Craxi
Le interviste Crainz: “Rovinò la politica italiana. Fu solo un falso riformista”
Vent’anni dopo la scomparsa del leader socialista che divide ancora il Paese di Giulio Seminara
A PAGINA 4 e 5
LIBIA
Formica: “Fu un rivoluzionario vittima dei poteri forti. Al Paese manca molto”
PERIODICO NUMERO 10 31/01/2020
tregua armata
Ruolo marginale dell’Italia nei negoziati
Il caso
I giovani non hanno smesso di fumare L’ex ministro Sirchia “La mia legge rimasta incompiuta”
di PATRIZIO RUVIGLIONI ALLE PAGINE 6 e7
L’emergenza
In corsia sempre meno medici “Pochi specialisti Bisogna agire velocemente”
di MARCO VALENTINI L’accordo di tregua raggiunto a Berlino lo scorso 19 gennaio sembra essere l’ennesimo pezzo di carta della crisi libica stracciato dalle armi. È stato bombardato, più volte nel corso della settimana, l’aeroporto di Mitiga a Tripoli e continuano le schermaglie, con rispettive accuse reciproche di violare il cessate il fuoco, mosse da entrambe le fazioni in lotta. Fazioni con a capo i due grandi nemici che non si sono voluti incontrare neanche a Berlino, dove hanno tuttavia, entrambi, siglato l’accordo di tregua. Haftar, 76 anni, è l’indiscusso leader della Cirenaica e dallo scorso aprile ha lanciato l’offensiva per la conquista di Tripoli, e Sarraj, il sessantenne presidente del governo libico, riconosciuto come legittimo dalla comunità internazionale. Rappresentano gli schieramenti che animano la sanguinosa guerra civile nel Paese nord-africano, e godono di importanti sponsor internazionali. Hanno messo a disposizione del generale Haftar ingenti risorse belliche ed
economiche Egitto, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Russia e in maniera non completamente dichiarata la Francia. Gode invece del sostegno italiano, del Qatar e di quello turco, il presidente Sarraj. Proprio Ankara e Tripoli hanno recentemente rinsaldato l’alleanza siglando un accordo che prevede l’avvio di trivellazioni nei fondali libici per l’estrazione del gas e l’invio di un contingente militare turco in difesa dei territori ancora sotto il controllo governativo. L’attivismo e l’ingerenza di attori esterni nello scenario libico sono dettati da agende e interessi legati alle risorse energetiche presenti in Libia e all’esigenza di riconquistare spazi strategici nel Mar Mediterraneo, oltre all’obiettivo, comune a tutti, di contrastare il proliferare del terrorismo jihadista.
ALLE PAGINE 2 e 3
di CHIARA CAPUANI A PAGINA 8
PAGINA 2
esteri
CAOS LIBIA L
Un conflitto che rende instabili le grandi potenze e minaccia gli interessi del nostro Paese nell’area
’accordo di tregua raggiunto a Berlino lo scorso 19 gennaio sembra essere l’ennesimo pezzo di carta della crisi libica stracciato dalle armi. È stato bombardato, più volte nel corso della settimana, l’aeroporto di Mitiga a Tripoli e continuano le schermaglie, con rispettive accuse reciproche di violare il cessate il fuoco, mosse da entrambe le fazioni in lotta. La guerra civile oggi e le forze in campo Fazioni con a capo i due grandi nemici che non si sono voluti incontrare neanche a Berlino, dove hanno tuttavia, entrambi, siglato l’accordo di tregua. Haftar, 76 anni, è l’indiscusso leader della Cirenaica e dallo scorso aprile ha lanciato l’offensiva per la conquista di Tripoli, e Sarraj, il sessantenne presidente del governo libico, riconosciuto come legittimo dalla comunità internazionale. Rappresentano gli schieramenti che animano la sanguinosa guerra civile nel Paese nord-africano, e godono di importanti sponsor internazionali. Hanno messo a disposizione del generale Haftar ingenti risorse belliche ed economiche Egitto, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Russia e in maniera non completamente dichiarata la Francia. Gode invece del sostegno italiano, del Qatar e di quello
di MARCO VALENTINI turco, il presidente Sarraj. Proprio Ankara e Tripoli hanno recentemente rinsaldato l’alleanza siglando un accordo che prevede l’avvio di trivellazioni nei fondali libici per l’estrazione del gas e l’invio di un contingente militare turco in difesa dei territori ancora
“Il caos aiuta a manterenere il fenomeno migratorio abbastanza sotto controllo”
sotto il controllo governativo. L’attivismo e l’ingerenza di attori esterni nello scenario libico sono dettati da agende e interessi legati alle risorse energetiche presenti in Libia e all’esigenza di riconquistare spazi strategici nel Mar Mediterraneo, oltre all’obiettivo, comune a tutti, di contrastare il proliferare del terrorismo jihadista. In questa intricata rete di relazioni, si sono ritagliate un ruolo di primaria importanza Russia
e Turchia, sostenendo le due diverse fazioni, sono comunque riuscite a trovare una convergenza, “ricreando uno schema già collaudato in Siria”, come spiega a Lumsanews Francesco Salesio Schiavi, analista dell’Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale). “Vladimir Putin e Racep Erdogan sono interessati a far sedere al tavolo delle trattative Haftar e Sarraj, per tutelare entrambi gli interessi nell’area. Questo non confligge con la strategia comune che perseguono in campo energetico e ultimamente anche militare”, prosegue Schiavi. “La costruzione del gasdotto Turkstream ha rinsaldato il rapporto tra i due Paesi. La Turchia, quasi priva di materie prime, compra il gas a prezzi vantaggiosi e la Russia può esportarlo in Europa bypassando l’Ucraina”, sottolinea ancora Schiavi”. Il ruolo dell’Italia e gli interessi in gioco Nello scacchiere libico, l’Italia, sembra invece aver perso il ruolo di pedina fondamentale. Un ruolo da sempre esercitato sia per il passato coloniale, sia per la posizione strategica di primo partner commerciale del Paese africano. Al momento sono circa 50 le aziende italiane che hanno rapporti con la Libia, con oltre
60.000 lavoratori coinvolti, compresi quelli dell’indotto, e un valore complessivo di scambi pari a circa 11 miliardi. Il rapporto privilegiato tra i due Paesi si è consolidato sotto il regime di Gheddafi. In cambio di investimenti italiani il dittatore libico garantiva prezzi di favore per gas e petrolio e arginava le migrazioni verso le coste italiane, trattenendo nei centri di accoglienza i rifugiati provenienti dall’Africa subsahariana. Dopo la rivoluzione del 2011, favorita dall’intervento militare Nato appoggiato, non troppo convintamente, anche dal governo presieduto da Silvio Berlusconi, l’Italia ha perso il suo interlocutore e le posizioni di vantaggio che poteva vantare in Libia. Da allora la strategia diplomatica del nostro Paese è sempre stata quella di favorire, con la mediazione delle Nazioni Unite, la nascita di un governo libico stabile, in grado di essere un interlocutore credibile. Sosteniamo AlSarraj dal suo insediamento a Tripoli, avvenuto nel 2015, ma non abbiamo più il pallino del gioco in mano. Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha provato nelle scorse settimane la mossa che avrebbe rimesso l’Italia al centro della scena: far incontrare a Roma Haftar e Sarraj e strappare una stretta di mano tra i due contendenti. Il tentativo però è naufragato e, anzi, si è rivelato controproducente visto che Sarraj, una volta saputo della presenza del rivale a Roma ha declinato l’invito decidendo, mentre era in volo, di non atterrare in Italia. E da allora i rapporti si sono raffreddati. Siamo dunque definitivamente fuori dai giochi e destinati a subire le conseguenze della progressiva perdita di influenza in Libia? Non secondo Fabrizio Maronta, consigliere scientifico e responsabile delle relazioni internazionali della rivista di geopolitica Limes, che spiega a Lumsanews come “la presenza italiana in Libia, nonostante il clima di incertezza, sia difficile da scalzare”. “L’importanza di un colosso come l’Eni e i rapporti di fiducia instaurati nel tempo con i libici non sono un patrimonio che si disperde facilmente”, sottolinea Maronta, aggiungendo “una constatazione cinica ma fattuale” sulla questione migranti: “Il caos che regna ora in Libia aiuta, paradossalmente a tenere il fenomeno sotto controllo”. Nel frattempo, mentre tutti sono impegnati a giocare la
“La Libia sta diventando un inferno di bombe La popolazione è stremata”
loro partita, la Libia si trasforma ogni giorno di più in un inferno di bombe e pallottole e la popolazione civile è allo stremo. In questo contesto si inseriscono anche le perdite economiche dovute al blocco delle valvole degli oleodotti imposto dalle forze del generale Haftar. Secondo una stima della Noc, l’agenzia petrolifera nazionale libica, in una settimana il danno è quantificabile in 318 milioni di dollari.
LUMSAnews
PAGINA 3
L’INTERVISTA
“Gli interessi dell’Italia sono difficili da scalzare”
Il parere di Fabrizio Maronta consigliere scientifico di Limes
TUTTE LE CAUSE DELLA GUERRA La Libia, dalla caduta di Muʿammar Gheddafi, ucciso nell’ottobre del 2011 al culmine dell’insurrezione popolare, sfociata poi in guerra civile che vide la Nato fiancheggiare i ribelli, è tornata ad essere un coacervo di diverse tribù e vere e proprie città-Stato in perenne lotta per il controllo del territorio e dei proventi petroliferi. L’anarchia generata dalla caduta del regime fondato sulla Giamahiria (repubblica delle masse), ha regnato fino alla creazione di due governi, quello di Tripoli e quello di Tobruk, che rappresentavano le istanze e le sensibilità rispettivamente della Tripolitania e della Cirenaica. Uno Stato con due amministrazioni partiva già depotenziato alla base, non essendo in grado di stabilire linee guida unitarie, e la situazione di instabilità precipitò nel 2014, quando ricomparve sullo scenario libico un vecchio generale dell’esercito di Gheddafi: Khalifa Haftar. Nel maggio dello stesso anno le milizie di quello che oggi viene definito l’uomo forte della Cirenaica occuparono il palazzo del Parlamento di Tripoli, dando vita a un golpe che rovesciò nuovamente l’ordine precario vigente in Libia. Della situazione di caos si avvantaggiarono i tagliagole dell’Isis,
L’ESPERTO
Nella lunga fase conflittuale che vede al centro la Libia, dopo vari e vani tentativi distensivi, è arrivata la firma di una tregua durante la Conferenza di Berlino dello scorso 19 gennaio. I punti presenti nel documento sono stati quasi tutti concordati, per la verità, nell’incontro tenutosi pochi giorni prima a Mosca, sponsorizzato da Russia e Turchia, al quale hanno partecipato Khalifa Haftar e Fayez Al-Sarraj. L’efficacia degli accordi raggiunti viene però messa in dubbio da molti analisti, tra cui l’esperto di Medio-Oriente e Nord-Africa dell’Ispi Francesco Salesio Schiavi, che, in un colloquio con Lumsanews, valuta i risultati raggiunti a Berlino “modesti e superati dalla situazione sul terreno”. Quasi immediatamente dopo la ratifica della tregua “sono infatti ricominciati gli scontri e l’embargo di armi provenienti da Paesi esteri non viene rispettato”. Una soluzione politica della vicenda sembra quindi “lontana”, mentre sembra avvicinarsi “l’epilogo dello scontro armato”.
prendendo il controllo di molte città strategiche e di una rilevante porzione di territorio. Poi, grazie anche all’intervento di una coalizione di Paesi spaventati dall’idea di una Libia trasformata in “campo di addestramento per terroristi”, L’Isis iniziò a perdere roccaforti su roccaforti, fino alla definitiva resa. Era dunque tempo per l’insediamento di un nuovo ordine e, su pressione delle Nazioni Unite, si arrivò faticosamente al superamento delle divisioni regionali e alla formazione del Governo di Accordo Nazionale, presieduto dal dicembre del 2015 da Fayez Al-Sarraj. Un equilibrio precario quello raggiunto, con una situazione di fatto ancora frammentata e le divisioni, sepolte sotto la cenere, pronte a riesplodere da un momento all’altro. . Infatti, dopo continue provocazioni dovute a un mai avvenuto riconoscimento ufficiale del Governo, le forze della Cirenaica, con a capo il generale Haftar, hanno sferrato l’offensiva militare per la conquista di Tripoli nell’aprile 2020. Si è arrivati così, tra tentativi di mediazione falliti dell’Onu e dell’Unione europea, alla situazione di conflitto attuale, con una guerra civile sempre più difficile da disinnescare.
Qual è la situazione attuale nell’intricato scacchiere libico? «Sostanzialmente ci troviamo in un momento della vicenda in cui ci si è spinti troppo avanti perché si possa raggiungere una soluzione politica. Non è detto che questo significhi che assisteremo a una vittoria schiacciante di una delle parti in causa, ma non credo sia pensabile che il generale Khalifa Haftar accetti di riportare le lancette indietro allo scorso aprile (data di inizio dell’offensiva per la presa di Tripoli), rinunciando ai territori conquistati in questi mesi. Perderebbe immediatamente il ruolo che si è ritagliato in questi anni e l’appoggio dei Paesi che lo sponsorizzano e delle tribù libiche che lo appoggiano». A questo proposito, ci può aiutare a definire bene il quadro delle alleanze: chi sostiene i due schieramenti e per quali ragioni lo fa? «Con gli ultimi sviluppi sono emerse più nitidamente convergenze che già erano in atto da tempo. Dalla parte del generale Haftar ci sono Egitto, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Russia e Francia. Il governo di Fayez Al-Serraj, tra l’altro riconosciuto dalla comunità internazionale, vede come principale sostenitore la Turchia di Erdogan e, con un ruolo più marginale, il Qatar. Al Cairo sono interessati principalmente a rendere stabile la Cirenaica, per controllare la zona desertica di confine tra Egitto e Libia. Questo soprattutto per evitare che tagliagole e terroristi varchino la frontiera e minino ancora di più la sicurezza nel Sinai. Hanno individuato in Haftar l’uomo in grado di assolvere a questo compito e lo appoggiano decisamente dall’inizio, anche perché è un laico ostile ai Fratelli Musulmani, e con la storia recente dell’Egitto non è un dettaglio secondario (elezione a presidente di Mohamed Morsi, esponente dei Fratelli Musulmani, poi rimosso in seguito a un colpo di Stato del generale Al-Sisi). La Russia si sta impegnando nel conflitto sostanzialmente nell’ottica di una strategia di recupero di influenza nel Mediterraneo. Appoggia Haftar sia perché è storicamente in buoni rapporti con l’Egitto sia perché il generale rappresenta, secondo Mosca, un baluardo contro il terrorismo islamico e la Russia, che ha problemi interni con la minoranza musulmana, teme che la Libia si possa trasformare in un campo di addestramento per eventuali foreign fighters. Detto questo credo che Putin sia molto più trattativista nell’appoggio ad Haftar di quanto lo sia stato con Bashar Al-Assad in Siria. Non sono infatti troppo convinto che voglia un Governo da “mantenere”, con la questione Crimea ancora aperta. Anche perché la Russia ricava la maggior parte dei proventi dall’esportazione di petrolio e nell’ultimo periodo sono scesi sensibil-
mente. Per quanto riguarda la Francia, a Parigi hanno interesse a difendere i propri interessi economici in Cirenaica legati al petrolio e, in un’ottica neocoloniale, la Libia è strategica per controllare l’Africa subsahariana. La principale novità invece è la Turchia: con una strategia da molti definita “neo-ottomana” vuole tornare a dire la sua nel Mediterraneo, puntando sulla Libia, da sempre considerata insieme a Cipro un avamposto. E’ nell’interesse di Ankara chiaramente anche mantenere determinati privilegi nell’importazione di energia, essendo un Paese quasi privo di materie prime». In tutto questo invece che partita gioca l’Italia? «Il ruolo italiano nella vicenda è, in questo momento, minato dall’incertezza che regna nel governo che impedisce di tenere una linea chiara. Tuttavia, la nostra influenza è ancora rilevante per diversi motivi. Innanzitutto una presenza come quella dell’Eni è difficile da scalzare: è una struttura talmente imponente da essere dotata anche di una propria intelligence. Proseguono inoltre i buoni rapporti che abbiamo con le milizie di Misurata, cioè quelle che presidiano i pozzi petroliferi. E’ importante anche ricordare che la presenza italiana, pur con il nostro passato coloniale, almeno in Tripolitania (dove si trovano banca centrale libica e National oil company), non è mal vista dalla popolazione. Abbiamo rapporti di fiducia reciproca con i libici consolidati nel tempo. La stessa cosa non si può dire invece per chi punta a scalzarci. La Francia infatti, con un fardello coloniale molto più pesante, basti pensare solo a quanto successo in Algeria, non viene vista di buon occhio e attira diffidenze». Per quanto riguarda i flussi migratori verso il nostro Paese invece, Il caos attuale o l’ insediamento di un nuovo ordine in Libia, a noi ostile, potrebbero far tornare la situazione ai livelli di guardia del 2015/2016? «Paradossalmente, è una constatazione sicuramente cinica ma anche fattuale, il caos che regna ora in Libia aiuta a rendere il fenomeno sotto controllo per noi. Per due motivi: è più difficile per i migranti dell’Africa Sub-sahariana raggiungere la Libia in sicurezza e è ancora più complesso per le organizzazioni criminali gestire tutta la logistica necessaria per tenere in piedi traffici di questo tipo. Mancano punti sicuri da dove far partire le imbarcazioni, non è semplice rifornirle tutte di carburante in momenti in cui scarseggia, e la manutenzione delle barche è resa più complessa dal conflitto. Qualora dovesse invece diventare presidente Haftar, si dovrà siglare un nuovo accordo sui migranti». m.v.
“La tregua di Berlino non regge difficile soluzione diplomatica”
Un finale che però “non dovrebbe prevedere una spartizione de facto della Libia per zone di influenza tra Russia e Turchia”. Questo perché “troppo spesso si semplifica la questione riducendo il quadro unicamente a Tripolitania e Cirenaica, non tenendo conto di altre realtà presenti in Libia”. Viene spesso dimenticato il ruolo fondamentale del Fezzan, l’immensa zona desertica del sud “controllata da una miriade di tribù non inquadrabili in nessuno dei due schemi”. Si tratta di gruppi molto influenti perché “controllano il flusso del petrolio nell’area”. Rimane comunque una realtà il fatto che Russia e Turchia “stiano rinsaldando i loro rapporti, anche attraverso una strategia che vede la Libia tra gli scenari al centro delle trattative”. La guerra civile in Libia, con tutte le implica-
zioni strategiche accentuate dai tentativi esterni di influire sul corso degli eventi, potrebbe comportare una perdita di influenza italiana nello scenario. Un rischio reso concreto dalla mancanza di una direzione precisa seguita dal governo, di una strategia europea comune, in grado di imporre un’agenda seria, e dai tentativi francesi di rubare all’Italia il ruolo di principale interlocutore commerciale della Libia. Se è vero che stiamo “indubbiamente perdendo posizioni” e che “la nostra influenza è costantemente diminuita con gli ultimi sviluppi”, il ruolo italiano non sembra comunque in “discussione”. “È più fondamentale l’Italia per la Libia di quanto invece il contrario”. L’approvvigionamento energetico dal Paese nordafricano rap- Francesco Salesio Schiavi presenta da sempre una percentuale significativa Analista Ispi
del totale di materie prime che importiamo, ma “i gasdotti libici puntano tutti verso l’Italia e sono difficilmente aggirabili” Per quanto riguarda invece il greggio, “la dipendenza italiana dal petrolio libico ultimamente è sensibilmente diminuita”, siamo infatti passati “dal 27% del totale importato dall’ex colonia all’attuale 12%”. Rimanendo sul ruolo italiano nell’area, si è parlato molto di un possibile invio di un nostro contingente a difesa dei territori ancora sotto il controllo del Governo di Al-Sarraj, da noi sostenuto. Avrebbe potuto influire positivamente, facendoci assumere un ruolo centrale nella vicenda? E perché abbiamo rifiutato una esplicita richiesta proveniente dal presidente libico? “Assumere una responsabilità di questo genere non era una strada percorribile per l’Italia per due motivi: facciamo parte di un contesto decisionale più ampio, quello dell’Unione europea e, con la nostra storia coloniale, l’invio di truppe italiane sarebbe percepito in maniera diversa dalla popolazione libica”. m.v.
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A 20 anni dalla morte, Bettino divide il Paese: fu uno statista o un latitante?
I
di GIULIO SEMINARA
l ventennale della scomparsa di Bettino Craxi, presidente del Consiglio italiano nel quadriennio 1983-1987 e leader assoluto del Psi dal 1976 al 1993, interroga il Paese e agita ancora i partiti politici, provocando orgoglio, imbarazzi e ribaltamenti storici. Lo scomodo ritorno di Craxi è iniziato poche settimane fa con l’uscita del film a lui dedicato (Hammamet, di Gianni Amelio), da subito capace di attrarre il pubblico e scatenare il dibattito. Gli italiani e i giornali si sono divisi sulla natura del protagonista, nella pellicola un ex potente vecchio e malato che alterna sofferenza e arroganza, turismo e polemiche anti-magistratura: chi vi ha riconosciuto lo statista esule e chi il latitante impenitente, chi la solitudine del perseguitato e chi l’agiografia del criminale. Tutti comunque schierati, in un momento che per la figlia Stefania, presidente della Fondazione Craxi, è la fine di un “ingiusto oblio” e che per il direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio invece è la “rumba per la beatificazione del re di Tangentopoli”. Certamente se il referendum sulla scala mobile, Sigonella, i processi di Milano e la metratura della villa di Hammamet sono diventati motivi di litigio su Facebook tra amici e parenti, vuol dire che il caso Craxi non è ancora chiuso. A rivelare il solco profondo tra le posizioni basta citare il docente e storico Guido Crainz, che a Lumsanews ha definito Craxi un “falso riformista” e un “artefice della degenerazione della politica italiana”, mentre l’allora ministro socialista Rino Formica, sempre a Lumsanews ha descritto un Craxi rivoluzionario, “nemico del potere costituito”. La ricorrenza del ventennale dalla scomparsa del leader Psi non ha risparmiato i leader e i partiti di oggi, facendo piombare il discorso politico in un dibattito-derby solo apparentemente vintage, con l’esplosione di vecchi rancori, appropriazioni indebite della salma e grossi mea culpa. Centrale, in questa riflessione storico-politica, la commemorazione di domenica ad Hammamet organizzata dai figli Stefania e Bobo Craxi: i presenti e gli assenti alla manifestazione restituiscono graficamente il dibattito sull’ex premier socialista. L’unico partito ufficialmente presente è Forza Italia, che al cimitero cattolico di Hammamet dove è sepolto Craxi partecipa con una folta delegazione parlamentare, incluse le capogruppo di Camera e Senato Maria Stella Gelmini e Anna Maria Bernini. Gli azzurri si sentono i principali depositari dell’eredità del leader del garofano rosso, la cui figlia Stefania è senatrice proprio con Forza Italia, anche perché accomunati dalla battaglia garantista e contro alcuni magistrati. In questo senso è molto chiara la lettera pubblica vergata da Silvio Berlusconi: “Bettino Craxi ha pagato un caro prezzo per le sue idee, per aver voluto essere un uomo libero e coerente, per aver sfidato il sistema di potere politico, mediatico e giudiziario della sinistra”. Ed è proprio Forza Italia, con la Gelmini, a proporre l’intitolazione di uno spazio pubblico di Milano a Craxi. Non è dello stesso avviso il sindaco del capoluogo lombardo, Beppe Sala, che sul tema si è scontrato qualche giorno fa con la figlia dell’ex premier Stefania. Secondo il primo cittadino la realizzazione di una targa commemorativa vicino all’abitazione di Craxi, sarebbe un’azione più “semplice”. E comunque per Sala ci dovrebbe essere prima un dibattito in Consiglio comunale. La Craxi l’ha definita una “proposta offensiva”, accusando il sindaco di giocare a
Le ceneri contese e temute di Craxi politica
Polemiche, imbarazzi e rivendicazioni Perché il leader Psi agita ancora la politica “mercante in fiera”. D’altronde il Pd, partito di riferimento di Sala, è diviso e in imbarazzo sul caso Craxi. I democratici non hanno partecipato alla commemorazione di Hammamet, con l’eccezione delle adesioni “personali” del sindaco di Bergamo Giorgio Gori e del senatore Tommaso Nannicini, entrambi polemici con la generale freddezza del loro partito. Gori ha dichiarato che non bisogna lasciare Craxi alla destra e che il Pd di certe battaglie dovrebbe essergli debitore, anche perché “su tanti temi aveva ragione lui e non Berlinguer”. Nannicini parla di “riflesso condizionato” della sinistra su “moralismo e giustizialismo”. E il comunicato del capogruppo democratico al Senato, Andrea Marcucci, che rivendica una continuità del Pd con il Craxi “socialista e libertario”, non compensa l’assenza e il silenzio del segretario Nicola Zingaretti, proveniente da quel Pci che ebbe in Craxi sempre un nemico. Non tace invece il leader di Italia Viva Matteo
Renzi, in passato critico col leader Psi ma oggi anche lui sul carro dei “riabilitatori”. Pochi giorni fa in tv ha definito il premier socialista “una grandissima figura di questo Paese, un gigante rispetto ai politici di oggi”. A suggellare la vicinanza di Iv all’esperienza craxiana, la presenza ad Hammamet del capogruppo in Senato Davide Faraone, che ha pure deposto un fiore sulla tomba di Craxi insieme al figlio Bobo. Interessante la svolta della Lega di Matteo Salvini, che, quando aveva Umberto Bossi come leader e si chiamava “Lega Nord”, era acerrima avversaria di Bettino Craxi, visto come simbolo del vecchio e corrotto sistema del pentapartito. Indimenticabile l’esposizione del cappio alla Camera da parte del deputato leghista Luca Leoni Orsenigo contro i politici inquisiti dal pool di Mani Pulite nel 1993, in piena Tangentopoli. Adesso i tempi sono cambiati e due leghisti di peso come gli ex sottosegretari del governo Conte 1, Armando Siri e Massimo Garavaglia,
hanno partecipato alla commemorazione di Hammamet. D’altronde nei mesi scorsi l’influente Giancarlo Giorgetti aveva collocato il leader socialista nel proprio pantheon e lo stesso Salvini aveva recuperato Craxi in chiave “sovranista”, con chiaro riferimento alla vicenda di Sigonella: “Seppe tenere la schiena ben dritta”. A Garavaglia il compito di chiedere scusa per il passato e “arruolare” Craxi: “Il cappio fu una scena pessima. Il leader Psi fu nemico della palude ed euroscettico come oggi la Lega. E pure sovranista. Le sue idee le abbiamo capite meglio della sinistra”.Nella foto di gruppo di Hammamet non ci sono esponenti del governo, la cui assenza è stata definita “vergognosa” da Stefania Craxi. In compenso pare che il presidente Sergio Mattarella chiederà a breve un incontro alla figlia. Tolto il Colle, tutti impegnati a contendersi o a sfuggire dalle ceneri di Craxi, 26 anni dopo il lancio delle monetine all’ingresso dell’hotel Raphael.
Bettino Craxi e Lech Walesa nel 1989
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L’ex ministro
Lo storico
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“Fu un falso riformista “Era timido e rivoluzionario e rovinò la politica italiana” fu vittima dei poteri forti” Professore, l’Italia come ha vissuto il ventennale della scomparsa di Bettino Craxi? «È stata una ricorrenza strana. La gente ha fatto confusione tra una legittima nostalgia della Prima Repubblica e la totale riabilitazione di un protagonista della degenerazione della nostra politica. Il Craxi politico è stato idealizzato, complice il bel film di Gianni Amelio. Leggo pure inopportuni accostamenti ad Aldo Moro, come fossero stati due prigionieri uguali. Ma Moro è stato una vittima del terrorismo, l’altro un condannato che si è sottratto alla giustizia italiana.» Hammamet a parte, che politico è stato Craxi? «I primi anni della sua segreteria (iniziata nel 1976, ndr) facevano ben sperare: la competizione ideale col comunismo, la rilettura di Proudhon, il nuovo manifesto socialista, il soccorso ai rifugiati politici dell’est, come il leader dissidente cecoslovacco Jiri Pelikan addirittura eletto dal Psi al Parlamento Europeo, e i perseguitati da Pinochet in Cile, e tanto fervore culturale, testimoniato dalla frizzante rivista Mondo Operaio. Nel primo Craxi c’era l’impronta di Pietro Nenni, del quale era figlio politico, e la migliore intellighenzia di sinistra. Ma fu un’illusione.» Poi cosa è successo? «La politica degli anni 80, della quale Craxi è un po’ il simbolo, è stata un disastro. Nonostante le congiunture economiche favorevoli, i governi del tempo ingrossarono il debito pubblico, che ancora pesa come un macigno su di noi e i nostri figli. La Conventio ad excludendum verso il Pci, del quale Craxi era sostenitore, portò a un irrigidimento del blocco di potere, favorendo la sua degenerazione. La politica divenne più corrotta, con l’istituzione della tangente come metodo, a danno del mercato e dello sviluppo del Paese.» Come sono stati gli anni 80? «Anni economicamente positivi in un contesto degenerato. Il Craxi leader di governo e di partito ha dei meriti come la battaglia, vinta, sulla Scala Mobile, ma ha dato il via libera agli “spiriti animali” della società civile, realizzato un tacito accordo tra elettori ed eletti per cui ciascuno si faceva i fatti suoi. Gli elettori potevano di fatto non pagare le tasse e si vedevano aumentare gli stipendi pubblici, gli eletti ragionavano con il mantra “è bene tutto ciò che è bene per il mio partito”. Erano tempi di illegalità, tangenti e lottizzazione. Quell’Italia è ben descritta da Italo Calvino nel suo “Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti». E il Craxi premier decisionista e riformista? «Riformista è chi le riforme le fa e io riforme di Craxi non ne ricordo. Lui sognava la Grande Riforma per istituire il presidenzialismo, sognava Mitterrand, ma rimase aria fritta. E alla vigilia del cruciale referendum del 1991 sulla preferenza unica si permise di invitare gli elettori ad andare al mare. Ma tutti gli anni 80 sono stati anni di mancate riforme, al contrario dei ’70, nei quali si approvarono la legge Basaglia, l’aborto e il referendum sul divorzio. Una sua parola d’ordine era “governabilità”, ma Craxi i governi del quale non era premier li logorava e faceva saltare». Cosa resta di quella stagione?
“Liberò gli spiriti animali della società Negli anni 80 vigeva l’illegalità di elettori ed eletti, inaccettabile intolargli una via”
Guido Crainz Storico e docente universitario
«La controversa politica degli anni 80 ha portato alla dissoluzione del rapporto cittadinanza-istituzioni e creato l’antipolitica, inizialmente rappresentata da Bossi e poi da Berlusconi. Di Craxi resta anche il concetto di partito personale e dei congressi-spettacolo, situazioni riviste proprio con il leader di Forza Italia. Certamente non sarebbe crollata la prima repubblica senza la degenerazione che lui impresse al Psi». Secondo tanti Craxi fu vittima di un complotto. «La trama del complotto anti Craxi a opera di presunti poteri forti e attori internazionali è un delirio. Come si fa parlare di complotto con tutte le ammissioni avvenute nei processi di Tangentopoli? Non fu un’invenzione dei giudici la corruzione degli anni 80». Commemorazione polemica ad Hammamet «Una manifestazione alla quale era difficile aderire, perché piena di rancore e nemici, inclusa la magistratura. Capisco i figli, ma non condivido la totale rivalutazione del personaggio Craxi, che commise il crimine politico e intellettuale di sottrarsi alla giustizia di un Paese che aveva pure governato». Giusto intitolargli una via a Milano? «Sarebbe inaccettabile». g.s.
L’Italia come ha vissuto questo ventennale? «Ho visto molta compassione e pietas per il Craxi uomo ma senza una vera riflessione storica. Si parla di Tangentopoli e Hammamet e non dell’impegno socialista. Eravamo gli equilibratori di tanti governi e per questo i più esposti. Tanto per essere chiari, fu il Psi a votare lo Statuto dei lavoratori, non il Pci.» Quale fu esattamente il contributo di Craxi? «Lui fu alfiere del cambiamento e il nostro Psi un contropotere rispetto al blocco di potere consolidato nel Paese, fatto delle strutture di sempre: un pezzo della Democrazia Cristiana, l’alta burocrazia, buona parte del mondo economico, grandi aziende statali.» Il Psi un partito senza potere? «Esatto, Non avevamo neanche un alto funzionario e volevamo cambiare tutto, quello dei socialisti malati di potere è un falso mito. Come si può pensare che il centro del potere della Prima Repubblica fosse via del Corso (dove c’era la sede nazionale del Psi, ndr) e non invece l’Eni, l’Iri, Confindustria e le altre strutture che non abbiamo mai guidato?». Cosa ci ha lasciato Craxi? «Certamente un cambio di impostazione degli equilibri della società italiana, nel primato della politica. La scala mobile e il caso Sigonella furono segnali di un cambio di fase. La prima iniziativa fece avanzare il Paese, e a Sigonella diventammo finalmente padroni in casa nostra» Allora perché, nonostante questi successi, Craxi è caduto? «Lui ha pagato l’essere inorganico al potere costituito e purtroppo non ha avuto la forza di trasformare il cambiamento in potere costituente. Dopo il 1989 e la nuova congiuntura internazionale il sistema di potere italiano, nel tentativo di non farsi travolgere dal cambiamento, rovesciò su altri tutte le responsabilità e Craxi fu una vittima sacrificale» Ci fu un complotto? «E’ storia. D’altronde la corruzione c’è sempre stata ma la magistratura per tutta la Prima Repubblica non è praticamente intervenuta. A Tangentopoli lu fu una vittima designata.» Su cosa fate mea culpa? «Non riuscimmo a coniugare l’esigenza della governabilità con la battaglia per il cambiamento. Ma il grande errore è stato non andare al voto dopo il 1989, con l’esplosione del mondo comunista. Sarebbe stata la resa dei conti a sinistra con il Pci.» Non è stato un errore la mancata unità a sinistra? «Saragat disse bene “il comunismo è la tragedia del socialismo”, e il Pci non vedeva la tragedia. Nel 1948 comunque eravamo stati insieme nel Fronte Popolare, perdendo, quarant’anni dopo saremmo stati ancora una somma di sconfitte.» Craxi ad Hammamet, esule o latitante? «Dibattito tra cretini, il punto non è lo status di Craxi ad Hammamet ma perché è andato lì, dopo una persecuzione. Tra l’altro non poteva consegnarsi alla giustizia perché sapeva che sarebbe stato ucciso in carcere» Chi erano i “nani e ballerine”?
Bettino Craxi ad Hammamet
“Non si consegnò alla giustizia perchè sapeva che volevano ucciderlo in carcere Non ha eredi e manca tanto all’Italia”
Rino Formica Ex esponente del Psi, più volte ministro ai tempi di Craxi segretario, in una foto d’epoca
Mi riferivo a esponenti della società civile che fummo costretti dalla moda del tempo a cooptare negli organismi di partito e in Parlamento. Alla caduta del Psi, questi personaggi furono molto lesti a cambiare casacca e rinnegarci». E non gli oscuri personaggi alla corte di Craxi? «Il solito maquillage del giornalismo schierato contro il Psi. Non c’erano né la corte né il via vai di donne intorno a Craxi che tra l’altro era un timido. Che uomo era Craxi fuori dalla politica? «Visse fin da bambino unicamente in funzione della politica». Oggi molti partiti vogliono appropriarsi dell’eredità di Craxi, addirittura un “sovranista ante-litteram” in chiave leghista. «Non mi occupo di tali raffinatezze speculative, Dico solo che il socialismo autoritario non è mai stato presente nella nostra storia se non con Mussolini, che il Psi espulse.» Per alcuni Berlusconi e Renzi sono in parte suoi eredi. «Non basta scandire lentamente le parole e usare le pause per essere Craxi, che non ha eredi.» Le manca Craxi? «Manca tanto all’Italia». g.s.
società
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La storica norma datata 10 gennaio 2005 ETERNA DIPENDENZA vieta il consumo di tabacco nei luoghi chiusi
A 15 anni dalla legge Sirchia rimane l’allarme tra i ragazzi che non smettono di fumare L’Iss: “Ma la comunicazione non funziona”
Crescono le alternative come le e-cigarette, ma i pericoli restano “Aumentare i prezzi può essere una soluzione”
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di PATRIZIO RUVIGLIONI
uindici anni fa, il 10 gennaio 2005, entrava in vigore la legge Sirchia, dal cognome del ministro della Salute che la propose. Il provvedimento – promulgato già nel 2003 – prevede il divieto di fumare nei pubblici locali chiusi e, in base ai dati diffusi recentemente dall’Istituto Superiore di Sanità, sembra aver avuto un certo successo nel suo intento di dissuasione: da allora, i consumatori di tabacco in Italia sono diminuiti di un milione, scendendo a 11,6 milioni (il 22% della popolazione), ed è cresciuta la consapevolezza nei confronti del pericolo che comporta, come testimoniano le richieste d’aiuto al Telefono Verde nel frattempo quadruplicate. Ma, riferisce l’Iss, rimane l’allerta per i giovani, con valori sopra alla media: nella fascia d’età 20-24 si registrano picchi del 32,4% per gli uomini e del 22,2% per le donne, per esempio. Inoltre il 24,8% dei ragazzi di quindici anni e il 31,9% delle loro coetanee dichiara di aver fumato almeno una volta nell’ultimo mese. “Prima del nostro intervento, in Italia si badava più alla cura dei danni del fumo che alla prevenzione”, ricorda a Lumsanews Girolamo Sirchia, medico, mi-
I dati mostrano un ricambio generazionale continuo Le proposte per la svolta dalle tasse ai social network
nistro della Salute dal 2001 al 2005 e principale promotore del provvedimento. “Ovviamente non fu facile attuarlo: come gli altri Governi prima e dopo di noi, eravamo sottoposti alla pressione dei produttori del tabacco. Anche per questo, la legge di cui stiamo celebrando l’anniversario è rimasta incompiuta”. La norma, infatti, si prefissava due obiettivi. “Il primo – spiega l’ex ministro – è quello in vigore, che riguarda i locali chiusi e serve da scudo contro il fumo passivo. Ci chiedevamo: perché, anche costituzionalmente, la nostra salute deve essere messa a rischio da chi usa le sigarette?”. Poi però c’è la seconda parte, mai attuata, che riguarda i giovani: “Era importante agire sulle fasce d’età più basse, per prevenire la loro iniziazione. Ma alla fine questo punto non si è concretizzato, e i ragazzi sono ancora bombardati da messaggi positivi legati al tabacco”. Così il vizio fa breccia fra loro. “Per gli adolescenti l’approccio alle sigarette è simile ai riti di passaggio delle società primitive: serve a porsi alla pari agli adulti. Spesso col fumo si sentono ‘ribelli’, più ‘grandi’ di quello che sono”, spiega a Lumsanews Stefano Cifiello, psicologo, sociologo e autore di diverse ricerche in merito. “È soprattutto una questione di comunicazione, con i media che veicolano valori legati alle sigarette come forza, bellezza, sicurezza. E così il fumo diventa affascinante”. Questa dinamica, sostiene il sociologo, spiega anche la questione della disparità di genere – fra i giovani, fumano più le donne che gli uomini. “La società spinge le ragazze ad apparire ‘disinibite’, e la
sigaretta dà questa sensazione. La colpa è, anche qui, dei modelli: basti pensare alla femme fatale fumatrice, retaggio dagli anni venti: è una una tradizione radicata”. “I ragazzi sono il polmone di riserva ‘dell’epidemia tabagista’: per ogni adulto che smette, c’è un diciassettenne che inizia”, denuncia a Lumsanews Roberta Pacifici, dottoressa dirigente di ricerca all’Istituto Superiore di Sanità. “Per questo il tasso di fumatori in Italia è in stagnazione, dopo lo sprint a ribasso iniziale dovuto alla Legge Sirchia. La dipendenza da nicotina dura almeno vent’anni”. Non a caso, al netto del calo del consumo di sigarette tradizionali, è corrisposto un aumento delle alternative. Le vendite di tabacco trinciato sono cresciute del
500%, tanto che oggi ne fa uso il 18,3% dei fumatori. Senza contare, poi, la sigaretta elettronica. “Ma entrambi hanno effetti nocivi”, precisa Pacifici dell’Iss. “Il punto è la percezione distorta che se ne ha, come se fossero meno dannosi, e ciò è dovuto al modo in cui i prodotti si presentano. Prendiamo la sigaretta elettronica: ha un bel design, è accattivante, ne fanno spot con sponsor che gli adolescenti ritengono autorevoli. E così sembra che sia innocua, ma non è vero”. Cosa si può fare, allora, per dissuadere i giovani? “Interverrei alzando la tassazione sul tabacco e convertendo le piantagioni”. “Sicuramente sì: aumentare i prezzi sarebbe una soluzione, tra l’altro già promossa dall’Organizzazione mondiale della sanità”, fa eco lo stesso Iss.
Anche se il problema principale sembra riguardare come comunicare ai ragazzi il pericolo del fumo. “La verità – sintetizza Cifiello – è che le campagne di informazione, con immagini forti sui pacchetti, aiutano le persone già predisposte a curare sé stessi. Ma l’idea di trasgressione e di ‘autodistruzione’ resta affascinante per gli altri, paradossalmente si rafforza. A costo di fare scelte non razionali”. “Dobbiamo parlare ai giovani: col loro linguaggio, attraverso i loro canali e dando voce ai volti che reputano autorevoli”, chiude Pacifici. “La sigaretta elettronica lo fa già: viene sponsorizzata persino sui social, e così sembra ‘alla moda’. Noi non riusciamo a sintonizzarci coi ragazzi per educarli a non fumare. Ma la chiave è qui”.
LUMSAnews
“Il provvedimento è rimasto a metà Troppi gli interessi contro di noi” Girolamo Sirchia è stato ministro tecnico della Salute dal 2001 al 2005. E la legge contro il fumo nei locali chiusi, entrata in vigore nel gennaio del 2005, prende proprio il suo nome. Dopo 15 anni, i tabagisti in Italia sono – come si augurava – diminuiti di un milione, ma l’allerta sul consumo di sigarette fra i giovani resta alta. Abbiamo parlato con lui per fare il punto dei risultati ottenuti nel frattempo dal suo provvedimento e per ricostruire l’iter della legge che ha segnato una svolta nella lotta al fumo in Italia. Che situazione c’era prima della legge Sirchia? «Prima del 2003 lo Stato era più rivolto alla cura dei danni da fumo che alla prevenzione. Ecco: noi abbiamo rovesciato questa prospettiva. Anche perché c’erano dati davvero allarmanti: quasi la metà della popolazione italiana consumava sigarette, perché era sempre stata bombardata da modelli postivi legati alle sigarette. E il nostro obiettivo era dissuadere le persone dal fumo». Quali difficoltà avete trovato? «Non è stato semplice: i cosiddetti ‘Big Tabacco’, i colossi della produzione del tabacco, esercitano da sempre pressione sui governi. In ballo ci sono tantissimi soldi, interessi diversi – compresi quelli agricoli, per dire. Ma basti anche solo pensare ai modelli postivi che queste aziende hanno diffuso fra le persone: dai film ai manifesti pubblicitari, la sigaretta è sempre stata un segno di libertà. Ma è ‘ingannevole’, e noi volevamo combattere questa cultura. Una volta all’opera, ci siamo chiesti: costituzionalmente, per quale motivo il diritto dei non-fumatori a non respirare il fumo passivo degli altri deve essere leso? Per questo, siamo partiti col proibire il fumo nei locali chiusi in nome della libertà di ‘non fumare’, diciamo. Poi però c’era anche un secondo punto: prevenire l’iniziazione dei giovani al fumo». Un punto che però non è entrato in vigore. «No, anche perché i colossi del tabacco coi giovani hanno un mercato assicurato, e per difenderlo compiono attività più o meno lecite – finanziamenti, accordi con la scienza. Negli Stati Uniti sono stati
Girolamo Sirchia Medico ed ex ministro della Salute all’epoca della legge
persino condannati dalla Corte, figuriamoci. Ma la questione è che, oltre a essere rimasta a metà, la mia legge tutt’ora è anche disattesa. Non ci sono controlli sufficienti per vedere che non si fumi laddove è proibito: i NAS che se ne occupano sono troppo pochi rispetto alle necessità. È chiaro che fa comodo». Come giudica le campagne di sensibilizzazione? «Sono una barzelletta: ormai la gente vede le immagini dei danni da fumo messe sui pacchetti e ride». E le sigarette elettroniche? «Il dubbio è che possano avvicinare i giovani al fumo, e da lì poi farli passare alle sigarette tradizionali». Quindi lei come agirebbe? «Intensificherei i controlli per far rispettare la nostra legge: per esempio nei gazebi dei ristoranti, negli ospedali, nelle spiagge. Sono posti in cui è proibito fumare, ma a nessuno interessa. Poi amenterei la tassazione sulle sigarette, per scoraggiare i consumatori e raccogliere fondi. E questi soldi, poi, li userei per convertire le piantagioni di tabacco in altri tipi di coltivazioni. Ma mi rendo conto che ci sono interessi dietro. E che quindi non sarebbe affatto facile». p.r.
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“Con una sigaretta ci si sente ribelli La responsabilità? Dei mass media” L’INTERVISTA/2
L’INTERVISTA/1
L’ex ministro Sirchia “Alzare i prezzi può servire”
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Abbiamo tutelato la salute della gente, ma non siamo riusciti a impedire l’iniziazione degli adolescenti. La colpa? Delle pressioni esterne
Il sociologo Stefano Cifiello “È tutta questione di modelli”
Secondo gli ultimi dati forniti dall’Istituto Superiore di Sanità, nonostante il calo di fumatori in Italia dall’entrata in vigore della legge Sirchia (2005), il numero di giovani tabagisti resta alto. Ma perché tanti ragazzi si avvicinano alle sigarette? Ne abbiamo parlato con lo psicologo e sociologo Stefano Cifiello, autore della ricerca “Motivazioni al consumo dei giovani tabagisti”. Cosa spinge i giovani a fumare? «Per i ragazzi, il primo approccio con la sigaretta è come i rituali di passaggio delle società primitive: un modo per equipararsi agli adulti. Fumare viene visto come un loro tratto distintivo, e per questo i giovani scelgono di emularlo: per sentirsi più grandi di quanto si è. Figuriamoci: ci sono tracce di tabagisti giovanissimi sin dai tempi del Ventennio Fascista, è un’idea molto radicata nella nostra società». Però in Italia sono state fatte tante campagne per sensibilizzare i fumatori al pericolo. Possiamo dire che sono inefficaci? «Spesso sì, purtroppo. La verità è che informare aiuta le persone già predisposte a curare sé stessi e a evitare il fumo. Ma l’idea di trasgressione e di ‘autodistruzione’ resta troppo affascinante per molti ragazzi, anche al netto delle campagne. Mi spiego: in tanti sfuggono proprio volontariamente alla prevenzione! Ne sono immuni, insomma. E solo intorno ai vent’anni, fumare – da comportamento sociale che era – si trasforma in atto esclusivamente individuale, anche perché assumere la nicotina nel frattempo è diventato soprattutto una necessità fisica, per chi aveva cominciato a fumare a 15 anni. Però ecco, questo vizio è anche una questione di modelli e messaggi». Cioè? «Cioè che siamo sempre stati bombardati da messaggi positivi legati al fumo: le sigarette in mano a qualcuno esprimono sicurezza di sé, esperienza, bellezza, forza. Basti pensare ai film o ai manifesti pubblicitari: il fumo risulta ‘affascinante’. Ed è
Stefano Cifiello Sociologo esperto di relazioni fra giovani e tabacco
chiara, in questo senso, la responsabilità dei mass media» Anche la disparità di genere in merito (fumano più le ragazze dei loro coetanei maschi, ndr) si spiega coi modelli? «Sì, è sempre una questione di modelli. La società spinge le ragazze ad apparire – prima che a essere – ‘disinibite’, e cosa storicamente garantisce questa sensazione meglio di una sigaretta? Basti pensare alla femme fatale fumatrice, retaggio dagli anni venti: sicura di sé, esperta, bella. In più mettiamoci che il fumo diminuisce l’appetito, e in molte (ma in realtà vale anche per i maschi) ne fanno uso per tenersi ‘in forma’». A questo punto quale potrebbe essere un intervento efficace? «Trasformare i pacchetti in veri ‘oggetti di morte’ – brutti, poco appetibili – può influenzare i ragazzi. E aumentarne i prezzi attraverso la tassazione, anche. Ma le stesse sigarette elettroniche mostrano una via meno nociva al consumo di tabacco, questo va detto» p.r.
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Nel nostro immaginario, funziona come coi riti di passaggio delle tribù primitive: fumare fa sentire più grandi di quello che si è
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Emergenza ospedali entro il 2025 mancherà un medico su dieci Foad Aodi Presidente dell’Associazione medici stranieri in Italia
Quindicinale del Master in giornalismo della LUMSA Direttore responsabile Carlo Chianura Direttore scientifico Fabio Zavattaro
Redazione Chiara Capuani,Tommaso Franchi, Patrizio Ruviglioni, Giulio Seminara, Marco Valentini, Chiara Viti Testata registrata al Tribunale di Roma n. 468 dell’11 novembre 2003
E scoppia il caso dei dottori stranieri “Da voi troppe discriminazioni”
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di CHIARA CAPUANI
ntro il 2025 in Italia mancheranno all’appello almeno 16.500 medici specialisti. A lanciare l’allarme uno studio condotto da Anaao Assomed, l’Associazione Medici Dirigenti, che ha mappato il territorio italiano regione per regione. La mancanza di personale all’interno del Sistema Sanitario Nazionale (SSN) e l’accelerazione dei pensionamenti, dopo l’introduzione della “Quota 100” prevista nella Legge di Bilancio 2019, stanno rapidamente assumendo i contorni di una vera emergenza nazionale, a cui vanno poste soluzioni concrete e rapide per evitare il collasso del sistema. Alla base del dissesto ci sono fondamentalmente due motivazioni. La prima riguarda il pre-pensionamento: nel 2018 è iniziata l’uscita dal sistema dei nati nell’anno 1953, circa settemila medici. Nel triennio 2019-2021, che interesserà secondo le direttive della legge “Fornero” essenzialmente i nati dal 1954 al 1956, lasceranno il loro posto di lavoro tra sei e settemila medici l'anno, per un totale di circa ventimila unità. Con la “Quota 100”, in vigenza sempre tra il 2019 e il 2021, si acquisisce il diritto ad un pensionamento anticipato a 62 anni di età, considerato che la grande maggioranza dei medici è in possesso del requisito dei 38 anni di contribuzione previdenziale. Quindi entro il 2021 i pensionamenti possibili si attestano intorno ai 38.000. In molti auspicavano che l’accelerazione dei pensionamenti garantisse un intercambio generazionale, per consentire ai medici più giovani di cominciare a svolgere la professione in tempi brevi. Lo studio di Anaao Assomed dimostra però che non sarà così. Nei prossimi anni mediamente si laureeranno circa diecimila medici ogni dodici mesi, ma il numero di contratti di formazione post laurea, che soltanto nel 2018 è arrivato a circa 7.000, è da tempo insufficiente a coprire la richiesta di specialisti e di percorsi formativi rispetto al numero di laureati. Si è determinato, così, un “imbuto formativo”, che nel tempo ha ingabbiato in un limbo circa diecimila giovani medici, che aumenteranno nei prossimi cinque anni fino ad oltre 20.000. Laureati destinati a ritentare l’am-
missione alle scuole specialistiche o a lasciare il nostro Paese. “Bisogna agire in fretta prima che sia troppo tardi. Nella peggiore delle ipotesi potrebbero non esserci abbastanza chirurghi in sala operatoria”. Ad ammetterlo il dottor Pierluigi Marini, presidente di Acoi, l’Associazione Chirurghi Ospedalieri Italiani. “Il problema della carenza di medici non si risolve sostituendo i professionisti che se ne vanno con gli specializzandi, che devono essere formati bene e inseriti nel mondo del lavoro dopo aver completato la giusta formazione. Un chirurgo deve concludere il proprio iter formativo per essere autonomo”. È in questo contesto che si inserisce il Veneto, la regione che, insieme al Molise, soffre di più per la carenza di personale medico: quasi 1.300 professionisti mancano all’appello, con un’autentica emergenza in Pronto soccorso. La situazione è così critica che il governatore veneto, Luca Zaia, lo scorso ottobre, ha dato la possibilità ai laureati, non ancora specializzati, di inserirsi nelle strutture ospedaliere con contratti di lavoro autonomo. Una fronteggiare il problema ma che adesso si sta dimostrando inutile, considerata la mancanza di una strategia risolutiva Nonostante la penuria di personale medico, proprio in Veneto è scoppiato un caso paradossale. Nei giorni scorsi infatti alcune dottoresse straniere sono state costrette a lasciare il proprio posto di lavoro a causa di discriminazioni razziali. Il loro caso è stato denunciato dal presidente di Amsi, l’Associazione medici stranieri in Italia, Foad Aodi. “Ci è stata segnalata la difficoltà, per le donne musulmane, di integrarsi all’interno del contesto ospedaliero – racconta il dottor Aodi –. Le dottoresse cominciano a lavorare in una clinica, ma dopo un po' mancano i pazienti, che si rifiutano di farsi visitare da loro. Hanno paura del velo e di ciò che secondo loro rappresenta”. Cinque dottoresse provenienti da Somalia, Sudan e Palestina hanno preferito muoversi verso Belgio, Olanda e Inghilterra. “Le discriminazioni nei confronti dei professionisti stranieri sono aumentate negli ultimi anni del 35%, conclude amaramente il presidente dell’Amsi.
Sono già cinquemila i professionisti della sanità rientrati nei loro paesi d’origine
Pierluigi Marini Presidente Associazione Chirurghi Ospedalieri Italiani
“Pochi giovani si avvicinano alla chirurgia”
Prof. Marini, da cosa è originato questo calo? «I giovani non sembrano molto a propensi a specializzarsi in chirurgia e chi si è già laureato preferisce andarsene negli ospedali privati o comunque evitare la sala operatoria. Al termine delle scuole di specializzazione i giovani non hanno le competenze per svolgere la professione». Ci sono regioni più condizionate dal fenomeno? «In Veneto c’è una carenza di specialisti generalizzata. I chirurghi che operano nei nostri ospedali sono circa 7.000. Da qui al 2025 in 3.500 però lasceranno il loro posto di lavoro. Oggi posso dire che il 50% delle borse di chirurgia sono vinte da chi vuole davvero fare il chirurgo. L’altra metà lo sceglie perché sa che ci sono più posti disponibili. In tanti scelgono l’estero mentre altri vanno direttamente in cliniche private. Se mettiamo insieme questi fattori ci rendiamo conto che la situazione è davvero delicata». Sono arrivate risposte soddisfacenti dalla politica? «Sono ripartiti i concorsi ma il numero non è adeguato. Rischiamo peraltro di mandare in sala operatoria chirurghi non sufficientemente preparati. Inoltre, nel nostro paese, ogni chirurgo deve pagare 6.000 euro l’anno di assicurazione. Anche la legge Gelli Bianco, che avrebbe dovuto riformare il sistema del contenzioso medico-legale, a mio avviso non ha sortito gli effetti sperati». Forse è per questo che in tanti preferiscono emigrare… «Molti giovani guardano con crescente interesse ai paesi esteri. Tra i più appetibili ci sono Inghilterra, Belgio e Francia. E la Germania in particolare ha avviato delle efficaci campagne pubblicitarie: “Venite da noi, vi formiamo e vi paghiamo il doppio”. Ditemi voi perché un giovane dovrebbe desiderare di restare in Italia. Se non mettiamo un freno al fenomeno non saremo in grado di garantire i livelli minimi». c.c.