qual è il paese europeo che abbia meglio operato in tal senso, sia sotto il profilo della tempistica sia per la qualità dei provvedimenti adottati? Risposta facile: è l'Italia. Sempre per amor di sintesi evito di riportare i dati analitici che indicano la successione dei vari provvedimenti adottati, in virtù dei quali dietro l'Italia compare la Francia, mentre voi tedeschi figurate addirittura al terzo posto! Un altro dato importante è quello relativo alle misure di potenziamento. Sai cosa sono? Te lo dico io: sono quelle misure che prevedono fondi aggiuntivi per la sanità per migliorarne l'efficacia. Ora, a prescindere dai casini che la stampa riporta sistematicamente; dai truffatori che speculano sulla pandemia (in Italia come altrove) e dai problemi atavici che la pandemia ha fatto affiorare in modo più tangibile (in Italia come altrove), sai chi risulta al primo posto, in Europa, per le misure di potenziamento? E dai, non arricciare la fronte! Lo sai benissimo: è l'Italia che ha fatto di più, seguita dalla Francia. Voi siete terzi. Senza offesa, poi - anzi te lo dico in latino per esser ancora più educato "absit iniuria verbis", è appena il caso di evidenziare che, sia pure a fronte di un sistema sanitario che paga il prezzo della frammentazione regionalistica e della malapolitica, i medici italiani non hanno eguali al mondo, cosa che viene - Deo gratias - universalmente riconosciuta e ha fatto la differenza - e in che modo - in questi difficili mesi. Alzati in piedi, ora, e resta un minuto in silenzio in onore dei medici e infermieri che hanno sacrificato la loro vita per tutelare quella altrui. Potrei continuare ancora a lungo con la statistica, ma so che essa stanca e pertanto mi fermo qui. Del resto basta e avanza quanto scritto. La verità, cara Angela, è che alla base del provvedimento vi è solo la squallida e meschina volontà di colpire economicamente l'Italia, privandola dell'afflusso turistico. Un'Italia debole economicamente fa gola sul fronte della speculazione, ma soprattutto vi esalta psicologicamente, contribuendo a lenire quell'atavico senso di inferiorità che in modo subliminale, o addirittura palese, vi frustra non poco. Ma non è certo colpa mia e dei miei connazionali se in Italia si siano create condizioni tali in virtù delle quali, un paio di millenni orsono, le legioni di Augusto e Tiberio, assoggettando i tuoi antenati, crearono premesse di civilizzazione anche nella tua terra. La storia europea è una storia complessa, a tratti ancora inesplicabile, e dobbiamo superare le reciproche frustrazioni: nessun essere umano ha colpe o meriti per dove nasce, ma solo colpe o meriti per come vive. Attualmente, cara Angela, si possono solo definire meschini i comportamenti "antitaliani", perché solo dalla meschinità e dall'invidia nascono. Nulla di nuovo sotto il sole, del resto, sia considerando la sciagurata politica comunitaria da voi tedeschi fortemente condizionata sia, soprattutto, analizzando sociologicamente quella vostra particolare "weltanschauung", magistralmente sintetizzata proprio dal più grande tedesco mai nato, in una delle sue tante opere. Forse non hai mai letto un testo di Nietzsche, impegnata come sei stata a studiare i complessi testi di fisica e chimica ed essendo nata in una famiglia dove di sicuro il grande pensatore non era amato. Beh, ti consiglio di leggere attentamente le sue considerazioni inattuali, prestando particolare


attenzione al capitolo dedicato a David Strauss. Credimi: quel saggio ti cambierà la vita. Per molti anni ho posseduto una casa ad Amalfi, rifugio prediletto per inseguire mito e bellezza, suggestione e magia, proprio come fece un altro tuo grande connazionali, Richard Wagner, che quella terrà sublimò trovandovi ispirazione, dopo aver raggiunto Ravello a dorso di mulo, per il giardino magico di Klingsor, che appare nel secondo atto di quella straordinaria opera dedicata al cavaliere per eccellenza: Parsifal. Ad Amalfi ho conosciuto tanti tuoi connazionali con i quali ho stretto solidi legami d'amicizia e da loro ho imparato a tuffarmi in quello stupendo mare color cobalto anche nei mesi autunnali e primaverili: vedendo loro, infatti, che tranquillamente si lasciavano cullare dalle onde a ottobre inoltrato e ai primi di marzo (sì, anche in quei mesi vi sono tedeschi che vengono in vacanza), cosa che a me non era mai venuta in mente di fare, provai ad emularli, senza più smettere. Questo è uno degli aspetti più belli "dell'incontrarsi": si impara molto gli uni dagli altri. Che dirti ancora, cara Angela. Sai bene che i tuoi connazionali in nessun posto saranno sicuri come in Italia. E lo sanno anche loro. Dovresti anche sapere, però, che si vive una sola volta e non basta aver governato a lungo un paese per entrare degnamente nella storia, come qualche tuo predecessore ha dimostrato in modo nefasto. E come purtroppo stai dimostrando anche tu, che però hai ancora la possibilità di redimerti, se t'impegni a fondo e vinci i tuoi tanti complessi. A noi italiani farà tanto piacere continuare ad ospitare i cittadini tedeschi, ma non ci fasceremo la testa se non verranno. Siamo italiani, abbiamo visto di peggio e ce l'abbiamo sempre fatta. Come diceva qualcuno, sui corpi dei leoni festeggiano i cani credendo di aver vinto. Ma i leoni rimangono leoni e i cani rimangono cani. Un caro saluto e buona fortuna. (Articolo-lettera scritto nelle vesti di presidente di "Europa Nazione" – www.europanazione.eu)



DEMOCRAZIA MALATA: NIHIL NOVI SUB SOLE INCIPIT Cerchiamo di rispondere, in non più di cinque secondi, al seguente quesito: “Indicare almeno uno stato occidentale nel quale, dal XVIII secolo in poi, la democrazia si sia affermata senza distorsioni, privilegiando esclusivamente i principi insiti nel termine”. 1…2…3…4…5. Nessuna risposta e non potrebbe essere altrimenti: non esiste. DI MALE IN PEGGIO Sulla democrazia malata esiste una florida e qualificata saggistica e anche in questo magazine la tematica è stata più volte dibattuta. Non si possono che ribadire, pertanto, concetti triti e ritriti circa i limiti di un sistema che, però, ha come alternativa delle formule ritenute peggiori dalla maggioranza del genere umano. Forse così non è, ma qui insorge subito il primo paradosso: nel momento stesso in cui, a livello planetario, è la maggioranza delle persone a ritenere la democrazia un sistema di governo imperfetto ma superiore a tutti gli altri, quel sistema viene legittimato come cardine di qualsiasi società che voglia definirsi civile. La necessità di anteporre “forse” alle possibili alternative, imposta da ciò che ci tramanda la storia, inferisce al discorso il colpo di grazia: quelle formule, infatti, afferiscono a una sfera ideale propria di pochi eletti, per lo più filosofi e intellettuali di altissimo rango, capaci di vedere molto più lontano di qualsiasi altra persona. Sono formule, pertanto, che assumono piena valenza solo nella loro caratterizzazione concettuale, senza avere alcuna possibilità di essere efficacemente tradotte nella realtà: i limiti della natura umana, infatti, le renderebbero spurie della loro essenza più nobile, trasformandole in qualcosa di meramente negativo, come di fatto sempre avvenuto quando sono riuscite ad affermarsi. È perfettamente inutile ripercorrere venticinque secoli di storia e basterà dire che la democrazia, sostanzialmente, iniziò a traballare sin dalla nascita in virtù del profondo disprezzo rivolto a coloro che non si occupavano di politica, ritenuti indegni di far parte della comunità, anche se si comportavano in modo irreprensibile. Di fatto si praticava una discriminazione, non scevra di violenza psicologica, antitetica rispetto ai principi del sistema. Le persone colpite dall’ostracismo democratico sono passate alla storia come “idiotes”, termine che ha subito un progressivo slittamento semantico, fino ad assumere il significato attuale, che rende bene l’idea di come si dovevano sentire, ai tempi di Pericle, coloro che di certo "idioti" non erano ma come tali venivano trattati. Assodato, quindi, che la democrazia zoppica e spesso serve come copertura per praticare violenze tipiche delle peggiori dittature, è possibile inquadrare in una corretta ottica le attuali tensioni che, come sempre accaduto in circostanze eccezionali, stanno portando alla ribalta il meglio e il peggio delle persone. Ogni azione manifesta la qualità di chi la pone in essere. Uomini eccezionali compiranno imprese eccezionali; da uomini mediocri o pessimi, inevitabilmente, non possono che scaturire azioni mediocri o pessime. Se questi ultimi, poi governano stati o dirigono importanti enti sovranazionali, la frittata è fatta. In tempi normali i guasti prodotti dalla scarsa qualità dei potenti viene mitigata dalle eccellenze reperibili nella società civile, nel mondo del lavoro e delle professioni. Grazie a loro, sia pure tra mille


difficoltà, la barca va. Con una pandemia come quella che ci sta angustiando da oltre quattro mesi, però, è ben evidente che tutto salta: la barca non può reggere un mare forza dieci se non ha alla guida un bravo capitano coadiuvato da bravi marinai e inevitabilmente affonderà, trascinando nei flutti anche quelle eccellenze, o buona parte di esse, che in precedenza le hanno consentito di restare a galla. Quello che stiamo registrando, dappertutto, riflette l’esempio, con differenze minime tra i vari stati, dal momento che in una scala da zero a dieci i migliori arrivano a cinque (forse), con solo un paio di eccezioni alle quali è possibile conferire la sufficienza. Per non guardare il dito mentre si indica la luna, pertanto, occorre chiedersi perché in tanti paesi nei quali si celebra il mito della democrazia rappresentativa siano solo le mezze cartucce o degli autentici fetentoni a conquistare le leve del potere, provocando gli immani disastri che ben conosciamo. Il sonno della ragione genera mostri, scriveva Goya in un celeberrimo dipinto ed è perfettamente inutile, quindi, passare le giornate a vomitare strali contro i potenti delinquenti e incapaci, soprattutto se si sia corresponsabili del consenso loro tributato. Ciascuno si faccia un serio esame di coscienza e analizzi il proprio agire, prima di sputare sentenze, acquisendo consapevolezza che quasi sempre è il principale responsabile delle proprie sciagure. Ai fini curativi la ricetta è nota e rimanda all’esempio del gatto che si morde la coda: occorre favorire una catartica palingenesi che faccia piazza pulita del marcio che sta soffocando il Pianeta; per fare piazza pulita occorre imparare a scegliere bene i rappresentanti cui delegare il potere politico, mutando completamente il modo di pensare e di agire e diventando, di fatto, più saggi, cosa non certo facile. Occorre avere il coraggio, nei posti di lavoro, di esporre al pubblico ludibrio coloro che creano problemi perché incapaci e raccomandati, soprattutto quando abbiano la facoltà di dare ordini a chi ne sappia più di loro: i capi mediocri, in posizioni apicali per meriti politici, hanno la propensione a fare il vuoto intorno a loro mobbizzando i dipendenti capaci e ciò non dovrebbe essere tollerato. Occorre tenere bene a mente che il motto delle mezze cartucce al potere è “mediocri di tutti il mondo unitevi” e loro sanno fare bene squadra, anche quando siano in posizioni contrappositive, pur di tutelarsi reciprocamente. Per quanto concerne le manchevolezze delle istituzioni comunitarie basta fare riferimento ai tanti articoli scritti in passato: la solfa è sempre la stessa. Circa i problemi del nostro Paese, in questo magazine, che ha la presunzione di volare alto, non è il caso di confondersi col ciarpame mediatico e politico intriso di squallore, intento solo a suonarsele reciprocamente di santa ragione, anche in modo subdolo. Sia i partiti di governo sia quelli di opposizione stanno dando il meglio del loro peggio e i giornali di riferimento, ben allineati, onorano degnamente il compito assegnato: mistificazione e disinformazione. I dibattiti televisivi, da quattro mesi monopolizzati dalla contingenza pandemica, costituiscono una valida testimonianza del bassissimo profilo qualitativo dei protagonisti, fatte salve le solite poche eccezioni, e proprio non serve aggiungere altro. È molto più opportuno e corretto, invece, enfatizzare quella parte buona e sana della società che ci ha consentito di limitare i guasti determinati dalla malapolitica. Medici e operatori sanitari italiani sono i migliori del mondo, ancorché costretti a lavorare in condizioni miserrime per colpa dei farabutti che hanno distrutto la Sanità sia con la frammentazione regionalistica sia con le tante ruberie.


A questi rari nantes in gurgite vasto vada il plauso e la gratitudine dell’intera nazione. I CAN’T BREATHE Otto minuti e quarantasei secondi: tanto è durata l’agonia di George Perry Floyd, afroamericano quarantaseienne, ucciso a Minneapolis lo scorso 25 maggio dal poliziotto Derek Michael, quarantaquattrenne, aduso ad arrotondare lo stipendio fungendo da guardia di sicurezza della discoteca "El Nuevo Rodeo", con la cui proprietaria entrava spesso in conflitto a causa degli scatti d’ira e i modi violenti usati nei confronti dei clienti. La tragica vicenda di Minneapolis ha fatto scoprire al mondo, come non mai negli ultimi tempi, la brutalità e la ferocia del razzismo, essendo chiaro che il colore della pelle ha influito non poco a far sì che il pur violento poliziotto restasse insensibile alle implorazioni della vittima, che tutti abbiamo visto e ascoltato, essendo state filmate dal primo all’ultimo minuto. Le proteste si sono levate immediate e imponenti in ogni angolo del Pianeta e continuano ancora oggi, mentre scrivo questo articolo, dopo ben venti giorni. Un segnale forte, che sta condizionando pesantemente la campagna per le elezioni presidenziali, negli USA, che ora vedono Biden favorito. Ma se anche l’ex vice di Obama dovesse sconfiggere Trump, e chi scrive è convinto che così sarà, cosa cambierà effettivamente? Poco o nulla. Gli Stati Uniti rappresentano l’emblema di come la democrazia sia solo un paravento per mascherare le più bieche scelleratezze dei potenti. Trump e Biden sono senz’altro degli uomini diversi per carattere e stili di vita, ma entrambi incarnano quell’american way of life che tende a dissimulare il vero, elevando l’ipocrisia a dogma. Un americano completamente diverso e migliore, con altissimo profilo culturale e intriso di quei principi etici che dovrebbero essere patrimonio comune di ogni statista, fu fatto fuori grazie a un imbroglio orchestrato dai fratelli Bush nel 2000, quando aveva solo 52 anni: il suo nome è Al Gore e ancora oggi potrebbe rappresentare, considerata l’età dei due contendenti, una valida alternativa alla mediocrità al potere. Proprio l’alto profilo etico-culturale, però, si è rivelato il suo più grande nemico, mettendolo fuori gioco dopo una brillante carriera culminata con gli otto anni alla Casa Bianca quale influente vice di Clinton. Negli USA il Capo dello Stato deve essere (o per meglio dire: deve apparire) un uomo come gli altri, un "brav’uomo" se fosse superiore, un "uomo bravo", inquieterebbe. Che poi siano in tanti a pagare il fio di questo sciocco presupposto non importa: i problemi, per gli americani, vanno affrontati (e spesso "non" risolti) all’interno di questa logica, ancorché per loro stessi penalizzante. Il fratello di George Floyd ha tenuto un toccante discorso al cospetto dei membri del Congresso statunitense, concludendolo con un commosso riferimento alle decine di milioni di persone che stanno manifestando contro il razzismo: "Guarda cosa hai fatto George, stai cambiando il mondo". In queste parole e nella straordinaria testimonianza di solidarietà, ha trovato un minimo di conforto e ciò è un bene. È inutile farsi illusioni, tuttavia, sulla possibilità che il mondo possa effettivamente cambiare perché la misura è colma: sono secoli che la misura è colma e per quanto una generosa illusione sia preferibile a una negazione preconcetta, re-


sta pur sempre una generosa illusione. Gli spontanei e sinceri sentimenti di disgusto per le tragiche vicende statunitensi, tra l’altro, sono costantemente inficiati dagli idioti che la fanno fuori dal vaso, imbrattando statue, chiedendo la rimozione di quelle non gradite, censurando film come "Via col Vento" e comportandosi da perfetti malpancisti, salvo poi dimenticarsi tutto quando il mal di pancia passa e si torna alle normali occupazioni, in attesa di quello successivo. Nel frattempo i poliziotti continuano a uccidere i neri sparando loro alle spalle; in Italia i "caporali" continuano a sfruttare gli immigrati clandestini, chiamandoli "scimmie" e facendo loro bere l’acqua di scolo dei canali; negli stadi non si sentono più gli odiosi cori solo perché le partite si giocano a porte chiuse. No, caro fratello di George, il mondo non cambierà. Nihil novi sub sole, mannaggia.



L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DELL’ESSERE INCIPIT Mi perdoni Milan Kundera se gli rubo il titolo del suo più celebre romanzo, ma è impossibile trovarne uno più bello e appropriato per il tema del mese, che rimanda anche a un altro grande scrittore, J.R.R. Tolkien, capace di rappresentare l’essere umano in tutte le sue manifestazioni, nel bene e nel male, ivi comprese le infinite sfumature intermedie. La storia dell’umanità, a leggerla attentamente, si può assimilare a un’opera letteraria o teatrale nella quale la realtà prenda il posto della fantasia. Una infinita fiction che vede l’alternanza degli attori, generazione dopo generazione, senza che la storia cambi. E la storia è molto triste, perché da sempre la maggioranza degli esseri umani è succuba di minoranze spietate. Una spietatezza che talvolta ha raggiunto disumani livelli di ferocia, soprattutto durante i terribili sconvolgimenti epocali, senza che le vittime abbiano mai tratto utili insegnamenti per favorire una radicale inversione di tendenza. Nulla lascia presagire, almeno per ora, che la storia possa cambiare prima che il sole, tra circa tre miliardi di anni, iniziando il suo lunghissimo canto del cigno, trasformerà in torce umane gli ultimi indegni occupanti del Pianeta, sempre che non avessero già provveduto da soli ad estinguersi, con largo anticipo. PROLOGO "Speravo che mio figlio si avviasse a diventare un uomo d’affari intelligente e astuto e che non fosse tanto sciocco da lasciarsi distrarre dal proprio dovere dalle declamazioni di tutti coloro che fanno discorsi magniloquenti. Ad arruolarsi sono soltanto gli sciocchi. Nell’esercito non si può imparare niente di utile. Qui, a Pittsburg, non c’è nessun onore a partire. Tutti rimangono a casa, se gli è possibile, e si parte solo se non si può fare diversamente. Chi può pagare dei sostituti lo fa, senza per questo screditarsi. Capirai col tempo che un uomo può essere un ottimo patriota senza rischiare la vita o sacrificare la salute. Ci sono tantissime vite meno preziose della tua ed altrettante persone pronte a servire per amore del servizio". (Lettera di Thomas Alexander Mellon, cinico imprenditore, discutibile giudice, losco avvocato, patriarca di una potente famiglia e fondatore della Mellon Bank, scritta al figlio Thomas Alexander Jr. per indurlo a desistere dai propositi di arruolarsi nell’esercito nordista durante la guerra di secessione, dai capitalisti sfruttata spudoratamente per arricchirsi. Il riferimento ai "sostituti" riguarda la possibilità, per i coscritti, di farsi sostituire da volontari, che ovviamente ricevevano un compenso. I poveri emigrati furono tra i maggiori fruitori di questa opportunità, accettata solo per assicurare un sostegno economico alle famiglie e con la consapevolezza che in tanti non avrebbero fatto ritorno a casa). I FATTI CHE PARLANO. AL VENTO La lettera di uno dei tanti re della finanza, che negli USA fondarono i rispettivi imperi economici massacrando i nativi e sfruttando gli emigrati, è emblematica dello scontro titanico tra le principali componenti dell’essere: idealismo e pragmatismo. In ogni epoca vi sono stati uomini brillanti, disposti a sacrificare la vita per il bene comune; parimenti non sono mai mancati coloro disposti a tutto pur di trarre il massimo vantaggio da guerre, carestie, pandemie. Filosofi, letterati e scienziati da sempre si affannano a suggerire le soluzioni per un mondo ideale: “Sorge


nell'alta campagna un colle, sopra il quale sta la maggior parte della città; ma arrivano i suoi giri molto spazio fuor delle radici del monte […] dentro vi sono tutte l'arti, e l'inventori loro, e li diversi modi, come s'usano in diverse regioni del mondo. Nel di fuori vi son tutti l’inventori delle leggi e delle scienze e dell’armi”. Tommaso Campanella così sognava, quattro secoli orsono, reiterando buona parte di quanto già sancito da Platone, ben diciannove secoli prima. I tanti vagheggiati progetti per un mondo migliore continuano a essere oggetto di studio (severo e non) nelle aule dei licei e delle università umanistiche, senza però produrre effetti concreti sul comportamento umano, che addirittura sembra scivolare verso forme regressive, in un processo che è inversamente proporzionale al vertiginoso progresso tecnologico, frutto della genialità di minoranze eccelse. La pandemia in atto ha favorito l’ennesimo ampio dibattito sulla possibile catartica palingenesi e sono tanti coloro che si affannano a pronunciare, con enfasi reboante e ridicolo tono convinto, una frase che non si configura nemmeno come mera speranza: “Il mondo dopo la pandemia non sarà più lo stesso”, lasciando sottendere che finalmente si stia imparando qualcosa per migliorarlo. Con una cecità mentale che sgomenta, non si rendono conto di essere smentiti in tempo reale dalla cronaca quotidiana: nonostante la pandemia continui a mietere vittime e non si sappia quando sarà disponibile un vaccino efficace, la maggioranza del genere umano ha rimosso il problema dalla propria mente, comportandosi con quella irrazionalità che si può definire un’insostenibile leggerezza dell’essere e richiama tanto la visione parmenidea tra il non essere e l’essere quanto l’idea nietzschiana dell’eterno ritorno di tutte le cose, indipendentemente da ciò che accada, fino a banalizzarsi nella più elementare visione vichiana dei corsi e ricorsi. Criminali e speculatori si comportano come sempre, considerando le disgrazie manna dal cielo, alla pari dei politici, pronti a scarificare vite umane pur di correre dietro ai desideri insulsi delle masse amorfe e incapaci di discernere il grano dal loglio, salvo scaricarsi vicendevolmente addosso le reciproche colpe quando avvertono i fendenti della zappa sui piedi. Niente di nuovo sotto il sole. L’ETERNO CRUCCIO DEGLI UOMINI SENZA QUALITÀ. Quante volte l’ho scritto, negli ultimi cinquanta anni, e chissà quante altre volte lo scriverò ancora: “Dietro ogni azione si cela la qualità di chi la pone in essere; da uomini di qualità scaturiranno azioni eccelse; uomini senza qualità, soprattutto se insigniti di grande potere, non potranno che generare disastri”. Senza affannarci in una complessa disamina della storia umana, limitiamoci a disegnare, con pennellate rapide ma significative, il quadro umano del nostro continente, riservandone poche altre, ancora più rapide, al resto del mondo, perché di più non si può. E non serve. ALBANIA. Il capo dello Stato è Ilir Meta, socialista a denominazione di origine controllata, emblema dello spregevole e spregiudicato rampantismo che caratterizza i socialisti: nel 2009 non esitò ad allearsi con il rivale di destra Saki Berisha pur di ottenere il ruolo di viceprermier, ministro degli esteri e ministro dell’economia, commercio ed energia. Tanto per non farsi mancare nulla nel curriculum del perfetto socialista, nel 2011 fu il protagonista dei loschi affari connessi a una duplice tangente sulla costruzione di una centrale idroelettrica: 700mila euro una tantum e il 7% del fatturato. Nel 2015 venne fuori un secondo scandalo relativo a fatti del 2010: tangenti cospicue elargite da una società di recupero crediti favorita


nell’ottenere la commessa da parte della società creditrice (circa 200milioni di euro da recuperare). In un paese con alto tasso di corruzione (106° posto tra i 180 paesi oggetto delle analisi di Transaprency International), con questi brillanti presupposti, nel 2012 si aggiudica l’ambito premio destinato alla "personalità più positiva in politica estera" e nel 2017 corona la brillante carriera con l’elezione alla presidenza della repubblica. Per onestà intellettuale va anche detto che, in siffatto torbido coacervo, brilla la figura del Premier Edi Rama, del quale proprio non si può dire nulla di male: è la classica rondine che non fa primavera, nonostante i brillanti risultati conseguiti nella lotta contro i trafficanti di droga e la generosità dimostrata nei confronti dell’Italia durante l’emergenza pandemica, non certo inficiata da eventuali calcoli di convenienza politica per il ritorno d’immagine. BELGIO. Non figura tra i 180 paesi per i quali si misura la corruzione, percepita in modo massiccio dai cittadini. Oltre il 65% non si fida della pubblica amministrazione e della magistratura; il 70% ritiene il governo manovrato da poche subdole entità, aliene da qualsivoglia presupposto etico. Le croniche difficoltà nella composizione del governo dopo le elezioni, del resto, evidenziano l’esacerbata lotta per la gestione del potere. Il Paese è profondamente diviso tra i Fiamminghi (discendenti dei Germani) e i Valloni (discendenti dei Celti, francofoni), che si odiano sin dalla fine dell’Impero Romano. Il livello di criminalità, 48,43%, seppur si configura come "moderato" nella scala ufficiale, risulta decisamente alto per un paese di soli undici milioni di abitanti. BULGARIA. Il volto malato del socialismo è quello del giogo militare che governa il Paese più povero dell’Unione Europea. I cittadini esasperati per l’alto tasso della corruzione si danno fuoco e proprio non serve aggiungere altro. CECHIA. Al 44° posto nell’indice della corruzione, che non è cattivissimo, ha come capo del Governo uno dei personaggi più singolari e controversi della politica europea: il plurimiliardario Andrej Babiš, con un passato nella Polizia segreta comunista. Nel 2015 fu indagato dalla Polizia ceca e dall’OLAF (Ufficio europeo per la lotta antifrode) a causa di sovvenzioni illegali dell’Unione Europea gestite da un’azienda anonima. A seguito delle accuse formali, che sancirono una frode di due milioni di euro, gli fu revocata l’immunità parlamentare nel settembre 2017. Nel dicembre dello stesso anno, però, fu rieletto e in tal modo scampò ai rigori della giustizia. FRANCIA e GERMANIA. Non serve sprecare molti righi. Seppure caratterizzati da buone posizioni in tema di corruzione (rispettivamente 23° e 9° posto), rappresentano una vera palla al piede per un sano processo federativo. Con loro è già difficile costruire un’Europa migliore, figurarsi un mondo migliore. GRECIA. I maltrattamenti subiti dall’Europa dei mercanti non possono lasciare sottaciuti i limiti di una società malata fino al midollo, che ha sempre premiato una classe politica composta da reietti. Alto il livello di corruzione e ben noti gli eccessi in tema di assistenzialismo alla base del grave default economico. PAESI BALTICI, POLONIA, SLOVACCHIA, SLOVENIA, ROMANIA, UNGHERIA. Per questi paesi i dati statistici, da soli, non offrono una "chiara" rappresentazione della realtà sociale. Addirittura figurano nella parte buona o ottima delle classifiche che misurano l’indice della corruzione e la qualità della vita. Ben altra cosa, traspare, tuttavia, da un approfondimento diretto, che evidenzia le gravi distonie sociali e, soprattutto tra i giovani, una più marcata spaccatura tra la minoranza che


eccelle e la maggioranza pervasa dal profondo vuoto culturale, propensione agli eccessi sfrenati, mancanza di regole, consumo smodato di droghe e alcool. Prevedere gli scenari futuri, ovviamente, non è impresa facile. Le premesse però, non sono certo positive: le minoranze che eccellono per intelligenza e preparazione culturale non necessariamente, quando conquisteranno posizioni di potere, decideranno di mettere le proprie capacità al servizio del bene comune e se qualcuno dovesse essere tentato in tal senso, come spesso accaduto, avrebbe vita molto difficile. PENISOLA IBERICA In linea di massima vale anche per Spagna e Portogallo quanto scritto sopra. PAESI DEL NORD EUROPA Sono i cosiddetti paesi virtuosi, da sempre in cima alla classifica per qualità della vita. Proprio questa loro "superiorità", però, li porta a guardare con la puzza sotto il naso il resto del mondo. Pensare di coinvolgerli in un processo di cambiamento radicale o di vederli favorevoli a federarsi negli Stati Uniti d’Europa, sotto un’unica bandiera, è una pia illusione. Come più volte scritto, però, una grande Europa "unita" è la conditio sine qua non per incidere positivamente sul resto del Pianeta e quindi non se ne esce. STATI UNITI E AMERICA LATINA Dei primi ne abbiamo parlato diffusamente in questo magazine e continueremo a parlarne. Nel numero 48 (ottobre 2016) tratteggiammo le ragioni recondite del decadentismo statunitense, consolidatosi progressivamente sin dai tempi della guerra di secessione e sfociato con l’elezione di Donald Trump. Un paio di presidenti che si discostano dalla mediocrità imperante non hanno potuto comunque incidere più di tanto in una società solidamente ancorata ai nefasti presupposti del capitalismo rampante e spietato: penso a Kennedy, per esempio, che fu subito eliminato, e a Obama, il quale, pur avendo la forza di resistere per otto anni, nulla ha potuto contro il potere delle lobby, responsabili del nefasto sistema sanitario e favorevoli al mantenimento di quell’assurdo secondo emendamento, che consente a tutti di acquistare armi micidiali come se fossero caramelle. A novembre arriverà Biden, che di sicuro fa un figurone rispetto a Trump, ma che comunque incarna il postulato del "brav’uomo" che tanto piace agli americani, incapaci di apprezzare "l’uomo bravo", giudicato pericoloso perché metterebbe le cose a posto creando una società più equa e giusta, cosa che nessuno vuole né nel fronte democratico né in quello repubblicano: i privilegi sono privilegi e vanno tutelati. Ne sa qualcosa Al Gore, che sarebbe stato semplicemente il miglior presidente della storia statunitense. Il semplice e drammatico fatto, poi, che l’elezione di Biden scaturirà precipuamente dalla crisi pandemica – prima non vi era nessuno che avrebbe scommesso un dollaro contro la rielezione di Trump – la dice lunga sui grossi limiti della società statunitense. Nell’America Latina la corruzione delle coscienze è insita nel DNA e il gap tra una realtà sociale di infima qualità e i più elementari presupposti etici è incolmabile. Altro che catartica palingenesi! ITALIA Sorvoliamo, per ovvi motivi, sul periodo fondazione di Roma-fine del fascismo (che però rivelerebbe uno spaccato umano e sociale molto significativo, se analizzato senza pregiudizi) e soffermiamoci sul periodo repubblicano.


Dal 1946 a oggi abbiamo avuto ventinove capi del governo: sedici della DC (che ha guidato ininterrottamente il governo dal 1946 al 1981; dal 1982 al 1983; dal 1987 al 1992); due socialisti (compreso Giuliano Amato, considerato impropriamente "indipendente"; un socialdemocratico (Spadolini); quattro tecnocrati (Ciampi, Prodi, Dini, Monti); un comunista (D’Alema); un radical chic (Enrico Letta), due cazzari fatti loro (Berlusconi e Renzi); un maggiordomo di rappresentanza (Gentiloni), un indipendente presentato da Bonafede a Di Maio per superare il veto incrociato Di Maio – Salvini (Conte) che, per onestà intellettuale, paradossalmente, va distinto da tutti gli altri perché quanto meno non gli si possono rimproverare pericolose collusioni e merita comprensione, in questo squallido quadro, per non essersi dimesso dopo la fine del primo governo da lui presieduto a causa del colpo di sole di Salvini, che non aveva previsto il guizzo venefico della serpe Renzi. Sui guasti prodotti dal pentapartito non si può che rimandare alla florida saggistica disponibile, essendo impossibile descriverli compiutamente in un articolo. Le tragiche conseguenze della malapolitica, del resto, le stiamo scontando ancora oggi, quotidianamente: regionalizzazione, dissesto idro-geologico, viabilità, sanità a pezzi, urbanizzazione incontrollata, collusioni con la criminalità organizzata e con le mafie e chi più ne abbia più ne metta. Lo stesso dicasi per la devastante opera di Berlusconi, che ha inciso negativamente sulla società sia come imprenditore sia come politico. La situazione attuale è sotto gli occhi di tutti e il bassissimo profilo della classe politica viene reso ancora più evidente dalla crisi pandemica. Alla ribalta della cronaca gli accordi sottobanco per favorire l’elezione di Prodi alla presidenza della Repubblica, con l’aiuto di Berlusconi, che afferiscono alla propensione utilitaristica nella gestione del potere. Non mancano, tuttavia, azioni che nascono "in buona fede", mettendo in luce l’assoluta inadeguatezza al ruolo dei proponenti, che è anche più pericolosa della propensione delinquenziale. È il caso, per esempio, del sindaco di Milano, che ha suggerito di elargire stipendi più alti ai pubblici dipendenti del Nord a causa di un più elevato costo della vita. Di suggerire la riduzione dei prezzi non gli è proprio passato per la mente. La crisi della magistratura atterrisce e sgomenta ed è sintomatica del progressivo "abbassamento" della qualità dei soggetti agenti, segno dei tempi ma sicuro retaggio anche delle micidiali mattanze che hanno messo a tacere i migliori. Ogni giorno si assiste all’arresto di centinaia di persone occupate nella pubblica amministrazione, negli enti locali, ovunque sia possibile rubare, truffare, corrompere e lasciarsi corrompere e nasce spontanea la domanda se vi siano davvero dipendenti onesti in servizio. Un discorso a parte meritano i giovani, vere canne al vento, al netto dei pochi geni capaci di incidere positivamente nella società anche a venti anni. Ramenghi, in uno spaventoso vuoto esistenziale, consumano gli anni più belli della loro vita annullandosi tra droga e alcool, spesso rimettendoci la vita. “Faber est suae quisque fortunae”, si diceva nell’antica Roma già ventidue secoli fa, ma non possiamo liquidare il grave problema con una semplice battuta: noi adulti abbiamo una terribile responsabilità per il mondo che abbiamo lasciato in eredità ai nostri figli e nipoti e non serve giustificarsi asserendo che noi e i nostri genitori abbiamo ereditato il mondo sconvolto dalle due grandi guerre mondiali e lo abbiamo ricostruito. Non è possibile l’equiparazione temporale a causa dei sostanziali sconvolgimenti scaturiti dal vertiginoso progresso tecnologico, che ha lasciato "indietro" una buona fetta di umanità, incapace di marciare con pari velocità. Le frenesie del mondo contemporaneo hanno sconvolto la mente umana, inculcando falsi miti, velleitari e


pericolosi. I conflitti generazionali afferiscono alla storia dell’evoluzione e sono sempre esistiti, ma nell’ultimo mezzo secolo hanno raggiunto progressivamente picchi insostenibili e nell’ultimo ventennio non è neppure il caso di parlare di scontro generazionale: il fenomeno ha assunto proporzioni tali che sfociano nell’assoluta incomunicabilità. I genitori sono sempre più incapaci di assolvere il loro compito primario e i figli, abbagliati dai falsi miti di cui sono prigionieri, li vessano con richieste assurde e comportamenti irresponsabili. L’amore nei confronti dei figli non muta con il fluire dei tempi e tanti genitori si disperano e si annullano per soddisfare i desideri di figli arrabbiati e perennemente insoddisfatti, che vedono nel divertimento continuo l’unico elemento importante della loro esistenza. La movida, nata in Spagna al termine della dittatura di Francisco Franco come movimento libertario, si è diffusa rapidamente a livello planetario diffondendo la sub-cultura del tutto è lecito: droga e alcool ne sono gli elementi portanti, associati a quella libertà sessuale che però è un po’ più difficile da digerire da una buona fetta dell’universo maschile. La movida richiede come elemento ineludibile, ai fini della sua pratica, "l’assembramento". I giovani devono stare gli uni addosso agli altri; devono toccarsi, devono costituire un tutt’uno che infonde a ciascuno forza e senso di protezione. Vietare l’assembramento equivale a togliere a un drogato le sue dosi o sostituire con l’acqua il vino dell’alcolizzato. Il divieto fa impazzire e sono letteralmente impazziti i milioni di giovani costretti al forzato ritiro nei mesi scorsi. Un impazzimento che, ai primi segnali di "fuori tutti", ha generato quella pericolosa rimozione mentale del problema, che ora rischia seriamente di generare la temuta seconda ondata. Il problema esiste e non è glissando che si risolve. Purtroppo, però, non è risolvibile con un colpo di spugna e si può solo fare tesoro di questa drammatica esperienza affinché si comincino ad adottare le necessarie contromisure. Non serviranno a migliorare il mondo, ma forse contribuiranno a non farlo peggiorare o addirittura a distruggerlo. L’impresa non è facile, tuttavia, perché un sano processo educativo dei figli presuppone la capacità in tal senso da parte di chi il processo deve attuare, genitori e scuola. E qui casca l’asino. Da un lato è evidente che tale capacità manca sia nelle famiglie sia nella scuola, dall’altro bisogna considerare i grossi problemi insisti in un eventuale "processo formativo dei possibili formatori", attualmente del tutto privo di risorse e strumenti adeguati. Immaginiamo un corso di formazione per meccanici nel quale si insegni a intervenire sulle auto degli anni settanta e ottanta del secolo scorso: cosa proveranno, i novelli meccanici, quando dovranno riparare le modernissime auto computerizzate? La didattica psicologica al servizio dei genitori assomiglia proprio a quel vecchio corso perché risente delle distonie del pensiero post sessantottino, che per buona parte ha contribuito a creare i primi avvelenamenti del terreno sul quale hanno poi pascolato milioni di giovani. Che cosa fare, quindi? Bisognerebbe avere il coraggio, cosa non facile, di ammettere che è stato sbagliato tutto e tutto va azzerato con un colpo di spugna netto, per poi ripartire con nuove prospettive che, per certi versi, devono ricalcare quelle vecchissime. Rigore comportamentale e amore per la cultura, inculcati sin dalla più tenera età, costituiscano la base per la formazione delle nuove generazioni. Quanti giovani, oggi, a venti anni, hanno letto i classici della letteratura che hanno costituito il pane quotidiano delle vecchie generazioni? Se "obblighiamo" i ragazzi delle scuole primarie, secondarie e superiori a seguire percorsi formativi particolari, stimolando passioni per la musica classica, per la lettura, per l’impegno civico, per il rispetto degli adulti, il porteremo alle soglie dell’università ben vaccinati contro le tentazioni offerte dalla parte malsana della società, che tra l’altro deve essere combattuta con


armi più efficaci di quelle oggi utilizzate. Come detto innanzi la natura umana avrà sempre il sopravvento su ogni intervento correttivo, ma una buona iniezione di "qualità" potrà ridurre sensibilmente i danni, almeno nell’emisfero occidentale, perché nel resto del mondo è proprio dura. IL RESTO DEL MONDO “A me non importa se in una famiglia con dieci figli ne muoiano nove attraversando il Mediterraneo o il deserto, l’importante è che l’ultimo figlio rimasto possa trovare lavoro in Europa e invii soldi che ci consentano di terminare la costruzione della moschea”. (Frase di un imam della Guinea, citata dall’esploratore Filippo Tenti, conduttore del programma televisivo "Overland" nella puntata del 20 agosto 2019, replicata in data 12 luglio 2020 e disponibile sulla piattaforma "Raiplay"). Le guerre di religione costituiscono un primario ostacolo alla realizzazione di un mondo migliore e il radicalismo islamico non è debellabile. Seppure è giusto distinguere l’islamismo moderato da quello che alimenta il terrorismo, è bene ricordare che i musulmani non ammettono la libertà di culto, considerando "infedeli" tutti coloro che non professano la loro. Come convivere, amorevolmente, con chi pratica l’infibulazione, la lapidazione, considera la donna un oggetto e sia pervaso da usi e costumi che nulla hanno a che vedere con la civiltà? Medio Oriente, Russia, Cina, altri paesi dell’Asia, Africa, offrono, nell’insieme, un coacervo di problematiche interne che si sommano, in un inestricabile intreccio, a quelle generate da un Occidente spietato nello sfruttamento delle risorse e della mano d’opera. La Francia, per esempio, contribuisce sensibilmente a perpetuare il sottosviluppo del continente africano grazie al signoraggio praticato in ben quattordici paesi (Camerun, Ciad, Gabon, Guinea Equatoriale, Repubblica Centrafricana, Repubblica del Congo, Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo, per una popolazione totale di circa 160 milioni di persone) in violazione degli accordi di Maastricht, con il colpevole beneplacito delle Istituzioni internazionali. Con il cambio fisso e l’obbligo per i succitati Paesi di depositare il 50% delle riserve valutarie nella Banca di Francia, il Paese transalpino si assicura una giacenza media di dieci miliardi di euro con i quali sopperisce a buona parte della spesa pubblica interna. Con quei soldi, invece, si potrebbero finanziare importanti progetti per lo sviluppo dei Paesi africani e salvare tante vite umane. La Cina "comunista" non è da meno nel praticare il più bieco capitalismo, depauperando vaste zone del continente nero. In Guinea, per esempio, con una semplice concessione per l’estrazione della bauxite, distrugge immense foreste e rade al suolo intere colline, trasportando il terreno in patria. Nel terreno, però, oltre alla bauxite vi è molto altro, a cominciare dall’oro e dai diamanti. Le colonne sterminate di camion che vanno continuamente avanti e indietro, dai luoghi saccheggiati al porto, sollevano una tale quantità di polvere che oscura il cielo per poi depositarsi sui campi coltivati dai poveri contadini, distruggendo il raccolto. “La Cina ha sistematicamente perseguito una politica di accaparramento, tra l’altro in maniera pacifica, sfruttando semplicemente gli accordi commerciali. Oramai il 30% del debito africano è nei confronti della Cina, capace di piazzarsi nei gangli essenziali della geo-politica africana, mentre il mondo ha smesso di essere occidentalocentrico, fenomeno che si vede meglio proprio in Africa”. (Massimo Amato, docente di storia economica presso l’università Bocconi di Milano; citata puntata di “Overland”).


La Turchia è un prezioso alleato militare dell’Occidente e di quel Paese non serve certo ribadire il grande deficit democratico. Sulla Russia è meglio tacere per tante ragioni, perché se da un lato spaventa l’egemonia putiniana, ancor più spaventa quello che potrebbe accadere con la sua uscita di scena, quando il Paese, irrimediabilmente, sarà preda della guerra tra le bande che si contenderanno il potere, più o meno come accaduto in Libia dopo la scomparsa di Gheddafi. Molto altro si potrebbe aggiungere, ma quanto detto basta e avanza per sopprimere ogni illusione, anche se le illusioni aiutano a vivere e, come diceva qualcuno, sono da preferire alle negazioni preconcette, anche di quelle di chi scrive. Buona vita a tutti, quindi, e che tante belle illusioni colorino i vostri giorni.


MAFIA E SBARCO ALLEATO IN SICILIA: BASTA CON LE MISTIFICAZIONI RaiStoria non è male: nel coacervo dei programmi insulsi trasmessi dalla TV pubblica si distingue per un’offerta che si può senz’altro definire soddisfacente, soprattutto per la ricca disponibilità di materiale documentaristico. Nulla a che vedere, per esempio, con i filmati trasmessi da History Channel, strutturati secondo gli orribili canoni della sub cultura statunitense modello "Selezione dal reader’s digest" (per i giovanissimi: romanzi con molte parti riassunte, in modo da ridurne sensibilmente il numero delle pagine), per di più intrisi di mistificazioni così grossolane da far restare a bocca aperta, quando non proprio inguardabili, come quelli farneticanti, replicati a iosa, che parlano delle possibili "minacce aliene", forse per distrarre il facilmente abbindolabile pubblico americano da quelle terrestri, reali e molto più pericolose. Pur conferendo a RaiStoira un voto più alto della sufficienza, tuttavia, qualche crepa, di tanto in tanto, soprattutto nella narrazione della Second Guerra Mondiale, la si rileva. Recentemente ho avuto modo di vedere una puntata di "Passato e Presente", programma condotto da Paolo Mieli, dedicato al bandito Salvatore Giuliano. Lasciamo stare la vicenda banditesca e soffermiamoci su quanto asserito dallo storico presente in studio, il cui nome non rivelo per non offrirgli immeritata pubblicità, relativamente agli accordi tra mafia e americani in occasione dello sbarco in Sicilia, nel 1943. Alla precisa domanda di Paolo Mieli, lo storico, siciliano, ha risposto testualmente, con la voce quequera tipica di chi faccia fatica a trovare le parole giuste per rendere credibili tesi palesemente menzognere: “Ma nooo…. sono entità qu… sproporzionate… l’influenza che poteva avere la mafia e la gestione di uno dei più grandi… delle più grandi operazioni militari della Seconda Guerra Mondiale… è vero che arrivati in Siciliaaa… gli angloamericani cercarono l’antifascismooo… i mafiosi spesso dicevano noi siamo stati antifascisti, i notabili dicevano siamo stati antifascisti perché… il fasc… o comunque non siamo stati fascisti perché il fascismo in Sicilia non c’è stato e… sopr… l’amministrazione alleata cercava di interloquire con chi c’era… coi partiti antifascisti man mano che si formavano, ma erano debolissimi, e con questi gruppi anche… ad esempio separatisti, che erano in grado di far credere di essere forti, che poi fossero così forti si sarebbe presto visto che non era così. Però furono in grado di farsi prendere sul serio e quello che ne venne fuori è quell’autonomia regionale che allora sembrò una cosa comunque molto innovativa”. Al di là della sconclusionata esposizione, non certo degna di un cattedratico, e delle inesattezze sulla consistenza del fascismo nell’isola, che ebbe notevole impulso soprattutto grazie a Giovanni Gentile, tra l’altro senza mai raggiungere gli eccessi che si registrarono altrove, il dato importante che emerge è la negazione della commistione tra mafia e forze alleate. Lo storico è in buona compagnia, almeno nell’isola. Sono davvero tanti i negazionisti, anche titolati, che si rifiutano di accettare una semplice verità: gli Alleati cercarono e ottennero l’aiuto della mafia per sbarcare in Sicilia e la ripagarono lautamente con prebende e importanti incarichi, proprio come accaduto nel 1860, con l’arrivo di Garibaldi. Un docente universitario catanese si è preso addirittura la briga di scrivere un lungo articolo per criticare Pierfrancesco Diliberto, meglio noto come Pif, regista del bellissimo film "In guerra per amore", nel quale, sia pure corroborato da una trama immaginifica, il rapporto mafia-Alleati viene magistralmente descritto, mettendone in luce le caratterizzazioni peculiari. Non contento, gli ha anche replicato su YouTube con un


video nel quale, arrampicandosi sugli specchi, reitera le argomentazioni negazioniste. Cerchiamo di mettere un punto fermo su una querelle che non ha ragione di esistere, con buona pace di chi intenda spacciare lucciole per lanterne, quali che ne siano le ragioni. La pubblicistica seria sulla campagna d’Italia è davvero sterminata e le vicende sono narrate nel loro effettivo svolgimento quasi "minuto per minuto", sempre supportate da una ricca documentazione relativa agli aspetti politico-diplomatici. In buona sostanza, vi è ben poco da scoprire. Voglio proporre questa tematica, pertanto, rendendo omaggio proprio al bravo regista siciliano, riportando alcune battute iniziali del film, che avrebbe meritato più successo di quello ottenuto. Pif ha narrato fatti drammatici con delicato stile e raffinata ironia, senza tralasciare la citazione dei personaggi "reali" che, di quei fatti, in qualche modo, furono co-protagonisti. Voce fuori campo: “Tutto era incominciato nel gennaio 1943. L’Europa era da tempo dominata dai nazisti e Hitler aveva come fedele alleato l’Italia fascista di Benito Mussolini”. Ci spostiamo nella sala ovale della Casa Bianca e si vede Franklin Delano Roosevelt che vi entra. La voce fuori campo continua: “Gli Stati Uniti, assieme agli Alleati, decisero di aprire finalmente un fronte in Europa per liberarla dalla dittatura”. Il presidente Roosevelt prende la parola al cospetto dello staff: “E per fare questo, dobbiamo passare di qua: Sicilia, a sud dell’Italia. È qui che sarà deciso il futuro del mondo ed è nostro compito portare al mondo la prosperità, la democrazia e la libertà”. Cambio di scena: siamo nel carcere di Dannemora, un piccolo centro nello Stato di New York, a poche miglia dal confine col Canada. La voce fuori campo continua: “Nonostante l’ottimismo del presidente Roosevelt, gli americani ne sapevano poco della Sicilia. Per preparare un piano militare a regola d’arte chiesero aiuto a una loro vecchia conoscenza”. La scena si sposta all’interno di una cella. Un detenuto parla con un militare. “Penso di aver capito la questione, maggiore, ma andiamo al sodo: cosa volete da Lucky Luciano?”. (L’uomo che parla è proprio il quarantaseienne mafioso siciliano, da oltre dieci anni principale boss della criminalità organizzata negli USA, anche se rifiutò di proclamarsi "capo dei capi" per evitare una guerra con Al Capone, anch’egli in forte ascesa. È in prigione dal 1936, ma continua serenamente a gestire gli affari criminali dal carcere). “Sappiamo che fuori di qua ha molti amici che tengono a lei. Il governo degli Stati Uniti vuole che lei convinca i suoi compatrioti che vivono in America ad aiutarci. Informazioni, foto, mappe. Qualsiasi cosa ci possa essere utile in Sicilia. Basterebbe una sua parola per farli collaborare”. “E per quale motivo dovrei dire questa parola?”. “Lei ha ancora molto tempo. Quanto? Circa cinquanta anni, se non sbaglio. Forse… potremmo trovarle una specie di hobby. (Sorrisino sardonico). Gli amici servono anche a questo, no?”. Lucky Luciano annuisce. Non ci è dato sapere se il colloquio si sia svolto proprio in quei termini: le trattative Stato-mafia non vengono certo filmate o registrate, ma il succo non può essere molto diverso, come i fatti successivi avrebbero ampiamente dimostrato. Per comprendere bene ciò che accadde, però, bisogna fare un salto all’indietro.


La mafia costituì il principale ostacolo alla "fascistizzazione" della Sicilia in virtù di un controllo del territorio che, evidentemente, non intendeva condividere con nessuno e men che mai con lo Stato. Nel 1924 Mussolini decise di bonificare l’isola e inviò il prefetto Cesare Mori, che si era già distinto, dal 1903 al 1914, per fermezza di carattere e determinazione nel combattere la criminalità organizzata nell’area trapanese; in Sicilia ritornò anche nel 1916 per reprimere il brigantaggio. Mori non deluse le aspettative e colpì duramente le cosche mafiose, inducendo molti criminali, sfuggiti alla cattura, a scappare negli USA, dove costruirono una fitta rete criminale e importanti imperi economici. Riuscì anche a svolgere una efficace opera formatrice nei confronti dell’opinione pubblica, facendo sentire la presenza dello Stato sul territorio. Dopo il primo momento di sbandamento, però, le forze occulte in combutta con la mafia si organizzarono per frenare la sua azione demolitrice: i grandi latifondisti, che utilizzavano la manovalanza mafiosa per il controllo dei vasti possedimenti agricoli, furono i più determinati nel combattere l’azione di bonifica sociale, riprendendo fiato e piena operatività già a partire dal 1929, anno in cui il prefetto andò in pensione. Lo scoppio della guerra creò condizioni ottimali per i mafiosi che, da sempre, ambivano a staccare la Sicilia dal resto d’Italia. Nel 1942 nacque il Movimento per l’Indipendenza della Sicilia, che inglobò esponenti politici eterogenei e fu guidato da un triumvirato composto dal conte massone Lucio Tasca, dal liberale massone Andrea Finocchiaro-Aprile e dal mafioso don Calogero Vizzini. Lo sbarco alleato del ΄43 costituì una insperata e ghiotta occasione per occupare spazi ancora più consistenti nel territorio, grazie alla facilità con la quale i mafiosi indussero la popolazione, già di per sé ben predisposta, ad accogliere calorosamente le truppe anglo-americane. I legami con i potenti "compari" negli USA erano ben solidi e ciò era noto alle autorità statunitensi che, già nel 1939, per quanto formalmente neutrali, avevano iniziato un massiccio rifornimento di armi e beni di conforto ai nemici dell’Asse, in particolare agli inglesi. Il porto di New York diventò un nodo cruciale per la partenza delle navi dirette in Europa e il Governo temeva fortemente le azioni di sabotaggio favorite dalle spie italiane e tedesche. Uno dei massimi responsabili dell’intelligence, pertanto, il maggiore Radcliffe Haffenden, pensò di rivolgersi proprio a Lucky Luciano per chiedere il concreto aiuto della mafia. Il boss non si fece pregare e ordinò ai suoi uomini di sostenere pienamente l’attività "solidaristica" degli USA nei confronti dell’Europa caduta sotto il giogo nazista: in men che non si dica l’intera rete spionistica italotedesca fu messa a tacere e tacitati furono anche i sindacati affinché non creassero problemi durante le operazioni di carico del materiale bellico. Massimo Lucioli, nel saggio "Mafia & Allies" (edizioni Scripta Manent, 2005), tratta compiutamente questa fase prodromica dei successivi avvenimenti, per i quali fa testo la dichiarazione di Moses Poliakoff, l’avvocato di Lucky Luciano, che ammise tranquillamente di essere stato contattato, nel 1942, dal Procuratore distrettuale della contea di New York, su delega dei servizi segreti, per indurlo a fungere da intermediario nei rapporti con il suo cliente. Lucky Luciano segnalò agli americani i nominativi dei mafiosi residenti in Sicilia sui quali si poteva contare ciecamente per l’operazione Husky. L’Office of Strategic Services selezionò militari con radici siciliane e creò una rete di contatti con tutti gli antifascisti residenti nell’isola, a cominciare dai potenti membri del Movimento per l’Indipendenza della Sicilia. Il principale interlocutore di Lucky Luciano fu Calogero Vizzini, che mise a disposizione degli americani sia i latifondisti affiliati al MIS sia i mafiosi. L’ufficiale di collegamento fra Vizzini e Luciano fu un altro famoso


mafioso, Vito Genovese, successivamente scelto come interprete e prezioso "aiutante" dal colonnello Charles Poletti, capo degli affari civili del Governo militare alleato di stanza nella Napoli liberata dai nazisti. Genovese fece affari d’oro con il mercato nero dei generi alimentari, grazie anche al benevolo appoggio delle autorità militari, da lui facilmente corrotte1. I mafiosi ottennero facilmente la collaborazione dei soldati siciliani impegnati nella regione, inducendoli alla diserzione e al sabotaggio per evitare spiacevoli conseguenze sia per loro sia per i familiari. Nel film di Pif è riportato molto bene l’aspetto saliente della collaborazione mafiosa, ossia il conferimento di importanti incarichi che sarebbero stati opportunamente sfruttati per gettare le basi di quel solido potere criminale che perdura tutt’oggi. Per la cronaca e per tacitare una volta per tutte gli arrampicatori di specchi: A) Lucky Luciano sarebbe dovuto restare in carcere fino al 1986, ossia fino alla veneranda età di 89 anni. Il 3 gennaio 1946, invece, il governatore dello Stato di New York gli concesse la grazia per gli alti servigi resi alla "Marina statunitense", formula diplomatica con la quale si riconosceva l’importante ruolo di supporto svolto sia nel 1939 sia nel 1943. Il mafioso rientrò in Italia e si stabilì presso lo storico albergo palermitano "Grand Hotel e des Palmes", dove soggiornò con aura di statista, ricevendo i membri del separatismo siciliano e i mafiosi che quotidianamente si recavano a tributargli deferenza. Nel giugno dello stesso anno si recò in Brasile, Colombia, Venezuela e Cuba, dopo avere ottenuto i documenti necessari per l'espatrio dal sindaco mafioso di Villabate, Francesco D'Agati2. A Cuba incontrò il mafioso bielorusso-statunitense Meyer Lansky, di cui diventò socio nella gestione dell'Hotel Nacional e di un casinò a L’Avana, insieme con il losco presidente Fulgencio Batista, "fantoccio" degli USA. Rientrato in Italia, si dedicò al proficuo traffico degli stupefacenti, uscendo sempre indenne dalle varie denunce. Nel 1947 s’innamorò della bella ballerina Igea Lissoni, che aveva 23 anni meno di lui. Dopo i numerosi spostamenti effettuati per motivi di sicurezza, si stabilì con lei nell’elegante via Tasso, a Napoli, dove passò a miglior vita nel 1962. Nelle immagini della "Settimana Incom" del febbraio 1962, facilmente reperibili in rete, è possibile vedere lo sfarzoso carro funebre trainato da otto cavalli e l’immensa folla che accompagnò il feretro presso la chiesa della Trinità a Napoli. La salma fu poi traslata negli USA e seppellita nel Saint John’s Cemetery di New York, dove riposano i principali esponenti della mafia italo-americana. B) Nel settembre 1945 numerosi mafiosi, fra cui Calogero Vizzini, Giuseppe Genco Russo, Michele Navarra (il mandante dell’assassinio di Placido Rizzotto e omicida diretto del povero pastorello Francesco Letizia), Francesco Paolo Bontate, Gaetano Filippone, Pippo Calò (quattordicenne!), Tommaso Buscetta (diciassettenne!) confluirono nel MIS nel corso di una riunione a casa del barone latifondista Lucio Tasca e decisero di utilizzare le bande delinquenziali per rinsanguare il loro braccio armato: l’esercito volontario per l’indipendenza della Sicilia. Il gruppo mafioso nel 1946 abbandonò il MIS e iniziò il "lungo" sostegno alla Democrazia Cristiana. Quello che è accaduto dopo, è storia ancora "calda". E dolorosa.


NOTE 1) “Quanto ai napoletani, portarono il mercato nero a un tale grado di efficienza che l’equivalente del carico di una nave su tre che arrivavano nel porto finiva nel contrabbando, inclusa a volte, come si diceva, la stessa carcassa della nave. Impresa così notevole non poteva realizzarsi senza collusioni nelle alte sfere, che infatti ci furono. Appena nominato governatore militare di Napoli, il colonnello Charles Poletti, già vicegovernatore dello Stato di New York e negli ultimi tempi in affari con la mafia siciliana, scelse come aiutante e interprete Vito Genovese, numero due dopo Lucky Luciano di Cosa Nostra a New York. Membro dell’antica camorra napoletana (era nato a Tufino, in provincia di Avellino, il 21 novembre 1897, N.d.R.) Genovese era sfuggito a un’accusa di omicidio negli Stati Uniti scappando poco prima della guerra in Italia, dove era divenuto il fornitore regolare di cocaina di Galeazzo Ciano, il genero di Mussolini. Grazie all’insediamento di Poletti a Napoli, gli italoamericani regnarono sovrani, "serrando le proprie fila - secondo il Field Security Officer inglese - se minacciati dall’esterno". In una città semidistrutta dai bombardamenti alleati, dove trovare una casa rappresentava un’impresa impossibile, il mercato nero significava la sopravvivenza. Il pane era passato da 2 a 100 lire al chilo; l’olio a 450 lire al litro, le uova a 30 lire l’una; prezzi cento volte superiori a quelli di prima della guerra. Il sale e il sapone erano impossibili da trovare”. (Peter Tompkins, “L’altra resistenza. Servizi segreti, partigiani e guerra di liberazione nel racconto di un protagonista”; Il Saggiatore, 2009. L’autore, 1919-2007, è stato un agente segreto statunitense con un importante ruolo durante l’occupazione nazista dell’Italia). 2) “Il dominio di Lucky Luciano – Documenti della Commissione parlamentare antimafia – VI legislatura”.


Salvatore Giuliano con il boss di Cosa Nostra Vito Genovese, braccio destro del colonnello Poletti, in divisa dell'esercito americano. Tra i piÚ famosi capi mafiosi negli Stati Uniti, Genovese fu coinvolto in 51 omicidi. Partecipò allo sbarco in Sicilia delle truppe alleate ed esercitò funzioni di rilievo nell'amministrazione alleata.

Lucky Luciano



IL DECLINO DELL’IDENTITÀ IN UN MONDO DI ZOMBI INCIPIT “Viviamo in un'epoca di tale finzione che oggi siamo in grado di costruire la nostra identità come la vorremmo noi, non com'è veramente”. (Kasia Smutniak) IL TERRENO INARIDITO In genere per un incipit si sceglie un aforisma caratterizzante, concepito da qualcuno noto per l’altissimo profilo culturale. Sia pure con il dovuto rispetto, è proprio impossibile tributare siffatto riconoscimento alla bellissima attrice polacca, vedova Taricone (protagonista della prima edizione del Grande Fratello, morto giovanissimo a seguito di un incidente durante un lancio con il paracadute). Il semplice fatto, pertanto, che un concetto così realistico sull’identità scaturisca dall’esperienza di chi, a soli diciassette anni, decise di sostituire le faticose traduzioni dei classici greci e latini con la più divertente (e soprattutto lautamente retribuita) attività nel mondo della moda e dello showbiz, la dice lunga su come un termine di pregnante valenza simbolica si presti a speculazioni concettuali di ogni tipo, perdendo in tal modo efficacia propositiva. A ben guardare gli aforismi sull’identità coniati dai soggetti "titolati", infatti, traspare evidente la recita a soggetto di chi difende la propria o quella ritenuta propria, dopo essersela attribuita, consapevolmente o inconsciamente. E con quale sicumera la si ostenta! Tanti anni fa mi legai sentimentalmente a una stupenda ragazza calabrese, trasferitasi a Napoli per frequentare il corso di laurea in Architettura, che avrebbe potuto tranquillamente seguire a Reggio, a pochi chilometri dal paese natio. Quando le chiesi il perché della scelta, replicò testualmente, accompagnando le parole con un mesto sorriso: “Tu non hai proprio idea cosa significhi studiare nella mia regione, soprattutto per una ragazza”. Per discrezione omise di aggiungere "bella"; sia pure nella estrema sintesi, tuttavia, ben affiorava il quadro fosco che l’aveva indotta a scappare lontano per costruire il proprio futuro, sobbarcandosi a pesanti oneri economici. Avrei voluto dirle che, purtroppo, non esistevano isole felici e certe squallide modalità comportamentali, non solo afferenti ai ricatti sessuali, si riscontravano a qualsiasi latitudine, ma non riuscendo a trovare istintivamente le parole adeguate a trasmettere un pensiero tanto devastante, tacqui. In altra circostanza, invece, discorrendo di politica in presenza di amici, ebbe modo di affermare che "era fiera delle sue radici", cesellando l’asserzione con il solito ritornello cantato da chiunque consideri il posto in cui sia nato il più bello del mondo. Osservai che tanta fierezza non aveva alcun fondamento logico, alla luce di una realtà contingente (allora, come prima ancora e come in seguito) che non lasciava nulla all’immaginazione. Già Giustino Fortunato, del resto, aveva dipinto la regione come "uno sfasciume pendulo sul mare" e forse a distanza di una settantina di anni (eravamo nel 1975) sarebbe stato ancora più caustico. Non avessi mai parlato: mi fulminò con gli occhi, inviperita, e quella sera rientrammo nelle rispettive abitazioni ciascuno per proprio conto. Era stata offesa la sua identità di donna calabrese, da lei stessa messa in discussione, però, proprio nel momento in cui dalla Calabria era scappata, ritenendo l’ambiente sociale troppo malato per consentirle prima un sereno corso di studi e poi una proficua e onesta attività professionale. Discorso, ovviamente – è banale ribadirlo – comune a tanti giovani e non certo riguardante la sola Calabria.


Da questo aneddoto emerge il primo stadio della confusione che aleggia intorno all’identità, ossia uno stato mentale che la psicologia definisce "distorsione cognitiva": si ritiene che le proprie emozioni riflettano la realtà, pur basandosi su un palese errore concettuale, più forte di qualsivoglia ponderata azione, che quella realtà categoricamente smentisce! Il legame con le radici, primario elemento dell’identità personale, non viene scalfito dai fatti contingenti, ancorché coscientemente respinti. TIPICO ESEMPIO DI DISTORSIONE COGNITIVA L’analisi composita delle distorsioni cognitive afferenti al concetto di identità richiederebbe un saggio. Il razzismo, per esempio, in tutte le sue componenti e devianze, altro non è, all’origine, se non una cattiva percezione della propria identità. Non potendo elencarle tutte, ne scegliamo una eclatante: la distorsione dell’identità politica. Da sempre gli uomini si confrontano, a volte anche in modo violento, sulla diversa "weltanschauung", a prescindere dalla sua natura: etica, opportunistica, elevata, becera. Non vi è nulla di anomalo in questo, dal momento che è la natura umana, condizionata più o meno equamente dal retaggio ancestrale e dall’ambiente in cui si cresce, a determinare lo sviluppo del pensiero e i convincimenti che ci accompagnano lungo i sentieri della vita. Una delle differenziazioni più note, per esempio, è quella che contrappone una concezione sociale definita di "destra" a quella definita di "sinistra". Due mondi diametralmente opposti, che propongono modelli di vita completamente differenti, ciascuno ritenuto ideale dai rispettivi sostenitori. Tutto ciò al netto delle distorsioni volontarie e consapevoli, perpetrate da chi giochi sporco, su entrambi i fronti, per mero interesse di parte. Costoro, in quest’analisi, non c’interessano: prendiamo in considerazione solo chi sia in buona fede, ossia coloro che si professano onestamente "di destra" o "di sinistra". In quanti, se fosse possibile metterli in fila, sarebbero in grado di enunciare una corretta definizione dell’ideologia professata, mettendone in luce gli aspetti salienti? Per quanto riguarda la destra, la questione identitaria è stata già affrontata nel numero 37 di questo magazine: "Destra e futuro", (giugno 2015; mio contributo a pag. 11). Qui basti dire che oggi, non solo in Italia, il termine è spesso associato a entità politiche completamente avulse da una reale connotazione destrorsa. Molti sostenitori dei tre partiti che formano la coalizione di centrodestra, infatti (già questo termine costituisce un ossimoro, come più volte spiegato), si definiscono, innocentemente e con convinzione, di destra, in base a banalissimi propositi concettuali, supportati anche da giornalisti e politici un po’ superficiali e un po’ ignoranti. Una volta stabiliti i parametri corretti di una vera destra moderna e sociale (e per quanto riguarda casa nostra, anche europea), qui omessi per amor di sintesi essendo stati più volte ribaditi, risulta evidente che nessuno dei tre partiti abbia titoli per poter incarnare quei valori, vilipesi, per esempio, ogni qualvolta si parli di destra liberale (più che un ossimoro un vero abominio, come ben spiegato nel numero 81 -"L’oppressione liberale", dicembre 2019; mio contributo a pag. 8 ), senza considerare che la semplice alleanza con il partito di Berlusconi, concepito esclusivamente per la mera gestione del potere e composto in massima parte da soggetti senza scrupoli, che eufemisticamente definiamo "discutibili", porta chiunque quell’alleanza sostenga mille miglia lontano da un’area di destra degna di questo nome. Anche negli USA registriamo una grande confusione identitaria: i repubblicani sono associati alla "destra", pur rispondendo a logiche di cinico opportunismo economico e a modalità comportamentali deprecabili, da una vera destra viste come il fumo negli occhi; si tende poi a considerare "comunisti o socialisti" i democratici,


che in massima parte non sono dissimili dai repubblicani e si differenziano solo per aspetti di vita sociale che non è azzardato definire di secondaria importanza. Differenze sostanziali, che riguardano precipuamente singole persone culturalmente evolute (pensiamo ad Al Gore, per esempio, a Obama, allo stesso futuro presidente Joe Biden e alla lunga lista di scrittori, saggisti, poeti) rendono ancora più ridicola l’accusa di "social-comunismo”. Ritornando a casa nostra è appena il caso di ricordare che occorre davvero tanta fantasia per considerare di "sinistra" l’attuale classe politica del PD, legata mani e piedi a quei poteri loschi che da sempre hanno rappresentato il nemico primario di qualsiasi movimento "autenticamente" di sinistra. Un’identità quanto mai ballerina, pertanto, pervade milioni di persone, che recitano a soggetto, senza avere cognizione di cosa effettivamente siano nella realtà. L’ IDENTITÀ DEGLI IMBONITORI I poveri diavoli che non sanno cosa siano rappresentano una facile preda per coloro che, artatamente, manifestano una "falsa identità". Al netto dei truffatori che ne inventano di tutti i colori per gabbare il prossimo, troviamo "truffatori" di alta qualità le cui truffe sono così sofisticate da non costituire alcun reato penalmente perseguibile. Costoro, proponendo una falsa identità del proprio essere, riescono a condizionare le menti più fragili, orientandone le scelte. Parliamo di soggetti in gamba, molto intelligenti, colti, spesso raffinati e di bella presenza, che però trovano più congeniale e appagante mettere il proprio talento al servizio del male anziché utilizzarlo per il bene comune. Questo articolo è stato scritto prima della prova referendaria del 20 e 21 settembre e quindi in piena campagna elettorale, fortemente condizionata dalle vagonate di bufale sciorinate da chi tentava disperatamente di indurre gli italiani a votare contro la riduzione dei parlamentari. Romano Prodi, per esempio, si è battuto come un leone a favore del “NO”, esortando gli elettori con formule concettuali che è poco definire astruse: “Pur riconoscendo che, dal punto di vista funzionale, il numero dei parlamentari sia eccessivo, penso che sarebbe più utile al Paese un voto negativo, proprio per evitare che si pensi che la diminuzione del numero dei parlamentari costituisca una riforma così importante per cui non ne debbano seguire le altre, ben più decisive per il futuro del nostro Paese”. (Il Messaggero, 29 agosto 2020). In pratica, pur essendo d’accordo sul taglio dei parlamentari, vota “no” perché questa riforma non è da lui ritenuta importante e così deve essere per tutti: secondo il suo bislacco ragionamento, infatti, se fosse considerata importante potrebbe impedirne altre realmente importanti. Vi è venuto il mal di testa? Mi dispiace, perché ora vi tocca anche il carico da dieci. Facciamo un salto all’indietro di quattro anni, alla vigilia della “schiforma” proposta da Renzi, per fortuna sonoramente bocciata dai cittadini. Cosa disse allora l’illustre professore? “Le riforme proposte non hanno la profondità e la chiarezza necessarie, tuttavia per la mia storia personale e le possibili conseguenze sull’esterno, sento di dover rendere pubblico il mio Sì, nella speranza che giovi al rafforzamento delle regole democratiche soprattutto attraverso la riforma elettorale. Dato che nella vita, anche le decisioni più sofferte debbono essere possibilmente accompagnate da un minimo di ironia, mentre scrivo queste righe mi viene in mente mia madre che, quando da bambino cercavo di volere troppo, mi guardava e diceva: ‘Romano, ricordati che nella vita è meglio succhiare un osso che un bastone'. (Fonte: Comunicato stampa diffuso il 30 novembre 2016)”. La riforma non gli piaceva, ma andava sostenuta perché vi era una larvata speranza che avrebbe potuto fungere da traino ad altre che gli piacevano. Se non si trattasse di Prodi si potrebbe


senz’altro sostenere la tesi della distorsione cognitiva; trattandosi di lui, invece, è evidente che ogni dichiarazione faccia aggio a un gioco delle parti proteso a favorire qualcuno a discapito di altri, con buona pace del bene comune e di cosa effettivamente serva al Paese. L’identità pubblica di Prodi è quella di un uomo di cultura, europeista, leader politico di alto rango, economista, prestigioso accademico, dirigente pubblico e di grandi aziende private, pluriministro, capo di governo; volendo rappresentare la sua vera identità, invece, quale ritratto ne scaturirebbe? L’alterazione dell’identità, naturalmente, risulta tanto più grave e pericolosa quanto più elevato è il livello dei manipolatori. A tal fine citiamo ancora gli Stati Uniti, depositari di una forte identità nazionale, paladini della democrazia, da esportare in tutto il mondo secondo i “loro sacri valori”: senza riscrivere la storia dell’ultimo secolo, pensiamo solo a cosa abbia rappresentato lo scempio iracheno, propedeutico alla nascita dell’Isis (CONFINI nr. 40, “Venti di guerra”, gennaio 2016; mio contributo a pag. 4). LE IDENTITÀ RELIGIOSE MATRICI DI GUERRE E TERRORISMO Sorvoliamo. Che ne dite? Questo argomento merita un numero speciale, non un semplice capitolo di un articolo. L’IDENTITÀ DI GENERE E I DIRITTI CIVILI: LE MOSTRUOSITÀ DELLA SINISTRA. Per non trasformare questo articolo in un romanzo faccio riferimento a due miei precedenti scritti del 2016: "Doppio cognome ai figli"; "Unioni civili" Il primo affronta in chiave ironica la barzelletta del doppio cognome; il secondo analizza la crisi della famiglia in virtù delle malsane spinte del modernismo. PROSPETTIVE IDENTITARIE PER UN MONDO MIGLIORE L’argomento ha trovato una valida trattazione nel numero 87 di CONFINI (“Per un mondo migliore”, luglio 2020; mio contributo a pag. 10 ) sia pure senza un precipuo riferimento al concetto di identità. È ben evidente, del resto, che in qualsiasi modo si analizzino le fenomenologie sociali, l’identità assume sempre, anche implicitamente, un valore prioritario. Quante volte, in questo magazine, abbiamo affrontato il tema del nazionalismo, evidenziandone luci (poche) ed ombre (tante)? Che cosa è il nazionalismo se non una disperata proiezione della propria "presunta" identità? Nel comportamento della ragazza calabre traspare chiaramente un’identità nazionalista scaduta in becero provincialismo, secondo uno schema mentale che manifesta la sua insipienza e proprio per questo spaventa, essendo diffusissimo: la mia patria è il Paese più bello del mondo; la mia regione è la più bella della mia patria; la mia provincia è la più bella della mia regione; il mio paese è il più bello della mia provincia; il mio quartiere è il più bello del mio paese (a Siena, soprattutto durante i giorni del palio, questo assunto raggiunge livelli parossistici); nel mio palazzo quelli del terzo piano sono proprio insopportabili, ma le due famiglie sul mio pianerottolo sono composte da brave persone, anche se i Pinco Pallo sono un po’ più bravi dei Caio Tizio. Qualche mese fa un’amica m’inviò il link a un video che non mi lasciò stupefatto solo perché, oramai, vi è ben poco che mi stupisca. Riguardava una ragazza siciliana, diciannovenne, che aveva invitato i genitori al programma televisivo di Maria de Filippi, "C’è posta per te", per tentare di ricucire il rapporto dopo essere stata ripudiata e cacciata di casa a causa di una relazione non gradita. La ragione? Il fidanzato non era del suo paese e non era diplomato! Anche lei, però, aveva solo


la licenza media, ma per i genitori andava bene solo un compaesano, almeno diplomato, in grado di darle "sicurezza". La vicenda, raccontata così, già appare assurda, grottesca, intollerabile, ma avendo modo, guardando il video, di cogliere l’espressione dei genitori intrisa di odio (terribile soprattutto quella della mamma) e di ascoltare le parole sconclusionate pronunciate da entrambi, si percepisce ancora più nettamente il gap culturale che pervade larghi strati della società (perché in questo caso non vale certo il detto "una rondine non fa primavera"), avvelenati da una disastrosa percezione identitaria. Mi sono messo alla ricerca e sono riuscito facilmente a reperire in rete il video, visionabile al seguente link: C’è posta per te (a partire dal minuto 42). Va visto come emblema dell’ignoranza che alimenta la crudeltà. IDENTITÀ POSITIVE: GLI EROI CHE SERVONO PIÙ DEL PANE Altro che la favoletta di Brecht sui popoli beati perché non hanno bisogno di eroi. In una società malata fino al midollo, che vede quotidianamente calpestati i valori più nobili e sacri, bistrattato l’essere ed esaltato l’apparire, come ben detto dall’immarcescibile Claudio Risé, nobilissima figura della cultura italiana oltre che impareggiabile psicoterapeuta, “[…]servono uomini al di fuori della normalità. Figure come Parsifal che cambiano il mondo dei corrotti perché sono in relazione naturale con il trascendente. Le istituzioni da sole non sono in grado di redimersi”. (Articolo su "La Verità", 23 settembre 2018). Questa citazione, mi si perdoni l’inciso, per me assume un valore tutto particolare: al concetto espresso dall’insigne accademico ho dedicato un romanzo, incarnando in un novello cavaliere della tavola rotonda, non a caso definito proprio “Parsifal”, l’eroe del tempo moderno che si erge contro le distonie epocali, a cominciare dall’ipocrisia di chi si propone con falsa identità, maschera tra maschere, miserabile tra miserabili (Prigioniero del Sogno, Edizioni Albatros, 2015). Sostiene ancora Claudio Risé nel suo articolo: “L'eroe ha luce, dice il mitologo Karoly Kerenyi nei suoi lavori su queste figure, perché è in una relazione naturale, spontanea, con il mondo trascendente, che ci parla del senso della vita umana, l'unica cosa che lo interessa profondamente. Egli è il risanatore naturale delle istituzioni, proprio perché è cresciuto al di fuori di esse e non partecipa alla loro corruzione. […]L'eroe mitico dell'Occidente dopo la consunzione e decadenza dell'impero romano e della prima fase del mondo cavalleresco di re Artù, è Parsifal, il figlio di un Re guerriero ucciso in Oriente, e per questo allevato dalla madre nella natura incontaminata lontano da ogni corte, pratica e intrigo di governo. […] Gli aspetti mostruosi dei vecchi poteri (anche dentro di noi, non solo nella società), che rifiutano l'autenticità del cambiamento accusandolo di barbarie e inciviltà, vanno messi in condizione di non fare altri danni e rinunciare ai loro mostruosi appetiti. Occorre parteggiare per l'eroe, già presente negli altri e dentro di noi. E saperne riconoscere la luce, aiutandola a crescere”. Bellissima esortazione che dovrebbe spingere tutti a una maggiore attenzione. A ben guardare, infatti, le masse non hanno mai mancato di affidarsi a quelli che ritenevano "eroi" in grado di redimerle. Solo che hanno sempre preso lucciole per lanterne, scambiando dei mestatori per eroi, per poi disarcionarli dopo aver compreso l’errore. Peccato che i mestatori, anche dopo essere stati disarcionati, trovino sempre il modo di pascolare in un prato florido, mentre milioni di persone non fanno altro che passare da delusione in delusione, trascorrendo la vita in attesa "dell’uomo che verrà". Potranno solo arrivare altri mestatori, purtroppo, se il primo cambiamento non riguarderà proprio gli individui in cerca di aiuto. Un


cambiamento radicale, che lasci affiorare una reale, positiva e solida identità orientata al bene e per nulla disponibile al compromesso, all’intrallazzo, ai sotterfugi, al privilegio del "particulare" e all’affermazione di quell’antica debolezza morale magistralmente rappresentata da Guicciardini e, purtroppo, dura a morire. Solo se ciascuno sarà il vero eroe di sé stesso e riuscirà ad elevarsi, tra i tanti potrà facilmente emergere il Parsifal meritevole di essere seguito, ossia: "Der Mann der kommen wird". CONCLUSIONE: LE VITTIME DELL’IDENTITARISMO CRIMINALE Non è tutto oro quello che luccica e, ancor più, non tutto quel che è oro brilla. Le false identità, dai tempi di Pericle, hanno generato milioni di morti. A conclusione di questo articolo rivolgiamo un commosso pensiero alle vittime dei tiranni e dei feroci criminali che, per tutelare la propria identità farlocca, di presunta superiorità, non hanno esitato nel perpetrare veri e propri genocidi. È impossibile ripercorrere tremila anni di storia, ma cerchiamo almeno di citare gli eventi più pregnanti, anche come monito per i più giovani, affinché imparino a concedere fiducia con parsimonia, dopo aver valutato attentamente gli interlocutori, tenendo bene a mente che l’uomo si misura per ciò che ha fatto, non per ciò che dice di voler fare. I "democratici" cittadini di Atene si sentivano semidei e quando quelli di Melo decisero di restare neutrali nella guerra contro Sparta si offesero a morte. Come avevano osato non servire Atene? Fu del tutto normale, quindi, trucidare gli uomini e ridurre in schiavitù donne e bambini. Roma non si accontentò di violare il trattato del 306 a.C., che diede avvio alle guerre puniche; 160 anni dopo, a vittoria acquisita, dovette distruggere Cartagine, lasciando la città in preda ai saccheggi dei propri soldati. Nel Nuovo Mondo imperi secolari furono dissolti come neve al sole dai civilissimi conquistadores, che riempivano le loro navi di oro e di ogni ben di Dio. Nel Nord America la conquista dell’Ovest costò la vita a cinquanta o forse addirittura cento milioni di nativi: le cifre ballano, ma anche quelle più basse sono terribili. Erano ritenuti inferiori e quindi massacrabili senza pietà. Il ventesimo secolo s’inaugura con il genocidio degli Armeni, vittime della voglia identitaria dei "giovani turchi", anch’essi illusi di essere un popolo eletto, senza eguali sulla Terra. Hitler prenderà esempio da loro, quando decise di sterminare gli Ebrei: “Chi si ricorda del genocidio armeno?” replicò nel 1939 a chi obiettava che la soluzione finale da lui prospettata non sarebbe passata inosservata. Le grandi purghe di Stalin erano terminate proprio in quell’anno, dopo aver causato la morte di oltre 250mila persone. Da sette a dieci milioni di vittime, invece, le vittime di Holodomor, la grande carestia che colpì l’Ucraina dal 1932 e il 1933, sfruttata da Stalin per far morire di fame la popolazione e portare più agevolmente a compimento il piano di russificazione del Paese. Pochi esempi tra i mille possibili, ma bastano e avanzano per aprire la mente sul concetto di identità. All’inizio del capitolo ho riportato due citazioni. La prima è abbastanza nota perché incarna un vecchio proverbio, molto diffuso soprattutto nel Sud Europa; la seconda, più raffinata, è stato coniata da Tolkien come verso di una bellissima poesia da Gandalf dedicata ad Aragorn, discendente di un re e legittimo erede del regno di Gondor. Aragorn, dopo aver perso il padre, fu allevato da Re Elrond, che gli nascose le nobili radici fino all’età di venti anni, quando gli consegnò la spada spezzata appartenuta al suo antenato Isildur. “Non tutto quel che è oro brilla”, quindi, perché il puro e forte Aragorn ignorava chi fosse e il suo valore era ignoto anche al resto del mondo, almeno fino a quando non fu messo in condizione di lottare per la salvezza degli umani e ritornare a Minas Tirith con la corona di re in


testa. Vi sono molte similitudini tra Parsifal e Aragorn, eroi in grado di cambiare il corso della storia. Nel mondo moderno, e quindi nella realtà, non mancano uomini che possano vantare analoghe peculiarità ma, proprio come recitano i primi versi della bella poesia di Tolkien, costituiscono "oro che non brilla", perché magari vivono nascosti in luoghi isolati, lontano dalle rovine di un mondo in dissoluzione e dai fastidiosi rumori di folle sempre più assomiglianti a zombi. Vanno ricercati, quindi, con la lanterna di Diogene ed esortati a combattere, mettendosi con umiltà al loro servizio, senza fare storie e soprattutto senza troppe chiacchiere, che non amano. La loro "identità" è la migliore garanzia per costruire un mondo migliore. Buona ricerca.


EROI DEL NOSTRO TEMPO: ROBERT BILOTT INCIPIT Beati i popoli che possono contare sul sacrificio e sull’impegno degli eroi, perché non vi è popolo, su questo pianeta, che non abbia bisogno di loro. Con buona pace di Brecht, che asseriva il contrario. I FATTI La Taft Stettinius & Hollister è uno di quei megagalattici studi legali che si trovano solo negli USA, con sede primaria a Cincinnati, nell’Ohio, undici sedi periferiche e oltre seicento associati. L’attività legale è svolta precipuamente al servizio delle grandi aziende, in particolare quelle chimiche. Nel 1998 entra a far parte dello studio Robert Bilott, trentatreenne, figlio di un militare di carriera soggetto a frequenti trasferimenti. Robert cambia ben otto scuole prima di diplomarsi a Fairborn, nell’Ohio, condizione che influisce non poco sul suo carattere. Dopo aver conseguito la laurea in Scienze politiche, in Robert Bilott Florida, nel 1990 ottiene la specializzazione per l’esercizio dell’attività legale presso il Michael E. Moritz College of Law, prestigiosa scuola di diritto pubblico con sede a Columbus, capitale dell’Ohio. Un giorno Robert riceve la visita del contadino Wilbur Tennant, conoscente di sua nonna, il quale gli chiede di indagare sulla morte di centonovanta mucche a Parkersburg, in Virginia Occidentale. Tennant sospetta che le mucche si siano ammalate bevendo l’acqua contaminata dai rifiuti tossici della società chimica DuPont. Robert visita la fattoria e scopre che i capi presentano insolite condizioni mediche: organi gonfi, denti anneriti e tumori. Si rivolge, pertanto, all’amico e collega Phil Donnelly, che lavora per la DuPont, il quale fa lo gnorri, promettendogli, però, che avrebbe effettuato degli accertamenti. Robert, vincendo la riluttanza dei capi, preoccupati di attaccare un’azienda tanto potente, intenta una piccola causa al solo fine di ottenere informazioni ufficiali sulle sostanze chimiche scaricate nei corsi d’acqua. Il rapporto dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente, però, non rivela nulla di anomalo e quindi Robert intuisce che le sostanze tossiche non sono regolamentate, il che ne consente l’improprio utilizzo senza problemi. La reazione scomposta di Donnelly, alla richiesta di più chiare spiegazioni, gli conferma i sospetti. Il vertice della multinazionale, con la cinica e ben conclamata condotta di chi sia aduso ad arricchirsi sulla pelle del prossimo, tenta di bloccare le iniziative del legale, inviandogli centinaia di scatole piene di documenti: l’intento è quello di dimostrare volontà collaborativa e, nello stesso tempo, sfiancarlo con la mole


enorme di documenti da consultare per indurlo a desistere. Robert, però, non demorde e si dedica alla certosina lettura dell’enorme carteggio, trovando numerosi riferimenti a una sostanza chimica definita "PFOA", della quale non vi è traccia né nei testi scientifici né in rete. Solo dopo accurate indagini scopre che si tratta dell'acido perfluoroottanoico, necessario per la preparazione del teflon, a sua volta utilizzato per la produzione delle pentole antiaderenti. L’acido e i composti, se ingeriti, si accumulano lentamente nell’organismo, generando tumori e altre malattie gravi, come ben noto alla DuPont sin dagli anni Settanta del secolo scorso, senza però che tale letale scoperta, tenuta ignominiosamente segreta, ne abbia determinato la messa al bando. Non solo: oltre a contribuire alla produzione delle padelle antiaderenti, dannosissime per la salute, l’azienda continua a smaltire centinaia di barili di fango tossico nei corsi d’acqua dell’area, tutti affluenti dell’imponente fiume Ohio, che a sua volta confluisce nel Mississippi. Anche i coniugi Tennant, intanto, si ammalano di cancro e dopo qualche tempo Wilbur, purtroppo, paga con la vita l’immorale condotta della multinazionale. Robert invia le prove al Dipartimento di Giustizia e all’EPA e quest’ultimo ente commina alla DuPont una multa ridicola per un’azienda di quella portata, colpevole di così gravi reati: 16,5 milioni di dollari. (Fatturato annuo medio intorno ai 21 miliardi di dollari; 35mila dipendenti). Lo stress per il duro lavoro svolto, intanto, incomincia a minare seriamente la salute del tenace avvocato, al quale, oramai, non sfugge il criminale cinismo con il quale vengono trattate decine di migliaia di persone, destinate ad ammalarsi progressivamente, in modo irreversibile. Decide, pertanto, di chiedere il monitoraggio medico per tutti loro, promuovendo una class action. Continuando ad agire senza scrupoli, la DuPont replica con una lettera rassicurante, minimizzando gli effetti deleteri del PFOA. Gli avvocati della multinazionale, infatti, con artifizi concepiti ad arte, cercano di giungere alla prescrizione del processo, in modo da consentire agli assistiti di continuare serenamente la letale attività produttiva. Dai documenti analizzati Robert aveva scoperto la concentrazione massima di acido che poteva essere diluita nell’acqua senza procurare danni, stabilita proprio dai chimici della DuPont! Al processo, però, con l’ausilio di una scienziata corrotta, gli avvocati dell’azienda dichiarano che, grazie a studi successivi, la soglia di sicurezza è stata elevata di ben 150 particelle! Una vera mostruosità, in quanto si partiva da una sola particella per una certa quantità di acqua, già di per sé al limite della soglia di sopportabilità. La vicenda, finalmente, conquista la ribalta della cronaca nazionale e la DuPont accetta di patteggiare un risarcimento di settanta milioni di dollari, sempre bazzecole per un’azienda di quella portata. Per legge, inoltre, è tenuta a effettuare un monitoraggio medico solo se gli scienziati dimostrano che il PFOA causa i disturbi e così viene nominata una commissione scientifica indipendente, con il compito di analizzare gli elementi chimici utilizzati e verificarne l’eventuale pericolosità per la salute pubblica. Servono anche i dati dei cittadini e Robert induce la gente del posto a sottoporsi alle analisi del sangue, condizione ineludibile per ottenere il risarcimento: circa 70.000 persone accettano di sottoporsi al prelievo. Ancora una volta, però, il forte potere corruttivo della DuPont incide pesantemente sull’attività di verifica e così passano sette anni senza che nulla accade. Robert è sempre più isolato e la salute ne risente. Giunge più gradita che mai, quindi, la telefonata di una componente del team incaricato di effettuare la valutazione scientifica, che gli


riferisce i risultati: il PFOA causa tumori multipli e altre gravi malattie. La DuPont sembrerebbe all’angolo, ma, grazie anche al sostegno del governo e dei poteri forti, ritratta l’accordo. In pratica, dopo sette anni di attesa, appurate le responsabilità aziendali, vi è il serio rischio che tutto venga affossato e i settanta milioni di dollari patteggiati restino lettera morta. Robert, a questo punto, agguerrito più che mai, decide di promuovere delle singole azioni legali contro il colosso aziendale e ben 3.535 cittadini aderiscono all’iniziativa. Simo nel 2000 e, all’inizio del processo, il giudice non può esimersi da una battuta: “Al ritmo di quattro-cinque cause all’anno, non termineremo prima del 2890, se saremo fortunati”. La determinazione di un indomito "eroe", però, ha il sopravvento: nella prima causa Robert ottiene un risarcimento di 1.600.000 dollari; nella seconda 5.600.000 dollari; nella terza 12.500.000 dollari. La DuPont, a quel punto, capisce che ancora una volta Davide ha sconfitto Golia e si arrende, chiudendo tutte le restanti cause con un risarcimento di 670.700.000 dollari. La cifra, ancorché cospicua, non è certo tale da impressionare l’azienda, ma comunque serve a dare un po’ di sollievo alle tante vittime. Il PFOA è presente nel sangue di ogni essere vivente del pianeta e grazie al lavoro di Robert Bilott sono nate molte organizzazioni che si battono per bandirlo dai cicli produttivi, insieme con le altre sostanze tossiche. A distanza di venti anni dall’inizio della battaglia, Robert, più agguerrito che mai, continua ancora a lottare: nel 2018 ha presentato una class action chiedendo un risarcimento a favore di "tutti" i cittadini degli USA da parte delle aziende 3M, DuPont e Chemours. La vertenza è in itinere e si può ben immaginare quanto possa essere difficile vincere anche questa partita. Ma è bello sognare. IL FILM Il 20 febbraio scorso è uscito in Italia il film "Cattive acque", diretto da Todd Hayne, con Mark Ruffalo nei panni di Robert Bilott. Nelle prime due settimane di programmazione ha incassato la miseria di 445 mila euro, il che vuol dire che è stato visto da non più di sessantamila persone. Non può essere addotta a scusante la chiusura dei cinematografi a causa del Covid-19, stabilita l’8 marzo, perché in quindici giorni i cinepattoni e altri filmetti insulsi sono capaci di incassare anche 30-40 milioni di euro. La disaffezione (gravissima) del pubblico italiano nei confronti del cinema d’autore e del cinema-inchiesta è storia vecchia ed è inutile ribadirla. Il film è attualmente in programmazione sulla piattaforma Sky e merita davvero di essere visto da quante più persone possibile. Sarebbe il caso, poi, di effettuare un sopralluogo nella credenza, perché in circolazione vi sono ancora tante padelle realizzate con teflon: meglio smaltirle avendo l’accortezza di considerarle rifiuti speciali. Attenzione alla disinformazione che, soprattutto in rete, abbonda. Con l’occasione, poi, sarebbe anche il caso di informarsi adeguatamente sui cibi spazzatura e pericolosi e monitorare accuratamente la dispensa, che sicuramente ne conterrà a iosa. Possa essere questo, quindi, l’inizio di un percorso di ravvedimento: le multinazionali sono senz’altro dirette da soggetti senza scrupoli, ma se noi ci facciamo avvelenare in allegria, da vittime ci trasformiamo in complici. Complici molto stupidi, tra l’altro. Robert Bilott da venti anni si sta sacrificando per tutti noi. Forse è il caso di aiutarlo ad aiutarci.


TAGLIO DEI PARLAMENTARI: FACCIAMO CHIAREZZA Il 20 e 21 settembre saremo chiamati a votare sul quesito referendario relativo al taglio dei parlamentari, che si configura come "referendum costituzionale o confermativo", disciplinato dall’articolo 138 della Costituzione, per il quale non è previsto il raggiungimento di un quorum particolare. In pratica il referendum è valido anche se non va a votare il 50%+1 degli aventi diritto al voto. Il quesito è molto semplice: “Approvate il testo della legge costituzionale concernente “Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione dei parlamentari”, approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n.240 del 12 ottobre 2019?”. Votando SÍ, la legge, "già approvata" dal Parlamento, assume efficacia definitiva e alle prossime elezioni i deputati passeranno da 630 a 400 e i senatori da 315 a 200. Se dovesse vincere il "NO" tutto resterebbe come prima. Cosa vuol dire "già approvata?". La legge sarebbe già esecutiva se settantuno deputati, evidentemente preoccupati di perdere la poltrona, non avessero depositato la richiesta di referendum presso la Corte suprema di cassazione. La richiesta si è resa possibile perché al Senato la legge è stata approvata a maggioranza assoluta: sarebbe bastato che fosse stata approvata con una maggioranza dei due-terzi e ora non staremmo a discutere. Pazienza e poco male. Nonostante i tentativi subdoli di confondere le acque da parte di chi vuole che nulla cambi, si confida nel buon senso degli elettori, che dovrebbero assicurare al SÍ un largo consenso. Tutto ciò premesso, siccome prevenire è meglio che curare, smontiamo pezzo per pezzo le principali fandonie che i mestatori interessati cercano di inculcare nelle menti dei cittadini, per indurli a votare "no". “Non è vero che con il taglio dei parlamentari si risparmieranno tanti soldi”. Lo gridano a ogni piè sospinto quasi come se fosse l’elemento più importante della riforma. È la solita storia del guardare il dito mentre si indica la luna. Allora diciamolo a chiare lettere: premesso che un "piccolo" risparmio c’è, e fa comunque piacere, il risparmio, come meglio vedremo in seguito, non c’entra un fico secco con le varie ragioni che rendono oltremodo valida la riforma. “Con il taglio dei parlamentari si riduce drasticamente il rapporto tra cittadini e parlamentari, con seri rischi per la democrazia”. Bufala più grande di una catena montuosa e anche ridicola: come se ora fossero rose e fiori, con tanti parlamentari "nominati" e non scelti dagli elettori, tra i quali autentici signor nessuno pronti a cambiare casacca, anche più volte nella stessa legislatura, perché intenti e attenti solo ai propri interessi. Circa cento parlamentari, solo negli ultimi due anni, sono stati eletti con un partito e ora, in massima parte, sono al servizio degli avversari, con quanta gioia dei loro elettori è facilmente intuibile. Tra i ventisette paesi dell’Unione Europea, l’Italia è al primo posto per numero di parlamentari (945), seguita dalla Francia (925), Germania (778), Spagna (616), Polonia (560), Romania (465) e via via dagli altri ventuno paesi più piccoli, progressivamente con un minor numero di parlamentari. Solo il Regno Unito, ora fuori dall’UE, ha un numero di parlamentari maggiore. Nel rapporto tra parlamentari e popolazione, poi, siamo ancora al primo posto in comparazione con i paesi più importanti dell’Unione, potendo disporre di un parlamentare ogni 62.815 abitanti.


In Germania il rapporto è 1/105.545; nei Paesi Bassi 1/75.715; in Spagna 1/75.251; in Francia 1/70.248; in Polonia 1/68.162. Negli altri paesi il rapporto è inferiore e non potrebbe essere altrimenti, considerato il rispettivo numero degli abitanti. In un paese come la Croazia, per esempio, che conta 4.100.000 abitanti, con un rapporto analogo a quello vigente in Italia si avrebbe un Parlamento (monocamerale) di soli sessanta membri, che in alcun modo potrebbe assicurare quel minimo di efficacia operativa che si richiede a qualsiasi organo costituzionale. Con un rapporto di 1/27.744, invece, si eleggono 151 deputati, che consentono una equa rappresentanza della popolazione. Lo stesso dicasi per tutti gli altri paesi con basso numero di abitanti. Per un caso eclatante, però, bisogna andare fuori dei confini europei: il Congresso degli Stati Uniti d’America, infatti, è composto da 435 membri della Camera dei rappresentanti e da 100 senatori (due per ogni Stato!). In un paese di 328.200.000 abitanti, quindi, il rapporto tra eletti e cittadini è di un parlamentare ogni 613.458 abitanti!!! Con questa proporzione in Italia avremmo un Parlamento di 9/10 membri! Pazzesco, no? Solo per dovere di cronaca aggiungiamo che, in Cina, il rapporto parlamentari-popolazione è di 1/469.128; in India 1/1.712.658. Fermiamoci qui. Questi sono dati ufficiali, facilmente verificabili da tutti. Chiunque, quindi, parli di problemi di rappresentanza, o è un bugiardo che mente sapendo di mentire o è uno sciocchino che crede alle favole e non verifica le notizie che gli vengono riferite o che legge su organi di stampa buoni solo per pulire i vetri. L’argomento veramente importante da prendere in considerazione, però, è quello che viene propagandato con maggiore enfasi da parte di chi vuole che nulla cambi: “Con la riduzione dei parlamentari diventa più difficile il rapporto diretto tra politici e cittadini”; “Alcune zone corrono il rischio di restare senza senatori”. Oh perbacco, che guaio grosso! In realtà, il principale effetto benefico della riduzione dei parlamentari "dovrebbe" essere rappresentato proprio da questo aspetto. Occorre (ri)avvicinare i cittadini alla politica e allontanarli dai politici, affinché prenda corpo il principio che in Parlamento si deve lavorare esclusivamente per il bene comune, senza dover necessariamente interloquire con i beneficiari dei provvedimenti legislativi. Sappiamo tutti come vanno le cose: le mortificanti visite nelle segreterie dei politici in cerca di raccomandazioni; i politici che si lasciano corrompere e corrompono nelle rispettive aree di influenza; politici fantocci scelti dai capi-partito e nominati parlamentari, grazie alla schifosissima legge elettorale, per i loro meriti speciali, ossia fedeltà assoluta a prescindere da capacità e fedina penale o abilità particolari estrinsecate, però, nelle camere da letto e non in quelle istituzionali. "Dovrebbe" tra virgolette perché prima che le cose cambino davvero, nel nostro Paese, ce ne vuole, e la prudenza è d’obbligo. La riduzione dei parlamentari, però, davvero potrebbe rappresentare un primo significativo passo, soprattutto se seguita da una buona legge elettorale, che tolga dalle mani dei leader la possibilità di portare in parlamento degli autentici signor nessuno e dei lestofanti. Avanti tutta con il “SÍ”, quindi: iniziamo a seppellire la malapolitica.



ECOLOGIA: LA SCIENZA DELLE PAROLE AL VENTO PROLOGO Napoli, Hotel Terminus, 20 novembre 1977. Seminario di studi ecologici sul tema: “Ambiente e urbanistica a dimensione d’uomo”. Parte conclusiva del discorso pronunciato dall’autore di questo articolo, all’epoca presidente dell’Associazione nazionale salvaguardia ecologica e dirigente regionale dei Gruppi di ricerca ecologica. “[…] Oggi, quindi, abbiamo non solo le idee chiare sui limiti dello sviluppo ma anche gli strumenti più idonei per una consona tutela dell’ambiente, ancorata a sani presupposti di sviluppo sostenibile. Paradossalmente, però, se l’Italia può vantarsi di aver promosso il fondamentale rapporto realizzato dagli scienziati del Massachusetts Institute of Technology, ha anche il triste primato di non aver fatto nulla, nell’ultimo quinquennio, per realizzare i programmi in esso suggeriti. Le associazioni ambientaliste tradizionali continuano a organizzare allegre scampagnate e a battersi per la difesa di leprotti, uccellini e agnellini. Nobilissimi propositi, ovviamente, ma evidentemente non bastevoli a fronteggiare i disastri provocati dallo sconsiderato attacco agli ecosistemi. Non possono fare nulla di più, del resto, essendo in massima parte o espressione diretta di quelle entità che dovrebbero contrastare o ad esse asservitesi, dopo aver ceduto a gradevoli, chiamiamole così, lusinghe. È stata proprio questa consapevolezza che mi ha spinto, due anni fa, a chiudere ogni ponte con loro e a fondare l’ANSE, con il sano proposito di "volare alto", cosa oggi facilitata grazie al connubio con i Gruppi di ricerca ecologica, che si muovono con analoghe finalità, ma con strumenti di diffusione mediatica senz’altro più potenti ed efficaci. Un dato è certo: non si può tergiversare. Il Pianeta sta morendo e i popoli del mondo non hanno ancora compreso, in massima parte, il baratro nel quale stanno precipitando. Se non dovessimo correre ai ripari in fretta, nel giro di venti-trenta anni potrebbe essere davvero troppo tardi per intervenire. Tutti noi che ci troviamo in questo splendido salone, e tanti altri amici qui non presenti, ma idealmente al nostro fianco, rappresentiamo la parte sana di questo Paese e l’avanguardia culturale capace di discernere il grano dal loglio. Tocca noi, pertanto, produrre ogni sforzo affinché il validissimo messaggio di civiltà di cui siamo portatori si diffonda e permei le coscienze di chi, magari inconsapevolmente, si rende artefice delle proprie sventure. Possiamo contare solo su noi stessi e non possiamo permetterci di fallire, essendo la posta in gioco troppo alta. È in pericolo la nostra stessa sopravvivenza e pertanto non posso che chiudere il mio intervento evocando il monito di José Ortega y Gasset: “Io sono me più il mio ambiente e se non preservo quest'ultimo non preservo me stesso”. UN PO’ DI STORIA Sono trascorsi quarantatré anni da quel convegno che segnò, in Italia, un punto di svolta nell’approccio con le tematiche ambientaliste. Vi parteciparono fior di studiosi e furono tracciate le linee guida per una vera rivoluzione verde, ancorata ai principi sanciti nel famoso "Rapporto sui limiti dello sviluppo", commissionato alla prestigiosa università statunitense dal "Club di Roma", associazione non governativa fondata nel 1968 da Aurelio Peccei e dallo scienziato scozzese Alexander King con l’intento di studiare i cambiamenti globali, individuare i problemi futuri


dell’umanità e suggerire adeguati provvedimenti per scongiurarli. Rileggendo le parole pronunciate circa mezzo secolo fa risulta evidente quanto esse siano pienamente attuali, a riprova che nei decenni successivi non si è fatto nulla né per porre rimedio ai disastri già allora evinti né per prevenire quelli futuri, che invece sono via via aumentati a dismisura. Il rapporto tra uomo e ambiente per millenni è stato caratterizzato da una armonica coesistenza, mai fonte di particolari scossoni. Nondimeno, già nel 1866, lo scienziato tedesco Ernst Haéckel scrisse un saggio intitolato "Morfologia generale degli organismi", destinato a diventare famoso perché in esso comparve una nuova parola, derivata dal greco oikos (casa, ambiente) e logos (discorso, studio): ecologia, ossia la scienza che studia i rapporti degli organismi con il mondo circostante. Concettualmente l’ecologia vanta anche studi più antichi, che possono risalire addirittura ad Aristotele (armonia della natura e tra le specie viventi) e in epoca più recente al medico svedese Carlo Linneo, che nel XVIII secolo sviluppò l’idea di "economia della natura", in virtù della quale a ogni specie vivente viene assegnato il giusto posto, il giusto accesso al cibo, il giusto tasso di crescita demografica. Con Darwin vengono destrutturati sia la dimensione armonica della natura sia i rapporti tra le specie: la natura può trasformarsi anche in nemico e, all’armonica interdipendenza che caratterizza i rapporti tra le specie, si associa una drammatica competitività, che spesso sfocia in tragedia. Nel 1913 nasce a Londra la "prima società di ecologia" e via via si perfezionano studi sempre più accurati per agevolare un sereno rapporto tra esseri umani e ambiente. Nel 1935 Arthur Tansely parla di ecosistemi, ossia l’insieme degli organismi viventi e delle componenti non biologiche necessarie alla loro sopravvivenza in una certa area. Gli studi effettuati dagli scienziati fino alla metà del XX secolo, di fatto, servivano a inquadrare le problematiche ambientali in un contesto scevro da distonie particolari ed erano comparabili, quindi, a qualsiasi altro studio concepito per assicurare all’uomo utili strumenti per migliorare la qualità della vita. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, però, lo scenario cambia radicalmente: in pochi anni il progresso tecnologico sconvolse la vita del Pianeta e si registrò una sensibile alterazione del più volte citato "armonioso rapporto" tra natura ed esseri umani. Il vento impetuoso del presunto benessere spirava troppo forte per essere fermato e, nell’Occidente, i rifiuti industriali, i fumi velenosi e i gas di scarico incominciarono a contaminare massicciamente vaste aree, soprattutto quelle più densamente popolate. Se gran parte dell’umanità era cieca e una nutrita minoranza consapevole preferiva privilegiare con criminale cinismo gli interessi personali, anche a prezzo della vita altrui, già negli anni Sessanta incominciarono a svilupparsi movimenti di protesta che, magari in modo confuso e approssimativo, cercavano di contrastare gli attacchi alla natura. Nel 1970, una buona fetta di questi novelli cavalieri dell’ideale, chiamati ambientalisti, decise di far sentire in modo più incisivo la propria voce.


LA SETTIMANA DELLA TERRA Tra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso le città si trasformano in formicai impazziti, con le strade intasate di auto e i gas di scarico che lasciano residui polverosi sui balconi delle abitazioni, in massima parte già munite di efficaci sistemi di riscaldamento. Con ritmo accelerato crescono anche gli impianti di aria condizionata. Le industrie scaricano veleni nei corsi d’acqua e accumulano rifiuti tossici difficilmente smaltibili. Scienziati corrotti, lautamente retribuiti, diffondono il falso concetto di sicurezza delle centrali nucleari. In Italia saranno sconfitti, ma ovunque nel mondo le centrali crescono come funghi dopo una notte piovosa. Dagli schermi televisivi il simpatico Gino Bramieri canticchia quotidianamente, durante il "Carosello" (per i più giovani: intermezzo pubblicitario che andava in onda come apertura dei programmi di prima serata), un ritornello creato ad hoc per le casalinghe: “Emò emò emòemò! Emòemòemò Moplen! Inconfondibile, leggero, resistente, ma signora guardi ben che sia fatto di Moplen”. È la rivoluzione della plastica, già prepotentemente affermatasi oltre oceano, che penetra nelle case di tutti, orientando le masse verso nuovi modelli di consumo. Nessuno può prevedere che il mondo si sarebbe presto trasformato in una pattumiera, eccezion fatta per i soliti rari nantes in gurgite vasto che, in ogni epoca, essendo per dono di natura "avanti", riescono a guardare più lontano di quanto non sia consentito a chiunque altro. L’Europa, che da sempre aveva costituito l’avanguardia culturale in ogni campo, non percepisce subito la deriva ambientalista, forse anche a causa del leggero ritardo con il quale il vento del modernismo e del consumismo iniziò a spirare, rispetto a quello che aveva già travolto gli USA. Paradossalmente fu proprio nel Paese che prima di chiunque altro aveva iniziato a inquinare gli ecosistemi – e sicuramente proprio per questa ragione – che si registrarono i prodromi di un sano ecologismo, esploso a livello planetario solo una decina di anni dopo. Un primo labile attacco all’industria avvelenatrice avvenne nel 1962, grazie alla biologa e zoologa Rachel Carson, che nel saggio "Silent Spring" (Primavera silenziosa) criticò l’uso indiscriminato dei fitofarmaci, stimolando l’approvazione di leggi più restrittive, purtroppo sistematicamente boicottate dalle multinazionali, che avevano facile gioco nel corrompere i politici e tacitare le deboli voci isolate che cercavano di arginare il loro potere corrosivo. Il 22 febbraio 1970, all’improvviso, oltre venti milioni di statunitensi suonarono la prima vera sveglia ambientalista, rispondendo a un appello del senatore democratico Gaylord Nelson. Nella capitale gli studenti dell’Università George Washington si riversarono per le strade improvvisando sit-in ovunque fosse possibile, per ammonire i passanti. Un profluvio di concetti nuovi e anche controversi inondò il Paese, grazie all’immediata amplificazione della protesta assicurata dalle dirette televisive e radiofoniche. Ciascuno aveva le proprie idee e proponeva personalissime soluzioni, spesso vaghe, fumose e prive di reale substrato scientifico, ma tutti avevano ben chiaro che il Pianeta fosse sotto attacco. Si incominciarono a individuare, sia pure confusamente e con conclusioni talvolta discutibili, le principali cause dell’inquinamento, tra le quali spiccava l’aumento della popolazione, come sostenuto dal biologo Garret Hardin: “Nessuno mai si è preoccupato di come un uomo della frontiera eliminava i suoi rifiuti, finché era solo, ma non appena la popolazione è andata addensandosi, i processi chimici e biologici di riutilizzo e di riciclo si sono andati sovraccaricando. […]La libertà di mettere al mondo altri uomini ci porterà alla


completa rovina”. Gli faceva da eco il collega Paul R. Ehrlich: “La catena casuale del deterioramento ambientale può essere risalita fino all’origine. Troppe automobili, troppe fabbriche, un consumo eccessivo di detersivi e di insetticidi, tutta una serie di trappole tecnologiche, impianti per il trattamento delle acque di scarico non adeguati, poca acqua, un eccesso di anidride carbonica: il tutto può essere facilmente attribuito alla popolazione in eccesso”. Un terzo biologo, Walter Howard, ebbe il coraggio di sostenere per primo ciò che poi sarebbe divenuto un mantra di ogni ambientalista: “La società affluente è diventata una società effluente. Il 6% della popolazione mondiale, che risiede negli Stati Uniti, produce più del 70% dei rifiuti del mondo”. In quel composito e non organizzato esercito, dove ciascuno recitava a soggetto, non mancarono i visionari estremisti, che si buttarono a pesce sul consumismo, esaltando la povertà. È ancora un biologo, Wayne Davis, che parla: “Evviva i neri del Mississippi, con i loro livelli di sopravvivenza e i loro gabinetti all’aperto, perché sono ecologicamente sani ed erediteranno una nazione”. Tanti studenti alimentavano infuocati dibattiti sulla crudeltà degli esseri umani e l’eccessiva propensione al profitto. Il senatore Vance Hartke anticipò il grave problema della tecnologia senza freni, ossia il progresso tecnologico che marciava più velocemente di quello umano: “Una tecnologia senza freni, la cui sola legge è il profitto, non può che aver avvelenato per anni la nostra aria, devastato il terreno, denudato zone forestali e corrotto le nostre riserve idriche”. Se, come abbiamo visto, non mancavano i politici sensibili alle tematiche ecologiche, la stragrande maggioranza era legata mani e piedi con i potentati economici responsabili dell’inquinamento, come ben denunciato da Roderick A. Cameron, direttore esecutivo del Fondo per la difesa ambientale: “I settori politici del governo, che dovrebbero promuovere le leggi e gli orientamenti sollecitati dagli ecologi, sono come colpiti da paralisi. […]Le industrie, abituate a trarre profitti dalla rapina del nostro ambiente, non possono che compiacersi dell’elezione di uomini politici favorevoli alle loro esigenze e delle assunzioni di burocrati che non sono da meno”. Non mancarono le disquisizioni più raffinate, di carattere filosofico, ancorate a un concetto espresso nel 1966 dallo storico Lynn White, durante una conferenza: “Continueremo a vivere una crisi ecologica, sempre più grave, fino a che non avremo respinto l’assioma cristiano secondo il quale la natura non ha ragione di essere se non in funzione dell’uomo”. La relazione, tutta incentrata sulle gravi colpe che lo storico imputava al cristianesimo, fu pubblicata l’anno successivo nella rivista "Science" con il titolo "Le radici storiche dell’attuale crisi ecologica" ed ebbe grande risonanza mediatica per le tesi che sconvolsero larghe fette della popolazione, aduse a ringraziare il Signore ogni giorno, prima dei pasti, salvo poi dedicarsi alle pratiche più sconce che un essere umano possa concepire, a cominciare proprio dallo spreco del cibo fino a giungere alla sublimazione di quel "mors tua vita mea" che, esasperando la competitività oltre ogni umano limite, contribuisce sensibilmente a rendere mostruosa la società statunitense. Per White, sostanzialmente, il cristianesimo afferma il dominio dell'uomo sulla natura e stabilisce una tendenza all'antropocentrismo, stabilendo una distinzione tra l'uomo, addirittura formato a immagine di Dio, e il resto della creazione, che non ha "anima" o "ragione" ed è quindi inferiore. Da questa convinzione scaturirebbe una sorta di deleteria indifferenza verso la natura, fonte di guasti non riparabili nemmeno dai soggetti coscienziosi che, con tanta buona volontà, individuano gli interventi più adeguati grazie anche alle maggiori risorse tecnologiche


progressivamente rese disponibili dalle nuove scoperte e invenzioni. È tutto inutile, sostiene White, se non cambiano le idee fondamentali dell'umanità sulla natura e non si abbandonano quegli atteggiamenti "superiori e sprezzanti" che ci rendono "disposti a usare la Terra per il nostro minimo capriccio". Con un chiaro riferimento a San Francesco, infine, lo storico suggerisce di adottare lo spirito insito nel suo messaggio per creare una democrazia del creato in cui siano rispettate tutte le creature e delimitato il dominio dell'uomo sulla creazione. La Settimana della Terra portò alla ribalta planetaria il problema ambientale, proiettando tante opinioni personali, ciascuna delle quali conteneva un pezzo di verità, senza peraltro riuscire a formulare una teoria univoca per interventi mirati. Nondimeno la sua importanza come stimolo per affrontare seriamente il problema non può essere disconosciuta: solo due anni dopo, infatti, delle chiare e significative linee guida furono sancite dal famoso rapporto del MIT. Non è servito a nulla, come ben sappiamo, forse proprio perché non vi potrà essere nessun effettivo cambiamento se non cambia la mentalità delle persone. I DISASTRI AMBIENTALI Bisogna battere molto sulla necessità di un cambiamento "dal basso" perché la storia insegna che gli esempi negativi, in qualsiasi contesto si verifichino, non servono a determinare un radicale cambio di rotta. Un esempio lampante è offerto proprio dalla terribile pandemia che sta angustiando il Pianeta da circa un anno: il forte desiderio di preservare le proprie nefaste e deleterie abitudini (in particolare i milioni di giovani che passano le serate saltando da un bar all’altro per ubriacarsi e impasticcarsi; che non sanno rinunciare al rumore della discoteca e ad altri riti insulsi) favorisce una sorta di inconscia "rimozione del problema" che non consente interventi correttivi ma solo repressivi. I guasti prodotti dall’uomo per il mancato rispetto della natura sono sotto gli occhi di tutti. A distanza di decenni vaste aree del Pianeta risultano invivibili a causa degli esperimenti nucleari ivi effettuati negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso. Il continuo depauperamento delle foreste ha reso fragile il territorio, generando immani disastri e numerose vittime; non è da meno l’edilizia selvaggia, che non solo ha abbruttito i territori ma li ha resi vulnerabili; la forte propensione alla corruzione e alla necessità di pagare tangenti, poi, ha indotto i costruttori di opere pubbliche a risparmiare quanto più possibile, col risultato di consegnare strutture fatiscenti, capaci di crollare anche a seguito di piccole scosse telluriche. I grandi disastri ambientali non sono serviti a condizionare positivamente l’umanità e si continua a nascondere la testa nella sabbia, pur di non intaccare i falsi miti del presunto benessere assicurato dall’improprio utilizzo delle risorse naturali. Quando compii sei anni, il mio Papà, militarmente tempratosi nelle infuocate dune della Libia, mi regalò la divisa dei bersaglieri, l’élite dell’esercito italiano, pronunciando questa frase: “Ti auguro di non dover mai patire i rigori di una guerra, ma se ciò dovesse accadere, fai in modo di servire la patria indossando questa divisa”. Per fortuna la guerra me la sono risparmiata, ma a venti anni ebbi il piacere di indossare realmente quella divisa, al servizio del "18° battaglione Poggio Scanno", con sede a Milano ed erede del leggendario “III reggimento”, che ancora oggi vanta il primato del maggior numero di medaglie al valore conquistate sui campi di battaglia.


Nella vicina Meda vi era uno stabilimento chimico, l’ICMESA, che balzò agli onori della cronaca il 10 luglio 1976: un reattore collassò a causa del surriscaldamento e, per evitarne l’esplosione, furono aperte le valvole di sicurezza, liberando nell’aria i fumi contenenti una sostanza tristemente famosa, la diossina, tra le più tossiche che esista. L’incidente è passato alla storia come "Disastro di Seveso" e "Nube tossica di Seveso", dal nome del comune più colpito perché proprio a ridosso dello stabilimento, anche se in realtà i comuni interessati furono quattro: Meda, Seveso, Cesano Maderno, Desio. L’incidente, la cui gravità non poteva sfuggire ai tecnici della società, per molti giorni fu tenuto in sordina e nella zona tutto continuava a svolgersi come sempre. Dopo una settimana, però, cominciarono a morire cani, gatti, conigli, talpe, uccelli e, contestualmente, si manifestarono le prime eruzioni cutanee negli abitanti dell’area. I giornali incominciarono a parlare dell’incidente e finalmente, il 20 luglio, il vertice aziendale diffuse la notizia che i fumi dispersi nell’aria contenevano diossina. Quei dieci giorni di ritardo nel dare l’allarme, però, costarono molto caro! Furono subito emessi i divieti di consumo dei prodotti agricoli coltivati nei quattro comuni colpiti dalla nube tossica e la cittadina più colpita fu divisa in tre zone a decrescente livello di contaminazione, la prima delle quali, denominata "Zona A", fu evacuata tra il 26 luglio e il 2 agosto con il temporaneo trasferimento in due alberghi di circa settecento persone. Toccò ai bersaglieri la vigilanza dell’area contaminata e fui inserito nella squadra dei dieci soldati scelti per l’operazione, che consisteva nell’impedire l’accesso a coloro che tentavano di rientrare nelle abitazioni per prelevare oggetti e beni, frettolosamente abbandonati. L’evacuazione rispondeva più a logiche di opportunità politica che scientifiche, come spesso accade in simili circostanze. Che differenza vi poteva essere, per esempio, tra l’ultima casa della zona A evacuata e quella della zona B ad essa attaccata, considerata la vastità dell’area complessiva interessata? È evidente che una soluzione ideale avrebbe richiesto una evacuazione ben più estesa, che però le autorità non si sentirono di adottare. Le autorità sanitarie, intanto, appurata la presenza di diossina nell’aria, fornirono dettagliate informazioni sui letali rischi connessi alla contaminazione, mettendo in allarme soprattutto le donne in stato di gravidanza, alle quali fu fatto intendere che sarebbe stato opportuno abortire. Un bel paradosso, dal momento che all’epoca l’aborto era vietato. Molte donne, decise ad agire tempestivamente, fecero ricorso agli aborti clandestini; le più abbienti si recarono all’estero. Il sette agosto, però, sull’onda della crescente rabbia popolare, il Governo autorizzò gli aborti terapeutici alle donne della zona che ne avessero fatto richiesta, scatenando un putiferio a livello mediatico tra chi plaudiva all’iniziativa e chi, invece, la contrastava, ritenendo che i bambini dovessero comunque nascere, non importa se deformi. Al termine del quotidiano turno di servizio, ascoltando il telegiornale, mi mettevo le mani nei capelli: la disinformazione era pazzesca e lo sforzo di attenuare la gravità della situazione semplicemente irritante. Non solo: si esaltava il ruolo dell’esercito nella fase di controllo dell’evacuazione, ma la realtà era ben diversa. Ogni pattuglia era comandata da un sottufficiale dei carabinieri che, evidentemente, a differenza dei rigidi ordini impartiti a noi bersaglieri, ne aveva altri più morbidi: si chiudeva spesso un occhio, infatti, consentendo a molti cittadini di entrare nell’area contaminata, con quanti rischi per la loro salute è facilmente immaginabile.


Un giorno si presentò alla postazione un pittoresco personaggio sui sessanta anni, con un sorriso smagliante e una larvata somiglianza col popolare comico Gino Bramieri, in compagnia di un’altra persona più giovane. Con un buon italiano e il tipico accento statunitense chiese di effettuare un sopralluogo nella zona maggiormente contaminata, esibendo un lasciapassare a doppia firma. Appurato che fosse tutto in regola, gli fornii il kit protettivo da indossare prima dell’accesso. Il nome, al momento, non mi disse nulla e sparì subito dalla memoria: l’importante era verificare che la foto sui documenti corrispondesse alla persona che si presentava al posto di blocco e che il lasciapassare fosse autentico. Quasi un anno dopo, la casa editrice Garzanti pubblicò un saggio del biologo statunitense Barry Commoner, "Il cerchio da chiudere", uscito negli USA nel 1971, nel quale venivano compiutamente affrontate le problematiche ecologiche. Il saggio ebbe vasta eco e mi precipitai ad acquistarlo, essendo nel pieno dell’impegno ambientalista. Nella versione italiana l’autore aveva aggiunto una prefazione interamente dedicata al disastro di Seveso, sviscerato in tutte le sue controverse dinamiche. Si può ben immaginare la sorpresa, pertanto, quando lessi il seguente paragrafo: "Ecco quali furono le mie impressioni durante un sopralluogo nella Zona A due mesi dopo la sciagura. La prima immagine è un blocco stradale, con i cavalli di frisia e il filo spinato che circonda la Zona A, quasi fosse un campo trincerato di una guerra di altri tempi. Due giovani soldati sbucano dalla garitta che li protegge dalla pioggia battente: indossano la tuta mimetica e imbracciano armi automatiche. Il nostro lasciapassare di ingresso nella Zona, controfirmato dall’ufficiale sanitario regionale e dal sindaco di Seveso dopo mille traversie burocratiche, viene solennemente controllato. Noi, non prima di aver indossato tute protettive, anfibi, guantoni, maschere antigas e grossi occhiali, riceviamo il permesso di superare il blocco". Il caso aveva voluto che un anno prima mi fossi imbattuto in uno dei più grandi scienziati al mondo, docente di fisiologia vegetale presso l’università di Washington, fondatore del Centro per la biologia dei sistemi naturali e, soprattutto, autorevole avversatore delle centrali nucleari. La tragica esperienza di Seveso, al di là del clamore mediatico, non ha condizionato più di tanto le coscienze delle persone. Le industrie continuano ad avvelenare l’ambiente e le masse amorfe continuano a pagare il fio della loro "insostenibile leggerezza dell’essere", che le rende incapaci di rinunciare ai cibi spazzatura, all’uso smodato dei sistemi di riscaldamento e refrigerazione domiciliare, a restare ore e ore nel traffico mentre le velenose particelle emesse dai gas di scarico contaminano l’aria. Il potere politico, attento solo ad assecondare gli umori degli elettori, trova molto più utile e attraente allearsi con i potentati economici, ancorché nefasti, invece di contrastarli. Il mondo muore, pazienza. È un problema dei posteri, ma chi se ne frega dei posteri, sosteneva Luciano de Crescenzo in un celebre film, dissertando sugli stoici e sugli epicurei e manifestando netta preferenza per questi ultimi, sulla scorta di quanto contemplato in un celebre motto di Orazio: “Carpe diem, quam minimum credula postero”. Nel 1986, il disastro nucleare di Černobyl', anch’esso caratterizzato dai pressanti tentativi iniziali di minimizzazione, sancì in modo ancora più marcato come l’uomo fosse completamente slegato dall’ambiente che lo ospita e non ne avesse ancora compreso i limiti.


SFORZIAMOCI DI NON PERIRE “Viviamo un momento storico caratterizzato da un’enorme potenza tecnologica e da un’estrema miseria umana. La potenza della tecnologia si autoevidenzia in modo penoso nel numero di megawatt delle centrali elettriche e nei megatoni delle bombe nucleari. La miseria dell’uomo si evidenzia nel pauroso numero di persone che già esistono e che presto nasceranno, nel deterioramento del loro habitat, la terra, e nella tragica epidemia, su scala planetaria, della fame e della povertà. La frattura tra il potere brutale e l’indigenza umana continua ad allargarsi, dal momento che il potere si ingrassa grazie a quella stessa tecnologia sbagliata che acuisce l’indigenza. Ovunque, nel mondo, è evidente il fallimento di partenza del tentativo di usare la competenza, la ricchezza, il potere a disposizione dell’uomo per raggiungere il massimo di beneficio per gli esseri umani. La crisi ambientale è un esempio macroscopico di questo fallimento: l’essere arrivati alla crisi è dovuto al fatto che i mezzi da noi usati per ricavare ricchezza dall’ecosfera sono distruttivi dell’ecosfera stessa. Il sistema attuale di produzione è autodistruttivo; l’andamento attuale della società umana sembra avere come fine il suicidio. La crisi ambientale è il segno sinistro di un inganno insidioso, nascosto nella tanto decantata produttività e nella ricchezza della moderna società, basata sulla tecnologia. Questa ricchezza è stata guadagnata con un rapido sfruttamento del sistema ambientale, ancorato sul medio termine, ma ha contratto ciecamente un crescente debito con la natura, caratterizzato dalla distruzione ambientale nei paesi sviluppati e dalla pressione demografica in quelli in via di sviluppo. Un debito vasto e diffuso che, se non pagato, entro la prossima generazione potrà cancellare la maggior parte della ricchezza che ci ha procurato. In effetti i registri contabili della società moderna sono in drastico passivo, tanto che, per lo più inavvertitamente, una grossa frode è stata perpetrata a danno della popolazione mondiale. La situazione di rapido peggioramento dell’inquinamento ambientale ci ammonisce che la bolla sta per scoppiare, che la richiesta di pagamento del debito globale può sorprendere il mondo in bancarotta”. Le virgolette fanno chiaramente intendere che il succitato testo non è mio. Mi accingo senz’altro a rivelarne l’autore; prima, però, sarebbe opportuno rileggerlo soffermandosi su alcuni termini, verbi, concetti: "autoevidenzia", "è evidente il fallimento", "sistema attuale", "prossima generazione", "la bolla sta per scoppiare". La rilettura serve a far affiorare in modo più incisivo ciò che la mente ha elaborato a livello inconscio: l’autore ha esposto alcuni aspetti della crisi ambientale, paventando i rischi futuri in virtù del "rapido peggioramento dell’inquinamento". Il costrutto semantico, i verbi al presente e concetti che, sostanzialmente, ribadiscono cose ben note, quotidianamente vissute o subite, portano naturalmente alla succitata conclusione. Ora ciascuno si aspetta il nome dell’autore, magari pensando che possa trattarsi di qualche scienziato, il che non è sbagliato, dal momento che si tratta proprio di uno scienziato: l’unica cosa che non vi aspettate è che quanto da lui asserito non evidenzia l’attuale fallimento, non si riferisce né a una bolla che sta per scoppiare né alla prossima generazione, intesa come quella che seguirà la nostra. L’autore, infatti, è proprio quel Barry Commoner innanzi citato e il brano è tratto dal testo, anch’esso citato, scritto nel 1971! 1971, ossia poco meno di mezzo secolo fa! La generazione futura cui faceva riferimento è quella nata più o meno tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, una cui buona fetta ha già in mano le sorti del Pianeta.


Ecco perché in questo articolo l’ecologia è assimilata alla scienza delle parole al vento. Anche io da circa mezzo secolo ripeto sempre le stesse cose. Perché? Perché l’umanità, soprattutto a sud dell’Equatore, da illo tempore recita una farsa: a parole ambisce al cambiamento; nei fatti lo rifiuta. E intanto si suicida. Quante parole dovremo ancora affidare al vento, prima che fungano da schiaffi capaci di scuotere le coscienze?


Barry Commoner


CON IL CUORE A YEREVAN PREMESSA Questo articolo NON si propone di spiegare le cause del conflitto tra Armenia e Azerbaigian ma solo di stimolare un impegno civile, solidaristico, nei confronti del popolo armeno, che soffre più per l’ignominiosa indifferenza delle potenze occidentali che non per i feroci attacchi dei nemici. Gli scarni riferimenti ai fatti contingenti, pertanto, sono espressi a titolo di esempio e ciascuno potrà provvedere autonomamente ai necessari approfondimenti. È impossibile, in un articolo, fornire una chiara rappresentazione di eventi che possono essere ben compresi solo a fronte di una piena conoscenza dei fatti pregressi. Nell’articolo è utilizzata la parola "Artsakh" per indicare il territorio impropriamente definito dai media di tutto il mondo "Nagorno-Karabakh". Nagorno è una parola russa che significa "montagna"; Karabakh è una parola di origine turca e persiana che significa "giardino nero". Russia, Turchia e Iran sono soggetti fortemente coinvolti nella vicenda e pertanto, proprio per sancire in modo ancora più pregnante il diritto di un popolo di essere lasciato in pace, il territorio conteso sarà definito con il suo vero nome: Artsakh, che rimanda ad Artaxias I, re dell’Armenia dal 190 al 160 a.C. e fondatore della dinastia degli Artassidi, subentrata agli Orontidi, presenti in Armenia sin dal VI secolo a.C. Anche la questione terminologica comprova la confusione che aleggia intorno alle vicende di quell’area geografica. L’INTRICATA MATASSA L’alleanza militare con la Turchia, che foraggia gli azeri nella rivendicazione dell’Artsakh, rende impossibile ogni concreto aiuto a livello istituzionale, al di là dei formali richiami alla pace e degli stucchevoli e inutili bla bla bla diplomatici, che non cambiano la sostanza delle cose. Gli azeri, di fatto, violano sistematicamente la tregua sottoscritta grazie alla mediazione della Russia e la comunità internazionale fa finta di non vedere. Una compiuta trattazione della vicenda bellica non può prescindere dalla narrazione dei sentimenti di imbarazzo che pervadono gli analisti, in virtù delle tante contraddizioni da gestire. Alcuni esempi possono far percepire le difficoltà che si riscontrano quando ci si muova in quel ginepraio. È normale che gli armeni provino sentimenti ostili nei confronti dei dirimpettai, non scevri da quello più terribile, ossia l’odio; è altresì normale che siano ricambiati con la stessa moneta, essendo il popolo azero convinto, per induzione e non certo per convinta deduzione scaturita da severi studi, che il territorio conteso sia realmente di loro pertinenza. Illuminante, a tal proposito, quanto asserito dallo scrittore polacco Ryszard Kapuściński: “In realtà nessuno sa veramente spiegare perché armeni e azeri si odino tanto. Si odiano e basta! Lo sanno tutti, lo hanno succhiato col latte materno”. (“Imperium”, Universale Economica Feltrinelli, 2013. Ottimo saggio che illustra cosa sia accaduto, dal 1939 al 1992, in quei territori dissoltisi in mille rivoli e staterelli dopo il crollo dell’URSS. L’oscura, complessa e violenta realtà, spesso condizionata dall’ignoranza e dalle altrui manipolazioni, è compiutamente spiegata, mettendo bene in luce la confusione di lingue e culture che rimandano al mondo dopo il crollo della Torre di Babele).


Il legittimo afflato di simpatia, tributato agli armeni dagli osservatori occidentali di un certo peso, esclude i sentimenti di odio nei confronti degli azeri, tanto per il normale rifiuto di un sentimento così estremo quanto per la consapevolezza che anche loro sono vittime di giochi fomentati da soggetti esterni, fortemente interessati a scompaginare quell’area geografica per ragioni molto meno nobili di quelle paventate dagli eserciti in lotta. Manifestare apertamente questa distinzione, però, non è facile, soprattutto nelle relazioni con gli armeni. Altra complessa gatta da pelare riguarda la Russia, che ha una base militare in Armenia e di fatto funge da garante per la sua integrità territoriale. Occorrerebbero, tuttavia, ben più di 320 pagine per far comprendere il vero ruolo della Russia, senza far nascere equivoci quando, a denti stretti e con palpabile imbarazzo, noi occidentali dobbiamo sostenere: “Meno male che Putin c’è”. Equivoci facilitati anche dalla preponderanza di una narrazione storiografica fortemente partigiana e quindi lontana mille miglia dalla realtà. Si dovrebbe smontare pezzo per pezzo, per esempio, il tentativo di legittimare il diritto degli azeri a governare l’Artsakh con riferimenti che risalgono addirittura a quattrocentomila anni fa. (Non è un errore di battitura: ho scritto proprio quattrocentomila). Dopo aver esaustivamente definito cosa sia realmente accaduto dai tempi della dominazione romana fino al crollo dell’URSS, soffermandosi adeguatamente sui fatti del 1915, bisognerebbe attaccare con decisione quello che si può definire il "dolce inganno", con riferimento alle tante trappole che l’uomo ha saputo creare, nel corso della sua esistenza, per trasmettere il male facendolo passare per bene. All’insegna di accattivanti espressioni concilianti, tipo "vogliamoci bene "e "basta con la guerra", autentici campioni della comunicazione fanno passare l’idea, apparentemente bellissima, che l’unica via per la definitiva risoluzione del problema sia una abbraccio fraterno tra armeni e azeri, suggellato dal ritorno a casa, ossia nella Grande Madre Russia. Nel 2014, Russia, Bielorussia, Kazakistan, Armenia e Kirghizistan hanno dato vita all’Unione economica eurasiatica e non è un mistero per nessuno che Putin voglia realizzare nell’area ciò che non siamo capaci di fare in Europa: una vera integrazione politica degli stati confinanti. Al momento l’Azerbaigian si è tenuta fuori perché proprio non ne vuole sapere di questo progetto, avendo assaporato il gusto dell’indipendenza e sentendosi ben protetta da Sua Maestà Erdogan, che ispira più fiducia di Putin. De gustibus non disputandum est verrebbe da chiosare. Putin, però, è fiducioso e da bravo giocatore di scacchi muove le sue pedine con raffinata strategia, contando anche sui tanti milioni di azeri e armeni che vivono in Russia, con doppio passaporto, utilizzati come le sirene di omerica memoria. “Venite, fratelli armeni; venite, fratelli azeri; non potete continuare ad ammazzarvi in eterno! Che vita è questa? Vi è un luogo stupendo, su questo Pianeta, dove possiamo vivere insieme, in gioiosa armonia e in pace! Questo luogo si chiama Russia! Noi stiamo già qui. E ci stiamo benissimo! Venite anche voi. Vi aspettiamo a braccia aperte”. Il canto delle sirene, per ora, non funziona né per gli armeni, che hanno le idee chiare su come si debbano estrinsecare i rapporti con la Russia, né per gli azeri, che della Russia non ne vogliono proprio sapere.


NON LASCIAMO SOLI GLI ARMENI Gli armeni sono abituati a essere "dimenticati" e non ci fanno più caso, oramai. Questo dato, però, non impedisce loro di apprezzare la solidarietà, foss’anche quella espressa con un semplice sorriso. Non lasciamolo solo, questo meraviglioso popolo, che da secoli patisce quella triste condizione esistenziale generata dalla consapevolezza di non essere capito dai più, di essere tollerato con fastidio da chi capisce, di essere osteggiato senza ragione (o per subdoli interessi) e di essere sostanzialmente amato senza riserve solo da chi, purtroppo, può fare poco per cambiare le cose. Sono trascorsi oltre cento anni dal genocidio, che ancora non viene riconosciuto come tale da tanti stati. Questa è una delle tante cose che fa male; fa molto male. Si approfondisca la storia dell’Armenia, in modo da penetrare in un universo conoscitivo che porterà tanta ricchezza culturale. La storia non è maestra di vita, contrariamente a quanto da tanti ingenuamente sostenuto, ma conoscerla è importante, non fosse altro per capire a chi tendere una mano e offrire un fiore. Dopo aver assimilato almeno gli aspetti essenziali di un popolo così travagliato, ciascuno potrà muoversi in piena autonomia, stabilendo contatti con i tanti armeni che vivono in Italia, per esempio, o con i nostri connazionali residenti in Armenia, che in questi giorni di tensione sopperiscono egregiamente alle lacune informative e alle distorsioni mediatiche, inviando "inconfutabili "reportage, essendo le parole scritte sempre corroborate da drammatiche immagini. Il livello dei lettori di CONFINI è molto alto e pertanto chiunque intenda accogliere questo appello non ha bisogno di consigli per "iniziare" un fascinoso viaggio. Con un intento meramente collaborativo, pertanto, indico di seguito alcune informazioni essenziali, che torneranno utili, eventualmente, ai più pigri o a qualche sporadico lettore che quella fetta di mondo non abbia mai frequentato, nemmeno mediaticamente. LINK INTERNET Nel blog “Galvanor da Camelot” sono reperibili i seguenti articoli: "24 aprile il giorno sacro degli armeni"; "Cento anni di solitudine"; "The cut – il padre"; "The promise". In calce al secondo articolo sono elencati dei link a documentari e film; altri riferimenti a importanti film sono riportati anche nell’articolo intitolato “The promise”. Per prendere contatto con la comunità armena in Italia si può fare riferimento ai siti www.comunitaarmena.it; www.unionearmeni.it; per esprimere solidarietà al popolo armeno si può scrivere all’ambasciatore, al seguente indirizzo: info@ambasciataarmena.it (sito web ricco di informazioni: www.ambasciataarmena.it). Facciamoci sentire. Il nostro affetto si tramuta in medicina per il loro affranto spirito.




PAURA, RIMOZIONE, MASSE E POTERE IN TEMPO DI PANDEMIA INCIPIT “Ritirarsi non è scappare, e restare non è un'azione saggia, quando c'è più ragione di temere che di sperare. Non c'è saggezza nell'attesa quando il pericolo è più grande della speranza ed è compito del saggio conservare le proprie forze per il domani e non rischiare tutto in un giorno”. (Miguel De Cervantes) “L'importante non è stabilire se uno ha paura o meno, è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa. Ecco, il coraggio è questo, altrimenti non è più coraggio ma incoscienza.” (Giovanni Falcone) “È normale che esista la paura, in ogni uomo, l'importante è che sia accompagnata dal coraggio. Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla paura, altrimenti diventa un ostacolo che impedisce di andare avanti”. (Paolo Borsellino) “Quel che temiamo più di ogni cosa, ha una proterva tendenza a succedere realmente”. (Theodor Adorno) “Conoscere le nostre paure è il miglior metodo per occuparsi delle paure degli altri”. (Carl Gustav Jung) “La paura ha creato gli dei”. (Lucrezio) “La folla: quella mostruosità molteplice che, presa un pezzo alla volta, sembra composta da uomini, ragionevoli creature di Dio, e che, confusa insieme, diviene una sola grande belva, un mostro più tremendo dell’Idra”. (Thomas Browne) “In ogni campo e per ogni oggetto sono sempre le minoranze, i pochi, i rarissimi, i singoli quelli che sanno: la folla è ignorante”. (Søren Kierkegaard) “Se deve scegliere chi deve essere crocifisso, la folla salverà sempre i Barabba”. (Jean Cocteau) “È una battaglia vecchia come il tempo: il ruggito della folla da un lato e la voce della tua coscienza dall’altro”. (Douglas Macarthur) “Colui che segue la folla non andrà mai più lontano della folla”. (Albert Einstein) “La massa ha scarsissima capacità di giudizio e assai poca memoria”. (Arthur Schopenhauer) “Vi sono persone messe al mondo solo per far folla”. (Honoré de Balzac) “Dove vi è dominio, esistono masse; dove vi sono masse, vi è il bisogno della schiavitù. Dove vi è schiavitù, gli individui sono pochi, e hanno contro di loro gli istinti del gregge”. (Friedrich Nietzsche) “È più facile trarre in inganno una moltitudine che un uomo solo”. (Erodoto) “Le folle non hanno mai provato il desiderio della verità. Chiedono solo illusioni, delle quali non possono fare a meno. Danno sempre la preferenza al surreale rispetto al reale; l’irreale agisce su di esse con la stessa forza che il reale. Hanno un’evidente tendenza a non distinguere l’uno dall’altro”. (Sigmund Freud) “Le folle non accumulano l’intelligenza, ma la mediocrità”. (Gustave Le Bon) PROLOGO “Fino ad oggi (attenzione: “oggi”, in questa nota, vuol dire 1895, N.d.r.), il compito più evidente assunto dalle folle si è relegato al superamento e alla distruzione della civiltà in cui operano. La storia testimonia che, quando le forze morali, fondamenta su cui poggia ogni società civile, perdono la loro efficacia, la dissoluzione di una civiltà è condotta da moltitudini incoscienti e brutali, qualificate barbare. Le società


civili sono state fino a questo momento generate e guidate da una esigua aristocrazia, mai da moltitudini. Queste altro non hanno che la forza di distruggere. Il loro predominio segna sempre una fase di disordine. Una civiltà implica e richiede regole, disciplina, il predominio del razionale su ciò che è istintivo, una certa previdenza dell'avvenire, un grado elevato di cultura, tutte condizioni precluse alle folle lasciate a sé stesse. Queste ultime, in virtù della loro caratteristica unicamente distruttiva, operano come quei microbi che favoriscono e intervengono nella dissoluzione di un corpo debilitato o di un cadavere. Quando l'edificio di una civiltà è infestato dai vermi, le folle compiono opera di distruzione". (Gustave Le Bon, "Psicologia delle folle", 1895. Edizioni Clandestine, 2013). ANAMNESI DELLA PAURA La paura è un’emozione, comune a tutti gli esseri umani, che insorge in concomitanza di eventi pericolosi, assumendo diversa intensità in funzione della gravità del pericolo percepito. Thomas Hobbes diceva che, il giorno in cui nacque, sua madre diede alla luce due gemelli: lui e la sua paura. Come la febbre essa fa parte del nostro repertorio difensivo e, quando possibile, ci aiuta a tenere lontane le minacce della vita, presunte e reali: chiunque può decidere, saggiamente, di non concedersi una gita in barca con mare forza sette o, un po’ scioccamente, di non prendere un aereo se abbia paura di volare, optando per un comodo treno, pur essendo consapevole che un aereo di esso sia molto più sicuro; un militare non può decidere di tornarsene a casa se scoppia una guerra e avverta forte lo sgomento per l’impegno in prima linea. La paura, se non giustificata da fatti contingenti, può diventare una vera psicopatologia e produrre danni più o meno gravi, purtroppo anche irreversibili. Tra i suoi molteplici e significativi aspetti vi è la "rimozione", ossia il processo mentale che tende a disconoscere l’entità del pericolo, consentendo di annullare gli effetti deleteri dello stress e dell’ansia. Peccato, però, che produca guasti peggiori: la rimozione non elimina il rischio e ne aumenta la pericolosità. La pandemia ha fatto emergere tutti gli aspetti mentali succitati, sconvolgendo l’esistenza di milioni di persone. Il nemico invisibile genera attacchi di panico in chi non riesca a reggere il prolungato stress, alla pari del bombardamento mediatico, dal quale ben traspare la debolezza di un sistema sanitario volenteroso, ma fortemente penalizzato dalla malapolitica. Paura e rimozione si alternano alimentando feroci dibattiti nei social e nei salotti televisivi, dove tesi e antitesi sviscerate oggi e smentite domani contribuiscono solo a innescare una spirale di confusione e caos che disorienta e spaventa ancor più i cittadini. Il supporto psicologico, in momenti come questi, risulterebbe fondamentale, ma in Italia la maggioranza delle persone corre dal medico anche per una lieve martellata sul dito, ritenendo, invece, di poter fare a meno dello psicologo. Per quanto concerne la fallacia delle strutture sanitarie, è possibile solo ribadire concetti già più volte espressi, sperando che questa tragica esperienza insegni a meglio scegliere i soggetti cui delegare il potere politico affinché si cancelli lo scempio del fallimentare regionalismo, utile solo a far diventare "qualcuno" degli autentici signor "nessuno" e ad assicurare stipendi assistenziali a una buona fetta di nullafacenti1.


ANAMNESI DEL NEGAZIONISTA La negazione di un fatto acclarato e inconfutabile manifesta sempre un disturbo mentale del soggetto agente, sia pure con caratterizzazioni diverse a seconda del ruolo esercitato nella società, del livello culturale, delle esperienze di vita, in particolare quelle negative e frustranti. Non vi è ambito storico e scientifico immune dal negazionismo e sulla materia sono stati scritti molti saggi, anche se per lo più ancorati a denunciare il negazionismo di matrice nazista2. Sorvolando per amor di sintesi sui negazionisti di particolari eventi storici (in Turchia si rischia la galera solo se si parla del genocidio armeno), terrapiattisti, frequentatori di alieni che negano la conquista della luna e complottisti vari pronti a giurare che Tizio è pronto a dominare il mondo, salvo poi sostituirlo con Caio quando Tizio inforca le pantofole e si ritira a vita privata, soffermiamoci sul problema contingente determinato da quella insostenibile leggerezza dell’essere che aleggia intorno alla pandemia. Settantacinque anni di relativa "pace", dopo gli sconvolgimenti provocati dalle due guerre mondiali, sommati all’incontenibile progresso tecnologico, hanno creato una netta dicotomia generazionale, con crescenti connotazioni a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso. Di fatto, i trentenni e i quarantenni di oggi, pur avendo ancora in massima parte il piacere di godersi i genitori o addirittura qualche nonno, da loro sono distanti anni luce per usi, costumi e pensiero. Una lontananza che si dipana su due fronti, generando un groviglio di incomunicabilità: il gap con i figli “millenials”, infatti, è ancora più ampio di quello con i genitori e i nonni. Fino al ventesimo secolo il processo di evoluzione generazionale era molto più lento e tre generazioni conviventi riuscivano a "parlare la stessa lingua", che in massima parte non era dissimile da quella di tre o addirittura più generazioni precedenti. Questo distinguo è fondamentale per inquadrare in una corretta ottica quanto stia emergendo in virtù della pandemia. La reazione emotiva al Covid-19, non suffragata quindi da alcun substrato scientifico, si differenzia in quattro primari processi mentali: 1) Acquisizione e accettazione della gravità della pandemia, resa evidente dai numeri e dalle dichiarazioni di autorevoli scienziati; 2) Accettazione parziale della gravità: il problema esiste ma non è così grave come lo dipingono. Si tenderebbe a esagerarne la portata per ragioni subdole connesse alla volontà di controllare i cittadini, di favorire il crollo economico, di creare il panico per distrarre le masse dai problemi reali; 3) Il problema non esiste: è una pura invenzione dei poteri occulti che vogliono governare il mondo. 4) Per la maggioranza dei giovani la pandemia è un fastidio che incide sui loro ritmi di vita; vogliono divertirsi e non intendono privarsi nemmeno per un giorno della libertà di movimento, estrinsecata in quel becero rito della movida, ritenuto più essenziale dell’acqua che disseta il viandante nel deserto. Non accettano restrizioni; contestano l’efficienza della mascherina e sono disposti a rischiare perché ritengono il virus non letale per loro. “Dopo tutto è solo una febbre come tante”, ripetono con malcelato e sciocco cinismo, ignorando completamente i dati statistici e rifiutando ogni serio approfondimento della materia.


A latere dei ceppi primari convivono, poi, una miriade di sottogruppi che propongono delle teorie complottistiche di così scarsa consistenza qualitativa da risultare addirittura subordinate a quella descritta al punto tre, già abbastanza ridicola: virus creato in laboratorio dalla Cina per colpire gli USA; virus creato dagli USA per punire i suoi tre principali avversari: Cina, Iran e Italia (la Cina a causa della guerra sui dazi combattuta dai due Stati; l’Iran a causa dell’annosa rivalità tra i due paesi; l’Italia a causa della visita del ministro Di Maio in Cina con l’intento di stringere accordi commerciali, che però sarebbe servita anche ad allontanare l’Italia da mamma USA e favorire la penetrazione cinese in Europa e in Africa!); volontà di sterminare gli anziani per risparmiare sulle pensioni e ridurre la popolazione mondiale; virus che non esiste e funge solo da copertura architettata per coprire i danni del 5G; virus creato da Bill Gates per lucrare sui vaccini prodotti dalle case farmaceutiche da lui finanziate. Ciascuna delle succitate reazioni emotive determina quelle azioni conseguenziali che danno vita ai forti contrasti quotidianamente registrati. Bisogna fare molta attenzione, pertanto, perché la propensione a fare di ogni erba un fascio, se è sempre negativa e ingiusta, in momenti come questi può essere molto pericolosa. Non vi può essere alcuna comprensione per i negazionisti con ingenti risorse economiche e importanti ruoli di potere, che possono permettersi di fronteggiare adeguatamente la pandemia; ben diversa, però, è la condizione di chi si sia visto crollare il mondo addosso dalla sera alla mattina e non sappia dove sbattere la testa, con attività ferma da dieci mesi, zero prospettive per il futuro e debiti che crescono a dismisura. La loro sottovalutazione del pericolo scaturisce da un processo mentale che stabilisce delle priorità a livello subliminale: queste persone vanno comprese e aiutate, possibilmente senza strumentalizzarle per meri fini politici, come purtroppo accade sistematicamente. GENESI E DINAMICHE DEI PROCESSI MENTALI Quali sono i fattori che spingono le persone, in qualsiasi circostanza, a comportarsi in un modo anziché in un altro? Soprattutto: quali sono i fattori che condizionano le decisioni in momenti particolarmente stressanti come quelli che stiamo vivendo? In psicologia esiste una precisa classificazione del comportamento umano, suddiviso in quattro gruppi: sfera cognitiva, conoscenza, sfera affettiva, sfera volitiva. Gli elementi primari della sfera cognitiva sono l’intelligenza e il pensiero. In linea di massima si può dire che quanto più alto sia il quoziente intellettivo più facilmente si riesce a interagire con il prossimo e con gli eventi, anche se l’intelligenza, da sola, non basta ad assicurare equilibrio e ragionevolezza. Il pensiero scaturisce dal proprio credo ideologico, politico, religioso, dai condizionamenti ambientali. L’insieme di questi fattori, quindi, determina le idee di ciascun individuo su qualsiasi cosa. Le idee possono avere il sopravvento sul potere condizionante dell’intelligenza e della conoscenza, piegando questi due elementi alla loro volontà di azione. Per questo aspetto dell’essere ancora oggi è ben netta la dicotomia tra le varie scuole filosofiche e psicologiche. Cartesio sosteneva che alcune idee fossero innate, mentre Hobbes e Locke vedevano nella sola esperienza l’unico processo in grado di sviluppare e organizzare la mente umana. Col passare dei secoli la dottrina


innatista è stata progressivamente ridimensionata, lasciando lo spazio a scuole di pensiero che, sia pure con metodi diversi, danno ampio risalto, quando non esclusivo, al condizionamento ambientale. Non esiste, di fatto, una tesi univoca e forse, come per tante cose, ciascuna di esse contiene un pizzico di verità, contribuendo a crearne una ancora più empirica che, seppure non tributaria di alcun riconoscimento specifico3, ha buone probabilità di essere la più realistica: l’individuo porta nel suo DNA non solo i fattori ereditari scientificamente conclamati ma anche una sorta di influsso caratteriale, ossia il retaggio ancestrale determinato dalle radici più remote, che però non si manifesta in modo uniforme per tutti e risente, con percentuali molto variabili, di vari condizionamenti: intelligenza, ambiente, livello culturale, condizioni di vita e altro ancora. Gustave Le Bon, comunque, sosteneva qualcosa non molto dissimile da questo assunto, anche se tra i fattori alla base del comportamento includeva la razza, non essendosi ancora pienamente sviluppato, durante il suo arco esistenziale, il presupposto della razza umana come univoca specie biologica. La distinzione tra fattori lontani e fattori immediati è davvero interessante e, non essendo qui possibile esporla compiutamente, si consiglia senz’altro la lettura del suo prezioso saggio citato nell’incipit. Nella conoscenza confluiscono tutte le informazioni che consentono all’individuo di operare delle scelte. Intelligenza e conoscenza, se non condizionate da altri fattori, interagiscono e suggeriscono le decisioni di volta in volta assunte. Alla sfera affettiva afferiscono l’umore, i sentimenti, le emozioni e qualsivoglia elemento positivo o negativo, piacevole o spiacevole, generato da un evento, dalle relazioni sociali, dagli stati d’animo, dagli stimoli esterni. La sfera volitiva, a sua volta, riguarda le azioni compiute per il raggiungimento di determinati fini e, come facilmente verificabile anche da chi non abbia competenze specifiche, la sua fragilità è ben evidente dalla quantità abnorme di azioni insulse effettuate da chi non riesca a gestirla in modo razionale. PROCESSI MENTALI E PANDEMIA Alla luce di quanto sopra esposto è possibile inquadrare razionalmente il variegato comportamento degli individui in questi terribili mesi che stanno sconvolgendo il Pianeta. Il primo dato che emerge è rappresentato dal livello culturale delle singole persone che, se caratterizzato da un alto profilo, indipendentemente dal credo politico, manifesta forte stabilità emotiva e grande capacità di discernimento. Di converso, relativamente ai soggetti che per ruolo sociale conquistano quotidianamente la ribalta della cronaca, quanto più è basso il loro profilo culturale tanto più scende la stabilità emotiva e la capacità di discernimento. Il concetto è antico e più volte ribadito in queste colonne: la cultura dovrebbe costituire l’elemento primario per qualsiasi persona insignita di potere in grado di condizionare la vita altrui. Il basso profilo culturale determina anche quei comportamenti solitamente definiti vergognosi e, in momenti come questi, privi di aggettivi consoni a una corretta definizione. Basti pensare, per esempio, a coloro che passano le giornate a criticare l’operato di chi abbia responsabilità decisionali, senza proporre alternative valide o magari suggerendone alcune irrealizzabili e quindi sciorinate per fini meramente strumentali, tra i quali quello di lisciare il pelo alle classi sociali che costituiscono il bacino elettorale di riferimento. A livello economico è inutile ribadire la cinica


protervia e l’abilità maligna di chi viva osservando il motto “mors tua vita mea”. Lo squallido balletto sull’imminenza di un vaccino, artatamente orchestrato dalle case farmaceutiche con il supporto dei rispettivi sodali politici e mediatici, alimentando speranze illusorie se rapportate ai tempi brevissimi, consente forti speculazioni in borsa soprattutto a coloro che, essendo i registi del balletto, possono addirittura beneficiare "legalmente" di una pratica illegale come l’insider trading. Restando nei confini di casa nostra si può solo stendere un velo pietoso sui bisticci da bar che coinvolgono tutti gli esponenti politici, indecorosamente incapaci di mantenere un contegno in linea con il proprio ruolo e ridotti alla stregua dei capponi di Renzo, che “s’ingegnavano a beccarsi l’uno con l’altro, come accade troppo sovente ai compagni di sventura”. I loro processi mentali rendono manifesta più di quanto non fosse accaduto in passato l’inconsistenza qualitativa, essendo le loro azioni avulse da ogni logica di bene comune e ancorate esclusivamente a presupposti di autotutela. Come sempre accade nei momenti di massima tensione, però, viene meno la lucidità razionale che di solito accompagna le azioni, anche quelle più criminali, nei momenti di calma piatta, e si agisce in modo grottesco, tirandosi la zappa sui piedi. La vicenda del generale responsabile del piano Covid in Calabria, divenuto una macchietta televisiva quando scopre in diretta le mansioni del suo ruolo, sostituito con un altro personaggio da avanspettacolo che ha fatto subito pensare anche alla sua rimozione, la dice lunga sullo stato confusionale che aleggia nelle stanze del potere e anche sulla consistenza qualitativa delle "seconde file", ossia quella pletora di dirigenti che, di fatto, costituisce il motore del Paese. Un motore da rottamare insieme con i meccanici che lo hanno montato. GIOVANI ALLO SBANDO Se volessimo rappresentare cinematograficamente ciò che traspare dalla cronaca quotidiana, lo slogan più appropriato per pubblicizzare il film sarebbe: “Il male oscuro di una società schizoide”. Non si potrebbe spiegare altrimenti, infatti, la fila di ambulanze all’esterno degli ospedali e la folla serena e tranquilla che si trastulla nei corsi principali delle città, sul lungomare e nei luoghi classici della famigerata movida. Marino Niola, ordinario di Antropologia culturale all’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, intervistato da un giornalista de “Il Mattino”, non usa mezzi termini nel definire ciò che è sotto gli occhi di tutti: “Siamo già oltre le sequenze del Titanic, con l'orchestra che continua a suonare mentre il transatlantico sta sbattendo contro l'iceberg: qui c'è l'espressione di un senso di irresponsabilità sconvolgente che sa di irrazionalismo negazionista”. I giovani sono i principali responsabili di siffatti comportamenti, che però si riscontrano anche in altre fasce di età. Da dove nasce tanta irresponsabilità? Ci tocca ripetere, esasperandoli, concetti già espressi. Giovani iper coccolati, avvezzi a considerare il divertimento come scopo primario della loro esistenza, capaci di giungere a trenta anni senza aver mai letto un classico della letteratura, senza aver mai imparato una poesia a memoria, senza aver mai ascoltato un brano di musica classica e per giunta con preparazione scolastica posticcia e largamente fallace, come possono fronteggiare adeguatamente un evento di questa portata? Semplicemente non possono. Non possono e non vogliono modificare nemmeno parzialmente stili di vita recepiti come una vera droga, capaci di esorcizzare la paura con le classiche suggestioni fasulle che “Es” (la parte oscura della mente, il serbatoio dell’energia vitale, l’insieme caotico e turbolento delle


pulsioni) produce quando si "rende necessario" sottomettere “Io”, (la coscienza mediatrice che agisce tra l’incudine di Es e il martello del SuperIo) e “SuperIo”, (l’insieme dei divieti sociali sentiti dalla psiche come costrizione e impedimento alla soddisfazione del piacere). “Spinto così dall’Es, stretto dal SuperIo, respinto dalla realtà, l’Io lotta per venire a capo del suo compito economico di stabilire l’armonia tra le forze e gli impulsi che agiscono in lui e su di lui; e noi comprendiamo perché tanto spesso non ci è possibile reprimere l’esclamazione: la vita non è facile!”. Così spiega Freud, nella sua “Introduzione alla psicanalisi”, la difficoltà oggettiva dell’Io di farsi strada quando i disequilibri dell’essere e gli sconvolgimenti sociali alimentano in modo irresistibile i suoi contraltari, dando loro forza sufficiente a sconvolgere l’equilibrio mentale. Se scoppiasse una guerra i giovani sarebbero chiamati alle armi: si troverebbero senz’altro in mille difficoltà, ma sarebbero comunque costretti a modificare radicalmente modo di pensare e di agire grazie al rigore del regime militare. La pandemia imporrebbe pari rigore o addirittura superiore, ma non vi è nessun sergente di ferro che lo imponga; una società civile può solo chiedere senso di responsabilità. I necessari provvedimenti restrittivi resi possibili dalle norme costituzionali, senza quel senso di responsabilità, perdono una consistente fetta di efficacia. È quello che sta accadendo, con gli effetti devastanti che sgomentano. Tutti i nodi, prima o poi, vengono al pettine, come ampiamente previsto da Le Bon, per esempio, che nell’opera citata descrive in modo magistrale i limiti dell’istruzione scolastica, concludendo che già quelli del suo tempo giustificano le più tristi previsioni: “La scuola, oggi, forma degli infelici, degli anarchici e prepara, per i popoli latini, epoche di decadenza”. Mai previsione fu più azzeccata e, purtroppo, a distanza di oltre un secolo si deve registrare addirittura un sensibile peggioramento dell’istruzione giovanile, che risente ancora di tutte le lacune individuate dal filosofo francese. Ma ora, onestamente, non è proprio il caso di perdere tempo in analisi sociologiche protese a comprendere le cause remote delle distonie giovanili: basta e avanza il tanto già scritto. Ora è tempo di agire per fermare la deriva. Questa è una guerra: facciamo scendere in campo i sergenti di ferro. Il PIANETA ALLO SBANDO E LA PANDEMIA COME TERMOMETRO PER MISURARNE LA FEBBRE Alle ore 22 del quattordici novembre il Covid-19 registra i seguenti dati: 53.164.803 contagiati; 1.300.576 morti. L’Italia è al decimo posto per numero di contagiati, dopo USA, India, Brasile, Russia, Francia, Spagna, Regno Unito, Argentina e Colombia; al sesto posto per numero di morti, dopo USA, Brasile, India, Messico e Regno Unito. (Il Messico, all’undicesimo posto per numero di contagiati, registra oltre 50mila decessi in più rispetto al nostro Paese). I dati riportati dalle statistiche ufficiali, comunque, ancorché significativi e spaventosi, vanno presi con le molle e considerati sottostimati, soprattutto per molti paesi non muniti di efficaci strumenti di rilievo. La pandemia genera angoscia, paura (con annessa rimozione in taluni casi), senso di smarrimento e di impotenza. Il tutto, però, viene amplificato da una evidenza non meno terribile: profonde distonie sociali, diffuso malessere, un profondo gap tra minoranze ricche e popoli che vivono sotto la soglia di povertà, classi dominanti di pessima qualità. Non solo: il paradosso regna sovrano,


generando maggiore sconcerto. In Occidente non ci stanchiamo mai di celebrare il mito della democrazia rappresentativa e poi vediamo che paesi in cui essa sia una pia illusione riescono meglio di tutti gli altri a gestire la pandemia, magari dopo essere stati i responsabili della loro diffusione. Per la Corea del Nord è davvero difficile credere alla bufala "zero contagi", ma in ogni caso non devono essere molti, per essere così abilmente occultati. L’Occidente scricchiola sotto i colpi inferti da un liberal-capitalismo in discesa libera verso derive incontrollate, grazie anche al sostegno assicurato da milioni di persone abbagliate dai falsi miti del consumismo e in marcia inconsapevole verso il precipizio, come se fossero zombi incapaci di vedere cosa si dipani sul loro barcollante cammino. Il declino degli USA sembra irreversibile e, se da un lato si è rivelata davvero insopportabile la pantomima relativa alle ultime elezioni presidenziali, con il presidente uscente sempre più somigliante a un comico da circo equestre e un mediocre subentrante che dovrà rassegnarsi a fungere da ennesimo pupazzo nelle mani delle lobby, dall’altro atterrisce e sgomenta vedere ben settanta milioni di statunitensi capaci di votare per la macchietta e due improbabili contendenti in competizione, come se in USA mancassero delle persone con i numeri giusti per sedersi nella stanza ovale4. L’America Latina continua a essere preda di bande delinquenziali capaci di proiettare i propri affiliati ai vertici delle istituzioni, si può ben immaginare con quali risultati per la stabilità politica, economica e sociale. Lo stesso dicasi per l’Africa, da sempre preda prediletta per bande interne e predoni esterni. Il Medio Oriente è una continua polveriera che non trova pace e proprio in questo periodo dobbiamo registrare l’ennesima ignominiosa aggressione al meraviglioso popolo armeno, costretto a cedere parte del suo territorio all’Azerbaigian nell’indifferenza assoluta dell’Occidente, che ha preferito girare la faccia dall’altra parte per timore dello scomodo alleato turco, sostenitore degli azeri nella facile guerra di conquista contro un popolo virtuoso ma non certo bellicoso e per giunta privo di mezzi. Quali sono i paesi europei che possano vantare una classe politica rispettabile? Serve riportare per l’ennesima volta la radiografia politica dell’Europa? Non serve. In Italia, dove evidentemente un paradosso è poca cosa, ne dobbiamo registrare almeno due: non si riesce a mettere nell’angolo la sinistra nemmeno quando gli elettori la bocciano elettoralmente e dobbiamo anche ringraziare Dio, per chi ci crede, o il solido binomio tra caso e necessità, sancito nel celebre saggio di Jacque Monod, per non dover patire la presenza nel governo di soggetti che avrebbero reso la pandemia ancora più drammatica di quanto non lo fosse per sua natura e per i limiti di chi la stia gestendo, a livello centrale e periferico. PROSPETTIVE PER UN NUOVO ORDINE MONDIALE Un nuovo ordine mondiale si rende necessario e anche in fretta. Il Pianeta non può attendere. Ma è davvero possibile, anche in tempi medio-lunghi, realizzare un radicale processo di cambiamento che, sfruttando gli insegnamenti del passato, consenta agli esseri umani di costruire un futuro migliore? E soprattutto: a chi toccherebbe farsi carico di una rivoluzione epocale di siffatta portata? Apparentemente sembra di entrare nell’insolvibile dilemma del gatto che si morde la coda: i popoli si sforzano, generazione dopo generazione, di delegare il potere a soggetti che, in linea di massima, disattendono le aspettative e vengono sostituiti da altri


soggetti che si comportano allo stesso modo, o addirittura peggio, soprattutto quando, tramutatisi in uomini forti, trasformano la democrazia rappresentativa in un simulacro di libertà o in un’ancora più confortevole (per loro) dittatura. L’immarcescibile e caustico Gustav le Bon ha le idee chiare in merito: “È ancora diffusa l’idea che le istituzioni possano rimediare ai difetti della società, che il progresso dei popoli sia il risultato dei loro governi e che i cambiamenti sociali si possano operare a furia di decreti. […]Le esperienze accumulate non sono valse a rinnegare questa utopia. Invano i filosofi e storici hanno cercato di dimostrarne l’assurdità (in particolare Tocqueville e Rousseau, oltre Max Weber, che però non può essere incluso tra coloro cui faccia riferimento, per motivi anagrafici; per quanto riguarda gli storici di sicuro si riferisce a Ernest Lavisse e Hippolyte Taine e forse ad altri che il modesto autore di questo articolo non riesce a individuare. N.d.r.). Tuttavia, non è stato difficile per loro provare che le istituzioni sono figlie delle idee, dei sentimenti e dei costumi e che non si possono mutare idee, sentimenti, costumi, riscrivendo i codici. Un popolo non sceglie le istituzioni che gli aggradano, come non sceglie il colore dei suoi occhi e dei suoi capelli. Le istituzioni e i governi rappresentano il prodotto della razza”. Sostituendo il termine “razza” con uno più appropriato, sia esso “cittadini” o “popoli”, possiamo comparare il profondo assunto analitico a quello semplicistico, ma efficace, dei giorni nostri: la classe politica riflette nel bene e nel male (più nel male) la natura di chi la elegge. Come uscirne? È una domanda per ora destinata a restare senza risposta, anche perché l’unica che affiora istintivamente è così brutta da venire automaticamente cancellata dalla mente: prima o poi si verificheranno eventi così drammatici da indurre l’umanità, per lo spirito di sopravvivenza, a dare realmente vita a un nuovo ordine mondiale. Nei primi mesi di pandemia non sono mancate le asserzioni di eccelsi intellettuali sulla possibilità di un radicale cambiamento, in positivo, quando tutto sarà finito. Di fatto la pandemia costituirebbe quell’evento drammatico in grado di generare un nuovo ordine mondiale. Oggi, però, già si assiste a un sensibile affievolimento di questo convincimento, alla luce dei tanti comportamenti insulsi che si registrano in ogni strato sociale. Qualcosa di più sconvolgente, quindi, deve accadere, affinché le masse trovino il giusto stimolo per un chiaro cambio di rotta. Nell’attesa non ci resta che continuare a denunciare fino alla noia i mali del mondo, anche se la narrazione progressivamente assume le sembianze di quei vecchi ritornelli che nessuno canta più. NOTE 1) È senz’altro vero che la scelta dei rappresentanti politici assomiglia a quella della frutta in cesti di mele, pere e agrumi marci, ma questo, lungi dal costituire un’attenuante, amplifica la colpa di chi paga quotidianamente lo scotto della propria incapacità nell’incidere radicalmente su un sistema alla deriva. Solo una spinta che parta dal basso può creare i presupposti per una vera riforma federale dello Stato, ancorata a un pieno recupero della centralità che, necessariamente, deve prevedere: elezione diretta del Presidente della Repubblica; abolizione del senato e delle amministrazioni provinciali e


regionali; accorpamento dei comuni affinché il più piccolo abbia almeno quindicimila abitanti. Sessanta milioni di cittadini sono pochi anche per l’istituzione di tre o quattro macroregioni rette da un governatore, più o meno con le stesse caratteristiche legislative presenti negli USA, figuriamoci se ne servono venti, cinque delle quali addirittura a statuto speciale, con la Sicilia che ha più guardie forestali di quante non ve ne siano in Canada. 2) In Italia si verifica un doppio vulnus in campo storiografico: è scarsa e lacunosa la saggistica sugli orrori del comunismo; è del tutto assente quella che confuti le mistificazioni perpetrate da coloro che degli orrori non vogliono parlare. In Francia, invece, si presta molta attenzione a questo importante aspetto, che serve a penetrare in modo più veritiero nei meandri della storia. A parte l’eccelso lavoro compiuto da Alain De Benoist e dagli intellettuali del GRECE, sono molti gli studiosi che trattano le atrocità dittatoriali e il negazionismo, senza eccezioni. Purtroppo i loro testi trovano scarsa eco in Italia ed è emblematico il caso dello storico Thierry Wolton, autore di pregevoli saggi sul comunismo mai tradotti in italiano, eccezion fatta per un testo del 1987, scritto con André Glucksmann, che parla delle responsabilità dell’Occidente nel coprire gli scandali e i crimini dei comunisti in Etiopia, il che la dice lunga sulla volontà di tenere ben celata la parte più consistente del marcio. Nella sua opera più recente, "Le négationnisme de gauche", (Paris, Grasset, 2019), spiega come la sinistra cerchi di minimizzare, relativizzare o persino negare la natura totalitaria e criminale dei regimi comunisti e quanto siffatta propensione possa influire sulle questioni del nostro tempo, come il terrorismo islamico, il ritorno dell'antisemitismo o l'ascesa di movimenti populisti e nazionalisti. 3) Eccezion fatta per quello che proviene dall’autore dell’articolo, che vale quanto il due di spada a briscola, quando il seme di briscola è bastoni. 4) Al Gore, per esempio, ignominiosamente "fatto fuori" nel 2000 con gli imbrogli elettorali in Florida orchestrati dal fratello di Bush Jr., governatore in carica, sarebbe ancora spendibile, considerato che è più giovane di entrambi. Il suo accantonamento la dice lunga su come i democratici, tutto sommato, su certi temi scottanti come lotta alle armi, ambiente, assistenza sanitaria, non siano molto dissimili dai loro avversari repubblicani. Una pochezza che traspare anche nella scelta dei candidati al congresso: in New Mexico, per esempio, era candidata la brillante Valerie Plame, ex agente CIA che aveva scoperto la bufala delle armi di distruzione di massa in Iraq, ma è stata sconfitta alle primarie – e quindi dagli elettori del suo partito – a vantaggio di un candidato qualitativamente meno rappresentativo.(Vedere "CONFINI" nr. 40, gennaio 2016, "Venti di guerra", pag. 4).


SE PROPRIO DOVETE STORPIARE I SOSTANTIVI, STORPIATELI BENE! INCIPIT Rassegna stampa televisiva mattutina, prima del primo caffè, in emittenti diverse: per tre volte è stato asserito “ministra Lamorgese”. Non se ne può più. FACCIAMO CHIAREZZA Egregi giornalisti che affollate le redazioni dei media (termine che imperterriti e in buona compagnia continuate a pronunciare con la ridicola e inesistente versione anglosassone "midia"), nessun giudice, purtroppo, può imporvi di non storpiare la lingua italiana e pertanto avete campo libero nelle vostre fantasiose elucubrazioni. Buon pro vi faccia e soprattutto buon divertimento: non è da tutti avere la possibilità di intervenire, non importa se negativamente, nel cambiamento del linguaggio. Se proprio dovete storpiare i sostantivi, però, almeno storpiateli con senso logico! Altrimenti è davvero troppo. Volgere al femminile "ministro", cosa che già di per sé non sta né in cielo né in terra, utilizzando il suffisso "a" (ministra), anziché "-essa" allarga i confini dell’impossibile ben oltre quelli terrestri e del cielo! Non vi sembra di esagerare con le cose impossibili? Il femminile di un sostantivo si forma partendo dalla forma più antica alla quale sia possibile risalire nello studio della sua storia (etimologia). Per l’italiano, questo dovreste saperlo anche voi, il riferimento più antico, in massima parte, è il latino; poi vi è il greco; non mancano influssi celtici e sono altresì presenti molti altri termini mutuati dalle lingue dei tanti popoli che si sono divertiti a praticare il bungabunga nel nostro paese, nel corso dei secoli. Il dizionario Treccani, che – perdonatemi – è redatto da persone con un pizzico di autorevolezza superiore alla vostra, ci ricorda che il suffisso nominale adoperato per formare il femminile dei nomi di professione, mestiere, occupazione, dignità nobiliari è "-essa": contessa, duchessa, principessa, dottoressa, ostessa, poetessa, professoressa, studentessa. Talvolta il suffisso esprime una connotazione ironica o spregiativa: giudicessa, medichessa. Riferito a cose, invece, può assumere un valore accrescitivo o dispregiativo rispetto alla base nominale: ancoressa, articolessa, pennellessa, sonettessa. Corretto il femminile di alcuni nomi di animali (elefantessa, leonessa); in disuso l’abitudine di utilizzarlo per indicare le mogli di chi ricopre una determinata carica (generalessa, prefettessa), mentre persiste l’utilizzo con valore ironico o spregiativo (vigilessa, medichessa). Basta sfogliare un semplice dizionario latino-italiano, del resto, per scoprire l’arcano. Conte: comes-comitis; femminile: comitisa-comitisae e quindi “contessa”. Principe: princeps-ipis; femminile: princips uxor-uxoris (moglie del principe, che evidenzia la forte caratterizzazione del sostantivo maschile, reiterata anche nei sinonimi “regia virgo” - fanciulla del re, fanciulla reale - e “princeps femina-ae”) e quindi “principessa”; Duca: dux ducis; femminile: dicissa-ducissae e quindi “duchessa”;


Professore: professor-oris; femminile: mulier professor-professoris e quindi “professoressa” (anche qui mulier evidenzia la forte caratura maschile, che trova il giusto equilibrio nel sinonimo “docendi magistra-magistrae, da cui “maestra”); Dottore: doctor-oris; femminile mulier doctor-doctoris e quindi “dottoressa”; Avvocato: advocatus-i, termine che non contempla il femminile e quindi resta invariato. È improprio, pertanto, dire “avvocatessa” e ancor più “avvocata”, che fa scadere il termine nella ridicolaggine, dal momento che il sostantivo è stato coniato precipuamente per indicare la figura religiosa più importante del firmamento cristiano: “Orsù dunque, avvocata nostra, rivolgi a noi gli occhi tuoi misericordiosi”. Arriviamo a ministro, per non farla troppo lunga: "Rei pubblicae administratororis"; oppure "gubernator-oris", "procurator-oris" e , in ultimo, "minister-tri". Di femminile non se ne parla proprio e già questo basta a rendere il termine invariabile. Sulla scorta di quanto sopra esposto, e sorvolando sul quarto termine con il quale sia possibile declinarlo in latino, se proprio volete divertirvi a mettere la gonna al sostantivo, il termine da utilizzare (sempre impropriamente, sia ben chiaro) è "ministressa" e non ministra. Dulcis in fundo, tanto per affondare un po’ il coltello nella piaga: qualora dovesse venirvi voglia di sfogliare un testo di grammatica per studiare il femminile dei nomi, perdetelo un quarto d’ora in più anche sui capitoli dei verbi servili e della consecutio temporum. Quel "sarebbe dovuto essere" pronunciato con metodica e diffusa frequenza fa davvero venire i crampi allo stomaco, alla pari del congiuntivo presente in una frase con condizionale presente nella reggente. Va da sé che non è proprio il caso di invitarvi a ripassare anche il corretto utilizzo dei congiuntivi al di fuori della consecutio temporum: è sempre buona norma, infatti, non combattere battaglie perse in partenza.


4 NOVEMBRE: SIA FESTA NAZIONALE PROLOGO “Cercheremo di narrare, pertanto, una storia importante dalla quale trarre spunti per meglio guardare dentro noi stessi, magari per rimettere in discussione pensieri e convincimenti che ci accompagnano da sempre, grazie anche a una storiografia per certi versi pasticciona, per altri palesemente bugiarda e, solo molto raramente, se non proprio “obiettiva”, quanto meno “onesta”. Diradare le troppe nubi che offuscano la verità storica e capire da dove veniamo può facilitare il cammino, soprattutto ai più giovani, verso un futuro che assomiglia sempre più a un’autostrada priva di barriere divisorie, nella quale tutti corrono all’impazzata, in qualsiasi direzione, distruggendosi vicendevolmente. Uno scenario terribile, ancor più nefasto di qualsiasi guerra. […] La Prima Guerra Mondiale, per l’Italia, si chiuse con il famoso bollettino emanato dal generale Armando Diaz, anche se solo nei giorni successivi si perfezionarono le occupazioni di Pola, Sebenico, Valona, Cattaro, dove le truppe italiane non furono accolte con molto entusiasmo, e Zara, che invece accolse con trepidante gioia i nostri soldati. Il 17 novembre anche Fiume diventò italiana, creando le premesse per future tensioni tra l’Italia e gli Alleati. L’Italia aveva conquistato le terre irredente pagando un alto prezzo in vite umane: 651mila soldati e 589mila civili. Un intero popolo aveva sofferto dure privazioni per tre anni e mezzo, contribuendo con tutte le proprie forze al successo finale perché, come più volte scritto, la Prima Guerra mondiale fu "guerra totale" grazie all’impiego di tutte le risorse disponibili. L’Italia, finalmente, poteva definirsi geograficamente unita. Restava da costruire l’unità nazionale, perché, ancor più di quanto non fosse vero nel 1860, "si era fatta l’Italia e ora bisognava fare gli italiani". Ma questa è tutta un’altra storia. (Lino Lavorgna, “Il Piave mormorava”, saggio pubblicato a puntate su "Confini" da gennaio a novembre 2018). L’UNICA DATA IN GRADO DI UNIRE TUTTI GLI ITALIANI Il 3 novembre 1918, a Padova, nella villa del conte Vettor Giusti del Giardino, senatore del Regno, fu siglato l’armistizio che pose fine alla Prima Guerra Mondiale, non a caso definita anche "Quarta Guerra d’Indipendenza", dal momento che, con la riannessione di Trento e Trieste, si perfezionò l’unificazione territoriale, politica e istituzionale del Paese. L’armistizio entrò in vigore il giorno successivo e, nel 1919, fu istituita la "Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate", con valore di festa nazionale. Nel 1977, un po’ per il clima politico dell’epoca, condizionato da una sinistra che addirittura riteneva il 4 novembre un giorno di lutto, e un po’ a causa della crisi petrolifera, che indusse molti governi dei paesi occidentali a varare le disposizioni di contenimento dei costi energetici note come "austerity", l’evento fu spostato alla prima domenica di novembre, pur di non perdere un giorno lavorativo. Nel 2018, Pasquale Trabucco, ex ufficiale, al fine di sensibilizzare opinione pubblica e istituzioni sul rispristino della festività, fondò il comitato "Noi stiamo con Pasquale Trabucco" e organizzò una raccolta di firme, personalmente curata percorrendo a piedi 1750 km, dal comune più a nord (Predoi, Bolzano) fino a quello più a sud (Portopalo di Capo Passero, Siracusa). Durante il tragitto fu ricevuto dai


sindaci delle città attraversate, depose fiori alla base dei tanti monumenti ai Caduti e illustrò lo scopo dell’iniziativa, culminata con la visita al sindaco di Roma, dopo aver reso onore al Milite Ignoto in una toccante cerimonia. L’assidua campagna del tenente Trabucco ha avuto alta eco mediatica e ha scosso le coscienze. Il 27 marzo 2019, un importante raduno a Roma registrò la presenza di delegazioni provenienti da tutta Italia, creando ulteriori presupposti per l’iter legislativo, solo in parte rallentato dalle vigenti contingenze. Il comitato è pienamente operativo, comunque, e la sua attività non potrà che concludersi con una piena vittoria, da dedicare soprattutto ai nostri nonni, immolatisi sulle fredde alture alpine e negli altopiani carsici per conferire alla patria piena dignità territoriale.



IL MESTIERE PIÙ BELLO DEL MONDO: GOVERNARE INCIPIT “Il piacere di governare deve senza dubbio essere squisito, se dobbiamo giudicare dal grande numero di persone che sono ansiose di praticarlo”. (Voltaire) “Governare è l'arte di creare problemi la cui soluzione mantiene la popolazione nell'inquietudine”. (Ezra Pound) “Il miglior governo è quello che attiva il meglio dell'intelligenza della nazione”. (Ezra Pound) “Per il bene degli Stati sarebbe necessario che i filosofi fossero re o che i re fossero filosofi.” (Platone) “Forse, se esistesse una città di uomini buoni, si farebbe a gara per non governare come adesso per governare, e allora sarebbe evidente che il vero uomo di governo non è fatto per mirare al proprio utile, ma a quello del cittadino”.(Platone) “Dove si incrociano le tue capacità e le necessità del mondo risiede la tua chiamata”. (Aristotele) “Quelli che hanno in animo di occupare le più alte cariche di governo devono possedere tre doti: innanzitutto, attaccamento alla costituzione stabilita, in secondo luogo una grandissima capacità nelle azioni di governo, in terzo luogo virtù e giustizia”. (Aristotele) “Quando il mare è calmo, ognuno può far da timoniere”. (Publilio Siro) “Poche mani, non sorvegliate da controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa”. (Antonio Gramsci) “Regimi democratici possono essere definiti quelli nei quali, di tanto in tanto, si dà al popolo l'illusione di essere sovrano. Chi vuol governare deve imparare a dire no”. (Benito Mussolini) “Quando il potere è in mano di uno solo, quest'uno sa di essere uno e di dover contentare i molti; ma quando i molti governano pensano soltanto a contentar sé stessi, e si ha allora la tirannia più balorda e più odiosa: la tirannia mascherata da libertà”. (Luigi Pirandello) “Quando il popolo teme il governo c'è tirannia. Quando il governo teme il popolo c'è democrazia”. (Thomas Jefferson) “Viviamo in un'epoca pericolosa. L'essere umano ha imparato a dominare la natura molto prima di aver imparato a dominare sé stesso”. (Albert Schweitzer) “Con cattive leggi e buoni funzionari si può pur sempre governare. Ma con cattivi funzionari le buone leggi non servono a niente”. (Otto von Bismark) “Tre cose sono impossibili: insegnare, guarire, governare”. (Anna Freud) “Lasciate che la gente creda di governare e sarà governata”. (William Penn) “Il governo non è fatto per la comodità e il piacere di coloro che sono governati”. (Conte di Mirabeau) “Qualsiasi governo è, in certa misura, un male”. (Albert Einstein) “Non è facile avere un bel giardino: è difficile come governare un regno. Ci si deve risolvere ad amare anche le imperfezioni, altrimenti ci si illude”. (Hermann Hesse) “In Italia contro l'arbitrio che viene dall'alto non si è trovato altro rimedio che la disobbedienza che viene dal basso”. (Giuseppe Prezzolini) “Ogni nazione ha il governo che si merita”. (Joseph Marie De Maistre) “Occorre un determinato grado di autonomia per guidare in modo serio un esecutivo”. (Giuseppe Conte) “Forse è arrivato il momento di riconsiderare i dogma dell’illuminismo, a cominciare da quello che considera la democrazia il miglior sistema di governo possibile”. (Lino Lavorgna)


DALLA MONARCHIA ALL’OCLOCRAZIA Erodoto prima, Platone e Aristotele subito dopo, avevano ben intuito l’evoluzione ciclica dei regimi politici verso continue forme di deterioramento, il ritorno alla forma iniziale dopo aver raggiunto l’ultimo stadio e l’inizio di un nuovo identico ciclo. Polibio, nel libro sesto delle Storie, perfeziona tale assunto elaborando la teoria dell’anaciclosi. Con evidente riferimento a quanto già sancito da Aristotele nel libro terzo della Politica, infatti, l’eminente storico sostiene che, le buone forme di governo, in cui trionfano giustizia e ragione, si alternano a forme di governo corrotte, dominate dalla violenza, dalle passioni e dagli interessi individuali. La monarchia, retta da un solo individuo, nella fase corrotta, si tramuta in tirannide; la parte migliore dei cittadini si ribellerà alla tirannide dando vita a un'aristocrazia, inevitabilmente destinata a degenerare nell’oligarchia; per correggere i guasti dell’oligarchia si darà vita alla democrazia, a sua volta destinata a degenerare nell’oclocrazia, che porta il governo alla mercé dei desideri insulsi delle masse, sempre incapaci di guardare al di là del proprio misero orticello. Per Polibio le pubbliche elezioni dovrebbero consentire di delegare il potere agli uomini più giusti e assennati. Non è democrazia, infatti, “quella nella quale il popolo sia arbitro di fare qualunque cosa desideri, ma quella presso la quale vigano per tradizione la venerazione degli dei, la cura per i genitori, il rispetto degli anziani, l’obbedienza alle leggi e infine quella nella quale prevalga l’opinione della maggioranza”. Il concetto di oclocrazia non ha ricevuto un’adeguata attenzione nei trattati di politologia e nelle analisi sociologiche. Plutarco ne parla nel primo capitolo del De unius in republica dominatione; Lucio Cassio Dione, uno storico "minore" del II secolo, lo cita nel libro 44 della sua corposa Historiae Romanae, (ben ottanta libri che vanno dalla leggenda di Enea fino al 229 d.C). In epoca moderna il solo Rousseau, nel Contratto sociale (Libro III, cap. X), lo definisce un elemento degenerativo della democrazia a seguito della dissoluzione dello Stato. Per gli intellettuali e politologi contemporanei, in massima parte asserviti a dei padroni, il concetto è pressoché sconosciuto, quando non volutamente misconosciuto. Fatti salvi pochi paladini della verità, infatti, è impossibile mettere alla berlina chi, senza porsi alcun limite etico, difenda con unghie e denti la poltrona e chi, quella poltrona bramando, combatte con non minore vigore e pari spudoratezza. MASSE E POTERE Ne abbiamo parlato più volte e non è il caso di ripeterci. Caso mai, di volta in volta, è sempre opportuno aggiungere qualche nuovo tassello. Solo pochi mesi fa, nel numero 87 di “CONFINI” (luglio-agosto), abbiamo posto in evidenza come gran parte del Pianeta fosse governato da classi politiche di infima qualità, senza fare cenno alla parte restante, nella quale la situazione è peggiore. Perché accade tutto ciò? Perché negli USA ben settanta milioni di persone sono state capaci di votare per un tizio come Trump e oltre ottanta milioni hanno votato per un suo antagonista, senz’altro migliore, ma di certo non degno di passare alla storia come il presidente USA più votato? Una bella risposta è offerta dal filosofo canadese Alain Deneault (manco a dirlo: è nato nel Quebec e quindi ha un’anima "completamente" francese), autore del saggio "La mediocrazia. Come e perché i mediocri hanno preso il potere" (Editore Neri Pozza, 2017). Un saggio che non dovrebbe mancare in nessuna libreria perché, con


un linguaggio chiaro e privo di fronzoli retorici, l’autore spiega il centrismo dei mediocri. Una precisazione. La traduzione di Roberto Boi non è male, ma se davvero si vuole godere lo stile di Deneault si consiglia senz’altro l’edizione originale: “La médiocratie”, Lux Éditeur, Montreal, 2015.

“Non c’è stata nessuna presa della Bastiglia, niente di paragonabile all’incendio del Reichstag, e l’incrociatore Aurora non ha ancora sparato un solo colpo di cannone. Eppure di fatto l’assalto è avvenuto, ed è stato coronato dal successo: i mediocri hanno preso il potere”. Questo è l’incipit del saggio, che lascia presagire una gustosa – e allo stesso tempo amara – disamina sulla scellerata condotta di miliardi di esseri umani. Per Deneault il sistema incoraggia l’ascesa di individui mediamente competenti, i mediocri, a discapito dei supercompetenti e degli incompetenti: i primi sono "pericolosi" perché ingestibili; i secondi per ovvi motivi legati alla loro inefficienza. Va tenuto presente, per quest’ultimo aspetto, che l’autore parla da franco-canadese e la sua analisi, ancorché intrisa di valenza universale, è pur sempre commisurata all’esperienza personale, legata al territorio: le dinamiche della società italiana, per esempio, che spingono il fenomeno da lui analizzato fino all’esasperazione e tendono a promuovere anche gli incompetenti, meglio gestibili dai burattinai, gli sono ignote o non sufficientemente note. La competenza del mediocre, quindi, non deve mai essere tale da mettere in discussione le perversioni del sistema. Lo spirito critico non deve mai consentirgli di andare a fondo delle problematiche, anzi, molto meglio chi non si ponga proprio dei problemi di coscienza e agisca serenamente nel "supremo" interesse delle lobby da cui dipende, il che vuol dire cinicamente. Il mediocre, insomma, spiega il filosofo canadese, deve "giocare il gioco", ossia accettare i comportamenti informali, i compromessi che servono a raggiungere obiettivi di breve termine, sottostare a regole malsane, chiudere un occhio e spesso entrambi. Si deve falsificare un rapporto? Lo si faccia. Si deve scrivere tanto senza dire nulla? Il mediocre è maestro in questo. L’importante è essere leale nei confronti di chi paga, siano essi i venditori di armi che negli USA non consentono di cancellare il secondo emendamento o i criminali delle multinazionali che impongono i loro parametri per vendere cibo spazzatura e inquinare impunemente l’ambiente. La gente muore? Al mediocre non interessa. Fa parte del gioco. Un gioco che lui è bene felice di giocare perché lo rende partecipe del dominio del mondo! "Piegarsi in maniera ossequiosa a delle regole stabilite al solo fine di un posizionamento sullo scacchiere sociale", è questo l’obiettivo perseguito dal mediocre. È possibile una inversione di tendenza? Che ciò sia fondamentale per preservare la specie umana è fuor di dubbio: “La mediocrità rende mediocri”, spiega Denault. È contagiosa e funge da barriera invalicabile per la meritocrazia, per l’intelligenza, per la genialità. Allo stesso tempo non nasconde quanto sia difficile un processo inverso e a tal proposito cita un brano del "Discorso sulla stupidità"di Robert Musil: “Se dal di dentro la stupidità non assomigliasse tanto al talento, al punto da poter essere scambiata con esso, se dall’esterno non potesse apparire come progresso, genio, speranza o miglioramento, nessuno vorrebbe essere stupido e la stupidità non esisterebbe”. Per evitare il futuro disastroso che ci aspetta, pertanto, Deneault suggerisce di iniziare con piccoli passi quotidiani, resistendo alle tentazioni e imparando a dire "no" quando sia necessario. Occorre imparare a non accettare compromessi lesivi del bene collettivo; rifiutarsi di ottenere vantaggi professionali senza merito,


danneggiando gli altri; di vendersi; di prostituirsi; di accettare doni offerti per captatio benevolentia; di rendersi complice di chi, in politica, nelle istituzioni, nelle aziende, giochi sporco per meri interessi personali. DEDICHE Non saranno sfuggite, ai miei quattro lettori, le profonde assonanze con la realtà attuale, insite in molti passi dell’articolo, e il riferimento ai tanti omuncoli che, indegnamente, suonano la grancassa in modo sconsiderato e ossessivo, contribuendo ad aumentare il rumore. Secondo una consolidata propensione, almeno in questo magazine, a meno che non sia strettamente necessario, evito i riferimenti espliciti e tendo a privilegiare una formula minimalista, conferendo a certi soggetti il peso che meritano in un contesto di alto respiro, prossimo allo zero, e non quello rilevantissimo giustamente tributato dalla cronaca. Proprio per la massiccia abbondanza dei suonatori di grancassa, però, è giusto gratificare chi riesca a distinguersi per coraggio e stile di vita, rischiando molto. La prima dedica è per Francesco Zambon, coordinatore dell’Oms nella sede di Venezia, autore di un rapporto che ha messo in luce le discrasie della Sanità in tema di pandemia. Il documento rivela che il piano anti-Covid ricalca il piano pandemico anti-influenzale del 2006, copiato anno dopo anno, con formula “copia e incolla”, senza mai essere aggiornato. Il ricercatore definisce la risposta del Paese all’epidemia “caotica e creativa”, non sottacendo la gravità delle azioni commesse, che tra l’altro si configurano come reato. Il numero due dell’Oms ed ex direttore generale della prevenzione al ministero della Salute, Ranieri Guerra, con un comportamento che è poco definire osceno e criminale, ha fatto sparire tutte le copie del rapporto nel giro di 24 ore, dopo aver minacciato invano Zambon affinché provvedesse a falsificarlo. Una copia, però, è all’attenzione della Procura di Bergamo, che indaga per epidemia colposa e falso. È opinione diffusa che la denuncia dei ricercatori, addirittura antecedente alla stesura del rapporto, se fosse stata presa seriamente in considerazione, avrebbe consentito di salvare la vita ad almeno diecimila persone solo in Italia e diverse centinaia di migliaia negli altri Paesi! La stessa Oms impone che i piani pandemici siano aggiornati ogni tre anni perché cambiano continuamente le conoscenze, le tecnologie, le strategie sanitarie. Se è grave, pertanto, la ben conclamata leggerezza del nostro sistema sanitario, non può trovare giustificazione alcuna il comportamento del vertice dell’Oms, che oramai ha perso credibilità. È bene precisare, infatti, che il direttore generale, invece di cacciare il suo vice a calci nel sedere, lo ha sostenuto nella criminale azione, impedendo anche che Zambon si recasse in Procura a rendere testimonianza, adducendo come scusante il ruolo diplomatico esercitato. Una spudoratezza che offende e indigna, tanto più perché aggravata dall’esplicita minaccia di licenziamento. La seconda dedica è per un uomo che, da oltre cinquanta anni, e quindi in un’epoca segnata dalla profonda crisi dei valori a tutti nota, vive all’insegna di quei precetti paventati da Deanult per favorire l’inversione di tendenza, esaltati da uno stile configurabile a quello di un leggendario cavaliere della tavola rotonda. Da giovane, in un sistema marcio fino al midollo, è riuscito a vincere quattro importanti concorsi pubblici, solo per esclusivo merito e con lo svantaggio di essere noto per la militanza, attiva e qualificata, nel vecchio MSI. Non esitò a dimettersi "al buio", dal ministero dell’Interno, nonostante l’importante ruolo ricoperto e le


brillanti prospettive di carriera, quando si sentì dire dal capo del personale che non sarebbe mai stato trasferito dalla città della Toscana dove prestava servizio perché “uno come lui doveva ringraziare il cielo solo per essere riuscito a vincerlo, il concorso”, con esplicito riferimento al ruolo politico ricoperto e alla mancanza di "santi protettori". Dopo le dimissioni, rispondendo a una semplice inserzione su un quotidiano, fu assunto da una importante banca di Napoli, dalla quale si dimise dopo un anno, essendosi reso conto che il lavoro non era compatibile con i suoi principi etici. Ritornato a lavorare in una primaria struttura ministeriale, poi trasformatasi in importante S.p.a., dove prestava servizio prima di essere assunto al ministero dell’Interno, fu chiamato a svolgere un ruolo dirigenziale in una sede periferica provinciale, vessata da gravi interferenze politico-sindacali, affinché "mettesse ordine in quel verminaio". Dopo tre anni di vani tentativi per indurlo "a miti consigli", ricevette un esplicito ricatto: o diventava più morbido o sarebbe partito un esposto in quanto il ruolo ricoperto era ben tre livelli superiore a quello effettivo. Non esitò ad abbandonare l’incarico pur di non "vendersi", rinunciando, quindi, alla legittimazione prevista per chi svolgeva mansioni superiori per un determinato lasso di tempo, che gli avrebbe garantito prestigio e tanti soldi in più. Analogo spirito è stato sempre profuso in qualsiasi contesto professionale e politico, senza mai cedere di un millimetro alle pur significative e allettanti sollecitazioni. Il prezzo pagato in termini sociali è stato altissimo, ma molto più alta è la gioia di poter vantare la schiena dritta e l’assoluta libertà di pensiero e azione. Il suo nome? Non ha importanza. Basta sapere che esiste e che, da qualche parte, vi sono senz’altro tanti uomini come lui. Sconfiggere la mediocrità che regna sovrana non è impresa semplice, ma vale la pena di tentare.


DONNE SULL’ORLO DI UNA CRISI DI NERVI PREMESSA Una società che pone l’ipocrisia relazionale tra le principali fondamenta della sua essenza ha bisogno di molte sovrastrutture concettuali per non implodere. Una di esse è il cosiddetto “politically correct” che, apparentemente, dovrebbe designare un orientamento ideologico e culturale di estremo rispetto verso tutti, anche di coloro che facciano venire la voglia di prendere un nodoso bastone ogni volta che vomitano scemenze. I capisaldi di una società civile, che contemplano l’abiura dei pregiudizi razziali, etnici, religiosi, politici, di orientamento sessuale e altro ancora, non necessitano di doppioni che, proprio perché intrisi di ipocrisia, perdono consistenza qualitativa e risultano semplicemente patetici. In questo articolo si parla delle donne del nostro tempo, con estrema franchezza e quindi senza alcun ricorso alle strumentali regole del politically correct, il che non vuol dire mancare loro di rispetto bensì manifestare in modo più sano un sincero amore, analogo a quello che un bravo padre riversa sui propri figli. Il titolo, che rimanda a quello di un celebre film, è volutamente fuorviante. Nel film, infatti, si parla di donne stressate per colpa di bislacchi comportamenti maschili; nell’articolo, le donne, ovviamente non tutte (doverosa precisazione a scanso di equivoci), sono sì "sull’orlo", ma di un burrone nel quale annaspano uomini affranti da distonie comportamentali al limite dell’umana sopportabilità. Tutto questo, sia detto sempre a scanso di equivoci, al netto dell’ingiustificabile comportamento, da condannare senza appello, di uomini in palese ritardo evolutivo, incapaci di porre freno ai propri impulsi primordiali, che manifestano unicamente l’inadeguatezza alla convivenza in un consorzio civile. ANAMNESI DI UNA MAMMA CRETINA Quotidiano napoletano "Il Mattino", edizione web, 7 dicembre 2020. Un cronista intervista persone nel corso di una manifestazione contro la chiusura delle scuole. “Sono una madre, oltre che una cittadina, arrabbiata, anche perché mio figlio, in prima elementare, è riuscito a rientrare a scuola, ma mi sento appesa a un filo di decisioni arbitrarie e immotivate. Questo conflitto interistituzionale che si è creato sulla scuola, domani si potrà creare su altri aspetti della vita civile. È molto pericoloso. Dobbiamo muoverci per la scuola, per l’istruzione, ma, in generale, per la democrazia. Mio figlio ha fatto rientro, fortunatamente. È tra i pochi fortunati. Ovviamente è diventato un altro bambino e lo dico senza retorica: è evidente che la vita gli è completamente cambiata. Però è ritornato in una scuola vuota, in cui ci sono solo le due prime. Sono ritornati quasi tutti i suoi compagni di classe e quindi non è vero che i genitori poi non mandano i figli a scuola (ridacchia, N.d.R.). Però devono tornare anche gli altri! (Tono austero, imperativo, non esortativo, N.d.R.). Sono i cittadini di domani. Io non voglio vivere in una società, domani, in cui ci sono ragazzi alienati che hanno vissuto i migliori anni della loro vita nell’alienazione. Non siamo negazionisti. Il covid durerà a lungo o comunque le conseguenze del covid dureranno. Allora non si può tutelare soltanto il diritto alla paura”. Non tragga in inganno qualche sfasatura sintattica. La signora molto probabilmente ha una bella laurea e riesce ad argomentare dando un filo logico al discorso.


Lascia trasparire il senso civico (non parla per sé, ma per gli altri, visto che il figlio è ritornato a scuola); il senso materno (non basta il solo rientro delle prime: per l’equilibrio psicologico occorre che tutti tornino a scuola); la fermezza delle proprie idee e l’autoreferenzialità (il governo non si rende conto che la chiusura delle scuole, anche di pochi mesi, formerà una generazione di alienati). Su questo punto, onestamente, è lecito chiedersi se l’asserzione sia ascrivibile a un reale convincimento o ad altro. Con abilità degna di un politico navigato, infine, riesce a ben esprimere quella che, quando non sia espressione di una manifesta volontà mistificatoria, in psicologia è considerata una devianza psicotica: il bambino addirittura è tornato a nascere con il rientro a scuola, cosa che evidentemente esiste solo nella sua mente; il covid durerà a lungo: espressione senza senso in un contesto sociale che abbia come perno il relativismo di einsteiniana memoria; non si può tutelare soltanto il diritto alla paura: espressione a effetto che serve a trasmettere un’immagine distorta della realtà, spacciando per vero ciò che vero non è, o per devianza psicotica o per cosciente mistificazione. In ogni caso abbiamo una mamma saccente, che parla come se fosse in grado di comprendere tutte le dinamiche da valutare prima di assumere qualsivoglia decisione, forte delle proprie convinzioni elevate al rango di dogma, che non esiterebbe a mandare i ragazzi a scuola, se potesse, senza prendere in considerazione i rischi connessi all’assembramento, soprattutto quello che si verifica sui fatiscenti mezzi pubblici. Atteggiamento antico e diffuso del resto, che la particolare contingenza pandemica contribuisce solo a mettere maggiormente in luce. “È un peccato che le persone che sanno come far funzionare il paese siano troppo occupate a guidare taxi o a tagliare capelli”. La battuta, pronunciata da George Burns, attore comico molto popolare negli USA, fu ripresa negli anni settanta da un simpatico e arguto parlamentare toscano, Franco Franchi, che la adattò alla realtà italiana aggiungendo anche il ruolo di allenatore della nazionale di calcio: in quegli anni, infatti, le rubriche epistolari dei quotidiani sportivi pullulavano di formazioni inviate dai lettori, ciascuna delle quali ritenuta la migliore per vincere i mondiali e composta con almeno sei giocatori della propria squadra del cuore. Cosa dire di una mamma del genere? Che non è degna del delicato ruolo e che avrebbe bisogno di un serio percorso formativo, subito dopo una sana terapia per la destrutturazione dell’ego. Non è un caso isolato, come ben si evince dalla cronaca quotidiana, e del resto abbiamo un ministro dell’Istruzione, donna, che ragiona più o meno allo stesso modo. I RITI INSULSI DELLE GIORNATE CONTRO Ogni anno, il 25 novembre, si celebra la “giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne”. È una buona idea l’istituzione delle giornate contro i mali del mondo ma, nel contempo, cerchiamo di comprendere che non è con le celebrazioni che si risolvono i problemi. Relativamente alla violenza contro le donne, i dati, spaventosi, sono facilmente reperibili in centinaia di siti web: nel mondo si verificano mediamente 140 femminicidi al giorno, uno ogni dieci minuti. Secondo i dati diffusi dall'Eures, in Italia, nei primi dieci mesi del 2020 si contano 81 femminicidi, che salgono a 91 sommando anche le morti legate alla criminalità


comune o a contesti di vicinato. Mancano i dati di novembre e dicembre che, salvo errore, dovrebbero far passare il numero complessivo da due a tre cifre. Lo scorso anno si è chiuso con 73 femminicidi; 74 nel 2018; 68 nel 2017; 143 nei due anni precedenti. Migliaia i casi di violenza domestica, molti dei quali non denunciati. Qualche anno fa, in occasione della ricorrenza, effettuai un sondaggio, intervistando cento persone, per lo più giovani, in un centro commerciale. Chiesi se erano informati in merito e, a coloro che risposero affermativamente, se erano in grado di spiegare perché la ricorrenza si celebrasse proprio il 25 novembre. Il risultato fu catastrofico. Nessuno citò correttamente l’intestazione della ricorrenza, per lo più definita "giornata mondiale contro la violenza sulle donne", a riprova dell’infelice scelta operata dalle teste pensanti dell’ONU, che qualsiasi esperto di comunicazione, anche della più scalcinata agenzia pubblicitaria, avrebbe sconsigliato. Quasi il 90% era sì a conoscenza della ricorrenza, ma nessuno fu in grado di spiegare il perché della data. La colpa non è del tutto loro: nel nostro Paese si parla poco o punto del feroce dittatore caraibico colpevole di crimini efferati e dell’uccisione delle sorelle Mirabal, il 25 novembre 1960; in TV non si trasmette mai il celebre film "Il tempo delle farfalle", impossibile da reperire anche in DVD e, nemmeno in occasione della ricorrenza, si parla dell’omonimo romanzo di Julia Alvarez, da cui il film è tratto e che disegna il vero volto della tirannide maschile intrisa di violenza contro le donne. Una omertà che sa tanto di ingiustificata tolleranza, essendo stato quel nefasto personaggio uno dei pupilli-pupazzi prediletti di mamma America, alla pari di un suo omologo più famoso, il cubano Batista. Ciò premesso, nei giorni a cavallo della ricorrenza, si assiste a un vero e proprio bombardamento mediatico sulla violenza maschile, scandagliata in tutte le sue dinamiche, anche in modo eccelso e difficilmente confutabile. Passata la buriana, però, si tornano a contare le vittime, in attesa di ripetere il rito nell’anno successivo. Scarsa attenzione, infatti, viene dedicata a un aspetto del problema che, se opportunamente sviluppato, potrebbe contribuire sensibilmente al contenimento del triste fenomeno: l’approccio psicologico delle donne nei confronti dell’universo maschile, sia in senso lato (fiducia concessa con eccessiva facilità) sia in caso di crisi (sindrome della crocerossina; riluttanza nel denunciare subito gli atti di violenza; propensione ad accettare "l’ultimo incontro" dopo la rottura di un rapporto, che spesso si conclude in modo tragico). I fatti accaduti, come sempre, contribuiscono a meglio chiarire le idee. Partiamo da un esempio molto eloquente, verificatosi qualche anno fa a Napoli. Una sedicenne riceve una telefonata da un’amica, alle 17 del pomeriggio, con invito a recarsi in un negozio del centro per degli acquisti. La ragazza, di buona famiglia, ben educata, brillante studentessa, sa che deve comunicare ogni cosa ai genitori e pertanto telefona al papà per dirgli che sta per uscire e sarebbe rincasata per cena. Il padre, bancario, le dice che sarà a casa alle 18. La famiglia abita in una zona residenziale, in un parco con sbarre all’ingresso, sorvegliato da un guardiano che non sfigurerebbe in un reparto speciale dell’esercito. Una sedicenne, vivaddio, impiegherà un po’ di minuti per prepararsi a una passeggiata pomeridiana e quindi l’ora che separa l’uscita dal rientro del papà si accorcia sicuramente di molto. Nondimeno rispetta le chiare istruzioni ricevute per "difendere i propri beni"


e, con gesto istintivo e abituale, attiva l’antifurto e chiude la porta a doppia mandata, nonostante il rischio reale di effrazione in quel parco sia prossimo allo zero. La giovinetta, ben educata a tutelare i beni patrimoniali, non ha ricevuto pari formazione nel tutelare sé stessa, alla pari della sua amica. Passeggiando per via Toledo, pertanto, le ragazze accettano senza indugio l’invito di due bellimbusti in moto a farsi un giro con loro: all’epoca non esisteva la ZTL. Il resto non serve scriverlo. Non molto tempo dopo, in una discoteca abruzzese, una ragazza di Roma accettò l’invito di un soldato per una passeggiata: fu stuprata con oggetti contundenti e abbandonata nella neve. Aveva presupposto di fare amicizia e scambiare quattro chiacchiere, senza andare oltre. Purtroppo le cose non stanno in questo modo e pertanto si rende necessario cambiare registro, accettando il fatto che i processi mentali dei due sessi, eccezion fatta per i paesi del Nord Europa, sono molto diversi. Soprattutto in certi contesti è davvero sciocco e pericoloso confidare in un atteggiamento maschile confacente a sani presupposti di etica e maturità. La violenza degli uomini nei confronti delle donne non è qualcosa che si potrà sconfiggere in tempi brevi perché attiene a tare fisiologiche che sfuggono a ogni possibilità di cura. È un virus per il quale non è stato ancora scoperto l’antidoto e occorrerà molto tempo prima che sia debellato. Le cause che, in un dato momento, mandano in tilt il cervello di molti uomini, facendo perdere ogni possibilità di auto-controllo, sono molteplici e sinteticamente si possono rapportare sia al retaggio ancestrale sia ai condizionamenti ambientali. Tali fattori agiscono quasi sempre in combinata, elevando alla massima potenza la capacità distruttiva. Un radicale e velocissimo cambiamento dei costumi, che ha visto la donna negli ultimi quaranta anni conquistare diritti e libertà negati per millenni, ha esasperato ancor più il problema, in quanto l’evoluzione del maschio non ha marciato con analogo passo. Il gap è destinato ad aumentare sensibilmente perché è ancora lontano il picco massimo, oltre il quale non sarà possibile salire. È opportuno, pertanto, strutturare adeguati piani formativi per inculcare nelle donne sani principi di autotutela. Occorre imparare a non lasciarsi ingabbiare da quel meraviglioso sentimento chiamato "Amore" che, purtroppo, a volte si trasforma in una volontaria prigione. Parimenti occorre imparare a non rapportarsi con l’universo maschile utilizzando gli stessi parametri che caratterizzano il proprio agire: le ragazze che vanno da sole in discoteca, o in compagnia di un’amica, pensando "solo" di fare amicizia, per quanto amaro sia, devono capire che, nel 99% dei casi, incontreranno uomini interessati "solo" a possibili avventure con risvolti sessuali, magari con la mente annebbiata da droghe e alcool. In caso di rifiuto possono esplodere e compiere dei misfatti. La follia omicida degli uomini violenti non si può fermare e le pene inflitte, peraltro spesso davvero blande, non fanno certo tornare a casa le vittime. Insegnare alle donne a difendersi in modo più oculato, invece, è possibile. LA FAMIGLIA TORNI A ESSERE IL FULCRO DELLA SOCIETÀ Qui siamo davvero al paradosso dei paradossi. Oggi la maggioranza delle persone si vergogna di esprimere giudizi di valore sulla sacralità della famiglia per timore di non apparire "politically correct". Il tutto è dovuto alla massiccia opera condizionante perpetrata da quello strambo caleidoscopio umano composto da soggetti impropriamente definiti "radical chic", dal momento che di radicale hanno solo la


propria saccenteria e di chic proprio nulla, e molto più opportunamente, invece, definibili semplicemente dei "cretini di sinistra". Il cretino di sinistra è un virus sociale molto pericoloso perché, generalmente, si presenta bene: è affabile, ha letto qualche libro, parla con discreta proprietà di linguaggio e, nelle punte più avanzate, i libri addirittura li scrive. Con questi presupposti riesce ad avere largo credito, soprattutto in un Paese in cui tanta gente è da sempre ben predisposta nei confronti di chi manifesti l’intento di rompere gli schemi e si sente culturalmente evoluta perché ha letto un po’ di libri scritti da Federico Moccia, Roberto Saviano e Fabio Volo. La famiglia è uno dei bersagli preferiti, con attacchi mirati, perfezionati anno dopo anno e sempre vincenti sulle labili difese di improbabili oppositori che, al confronto, fanno la figura, e la fine, dei soldati polacchi che si lanciarono contro i carri armati tedeschi con la spada sguainata, sul dorso dei loro cavalli al galoppo. Tanto più che, molti di loro, soprattutto se impegnati in politica, sono adusi a predicare bene e razzolare male. Sia detto senza tanti giri di parole, infatti, fin quando la difesa della famiglia, in Italia, è affidata all’armata brancaleone guidata dal trio Meloni, Salvini, Berlusconi, col supporto di quella pittoresca macchietta che risponde al nome di Mario Adinolfi (unico italiano che abbia partecipato a una finale mondiale del campionato di… poker, classificandosi addirittura al sesto posto su 397 concorrenti!) non c’è partita. I cretini di sinistra saranno anche cretini, ma le battaglie, bisogna riconoscerlo, le combattono bene, mischiando opportunamente verità e menzogne, per poi partorire una miscela funzionale ai loro disegni. Della famiglia, per esempio, pongono in rilievo, partendo da lontano, le vessazioni riscontrate (e riscontrabili) nel loro ambito, i matrimoni combinati e qualsivoglia altra discrasia la ricerca storica e sociologica metta al loro servizio. Va da sé che non vengono proprio presi in considerazione gli esempi positivi. La famiglia è il male perché intrisa di falsi valori; è impossibile amare la stessa persona per sempre e pertanto vi è bisogno di "libertà" espressiva (tradotto in soldoni: scopare con chiunque, quando se ne abbia voglia, senza porsi tanti scrupoli e, soprattutto, senza che nessuno abbia da recriminare). Molti lettori sicuramente conoscono il simpatico giornalista Enrico Lucci, che ha acquistato buona fama quando collaborava col programma televisivo "Le Iene". Una volta, in uno dei tanti servizi sui costumi degli italiani, intervistò una giovanissima sposa nel giorno del matrimonio, durante il ricevimento. Con la solita vocina di sfottitore impenitente, le chiese, più o meno testualmente: “Ma dimmi, bella sposina, questo maritino qui, al tuo fianco, sarà l’unico l’uomo con il quale farai all’amore per il resto della tua vita?” La giovane, presa alla sprovvista, mostrò solo qualche frazione di secondo di smarrimento. Non vi sarebbe stato nulla di male se avesse risposto, semplicemente: “Ma certo!”. Perdinci! Il giorno del matrimonio! Solo un paio di ore prima, in chiesa, aveva giurato di essergli fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia. Ma due ore, nella società contemporanea, sono un’eternità e fanno cambiare molte cose. Si stava registrando un servizio televisivo che sarebbe stato visto da alcuni milioni di spettatori, in tempi che sancivano la crescente affermazione di nuovi stili di vita, lontani mille miglia da quelli stancamente riproposti per mera ritualità, senza alcuna effettiva considerazione. Che magra figura avrebbe fatto se


avesse detto: “Ma certo!”. E infatti, assumendo la tipica espressione di chi si accinga a rivelare una verità scomoda, ma pur sempre una verità, lasciando tutti i convenuti in palpabile imbarazzo, rispose testualmente: “No! Non penso proprio… decisamente no”. Esempio isolato? No di certo. Che cosa fare, quindi? In questo Paese vi sono ancora tanti "marinai" che, con le carte in regola e senza rischio di essere sbugiardati da "Report", sono in grado di riportare la nave sulla corretta rotta. Solo che tanti di loro sono stanchi e non hanno più voglia di domare mari tempestosi. Beh, l’invito è quello di deporre le pantofole e risalire a bordo. Questa società ha bisogno di loro più di quanto il viandante del deserto abbia bisogno di acqua. Non possono lasciare le giovani generazioni né in balia dei cretini di sinistra né balia di altri cretini, non meno pericolosi, perché, come più volte scritto, una giusta causa, difesa da persone sbagliate, diventa una causa sbagliata. Abbiamo visto, prima, quanto possa essere dannosa, per i propri figli e per la società, una mamma cretina e sappiamo che di donne così, oggi, ve ne sono tante. Sappiamo anche che dietro ogni cretino si cela sempre un intelligente cattivo, con scopi subdoli. Vanno fermati entrambi, prima che sia troppo tardi.



MOBBING: URGE UNA LEGGE Tra le tante distonie della società contemporanea, il mobbing nei posti di lavoro sta registrando una crescente espansione, meritevole di maggiore attenzione da parte delle Istituzioni, essendo l’attuale quadro normativo del tutto insufficiente a fronteggiare il fenomeno. DEFINIZIONE DEL FENOMENO Il mobbing definisce i comportamenti registrati in ambito lavorativo da soggetti vittime di soprusi continui da parte di colleghi o superiori, posti in essere con l’intento di un annientamento psicologico, quasi sempre foriero di gravi degenerazioni patologiche, a livello fisico e mentale. Da un punto di vista clinico esistono varie definizioni del fenomeno, più o meno simili, riscontrabili nei principali modelli di riferimento. Il modello Leymann lo caratterizza in quattro fasi, comunque non ancora sufficienti a stabilire i termini per la messa in stato di accusa dei colpevoli, pur rappresentando un ottimo punto di partenza per il legislatore. La teoria elaborata dallo psicologo Harald Ege è molto più fluida e maggiormente adeguata alla realtà sociale italiana, grazie a sei fasi che inquadrano la problematica in un contesto più articolato. Le fasi sono legate logicamente tra loro e precedute da una sorta di pre-fase, detta "Condizione Zero". CONDIZIONE ZERO È una pre-fase diffusa nella realtà lavorativa italiana e sconosciuta nella cultura nordeuropea: il conflitto quotidiano, anche per futili motivi. Nelle aziende e nella pubblica amministrazione la conflittualità è una regola e tale condizione non costituisce ancora mobbing, anche se ne favorisce fortemente lo sviluppo. Si tratta di un conflitto generalizzato, retaggio di un atavico vizio che induce a sopravvalutare sé stesso e a denigrare gli altri: un “tutti contro tutti” per banali diverbi d’opinione, piccole accuse, ripicche, grotteschi tentativi di primeggiare a ogni costo e la presunzione di avere sempre ragione. I lavoratori italiani vivono con sofferenza la moderna propensione al gioco di squadra, essendo diffidenti per natura, e ciò alimenta i contrasti. Nella condizione zero non vi è la volontà di distruggere, ma solo quella di prevalere sugli altri. FASE I: IL CONFLITTO MIRATO Nella prima fase del mobbing si individua una vittima e verso di essa si orienta la conflittualità generale. Il conflitto, quindi, si evolve oltre la mera volontà di emergere e tende a distruggere il soggetto preso di mira, anche con l’utilizzo improprio di elementi afferenti alla vita privata. FASE II: L’INIZIO DEL MOBBING Gli attacchi da parte del mobber non causano ancora sintomi o malattie di tipo psicosomatico sulla vittima, pur suscitandole un senso di disagio e fastidio. Essa percepisce un inasprimento delle relazioni con i colleghi ed è portata a interrogarsi su tale mutamento.


FASE III: PRIMI SINTOMI PSICOSOMATICI La vittima comincia a manifestare dei problemi di salute e questa situazione può protrarsi anche per lungo tempo. Questi primi sintomi riguardano in genere un senso di insicurezza, l’insorgere dell’insonnia e problemi digestivi. FASE IV: ERRORI E ABUSI DELL’AMMINISTRAZIONE DEL PERSONALE Il caso di mobbing diventa pubblico e spesso viene favorito dagli errori di valutazione da parte dei responsabili delle risorse umane, quando non essi stessi soggetti agenti. La fase precedente, che porta in malattia la vittima, è la preparazione di questa fase: le frequenti assenze per malattia generano sospetti, ovviamente infondati, che incidono ancor più sullo stato di salute della vittima. FASE V: SERIO AGGRAVAMENTO DELE CONDIZIONI DI SALUTE In questa fase il mobbizzato entra in una situazione di vera disperazione. Subentrano forme depressive di varia intensità, curate con psicofarmaci e terapie che, però, si rivelano inefficaci a causa dei problemi persistenti nel luogo di lavoro. Il tutto è aggravato dalle valutazioni dei dirigenti, viziate dalla mancata preparazione a fronteggiare adeguatamente il fenomeno (sempre che – come detto innanzi – non siano loro gli artefici del mobbing). I provvedimenti adottati, pertanto, si rivelano pericolosi per la vittima, che si convince di essere la causa di tutto o di vivere in un mondo di ingiustizie contro cui nessuno può nulla. FASE VI: ESCLUSIONE DAL MONDO DEL LAVORO L’ultima fase implica l’uscita della vittima dal posto di lavoro tramite dimissioni volontarie, licenziamento, ricorso al pre-pensionamento. Nei casi estremi si sviluppano manie ossessive che posso determinare eventi traumatici quali il suicidio o l’omicidio del mobber. LA LEGISLAZIONE IN ITALIA In Italia non esiste una legislazione specifica in materia di mobbing e quindi il fenomeno non è configurato come reato. Il quadro di riferimento è il seguente: Costituzione: artt. 32, 35, 41, 42, 97; Codice Civile: artt. 2087, 2043, 2049; Legge n. 300/1970 "Statuto dei Lavoratori" art. 13; d.lgs. n. 626/1994. Per la Cassazione civile (sez. lav., 17 febbraio 2009, n. 3785) il mobbing indica sistematici e reiterati comportamenti del datore di lavoro o del superiore gerarchico, che finiscono per assumere forme di prevaricazione o di persecuzione psicologica, da cui può conseguire la mortificazione morale e l’emarginazione del dipendente, con effetto lesivo del suo equilibrio psico-fisico e del complesso della sua personalità. Sotto il profilo penale vi è la sentenza emessa dal Tribunale Ordinario di Torino – sezione Lavoro, nel 2002 (causa iscritta al n. 8262/01 R.g.L.), che culminò con la condanna dell’azienda a reintegrare la ricorrente nelle mansioni e a un risarcimento danni che, per quanto irrisorio, ha la sua valenza in linea di principio. È ben evidente, tuttavia, che siamo ben lontani da una chiara definizione del fenomeno e da una disciplina che consenta la comminazione di pene adeguate, che necessariamente


devono contemplare la detenzione, l’interdizione dai pubblici uffici e cospicui risarcimenti economici alle vittime. IL MOBBING NEL RESTO DEL MONDO I primi fenomeni di mobbing si registrarono in Scandinavia agli inizi degli anni ottanta. In Svezia il mobbing è all’origine del 10-15% dei suicidi e un’ordinanza, attiva dal 1993, prevede severe misure contro qualsivoglia forma di "persecuzione psicologica" e gli obblighi che ciascun datore di lavoro è tenuto ad osservare. In Austria il mobbing è trattato all’interno del piano d’azione per la parità uomodonna, approvato il 16 maggio 1998: “Tra i comportamenti che ledono la dignità delle donne e degli uomini nel luogo di lavoro vanno annoverati in particolare le espressioni denigratorie, il mobbing e la molestia sessuale. Le collaboratrici devono essere edotte sulle possibilità giuridiche di tutela delle molestie sessuali”. In Germania non esistono leggi a difesa delle vittime di mobbing, tutelate solo da norme di carattere generale poste a garanzia della salute e sicurezza dei lavoratori, con particolare riguardo alle molestie sessuali. Anche in Svizzera, Gran Bretagna, Spagna e Belgio il fenomeno è inquadrato nell’ambito delle leggi ordinarie a tutela dei lavoratori. In Belgio, tuttavia, sono forti le spinte affinché si legiferi in modo più consono alle esigenze delle vittime di mobbing. La Francia, varando "l’harcèlement moral", è il secondo paese europeo, dopo la Svezia, ad essersi dotato di uno strumento legislativo specifico per combattere il mobbing. La versione definitiva del testo, approvata il 19 dicembre 2001 dall’Assemblea Nazionale, recita testualmente: “Nessun lavoratore deve subire atti ripetuti di molestia morale che abbiano per oggetto o per effetto un degrado delle condizioni di lavoro suscettibili di ledere i diritti e la dignità del lavoratore, di alterare la sua salute fisica o mentale o di compromettere il suo avvenire professionale. Nessun lavoratore può essere sanzionato, licenziato o essere oggetto di misure discriminatorie, dirette o indirette, in particolare modo in materia di remunerazione, di formazione, di riclassificazione, di qualificazione o classificazione, di promozione professionale, di mutamento o rinnovazione del contratto, per aver subito, o rifiutato di subire, i comportamenti definiti nel comma precedente o per aver testimoniato su tali comportamenti o averli riferiti”. CONCLUSIONI Il mobbing, generalmente, si sviluppa in un contesto di sottocultura che alimenta gelosia, invida, cattiveria. Le distonie sociali – è noto a tutti – spesso generano situazioni imbarazzanti e paradossali in qualsiasi contesto lavorativo, in particolare quando dei subalterni si rivelano molto più abili e preparati dei colleghi e, soprattutto, dei superiori. Quando poi la superiorità dovesse manifestarsi eloquentemente anche a livello culturale o per eventuali riconoscimenti esterni in altri ambiti, i succitati elementi negativi si dilatano a dismisura e sfociano nel mobbing: annullando il soggetto carismatico si annulla la fonte di sofferenza e le coalizioni "contro" spesso vedono uniti i colleghi di pari grado con i loro capi. Alla luce di quanto sopra esposto traspare chiaramente la sottovalutazione di un fenomeno che, invece, ha forti ripercussioni negative in ambito sociale. La maggiore attenzione riservata alle molestie sessuali è riconducibile a molteplici fattori, tra i


quali fanno gioco senz’altro “la quantità” dei casi registrati a livello planetario e la "morbosità" dell’argomento, di facile presa per l’opinione pubblica. Va benissimo reprimere con ogni mezzo possibile il sessismo e tutto ciò che afferisce al campo delle molestie sessuali, per le quali non sarebbe male una ridefinizione dell’attuale quadro normativo, con inasprimento delle pene. Analoga attenzione, tuttavia, deve essere dedicata anche al mobbing tout court, con una chiara e severa normativa legislativa.

5 gennaio


UN PAESE ALLA DERIVA E LA SINDROME DEL TITANIC La storia del Titanic la conosciamo tutti. Durante il viaggio inaugurale, poco più di 2200 persone, tra passeggeri ed equipaggio, erano intenti a coltivare i propri sogni, a divertirsi, a lavorare, a pensare al futuro. In ciascuna delle tre classi affiorava la condizione sociale degli occupanti, magistralmente rappresentata dal bravo regista James Cameron, supportato da validissimi attori, a cominciare da quella autentica forza della natura che risponde al nome di Leonardo Di Caprio. In ogni angolo della nave si respirava un’incantevole armonia: quella delle certezze di chi negli USA tornava dopo viaggi di affari o vacanze e quella della speranza di chi vi si recava per la prima volta, in cerca di fortuna. Nascevano amicizie, come sempre accade a bordo di qualsiasi nave, e ci si riprometteva di rivedersi, una volta giunti a destinazione. L’urto con l’iceberg, la mancanza di scialuppe sufficienti a contenere tutte le persone a bordo, il panico che insorge quando le masse si trovino a fronteggiare tristi e imprevedibili eventi, spezzò l’incantesimo: ciascuno pensava solo a sé stesso e ai propri figli: gli unici per i quali, come ogni genitore ben sa, si sia disponibili a sacrificarsi. La realtà del nostro Paese non è dissimile da quella che si registrava a bordo del Titanic ed è davvero grosso il rischio di precipitare nell’abisso se non si riesce subito a trovare una via d’uscita, che veda tutti animati da un solo proposito: il bene comune. Purtroppo decenni di disfacimento etico hanno determinato una deplorevole condizione sociale: le risorse eccellenti, in ogni contesto, messe all’angolo o costrette a trasferirsi all’estero; gli elementi peggiori collocati in importanti posizioni di potere, difese con ogni mezzo. Dietro ogni azione si cela la qualità di chi la pone in essere e uomini senza qualità, ovviamente, non possono che produrre pessime azioni. Ogni giorno assistiamo a un continuo bombardamento del buon senso. I guasti di un paese allo sbando sono ben evidenti e chi non li vede fa solo finta di non vederli, perché evidentemente è solo da essi che può trarre vantaggio. È pazzesco vedere trattata come un’eroina una sbruffoncella che infrange le leggi, sperona una motovedetta con uomini al servizio dello Stato a bordo, mettendo a repentaglio la loro vita, mentre si chiede di processare un ex ministro che, semplicemente, nel rispetto delle leggi ha operato. È pazzesco vedere come si assecondi la propensione alla perdizione di larghi strati sociali, pur di carpirne il consenso, sostenendo la liberalizzazione delle droghe. È pazzesco vedere un organo importante come la Corte Costituzionale negare il diritto di scegliere un sistema elettorale che garantisca la governabilità, pur di favorire chi, invocando il sistema proporzionale, abbia come unico intento quello di garantirsi la propria sopravvivenza nelle dorate stanze del potere e pazienza se ciò significherà caos e ingovernabilità. Chi se ne frega del popolo? La nave sta per affondare! Si salvi chi può! È pazzesco vedere dei parlamentari, che avevano conquistato la fiducia di milioni di italiani, trasformarsi in pochi mesi in demoni peggiori di quelli che avrebbero dovuto combattere. È altresì pazzesco, tuttavia, vedere un intero popolo che non riesce ad ergersi in modo degno contro il malcostume imperante, facendo tremare i polsi a chi quotidianamente lo umilia e lo strapazza. La sindrome Titanic, annichilendo il coraggio, induce a cercare scappatoie, corrompendo o facendosi corrompere. La cronaca quotidiana ci rivela continue manifestazioni di malcostume e spaventa l’alto numero di persone dedite ai giochi


criminali, anche perché è lecito ritenere che traspaia solo una piccola parte di un sistema marcio fino al midollo. Il paese, intano, affonda. Da mesi si parla di revocare la concessione a quella società che gestisce le autostrade, lucrando miliardi senza preoccuparsi di manutenerle adeguatamente, ma si fanno solo chiacchiere, mentre i cittadini attraversano ponti e viadotti con il cuore in gola, ben sapendo che possono crollare da un momento all’altro. Da anni si discute sui mali dell’ex ILVA , senza che nessuno, a parte pochi inascoltati ambientalisti, abbia il coraggio di dire che la produzione non è compatibile – e mai lo sarà – con la salute. Manteniamo in vita una compagnia aerea di bandiera che perde un milione di euro al giorno, lasciando impuniti coloro che l’hanno depredata per decenni. E lo stesso discorso vale per i banchieri ladri, che truffano i clienti e sono addirittura graziati con l’aiuto dello Stato. La stampa sempre più frequentemente offre un’immagine stomachevole, tutelando solo gli interessi dei loschi figuri di cui è serva. Ieri, 19 gennaio, Paolo Borsellino avrebbe compiuto ottanta anni. Nessuno se n’è ricordato perché erano tutti intenti a celebrare quel mariuolo, ex capo del governo, che scappò in Tunisia per sfuggire all’arresto, definendo esilio quella che si può definire solo latitanza. Vergogna. Vergogna. Vergogna. Nessuno vigila su ciò che viene trasmesso in TV e nessuno impone regole di "civiltà" nei talk-show, dove si sparano cavolate a profusione e si fa a gara a chi urli di più, troppo spesso con la complicità dei conduttori, attenti solo all’audience, assicurata da un pubblico amante della caciara e disabituato alla correttezza. Tra pochi giorni, al festival della canzone italiana, milioni di giovani ascolteranno rifiuti umani che poi faranno il pieno nelle discoteche e nei locali. Tra loro vi sarà anche un tipo mascherato, che è già una star tra i giovanissimi con canzoni nelle quali inneggia alla droga e all’alcool, a vivere senza regole, ululando frasi del tipo: “Balla mezza nuda e dopo te la dà, sì per la gioia di mamma e papà; si chiama Gioia perché fa la troia, per la gioia di mamma e papà; si chiama Gioia, ma beve e poi ingoia”. Cosa beva e ingoi è facile intuirlo, anche per una ragazzina di dodici anni. E ancora in un’altra canzone (con una decina di milioni di visualizzazioni in rete): “Sta cavalla di scena è troia, la galoppo; ho bisogno di aria come un galeotto”. In un altro testo demenziale si può ascoltare: “Rappo col tre perché siamo in tre chiusi nel back con la tua tipa, però ci serve il tipo che riprende col cell(lulare), perché mentre mi spompina, Guido se la ficca…Si, tipo la disco, ma non c’erano puttane a quel tavolo. Ora scelgo in base al mio stato d’animo: una preliminare, un’altra, sì, per l’atto pratico, la terza per finire e la quarta per i saluti, la quinta per la quarta, la sesta per la chiappa, la settima la ficco e quando grida prende l’ottava, la nona è brava, che mi scossa mentre chiava e se mi sporco la maglietta il suo ragazzo me la lava”. Non serve essere psicologi per comprendere quali effetti possano produrre questi soggetti sulla psiche dei ragazzini e, purtroppo, la tragedia della discoteca di Corinaldo ce lo ricorda in modo eloquente. Ma a Sanremo questa gente vi sarà, nell’indifferenza (quasi) generale. I partiti di governo, preoccupati della loro sopravvivenza, hanno recentemente varato un provvedimento che consiste in una vera e propria elemosina ai lavoratori, sperando in tal modo di conquistarne il consenso nelle imminenti elezioni regionali. Dopo tutto, avranno pensato, il popolo italiano non disdegna l’accattonaggio e il vecchio motto "Franza o Spagna purché se magna" è sempre valido. Non importa se si tratta di briciole. Di lotta vera agli evasori, non se ne parla. Parimenti non si


parla, se non in prospettiva, ossia a chiacchiere, di una vera riforma dell’Irpef che riduca drasticamente le aliquote per i redditi medio bassi. Ma chi se ne frega dei redditi medio bassi? Sono i ricchi che pagano le tangenti e sostengono la malapolitica. Il paese è sull’orlo del baratro. Si salvi chi può. 21 gennaio


UOMO E AMBIENTE: LE SOLITE MISTIFICAZIONI MENTRE IL MONDO MUORE A Davos sta per concludersi la cinquantesima edizione del Forum economico mondiale. Tema dominante, ancora una volta, lo scontro tra chi cerca di scuotere le coscienze sulle tematiche ambientali e chi, invece, pervicacemente tratta gli ambientalisti come dei decerebrati. Trump li definisce addirittura "portatori di sventura". Il grido di dolore di Greta Thunberg tocca il cuore di miliardi di persone, ma non scalfisce quello dei potenti della terra, annebbiati dalla bramosia di potere e danaro, che non si concilia con una sana tutela ambientale. “Come spiegherete ai vostri figli che vi siete arresi?”, urla invano Greta. A loro non interessa il futuro, nemmeno quello dei propri figli, che sicuramente si salveranno grazie ai cospicui lasciti economici di cui potranno beneficiare, cosa peraltro non vera se il mondo andrà in malora. I cambiamenti climatici sono sotto gli occhi di tutti; i problemi generati dalla crescita esponenziale della popolazione mondiale, pari a 75milioni di individui annui, rendono il Pianeta più piccolo; il gap tra ricchi e poveri si acuisce, ma tutto viene risolto con chiacchiere senza costrutto. È stato così sin da quando si è iniziato a parlare seriamente dei problemi ecologici ed è proprio questo dato che spaventa di più. L’uomo ha fatto i conti con la propria sopravvivenza sin dai tempi remoti, ma per comprendere la portata del fenomeno basta partire da pochi decenni addietro. 1967. Paolo VI pubblica l’enciclica "Populorum progressio", mettendo in evidenza il forte squilibrio tra ricchi e poveri, i disastri causati dal neocolonialismo, dal capitalismo e dal marxismo. Sancisce il diritto di tutti i popoli a vivere decentemente e propone la creazione di un fondo mondiale per gli aiuti ai paesi in via di sviluppo. 1972. Il Massachussetts Institute of Thechnology pubblica il "Rapporto sui limiti dello sviluppo1", commissionato dal Club di Roma, associazione non governativa, fondata nel 1968 da Aurelio Peccei e dallo scienziato scozzese Alexander King con l’intento di studiare i cambiamenti globali, individuare i problemi futuri dell’umanità e suggerire adeguati provvedimenti preventivi. Il rapporto, scioccante, predice le conseguenze nefaste del progressivo incremento demografico senza la mancata adozione di misure che tengano conto della "finitezza della Terra". 1975. L’autore di questo articolo, già da tre anni attivamente impegnato nelle battaglie ecologiche, stanco dell’atteggiamento dilatorio delle più importanti associazioni ecologiche1, protese esclusivamente a non andare oltre la nobile ma insufficiente attività di difendere leprotti e uccellini e organizzare ritempranti scampagnate agresti, fonda "l’Associazione Nazionale Salvaguardia Ecologica" con l’intento di diffondere i dettami sanciti dal MIT. Nel 1976 amplifica l’impegno ambientalista aderendo ai neo costituiti "Gruppi di ricerca ecologica", fondati dal biologo Alessandro Di Pietro con finalità affini a quelle dell’ANSE. Nel novembre del 1977, in occasione del “Primo seminario di studi ecologici”2, tenutosi presso l’Hotel Terminus di Napoli, cui partecipa come relatore in qualità di presidente dell’ANSE e di dirigente nazionale dei GRE, espone dettagliatamente le tematiche insite nel rapporto del MIT e utilizza per la prima volta l’espressione "Sviluppo sostenibile", che incomincia a far breccia nel linguaggio comune, anche se si dovrà attendere il 1987 per una più marcata diffusione. Pazienza se la paternità è attribuita all’ex primo ministro norvegese Gro Harlem Brundtland, presidente della Commissione mondiale


sull’ambiente e lo sviluppo, autrice del "Rapporto Bruntland", nel quale venivano espressi i concetti già emersi dieci anni prima nel convegno di Napoli: “Soddisfare i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri”. 1984. Renato Federico, alias "Parsifal", personaggio immaginario protagonista del romanzo "Prigioniero del Sogno3" asserisce: “Quando un uomo sceglie quotidianamente di prendere l’automobile, sapendo di restare imbottigliato nel traffico, evidentemente non ha più nulla da dare al prossimo. Uomo inutile e dannoso, quindi”. 2007. Fabio Mini4, su Limes: “Il conflitto fra chi aspira al benessere e chi difende il proprio è il paradigma di questo secolo. Sono ancora pochi quelli che seriamente pensano di ridurre i propri consumi o di allineare il proprio stile di vita ad uno standard che misuri la felicità e il benessere anche in termini spirituali, di solidarietà, di rispetto dell’ambiente e di umanità”. 2010. Romano Prodi, su Limes5: “La globalizzazione polarizza i punti di vista: alcuni credono che essa conduca ai cancelli della salvezza, che il consumismo sia il lasciapassare per la felicità e che frenare gli eccessi del mercato sia fonte di disagi; altri credono che essa sia una "falsa alba", una distruttrice di posti di lavoro, e che i vincenti in un sistema finanziario globalizzato siano le corporazioni di avventurieri e di speculatori i quali capitalizzano sulla volatilità del mercato a spese degli investitori e dei lavoratori produttivi. Queste opposte visioni sono il terreno di coltura dell’attuale crisi della governance. […] Secondo me, dobbiamo incoraggiare la ricerca del profitto, ma al tempo stesso fare in modo di darle un volto umano, e aiutare e provvedere a coloro che sono meno capaci di competere e che si trovano marginalizzati”. 2018. Steve Morgan6, su Limes: “La crescita in numero e in dimensioni dei grandi aggregati urbani – particolarmente dinamica in Asia e in Africa – genera più di un motivo di preoccupazione. In questi aggregati vivono popolazioni con consumi superiori alla media, si producono più rifiuti e si emettono più gas serra, si consuma suolo con velocità doppia a quella della crescita della popolazione. Nei paesi meno sviluppati, quasi un terzo della popolazione vive in baraccopoli o in insediamenti informali, con servizi rudimentali, precario accesso a fonti idriche sicure, pessima igiene. Queste persone sono soggette a rischi ambientali, spesso senza titolo a stabile dimora e quindi a rischio di espulsione. In teoria le aree urbane dovrebbero avvantaggiarsi delle economie di scala generate dalle loro dimensioni. La costruzione di strade, di reti di trasporto, di distribuzione di acqua e di energia, se ben pianificata è in teoria relativamente meno costosa, così come l’erogazione di servizi di base per la salute e l’igiene. È però ben noto che la mancanza di un’adeguata pianificazione e di un efficiente governo ha impedito quasi ovunque di godere di questi teorici benefici di scala. Il rapido sviluppo della megaurbanizzazione prevedibile per i prossimi decenni minaccia quello “sviluppo sostenibile” che la comunità internazionale si è solennemente impegnata a perseguire”. SALVIAMOCIDA SOLI, SE NE SIAMO CAPACI Il paragrafo precedente avrebbe potuto essere molto più lungo, ma quanto riportato basta e avanza per inquadrare la problematica nel giusto alveo: la pervicace volontà di non dare ascolto ai gridi di allarme, più incisivi e chiari soprattutto negli ultimi anni. Se è lecito, tuttavia, non nutrire alcuna fiducia nei governanti del mondo, bisogna anche considerare che essi, in massima parte, vengono eletti democraticamente proprio da quei cittadini che poi si lamentano per la loro inerzia.


I termini del problema, pertanto, si spostano radicalmente, essendo noi i primi responsabili delle nostre sventure, sia per le scelte sbagliate sia per modalità comportamentali autodistruttive. Occorre cambiare abitudini e stile di vita, prima che sia troppo tardi. Ed è qui che casca l’asino. Come spiegare a miliardi di persone, per esempio, che è non solo inutile ma oltremodo dannoso l’utilizzo smodato dell’aria condizionata? Le città sommerse dalle auto producono danni incalcolabili, stress, disagi, ma nessuno intende rinunciarvi. Nulla sembra più importante del superfluo e nessuno è disposto a cambiamenti radicali. Sotto questo profilo, pertanto, risultano patetiche e ridicole le testimonianze di affetto tributate agli ambientalisti, perché ammantate di ipocrisia. Servono fatti, non parole. NOTE 1) Va ben spiegato, a tal riguardo, che il rapporto sui "limiti dello sviluppo" subì un sistematico boicottaggio dal potere politico, supportato anche dai soliti "servi titolati" che, dall'alto del loro ruolo accademico, dietro laute prebende, cercavano di sminuirne la portata. Molte primarie associazioni ecologiche erano in stretta connessione con il potere politico, con quante possibilità di una seria attività ancorata alle tematiche proposte dagli scienziati del MIT è facilmente intuibile. 2) Mi fa piacere citare gli altri relatori, tutti insigni studiosi e per buona parte cari amici anche del direttore di questo magazine: Antonio Parlato, avvocato, futuro parlamentare (1979 -1986) e presidente regionale dei GRE; Giuseppe Campanella, neurologo, psichiatra, psicologo, docente universitario; Luciano Schifone, avvocato, giornalista, direttore di Radio Odissea, direttore del centro culturale "La Contea", futuro consigliere regionale e parlamentare europeo; Pietro Lignola, magistrato, docente universitario; Giuseppe Sermonti, biologo, docente universitario; Domenico Orlacchio, architetto, docente universitario; Marcella Zanfagna, avvocato, consigliere regionale e futuro parlamentare; Gabriele Addis, esperto problematiche nucleari; Alessandro Di Pietro, presidente nazionale GRE e futuro conduttore televisivo. Presente anche il dottor Arcella, che parlò del problema delle droghe come mistificazione delle coscienze, del quale non ricordo il nome, purtroppo non reperito nel carteggio relativo all'evento, parte del quale smarrito. 3) Lino Lavorgna, "Prigioniero del Sogno", Edizioni Albatros, 2015. Il romanzo nacque come sceneggiatura cinematografica candidata al concorso "Rai 3 per il Cinema", 1983. Furio Scarpelli, presidente della giuria del concorso, suggerì di trasformarlo in un romanzo, cosa che è avvenuta molti anni dopo. 4) Fabio Mini è un generale di corpo d'Armata che ha svolto importanti missioni al servizio della NATO e dell'Esercito Italiano. È tra i massimi esperti di geopolitica e strategia militare. I brani citati sono tratti dall'articolo "Owning the Weather: la guerra ambientale globale è già cominciata"; Limes, novembre 2007. 5) "La fame ci sfida", Limes, settembre 2010. 6) Farneticante economista sinistrorsa, parlamentare per tre legislature e sottosegretario di stato nel Governo Prodi. 7) "Crisi, l'ora della scelta tra crescita e decrescita". Il Fatto Quotidiano, 2 aprile 2013. 8) Steve Morgan è un analista di scenari globali, nato in Martinica, membro di "NEODEMOS", associazione che si occupa di popolazione, società e politica, legata al periodico "Limes". I brani citati sono tratti dall'articolo "Le conseguenze delle megalopoli", Limes, gennaio 2018.


A CASERTA SI PARLA DI SPAZIO

Nell’ambito del "Festival della vita", evento promosso dal Centro Culturale San Paolo e giunto alla decima edizione, la sezione di Caserta dell’Unione Nazionale Ufficiali in Congedo d’Italia, presieduta dal generale Ippolito Gassirà, organizza il convegno dal titolo: “L’esplorazione spaziale e la partecipazione italiana”. L’inizio dei lavori è fissato alle ore dieci di mercoledì, 29 gennaio, presso l’Auditorium del Centro Polifunzionale della Scuola Specialisti dell’Aeronautica Militare. Il colonnello Marco Florissi, ufficiale dello Stato Maggiore, terrà una relazione sulle strategie dell’Aeronautica Militare nella corsa verso lo Spazio. Clementina Sasso, ricercatrice dell’Osservatorio di Capodimonte, illustrerà l’imminente missione spaziale "Solar Orbiter", dando particolare risalto alla partecipazione italiana. Solar Orbiter è un satellite per l’osservazione del Sole, sviluppato dall’Agenzia Spaziale Europea. Il lancio è previsto nella notte tra il 5 e il 6 febbraio 2020 da Cape Canaveral a bordo di un Atlas V fornito dalla NASA. Lo scopo della missione è comprendere come il sole crei e controlli l’eliosfera, ossia quella regione dello spazio nella quale la densità del vento solare è maggiore di quella della materia interstellare. Tra i dieci strumenti a bordo del satellite vi il coronografo Metis (nome mutuato da un asteroide e da un satellite di Giove) che osserverà la corona solare, ossia la parte più esterna dell’atmosfera del Sole. Metis nasce da una collaborazione internazionale a guida italiana (Istituto Nazionale di Astrofisica e Agenzia Spaziale Italiana), che coinvolge diverse università italiane e istituti di ricerca nel mondo. L’ingegnere Salvatore Borrelli, del Centro Italiano di Ricerche Aerospaziali (CIRA), con la relazione intitolata "L’accesso allo spazio e il volo ipersonico sostenuto", tratterà l’argomento inerente al monitoraggio dell’ambiente e del territorio Il convegno è aperto a tutti previa prenotazione da effettuarsi scrivendo a: sez.caserta@unuci.org. 26 gennaio


LE FRATTURE DELLA MENTE Ognuno ha il diritto di pensarla come vuole, ovviamente, ma vi sono dei fatti che, seppure da taluni confutati per fenomenologie mentali imponderabili e complesse, sulle quali non val la pena soffermarsi in questo contesto, possiedono una "forza intrinseca”, universalmente riconosciuta, che li rende inoppugnabili: la Terra è sferica e non piatta; la Shoah è stato un terribile dramma umano (atterrisce quel 16% di italiani che la nega, come risulta da una recente indagine); la capitale del Brasile è Brasilia e non Rio de Janeiro, come pensano molti studenti (e purtroppo non solo); con la prescrizione molti delinquenti sono riusciti a sfuggire alle maglie della giustizia e con l’abolizione non esisterà più una ignominiosa scappatoia per chi, grazie ad essa, commette crimini restando impunito. Relativamente all’ultimo dato citato, lascia sgomenti, pertanto, il comportamento di taluni avvocati che, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, hanno abbandonato l’aula magna del tribunale di Milano quando ha preso la parola il consigliere togato del CSM Piercamillo Davigo, che in una recente intervista si era dimostrato favorevole all’abolizione, spiegandone i motivi: “In Italia c’è memoria molto corta; si dimentica sempre tutto quello che si è fatto prima. Trenta anni fa è entrato in vigore il nuovo codice di procedura penale che, si diceva, copiava il processo alla Perry Mason. Lasciamo stare che Perry Mason è fantascienza perché negli Stati Uniti il pubblico ministero non perde praticamente mai. Osservai, con altri, che la riforma avrebbe triplicato i tempi della giustizia perché bisogna rifare tutte le prove, in contraddittorio, davanti al giudice. La risposta fu: "Sì, ma come negli Stati Uniti, si faranno pochissimi processi; la maggior parte si definirà con il patteggiamento o con il giudizio abbreviato". Non è andata affatto così, ed era ovvio, perché, tra le altre cose, allora vi era l’amnistia. Fu detto che si sarebbe cambiata la Costituzione per abolire l’amnistia, ma c’è la prescrizione. Perché uno dovrebbe patteggiare se, resistendo in giudizio, porta a casa la prescrizione? Poi, ci si dimentica ancora che, con la legge ex-Cirielli, che si chiama "ex Cirielli" perché l’onorevole Cirielli chiese di non chiamarla più con il suo nome, avendo orrore di ciò che era diventata, sono stati dimezzati i tempi di prescrizione. Il risultato è che un sistema di prescrizione così ce l’hanno solo l’Italia e la Grecia. Negli Stati Uniti la prescrizione cessa di decorrere con l’inizio del processo, come da noi nel processo civile. Allora, se si ritiene che i tempi di prescrizione siano lunghi, si accorcino prima che inizi il processo, ma una volta iniziato il processo, non si può fare la corsa contro il tempo”. Si possono serenamente confutare, in buona fede, questi argomenti? Non vi è bisogno di rispondere e si prova un senso di paura quando ciò avviene, soprattutto se chi confuta abbia molto potere. Il richiamo all’incostituzionalità, con riferimento all’articolo 111 della Costituzione, che prevede la ragionevole durata del processo, mischia le carte confusamente. I problemi sono tanti e vanno affrontati – e possibilmente risolti – senza artifici. La prescrizione è un problema. I tempi lunghi dei processi sono un altro problema. I tre gradi di giudizio sono un altro problema, e così via. Ogni problema va contestualizzato in modo da non risultare "irrisolvibile" e, passo dopo passo, si potrà giungere, finalmente, a una vera riforma che sublimi realmente quella frase che troneggia in ogni tribunale: “La giustizia è uguale per tutti”.


Un secondo aspetto della vicenda, da non sottovalutare, riguarda la facilitĂ con la quale taluni riescano a offendere, con il loro comportamento, un uomo con la statura etico-morale di Piercamillo Davigo. Sono ben nitidi, nella mente di ciascuno, gli attacchi mortali inferti dalle forze al servizio del male agli Eroi al servizio del bene e davvero tremano le gambe nel vedere lo sguardo ostile, pregno di odio, rivolto da tante persone verso uno dei rari nantes in gurgito vasto, al cospetto del quale ciascuno dovrebbe "misurarsi la palla" e poi ringraziarlo di esistere.


CIAO SBIRRO Luigi De Stefano, questore in pensione, è morto all’età di 73 anni. Originario di Somma Vesuviana, diresse il commissariato di Scampia durante la prima faida di camorra. Seimila anni di storia non ci hanno insegnato ad accettare la caducità della vita, magistralmente riassunta nella famosa frase che qualche monaco medievale scrisse nel De Imitatione Christi: “Sic transit gloria mundi”. Luigi De Stefano ha combattuto il male rischiando la vita, ha arrestato boss latitanti del calibro di Pasquale Scotti e Francesco Schiavone "Sandokan" e si è dovuto arrendere a una banale e bruttissima caduta domestica, che lo ha portato a intraprendere l’ultimo viaggio dopo alcuni giorni di rianimazione presso l’ospedale San Pio di Benevento. Lascia due figlie: Maria Luisa, veterinaria, che vive in Inghilterra; Benedetta, funzionaria di una importante multinazionale svizzera, con sede italiana in Lombardia. Originario di Somma Vesuviana, si divideva tra l’abitazione di famiglia, a Napoli, nella più bella strada del Vomero, e la casa di campagna nel Sannio beneventano, ubicata su una collina dalla quale era solito godersi gli stupendi tramonti. De Stefano era il classico "sbirro" dal forte fiuto investigativo, affinato dall’intelligenza che pervade chiunque sappia immedesimarsi negli altri, per comprenderne i pensieri alla base delle possibili conseguenti azioni. Entrò in polizia nel 1973 e prestò servizio presso la squadra mobile della questura di Milano, per poi guidare quella della questura di Caserta, oltre ai commissariati di Santa Maria Capua Vetere, Aversa e Scampia, durante la prima faida di camorra. Trasferito a Roma su richiesta del questore Arnaldo La Barbera, collaborò all’arresto del terrorista latitante Nicola Bortone, nel 2002. I successi più clamorosi li conseguì negli anni Ottanta con la cattura del capoclan casalese "Sandokan", dopo un inseguimento a Millery, in Francia, cui fece seguito quella di Pasquale Scotti, dopo un ben architettato assedio alla masseria di Caivano, in cui si era rifugiato, culminato con una furiosa sparatoria. La fuga del boss dall’ospedale di Caserta, la notte di Natale 1984, lo prostrò moltissimo, anche in virtù dei forti sospetti, che per lui erano "certezze", sui complici che lo avevano aiutato, non incriminabili per mancanza di prove. Non avendo mai creduto alla sua morte, nel 2015 scrisse un libro: “Il fantasma della camorra – le mille vite del superlatitante Pasquale Scotti”, coadiuvato dai giornalisti Enzo Musella, Gianmaria Roberti e Gaetano Pragliola. Come spesso accadeva, aveva visto giusto: dopo poche settimane dall’uscita del libro Pasquale Scotti fu catturato a Recife, in Brasile, dove aveva trascorso i 31 anni di latitanza. Una bella rivincita sui tanti, colleghi compresi, che avevano creduto alla falsa notizia della morte, ovviamente lasciata trapelare con l’intento di far cessare ogni interesse nei suoi confronti. Il rito funebre si terrà a Napoli domani, 12 febbraio, alle ore 11, nella chiesa di San Gennaro al Vomero. 11 febbraio


MEGLIO UNA MORTE ANIMOSA CHE UNA VITA IMBELLE Quattrocentoventi anni fa, il 17 febbraio 1600, Giordano Bruno fu arso vivo in piazza Campo de’ Fiori e le sue ceneri disperse nel Tevere. L’artista napoletano Ciro Cerullo, meglio noto come Jorit, gli ha recentemente dedicato un dipinto, raffigurandolo con il volto di Gian Maria Volonté, che impersonò il filosofo nel famoso film diretto da Giuliano Montaldo, nel 1973. "Meglio una morte animosa che una vita imbelle" è la frase scelta come didascalia, tratta dall’opera De monade, numero et figura, nella quale Bruno si richiama alle tradizioni pitagoriche, attaccando la teoria aristotelica del motore immobile, principio di ogni movimento. La "Nuova Accademia Olimpia", che opera a Caserta dal 1993, lo scorso 15 febbraio ha organizzato una conferenza dal titolo: “Giordano Bruno, precursore di una scienza nuova”. Relatore il fisico Franco Ventriglia, che ha concluso l’intervento citando proprio la famosa frase e preannunciando che il "Maggio dei monumenti", rassegna culturale che si svolge nel centro storico di Napoli, sarà dedicato a Giordano Bruno. Docente di Elettrodinamica Classica e storia della fisica presso l’università Federico II di Napoli, Ventriglia ha tratteggiato la figura del filosofo soprattutto in funzione del suo rapporto con la scienza, dando ampio risalto anche alle implicazioni filosofiche e teologiche. In particolare ha tenuto a porre in evidenza il ruolo di "ambasciatore del pensiero di Copernico" e la scarsa attenzione tributatagli da Galileo, che non lo citò mai nelle sue opere, contestata anche da Giovanni Keplero e Tommaso Campanella, i quali chiesero più volte al grande scienziato le ragioni di tanto disamore, senza peraltro ottenere valide e convincenti risposte. Molto interessanti anche gli echi bruniani, soprattutto quelli reperiti nelle opere di Shakespeare, del quale cita alcuni versi tratti da "Amleto" (Dubita tu che le stelle siano fuoco; dubita che il sole si muova; dubita che la verità sia una bugiarda, ma non dubitare mai che io amo” e "Antonio e Cleopatra". Il cielo stellato, visto come fuoco, è la concezione degli antichi, da Bruno contestata; è Bruno che parla anche rispetto al movimento solare; la verità bugiarda è la Bibbia, che trova ampio spazio nell’opera "La cena de le ceneri", dedicata a Michel de Castelnau, ambasciatore francese a Londra nel 1584, presso il quale il filosofo era stato ospite dopo aver lasciato la Francia l’anno precedente. Bruno asserisce che la Bibbia non può essere presa in considerazione per quanto concerne la natura delle cose e il campo scientifico: “E non è cosa alla quale naturalmente convegna esser eterna, eccetto che alla sustanza, che è la materia, a cui non meno conviene essere in continua mutazione 1”. Relativamente al mondo contemporaneo, Ventriglia cita Donna Haraway, filosofa statunitense, capo-scuola della teoria cyborg, branca del pensiero femminista che studia il rapporto tra scienza e identità di genere, autrice del saggio "Chthulucene – sopravvivere su un pianeta infetto", nel quale suggerisce di coltivare le relazioni


tra esseri umani e tutte le specie che vivono sulla terra per contrastare i pericoli che affliggono l’umanità. “Generate parentele, non bambini” è l’invito stridente e abbastanza controverso della Haraway, per la quale, evidentemente, le azioni degli ambientalisti e degli scienziati per scuotere le coscienze sono inefficaci2. Ultimata la relazione, il professore Renato Fedele, organizzatore della conferenza, ha invitato i presenti a porre delle domande, ma ve ne sono state solo due: la mia e quella di un altro signore, che ha chiesto lumi sui principi fondamentali del pensiero di Giordano Bruno. A Ventriglia ho chiesto ciò che, sin dai tempi scolastici, ha costituito un quesito irrisolto, anche quando posto ad autorevoli accademici, tra i quali mi piace ricordare Riccardo Campa, a suo tempo docente di Storia delle dottrine politiche presso la facoltà di Scienze politiche dell’Università Federico II: “Premesso che è la prima volta che sento un fisico parlare di Giordano Bruno, vorrei chiederle ciò che costituisce un antico dubbio, mai chiarito anche da suoi autorevoli colleghi del campo umanistico. Ho sempre sospettato che Giordano Bruno avesse sfruttato il monachesimo solo per essere facilitato negli studi e che, in cuor suo, se non proprio dei principi di ateismo albergasse quanto meno un forte agnosticismo. Che cosa ne pensa al riguardo?”. Ecco la sua risposta. “Beh, che vi sia stato un interesse non prevalentemente teologico bensì intellettuale nella scelta di Bruno di aderire all’ordine dei domenicani questo è indubbio. D’altro lato è altrettanto indubbio che nella scelta di Erasmo, come suo maestro ideale, ci sia una tensione morale e religiosa che è innegabile. E che questa tensione sia all’opera anche nei suoi dialoghi questo è altrettanto innegabile. Vi sono recenti studi che attribuiscono a Bruno, attraverso la lettura del Ficino, il ritorno alle origini vere del cristianesimo. Questa è una lettura problematica, a mio avviso. Sta di fatto che Giordano Bruno si pone come l’anticristiano per eccellenza, nel senso che è contro la figura di Cristo, questo "centauro" – dice – che è un’unione impossibile di infinito e finito. Da questo, poi, a non vedere l’esistenza di un divino, ma un divino all’opera in tutto l’universo, questo è altrettanto innegabile, altrimenti la sua cosmologia non sarebbe nulla. Il suo infinito non è solamente un infinito materiale, non è un apeiron senza confini, è un infinito reale perché reale è il dio che sta producendo e che ha prodotto quell’infinito e che oggi noi osserviamo come natura”. NOTE 1) L’opera, scritta in italiano (molto diffuso in Inghilterra negli ambienti colti, in quel periodo), risulta di fondamentale importanza perché Bruno in essa elogia Copernico che, con il "De revolitionibus", poneva il Sole e non la Terra al centro delle orbite planetarie, in netto contrasto con il sistema tolemaico. L’opera è divisa in cinque dialoghi ed è nel quarto che Bruno parla della Bibbia, nella quale si sostiene che la Terra sia immobile, al centro dell’universo, cosa che induce molti filosofi ad assecondare questo assunto solo per non entrare in conflitto con la Chiesa. Bruno asserisce che la Bibbia non si occupa di argomenti scientifici e quindi, almeno in questo campo, non va presa in considerazione: essa è stata scritta per “il volgo e la sciocca moltitudine” e l’errore più grossolano è proprio quello commesso dai filosofi che non hanno compreso tale fondamentale aspetto.


2) L’attualità del pensiero di Giordano Bruno, alla base di una modernità ancora tutta da (ri)scoprire – l’infinità dell’Universo, le molteplici galassie e le molteplici intelligenze, il rapporto mente-corpo oggi dimostrate anche dalle neuroscienze – è fuori discussione e conclamata dai saggi di autorevoli studiosi afferenti sia al campo filosofico sia scientifico. La Haraway, la cui caratterizzazione come "filosofa" a mio avviso è impropria ed eccessivamente gratificante, ritenendola più assimilabile a quelle predicatrici post new-age, molto popolari negli USA, dove le sette di qualsivoglia natura hanno largo seguito, proprio non può essere inclusa nel composito e qualificato gruppo di studiosi che, a pieno titolo, abbiano affrontato le distonie del mondo contemporaneo, anche in relazione con il pensiero degli antichi filosofi. La sua citazione "pubblicitaria" (il saggio è di recentissima pubblicazione), pertanto, è una palese forzatura che il pur bravo fisico ha effettuato in ossequio a una "visione politica" dell’argomento, sicuramente ancorata ai suoi trascorsi sinistrorsi, tra l’altro da egli stesso enunciati a conclusione dell’intervento. 17 febbraio


DALLA GIOVANE ITALIA ALLA GIOVANE EUROPA: L’OCCASIONE PERDUTA Al netto di quella minoranza che, al di sotto dei trenta anni, è capace di cambiare il mondo, eccelle in campo scientifico, culturale, artistico, sportivo, i giovani di oggi, in massima parte, hanno perso l’occasione per guadagnarsi rispetto, dimostrando tutta la loro fragilità, inconsistenza, ignoranza, stupidità. Elementi, del resto, che ben traspaiono, e non da poco tempo, dai tanti social sui quali riversano le loro sconclusionate visioni del mondo. Si dice che i confronti generazionali siano inopportuni perché occorre contestualizzare le varie epoche, ciascuna con le proprie peculiarità, non comparabili alle altre. È senz’altro corretta la seconda parte della frase, il che non impedisce, tuttavia, di esprimere delle pacate riflessioni. Per conferire all’analisi degna pregnanza sociologica si dovrebbe in primis porre in risalto le fenomenologie sociali alla base dei comportamenti registrati nelle varie epoche, ma ciò è prerogativa di un saggio e non di un articolo: limitiamoci, pertanto, all’ultimo trentennio. La mia generazione, intorno ai venti anni, indipendentemente dalle idee politiche praticate, aveva una maturità già permeata da elementi propri di un adulto. In tanti, a 18-20 anni, con mansioni direttive nei vari movimenti politici in forte contrapposizione, erano responsabili della "vita" di migliaia di coetanei; si studiava molto; il divertimento era un optional e le priorità erano ben altre. Quello che sta accadendo in questi giorni fa venire il voltastomaco. Genitori affranti raccontano di furiosi litigi con figli che non ne vogliono sapere di restare a casa e le tante foto pubblicate dai media sono più che eloquenti. Il famoso stilista Renato Balestra, intervistato in tv, ha dichiarato che a Fregene, durante il week end, vi erano migliaia di giovani uno addosso all’altro, manco fossimo in piena estate e in tempi tranquilli. Non serve, come spesso accade, dare la colpa ai genitori per le manchevolezze dei figli. L’eccessivo permissivismo sicuramente è da condannare, ma alla fine ciascuno è responsabile delle proprie azioni e coloro che non sono stati capaci di imporsi autonomamente dei limiti possono solo essere definiti irresponsabili e anche peggio. Basta frequentare i cosiddetti "gruppi" settoriali su Facebook, in particolare quelli legati alla movida, ai viaggi, alle crociere, per visionare i deliranti commenti che si leggono in questi giorni: la vacanza e il divertimento sono al primo posto nei pensieri dei più! Egregi giovani, avete perso l’occasione che la caducità della vita vi ha offerto per guadagnarvi rispetto. Dovrete lavorare non poco, nei decenni a venire, per farvi perdonare. E non è detto che ci riusciate. Intanto provate almeno a vergognarvi, a guardarvi in uno specchio e a sputarvi in faccia.


BYE BYE UNIONE EUROPEA Ieri, 17 marzo, durante una conferenza stampa tenutasi a Copenaghen, i dirigenti dell’Organizzazione mondiale della sanità Hans Kluge, Richard Pedoby e Dorit Nitzan, riferendosi all’emergenza planetaria causata dal Covid-19, si sono profusi in una lunga sequela di elogi e apprezzamenti per il nostro Paese, che si possono sintetizzare con la seguente frase: “L’Italia sta facendo molto bene ed è un modello per l’Europa”. Analoghi riconoscimenti stanno giungendo, ufficialmente e indirettamente, in virtù dei provvedimenti adottati, da quasi tutti gli stati del mondo. Significativo il cambio di rotta che si sta registrando in Inghilterra e negli USA, dopo le demenziali dichiarazioni di Boris Johnson e quelle non meno gravi di Donald Trump. L’attuale situazione, pertanto, mi induce1 a scrivere una lettera aperta soprattutto ai leader politici europei e ai tecno-burocrati di Bruxelles. “Gentili Signori, grazie per i vostri apprezzamenti, ma non è il caso che vi disturbiate: i complimenti superflui danno fastidio a chi li riceve. Che senso ha, per esempio, dire a Messi e Ronaldo che sono degli eccellenti giocatori di pallone? Di sicuro non risponderanno “grazie, lo sappiamo già”, ma solo per educazione. Avrebbe senso, invece, dare certe cose per scontate e regolarsi di conseguenza! Quanti errori avreste evitato! E la disumana portata dei vostri errori oggi non sfugge a nessuno. Anche i più somari tra voi sanno bene che, al di là di tutte le manchevolezze registrabili nel mio Paese, alla prova dei fatti, nessun essere umano, ovunque abiti, può mettere sulla bilancia quel retaggio ancestrale che caratterizza "lo spirito italiano" e fa la differenza proprio e soprattutto quando ve ne sia bisogno. Ritengo superfluo ribadire la solita litania dei nostri innumerevoli primati, che ci riempiono il cuore di fierezza, o trascrivere i tantissimi nomi degli italiani eccellenti, di ieri e di oggi: sono cose risapute, anche da voi. Giusto en passant, tuttavia, solo per dare una minima valenza al famoso motto repetita iuvant, è appena il caso di ricordare che, mentre i vostri antenati ancora abitavano nelle caverne e si cibavano di carne cruda, a Roma già si creavano le basi di quella "civiltà" che avrebbe irrorato l’intera Europa. Con questo non vi dico che occorra sempre scattare sull’attenti qualora vi trovaste al cospetto di un italiano (ovviamente al netto dei deficienti e babbei che non mancano anche da noi, ci mancherebbe!), ma senz’altro sarebbe opportuno fare tesoro dell’occasione per imparare qualcosa. Certo, economicamente ci state dominando grazie a reiterati giochi sporchi e vi comportate come meglio vi aggrada, lasciando affiorare la vostra natura e il grosso deficit evolutivo che vi pervade. Morite dalla voglia di farci fare la fine della Grecia, un po’ per ingordigia e un po’ perché vi farebbe tanto piacere, proprio per i limiti summenzionati. Beh, mi sa che dovete rinunciare ai vostri criminali disegni. Voi, mercanti d’Europa e politici asserviti, rappresentate il grande disordine, le scorie da smaltire, ed è bene che vi apprestiate a lasciare il Tempio. Il mondo di domani non sarà più lo stesso e i primi cambiamenti riguarderanno proprio l’Europa, che dovrà essere guidata da persone in grado di allinearsi in fretta con la mutevolezza dei tempi e non da mezze cartucce aduse a parlare di cose che non comprendono, messe in posti chiave a casaccio, solo perché servizievoli nei confronti dei poteri più o meno occulti.


La morte dell’Unione Europea è già avvenuta e si attende solo che un medico legale l’attesti, senza alcun bisogno di effettuare l’autopsia, essendone ben chiare le cause. Ora è tempo di pensare al futuro, lavorando sodo all’interno dei singoli stati: occorre arare bene il terreno; estirpare la gramigna e fare in modo che non attecchisca più; seminare civiltà e cultura soprattutto tra gli adolescenti e i giovanissimi; impiantare solidi alberi; individuare bene quel poco che possa essere recuperato; riparare i guasti provocati da decenni di malapolitica; lasciare emergere le risorse migliori. Occorrerà tempo, certo, ma è questa l’unica strada percorribile affinché si realizzi quel sogno che da tempo immemore è nei cuori dei giusti. Un sogno che si chiama “STATI UNITI d’EUROPA”, scritto in italiano, affinché sia chiaro a tutti che la grancassa, nell’Europa di domani, sia pure in un reale contesto di vera unione che rispetti le diversità, può e deve essere suonata da un solo stato: quello che state elogiando ora, magari a denti stretti. 1) Articolo scritto in qualità di presidente del Movimento politico “Europa Nazione”.

18 marzo


IL SANGUE DEI GIUSTI È SEME “Quello che non perdono agli uomini del mio tempo non è tanto di essere vigliacchi, ma di costruire l’alibi della propria vigliaccheria, giorno dopo giorno, denigrando gli eroi”. Questa massima, coniata da un giovane filosofo italiano, purtroppo prematuramente scomparso negli anni Settanta del secolo scorso, caratterizza, abbastanza bene il coacervo di sentimenti e azioni che si sono mossi e si muovono intorno alla figura di Giovanni Falcone. "Abbastanza bene” perché, per essere ancora più caratterizzante, avrebbe bisogno di una breve aggiunta: “…denigrando gli Eroi, salvo poi celebrarli ipocritamente dopo aver contribuito alla loro morte”. Giovanni Falcone è stato ucciso dalla mafia, certo, ma la sua morte ha fatto comodo a molti che, con la mafia, convivono allegramente dalle dorate stanze del potere, salvo poi recarsi ogni anno in pellegrinaggio a Palermo, mettendosi in prima fila a favore delle telecamere e rilasciare mortificanti e offensive dichiarazioni di circostanza, che fanno ribollire il sangue nelle vene a chi conosca i fatti. (Quest’anno si Giovanni Falcone e Paolo Borsellino nella foto simbolicamente più espressiva devono anche risparmiare la fatica, del loro solido legame a causa della pandemia). Giovanni Falcone, alla pari di Paolo Borsellino, era considerato dai pochi veri amici un fuoriclasse, come ben traspare dalle dichiarazioni di Leonardo Guarnotta e Giuseppe Di Lello, che seppero ammettere la loro marcia in più nel corso di interviste inserite nella puntata del programma televisivo La storia siamo noi dedicata a Paolo Borsellino: “Noi eravamo una squadra nella quale sapevamo che c’erano dei fuoriclasse, come Maradona, e dei portatori d’acqua”. (Leonardo Guarnotta). “Emergeva molto, ma molto prepotentemente, la personalità dei due giudici istruttori, Falcone e Borsellino. Avevano insieme delle qualità che noi non avevamo: grande intelligenza, grandissima memoria, grande capacità di lavoro. Sarebbe stato sciocco, da parte nostra, mettere in dubbio questa gerarchia di fatto, perché forse, poi, mettendola in dubbio, potevamo essere sfidati a sostituirli e avremmo fallito miseramente”. (Giuseppe Di Lello). Va ricordata, altresì, anche la dichiarazione di Mario Almerighi, che in altra puntata de programma “La storia siamo noi”, dedicata a Giovanni Falcone, affermò testualmente: “Io credo che gran parte di questo sentimento di astio, che poi ha portato Giovanni Falcone in tanti momenti della sua vita all’isolamento, sia dovuto a questo sentimento che è molto diffuso nell’uomo e quindi anche nei magistrati, cioè l’invidia”. Un fuoriclasse, quindi, che rendeva più evidente e palpabile la mediocrità altrui. Se un osservatore freddo e razionale, però, si limitasse a studiare la vita di Falcone solo attraverso il suo curriculum vitae, dovrebbe concludere che tanta enfasi celebrativa manifesta un evidente paradosso, caratterizzato dalla massiccia sequela di brucianti sconfitte: bocciato come consigliere istruttore; bocciato come procuratore di Palermo; bocciato come candidato al CSM. La sicura bocciatura anche come procuratore nazionale antimafia fu scongiurata solo dalla sua morte. Che bravi!


Basta leggere gli atti del CSM che sancirono l’elezione del pavido Meli a Consigliere istruttore del Tribunale di Palermo, le dichiarazioni dei vari membri del CSM, in particolare quella "dell’amico Geraci", per comprendere che Giovanni Falcone iniziò a morire il 19 gennaio 1988. Nel giugno 1993, Paolo Borsellino, nel suo ultimo intervento pubblico, prima di pagare anch’egli con la vita la dedizione allo Stato, commemorando l’amico di una vita, affermò con la mestizia nel cuore: “Quando Giovanni Falcone solo per continuare il suo lavoro, propose la sua aspirazione a succedere ad Antonino Caponnetto, il CSM, con motivazioni risibili gli preferì il consigliere Antonino Meli. Falcone concorse, qualche giuda si impegnò subito a prenderlo in giro, e il giorno del mio compleanno il CSM ci fece questo regalo. Gli preferì Antonino Meli”. Qualche giuda, appunto! Quanti ve ne sono stati intorno a Giovanni Falcone e a Paolo Borsellino! Oggi ci accingiamo a commemorare il 28° anniversario della strage di Capaci e mai come in questo periodo un brivido scorre lungo la schiena degli uomini orientati al bene. Le vicende pazzesche che stanno emergendo da un primario pilastro costituzionale lasciano sgomenti e fanno paura. Sembra che il palazzo reso granitico dal sacrificio di tanti Eroi si stia sgretolando sotto i colpi inferti di un numero troppo altro di soggetti indegni di indossare quella sacra toga. “Il sangue dei Giusti è seme”, gridò qualcuno ventotto anni fa, ma bisogna tristemente considerare che, eccezion fatta per pochissimi magistrati, per di più "isolati e vessati", quel grido di dolore non ha partorito una florida pianta dalla quale sgorghino uomini di pari valore. La triste realtà, al di là delle apparenze, è sotto gli occhi di tutti. Ipocrisia, congiure di bassa lega, meschinità e menzogne regnano sovrane, mentre i mandanti delle stragi gongolano e prosperano nel loro malato delirio di onnipotenza. Per ora sono loro a poter cantare vittoria. Si faccia pulizia, e anche presto, perché rendendo vana la morte di Giovanni Falcone e quella di tanti altri Eroi, commetteremmo un crimine ancora più grave di quello perpetrato dagli assassini e dai mandanti. Alle ore 18 odierne troviamoci tutti sui balconi, dopo aver steso dei lenzuoli bianchi, per rendere omaggio a un Eroe. #PALERMOCHIAMAITALIA è l’hashtag lanciato dalla Fondazione Giovanni Falcone per il flash-mob virtuale. Facciamo sì che l’appello non resti inascoltato.


IL BABBEO VANESIO DI DOWNING STREET INCIPIT Babbeo: persona priva di una propria morale, che considera sé solo dal punto di vista della sua esteriorità. Vanesio: persona scioccamente fatua e vanitosa che si sforza di ostentare le proprie presunte qualità, riuscendo però a rivelare soltanto la propria effettiva vuotezza e stupidità. LONDRA – CAMERA DEI COMUNI A Londra, durante una seduta alla Camera dei Comuni, lo speaker Ben Bradshaw rivolge la seguente domanda al primo ministro Boris Johnson: “È possibile che la ragione per la quale Germania e Italia abbiano una percentuale più bassa di contagi da Covid dipenda da un sistema di tracciamento e di test realmente efficace?”. Avete idea della reazione che più o meno potremmo avere tutti, se, aprendo un cassetto, vedessimo una vipera saltarci addosso? Così è stato per Johnson, che è scattato in piedi manco fosse Bolt nella finale mondiale dei cento metri, replicando con piglio minaccioso: “NO, SIGNOR SPEAKER. NON CREDO CHE SIA COSÍ. E credo che continuare come abbiamo fatto a tracciare e a fare test sul territorio sia fallace e non necessario. E in realtà c’è una sostanziale differenza tra il nostro e tanti altri paesi del mondo! Ci sono paesi che amano la libertà, signor speaker! Se guardate alla storia degli ultimi trecento anni di questo paese, virtuosamente sempre all’avanguardia per libertà di pensiero e di democrazia, risulta difficile costringere il nostro popolo a obbedire in modo uniforme alle linee guida che considerate indispensabili. Quello che voglio dire oggi, rispondendo quindi alla sua domanda, è che tutti insieme dobbiamo seguire le linee guida che abbiamo in vigore e dobbiamo farlo nel modo più corretto”. A Johnson ha risposto con un colpo di fioretto il presidente Mattarella: “Anche noi italiani amiamo la libertà, ma abbiamo a cuore anche la serietà”. La frase, nella sua estrema sintesi, di fatto, chiude il discorso elegantemente. Al babbeo vanesio, tuttavia, è opportuno mettere sotto gli occhi alcuni dati storici veritieri, perché delle due l’una: o non conosce la storia o mente spudoratamente. Sul Covid-19 vi è poco da cincischiare: le cifre parlano chiaro e sono drammatiche. La mistificazione della storia, invece, ha radici antiche e non bisogna mai perdere occasione per mettere le cose a posto. IL VERO VOLTO DEL VIRTUOSIMSO INGLESE Johnson invita a guardare gli ultimi trecento anni della storia inglese, esaltandone le peculiarità. Intanto, volendo anche sorvolare sul periodo che va dal III secolo a.C. al 1066, anno in cui inizia l’epopea Normanna, segnando una decisiva svolta rispetto al passato, non si capisce perché si debbano cancellare con un colpo di spugna ben sette secoli pregni di significativi avvenimenti tra i quali, solo per citare i più importanti, la guerra dei cento anni; il distacco dalla Chiesa di Roma per colpa di un re invaghitosi di una zoccola, per giunta sorella di un’altra zoccola, da Francesco I di Francia definita “puledra inglese che lui e altri avevano spesso cavalcato, grandissima ribalda, infame sopra tutte” (Quanti problemi sono scaturiti


dalla ignominiosa condotta di Enrico VIII); le vessazioni degli scozzesi e degli irlandesi e tante altre cosucce raccapriccianti. Comunque, anche analizzando solo gli ultimi tre secoli – ovviamente qui solo con pennellate rapide ma significative - tutto traspare dalla storia inglese fuorché quel virtuosismo di cui il primo ministro è tanto fiero. IRLANDA - CARESTIA Dopo tante mistificazioni e verità obnubilate non è più un mistero per nessuno che la "Grande carestia irlandese, " tra il 1845 e 1852, si trasformò in una splendida occasione per un deliberato genocidio da parte degli inglesi. Come noto le patate rappresentavano il principale alimento di un popolo che viveva in condizioni miserrime, duramente vessato dalla dominazione inglese. Nell’estate del 1845, la rapida diffusione di un fungo velenoso fece marcire tutti i raccolti e la popolazione fu ridotta ben presto alla fame. Si sarebbe potuto ovviare alla tragedia con due semplici provvedimenti: blocco delle esportazioni dall’Irlanda verso l’Inghilterra; concreto sostegno con cospicuo afflusso di cibo dall’Inghilterra, a prezzi equi. Facile a dirsi. I proprietari terrieri in Irlanda erano quasi tutti inglesi e se ne fregavano se la gente moriva di fame: niente blocco, quindi, delle redditizie esportazioni; la politica protezionista delle Corn Laws, tesa a proteggere i proprietari terrieri dai prezzi più competitivi dei cereali provenienti da altre colonie britanniche, rese impossibili gli aiuti, che tra l’altro nessuno voleva seriamente concedere. Per un battello che arrivava con misere scorte di viveri per gli affamati, ne partivano sei pesantemente caricati con ottimo grano e ben nutrito bestiame. Il ministro del Tesoro Charles Trevelyan, per esempio, ebbe il barbaro coraggio di affermare che "Dio aveva punito i cattolici irlandesi per i loro comportamenti superstiziosi e la loro devozione nei confronti del Papa". Se era stato Dio a far marcire le patate, quindi, che gli irlandesi morissero pure in santa pace e senza fare tante storie, altrimenti sarebbero scattate le sanzioni previste dall’ennesimo Coercion Act, che forniva la base giuridica per perpetrare dure repressioni in caso di malcontento e tumulti. E così, non proprio in santa pace, circa un milione di irlandesi persero la vita nei primi mesi di carestia e tanti altri attraversarono l’oceano in cerca di miglior fortuna negli Stati Uniti. Nel giro di dieci anni la popolazione passò da 8.500mila abitanti a sei milioni, fino a ridursi a quattro milioni all’inizio del XX secolo. INDIA È praticamente impossibile riassumere in un articolo le atrocità perpetrate dagli inglesi in due secoli di dominazione e pertanto possono fungere da aiuto alcune significative dichiarazioni di personaggi famosi. “La mancanza cronica di cibo e acqua, la mancanza di igiene e di assistenza medica, la trascuratezza nei mezzi di comunicazione, la povertà delle misure educative, l’onnipresente spirito di depressione che vidi di persona, prevalente nei nostri villaggi dopo oltre un secolo di dominio britannico, mi fa perdere ogni illusione sulla loro benevolenza” (Radindranath Tagore); “Se la storia del governo britannico dell’India fosse condensata in un singolo fatto, questo sarebbe che in India non vi fu alcun aumento di reddito pro-capite dal 1757 al 1947 (Mike Davis, storico statunitense); “Gli hindu sono una razza sudicia, protetta grazie alla sua continua


riproduzione dal destino che merita”. (Winston Churchill, spiegando al suo segretario privato perché difendesse l’accumulo di cibo i Gran Bretagna mentre milioni di persone morivano di fame in Bengala). Giusto per mettere la ciliegina sulla torta è appena il caso di ricordare che, Adolf Hitler, nel Mein Kampf e in molti discorsi, fece riferimento alla politica coloniale britannica in India, ritenuta esplicitamente genocida, come modello per quella nazista. Di fatto oltre sessanta milioni di indiani morirono di fame durante la dominazione inglese, caratterizzata dai feroci saccheggi e dall’assoluta mancanza di riguardo nei confronti delle popolazioni autoctone. CHI NASCE TONDO NON MUORE QUADRATO La storia inglese è una storia di sopraffazione e di alterigia che perdura da secoli ed è inutile girarci intorno. Ancora oggi nell’Irlanda del Nord e Scozia si paga un prezzo altissimo per "il brutto carattere" di chi tiene da secoli quegli splendidi popoli sotto giogo e tante città, soprattutto nell’Irlanda del Nord, sono costellate di lapidi che ricordano gli eroi immolatisi per la causa indipendentista, come il mitico Bobby Sands, che si lasciò morire di fame con altri dodici eroi per portare all’attenzione del mondo la causa irlandese. Sarebbe bastato un semplice gesto da parte di Margaret Thatcher per salvare loro la vita, ossia il riconoscimento dello status di prigionieri politici. La perfida donna di ferro fu ben felice, invece, di vedere morire i tredici a uno a uno, considerando loro "criminali" ed "eroi "i suoi soldati che si macchiavano continuamente di efferati crimini nei confronti di gente inerme. Lei e il suo erede attuale, di fatto, appartengono alla stessa genia, quella genia che già verso la metà del XIX secolo indusse Thomas Carlyle ad affermare: “Gli inglesi: trenta milioni, in maggioranza cretini”. 25 settembre


NATALE COME CATARTICA PALINGENESI Con quelle straordinarie risorse che la mente umana mette a disposizione di ogni individuo, nei momenti difficili, miliardi di messaggi augurali si incrociano nell’etere grazie alle moderne risorse tecnologiche. Si sprecano i "Buon Natale" e i "Felice Anno Nuovo", accompagnati da cartoline più o meno belle quando non semplicemente stupende. Ha senso tutto questo? No che non ha senso, ma è inutile cincischiare più di tanto: Gustave Le Bon e Ortega Y Gasset, nelle loro pregevoli opere, hanno superbamente descritto il comportamento delle masse in qualsivoglia circostanza e vi è ben poco da aggiungere. Anche per gli psicologi il processo di rimozione della realtà, o di alcuni particolari elementi, non ha più misteri. Resta il fatto che la rimozione, quale difesa istintiva e inconscia prodotta dalla mente per cancellare ciò che non si riesca a sopportare, qualora diventi un fenomeno di massa, può essere molto pericolosa. Ciò che sta accadendo in questi mesi terribili, soprattutto in queste ultime settimane, lo dimostra in modo incontrovertibile. L’equilibrio non può persistere nel comportamento delle masse, essendo esso rara virtù di pochi eletti e non certo regola comune. Da qui la necessità di "imporre" precise disposizioni, essendo sciocco e deleterio fare affidamento sul buon senso comune. Anzi molto sciocco, se si considerano anche i tanti che, essendo designati a rappresentare i cittadini nei vari organi rappresentativi, il buon senso lo calpestano quotidianamente. Una spinta per una pacata riflessione e per una riconsiderazione del proprio agire può scaturire da un significativo episodio verificatosi durante la Grande Guerra. Vigilia di Natale 1914: l’Europa è in fiamme e nelle fangose trincee del fronte occidentale, i soldati dei due schieramenti, a poche decine di metri gli uni dagli altri, si sforzano di trovare una dimensione del proprio essere per andare avanti, senza impazzire, volgendo la mente e il cuore ai familiari lontani, consapevoli che tanti di loro non li rivedranno più. Da ciascuna trincea, all’improvviso, si odono dei canti e dei cori natalizi che suscitano un irrefrenabile bisogno di afflato umano. Istintivamente, spinti da una forza bella e misteriosa, alcuni soldati iniziano ad attraversare la terra di nessuno dirigendosi verso le trincee nemiche, portando piccoli doni. Superati gli iniziali tentennamenti, anche gli altri soldati escono dalle rispettive trincee, correndo verso i propri nemici, con i quali si abbracciano, si scambiano gli auguri, dialogando amorevolmente. Ciascuno mostra le foto dei propri familiari e racconta qualcosa di sé stesso, della sua terra, di ciò che ha lasciato e di ciò che spera di trovare quando tornerà, se tornerà. L’evento è passato alla storia come "La tregua di Natale" e testimonia che la natura umana non è malvagia: se appare tale è solo perché si lascia troppo campo libero a pochi esseri spregevoli, capaci di stravolgerla. Basterebbe fermare loro e non vi sarebbe più bisogno di "tregue natalizie". Lo spirito del Natale, soprattutto in questo momento particolare, dovrebbe fungere da catartica palingenesi per riconsiderare pensieri e stili di vita, inducendo ognuno ad accogliere il nuovo anno con rinnovata speranza e fiducia.


Le festività di fine anno non saranno liete per nessuno e men che mai per chi abbia perso un congiunto e per chi si sia visto, da un giorno all'altro, cadere il mondo addosso. L'unico vero auspicio, pertanto, è che dalle ceneri di questa immane tragedia si esca con uno spirito diverso, più umano, più ancorato alla solidarietà, più rispettoso del prossimo. Si abiuri l'egoismo e si costruisca, finalmente, una vera, grande, casa comune: insieme si è più forti, in tutto. I segnali del tempo indicano che è giunto il momento delle scelte radicali, capaci di cambiare la storia. A nessuno può sfuggire quanto sarebbe stata utile, ora, un'Europa veramente unita! Quante vite umane si sarebbero risparmiate se, al posto delle sconsiderate scelte dei governi nazionali, si fosse potuto contare su un’unica cabina di regia continentale, di altissima qualità. Occorre davvero girare pagina e iniziare un nuovo percorso esistenziale, meravigliosamente rivoluzionario, capace di spazzare via definitivamente tutti i veleni che ci annebbiano la mente. Un nuovo ordine mondiale è più necessario dell'acqua che disseta il viandante del deserto. Un’Europa unita che riconquisti il ruolo che le è proprio, di faro del mondo, sarebbe il miglior viatico per questo straordinario disegno. Da soli non si va da nessuna parte, o peggio, si va solo verso il baratro. Insieme si vince e si può sconfiggere "qualsiasi virus".

*** Cliccare qui per vedere alcune scene salienti del film "JOYEUX NOËL", dedicato alla tregua di Natale, diretto da Christian Carion.


IRLANDA DEL NORD E SCOZIA: L’EUROPA VI ASPETTA

"Divorzio amichevole", così è stato definito dal Financial Times l’accordo sulla Brexit che regolerà i rapporti commerciali tra Unione Europea e Regno Unito a partire dal primo gennaio 2021. “Non c'è un vincitore nella Brexit, è una sconfitta il doversi separare, soprattutto nel mondo di oggi, un mondo pericoloso e instabile dove dobbiamo stare insieme, credo, soprattutto per avere peso specifico contro gli Stati Uniti e la Cina. Il Regno Unito ha scelto di essere solitario piuttosto che stare insieme a noi ed essere solidale”. Così si espresso Michel Barnier, capo negoziatore Brexit e di casa a Bruxelles in quanto ex commissario ed ex parlamentare europeo, che non è certo Richelieu ma ogni tanto qualcosa di sensato riesce a dirla. In effetti l’espressione "divorzio amichevole" è un ossimoro: nessun divorzio lo è; gli amici, se sono davvero tali, non si separano. Le implicazioni commerciali alla ribalta della cronaca sulla Brexit costituiscono solo l’aspetto più appariscente di problematiche che investono i cittadini soprattutto nella loro essenza "spirituale". Da decenni, oramai, il primato della politica si è progressivamente affievolito ed è l’economia (o per meglio dire, la finanza sporca) a dettare legge, con quali risultati per il bene comune è sotto gli occhi di tutti. L’aspetto veramente importante non riguarda la ridicola querelle sulla quantità di pesce che si può pescare nelle acque territoriali inglesi e sulla "libera circolazione" delle merci ma nella sofferenza provocata a milioni di cittadini, ai quali la libera circolazione è negata, essendo considerati meno importanti di un fascio di broccoli. Addio programma Erasmus, per esempio, che tanto piace ai giovani universitari. Il resto dell’Europa è grande abbastanza, certo, ma resta il fatto che in Inghilterra non si potrà più andare. La sofferenza maggiore, tuttavia, e anche la meno considerata, è quella provata da chi si senta violentato nello spirito per la perdita della propria identità comunitaria, di cittadino d’Europa. Scozzesi e nordirlandesi, ancorché fieramente e legittimamente attaccati alle loro radici, sentono forte questo sentimento e ora si trovano, ancor più che nel passato, nella triste condizione di sudditi sotto occupazione. Sono tempi duri, questi, lo si sa, e ciascuno è preso dai problemi contingenti generati dalla terribile pandemia, dalle difficoltà economiche per la perdita del


lavoro o per la chiusura della propria attività commerciale. Nondimeno è necessario restare umani e dimostrare vicinanza, anche solo simbolicamente, a chi tende la propria mano affinché qualcuno la stringa, infondendo calore. L’Europa dei potenti non ha tempo per queste cose, essendo prevalentemente occupata a regolamentare il transito di broccoli, patate e pomodori e stabilire come e dove debbano essere pescati merluzzi e alici; siano i cittadini di buona volontà, pertanto, a sopperire a queste gravi lacune istituzionali. Mai come in questo periodo è impossibile qualsivoglia previsione, anche se una cosa si può dire con assoluta certezza: l'Europa può fare a meno dell'Inghilterra, ma per nessuna ragione può fare a meno dell'Irlanda del Nord e della Scozia. Bene ha fatto la tenacissima Nicola Sturgeon, Primo ministro scozzese, a suonare la carica per il suo popolo, affinché sia recepita anche da tutti gli europei: “Vale la pena ricordare che la Brexit si sta realizzando contro la volontà della Scozia. E non c'è accordo che possa mai compensare ciò che la Brexit ci porta via. È tempo di tracciare il nostro futuro come nazione europea indipendente”. Sintesi migliore non vi poteva essere: siamo europei – dice di fatto il Primo ministro – e vogliamo restare tali; dell’Inghilterra non ne vogliamo più sapere nulla. Anche la dolcissima Mary Lou McDonald, che si è assunta "l’impossibile" compito di guidare il Sinn Féin dopo l’ultra trentennale gestione del gigantesco Gerry Adams, l’ultimo eroe d’Europa, con una storia personale che fa tremare i polsi, pur dovendosi barcamenare con formali e per nulla convinti riconoscimenti degli accordi commerciali (nel Nord Irlanda è tutto maledettamente più complicato) ha ricordato che il suo Paese aveva votato per restare e che “nonostante i desideri della gente, ora si trova fuori dall'Unione Europea a causa di una Brexit ispirata ai Tory”. In Irlanda del Nord, anche se in forma ridotta rispetto al passato, il sogno di "A nation once again" persiste e trova nuovo alimento proprio dalle vicende attuali. I giovani millenials, nati quindi dopo gli accordi del Venerdì santo che misero fine ai terribili anni dei troubles, meno motivati dei loro genitori e nonni nel rivendicare l’unione con i confratelli dell’Éire in virtù di un naturale processo integrativo con le forze di occupazione, evidentemente non ritenute tali, percependo il disagio e la sofferenza di chi quegli anni ha vissuto da protagonista, stanno lentamente "approfondendo" la loro storia: una storia segnata dalle gesta eroiche di uomini straordinari come Michael Collins e Bobby Sands, tanto per citare due nomi simbolicamente di altissima risonanza. "A nation once again" vorrebbe dire un’Irlanda finalmente unita, in Europa. È ben chiaro, quindi, che la vera partita inizia ora e nulla può essere dato per scontato. Il primo gennaio 2021, pertanto, sia consacrato ai due meravigliosi popoli europei, in modo da far percepire la vicinanza e l’affetto di tutto il continente. Sarebbe bello se le pagine social dei massimi esponenti della causa indipendentista fossero inondate di messaggi affettuosi, ancorati a quei presupposti di solidarietà che sono il fondamento di una società civile. Nella foto in alto, da sx: Gerry Adams, massimo esponente vivente della causa indipendentista irlandese; Mary Lou McDonald, erede di Gerry Adams alla guida del Sinn Féin; Nicola Sturgeon, Primo ministro scozzese; William Wallace, mitico eroe simbolo dell’indipendentismo scozzese.


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