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Primo piano

Spettacoli

Musica

L’anomalia Pci: un’analisi storica sull’evoluzione del partito a Crotone

La nona volta di Michele Affidato al Festival di Sanremo: «Stessa emozione»

Gli anni ruggenti: le band locali degli anni ‘60 e l’arrivo dei primi“urlatori”

SUPPLEMENTO DE ‘‘LA PROVINCIA KR” - via San Francesco, 6 - 88900 Crotone (KR) - Tel. 0962/1920909 N. 1 Gennaio/Febbraio 2019

“Lotta continua” Memoria popolare, storia locale e cultura: leggere il passato per comprendere il presente spunti intellettuali al servizio della collettività Speciale Medievo da scoprire: le porte dell’antica cinta muraria


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Sommario N. 1 - Gennaio/Febbraio 2019

SUPPLEMENTO culturale DE ‘‘LA PROVINCIA KR” Via San Francesco, 6 - 88900 Crotone (KR) - Tel. 0962/1920909

EDITORIALE

Il Marchesato a sostegno della cultura crotonese----------------------------------------------▶ pag. 5

primo piano

Una Anomalia chiamata Pci---------------------------------------▶ pag. 6

Politica&Potere

La mania dei sondaggi-----------------------------------------------▶ pag. 8

Eventi&spettacoli

Copertina fotogramma de “La via della terra”, docufilm di Enrico Le Pera (2019): scena tratta da un filmato di repertorio dell’Istituto Luce.

Nono anno a Sanremo per il maestro orafo Michele Affidato---------------------------------- ▶ pag. 10

arte

Fedart:“Per le vie dei Baroni”---------------------------------- --▶ pag. 12

beni culturali

Palazzo Giunti e le grotte di Pietro Nigro---------------------▶ pag. 18

storia locale urbanistica: il centro storico--------------------------------▶ pag. 22 Fratelli bandiera: lo sbarco---------------------------------- ▶ pag. 41 numismatica Sibari alleata di Kroton---------------------------------------▶ pag. 32 reportage Il culto di San Francesco da Paola----------------------▶ pag. 34 società L’importanza dell’idioma locale--------------------------▶ pag. 37 speciale Ritorno al Medioevo: le porte di Cotrone----------------▶ pag. 38 poesia Mario Gentile: «Terra... io che ti guardo, so d’essere anch’io terra!»--------------------▶ pag. 47 musica Anni ruggenti: gli“urlatori”crotonesi------------------▶ pag. 48 amarcord Cartoline da Crotone: anni ‘50/’70----------------------- ▶ pag. 50 sport Enzo Longo: vecchia gloria e talent scout---------------▶ pag. 52 Un anno fa ci lasciava Renato Punzo--------------------- ▶ pag. 55 Gennaio/Febbraio 2019

di Antonio Carella FONDATO NEL 1994 Autorizzazione n. 70 del 12.8.94 - Tribunale di Crotone Direttore responsabile Antonio CARELLA Direttore editoriale Giuliano Carella ---------------------------------Uffici e Redazione: Via San Francesco, 6 (Pal. 8) 88900 CROTONE (KR) Contatti tel. 0962.192 09 09 www.laprovinciakr.it info@laprovinciakr.it La collaborazione è aperta a tutti ed a titolo assolutamente gratuito. Manoscritti e fotografie, anche se non pubblicati, non verranno restituiti. La responsabilità civile e penale è da imputare esclusivamente agli autori; non necessariamente la redazione di questa testata è da considerarsi in linea con gli stessi. Progetto editoriale Grafiche e Comunicazioni Carella Crotone - tel. e fax 0962 1920909 STAMPA: Online- Crotone

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l ’e d i t o r i a l e

di Antonio Carella

Il Marchesato a sostegno della cultura crotonese

E

ccoci qui con una nuova iniziativa editoriale promossa dopo un periodo di doverosa “pausa” tecnica che ha consentito a mente e corpo di adeguarci al nuovo sistema di comunicazione online. Attraverso tale mezzo, dopo aver subìto la crisi della carta stampa, si sono aperti nuovi orizzonti e aspettative sulla visione del mondo e sul modo di fare informazione. In pratica possiamo affermare che si sono aperte le porte al progresso e al sapere i cui traenti benefici permetteranno alle generazioni future speriamo una migliore qualità della vita. Tutto ciò passa attraverso l’informazione. Oggi vilipesa e maltrattata da una classe politica inetta tesa a tutelare gli interessi personali anziché quelli collettivi.   A tal proposito mi piace citare un pensiero pitagorico profuso da Platone nella settima lettere in cui riferisce che un amministratore che non è vicino alla filosofia non è adatto alla gestione della cosa pubblica. Questo sta a significare visto l’incompetenza degli attuali amministratori diventa necessario, quindi che l’informazione si faccia carico di sensibilizzare e allo stesso tempo intervenire per fornire la notizia più libera e distaccata da preconcetti politici e fini personali, tutto ciò per arginare il declino sociale. Semplicemente si deve osservare e raccontare quello che si è visto o sentito. Le considerazioni personali di chi scrive o racconta i fatti devono essere riportate secondo il proprio pensiero e quindi assumersi le responsabilità di quanto si afferma, senza distorcere il pensiero altrui.   Anche se c’è da dire che negli ultimi tempi qualche sprovveduto rappresentate dell’informazione ha sforato quella che è un etica morale e professionale producendo confusione attraverso atteggiamenti rozzi e impropri alla categoria giornalistica. Oggi ci troviamo in una situazione davvero critica in quanto si coglie l’occasione per buttare l’acqua sporca con tutto il bambino senza saper fare una distinzione su quello che è il bene o il male. Un tempo le notizie false si chiamavano bugie oggi invece in termini moderni si parla di fake news ma la sostanza non cambia. Bisogna stare attenti a non distorcere la verità.   C’è il tentativo da una parte della politica, oltre che dall’interesse mafioso, di mettere il bavaglio all’informazione con minacce o proscrizioni che ledono il sistema democratico di un paese. È vitale e necessario, pertanto, reagire a tali contesti per non scadere in dittature laddove il potere viene gestito da poche

persone a discapito di intere popolazioni. La tentazione c’è sempre stata e sempre ci sarà. Pertanto, è necessario stare vigili in questi ricorsi storici che esprimono la volontà autoritaria e quindi trovarsi organizzati per respingere con forza queste insane intenzioni. La cultura è il veicolo più importante per elevare un popolo dal degrado e dalla scadimento in cui viene relegato. Ciò avviene quando l’economia non risponde alle esigenze dei cittadini.     E questo, nel nostro piccolo, che intendiamo portare avanti come organo d’informazione in collaborazione con quelle istituzione sane che promuovono la crescita civile dei Crotonesi. Per la verità non siamo nuovi a questo tipo di informazione online tenuto conto che lo avevamo intuito e sperimentato già nel 1995. Nel 2019 registriamo la presenza sul territorio pitagorico la XXVI edizione mantenendo una linea editoriale che privilegia la cultura alla cronaca con gravi danni sulla parte economica ma ci conforta il fatto che la cultura alla lunga ripaga gli sforzi fatti in tutti questi anni. Abbiamo l’intenzione di rafforzare la linea editoriale con la nascita di un supplemento magazine dal titolo Il Marchesato in ossequio alla provincia di Crotone.   Oggi dopo aver riordinato la testata base della PRK ripartiamo con un periodico, sempre online, visto che ormai la carta stampata risponde poco alle esigenze del lettore, per diffondere argomenti di cultura, economia, arte e sport il tutto valorizzando le risorse umane, paesaggistiche e culturali presenti sul territorio crotonese.   Terremo sotto osservazione non solo le risorse umane ma i temi che saranno trattati che verteranno a settori altrettanto importanti come i beni culturali ed ambientali ed al resto delle risorse naturali presenti nella produzione locale e in tutte le altre tematiche che la società civile propone di portare avanti atte a migliorare la qualità della vita delle nostre generazioni.   Naturalmente ci aspettiamo un seguito non mirato all’aumento del nostro seguito, ma preferiamo credere che un popolo non può fare a meno di rimanere attaccato alle proprie tradizioni usi e costumi in quanto questi requisiti rappresentano la vera base di ognuno di noi per vivere un’esistenza con una base morale e civile in pace con il mondo e con il resto delle cose. Da qui apriamo, come è nostro solito, la collaborazione con tutti i nostri beneamati lettori affinché si crei una partecipazione fattiva per raggiungere insieme gli obiettivi comuni. ◀

Un nuovo prodotto editoriale per dare più spazio ad arte fotografia e approfondimento

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p r i m o p ia n o

Un’anomalia

chiamata

Pci

Fofò Oliverio con Pier Paolo Pasolini al Premio Crotone

Le scelte di Mario Alicata a supporto della classe operaia e l’occupazione delle terre:dai campi incolti Messinetti portò a Palmiro Togliatti un’anguria che pesava 50 chili

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di Gaetano Megna

’anomalia Crotone. Nel secondo dopoguerra il Crotonese, in Calabria, è il territorio dove il Partito comunista italiano conquista i consensi maggiori. Le percentuali del Pci superano di molto persino quelle della Democrazia cristiana che, in quegli anni, in Calabria e in Italia è il primo partito. I consensi del Pci nel Crotonese rappresentano una anomalia rispetto al resto della regione, che hanno una giustificazione precisa. La chiesa, anche se presente, non incide nelle coscienze perché hanno la prevalenza le questioni sociali. La maggioranza della popolazione è impegnata nelle attività della terra e vi è una classe operaia che chiede maggiori garanzie. Le masse contadine si spaccano la schiena per lavorare la terra degli altri (nel crotonese c’era il latifondismo). Gli operai delle grandi fabbriche non hanno garanzie e nel Sud si applicano le gabbie salariali. Mentre la Dc non presta molto attenzione alle due grandi questioni il Pci le fa proprie e su di esse costruisce la sua battaglia politica. Nel dopoguerra in Italia e in Calabria si discuteva molto sulla necessità di dare la terra a coloro che la lavoravano. Le discussioni, però, non avevano avuto nessuna ricaduta, perché le terre restavano nelle mani dei vecchi proprietari. In quegli anni il Pci calabrese era guidato da Mario Alicata, un intellettuale napoletano. Fu Alicata, su input del partito nazionale, ad avviare nella regione la discussione sull’occupazione delle terre. Secondo il raccon-

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to di Fofò Oliverio, allora segretario di Alicata e dirigente del Pci di Crotone, la discussione sulle attività da intraprendere si fece a Lamezia. A Lamezia si riunì lo stato maggiore del Pci calabrese e lì fu presa la decisione di partire con l’occupazione delle terre. I comunisti cosentini avrebbero voluto che l’occupazione si facesse nella piana di Sibari, ma Alicata indicò Crotone, bocciando anche le proposte che arrivavano dalle altre province calabresi. Fu lo stesso Alicata a spigare il perché: nel Crotonese c’era il latifondismo e c’era la classe operaia. A Crotone la lotta poteva mettere insieme contadini ed operai. Così fu. Nell’autunno del 1949 iniziò l’occupazione delle terre, che ebbe il momento più drammatico a Fragalà nel Comune di Melissa, dove i carabinieri su ordine del governo nazionale, spararono sui contadini inermi e ne uccisero tre. L’episodio scosse le coscienze nazionali e sulla spinta dello sdegno popolare nel 1950 il Governo decise di approvare la riforma agraria per dare la terra ai contadini. Silvio Messinetti (fonte di quella lotta - uomo di primo piano del Pci Crotonese) ha raccontato che le terre non coltivate per anni, erano fertilissime. Ha raccontato che furono seminati terreni per anni incolti, che diedero un raccolto eccezionale: angurie che pesavano sino a 50 chili. Messinetti portò a Roma, al segretario nazionale del suo partito, Palmiro Togliatti, una delle angurie che pesava 50 chili. Il Pci a Crotone ha organizzato anche la lotta operaia

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Togliatti a piazza Pitagora con Messinetti mentre tiene un comizio di fronte a un affollatissimo pubblico

che portò alla fine delle gabbie salariali. La lotta sulle questioni operaie non ebbe gli stessi risultati dell’occupazione delle terre, ma servì ad avvicinare questa classe al Pci. Il Partito comunista nel Crotonese ebbe successo, quindi, perché aveva saputo mettere insieme le due questioni fondamentali delle masse di questo territorio. La sua “fortuna” è durata sino agli anni ’90, quando è entrato in crisi il sistema che si basava sulla contrapposizione tra capitalismo e comunismo, quando siamo entrati nel mercato globale. Il nuovo partito, nato dalle ceneri del Pci, non ha saputo interpretare i cambiamenti epocali che erano in atto. In quegli anni c’è stata la crisi delle fabbriche e tutta la classe dirigente del Crotonese, anziché proporre un nuovo modello di sviluppo, ha tentato di difendere l’esistente, che era ormai indifendibile. “Nessun posto di lavoro si deve perdere”: era lo slogan di quegli anni. Si voleva mantenere lo stesso livello occupazionale con una fabbrica che non produceva più e accumulava debiti. Così, una alla volta, le fabbriche che hanno fatto la storia industriale, e non solo, di Crotone sono state chiuse. Il momento più drammatico della storia industriale di Crotone si è consumato nel mese di settembre del 1993, quando gli operai dell’Enichem hanno bruciato la propria fabbrica. Su questo episodio si raccontano molte cose oscure, perché è inconcepibile che un operaio bruci la fabbrica che lo ha fatto lavorare. Nessun partito o movimento, quindi, ha saputo cogliere le questioni e il Crotonese non ha avuto più un’identità politica. Gli eredi del Pci e dei sindacati sono stati cancellati dal cuore e dalla mente della popolazione. Non c’è stata più identità politica e gli elettori hanno incominciato a premiare i politici che meglio sapevano parlare

alla loro pancia. Nella nuova storia politica del territorio non ci sono state conquiste, ma lutti e devastazioni. Il popolo, in più occasioni, ha pensato di punire gli eredi del Pci e non ha capito che quel partito, non più proponibile, non ha avuto eredi. Molto spesso vengono chiamati comunisti i rappresentanti del Partito democratico e non ci si rende conto che tra Pci e Pd non c’è nessun legame. La stragrande maggioranza degli attuali dirigenti del Pd non hanno legami con la storia del Pci. In gran parte provengono dal mondo cattolico (Dc-Margherita) e da quello socialista craxiano, che il Pci ha combattuto. Il Pci non c’è più e non potrebbe esserci più, perché la storia economica del mondo è cambiata. Ha avuto un senso nei due secoli precedenti al nostro perché, come è successo anche a Crotone, ha fatto alzare la schiena ai contadini serve della gleba e agli operai costretti a lavorare sino a 15 ore al giorno per un salario insufficiente persino a comprare la giusta quantità di pane giornaliero.   Oggi non c’è più bisogno di comunismo, ma questo non esclude la necessità di un partito moderno ed europeo, che metta al centro le questioni che il Pci aveva saputo trattare: morale e sociale.   Se in Italia non si fonderà un partito che sappia mettere al centro delle proprie attività la questione morale e quella sociale non ci può essere futuro che garantisca uguaglianza e benessere.   La pubblicità ha le gambe e il fiato corto: quelli che fanno annunci e non fatti sono destinati a fallire, come è successo alla nostra latitudine alle proposte dei grandi progetti imprenditoriali, che erano previsti solo sulla carta. ◀ Gennaio/Febbraio 2019

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Sondaggi P O L IT I CA & P OT E R E

La mania dei

P

di Franco Federico

er poter meglio amministrare un Comune, una Regione, o governare l’intero Paese, è assolutamente indispensabile conoscere i fenomeni più importanti da cui la società di dette comunità risulta via via caratterizzata. Esigenza questa, che fu avvertita fin dall’antichità, come è dimostrato da importanti fatti storici come quelli di Mosè che, dopo la fuga dall’Egitto, volle conoscere l’ammontare della popolazione israelita; e di Servio Tullio che, per accertare il numero di cittadini e l’ammontare dei loro beni, istituì il census. Ancor più necessario risulta acquisire, quanto più prontamente e correttamente possibile, informazioni e conoscenze su questa o su quella tendenza e comprendere comportamenti, caratteristiche, opinioni ed orientamenti della popolazione in relazione ai più diversi aspetti, in una società complessa e in continua e rapida trasformazione, come quella attuale. Per questo, dagli ultimi decenni del secolo scorso ad oggi, si sono tanto diffusi i sondaggi, che sono diventati il “pane quotidiano”, in primo luogo, della politica, specie da quando, dall’era berlusconiana in poi, è andato in essa sempre più diffondendosi il personalismo, dal quale non c’è partito che ne sia rimasto illeso.   Il personalismo, che ha ormai preso piede ad ogni livello dell’attività politica, si abbina normalmente col carrierismo, nel senso che un esiguo numero di persone, trovandosi nei partiti da lungo tempo, ne sono ormai diventati i loro padroni assoluti e solo ad essi è dato di ricoprire ogni carica pubblica. Troppo lungo risulterebbe, a volerlo qui tracciare, l’elenco dei politici-carrieristi che hanno già messo radici profonde nei vari partiti.   La predilezione del politico odierno per i sondaggi si è trasformata addirittura in qualcosa di patologico, cioè in una vera e propria mania, dal momento che lo stesso avverte di continuo il bisogno spasmodico di sondare come egli venga dalla gente considerato, quasi mese dopo mese, o, come si preferisce dire oggi, dal popolo. Sotto questo profilo, a sentire maggiormente il bisogno dei sondaggi sono i politici alle prese col governo del Paese, i quali vogliono appunto vagliare il grado di consenso a cui vanno incontro i provvedimenti da essi via via adottati. Esemplare risulta la gara che, proprio a livello di sondaggi, è venuta a scatenarsi tra la Lega e il M5S, da quando tali forze sono entrate nella sala dei bottoni. Sotto tale profilo, il sondaggio si può considerare, da un lato, come una sorta di bussola che detta

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al politico il cammino da fare e, dall’altro, come un “termometro del consenso”, ovvero un misuratore dell’accrescersi o meno di quest’ultimo, che è ciò a cui da sempre mira la politica. Qualunque fenomeno sociale, tuttavia, è, come è noto, pieno di sfaccettature, di eccezioni, di contrasti o di casi particolari, che il sondaggio, proprio perché mira a cogliere dello stesso l’essenza generale, non può prendere in considerazione. E, del resto, il principio al quale ci si attiene nel campo dei sondaggi è lo stesso che vale nella vita di tutti i giorni: esaminare una piccola parte di un tutto per arrivare a formarsi un’idea di quest’ultimo, come quando si assaggia una ciliegia, prima di comprarne un chilo; o si analizza un fascicolo, prima di decidersi a comprare un’intera enciclopedia. Non si possono certo interpellare tutte le persone, o le ditte, o gli uffici da cui si vuole ottenere le informazioni che interessano. Ci vorrebbe troppo tempo, troppo denaro e troppo impegno, ragion per cui si intervista solo un campione di individui e così le informazioni desiderate si possono ottenere con maggiore rapidità, con minore spesa e fatica e con la dovuta precisione.   Ma i sondaggi non servono solo al politico, allo studioso o all’imprenditore; servono anche ai semplici cittadini, per comprendere cose che diversamente, per quanto importanti, sfuggirebbero alla loro conoscenza, come, ad esempio, la fisionomia sociale e culturale di coloro da cui risulta maggiormente votato questo o quel partito. Solo attraverso il prezioso strumento del sondaggio è, infatti, possibile venire a sapere se siano di più le donne o gli uomini a votarlo; se siano più i giovani o gli anziani; il titolo di studio più diffuso tra gli elettori; se questi appartengano alla categoria dei dipendenti pubblici o a quella dei dipendenti privati; a quale area geografica maggiormente appartengano; e persino se siano credenti o meno.Una volta individuata, attraverso il sondaggio, la fisionomia dell’elettorato di questo o di quel partito o movimento politico, risulta interessante constatare come la stessa, quasi sempre, si adatti perfettamente all’insieme delle promesse fatte in campagna elettorale dalla forza politica prescelta, per cui si potrebbe coniare il seguente motto: “Dimmi chi ti vota e ti dirò che partito sei”. Insomma, in politica non è vero il detto che “si piglia chi si assomiglia”; è vero piuttosto il detto opposto che “si assomiglia chi si piglia”. Detto che si attaglia perfettamente all’alleanza che è stata mesi fa costituita tra la Lega e il M5S. ◀ Lo chiamino pure “contratto”, sempre alleanza è.

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EV E NT I & S P ETTA C O L I

Sanremo Michele Affidato alla 69esima edizione del Festival

Da nove anni protagonista sul palco di

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ove edizioni, ma affrontate sempre alla stessa maniera: con l’emozione di chi vi prende parte la prima volta! Il maestro orafo Michele Affidato, anche per il 2019, si conferma pedina di spicco della kermesse canora più amata dagli italiani. Il sipario di Sanremo si è chiuso con l’indelebile consegna del Premio della Critica “Mia Martini” da lui realizzato e che primeggia rispetto agli altri riconoscimenti assegnati ad altri personaggi che hanno fatto la storia della musica italiana, ma anche a giovani promesse. Al termine della finalissima di sabato sera (9 febbraio scorso), con il Teatro Ariston a fare da proscenio, è stata assegnata a Daniele Silvestri la scultura realizzata dal maestro orafo crotonese come brano più apprezzato dalla critica per la 69esima edizione del Festival della canzone italiana. L’opera è formata da un leone che si poggia su una chiave di violino, con alla base una com-

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posizione di fiori. Il cantautore romano ha convinto la Giuria di qualità, composta dalla stampa specializzata e da diversi addetti ai lavori, con il brano “Argento Vivo”, un testo molto impegnativo e cantato insieme al rapper Rancore, con cui Daniele Silvestri ha voluto cantare (e far riflettere) “la parte più nera dell’adolescenza”. Daniele Silvestri ha vinto ottenendo 41 voti, battendo Simone Cristicchi (35) e Loredana Berté (12). Nel corso della settimana sono stati diversi i premi realizzati da Michele Affidato e assegnati agli artisti, opere messe in evidenza anche da trasmissioni Rai come “Storie italiane”, “La vita in diretta” e “Unomattina”. Altro premio “made in Crotone” è stato il “Soudies award” per il miglior videoclip realizzato delle canzoni in gara al Festival: a vincere sono stati gli Ex-Otago con il brano “Solo una canzone”. La consegna del premio è stata vissuta da tutti con grande emozione visto che si tratta di una band genovese “doc” e, caso ha voluto, che la vittoria è arrivata nel giorno in cui è iniziata la costruzione per il Ponte Morandi, alla presenza del governatore della Liguria, Giovanni Toti, e del patron di Casa Sanremo, Vincenzo Russolillo. Sempre a Casa Sanremo, il maestro Affidato aveva partecipato in apertura al taglio del nastro che ha aperto la settimana sanremese. Tra i lavori realizzati dal maestro e consegnati nel corso del Gran Galà della Stampa c’è il “Premio Numeri Uno Città di Sanremo”, quest’anno assegnato alla grandissima Iva Zanicchi, vincitore di ben tre edizioni, che lo ha ritirato con la solita ironia e classe. Ma c’è anche chi negli anni ha dato il proprio contributo lavorando dietro le quinte per far sì che il Festival venisse apprezzato in tutto il mondo. Proprio per questo è nata nove anni fa l’idea di realizzare il “Premio dietro le quinte” e, queste, sono state nel frangente ancora commissionate all’arti-

sta crotonese. Le opere di Affidato, quest’anno, sono andate a Tullia Brunetto (addetto stampa di molti artisti), Saturnino Celani (storico bassista di Jovanotti), Michele Torpedine (manager de Il Volo), Alfonso Signorini (Direttore di Chi) e Gianni Belfiore (80 testi por Iglesias). Nella stessa serata, inoltre, è stato decretato anche il vincitore del “Premio Mr. Blogger”, andato a Giuseppe Candela. Un annuncio importante è quello dato dall’Afi “Associazione fonografici italiani”, che nasce un anno prima del festival e che quest’anno festeggia i 70 anni di attività. Il suo presidente Sergio Cerruti ha reso noto di aver istituzionalizzato a Sanremo un premio alla carriera che verrà assegnato anche durante l’anno a tutti quei personaggi che hanno fatto la storia della musica italiana e che sarà realizzato da Affidato (il maestro orafo da diversi anni collabora con l’Afi). Il primo di questa lunga serie andrà a Peppino di Capri, cantautore indiscusso, le cui canzoni fanno ormai parte del patrimonio musicale italiano. Rocco Mangiardi. «E’ stata una settimana impegnativa – commenta al termine di tutto, Michele Affidato –. Sanremo è un evento dai ritmi incredibili, ma sono veramente felice di aver dato insieme a tutti i miei collaboratori un contributo al mondo della musica e del sociale». ◀

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rte

Speciale sulLa Kermesse culturale promossa da Confial - FedArt

Per le vie dei baroni La Confial-FedArt (Federazione artisti crotonesi) esprime la massima soddisfazione per aver portato a termine sei serate di cultura e di divertimento rallegrando il cuore ad un numeroso e qualificata pubblico attento e sereno. L’approvazione di tali iniziative è stata espressa direttamente agli interessati da coloro che hanno assistito allo spettacolo.

In particolare si sono chiesti dimostrando meraviglia come mai una organizzazione sindacale Confial-FedArt si sia oc-

cupata di temi così difficili e fuori dalla portata operativa di chi si dedica ad attività più specifiche rispetto al mondo del lavoro che esclude la cultura. “La novità sta nel fatto che Confial – ha informato il segretario generale Antonio Carella se non prima aver ringraziato i presenti l’assidua partecipazione alle serate è un sindacato moderno e innovativo non più solo a sostegno dell’attività lavorativa e quindi a tutela dei diritti del lavoratore ma s’intende perseguire un programma che riguardi la crescita culturale e progressista di tutta una comunità tesa al miglioramento della vita”. Ma ritornando sugli appuntamenti c’è da segnalare che l’esordio è avvenuto giorno 15 dicembre, grazie all’intervento del dottor Giuseppe Spagnolo, responsabile della maratona Telethon, che ha tenuto a promuovere una un’iniziativa culturale impostata sulla poesia in vernacolo e magistralmente interpretata dal giornalista e poeta Bruno Tassone. Autore, tra l’altro, di diversi libri e in particolare da citare a suo privilegio un’opera che riguarda una grammatica e dizionario di dialetto crotonese. Inizia poi la kermesse prettamente riferita al resto del cartellone presentato da Confial dal titolo: “Natale per le vie dei Baroni”. In onore al passato storico vissuto dalla nostra città e delle sue meravigliose risorse urbanistiche offerte dal Centro Storico. Le iniziative sono state così spalmate: dal 22 dicembre fino al 6 gennaio 2019, presso la Galleria d’arte Internazionale Pitagora sita a Palazzo Giunti nel centro storico sotto la direzione artistica di Mimmo Arena.

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Si è partiti giorno 22 dicembre col vernissage della mostra collettiva di pittura a cui vi hanno partecipato: Garufi - Cavarretta - Grotteria - Errigo - Frustaci - Vrenna - Riganello - Perri - Siniscalchi - Palmieri - Paglia - Conforti - Audia – Cricenti – Balzano – Messana – Iannici, rimasta in aperta fino al 6 gennaio 2019. Sempre giorno 22 dicembre, l’inaugurazione della mostra, è stata allietata con interventi musicali del noto cantautore crotonese Vittorio Rocca e del musicista e pittore Giorgio Riganello, a supporto vi sono state anche la performance di Antonella Nicoletta con momenti cabarettistici esibiti dal gruppo teatrale Le Muse composto da Alberto Schipani, Teresa Suriano e Gina Montalcino. Gli altri appuntamenti di FedArt sono continuati quindi giorno 27 dicembre con un reading di poesia cui hanno partecipato numerosi poeti e scrittori crotonesi chiamati a declamare i loro versi in vernacolo e in lingua. Tassone - Pupa - Perri - Riganello - Violi - Umberto Messina – Nicoletta – Anica Lica – Pagos. Giorno 28 dicembre, invece, è stata tenuta una interessantissima conferenza sull’evoluzione urbanistica del centro storico crotonese sotto la guida dello studioso locale, Pino Rende, che illustrato, come lui sa fare, lo sviluppo del “cuore” cittadino nei secoli con particolare riferimento ai palazzi baronali. Un lode di merito va a questo nostro concittadino che da decenni segue con particolare attenzione e ricercatore e documentarista per mezzo della quale è riuscito ad creare un Archivio Storico di una certa importanza divenuto vero patrimonio per coloro che verranno. Il programma, infine, si è chiuso giorno 29 dicembre con l’incontro-dibattito dedicato sul vino doc di Cirò. I relatori sono stati Bruno Tassone, Tenuta Lonetti e Luigi Monaco responsabile della Slofood crotonese. Al termine di tutto è stato compiuto un momento di degustazione di prodotti locali. Infine la kermesse si è conclusa giorno 6 gennaio, giorno dell’Epifania, con la consegna agli artisti degli attestati di partecipazione per meriti artistici e culturali. ◀

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Esposizione delle opere al pubblico con artisti impegnati nell’intrattenimento reading, musica, cabaret e degustazioni

gallery

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Per le vie dei baroni gallery

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Le opere esposte sono state create dagli artisti crotonesi: Audia, Balzano, Cavarretta, Conforti, Cricenti, Errigo, Frustace, Garufi, Grotteria, Iannici, Lobono, Messina F. e N.U., Paglia, Palmieri, Perri, Riganello, Siniscalchi,Vrenna

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Per le vie dei baroni gallery

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Le iniziative, dal 22 dicembre 2018 al 6 gennaio 2019, sono state tenute presso la Galleria d’arte Pitagora sita a Palazzo Giunti 16

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La consegna degli attestati per meriti artistici e cultarali

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b e n i c u lt u ra l i

Il Palazzo Giunti e le grotte di Petro Nigro

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l 17 luglio 1541 si pagarono grana quattro al mastro Bernardo Chiavitteri de Cotroni “per lo preccio de tre cancare hanno servuto alla porta dele grutti de donno lioni in le quale nce sono conservate certe legname dela Corte. I lavori di costruzione delle nuove fortificazioni erano da poco iniziati e si stava procedendo alla costruzione del nuovo spontone Petro Nigro. Nelle vicinanze dello spontone vi erano alcune grotte che nell’occasione furono utilizzate per corservare del materiale occorrente per la costruzione del vicino spontone.   Per servire a tale scopo le grotte furono chiuse ed ampliate. Infatti il 24 dicembre 1541 si pagò un tari ed un grana a Petro Ja-

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di Andrea Pesavento

comino de Cotroni “per deda et candile de sivo servero alle grutte de petro nigro et de q.lli da p.o hanno ad cavare la petra dentro de ditti grutti”. Le torce e le candele serviranno ai dodici manipoli che pochi giorni dopo, all’inizio del gennaio 1542, lavoreranno “alle grutti per fare la porta et cavare petra et terra dentro dette grutte”. Molti anni dopo ritroviamo un riferimento alle grotte esistenti presso il “rivellino della città” in un atto del notaio Gio. Antonio Protentino.   Il 4 marzo 1627 Joanne Battista Tiriolo dichiara di possedere una continenza di case “in pluribus membris superioribus et inferioribus et antro seu grutta sita in par. Gennaio/Febbraio 2019

S. Maria Protospataris iux.a rivellinum Civitatis seu muros eiusdem”. La casa palaziata del Tiriolo confinava “ de reliquo vias pp.cas et rebellinum Civitatis”. ▶ Le grotte dell’arcidiacono Vezza In un successivo atto del notaio Isidoro Galati troviamo un ulteriore riferimento alle grotte esistenti presso il bastione Petro Nigro. Dal documento risulta che esse presero il nome dal possessore e furono comunemente conosciute come le grotte dell’arcidiacono Vezza. Il documento fa riferimento ai due arcidiaconi della cattedrale di Crotone: il primo Juan Martino Vezza, morì nei primi gior-


ni di dicembre dell’anno 1654, il secondo Octavio Vezza ne prese la carica l’anno seguente.   Il 12 novembre 1664 Antonio Portiglia, procuratore di Luccia Lucifero, vedova di Alexandro Beltrano, dichiarava che la Lucifero come erede e legataria rispettivamente dei furono arcidiaconi Vezza suoi zii materni si trovava debitrice verso il soppresso monastero di Santa Maria delle Grazie de Monte Carmelo in annui ducati 16 per capitale di ducati 200 assieme a molte terze ed annate decorse e non pagate che gravavano i suoi beni ed in specie una “quadam domo palatiata cons.te in pluribus membris superioribus et inferioribus sita intus dictam

A sinistra: Una veduta del palazzo Giunti con sotto la via ora Regina Margherita cdo si vede chiaramente il mare arrivare fin sotto le sue mura. In basso: stemma famiglia Giunti.

Civitatem Crotonis in Parochia S. M.a Protop.s iuxta muros huius Civit.s loco ubi dicitur le grotte dell’Archid.o Vezza via publica med.te et alios not.s fines”. Il Portiglia inoltre aggiungeva che poichè “dicta domus palatiata est quasi diruta et partim proxima ad ruinam” ha raggiunto un accordo col reverendo canonico D. Antonino Cirello, procuratore e rettore del soppresso monastero, che prevede la cessione della casa palaziata in cambio del saldo del debito e dell’estinzione del censo.

zo sul quale poi sorgerà quello dei Giunti: Nel frontespizio delle mura grandi sopra la Piscaria c’è un luogo detto “le grotte dell’archidiacono Vezza”, ci sono le case dei Tiriolo, accanto alla casa di Baldassarre de Sole e vicino le case “in più membri inferiori e superiori cum puteo et cortile discoperto” del notaio Silvestro Cirrelli, che sono alla “strada delle mura” presso l’abitazione del decano Gio. Battista Sisca.   Le case dette di Tiriolo sopra la Pischeria erano tre bassi e tre camere di sopra, e fra queste e quelle dette di Mimmo Cirrelli vi era una via larga, che vi si giocava alle smarre, e le dette case di Tiriolo erano a man destra e venivano abitate dal decano Don Gio. Battista Sisca, da un altro uomo col naso mangiato, e da più femmine, ed alla punta di dette case vi era la timpa ed immediate a questa un casaleno lungo. Le case dei Tiriolo furono comprate dal decano Gio. Battista Sisca, il quale le fece demolire ed in parte con proprio denaro le fece rifabbricare a nuova pianta di palazzo includendovi così le case dei Tiriolo, il casaleno e la sua casa.   Sempre il decano nel 1704 aveva ottenuto il permesso dall’università di Crotone di poter allargare la costruzione e, congiungendosi al vicino muro della casa dei Cirrelli, si era appropriato di strade e suoli pubblici. Così egli aveva potuto “terrar con muro l’introito delle sue case, che è quella del furno d’esso comparente, e quella di Domenico Cirrello, patrimonio del canonico Leonardo suo figlio, e proprio alla strada delle mura et anco un imboccatura d’uno stretto, che non ha esito, il quale è tra la camera nuova d’esso decano e le case di detto Cirrello ; tanto più che non apporta pregiudizio alcuno al pubblico , anzi ornamento”.

▶ Una descrizione del Settecento In un documento della metà del Settecento così è descritta la costruzione del palaz-

▶ La costruzione del palazzo dei Sisca Seguiva, sempre in questi primi anni del Settecento, una convenzione che dava al

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Sisca la possibilità di alzare sopra le mura vecchie dei Cirrelli, divenute ormai comuni, con la condizione che se fossero state trovate troppo deboli, per poter sostenere la nuova muratura, e bisognasse quindi rinforzarle o farle nuove, il Cirrelli doveva contribuire per la metà della fabrica aggiunta sopra quella esistente, se si trovava che le vecchie mura erano costruite di calce, se però le mura comuni fossero state trovate di creta, “ l’habbi da rifare detto Cirrelli tutte a sue proprie spese”. Sempre in questi anni anche le vicine case di Tiriolo furon “sfabricate” dai mastri Tomaso Altomare e Francesco Partale ed il Sisca, le fece rifabbricare dagli stessi mastri a nuova pianta di Palazzo, includendovi “dette case e casaleno e fattone palazzo. Quali case sudette di Tiriolo sono quelle che vengosi abitate al presente dal Sig. Don Domenico Rodriguez e il casaleno grande vi è edificata la sala”.   Allora il palazzo del Sisca, composto con più membri inferiori e superiori, confinava con il palazzo del canonico Antonino Cirrelli da una parte e dall’altra con quello di Domenico di Vennere. Alla morte del decano il palazzo fu ereditato dalla nipote Isabella Sisca, zia dei fratelli Pietro e Giuseppe Antonio Giunti, figli ed eredi di Domenico Giunti. Quest’ultimo era stato solito abitare nelle case di Isabella Sisca, dove anche vi morì il 17 novembre 1737. Nel 1743 Isabella Sisca dona al nipote Giuseppe Antonio Giunti “una continenza di case seu palazzo con più e diversi membri e quarti superiori e inferiori in parrocchia di S, Maria Prothospatariis, loco la Pischeria vicino alle muraglie della città e alla porta secreta della città detta della Pischaria. Il palazzo confina ed è attaccato alle case del canonico Antonino Cirrelli, erede di Silvestro Cirrelli.   Il 17 giugno 1745 i mastri fabbricatori di Crotone Gio. Battista Gerace e Michele de Bona vanno al palazzo degli eredi di Silvestro Cirrelli e lo valutano del valore di ducati 1410.

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Il palazzo così stimato è portato in dote da una figlia ed erede del Cirrelli, la signora Anna Maria, che va in sposa a Giuseppe Nicola Orsino di Scandale.Così gli Orsini vanno ad abitare nel palazzo confinante con quello degli eredi del decano Sisca ( e con quello degli eredi di Baldassare de Sole). Gli Orsini Ed Il Palazzo All’uso Moderno Sempre gli Orsini, Giuseppe Nicola ed il fratello Agostino, acquistano il primo novembre 1756 la vicina casa costituita da un alto e basso con scala di legname, che confina con il loro palazzo e la casa del fu Antonio Laudari, dei coniugi Vincenzo de Sole e Vincenzo Carlino e da Michele de Sole, tutti eredi di Baldassarre de Sole. Questo immobile verrà il 24 marzo 1758 temporaneamente permutato (o data in pegno) con un vignale più 15 ducati che possiede il De Bona con la condizione però che “volendo il De Bona vendere la casa siano sempre preferiti gli Orsini”. Proseguendo negli acquisti per costruire il nuovo palazzo, Giuseppe Orsini compera il palazzo confinante di Giuseppe Giunti. Così Giuseppe Orsini ridusse all’uso moderno il palazzo che confinava col palazzo della moglie Anna Cirrelli dalla parte laterale e dalla parte di sotto con la casa palaziata dotale dei coniugi Giovanni Cavaliero e Caterina Marzano. Per ampliare la costruzione, Giuseppe Orsini oltre ad inglobare quello della moglie Anna Maria Cirrelli, compera assieme ai suoi fratelli Nicola, Luca, Francesco, Antonio e Agostino nel 1759 una casa palaziata da Salvatore Arrigo come erede dello zio Gregorio Arrigo; quest’ultima confinava col palazzo del fu Francesco Antonio Suriano, poi del figlio Pietro Suriano, e da una parte e dall’altra con le mura della città, strada ampia mediante. La casa comperata dall’Arrigo, ed inglobata nel nuovo palazzo Orsini, era composta da portone, cortile, scala di cantoni, sei camere superiori, cucina e loro bassi di sotto e fu stimata dai mastri fabbricatori Pascale Juzzolino e Michele Bova Gennaio/Febbraio 2019

A sinistra: la sala dove si riunivano i Pitagorici massoni presso Palazzo Giunti. A destra: veduta di viale Regina Margherita, statuta di Carlo Turano sindaco e Palazzo Giunti (inizi ‘900).

e dai mastri falegname Giuseppe Antonio Negro e Francesco Mirielli del valore di ducati 1455 e grana 56. Nel 1762 il palazzo di Giuseppe Orsini è descritto come ridotto all’uso moderno, “come al presente si trova”, esso confina dalla parte laterale col palazzo della moglie la signora Anna Maria Cirrelli e dalla parte di sotto è attaccato e confinante con la casa palaziata dotale dei coniugi Giovanni Cavaliero e Caterina Marzano. Con quest’ultimi L’Orsini viene a convenzione per l’utilizzo del muro comune in quanto “il muro del palazzo ove è attaccata la casa della Marzano per quanta è la larghezza della stessa casa e la di lei altezza è comune ed in quel muro comune vi stanno edificate due camere del palazzo”. Sempre in quello stesso anno, per rendere magnifico il suo palazzo, Giuseppe Orsini aggiunge la possibilità di usare un muro delle vicine e confinanti case di Cesare Laudari. Intendendo far uso del muro comune alle due parti, fattolo osservare da un perito se si poteva costruire sopra, fu giudicato molto lesionato e patito e tale da non poter sostenere altra costruzione. Non potendo tuttavia l’Orsini desistere dalla costruzione già iniziata, raggiunge un accordo per riedificare il muro a sue spese con la condizione di potervi “a di lui modo e piacere farvi quelle fabbriche che saranno necessarie, per equiparare l’altri muri del palazzo, senza però di poterci fare in tale avanzo di muro fenestre o apertura alcuna”. E’ di questi anni la concessione del papa Clemente XIV a favore dei fratelli Agostino, Antonio e Luca Orsini di Crotone di un oratorio privato. Nel 1775 il Signor Dottor Agostino Orsini, avendo intenzione di costruire un magazzino, ottiene da Carlo Luceti soprintendente generale del Fondo de lucri reali, di avere, previo il pagamento di un censo annuo, un “piano inutile, che esiste innanzi il suo palazzo e strada mediante si attacca alla muraglia regia” della città e proprio nel luogo detto la ◀ Pescheria.


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ST O R I A l o ca l e

Cenni di storia e urbanistica Il centro storico della città di Crotone

di Pino Rende

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ul finire del sec. IX, dopo la riconquista della Calabria da parte dei Bizantini e la sua riorganizzazione, la maggioranza dei centri sorti nel territorio crotonese presso la costa, spopolarono e furono abbandonati. Tra quelli che continuarono ad essere abitati, Crotone, il più antico ed importante di essi, trovò ragione d’esistere nella sua favorevole posizione marittima1. In relazione a ciò, anche successivamente alla conquista normanna, la città appare individuata dall’assetto già delineato in epoca romana, dove il castrum mantiene le sue funzioni di presidio della viabilità costiera e del porto. Erezione della rocca In seguito all’insediamento dei Normanni (seconda metà del sec. XI), la città appare

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Fig. 1. Castrum medievale di Crotone. Nella

parte tratteggiata lo schema urbanistico d’età romana.

Fig. 2. Assetto urbano di Crotone (fine sec. XI – inizi sec. XII). castrum (A), castellum (B), mercato (C), porto (D).

caratterizzata da un circuito di mura che si sviluppa lungo un perimetro ellittico di circa 770 m, racchiudendo una superficie di oltre quattro ettari e mezzo. Quest’area si presenta organizzata attraverso la

maglia regolare pertinente allo schema della lottizzazione romana2, secondo cui sono orientati la cattedrale ed altri edifici medievali civili e religiosi (fig. 1). La realizzazione di questo nuovo impianto,

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Fig. 3. Crotone metà XV sec: città (A), castello (B), judeca (C), porto (D), palude (E), convento dei Domenicani (F), convento dei Paolotti (G), fiera di S. Marco (H), S. Maria della Scala (I)

appare determinata dalla necessità di far posto al castellum, che occupa una chiara posizione dominante la strada ed il nuovo perimetro cittadino3 (fig. 2). Il passaggio di Crotone in demanio regio, al tempo dell’imperatore Federico II di Svevia, comportò importanti trasformazioni dettate dal ruolo che la corona ave-

va individuato per la città. Ciò appare in relazione alla sua felice posizione marittima che, nel corso della prima metà del sec. XIII, consentirà il potenziamento del porto, la riorganizzazione della strada costiera4 e la costruzione di un nuovo castello che, analogamente a quello di S. Severina5, compare tra i castelli amministrati

dai funzionari della Curia imperiale. Per quanto riguarda il porto, le favorevoli possibilità d’approdo garantite dall’assetto naturale dei luoghi, dove esisteva una doppia possibilità di ricovero delle navi offerta dal promontorio, furono potenziate attraverso la realizzazione di una massiccia diga foranea, i cui resti, progressivamente insabbiati ed erosi dal mare, si rilevano ancora nella cartografia cinquecentesca e nella documentazione di quest’ultimo periodo6. Facendo perno sull’estremità del promontorio, questo molo si collegava ad un isolotto che sorgeva avanti la città7, definendo così due bacini vigilati dal nuovo castello. Edificato in una posizione nuova ma, comunque, già occupata in età romana e bizantina, il nuovo castello di Crotone accentua decisamente il suo ruolo offensivo verso la città, mentre quest’ultima, pur nel pieno di una fase di crescita economica, continuerà a rimanere individuata dal precedente assetto. Alcune modifiche, comunque, interesseranno nel tempo il perimetro murario, allo scopo di accorpare l’area occupata dal vecchio castello e d’includere un grosso borgo formatosi nella zona antistante il porto: la judeca de Cotrone8, caratterizzato dalla “strata ◀ della judeca9” (fig. 3).

▶ N ot e 1.

2.

3.

4. 5. 6.

La città è descritta dal al Idrisi come “porto ampio dove si getta l’ancora al sicuro e città antichissima, di costruzione vetusta, in posizione ridente, prospera e popolata, con mura difendibili”. Pedio T., cit. p. 81-91. Il porto di Crotone è definito come “bono porto per tucti venti ma non bono per greco”. Schmiedt G., Antichi porti d’Italia, in l’Universo XLVII, 1967 n. 1. Ciò appare evidente ancora nel Cinquecento, quando la divisione in parrocchie risulta secondo la maglia pertinente all’antico castrum romano. Per l’identificazione della proprietà vedi Pesavento A., cit., nr. 4-5-10-11-12-14-15-16-17-18-19-20-2122-26-27-28-29-32-33-34-35-36-39-43-47/1999; nr. 2-3-24-31-32-34-36-38-4249/2000; nr. 8-9-13-21-22-41/2001. Il vertice del castrum romano/bizantino ricadente nell’area del castello attuale non fu raggiunto dal nuovo impianto, probabilmente perché si trattava di una posizione competitiva con quella scelta per l’erezione del castello. Qui, in seguito, sorgeranno prima il “palazzo” del castello svevo e poi la torre Marchisana che, con la sua mole, dominerà la città fino alla seconda metà del secolo XIX. In un documento del 1159,“in agro Crotonensi” è attestata una “via regia” (Trinchera F., Syllabus graecarum membranarum, p. 210-211), lungo la quale risultano identificabili una serie di Palazzi regi. Imperialis castri Sancte Severine (1240). Pratesi A., cit. p. 399. Nello scavo di fondazione del baluardo P. Nigro (luglio 1541), "si adoperano paromi per togliere le pietre che sono dentro il mare" .... "e usando le barche si estraggono le

7. 8. 9.

pietre grosse e le pietre della vecchia palizzata". Mentre si lavora allo stesso baluardo (ottobre 1541) si fatica a togliere le grosse pietre che si sono trovate nello scavo per fare la palizzata .... e si imbarca la pietra portata alla marina dalla località "l'acqua de lo fico" che viene utilizzata per gettare le fondamenta del baluardo P. Nigro. Nel novembre del 1542 i lavori di scavo al baluardo Villafranca subiscono ritardi perché "petre e muri antiqui" affiorano di continuo sotto i bayardi degli scavatori. Vengono chiamati i "tagliamonti seu perratore" che lavorano presso lo spontone durante i mesi di novembre e dicembre. Essi lavorano a "taglare le petre et lo molo antiquo sie ritrovato in ditto cavamento" a rompere "un pezo de muro antiquo" e "taglar le petre et sderopar le anticaglie et rumper le mole antique" e a spaccare "lo molo antiquo et mura vecchi" che si sono trovate nella spica dello spontone verso il mare. Nel dicembre 1542 allo scavo della cortina del baluardo P. Nigro, vengono chiamati "li perratore" per "taglar et rumper le anticaglia se trovano in ditto cavamento". Pesavento A., La costruzione delle fortificazioni di Crotone una Cronaca del Cinquecento, 1984 pp. 4 – 12. Quest’isolotto, su cui sorgeva la chiesa di S. Maria del mare, fu utilizzato per dare riparo al nuovo molo realizzato dagli Spagnoli nel Cinquecento, ed in seguito fu raccordato al molo settecentesco realizzato al tempo dei Borboni. Per l’identificazione dell’area occupata dalla Giudecca vedasi Pesavento A., La Giudecca di Crotone, in cit. n. 16-17/2000. Nel 1690 F. Lucifero lascia per testamento agli Ospedalieri una grande casa posta "in strata nuncupata della judeca parum distante ab ecc.a mayori" (ANC. 336, 1690, f. 99).

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atira

Cronaca in versi del 1997

In onore al“Benedittu”

Il novello

dittatore

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La città a gran furore vota duce Senatore. Muratori e salumieri nei partiti giunti ieri

non perdendo mai di vista la sinistra e la sua lista, ma finita l’elezione e smorzata la passione

sono scesi ben armati e han tutti massacrati. La sinistra al centro messa oramai non è la stessa

tutti quanti gli sconfitti son scomparsi o stanno zitti non gli resta ora da fare che partire o emigrare

non controlla più nessuno e li perde ad uno ad uno. Il partito di D’Alema non ha svolto il suo problema

certo è pronto ormai a farlo l’Onorevole Giancarlo ma lo segue anche Romeo senza il solito corteo

non trovando soluzione crea solo confusione. Agli assessori uscenti le proposte deludenti

e con loro fra i perdenti c’è il povero Valenti che accennando un marameo s’accompagna con Forleo,

l’han portato a disertare e per Sculco non votare. Tutto ciò la destra coglie e alimenta le sue voglie

ma fra tutti poverino abbracciandosi il cuscino Sculco Enzo ormai bocciato resta muto e sconsolato. Gennaio/Febbraio 2019

La sinistra ormai sta zitta non sopporta la sconfitta, tutto il quadro dirigente e la cosa è avvilente dal suo posto non si muove non ha colpe,ha le prove, e cerca di trovare or la colpa a scaricare “si è sbagliato il candidato, dove stava il sindacato? “ ma non pensa la cosa vera che Crotone non è nera ma che ha voglia di cambiare e che a casa li vuol mandare, ma in questa confusione stai attenta oh mia Crotone, c’è Pasquale Senatore il novello dittatore. Lucullo Cucullo & Curucullo


ST O R I A l o ca l e

La lapide apposta nel luogo della fucilazione avvenuta al Vallone di Rovito – 25 luglio 1844

FRATELLI BANDIERA LO SBARCO ALLA FOCE DEL NETO

Una chiave di lettura diversa sulla vicenda storiografica: il coinvolgimento di Mazzini e il ruolo del popolo calabrese

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di Franco Ferraro

copo del presente lavoro è quello di dare una chiave di lettura diversa ad alcuni aspetti della vicenda che la storiografia ufficiale o, comunque, il comune sentimento hanno, a mio giudizio, un po’ distorto. Il primo aspetto riguarda il coinvolgimento di Mazzini nella progettazione della tragica impresa mentre il secondo riguarda una certa convinzione, formatasi nel corso dei decenni, secondo cui il popolo calabrese, ed in particolare quello crotonese e cosentino, sarebbero stati gli artefici massimi del tragico epilogo della spedizione. Per arrivare a delineare le conclusioni è necessario però raccontare sia pur brevemente l’esatto svolgersi dei fatti ed in questo mi è stato di grandissimo aiuto il libro “Kroton” scritto negli anni sessanta dal nostro conterraneo Angelo Vaccaro. L’opera del Vaccaro è a mio giudizio fondamentale per la ricostruzione dei fatti poiché si fonda sulle solide basi della ricerca scientifica avendo egli compulsato e ripor-

tato nella sua opera stralci di un gran numero di documenti ufficiali rinvenuti negli Archivi di Stato di Napoli, capitale del Regno delle Due Sicilie, e negli Archivi di Catanzaro e Cosenza. Altra opera fondamentale sui fatti che ci interessano è il libello scritto nell’ immediatezza da tale Cav. Antonio Bonafede Sottointendente di Polizia di Crotone che ebbe una parte, sia pure marginale, nella vicenda. Il Bonafede scrisse e pubblicò in pochissime copie il suo libro dal titolo “Sugli avvenimenti dei Fr. B.” nel 1848, dunque a pochissimi anni di distanza dai fatti, e lo ristampò in tiratura molto più ampia e consistente, ma modificato e corretto nel 1894 (Ed. Tipografia Fabiani di Gerace Marina). Altri testi consultabili nella nostra Biblioteca Comunale sono “I fr: B. tra mito e realtà” scritto da Salvatore Regalino sindaco di Crotone in occasione dell’inaugurazione del monumento eretto in contrada Bucchi e “Che fine hanno fatto i FR. B.” scritto dal cosentino Coriolano Gennaio/Febbraio 2019

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FRATELLI BANDIERA LO SBARCO ALLA FOCE DEL NETO

Martirano che però tratta soprattutto della parte finale della vicenda che riguarda il processo svoltosi a Cosenza. Molto interessante può essere anche un volumetto rinvenuto nella stessa biblioteca che altro non è che una raccolta di fotocopie di questi lavori già citati, ma che è corredata dalle fotocopie dei documenti storici tratti come si diceva innanzi dagli Archivi di Stato di Napoli e dagli archivi di Catanzaro e Cosenza. Affrontiamo la prima delle questioni poste. L’impresa fu voluta da Mazzini? E’ la domanda che in molti si sono fatta. L’impresa entra certamente nel sfera di quei “magnanimi ardimenti mazziniani ” sia perché la maggioranza di quei giovani apparteneva alla Giovine Italia sia perché a dare l’ avvio, nell’ora della titubanza, fu proprio quel Ricciotti che proveniva da Londra portando con se una grossa somma di denaro per finanziare i bisogni dell’ impresa stessa e come tale, perciò, da reputarsi un autentico messaggero della volontà di Giuseppe Mazzini, che a Londra in quel periodo risiedeva da esule, indirizzando le fila dell’azione cospirativa e redentrice. Portando da Londra i mezzi finanziari per l’organizzazione il Ricciotti, Capo Militare della spedizione, mentre Attilio Bandiera ne era il Capo Politico, portava seco il placet di Mazzini. Perché ho parlato di momento di titubanza, perché durante l’organizzazione della partenza e, quindi nelle settimane precedenti, era giunta da Malta ai Bandiera una lettera di tale Sig. Nicola Fabrizi con la quale si avvertivano i Bandiera di non condurre la spedizione in Calabria perché oltre al sicuro pericolo personale cui andavano incontro, avrebbero anche potuto cagionare il danno di ritardare la riuscita di qualche prospera azione in altre contrade italiane. La partenza fu quindi in un primo momento revocata ma poi ripresa ed attuata proprio a causa dell’arrivo del Ricciotti. Ma vi è un’altra considerazione importante da fare. Riporto i nomi dei partecipanti all’impresa nella tabella affianco. In tale elenco vediamo raffigurato plasticamente l’ideale Mazziniano della partecipazione del popolo ai movimenti unitari. Sappiamo che Mazzini

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aveva, con la sua opera, deliberatamente esautorato la Carboneria perché ritenuta troppo elitaria ed esclusivista ed aveva fondato la Giovine Italia con lo scopo precipuo di diffondere tra il popolo e per il popolo non più l’ idea di libertà dai singoli residui dell’ Ancien Regime bensì la più importante e vasta idea di Unità d’Italia. Dunque la partecipazione all’ impresa di persone raccoltesi a Corfù e provenienti da più regioni geografiche e da diversificati ceti sociali rendono mirabilmente l’idea mazziniana sopra riportata. E veniamo ai fatti. Lo sbarco del 1844 dei Fratelli Bandiera sulla foce del Neto fu una pagina gloriosa di ardimento e di fede e si svolse come proemio nel territorio di Crotone e come triste epilogo in quello di Cosenza. Come già detto fonte primaria dell’ impresa sono senz’altro l’ Archivio di Stato di Napoli e la copiosa documentazione del processo che li riguardò. Per entrare nel vivo della storia si sa che l’impresa, per quanto riguardava i dettagli del progetto esecutivo, fu deliberata e portata ad esecuzione in Corfù nella notte tra il 12 ed il 13 giugno del 1844. E’ certo che l’ arrivo del Ricciotti con il finanziamento non fu il solo motivo a sospingere i F.B. alla eroica speGennaio/Febbraio 2019


dizione. Contribuì e non poco alla decisione l’eco della sommossa ardimentosa messa in atto dai cosentini il 15 marzo dello stesso anno e per la quale dieci giorni prima del grande sacrificio dei Bandiera venivano fucilati sei dei rivoltosi come iniziatori dell’ “Italica Rivendicazione” . Ed è storicamente provato che quando i Martiri di Cosenza venivano fucilati, Attilio Bandiera che ne sentì lo scoppiettio dalle carceri di Cosenza rispondeva: “Quando questi eroici calabresi danno così gloriosamente la propria vita il giorno della redenzione Italica non è lontano”   La comitiva degli insorti prese il mare, affidandosi alla sorte, circa la possibilità o meno della riuscita sia perché la rivolta di Cosenza era fallita sia e soprattutto perché giorni prima era giunta la famosa lettera da Malta da parte del Fabrizi.   Dunque, la notte del 16, la Comitiva sbarcò alle foci del Neto, presso “Laganetto” in contrada Cantorato di Crotone , e si diresse subito nell’interno, in cerca di un rifugio sicuro. Riposò per il resto della notte presso la Chiesetta del fondo “Sala”, adiacente al palazzo del Marchese Majda, e, verso l’alba del 17, trovò rifugio,

Sinistra: monumento dedicato ai fratelli Bandiera località “Bucchi”(Crotone). Destra: “Cippo della Stragola”, nel luogo della loro cattura.

per assumere informazioni attendibili nella “Masseria Poerio”, ad otto Chilometri da Crotone, di proprietà del Marchese Filippo Albani  Qui la comitiva vi trovò due contadini, tra cui tale Misiano, i quali vennero presto rassicurati e rasserenati dalle esplicite dichiarazioni che gli stessi fecero loro sui nobili fini dello sbarco. Ma la disillusione dei Patrioti fu grande, quando da costoro seppero della calma perfetta che regnava in tutta la zona, e che non vi era in atto alcun tentativo di sommossa o più semplicemente alcun movimento che potesse venire in loro ausilio. In questa occasione, si resero conto della bontà della previsione del Fabrizi inviata da Malta, prima di tentare I’impresa.   Verso le ore otto del mattino giungeva da Crotone I’ esperto di Campagna del Marchese Albani, Girolamo Caloiro, in compagnia di quattro guardiani ed il Calojro, in tutta onestà, riconfermava al Ricciotti ed al Bandiera quanto era stato loro detto dal contadino Misiano. Rimasti soli e delusi nei loro appassionati sogni di rivolta, i patrioti decisero proseguire il viaggio verso la Sila.   Dopo un pò, mentre viaggiavano verso Santa Severina, si accorsero che il loro compagno corso Pietro Boccheciampe non c’era più. In realtà il Boccheciampe, che sembra fosse una spia austriaca, sbucato da un pagliaio dove si era nascosto, prese in fitto un asino, e si recò a Crotone, deciso a denunziare l’impresa alla quale aveva preso parte.   Vi giunse armato ed in uniforme, e si diresse alla Sottointendenza per attuare l’infame proponimento. Pare che il suo arrivo avesse prodotto momenti di vera gioia tra i carcerati del Castello che, non si sa come, attendevano uno sbarco che avrebbe dovuto liberarli. Il Boccheciampe, per allontanare i sospetti della sua condotta prese alloggio in una locanda del rione Pescheria dalla cui finestra spiava come se attendesse qualcuno ed affermava di attendere una nave con 700 uomini. Ma su questo infame individuo si è sbizzarrita la moderna critica, fino a tentare di riabilitarlo con intenzioni e deduzioni veramente cervellotiche. Qualcuno, infatti, ha scritto che non era intenzione del Boccheciampe tradire i suoi amici, ma che logicamente lo avrebbe fatto Gennaio/Febbraio 2019

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FRATELLI BANDIERA LO SBARCO ALLA FOCE DEL NETO

quando si sentì tradito nelle promesse ed assicurazioni avute alla partenza da Corfù: di trovare cioé a Crotone, come a Cosenza, gente disposta ad insorgere sul serio. E che non fosse stata sua intenzione a tradirli, a loro modo di vedere, lo proverebbe il fatto che, solo al mattino seguente, si sarebbe deciso denunziare |’impresa al Buonafede, quando cioé i suoi compagni si trovavano fuori della zona Crotoniate. E’ storicamente provato che il traditore si era portato a Crotone, nella stessa serata che la compagnia prendeva la via della Sila e che se non entrò in città, fu perché trovò, come risulta da documenti inconfutabili, la porta che immetteva in Città chiusa, onde solo al mattino seguente poté entrarvi. Comunque, gli atti ufficiali della sua vergognosa azione restano in archivio, e dimostrano il contrario di quanto si vorrebbe credere e far credere. Dopo essersi riposato un poco nel bosco, il gruppo guadagnò il fiume Neto e si trovò nella contrada Corazzo riposando ancora nel bosco di Sant’ Elena. Mentre la Comitiva proseguiva per Belvedere Spinello, il Sottointendente Bonafede mandava ordini allarmanti in questo paese ed il Capo urbano Antonio Arcuri ed il sottocapo Falsetta disponevano le loro forze nei pressi della contrada “Petralonga” tra la rupe del salto ed il corso del Neto. Qui avvenne uno scontro alle ore 17,30 scontro in cui vi furono tre morti tra i gendarmi, pare uccisi da

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fuoco amico.   Da Crotone veniva inviata una seconda spedizione, capitanata dal Bonafede e dal cav. Bernardo Giuseppe Savelli. La comitiva, intanto proseguiva, dirigendosi verso Caccuri e San Giovanni in Fiore passando per i comuni di Cerenzia e di Casino, oggi Castelsilano, dopo essersi fermati per poco al Casino del “ Vordò “ dei Sigg. Lopez. Quivi il Miluso, detto il Nivaro, brigante famoso di queste contrade, si fece riconoscere per cui l’ affittuario del proprietario, dopo avere fornito qualche boccale di vino credette, per effetto della presenza e guida di quel tristo soggetto, di avere a che fare con una vera banda di briganti e, segretamente, si preoccupò di fare pervenire un suo biglietto di allarme al Capo Urbano di S. Giovanni, facendo specifica menzione che, a guidare gli uomini era il noto brigante Meluso.   Quando la Comitiva giunse alla “ Stragola” fu raggiunta da circa duecento uomini comandati dal suddetto Capo Urbano il quale aveva dato l’allarme alla popolazione, che accorse numerosa perchè sicura di dare la caccia ad una banda di briganti. Dunque alla “Stragola”, era il 19 giugno del 1844, si venne ad un violento scontro, a seguito del quale dodici insorti furono catturati, come si evince dal rapporto dell’Intendente della Calabria Citra al Ministero Generale di Polizia, datato 20 giugno 1844. In tasca di Emilio Bandiera venivano trovate settanta mila lire in oro fino, che vennero conse-

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Sinistra: esecuzione dei fratelli Bandiera , Museo nazionale del Risorgimento (Torino). Destra: ritratto, litografia

gnate all’autorità competente.   Dal rapporto poi del Commissario di Polizia di Cosenza al Ministro della Polizia Generale di Napoli (27 giugno), sappiamo che trovarono addosso ai giovani molte carte segrete, ed un cifrario che, trovato in tasca di Attilio Bandiera, fu sequestrato e consegnato alla Polizia.   Nello scontro vennero catturati A. ed E. B. ed altri dieci compagni, due il Tesei ed il Miller vennero uccisi, quattro furono catturati successivamente mentre il brigante Meluso (Nivaru) riuscì, abilmente, a sfuggire alla cattura e prendere il bosco. Tutti vennero condotti sotto buona scorta a S. Giovanni in Fiore, dove vennero rinchiusi nel corpo di guardia del Comune.   La tradizione orale di questo popolo, anche se non suffragata da alcuna documentazione, allora impossibile a redigersi, ci ha tramandato che, quando quei cittadini si accorsero che gli arrestati non erano quei “vili banditi », che si era loro fatto credere, ebbero quasi rimorso dell’accaduto, e fecero tutti a gara per potere offrire qualcosa ai poveri prigionieri. Infatti, Domenico Moro, ferito ad un braccio, fu ospitato in casa del Sindaco Luigi Lopez, assieme ad Emilio Bandiera, ed Attilio in quella della Famiglia Benincasa. Ricciotti, che dovette accorgersi di questo preciso stato di animo della popolazione, ebbe la fierezza e la possibilità di arringare la popolazione stessa sulla piazza dov’era situato il Corpo di Guardia.   I corpi dei poveri caduti della o Stragola , Muller e Tesi, vennero in data 20 giugno trasportati a S. Giovanni in Fiore, dove si celebrarono loro i funerali e, quindi, seppelliti nella chiesa della S. Annunziata. Il 23 giugno, secondo gli ordini ricevuti, i prigionieri venivano condotti per la via della Sila, su cavalli e muli a Cosenza, dove si sarebbe celebrato il relativo processo, scortati dagli Urbani. Dice il Vaccaro che una folla immensa di popolo accompagnò i carcerati fino all’uscita del paese e che il loro arrivo era atteso a Cosenza “con brividi di raccapriccio, e con segreti fremiti di sdegno contro la tirannia borbonica “. Fu nominato un Consiglio di Guerra composto, ovviamente, tutto da militari borbonici con il preciso ordine di condanna alla pena capitale. I Fratelli Bandiera provarono la Ioro discolpa ad ogni capo di accusa; ma la Commissione, come da ordini ricevuti, li condannò a morte.   In questa occasione di dibattito il traditore Boccheciampe, che era stato chiamato a Napoli dal Ministro Del Carretto, ritornò a Cosenza per rispondere anche lui e formalmente di accusa di porto d’armi abusivo, venne per formalità condannato a cinque anni di carcere ma, contemporaneamente venne posto in libertà. Dagli atti processuali, esistenti nell’ Archivio di Napoli, ricaviamo la notizia che l’Intendente dava al Commissario di Polizia di Cosenza il seguente ordine: “ D i m a -

Elenco partecipanti all’ impresa • Attilio Bandiera di anni 34 Alfiere di Vascello Marina Austriaca; • Emilio Bandiera di anni 25 Alfiere di Vascello Marina Austriaca; • Domenico Moro di anni 25, Marina Austriaca; • Nicola Ricciotti di anni 42 da Frosinone ex Comandante di fanteria in Spagna per la libertà; • Anacarsi Nardo da Modena di anni 40 avvocato; • Giovanni Venerucci di anni 33 da Rimini fabbro; • Giacomo Rocca di anni 31 da Lugo, operaio; • Francesco Berti di anni 36 da Ravenna uomo d’armi; • Carlo Osmani di 25 anni da Ancona artigiano; • Domenico Lupatelli di 42 anni da Perugia, muratore; • Giovanni Manessi di 44 anni da Venezia, ex Capitano; • Giuseppe Pacchioni di 26 anni da Bologna, pittore e scultore; • Luigi Nanni di 36 anni da Forlì, artigiano; • Pietro Pazzoli di 36 anni da Forlì, artigiano; • Giuseppe Tesei di 20 anni da Pesaro, vetturino; • Paolo Mariani di 27 anni da Milano, ex Cannoniere della Marina Astriaca; • Tommaso Massoli di 20 anni da Bologna; • Giuseppe Miller di 36 anni da Oletta (Corsica) popolano e vetturino a Corfù; • Pietro Boccheciampe di 20 anni da Oletta in Corsica, facinoroso. • Giuseppe Miluso da San Giovanni in Fiore, ex capo bandito. ni, alle ore cinque antimeridiane sì eseguirà la condanna di morte, prescritta dalla Commissione militare, per gli insorti e per nove di essi “. Gli altri avevano all’ultimo momento ottenuto la grazia.   Il coraggio col quale il 25 luglio 1844 i fratelli Bandiera con altri sette compagni Giovanni Venerucci, Anacarsi Nardi, Nicola Ricciotti, Giacomo Rocca, Domenico Moro, Domenico Lupatelli e Francesco Berti affrontaGennaio/Febbraio 2019

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FRATELLI BANDIERA LO SBARCO ALLA FOCE DEL NETO

rono la morte nel Vallone di Rovito fu degno dell’ alto ideale che li aveva sempre sorretti e resterà imperituro nel ricordo dei Posteri.Le salme di Giuseppe Miller e Francesco Tesei riposano serenamente in S. Giovanni in Fiore, nell’ antica Chiesa della S. Annunziata, e quelle del Vallone di Rovito, ad eccezione di quelle dei Bandiera e di Moro, traslate in un secondo tempo a Venezia nel 1867 (11 Giugno), vennero tumulate nella Chiesa di S. Agostino in Cosenza, e, nel 1848, passate nel Duomo. I generali Busacca e Lanza del Governo Borbonico tentarono di farle gettare nel vicino Crati; ma anime generose riuscirono a salvarle e chiuderle in un sepolcro privato nel Duomo medesimo, accanto al Battistero, ove rimasero fino al 1860. Molte di esse su richiesta furono traslate nelle città native. Termina qui la narrazione dei fatti ma non voglio chiudere questa trattazione, senza fare alcuni necessari rilievi sulla possibilità o meno che l’Impresa avrebbe potuto avere nella sua riuscita. Rilievi soprattutto necessari per dare una risposta alla seconda questione che ci siamo proposti di risolvere e cioè il coinvolgimento delle popolazioni calabresi al nefasto esito. E’ da premettere che ancor prima della partenza da Corfù il tentativo insurrezionale era stato scoperto da un esiliato catanzarese Barone De Nobili il quale si trovava appunto a Corfù per sfuggire ad una condanna per aver ucciso per motivi familiari un altro patrizio catanzarese tale Saverio Marincola. Il De Nobili per ingraziarsi il Governo Regio e per ottenere il permesso di ritornare in patria rivelò il piano dei Fratelli Bandiera, di cui era venuto a conoscenza, ai Consoli di Austria e di Roma presenti a Corfù, senza però rivelare la destinazione della spedizione. Ovviamente i diplomatici ne riferirono al Governo Borbonico che pertanto ebbe notizie frammentarie ma soprattutto tardive poiché il vapore con cui partirono le lettere diplomatiche per le varie Corti giunse a destinazione molto dopo lo sbarco alle foci del Neto. Un lato oscuro della questione resta quello del perché

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il De Nobili, ad un certo momento, si rifiutò di rivelare altro e cioè la destinazione precisa della spedizione trincerandosi dietro la generica ed oscura risposta che “ non poteva dire altro per dei forti motivi”. Nella fattispecie, si pensa, dovette intervenire l’ azione segreta, ma determinante, della locale loggia massonica, Ia quale scoperto il tradimento del De Nobili gli impedì di rivelare la destinazione del Gruppo. Ma vi è di più. La critica moderna ha potuto assicurare che il Governo Napoletano era già stato informato delle intenzioni di detta spedizione dal liberale Governo Inglese il quale pur mostrando ospitalità per i nostri esuli e in special modo per Mazzini non aveva mancato di usare una intelligente e circospetta censura sulle lettere che il Mazzini dirigeva ai Bandiera in Corfù preavvisandone l’ amico governo napoletano. E pensare che Attilio Bandiera il 24 maggio del 1844 aveva così scritto al Mazzini: “Fidando nella

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note onestà delle Poste inglesi, potete indirizzarmi qui le vostre lettere al mio nome”. Per concludere si può affermare che superati i sicuri ed immediati pericoli, derivanti all’impresa dalle rivelazioni del De Nobili e dal preavviso del Governo Inglese, la spedizione per la sua riuscita, doveva e poteva contare unicamente sulla celerità della sua azione. E’ certo che, a differenza dell’ impresa di Sapri, questa dei Fratelli Bandiera poteva maggiormente contare su fattori favorevoli ed essenziali: I’attesa e la preparazione degli spiriti Cosentini dove l’azione doveva divampare, e delle quali facevano sicuramente sperare i moti del Marzo 1844, e dove, al dire del Boccheciampe, che n’era stato messo al corrente, veramente 600 cosentini sarebbero andati incontro agli insorti sulle falde della Sila, aI primo loro avviso. Anche i carcerati, sia di Cosenza che di Crotone, atten-

Foto: fucilazione dei fratelli Bandiera, dipinto su cartolina del periodo Regio.

devano il cenno della rivolta per essere liberati e fare causa comune con gli insorti. Infatti, dalla documentazione del processo risulta inequivocabilmente che i carcerati del castello di Crotone attendevano, ansiosi, il cenno della rivolta, e che maggiore consistenza prese questa loro speranza quando seppero che per le vie di Crotone si aggirava in divisa il Boccheciampe ignorando le vere ragioni di sua presenza. Dunque, per amore di verità, si può affermare che il primo grave errore che i critici riconoscono a questa impresa è quello di avere perduto tempo, nella zona del Marchesato di Crotone, restando indecisi sul da fare per ben due giorni (il 17 ed il 18 giugno), tra la dimora alla masseria Poerio e quella al Bosco di S. Elena. Se l’azione verso la Sila, dopo avere assicurato le spalle con l’immediata occupazione del castello di Crotone, fosse stata operata a tempo debito, con tutta probabilità, le cose sarebbero andate diversamente, anche perché il Sottintendente di Crotone Bonafede ebbe sentore dello sbarco, con certo notevole ritardo. Angelo Vaccaro nella citata opera “Kroton” trae le seguenti conclusioni: “ Mossi da spirito di serena critica, dopo l’accurato esame degli atti processuali, per quello che riguarda la gente di Crotone, implicata nello stesso processo, siamo della convinzione che, se il Boccheciampe non avesse denunziato al Sottointendente i suoi compagni, nessuno dei Crotonesi avrebbe macchiata di denuncia la propria condotta, e nessuno avrebbe, comunque, avversato i giovani cospiratori. Del resto, altrettanto può dirsi, con tutta serenità, della gente degli altri paesi, giacché è da comprendere che se denunzie vi furono e qualche colpo di fucile fu dato, o si dovette alla credenza di avere a che fare con autentici briganti, dei quali la presenza del Meluso avvalorava l’ ipotesi, o se fatto in buona fede, come avvenne per la gente di S. Giovanni in Fiore, essa riparò, degnamente, ed in gran parte, col rendere poi deposizioni alla giustizia tutt’altro che velenose ed ostili”. ◀ Gennaio/Febbraio 2019

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N U M I S MAT I CA

Un patto d’amicizia ci viene documentato da un rarissimo statere d’argento

Sibari alleata di Kroton

Un’interessante serie di monete sembrerebbe documentare una confederazione tra le due grandi rivali dell’antica Calabria

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di Pasquale Attianese

uesto patto d’amicizia ci viene documentato da un altro rarissimo statere d’argento qui di seguito è descritto: Statere -gr. 7,79 - D/ Tripode delfico con piedi leonini, su esergo perlinato delimitato da due linee, a s., leggenda QPO. R/ Toro incuso stante a destra, retrospiciente a sinistra, su esergo a tratteggio; in basso leggenda MV. ( Foto n. 2 D/ e R). Questa interessante serie di monete, a prima vista sembrerebbe voler documentare una confederazione tra le due grandi rivali dell’antica Calabria, Sibari e Crotone. Se le cose stessero davvero in tal modo, l’emissione di questi nummi, attestati da pochi esemplari, dovrebbe essere ascrivibile nel tempo agli anni subito prima del 510 av.Cr., epoca in cui si verificò la disfatta totale di Sibari ad opera dei Crotoniati. Ma è opportuno, per maggior chiarezza, procedere con un certo ordine, solo così, credo, sarà possibile comprendere l’emissione di questi enigmatici esemplari. E’ storicamente accertato che verso il 560 av.Cr. vi fu una triplice alleanza tra Sibari, Crotone e Metaponto che aveva lo scopo di stroncare sul nascere le velleità espansionistiche dell’unica colonia jonica della costa, Siris, ubicata proprio al confine tra la Lucania e la Japigia, sul versante del mare Jonio. Infatti la città era molto ricca ed aveva iniziato ad ostacolare seriamente i commerci delle tre città confederate. Fu per questo motivo che la ricchissima Siris venne cancellata ab imis dai Sibariti, Metapontini e Crotoniati. L’avvenimento ci è stato tramandato dallo storico romano Giustino. In quest’occasione gli alleati massacrarono nel tempio di Athena Iliaca a Siris, 50 giovani e lo stesso sacerdote, che vi si erano rifugiati per evitare l’eccidio. Si dice altresì che lo “Xoanòn” (= simulacro in legno) della dea, avesse abbassato gli occhi per non vedere ed è per questo motivo, secondo Varrone, che le statue arcaiche hanno le palpebre abbassate, come se avessero gli occhi chiusi. La dea - continua Giustino - non mancò di far pagare il fio di tale nefando sacrilegio, provocando una paurosa epidemia di peste bubbonica, che, per molto tempo, devastò Crotone, Sibari e Metaponto, finché la colpa non fu espiata. Filostrato aggiunge che i Crotoniati ed i Metapontini, diretti responsabili della strage, inviarono, su ordine

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dell’oracolo di Delfi, dei pingui doni al tempio di Apollo, per ingraziarsi la benevolenza divina. Poco dopo, probabilmente verso il 540 a.Cr. Crotone, per motivi non ben chiari, subì presso il fiume Sagra (attuale Torbido) una clamorosa quanto imprevista sconfitta ad opera della vicina Locri, contro la quale aveva dichiarato guerra. Strabone [1Geografia, lib. VI, 6, 1-12-13] ci informa “- Nei pressi di Locri vi è il fiume Sagra, che ha un nome femminile. Sulle sue rive vi sono gli altari dei Dioscuri, presso i quali 130 mila Locresi con Reggini sbaragliarono, dopo averli disfatti, 130 mila Crotoniati”. Il geografo, nella stessa opera, più oltre, ci fa sapere che la gran parte degli eroi crotoniati caddero proprio alla Sagra. L’arrivo di Pitagora a Crotone, verso il 531-530 av.Cr. e la conseguente presa di potere dei suoi settari, ebbe inizialmente benefici effetti rigeneratori sui cittadini. Ormai, dopo la distruzione di Siris, si profilava il duello tra le due massime potenze della Megàle Hellàs, da un lato Sibari, che più di ogni altra città aveva beneficato dell’eredità sirita e dall’altra Crotone, la cui rinascita politico-militare si sarebbe concretizzata nella ricerca di ulteriori sbocchi territoriali verso le zone d’influenza sibarita. Sibari, dopo aver spinto i suoi commerci fino in Asia Minore e dopo aver acquisito possedimenti su circa 25 ethne, penetrando sul Tirreno ed intrattenendo rapporti commerciali con gli Etruschi [2 - Cifr. W. Keller, “La Civiltà etrusca”, Garzanti, 1971], era venuta adagiandosi in un’apatia generale ed era passata, dopo tumulti intestini, al regime demagogico. Tale stato di fatto portò al potere il tiranno Telys. La lunga gelosia egemonica, da tempo sopita e che sfociò nella guerra, ebbe come motivo occasionale l’invio di 30 notabili Crotoniati a Sibari, per intercedere presso il tiranno a favore delle 500 famiglie sibarite che aveva proditoriamente allontanato e che erano stati accolti benevolmente a Crotone. I Crotoniati, anzi, erano stati avvertiti dallo stesso Telys ad allontanare senza mezzi termini gli esuli dalla città, in caso contrario sarebbe stata dichiarata la guerra.   Il popolo crotoniate, di fronte a tale minacciosa ingiun-

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zione, convocò l’assemblea per deliberare in proposito. Su consiglio di Pitagora fu deciso di proteggere gli esuli. Tuttavia la guerra non fu dichiarata subito, ma furono mandati 30 ambasciatori per esortare l’ignobile tiranno a desistere dalle sue ingiuste intimidazioni ed a rimuovere ogni fattore d’inimicizia tra le due città, richiamando i proscritti nel godimento delle loro prerogative e dei loro averi. Telys, sordo ai più sacri valori, per tutta risposta sollevò il popolo contro i poveri inviati crotonesi, giunti nella sicurezza del diritto dell’ospitalità. Inutilmente cercarono rifugio nel tempio di Hera, dove furono trucidati barbaramente ed i loro corpi buttati fuori dalle mura. Si narra [ 3 - Erodoto, Storie, lib. V, cap. 2 ] che gli dei avessero dato chiari segni della loro implacabile collera. Infatti la stessa dea Hera, nottetempo, si manifestò accesa d’ira ai magistrati di Sibari.   Nelle vittime sacrificate per placare la dea, si palesarono tremendi i segni dell’ira divina. Callìa, un indovino della stirpe degli Iamidi, presago della prossima sventura, fuggì da Sibari, andando a sostenere le ragioni dei Crotoniati. Questi ultimi, accecati dall’odio, si preparavano alla guerra. Secondo Strabone armarono un esercito di 100 mila uomini; mentre quello dei Sibariti era composto da 300 mila unità. E’ evidente l’esagerazione dei numeri sia dall’una che dall’altra parte. Anche se è presumibile che le forze sibarite fossero più numerosi per via dei contingenti inviati dalle colonie. I Crotoniati, sotto la guida dell’olimpionico Milone, uomo di forza straordinaria. sbaragliarono sulle rive del fiume Traes (l’attuale Trionto) i Sibariti con tutti i loro alleati, nel 510 av.Cr. [ 4 - Strabone - Geografia, lib. VI, 2 ]. Mentre i combattenti venivano massacrati, anche a Sibari il sangue fu versato a torrenti. Il popolo, vistosi perduto, si sollevò contro la tirannide di Telys, che fu trucidato con i suoi familiari nel tempio di Hera, nel quale aveva invano tentato di rifugiarsi. I Crotoniati, ebbri del trionfo e folli di vendetta, uccisori tutti gli abitanti saccheggiando le ricchezze, abbattendo case, templi e mura. Inoltre deviarono le acque del fiume Crathis, tenuto a bada da un complicato sistema di drenaggio, sull’infelice città, affinché neppure delle sue rovine

rimanesse più traccia. Le acque impazzite devastarono completamente la già provata e sventurata polis. Annientata Sibari, Crotone fu libera di estendere la sua influenza sull’impero della città rivale. Tornando alla moneta illustrata, si può dire che essa rappresenti la prima e più immediata attestazione nummologica della vittoria crotoniate del 510 av.Cr. e potrebbe comprovare la delicata situazione politica che Crotone dovette affrontare subito dopo la vittoria. avvenuto lo smembramento dei popoli e città che formavano i possedimenti sibariti, Crotone ebbe non poche difficoltà ad arginare gli impulsi autonomistici delle varie Poleis e nell’imporsi quale erede naturale dell’antica città egemone. Una delle prime difficoltà da eliminare fu quella di farsi accettare dalla popolazione superstite di Sibari. Infatti, anche se la città era stata interamente distrutta e la gran parte dei suoi abitanti trasferiti altrove, è da credere che nei piccoli centri e nella piana del Crathis la vita continuò, forse sotto la direzione politica di un governo fantoccio, formato da quegli esuli che avevano dato l’occasione della guerra. Perciò. sotto questo aspetto si potrebbe esplicare l’emissione della moneta.   Il tripode e la scritta QPO impressi sul diritto dell’esemplare, affermerebbero il reale dominio crotoniate, mentre il toro (emblema di Sibari) e la scritta MV (iniziale di Sibari), sia puree relegati in incuso sul rovescio, avrebbero soddisfatto, con la finzione di una moneta d’alleanza, la parvenza di autonomia di governo instaurato dai vincitori.   Solo così, accettando la generale tendenza a datare l’emissione della moneta dopo il 510 a.C. si può spiegare la doppia immagine e la duplice leggenda. Pasquale Attianese Il tripode e la scritta QPO impressi sul diritto dell’esemplare, affermerebbero il reale dominio crotoniate, mentre il toro (emblema di Sibari) e la scritta MV (iniziale di Sibari), sia puree relegati in incuso sul rovescio, avrebbero soddisfatto, con la finzione di una moneta d’alleanza, la parvenza di autonomia di governo instaurato dai vincitori. Solo così, accettando la generale tendenza a datare l’emissione della moneta dopo il 510 a.C. si può spiegare ◀ la doppia immagine e la duplice le/ggenda. Gennaio/Febbraio 2019

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r e p o rta g e

comeâ€™Ăˆ finito in galera

san Francesco? Il volto del Santo di Paola fra le prigioni della Santa inquisizione al palazzo Chiaromonte-Steri di Palermo

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di Romano Pesavento

n una mattinata candente e afosa di agosto, dopo qualche ora di viaggio lungo l’autostrada Catania-Palermo dalle vedute aride, accecanti e “marziane”, si giunge nella multietnica, caleidoscopica e maliosa città di Federico II. Molti sono i colori che contraddistinguono il capoluogo siciliano, un luogo archetipo ed enigmatico, terra amara sospesa tra il bene e il male, come testimoniano eroi positivi e negativi che affondano le proprie radici in questi luoghi: Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Stefano Bontate, Salvatore Inzerillo, Rosario Spatola. Lo sguardo del visitatore errante tra vicoli e scorci di rara bellezza rimane esterrefatto davanti a simili monumenti. E così ci si ritrova in piazza della marina di fronte ad un sito inconsueto, ma ricco di ricordi e suggestioni: Palazzo Chiaromonte-Steri. Il maestoso e terrifico edificio, costruito nel XIV secolo, fu la dimora di uno degli aristocratici più importanti del tempo, il conte di Modica Manfredi Chiaromonte, e anche, successivamente, dei viceré spagnoli e della Regia Dogana. Nel periodo tra il 1600 e il 1782 fu sede del tribunale della Santa Inquisizione. Attualmente esso ospita il museo e il rettorato dell’Università di Palermo. La storia è passata tra questi corridoi e saloni; e con essa le vicende individuali dei tanti sciagurati che, per un motivo o per un altro, si ritrovarono a sostenere prima gli interrogatori, poi le torture, e infine le pene-castigo inflitte dall’inflessibilità crudele degli inquisitori. In un simile luogo di dolore e di abbrutimento della dignità umana, stupisce enormemente che molti dei detenuti riuscissero a produrre dipinti, murales e sonetti di un certo pregio all’interno delle celle buie in cui erano collocati. Forse il rifugio nell’arte e nella fede costituiva l’unico sistema per evadere da un’orrenda realtà e da un più raccapricciante destino. Indubbiamente, la prigionia ha potere sul corpo, ma non sullo spirito e non è retorica. Chi coltiva la Bellezza in quanto espressione d’arte e di libero pensiero non ha mai una coscienza completamente doma e umiliata; proprio per questo motivo il posto simbolo della coercizione e della negazione dell’umanità può diventare teatro di riscatto e cassa di risonanza per la dissidenza. Si ricorda, a tal proposito, la figura, arcinota in Sicilia, del frate agostiniano Diego La Matina di Racalmuto, a cui L. Sciascia dedicò un suo racconto intitolato Morte dell’inquisitore. Egli più volte imprigionato, riuscì, addirittura, ad amGennaio/Febbraio 2019

In un luogo di dolore e di abbrutimento della dignità umana, stupisce che i detenuti abbiano prodotto murales e sonetti di pregio

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mazzare il suo persecutore, durante un colloquio privato, Juan Lopez Cisneros, come viene descritto in una relazione che il nuovo inquisitore di Palermo, Fabio Escobar, inviava il primo luglio 1657 all’inquisitore generale Diego de Aize Reynoso. La descrizione fatta dal prelato era la seguente: “Potentissimo signore, partecipiamo a Vostra Altezza che l’alcalde delle carceri segrete salì di mattina al tribunale e riferì che, avendo visitato quella mattina fra Diego la Matina, recluso in dette carceri, lo aveva trovato senza manette, che le aveva spezzate: manette che a causa della sua temerarietà il tribunale aveva ordinato di imporgli...”. Poi descrisse come fra Diego uccise don Juan: “Prese uno strumento di ferro, che non è stato possibile identificare per esservene diversi, e con esso diede all’inquisitore Cisneros tre colpi sulla testa, due sul cranio...”. Proprio all’ingresso,invece, un anonimo artista affida le sue speranze, i suoi voti e la sua disperazione alla Fede, affre-

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scando un immenso dipinto con l’effige di San Francesco di Paola, santo protettore dei calabresi e dei siciliani. Il volto del beato esprime fermezza, solennità e nobiltà d’animo e corrisponde nei tratti somatici e nella postura alle rappresentazioni figurative tipiche a lui dedicate. Egli indossa il caratteristico saio dell’ordine e sul bastone brilla, intensamente luminosa, la parola “Charitas”. Termine che, in quei luoghi, al di là della convenzionalità iconografica, doveva assumere ben più profondi e significativi risvolti. Probabilmente l’alto prelato alla destra del santo è un pontefice, forse Sisto IV o Alessandro VI, dal momento che indossa la tiara papale e nella mano benedicente reca un foglio di carta; un atto che potrebbe far pensare al riconoscimento da parte del capo della Chiesa, avvenuto il 17 maggio 1474, del nuovo ordine “Congregazione eremitica paolana dei San Francesco d’Assisi” o al successivo riconoscimento ◀ dell’Ordine dei Minimi. Gennaio/Febbraio 2019


s o c i età

Il dialetto fra cultura, storia ed economia

L’importanza dell’idioma locale

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di Davide Zizza

n una data lingua non si trasportano solo fonemi, morfologie, sintassi e semantiche, ma anche tutta una serie di valori che fanno parte di una civiltà e fanno parte dell’umanità come tradizione, cultura, storia, economia, sociologia. Nella lingua si trasportano questi fattori. Il dialetto – che dobbiamo considerare una lingua vera e propria – porta in sé gli stessi motivi. Il dialetto è il tratto linguistico di un popolo, che spicca in maniera notevole; esso è la testimonianza più evidente di una società in evoluzione la cui valenza storica si conserva nel tempo. Il dialetto quindi conserva la vita, le connotazioni, le esperienze, le fisionomie di una società. E gli studi dialettologici – tesi a scoprire queste sottili interrelazioni – fanno memoria delle imprese filologiche del Bartoli, del Vidossi, dell’Ascoli. Rohlfs, per quanto riguarda il dialetto calabrese, è ormai un’istituzione. Ciò che si intende sottolineare sulla linea di tali affermazioni è come il dialetto, nel tempo, ha condotto un ruolo rilevante nella vita e quindi nella storia quotidiana di certi popoli. Soprattutto in quella interazione locu-toria che ha trasportato con sé lo scambio commerciale, storico e sociale avvenuto fra popoli attigui (vedi gli albanesi in Calabria e i normanni in Sicilia) che permette di riscoprire il senso e l’importanza di un mezzo di comunicazione rapido e intuitivo come il codice locale. Non sono necessari, o perlomeno non sono solo necessari, calcoli statistici o percentuali a campione per dare prova di come il linguaggio dialettale influenzi continuamente il percorso di vita della gente.

Questo dato si riscopre nell’evolversi di un tempo lungo in cui possiamo ritrovare tratti caratteristici fondamentali di una determinata civiltà che ha impiegato un codice di comunicazione per costruire un ponte oltre confine con altre civiltà e altrettanti culture. Forme dialettali quindi che si sono incontrate in popolazioni diverse e che si sono influenzate reciprocamente o che hanno dato luogo a dialetti nuovi. Oppure forme dialettali che si sono conservate nei gesti e mantengono un segno della tradizione, dei valori sopraccitati. Nella frazione di Papanice, per esempio, e nei paesi limitrofi della provincia crotonese dove c’è tuttora l’abitudine a lavorare gli uliveti, è noto l’uso di portare le olive al ‘trappitu’, al frantoio (trappitu <lat. trapetum). Trappitu era (ed è) luogo di incontro sociale e di scambio economico e culturale. Questa è una testimonianza filologica di come una parola nasce quando è determinata ab origine da un fatto storico precedente (il suo antecedente è il trapetum latino citato pocanzi che risulta essersi tramutato in un errore linguistico da cui si è successivamente formato il lemma trappitu), e quando questa parola viene immessa nell’uso comune in rapporto alla sua utilità e in relazione ad altri oggetti di uso quotidiano. La cultura del frantoio si è di fatti diffusa in conseguenza della radicazione della cultura dell’ulivo e della sua coltivazione in loco. Il dialetto, data la sua flessibilità, può coprire vari livelli di comunicazione sociale in quanto la sua valenza nel contesto della ◀ comunizione risiede nel suo lato psicologico. Gennaio/Febbraio 2019

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e l a i c e p s

o i d e M l Ritorno a

s e n o i z a c o v e i r a ...da un

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Fiera Medievale “Gesù Maria” (1440 A.D.- 2014 D.C.)

oevo

storica

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La rievocazione della Fiera Medievale promossa dall’Associazione don Pedro de Toledo

Viaggio nella Crotone medievale

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Le porte della città

o scopo principale della rievocazione della Fiera Medievale che si svolgeva a Crotone intonro al 1440 è quello di rilanciare sul piano turistico e commerciale il territorio crotonese facendo leva appunto sulle risorse culturali locali. La Fiera, lo era allora e lo è ancora adesso, è uno degli strumenti più efficaci per continuare a svolegere un ruolo di supporto ad un piano commercale e consentire così agli imprenditori del settore ad allargare la sfera dei propri affari commerciali attraverso la vendita dei propri prodotti. Pertanto, durante la Fiera gli operatori gli è opportuno eseguire, sotto gli occhi dei visitatori, la manipolazione dei nostri prodotti per evidenziare la qualità e il metodo tradizionale di lavorazione. In più potranno cogliere l’occasione per promuore usi e tradizioni nostrane. Svolgere un programma del genere assume particolare significato se al commercio e artigianato si associa la cultura. Ci riferiamo al fatto che gli operatori potranno svolgere la loro attività travestiti con costumi medievali sfavillanti per meglio distinguere l’appartenenza di un casato o di un quartiere. L’esempio più confacente sarebbe quello dell’appartenenza ai colori delle porte antiche della nostra città sotto il relativo stendardo. Stendardo. Lo stemma è racchiuso in uno scudo suddiviso in tre sezioni: in alto, San Dionigi Areopagita martire, primo vescovo e patrono della città di Crotone, che regge sul palmo della mano la città medievale con il motto “Sum Signum et Praesul Dionysius ipse Crotonis”. Ai due lati, due croci trilobati, come già presenti sul gonfalone della Calabria Ultra II, in ricordo dei dodicimila Crociati calabresi che combatterono per la liberazione del Santo Sepolcro durante la Prima Crociata. A sinistra, la bandiera catalana aragonese con i colori utilizzati da Calabria Ultra II residenza della Circoscrizione di Catanzaro e del Distretto di Crotone. A destra lo stemma scaccato, spaccato di quattro linee a sette scacchi d’argento e otto d’azzurro, di Don Pedro de Toledo vicerè del regno di Napoli e autorità a cui si deve il potenziamento del Castello Carlo V e delle mura medievali della città. Le stemma è impresso sul drappo avente fondo rossoblù in coerenza con i colori utilizzati dal Comune di Crotone con dicitura “Fiera Medievale Gesù Maria 1440 A.D.”.

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Porta grande della città. Porta vecchia della città. Tra il baluardo Toledo ed il baluardo Marques sorgeva una delle porte della città in età aragonese. Questa porta nel tardo medioevo era inserita in un grande e robusto torrione. All’inizio del Cinquecento essa è difesa da ribellini e fossi. Si sa che nel 1516 - 1517 fu riedificato il muro rovinato delli ribellini dove c’era una “guardiola” “in fronti le case del baron de melixa”, che sono davanti la porta grande della città che è in “fronti dela piaza”. Parteciparono all’opera “li greci de papanicefore con li carri et bove” Sempre in questi anni è rifatto il “passo delo ponti” e la porta viene rinforzata con certe tavole che vengono poste al di sopra “per dubio dela armata turchisca”. Sempre al disopra della porta il mastro Angelo Agatio di Sant’Angelo dipinge le armi regali. Nel 1573 la porta è inserita nella cortina vicino al baluardo Toledo ma se ne sta costruendo una nuova nelle sue vicinanze verso il baluardo Marchese. Porta Nuova O Porta Maggiore - Principale E Di Terra. Risulta appena iniziata nel 1573. Nell’architrave verso l’esterno era scolpita la effigie di S. Dionisio, patrono della città ed il motto “Sum Signum et Praesul Dionysius ipse Crotonis”, monumento che durò fino al suo abbattimento avvenuto verso la metà dell’Ottocento. La porta era inserita e munita di un forte e meraviglioso ponte. Ricostruito all’inizio del Seicento (1612) su disegno dell’ingegnere militare Giovanni Rinaldini che fortificò la porta aggiungendovi altre opere accessorie. Altri restauri li fece nel 1662 G : D. Marturano che rifece il ponte a levatoio, la porta ed i due rastrelli in legno di farna. Rifacimenti della parte in legno anche nel 1676. Il ponte levatoio alla sera veniva alzato con due grosse catene e la porta rimaneva chiusa per tutta la notte, mentre i terrazzani vigilavano sui baluardi e presso la porta. Davanti c’era un largo e profondo fosso. Agli inizi dell’Ottocento la porta comunica con la campagna per mezzo di un ponte levatoio parte in muratura e parte mobile e davanti c’era un “rastrello malridotto”. Nel 1804 viene rifatto il ponte levatoio e poco dopo è riassestata la rampa e la strada della porta di terra (1807). Nell’estate

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- autunno 1867 fu demolita la porta principale ed il ponte di accesso e fu riempito il fossato. La porta era larga circa 2 metri, vicino ad essa c’era la “cameretta per l’esattoria dei dazi comunali e il corpo di guardia nazionale” (1867). Una rampa interna ed una esterna alla porta metteva in comunicazione la città con la campagna. Luoghi davanti alla porta erano “Fanaro”, Orto Piscitello” e “Spina Santa” e appena dentro vi era il corpo di guardia e la chiesa di San Giovanni Battista. Secondo le costituzioni della città all’arrivo in città di un capitano con la sua compagnia il mastrogiurato doveva consegnarli le chiavi della città in quanto a lui spettava la vigilanza della città e delle porte. Il capitano doveva alla sua partenza riconsegnare le chiavi al mastrogiurato. Le chiavi della città alla fine del Cinquecento erano tre: due della porta grande ed una della porta della Piscaria. In seguito il loro numero salì a sette: tre della porta maggiore e dei due rastrelli e quattro della porta detta del Soccorso seu della piscaria e saracina. Porta Piscaria - porta di mare - porta del Soccorso e porta Falsa. Inserita poco prima che la cortina della Piscaria si congiunga con il baluardo Petro Nigro, metteva in comunicazione la città con il mare. Essa si trovava in parrocchia di Santa Maria Prothospatariis. Era usata come porta di sicurezza per imbarcarsi direttamente dalla città o farvi entrare i soccorsi. Parte di essa è ancora visibile anche se interrata e ostruita. Essa veniva aperta solo in casi eccezionali soprattutto di notte perciò era detta porta “della Piscaria seu porta falsa di notte”. Nel 1698 essa era stata aperta dal mastrogiurato solo sei volte in tre mesi e sempre col consenso del governatore ed in presenza di guardie. “Una volta si aprì che uscirno i famigli del S. Alessandro Albani che andarno per accompagnare la P. nel capo colonne alla cappella, altra che restarno li genti di corte ch’erano andati fare una diligenza, una volta che restò il creato del S. Cesare Presterà, altro che restò il regio giudice che era andato a spasso, altra volta per essere rimasto fuori il D. Anibale Berlingieri, altra volta si aprì per essere venuto un correro inviato dall’arcivescovo di S.ta Severina”.

di Crotone, ve n’è un’altro dell’istesso nome in Troia, ancorche un’altro interprete dice essere una bocca di palude in Crotone, ma tutti concludono questo Melimno essere un luogo paludoso, nè in Crotone altro di questo nome si ritrova.” Nota. “Melinus color in floribus luteum significat. Come si lege in Dioscuride et in Plinio essendo uno stagno doveva essere lutoso o di luto haveva il colore et perciò fu Melino detto prese questo nome dal suo proprio essere” (Nola Molise G.B., Cronica, pp. 54 -55). Porta Conigliera - Porta grande del SS. Salvatore. La porta non compare in alcun atto né del Cinquecento né del Seicento né nelle piante della città del Settecento. Attraverso la strada o discesa Conigliera si comunicava con la marina ed il porto. Indicata come porta grande della parrocchia del SS. Salvatore in un atto del 1844, essa era situata tra il muro di controscarpa e una muraglia vecchia. Nel 1864 esisteva un tratto di strada tra la porta interna e quella esterna della Conigliera.

La Porta di Milino. “Vi era uno stagno detto Melimno, hoggi detto Melino sotto l’antico Castello dalla parte del Molo, il quale per il tempo, et per la fabrica delle nuove muraglie sta di terra pieno, dove hoggidi se ci fa orto, di questo stagno fa mentione Teocrito nella quarta Ecloga, introducendo Coridone à parlare. Et quidem ad Melimnum impellitur, atque partes Phisci. Sopra le quali parole dice l’interprete sopra detto di Teocrito, Melimno è uno stagno nella Città Gennaio/Febbraio 2019

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P

Duji versi e quattro rimi

oesia

Amo Crotone Io parlo, io scrivo, io amo lei. Tanti amori vivono per amare l’amore. Io vivo, in ricordo di un amore di terra. Amo la mia gente, che mia ieri era, era ieri, ciò che oggi, gente mia, più non è. Lontananza lontananza è dannata, quasi coperta in continua dannazione di vizi. Lucrato e schiaffeggiato fu il mio amore, non solo egli fu, ma l’oggi ancor vive a lei. Lei madre mia, calabra donna di antichi amori, vive l’esistenza blasfema dei pochi nemici a lei. Tanti si opposero al mio e a lei amor di figlio, di cui me stesso figliol prodigo scomparso. Vile colui che separò la madre mia da me, a lei, io figlio dei tanti figli suoi tolti a lei. Orfanotrofio, fu la vita mia, lontano da madre mia, dove il pianto, per il mancato latte, il suo seno mai più dette animo, all’anima mia morente. Amo Crotone, amo la sua greca storia pitagorica, amo l’eccesso lasciato dai tanti di ieri che combatterono l’amor proprio gagliardo, mai reso alla resa dei perdenti. Di madre si nasce, dal suo dolore a sangue ieri vita fu, l’abbraccio materno, di un lembo di terra dove la storia ha lasciato la stessa parola di storie, raccontata dai tanti, che in cuor loro, una madre lì, li abbracci sempre a braccia aperte. N icola Umberto Messina

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Era ddi dinta Chjova! Stamatìna chjova, d’arrèti a ra finèsta staju a guardàri, quantu i l’estàti resta e šcinna a sira e cca mi trova. ‘Na guccia d’acqua šchiccia da cuvertùra da casa i rimpèttu, a sulitùdina mi štrincia fortu u pettu picchì di fatti miji mò si nnì ‘mpiccia. Para ‘na làgrima, ‘mprima, ca šcinna, pp’a pirzùna amàta e comu pinnulijànnu l’occhj, apprèssu ‘n’ata e chista šchiccia ‘n cima, du ventu arrivulàta, di canàli da filèra i ceramìni e ccu’ pinzèru t’incamìni comu n’acèddru ca resta senz’ali. Scinnènnu, chjanu, chjanu, chista serpìja, si ferma, tremulìja e po’ ripàrta chjànu, ppì šcumparìri, ha finùtu a špinta, “si cca papà”, e fora ‘u vviju nenti, chjudu l’occhj e štrinciu fortu i denti, a guccia ‘u nn’era fora era ddi dinta. Bruno Tassone Gennaio/Febbraio 2019

Duji versi e quattri rimi ppi ‘sa città da mia ca ciancia e rira: e ciancia ppi figghji partuti e mai vutati e ppi chiri poviri corpi, ormaji ntu fangu corvicati; ppi fabbrichi quasi tutti smantellati e ppi mostri d’acciaju ammenz’u mari cu metanu e ru sangu ni continuini a sucari! E ciancia ppi chiru ca putiva essiri e ‘u nn’è statu, ppi furbi e i disonesti c’hann’arrubbati; inveci a gent’onesta u’ ccià saputi fari e ancora oji tira a campari; ma è pulita dinta, e chista è na cosa ranna assaji ca ‘u pò capiri cu onestu ‘u nn’è statu maji! Duji versi e quattri rimi ppi ‘sa città da mija ca ciancia e rira; e rira già a prima matina quann’u cielu chjianu chjianu nchjiariscia e ra luna stirrinata spariscia lassann’u postu au sulu, prim’attoru ca quadija sti campagni e pur’u coru! Cch’incantu ppi ra vista! Cchi pacia! Cchi poesjia! Mi commuovi davant’a tanta magia! E allura, iju cu sugnu, ahimè! Nè ricca e nè famosa, vogghjiu lassari a ‘sa terra almenu ancuna cosa: lassu ‘si duji versi e ‘si quattri rimi a ‘sa città da mija ca ciancia e nonostanti tuttu ancora rira! Antonella Nicoletta


Mario Gentile :

«Terra... io che ti guardo, so d’essere anch’io terra»

“T

di Mimmo Stirparo

erra su cui cammino/ diario su cui é scritta/ la metamorfosi dell’uomo./ terra che nel tuo ventre caldo/ raccogli l’uomo e la sua storia./ Nel tuo silenzio/ c’é sepolto il tuo passato./ Io che ti guardo/ so d’essere anch’io terra”. E sì chi scrive questi versi rappresenta davvero la sintesi della storia e del silenzio di una terra antica bagnata dal mare d’oriente dal quale son venuti tanti popoli ma é venuta soprattutto la Storia,quella di Cristo. Ed Egli ha impresso su questa terra le connotazioni tipiche della storia cristiana:fedeltà, sacrificio, amore, lavoro. Questa é la terra di Le Castella,villaggio agrituristico di Isola Capo Rizzuto, dove é nato nel 1951 Mario Gentile, l’artista che ha preso su di sé le connotazioni della storia d’oriente e cristiana. In questa “terra di vento/ fra la tua storia e leggenda/ cerco la mia pace/ ma sulle tue rive/ odorose ancora di Grecia” il Gentile rincorre, (tra la poesia, l’argilla, il tufo e il legno) la storia e la pace per l’affermazione di una società che abbia voglia di essere serena ed educatrice. Siamo davanti ad un poeta,scultore e pittore che sulle rive del “suo Jonio e all’ombra del “suo” Castel¬lo conduce le sue giornate col pensiero costante al padre che “forse oggi sarebbe orgoglioso/ di vedere suo figlio cón spalle larghe/ i calli alle mani amante anch’egli/ della terra e capace di esprimere/ i propri sentimenti con una penna/ o su una tela con pennel-

li e colori”. E così Gentile scrive,dipinge e scolpisce all’alba come al tramonto e la sua opera viene veicolata per una sorta di scopo pedagogico. Ha partecipato infatti a diversi concorsi lette¬rari ed artistici conseguendo prestigiosi riconoscimenti. Tra i tanti meriti acquisiti, ricordiamo: il Premio Città di Spadola, il Premio Città di Catanzaro, il Premio Città di La Valletta e il Ri¬vachiara. Le sue opere scultoree e pittoriche sono esposte in diverse città tra cui Napoli, Catanzaro, Santa Severina, Petilia Policastro, Secondigliano e Cerva. Inoltre alcune sue opere fanno parte di collezioni private e pubbliche oltre che in Italia anche negli Stati Uniti d’America ed in Svizzera. Nella poesia, come nelle sculture e nelle tele vi é una comune “ costante del distacco e dell’attesa; la severità del sacrificio e la saggezza del dolore e si dipana fra impressioni e stati d’animo nella secolare alternanza della terra oscuramente gravida e della donna lungamente cercata e desiderata e incontrata e persa e ritrovata”. Così ha scritto Cesare Mulè nella presentazione del libro di poesie “ Terra di vento” che Mario Gentile ha edito nel 1985 per i tipi dell’Istituto editoriale Universale di Catanzaro. Ci piace concludere questa nostra nota sul poeta di Le Castella ancora con le parole di Mulé: “Un cavallo selvaggio é la poesia di Gentile ma non selvatica e denota animo sensibile, consapevole, partecipe, non greve e non resa meschina dalla sorte”. Gennaio/Febbraio 2019

Alla mia terra Quanta storia hai visto scrivere dagli uomini e dagli eventi eppure sei ancora una pagina bianca per quanta storia scriveranno. E ti perdi nella fusione della creatività di Dio che ti ha plasmato fra onde e vento fra lacrime silenziose e sorrisi d’ebrezza marina. Terra che credi ancora che esista il sogno di poter sognare io ascolterò il tuo silenzio e lo porterò lontano.

Non odio mio padre Non odio mio padre per avermi dato la paura. di muovermi tra gente che dell’audacia dello sbaglio ne ha fatto un processo d’evoluzione personale. In questa terra che ricorda tanti morti vedo donne vestite di nero solcate ormai dalla sopportazione degli eventi. Vedo il tempo discutere col silenzio dei vecchi. Vedo la realtà stringere i suoi pugni e ci lascia a volte soltanto lo spazio per volare su ali d’uccelli morti. Mario Gentile

Nella foto: Mario Gentile al lavoro dietro una sua opera esposta all’entrata de Le Castella.

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M U S I CA

Nella Foto: Alfredo Garzieri e l’Orchestra New Orleans

Gli anni ruggenti

Tra gli anni ’50 e ’60 fiorirono gli urlatori crotonesi

S

di Mimmo Arena

i dice Anni ’50 e si pensa subito ad Elvis Presley. La musica che a partire dal 1954 diede la scossa al mondo musicale, quella magica armonia scaturita dall’unione del rhythm’n’blues (Otis Reding, Joe Tex, Jems Brwon ecc. ecc.) e il country (Emmylou Harris, Alan Eugene Jackson, Willie Hugh Nelson, Johnny Cash, ecc. ecc.) Il rhythm’n’blus prende piede alle soglie degli anni ‘20 quando la musica nera incomincia ad essere accettata dai bianchi. Fino all’ora rimasti freddini per ragioni razziali. Grazie a questo tipo di musica si ottenne un gradimento sul riconoscimento e sulla possibilità di dialogo che si poteva aprire tra le due fazione che per la verità i contrasti erano molto ma molto forti. I più grandi pensatori hanno sempre affermato che senza la musica non si può vivere una esistenza tranquilla e serenità. Ed avevano perfettamente ragione costoro dal momento che il miscuglio di tante note hanno portato ad una melodia, ancora oggi è in evoluzione, così potente da migliorare l’esistenza umana. Il fatto stesso che è stato possibile fondere più ritmi come blus classico e jazz fino a legare il reggae vuol dire che la musica è una cosa universale senza steccati ideologici e confini territoriali. Il rhythm’n’blus fu un insieme di cadenze musicali in risposta al bebop. Da qui vi fu il contributo di tanti talenti come (Joe Turner) Kansas City - (Muddy Waters, Howling Wolf) Chicago - (Ike Turner, B.B. King, Bobby Bland) Memphis - (Otis, T-Bone Walker) Los Angeles - (Fats Domino,

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Roy Brown) New Orleans. Furono quindici anni cruciali per la storia della musica mondiale e non solo del Rock. Certo, l’avvento del rock’n roll fu tra le più grandi rivoluzioni culturali vissute del mondo giovanile. Tutte le note che uscivano in quel periodo dalle radio e dalla neonata TV avevano qualcosa di elettrizzante. Nello stesso periodo esce fuori la musica country armonia dedicata ai Cowboy. Una musica nata in un particolare lembo di terra le cui radici musicali riportate dall’Europa erano forti e rimarchevoli. Alcuni brani incisi ebbero effetto forte fino al punto di varcare i confini rompendo l’isolamento e quindi consolidare la cultura dei così detti montanari. Le loro canzoni calcavano il canto folk britannico aiutati da particolare strumentazione quasi superata a limite della sua esistenza. L’affermazione di tale musica era supportata da un sentimento religioso molto chiara, infatti al coro si unirono metodisti, battisti e presbiteriani. E tutto ciò non avvenne solo in America, ma anche nella vecchia Europa dove si respirava aria di rinnovamento non solo sul piano musicale ma anche su quello politico sociale.

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Angela Calabretta con il presentatore Rai Corrado

Complesso Cardamone

La Francia teneva a battesimo musicisti che avrebbero insegnato alle genti come coniugare la melodia a testi importanti (Charles Trenet, Boris Vian, Charles Aznavour, Gilbert Becaud), accanto a grandi interpreti ( Edith Piaf, Juliette Greco). In Germania Kurt Weill e Berthold Brecht proponevano un modo nuovo di fare musica e teatro; in Inghilterra il genere ritmato “skiffle” e artisti come Cliff Richard, Lonnie Donegan, Bob Cort o i Tornados stavano preparando la strada al felice e promettente arrivo dei Beatles. L’Italia che stava faticosamente riprendendosi dal disastroso periodo bellico cercava una propria identità musicale. La fine della guerra aveva portato nel nostro paese i soldati Americani e la loro musica, i V disc e le trasmissioni dell’America Forces Network, ma da tutte queste novità non nascerà immediatamente qualche cosa di nuovo, I vari Achille Togliani, Giorgio Consolini, Nilla Pizzi o Carla Boni, il Trio Lescano, Alberto Rabagliati, fin troppo rispettosi della tradizione, proseguivano senza sussulti la tranquilla strada di una canzone leggera, cantata con garbo ed impostazione lirica. Lo stesso Rabagliati fu uno dei personaggi del mondo della canzone che come pochi raffigura lo spirito medio di un’epoca italiana. Certo la fine del ventennio e con esso dell’autarchia aveva portato in auge lo swing di Natalino Otto, Fred Buscaglione e dell’orchestra di Gorni Kramer. Tony Dallara , ai suoi primi urli fu cacciato dalla balera dove si esibiva. La giovanissima Mina riuscì a rintuzzare le critiche solo grazie alla sua prodigiosa voce. Domenico Modugno portò la sua Nel Blù dipinto di blù in vetta alle classifiche di tutto il mondo, ma quel allargare le braccia quasi nel tentativo di volare sul parco di Sanremo non le fu perdonato tanto facilmente… Insomma, in generale, gli “urlatori” furono cri-

Il complesso di Salice Santo

ticati aspramente dal pubblico più tradizionalista. Quando arrivò in Italia il Rock’n roll, questa nuova musica trovò così terreno fertilissimo: Adriano Celentano , Mina, Little Tony,Gaber, Jannacci, Ghigo Agosti, Richy Gianco, proposero questi nuovi ritmi ai giovani e loro li acclamarono. Quanto li odiarono i propri genitori che avrebbero voluto la loro musica fatta di melodie sussurrate e parole accattivanti ancora per molti e molti anni. Con queste poche parole abbiamo voluto sintetizzare questo magico periodo, che va dal dopo guerra fino al 1963 e personaggi, che hanno contribuito a fare diventare quegli anni indimenticabili. Anche a Crotone arrivarono le bellissime ed intramontabili canzoni degli anni ’50. Nascono così le prime orchestre per la gioia dei giovani crotonesi. Tra queste va citato Alfredo Garzieri e l’Orchestra New Orleans. Mentre tra i professori di musica è doveroso ricordare Carlo Giorleo, Nicola Corsaro e Domenico Campagna. A loro il compito di erudire coloro che si avviavano all’arte musicale, a suonare qualche strumento oltre al fatto che curavano il loro canto. In momenti così difficili, nonostante tutto, ecco che alcuni concittadini artisti si affacciano alla ribalta nazionale è il caso della cantante Angela Calabretta, già in Rai presentata dal famoso Corrado allora alle prime armi, che tanto successo ebbe e ne poteva ottenere di più se avesse avuto l’idea di continuare. Ma prima ancora occorre citare il 78 giri inciso negli anni ’50 dal titolo “Sul porto di Crotone” (valzer) dal complesso Salice Santo. A lato in una foto dell’epoca lo notiamo su una precaria postazione mentre si esibisce in una delle sue prestigiose performance. ◀ Gennaio/Febbraio 2019

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Cartoline da Crotone .

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Un album fotografico che racconta com’è cambiata la costa di Crotone e i suoi lidi

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s p o rt / ca l c i o

Una fantastica carriera nel pallone

Enzo Longo:

vecchia gloria, oggi scopritore di nuovi talenti

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C

di Giuseppe Livadoti

rotonese purosangue e con la passione del calcio fin dalla giovane età. Enzo Longo è stato un attaccante centrale a cavallo tra gli anni ’50 e ‘60 che, dopo aver militato in società di serie A, ha dedicato la sua vita al calcio da calciatore, prima, e quindi da osservatore quando ha deciso di appendere le scarpe al classico “chiodo”. È passato dalle squadre dilettanti della sua città alla massima serie dove ha continuato a collaborare come talent scout. Ha mosso i primi passi nel mondo calcistico con le formazioni giovanili “Stella Rossa del mare” gestita da Pasquale Alfì e “Lanerossi” di Michele Macirella. L’approdo nella famiglia calcistica del Crotone è avvenuto tra i giovanissimi per passare poi nella seconda squadra. Con la maglia rossoblù ha debuttato tra i titolari, in serie D, in occasione della trasferta di Pozzuoli (Puteolana – Crotone terminata 1-1). Tra i componenti di quella formazione figuravano fra l’altro il difensore Fino e l’attaccante Rocca (campionato 1957/1958). Il definitivo salto di qualità da giocatore Enzo lo ha compiuto con il passaggio alla Sampdoria dove è rimasto per tre stagioni. All’epoca, per un calciatore nato e cresciuto a Crotone, non c’era altra possibilità che il Nord. E così è stato anche per Longo. Con la maglia blucerchiata vanta una breve apparizione nella formazione Juniors regionale, guadagnandosi la convocazione nella Nazionale di categoria insieme ad altri

giovani quali Mazzola e Rivera. Dopo questa esperienza, Enzo è passato nella formazione De Martino guadagnandosi così la convocazione nella prima squadra sampdoriana dove ha collezionato tre presenze. «Sono stati gli anni più belli della carriera calcistica – ci ha dichiarato Longo – vissuti insieme a giocatori di un certo prestigio: Frustalupi, Ghio, Morini, Visentin, Salvi, Pienti, Garbarini…». È stata tanta la soddisfazione incamerata da Enzo in quegli anni. Ad interromperla, proprio nel momento clou della sua carriera calcistica, è stato un infortunio subito nel corso di un allenamento a San Pietro d’Arena. «Fu un brutto infortunio – ricorda oggi Longo – si trattò di uno scontro di testa con Morini che mi fece rimanere in coma per quattro giorni». A seguito della botta rimediata, l’attaccante di origini pitagoriche passò la sua convalescenza a Crotone per due mesi. Poi di nuovo sui campi di calcio, ma questa volta in quel di Savona, in serie B. Chiusa anche questa parentesi, Enzo, approdò in serie C ad Enna dove trovò come giocatore quel Ventura, attuale allenatore del Torino. Come gran parte dei giocatori professionisti, sul finire della sua carriera, il bomber rossoblù ha poi intrapreso quella di allenatore e giocatore (dopo aver conseguito a Catania l’abilitazione di tecnico di terza categoria). La carriera di allenatore, però, sembrava non appassionarlo. Ecco perché decise di restare nell’ambito calcistico, ma dedicandosi su quel versante che ancora oggi pratica: l’osGennaio/Febbraio 2019

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servatore di giovani talenti per conto di squadre di serie A. Fu la Juventus la prima società ad affidargli questo compito per cinque anni (dal 1985 al 1990). Dai bianconeri passò successivamente ai nerazzurri dell’Inter. Con la società meneghina Enzo collaborò per due anni (dal 1991 al 1992) quando ds era il compianto Giacinto Facchetti. Ma il suo ricco passato nel mondo professionistico proseguì anche oltre. Sbarcò infatti in Sicilia, a Licata, per accontentare Zeman, allora allenatore di quella squadra, che compì l’impresa di riportare la società nel calcio che conta. Lasciata la Sicilia, tra anni dopo, il talent scout è passato in qualità di collaboratore al settore giovanile della Figc. Collaborazione, questa, che è durata tre anni. Il campionato 1999/2000 è quello del ritorno nella città di Pitagora, dove il Crotone sta dominando i campionati di terza serie. È questo l’anno della storica promozione degli squali in serie B (1999/2000) con Antonello Cuccureddu allenatore. La permanenza nella sua città da osservatore o come collaboratore è durato però un solo anno. I cinque anni successivi (2000/2005) lo vedono osservatore del Torino al fianco del direttore sportivo Renato Zaccarelli. «Il rapporto con Zaccarelli è stato di vera amicizia – ci ha

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dichiarato Enzo – tant’è che l’anno successivo, 2006, quando passò al Bologna, mi volle con lui e lo seguì. La permanenza nella città delle due torri è durata una sola stagione per mancanza di adeguate strutture». Terminata la breve esperienza di Bologna, Enzo è tornato in forze al Torino dov’è tuttora in qualità di osservatore. Sono stati i giovani che il talent scout ha scoperto e segnalato a società di serie B. I nomi, per vari motivi non li ha resi pubblici. «Non vorrei essere tacciato di pubblicizzare nomi per spirito di parte» è stata la sua risposta. Ed a proposito della politica rivolta ai giovani calciatori che l’attuale società del Crotone sta praticando, Enzo ci ha dichiarato: «E’ un’ottima politica che si sta rivelando vincente nel tempo grazie alla competenza del presidente Raffaele Vrenna e del ds Beppe Ursino. Ci sono tanti giovani ben messi in campo e da un tecnico bravo qual è Massimo Drago. Il mio augurio è quello che il Crotone favorsica una sempre maggiore presenza di giovani calciatori locali». L’auspicio di Enzo e un po’ quello di tutti. Il Crotone nel passato ha sempre prodotto ottimi giocatori che, iniziando a calpestare il terreno dell’Ezio Scida, sono poi approdati in squadre di serie superiore, a volte arrivando a calcare il rettangoli di gioco della A. ◀

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s p o rt / ca l c i o

Figura storica del calcio crotonese: fu allenatore e talent scout nei dilettanti, poi dirigente rossoblù

Un anno fa ci lasciava Renato Punzo

P

di Giuseppe Livadoti

er parlare di Renato e descrivere la sua passione per il calcio crotonese occorrerebbero pagine di giornali o diverse puntate televisive. Ma a volte bastano poche righe per tratteggiare una figura da sempre nota nell’ambiente calcistico. Fin dalla giovane età, Renato, oltre ad essere un tifosissimo del Crotone, ha sempre vissuto il calcio provinciale in maniera diretta. Talent scout di molti giovani calciatori poi affermatesi in serie C e B. Renato se ne andava in giro per Crotone osservando qualche ragazzo nei campetti improvvisati della città (per molto tempo l’unica struttura calcistica a Crotone era l’Ezio Scida), poi lo inseriva nella sua squadra (Italia) e li plasmava per affrontare i campionati dilettanti. Da “Italia” sono usciti giocatori quali Gustino Geremicca, Mimmo Pulvirenti, Leonida, tanto per fare alcuni nomi ancora oggi conosciuti dall’intera tifoseria pitagorica. Da allenatore Renato Punzo ha gestito anche il Crimisa e altre squadre dilettantistiche. Non solo come allenatore, Renato è ricordato maggiormente per ciò che ha dato al calcio crotonese in qualità di dirigente nel lungo percorso quarantennale nella società rossoblù. Nel Crotone come direttore sportivo sotto l’egida del presidente Francesco Pizzuti in serie C e successiva-

mente con i presidenti Mimmo Campagna e Mimmo Merigliano. Un lungo percorso che ha visto Renato “ingoiare” come tutti i tifosi crotonesi, l’amaro di alcuni fallimenti insieme a qualche ottimo campionato di serie C: famoso quello in cui il Crotone ha lottato fino all’ultima partita contro il Bari per la promozione in serie B. Dai dilettanti fino alla serie B, un altro brillante percorso fatto da Renato come segretario nella società dei fratelli Raffaele e Gianni Vrenna. La grande gioia di Renato, in quest’ultimo viatico durato oltre un ventennio, è quella di aver coronato il sogno di vedere il suo Crotone arrivare in serie B. Ma come si afferma a proposito dei sogni, esiste sempre quello ancora più gratificante. Ed il sogno più gratificante per Renato è stato vedere il Crotone promosso nella massima serie. Con questa gioia, con il Crotone in serie A, all’età di 87 anni, Renato ci ha lasciato i primi giorni del 2018. Se nell’aldilà esiste un’altra vita, Renato di sicuro continuerà a interessarsi di calcio per centrare altri successi. ◀ Gennaio/Febbraio 2019

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Il Marchesato  

Anno 1 Nr. 1 Edizione Gennaio/Febbraio 2019

Il Marchesato  

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