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Calcio e criminalità

Migranti

La situazione dei profughi nel post Salvini e l’impatto reale del decreto rimpatri di Chiara Capuani

I rapporti tra le curve della serie A i signori della droga e la destra eversiva

ALLE PAGINE 6 e 7

di Federico Marconi

A PAGINA 8

PERIODICO NUMERO 7 15/10/2019

Oltre Bibbiano

Un sistema sotto i riflettori per le inchieste della magistratura Società I numeri che spiegano perché non esiste un’emergenza La partita dolorosa di

Cosa sta cambiando in Italia sugli affidi

vita o di morte Dal caso Cappato ai disegni di legge: le tappe per la scelta sul fine vita

La giurista

Alessandra Pisu, docente di diritto: “Per la Consulta il divieto assoluto di aiuto al suicidio è per la Costituzione illegittimo”

La filosofa

di FLAVIO RUSSO Lo scorso 31 luglio, in piena bagarre mediatica per lo scandalo degli affidi illeciti di minori nel comune emiliano di Bibbiano, il Movimento 5 stelle ha presentato a Montecitorio un progetto di legge per modificare la legge 4 maggio 1983, n.184 , in materia di affidamento di minori, prima firmataria la deputata Stefania Ascari.La proposta segue di qualche giorno il disegno di legge presentato, stavolta al Senato, dalla Presidente della Commissione Bicamerale per l’Infanzia, Licia Ronzulli, Forza Italia. Volontà dichiarata quella di “mettere uno stop definitivo allo strapotere dei servizi sociali sulla scelta del collocamento in caso di affido”, come la senatrice ha dichiarato al sito quotidiano.net. Il disegno a firma cinquestelle, in questi giorni al vaglio delle commissioni, cerca di porre un argine alla possibilità che si verifichino nuovamente altri casi come quelli di Bibbiano. L’antidoto individuato dal Governo è quello di limitare quanto

più possibile il ricorrere all’istituto dell’affido, considerata la terapia estrema per la salvaguardia del minore, come per altro già previsto dall’attuale legge in materia. La riforma prevede di limitare il potere decisionale dei giudici, introducendo delle fattispecie che indichino le condizioni per la revoca dell’affidamento ai genitori. Rimane però il giudice a valutare nel merito la condotta dei genitori. Il rischio è quello di cambiare la forma senza intaccarne il contenuto. Viene inserito il contraddittorio delle parti (giudice, genitori e figli) per la convalida dell’affido, entro 45 giorni dal provvedimento del tribunale. Nell’intenzione di dare maggior peso al parere dei figli, la riforma prevede la sospensione dell’esecuzione quando il minore si oppone in maniera evidente alla disposizione del giudice. bambino dell’asilo.

ALLE PAGINE 2 e 3

Laura Palazzani, professoressa di biogiuridica: “Il medico ha un dovere deontologico. Deve assistere il malato, non dargli la morte”

di MARIACRISTINA PONTI ALLE PAGINE 4 e 5


l’inchiesta

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IL LIMITE OLTREPASSATO La legge 184 del 1983 sull’affidamento dei minori indica in 24 mesi il limite massimo del periodo di affido extra-familiare, prorogabile solo nei casi in cui “la sospensione del’affidamento rechi pregiudizio per il minore”.In realtà una gran parte degli affidi si allungano ben oltre i 2 ann, previsti dalla legge.

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di FLAVIO RUSSO

o scorso 31 luglio, in piena bagarre mediatica per lo scandalo degli affidi illeciti di minori nel comune emiliano di Bibbiano, il Movimento 5 stelle ha presentato a Montecitorio un progetto di legge per modificare la legge 4 maggio 1983, n.184 , in materia di affidamento di minori, prima firmataria la deputata Stefania Ascari La proposta segue di qualche giorno il disegno di legge presentato, stavolta al Senato, dalla Presidente della Commissione Bicamerale per l’Infanzia, Licia Ronzulli, Forza Italia. Volontà dichiarata quella di “mettere uno stop definitivo allo strapotere dei servizi sociali sulla scelta del collocamento in caso di affido”, come la senatrice ha dichiarato al sito quotidiano.net Il disegno a firma cinquestelle, in questi giorni al vaglio delle commissioni, cerca di porre un argine alla possibilità che si verifichino nuovamente altri casi come quelli di Bibbiano. L’antidoto individuato dal Governo è quello di limitare quanto più possibile il ricorrere all’istituto dell’affido, considerata la terapia estrema per la salvaguardia del minore, come per altro già previsto dall’attuale legge in materia. La riforma prevede di limitare il potere decisionale dei giudici, introducendo delle fattispecie che indichino le condizioni per la revoca dell’affidamento ai genitori. Rimane però il giudice a valutare nel merito la condotta dei genitori. Il rischio è quello di cambiare la forma senza intaccarne il contenuto. Viene inserito il contraddittorio delle parti (giudice, genitori e figli) per la convalida dell’affido, entro 45 giorni dal provvedimento del tribunale. Nell’intenzione di dare maggior peso al parere dei figli, la riforma prevede la sospensione dell’esecuzione quando il minore si oppone in maniera evidente alla disposizione del giudice. Una fattispecie che però non fa differenze in base all’età dei minori, con la conseguenza che il parere di un adolescente potrebbe di fatto avere lo stesso peso di quello di un bambino dell’asilo. Intaccato anche il sistema di assegnazione dei fondi: si passa ai rimborsi delle spese sostenute, che dovrebbero essere rendicontati dalle strutture affidatarie. Un modo per bloccare la possibilità di lucrare sulle risorse destinate al mantenimento dei ragazzi, ma che rischia di diventare un ulteriore onere per famiglie e istituti I fatti di Bibbiano hanno evidentemente veicolato una decisa attenzione verso il sistema degli affidamenti dei minori in Italia, come evidenziato dalle due proposte di legge. Se è vero che dalle indagini sulla vicenda Bibbiano e da precedenti inchieste in Emilia Romagna sarebbero emerse criticità del sistema, è necessario sottolineare che questo istituto in Italia è tutt’altro che abusato rispetto agli altri principali Paesi europei, come dimostrano i dati presenti nella relazione sullo stato di attuazione della legge sull’affidamento dei minori n. 149 del 28 marzo 2001, elaborata dal Ministero della Giustizia e dal Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali relativamente al biennio 2014-2015. Tra quelli che per censo e composizione si avvicinano di più all’Italia, il nostro è quello in cui la media di minori mandati in affidamento al di fuori del nucleo familiare è decisamente la più bassa, con soli 2,6 minorenni dati in affidamento per ogni 1000 under 18, contro i 9,6 della Germania in testa alla classifica e i 3,9 della Spagna, il paese che dopo l’Italia ha il minor numero di affidi in relazione alla popolazione. “C’è poi da valutare in quali condizioni avvengono i gli affidi”, ci racconta Maurizio Cartolano, responsabile dell’ufficio di coordinamento cittadino interventi e servizi per la minore età e l’affida-

Fonte: Istituto degli Innocenti di Firenze. Dati al 31/12/2016

Il caso degli affidi illegali scoppiato in Val d’Enza ha puntato i riflettori sul sistema gestito da Comuni, servizi sociali e Tribunali per i minorenni. Tantissimi gli attacchi dal mondo della politica e dei media alla macchina degli affidamenti, nonostante i numeri sul fenomeno raccontino che funzioni.

Oltre la psicosi Bibbiano

Manifestazione davanti al Municipio di Bibbiano, per prote

L’esperto

L’affido è una forma di recupero non solo per i ragazzi ma anche e soprattutto per le famiglie. Il lavoro su queste ultime è difficile, perché si va spesso incontro a ricadute

mento familiare del Comune di Roma. “Bisogna distinguere tra gli affidi che vengono effettuati in comune accordo con le famiglie di origine e quelli che vengono di-sposti invece in maniera coatta dal Tribunale dei minori per casi estremi, così come prescritto dall’articolo 403 del codice civile. I servizi sociali indicano un percorso terapeutico per i minori, ma anche per le famiglie che devono poter garantire ai ragazzi le condizioni per crescere serenamente”. .Non tutti gli affidi quindi avvengono con procedimenti unidirezionali da parte del Tribuna-le e su segnalazione dei servizi sociali. “Capita poi che siano i tribunali a disporre l’affido anche per casi in cui per gli assistenti sociali non sussistono le condizioni”, dice Cartola-no, “Ad esempio laddove il minore è prossimo alla maggiore età o quando l’affido non è una condizione terapeutica sufficiente per il recupero”. Conoscere quanti sono i casi di allontanamento a seguito dell’applicazione dell’art. 403 è comunque quasi impossibile, perché a oggi in Italia non esiste una forma di catalogazione nazionale dei dati sugli affidi che raccolga questo genere di informa-

zioni. Attualmente le schedature vengono fatte solo dai Comuni, organi che si occupano dei servizi terapeutici per i minori. Un problema vero, che potrebbe essere superato con l’istituzione di un registro nazionale sugli affidamenti come proposto dal disegno di legge presentato dalla senatrice Ronzulli. Il caso Bibbiano ha posto al centro dell’attenzione la questione della salvaguardia dell’integrità del nucleo familiare. L’allontanamento dei minori dalle famiglie per periodi di tempo che in molti casi superavano i 24 mesi previsti come limite massimo dalla legge sugli affidamenti, ha suscitato molte polemiche. Proroghe sono previste ma solo in casi particolari. “L’eccezionalità in realtà spesso e volentieri diventa la normalità”, ci dice la dottoressa Silvia Martina, assistente sociale municipale al Comune di Afragola, in provincia di Napoli. “In una situazione di diffusa difficoltà socio-economica (il consiglio comunale di Afra-gola è stato sciolto due volte per infiltrazioni mafiose negli ultimi 20 anni, ndr), le proroghe degli affidi oltre i termini di legge sono l’unica alternativa valida per dare con-


LUMSAnews

L’ INTERVISTA/1

L’ INTERVISTA/2

Maurizio Cartolano Responsabile affidi Roma

Silvia Martino Servizi sociali di Afragola

“L’importante è non fare ricadere tutte le responsabilità sui servizi”

estare contro lo scandalo degli affidi illeciti

tinuità al percorso terapeutico e sociale dei minori”. Una tesi confermata anche da Cartolano: “Bisogna considerare che l’affido è una forma di recupero non solo per i ragazzi, ma anche e soprattutto per le famiglie. Il lavoro di quest’ultime è spesso difficile, si pensi ai casi di tossicodipendenza: lì a volte i canonici 24 mesi non bastano, perché magari un genitore ha delle ricadute e allora bisogna ricominciare tutto da capo”. Sui 26 615 minori in affidamento censiti in Italia per l’anno 2016, 14 012 risiedono presso famiglie, mentre i restanti 12 603 sono dislocati in strutture per l’affido. La legge sugli affidamenti indica ai tribunali di preferire come destinazione finale per i minori sistemazioni intrafamiliari, per cercare di preservare la socialità familiare anche in caso di affido. “Le situazioni però vanno analizzate caso per caso” spiega Cartolano, “a Roma sui circa 500 ragazzi in affidamento, oltre i due terzi sono intrafamiliari e molte delle famiglie affidatarie sono effettivamente individuate tra i parenti dei giovani (così come previsto dalla legge, ndr). A volte però, anche se numericamente ci sarebbe la possibilità di collocare i ragazzi in famiglia, sopraggiungono incompatibilità con i nuclei familiari di destinazione ed è necessario affidarli alle strutture”. “In casi come il nostro”, osserva invece la dottoressa Martina, “non sempre si riesce a raggiungere un numero di famiglie disponibili tale da riuscire a collocare tutti i minori in casa. Abbiamo 17 ragazzi sistemati in intrafamiliare, 25 in strutture in regime semiresidenziale che di sera tornano a casa. Sessanta, invece, collocati in strutture per allontana-menti disposti con procedura del tribunale”.

La scheda Il caso Angeli e Demoni L’affaire Bibbiano è scoppiato dopo che l’inchiesta “Angeli e Demoni”, condotta dai carabinieri di Reggio, ha portato all’arresto in forma cautelare di 17 tra assistenti sociali, psicologi dei servizi sociali della Val d’Enza, psicoterapeuti della onlus “Hansel e Gretel” e il sindaco di Bibbiano, Andrea Carletti, rilasciato poi lo scorso 20 settembrea. Gli indagati sono accusati di aver costruito un sistema, che permetteva attraverso i pareri alterati da psicologi conniventi, di avviare provvedimenti di allontanamento dei minori dalle famiglie in favore di altre coppie affidatarie, così da trarre profitto dai fondi destinati al mantenimento dei minori. Le segnalazioni, venivano gonfiate ad arte dagli psicologi, che indirizzavano le sedute con i minori in modo che si presentassero “elementi indicativi anche labili di abusi sessuali”, che portavano alle immediate decisioni di allontanare i ragazzi dalle famiglie da parte del tribunale. A gestire i bambini era la onlus “Hansel e Gretel”, diretta dallo psicoterapeuta Claudio Foti, specializzato in casi di abusi sui minori. La onlus effettuava sedute di psicoterapia sui ragazzi, che venivano pagate dal Comune circa 135 euro l’una, a fronte dei 60/70 euro della media nazionale e malgrado le Asl eroghino il servizio gratuitamente. il Sindaco Carletti è accusato di abuso di ufficio per aver concesso il servizio di assistenzai alla onlus di Foti senza aver indetto una gara pubblica.

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Maurizio Cartolano opera da oltre trent’anni nel settore dei servizi sociali. Dal 2012 è il responsabile del coordinamento cittadino degli interventi e dei servizi per i minori del Comune di Roma. Cosa è cambiato per chi lavora nel mondo degli assistenti sociali dopo lo scoppio del caso Bibbiano? “Nulla in realtà, se non per il fatto che è aumentata l’attenzione mediatica attorno al nostro lavoro” .Le ultime proposte di legge in materia di affidamento tendono a limitare il ricorrere a questo istituto, lei crede che sia di per sé abusato? “Non credo. Credo invece che le situazioni però vadano analizzate caso per caso. Non bisogna far ricadere tutte le responsabilità sui servizi sociali. Le segnalazioni ad esempio vengono fatte anche dalle Asl competenti. A decidere poi sono sempre i tribunali: capita che siano le corti a disporre l’affido anche per casi in cui per gli assistenti sociali non sussistono le condizioni, ad esempio laddove il minore è prossimo alla maggiore età o quando l’affido non è una condizione terapeutica sufficiente per il recupero” L’altro aspetto che viene criticato è quello dell’eccessivo ricorso alle proroghe ai limi-ti temporali per i periodi di affido, i 24 mesi previsti dalla legge. “Certo, ma bisogna considerare che l’affido è una forma di recupero non solo per i ragazzi, ma anche e soprattutto per le famiglie. Il lavoro di quest’ultime è spesso difficile, si pensi ai casi di tossicodipendenza: lì a volte i canonici 24 mesi non bastano, perché magari un genitore ha delle ricadute e allora bisogna ricominciare tutto da capo”. In alcune audizioni parlamentari si è detto che il 63% degli affidi avvengono per cause economiche, una condizione che non è prevista dalla legge. “Credo si confonda la causa con l’effetto. Le situazioni di disagio familiare hanno le ori-gini più varie e spesso sfociano in casi di disagio materiale. Ciò non significa che basta un’aiuto economico per assistere le famiglie”. Quanti sono i ragazzi che riuscite a collocare in famiglia rispetto a quelli che vengo-no sistemati in strutture e istituti? “A Roma sui circa 500 ragazzi in affidamento, oltre i due terzi sono intrafamiliari e molte delle famiglie affidatarie sono effettivamente individuate tra i parenti dei giovani – così come previsto dalla legge, ndr – un modo per preservare il permanere dei rapporti familiari. Abbiamo un registro delle famiglie disponibili ad accogliere minori che hanno bisogno. A volte però, anche se numericamente ci sarebbe la possibilità di collocare i ragazzi in famiglia, sopraggiungono incompatibilità con i nuclei familiari di destinazione ed è necessario affidarli alle strutture”.

“Bibbiano? Caso anomalo, altrove non sarebbe accaduto”

La prima cosa che emerge, discutendo del caso Bibbiano con la Dottoressa Silvia Martino, è l’incredulità per quanto successo nel comune della Val d’Enza: “Non capisco come sia potuta accadere una cosa del genere. Il sistema degli affidi è assolutamente sicuro per la mia esperienza. Quello che è accaduto a Bibbiano è anomalo” .Perché? “Lei mi dice che erano le onlus private a manipolare le sedute psicoanalitiche che permettevano di separare i minori dalle famiglie. Da noi tutto questo non si sarebbe verificato. Nel nostro comune gli psicologi che si occupano di queste funzioni sono a servizio delle Asl locali”. Quindi non si tratta di prestazioni a pagamento sulle quali è possibile lucrare? “Esatto”. Qual è la situazione in termini di affidi in un comune di medie dimensioni come il vostro, molto simile per numero di abitanti all’Unione della Val d’Enza? Il Comune di Afragola ha 65 000 abitanti (l’Unione Val d’Enza conta 62 000 residenti, ndr), e i minori in affido sono una piccolissima percentuale. Abbiamo 17 ragazzi sistemati in regime intrafamiliare, tutti comunque collocati presso dei parenti. Così come i 25 giovani che si trovano in semi-residenziale, che di sera tornano a casa. Sessanta, invece, sono sistemati in strutture per allontanamenti disposti con procedura del tribunale, con articolo 403, ma si tratta di casi agli antipodi”. Come mai? “Perché l’affido può avere una doppia valenza: ci sono i casi in cui i genitori cercano l’assistenza dei servizi sociali, perché riconoscono di aver bisogno di un aiuto e allora accettano l’affido come soluzione temporanea dei problemi. I casi in cui si ricorre al 403 invece sono casi, rari, di eccezionale gravità, in cui è in pericolo l’incolumità del minore”. Come mai non riuscite a sistemare i sessanta ragazzi situati negli istituti di accoglienza presso delle famiglie, come indica la legge? “In casi come il nostro non sempre si riesce a raggiungere un numero di famiglie disponibili tale da riuscire a collocare tutti i minori in casa. Facciamo attività di sensibilizzazione nelle parrocchie, ma non è facile trovare famiglie disposte ad accettare minori che hanno bisogno.C’é da dire che per i bambini allontanati con articolo 403 le strutture di accoglienza permettono di garantire protezione al minore”. Cosa mi dice della tendenza nazionale a prorogare i termini dell’affido anche dopo i 24 mesi previsti dalla legge? L’eccezione in realtà spesso e volentieri diventa la norma. In una situazione di difficoltà sociale (il consiglio comunale di Afragola è stato sciolto due volte per infiltrazioni mafiose negli ultimi 20 anni, ndr), le proroghe degli affidi oltre i termini di legge sono l’unica alternativa valida per dare continuità al percorso terapeutico”.


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Dal caso di Fabiano Antoniani e Marco Cappato alla sentenza della Consulta, LumsaNews ripercorre le tappe per una legge che permetta di decidere

di MARIACRISTINA PONTI

S

ono passati quasi tre anni da quando Fabiano Antoniani, meglio conosciuto come dj Fabo, ha deciso di porre fine alle sue sofferenze con il suicidio assistito. Come cantava Fabrizio De Andrè nel suo Testamento, è andato via senza parlare, ma gridando; è andato via senza sapere la verità, ricorrendo ad altre vie, altri modi.Da allora nulla è cambiato nel quadro normativo italiano, ma qualcosa si è mosso. La sua morte, l’autodenuncia di Marco Cappato che l’ha accompagnato a morire in Svizzera sono valse a riportare il dibattito del fine vita all’attenzione di tutti. Perché dopo la sentenza storica del 25 settembre della Corte costituzionale, il Parlamento dovrà colmare il vuoto legislativo e mettere un punto sulla questione. Sul tavolo del legislatore ci sono tredici tra proposte e disegni di legge: sei sono state presentate alla Camera e sette al Senato. Per semplificare, potremmo dividerle in due grandi filoni: ci sono quelle che tendono a depenalizzare l’aiuto al suicidio e riformare parte della legge 219/2017, la quale si occupa di consenso informato; e quelle, invece, che porterebbero alla legalizzazione del suicidio assistito o dell’eutanasia (alcune entrambe). Le prime sono state presentate dal deputato Alessandro Pagano della Lega e dalla senatrice di Forza Italia Paola Binetti. Si aggiunge a quest’area anche il disegno di legge della senatrice azzurra Maria Rizzotti. Le altre invece sono state presentate dal MoVimento 5 Stelle con il senatore Matteo Mantero e la deputata Doriana Sarli; dal Partito Democratico con i senatori Monica Cirinnà, Tommaso Cerno, Nadia Ginetti e Andrea Marcucci, e quella del deputato Alessandro Zan. Infine Liberi e Uguali con la proposta di legge dell’onorevole Michela Rostan. In questa seconda categoria ci sono anche le proposte del deputato del gruppo misto Andrea Cecconi e la proposta di iniziativa popolare, già presentata nel corso della diciassettesima legislatura. “Sono quattro i passaggi chiave. Il primo riguarda una revisione parziale dell’articolo 580 del codice penale e prevede un alleggerimento della pena se chi commette il reato si trova in situazioni particolari sotto il profilo emotivo, poi c’è una revisione della legge 219/2017, sopprimendo il comma in cui si equiparano nutrizione e alimentazione a trattamenti sanitari. Il terzo punto riguarda il rafforzamento e il potenziamento di quelle che sono le cure palliative a 360 gradi, non solo in senso farmacologico. Il quarto riguarda l’inserimento dell’obiezione di coscienza” racconta in un’intervista a LumsaNews la senatrice Paola Binetti, firmataria, come già detto, dell’omonimo disegno di legge Sul testo, però, secondo il nostro esperto di diritto c’è più di qualche perplessità, soprattutto alla luce di quanto deliberato dalla Consulta: “La Corte Costituzionale ha affermato a chiare lettere, nell’ordinanza 207/2018, che il divieto assoluto di aiuto al suicidio è costituzionalmente illegittimo in quanto limita la libertà di autodeterminazione del malato sottoposto a trattamenti di sostegno vitale nella scelta delle terapie, comprese quelle finalizzate a liberarlo dalle sofferenze” ha dichiarato a LumsaNews la professoressa Alessandra Pisu, associato di diritto privato all’università di Cagliari e presi-

Fine vita la battaglia per scegliere società

Così politica e scienza si dividono su eutanasia e suicidio assistito: le proposte in Parlamento

dente dell’Associazione Walter Piludu. I dubbi, però, non si fermano al primo articolo delle due proposte, ma riguardano anche la possibilità di non definire trattamenti sanitari l’alimentazione artificiale. Per quanto riguarda le proposte dell’ala del centro sinistra-MoVimento 5 stelle il giudizio della docente sembra essere più positivo: “L’approvazione di questi testi consentirebbe alla persona maggiorenne e capace di intendere e di volere, che si trovi in una situazione di sofferenza insostenibile e irreversibile o di malattia con prognosi infausta (anche se non sottoposta a trattamenti di sostegno vitale) di chiedere e ottenere dal sistema sanitario nazionale un trattamento eutanasico, con esclusione di punibilità per il medico e il personale sanitario che lo pratichino –ci spiega ancora la professoressa Pisu-. Si tratterebbe di un vero e proprio nuovo diritto della persona malata e sofferente la cui violazione darebbe luogo a una responsabilità risarcitoria della struttura sanitaria pubblica”.Un nodo cruciale che il legislatore dovrà sciogliere riguarda sicuramente la figura del medico e la sua volontà di porre o meno fine alla vita di una persona. Solo nella proposta della deputata pentastellata Doriana Sarli e in quelle del centro destra viene inserita l’obiezione di coscienza: “Un problema centrale nella nostra società, che è stato sottolineato anche da tutti i mass media, è il cambiamento inevitabile del ruolo del medico” spiega Laura Palazzani, vicepresidente del Comitato nazionale di bioetica e docente di biogiuridica alla Lumsa di Roma. Secondo la professoressa Palazzani “la Federazione nazionale dell’Ordine dei medici, nella persona del professor Filippo Anelli, che peraltro è membro di diritto del Comitato nazionale di bioetica, ha espressamente pronunciato le sue posizioni sul suicidio assistito, affermando che il medico ha un dovere deontologico. Come definito dal codice o, ad esempio, dall’Organizzazione mondiale della sanità, è che il suo compito è quello di curare e assistere il malato, non di dargli la morte. Quindi, se il medico darà la morte – conclude Palazzani -, cambierà radicalmente il suo ruolo e la sua figura. Il professor Anelli si è pronunciato anche a favore di una persona terza che possa dare la morte, ma anche qui ci sarà da dibattere”. “Il mutamento delle condizioni politiche – la nuova maggioranza di governo – ha senz’altro reso meno aspri gli ostacoli rispetto all’approvazione di una legge- afferma a LumsaNews la senatrice dem Monica Cirinnà, prima firmataria dell’omonimo disegno di legge-. Ricordo infatti che la discussione alla Camera si è arenata anche a causa dei contrasti insanabili, su questo tema, tra le forze che allora formavano la maggioranza di governo. Adesso siamo in attesa del deposito delle motivazioni della sentenza della Corte costituzionale, che ha fissato un principio chiaro: al malato deve essere garantita la libertà di scegliere di morire in modo corrispondente alla propria visione della dignità. Leggeremo la sentenza, e sono sicura che sapremo confrontarci in modo non ideologico, per arrivare in tempi rapidi all’approvazione di una buona legge”.

La Corte costituzionale riunita prima della sentenza che ha portato alla legittimazione dell’aiuto suicidio nel c

La giurista

Per me, sono migliori le proposte governative. Ho molte perplessità su quelle di Pagano e Binetti Alessandra Pisu Docente di diritto all’Università di Cagliari

La filosofa

Alla luce dei paletti posti e del parere del Comitato nazionale di bioetica, dovranno essere rivisti i disegni di legge Laura Palazzani Docente di Filosofia del diritto alla Lumsa


LUMSAnews Monica Cirinnà

LE INTERVISTE

Senatrice Pd

Marco Cappato e Valeria Imbrogno, compagna di dj Fabo davanti alla Consulta dopo la sentenza

Fabiano Antoniani, conosciuto come dj fabo, dopo l’incidente

caso che vedeva indagato il tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, Marco Cappato

“Con il nuovo governo più semplice avere una legge sul fine vita”

Monica Cirinnà

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Senatrice Cirinnà, perché ha deciso di firmare un’iniziativa legislativa solo il giorno prima della decisione storica della Consulta? «A seguito dell’ordinanza n. 207/2018, la questione è stata calendarizzata e affrontata dalla Camera, che non è giunta tuttavia ad un risultato apprezzabile. Ho dunque deciso di presentare il ddl a mia firma solo quando è stato chiaro che si avvicinava la scadenza del 24 settembre senza un intervento parlamentare, nell’ipotesi che la discussione potesse spostarsi al Senato. La conferenza stampa di presentazione, per questo, è stata fissata il 25 settembre 2019, proprio all’indomani dell’udienza pubblica: lo slittamento dei tempi di decisione ha determinato una parziale sovrapposizione». Cosa cambia nella sua proposta rispetto a quelle presentate dai suoi colleghi sia alla Camera che al Senato? «Il ddl di cui sono prima firmataria si caratterizza per un aspetto di metodo, che manca in quelli presentati dai miei colleghi di Camera e Senato: ho voluto ricalcare quasi alla lettera le richieste formulate dalla Corte costituzionale, per mostrare in modo chiaro che – anche solo dopo una attenta lettura dell’ordinanza della Corte – si sarebbe potuta garantire una decisione politica chiara e rispondente al dettato della Corte. Nel merito, il testo va nella stessa direzione del ddl di iniziativa popolare e dei ddl presentati, al Senato, dai colleghi Mantero e Cerno (cui peraltro ho aggiunto anche la mia firma), con l’unica differenza che il ddl a mia firma interviene sulla legge n. 219/2017 (cd. legge sul testamento biologico) per aggiungere in quella sede l’ipotesi di aiuto medico a morire per i malati in stato di grave e intollerabile sofferenza dovuta a patologie irreversibili, capaci di prendere decisioni libere e consapevoli, che ovviamente ne abbiano fatto richiesta». Nell’opinione pubblica, ma soprattutto tra i medici e tra gli esponenti più conservatori, penso alla proposta di Binetti o a quella di Pagano alla Camera, si parla di obiezione di coscienza; nelle vostre proposte, invece, si parla di risarcimenti morali qualora l’intera struttura sanitaria nazionale non accolga la volontà del paziente. Ci può spiegare come si dovrebbe procedere se un medico non volesse porre fine alla vita di un paziente? «Nel testo a mia prima firma non c’è nulla di quel che lei presume. Anzi, in linea con l’ordinanza della Corte, il testo prevede che l’aiuto medico a morire venga somministrato da medici che non abbiano formulato obiezione di coscienza. Inoltre, inserire la previsione dell’aiuto medico a morire nella legge n. 219/2017 contribuisce a garantire l’equilibrio tra autodeterminazione del malato e relazione di cura». La strada per l’approvazione di una legge ora è più semplice rispetto a un anno fa? «Il mutamento delle condizioni politiche – la nuova maggioranza di governo – ha senz’altro reso meno aspri gli ostacoli rispetto all’approvazione di una legge. Ricordo infatti che la discussione alla Camera si è arenata anche a causa dei contrasti insanabili, su questo tema, tra le forze che allora formavano l’esecutivo. Adesso siamo in attesa del deposito delle motivazioni della storica sentenza della Corte costituzionale, che ha fissato un principio molto chiaro: al malato deve essere garantita la libertà di scegliere di morire in modo corrispondente alla propria visione della dignità. Leggeremo la sentenza, e sono sicura che sapremo confrontarci in modo non ideologico, per arrivare in tempi rapidi all’approvazione di una buona legge». m.p.

Paola Binetti Senatrice FI

“Il mio disegno di legge esclude il ricorso al suicidio assistito”

Paola Binetti

Senatrice Binetti, il 7 agosto lei ha presentato un proposta di legge sul fine vita al Senato. Quali sono le modifiche presenti? «Sono quattro i passaggi chiave. Il primo riguarda una revisione parziale dell’articolo 580 del codice penale e prevede un alleggerimento della pena se chi commette il reato si trova in situazioni particolari sotto il profilo emotivo. Poi c’è una revisione della legge 219/2017, sopprimendo il comma in cui si equiparano nutrizione e alimentazione a trattamenti sanitari. Il terzo punto riguarda il rafforzamento e il potenziamento di quelle che sono le cure palliative a 360 gradi, non solo in senso farmacologico. Il quarto riguarda l’inserimento dell’obiezione di coscienza». La sua proposta non si discosta da quella presentata dal leghista Pagano, come mai questa scelta? «Questo disegno di legge è nato da un gruppo di studio e di lavoro che si è tenuto quest’anno: abbiamo cercato di identificare i tratti salienti per un miglioramento della legge 219/2017 e che rappresentano uno stop definitivo all’eutanasia. È un gruppo di lavoro che si è riunito nell’ala del centrodestra. Le proposte sono state presentate in due momenti diversi perché in quel momento era incardinato alla Camera ed era urgente che venisse presentato alla Camera per contrastare gli altri ddl in chiave fortemente eutanasica. Noi aspettavamo che arrivasse al Senato, ma dal momento che il primo di agosto il presidente Fico ha dichiarato di non essere in grado di portare avanti la legge, io ho presentato subito una mozione e una proposta». Secondo quanto dicono i sondaggi, commissionati dall’Associazione Luca Coscioni, gli italiani sono per la maggior parte favorevoli a una legge che consenta l’eutanasiam.p.: come si sposano queste volontà con la sua proposta di legge? «Nel campione di cui disponiamo anche noi, che risponde a una diversa qualità di valori e a un contesto socialmente e culturalmente differente, il dato che dice che il 93% degli italiani (secondo quanto riferito dall’Associazione Luca Coscioni, ndr) è favorevole all’eutanasia non è corretto. Basti pensare che l’11 settembre nella sede della Conferenza episcopale italiana c’erano centinaia di persone contrarie all’eutanasia». Con la nuova maggioranza che pare essere favorevole all’eutanasia, crede che sarà più difficile portare avanti le sue istanze? «Sono sicura che sarà più difficile, perché l’attuale governo giallorosso, gli unici disegni di legge che ha presentato sono sbilanciati in questo modo. Penso che sarà quindi una battaglia molto più dura ma noi la combatteremo, è il bello della democrazia. A noi manca una cosa: il fatto che la stampa sia orientata in questo senso, solo Avvenire ha sostenuto una ragionevole obiettività sia in un verso che nell’altro». Però i giornali parlano dei medici che potrebbero voler fare obiezione di coscienza. «Esattamente. Non a caso il presidente dell’Ordine dei medici ha detto: “Giù le mani dai camici bianchi. Non c’è bisogno di un medico per staccare la spina” e loro si sono rifiutati». Il Codice di deontologia medica dice che il medico non deve effettuare né favorire atti finalizzati a provocare la morte del paziente, neanche su sua richiesta. Come si dovrebbe comportare il medico se dovesse essere approvata una delle proposte presentate? «Il medico dovrebbe rifiutare, fare obiezione di coscienza». m.p.


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immigrazione

Cosa prevede la norma

Individua una lista di 13 Paesi definiti sicuri e riduce a 4 mesi i tempi per rimandare in patria chi non ha diritto all'asilo

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di CHIARA CAPUANI

grigento, 17 settembre 2019. Un gruppo di 25 migranti sbarca sulla spiaggia di San Leone, senza alcuna segnalazione di soccorso, e si allontana velocemente per far perdere le proprie tracce. È questo un caso paradigmatico di come i trafficanti di uomini abbiano cambiato metodo e rotte di navigazione, utilizzando ora i barchini, in partenza dalle spiagge tra Tunisia e Libia, per raggiungere in breve tempo le coste italiane senza essere intercettati. La sfida per la nuova maggioranza giallorossa è dunque quella di adottare strategie diverse per fronteggiare un fenomeno che tende a rinnovarsi, adeguandosi sempre alle contingenze. Passare dal trasportare il maggior numero possibile di persone in poche imbarcazioni al condurne di meno, in piccoli mezzi di fortuna, è stata infatti per gli scafisti una necessità dettata dalla politica dei “porti chiusi” intrapresa dal precedente esecutivo. La logica seguita dai trafficanti di esseri umani era infatti quella di massimizzare i profitti, riempiendo fino al limite navi fatiscenti, sapendo che a poche miglia dalla costa libica operavano imbarcazioni delle Ong pronte a soccorrere in mare le eventuali vittime di naufragio. Nel momento in cui però l’ex ministro dell’Interno leghista, Matteo Salvini, ha deciso di intraprendere la linea dura contro queste associazioni, non concedendo, spesso in accordo con il ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli, un porto per attraccare, è diventato meno conveniente adottare questa strategia. Il nuovo governo, distanziandosi dalla condotta salviniana, ritenuta soprattutto dal Partito Democratico sovranista, demagogica, propagandistica e poco efficace per quanto riguarda i rimpatri degli immigrati irregolari, ha presentato un decreto che ha l’obiettivo di regolare in maniera più strutturale il fenomeno dei flussi migratori. L’iniziativa, promossa dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio, congiuntamente con il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, individua proprio nel tema dei rimpatri il nodo cruciale su cui concentrarsi. Nel decreto è stata stilata infatti una lista di 13 paesi considerati sicuri, i cui cittadini per entrare nel territorio italiano come rifugiati, devono presentare una documentazione che attesti la loro condizione di perseguitati. Questo procedimento porterebbe a quattro mesi i tempi necessari per la verifica di ogni richiesta di asilo politico, dai due anni finora necessari. L’onere della prova, infatti, spetterebbe al rifugiato e non più allo Stato di prima acco-

Migranti, l’impatto reale del decreto rimpatri e dell’accordo di Malta Nuove rotte dalla Tunisia all’Italia dopo Salvini e l’Europa non rispetta i patti sulla redistribuzione

glienza. Risulta invece più nebulosa la situazione che riguarda gli accordi bilaterali tra l’Italia e i paesi di provenienza degli immigrati irregolari. Secondo Carlotta Sami, portavoce dell’Unhcr, l’Alto commissariato per i diritti umani “il decreto non avrà alcun impatto sui rimpatri, perché gli stessi paesi da cui provengono i migranti sono riluttanti a farli rientrare in patria e lo Stato Italiano non può ricondurceli unilateralmente”. Il governo italiano, nel cercare di arginare il problema dei flussi migratori, sperava di ottenere la sponda da parte dell’Unione europea. Speranza fondata anche sul fatto che la nuova maggioranza, con il partito democratico che ha sostituito la Lega all’esecutivo, godesse di maggiore credito presso le istituzioni europee, finora fredde a causa dell’euroscetticismo del Carroccio. L’accordo rag-

giunto a La Valletta il 23 settembre scorso sembrava andare in questa direzione; i partecipanti infatti, - i ministri dell’Interno di Malta, Italia, Francia e Germania, - si erano impegnati a rispettare un piano di redistribuzione più equa dei migranti su scala europea. Nello specifico era prevista l’attivazione di un sistema accelerato per il ricollocamento dei migranti salvati in mare sulla base di impegni prestabiliti prima dello sbarco. L’adesione a tale meccanismo da parte dei paesi dell’Ue è però volontaria e già questo lasciava intravedere una certa difficoltà attuativa. Ad oggi infatti, sono solamente tre i paesi che si sono impegnati a rispettare l’accordo: Portogallo, Irlanda e Lussemburgo. “A distanza di venti giorni dall’accordo di Malta, la reale efficacia è già in discussione”, commenta Oliviero Forti, responsabile per le politiche mi-

gratorie e la protezione internazionale di Caritas italiana, in un’intervista a Lumsanews.“È stato presentato come la soluzione di tutti i mali che riguardano i migranti, ma ha più le caratteristiche di uno spot che della effettiva volontà strategica di affrontare il tema ad ampio respiro”, ha spiegato Forti. Al di là delle normative italiane e degli accordi europei, analizzando nello specifico i numeri che riguardano gli sbarchi sulle coste del nostro Paese, ci accorgiamo che, dopo il picco raggiunto nel 2017 con l’arrivo di 108mila migranti, si è registrato un calo del 92% nel 2018 con 21mila sbarchi, trend confermato anche nel 2019. All’11 ottobre sono 8mila gli arrivi stimati dal Ministero dell’Interno. L’inversione di tendenza è attribuibile principalmente agli accordi siglati dall’allora titolare del Viminale Marco Minniti con le autorità libiche con


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Il crollo degli sbarchi Nel grafico i dati forniti dal Viminale e aggiornati all’11 ottobre 2019

Oliviero Forti (Caritas)

“L’accordo di settembre mera politica di spot”

l’intento di ridurre le partenze dal paese nordafricano. I dati dimostrano come anche la linea dura portata avanti dall’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini, abbia avuto un’incidenza sui numeri del 2019. Di pari passo con l’analisi dei flussi migratori, si è sempre cercato di verificare quale incidenza potessero avere gli immigrati sul numero dei reati commessi nel nostro territorio. La tematica della sicurezza è spesso stata cavalcata in campagna elettorale per incrementare i consensi, in maniera particolare dai partiti di destra, e i riscontri in termini di voti ci sono stati. Al di là però delle percezioni, più o meno veicolate, c’è un’oggettività dei numeri che mette qualsiasi legislatore di fronte alle proprie responsabilità. Secondo un dato fornito dal capo della polizia, Franco Gabrielli, negli ultimi 3 anni c’è stato infatti un aumento di circa il 3% dei reati commessi da cittadini stranieri, in controtendenza invece con la diminuzione generale dei crimini. Nel 2016, su 893mila persone denunciate e arrestate, il 29,2% degli stranieri erano coinvolti; nel 2017 la percentuale è salita al 29,8%, e ad oggi arriva al 32%. Numeri su cui probabilmente bisognerebbe riflettere, intervenendo in maniera seria e non ideologica, anche per non lasciare più il terreno fertile alla propaganda xenofoba che sta avvelenando il dibattito sul tema in Italia.

Sami (Unhcr)

Il decreto non avrà impatti reali sul numero degli immigrati rimpatriati

Polizia

Aumento del 3% negli ultimi 3 anni dei reati commessi da cittadini stranieri

Quale sarà il reale impatto del nuovo decreto sui rimpatri? “Il tema dei rimpatri è stato spesso frequentato dai vari governi che si sono avvicendati in questi anni perché il messaggio che si vuole far passare è quello di essere particolarmente efficienti nell’allontanamento dei migranti. Sull’efficacia dei vari interventi e delle varie promesse fatte – mi riferisco principalmente al precedente governo di Matteo Salvini – ci sono stati pochi risultati” Da cosa dipende? “C’è una questione legata a dati oggettivi che non permette di riuscire nell’obiettivo di riportare a casa migliaia di persone, come si è soliti promettere. Anche questo governo si è speso per trovare una nuova formula decisiva, che passa principalmente attraverso due fasi: in primis è stata stilata una lista di paesi sicuri, di cui l’Italia non si era dotata in precedenza a differenza di molti paesi europei. In questo modo si contraggono i tempi delle commissioni che non sono più obbligate perché sarà chi arriva a dover dimostrare che ci sono condizioni di persecuzione. Dall’altro lato c’è il notissimo tema degli accordi bilaterali con quei paesi che dovrebbero riprendersi i migranti espulsi dall’Italia. Ma c’è un concetto che tarda a sedimentare nell’opinione pubblica ed è il fatto che i Paesi da cui arrivano i migranti sono restii a riprenderseli indietro. I numeri che registriamo con i paesi come la Tunisia, principale destinatari di questi rimpatri, sono residuali e non si riesce in alcun modo a farli incrementare. Esiste chiaramente l’obbligo di rispettare delle leggi per chi arriva nel nostro Paese e in assenza di queste bisogna avviare delle procedure che riportino queste persone nei paesi d’origine. Non sempre il rimpatrio è possibile... “In quel caso bisogna fare in modo che la permanenza di queste persone in Italia sia sostenibile sotto tutti i punti di vista, creando condizioni affinché meno persone possibili cadano nell’irregolarità”. Come creare queste condizioni? Ad esempio modificando gli ultimi decreti sicurezza del precedente governo, che hanno previsto la cancellazione del cosiddetto permesso di soggiorno per motivi umanitari che permetteva a molte persone che facevano richiesta di non cadere nell’irregolarità ma di poter rimanere per un periodo limitato per poi convertire il permesso per altri motivi sul nostro territorio. Venendo meno questa possibilità, oggi chi arriva nel nostro Paese e non vede riconosciuta la propria richiesta di protezione internazionale, né come rifugiato né come sussidiario, è destinato a cadere nell’irregolarità. Non funzionando la politica dei rimpatri per i motivi di cui sopra, si formano chiaramente degli irregolari. Oggi gli interventi sono sempre molto confusi, approssimativi. Si grida sempre alla soluzione storica. Anche l’accordo di Malta è stato presentato come una “soluzione storica” “Infatti. Nemmeno un mese fa l’accordo era stato presentato come la soluzione al problema migranti ma nel giro di 20 giorni la sua efficacia è già stata messa in discussione. Dirò una banalità: è più una politica di spot di ricerca del consenso piuttosto che una volontà strategica di affrontare il problema ad ampio respiro”.

OLIVIERO FORTIi Laureato in Giurisprudenza all’Università La Sapienza di Roma, è responsabile per le politiche migratorie e la protezione internazionale di Caritas Italiana e chair dell’advocacy working group di Caritas Europa.

Quindicinale del Master in giornalismo della LUMSA Direttore responsabile Carlo Chianura Direttore scientifico Fabio Zavattaro

Redazione Chiara Capuani, Federico Marconi, Mariacristina Ponti, Flavio Russo, Giorgio Saracino Testata registrata al Tribunale di Roma n. 468 dell’11 novembre 2003


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E l’Italia scoprì il

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Calcio Criminale

di Federico Marconi

I rapporti con la criminalità organizzata e i signori della droga, i legami con la destra eversiva, le intimidazioni e i ricatti nei confronti delle società. Sono i tratti ricorrenti delle curve italiane. Guidate da capi che le gestiscono come piccole grandi aziende: la leadership porta soldi, ottenuti attraverso bagarinaggio e merchandising. Una situazione che accomuna tutte le capitali del calcio nostrano: Torino, Roma e Milano. Una questione ancora irrisolta. L’ultimo striscione A Torino il 16 settembre la Digos ha concluso “Last banner”, indagine che ha portato all’arresto dei leader della Curva della Juventus e dei loro colonnelli e a 38 Daspo. Pretendevano i biglietti per le partite, che poi vendevano con sovrapprezzi che raggiungevano anche il duemila per cento. Un business milionario: per questo quando la società non ha più ceduto alle richieste, si è passati alle minacce. In manette è finito il capo indiscusso degli ultras bianconeri, Dino Mocciola: estremista di destra, controllava i “Drughi” nonostante la sorveglianza speciale. Con lui Umberto Toia, capo di “Tradizione”, e Christian Fasoli dei “Viking”. Dopo i loro arresti, la Curva è rimasta senza striscioni: la Questura ha ritirato le autorizzazioni per esporre allo Stadium i loro stendardi.Mancavano già da più di un anno i “Bravi ragazzi”, dopo l’arresto di Andrea Puntuorno: agrigentino, finito in manette per traffico di droga, aveva svelato alle telecamere di Report il modo in cui venivano gestiti i biglietti concessi dalla società. Il suo nome è finito anche in un’altra indagine sul tifo juventino, “Alto Piemonte”, con cui la Procura di Torino ha svelato l’influenza della ‘Ndrangheta: chi voleva fondare un gruppo, per entrare nel business di biglietti e merchandising, era costretto ad andare in Calabria. Era necessario il “placet” di Rocco Saverio Dominello, uno dei reggenti del potente clan Pesce-Bellocco di Rosarno.Solo una persona poteva svelare i rapporti tra ultras, ‘ndrine e Juventus: Raffaele Bucci, esponente dei “Drughi”, bagarino, dipendente della Juventus, ma anche informatore di Digos e servizi. Dopo essere stato sentito dai magistrati, è stato trovato morto: “Solo lui avrebbe potuto permettere ai magistrati di fare chiarezza su questi rapporti pericolosi”, spiega a LumsaNews Federico Ruffo, giornalista che per Report si è occupato del malaffare nella curva bianconera. “Bucci avrebbe potuto dire molto. Proprio per questo era un pericolo per chi non voleva che certe situazioni venissero a galla”. Duce e cocaina A Roma la morte del leader degli “Irriducibili” della Lazio Fabrizio “Diabolik” Piscitelli ha riportato a

Gli scontri tra ultras e forze dell’ordine fuori dallo Stadio Olimpico di Roma del 15 maggio 2019 (Ansa) galla la questione. Ucciso in un’esecuzione dallo stile mafioso, era indagato dalla Dda capitolina per un imponente traffico di stupefacenti. I legami del capo ultras biancoceleste con la camorra erano emersi fin dalla metà dagli anni ’90. Strettissimo il rapporto con il clan di Michele Senese, uno dei “quattro re di Roma”, egemone nella zona Est della Capitale. Ma anche con la “batteria di Ponte Milvio”, il cui ruolo emerge nelle indagini sul “Mondo di mezzo” di Massimo Carminati: un gruppo di albanesi e camorristi che controlla ancora oggi la movida di Roma Nord.Piscitelli era un leader riconosciuto anche fuori dal Grande Raccordo Anulare: ad omaggiarlo al funerale e negli stadi i gruppi ultras di mezza Italia. “Se fosse morto un appartenente al clan dei Casalesi e una

L’INTERVISTA 1 / Ruffo

“La morte sospetta di Bucci e i rapporti Juve -ʻndrine” Un suicidio, apparentemente quello di Raffaele Bucci. “Poco prima era stato ascoltato dai magistrati che indagavano sulla ‘ndrangheta e la curva della Juventus”, spiega Federico Ruffo. Giornalista di Report, indaga il mondo delle curve, i legami pericolosi tra tifo e crimine. Chi era Raffaele Bucci? Era un ex capo ultras, il cassiere dei “Drughi” di Dino Mocciola, che allora era in carcere per l’omicidio di un carabiniere. In sua assenza, era Bucci a tenere i conti. Lo conoscevano tutti allo stadio, era una persona di una simpatia straordinaria. Ed era lui che dava i biglietti e trattava con la società. Una sorta di uomo-cerniera tra ultras e società, tant’è che poi fu assunto dalla Juventus. Poco prima di morire era diventato vice Slo, una figura che all’interno della società si occupa dei rapporti con i tifosi e le forze dell’ordine. La Juventus sceglie un ultras, bagarino riconosciuto, per gestire i rapporti con gli ultras. E questo è uno snodo fondamentale. Era l’unico che poteva far capire ai magistrati se i soldi della Juventus finivano alle ‘ndrine. Bucci è l’unico che può sapere. Bagarino, ultras in rapporto con tutti per via della gestione dei biglietti, conosce i Dominello (‘ndranghetisti vicini

alla cosca Pesce-Bellocco, infiltrati nella curva bianconera, ndr), e dipendente della Juventus: la persona perfetta da sentire in un’indagine che vuole appurare i rapporti tra società e famiglie mafiose. Però Bucci è una “simpatica canaglia”, uno buono, non adatto alla pressione di un confronto serio con un magistrato. E messo sotto torchio da un giudice sicuramente avrebbe parlato, svelando forse un giro che era meglio non venisse fuori. Però Bucci, dopo il primo colloquio in procura, viene trovato morto. Bucci aveva molto da dire. Ed era un pericolo per chi non voleva che parlasse. Aveva molti legami, molti di più di quelli che si potessero immaginare. E lo sappiamo dalle indagini sulla sua morte. In procura si presenta un uomo dei servizi segreti, dell’Aise, e dice ai magistrati che era un loro informatore, che li aiutava in un’indagine sull’eversione di destra in Piemonte. Bucci si rivolge a lui subito dopo il primo incontro con i giudici, gli dice che crede che la sua “posizione” è bruciata. Per te si è suicidato? La procura di Cuneo ha riaperto il fascicolo, indaga per omicidio. Io credo che se da quel cavalcavia si è buttato da solo, qualcuno o qualcosa deve averlo spinto a farlo.

curva gli avesse dedicato uno striscione, l’opinione pubblica sarebbe insorta”, ci dice Massimiliano Coccia, giornalista di Radio Radicale. “Ma se si fa per Diabolik, che pure con la camorra aveva solidi rapporti, passa tutto in cavalleria”. Vista l’inazione della politica, Coccia e il collega Nello Trocchia hanno scritto una lettera al presidente della Repubblica Mattarella: “Solo lui può smuovere le cose”.Il gruppo di Diabolik diventa un punto di riferimento nella curva a partire dagli anni ’90: durante la gestione di Sergio Cragnotti si arricchisce con magliette, sciarpe e cappellini della Lazio venduti fuori dallo stadio. Con l’arrivo di Claudio Lotito l’aria cambia. Il neopresidente non tollera le ingerenze della curva nel merchandising, mandando Diablo e il direttivo della Nord su tutte le furie. Tant’è che porteranno avanti una

campagna intimidatoria per far vendere il club a una cordata di investitori con a capo l’ex bomber biancoceleste Giorgio Chinaglia. Piscitelli e i suoi sono gli autori anche della radicalizzazione politica del tifo laziale. Il neofascismo diventa l’ideologia degli ultras della Nord, ma soprattutto il collante con i gruppi rivali, quelli giallorossi. Se fino agli anni ’90 la tifoseria della Roma guardava a sinistra, con la fine dei “Cucs” è netta la virata verso la destra estremista. A cambiare le cose è “Opposta Fazione”, gruppo di cui faceva parte Fabio Gaudenzi, detto Rommel, amico e compagno di malaffare di Piscitelli. “Ho portato io la politica allo stadio”, affermava in un’intercettazione del 2012. Da allora la curva giallorossa è diventata terreno di conquista per tutti i partiti di estrema destra dal Movimento Politico Occidentale, gruppo naziskin sciolto con la legge Scelba nel 1993, a CasaPound e Forza Nuova. Madunina in subbuglio Una scazzottata in curva diversa dalle altre. San Siro, 14 settembre: mentre è in corso Inter-Udinese due storici capi ultras nerazzurri si prendono a schiaffi e pugni. Evento insolito per chi di solito manda avanti i gregari, rissa che segna un cambio di stagione. O meglio, un ritorno al passato. Ad avere la peggio è Franco Caravita, da anni leader dei “Boys San”. L’aggressore è invece Vittorio Boiocchi, nome più che noto tra la criminalità meneghina: finito in un’inchiesta insieme a esponenti di clan di Cosa nostra, ha appena finito di scontare 30 anni di carcere per narcotraffico e rapina. È stato uno degli ispiratori della “svolta” politica della Curva Nord, colonizzata da Lealtà Azione prima e CasaPound poi.“Le curve di tutta Italia sono dei veri e propri serbatoi per tutti i movimenti neofascisti”, sottolinea a LumsaNews Paolo Berizzi, giornalista di Repubblica e autore di Nazitalia. “Negli stadi, i camerati hanno trovato dei luoghi in cui fare proselitismo e trovare militanti tra i più giovani. E sono diventati così un vaso comunicante con i loro partiti”.Infiltrazioni anche nella curva del Milan. Capo indiscusso è Luca Lucci, il tifoso che nel dicembre 2018 venne fotografato insieme all’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini alla festa degli ultras rossoneri. Lucci è considerato dai pm milanesi “persona potenzialmente capace di piazzare grossi carichi di stupefacenti tra i frequentatori dello stadio grazie al ruolo carismatico di leader della curva Sud e alla collaborazione con soggetti di elevato spessore criminale”. Più volte arrestato per narcotraffico, ha subito lo scorso maggio un sequestro di beni di oltre un milione di euro. Frutto dei suoi affari sporchi, secondo gli inquirenti.

L’INTERVISTA 2 / Berizzi

“Le gesta dei tifosi fascisti legittimate dalla politica” “Gli ultras fascisti non nascono oggi. È un fenomeno che comincia trent’anni fa, ora è solo sdoganato e legittimato dalla politica. Alle curve permettono tutto, per un pugno di voti”. Paolo Berizzi, giornalista di Repubblica, conosce molto bene il mondo della destra estrema, del rapporto che ha con il tifo, con il malaffare e la politica. E lo ha raccontato in un libro dal titolo inequivocabile: Nazitalia. Per questo è costretto a vivere sotto scorta, unico caso in Italia di cronista sotto protezione per le minacce dei neofascisti Come si spiega questo fenomeno di fascistizzazione delle curve? Le curve hanno cominciato a diventare dei serbatoi per tutti i movimenti neofascisti, che hanno trovato lì dei luoghi in cui fare proselitismo e trovare militanti tra i più giovani. E sono diventate così un vaso comunicante per i loro partiti. Poi sono anche un palcoscenico per i loro messaggi. Mi vengono in mente gli striscioni per Priebke, la tigre di Arkan, Mussolini, i manichini neri impiccati, le figurine di Anna Frank… Perché gli è permesso veicolare indisturbatamente messaggi di odio e violenza? Perché le curve sono lo specchio della società, in questo periodo di sovranismi e populismi neri, di

ritorno in auge di formazioni neofasciste. Non è da oggi che la politica flirta con i camerati, ma va avanti da quindici anni. E ora che sono ancora più forti lo sdoganamento e la legittimazione di questa destra estrema, gli ultras si sentono in diritto di non avere freni. E la stagione Salvini ha facilitato questo processo. Il leader leghista ha più volte detto che gli ultras sono “la parte più sana e pura del calcio”. Non a caso. E ogni volta che ci sono episodi di razzismo, come i “buu” ai calciatori, o azioni violente dei neofascisti, lui ha sempre minimizzato.in molti casi strizza l’occhio a queste realtà: perché le curve votano. E sono migliaia di voti. La politica ha lasciato la possibilità a queste “cosche del tifo” di proliferare, permettendo a molti di arricchirsi con il “mestiere” del tifoso. Non fa niente la politica, ma nemmeno le società. Perché sono sotto scacco, vengono ricattate. Salvo pochissime eccezioni: la Juventus ha deciso ora di denunciare, ma prima è sempre dovuta scendere a patti con gli ultras. E lì parliamo di ‘ndrangheta, non di bulli di quartiere. Ma è così un po’ ovunque: le curve, quelle nere soprattutto, usano tutti i metodi tipici della mafia.

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Lumsanews n.7 del 15 ottobre 2019  

Magazine quindicinale del Master in Giornalismo della LUMSA

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