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Cinema

Musica

Arte

“La via della terra”: un docufilm sulle lotte contadine per la dignità

“The Apaches” e gli altri gruppi della contestazione giovanile nel ‘68

Pino Attivissimo: artista geniale e incompreso del secolo scorso

SUPPLEMENTO DE ‘‘LA PROVINCIA KR” - via San Francesco, 6 - 88900 Crotone (KR) - Tel. 0962/1920909 N. 2 Marzo/Aprile 2019

Santi, baroni contadini e briganti

Storie dimenticate del territorio di Crotone LETTURE “COSMA & MITO”: GRAPHIC NOVEL IN STILE GEKIGA SULLA CALABRIA


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Sommario N. 2 - Marzo/Aprile 2019

SUPPLEMENTO CULTURALE DE ‘‘LA PROVINCIA KR” Via San Francesco, 6 - 88900 Crotone (KR) - Tel. 0962/1920909

EDITORIALE

CINEMA Docufilm:“La via della terra”----------- ▶ pag. 48

PRIMO PIANO

FUMETTO&DINTORNI Cosma&Mito: Calabria ancestrale--------▶ pag. 50

ATTUALITÀ

Paraletteratura----------------------------------------▶ pag. 8

MUSICA Le band del ‘68 a Crotone--------------------▶ pag. 52

MEMORIE

SPORT

Cylone oggi---------------------------------------------▶ pag. 5 Infrastruttre: senza strategia----------------------▶ pag. 6

Nel Giorno del ricordo: Foibe---------------------▶ pag. 9 Ferramonti di Tarsia: il lager------------------- ▶ pag. 10

Emilio Ape: una vita per il nuoto--------------▶ pag. 54

FOCUS

Luigi Lilio da Cirò-------------------------------- -▶ pag. 12

ARTE

Attivissimo: l’artista crotonese-----------------▶ pag. 14

di Antonio Carella FONDATO NEL 1994

BENI CULTURALI Origini del culto a Capo Colonna------▶ pag. 18 Palazzo Suriano: nella Giudecca-------▶ pag. 20 SATIRA

La statua di Turano--------------------------------▶ pag. 25

STORIA LOCALE L’antica centrale elettrica-----------------▶ pag. 26 TERRA DI SANTI San Dionigi l’Aeropagita--------------▶ pag. 28 Fra’ Bonaventura da Casabona-------▶ pag. 29 Cutro: San Rocco, convento-----------▶ pag. 30 Ecce Homo di Mesoraca---------------▶ pag. 32 Petilia Policastro: Sacra Spina--------▶ pag. 33 NUMISMATICA La summachìa con Temesa---------------▶ pag. 34 REPORTAGE Momenti di vita contadina------------------▶ pag. 36 SPECIALE Le origini del Marchesato--------------------▶ pag. 38 SOCIETÀ Bringantaggio nel Crotonese------------▶ pag. 45

Autorizzazione n. 70 del 12.8.94 - Tribunale di Crotone Direttore responsabile Antonio CARELLA Direttore editoriale Giuliano CARELLA ---------------------------------Uffici e Redazione: Via San Francesco, 6 (Pal. 8) 88900 CROTONE (KR) ---------------------------------Contatti tel. 0962.192 09 09 www.laprovinciakr.it info@laprovinciakr.it ---------------------------------La collaborazione è aperta a tutti ed a titolo assolutamente gratuito. Manoscritti e fotografie, anche se non pubblicati, non verranno restituiti. La responsabilità civile e penale è da imputare esclusivamente agli autori; non necessariamente la redazione di questa testata è da considerarsi in linea con gli stessi. ---------------------------------PROGETTO EDITORIALE Grafiche e Comunicazioni Carella Crotone - tel. e fax 0962 1920909 STAMPA: Online- Crotone

POESIA Mario Riganello: i versi---------------------▶ pag. 46 Marzo/Aprile 2019

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L ’E D I T O R I A L E

di Antonio Carella

Cylone oggi... Democrazia e progresso per tutti

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l contrario della democrazia è la dittatura. Tra questi due sistemi governativi s’inserisce in maniera ancora più ambigua l’oligarchia, cioè la gestione della cosa pubblica nelle mani di poche persone. Ciò significa l’esclusione dalla vita sociale di intere fasce di una società destinata a vivere in uno stato di miseria e povertà. La riflessione ci porta a pensare cosa sia stata la politica sin da quando l’uomo ha iniziato a vivere in comunità.   Nonostante tutti gli sforzi compiuti per migliorare la qualità della vita si è arrivati alla conclusione che la democrazia è una vera e propria utopia. Prova ne è il ripetersi di alcuni fenomeni periodici aventi come obiettivo la conquista della sovranità popolare attraverso mezzi violenti e autoritari che nulla hanno a che vedere con il dettato morale del rispetto verso l’altrui persona. Si assiste sempre più, anziché placarsi, ad azioni ribelli magari camuffate da una forma di populismo o da altri movimenti di massa “scagliati” al fine di abbattere la classe dirigente che (dis)amministra la cosa pubblica.   Il resto della comunità, d’altro canto, assiste quasi inerme all’involuzione sociale e non interviene per arginare tale pericoloso fenomeno. Sono nati così in passato i cosiddetti regimi autoritari che hanno provocato la morte di milioni di persone. Un punto di riferimento più congeniale al cammino civico è quello di fare riferimento alla Carta costituzionale che indica i punti cardini di princìpi, valori e comportamenti di una nazione. Occorre restare vigili ed attenti affinché l’abuso eccessivo della democrazia non sfoci fatalmente nella trasgressione di alcuni principi morali. L’ingiustizia, la corruzione e la sfrenata corsa all’occupazione del potere per scopi personali sono la causa più deleteria per una collettività progredita. Parlando di democrazia al cui sistema siamo tutti legati, almeno a parole (occorre poi verificarlo nei fatti), va ricordato un nostro storico concittadino di nome Cylone vissuto nel V secolo a. C. che a dire dello storico Giamblico sarebbe stato il primo “progressista” della storia. Portò, infatti, il popolo a decidere per la prima volta sui problemi sociali all’interno del sinedrion.   Cylone si inserisce nei correnti desideri di rinascita della cultura, quasi fosse un prolungamento ideale dei migliori albori della nostra civiltà, così come ci è stato tramandato dall’epoca pitagorica.   Cylone, storicamente, era in realtà un antagonista di Pitagora, ma secondo due tipi di versioni: la prima, lo vedrebbe nella posizione di colui che si ribellava perché escluso dalla classe aristocratica che governava la città; secondo altra ipotesi, era colui che osteggiava Pitagora, protettore degli aristocratici, per rovesciare il governo in una reale democrazia.   Abbracciando una delle due interpretazioni, risulta comunque evidente che Cylone era un rinnovatore. Del resto, ogni qual volta l’uomo si pone come obiettivo la sua crescita e della società in cui vive, è necessario il cambiamento. È questo lo spirito dei “puri”

che vogliono migliorare la quotidianità e non vogliono che ciò sia solo per sé stessi. I tempi sono maturi perché si riscoprano i valori sommersi dal tempo e quindi si riportino alla luce quelle tradizioni e quegli usi che sono forse la parte migliore del nostra società. Parlare di disoccupazione sembra quasi un fatto scontato. Orbene, occorre organizzarsi per combatterla, ma paradossalmente questo è più difficile a farsi che a dirsi. Si ritiene che, proprio attraverso una valido coordinamento di giovani, si possano trovare idee e campi di formazione utili per iniziare a risolvere il problema. Ma non solo. Serve anche canalizzare la socialità dei giovani attraverso iniziative che consentano di esprimersi liberamente nello sport, nello spettacolo e soprattutto nella sfera culturale in accezione più ampia. Lo sviluppo appartiene a pochi il progresso, invece, deve essere di tutti.   Altro punto focale da tenere in evidenza è la pari dignità dei due sessi. La donna, nella diversità di ruolo e di funzioni, deve vedersi riconosciuta, al pari del suo compagno, quale portatrice di indispensabili contributi nell’ambito in cui opera, sia esso il lavoro, la famiglia o la compagnia di amici. Solo con un’adeguata campagna informativa per una forte sensibilizzazione si potrà ottenere quel passaggio dall’ideale al reale. Quindi la democrazia come fatto centrale del vivere civile. Per gestire una società progredita, così come ci hanno tramandato Pitagora e Cylone, bisogna far sì che giustizia, democrazia e sapere siano i pilastri fondamentali della rinascita. ◀

Cylone guida una rivolta contro i Pitagorici, 509 aC circa: “Storia delle Nazioni” di Hutchinson pubblicata nel 1915

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P R I M O P IA N O

Così hanno affondato porto,aeroporto e ferrovia

Infrastrutture:

questa classe dirigente non ha strategia! di Antonio Carella*

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l sistema portuale di Crotone è morto e sepolto nelle acque torbide e inquinate del mare Ionio. Sembra non accorgersene nessuno tranne qualcuno che passeggiando lungo le sue banchine nota con grande dispiacere l’assenza dei grossi bastimenti che approdavano nel passato. Al tempo della produzione industriale, c’era un pullulare di attracchi che davano vita a una economia sufficiente a dare lavoro per migliaia di lavoratori. Sì, è vero, la caduta dell’economia locale è avvenuta per cause imprevedibili come la crisi della chimica in Italia e il conseguente repentino smantellamento del sito industriale. Presa di sorpresa la classe dirigente non ha saputo reagire e non è riuscita a creare i presupposti per attivare una strategia alternativa atta a sopperire ai contraccolpi di una così grave crisi. Per strategia s’intende l’intercettazione delle opportunità commerciali e turistiche per ricreare una nuova identità lavorativa alle maestranze rimaste senza occupazione. Anche gli operatori portuali rimasti in balìa delle onde. Proprio quest’ultima categoria, invece, ha bisogno di una cambiamento di mentalità e quindi rimettere in gioco le posizioni consolidate nel tempo. Questo non vuol dire perdere il lavoro. Perché l’innovazione va programmata, acquisendo nuovi servizi in prospettiva di una capacità evolutiva più larga e qualificata. Solo così si potrà pensare a una compagine di moderni imprenditori di cui ha necessità il mercato. In materia, fa specie l’ultimo fallimento politico registrato con la chiusura per adeguamento alla nuova normativa della società “Marina di Crotone Spa”. Eppure si tratta di una società giuridica che fa ben sperare per un nuovo piano di sviluppo atta a favorire l’imprenditoria locale. Stessa cosa è successo per le società di Stu Porto e Stu Stazione! E che dire poi dello scadente interesse dell’Autorità portuale di Gioia Tauro che ha trascura-

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to più di quanto si possa pensare il nostro porto. Non ha saputo svolgere il ruolo che gli compete, facendo sentire una lontananza di chilometri e chilometri nonostante avesse la sede in Calabria. Testimonianza ne è la mancata approvazione del piano regolatore portuale. Tutti strumenti operativi indispensabili al rilancio economico soppressi. Questo si chiama autolesionismo! Ignorando queste vessazioni si va a consegnare l’aeroporto alla Sacal, ovvero nelle mani di chi, prima, ci ha scippato lo sca portandoselo a Lamezia Terme con la scusa della centralità calabrese e, poi, sta facendo perdere l’interesse della mobilità da e per Crotone facendola rimanere isolata dal resto della Calabria e del mondo. E ancora, nonostante gli sforzi iniziali di Cciaa e Comune di Crotone, in solo due amministrazioni sono arrivati, tra attese e abbandoni, a chiudere la società che aveva il compito strategico di governare i processi di rilancio dell’infrastruttura più importante presente sul territorio. Di questi argomenti non ne parla più nessuno, né partiti né istituzioni, mentre la società civile fa quello che può, ma poi è costretta a fermarsi in quanto difetta di competenza. Sul Nucleo industriale (Corap) poi c’è da stendere un velo pietoso! Da sempre braccio armato del Comune, per la programmazione e attuazione di iniziative imprenditoriali, in poco tempo è stato depotenziato dai servizi di sua competenza (quindi mancanza di autosostegno), finendo col mortificare le professionalità esistenti in organico alla struttura. Addirittura sono arrivati al punto di non percepire lo stipendio da alcuni mesi. Le speranze si erano aperte con l’avvento della nuova amministrazione. Tutto è finito miseramente nell’attuazione del programma amministrativo, nonostante avessero annunciato durante campagna elettorale l’impegno di mettere tra le priorità il rilancio del

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sistema diportistico. Eppure, altri porti turistici del Mediterraneo avevano dato la disponibilità a investire milioni di finanziamenti su Crotone senza chiedere l’aiuto delle istituzioni pubbliche. A questo “misterioso” insuccesso dovrebbero rispondere coloro che hanno tenuto rapporti con gli imprenditori stranieri interessati all’affaire. Ci si chiede come mai alla fine costoro hanno disatteso un’occasione così ghiotta? Tutto tace e nessuno spiega come sono andate le cose. Nel frattempo si registra l’ennesimo fallimento. Si continuano a perdere occasioni d’oro per creare posti di lavoro. Ormai, com’è noto, le istituzioni pubbliche non possono più accogliere personale perché in bolletta e allora occorre pensare a creare posti di lavoro attraverso le iniziative private incentivandole con finanziamenti mirati. Non tutto però è perduto. Per dare attuazione a un piano strategico di sviluppo ci sono tutti i presupposti. A partire dalla bonifica dell’area industriale e del porto. A ciò si aggiunga una specifica rivisitazione urbanistica dal centro storico fino ad arrivare alle foci dell’Esaro. Il tutto, coinvolgendo a pieno la parte marittima della città, oggi divisa in due da una barriera invisibile e non fruibile ai cittadini. E ancora si pensi alla bonifica dell’area Sensi tra il porto nuovo e quello vecchio per dare vita ad iniziative del tempo libero e culturale. Nelle città marine più importanti del Mediterraneo centro città e zona mare risultano armoniosamente legate tra di loro per trarne il massimo profitto. Si fa sentire poi la mancanza di una piano d’intesa tra le istituzioni, nonostante gli annunci e le prese di posizione che sembrano essere più volte in linea politica tra di loro. Per attuare un piano di sviluppo occorre far convergere idee e risorse. L’attesa intanto è logorante!

Quanti posti di lavoro si sarebbero potuto creare in questi anni ragionando sui servizi soprattutto portuali e altri ancora. Non c’è bisogno di fare l’elenco della lavandaia per sapere quante cose si possono fare: da tempo si rivendica un indirizzo di sviluppo al Comune padrone e primo attore insensibile del territorio. Finora tutte le amministrazioni succedutesi negli anni hanno fatto orecchie da mercante. Destra, centro e sinistra che fossero sono sopravvissuti alla giornata. Viene facile sapere di cosa ha bisogno quest’area portuale. È estremamente importante, ad esempio, avere una logistica degna di questo nome con una attrezzatura di movimento merci e di persone moderna e ad alta tecnologia. Lo sguardo deve essere rivolto all’accoglienza e al ricovero dei megayacht dai 24 ai 120 metri, fornendo loro servizi di alta qualità. Se poi si collega la diportistica all’altra modalità di trasporto rappresentata dalla mobilità aerea, non disdegnando di rivendicare fortemente la riattivazione completa della modalità ferroviaria, il gioco sarebbe fatto. Altre iniziative dovrebbero interessare la filiera della nautica moderna e tante altre trovate che girino intorno a una azione complessiva per il rilancio del sistema portuale. Così si crea uno sviluppo confacente al territorio e al resto della Calabria. Purtroppo, di questi discorsi, in consiglio comunale non se ne discute più. Il consesso civico viene convocato, di amministrazione in amministrazione, solo per ratificare lunghe liste di spese vecchie e nuove. Tutto ciò si svolge in una struttura comunale fatiscente e priva di personale, spesso poco riqualificato a rendere un servizio di assistenza all’altezza dei cittadini crotoniati. ◀ * Segretario provinciale Conf.i.a.l. Marzo/Aprile 2019

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ATT UA L ITÀ

PARALETTERATURA

Emblema del lettore cresciuto nell’era delle televisioni abituato a ricezioni disimpegnate e veicolate dal telecomando

È

di Franco Federico

difficile immaginare che, al giorno d’oggi, si possano ancora incontrare lettori di opere composte in epoca medievale, rinascimentale o barocca. Ancor più difficile è poter credere che un simile lettore possa coincidere con un ragazzo o un giovane dei giorni nostri. Che abbia “studiato” o meno sembra non avere più alcuna importanza, visto che i comportamenti sia dei giovani scolarizzati che di coloro i quali sono a malapena riusciti a completare la scuola dell’obbligo si equivalgono ormai quasi alla perfezione. Ragion per cui la letteratura pre-ottocentesca rappresenta il patrimonio di un gruppo non molto esteso di lettori, che possiamo definire “specialisti”. Qualche brandello della stessa letteratura viene assaggiato nel periodo scolastico, ma, per ragioni che sarebbe qui lungo spiegare, nella maggior parte dei casi tali assaggi servono poco a suscitare il gusto di questo, o di altro tipo di letteratura. E’, insomma, cosa quanto mai improbabile che lettori dei giorni nostri si indirizzino verso la conoscenza integrale di opere come, ad esempio, la “Divina commedia”, il “Decameron”, “l’Orlando furioso” o “La Gerusalemme liberata”. E ciò non solo per la difficoltà quasi insormontabile dovuta all’enorme distanza tra la lingua, in cui risultano espressi detti capolavori, e la lingua odierna, o all’eccessiva pregnanza dei riferimenti culturali e retorici, che è sottesa allo stesso tipo di scrittura, ma per quel senso di profondo distacco con cui la coscienza dell’uomo d’oggi si pone nei loro confronti. La scuola, si sa, contribuisce non poco ad alimentare intorno alle stesse opere un’aureola di reverenzialità, che non giova certo a farle percepire come vicine al proprio raggio di sensibilità e di cultura. Un’operazione, come quella che è stata qualche tempo fa compiuta da Aldo Busi e Piero Melograni, di tradurre in lingua ed immagini moderne classici famosi della letteratura trecentesca e cinquecentesca, come il Decameron e Il Principe, risponde appunto alla necessità di accostare queste “difficili” e reverenziali opere ad un pubblico quanto più vasto possibile. Non c’interessa qui entrare nel merito di questa discutibilissima operazione; ci preme piuttosto prendere atto di un dato di fatto alquanto significativo: i classici delle epoche più lontane, malgrado l’azione educativa svolta dalla scuola, sono destinati a restare sconosciuti al grosso pubblico. È come se fossero stati ormai depositati per sempre in un’immagi-

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naria soffitta, da dove mai nessuno forse andrà a prelevarli. E certo non è facile trovare il modo per contrastare l’ineluttabile destino di queste monumentali opere, di cui non è richiesta la lettura integrale neppure a coloro che in futuro dovranno educare alla letteratura e attraverso la letteratura, come gli studenti delle Facoltà universitarie di Lettere, chiamati a sorbirsi una mole sproporzionata di saggi critici, spesso poco piacevoli e destinati a non aiutarli certo a comprendere meglio il complesso mondo della letteratura e la fisionomia reale dei suoi poco probabili fruitori. Il che non succede, al contrario, con i prodotti paraletterari, nei quali si nota piuttosto una semplificazione dei codici di lingua e di forma, che altro non costituisce che un venire incontro alle esigenze di un tipo di lettore abituato ad un godimento prettamente affabulativo, a rivolgere cioè tutto l’impegno verso il contenuto. Quello della paraletteratura è, oltretutto, un lettore cresciuto nell’era delle televisioni e, per ciò stesso, abituato a ricezioni disimpegnate in ordine sia all’apporto riflessivo che alla stessa continuità ricettiva. Di che tipo di ricezione si tratti, bene lo evidenzia l’immagine del telecomando, ovvero la pratica dello “zapping”, simbolo dell’incessante mobilità dell’attenzione e della concentrazione. Che dire poi di quei prodotti di sottocultura, come l’ultimo libro di Fabrizio Corona, “Non mi avete fatto niente”, che si è piazzato all’apice delle classifiche attuali di vendita e alla cui pubblicazione, prescindendo da ogni qualsivoglia ragione di carattere non commerciale, si è prestato persino un prestigioso Editore come Mondadori. Ad attrarre, in questo caso, tanti lettori non è stata certo la semplificazione dei cosiddetti codici stilistico-narrativi, ma il semplice fatto che l’autore, un personaggio del mondo del gossip e delle cronache giudiziarie, con le sue confessioni erotiche, è andato a solleticare la morbosità e i più bassi istinti dell’odierno tipo di lettore. Quest’ultimo si barcamena così tra i prodotti di paraletteratura e di pornografia bella e buona e quelli, ancor più numerosi, che gli sono offerti dalla variegata realtà televisiva e dal mondo del web, dove egli trascorre non meno di tre ore al giorno, occupandosi perlopiù dei social, su cui si sono ormai trasferite, da un lato, la quotidiana cronaca esistenziale di ciascuno e, dall’altro, l’aspra battaglia politica dei giorni nostri, combattuta a colpi di ingiurie e falsità. ◀

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MEMORIE

Nel Giorno del Ricordo

Foibe: un’altra tragedia per tanti anni nell’oblio

L

di Antonio Carella

a legge con la quale il Parlamento italiano ha istituito il 10 Febbraio quale “Giorno del Ricordo” risale al 2004 per non dimenticare la tragedia immane che subirono le popolazioni residenti al confine triestino con la parte Est dell’Italia. Conservare e rinnovare la memoria della tragedia compiuta nei loro confronti va oltre ogni significato umano. Ne viene fuori una vicenda oscura nella quale s’intrecciano interessi politici economici e di vera e propria crudeltà umana consumata nei confronti di persone, grandi e piccoli che fossero, che assume una vera e propria pulizia etnica di questi nostri connazionali. Cittadini uccisi crudelmente e poi gettati nelle cavità carsiche cosiddette foibe sol perché italiani. Un progetto mirato e sostenuto per la maggior parte dei casi da discriminanti significati politici. Quale senso ha avuto un atto del genere se non quello di operare una vera e propria strage come quella sofferta dal popolo ebreo. La morte è morte e nessuno al mondo ha diritto di sopprimere la vita ad una persona. Troppe sono state le vittime coinvolte in un conflitto mondiale che ha visto uno sterminio di milioni di essere umani. Ci si chiede come mai si è arrivati a una tale determinazione a mettere in atto una tale orrendo progetto verso persone inermi e privi di ogni colpa. Pertanto occorre tenere alta l’attenzione affinché affinché episodi del genere non ne accadano più. In contrasto a corsi e ricorsi storici che vedono il ritorno di piccoli fuochi che alimentano strampalate ideologie totalitarie che tendono a sovvertire i canoni democratici del vivere civile. Neces-

sita spegnerli subito appena sorgono i primi focolai, altrimenti una volta divempati diventa più difficile spegnerli. È inutile lamentarsi poi dei danni causati. La memoria delle vittime delle foibe e degli italiani costretti all’esodo dalle ex province italiane della Venezia Giulia, dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia è un tema che ancora non ha raggiunto a pieno la coscienza di tutti gli Italiani. Qui cittadini meritano di essere celebrati non soltanto per le sofferenze patite a causa di quei criminali ma perchè è un loro diritto costituzionale da italiani. Non si tratta di una commemorazione come le altre ma tra il 1943 e il 1945 oltre 20000 connazionali vennero deportati, infoibati, fucilati o lasciati morire di fame e stenti nei campi di concentramento e altri 350000 furono costretti a esiliare dalle loro terre natie. Sotto i colpi degli uomini di Tito caddero per primi carabinieri, poliziotti e guardie di finanza, nonché i pochi militari fascisti della Rsi e i collaborazionisti che non erano riusciti a scappare per tempo. I malcapitati venivano legati l’un l’altro con un lungo fil di ferro stretto ai polsi, e disposti sugli argini delle fosse. Si apriva il fuoco colpendo i primi di fila facendo precipitare tutto il gruppo, morti e feriti lasciati morire di fame e pene dell’inferno. Nella foiba di Basovizza zona triestina, furono gettati tremila persone. Al danno si aggiunse la beffa con il trattato di Parigi in cui si decise di regalare alla Jugoslavia il diritto di confiscare tutti i beni dei cittadini italiani, con l’accordo che sarebbero poi stati indennizzati dal governo di Roma ma che poi in realtà non avvenne. ◀ Marzo/Aprile 2019

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MEMORIE

Ferramonti di Tarsia

il campo d’internamento per ebrei in Calabria

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di Salvatore Rongone

no degli episodi meno conosciuti e quasi ignorato dalla storiografia ufficiale è l’esistenza in Calabria, durante la seconda guerra mondiale, del campo d’internamento per ebrei a Ferramonti di Tarsia. Lì vissero oltre 2000 ebrei, per lo più tedeschi, austriaci, inglesi e rumeni. Non era un lager nazista, né si leggeva il cinico monito ‘Arbeit Macht Frei’ (Il lavoro rende liberi). Ferramonti era un punto di riferimento, un centro di raccolta per profughi sparsi per l’Italia e le sue colonie.     Ma procediamo con ordine. Il 4 giugno 1940 la Giunta comunale di Tarsia, piccolo centro agricolo in provincia di Cosenza, deliberava la concessione di un terreno nella contrada Ferramonti per dare asilo politico e assistenza a stranieri lontani dal suolo natìo, in concomitanza dell’ingresso dell’Italia nel conflitto mondiale. Il campo di raccolta sorgeva nella valle del fiume Crati, a circa 35 km. da Cosenza ed a 6 km. dal centro di Tarsia.   La zona in verità era malarica e non era stata completamente bonificata. La scelta del luogo era stata fatta dalla ditta costruttrice romana Eugenio Parrini che già operava in luogo. Malgrado ogni avversità, gli internati sopravvisuti hanno generalmente conservato un buon ricordo del campo per il rapporto d’amicizia e di sussistenza con la popolazione confinante. La direzione del campo venne affidata al Commissario di P.S. Paolo Salvatore alle cui dipendenze vi era un gruppo di agenti ed il Maresciallo di P.S. Gaetano Marrano. Le strutture del campo erano costituite da 92 baracche di legno e tra due di esse si alternavano delle costruzioni in muratura.   Tra i mesi di giugno e luglio del 1940 giunsero a Ferramonti, provenienti da varie città centro-settentrionali un centinaio di ebrei, solo uomini. Gli internati non erano sottoposti a regime carcerario. Potevano uscire dalle baracche, ma non superare il limite del campo senza uno speciale lasciapassare. Naturalmente era proibito di occuparsi di politica, era vietata la detenzione d’apparecchi radio e fotografici, la corrispondenza con i familiari era sottoposta a censura. Non era previsto l’obbligo di lavorare.   Chi non aveva reddito per il proprio mantenimento ri¬ceveva un sussidio governativo di lire 6,50. Alle necessità del vitto, me-

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diante pagamento a carico degli stessi internati, sopperiva la mensa gestita dalla ditta costruttrice del campo. Il trattamento da parte delle autorità fu sempre corretto e tollerante. Il Commissario Prefettizio Paolo Salvatore, direttore del campo sin dai primi giorni dell’insediamento, si dimostrò comprensivo e disponibile verso le esigenze dei reclusi a condizione che non accadessero disordini o insubordinazioni. La sua politica fu quella di lasciare fare. L’autonomia interna del campo era subordinata al rispetto formale delle norme, onde evitare richiami da parte delle autorità superiori. Gli internati realizzarono ben presto un’organizzazione interna a carattere democratico ba¬sata sull’elezione di un delegato per ogni baracca (capo-camerata) e tutta una serie di servizi logistici, quali le cucine cooperative, la biblioteca, il tribunale, un ambulatorio medico, la Sinagoga, ecc. Il direttore del campo riconosceva ufficialmente l’esistenza degli organi di autogestione e si appoggiava volentieri ad essi per mantenere la tranquillità del campo. Alla fine di settembre del 1940 il numero degli internati salì improvvisamente a 700 unità con l’arrivo di 300 ebrei provenienti dalla Libia, i quali erano stati arrestati a Bengasi.   Tra di essi figuravano donne e bambini. Con la venuta dei nuovi arrivati e dato che i rifornimenti ritardavano ad essere aggiornati alle nuove esigenze, fu chiesto al direttore del campo che alcuni di essi fossero accompagnati a Tarsia per approvvigionarsi di generi di prima necessità. Infatti 15 di essi, accompagnati da due guardie, si recarono a Tarsia e trovarono un negozio. Malgrado il razionamento in atto, l’esercente li rifornì del necessario a prezzi normali, senza pretendere un minimo di soprassoldo, questo per detto del recluso Emilio Braun. Un comitato di assistenza Per fare fronte alle urgenti necessità dei “Bengasi” gli internati costituirono un comitato di assistenza, presieduto dall’avvocato Massimiliano Pereles. Il comitato aveva lo scopo di fornire assistenza materiale e morale ai più bisognosi. Contemporaneamente con l’arrivo dei bambini, provenienti da oltre dieci paesi, fu provveduto all’apertura delle scuole per l’istruzione.   Non mancò a Ferramonti l’assistenza dell’organizzazione israe-

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In alto: partita di calcio fra internati.A sinistra: foto di gruppo. mista uomini e donne del campo. In basso da sinistra a destra: il commissario Paolo Salvatore e il maresciallo Gaetano marano

lita “Kalk”, che aveva la sua sede a Milano, con l’invio di latte in scatola, medicinali, indumenti e persino giocattoli per bambini. Per rendere più sopportabile il periodo d’internamento ognuno cercava di svolgere un’attività, si studiavano le diverse lingue, si costruivano oggetti d’artigianato che i reclusi scambiavano con la popolazione confinante. Il 22 maggio 1941 Ferramonti era visitata dal Nunzio Apostolico presso il Governo Italiano Mons. Francesco Borgoncini-Duca. Dopo i convenevoli l’internato G. Lax così si rivolse al Prelato: “...sotto il bel sole di Calabria avveniva qualcosa di insolito: la guerra faceva sorgere qui un abitato. Le baracche si popolarono rapidamente e, in queste contrade destinate ad udire solo il bell’idioma italico, presero a risuonare altre e diverse lingue.   Questi abitanti vengono da lontano, costretti dalle avversità della sorte. Ognuno porta con sé la memoria di un focolare abbandonato o distrutto, di una famiglia dispersa; lo sconforto della rovina delle sue migliori speranze, il ricordo dolorante di tutte le cose care che non ci sono più”. Gli internati di fede cattolica colsero l’occasione della visita del Nunzio per chiedere di potere avere a Ferramonti una continua assistenza spirituale.   Due mesi dopo il Vaticano inviava al campo Padre Callisto Lopinot, che ben presto riuscì ad accattivarsi la loro simpatia. A Ferramonti tra i mesi di luglio e ottobre 1941 giunsero 300 ebrei provenienti dalla Jugoslava e dall’Albania. Nel 1942 giunsero altri 500 internati provenienti da Bratislava. Durante la navigazione la nave si era incagliata nell’isolotto dl Kamila-Nisi. Soccorsi da una nave italiana furono portati a Rodi e da qui trasferiti a Ferramonti.   Il 1943 non si presentò sotto buoni auspici. Infatti, il 22 gennaio venne trasferito ad altro incarico il direttore del campo Paolo Salvatore, colui che era stato l’artefice della cortesia, della mitezza tra custodi e reclusi, della tacita intesa che che aveva consentito discrete condizioni di vita e ampia autonomia agli interessati. L’operato del direttore non era piaciuto agli ambienti più intransigenti del Regime, che accusò Salvatore di varie inadempienze che determinarono il suo allontanamento dal campo. Non sappiamo quando, ma anche il maresciallo Gaetano Marrano seguì la sorte del suo comandante. Uno degli internati cosi scriveva di lui: «...Possano queste righe essere lette dal Maresciallo Marrano e portare a lui con la mia, la riconoscenza degli ebrei ospitati nel campo di Ferramonti; millecinquecento uomini lo ricorderanno sempre con gratitudine, millecinquecento anime che vivranno con simpatia con lui, oggi e domani, quando essi saranno ritornati, e speriamo presto, alle loro lontane terre, nelle case riacquistate, tra le loro famiglie, liberi, finalmente liberi...».

Verso la liberta’ Nella primavera del 1943 purtroppo la fame si faceva sentire, si moriva per denutrizione e per malaria e gli internati erano costretti a svendere al mercato nero i pochi ricor¬di di famiglia per sopravvivere. Incalzanti gli arrivi giornalieri dei deportati dalle province d’Asti, Aosta, Viterbo, dalla Corsica e dalla Jugoslava. Alla fine del 1943 il numero degli internati superava le 2000 unità. L’otto settembre, avendo timore che i tedeschi in fuga deportassero in Germania gli ebrei, il campo si spopolava e i reclusi trovavano rifugio nei paesi limitrofi: Tarsia, Santa Sofia, San Demetrio Corone e Bisignano. Il 14 settembre con l’entrata della VIII Amata Britannica, il campo di concentramento viene liberato e a poco a poco i fuggiaschi vi rientrano, sotto la protezione del Governo Militare Alleato, quindi il campo di Ferramonti assume la denominazione di “Centro Profughi dell’Italia Libera” . Gli abitanti di Ferramonti tornano ad essere poco meno di 1800 unità. Tra gli anni 1944-945 numerose sono le partenze verso le città di Cosenza e di Bari, l’Egitto e la Palestina. Il loro numero è ridotto a circa 200 unità. Nel 1945 il campo di Ferramonti è chiuso definitivamente. Sciolto il campo, le baracche rimasero in piedi più o meno intatte fino agli anni cinquanta, poi una parte di esse venne smontata e utilizzata dai contadini come legna da ardere o per fare posto al tracciato autostradale. Piano piano il ricordo del campo, ben vivo tra gli ex internati e gli anziani, si affievolisce fino a scomparire del tutto con le nuove generazioni.   Nel 1988, ad opera di Carlo Spartaco Capogreco, nasce a Tarsia la Fondazione Ferramonti con l’intento di approfondire la ricerca e conservare la memoria. Il cimitero di Tarsia conserva quattro sepolture e un numero imprecisato di marmi con epitaffio che testimoniano la presenza degli ebrei nel campo di internamento di Ferramonti. Le sepolture, collocate in una piccola zona cimiteriale di mt. 4 x 2, sono allineate nella parte destra dell’ingresso principale del cimitero ed appartengono a: Rudolf Muller, Rosa Friedmann, Siegfried Margoniner e Max Manheim. Ultima lastra di un numero imprecisate di lastre è quella del piccolo Leo Wellesz, nato a Cosenza - e non a Ferramonti, come è scritto sulla lapide - il 2 gennaio 1943 da Geza e Charlotte Proskaner. Portato nel campo di Ferramonti il 12 gennaio 1943, vi morì il 4 aprile dello stesso anno per broncopolmonite. Per la stesura del presente articolo mi sono avvalso degli scritti dell’Istituto Calabresi per la storia dell’antifascismo e dell’Italia contemporanea. Si ringrazia la Fondazione Ferramonti e il Dipartimento di Storia contemporanea dell’Università di Bari per la collaborazione. ◀ Marzo/Aprile 2019

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LUIGI LILIO DA CIRÒ La settima Giornata regionale del Calendario in memoria dello scienziato che lo rivoluzionò

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di Agharti

irò, antico borgo di Calabria, diede i natali all’astronomo Luigi Giglio, o Lilio come latinamente viene chiamato. E’ qui che nacque, nel primo decennio del XVI secolo, l’ideatore del Calendario Gregoriano entrato in vigore per espressa volontà di Papa Gregorio XIII, nel lontano 1582. Prima di allora, le umane attività erano regolate dal Calendario Giuliano (introdotto da Giulio Cesare nel 45 a.C.), e per oltre 1600 anni ci si avvalse di quel sistema di misurazione del tempo, che però presentava alcune inesattezze assai rilevanti. Venne così ad accumularsi, nell’anno in cui fu emanata la Bolla papale (1582) che imponeva al mondo cristiano l’adozione e quindi il rispetto del nuovo Calendario Gregoriano, un ritardo di 10 giorni calcolati dal Concilio di Nicea (325 d. C.).   Secondo Gordon Moyer “questo diva-

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rio suscitò nel Papa una preoccupazione particolare”. Al Concilio di Nicea, infatti, fu stabilito che la santa Pasqua dovesse essere celebrata nella prima domenica dopo il plenilunio di primavera, corrispondente alla data dell’equinozio di primavera (riconducibile al 21 marzo). Tale data, però, non poteva a lungo andare essere rispettata in quanto secondo i calcoli del Calendario Giuliano l’anno tropico (l’intervallo medio fra due passaggi consecutivi del sole apparente per l’equinozio di primavera) era di 365 giorni e 6 h, mentre in realtà è di 365 giorni, 5 h, 49’ e 45”. L’evidente imprecisione, riscontrata nel Calendario Giuliano, determinava una differenza di circa 11’, quindi, ogni 134 anni l’equinozio di primavera si trovava anticipato di un giorno. E all’epoca di Gregorio XIII cadeva addirittura l’11 marzo. Ecco perché “500 anni fa un altro credente, medico calabrese, matematico e d astronomo, Aloysius Lilius, studiò il modo migliore per essere sicuri di non sbagliare la Marzo/Aprile 2019

data della Pasqua”, secondo quanto affermato dall’illustre scienziato Antonino Zichichi (A. Zichichi, “L’irresistibile fascino del Tempo”, Il Saggiatore, Milano, 2000, pag. 120). Questa urgenza spinse il Papa ad istituire una Commissione di eminenti scienziati, incaricati di riformare il calendario. Ne facevano parte: il cardinale Guglielmo Sirleto di Guardavalle (che la presiedeva); il vescovo Vincenzo Lauro; l’astronomo Giuseppe Moletti; il patriarca di Antiochia Ignazio Nehemy; il canonico e giurista francese Serafino Olivier; l’interprete e studioso di lingue orientali Leonardo Abel di Malta; il domenicano Pietro Ignazio Danti di Perugia; il teologo spagnolo Pietro Chacòn; il matematico Giovan Battista Gabio; il gesuita tedesco Cristoforo Clavio (che si adoperò, con tenace determinazione, prima nella difesa e successivamente nell’applicazione del nuovo Calendario Gregoriano, in principio rifiutato dai Paesi protestanti), e infine l’astronomo Antonio Giglio (o Lilio) di Cirò,


il quale consegnò personalmente al Papa il progetto di riforma del calendario portato a compimento dal fratello Luigi - la cui morte sopraggiunse nel 1576, quindi prima che la Commissione pontificia istituita nello stesso anno potesse approvarlo - dopo uno studio durato dieci anni.   Dell’immortale opera di Luigi Lilio, originariamente raccolta sotto forma di manoscritto, rimane solo un Compendium (una sintesi) stampato nel 1577, del quale si era persa ogni traccia. Fu proprio Gordon Moyer, dell’Institut fur Geschichta der naturwissenschaften della Goete Universitat di Francoforte sul Meno, a scoprire dopo estenuanti ricerche il “Compendium novae rationis restituendi kalendarium” nella Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. Altre tre copie si trovano custodite a Roma, nella Biblioteca Vallicelliana, nella Biblioteca Apostolica Romana e nella Biblioteca Nazionale Centrale Vittorio Emanuele II, e

un’altra nella Biblioteca Comunale degli Intronati di Siena. Il Compendium era catalogato – a detta di Moyer – come “opera di autore anonimo”, pur essendo chiaramente indicato nelle prime pagine il nome dell’ingegnoso ideatore del Calendario Gregoriano, “Aloisio Lilio” (Luigi Lilio, appunto). A lui va attribuito l’indiscutibile merito di aver riportato l’equinozio di primavera al 21 marzo, nonché la geniale intuizione, frutto di approfonditi studi, di togliere 10 giorni dal Calendario Giuliano: tale correzione, secondo quanto suggerivano i suoi calcoli, era da effettuarsi nel corso di un periodo di 40 anni a partire dal 1584, oppure, come poi decretò la Commissione pontificia, dovevano essere soppressi immediatamente.   Cosa che avvenne, soprattutto per volontà di Cristoforo Clavio, già nel 1582 (anno in cui fu emanata la bolla papale che istituiva il nuovo calendario). Inoltre, il Calendario Giuliano prevedeva ogni 4 anni un giorno

intercalare, quindi la durata dell’anno doveva essere non più di 365 giorni, come nei tre anni precedenti, ma di 366 (chiamato anno bisestile). Lilio soppresse 3 giorni intercalari negli anni centenari non divisibili per 400, non più considerati bisestili (1800, 1900, ecc.), in modo tale da consentire il recupero di quegli 11’ di divario che ogni 400 anni diventavano 3 giorni.   I giorni intercalari che nel Calendario Giuliano erano 100 ogni 400 anni, nel nuovo calendario – un tempo chiamato Liliano – si riducono così a 97, sempre ogni 400 anni. “In che modo Lilio sia pervenuto a un valore di 365,2225 giorni – secondo Gordon Moyer – rimane un mistero”. Seguendo le riflessioni di Zichichi sull’opera immortale di Lilio, si capisce come “nonostante gli straordinari progressi nella misura del Tempo e delle coordinate astronomiche, questo Calendario non è stato - e non sarà – superato”. ◀

FOCUS

Giglio abolì l’anno lunare per sostituirlo con il solare che si compone di 365 giorni e sei ore

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n Italia, prima della fondazione di Roma nel ‘753 avanti Cristo, nei littorali abitati dai Greci, nel Lazio e nei Sabini, l’anno era di dodici mesi; Romolo lo ridusse in trecentoquattro giorni, lo riformò in dodici mesi e, togliendo il primo, Gennaio consacrato a Giano, e l’ultimo, Febbraio dedicato agli Dei dei morti, diede ad esso questo ordine: Marzo consacrato a Marte, Aprile a Venere, Maggio ai Maggiori, Giugno ai giovani, gli altri li chiamò Quintilis, Sextilis, fino a December, ai quali il leggendario Numa Pompilio, volendo adattare la sua riforma all’anno lunare, composto di 355 giorni, e osservando che il solare era undici giorni più lungo, riaggiunse nel 700 avanti Cristo Gennaio e Febbraio, diede ventinove giorni a Gennaio, Aprile, Giugno, Sestile, Settembre, Novembre, Dicembre, ventotto a Febbraio, trentuno agli altri quattro mesi, stimò che da due in due anni s’aggiungesse tra il 23 e 24 Febbraio un mese alternativamente di 22 e 23 giorni, e il filosofo-moralista Plutarco (n. 46 dopo Cristo) chiamò il mese intercalare Merhedomus.   Si conobbe che il supplemento alternativo del mese non era sufficiente, furono aggiunti pertanto altri tredici giorni, sei in Luglio, quattro in Settembre, tre in Novembre, chiamati “dies Merhedini”, nondimeno s’era tutto ridotto a una manifesta confusione, e Caio Giulio Cesare (101-44 avanti Cristo), che Lucano ce lo presentò intento ad osservare i movimenti delle stelle (“Media inter praelia semper/ Stellarum caelique plagis superisque vacavi”), cercó di riparare allo sconcio: adoperando i consigli degli astronomi Sosigene e Marco Flavio, egli abolì

l’anno lunare, vi sostituì il solare che compose di giorni 365 e sei ore, e lo dispose per mesi, col giorno intercalare in ogni quadriennio (in febbraio), tuttavia la differenza d’undici minuti in progresso di tempo apportò nuovo disordine, come rilevarono l’erudito Giulio Pontedera, il Blanchin, in “De Calendario et Cyclo Caesaris”, e il Blondel, nella “Storia del Calendario Romano”. L’errore che risultava dagli undici minuti di soverchio per anno, per cui l’equinozio della primavera, voluto dal Concilio niceno del 325 al ventuno marzo, giungeva nel 1502 il giorno undici, fu il motivo fondamentale che indusse Luigi Giglio di Cirò a elaborare un memorando progetto di riforma, illuminata e legittima, del Calendario: ivi sí toglievano dieci giorni all’anno 1582, si contava il giorno susseguente alla festività di S. Francesco non come il quinto del mese ma come il quindicesimo, in tal modo s’otteneva che l’equinozio primaverile cadesse il ventuno marzo, e, per riparare in avvenire a ogni altro simile inconveniente, vi si stabilì che ogni quattrocento anni si fossero tolti tre bisesti. Era naturale che il progetto, auspicato dal Concilio di Trento (13 dicembre 1545-14 dicembre 1562), dato lo spostamento delle feste solenni rispetto al rapporto con le stagioni che i deliberati di esso avevano fissato, e desiderato dall’astronomo Francesco di Foix, nativo di Candale in Francia, venisse comunicato, per volontà del Pontefice Gregorio XIII (1502-10 aprile 1585), riorganizzatore nel 1573 della Congregazione di Windesheim, illustrata dai Priori Bartolomeo Latomus (1s23-15’78), Guarnieri von Titz (161s) e Guglielmo Herckenroy (1560-1632). ◀ Marzo/Aprile 2019

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rte

uno degli artisti crotonesi più influenti del XX secolo

attivissimo

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di Rodolfo Bava

ttivissimo, ovvero Giuseppe Siniscalchi, pensava e, forse, si illudeva, che, dopo la sua morte, sarebbe riuscito ad ottenere quella notorietà agognata e non realizzata durante la sua breve esistenza. Era, senz’altro, un “genio” della tavolozza, un antesignano di una pittura originale, forse unica. La iniziale pittura dei “segni” si è evoluta con l’introduzione di figure appena accennate; per, poi, finire in un’esplosione inarrestabile di colori. Espose presso importanti gallerie della capitale, di Firenze, di Napoli e di altre città, riuscendo ad ottenere sempre dei giudizi lusinghieri da parte di noti critici d’arte. Prima di riportare alcune recensioni, ci piace riprendere l’introduzione ad una Mostra del 1980, da parte di Angelo Ferragina, il quale tratteggia un po’ il personaggio: “Pino è uno di quegli individui che nella vita hanno sofferto moltissimo, di quelli che fanno tutto a loro spese e soffrono per i motivi più disparati (incomprensione, false amicizie, ignoranza collettiva e via dicendo). Attivissimo ha un carattere difficile e semplice, sensibile come tutti i puri. La sua arte è lirico – drammatica e perciò tremendamente indicativa del suo stato d’animo “parlante” del suo permanente travaglio spirituale, Con la sua pittura, pertanto, svolge il suo solitario colloquio con quelli che soffrono materialmente e moralmente. La ricerca continua di una tematica socio – culturale storicamente provata ed espressa nelle sue tele e nelle sue forme pittoriche: dalla tristezza del nero misterioso, dal primitivo segno in rosso e dal puro giallo scritto in modo da sollecitare, nello spettatore, i mille perché dell’attuale società e del grave pessimismo, nell’arte, di un pittore tanto giovane, ma di sicuro talento e di grande avvenire.

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Ed ecco sulla rivista “Le Arti” del 17 maggio 1976, dopo una Mostra personale a Napoli, apparire questa “critica” del noto Gino Grassi “Attivissimo è un autentico talento incompreso. Ce lo presenta Gaetano Ganzerli, su proposta di Enrico Bugli. Il quale, nella sua veste di docente dell’Accademia di Belle Arti di Catanzaro, ha scoperto questo singolarissimo giovane artista. Attivissimo ha girato mezzo mondo nella sua foga hyppie e nel suo desiderio di vivere una esistenza quanto più autonoma e più autentica possibile, lontana dai comportamenti quotidiani e dai formalismi e vicina alla verità. Un autodidatta nel senso più alto della parola, il quale, dopo aver iniziato i regolari corsi, intraprende operazioni linguistiche di alto livello e si prende il lusso di giungere ad una decodificazione degli alfabeti pittorici più storicizzati in funzione di nuovi personalissimi codici espressivi. Come a dire che questo Attivissimo si colloca in una posizione fortemente innovativa, forse anche con scarsa consapevolezza, ma certamente con scatenato senso creativo. E’ anche ammissibile che Attivissimo agisca da “medium” e ritrasmetta segni e simboli di un alfabeto che gli proviene dall’Inconscio che ha recepito oscuri intrecci linguistici ancestrali. Può essere anche vero che la memoria può aver assimilato tracciati comunicativi di macchine mediche reinventando in un articolato discorso scenico. Certo è che il giovane pittore ripercorre strade già seguite da protagonisti dell’avanguardia (Manzoni, Burri, Schifano ?) e, dopo aver tratto le proprie deduzioni, comincia a procedere su di una strada pressochè inesplorata. Attivissimo ci fa conoscere delle superfici sulle quali il discorso segnico mostra un’inventiva d’eccezione. Ci troviamo dunque

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Pino è uno di quegli individui che nella vita hanno sofferto moltissimo, di quelli che fanno tutto a loro spese e soffrono per i motivi più disparati di fronte ad un artista che se proseguirà nella sua originale operazione potrà giungere a risultati senza dubbio esplosivi”. Ed ecco una breve nota, sul “Corriere di Napoli” dell’19.5.1976, del noto critico Ciro Ruyu “Gaetano Ganzerli che quest’anno ha allestito molte interessanti personali e collettive, che sempre hanno avuto il consenso della critica più qualificata, presenta Attivissimo, la cui mostra è articolata su segni e simboli dell’alfabeto. Ampie tavole ospitano simboli antichissimi, ancestrali che affiorano dalla preistoria più che dalla storia. E questi simboli vorrebbero consentire al fruitore di essere strappato dal mondo di oscurità e di incomunicabilità in cui oggi è immerso. L’artista si pone così il problema delle prime mosse, dei primi passi dell’alfabeto, ma vuole fare anche un discorso personale, dove la disposizione dei simboli acquista un tono di lirica suggestione.” Riportiamo, da un catalogo del 1974, una nota critica di

Tino Tibaldo “La grafia sottile ed il colore atonale diventano i mezzi per costruire espressioni a due dimensioni dove una simbologia inafferrabile vive con penetrante potere suggestivo. La introversità di Attivissimo lo porta a stesure a volte allucinanti che seguono l’istinto stimolato da una attenta ricerca nella propria psiche”. Dopo la Mostra alla Galleria 5 x 5 di Roma, così giudica Attivissimo il noto pittore Enrico Bugli “Secondo Lucrezio è nel sogno che apparvero per la prima volta all’anima dell’uomo i segni delle splendide immagini degli Dei: è nel sonno che i grandi scultori videro per la prima volta gli stupendi segni dei corpi sovrumani. I bei simulacri del mondo dei sogni, nella cui elaborazione ogni uomo è artista, sono il presupposto di ogni arte figurativa non solo, ma per una buona metà anche della poesia e della scrittura. Attivissimo ha visto i “segni” nel “Mundus” di Ovidio che era il simbolo del risorgere della vita e della morte attraverso la “Lapis

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Manalis”. Attivissimo, come l’antico sacerdote di Borges, che vide la scrittura del Dio sulla pelle del “giaguaro”, prigioniero nel pozzo, ha visto gli intimi “disegni” dell’universo, ha visto le “origini” che narra il libro della tribù, ha visto le montagne che sorsero dall’acqua, ha visto i primi uomini di legno, ha visto i cani che lacerarono la faccia degli uomini, ha visto gli infiniti linguaggi che formano una sola felicità e comprendono ormai tutto. Attivissimo conosce, perché li ha tracciati, i segni dei libri ermetici. Saluto così l’opera di Attivissimo, come saluterei Parabraham Apason, l’abisso senza fondo, l’assoluto, l’orrido nulla della notte cosmogonica, il segno della sostanza primordiale, la parte superiore, insomma, della “Matta” di Marsiglia”. Su “Areopago Cirals” del novembre – dicembre 1982, dopo la “XII Rassegna di Arte Figurativa”, così si esprime su Attivissimo il Direttore della Rassegna S c h e i b l e A. M. “Attivissimo, dimostrando un’eccezionale inventiva, riesce a trasferire sulle tele, in modo personalissimo ed artistico, intellettivo la sua filosofia, la sua etica e le sue ricerche basate sull’esaltazione dell’ambiente naturale, dei sentimenti, della bellezza muliebre e le sue profonde tesi culturali”. Ed ecco un giudizio critico sul pittore crotonese di

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Fernando Miglietta “La ricerca “linguistica” di Attivissimo sembra aver origine “quasi per caso”. Un punto, un tratto, un colore, relazionati dialetticamente alla ricerca di una loro autonomia in uno spazio il più delle volte indefinito. Uno spazio che, già dalle prime esperienze compositive (Tecnica mista, 1973-74), definite con sicurezza grafica e coloristica, si presenta quale pagina di vita su cui appuntare, “denotare” se stessi.Un appunto, comunque, ancora non chiaramente leggibile ed identificabile, proprio perché proiezione individuale di un particolare momento. Quei segni sono, infatti, alla ricerca di una loro denominazione e collocazione, o meglio, di una loro strutturazione; si pongono ancora quali fatti geometrici, pur essendo carichi di una loro specifica fenomenicità. Ma simile operazione non poteva durare a lungo! Il suo spazio diventa pagina su cui scrivere, scrivere dipingendo. La pittura come scrittura. Ecco allora il suo alfabeto, un alfabeto dalle origini più varie e lontane, di riferimento orientale. Un linguaggio, quindi, che conduce ad un’immagine, oserei dire arcaica, un’immagine – scrittura, concettualizzata, che si pone con tutta la sua ambiguità in posizione critica, di condanna – denuncia nei riguardi di tutta una linguistica moderna responsabile di certa falsa cultura. “Socializzazione”, forse, di quei segni, in fondo così enigmatici, da creare un’azione

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inventati più per evocare oscure suggestioni che comunicare contenuti. In questa magia dell’alfabeto il discorso si fa indagine e costruzione linguistica ed immaginaria, scrittura fantastica di un formulario inconscio. Con queste epigrafi moderne si celebrano i novelli riti di propiziazione o di defictio, iscrizioni segnate sotto l’indice della vita e della morte, invocazioni rivolte ad un idolo inesistente. Alla periferia del linguaggio Attivissimo scopre quella che è la grande scommessa dell’atto linguistico. Ovvero, la perenne sospensione fra la perfetta comunicabilità e la totale incomunicabilità” Ed, infine, il “pensiero”, sulla sua pittura di:

sconcertante. Sembrerebbero muti, ma non lo sono. In realtà, sono la testimonianza del linguaggio che noi tutti parliamo; sono, come ho scritto più volte, l’esatta proiezione del nostro tempo con tutta la sua sconvolgente problematica. Attivissimo dovrà verificare il suo “alfabeto” in tale realtà”. Ed, ora, la presentazione al catalogo del settembre 1983 di Tonino Sicoli “L’origine della scrittura, si sa, è nell’immagine. Ideogrammi come parole, archetipe ed arcane, antichissimi e totalizzanti. In principio il logos coincideva con l’immagine, la rappresentazione con la cosa, il simbolo con il referente. L’arte si è mossa sempre al confine di questi due mondi, di questi due ambiti: tracciando i percorsi della fantasia e della realtà, della conoscenza analitica e di quella antica. L’arte della parola e l’arte dell’immagine. Ma se l’immagine ha una valenza più universale, la parola è più rigorosamente sottoposta alla esistenza di un codice. E’ così che l’immagine conserva i suoi connotati “reali” mentre la parola se ne fa metafora. Pino Attivissimo riappacia questa diversificazione, scoprendo nella parola (scritta) il suo valore visivo. Abbandonando la ricerca del significato e del senso, Attivissimo fa il verso allo “scrivere”, lo simula con

segni che in realtà non significano niente se non la loro stessa organizzazione formale. Egli sospinge la sua ricerca verso un’impossibile archeologia criptografica, fatta di segni arcani,

Attivissimo “Gli uomini comunicano in varie maniere ed è diversa anche l’origine delle varie manifestazioni concrete del processo, in particolare ai livelli più elevati della comunicazione, allorchè la spinta alla comunicazione stessa non proviene solo da motivi biologici, dalle esigenze della produzione, ma comprende la necessità di scambiare idee astratte, di stimolare i sentimenti

ecc. Ho scritto non per scrivere soltanto”. Elenchiamo alcune note biografiche. Esposizioni personali: Galleria d’Arte “Il Cubo” (Crotone), Arte Studio Ganzerli (Napoli), Ellisse “Centro Ricerche Artigianato e Design” (Napoli). Principali collettive: Mostra Regionale “Arte Sacra” (Catanzaro), Premio Internazionale di Pittura (Amantea), Premio Antonello di Messina (Messina), “Performance” Segno, territorio, avanguardia (Università Popolare degli Studi di Napoli), Premio Nazionale (Rocca di Neto), Exspocio de tramesa postal (Barcellona), “XII Rassegna di Arte Figurativa Moderna (Roma), Mostra di Maestri Contemporanei (Saloni della Basilica di S.Giovanni in Laterano – Città del Vaticano), “Salviamo Venezia?” Una proposta di Mail Art (Pordenone), Mail Art 83 Aux Premontes (Francia), Luzzi Arte (Cosenza), Performance – Messaggio gratuito (Crotone). Hanno scritto sul pittore crotonese Attivissimo i seguenti giornali: Il Mattino – Il Giornale di Sicilia – Pensiero ed Arte – Guida all’Arte Contemporanea – Calabria Kroton – Le Arti – Corriere di Napoli – Nuovi artisti per gli anni 80 – Il Crotonese – Aeropago Cirals – Gazzetta Europea – Luzzi Arte 83 – Gazzetta del Sud – L’Avanti – Città Calabria. ◀

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B E N I C U LT U RA L I

La più antica fase di edificazione è stata stabilita entro i primi 25 anni del VI secolo a.C.

Origine del culto a

CAPO COLONNA di Salvatore Rongone

A

ll’idea del sacro sono associati, inevitabilmente, i luoghi e il tempo. Entrambi riconducono alle radici di una comunità e, più in generale, al mistero delle origini, quindi della vita e della morte. I sensi e i significati che essi comunicano sono dati dalle emozioni che suscitano attraverso i loro simboli. Ma quando questi sono in disuso, in rovina e in disfacimento, è la terra che se ne riappropria, secondo un ciclo naturale. La stessa terra si impregna di sacro e l’ormai tenue linguaggio simbolico si confonde con quello altrettanto tenue della natura.   Il promontorio di Capo Colonna è proteso e rivolto verso il mare, quasi a ricordare il legame con l’antica madrepatria, ma anche con quella culla millenaria di

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civiltà ch’è il Mediterraneo. Anche il mare, verso il quale dirupa e sprofonda, tende a riappropriarsene. Da esso vennero, infatti, i coloni Achei e per suo tramite sono nate le colonie magno-greche.   Le origine del culto di Hera Lacinia e delle aree sacre di Capo Colonna, sono riscontrabili nelle testimonianze emerse dallo scavo effettuato tra il 1987 e il 1989, e contenute nel volumetto illustrato: “Il tesoro di Hera”, del Comune di Roma e del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, a cura di Roberto Spadea, edizioni ET, Milano.   In quegli anni vennero alla luce i resti di un edificio a forma rettangolare, di m. 19,70 per m. 9,50, indicato come l’edificio “B”, considerando come edificio “A” il ben noto santuario. Esso è situato immediatamente a nord di quest’ultimo. La più antica fase di edificazione è stata stabilita entro il primo venticinquennio Marzo/Aprile 2019

del VI secolo a.c. Gli oggetti rinvenuti, presumibilmente donazioni alla dea, tra i quali i più antichi risalgono alla metà del VII secolo a.c., attestano l’esistenza del culto fin dal periodo arcaico. Un elemento rilevante è costituito da un basamento quadrato, composto da blocchi di calcarenite e posto nei pressi del lato opposto all’ingresso, che doveva essere il sostegno del simulacro di Hera, oppure un ripiano ove

«Sono riscontrabili le testimonianze emerse dallo scavo effettuato in loco tra il 1987 e il 1989»


riporre le offerte, visto che diversi reperti di tale genere sono stati rinvenuti nelle vicinanze. La presenza di una precedente struttura sembrerebbe indicata da due frammenti di colonna e da un blocchetto, posto agli spigoli del basamento. Interessante risulta essere anche un cippo a forma di piramide tronca, non molto grande, detto Horos, nei pressi del quale sono stati rinvenuti gli oggetti più importanti (il diadema d’oro; un anello, anch’esso in oro; la barchetta nuragica). Esso doveva essere pertinente ad un’area di culto arcaica preesistente alla fase di edificazione, avvenuta nel periodo tardo-arcaico e che ha interessato i tre lati della struttura, ad eccezione del muro settentrionale preesistente. Sono questi i riscontri di quelli che, probabilmente, dovevano essere i luoghi di culto primari che hanno segnato l’atto di insediamento della colonia achea nel territorio. Bisogna considerare anche che l’esistenza di un altro impianto templare, preesistente a quello più grande, è attestato dalla disomogeneità del blocchi del suo basamento, indicativa di un loro riutilizzo.   L’edificio “B” ha subito un ulteriore

rifacimento nel periodo classico, con il raddoppio della parete meridionale per riparare un probabile cedimento di cui non è possibile stabilire le cause. Un crollo, avvenuto intorno alla metà del V secolo a.c., decretò la sua fine seppellendo tutto ciò che vi era all’interno.   Il tempietto, di modeste dimensioni rispetto a quello adiacente e successivo, era costituito da materiali poveri e poco consistenti (mattoni crudi e legno) nella parte elevata, come era in uso nel periodo arcaico.   Tra i reperti rinvenuti, che costituiscono l’ormai famoso tesoro di Hera, quelli più antichi: un pendaglio di cintura in bronzo, un cavallino geometrico e la barchetta nuragica, anch’essi in bronzo, sono databili attorno alla metà del VII secolo a.c.. Quest’ultima rappresenta qualcosa di unico per il fatto che il ritrovamento è avvenuto in ambito magno-greco, pur essendo di origine sarda, e per la specifica fattura. Essa poteva costituire un bottino, poi offerto alla dea.   L’oggetto più noto ritrovato è ovviamente il diadema d’oro, risalente al VI secolo a.c., con decorazione a foglie di mirto Marzo/Aprile 2019

e a foglie di tipo imprecisato. Anch’esso si presenta con caratteristiche uniche per la sua complessità e raffinatezza.   La persistenza sul posto del notevole e vario corredo di oggetti votivi rinvenuti, che dovevano essere stati riposti sul basamento quadrato e appesi alle pareti, è dovuta alla fortuita coincidenza del crollo finale che li seppellì e li preservò dalle razzie, probabilmente perché le macerie di quell’edificio apparivano irrilevanti per il loro riutilizzo, rispetto alle ben consistenti strutture del tempio più grande.   La successione e il rifacimento di più di un edificio templare rafforza l’idea che il luogo designato dai primi coloni greci per il culto di Hera fu deliberatamente il promontorio di Capocolonna. La dea era protettrice della natura, della navigazione, e “liberatrice”, come attestano alcuni frammenti di tabelle di bronzo che fanno riferimento alla liberazione di prigionieri e schivi. Il tempio doveva essere visibile ai navigatori come luogo d’asilo e di libertà, e non è forse casuale che quest’ultima idea sia connessa con il mare, per cui la scelta è caduta su quella lingua di terra che con esso è in stretto e visibile rapporto. ◀

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B E N I C U LT U RA L I

A cura di Andrea Pesavento

D

omenico Suriano Annibale figlio primogenito di Gio Dionisio Suriano e della sua prima moglie Vittoria Mangione ebbe dal padre il feudo della Garrubba e beni allodiali. Annibale Suriano abitò in parrocchia di S. Maria Prothospatariis, si sposò con Luccia de Nobile e morì nel 1669. Domenico Suriano (seniore), figlio di Annibale (seniore), il 27 marzo 1663 per atto del notaio Gioseppe Lauretta acquistò per ducati 900 da Gioseppe Mangione una continenza di case palaziate, consistenti in più e diversi membri con pozzo e cortile, situate in parrocchia di Santa Maria de Prothospatariis nel luogo detto “la Judeca”.  Domenico (seniore)ereditò, alla morte del padre, il feudo della Garrubba ed altri beni. Da Domenico (seniore) nacquero Antonio, Domenico (iuniore) e Annibale (iuniore). Il primogenito Antonio abiterà nella casa in parrocchia di S. Maria Prothospatariis, che fu del suo avo Annibale, subentrerà nel feudo e nei beni paterni per morte del padre Domenico, avvenuta nel 1670. Il tutto passerà in seguito per rivendica ad Annibale, figlio di Antonio. Annibale sposò Costanza Sculco, figlia di Bernardo, barone di Montespinello. Ereditò Anna Suriano, figlia ed erede di Annibale, per morte di costui avvenuta nel 1714 . Anna e Bernardino Suriano Bernardino Suriano, figlio di Antonio, sposò nel dicembre 1719 Anna Suriano, figlia di Annibale Suriano (iuniore), rimasta vedova proprio in quell’anno per morte improvvisa di Nicolò Berlingieri, figlio di Annibale e Luccia o Isabella Suriano. La moglie portò in dote una casa palaziata, o palazzo, nel luogo detto “li rivellini” dove abitava e delle case, o palazzo,

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Palazzo

Dai documenti dell’epoca all’incontro la casa palaziata, comprate dal padre dal qm. Gerolimo Sillani. (Gerolimo Sillano sposato con Giulia Mangione), la gabella feudale detta La Garrubba, la gabella Desiderio e Paglioniti, un giardino a Gazzaniti, più tutto l’oro, l’argento, mobile di casa e tutto quello che c’era nel palazzo dove abitava. Le case, o palazzi, di Annibale Suriano, passati poi in proprietà della figlia, risultano già esistenti in atto del 1711. Da esso si apprende che Annibale Suriano possedeva un palazzo situato di fronte alla casa palaziata di Carlo Sillani e vicina al palazzo di Antonio del Castillo. Marzo/Aprile 2019

La casa palaziata dei Sillano consisteva in cinque membri e tre appartamenti, cioè superiore, mezzano e basso, cortile, scala di pietra e pozzo ed un casaleno dentro detto cortile in parrocchia di Santa Maria confinante con il palazzo di Antonio del Castillo e le case di Pietro Gio. Cimino in frontespizio al palazzo di Annibale Suriano. La casa detta dei Sillani era appartenuta agli eredi del tesoriere della cattedrale Gio Giacomo Syllano ed era situata nel luogo dove anticamente era “la judeca” . Poco dopo era divenuta proprietà del Suriano ed il tutto era passato poi in proprietà della figlia Anna.


Suriano

la storia della nobile casata I coniugi Bernardino e Anna Suriano abitarono in parrocchia di Santa Maria Prothospatariis nel palazzo, o case, che da Annibale Suriano erano passate alla figlia, situate vicino al palazzo dei De Castillo. Il palazzo risulta già di loro proprietà nel 1720. Esso confinava con quello di Anna Barricellis, figlia del qm. Gio. Battista e moglie di Antonio del Castillo e consisteva in dieci camere con i loro rispettivi bassi, portone e scala di pietra ed era stimato del valore di circa 2000 ducati. Le case che erano state dei Sillano erano sempre in parrocchia di Santa Maria Prothospatariis ed erano confi-

nanti et attaccate alle case che erano state del fu Alfonso Letterio ed al palazzo dei De Castillo, ed erano stimate del valore di circa 600 ducati. Il nuovo Palazzo Sulle case, che erano state dei Sillano, e su quelle, che erano state dei Mangioni, nel luogo detto anticamente la Giudecca si costruisce il “gran palazzo”, che fu edificato a proprie spese da Bernardino Suriano. Esso fu innalzato sul suolo ottenuto smantellando completamente il palazzo o casa palaziata ereditata dalla moglie Anna, che era stata dei Mangioni, e fu congiunto con “un passaturo” al quarto superiore delle case, che erano state dei Sillano. Marzo/Aprile 2019

A sinistra: Uno scorcio di uno dei palazzi dei Suriano (poi De Maida) in una riproduzione del maestro Antonio Sfortuniano. Sono numerose le proprietà immobiliari dell’ex casata nobiliare nel centro storico di Crotone.

Bernardinosul suo palazzo e su alcune case ereditate dalla moglie Anna dal padre e su altre da lui acquistate costruì dalle fondamenta il nuovo palazzo di famiglia poco prima della metà del Settecento come risulta da una lite che ebbe con i vicini. La costruzione del nuovo palazzo dei Suriano vicino a quello dei Castillo, che restringeva la strada che separava le due costruzioni, determinò una lunga ed aspra lite, che terminò solamente in Regia Udienza nel 1740. Da una parte vi era Michele Del Castillo, figlio di Antonio, e dall’altra Bernardino Suriano ed il figlio Raffaele. La sentenza fu a favore dei potentissimi Suriano. Infatti la perizia certificò che la strada che separava i due palazzi era larga palmi 12 e che quindi la nuova costruzione dei Suriano non impediva in nulla al palazzo dei De Castillo. Catasto del 1743 Il catasto del 1743 documenta la famiglia dei Suriano e le loro vaste proprietà. La famiglia era composta da D. Bernardino Suriano nobile di anni 40, dalla moglie Anna Suriano di anni 36, dai figli Rafaele di anni 16 e Gabriele di anni 8 e dalle figlie Angela di anni 15 e Lodovica di anni 5. Nel palazzo vi erano anche il fratello Filippo Suriano sacerdote decano della cattedrale di anni 35, Domenico Spagnolo della Gioiosa cameriere di anni 60, Teodoro d’Ippolito di Satriano cocchiere di anni 30, Carluccio Napolitano staffiero di anni 36, Antonio Piromalli servitore di anni 30, Matteo Jannice famiglio di stalla di anni 35, Antonia Spanò serva di anni 25, Teresa Catafano cameriera di anni 50, Laura Federico serva di anni 40, Maria Sinopoli serva di anni 50 ed Antonia Spagnolo serva di anni. Nobile degli antichi patrizi della città BernardinoSurianoabitava in casa propria in parrocchia di Santa Maria Protospari e possedevin comune con

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PALAZZO SURIANO Beni culturali del centro storico

il fratello e sacerdote Filippo i seguenti beni: Il territorio e gabella La Marina delli Comuni, Barrea e Spataro, Il Palazzotto, La Cattiva, Vignale di Valle di Nigro, il territorio detto il Terzo delle Ficazzane, porzione sopra Lavaturo, sei magazzini di cui quattro per conserva di grani al Fosso fuori porta, chiusa di terra vitata ed alberata luogo detto il Ponte, esigono un censo sopra il Dazio della Catapania della città per capitale di ducati 1200, territorio La Rotondella, Bovi aratori n. 120 dei

All’inizio del 1770 i due figli Raffaele e Gabriele Suriano ereditarono i beni della famiglia quali si deducono n. 38 che s’assegnano per la coltura del feudo detto La Garrubba, mazzoni n. 40, vacche di corpo n. 114, giovenche femmine n.77, tori n.4, pecore grosse n. 2000, pecore anniglie n. 600, somari per uso di condotta n. 20, 2 cavalli per uso di carozza, 2 cavalli per uso di sella, 2 giumente per uso di massaria, porche femmine n. 10, porci di mercanzia n. 300, numerosicapitali impiegati in varie attività. Bernardino Suriano, come marito e legittimo amministratore della moglie Anna, possedeva anche il feudo La Garrubba, Giammiglione, Desiderio e Paglianiti eduna chiusa vitata ed alberata a Gazzaniti. Raffaele e Gabriele Suriano Il palazzo ed il feudo della Garrubba

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alla morte di Anna Suriano, avvenuta all’inizio del 1770, furono ereditati da Raffaele e Gabriele Suriano, figli ed eredi di Bernardino edi Anna Suriano. Nei beni ereditati era compreso il quarto del palazzo dove abitavano ed alcune camere dove aveva abitato la madre Anna ed inoltre “una casa palaziata in parrocchia di Santa Maria Protospatari pervenuta alla madre Anna dall’eredità del padre Annibale. Essa consisteva in dieci camere con i loro rispettivi bassi, portone, scala di pietra ed era del valore di ducati duemila. La casa era stata smantellata nel passato dal fu Bernardo (Bernardino) Suriano loro padre, il quale sul suolo di essa e di altre case, che aveva comprato e che erano attaccate ad essa, fece costruire ed edificare a proprie spese il gran palazzo che serviva di abitazione agli eredi Raffaele e Gabriele. Agli stessi appartenevano, in quanto eredi della madre Anna, anche alcune altre case che erano state dei Sillano in parrocchia di Santa Maria Protospatari. Queste case, del valore di ducati seicento, erano attaccate alle case, che erano appartenutead Alfonso Letterio ed al palazzo dei Signori di Castillo,ed erano state congiunte al palazzo “giachè il quarto superiore che in esse case si vede e che comunica con passaturo al palazzo di essi Signori Suriano fu pure edificato da detto Bernardo a sue proprie spese ed appartiene all’eredità di questo e non a quella di Anna”. Inventario di parte del palazzo di Anna Suriano fatta dagli eredi Rafaele e Gabriele Suriano nel 1770. n primis, nel quarto del palazzo di nostra abitazione, ereditario del qm. D. Bernardino Suriano fu nostro padre, e propriamente nelle camere e stanze, ove abbitavad.aqm. D. Anna Suriano nostra madre, vi sono i seguenti mobili Nella prima camera. Due arcantarari, seu comò di radice d’oliva, entro uno dei quali si son trovate le seguenti tre vesti da donna usate, cioè una di amuerreforastiero di color ammirante, cuscita all’antica, con guarnizione sopraposta di recamo di seta con fiori naturali. Marzo/Aprile 2019

Altra di velluto cremii di Catanzaro con alamari di argento, cuscita anche all’antica, ed altra di Amuerre napoletano condota, di color cinerizio.   Nell’altro comò le seguenti altre robbe : una veste con gonnellino di


raso forastiero, color blò, imbottite a punto di Marzeglia; altra di nobiltà forastiera color nero, due mantisini di detta nobiltà nera; tre para di calzette di seta nera, due usate, ed altro nuovo. Una veste di lutto ed altra di raso d’u-

menzo nero; Una gonnella di camerlotto color blò altra dell’istessa robba color cinerizio, altra di amuerre color cafè ed altra di Amuerre color blò, tutte usate. Un baguglio con entro: tre busti di Amuerre color nero usati, scuffie di commodo numero sei, cioè quattro di merletto e due di divel di seta con tre para di manicotti a due registri, usate, un panunzio, e gonnellino di panno di buffo usato, altri due panunzi di camerlotto anche usati, cioè uno cinerizio, e l’altro blò: due panunzi e due gonnellini di tela bianca forastiera ed altretanti di tela fina nostrale pure usati; due quadri grandi con figure della scrittura sacra con cornice indorata, sei tondini grandi con fiori e paesaggi con cornice indorata sei sedie di paglia indorate. In un’altra stanza. Un burò entrovi: selvietti nuovi delli più fini, che si fanno qui, di quelli chiamati a Piparello n. trentasei, mezali dell’istessa robban. tre ed asciuga mano n.sei. Lenzuoli nuovi di tela fina nostrale di c.a otto carlini la canna para sei, altri sei para dell’istessa tela usati, e sei para di coscini anche dell’istessa tela nuovi, ed altretanti usati, cammisce di tela fina n. ventiquattro, cioè 12 nuove, e dodeci usate, sei altre di tela forastiera, calzette di filo nuove para otto, ed usate para dieci, mantisini di tela forastiera n. sei, ed altritanti di tela fina nostrale usati, falzoletti bianchi di tela forestiera n.sei, ed altri quattro di musellinomezimuccaturi di d.omusellino n. sei e di tela forastieran.otto usati. Zipole bianche di filo n. sei, muccaturi di seta usati n. sei, ed altritanti di carongo per il naso, muccatori di seta di conzarto numero sei. Più un cassone di noce con entro: Due imbottite di caranga nuove, cioè una con mostra di seta gialla, et altra senza. Quattro coperte bianche usate, cioè due di cottone di quelle di Tropea ed altre due più leggiere di filo lavorate, un copertino bianco di lanasorostara. Quattro quadri, cioè due più grandi con figure della scrittura sagra, ed altri due con effigie di santi, pittati Marzo/Aprile 2019

A sinistra: Un altro dei palazzi appartenuti all’importante famiglia dei Suriano situato nell’omonima via.Accanto lo stemma nobiliare della casata in una stampa dell’epoca e all’ingresso del palazzo.

in tela, e con cornice di legno indorato, sei tondini, due specchi di 3 , e 2, con cornice indorata, due boffettine di intaglio indorati con marmo finto di sopra, sei sedie di paglia indorate. Una braciera di rame con suo piede di noce. Ed in un’altra camera, e propriamente in quella ove detta Sog. Anna dormiva. Un baguglio con entro tre portieri di damasco verde altri tre porteroni per finestre di amosino verde, ed altri due simili ,posteroni di velo di bombace tutti usati. Altro bagullo, con

La casa era stata disfatta da Bernardo: sul suolo fece edificare il gran palazzo che servirà poi agli eredi entro un tavaniera di seta cruda usata, una cortina bianca di tela, comesi usa in questa città, con francia di filo, due coperte dell’istessa robba usate, ed una coperta di pasta nuova gialla, e verde anche usate. Più un cassone di noce con entro. Due cortinaggi di portanuova. Uno color verde ed altro giallo e rosso con due coperte respue. Quattro portieri di pasta nuova, cioè due giallo e verde, e l’altri due rosso, e giallo, tutti usati. Un letto con sua cortina di porta nuova gialla e verde con due matarazzi di lana e quattro coscini di lana, vestiti d’ordichella, banchi di ferro. Un’imbottita di carangà con mostre di armosino verde, due coperte di bombace bianca ed un paro di lenzuoli di vesta fina, e cosi anche le volte di

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PALAZZO SURIANO Beni culturali del centro storico cuscina tutte usate. Due buffettini di intaglio indorate con marmo finto sopra, un buroncino pittato alla chinese, con specchio di sopra. Due specchi piccoli con cornice indorate quattro quadri pittati in tela con alcune effiggie di santi, con cornice di legno indorate, sei tondini, otto sedie di paglia indorate. Una braciera da rame cedro con suo piede di noce. Più nella setessa stanza si sono ritrovati le seguenti robbe di Argento cioè un bacile di peso libre tre e mezo, un cadaliere per uso di oglio piccolo di peso libre quattro, due altri candalieri per sevo di peso libra uno e meza, quattro posate, anche di arcgento di peso oncie dieci per ciascuna, una sottocoppa di argento di peso libre due e mezo, due tabacchiere di argento, una indorata entro e fuori, e l’altra senza, due ricordini di oror, un paro di gioccagli di oro piccoli, con una perla, altro fatto a rosetta di piccole perle. Un paro di paternoster di cocco con picciola medaglia di oro. Un rosario di radice di rosa fino con medaglietta d’oro. Un adorino d’argento indorato ed un paro di fibie di argento per scarpe. Finalmente in un camerino attaccato alla sudetta ultima stanza ove dormiva la serva addetta al servizio di detta qm. D. Anna vi era : Un letto con cortina di tela tinta blò, due matarazzi di lana, due coscina di lana, un paro di lenzuoli di tela, due coperte bianche, ed una di lana ordinarie tre sedie di paglia usate ed un buffettino di noce usato. Da Bernardino al figlio Fabrizio Rimasto a Raffaele, questi si unì con Antonia Suriano. Alla sua morte avvenuta il 31 luglio 1789, il tutto passò al figlio ed erede Bernardino, sposato con Saveria Lucifero dei marchesi di Apriglianello. Il palazzo confinava ancora con quello detto dei Castillo, che era divenuto proprietà di Nicola Zurlo e dei figli Giuseppe e Francesco.Morto nel 1790 Bernardino, passò agli eredi di Bernardino e di Raffaele, come risulta dal catasto del 1793. Il patrimonio era vastissimo e si era incrementato di molto anche per gli

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In basso: Riproduzioni degli stemmi appartenuti alle casate nobiliari crotonesi esposte presso il museo civico di Crotone nel Castello di Carlo V.

acquisti fatti dopo il terremoto del 1783 dalla Cassa Sacra. Già dalla metà del Settecento era iniziata la decadenza del palazzo, in quanto i Surianoavevano preferito abitare nel palazzo situato al largo di S. Francesco, luogo detto “li Rivellini”, dando in affitto gran parte del palazzo in parrocchia di Santa Maria. Nel catasto del 1793 troviamo la famiglia degli eredi di Bernardino e Raffaele Suriano che è composta dalla madre Antonia Suriano, vedova di Raffaele Suriano, dallo zio Gabriele e dal fratello Giuseppe cavaliere gerosolimitano. Gli eredi possedevano oltre

«Il patrimonio era vastissimo ed era stato incrementato molto con gli acquisti dalla Cassa Sacra (1783)» al palazzo, del quale locavano quattro camere, il feudo della Garrubba enumerosi e vasti territori, patrimonio che si era incrementato anche per gli acquisti recenti fatti dopo il terremoto del 1783 dalla Cassa Sacra. Ne facevano parte: Le Marine del Comune , Varrea e Spataro, L’Olmo, Il Terzo delle Ficazzani, il vignale Valle di Nigro, la chiusa il Ponte, La Misola, S. Gusmano, Malifacente, Giambiglione, Desiderio e Paglioniti, vigna a Gazzanito, altro Terzo delle Ficazzani, parte di Ponticelli, S. Francesco, L’Ingannataraseu Passo Vecchio Grande, vignale il Passovecchio, La Bruca Sacrata, la vigna del Ponte, due terze parti di Scerra e Pisciotta, Scurò, Barrettella, il Celzo, l’Erera, la chiusa La Destra di Beltrani, Li piani delle Mendole, parte di Li Patrimoni, La Pignera, la metà di Passo vecchio, Li Miniglieri, Vignale L’Ingannatara,Vignale La Sciurta, Vignale La Vela, il comprensorio di terre di Cipolla, la gabella La Destra di Scigliano Marzo/Aprile 2019

ed altri piccoli terreni. A tutti questi terreni è da aggiungere il casino detto il Molo, dieci magazzini al Fosso, cinque magazzini a Spataro,dieci case, tre botteghe,numeroso bestiame, tra cui 151 bovi aratori, ed un cospicuo capitale impiegato in varie attività.Sarà infatti con i Suriano, specie con Filippo ed il nipote Raffaele, barone della Garrubba, che la produzione di pasta di liquirizia nel Crotonese passerà da artigianale ad industriale. Già prima della metà del Settecento il decano della cattedrale di Crotone Filippo Suriano, grande mercante di grano, è anche proprietario di un concio. L’attività verrà incrementata dal nipote Raffaele con l’erezione e fabbrica di due conci di pasta di liquirizia, uno nel luogo detto Sant’Antonio di Mesoraca e l’altro nel territorio di Simbo. L’erede Ereditò Fabrizio, il figlio di Bernardino, che si unì con la cugina di primo grado Eleonora Pelliccia, figlia di Ignazio Pelliccia di Tropea e Suriano ta, quest’ultima a sua volta figlia di Antonia Suriano e Raffaele Suriano. ◀


S

atira

Cronaca in versi

Le metafore di Iuzzo Pulvirenti

La statua di Turano Ero andato una notta a passeggiare lungo la strada che costeggia il mare scrutavo l’orizzonte in molti punti ero all’altezza di palazzo Giunti. Le stelle in ciel, sembravano d’argento era una notte calda e senza vento le barche già attrezzate di lampare accarezzavano lentamente il mare. Mentre guardavo il mare e il firmamento rimasi un po’ atterrito e un po’ sgomento la statua di Turano che pensava io vidi che la strada attraversava e con un passo lento e molto stanco s’avvicinò sedendosi al mio fianco. In quella notte calda e molto scura Incominciai a tremare di paura già mi batteva fortemente il cuore era angoscia, incredulità, terrore.

Non seppi profferire una parola. Poi, s’alzò e guardando verso il mare incominciò così a declamare:

contro il mio amico Visconte Frontera mi alzo, sferro un calcio contro il muro e rispondo a Turano a muso duro.

“Crotone mia, che dell’Ionio mar tu sei bagnata e da Visconte Frontera rovinata tu che di civiltà vetusta sei tu che hai visto svanir i songi miei tu che hai insegnato il teorema al mondo, oggi hai toccato veramente il fondo. L’incuria, la sporcizia, l’indolenza son la tua viltà la tua indecenza”.

“Don Ca’, l’igiene forse è un poco latitante ma ciò è un fatto non molto importante si, l’acqua delle fontanelle è inquinata ma diamine! Non è mica avvelenata!

E poi toccando ferro, e non a caso Iniziò a parlar dell’ineffabile dottor Mattace Raso che unitamente al suo compagno Frontera ha ridotto Crotone ad un pattumiera.

Giovanotto! Vi vedo un po’ annoiato Disturbo se mi sono avvicinato? Mi disse un po’ deciso posando lo sguardo sul mio viso.

L’uno se ne frega molto dell’igiene e di ciò Crotone ne ha le palle piene, l’altro si considera uno scià avendo mobilizzato una città anzi pensa di avere sangue blu mentre a sangue dolce e nulla più.

Io che avevo il cuore ancora in gola

Sentendo questa lunga tiritera

Marzo/Aprile 2019

Le strade è vero son tutte distrutte e le costruzioni diventan più brutte, ma la colpa non è sol di Frontera perché lui dorme da mane a sera non ci sono cessi nella città? Ma ce ne sono al Comune abbiate bontà! Turano , scrutò il mare e l’orizzonte e poi si diede un pugno sulla fronte e borbottò: qui ci vuole Komeiny l’Ajatollha che scacci questo scià dalla città e molta altra gente che qui non serve a niente. Poi, mise la mano destra sotto il mento E diventò di nuovo monumento. (Fine)

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ST O R I A L O CA L E

La Crotone che non c’è più

L’ANTICA CENTRALE ELETTRICA

N

di Salvatore Rongone

el 1918 l’Italia si trova coinvolta nel conflitto della prima guerra mondiale e il petrolio per illuminazione privata è quasi introvabile per le note restrizioni di guerra. Molti cittadini vorrebbero passare all’illuminazione elettrica, ma il costo dell’impianto è esorbitante e non tutti hanno la possibilità di comprare il contatore, nè possono chiedere un impianto a forfait. Allora la Giunta Municipale, a seguito del rapporto presentato dall’Ingegnere Capo del Comune, acquista un notevole numero di contatori a prezzo molto conveniente e propone che detti contatori siano dati a nolo aai richiedenti, i quali pagherebbero £. 1.25 mensili. Il Consiglio, letta la delibera della Giunta del 15 maggio 1918 n° 132 e considerando che la proposta non lede gli interessi del Comune, ma agevola molti utenti, approva la delibera della Giunta. In un suo intervento il Sindaco in carica riferisce che per assicurare il regolare funzionamento dell’Officina Elettrica, che costituisce uno dei più importanti servizi pubblici, non solo per l’illuminazione ma anche per la molitura del grano e per la panificazione, non è possibile che il personale resti nel numero attuale, giacché ora i due fuochisti e i due macchinisti in organico devono prestare più di 12 ore di servizio tra giorno e notte, così che sono frequenti e gravissimi gli inconvenienti, e più gravi ancora potrebbero verificarsene; nè si può pretendere di più dal personale stesso, giacché non si può essere troppo esigenti con un funzionario che si mostri stanco dopo 12 ore di servizio e che, di conseguenza, non può attendere diligentemente alla proprie funzioni. Dato tale stato di cose e per prevenire inconvenienti di maggiore gravità, la Giunta giunge alla determinazione di modificare l’organico del personale

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dell’officina, aggiungendovi un macchinista e un fuochista, così che essendo i macchinisti in numero di tre, così come i fuochisti, il turno di servizio può per ciascuno ridursi ad 8 ore, cioè ad un periodo di tempo sopportabile anche con un servizio faticoso ed irto di responsabilità. Il Consiglio Municipale considera la proposta della Giunta meritevole di accoglimento perché tende ad assicurare un servizio di massima importanza. Pertanto si aggiungono alla pianta organica del personale dell’Officina Elettrica due nuovi posti, il terzo macchinista con un salario annuo di £. 2.800 e il terzo fuochista con un salario annuo di £. 1.600, secondo la delibera del 25 marzo 1921 n° 71. A questo punto è legittimo chiederci se la riduzione dell’orario di lavoro da 12 ore a 8 ore giornaliere sia scaturita a seguito di un grave incidente o infortunio accaduto nell’Azienda elettrica oppure a un fatto politico, determinato dal leader socialista Mastracchi oppure successivamente dal Regime Fascista. Infatti, il 7 novembre 1921 nasce ufficialmente il Partito Nazionale Fascista e il 28 ottobre 1922 avviene la Marcia su Roma, ma a Cotrone sin dal 1920 si respira l’aria del nuovo Regime e si parla anche di riduzione di orario di lavoro, che più tardi si concretizzerà con la “Carta del Lavoro” (R.D.L. 15 maggio 1923 n° 692) che cita testualmente: “La Durata Massima Normale Della Giornata Di Lavoro Degli Operai Ed Impiegati Nelle Aziende Industriali O Commerciali Di Qualunque Natura, Anche Se Abbiano Carattere Di Istituti Di Insegnamento Professionale O Di Beneficenza, Come Pure Negli Uffici, Nei Lavori Pubblici, Negli Ospedali, Ovunque E’ Prestato Un Lavoro Salariato O Stipendiato Alle Dipendenze O Sotto Il Controllo Diretto Altrui Non Puo’ Eccedere Le Otto Ore Al Giorno O Le 48

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Ore Settimanali Di Lavoro Effettivo”. Quindi, a Crotone, nel 1921, la riduzione dei turni di lavoro nella centrale termo-elettrica precorre l’applicazione del futuro statuto dei lavoratori. Modifiche alla pianta organica Ritenuto che in passato si è provveduto al trasporto della scala per le riparazioni della rete esterna elettrica con personale avventizio, che veniva pagato volta per volta e non oltre £. 150 (centocinquanta) mensili, considerato che il Sottoprefetto con nota del 3 marzo 1921 n° 2993 avverte ancora una volta che non intende vistare simili delibere perché detto personale non figura in organico, visto che il trasporto della scala non può essere fatto dall’elettricista, ma è necessario che a ciò sia adibito altro personale, considerato che la spesa non può trovare ulteriore ostacolo nell’approvazione del mandato dell’Amministrazione, il Consiglio Comunale, con delibera del 25 marzo 1921 n° 71, modifica l’organico relativo e istituisce un altro posto di aiutante elettricista esterno, secondo le vigenti Leggi Comunale e Provinciale, con l’annesso salario di £. 1.800 annue. In data successiva il Consiglio Comunale, con delibera 10 novembre 1923 n° 93, sopprime il posto di magazziniere contabile, affidando le mansioni relative al Capo Tecnico col compenso mensile di £. 80 (ottanta). La Giunta Provinciale Amministrativa con ordinanza del 23 gennaio 1924 restituisce gli atti al Consiglio Comunale, ritenendo che il compenso al Capo Tecnico sia molto oneroso in quanto le mansioni ascrittegli si limitano alla lettura dei contatori, che lo impegnano per due soli giorni ogni bimestre, mentre la custodia del materiale nel magazzino non è molto gravosa, tenendo presente che l’impiegato gode dell’alloggio nella stessa officina. Si invita quindi il Consiglio Municipale a ridurre tale

compenso. Il Consiglio fa presente che il servizio di magazziniere contabile non è semplice e facile come è detto giacché comporta la tenuta di parecchi registri ed un lavoro quotidiano di non lieve responsabilità. Infatti al magazziniere, quando il posto era in organico, si corrispondeva lo stipendio annuo di £. 2.280, oltre la doppia indennità del caro-viveri, mentre al Capo Tecnico non si corrisponderebbe, in complesso, che il soprassoldo mensile di £. 80. La soppressione del detto posto intanto è stata possibile in quanto le mansioni si sono potute affidare ad altro impiegato già fornito di stipendio; ma la riduzione del compenso porrebbe in difficoltà l’Amministrazione, giacché non le sarebbe facile sistemare il servizio come previsto e veduta le vigenti Leggi Comunale e Provinciale, a voti unanimi si delibera di restituire gli atti all’on. Giunta Provinciale Amministrativa, facendo voti perché le deliberazioni suaccennate ed il compenso stabilito come sopra siano integralmente approvate. La G.P.A. approva il documento il 6 giugno 1924. Termina qui la narrazione dell’Officina Elettrica del Comune di Cotrone, nata per sopperire all’illuminazione promiscua con quella elettrica. Non conosciamo quanto successe dopo gli anni d’esercizio fin qui descritti. In particolare non conosciamo i risvolti del passaggio alla S.M.E. (Società Meridionale di Elettricità), con sede a Napoli, dopo la costruzione delle centrali idroelettriche silane. Tale Società s’impegnò ad unificare sotto il suo controllo la produzione elettrica dell’intero Mezzogiorno, assorbendo imprese minori e costruendo nuovi impianti di distribuzione dell’energia prodotta in Sila. Sono fiducioso che altri in possesso di tali atti possano dare un seguito a questa mia ricerca storica. ◀ Marzo/Aprile 2019

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T E R R A D I S A N T I

Effige di San Dionigi Aeropagita presente nel Duomo di Crotone

SAN DIONIGI L’AEROPAGITA

La vera origine del santo patrono di Crotone che ama i forestieri

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di Antonio Carella

’è un detto crotoniate che recita così: “San Dionigi è il santo dei forestieri!”. Questo modo di dire sta sulla bocca degli stolti, sta sulle labbra di chi cerca di scaricare i propri insuccessi verso colui che ha rappresentato per noi crotonesi il cammino verso l’evangelizzazione. San Dionigi è il nostro Santo Patrono e raffigura la radice della nostra fede cristiana come asseriva spesso l’arcivescovo monsignor Giuseppe Agostino. E’ stato Lui ad averci guidato verso il Cristianesimo dando inizio ad uno nuovo cammino spirituale etico religioso e assicurare valori umani i cui benefici sono dopo tanti secoli un punto di riferimento per i credenti. Questo detto apre un concetto davvero importante se si pensa che lo stesso San Dionigi dopo essersi convertito alle parole di San Paolo nell’Aeropago ateniese sia giunto sulle rive dello Ionio crotonese per poi evangelizzare un popolo già maturo di accettare una dottrina clericale che potesse rinnovare l’anima e la mente di gente avvezza ai misteri pagani. Come si fa a pensare che un santo come Dionigi possa preferire gli stranieri ai Crotonesi e viceversa? Non è pensabile che un santo faccia una discriminazione del genere tra i devoti, semmai è stato antesignano nel comprendere la connivenza tra culture diverse come è sempre avvenuto nell’area mediterranea. Così come sta avvenendo ora col fenomeno dell’immigrazione.

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Il nostro santo protettore è stato più volte oggetto di scambio di persona, spesso coinvolto in storie inventate. Emulato da un pseudo Dionigi addirittura confuso con un altro omonimo che porta la testa mozzata tra le mani e si riferisce al vescovo parigino martire decapitato verso l’anno 270 d.C. Da qui il pasticcio di alcuni martirologi del secolo IX. Invece, San Dionigi era un uomo di cultura e faceva parte dell’Aeropago di Atene citato nella Sacra Scrittura negli atti degli Apostoli (Atti 17,34). Storicamente parlando, quindi, San Dionigi Aeropagita prende il posto del culto di Heracles per opera degli Honorati cioè delle famiglie aristocratiche di Crotone, quasi tutti forestieri, che attraverso l’istituzione del Sedile amministravano l’intera economia locale. San Dionigi è ricordato il 9 ottobre. Ciò premesso sarebbe opportuno valorizzare la storia del nostro Protettore attraverso iniziative atte a rappresentare le famiglie nobili iscritti al Sedile di San Dionigi Aeropagita esponendo in Piazza i sigilli delle varie casate. Nel circostanza si potrà notare il Santo seduto sul Sedile e che non è in posizione acefala ma assolutamente con la testa sulle spalle e non tra le mani. Così si rinnova un funzione storica attraverso il quale si potrà coniugare il passato al presente nella fede cristiana. E confermare, quindi, la tradizione religiosa tra mondo del lavoro e quello ecclesiale. ◀

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T E R RA D I SA NT I

FRA’ BONAVENTURA Barbieri da Casabona di Giuseppe Tallario e Carmine Pellizzi

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ra i personaggi più carismatici che Casabona può vantare nella sua lunga ed umile storia, fra Bonaventura Barbieri è certamente quello che rifulge di più viva luce. Non fu un feudatario o un soldato, né un uomo di lettere o un benestante, ma un umile fraticello laico, che, sull’esempio del Serafico d’Assisi, vestì la tonaca dei Minori Osservanti. Fra Bonaventura si chiamava in realtà Giuseppe Barbieri ed era nato in Casabona all’inizio del 1600 da una famiglia di braccianti agricoli: poco si conosce della sua infanzia e del periodo trascorso a Casabona, quando assieme ai fratelli era al servizio di un tal massaro di cognome Iuzzolino. Quello che sappiamo del suo soggiorno casabonese lo dobbiamo interamente alla tradizione orale che ben presto si impadronì della sua singolarissima figura, avvolgendola in un alone di misticismo sulla falsariga dei più grandi santi del passato. Dotato di grande intelligenza, fin da piccolo, mostrò spiccate doti ed una sincera tendenza verso la vita ascetica, aiutato e confortato in questa sua scelta dall’opera appassionata dei frati zoccolanti del convento dell’Annunziata, ubicato appena fuori dalla cinta muraria della vecchia Casabona. Sul poggio della “Valle della Stola”, tra le mura del cenobio francescano, il piccolo Giuseppe amava trascorrere gran parte del suo tempo libero, immerso nella preghiera e nel dialogo con i seguaci del poverello d’Assisi. Figlio del suo tempo, abbracciò con entusiasmo il lavoro dei campi, riuscendo unitamente ai fratelli ad abbandonare il bracciantato ed a fare masserizie per conto proprio. Le ore più liete, però, continuò a trascorrerle nella preghiera e nella contemplazione dei grandi misteri divini, tanto che sia la sua famiglia che il popolo lo considerò un pazzo visionario. Narra sempre la tradizione orale che in un giorno di giugno, mentre assieme ai fratelli era intento a falciare il grano, Giuseppe sentì una voce misteriosa che lo invitava ad abbandonare il mondo per dedicarsi interamente al servizio di Dio. Non era la prima volta che avvertiva questo strano richiamo, ma non l’aveva mai udito così forte ed imperioso, tanto da essere costretto a doverlo comunicare ai congiunti che come lui falciavano le dorate spighe. I fratelli, come sempre diffidenti, tentarono di convincerlo che le voci, che asseriva di udire, in realtà fossero solo frutto del suo squilibrio mentale e come prova portarono il fatto che nessuno di loro aveva udito altre voci che non fossero il gracidare delle rane nei fossi ed il frinire delle cicale all’ombra degli alberi. Giuseppe, allora, li invitò ad ascoltare le voci che provenivano dal sottosuolo e si mostrò così deciso che i fratelli non poterono che posare l’orecchio sulla nuda terra. Suoni e musiche soavissime, canti e cori angelici provenienti dalle viscere della terra, fugarono gli ultimi dubbi e le restanti incertezze sul suo stato psichico. La sera, un consulto familiare nella casupola situata vicino la chiesa parrocchiale decretò che Giuseppe doveva seguire la vocazione religiosa più volte manifestata e che la famiglia Barbieri non poteva ostacolare la volontà di Dio che aveva scelto uno di loro per il servizio divino. La mattina, di

buon’ora, Giuseppe salutò da lontano la sua Casabona, sapendo in cuor suo che non vi sarebbe più tornato. A spalle aveva, raccolti in uno scialle nero, pochi indumenti personali, un pane, che doveva servire per il ristoro nel viaggio verso Policastro, ed una lettera, scritta dal padre guardiano dell’Annunziata, per il superiore del convento della S. Spina, ove era diretto per il noviziato prima di entrare nell’ordine dei Minori Osservanti. Fin qui la leggenda popolare senza riscontri bibliografici che, invece, sono numerosi per il resto della sua intensa e santa esistenza. Hanno scritto di lui: i contemporanei Giovanni Fiore da Cropani e Domenico Martire. Quest’ultimo, nella sua opera “Calabria sacra e profana”, si sofferma nel capitolo dedicato ai venerabili calabresi dell’Ordine di S. Francesco d’Assisi sulla figura del frate di Casabona, affermando di averlo conosciuto di persona. Entrambi sono stati concordi nel decantarne la vita intessuta di santità e coronata dal dono del miracolo e della profezia. La prima tappa della vita religiosa del nostro compaesano fu il convento della S. Spina, a poca distanza da Policastro, che in quel tempo era luogo di noviziato. In questo cenobio, Giuseppe, chiuso nella solitudine e nella preghiera, completò la formazione religiosa, prese i voti, ed assunse il nome di Bonaventura. La sua vita religiosa fu un continuo martirio di penitenze, sforzandosi d’imitare in ogni cosa il Serafico d’Assisi. Dormì di solito sulla nuda terra e mai indossò abito nuovo, ma solamente vecchie tonache rattoppate. Religioso esemplare, ubbidientissimo e di gran semplicità, mite ed umile, praticò sempre l’astinenza, la mortificazione dei sensi e la penitenza in sommo grado, tanto che spontaneamente ancora in vita fu considerato dal popolo beato. A questo punto cediamo la parola alla prosa seicentesca del prelato D. Martire che così lo descrive: Era devoto assai della Beata Vergine Concezione. Egli andava sempre scalzo, e perciò sempre così chiamato, come mi ricordo d’averlo ben veduto: dal solo sembiante facevasi conoscere per quel ch’egli fosse nell’interno; pochissimo parlava, e non altrimenti che in bene; mortificato, macilento, e tutto di Dio. Nel mentre stava nel convento di Policastro, condottosi nel bosco a quello vicino, fu da’ demonii posto in fuga sino alla porta del Coro, e quivi il fecero cadere con la faccia in terra, lasciandolo quasi morto 1. Oltre a queste poche righe nulla più abbiamo ritrovato del suo soggiorno presso il cenobio della S. Spina e siamo propensi a pensare che la permanenza a Policastro dovette limitarsi solo a qualche anno, giusto il tempo di prendere i voti del Terzo Ordine Francescano. Le testimonianze dei suoi carismi e della sua spiccata religiosità trovarono eco e fiorirono soprattutto nel convento di S. Francesco d’Assisi in Cosenza, dove fu chiamato ad espletare fino alla morte il servizio religioso dai superiori dell’ordine. Padre G. Fiore così lo ricorda in due brevi episodi: Fra Bonaventura da Casabuona Laico fiorì in ogni genere di virtù religiosa. Non volle Cella a suo uso, albergando continuamente in Chiesa. Andò sempre cinto di catene, e co’ piedi scalzi; che pertanto ne veniva cognominato volgarmente lo scalzo. ◀ Marzo/Aprile 2019

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T E R RA D I SA NT I

C UT R O

CHIESA DI SAN ROCCO

E CONVENTO DEI CAPPUCCINI

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di Tommaso Arabia e Luigi Camposano

el corso del Cinquecento, in tutta la Calabria si assiste all’edificazione di numerose chiese e conventi. Anche Cutro fu interessata da questo intensivo fenomeno di ordine monastico, con la costruzione, in poco più di cinquanta anni, di una decina di chiese e ben tre conventi. Alla costruzione del convento dei Padri Domenicani (1543) e a quello dei Padri Riformati (1589) seguì, per decisione dell’arcivescovo di Santa Severina, sostenuta dalla popolazione e dal barone del luogo, l’edificazione della chiesa e convento dei Frati Minori Cappuccini. L’idea iniziale di far sorgere il complesso monastico sul fondo rustico del “Tavolaro”, nonostante la già avvenuta acquisizione del terreno, venne abbandonata sul finire di dicembre del 1597, perché ritenuto troppo distante dal centro abitato. Si pensò quindi di localizzare la costruzione in località “Chianette”, su un terreno di proprietà dell’Abbazia di Sant’Angelo de Frigillo che, sebbene fosse distante “sedici passi” dal paese, rispondeva pienamente alle esigenze dei frati, i quali preferivano far sorgere i loro conventi “extra moenia”, cioè fuori le mura dell’abitato. L’università di Cutro per questa concessione pagherà all’Abbazia un censo perpetuo di 5 tomoli di grano. La costruzione della chiesa e del convento I lavori di questo nuovo convento iniziarono il 22 luglio 1600, quando il Vescovo di Isola, Mons. Scipione Monteallegro, “buttò la prima pietra, presente il popolo, il quale aveva concorso con numerose offerte”. Occorsero ben tre anni per completare la costruzione. Alla fine dei lavori, il complesso monastico sarà composto dalla chiesa, a due navate, e dal convento con al centro il chiostro e tutt’intorno ben 23 celle. L’edificio, inizialmente, era “abitato da 7 sacerdoti e da 4 laici professi” con la chiesa dedicata a Santa Maria dell’Assunta. Lo storico Padre Giovanni Fiore, che nel 1650 fu guardiano del convento, nella sua “Rela-

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zione” annuale, parla, invece, della chiesa intitolata a Santa Maria della Sanità. Molti documenti esistenti, risalenti anche a prima della relazione del Fiore, confermano quest’ultima dedicazione. Lo fa nel 1618 Giovanni Tommaso Macrì, procuratore del monastero per oltre un ventennio, affermando che il convento dei Padri Cappuccini è “sub vocabolo Sancta Maria de Sanitate”. Altre conferme si ricavano da documenti risalenti al 1625 e 1647: “Vi è il monastero de Padri Capuccini sotto il tit.o di S.ta Maria d’Assuntione ancorchè la chiamano alcuni S.ta Maria della Sanità”. La generosità dei cutresi si manifesterà concretamente anche dopo il completamento dei lavori. Il 14 agosto 1605, Marco Gulini di Cutro nel suo testamento lascia “una salma di grano per la fabrica dei Padri Cappuccini e un’altra per la fabrica dei Padri Reformati di detta terra”. L’anno dopo, il 15 settembre 1606, l’arciprete di San Giuliano, D. Fabrizio Foresta, per conto del Reverendo Clero, fa un legato di 8 ducati per la costruzione del Monastero dei Padri Cappuccini. E ancora, il 6 ottobre 1656 il Dottore fisico Marco Antonio Ruggieri, nel dettare le sue ultime volontà testamentarie, obbliga il suo erede universale a donare 40 ducati ai PP. Cappuccini di Cutro. Il giardino e l’orto del convento Oltre al terreno per la costruzione del complesso monastico, l’Università di Cutro mise a disposizione dei Padri Cappuccini un’altra continenza di terre, “contigua al convento”, dell’estensione di ben sei tomolate. La parte seminativa veniva data in affitto, mentre la restante “atta ad orto e giardino” serviva da sostentamento per i frati stessi. Nell’orto, “circondato da mure di fabriche, esistevano quarantacinque alberi di fichi, dodici alberi di quercie di Stato, dieci alberi di ulivi, sette piedi di amendola di Stato, sette piedi di pera di Stato, tre alberi di granato e otto cipressi”. Insomma un grande orto, o se si vuole, come ancora oggi ricorda il toponimo, “l’orto grande”. Marzo/Aprile 2019

Per il loro sostentamento i frati potevano contare non solo sulle entrate provenienti dall’orto e dal giardino, ma anche su due censi, uno di 73 ducati annui dal marchese Di Mayda ed uno di 4 ducati dagli eredi di Francesco Cerchiaro. In merito a ciò lo storico crotonese Andrea Pesavento scrive: “la parte più consistente per il fabbisogno giornaliero proveniva dalle questue, che a seconda delle stagioni i frati erano soliti fare non solo a Cutro ma anche nei paesi vicini. Da esse venivano i prodotti locali che erano: frumento, granone, biade, olio, salami, castagne, patate, mosto, fichi secchi e latticini. Completava la questua del pane, che veniva fatta due volte alla settimana”. Alcuni celebri frati Nella lunga e secolare vita del convento furono centinaia i frati Cappuccini che passarono da Cutro. Tra i tanti, ci piace ricordarne alcuni che si distinsero per zelo, santità e cultura. A cominciare da Padre Bonaventura da Oppido, guardiano del convento nel 1619. Un Frate che viveva intensamente la fede, con rigorosa osservanza delle regole del suo Ordine. Di lui si


racconta che il giorno prima della morte gli apparve la “Vergine Maria di Dio”, accompagnata da una foltissima moltitudine di Angeli, per comunicargli che la sua vita terrena era ormai conclusa. Un altro frate da ricordare è Agostino da Cutro, che Padre Gabriele da Modigliana inserisce nella pubblicazione “Leggendario Cappuccino”, quale persona illustre, per virtù e pietà, della serafica religione cappuccina. Frate Agostino vestì l’abito cappuccino nel convento di Cutro per poi passare a quello di Catanzaro e infine a quello di Monteleone (odierna Vibo Valentia) dove rimase fino alla morte. Del frate cutrese, noto per la virtù e la perfezione con le quali viveva la sua fede, si dice che “fu dal Signore arricchito col dono de’ miracoli”. Una menzione particolare merita Padre Giovanni Fiore da Cropani che fu guardiano del convento di Cutro nel 1650. Uomo di grande cultura, il Fiore è l’autore della celebre pubblicazione storica “Della Calabria illustrata”. A lui si deve principalmente la conoscenza delle vicende e delle notizie inerenti la costruzione del complesso monastico dei Cap-

A sinistra: La navata centrale della chiesa cinquecentesta dei cappuccini con sullo sfondo la statua votiva dedicata a San Rocco.

puccini. Da ricordare, infine, fra’ Serafino da Panettieri, che dimorò nel convento intorno al 1600. Visse in concetto di santità e alla sua morte fu sepolto in ‘ecclesia sui ordini’. Il culto di San Rocco Nonostante l’ampia documentazione, non si conosce con precisione l’anno in cui ebbe inizio la venerazione di San Rocco da parte dei fedeli cutresi. Qualche indicazione si può ricavare dalla pubblicazione dello “Stato discusso dell’università di Cutro” del 1743. In questa sorta di bilancio comunale, nella parte delle spese, i sindaci del tempo stabilirono di voler partecipare alla festa di San Rocco con un contributo di sei ducati ‘alli Padri Cappuccini’, e alla festa di Sant’Antonio con un contributo di un ducato ‘alli Padri Riformati’. Probabilmente, proprio a partire da questa data, con la crescita del culto di San Rocco, cambiò la denominazione della chiesa, che assunse l’intitolazione al Santo di Montpellier al posto di quella all’Assunta o a Santa Maria della Sanità. Il convento tra soppressioni e riaperture La storia della chiesa e del convento dei Padri Cappuccini è stata costellata da tante avversità, soprattutto per le continue soppressioni e riaperture che hanno scandito la sua lunga esistenza. Una prima chiusura avvenne dopo il terremoto del 1783, allorquando il convento era abitato da nove frati. Per interessamento del sindaco e degli eletti dell’università di Cutro, venne riaperto su ordine del cardinale Fabrizio Ruffo. Con l’arrivo dei francesi fu nuovamente soppresso il 30 ottobre 1808. Tuttavia, anche se ufficialmente chiuso, il convento non fu del tutto abbandonato dai frati. Ne è testimonianza la morte di Fra Bernardo Mirarchi ‘a Montesoro’, avvenuta il 13 settembre 1817 nel convento di Cutro, e sepolto in “Ecclesia PP. Cappuccinorum”. Riaperto il 13 novembre del 1828, su interessamento degli amministratori del tempo, con in testa il sindaco D. Carmine Rossi, che intercedettero presso il Sottintendente di Crotone e l’Intendente di Calabria Ultra Seconda, nonché il Ministero e Real Segreteria di Stato degli Affari ecclesiastici. A concludere positivamente la vicenda un ruolo determinante l’ebbe l’Arcivescovo di Santa Severina, fra’ Ludovico Del Gallo, appartenente all’Ordine dei Padri CappucMarzo/Aprile 2019

cini, che, successivamente contribuirà con la somma di “8 mila ducati della sua borsa” a far edificare la chiesa matrice e Insigne Collegiata della SS. Annunziata, distrutta dal terremoto dell’8 marzo 1832. Poco dopo l’Unità d’Italia, il convento fu nuovamente soppresso per poi essere riaperto, anche se saltuariamente. Nel 1885, mentre era superiore Padre Serafino da Carlopoli, i frati abbandonarono la struttura, a causa dei tanti servizi che, senza alcun compenso, dovevano fornire su richiesta del Municipio. Riaperto ancora il 20 giugno 1905, il convento fu definitivamente abbandonato, quando era superiore Padre Serafino da Scilla. Dopo essere stato eretto ospizio nel 1913, dipendente da Catanzaro, l’edificio venne demolito nel 1920. A ricordo di tante vicissitudini rimane oggi la Chiesa intitolata a San Rocco, con la devozione a Sant’Antonio ed al SS. Crocifisso. La rinascita di una chiesa Nel corso dei secoli la chiesa e il convento sono stati interessati dai necessari lavori di restauro, oltre a quelli di ripristino, a seguito dei terremoti del 1638, del 1783 e, in particolare, quello dell’8 marzo 1832, che distrusse buona parte del complesso monastico. Un intervento importante fu realizzato nel 1724, al tempo dell’arcivescovo Nicola Pisanelli. Una lastra di pietra, esistente fino a qualche decennio fa, e murata nell’ingresso della chiesa, ne faceva menzione. Altra riparazione straordinaria fu fatta dall’arciprete D. Titta Sestito nel 1930. “Furono spesi 2.285 lire per riparare il tetto, l’abside dell’altare maggiore e il campanile”. Durante il ‘900, con il convento in abbandono e senza frati, i necessari interventi di restauro furono apportati alla sola chiesa. Nel 2017, infine, un gruppo di cittadini, per la maggiore parte abitanti del quartiere Casazza, hanno dato vita ad un comitato di volontari per il restauro della chiesa. I lavori hanno interessato il tetto e le mura dell’intera struttura, interne ed esterne. Restaurato l’altare maggiore, con la nicchia che da secoli ospita la statua di San Rocco, ed anche la sagrestia. È stato inoltre rifatto ex novo il portone e riportato alle origini l’antico portale. Risistemata la campana, con impressi l’anno e il nome della famiglia che l’ha donata: 1908 famiglia Di Mayda. L’opera ancora non è conclusa. Questo antico luogo di culto che racchiude tanta semplice bellezza, in parte sconosciuta, aspetta ancora di vedere all’opera non solo i volontari, ma tutta la cittadinanza, la cui generosità è necessaria per completare il restauro della navata laterale e rifare l’intera pavimentazione. ◀

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T E R RA D I SA NT I

L’Ecce Homo di Mesoraca

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ttraversando una campagna florida di uliveti e agrumeti, ci inerpichiamo su colline verdeggianti protese verso la Sila e arriviamo a Mesoraca, centro situato tra i fiumi Reazio e Vergani. La sua fondazione si fa risalire agli Enotri che dal fiume la chiamarono Reazio; altri studiosi propendono a far derivare il suo toponimo da Rea, moglie di Saturno e madre di Giove e di questo ancora si ricorda il vicino omonimo monte. Successivamente, secondo alcuni storici, prese il nome di Messurga da “messorius” (mietitore o dall’arcaico: Dio delle messi) per la fertilità della terra e abbondanza dei prodotti per cui la gente cantava e mieteva. Fu abitata dai Greci, dai Romani e dagli Ebrei. Partecipò attivamente alla vita della Repubblica di Crotone e fu sua alleata nella guerra che i Crotoniati condussero contro Locri. Nei secoli successivi fu territorio dei Ruffo dal 1292, dal 1523 entrò a far parte del Marchesato di Crotone come possesso dei Caracciolo. E non si può sottacere che Mesoraca fu anche sede di tre Accademie: degli Addormentati, dei Risvegliati e degli Ecclesiastici. Inoltre è importante sottolineare che il nostro centro è la patria di un santo,

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Zosimo papa dal 417 al 418. Sulle pendici dell’antico monte Giove sorge il Santuario dell’Ecce Homo. Secondo la tradizione, l’origine del vecchio cenobio, dovuto ai Basiliani, risalirebbe al IV sec. e comunque esisteva un luogo sacro basiliano che, per intercessione del Beato Tommaso da Firenze venuto a Mesoraca per diffondere il movimento francescano dell’Osservanza, venne ceduto ai Frati Minori.. Questi riadattarono l’antica sede, vi edificarono in un decennio la chiesa ed il convento che furono portati a termine nel 1429 quando il Papa Martino V con propria bolla decretò la donazione e la consacrazione. Nel 1579 con decreto di Gregorio XIII il convento passò, definitivamente, ai Frati Minori Riformati, che tuttora custodiscono e fu scelto quale sede del noviziato dell’Ordine. Con l’occupazione militare francese e, nel 1806, con l’eversione feudale e la soppressione dei luoghi sacri, anche il monastero di Mesoraca fu chiuso e fatti allontanare i frati che però vi tornarono nel 1815 con la restaurazione borbonica, riprendendo con rinnovato vigore a servire il popolo. Purtroppo nel 1866 di nuovo venne decretata la soppressione generale degli ordini monastici e anche del nostro

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A sinistra: La veneratissima statua in legno intagliata scolpita da Fra’Umile Pintorno da Petralia nel 1630 e situato nell’altare maggiore del Convento di Mesoraca.

monastero divenuto ormai famoso e meta di pellegrinaggi ai piedi dell’Ecce Homo. Finalmente per volontà del Comune e del popolo, tutto il complesso monastico venne acquisito al demanio nel 1875 e trasformato a luogo di accoglienza dei poveri alle cure dei Frati. Così pian piano potè riprendersi la comunità monastica e ricostituire il convento e riaprire il noviziato. Il luogo sacro di Mesoraca è ormai famoso in tutto il mondo perché, come detto, custodisce da più di tre secoli la prodigiosa statua dell’Ecce Homo. Si tratta di una bella, suggestiva e drammatica insieme, scultura in legno a mezza figura come quella pur famosa e assai somigliante di Calvaruso (ME) dello stesso autore, Fra’ Umile da Petralia, del quale s’è detto ampiamente prima. La scultura petralese è collocata in un’artistica cappella ottagonale barocca edificata nel 1780 con decorazioni di Salvatore Giordano e nel primo decennio del ‘900 i fratelli Ranieri da Soriano Cal. vi aggiunsero decorazioni con smalto e foglietti d’oro zecchino. Ai lati della cappella sei pregevoli tele incorniciate a stucco del pittore P. Griffo del 1835. Tra le altre opere d’arte custodite nel Santuario mesorachese ricordiamo: l’artistico chiostro del ‘400, alcune tele del Santanna di Rende del 1756 e del Leto del 1755, il pulpito seicentesco in noce lavorato ad intaglio a cinque pannelli decorati. Ma l’opera sicuramente più importante, dopo l’Ecce Homo, presente nella chiesa è la statua marmorea della Madonna delle Grazie scolpita nel 1504 da Antonello Gagini da Messina, lo stesso che scolpì le Madonne per Nicotera e Bisignano ed una Pietà per Soverato Superiore ed altre opere ancora diffuse in tutta la Calabria. Altro monumento di notevole interesse storico - artistico è la chiesa di Santa Maria del Ritiro fondata nel 1767 per volontà di P. Matteo Lamanna che voleva arricchire la sua terra di altre preziosità artistiche e religiose. È un edificio barocco disegnato da Antonio Stoto di Santa Caterina ed edificato con blocchi granitici scolpiti, in loco, da fra’ Filippo di Gioiosa e fra’ Giuseppe di Serra San Bruno. Detta chiesa è sormontata da una volta a botte e al suo interno sono evidenti gli altari policromi, alcune tele seicentesche e tanti arredi sacri argentei di epoca barocca. ◀

Secondo la tradizione la Sacra Reliquia custodita nel Santuario è qui pervenuta durante le Crociate

LA SACRA SPINA di Petilia Policastro

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ome scrisse il compianto P. Venanzio Marturano “la città che ha la fortuna di possedere una delle più insigni reliquie della Passione di Cristo”, a Petilia Policastro col Santuario della Sacra Spina.  Per molti secoli fu denominata Policastro (ancora oggi fra le voci anziane resta questo toponimo) distinguendosi come città ricca e fiorente e patria di uomini illustri e di fede tra i quali ricordiamo: il papa sant’Antero, il Cardinale Fabrizio Caira, i vescovi Luigi Carvelli e Giuseppe Caruso, nonché il francescano Antonio Mannarino autore della “Cronica dell’antica Petelia detta oggi Policastro” e rappresentante della locale Accademia degli “Affumigati”. In questo nostro itinerario, però, il posto di preminenza, tra i figli di Petilia, tocca a P. Dionisio Sacco al quale si deve la presenza della nostra “reliquia” del Cristo. Naturalmente l’origine del Santuario della Sacra Spina è legata alla storia del convento. Questo si fa risalire all’anno 800 e grazie all’iniziativa dell’Arcivescovo di Santa Severina e alla munificenza del Marchese di Crotone Nicola Ruffo che volle donare un suo fondo. Inizialmente il sacro luogo dovette essere una modesta chiesetta, con romitorio per pochi religiosi, intitolata a Santa Maria Eremitana. I primi ospiti furono i Basiliani che ampliarono negli anni il sito fino al 1320, anno in cui passò ai Francescani dedicandolo a Santa Maria delle Grazie. Detti Frati erano stati mandati in Calabria dallo stesso Poverello d’Assisi già dal 1216 e da qui si erano propagati in altri centri del meridione per confermare l’Ordine ed espanderlo. Fu tale e tanta l’opera missionaria di questi primi frati che in Calabria sorsero ben duecento conventi.   Dopo poco più di un secolo di abbandono e decadenza dovuto anche alla peste del 1348 che fece perdere all’Ordine ben due terzi dei suoi seguaci, il convento petilino, come anche gli altri due, riprese vigore nel ‘400 quando anche in Calabria si diffuse un movimento di rinascita francescana detto dell’Osservanza. Successivamente, anche per intervento del Ruffo, il papa Eugenio IV con Bolla del 24 luglio 1431 concesse ai Frati Osservanti il sacro sito petilino. Con l’arrivo, poi, della Sacra Spina, il complesso monastico divenne anche meta di pellegrinaggi da ogni contrada. Secondo la tradizione la Sacra Reliquia è pervenuta durante le Crociate, quando la regina di Francia ebbe in dono, come bottino di crociata, una spina sottratta dalla corona di Cristo e che custodì gelosamente per molti anni nascondendosela sotto la pelle del polso sopportando atroci dolori. Ammalatasi, riferì del segreto al cappellano di Corte che si fece consegnare la Reliquia affidandola ad un frate. Questi la sistemò dentro una teca ed intraprese un lungo viaggio a cavallo lungo tutta la nostra penisola con l’intimo progetto che dove si sarebbe fermata la bestia sarebbe dovuta sorgere una chiesa. La tradizione, appunto, vuole che il cavallo si sia fermato nel bosco di Policastro.Storicamente, le cose andarono diversamente. Il citato P. Dionisio Sacco, vescovo di Reims, nel 1498 ebbe in dono da Giovanna di Valois, moglie di re Luigi XII, un astuccio d’oro contenente la Spina donatale dall’imperatore di Costantinopoli Baldovino II e venerata nella “cappella santa” del palazzo reale edificata appositamente. Il P. Sacco, appena in possesso della Reliquia, pensò bene di donarla al convento patrio per arricchirlo e per confermarne ulteriormente la fede nei suoi lontani concittadini. ◀ Marzo 2019

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N U M I S MAT I CA

Furono numerose le alleanze stipulate dalla città achea di Kroton

La“summachìa”con Temesa Dalle monete è possibile documentare il sodalizio economico: la prova è rappresentata da uno statere a tecnica incusa

N

di Pasquale Attianese

umerosi sono stati i patti di alleanza stipulati dalla città achea. Alcuni ci vengono testimoniati dalle fonti storiografiche greche e latine, ma molti altri ci sono direttamente documentati dalle monete che la polis ha coniato nel corso della sua lunga storia. Tralasciando le fonti antiche che ci sono pervenute dal naufragio medioevale, sarà nostra cura trattare queste alleanze, che non poca importanza hanno rappresentato per l’economia della grande città antica. Non solo, ma sarà possibile in tal modo tracciare una storia più veritiera su fonti disinteressate e non asservite allo spirito di parte dello storico di turno. Una delle più antiche sembra essere la “Summachìa” con la città di Temesa, del 520-510 av. Cr. La prova è rappresentata da uno statere a tecnica incusa, che qui di seguito descrivo: 1) - Statere - gr. 7,95- D/ Tripode delfico con piedi leonini, su doppia base perlinata e lineare; a s. leggenda QPO. R/ Aulopide [=elmo] di tipo corinzio incuso a s. (Foto n. 1). Questa moneta è nota in pochissimi esemplari; volendo quantificare la sua rarità in gradi si può dire R 5, vale a dire solo qualche esemplare noto. Ma, anche a voler prescindere dell’alto valore numismatico, quello che conta, in questa sede, è evidenziare

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l’alto valore archeologico e storico che l’esemplare assume nelle vicende di Crotone. Numerose poi sono state le discussioni tra i numismatici sollevate da un siffatto esemplare. Uno dei primi editori del pezzo, il Minervini [ 1 - Bullettino IV, tav. V n.1 pag. 49] credette che l’elmo stava ad indicare Temesa e quindi l’emissione sarebbe avvenuta in occasione di un’alleanza tra Kroton e quella città. Altresì il Garrucci [ 2 - P.R. Garrucci. “Le monete dell’Italia antica”] ritenne lo statere coniato per commemorare un “Foedus”. Lascia davvero perplessi l’eleganza dell’elmo corinzio incuso sul rovescio. Questa raffigurazione, senza alcuna scritta accessoria, ha fatto sorgere parecchi dubbi sulla reale attribuzione della moneta . I dubbi derivano dall’esistenza di un altro statere, molto più tardo, coniato verso il 450 circa av. Cr. , anch’esso con un tripode sul diritto ed un elmo corinzio sul rovescio. Dal momento che quest’ultima moneta, sulla base della leggenda, si deve attribuire a Crotone e Temesa alleate, per analogia si è voluto vedere anche nello statere di cui stiamo trattando una moneta di alleanza tra la grande Kroton e la piccola città tirrenica, ubicata poco più a Nord di Terina, massimo sbocco commerciale di Crotone sul versante tirrenico. Tuttavia, poiché la scritta impressa su questo enigmatico statere ne accerta l’origine crotoniate, non è possibile, sulla scorta di semplici indizi, essere sicuramente certi che siamo davvero di fronte ad un documento di alleanza tra le due città, anche se l’ipotesi rimane. Non è nemmeno chiaro il motivo di tale patto d’amicizia tra due città così distanti e diverse. Riguardo a Temesa o Temsa il suo nome appare per la prima volta nella poesia omerica, a proposito di armature che si fabbricavano in questa città. Non si sa, comunque, con esattezza se la Temesa di cui parla il cieco vate sia la stessa, omonima, situata nell’isola di Cipro o questa nell’attuale Calabria. Il geografo di Amasia, Strabone [ 3 - Geografia, lib. VI, 15-17] afferma : “La gente dice Omero avesse in mente questa Temesa [quella cioè calabrese] e non la Tamassus di Cipro [il nome

infatti si dice di entrambe] quando asseriva - “verso Temesa per cercare il rame”- Vi sono in effetti molte miniere di rame nelle sue vicinanze, anche se ora sono abbandonate .” Stefano di Bisanzio, ha maggiormente contribuito a confondere le idee, quando dice che la medesima cosa detta da Strabone si poteva attribuire alla Temesa cipriota. In ogni caso, che vi fosse una Temesa nel Bruttium è un fatto assodato. Semmai non si sa dove cercarla. La maggior parte degli studiosi è orientata verso la zona dove ai nostri giorni sorgono S. Lucido ed Amantea, in provincia di Cosenza, ma la sua reale ubicazione è tuttora un problema da risolvere. Temsa dovrebbe essere stata una fondazione Ausonica o degli Enotri, allorché questi ultimi dominavano l’Italia in epoca molto remota. Sembra che i Thasii, venissero in questa città per rifornirsi di rame. Furono poi i Focesi e gli Etoli a farla divenire colonia greca. Ovidio, poeta latino, nelle Metamorfosi scrive che i campi di Temesa erano detti di Japige. Ma non vi è alcuna prova che il popolo Japigio (stanziato in Apulia) si fosse spinto in queste terre. Solo Eforo [ 4 - Apud Strabonem, Geografia, VI, 1,12 ] tramanda che questo ethnos dapprima abitò in Crotone ed è per questo motivo che i tre promontori ( Capo Colonne, Capo Cimiti, Capo Rizzuto, tutti a sud di Crotone ) venivano detti Japigi. Tornando alla causa della probabile alleanza tra Crotone e Temsa, alla luce delle antiche fonti riportate, secondo le quali il nome stesso Temsa significhi “ Fonderia”, forse si comprende meglio che Crotone, priva si miniere di rame, avesse bisogno del metallo per la fabbricazione di armi, suppellettili etc. e, conseguentemente, avrebbe avuto validi interessi per allearsi con la piccola polis tirrenica. A meno che, secondo un’altra tesi del grande archeologo roveretano Paolo Orsi, non si tratti di una vera e propria dominazione crotoniate, ricordata, sul rovescio della moneta, con la rappresentazione dell’elmo corinzio, il quale potrebbe benissimo alludere alle armi di cui menavano gran vanto i cittadini di Temsa. ◀

Il geografo Strabone aveva segnalato che: «Verso Temesa vi sono in effetti molte miniere di rame»

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Reportage dal passato

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Battuta di caccia

Battuta di caccia

Battuta di caccia

Battuta di caccia

Battuta di caccia

Assegnazione terre

Assegnazione terre

Battuta di caccia

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Un album fotografico che racconta momenti della vita contadina a Isola Capo Rizzuto

Battuta di caccia - pranzo

Donne al fiume

Donne all’abbeveratoio

Donna con la “gummola” dell’acqua

Donna e bambini a rifornimento d’acqua

Donne mentre fanno il bucato

La banda musicale

Donne al lavoro Marzo/Aprile 2019

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▶ Foto centrale: Cotrone medievale

e l a i c e p S

da un disegno dell’abate Saint Non. A destra: veduta della valle Neto.

Le origini del Marchesato

Entità demografica, geofisica e storica

I

l Marchesato, che poi diede il nome alla regione geografica, fu costituito nel 1390 dalla Regina Margherita, vedova di Luigi II d’Angiò, in favore di Niccolò Ruffo e comprendeva allora: i territori degli attuali comuni di Crosia, Calopezzati, Bocchigliero, Campana, Cariati (con la frazione Terravecchia), Scala Coeli (con la frazione di San Morello), San Giovanni in Fiore ( che sarà popolato tra il 1530 e il 1536), Cirò (Cirò Marina sarà comune nel 1952), Umbriatico, Verzino (con il futuro territorio di Savelli che sarà fondato verso il 1700), Caccuri, Casabona (con Zinga), Belvedere di Spinello (allora costituito da Malapezza e Monte Spinello), Santa Severina ( con Scandale e San Mauro), Petilia Policastro, Cotronei, Melissa, Strongoli, Rocca di Neto, Carfizzi, San Nicola dell’Alto, Pallagorio ed altri. Dobbiamo precisare, per quanto riguarda i tre comuni albanesi, che nel 1390 Carfizzi non esisteva in quanto ancora unificati i villaggetti che in seguito l’avrebbero

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formato; San Nicola era un Casale di Casabona; Pallagorio era ancora il Vecchio Paese e con i due precedenti non era stato ancora ripopolato dagli Albanesi, ripopolamento che sarebbe avvenuto nel 1451. In merito alla questione se altri comuni erano stati compresi nel Marchesato, ha ragione il Severino quando scrive: «Per tante vicende storiche il Marchesato, invece di consolidarsi ed espandersi, sin dai primi anni della sua costituzione, cominciò a frantumarsi in stati, principati, contee, baronie, conduzioni. Poi liti, congiure, sequestri, confische, vendite, concessioni, donazioni, in quattro secoli, fra il 1400 e il 1800, fecero perdere al Marchesato l’unità storica e la configurazione geografica».     Con la legge eversiva della feudalità del 2 Agosto 1806 varata dall’amministrazione francese a Napoli e con la progressiva concessione di autonomia ai comuni, tra il 1807 e il 1817, scomparvero le divisioni feudali e il nome Marchesato servì ad indicare solo una sub-regione. Il Decreto Marzo/Aprile 2019

Reale del l° Maggio 1816 istituì la terza provincia calabrese (in luogo delle due preesistenti Cosenza e Monteleone, vennero create le tre province di Calabria Citra con capoluogo Cosenza, Calabria Ultra Prima con capoluogo Catanzaro e Calabria Ultra Seconda con capoluogo Reggio). Rispetto alla originaria estensione, il Marchesato venne pertanto diviso fra le Province di Cosenza e Catanzaro. Questa divisione si consolidò nel tempo: i comuni a Nord del fiume Nicà, limite fra le due province (Cariati, Terravecchia, Caloveto, Scala, Campana, Mandatoriccio, Bocchigliero, Calopezzati, Crosia), furono assegnati a Cosenza gravitando su Rossano; i comuni a Sud del corso del Tacina (Sersale, Cerva, Belcastro, Petronà, Marcedusa, Cropani, Andali) vennero inclusi nella provincia di Catanzaro. Per effetto del D. R. l° Maggio 1816 si costituirono nel Marchesato i seguenti Circondari: - Crotone: Crotone, Papanice, Cutro, Steccato, San Leonardo, Isola, Le Castella.


Popolazione residente a Crotone e nel comprensorio Anno 1901 1911 1921 1931 1936 1951 1961 1971 1981 - Policastro: Policastro, Mesoraca, Santa Severina, Scandale, San Mauro, Rocca Bernarda, Cotronei, Petronà. - Strongoli: Strongoli, Rocca di Neto, Belvedere, Spinello, San Nicola, Carfizzi, Casabona e Zinga. - Umbriatico: Umbriatico, Pallagorio, Verzino, Savelli, Casino, Cerenzia, Caccuri, Cirò, Crucoli e Melissa. Dall’l.l.1848 il circondario passerà a Savelli. Dopo l’Unità d’Italia, Crotone ebbe il ruolo di Sotto-Prefettura, con il Fascismo di Circondario che comprendeva i Mandamenti di Petilia, Santa Severina, Strongoli, Cirò e Savelli. Dalla Repubblica Crotone ebbe il Tribunale e la Corte d’Assise. Nel 1992 è stata istituita la Provincia, una eccellente occasione per potere ricostruire il Marchesato non solo nella sua unità storica e nella sua configurazione geografica, ma anche in una rinnovata coscienza morale, civile e sociale. A delimitare il Marchesato2, in questi ultimi decenni, più che le precedenti divisioni amministrative, che pur non si allontanavano dalla realtà, sono stati il commercio, la viabilità, la vita di rela-

Crotone 9.610 10.684 11.600 18.622 21.469 31.928 43.256 50.970 58.262

%

11.17 8.57 60.53 15.28 48.72 35.48 7.83 14.31

zione, le scuole secondarie, lo sviluppo di Crotone che hanno determinato una vasta zona di interessi, che trova confini naturali solo in parte. Il territorio del Marchesato oggi occupa la zona della penisola calabrese compresa quasi in un triangolo, che ha per vertici il Monte Gariglione, la foce delle fiume Nicà a Nord e la foce del Tacina a Sud, congiunti in un centinaio di chilometri di coste, in gran parte sabbiose e pianeggianti dalle quali si protendono nello Ionio: Punta Fiumenicà, Punta Alice, Capo delle Colonne, Capo Cimiti, Capo Rizzuto, Capo Le Castella. A Sud il confine segue il corso del Tacina; dalla foce al Gariglione, alle pendici del quale, dopo il Lago Ampollino, corre il limite fra le provincie di Cosenza, Catanzaro ed il Marchesato, comprendente i versanti occidentali silani dei Comuni di Cotronei, Caccuri, Cerenzia, Castel Silano e Savelli. Da qui il confine incorpora un lembo della Sila Grande, poi scende ancora dove riprende il confine tra le due province sino al mare fondendosi, nell’ultimo tratto, nel fiume Nicà. Marzo/Aprile 2019

Comprensorio 68.011 66.866 76.187 82.479 85.832 106.152 118.817 118.286 128.409

% - 1.69 13.92 8.26 4.06 23.67 11.93 -0.45 8.56

  Esso comprende i Comuni di Belvedere di Spinello, Caccuri, Carfizzi, Casabona, Castel Silano, Cerenzia, Cirò, Cirò Marina, Cotronei, Crotone, Crucoli, Cutro, Isola di Capo Rizzuto, Melissa, Mesoraca, Pallagorio, Petilia Policastro, Rocca Bernarda, Rocca di Neto, San Mauro Marchesato, San Nicola dell’Alto, Santa Severina, Savelli, Scandale, Strongoli, Umbriatico, Verzino. Il territorio che ha una estensione di Kmq.1.702 con 190mila abitanti circa, si compensa a vicenda per dare vita, nell’insieme, al Marchesato, nel quale Crotone rappresenta il capoluogo storico, commerciale ed industriale. Cartina del marchesato Comuni della Provincia di Crotone: suddivisione per zone orografiche: Pianura collina interna collina litoranea montagna Crotone Belvedere Spinello Cirò Caccuri Cutro Carfizzi Cirò Marina Castelsilano Isola Capo Rizzuto Casabona Crucoli Cerenzia Rocca di Neto Pallagorio Melissa Cotronei Scandale Roccabernarda Mesoraca Strongoli San Mauro Marchesato Petilia Policastro San Nicola dell’Alto Savelli Santa Severina Umbriatico Verzino. ◀

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e l a i c e Sp

IL CINQUECENTO ECONOMIA E SOCIETÀ

A

di Antonio Gesualdo

ll’indomani degli accordi di Granada, il ramo dei Sanseverino di Bisignano estendeva i suoi titoli feudali sui territori di Strongoli, Calopezzati e Trebisacce. Dopo un primo blando intervento nel 1552, il Viceré Gravelle ordinò al principe Nicolò Berardino, il 21 ottobre 1574, di astenersi dal disporre del suo patrimonio senza l’intervento del Governo (cfr., nell’Archivio di Stato di Napoli, Collaterale, Curiae, la carta 205 recto). Il grosso delle alienazioni si ebbe nei primi anni del secolo decimosettimo: allora, Tarsia passò a Vespasiano Spinelli, Marchese di Cirò, al quale passarono anche Lattarico e Terranova, e Strongoli passò a Gio. Battista Campitelli. Il principato di Cariati (Foto), che comprendeva Cariati, Terravecchia, Scala Coeli, Campana, Bocchigliero, Umbriatico, Pallagorio, Verzino, Cerenzia, Caccuri, Belvedere di Spinello, e Rocca di Neto, fu confermato dal Re Federico ai Borgia, Principi di Squillace nel 1497, i quali avevano concesso nel 1504 la Bagliva di Castrovillari a Jacopo del Tufo. Il ramo degli Spinelli, Marchesi di Mesoraca e di Cirò, si affermava come principi di Scalea, grazie al matrimonio d’Isabella Caracciolo con Gio. Battista Spinelli di Castrovillari e di Cariati. Casabona fu data da Ferdinando I di Napoli. La Contea di Martirano, comprendente Conflenti, Altilia, Motta Santa Lucia e Grimaldi, fu concessa dal Re Federico nel 1496 ad Andrea de Gennaro, dalla cui famiglia passò nel 1579 ai d’Aquino, già Signori di Crucoli. Questo Sovrano vendette la Contea di Santa Severina, composta dai Comuni di Roccabernarda, Castelsilano, Petilia Policastro, Cirò, Cotronei, Carfizzi, San Mauro e Cutro, ad Andrea Caraffa, insieme con trecento ducati sui pagamenti fiscali di quelle terre, per soli novemila ducati, nel 1496. Il Viceré Conte di Benavente

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poté vendere la Contea di Santa Severina, il 31 ottobre 1608, al Principe di Scilla, Vincenzo Ruffo, per ottantaduemila ducati: ma a quest’epoca, Cutro, Roccabernarda e Castelsilano erano venute in possesso dei Caraffa di Nocera, e i Casali di Cotronei e Carfizzi appartenevano dal 1476 ai Morano di Catanzaro e ad essi rimasero quando Donna Anna Morano sposò Don Maurizio Moles. Cirò era stata venduta da Galeotto Caraffa a Raffaele Pirro Antonio de Abenante, finché passo a Isabella Caracciolo, Duchessa di Castrovillari, e per lei al figlio Gio. Vincenzo Spinelli, il cui figlio Ferrante vi ottenne dal Re Filippo II, nel 1585, il titolo di Marchese. Petilia Policastro era stata comprata all’asta, per ventiduemila ducati, da Gio. Battista Sersale, Barone di Sellia, nel 1564. Tra il secondo ed il quarto decennio del secolo decimosettimo, il panorama della feudalità calabrese si presentava alquanto più vario e più affollato di nomi di quanto risultasse un secolo prima. Confrontando il “Dizionario” del Sacco e quello del Giustiniani, noteremo al primo colpo d’occhio l’ampiezza dei mutamenti intervenuti nel corso dei due secoli e mezzo: gli esempi di Adorno, dei De Mai, dei Grimaldi, sono estremamente significativi. Esemplare fu il rigore col quale nel luglio del 1538 si ordinò a Ettore D’Aquino e al fratello Cesare Barone di Castiglione e di Crucoli, di consegnare subito al Governatore di Calabria, con tutti i relativi atti e processi, certo Carlo Greco di Crucoli, carcerato da un Commissario dell’Udienza di Calabria, e poi consegnato a Cesare D’Aquino, il quale aveva tento di apparire coatto il giuramento spontaneamente prestato ai Francesi nel 1528 dal cognato Antonio Delle Trecce (archivio di Stato di Napoli, Collatyerale, Curiae, volume nono, carte 142v. – 144r.). Marzo/Aprile 2019

Nel folio 316, fascicolo uno, carta 32r.; in Archivio di Stato, Dipendenze della Sommaria, leggo: “Zo è la raione de doana, di grana 18 per onza, per l’anno 1488, non è stata fittata da nessuno e viene comunque stimata per l’esiguo importo di un ducato, il che significherebbe un movimento del locale porto per il valora di 33 oppure 34 ducati annui. Allo stesso modo si dichiara ibidem, carta 33v., che per Torre di isola nello stesso anno 1488 non si è trovata a vendere la guardia de lo porto, falangagio, scafagio et ancoragio dei quali alcune volte si suole esigere entrate”. Il fatto che fosse difficile trovare negli ultimi decenni del Quattrocento chi prendesse in affitto la riscossione dei diritti daziari in porti non del tutto trascurabili, perché connessi al traffico granario regionale, come i porti di Isola Capo Rizzuto e delle Castella, non permette di dare alla conoscenza del traffico del Crotonese un particolare fondamento. Per l’approfondimento, vedi O. Zanzari, “Capitoli e grazie concessi, dagli Aragonesi al Vescovo e all’Università e uomini della città di Crotone durante il secolo XV”, pubblicato in Napoli nel 1923. I De Abenante figurarono, nelle pagine che fra Girolamo Sambiase dedicò nel 1639 alle Famiglie nobili di Cosenza, giunti quivi ai primi del Cinquecento e Signori, nel secolo precedente, di Calopezzati, e poi di Cirò, e di Martirano. Le memorie di Barracco risalgono al tempo del Re Alfonzo I e anch’essi ebbero impor-


Foto: Cariati, veduta aerea

no Governatori dell’Arredamento Grande della seta per la Calabria, e Giovan Battista Salsano era Governatore delle imposizioni di grana cinque a libbra di seta. Dal 1719 al 1721, Sebastiano Cimicata di Catanzaro prese in fitto l’annotazione di tutte le sete di Carfizzi, duecento libbre annue. il Regio Sostituto nell’Arrendamento della seta per la Provincia era Pompeo Catalano di Catanzaro.   Nel 1745, Filippo Basile ne era Governatore Genera le e Amministratore. Nel 1763, l’Arrendamento comprò in Carfizzi, nella persona di Don Vincenzo Barba, cento libbre di seta. Il 9 agosto 1764, il Consigliere Generale di Ferdinando IV concedette licenza al Comune di Carfizzi di poter, fino al 5 aprile 1765, ricevere e comprare sete, capicciole, cuculli, melafre e sporlature. Nel 1772, i catanzaresi Vitaliano Pappaianni e Antonio Terminelli comperarono in Carfizzi drappi lisci e seta ancora fresca, per centocinquanta ducati. Il vero e proprio boom della seta si ebbe nella parte meridionale della Calabria, e più propriamente tanti Uffici Regi e acquistarono feudi di non nos anos de quaranta mil salmas de grano”.  nell’area compresa tra il bacino del Mesima primaria importanza nel Crotonese.   L’abbondanza di grano nelle terre del e quello dell’Angitola. Al di là di Capo Spar  Il lungo regno di Re Ferrante I segnò Marchesato era ricordata assai spesso. L’U- tivento, invece, e fino al Crotonese, la prouno dei momenti migliori, per i comuni niversità della Motta di Cutro affermava, duzione diventava progressivamente più del Crotonese, nella storia dei loro rapporti con Memoriale del 29 marzo 1575, di non esigua, tanto che non vi era alcun fondacoi Baroni, lo dimostrano appieno lo studio poter sostenere più il peso degli alloggia- co per la sgabellatura. Come i cereali, così delle transazioni intervenute tra i feudatari menti militari, “por quanto proveen de pan anche la seta, massari di Cutro, di Cirò, di e i vassalli, “il Regis Ferdinandi I Instructio- la mayor parte de las marinas”; e Giovan Santa Severina, di Rocca di Neto, avvalennum Liber”, il Volume 29 della Sommaria, Battista Caracciolo, scrivendo al Viceré, dosi dei capitali propri e altrui, e sostando il “Codice Aragonese” del Trinchera, e il il 10 luglio 1617, notava che “tutta questa alle medesime svantaggiose condizioni di libro di Raffaele Colapietra: “Gli aspetti in- provincia per ordinario si governa di grani dipendenza da chi era in grado di anticipaterni della crisi”. Nelle Grazie e nei Capitoli del Marchesato di Cotrone”. re il capitale, praticavano la coltivazione dei richiesti al Sovrano, le preoccupazioni do-   Nel 1542, il Fisco Regio impose per suo gelsi e l’allevamento dei bachi, che in alcune minanti erano quelle relative alla vita eco- conto in Calabria altre cinque grana per zone giungevano fino a configurare un renomica, e nelle pattuazioni coi Baroni i Co- ogni libbra di seta esportata dalla Regione. gime di coltura largamente prevalente. muni chiedevano e ottenevano soprattutto La nuova imposizione sarebbe dovuta du-   L’olivo, quando lo si piantava ex novo, era garanzie di ordine giudiziario e proceduale.  rare un solo anno, e fu devoluta a coprire le oggetto di cure attente, come quelle attesta  La pace, intervenuta dopo lo stato di spese per le fortificazioni di Crotone, rese teci per “l’oliveto noviter facto seu insertato guerra (1494-1528) e la spinta demografica urgenti dalla crescente minaccia delle in- nella defesa piana” in territorio di Cirò nel produssero molto rapidamente i loro effetti: vasioni dei Turchi: col ricavato della nuova 1589, il quale richiese “quindici ducati spesi in particolare, il territorio del vecchio Mar- imposta, si era fortificata Crotone sin dal- per la chiusura che bisogna farse ogni anno chesato di Crotone riacquistò, dal punto di le fondamenta, così leggo in G. Galasso, et ducati cinque per la rocatura et ducati vista della produzione cerealicola e del rela- “Seta e commercio del ferro nell’economia ventisette per la coltura di tre mesi con tre tivo commercio di esportazione, gran parte napoletana del tardo Cinquecento”, in “Ri- paia di buoi” (Archivio di Stato di Napoli, della sua antica importanza; Don Ferrante vista Storica Italiana”, n. 75 (1963), pagine Relevii, volume 353, relevio di Giuseppe de Alarcon,scrivendo a Carlo V il 14 mar- 229-240. al principio del 1946, Ferdinando Vespasiano Spinelli, carte 149-217). zo 1532, valutava il grano disponibile sul II d’Aragona allettò tutti i produttori di seta   La geografia manifatturiera del Crotonemercato di Crotone 25-30 mila salme, che a domicilio di Carfizzi con diversi favoreg- se nel Cinquecento è più facile da tracciarsi saliva, negli anni migliori, a 40 mila. Ar- giamenti, tanto riguardo alla loro posizione di quanto accada per la geografia agraria, chivio di Samancas, Estado, Leg. I0II, folio materiale quanto a quella giuridica. perché era raro il caso che le attività mani121: “En la provincia de Calabria esta la ciu-   Quasi da ogni casa, per conseguenza, ri- fatturiere avessero importanza al di là dello dad de Cotronque es una tyerra muy im- suonavano il ronzio del filatoio e lo strepito stretto ambito locale e assumessero pertanportante de aquella provincia la qual nunca del telaio. Nel 1718, Nicola Caputi e Nicola to effettivo rilievo storico. se hallara menos de XXV en XXX Y algu- De Gennaro, Principe di San Martino, era-   Un buon indice per misurare la diffuMarzo/Aprile 2019

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Il Marchesato fu costituito nel 1390 dalla Regina Margherita, vedova di Luigi II d’Angiò, in favore di Niccolò Ruffo e comprendeva: i territori dei comuni di Crosia, Calopezzati, Bocchigliero, Campana, Cariati (con la frazione Terravecchia), Scala Coeli (con la frazione di San Morello), San Giovanni in Fiore, Cirò (Cirò Marina sarà comune nel 1952), Umbriatico, Verzino (con il futuro territorio di Savelli che sarà fondato verso il 1700), Caccuri, Casabona (con Zinga), Belvedere di Spinello (allora costituito da Malapezza e Monte Spinello), Santa Severina (con Scandale e San Mauro), Petilia Policastro, Cotronei, Melissa, Strongoli, Rocca di Neto, Carfizzi, San Nicola dell’Alto, Pallagorio ed altri. sione dei tessili nell’attività manifatturiera è anche offerto dai Registri delle matricole dell’arte della seta conservate nell’Archivio di Stato di Napoli, e da D. Musto, nel suo scritto: “I mercanti e gli artigiani calabresi iscritti nelle matricole dell’Arte della Seta”, in “Atti del Terzo Congresso Storico Calabrese”, pagine 439-491. i vasi, gli utensili da cucina e i recipienti d’ogni genere erano confezionati a Belcastro, in Cutro, a Crotone, in Cerenzia.   I lavori di fortificazione determinavano, come a Crotone (“essendo venuti molti et assai homini de le terre convecine con le loro famiglie per guadagnare in le fabriche de castello”), sensibili spostamenti di manodopera: queste masse di lavoratori erano fatti costantemente oggetto di malversazioni. Nel 1577, si protestò in quanto si ritrovò, nella fortificazione di Crotone, un Commissario che non cessava ogni giorno di maltrattare tutti gli operai; nel 1584, la Sommaria dovette intervenire due volte, il 17 aprile e il 13 luglio, sempre per Crotone, affinché “gli operaii et altri in dicto castello serveno et travagliano” fossero ben trattati e pagati in tempo.   La preparazione della pece aveva luogo, specialmente, in Santa Severina e in Petilia Policastro, dove era prodotta in varie qualità: pece nera o navale, pece greca e “pece rasa bianca che si mischia con la cera” (cinquanta cantari); si veda, in Archivio di Stato di Firenze, Auditori alle Riformazioni, folio 274. nei pochi documenti di fondaci e di dogane del Crotonese rimastici, la possibilità di cogliere le ripercussioni dell’organico inserimento di alcuni aspetti dell’economia nel circuito del grande mercato internazionale e dell’elemento mercantile straniero

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nel quadro delle attività economiche locali è evidente. C’era un doppio livello del commercio nel Marchesato: a quello superiore si collocavano i mercanti forestieri, regnicoli e non regnicoli, che acquistavano direttamente almeno i due terzi della merce venduta, ed erano i destinatari di essa, a Napoli o in Salerno o a Cava; a quello inferiore si collocavano i mercanti locali. Così vediamo accadere nei Registri o frammenti di registri del porto delle Castella nel 1525. aggiungiamo ancora le notizie sui vascelli “Santa Maria de Martir” del patron Battista Merolo di Cirò, depredati dei grani che trasportavano per conto del Principe di Tarsia nel 1637 (Archivio di Stato di Napoli, Sommaria, Consulta, volume 41. carta 118r.). Reco qui altri esempi, tratti dagli Atti notarili conservati presso l’Archivio di Stato di Catanzaro.   Società per il commercio di panni tra Cesare Citarella di Napoli e Giulio Benefazio, Gio. Maria Calopero e Fabio Barbuscia di Cirò, nella quale i primi due recarono il capitale ascendente a mille ducati circa, secondo l’Atto di Notar Baldo Console di Cirò, del 3 settembre 1575. società per il commercio di panni tra il Magnifico Belisario Longobucco di Umbriatico e Francesco Pelusio di Cirò, nella quale il primo recò il capitale di ducati trecentoventisei, secondo l’Atto del citato Notaio, del 20 febbraio 1574. società tra il Nobile Virgilio di Crotone e Francesco Pelusio di Cirò, nella quale il primo portò il capitale di ducati quattrocentotrenta, con Atto rogato dal Notaio Baldo Console.   Per avere il quadro di una classe che le vicende monetarie e quelle dei prezzi avevano ridotto, nel Cinquecento, in condizioni Marzo/Aprile 2019

di crisi gravissima, non è al baronaggio che dobbiamo rivolgerci, bensì a quella parte del Clero che era legata a prebende fissate in tempi lontani: le Relazioni episcopali ad limina ce ne lasciarono chiarissimo documento. Così, l’Arcivescovo di Santa Severina riferiva nel 1589 che “le chiese parrocchiali nella città erano molte, ma per loro povertà alcune ne furono unite insieme e ridotte a sette, e da due in fuori, quali hanno qualche poca rendita certa, tutte si mantengono con poche decime et elemosine”; e avvertiva che per la tenuità dei loro Benefici le chiese suffraganee non avevano potuto erigere propri seminari e contribuire a quello Arcivescovile. Nella relazione del 1592, l’Arcivescovo di santa Severina confermava che la sua Chiesa aveva otto canonicati vacanti, “che per esser senza rendita non è chi voglia impetrarseli in Roma già che per la lunga vacanza son devoluti alla santità Sua” (vedi, in Archivio Vaticano, Nunziature, Napoli, volume 20, carte 54-63). Le conseguenze di questo stato di cose, sull’azione pastorale e sul reclutamento del clero, erano considerevoli.   Lo stesso Arcivescovo di Santa Severina segnalava nella Relazione del 1592 che “per il rigore della bolla della felice memoria di Sisto Quinto si fanno pochissimi preti, e quelli pochi che hanno qualche intelligenza son poveri di patrimonio, e beneficii ve ne sono pochissimi di qualche frutto, onde ne segue la diminuzione del servitio della Chiesa Metropolitana e di tutte l’altre parrocchiali”. L’azione di riordinamento, nel Crotonese, della proprietà ecclesiastica, e lo sforzo per estenderla nel periodo post – tridentino, pretesto le mosse anche da considerazioni ed esigenze di questo tipo. ◀


S P E C IA L E

San Mauro Marchesato Un piccolo e prezioso“scrigno”di antichità Il santuario della“Vergine del Soccorso”

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orge a ovest di Crotone, a 289 mt di altitudine e tra i fiumi Tacina e Neto. La sua origine è molto incerta anche se la tradizione e taluni storici la fanno risalire al condottiero cartaginese Annibale che nel 203 a.C. subì una sonora sconfitta dai Romani nella terra dei Bruzi. Tra le truppe cartaginesi vi erano anche genti della Mauritiania che riuscirono a salvarsi e rifugiarsi su queste terre fondandovi appunto San Mauro. Ma perché alla nostra cittadina è stato dato il nome di un Santo. Sono tante le spiegazioni ed una di queste vuole che un tal “carabas” (capitano di nave) abbia portato da noi, per devozione o commissione, una reliquia del Santo martire proveniente dalla basilica di San Mauro in Gallipoli di Puglia. Leggiamo da P. Maone (in San Mauro Marchesato e le sue vicende attraverso i secoli -Ed. Mancaruso, Catanzaro 1975) che “potrebbe anche darsi che quel “Carava”, che contraddistinse la nostra cittadina negli antichi tempi, sia stato posto a memoria dell’avvenimento. Nella monca leggenda popolare che ricorda l’origine del Martire e nel significato del toponimo sammaurese ravvisiamo

gli estremi di una delle tante tradizioni agiografiche calabresi che narrano di santi protettori venuti dal mare.   La storia del Marchesato, quale entità geofisica e storica La nostra S. Mauro, è vero, non è cittadina marittima nello stretto senso della parola, ma trovavasi e trovasi non molto lontana dal mare e a breve distanza da due fiumi allora navigabili, almeno nel corso inferiore, il Neto e il Tacina. Risalendo quest’ultimo, che era il più vicino, a tre Km appena, potè arrivare la navicella col suo carico prezioso. Contemporaneamente all’arrivo delle reliquie e del culto forse fu scritto in greco il menologio del Santo, dato che i monaci dei nostri cenobi erano specialisti in materia.” Comunque sia fu feudo normanno e già nel 1276 era riconosciuta col nome di San Mauro di Caraba da “carabos” greco, “qarib” arabo col significato di “navicella” o “barchetta” dato al sito. E’ stato possesso dei Conti normanni di Catanzaro fino al 1464, passata poi ai Carafa nel 1496 e poi ai Ruffo di Scilla nel 1608. Infine passò agli Sculco nel 1655 e nel 1691, fino all’eversione napoleonica, ai Grutter.   San Mauro Marchesato, tra i suoi Marzo/Aprile 2019

tanti beni culturali e preziosità antiche, è gelosa custode del pur modesto Santuario della Madonna del Soccorso e, a quanti visiteranno questo luogo sacro per tutto l’arco dell’anno giubilare, convenientemente preparati, sarà concessa l’indulgenza plenaria appunto perché tappa del Giubileo del 2000 e ciò per volontà dell’Arcivescovo di Crotone - Santa Severina, vista la Bolla “Incarnationis Mysterium” e il Decreto della Penitenzieria Apostolica.   E nel territorio della Chiesa crotonese, assieme al nostro Santuario del Soccorso, sono tappe per l’acquisto delle indulgenze giubilari anche la Basilica Minore del capoluogo, la Concattedrale di Santa Severina, il Santuario di Capo Colonna, l’ex cattedrale di Belcastro, il Santuario della Madonna Greca di Capo Rizzuto, l’ex cattedrale e la chiesetta della Madonna di Vergadoro di Strongoli, l’ex Cattedrale di Umbriatico, i Santuari francescani dell’Ecce Homo di Mesoraca, del Crocifisso di Cutro e della Santa Spina di Petilia Policastro,, la Madonna di Manipuglia di Crucoli, della Madonna d’Itria di Cirò, della Madonna delle Grazie di Caccuri, quella di Setteporte

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MA D O N NA D E L M UT U O S O C C O R S O

(1940) di Rocca di Neto, San Michele di San Nicola dell’Alto, l’Eremo della Santa Croce di Corazzo e il Monastero delle Carmelitane di Campione sopra le alture di Capo Colonna.   Alle porte di San Mauro Marchesato, all’incrocio della strada per il centro cittadino con la statale 109 per Santa Severina e San Giovanni in Fiore, sorge il Santuario detto della Vergine del Soccorso. Si tramanda che al posto dell’attuale sacro sito crescesse un foltissimo roveto dove sarebbe stato trovato un quadro della Madonna e portato in paese nella chiesa parrocchiale (di cui diremo più avanti) e da qui sparisse e a più riprese venisse ritrovato nel primario luogo del rinvenimento. Da ciò ne discese che la Madonna volesse eretta una chiesa nel punto preciso dove ora è venerata. La zona circostante il Santuario è denominata “le forche” ed ha sempre suscitato paure ed ansie fra la gente e la tradizione ci dice che durante le tante guerre vi si nascondevano soldati e orde turche ed il titolo dato alla

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Vergine fa pensare al soccorso dato alla popolazione.   Il Santuario fu costruito in data molto remota e comunque nel 1745 fu ricostruito a seguito di un terremoto, come si ricava dalla scritta sul portale. Di notevole interesse artistico è la cupola della chiesetta poggiante su pianta quadrata con tamburo rotondo, ricoperta di tessere ovoidali variopinte alla maniera mosaicale. Non potendosi pensare ad un lavoro molto antico, c’è da supporre che gli artisti che la costruirono abbiano avuto per modello la chiesetta bizantina di Santa Filomena detta anche del Pozzolio di Santa Severina. Sull’altare centrale policromo è sostenuto da due colonne appare il quadro della Vergine del Soccorso, probabilmente del ‘700 e protetto da una cornice vitrea offerta nel 1949 dai dipendenti delle Ferrovie Calabro Lucane, probabilmente per un licenziamento in massa miracolosamente scongiurato. La sacra icona è festeggiata solennemente la prima domenica di giugno con grande concorso di fedeli Marzo/Aprile 2019

dei paesi limitrofi.   E San Mauro Marchesato non è solo il Santuario della Vergine del Soccorso, vi è anche dell’altro. Tra le antiche strade del centro abitato incontriamo la chiesa parrocchiale della Matrice intitolata a San Giovanni Battista. Questa sorge su pianta rettangolare a tre navate con la navata centrale sopraelevata sulle altre ed un campanile, originariamente alquanto basso e, nell’ultimo dopoguerra, elevato ma non tanto rispetto al tetto della chiesa e che conserva una seicentesca campana. Nella parte più antica del centro abitato troviamo l’imponente torre campanaria dell’antica chiesa dell’Immacolata, già evidenziata nel Catasto Onciario del 1743, con pianta rettangolare e due navate, addossata alla vecchia chiesa di Santa Caterina, dalla quale è divisa da uno spesso muro; ma, una volta praticata un’apertura in detto muro, le due chiese si sono rese comunicanti. Questa chiesa conserva ingenti opere d’arte che vanno dal ‘700 a tutto il 1800. ◀


S O C I ETÀ

La storia di un riscatto sociale

Brigantaggio nel Crotonese

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di Giovanbattista Maone

er giustificare ed inquadrare gli avvenimenti del triennio 1859/60/61 in Sila, é necessario richiamarci brevemente ai fatti storici precedenti, ossia agli atti del primo brigantaggio e alle lotte sociali che si manifesteranno nella nostra zona tra il 1796 ed il 1812; gli avvenimenti tra il 1813 ed il 1859, se pur con spirito mutato e senza spargimento di sangue, furono la continuazione delle prime lotte; quelli intorno al 60 e dopo, furono la conclusione logica di un lungo periodo di lotte sociali, di lotte di contadini affamati e senza terra, che interpretando i fatti politici nazionali in funzione economica, cercavano di sfruttare l’incertezza del momento per avere il possesso di quelle terre indispensabili a la loro esistenza, che malgrado ripetute promesse, mai leggi, commissioni feudali, commissari ripartitori, delegati, avevano praticamente concesso. Alla fine del 700 Savelli era ancora un Casale dell’Università di Verzino; nel volgere di un secolo era passato dal possesso del Principe Spinelli di Cariati a quello del Duca Leonardo Cortese; essendo questi incolpato di fellonia, il feudo fu confiscato ed amministrato dalla Real Camera, e poi ceduto in fitto al Barone Barberio di S. Giovanni in Fiore, che con la cupidigia di acquistare quel territorio, come infatti avvenne, non mancò di rendere difficile la vita dei coloni che in seguito ai diversi passaggi di amministrazione avevano perduto molti diritti sui terreni feudali: diritti di pascolo, di acque, di allignamento, mentre esosi erano diventati i tributi, i fitti, “i terratici”. La povertà dell’ambiente, l’improduttività del suolo, rendevano ancora più tristi le condizioni di vita di quei meschini nei quali incominciò a serpeggiare lo spirito di ribellione contro il Barone Barberio, contro i Borboni, contro tutti coloro che rendevano difficile la loro vita. Si arrivò anche alle proteste del 1796, quando Napoleone si affacciava in Italia e le idee di giustizia e di libertà giungevano anche nei nostri paesi, una delegazione di cittadini, guidata dal Sacerdote Don Vincenzo Arcuri, si recava a Napoli per protestare presso

la Corte e far presenti le misere condizioni di vita della popolazione. La missione del sacerdote ebbe una tragica conclusione: prelevato dagli uomini del Barone fu seviziato e barbaramente ucciso (1); iniziano così le sanguinose lotte del primo brigantaggio; scorre il sangue per lestrade e le contrade del nostro paese e la lotta, alimentata dall’influsso della Rivoluzione Francese e dalle leggi eversive della feudalità, si muta in una lotta per l’esistenza, per il bisogno di terre da coltivare, per l’odio contro i Baroni che da anni angariavano un popolo laborioso. La presenza dei Francesi e dei Boroboni trasformò la lotta sociale in lotta politica e molti Savellesi, imprudentemente mescolando gli odi familiari alla passione politica, militarono numerosi nei campi avversi rendendosi artefici delle proprie sventure. Quando la repressione divenne più forte, molti si ritirarono; altri restarono sulla barricata, diventando briganti per mestiere, ricercando le vittime fra gli stessi concittadini. La necessità di resistere li fece diventare addirittura feroci, finché il patibolo, il piombo francese, il carcere non distrusse anche loro. Settantaquattro persone, spesso con morte crudele, (2) perdettero la vita in questo travagliato periodo. Cessata la bufera un lieto auspicio sembrava far riprendere nuova vita il nostro paese; Gioachino Murat, nel 1813 staccava il Casale di Savelli dall’Università di Verzino e concedeva l’autonomia comunale. I fucili furono nascosti, ma restava ancora aperta la questione delle terre; le Commissioni Feudali e i Commissari Ripartitori che pur avevano dato una prima sistemazione e distribuzione delle terre feudali, cessarono dall’operare con la restaurazione Borbonica, mentre i Baroni, profittando di questa e della conseguente confusione, resero nulle le precedenti concessioni; l’erezione a Comune del nostro Casale complicò ancora le cose; alle liti col Barone si aggiunsero quelle con l’Università di Verzino che da avara matrigna poco ed a malincuore cedette al nuovo Comune, aumentandone il malessere. ◀ Marzo/Aprile 2019

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Poesia

Musicalità e ritmo nei versi di

Mario Riganello Poeti si nasce. Mario Riganello non ricorda un attimo della sua esistenza in cui non si è sentito poeta.Questa breve silloge,vuole evidenziare alcuni aspetti peculiari della produzione letteraria dell’Autore.Da un testo all’altro la metrica varia,com’è ovvio,però potrete notare, anche se non siete degli esperti,la caratteristica che li accomuna:la musicalità,il senso del ritmo. a cura di Mimmo Stirparo

Prigioniero

Piange l’uccello nella gabbia d’oro, rispondono ai suoi trilli quei del coro, il coro dei compagni tra le fronde che l’indomani solcheran le onde. E l’indomani ei sognerà le terre calde e lontane, dalle dolci serre. Sente la morte prossima nel cuore, l’ultimo canto va verso il suo amore. (l961) “Prigioniero” è una composizione giovanile, dalla linea molto semplice, ma che già denota un’esposizione nitidissima dei sentimenti che pervadono l’animo del

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poeta. Abbiamo scelto poi due cammei, quasi due frammenti, la cui pregnanza di significato è inversamente proporzionale alla brevità dei testi.

Alba sul mare

La tua luce è un istante che passa e che corre a posarsi tra le cose eterne. (1970) “Alba sul mare” è un invito a meditare su un fenomeno che dura solo pochi minuti, ma, nello stesso tempo, è eterno, non solo per il fatto di ripetersi puntualmente, ma Marzo/Aprile 2019

soprattutto per quello che di grande e maestoso si cela dietro la nascita di un nuovo giorno, l’impronta divina e perciò eterna. La dote della sintesi è prerogativa degli scrittori e dei poeti eccellenti. Il concetto di “Pietre”, invece, è racchiuso nell’ultima terzina.

Pietre

Allora le lacrime erano pietre e le parole pure. Cadevano nel vuoto con il rumore delle idee sul selciato. (1974) Appunto, ma qual è il “rumore delle idee?” Rigiro la domanda ai lettori di questa rubrica: conosciamo il rumore delle pietre, il rumore delle lacrime, la loro diversa intensità, ma il rumore delle idee qual è? E’ un rumore che non si può misurare, forse solo immaginare, certamente non si può negare, perché il rumore delle idee, quando queste sono forti, concepisce la Storia. Andando avanti negli anni il nostro Autore è diventato sempre più schivo, cen-


tellina le sue uscite, forse perché, come sostiene nella poesia “Un’età violenta”: “parlare è inutile quando tutti sanno”. E’ una constatazione amara, però fotografa benissimo la nostra attuale società. S’intende perfettamente che non è la parola in sé che viene stigmatizzata, bensì l’uso che se ne fa: smodato, sguaiato e vuoto.

Un’età violenta

Ho raggiunto un’età violenta, in cui tutto è proibito ed è lecito morire. I miei anni continuano a sgranarsi senza significato e parlare è inutile quando tutti sanno.

fondamente più intima del poeta, che noi registriamo ma che preferiamo, in questa sede, non penetrare. Infine, il ritratto di una Calabria sconosciuta (sconosciuta ai turisti per caso e ai leghisti settentrionali). Dopo l’iniziale impennata, la poesia presenta, nella parte conclusiva, dei sussulti che sembrano spezzarne il ritmo, ma in verità è una raffinata trovata onomatopeica per trasmettere a chi legge l’idea della frantumazione interiore del calabrese, che, legato sinceramente alla propria terra, di fronte all’indifferenza dei più, si sente spezzare il cuore.

A una Calabria sconosciuta

Non canto la costa viola o la caccia del tonno, né i venti africani E’ l’età quindi del silenzio. che placano il girovagare Questo silenzio corporeo presso le bianche marine, che ogni cosa avvolge io canto il dolore e mummifica di chi non tradisce, e il pensiero il pianto dei bimbi ti rode il cervello e le grida nella pazzia che è di là da venire. là tra i villaggi e i dirupi, ( 1987) sospesi su fiumi impetuosi Il resto della lirica riguarda la sfera pro- che scendono a valle

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e rubano sogni preziosi ai cuori nostri nostalgici di calabri infranti. (1990) Ma i versi emblematici di questa lirica sono “io canto il dolore di chi non tradisce”. Quanto è vero! I traditori non conoscono il dolore, né lo capirebbero. Il dolore appartiene a chi sceglie di rimanere fedele (alla famiglia, agli amici, alle proprie idee e al suo paese), pienamente consapevole che dovrà inevitabilmente assoggettarsi a molte rinunce. E qualsiasi rinuncia, anche se dettata dall’amore, provoca sofferenza. Chi osasse confermare il contrario legittimerebbe tutti i dubbi sulla sua sincerità. I versi di Mario Riganello, comunque si vogliono interpretare, è indubbio che conservino una funzione sociale, qualità delle persone che hanno qualcosa da dire. Ma come mai su un verso o su pochi versi di una poesia che abbia dei significati la critica spende tante parole? E’ proprio necessario? Ebbene, sì. La critica, in quanto prosa, cerca di spiegare, approfondisce, interpreta. La poesia illumina. In fondo, la differenza è “solo” questa. ◀

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C I N E MA

La via della

S TERRA

Un documentario che racconta la storia dell’agricoltura nel Marchesato e le lotte che i braccianti hanno dovuto combattere per la terra e la dignità

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critto e diretto da Enrico Le Pera, prodotto e ideato da Antonio Grimaldi con la cooperativa sociale L’Ape Millenaria, “La via della terra” è un documentario che racconta la storia dell’agricoltura nel Marchesato di Crotone e le lotte che i braccianti hanno dovuto combattere per la terra e per la dignità. Affrontando vicende della storia locale - culminate con l’eccidio di Melissa - che influenzarono e determinarono la Riforma Agraria nazionale, “La via della terra” mette a fuoco una realtà che riguarda tutto il mondo agricolo italiano. Partendo dal latifondo dei vescovi e dei nobili, passando per le grandi guerre fino alla vicenda dell’Opera Sila, forse per la prima volta un’opera audiovisiva analizza le questioni relative allo sviluppo agricolo calabrese e le ragioni del suo decadimento. Con l’aiuto di numerosi e preziosi filmati dell’epoca, ottenuti dalla Rai, dall’Istituto Luce e dall’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico, grazie all’intervento degli storici Antonio Cosentino e Alfonso Pascale, alla consulenza di Andrea Pesavento e Riccardo Schipani, si


fa luce sul passato, cercando di capire i motivi del mancato sviluppo agricolo, dell’abbandono delle terre e della conseguente emigrazione. Questo documentario è anche una grande occasione per conoscere più da vicino il mondo contadino, la sua ricca tradizione, un’inesauribile fonte di ricchezza umana e culturale che è stata troppo spesso snobbata e oggi rischia di essere dimenticata per sempre. Non freddi dati storici e tecnici, ma volti, persone, che, grazie a interviste dell’epoca, rivivono per darci una profonda lezione di dignità, umiltà e sacrificio. Sentire parlare il padre di Francesco Nigro e il fratello di Angelina Mauro, uccisi dalla Polizia di Stato per aver semplicemente occupato delle terre, è un’emozione profonda non solo per la vicenda narrata, ma per il dolore imploso, contenuto, trattenuto, “civile” che queste persone esprimono e che riguarda tutti noi. Oppure, vedere come nella piana di Capo Colonna, non molti anni fa, a spezzarsi la schiena per raccogliere barbabietole c’erano ragazzini calabresi di nove, quattordici anni, rimette tutto secondo una prospettiva diversa, che parla anche di sofferenza comune e, perché no, di accoglienza e solidarietà nei confronti di chi, oggi, si spezza la schiena sui campi calabresi. Si parla dunque di civiltà contadina, di cui il grande scrittore Giuseppe Berto (“Il male oscuro”, “La Gloria”), veneto, ma calabrese per scelta, spesso citato in questo documentario, diceva: “ I risultati di quella civiltà, sia nel fare che nel preservare, erano arrivati fino a noi: un patrimonio proprio come capitale, la povertà degli antenati che finalmente diventava ricchezza per i posteri, preziosa materia prima, in quantità incredibile. I calabresi si sono mes-

si con grande energia e determinazione a distruggerla. In questo sono infaticabili e, a modo loro, geniali”. Accompagnato dalle splendide musiche dei Na’im, che reinventano in chiave moderna le melodie tradizionali calabresi, questo documentario è il tentativo di ricomporre quei brandelli di civiltà, di capire se ne sia rimasto qualcosa, e se le battaglie e i morti lasciati per strada abbiano avuto un senso. È un documentario che segna l’inizio di un percorso, che guarda al futuro ma voltandosi indietro, per non dimenticare una delle ricchezze più grandi che ci hanno lasciato i nostri padri e i nostri nonni: la cultura della terra e il suo rispetto. Il documentario “La via della terra” è stato presentato per la prima volta lo scorso 12 gennaio 2019 a Santa Severina (KR). ◀

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F U M ETT O & D I NT O R N I

Una Calabria immaginifica e ancestrale nel nuovo graphic novel degli autori Vincenzo Filosa e Nicola Zurlo

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arla di una Calabria fantastica e ancestrale rappresentata attarverso il filtro del graphic novel all’orientale. “Cosma e Mito vol. 1 – L’antro dei lupiminari”, il primo di quattro tomi di questa che è una saga, è il nuovo fumetto degli autori crotonesi Vincenzo Filosa e Nicola Zurlo. Il volume (136 pagine a colori, formato 15×21 centimetri), pubblicato da Coconino Press, è subito diventato un fenomeno editoriale per gli amanti del manga e più precisamente dello stile gekiga, con particolare riferimento al maestro Shigeru Mizuki. Di questo neonato ‘’cult’’ se ne stanno occupando trasmissioni Rai specializzate, riviste, siti, blog e funzine tra le più importanti del settore.

SINOSSI Tutti sanno che in Calabria, nei boschi inospitali e bui della Sila, c’è un villaggio abitato da una tribù di lupiminari. Questi licantropi vivono lì da quando i pruppi e gli umani li hanno costretti ad abbandonare città, paesi e campagne. E qualcuno sospetta che dietro la misteriosa scomparsa di decine di ragazzi ci siano proprio queste leggendarie creature. Per i maniaci complottisti è evidente che i lupi mannari stanno arruolando sangue giovane per riportare in vita il mitico esercito lupo, dichiarare guerra agli usurpatori e tornare a regnare sulle terre e i mari di tutto il Paese… Cosma e Mito è la storia di una madre che sa essere guerriera letale e del figlio, un ragazzino conteso tra due mondi, il clan dei Lupi e quello dei Polpi. Una saga d’avventura a fumetti ambientata in una Calabria contemporanea e insieme arcaica e oscura, dove il folklore locale si intreccia con elementi tipici della narrativa giapponese. Una favola ultrapop e ancestrale, solida come un cucchiaio di legno, sorprendente come un gioco di laser. Un’epopea colorata e originalissima che si snoderà in quattro volumi. BIOGRAFIA AUTORI Nicola Zurlo, classe 1984, è uno sceneggiatore e film-maker indipendente. Cosma & Mito è il suo primo fumetto. Vincenzo Filosa nasce a Crotone nel 1980. Il più giapponese degli autori italiani, il più calabrese dei mangaka, ha pubblicato Viaggio a Tokyo (Canicola, 2015), Figlio unico (Canicola, 2017) e ha partecipato all’antologia La Rabbia (Einaudi, 2016). Ha dato un importante contributo critico alla riscoperta del manga indipendente degli anni Sessanta e Settanta e dei suoi autori simbolo. Cura per Coconino Press le collane Gekiga e Doku. ◀

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M U S I CA

I favolosi anni‘60

Le band locali negli anni della contestazione giovanile

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di Mimmo Arena

rano gli anni della contestazione giovanile, degli hippies, del boom economico, dei jukebox, ma soprattutto gli anni d’oro della musica italiana e che per questo ancora oggi vengono costantemente ricordati come i “meravigliosi anni sessanta”. E la musica, quella di allora come quella dei decenni successivi, non è mai girata al largo dalla nostra comunità, anzi. Vi è entrata dentro con vigoria, contagiando animi e generazioni intere, scatenando a tutta forza la passione comune verso gli stili musicali del tempo, in quei giovani che, ancora studenti, scoprivano l’emozione del primo strumento, delle prove in uno scantinato (o magari in una vecchia cantina fuori paese), dell’esordio davanti al pubblico di un ricevimento matrimoniale o di una festa patronale. Era il 1967, ed un gruppo di amici, quasi tutti coetanei (l’età variava dai 18 ai 21 anni), tra un pomeriggio di studio ed una serata a chiacchierare dei loro problemi al Bar, decide una volta di dare fondo alle nostre piccole risorse per dar vita ad un complesso che senza alcuna grande aspettativa sarebbe stato poi ricordato negli anni a venire come precursore della musica di gruppo, del moderno “live” (allora si diceva “dal vivo”), del suonare insieme. Tra le mille difficoltà economiche di sei studenti alle prese con i tanti sacrifici per conseguire un diploma, uniti dalla passione per i Beatles, racimolano 1.200 lire e cominciano a metter in pratica la loro passione. Tra conti effettivi e conti possibili stabiliscono che naturalmente la prima operazione

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riguarda l’acquisto degli strumenti: “Ci viene indicata una casa della musica in quel di Martina Franca, in provincia di Taranto, come la più accessibile del momento e così ci rechiamo nella località pugliese, a bordo di una Fiat 500 presa in prestito”. Ricordo benissimo quel grande e fornito negozio e persino il nome, ‘Fratelli Marangi’: “Da quel viaggio inizia il nostro con un nome che sarà ricordato come il primo gruppo di musica leggera .” e potete quindi immaginare quale impegno serviva per spartire i propri pomeriggi tra la passione e lo studio, anche per dare conto ai nostri genitori sottoposti a grandi sacrifici per mantenerci agli sudi alle scuole superiori”. Naturalmente più che apprezzamenti, quei sei ragazzi avevano tutti contro, e di questo ne erano pienamente coscienti: “Pian piano eravamo diventati capelloni, ribelli, vogliosi di libertà, proprio come i più celebri Equipe 84, Rokes, Beatles, i nostri miti, i nostri punti di riferimento fermi”. Comunque l’esordio arriva, vivranno l’emozione indimenticabile di solcare palchi e piazze ben oltre l’attuale territorio crotonese: accompagnano l’esibizione di cantanti di successo in quegli anni. Un decennio di musica è difficile da riassumere in poche foto. Ma c’è una corsa da fare attraverso quello che abbiamo ascoltato, vissuto, spesso criticato e poi rimpianto. Le scelte che abbiamo fatto sono frutto di brainstorming, accese discussioni su chi includere ed escludere, consultazioni con amici e parenti di tutte le età (che abbiano attraversato quel periodo). ◀

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The Apches

Lisetta e gli Spettri

I Full

Lorenti e i Pinguini

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PALLANUOTO

Emilio Ape:una vita per la Rari Nantes

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di Giuseppe Livadoti

a mitica piscina Coni di via Molo Sanità è oggi totalmente abbandonata. L’amministrazione comunale si è preoccupata di fare un maquillage, imbiancando i muri esterni e affiggendo qualche quadro che ricorda le gesta del nuoto crotonese. Ma nulla è stato fatto per riportare la struttura al suo antico splendore, nonostante se ne parla da anni, magari anche solo ripulire la vasca divenuta negli anni un deposito di tutto e di più. L’impianto di via Molo Sanità rappresenta la storia del nuoto e della pallanuoto di Crotone. In questa vasca centinaia di ragazzi hanno praticato nuoto e pallanuoto, raggiungendo traguardi nazionali e internazionali. Oggi la R. N. Auditore è in serie A2, traguardo storico per la città di Crotone. Una meta raggiunta anche col contributo da ex pallanuotisti locali che, da ragazzi, hanno praticato questo sport con impegno e passione conquistando tanti successi. Emilio Ape è tra coloro che nella mitica piscina (vasca piccola) di via Molo Sanità ha iniziato fin dal 1965, all’età di 11anni: qui ha dato le prime bracciate e poi non si è mai più distaccato da questa passione sportiva. Nella “vasca piccola”, insieme a tanti altri ragazzini, il primo approccio di Ape con il perfezionamento della tecnica natatoria avvenne sotto l’egida del professor Salvatore Cammariere. A fine corso venne selezionato dall’allenatore della Rari Nantes “Lucio Auditore”, Mario Casabona, per iniziare a nuotare nella vasca da 25 metri di lunghezza e 16,5 metri di larghezza. Ape e i ragazzi selezionati da Casabona entrarono così a fare parte della squadra di pallanuoto giovanile. Nel 1968, la squadra allievi di cui faceva parte Emilio Ape, si classificò al terzo posto ai campionati nazionali. L’an-

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no 1969, la stessa squadra, escluso il portiere che non poteva più fare parte della formazione per raggiunti limiti d’età, si classificò al secondo posto, sempre ai campionati nazionali. Un traguardo che ad Emilio e all’intera squadra non appagava, tant’è che il 1970 la R. N. Auditore allievi conquistò il primo posto ai campionati italiani di categoria. Molti di questi ragazzi, compreso Emilio Ape, hanno poi fatto parte della squadra di serie “C” guidata dal mitico Mario Casabona. La vita da pallanuotista di Ape non si concluse con la partecipazione al campionato di serie “C”. Il 1975 è l’anno della storica promozione in serie B ottenuta nella vasca della piscina di via Molo Sanità. Di quella formazione facevano parte anche Daniele Paonessa, Raffaele Ape (portiere), Elio Corigliano, Enzo Foglia, Franco Carcea, Corradino Amatruda, Nicola Morace, Alfonso Amatruda, Paolo Cerrelli, Paolo Primerano, Franco Giuda, Giglio. La gioia per la promozione in serie B è stata però in parte smorzata dall’amarezza di dover disputare l’intero campionato in trasferta visto che la vasca dell’ex piscina Coni non era idonea per la categoria. Tutto ciò contribuì e non poco alla retrocessione della Rari nantes al termine della stagione. Emilio spese ancora qualche anno di pallanuoto in serie C per poi entrare nella dirigenza della società come vicepresidente. La carica dirigenziale non gli impedisce nel frattempo di continuare a fare nuoto agonistico partecipando ai master. In quest’ultima categoria Emilio è il primo calabrese a vincere i campionati italiani nei 200 rana (2004). Ape diventa quindi presidente della R.N. Auditore nell’anno 2001. Una carica che detiene ancora oggi. Da massimo dirigente ha assistito alla crescita di tanti ragazzi che nel frattempo si allenano e disputano le loro Marzo/Aprile 2019


partite nella vasca dell’istituto Sandro Pertini giacché la piscina di via Molo Sanità era stata chiusa. I successi della R.N. “L. Auditore” tornano l’anno 2013 con la disponibilità della piscina Olimpionica dotata di una vasca lunga 50 metri e larga 21. In questa vasca si festeggia il ritorno in serie B (2017) della squadra crotonese di pallanuoto dopo un’assenza di 41 anni. Due anni di permanenza in serie B e poi nel 2018 la storica promozione in serie A2, con Emilio Ape presidente. Una categoria che vede la città di Crotone competere nel nuoto con grosse realtà. Con il raggiungimento della serie A2 è terminato il percorso della R.N. verso altri traguardi? «Assolutamente no – assicura il presidente Ape –! quest’anno vogliamo mantenere la categoria per poi programmare una crescita di questa squadra per i prossimi anni». E il futuro di Ape? «Non è certo che io rimanga ancora alla guida dirigenziale della società –

spiega Ape – a causa di impegni familiari, in primis, e anche perché occorre passare il testimone ad altri, possibilmente un giovane volenteroso e appassionato di questo sport». Il nuoto «la mia passione» si potrebbe affermare sfogliando la carriera di Emilio Ape. Uno che Emilio non ha mai trascurato pur dovendo conciliare da giovane gli allenamenti con gli impegni scolastici. I suoi genitori non gli hanno mai limitato la possibilità di fare nuoto, ma un aneddoto Emilio ci tiene a raccontarlo: «Anno 1968, frequentavo il quarto ginnasio che però terminai con una bocciatura. Ciò non fu perdonato da mio padre e per punizione mi ha impedito di partecipare a Catania alle semifinali allievi. Dopo mio padre si intenerì e, per dimostrarmi che non era nei suoi pensieri impedirmi di fare nuoto, mi concesse di andare a Roma per disputare le finali». ◀

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