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Kerstin

“La caduta del Muro è il ricordo di una rivoluzione pacifica”

Michael “All’epoca il nemico

Brigitte “Felicissima dopo

il crollo,finalmente ero libera”

era l’Occidente e aveva vinto”

ALLE PAGINE 4 E 5

BERLINO il crollo del Muro 1989 la fine di un’epoca PERIODICO NUMERO 8 08/11/2019

L’intervista

GIAMPAOLO MALGERI

LO SPECIALE

“L’Europa nata

di ANDREOLI RUVIGLIONI SARTI SEMINARA VALENTINI

dal crollo del Muro ha arginato la forza della Germania riunita” L’opinione del docente dell’Università Lumsa sugli equilibri del Vecchio Continente cambiati dopo il 1989

“L’ unif icazione tedes ca ha acceler ato l’ integr azione eur opea anche perché la nas cita di uno S tato f orte generava preoccupazione nelle cancellerie europee. Contenere la Germania in un contes to s ovranazionale limitava il pericolo di un unilateralis mo tedesco. Il crollo del Muro e il disfacimento dell’unione Sovietica ap rivano in fatti a es t della G ermania uno spazio, sia economico ch e politico, s u cui il nas cente S tato federale avrebbe potuto esercitare un’eccessiva influenza. Il r is chio che volevano evitare i Paesi europei era quello di rimettere in dis cus s ione gli equilibri che a livello continentale si erano af fermati dopo la fine della S econda guerra mondiale”.

A PAGINA 11

Achille Occhetto

“Il crollo del Muro liberò anche noi comunisti italiani”

A PAGINA 7

Agostino Giovagnoli

“Papa Wojtyla è stato il mediatore nella caduta del regime”

A PAGINA 9


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IL CROLLO E LA FINE DI UN’EPOCA

Il 9 novembre di trent’anni fa finiva un’epoca. Era l’ultimo atto della Guerra Fredda e la vittoria della cosiddetta “democrazia liberale”

1989, il Muro caduto e quell’abbraccio illusorio tra Est e Ovest del mondo

T

di GIACOMO ANDREOLI

rent’anni fa, il 9 novembre 1989, cadeva il Muro di Berlino. Sembra impossibile credere che un blocco di cemento, filo spinato e calce correva nel cuore dell’Europa, dividendo una ex Capitale in due e fondando, di fatto, i concetti di Est e Ovest. Eppure era così: una rappresentazione plastica della Guerra Fredda. Il Muro era stato costruito nel 1961 dalla Germania socialista per fermare l’esodo delle persone dell’Est del Paese, più povero e totalitario visto il fallimentare modello dell’economia pianificata e il regime filo-sovietico, verso l’Ovest, ricco e democratico per via dell’economia di mercato e del modello costituzional-liberale. Berlino, subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, era stata divisa come il resto della Germania tra le potenze vincitrici del conflitto: Urss, Usa, Francia e Gran Bretagna. Oltrepassare il Muro era severamente vietato, se non per motivi straordinari, e chiunque lo faceva senza autorizzazione poteva anche essere ucciso dai soldati di frontiera. Circa 200 berlinesi dell’Est, nel tentativo di scavalcarlo, persero la vita, mentre in tanti si ingegnarono per provare a eludere i controlli. Due italiani, come racconta la celebre miniserie italiana Il tunnel della libertà, riuscirono addirittura a costruire una galleria di 120 metri sotto il Muro, salvando 29 vite. Da diversi mesi in quel 1989 le proteste nella Germania orientale montavano. L’economia era stagnante, visto il crescente debito estero che il regime aveva accumulato per importare componenti, tecnologie e materie prime e tentare di colmare, così, il gap con la Repubblica federale, che continuava a crescere a livelli sostenuti. In un mondo in cui il sistema mediatico dell’Ovest si faceva sempre più pervasivo, inoltre, l’assenza di diritti fondamentali (come la libertà di parola e il diritto di voto) era diventata insostenibile. A ottobre erano scese in piazza 250mila persone a Lipsia, portando il leader del governo, Erich Honecker, a dimettersi. I suoi successori, spaventati dalle agitazioni, organizzarono una conferenza stampa nel tardo pomeriggio del 9 novembre, per annunciare alcune riforme liberali. Il portavoce del governo, Günter Schabowski, le stava elencando ai giornalisti. Poi, all’improvviso, annunciò: «Ah… oggi abbiamo deciso su un nuovo regolamento che rende possibile per ogni cittadino della Repubblica Democratica Tedesca di uscire attraverso i posti di blocco». I corrispondenti di mezzo mondo iniziarono allora a tartassare il funzionario di domande. Il nuovo regolamento si applicava a Berlino? Da quando? Schabowski, agitato, mentre cercava di leggere meglio i documenti che aveva appresso, si lasciò scappare: «Che io sappia… dovrebbe avere effetto da ora». Il suo tentennamento fu decisivo. Quando la notizia arrivò ai telegiornali della sera, migliaia di berlinesi dell’Est si riversarono in strada, verso i varchi di frontiera del Muro. Fu allora che Harald Jäger se li vide tutti davanti. Era una guardia di frontiera e gli

La crepa che divideva i due blocchi non è stata sanata dalla Storia

Quel famoso giovedì il portavoce del governo della Germania Est annunciò nuove leggi sul confine. I berlinesi si riversarono in strada e avanzarono compatti verso il Muro

I "Vopos",

venne ordinato di rimandare tutti indietro, ma la gente premeva e gli stessi comandanti erano nel panico, mentre il governo della Repubblica democratica si radunava per prendere una decisione. Non arrivavano nuove disposizioni e la folla percepì l’opportunità, lanciandosi verso il Muro. Alle 23.30 la situazione era fuori controllo e di propria iniziativa Jäger diede ordine ai suoi uomini di aprire i varchi tra Berlino Est e Berlino Ovest. Per questa scelta rischiava grosso: si sentì paralizzato, pianse. Rischiava grosso per la sua scelta. Poi, però, vide i tedeschi dell’Ovest accogliere i loro concittadini con bottiglie di champagne, fiori e cartelloni di benvenuto, mentre diverse persone salivano e ballavano sul Muro. E allora le lacrime di frustrazione

divennero lacrime di gioia. “Harald, credo che per la Germania dell’Est sia finita” gli disse un collega. In quel momento già intuiva che si trattava di un evento storico. Ma non poteva immaginare che sarebbe diventato il simbolo della fine di un’epoca. Dopo l’apertura di quella prima breccia e il successivo smantellamento del confine tra le due parti della città, infatti, nel giro di due anni tutto sarebbe cambiato. I regimi sovietici dell’Europa orientale e con loro la stessa Unione Sovietica improvvisamente crollavano. Finiva la Guerra Fredda: sul modello dell’Est, che Karl Marx avrebbe chiamato “comunismo rozzo”, si imponeva il modello dell’Ovest, quella “democrazia liberale” che


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il Muro aperto e i soldati dell’Est che lo attraversano nel 1989

La scelta del soldato Il pianto liberatorio

La guardia di frontiera, nel caos generale e senza ordini dai suoi superiori prese la decisione di aprire le porte del confine

le temibili guardie di confine della DDR, sorridono attraverso una breccia nel Muro (Foto di Livio Senigalliesi)

il filosofo americano Francis Fukuyama considerava “il treno della Storia”. Tante iniziative e manifestazioni culturali celebreranno in tutto il mondo quell’incredibile notte berlinese. Ma, al di là della ricorrenza, è importante ricordare quell’evento per diversi motivi. Prima di tutto, forse, per smentire le letture enfatiche della Storia. Ciò che accadde segnò la fine del bipolarismo tra Urss e Stati Uniti, ma non la totale democratizzazione nell’Est del mondo. Ci fu una lunga euforia, sull’onda del liberal-liberismo (con la sua celebrazione tout court della globalizzazione), che nascose quanto in quel modello non funzionava. E oggi l’esplosione delle disuguaglianze lo

La globalizzazione che si è imposta dagli anni ‘90 non ha funzionato Oriente e Occidente sono ancora divisi e le stesse ex Repubbliche tedesche non si sono integrate del tutto

“Harald, credo che per la Germania dell’Est sia finita” gli disse un collega subito dopo. Entrambi allora piansero a dirotto

Un buco in una delle poche frazioni del Muro rimaste ancora oggi in piedi

dimostra, mentre quell’Est che sembrava ridimensionato torna a gridare per l’egemonia mondiale contro l’Ovest: dalle democrazie autoritarie di Putin e Erdogan, all’oligarchia contemporaneamente comunista e ultra-capitalista della Cina, passando per le democrazie “illiberali” di Polonia e Ungheria. Tutto questo mentre l’Occidente vive un difficile momento fatto di contraddizioni, tra un’America isolazionista e un’Europa in cui dilaga il nazionalismo. Quell’unificazione della Germania che si avviò dopo la caduta del Muro, tanto glorificata come modello anche per l’Italia, mostra oggi tutti i suoi limiti. Per sei tedeschi dell’Est su dieci il progetto di integrazione tra le ex Repubbliche è fallito. Culturalmente meno aperto e con il

38% di disoccupati in più rispetto all’Ovest, l’Est del paese è oggi il teatro di chi si sente svantaggiato: come abitante di città con meno opportunità e come tedesco rispetto agli immigrati. Un mix esplosivo che diventa terreno fertile per la propaganda e la violenza dell’estrema destra (dal partito “istituzionale” Afd, che ha intercettato il disagio in Sassonia e in Brandeburgo, ai terroristi neonazisti, come l’attentatore che lo scorso 9 ottobre ha sparato di fronte alla sinagoga di Halle). E allora sembra evidente che la caduta del Muro non ha risolto tutti i problemi. Le crepe tra Est e Ovest sono tutt’altro che sanate e il mondo deve ancora imparare a superare le proprie divisioni.


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LE VOCI DEI TESTIMONI

Parlano Kerstin, Michael e Brigitte. La prima viveva a Ovest, gli altri due a Est. Oggi sono tre maestri, lui all’epoca era soldato nella DDR

Berlino oltre la Cortina I racconti dei cittadini Un uomo fa il segno della vittoria guardando un pezzo di Muro crollato sotto le pressioni delle persone sottostanti

che hanno vissuto nella Capitale tedesca divisa nei giorni della caduta del Muro “S

di DIANA SARTI

e ci penso mi viene ancora la pelle d’oca. La caduta del Muro è il ricordo di una rivoluzione avvenuta senza morti e feriti". A parlare è Kerstin Götz, una signora berlinese nata e cresciuta nella parte Ovest, la Bundesrepublik Deutschland (BDR). Aveva 21 anni quando il Muro è caduto. Oggi ha 51 anni, vive a Berlino e lavora come insegnante in una scuola di pattinaggio. Quel periodo lo ricorda come un momento avvincente perché "si percepiva che qualcosa nella Germania dell’Est stava cambiando. C’era

irrequietezza e crescenti manifestazioni di protesta". Poi la svolta, arrivata con una conferenza stampa. L’allora ministro degli esteri Hans Dietrich Genscher ha annunciato che i cittadini della Germania dell’Est avrebbero potuto viaggiare e spostarsi ovunque, sottolineando che la decisione era immediatamente valida. "Le persone hanno spento la televisione che trasmetteva la conferenza e sono andate al confine. Un’ora dopo, i primi cittadini sono usciti dall’Est e, per la prima volta, oltrepassando il confine senza più il Muro, si sono ritrovati nella parte

Ovest. Non credo che volessero scappare. Semplicemente volevano provare la libertà di muoversi senza impedimenti per poi poter tornare a casa. Donne e uomini della Deutsche Demokratische Republik (DDR) volevano solo essere liberi come noi". Kerstin si trovava a Berlino quando il Muro è caduto. Quel momento lo ricorda ancora molto bene. "Stavo facendo gli allenamenti di pallacanestro. Quando sono tornata a casa, mia madre era davanti alla televisione e mi ha detto che il Muro era caduto. Le ho risposto che non ci credevo, che non era possibile. Poi mi sono fatta la doccia e sono andata a letto. Il mattino dopo ho acceso la radio e dicevano che in città avevano fatto festa tutta la notte". Un evento rivoluzionario che però per lei, al di là dell’emozione, non ha comportato particolari sconvolgimenti nella quotidianità. "In realtà la mia vita non è cambiata molto dopo la caduta del Muro. L’unica differenza è stata l’estensione dei confini della città. Senza il Muro fu superata la logica per cui si poteva lasciare la città solo uscendo da determinati punti". Poi un paragone tra la sua vita a Ovest e quella di alcuni suoi parenti a Est, caratterizzata dalle difficoltà di trovare alcuni generi alimentari e beni di prima necessità. "All'epoca potevo andare dove desideravo: ho visitato gli Stati Uniti e l’Italia. Ero una persona libera, potevo comprare ciò che volevo. Ma nella DDR era diverso. Avevo dei parenti che vivevano a Est e, quando andavo a trovarli coi miei genitori, portavamo loro il sapone per il bucato e il caffè: erano tutte cose che a Est erano difficili da reprire. Spesso si creavano delle file fuori dai negozi per gli acquisti e magari i prodotti erano già esauriti". A distanza di 30 anni resta la memoria di quel giorno, in un Paese cambiato perché unificato e con le diversità tra Est e Ovest meno marcate rispetto al passato.

Un ragazzo esulta seduto sul Muro di Berlino

"Questo anniversario dovrebbe servire a ricordare quanto siamo fortunati a vivere in Europa unita dove ci sono pace e benessere. Ora siamo diventati un popolo. Trenta anni fa eravamo diversi: quelli dell’Est li riconoscevamo subito perché erano vestiti in modo diverso, avevano un’altra acconciatura. A volte anche la lingua che parlavano era diversa perché alcune parole erano state cambiate dal socialismo. Ma oggi queste differenze non esistono più: le nuove generazioni sono unite tra loro". Cronache dall'Est: la storia di un soldato e un’insegnante "Con la fine della Germania Est tutto quello che conoscevamo potevamo anche dimenticarcelo". Michael Förster è nato e cresciuto a Berlino Est, nella DDR. All’epoca aveva 19 anni ed era soldato dell’esercito della Germania Est: l’armata popolare nazionale (NVA). Oggi ha 49 anni, vive a Berlino e lavora come insegnante di educazione fisica. Di quel 9 novembre 1989 ricorda la sensazione di smarrimento per una rivoluzione pacifica che aveva innescato il crollo, un evento per lui inaspettato. "Io e gli altri soldati eravamo sotto shock perché eravamo stati addestrati a pensare che il nemico venisse da fuori, che fosse la Germania dell’Ovest o la NATO. Mai che ci saremmo dovuti rivoltare contro i nostri stessi concittadini dell’Est. Eravamo giovani e non sapevamo che cosa stava succedendo e come avremmo dovuto comportarci. Per fortuna non c’è stato nessuno scontro. A un certo punto poi è arrivata la notizia che il Muro era caduto: era chiaro che stava succedendo qualcosa di inedito". Malgrado le difficoltà oggettive nella Germania dell’Est, Michael valuta tuttora positivamente la sua vita nella DDR. L’essere un soldato gli ha garantito dei privilegi che altri non hanno avuto. Dopo il crollo racconta di come la sua quotidianità sia cambiata in poco tempo, dell’incertezza e dei timori sul futuro. "Ero un comunista convinto. È vero, nella DDR


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“ L’EUROPA

Questo anniversario dovrebbe servire a ricordare quanto siamo fortunati a vivere in una Europa unita dove ci sono pace e benessere

“ LA LIBERTÀ

Kerstin Götz

Quando il Muro è caduto ho realizzato di essere finalmente libera. Avrei potuto viaggiare dove volevo e leggere i libri che più mi piacevano

“ Il LAVORO

Brigitte Schliesing

Da soldato avevo buone prospettive davanti a me, non potevo lamentarmi Con il crollo invece è stato come perdere il lavoro all’improvviso

IERI E OGGI A sinistra Brigitte Schliesing nel 1989 quando aveva 29 anni. A fianco a lei Michael Förster in divisa da soldato nel 1989 quando aveva 19 anni. A destra la coppia in una foto recente

A sinistra Kerstin Götz a 21 anni, nel 1989. A destra sempre lei in una foto di poco tempo fa

c’era una drammatica carenza di provviste. Non c’erano belle cose da comprare o bei vestiti da mettersi e c’era un disperato bisogno di abitazioni. Ma tutto questo non lo percepivo: in quanto soldato avevo delle buone prospettive davanti a me, in primis dal punto di vista dello stipendio. Non potev lamentarmi, avevo una carriera. Invece con caduta del Muro tutto ciò è finito: è stato come perdere il lavoro da un giorno all'altro. Il Paese era scomparso e bisognava orientarsi in un mondo nuovo". La fine del Muro per lui ha rappresentato una sconfitta. Superato però l’iniziale scetticismo sulla Germania unita, non sono negative le somme tirate da Michael dopo 30 anni di vita democratica. “A quel tempo, per me il nemico era l’Occidente che aveva vinto. Poi però ho vissuto bene: ho potuto studiare e non ho mai avuto impedimenti a causa del mio passato da comunista.Fosse successo il contrario, se l’Est avesse prevalso sull'Ovest, non credo sarebbe allo stesso modo".

È sul tema delle libertà a Berlino Est che Michael e sua moglie Brigitte si trovano più in disaccordo. Se lui racconta di non aver quasi mai percepito limitazioni della libertà di espressione, lo stesso non può dirsi dell’esperienza di Brigitte Schliesing, all'epoca 29enne insegnante di Berlino Est. La differenza di vedute è dovuta ai ruoli sociali che ricoprivano: il soldato lui e la maestra lei. "Quando il lunedì successivo alla caduta del Muro sono tornata al lavoro, a scuola i miei colleghi temevano che avrebbero perso il posto. Io non ci pensavo, avevo solo realizzato di essere finalmente libera. Potevo viaggiare dove volevo, leggere i libri che mi piacevano, non dovevo più prestare attenzione a ciò che potevo e non potevo dire perché magari qualcuno mi stava spiando. Ero felicissima". La gioia per la libertà conquistata passa attraverso anni di intimidazioni su cui spicca in particolare un episodio. "Nel periodo in cui studiavo per diventare inse-

Michael Förster

gnante, ricordo che in occasione dei festeggiamenti "Nel periodo in cui studiavo per diventare insegnante, ricordo che in occasione dei festeggiamenti per l’anniversario della nascita della DDR, alcuni giovani avevano manifestato il loro dissenso e per questo motivo erano stati arrestati. I loro genitori non sapevano più dove fossero perché le forze di polizia li aveva fatti sparire nel nulla. Io e altri miei compagni abbiamo chiesto ai nostri professori cosa significasse tutto ciò. Ci hanno risposto che le persone che facevano questo tipo di domande dovevano essere emarginate e non potevano diventare insegnanti. Si trattava di argomenti di cui era proibito parlare". Michael e Brigitte, oggi entrambi insegnanti, su una cosa però sono d’accordo. La loro vita è migliorata rispetto a quella che hanno condotto a Berlino al tempo della DDR quando c’era il Muro e, indietro, certamente non tornerebbero.

Quindicinale del Master in giornalismo della LUMSA Direttore responsabile Carlo Chianura Direttore scientifico Fabio Zavattaro

Redazione Giacomo Andreoli, G i u s e p p e G a l l e t t a , Patrizio Ruviglioni,Diana Sarti, Giulio Seminara, Marco Valentini Testata registrata al Tribunale di Roma n. 468 dell’11 novembre 2003


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DA BERLINO UNA TEMPESTA PERFETTA

Quando

Il Muro

sconvolse

la politica italiana L

di GIULIO SEMINARA

a caduta del Muro di Berlino, avvenuta il 9 novembre 1989, provocò uno straordinario effetto domino politico e culturale che coinvolse anche l’Italia, dando il via a eventi che hanno inciso profondamente nella storia dell’Europa e del nostro Paese. Andreotti “riunificatore” Viene difficile pensarlo oggi ma l’Italia ha giocato un ruolo importante nella riunificazione della Germania, all’epoca per nulla scontata. Nel 1989 il governo italiano deteneva la presidenza di turno della Comunità economica europea (Cee) e l’allora capo dell’esecutivo Giulio Andreotti sfruttò la circostanza per ritagliarsi un ruolo da protagonista nella politica continentale, e in particolare nella gestione della “questione tedesca” all’indomani della caduta del Muro.Nel 2009, a vent’anni dall’avvenimento, l’ex premier raccontò quella fase delicata in un lungo colloquio sulle pagine di 30Giorni, il periodico che dirigeva. Andreotti era notoriamente contrario alla riunificazione tedesca, tanto che nel 1984 pronunciò la celebre frase “Amo tanto la Germania da volerne due”. La motivazione politica alla base era il timore, piuttosto diffuso dentro una Cee la cui classe dirigente era nata e cresciuta tra le macerie della seconda guerra mondiale, che una Germania unita sarebbe stata un potenziale pericolo per l’Europa.Campionessa di questa linea era la premier britannica Margareth Thatcher che paventò il rischio di “un’Europa tedesca”. Ma la posizione conciliante del presidente francese Francois Mitterrand, il via libera dell’inquilino della Casa Bianca George Bush e l’iperattivismo del cancelliere della Repubblica federale tedesca Helmut Khol portarono a uno stallo. A quel punto il leader dc fiutò l’aria e, con uno spettacolare contorsionismo politico, si tramutò in alfiere della causa tedesca, contribuendo a risolvere l’impasse. Emblema del voltafaccia il discorso di Andreotti a Pisa, dopo un incontro con Kohl, nel febbraio del 1990: “La situazione internazionale è cambiata, io sono favorevole alla riunificazione e fossi tedesco avrei pure ansia nel realizzarla”. Decisivo o meno, Andreotti è stato uno dei padri del trattato di Maastricht del 1992 con il quale la Comunità europea accettava la riunificazione della Germania. In cambio i tedeschi si impegnavano a fare pienamente parte del processo di integrazione europea, lasciando il marco, valuta all’epoca molto forte, a favore della futura moneta unica, l’euro La svolta di Occhetto In Italia i più colpiti dalla caduta del Muro furono i militanti e dirigenti del Pci, il maggiore partito comunista d’Occidente. Quell’anno avevano già assistito, impotenti, alla rapida dissoluzione di tutto il blocco orientale: prima della Germania Est già Cecoslovacchia, Ungheria, Bulgaria, Estonia, Lituania, Lettonia e la Romania avevano rovesciato i rispettivi regimi comunisti e proclamato l’indipendenza, decretando la fine dell’impero sovietico. Moriva così l’Internazionale comunista della quale i membri italiani erano stati interpreti per decenni.Quel novembre i comunisti italiani si trovarono di fronte a un bivio: o cambiare, dissociandosi definitivamente da Mosca e dal socialismo reale, o sparire, travolti dalla Storia. Anche se già il giorno dopo la caduta del Muro alcuni titoli del giornale di partito, L’Unità, come “Il giorno più bello per l’Europa” e “Un moto di libertà” fecero capire subito quale sarebbe stata la linea prevalente.Segretario del Pci era Achille Occhetto, già critico con l’Urss e animatore di istanze rinnovatrici nel partito. Lui vide le picconate di Berlino come “un evento liberatorio”, l’opportunità di

archiviare una storia molto pesante e fare uscire il principale partito della sinistra italiana dall’isolamento che gli era stato imposto da un mondo diviso in due. Fino alla caduta del Muro. Intervistato da Lumsanews, Occhetto racconta la genesi della sua “svolta della Bolognina”, la volontà di superare il Pci in favore di “una costituzione delle idee che coinvolgesse tutti gli italiani”, come una “seconda resistenza”. E ricorda con amarezza il tentativo di fare un soggetto unico con i socialisti, per unire la sinistra dopo decenni di lacerazioni e andare insieme al governo. Progetto fallito per colpa “dell’arroganza di Craxi”. La “svolta”, annunciata a sorpresa dal segretario pochi giorni dopo la caduta del Muro, generò un dibattito drammatico che interessò milioni di comunisti italiani, “si sfasciarono famiglie” ricorda Occhetto.La sofferenza e il disorientamento della base, abituata a un partito-chiesa, non intralciò il progetto dei dirigenti pro rinnovamento, tra i quali Giorgio Napolitano che aveva subito visto nella caduta del Muro un “rivolgimento straordinario” da cavalcare, anche a costo di mettere in soffitta la bandiera rossa. Il lungo iter congressuale si concluse con il 70% di favorevoli alla svolta. Nel febbraio del 1991, Occhetto, ultimo segretario del Pci, pose fine alla storia del più grande partito comunista d’Occidente, inaugurando il Partito Democratico della Sinistra e candidando gli eredi di Togliatti alla guida del Paese, dopo l’estromissione del 1947. La nascita della Lega Nord La caduta del Muro e la svolta di Occhetto portarono alla fine dell’estromissione dei comunisti dal governo italiano. Adesso che lo spettro del socialismo reale eterodiretto da Mosca non esisteva più, i partiti italiani non erano più “obbligati” a stare insieme per tenere fuori il Pci, e molti cittadini non si sentirono più costretti a votare Dc contro il pericolo comunista. Inoltre l’accelerazione del processo di integrazione europea, legata alla riunificazione della Germania, pose le basi per il trattato di Maastricht e la moneta unica, obiettivo raggiungibile solo tramite una forte stretta sui conti degli italiani. Molti settentrionali, a loro modo influenzati dal clima di novità e libertà che attraversava il continente, e insieme frustrati dal carico fiscale che l’Europa pretendeva, decisero di non sostenere più il pentapartito e la Dc, optando per nuove forze politiche autonomiste.Alle elezioni politiche del 1983, la Liga Veneta, aveva già eletto un deputato e un senatore. Alle successive elezioni del 1987 un altro partito regionalista, la Lega Lombarda, portò in Senato il segretario Umberto Bossi. Nel 1989, alle elezioni europee di giugno, i due partiti, assieme ad altri movimenti regionalisti, si presentano sotto il nome di Lega Lombarda – Alleanza Nord, ottenendo l’1,8% dei voti. Il 4 dicembre 1989 a Bergamo i vertici di queste e altre forze politiche regionaliste di Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Liguria e Piemonte costituirono il movimento Lega Nord, soggetto politico confederale che voleva la secessione di un’area geografica e politica da loro denominata “Padania” dal resto dell’Italia.La Lega Nord fece propri lo spirito di rivolta, libertà e autodeterminazione che attraversava l’Europa ma contro l’unità nazionale e in particolare un Sud “sprecone e parassita”. Certamente il “tirare la cinghia” imposto dalla locomotiva Europa che premeva per la moneta unica favorì l’insofferenza di un certo ceto produttivo e il rafforzamento delle istanze federalistiche proposte dalla Lega Nord. Nel 1991 erano già diversi i sindaci leghisti in “Padania”. Caduto un Muro a Berlino, se ne fece un altro in Italia.

Andreotti era contrario alla riunificazione tedesca, tanto che nel 1984 pronunciò la celebre frase “Amo tanto la Germania da volerne due”

Con la caduta del Muro di Berlino e la svolta di Occhetto si risolse il problema legato all’estromissione dei comunisti dal governo italiano

Giulio Andreotti ed Helmut Kohl a Bonn nel 1991. ASILS, Archivio Giulio Andreotti, Germania


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L’INTERVISTA / Occhetto

“La fine del Muro ci liberò La svolta, Craxi, Gorbaciov quante occasioni mancate”

Parla l’ultimo leader del Partito Comunista “Fummo sconfitti ma non butto via tutto”

Q

Umberto Bossi a Pontida nel 1990

uando, ormai trent’anni fa, il Muro di Berlino crollò, portandosi via tutto l’impero sovietico, Achille Occhetto era il segretario del più grande partito comunista d’occidente, il Pci. Già deputato, senatore ed europarlamentare, la sua vita politica per un certo periodo ha coinciso con quella della sinistra italiana. E’ lui l’artefice della svolta della Bolognina, il tormentato processo che, accelerato dalla caduta del Muro, ha portato allo scioglimento del Pci e alla nascita del Partito Democratico della Sinistra, nel 1991 Onorevole, se dico Muro di Berlino cosa le viene subito in mente? «Osservando le picconate dei berlinesi capii che avevamo visto giusto. Già da tempo noi del Pci criticavamo Mosca e chiedevamo una riorganizzazione del socialismo internazionale, sapendo che al di là del Muro non c’era vero socialismo ma soltanto regimi autoritari. Per noi fu un evento liberatorio, finalmente saltavano pesanti e vecchi motivi di divisione, nella società e nella sinistra, e potevamo tornare a parlarci. Non cadde solo il Muro di pietra ma anche quello ideologico e questo accelerò un processo già in atto, la svolta della Bolognina, il più grande rinnovamento della sinistra italiana accompagnato a un vero tentativo di unità coi socialisti. Che si sia parlato così poco della svolta, del suo contributo culturale e politico, è una infamia storica». Nelle ore delle picconate quali furono i sentimenti a Botteghe Oscure e nella base? «Furono ore drammatiche ma scegliemmo di fare politica, dando il via a una grande discussione democratica come non avveniva dal 1945: nelle sezioni, fabbriche, università e case di tutta Italia ci si divise sul destino del partito comunista. Fu un miracolo, anche se lo spirito dell’iniziativa nel Paese fu spesso confuso e ridotto al famoso cambio del nome, come fece Moretti col suo film La cosa». Così nacque la svolta della Bolognina. «Già da prima io volevo superare il Pci in favore di una costituente delle idee aperta a tutti: laici, cattolici, socialisti, associazioni. Per questo annunciai la svolta in un circolo di partigiani, perché doveva essere una seconda resistenza, un processo inclusivo, un riformismo di tutti. Anche i temi erano nuovi, come la questione ambientale, a quel tempo assolutamente fuori moda. Per quel dibattito si sfasciarono famiglie ma ne valse la pena: al congresso del 1991 quasi il 70% dei consensi premiò la mia linea, mettendo in soffitta il Pci in nome della contaminazione. Il progetto non andò come io speravo, ma l’unica stagione felice di governo e alleanze della sinistra, quella del primo Ulivo, è figlia della svolta. Peccato che la sinistra non abbia ancora imparato la lezione». Quali furono le conseguenze politiche della caduta del Muro in Italia? «La campana del nuovo inizio suonò per tutti ma diversi non se ne accorsero. Noi comunisti volevamo sfruttare l’onda lunga dell’avvenimento e la nuova libertà per allargare il campo della sinistra e compattarla. Tentammo di fare un partito unico con i socialisti, per provare ad andare insieme al governo. Ma Craxi lo impedì, facendoci una controproposta arrogante e irresponsabile. Per lui il Pci doveva passare sotto le forche caudine e sciogliersi nel Psi, una cosa impossibile. Poco dopo Craxi e il suo partito furono travolti dall’inchiesta Mani Pulite, manifestazione di giustizia che poi però è diventata terreno fertile di giustizialismo e populismo. Sono stati proprio i populisti, in primis la Lega Nord, ad approfittare della caduta del Muro al posto nostro. E nel blocco dell’Est nuovi regimi autoritari di destra si imposero al posto di un socialismo finalmente democratico. Ci furono tante speranze, spesso disattese». Dopo il Muro cadde l’Urss, voi comunisti siete stati sconfitti dalla Storia? «La Storia forse ci vede sconfitti, ma alcune battaglie, come la lotta a fianco di operai e contadini, non si possono buttare via. Nel contesto storico mondiale noi comunisti italiani fummo originali e diversi, anche se non innocenti, perché nei fatti succubi dello stalinismo. Rivendico di essere stato favorevole alla riunificazione della Germania prima di tanti, anche di Andreotti che diceva di preferirne due, di aver parlato di ambiente e Amazzonia, suscitando l’ironia di Craxi che parlò di terzomondismo, e di aver creduto nel-

“Noi comunisti volevamo sfruttare l’onda lunga dell’avvenimento e la nuova libertà per allargare il campo della sinistra”

Achille Occhetto, già deputato, senatore ed europarlamentare. segretario del Pci e del Pds

“La Storia forse ci vede sconfitti, ma alcune battaglie, come la lotta a fianco di operai e contadini, non si possono buttare via”

l’integrazione europea». Oggi cosa resta del Muro di Berlino? «Una grande lezione di libertà contro gli autoritarismi e il rimpianto per le occasioni mancate. Ricordo con grande affetto i miei incontri con Michail Gorbaciov (ultimo segretario generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica e autore del processo riformatore denominato Perestrojka, ndr), fu grazie a lui che l’impero dell’Urss si dissolse senza spargimenti di sangue. Se al suo posto ci fosse stato Breznev (Leonid, segretario generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica dal 1864 al 1982, ndr) sarebbe finita male. Peccato che la Russia non era ancora matura per un grande uomo e socialista democratico come lui e preferì Yeltsin (Boris, primo presidente della Federazione Russa dal 1992 al 1999, ndr), come purtroppo pure l’Occidente».


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Il RUOLO DELLA CHIESA

Giovanni Paolo II fu il mediatore fra Est e Ovest. Agevolò la caduta del comunismo, ma impedì che sfociasse nella violenza

Fra il Vaticano e Berlino Papa Wojtyła uomo chiave per la caduta del Muro A

di PATRIZIO RUVIGLIONI

ll’interno dei giardini vaticani, fra le 570 opere lì conservate, c’è anche un pezzo del Muro di Berlino. Non è un caso: “Nella sua caduta, San Giovanni Paolo II ebbe un ruolo fondamentale”, ha ricordato Papa Bergoglio nell’Angelus del 9 novembre 2014. Fu un lungo lavoro di mediazione e diplomazia, quello della Santa Sede, in un periodo chiave della storia europea, fra la fine della guerra fredda, la dissoluzione dell’Unione Sovietica e l’unificazione della Germania. E Karol Wojtyła, allora pontefice, giocò un contributo decisivo nell’aprire le crepe della “cortina di ferro”, simboleggiate proprio dalla caduta del Muro. “Dall’Atlantico agli Urali” La lotta di Giovanni Paolo II per la fine dei regimi comunisti era figlia della sua idea ampia e unitaria di Europa, la quale – come spesso ripeteva – andava “dall’Atlantico agli Urali”, sotto radici cristiane condivise. Dall’Ovest all’Est, oltre la divisione dualistica capitalismo-comunismo. Il Papa voleva unire quelli che definiva i “due polmoni”: l’Europa occidentale e quella orientale, che conosceva bene in quanto nato e cresciuto in Polonia. “Era la visione di continente unico, ma al tempo stesso duplice”, ha spiegato a LumsaNews Alessandro Giovagnoli, storico e professore ordinario all’Università del Sacro Cuore di Milano. “Karol Wojtyła ha sempre ragionato così, da quando era arcivescovo di Cracovia. Ed è innegabile che ciò sia dipeso anche dalla sua formazione personale: veniva dall’Europa tragica dei lager e dei gulag; ma anche da un’Europa che rinasce, e riscopre l’uomo. Aveva una visione umanistica del mondo”. Quando Wojtyła fu eletto pontefice, nel 1978, la frattura ideologica fra capitalismo e comunismo era simboleggiata dal Muro di Berlino, che di lì a 11 anni si sarebbe sgretolato. Ma allora nessuno lo immaginava, e in molti concordano che l’inizio del suo lavoro diplomatico per la riunificazione coincise già con il discorso d’insediamento del 22 ottobre. “Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo, alla sua salvatrice potestà!”, disse affacciatosi dalla Loggia della Basilica di San Pietro. E poi: “Aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo”. Un riferimento chiaro ai regimi comunisti, rimarcato anche dalla visita nella sua Polonia nel giugno del 1979. Dove dichiarò: “Non vuole forse, Cristo, che questo Papa polacco, slavo, proprio ora manifesti l’unità spirituale dell’Europa?”. Wojtyła il mediatore I sovietici denunciarono presto la figura del Papa come oppositore del regime. Nel 1982 ne scrissero sulla Tass, l’agenzia ufficiale d’informazioni dell’Urss, e su diversi giornali: "L’elezione del cardinale di Cracovia e la sua prima visita in Polonia nel 1979 sono state uno dei principali segnali per le forze controrivoluzionarie. L'agosto polacco del 1980 (dal quale nacque Solidarnosc, il sindacato di Lech Wałęsa considerato il primo tassello fondamentale nella caduta del comunismo, ndr) non sarebbe stato possibile se a Roma non ci fosse stato un papa polacco", ha ricostruito l’Ansa per i venticinque anni dalla caduta del muro, nel 2014. “Il ruolo di Wojtyła in quel contesto è stato soprattutto di mediazione”, precisa Giovagnoli. “Le dinamiche che hanno portato alla fine del comunismo sono ampie e Giovanni Paolo II fu importantissimo nel favorirne tanto il processo quanto le modalità pacifiche. Poteva scatenarsi una guerra civile, invece è stato un processo relativamente pacifico. In questo Wojtyła è stato una guida, contro ogni forma di violenza”. Oltre a frenare gli “impazienti” della caduta del regime che vivevano nell’Est, le cui proteste avrebbero potuto sfociare proprio nella violenza, la Santa Sede allacciò rapporti diplomatici con gli Stati

Giovanni Paolo II era un oppositore del comunismo, ma nel crollo delMuro fu un mediatore. Si impegnò soprattutto per garantire una transizione pacifica verso la democrazia. Sognava un’Europa unita e ai fedeli diceva: “Non abbiate paura di aprire i confini degli Stati”

Papa Giovanni Paolo II stringe la mano al segretario generale del Partito Comunista Sovietico Mikhail Gorbaciov. L’incontro avvenne il 1° dicembre 1989 in Vaticano

Uniti di Ronald Reagan e la Germania Ovest di Helmut Kohl. Ma Giovanni Paolo II, per quanto oppositore del comunismo, diffidava anche del capitalismo. “Reagan vedeva a Est ‘l’impero del male’ e cercava la guerra. Al contrario, Wojtyła era convinto che il regime si sarebbe sgretolato da sé, con una graduale presa di coscienza della libertà da parte dei suoi abitanti”, sostiene sempre Giovagnoli. Un punto di svolta fu l’elezione di Michail Gorbaciov a segretario generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, la più alta carica del Paese, che con le sue politiche di “trasparenza” e “ristrutturazione” diede una spinta “dall’interno” alla dissoluzione pacifica dei regimi dell’Est. Con lui Papa Giovanni Paolo II ebbe un primo colloquio nel dicembre del 1989, appena dopo il crollo del Muro. “I due – ha confidato a La Repubblica Joaquin Navarro-

Valls, all’epoca direttore della Sala stampa della Santa Sede – si intesero all’istante. Del resto, negli anni precedenti, avevano condiviso la stessa idea di libertà: personale, prima che politica”. I dubbi sul futuro dell’Occidente Giovanni Paolo II si è comunque sempre schermito di aver riunificato l’Europa: in un'intervista del 1993 disse che era stato il cristianesimo e non il Papa ad avere “un ruolo determinante” per la caduta del Muro. E, in ogni caso, rimase perplesso di fronte al nuovo ordine mondiale, che rischiava un appiattimento verso un modello occidentale “comunque lontano dai valori cristiani”, come racconta Giovagnoli. Anzi: da subito denunciò quella che vedeva come una deriva materialista, cosa che avvenne già in un discorso in occasione del Viaggio apostolico Polonia nel 1991.


LUMSAnews

L’INTERVISTA / Giovagnoli

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Lo storico: “La Santa Sede garantì la pace nel mondo Ma aveva perplessità anche sull’Occidente”

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Ma la caduta del Muro rimarrà comunque un evento storico, dal forte valore simbolico, in quanto era un’icona della divisione fra i due “blocchi”. Che rimarcherà ancora il suo concetto di libertà: “La Porta di Brandeburgo – affermò Giovanni Paolo II nello storico discorso del 1996 in occasione di una Visita pastorale a Berlino – è stata occupata da due dittature tedesche. Ai dittatori nazionalsocialisti serviva da imponente scenario per le parate e le fiaccolate ed è stata murata dai tiranni comunisti. Poiché avevano paura della libertà, gli ideologi trasformarono una porta in un muro. Gli uomini erano divisi tra loro da muri e confini micidiali. E in questa situazione la Porta di Brandeburgo, nel novembre del 1989, è stata testimone del fatto che gli uomini si sono liberati dal giogo dell’oppressione spezzandolo”. Anche grazie alla sua mediazione.

Papa Giovanni Paolo II sotto la Porta di Brandeburgo, a Berlino, durante il suo storico viaggio del 1996. Alla sua sinistra, l’allora cancelliere tedesco Helmut Kohll. Il monumento è diventato simbolo della riunificazione

econdo molti storici, Giovanni Paolo II ebbe un peso fondamentale nella caduta del Muro di Berlino. Per Agostino Giovagnoli, storico, professore ordinario all’Università del Sacro Cuore di Milano ed esperto delle relazioni internazionali della Chiesa cattolica, Papa Wojtyła contribuì alla disgregazione della cortina di ferro soprattutto come mediatore, fra regimi comunisti, popoli dell’Europa Orientale e Stati dell’Ovest. In un’intervista a LumsaNews ha ricostruito il suo ruolo nel panorama internazionale di quegli anni. Quale Europa immaginava Karol Wojtyła? Che idea di unità aveva? “Aveva un’idea ampia, che andava, come diceva lui, ‘dall’Atlantico agli Urali’. Dall’Ovest all’Est, unendo quindi i suoi due “polmoni”: l’Europa occidentale e quella orientale che lui conosceva bene per motivi biografici. Quindi un’idea di continente unico, ma duplice. Lui ha sempre ragionato così, da quando era a Cracovia. Questa idea nasce anche dal suo vissuto personale: Wojtyła veniva dalle esperienze tragiche dei lager e dei gulag, e di un’Europa che riscopre l’uomo e il suo valore. Un impianto umanistico insomma”. C’è chi ha detto che senza Wojtyła il muro non sarebbe caduto. Qual è stato il suo ruolo nella caduta del muro? “Fu soprattutto un mediatore, fra Est, Ovest e popoli che vivevano nei regimi comunisti. Le dinamiche che hanno portato alla caduta del Muro sono ampie, Giovanni Paolo II fu importantissimo nel favorire il processo e – soprattutto – le modalità pacifiche. Insomma: poteva finire molto peggio, poteva finire con una guerra civile. Invece, a parte la Romania, la fine dei regimi comunisti è stata relativamente pacifica, e in questo Wojtyła è stato una guida. In Polonia per esempio lui favorì la crescita graduale della coscienza di libertà nelle persone: sapeva che così il regime si sarebbe logorato da sé, senza scontri. Anche per questo frenò gli impazienti, cioè quei movimenti di rivolta all’interno dei Paesi dell’Est che sarebbero potuti sfociare nella violenza”. A proposito di mediazione: che rapporti aveva con l’allora presidente degli Stati Uniti, Ronald Reagan? “Furono relazioni importanti. Giovanni Paolo II allacciò il rapporto diplomatico della Santa Sede con gli Stati Uniti durante il suo pontificato. E, in quanto figura di rilevanza mondiale, aveva rapporti con i presidenti di tutti gli Stati. Ma accostarlo troppo a Reagan significa banalizzare il ruolo del Papa e le sue modalità di intervento”. Perché? “Perché avevano due visioni molto diverse su come ‘sconfiggere’ il comunismo. Per Reagan, la guerra fredda era una lotta aperta contro ‘l’impero del male’, e in base a questo la propaganda occidentale ha cercato di impadronirsi di Wojtyła per farne un campione di conservatorismo. Ma è un ritratto a uso e consumo dell’occidente: in realtà Giovanni Paolo II rimaneva fortemente autonomo nella sua lotta: era un pacifista , un mediatore”. Del resto, il Papa aveva perplessità anche nei confronti del capitalismo. “Certamente, ne è una prova l’incontro con Gorbaciov del 1989. Giovanni Paolo II voleva evitare l’appiattimento dell’Europa sul modello occidentale e preservare l’identità dell’Europa Orientale. Wojtyła sognava un mondo che sapesse attingere alla propria tradizione, alla cultura slava, all’ortodossia. Lui parlava di un’Europa composta da due ‘polmoni’, Est e Ovest, e un’eventuale unità del continente doveva tener conto di entrambi”. Che idea di libertà politica e religiosa aveva Wojtyła? “Che non bisogna mai rassegnarsi alla violenza. È una lotta che nasce da sé stessi. Lui diceva: ‘Non preoccupatevi del nemico esteriore, ma di quello interiore’, della complicità passiva e involontaria delle vittime nei confronti dei regimi. È questa la forza dei regimi, e Giovanni Paolo II lo sapeva. La chiave, per lui, era questa libertà interiore, prettamente cristiana fatta di coraggio, vigore, opposizione. In Polonia è stato un oppositore leale del regime comunista: era contrario, ma i documenti dei servizi segreti dimostrano che non abbia tradito nessuno”. Che perplessità nacquero in Wojtyla dopo la caduta del muro? “Ha visto un’Europa che si allontanava dalle radici cristiane, a occidente come a oriente, che lui disapprovava. Ha visto un’Europa materialista, che si è un po’ ‘ritirata dal mondo’, ripiegata su sé stessa. Nonostante nei documenti fondativi dell’Unione Europea ci sia qualche traccia di cristianità, quello che aveva di fronte era un continente ormai impoverito spiritualmente. E questo lui non lo accettava”. (p.r.)

Agostino Giovagnoli

L’EUROPA

Il Pontefice aveva l’idea di un continente unito, “dall’Atlantico agli Urali” Al di là della divisione fra Oriente e Occidente LA LIBERTÀ

Per lui, la fine dei regimi passava soprattutto da una presa di coscienza di cosa fosse la libertà individuale da parte dei cittadini

I DUBBI

Dopo il 1989 denunciò un mondo sempre più materialista, che secondo lui stava dimenticando i valori tradizionali cristiani


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Le macerie del Muro da cui è nata

l’Europa di oggi Il Trattato di Maastricht e l’adozione della moneta unica così accelerò l’integrazione comunitaria dopo il 1989

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di MARCO VALENTINI

l crollo del Muro di Berlino, con le sue più immediate conseguenze, ovvero la caduta dei regimi comunisti in Europa orientale e la riunificazione tedesca, ebbe un impatto decisivo nell’accelerazione del processo di integrazione europea. Si trattò, infatti, dell’abbattimento di quello che rappresentava, anche materialmente, il simbolo della Guerra fredda e della divisione del Vecchio Continente in due blocchi contrapposti. Fu un evento di tale rilevanza che finì, però, anche per modificare la direzione e gli equilibri su cui fino a quel momento si era fondata la costruzione comunitaria. Una Germania riunita diventava oggettivamente più forte e i leader europei dell’epoca, su tutti il presidente francese Francçois Mitterrand e il premier italiano Giulio Andreotti, “ritennero che inserirla in una struttura collettiva più coesa avrebbe depotenziato i pericoli di unilateralismo insiti in uno Stato tedesco riunificato”, spiega Giampaolo Malgeri, professore di Storia dell’integrazione europea, intervistato da Lumsanews. Pensare all’adozione di una moneta comune fu una diretta conseguenza di questa strategia e l’euro, entrato in vigore dopo poco più di un decennio, fu immaginato come un sostitutivo del marco. Una valuta forte e competitiva che servisse a scongiurare il rischio inflazione, spauracchio dei tedeschi da quando, in seguito alla sconfitta subita dopo la prima guerra mondiale, avevano patito le conseguenze devastanti provocate all’economia dalla eccessiva svalutazione della moneta. L’esito di queste spinte integrazioniste, favorite anche dall’abilità con cui il cancelliere tedesco Helmut Kohl stava gestendo in tempi rapidi il processo di riunificazione, fu il Trattato di Maastricht, ovvero

l’atto istitutivo dell’Unione Europea, entrato in vigore il primo novembre del 1993 e firmato dai dodici Paesi membri dell’epoca. I vincoli imposti dalle frontiere e dalle barriere doganali furono superati in favore della libera circolazione di merci e persone, colonna portante del nuovo mercato unico e vennero fissati i parametri economici e le regole politiche necessari per l’ingresso dei vari Stati nella nascente Unione. Un architrave che ha poi mostrato le sue contraddizioni rivelandosi incapace di rispondere alla crisi economica che nel 2008 ha investito l’Europa dopo essersi generata negli Stati Uniti. La costruzione comunitaria si era infatti basata per circa quarant’anni, da un lato sul suo successo economico - motivo del consenso delle opinioni pubbliche per il progetto europeo, poi affievolitosi con i primi cedimenti - e dall’altro su un equilibrio fra i maggiori Stati membri, che aveva impedito l’emergere di un Paese egemone. Il rafforzamento progressivo della Germania riunificata, sommato alla riduzione del ruolo della Francia, alla debolezza politica ed economica dell’Italia e all’estraniamento della Gran Bretagna, causa Brexit, hanno invece finito per generare un sostanziale dominio tedesco. Diretta conseguenza di questo dominio è la visione economica rigorista che si è imposta con il tempo nelle Istituzioni europee penalizzando i Paesi strutturalmente più deboli e con economie stagnanti, anche perché fortemente indebitati, come Grecia, Italia, Spagna e Portogallo. A trent’anni dalla caduta del Muro c’è quindi ancora una “questione tedesca” a condizionare quella costruzione comunitaria che era sorta anche per risolvere definitivamente le contraddizioni nei rap-

porti fra gli Stati europei che, con la fine della divisione della Germania, sembravano definitivamente superate Una Germania a due velocità Come la riunificazione tedesca ha contribuito a variare gli equilibri alla base dei processi di integrazione comunitaria, così anche all’interno della stessa Germania ha generato contraddizioni ancora irrisolte. Dopo il 9 novembre del 1989 venne attuato, per volontà politica di Helmuth Kohl, un gigantesco piano economico con l’obiettivo di elevare gli standard dei Lander della ex Ddr (Deutsche Demokratische Republik) ai livelli dell’Ovest nel minore tempo possibile. Come prima iniziativa venne equiparato il cambio del marco dell’Est a quello occidentale, pur avendo un valore molto più basso, e per finanziare la riconversione all’economia capitalista della Germania orientale venne introdotta la Solidaritatszuschlag, una tassa del 5% sul reddito dei cittadini tedeschi. Fu istituita un’agenzia governativa con il compito di sovrintendere la ristrutturazione delle migliaia di imprese di Stato della Ddr, dove lavoravano più di quattro milioni di persone. Vennero poi privatizzati oltre due milioni e mezzo di ettari di terreni agricoli e foreste per poter attuare un grande piano infrastrutturale con l’intento di modernizzare la rete stradale e ferroviaria delle regioni orientali. Il grande sforzo, portato avanti anche grazie agli investimenti di capitali stranieri - compreso il contributo italiano quantificabile intorno ai 40 miliardi di euro - inizialmente ripagò le attese. In pochi anni infatti il Pil pro capite dell’Est raggiunse l’82% di quello dell’Ovest, partendo dal 45% del 1990,

quando fu formalizzata la riunificazione. Anche il valore medio dei salari percepiti nei Lander della ex Repubblica democratica incrementò nettamente. Ci fu però sin da subito una massiccia emigrazione da Est a Ovest che coinvolse circa 2 milioni di persone e che provocò lo spopolamento dei piccoli centri e delle campagne. A trent’anni dalla caduta del muro, Germania orientale e occidentale viaggiano ancora a due velocità diverse: all’iniziale spinta propulsiva non è seguito l’ulteriore salto di qualità necessario per livellare definitivamente le differenze. Gli indicatori economici di sviluppo sono rimasti fermi agli iniziali successi e da circa quindici anni il processo di convergenza si è interrotto. Le differenze si sono sedimentate e si è cristallizzata una situazione che vede le principali aziende del Paese tutte ad Ovest, ancora il vero motore dell’economia tedesca. Le minori possibilità e l’inferiorità competitiva ormai strutturale dell’Est hanno generato nella popolazione un senso di frustrazione che si è riflettuto sull’esito delle ultime tornate elettorali. Sia alle Europee dello scorso maggio che alle amministrative tenutesi in Sassonia, Brandeburgo e Turingia, sono aumentati nettamente i consensi del partito di estrema destra Alternative Fur Deutchland, e della Linke, di ispirazione comunista. Hanno perso sostenitori invece le storiche formazioni con cultura di governo, i cristianodemocratici della Cdu e i socialdemocratici dell’Spd, individuate dai cittadini come responsabili degli squilibri irrisolti tra Est e Ovest. La serietà della situazione e della crisi di rigetto che l’unificazione sta avendo nei Lander orientali, è testimoniata dal fatto che in questi giorni il consiglio comunale di Dresda, capitale della Sassonia e cittadina più colpita dai bombardamenti alleati durante la Seconda guerra mondiale, ha approvato una mozione per denunciare una “emergenza nazismo”. Nel testo viene segnalata “la sempre maggiore frequenza con cui avvengono atti violenti e contro il pluralismo”. Il rischio che il malcontento causato da un’unificazione non completamente compiuta possa alimentare il nazionalismo revanscista tedesco è concreto. Lo stesso germe si è già diffuso, più volte, proprio in Germania, causando guerre e distruzione nel continente europeo e il disfacimento dell’unità territoriale tedesca, culminato con la costruzione del Muro di cui festeggiamo, in questi giorni, il trentesimo anniversario dalla caduta.


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L’INTERVISTA / Malgeri

L’Eurotower a Francoforte, sede della BCE

“L’Ue nata anche per contenere la forza della Germania riunita”

L’analisi dello storico Malgeri docente alla Lumsa di Roma

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La moneta Euro entrata in circolazione nel 2002

I leader europei nel 1992 in occasione della firma del Trattato di Maasticht

'accelerazione impressa all'integrazione europea dalla caduta del Muro di Berlino, ha modificato gli equilibri instauratisi tra i Paesi del vecchio continente nei decenni precedenti, innescando un processo che ha condotto all'attuale impianto dell'Unione europea. Abbiamo ascoltato, a tal proposito, il parere di Giampaolo Malgeri, docente di Storia dell'integrazione europea all'Università Lumsa. La caduta del Muro di Berlino che tipo di svolta ha impresso al processo di integrazione europea?“ “L’unificazione tedesca ha svolto un ruolo acceleratore in primo luogo per la preoccupazione che generava nelle cancellerie europee la nascita di uno Stato forte, che vedeva la propria popolazione accresciuta di un terzo, per di più proprio nel momento in cui stava avvenendo il disfacimento dell’Unione Sovietica. Si apriva alla Germania a Est uno spazio economico immenso su cui poter esercitare una certa influenza, influenza che poteva diventare anche politica. Il rischio che volevano evitare i Paesi europei era quello di rimettere in discussione gli equilibri che a livello continentale si erano affermati dopo la fine della seconda guerra mondiale. C’era il forte timore del ritorno della Germania all’unilateralismo squilibrando il quadro politico-diplomatico che si era affermato fino a quel momento”. L’idea di ampliare il progetto comunitario era figlia quindi anche dalla volontà di “imbrigliare” in un organismo sovranazionale più forte la rinascente potenza tedesca? “Sicuramente la nascita dell’unione monetaria è stata pensata come uno strumento per contenere

e controllare la Germania. La stessa classe dirigente tedesca, guidata da Helmut Kohl, memore della disastrosa esperienza del periodo Guglielmino e di quella ancora più tragica del terzo Reich, ebbe il merito e la grandezza di capire che l’unilateralismo sarebbe stato un pericolo in primis per la Germania e accettò che la riunificazione avvenisse in un quadro di consenso internazionale. Seguendo questa visione i tedeschi aderirono all’unione monetaria, dopo averla rifiutata prima del crollo del Muro, anche a causa delle pressioni degli ambienti finanziari che non volevano rinunciare alla forza del marco”. Le regole di gestione dell’euro, improntate sul rigorismo tipicamente tedesco, sono quindi il frutto di questo compromesso raggiunto… “Certamente, in cambio della rinuncia al marco i tedeschi pretesero che la moneta unica non nascesse come una moneta ”allegra” e facilmente svalutabile”. Questo rigorismo gestionale ha però mostrato delle crepe dopo la crisi economica del 2008, mettendo a rischio la tenuta stessa dell’Unione. “Si, però bisogna tenere conto sempre del contesto. Il mondo in cui erano stati concepiti certi parametri è profondamente cambiato e chiaramente alcuni pletti che erano stati fissati all’epoca andrebbero rivisti. La gestione economica e monetaria è il principale nodo che ostacola l’approfondimento di una maggiore integrazione politica europea e in assenza di una governance politica comune non si possono cambiare le regole, seppure superate”.

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“La lungimiranza di Helmut Kohl e della classe dirigente tedesca è stata fondamentale per consentire la nascita dell’Unione Europea Hanno rinunciato all’unilateralismo della Germania in favore di una maggiore integrazione europea”

Il presidente francese, François Mitterrand e il cancelliere tedesco Helmut Kohl

Il simbolo del partito di estrema destra tedesco


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PAGINA 12 Al confine fra Est e Ovest Cittadini di Berlino Est in fila davanti a una banca per ritirare 100 dm che le Autorità di Berlino Ovest davano in regalo ai cittadini della DDR in occasione della loro prima visita all'Ovest. Lo scatto è del 10 novembre 1989. Di solito il denaro veniva utilizzati dai cittadini dell’Est per acquistare generi alimentari o oggetti di uso comune introvabili nella Germania Orientale. Tutte le foto presenti in questa pagina sono state scattate da Livio Senigalliesi durante i mesi trascorsi a Berlino, fra il novembre 1989 e l’ottobre 1990.

“Il 9 novembre ero lì la caduta fu simbolica Temevamo la guerra” Il Muro visto da Berlino Est, 10 novembre 1989

Parla il fotoreporter Livio Senigalliesi “I miei ritratti della Berlino divisa”

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di PATRIZIO RUVIGLIONI

Rovine a Berlino Est (DDR), 12 novembre 1989

ivio Senigalliesi il 9 novembre del 1989 era a Berlino come fotoreporter. Viveva nell’Ovest, ma seguiva i cambiamenti dell’Est e sarebbe rimasto fino all’ottobre del 1990. Il suo racconto è una testimonianza preziosa. “Abitavo vicino al Muro: una zona militarizzata, dove si sentiva il rombo degli aerei militari. In mezzo anche mine, cecchini, nidi di mitragliatrici. Era una zona di guerra”. E Berlino Est? “C’erano ancora le rovine della Seconda Guerra Mondiale, la STASI, i soldati dell’Armata Rossa anche. Quando passai per il Checkpoint-Charlie ci perquisirono più volte”. Eppure l’atmosfera era di svolta. “A Lipsia si svolgevano manifestazioni contro il regime: avevo il presagio che stava per accadere qualcosa. Ma nessuno sapeva con esattezza cosa: poteva crollare il comuni-

smo come scoppiare una guerra”. Poi arrivò il 9 novembre, che per Senigalliesi ha un valore simbolico: “Il Muro non cadde per davvero, la divisione sarebbe durata ancora un anno, mentre la gente della DDR restò senza libertà di muoversi. Quella sera non è finito un bel niente, non è stato unificato nessun Paese. Questo, semmai, è avvenuto il 3 ottobre 1990”. Però le scene di gioia restano: “Verso le sei di mattina andai al Muro, dove trovai i primi berlinesi dell’Ovest. Dall’altro lato c’erano tanti berlinesi dell’Est. Le popolazioni erano divise dai soldati di frontiera. Poi, all’alba del 10 novembre, si fecero da parte: la gente iniziò a venirsi incontro, ad abbracciarsi, a piangere. Negli spazi dove si incontravano i berlinesi, c’erano cinquanta metri di autonomia. Poi c’erano di nuovo gli eserciti, i controlli. Ma la gente si incontrava comunque, festeggiava e poi tornava a casa”. Il varco verso il futuro era ormai aperto, e passava proprio per il Muro di Berlino.

Statua di Lenin a Berlino Est, novembre 1989

Soldati sovietici a Weimar (DDR), marzo 1990

Il Check-point Charlie visto da Berlino Ovest, il 10 novembre 1989. Nella foto, una trabant attraversa il Muro, entrando nel lato della DDR dal versante degli Alleati (Usa, Inghilterra e Francia). Il Check-point era un importante posto di blocco situato a Berlino tra il settore sovietico e quello statunitense. Situato sulla Friedrichstraße all'altezza dell'incrocio con Zimmerstraße collegava il quartiere sovietico di Mitte con quello americano di Kreuzberg

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Lumsanews n. 8 dell'8 novembre 2019  

Magazine quindicinale del Master in giornalismo della LUMSA

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