la Storia
fotografia
L’Italia nascosta del fotografo Mancuso in mostra a Trastevere a un anno dalla morte di Tommaso Coluzzi
“Non morimmo laggiù, noi crescemmo” Il confino a Ustica durante la dittatura fascista
A PAGINA 7
A PAGINA 6
di Alessandro Rosi
PERIODICO NUMERO 6 30/09/2019
il protagonista L’Europa e il mondo divisi sulla tassa per Google & co L’ipotesi: colpire le società direttamente dove fanno profitto Giancarlo Siani
Webtax in stallo
L’Ue cerca un accordo globale
giornalista coraggioso contro la camorra Il fratello: “Verità dopo 11 anni è un miracolo”
di DIANA SARTI ALLE PAGINE 2 e 3
spettacoli
Concerti, arriva biglietto nominativo TicketOne: “Non è efficace. Basterebbe applicare la legge già esistente” di PATRIZIO RUVIGLIONI Tassare i colossi dell’economia digitale nei paesi in cui fanno profitti, non solo dove hanno la sede fiscale. È la webtax: un’imposta sui ricavi da servizi online attiva in Stati come la Francia, ma in Italia ferma ai decreti attuativi. Nel mirino ci sono gli Over the top: i giganti del web Google, Apple, Facebook e Amazon che offrono servizi in tutto il mondo ma non utilizzano la partita iva dello Stato in cui li erogano. Di fatto, sono "immuni" alla tassazione dello Stato in cui fanno affari, in quanto hanno sede nei paesi europei dove la pressione fiscale è ridotta. Una scelta che costa loro l’accusa di elusione da parte degli altri Stati membri dell'Unione. Con questo nuovo tipo di imposta, per la prima volta, la discriminante non è la presenza fisica di un’azienda in una nazione, ma il vendervi prodotti e servizi pur non avendovi conti registrati. Il punto è che la webtax non è facile da attuare poiché richiede la convergenza di interessi diversi. “È una priorità dell’Unione Europea, spero in un accordo con
l’Ocse”, ha dichiarato lo scorso 16 settembre a La Stampa Paolo Gentiloni, neo Commissario europeo per gli affari economici e monetari, indicando in un accordo internazionale la soluzione più adatta. Ma in attesa di una regolamentazione globale, che tarda ad arrivare, e senza l'intervento decisivo di un’Ue divisa al suo interno, diversi paesi hanno preso provvedimenti da soli.Secondo uno studio del Parlamento Europeo del 2016, gli Over the top riescono ogni anno a “eludere” al fisco europeo circa 70 miliardi di euro. Per ovviare a questa situazione, lo scorso luglio la Francia ha approvato un’addizionale del 3% sui ricavi maturati attraverso servizi digitali, per aziende con più di 25 milioni di euro di fatturato sul mercato nazionale e 750 milioni a livello globale.
ALLE PAGINE 4 e 5
di ANDREA MURGIA A PAGINA 8
PAGINA 2
LIBERTÀ DI STAMPA
il protagonista
Il mestiere del giornalismo oggi come allora è rimasto immutato nelle sue criticità I freelance moderni sono i nuovi super precari
Giancarlo Siani, la lezione di un giornalista coraggioso contro la camorra anni ‘80
Il cronista napoletano nacque 60 anni fa: con il suo lavoro quotidiano diede fastidio alla criminalità organizzata che lo uccise a ventisei anni
SALA DELLA MEMORIA Al Pan a Napoli in memoria di Siani è esposta la sua Mehari
di DIANA SARTI
19 settembre 2019: Giancarlo Siani avrebbe compiuto 60 anni se la camorra non lo avesse assassinato il 23 settembre 1985 a soli ventisei anni. E’ ancora oggi un simbolo di giornalismo dalla “schiena dritta”, come lo avrebbe definito Carlo Azeglio Ciampi. Dedicò non solo la sua carriera, ma alla fine anche la sua vita, alla lotta contro la camorra e al giornalismo libero. Era il 22 settembre del 1985 quando sul quotidiano Il Mattino di Napoli usciva quello che sarebbe poi diventato l’ultimo articolo di Siani, intitolato “Nonna manda il nipote a vendere l’eroina”. Raccontava il fenomeno dei “muschilli”, le attuali baby gang, ovvero bambini talmente tanto piccoli da non essere imputabili e proprio per questo sfruttati per spacciare droga. Siani conosceva bene la realtà locale e lo stretto rapporto tra la politica e la criminalità organizzata nel territorio di Torre Annunziata. Il giorno dopo la pubblicazione dell’articolo, Siani perse la vita per mano di camorristi che vollero punire lui e la libertà di stampa che incarnava. L’articolo che “decretò la sua condanna a morte” fu però quello pubblicato su Il Mattino il 10 giugno 1985. Attraverso il racconto della cattura del boss di camorra, Valentino Gionta, che all’epoca era un super latitante, Giancarlo Siani svelò quello che era stato un tradimento del codice d’onore tra mafiosi.
Quante analogie tra il percorso professionale di Siani e quello di un reporter di oggi
Un retroscena che gli costò la vita. Il clan Gionta di Torre Annunziata era alleato con il clan Nuvoletta di Marano. Questi ultimi erano in guerra con il clan Bardellino. Per mettere fine ai contrasti con i rivali, i Nuvoletta fecero un patto con i Bardellino: l’uscita di scena di Gionta, loro alleato ormai diventato scomodo, in cambio della quiete e della redistribuzione degli interessi economici prima controllati dal boss. Dietro l’assassinio del giornalista però, c’erano anche altre persone. I Nuvoletta di Marano, affiliati ai corleonesi, uccisero Siani con il benestare della mafia siciliana per dimostrare a Cosa Nostra di non essere dei traditori. Tuttavia, mentre i camorristi coinvolti furono condannati, mai nessun esponente della mafia siciliana è stato processato per l’omicidio di Siani. Il malaffare raccontato da Giancarlo Siani non è molto diverso da quello di oggi in alcuni quartieri di Napoli. I meccanismi criminali sono sempre gli stessi. È qui che risiede uno dei motivi della straordinaria attualità della sua storia personale e del suo lavoro. L’esempio forse più calzante e che secondo alcuni potrebbe essere il vero movente della sua morte, è quando Siani ha scritto un articolo che per la prima volta ipotizzava che anche a Torre Annunziata si stesse replicando il modello già presente a Napoli di cooperative di ex detenuti, sovvenzionate dallo Stato, in cui si era infiltrata la criminalità organizzata. Cooperative il cui business all’epoca stava fiorendo e oggi invece è al centro di vari scandali tra cui Mafia Capitale. Siani in quella circostanza lo scoprì da precursore.
A distanza di decenni il mestiere del giornalista napoletano è rimasto immutato nelle sue criticità. Ci sono tantissime similitudini tra il percorso professionale di Siani e quello di un giovane giornalista di oggi. Siani era un collaboratore precario de Il Mattino. Non lavorava nella redazione di Napoli perché “abusivo”. Era un giovane pubblicista in attesa del praticantato giornalistico per diventare professionista a pieno titolo. Faceva il corrispondente da Torre Annunziata. Nell’estate del 1985 lo chiamarono dalla redazione centrale per fare una sostituzione estiva. Era senza contratto. La sua sembra la descrizione di un freelance moderno: precario, mal pagato e spesso senza tutele. È lo stesso fratello maggiore di Giancarlo, Paolo Siani,
che a Lumsanews rivela come suo fratello fosse preoccupato “di non avere una strada per fare il giornalista. Lui aspirava che ci fossero delle scuole di giornalismo per formare ragazzi giovani che poi potessero essere assunti dai giornali”.È la storia, come ricorda Carlo Verna, presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti, “di un ragazzo che ha lasciato la vita per inseguire il sogno di fare il giornalista. È un simbolo per i giovani”. La sua storia viene vissuta come esempio. “Giancarlo è uno straordinario testimonial della passione per la professione giornalistica”. Alla fine Il Mattino lo avrebbe assunto. Nell’attesa di quel contratto, la camorra è arrivata prima, strappandogli la vita.
GIANCARLO SIANI Una immagine del giovane Giancarlo a una manifestazione per la pace, gentilmente concessa dal fratello, Paolo Siani. L’immagine proviene dall’archivio privato della famiglia Siani
LUMSAnews
L’INTERVISTA/1
“Verità giudiziaria positiva, sentenza dopo 11 anni un miracolo”
Il fratello Paolo Siani: “Giancarloesempioperigiovani” Paolo Siani è il fratello maggiore di Giancarlo, il giovane giornalista ucciso dalla camorra il 23 settembre 1985. In occasione del giorno in cui Giancarlo avrebbe compiuto 60 anni, Paolo lo ha voluto ricordare così. In questo mese ricorreranno due anniversari importanti: i 60 anni dalla nascita e i 34 anni dalla morte di Giancarlo Siani. Ci parli dell’associazione dedicata a suo fratello. “Nel 1986, un anno dopo la sua morte, è nata l’associazione Giancarlo Siani che io, Geppino Fiorenza e altri amici abbiamo voluto fondare, convinti di dover creare un ente per non dimenticare l’impegno di mio fratello. Oggi, a distanza di tutti questi anni, possiamo dire che l’obiettivo è stato pienamente raggiunto: Giancarlo è rimasto un simbolo per tanti giovani, anche se non lo hanno mai conosciuto. Oggi, dopo tanti anni e tante riflessioni, abbiamo deciso di trasformare l’associazione in fondazione”. A distanza di decenni il mestiere del giornalista è rimasto immutato nelle sue criticità. Ci sono tantissime similitudini tra il percorso professionale Giancarlo e quello di un giovane giornalista di oggi. Il lavoro precario, mal pagato, spesso senza tutele, a volte esercitato da abusivi sperando in un contratto che non sempre poi arriva. Lei cosa ne pensa? “Le preoccupazioni e le angosce dei ragazzi di oggi sono le stesse che aveva Giancarlo. Lui sperava che venissero create delle scuole di giornalismo per formare i giovani e aiutarli nel trovare un lavoro stabile. Negli anni ’80 il giornalista si faceva solo frequentando un giornale, lavorando spesso senza essere retribuito e senza tutele. La situazione è migliorata, anche se l’accesso alla professione è ancora molto difficile e ancora non c’è soluzione. È molto più frequente che un giornalista precario faccia una inchiesta che non un giornalista strutturato, questo non va bene”. Lei nel 2018 è stato eletto alla Camera dei Deputati con il Partito Democratico.
L’INTERVISTA/2
PAOLO SIANI Fratello maggiore di Giancarlo e deputato del PD
In Italia, attualmente, ci sono 22 giornalisti che vivono sotto scorta. Secondo lei la politica non dovrebbe fare di più per i giornalisti? Condannare con più forza quando i giornalisti vengono intimiditi o minacciati. “Assolutamente sì. Io sono stato il primo a protestare quando l’allora ministro dell’Interno, Matteo Salvini, voleva togliere la scorta a Roberto Saviano. Eliminare la scorta significa dire che la mafia non esiste più. La mafia, però, esiste ancora quindi la scorta serve. Bisogna fare di più per tutelare i giornalisti minacciati, bisogna approvare la legge contro le querele intimidatorie. Spero che con questo governo il provvedimento, depositato l’anno scorso, possa almeno essere discusso in Aula”. Cosa pensa che possa emergere dalle nuove indagini avviate dalla Procura di Napoli nel 2014? “Credo che sia difficile dopo tanti anni provare a trovare altre soluzioni. Penso che le indagini siano state svolte nel migliore dei modi. Sono stati sprecati i primi anni, quelli che erano i più importanti. Mi sembra già un miracolo che dopo 11 anni siamo riusciti a avere una sentenza in Cassazione. È arrivata una verità giudiziaria che mi sembra soddisfacente.”
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PAGINA 3
I timori dei giovani di oggi sono gli stessi che aveva Giancarlo. Lui sperava che ci fossero le scuole di giornalismo
“Giancarlo è testimone della passione per il giornalismo”
Carlo Verna ricorda il suo amico e ex collega Carlo Verna è il presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti. Anche lui, come Giancarlo Siani, è napoletano. I due erano colleghi e amici. Hanno lavorato insieme a Il lavoro nel Sud, rivista mensile che si occupava di problematiche legate al mondo sindacale e del lavoro. Presidente, quale è l’insegnamento più importante che ci ha lasciato Giancarlo Siani? “Giancarlo è testimone straordinario della passione per la professione giornalistica. Era talmente tanto appassionato di questo mestiere che era contento per il solo fatto di essere inviato in un posto per seguire l’evento e poterlo poi raccontare. Era un ragazzo molto preciso, puntuale, meticoloso. È stato ammazzato, e lo dicono gli atti processuali, perché le sue ricostruzioni di quello che avveniva davano fastidio agli operatori del potere criminale. Dava fastidio senza fare rumore facendo nella quotidianità il suo mestiere. Credo che avremmo bisogno in tante professioni di tanti Giancarlo Siani. La sua storia viene vissuta come esemplare. La vicenda di un ragazzo che ha lasciato la vita per inseguire il sogno di fare il giornalista”. Quali sono i motivi che rendono ancora così attuale la storia di Siani, nonostante siano passati così tanti anni? “Il problema che si pone con il suo omicidio è tuttora attuale. Ancora oggi i giornalisti vengono minacciati, e spesso uccisi, solo perché svolgono il loro lavoro. La storia di Giancarlo è una vicenda che noi cerchiamo di scongiurare in tutti i modi per gli altri colleghi”. A proposito di giornalisti minacciati. Oggi in Italia ci sono 22 giornalisti che vivono sotto scorta. Secondo l’indice di Reporters sans frontières l’Italia è al 43° posto nella classifica sulla libertà di stampa nel mondo. Poi ci sono anche precarietà e poche tutele. L’Italia oggi sembra non essere un Paese per giornalisti. Cosa ne pensa? “Io parlo di spread della libertà di stampa. Se ci sono le querele temerarie, se ci sono le minacce ai giorna-
CARLO VERNA Presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti
listi, se c’è la precarietà: tutte queste cose si sommano e si mescolano in un qualcosa che priva il cittadino e la democrazia di una corretta informazione. Anche la precarietà è un qualche cosa che determina un lavoro non ben fatto. Chi deve mettere insieme il pranzo con la cena non avrà tempo e modo di fare quello che faceva Giancarlo, ovvero la meticolosa e quotidiana attenzione a tutti ciò che accade dalla mattina alla sera. Anche la trasformazione di questo mestiere, da una professione di lavoro dipendente si è passati a una professione troppo spesso libera. Dire freelance troppo spesso oggi significa dire super precario. La precarietà è un fattore penalizzante nella realizzazione del prodotto finale. Il 43° posto che abbiamo è quello che meritiamo ma non dobbiamo arrenderci. Finché sarò presidente mi batterò affinché questo spread sia colmato.” Qual è l’arma migliore che può usare un giornalista di fronte a minacce, intimidazioni o anche tentativi di censura? “Mai tenere notizie nel cassetto e essere solidali tra colleghi. Se scrivo solo io, allora divento il nemico. Se scriviamo in tanti è più difficile fermare la libertà di stampa”.
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Se scrivo solo io, allora divento il nemico Se scriviamo in tanti è più difficile fermare la libertà di stampa
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TASSARE L’ONLINE
il dibattito
L’UE cerca un accordo globale per regolamentare i colossi della Rete Italia per il sì, in Francia è già realtà
Webtax, il grande stallo L’Europa e il mondo divisi sulla tassa per Google & co. di PATRIZIO RUVIGLIONI
Tassare i colossi dell’economia digitale nei paesi in cui fanno profitti, non solo dove hanno la sede fiscale. È la webtax: un’imposta sui ricavi da servizi online attiva in Stati come la Francia, ma in Italia ferma ai decreti attuativi. Nel mirino ci sono gli Over the top: i giganti del web Google, Apple, Facebook e Amazon che offrono servizi in tutto il mondo ma non utilizzano la partita iva dello Stato in cui li erogano. Di fatto, sono "immuni" alla tassazione dello Stato in cui fanno affari, in quanto hanno sede nei paesi europei dove la pressione fiscale è ridotta. Una scelta che costa loro l’accusa di elusione da parte degli altri Stati membri dell'Unione. Con questo nuovo tipo di imposta, per la prima volta, la discriminante non è la presenza fisica di un’azienda in una nazione, ma il vendervi prodotti e servizi pur non avendovi conti registrati.
L’ipotesi è un’imposta che colpisca le società nel Paese in cui fanno profitti e non nella sede fiscale
Il punto è che la webtax non è facile da attuare poiché richiede la convergenza di interessi diversi. “È una priorità dell’Unione Europea, spero in un accordo con l’Ocse”, ha dichiarato lo scorso 16 settembre a La Stampa Paolo Gentiloni, neo Commissario europeo per gli affari economici e monetari, indicando in un accordo internazionale la soluzione più adatta. Ma in attesa di una regolamentazione globale, che tarda ad arrivare, e senza l'intervento decisivo di un’Ue divisa al suo interno, diversi paesi hanno preso provvedimenti da soli. La posizione dei singoli Stati Secondo uno studio del Parlamento Europeo del 2016, gli Over the top riescono ogni anno a “eludere” al fisco europeo circa 70 miliardi di euro. Per ovviare a questa situazione, lo scorso luglio la Francia ha approvato un’addizionale del 3% sui ricavi maturati attraverso servizi digitali, per aziende con più di 25 milioni di euro di fatturato sul mercato nazionale e 750 milioni a livello globale. Spagna e Germania tassano al 3% le transazioni digitali; la Gran Bretagna impone il 2% sui ricavi online; l’Ungheria applica un’aliquota mobile – dal 5,3% al 7,5% – solo sulla pubblicità online in lingua ungherese. Paesi come Stati Uniti e Cina - invece - hanno interesse a "tutelare gli Over the top", spiega Alessandro Giovannini, professore di diritto tributario all’Università di Siena. Ma ci sono anche nazioni come Irlanda e Svezia che difendono la fiscalità agevolata, grazie alla quale hanno guadagnato molto in termini economici. Per questo, una webtax internazionale è in stallo. Webtax all'italiana "L'esigenza di una webtax nasce con l'espansione della web economy", sostiene il fiscalista Tommaso Di Tanno. "I colossi della rete non sono tassati perché oltrepassano la dimensione 'fisica', mentre il fisco ragiona ancora in questo senso. Dobbiamo superare il concetto di sede fiscale". Di fronte a questa necessità, l'Italia è stata fra i primi paesi a promuoverla, ma non è riuscita vararla. La proposta originale - risalente al 2013 - dell’allora deputato del Pd Francesco Boccia era riferita alle “transazioni digitali”, e dopo tanti rinvii è arrivata nella Legge di bilancio 2019 come un’imposta sui “servizi digitali”: una tassazione al 3% per le web society che in un anno fatturano almeno 750 milioni di euro, o 5,5 milioni nel territorio dello
Stato. Eppure si è arenata ai decreti attuativi: “Aspettiamo l’Unione Europea per il 2020”, aveva annunciato a luglio l’ex ministro dell’Economia Giovanni Tria. Ora il governo ha inserito di nuovo la webtax fra le priorità: in attesa dell'Unione, ma pronti a farla anche da soli. “Una webtax italiana sarebbe una soluzione tampone, in attesa di un accordo internazionale sui fondamenti del diritto", puntualizza Di Tanno. Se fosse diventata legge, la webtax avrebbe prodotto un gettito di 150 milioni di euro nel 2019 e di 600 sia nel 2020 che nel 2021. Per Alessandro Giovannini, regolamentare gli Over the top è “una necessità”. E allora perché tanti rimandi? “In Italia la questione è soprattutto politica. Si parla di webtax per fini propagandistici, ma non la si attua perché significa mettersi contro Stati Uniti e Cina”, spiega. Per Di Tanno, invece, il motivo è tecnico: “È materia molto innovativa, ci vuole tempo per raggiungere un risultato efficiente”. Le critiche Ma non tutti sono d’accordo sulla introduzione di questa tassa. Le critiche riguardano la presunta impossibilità, a livello normativo, di delimitare i confini del digitale e la doppia tassazione che gli Over the top si
troverebbero ad affrontare. Marco Gay, presidente di Anitec-Assinform e di Confindustria digitale e amministratore delegato di Digital Magics, commenta così: "Il problema è nell'adottare una webtax di tipo nazionale. Per noi, come paese, sarebbe troppo rischioso e poco lungimirante. L'unico accordo da cercare deve essere almeno di carattere europeo, se non addirittura mondiale", spiega a LumsaNews. "L'Italia è un paese a tassazione altissima: una webtax nazionale affosserebbe la nostra competitività e la crescita delle piccole e medie imprese che si stanno aprendo al digitale". E gli Over the top? "Va sempre fatto un ragionamento a livello internazionale. Non è una questione di Google e Amazon: se si regolamentesse Amazon in Italia, Amazon alzerebbe i prezzi e a rimetterci sarebbero sempre le piccole e medie imprese". L'accordo internazionale è anche la soluzione migliore indicata da Giovannini, per quanto "difficilissimo da raggiungere". Un accordo internazionale A questo punto, i tavoli sono due. E nessuno avrà esito scontato. Sul primo si gioca il prossimo 17 ottobre a Washington, dove i ministri delle Finanze del
G20 ascolteranno la proposta dell’Ocse. Ma l’influenza di Stati Uniti e Cina "renderà difficile un accordo", sostiene ancora Giovannini. Poi l’Unione Europea, in caso di disaccordo, potrebbe procedere da sola, seguendo il modello francese. Ma nonostante il Parlamento abbia già incoraggiato gli Stati membri ad approvare una digital services tax con redditi superiori a 40 milioni di euro, per una webtax comunitaria servirà l'unanimità, mentre resta ferma l’opposizione di Irlanda, Danimarca e Svezia. E, in tutto ciò, gli Over the top non collaborano. Uno stallo senza sbocchi? "Credo che alla lunga la web economy diventerà talmente preponderante sulle altre che la necessità di una webtax verrà percepita anche da quei paesi che oggi gli si oppongono", sostiene Di Tanno. “È l’unica soluzione che immagino”. Più ottimista Giovannini: “Il punto sarebbe impedire che paesi dell’Unione come l’Irlanda adottino una fiscalità tanto agevolata. Se un accordo mondiale è praticamente impossibile, uno europeo sarebbe un grande passo”.
LUMSAnews
PAGINA 5
L’INTERVISTA/1
L’INTERVISTA/2
Il fiscalista Di Tanno spiega come nasce il provvedimento
Gay (Confindustria digitale) avverte l’Italia sui rischi
“Svolta necessaria dobbiamo andare oltre il concetto di sede fiscale”
La webtax è una novità assoluta: per la prima volta un'azienda viene tassata nel paese in cui fa profitti, e non in quello in cui ha sede legale e fiscale. La dimensione fisica, insomma, viene del tutto oltrepassata. Nel mirino ci sono ovviamente i colossi della web economy (Google, Apple, Amazon e Facebook), accusati soprattutto dall'Unione Europea di "eludere" miliardi al fisco comunitario. Eppure, proprio perché si tratta di un'imposta nuova, che porta una rivoluzione proprio ai fondamenti del diritto, è ancora molto dibattuta. A detta di molti, però, tassare gli Over the top della web economy resta comunque necessario: anche a rischio di ripensare il diritto. Fra chi la pensa così c'è il fiscalista Tommaso Di Tanno, autore di interventi in merito soprattutto su Il Sole 24 Ore. Ne abbiamo parlato con lui. Come si è arrivati alla necessità di una webtax? L'economia digitale è un'economia sostanzialmente "immateriale", e che quindi sfugge a tutti i criteri di normale tassazione, per cui le imposte si pagano dove si è residente. La frattura nasce perché si ragiona con le vecchie categorie di pensiero del diritto su situazioni che invece sono nuove. E che stanno diventando sempre più importanti. Se si vogliono tassare gli Over the top bisogna andare oltre la "fisicità" e ripensare il concetto di "stabile organizzazione", che è alla base di questo diritto ma viene meno quando si tratta di colossi del web. Certo è che per modificare un pensiero del genere serve un accordo globale. Che però è difficile da raggiungere. L'Ocse ci sta lavorando da almeno cinque anni. Il punto è che gli Stati Uniti, che lì hanno una forte influenza, hanno l'interesse per cui i loro colossi non vengano tassati: la web economy e i suoi protagonisti hanno sede proprio negli USA. Poi c'è l'Europa. Per una webtax comunitaria serve però l'unanimità. Ma l'Unione divisa anche al suo interno: paesi a fiscalità agevolata come l'Irlanda hanno guadagnato molto dalla web economy, e non sono disposti a votare una webtax. E allora veniamo su un piano nazionale. I provvedimenti, e soprattutto quelli italiani, sono un po' come salvare la palla in corner. Non è facile pensare a una webtax, per questo in Italia si fatica a
metterla in atto: perché tecnicamente non è facile da concepire. E mi rendo conto che non è la soluzione migliore, è vero, ma tassare Google & co. rivendendo certi concetti del diritto è necessario. Le dirò di più: imprese così grandi hanno delle responsabilità sociali: fra queste ci sono le imposte, e colpisce in negativo la totale mancanza di partecipazione degli Over the top. Invece di pagare, si nascondono. Questo è un tipo di concezione aziendale che va represso. Che soluzione immagina per il futuro? Un accordo, che sia europeo o addirittura mondiale, ammetto che mi sembra difficile. O si detassano le imprese e ci si focalizza sulle persone fisiche, oppure si dovrà necessariamente cercare un accordo collettivo simile alla webtax che propone l’Unione Europea. In questo senso, credo che alla lunga la web economy diventerà talmente preponderante sulle altre che la necessità di una webtax verrà percepita anche da quei paesi che oggi le si oppongono. È l’unica soluzione che immagino.
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Mi colpisce la reazione degli Over the top: hanno in mano il mondo, ma non collaborano coi governi. Pagare le tasse è una loro responsabilità
“Buona idea solo se comunitaria sarebbe nocivo farla da soli”
Sì alla webtax, ma solo se internazionale. Questo, perlomeno, è il pensiero di molti degli scettici sulla tassazione degli Over the top: è giusto regolamentare - tra gli altri - Google, Facebook, Amazon e Apple (i cosiddetti GAFA), purché l'aliquota di imposta sia decisa tramite un accordo cllettivo fra Stati Mondiale, e quindi stabilito dall’Ocse, o perlomeno raggiunto all’interno dell’Unione Europea, dove l’opposizione di alcuni degli Stati membri (Irlanda, Svezia) rende difficile trovare soluzioni. In un intervento su Open dello scorso dicembre, Marco Gay - presidente di Anitec-Assinform, vicepresidente di Confindustria Digitale e Amministratore delegato di Digital Magics - aveva espresso diverse perplessità proprio di fronte all'idea di una webtax all'italiana. L'abbiamo contatto per sapere cosa ne pensa degli ultimi progressi in merito. Quali sono le sue perplessità in merito a una webtax? “Le mie perplessità riguardano una webtax di tipo nazionale e - soprattutto - una esclusivamente italiana. Un’imposta del genere sarebbe un problema per la nostra economia. Questo perché purtroppo siamo un paese che di suo ha già una pressione fiscale altissima: inserire una tassa di qyesto tipo, nel nostro mercato di imprese già duramente colpite dal fisco e che solo ora, finalmente, si stanno aprendo al digitale, sarebbe nocivo e per nulla lungimirante. Siamo già penalizzati così, e l'adozione delle nuove tecnologia sta crescendo solo ora. Webtax significa accanirsi su un mercato finalmente in crescita”. E la Francia allora? Parigi ha adottato una webtax nazionale, in attesa dell'Europa... “E per carità, è legittimo, a livello di paese, che la Francia adotti una webtax: quello che dico io è che la loro è una situazionbe diversa dalla nostra; all'Italia una soluzione del genere non gioverebbe”. Perché? “Perché per me non è tanto tassare Google, Facebook o Amazon; anzi, secondo me questo rischia di banalizzare molto il discorso. Ne stiamo facendo una battaglia legata esclusivamente ai loro nomi, ma in realtà una webtax riguarderebbe momolti, comprese le start-up. Ecco: l’Italia non può
permettersela. Il punto, quindi, è riflettere profondamente sulle conseguenze che una webtax esclusivamente italiana avrebbe sulle piccole e medie imprese, che stanno scoprendo la web economy soltanto adesso. Sono convinto che se Amazon venisse tassata in Italia a pagarne le conseguenze sarebbero proprio le PMI che a lei si appoggiano”. Un conto è muoversi su un piano collettivo, un altro è farlo noi italiani da soli: il nostro mercato ne risentirebbe fino ad affossarsi. Quindi che soluzione immagina? “L'unica soluzione è affrontare il problema su un piano - perlomeno - europeo, altrimenti c'è il rischio di creare concorrenza interna all'Unione. Deve essere una decisione comune degli Stati membri: non si può tassare in via univoca, come Italia, il settore del digitale. Anche sui numeri: la percentuale dell'aliquota deve essere stabilita a livello comunitario. E sul piano globale sì, mi rendo conto che è molto complicato. Ma almeno cerchiamo di procedere come UE.”
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Il nostro Paese non è ancora pronto: la pressione fiscale è già forte e le piccole e medie imprese solo ora stanno scoprendo il digitale
PAGINA 6
la Storia
LUMSAnews
PORTO DI PALERMO Negli anni Venti. Barche a remi attendono di trasportare i passeggeri dalla banchina alla scaletta delle navi da fonda (Csdu)
“Non morimmo laggiù noi crescemmo” Ricordi da Ustica Messa in piazza con podestà inginocchiato
Una mostra sulla realtà isolana confino durante la dittatura fascista
Foto e lettere da Ustica
di ALESSANDRO ROSI
Le vignette di Giuseppe Scalarini
Prigionieri nello spazio, ma liberi nel pensiero. I 600 oppositori politici del Regime portati a Ustica tra il 1926 e il 1927 – dopo l’approvazione delle leggi “fascistissime” – non potevano muoversi dall’isola, ma riuscirono a portare avanti le loro idee e organizzare la vita sociale. “Noi non morimmo laggiù, noi crescemmo”, si legge nelle lettere del politico comunista Otello Terzani che si possono consultare nella mostra Il confino politico a Ustica nel 1926-1927. Immotus nec iners ospitata alla Casa della Memoria e della Storia di Roma, fino al 26 settembre. Il Centro Studi e Documentazione Isola di Ustica ha raccolto il materiale presente nel proprio archivio mettendo insieme fotografie, appunti e lettere, così da ricostruire la vita di quei giorni. I confinanti politici organizzarono la vita sociale, dando vita a una biblioteca pubblica, a mense e attività sportive. Ma soprattutto istituirono una scuola su idea di Amedeo Bordiga e Antonio Gramsci, fondatori del partito comunista. Un istituto dove non c’erano divisioni tra docenti e allievi.
“Studiare tedesco e russo con perseveranza. Approfondire geografia e storia”, si legge negli appunti di Gramsci, che aveva la Direzione sezione storico-letteraria ma allo stesso tempo imparava da altri. “Un operaio della Baviera insegnava a Gramsci il tedesco”, rivela il curatore della mostra, Vito Ailara, a Lumsanews, “in quel contesto vi era una vera e propria trasfusione del sapere”.Un fermento culturale che poi ha portato agli ideali di Resistenza, più avanti sviluppati. “Portare tutti gli oppositori a Ustica è stata una valutazione errata da parte di Mussolini”, commenta Vito Ailara, “perché è lì che nacque quel laboratorio di idee che poi portò a Ventotene”. È sull’isola laziale, infatti, che nel 1941 Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi gettarono le basi per il Manifesto di Ventotene, uno dei testi fondanti dell’Unione europea.“La lezione che Ustica ci dà”, prosegue Ailara, “è che, quando l’uomo vuole e nonostante le condizioni peggiori possibili (come le poche risorse, la povertà, l’assenza di luce, gas e igiene), si può mandare l’intelletto oltre l’ostacolo”.
I quaderni dei confinati Il vaporetto di Ustica all’ancora nella cala Santa Maria (Csdu)
LUMSAnews
la fotografia
PAGINA 7
LA CAMPAGNA Un contadino che raccoglie pomodori. Ritratto di Emiliano Mancuso, inserito nella raccolta “Terre del Sud”, con la quale l’artista ha voluto raccontare il Mezzogiorno con immagini scattate tra il 2003 e il 2008
L’Italia nascosta del fotografo Mancuso in mostra a Trastevere
Un'automobile in fiamme a Termini Imerese
Pietro Masturzo, vincitore Wpp 2009 “Era un essere umano stupendo”
Studenti protestano alla Sapienza di Roma
di TOMMASO COLUZZI
Un migrante appena sbarcato a Lampedusa
Alcuni ragazzi che protestano a Cinisi, Palermo
C’è una bellezza diversa nel nostro Paese, c’è un’Italia nascosta e inascoltata, fatta di umanità e di personaggi profondi. Emiliano Mancuso ha deciso di cercarli per tutta la vita, li ha fotografati, li ha ripresi, li ha ritratti con ogni mezzo. Li ha raccontati in bianco e nero, a colori, con le polaroid, con un blog e poi con dei documentari. Il fotografo romano è scomparso all’improvviso, il 26 settembre 2018. Per omaggiare il suo lavoro, a Trastevere, è stata inaugurata una mostra dedicata a lui: “Una diversa bellezza”. C’è il meglio di quattro suoi lavori, che vanno dal 2003 al 2018: Terre di Sud, Stato d’Italia, Il diario di Felix e Le Cicale.Entrando nel chiostro del museo di Roma in Trastevere c’è una piccola stanza interna, sulla destra. Lì un video proiettato in loop presenta la mostra con le parole dello stesso Mancuso. Brevi video registrati da lui stesso in auto, in cui spiega l’idea di lavorare a Terre di Sud, nata quando si trovava a Termini Imerese per raccontare il licenziamento di massa della Fiat nel 2002, perché “dopo un secolo e mezzo dall’Unità d’Italia ci si ritrova ancora a parlare di questione meridionale”. Poi la scoperta della casa famiglia, la casa di Felix, e con essa la scoperta di un tempo diverso. La necessità di far abituare i ragazzi alla presenza della fotocamera, racconta ancora Mancuso. E poi tutte le sue foto personali, raccolte dai suoi affetti più cari. La moglie, i figli, i video divertenti, le foto buffe, gli amici di una vita. Il suo lavoro in mostra Terre di Sud è un progetto fotografico sul Mezzogiorno, portato avanti da Mancuso dal 2003 al 2008. Prende tre corridoi del museo trasteverino, con stampe incorniciate e a muro. È un racconto di un Sud che nonostante la globalizzazione è ancora costretto a fare i conti con la “questione meridionale”. Da Napoli a Cinisi, dalla Puglia alla Calabria. Da questo lavoro nasce il libro omonimo, pubblicato dalla casa editrice Postcart.Se si devia a sinistra e si entra in una stanza più piccola, ma soprattutto più cupa, ci si ferma davanti alle gigantografie dei migranti a Lampedusa sotto la scritta “Stato d’Italia”. Un viaggio di tre anni attraverso il nostro Paese, cronache e volti della crisi economica e sociale. Dagli sbarchi sull’isola siciliana alla rivolta dei braccianti africani a Rosarno, dai ragazzi di Taranto assediati dai fumi delle acciaierie Ilva alle proteste degli studenti universitari nel 2008. Il Diario di Felix invece è un lavoro realizzato interamente a Casa Felix: una casa famiglia di Roma dove vengono ospitati sia mi-
nori del circuito penale che scontano misure alternative al carcere, sia minori civili. Il racconto di Mancuso descrive l’ultimo anno di permanenza all’interno della struttura di un gruppo di otto ragazzi. Poi Le Cicale, il suo ultimo progetto, un viaggio intimo della quotidianità di quattro persone, pensionate o prossime alla pensione, e la loro lotta per avere una vita dignitosa dopo aver lavorato fino alla vecchiaia. Il ricordo di Pietro Masturzo “Un bravissimo fotografo e un essere umano stupendo, questo era Emiliano Mancuso”, racconta a LumsaNews Pietro Masturzo, fotografo italiano vincitore del World Press Photo nel 2009. Quel giorno di circa un anno fa “è stato uno shock per tutti”. Emiliano “era molto attento ai soggetti che fotografava, non era uno di quei fotografi mordi e fuggi. Era uno che giocava molto sul suo rapporto con i soggetti, soprattutto nel diario di felix, lui con quei ragazzi diventa quasi un confidente, un professore, una figura di riferimento”. Secondo il fotografo napoletano “questo si sente in tutti i suoi lavori, sia nei documentari che nelle fotografie”.“Era una persona con un’umanità incredibile e alla ricerca dell’umanità. Riusciva ad entrare nelle storie rendendo i suoi soggetti con delicatezza e onestà, senza strappare immagini shoccanti o costruite – spiega Masturzo – tutta la potenza della sua fotografia sta nell’onestà con cui racconta l’umanità”. Emiliano “era una persona eccezionale nel vero senso della parola, simpatico, coinvolgente, una chiacchierata con lui riusciva a lasciarti qualcosa ed è quello che ha fatto con il suo lavoro”.L’Italia che ha raccontato Mancuso era “un’Italia a cui voleva tanto bene e che allo stesso tempo odiava. In qualche modo è stato un attivista”. In questo senso “Stato d’Italia è un capolavoro, un documento storico che racconta l’Italia per quel che è, dalla politica a questo Sud dimenticato. L’ho sempre stimato – prosegue il fotografo – per non essere andato a cercare le storie chissà dove. È rimasto in Italia, si è sempre concentrato sul suo Paese, sulle dinamiche che conosceva bene e ha raccontato quelle”. Poi, successivamente “si è dedicato storie molto specifiche, come la questione della devianza minorile o quella della vecchiaia”.Per vedere la mostra c’è tempo fino al 6 ottobre, per andare a guardare l’Italia vista con gli occhi e con l’inquadratura del fotografo romano. Che poi alla fine, conclude Masturzo, “Emiliano raccontava l’Italia su cui voleva far questionare gli spettatori, raccontava l’Italia che voleva cambiare”.
Protesta degli operai della Fiom
Contadini ritratti a Borgo Segezia, Foggia
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spettacoli
LUMSAnews
Concerti, arriva il biglietto nominativo
Obbligatorio da luglio per contrastare il bagarinaggio. Polemica dei promoter
B
iglietti già terminati dopo pochissimi minuti dall’inizio della vendita ufficiale ma che riappaiono su piattaforme secondarie a prezzi maggiorati anche di dieci volte. Questo fenomeno è il secondary ticketing, un problema noto da alcuni anni all’interno del mondo dei concerti.Il caso più clamoroso risale al 2016 con il concerto dei Coldplay, quando i biglietti per gli spettacoli italiani del gruppo musicale britannico terminarono in tempo brevissimo sul sito di TicketOne, per poi ricomparire all’istante su piattaforme come Viagogo, Seatwave e Stubhub a cifre spropositate. Della vicenda parlò anche la trasmissione televisiva di Italia 1 Le Iene con alcuni servizi in cui veniva denunciato un accordo tra promoter e rivenditori secondari.Nell’occhio del ciclone finì Live Nation Italia, accusata di immettere direttamente i biglietti a disposizione sui siti di secondary ticketing per ottenere un profitto. Da qui, partirono le indagini della Procura di Milano: agli indagati – i vertici di Live Nation, Vivo, DI and GI e Viagogo – vennero contestati i reati di truffa allo Stato e alla Siae, oltre all’aggiotaggio. Accuse poi cadute dopo le assoluzioni a febbraio 2019. Per combattere il bagarinaggio online è stata introdotta una nuova misura: il biglietto nominale. Inserita nell’ultima legge di bilancio ed entrata in vigore dal 1° luglio 2019, la norma è valida per gli spettacoli dal vivo in luoghi con una capienza superiore a 5000 persone e cerca di impedire ai bot, software programmati per l’acquisto in massa di biglietti, di far sparire all’istante i tagliandi dei concerti per immetterli nel mercato secondario.Per portare a termine l’acquisto è infatti ora necessario identificarsi attraverso la registrazione con anagrafica completa, e-mail e numero di cellulare. Per rendere valida la registrazione il sistema invia un sms all’utente contenente un codice identificativo. Le piattaforme online dovranno inoltre dotarsi di sistemi informatici in grado di individuare i bot. Per poter accedere all’area dell’evento, infine, dovranno essere superati i controlli all’ingresso, in cui verrà mostrato il biglietto e il documento di riconoscimento.La procedura per cambiare nominativo, consentita soltanto all’intestatario e all’acquirente, può avvenire sia online che in loco, prevede l’annullamento del biglietto con il vecchio nome pagando una commissione di circa 4 Euro e il rilascio di un nuovo titolo d’accesso. Per contrastare siti come Viagogo, le piattaforme devono inoltre garantire la possibilità di rimessa in vendita di un biglietto al prezzo originario, tramite lo stesso sistema. Diventano quindi degli intermediari tra chi vuole vendere un tagliando e chi vuole acquistarlo. L’introduzione del biglietto nominale ha però suscitato le proteste degli organizzatori di questo settore, i quali hanno fatto fronte comune contro questa misura. Prevedono infatti un aumento del prezzo dei tagliandi per le spese di sicurezza, ma anche maggior tempo d’attesa ai cancelli d’ingresso a causa dei controlli. Inoltre, secondo gli organizzatori, il percorso per cambiare nominativo o per rivendere un biglietto sarà lungo e complicato.Secondo Carmelo Costa, promoter e membro di Assomusica, l’as-
TicketOne: “Il biglietto nominale non è efficace Basterebbe applicare la legge già esistente”
Quanto costano i biglietti
IL BIGLIETTO NOMINALE Entrata in vigore dal 1° luglio, la legge è valida per gli spettacoli dal vivo in luoghi con una capienza superiore a 5.000 persone e cerca di impedire ai bot di far sparire all’istante i tagliandi dei concerti per immetterli nel mercato secondario.
Assomusica: “Con queste norma possibile aumento del costo dei biglietti e più code agli ingressi”
LA POLEMICA
Segio Battelli (M5S): “La legge contro il secondary ticketing creata per tutelare i consumatori” sociazione degli organizzatori e dei produttori di concerti, la soluzione sarebbe oscurare le piattaforme di secondary ticketing: “Nonostante questa nuova legge sono ancora attive. Le abbiamo segnalate spesso, ma senza alcun esito”.È più ottimista il suo collega Lello Manfredi, organizzatore, tra gli altri, dei concerti di Vasco Rossi e Jovanotti a Messina: “Superato il primo periodo di difficoltà, questa norma verrà accettata, come già accaduto nel calcio”.Non soltanto gli organizzatori, ma anche i distributori come TicketOne, tramite l’amministratore delegato Stefano Lionetti, si dicono scettici: “I fatti dimostrano che la nominatività è inefficace, dato che i biglietti ‘secondari’ si trovano ancora. In più, sarà meno semplice cedere un biglietto in caso di impedimento last minute o anche per fare un regalo”. Per TicketOne basterebbe applicare la legge che vieta il secondary ticketing: “Abbiamo presentato due esposti ad Agcom ma, inspiegabilmente, nessuno interviene per reprimere le condotte illecite da parte dei ben noti operatori”.Ma perché è così complicato bloccare le piattaforme secondarie? “Perché siti come Viagogo hanno, ad esempio, la ragione sociale in Svizzera e quindi cercano di aggirare la norma che vieta il secondary ticketing”, spiega l’onorevole Sergio Battelli, primo firmatario della legge sul biglietto no-
LA NORMA
minale. Il deputato del Movimento Cinque Stelle replica poi agli organizzatori e ai distributori polemici con la sua norma: “Come fanno a dire che ci saranno problemi se ancora non c’è stato nessun concerto con le nuove procedure? Intanto, sono stati proprio artisti come Ed Sheeran a volere i biglietti nominali per i propri concerti. Abbiamo messo fine – continua Battelli – a un sistema che andava avanti da anni, creando anche un sistema di rivendita sui siti ufficiali”. Come è possibile vedere nel grafico, il costo medio d’ingresso è cresciuto costantemente dal 2013, in cui era 28,42 euro, fino ad arrivare ai 34,49 del 2018. Nonostante questo, le presenze ai concerti non sono diminuite, anzi: nell’ultimo anno si è raggiunta la cifra record di 10.600.000 spettatori. Sia gli organizzatori che i distributori ascoltati concordano sul fatto che l’aumento del costo dei biglietti nel corso degli anni sia dovuto alla crescita dei costi di produzione. E adesso, per un pubblico sempre più appassionato di musica dal vivo, si prevede un ulteriore rincaro: il costo medio del singolo tagliando, secondo Assomusica, potrebbe aumentare di 8-10 euro a causa della nuova legge. Ma Battelli risponde: “I consumatori vanno tutelati, questo è l’obiettivo della norma”.
GLI ORGANIZZATORI PROTESTANO Il promoter e i rivenditori come Assomusica e TicketOne ritengono inefficace il biglietto nominale per contrastare il secondary ticketing. Secondo gli addetti del settore, la norma provocherà un aumento del costo dei biglietti di circa 10 euro.
Quindicinale del Master in giornalismo della LUMSA Direttore responsabile Carlo Chianura Direttore scientifico Fabio Zavattaro
Redazione Tommaso Coluzzi, Giuseppe Galletta, Andrea Murgia, Federica Pozzi, Alessandro Rosi, PatrizioRuviglioni, Diana Sarti Testata registrata al Tribunale di Roma n. 468 dell’11 novembre 2003