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Baltimora, 1908. Jack Dillon è un bambino prodigio. Grazie alla sua voce angelica, «il piccolo menestrello del Maryland» diven­ ta un caso giornalistico nazionale. Finché, a tredici anni, arriva la pubertà a portargli via il dono, sbarrandogli la strada della fama e del successo. Quando gli Stati Uniti vengono colpiti dalla crisi del ’29, anche la famiglia del protagonista precipita bruscamente sul lastrico. Innamorato della ragazza sbagliata, Jack manda all’aria il suo matrimonio e de­ cide di partire all’avventura. Durante i suoi vagabondaggi si confronta con le ambiguità dell’America della Grande depressione, con le sue asprezze, le sue disuguaglianze, le sue possibilità di riscatto e redenzione. Giocatore di football professionista, impiegato d’alber­ go, clochard, impresario e soldato, per tutta la vita Jack Dillon cerca disperatamente qual­ cosa in cui credere, qualcosa che assomigli agli sgargianti colori di quella falena vista per la prima volta nel giardino di casa, men­ tre «si allontanava svolazzando tra gli alberi, libera e viva». La falena è l’opera più ambiziosa e di largo respiro di James M. Cain, uno dei pochi titoli della sua produzione che valica i confini del noir per inoltrarsi nei territori del romanzo di formazione, di viaggio, d’amore. Scritto nel 1948, è considerato dall’autore il suo capo­ lavoro.

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Isbn Edizioni via Conca del Naviglio, 10 20123 Milano Direzione editoriale: Massimo Coppola Editor e diritti: Sara Sedehi Redazione: Antonio Benforte, Linda Fava, Claudio Panzavolta, Alessio Fontana Comunicazione: Valentina Ferrara, Giulia Osnaghi Ufficio commerciale: Caterina Vodret, Simone Pappalettera Art director: Alice Beniero Grafica: Fabio Montagnoli www.isbnedizioni.it info@isbnedizioni.it Revisione e aggiornamento della traduzione di Giovanni Fletzer a cura della redazione. Copyright © 1948 by James M. Cain I diritti dell’opera in lingua italiana sono amministrati dall’Agenzia Letteraria Internazionale, Milano © Isbn Edizioni S.r.l., Milano 2014

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Titolo originale: The Moth

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James m. cain La falena Romanzo

Traduzione Giovanni Fletzer

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Nel presente racconto compaiono diverse regioni degli Stati Uniti, e anche un lembo d’Europa, e ricorrono i nomi di località note a tutti e di qualche personalità conosciuta. Ciò nonostante i protagonisti sono immaginari, e anche gli avvenimenti in cui si trovano coinvolti e la maggior parte dell’ambiente in cui si muovono. Non rappresentano, né intendono rappresentare persone, fatti o luoghi realmente esistenti. E in nessun modo si riferiscono o alludono ad avvenimenti vissuti dall’autore.

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La prima cosa di cui ho ricordo è una grossa falena caudata. L’avvi­ stai in Druid Hill Park, proprio all’inizio della strada dove sorge la nostra casa, a Baltimora, sulla terrazza di Mont Royal. Nelle giorna­ te nuvolose fa piuttosto buio, e lucciole, pipistrelli e rondini spunta­ no fuori in un intrico di segnali. Un giorno in cui il cielo aveva il co­ lore dell’ardesia bagnata, mi trovavo lì con Jane, la bambinaia nera, e quella cosa cominciò a svolazzare intorno. La seguii per un po’, da un muro a una siepe, a un cespuglio, e infine corsi in cerca di Jane, perché potesse vederla anche lei. Al ritorno, trovai lì un ragazzo che avrà avuto dieci o dodici anni, ma che allora mi sembrò più gran­ de di quanto, tempo dopo, doveva sembrarmi un centromediano di Yale. Brandiva un bastone col quale tentava di abbattere la falena. Mai in vita mia, in sogno, su un campo di battaglia o altrove, provai una sensazione di orrore paragonabile a quella. Strillai da far salta­ re i timpani. Quando Jane intervenne, disse al ragazzo di smetter­ la, ma quello continuò a picchiare. Lei gli strappò il bastone dalle mani. Lui le sferrò dei calci e lei glieli restituì sugli stinchi. Poi lui sputò, ma io non guardavo nemmeno. Non avevo occhi che per quel­ la splendida cosa verde, tutta palpitante di luce, che si allontanava svolazzando tra gli alberi, libera e viva. Era una sensazione che im­ magino gli altri provino pensando a Dio, in chiesa. Sembrerà forse assurdo dire che a volte, nel corso della mia vita, quando qualcosa accadeva dentro di me, fui in grado di spiegarne il significato con la pallida, verdeazzurra tinta luminosa che la sensazione sprigionava. 5

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Assurdo, ma è così. L’altro mio ricordo è una pera Bartlett. Me l’avevano affidata le zie, i primi giorni di scuola, perché la portassi alla maestra, la si­ gnorina Jonas. Nel cortile posteriore sorgeva un albero di pere, e a loro era venuta non so perché l’idea che bisognava regalarne una a Miss Jonas. Così Sheila uscì a coglierne una grossa, gialla e leg­ germente rosata, e mi spedì fuori con quella tra le mani. La scuola distava tre isolati. Al secondo annusai la pera. Al terzo la addentai. Quando giunsi a scuola ero a mani vuote e cominciai a preoccu­ parmi. Fu il giorno in cui ci vennero distribuiti dei cartellini, cia­ scuno con il proprio nome, e scoprii che il mio non era Jack, ma John. Era una novità, ma avevo altro a cui pensare. Rincasando, trovai zia Nancy che, in grembiule di cotone a scacchi e in testa una lobbia del babbo, rastrellava le foglie del cortile. Mi condusse all’interno, mi fece sedere, mi porse il latte ed eccoci al punto: mi ero ricordato di dire a Miss Jonas che speravo gradisse la pera, o invece gliel’avevo tesa senza aprire bocca? E sentii le mie labbra muoversi e snocciolare la peggior frottola che si potesse imbasti­ re – di come Miss Jonas era andata in estasi, aveva detto che la gradiva moltissimo, specie perché non c’era nessun albero nel suo cortile, e che perciò era felicissima e lusingata dell’attenzione. La cosa passò liscia, e la verità non venne mai a galla. Eppure, sotto sotto, ci fu una sensazione di colpa, forse la prima che avessi mai provato in vita mia, quella che poi riapparve in seguito a certi la­ voretti combinati più tardi: una sensazione rossastra e scottante, tanto prossima al colore della pera quanto i momenti felici sareb­ bero stati a quello della falena. Le mie zie non avevano la minima inflessione irlandese nella parla­ ta, benché fossero più anziane del babbo: erano cresciute negli Stati Uniti, mentre lui era rimasto in Irlanda fino all’età di ventiquattro anni. Suo padre, Francis Dillon, era un ingegnere elettrotecnico, e uno zio di New York gli aveva procurato un posto in un’impresa sorta da poco, una centrale che riforniva Broadway di luce elettri­ ca. Così nel 1881 aveva attraversato l’Atlantico, e le due ragazze erano venute con lui. Mio padre non era ancora venuto al mondo e la nonna decise di restare nel Derry, di dove erano originari, e 6

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secondo le intenzioni avrebbe dovuto seguirli a breve distanza. Ma così non avvenne. Il perché non lo so, e nemmeno mio padre lo sep­ pe mai. Forse si trattò di un attrito coniugale, ma può anche darsi che la nonna tirasse benissimo avanti da sola e non le andasse di piantare baracca e burattini e ricominciare da capo. O forse trop­ po radi erano stati i baci in fondo alle lettere che riceveva da mio nonno. Comunque, non appena il nonno e le due ragazze furono partiti per Baltimora, lei aveva lasciato il Derry per Dublino, dove aveva aperto dapprima una bottega e in seguito una pensione nei pressi di Merriam Square. La loro città natale era Londonderry, ma in famiglia era sempre rimasta Derry, come ai vecchi tempi, prima che Londra ne facesse il proprio figlio adottivo. La nonna doveva essersela cavata egregiamente, avendo iscritto mio padre al Trinity College, dove si era laureato in giurisprudenza poco prima che lei morisse. Era stato un colpo duro per lui, e, quando gli affari di sua madre furono sistemati, i medici gli consigliarono per la sua salute di intraprendere un viaggio per mare. Così si era unito a certi can­ tanti irlandesi che si recavano alla fiera di St Louis. Come artista non fu una rivelazione, e allora fece le valigie, ma sulla via del ritor­ no si fermò a Baltimora, dove finalmente i Dillon conobbero Patrick, che fino ad allora non avevano mai visto in carne e ossa. Ne furono felicissimi, suppongo, e lui pure. Fatto sta che non se ne andò più e dopo qualche mese iniziò a esercitare l’avvocatura, e tutti erano fieri di lui e della sua «classe». A quell’epoca mio nonno dirigeva una centrale elettrica a West Baltimora, e sopravvisse soltanto di due o tre anni all’arrivo di mio padre. Quando morì, mio padre e le sue sorelle andarono ad abitare a Walbrook, un sobborgo non molto distante dalla casa che occupiamo ora. Esse lo adoravano, e lui ri­ cambiava quell’adorazione. Io non le adoravo, perché non godevano della mia stima; volevo loro bene come si può volere bene a qualcosa che desta compas­ sione. Se non le stimavo era perché mancavano di cervello. Credo che la pera e altre cose del genere fossero connesse alla faccenda. Erano nate oche, inette in tutto, il che era romantico, sciocco e impossibile. Andavano pazzi per la musica, tutt’e tre, ma il bab­ bo non sfoderava nemmeno la metà delle arie da musicista che loro usavano darsi. Essendo del Nord dell’Irlanda, appartenevano 7

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naturalmente alla chiesa anglicana, e Nancy cantava nel coro – fino a che non fu eliminata per fare posto ai ragazzi più giovani – e chiu­ deva gli occhi, mettendoci del sentimento. Era bassotta, grassottella e bruna, e quando cantava Ti lodiamo, o Signore rassomigliava in tutto a Slicker, il nostro gatto nero, quando attaccava a sbadigliare, la sera. Diceva sempre che avevo ereditato la sua voce, ma in che modo fosse avvenuto non si curò mai di spiegarlo. Da ragazzino, tra i nove e i tredici anni, avevo un sacco di voce, e non meno abilità nel fare dispetti. Ma che voce avesse lei è difficile dirlo, perché, no­ nostante tutte le smorfie che faceva, nessun suono uscito dalla sua bocca riusciva a superare quello dell’organo. Sheila era alta, aveva i capelli castani e suonava il pianoforte, con il seggiolino tirato su e la gonna spiegata tutt’intorno, china sul­ lo spartito e con le mani incrociate l’una sull’altra. Mai però che l’a­ vessi sentita portare un pezzo fino in fondo e suonarlo correttamen­ te, tanto che, quando divenni l’enfant prodige di North Baltimora e avevo bisogno di qualcuno che mi accompagnasse, in breve fu chiaro, chiaro come il sole, che Sheila non ne era all'altezza, e ne combinammo di belle. A quell’epoca pretendeva di non suonare gli accompagnamenti, quasi costituissero un’attività secondaria e marginale per una grande pianista, e nella sua immaginazione cre­ do che effettivamente si reputasse tale. Ma quando, dove e come avesse dato prova di quel talento, non era dato saperlo. Nel conser­ vatorio comunale di Baltimora eseguivano sempre un mucchio di musica, ma lei, Nancy e mio padre scendevano spesso a New York in occasione di concerti importanti, e una volta, tre o quattro anni dopo l’arrivo di lui, ebbero una sorpresa. L’attrazione della serata era Luisa Tetrazzini nella Lucia, e non appena si alza il sipario, chi vien fuori in cappello piumato se non il ragazzo che aveva diretto la compagnia alla fiera di St Louis? Si chiamava John McCormack. I miei primi ricordi del babbo risalgono al giorno in cui mi portò sulla North Avenue, dandomi la mano mentre camminavamo, e io borbottai che non ci sarebbe voluto molto a conoscere la mia statu­ ra, essendo alto la metà esatta di lui. Disse che la cosa sarebbe an­ data se fossi rimasto sempre alto com’ero. Credo che fu il mio primo incontro con l’idea che stavo crescendo e che l’anno venturo sarei 8

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potuto esser diverso da come ero allora. Eravamo diretti al suo gara­ ge. Non aveva mai avuto intenzione di fare il garagista, lo era diven­ tato per pura combinazione. Nel 1908, o giù di lì, aveva comprato un’automobile. Guidando, si scansò per lasciar passare un trattore e rotolò in un fosso. Giurò, benché non riuscisse mai a convincermi, che lo sterzo era difettoso, e intentò un’azione per danni. La socie­ tà cercò di arrivare a un accomodamento, ma disponeva di pochi mezzi e lui finì per accettare un’agenzia di vendita delle loro auto­ mobili. In seguito pretese qualcosa di nero su bianco, un contratto da poter impugnare in sua difesa il giorno in cui avessero deciso di sbarazzarsi di lui, e non si sognò mai di andare in giro a vendere in quanto che quel mestiere gli sembrava uno strano connubio tra gli ingrandimenti fotografici e le assicurazioni. Ma quando arrivai io, nel 1910, le automobili gli stavano fruttando più denaro di quanto potessero guadagnarne cinque avvocati messi insieme: perché l’au­ tomobile era ormai alla portata di tutti, grazie al suo basso prezzo; e immagino avrete già capito di che macchina si tratta. Così un avvocato che guadagnava discretamente divenne un meccanico che faceva soldi a palate. Ma non ci guadagnò in fe­ licità. Per un americano, gli affari sono la vita. Per un irlandese, specie per uno uscito dall’università, non è così, perché gli man­ ca quel tanto di snobismo intellettuale. L’avevo sentito proclamare cento volte che niente aveva fatto tanto per l’umanità, sin dall'origi­ ne dei tempi, quanto l’automobile. Il diritto, diceva, dà origine alla proprietà, il vapore genera l’energia, ma la benzina crea la luce, e la luce si spande per il mondo quando viene applicata alle quattro ruote, e anche l'uomo più infelice è in grado di uscire dal suo guscio e vedere com’è fatto il vasto mondo. L’avevo visto estrarre dalla ta­ sca un cuscinetto a sfera e predicare che si trattava del più prezioso gioiello mai ideato da mente umana. E tuttavia, dagli scaffali del suo studio, credo che i molti volumi, lunghe file rilegate in pelle, lo guardassero con aria canzonatoria. Nel chiuderli, qualcosa era usci­ to dalla sua esistenza, e i quattrini non avevano colmato il vuoto. E inoltre c’era anche una considerazione di carattere familiare. Da ciò che ho potuto ricostruire, a sua madre non piacque mai quel titolo di «ingegnere elettrotecnico», che era stato di mio nonno. L’agenzia d’automobili non era proprio la stessa cosa di una centrale elettrica, 9

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ma in un certo senso le assomigliava, e secondo me lui si sentiva preoccupato per ciò che lei doveva pensarne. Per riconoscere mia madre, mi bastò vederla una volta sola. Era nata a Baltimora, ma lei e mio padre non si conobbero che vari anni dopo l’arrivo di lui. A un ricevimento di Natale, mentre lei si trovava in famiglia per le vacanze scolastiche, ballarono insieme e prima di Capodanno erano già marito e moglie, dopo che lei se ne fu scappata di casa. Lei aveva sedici anni e lui ventotto. Si sareb­ bero detti nella giusta età per essere felici, che la cosa promettesse bene. Ma i capelli di lui presero a incanutire e, da quanto appresi da Nancy, Sheila e altri, si mise in testa che la differenza d’età esi­ stente tra loro due fosse un abisso incolmabile. E allora cominciò ad avere la sensazione che lei si muovesse in un mondo di bellimbusti che ridevano di lui. Tre anni dopo la mia venuta al mondo, avvenuta nel 1910, un giovane facoltoso scese da Philadelphia. Fu per causa sua che scoppiò la bomba, o per l’idea che il babbo si era fatto di lui. Così si concordò che io rimanessi con mio padre. Ma scenderò nella tomba sicuro che non fu che una montatura, e ho le mie buone ragioni per credere che lui morì con la stessa convinzione. I miei genitori avevano aperto un negozio in Roland Park, con Nancy e Sheila rimaste nella casa di Walbrook. Ma dopo che lei se ne fu an­ data, lui vendette entrambi gli immobili e insieme alle sorelle si tra­ sferì nell’abitazione sulla terrazza di Mont Royal, e presero persino a frequentare un’altra chiesa, che indicherò col nome di Sant’Anna. Per quanto li riguardava, fu come se non ci fosse mai stata nessuna Luisa Thorne, e per me fu proprio come se mi avesse portato la ci­ cogna; non avevo una mamma, ma solo un padre e delle zie. Comunque, ciò avvenne prima che compissi i quattro anni, e non serbavo il minimo ricordo di come lei fosse, e non avevo mai visto una sua fotografia. Tutto ciò che venni a sapere di lei fu grazie a un bauletto trovato in soffitta, di cui dubito che il babbo e le zie conoscessero l’esistenza. Conteneva alcuni suoi indumenti, fra gli altri un abito di velluto azzurro cupo che mi piaceva accarezzare, un astuccio di cuoio nero con una lima per le unghie, un cuscinet­ to, un bastoncino d’arancio, una scatola di cipria, un piumino la­ nuginoso e una boccetta di profumo dal tappo di cristallo. A dieci 10

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anni dovevo aver annusato quella fragranza un migliaio di volte e, quando qualcosa non andava, mi arrampicavo in soffitta, aprivo il baule, accarezzavo l’abito di velluto e odoravo il profumo. Poi, un bel giorno, diventai il bambino prodigio di Baltimora, il melodioso cantante della terrazza di Mont Royal, il piccolo menestrello del Maryland. La chiesa era piena zeppa a qualsiasi ora del giorno can­ tassi, sempre articoli su di me nei giornali e quattrini a profusione, specie quei biglietti da venti per il Rimani con noi eseguito ai fune­ rali, occasioni particolarmente felici nella vita di un delizioso can­ tante marmocchio. Una mattina non avevamo ancora finito il primo inno, quando la notai nella navata, sul secondo scanno; era sola e sembrava fissarmi con interesse. A quell’epoca, benché avessi solo tredici anni, avevo molto seguito tra il gentil sesso, in parte per la mia voce, ma soprattutto per il mio aspetto, con i miei grandi occhi azzurri e i lucenti capelli dorati, nella minuscola cotta bianca. Ma, se credete che ciò mi seccasse, avete torto e vi siete fatti un’idea sbagliata sul mio carattere. Anche se era più grande di me, avevo già scoperto che tra le più vecchie, quelle carine potevano essere terribilmente attraenti. Lei era tra queste. Aveva i capelli d’oro, ma la luce, filtrando alle sue spalle dalle vetrate dipinte, li volgeva al rosso. I suoi occhi, tuttavia, erano azzurri, e mi guardavano fisso. Così, quando arrivammo all’offertorio e io attaccai l’Ave Maria di Schubert, diedi il meglio di me, guardandola dritto negli occhi. Alla quarta battuta, lei volse bruscamente lo sguardo altrove e poi mi fissò di nuovo, e vidi che aveva capito che stavo cantando per lei. Quando terminai e mi sedetti, i nostri sguardi si incrociarono, lei ammiccò e quel magnifico sorriso si diffuse sul suo volto, e per la prima volta presi a domandarmi se in lei ci fosse qualcosa di più della ragazza carina a cui era piaciuto il mio modo di cantare. Stavo ancora riflettendo, quando ci avviammo all’uscita e, mentre passavo, lei allungò una mano e mi toccò leggermente. Ci spoglia­ vamo al pianterreno, non perché non ci fosse spazio in sacrestia, ma perché così potevamo sfilare attraverso la chiesa, cantando un ultimo inno a cappella, con le voci che morivano a distanza mentre scendevamo le scale. L’avevo già sorpassata quando fui colpito dal profumo che aveva addosso, e seppi chi era. Fui sul punto di voltarmi e parlarle, ma 11

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non osai. Temevo di scoppiare in lacrime. Così proseguii, un passo dietro l’altro, come il resto del coro, con la speranza che nessuno si accorgesse che avevo smesso di cantare. Arrivammo infine a pian­ terreno. Buttai via i paramenti e risalii di corsa le scale. C’era gente dappertutto, nel vestibolo e fuori, in procinto di accomiatarsi, alcuni a chiacchierare con il dottor Grant, il rettore. Lei non c’era. Faceva parte dell’accordo – ora lo so – che lei non venisse mai a trovarmi. Secondo le mie deduzioni, qualcuno aveva dovuto avvertirla che le mie zie e mio padre si trovavano a New York e mi avevano lasciato solo, da certi amici, sicché lei avrebbe potuto vedermi senza che venissero a saperlo, e sentirmi cantare. Ma allora queste cose non le sospettavo minimamente. Sapevo solo che era bella, e che era mia madre, e desideravo toccarla al modo in cui lei mi aveva toccato. E quando non riuscii a rintracciarla, ritornai giù e piansi, in silen­ zio. L’organista era un giovanotto chiamato Anderson, che suonava benissimo ma aveva il difetto di reputarsi molto spiritoso. Lui fece l’occhiolino agli altri ragazzi e cominciò a canticchiare Una furtiva lacrima dall’Elisir d’amore, come la cantavo io, in italiano. Poco mancò che lo ammazzassi. Lo picchiai così di santa ragione che persino i miei compagni si spaventarono, e fu chiamato in soccorso un agente. Ma quando arrivò, io me ne ero già andato.

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Il mio primo amico fu un ragazzo chiamato Glendenning Deets, e lo conobbi nel parco. Era un po’ più grande di me, e invece di un triciclo come il mio, aveva una bicicletta. Ci fermammo, e lui fece alcune osservazioni a proposito del veicolo, come lui lo chiamava, poi disse che per cinque cent mi avrebbe lasciato provare la bici­ cletta. Dissi che andava bene. Ma quando scese di sella, afferrai il manubrio e cercai di scappare senza pagare quanto pattuito. Me le suonò senza pietà. Ma poi accadde qualcosa che mi permise di prendere il sopravvento su di lui. Ruzzolai a terra dopo un cazzot­ to alla bocca e, nel rialzarmi, inciampai sul triciclo e stramazzai di nuovo. Scoppiò a ridere, poi prese a scherzarci su con le bambinaie che assistevano alla scena. La cosa mi ferì: se mi ero meritato una punizione, un paio di cazzotti erano stati più che sufficienti. Mi sca­ gliai su di lui. Ma tutto quello che fece fu tenermi distante, arre­ trando. Capii che buttandomi a terra e ridendoci su aveva esaurito tutta la sua combattività, quel giorno, e ora, volendo, avrei potuto lavorarmelo io. Gliele menai. Qualcuno ci divise e ci fece stringere la mano. Portai la bicicletta dove c’era dell’erba, ma quando tentai di inforcarla, non ci riuscii. Quando fui stanco di quei tentativi, disse che avremmo dovuto cogliere delle pesche. «Dove?» «Nel frutteto.» «Quale frutteto?» «In Park Avenue.» 13

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«Vuoi dire rubarle?» «Che intendi per rubare? Sono primaticce.» C’erano degli alberi in un cortile, quello che era rimasto di un frutteto, e come tutti i vecchi alberi producevano dei frutti prima­ ticci, frutti cioè che maturano prima del tempo. Era la prima volta che mi ci trovavo; lui si lavò le mani con un certo sussiego, come se fosse sottinteso che prima di fare qualcosa bisognava accertarsi di quello che sarebbe stato e quello che non sarebbe stato rubare. Disse che le pesche primaticce non erano buone da vendere e che «ci avrebbero ringraziato di averle prese». Ma ne avevamo mangia­ te quattro o cinque quando un uomo in tuta scavalcò lo steccato e noi scappammo. Lui se ne stizzì. «Quel pezzo d’idiota non ha nem­ meno capito che gli facevamo un favore.» Di gente che non capiva il favore che le si rendeva a portarle via quello che aveva, sembrava ne incontrasse tanta, tutte le volte che andava in giro. Denny abitava a Frederick, ma trascorreva l’estate in città con una zia, Miss Eunice Deets, che viveva in Linden Avenue, mentre i ge­ nitori si trovavano in Europa. L’estate dopo aver rubato le pesche, disse che dovevamo trovare un lavoro, per fare un po’ di soldi. Su questo fui d’accordo, ma non vedevo che lavoro si potesse fare. Una sera, in cui si trovava a casa nostra dopo cena, cominciò a parlare con mio padre a proposito del garage e delle cose che non funzio­ navano, specie del tempo che si perdeva andando in cerca di chiavi inglesi, cric e altri strumenti. Per quelle corse avrebbe potuto as­ sumere noi, facendo così risparmiare un mucchio di tempo ai mec­ canici. Cosa fosse andato a cercare al garage, che si trovava a un chilometro da casa sua, non si curò di dirlo. Ma riuscì a far ridere mio padre. Alla richiesta di mio padre, circa le nostre pretese, lui domandò dieci cent all’ora per uno. Il babbo rispose che la spesa di un dollaro alla settimana, per cinque ore al sabato, non l’avreb­ be portato al fallimento, e che ci potevamo considerare assunti. Erano appena le otto di sera, così ci portò in macchina a un negozio dell’Army and Navy, nei pressi di Richmond Market, e ci comprò una tuta, berretti con la visiera, delle scarpe e guanti da lavoro, recipienti per la colazione. E il nostro denaro ce lo guadagnammo, 14

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perché i meccanici non ci diedero un attimo di respiro, non saprei dire se per il tempo che risparmiavano grazie a noi oppure perché si divertivano a vederci sgambettare da una parte all’altra. Ma un giorno, verso le dodici e mezzo, quando tutti si trovavano nel retro, seduti contro lo steccato a mangiare, un tale entrò con l’automobi­ le che sbuffava. Lo accompagnammo da Ed Kratzer, il capofficina, che gli disse di lasciarla lì e che ci avrebbe dato un’occhiata. L’altro sbraitò che doveva trovarsi a Germantown, in Pennsylvania, alle sei del pomeriggio. «Be’, se è così, portatela altrove. Se volete che si faccia la riparazione, lasciatela qui e vedremo il da farsi. Ora stiamo mangiando e, se volete un consiglio, dovreste fare lo stesso anche voi. A Germantown ci arriverete comunque.» «Mangiare dove?» «C’è una trattoria qui di fronte.» Così, dopo avere sbuffato un po’, fu lì che si diresse. Natural­ mente, appena se ne fu andato, dovetti darmi delle arie, così sco­ perchiai il cofano della vettura, posteggiata in mezzo al garage, con nessuno, fuorché noi due, intorno. Ma quando aprii lo sportello no­ tai che il freno a mano era tirato. Era normale che fosse così, ma non mi pareva di avergli sentito tirare la leva – fatto strano, visto che gli ingranaggi stridevano come la carica di un orologio. Poi mi venne in mente un’altra cosa. Si trattava di una Ford, e non so se ricordate il vecchio modello T. Aveva la prima e la seconda sulla sinistra, la marcia indietro al centro, il freno a pedale sulla destra e quello a mano proprio nel mezzo. Si tirava il freno a mano quan­ do ci si fermava, ma in prima l’automobile camminava ugualmen­ te. Allora ebbi un’idea. Entrai nella macchina e sbloccai il freno. Quando ingranai la prima, l’automobile partì, e quando cambiai marcia continuò ad avanzare. Spensi il motore e scesi. «Be’, biso­ gna esser tonti.» «Che vuoi dire, Jack?» «Guidare col freno bloccato. Non si usa, di solito.» «Tutto qui?» Presi un secchio, ci versai dentro dell’acqua, e ciò abbassò la temperatura. Lui prese a osservarmi. «Quanto gli mettiamo in conto, Jack?» «Non è affar nostro.» 15

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«Perché no?» «Sono i meccanici che si interessano dei conti.» «Quando sono loro a fare il lavoro. Ma possiamo gridare forte che siamo stai noi a farlo, ora. Siamo stati noi a farla camminare. Noi…» «Credevo di essere stato io.» «Oh, scusami.» «Noi…» «Allora spetta tutto a te, qualsiasi cosa riceverai.» Non volevo aver nulla, lo sapevo benissimo. Tuttavia dissi: «Quanto credi che potremmo chiedere?». «Chi dovrebbe chiedere, Jack?» «Noi due.» «Ora cominciamo a ragionare. Fa proprio pena vedere un tonto come te, incapace di afferrare l’occasione per fare quattrini; e poi, quando qualcuno ci si mette con un po’ di cervello…» «Cosa credi che dovremmo mettergli in conto?» «Due dollari.» «Solo per aver tolto il freno?» «Credevo che gli avessi cambiato i cuscinetti.» «Non ci tengo a truffare la gente.» «E chi è che truffi? Non certo tuo padre, visto che non c’era nulla da fare, non gli abbiamo di certo portato via il lavoro. Non Kratzer: colpa sua se non ha voluto nemmeno degnarsi di darci un’occhiata. E nemmeno il padrone della macchina. Ti ringrazierà per avergli da­ to la possibilità di partire per tempo. Vorrà sdebitarsi. Lui…» Ma la mia faccia doveva essere piuttosto eloquente, perché lui si interruppe e andò a spiare dalla porta di dietro per vedere qual era la situazione da quella parte. Poi mi fece spingere la macchina fuori dal garage. E infine entrò di corsa nella trattoria. Guidai l’automobile lungo la strada, poi feci inversione ed ero appena tornato sui miei passi quando l’uomo rientrò; era così ecci­ tato che stentava a parlare. Recitai la mia parte proprio come aveva detto Denny, di come non avevo voluto che lui stesse ad aspettare i comodi dei meccanici e di come doveva fare attenzione a non tener tirato il freno con la macchina in moto se non voleva consumare i cuscinetti. Lui non mi stette a sentire. Capii che aveva l’automobile 16

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solo da un paio di giorni e probabilmente fino ad allora non aveva avuto minimamente l’idea di cosa fosse un freno. Quasi certamente l’aveva saputo solo la sera prima, da un meccanico del garage di Washington dove aveva lasciato in custodia la vettura. Pagò due dollari senza batter ciglio, e mi diede anche un mezzo dollaro di mancia per il fastidio che mi ero preso. Appena se ne fu andato, l’importo fu diviso in parti uguali. Se ne occupò Denny. «Non ci vuole che un po’ di sale in zucca, Jack. Gli affari automobilistici sono come tutti gli altri. È l’iniziativa che conta, in tutto.» Fu Denny, quella stessa estate o forse l’estate successiva, che mi lanciò nella carriera di cantante; sebbene il debutto lo debba per intero all’iniziativa di Deets. C’era un coro misto a Sant’Anna, con quattro solisti stipendiati e circa una quindicina di volontari come Nancy. Ma quando il dottor Grant arrivò, dopo la morte del dottor Struthers, si mostrò molto esigente e in breve a causa delle sue idee ci furono dei contrasti. I solisti e il coro misto vennero aboliti. Gli uomini rimasero a cantare le parti da tenore e basso, ma i soprano e i contralto dovevano essere tutti ragazzi. Non mi lusinga affatto raccontare quello che Denny e io combinavamo loro. Davamo loro la caccia per strada, li coprivamo di parolacce e li picchiavamo. Una sera un uomo e una donna si presentarono a casa mia. Il primo aveva in mano una frusta. Voleva darmi una ripassata per qualcosa che non era successo, e mio padre dovette fare il diavolo a quattro. Ma poi un giorno Denny venne a sapere che i cari bambocci pi­ gliavano ottanta cent per cantare la domenica. E allora mise tutti in subbuglio, Nancy, Sheila, mio padre e sua zia Eunice, dicendo che dovevamo provare anche noi. Infine si venne a sapere che due po­ sti si erano resi vacanti e, dopo uno dei soliti concerti pomeridiani, fummo chiamati per un saggio. Aspettammo un bel po’, seduti in fondo alla chiesa, mentre il coro passava da Te Deum alle antifone fino ai canti gregoriani, o canti piani, come usano chiamarli. Doveva essere quello il motivo per cui il dottor Grant preferiva i ragazzi: trattandosi di musica grigia e scabra, in prevalenza cantata senza accompagnamento, le donne l’avrebbero sciupata. Ma il direttore d’orchestra era una donna, Miss Eleonora Grant, cugina del pasto­ re. Aveva cantato al Century Opera, ma dopo l’entrata in guerra era 17

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andata in moglie a un ufficiale francese, e, quando questi era stato ucciso, lei non aveva più fatto ritorno al palcoscenico; si era fermata a Baltimora a dare lezioni. Era piccola, bruna e avvenente; e anche a guardarla dal fondo della chiesa, dove sedevo con Sheila, Denny e Miss Eunice, me ne innamorai subito. Ci avevano detto, giunto il nostro turno, di non cantare niente di religioso, ma quello che preferivamo; così Denny intonò Una giornata perfetta, con Anderson che suonava per lui, e io Il Roseto, con Sheila al pianoforte. Denny arrivò fino a «quando seduto stai solo coi tuoi sogni», dopo di che Miss Eleonora lo interruppe e disse che era stato molto gentile a esibirsi per lei, ma che non occorreva si affaticasse a proseguire, e che sperava comunque che dopo qual­ che anno sarebbe tornato a trovarla. I bambocci, assiepati intorno, scoppiarono a ridere e, una volta tanto, non potei biasimarli poiché Denny aveva cantato con lo stesso rabbioso lamento che usava per Laggiù, il suo motivo preferito a quell’epoca, qualcosa insomma di più buffo che buono. Io non andai oltre a «le ore che passo con te, amor mio» perché Sheila, non appena si fu sistemata sullo scanno dell’organo, aperti i registri e schiacciati i pedali, lasciò sfortuna­ tamente cadere a terra la partitura. Proseguì ugualmente e fu così che mi trovai subito estromesso. Le sue dita attaccarono nella chia­ ve che conosceva, cioè in re bemolle, ma quando Anderson rimise a posto la partitura, i suoi occhi lessero nella chiave che aveva da­ vanti, vale a dire in si bemolle. Fu così che il primo accordo e io ci trovammo nella stessa chiave e il secondo accordo e Sheila in chiavi diverse, e ne venne fuori un pandemonio. Ed ecco Sheila che, come al solito, tira fuori il patetico alibi, quasi fosse un’autentica virtuosa o cose del genere, e Miss Eleonora che sorride, accenna e mi dà dei colpetti sulla spalla. Mi ero un po’ rimesso dalla vergogna, quando ebbi la grande sorpresa. Miss Eleonora mi cinse con un braccio e disse che non c’era assoluta­ mente bisogno che continuassi, perché ero proprio io il ragazzo che faceva per loro e sarei potuto passare mercoledì per il concerto. Non vidi mai, in tutta la mia vita, tre donne che avessero tante co­ se da dirsi a proposito di una quarta, come quel giorno tornando a casa. Miss Eunice era su tutte le furie per il modo in cui Denny era 18

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stato messo alla porta, però si guardò bene dall’accennare ai suoi gracchiamenti da cornacchia spennata. Sheila disse che non c’era da meravigliarsi che io mi fossi confuso, visti i modi bruschi che usavano lì dentro e quella corrente che ti strappava i capelli dalla testa, per non parlare della partitura che avevi davanti. Nancy, che era ancora risentita per essere stata silurata a suo tempo, criticò il «metodo» di Miss Eleonora. Denny non ebbe nulla da dire finché non fummo soli, noi due, nel cortile. Lì mi saltò addosso e mi pic­ chiò. Poi tornò a picchiarmi. Ormai lo conoscevo benissimo, così rimasi ad aspettare. In breve cominciò ad ansimare e indietreggiò, e io avanzai e gli diedi quattro schiaffi in piena guancia, ma col pal­ mo della mano, che scrosciarono come il battimani di una foca nel circo. «Ora, o la smetti, o te le faccio sentire io.» Lui scoppiò a piangere e si afflosciò sulla panchina accanto all’entrata. Mi sedetti al suo fianco e lo lasciai strepitare. Fino a quel momento era stato un caro ragazzo; ma, quando io ottenni il posto e lui no, non poté perdonarmi. Non che ciò interferisse con la nostra buona amicizia, o gli impedisse di fare progetti su come avremmo impiegato il denaro, allorché cominciai a riscuotere i miei ottanta cent. O, per essere più esatti, i nostri ottanta cent.

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Ma la sola veramente da rimproverare per la mia carriera di can­ tante fu Miss Eleonora. Benché avesse cominciato a interessarsi a me solo dopo che ebbi tentato d’infinocchiarla, anche prima non aveva mai cercato di nascondere che le piacevo. Ci faceva provare il Te Deum, le antifone e i canti fermi, ma per gli inni non c’erano prove, solo studio a casa. Era il suo modo di testare il carattere. Se un ragazzo, ricevuta la partitura da portare con sé perché doveva esibirsi dopo qualche giorno, non si precipitava al pianoforte della mamma a suonare la sua parte e memorizzarla, voleva dire che non c’era granché da tirarne fuori. Se invece lo faceva, poteva darsi che qualcosa valesse e in tal caso lei lo istruiva con impegno. Nel caso contrario, lo metteva alla porta. Dunque, mi diede una raccolta di inni, e anche un altro libro che spiegava come distinguere una chia­ ve dall’altra, maggiore da minore, soprano da basso e 3/4 da 4/4. Avevo le migliori intenzioni di guadagnarmi gli ottanta cent e così feci suonare ogni cosa da Sheila, in modo da poter imparare, il che non fu poi tanto difficile, con la voce alta che avevo e la parte da soprano, o melodia, che mi era comunque riservata. Ma presto mi chiesi se valeva la pena di faticare tanto. Le note, una volta capito il meccanismo, dicevano tutto quello che occorreva sapere, quando salire e quando scendere, in che misura e per quan­ to tempo. Perché allora darsi tanto da fare quando, col mio sistema, sarebbe bastata un po’ di iniziativa? Sheila comunque mi sarebbe servita da banco di collaudo, bastava dicessi che la musica l’avevo 20

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già mandata a memoria. Lei non mi avrebbe creduto, mi avrebbe aperto lo spartito davanti e io mi sarei limitato a leggervi dentro, e lei non avrebbe avuto più nulla da dire. Le tolsi così anche quell’oc­ casione di darsi importanza: conoscevo la mia parte, perciò c’era poco da fare. Quantum quantum, avrebbe detto mio padre. Ma una domenica si verificò l’incidente. A quell’epoca ero già abbastanza famoso, credo più per i miei sguardi d’angelo che per la mia prezio­ sa voce ricevuta in dono dal cielo, con la quale non avevo ancora fatto grandi progressi. Mi collocavano in fondo, con un leggio da­ vanti e sopra un grosso libro di inni rilegato in pelle, che il dottor Grant aveva trovato nella sua biblioteca e che per segnalibro porta­ va un nastro con la frangia d’oro, e in questo modo sembravo incor­ niciato in una specie di quadro. Quel mattino stavamo cantando un certo Inno di commiato, con me alla melodia, i ragazzini e i grandi agli spartiti, e la gente che faceva il proprio comodo, i più limitan­ dosi ad ascoltare. L’organo taceva, non aveva fatto che suonare il motivo prima che noi attaccassimo; con le sole voci e niente di stru­ mentale si otteneva quell’effetto tra etereo e celestiale che sembra­ va essere il debole del dottor Grant. E si andava avanti benissimo quando, tutt’a un tratto, ci fu un miagolio di gatti inferociti e tutti si fermarono. Solo che dopo un istante Miss Eleonora mi fece cenno di proseguire. Poi ci fu una pausa, e riattaccammo. Per sistemare le cose, Anderson diede fiato all’organo. Nonostante questo, anche con l’organo, era lo stesso disastro, e ogni volta Miss Eleonora mi faceva cenno di andare avanti. Grazie a Dio si arrivò alla fine e subito dopo uscimmo in fila cantando. Per fortuna quando lei venne di sotto, a pianterreno, fu messo tutto in chiaro, o almeno così disse, quando fece vedere a Anderson l’errore di stampa nei libri che aveva cau­ sato quel pandemonio. Non ricordo più altro fino al pranzo domenicale, a casa di lei, in Eutaw Place. Fu lei a prepararlo. Era una casetta in un cortile, cir­ condata tutt’intorno di gigli, adibita quasi esclusivamente a studio, un salone dal soffitto altissimo e dentro un pianoforte a coda, e in più la stanza da letto, il bagno e la cucina con una veranda su un lato, nella quale mangiammo. Finito di pranzare, andammo nello studio e ci sedemmo sul canapè, e mentre scorreva i giornali della 21

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domenica mi lasciò suonare qualche motivetto sul suo Airedale. Poi tutt’a un tratto abbassò il giornale e disse: «Be’, Jack, cosa è successo?». «Quando?» «Stamattina, con l’inno.» «Ma… è stato un errore di stampa. L’ha detto lei.» «Sì, ma come mai tu hai cantato correttamente?» «Avevo un altro libro, no?» «Ne sei certo?» «Il libro del dottor Grant, è stata lei a darmelo.» «Lo porti a casa, per studiarci?» «No, Miss Eleonora, ma…» «Ma che cosa?» «Non so cosa sia successo.» «Hai studiato la parte?» «Certo, Miss Eleonora.» «Jack!» «La studio sempre.» «Vieni qui, Jack.» Mi avvicinai, e lei mi fece sedere al suo fianco, mi cinse con un braccio e mi prese la testa sulla spalla. Nancy e Sheila non avevano mai fatto nulla di simile, così ritengo sia stato quello il mio primo contatto con una donna, e ricordo ancora com’era morbida e il pia­ cere che mi dava quel suo abbraccio intorno alla schiena, col suo volto vicino e i suoi occhi fissi nei miei. A quel tempo avevo dieci anni e lei doveva essere poco sotto i trenta. Per la gran parte dei miei coetanei, lo sapevo, sarebbe stata una tardona, ma non per me. Non ho mai fatto gran caso all’età delle donne. Non era che una ra­ gazza, una delle tante ragazzine che conoscevo, e stavamo facendo quattro chiacchiere. «Dunque, Jack, se avevi studiato la partitura, come hai fatto a cantare nella chiave giusta, senza sbagliare come gli altri?» «Non riesco a capirlo, Miss Eleonora.» Eravamo seduti, il suo braccio dietro la schiena, ma non mi guardava più, e tutt’a un tratto il suo contegno smise di essere ami­ chevole. Poi si asciugò una lacrima e mi diede una scrollatina. «Jack, perché mi racconti le bugie?» 22

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«Oh, Miss Eleonora, non lo farei mai con lei.» «Mi hai mentito. È inutile che cerchi di nascondermi la verità. Lo sospettavo da un pezzo. Non studi affatto la tua parte. Stai lì col tuo fare impudente e leggi a prima vista, dando a vedere di saperla a memoria. E stamattina, quando hai cantato bene e gli altri hanno sbagliato, è stato perché stavi leggendo nel libro del dottor Grant, che è una bellissima raccolta di inni senza nessun errore di stampa, mentre tutti gli altri avevano l’edizione economica che appartiene alla chiesa, la stessa che hai anche tu, per prepararti a casa. So tut­ to, vedi. Non continuare a guardarmi negli occhi, come se parlassi arabo.» «Non ho la minima idea di che cosa stia parlando.» Fissò il pia­ noforte per qualche istante, poi si alzò e uscì. Quando rientrò, aveva con sé un mazzo di gigli che, disse, avrei portato alle zie. Capii che era ora di andarmene. Non so perché, ma quando fui a metà strada da casa, feci dietro­ front e tornai sui miei passi. Vorrei poter dire che avevo sentito il peso della menzogna, ma non direi la verità. Tutto quello che ricor­ do è di aver cominciato a pensare a quanto fosse morbida, ed era stato come accarezzare un bambino e mi sentivo come alla vigilia di Natale quando prometti di non fare più nulla di proibito. Sapevo di dover tornare indietro e fare qualcosa. Lei parve sorpresa di ri­ vedermi, ma io attaccai subito: «Miss Eleonora, ho fatto come ha detto lei». «… entra.» Mi condusse nuovamente al divano, mi fece sedere sul cuscino e mi frugò con le dita nei capelli. «Te l’ha insegnato Miss Sheila?» «Insegnato che cosa?» «Leggere a vista?» «Cosa vuol dire leggere a vista?» «Bene, i più, a meno che siano professionisti, devono leggere su qualche strumento, di solito il pianoforte, per dare il tono e accer­ tarsi di averlo afferrato. Ma… Jack, vuoi dire che ci sei arrivato per caso? Che guardavi le note e, dopo un po’ di pratica nel coro, sapevi come andavano? Che nessuno te l’ha insegnato?» «Le sembra tanto difficile?» 23

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«Jack, questo è fantastico.» Mi prese tra le braccia, mi serrò contro di lei, facendomi delle carezze; poi andò alla ghiacciaia e tirò fuori del sorbetto che tene­ va al fresco. Si dilungò sulla lettura a vista e su quanto fosse raro trovare qualcuno in grado di farla senza aver ricevuto nessun in­ segnamento. Era eccitata dall’idea di aver scoperto una specie di genio musicale che conviveva, negli stessi panni, con un buon so­ prano in calzoncini corti. In questo sbagliava. Ma a quel tempo non potevamo sapere nulla di preciso, tranne che ero un ragazzino che non mostrava in tutto la stessa precocità, e lei una graziosa ragazza vedova di guerra e, in un certo senso, fuori posto per la sua occupa­ zione. Era eccitante avere un segreto tutto per noi. Promisi che non ne avrei parlato con nessuno e lei mi disse che mi avrebbe imparti­ to delle lezioni per fare di me un grande cantante, e le scappava da ridere. «Il tuo modo di stare lì, con quell’aria da santo, ostentando di conoscere la tua parte a menadito, mentre non facevi che leggerla a freddo… è questo che mi fa andare in visibilio.» «Be’, se la cosa le garba…» «Oh Dio!» «Che c’è, Miss Eleonora?» «Non è bello, sai, incoraggiare la frode nei giovani. Ecco, rico­ minciamo tutto da capo. Be’, no, lasciamo perdere. Contento così?» «Tutto quello che lei dice mi fa contento.» «Alle volte bisogna pur prenderli per il naso, vero?» «Usare l’iniziativa… è questo che vuol dire?» «Usare che cosa?» Le raccontai di Denny e dell’automobile e di come ero stato io a togliere il freno, e lei rise. «Sei un bel tipo.» «Posso rimanere a cena?» «Ora vedo.» Chiamò le mie zie al telefono e loro dissero di sì, e lei mi spiegò perché doveva mostrarsi così cerimoniosa. «Tua zia, Miss Nancy Dillon, ha varie riserve sul mio metodo, credo lo chiami così.» «Oh Dio, dovrebbe sentire il suo metodo.» Così ci facemmo ancora qualche risata, ma poi lei riattaccò: «Sarà meglio, almeno all’inizio, se i nostri piani li teniamo per noi. Dovrai passare da casa mia, uscendo da scuola, e io ti insegnerò, 24

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passo passo, e vedremo cosa ne viene fuori. A meno che tu non pre­ ferisca fare altrimenti». «No, mi sta bene.» «Sei un caro ragazzo.» Quella sera, dopo aver mangiato delle frittelle, fatte da lei, con del gelato che ero sceso a prendere al bar, mi suonò qualcosa e mi raccontò del teatro d’opera e di quando aveva cantato a Washington e Baltimora durante la stagione sinfonica, nel 1912, 1913 e 1914, e al Century Opera di New York l’anno dopo. Quello fu il mio primo approccio con l’amore. Presi una cotta per lei, e anche lei un pochi­ no per me, ma alle volte mi domando se non c’entrasse in qualche modo il bambino che aveva perduto non molto tempo dopo il suo matrimonio col francese. Il grosso scherzo che giocavamo a tutti era il lato più divertente dell’intera faccenda. Era così bello infilare una nota alta e vedere i suoi occhi illuminarsi, farsi stringere tra le sue braccia e sbaciucchiare, e infine vederla scoppiare a ridere. Presto cominciai a baciarla anch’io, sulle guance, senza arrossire.

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Il guaio con i ragazzi è il loro respiro irregolare, ma devono rimane­ re ragazzi per così poco che nessuno se ne occupa. Così la gente so­ stiene che la «modulazione» è quello che conta e che li fa sembrare tanti angioletti. Non era quello, però, che lei cercava. «A sentirli, non sono che dei marmocchi senza la minima idea di cosa significhi cantare. Solo tu sei capace di far vedere come può essere un ragaz­ zo, se canta invece di ansimare. Certo, può darsi che non ci arrivi. Può darsi che la tua riesca appena una pigolante imitazione di un tenore d’opera. Una rosa, si dice, deve rimanere tale, è assurdo vo­ lerne fare un’orchidea. Tuttavia vorrei tentare. Tu almeno la voce ce l’hai. Difetti ce ne sono un sacco, dalla fuga al tremolo e quattro o cinque altri. È come un rivolo caldo di miele che si spezza a mezz’a­ ria. Ma forse riusciremo a farlo scorrere giù fino al biscotto, e, se ce la facciamo, sarà un bocconcino prelibato… Dammi un bacio, ora, prima di cominciare.» Per cominciare scendemmo in tram fino a un bazar e tornammo a casa con un palloncino rosso. Con quello lavorammo un bel po’. Me lo fece stappare e stringere il beccuccio con una mano e spre­ mervi fuori l’aria con l’altra, poi inumidire il beccuccio e tenerlo più o meno stretto, mentre spingevo fuori l’aria più o meno forte. Poi mi fece notare come maggiore era la pressione più acuto era il sibi­ lo dell’aria che fuoriusciva. Dopo un po’ ebbi ben chiaro in mente che l’acuto è una faccenda di tensione e pressione. Poi passammo a esaminare quello che avveniva nella mia gola e nei polmoni, e mi 26

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