CITIES 10

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NUMERO

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VISIONS Ilya Shtutsa Fulvio Eandi Giovanni Firmani

STREETS Gabi Ben Avraham Diego Bardone Giedo van der Zwan

TRACES Luigi Cipriano Lia Taddei Pia Parolin

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TALES Stefano Mirabella Robbie McIntosh Simona Ottolenghi




Introduzione

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VISIONS Ilya Shtutsa - Mandalas Fulvio Eandi - Turin Voice Giovanni Firmani - Solitario me ne vo

S T R EE T S

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Gabi Ben Avraham - Journey of Freedom Diego Bardone - SfilaMi Giedo van der Zwan - Postcards for Kiev

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T R AC E S

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Luigi Cipriano - Storefront Signs Lia Taddei - Dream World Pia Parolin - Bleuazur

TA LE S Robbie McIntosh - SantaNapoli Stefano Mirabella - Porta Portese Simona Ottolenghi - Along the Blues Highway

Postfazione

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NUMERO 10

Cities Vol. X Prodotto e distribuito da Concept Photo editing Grafica Prefazione Testi Cover

Giugno 2022 ISP - Italian Street Photography Angelo Cucchetto Graziano Perotti Studio grafico Stefano Ambroset Attilio Lauria Sonia Pampuri Ilya Shtutsa © Tutte le foto appartengono ai rispettivi autori

w w w. i t a l i a n s t r e e t p h o t o g r a p h y. c o m / c i t i e s


Avanti, sperimentando adagio. Ad ogni epoca la sua fotografia, da sempre. E non potrebbe essere diversamente per questo tempo così frastornante in cui guerra e pandemia dettano quotidianamente la scaletta della cronaca. Con il reportage a consegnarci nuove, tragiche icone da WPP. Che non è però il solo genere a cimentarsi con una decodifica: anche la street appare affatto estranea alla realtà del momento. Anzi, per una fotografia che vive fra la gente, nelle strade delle nostre città, quella di registrare gli umori e il sentimento dell’epoca è addirittura una vocazione ontologica. Se il reportage ci catapulta dai nostri comodi, talvolta sentenziosi divani nello strazio della barbarie, la street ci mostra l’altra dimensione della guerra, quella di chi reagisce, seppure a distanza, denunciandone la tragica assurdità. Quella di chi prende posizione, rendendo visibile il proprio impegno. E così Giedo van der Zwan ci urla, con la forza del colore che si fa potentissimo strumento di opinione, che questa fotografia non è un mondo a parte, e che per tenere vivo l’impegno anche un’apparente leggerezza può servire. A guardarci intorno, tutto può parlarci di questo popolo invaso e brutalizzato e ricordarci il dovere umano, prima ancora che civile, della solidarietà; un mondo in giallo e azzurro destinato a viaggiare attraverso le 100.000 cartoline che Giedo e il suo amico Andrew van Esch hanno stampato e distribuito, chiedendo ai propri concittadini olandesi di inviarle all’ambasciatore russo nei Paesi Bassi con un messaggio di pace. Ma c’è dell’altro che questa fotografia ci racconta della nostra epoca, sempre più attenta a quella patina di apparenza misurabile in termini di instagrammabilità intesa come stile che dai social ha colonizzato il reale, pervadendone i valori di riferimento. Una società che in questo senso attualizza le lezione pirandelliana e non solo, se è vero che fu proprio un’immagine, di Magritte, ad avvertirci dello scarto fra realtà ed apparenza. Secondo quanto ci mostrano alcuni degli autori che hanno partecipato alla call lanciata da CITIES per celebrare il proprio decimo numero, provenienti perciò da una selezione diversa dalla solita, le nostre strade appaiono sempre più delle quinte, dove accanto alla cara, vecchia vita, va in scena la messa in scena della vita. O, secondo uno degli ultimi neologismi so cool, l’autofiction. La teatralità legittimata dall’occasione di “SfilaMi”, di Diego Bardone, non è che l’enfatizzazione plastica di quelle nuove dinamiche sociali che sempre più spesso strabordano dalla finzione convenzionale delle trasmissioni televisive per affermarsi come praticabilità dell’immaginario. E che si contrappone a quel “classico” teatro della vita colto da Stefano Mirabella nel mercato di “Porta Portese”, o nella multiculturalità degli “Storefront Signs” di Luigi Cipriano. Ma c’è chi resiste allo sfarfallio di cui si camuffa il vuoto, qualcuno che come Giovanni Firmani non rinuncia al proprio modo di essere e di usare la fotografia per dire che il mondo di prima è ancora possibile. Un mondo introspettivo, dai

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rumori lontani, che nel post pandemia esprime l’esigenza di ritrovarsi, come esercizio propedeutico al ristabilire il contatto. Come del resto accade anche per le atmosfere “Bleuazur” di Pia Parolin, che interiorizzano un paesaggio certamente non solitario come la Costa Azzurra, offrendocene, per contro, una rappresentazione metaforicamente fuori stagione. In questo senso, la città di “Solitario me ne vo” diventa una città immaginaria nonostante gli sprazzi di riconoscibilità, come pure le città di “Dream word”, di Lia Taddei, e “Turin Voice” di Fulvio Leandi, a dispetto del titolo e di qualche riferimento topografico. Autori, questi ultimi, che fanno ricorso al medesimo escamotage linguistico per dare corpo alla sperimentazione di un immaginario che rielabora, concettualizzandolo, il genere urban. Ponendoci così un interrogativo sulla possibilità di questa fotografia di fare a meno della realtà, o quantomeno di renderla pretestuosa. Marcatamente connotato, viceversa, è il paesaggio urbano di Robbie McIntosh, privo di presenze umane, ma affollato di rimandi all’ultraterreno. Con qualche incursione nelle fedi profane, quanto decisamente prossime. E anche qui, l’interrogativo su dove vadano street e urban riguarda appunto la presenza umana, e la possibilità per questi generi di farne a meno, o quantomeno di renderla una citazione indiretta. Ai linguaggi consolidati del reportage di viaggio di Simona Ottolenghi e della street di Gabi Ben Avraham si affida l’espressione di una “voglia di normalità” che si lasci alle spalle la lunga e drammatica stagione della pandemia: come dire che prima di andare oltre è intanto necessario che questa fotografia recuperi se stessa, insieme a qualche certezza liberatoria. Come è sempre stato del resto, quando nei momenti di transizione della vita si cercano nel noto sicurezza e rassicurazione. E poi c’è Ilya Shtutsa con i suoi “Mandalas”, una versione rinnovata dei progetti-diario da 365 giorni con cui si è aperta una certa stagione di Instagram, coniugata con una concettualità che normalmente non appartiene alla street, concentrata a cogliere e racchiudere nel frame una realtà significativa. O a isolare istanti, mentre è di altra fotografia il fascino di ciò che rimane fuori da quel ritaglio di realtà che è appunto una fotografia, la cui eco si rintraccia persino nei “Racconti” di Julio Cortázar. Per il quale l’immagine, così come l’episodio di un racconto, deve agire sullo spettatore o sul lettore “come una specie di apertura, di fermento che proietti l’intelligenza e la sensibilità verso qualcosa che va molto oltre l’aneddoto visivo o letterario contenuto nella foto o nel racconto”, conferendo così grande rilievo a quel “fuori campo” ricostruito da Shtutsa. Che, se mi è concessa una notazione, è di nazionalità russa, un peccato originale che per altri ambiti si traduce automaticamente in esclusione… Beh, per quanto ci riguarda troviamo assurda questa forma di discriminazione “per nascita” che prescinda da qualsiasi altra valutazione personale quale sarebbe un’adesione alla “politica” di Putin. Evidentemente in questa nuova, impensabile stagione di caccia alle streghe, non è poi così banale affermarlo: per noi la cultura non ha confini. Dunque un numero, questo 10, dalle diverse inquietudini che si traducono in contaminazioni fra generi, a conferma della sperimentazione in corso di nuovi linguaggi che, a partire dal proprio specifico, operano incursioni i cui esiti andranno a maturazione nel tempo. Al momento, registriamo tendenze. Attilio Lauria


Your vision will become clear only when you can look into your own heart. Who looks outside, dreams; who looks inside, awakes Carl Gustav Jung


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Mandalas Ilya Shtutsa


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Mandalas Ilya Shtutsa

ll mandala è un archetipo molto importante. E’ l’archetipo dell’ordine interiore… Esprime il fatto che esiste un centro e una periferia, e cerca di abbracciare il tutto. E’ il simbolo della totalità. Carl Gustav Yung La totalità e il particolare. La forma perfetta del cerchio e l’esplosione del colore. Realizzare un mandala con qualsiasi tecnica lo si faccia è in realtà esplorare il proprio magmatico mondo interiore nel tentativo di… far quadrare il cerchio. Mettersi in equilibrio almeno per qualche frazione di vita. Quello che l’originale gesto artistico di Ylya Shtutsa genera è molto di più e assolutamente altro dall’intenzione di partenza , come ci racconta lui stesso: “Uno dei miei giochi fotografici preferiti è il riempimento armonioso della cornice. Funziona particolarmente bene con le fotografie quadrate, scattate su iPhone. Quindi una volta, guardando alcuni di questi quadrati, mi sono chiesto: un quadrato è la figura più armoniosa? La risposta è stata: ovviamente no, la figura più armoniosa è il cerchio. Ritagliare le fotografie in un cerchio non sembrava una buona idea, ma ho scoperto dopo vari tentativi che era possibile scattare una fotografia quadrata, metterla in un cerchio e riempire questo cerchio con alcuni disegni che continuavano il motivo. Quando ho provato a farlo, mi sono reso conto di aver inventato un nuovo tipo di Mandala”. Ma le coincidenze, lo zampino del fato potremmo dire, o più correttamente dal punto di vista critico i molteplici livelli di senso dell’opera di questo artista russo non finiscono qui. Il primo scatto venne realizzato da IIya infatti il 21 giugno 2020: il giorno del solstizio d’estate che è un giorno molto speciale, magico in molti visioni religiose. I mandala diventano un modo di raccontare una storia, uno storytelling interiore, il mutare costante dell’equilibrio dell’artista , il suo perdersi e ritrovarsi… Quella che state per vedere dunque è la storia di come è “girata la ruota lo scorso anno per IIya!”. Sonia Pampuri

Sono Ilya Shtutsa, un fotografo di strada Russo, residente da dieci anni a San Pietroburgo. Prima di interessarmi alla fotografia pensavo a me stesso come ad un musicista, ora sto cercando di diventare uno psicoterapista. Sono un membro del collettivo Observer. Il mio principale interesse per la fotografia è entrare in contatto con il Divino nascosto dietro tutti i fenomeni osservabili. Credo che la fotografia di strada sia un modo abbastanza buono per farlo.

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Turin Voice Fulvio Eandi


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Turin Voice Fulvio Eandi

zang-tumb-tumb-zang-zang-tuuumb tatatatatatatata picpacpam pacpacpicpampampac uuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuu ZANG-TUMB TUMB-TUMB TUUUUUM Filippo Tommaso Marinetti Si può fotografare un rumore? Una voce ha un corpo che puoi fissare in uno scatto? Le città ci parlano??? E’ da questi insoliti interrogativi che prende il via in questo lavoro la ricerca artistica di Fulvio Eandi. Una ricerca realizzata a ritmo di jazz, perché dal jazz nasce come ci racconta lo stesso autore: “Durante il concerto di chiusura del Torino Jazz Festival del 2016, tenuto da Max Casacci ed Emanuele Cisi sui rumori di Torino campionati e trasformati in musica, mi sono chiesto che aspetto avessero i rumori, se si potessero fotografare. Ho iniziato quindi a girovagare per la città, con la musica di Casacci nelle orecchie, alla ricerca dei rumori da lui campionati per trovare il modo di rappresentarli”. Quello che avrete modo di vedere nelle prossime pagine è il risultato di questa ricerca frammentata, sincopata e onomatopeica sulla città della Mole. Una Torino insolita e allo stesso tempo famigliare vi trascinerà lungo questa originale esperienza visiva in cui si cerca di dare “un corpo” ai suoni. Contaminare, destrutturare, rendere immateriale l’arte sono tra i segni della contemporaneità espressiva più significativi. Sono segnali dal futuro come quelli di Marinetti in Zang Tumb Tumb, la cronaca di un assedio bellico narrata attraverso il suono. L’operazione che ci regala Eandi con questa sua davvero particolare visione artistica è contemporaneamente identica e opposta di segno a quella del fondatore del Futurismo. Ancora l’autore: “Mi sono ritrovato con centinaia di immagini a disposizione, con le quali, in post produzione, ho cercato di creare un’amalgama selezionando vari attimi, tagliandoli, sovrapponendoli e modificandoli alla ricerca di quello che, secondo me, poteva essere “il rumore di Torino”. Quale rumore fa il luogo dove vivete???? Sonia Pampuri

Sono nato a Torino 57 anni fa, da 28 vivo a Murisengo, e la voglia di fotografare mi è venuta da bambino grazie alle vecchie foto di famiglia che la nonna custodiva gelosamente in una scatola di latta. Allora decisi che avrei guardato la vita attraverso un obiettivo, reale o immaginario che fosse, per fermarne i frammenti in un’ istantanea, che potesse restare nel tempo e nella memoria, e poterla condividere, come faceva con me la nonna, con chiunque, parente, amico o sconosciuto che fosse, avesse avuto voglia di guardare un piccolo pezzo di mondo attraverso i miei occhi. Così a sedici anni ho comprato la prima macchina fotografica ed ho incominciato a usare la mia città come interminabile scenografia per i miei scatti. Dopo il diploma in arti fotografiche la vita mi ha portato ad occuparmi di restauro di opere d’arte, ma la passione per la fotografia mi è sempre rimasta nel cuore e mi ci sono dedicato, purtroppo, solo nei ritagli di tempo rubati al lavoro o alla famiglia, abbandonandola anche per lunghi periodi, ma ritrovandola, magari nei momenti più difficili, pronta a darmi la voglia di ripartire.

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Solitario me ne vo Giovanni Firmani


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Solitario me ne vo Giovanni Firmani

I’m looking for someone a miracle To send my life in the curved air I’m a lonely boy steppin’ out Solitary man ... I don’t understand… Franco Battiato La percezione della solitudine è spesso una delle esperienze più straniati che un essere umano possa vivere, soprattutto quando questo senso di “straniamento” ci coglie mentre siamo immersi nel fare quotidiano: per la strada, nel traffico, in coda al supermercato…Nonostante la cacofonia di suoni, voci , colori e rumori che ci sovrasta dentro di noi è silenzio. Le altre persone sono fantasmi senza volto e consistenza. E’ questa esperienza così emotivamente forte e assoluta che con i suoi scatti tenta di documentare Giovanni Firmani. Il suo è un lavoro intriso di poesia. Del tipo di poesia che è necessaria al vivere perché induce l’uomo a comprendere meglio se stesso. Gli scatti realizzati con un mosso sapiente e pittorico ci restituiscono questa impressione di un osservatore alieno che in un altrove indefinito valuta con scettica comprensione l’affannarsi di cose e persone nel mondo. La solitudine è nella filigrana di questi scatti, li anima e sorregge la visione dell’autore che appunto, ci racconta: “Mi aggiro per le vie evitando ciò che potrebbe essere un incontro: attenzione alle cose ma anche a svicolare persone. Lo sguardo si posa e si sofferma sulle cose. Le persone passano veloci e intangibili. Del loro passaggio non resta quasi nulla, se non un rumore di fondo”. Sonia Pampuri

Classe 1963, vive nella provincia laziale (Viterbo) e dedica la vita professionale ad altro, ma la fotografia è il pensiero fisso e parallelo che accompagna le sue ore. Inizia a scattare seriamente all’inizio degli anni 80, unicamente in BN, l’unica modalità di allora ad avere il pieno controllo dei processi. Con il digitale scopre il colore all’inizio degli anni 2000 e amplia gli orizzonti da esplorare, passando anche dalla foto singola alle piccole storie da raccontare con i portfolio. Attualmente divide i suoi campi d’azione tra la fotografia di strada e quella concettuale, a volte cercando una sintesi tra le due modalità, ritenendo che la fotografia sia difficilmente imbrigliabile in generi predefiniti. Segue l’attività di un circolo fotografico aderente alla FIAF e partecipa di tanto in tanto a contest e concorsi. Di un certo rilievo l’attività fotografica svolta durante il lockdown da pandemia Covid, che ha fruttato diversi riconoscimenti a un’immagine titolata “finestra e lockdow”: premio Fujifim X100 Anniversary, Remarcable work a Siena Award 2021, finalista al premio Imagorbetello 2021, segnalazione Corigliano Calabro Street, Primo premio assoluto cat. Amatori al Fiof 2022, selezione FIAF per l’iniziativa editoriale “Cronache quaranteniche”, diversi premi a concorsi di associazioni fotografiche. Partecipa a mostre ed iniziative editoriali collettive.

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There is no easy walk to freedom. Nelson Mandela


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Journey of Freedom Gabi Ben Avraham


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Journey of Freedom Gabi Ben Avraham

La libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare. Piero Calamandrei La libertà. Ci siamo accorti di quanto eravamo liberi solo quando non abbiamo potuto più esserlo a causa della Pandemia , che ha stravolto le nostre abitudini e ci ha indotto a riflettere in profondità sul tipo di società che abbiamo costruito. Quello che troverete nella prossime pagine è una celebrazione: la celebrazione della libertà ritrovata, della vita che torna a festeggiare se stessa. Gabi Ben Avraham vaga per le strade americane lasciandoci travolgere dalla gioia che esplode ad ogni angolo di strada , nei bar e nei parchi. Quello che squaderna davanti agli occhi dei lettori è un viaggio colorato, roccambolesco , gioioso e trionfante: il viaggio in una ritrovata “normalità”. A trionfare sono i corpi , la pelle nuda , il contatto fisico , il gioco e l’amore. La libertà di essere come si vuole e ciò che si vuole. La Pandemia del resto dovrebbe aver ricondotto tutti alla comprensione di ciò che veramente conta nella vita di ciascuno: essere liberi , in ogni e qualsiasi circostanza , di essere ciò che si è a prescindere dall’età, dall’orientamento sessuale, dall’identità sessuale e dall’etnia. Essere se stessi… una magnifica celebrazione Queer del cogito cartesiano quella di Gabi Ben AvraHam, come lui stesso testimonia : “Dopo due anni di stagnazione e alcuni blocchi dovuti al covid-19, sono andato negli Stati Uniti per una visita di famiglia. Mi sono sentito come un uccello che finalmente è volato fuori dalla sua gabbia! La serie ritrae quella meravigliosa sensazione di libertà ed esprime in maniera surreale le emozioni delle persone che hanno attraversato il covid -19, ognuna a modo suo”. Sonia Pampuri

Mi chiamo Gabi (Gavriel) Ben-Avraham. Ho 59 anni, sono sposato con tre figli. Lavoro in una società di software e vivo in un tranquillo quartiere di Tel Aviv, la città in cui sono cresciuto, non me ne sono mai andato ed è parte di me e del mio hobby: la fotografia. Mi piace il cinema e la musica e durante gli anni ‘80 ho fotografato usando macchine fotografiche a pellicola. Poi non ho toccato una macchina fotografica per 20 anni finché non ho ricevuto una macchina fotografica digitale come regalo per il mio compleanno da mia moglie qualche anno fa. Il resto è storia…. La Street Photography è il mio modo preferito di guardare il mondo. La mia macchina fotografica è diventata parte integrante di me e non riesco a immaginarmi senza di essa. Ovunque vada lo porto con me pensando ‘forse oggi sarà il mio giorno fortunato e farò la foto della mia vita’. Attraverso l’obiettivo della fotocamera mi guardo costantemente intorno, alla ricerca di quel momento “decisivo” che non tornerà mai più, a meno che non lo catturi. Quando premo il pulsante, cerco di dare un senso, riportare l’ordine allo schema caotico delle cose nella composizione. I componenti “parlano” tra loro in un dialogo speciale, per colore, forma o luce. Catturare il momento sfuggente e speciale dopo il quale le cose non saranno più le stesse e renderlo eterno: questo è il mio obiettivo.

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SfilaMi

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SfilaMi

Diego Bardone In tempi difficili, la moda è sempre scandalosa. Elsa Schiaparelli Diceva Coco Chanel che Un uomo può indossare ciò che vuole, resterà sempre un accessorio della donna. Osservando le strade di Milano invase dal rutilante e colorato mondo della Fashion week, Diego Bardone, con il suo ironico obiettivo sembra andare oltre la saggezza di Madamoiselle e quasi affermare con granitica certezza: Indosso quindi sono! La serie dell’autore milanese è a nostro avviso perfetta nel suo interpretare con sapiente ironia, che solo raramente si vela di sarcasmo, il popolo del Fashion. Il bianco e nero proprio della cifra stilistica di Bardone è già un segnale di come questo autore racconti la moda da un punto di vista altro, fuori dal Fashion Powerness e dentro il Freedom Powerness. L’originalità del suo sguardo è la chiave di volta del racconto del Fashion come modus espressivo tout court, come lui stesse sostiene: “L’abito, da sempre, è uno status symbol che viene usato per emulare o per distinguersi. La moda detta i tempi e i repentini cambiamenti; prende vita e nuova linfa da ogni mutamento sociale, politico ed economico, diventando specchio reale di una società. I fruitori la usano per il proprio bisogno di appartenere ad un gruppo o, per contro, per la necessità di affermare la propria supremazia sulla masse. Sono due universi paralleli che convivono, ma che non si incontreranno mai. Durante la fashion week tanta variegata umanità, dal miliardario eccentrico della prima foto, ai curiosi astanti che riprendono con i loro cellulari una sfilata, si incontra/scontra per le strade di Milano, spesso dando vita a situazioni surreali e divertenti”. L’ironia è il sale della vita: dimmi come ti vesti e ti dirò chi sei, forse...! Sonia Pampuri

Sono nato a Milano nel 1963. La mia passione fotografica è cresciuta quando avevo circa 25 anni, e ho lavorato per un quotidiano italiano per alcuni anni, poi la vita mi ha portato “da qualche altra parte” quindi non sono stato in strada per più di 20 anni, ma la mia passione non è mai morta. Secondo me non c’è niente di meglio che trovarsi davanti a una fotografia in bianco e nero: non puoi scappare, puoi chiudere gli occhi ma alla fine assicurati che non scompaia come un’immagine su uno schermo e ti basterà guardarlo. Un po’ nero, un po’ bianco e nel mezzo una scala di grigi infinita... questa è la vita. Questo è il modo per mantenere viva la nostra memoria per coloro che verranno dopo. Sono io, le mie passioni e le mie piccole opere. Robert Doisneau, Izis Bidermanas, Edourd Boubat e Mario Giacomelli, solo per citarne alcuni, quelli che mi piacciono di più...

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Postcards for Kiev Giedo van der Zwan


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Postcards for Kiev Giedo van der Zwan

Un’iniziativa. Concreta. Tangibile. Rivoluzionaria nel suo essere antica. Una cartolina per la Pace. Una cartolina inviata all’ambasciatore russo nei Paesi Bassi per dire con immagini e parole : Stop alla Guerra! L’idea è geniale nella sua semplicità … Giedo van der Zwan ha trasformato in cartoline molti dei suoi scatti fatti ad Olandesi di ogni età realizzati con un unico comune denominatore : i colori della bandiera Ucraina il giallo e il Blu. Poi come ci racconta lui stesso: “ Io e Andrew ( Van Esch, attivista politico locale e coautore del progetto) abbiamo stampato 100.000 cartoline con foto di olandesi sul davanti, in giallo e blu. Sul retro c’è il classico spazio per un messaggio e l’indirizzo prestampato è quello dell’ambasciatore russo nei Paesi Bassi. Vogliamo che tutti abbiano la possibilità di inviare un biglietto, “old school”, con un messaggio all’ambasciatore. Invitatelo a fermare lo spargimento di sangue, a smettere di rompere la pace, a lasciare libera la democrazia. Mandategli un grido di libertà!” L’utilizzo della fotografia per compiere un’azione di protesta sociale mentre tutto i mondo è impegnato a fare di questo strumento di comunicazione un’arte è a nostro avviso il contenuto più fortemente rivoluzionario che un autore possa portare oggi sulla scena artistica internazionale. L’arte è da sempre rottura del canone, costruzione dell’altro dalla norma, rivoluzione. Giedo E Andrew sembrano aver imparato a memoria questo dettato e hanno costruito un progetto che va per citare un altro grande artista di casa nostra : “in direzione ostinata e contraria” verso la Pace! AIUTALI IN QUESTA AZIONE! #ticketforkiev Sonia Pampuri

Giedo è nato ad Amsterdam 53 anni fa. Vive a lavora in Olanda in campo economico. A 12 anni si appassiona alla fotografia, sperimentando diversi generi, per poi trovare nel 2017 la sua “visione” nella street photography. Vivendo a L’Aia ha iniziato a frequentare una famosa spiaggia e viale chiamato “Scheveningen”. È stato qui che ha iniziato il suo progetto a lungo termine “Pier to Pier” e dove gli piace ancora girare la maggior parte del tempo, godendosi la diversità e l’imprevedibilità dei frequentatori sullo sfondo di un ambiente costiero in continua evoluzione. La fotografia di Giedo è candida, e quindi mai staged. Tuttavia, nel modo in cui cattura i suoi soggetti - con colori completamente saturi e sfondi scelti con cura - imita uno sguardo da studio all’esterno. Dichiara di essere stato influenzato da Ed van der Elsken, tra i primi olandesi a fare street, e da Alex Webb per l’uso della luce. Gli piace fotografare le persone da vicino, a colori. E il colore è onnipresente nei suoi viaggi, in India, Sri Lanka, Germania, Portogallo e nelle grandi città come Londra, Milano, New York. “Perché uso principalmente il flash, le persone mi notano ed è meraviglioso ascoltare le loro storie”.

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Do not leave traces that the wind cannot erase, do not rest on the steps you have taken, do not let yourself be held back, wander along other paths, get back on your way to search again. Bruce Chatwin


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Storefront Signs Luigi Cipriano


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Storefront Signs Luigi Cipriano

La pubblicità è la più grande forma d’arte del XX secolo. Marshall McLuhan Un viaggio a NYC attraverso un punto di vista originale insolito e totalmente profondamente americano. Un viaggio orizzontale tra le insegne delle botteghe e dei negozi che affollano i vari quartieri della immessa metropoli. Un viaggio che ci racconta una NY a misura d’uomo, in cui lo sguardo non corre verso l’alto ma resta ancorato a terra, nella quotidianità della vita che scorre. Lo sguardo di Luigi Cipriano si muove attento nella megalopoli USA cercando la forza del colore , la vita nei neon, come l’autore stesso l’aveva trovata in un testo di Win Wenders: “Scritto nel West” il cui il celebre regista raccoglie riflessioni e scatti di una sua personale esperienza on the road per le strade della profonda provincia americana. “La parte che più mi aveva colpito del libro – racconta Cipriano - e che aveva attratto la mia riflessione furono le foto delle insegne dei locali e dei negozi, con il loro tipico stile americano. Le immagini riprendevano, pur nella loro architettura, solo delle scatole vuote, ma i colori vividi dei cartelli e delle insegne, generarono in me una sensazione di trasporto nel suo viaggio”. In questo lavoro Cipriano ci racconta l’immensa vitalità di NYC, il suo variegato melting pot etnico e la sua straordinaria unicità e lo fa senza che mai compaia un elemento della narrazione mainstream della capitale del mondo: nessun grattacielo , niente skyline , niente metropolitana. E’ davvero un lavoro originale e coraggioso, intessuto di colori e sapientemente costruito sui tagli prospettici, una straordinaria narrazione introversa della città più estroversa del mondo! Sonia Pampuri

Luigi nasce a Guardia Lombardi nel 1968, si laurea nel 1993 in Economia e Commercio con tesi di Laurea in Geografia Urbana ed Organizzazione Territoriale presso l’università Federico II di Napoli, vive e lavora ad Avellino. Si appassiona alla fotografia già all’età di 16 anni, quando gli viene regalata la prima reflex e successivamente inizia a viaggiare. La fotografia diventa il suo hobby preferito, installa in casa una piccola camera oscura dedicandosi alla stampa in bianco e nero, nel suo percorso di foto-amatore predilige, come genere fotografico: la fotografia di paesaggio, la fotografia di osservazione nei luoghi, l’esplorazione urbana e la street photography. Anche se ha intrapreso lo studio della fotografia da autodidatta, ha approfondito le sue conoscenze seguendo diversi seminari e workshop con fotografi e docenti di Fotografia: Massimo di Nonno, Andrea Boccalini, Antonio Politano, Max e Douglas, Max Angeloni, Cosmo Laera, Sandro Iovine, Federica Cerami, Fulvio Bortolozzo.

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Dream World Lia Taddei


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Dream World Lia Taddei

Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure, anche se il filo del loro discorso è segreto, le loro regole assurde, le prospettive ingannevoli, e ogni cosa ne nasconde un’altra Italo Calvino Qual è la sostanza di cui sono fatti i sogni? E le città sognano? La tecnica della doppia esposizione permette a Lia Taddei di offrire al nostro sguardo, prostrato da massicce dosi di realtà , una magica evasione. L’autrice costruisce la sua personale città invisibile, sulla falsariga di quelle che Calvino definiva:” costruite di desideri e di paure, anche se il filo del loro discorso è segreto, le loro regole assurde, le prospettive ingannevoli, e ogni cosa ne nasconde un’altra». La città invisibile della Taddei è una realtà effimera, illusoria, un mondo discontinuo nello spazio e nel tempo in perpetuo mutamento. Uno spazio irreale dove le persone si muovono come alla ricerca di una identità perduta e sembrano diventar parte dell’ambiente circostante. Percepiamo le presenze umane come vaghi fantasmi, inconsistenti come le relazioni che in questa epoca post pandemica tentiamo ancora di mantenere vive. Oltre lo schermo dei colori accesi e delle prospettive moltiplicate dalle luci e dalle vetrine , nel lavoro della Taddei è evidente il disinganno delle umane cose, l’angoscia per una verità ricercata che quando raggiunta non si rivela mai davvero tale. L’inferno del resto per il vate dell’autrice, Italo Calvino era nel qui e ora sulla terra, nella relazioni che gli uomini intessono ogni ora e ogni giorno gli uni con gli altri. C’è un solo modo per salvarsi: “cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.” La Taddei ci manda il suo messaggio di speranza in bottiglia con questo lavoro, chi di noi avrà il coraggio di raccoglierlo? Sonia Pampuri

Sono una fotografa amatoriale appassionata di fotografia da quando ero ragazza. Una passione, ripresa solo negli ultimi anni dopo un lungo periodo di inattività, che oggi è diventata un modo per esprimere le proprie emozioni e per condividerle con gli altri. Amo viaggiare e fotografare soprattutto le persone nel loro ambiente, entrare a contatto con culture diverse. Quando non posso viaggiare sono alla ricerca di nuovi stimoli e cerco di sperimentare modi di fotografare diversi, cerco nuovi punti di vista. Ormai la fotografia fa parte di me e non perdo occasione per approfondire le mie conoscenze. Ho partecipato a vari workshop, viaggi fotografici e concorsi. Nel 2021 sono risultata prima classificata al 33°Gran Premio Fotografico, sezione bianco e nero, organizzato dal Circolo fotografico Fincantieri Wartsila di Trieste. Alcune mie foto sono state esposte in occasione del Festival Trieste Photo Days 2021. Un mio reportage di viaggio è stato selezionato per il contest Travel Tales Award ed è stato esposto nella mostra dedicata presso Otto Rooms & Gallery (Roma). Alcuni articoli corredati da mie foto sono stati pubblicati nelle riviste on line “Dialoghi Mediterranei” e “TravelGlobe”. Ho partecipato a vari progetti fotografici collettivi a cui hanno fatto seguito le relative pubblicazioni in volumi dedicati. Cities 10 |

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Bleuazur Pia Parolin


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Bleuazur Pia Parolin

Non mi stanco mai di un cielo azzurro. Vincent van Gogh Quante sfumature ci sono in una visione monocromatica come quella che ci propone Pia Parolin nel suo lavoro? Infinite! Del resto diceva Wassily Kandinsky: “L’azzurro, rappresentato musicalmente, è simile a un flauto; il blu scuro somiglia al violoncello e diventando sempre più cupo, ai suoni meravigliosi del contrabbasso; nella sua forma profonda e solenne il suono del blu è paragonabile al toni gravi dell’organo”. Quello che ci propone la Parolin dunque è un concerto da camera, un allegro ma non troppo, a tema marinaro . La vita, del resto, in Costa Azzurra - ci racconta la stessa Parolin - è colorata di “bleuazur”. La gente ama i colori, il mare di un azzurro strepitoso, il cielo profondamente blu. Ma c’è un gioco tra l’ovvio e il nascosto. Dietro l’azzurro ben visibile ci sono sfumature scure. Come un filtro coprono la bellezza paradisiaca della riviera. La Parolin indaga in questa intercapedine, in questo spessore nascosto tra un azzurro abbacinante e un blu profondo e ci racconta come lo Spleen non sia uno stato d’animo grigio e tempestoso, ma sfumato di blu e apparentemente sereno. La malinconia in piena luce è uno degli aspetti più interessanti del lavoro di questa autrice. Un lavoro ossimorico e per questo profondamente poetico. Sonia Pampuri

Pia Parolin è una fotografa e autrice di libri italo-tedesca che vive in Francia. È stata cooptata nella Deutsche Gesellschaft für Photographie (DGPh) nel 2020, è membro di Optic Nerve Collective, di Collectif Photon e coordinatrice dell’Antibes Photo Club, Francia. Oltre ad articoli e blog, condivide le sue conoscenze e pensieri in workshop e presentazioni. Le piace riflettere sulla fotografia, i suoi significati e le sue possibilità. Le sue foto sono esposte in tutto il mondo. Il suo lavoro fotografico si concentra sui momenti effimeri della vita quotidiana. Ha un dottorato di ricerca in biologia e nel suo lavoro documentaristico si occupa della fusione delle sue due professioni e passioni: l’ecologia e la fotografia. Documentare i cambiamenti ambientali con dati scientifici e presentarli in fotografie cariche di emozioni si completano a vicenda. L’obiettivo è quello di illuminare il fragile legame tra uomo e natura e di stimolare il pensiero.

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A tale is born from an image, and the image extends and creates a network of meanings that are always equivocal. Italo Calvino


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SantaNapoli Robbie McIntosh


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SantaNapoli Robbie McIntosh

Chi tene sante, va mparaviso Proverbio napoletano Un rosario moderno. Una preghiera laica forse. In ogni caso una visione teatralmente efficace dell’instancabile ottimismo di Napoli. Una statua per ogni occasione. C’è padre Pio, la Madonna in molteplici incarnazioni, il Cristo benedicente e naturalmente lui… la mano di Dio, il pibe de oro, l’ultima straordinaria incarnazione dello spirito di Napoli: Diego Armando Maradona! Lo sguardo acuto e ironico nel suo distacco di Robbie McIntosh attraversa vicoli , cantieri , spiagge e periferie campane alla ricerca di questi testimoni di Gesso della devozione popolare, di questi improbabili testimoni di un tempo che passa senza mutare la sostanza dell’animo di un popolo che ha fatto della sopravvivenza la sua arte più sopraffina. Dice l’autore di questo suo zibaldone dadaista di santi e madonne : “Sono Gesù. Sono la Madonna, in tutte le sue varianti. Sono Padre Pio. Sono Poseidone. Sono contemporaneamente Biancaneve, e tutti i suoi nani. Sono uguale a tutti costoro, congruente con ogni atomo di questo cosmo. Sono parte integrante e integrale del paesaggio. Sono una proiezione dell’Universo tangente”. Sonia Pampuri

Nasco nel 1977, di professione ingegnere. Fotografo quasi esclusivamente su pellicola, per amore di tutto ciò che ha un supporto fisico. La mia fotografia è incentrata sul genere umano, e su come esso si relaziona con il contesto in cui si trova.

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Porta Portese Stefano Mirabella


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Porta Portese Stefano Mirabella

Le patacche che ti ammolla quello là C’ha di tutto pezzi d’auto Spade antiche, quadri falsi E la foto nuda di Brigitte Bardot Claudio Baglioni L’essenza delle romane cose. Lo spirito più autentico della Roma di ogni tempo e dunque anche di quella contemporanea: Porta Portese, l’unico imperdibile e imprevedibile mercato della città eterna. E’ tra queste bancarelle rutilanti di colori e oggetti di dubbia e dimenticata provenienza che si aggira obiettivo al collo Stefano Mirabella e ci regala in questo lavoro il suo personale ricordo di un ‘esperienza sfumata di nostalgia che lo riporta a quando era bambino : “Ricordo ancora quando, piccolissimo, mio padre mi accompagnava per delle lunghe passeggiate tra i banchi affollatissimi di questo mercato, unico nel suo genere e io cercavo ogni volta quella vecchia signora che avrebbe dovuto avere sul suo banco la foto di Papa Giovanni e che con i suoi occhi stanchi aveva visto re, scannati, ricchi ed impiegati, capelloni, ladri, artisti e figli di…… E’ un viaggio nell’attualità ma sull’onda dell’emozione di un ricordo, è un viaggio alla ricerca di una chimera e un tentativo di afferrare un sogno. Un viaggio sulle note di una vecchia canzone di Baglioni così intenso , coinvolgente e saturo di vita che attira il nostro sguardo di lettori e ci trascina lì a vagare tra le bancarelle…. “Porta Portese , Porta Portese , cosa avrai di più ! Sonia Pampuri

Stefano Mirabella è nato a Roma nel 1973. “La fotografia per me è la sintesi tra la rappresentazione della realtà e la capacità di trascenderla”. Dal 2015 è docente della Leica Akademie. Dal 2018 è docente presso Officine Fotografiche Roma.

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Along the Blues Highway Simona Ottolenghi


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Along the Blues Highway Simona Ottolenghi

Il blues è il dono che Dio ha fatto al mio popolo strappato dalla sua terra, perché avesse un modo con cui far sopravvivere la sua identità, la sua dignità e perché avesse una speranza, la libertà. Il blues non è qualcosa da ripetere, è qualcosa in cui tu, ciò che sei, deve vivere». B.B.King Diceva il padre della Beat Generation, Jack Kerouac, che avrebbe voluto essere considerato “un poeta jazz che suona un lungo blues in una jam session d’una domenica pomeriggio”. Ecco il lavoro di Simona Ottolenghi ci porta proprio lì, nel Delta del Mississipi dove Kerouac vagabondava con un taccuino in tasca e una chitarra a tracolla e dove, molti di noi, immergendosi nelle note di Robert Johnson o Muddy Waters hanno cercato di ritrovare il filo dei loro sogni di ribellione adolescenziali. E’ un viaggio meraviglioso nell’anima del blues quello in cui ci guida l’autrice. Un viaggio in cui la memoria si fa carne e suono, fumo e campi di cotone. In cui ci sembra ad ogni scatto di essere sempre più lì dove la voce di Etta ( James)si spezza nel sincopato di At Least! “Nelle tante piccole cittadine del Delta, - ci racconta Ottolenghi - alcune in stato molto decadente, questa stridente musica è ancora di casa, viva, e arriva a tutti, quotidianamente. Tra queste Clarksdale è la più importante, qui sono passati tutti, e qui, grazie ad importanti festival che si svolgono durante l’anno, arrivano appassionati da tutte le parti del mondo contribuendo a far sì che l’anima del blues rimanga viva, anche tra gli artisti più giovani”. Diceva l’immenso Jimmy Hendrix che “il blues è facile da suonare e difficile da provare”… dopo aver seguito l’autrice tra i suoi scatti forse sarà un po’ meno difficile per tutti noi! Sonia Pampuri

Architetto, fotografa e viaggiatrice compulsiva. Dopo la laurea sento forte la necessità di sviluppare ed approfondire la mia passione per la fotografia e soprattutto il mondo del racconto per immagini. Il viaggio è sempre stato parte di me. La curiosità, l’osservazione e l’approccio etico mi hanno accompagnata nei più svariati posti del Mondo con l’immancabile fotocamera utilizzata come strumento di espressione e comunicazione strettamente personale, la mia chiave tramite cui entrare ed immergermi nelle situazioni. Nel 2013, col mio compagno Roberto Gabriele creiamo viaggiofotografico.it, riuscendo così a trasformare le mie passioni in lavoro e stile di vita, costruendo ed accompagnando piccoli gruppi di appassionati in tutto il mondo, per fare fotografia direttamente sul campo. Infine, dal 2018 curo l’allestimento delle tante mostre fotografiche che vengono esposte alla OTTO Gallery a Roma, lo spazio espositivo situato nelle zone comuni di OTTO Rooms, il B&B che gestisco, e che ho pensato proprio con una forte identità fotografica.

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C I T I E S

S T O R Y

Nel 2022 il magazine CITIES arriva al numero 10! Un bel numero, a cui sinceramente non sapevamo saremmo arrivati… e questo già ci sprona ad andare avanti. Puoi sfogliare online i numeri di CITIES a https://issuu.com/isp-italianstreetphotography. Per festeggiare degnamente questo traguardo abbiamo preparato con alcuni nostri partners una grande iniziativa: la mostra collettiva “CITIES, a contemporary view“, ospitata alla 10° edizione del Festival Fotografico Europeo, poi a Corigliano Calabro Fotografia ed infine da Officine Fotografiche Roma con la presentazione congiunta di CITIES 10, un volume speciale composto da una dozzina di progetti e storie selezionate dalla call. Quindi mostra collettiva con 3 tappe ed edizione speciale del magazine CITIES 10 ! CITIES SHORT STORY ISP – Italian Street Photography é un incubatore/gestore di progetti ed eventi di Street Photography in Italia. www. italianstreetphotography.com/cities Il progetto, ideato da Angelo Cucchetto e promosso da www.photographers.it e www.urban.dotart.it, è partito a gennaio 2015, e in quell’anno stata prodotta una grande mostra collettiva di quasi un centinaio di fotografie, inaugurata in occasione del Trieste Photo Day 2015, ed un ciclo itinerante di incontri, tavole rotonde e letture portfolio – fra Trieste, Roma, Firenze, Milano e Torino – in collaborazione con prestigiosi partner del settore: Officine Fotografiche, Deaphoto, Phlibero e altri Nel 2017 viene lanciato il primo progetto editoriale Italiano sulla Street con una produzione condivisa, il Magazine CITIES. - http://www.italianstreetphotography.com/cities il 22 e 23 Aprile si è svolta la prima produzione aperta a tutti, ISP EXPERIENCE, che ha permesso a 110 fotografi seguiti e coordinati dagli undici Autori ISP la realizzazione di scatti in ottica street in sei città Italiane, Catania, Genova, Milano, Roma, Torino, Venezia. Il magazine viene presentato in anteprima al Treviso Street Festival a fine maggio, e sucessivamente in alcune tappe del Fujifilm X Vision Tour 2017. A settembre 2017 è stata realizzata la produzione del secondo numero, presentato in anteprima al Trieste Photo Days a fine ottobre, ufficialmente alla tappa Romana del Fujifilm X Vision l’11 novembre, poi a Milano da Officine Fotografiche. A Milano è stata prodotta una grande Mostra collettiva di Cities, con 85 opere presentate da 75 Fotografi scelte tra le immagini pubblicate sui primi due numeri di CITIES. Ad inizio 2018 sono state attivate partnership su interessanti e specifici progetti, come Street Sans Frontiere e Firenze in Foto. Nel 2018 sono stati realizzati il terzo ed il quarto numero di Cities, con un’edizione Speciale prodotta in occasione del Festival Street Photo Milano. Il 2019 segna una svolta per Cities: ai workshop di produzione vengono affiancate le prime storie Autoriali, ed il magazine si arricchisce di altri contributi: dai portfolio ai focus su Autori internazionali, come le serie: “Snow in Tokio” di Tadashi Onishi, “Americana” di Alex Coghe, “Wedding Moments” di Adam Riley. Nel 2020 siamo piombati in pandemia time: in febbraio esce CITIES 6, con le storie internazionali a cura di Attilio Lauria e redazione Fiaf e la nuova sezione dedicata alle “storie dal Belpaese”. Durante il lockdown va in produzione il terzo volume della collana autoriale, Urbanscape, dedicato alla fotografia Urbana documentale e concettuale, pronto per ottobre 2020, stesso mese in cui esce il numero 7 di Cities, con l’ingresso di Vanni Pandolfi come curatore della sezione dedicata agli autori Italiani e la presenza di uno speciale curato da Sonia Pampuri con 4 progetti “inside”, storie al tempo del virus. 2021, con un nuovo libro prodotto (Dreamlands), il numero 8 di Cities e il libro speciale Travel Tales Book come output dal premio lanciato a febbraio TTA - TRAVEL TALES AWARD (www.traveltalesaward.com) con 21 bellissime storie di viaggio e di viaggiatori. E in autunno CITIES 9! oltre alle 4 storie di autori stranieri e le 4 di autori Italiani abbiamo due focus d’autore con interviste e una sezione con 4 storie premiate al TTA, il premio sulla fotografia di viaggio lanciato da Starring a febbraio 2021, www.traveltalesaward.com Ed eccoci qui, nel 2022, con CITIES 10, e abbiamo tutta l’intenzione di continuare in quest’avventura! Stay tuned

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