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Vintage according to a lover and expert of fashion, art and design. The honest and biting opinion of Carla Sozzani on today’s need to research and rediscover the past in order to look ahead and be innovative. ShE concludes with: Memphis, now that’s vintage! IL VINTAGE SECONDO UN’AMANTE ED ESPERTA DI MODA, ARTE E DESIGN. LA SINCERA E AMARA OPINIONE DI CARLA SOZZANI SULLA NECESSITÀ OGGI DI FARE RICERCA E DI RISCOPRIRE DAL PASSATO PER GUARDARE AVANTI E INNOVARE. E CONCLUDE DICENDO: MEMPHIS, SI CHE È VINTAGE!

CARLA SOZZANI

OPENING PAGE: CARLA SOZZANI IN HER STUDIO. BELOW: ONE OF THE ECLECTIC SPACES OF 10 CORSO COMO, MILAN CREATED IN 1991 AND TODAY CONSIDERED THE MECCA OF GOOD TASTE WORLDWIDE IN APERTURA: CARLA SOZZANI RITRATTA NEL SUO STUDIO. SOTTO: UNO DEGLI SPAZI DELL’ECLETTICO 10 CORSO COMO, CREATO A MILANO NEL 1991 E OGGI CONSIDERATO LA MECCA DEL BUON GUSTO IN TUTTO IL MONDO

Text Francesca Murialdo Photos Aldo Ballo, François Halar

It is always a pleasure to go to Carla Sozzani’s “house”, 10 Corso Como, a courtyard of old Milan respectfully restored and filled with new content. Inside the various spaces, a careful selection of products, clothes, books, jewelry and home accessories, making this the Mecca of good taste worldwide (Milan, Tokyo, Paris). To prove that taste has nothing to do with style, the new sits alongside the old, everything that can be is maintained and new materials, details and objects are introduced. And should you wish to spend the night, look no further than the recently-opened 3 Rooms, a three-room hotel, or rather three-apartment hotel, furnished with original design pieces that belong to the repertoire of classics. It is a one-of-a-kind project that for Milan was a catalyst for re-launching an area of the city center that was once slightly marginalized and today is buzzing with activity.

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Vintage according to a lover and expert of fashion, art and design. The honest and biting opinion of Carla Sozzani on today’s need to research and rediscover the past in order to look ahead and be innovative. ShE concludes with: Memphis, now that’s vintage! IL VINTAGE SECONDO UN’AMANTE ED ESPERTA DI MODA, ARTE E DESIGN. LA SINCERA E AMARA OPINIONE DI CARLA SOZZANI SULLA NECESSITÀ OGGI DI FARE RICERCA E DI RISCOPRIRE DAL PASSATO PER GUARDARE AVANTI E INNOVARE. E CONCLUDE DICENDO: MEMPHIS, SI CHE È VINTAGE!

CARLA SOZZANI

OPENING PAGE: CARLA SOZZANI IN HER STUDIO. BELOW: ONE OF THE ECLECTIC SPACES OF 10 CORSO COMO, MILAN CREATED IN 1991 AND TODAY CONSIDERED THE MECCA OF GOOD TASTE WORLDWIDE IN APERTURA: CARLA SOZZANI RITRATTA NEL SUO STUDIO. SOTTO: UNO DEGLI SPAZI DELL’ECLETTICO 10 CORSO COMO, CREATO A MILANO NEL 1991 E OGGI CONSIDERATO LA MECCA DEL BUON GUSTO IN TUTTO IL MONDO

Text Francesca Murialdo Photos Aldo Ballo, François Halar

It is always a pleasure to go to Carla Sozzani’s “house”, 10 Corso Como, a courtyard of old Milan respectfully restored and filled with new content. Inside the various spaces, a careful selection of products, clothes, books, jewelry and home accessories, making this the Mecca of good taste worldwide (Milan, Tokyo, Paris). To prove that taste has nothing to do with style, the new sits alongside the old, everything that can be is maintained and new materials, details and objects are introduced. And should you wish to spend the night, look no further than the recently-opened 3 Rooms, a three-room hotel, or rather three-apartment hotel, furnished with original design pieces that belong to the repertoire of classics. It is a one-of-a-kind project that for Milan was a catalyst for re-launching an area of the city center that was once slightly marginalized and today is buzzing with activity.

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A lover and expert of fashion, art and design, Carla Sozzani seemed like the perfect person to offer her take and opinion on this issue of Code, on transformation, reinterpretation and re-proposal of objects, forms, on languages from the past, on vintage. First off, I ask Carla Sozzani why the vintage trend has been intensifying in these past years. “I think a couple of considerations must be made, the simplest being that the return to familiar forms, lines of the past, gives us a sense of security. The second, more bitter aspect has to do with the fact that we are no longer able to produce innovation.”

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BELOW: A ROOM OF 3 ROOMS, THE HOTEL INSIDE 10 CORSO COMO, MILAN. EACH APARTMENT-SUITE HAS ALL THE COMFORTS AND IS FURNISHED WITH ORIGINAL CLASSIC DESIGN PIECES SOTTO: UNA CAMERA DI 3 ROOMS, ALBERGO INTERNO A 10 CORSO COMO, MILANO. OGNI APPARTAMENTO-SUITE, FORNITO DI TUTTI I COMFORT, è ARREDATO CON PEZZI DI DESIGN ORIGINALI CHE APPARTENGONO AI GRANDI CLASSICI

CARLA SOZZANI

È sempre molto piacevole andare a “casa” di Carla Sozzani, in Corso Como al numero 10, un cortile della vecchia Milano, conservato per quello che era e riempito di nuovi contenuti. All’interno dei differenti spazi, un’attenta selezione di prodotti, vestiti, libri, gioielli e oggetti per la casa, fanno di questo luogo la mecca del buon gusto in tutto il mondo (Milano, Tokyo, Parigi). A dimostrazione che il gusto non ha nulla a che vedere con uno stile, qui si accosta il nuovo al vecchio, si mantiene tutto quello che si può, e si introducono nuovi materiali, dettagli e oggetti. E se ci vogliamo passare anche tutta la notte, da qualche anno è aperto 3 Rooms, un albergo composto da tre sole camere, anzi tre appartamenti, arredati con pezzi di design originali che appartengono al repertorio dei grandi classici. Un intervento unico nel suo genere che a Milano è stato addirittura motore di un processo di riqualificazione di una zona del centro rimasta un po’ emarginata e oggi frequentatissima. Amante ed esperta di moda, arte e design, Carla Sozzani ci è sembrata la persona ideale alla quale chiedere una lettura e un parere per il tema di questo numero di Code: la trasformazione, la reinterpretazione e la riproposizione di oggetti, forme, linguaggi provenienti dal passato. In una parola, il vintage. Per prima cosa domando a Carla Sozzani perché, negli ultimi anni, si stia intensificando questa tendenza. «Secondo me, ci sono da fare due considerazioni: quella più semplice è che il ritorno a forme conosciute, a linee del passato, ci dà sicurezza; l’altra, quella più amara, è che non siamo più capaci di produrre innovazione». Carla Sozzani è delusa dalla generazione dei giovani designer che «invece di partire dalla ‘stanza bianca’, ripropongono idee che nascono già vecchie. Così non si va avanti», ammette di non vedere nulla di veramente interessante da molto tempo. L’aspetto stimolante del vintage, oltre al piacere del flea market, è la ricerca, la riscoperta, il punto di partenza per poi fare innovazione. E non la mera riproposizione di una forma già vista, come spesso succede, per lo più svincolata da qualsiasi contesto culturale: «Succede anche per gli spazi; si ristrutturano spazi esistenti che hanno un’emozione, con progetti che stravolgono completamente la memoria del luogo, distruggendone il fascino e proponendo interni tutti uguali e alienanti».

ABOVE: A VIEW OF 3 ROOMS IN PARIS, THE HOTEL INSPIRED BY THE MILANESE HOTEL OF THE SAME NAME AND LOCATED ON RUE DE MOUSSY SOPRA: UNO SCORCIO DI 3 ROOMS, PARIGI. ALBERGO ISPIRATO ALL’OMONIMO MILANESE E SITUATO IN RUE DE MOUSSY

Carla Sozzani is disappointed in this generation of young designers who, “instead of starting from a ‘white room’, re-propose ideas that are born old. We cannot move forward this way.” She admits that she hasn’t seen anything truly interesting in a long time. The intrigue behind vintage, besides the flea market aspect of it, is the search, the rediscovery, the starting point for innovation. And not just re-proposing forms we’ve already seen, as so often happens, forms that are not rooted in any cultural context, no less. “This is also true for spaces. Existing spaces, spaces with emotion, are restored, but the projects completely disrupt the memory of these places, destroy their charm and propose interiors that are all the same, alienating.” We ask her the reason behind this creative laziness that she attributes to the new generations. “I don’t know, I was talking about it the other day with Barbara Radice (Editor’s note: writer, journalist and Ettore Sottsass’ partner). I told her I wanted to do an exhibit on Memphis and she asked why I would want to do an exhibit on Memphis today. To me, Memphis was the last real movement that unified a group of people for a common project, perhaps a dream, that created revolutionary content and products (or experimentations) that are still recognizable today. Today we have big ‘egos’, a bona fide star system, in both design and architecture, that creates images and externalizations of the self without actually creating new projects. But Memphis, now that’s vintage.”

Ci chiediamo a cosa sia dovuta questa pigrizia creativa che lei imputa alle nuove generazioni. «Non lo so, ne parlavo l’altro giorno anche con Barbara Radice (scrittrice, giornalista e compagna di Ettore Sottsass, n.d.r.); voglio fare una mostra su Memphis e lei mi chiedeva il perché, quale fosse il senso di fare una mostra su Memphis oggi. Memphis secondo me è stato l’ultimo vero movimento che ha unito un gruppo di persone in un progetto comune, forse un sogno, che ha prodotto contenuti e prodotti (o sperimentazioni) rivoluzionari, tutt’oggi riconoscibili. Oggi ci sono grandi ‘ego’, un vero e proprio star system sia nel design sia nell’architettura, che produce immagini e comunicazione di se stesso senza produrre progetti nuovi. Memphis, si che è Vintage».

ABOVE: “CARLTON” CREATED BY ETTORE SOTTSASS IN 1981 FOR MEMPHIS. LEFT, THE BOOKSHOP OF 10 CORSO COMO SPECIALIZED IN ART, ARCHITECTURE, DESIGN, FASHION AND PHOTOGRAPHY SOPRA: “CARLTON” DI ETTORE SOTTSASS REALIZZATO NEL 1981 PER MEMPHIS. A SINISTRA: IL BOOKSHOP DI 10 CORSO COMO SPECIALIZZATO IN ARTE, ARCHITETTURA, DESIGN, FASHION E FOTOGRAFIA

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30 | CARLA SOZZANI


A lover and expert of fashion, art and design, Carla Sozzani seemed like the perfect person to offer her take and opinion on this issue of Code, on transformation, reinterpretation and re-proposal of objects, forms, on languages from the past, on vintage. First off, I ask Carla Sozzani why the vintage trend has been intensifying in these past years. “I think a couple of considerations must be made, the simplest being that the return to familiar forms, lines of the past, gives us a sense of security. The second, more bitter aspect has to do with the fact that we are no longer able to produce innovation.”

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BELOW: A ROOM OF 3 ROOMS, THE HOTEL INSIDE 10 CORSO COMO, MILAN. EACH APARTMENT-SUITE HAS ALL THE COMFORTS AND IS FURNISHED WITH ORIGINAL CLASSIC DESIGN PIECES SOTTO: UNA CAMERA DI 3 ROOMS, ALBERGO INTERNO A 10 CORSO COMO, MILANO. OGNI APPARTAMENTO-SUITE, FORNITO DI TUTTI I COMFORT, è ARREDATO CON PEZZI DI DESIGN ORIGINALI CHE APPARTENGONO AI GRANDI CLASSICI

CARLA SOZZANI

È sempre molto piacevole andare a “casa” di Carla Sozzani, in Corso Como al numero 10, un cortile della vecchia Milano, conservato per quello che era e riempito di nuovi contenuti. All’interno dei differenti spazi, un’attenta selezione di prodotti, vestiti, libri, gioielli e oggetti per la casa, fanno di questo luogo la mecca del buon gusto in tutto il mondo (Milano, Tokyo, Parigi). A dimostrazione che il gusto non ha nulla a che vedere con uno stile, qui si accosta il nuovo al vecchio, si mantiene tutto quello che si può, e si introducono nuovi materiali, dettagli e oggetti. E se ci vogliamo passare anche tutta la notte, da qualche anno è aperto 3 Rooms, un albergo composto da tre sole camere, anzi tre appartamenti, arredati con pezzi di design originali che appartengono al repertorio dei grandi classici. Un intervento unico nel suo genere che a Milano è stato addirittura motore di un processo di riqualificazione di una zona del centro rimasta un po’ emarginata e oggi frequentatissima. Amante ed esperta di moda, arte e design, Carla Sozzani ci è sembrata la persona ideale alla quale chiedere una lettura e un parere per il tema di questo numero di Code: la trasformazione, la reinterpretazione e la riproposizione di oggetti, forme, linguaggi provenienti dal passato. In una parola, il vintage. Per prima cosa domando a Carla Sozzani perché, negli ultimi anni, si stia intensificando questa tendenza. «Secondo me, ci sono da fare due considerazioni: quella più semplice è che il ritorno a forme conosciute, a linee del passato, ci dà sicurezza; l’altra, quella più amara, è che non siamo più capaci di produrre innovazione». Carla Sozzani è delusa dalla generazione dei giovani designer che «invece di partire dalla ‘stanza bianca’, ripropongono idee che nascono già vecchie. Così non si va avanti», ammette di non vedere nulla di veramente interessante da molto tempo. L’aspetto stimolante del vintage, oltre al piacere del flea market, è la ricerca, la riscoperta, il punto di partenza per poi fare innovazione. E non la mera riproposizione di una forma già vista, come spesso succede, per lo più svincolata da qualsiasi contesto culturale: «Succede anche per gli spazi; si ristrutturano spazi esistenti che hanno un’emozione, con progetti che stravolgono completamente la memoria del luogo, distruggendone il fascino e proponendo interni tutti uguali e alienanti».

ABOVE: A VIEW OF 3 ROOMS IN PARIS, THE HOTEL INSPIRED BY THE MILANESE HOTEL OF THE SAME NAME AND LOCATED ON RUE DE MOUSSY SOPRA: UNO SCORCIO DI 3 ROOMS, PARIGI. ALBERGO ISPIRATO ALL’OMONIMO MILANESE E SITUATO IN RUE DE MOUSSY

Carla Sozzani is disappointed in this generation of young designers who, “instead of starting from a ‘white room’, re-propose ideas that are born old. We cannot move forward this way.” She admits that she hasn’t seen anything truly interesting in a long time. The intrigue behind vintage, besides the flea market aspect of it, is the search, the rediscovery, the starting point for innovation. And not just re-proposing forms we’ve already seen, as so often happens, forms that are not rooted in any cultural context, no less. “This is also true for spaces. Existing spaces, spaces with emotion, are restored, but the projects completely disrupt the memory of these places, destroy their charm and propose interiors that are all the same, alienating.” We ask her the reason behind this creative laziness that she attributes to the new generations. “I don’t know, I was talking about it the other day with Barbara Radice (Editor’s note: writer, journalist and Ettore Sottsass’ partner). I told her I wanted to do an exhibit on Memphis and she asked why I would want to do an exhibit on Memphis today. To me, Memphis was the last real movement that unified a group of people for a common project, perhaps a dream, that created revolutionary content and products (or experimentations) that are still recognizable today. Today we have big ‘egos’, a bona fide star system, in both design and architecture, that creates images and externalizations of the self without actually creating new projects. But Memphis, now that’s vintage.”

Ci chiediamo a cosa sia dovuta questa pigrizia creativa che lei imputa alle nuove generazioni. «Non lo so, ne parlavo l’altro giorno anche con Barbara Radice (scrittrice, giornalista e compagna di Ettore Sottsass, n.d.r.); voglio fare una mostra su Memphis e lei mi chiedeva il perché, quale fosse il senso di fare una mostra su Memphis oggi. Memphis secondo me è stato l’ultimo vero movimento che ha unito un gruppo di persone in un progetto comune, forse un sogno, che ha prodotto contenuti e prodotti (o sperimentazioni) rivoluzionari, tutt’oggi riconoscibili. Oggi ci sono grandi ‘ego’, un vero e proprio star system sia nel design sia nell’architettura, che produce immagini e comunicazione di se stesso senza produrre progetti nuovi. Memphis, si che è Vintage».

ABOVE: “CARLTON” CREATED BY ETTORE SOTTSASS IN 1981 FOR MEMPHIS. LEFT, THE BOOKSHOP OF 10 CORSO COMO SPECIALIZED IN ART, ARCHITECTURE, DESIGN, FASHION AND PHOTOGRAPHY SOPRA: “CARLTON” DI ETTORE SOTTSASS REALIZZATO NEL 1981 PER MEMPHIS. A SINISTRA: IL BOOKSHOP DI 10 CORSO COMO SPECIALIZZATO IN ARTE, ARCHITETTURA, DESIGN, FASHION E FOTOGRAFIA

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30 | CARLA SOZZANI


Déjà vu

Interview by Francesca Murialdo

LATELY, VINTAGE SEEMS TO HAVE BECOME A KEYWORD, AN APPROACH THAT BRINGS TOGETHER DIFFERENT EXPERIENCES, THAT TRANSCENDS THE WORLD OF FASHION INTO, INCREASINGLY AND IN ALL OF ITS FACETS, THE SPHERE OF DESIGN AND PRODUCTION VINTAGE, SEMBRA DIVENTATA UNA PAROLA CHIAVE, UN APPROCCIO CHE ACCOMUNA DIVERSE ESPERIENZE, CHE VA OLTRE IL MONDO DELLA MODA PER RIFERIRSI, SEMPRE PIÙ SPESSO, ALLA SFERA DELLA PROGETTAZIONE E DELLA PRODUZIONE NELLE SUE VARIE SFACCETTATURE

Our brain is divided into two hemispheres: the right side controls rationality and the left creativity. Every perception is perceived by both simultaneously, but a tiny mis-timing, a difference of only a split microsecond, makes us unconsciously translate that gap into a temporal delay, leading us to believe we are reliving a past event. A sort of déjà vu is exactly what pushes us towards those objects that hold something that is familiar, that seems to be a part of us, but that we never really possessed – objects that could be the keys to exploring different worlds and various ways of being and appearing. The decision to keep an object, an article of clothing or an obsolete building “alive”, to re-use something that already exists, adapting it to a different purpose, becomes the result of what has been called déjà vu: a re-reading of past events by leafing through the projects and lives of others. A project is enriched by the value of memory, of persistence, maybe even of resistance, in a quest that is not fulfilled by using expensive materials, innovative technology or by economic sustainability, factors which often overshadow tradition and content. Those who pursue vintage carry out a very unique operation on memory by seeking, studying, and creating new combinations, details and contexts. As a result, each piece is different to the point that it in fact becomes a new piece. An operation of design through and through. Differentiation vs. homologation, two processes for identifying opposites and contrasts. Aesthetics vs. economy, one would have said a few years ago, but now the term economy is less often associated to the binomial production-profit. “Economizing” encompasses material resources, but also the individual and collective memory held within each object that is recovered, re-interpreted and re-used. It is an economy of the conscience, in which objects are appreciated for their intrinsic characteristics, for the story they tell, for those who used them or conceived them, for the materials, for what they represented and what they still represent today. Many elements have contributed to the definition of a “vintage project” but all seem to agree that we need projects that are more real, coherent and contextualized in the traditions that still reflect our identity. In economic circumstances that call for deep reflection on the destiny of design, one of the possible avenues is to seek, re-discover and enhance the value of our memory.

Il nostro cervello è suddiviso in due emisferi: il destro “razionale” controlla i movimenti e la parola; il sinistro “creativo” rielabora gli stimoli; ogni percezione è avvertita da entrambi contemporaneamente, ma una minima sfasatura, anche di pochi microsecondi, causa, a livello inconscio, un gap che viene tradotto in una dilatazione temporale creando la sensazione di rivivere una situazione associata a un passato lontano. Ed è proprio una sorta di déjà vu a spingerci verso quegli oggetti che contengono qualcosa che conosciamo già, che sembra far parte di noi, ma che non abbiamo mai posseduto realmente, come se fossero la chiave per esplorare mondi diversi, e differenti modi di essere e di apparire. La scelta di “mantenere in vita” un oggetto, un vestito o anche un edificio ormai obsoleto, il riuso di qualcosa di esistente, il suo adeguamento alle mutate esigenze, divengono frutto di quello che abbiamo chiamato déja vu, una rilettura di attività passate, uno sfogliare progetti e vite altrui. Il progetto si arricchisce così del valore di memoria, di persistenza, forse addirittura di resistenza, in una ricerca che non viene soddisfatta dall’utilizzo di materiali costosi, dall’innovazione tecnologica o dalla sostenibilità economica che, spesso, pongono tradizione e contenuti in secondo piano. Chi si occupa di vintage compie un’operazione molto particolare sulla memoria. Cerca, studia, seleziona, creando nuovi accostamenti, dettagli e contesti. E così ogni pezzo è diverso dall’altro fino a diventare un pezzo nuovo. Operazione di design al 100%. Differenziazione versus omologazione, due processi di identificazione opposti e contrari. Estetica versus economia, si sarebbe detto alcuni anni fa; ma ora che la parola economia è sempre meno associata al binomio produzione-profitto, “fare economia” investe le risorse materiali ma anche la memoria, individuale e collettiva, custodita all’interno degli oggetti che vengono recuperati, reinterpretati e ri-utilizzati. Un’economia della conoscenza, dove gli oggetti sono apprezzati per le caratteristiche intrinseche, per la storia che raccontano, per coloro che li hanno usati o pensati, per i materiali, per quello che hanno rappresentato e rappresentano ancora oggi. Sono molteplici le voci che hanno contribuito alla definizione di “progetto vintage”, ma tutti sembrano convergere verso la convinzione della necessità di un progetto più reale, coerente e contestualizzato nel solco di quelle tradizioni che ancora rappresentano la nostra identità. In una congiuntura economica che impone una profonda riflessione sul destino del design, una tra le possibili strade da intraprendere è quella di affidarsi alla ricerca, alla riscoperta e alla valorizzazione della memoria.

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A.N.G.E.L.O.

ANGELO CAROLI OF A.N.G.E.L.O. HAS MADE HIS PASSION FOR VINTAGE INTO A PROFESSION: “I WAS LOOKING FOR CLOTHES, I WOULD CHOOSE THEM, CLEAN THEM AND MEND THEM TO GIVE THEM BACK THEIR DIGNITY” ANGELO CAROLI, DI A.N.G.E.L.O., PER PASSIONE, DEL VINTAGE HA FATTO UNA PROFESSIONE: “CERCAVO VESTITI, LI SELEZIONAVO, LI LAVAVO E LI RIMETTEVO IN SESTO PER RESTITUIRE A QUEGLI ABITI UNA DIGNITà”

It is not just a fad; vintage is a process that starts from clothing and stretches into other ambits, other purposes. The word vintage was created to refer to wines, cars and clothes that have “aged well.” It is a way of thinking, according to Angelo Caroli of A.N.G.E.L.O., a man who has made his passion for vintage into a profession. It all began in the late ‘70s: “I was looking for clothes for myself and my friends. I would choose them, clean them and mend them to give them back their dignity.” He would go to flea markets and come across objects that did not appear to have any commercial value, but that needed to be saved because they had represented an important part of the history of custom and society. That is how the collection began and the archive took shape: re-proposing what can be brought into the present while at the same time preserving history. The archive can be browsed through and the clothes can be rented out from this library, as many well-known designers have done. Angelo Caroli selects and “brings to life” old clothes and when an item has lost its shape, but the fabric and materials are still of value, he recycles it and transforms it into something different. His recovery of the past is reserved for quality items and transcends flighty trends. Yet his commitment goes beyond clothing: the Vintage Palace in Lugo, Italy – which houses A.N.G.E.L.O. – is a palazzo that has undergone several transformations over the years. Each of its three floors shows the signs of a different era. “It was already vintage,” says Angelo when we ask him if this is a melancholy view of the past or if there is something more behind it. “It’s not melancholy; it is a phenomenon that emerges in all fields, even design. There’s something reassuring about buying a piece that has survived, even in terms of taste, throughout the years. It is comforting and it is an alternative to the consumption-driven manner of continually changing models of reference.” Vintage is therefore sustainable.

Non si tratta solo di un fenomeno di moda; il vintage è un processo che, partendo dall’abbigliamento, coinvolge, a diverso titolo, altri ambiti. La traduzione letterale è “d’annata”, una parola nata per identificare vini, auto e abiti “invecchiati bene”. È un modo di pensare, come ci racconta Angelo Caroli di A.N.G.E.L.O. che, per passione, del vintage ha fatto una professione. Ha cominciato alla fine degli anni ’70: «Cercavo vestiti per me e per i mie amici, li selezionavo, li lavavo e li rimettevo in sesto per restituire a quegli abiti una dignità». Frequentando il mercato dell’usato si è imbattuto in molti oggetti che sembravano non avere alcun valore commerciale ma che dovevano essere salvati perché avevano rappresentato una parte importante della storia del costume, della società. Comincia così la collezione di questi pezzi e la nascita di un archivio: riproporre ciò che può tornare a essere attuale e allo stesso tempo conservare ciò che è storia. L’archivio può essere consultato, i capi possono essere presi in prestito per poi tornare in questa vera e propria biblioteca, usata anche da noti stilisti. Angelo Caroli seleziona e “riporta in vita” vecchi abiti e quando il vestito non ha più forma ma tessuti e materiali sono ancora di valore, fa un’opera di riciclo, trasformandolo in qualcosa di diverso. Dal passato rimane intatto ciò che è di qualità e che non si esaurisce in una moda passeggera. E non parliamo solo di abiti: il Vintage Palace di Lugo – la “casa” di A.N.G.E.L.O. – è il recupero di un palazzo che ha subito diverse trasformazioni nel corso del tempo, e dove ciascuno dei tre piani porta i segni di un’epoca diversa. «Era già Vintage» dice Angelo, al quale chiediamo infine se si tratti di un atteggiamento malinconico verso il passato o se invece nasconda qualcosa di più. «Non è malinconia, è un fenomeno che si manifesta in tutti i campi, anche nel design: è rassicurante comprare qualcosa che è sopravvissuto, anche nel gusto, attraverso gli anni; è confortante ed è una scelta diversa da quella consumistica di cambiare continuamente modelli di riferimento». Il vintage è, dunque, sostenibile.


Déjà vu

Interview by Francesca Murialdo

LATELY, VINTAGE SEEMS TO HAVE BECOME A KEYWORD, AN APPROACH THAT BRINGS TOGETHER DIFFERENT EXPERIENCES, THAT TRANSCENDS THE WORLD OF FASHION INTO, INCREASINGLY AND IN ALL OF ITS FACETS, THE SPHERE OF DESIGN AND PRODUCTION VINTAGE, SEMBRA DIVENTATA UNA PAROLA CHIAVE, UN APPROCCIO CHE ACCOMUNA DIVERSE ESPERIENZE, CHE VA OLTRE IL MONDO DELLA MODA PER RIFERIRSI, SEMPRE PIÙ SPESSO, ALLA SFERA DELLA PROGETTAZIONE E DELLA PRODUZIONE NELLE SUE VARIE SFACCETTATURE

Our brain is divided into two hemispheres: the right side controls rationality and the left creativity. Every perception is perceived by both simultaneously, but a tiny mis-timing, a difference of only a split microsecond, makes us unconsciously translate that gap into a temporal delay, leading us to believe we are reliving a past event. A sort of déjà vu is exactly what pushes us towards those objects that hold something that is familiar, that seems to be a part of us, but that we never really possessed – objects that could be the keys to exploring different worlds and various ways of being and appearing. The decision to keep an object, an article of clothing or an obsolete building “alive”, to re-use something that already exists, adapting it to a different purpose, becomes the result of what has been called déjà vu: a re-reading of past events by leafing through the projects and lives of others. A project is enriched by the value of memory, of persistence, maybe even of resistance, in a quest that is not fulfilled by using expensive materials, innovative technology or by economic sustainability, factors which often overshadow tradition and content. Those who pursue vintage carry out a very unique operation on memory by seeking, studying, and creating new combinations, details and contexts. As a result, each piece is different to the point that it in fact becomes a new piece. An operation of design through and through. Differentiation vs. homologation, two processes for identifying opposites and contrasts. Aesthetics vs. economy, one would have said a few years ago, but now the term economy is less often associated to the binomial production-profit. “Economizing” encompasses material resources, but also the individual and collective memory held within each object that is recovered, re-interpreted and re-used. It is an economy of the conscience, in which objects are appreciated for their intrinsic characteristics, for the story they tell, for those who used them or conceived them, for the materials, for what they represented and what they still represent today. Many elements have contributed to the definition of a “vintage project” but all seem to agree that we need projects that are more real, coherent and contextualized in the traditions that still reflect our identity. In economic circumstances that call for deep reflection on the destiny of design, one of the possible avenues is to seek, re-discover and enhance the value of our memory.

Il nostro cervello è suddiviso in due emisferi: il destro “razionale” controlla i movimenti e la parola; il sinistro “creativo” rielabora gli stimoli; ogni percezione è avvertita da entrambi contemporaneamente, ma una minima sfasatura, anche di pochi microsecondi, causa, a livello inconscio, un gap che viene tradotto in una dilatazione temporale creando la sensazione di rivivere una situazione associata a un passato lontano. Ed è proprio una sorta di déjà vu a spingerci verso quegli oggetti che contengono qualcosa che conosciamo già, che sembra far parte di noi, ma che non abbiamo mai posseduto realmente, come se fossero la chiave per esplorare mondi diversi, e differenti modi di essere e di apparire. La scelta di “mantenere in vita” un oggetto, un vestito o anche un edificio ormai obsoleto, il riuso di qualcosa di esistente, il suo adeguamento alle mutate esigenze, divengono frutto di quello che abbiamo chiamato déja vu, una rilettura di attività passate, uno sfogliare progetti e vite altrui. Il progetto si arricchisce così del valore di memoria, di persistenza, forse addirittura di resistenza, in una ricerca che non viene soddisfatta dall’utilizzo di materiali costosi, dall’innovazione tecnologica o dalla sostenibilità economica che, spesso, pongono tradizione e contenuti in secondo piano. Chi si occupa di vintage compie un’operazione molto particolare sulla memoria. Cerca, studia, seleziona, creando nuovi accostamenti, dettagli e contesti. E così ogni pezzo è diverso dall’altro fino a diventare un pezzo nuovo. Operazione di design al 100%. Differenziazione versus omologazione, due processi di identificazione opposti e contrari. Estetica versus economia, si sarebbe detto alcuni anni fa; ma ora che la parola economia è sempre meno associata al binomio produzione-profitto, “fare economia” investe le risorse materiali ma anche la memoria, individuale e collettiva, custodita all’interno degli oggetti che vengono recuperati, reinterpretati e ri-utilizzati. Un’economia della conoscenza, dove gli oggetti sono apprezzati per le caratteristiche intrinseche, per la storia che raccontano, per coloro che li hanno usati o pensati, per i materiali, per quello che hanno rappresentato e rappresentano ancora oggi. Sono molteplici le voci che hanno contribuito alla definizione di “progetto vintage”, ma tutti sembrano convergere verso la convinzione della necessità di un progetto più reale, coerente e contestualizzato nel solco di quelle tradizioni che ancora rappresentano la nostra identità. In una congiuntura economica che impone una profonda riflessione sul destino del design, una tra le possibili strade da intraprendere è quella di affidarsi alla ricerca, alla riscoperta e alla valorizzazione della memoria.

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A.N.G.E.L.O.

ANGELO CAROLI OF A.N.G.E.L.O. HAS MADE HIS PASSION FOR VINTAGE INTO A PROFESSION: “I WAS LOOKING FOR CLOTHES, I WOULD CHOOSE THEM, CLEAN THEM AND MEND THEM TO GIVE THEM BACK THEIR DIGNITY” ANGELO CAROLI, DI A.N.G.E.L.O., PER PASSIONE, DEL VINTAGE HA FATTO UNA PROFESSIONE: “CERCAVO VESTITI, LI SELEZIONAVO, LI LAVAVO E LI RIMETTEVO IN SESTO PER RESTITUIRE A QUEGLI ABITI UNA DIGNITà”

It is not just a fad; vintage is a process that starts from clothing and stretches into other ambits, other purposes. The word vintage was created to refer to wines, cars and clothes that have “aged well.” It is a way of thinking, according to Angelo Caroli of A.N.G.E.L.O., a man who has made his passion for vintage into a profession. It all began in the late ‘70s: “I was looking for clothes for myself and my friends. I would choose them, clean them and mend them to give them back their dignity.” He would go to flea markets and come across objects that did not appear to have any commercial value, but that needed to be saved because they had represented an important part of the history of custom and society. That is how the collection began and the archive took shape: re-proposing what can be brought into the present while at the same time preserving history. The archive can be browsed through and the clothes can be rented out from this library, as many well-known designers have done. Angelo Caroli selects and “brings to life” old clothes and when an item has lost its shape, but the fabric and materials are still of value, he recycles it and transforms it into something different. His recovery of the past is reserved for quality items and transcends flighty trends. Yet his commitment goes beyond clothing: the Vintage Palace in Lugo, Italy – which houses A.N.G.E.L.O. – is a palazzo that has undergone several transformations over the years. Each of its three floors shows the signs of a different era. “It was already vintage,” says Angelo when we ask him if this is a melancholy view of the past or if there is something more behind it. “It’s not melancholy; it is a phenomenon that emerges in all fields, even design. There’s something reassuring about buying a piece that has survived, even in terms of taste, throughout the years. It is comforting and it is an alternative to the consumption-driven manner of continually changing models of reference.” Vintage is therefore sustainable.

Non si tratta solo di un fenomeno di moda; il vintage è un processo che, partendo dall’abbigliamento, coinvolge, a diverso titolo, altri ambiti. La traduzione letterale è “d’annata”, una parola nata per identificare vini, auto e abiti “invecchiati bene”. È un modo di pensare, come ci racconta Angelo Caroli di A.N.G.E.L.O. che, per passione, del vintage ha fatto una professione. Ha cominciato alla fine degli anni ’70: «Cercavo vestiti per me e per i mie amici, li selezionavo, li lavavo e li rimettevo in sesto per restituire a quegli abiti una dignità». Frequentando il mercato dell’usato si è imbattuto in molti oggetti che sembravano non avere alcun valore commerciale ma che dovevano essere salvati perché avevano rappresentato una parte importante della storia del costume, della società. Comincia così la collezione di questi pezzi e la nascita di un archivio: riproporre ciò che può tornare a essere attuale e allo stesso tempo conservare ciò che è storia. L’archivio può essere consultato, i capi possono essere presi in prestito per poi tornare in questa vera e propria biblioteca, usata anche da noti stilisti. Angelo Caroli seleziona e “riporta in vita” vecchi abiti e quando il vestito non ha più forma ma tessuti e materiali sono ancora di valore, fa un’opera di riciclo, trasformandolo in qualcosa di diverso. Dal passato rimane intatto ciò che è di qualità e che non si esaurisce in una moda passeggera. E non parliamo solo di abiti: il Vintage Palace di Lugo – la “casa” di A.N.G.E.L.O. – è il recupero di un palazzo che ha subito diverse trasformazioni nel corso del tempo, e dove ciascuno dei tre piani porta i segni di un’epoca diversa. «Era già Vintage» dice Angelo, al quale chiediamo infine se si tratti di un atteggiamento malinconico verso il passato o se invece nasconda qualcosa di più. «Non è malinconia, è un fenomeno che si manifesta in tutti i campi, anche nel design: è rassicurante comprare qualcosa che è sopravvissuto, anche nel gusto, attraverso gli anni; è confortante ed è una scelta diversa da quella consumistica di cambiare continuamente modelli di riferimento». Il vintage è, dunque, sostenibile.


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BPM STUDIO

ABOVE: FABRIZIO BERTERO, ANDREA PANTO AND SIMONA MARZOLI IN THEIR STUDIO. AND A VIEW OF MILAN’S BLOOM CAFE&FOOD WHERE THE FANTASTIC WONDERLAND IS REVISITED IN A METROPOLITAN KEY SOPRA, FABRIZIO BERTERO, ANDREA PANTO E SIMONA MARZOLI RITRATTI NEL LORO STUDIO; E UNO SCORCIO DI BLOOM CAFE&FOOD REALIZZATO A MILANO DOVE IL FANTASTICO PAESE DELLE MERAVIGLIE È RIVISITATO IN CHIAVE METROPOLITANA

But if we move away from the world of fashion and toward the more familiar world of design, in that case, what meaning does vintage hold? It would seem that the keywords “re-propose, preserve and re-use” are associated to a share of innovation. We discussed this with designers and those who conceive and create products for these spaces. The firm BPM Studio has made the old-new binomial its trademark. Simona Marzoli tells us that modern design is a passion that transcends the professional activity. The firm’s vintage vein runs across two levels: on one level there is an almost philological approach to the “piece” of modern design that becomes an integral part of the project, maintaining the original forms, materials and fabrics; on the other, through a process of inspiration, re-design and re-elaboration, we are led to the birth of a design or decorative element that is completely different from the original. And when we ask Simona if a particular designer has served as their point of reference, she mentions Giò Ponti: not just in terms of his projects and products, but also a design method that, in a contemporary tone, has little to do with futuristic exasperation and focuses on details of form, material and decoration. For Simona Marzoli it is a way of choosing between all the references produced by an image-oriented society: “Symbols, forms, decorations and projects linked to memory and tradition – those that are still alive in our collective imagination – are comforting to us and give us new interpretative ideas.”

Ma quando ci allontaniamo dal mondo della moda verso quello a noi più familiare del progetto, cosa significa vintage? Ci è sembrato di poter ritrovare le parole chiave “riproporre, conservare e riusare” associate a una quota di innovazione. Ne abbiamo parlato con chi disegna spazi e con chi pensa e realizza prodotti per questi spazi. Lo studio BPM, sul binomio vecchio-nuovo, ha costruito il proprio segno distintivo. Simona Marzoli ci racconta che il modernariato è una vera passione che trascende anche l’attività professionale. La vena vintage dello studio si gioca su due livelli: da una parte con un approccio quasi filologico al “pezzo” di modernariato che diventa parte integrante del progetto, mantenendo forme, materiali e tessuti originari; dall’altra attraverso un processo di ispirazione, ridisegno e rielaborazione che porta alla nascita di un elemento, d’arredo o decorativo, anche completamente diverso dall’originale. E quando le chiediamo se hanno qualche progettista che costituisce un riferimento particolare, si parla del maestro Giò Ponti: non solo per i progetti e i prodotti ma per un metodo che, in chiave contemporanea, lontano dall’esasperazione futuristica, pone un’attenzione al dettaglio della forma, del materiale e della decorazione. Per Simona Marzoli è un modo di selezionare tra tutti i riferimenti prodotti dalla società dell’immagine: «I simboli, le forme, i decori e i progetti più legati alla memoria e alla tradizione, quelli che ancora oggi sopravvivono nel nostro immaginario, ci rassicurano e ci danno spunti interpretativi sempre nuovi».

JANNELLI & VOLPI

PICTURED HERE: PAOLA JANNELLI AND A DETAIL OF THE NEW VINTAGE COLLECTION BY JANNELLI&VOLPI NEL RITRATTO, PAOLA JANNELLI E UN DETTAGLIO DELLA NUOVA COLLEZIONE VINTAGE, DI JANNELLI&VOLPI

If there is a company that in recent years has generated a lot of buzz, that’s Jannelli & Volpi. It has re-launched a product that has been long-forgotten, considered obsolete and dusty, but that now is making a huge comeback: wallpaper. Paola Jannelli is the type of businesswoman that has hit the nail on the head: research, experimentation and technology paired with a product and a company with solid roots. Is it vintage to recover a material, a modus operandi, adding a healthy dose of innovation and launching it onto the market laden with substance and memory? Paola Jannelli is enthusiastic about this definition of vintage, which, as she sees it, suits her perfectly. She tells us how she works on the substance and cultural coherence of the product, how she has been able to breathe new life into it and give it a contemporary and dynamic feel. After years of obscurity, especially in Italy, wallpaper has become a polyglot product that is able to represent the gamut of contemporary languages and renovate itself continuously. “We are in the midst of a very unique time in history, when a ‘war’ is being waged on the economy.” She does not speak of crisis, but rather of a “revolution that will lead to an evolution. Needs are changing and it is time for producers, designers and planners alike to take a moment to reflect: we must be more coherent, more realistic and work on innovation dictated by necessity.”

Se c’è un’azienda che in questi ultimi anni fa molto parlare di sè, questa è Jannelli & Volpi che ripropone un prodotto dimenticato per anni, considerato superato e polveroso, e del quale ora assistiamo a un vero ritorno: la carta da parati. Paola Jannelli è quel tipo di imprenditrice che ha centrato l’obiettivo: ricerca, sperimentazione, tecnologia unite a un prodotto e a un’azienda con radici solide. È vintage recuperare un materiale, un modus operandi, aggiungere una buona dose di innovazione e presentarsi sul mercato forti di sostanza e di memoria? Paola Jannelli è entusiasta di questa definizione di vintage che, conferma, le si addice perfettamente. Ci racconta come ha lavorato, oltre che sulla sostanza del prodotto, sulla sua coerenza culturale, come è riuscita a svecchiarlo e a riproporlo in una chiave contemporanea e dinamica: dopo anni di oblio, soprattutto in Italia, un prodotto poliglotta, in grado di rappresentare tutti i linguaggi contemporanei e di rinnovarsi di continuo. «Siamo al centro di un momento storico molto particolare, una ‘guerra’ che si gioca sul campo dell’economia». Non parla di crisi ma di una «rivoluzione che porterà a un’evoluzione. Stanno cambiando le necessità e si impone un momento di riflessione reale soprattutto da parte degli attori del processo produttivo, ma anche dei designer e progettisti: occorre essere più coerenti, più realistici e lavorare sull’innovazione determinata dalle necessità».


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BPM STUDIO

ABOVE: FABRIZIO BERTERO, ANDREA PANTO AND SIMONA MARZOLI IN THEIR STUDIO. AND A VIEW OF MILAN’S BLOOM CAFE&FOOD WHERE THE FANTASTIC WONDERLAND IS REVISITED IN A METROPOLITAN KEY SOPRA, FABRIZIO BERTERO, ANDREA PANTO E SIMONA MARZOLI RITRATTI NEL LORO STUDIO; E UNO SCORCIO DI BLOOM CAFE&FOOD REALIZZATO A MILANO DOVE IL FANTASTICO PAESE DELLE MERAVIGLIE È RIVISITATO IN CHIAVE METROPOLITANA

But if we move away from the world of fashion and toward the more familiar world of design, in that case, what meaning does vintage hold? It would seem that the keywords “re-propose, preserve and re-use” are associated to a share of innovation. We discussed this with designers and those who conceive and create products for these spaces. The firm BPM Studio has made the old-new binomial its trademark. Simona Marzoli tells us that modern design is a passion that transcends the professional activity. The firm’s vintage vein runs across two levels: on one level there is an almost philological approach to the “piece” of modern design that becomes an integral part of the project, maintaining the original forms, materials and fabrics; on the other, through a process of inspiration, re-design and re-elaboration, we are led to the birth of a design or decorative element that is completely different from the original. And when we ask Simona if a particular designer has served as their point of reference, she mentions Giò Ponti: not just in terms of his projects and products, but also a design method that, in a contemporary tone, has little to do with futuristic exasperation and focuses on details of form, material and decoration. For Simona Marzoli it is a way of choosing between all the references produced by an image-oriented society: “Symbols, forms, decorations and projects linked to memory and tradition – those that are still alive in our collective imagination – are comforting to us and give us new interpretative ideas.”

Ma quando ci allontaniamo dal mondo della moda verso quello a noi più familiare del progetto, cosa significa vintage? Ci è sembrato di poter ritrovare le parole chiave “riproporre, conservare e riusare” associate a una quota di innovazione. Ne abbiamo parlato con chi disegna spazi e con chi pensa e realizza prodotti per questi spazi. Lo studio BPM, sul binomio vecchio-nuovo, ha costruito il proprio segno distintivo. Simona Marzoli ci racconta che il modernariato è una vera passione che trascende anche l’attività professionale. La vena vintage dello studio si gioca su due livelli: da una parte con un approccio quasi filologico al “pezzo” di modernariato che diventa parte integrante del progetto, mantenendo forme, materiali e tessuti originari; dall’altra attraverso un processo di ispirazione, ridisegno e rielaborazione che porta alla nascita di un elemento, d’arredo o decorativo, anche completamente diverso dall’originale. E quando le chiediamo se hanno qualche progettista che costituisce un riferimento particolare, si parla del maestro Giò Ponti: non solo per i progetti e i prodotti ma per un metodo che, in chiave contemporanea, lontano dall’esasperazione futuristica, pone un’attenzione al dettaglio della forma, del materiale e della decorazione. Per Simona Marzoli è un modo di selezionare tra tutti i riferimenti prodotti dalla società dell’immagine: «I simboli, le forme, i decori e i progetti più legati alla memoria e alla tradizione, quelli che ancora oggi sopravvivono nel nostro immaginario, ci rassicurano e ci danno spunti interpretativi sempre nuovi».

JANNELLI & VOLPI

PICTURED HERE: PAOLA JANNELLI AND A DETAIL OF THE NEW VINTAGE COLLECTION BY JANNELLI&VOLPI NEL RITRATTO, PAOLA JANNELLI E UN DETTAGLIO DELLA NUOVA COLLEZIONE VINTAGE, DI JANNELLI&VOLPI

If there is a company that in recent years has generated a lot of buzz, that’s Jannelli & Volpi. It has re-launched a product that has been long-forgotten, considered obsolete and dusty, but that now is making a huge comeback: wallpaper. Paola Jannelli is the type of businesswoman that has hit the nail on the head: research, experimentation and technology paired with a product and a company with solid roots. Is it vintage to recover a material, a modus operandi, adding a healthy dose of innovation and launching it onto the market laden with substance and memory? Paola Jannelli is enthusiastic about this definition of vintage, which, as she sees it, suits her perfectly. She tells us how she works on the substance and cultural coherence of the product, how she has been able to breathe new life into it and give it a contemporary and dynamic feel. After years of obscurity, especially in Italy, wallpaper has become a polyglot product that is able to represent the gamut of contemporary languages and renovate itself continuously. “We are in the midst of a very unique time in history, when a ‘war’ is being waged on the economy.” She does not speak of crisis, but rather of a “revolution that will lead to an evolution. Needs are changing and it is time for producers, designers and planners alike to take a moment to reflect: we must be more coherent, more realistic and work on innovation dictated by necessity.”

Se c’è un’azienda che in questi ultimi anni fa molto parlare di sè, questa è Jannelli & Volpi che ripropone un prodotto dimenticato per anni, considerato superato e polveroso, e del quale ora assistiamo a un vero ritorno: la carta da parati. Paola Jannelli è quel tipo di imprenditrice che ha centrato l’obiettivo: ricerca, sperimentazione, tecnologia unite a un prodotto e a un’azienda con radici solide. È vintage recuperare un materiale, un modus operandi, aggiungere una buona dose di innovazione e presentarsi sul mercato forti di sostanza e di memoria? Paola Jannelli è entusiasta di questa definizione di vintage che, conferma, le si addice perfettamente. Ci racconta come ha lavorato, oltre che sulla sostanza del prodotto, sulla sua coerenza culturale, come è riuscita a svecchiarlo e a riproporlo in una chiave contemporanea e dinamica: dopo anni di oblio, soprattutto in Italia, un prodotto poliglotta, in grado di rappresentare tutti i linguaggi contemporanei e di rinnovarsi di continuo. «Siamo al centro di un momento storico molto particolare, una ‘guerra’ che si gioca sul campo dell’economia». Non parla di crisi ma di una «rivoluzione che porterà a un’evoluzione. Stanno cambiando le necessità e si impone un momento di riflessione reale soprattutto da parte degli attori del processo produttivo, ma anche dei designer e progettisti: occorre essere più coerenti, più realistici e lavorare sull’innovazione determinata dalle necessità».


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