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APERIODICO GRATUITO

NUMERO III - LUGLIO 2017

L’unione fa la FIVI Sorsi di Eccellenza

Veni Vidi Vini

I Paesaggi del vino

Alla scoperta dei crus storici di Barolo

Frascati, vini in cerca d’Autore

Scorci di viticoltura etnea


5 Editoriale Tre 6 Buone Nuove

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REPORTAGE: 8 WineDay2017, buona la nona 16 Vinitaly 50 + 1 VENI VIDI VINI: 24 Giangirolami, oasi del biologico 30 Frascati, vini in cerca d’Autore SORSI DI ECCELLENZA: 38 Il metodo classico secondo Baracchi 44 I Crus storici di Barolo 48 Nosiola, sapore di una volta 52 Nardecchia, emozioni distillate MORSI DI ECCELLENZA: 56 Oliotella, naturale dipendenza I PAESAGGI DEL VINO: 62 Scorci di viticoltura etnea SPECIALE: 70 L’unione fa la FIVI

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E POI… 77 E-commerce B2C, mission impossibile? 80 “Versus” accende l’etichetta 82 Grignolino, anarchico del Monferrato 86 ITA scalda il “motore” 89 Le mie degustazioni 92 Appuntamenti da gustare 95 E nel prossimo numero?


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Tre i eravamo lasciati con in mano le valigie per Verona e la mente rivolta all’organizzazione della IX edizione di WineDay. La soddisfazione, nel presentarvi questo III numero, è quindi ancora maggiore, perché partorito dopo alcune settimane davvero molto impegnative. All’interno però siamo riusciti a mettere veramente di tutto, a partire proprio dalla cronaca di WineDay2017, svoltosi lo scorso Maggio a Patrica (FR): un evento che ci ha regalato non solo grandi soddisfazioni, ma anche nuovi stimoli che già ci proiettano con entusiasmo verso l’edizione celebrativa nel 2018. A ciò, segue immediatamente il nostro personalissimo resoconto del “Vinitaly 50+1”, edizione che abbiamo trovato particolarmente ben organizzata e vivibile. Tuttavia nel nostro estratto non troverete i classici bilanci o i soliti “pro e contro”, ma semplicemente la narrazione delle nostre più piacevoli esperienze all’interno dell’immensità della fiera del vino più grande al mondo. E poi, senza nascondere un pizzico di sano campanilismo, abbiamo deciso di dedicare diverse pagine di questo Numero III al nostro amato Lazio. Una Regione, almeno dal punto di vista enoico, forse ancora troppo sottovalutata, ma che in realtà a noi non smette mai di offrire lampanti esempi di produzioni interessanti ed originali, anche a pochi chilometri di distanza da casa nostra. Ed ecco infatti che, in Sorsi di Eccellenza e in Vedi Vidi Vini, vi porteremo a conoscere i prodotti che più ci hanno colpito durante il nostro spensierato errare tra degustazioni, fiere e “domeniche enologiche” degli ultimi due mesi. Dall’Oasi biologica di Donato Giangirolami nella fertilissima pianura pontina, fino ai rilievi vulcanici dei Castelli Romani nell’areale di produzione del Frascati DOCG.

Federico Dini, 40 anni, Geologo. Da sempre grande enoappassionato, fonda nel 2008 l’Associazione di promozione enogastronomica “Triclinium” che presiede fino al 2014. Ideatore e della rassegna nazionale “Wine Day” e organizzatore di numerosi altri eventi e format enogastronomici.

E poi, insieme a Sandro Notargiacomo, siamo tornati ancora una volta con estremo piacere nella zona di Arce (FR), inesauribile giacimento di eccezionali vitigni autoctoni, forse senza uguali in Italia. Stavolta però, siamo andati nella piccola-grande realtà della Distilleria Nardecchia, per immergerci nei Piaceri dell’(acqua) vite e della grappa artigianale. E anche in Morsi di Eccellenza vi faremo scoprire un altro prodotto artigianale del basso Lazio, tanto gustoso quanto sano e genuino: parliamo l’Oliotella, la crema di nocciole e olio EVO firmata da Gregorio De Gregoris che, già prima di riuscire a completare il nostro articolo, ci aveva reso dipendenti. Tanto Lazio si, ma non solo. Perché sono altrettanto numerosi gli approfondimenti di questo numero su tante altre grandissime realtà enologiche del nostro Stivale, a cominciare dalla prima “puntata” della nuova fotorubrica “I Paesaggi del vino”, focalizzata sulla viticoltura etnea. Troverete poi un bel racconto sulle pioneristiche bollicine toscane di Riccardo Baracchi, così come la storia dell’anarchico Grignolino o del Nosiola, l’unico autoctono a bacca bianca del Trentino. E non potevano mancare ovviamente le nostre digressioni sul mondo del web, con nuove puntuali riflessioni sugli e-commerce del vino e un’anteprima sulla nascente piattaforma “I.T.A.”, un originale progetto promozionale e commerciale, pensato per le aziende vinicole di tutta Italia. Tuttavia, arrivando a questa pagina avrete già potuto notare che, dopo tre grandi personalità, come quelle di Bruno Vespa, Daniele Cernilli e Gianfranco Fino, questa volta abbiamo optato per una copertina collettiva. Beh, in realtà non poteva essere altrimenti, perché l’Ospite d’Onore di questo nuovo numero è la FIVI… Federico Dini & Andrea Vellone

Andrea Vellone, 44 anni. 20 anni di Marketing, comunicazione, grafica, design nei più disparati campi: elettrodomestici, banche, compagnie aeree, Internet Company. Almeno fin quando non decide di dedicarsi unicamente a quella che è la sua passione di sempre....il vino!


WINELEATHER, LA PELLE E’ UNA QUESTIONE DI VINO Non solo gli amanti del buon vino, ma anche i tanti animalisti e vegani gioiranno della particolare intuizione di Vegea srl, l’azienda italiana che realizzato la prima “Wineleather”. Non un nuovo tipo di “ecopelle”, che è un prodotto sintetico, bensì una vera e propria pelle vegetale al 100%, creata a partire dagli scarti della produzione del vino. Un prodotto innovativo, ecosostenibile e pure “made in Italy”, che tra l’altro si è aggiudicato anche il primo premio, con allegato assegno da 300 mila euro, del Global Change Award, contest lanciato dalla H&M Foundation. Le caratteristiche tecniche e qualitative del nuovo materiale sono molto simili a quelle della pelle animale e, anche a livello estetico e tattile, si presenta in modo molto piacevole. Merito del particolare trattamento operato sulle fibre e degli oli contenuti nella vinaccia (bucce, semi e raspi dell’uva) che si ottengono durante la normale produzione vinicola. Un processo produttivo che, quindi, non solo non ricorre a sostanze tossiche e, soprattutto, ma salvaguarda anche il benessere degli animali. Il tutto con costi di produzione molto bassi. Un‘innovazione che, specie in Italia (attualmente il principale produttore mondiale di vino con il 18% dell’intera produzione globale) può significare l’apertura di un nuovo fronte di business in tutte le principali zone di produzione vitivinicola, da affiancare allo storico e consolidato mercato del vino imbottigliato.

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PROROGA AL 30 GIUGNO PER I REGISTRI TELEMATICI IL BRUNELLO DI MONTALCINO FESTEGGIA I 50 ANNI Il Consorzio del Brunello di Montalcino ha recentemente festeggiato il proprio primo mezzo secolo di vita, iniziata nel lontano 28 Aprile 1967. E lo ha fatto in grande stile, con una due giorni di eventi celebrativi, convegni e serate di gala in alcuni dei luoghi simbolo della cittadina toscana, come il teatro degli Atrusi e la storica fortezza, nei quali è stato fatto il punto sul successo del Brunello nel mondo e ricordare tutti i principali protagonisti che hanno portato il sangiovese grosso ai vertici qualitativi attuali.

Mantenuta la promessa fatta al Vinitaly dal Ministro delle Politiche Agricole, Maurizio Martina. E’ stato quindi prorogato al 30 Giugno il periodo accompagnatorio verso la defintiva dematerializzazione del Registro di cantina. Un decreto invocato ed atteso da migliaia di aziende vitivinicole italiane, che hanno così ottenuto un’estensione dei tempi necessari ad adeguarsi alle nuove norme, salvandosi anche da salate sanzioni in agguato. A questo punto bisogna chiedersi se per tale data tutte le cantine che ancora mancano all’appello del Ministero saranno riuscite finalmente a mettersi in regola, senza aver bisogno di ulteriori proroghe.

PACKAGING: A 16 AZIENDE IL PREMIO MEDITERRANEO CORK SPEAKER: IL TAPPO CHE AMPLIFICA LA TUA MUSICA Assomiglierà anche ad un normale stopper salva gusto, ma il Cork Speaker è molto più che un semplice gadget. Esso in realtà è un altoparlante bluetooth collegabile a qualsiasi smarthphone o iPod, che sfrutta la risonanza delle bottiglie in vetro per amplificare i suoni. Il tutto con un ottima qualità audio, più nitida e profonda rispetto alle normali casse Bluetooth. Buona anche l’autonomia, intorno alle 10 ore di riproduzione.

A Castellammare Di Stabia si sono confrontati i migliori packaging di vini e oli extravergine italiani, imbottigliati in conformità alle vigenti normative europee. Tra i premiati per le migliori idee di confezionamento ci sono i prodotti di ben 16 aziende (con la Sicilia a farla da padrone) tra cui anche 3 oleifici. Aziende Vinicole: Mater Soli, BioViola, Paoletti; Astoria; Giaggioli, Massucco, Alcantara; Poderi Morini, Pietracava, Basile, Cellaro, Terre di Bruca, Barone di Serramarrocco, Sordo. Tra gli oleifici invece troviamo Bonomo, Val Paradiso, e Russo.

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E’ UNA MOLISANA LA “MIGLIORE CHEF DONNA ITALIANA”

UN CONCORSO PER ASPIRANTI “CHAMPAGNE AMBASSADEURS”

EXTRAVERGINE, NASCE L’IGP TOSCANO DI VOLTERRA.

Il concorso “Chef Awards 2017” incorona Simona De Castro quale Regina delle chef italiane. La cucina molisana interpretata magistralmente dalla chef del rinomato Ristorante “Monticelli Saperi e Sapori” le è valso l’ambito riconoscimento agli Oscar della ristorazione italiana, consegnatole durante la cerimonia di premiazione svoltasi il 29 maggio scorso all’Auditorium La Verdi di Milano. Un concorso che ha visto la partecipazione di oltre 100 chef operanti in ristoranti di tutta Italia, che sono stati votati da una giuria web composta da oltre tre milioni di utenti.

Sommelier, barman, giornalisti settore e semplici winelovers, o meglio “champagnelovers”, avranno tempo fino al 30 Giugno per iscriversi al “Concours des Ambassadeurs du Champagne” e tentare di diventare Ambasciatori delle bollicine più famose al mondo. Ben 2 mesi per prepararsi e poi soltanto 45 minuti (durante una serata di gala ad Epernay) per dimostrare, ad una giuria internazionale, di essere all’altezza del titolo di Ambasciatore dello Champagne in Italia. Un Concorso giunto ormai alla dodicesima edizione, che è arrivata a coinvolgere altri 7 paesi europei (Spagna, Gran Bretagna, Belgio, Olanda, Austria e Svizzera) oltre ovviamente a Italia e Francia .

Finalmente l'olivicoltura di Volterra potrà fregiarsi del famoso e prestigioso marchio dell'Igp Toscano, valorizzando così l'indicazione geografica di Volterra. Ben 91 le aziende associate al Consorzio che potranno utilizzare il marchio presentato ufficialmente mercoledì 31 Maggio, che, nelle intenzioni del Consorzio e dei vari Enti promotori, dovrà essere un volano, non solo in prospettiva commerciale, ma anche in chiave turistica. Di questa importante novità ne andrà soprattutto a beneficiare il consumatore, il quale, anche grazie ad un codice inserito nel collo della bottiglia, potrà conoscere, attraverso il proprio smartphone, tutta la storia dell'olio, dalla produzione all’imbottigliamento. Il tutto, a garanzia dell’origine e della qualità del prodotto e a tutela del suo utilizzatore finale.

PROPOSTA DI LEGGE PER IL TARTUFO “MADE IN MOLISE”

PORTOGALLO: PRODUZIONE TAPPI IN SUGHERO DA RECORD

Il tartufo è da sempre una delle risorse più importanti per lo sviluppo dell'indotto turistico ed enogastronomico della Regione Molise. Per questo è stata recentemente depositata una nuova proposta di legge finalizzata a valorizzarne la tipicità, il cui testo, non a caso, è stato condiviso a nche da Enti locali, Corpo Forestale e dall’Associazione nazionale 'Città del Tartufo". La nuova norma, porrà al centro la certificazione dell’unicità e della qualità del fungo ipogeo molisano, per permettere di renderne tracciabile la filiera e di mettere in atto azioni di promozione regionali e nazionali. In concreto essa agirà sulla salvaguardia delle zone destinate alla produzione, con nuove garanzie a tutela degli stessi raccoglitori e soprattutto dei consumatori finali.

Il Portogallo, paese leader nella produzione di tappi in sughero di quercia, torna quest’anno a produrre a livelli da record. Questa nuova crescita segue una profonda crisi che, nei primi anni del nuovo secolo, aveva portato molte aziende vinicole ad orientarsi verso soluzioni diverse, come ad esempio il silicone, molto più economico e praticamente inesauribile, o il vetro, materiale facilmente riutilizzabile. I numeri di oggi sono invece nettamente migliorati, con circa i 2/3 delle bottiglie mondiali (prevalentemente vini di fascia media e top di gamma) che vengono sigillate con tappi di sughero. Di questi la sola produzione portoghese attualmente ne riesce a soddisfare circa il 60%, con un volume degli investimenti di ben 700 milioni di euro destinati al settore.

EXPORT VINO ITALIANO: BOOM IN CINA E IN RUSSIA. Nel primo trimestre del 2017 il vino italiano fa meglio di gran parte dei suoi principali competitors mondiali, con un incremento del 15,9% del fatturato di vendite in uscita verso la Cina. Un risultato molto incoraggiante che va di pari passo alla sempre maggiore richiesta di corsi di conoscenza e approfondimento legati al mondo del vino. Questo perché nel Paese del Sol Levante il vino ormai non viene più visto come un semplice bene di consumo, ma come un vero e proprio prodotto culturale. Ancor più interessanti i numeri che arrivano dalla Russia, con un trend di crescita delle importazioni di vino italiano che va addirittura oltre il 53%.

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Reportage >> Grande successo per la nona edizione della nostra rassegna enologica per enoappassionati ed operatori del settore di tutto il centro Italia, andata in scena il 7 e 8 Maggio scorso a Patrica (FR). Questo è il nostro racconto dedicato a chi c’era e anche a chi non è potuto esserci...

uesta è la nostra recensione. Di solito non sono gli stessi organizzatori a stilare le valutazioni finali di un qualsiasi evento o rassegna, ma questa volta vogliamo essere direttamente noi a condividere le nostre impressioni. Evidentemente sarà un giudizio di parte, ma lo abbiamo premesso, quindi non ce ne vorrete. Innanzitutto, lasciatecelo dire, è stata una nona edizione di WineDay che ci ha soddisfatto particolarmente. Per ritenerci appagati ci sarebbe bastato aver centrato anche solo uno degli obiettivi che ci eravamo prefissati, ma in realtà siamo andati anche oltre le nostre più rosee aspettative. Quest’anno abbiamo avuto il piacere di ospitare oltre 90 espositori (un piccolo record per WineDay ), con un catalogo 8

prodotti che abbracciava praticamente tutta l’Italia enologica, isole comprese. Aziende affermate a livello internazionale affiancavano cantine emergenti e piccoli vignaioli, dividendosi lo stesso banco d’assaggio con pari dignità e visibilità. Il tutto in un contesto elegante ma rilassato, dove ogni produttore ha potuto liberamente condividere il proprio lavoro, i propri prodotti e la propria passione, con tanti colleghi, collaboratori, amici e clienti. Questo è stato e continuerà ad essere il WineDay che piace a noi. La grande degustazione libera . Il consueto incontro tra Produttore ed enoappassionati durante la degustazione libera della domenica, per quanto ci riguarda, è stato e resterà sempre, il momento topico della rassegna.


Di fatto queste occasioni, tradizionalmente aperte ad un pubblico più vasto e non professionale, permettono ai nostri amici Produttori di far conoscere e assaggiare le proprie etichette a coloro che poi effettivamente le acquisteranno al ristorante o in enoteca. Un lento ma necessario processo di “familiarizzazione” con l’effettivo consumatore che non andrebbe mai sottovalutato. A volte può risultare molto facile vendere decine di cartoni ad un distributore o ad un ristoranteenoteca. Ben più difficile è evitare che quelle bottiglie rimangano sugli scaffali ad accumulare polvere, solo perché magari il cliente medio al ristorante ordina banalmente sempre le “solite note” o quelle che conosce meglio. Ecco perché riteniamo che il rapporto diretto tra l’azienda e il fruitore finale sia ancora un momento fondamentale . E proprio in funzione di quanto appena affermato ci ha fatto davvero piacere averregistrato la presenza fisica dietro i nostri banchi d’assaggio di tantissimi Produttori, giunti per terra, mare e cielo da ogni angolo d’Italia. La loro fiducia e il loro entusiasmo ci ripaga sempre di ogni sforzo. L’incontro tra operatori del settore. Nel secondo giorno si è svolto l’atteso meeting riservato agli addetti ai lavori, con spazio al “BtoB” tra aziende, ristoratori e intermediari della distribuzione. Oltre agli stessi Espositori, abbiamo avuto il piacere di poter ospitare oltre 180 operatori Ho.Re.Ca. provenienti dal Lazio e non solo. E’ stato un tranquillo momento di incontro, nel quale Produttori di tutta Italia hanno avuto modo di confrontarsi liberamente tra loro e di presentarsi ad una qualificata platea di agenti di commercio, distributori, enotecari e ristoratori locali. C’è stato chi semplicemente ha 9


che hanno abbracciato eccellenze di avuto modo di confrontarsi con la rimezza Italia, spaziando tra spumanti, storazione locale e chi invece è riuscito bianchi fermi e grandi rossi da invecanche a concludere qualche buon affachiamento. re. Chi ha potuto a sondare un po’ il Ad aprire le danze, nella tarda mattiterreno per future campagne commernata di lunedì 7, sono state le rafficiali e chi ha saputo pure trovare nate bollicine di un eclettico un bravo agente a cui affidare Produttore toscano, Riccardo la rappresentanza di zona. Baracchi, colui che per priIn ogni caso, tutti quanti mo ha avuto la geniale loro hanno manifestato intuizione di utilizzare il il proprio interesse e metodo classico per spugradimento per questo mantizzare vitigni autoctipo di appuntamenti, toni come il sangiovese che purtroppo nella noed il trebbiano. Un mostra regione restano cosa le degustazioni guidate mento di grande coinvolgiancora abbastanza rara. riservate agli operatori mento, con diverse partecidel settore panti che hanno potuto cimenLe degustazioni guidate. tarsi di persona nella sboccatura Tra i vari eventi nell’evento, le con la sciabola delle varie bottiglie degustazioni guidate del lunedì sono in degustazione. Nel pomeriggio poi risultate essere molto apprezzate da hanno preso la scena i rari autoctoni tecnici, ristoratori e sommelier. a bacca bianca della Valle Isarco, Tre laboratori gratuiti, tutti sold out, con la Docente Fisar tori Maria Rosa Porcari, che ben si è

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con la Docente Fisar Maria Rosa Porcari, che ben si è districata tra gli intensi ed eleganti profumi dei vari

Veltliner, Kerner, Sylvaner e Gewurtztraminer.

Il pomeriggio si è poi chiuso in bellezza, con l’Azienda Marchesi di Barolo che ha proposto in anteprima nazionale un assaggio dei tre cru 2013 di Barolo (Cannubi, Sarmassa, e Costa di Rose). In questo caso, a far gli onori di casa, c’era Paolo Cottafavi, che ha raccontato storia, territorio e sapori delle 3 zone, per poi entusiasmare i presenti con una indimenticabile magnum di Barolo 2009 Riserva. Una pecca? Purtroppo anche stavolta i posti 30 posti a sedere sono stati insufficienti rispetto alle richieste, ma noi siamo di parte, per cui anche questo è un dato da ci piace leggere in senso positivo.

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Il cooking-show. Non una semplice pausa pranzo, ma un vero e proprio “cooking-show” nel quale sono stati protagonisti i prodotti di eccellenza offerti dagli stessi espositori presenti alla rassegna. E le mani fatate degli chef Emanuele Campana e Simone Essenza hanno fatto il resto, amalgamando le pregiate materie e sfornando un piatto semplice ma prelibato: pasta corta di semola di grano duro del Pastificio Gentile di Gragnano, pomodorini San Nicola dei Muli, guanciale croccante del Salumificio Santoro di Bari ed extravergine DOP delle Colline Pontine di Gregorio De Gregoris. A seguire, l’inarrivabile porchetta Bernabei di Marino tagliata a mano. In abbinamento alcuni tra i migliori vini della rassegna, come le fini bollicine di Quadrigato e i bianchi del Castello di Torre in Pietra e dell’Agricola OttoVenti.

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La sboccatura perfetta. Senza dubbio la spettacolare dimostrazione dei vari metodi di dégorgement, improvvisata a bordo piscina, è stato un qualcosa di difficilmente ripetibile. I protagonisti di questa simpatica “disfida”, sono stati Fausto Zazzara e Riccardo Baracchi, due grandissimi produttori di bollicine. Due personaggi apparentemente molto diversi tra loro, ma in realtà accomunati da parecchie similitudini. Innanzitutto, bisogna premettere che questi due Signori sono stati forse i primissimi pionieri del metodo tradizionale con uve autoctone italiane, prima ancora che ancora che diventasse una tendenza di successo. Eppure, prima di dedicarsi all’affascinante mondo della viticoltura, entrambi facevano un altro mestiere. Ad un certo punto, poco più di 10 anni fa’, forse quasi per gioco, Riccardo a Cortona (in Toscana) e Fausto a Tocco da Casauria (in Abruzzo), quasi simultaneamente hanno iniziato a cimentarsi nell’usare le pupitre, dipanandosi tra dosaggi vari, dégorgement e interminabili remuage manuali. A Riccardo Baracchi tuttavia va riconosciuto il merito di avere iniziato subito la commercializzazione dei suoi spumanti, mentre l’ingegnoso Fausto all’epoca li produceva solo per consumo privato e per la gioia dei suoi amici più stretti. I due non si erano mai visti prima di allora, né l’uno aveva mai sentito parlare dell’altro, ma la casualità ha voluto che i loro banchi d’assaggio erano molto vicini e da lì l’incontro è stato inevitabile. Così, durante lo showcooking di lunedì, entrambi i produttori decidono generosamente di offrire ai presenti alcune bottiglie del loro spumante, ancora da sboccare, in abbinamento alle pietanze. Quello che però ne viene fuori è un vero e proprio show, nel quale ciascuno di essi esibisce le varie tecniche di sboccatura, tanto eleganti e spettacolari. Inizia Riccardo con un Trebbiano Brut 2011 con tappo a fungo. Il metodo è quello del “sabrage à la volée”, forse il più nobile e scenografico. “Bisogna

colpire il collo

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colpire il collo della bottiglia in modo secco - ci spiega Riccardo – aprendo completamente il braccio verso l’esterno, come se in mano avessimo una racchetta da tennis...” e immedia-

tamente parte con un perfetta sciabolata di “rovescio” che non lascia al tappo una seconda possibilità. L’applauso nasce spontaneo dalla folta platea, eccezion fatta per coloro che in quel momento avevano le mani impegnate dal cellulare per riprendere in diretta la performance da consegnare al popolo dei social networks. A questo punto però tocca a Fausto prendersi la scena. L’ingegnoso e originale metodo che ha messo a punto si avvale addirittura di una bombola di CO2 alla temperatura di -78°C. Così, anche in assenza di normale ghiaccio, riesce in breve tempo a congelare il collo della bottiglia intrappolando i lieviti fatti decantare verso il tappo a corona. Una densa nuvola bianca di ghiaccio secco lo avvolge ed ecco che in pochi minuti ben 3 bottiglie di Pecorino Pas Dosè “Majgual” sono pronte per essere degorgiate con lo scenografico bottiglione di Fausto, uno strumento artigianale che gli permette di raccoglie tappo e lieviti, senza sporcare o lasciare residui. E senza perdere nemmeno una goccia di prodotto. Tuttavia poi, c’è ancora spazio per l’esperienza di ristoratore di Riccardo (non a caso il suo “Falconiere” a Cortona è l’unico stellato della provincia di Arezzo) che ci mostra come sboccare la bottiglia immergendola in un normale secchiello da ghiaccio riempito d’acqua. Questa è un’altra tecnica, tanto efficace quanto elegante, che risulta utile essenzialmente quando ci si trova all’interno di spazi chiusi in cui non è possibile “sparare” via il tappo. Inutile dire che anche questa operazione riesce perfettamente senza la benché minima défaillance. Scatta un lunghissimo applauso finale di ringraziamento ad entrambi da parte dei numerosi spettatori che, calice alla mano, aspettano con trepidazione il brindisi finale. 11


Alcuni momenti della dimostrazione pratica delle tecniche di dĂŠgorgement che Fausto Zazzara e Riccardo Baracchi hanno improvvisato insieme nei giardini di di Villa Ecetra.

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La “Best Winery” di WineDay 2017. Anche questa volta il nostro folto pubblico di winelovers e operatori ha democraticamente decretato la migliore cantina presente tra i banchi d’assaggio della nona edizione. Quest’anno le preferenze del pubblico hanno premiato la Baracchi Winery di Cortona. Il voto, espresso attraverso la nostra applicazione “WINE DAY”, ha tributato apprezzamento, quasi plebiscitario, nei confronti dell’interessantissima cantina toscana. Un’azienda di cui abbiamo parlato estesamente pocanzi soprattutto per le sue finissime bollicine, ma che in realtà ha sfoggiato un ampio paniere di prodotti, con ottimi bianchi fermi, grandissimi rossi internazionali e un buon passito. Una scelta, quella dei nostri visitatori, che ci trova perfettamente d’accordo. E e non solo perché quest’azienda ha saputo portare sui banchi d’assaggio della kermesse prodotti di grande fascino e di altissima qualità, ma anche perché ha mostrato capacità relazionali fuori dal comune, grazie soprattutto alla forte e trascinante personalità del suo fondatore e patron, Riccardo Baracchi, che ha approcciato alla due giorni con grande entusiasmo, senza sottrarsi a nessuno. Chapeau. Il nostro bilancio. Nel nostro piccolo siamo certi di aver contribuito negli anni a migliorare il percorso di avvicinamento del consumatore finale al vino. Un consumatore oggi sicuramente più maturo, informato 14

to e attento a ciò che vuole bere e che sta ormai diventando sempre più consapevole e autonomo quando si trovi con una ricca carta dei vini in mano o davanti ad un fornitissimo scaffale di enoteca. Non a caso anche quest’anno la risposta del pubblico di appassionati è stata molto numerosa e partecipata, segno del crescente interesse che rassegne di questo tipo e il mondo del vino in generale, continuano ad ingenerare su un’ampia fascia di profili, dal ventenne al settantenne, senza distinzione tra sessi. E anche il feedback che ci arriva dagli Espositori di questa IX edizione è quello di una sempre maggiore attenzione del consumatore finale, non solo verso l’infinito patrimonio enogastronomico della nostra penisola, ma anche verso gli territori di produzione, verso le storie dei prodotti e dei Produttori stessi. Segno di un coinvolgimento finalmente anche culturale e non soltanto sensoriale. Tuttavia, al di là delle nostre valutazioni dichiaratamente di parte, siamo consapevoli che, nell’organizzazione di una rassegna del genere, non è difficile incorrere involontariamente qualche errore. Ben vengano quindi quelle critiche costruttive e quei suggerimenti che possano aiutarci e stimolarci a preparare ancor meglio l’edizione successiva che, tra l’altro, sarà la decima. Un grande traguardo per una piccola rassegna enologica di provincia che

Domenica 6 e Sabato7 Maggio 2018

celebreremo ancora una volta insieme a tutti Voi. ■ 15


... ACQUA FILETTE - Lazio AGRICOLA GIZZI - Lazio ALESSANDRO MOTTA - Piemonte ANDREOLA - Veneto BARACCHI WINERY - Toscana BERNABEI - Lazio BETELLA - Lombardia BRIZIARELLI - Umbria BONTA' DI FIORE - Abruzzo CACAO CRUDO - Lazio CASAL THAULERO - Abruzzo CASALE DEL GIGLIO - Lazio CASTELLO DI TORRE IN PIETRA - Lazio CAMPANA - Lazio CANTINE COPPI - Puglia CANTINA DEL SIGNORE - Piemonte CANTINA SANT'ANDREA - Lazio CARPANTE - Sardegna CASTELLO BANFI - Toscana CODIVIN - Lazio COLLE DEL SOLE - Abruzzo COLUTTA - Friuli CONTE UVAGGIO - Sicilia DEEP BEER - Lazio DISTILLERIA NARDECCHIA - Lazio DF GOCCE - Lazio DONATO GIANGIROLAMI - Lazio DONNA OLIMPIA 1898 - Toscana DOK DALL'AVA - Friuli FEUDO RAMADDINI - Sicilia FONTALEONI - Toscana FONTANA DELLE SELVE - Campania GIRIBALDI - Piemonte GROSSIMPIANTI - Lazio GUARDIANI FARCHIONE - Abruzzo I CARE - Lazio IL RONCAL - Veneto I SODI - Toscana LA BIÓCA - Piemonte LAMPATO - Abruzzo LA NEULA - Sardegna LA TENUTA DEI RICORDI - Lazio MANIMURCI - Campania MARCO CANATO - piemonte MARINO VINI - Sicilia

MAROTTI CAMPI - Marche MARTINO V - Lazio MASE' - Friuli MATTEO BALDIN - Piemonte MIGRANTE - Lazio MOLINARI CAFFE' - Emilia Romagna MONTI CECUBI - Lazio OLEIFICIO DE GREGORIS - Lazio OLIVICOLA DEGLI ERNICI - Lazio ONAV FROSINONE - Lazio OTTO VENTI - Sicilia PALAZZO TRONCONI - Lazio PAPA - Campania PASTICCERIA MACIOCE - Lazio PASTIFICIO GENTILE - Campania PILEUM - Lazio PODERI GARONA PLATINUM - Abruzzo PROVVEDITORE - Toscana PERLAGE WINERY - Veneto QUADRIGATO - Campania REGUTA - Friuli SCHIAVELLA - Lazio SORDO - Piemonte SALUMIFICIO SANTORO - Puglia SANTACOSTA - Campania SARANDREA - Lazio SEGNERI CAFFE' - Lazio TENUTA CERVELLI - Lazio TENUTA GALLO DI ROCCAGIOVINE - Lazio TENUTA GORGHI TONDI - Sicilia TENUTA I FAURI - Abruzzo TENUTA L'ILLUMINATA - Piemonte TENUTA RIPA ALTA - Puglia TIZIANO MAZZONI - Piemonte TORRE DEI CHIUSI - Campania TRICONZA - Puglia REAL CAFFE' - Lazio RONFINI - Veneto SOCCI - Marche VALLEMARINA - Lazio VARVAGLIONE VIGNE & VINI - Puglia VESPA - Puglia VILLA GIANNA - Lazio ZAZZARA - Abruzzo

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Reportage >> Conferme e scoperte nella nostra incursione alla cinquantunesima edizione di VINITALY, la più importante e longeva fiera del vino al mondo...

d oltre due mesi di distanza dalla sua conclusione sarebbe stucchevole oltre che inutile tirare giù l’ennesimo bilancio di quella che è stata l’edizione n° 50+1 del Vinitaly. Su blog, social e siti di settore è stato già detto e letto di tutto. Non sono mancati commenti entusiastici, alcuni addirittura trionfalistici, né, tantomeno, si sono fatti attendere i soliti giudizi negativi aprioristici. Tutto è migliorabile, ovviamente, ma ormai è chiaro che la fiera enologica più grande ed importante al mondo si sia immessa inesorabilmente nella strada dell’altissima qualità. Permetteteci quindi di dire soltanto che anche a noi questo Vinitaly é piaciuto. E pure tanto. Ma i motivi di tale appagamento risiedono essenzialmente nell’elevato 16

numero di belle persone e di grandi prodotti, con i quali abbiamo potuto interagire in appena 4 giorni. Alcuni di loro non avevano bisogno di presentazioni, altri invece sono state delle graditissime scoperte... La Costiera di Ettore Sammarco Solo nel Padiglione della Campania avremmo potuto passarci una settimana senza accorgercene. Tante le aziende che abbiamo visitato, ma molte di più quelle con le quali non abbiamo potuto soffermarci per motivi di tempo, ma che avrebbero meritato singolarmente una recensione. Fortunatamente siamo riusciti a non farci scappare Bartolo, figlio del fondatore dell’azienda Ettore Sammarco, l’eroico Produttore di Ravello di cui già vi avevamo parlato nel numero scorso.


Bartolo è una persona umile, sincera, gentile e soprattutto ospitale. Ed è così che intavoliamo con un lui un bell’approfondimento sulla realtà produttiva della Costiera Amalfitana, toccando tanti temi che solo in parte avevamo potuto comprendere nel nostro recente enovagare per quei vigneti che quasi sembrano emergere dal mare. Un dialogo denso e appassionato, che si interrompe solo in quei pochi secondi che servono per passare da un vino all’altro. Biancolella, Ginestrella, Biancatenere, Pepella, Piedirosso e Sciascinoso: senza accorgercene degustiamo quasi l’intera gamma che, per oltre un ora, ci fa dimenticare di trovarci in pianura padana e ci riporta a quegli scorci meravigliosi. Un vero e proprio tuffo nel mare di Amalfi.

La Puglia di Gianfranco Fino Tappa obbligatoria nel Padiglione 11 nell’austero stand di Gianfranco Fino. Ad accoglierci è lo stesso Gianfranco, che ancora una volta riesce a sorprenderci per gentilezza e disponibilità. Parliamo non soltanto di uno dei più grandi produttori italiani dell’ultimo decennio, ma anche una persona straordinaria per modestia ed umiltà. Dopo i saluti di rito, è lui stesso ad accompagnarci in un indimenticabile degustazione della magnifica gamma aziendale. Partiamo con l’ottimo Negramaro “Jo”, per poi passare subito al Primitivo, ovviamente con la sua più celebre creazione, l’Es: ne assaggiamo varie annate, tra cui una fantastica Riserva 2013, un velluto rosso, proprio come la sua caratteristica etichetta. Per finire, chiudiamo la nostra orgia di “Es” con il passito “Più sole”, un vino da applausi. Ma come se non bastasse Gianfranco insiste anche per un graditissimo promemoria. Non potrebbe esistere re-galo più bramato di una bottiglia “Es 2014”. Specialmente se è lo stesso Produttore a donartela. Estasi vera.

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I Grandi Rossi del Sud Uno degli eventi nell’evento che abbiamo apprezzato maggiormente è stato senza dubbio quello svoltosi nello stand del “Doctor Wine” Daniele Cernilli. Di sicuro, il laboratorio su “I Grandi Rossi del Sud” è stato il momento più intenso ed appagante del nostro Vinitaly per contenuti e sensazioni gustolfattive. La nostra degustazione faceva parte della serie di 11 seminari tematici dedicati al vino italiano chiamata “The Doctor Wine Selection”, curata appunto dal noto giornalista enogastronomico e dalla sua redazione. Noi, per semplice gusto personale, avevamo scelto appunto il seminario dedicato ad una selezione dei più blasonati vini rossi del meridione. Erano ben 14 nettari per l’esattezza e quando ci siamo seduti in postazione erano già stati versati tutti nei calici, in modo tale da permettere confronti diretti tra i vari vini. Come facile immaginare la lunga carrellata di perle enologiche selezionate da Cernilli non aveva punti di debolezza. La sequenza prevedeva una partenza col botto, con Elena Fucci ad aprire le danze con il suo “Titolo 2014” e subito a seguire una Riserva 2013 di “Furore Rosso” di Marisa Cuomo. Si va poi in Sicilia, con un assaggio di Etna 2012 di Cottanera e un sorso di Mamertino 2015 di Planeta. Vini dalle infinite sfumature olfattive, che ll però non bastano per oscurare il vino successivo.

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Perché il Primitivo di Manduria “Licurti 2015” di Masseria Trullo di Pezza è forse il vino più affascinante degustato nell’intera 4 giorni di Vinitaly. Un prodotto che non smetteresti mai di bere, con una gamma di profumi infinita. Immenso. Davvero indimenticabile. Si continua quindi con una lunga sequenza di grandi pugliesi (in totale erano ben 6 vini sui 13 vini selezionati quelli provenienti dal tacco dello Stivale). Beviamo, sempre con grande piacere, il “Rondinò” di Conti Zecca e il “Papale Oro” di Varvaglione, per poi soffermarci sullo strepitoso “Fanòi 2011” di Cantele, secondo forse solo al “Licurti” pocanzi descritto. Un vino imponente, con una base olfattiva di frutta rossa su note balsamiche infinite ed un fumé che avvolge piacevolmente il tutto. Piccola puntatina in Calabria con un buon “Magno Megonio” 2014 di Librandi e poi ancora la Puglia di Torrevento e del suo interessantissimo Nero di Troia Riserva “Ottagono” 2014. Ovviamente non poteva mancare il Nero d’Avola. Ed ecco allora il “Sàgana Tenuta San Giacomo 2014” di Cusumano, un’ottima espressione di questo nobile autoctono. Passiamo poi al Montevetrano 2014, vino che prende il nome dall’omonimo castello vicino al quale sono ubicati i vigneti, ma che in realtà ha ben poco di autoctono (appena un 10% di aglianico immerso in un blend di cabernet sauvignon e merlot).

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Eppure questo nome (che è anche il nome dell’azienda produttrice) ha saputo davvero divenire un qualcosa a sé, un vero mito dell’enologia da provare almeno una volta. E parlando di miti non poteva certo mancare il grandissimo “Es” di Gianfranco Fino che, anche nell’annata 2015 si riconferma al top dei vini rossi italiani. La lunga ed entusiasmante cavalcata sensoriale si chiude con il “Rosso del Conte 2012” di Tasca d’Almerita. Un vino che però non è riuscito ad esaltarci. Per carità, un prodotto davvero niente male, ma forse penalizzato dall’essere arrivato solo alla fine dei numerosi assaggi del percorso. Ed è per questo che abbiamo lasciato la nostra postazione ripromettendoci di tornare ad assaporarlo il prima possibile. Il Padiglione del Lazio Un breve cenno al nostro amato Lazio vinicolo era dovuto, anche se forse questa è l’unica nota dolente di questo nostro cinquantinesimo Vinitaly. Anche stavolta il Padiglione del Lazio si è mostrato al di sotto delle reali potenzialità di questo territorio. Chiariamo subito però, che il disappunto non è rivolto alle 65 aziende presenti che, in realtà, meritano un plauso per essere state ancora una volta ambasciatrici di una terra piena di storia e antichissimi sapori. Ci riferiamo, invece, agli eterni assenti, che anche questa volta hanno deciso di lasciare in cantina le proprie bottiglie. Checché se ne dica, Vinitaly resta sempre la più grande e importante fiera del vino italiano, un appuntamento imprescindibile in cui presenziare dovrebbe rimanere comunque una priorità per qualsiasi regione che voglia promuovere sé stessa, il proprio territorio e le proprie eccellenze. Fortunatamente, ci sono ancora tantissime aziende che credono jjjjjjjjj 18

nella qualità del Lazio e sono sempre presenti in fiera a testimoniarlo con orgoglio: parliamo di cantine come

Pileum, Villa Gianna, Casale del Giglio, Marco Carpineti e Donato Giangirolami,

tanto per citarne alcune che non mancano mai all’appuntamento di Verona. Da segnalare anche quelle iniziative concrete e lodevoli che abbiamo visto andare nella medesima direzione. Ci riferiamo ad esempio alla bella presentazione della neonata “Indicazione Geografica della Rattafia Ciociara”: Marco Sarandrea, illustre erborista, nonché Presidente dell’omonima Associazione di cui fanno parte i Principali Produttori ciociari di Rattafia, durante la seconda giornata della fiera ha avuto infatti l’onore e l’onere di illustrare i dettagli della I.G., che d’ora in poi tutelerà origine, produzione e qualità della “Rattafia Ciociara”. Per chi ancora non lo conoscesse parliamo di quell’ottimo liquore tradizionale che si ottiene dall'infusione idroalcolica di visciole o amarene e vino rosso (Cesanese del Piglio DOCG o Atina DOC Cabernet), aromatizzato con spezie come cannella, vaniglia, chiodi di garofano e mandorla amara.

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Il Verdicchio di Socci Non può dirsi una vera e propria scoperta quella avvenuta allo stand C6 del Padiglione 7, perché la cantina di Umberto Socci è ormai già da alcuni anni una delle più affermate realtà del Verdicchio dei Castelli di Jesi. Questa azienda è infatti specializzata in prodotti ottenuti esclusivamente dalla vinificazione di questo autoctono marchigiano in purezza: tre sono infatti le etichette in versione ferma, il “Marika”, il “Martina” e il “Deserto”, ai quali recentemente si sono aggiunte anche le elegantissime bollicine del metodo classico ”Ousia”, intrigante dosaggio zero millesimato con alle spalle 30 mesi trascorsi sui lieviti. Ed è proprio la bella Marika, figlia di Umberto, a proporci di assaggiare questa loro nuova “chicca” enologica. Un invito a nozze che noi, grandi amanti del spumanti metodo classico da autoctoni italiani, ovviamente non ci facciamo ripetere due volte. Parliamo di una piccolissima produzione, appena 600 preziose bottiglie, che però lasciano facilmente intuire la propensione di questo vitigno ad essere spumantizzato. E se a distanza di due mesi siamo ancora qui a scriverne potete capire che l’impatto gusto-olfattivo è stato di quelli che non si dimenticano.

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L’area FIVI Anche quest’anno abbiamo visto la curiosità e lo stupore negl’occhi di tantissimi visitatori del Vinitaly nel ritrovarsi di fronte all’area collettiva dedicata alla FIVI nel Padiglione 8. In effetti, in mezzo a tanti stand faraonici e supertecnologici, fa sempre un certo effetto trovarsi l’austero allestimento voluto dalla Federazione Italiana dei Vignaioli Indipendenti. Stile minimal, spazi identici per tutti gli Espositori, banchi d’assaggio realizzati con i pallet e postazioni sorteggiate a caso. Niente fronzoli. Nessun allestimento particolare

oltre a quello in dotazione. Al massimo era possibile trovare appeso il disegno di qualche bambino per la sua mamma-produttrice. Ma del resto è proprio questo lo scopo della grande famiglia FIVI, ovvero quello di dare stesso spazio e medesima visibilità a tutti gli associati, in un’ottica di equità in cui è l’unione che fa la forza. E in effetti ormai la FIVI occupa al Vinitaly un’area davvero molto grande, con ben 115 espositori. L’unico aiuto per orientarsi, viene dagli ampi tabelloni con i nomi delle aziende aderenti elencate rigorosamente in ordine alfabetico. In tutto questo ti accorgi che vagare nel “caos ordinato” dell’area FIVI è qualcosa di veramente intrigante, perché poi, passando da uno stand all’altro, finisci per fare delle scoperte davvero interessanti quando meno te lo aspetti. Ma in pieno stile FIVI, non vi faremo nessun nome in particolare. 19


Il Vininternational: la vera scoperta Confessiamo che da quando nel 2014 è stato inserito nel Vinitaly questa intrigante area espositiva non eravamo mai riusciti a farvi neppure una breve scappata. Persi nell’immensità di Padiglioni infiniti, come quello del Piemonte o della Toscana, spesso ci capitava di “sforare” clamorosamente con i tempi previsti dalla nostra “scaletta” e così, puntualmente, finivamo per mancare questa tappa. Ecco perché quest’anno siamo rimasti tanto favorevolmente colpiti quando, al quarto ed ultimo giorno della fiera, abbiamo finalmente varcato la soglia della tensostruttura che ospitava il Vininternational, un ampio spazio che riunisce tantissimi espositori esteri con ben 17 nazioni rappresentate in un’unica realtà davvero interessante.

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E’ proprio qui, infatti, che dei fanatici “supporters” del vino made in Italy come noi possono fare le scoperte più scioccanti. Ovviamente questo salone ospita anche spazi per incontri “BtoB” e un’area tasting per degustazioni riservate ai buyers, ma per il resto è possibile usufruire di tantissimi stand con assaggi liberi. Di fatto un’occasione unica, almeno in Italia, per poter allargare (e di parecchio) i propri orizzonti enoici, attingendo in un sol colpo del meglio della produzione mondiale, con vini di Kosovo, Polonia, Francia,

Georgia, Sud Africa, Stati Uniti, Russia, Spagna, Giappone, Croazia, Ungheria, Australia, Portogallo, Azerbaijan, Argentina, Mosella e Uruguay. Un evento

davvero imperdibile che, senza dubbio, nel cinquantaduesimo Vinitaly, sarà in cima alla lista dei nostri appuntamenti.

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La Sardegna di Carpante Uno degli ultimi stand visitati è stato quello dell’Azienda Agricola Carpante. Erano circa le ore 16:30 di mercoledì 12 Aprile, ultimo giorno della fiera, ma non potevamo non passare al banco d’assaggio di Antonietta e Damiano al Padiglione 8. Quando arriviamo lo stand è ormai in fase di disarmo, cosa che ci fa pensare di essere forse arrivati troppo tardi. In realtà ci spiegano, sono loro a dover andare via prima del tempo, perché a Genova c’è un traghetto per Olbia che li aspetta in serata. Ciò nonostante, sono proprio loro ad insistere affinché restassimo a degustare qualcosa. Ringraziamo e accettiamo molto volentieri un calice del loro “Longhera”, un Vermentino di Sardegna in purezza. Nonostante i numerosi vini già provati nelle ore precedenti l’impatto in bocca è veramente notevole, con una sapidità e una freschezza che solo i vini isolani sanno regalare. I nostri commenti entusiastici illuminano improvvisamente i loro volti. Così, non curanti del ritardo che avrebbero potuto accumulare cominciano a tirar fuori di nuovo tutte le bottiglie ormai impacchettate e pronte per essere portate via. Passiamo quindi ai rossi, con il “Disizu”, il “Lizzos” e il “Cagnulari” (tre IGT Isola dei Nuraghi) e, a seguire, un fantastico 22

Cannonau di Sardegna D.O.C. In pratica finiscono per farci degustare l’intera gamma e, non paghi, insistono per lasciarci anche 2 bottiglie del loro vino migliore: è il “Carpante Rosso”, da uve di vigneti di oltre 30 anni (Cagnulari al 90%, con un 10% di Bovale e Pascale) coltivati ad alberello nelle colline di Usini con le migliori esposizioni. Ed è così che, tra un sorso e l’altro, tocca a noi ricordargli il loro appuntamento al molo e convincerli che ormai è tempo di andare via. Questa, per chi non la conoscesse, si chiama ospitalità sarda. ■ 19


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A Doganella di Ninfa (LT) nel mondo “bio” di Donato Giangirolami

giangirolami di Federico Dini

rendi un accogliente casale dal color rosa vivo circondato da una natura rigogliosa in una soleggiata mattinata primaverile… A questo unisci la riposante ombra degli ulivi, gli intensi profumi del mandarino, il fresco della brezza marina e i sorrisi di Laura e Federica che ti fanno sentire a casa tua… pensi così di aver già raggiunto la pace dei sensi ma poi ti accorgi che tra le mani hai anche un profumatissimo nettare dorato che prima ti illumina il calice e poi ti riempie il palato di freschezza e sapidità. Solo allora realizzi di esser piombato in un piccolo angolo di paradiso. 24

Questo potrebbe essere l’abstract della nostra visita all’azienda agricola di Donato Giangirolami, capitata in un caldo sabato mattina di fine marzo nel quale abbiamo finito inesorabilmente per perderci, senza opporre resistenza, nella naturale bellezza di questa “oasi biologica” nel cuore della verdissima Pianura Pontina. A onor del vero dobbiamo ammettere che conoscevamo i protagonisti e i prodotti di questa bella realtà a conduzione familiare già ormai da diversi anni, ma, colposamente, non avevamo mai colto l’occasione di poggiare i piedi sui loro 38 ettari di vigneto sparsi tra le Doc di Aprilia, di Cori e dei


Castelli Romani. E così, anche se la cantina, vero centro produttivo di questa azienda, è ospitata nella cosiddetta “Casa Rossa” di Borgo Montello, decidiamo di recarci a Doganella di Ninfa presso il più bucolico contesto della “Casa Rosa”, il secondo dei due corpi principali che insieme costituiscono il complesso aziendale. Questo piccolo casale è una graziosa e rilassante dimora di campagna immersa nella natura, che recentemente ha beneficiato di una attenta ristrutturazione degli ampi spazi interni ed esterni, al fine di poter ospitare clienti ed enoturisti nel modo più accogliente possibile. Ci troviamo ai piedi delle propaggini meridionali dei Monti Lepini nelle assolate campagne di Cisterna di Latina, ad appena 4 Km in linea d’aria dall’incontaminato parco wwf dei Giardini

dei Giadini di Ninfa. Molto dell’integrità di quel meraviglioso monumento naturalistico è possibile avvertirlo anche qui, sul questo piccolo colle che ospita la struttura e che permette di godere di scorci meravigliosi sui terreni vitati circostanti e sugli aspri e incolti rilievi calcarei sullo sfondo. Al nostro arrivo ad accoglierci c’è proprio Donato Giangirolami, con al seguito Lana, la sua bianchissima maremmana che scalpita per darci il benvenuto. Donato, viticoltore abruzzese importato nell’Agro Pontino nel dopoguerra, è una persona dal carattere tranquillo ed apparentemente schivo, ma umile e gentile con tutti. Poco più tardi ci raggiungono anche le sue gio-

A Doganella di Ninfa l’azienda Giangirolami coltiva Malvasia Puntinata, Grechetto, Sauvignon, Viognier, Chardonnay, Montepulciano e il pregiato autoctono Nero Buono di Cori.

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Il “Propizio” è l’ottimo grechetto in purezza ottenuto per criomacerazione e pressatura sottovuoto, che regala intense note di frutta esotica e una spiccata freschezza e sapidità.

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vani figlie Laura e Federica, i volti freschi e puliti della nuova generazione che a breve comincerà ad occuparsi in toto della gestione dell’azienda di famiglia. La loro è un’accoglienza quasi familiare, fatta di sorrisi e di tante attenzioni. E sono proprio loro ad accompagnarci all’interno della “Casa Rosa” per farci visitare le eleganti sale da degustazione, arredate con gusto e curate in ogni dettaglio. Da qui in poi, è compito di Donato raccontarci la storia e filosofia di lavoro alla base della nascita e dello sviluppo della sua azienda, sin da quando suo padre, all’inizio degli anni ’50, si trasferì dall’Abruzzo in queste terre desiderose di mani forti e volenterose che se ne occupassero con amore e rispetto. Decenni di sacrificio e dedizione al lavoro, ed ecco che oggi ci troviamo circondati quasi a perdita d’occhio da vigneti e frutteti (prevalentemente kiwi) entrambi condotti in bioagricoltura, ormai già da tantissimi anni. Qui infatti la conversione al biologico non è stata dettata dalle mode o dalle recenti tendenze del del mercato

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mercato, perché Donato Giangirolami è stato uno dei primissimi in Italia ad investire seriamente in questo tipo di agricoltura. E questo unicamente perché convinto fautore e sostenitore del mangiare sano e del bere di qualità, nel rispetto soprattutto del suo consumatore, sia questo un familiare stretto così come un perfetto sconosciuto. Quella sua pioneristica ed altruistica scelta di liberarsi in un sol colpo di fertilizzanti, fitofarmaci, diserbanti e di qualsiasi altro prodotto chimico di sintesi, ha segnato, se vogliamo, una vera svolta per un intero territorio. Un cambiamento così netto da trainare in seguito tanti altri Produttori della zona (e non solo) verso un lavoro di salvaguardia del contesto territoriale che sia funzionale alla genuinità del prodotto finale. La certificazione “bio” arriverà già nel 1993, a cui seguirà anche quella per la produzione di vino biologico (sulla base del più recente regolamento N° 203 del 2012). Ma al di là di certificazioni ed etichette varie, basta semplicemente guardarsi

Durante la mattinata erano presenti anche le “vinocamere” di SkyWine Reportage, video-viaggio nella viticoltura della provincia di Latina. Un progetto nel quale sono gli stessi Produttori a presentare la propria azienda parlando in prima persona, senza copioni e canovacci di sorta. Noi abbiamo assistito alle riprese dalle retrovie, ascoltando l’appassionato racconto di Donato, Laura e Federica con curiosità e ammirazione. Il clip dedicato all’azienda Giangirolami, così come l’intera serie di filmati dedicati ai Produttori dell’Agro Pontino, è visibile sul canale youtube “SkyWine”. Nella foto: Donato Giangirolami durante le riprese. 28

intorno per avvertire il profondo rispetto di quest’azienda verso quello stesso ambiente che, in qualche modo, l’ha ospitata. Qui ogni singola sfaccettatura rispecchia concretamente dei ferrei dettami di salvaguardia dell’ambiente, senza compromessi. Norme alle quali ovviamente non possono fare eccezione i vini. Ecco perché in questo caso andare a dilungarsi nelle solite lunghe e stucchevoli descrizioni tecniche dei vari prodotti risulterebbe del tutto superfluo oltre che banale. E’ sufficiente dire che i vini di questa azienda sono davvero tutti ottimi, oltre che sani, anche se non possiamo nascondere la nostra personale predilezione per la profumatissima gamma di bianchi a base di malvasia puntinata, con il fresco “Cardito” e l’intenso passito “Aprìcor” su tutti, autentica espressione di un territorio e di una lavorazione ancora genuina. ■

Altre info al sito: www.donatogiangirolami.it


LA GAMMA DEI VINI:

scena divisa tra vitigni autoctoni e grandi internazionali Al momento sono 7 i vini che compongono l’interessante gamma di prodotti aziendali, tutti certificati biologici 100%: essi sono il frutto dei 38 ettari di vigneti divisi tra l’area della Doc dei Castelli Romani e la zona della Doc di Cori, con sistema di allevamento a spalliera, potatura tipo Guyot e densità di impianto di circa 4000 piante/ha. Tre i bianchi, ottenuti vinificando in purezza la malvasia puntinata per il Cardito e il grechetto per il Propizio o assemblando tre internazionali, viogner, sauvignon e chardonnay, per il Regius. Altrettanti sono i rossi, con syrah in purezza per il Prodigo, cabernet e petit verdot in parti uguali nel Peschio e infine l’ottimo blend di cabernet sauvignon, petit verdot, syrah e merlot del Pancarpo. E poi ancora una malvasia puntinata, ma ottenuta da appassimento sulla pianta, per l’Aprìcor, che chiude piacevolmente la gamma. Tuttavia, oltre ai vitigni succitati l’azienda possiede anche piccoli appezzamenti di Falanghina, Moscato di Terracina e Nero Buono, il pregiato autoctono a bacca scura caratteristico della zona di Cori (LT).

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Sui Castelli Romani, nell’area di produzione di un vino antichissimo che tenta di imboccare finalmente la svolta definitiva verso la qualità.

Frascati,

vini in cerca d’Autore... di Andrea Vellone

iamo stati in un posto in cui il vino è lì da qualche migliaio di anni. Secondo la leggenda fù il dio Saturno a piantare i primi vigneti sul monte Tuscolo, un antico vulcano alle porte dell’antica Roma. Ma nel 200 a.c., nella prima repubblica, la produzione non bastava già più ad alimentare il mercato del vino della “Caput Mundi” e fu così che vennero importati nuovi vigneti da tutto il mondo allora conosciuto. Uno sviluppo produttivo talmente rapido che addirittura costrinse l’Imperatore Domiziano nell’81 a.c. ad interrompere l’impianto di altre vigne, per il timore che non rimanesse abbastanza terra per seminare il grano. 30

E’ così che storicamente, tra alti e bassi, nelle terre intorno a Frascati si è sempre fatto il vino. E’ curioso, ad esempio, che due delle opere d’arte più belle e famose al mondo, siano state realizzate attraverso le imposte sul consumo del vino promulgate dall’amministrazione pontificia: Fontana di Trevi e Piazza Navona, infatti, nascono proprio così. Tornando ad oggi, altro fatto del tutto singolare è che la Doc e Docg di Frascati sono le uniche denominazioni che insistono sul territorio di una capitale europea. Infatti la Denominazione d’origine si sviluppa sui comuni di Frascati, Grottaferrata, Monteporzio Catone, Monte Compatri e parte, appunto, del Comune di Roma.


fascinazione alcuna. Eppure la DOC Questo è un territorio vocatissimo, Frascati è stata tra le prime quattro grazie a una fertile base di terreni vulistituite in Italia nel ‘66, con la nascita canici, alla quale si unisce la presenza del consorzio originario che risale addei due laghi di Albano e Nemi e del vidirittura al ’49. La DOCG Frascati Supecino Mar Tirreno a mitigare il clima. riore è invece solo del 2011, anche se è E se a tutto questo aggiungiamo milpur sempre stata la prima denominalenni di esperienza nella coltura della zione d’origine controllata e garantita vite e nella vinificazione, i risultati non di un vino bianco laziale. potrebbero che essere eccezionali. OlLe cause di questa contrastata realtà tretutto, a pochi km da qui, c’è la più odierna sono probabilmente moltepligrande città italiana, tra l’altro attratci: il grande successo degli anni ‘60 e tiva di milioni di turisti da tutto il monla vicinanza con il grande bacino di Rodo ogni anno: se vogliamo solo per ma, ha portato i produttori a sfornare questi motivi qui dovrebbero nascere i milioni e milioni di bottiglie all’anno in vini più “ricchi” d’Italia. un territorio, peraltro, non vastissimo. Eppure qualcosa non sembra funzioLa produzione si è quindi concentrata nare al meglio. La reputazione dei vini soprattutto sulla quantità e sono nate Frascati non è certo ai massimi livelli aziende immense che acquistavaed è anche molto difficile trovarne no generosamente le uve da nelle carte dei ristoranti, anvignaioli che, a loro volta, che della stessa Capitale. non si preoccupavano Viene spesso definito più di tanto della boncome un vino rozzo e tà del prodotto. Permonocorde e, nonoché tanto il Frascati stante l’illustre stosi vendeva ovunque ria e la bellezza del i bacini idrici di chiara origine vulcanica e comunque. Preso territorio da cui prodi Albano e di Nemi (nella foto), non sono soltanto la più grande risorsa idrica e da una tale velocità viene, non ingenera turistica del territorio dei Castelli Romani, stante la

I laghi:

ma rappresentano anche un elemento fondamentale per la formazione di condizioni microclimatiche ideali per la coltivazione della vite.

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di crescita, il tessuto produttivo non deve essersi accorto dei radicali cambiamenti che stavano avvenendo nel mercato del vino italiano sul finire degli anni ’80: il consumatore moderno ha iniziato velocemente a preferire la qualità alla quantità, un processo inesorabile che ha iniziato a far frenare il consumo totale con ribassi percentuali anche due cifre. E fermare l’inerzia di una macchinone così grande in piena corsa e poi ripartire da capo non è certo cosa facile e immediata. Eppure una luce si comincia a vedere. A inizio Maggio siamo stati a Nemi, un incantevole paesino sulle sponde di un piccolo lago di origine vulcanica dalla profonda bellezza, famoso per la coltivazione delle fragole che qui hanno un profumo ed un sapore davvero intenso. E durante la manifestazione Borgo di Vino abbiamo potuto assaggiare diversi vini di aziende del Frascati: non sono state poche le piacevoli scoperte e anche in ciò che oggettivamente non era eccezionale abbiamo comunque potuto avvertire notevoli potenzialità ancora non espresse in pieno. Abbiamo pertanto deciso di approfondire il discorso e così abbiamo fissato un appuntamento Paolo Stramacci, neo Presidente del Consorzio di Tutela della Denominazione Vini Frascati. Paolo è un ingegnere settantenne, cordiale e pragmatico che non si nasconde dietro un dito. Subito ci trasmette il suo entusiasmo mentre ci racconta il gran lavoro fatto nel suo primo anno alla guida del Consorzio. Pacatamente ci snocciola la lista degli eventi che sono stati realizzati per i 50 anni della Doc; ci parla della sua collaborazione con Rossana Ferraro, giornalista di settore tra le più quotate e addetta alla comunicazione del Consorzio; ci spiega il restyling del marchio e la messa on line di un nuovo 32

sito web istituzionale, un sito moderno, completo e aggiornato. Tutto il suo lavoro è incentrato, da un lato, sul far conoscere, anzi, riconoscere (nel senso di conoscere di nuovo) i rinnovati vini Frascati e, dall’altro, sul portare avanti la battaglia culturale per la ricerca della qualità, con alcune le proposte di modifiche nel disciplinare per un ulteriore di abbassamento delle rese. Dopo una lunga chiacchierata ci accomodiamo in sala degustazione dove, alla cieca, ci vengono sottoposti 7 vini “Frascati DOC”, 14 “Frascati Superiore DOCG”, 2 “Frascati Superiore Riserva DOCG” e infine, vera “chicca”, anche 3 ben “Cannellino di Frascati DOCG”. Dobbiamo dire che assaggiando i vini tutti insieme l’impronta di un territorio si vede e si sente. Il disciplinare del Frascati parla di un 70% di uve Malvasia Puntinata oppure Malvasia di Candia detta anche Rossa, entrambi vitigni laziali, con in aggiunta un 30% di Trebbiano, Bombino, Bellone o altri vitigni, come ad esempio il Greco. Tutti i vini risultano estremamente freschi, sapidi e minerali, e lasciano sempre un leggero gusto di mandorle amare. Sono vini non particolarmente complessi, ma assolutamente gradevoli. Il problema è che durante una degustazione del genere si finisce come sulle montagne russe: si passa velocemente da picchi elevati, laddove le caratteristiche proprie del vino sono esaltate, a bassi repentini in quei vini che, pur lasciando trasparire le medesime potenzialità, risultano un pochino attenuati. L’immagine che ne è venuta fuori ricorda quella del dramma di Pirandello dei “sei personaggi in cerca d’autore”. I Produttori del vino Frascati hanno la storia, ma devono poterla vivere a fondo per rappresentarla a pieno. 31


In realtà c’è tutto, ma manca la tensione più pura della rappresentazione, la passione e l’orgoglio. Allo stesso modo i vini del Frascati sono vini in cerca d’autore, come se i personaggi, in questo caso rappresentati dai Produttori (ma solo alcuni per fortuna) non avessero ancora ben compreso la forza della storia che hanno dietro, la generosità della terra in cui le proprie vigne affondano le radici e le potenzialità che ancora non hanno completamente espresso. Fortunatamente, alcuni Produttori, in effetti, stanno provando ad essere gli Autori di questa rinascita, andando alla radice del loro vino. Si cominciano infatti a notare alcune raffinatezze nello stile produttivo, finalizzate ad esaltarne le caratteristiche proprie di freschezza; alcuni vini variano anche su note più complesse, che sfumano verso la mandorla e poi lasciano esprimere l’intrinseca mineralità di questo vitigno. Anche nel Cannellino ci sono delle evidenti differenziazioni. Parliamo di un vino ottenuto dalle stesse uve del DOC e DOCG ma vendemmiato tardivamente e, in alcuni casi, parzialmente appassito dopo la raccolta. Tra i tre Cannellino assaggiati abbiamo notato varie sfumature, sia di colore che di odori e sapori, a seconda delle intensità di dolcezza e amabilità. Berli in sequenza è un piccolo viaggio nell’esaltazione del carattere dei vini Frascati. Tutto questo dimostra che c’è una costante ricerca in atto che porta il cccc 33

livello globale a crescere di anno in anno e crediamo che molto presto la gran parte della produzione sarà all’altezza delle aspettative e delle potenzialità del territorio. Noi abbiamo apprezzato in particolare tre aziende e, non a caso, sono quelle che per prime si sono indirizzate verso la strada della estrema qualità, sia per le tecniche di cura della vigna, che per la passione profusa in cantina. La prima che vogliamo segnalarvi è Casale Valle Chiesa. Abbiamo conosciuto i Gasperini, padre e figlio, circa un paio d’anni or sono. Già all’epoca avevano avviato una piccola rivoluzione in azienda, lavorando ad uve di qualità, abbassando le rese e avvalendosi di bravi professionisti. Assaggiammo i loro vini, ancora avvolti dalle vecchie etichette tutte diverse una dall’altra. Ci raccontarono di una famiglia che incarnava il vino Frascati da generazioni, ma che voleva reinterpretare la rinascita dei vini della loro terra. Da allora li abbiamo visti partecipare, pieni di entusiasmo, a moltissimi eventi enogastronomici: primo segno di un vero cambiamento, perché se un vino è buono non si ha paura di farlo assaggiare. Ed ecco che anche in quest’ultima occasione ci siamo ritrovati a degustare dei vini ancor più buoni (e dalla cascata di premi che hanno ricevuto ultimamente è evidente che non ce ne siamo accorti soltanto noi). In particolare ci ha colpito l’Heredio, la loro interpretazione del Frascati Superiore, un bianco fresco ma complesso, sfumato e di grande ffff 31


Eremo Tuscolano

è l’ottimo Frascati Superiore DOCG dell’omonima azienda vinicola romana, che si è dedicata in toto alla produzione di quest’unica etichetta: Un vino dal colore giallo Paglierino, limpido, fresco e armonioso, con uno stile estremamente personale...

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eleganza. Anche nelle etichette. Una linea dal design fascinoso e di forte rottura. Perché il cambiamento si noti anche prima di aprire la bottiglia. Un’altra grande interpretazione del Frascati Superiore DOGC viene da Eremo Tuscolano, che produce un'unica etichetta da vigneti ubicati nei pressi di un vecchio monastero nella parte più suggestiva del monte Tuscolano. Questo è un vino fortemente voluto da Mario Masini, nipote di Pietro Campilli, il ministro della Repubblica che volle la nascita della Doc Frascati nel 1966. Mario Masini, anch’egli deputato, si è battuto per l’ottenimento della DOCG e insieme ad Eremo Tuscolano ha profuso tutte le sue energie per realizzare il vino simbolo di questa denominazione, concentrandosi unicamente su di esso e producendone poche bottiglie, ma con risultati eccezionali. Una bella storia di passione che porta ad un ottimo prodotto ed è la prova provata che in quelle zone si può fare uno dei migliori vini d’Italia. Infine, dobbiamo fare i complimenti a Villa Simone di Monte Porzio Catone per il suo ottimo Cannellino di Frascati Doc 2009, vendemmia tardiva, vino ottenuto da uve grechetto e Malvasia (appena 1 Kg per pianta) pressate intere e fermentate in barrique. Seguono almeno 18 mesi di affinamento in legno e 6 in acciaio. Serve poi ancora un ulteriore semestre di riposo in bottiglia in grotta scavate nel tufo. Un nettare limpido e prezioso come l’oro che sfoggia nel nostro bicchiere, che ci inebria di profumi di miele, frutta gialla matura e frutta secca; in bocca evidenzia un dolce molto gradevole, elegante e mai stucchevole. Un prodotto davvero interessante che, senza togliere nulla agli altri, al momento ci sembra essere la migliore espressione dell’enologia romana: non a caso, all’ultimo Vinitaly, l’annata 2014 (con la fascetta della DOCG al collo) ha ottenuto le 5 stelle con il punteggio di 90/100. ■ Per saperne di più: www.consorziofrascati.it

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Il Metodo Classico secondo

di Costantino D’Aulisio Garigliota Docente della Scuola Europea Sommelier www.enovagando.it

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essuno avrebbe mai potuto immaginare che in una terra conosciuta per le straordinarie declinazioni di Sangiovese, popolare a livello mondiale per i rossi titanici e dove si vinifica passito a mai finire, lo spumante sarebbe riuscito a conquistare un’apprezzabile numero di consumatori. È infatti risaputo che la Toscana non vanti un’antica tradizione spumantistica e che solo il disciplinare di qualche denominazione ne consenta la produzione facendo ricorso, ai consueti vitigni internazionali.


Soprattutto nell’altra Toscana è dato riscontrare apprezzabili esempi di vinificazione in versione spumante utilizzando una base prevalente di Trebbiano unitamente a Chardonnay. Pensiamo alla Maremma Toscana, alla Valdarno di Sopra e all’Elba bianco, giusto per citarne qualcuna. A ciò dobbiamo aggiungere che, nel corso degli anni, molte aziende vinicole si sono cimentate in inediti esperimenti spumantistici, soprattutto con metodo classico, ed hanno saputo fare così bene, talvolta, da far distogliere lo sguardo degli esperti dalla produzione istituzionale in Franciacorta e di altre regioni del nord d’Italia. A questo proposito un ruolo determinante nell’evoluzione spumantistica in Toscana, non può che essere attribuito a Riccardo Baracchi.

Bottiglie di Trebbiano e di Sangiovese rosè sulle pupitre della cantina in attesa del classico rituale del “remuage” manuale

Il territorio prima dell’uomo: ci troviamo a Cortona, antica terra etrusca dove si produce vino da tempi immemorabili. Piccolo centro rurale nel versante orientale del Canale Maestro di Chiana, vasto territorio dove, oltre all’onnipresente Chianti, troviamo denominazioni a base di Sangiovese e Trebbiano toscano e di altri piccoli autoctoni caduti nell’oblio e poi riscoperti nel tempo. In questo principale centro culturale e turistico della Val di Chiana sono ubicati i vigneti Baracchi. Non conoscevo Riccardo, lo incontro per la prima volta e sono subito colpito dalla sua simpatia, dalla sua voglia di coinvolgerti in ciò che fa, di attirarti nel suo mondo. Il coraggio delle sue scelte mi ha fatto riflettere su come, nella vita, occorra determinazione ed anche un pizzico di folle intuito in determinate occasioni. Riccardo è un uomo con l’agricoltura nel sangue, figlio di un professore di agraria che sin da bambino ha visto fare il vino a casa. Ma l’agricoltura, in casa Baracchi ha significato viti, assieme a barbabietola, tabacco e girasoli; “Ho guidato il trattore

da piccolo e guido il trattore ancora oggi...” ci svela orgoglioso. Poi la gran-

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grande svolta del 1989 verso la ristorazione, quando successivamente al matrimonio con la chef stellata Silvia Regi, Riccardo decide di trasformare l’antica villa seicentesca della nonna, nella residenza di charme “Il Falconiere”. In proposito ci spiega: “la ristora-

zione mi ha fatto capire il vero senso della qualità del vino. Se ti proponi di fare una cucina di qualità, infatti, non puoi continuare a servire il vino in caraffa”. Da tale intuizione, che ha se-

gnato le sorti di molti ristoratori italiani degli ultimi anni, è scaturito il primo contatto con Stefano Chioccioli, ancora oggi enologo aziendale, compagno ideale per iniziare a compiere i primi passi verso una vitivinicoltura di eccellenza. E la partenza è avvenuta, proprio a piccoli passi, con solo un ettaro di vigneto! “La prima vigna è stata quella che mi ha cambiato la vita” afferma Riccardo, “perché con essa che è iniziato a

cambiare il modo di concepire la densità di impianto, la distanza tra le viti, ho cambiato addirittura il trattore!”

La fiducia in un’idea innovativa e la perseveranza nel progetto, hanno poi fatto tutto il resto ed oggi, a distanza di 20 anni, l’azienda vanta 32 ettari di vigneto

di proprietà. I primi vini prodotti nella piccola vigna furono, inizialmente, quelli più presenti nel territorio, quali il Syrah, il Cabernet, il Merlot ed evidentemente, il Sangiovese. Quest’ultimo, tuttavia, giungeva a completa maturazione alla prima decade di settembre, laddove tutte le aziende toscane vendemmiavano ad ottobre. E cosa avrebbe mai potuto produrre Riccardo con un vino dal colore elegante ed una spiccata acidità che lo faceva apparire come fratello italiano del pinot nero? Era solo il germe della grande illuminazione che spinse Riccardo a pensare che se dal pinot nero poteva derivare un grande spumante, il tentativo poteva esser fatto anche con il suo sangiovese. Fu così che nel 2006 fu battezzata la prima annata di bollicine Baracchi metodo classico. Un’innovazione assoluta questa, se solo pensiamo che agli inizi del ventunesimo secolo, in Toscana a nessuno sarebbe mai venuto in mente di applicare le tecniche di spumantizzazione francese per un vino fermo a base di sangiovese. Ma dopo 11 anni da allora, Baracchi può essere considerato, a giusta ragione, uno di quei produttori lungi-

Alcuni campioni utilizzati per monitorare la fermentazione di Trebbiano e Sangiovese attraverso i manometri installati sul collo delle “sciampagnotte”.

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miranti che hanno contributo a tracciare la strada per la spumantizzazione degli autoctoni in tutta Italia cambiando, di fatto, un tassello nella storia del vino. Oggi, invero, in ciascuna regione Italiana, è possibile destinare almeno due vitigni autoctoni alla versione spumante, producendo bollicine metodo classico e, rispetto allo champagne, riuscire a conferire al prodotto finale, tutte le proprietà esclusive ed inedite del vitigno nato e coltivato in quello specifico territorio. Grandi vini dunque, non solo per il lavoro svolto in cantina secondo la ricetta francese, ma anche perché derivanti da grandi vitigni. Quanto alle tecniche di produzione, Riccardo spiega che i primi tentativi di spumantizzare gli autoctoni toscani, implicarono l’uso di diversi liqueur d’expedition a scopo sperimentale, prendendo ad esempio il lavoro che veniva fatto in Franciacorta. Tuttavia, per quanto riguarda la vinificazione del sangiovese in versione spumante, da un lato non esisteva alcun precedente a cui far riferimento per prevedere quale sarebbe stata l’evoluzione di questo vino, dall’altro, la base di vino fermo su cui avviare la seconda fermentazione, possedeva sensazionali caratteri organolettici che non sarebbe stato necessario arricchire ulteriormente. Fu così che si pensò di produrlo pas dosè, in totale assenza di liqueur, proprio allo scopo di esaltare nel tempo il floreale ed il fruttato tipico del Sangiovese. Oggi Riccardo produce 20 mila bottiglie all’anno, per la metà spumante da trebbiano e metà rosato da sangiovese, sotto il segno del Falco, immagine che effigia il brand aziendale, a simboleggiare la passione ed il coraggio profuso nell’impegno di ogni giorno che è già riuscito a conquistare, nel corso degli ultimi anni, autorevoli riconoscimenti enologici. ■

RICCARDO BARACCHI nella sua splendida “champagneria” presso il relais “Il Falconiere“ a Cortona (AR).

INFO E CONTATTI:

www.baracchiwinery.com

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Tasting notes

BRUT TREBBIANO 2014:

Spumante metodo classico da trebbiano in purezza, millesimato. Sboccatura effettuata in azienda. Giallo paglierino perfettamente brillante. Perlage persistente a grana media. Anche in questo 2014 l’impatto dei lieviti al naso è potente e piccante e sembra quasi anticipare la sua inusitata acidità. Alla beva delicati aromi di frutta bianca con qualche nota agrumata di fondo, pompelmo e cedro. Il sorso è sostenuto da una possente spalla acida.

BRUT TREBBIANO 2011:

Spumante metodo classico da trebbiano in purezza, prodotto in circa diecimila bottiglie l’anno. Prima fermentazione sulle bucce e successivamente presa di spuma con remuage manuale. Questo spumante non riceve affinamento sur lies per un solo anno, come da disciplinare, ma addirittura vi è rimasto per ben 6 anni senza sboccatura. Giallo paglierino leggermente velato. Grande persistenza di perlage a grana finissima. Al naso un potente impatto dei lieviti, crosta di pane, note casearie e sul fondo frutta gialla in confettura, albicocche, miele. Alla beva una inaspettata freschezza. Il fruttato diventa più delicato e meno vibrante rispetto al naso. Finale sapido.

BRUT SANGIOVESE Rosé 2014

Rosa delicato con sfumature buccia di cipolla, limpido. Perlage delicato e persistente. Una concentrazione odorosa di lieviti, tanto persistenti da coprire il frutto. Tuttavia, alla beva fragoline e mirtilli ritornano protagonisti e prolungano nel tempo i loro aromi. Il corpo è pieno ed appagante, fresco, leggermente sapido, lungo.

BRUT SANGIOVESE Rosé 2011

Rosato di sangiovese in versione spumante metodo classico. Selezionato tra i 50 Great Sparkling Wines 2016, è stato ritenuto uno dei 50 spumanti più buoni al mondo, secondo la rivista Wine Pleasures che gli ha attribuito ben 94 punti. È uno spumante pas dosè, non sottoposto a degorgement per cui conserva in bottiglia ancora traccia dei lieviti. Buccia di cipolla lievemente torbido. Perlage fine e persistente. Al naso un fantastico profumo di frutti rossi maturi neanche minimante coperti dall’intensa nota dei lieviti. Tocchi di ciliege e mirtilli. I profumi dei lieviti, infatti, al naso sono gentili e non preponderanti. Ma alla bocca il frutto lascia spazio alle note più rudi e sapide del lieviti. Il sorso è fresco vivo, leggermente tannico, centrale, lungo.

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I crus storici di

di Costantino D’Aulisio Garigliota Docente della Scuola Europea Sommelier www.enovagando.it

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on è certo agevole comprendere il nebbiolo! Questo ragazzo dai capelli bianchi sin da giovane che non dà facili concessioni alla piacevolezza. È questo un vino che va meditato, approfondito e se riesce a sedurti lo amerai infinitamente. E quando parliamo di Marchesi di Barolo, raccontiamo, evidentemente, una grande storia d’amore racchiusa nell’antico Castello Falletti, che da ottocento anni sovrasta maestoso il popolare centro omonimo. Una storia lunga e celebre che cambiò radicalmente il modo di concepire il Barolo, trasformandolo nel “re dei vini” che oggi il mondo intero apprezza e reclama.


Di storia ce n’è veramente tanta che non si finirebbe mai di narrare; dall’innovativo impiego delle tecniche francesi di vinificazione ed affinamento, mutuate da madamigella Elisabetta Gervais, che ha consentito nei secoli successivi, di attribuire al conte Oudar il merito di aver trasformato un vinello dolce e frizzante, nel superbo “vino dei re”, sino alle gradi operazioni di marketing impiegate da Juliette Colbert, tra i notabili delle varie corti europee per far conoscere ed apprezzare il suo straordinario nettare. Se, dunque, è questa la testimonianza storica che ancora si racconta durante i corsi didattici, è dato indiscusso che il diffuso successo di questo gioiello enoico piemontese, che consente, tra l’altro, di qualificarlo come uno dei vini più conosciuti al mondo, è indubbiamente

mente dovuto anche alla grande comunicazione che di esso è stata praticata nel corso dei secoli, a partire dall’opera di promozione ed impulso del Conte Camillo Benso di Cavour, sino ad arrivare all’impegno dei vignaioli contemporanei che, ogni giorno, continuano a raccontare la “loro“ storia d’amore. Nell’attuale contesto storico, gli antichi racconti del 1800 sono destinati ad incrociarsi con la storia della famiglia Abbona che, con pochi soldi e molte cambiali, acquisì il marchio “Marchesi di Barolo” dall’Opera Pia fondata da Juliette Colbert. Una gravosa missione fu quella per gli Abbona, i cui capostipiti consacrarono se stessi all’impresa, ed in parte sacrificarono anche importanti scelte di vita in funzione di un maestoso progetto. A partire dal pioniere Pietro, definito vero e proprio patriarca del barolo, unico proposito degli Abbona è sempre stato quello di tramandare la storia di

Le spettacolari botti nelle cantine (visitabili) del XIX secolo della famiglia Abbona, racchiudono passato e presente del Barolo, per oltre 150 anni di storia.

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una cantina e divulgare un patrimonio di vigne e conoscenze. Oggi l’azienda è condotta dalla sesta generazione che esporta in 42 paesi, fattura il 40% della produzione in Italia e vanta un assortimento invero vastissimo di vini.

I CRUS STORICI:

A voi, ho voluto dedicare questo contributo inedito sull’anteprima 2013 dei tre Cru aziendali (non ancora disponibili in commercio) che mi hanno semplicemente entusiasmato, con una finale digressione alla riserva 2009. Innanzitutto per il 2013 è la natura che ha segnato la differenza, avendoci regalato un’annata destinata ad essere ricordata negli anni. Dal Consorzio di Tutela giungono i dati di una stagione che, seppur caratterizzatasi da una prima fase difficile, contrassegnata da un avvio stentato della primavera, ha beneficiato di adeguati recuperi nei mesi autunnali, che hanno ritardato le operazioni di vendemmia rendendo risultati molto soddisfacenti. Tra tutti i vitigni coltivati nel territorio, il nebbiolo è stato quello che ha tratto i maggiori vantaggi nella parte finale della stagione. Tre differenti declinazioni di Barolo, le cui uve provengono da piccole particelle di vigna contrassegnate da unico terroir, medesimo enologo, percorso di vinificazione nel complesso identico ma una grande differenziazione di terreni che conferiscono caratteri organolettici molto differenti ai vini, a te-

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testimonianza di quanto le uve nebbiolo siano sensibili ai cambiamenti del suolo. Tre vigne, dicevamo, con una strettissima distanza l’una dall’altra, al punto da poterle attraversare a piedi. La parte più alta è quella del Sarmassa, la collina più vecchia, il cui suolo è praticamente di colore chiaro. Da queste vigne, dieci milioni di anni di piogge, hanno portato via tutte le parti fini per cui oggi è possibile trovare un terreno molto compatto, ricco, dove la vite cresce in una estrema condizione di stress idrico nutrendosi essenzialmente con l’umidità. Suolo a tal punto compatto che d’inverno la neve si scioglie rapidamente. Si scende poi, per la lingua di terra che è il Cannubi , gradualmente crescente posta al centro dell’area del Barolo. Circondata da sistemi collinari più alti è protetta dalle perturbazioni e dall’eccessiva ventilazione e gode di un microclima del tutto particolare, unico. È la collina più famosa e conosciuta nel mondo, fulcro di due realtà geologiche molto differenti tra loro, è considerata una vera e propria realtà magica ricca di parti sabbiose ma, al tempo stesso sassi, calcare ed argilla. Infine, nella parte più bassa, troviamo la zona della Coste di Rose , prestigiosa collina esposta in pieno Est nel Comune di Barolo che è anche l’area più giovane. In costa di Rose, verifichiamo una concentrazione di sabbie fini, quarzose, limo che favoriscono un buon accumulo di acqua dalle piogge. ■


Tasting notes

COSTE DI ROSE - Barolo DOCG 2013 La macerazione delle uve dura 10 giorni. Inizialmente il vino viene affinato per due anni, una parte in botti di rovere di Slavonia da 30 e da 36 ettolitri ed, una parte, in piccoli fusti di rovere francese da 225 litri, leggermente tostati. Segue l’assemblaggio nelle tradizionali botti grandi di rovere e l’affinamento in bottiglia, spinto oltre i limiti minimi del disciplinare, prima di essere messo in commercio. Potremo esordire dicendo che il Barolo Coste di Rose è il più “facile” tra i cru, ideale per chi intende avvicinarsi al Barolo, adattissimo ad essere gustato anche d’estate. Colore rosso rubino tendente al granato. Delicate note tostate a bicchiere fermo, poi subito dopo una rosa, una turgida ciliegia sotto spirito, speziate dolcezze ed un suggestivo preannuncio di freschezza. Alla beva una dominanza acida non invadente, ritorno coerente di polposa frutta con qualche nota di pepe e cioccolato. Tannini esuberanti in un vino dalla robusta struttura che riesce ad accompagnare agile il sorso. Sul finale succosi rimandi di frutti rossi.

CANNUBI - Barolo DOCG 2013 Riceve identico affinamento del Coste di Rose. Le piccole botti di rovere sono, tuttavia, sottoposte una media tostatura. Crescendo la consistenza del terreno, anche il vino è meno immediato, apparentemente più chiuso, austero. Colore rosso rubino con riflessi granato. Profumi che, in principio, stentano a mostrarsi, poi gradualmente si aprono ad un ciliegia rossa matura e fiori appassiti. Una maggiore tostatura di botte arricchisce il succo con un dolce speziato e note boisè. Sentita sapidità e pronunciata freschezza per il Cannubi, in perfetta armonia con il corpo alto e largo. Al palato più nitide le note cioccolatose e nocciolate frammiste ad una dolcissima confettura di ciliegia. Tannini carezzevoli. Nel complesso un vino impegnativo ma suadente che si concede, tuttavia, meno immediato e facile rispetto al Costa di Rose.

SARMASSA Barolo DOCG013 Affinamento identico ai cru precedenti con la particolarità che le piccole botti di rovere francese in cui è collocata una parte del mosto, riceve una tostatura medio forte. Un vino con prospettive di maturazione più lungo rispetto ai precedenti che possono tranquillamente essere collocate ad almeno 8 anni dalla vendemmia. La somma austerità del Barolo. Il altri termini, Barolo “vecchia maniera”. Colore rosso granato. Un calore pronunciato e sostenuto già al naso che trasporta una complessa spaziatura predominante rispetto al frutto. Viola appassita, soffi vanigliati, accenni di pepe e chiodi di garofano. Alla fine, tra tante spezie qualche ricordo di frutta matura, soffuso e tenue. Al palato una piena coerenza gusto olfattiva, estrema ricchezza di essenze, liquirizia, vaniglia, tabacco e prugna in confettura. Sapido, con tannini, nel complesso levigati ma con ancora tanta forza.

BAROLO DOCG RISERVA 2009 La macerazione sulle bucce dura circa 10 giorni, durante la quale sono effettuati periodici rimontaggi soffici. Il Barolo Riserva invecchia 3 anni nelle tradizionali botti di rovere di Slavonia di grande dimensione, che contribuiscono a renderlo armonico, equilibrato e ad accrescerne la finezza del bouquet. Completa il suo elevage in bottiglia per diversi mesi e può essere posto in commercio solo dopo circa 6 anni dalla vendemmia. Il colore è rosso granato intenso, con unghia aranciata. Note cupe ed eteree al primo impatto. Una speziatura scura e compatta, tabacco, radice di liquirizia, vaniglia, cannella, sottobosco. Il gusto è estremamente austero che non si concede a facili piacevolezze ostentando un eleganza vellutata. Attacco dolce al primo sorso che svela tutto il suo frutto, in un primo tempo celato al naso, ciliegia matura, liquirizia, frutti rossi in confettura. Sorso avvolgente ed appagante, con tannini misurati.

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a t l o v a n u i d e r o sap Natura, semplicità e tradizione secolare. Sono gli ingredienti dei vini dell’Azienda Salvetta, che riportano nel calice i profumi più autentici dell’unico autoctono a bacca bianca del Trentino di Federico Dini 48

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apita spesso, tra i banchi d’assaggio ViViT, di imbattersi in scoperte davvero folgoranti. Cosa che puntualmente si è verificata anche a noi, durante l’ultimo Vinitaly, quando abbiamo stretto conoscenza con i profumi saturi di storia del Nosiola. Tuttavia, invece di inserire questa bella esperienza nell’articolo dedicato alla grande Fiera del vino di Verona, abbiamo pensato che meritasse uno spazio tutto suo. Eccolo quindi inclusa a pieno titolo nei nostri “Sorsi di Eccellenza”. E non poteva essere altrimenti. Perché questo antico vitigno, unico autoctono a bacca bianca del Trentino, ci ha regalato sensazioni davvero incomparabili.


Gran parte del merito va però assolutamente riconosciuto a Francesco Salvetta, enologo dell’omonima azienda di Sarche, a suo padre Giancarlo, vignaiolo, e alla sua famiglia che con passione e dedizione, da quasi un secolo porta avanti un progetto che ha davvero fatto rinascere questo vitigno tradizionale. I fratelli Salvetta furono infatti fra i primi a riconoscere le particolari caratteristiche organolettiche del Nosiola, decidendo già nel 1974 di in nel dialetto trentino significa imbottigliarlo con “nocciola”, nome che pare derivi tappo in sughero. dal colore dei suoi acini che, Ma il percorso di nella fase di massima questa rinascita parmaturazione, vira appunto te innanzitutto dai sul nocciola con vigneti storici ubicati riflessi verdolini. in un piccolo lembo di terreno a Sarche tra il fiume Sarca e il monte Casale. Qui, ricorrendo anche ai dettami dell’agricoltura biologica (certificata nel 2012) l’Azienda Salvetta si è impegnata a ripristinare le condizioni pedoclimatiche del vigneto storico, riportando le vigne alla coltivazione della nosiola a guyot con pali in castagno. I terreni alluvionali, cinti dai ben conservati muretti a secco, offrono ottima dimora alle viti, fornendo loro un ambiente a loro estremamente favorevole e il necessario nutrimento. Dopo l’attento lavoro in vigna, volto al rispetto del delicato equilibrio con la natura, l’uva arriva in cantina. Anche qui tutto il processo viene effettuato nel pieno rispetto delle antiche tradizioni, il che avviene, come una volta, con macerazione sulle bucce: le uve vengono sottoposte ad una spremitura soffice, lasciando le bucce a contatto con il mosto, come si usa per i vini rossi, per estrarre tutti gli aromi caratteristici del vitigno e dell'ambiente in cui è cresciuto. Da qui il Nosiola Bio, passerà pazientemente in botti di acacia, rimanendo sui lieviti circa 8 mesi, fino al termine della sua fermentazione. L’affinamento continua poi almeno un anno e mezzo in bottiglia renana antica.

Nosiola

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Il risultato è un prodotto assimilabile a un “orange”, un vino davvero sorprendente, strutturato e corposo, floreale e minerale. Un vera “chicca”, che per caratteristiche proprie non va mai bevuta troppo fredda, perché il meglio di sé lo esprimere alla temperatura di circa 15° C, specie se accompagnato da piatti di pesce d’acqua dolce. Ma le sorprese non finiscono qua. Perché oltre alla Nosiola secca esiste anche una ancora più affascinate versione passita che da nuova vita all’ottocentesco Vino Santo Puro Trentino: un vino da meditazione di antica tradizione, perpetrata magistralmente fino ai fratelli Salvetta. Esso viene prodotto da uve raccolte tardivamente e poi fatte appassire per alcuni mesi su dei graticci esposti ai venti chiamati “arele”, processo che ne provoca la perdita di circa l’80% del peso per disidratazione: da 100 chili di Nosiola si ottengono infatti appena 15-18 litri di mosto. La pigiatura avviene tra Marzo e Aprile (proprio durante la Settimana Santa) e solo dopo cinque lunghissimi anni di fermentazione e affinamento in botti di rovere e acciaio potrà essere finalmente imbottigliato. La lunga e complessa lavorazione regala purtroppo pochissime bottiglie di questo pregiato e longevo vino dalle caratteristiche note di frutti secchi, arancio, miele e confettura. In bocca è estremamente morbido e dolce, ma non stucchevole, con una persistenza infinita. Una vera eccellenza che consigliamo di degustare da solo. A piccoli sorsi. ■

INFO DI CONTATTO:

SALVETTA NOSIOLA BIOLOGICO

www.rauten.it

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UNA PASSIONE

PER LA VIGNA DAL 1500 La lunga tradizione che accompagna nei secoli l’Azienda Agricola Salvetta, si respira facilmente varcando la soglia della cantina, che conserva ancora intatti i segni di una antica storia di vite. La data 1523 che si trova incisa sul portante dell’ingresso è la prima testimonianza di un passato che procede a grandi passi fino ad oggi. La più antica testimonianza certa, relativa ai vini qui prodotti, è però attribuita alla narrazione di Michelangelo Mariani, noto cronista del concilio di Trento, che nel 1673 nei suoi scritti accenna proprio ai "vini della Sar-

ca”.

Nell’Ottocento è invece ben documentato come, nel Maso Rauten di proprietà dell’Azienda Agricola di Giacomo Sommadossi, viticoltore e vignaiolo emissario dei conti di Castel Toblino, si producesse un rinomato Vino Santo Puro. Anche il noto scrittore e poeta tedesco Josef Viktor von Scheffel, in viaggio di piacere nel 1855 nel Trentino (Tirolo) con l’amico

pittore Anselm Feuerbach, soggiornando per circa due mesi nel castello, ebbe modo di conoscere e descrivere accuratamente il Sommadossi, detto il Vecchio, e il Vino Santo che lui porgeva. Questo vino è stato recuperato nel luogo natio e nella metodologia di produzione dai discendenti di Candido e Giacomo Sommadossi e poi tramandato ai discendenti di Dario Salvetta. Lo stesso Maso fu infatti acquistato negli anni ‘30 da Dario Salvetta, nonno di Francesco, e da allora il Vino Santo Puro viene custodito dall’Azienda Salvetta nelle bottiglie originali ottocentesche. Lo stesso vino è ancora prodotto nelle stesse cantine storiche a Sarche da Giancarlo e Franco Salvetta, figli di Dario, e viene imbottigliato con la riproposizione grafica dell’etichetta ottocentesca. Oggi tuttavia, l’Azienda Salvetta, oltre a proseguire con l’antica tradizione del Vino Santo Puro, produce e imbottiglia anche l’ottimo Nosiola bianco biologico. 51


e t a l l i t s i d i n o i z o em Un alambicco discontinuo con sistema a fuoco diretto, materie prime di alta qualità e una lavorazione artigianale. Ecco a voi le grappe capolavoro del mastro distillatore Luca Mastromattei

di Sandro Notargiacomo 52

ggi non voglio parlarvi di vino, ma di distillazione. Come noto questa è la pratica utilizzata per estrarre essenze e profumi da un composto, sfruttando la diversa temperatura di ebollizione dei vari componenti. Una tecnica già in uso 6000 anni fa, quando gli antichi Egizi iniziarono a costruire i primi alambicchi rudimentali. Per primo ce ne parla Plinio il Vecchio, che lo descrive come un procedimento finalizzato all’ottenimento di essenze, senza mai però citare la produzione di alcool. Passarono però molti secoli prima di associare la distillazione di una sostanza


fermentata alla produzione di bevande alcooliche vere e proprie. Furono i ricercatori delle scuole di Salerno, di Montpellier e di Toledo, ormai verso la fine del Medioevo, ad iniziare la distillazione di sostanze fermentate per ricavarne bevande con base alcoolica. Con ripetuti passaggi si arrivò a concentrare questa sostanza facendola divenire sempre più pungente, tanto che il catalano Arnoldo da Villanova (1235-1311) la chiamò “aqua ardens” o “aqua vitae”. Ma è proprio quella pungenza che caratterizza questo prodotto così particolare, che ha sempre reso molto complicato l’incontro con il mio palato: è infatti proprio a causa di quel senso di invasività e aggressività che spesso accusavo deglutendone un sorso, che ho finito per allontanarmi dalla

grappa. Questo è stato il mio personalissimo rapporto con questo prodotto almeno fino al 27 del Maggio scorso, giorno in cui, per la prima volta, il mio palato non è stato aggredito, ma accarezzato delicatamente dalle eccezionali grappe di “Distilleria Nardecchia”. Ma andiamo per ordine. Questa azienda nasce nel 2014 ad Arce in provincia di Frosinone, più precisamente nella frazione “Collenoci”, da un’idea di Luca Mastromattei, che tuttora confeziona artigianalmente questo magnifico prodotto nella piccola cantina della sua dimora. Qui, in ogni mese di Settembre, Luca e suo padre si dedicavano alla vinificazione per autoconsumo. Un’esperienza che si è ripetuta per diversi anni e che lo ha portato sin da piccolo a prendere confidenza con le vinacce. Ma la semplice curiosità per questo mon-

Distilleria Nardecchia

ha sede in località “Collenoci” ad Arce in provincia di Frosinone. Un progetto che nasce solo nel 2014, ma che è frutto di almeno 20 anni di passione e sperimentazioni del Mastro distillatore Luca Mastromattei.

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Solo strumenti artigianali: tutte le grappe del Mastro distillatore Luca Mastromattei sono prodotte mediante alambicco a ciclo discontinuo con fuoco diretto. La distillazione con questa tecnica artigianale è ormai quasi del tutto scomparsa, a causa della maggiore difficoltà di gestione delle temperature.

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questo mondo diventa passione vera quando Luca, circa 20 anni or sono, insieme al fratello Francesco, inizia a sperimentare le tecniche della distillazione artigianale. I primi risultati sono già molto incoraggianti, ma non ancora del tutto soddisfacenti per riuscire a creare il prodotto che da sempre aveva in mente. Ci riuscirà solo alcuni anni dopo, grazie all’utilizzo delle fragranti vinacce biodinamiche di Marco Marrocco, dell’azienda Palazzo Tronconi di Arce. Luca a quel punto decide di trasformare questa sua grande passione in qualcosa di più concreto. Così, con la consapevolezza di poter produrre esclusivamente prodotti d’eccellenza con un marchio tutto suo, Luca fonda la Distilleria Nardecchia. Tra i due produttori arcesi si instaura una ancora più intensa e proficua collaborazione. Una materia prima praticamente perfetta e un procedimento di distillazione con uno strumento forse unico in Italia, l’alambicco discontinuo a fuoco diretto di Nardecchia, danno luogo a due grappe davvero incredibili: sono la “Uaiddia - Grappa di Fregellae”, ottenuta dalle uve di rari vitigni autoctoni arcesi a bacca bianca (pampanaro, maturano e capolongo) e la monovitigno “Uaiddia - Grappa di Zitore” da uve lecinaro (bacca rossa). Entrambe sono ottenute esclusivamente da vinacce fermentate e distillate direttamente, con la sola aggiunta di acqua pura e senza l’aggiunta di additivo alcuno. Sono distillati davvero sorprendenti, dai profumi intensi e persistenti, morbidi e avvolgenti al palato. Prodotti entusiasmanti, che subito ancora, come spesso capita con un buon vino. Resto a bocca aperta, ma sono senza parole, conscio di essermi finalmente liberato di quel mio personale tabù. Così decido 54

di andare avanti con la degustazione, divenuta puro piacere. Passiamo quindi ai due distillati commercializzati con il marchio aziendale, che differiscono sia nella scelta delle vinacce che nel dosaggio zuccherino. Luca per le sue grappe sceglie le vinacce con una cura certosina e in questo si affida al tatto e soprattutto all’olfatto, che sfrutta per individuare le molecole di profumo in base a quella che è l’idea di grappa a cui aspira. Inizia a produrre subito dopo la vendemmia fin poi a marzo, ma mi confessa che “anche se ogni cotta è

una cosa a sè, le prime distillazioni sono sempre le migliori”. Per il “Collenoci” Luca

sfrutta un blend di vinacce provenienti da Lazio e dalle Marche. Maturano, lecinaro, olivella, merlot, cabernet, syrah e passerina fondono i loro profumi in questa grappa molto secca, che, nonostante i 45° alcoolici, risulta molto piacevole al naso ed equilibrata in bocca. Sole vinacce laziali (maturano, pampanaro, capolongo, lecinaro, merlot, cabernet e syrah) per la “Fra.Ma.”, grappa con zuccheraggio a base di fruttosio pari a 1.5 g/l che, nonostante il mio palato non fosse abituato a un così elevato numero assaggi, ho trovato essere decisamente morbida e rotonda. Molto interessante anche al naso, con alternanza di note floreali e fruttate. Ma del resto, non poteva essere altrimenti, perché questi prodotti sono davvero il risultato di un lavoro artigiano che parte dalla vigna e viene completato da Luca e dal suo alambicco a fuoco diretto. E così, dopo circa due intense ore di racconti, spiegazioni e tanti eccellenti sorsi di grappe artigianali, il mio personale viaggio nel mondo della distillazione volge al termine. Anzi no, credo invece che sia appena cominciato. ■ 55


a z n e d n e p i d e l a r natu di Fede rico D

Dal Frantoio De Gregoris di Sonnino (LT) arriva una sana golosità, tutta da spalmare, che mette d’accordo gourmet e salutisti. E così peccare di gola diventa possibile!

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ttenzione! Il prodotto può dare dipendenza. Consumarsi con moderazione”.

Confessiamo di essere rimasti un po’ sorpresi nel non trovare questa avvertenza riportata sull’etichetta del nostro barattolo di “Oliotella”. Tranquilli però, perché quella che può facilmente ingenerare il gustosissimo prodotto di Gregorio De Gregoris è solo una sanissima e genuina forma di assuefazione. Come lascia intendere il nome che, scanzonatamente, fa un po’ il verso a quel


celebre prodotto consumato in tutto il mondo, l’Oliotella è una prelibata crema di nocciole al cioccolato, a base di olio EVO. Ad onor del vero dobbiamo premettere che fino ad ora non potevamo dirci dei grandi amanti e consumatori di questa categoria di prodotti, ma questa volta ci siamo davvero trovati di fronte a un qualcosa di diverso. Qualcosa che va parecchio oltre la normale voglia di dolcezza, magari per risollevare meste giornate o delusioni amorose. Perché la crema di Gregorio non è soltanto golosa ed invitante, ma anche tanto naturale quanto sana. Questo perché beneficia di tecniche di produzione rigorosamente artigianali e di materie

Come gustarla? Gregorio consiglia di gustare la sua Oliotella su biscotti secchi e fette biscottate, oppure di utilizzarla come ingrediente segreto per torte e dolci sfiziosi. Eppure, secondo noi, finire spalmata sulla classica fetta di pane resta la sua destinazione per eccellenza.

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prime di elevatissima qualità, tra l’altro senza traccia alcuna di glutine, che ne elevano il profilo nutrizionale oltre i normali standard. Gli ingredienti base che ne compongono la ricetta sono appunto le nocciole (30%) ed il cacao (10%), a cui si aggiungono lo zucchero e la farina di riso e poi ovviamente l’olio extravergine d’oliva delle Colline Pontine DOP (20%). Ed è proprio l’olio evo, nella pregiata cultivar locale “Itrana”, il segreto di questa golosa crema spalmabile, in cui l’olio di palma è stato bandito e, con esso, i suoi dannosi grassi saturi. Il risultato finale è un prodotto talmente naturale da avere la stessa scadenza dell’olio, ovvero 18 mesi dal momento della sua produzione. E se poi a tutto questo si aggiunge che ci sono anche altre due intriganti varianti tutte da assaggiare, la “Fondente” e la “Fondente Piccante” (quest’ultima con peperoncino estratto direttamente dal frantoio), si capisce perfettamente come l’Oliotella riesca a rendere dipendente qualsiasi palato. ■

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Il segreto dell’Oliotella ?

E’ l’extravergine di oliva “Itrana”, la pregiata cultivar tipica del Lazio che regala un olio color giallo-verde dal sapore fruttato intenso, caratterizzato da un piacevole amaro, una gradevole piccantezza e innumerevoli sfumature gusto-olfattive.

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L’INTRIGANTE GAMMA DI UN’AZIENDA ALL’AVANGUARDIA L’azienda agricola Gregorio de Gregoris si sviluppa su circa 10 ettari a 450 metri di altitudine sulle colline di Sonnino, su cui crescono rigogliose oltre 2500 piante, di cui molte secolari. Da ormai diverse generazioni la famiglia De Gregoris si è indirizzata sulla strada dell’innovazione per estrarre, nel miglior modo possibile, il prezioso oro verde. Per questo attualmente si avvale di una struttura funzionale e di un’impiantistica ultramoderna, con capacità di molitura che può arrivare ad oltre 50 q.li/h. La gamma di prodotti si compone di prodotti variegati, ma sempre con un comune denominatore: il pregiato extravergine DOP delle colline pontine. Oltre alla deliziosa “Oliotella” c’è infatti tutta una completa ed intrigante serie di prodotti da provare, alla cui base c’è sempre l’oliva “itrana”. Parliamo ad esempio della gustosa “OlivaMiele”, con l’oliva che sposa l’ottimo miele locale oppure dell’ultima nata, o dell’intrigante “OlivaZen”, una crema di oliva itrana, con limone, menta romana e zenzero. E per noi fanatici del pistacchio, non poteva mancare la “Pistacchioliva”, squisita crema artigianale senza conservanti e coloranti, ma con addirittura il 40% di pistacchio e il 20% di olio Evo. Una vera meraviglia. ■ 58

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maioprints

Origins •••••••••• Santos yellow bourbon (Amarelo) | Ethiopia washed Yergacheffe Mexico washed Altura | India Plantation Peaberry | San Domingo washed AA Honduras washed SHG | Columbia washed Supremo 18 | Panama washed Tanzania AA Top Quality Kilimanjaro, | Guatemala SHB Genuine Antigua

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Dalla bellezza nasce la bontà ino e paesaggio. Potrebbero sembrare due elementi distinti e diversi tra loro. In realtà essi interagiscono profondamente, e lo fanno in un modo in cui ognuno è costruttore vicendevole dell’altro. Innanzitutto è evidente come il vino sia un prodotto agricolo, che quindi nasce e si nutre dalla terra e dalla cultura del posto in cui viene coltivato. Altro elemento fondamentale è che la vite, da cui il vino si ricava, viene coltivato da oltre quattro mila anni. Ben quaranta secoli in cui il fare del vignaiolo ha contribuito fortemente a disegnare il paesaggio; lo stendersi dei filari nelle valli che seguono le curve naturali delle colline e i terrazzamenti in pietra ai piedi delle montagne, sono solo alcuni degli elementi artificiali attraverso i quali i viticoltori hanno modificato 62

la naturale morfologia del territorio, al solo scopo di sfruttare al meglio le sue risorse per produrre vino. Pratiche che però hanno anche creato dei paesaggi unici al mondo. Basti pensare alla Langhe, al Monferrato, alle Cinque Terre o alla Costiera Amalfitana, luoghi che oggi rappresentano un valore immenso per tutti noi. Ed è indubbio che la contemplazione di un vigneto inserito in un contesto paesaggistico di questo tipo, armonico ed evocativo per immagini, luci e colori, ingenerino in un qualsiasi amante del vino, suggestioni forti e facilmente interiorizzabili. Ed è altresì evidente, che quelle stesse emozioni, nel momento dell’assaggio del vino, finiscano inconsciamente per amplificarne la percezione della bontà. Del resto questo tipo di condizionamento sensoriale è stato anche stu-


diato e sperimentato dal Dott. Diego Tomasi dell’Istituto Sperimentale della Viticultura di Conegliano Veneto. Egli ha infatti condotto un test in cui faceva degustare due vini (alla cieca) ad una platea composta sia da sommelier professionisti, che da semplici appassionati. Prima della degustazione mostrava loro le foto delle vigneti di provenienza di quei due vini. In verità il vino era sempre lo stesso, mentre le due foto ritraevano un bellissimo paesaggio vitato e una piatta vigna in pianura. Il risultato? I semplici appassionati esprimevano i migliori giudizi per il vino che era stato associato al paesaggio più bello e suggestivo, mentre, al contrario, i sommelier valutavano i vini in modo oggettivo, senza condizionamenti non legate alle sole qualità organolettiche. Questa è la prova provata del fatto 62

che, il semplice contesto paesaggistico e ambientale può influire, e anche molto, sulle sensazioni e sulla percezione della qualità dei vini del bevitore medio. Una semplice correlazione che conferma ancora una volta come il vino sia un prodotto legato anche a fattori culturali e soggettivi. A tal proposito sarebbe molto importante, secondo noi, che fossero gli stessi vignaioli a diventare ambasciatori culturali della loro terra. Ecco perché noi oggi inauguriamo questa nuova rubrica: “I paesaggi del vino” vuole dare a qualsiasi Produttore la possibilità di mettere in evidenza, con la forza delle immagini, l’evocativa bellezza dei propri contesti ampelografici, produttivi e culturali. Perché in fondo, di certo non è un male potersi godere un vino sospesi tra bontà e pura bellezza… ■ 63


a v i v e a d l a c a gn a t n o m a i n u u c , a n i a r r L’Etn e t Una . e r a m l i a ... r i t n n i v i d n a r che inco g e r sce a n e h c o n a v e non pot ampi di lava, versanti impervi e terreni irregolari: quasi un paesaggio lunare, in cui la viticoltura è riuscita comunque a lasciare il segno. Siamo sull’Etna, il vulcano attivo più grande d’Europa, protagonista di questa prima “puntata” de “i Paesaggi del Vino”. Un immensa montagna, alta più di 3000 metri e circondata dal mare praticamente su tre lati. Questa è una zona ai limiti, in cui però il vino viene prodotto da millenni. I paesaggi dell’Etna sono un mosaico di suoli, per lo più scuri, che ogni tanto si macchiano del verde della vite o di altre colture. Migliaia di terrazzamenti delimitati da muretti in pietra lavica, da secoli provano a strappare al vulcano i terreni migliori. E’ un ambiente estraniante a volte, quello dell’Etna, siamo nel profondo sud del continente su una mon64

tagna calda e viva che incontra il mare, dove il vino viene prodotto fino a 1.000 metri di altezza. Per la sua particolarità la zona etnea può essere definita “un’isola nell’isola”; infatti presenta caratteri pedoclimatici che la distinguono nettamente da tutto il resto della regione siciliana. La zona gode anche al suo interno di una spiccata variabilità climatica e pedologica che, a seconda del versante, dell’esposizione e dell’altimetria, definisce microambienti molto variegati, ma comunque tutti favorevoli ad un’alta qualità delle produzioni vitivinicole. Ciò è dovuto al fatto che tale area si sviluppa su una grande superficie troncoconica, con una progressiva vicinanza dal mare. La coltura della vite principalmente occupa i territori che hanno una altimetria compresa tra i 300 ed i 900 m. s.l.m., spingendosi sino ai 1.100 metri, con numerose differen63


ziazioni climatiche e pedologiche che sono congeniali ad una vitivinicoltura che si voglia diversificare mantenendo però il comun denominatore della qualità. Significativo è il fatto che sull'Etna la vendemmia inizi ad Ottobre, circa un mese dopo rispetto al resto dell’isola. Ma oltre al clima in queste zone, è stato particolarmente discriminante il fattore umano, quanto meno per far fronte nel corso degli anni, sia ai catastrofici attacchi della fillossera, che alle oggettive condizioni poco favorevoli del contesto geologico e geomorfologico. Le frequenti colate laviche dell’Etna infatti riducono continuamente le superfici utilizzabili per la viticoltura, che si fa ancor più “eroica” se a questo si aggiungono le forti pendenze che rendono di per sé quasi impossibile la meccanizzazione delle operazioni colturali. Ma, se vogliamo, tutto ciò ha intrinsecamente contribuito a rendere queste terre apprezzate dal punto di vista puramente enologico (l’Etna è stata la prima DOC siciliana), ma anche per il loro singolare aspetto paesaggistico: ambienti particolar-

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eroso. n e g e e il t n e g lcano L’Etna è un vuei confronti Soprattutto n oltura di qualità... di una vitivinic

mente evocativi, in cui le vigne, si incastonano tra splendidi terrazzamenti con muri a secco di pietra lavica che vanno oltre la semplice funzione di contenimento del terreno e diventano elemento stesso del contesto naturale, culturale e storico. Perché poi, alla fine, l’Etna è un vulcano gentile e generoso. Soprattutto nei confronti di una vitivinicoltura di qualità. La composizione dei suoli di origine vulcanica, infatti, conferisce ai vini, sia bianchi che rossi, quella caratteristica mineralità e struttura, conosciuta e apprezzata ormai in tutto il mondo. Oltretutto, questo è un territorio con talmente tanta variabilità da zona a zona, che si è reso necessario inserire in etichetta anche il nome della “contrada” di provenienza: questi sono areali ben definiti per caratteristiche di esposizione, altitudine e tipologia di suolo che marcano profondamente i vini, conferendo loro un’inconfondibile matrice organolettica. Sono ben 133 le contrade dell’Etna Doc, che ovviamente per 66

motivi di spazio non potremo nominare tutte. Ci limiteremo a dire che 46 di queste sono comprese nel territorio di Castiglione di Sicilia, 10 a Linguaglossa, 8 a Milo, 25 nel Comune di Randazzo, 9 a Viagrande e altrettante a Tre Castagni, 5 a Biancavilla, 20 a Zafferana e infine 1 nel Comune di Santa Maria di Licodia. Da una terra così non possono non nascere grandi vini e in queste pagine, per farvi vedere dove questi vini nascono, abbiamo scelto due cantine opposte per filosofia ma unite dalla grande qualità. Peter Wiegner e Al-Cantàra. Il primo è un Signore di origini Prussiane che “ha scelto la muntagna”, mentre Pucci Giuffrida, primo attore di Al-Cantàra, sulla “muntagna” c’è nato. Da un lato abbiamo un concetto di Etna come “incubatore” di meraviglia, dall’altro il vulcano diventa identità territoriale pura. In entrambi i casi i paesaggi sono nel vino, digeriti dal vino, scolpiti nei profumi e sapori del vino... 65


Wiegner Winery - Passopisciaro (CT) Sull’Etna è tutto straordinario e Peter Weigner ha scelto la“muntagna” per disegnare cose straordinarie. Non si è limitato a piantare e vinificare il Nerello Mascalese, ma ha tracciato delle linee che portano a prospettive nuove: Cabernet Franc, Aglianico e Fiano. Vitigni in grado di adattarsi e di esprimere al meglio i terreni e i contesti in cui crescono. La cantina di Peter si trova nel versante nord est dell’Etna a pochi chilometri da Passopisciaro, nelle contrade Rampante e Suor Marchesa. Scegliere tra i vini di Peter è difficile, il Treterre e il Torquato esprimono al massimo, secondo noi, la filosofia di Peter Weigner, sono vini che armonizzano gli eccessi e gli opposti, la forza del vulcano e la setosa eleganza delle uve si ritrovano insieme in queste bottiglie. 67


Al-Cantàra - Randazzo (CT) Pucci Giuffrida, catanese doc, di giorno fa il commercialista, la sera porta avanti un progetto che non è solo un progetto di vino. Il vino diventa vetrina per le etichette di Alfredo Guglielmino, i nomi dei vini sono ispirati alle opere di Nino Martoglio, poeta dialettale catanese vissuto a cavallo tra ottocento e novecento. I vini di Al-Cantara nascono nella valle del fiume Alcantara nel versante nord dell’Etna, un posto dove i vignaioli hanno creato un paesaggio unico con vitigni autoctoni, i nerelli, il carricante, il minnella ed altri. I vini della Doc Etna di Al-cantara sono il “Occhi di Ciumi”, Occhi di Fiume, un taglio di Carricante e Grecanico, sapido, sa di mare e di scogli, e “lu Vero Piaciri”, un taglio di Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio, un vero e proprio “buon bicchiere di Rosso”. 68


LE ZONE DI PRODUZIONE

La zona di produzione della denominazione DOC “Etna” disegna la forma di un grande semicerchio attorno al vulcano, aperto sul versante occidentale. Si possono considerare almeno tre grandi zone particolarmente vocate alla coltivazione della vite, che messe insieme costituiscono un grande semicerchio che avvolge in gran parte le pendici del cono vulcanico. La prima è quella sul versante ad est e quota compresa tra i 400 e i 900 metri s.l.m. dove ha trovato la sua migliore ambientazione il Carricante. E’ da questi vigneti che guardano il mare dello Stretto di Messina fornendo scorci che lasciano senza fiato, che si ricava l'Etna Bianco Superiore DOC. Poi c’è la zona del vulcano esposta a nord, verso il mar Tirreno. In queste contrade, ad un’altitudine tra 400 e 800 metri, si concentra oggi circa il 45% della produzione totale. Oltretutto qui si KKKK 64

ottengono i migliori rossi etnei, con il Nerello Mascalese . lese che sale prepotentemente sugli scudi. La terza, ed ultima area, è quella ubicata nel versante rivolto a sud, con quote che partono dai 600 metri e possono anche superare il limite dei 1000 metri. Qui di fatto si trovano i vigneti più “montani”, non solo di Sicilia, ma forse di tutta Europa. Anche qui il Nerello Mascalese è il vitigno più diffuso ma si coltivano anche il Carricante e, in modo ancor più sporadico, il Grenache, anche se in queste aree la coltura è in gran legata alla produzione per uso familiare. In ogni caso, da qualsiasi prospettiva si scorga il paesaggio vitivinicolo etneo, la vera e unica protagonista resta sempre la bocca del grande vulcano che domina dall’alto e marca la visuale con la sua maestosità. ■ 69


>> SPECIALE FIVI - FEDERAZIONE ITALIANA VIGNAIOLI INDIPENDENTI

Sono orgogliosi di essere liberi ma anche estremamente uniti quando si tratta di raggiungere un obiettivo comune. Sono gli unici e fieri attori del proprio vino, ma soltanto per assicurare al consumatore un prodotto che sia espressione autentica del territorio d’origine. Si sono costituiti da pochi anni, ma oggi già contano oltre 1000 iscritti, dal nord al sud dello stivale. Sono i Produttori della Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti, come ce li raccontano Matilde Poggi e Walter Massa in questa nostra intervista in esclusiva. 70

Interviste di Andrea Vellone


Il Consiglio della FIVI, in carica dal Luglio 2013. In primo piano: Matilde Poggi (Presidente) e Walter Massa (Vice Presidente).

ata nel Luglio del 2008 con l’obiettivo di rappresentare e tutelare la figura del vignaiolo di fronte alle istituzioni, oggi la Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti conta tra le proprie file già più di 1000 associati. Ne possono far parte però, solo i viticoltori che hanno deciso di curare l'intera filiera, dalla vigna al bicchiere, firmando ogni bottiglia con il proprio nome in etichetta. Ma la vera forza della Fivi è quell’unione di intenti messa in campo sin dal giorno della sua costituzione, finalizzata alla promozione della qualità e dell’autenticità dei vini italiani a garanzia del consumatore finale. Una forza che oggi si realizza con una crescita esponenziale, non solo di aderenti, ma anche di semplici simpatizzanti che, attraverso le riuscitissime Fiere-Mercato, si avvicinano con sempre maggiore curiosità ed interesse alle bottiglie dei vignaioli indipendenti.

■ Buongiorno Matilde. Diciamocelo subito, la FIVI non è soltanto una semplice associazione di categoria. E’ soprattutto l’espressione di una filosofia che partendo dal vino coinvolge temi importanti, quali la cura del paesaggio e la solidarietà, è una definizione dell’agricoltore e dell’artigiano, un modo nuovo diretto di vendita tra persone. E’ quasi un universo sfaccettato. Per la vignaiola Matilde Poggi qual’è la faccia più affascinante? << FIVI è fatta da tanti vignaioli artigiani con i piedi ben saldi nei loro territori. La cosa che mi piace di più del mio lavoro è l’aver a che fare con una materia viva che cambia di anno in anno. In ogni nuova annata ci dobbiamo confrontare con una vendemmia differente e con uve diverse che vanno interpretate per poter arrivare ad esprimere al massimo le loro caratteristiche. Mi affascina poi il ciclo della vite e delle stagioni>>. 71


MATILDE POGGI

La cosa che mi piace di più del mio lavoro è l’aver a che fare con una materia viva che cambia di anno in anno…

■ Uno dei compiti che la Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti si è data, è quello di rapportarsi con le istituzioni per rappresentare le difficoltà e le soluzioni dei suoi associati. Il sistema di leggi che regolano la produzione del vino è pensato essenzialmente per aziende strutturate e spesso i piccoli vignaioli sono costretti ad adattarsi. A tal proposito in passato avete proposto la una campagna di “disboscamento burocratico”. Ce ne può parlare? << Abbiamo iniziato a parlare di disboscamento burocratico nel 2010. Questo perché per le aziende piccole e piccolissime, l’impatto della burocrazia è molto pesante. Alle piccole aziende viene chiesto lo stesso numero di adempimenti richiesto alle grandi aziende. Queste ultime hanno strutture amministrative che possono delegare alla gestione delle pratiche amministrative, mentre le aziende che hanno aderito alla Fivi sono per lo più aziende familiari, quindi costrette ad occuparsi di questo lato del lavoro nei ritagli di tempo, dopo aver adempiuto ai doveri di vigna e cantina. Ecco perché dal 2010 siamo in prima linea per arrivare quanto prima ad uno snellimento burocratico >>. 72

■ Qual’è il vostro rapporto con i Consorzi di Tutela? Uno dei vostri associati più “famosi”, Gianfranco Fino (ne parliamo nel numero di Aprile) ultimamente ha annunciato la sua uscita dalla sua DOC di riferimento. Possiamo conoscere quale sia la posizione della Fivi in merito? << Gianfranco Fino, grandissimo vignaiolo pugliese, ha fatto la sua scelta. In queste dinamiche Fivi non entra. Ogni azienda Fivi sceglie se aderire o meno al Consorzio di Tutela di riferimento. Certo auspichiamo che in futuro ci sia una diversa ponderazione dei voti all’interno dei Consorzi. Questo per poter dare rappresentatività anche alle azienda più piccole, che, con i criteri attuali, si sentono escluse dal processo decisionale >>. ■ Per i piccoli Produttori generare fatturati soddisfacenti è un problema molto complesso. I loro vini sono spesso autoctoni e sono conosciuti solo nei loro dintorni. La loro produzione è numericamente limitata e, nella maggior parte dei casi, non hanno i budget per gestire reti vendite e filiere lunghe. Così, se vogliono vendere, sono spesso costretti a tenere i prezzi kkkkk


molto bassi a fronte di lavorazioni accurate che possono essere molto costose. Come soluzione parziale al problema la vostra Federazione ha inventato il “Mercato dei Vini”, che promuove la “vendita diretta tra persone”. E quest’anno, oltre al classico appuntamento di Piacenza, il Mercato si è affacciato anche su Roma. Può farci un bilancio di questa esperienza? Pensate di spostarvi ancora più a sud e di farlo diventare un mercato “itinerante”? <<Il Mercato dei Vini di Piacenza, giunto nel 2016 alla sua VI edizione, è nato per essere un momento di incontro tra vignaioli e consumatori finali. Negli anni abbiamo notato come molti operatori di varie regioni italiane scelgano di visitare il nostro mercato di Piacenza, perché quello è un appuntamento unico, in cui è possibile incontrare personalmente i vignaioli, assaggiare i loro vini ed ascoltare la storia che c’è dietro ogni cantina. L’appuntamento di Piacenza rimarrà fisso nel tempo e nel luogo. Lo scorso mese c’è stato il primo mercato dei vignaioli Fivi a Roma con ben 6500 visitatori nelle due giornate. Forse, in futuro, si aggiungeranno altre città, ma al momento non abbiamo ancora preso questa decisione>>.

■ Nei mesi scorsi abbiamo intervistato il “DoctorWine” Daniele Cernilli che, alla domanda su cosa dovrebbero fare le piccole cantine, ci ha risposto: “...dei bei siti, possibilmente con vendita on line...”. A tal proposito, pensate sia possibile esportare anche sul web la bella esperienza dei Mercati? Ritenete che internet possa essere uno strumento di crescita per le piccole aziende vostre associate? <<Personalmente non ho molta esperienza di vendita online. I nostri colleghi francesi (VIF) hanno da un anno aperto un sito per vendere direttamente i loro vini, che so funzioni molto bene, ma in ambito Fivi non abbiamo ancora affrontato questa eventualità>>. ■ Un’ultima domanda: facciamo finta che io sia un vignaiolo con tutti i requisiti per aderire alla FIVI. Mi convinca in due battute… <<FIVI è una bellissima famiglia aperta alle istanze di ogni vignaiolo, istanze che si incarica di portare a Roma e Bruxelles. Per capire che siamo una famiglia basta venire a trovarci a Piacenza o Roma e respirare quella bellissima atmosfera>>.

Un’immagine della prima tappa romana del Mercato dei Vini della Fivi, svoltasi gli scorsi 13 e 14 Maggio al Salone delle Fontane, nel quartiere Eur.

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WALTER MASSA

La delega alla promozione va data all’originalità enologica di ogni bottiglia che esce dalla cantina... >>

■ Buongiorno Walter, una domanda a bruciapelo: ma voi della FIVI siete agricoltori o artigiani? <<Siamo, agricoltori, cantinieri, cantori del nostro territorio, in maniera verbale ed in liquido. In sintesi: siamo gli artigiani del vino>>. ■ Rispettare, custodire, tutelare, promuovere. Una frase per ognuna di queste parole d’ordine. <<Rispettare. Senza rispetto non si va da nessuna parte e questo in tutti gli spazi della vita. Nello specifico, entrando nel mondo della vite, dopo 4.000 anni di progresso e regresso agronomico, ho capito che ”con lo Spirito Santo” non si fa buona agricoltura, ma con prevenzione si ottiene materia prima clamorosa e pulita. Tutelare. Il mondo del vino è promosso dagli etici ma rapinato dai furbi e per ottenere tutela basterebbe che gli albi vigneti fossero presi in considerazione più delle idoneità alla D.o.c. Custodire. Qui è dura rispondere in quanto a parole siamo tutti tradizionali, ma con il portafogli andiamo dove ci portano il mercato, i costi di produzione, l’economia 74

di scala e le mode. Da circa 100 anni con l’utilizzo dei portainnesi, i vitigni sono migrati in tutto il mondo, producendo qualità, spostando il comando delle operazioni al mercato, e non alla storia. Promuovere. Noi vignaioli indipendenti dobbiamo aver chiaro in testa che la delega alla promozione va data all’originalità enologica di ogni bottiglia che esce dalla cantina. La bottiglia deve avere una chiusura anche tecnica di alta qualità ed una bottiglia con vetro non pacchiano, ossia sempre scuro, un peso di circa 500 grammi e una forma che non ricordi la statua di Padre Pio. Se non ci si comporta così, si comincia a perdere credibilità. E poi, a corollario, dobbiamo avere sempre il sorriso, dobbiamo far conoscere ai clienti, agli appassionati e pure agli astemi, i giacimenti gastronomici e anche i ristoranti del nostro territorio, ricordandosi sempre di non parlare mai male di persone o di vini che non si stimano >>. ■ In questo stesso numero inauguriamo “I paesaggi del vino”, una rubrica attraverso la quale gireremo l’Italia mettendo in relazione foto di paesaggi con vignaioli e vini. Secondo la sua esperienza, quanto


aiuta un bel paesaggio nella percezione della bontà di un vino? E nella sua vendita? <<Quando fui premiato dal Gambero Rosso come “Vignaiolo dell’anno”, dedicai il mio premio ai coltivatori di paesaggio, poiché, in un momento di crescita anche colturale della mia e di poche altre aziende, nei colli tortonesi ma anche in quasi tutto il resto d’Italia, la piantumazione annua di nuove vigne era, ed è tuttora, inferiore agli estirpi, agli abbandoni e ai vigneti franati. Non potrei comunicare 4.000 anni di storia, di lavoro, di pensieri e di sbagli e pretendere prezzi a bottiglia pari alla miglior borgogna, senza il supporto del mio territorio, fatto di alberi da frutta, campi, boschi, calanchi, prati, casolari, castelli, tartufi bianchi, montagne, valle del “Tanapo” e…le vigne degli altri >>. ■ In epistenologia Nicola Perullo, un filosofo (un altro?) appassionato di vino, ci invita a “vivere” il vino non a degustarlo solamente secondo una grammatica che, a suo dire lo svilisce. Quanto sono importanti i voti delle guide e la sommellerie in generale per capire veramente la bontà di un vino?

<< Le guide sono fondamentali fin che servono a guidare il consumatore a conoscere storie, territori, culture, aziende soprattutto artigianali. Sono altrettanto deleteri se ci si approccia ad essi come verità rivelate. La sommellerie nel mondo del vino ha lo stesso ruolo del centravanti in una partita di calcio: è colui che serve a mettere in gol il vino che parte dal territorio, passa al vignaiolo e poi alla distribuzione. La bontà del vino si coglie quando le bottiglie si vuotano. Certo, subentra pur la piacevolezza, ma la sommellerie è fondamentale per comprare, pagare, stoccare, coccolare, provare e proporre grandi bottiglie al momento giusto. Se non ci fosse questa professionalità non ci sarebbero più nemmeno i grandi vini. Ci fulmineremmo tutti il cervello, proponendo vini di plastica, taroccati, disacidificati ed edulcorati, per farli bere subito, al massimo a 30, 60, 90 gg, come i pagamenti senza il fondamentale e costosissimo ingrediente che è il tempo >>. ■ Può

esistere un vino oggettivamente cattivo. Esiste un vino oggettivamente buono? << Purtroppo si, possono esistere vini cattivi, magari per incidenti di percorso, evolu-

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La bontà del vino si coglie quando le bottiglie si vuotano...

zioni anomale, tappi che condizionano negativamente il vino. Senza voler parlare di acidificazioni atte a metter sul mercato soluzioni idroalcoliche carbonicate, prodotte in territori non vocati al metodo classico. Il vino buono invece non è mai soltanto buono, ma è molto di più: dipende anche da noi, dal momento, dalla compagnia, dal cibo, dalla temperatura, dal tipo di calice e dallo stato d’animo. E’ basilare farne una piccola, positiva ragione di un momento di vita, possibilmente condivisa. Ecco, il vino deve essere condivisione. Quindi ok, cambio risposta: il vino può esser oggettivamente buono soltanto quando è condiviso>>. ■ Gianfranco

Fino ha rinunciato alla DOC. Stiamo perdendo qualcosa? << Da sempre la D.o.c. non la fa il vino, ma il Produttore. Quindi Gianfranco Fino, per me e per chi capisce di vino, continua a produrre vino Doc, esattamente come fatto anche Gianfranco Soldera, Pacina, La Stoppa, Corrado Dottori, Cascina degli ulivi, Arianna Occhipinti e almeno altri 100 Produttori di alta qualità in Italia. A perderci sono solo le Istituzioni, che mettono in giro per il mondo vini Doc, alcuni anche molto buoni, a prezzi equi, ed altri rivendicati Doc a prezzi troppo bassi. Le bottiglie che non portano la Doc potrebbe-ro contribuire a comunicare il territorio di produzione e far bella l’Italia e invece non generano valore aggiunto, solo perché teste fascio-comuniste hanno deciso di fermare l’arte enologica, rischiando di far uscire vini senza anima. Noi vignaioli veri siamo anche oltre San Francesco d’Assisi: lui diceva che un’artista ci deve mettere mani,cervello, cuore… io aggiungo che un vignaiolo mmmm 76

...io aggiungo che un vignaiolo, oltre queste a tre qualità, deve pure metterci il portafogli! Ecco quindi che la Doc andrebbe ripensata, poiché qui a rimetterci è solo l’Italia. Esistono vini, esistono grandi vini, ma finché il mondo del vino è governato da fasciocomunisti, cosa volete che succeda, se non aspettarsi di peggio? >> ■ Su

questo numero parliamo di produttori e siti internet. Qual’é il suo rapporto con la rete? La ritiene importante per un produttore di vino? << La rete e’ democrazia. La rete quando alimentata aggiornata da persone terze è strategica. La mia azienda non ha un web site per diversi motivi. Ritengo sufficienti i social, se diligentemente alimentati, per una visibilità credibile. Il consumatore chiede via mail informazioni sui vini e sull’azienda e schiacciando due bottoni, l’azienda può rispondergli e informarlo a costo zero. I web site, oltre ad aver portato centinaia di sanzioni a molti miei colleghi, dicono ciò che più conviene, ma che spesso non è corrispondente al vero. Ma, che volete? Che si dicano sul proprio conto cose poco opportune? Che si facciano promesse che magari non si posson mantenere? Che si deludano aspettative? Che diano informazioni che, se lette sul Corriere della sera o Decanter, siano più credibili e di maggior effetto? Il web richiede tempo perché andrebbe aggiornato settimanalmente. Ed un artigiano, se avesse mai tempo da buttare, è preferibile che lo investa a far un’igiene dentale, un bagno in mare, una discesa sugli sci, un passaggio dal barbiere o a bere un bicchiere di birra...ovviamente artigianale >>. ■


Enoteche online:

E-commerce B2C, mission impossible Abbiamo analizzato se (e come) sia possibile passare dai canali di distribuzione tradizionali ad un più efficace modello vendite online che riduca al minimo le distanze tra Produttore e consumatore di Andrea Vellone

ggi sono sempre di più i Produttori a fare vendita di vino direttamente in cantina. Piccoli negozi allestiti spesso negli spazi aziendali dove chiunque può comprare il prodotto direttamente in loco. E quando abbiamo chiesto ad alcuni Produttori se fosse davvero conveniente tenere aperto un punto vendita in azienda, molti di loro c’hanno parlato dell’importanza del mercato locale per mantenere vivo il rapporto con il proprio territorio. Poi però, approfondendo ulteriormente l’argomento, abbiamo scoperto che questo “rapporto con il territorio” lllll 77


vale tra il 10 al 20% del fatturato. Non proprio una cifra da buttar via! E allora perché non ripetere questa esperienza di vendita da produttore a consumatore anche “online”? In fin dei conti cambia solo il mezzo, ma il metodo rimane lo stesso… Innanzitutto bisogna premettere che, in genere, l’interesse delle aziende vinicole ad essere presenti sul mercato online è inversamente proporzionale alla facilità di accesso ai classici canali di distribuzione nel settore ho.re.ca., ma oggi, anche i piccoli Produttori, bene o male, riescono ad entrarvi. Questo perché molti di loro ritengono che vendere direttamente online possa compromettere i rapporti commerciali con la rete vendita. Altri, addirittura, temono che il loro prodotto ne possa uscire svilito. Eppure, tendenzialmente, assistiamo ad una costante crescita del numero di aziende che finalmente iniziano ad approfondire la tematica della vendita B2C online: vuoi per una fisiologica contrazione dei consumi, vuoi per le classiche difficoltà legate ai pagamenti e alle spese di gestione delle rete o per il semplice fatto che il consumatore finale sta sempre più modificando le sue abitudini di acquisto e consumo di vino, non solo al ristorante o in enoteca, ma anche in casa propria. E’ chiaro però, che la vendita on line non deve essere pensata in sostituzione dei classici canali di distribuzione, bensì come una diversa opportunità commerciale. Alcune ricerche svolte su alcune piccole cantine che hanno iniziato commercializzare online i loro prodotti (da almeno un anno), evidenziano 78

ziano aumenti di fatturato vicini al 10%, però con margini di guadagno nettamente superiori grazie alla filiera corta. Del resto è notorio come oggi il web permetta di farsi conoscere rapidamente anche a grandi distanze rispetto al proprio territorio, soprattutto dove non si riesce ad arrivare per mancanza di rete commerciale. Ma non solo. L’e-commerce diretto agevola efficacemente anche il canale del turismo enogastronomico, dà forza al post-vendita e supporta le attività di promozione come eventi enogastronomici e degustazioni. Del resto non avrebbe senso partecipare costantemente a fiere e manifestazioni per far degustare il nostro prodotto a chi, una volta tornato a casa, pur volendolo acquistare non saprebbe come e dove farlo. Si capisce quindi come la vendita online possa fornire un sbocco concreto a tutte queste opportunità, offrendogli la possibilità di trasformarsi in vendite reali. I suddetti casi sono solo una piccola serie di esempi che, già da soli, giustificherebbero l’investimento in un’attiva e costante presenza online. Tuttavia, l’aprirsi una propria piattaforma web di vendita, non andrebbe inteso solo e soltanto come l’attivazione di un ulteriore canale commerciale, ma andrebbe pensato soprattutto come un’evoluto strumento di comunicazione e di “branding”, finalizzato a valorizzare non solo i prodotti, ma anche la propria storia. Non a caso, nella nostra recente intervista a Daniele Cernilli, alla domanda “Cosa possono fare le piccole cantine

per migliorare la propria situazione?” - il “Doctorwine” ci ha risposto, tra le

che,


altre cose, che “Dovrebbero (...) realiz-

zare dei siti ben fatti, magari con vendita on line”.

Anche perché costruire un sito web ben fatto a livello tecnico è diventato ormai un lavoro semplice e veloce. L’attuale tecnologia permette in pochi giorni di lavoro di metter su un complesso sistema di e-commerce, che consente anche di gestire ordini e magazzino in maniera molto semplice e senza perdite di tempo. Chiariamo subito che in termini economici parliamo di cifre assolutamente alla portata del budget di qualsiasi azienda. Ed è peraltro un investimento di cui si rientra in pochi mesi dalla messa on line. Eppure, dal nostro punto di vista, possiamo dire che, nonostante la qualità generale dei siti internet dei produttori vada via via migliorando, sono ancora evidenti moltissime pecche ed errori grossolani. I siti generalmente contengono pochissime informazioni, con i prodotti che molto spesso vengono descritti con le sole schede tecniche. Le foto, anche quando sono accattivanti e ben confezionate, hanno didascalie spesso scarne o mal fatte. Il più delle volte non si capisce la strategia d’insieme del sito web, con il semplice risultato che, dopo avervi fatto un veloce giro, si finisce per non rientrarvi più. Questo perché la maggior parte dei siti dei Produttori di vino dialoga molto bene con ristoratori e distributori, a volte strizza anche l’occhio agli esportatori, ma poi solo di rado

solo di rado offre contenuti pensati per coloro che realmente il vino lo stappano, lo bevono e che magari dopo ne parlano anche con gli amici di facebook o sui blog di settore. Ecco perché, secondo noi, il sito che vuole vendere davvero deve parlare direttamente al consumatore finale e all’appassionato. E per fare questo non basta pubblicare solo qualche bell’immagine, per quanto anch’esse sono molto importanti. In particolare le cantine, proprio per il tipo di merce che producono e vorrebbero vendere, dovrebbero ad esempio dare maggior spazio allo storytelling, generando di continuo contenuti di qualità che possano poi essere veicolati su i vari strumenti di vendita, dalla brochure fino al packaging, passando per il sito e i social. E’ evidente che per strutturare adeguatamente tutto ciò servirà una chiara strategia d’insieme e strumenti di interazione che consentano alle cantine di dialogare assiduamente con la propria “community”. E se poi sarà lo stesso Produttore a raccontare in prima persona il proprio vino, trasmettendo entusiasmo, passionalità ed esperienza, ben si capisce come potrà diventare molto più facile ingenerare in chi legge l’impulso decisivo per acquistare il suo prodotto. Solo all’interno di un tale contesto avrà senso inserire uno shop online, uno strumento che, se ben gestito, può tramutarsi in un’importante risorsa commerciale e di personal branding. ■ 79


PACKAGING novativa: in o tt u tt ra p o s eco legante ma Ricercata ed e aro in purezza, Romaldo Gr m per il suo negra tta, che diventa un valido he reinventa l’etic orretto servizio del vino... il c strumento per

a t t e h c i t e ’ l e d n e acc Nel nostro scrutare dall’esterno il mondo del packaging del vino, ci siamo più volte imbattuti in tantissimi progetti e idee originali dall’iniziale effetto “wow”. Peccato però, che il più delle volte si siano poi rivelate semplici trovate di marketing fini a sé stesse, rapidamente bocciate dal mercato perché troppo stravaganti o addirittura inservibili. Questa volta però, abbiamo finalmente avuto modo di scovare qualcosa non solo di veramente originale e innovativo, ma, vivaddio, anche utile. E forse non è un caso che la paternità di questa geniale idea venga proprio dal cuore del Salento, terra che negli ultimi anni ha fatto fare passi da gigante all’intera enologia pugliese, reinterpretando con modernità e innovazione la secolare tradizione contadina locale, per valoriz80


rizzare i propri autoctoni nel miglior modo possibile. E’ il caso, ad esempio, dell’azienda di Romaldo Greco e del suo “Versus”, Negroamaro IGP in purezza: un progetto, quest’ultimo, incentrato non solo sulla qualità produttiva, ma anche sulle corrette modalità di servizio. Ecco perché questa volta non vi racconteremo le nostre impressioni sul contenuto della bottiglia (cosa che tuttavia ci siamo promessi di fare a brevissimo), ma sull’ingegnosa novità che si trova incollata al suo esterno. Come avrete capito, ci stiamo ovviamente riferendo all’etichetta, definizione che però stavolta si fa un tantino riduttiva. Questo perché l’azienda di Seclì è stata la prima in Italia ad utilizzare inchiostri cromo-termici, tarati per accendersi al raggiungimento del giusto intervallo di temperatura. Ecco quindi che impresso sull’etichetta del “Versus” si trova un faro stilizzato con tre gabbiani all’orizzonte: in condizioni termiche non idonee al servizio, la luce del faro risul-

terà spenta; mentre, quando la bottiglia verrà portata alla corretta temperatura (tra i 16° e 18°C), il faro quasi magicamente si accenderà, illuminando il buio della notte per segnalarci che il vino è pronto per essere degustato. Davvero un graditissimo accorgimento, che ci permetterà di assaggiare il prodotto nelle migliori condizioni possibili senza dover ricorrere agli scomodissimi termometri da bottiglia (alzi la mano chi ne ha uno sempre con sé) e soprattutto di evitare, come purtroppo spesso accade, di bere un rosso “a temperatura ambiente” (quando fuori magari ci sono 30 gradi all’ombra!) Ecco perché, in definitiva, l’interattiva etichetta cromo-termica del “Versus” di Romaldo Greco ci sembra davvero un’utile innovazione, che ci auguriamo venga estesa prima possibile anche a vini spumanti, bianchi e rosati e che diventi buona norma anche per tantissimi altri Produttori italiani. ■

OFF

( T<16°C e T>18°C )

ON

( 16 < T < 18°C ) 81


o c i h c r ana errato f n o M l e d

l fu definito da re a tt a tr a d e il fic testabalorda”: requieto e dif ta ir s , li o a s u s id le iv p d m n o “i C un ntesi forse o eronelli come V m i ie ig p u i L n e to d c n gra tti i grandi auto tu a tr , o ffascinante… n a li o iù n p g il io b b è il Gri u ad rato, ma senz b le e c o n e m il

a cura di

Ugo Bertana Slow Food del Monferrato Casalese

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è un luogo, lassù in Piemonte, dove le colline sono prevalentemente dolci, le persone prevalentemente accoglienti, i vini prevalentemente molto buoni. Quel luogo è il territorio del Grignolino. Siamo tra il Monferrato Casalese e una ricca porzione di astigiano situata sul confine est della provincia, da Portacomaro fino ai confini con la Provincia di Alessandria. L’area più vocata è quella che va da San Giorgio Monferrato, dove inizia il sistema collinare del sud Piemonte, fino a Portacomaro (uno dei paesi che ha dato le origini alla famiglia dell’attuale Pontefice che, secondo i “si dice” degli astigiani, pare essere un vero fan del Grignolino) e poi fin giù alle “sabbie astiane” di Rocchetta Tanaro. Concentrandoci sulla geografia, i comuni storicamente al top (dove anche i langhetti Pio Cesare e Fontanafredda hanno sempre fatto incetta di


Le Doc ”Grignolino del Monferrato Casalese” e “Grignolino d’Asti” sono le due Doc principali. C’è poi una “Piemonte Grignolino” per includere tutto ciò che non rientra nei suddetti territori: una Doc poco significativa dal punto di vista numerico, ma con grandissime vette qualitative.

uve) si chiamano Rosignano, Cellamonte Vignale e Lu sul fronte casalese, e Grana, Scurzolengo, Portacomaro e Castagnole Monferrato su quello astigiano. Dicendo Grignolino ci addentriamo nella vita di uno dei vini piemontesi di più alto lignaggio storico, ma al tempo stesso tra i più sconosciuti ed ignorati dai contemporanei, vittima di un grande equivoco che l’ha relegato tra le dicotomie che non fanno tendenza. E’ un vino rosso, ma di un rosso scarico, dunque chi lo degusta lo immagina un vinello aggraziato; al contrario, in bocca provoca un’esplosione di potenza, di tannini allappanti se bevuto troppo giovane, come i vignaioli l’hanno fatto bere fino a pochi anni fa, o tannini potenti se con la giusta anzianità. Può avere un grado alcolico elevato, specie da quando i cambiamenti climatici hanno reso tutte le vendem-

mie “eccezionali”. Dunque non si tratta di vinello per damigelle. Per bere Grignolino occorre essere preparati, di più o al pari di quando si degustano vini complessi, vini riconosciuti al top dall’immaginario collettivo. Pur avendo più di qualche cantore, il Grignolino è comunque un vino troppo poco celebrato dalla comunicazione di settore con la “C” maiuscola. Fu il grande Gino Veronelli a battezzarlo “anarchico in bottiglia, testabalorda”, per la sua imprevedibile evoluzione in bottiglia. E oggi, un trentennio dopo il conio veronelliano, si cita ancora tale definizione. Tuttavia la discussione può essere arricchita da diversi fatti curiosi, che galleggiano tra leggenda e realtà; ad esempio pare che non mancasse mai sulla tavola della famiglia Agnelli sotto il “regno” dell’Avvocato; così come pare che anche Vittorio Emanuele II lo adorasse. 83


Il vino: Il Grignolino, il cui nome deriva da “grignola” che in piemontese significa “vinacciolo”, è un vino solitamente bevuto giovane. In alcuni casi però, riesce a dare il meglio di sé solo dopo 2-3 anni dalla vendemmia...

Qualcosa legato alla Corte però ci deve esser stato se è vero che oggi Roma è una delle migliori piazze italiane per la vendita di Grignolino, probabilmente fin dai tempi in cui i “papalini” furono soppiantati dai rigorosi burocrati sabaudi. È storia certa invece il documento datato 1246 e conservato nell’archivio dei Canonici Agostiniani di Casale Monferrato, con il quale i religiosi contrattualizzavano l’affitto di “terra

gerbida per coltivarne buone viti Berbesine”. Fu poi nell’800 che il Conte

Gallesio, agronomo di fama, riscontrò che nell’astigiano quelle stesse uve erano chiamate Grignolino: questo probabilmente perché contenevano ben 5 vinaccioli per acino, vinacciolo che in dialetto veniva appunto chiamato “grignola”. Concludeva il Gallesio dicendo che i prezzi erano elevati e perciò era “vino da tavola di tutte le persone agiate”. Ma torniamo al vino. Qualche riga fa si diceva che il difetto di berlo giovane ha rovinato la vita al Grignolino. In realtà esso inizia a dare il meglio di sé dopo 2/3 anni dalla vendemmia, ma questo 84

dipende molto dalla vinificazione e dal terreno su cui si alimenta la vigna. Tanto è vero che 4 produttori della Doc Monferrato casalese, hanno iniziato una sperimentazione di una riserva basata sul fattore tempo e che verrà venduto non prima di 40 mesi dalla vendemmia, dei quali almeno 24 con affinamento in legno. I 4 pionieri hanno vigneti disseminati sui 4 angoli del cuore storico del Grignolino: azienda Vicara e azienda Castello di Uviglie a Rosignano Monferrato, azienda Accornero a Vignale Monferrato e azienda Dealessi a Lu Monferrato. Ora che è nato anche il Consorzio di Tutela, gli esiti della sperimentazione diventeranno con ogni probabilità patrimonio dell’Istituzione che vigilerà sulla Doc, avviando così un nuovo corso e magari un nuovo nome “di territorio”. Ad oggi ci si deve, per così dire, accontentare di verificare l’esito della sperimentazione basata sulle annate 2011/2012, che però già fa intravedere qualcosa di strepitoso: un vino di grande struttura, al pari dei più nobili pinot noir. Ma questa è tutta un’altra storia. ■


I quattro pionieri della Riserva: Nel 2011, quattro Produttori hanno iniziato una produzione sperimentale di una riserva, che prevede almeno 40 mesi totali di maturazione dalla vendemmia alla commercializzazione, con un affinamento in legno di almeno 2 anni.

Ermanno Accornero è l’erede di una famiglia che vanta una lunga tradizione viticola e vinicola. Era dunque un predestinato e non poteva che diventare uno degli innovatori nel settore enologico di questo territorio.

Domenico Ravizza è il socio “tecnico” della Vicara, che con Diego Visconti e Carlo Cassinis la fece nascere oltre una ventina di anni fa, fondendo le rispettive tre aziende di cui erano titolari. Nel 2016 Vicara ha conquistato il primo assoluto “tre bicchieri” del Gambero Rosso assegnato ad un Grignolino.

Simone Lupano. La sua è una bella storia di passione per la terra ed il vino. La sua famiglia ha fondato importanti industrie metalmeccaniche, ma Simone ha fatto la scelta dell’agricoltura e oggi divide la sua produzione tra riso e vino con l’azienda Castello di Uviglie.

Roberto Dealessi, è nato a Lu Monferrato dove, con suo Padre, ha fondato l’azienda Tenuta San Sebastiano. Per molti anni Roberto si è diviso tra cielo e terra, ossia tra l’essere vignaiolo e pilota di aerei militari e di linea, nonché elicotterista di alto livello.

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scalda il “motore”... A breve on line il nuovo megaportale degli “Ambasciatori del vino italiano”! cronimo di Italian Taste Ambassadors, I.T.A. nasce con l’ambizione di divenire la soluzione definitiva per vendere vino (e non solo) unendo l’intera filiera, dal Produttore fino al cliente finale. Un portale web praticamente illimitato, che sarà disponibile, ormai a brevissimo all’indirizzo italiantasteambassadors.it, per mettere in connessione professionisti e appassionati con tutte le cantine italiane e diventare la piattaforma privilegiata per gli scambi commerciali tra operatori e consumatori. 86


Ma andiamo per gradi. Innanzitutto ITA sarà una grande Enciclopedia del Vino Italiano, dove saranno gli stessi Produttori a censire sé stessi e i propri vini, rendendoli visibili a chiunque mediante un potentissimo motore di ricerca interno con filtri personalizzabili, che consentiranno a chiunque di trovare davvero quello che sta cercando. Tuttavia la grande innovazione risiede soprattutto nel servizio di “Ambasciata”. Con ITA infatti le aziende vinicole potranno avvalersi di preziosi alleati, i cosiddetti “Ambasciatori del vino italiano”: gli ambasciatori saranno figure come sommeliers, esperti e divulgatori del Vino Italiano (che però avranno maturato anche esperienza commerciale) delegati alla presentazione di vini o altri prodotti. Con essi, l’Azienda che ne avrà bisogno e ne farà richiesta, potrà presentarsi a potenziali acquirenti senza però doversi recare personalmente in loco: l’incontro conoscitivo potrà appunto avvenire tramite l’Ambassador, a cui verrà affidato il compito di presentare e proporre l’intera gamma dei prodotti di una o più aziende deleganti. Oltretutto tale servizio potrà avvenire anche all’estero e comunque senza alcun costo di commissione o mediazione. Tuttavia, oltre agli “Ambassadors” nel mega-portale sarà possibile, valutando i loro profili, cercare e trovare anche i classici agenti di commercio, procacciatori d’affari, area managers, responsabili commerciali, export managers, ecc. Gli stessi Operatori di settore, a loro volta, potranno censirsi nel database geolocalizzato in base alla propria area di azione e rendersi disponibili per eventuali rappresentanze. Un servizio davvero utile e concreto che, da una parte permette alle aziende produttrici di vino di selezionare il personale commerciale direttamente su eventuali zone scoperte e, dall’altra, permetterà agli stessi Agenti di essere reperibili per eventuali rappresentanze. Ma ITA sarà soprattutto mmmm 54

un grande MarketPlace diretto, dedicato esclusivamente al vino e al food italiano, nel quale si potranno promuovere e vendere direttamente e in autonomia i propri prodotti in Italia e in tutto il Mondo. Inoltre, dal 1 Febbraio 2018, ITA diventerà anche la prima distribuzione diretta di vini sul territorio italiano con logistica integrata comune e servizio di rifatturazione. Grazie a varie partnership con varie società di logistica e trasporti internazionali, “ITA Distri bution” potrà vendere direttamente all’Operatore Ho.Re.Ca in tutti i Paesi della Comunità Europea senza dover necessariamente passare per l’Importatore. Questo offrirà a buyers e acquirenti finali il servizio di un grossista e il prezzo di un Produttore. 87


Ma non solo. ITA punta a diventare anche il più potente motore di ricerca di fornitori di attrezzature, materie prime e servizi: dal fornitore di barbatelle, a quello di bottiglie, tappi, prodotti enologici, attrezzature, mezzi agricoli, assicurazioni, spedizioni e trasporti. Un validissimo aiuto quindi per tantissime aziende e operatori del settore, che oltre a vendere quindi, permetterà anche di comprare tutto ciò di cui un’azienda vitivinicola necessita e al miglior prezzo di mercato. Gli utenti potranno infatti approfittare delle offerte in vetrina o richiedere preventivi specifici per ciò che effettivamente è richiesto. Oltretutto, a latere, ITA potrà anche offrire a tutti i suoi utenti registrati anche servizi di brand management, curando la comunicazione, realizzando o rinnovando il sito web istituzionale, creando packaging accattivanti, realizzando schede tecniche multilingua e costruendo su misura tutte le iniziative utili a proporre nel miglior modo il brand a potenziali clienti. E poi, come se non bastasse, ITA farà

Distribution

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anche da perno per l’organizzazione e la partecipazione collettiva a fiere di settore, workshops, B2B, Masterclass: unire le forze per uno scopo comune è un modo per avere maggiore visibilità e nel contempo risparmiare tantissimo rispetto ai costi di una partecipazione come singolo espositore, usufruendo, tra l’altro di un’organizzazione professionale che permetterà di ottimizzare i budget per la promozione. ITA è davvero un’idea unica che raccoglie al suo interno praticamente tutta la filiera. Anche perché il portale ha previsto anche uno spazio per le attività commerciali, come enoteche, winebar ed alta ristorazione, che una volta registrati e geolocalizzati potranno anche pubblicare la propria “carta dei vini”, offrendo a chiunque la possibilità di conoscere quali vini possono trovare in un determinato locale. Servizio questo, utile anche per le aziende Produttrici che possono far sapere ai propri clienti in quali locali sono disponibili i propri vini alla mescita. Insomma, quello che ITA propone non è il solito grande aggregatore di contenuti, ma un vero e proprio modello di promozione e business del vino e del food “made in Italy”, nel quale domanda e offerta riusciranno finalmente incontrarsi con un semplice click. ■


“ ZERO ” FRANCIACORTA DOCG PAS DOSE’ - LA FIORITA IL VINO: chardonnay, pinot nero e 24 mesi sui lieviti per questo “dosaggio zero” con residuo zuccherino di appena 1,5 grammi/litro. Nel nostro calice si presenta cristallino, con una spuma intensa e un bel colore giallo paglierino tenue. Le leggere note di crosta di pane iniziali, lasciano poi il campo olfattivo a spiccati sentori agrumati, erbacei e speziati e alla gradevole nota di mandorla amara nell’appagante chiusura. CONSIGLIATO PERCHE': l’azienda creata nel 1973 da Paolo Bono nasce molto tempo prima della moda delle bollicine, tant’è che attualmente rappresenta una delle realtà più autentiche del territorio franciacortino, non solo per l’impostazione produttiva ancora legata a piccoli volumi, ma anche per i picchi qualitativi raggiunti dall’intera gamma, di cui questo dosaggio zero rappresenta, a parere di chi scrive, la massima espressione.

“ BRUT 1907 ” TRENTO DOC RISERVA - CANTINA D’ISERA IL VINO: un elegante blanc de blanc da uva Chardonnay in purezza, che dopo almeno 38 mesi trascorsi sui lieviti, si presenta nel calice in tutta la sua gradevole freschezza. Caratterizzato da un bel giallo dorato, supportato da un filo di bolle finissime e continue, esprime al naso un equilibrato alternarsi di sensazioni olfattive pulite e delicate, che spaziano tra profumi di fiori di campo e frutti gialli maturi. Un vino pensato per essere presente a tavola a tutto pasto, accompagnando anche piatti elaborati. CONSIGLIATO PERCHE': nata nel 1907 ai tempi dell’Impero Asburgico e oggi moderna

cantina sociale con oltre 200 ettari divisi tra circa 150 soci, la Cantina D’Isera è la palese dimostrazione di come attualmente in Trentino sia possibile ottenere qualità priva di compromessi, contenendo comunque i prezzi. E il Brut Riserva è solo la punta di diamante di una gamma che per intero rispetta a pieno tale filosofia produttiva.

"MILLEDI’ " FRANCIACORTA DOCG - FERGHETTINA IL VINO: grappoli selezionati accuratamente, lavorazione con metodo classico e almeno 36 mesi sui lieviti donano a questa cuveè un foggia cristallina e un perlage sottile e seducente. Concede sentori di limone, pompelmo e pesca bianca e un nitido sottofondo di crosta di pane completa l’ampio bouquet. L’assaggio è intrigante e strutturato, con freschezza e mineralità ben espresse e un finale piacevole e particolarmente lungo. Imbattibile con un risotto alle ostriche. CONSIGLIATO PERCHE' : l’esclusiva e prestigiosa bottiglia piramidale, che un po’ ricorda

la confezione di un profumo, mette subito ben in vista lo stupendo giallo dorato di questo chardonnay 100% e lascia quasi presagire le raffinate fragranze che consegnerà all’olfatto appena aperta. Non solo eleganza finissima da ostentare nella vetrina della nostra cantinetta, ma anche tanta sostanza di cui godere copiosamente nel bicchiere. 89


“BRUT ROSE’ ” - SANGIOVESE METODO CLASSICO - BARACCHI IL VINO: questo elegantissimo rosé è il risultato della prima spumantizzazione in assoluto del vitigno sangiovese con metodo tradizionale. La geniale intuizione di Riccardo Baracchi ci ha regalato la suggestione di un perlage finissimo immerso in un nettare cristallino color buccia di cipolla, ma anche l’emozione di un naso intrigante, composto da delicati frutti di bosco che ritroviamo anche bocca, accompagnati da una piacevole vena acida e dalla giusta sapidità. Da stappare rigorosamente con la sciabola. CONSIGLIATO PERCHE': è un vino rivoluzionario, di un Produttore rivoluzionario che, nella sua Toscana, è riuscito nell’ambizioso e pioneristico intento di creare bollicine di altissimo livello da un autoctono da sempre utilizzato per grandi rossi da invecchiamento. E non è un caso che recentemente sia stato inserito dalla rivista “Wine Pleasure” tra i migliori cinquanta spumanti al mondo. Cosa che noi pensavamo già in tempi non sospetti.

"IL FARO DELLA GUARDIA " LAZIO BIANCO IGT - CASALE DEL GIGLIO IL VINO: una biancolella in purezza che porta con sé l’essenza della vulcanica isola di Ponza.

Il colore è un bel giallo-verdolino, mentre il naso è intenso con sentori di agrumi e frutti estivi come pesca gialla e albicocca, con sfumature floreali e una decisa nota iodata di base. Il sorso è piacevolmente sapido e minerale e conferma anche in bocca le sensazioni regalate alle narici. Quasi scontato l’abbinamento con il fresco pescato dell’isola. CONSIGLIATO PERCHE' : unico autoctono della produzione aziendale è la vera “chicca”

della gamma, frutto di viti a piede franco di 80-150 anni. Coltivato e lavorato interamente a Ponza, trattasi di una vera rarità che difficilmente troverete lontano dall’isola, perché sono appena mille all’anno le bottiglie prodotte. Un meraviglia da non farsi assolutamente sfuggire.

"RAJAH ” ZIBIBIBBO TERRE SICILIANE IGP - TENUTA GORGHI TONDI IL VINO: è una vera esperienza gusto-olfattiva che ti avvolge e che, chiudendo gli occhi,

ti trasporta dolcemente sull’isola, attraverso i profumi e sapori più tipici di Trinacria. Agrumi, ananas, fico d’india e fiori gialli, con un’aromaticità appena accennata che rende la beva piacevole, delicata e mai stucchevole. Perfetto con un crudo di gamberi rossi di Mazara del Vallo. CONSIGLIATO PERCHE': per noi che non siamo grandi amanti dei vini aromatici l’assaggio

di questo zibibbo in purezza, in versione “secca”, ci ha dato modo di comprendere in un sol sorso tutte le grandi potenzialità di questo vitigno e di questa Azienda, incastonata in una meravigliosa riserva naturale del wwf, a due passi dall’incontaminato mare di Mazara.

"GRIGIO " PINOT GRIGIO IGP - PIANA DEI CASTELLI IL VINO: è un pinot grigio ramato e brillante di pregevole fattura che, una volta assaggiato,

risulta difficile da dimenticare. Raccolto precocemente verso la fine di luglio e vinificato in purezza con criomacerazione per 48 ore, rivela integra nel calice l’essenza di questo vitigno che colpisce il naso con note fruttate ed erbacee di grande intensità. La beva minerale ricorda la struttura particolarmente ricca e grassa del terreno d’origine tra le colline di Velletri. CONSIGLIATO PERCHE': il “Grigio” è solo una delle “geniali follie” di Matteo Ceracchi,

viticoltore giovanissimo ma dalle idee molto chiare che, per filosofia e capacità, realizza unicamente vini non convenzionali di grandissima fattura. Un “orange” talmente particolare e complesso che risulta difficile da descriversi, ma facile a bersi. 90


"LA FATA GALANTI " NERELLO CAPPUCCIO - ALCANTARA IL VINO: nel calice questo nerello mascalese 100% sfoggia un bel rosso rubino vivo con

tenui accenni violacei, esplicitando da subito decisi sentori di ciliegia e di mora. Seguono interessanti sfumature speziate, pepe nero su tutte, e una delicata vaniglia finale. Al palato risulta morbido come una carezza, con un alcool non invadente e una buona spalla acida che rende il sorso adatto anche ai piatti marinari più strutturati della tradizione siciliana.

CONSIGLIATO PERCHE' : la vinificazione in purezza rende finalmente onore a questo vitigno, spesso in passato utilizzato come vino da taglio per dare maggiore colore al più famoso “cugino” Mascalese. Cresciuto a 650 metri quota sul versante nord dell’Etna e lavorato senza eccessivi stazionamenti in barrique, riesce ad esprimersi come un vero purosangue. Eccezionale anche nel rapporto qualità/prezzo.

"SOPRASASSI ” CANAIOLO IGT TOSCANA - I SODI IL VINO: è un bellissimo rosso rubino intenso quello che ci si presenta nel calice, dal quale

sprigiona in tutta la sua eleganza, con note di frutta rossa prevalenti. In bocca è setoso, rotondo, armonico, con una morbidezza senza pari. Ideale compagno di un viaggio sensoriale con una buona bistecca alla fiorentina. CONSIGLIATO PERCHE': il podere "I Sodi" è una delle più interessanti realtà del Chianti Classico, eppure restiamo sorpresi da questo Canaiolo 100%, vitigno abitualmente utilizzato in assemblaggio al sangiovese. Le uve arrivano dai vigneti più antichi dell'Azienda, vendemmiate, con rese molto basse, verso la fine di Ottobre. Servono poi 24 mesi in piccole botti di rovere e oltre 1 anno di bottiglia prima di poter essere versato nel vostro calice. Forse la migliore espressione in assoluto di questo vitigno in purezza.

"MACCHIAROSSA ” TINTILIA DEL MOLISE DOP - CLAUDIO CIPRESSI IL VINO: il Macchiarossa è una delle più autentiche e riuscite espressioni di questo raro

e antico autoctono molisano. Un vino, come ricorda il nome, dal colore rosso molto intenso, che sprigiona deliziose fragranze di confettura intrecciate a fantastiche note balsamiche. Ti appaga con la sua rotondità e il suo equilibrio, lasciando il palato con un lungo finale di liquirizia, spezie, vaniglia e tabacco, sebbene non abbia trascorso un sol giorno in barrique. CONSIGLIATO PERCHE': se oggi Claudio è un Vignaiolo con la V maiuscola lo deve soltanto all’impressionante percorso di crescita professionale che lo ha accompagnato negli ultimi anni, nei quali ha saputo elevare ai massimi livelli un vitigno forse per troppo tempo sottovalutato se non addirittura dimenticato. Noi lo seguiamo da oltre un decennio, eppure la sua straordinaria tintilia sa ancora come sorprenderci ad ogni nuovo assaggio.

"1890 " NERELLO CALABRESE IGT - TRAMONTANA IL VINO: colora il calice di un intenso rosso rubino e inonda il naso di sensazioni intriganti,

spaziando con scioltezza tra note di prugna matura, frutti di bosco, confettura d’amarena, frutta candita, liquirizia e vaniglia, fino ad arrivare alla cannella e al cuoio. Inizialmente accarezza il palato come velluto, ma poi la grande struttura di questo nettare si fa largo riempiendo la bocca di un sorso quasi masticabile, con un lunghissimo retrogusto fatto di infine sfaccettature. CONSIGLIATO PERCHE' : racchiude oltre 120 anni di storia dell’azienda in una bottiglia impe-

netrabile, ravvivata soltanto da una spennellata di vino rosso e dalle 4 cifre che celebrano l’anno in cui tutto ebbe inizio. Questo è il vino di chi vuole conoscere il nerello calabrese, parente del più noto Nero d’Avola, che Tramontana coltiva ad alberello nelle assolate colline di Gallico, vinifica in purezza e invecchia per circa 10 mesi in piccoli carati di rovere. 91


CHARME IN ROSA

LECCE - Ais Lecce presenta l’edizione VII della rassegna dei vini rosati e degli oli extravergini d’oliva di qualità della Regione Puglia. Venerdì 14 Luglio, a partire dalle ore 20.30, nella dimora storica di Torre del Parco di Lecce avrà infatti inizio la prestigiosa kermesse nella quale sarà possibile degustare oltre 150 etichette di ottimi rosati pugliesi e 50 oli extravergine di oliva regionali, in abbinamento alle eccellenze gastronomiche del Salento, guidati dai sommelier della delegazione. Il contributo di partecipazione è di euro 15, comprensivi del bicchiere da degustazione. ■

UN MARE DI VINO

RIMINI - Calice in mano e piedi in acqua nell’originale evento enologico estivo organizzato sulla spiaggia di Rimini per il 27 Luglio prossimo: una lunga notte dedicata a Bacco attraverso un percorso di 3 km di spiaggia, con 40 punti di degustazione e 50 artisti musicali. Produttori di vino, aziende agricole, micro-birrifici e artigiani della gastronomia, per degustare le migliori etichette ad un passo dal mare. ■

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VINOVIP

CORTINA D’AMPEZZO (BL) - Torna l’evento biennale ideato nel 1997 dalla rivista Civiltà del bere, nel quale i più prestigiosi produttori italiani incontrano professionisti, collezionisti e appassionati. Una undicesima edizione con un programma ricco di novità, in cui sarà sempre Cortina, perla delle Dolomiti e capitale italiana degli sport invernali, la spettacolare cornice della rassegna. Una due giorni, domenica 9 e lunedì 10 luglio, con ospiti d’eccezione come Riccardo Cotarella e Pierluigi Donna, masterclass su temi di grande attualità e vini ovviamente al top. E poi alcune spettacolari degustazioni ad alta quota nei rifugi Col Drusciè, Ra Valles e Faloria, con vista sulle Dolomiti ampezzane, le montagne più belle del mondo. Tra i vari eventi nell’evento anche una indimenticabile cena sotto la volta celeste in cima alle Dolomiti, con un BBQ a quasi 3.000 metri di quota che, dal tramonto in poi, accompagnerà le migliori etichette protagoniste di VinoVip. Spazio anche ad una interessante selezione di produttori emergenti. Ecco quindi una interessante manifestazione nella quale partecipare può significare non soltanto incontrare in prima persona i protagonisti del vino italiano, prendere parte a esclusivi masterclass e assaggiare vini eccezionali, ma anche semplicemente relax, piacere, puro divertimento, fra cene, vino, salite in funivia e panorami mozzafiato. ■ .

CALICI DI STELLE

Come ogni anno, nella notte di San Lorenzo, le piazze delle Città del Vino, le Cantine aderenti al Movimento turismo del vino e tantissimi enoappassionati di tutta Italia sono protagonisti del brindisi più atteso dell’estate. Un evento, quello in programma per giovedì 10 Agosto , che si svilupperà con una miriade di appuntamenti concomitanti in tutta la penisola incentrati su vino e offerta culturale, mettendo insieme la magia dei territori e il buon bere ad eventi artistici e di spettacolo. ■

FOOD, WINE & MUSIC

ROMA - Street food, vino e musica si fondono nell’evento estivo del Gambero Rosso in programma per giovedì 27 luglio dalle ore 19 presso la Città del Gusto. Con il ticket di ingresso al costo di euro 20 si avrà la possibilità di degustare 2 calici di vino e di scegliere vari assaggi dai food trucks. Accanto alle degustazioni ci saranno inoltre DJset, concerti e altre forme di intrattenimento concomitanti. ■


I PERCORSI DEL SIMPOSIO A PALAZZO ROSPIGLIOSI

ZAGAROLO (RM) - Sarà un “trionfo del gusto” anche a Zagarolo, la bella cittadina nella provincia romana meridionale ricca di storia e di tradizione legata all’enogastronomia. Questo importante appuntamento, che fa parte della serie di rassegne itineranti de “I Percorsi del Simposio”, sta ormai diventando un palcoscenico importantissimo, collaudato tra l’altro da numerose edizioni precedenti, per presentare eccellenze agroalimentari di tutta Italia, non solo più nell’area metropolitana della Capitale, ma anche in altri mercati fuori dallo stesso Lazio. Anche l’evento di Zagarolo, previsto per Sabato 8 e Domenica 9 Luglio, si avvale ancora una volta della sapiente ed esperta regia di Daniele De Ventura, al quale, in questa occasione, si affiancheranno numerose collaborazioni esterne, volte a rendere ancor più ampio e interessante il catalogo degli espositori che presenzieranno alla due giorni. A far da cornice sarà il maestosa cornice di Palazzo Rospigliosi, edificio cinquecentesco storicamente legato ai Colonna, una delle famiglie nobiliari della Roma rinascimentale e baracca ed oggi di proprietà del Comune di Zagarolo, che ne ha reso possibile il restauro ultimati nel 2010. Il palazzo si sviluppa su due piani e lungo due ali parallele a ferro di cavallo con un’apertura sulla piazza centrale che introduce al cortile monumentale d’ingresso. All’interno attualmente ha sede anche il bellissimo Museo del giocattolo, ma la quasi totalità delle importanti metrature delle sale espositive saranno a disposizione dei banchi d’assaggio delle decine, ne , kkkk

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ne, probabilmente centinaia, di Produttori di vino, birra artigianale, salumi, formaggi, dolciumi, prodotti da forno, conserve, confetture, pasta, biscotti, olio evo, sott’oli e creme, che arriveranno da tutta Italia per presentarsi ad un ampio pubblico di operatori e appassionati del settore. Si parte sabato 8 Luglio alle 15:00 (fino alle 24:00) per poi proseguire per tutta la giornata di domenica 9, dalle 11:00 di mattina fino a chiusura prevista per le ore 20:00. Il costo del ticket di ingresso, con degustazioni praticamente illimitate è di € 20 per tutti gli enoappassionati, mentre per operatori del settore e sommelier è anche previsto un ticket ridotto a € 12. Nel prezzo di entrata è compresa comunque anche la visita al museo del Giocattolo. Per le aziende vinicole o gastronomiche non ancora iscritte è ancora possibile prenotare la propria postazione accedendo al sito di riferimento della manifestazione, www.simposioroma.it ., dove troverete anche l’ampissimo catalogo di Espositori che renderanno l’enorme perimetro del Palazzo Rospigliosi lungo un vero e proprio girone dei golosi. Non mancheranno ovviamente degustazioni guidate, cooking show e postazioni street food che sfrutteranno anche i cortili e i giardini esterni all’edificio. Un’occasione unica quindi, non solo per tastare le ultime tendenze del mercato e conoscere direttamente gli stessi Produttori, ma anche per trascorrere un piacevole week-end estivo in città, all’insegna del mangiare e bere di qualità e con la giusta dose di convivialità. ■

MARE IN CANTINA 2017

SCAURI (LT) - Si rinnova l’appuntamento enologico sull’incantevole l'incantevole Spiaggia dei Sassolini di Scauri, nella bellissima riviera pontina. Venerdì 21 luglio torna infatti l’attesissima kermesse enogastronomica di riferimento del Golfo di Gaeta organizzata da Andrea Polidoro, che accoglierà ancora una volta tantissimi viticoltori provenienti soprattutto da Lazio e Campania, ma con diversi ospiti importanti anche da altre regioni d'Italia. Giunta quest’anno alla V edizione Mare in Cantina 2017 è davvero un appuntamento unico nel suo genere. Durante la serata infatti sarà possibile degustare ottimi vini con i piedi immersi nelle verdi acque dell'affascinante baia sita all’interno del Parco regionale di Gianola e del Monte di Scauri, già teatro di numerose pellicole della storia del cinema, come “Il Conte di Montecristo” con Gérard Depardieu e “Per Grazia Ricevuta” di e con Nino Manfredi, fino alle recenti riprese per la terza stagione di “Gomorra”. L'evento, per il quale è previsto un biglietto d’ingresso di € 15, avrà inizio alle ore 19:00 e andrà avanti fino alle 23:00 circa. A “Mare in Cantina”, oltre ad appassionati e buyers che avranno l'opportunità di scoprire le eccellenze produttive del nostro territorio, saranno presenti anche numerosi giornalisti enogastronomici, sommelier, enologi e professionisti della ristorazione e della distribuzione di alimenti e bevande. Tuttavia, questi ultimi, insieme ai membri di Mare In Cantina Social Club, potranno accedere previo accredito dalle ore 18.30 in poi. Un appuntamento davvero da non perdere, soprattutto per chi, magari trovandosi nella meravigliosa Riviera di Ulisse per le vacanze estive, vorrà unire la propria passione per il mare a quella per i piaceri del palato. ■

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Anno II - Numero III Luglio 2017 Nella foto in copertina:

La Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti

..................................................... Editore: Antea dev Srls Via Tiburtina, 912 00156 - ROMA CF e P.IVA: 13784521000

Viticoltura eroica a Ventotene

..................................................... Responsabili del Progetto editoriale: Federico Dini e Andrea Vellone. Per la pubblicità: pubblicita@ipiaceridellavite.it Cell: (+39) 349 0750182 Distribuzione online: www.ipiaceridellavite.it www.wineday.it Facebook: WINE DAY ..................................................... Hanno collaborato a questo numero:

Timox, istruzioni per l’uso

Costantino D’Aulisio Garigliota, Ugo Bertana Sandro Notargiacomo, Gianni Bucci ..................................................... Si ringraziano: Matilde Poggi, Walter Massa, Daniele De Ventura, Francesco Salvetta, Donato, Laura e Federica Giangirolami, Gregorio De Gregoris, Alessandra Zappi, Giuseppe Di Benedetto & Gradazione 13, Paolo Stramacci, Rosanna Ferraro, Gabriella Polselli e Luca Mastromattei. ..................................................... “I Piaceri della Vite" è un prodotto editoriale online realizzato unicamente su supporto informatico e diffuso unicamente per via telematica. Visto che gli Editori non hanno fatto domanda di provvidenze, contributi o agevolazioni pubbliche e che conseguano ricavi annui da attività editoriale non superiori a 100mila euro, non sussiste alcun obbligo di registrazione al registro della stampa tenuto dal tribunale, né al R.O.C., né gli stessi sono soggetti agli obblighi di cui alla delibera dell'AGCom n. 666/08 del 26 novembre 2008. Per ricavi annui da attività editoriale si intendono i ricavi derivanti da abbonamenti e vendita in qualsiasi forma, ivi compresa l’offerta di singoli contenuti a pagamento, da pubblicità e sponsorizzazioni, da contratti e convenzioni con soggetti pubblici e privati. (“Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 18 maggio 2012, n. 63, recante disposizioni urgenti in materia di riordino dei contributi alle imprese editrici, nonché di vendita della stampa quotidiana e periodica e di pubblicità istituzionale”)

I paesaggi del vino: la Franciacorta

Le proprietà curative della Vitis Vinifera

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Tutto il materiale pubblicato, testi, foto e illustrazioni, è da ritenersi di proprietà degli Autori e, qualora non indicato, dell'Editore. Tuttavia, alcune foto o immagini presenti nella rivista sono costruite da materiale largamente diffuso nel web e ritenuto di pubblico dominio. Su tali foto ed immagini il sito non detiene, quindi, alcun diritto d'autore e non è intenzione dell'Autore di appropriarsi indebitamente di immagini di proprietà altrui. Pertanto, se detenete il copyright di qualsiasi foto, immagine o oggetto presente, oggi ed in futuro, su questa rivista, o per qualsiasi altro problema riguardante il Diritto d'Autore, inviate immediatamente una e-mail all'indirizzo info@ipiaceridellavite.it indicando i vs dati e le immagini in oggetto così che si possa risolvere rapidamente il problema (ad esempio con l'inserimento, gratuito e permanente del nome dell'Autore, oppure sostituendo o rimuovendo definitivamente la foto o quant'altro).

SCRIVI ALLA REDAZIONE: info@ipiaceridellavite.it Siamo sempre alla ricerca di vini e storie originali per i nostri appassionati lettori. Se siete Produttori e volete farci assaggiare i vostri vini o volete raccontarci la vostra storia la ascolteremo volentieri. Se invece amate scrivete di vino e volete collaborare con noi inviateci le vostre idee o i vostri articoli, saremo lieti di valutarli ed eventualmente pubblicarli nel prossimo numero...


I Piaceri della Vite - Numero III - Luglio 2017  
I Piaceri della Vite - Numero III - Luglio 2017  

La FIVI, Federazione Italiana Vignaioli indipendenti, è la protagonista della copertina del quarto numero. Abbiamo intervistato la president...

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