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Steven Amsterdam è nato e cresciuto a Manhattan e ha studiato a Chicago. Ha curato guide turistiche e disegnato copertine di libri. Ha lasciato New York con il sogno nel cassetto di aprire una pasticceria in Australia. Ora vive a Melbourne, dove scrive e fa l’infermiere. Il suo primo romanzo, Things We Didn’t See Coming (2010), ha vinto l’Age Book of the Year ed è stato finalista al Guardian First Book Award.


Isbn Edizioni via Sirtori, 4 20129 Milano Direzione editoriale: Massimo Coppola Editor: Mario Bonaldi Redazione: Matteo Alfonsi, Antonio Benforte, Linda Fava Diritti e redazione: Sara Sedehi Comunicazione: Valentina Ferrara, Giulia Osnaghi Grafica: Alice Beniero Copyright Š 2011 by Steven Amsterdam Š Isbn Edizioni S.r.l., Milano 2012 Titolo originale: What the Family Needed


Steven amsterdam

Ritratto di famiglia con superpoteri Romanzo

Traduzione Anna Mioni

special books | isbn edizioni


Giordana

Finalmente stavano arrivando nella terra della normalità: lampioni, auto parcheggiate e siepi. E c’era Alek che teneva stretto un bicchiere di latte pieno fino all’orlo e girava in tondo in mezzo a un prato al chiaro di luna. Giordana doveva ringraziare che, almeno per questa volta, sua madre non li aveva portati in un motel. La cinque porte azzurra si infilò nel vialetto, scombussolando la ghiaia, e interruppe il piccolo sogno di Alek. Sul sedile, il mucchietto di vestiti e libri che separava Giordana da suo fratello Ben finì per planarle in grembo. Vide Alek che correva sull’erba, su per i gradini dell’ingresso, chiamava qualcuno dentro casa, poi si precipitava all’inizio del vialetto. Allegro sotto la luce dei fari, saltellava su e giù facendo una danza di benvenuto, e come per miracolo riuscì a non rovesciare il latte. Sollevò il bicchiere, brindando al loro arrivo. Sopra al rumore delle istruzioni dell’ultimo mo-


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mento di sua madre, e di suo fratello che canticchiava con le cuffiette, Giordana sentì Alek che gridava: «Salve, cugini!». Lui avrebbe reso sopportabile tutta la faccenda. Le mutande di Superman gli sporgevano dai jeans. «Sono arrivati!» gridò in direzione della casa. Giordana si svincolò dai vestiti e dalle lenzuola e dalla paccottiglia di cucina di cui traboccava la macchina e uscì nell’aria cinguettante e quieta di periferia. Scese anche Ben, quando fu pronto. Guardarono la madre che frugava in mezzo alle cianfrusaglie per capire quali voleva portare in casa per prime. Giordana enumerò le informazioni. Uno: c’era stato un litigio tra i suoi genitori. Particolarmente brutto. Due: papà era rimasto in un appartamentino stracolmo in una via dove al mattino sfrecciavano i camion e di notte uscivano i topi. Tre: il piano era di trasferire tutta la famiglia, tranne papà, a casa di zia Natalie finché le cose non andavano meglio. Bene. Giordana restò vicino alla macchina. La casa di zia Natalie sembrava una di quelle disegnate con i pastelli dai bambini che avevano appena imparato a tracciare quadrati e triangoli. Avrebbero vissuto lì per le successive due settimane. Ben sbadigliava come se non gliene importasse niente. Da quando aveva compiuto diciassette anni e aveva cominciato a passare le notti fuori, Giordana sapeva che se non lo sorvegliava di continuo c’era il rischio che se ne andasse a farsi una vita lontano da


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loro. Lei era più piccola di appena venti mesi, e non aveva nessuna intenzione di restare spiaggiata. Ma tutto era possibile. In fondo, c’era una tizia che aveva lasciato un biglietto al marito e se n’era andata via con i figli. Un domani, Ben avrebbe potuto decidere che toccava a lui sparire all’improvviso. E la mamma avrebbe potuto decidere che era stufa di fare la mamma. Chiunque poteva lasciare chiunque. Giordana rabbrividiva al solo pensiero. Finalmente la zia Natalie e lo zio Peter uscirono sulla soglia e gli fecero cenno di entrare. Peter gridò: «Potete portare dentro i bagagli dopo. Entrate». Giordana tirò i capelli a Ben perché si desse una mossa. Lui esclamò «Ahia!» abbastanza forte da attirare l’attenzione su di lei, ma non le importava, perché era lei quella che si stava comportando in modo maturo, cercando di farlo entrare. Entrambi si avviarono verso la casa portando un borsone e un cuscino a testa. Per un po’ avrebbe dovuto mettere da parte i ricordi migliori di suo padre, che a quanto pareva esistevano solo nella sua testa, unica tra tutti. La situazione richiedeva di andare a salutare gli zii. Giordana si tirò dietro Ben. La madre di Giordana aveva un «doppio» con più successo nella vita: la zia Natalie. Stasera era più serena che mai, come se traesse energia delle disgrazie della sorella. Era tutta di buon umore, con i pantalo-


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ni beige e la camicetta verde oliva senza una grinza, come se stesse suonando Bach al pianoforte quando erano arrivati. Sullo sgabello accanto di sicuro ci sarebbe stata una camomilla in una tazza a fiori. Era sempre perfettamente in ordine. Natalie li aspettava sulla soglia e spalancò le braccia per stringerli forte. «Oh, Ruth» disse, trascinandoli tutti e tre nell’ingresso. «Mi dispiace. Che cosa terribile.» «Sì. Davvero» disse la madre di Giordana, accarezzando i figli con la compassione che di solito riservava a se stessa. Lo zio Peter fornì la versione maschile dello stesso abbraccio caloroso, dando a tutti una o due pacche sulle spalle. Disse: «Potete restare finché c’è bisogno, e anche di più, lo sapete». Per la maggior parte delle tre ore del viaggio di fuga da casa, Giordana aveva supplicato sua madre di tornare indietro. Adesso era felice di stare tutti insieme ammassati sotto la luce dell’atrio. Alek si intrufolò tra di loro e chiese a sua madre: «Posso portarli a fare un giro?». Natalie lo zittì. «È un momento difficile. Non hanno voglia di giocare.» Alek stava ancora saltellando. «Perché no? Siamo tutti insieme. È questo che importa, no?» «Aspetta, per favore» disse Natalie, senza allentare la presa sugli altri tre. Quell’abbraccio era terapeutico e lei non aveva ancora finito di somministrarglielo. Alle sue spalle, un corridoio pieno di foto di famiglia


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incorniciate prometteva un futuro di stabilità e ricordi felici. Più in là, nel salotto, Giordana vide tutto l’angolo dedicato alla televisione. Immaginarselo: una famiglia seduta, che guarda un film insieme. Una serata tranquilla con i pop-corn, e senza porte sbattute. Visto cosa si poteva realizzare con il padre giusto e un po’ di soldi in banca? Lo zio Peter disse: «Potete scegliere lo studio accanto alla camera dei ragazzi, dove c’è una vecchia chaise longue, oppure c’è il divano letto grande al piano di sotto. Chi preferisce la privacy alla comodità?». «Io» disse Ben, con l’autorità del primogenito. La sua decisione fu ratificata senza discussioni. E così a Giordana toccava dormire con sua madre. C’era da aspettarselo. Alek afferrò i cugini per i polsi e li liberò dalla mischia: «Adesso posso portarvi a fare il giro della casa?». Ben gli disse: «L’abbiamo già fatto la volta scorsa. Ti ricordi?». «Allora lo facciamo diverso!» «Che tesoro» disse Natalie. Potendo scegliere, Giordana avrebbe preferito restare con sua madre a sentire come raccontava la storia della loro partenza. Però, se lei non era presente, l’avrebbe raccontata in modo diverso. Come avrebbero reagito Natalie e Peter? Sua madre si sarebbe accorta che provavano pena per lei? La cosa più responsabile da fare era andare a giocare con i cuginetti.


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Giordana si sventolò la mano vicino al viso come un ventaglio pieno di fronzoli e disse ad Alek: «Mi piacerebbe un sacco fare un giro!». Alek si concentrò su di lei. «Allora, dimmi quale preferisci delle due: saper volare o essere invisibile?» «Questo fa parte del giro?» «Quale scegli? Dimmi quella che ti viene in mente per prima. Basta che lo dici.» «Posso passare attraverso gli oggetti o devo infilarmi dentro e fuori dalle stanze quando la porta è aperta?» Alek ci pensò su. «No. Cioè, sì, puoi attraversare i muri. Ma non puoi rubare la roba, tipo in banca.» «Va bene, mi accontenterò. Invisibile e basta.» Lanciò uno sguardo truce a Ben, perché andasse con loro. Ben piegò i gomiti verso l’alto e sventolò le mani sarcastico. «Be’, allora io so volare.» Alek era soddisfatto «Bene. Seguitemi.» Il giro portava direttamente in camera dei ragazzi al piano superiore, niente di nuovo. Sasha era sul letto di sopra e stava leggendo, sotto una coperta color verde petrolio. «Sasha è timido in questo periodo» annunciò Alek. Sasha tirò via le coperte per gridare: «Non è vero!» e poi tornò al suo libro. Visto che disponeva di un pubblico di veri adolescenti, per Alek era facile ignorare il fratello maggiore. Al centro della stanza, Alek interruppe il giro per esaminare il viso di Giordana.


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Giordana aprì la bocca per chiedergli perché, ma lui la zittì. «Sto riflettendo» le disse. Gli arrivò l’ispirazione. Da un mucchio di vari animali di plastica e mostri che marciavano su un cassettone, prese un Godzilla e glielo mise in mano. «Tieni.» Sbrigata quella formalità, poteva occuparsi di tirare giù da uno scaffale dei giochi in scatola e rovesciarli sul tappeto. Giordana seguì lo sguardo di Ben fuori dalla finestra sulla strada di sotto. Una ragazza in bicicletta più o meno dell’età di Giordana faceva giri infiniti e annoiati al centro dell’incrocio. Non c’erano macchine, e allora perché no? Lì, di sera, i ragazzini potevano fare le corse sul prato davanti casa e le ragazze potevano andare in bicicletta in mezzo alla strada, tanto era sicuro quel quartiere. Sul tappeto c’era la stampa di una foresta pluviale, e Alek si sdraiò sopra la parte con le scimmie e le cime degli alberi. I tabelloni dei giochi erano disposti in modo tale che gli angoli si toccavano in un triangolo. Alek cominciò a blaterare le regole inventate di un gioco completamente nuovo, che nessuno riusciva a seguire. «Guarda che finisci per mescolare tutti i pezzi» gli disse Sasha, da un pertugio tra le coperte. Alek rispose: «Tu non giochi». Se c’era qualcuno capace di frenare Alek era Giordana, ma lei era distratta dal rumore di una finestra


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che si apriva dall’altra parte della strada: oltre che sicuro, il quartiere era anche molto silenzioso. C’era un motivo per cui alla gente piacevano le strade alberate, ne era sicura, ma non valeva per lei. Non era quella l’estate che aveva in programma. Finché non fosse riu­ scita a tornare dalle sue amiche, l’avrebbero segnata assente dalla vita. La scuola era finita tre giorni prima. Aveva trovato un lavoro part-time a servire gelati da Sprinkles quattro volte alla settimana. Il lavoro era uno strazio, ma almeno poteva mangiarsi i gelati gratis ogni volta che il capo non c’era. E poi, i genitori di Thea l’avevano lasciata a casa da sola per una settimana, e casa loro avrebbe fatto da base per pigiama party in cui nessuno dormiva, con il frullatore pieno di rum e succo di frutta, e le mattine dominate da sfilate di moda casalinghe, sponsorizzate in esclusiva dalla madre di Thea. Quelle cose ormai non importavano più. Perché ora, nel momento stesso in cui tutte le sue amiche erano insieme, Giordana stava lì nella stanza di Alek e Sasha. Una moscezza che ve la raccomando. Sarebbe stato un sollievo essere davvero invisibili. Non farsi vedere da nessuno, mentre con difficoltà affrontava una o due squallide settimane di solitudine in periferia. Avrebbe potuto origliare sua madre mentre cercava di ricucire i rapporti con suo padre, e scoprire quali soluzioni a breve termine avrebbero adottato per aggiustare il loro matrimonio. Qual era il minimo indispensabile che suo padre avrebbe do-


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vuto dire stavolta? Giordana conosceva la maggior parte dei segreti dei suoi genitori perché di solito le loro conversazioni si svolgevano a volume altissimo. Ma se fosse stata invisibile avrebbe potuto ascoltare anche altre persone. Cosa dicevano di solito le ragazze normali ai ragazzi normali, per esempio? Mentre pensava di andare a fare una passeggiata in un parco per origliare la conversazione di due piccioncini mielosi, Ben la chiamò per nome. Guardò in giro per la stanza (in pratica la stava fissando), poi sporse la testa nel corridoio e gridò: «Giordana, dove cavolo sei?». Tornò a guardare nella stanza, verso Alek. «Ma dov’è andata?» Alek alzò gli occhi, poi tornò a far saltellare pedine sui tabelloni dei giochi. Non la vedeva nemmeno lui. Lei guardò in basso verso la sua mano e non vide nulla, solo il pavimento sotto di lei. Quello che Giordana non disse era: «Sono qui». Invece con due passi all’indietro si tolse dal centro della stanza, e restò in silenzio vicino al muro. Si sentirono un paio di scricchiolii, ma nessuno guardò nella sua direzione. Ben la chiamò di nuovo per nome. Appesa alla parete opposta c’era una barca di legno con uno specchio triangolare sulla vela. Giordana si girò per specchiarsi e vide solo il muro dietro di sé. Aveva il viso in fiamme, ma non lo vedeva. Era scomparsa. Dal suo letto, Sasha guardava con disapprovazione il caos che aveva combinato Alek. Giordana gli agitò il braccio davanti. Ma non la vide nemmeno lui.


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Ben gridò nel corridoio: «Fantastico, mi trascini quassù e poi mi molli qui con questo scoppiato». Quando non ricevette risposta, si inginocchiò di fianco ad Alek, con l’aria di chi gli stava facendo il favore più grosso del mondo. «E va bene ragazzino, fammi vedere come si gioca a questa roba.» Giordana fece un passo felpato fino all’angolo della stanza, tra il letto a castello e il muro. Rimise il Godzilla sul cassettone. Quando lo lasciò andare, il giochino ridiventò visibile. Se lo riprendeva in mano, spariva di nuovo. Lo mollò e riapparve. E va bene. Girando al largo da Ben e Alek e da tutti i pezzi del loro gioco, Giordana uscì dalla camera. Nel corridoio camminò pianissimo intorno agli angoli delle assi per non fare rumore. Fermi tutti: se i suoi piedi causavano degli scricchiolii sul pavimento, allora doveva avere una massa corporea. Si fermò e provò a premere la fronte contro il muro. La sua testa non lo attraversava. Era una barriera. Bloccata lì contro l’intonaco, fissò la carta da parati. Cespugli di rose e attrezzi da giardinaggio, una dolce sintesi per suggerire una famiglia felice. Il rosso vivace come il colore di un’autopompa. Probabilmente lo zio Peter spolverava i muri due volte al mese. Giordana mantenne il respiro regolare, concentrandosi e spingendo ancora più forte con la testa. Per quanta energia ci mettesse, non riusciva ad avanzare. Dentro le si gonfiò quel genere di indignazione tipica di suo padre, che la spinse a tornare da Alek per


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farsi spiegare precisamente come si attraversavano i muri. Se ti ha trasmesso questi cavolo di poteri, meglio per lui se funzionano al duecento per cento. Ma non poteva fare come quella volta che papà aveva scagliato il tostapane addosso alla signora del servizio clienti. E poi non era un trucco di Alek. Semplicemente, non ci aveva mai provato. Con un po’ di pratica avrebbe capito come fare. Giordana entrò nel bagno. La luce della luna era sufficiente. Nello specchio sopra il lavandino, vide riflessa la tenda della doccia dietro di sé. Nessuna Giordana. Invisibile. E se fosse durato per sempre? La vita come l’aveva conosciuta fino ad allora finiva. Pensò al suo viso, a suo padre che una volta le aveva detto che sorrideva con gli occhi e doveva sforzarsi di farlo più spesso. Provò a sorridere a comando davanti allo specchio. I lineamenti e il corpo tornarono visibili. Grazie, chiunque tu sia, pensò. Per quanto le sarebbe piaciuto sparire per un po’ dalla vita in superficie, un’invisibilità costante le avrebbe creato seri problemi logistici. Si immaginò di nuovo di non esistere, e si osservò nello specchio mentre si dissolveva. Era una cosa davvero fenomenale. Al piano di sotto, seguì il monologo che sua madre stava rivolgendo alla cucina rinfrescata dall’aria condizionata. Peter versava il caffè. Natalie stava mettendo a posto i piatti. Giordana restò sulla soglia. Non la videro. Sua madre disse: «Sapeva che stavamo andando


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via. Se lo aspettava. Di sicuro stasera, tornando a casa, non gli è preso un colpo. Quello che ha fatto precipitare le cose è stata la prima sbronza di Ben. Non avevo la minima intenzione di starmene lì a guardare mentre quel problema si aggravava. Quel ragazzo è già abbastanza svogliato così». Giordana era d’accordissimo. Peter le porse una confezione di biscotti alla vaniglia. «Ne vuoi uno, Ruth?» Lei gli fece cenno di no con la mano. Dopotutto, con la bocca piena non sarebbe stata in grado di parlare. Però Giordana sì che ne voleva uno, e cominciò a chinarsi per capire quanto poteva avanzare nella stanza senza farsi scoprire. Sua madre continuò. «Finalmente ce l’ho fatta, non mi sembra vero.» La strategia migliore era far ripetere la storia a sua madre più e più volte, finché non la consumava. Probabilmente Natalie l’aveva capito già da un pezzo, perché non provava a dire niente. Giordana era a un braccio di distanza da un biscotto. Bastava che Peter smettesse di mangiarli e posasse il pacchetto. Appena lei ne toccava uno, sarebbe sparito e sarebbe stato suo. L’avrebbero sentita masticare? Le chiacchiere di sua madre le fornirono una copertura. «Stavo sempre lì ad aspettare che combinasse qualche cazzata, e non mi deludeva proprio mai.»


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Natalie raddrizzò i biscotti in modo che il bordo della confezione fosse allineato con il piano di lavoro della cucina. Giordana si avvicinò di un passo. «Quando si è licenziato da quell’ultimo lavoro, per le sue solite arrabbiature senza motivo, sempre colpa degli altri, mai sua, è tornato a casa e ha cominciato ad alimentare quella rabbia. Ma io avevo deciso di fregarmene, stavolta.» La mamma aveva raccontato a Giordana che l’avevano licenziato. «Sei stata furba ad aspettare la fine del semestre» disse Peter. «Non avrei potuto portarli via prima, e poi dovevo fare progetti.» Altolà: prima, in macchina, Giordana si era consolata pensando che quello fosse l’ennesimo «intoppo» matrimoniale, come aveva definito sua madre una scenata precedente. E dividersi un divano letto faceva parte di un progetto? «È già abbastanza spiacevole sradicarli. Ma ce la faranno. A Ben farebbe bene trovare degli amici diversi. E Giordana, lei se la caverà di sicuro. L’avete vista: è molto calma, io non sono mai riuscita a essere così. È proprio un’anima saggia.» Un’anima saggia. Giordana si stava immaginando quelle parole quando Peter allungò la mano per prendere i biscotti e sfiorò la sua. Sobbalzò nel momento in cui si sfiorarono, ma Giordana mollò subito la presa, lasciandolo padrone


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dei biscotti. D’accordo, a quanto pareva era dotata di massa. Con due passi silenziosi si ritirò da quella rischiosa posizione al centro della stanza. Si sentì il rumore della porta d’ingresso che si apriva. Chi aveva dimenticato di chiuderla a chiave? Entrò la ragazza che girava in tondo in bicicletta. Giordana si sforzava di capire tutto. Uno: il fatto che quella faccenda era programmata. Perché nessuno le aveva detto niente? Due: quella lode un po’ mistica di sua madre. Credere che Giordana fosse dotata di un’immensa saggezza era più comodo che prenderla sul serio? Tre: e quella ragazzina, adesso. Chi era? Di sicuro non una quindicenne quasi donna. Era un po’ più grande, aveva un seno vero. Aveva capelli e pelle curatissimi. Giordana era certamente sulla difensiva nei suoi riguardi, ma a pensarci bene per avere quel viso carino e disteso e i ciuffi castani lucidi bisognava dedicarci tempo, e questo poteva solo denotare mancanza di carattere. Se avessero frequentato la stessa scuola, senza dubbio lei sarebbe stata uno o due gradini più in alto di Giordana. Non avrebbero mai avuto motivo di parlarsi. «C’è nessuno?» strillò la ragazza dall’ingresso. Lo zio Peter scattò dalla cucina: «Siamo qui». Giordana perse l’occasione di fregarsi un biscotto alla vaniglia, e riuscì appena a togliersi di mezzo mentre la ragazza entrava a grandi passi in cucina, passandole davanti, così vicina che Giordana si beccò una zaffata di Obsession di Calvin Klein. Come se fosse la padrona


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di casa, la ragazza si chiuse alle spalle la porta, e fece una lezioncina sul risparmio di elettricità. Giordana non poteva attraversare la porta, ma sentì le presentazioni di Natalie. «Janelle, lei è mia sorella Ruth. È venuta a trovarci per un po’ con i suoi figli. Janelle di solito fa da babysitter ai ragazzi, ma quest’estate lavora in un campo scuola.» Sua madre era stata presentata come la sorella. Senza fare accenni a separazioni, divorzi, abbandoni. Lo zio Peter disse: «Devi avere più o meno l’età di Giordana». «Ho sedici anni» rispose Janelle. «Giordana ne ha quindici» fu l’utile osservazione di Ruth. Animatrice in un campo scuola, qualsiasi cosa volesse dire. Un po’ più interessante che scodellare coni gelato. Forse anche meglio pagato. E, pur essendo solo la baby-sitter, era venuta a trovare Peter e Natalie come se fossero amici. «Caffè?» le chiese Peter. «Certo, Peter. Grazie.» Certo, Peter. Caffè. Giordana era indignata per così tanti motivi che non sapeva da dove cominciare. Gliel’avrebbero corretto con un goccio di whisky come faceva suo padre? Sua madre fece una proposta: dato che Janelle era occupata al campo scuola, Giordana avrebbe potuto fare da baby-sitter finché si fermavano lì.


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Peter disse: «La paghiamo, ovviamente». «Non farmi ridere» rispose sua madre, come se i soldi non fossero un problema. Spalancò la porta della cucina, praticamente in faccia a Giordana, e gridò: «Giordana, scendi?». Ah, giusto, era ancora al piano di sopra. Giordana entrò nel bagno del corridoio per controllare nello specchio se riusciva a ricomparire. E infatti rieccola lì. Non aveva un brutto viso: niente di canino, ma nemmeno di felino, però. Doveva far passare un po’ di tempo in modo da sorridere prima di fare il suo ingresso, proprio come Thea le aveva consigliato di sistemarsi prima di rispondere al telefono. Così hai una voce più cordiale, le aveva detto. La madre di Thea era abbonata a Cosmopolitan. Dato che Giordana aveva già visto e annusato Janelle, quando entrò in cucina nella migliore delle ipotesi aveva in mano un piccolo vantaggio, anche se non le piaceva pensarlo come tale. Fecero le presentazioni. Le ragazze si salutarono calorosamente, ma farlo non richiedeva un grande sforzo. Nessuno offrì il caffè a Giordana. Janelle teneva banco al centro della stanza, raccontando dei bambini al suo campo scuola e rigirando la tazza sul bancone. Peter era appoggiato sul lavello e (Giordana ne era sicura) teneva sotto controllo i movimenti di Janelle. Era una cosa un po’ scontata, andare a letto con la


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baby-sitter. Di sicuro Natalie se ne sarebbe accorta. Ma forse il matrimonio attutisce le cose. Giordana pensò a sua madre. Forse sposarsi spegneva un pochino le persone, per aiutarle a tirare avanti. O forse faceva sì che spegnessero tutto il resto. Janelle offrì a Giordana di usare una bicicletta che aveva in più finché si fermava lì. E, dato che era libera nei due giorni successivi, poteva portarla in giro e mostrarle il quartiere. Giordana, che non aveva niente da offrire in cambio, accettò, e ammise a se stessa che la sua compagnia le avrebbe fatto piacere. E poi, se Janelle si scopava davvero lo zio Peter, in questo modo sarebbe riuscita a ottenerne le prove. Giordana non sapeva se le faceva più schifo Peter per la sua debolezza o Janelle per la sua malvagità. O era il contrario? Ben entrò in cucina, con Alek e Sasha al seguito, tutti affamati di biscotti. Ben salutò Janelle con un «Ehi» evasivo. Alek le batté il cinque, e contemporaneamente fece un rutto da adulto. «Alek, per favore» gli disse Peter. Alek gli rispose con la stessa insofferenza. «Papà, per favore.» Janelle non si distraeva facilmente, e continuò a chiacchierare con Giordana: «Alle otto e mezza è troppo presto? Continuo a svegliarmi alla stessa ora di quando si andava a scuola». Giordana, che credeva di dover passare le settimane successive da sola a leggere nella veranda di sua


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zia, disse «Figata» prima ancora di ricordarsi quanto le faceva schifo quella parola. * «Ci sono dei dettagli precisi, di lunga durata, che sappiamo sulle persone, che abbiamo sempre saputo fin dal principio sulle persone che ci sono vicine. Di solito si conservano in cassetti separati rispetto ai dettagli di uso quotidiano.» Sua madre stava cercando di giustificare la loro partenza, mentre studiava un sistema per organizzare le borse piene di abiti sparpagliati sul pavimento. Giordana sistemò il divano letto con molta calma, così non le avrebbe chiesto di fare altro. Sua madre continuò: «Uno li tiene alla larga perché non si immagina nemmeno che siano importanti o crede che non arriverà mai il momento in cui gli toccherà affrontarli». Stava investendo molti sforzi su quel discorso. «Ci aspettiamo che i problemi nell’ultimo cassetto o dietro alla credenza o dovunque siano nascosti rimarranno lì dentro per sempre. Che non ci riguarderanno mai.» «Come le giacche invernali che abbiamo lasciato da papà?» «Come papà» rispose sua madre. «Il discorso non regge. Papà non è un dettaglio.» «Hai ragione» disse, e fece una carezza sulla testa a Giordana. Cominciò a ripiegare il contenuto di un borsone per poterlo appoggiare in modo un po’ più or-


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dinato sul pavimento. Giordana la guardava, scocciata. Non avevano fatto le valigie, avevano evacuato. Si poteva anche fare in un altro modo. Se Giordana avesse avuto il minimo preavviso, avrebbe potuto programmare, avrebbe potuto salutare i suoi amici. A scuola gli avevano parlato dei popoli deportati e si chiese se, su scala infinitesimale, si sentissero così anche loro tre: eliminati da una casa e costretti a trovarne un’altra. Essere spaesato era diverso. Era quando si veniva tagliati fuori del tutto, si era perduti. Lei era deportata. Suo padre era spaesato. Sua madre, con un sospiro eloquente, si inginocchiò per sistemare scarpe e cinture, che non rientravano nei mucchi più razionali. «So che hai un’età vulnerabile, tesoro, ma ti giuro che appena ci sistemiamo da qualche parte ti trovo uno psicologo.» Giordana non voleva andare dallo psicologo. Voleva una casa. Quella non lo era; il loro ultimo appartamento (dove probabilmente suo padre stava bevendo fino a prendere sonno) non lo era. Giordana si guardò le dita mentre infilava i cuscini nelle federe. Le venne in mente una frase che doveva aver sentito in una vecchia pubblicità: Nocche nodose, poco vezzose. Sapeva già che non avrebbe mai fatto la manista, o la modella in generale, davvero. Fosse stata figlia di Natalie, avrebbe avuto delle belle mani e lei e Janelle sarebbero state amiche dalla nascita. Sua madre non la stava guardando. Sarebbe stato un buon momento per fare una prova. Giordana cercò


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di andare in trance concentrandosi sull’inesistenza, e liberando il corpo dalle particelle visibili. Si guardò intorno. Era ancora lì, mani e tutto. Riprovò un’altra volta. E non successe nulla, un’altra volta. Era stata tutta una cosa mentale. Una reazione al trauma di quella partenza così improvvisa. A volte, in momenti di crisi, alla gente venivano i capelli bianchi. Fu assalita da una delusione estrema, per non parlare della pateticissima realtà di dover dividere il letto con sua madre. Il suo cervello le aveva dato un’allucinazione vistosa e poi gliel’aveva portata via. Era sparita, ironia della sorte. E comunque era meglio scoprirlo così, che tutta quella faccenda era frutto della sua fantasia, piuttosto che cominciare a vantarsene con Janelle come una scema, Guarda cosa sono capace di fare! Serviva allenamento, e più concentrazione. Coscienziosa, tornò in bagno a provarci un’altra volta. Si piazzò davanti allo specchio e cominciò a pensare a se stessa completamente presente ma completamente scomparsa. Fu sollevata nel capire che era ancora in grado di scomparire a comando. Si aggrappò a quel pensiero come a una scodella di minestra troppo piena e tornò in salotto. Sua madre aveva infilato le loro cose tra i piedi di metallo del divano letto. Lì non avrebbero interferito con le linee nette della famiglia felice di zia Natalie. «Mmm…» disse Giordana. «Cosa c’è?» rispose Ruth senza girarsi.


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«Devo chiederti una cosa» e aspettò lo sguardo di sua madre. «Cioè…?» Giordana rimase in silenzio. Mentre Ruth si sedeva sul pavimento per guardare in faccia la figlia e dedicarle la sua attenzione, Giordana sentì che diventava visibile. Era come gonfiarsi. «Cosa?» le chiese sua madre. Era quello il segreto: il desiderio di essere guardata che le aveva minato la concentrazione. La prossima volta avrebbe saputo cosa non fare. «Volevi chiedermi una cosa?» «Sì.» Giordana fece una pausa. «Chissà come mai, non mi sorprende. Sei sempre lì che vuoi chiedermi qualcosa.» «Cosa vuol dire che una persona è un’anima saggia?» Sua madre aveva fatto l’infermiera per dodici anni, quindi non c’era molto che potesse sorprenderla. Non sembrava minimamente infastidita dal risentire le parole che aveva usato prima. E comunque, parlava così tanto che spesso non si ricordava a chi avesse detto cosa. «Che non si lascia abbattere dalle parti più schifose della vita.» «I dettagli che stanno nell’ultimo cassetto?» Sua madre la guardò come se fosse la prima volta della giornata. «Nell’ultimo cassetto, nel primo. In tutti i cassetti. Io spero solo che da grande sarò tosta e


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bella come sei tu adesso.» Una volta sua madre aveva definito «tosta» la zia Natalie che, aveva detto, sarebbe riuscita a preparare dei panini perfetti in mezzo a un campo di battaglia. Questo era ciò che serviva. Ma nessuno si era mai preso la briga di definire la parola «bella». «Grazie» disse Giordana, anche se non sapeva bene di cosa. «Va bene, almeno puoi scegliere la parte di letto che preferisci.» * Suonò la sveglia. Sua madre era già in bagno. Giordana si sporse su quella sottospecie di materasso per arrivare oltre il bordo della rete metallica e schiacciare il pulsante per spegnere la sveglia. Un attimo dopo sua madre stava già chiudendo la porta d’ingresso, e partiva alla ricerca di un lavoro. Allora era vero che si sarebbero fermati lì per un po’. Un attimo dopo ancora, Alek e Sasha saltellavano sul suo letto e pretendevano attenzione. Erano quasi le otto. Lei affondò il viso nel vecchio cuscino di lattice. Alek gonfiò il lenzuolo per aria, creando una tenda che li avvolgeva entrambi. Si accovacciò vicino a lei e piazzò la faccia davanti alla sua. «Ti vedo!» Lei lo guardò, con il sorriso sdentato e gli occhi decentrati come un Picasso. Un lemure disegnato da Picasso. Le aveva lasciato la scelta: volare o essere


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invisibile. Giordana si immaginò loro due dopo vari decenni (all’età che avevano adesso i suoi genitori), ancora legati, ancora uniti in un modo cruciale. E se gli avesse detto che voleva volare? Con una voce che si poteva sentire solo da sotto le lenzuola, gli chiese: «Lo sapevi?». «Che cosa?» Aveva un’aria sincera e confusa. Voleva giocare. «Niente» disse Giordana. Era una cosa solo sua, allora. Era sicura che sarebbe riuscita a sparire davanti a loro, ma non voleva che nessuno desse di matto e andasse a raccontarlo in giro. «Ragazzi, venite» li chiamò Peter dal corridoio. Alek le chiese: «Ci sei quando torniamo a casa dal campo scuola?». «Sì.» «Bene.» Lei li disperse scrollando il lenzuolo e loro infilarono la porta. A casa sarebbero rimasti solo lei e Ben. Natalie era già uscita per andare a scuola. Insegnava alle elementari. L’infermiera o la maestra, aveva sempre detto sua madre. Un tempo erano quelle le scelte. Adesso avete centinaia di carriere diverse da scegliere. Cosa avrebbe fatto Giordana da grande? La donna invisibile. Imitando l’efficienza della madre, appiattì le lenzuola e ripiegò il letto su se stesso. Restrinse ancora la superficie occupata dalle loro file ordinate di in-


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dumenti, e si vestì. Jeans corti e una maglietta rossa, ne era sicura, la rendevano una gemella a distanza di Thea, Dee ed Emily, che probabilmente in quel preciso momento erano dirette in piscina. Sarebbero rimaste sdraiate sui teli da bagno sulle scalinate di cemento fino all’ora di pranzo. Se a una di loro fosse venuto un attacco di audacia, si sarebbero sedute nella parte meno profonda della piscina, scalciando come vecchiette. Poi si sarebbero dileguate per andare al lavoro. Il primo giorno avrebbero creduto che Giordana fosse malata. Probabilmente le avrebbero telefonato quella sera (Thea aveva il telefono in camera) per sapere come stava. Papà, ubriaco perso, avrebbe raccontato la sua versione della storia a chiunque avesse chiamato. Giordana avrebbe dovuto chiedere alla zia Natalie il permesso di fare un’interurbana a Thea per spiegarle cosa stava succedendo. Domani, ormai. C’era tempo. Giordana notò una macchia d’inchiostro sulla tasca dei jeans. La fissò e concentrò i pensieri per cancellarla. Ma niente da fare. Non voleva cambiarsi. Mettersi qualcosa di diverso per uscire con una ragazza come Janelle avrebbe rappresentato un fallimento su tutta la linea, una sconfitta per le ragazze qualunque di tutto il mondo. E poi, era profondamente falso montare tutto un teatrino per una persona appena conosciuta. Erano scappati di casa e lei aveva una macchia sui pantaloncini. Cercare di far sembrare diverse le cose era una bugia. Fissò di nuovo la mac-


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chia, invano, e poi indossò un altro paio di calzoncini per Janelle. Dalla veranda vedeva che la strada era tranquilla. Sui vialetti c’erano alcune automobili parcheggiate, e tra gli alberi piantati a intervalli regolari non si muoveva una foglia. Giordana tornò dentro per fare un rapido giro della casa all’insaputa della casa stessa. Si dimezzò. Abbassò lo sguardo: niente gambe, niente braccia. Fantastico. Si affidò ai sensi e capì che non era solo una testa galleggiante. Propriocezione, si chiama, la sensazione del proprio corpo nello spazio. Come si chiamava invece quando il corpo c’era ma non c’era? Salì le scale con le braccia alzate, come se si dovesse tenere in equilibrio. La porta della camera di Peter e Natalie era chiusa. Forse sarebbe stato illuminante passare in rassegna gli armadietti del bagno e i cassetti del comò, ma girare la maniglia era un’infrazione troppo grossa da poter giustificare. Si annotò mentalmente: imparare ad attraversare le porte. La stanza dei ragazzi, anche se era disponibile, di sicuro non nascondeva segreti. La porta dello studio era spalancata. C’erano i vestiti di Ben sparpagliati dappertutto e nemmeno le sue cose erano un grosso mistero per chi guardava. Prima di uscire, sua madre aveva detto a Giordana di controllare che lui mettesse in ordine. Se era in grado di ottenere una stanza tutta per sé, in teoria non avrebbe avuto bisogno che qualcuno gli ricordasse di rifarsi il letto. Giordana fece volare lo zaino con un calcio, sparpagliando


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ulteriormente la sua roba. Tanto non se ne sarebbe mai accorto. Ben era in cucina a mangiare cereali, canticchiando come un cretino. Dato che era più grande di lei, a lui probabilmente la mamma aveva parlato del progetto di andarsene. Era un’ingiustizia vivente. Nel pieno centro della cucina, Giordana si rese visibile. Lui alzò lo sguardo verso di lei. «Ehi.» Si era perso il suo ingresso. Tanto peggio per lui. Non gliel’avrebbe mostrato mai più. Non se lo meritava. «Allora, cosa fai oggi?» gli chiese. «Aspetta che controllo l’agenda.» Fissò un punto nel vuoto. «Finito qui, vedrò cosa hanno programmato alla televisione i nostri malvagi dominatori capitalisti. Poi, verso l’ora di pranzo, mi farò un panino. Una giornata intensa, no?» «Dobbiamo vedere un po’ il quartiere. Capire cosa c’è qua vicino. Dobbiamo anche trovarci un lavoro, se restiamo qui per un po’.» «Sì. Sono preoccupato» disse Ben, fingendo di leggere il giornale dello zio Peter. «Credi che resteremo qui per un po’?» «Non lo so, cocca mia. Per il momento siamo qui.» Ne aveva abbastanza. «Esco con Janelle.» «Non stai correndo un po’ troppo? Non mi risulta che ci sia mai stato un primo appuntamento.» Si rimise a canticchiare.


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Era così facile ignorarlo. «Vado a conoscere il quartiere. Deve pur esserci qualcosa da fare da queste parti.» «Buona fortuna.» Continuò a fissare il giornale. Che razza di stronzo. «Metti a posto quando hai finito» disse Giordana, chiuse il cartone del latte e lo rimise in frigo. Il campanello suonò. Lei si girò e se ne andò senza aspettare che lui alzasse gli occhi al cielo.

Ritratto di famiglia con superpoteri - Steven Amsterdam  
Ritratto di famiglia con superpoteri - Steven Amsterdam  

Un estratto dal nuovo Special Book di Isbn.

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