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7 Editoriale Zero 9 Buone Nuove Rubrica: WINEPORT 12 Aspettando il Principe Azzurro 16 Tu vuo' fa l'Americano? Rubrica: VENI VIDI VINI 20 La scommessa di Anton Borner 29 La lucida follia di Fausto Zazzara 34 Platinum, vini progettati per piacere 38 Nella Romagna della qualità 43 Nel cuore del pecorino L’INTERVISTA ESCLUSIVA 50 La passione di Bruno 56 Very Important Producers

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Rubrica: SORSI DI ECCELLENZA 58 Filette, quando la classe è acqua 60 Maturano, tesoro da scoprire 64 Illunis, il vino appena sfornato 68 Rattafia, eccellenza Made in Ciociaria Rubrica: MORSI DI ECCELLENZA 72 La Tiella di Gaeta: street food dal sapore antico 76 Packaging creativo 82 Rivoluzione digitale in cantina 85 Le mie degustazioni 88 Appuntamenti da gustare 89 E nel prossimo numero?


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Zero embra strano anche a noi, eppure eccoci qua a scrivere l’editoriale del numero zero della nostra nuova rivista digitale. Un sogno che finalmente esce dal cassetto. Un vecchio pallino, un’idea ambiziosa la cui opportunità è stata meditata e ponderata a lungo. Almeno sin da quando nel 2009, quasi per scommessa, realizzammo il nostro primo evento enogastronomico. Si può dire che tutto questo in qualche modo sia partito proprio da lì. Da allora infatti abbiamo avuto il piacere di conoscere centinaia di Produttori di tutta la penisola. Persone vere che, con i loro prodotti e le loro storie, hanno contribuito ad alimentare la nostra sete di informazione e il nostro interesse verso questo bellissimo mondo. Eppure, ad animare questo progetto non è soltanto il desiderio di mettersi in gioco. Alla base di tutto, oggi come allora, c’è semplicemente il piacere di condividere una grande passione con quante più persone possibili. All’interno troverete varie rubriche, alcune di pura informazione, altre di recensione e altre ancora di semplice racconto, forse quelle che più amiamo scrivere. “Veni Vidi Vini” ad esempio è una di queste rubriche. Il format narrativo è semplice: si va a visitare un’azienda, si cammina tra i vigneti, si scende giù in cantina, si parla con i Produttori e si assaggiano i loro vini. E poi si racconta l’esperienza, così come è stata vissuta da noi in prima persona. In “Sorsi di Eccellenza” e “Morsi di Eccellenza” vi parleremo invece di produzioni molto particolari, spaziando tra vini e liquori mai banali, antiche ricette e cibi caratteristici. “Le mie degustazioni” è invece una sezione nella quale vi segnaleremo i migliori vini che abbiamo acquistato e assaggiato per voi nell’ultimo periodo. E’ un po’ la nostra miniguida alle bottiglie consigliate. Ci sarà una recensione essenziale, ma non troverete graduatorie, voti o punteggi: mai e poi mai potremmo permetterci di assegnare un valore esatto a un qualcosa di così aleatorio e soggettivo. E poi, perché no, ci sarà spazio per riflessioni di carattere prettamente commerciale, con focus dedicati al packaging, all’export e alla vendita on-line. Del resto questo è un Magazine indirizzato agli operatori di settore (chi produce e vende) e agli enoappassionati (chi realmente compra i prodotti). Tuttavia, il “pezzo forte” di questo Numero Zero è senza dubbio l’Intervista esclusiva al Bruno Vespa nazionale. A rispondere alle nostre domande però, non c’era il famoso giornalista e conduttore, bensì l’umile vignaiolo che ha deciso di coltivare la sua passione a Manduria. C’è tutto questo e molto altro ancora ne “I Piaceri della Vite”, un magazine enogastronomico che nasce per raccontare il mondo del vino in modo semplice e senza soffermarsi su quegli inutili formalismi che rubano sempre più spazio alla sostanza. Questo numero, ci auguriamo, sarà solo il primo di una lunga serie. E per poter far questo, seppur mantenendo il piacevole design grafico della rivista, è stato necessario optare per una pubblicazione esclusivamente in digitale. Una scelta per la quale abbiamo dovuto rinunciare al dolce fruscio delle pagine sfogliate e al profumo della carta appena stampata. Questa rivista non potrà mai darvi quelle sensazioni. Ma possiamo garantirvi che vi darà storie vere ed originali, esperienze vissute e mai banali, riflessioni oneste e consigli spassionati. Gratis e per sempre. Federico Dini & Andrea Vellone

Federico Dini, 40 anni. Da sempre grande enoappassionato, fonda nel 2008 l’Associazione di promozione enogastronomica “Triclinium” che presiede fino al 2014. Ideatore e della rassegna nazionale “Wine Day” e organizzatore di numerosi altri eventi e format enogastronomici.

Andrea Vellone, 44 anni. 20 anni di Marketing, comunicazione, grafica, design nei più disparati campi: elettrodomestici, banche, compagnie aeree, Internet Company. Almeno fino a quando non decide di dedicarsi unicamente a quella che è la sua passione di sempre.......il vino!


SASSICAIA PER TUTTI Con l’inaugurazione del Wine Bar “Brylla” lo scorso 22 ottobre a Roma nel quartiere Trieste, debutta anche un innovativo modo di servire il vino. In questo locale tutti i vini possono essere degustati al calice. E allora? Quale sarebbe la novità? La novità è che tutti, ma proprio tutti i prodotti in carta, anche quelli più famosi e avvicinabili (almeno per le nostre tasche), potranno essere degustati direttamente alla mescita. Per la cronaca i prezzi vanno comunque dai 2 ai 200 euro per un calice di Lafite (bottiglia da oltre 1000 euro per capirci). Ma come è possibile aprire una bottiglia di Sassicaia, magari solo per un calice, senza poi finire per rovinare il contenuto dell’intera bottiglia? La risposta è nel “Sistema Coravin”, metodo sviluppato negli Stati Uniti, attraverso il quale il vino viene letteralmente spillato senza levare il tappo. Contemporaneamente il volume estratto viene sostituito dall’argon, un gas inerte che non provoca l'ossigenazione del vino. Il sughero, poi, si richiude da solo in modo naturale. Unici vini esclusi da questa politica “popolare” sono gli spumanti, ma per motivi puramente tecnici. A questo punto però, siamo davvero curiosi di vedere se in futuro questo nuovo modo di servire il vino in enoteca saprà prendere piede fino a prevalere sul tradizionale ed emozionante rituale dell’estrazione del tappo di sughero dal collo di una buona bottiglia.

ITALIANI, GRANDI PRODUTTORI, SCARSI CONSUMATORI Il 2016 si chiude con l’Italia al primo posto tra i produttori mondiali di vino con quasi 50 milioni di ettolitri. Ma il primato è frutto del brusco calo produttivo della Francia (-12%) ed è accompagnato da un netto calo dei consumi interni, scesi al minimo storico. Non a caso questo andamento ci costa l’estromissione dal podio mondiale dei paesi consumatori, sul quale invece salgono Germania, Francia e USA. Proprio questi ultimi infatti, sono diventati in pochi anni il maggior fruitore di vino nel mondo con oltre 30 milioni di ettolitri consumati all’anno. _________________________

BALADIN CERCA IN RETE I FONDI PER IL GIARDINO DELLA BIRRA” Teo Musso, capostipite dei mastri birrai italiani, cerca di concretizzare il suo sogno con il crowdfunding: realizzare il primo Open Garden d'Italia. L’obiettivo è quello dei 200 mila euro, budget che gli consentirà di mettere su, nel cuore delle Langhe uno spazio di condivisione e cultura nel quale ogni supporter potrà far parte di una community che ruoterà intorno ai valori della terra e della birra artigianale. L'inaugurazione con grande festa è prevista, fondi permettendo, per il 21 giugno 2017.

LA FONTANA CHE MESCE VINO A Villa Caldari, una frazione di Ortona (CH) il 9 ottobre scorso è stata inaugurata la fontana che forse ognuno di noi, ammettiamolo, ha sempre sognato. Stiamo parlando della fontana che fà sgorgare ininterrottamente del buon vino rosso. La fontana di vino, progettata dall’architetto Rocco Valentini e sostenuta “idraulicamente” dalla cantina Dora Sarchese, risulta essere infatti la prima e unica fontana che eroga vino in modo continuo ed interrotto, 24 ore su 24, 7 giorni su 7. E per di più in modo completamente gratuito. La fontana servirà inizialmente per rifocillare i pellegrini del Cammino di San Tommaso, tragitto che si estende da Ortona a fino Roma e che ripercorre i passi dell'apostolo Tommaso. La bella iniziativa che, sembrerebbe quasi riaffermare l’evangelico binomio tra vino e fede, a noi lascia comunque un atroce dubbio nella testa: siamo certi che la fontana non attirerà anche qualche simpatico beone senza alcuna voglia di riallinearsi alla retta via?

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winexport l i o d n a t t e p s A

ETENZA P M O C E IO IZ D IU G CON ESPORTARE? SI, MA embra che il mercato del vino in Italia sia in lieve contrazione. Senza addentrarci in lunghe considerazioni macroeconomiche, possiamo dire che, se da un lato stiamo assistendo ad una saturazione del mercato italiano, dall’altro è in corso un processo di selezione dei migliori. Una vera e propria competizione nella quale, negli ultimi anni, c’è stata una certa inflazione di attori. Se alle suddette condizioni sommiamo i problemi sistemici italiani (tempi lunghi nei pagamenti, pericoli finanziari, difficoltà di accesso al credito) risulta ben chiaro perché molte aziende stiano sempre più cercando sfoghi nei mercati internazionali. Purtroppo vendere vino all’estero richiede una solida preparazione, investimenti elevati e una struttura, sia produttiva che commerciale, che abbia la giusta flessibilità. Vuoi per le limitate dimensioni delle 12

aziende vitivinicole italiane, vuoi per una cultura imprenditoriale familistica e tradizionale, molte cantine hanno tuttora un approccio semplicistico alla questione e passano il loro tempo a cercare il “Principe Azzurro” più delle ragazzette ben pettinate delle serie tv di Disney Channel. Il “Principe Azzurro” è la figura mitologica che tutti i produttori cercano per risolvere tutti i problemi. E’ colui che imprimerà la svolta, è colui che li libererà da tutti i ritardi di pagamento tipici italiani. E’ colui che eviterà la fatica enorme di gestire una rete commerciale, vendendo in un sol colpo tutta la produzione di quest’anno alle enoteche di Pechino. E poi il Principe Azzurro è bello, è alto e ordinerà dei bancali di vino pagandoli in contanti. Il Principe Azzurro li adorerà, perché loro fanno il vino migliore del mondo e lui lo sa. Il Principe Azzurro li amerà, perché sono Italiani e lo conquisteranno con


le lasagne di zia, roba che lui una cosa così non l’ha mai assaggiata... Tuttavia la realtà dell’export è molto lontana dalla favoletta appena rappresentata. Il fatto positivo, molto positivo, è che ad oggi praticamente in tutto il mondo si beve vino (fatta eccezione per quei pochi Paesi che per motivi religiosi e culturali non consumano bevande alcoliche). Altro fatto positivo è che si stanno sviluppando trend di crescita paurosi, con incrementi che raggiungono le due cifre. Per qualche motivo il mondo si sta accorgendo del vino in generale e del vino italiano in particolare, quindi quei produttori che stanno investendo risorse per cercare di vendere all’estero in linea di massima non stanno buttando via i loro soldi. Però, visto che siamo abbastanza sicuri che il Principe Azzurro non esista, bisogna capire a fondo come meglio muoversi. Lontano dal voler essere un manuale 13

dell’export da seguire pedissequamente, questo articolo vuole tuttavia sottolineare alcuni punti di semplice buon senso, che potrebbero aiutare i produttori a capire meglio cosa fare. Innanzitutto, bisogna dire che avere l’obiettivo di vendere all’estero significa essere un po’ vaghi. L’estero, per definizione, è tutto ciò che è fuori dai confini italiani: nordeuropeo, Russia, Cina, Stati Uniti, ma anche Africa, sud America e via dicendo. Quindi, a meno di non essere una multinazionale, è irrealistico, oltre che ingenuo, pensare di poter arrivare ovunque. Questo perché il vino non è solo uva fermentata. Il vino è principalmente un prodotto che essere apprezzato e, soprattutto, comprato, richiede una certa sintonia culturale. Le prime domande da frasi sono quindi le seguenti: siamo in sintonia con i gusti e le abitudini delle nazioni nelle quali vogliamo far bere il nostro vino? Sappiamo come raccontarci, come sfruttare il 13


packaging o come scegliere le più adatte leve di acquisto per rendere il nostro vino appetibile? Possiamo far tutto questo senza snaturarci? Senza perdere la nostra originalità? Senza essere “bugiardi”? Queste sono tutte domande alle quali il produttore deve saper dare una risposta ancor prima di spedire la prima bottiglia. E onestamente, tradurre i testi del nostro sito in cinese grazie ad un software di traduzione automatica, non ci sembra la risposta a queste domande. Altra questione da affrontare riguarda la normativa dei vari Paesi importatori. Sembrerà strano ma la burocrazia non è solo un problema italiano. Trovarsi di fronte ad una burocrazia straniera può 14

essere a volte altrettanto frustrante. Per cui sarà fondamentale informarsi o, meglio ancora, assumere qualcuno che sia ferrato e sappia districarsi tra le varie legislazioni locali ed internazionali. Sembrerà strano, ma se per esempio noi volessimo mandare dei campioni di prodotto ad un buyer di Chicago non potremmo farlo. Negli Stati Uniti il vino, come tutte le bevande alcoliche sono considerate “drugs” e per questo sottoposte a seri controlli all’ingresso del paese. Una volta scelto il mercato di destinazione sarà necessario capire quello che nel marketing viene chiamato “posizionamento”. Partendo dai nostri punti di forza dovremo avere una seria strategia. Prima di tutto dovremmo domandarci 13


per quale motivo il nostro potenziale cliente straniero ci sceglierà dallo scaffale. Per il passaparola? Per il nome? Per il vitigno? Per la provenienza geografica? Per l’etichetta? Per i punteggi delle Guide o dei blogger? O semplicemente per il prezzo? Questi sono alcuni dei filtri attraverso i quali si sceglie il vino anche in Italia, ma, a seconda del mercato in cui vorremo posizionarci, questi filtri potranno avere pesi diversi. Oppure potrebbero essercene degli altri. Abbiamo premesso che vendere all’estero è sicuramente una buona idea. Se però lasciassimo importare tutto il nostro vino al nostro Principe Azzurro allora si trasformerebbe una pessima idea. Per almeno due motivi: il primo è che il vino italiano si vende soprattutto perché è italiano ed un vino è veramente italiano, non solo perché prodotto nel "bel Paese", ma anche perché è bevuto dagli italiani. 14

Questo rappresenta un’abitudine e un’attitudine nella quale un consumatore straniero spesso si vuole identificare. Il secondo motivo è squisitamente legato alla differenziazione degli investimenti. Siete sicuri che investire tutto in un solo grande importatore, quel famoso “Principe”, sia una scelta responsabile e non rischiosa? E se un giorno decidesse di mollarci? O semplicemente finisse per uscire egli stesso dal mercato? Ecco, quindi che vendere all’estero richiede conoscenze tecniche e normative, sensibilità culturale, investimenti nel marketing, diversificazione del portafoglio clienti e flessibilità produttiva. Raggiungere questo obiettivo potrà essere anche alla portata delle piccole e medie aziende italiane se, e solo se, sapranno affrontare questa sfida senza suggestioni e magari affidandosi a chi questo lavoro lo sa fare. ■ 15


winexport

Tu vuo’ fa,

l’AMERICANO

ra tutti principali mercati dell’export del vino italiano, gli Stati Uniti attualmente rappresentano senza dubbio la fetta attualmente più ambita e redditizia. Almeno in termini di fatturato. Lo si evince banalmente dal grafico a torta (a lato) sui dati Istat per l'anno 2015. Quello che invece risulta molto meno banale è capire quello che effettivamente si dovrebbe fare per vendere il vino negli Stati Uniti. Ne abbiamo parlato, o meglio “chattato”, con Laura Donadoni, Marketing Strategist bergamasca, oggi residente a San Diego, che si occupa, tra le altre cose, di aiutare i produttori italiani a vendere vino negli “States”. Laura innanzitutto, ci spiega 16

Principali mercati di destinazione dell’export di vino italiano per fatturato nell’anno 2015 (Dati ISTAT)


come tale grafico non sia del tutto esplicativo della realtà del mercato statunitense. Oltre ai semplici volumi bisogna infatti tenere in considerazione di come gli USA siano anche un mercato stabile e maturo per il vino, oltre ad essere vario ed in costante espansione. Negli Stati Uniti i vini che "tirano" di più sono il prosecco e le bollicine in generale, vini semplici da bere e da contaminare per farne dei cocktail. Poi il pubblico americano rincorre anche la classicità e la qualità. Prodotti come i “Brunelli” e i “Baroli” sono sempre molto ricercati. Ma c’è anche un nuovo pubblico di appassionati che adora quei vini che Laura definisce “hipster”: sono vini ricercati, nuovi e ancora sconosciuti, che in una parola si potrebbero definire “esotici”. Solo alla luce di questa nuova tendenza si può spiegare il grande successo americano dei vini dell’Etna, come il carricante o il nerello mascalese. In pratica alla fine si assiste ad una forte polarizzazione tra i vini “commercialoni” e le particolarità che esprimono le grande varietà dei vini italiani. A questo punto siamo passati a parlare delle altre singolarità del mercato americano con in testa le stesse domande dei nostri amici produttori. Per ben approcciarsi al mercato americano, ci racconta Laura, è innanzitutto necessario individuare esattamente le aree nelle quali il nostro vino potrebbe piacere, perché gli Stati Uniti sono praticamente un continente. Inoltre bisogna scegliere con attenzione il vitigno da proporre, perché diversamente da noi il consumatore americano non associa un vino ad un territorio, ma presta attenzione quasi solo al vitigno. E' necessario sapere se il nostro vitigno è qualcosa di ancora sconosciu-

to per loro e, nel caso, preoccuparsi di assimilarlo a qualcuno meglio conosciuto. E ancora: bisogna capire se il nostro vino sarà venduto al bicchiere (opzione da non scartare negli States) oppure in bottiglia.

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E infine è fondamentale tenere sempre bene in mente che il loro palato del consumatore americano è molto diverso dal nostro e molto meno allenato a riconoscere e capire sapori diversi. Il mercato del vino americano, ci dice Laura, è praticamente nelle mani di 10 grandi “influencer” e delle varie APP di ricerca e valutazioni dei vini. Quindi, se dovessimo spostare grandi volumi, potrebbe anche avere senso tentare di prendere via delle recensioni e dei punteggi. Altrimenti, la strada migliore è quella di far valere le proprie tipicità e specificità. Bisogna far conoscere le proprie storie, farsi riconoscere come italiani, puntare in pratica sull’“Italian style”, senza però mai dimenticarsi di essere anche molto americani nel business, puntuali e professionali, incisivi nella comunicazione e spediti con la lingua inglese. Ed ecco allora che vendere vino negli States può dare davvero grandi soddisfazioni. ■

> LAURA DONADONI < Marketing strategist e titolare dell'Agenzia di comunicazione Lauradonadoni.com, Laura è nata a Bergamo ma vive a San Diego in California, dove si occupa principalmente di supportare commercialmente le cantine e i Consorzi. Molto attiva anche come wineblogger e sulle riviste di settore.

www.laurawines.com

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A Velletri (Rm) alla scoperta del progetto Ômina Romana

La scommessa di ANTON BÖRNER uesto è il racconto di una bellissima esperienza, vissuta nella scoperta di una grande azienda vitivinicola e nella conoscenza diretta delle belle persone che la portano avanti. A dire il vero alcuni loro vini li avevamo già assaggiati pochi giorni prima a San Felice Circeo, durante un evento enogastronomico nella bellissima cornice di Vigna La Corte. In quell'occasione a presentarci la gamma di bollicine e di vini bianchi fu Edoardo Campisi, dinamico promoter aziendale. Il primo impatto fu talmente positivo, che subito ci ripromettemmo di approfondire il prima possibile la conoscenza di questa bellissima realtà. Decidiamo quindi di 20


recarci presso la tenuta di Via Fontana Parata a Velletri, sede produttiva dell’azienda, per una visita della cantina e dei vigneti. La zona di produzione è quella dei Castelli Romani. Un’areale per molto tempo forse troppo bistrattato, per lo più a causa di politiche produttive che hanno perseguito la quantità anziché la qualità, che non per carenze oggettive del terroir . In questo caso però, è bene chiarire sin da subito che siamo lontani anni luce da quel tipo di enologia. Eppure inizialmente restiamo un po’ spaesati davanti l’ingresso dell’azienda. Ci accoglie una solida e austera cancellata con un’alta recinzione con filo spinato e telecamere sparse praticamente dappertutto. Per un attimo pensiamo di aver sbagliato indirizzo, se non fosse per le inequivocabili distese di filari che circondano la struttura. Poi finalmente ci viene aperto. Negli anni abbiamo avuto il piacere di visitare decine e decine di aziende vitivinicole, ma mai come stavolta abbiamo avuto questo tipo di impatto varcando l’ingresso. La sensazione è quella di essere entrati in un contesto produttivo praticamente perfetto, in cui ogni singolo particolare non ha nulla di casuale, ma anzi, è parte integrante di un progetto semplice e chiaro: creare vini top a livello internazionale. Potrebbe sembrare un obiettivo ambizioso, ma in realtà risulta estremamente coerente con tutto ciò che viene fatto qui. Lo si avverte osservando la maniacale ricerca 20

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della perfezione in ogni dettaglio del processo produttivo, anche quello apparentemente più insignificante. Il tutto è finalizzato a far sì che la vigna produca frutti della massima qualità possibile. E a confermarcelo è direttamente il Pàtron dell’azienda, il Dott. Anton Börner, industriale tedesco della rubinetteria e sanitari, nonché presidente della Bga, la Federazione del commercio estero per la Germania. Le sue foto in bell’evidenza nei corridoi degli uffici, che lo ritraggono in compagnia della cancelliera Angela Merkel inizialmente ci mettono un po’ in soggezione. Ma poi è lui stesso con la sua ospitalità e la sua gentilezza a metterci rapidamente a nostro 22


agio. E così inizia personalmente a farci da Cicerone in un piacevole tour in fuoristrada tra i suoi bellissimi vigneti (o giardini?). Le sue spiegazioni sono appassionate, tecniche e mai banali. Ci parla innanzitutto dei motivi che lo hanno portato dalla Germania a optare per il Lazio e in particolare per quella zona. Una scommessa? Non proprio. La scelta infatti non è stata casuale, né tantomeno azzardata, ma è frutto di una valutazione particolarmente attenta ed oculata: l’acquisto della tenuta è avvenuto infatti soltanto dopo un approfondito studio universitario che ha dimostrato come la zona delle colline di Velletri sia di fatto 22

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un territorio particolarmente indicato per effettuare una viticoltura di alta qualità. Praticamente un “terroir" ideale, grazie alla concomitanza di varie condizioni ambientali favorevoli, come la presenza di diversi di origine vulcanica, il supporto di un microclima particolare e l'esposizione a sud-ovest. La zona inoltre beneficia della vicinanza della costa tirrenica, da cui riceve quotidianamente fresche e salmastre brezze marine che anche noi, nella caldissima mattinata, abbiamo apprezzato particolarmente. Eppure, avere condizioni pedoclimatiche praticamente perfette per la viticoltura era condizione necessaria ma non sufficiente per il progetto enologico intrapreso da Anton Börner e il suo staff. Qui infatti la cura della vigna è portata all’estremo, con un’atten24

zione accurata, scrupolosa, quasi maniacale per ogni singola pianta di ogni singolo filare di ogni singolo vigneto. Ma non solo. Grande importanza è data al rispetto dell’ecosistema nel suo complesso, ed ogni azione effettuata in campo è svolta cercando di alterare il meno possibile gli elementi che lo compongono e i processi naturali al suo interno. Anzi, si cerca di assecondarli per trarne beneficio. E la stessa cura del particolare riscontrata sul terreno la avverti anche visitando l’interno della struttura, non solo nella moderna cantina di vinificazione o nella barricaia, ma anche in tutti gli altri ambienti dell’edificio. Il lungo e piacevole tour però non poteva concludersi che nella sala degustazione, dove nel frattempo il cordialissimo personale aziendale ha avuto cura di allestirci il 23


tavolo per una lunga serie di assaggi e un gustoso brunch. A questo punto il Dott. Börner è purtroppo costretto a salutarci, ma restiamo comunque nelle buone mani di Edoardo e Giovanni. Insieme degustiamo dapprima le ottime bollicine del Bellone Spumante Brut (metodo charmat). Una bella interpretazione della spumantizzazione di queste antiche uve autoctone a bacca bianca, ma non in purezza, perché c’è un 15% di Incrocio Manzoni che serve a donare aromaticità e un maggiore equilibrio complessivo. Sorseggiamo poi uno Chardonnay in purezza, per il 50% affinato in barrique di rovere francese: un prodotto di altissimo livello, che già nel precedente assaggio al Circeo ci aveva conquistato per l’equilibrio perfetto tra le note di frutta esotica e le note finali di vaniglia. Proseguiamo quindi con il Viognier, di sicuro il prodotto che ci ha più impressionato. II colore giallo oro e profumi sono così intensi e appaganti per vista e olfatto che quasi non servirebbe portarlo alla bocca. Ma poi non resisti. Freschezza, mineralità e soprattutto cremosità sono i motivi principali di questo splendido vino che ti avvolge il palato con lunghissima persistenza finale su note speziate. Siamo già talmente soddisfatti della degustazione che quasi ci costa “fatica” dover passare ai rossi. Anche per mero campanilismo non possiamo rifiutare un assaggio di Cesanese. Un cesanese un po’ atipico, almeno rispetto a quelli a cui siamo abituati. Il colore è un po’ scarico e il tenore alcoolico è decisa24

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mente basso per questo vitigno, ma proprio per queste caratteristiche il vino ci stupisce per originalità, morbidezza e piacevolezza generale. Caratteristiche che lo rendono abbinabile con tranquillità anche a piatti di mare, quasi “off-limits” per questo autoctono, generalmente spigoloso. In ultimo ci viene offerto un taglio bordolese, il “Diana Memorensis 2011”, vino che porta il nome della dea romana della caccia. Una cuveè davvero importante, un nettare che amalgama la varietà gusto–olfattiva dei diversi uvaggi, esprimendo una piacevole robustezza ma anche una equilibrata complessità di aromi, che vanno dai frutti rossi alle spezie e alla vaniglia. Nonostante la gamma di vini aziendali comprenderebbe ancora altre “chicche” interessanti siamo costretti a fermarci qui, riservandoci il piacere di completare il percorso degustativo in una successiva occasione. Ma quello che abbiamo visto e degustato oggi ci basta per riconfermare come, anche nel Lazio, sia tutt’altro che impossibile realizzare un’enologia di altissimo livello: Ômina Romana, secondo noi, è quindi una scommessa ampiamente vinta. ■

A CENA CON ÔMINA ROMANA

Ogni promessa è un debito. Ci eravamo lasciati con l’impegno di continuare quel meraviglioso percorso degustativo iniziato a Velletri con Ômina Romana. Questa volta però l’idea è quella di condividere l’esperienza con gli amici di sempre e quante più persone possibili. Ed è così che nata l’idea di una Cena con il Produttore Anton F. Börner in quel dell’Osteria Santa Lucia a Frosinone, nel Settembre scorso. Un evento che inaugurerà la serie di serate a tema denominata “Gastrȏmina” che porterà l’azienda velletrana nei migliori ristoranti d’Italia e del mondo. Volendo gli elementi per sentirsi un po’ in soggezione c'erano quindi un po’ tutti: c’era il ricco industriale tedesco con la sua perfetta struttura aziendale e i suoi vini che definire "importanti" è riduttivo. E poi c’erano Giovanni Lai ed Edoardo Campisi in giacca e cravatta e circa 40 ospiti, tra sommelier, chef vari e operatori del settore. E invece ne viene fuori una serata tranquilla, che scorre serena e piacevole: ottimo vino, ottimo cibo, ambiente rilassato e nessuna ingessatura di sorta. E a condire il tutto c’è l’ottima cucina di Pasquale e Carmine dell’Osteria, che tirano fuori il coniglio, o meglio il baccalà, dal cappello fronteggiando i vini di Ômina Romana con scioltezza, semplicità e gran gusto, da ristorante di alto livello quale è. Complimenti a tutti loro. E bravi anche noi che li abbiamo fatti incontrare e che sin da subito abbiamo creduto in questa scommessa.

ÔMINA ROMANA Sede Legale: Via del Gesù 62 - 00186 Roma Sede operativa: Via Fontana parata 75 - Velletri (Rm) Tel e Fax: +39.06 9643 01 93 Sito web: www.ominaromana.com

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La lucida follia di occo da Casauria è un piccolo paese dell’entroterra pescarese. Un antico borgo nel quale ogni palazzo storico nasconde una vecchia cantina scavata nel caratteristico travertino locale. Ma è anche una comunità nel quale il vino rappresenta una vera e propria tradizione familiare, tramandata di generazione in generazione. Ed è in questo contesto che si annida timidamente, quasi nascosta, la piccola grande realtà di Fausto Zazzara e dei suoi incredibili spumanti artigianali “Majgual”. Una vera scoperta, tanto inaspettata quanto gradita. E’ un fresco lunedì di fine ottobre e ci troviamo nel centro storico cittadino in occasione della manifestazione delle “Cantine Aperte”. Inizialmente le nostre aspettative per la giornata sono per lo più riposte in qualche gustoso arrosticino abruzzese e in una buona riserva di Montepulciano. E invece per caso finiamo per imbatterci nel banco d’assaggio di Fausto, nella piazzetta principale del paese. Nonostante la giornata sia 28

Fausto Zazzara

A Tocco da Casauria (PE) nella “champagneria” artigianale “Majgual”


A TOCCO DA CASAURIA (PE) NELLA CHAMPAGNERIA ARTIGIANALE "MAJGUAL"

freddina in sé, notiamo alcune bellissime glacette in rame stracolme di ghiaccio. Adagiate all’interno ci sono alcune bottiglie di spumante dal packaging accattivante. E poi, proprio lì davanti a noi, c’è Fausto Zazzara. Avendo notato la nostra curiosità, Fausto si avvicina, si presenta e inizia subito a raccontarci come è nata la sua giovane azienda. Questa è una piccola realtà che produce unicamente vini spumanti, appena 9000 bottiglie, tutti rigorosamente da uve autoctoni abruzzesi vinificati in purezza esclusivamente con metodo classico. Una produzione nata quasi per scommessa, inizialmente riservata al consumo personale e agli amici più cari di Fausto. Finalmente si passa all’assaggio e Fausto entusiasma anche noi. La sua Cococciola Brut stupisce per brillantezza del colore, per finezza del perlage, per intensità dei sentori balsamici e agrumati perfettamente amalgamati insieme. Rispondiamo quindi con entusiasmo al suo invito a visitare la cantina, ubicata in pieno centro storico del paese. 29


Pochi minuti a piedi e ci troviamo davanti all’ingresso del suo piccolo grande mondo. Un’antica scala in pietra ci fa scendere di circa 4-5 metri al di sotto del piano stradale. Qui ci si presenta la spettacolare "champagneria" di Fausto, incastonata tra archi di mattoni di travertino. Le antiche pareti sono completamente rivestite da cataste di bottiglie. La luce è fioca, ma sufficiente a far risplendere i colori brillanti degli autoctoni abruzzesi nelle borgognotte incastonate nei pupitre. E poi, sparsi un pò dappertutto, ci sono gli strumenti di lavoro di Fausto, alcuni addirittura autocostruiti, con il suo ingegno e la sua passione. Siamo conquistati. Decidiamo così di acquistare un paio di bottiglie da far assaggiare ai nostri amici. Ed é così che Fausto ci conduce nella "white room" che si trova proprio di fronte l'entrata dell’antica cantina. E' una piccola e luminosissima saletta da degustazione completamente bianca

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(per valutare al meglio le sfumature di colore del vino). Lo stile però qui é praticamente agli antipodi rispetto alla cantina: l'arredamento é ipermoderno, sobrio, austero, lineare ed essenziale. L’ennesimo contrasto, anche questo però voluto, cercato, calcolato. Questo è il mondo di Fausto, nel quale passa gran parte delle sue giornate. Forse é per questo che da quelle parti viene affettuosamente soprannominato “il vinificatore folle”. Ma questa è senza dubbio una sana e lucidissima follia. ■


PROCESSI ARTIGIANALI PER VINI MAI UGUALI Ogni vino di Fausto Zazzara segue un procedimento artigianale unico, irrepetibile, mai uguale. Da qui il nome “Majgual”. Le uve autoctone (Trebbiano, Pecorino, Cococciola, Passerina e Montepulciano) sono conferite dall’azienda “Progresso Agricolo”di Crecchio dopo uno scrupoloso e attento monitoraggio effettuato personalmente da Fausto direttamente in vigna. Gli acini vengono campionati periodicamente, a fine di controllarne pH, acidità e grado zuccherino in riferimento alle condizioni pedoclimatiche e alle caratteristiche dei vigneti. Il tutto per raccogliere le uve nel momento migliore possibile. La raccolta avviene rigorosamente a mano, grappolo per grappolo, e la pigiatura viene fatta addirittura con i piedi, con un’estrazione del mosto pari al 60% del peso iniziale dell’uva. Anche tutto il processo di vinificazione, con metodo tradizionale, è condotto personalmente da Fausto nella sua cantina storica di Tocco da Casauria, dove interviene in prima persona in tutte le fasi della lavorazione, comprese le innumerevoli manovre manuali di “remuage” delle bottiglie.

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QUALITA' IN TUTTA LA GAMMA La linea di prodotti comprende, per filosofia aziendale, unicamente vini spumanti da vitigni autoctoni abruzzesi in purezza, di cui 4 bianchi e un rosè. Annotiamo, con piacere, che nel catalogo prodotti di Fausto Zazzara non esiste vino base, linea intermedia e vino top. Ogni singolo vino viene realizzato con la stessa scrupolosa cura Ed è così che tutta la gamma viene commercializzata monoprezzo.

CANTINA FAUSTO ZAZZARA Via Mazzini Vico 1, Tocco da Casauria (PE) cantinafaustozazzara@gmail.com www.spumantiartigianali.com Tel: (+39) 3936597739


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A Pescara nel corporate store di Platinum Italia

Vini progettati per piacere...

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l mondo del vino va differenziandosi sempre più e così nascono nuove interpretazioni di un prodotto antico che riesce benissimo ad allinearsi alla modernità. E proprio alla ricerca di qualche sussulto di novità abbiamo raggiunto Pescara, per conoscere l’interessante realtà di Platinum Italia. Ad attenderci non c’erano antichi poderi, cantine centenarie, castelli o cascine. Gli ideatori del progetto ci accolgono infatti nel


Corporate Store “Uva Bianca” di Città Sant’Angelo, una modernissima struttura dove a dominare è il bianco, il sorriso e la funzionalità. Non è un semplice ristorante, winebar o enoteca. O meglio, è un po’ tutte e tre le cose insieme, ma forse è anche qualcosa di più. E' un tempio moderno dedicato ai piaceri del palato, un ambiente multiscopo progettato per essere smontato, trasportato e replicato in qualsiasi parte del mondo. Questa è un’azienda unconventional” e non nel senso di eccentrica o forzatamente glamour. E’ non convenzionale nella misura in cui vuole scardinare le consuetudini, per raccontare un vino che ricerchi la contemporaneità, il gusto e la qualità senza inutili orpelli. Si parte dal concetto base di Design, che qui non significa semplicemente “vestire bene il vino”, ma è inteso come definire sin dall’inizio uno stile ben determinato,

un metodo di progettazione nuovo, che rivoluzioni non solo il packaging, ma reinventi anche il modo di presentare e infine di vendere il prodotto finale. Nell'idea di "Platinum" progettare un vino di design significa attenuare il tecnicismo del vino, alleggerire il concetto di terroir, sgravare l’importanza della DOC o della DOCG come mere leve di vendita. E significa anche intercettare un pubblico nuovo, di neoappassionati, di persone che vogliono godere di un buon vino senza doversi preoccupare di tutte quelle pignolerie che attraggono solo i più esperti. Del resto, non è un caso che Bruno Munari, uno dei grandi del design italiano, ebbe a dire: “Complicare è facile, semplificare è difficile” ed ancora “è difficile essere facili”. “Togliere

invece che aggiungere (..) riconoscere l’essenza delle cose e comunicarle nella loro essenzialità. Questo processo porta fuori dal

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Vini complessi da realizzare ma semplici da bere... tempo e dalle mode…” Ecco quindi che i vini di Platinum vogliono innanzitutto essere riconosciuti come vini buoni, nell’accezione più semplice del termine, al di là delle mode del momento, dei vitigni, delle regioni, dei terroir e delle modalità di coltivazioni o vinificazioni. Comunicare vini complessi da realizzare ma semplici da bere in maniera diretta: questa è la “mission” di Platinum. La premessa era dovuta per far comprendere come bisogna porsi davanti a un vino di questa azienda. Noi ci siamo cimentati nei due top di gamma: il “Carattere” e il “Cinquemani”. Mentre stappiamo la bottiglia di “Carattere” subito ci saltano agli occhi due cose. Innanzitutto è evidente la cura per il packaging. L’etichetta, elegante ed evocativa, ci anticipa che nella bottiglia troveremo qualcosa di davvero importante. Del resto anche il nome stesso del vino forse è lì proprio a rimarcarlo. Ma l’aspetto più sorprendente è indicato nel retroetichetta: il vino è catalogato come Vino da Tavola (VDT). In una terra, l’Abruzzo, di grandi DOC e DOCG, questo vino di punta sfoggia la stessa denominazione dei vini di largo consumo. E il motivo è anch’esso riconducibile al concetto stesso di design. 36

Il "Carattere" è infatti un vino concepito e progettato semplicemente per essere buono: alla Platinum, anche se il vino non si "incastra" perfettamente nelle strette maglie di un disciplinare, decidono comunque di produrlo e poi di venderlo sfruttando unicamente la bontà del prodotto. Tecnicamente il “Carattere” è un blend di uve rosse, vinificato in acciaio e affinato in barrique. E’ un vino che racchiude tutto ciò che più ci piace nei grandi rossi italiani: all’inizio sono predominanti i sentori di frutti rossi maturi, ma poi le note di pepe nero e di liquirizia rendono l’esperienza olfattiva molto più complessa ed evoluta. Al palato l’impatto è potente, complesso, morbido e avvolgente e molto, molto persistente. Apriamo poi il “Cinquemani”. Un’altra grande etichetta e un’altra bottiglia davvero importante, addirittura “pesante” (e non solo per lo spessore del vetro). Dentro ci trovi un Montepulciano d’Abruzzo (DOC in questo caso) di grande personalità, armonico e vellutato come pochi vini e con quelle rotondità che rendono gradevole e fresca l’esperienza. Un vino potente e complesso, ma che scende giù con piacere, quasi facendo le fusa. ■


Platinum Italia è l'azienda sognata, studiata e infine creata da Sonia E Marzia Ferretti e da Mariateresa Ruccolo. Tre donne del design italiano che hanno reinterpretato con ricercatezza ed emozione alcune grandi eccellenze enologiche abruzzesi, vestendole di qualità e preziosità. E oggi Platinum è per loro ciò che definiscono la realizzazione di un "SOGNO".

PLATINUM ITALIA Cantina: Via Via G.Pascoli – Corropoli (TE) Corporate Store Uvabianca - Via D.Scafa, 35 Città S.Angelo (PE) Tel: +39.085.9506047 – fax +39.085.9506047 Sito web: www.platinumitalia.com


A Cesena da Montaia srl per scoprire come fare qualità nella patria dei vini da prezzo

Nella

Romagna della ’era una simpatica pubblicità negli anni 90. Nelle campagne romagnole, un incravattato signore ospite in una casa di campagna, si segnava su un scatola di fiammiferi il nome del vino ricevuto in regalo dall’anziano padrone di casa dopo la sua celebre esclamazione “mo te lo do io il promemoria”. Lo spot terminava con l’abusato claim “un sorso di Romagna”. Il vino in oggetto era poco più di un vino in cartone e l’azienda che lo produceva ha inondato con questi slogan le televisioni nazionali per quasi un ventennio tra gli anni 80 e 90, nemmeno vendesse cioccolatini a ricche signore 38


<<Il segreto è nel trovare il giusto equilibrio tra la voglia della vite di crescere e l’esigenza dell’enologo di avere una buona uva>>.

vestite di giallo. La Romagna era, ed in parte è rimasta, dominio di grandissime cooperative industriali che producevano milioni di bottiglie e che hanno modellato migliaia di ettari di campagna romagnola su questo business. Ma il mondo cambia velocemente e così le abitudini dei consumatori. Oggi, al bere quotidiano, si preferisce il bere saltuariamente prediligendo però qualità e tipicità, senza nemmeno star troppo a badare al prezzo. Si preferisce il vino che regali emozioni a quello che serva semplicemente a mandar giù il boccone. Ed è così che alcuni coraggiosi, nella patria del vino da prezzo, da qualche anno stanno scegliendo la qualità, sperimentando le potenzialità di vitigni quali il Sangiovese e il Trebbiano. E in questo contesto, una effervescenza particolare si nota sulle colline cesenati dove, per esempio, si contano 13 produttori che sono riuniti nel Consorzio dei piccoli produttori di vino e olio delle colline cesenati, con altre aziende quali, ad esempio, Podere Palazzo, i Filarini, Zavalloni o il Glicine che, ciascuna con caratteristiche proprie, interpretano la Romagna e i suoi vini storici. Sempre sulle colline intorno a Cesena abbiamo potuto visitare 38

Montaia, un'azienda che, dopo il cambio di gestione, ha intrapreso una trasformazione netta, esplorando modalità e tecniche nuove per cambiare sé stessa e dedicarsi alla qualità. Per trasformare radicalmente un'azienda che produce vino, la prima cosa da fare è lavorare sulle vigne per migliorare la materia prima. E per capire come, abbiamo parlato con Mirco, il cantiniere, e Sergio Parmegiani l’enologo. Ci hanno subito spiegato che nella riconversione hanno dovuto fronteggiare due tipi di problemi, quasi paradossali: la grande fertilità dei terreni e la grande robustezza dei vitigni romagnoli. “Per far un buon vino ci spiega Sergio- dobbiamo con-

vincere la pianta a non sfruttare tutto il terreno per far legno e foglie ma anche per far l’uva. Il segreto è nel trovare il giusto equilibrio tra la voglia della vite di crescere e l’esigenza dell’enologo di avere una buona uva”. Mirco invece ci racconta del grande lavoro di conversione della raccolta meccanizzata alla raccolta manuale e di come hanno microzonato i vigneti analizzando le esposizioni e l’altimetria e tutte le variabili che influiscono sui tempi di maturazione dei grappoli e di riflesso sui tempi di raccolta.

"Passare da un lavoro impostato

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per fare quantità ad un lavoro finalizzato alla qualità - racconta Mirco - non è un processo facile e immediato. Bisogna rimodellare le foglie e i rami delle viti, in modo da abituarle a lavorare e vivere in maniera diversa per consentire loro di dare i migliori frutti possibili". Montaia, da questo punto di vista, è praticamente una start-up, un modello in scala di come l'enologia romagnala possa trasformarsi rimodellando delle proprie campagne. Il progetto in vigna procede bene, ma il processo di modernizzazione dell'azienda procede anche attraverso l’ottimizzazione del marketing e la messa a punto di una gamma di alto livello. Nel frattempo, anche i vini ora disponibili non sono niente male. Montaia sta puntando al connubio perfetto: un progetto agricolo all’avanguardia con le spalle coperte da una solida realtà commerciale. A noi sembra che ci stia riuscendo, non solo trasformando le proprie vigne e rivoluzionando i processi produttivi, ma anche regalando ai suoi vini una identità nuova, superiore e affascinante. Se negli spot degli anni 90 la cultura romagnola era fintamente accostata ad un semplicistico concetto di genuinità contadina in contrapposizione allo stile di vita cittadino, ora, nella narrazione di Montaia, viene rappresentata una Romagna poetica e affascinante. La Romagna di Montaia è Umorismo, buffoneria, divertimento, finezze, melanconia.

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E' la poesia di Tonino Guerra e la Rimini onirica di Fellini in “Amarcord”. La Romagna di Montaia include la genialità e la laboriosità, l’accoglienza e l’apertura, la leggerezza e la responsabilità, la semplicità e il fatalismo sornione della migliore cultura provinciale italiana. E la gamma dei vini aziendali riassume tutto questo. La "Selezione Oro" è una linea dal packaging elegante e nuovo, che contiene dei vini ben fatti e curati in ogni aspetto. Vi troviamo ovviamente il sangiovese ("Superiore" e "Superiore Riserva" affinati in piccole botti di rovere), un cabernet sauvignon e uno chardonnay. E poi c'è il vero outsider di questa gamma, il pignoletto. Un vino leggermente frizzante, freschissimo e profumato, che ci immaginiamo per gli aperitivi estivi appena tornati dalla spiaggia. Da tenere in considerazione

anche la “Selezione Tonino Guerra”: bottiglia cubana con etichette illustrate da Tonino Guerra e all’interno vini evocativi ed emozionanti. Anche questa linea regala belle espressioni di sangiovese, chardonnay e pignoletto. Di grande spessore la Riserva di Sangiovese 2014 insignita dei "6 Grappoli" della Guida dell’Associazione Italiana Sommelier “Emilia Romagna da bere e da Mangiare”, riconoscimento riservato ai vini con punteggio superiore a 86. C'è infine l’anima vivace e spumeggiante della Romagna rappresentata nelle eleganti bollicine della Cuveé metodo Martinotti-Charmat. In definitiva Montaia è una di quelle aziende da sostenere e da tenere d’occhio, un bell’esempio di come il vino italiano debba lavorare e pensare per farsi ben valere sul mercato estero. ■

MONTAIA SRL Via Rio Donegallia, 944 - 47521 Cesena (FC) Email: info@montaiasrl.it Sito web: www.montaiasrl.it Tel: 0547 6464744 - Fax: 0824 876446


LA SELEZIONE ”TONINO GUERRA” Tonino Guerra (1920-2012) ha davvero incarnato la figura del poliedrico artista romagnolo. Poeta, regista, sceneggiatore, pensatore, scrittore e anche pittore. Il capolavoro di Federico Fellini “Amarcord” fu sceneggiato proprio da Tonino Guerra: il titolo è una contrazione della frase “io mi ricordo”. Il film infatti parla di una Rimini onirica degli anni ‘30 e dei suoi personaggi tipici della provincia Romagnola. Del resto in tutte le sue opere Tonino Guerra è stato sempre legato nell’intimo alla sua terra d'origine: la Romagna di Tonino Guerra è una Romagna di qualità e mai di quantità, dove tradizione, poesia e arte si fondono tra loro. Valori racchiusi anche nei vini Montaia, di cui Tonino Guerra fu anche un estimatore convinto. Per questo motivo la cantina cesenate ha deciso di dedicare in suo onore un'intera linea di prodotti: nasce così la "Selezione Tonino Guerra", che riporta in etichetta alcune tra le opere pittoriche più evocative dell'artista, rendendo ancora più preziosa la già elegante bottiglia cubana.


A San Savino di Ripatransone (AP), visita al “Vigneto Madre” nella Tenuta Cocci Grifoni

Nel

cu del re pesso, enovagando per la nostra meravigliosa penisola, succede di ritrovarsi in contesti unici e autentici, caratterizzati da storie tanto vere quanto originali. E’ quello che ci è capitato anche in una bella giornata di inizio settembre, nella nostra intensa, se pur breve, visita alla Tenuta Cocci Grifoni a San Savino di Ripatransone. Non è un caso che la strada che ci ha condotto alla Tenuta sia proprio la strada del “Rosso Piceno”. Presto capirete il perché. Parliamo di un’azienda che, non a torto, ama definirsi “custode della terra”. Sono quattro infatti, le generazioni che

Un’azienda che ama definirsi “custode della terra”...

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anno lavorato, vissuto e amato quel territorio, fino ad arrivare a conoscerne ogni singolo centimetro quadrato. E qui il rispetto questa famiglia per il proprio contesto è evidente. Lo noti osservando queste campagne, ancora oggi così poco antropizzate, quasi vergini, che donano agli occhi la bellezza autentica di uno scenario bucolico quasi incontaminato. C'è solo qualche antica casa coloniale e qualche stradina sterrata a spezzare la piacevole monotonia dell’ affascinante paesaggio, fatto di filari di passerina, pecorino e montepulciano adagiati su dolci colline argilloso-sabbiose intervallate da impervi canyon calanchivi. La premessa sull’estrema tipicità di questo territorio era dovuta se si vuole comprendere davvero la realtà di questa Azienda. La Cocci Grifoni, nasce nel 1970 grazie a Guido Cocci Grifoni, papà di Paola (enologa dell’azienda) e Marilena (direttrice commerciale), ma anche uno dei padri della viticoltura marchigiana. Guido è purtroppo scomparso nel 2010, ma l’azienda ha saputo comunque mantenere inalterate le proprie peculiarità di attività a conduzione familiare rispettosa della tradizione, ma anche di azienda pioneristica per intuizioni ed innovazioni. Ad esempio, questa fu la prima cantina ad imbottigliare il Rosso Piceno Superiore, annata 1969, con l’etichetta “Le Torri”. Ma oggi vogliamo parlarvi di un’altra folgorante intuizione di questa azienda. Esattamente era il 1983, quando Guido decise di ridare 44

definitivamente dignità al Pecorino, un vitigno autoctono marchigiano fino ad allora messo nel dimenticatoio, fin quasi a scomparire. Un’idea semplice e ambiziosa allo stesso tempo: valorizzare un vino bianco, nel piceno, terra di grandi vini rossi. Forse all’epoca poteva sembrare un azzardo. Ma se oggi il Pecorino è oggi uno dei vini bianchi autoctoni italiani più 43


famosi nel mondo e un grande successo commerciale, lo si deve proprio a quella illuminata intuizione di papà Guido. Noi, arrivando in azienda, notiamo subito come la figura di Guido sia ancora fortemente viva e presente. Del resto nel bellissimo contesto della Tenuta, cantina e dimora famigliare, sono praticamente un tutt’uno. Conosciamo dapprima Paola, poi arriva a salutarci anche Marilena, una vera forza della natura. Dopo una fugace visita ai locali aziendali e proprio Marilena che insiste per farci visitare proprio il “Vigneto Madre”, quello in cui si trovano i filari più antichi del pecorino. Parliamo proprio di quei primi ceppi da cui il Pecorino è praticamente “risorto” e da lì in poi ha iniziato una nuova vita da

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protagonista. Ci accompagna personalmente con il suo 4x4 tra le impraticabili mulattiere che conducono ai vigneti. Ci descrive ogni singolo scorcio di tutto il tragitto con entusiasmo e passione, come se anche per lei fosse la prima volta. Avvicinandoci alla meta, metro dopo metro, racconto dopo racconto, la curiosità cresce in noi in modo esponenziale. L’ultimo tratto è tuttavia il più impegnativo, poiché il cuore del Vigneto Madre è raggiungibile soltanto a piedi attraverso una stradina particolarmente acclive. Siamo nel versante nord di Colle Vecchio, tra ripidi canyon calanchivi argillosi e condizioni pedoclimatiche estreme, ai limiti di una vera e propria viticoltura eroica.

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Sembra quasi di essere in un luogo sacro e per Marilena probabilmente lo è davvero. Lo si avverte perché camminando tra quei filari il suo racconto si fa sempre più vivo e appassionato. Del resto quel pezzo di terra, per quanto rappresenti il fulcro della principale area vitivinicola della regione, per Marilena è prima di tutto un pezzo di storia della sua famiglia. All’arrivo però rimaniamo colpiti soprattutto dall’integrità del luogo. Non c'è altro che terra, sole, piante e il duro lavoro dell’uomo. E poi vedi la perfetta combinazione di questi semplici elementi: quei bellissimi grappoli dorati, maturi, pronti per diventare finalmente vino. Noi non resistiamo e quasi furtivamente spilucchiamo qualche acino. E quei piccoli chicchi d’uva bianca ci esplodono sotto il palato in tutta la loro piacevole freschezza e persistente sapidità. E’ il sapore del pecorino, quello più autentico, quello vero finalmente. Saremmo ormai già appagati, ma decidiamo di prolungare la bella passeggiata seguendo l’inesauribile Marilena sino alla sommità di Colle Vecchio, da cui si può godere di una vista mozzafiato sulle bellissime colline picene e sull’intera tenuta. Resteremmo l’intera giornata a camminare in quei luoghi ascoltando racconti e aneddoti di Marilena, ma altri impegni purtroppo ci costringono a rientrare. Tornati in azienda, l’ospitalità della padrona di casa ritorna dominante. A dire il vero senza troppo insistere, lo ammettiamo, Marilena ci convince a restare ancora 46

un po’ per un piccolo spuntino e un buon calice in compagnia. Abbiamo tempo per un unico fugace assaggio. A quel punto siamo proprio noi ad insistere per degustare direttamente il “Guido Cocci Grifoni”, il Pecorino per eccellenza. Parliamo di un vino maturato inox su fecce nobili per 550 giorni con affinamento in bottiglia per almeno 6 mesi. Un vino di carattere, consistente, dal color oro intenso e brillante, che al naso si manifesta amalgamando perfettamente fresche note di frutta matura insieme a note agrumate e floreali. Al palato poi rivela schiettamente tutta la mineralità del territorio e la piacevolissima nota salmastra dovuta alla brezza del vicino mare adriatico. L'impatto in bocca è di quelli che non dimentichi. Ma ciò che più ci sorprende è come nel bicchiere ritroviamo quegli stessi sapori e quelle identiche sensazioni provate poco prima masticando gli acini “rubati” direttamente dalla pianta. E così andando esauriamo velocemente la bottiglia e siamo davvero costretti ad andare via. Ma la persistenza di quel pecorino ci accompagnerà per grande parte del nostro viaggio di ritorno. ■

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Il Vigneto Madre, dove Guido Cocci Grifoni 30 anni fa fece rinascere il Pecorino Il Vigneto Madre è il cuore della vigna Colle Vecchio, dove crescono i ceppi più antichi del Pecorino. E' una zona di difficile lavorazione che richiede applicazione solo manuale. Si trova infatti in prossimità di un profondo fossato calanchivo di pendenza estrema. Tuttora adibito ad attività di sperimentazione ampelografica, il Vigneto Madre ha esposizione tutta a nord, con situazione pedoclimatica estrema. Le basse temperature assicurate dalla particolare localizzazione creano le condizioni ideali per lo studio e la valutazione dei caratteri dei vitigni autoctoni marchigiani, arcaicamente coltivati nelle aspre pendici dell'Appennino. É una zona abitata dalla fauna tipica degli ecosistemi calanchivi profondi, come anfibi e piccoli mammiferi che nidificano nelle vicinanze.

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IL VINO: GUIDO COCCI GRIFONI Offida Pecorino D.O.C.G. SCHEDA TECNICA - Uve: 100% vitigno italico autoctono Pecorino da Vigneto Madre 1987 - Bottiglie prodotte: 2900 - Tipo di terreno: franco argilloso - Esposizione: nord-ovest - Altimetria: da 180 a 250 mt s.l.m. - Allevamento: a spalliera, doppio guyot - Resa per ettaro: 7 tonnellate - Cure nella preparazione: vendemmia manuale con selezione dei grappoli, terza decade agosto, prima decade di settembre. - Vinificazione: in bianco con lieviti ecotipici a Temp. controllata 14/16 °C - Affinamento: maturazione in serbatoi acciaio inox su fecce nobili per 550 giorni e affinamento in bottiglia per 6 mesi. - Gradazione alcolica: 14% vol.

ANALISI ORGANOLETTICA Giallo paglierino con riflessi oro di grande luminosità e brillantezza.Nel calice si muove con lentezza dimostrando carattere e consistenza. Al primo naso la dominante olfattiva è chiara: frutta appena matura a pasta gialla, pesca e nespole , anche mela e note agrumate di pompelmo rosa, la nota floreale è in bella evidenza, fiori gialli di ginestra, mineralità ed erbe aromatiche, maggiorana e salvia. In bocca l’ingresso è deciso senza cedimenti, avvolgente di grande intensità. La freschezza del vino subito in bella evidenza viene domata, solo in parte da alcoli e polialcoli , sebbene ben presenti, basta attendere pochi secondi e la sapidità del vino si mette in mostra In modo piacevolissimo. Il finale è lungo con rimandi di frutta matura e agrumi che in bocca diventano più citrini di lime. Acidità e sapidità in bella sinergia non mollano e inducono al secondo sorso. Corpo e bevibilità non comune.


Tenuta Cocci Grifoni, cultura del territorio, del cibo e del vino

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La dimora di campagna accoglie con comodità chi viene da lontano per scoprire dove e come nasce il vino di cocci Grifoni. La casa di famiglia e la cantina sono praticamente un tutt’uno. Due corpi distinti ma adiacenti immersi nella quiete delle colline del pecorino. E’ possibile panoramica degustare gli ottimi vini con le specialità del posto nella bellissima terrazza oppure passeggiare tra le vigne storiche guidati dal cordialissimo personale aziendale.

TENUTA COCCI GRIFONI 63065 Via Messieri, 12 San Savino di Ripatransone (AP) Tel: (+39) 073590143 Fax: (+39) 073590123 info@tenutacoccigrifoni.it - www.tenitacoccigrifoni.it

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> INTERVISTA DI FEDERICO DINI E ANDREA VELLONE


on ha bisogno di presentazioni il protagonista della piacevole chiacchierata che vi proponiamo in esclusiva in questo numero zero. Se non altro perché trattasi di un personaggio che da anni, passando dal piccolo schermo, entra quotidianamente nelle nostre case. Stiamo parlando del noto conduttore, giornalista e scrittore Bruno Vespa. Ma a rispondere alle nostre domande non è stato il giornalista o lo scrittore, né tantomeno il conduttore. In questo caso infatti abbiamo avuto modo il piacere di parlare con il vignaiolo. Per quanto famoso sia il personaggio, forse non tutti sanno che nel 2014, insieme ai figli Federico e Alessandro, Vespa ha presentato al mercato del vino la sua grande scommessa: fare un Primitivo di Manduria che sia riconosciuto a livello internazionale. La famiglia è infatti proprietaria in Puglia di una bella tenuta che comprende una splendida Masseria del ‘500, nata come convento, e oltre 20 ettari di terreni vitati. Un’avventura che da allora condivide con il suo amico ed enologo di fama internazionale Riccardo Cotarella e che già in breve tempo gli ha già regalato risultati d’eccellenza. Lo abbiamo raggiunto telefonicamente e lui, nonostante i numerosi impegni quotidiani, ha comunque trovato il modo per rispondere a tutte le nostre domande.

■ Egregio Do. Vespa, Lei ha alle spalle una lunghissima carriera di giornalista che l'ha vista protagonista della cronaca italiana. Noi ce la ricordiamo commentare i funerali di Enrico Berlinguer, parlare con Papa Giovanni Paolo II in diretta al telefono, mostrare in diretta il cratere della bomba alla stazione di Bologna. Inoltre da circa 20 anni conduce quasi ogni sera “Porta a Porta”, un luogo televisivo dove si fa la politica italiana. Come dobbiamo interpretare la sua scelta di oggi di produrre anche vino? Magari si sta preparando ad un operoso ed affascinante "buen retiro"? <<Nessun “buen retiro”! Assolutamente non ne ho alcuna intenzione. Non ho scelto il vino come occasione di pensionamento, perché almeno fino a quando il Padreterno mi darà un cervello funzionante continuerò a fare il mio mestiere. Quando il cervello smetterà di funzionare, allora smetterà di funzionare anche per il vino e quindi non potrò fare né l’uno né l’altro. Quindi questo è il punto. Il vino l’ho scelto perché sono appassionato di vino da sempre. Ne ho scritto e ne scrivo da più di trent’anni e ho voluto vedere il mondo del vino non più come semplice osservatore, ma anche dall’altra parte, dalla parte del Produttore. E posso dire che è un mondo, molto affascinante.>> 51


■ A parer nostro il suo lavoro di giornalista sta diventando davvero difficile. Lei tutte le sere ha l'arduo compito di riportare i toni dei contendenti a misure più quiete. Quelle che una volta erano tribune politiche, a volte soporifere ma comunque sempre educate, sono ora diventare arene dove i ragionamenti scadono a volte nello scontro urlato. Ci dica le verità, si trova più a suo agio davanti alle telecamere con la cravatta oppure davanti ad un filare di viti con gli stivali di gomma? E come concilia la sua immagine di autorevole giornalista in doppio petto con il suo lavoro di vignaiolo? <<Sono due realtà completamente diverse, ma non vedo una incompatibilità del giornalista con il vignaiolo>>.

■ Ok, ma poi praticamente come riesce a gestire i suoi tempi? Sicuramente sarà molto occupato dal suo lavoro di giornalista, ma anche l’azienda vinicola Le richiederà impegno e continui spostamenti da una parte all’altra dell’Italia… <<Beh, guardi, io mi occupo di vino tutti i giorni, sette giorni su sette. Magari alcuni giorni me ne occupo solo con una telefonata. Altre volete invece dedico intere giornate all’azienda. Cerco sempre di unire il vino a quello che devo fare. Oggi per esempio avevo un impegno a Torino e ho anche fatto una degustazione di vino. Recentemente ho avuto un impegno a Napoli dove ho presentato il mio libro, e contemporaneamente abbiamo degustato i miei prodotti vino. La stessa cosa è successa a Lecce. Quindi quando mi muovo cerco parallelamente di promuovere il vino. E comunque ho contatti quotidiani sia con la produzione che con la distribuzione e il commerciale. Devo dire che è un lavoro molto serio e molto, molto impegnativo.>> ■ Dal sito della sua cantina si evince che il suo avvicinarsi al mondo vino 52

sia dovuto ad una frequentazione negli anni di Luigi Veronelli. Lei che ha avuto il piacere di conoscerlo ci può accennare almeno un aneddoto che lo caratterizzi? <<Luigi Veronelli è stato davvero un grande amico e un grande maestro. E’ stato lui il primo a insegnarmi l’esistenza dei cru, della tipicità del vino. E io sono un romantico in questo senso. A me piace sapere da dove viene il vino anche se nel nostro mondo non sempre si sa da dove proviene. Ecco, è questo il motivo per cui ho voluto comperare le vigne, quando invece avrei potuto comprare del vino, metterci il mio nome e venderlo. Non avrei rischiato una lira….e magari guadagnavo pure. E invece ho deciso di comprare 20 ettari di vigneto che, con gli altri 10 che stiamo impiantando adesso, in totale sono ben 30. Stiamo inoltre ristrutturando una masseria del ‘500, abbiamo completato il progetto per la cantina e, con l’enologo Riccardo Cotarella, abbiamo fatto la scelta di coltivare vitigni autoctoni. Non produciamo in Puglia gli chardonnay, i pinot e i cabernet che ormai si stanno dappertutto, ma facciamo soltanto vitigni autoctoni, perché Veronelli mi ha insegnato ad essere molto attento ai cru. E siccome in Puglia i cru sono di vitigni autoctoni, si sa perfettamente dove nasce il nostro vino e dove si produce.>> ■ Molti personaggi famosi italiani sono recentemente entrati nel mercato del vino come produttori diretti. Per alcuni è un modo legittimo di monetizzare la propria visibilità, per altri è un semplice investimento finanziario, per altri ancora è una passione che finalmente possono portare avanti. E per Bruno Vespa? <<Noi ci chiamiamo Vespa, Vignaioli per passione. E devo dire, onestamente, di non aver bisogno di ulteriore visibilità. Anzi, in realtà c’è molta gente che mi dice che le “persone conosciute non fanno vini buoni ”. Io sono di avviso contrario e onestamente credo che i miei siano vini buoni. E comunque non andrei mai a mettere in pericolo la mia immagine per fare vini mediocri. Aggiungo inoltre che in Italia c’è molta invidia e che si fa molto presto a parlar male delle persone famose. A questo tipo di persone rispondo che Wine Spectator, la rivista vinicola più nota al mondo, spesso pubblica in copertina una persona nota che fa il vino: non si capisce quindi perché in America l’interesse di persone famose venga festeggiata, perché considerata un beneficio per tutto il mon-


do del vino, mentre in Italia uno si deve quasi far perdonare per la propria popolarità. Allora io per farmi perdonare la mia notorietà tengo i prezzi bassi rispetto alla qualità.>> ■ L'Abruzzo é una terra di vitigni autoctoni eccezionali. Ci spiega le ragioni per le quali un abruzzese ha scelto proprio la Puglia per produrre i propri vini? << Beh, l’Abruzzo è ormai una Regione che ha raggiunto livelli davvero alti ed era evidentemente già matura dal punto di vista enologico. In Puglia ci sono capitato per caso, ma ci sto talmente volentieri che c’ho anche investito di mio. E poi la Puglia è molto più arretrata commercialmente rispetto all’Abruzzo. Questo perché per un secolo ha sprecato i propri vini svendendoli e mettendoli sulle navi cisterna, mandandoli in giro per andare a rinforzare i vini francesi, i vini veneti, i vini piemontese, ecc. Quando capitava quell'annata che dava un grado alcoolico basso, ecco che arrivavano in aiuto i vini

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pugliesi a sistemare tutto. Ora questa tendenza si è ridotta e da alcuni anni i pugliesi fanno anche grandi vini, competitivi sia in Italia che all’estero. Sono comunque legatissimo all’Abruzzo. Per dire: io ho due grandi amici: uno è Riccardo Cotarella, che è uno dei più grandi enologi del mondo e Presidente di Assoenologi, e l’altro è Marcello Zaccagnini che oggi è il primo esportatore di vini in Russia e Statti Uniti, ma che ho conosciuto 40 anni fa quando aveva appena cominciato: è lui la persona che mi assiste dal punto di vista organizzativo e senza la quale non avrei mai potuto cominciare. >> ■ Fare il vino è un lavoro complesso che coinvolge la tecnica, la pazienza, l'istinto e la passione. Quanto di Lei e delle sue esperienze troviamo in una sua bottiglia? In che misura in effetti partecipa direttamente alla definizione del carattere dei suoi vini? << Allora, quando ho cominciato il mio

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mestiere non sapevo utilizzare la macchina da presa, tecnicamente almeno, ma sapevo bene cosa ci si poteva fare. Chiedevo quindi all’operatore di darmi un certo tipo di risultato, come solo lui sapeva ottenere. E la stessa cosa succede oggi con Riccardo Cotarella. Riccardo mi conosce bene, sa qual è la mia sensibilità, sa cosa mi piace e conosce il mio entusiasmo. E io mi riconosco al 100% nei vini che Cotarella fa per me. Sicuramente se facesse questi vini per un altro li farebbe altrettanto bene, ma sarebbero comunque diversi. Nella primavera dell’anno prossimo, subito dopo il ProWine di Düsseldorf, uscirà “Helena”, un nuovo vino, un Nero di Troia Riserva del 2014 in 6 mila bottiglia numerate, che è stato presentato in anteprima pochi giorni fa’ a Londra al Buckingham Palace, con grande successo. Questo vino nasce perché quasi per sfida, per gioco, chiesi a Riccardo di fare un vino che fosse in grado di competere con vini internazionali importanti… E secondo me alla fine c’è riuscito. Questo per dire che la nostra è una sintonia perfetta.>>

■ Abbiamo avuto il piacere di degustare tutti i suoi vini. "Il Bruno dei Vespa" ha un nome molto azzeccato per quel tipo di vino, è identificativo ma giocoso. Il “Raccontami” è già un grandissimo prodotto e ha subito ottenuto diversi importanti riconoscimenti. E’ da appena 2 anni che siete entrati sul mercato eppure il livello generale della gamma ci sembra già ottimo. Lei è al top come giornalista, ma ci sembra che anche la strada di Produttore sia ormai ben intrapresa… << Facendo il giornalista ho imparato che il mio parere non conta niente. Quello che conta è il parere del mercato. E come se facessi una trasmissione che a me piace moltissimo, ma che poi non guarda nessuno. Lo stesso discorso vale per il vino. 54

Se facessi un vino buonissimo ma che poi bevo solo io, al di là della soddisfazione personale, sarei fallito come imprenditore. Prendete il “Bruno dei Vespa”: i produttori in genere danno il loro nome al vino più importante, più costoso. Io invece ho dato il mio nome al vino che costa di meno. Proprio perché è stato concepito come vino nazional-popolare voglio che il maggior numero di persone possa assaggiarlo senza spendere troppo. Il “Raccontami” è invece un vino a cui abbiamo dato il nome della trasmissione che io e mio figlio Federico conduciamo su RTL da dieci anni. E’ un vino molto colloquiale, che produciamo dall’annata 2012 e che ha già avuto un certo successo. Ha ricevuto diversi premi importanti, tra cui i 5 Grappoli di Bibenda e i 3 Bicchieri del Gambero Rosso nelle ultime due annate. Quindi mi pare di poter essere contento.>> ■ Ora proviamo a fare un gioco. Le elencheremo 5 storici leader politici italiani. Lei dovrà "abbinarli" ad un vino, magari spiegando il motivo dell'associazione: Matteo Salvini? Massimo D'Alema? Beppe Grillo? Silvio Berlusconi? Matteo Renzi? << A questa non rispondo perché altrimenti poi mi dicono “a lui hai dato un vino più buono e a me un vino meno buono...>> (segue una risata) ■ Il 7 e 8 Maggio daremo vita a "WINE DAY 2017", la nona edizione di una rassegna enogastronomica per operatori e appassionati con aziende da tutta Italia, che si svolgerà vicino Frosinone. L'anno scorso abbiamo avuto il piacere di ospitare un altro grandissimo Produttore di Puglia, forse il più grande: parliamo di Gianfranco Fino. A questo punto proviamo a strapparle una promessa: riusciremo ad averla come Ospite d'Onore della prossima edizione? << Vi ringrazio, ma onestamente non mi posso impegnare in questo momento. Per me Maggio è come se fosse tra 10 anni…e non so cosa farò e dove starò allora. Comunque intanto complimenti perché state lavorando veramente bene. >> ■ Noi La aspettiamo comunque e nel frattempo la ringraziamo per il suo tempo e la sua disponibilità.


Fiano, Negramaro, Aleatico e Primitivo: solo vitigni autoctoni pugliesi per i vini che Bruno Vespa produce a Manduria con i suoi figli, Alessandro e Federico. Una gamma già completa, alla quale tuttavia molto presto si aggiungerà anche un nero di Troia in purezza: l'Helena è l’ultimo nato nella Masseria “Li Reni” e prodotto in sole 6000 bottiglie. Un vino che è stato recentemente presentato a Londra, al Buckingham Palace, durante una cena nella quale il Principe Carlo d’Inghilterra e i suoi ospiti hanno degustato i Vini Vespa.

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Sono sempre più numerosi i personaggi famosi che hanno deciso di diventare imprenditori vitivinicoli. Scopriamo chi sono.

Very Important Producers a lista dei produttori VIP continuare ad allungarsi sempre più. Una tendenza che però non sembra dettata tanto da moda o interessi economici quanto da pura e semplice passione per il vino, come dimostra anche il caso di Bruno Vespa. C’è ad esempio una lunga serie di musicisti e cantanti diventati Produttori. Il caso forse più noto è quello di Al Bano Carrisi, anche lui proprietario come Bruno Vespa di una masseria in Puglia; c’è poi Gianna Nannini che produce Chianti delle Colline Senesi e c’è anche Mick Hucknall, leader dei Simply Red, che da diversi anni produce “semplicemente rosso” dell’Etna. La celebre rock star Sting invece ha optato per la tenuta “Il Palagio” nelle tranquille colline a sud di Firenze per produrre i suoi ottimi nettari. Folta anche la schiera degli sportivi.

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L’ex regista della Juventus e della Nazionale italiana Andrea Pirlo ad esempio è proprietario della cantina bresciana Pratum Coller, mentre il ciclista Francesco Moser, insieme ai figli, produce ottimi vini autoctoni trentini. L’ex Campione di Formula 1 Trulli, ha invece scelto l’Abruzzo per produrre il suo “Jarno” insieme a Rocco Siffredi. Non mancano anche i politici prestati alla viticoltura, di cui forse l’ex Presidente del Consiglio Massimo D’Alema con la sua Cantina in Umbria “La Madeleine” è forse l’esempio più rilevante. L’interminabile lista dei Produttori Vip continua poi con lo stilista Ferruccio Ferragamo e il fotografo Oliviero Toscani che hanno scelto la Toscana e l’attore francese Gérard Dépèardieu che invece si è rifugiato a Pantelleria per produrre il suo ottimo Passito, il ”Sangue d'Oro”. ■


Filette, quando la classe è acqua ncora oggi a molti può sembrare impensabile provare a distinguere le sfumature di un qualcosa che siamo abituati a ritenere insapore e incolore: eppure anche l’acqua minerale è un prodotto che andrebbe degustato come si degusta un vino, cercando di valutarne correttamente le caratteristiche organolettiche. Se almeno per i vini, la banale distinzione tra “bianco o rosso” sembra essere stata definitivamente superata, anche per quanto riguarda l’acqua minerale sarebbe auspicabile andare finalmente oltre la comune differenziazione tra “liscia o gassata”. In effetti, soprattutto all’estero stanno prendendo sempre più piede diversi corsi di qualificazione 58

professionale per sommelier dell’acqua o “idrosommelier”, una figura ormai molto richiesta nell’Alta ristorazione e nelle migliori enoteche. E oggi non è più così raro vedersi consegnare insieme alla carta dei vini anche la carta delle acque minerali. Una convergenza sempre più evidente. E lo dimostra anche la sempre maggiore presenza di alcune acque minerali sui banchi d’assaggio di kermesse dedicate al vino. E’il caso ad esempio dell'Acqua Filette di Guarcino (FR) che già da diversi anni è ormai presente in tantissime rassegne enologiche nazionali. Che questa sia un’acqua che strizza l’occhio al mondo del vino lo si nota subito dalla bottiglia bordolese in vetro trasparente con la capsula a


copertura del tappo: chiari richiami al classico packaging utilizzato per i prodotti enologici. Quest’acqua tra l’altro è una delle eccellenze della Ciociaria più famose all’estero: parliamo infatti di un vero e proprio tesoro naturale che sgorga a 900 metri di altezza in un contesto incontaminato, una tra le più pure acque oligominerali italiane conosciuta già ai tempi dell’antica Roma per le proprietà benefiche per il corpo e oggi molto apprezzata per le eccellenti caratteristiche organolettiche. Un’acqua, che durante il suo percorso nel sottosuolo verso la sorgente di Guarcino, passando tra le rocce del massiccio di Campocatino, acquisisce le peculiari concentrazioni di sali minerali e di anidride

Con la sua elegante bottiglia bordolese, l’Acqua Filette di Guarcino, strizza l’occhio al mondo del vino.

carbonica disciolta, fattori che insieme contribuiscono a caratterizzarne il particolare gusto apprezzato in oltre 30 paesi del mondo. Se vi capiterà di trovarla nella carta di qualche ristorante di livello, non dimenticatevi quindi di degustarla con un bel calice a tulipano. ■ 59


da scoprire Uno dei vitigni autoctoni italiani più antichi: dal rischio scomparsa alla recente rivalutazione

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vitigni autoctoni vanno sempre più configurandosi come una ricchezza inestimabile per l’enologia italiana. E l'interesse generale negli ultimi anni è cresciuto tantissimo anche per la volontà di molte aziende vitivinicole di staccarsi e distinguersi dalla produzione di massa, per concentrarsi sulle varietà cosiddette di “nicchia”. Da questo punto di vista il territorio del basso Lazio risulta essere un vero e proprio “giacimento”, anche se


ancora oggi troppo poco conosciuto e valorizzato. Infatti, oltre alle più note DOCG del Frascati Superiore e del Cesanese del Piglio, questi territori possono vantare la presenza di una lunga serie di vitigni autoctoni “minori”, ma non meno importanti, dei quali tuttavia per troppo tempo si erano perse le tracce. Tra essi, quello di cui oggi vogliamo parlarvi è forse uno dei vitigni autoctoni più antichi presenti in provincia di Frosinone. Il "Maturano” è una varietà coltivata da secoli, in particolare nella Val di Comino, ma riportata in auge soltanto negli ultimi anni grazie ad un progetto di recupero dell’Arsial. Progetto che si è concluso nel 2010 con la definitiva iscrizione del Maturano al Registro nazionale delle varietà di “vitis vinifera”. Eppure lo stretto legame di questo territorio con la

produzione vitivinicola trova origini in tempi ben più lontani. Così almeno ci raccontano diversi Autori latini, tra i quali lo stesso Cicerone (originario di Arpino), sulla cui tavola il vino di queste zone non poteva mancare mai. Tutta la zona infatti, beneficia di condizioni geologiche e microclimatiche particolarmente favorevoli alla viticoltura. Contesto al quale il Maturano nel tempo si è adattato e legato indissolubilmente, cosa che gli ha permesso nel corso dei secoli di resistere a parassiti animali e vegetali. Se nel secolo scorso sono state essenzialmente le tante piccole produzioni familiari per autoconsumo a portarne avanti la coltivazione, oggi invece le Aziende vinicole che propongono e commercializzano il maturano si contano sulle dita di una mano. 61


Tuttavia è solo grazie alla loro ostinazione e alla grande passione per questa terra se finalmente è stato possibile riportare all’attenzione nazionale un vitigno che vanta origini antichissime. Un vero e proprio tesoro che ha seriamente rischiato di scomparire perché soppiantato in molte zone dall’introduzione di vitigni alloctoni, sicuramente più produttivi ma di scarse caratteristiche di tipicità e territorialità. Tra i principali fautori di questa riscoperta del Maturano c'è sicuramente la “Cantina Cominium” di Armando e Maria Pinto, senza dubbio tra i primi produttori a credere negli autoctoni locali e in particolare in questa pianta, da cui oggi producono ben 10 mila bottiglie di “Maturano Bianco IGT”. Rigorosamente in purezza. Un vitigno sul quale l’azienda ha puntato molto, anche commerciamente. Tanto è vero che recentemente ha deciso di produrne anche una vivace versione con le bollicine (la prima in assoluto da queste uve). Noi questo vino lo abbiamo provato con grande curiosità e interesse e, di fatto, non ha deluso le nostre aspettative: il “Maturano Extra Dry” è uno spumante di spiccata personalità, caratterizzato da un colore giallo paglierino con riflessi dorati e da intensi sentori di frutti tropicali accompagnati da note erbacee e minerali. Il tutto vivacizzato da un perlage molto fine e persistente che completa armoniosamente un prodotto davvero ben riuscito. ■

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il vino appena sfornato aputalbus non è solo il nome di una Cantina del Taburno. Caputalbus è il nome, tradotto in latino, della famiglia Capobianco. E’ una premessa necessaria per comprendere a fondo questa azienda, come poche altre così legata alle proprie origini e a tradizioni vitivinicole centenarie. Ci troviamo in provincia di Benevento, precisamente a Ponte. Questa piccola cittadina trae il suo nome da un antico ed imponente ponte in pietra, che in epoca Romana costituiva il passaggio della Via Latina sul torrente Alenta, strada nella quale i Romani trasportavano il vino dalle Puglie verso Roma. A poca distanza da qui si trovano la Cantina e i vigneti, che in pratica sono un tutt’uno con la dimora di famiglia. 64

E’ in questo contesto che Pompeo Capobianco, giovane titolare dell’azienda, eredita da suo nonno la passione per il vino e la viticoltura. Tant’è che rinuncia a un concorso nelle forze armate già vinto per restare a Ponte a valorizzare la proprietà. Inizia così gli studi di enologia e nel contempo inizia le sue sperimentazioni sulle viti, sul terreno e sul vino. Finisce così per dedicarsi a tempo pieno a quel lavoro, finché non riesce finalmente a concretizzare il sogno che tutta la famiglia Capobianco aveva da anni nel cassetto, creando l’azienda Caputalbus. Una cantina giovane e dinamica, ma nel contempo estremamente rispettosa delle tradizioni più antiche della propria terra di origine. Tant’è che per il suo vino di punta è andata a rispolverare un metodo di


Alcune fasi di lavorazione dell'Illunis secondo l'antico metodo dell'Acenata

vinificazione tanto antico quanto suggestivo. Stiamo parlando dell’Ullunis, un vino “sui generis”, o forse sarebbe meglio dire un “unicum”. L’Ullinis è un Aglianico del Taburno in purezza prodotto secondo un antico sistema di vinificazione risalente ai Romani. Un metodo molto utilizzato anche dagli avi dello stesso Pompeo nella Valle Vitulanese, ma poi andato in disuso nel dopoguerra. Questo processo nel dialetto locale viene chiamato “Acenata”. Il metodo prevede che circa metà della partita d’uva viene pigiodiraspata e posta in tini di castagno della capienza di circa 7,5 ql., mentre la restante parte viene messa in tegami di terracotta a grappoli interi e poi cotta per circa mezz’ora a 400 °C nel forno a legna normalmente utilizzato per cuocere il pane.


Dopo la cottura i grappoli ormai esausti vengono mischiati insieme alle altre uve pigio-diraspate precedentemente e vanno in fermentazione in tini di castagno per circa 20 giorni attuando due follature giornaliere. Dopo la fermentazione il vino viene posto in barriques nuove di castagno locale per circa 18 mesi, a cui seguono altri 6 mesi di affinamento in bottiglia. Ma poi è nel bicchiere che questo vino esprime tutta la sua particolarità. Alla vista la caratteristica che più colpisce è la sua concentrazione, con quel colore rosso quasi impenetrabile con leggeri riflessi granato. Al naso è ricco di profumi di frutta secca con note speziate e tostate, in cui risaltano piacevoli note di vaniglia e tabacco dovute all’invecchiamento in legno di castagno. Una complessità che in bocca si trova in perfetto equilibrio con l'alcolicità, tannicità, grassezza. In conclusione, un vino potente, estremo, longevo. E l’azienda Caputalbus è l’unica azienda in Italia a praticare questa antico metodo di lavorazione che consente di ritrovare sapori antichi e ormai quasi del tutto perduti. ■

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ILLUNIS Taburno Aglianico D.O.C.

SCHEDA TECNICA - Uve: Aglianico 100% - Esposizione ed altimetria: 160 - 230 s.l.m. - Tipo di terreno: Marne, argilloso, calcareo - Sistema di allevamento: a spalliera (Guyot) - Età media delle viti in produzione: 18-26 anni - Densità dell’impianto: 2700/3000 ceppi/ha - Produzione per ha: 70 q/ha - Sistema di vinificazione: ACENATA - Affinamento: 18 mesi in barriques di castagno. - Abbinamenti: selvaggina, brasati, ricotta, noci, miele e scaglie di cioccolato fondente. - Temperatura di servizio: 18°C

INFO DI CONTATTO:

AZ. AGR.

CAPUTALBUS Via Piana, 82030 Ponte (BN) Email: info@caputalbus.it Sito web: www.caputalbus.it Telefono: 0824 876446 Fax: 0824 876446


Rattafia, Eccellenza made in Ciociaria

on solo vini di eccellenza. Accanto alle ben note produzioni vinicole della DOCG Cesanese del Piglio e della DOC Atina Cabernet, la provincia di Frosinone può vantare anche una liquoreria di altissima qualità, con prodotti famosi per genuinità e dai gusti inconfondibili. Una tradizione ormai riconosciuta anche a livello internazionale. Non solo per merito della naturale abbondanza di erbe aromatiche e officinali da sempre presenti sulle incontaminate montagne della 68

Ciociaria, ma anche grazie al sapiente utilizzo che mani esperte e competenti hanno saputo farne nel corso dei secoli. Senza dubbio lo sviluppo di questa vera e propria “arte” deve il suo primo fondamentale impulso ai monaci della Certosa di Trisulti di Collepardo (FR): è qui che si ebbero le prime sperimentazioni erboristiche, come semplice conseguenza della necessità di autoprodursi preparati farmaceutici a base di erbe e alcool per curare le malattie. Solo più tardi si pensò di apportare qualche ritocco al gusto e al sapore degli infusi per renderli in questo modo più piacevoli al palato. Questo processo rese nel tempo i monaci degli ottimi liquoristi. In seguito


è soprattutto negli opifici a conduzione familiare e nei contesti domestici che questa antica tradizione ha potuto trasmettersi ed evolversi nel corso del tempo. La quotidiana necessità di impiegare per le infusioni soltanto ingredienti reperiti direttamente sul posto (che oggi chiamiamo “a Km zero”) e i procedimenti tramandati per generazioni hanno infatti permesso a queste “ricette” centenarie tipiche della Ciociaria, di finire nei nostri moderni calici da degustazione. E non è un caso se ultimamente una piccola “cordata” di produttori locali guidati dall’illustreerborista Marco Sarandrea, ha addirittura costituito addirittura un’Associazione no profit al fine di promuovere e valorizzare la “Rattafia”, la nota bevanda che si

ottiene dall’infusione idroalcolica di vino rosso con visciole o amarene, che in assoluto rappresenta uno dei più caratteristici liquori della tradizione ciociara. L’obiettivo è quello di arrivare ad ottenere il riconoscimento di “Indicazione Geografica” con lo scopo di dare al prodotto una precisa identità territoriale ed elevarne definitivamente il livello. La “ricetta” della Rattafia IG infatti, prevede soltanto materie prime di altissima qualità, senza aggiunta di coloranti e estratti sintetici. Inoltre, insieme alla frutta e alla spezie utilizzate per le infusioni (come cannella, vaniglia, chiodi di garofano, mandorla amara o altri aromi rigorosamente naturali), dovrà utilizzarsi esclusivamente vino DOCG Cesanese del Piglio o DOC Atina Cabernet. ■

L a Certosa di Trisulti a Collepardo (FR)


on è un mistero che il nostro vecchio e meraviglioso Stivale rappresenti un vero e proprio giacimento di tradizioni culinarie secolari legate indissolubilmente al territorio di origine. E succede che a volte una pietanza o una ricetta particolare finisca per riuscire a rappresentare quel territorio almeno quanto il proprio patrimonio storico-artistico o il contesto naturale. Eâ&#x20AC;&#x2122; il caso ad esempio della Tiella di Gaeta. Un prodotto autoctono, da consumarsi rigorosamente con le mani . 72

STREET FOOD dal sapore antico


Una sorta di pizza rustica circolare composta da due sottili strati di pasta che racchiudono all’interno un appetitoso ripieno costituito da ingredienti variabili, di mare o di terra. Ed è proprio questa sua semplice conformazione la ragione di un successo che si è tramandato nei secoli. La tiella, infatti permetteva ai pescatori gaetani di portare con sé, durante le lunghe giornate di pesca, un pasto completo e di facile conservazione nel tempo. La sfoglia esterna infatti, riusciva a preservare a lungo il ripieno, mantenendo gli ingredienti all'interno freschi e gustosi. Ma la tiella era (ed è tuttora) una pietanza apprezzata davvero da tutti, dal popolo marinaro fino a nobili e regnanti. Re Ferdinando IV di Borbone, ad esempio, ne era un grandissimo estimatore. Anzi, qualcuno sostiene addirittura che ne fosse stato proprio lui l'inventore. Certo è che ne era un appassionato consumatore, tant’è che la considerava come un “primo, secondo e terzo”, in un solo pasto. Come dargli torto? Essendo ricca di verdure e pesce fresco, l'apporto nutrizionale è in effetti quello di un pasto completo e perfettamente in linea con i principi base della dieta mediterranea. Eppure la ricetta “vera” della tiella è ancora davvero difficile da catalogare, sia per le numerose e gustosissime varianti del ripieno, sia perché

ogni famiglia gaetana custodisce una propria segreta formula dell’impasto. Quello che è sicuro è che il vero segreto della bontà e del successo della tiella è nel ripieno, fatto di ingredienti freschi che provengono dal Golfo di Gaeta (come il polpo, le alici, le cozze o il pesce azzurro) e dall’entroterra (come i pomodorini, la scarola, la cipolla e l’oliva di Gaeta). Un prodotto che, da solo, potrebbe anche valere la visita alla città. Oltre al mare cristallino del litorale e allo scenario incantevole della “Montagna Spaccata” o della “Grotta del Turco”, il centro cittadino offre un borgo medioevale ancora intatto, fatto di piccole casette colorate arrampicate l'una sull'altra, interrotte solo da stretti vicoli e ripide scalinate. E’ in queste viuzze intrise di storia 73


che si è tramandata fino ad oggi questa antica tradizione gastronomica che da secoli invade questo antico borgo di pescatori con il suo profumo appetitoso. E non a caso è proprio qui che si possono trovare le caratteristiche “tiellerie” di Gaeta, piccole gastronomie in stile street food nelle quali è possibile assaporare, rigorosamente in piedi, le migliori tielle della città. Una buona Tiella deve avere una pasta stesa e chiusa a mano, morbida ma non gommosa, sottile ma abbastanza compatta da sostenere il “peso” del ripieno. Quest’ultimo deve necessariamente prevedere ingredienti autoctoni, conditi da un abbondante olio extravergine di oliva “Itrana”, la pregiata cultivar locale. In ogni caso, a prescindere dalla “variante”, siamo certi che il suo sapore autentico saprà conquistare tutti i tipi di palati, anche quelli più esigenti, oggi come allora. ■

Alla pietanza simbolo della Città il Comune di Gaeta ha attribuito il marchio DE.CO. (Denominazione D’Origine Comunale), mentre la Regione Lazio l’ha inserita nell’Elenco dei Prodotti Tradizionali Regionali


Le infinite varianti di un prodotto unico

Tiella con calamari e seppioline Tiella con polpi e pomodorini Tiella con polpi e patate Tiella con cozze e pomodorini Tiella con carciofi e gamberi Tiella con carciofi e formaggio Tiella con broccoletti e salsiccia Tiella con melanzane e formaggio Tiella con cipolla e peperoni Tiella con cipolla e baccalà Tiella con spinaci e olive Tiella con scarola e baccalà Tiella con spinaci e tonno Tiella con prosciutto e mozzarella Tiella con speck e formaggio Tiella con spinaci e ricotta

Quali abbinamenti? A seconda del tipo di ripieno la Tiella di Gaeta può essere abbinata a vini fermi e sapidi, sia bianchi che rosati, preferibilmente del territorio, come ad esempio il Moscato di Terracina DOC “HUM” (a destra). Ma anche una buona birra artigianale si sposa benissimo con la maggior parte delle varianti. Una “Tiberia”, la bionda al sedano di Sperlonga del Birrificio Alta Quota, ci sembra l’ideale (a sinistra).


LE NUOVE TENDENZE DEL CONFEZIONAMENTO. SEMPRE PIU’ ORIGINALE, INNOVATIVO E INTERATTIVO.

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ncora oggi al ristorante, se siamo fortunati, siamo costretti a scegliere la bottiglia di vino da accompagnare al pasto, consultando una semplice e asettica lista, la cosiddetta “carta dei vini”. Una dinamica nella quale il nostro senso estetico potrà incidere ben poco nella scelta. Tutto cambia invece nelle enoteche o nella grande distribuzione in cui, forse anche un po' disorientati dagli affollati scaffali con centinaia di bottiglie, finiamo per essere inconsciamente condizionati da un'etichetta particolarmente accattivante o da una confezione originale. Per questo sempre un maggior numero di aziende ha finito per abban76

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6 donare quello stile classico e forse un po’ stantio per distinguersi dalla concorrenza attraverso confezioni creative e originali. Si sperimentano quindi nel packaging soluzioni sempre più innovative, per cercare di rivoluzionare l’immagine dei propri prodotti. A questo punto si potrebbe obiettare che la primaria leva d'acquisto di un prodotto enogastronomico debba sempre e comunque risiedere nella qualità del contenuto e non nella confezione in sé. Nessuno infatti vuole e può sostenere il contrario. Ma è innegabile che, dovendo scegliere tra tanti prodotti sconosciuti, siamo portati ad optare per quello esteticamente più gradevole. Una confezione “preziosa” risalta agli occhi ed eleva anche la nostra percezione del contenuto stesso. E’ chiaro che se poi quel bel involucro contiene un prodotto di scarsa qualità, allora difficilmente ripeteremo l’acquisto. Ma comunque gli avremo concesso una chance, perché oggi, è innegabile, specie nel primo acquisto, anche l’occhio vuole la sua parte. E’ per questo che negli ultimi anni la figura del "packaging designer" è diventata sempre più richiesta da grandi e piccoli brand del settore agroalimentare. In campo vinicolo uno degli esempi più lampanti di questa tendenza è rappresentata senza dubbio dalle Cantine Ceci. Il loro Cabernet-Lambrusco “Decanta” è impreziosito da un’innovativa bottiglia di design che, inclinata di 68 gradi, funge anche da decanter, permettendo una migliore ossigenazione del vino (foto 1). Sempre da Ceci arriva l’originale "bottiglia lavagna” del lambrusco “To You”: munita di gessetto e cancellino permette a chiunque di crearsi l’etichetta in funzione dell’occasione con disegni, dediche, messaggi amorosi, ecc (foto 2). C’è poi “Finca de la Rica”, azienda spagnola che ama giocare con cruciverba, labirinti e altri quiz da settimana enigmistica: forse la più originale e riuscita della gamma è quella che prevede il classico gioco dei puntini numerati da unire per scoprire il disegno dell’etichetta (foto 3).

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Se invece siete invitati a una cena galante e siete indecisi se portare una rosa o una bottiglia di spumante, la spagnola "Cava" vi viene incontro con la bottiglia che, una volta capovolta, si trasforma magicamente in un bel mazzo di fiori (foto 4). Sempre in tema di bottiglie di vino interattive finalmente cominciano a diffondersi anche quelle studiate per i non vedenti, con i caratteri in “braille” in etichetta (foto 5). Le più tecnologiche intergrano addirittura un QR Code che consente di ascoltare le principali informazioni sulle caratteristiche della bevanda attraverso lo smartphone. In tema di pura bellezza merita di essere ricordato il pluripremiato packaging del “Lithos” di Valentina Passalacqua: l'aleatico pugliese ha una bottiglia cubana vestita da un’etichetta disegnata dal designer “Mario

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Di Paolo” su tre falde sovrapposte, con tre carte naturali di colore e spessore diverso ad evocare la stratificazione delle cave di Apricena, piccola città garganica sede della Cantina. Un riuscitissimo esempio di creatività al servizio della tipicità (foto 6). Degna di nota è anche l’Astemia Pentita, l’azienda di Barolo diventata subito famosa non solo per l’originale e controversa struttura della cantina, in pratica due cassette di legno sovrapposte, ma anche per l'inedita forma delle sue bottiglie che ricordano le silhouette di un uomo e di una donna (Foto 7). E restando in tema di cassette di legno sicuramente c’è anche l’originale, ma forse poco pratica, idea del ciocco contenitore che custodire “segretamente” la bottiglia in uno spazio sagomato all'interno (foto 8). Ma non è solo il mondo del vino a stuzzicare la fantasia dei designer.


In realtà, questo settore si è mosso parecchio in ritardo rispetto a quello dei superalcoolici. Prodotti come distillati e liquori hanno da tempo fatto propria la strategia commerciale del packaging d’impatto. Grappa, whisky e vodka ad esempio, hanno raggiunto picchi di design davvero notevoli, ma anche eccessi di dubbio gusto e del tutto fine a sé stessi (foto 9). Idea geniale, è proprio il caso di dirlo, per il soft drink Gloji, che "ricicla" il design della classica lampadina a tungsteno per farne la propria bottiglietta. Originale e, soprattutto, facilmente riconoscibile (Foto 10). Altro esempio di lavoro ben studiato e anche molto ben riuscito viene dall'isola di Creta. Il progetto per l’olio “Creteleon” non ricerca i soliti temi di tipicità e storicità, ma inventa un concept tutto nuovo, sostenuto da design e materiali perfettamente integrati tra loro. Tutto nasce dal design della bottiglia, chiaramente ispirato alla forma dell’oliva. I contrasti cromatici sono piacevoli e

funzionali: il vetro, dal nero opaco della parte bassa, diventa trasparente in alto per far risaltare il bel colore verde brillante dell’olio. E proprio un filo d’olio “sgocciola” portando una linea di verdeoro verso la parte opaca fino a diventare “O” della scritta Creteleon. Ma non basta. La bottiglia è letteralmente vestita da un affascinante involucro in feltro nero: il tessuto è stato pensato non solo per proteggere l’olio dalla luce e assorbire eventuali sgocciolamenti, ma anche per trasmettere una sensuale percezione di svelamento quando si “sveste” la bottiglia per aprirla. Una sorta di effetto striptease (Foto11).

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13 Ma il picco più elevato secondo noi viene raggiunto dalla geniale idea di Nikita Konklin, che ha letteralmente reinventato il tradizionale packaging della pasta (Foto 12 e 13). Il designer russo è partito dal banale assunto che il cliente è tendenzialmente più restio a comprare a scatola chiusa, motivo per cui è preferibile che il prodotto sia ben visibile dalla scatola. Da qui però inventa un straordinario gioco di trasparenze sfruttando proprio le diverse forme della pasta, che in pratica diventa acconciatura di capelli. La scatola è bianca per dare maggiore risalto al prodotto. C’è il viso di una donna disegnato e intorno si apre una finestra trasparente che riproduce una sagoma di capelli. Ed è il prodotto all’interno che ne definisce lo stile: spaghetti per i capelli lisci, cavatappi per i ricci, fettuccine per i boccoli. Chapeau. ■ 80


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0 . 2 O N I V O R T REGIS

di Mauro Di Cosimo

La data del 1 Gennaio 2017 decreterà la scomparsa dei registri vitivinicoli cartacei. Ecco cosa cambia e per chi 82

uello che si sapeva già da diverso tempo diventerà finalmente cosa operativa dal 1 gennaio 2017. Da tale data infatti scatta l'obbligo del registro telematico nel settore vitivinicolo. Un processo attivato dal Ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali con Decreto n. 293 del 20 marzo 2015 che stabilisce, in conformità con la normativa europea, tutte le modalità di tenuta dei registri in forma telematica nel settore vitivinicolo e delle relative registrazioni, allo scopo di regolare la cosiddetta “dematerializzazione”. Il fine è quello dell’eliminazione dei registri cartacei. Fatto non da poco,


TUTTI I VANTAGGI DELLA DEMATERIALIZZAZIONE VALORIZZAZIONE DEL PATRIMONIO INFORMATIVO EFFICIENTAMENTO DEI PROCESSI RIDUZIONE DEI TEMPI DI RISPOSTA RIDUZIONE DELL’IMPATTO AMBIENTALE RIDUZIONE DEI COSTI

se si considerano i vantaggi per l’ambiente e i notevoli risparmi economici e di spazio che tutto ciò comporta. Inoltre, tutto il settore godrà di una generale semplificazione e razionalizzazione dei procedimenti amministrativi. Una svolta quindi per le oltre 60 mila aziende che potranno presto eliminare i registri cartacei. Quest’innovazione segnerà anche la fine della vidimazione preventiva dei registri e gli organi di controllo avranno la possibilità di consultare la documentazione da remoto, abbattendo quindi i gravosi costi per il controllo delle operazioni. Anche gli stessi operatori avranno la vita più semplice grazie al nuovo sistema unico di registrazione

“RegistroVino 2.0”, nel quale verranno inglobati tutti i registri di cantina (vinificazione, imbottigliamento, commercializzazione e conti speciali). I soggetti obbligati alla tenuta del registro sono le persone fisiche e giuridiche e le associazioni di tali persone che, per l’esercizio della loro attività professionale o a fini commerciali, detengono un prodotto vitivinicolo. Tale obbligo è previsto anche per:

- titolari di stabilimenti o di depositi che effettuano operazioni per conto di terzi i quali devono effettuare le registrazioni nel proprio registro telematico, distintamente per ciascun committente, indicando i vasi vinari utilizzati - titolari di stabilimenti di produzione

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o di imbottigliamento dell'aceto i quali devono effettuare le registrazioni di carico e scarico e di imbottigliamento. - titolari di distillerie, i quali devono effettuare le registrazioni dei prodotti vitivinicoli introdotti e le successive utilizzazioni/lavorazioni; - titolari di stabilimenti che elaborano bevande aromatizzate a base di vino i quali devono effettuare le registrazioni dei prodotti vitivinicoli introdotti e le successive utilizzazioni/lavorazioni. Ogni azienda dovrĂ quindi attivare un distinto registro telematico per ogni stabilimento/deposito e sarĂ  tenuto in formato elettronico nell'ambito dei servizi del SIAN - Sistema Informativo Agricolo Nazionale (www.sian.it). â&#x2013; 

Mauro Di Cosimo è il titolare dello Studio Codivin di Frosinone, azienda di consulenza e supporto alle imprese vitivinicole formato da professionisti di esperienza consolidata negli anni nella tenuta e la gestione esternalizzata dei registri di cantina. www.codivin.it


"TREBBIANO BRUT" METODO CLASSICO MILLESIMATO - BARACCHI IL VINO: un Trebbiano in purezza spumantizzato con metodo classico e remuage manuale, caratterizzato da un perlage finissimo e da una straordinaria freschezza, con intense note agrumate e un piacevole aroma mentolato. In bocca si presenta sapido, con un leggero sentore di mandorla e un grande corpo sostenuto da un’importante acidità. Le bollicine avvolgono il palato accompagnate da piacevoli note di lieviti, che si esprimono con equilibrio senza mai sovrastare gli altri aromi. Ogni sorso invoglia il successivo. CONSIGLIATO PERCHE': Riccardo Baracchi è stato il primo Produttore italiano a spumantizzare, quasi per scommessa, vitigni autoctoni toscani come il trebbiano e Sangiovese, partendo da 1 solo ettaro di vigna nella sua tenuta di Cortona. Oggi è un punto di riferimento in Italia per il metodo classico.

"SANGIO ORO" SANGIOVESE SUPERIORE RISERVA - MONTAIA IL VINO: dalle dolci colline di Cesena arriva questo Sangiovese in purezza di Montaia, Inten-

so ed elegante sprigiona al naso sentori di viola e marasca sotto spirito. Al palato è caratterizzato dalla piacevole morbidezza e dalle note di vaniglia e caramello dovute alla tostatura del rovere delle barrique nelle quali viene affinato per un massimo di 15 mesi. Il finale è lungo e persistente. CONSIGLIATO PERCHE': è un vino vero, puro, autentico, onesto e fatto molto bene. Questa

"Selezione Oro" Montaia è un'ottima scelta se si vogliono riscoprire le vere potenzialità del Sangiovese di Romagna, vitigno forse troppo ingiustamente trascurato. Un acquisto consigliato, anche per il favorevole rapporto qualità/prezzo.

"SEBASTIAN" IGP LAZIO CABERNET SAUV. - LA LUNA DEL CASALE IL VINO: un cabernet sauvignon 100% dei colli di Lanuvini di rara eleganza. Dal calice spri-

giona sentori di frutta rossa in perfetto equilibrio con le note speziate e balsamiche provenienti dal legno di rovere, in cui invecchia per almeno 24 mesi. Morbido ed elegante, stupisce per la gradevole componente minerale conferita dai suoli vulcanici e la piacevole sapidità dovuta alle brezze marine tirreniche. CONSIGLIATO PERCHE': è un vino lavorato in agricoltura biologica, che colpisce per la gran-

de bevibilità e nello stesso per la freschezza tannica senza eguali, nonostante la notevole forza e la struttura considerevole..

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"TAURASI DOCG" - CANTINE ELMI IL VINO: un aglianico irpino in purezza, maturato in barrique e legno grande. Un vino di gran-

de struttura caratterizzato da un colore rosso rubino intenso e unghia tendente al granato. Il bouquet è molto complesso, ma ha bisogno del suo tempo nel bicchiere per svelarsi completamente: all’inizio rivela sentori di amarene, a cui poi seguono note speziate e una chiusura balsamica. Il gusto è pieno, caldo e con un tannino elegante e abbastanza morbido, in perfetto equilibrio. E’ l’ideale per un pasto importante a base di arrosti, cacciagione o formaggi stagionati. CONSIGLIATO PERCHE': la cantina produce piccoli volumi riuscendo a trasmettere tanta

sostanza e altissima qualità nelle poche bottiglie prodotte (circa 10 mila l’anno). E’ comunque un vino e che non teme altri anni di invecchiamento. Da avere in cantina e conservare gelosamente.

"NERELLO MASCALESE" ETNA ROSSO - CANTINA ENOTRIO IL VINO: è un nerello mascalese in purezza dal colore rosso rubino intenso caratterizzato da

una grandissima morbidezza. Si percepiscono sentori di frutta di bosco matura, pepe e vaniglia. Il sorso è appagante con tannini dolci con una buona sapidità e persistenza. Consigliato con la cucina siciliana tradizionale. CONSIGLIATO PERCHE': trattasi di un vino davvero ”prezioso”. Il Nerello Mascalese infatti, è

un vigneto autoctono di piede franco caratteristico dei terreni vulcanici dell’Etna e in particolare le uve utilizzate da Cantina Enotrio provengono dalla Contrada Calderara, ubicata in una delle zone di più rinomate di tutto l’areale dell’Etna Rosso. Sono solo 3 mila le bottiglie prodotte .

"DALL' ISOLA" CAMPANIA IGT - JOAQUIN IL VINO: Il colore giallo oro splende nel bicchiere, mentre al naso regala note di frutta bian-

ca, agrumi, integrati a sentori floreali di camomilla e fieno. In bocca è fresco, rotondo, salino e minerale e offre anche una persistenza decisamente interessante. Un bianco che sfida gli anni e resta sempre emozionante, come tutti i vini dell’azienda, unici e irripetibili. CONSIGLIATO PERCHE': Il “Dall'isola” è uno dei rarissimi vini realizzati sull'isola di Capri,

frutto di un visionario progetto di Raffaele Pagano. Solo 1000 bottiglie prodotte da uve falanghina, biancolella e "Ciunchesa" (forse un clone di Greco), raccolte nelle prime settimane di ottobre nei vigneti di Anacapri e subito trasportate nella cantina di Montefalcione, dove vengono lasciate appassire per un mese circa prima di essere vinificate.

"VIGNA SAVUCO" TERRE DI COSENZA DOP - SERRACAVALLO IL VINO: puro magliocco dolce, antica varietà autocnona del cosentino contraddistinta da

maturazione tardiva. Sfoggia un colore rosso colore cupo e un impatto olfattivo impetuoso, con frutti rossi di sottobosco che si amalgamano armoniosamente con aromi floreali ed erbacei, sfumature speziate e balsamiche. In bocca il vino è polposo, vigoroso e strutturato, con un finale davvero infinito. CONSIGLIATO PERCHE': è un vino che mostra tutte le potenzialità della Calabria enologica.

Una vera “chicca” che trascorre “appena” diciotto mesi in acciaio, trenta mesi in barriques e sei mesi in bottiglia. Questo vino prodotto da Demetrio Stancati è in assoluto uno dei migliori vini calabresi da noi degustati. Soldi davvero ben spesi.

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"CARATTERE" ROSSO VDT - PLATINUM ITALIA IL VINO: Vino da Tavola da una selezione di vitigni autoctoni a bacca nera coltivati a pergola

abruzzese. Matura in acciaio e invecchia in barrique per circa 14 mesi. Al naso impatta con intensi profumi di frutta rossa matura e complessi sentori terziari, come pepe nero, liquirizia e vaniglia che rendono l’esperienza olfattiva particolarmente completa. In bocca è potente, caldo e vellutato, quasi masticabile. Il finale è lungo ma mai stucchevole. CONSIGLIATO PERCHE': è un vino atipico, fuori dagli schemi, fuori dai disciplinari delle varie

denominazioni d'origine. E' semplicemente un vino pensato e creato per essere piacevole, buono, diretto.

"A NACA" SICILIA ROSSO IGT – CALATRASI IL VINO: Vera perla siciliana il cui processo produttivo prevedeva processo di vinificazione molto simile a quello dell’amarone. Un vino di grandissima struttura. Colore rosso rubino intenso, naso con note di confettura, cioccolato, liquirizia, macchia mediterranea e tabacco. In bocca è pieno, denso, corposo ed estremamente lungo. CONSIGLIATO PERCHE': è una sorta di Amarone del Sud, un vino importante e sempre più raro a causa della recente chiusura dell’Azienda Calatrasi, anche se è ancora possibile accaparrarsi qualche buona annata acquistandola nel mercato online ad un prezzo più che onesto. Da non farselo scappare.

"MARIKA" VERDICCHIO DEI CASTELLI DI JESI DOP – SOCCI IL VINO: una volta estratto l’elegante tappo in vetro si fa luce questo verdicchio dal bellissi-

mo colore oro vivido. Il naso è intrigante, con agrumi maturi in partenza a cui seguono fiori bianchi e una scia mentolata. In bocca prevalgono il salinità, freschezza e morbidezza, con un ampio spettro di sapori che chiude con una mandorla amara che invoglia subito il sorso successivo. CONSIGLIATO PERCHE': è prodotto con crioestrazione selettiva, tecnica che consiste nel

congelare il grappolo a -23 °C prima della pressatura, mantenendo così praticamente inalterato il naturale bouquet di profumi caratteristici del vitigno. Questo metodo, insieme alla bassissima resa a mosto concentrato, consente di produrre un vino di altissima qualità, in sole 3000 preziose bottiglie.

"ROMANICO" CESANESE DEL PIGLIO DOCG - COLETTI CONT IL VINO: il rosso rubino cupo tipico del Cesanese di Affile, e un bouquet olfattivo estrema-

mente ricco., che spazia dai frutti di bosco e si amplia con il passare del tempo con note liquirizia, cioccolato e spezie. Nonostante l’alto grado alcoolico in bocca prevalgono piacevoli note di frutta rossa, liquirizia e caffè che accompagnano armoniosamente il lunghissimo finale. CONSIGLIATO PERCHE': Coletti Conti rappresenta attualmente lo stato dell'arte della

produzione vitivinicola e non ci riferiamo soltanto all'ambito della DOCG di appartenenza. E il Romanico rappresenta il picco più elevato di questa grande realtà, un prodotto che negli anni ha saputo migliorarsi costantemente fino ad essere annoverato tra i dieci migliori vini rossi italiani in assoluto. Ciò nonostante il rapporto qualità/prezzo è ancora fortemente spostato a favore del consumatore. 87


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BEER ATTRACTION

I MIGLIORI VINI ITALIANI

GOLOSITALIA 2017

RIMINI – Torna, con la terza edizione in programma da sabato 18 a martedì 21 febbraio 2017, Beer Attraction, la fiera di settore rivolta a tutti gli operatori professionali della filiera. Beer Attaction nasce nel 2015 come evento internazionale dedicato alle birre artigianali. Dopo il grande successo della seconda edizione con 350 espositori e oltre 14.000 visitatori, dà vita a due nuove sezioni che ne completano il format: Food Attraction, dedicata agli “Specialty food” e “Beer & Beverage Technologies”. Quest’ultima sezione è dedicata alle tecnologie per birre e bevande: al suo interno ci saranno i maggiori marchi europei del settore processing and packaging, completando l'intera filiera del settore, dalle materie prime al prodotto finito. Ovviamente la sezione dedicata alla birra resterà il cuore della manifestazione, concentrandosi sulle eccellenze brassicole italiane e internazionali. Si punterà sia alle sempre più diffuse e irrinunciabili specialità birrarie, che al mercato dei microbirrifici, con un occhio anche alle collettive regionali estere e alle altre bevande. Tra gli eventi che si svolgeranno all’interno, sarà confermato il Premio Birra dell´Anno organizzato da Unionbirrai, insieme alle aree Beer Arena e Beer Lab, con corsi di degustazione e di spillatura, formazione per birrifici, pub e brew pub. Numerosi anche i convegni e i workshop che si susseguiranno sui principali temi di attualità del settore.

ROMA - Luca Maroni torna in cattedra con il suo evento nazionale dedicato alle eccellenze enologiche italiane a Roma. Quattro giornate, dal 16 al 19 febbraio 2017, nelle quali le porte centro espositivo del “Salone delle Fontane” (zona Eur) saranno aperte a tecnici ed enoappassionati che accedere al suggestivo percorso di bachi d’assaggio, tra le migliori etichette della produzione italiana selezionate nell’Annuario dei vini dello stesso Maroni, proposte in libera degustazione.

BRESCIA - Presso il Centro Fiera del Garda di Montichiari, dal 25 al 28 Febbraio 2017 torna Golositalia. Un evento che ha saputo raggiungere tutti gli attori del settore agroalimentare (consumatori, operatori Ho.RE.CA e buyers della filiera distributiva), oltre a contare su un bacino di aggregazione unico in Italia e capace di attirare anche buyers internazionali. La fiera sarà un'ulteriore occasione per conoscere e valorizzazione al meglio le eccellenze enogastronomiche italiane:in particolare l’attenzione verrà focalizzata sui prodotti che caratterizzano il nostro territorio, migliorando l’appeal dell’Italian Food nel mondo. E poi ampio spazio riservato alle attrezzature professionali con le ultime novità tecnologiche per gli operatori del settore. La fiera è aperta al pubblico e ad un ricercato gruppo di operatori del settore sia nazionali che internazionali, abbinata che ha lo scopo di permettere agli espositori di vendere direttamente in fiera e, collateralmente, di sviluppare importanti ordini e contatti commerciali sul territorio nazionale e all’estero.

LIVE WINE 2017

MILANO - Il Salone Internazionale del vino artigianale riapre i battenti da sabato 18 a Domenica 19 febbraio a Milano, presso il Palaghiaccio di Via G.B. Piranesi. L’evento, realizzato in collaborazione con la manifestazione Vini di Vignaioli-Vins de Vignerons e l’AIS Lombardia, consentirà ai visitatori di degustare tutti i vini presenti con il solo biglietto d’ingresso e acquistare le bottiglie direttamente dai produttori. Saranno presenti anche banchi dedicati agli alimenti artigianali e all’editoria specializzata.


Anno I - Numero Zero Dicembre 2016 ....................................................... Editore: Antea dev Srls Via Tiburtina, 912 00156 - ROMA CF e P.IVA: 13784521000

Guardiani Farchione: una cantina vera

..................................................... Responsabili del Progetto editoriale: Federico Dini e Andrea Vellone. Per la pubblicità: pubblicita@ipiaceridellavite.it Cell: (+39) 349 0750182 Distribuzione online: www.wineday.it www.ipiaceridellavite.it Pagina Facebook: WINE DAY ..................................................... Hanno collaborato a questo numero: Laura Donadoni Mauro Di Cosimo

Amando, elisir di San Valentino

..................................................... Si ringraziano: Antonio Bruno Antonella Di Palma Marcello Langella Bruno De Marchis Paolo Paolini Emiliano Polizzi Bruno Vespa

Il frantoio culturale

..................................................... “I Piaceri della Vite" è un prodotto editoriale online realizzato unicamente su supporto informatico e diffuso unicamente per via telematica. Visto che gli Editori non hanno fatto domanda di provvidenze, contributi o agevolazioni pubbliche e che conseguano ricavi annui da attività editoriale non superiori a 100mila euro, non sussiste alcun obbligo di registrazione al registro della stampa tenuto dal tribunale, né al R.O.C., né gli stessi sono soggetti agli obblighi di cui alla delibera dell'AGCom n. 666/08 del 26 novembre 2008. Per ricavi annui da attività editoriale si intendono i ricavi derivanti da abbonamenti e vendita in qualsiasi forma, ivi compresa l’offerta di singoli contenuti a pagamento, da pubblicità e sponsorizzazioni, da contratti e convenzioni con soggetti pubblici e privati. (“Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 18 maggio 2012, n. 63, recante disposizioni urgenti in materia di riordino dei contributi alle imprese editrici, nonché di vendita della stampa quotidiana e periodica e di pubblicità istituzionale”)

..................................................................................... Copyright:

Tutto il materiale pubblicato, testi, foto e illustrazioni, è da ritenersi di proprietà degli Autori e, qualora non indicato, dell'Editore. Tuttavia, alcune foto o immagini presenti nella rivista sono costruite da materiale largamente diffuso nel web e ritenuto di pubblico dominio. Su tali foto ed immagini il sito non detiene, quindi, alcun diritto d'autore e non è intenzione dell'Autore di appropriarsi indebitamente di immagini di proprietà altrui. Pertanto, se detenete il copyright di qualsiasi foto, immagine o oggetto presente, oggi ed in futuro, su questa rivista, o per qualsiasi altro problema riguardante il Diritto d'Autore, inviate immediatamente una e-mail all'indirizzo info@ipiaceridellavite.it indicando i vs dati e le immagini in oggetto così che si possa risolvere rapidamente il problema (ad esempio con l'inserimento, gratuito e permanente del nome dell'Autore, oppure sostituendo o rimuovendo definitivamente la foto o quant'altro).

Eureka, una birra verde per Saint Patrick

Cheeeese: formaggi che passione


I Piaceri della Vite - Numero Zero - Dicembre 2016  

Dagli organizzatori del Wine Day nasce: I PIACERI DELLA VITE - WineDay DigiMag"! Un MAGAZINE DIGITALE Digitale che nasce per raccontare il m...

I Piaceri della Vite - Numero Zero - Dicembre 2016  

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