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NUMERO 2 | DICEMBRE 2012

Storie di eccellenza e innovazione

LEGGERI COME UNA NUVOLA Fabrizio Bona punta su cloud e outsourcing per dare a bip MOBILE l’agilità necessaria a battere i colossi della telefonia mobile.

social business

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Le tecnologie che permettono di analizzare i dati provenienti dai social network ci sono. E le aziende che possono sfruttarle?

PROMESSI SPOSI

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Le piccole e medie imprese italiane vanno sul cloud? Storia di un matrimonio che s'ha da fare ma che ancora non si consuma.

UN MONDO M2M

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Chicco Testa, presidente di Telit, traccia lo scenario della comunicazione tra dispositivi. Che vede l'Italia protagonista.

Distribuito gratuitamente con “Il Sole 24 ORE”


SOMMARIO Storie di eccellenza e innovazione

N° 2 - Dicembre 2012 Periodico bimestrale registrato presso il Tribunale di Milano al n° 378 del 09/10/2012.

Direttore responsabile: Emilio Mango

04 storia di copertina

Leggeri come una nuvola: bip MOBILE

11 IN EVIDENZA Big data e customer experience

Windows 8 alla prova delle aziende

Chi ci difende dalla consumerizzazione

La guerra degli smartphone Arriva il dream team dei data center

Coordinamento: Gianni Rusconi Hanno collaborato: Piero Aprile, Valentina Bernocco, Carlo Fontana, Danilo Loda, Marco Russo, Laura Tore Progetto grafico: Inventium Srl Iniziative speciali: Salvatore Losco Business development: Anselmo Barbieri Foto e illustrazioni: Istockphoto

Lopinione: la formazione del personale It

18 SCENARI Social business in azienda

Il cloud nelle Pmi italiane Chicco Testa racconta l’m2m

24 ECCELLENZE.IT Illva Saronno - Intel American School of Milan - Dell Ulss 21 Basso Veronese - Vidyo

Editore, redazione, pubblicità: Indigo Communication Srl Via Faruffini 13 - 20149 Milano tel: 02-36505844 info@indigocom.it www.indigocom.com Stampa: RDS Webprinting - Arcore © Copyright 2012 Indigo Communication Srl Tutti i diritti di proprietà letteraria e artistica riservati. Il Sole 24 Ore non ha partecipato alla realizzazione di questo periodico e non ha responsabilità per il suo contenuto. Pubblicazione ceduta gratuitamente.

Aboca - Symantec

Rcs Mediagroup - Informatica

Irce - Oracle

Preca Brummel - Sas

Publiacqua - Fujitsu

32 italia digitale

Le smart city sono pronte. Sulla carta

Start Up alla prova di maturità

40 OBBIETTIVO SU

Trina Solar

47 VETRINa HI TECH

Rassegna tablet e ultrabook

Pillole digitali: stampanti per l’ufficio


STORIA DI COPERTINA | bip MOBILE

LEGGERI COME UNA NUVOLA PER SFIDARE I BIG DElla telefonia Tecnologie di frontiera, ma sul cloud e in outsourcing. Così, bip MOBILE è riuscita a contenere l‘investimento iniziale senza rinunciare alla potenza di fuoco necessaria per competere con i grandi operatori che presidiano il mercato.

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ntelligente, veloce, semplice. Lo slogan scelto da bip MOBILE per promuovere la sua offerta di telefonia descrive perfettamente il testimonial della campagna, il Road Runner di Warner Bros (meglio conosciuto come BeepBeep) che sfugge sempre alla caccia del coyote. Ma aderisce come un guanto anche all’organizzazione aziendale voluta da Fabrizio Bona, amministratore delegato della società e ispiratore di una strategia votata all’agilità e alla rapidità, le uniche armi in grado di permettere a un nuovo operatore virtuale di conquistare fette di mercato di una torta custodita da colossi come Vodafone e Tim. Così, le parole d’ordine della strategia bip sin dalla recente nascita sono outsourcing e cloud computing. O, meglio ancora, tutta la filosofia d’impresa si fonda su una visione ampia del cloud, applicabile non solo ai sistemi informativi, ma a tutte le 4

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funzioni, siano esse “core” o strumentali. Di outsourcer, bip MOBILE, ne ha almeno tre. Il primo e più naturale è One Italia, la multinazionale della famiglia Giacomini che possiede anche la maggioranza di bip. One Italia custodisce i dati dell’azienda presso uno dei suoi data center (anche se è in fase di allestimento un secondo sito, affidato a una società di servizi It e destinato al disaster recovery), ha affiancato bip MOBILE nell’integrazione e nella personalizzazione dei sistemi Ict, e ha sviluppato il portale aziendale, uno strumento cardine nella strategia commerciale dell’operatore virtuale. Il secondo outsourcer è Telogic, società danese specializzata nell’abilitare gli operatori virtuali di tutta Europa, al quale bip MOBILE ha demandato la gestione della rete intelligente, del billing e di altre attività strategiche del proprio business. Il terzo partner principale è Reitek, società italiana che, sfruttando le


Gli azionisti bip MOBILE è stata costituita a marzo del 2012. I soci fondatori sono la famiglia Bona, che detiene il 25,3% della società, e la famiglia Giacomini, che possiede il restante 66,7%. I Giacomini (Walter, Gian Luca e Jacopo) sono anche soci di maggioranza di One Italia, multinazionale operante nei mercati e-commerce, Internet, advertising e Mobile Vas. In ambito Web, One Italia ha dato vita a progetti come Leonardo.it (il terzo portale italiano per traffico), immobiliare.it e BuyOn, il primo sito di cashback italiano. One Italia è attiva in tutto il mondo, con sedi a Roma, Milano, Mexico City, New York, San Paolo e Dubai.

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STORIA DI COPERTINA | bip MOBILE

LE SOLUZIONI Cloud, software open source e ricorso all’outsourcing sono i tre pilastri che hanno ispirato il management di bip MOBILE nel pensare l’infrastruttura tecnologica dell’azienda, votata alla massima flessibilità ma senza dimenticare una scala “enterprise” e un livello di sicurezza e continuità adeguato al business. Tutta l’attività legata alla rete mobile è realizzata con Telogic, che vanta una notevole esperienza proprio nell’abilitare gli Mvno alle operazioni sul campo in tempi rapidi e con tecnologie collaudate. A Telogic sono affidate, tra le altre cose, le attività di billing e la gestione della rete intelligente. Sul fronte del software, la parte del leone la fa l’application server Jboss di Red Hat, sul quale è costruita, tra l’altro, la soluzione applicativa che connette bip MOBILE ai dealer e che permette di attivare e gestire i clienti finali. La tecnologia su cui si basano le procedure relative alla sicurezza degli accessi poggiano invece su Ejbca, un’infrastruttura a chiave pubblica per la gestione dei certificati anch’essa disponibile in modalità open source. Il contact center è basato sulla soluzione in architettura cloud offerta dall’italiana Reitek, mentre il Crm è costruito sull’offerta della danese Capernow. La business intelligence, infine, è targata QlikView.

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architetture cloud, gestisce per conto di bip MOBILE le attività relative al contact center. “La filosofia del cloud, applicata non solo all’Ict ma a tutta l’organizzazione aziendale”, spiga Bona, “è il fattore che ci permette di aggredire un mercato da 18 miliardi di euro (questa è la stima del giro d’affari della telefonia mobile in Italia) con sole 40 persone, facendo concorrenza a colossi dalle dimensioni, ma anche dai tempi di reazione, pachidermici. Per vincere in questo scenario avevamo una sola possibilità: cambiare le regole. Lo abbiamo fatto con la pubblicità, con il posizionamento low cost (nell’accezione migliore) e con la tariffazione. E lo abbiamo fatto anche con l’infrastruttura tecnologica”. Nuvole e open source

“Il cloud computing ci ha permesso di contenere l’investimento iniziale in tecnologia”, dice Paolo Perrucci, chief technology officer di bip MOBILE, “ma anche di poter scalare rapidamente verso l’alto le infrastrutture se le cose fossero andate bene come era previsto e

come si è puntualmente verificato. Ma c’è stata anche una seconda scelta strategica nell’ambito It, sempre nell’ottica del contenimento dei costi e della flessibilità: quella di ricorrere ove possibile alle tecnologie open source”. Con soli due uomini schierati, insieme a lui, nella gestione delle risorse Ict, Perrucci ha percorso una strada inusuale, coraggiosa ma vincente. Ha puntato su software aperti ma solidi, in grado di sostenere la complessità e la sicurezza di un’azienda impegnata su un grande mercato come quello della telefonia mobile, ma allo stesso tempo caratterizzati da bassi o nulli costi di acquisizione (naturalmente il supporto, necessario per chi opera in ambiente business, si paga). “Sul fronte dei server applicativi la scelta è caduta su Jboss di RedHat” spiega Perrucci, “su cui è basata la soluzione software per la gestione dei dealer, mentre il data warehouse è MySql, anch’esso open source. Per rimanere in tema di flessibilità, velocità e costi contenuti, l’applicazione utilizzata dai punti vendita è una Web application, per cui basta un qualsiasi Pc con un qualunque


i nuovi bip store I 1.600 dealer attuali sono destinati a raddoppiare entro la prossima estate. E saranno presto affiancati da 130 punti vendita monomarca (i primi apriranno entro la fine dell’anno a Roma, Firenze, Bologna, Trieste e Livorno) che avranno un look innovativo tanto quanto la casa madre: oltre a cellulari, smartphone e accessori, tutti caratterizzati da elevata qualità e costi accessibili, i clienti troveranno merchandising e prodotti Warner Bros, un connubio che ha già portato fortuna a bip MOBILE e che promette scintille anche in futuro.

browser per collegarsi al nostro sistema e procedere con le attivazioni. Grazie al software aperto e al Web, siamo riusciti a mettere in piedi la piattaforma per i dealer in soli quattro mesi, mentre di solito per questo tipo di strumenti ci vogliono anni di sviluppo e implementazione”. Sicurezza e continuità in outsourcing

Secondo Perrucci, il paradigma del cloud è quello che garantisce la massi-

ma flessibilità con il minimo dei costi, mentre il software open source, contrariamente all’opinione comune, offre le più ampie garanzie di continuità. “Le community che sviluppano i software aperti”, spiega a Technopolis, “sono talmente diffuse e numerose che rappresentano esse stesse la migliore garanzia di longevità e supporto delle soluzioni. Anche sul fronte della sicurezza, per esempio, bip MOBILE ha adottato una tecnologia open source, destinata a ge-

MENTALITà APERTA Qui sotto, Paolo Perrucci, chief technology officer di bip MOBILE. In basso, la sede di Roma.

stire i certificati per l’accesso degli utenti ai sistemi aziendali.” Perfino la piattaforma di e-commerce, che rappresenta uno dei canali strategici per bip MOBILE, insieme ai 1.600 punti vendita già attivati, è stata realizzata su base open source, senza nessun costo di licenza ma con la possibilità di ricevere supporto tecnico e realizzare le opportune integrazioni con le altre piattaforme aziendali. “L’ultimo tassello del nostro sistema informativo”, conclude Perrucci, “è rappresentato dalla business intelligence, che utilizziamo per avere sotto controllo le prestazioni. In questo caso la scelta è caduta sul software QlikView che, pur non essendo open source, ha tutte le caratteristiche di leggerezza e di flessibilità che si adattano alla nostra filosofia aziendale: pensi che in sole quattro settimane siamo riusciti a sviluppare la nostra piattaforma di business intelligence, un progetto che, per risultati e tempi di realizzazione, ha stupito anche un manager navigato come Bona”. Emilio Mango 7


STORIA DI COPERTINA | bip MOBILE

A Natale si parla con un centesimo bip MOBILE rilancia. L‘offerta natalizia è la più aggressiva che un operatore possa proporre: un solo cent al minuto. Per raggiungere più in fretta gli obiettivi fissati da Fabrizio Bona, tra cui un milione di clienti entro la fine del 2013.

S

arà pure una tariffa a edizione limitata per il periodo di Natale, ma la nuova, aggressiva offerta studiata da Fabrizio Bona e dal suo team è tre volte più competitiva di quella, già rivoluzionaria, che ha scosso il mercato della telefonia mobile a settembre. “Un centesimo al minuto” è il cavallo di battaglia di bip MOBILE dal mese di dicembre, uno slogan semplice come la strategia aziendale. Technopolis ha intervistato Bona, fondatore e amministratore delegato della società, per capire le intenzioni del nuovo operatore virtuale (Mvno, Mobile Virtual Network Operator) e per mettere a fuoco le connessioni fra la strategia aziendale e la tecnologia.

Che cosa vi ha spinto a fondare bip MOBILE?

Io e la famiglia Giacomini (proprietaria, tra le altre cose, di One Italia) abbiamo valutato attentamente le potenzialità del mercato italiano della telefonia mobile, uno dei più ricchi del mondo, in relazione alle quote possedute dagli operatori virtuali. Sapevamo che il divario con le altre nazioni europee era notevole: in Germania il 25% dei ricavi è generato dagli Mvno, in Inghilterra si sfiora il 20%. In Italia siamo fermi al 3%. Sarà perché il nostro non è un mercato per Mvno?

La realtà è che i nostri operatori virtuali non hanno la telefonia mobile come 8

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core business. Noi invece siamo a tutti gli effetti una compagnia telefonica, ci muoviamo e ci muoveremo per conquistare una fetta consistente dei 18 miliardi di euro che gli utenti italiani spendono tutti gli anni e che fino a ieri entravano nelle casse di pochissimi soggetti. E quali obiettivi vi siete dati per conquistare il vostro spazio?

Siamo sicuramente molto ambiziosi ma, ripeto, puntiamo tutto sulla telefonia mobile. Il nostro break even è calcolato a 700mila clienti; noi vogliamo raggiungere il milione prima del Natale 2013, per arrivare a toccare i cinque milioni nei primi quattro anni di attività.

IL TEAM Insieme a Fabrizio Bona (in centro nella foto), posano a sinistra Gianluca Giacomini, amministratore delegato di One Italia, e a destra Maurizio Bergami, direttore marketing e comunicazione. Completano la squadra Renato Tomasini, direttore commerciale, Andrea Pellizzaro, direttore vendite, Maurizio Calabrese, direttore customer care, Fabrizio Baldas e Francesca Mazzulla, rispettivamente Pmo e responsabile comunicazione.


Sicuramente innovativo, ma tornando al vostro core business, quali soluzioni offrirete?

La tariffa unica è un cardine della nostra strategia, ma penso che dovremo andare incontro alle esigenze dei clienti trovando interessanti varianti. In ogni caso, manterremo a tutti i costi le caratteristiche di semplicità, che insieme alla velocità e al costo contenuto hanno decretato il successo della nostra proposta. Ecco, non temete che il “low cost” possa diventare un boomerang a livello di immagine?

Al contrario, pensiamo che il low cost nell’accezione moderna sia sinonimo di intelligenza (non per nulla il nostro slogan è “be smart, be fast, be simple”): perché pagare di più il traffico o i terminali quando, mantenendo alto il livello qualitativo, si può risparmiare? A proposito di terminali, ci saranno annunci anche su questo fronte?

E come pensate di riuscirci?

MERCHANDISING A COLORI

Le tinte aggressive e vivaci della comunicazione si riflettono anche sulle varianti cromatiche dei nuovi cellulari marchiati bip MOBILE.

Ci riusciremo con una strategia di marketing e comunicazione aggressiva (ad esempio con una massiccia campagna televisiva, in esclusiva sulle reti Mediaset), con un posizionamento altrettanto forte e anche con l’espansione dei nostri canali commerciali: oggi abbiamo attivato 1.600 punti di vendita, puntiamo a raggiungere i 3.000 entro la prossima estate. Ma vogliamo anche creare una nostra catena di negozi, i bip Store, che saranno caratterizzati dallo stesso ambiente, semplice e vivace, che identifica già il nostro sito Web. Saranno punti vendita completamente diversi da quelli degli altri operatori: attireranno i clienti sia per la possibilità di comprare i prodotti e i servizi di telefonia, sia per l’opportunità di acquistare il merchandising di Warner Bros, l’azienda che ha creato il nostro testimonial Road Runner.

Al momento abbiamo in commercio un unico modello di cellulare, in dieci varianti di colore, a 49 euro. Tra poco annunceremo uno smartphone Android e nel 2013 arriverà anche un tablet. Ovviamente l’offerta di Internet Key va di pari passo, anch’essa rappresenta una parte importante del nostro business. Quanto vi ha aiutato la tecnologia a rompere gli schemi?

Tantissimo. Siamo riusciti a creare una Internet Company (a livello di organizzazione e di infrastrutture) pur gestendo un business concreto. Abbiamo scelto il cloud computing e l’outsourcing, affiancando le strutture esterne a un gruppo di manager esperti del settore, per poter sfruttare al massimo la velocità e la flessibilità tipiche delle organizzazioni “leggere”: possiamo cambiare un piano tariffario in una settimana (gli altri ci mettono mesi) o avere in tempo reale il controllo di ogni singola attivazione. è anche grazie alla tecnologia se siamo l’unico Mvno a dare fastidio ai grandi operatori. 9


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IN EVIDENZA

Big Data e customer experience? La formula magica è “in-memory”

MADRID – Grandi retailer, compagnie aeree, operatori telco, produttori di Pc, retailer e banche. Aziende – i cui volti sono per esempio quelli di Portugal Telecom, Burberry, Lenovo e quelli di Poste Italiane, Luxottica e Ferrovie dello Stato – molto differenti fra loro, ma con che qualcosa in comune. La necessità di ottimizzare i processi di gestione delle informazioni e di fare propri nuovi modelli di relazione con i clienti/utenti, massimizzando a vantaggio competitivo il valore della customer experience e sfruttando i paradigmi tecnologici del social (in chiave business), della mobility, del cloud e, naturalmente, dei Big Data. Per accedere a grandi volumi di

informazioni molto più velocemente, Sap ha una ricetta ben definita: Hana, la piattaforma di in-memory analytics al centro degli annunci della tappa europea del Sapphire Now-Tech Ed 2012 e dell’intervento sul palco di uno dei due co-Ceo della società tedesca, Jim Hagemann Snabe. Quest’ultimo ha enfatizzato come, a livello di sistemi enterprise, sia vitale “semplificare, velocizzare e gestire i dati, l’accesso ai dati e la value chain dei dati”. Con un occhio di riguardo a cosa vuole l’utente. “La musica in formato mp3”, questa l’acuta osservazione di Hagemann, con tanto di plauso ad Apple, “ha rivoluzionato l’industria musicale, cambiandone

completamente il business model e impattando drammaticamente sui costi della catena del valore”. Technology-led disruption: la tecnologia rivoluziona le tradizionali dinamiche competitive di qualsiasi industry. Come il fashion, “dove i comportamenti d’acquisto dei consumatori”, ha sostenuto Hagemann, “hanno mutato i processi di produzione, distribuzione e vendita”. Semplificare la gestione dei business data e l’execution dei processi è il dogma. All’interno di un paradigma che da B2B si trasforma in B2B2C, perché sul consumatore/cliente si può avere una vista in tempo reale per anticiparne i comportamenti futuri, mettendo in relazione interazioni (con il front office), transazioni (a livello di back office) e informazioni social. Questa la sintesi dell’innovazione targata Sap, che parte da un presupposto: il modello ibrido di data storage non è vincente perché tutto il patrimonio delle informazioni aziendali migrerà nelle soluzioni di inmemory computing e trarrà vantaggio da un’unica piattaforma capace di offrire analytics predittive e servizi cloud. Detto che, ultimo inciso di Hagemann, i due approcci per l’utilizzo delle applicazioni (in modalità on premise o nella nuvola) vanno considerati valori da combinare, le soluzioni per cavalcare il nuovo paradigma sono già a dispozione dei Cio. Come Sap 360 Customer, che sfrutta le capacità di calcolo e analisi di Hana e strumenti di collaboration per andare oltre il Crm tradizionale.

La spesa It cammina, i Big Data corrono

tativa, sia ontologica del fenomeno, evidenziando come i Big Data diventeranno entro il 2020 “semplici dati”, materia prima per il business. Gli analisti proiettano dunque lo sguardo su un futuro in cui le informazioni digitalizzate giocheranno un ruolo sempre più cruciale. Gli investimenti per aggiornare i sistemi It in un’ottica “data-oriented” saranno una componente importante della spesa informatica complessiva, stimata in 3.700

miliardi di dollari nel 2013 e in aumento del 2,8% rispetto a quest’anno. Per quanto riguarda i Big Data, i 28 miliardi di dollari che verranno messi a budget nel 2012 saliranno a 34 miliardi fra dodici mesi, per poi crescere a tassi annui del 45%. Da qui al 2016, inoltre, fino al 10% della spesa per applicazioni di tipo infrastrutturale e middleware sarà in qualche modo legato al fenomeno dell’esplosione dei dati digitali.

Da trend emergente a nuova normalità: da qui a qualche anno, i Big Data avranno cambiato il modo attraverso cui le aziende, le organizzazioni governative, le Pubbliche Amministrazioni, la ricerca scientifica e i privati cittadini operano nella quotidianità. A dirlo è Gartner, che prefigura un’evoluzione sia quanti-

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IN EVIDENZA

Poste Italiane, l’apripista tricolore Unica azienda nostrana fra le 15 selezionate nel mondo dal programma “first wave” di Microsoft, Poste Italiane è il primo ambasciatore di Windows 8 nello Stivale. Un’evoluzione che segue quattro direttrici: la prima è la migrazione in sé, con 500 Pc interni all’azienda che entro l’anno monteranno il nuovo Os, parallelamente al passaggio di altre macchine da Windows Xp a Seven. Il secondo scenario chiama in causa la mobilità: venti addetti vendite stanno testando l’uso di tablet come strumento di approccio al cliente, ma anche di produttività tramite applicazioni di Crm, collaboration, cataloghi. “Windows 8 ci consente di usare il tablet non solo come terminale di navigazione o visualizzazione, ma come strumento che modifica i processi aziendali”, ha spiegato Vincent Santacroce, responsabile research & innovation dell’azienda. Per incrementare l’accesso sicuro in mobilità sono state attivate un centinaio di chiavette Windows To Go, con l’idea di estendere questo numero in futuro. Ultima innovazione, in fieri, riguarda gli uffici postali: tablet e totem con schermi touch (integrati con Kinect) che permettono di sfogliare i cataloghi e acquistare articoli da Poste Shop.

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La prova più difficile per Windows 8 è convincere le aziende Windows 8 lancia la sua sfida alle aziende: dimostrare di essere non solo un sistema operativo accattivante per l’utente finale, grazie all’innovativa interfaccia e all’interazione touch, ma anche capace di potenziare produttività e sicurezza. Nonché di assecondare un trend ormai inarrestabile nel mondo delle imprese, quello della mobilità intrecciata al bring your own device. “Vogliamo aprire nuovi scenari in termini di mobility e accesso ubiquo, ma anche di incremento dell’efficienza e della collaborazione a distanza, senza dimenticare sicurezza e compliance”, è la promessa del senior director Windows Commercial di Microsoft, Erwin Visser. La versione Pro del sistema operativo punta infatti su nuove funzionalità che intracciano queste esigenze: in primis Windows To Go, un sistema di portabilità su chiavetta Usb, che trasferisce desktop, applicazioni e file di un Pc su un altro device, senza lasciare tracce una volta scollegata. E poi l’avvio anti-infezione Trusted Boot, la cifratura di Bitlocker e la modalità di autenticazione Virtual Smart Card. All’incremento della produttività contribuiscono il boot e reboot più rapidi e un nuovo strumento di ricerca integrata, che scandaglia non solo i documenti ma anche le applica-

zioni e il Web. E c’è un concetto ulteriore ribadito da Microsoft: quello della continuità con Windows 7, cruciale per favorire una transizione graduale e salvaguardare gli investimenti software e hardware fatti dalle aziende negli anni passati. Tutti gli applicativi eseguibili su Windows 7, sia quelli sviluppati internamente e sia quelli del marketplace di Microsoft, possono funzionare anche sull’Os successivo. Non tutti, comunque, sono convinti che l’avventura business di Windows 8 sia destinata al successo. Secondo Michael Silver, analista di Gartner, “il 90% delle grandi imprese il linea generale non passerà a Windows 8, e al suo picco massimo di diffusione il sistema operativo sarà installato sul 20% dei Pc delle grandi aziende”. Un addetto ai lavori non meno di rilievo come Sap sta invece scommettendo sul nuovo Os, lanciando applicazioni di produttività e gestionali basate su Windows 8. Come sottolineato da Nick Brown, senior vice president of mobile strategy di Sap, attraverso la continuità di user experience garantita fra Pc, tablet e telefono “Microsoft potrebbe aver creato la formula del successo”. I tablet basati sul nuovo Os, in particolare, “non rappresentano un sostituto del Pc, ma un’evoluzione verso un diverso paradigma”.


Chi ci difende dalla consumerizzazione? Sullo sfondo c’è sempre il fenomeno della consumerizzazione, che ha trasformato l’It aziendale da fornitore a broker degli utenti interni. In evidenza, però, questa volta ci sono due trend in grande crescita: il successo di tecnologie sviluppate da aziende senza una grande cultura enterprise (Apple, Google e altri) e il fatto che queste tecnologie non siano mai realmente padroneggiate al 100% dalle imprese. “Il successo degli smartphone”, spiega Cesare Garlati, vice president of mobile security di Trend Micro, “è un classico esempio di come la consumerizzazione rischi di aprire una breccia nella sicurezza aziendale. Gartner prevede che nel 2015 Android rappresenterà il 52% del mercato mobile, iOs il

19% e Windows Phone il 21%. Il fatto che Rim (l’unica con una vera cultura enterprise) quasi sparisca dall’orizzonte del mercato e che il 76% degli It manager sia comunque disposto a far accedere alla posta aziendale i dipendenti che vogliono utilizzare il proprio smartphone, la dice lunga su quanto ci sarà da lavorare sul fronte della sicurezza.” Secondo Garlati, Android è il sistema operativo meno sicuro, seguito da iOs. Entrambi evidenziano vulnerabilità gravi. “Solo nell’ultimo trimestre”, spiega lo specialista, “sono stati rilevati 129mila malware per Android, e il 73% dei cellulari basati su questa piattaforma e oggi in circolazione utilizza versioni precedenti alla 2.3, release che soffrono di una scarsissima sicurezza intrinseca”.

Siamo pronti per superare il silicio Fiorentino prestato alla California, Paolo Gargini è una delle menti più brillanti del mondo dei microprocessori. Presidente di International

Technology Roadmap for Semiconductors (Itrs), è tornato di recente in Italia grazie a Intel, che lo ha invitato a Smau per illustrare le caratteristiche delle Cpu prossime venture. Due sono le tendenze emerse nel corso della sua esposizione: la volontà di proseguire nello sviluppo del computing percettivo (cioè l’interazione uomo-macchina che coinvolge tutti e cinque i sensi) iniziato con il riconoscimento vocale e gestuale e il ricorso a materiali diversi dal silicio. “Pur se negli ultimi anni il silicio è diventato più flessibile”, ha detto Gargini, “oggi possiamo utilizzare anche il germanio e sfruttare le caratteristiche elettriche di arseniuro di gallio e di indio, per raggiungere nuovi livelli di efficacia ed efficienza dei processori”.

Infinera prima nel lungo raggio La società di ricerca di mercato Dell’Oro Group ha posizionato Infinera al primo posto, a livello mondiale, nel mercato delle reti ottiche a lungo raggio da 100 Gb. La classifica, stilata in base al numero di porte vendute nel corso del terzo trimestre 2012, è stata certamente influenzata dal successo commerciale della piattaforma Dtn-X della multinazionale, che utilizza (unica al mondo per il momento) un “supercanale” da 500 Gigabit. Sempre secondo Dell’Oro, Infinera ha raggiunto una quota di mercato, nel trimestre preso in considerazione, del 38%; un mercato, quello delle reti a 100 Gb, che grazie all’esplosione dei dati e dei dispositivi mobili dovrebbe crescere a un ritmo superiore al 100% annuo. 13


IN EVIDENZA

La guerra negli smartphone? Una questione di brand I numeri, molto spesso, sono più espliciti di qualsiasi teoria. E quelli di Gartner relativi alle stime per l’industria dei telefonini dicono che, su circa 1,8 miliardi di cellulari che si venderanno nel 2012, 430 milioni saranno equipaggiati con Android e 143 milioni con iOs; solo 17 milioni, per contro, gireranno su Windows Phone, mentre ben 1,1 miliardi su sistemi operativi proprietari. Se restringiamo l’analisi ai soli smartphone il predominio di Google ed Apple è sancito da una market share che fa arrossire tanto Microsoft quanto Research In Motion, entrambe ben sotto la soglia del 5%. Il consuntivo del terzo trimestre 2012 rivela inoltre che la domanda globale di cellulari è diminuita del 3,1% (428 milioni le unità vendute agli utenti finali) mentre quella relativa ai telefonini intelligenti è in salita anno su anno del 47%, toccando quota 169,2 milioni e arrivando a coprire poco meno del 40% dell’intero comparto. Samsung domina in entrambe le classifiche (98 milioni i telefoni venduti in totale dalla casa sudcoreana), la quota di mercato di Android (negli smartphone) è salita al 73% e quella di Windows Phone si ferma al 2,4%. C’è però un dato di tendenza, sempre di Gartner, che ci dice come i rapporti di forza in campo mobile, almeno a livello di piattaforma operativa, siano destinati a cambiare nel medio-lungo termine. Nel 2016, da stime, concretizzando una rincorsa che si manifesterà evidente sin dall’anno prossimo, su 2,2 miliardi di telefonini venduti nel mondo poco meno di 1,1 miliardi saranno basati sul software di Google, 266 milioni saranno iPhone (o comunque device iOs) e 207 milioni avranno a bordo il sistema operativo di Microsoft. L’avvento di Windows Phone 8, secondo 14

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Carolina Milanesi, research VP consumer technologies & markets di Gartner, va così inquadrato: “Come piattaforma non ha nulla da invidiare ad Android o iOs. È competitiva per tutte le funzionalità che un utente si aspetta di trovare in uno smartphone e presta attenzione al dettaglio della personalizzazione. Il problema per Microsoft, e in particolare per Nokia, è legato al brand e alla ca-

BlackBerry offre il Voip e il Pentagono apre all’iPhone Una funzionalità di peso, le telefonate a costo zero via Internet tramite connessione WiFi, per i circa 60 milioni di utenti oggi attivi su BlackBerry Messenger a livello globale. Research In Motion gioca quindi la carta della voce, abbinata al suo popolare servizio di messaggistica istantanea (giunto alla versione 7 con un corredo di oltre 3mila app dedicate), per dare maggiore consistenza alle proprie speranze di risalita in campo smartphone. Speranze che la casa canadese si augura possano iniziare a concretizzarsi a partire dal 30 gennaio 2013, data di rilascio di BlackBerry 10 e dei primi due apparecchi basati sulla nuova versione del sistema operativo proprietario.

pacità di proporre prodotti accattivanti in una fase in cui i consumatori vedono sostanzialmente Galaxy o iPhone. La tempistica per il lancio del nuovo Windows Phone è stata giusta: con un buon marketing e prezzi invitanti, gli operatori mobili non possono essere che felici di avere un’alternativa”. Perché su dieci smartphone oggi venduti, oltre otto sono targati Google o Apple. Che si presenterà per l’appunto con un “add on” che trasforma Bb Messenger in vero e proprio servizio di Voice over IP, la cui peculiarità è quella di poter abilitare l’invio di messaggi di testo o immagini e lo scaricamento della posta in arrivo durante una sessione di chat. Nell’annunciare Voice, Rim ha sottolineato come tale opzione sia indirizzata (come strumento di collaborazione a distanza) anche alla clientela business dei BlackBerry. Chiaro l’intento di voler fidelizzare un’utenza che, a tendere, rischia di essere sempre meno numerosa anche tra le file delle grandi organizzazioni governative americane, storicamente lo zoccolo duro della clientela della casa canadese. Di fine ottobre, infatti, è la notizia che il Pentagono ha deciso di rivedere l’accordo in esclusiva con Rim per la fornitura dei BlackBerry, aprendo agli smartphone della concorrenza, iPhone naturalmente compresi.


Arriva anche in Italia il dream team dei data center Chiuderà il 2012 con un fatturato di 4,5 miliardi di dollari (che significa una crescita del 20%) e con una liquidità tale da far presagire nuove acquisizioni. Vede rosa Vmware, che vanta una quota di mercato quasi bulgara. “Se consideriamo che circa l’80% del workload virtualizzato utilizza la nostra tecnologia”, dice Maurizio Carli, general manager Emea di Vmware, “e che i sistemi virtualizzati sono il 60% del totale, significa che circa il 50% di tutto il workload It mondiale funziona su piattaforma Vmware”. Cavalcando il cloud ibrido e l’It che viaggia sul modello “utility”, Vmware non teme l’effetto saturazione, anche perché l’azienda e la relativa offerta mutano tanto velocemente quanto il mercato. “Fino al 2011 ci presentavamo come gli abilitatori del cloud”, racconta Carli, “ma oggi preferiamo puntare a ridefinire il data center, con l’obiettivo di realizzare un livel-

lo logico che permetta alle aziende clienti di sganciare lo strato applicativo da quello fisico. In questo modo,

riusciremo a supportare l’It manager nella trasformazione, inevitabile, da gestore di risorse a broker interno”. Per scaricare a terra la nuova strategia, Vmware ha creato un nuovo servizio: un team di consulenti qualificati esegue un’analisi dei datacenter dei clienti, presentando poi i risultati sotto forma di posizionamento nel mercato di riferimento e costruendo insieme ai Cio e ai Cto una roadmap completa di costi e benefici. “È un servizio molto apprezzato dai Cio negli States, dove il programma, chiamato Accelerate Advisory Services, è già partito”, rivela Carli. “I costi e i benefici sono sempre molto chiari e le soprese non mancano: aziende che pensano di essere molto evolute si scoprono sotto la media, e corrono ai ripari. In Europa abbiamo formato un team di 30 super-esperti, che si rivolgeranno soprattutto ai clienti di fascia medio-alta. In Italia prevediamo di partire in primavera”.

Come ti controllo la rete La richiesta di una maggiore ampiezza di banda da parte delle imprese all’interno delle proprie infrastrutture It porta a stressare i network che, quindi, devono essere sempre più robusti e garantire la continuità del business in ogni situazione. Alla gestione manuale delle reti si vanno così sostituendo sistemi automatici, che assicurano prestazioni più elevate. Uno dei più innovativi arriva da Commscope, una multinazionale specializzata proprio nel networking (e di cui è proprietario il fondo Carlyle guidato da Marco De Benedetti). ImVision Controller, questo il nome della soluzione, è formato da una componente hardware, il cui

elemento più evidente è un grande display touchscreen che viene montato sugli armadi di rete, e da un software (imVision System Manager), che può essere utilizzato anche via Web da qualsiasi browser. “ImVision riconosce automaticamente qualsiasi dispositivo collegato in rete”, spiega Giampiero Sforte, direttore vendite di Commscope Italia, “e può essere gestito da una console visualizzabile via Web da Pc o device mobile. Permette di creare nuove configurazioni in tempo reale, trasferendo le

indicazioni sui passi da eseguire per realizzare il cablaggio ai display posizionati sui rack e spedendo le istruzioni via email agli operatori che eseguiranno fisicamente il collegamento. Il tutto in lingua italiana”.

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IN EVIDENZA

l’opinone Formazione del personale It: luoghi comuni e falsi miti

Spesso si confronta la produttività del personale delle imprese italiane e quelle europee, e in molti casi la conclusione è l’individuazione di problemi esogeni all’azienda. Senza voler sminuire l’importanza di questi handicap, è necessario evitare che diventino alibi costruiti ad hoc per non affrontare ciò che accade

all’interno delle organizzazioni. Sotto questo profilo, è illuminante analizzare il ruolo del personale It e la sua capacità di reagire al cambiamento. Per molte raltà lavorative l’It non è un fine ma un mezzo, seppure vitale. Se si pensa a banche, assicurazioni, logistica, grande distribuzione e parte dell’industria manifatturiera, è difficile ipotizzare che l’attività possa essere garantita qualora l’infrastruttura It venga a mancare. In questo scenario si innestano dinamiche foriere di problemi che in Italia sono particolarmente evidenti. Il primo aspetto è la formazione. La velocità di evoluzione dell’It è tale che i parametri classici di pianificazione della formazione non sono sufficienti a fornire tempestivamente maggior competenza tecnica al personale. Una corretta modulazione dell’intervento formativo dovrebbe bilanciare attività d’aula, partecipazione a conferenze e convegni, disponibilità di materiale tecnico e interventi di auto-formazione: una tecnica

molto diffusa all’estero, ma ancora ai suoi timidi esordi in Italia. Continuando il paragone, nel settore dell’It, l’Italia è uno dei Paesi in cui è raro vedere conferenze tecniche con migliaia di partecipanti. In nazioni come Olanda, Belgio e Slovenia è normale trovare oltre mille partecipanti a eventi di più giornate con un costo medio di 300 euro, quando in Italia è raro trovarne più di 400, nonostante un mercato potenzialmente più grande. La differenza esiste anche nel caso di eventi gratuiti. Non si tratta di aumentare gli investimenti, ma di pianificarne meglio la distribuzione. Ciò richiede un maggiore sforzo a chi gestisce le risorse umane, ma si tratta di una strada obbligata per migliorare il ritorno dell’investimento in questo settore. Marco Russo Strategy Development Manager Technical Conferences

Enterprise Linux: dieci anni e non sentirli L’anno scorso il fatturato ha sfondato il muro del miliardo di dollari. Quest’anno Red Hat Enterprise Linux ha festeggiato il decennale. Sono eventi simbolici, ma significano, tra le altre cose, che la multinazionale del software aperto ha raggiunto un grado di maturità notevole, ed è con questo profilo che Red Hat si prepara ad affrontare le sfide del cloud computing. Technopolis ha scambiato qualche battuta con Jim Totton, vice president platform business unit della società. “Quello che più conta in questo momento”, ha spiegato Totton, “è che Red 16

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Hat sta collaborando con gli ingegneri di quasi tutte le più importanti imprese It. Ora che il prodotto Enterprise Linux ha raggiunto uno stadio di diffusione e stabilità notevoli, è il momento di pensare all’ecosistema”. Intel, Amd ma anche Ibm (che è anche un concorrente) sono tra i vendor che, considerando i sistemi open source come un’opzione percorribile, contribuiscono ad allargare il target di Red Hat Enterprise Linux. Quest’ultimo, secondo Idc, guida il suo segmento di mercato con una quota due volte e mezzo più ampia del rivale Linux diretto.

“Tutte le linee di business della nostra azienda sono in crescita”, ha dichiarato Totton, “a partire dal middleware con Jboss passando per la virtualizzazione. Ma l’ascesa del modello di cloud ibrido, a cui personalmente credo molto, trascinerà al successo tutti i nostri prodotti dedicati al mercato enterprise, anche perché il nostro approccio prevede l’offerta di tutti gli elementi dello stack (middleware, virtualization, storage management) ma allo stesso tempo lascia al cliente la totale libertà di scegliere il brand e la tecnologia di ogni singolo componente”.


SCENARI | Social network per il business

luci e ombre dei social network in azienda La tecnologia c'è. Il know how per usarla meno. Le analisi dei dati non strutturati provenienti dalle reti sociali ancora non decollano, specialmente in Italia. Più diffuso invece, l'utilizzo del modello social per la comunicazione e collaborazione.

U

no studio di McKinsey di questa estate metteva in evidenza come i social network applicati ai processi di comunicazione e collaborazione aziendale possano generare un incremento del 25% della produttività nelle grandi aziende. È stato un po’ il sasso gettato nello stagno di un dibattito che si era inviluppato in uno sterile faccia a faccia tra detrattori e sostenitori di un modello di collaborazione enterprise tradizionale e uno apparentemente più “consumer”. Fermo restando il valore dell’analisi, bisogna anche considerare che, sempre lo stesso studio, si evidenziava come solo il 3% delle imprese nel mondo utilizzasse bene le feature (non si parla, per inciso, di tecnologie social). Ancora meno numerose, probabilmente, le aziende italiane che si possono definire virtuose in questo campo, soprattutto se dal social come strumento di comunicazione si passa a considerare il bacino delle reti 18

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sociali come fonte di informazioni da analizzare con gli strumenti di business analytics. “Sull’utilizzo dei Big Data per analizzare l’orientamento dei potenziali clienti”, dice Marco Fanizzi, country manager di Emc Italia, “le nostre aziende sono indubbiamente un passo indietro rispetto ai mercati più sviluppati. Ma ci sono nicchie molto interessanti, dove le imprese che guidano l’innovazione sono quelle che esportano in tutto il mondo e che hanno quindi un bacino molto vasto di clienti. Pensiamo ai quasi 17 milioni di fan della Nutella su Facebook (che diventano 26 se si contano le varie pagine nazionali): è un panel eccezionale di clienti che potrebbe, per esempio, aiutare Ferrero a capire che impatto avrebbe sui consumatori la modifica del

vasetto in vetro. Nel caso specifico, la multinazionale è decisamente evoluta sul fronte dell’analisi dei Big Data, una dimostrazione che la differenza non la fa la collocazione geografica o l’industry, ma l’eccellenza”. Se l’approccio di Emc riflette il core business della multinazionale, decisamente orientata a offrire soluzioni di cloud computing e gestione dei Big Data, un altro protagonista del mercato, Ibm, sembra proporre un taglio più orientato ai processi. “Bisogna distinguere tra i social network utilizzati come modello di comunicazione aziendale e i social network come fonte di dati utili per il marketing”, dice Paolo Degl’Innocenti, vice president software group di Ibm Italia. “Nel primo caso le practice sono già molte, e


MicroStrategy punta su Wisdom

Sopra, Marco Fanizzi, country manager di Emc Italia. Sotto, Paolo Degl’Innocenti, Vp software group di Ibm Italia.

tutte di successo. Mi piace citare, tra gli altri, Luxottica e 3M, due multinazionali che traggono energia dalle differenze culturali e geografiche dei propri dipendenti. Solo mettendoli in comunicazione in modo efficace, come può succedere utilizzando una piattaforma social business, si riesce a governare il flusso informativo e migliorare i processi che rientrano nella categoria people oriented”. Diversa la musica se si considerano i social network come fonte di dati: “Se la domanda è se in Italia esistano molti progetti di marketing che coinvolgono l’analisi di dati non strutturati”, taglia corto Degl’Innocenti, “la risposta è no; però ci sono punte di eccellenza, tra cui Moby Lines e Amadori, che utilizzano il social come strumento abilitante per aprire e mantenere una relazione con i clienti. È solo l’inizio, ma nel medio termine chi vuole stare sul mercato dovrà per forza cimentarsi con i social network”.

In 17 milioni l’hanno già scaricata. Wisdom è un applicazione per iPhone e iPad sviluppata da MicroStrategy e destinata a studiare il comportamento del popolo di Facebook. Chi la usa può ottenere preziose informazioni sulla propria rete di amici, ma anche mettere a disposizione le proprie abitudini (in forma anonima) entrando in un immenso panel di studio. “Abbiamo scelto di considerare solo Facebook”, dice Stefano Sartorio, senior sales engineer di MicroStrategy Italia, “perché è l’unico che ha una massa critica tale da generare un vero e proprio fenomeno big data”. Wisdom è uno strumento sofisticato, un mezzo per “travasare” informazioni dai social network a una struttura dati relazionale, arricchendo i contenuti durante il processo. “Se nel mio profilo ho inserito il luogo di residenza”, spiega Sartorio, “sarò automaticamente catalogato come cittadino urbano o rurale, se faccio un check-in il sistema integrerà gli eventuali dati mancanti. Ma le informazioni più prezione Wisdom le ricava dai like che ciascun utente

Facebook segnala, catalogando così gli individui come fan di musica classica, amanti del teatro, tifosi di una data squadra e così via”. Agli esperti di marketing che utilizzano il sistema, le informazioni arrivano ovviamente prive dei riferimenti di ciascun utente, ma ricche di preziosi “intrecci”; si scopre così, ad esempio, che gli amanti di un dato genere musicale preferiscono determinati brand di calzature. “A questo punto”, conclude Sartorio, “entra in gioco l’attività push degli uffici marketing che, sia pur in forma anonima, possono indirizzare campagne mirate a questo o a quel gruppo di utenti, con la certezza di avere una redemption maggiore. L’interazione è ancora più concreta se gli utenti hanno scaricato anche una delle App create per costruire una relazione tra brand e clienti, come ad esempio Alert”. Tra gli esempi di utilizzo di Wisdom e Alert si possono citare il Barcellona Football Club e Tilly’s, ma anche alcuni studi sulle dinamiche delle preferenze in caso di elezioni politiche (immagine in basso).

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SCENARI | Cloud computing

piccole nubi crescono Il cloud nelle piccole e medie imprese? In molti casi è già presente, anche se in modo non strutturato. Dai vendor un monito: l’adozione dei servizi e delle soluzioni “as-a-service“ non è una questione di costi o di tecnologie, ma di approccio. Che riguarda il canale, così come le banche.

È

veramente solo una questione di tempo? E sarà, come molti sostengono, la migrazione in massa nella nuvola delle Pmi – un esercito che annovera fra le sue fila oltre 3,5 milioni di aziende – a far decollare in modo compiuto il cloud computing in Italia e a dare sostanza, soprattutto, a quel cambiamento di approccio nell’utilizzo delle risorse It che tutti, vendor tecnologici in primis, auspicano? Certo è che il fenomeno è in fase di forte crescita. Lo dicono anche le cifre, e nello specifico quelle contenute nell’ultimo rapporto Assintel: giro d’affari in salita del 57,8% nel 2012 a circa 620 milioni di euro, di cui 400 derivanti dalle soluzioni Saas (Software-as-a-service), rispetto a una spesa complessiva in Information Technology prevista in flessione del 3,2%, a19 miliardi di euro. Il matrimonio fra cloud e Pmi si dice sia inevitabile ma, ed è un altro dato certificato da varie indagini, il processo di adozione viaggia a differenti velocità. Le aziende medio grandi il salto nella nuvola, a diversi livelli, l’hanno sostanzialmente già fatto; quelle medie e piccole o piccolissime ancora no, o solo in parte. Spesso e volentieri atti20

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vando strumenti gratuiti e di natura consumer (come Google Apps, Gmail e Dropbox) per ciò che concerne la produttività d’ufficio, la posta elettronica, la collaborazione e lo storage. Di Pmi impegnate in progetti di tipo Iaas (Infrastructure-as-a-service), e il discorso si allarga all’Europa, ce ne sono pochine. Solo una minoranza di Pmi ha già abbracciato il cloud

Sotto la lente di ingrandimento, per capire a dovere il fenomeno, vanno messe più variabili, a cominciare ovviamaente da quelli che sono i punti di forza dichiarati del computing nella nuvola, e cioè la possibilità di risparmiare sui costi informatici e di ridurre nel contempo la complessità gestionale delle risorse It, all’insegna della massima flessibilità e senza grandi investimenti in infrastruttura. Vantaggi, quelli legati alla maggiore indipendenza operativa, non sempre facili da determinare. E serve comunque un cambio di approccio, se non proprio competenze tecniche mirate. Altro parametro da valutare, forse il più importante di tutti, è quello dei benefici ottenuti da chi il cloud (a vari livelli)

Il prossimo Office punta alle nuvole Nuovo brand e nuovo posizionamento per la suite di prodotti che fa capo al marchio Office. “Si tratta di un rilascio tra i più impattanti”, dice con malcelato entusiasmo Vieri Chiti, direttore della divisione Office di Microsoft Italia, “perché riguarda sia la suite di produttività sia le piattaforme come Sharepoint, Lync ed Exchange”. Il dettaglio che più di tutti rivela la nuova filosofia inaugurata nell’era del cloud computing è la mancanza dell’anno di fianco al nome. “Siamo passati a un modello che prevedeva aggiornamenti annuali”, spiega Chiti, “a uno più moderno, con aggiornamenti frequenti e con modalità di acquisto diversificate, che vanno dall’on premise alla sottoscrizione di un vero e proprio servizio, una versione cloud pura”.


I costi non sono un ostacolo all’adozione della nuvola

Se ci fossero ancora dubbi su quale sia la modalità più strategica per Microsoft, il dirigente li chiarisce subito: “Il modello a sottoscrizione è quello primario, tanto che gli utenti che sceglieranno questa strada avranno alcuni servizi premium. Nel mercato consumer i sottoscrittori avranno minuti gratis con Skype (che sarà integrato in Office) e una versione di SkyDrive con più spazio (20 GB invece di 7). Per i clienti business, invece, offriremo vari servizi finalizzati a facilitare l’installazione e l’utilizzo della suite. Office on demand, per esempio, permetterà agli utenti di utilizzare il pacchetto da qualunque device, anche se il prodotto non è stato installato”. I tempi: la versione tradizionale (on premise) per il business è disponibile a dicembre. Dopo Natale arriverà l’ondata per il consumer, mentre tutti i servizi cloud saranno rilasciati entro marzo del 2013.

lo ha già sposato. Benefici che possono essere sostanziali se prima di buttarsi nella nuvola le aziende fanno proprio questo paradigma: i processi devono essere organizzati e standardizzati e i sistemi It devono essere legati in modo armonico alle attività di business. Infine il ruolo del canale, dei distributori a valore aggiunto e dei system integrator: quanto e come questi soggetti hanno cambiato pelle per calvalcare le opportunità del cloud, mettendo da parte un modello (vendita di hardware e software in licenza con il solito corredo di servizi di assistenza e manutenzione) che ne ha guidato la crescita fino a ieri? Abbracciare il cloud non è quindi un’operazione scontata, da farsi dall’oggi al domani. E il dato che emerge dall’Osservatorio del Politecnico di Milano certifica le difficoltà del cambiamento: solo il 22% delle piccole e medie aziende italiane (fino a 250 addetti) ha adottato servizi nella nuvola, e la maggior parte di queste sono concentrate nella fascia più alta a livello dimensionale (dai 200 dipendenti in su). Parliamo quindi di una minoranza di imprese.

Secondo Marco Parisi, responsabile del progetto Sviluppo It di Telecom Italia, non va dimenticato un aspetto importante della questione, e cioè “la differenza tr il ciclo economico di un programma classico e quello di uno legato al cloud. Sul primo pesano in modo rilevante, nell’ordine del 15-20%, i costi di manutenzione; per il secondo c’è da considerare un costo costante nel tempo”. E il fatto che oggi l’Italia sia una fase di recessione? “La mancanza di liquidità”, ha detto il manager, “è un problema fino a un certo punto, nel senso che sul mercato sono disponibili soluzioni da 15 euro mensili per utente di Microsoft Office 365 e c’è modo di attivare altre opzioni con cifre simili. Certo va messo in conto un minimo investimento per personalizzare i servizi a uso e consumo del sistema It delle Pmi”. Altro luogo comune da sfatare, secondo Parisi, è quello della (scarsa) sicurezza dei dati nella nuvola: “I server virtuali dei grandi provider sono più affidabili di quelli fisici posti dentro le aziende. Un esempio? Il Nasdaq, che ha migrato i propri sistemi sulla piattaforma Ec2 di Amazon”. Perché, allora, i livelli di adozione del cloud esibiti dalle Pmi sono ancora limitati? “In realtà”, sottolinea Parisi, “tutte inconsapevolmente stanno utilizzando servizi nella nuvola, dall’home banking alla Posta elettronica certificata. Il problema è che l’uso consapevole e strutturato di questi strumenti è molto più ridotto, e ciò è dovuto anche al fatto che molti operatori del canale non si sono ancora convertiti al modello cloud, frenati anche dall’atteggiamento delle banche, che spesso non scontano le fatture dei servizi informatici come continuano a fare per le vendite di apparati hardware”. Di positivo, a detta del manager di Telecom, c’è il fatto che la volontà di adozione del cloud è aumentata. Per contro, “la base installata sistemistica da aggiornare nelle Pmi italiane è paurosa”. Piero Aprile 21


SCENARI | Cloud computing

La nuvola che non c’era: ecco BaasBox Percorrere strade alternative, proponendo una nuova idea di utilizzo delle tecnologie. Spesso è una strategia che ripaga, specie se si parla di cloud per i fornitori di servizi It. Mondo a cui si rivolge BaasBox, prodotto che fa capo a una start up romana operativa da pochi mesi e che si è aggiudicata il premio “Cloud Seed” del concorso lanciato da Seeweb. Con i 15mila euro incassati, la neo azienda intende registrarsi come marchio e rilasciare a breve la prima versione di un software di tipo “Backend as a Service” (da qui l’acronimo Baas). Più precisamente una piattaforma aperta, installabile nei server dei provider di servizi cloud, in grado di fornire un’interfaccia per gli sviluppatori di app mobili che promette di abbattere tempi e costi di implementazione dei sistemi di backend. A differenza di servizi simili, dicono i due fondatori di BassBox, si tratta di una soluzione del tutto open source, che “fornisce un servizio completamente scalabile, sia orizzontalmente sia verticalmente, ridondato geograficamente, svincolato dall’hardware e addirittura dai fornitori”.

provider ATTENTI: Il cloud è vulnerabile L’adozione del cloud cresce su scala globale, trascinandosi però dietro anche un aumento del rischio di incidenti nei sistemi informativi delle aziende. Lo dice lo studio annuale di Trend Micro “Cloud security survey global”, che mostra un balzo in avanti del 3% della percentuale di imprese (con almeno 500 addetti) che hanno riferito episodi di interruzione del servizio, perdita o violazione dei dati. Dal 43% del 2011 si è passati al 46%. L’indagine - che ha interessato 1.400 decision maker It di Stati Uniti, Regno Unito, Germania, India, Canada, Giappone e Brasile - ha nel contempo rilevato come l’implementazione di servizi e soluzioni cloud sia cresciuto (dal 55% al 59%) ma anche una certa resistenza al cambiamento. Dovuta proprio alla preoccupazione di perdere il controllo (e la conseguente sicurezza) delle risorse informatiche aziendali. Oltre la metà degli intervistati, il 53% per la precisione, motiva per le cause di cui sopra la mancata adozione del cloud da parte della propria azienda; il 40% afferma che i requisiti di sicurezza non trovano risposta nei servizi nella nuvola attualmente disponibili e in modo particolare emergono timori per l’assenza di strumenti di crittografia delle informazioni conservate in spazi condivisi e fattori legati a prestazioni e disponibilità delle soluzioni. Rischi più elevati nel Bric. Lo studio

2011 2012

Percentuali di risposte positive alla domanda: “La tua organizzazione ha mai sperimentato un problema di sicurezza nei servizi cloud negli ultimi 12 mesi?”.

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rimarca anche come il cloud rappresenti una minaccia laddove è meno regolamentato e gestito con consapevolezza. L’India, in tal senso, è oggi il Paese con la maggiore incidenza di problemi legati alla sicurezza dei

dati (con il 67% di aziende violate), seguita dal Brasile (55%), mentre più sicuri si rivelano Stati Uniti (41%) e Germania (34%). Il Giappone, invece, risulta essere la nazione meno incline al fenomeno registrando i più bassi livelli di adozione di infrastrutture desktop virtuali e soluzioni di public e private cloud. Nonostante le riserve, il computing a nuvola piace a chi lo ha adottato. Le imprese che già hanno investito in progetti di private cloud si dicono infatti pronte a migrare in questi ambienti il 53% delle nuove applicazioni entro il prossimo anno, con un significativo incremento rispetto all’attuale 46%. Il work in progress è evidente anche dalla lettura di un altro dato, quello sulle realtà che al momento della ricerca erano in fase di sviluppo dei servizi cloud, oggi raddoppiate rispetto al 2011 e salite al 20% del totale. In fatto di gestione della sicurezza, per completare il quadro, le aziende stanno facendo progressi ed attualmente sono l’89% del totale quelle che, impegnate in un progetto di cloud pubblico, affermano di cifrare i propri dati archiviati nella nuvola e l’87% quelle che dichiarano di conservare una copia fisica di tutti i file sincronizzati online. Conoscere bene i rischi di natura economica legati alla scarsa sicurezza dei dati, sottolineano da Trend Micro, è una sorta di obbligo non scritto per i responsabili It, mentre dal lato dei cloud provider traspare la possibilità che questi non stiano facendo abbastanza per garantire l’affidabilità dei servizi proposti. In linea generale, persiste comunque un clima di generale confusione su cosa siano esattamente i servizi di cloud computing: il 94% degli intervistati ha affermato di utilizzare oggi almeno uno dei servizi presenti in una determinata lista, ma il 9% degli stessi si è contraddetto sostenendo come la propria azienda non abbia in previsione l’adozione di soluzioni nella nuvola.


SCENARI | Chicco Testa e Internet delle cose

silenzio, parla la macchina Il mercato delle comunicazioni machine-to-machine raddoppierà entro il 2020. Ce ne parla il presidente di Telit.

S

i abbrevia con “m2m”, significa “machine to machine” ma molti lo chiamano più poeticamente Internet delle cose. è una delle nuove frontiere dell’hi-tech a cui gli analisti e gli imprenditori guardano, per la verità ormai da qualche anno, con maggior interesse. In soldoni, si tratta di tutto quel mondo di soluzioni studiate per mettere in comunicazione tra loro dispositivi di ogni tipo: automobili, frigoriferi, contatori dell’energia elettrica, ma anche, perché no, orologi, vestiti, carte di credito. Gli oggetti, quindi, si scambiano e sempre di più in futuro si scambieranno informazioni utili (per l’uomo) anche senza il nostro intervento, creando una rete ben più grande e complessa di quella che regola oggi le relazioni digitali tra esseri umani. Per capire meglio il fenomeno, Technopolis si è rivolta a Chicco Testa. Ambientalista, politico e poi manager di alto profilo (Enel e Wind sono tra le società che lo hanno visto ai vertici dei relativi board), Testa è oggi presidente di Telit Communications, tra le realtà protagoniste del segmento m2m e oltremodo interessante perché ha nel Dna anche più di un gene italiano. Ci aiuta a tracciare i confini e i numeri del mercato m2m?

Stiamo parlando di un segmento molto vasto, in cui alcuni comprendono anche tutto il segmento dei device mobili (computer e smartphone). L’m2m più

propriamente detto è quello che fa riferimento a oggetti in grado di comunicare tra loro perché integrano al proprio interno un modulo di trasmissione e ricezione simile a un telefono cellulare, anche se grande quanto un francobollo. Quanti device sono già connessi tra loro?

Nel 2011 risultavano connessi circa sei miliardi di dispositivi. Di questi, circa 200 milioni utilizzavano la tecnologia cellulare (e in questo mercato Telit è tra i leader mondiali, con una quota vicina al 20%), tutti gli altri device sfruttavano tecnologie di comunicazione denominate Short Range, nelle quali Telit sta investendo moltissimo (WiFi, Bluetooth e Zigbee sono le più note e diffuse). Secondo le stime maggiormente accreditate, nel 2020 i dispositivi connessi toccheranno quota 12 miliardi, la maggior parte dei quali saranno Srd. Quali sono i settori più promettenti?

Sicuramente l’automotive è quello che ha spinto e spingerà di più, poi c’è il cosiddetto “smart metering” (i contatori intelligenti, un settore in cui l’Italia è tra i Paesi più avanzati), ma nei prossimi anni ci sarà una vera e propria esplosione di questo mercato in segmenti come la sicurezza, i pagamenti elettronici, le smart city. Potenzialmente, l’m2m potrà diffondersi in qualunque ambito, visto che le economie di scala stanno abbattendo i costi dei moduli di comunicazione (negli ultimi anni siamo passati da quattro a un dollaro).

Ci spiega qual è il modello di business di Telit?

Ci stiamo evolvendo dalla produzione e commercializzazione dei moduli alla fornitura di servizi di connettività a valore aggiunto. Quest’anno raggiungeremo i 220 milioni di dollari di fatturato, ottenuti crescendo sia per linee interne sia per acquisizioni (le ultime sono Navman e la divisione m2m di Motorola Israele), puntando sulle tecnologie di trasmissione sia a lungo, sia a breve raggio. Ma Telit è anche un po’ italiana?

Certo, la nostra è una piccola multinazionale, ma metà della forza lavoro è in Italia. Due dei sei centri di ricerca a livello mondiale sono nel nostro Paese. A Trieste abbiamo quello più importante, mentre a Cagliari ci occupiamo proprio di tecnologie trasmissive a breve raggio, un settore strategico per l’azienda. Sul fronte dell’azionariato, anche se quello di Telit è molto composto, l’Italia pesa per circa il 10% delle quote. Emilio Mango 23


ECCELLENZE.IT | Rcs Mediagroup

Con Informatica, l’editoria insegue i Big Data e il social

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e tecnologie digitali continuano a cambiare il mondo dell’editoria, non solo sul fronte dei prodotti – con la rivoluzione introdotta dagli ebook e dal Web publishing – ma anche per quanto riguarda le strategie di conquista e fidelizzazione dei clienti. Un colosso come Rcs Mediagroup fa oggi un passo ulteriore sulla strada del digital marketing evoluto, dotandosi di due tecnologie firmate da Informatica Software. Obiettivo: passare da un sistema di data warehouse basato su PL/ Sql a uno strumento più robusto, per riuscire a gestire meglio e a trarre vantaggio da 13 milioni di dati anagrafici dei clienti Rcs. Dati utili per strutturare campagne marketing classiche, ma anche giocate sui social network. La prima delle soluzioni adottate è PowerCenter Advanced Edition, una piattaforma di data integration, che consente l’accesso a dati provenienti da più sistemi e in vari formati. “Dopo anni di stratificazione di software sviluppati con Pl/Sql per soddisfare requisiti operativi anche in modo eccellente, sono subentrati alcuni problemi a partire dalla manutenzione, troppo legata alle risorse che ne avevano curato l’ingegnerizzazione, per non parlare dei costi associati”, spiega Piero Giorgio Cosma, senior architect della direzione Ict di Rcs Mediagroup, citando poi anche problemi di performance derivanti dall’aumento della mole di informazioni. Oggi PowerCenter viene utilizzato dal Gruppo come unica piattaforma di dialogo con il sistema gestionale per le estrazioni dei dati Sap, indirizzati soprattutto ai progetti di data warehuose. “PowerCenter si è dimostrato così efficace che abbiamo iniziato a utilizzarlo anche per i processi di estrazioni dei batch dal sistema Sap”, 24

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specifica Cosma. Seconda tecnologia implementata è Informatica Mdm, soluzione di Master Data Management che consente di migliorare l’accesso dei dipendenti a dati business critical, anche disseminati in ambienti diversi. Dati che Rcs sfrutterà “per la profilazione dei clienti e per attività marketing volte alla generazione dell’offerta”, chiarisce Cosma. L’uso di Mdm ha inoltre suggerito funzionalità aggiuntive di cui l’azienda avrà bisogno in futuro, soprattutto nell’ottica di una gestione anagrafica. “Mdm dimostra l’apertura di Informatica agli ambienti 2.0, essendo già presente un’integrazione con dati provenienti dai canali social. Informatica ci sembra l’unica realtà con una chiara visione in questa direzione”. Una direzione che sempre più condiziona le strategie degli operatori del mondo dei media. “Mai come ora abbiamo bisogno di analizzare i Big Data e di capire in che modo possono influenzare il nostro sviluppo. Si tratta di una sfida importante e, pur trovandoci ancora in una fase acerba, è impossibile per un’azienda come la nostra rimanere alla finestra”.

LA SOLUZIONE Informatica PowerCenter è una piattaforma di integrazione ed elaborazione dei dati, oggi sfruttata da Rcs Mediagroup come unica interfaccia di dialogo con il sistema gestionale per le estrazioni dei dati Sap. Grazie a questa soluzione, l’azienda può ora contare sulla continuità di servizio anche in caso di fault del caricamento dei dati, risparmiando dalle tre alle quattro ore rispetto ai tempi richiesti in precedenza. Informatica Mdm consente invece di facilitare le operazioni di accesso ai dati dislocati su più ambienti, in modo da ottenere una migliore visibilità su 13 milioni di informazioni di anagrafica relative a clienti Rcs. La piattaforma utilizza un modello multi-dominio ed è in grado di accelerare e rendere più efficiente l’integrazione dei diversi tipi di dati in possesso dell’azienda. Inclusi quelli provenienti dai canali social, come i click, le condivisioni, i commenti e le preferenze espresse dagli utenti.


ECCELLENZE.IT | American School of Milan

giovani manager crescono a milano. in un ambiente hi-tech L'American School of Milan sceglie i portatili e le workstation Dell per abituare i giovani studenti a masticare la tecnologia e il digitale tutti i giorni, e per dare sfogo alla creatività dei cineasti in erba.

C

amminano con i portatili sotto braccio, passando dall’aula di musica a quella di cinema, dalla lezione interattiva e multimediale di scienze alla più classica letteratura inglese. Sono i bravi e fortunati alunni dell’American School of Milan, un prestigioso istituto privato no-profit che dal 1962 forma bambini e ragazzi provenienti dai quattro angoli del mondo (ma molti sono figli della Milano bene a cui i genitori vogliono assicurare un futuro più roseo). La cosa che colpisce a prima vista è l’utilizzo pervasivo, ma non invasivo, della tecnologia: lavagne interattive di ultima generazione, una nuovissima aula cinema dotata di attrezzature degne di uno studio professionale e soprattutto computer portatili (ovviamente connessi) a profusione. “Gli alunni che usciranno di qui troveranno un mondo molto più tecnologico di quello che c’era quando sono entrati. Per questo il nostro focus sulla tecnologia è molto forte”, dice Alan Austen, direttore della scuola, “abbiamo abbracciato la

filosofia anywhere learning, che prevede la dotazione di un portatile Dell per tutti i ragazzi. In questo modo, gli alunni possono spostarsi liberamente nei locali della scuola, anche grazie alla rete WiFi”. “Il futuro ci riserverà sempre più device mobili”, ha aggiunto Stephen Reiach, technology director dell’istituto, “per raggiungere un livello ancora maggiore di ubiquità. In particolare, guardiamo con interesse ai nuovi tablet e laptop dotati di Windows 8”. Se i portatili cambiano il modo di apprendere e di studiare nella quotidianità, il nuovo laboratorio di cinema allestito con tecnologie Dell e Adobe costituisce un momento creativo che probabilmente non ha paragoni nel sistema scolastico italiano. Realizzato con il contributo dei due vendor e con i fondi raccolti attraverso donazioni, il Motion Picture Arts Studio permette agli studenti di creare film (corto e lungometraggi) completi, dallo storyboard alla colonna sonora. “Contribuire alla formazione degli studenti è sempre stato un obiettivo preciso di Dell”, ha commentato Chiara Pesato-

ri, education marketing manager Emea della multinazionale, “collaborare con istituti come l’American School of Milan significa portare benefici a tutte le parti coinvolte, arrivando fino al tessuto più profondo di una comunità”. E.M. LA SOLUZIONE Il Motion Picture Arts Studio è equipaggiato, tra le altre cose, con 20 workstation Dell dotate di software Creative Suite Production Premium di Adobe. Un grande sfondo verde, una stazione video completa, videocamere, luci e accessori vari completano la dotazione. L’equipaggiamento degli alunni comprende, tra le altre cose, circa 150 netbook per le classi elementari e circa 400 notebook per gli studenti di medie e superiori. Il sistema informativo della scuola, invece, si basa su tre server fisici (virtualizzati) e un’unità di storage. Tutti i componenti sono Dell, compresi gli apparati di rete. 25


ECCELLENZE.IT | Ulss 21 Basso Veronese

IL CONSULTO IN TELEPRESENZA FA RISPARMIARE MEDICI E PAZIENTI Il sistema Vidyo installato dalla Ulss 21 è semplice da realizzare e facile da usare. Così, i costi della formazione dell’azienda sanitaria si sono già dimezzati, e ora anche i pazienti godranno dei vantaggi della telepresenza.

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egli Stati Uniti sono una realtà consolidata. Da noi, i sistemi di telepresenza in ambito sanità sono per il momento solo una bella eccezione. Una di queste è rappresentata dalla Ulss 21 del Basso Veronese, azienda sanitaria che serve circa 150mila abitanti su un territorio di circa 800 chilometri quadrati a sud di Verona. La Ulss ha la sua sede principale presso l’Ospedale Generale Mater Salutis ma coordina altri tre nosocomi e diverse strutture sanitarie (21 guardie mediche, 107 medici di base, 16 centri per anziani e 44 farmacie). Con una situazione del genere, per la verità comune a molte altre organizzazioni simili sul territorio nazionale, era piuttosto scontato che un sistema di telepresenza che consentisse di diminuire gli spostamenti sia del personale medico sia, in un secondo momento, dei pazienti, portasse benefici e risparmi tangibili. A conti fatti, e con un sistema che può essere sfruttato ancora di più, l’investimento iniziale di circa 50mila euro per l’implementazione di una soluzione di telepresenza Vidyo basata su VidyoRou26

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ter e quattro postazioni principali installate negli ospedali (a cui si aggiungono diverse postazioni basate su Pc) si è ripagato in pochi mesi. “Il sistema Vidyo ci ha permesso di tagliare i costi legati alla formazione del personale medico e infermieristico del 50%”, spiega Giancarlo Rizzotto della direzione It della Ulss 21, “e negli ultimi tempi stiamo anche iniziando a sperimentare la soluzione a favore LA SOLUZIONE Il sistema di telepresenza Vidyo realizzato presso la Ulss 21 è composto da un VidyoRouter, istallato in uno dei due data center dell’azienda sanitaria e da quattro postazioni principali: una Vidyo Hd-200 presso l’Ospedale Generale e tre Vidyo Hd-100 nei tre altri nosocomi; le postazioni sono atrezzate con un grande schermo e una telecamera ad alta risoluzione e un microfono. Il tutto è collegato tramite due connessioni Adsl (quindi nessun costoso cablaggio dedicato) da 100 Mbit al secondo.

dei pazienti. Un tipico esempio sono le commissioni mediche per l’accertamento dell’invalidità civile: grazie alla telepresenza, il cittadino non dovrà più recarsi presso la nostra sede ma potrà restare comodamente nello studio del suo medico curante”. La telepresenza consente il collegamento audio e video tra persone e sedi anche molto distanti tra loro, con la possibilità di sentire e vedere con maggior dettaglio e fluidità rispetto alla normale videoconferenza, oltre che scambiare e condividere velocemente documenti (in questo caso, ad esempio, esami medici, referti e ricette). “Rispetto alle soluzioni proposte da altre aziende”, dice Rizzotto, “quella di Vidyo ci è sembrata più adatta perché è molto più flessibile e meno impegnativa dal punto di vista dei sistemi hardware. Una volta installati i quattro sistemi principali con schermo, microfono e telecamera e connessi questi punti con un collegamento a banda larga ridondato, il resto delle postazioni sono rappresentate da normalissimi personal computer, attrezzati solo con una webcam e un software”.


ECCELLENZE.IT | Aboca

IL LEADER DELLA SALUTE METTE A DIETA ARCHIVI E POSTA ELETTRONICA Aboca, supportata da Ecobyte, sceglie Symantec Enterprise Vault per dare più spazio ai documenti e alle email dei propri utenti e per liberare risorse It.

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na media impresa italiana di successo, che cresce in termini di dipendenti e di transazioni e ha una forza vendita distribuita sul territorio, soffre sempre almeno di un problema: le dimensioni delle caselle di email e quelle del file system, soprattutto a causa del proliferare dei documenti. Sembra una questione banale rispetto ad altre situazioni che gli utenti e i responsabili It affrontano tutti i giorni, ma non lo è. Perché aumentare lo spazio dei sistemi di storage è costoso e perché gestire i limiti di spazio di ogni utente è molto “time consuming” per lo staff dei sistemi informativi. Così Aboca, leader nel mercato italiano LA SOLUZIONE In Aboca, Symantec Enterprise Vault 10 è stato implementato “sopra” Microsoft Exchange 2010 e Windows Server, potenziandone in modo evidente le capacità di archiviazione e ricerca. L’ossatura del sistema informativo di Aboca è costituita da sei server Hp Dl380 organizzati in due cluster geografici Vmware, che a loro volta gestiscono circa 30 server virtuali.

degli integratori alimentari e dei dispostivi medici a base di erbe, ha deciso di risolvere questo problema alla radice. Ha rinunciato alle funzionalità di archiviazione native disponibili in Exchange 2010 (il sistema informativo dell’azienda è basato su tecnologia Microsoft) e ha optato per la soluzione Enterprise Vault di Symantec. “Aboca aveva bisogno di più spazio per i suoi utenti”, racconta Giovanni Simoncelli, corporate account manager di Ecobyte, il partner che affianca l’azienda nella soluzione delle problematiche di archiving e data protection, “ma voleva un sistema che si integrasse con il suo ambiente. Così, dopo una selezione dei prodotti disponibili in ambiente Windows, abbiamo scelto insieme di puntare su Symantec, che già equipaggiava Aboca con le sue soluzioni per la sicurezza”. Grazie all’implementazione di Enterprise Vault, Aboca è riuscita a ridurre del 50% sia lo storage da gestire sia i tempi di backup delle email e del file system, ma soprattutto è riuscita a liberare risorse del personale It, che ora può dedicarsi ad attività a più elevato valore aggiunto. “Oltre all’efficacia nella gestione delle

email e dei file”, dice Massimo Corradi, responsabile dei sistemi informativi del Gruppo Aboca, “Enterprise Vault ci consente di sfruttare potenti funzioni di deduplica, con grande efficacia, sia nella fase di gestione delle risorse di storage (esiste un solo esemplare di ogni documento e di ogni allegato email) sia in quella della ricerca dei documenti. Dal punto di vista degli utenti, questo si traduce nella possibilità di usare la posta elettronica ciascuno secondo le proprie abitudini e di avere a disposizione documenti anche di parecchi anni prima come se fossero sempre nella memoria più veloce del sistema It, a disposizione con un doppio clic. In questo modo, ad esempio, gli agenti che hanno bisogno di ripescare un vecchio ordine non sono più costretti a chiamare il reparto It”. “Invece di acquistare più storage o di limitare i propri utenti”, ha commentato Vincenzo Costantino, Var e channel manager Italy di Symantec, “Aboca ha scelto la strada più efficace: quella di stabilizzare la proliferazione dei documenti e di rendere più flessibile il sistema di posta elettronica, senza uscire dall’ambiente Microsoft”. Emilio Mango 27


ECCELLENZE.IT | Irce

QUANDO l’IT per il supporto alla produzione è strategico Coniugare software e hardware in un’unica “macchina” per ottimizzare e rendere meno dispendiosa la gestione dei database. In modo scalabile e flessibile. Ecco come Irce, media azienda manifatturiera emiliana, ha vinto la scommessa di innovare i processi produttivi con le tecnologie.

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i sono aziende, e Irce – gruppo industriale da 390 milioni di fatturato e attivo in campo internazionale nel settore dei conduttori per avvolgimento di macchine elettriche e nei cavi isolati per il trasporto di energia – è una di queste, per cui il supporto assicurato dalle soluzioni informatiche al processo produttivo è vitale. La società emiliana, la cui attività manifatturiera è dislocata in quattro diversi stabilimenti sul territorio nazionale (Imola, Guglionesi in Molise, Umbertide in Umbria e Miradolo in Lombardia) e in altre unità in Germania, UK, Brasile, India e Olanda (la distribuzione è a Milano, Francoforte, Barcellona), ha affrontato come molte altre il problema di rivedere la propria infrastruttura IT, ormai inadeguata, e di aggiornare il sistema gestionale in uso. Per soddisfare i nuovi requisiti di efficienza operativa legata alla sua costante crescita, Irce ha scelto di cavalcare l’evoluzione dei processi core aziendali investendo su tecnologie avanzate. La situazione di partenza, come spiega il Cio Andrea Casadio, vedeva la presenza di più database distribuiti su piattaforme di diversi vendor. “Al crescere delle attività 28

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avevamo un’evidente criticità in termini di tempi e costi di manutenzione e gestione, abbinata alla maggiore esigenza di aumentare le capacità di elaborazione del sistema”. Agire su un’infrastruttura in forte espansione e da consolidare per mantenerne il controllo, velocizzando l’accesso ai dati critici e assicurando la continuità dei servizi: questo l’obiettivo che la società si è posta e che l’ha portata ad adottare Oracle Database Appliance, macchina preconfigurata ad alta disponibilità e del tutto interoperabile a livello di interfaccia con il sistema Erp Oracle JD Edwards EntepriseOne (ora in procinto di essere esteso a tutte le sedi e le filiali del gruppo). La presenza di un’unica piattaforma hardware e software

(con funzionalità di networking e storage integrate) per la gestione e il consolidamento del database, messa in esercizio al posto di un’infrastruttura cluster di server appoggiata a sistemi di tre diversi fornitori, ha reso da subito i sistemi più fluidi e generato ritorni sensibili alla voce total cost of ownership. “I benefici ottenuti”, precisa in tal senso il Cio di Irce, “sono sia di ordine economico, sia di natura operativa e gestionale. Abbiamo investito su una soluzione dai costi competitivi, con un processo di implementazione molto rapida (solo due ore per installare la Db machine, mentre la nuova istanza del database è stata creata in una settimana, ndr), senza nessuna criticità per gli utenti e che oggi ci permette di effettuare la manutenzione online da remoto sui siti esteri”. Benefici che derivano dall’aver praticamente eliminato l’operatività in termini di amministrazione e manutenzione del database (Irce oggi opera solo su Oracle Database 11g Enterprise Edition) e dall’aver ottimizzato e pianificato in modo sistemico tutte le procedure relative al backup (adesso centralizzato e richiedente solo un’ora di tempo rispetto alle otto del sistema precedente), agli indici, alle statistiche e al controllo dell’integrità del database stesso. Se l’intento della società era, fra gli altri, quello di semplificare la gestione delle risorse IT a supporto delle attività core aziendali e di garantire un uso efficiente e affidabile delle informazioni da parte di tutte le filiali del gruppo, i risultati conseguiti a valle dell’investimento per la macchina di Oracle dicono che l’obiettivo è stato centrato. “All’insegna”, questa la chiusa di Casadio, “di flessibilità, elevata scalabilità e maggiore capacità di spazio e di calcolo. Senza alcuna discontinuità di servizio del sistema”.


ECCELLENZE.IT | Illva Saronno

A MARSALA IL VINO INVECCHIA, I Pc invece RINGIOVANISCONO Grazie alla tecnologia vPro di Intel, il Gruppo Illva Saronno, proprietaria tra le altre delle Cantine Florio, ha risparmiato tempo e denaro nella gestione delle centinaia di postazioni di lavoro.

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mmirando gli enormi tini delle Cantine Florio a Marsala e ricordando le origini romantiche del prezioso vino liquoroso, a tutto verrebbe da pensare fuorché alle prestazioni di un computer. Deve essere lo stesso pensiero che ha spinto il Gruppo Illva Saronno, proprietario delle suddette cantine (come anche delle palermitane Duca di Salaparuta e di svariati altri brand del settore), a scegliere la tecnologia più moderna a disposizione nel campo dei microprocessori per “levarsi il pensiero” di una gestione che iniziava a diventare onerosa dal punto di vista sia economico sia tecnico. L’iniziativa è stata di Antonio Pisano, temporary Cio di Illva, coadiuvato dal top management del Gruppo Cbt, service e technology provider attivo dal 1980. Pisano non ha esitato a scegliere nuove macchine dotate della tecnologia Intel Core i5 vPro al posto delle piattaforme che nel frattempo erano diventate obsolete e che rischiavano di frenare lo sviluppo del Gruppo, oltre che di appesantire inutilmente l’attività dello staff It interno. Il data center di Illva, gestito in outsourcing proprio da Cbt, comprende ben 50 server x86 e As/400, che presiedono all’esecuzione di tutti i processi vitali dell’azienda, primo

tra tutti l’Erp ma anche la gestione documentale, la business intelligence, il magazzino, l’applicazione per la forza vendita e il Crm.Sul fronte degli endpoint, il Gruppo conta circa 1.170 device e circa 650 postazioni di lavoro distribuite su tutto il territorio nazionale (tra Pc fissi e mobili). Sono numeri importanti, figli di una crescita del business e di un allargamento ad altri settori produttivi (Illva Saronno ha diversificato le sue attività LA SOLUZIONE Il Gruppo Cbt, Cosmic Blue Team, collabora con Illva Saronno sulla base di una soluzione di outsourcing denominata EasyWare e indirizzata soprattutto agli endpoint, siano essi desktop o portatili. La tecnologia Intel vPro implementata nei processori Intel Core i5 ha permesso di ridurre ulteriormente l’impatto della gestione It da parte di Illva. Sostituendo le macchine obsolete presso le diverse sedi del Gruppo (tra cui Vicenza, Marsala, Saronno, Pescara e Palermo) e potendo eseguire gran parte dell’assistenza da remoto, Cbt ha “girato” a Ilva i vantaggi ottenuti in termini di tempi e costi.

anche nel settore dei gelati, dei prodotti da forno e delle lenti per occhiali). Proprio per l’importanza del parco macchine, Illva e Cbt hanno optato per lo stato dell’arte dei processori per computer, quell’Intel Core i5 vPro che consente, tra le altre cose, di controllare le macchine da remoto, permettendo di eseguire interventi di manutenzione anche a Pc spento, di ridurre i tempi di downtime e di abbattere quindi i costi complessivi di assistenza. “I risultati sono stati decisamente incoraggianti”, dice Pisano, “con una riduzione dei tempi di soluzione delle problematiche tecniche relative ai Pc che è sceso dal 30 al 90%, tempi di inventario delle macchine abbattuti del 97% e tempi medi di aggiornamento per il software tagliati del 72%. Tutto questo si traduce in un vantaggio economico calcolabile in circa 20mila euro l’anno, oltre ovviamente al minor carico di lavoro per il nostro team.” “La scelta della tecnologia Intel vPro”, ha commentato Flavio Radice, general manager del Gruppo Cbt, “ci ha permesso di rendere ancora più efficiente la nostra offerta in outsourcing rivolta alle aziende, e in particolare al Gruppo Illva Saronno.” Emilio Mango 29


ECCELLENZE.IT | Publiacqua

acquedotti PIù efficienti grazie alla Business Intelligence La società di gestione dei servizi idrici delle province di Firenze, Prato, Pistoia e Arezzo ha modernizzato l’infrastruttura It con l’obiettivo di migliorare la reportistica e l’efficienza delle procedure di ripristino dei guasti.

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ra due mondi apparentemente lontani come quello della tecnologia e dell’acqua, l’anello di congiunzione si chiama Publiacqua. Una società di gestione operativa nel territorio toscano, oggi impegnata in un processo di revisione delle proprie risorse It, tutto votato alla Business Intelligence. Ovvero a un utilizzo strategico del sapere derivante dall’analisi dei dati e da un efficiente reporting, con il fine di migliorare i processi e le attività gestite e dunque l’opera resa all’utente finale, in questo caso gli abitanti delle province di Firenze, Prato, Pistoia e Arezzo. Con 648 dipendenti e un fatturato di 160 milioni di euro, Publiacqua Spa dal 2002 gestisce i servizi idrici del Medio Valdarno, un bacino corrispondente a oltre 1,2 milioni di abitanti e oltre 380mila utenze attive: le sue funzioni spaziano dalla produzione e vendita di acqua potabile alla depurazione, dalla manutenzione delle fognature fino ai controlli di laboratorio LA SOLUZIONE La piattaforma Sap Hana è stata la scelta infrastrutturale e tecnologica in grado di garantire la visualizzazione dei dati analitici, e allo stesso tempo tempestivi, di qualità e usabilità, integrando contenuti dislocati su sistemi diversi (Sap, Gis, Scada). L’ar30

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e alla gestione di partnership. Fino a ieri, Publiacqua risentiva di una limitata informatizzazione dei processi e delle procedure di reporting aziendale, nonché di una reportistica interna non strutturata e poco diffusa tra il middle management. Attraverso la revisione dell’It, la società puntava a creare un ambiente di Business Intelligence flessibile, veloce e funzionale all’ottimizzazione dei processi: in particolare, obiettivo concreto è stato quello di consolidare sotto un’unica architettura tecnologica di datawarehouse il reporting operativo e direzionale e la pianificazione strategica, rendendoli accessibili a un numero di utenti sempre maggiore. La scelta è ricaduta sulle tecnologie di Sap Hana e di Fujitsu Technology Solution, “che garantiscono nativamente, in modo semplice e certificato, il ripristino automatico degli ambienti in caso di fail”, ha spiegato Mauro Cacciafani, responsabile infrastrutture tecnologiche chitettura offre flessibilità e velocità, adattandosi ai processi aziendali. Soprattutto nei casi in cui il Business Warehouse non è standardizzato, questa soluzione consente di sfruttarne le strutture e successivamente di costruire o modificare applicazioni in

di Publiacqua. A regime, la soluzione sarà estesa con un ulteriore nodo, ma la configurazione attuale già permette al middle management di usufruire di reportistica operativa e direzionale, accedere ai tool di pianificazione e costruire applicazioni basate sulle infrastrutture dati di Business Warehouse. Ed è stata, inoltre, ottenuta una riduzione del total cost of ownership delle risorse dedicate alla Business Intelligence, che ha permesso all’azienda di rispettare i suoi piani di contenimento degli investimenti. “L’impatto del rinnovamento tecnologico dell’ambiente Sap e la mutata dinamicità della Business Intelligence è stato talmente positivo sull’intera organizzazione aziendale, che abbiamo deciso di ampliare l’utilizzo di tali tecnologie anche ad altri progetti previsti dal nostro piano industriale: è per questo che ci siamo già dotati di un ulteriore nodo di test/sviluppo”, ha dichiarato Luciano Caroti, Cio di Publiacqua. modo molto semplice. La configurazione multinodo di Fujitsu (Server Primergy RX600 S6 con nodo di failover) asseconda la necessità di ripristinare rapidamente gli ambienti in caso di guasti di un componente o malfunzionamenti.


ECCELLENZE.IT | Preca Brummel

CRM, e-commerce E RETI SOCIALI sOTTO IL SEGNO DEGLI ANALYTICS Preca Brummel è riuscita ad armonizzare tutte le componenti digitali e fisiche della relazione con il cliente, contando sulle più moderne tecnologie di analisi dei dati di Sas e sul know how di Value Lab.

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ettere il cliente al centro della strategia aziendale è per Preca Brummel, società leader nel settore dell’abbigliamento per bambini, molto più di uno slogan. Per farlo, ci vuole un top management allineato, ci vuole organizzazione, ci vogliono i processi, ma serve anche tanto know how e tanta buona tecnologia. Ecco perché, per sostenere un’azienda in crescita a dispetto della crisi (Preca Brummel controlla i marchi Brums, Mek e Bimbus; produce oltre 7 milioni di capi all’anno e opera sul mercato con oltre 1.800 punti vendita di cui 300 monomarca), da un paio d’anni l’azienda ha scelto di farsi affiancare dalla società di consulenza Value Lab e di farsi supportare dalla tecnologia Sas. “L’approccio multicanale, che comprende anche l’e-commerce, e l’utilizzo delle nuove tecniche di marketing (passando anche per i social network)”, dice Michele Prevosti, innovation and Web marketing manager di Preca Brummel, “sono il mezzo per realizzare la nostra strategia di business, improntata a una forte relazione con il cliente. La misura del comportamento di

quest’ultimo è la base per trasformare la conoscenza in redditività”. Tradotta in pratica, la strategia ha visto la realizzazione di un sistema di campagin management, realizzato da Value Lab utilizzando i Business Analytics di Sas, che consente a Preca Brummel di analizzare l’intero mondo delle relazioni con i clienti, senza escludere nessun canale di contatto tra il pubblico e i vari brand dell’azienda, per arrivare a una definizione il più possibile precisa ed efficace dei mezzi di comunicazione e dei LA SOLUZIONE Il sistema di marketing automation realizzato da Preca Brummel si basa sui più moderni strumenti di business analytics di Sas, e in particolare sulla soluzione di Campaign Management. Nella difficile fase di analisi, implementazione e verifica dei risultati, Preca Brummel è stata affiancata dalla società di consulenza e It solutions Value Lab, che con le sue sedi di Milano e Roma supporta, da oltre vent’anni, le aziende di ogni settore nelle attività di vendita, marketing, Crm e retail.

messaggi da utilizzare per le campagne promozionali. Nel novero dei media sono ovviamente stati compresi anche tutti i nuovi canali, come Sms e Direct Email Marketing (Dem), che permettono di ottenere una risposta immediata alle sollecitazioni. “I tempi di reazione dei nuovi media e del Web”, dice Prevosti, “non sono paragonabili a quelli dei canali tradizionali; senza le moderne tecnologie informatiche non sarebbe stato possibile riuscire a raddoppiare il fatturato di un punto vendita nell’arco delle 24 ore”. L’integrazione tra e-commerce e Crm, realizzata insieme a Value Lab con gli strumenti Sas, e l’allineamento con le attività social come la presenza dei brand di Preca Brummel su Facebook (attività, questa, curata direttamente dall’azienda) hanno rappresentato il passaggio forse più difficile di tutta la strategia It. Perché, se non è facile partire col piede giusto nell’implementazione di canali digitali e sistemi analitici evoluti, è ancora più difficile arrivare ad armonizzare e far collaborare tutte queste componenti. Un’impresa che a Preca Brummel, invece, è riuscita perfettamente. 31


ITALIA DIGITALE

Il tema dell’Agenda ricorre nei discorsi dei ministri e degli addetti ai lavori. Tutti aspettano i decreti attuativi. Qualcuno prova a confezionare altre ricette per cambiare passo. A cavallo delle tecnologie.

impegni e promesse della digital economy

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er intervenire sul digital divide abbiamo trovato 150 milioni di euro di fondi pubblici che pensiamo di triplicare con l’aiuto degli enti locali e dei privati ed entro il 2013 puntiamo a raggiungere una copertura quasi totale”. Parole pronunciate a metà novembre da Corrado Passera, in una delle tante uscite pubbliche del Ministro dello Sviluppo Economico in tema di Agenda Digitale, e relativi piani di evoluzione telematica del sistema Paese. Al di là dell’urgenza di intervenire in 32

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materia di infrastrutture a banda larga, per cui lo stanziamento previsto è sempre di 800 milioni, ciò che preoccupa lo stesso Passera (e tutta la comunità tecnologica italiana, più che i cittadini della Penisola) sono i tempi: il decreto Crescita 2.0 va convertito in legge e il documento di innovazione approvato a inizio ottobre va trasformato in azioni concrete. Subito. L’impegno del Governo, promessa fatta in occasione di Smau dal titolare dello Sviluppo Economico, è quello di ren-

dere attuativi tutti i provvedimenti entro la fine del mandato. Basterà questo impegno a far partire una locomotiva che tutti auspicano possa cambiare faccia all’apparato statale e ridare fiato agli investimenti in tecnologie? Lo vedremo, ma per ora bisogna accontentarsi su base nazionale di “innovazioni” come l’Anagrafe unica, digitalizzata e in modalità cloud, “che ha semplificato in modo concreto e tangibile la vita degli italiani”, spiega Passera. Su base regionale qualcosa si starebbe muovendo. Ma il condizio-


nale è d’obbligo. La Lombardia, entro la fine di quest’anno, dovrebbe per esempio raggiungere una copertura a banda larga pari al 99,7% della popolazione e poter offrire servizi in banda ultralarga al 50% dei residenti da qui a un anno e mezzo. In attesa delle verifiche del caso, la Regione ha speso in progetti di innovazione tecnologica, nel biennio 20092010, oltre 85 milioni di euro. Un fenomeno da coltivare

Il presidente di Confindustria Digitale, Stefano Parisi, sulla questione dell’Agenda si è espresso in numerose circostanze. In una di queste ha assicurato che l’industria italiana dell’Ict “sosterrà la realizzazione del piano con investimenti in infrastrutture e nuove tecnologie”. Più di frequente ha puntato invece l’indice contro chi doveva fare e non ha fatto in termini di misure finalizzate a promuovere il digitale in ogni sua forma. Dall’ecommerce ai film distribuiti via Internet. “Tutti gli Italiani”, ha detto Parisi a un recente convegno, “devono avere confidenza con l’utilizzo degli strumenti digitali. Ma servono trasparenza, regole, modelli, best practice. La questione della privacy non può essere perennemente assunta ad ostacolo insuperabile per l’introduzione di nuove tecnologie e la Pa deve fare un salto in avanti sostanziale”. Pensiero condivisibile? Certo. Il punto è però sempre lo stesso: come trasformare la teoria in pratica. Quello del digitale è uno dei pochi settori che cresce e continuerà a crescere nei prossimi anni – questa la convinzione di base dell’organismo di Confindustria – e le aziende dell’Ict e delle telco devono parlare fra di loro e con le realtà che vivono di Web e di servizi innovativi. Sulle buone intenzioni siamo tutti d’accordo. Ma nella pratica quante sono i progetti nati sotto questa bandiera? E quanto contenuto nell’Agenda va in questa direzione? Lo sviluppo delle reti di nuova generazione è più condizionato da questioni politiche (che riguardano lo scorporo della rete in rame dell’ex operatore

incumbent) o è più legato ai piani di investimento (condizionati, in questa fase, dalla convinzione di ritorni tutt’altro che certi) dei vari operatori telco? La discontinuità, anche politica, come punto di partenza

Oscar Giannino, giornalista ed economista nonché uno dei promotori dell’iniziativa “Fermare il Declino”, è critico rispetto a una delle questioni che agitano la messa in opera dell’Agenda Digitale. Quale? Il meccanismo attuativo dei provvedimenti. Che a suo dire non c’è. Manca, per esempio, una data di switch off precisa per ciò che concerne l’adozione senza più ritorno della carta d’identità elettronica o del fascicolo sanitario digitale. E precise direttive per la gestione dei centri di costo degli oltre 9mila enti della Pa. Ecco i punti su cui, a detta di Giannino, è doveroso riflettere. Senza dimenticare che “la resistenza al cambiamento è latente ed è colpa anche delle aziende private che traggono vantaggi dallo status quo dei bandi e delle gare, così come sono gestite oggi”. Gli strumenti digitali, in altre parole, vanno innanzitutto utilizzati per meglio orientare e valutare le attività di settori che pagano in termini di efficienza le loro arretratezze dal punto di vista tecnologico, come per esempio la sanità o la scuola. Un’altra provocazione riguarda i telefonini. “Siamo il Paese”, questo l’affondo di Giannino, “in cui gli smartphone hanno superato per numero di vendite i cellulari tradizionali, ma dove non c’è una piattaforma digitale condivisa su cui edificare un’offerta di servizi ai cittadini basata su standard di pagamento di prossimità e in mobilità”. E allora? Servono una discontinuità politica molto forte, competenze dedicate, sollecitazioni concrete dal mondo privato e progetti mirati al raggiungimento dei risultati. Questa, almeno, è la ricetta di chi pubblicamente è sceso in campo per “Fermare il Declino”. Cavalcando la rivoluzione digitale. Gianni Rusconi

Risparmi per 20 miliardi Le indicazioni fornite dal Politecnico di Milano dicono che l’impatto dell’Agenda Digitale sui conti della Pa ammonta a 20 miliardi di euro di riduzione dei costi e di 5 miliardi di maggiori entrate. Affinché questo avvenga, è però necessario che i processi siano digitalizzati per davvero. E che venga eliminato non solo a parole il digital divide, perché a oggi la penetrazione della banda larga fissa è ferma in Italia al 62% (rispetto all’83% della Germania), l’utenza Internet si attesta al 57% della popolazione e l’uso del Pc non interessa più del 60% degli italiani (quando la media europea è del 90%). Per contro la percentuale di utenti del Belpaese che naviga in Rete da dispositivo mobile è pari al 41% del totale degli internauti. Tornando ai vantaggi legati alla presenza delle tecnologie Ict nel cuore della macchina statale, l’Osservatorio Agenda Digitale dell’ateneo milanese ha rilevato come le soluzioni di eprocurement, se utilizzate per gestire il 30% degli acquisti pubblici (oggi siamo al 5%), potrebbero far risparmiare circa 9 miliardi di euro alla Pa fra sgravi sui costi e maggiore produttività del personale addetto. La fatturazione elettronica (di cui si aspetta il decreto attuativo della legge approvata nel 2008) porterebbe invece a un saving diretto di un miliardo per l’apparato statale, e di un ulteriore miliardo per i suoi fornitori.

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ITALIA DIGITALE

per l‘italiano medio l‘agenda è ancora un oggetto misterioso C‘è grande fiducia nell’impatto positivo delle misure contenute nel Decreto Sviluppo, ma serve più informazione e maggiore condivisione per portare avanti il processo di innovazione tecnologica del Paese. Perché il documento che contiene le misure per digitalizzare l’Italia è del tutto ignoto a due terzi dei cittadini. E non solo a loro.

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na delle piaghe che frena lo sviluppo del processo di digitalizzazione cui è chiamata l’Italia? Lo scarso livello di conoscenza su temi di vitale importanza. La risposta, non scontata, emerge da una ricerca effettuata da Ispo che ha coinvolto anche un campione di cento opinion maker italiani. Il rapporto fra “Gli italiani e l’Agenda Digitale” (questo il titolo dello studio) è in buona sostanza ancora tutto da costruire e fa specie rilevare come per un 85% di esperti che masticano la materia vi sia solo un 66% che assicura di saperne parecchio. Più coerente sembra essere il cittadino comune, che ammette nel 63% dei casi di non averne mai sentito parlare; idem per le smart city, questione ignota al 77% della popolazione e di vaga conoscenza per il 16%. Le città intelligenti sono un altro piatto forte delle azioni dell’attuale Governo, ma solo il 7% degli italiani si rivela ben preparato sulla questione. David Bevilacqua, vice president South Europe di Cisco, ha inquadrato i dati di cui sopra sottolineando la sensazione di “una popolazione non 34

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David Bevilaqua, vice president sud Europa di Cisco.

a conoscenza del fatto che molti servizi della Pubblica Amministrazione sono già stati digitalizzati e sono già disponibili online. Ed è preoccupante che la maggior parte degli italiani non sappia cosa siano le smart city”. Carenza di informazione, dunque, ma anche le infrastrutture restano un tema fondamentale: “Dodici anni fa”, precisa il manager, “eravamo in testa alle classifiche di penetrazione delle reti in fibra. Oggi siamo fanalino di coda, perché in questi anni non si è lavorato su di esse. Il debito pubblico è cresciuto enormemente ma di investimenti in banda larga ce ne sono stati pochi. Non possiamo parlare di rinascimento digitale dell’Italia senza colmare questo gap”. Oggi l’Agenda è al centro del programma di sviluppo economico e deve ovviare a scelte dettate da priorità, che penalizzano o rendono zoppo il processo di innovazione (vedi gli 800 milioni di euro a suo tempo stanziati per la banda larga e serviti a finanziare gli ammortizzatori sociali). Da dove occorre partire per digitalizzare il Paese? Su questo punto, dice la ricerca Ispo,

la convergenza fra opinion maker e cittadini è notevole: il 100% dei primi e l’85% dei secondi è consapevole che la Pubblica Amministrazione debba assumere un ruolo centrale nel processo di ammodernamento rendendo disponibili e accessibili online servizi di e-government. Per ottenere che cosa? In fatto di benefici attesi, la voce più gettonata è quella della trasparenza (citata dal 94% degli opinion maker e dall’82% degli Italiani), seguita dai risparmi sia per lo Stato che per il cittadino (89% e 79%) e dalla riduzione del digital divide (85% e 74%). Obiettivi raggiungibili? “Quello che non dobbiamo fare”, è la ricetta di Bevilacqua, “è ragionare in termini di aree di mercato perché il processo di sviluppo deve essere di tutto il Paese, senza cittadini e imprese di serie A e di serie B a seconda della loro ubicazione geografica”. Il 2020, scadenza fissata dall’Agenda Digitale europea, non è poi così lontano. E il partito dei pessimisti, secondo i quali l’Italia non riuscirà a raggiungere gli obiettivi prefissati, cattura oggi il 28% degli opinion maker.


Se Milano è più intelligente è anche merito di Expo 2015 L‘esposizione universale è l‘occasione per convogliare fondi ed energie sulle infrastrutture e sui servizi digitali. Una tendenza già iniziata nel settore dei trasporti e dell‘infomobilità.

C

’è un po’ di tutto dentro l’elastico concetto di “smart city”: efficienza energetica e rispetto dell’ambiente, miglioramento dei mezzi di trasporto, maggiore accesso alle informazioni e ai servizi utili ai cittadini, incluse la connettività Internet a banda larga e la digitalizzazione degli uffici pubblici. Elemento comune a questi progetti è l’uso della tecnologia non come fine, ma come mezzo per innalzare la qualità della vita di residenti e turisti. E una città, più di altre, oggi è chiamata a realizzare questa evoluzione per non arrivare impreparata a un appuntamento cruciale: Milano. A due anni e mezzo dall’evento, la società di Expo 2015 mostra i primi progetti che traducono in realtà una visione di metropoli intelligente, tecnologica e aperta. “Un prodotto concreto, frutto di un lavoro di squadra, una promessa mantenuta”, l’ha definita il presidente di Expo 2015, Diana Bracco, presentando “E015 Digital Ecosystem”: un progetto di allargamento digitale, per così

dire, dell’esperienza di Expo, firmato da Confindustria, Assolombarda e Confcommercio e basato sull’utilizzo di una piattaforma tecnologica interoperabile, messa a disposizione delle aziende partner. Si è partiti, nel mese di ottobre, dal mondo dei trasporti e viabilità, con applicazioni che – per la prima volta – mettono insieme i dati del traffico autostradale con quelli dei mezzi pubblici e del trasporto aereo, nonché la situazione di alcuni parcheggi di raccordo. Un approccio sistemico, già tradotto in realizzazioni concrete. Qualche esempio? L’app per Android lanciata da InfoBlu (Gruppo Autostrade per l’Italia), che fornisce mappe live, video e tabelle con le informazioni di cui sopra; i totem con pannelli touch installati in centro città da Atm (due già attivi, altri quattro attesi a breve); o ancora i maxischermi collocati da Sea nell’area arrivi di Malpensa e Linate, e analoghe iniziative di Milano Serravalle-Milano Tangenziali, Trenitalia e Trenord. “Il nostro lavoro è iniziato

due anni fa”, ha commentato Bracco, “e prenderà sempre più corpo nei prossimi mesi man mano che l’ecosistema tecnologico sarà esteso a nuovi settori e arricchito da altre aziende. Dopo i trasporti e l’infomobilità, i servizi informativi al cittadino veramente integrati e di facile utilizzo troveranno applicazione in altri ambiti, come per esempio l’ospitalità, la ristorazione, la cultura, lo spettacolo, la salute, lo sport e il turismo”. Per poter entrare nel Digital Ecosystem, i potenziali partner di Expo dovranno meritarsi un “bollino blu”, una sorta di certificato di qualità che attesti il valore aggiunto del servizio proposto. Per le aziende e per Milano stessa l’opportunità di autopromozione è grande, se si concretizzeranno anche solo in parte le stime tracciate dagli organizzatori: 20 milioni di visitatori “fisici” che affluiranno in città nei giorni dell’Esposizione Universale, e addirittura qualcosa come un miliardo di utenti che accederanno a siti Web e applicazioni legate all’evento. Valentina Bernocco 35


ITALIA DIGITALE

Per dare fiato alle idee, emerge la necessità di una governance comune e di progetti faro, replicabili su larga scala. Ma soprattutto di disponibilità economiche adeguate.

LE Smart City SONO PRONTE. SULLA CARTA

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’è, per davvero, una “via italiana alle città intelligenti”? La risposta alla domanda è affermativa, ma si tratta di una via ancora parecchio lastricata di ostacoli. I progetti in tema di smart city ci sono (non solo sulla carta), e sono oltre 160 quelli di natura sperimentale – dal monitoraggio del territorio all’ehealth, dai parchimetri intelligenti ai sistemi di localizzazione satellitare dei mezzi pubblici – già attivati. 36

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Neppure pochi, ma si tratta per l’appunto (in molti casi) di sperimentazioni e non è scontato per tutti che la tecnologia – e cioè l’uso di oggetti intelligenti e interconnessi fra di loro da reti anch’esse intelligenti (in un concetto, l’Internet delle cose) – abbia un ruolo centrale e di vero abilitatore. Manca, in buona sostanza, una visione strutturata del fenomeno, che infatti vede l’Italia indietro rispetto ad altre nazioni.

Il ruolo della tecnologia e la necessità di fare progettualità

Come ovviare al gap? Si dice che gli enti locali, Comuni in primis, debbano operare scelte strategiche mirate per usufruire di tutte le opportunità che offrono Governo con i bandi del Miur e il Decreto Crescita 2.0, da una parte, e Comunità Europea con i fondi Ue dall’altra. La questione smart city, al di là delle scontate professioni di ottimismo, si presenta molto complessa


perché da mettere a fattor comune in modo sistemico ci sono variabili quali la presenza di una cabina di regia dedicata, di infrastrutture a banda larga, di piani attuativi, di modelli di governance e soprattutto di risorse finanziarie. Voci che in Italia, oggi, certo non abbondano. Antonella Galdi, responsabile innovazione per l’Anci, l’Associazione nazionale dei Comuni italiani, ha ricordato in tal senso (in occasione dell’ultima edizione di Smau) come tocchi al settore pubblico potenziare le strategie di sviluppo e nel contempo incentivare i grandi player tecnologici – che certo non si tirano indietro, ma non possono e vogliono rinunciare a monetizzare i loro investimenti – a creare progetti mirati. Come? Secondo l’analisi di Giancarlo Capitani, presidente di Net Consulting, il punto di partenza per lo sviluppo delle smart city “risiede sì nella creazione di partnership tra vendor Ict e singoli Comuni, ma anche nella creazione dei cosiddetti progetti faro, esportabili in altre realtà e adattabili alle singole e specifiche esigenze”. Gli esempi cui fare riferimento in Europa sono Barcellona e Londra; al Belpaese – questo l’ammonimento di Capitani – mancano molte progettualità importanti e il gap coinvolge vari aspetti, dalla frammentarietà dei progetti stessi alla difficoltà di renderli replicabili. I vincoli di bilancio e la burocrazia, inoltre, non consentono un’attivazione in tempi rapidi degli stessi”. I fondi del Miur e quelli europei

L’Agenda Digitale può essere una svolta e segnare un cambio di passo. Per il momento siamo però fermi alla convinzione comune (ma teorica) che le città intelligenti possano essere uno dei principali motori di sviluppo dell’economia italiana. È un concetto che va però digerito e processato in termini strutturali, tutto da circostanziare su base locale e nella testa (e nel budget) delle singole amministrazioni. Che vi siano sul terri-

torio esempi di eccellenza da imitare è un dato di fatto, ma se i finanziamenti legati al Decreto Crescita 2.0 siano sufficienti a tradurre in realtà le buone intenzioni è ancora presto per dirlo. Ci sono, lo ha annunciato qualche settimana fa Mario Calderini, responsabile dei temi Smart Cities & Communities per l’Agenda Digitale, circa 11 miliardi di euro di fondi Ue che dovrebbero presto arrivare nelle casse dello Stato per dare il via alla costruzione delle infrastrutture telematiche. Ci sono altre operazioni che potrebbero concretizzarsi in finanziamenti veri e propri (da decine o centinaia di milioni di euro) ma al momento i diretti interessati lamentano un problema di fondo. Che non è la convinzione di buttarsi con decisione sui progetti di smart city, ma le risorse con le quali finanziarli. Emblematica, in tal senso, la testimonianza (proferita sempre allo Smau) da Piero Fassino, sindaco di Torino. L’ex parlamentare ha ricordato come alle nostre spalle vi sia “un biennio in cui tutti ci si è mossi in modo sperimentale sulle smart city grazie all’innesco dei finanziamenti europei”, e ha elencato le difficoltà che incontrano apparati pubblici come il capoluogo piemontese: assenza di regia comune per il coordinamento dei progetti, carenza di risorse finanziare pubbliche e private (con le prime oggi praticamente inesistenti), eccessiva rigidità e verticalismo delle strutture delle Pa e dell’ordinamento normativo. L’Agenda Digitale, secondo Fassino, va vista “come il primo passo per superare l’empasse a livello di governance con una cornice operativa in cui gli enti locali inserirsi”, ma i cardini vitali per marciare sulla via delle città intelligenti sono essenzialmente due: “la disponibilità più consistente di fondi, dal Miur e dalla Ue, per tradurre in concreto idee che altrimenti rischiano di rimanere solo sperimentazioni esemplari, e la flessibilità, che deve essere un dogma”. Piero Aprile

Prove pratiche di città intelligenti Venezia Nell’ambito del progetto “Cittadinanza Digitale”, mirato a rendere disponibile la banda larga a tutti i cittadini e turisti della laguna, il capoluogo veneto ha avviato alcuni servizi con il supporto di Vodafone Italia e di Venis (Venezia Informatica e Sistemi Spa). Telepago è un sistema di pagamento via smartphone dei parcheggi sulle strisce blu, mentre apposite carte Sim sono state inserite dentro alle telecamere per il controllo remoto degli ingressi alle Ztl (Zone a Traffico Limitato), degli accessi a bordo degli autobus e sulle imbarcazioni in servizio nel centro cittadino. Torino Creato da Seat Pagine Gialle, è in funzione un nuovo supporto digitale pensato nell’ottica di promuovere le attività in tema di risparmio energetico degli operatori locali presenti in città e nell’area metropolitana del capoluogo. Battezzato Agire, il progetto sfrutta un motore di ricerca dedicato per evidenziare i comportamenti virtuosi delle imprese di Torino e mette a disposizione dei cittadini alcuni strumenti online per effettuare un “checkup energetico” delle stesse (1.900 le società censite nel portale, divise in 23 categorie) e delle proprie abitazioni.

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ITALIA DIGITALE

Start up e sistema Paese alla prova di maturità Una ricerca della fondazione Mind the Bridge fotografa la natura delle giovani imprese innovative che nascono in Italia. Il chairman Alberto Onetti: ”Il problema è nella difficoltà di trasformare i progetti in vere realtà imprenditoriali”.

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uella delle start up è una “risorsa” che l’Italia deve spendersi al meglio per recuperare il terreno perduto, ma nel computo numerico delle iniziative che nascono ogni anno e in quello dell’ammontare degli investimenti raccolti il Belpaese è ancora (parecchio) indietro. Censire l’universo delle start up italiane, tra 4 e 8mila il loro numero attuale, è tutt’altro che semplice, anche a causa degli elevati tassi di mortalità. Il fatto che siano circa un migliaio le richieste di finanziamento in arrivo ogni anno al Venture Capital Hub (gruppo che raccoglie i principali investitori italiani) conferma però che il mondo in questione è ancora piccolo. Anche se in rapida ascesa.   Il problema di fondo? Troppi progetti di impresa non strutturati

Stando a quanto emerso dalla seconda edizione della ricerca “Startups in Italy: Facts and Trends”, realizzata dalla fondazione Mind the Bridge con il supporto scientifico del Cresit dell’U38

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Alberto Onetti, chairman della Fondazione Mind The Bridge

niversità degli Studi di Varese, lo scenario italiano delle imprese innovative neonate è molto frastagliato. Parliamo infatti di un settore popolato da entità di due o tre soci, con età compresa tra i 26 e i 35 anni e con in media quattro o cinque dipendenti. E in cui ben il 59% delle realtà censite è rappresentato da progetti di impresa ancora non strutturati (le cosiddette “wannabe start up”) e il 36% da aziende già costituite in forma societaria con un’età media di uno o due anni. Il rimanente 5% è composto da spin off aziendali. Netta è la prevalenza di “new co” attive in campo Web (49%) e Ict in generale (21%); poche, per contro, le iniziative inerenti le tecnologie pulite. Alberto Onetti, chairman della Fondazione, spiega come “il numero del-

le nuove start up dipende dai capitali che le danno vita. E l’esempio arriva da quelle che operano nel Web, per cui l’investimento iniziale necessario è veramente minimo”. Il problema di fondo è un altro, ed è la difficoltà di “trasformare i progetti in realtà imprenditoriali”. Prova ne siano i circa 100 semi sconosciuti spin off accademici che prendono vita ogni anno. Il rischio del corporate drain? Può essere un’opportunità

A livello geografico, spicca la maggiore presenza di iniziative al Nord (il 52% del totale) e nei grandi centri, con Roma e Milano a fare da poli catalizzatori. “L’aggregazione è più densa”, dice Onetti, “dove c’è più elevata mole produttiva, anche se spesso dal Meridione


Distribuzione percentuale dei capitali raccolti fino a oggi Progetti di start up Start up avviate Spinoff aziendali

Mind the Bridge Survey 2012: l’universo delle start up italiane e il valore dei finaziamenti erogati.

Ancora evidente il gap con il resto d’Europa L’Osservatorio della School of Management del Politecnico di Milano svela come lo scenario delle start up sia in forte espansione, ma ancora lontano dai numeri dei principali Paesi Occidentali. Una fotografia accurata sul fenomeno delle start up in Italia l’ha scattata anche l’Osservatorio dedicato al tema della School of Management del Politecnico di Milano. Che parte da due presupposti importanti. Il primo: in Italia si investe un settimo rispetto

arrivano i casi più interessanti. Gli imprenditori nati al Sud sono il 24%, ma il dato scende al 17% se si considera la loro attuale residenza”. Non a caso i founder decidono la localizzazione della start up sostanzialmente in base al network di contatti (la percentuale è del 69%) e alla reperibilità risorse umane altamente specializzate vicino ai centri di ricerca (40%). L’11% delle neonate società ha deciso invece di crescere all’estero, un dato in ascesa del 20% sul 2011 e che richiama il tema della necessità/opportunità di abbandonare l’Italia per dare corpo alle iniziative disegnate a tavolino. Su questo fronte l’opinione di Onetti è netta, ma non negativa. “Il rischio di corporate drain è reale e di tendenza: la start up per sua natura è fortemente esposta alla mobilità e non è radicata, perché guarda alle condizioni ambientali più favorevoli per nascere, accedere ai capitali e crescere”. Gli esempi in tal senso non mancano: Decisyon, che ha ottenuto 15 milioni di dollari di finanziamento fra Stati Uniti e Inghilterra, e Funambol, impresa che si è spostata nella Silicon Valley (dove ha raccolto 35 milioni

di dollari) mantenendo le attività di ricerca a Pavia. In attesa di capire se e come le norme introdotte dal Decreto Sviluppo e dall’Agenda Digitale favoriranno la costruzione di un vero ecosistema, ciò che è realmente strategico per il sistema Paese, a detta di Onetti, “è un contesto normativo favorevole alla costituzione e alla crescita delle start up, capace almeno di attenuare la fuoriuscita delle realtà aziendali più promettenti”. Per ciò che concerne, infine, le modalità di accesso ai capitali – l’investimento medio si attesta sui 65mila euro – la forma più diffusa è il bootstrapping (l’autofinanziamento), perseguito nel 58% dei casi. Equamente distribuiti, nell’ordine del 6-8%, i fondi raccolti tramite grant (finanziamenti pubblici non rimborsabili), banche e fondazioni e altre imprese di natura non finanziaria. Il 16% delle neo imprese ha reperito invece investimenti in equity da soggetti terzi, in prevalenza business angels (8%) e seed funds (7%) e solo una quota molto limitata (l’1,2%) ha avuto accesso a venture capital. Gianni Rusconi

alla Francia, un quinto rispetto alla Germania e al Regno Unito e la metà rispetto ai Paesi del Nord Europa, che hanno un prodotto interno lordo molto inferiore a quello italiano. Il secondo: se venissero immessi nelle nuove imprese 300 milioni di euro per investimenti di tipo “seed” (finalizzati a testare e a sviluppare un progetto ad alto contenuto tecnologico) si potrebbe avere, entro un decennio, un impatto sul Pil dello 0,2%, e cioè circa tre miliardi di euro. I dati che certificano la necessità di un cambio di passo sono diversi, a cominciare dal numero complessivo di finanziatori operanti su scala nazionale: solo una ventina sono soggetti istituzio-

nali, una decina gli incubatori privati, una trentina quelli universitari e un centinaio gli investitori etichettati come “informali”, fra cui figurano i business angel. L’Ict è il settore che nel 2011 ha attratto il 50% dei capitali investiti in start up. Più precisamente, circa 27 milioni di euro (di cui il 41% messo a disposizione da incubatori e il 39% da venture capital) sono serviti a finanziare 44 diverse realtà mentre è arrivato a circa 20 milioni il capitale distribuito (a 29 diverse nuove aziende) nei primi nove mesi del 2012. Poco meno della metà del numero di operazioni effettuate nell’ultimo biennio (33 su 73 totali) riguardano il comparto mobile.

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OBBIETTIVO SU | Trina Solar

DAL CRISTALLO AL PANNELLO solare Trina Solar opera nel campo del fotovoltaico dal lontano 1997. Negli ultimi otto anni ha realizzato impianti per una potenza equivalente di due Gigawatt. Curando tutta la filiera produttiva.

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alla Cina, dove è nata nel 1997, alla posizione di leader globale di cui oggi gode nel mercato del fotovoltaico, Trina Solar ha percorso un bel tratto di strada. L’azienda quest’anno festeggia i primi 15 anni di vita potendo vantare sistemi completamente integrati verticalmente, dai lingotti ai moduli, con tecnologie mono e multicristalline. Diversi i punti di forza del modello di 40

business, a partire dal controllo di tutti i processi di lavorazione e da una catena di valore efficiente, che consente di ridurre i costi e abbreviare i cicli di produzione. Per la qualità dei suoi prodotti l’operatore investe moltissimo in ricerca e sviluppo, attività svolte nei laboratori del Trina Solar Park a Changzhou in Cina: un sito di oltre cinque chilometri quadrati, più del doppio del Principato di Monaco e dieci volte il Vaticano.

A ribadire il primato tecnologico dei suoi prodotti ci sono poi le partnership strette con atenei e istituti di ricerca scientifica in tutto il mondo. La fabbrica e il Centro di Eccellenza hanno inoltre ricevuto riconoscimenti internazionali per i processi di produzione, l’affidabilità e l’impegno a rispettare gli standard ambientali: negli ultimi due anni l’azienda ha infatti ridotto di oltre il 50% il consumo di energia e acqua.


Il processo produttivo di Trina Solar parte dalla materia prima, rappresentata da lingotti di silicio in forma cristallina, passando dai wafer per arrivare ai pannelli completi. In queste pagine si alternano immagini relative alla produzione e scatti di installazioni realizzate in tutto il mondo.

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OBBIETTIVO SU | Trina Solar

L’AZIENDA INVESTE MOLTO IN RICERCA E SVILUPPO: HA SPESO OLTRE 44 MILIONI DI DOLLARI NEL 2011, PIÙ DEL DOPPIO RISPETTO AI 18,6 MILIONI MESSI A BUDGET l’anno precedente.

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La qualità di un pannello solare si basa sulla sua capacità di adattarsi all’ambiente e resistere a ogni tipo di sollecitazione. Questi fattori determinano l’affidabilità del prodotto e influenzano la quantità di elettricità generata da un pannello nel corso del suo ciclo di vita. In tutto il mondo si comincia a riconoscere che il fotovoltaico è non solo un’alternativa a misura di ambiente, ma anche una tecnologia capace di ridurre le spese crescenti legate all’energia prodotta con combustibili fossili tradizionali. Uno dei principali vantaggi del fotovoltaico è la sua versatilità: i pannelli Trina Solar, mono e multicristallini, sono progettati per essere utilizzati in tutti i tipi di applicazioni e nella maggior parte degli ambienti. L’azienda offre un diversificato portafoglio di prodotti per tutte le esigenze, e soluzioni per tutte le necessità: abitazioni, aziende e utility.

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OBBIETTIVO SU | Trina Solar

FUTURO SOSTENIBILE Fin dai suoi primi passi, Trina Solar si è impegnata a costruire un pianeta ecosostenibile immettendo sul mercato le sue soluzioni per la produzione di energia pulita e affidabile con metodo ecologicamente responsabile. La politica aziendale sulla gestione dei rifiuti è caratterizzata da tre “R”: ridurre, riutilizzare e riciclare. Altra iniziativa è la partnership siglata con Lisa Airplanes, compagnia aerea francese che ha fatto fare il giro del mondo al suo velivolo Hy Bird sfruttando esclusivamente tecnologie green, come le celle solari fornite da Trina Solar.

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QUALITÀ, INNOVAZIONE E PRODUZIONE ALL’AVANGUARDIA: TRINA SOLAR DETIENE BEN 276 BREVETTI, MENTRE ALTRI 382 SONO STATI DEPOSITATI E SONO IN FASE DI RILASCIO.

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VETRINA HI-TECH

TABLET E ULTRABOOK: RIVOLUZIONE IBRIDA

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primi annunci di computer portatili targati Windows 8 hanno confermato alcune tendenze in atto da tempo e una di queste riguarda il form factor dei prodotti. All’apparenza sembrano notebook o, tornando a una categoria finita ormai nel dimenticatoio, netbook più sottili e meglio rifiniti ma pronti a trasformarsi in tavolette touch rimuovendo con semplici gesti lo scher-

mo dalla tastiera o dalla “mobile docking” con seconda batteria integrata. La domanda che probabilmente molti si fanno è la seguente: i nuovi computer convertibili hanno tutti i requisiti (prezzi di listino, ovviamente, compresi) per conquistare i favori dell’utenza? Avranno, soprattutto, la capacità di diventare una prima scelta di acquisto al cospetto di device oggi decisamente più

L’iPad mini e la guerra dei 7” Due anni fa, agosto 2010, faceva la sua comparsa il primo Pc a tavoletta accreditato come il vero rivale dell’Pad di Apple, lanciato a marzo dello stesso anno. Samsung presentava il Galaxy Tab da 7 pollici, formato esplicitamente criticato da Steve Jobs. I produttori fedeli ad Android, chaebol coreano in testa, puntarono quindi da subito su una categoria di device che aspira al ruolo di best seller fra chi cerca intrattenimento in mobilità con un occhio di riguardo al prezzo. La storia dei mini tablet – oggi segnata dal Kindle Fire di Amazon, dal Nexus 7 di Google e dall’iPad mini – è costellata anche da prodotti finiti nel dimenticatoio o quasi. Come il Flyer di Htc, caratterizzato da un pennino interattivo, o come il Playbook di Research In Motion basato su sistema operativo Qnx e strettamente legato ai BlackBerry. Sul carro delle tavolette “ultra pocket” sono quindi saliti (con scarso

successo) anche Dell, Huawei, Acer, Archos e altri vendor. L’evoluzione e le maggiori capacità dei sistemi operativi sono oggi il miglior biglietto da visita per i modelli da 7 pollici. Senza dimenticare ovvimente i costi, che guardano ai 200 euro come prossimo traguardo da raggiungere. Oggi, per comprarsi l’iPad mini ne servono almeno 329.

ricercati e popolari, quali per esempio l’iPad di Apple e gli smartphone Android con schermo ultra large di Samsung? In gioco c’è un mercato che, secondo le proiezioni di Forrester, arriverà nel 2016 a quota due miliardi di dispositivi di personal computing, la maggior parte dei quali mobili. Ed oltre la metà potrebbero essere “motorizzati” con i sistemi operativi di Apple e di Google. Volendo sintetizzare lo scenario che si sta profilando, si può affermare che Windows 8 entrerà in tutti i segmenti mobili fatta eccezione per uno, quello delle tavolette con schermo da 7 pollici, dove a dividersi una domanda in forte crescita saranno sostanzialmente Amazon (con il Kindle Fire), Google (con il Nexus 7 prodotto da Asus) ed Apple (con l’iPad mini). Nel segmento dei tablet da 10 pollici, invece, la sensazione è che Surface e tutta la flotta di device basati su Windows RT e Windows 8 Pro (motorizzati con processori Intel) contenderanno lo scettro all’iPad, mettendo in un angolo quelli di fascia alta a piattaforma Android. Poi c’è il grande universo dei portatili, dove la scelta fra un notebook tradizionale e un ultrabook con o senza schermo touch rischia di essere ardua (o per lo meno laboriosa), proprio in funzione di un’offerta contrassegnata dalla presenza massiccia di prodotti ibridi. Anche i prezzi di listino dei modelli già annunciati in Italia lasciano aperto il campo a molteplici interpretazioni: perché, per esempio, un tablet Windows 8 da 10,1 pollici con mobile docking a corredo deve costare fino a 250 euro in più di un portatile (con a bordo la stessa versione del nuovo sistema operativo di Microsoft) da 11,6 pollici touch? Bastano i migliori materiali e la versatilità d’uso per giustificare tale differenza di costo? DICEMBRE 2012 | 47


VETRINA HI-TECH

A spasso con Windows 8 Il primo asso nella manica del nuovo sistema operativo di Microsoft è la sua flessibilità: può essere installato indifferentemente su notebook, tablet o sistemi ibridi. E l’esperienza touch è finalmente di alto livello.

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na delle novità che offre Windows 8 è senza dubbio la possibilità di essere installato su diversi tipi di dispositivo. Anzi, è proprio su prodotti come notebook, tablet classici o “ibridi” che trova il suo habitat naturale. Infatti, come è noto, il sistema operativo è pensato soprattutto per essere gestito tramite display touchscreen, e quindi usando principalmente le dita. Con Windows 8, l’azienda di Redmond torna così a competere in un ambito (i tablet) che l’ha vista finora superata da altri sistemi operativi come Apple iOs e Google Android. Le differenze fra i tre sono molte, ma c’è una caratteristica comune: il supporto alle app. Infatti anche Microsoft ha un suo store di applicazioni pensate per la nuova piattaforma, anche se al momento il numero è decisamente minore rispetto alle controparti di Apple e

Hp EliteBook Folio 9470m

Processore: Intel Core i5-3427U 1,80 GHz Display: 14” (1366 x 768) Hard disk: 320/500 GB più Ssd da 160/256 GB Prezzo: da 1.633 euro

Samsung Ativ Smart PC

Asus VivoTab RT

Processore: Intel Atom Z2760 1,5 GHz

Processore: Nvidia Tegra 3 quad-core

Display: 11,6” (1366 x 768) PLS

Display: 10,1“ (1366 x 768) Ips+

Memoria: 2 GB LPDDR2

Memoria: 2 GB DDR3L

Hard disk: 64 GB

Hard disk: 32/64 GB

Prezzo: 699 euro

Prezzo: da 599 euro

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LenovoThinkPad Tablet 2 Processore: Intel Atom Z2760 1,8 GHz Display: 10,1” (1366x768) Ips Memoria: 2 GB LPDD2 Hard disk: 32/64 GB Prezzo: da 939 euro

Dell Xps 12

Processore: Intel Core i7-3517U 1,90 GHz Display : 12,5’’ Full HD (1080p) Wled Memoria: 8 GB DDR3 Hard disk : 256 GB Prezzo: da 1.199 euro

Google. I dispositivi presentati all’alba del lancio di Windows 8 sono davvero tanti. Ovviamente la parte del leone la fanno i tablet, e fra questi soprattutto una nuova categoria che sarà molto apprezzata da chi è spesso in viaggio per lavoro e vuole con sé un prodotto leggero ma allo stesso tempo abbastanza potente per gestire le attività quotidiane. Stiamo parlando degli “ibridi”, ovvero dei tablet dotati di tastiera. Quest’ultima, quando non necessaria, si può staccare dalla tavoletta oppure, a seconda dei modelli, sparire sotto la scocca. È questa la categoria per la quale i vari produttori, a livello di hardware e design si sono scatenati di più. Ci sono configurazioni che fanno arrossire anche gli ultrabook più potenti, e altre molto meno performanti che comunque offrono prestazioni minime per lavorare senza intoppi. Per i prodotti esposti in queste pagine abbiamo scelto di elencare le componenti della configurazione di base, a cui si riferiscono i prezzi indicati. Per chi lo desiderasse, sono ovviamente disponibili modelli con processori più potenti, maggiore spazio di memoria od opzioni di connettività più spinta come il 3G, utile per essere sempre online anche al di fuori dell’ufficio o di casa.

Sony VAIO Duo 11

Acer Iconia W700

Processore: Intel Core i3 1,7 GHz

Processore: Intel Core i3-2365MB 1,4 GHz

Display: 11,6” Full HD (1080p)

Display: 11,6” Full HD (1080p)

Memoria: 4 GB DDR3

Memoria: 4 GB DDR3

Hard disk: 128 GB

Hard disk: 64 GB

Prezzo: 1.199 euro

Prezzo: 599 euro

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pillole digitali

DELL C1765nf e C1765nfw

Accanto al lancio di nuovi modelli monofunzione, Dell presenta la nuova all-in-one laser a colori C1765, pensata per l’home office e le Pmi, nelle varianti con e senza WiFi, rispettivamente C1765nfw (329 euro) e C1765nf (299 euro). Il modello stampa fino a 15 ppm in nero e 12 ppm a colori, oltre a faxare, scannerizzare e fotocopiare fino a 15 fogli al minuto con alimentatore automatico di documenti; il software presintallato Nuance PaperPort 14 offre funzioni di gestione, scannerizzazione, visualizzazione ed editing di documenti e immagini. Terza caratteristica è la capacità di connettersi e stampare da dispositivi mobili Android e iOs attraverso l’applicazione Mobile Print App, che sarà rilasciata a breve.

EPSON WF-3000 e WF-2000

Flessibilità e contenimento dei costi di stampa i due principali punti di

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| DICEMBRE 2012

forza delle serie di inkjet multifunzione WorkForce presentate da Epson, WF-3000 e WF-2000: a detta del produttore, garantiscono fino al 50% di risparmio a pagina rispetto a un dispositivo laser. La prima linea offre velocità di stampa fino a 15 ppm per documenti solo fronte e 7,9 ppm per documenti fronte-retro, ed è completa di vassoio carta con 250 fogli di capacità; la serie WF-2000 series vanta un ingombro ridotto e un vassoio per la carta ad alimentazione posteriore da100 fogli. Caratteristiche comuni sono la stampa da smartphone e tablet tramite Epson Connect e funzioni di storage e condivisione nel cloud. I prezzi partono dagli 89,99 euro consigliati per il modello entry-level WF-2010W.

una serie di funzioni chiave, tra cui scansione rapida direttamente su Pc e copia ecologica. Quest’ultima consente di combinare più pagine in un’unica stampa, riducendo i costi e il consumo di carta. Le varie funzioni sono visualizzate e gestite tramite un display Led a cinque righe. Prezzo: 455 euro circa.

Lexmark MX410

Canon i-SENSYS MF8080Cw

Una multifunzione con tecnologia laser a colori dotata di scanner e fax. Tra le peculiarità spicca la connessione wireless che permette di condividere facilmente le funzioni di stampa, fax, copia e scansione a colori nell’ambito di piccoli gruppi di lavoro senza l’utilizzo di cavi. È comunque presente una porta Ethernet, utile se non tutti i Pc dell’ufficio hanno una connessione wireless. La velocità di stampa è di otto pagine al minuto a colori e 12 pagine al minuto in bianco e nero. Sono disponibili tasti dedicati che danno accesso diretto a

Lexmark presenta un dispositivo laser monocromatico multifunzione pensato per piccoli gruppi di lavoro che, grazie alle funzionalità offerte, consente di far risparmiare tempo (prezzo consigliato, 648 euro circa). Una su tutte è l’elevata velocità di stampa, copia e scansione. Per esempio, la riproduzione della prima pagina avviene in soli 6,5 secondi. Le varie funzioni sono accessibili tramite lo schermo touch a colori da 10,9 centimetri. Stampa fino a 10mila pagine al mese e fino a 38 pagine al minuto. Non manca la possibilità di produrre pagine fronte/retro, con fino a 300 fogli caricabili in un’unica soluzione. Funziona anche senza un computer collegato, potendo sfruttare la porta Usb presente, da cui anche possibile visualizzare anteprime e stampare file in Pdf e altri formati.


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