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Associazione di Ricerca Culturale e Artistica

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Rivista mensile a diffusione nazionale - anno VII - num. 10 - ottobre 2011

Rosa Lamberta

Il MoMa di New York

I tessuti dell'anima


Redazione

Sommario Editoriale

Associazione di Ricerca Culturale e Artistica C.da Montocchino 10/b 85100 - Potenza Tel e Fax 0971 449629 associazionearca@alice.it

Redazione Largo Pisacane, 15 85100 - Potenza Mobile 330 798058 - 392 4263201 - 389 1729735 web site: www.in-arte.org e-mail: redazione@in-arte.org Direttore editoriale Angelo Telesca editore@in-arte.org Direttore responsabile Mario Latronico Caporedattore Giuseppe Nolé Impaginazione Basileus soc. coop. – www.basileus.it Stampa Ars Grafica - Villa d'Agri (PZ) Concessionaria per la pubblicità Associazione A.R.C.A. C/da Montocchino, 10/b 85100 Potenza Mobile: 330 798058 e-mail: informazioni@in-arte.org Iscrizione al ROC n. 19683 del 13/5/2010 Autorizzazione Tribunale di Potenza N° 337 del 5 ottobre 2005 Chiuso per la stampa: 10 ottobre 2011 In copertina: Giulio Giordano, Sketchbook 26. La redazione non è responsabile delle opinioni liberamente espresse dagli autori, né di quanto riportato negli inserti pubblicitari.

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Professione critico d’arte di Giuseppe Nolé .......................................................... pag. 4

150° in Arte

Ritratti dal Risorgimento: Vittorio Emanuele II di Angela Delle Donne................................................... pag. 5-7

Persistenze

Santa Maria della Croce a Ferrandina di Franco Torraca.......................................................... pag. 8-9 Pisticci e la chiesa dalle salde fondamenta di Giuseppe Nolè........................................................... pag. 10-11

Cromie

Rosa Lamberta: le meraviglie negate di Angela Delle Donne................................................... pag. 12-13

Giro del mondo in 12 musei

Il MoMa di New York di Fiorella Fiore.............................................................. pag. 14-15

RiCalchi

La Via. La Porta. foto Gerardo Caputi ...................................................... pag. 16-17

Eventi

Il giovane Ribera di Eleonora D’Auria....................................................... pag. 18-19 La meraviglia della natura morta di Piero Viotto................................................................ pag. 20-21 I tessuti dell'anima di Sonia Gammone........................................................ pag. 22-23 La Galleria Civica d’Arte di Ripacandida di Francesco Mastrorizzi............................................... pag. 24-25 A Montemurro la Scuola del Graffito di Stefano Russo........................................................... pag. 26-27

Ritagli

Redhouse Lab: casa rossa e nuvolette… di Maria Rosaria Compagnone...................................... pag. 28-29

Art Tour

a cura di Francesco Mastrorizzi.................................... pag. 30


Professione critico d’arte di Giuseppe Nolé

Cari lettori, nel ringraziarvi per l’affetto con cui ci seguite e con cui dialogate con noi, sia via email che attraverso i social network, vogliamo provare a condividere con voi alcune riflessioni che, proprio una recente discussione sulla nostra fanpage di Facebook, ha stimolato tra i collaboratori della rivista. Esse riguardano il variegato mondo delle professioni nei beni culturali ed in particolare l’apparente semplicità con cui ci si improvvisa professionisti nel settore, soprattutto per la critica d’arte. Sappiamo bene che le numerose professionalità nel settore sono in attesa delle modifiche al Codice dei beni culturali e del paesaggio proprio in materia di “professioni dei beni culturali” e, non avendo un quadro normativo di riferimento chiaro e preciso, siamo andati a guardare la Classificazione delle Professioni effettuata dall’ISTAT, recentemente aggiornata, scoprendo una cosa molto interessante e, nello stesso tempo, curiosa. Le figure del critico d’arte, dell’esperto di arti figurative e dello storico dell’arte vengono classificate sotto la categoria degli Esperti d’arte e definiti come coloro che “conducono ricerche nel campo della storia dell’arte e della produzione estetica e applicano tali conoscenze per valutare, identificare e promuovere opere d’arte ed artisti.” Nella Classificazione vi è però un’altra classe di professioni nel settore, quella degli Stimatori d’opere d’arte, vale a dire estimatori nelle aziende di arte e antichità o periti d’arte: coloro cioè che “applicano conoscenze storico-artistiche sui materiali utilizzati, le tecniche costruttive, decorative e di finitura per la stima dell’autenticità e del valore commerciale di opere d’arte ed oggetti di antiquariato”. La differenza tra i due gruppi di professioni risulta evidente, stando alle definizioni; ma a nostro giudizio appare evidente una comune caratteristica: sia che si operi nel settore dell’arte per motivi di promozione sia per motivi commerciali, in entrambi i casi si presuppone una adeguata attività di studio ed un sufficiente bagaglio di conoscenze storicoartistiche. D’altra parte la critica, da molti sminuita e ridotta all’applicazione spesso forzata di improbabili teorie filosofiche all’arte (Aristotele, Kant, Hegel e gli altri ne sarebbero inorriditi), viene definita come il “complesso delle indagini volte a conoscere e a valutare, sulla base di teorie e metodologie diverse, i vari elementi che consentono la formulazione di giudizi sulle opere dell’ingegno umano”. Vale a dire non ci si improvvisa storici dell’arte, esperti d’arte e soprattutto critici d’arte. Buona lettura!!!

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Ritratti dal Risorgimento: Vittorio Emanuele II di Angela Delle Donne

In questo appuntamento con il Risorgimento ci soffermeremo sulla figura del primo re d’Italia: Vittorio Emanuele II di Savoia. Lo stato italiano già nasceva con un re che era secondo, poiché Vittorio Emanuele mantenne tale titolo passando da re di Sardegna a re d’Italia; mantenne anche lo statuto albertino e, lavorando a quattro mani con il neo governo, completò il processo di unificazione italiana. La vita del primo re è ricca di aneddoti sui suoi interessi e sulle sue passioni, sulle sue frequentazioni, sui suoi natali. Egli, nato a Torino nel 1820, è il primogenito di Carlo Alberto di Savoia, re di Sardegna e di Maria Teresa d’Asburgo-Toscana; è colui che traghetterà la dinastia sabauda verso l’affermazione della monarchia nazionale. La menzione di opere dedicate al re galantuomo è sconfinata: iniziando dal Vittoriano di Roma e dalla galleria a lui dedicata a Milano, si passa per le infinite immagini celebrative, ai monumenti statuari, alla coniatura di monete e alle stampe fotografiche, fino alla tomba situata nel Pantheon a Roma. Anche questo articolo sarà accompagnato dalla riproduzione della copertina della Domenica del Corriere dedicata al centenario dell’Unità d’Italia. Nel numero del 30 ottobre 1960 il pennello di Walter Molino ritrae la stretta di mano, avvenuta a Capua, tra Giuseppe Garibaldi e Vittorio Emanuele che sancisce il preludio all’unità d’Italia. Disegnato frontalmente allo sguardo del lettore, il primo re appare in alta uniforme con lunghi baffi attorcigliati all’insù e il folto pizzetto che ricopre il mento. Il suo sguardo incontra quello di Garibaldi che è disegnato di spalle rispetto alla scena. Ancora una volta i disegni del giornale scivolano fra i toni celebrativi ed altisonanti. In primavera si è conclusa una mostra, Vittorio Emanuele II, il re galantuomo e il suo tempo, che si è svolta presso le residenze reali torinesi. La mostra ha ripercorso la vita del sovrano dall’infanzia, alternando la sua vita privata alle vicende sociali del periodo a lui coevo; vengono svelate caratteristiche personali, relazioni, incontri. Emerge un uomo riluttante allo studio, ma profondamente attratto dall’arte venatoria, dalle donne e dalla mondanità della vita di corte. Nelle immagini pittoriche dell’infanzia troviamo quadri, quali ad esempio le opere di Luigi Berbero o Fernando Cavalleri, pittori di corte, nei quali i personaggi assumono pose plastiche, avvolti da scenografie e tendaggi. Abiti vezzosi, merletti e sontuosità

sottolineano la regalità della scena, e non lasciano intuire nulla di quella che sarà la futura indole del re galantuomo. Successivamente infatti troveremo ritratti di Vittorio Emanuele accompagnato dai suoi segugi pronti per la caccia, o ritratti celebrativi nei quali spiccano i lunghi e folti baffi che per nulla ricordano la compostezza dei ritratti di famiglia. Passiamo dalla pittura alla scultura per incontrare il primo re italiano scolpito in una statua per il Palazzo Francesco Jerace, Vittorio Emanuele II, Palazzo Reale, Napoli

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Reale di Napoli. La reggia partenopea ha ospitato differenti dinastie subendo nel tempo alcuni cambiamenti strutturali. L’ultimo intervento si deve ad Umberto I di Savoia che fece realizzare delle nicchie sulla facciata antistante piazza del Plebiscito, nelle quali fece collocare i sovrani appartenuti al regno di Napoli. Le statue sono otto, si comincia da Ruggero il Normanno e, passando – tra gli altri - per Gioacchino Murat, si arriva a Vittorio Emanuele II. Filologicamente e storicamente la presenza della scultura del primo re italiano, non è propriamente in linea con la scelta degli altri sovrani, poiché si tratta di re ed imperatori che hanno guidato, a seconda del momento storico, il regno di Napoli o delle due Sicilie; Vittorio Emanuele è il primo re d’Italia ed unifica la penisola, ma di fatto spazza via le precedenti dinastie meridionali. Anche la stessa statua è difforme dallo stile delle precedenti sculture; pur essendo la realizzazione delle opere affidata a scultori diversi, quella del sovrano sabaudo spicca per differenza. L’opera è di Francesco Jerace, artista ottocentesco di origini calabresi che ben presto si trasferì a Napoli dove visse e lavorò. Abituato a realizzare monumenti celebrativi, Jerace scolpisce la statua del sovrano di dimensioni magLuigi Berbero, Re Vittorio Emanuele I, la regina Maria Teresa e le loro tre figlie più giovani.

Fernando Cavalleri, La regina di Piemonte con i figli.

giori rispetto alle altre, il basamento sfugge alle forme squadrate per confondersi con il mantello del sovrano; rappresentato con la spada sguainata, quasi si perde nella pesantezza degli abiti indossati, più adatti ad una battuta di caccia che ad una parata militare. Al di là di ogni studio storiografico e scritti non sempre fondati, la figura di Vittorio Emanuele II emerge quale “padre della patria”, ed è passata indenne attraverso immagini e rappresentazioni.

Pagina a fianco: Copertina della Domenica del Corriere del 30 ottobre 1960 illustrata da Walter Molino. Immagine riprodotta su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, Direzione regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Regione Basilicata - Biblioteca Nazionale di Potenza. È vietata ogni ulteriore riproduzione con qualsiasi mezzo.

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Persistenze

Santa Maria della Croce a Ferrandina

questo caso non si hanno certezze sulla data di costruzione. Potrebbe essere stata edificata per volere dello stesso Federico d'Aragona. Tuttavia alcuni elementi architettonici, come le caratteristiche lobature delle trifore poste in alto ai lati del transetto, fanno pensare ad un precedente edificio di sapore bizantino, che potrebbe essere identificato con l’antica chiesa di San Lorenzo Martire. Questa sorgeva ad Uggiano, il centro abitato antecedente a quello di Ferrandina. Per le numerose trasformazioni e i notevoli ampliamenti subiti nel corso dei secoli, forti difficoltà si presentano nel leggere l'impianto primitivo del monumentale complesso. La facciata del XVI secolo, su cui si aprono tre portali e tre rosoncini, risente negli schemi architettonici e nei motivi ornamentali di echi rinascimentali. Il portale centrale è fiancheggiato da due colonne istoriate; sul lato sinistro si vedono segni di bifore. L’interno,

Archivio Fotografico Sopprintendenza per i BSAE Basilicata

Sorge nella collina materana il paese di Ferrandina, la cui fondazione, come indica una lapide affissa sul portone del Municipio, sarebbe da fissare nell’anno 1494 e da attribuire a Federico d'Aragona, che battezzò l’abitato in onore di suo padre, re Ferrante (o Ferrantino). Le origini di Ferrandina, tuttavia, possono essere fatte risalire all’VIII secolo a.C., epoca dei primi insediamenti Enotri. Il centro storico è un luogo ricco di fascino e di storia, in cui si susseguono una serie di edifici sacri e civili di pregevole valore architettonico. Notevoli sono i conventi di Santa Chiara, San Francesco, San Domenico e quello dei Cappuccini. Molto belli sono anche alcuni palazzi nobiliari ornati di scaloni e portali di stile napoletano. L’edificio più importante è sicuramente la chiesa madre di Santa Maria della Croce, che si affaccia su piazza Plebiscito, al centro del paese. Anche in

di Franco Torraca

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Foto di Gerardo Caputi

Bambino, datata 1530, è seduta su un monumentale sedile ligneo dorato con baldacchino. Nell’ufficio parrocchiale si nota l’affresco della Crocifissione, del XVII secolo, del pittore Andrea Miglionico (doc. 1663-1710). Nella chiesa è custodita una reliquia del Legno Santo di Croce, all’interno di una stauroteca provvista del più antico bollo dell'arte degli orafi di Napoli rinvenuto in Basilicata e databile alla metà del XV secolo. Secondo la tradizione, si tratta di un pezzo di legno della Croce su cui morì Gesù Cristo. La reliquia è particolarmente venerata il 14 settembre, festa liturgica dell'Esaltazione della Santa Croce.

Foto di Gerardo Caputi

rifatto nel Settecento, è a tre navate e si presenta in stile barocco. La trabeazione della navata centrale sorregge fasci d’archi a botte. Sopra ogni arcata vi è una finestra arcuata e tale fila superiore di finestre si ripete nelle navate minori. Seguendo un sistema di copertura barocca, su ogni campata ci sono cupolette ellittiche, simili a quella della cupola centrale. L’abside custodisce un coro ligneo intagliato, un organo a canne e, in alto a sinistra e a destra le sculture lignee di Isabella Del Balzo e di Federico d’Aragona, attribuite ad Altobello Persio, di Montescaglioso. L’altare maggiore (1777) è in marmi policromi ad intarsio. Una statua in legno della Madonna col

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Persistenze

Pisticci e la chiesa dalle salde fondamenta

e Antonio Laviola, di origine mantovana, rifugiatisi a Pisticci per evitare una condanna nella loro città; è di stile romanico-rinascimentale, con tetto a doppio spiovente e pianta a croce latina. A separazione delle tre navate sorgono sedici imponenti colonne che sorreggono archi a tutto sesto, su cui poggiano le volte a botte delle navate. All’incrocio tra la navata centrale e il transetto si erge una grande e alta cupola, su cui si aprono otto finestre. La navata centrale è introdotta da un maestoso portale. All’interno della chiesa si possono ammirare altari barocchi in oro finemente intagliati e tele di stampo caravaggesco; notevoli sono il coro, un pulpito ed un organo del XVIII sec., oltre che diverse statue di santi. Tra queste spiccano per la loro raffinatezza artistica alcune in cartapesta realizzate da cartapestai pugliesi tra fine ‘700 ed inizi ‘800: Sant’Anna e la Madonna, la Madonna di Costantinopoli e la Madonna addolorata. Tra gli arredi sacri spiccano pregevoli argenti di gusto napoletano ed un tronetto barocco per l’esposizione del Santissimo, finemente intagliato nel legno e dipinto in oro.

Foto di Giovanni Larocca

Foto di Gerardo Caputi

La città di Pisticci sorge su di un colle argilloso, interessato più volte nel corso della sua millenaria storia da fenomeni di dissesto idrogeologico, a volte di dimensioni catastrofiche, che ne hanno alterato topografia e toponomastica. Tuttavia in almeno due casi (in occasione delle frane del 1688 e del 1975) l’esistenza stessa della città è stata preservata dall’enorme mole della Chiesa Madre dei SS. Pietro e Paolo, le cui fondamenta si spingono molto in profondità nel terreno, tanto da riuscire a bloccare il movimento franoso e ad uscire in entrambi i casi intatta dal disastro. La chiesa sorge nella parte più antica dell’abitato, nel rione Terravecchia, sui resti di una chiesa del 1212, di cui rimane soltanto il campanile a bifore di stile romanico pugliese e su cui è stata costruita tutta la navata sinistra. La torre campanaria, anch’essa del 1200, ha un tetto a cuspide sormontato da un crocifisso di ferro e, tra le sette campane presenti, una risale al 1850. L’attuale edificio fu terminato nel 1542, con la costruzione di altre due navate ad opera dai mastri Pietro

di Giuseppe Nolè

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Foto di Gerardo Caputi


Cromie Tele che diffondono colore e forza sono il segno inconfondibile di Rosa Lamberta, pittrice lucana che, per mezzo di un percorso da autodidatta, è passata dall’utilizzo dell’acquerello, all’utilizzo dell’acrilico spatolato, mescolato con olio e grafite. Le sperimentazioni artistiche risalgono a circa una ventina d’anni fa: acquerelli, ritratti, quadri di piccole dimensioni, poi dopo un periodo meno denso di lavoro, Laberta perviene alle sperimentazioni su tele più grandi. Abbandona l’acquerello per utilizzare olio ed acrilico, riempiendo la superficie di colori forti, intensi, primeggianti e, solo dopo, il soggetto prende forma in una parte della superficie. Tra le produzioni più recenti troviamo un ciclo dedicato all’archeolo-

Rosa Lamberta, Simon.

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Rosa Lamberta: le meraviglie negate di Angela Delle Donne

gia; il fascino della stratificazione della terra lucana, ritrovata attraverso la visione di reperti di uno scavo di una necropoli, ha portato alla realizzazione di opere nelle quali statuette bronzee, come in un collage, attraversano la scena sovrastando la stratificazione dei colori caldi e sedimentati nel ricordo e nelle emozioni della pittrice. I vasi vengono riprodotti fedelmente, splendono per lucentezza, così come le teste scultoree penetrano la scena con sguardi svuotati delle fattezze umane, ma colmati con la profondità dei colori. Lamberta, come ella stessa afferma, parte dai colori per esprimere l’emozione, così il soggetto da dipingere arriva solo in un secondo momento, è un atto


Rosa Lamberta, Decadenza.

affidato alla ragione. Da queste emozioni nasce anche il ciclo dedicato all’infanzia. Attraverso immagini e foto della realtà l’artista lucana cattura volti, sguardi, pose di fanciulli che riempiono il suo immaginario artistico, che incontrano la sua vita, così ancora una volta episodi del mondo reale vanno a permeare la scena pittorica. Quest’ultimo ciclo prende il nome di L’eredità che ti lascio, si tratta di un’eredità che incombe sulle nuove generazioni, come in L’inferno e la bellezza, tre sacchetti neri e carichi di spazzatura pendono sulle teste di tre bambini dipinti di spalle, fermo immagine di chi non sa di avere un osservatore che scruta l’orizzonte e che riesce a vedere oltre. I toni del viola, la delicatezza delle capigliature stridono contro le forme decise e piene dei sacchetti; ecco l’eredità: un peso insostenibile, un dono che diventa fardello, l’amara e disincantata lettura del mondo odierno.

In altre tele troviamo i tratti di animali in via di estinzione che pian piano sbiadiscono nella misura in cui sono più vicini alla scomparsa, come in un racconto mitologico, dove il maleficio spegne tutto ciò che pervade. I nani di Biancaneve hanno lasciato il bosco per incontrare un’esile bimba la cui immagine risulta opaca in confronto alla vistosità del colore e allo sguardo sornione dei personaggi fiabeschi. Il colore riscrive il mondo delle fiabe, riscrive il mondo della decadenza industriale, del vuoto del cammino e della ricerca del senso. Ma seppur negata è pur sempre una meraviglia, così gli occhi dei fanciulli riprendono a brillare, attraverso di loro, emerge la forza dell’osservazione, emerge la curiosità, la voglia di dare spazio al nuovo; ed anche la forza espressiva di Rosa Lamberta emerge prepotentemente: l’eredità dell’artista lucana è il colore, e la tangibilità dell’opera, dono disincantato ma carico di ricordi ed emozioni.

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In un momento storico in cui i vertici dell'economia vengono sovvertiti dagli sconvolgimenti mondiali e in cui gli Stati Uniti d'America perdono la loro supremazia, il MoMA (Museum of Modern Art) resta un punto fermo dell'arte contemporanea, e il simbolo del ruolo che proprio gli States hanno avuto nella sua promozione. Il MoMA nasce a New York, da un'idea di quelle che sono passate alla storia come The Ladies, Lilie Bliss, Mary Quinn Sullivan e Abby Aldrich Rockfeller , nel 1929, in seguito al rifiuto, avvenuto qualche anno prima, del prestigioso Metropolitan Museum di esporre opere di Picasso e dell'avanguardia europea di cui proprio Abby Aldrich Rockfeller voleva farsi promotrice. Fu da questo episodio che le Ladies decisero di creare uno spazio espositivo nuovo, che potesse dare respiro, anche negli Stati Uniti, alle rivoluzioni artistiche che stavano prendendo piede in quegli anni in Europa, coinvolgendo anche alcuni dei migliori intel-

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lettuali del periodo come Conger Goodyear, Murray Crane, Paul Sachs. La finalità del nuova struttura era quella di documentare la realtà artistica attuale, e soprattutto dare spazio alle ricerche degli artisti del presente, motivazione a cui Abby Aldrich Rockfeller teneva moltissimo, dopo aver conosciuto il percorso di Van Gogh, dimenticato in vita e riscoperto solo dopo la sua morte. La prima esposizione vide protagonisti Gauguin, Seurat, Van Gogh, Picasso, nell'autunno bollente della caduta di Wall Street e da allora il MoMA non hai mai smesso di essere un punto di riferimento dell'arte mondiale. Oggi come allora, il Museo continua a tener fede ai principi sanciti dal suo regolamento, ovvero essere lo specchio della contemporaneità e trampolino per i nuovi talenti. E, forse, proprio per questa sua caratteristica, non impone al visitatore la sua grandezza, ma anzi introduce al mondo dell'arte contemporanea con estrema facilità, complice un'architettura fatta di luce e grandi


Il MoMa di New York di Fiorella Fiore

aperture sul magnifico giardino, frutto della fantasia di Philip L. Goodwin e Edward Durell Stone. Questo rende la struttura un'isola felice nel cuore della caotica Manhattan, precisamente nel Rockfeller Center, ultima e definitiva sede dal 1937, dopo ben tre trasferimenti avvenuti nel corso degli anni. Tra il 2002 e il 2004 la sede è stata sottoposta ad innovativi lavori di ammodernamento e restauro eseguiti dall'architetto Yoshio Taniguchi, che ha quasi raddoppiato gli spazi espostivi e contribuito a rendere ancora più interattiva la struttura, aperta anche a laboratori, biblioteche, sale lettura, concerti. Circa 2 milioni di spettatori all'anno si recano al MoMA per vedere alcune delle più eccelse opere dell'arte del XIX, XX e XXI secolo: dalla Notte stellata di Vincent Van Gogh del 1889, a Les demoiselles d'Avignon di Pablo Picasso del 1907; da Forme uniche di continuità dello spazio di Umberto Boccioni, del 1913, alla Finestra di Notte di Edward Hopper, del 1928; dal celeberrimo capolavoro di Salvador

Vincent Van Gogh, Notte stellata, 1889.

Dalì, La persistenza della memoria del 1931, alla Marilyn Monroe di Andy Warhol del 1962. Questi sono solo alcuni dei capolavori presenti in questo museo che, da Kandinskij a Mirò, da Pollock a Rothko, senza dimenticare il Design, può fregiarsi senza dubbio di essere ancora oggi il pantheon insuperato delle divinità dell'arte contemporanea.

Andy Warhol, Marilyn Monroe, 1962.

Salvador Dalì, La persistenza della memoria, 1931.

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RiCalchi

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La via foto di Gerardo Caputi


La porta foto di Gerardo Caputi

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Il giovane Ribera

Eventi Parlare di Ribera risulterebbe un lavoro troppo arduo e impegnativo da poter affrontare con la sinteticità richiesta dallo spazio a nostra disposizione, tenuto conto dei non pochi spostamenti e mutamenti che il pittore andò effettuando nel corso della sua esistenza. Un aiuto per un approccio che sia circoscritto e al contempo più facilmente ascrivibile in un giro d’anni non eccessivamente ampio, è offerto dall’obiettivo che la mostra Il giovane Ribera tra Roma, Parma, Napoli 1608-1624, curata da Nicola Spinosa e allestita presso il Museo Nazionale di Capodimonte fino all'8 gennaio 2012, intende perseguire. Un Ribera giovane, posto su un piano d’indagine accurato e dettagliato, permette di seguire appieno ed in maniera consapevole quelli che furono gli anni decisivi della sua formazione e di conseguenza immaginare i suoi successivi sviluppi e naturalmente gli esiti da lui prodotti sull’ambito napoletano. Tra il 1608 ed il 1624: sono questi gli estremi cronologici tra i quali la mostra intende oscillare, nel pilotare l’attenzione su un’indagine metodologica che investa la produzione romana e gli anni immediatamente successivi di spiccato impatto napoletano. Le opere, provenienti da collezioni museali e private, documentano attribuzioni avanzate anni addietro, a partire dalla proposta di Gianni Papi, che spinse ad ipotizzare come appartenenti al corpus del giovane Ribera il nucleo di opere assegnate, a partire dal Longhi, al Maestro del Giudizio di Salomone. Roma-Napoli, dunque, un asse che porterà il giovane spagnolo, lasciata la Spagna, e incasellate una serie di esperienze tutte italiane, a perseguire soluzioni iconografiche la cui pregnanza si accompagnerà a puntuali scelte di gusto attinte dal superbo repertorio caravaggesco, offerto dall’Urbe come dalla capitale del vice regno spagnolo. E se il maestro lombardo fu il cardine sul quale andò ad incunearsi la sua vena espressiva e fortemente patetica, non da meno influì la conoscenza di quanti, francesi o fiamminghi, andavano operando una revisione in termini semplicistici del naturalismo lombardo. Mondo sommerso, che diventa viva carne, l’opera di Ribera indaga con spossante veridicità, palpiti di vita, volti rugosi, carne arrossate e sguardi di malinconica rassegnazione, restituendo lo stridente contrasto di una realtà silenziosa, sofferente che trova viva voce

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di Eleonora D’Auria

nell’espressione pittorica. Sarà la serie dei “Sensi” a rendere percepibili la vista, l’udito, l’olfatto, il tatto, per mezzo di immagini concrete eppure cosi potenti nel tradurre in gesti, sguardi e scene qualità sensoriali sfuggenti ad ogni definizione materica. La serie, con molta probabilità realizzata a Roma e sicuramente completata a Napoli, si colloca in quel sottile solco che nel tracciare una ben definita marca stilistica individua stringenti analogie in rapporto ad un fitto nucleo di dipinti, testimoniando un’innegabile accostamento temporale. Il riferimento trova conferma nel Democrito di Pietro Corsini a New York, nel Martirio di San Bartolomeo, nel San Pietro e San Paolo di Strasburgo, nel San Pietro penitente di Osuna, nel San Matteo e Martirio di San Bartolomeo con l’angelo della raccolta cilena, appartenente alla serie degli evangelisti commissionata dal principe Marc’Antonio Doria nel 1616, poco prima della partenza per Napoli, seppur pagato nel 1619, nel Cristo flagellato e nel Sant’Andrea della Quadreria dei Girolamini a Napoli. Ed è su tali riferimenti che la mostra intende insistere, nel ripercorrere quelle che furono le tappe del Ribera, scandite da una sempre maggior consapevolezza nella sua alta qualità pittorica in termini di potente luminismo e crudo realismo. Gli esempi incalzerebbero, nel seguire ad esempio, il filo di riscontri stilistici evidenziati nella Resurrezione di Lazzaro di Madrid, in grado di tessere un’intrigante tela di relazioni con il noto Calvario dipinto nel 1618. Approfondimenti in virtù di un maggiore scarto luministico e cromatico che ritroveremo realizzati in opere successive al 1618, come nella Maddalena di Capodimonte o nel San Sebastiano curato dalle pie donne del Museo de Bellas Artes di Bilbao, da scalare con valida probabilità verso il 1621 e nella Pietà della National Gallery di Londra. Tappe di un percorso in grado di incalzare la sperimentazione cromatica con una più possente geometrizzazione della forma ed una spazialità indicante il 1624 come anno di svolta nella ricerca di nuove soluzioni, e indice cronologico della Pala con la Madonna, il Bambino e San Bruno, al museo del Castello di Weimer.

Jusepe de Ribera, San Paolo, olio sul tela, cm 98x129, Galleria Nazionale di Cosenza.


Eventi Per scoprire gli aspetti minori dell’arte figurativa, quelli meno pubblicizzati, oserei dire più intimi e personali, bisogna visitare le mostre nei centri minori, lontano dai grandi musei e dalle più celebri gallerie. E’ il caso della rassegna di sessanta quadri raccolti dalla storica dell’arte Giovanna Ginex per la Fondazione Cassa di Risparmio di Tortona in una mostra presentata con il titolo La meraviglia della natura morta, 1830-1910, Dall’Accademia al Divisionismo. La mostra che resta aperta dal 24 settembre 2011 al 19 febbraio 2012 nella Pinacoteca del Palazzetto medievale di Tortona (per informazioni e visite guidate 0131.822965) presenta una selezione di quadri di autori lombardi e piemontesi con opere che vanno dal tardo Ottocento al primo Novecento e documentano come qualsiasi artista, da qualunque scuola provenga, a qualunque movimento appartenga, quando vuole misurarsi direttamente con la realtà, astratta da qualsiasi discorso narrativo, non può che dare spazio alla oggettività della rappresentazione. Tutti questi quadri, rappresentino fiori o frutta, pesci o uccelli, dolci o formaggi, colgono l’oggettualità della realtà attraverso la soggettività emotiva di ciascun

Pellizza da Volpedo, L'appeso, 1893, olio su tela, cm 67x50.

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La meraviglia della natura morta di Piero Viotto

artista, che si manifesta nell’architettura della composizione e nella diversa luminosità dei colori usati. In queste “Nature morte” bisogna considerare non tanto le differenze delle scuole pittoriche, pur rilevabili, quanto gli atteggiamenti psicologici di ciascun artista. La natura morta è una sorta di trappola o ne fai quasi un fotografia o ci metti tutto il tuo sentimento, che si compiace o disprezza. I pesci di Giovanni Segantini (1858-1899) macellati e accatastati sul tavolo gli uni sugli altri sono di un realismo brutale, lontanissimi dal delicato simbolismo per cui l’artista è passato nella storia dell’arte; i pesci di Eugenio Gignus (1850-1916) nella freschezza dei colori sembrano ancora vivi. La ricca composizione floreale di Francesco Hayez (1791-1882) è un capolavoro di colori sereni e luminosi, lontano da quella austerità che caratterizza i suoi celebri ritratti; il secchiello di rame che contiene i fiori di Luigi Scrosati (18151869) quasi annulla la raffinata resa cromatica dei fiori che scompaiono nel buio di quella macchia, rivelando la malinconia dell’artista. I grappoli d’uva del ticinese Adolfo Ferraguti (1850-1924) sembrano ancora nella vigna, appesi alla vite; la composizione di frutta di Giorgio Belloni (1861-1944) anche se disposta sulla tovaglia bianca del tavola è proprio una natura “morta”. Ma in mostra ci sono anche alcuni quadri che sono pieni di vita ed alludono alla buona tavola, come quello di Cesare Tallone (1853-1919) che sa piacevolmente abbinare i piatti di maiolica, il pane fresco, e diversi tipi di formaggio o quello ben costruito su di una linea diagonale, che attraversa tutto il quadro, di Emilio Longoni (1859-1932) che abbandonati momentaneamente i temi di protesta sociale, espone prelibate piacevolezze, frutta candita, castagne, dolci e barattoli di caramelle. Ma subito Giuseppe Polizza da Volpedo (1868-1907) ci riporta al crudo realismo della natura morta con L’appeso, un bel pollo bianco appeso per le gambe a testa in giù, che sta per essere spennato, riempie con la sua massa bianca l’intera tavola. Invece due artisti cercano di sfuggire dai limiti ristretti che natura morta impone alla creatività, il milanese Filippo Carcano (1840-1914) che costruisce in primo piano una serie di vasi con fiori e verdure su di un paesaggio che occupa più della metà della tela, titolando In Autunno, veduta di Milano dall’alto e Domenico Induno (1815-1878) con Fiori alla Madonna un quadro che rappresenta vasi di fiori davanti ad una lastra marmorea. Questa lastra, che sembra un


Francesco Hayez, Fiori, 1834, olio su tela, cm 51x39.

bassorilievo, rappresenta la vergine Maria e il bimbo Gesù che gioca con san Giovanni davanti alla nonna sant’Anna. Qui l’arte diventa di nuovo racconto e sviluppa un discorso narrativo Questa mostra è interessante anche perché è integrata con una sezione di analisi scientifiche multispettrali e spettroscopiche su tre opere di Pellizza da Volpedo, Longoni, Segantini che permette di valutare le tecniche espressive della prima generazione divisionista. Il catalogo, edito da Skira, oltre alle immagini a colori delle opere dei trentadue artisti pre-

senti, riporta diversi saggi critici che commentano il percorso museale nell’ottica della storia dell’arte per correnti, Ma io in questa breve nota ho scelto deliberatamente di accostarmi alla personalità di ciascun artista, la cui biografia è presentata nel catalogo, per scoprire le infinite differenze di ogni opera d’arte rispetto al clima culturale nella quale stata generata, convinto che sia un grave errore storiografico risolvere l’opera di un Artista nella corrente artistica in cui pure ha militato, come sovente fanno i manuali di storia dell’arte

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Eventi In occasione delle manifestazioni per celebrare le Giornate Europee del Patrimonio, è stata inaugurata lo scorso 23 settembre presso la Biblioteca Nazionale di Potenza la mostra Tessuti dell’anima: tra cultura e identità, curata da Giuliana Ricci, Mariangela Adurno, Patrizia Macrifugi e Agnese Mastrangelo. La manifestazione nasce con l’intento di evidenziare, attraverso i passaggi e le trasformazioni dei materiali utilizzati nelle tante forme d’arte e d’artigianato, quelli che da secoli rappresentano i tratti distintivi di un’identità antropica e culturale propria della Basilicata. E anche grazie alla sapiente ricerca storico-bibliografica, è stato possibile individuare e valorizzare tutti quegli oggetti e quelle opere creati per la quotidianità ma che finiscono per diventare ai nostri occhi veri e propri esempi di quella cultura del fare che da sempre distingue la gente lucana. Durante la serata inaugurale è stato proiettato un video inerente l’antica lavorazione della ginestra a San Paolo Albanese. In lingua arbereshe la pianta di ginestra si chiama sparta e fino a pochi decenni fa era ancora sapientemente lavorata e utilizzata per produrre indumenti, tovaglie, sacchi, bisacce. Una pianta spontanea caratteristica del territorio arido che la ospita, e che ha rappresentato per secoli un’importante risorsa alla vita quotidiana, è diventata oggi oggetto non solo di artigianato ma anche di design. L’esposizione che resterà aperta fino al 22 ottobre 2011 nella Sala Mostre della Biblioteca Nazionale, ospita anche delle opere in vetro del maestro Massimo Lunardon, docente di soffiatura a lume presso la Scuola di Vetroricerca di Bolzano; alcuni tra gli splendidi arazzi-

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I tessuti dell'anima di Sonia Gammone

tappeti di Renata Bonfanti, tessitrice artistica veneta che espone i suoi lavori in tutto il mondo; le opere di un artista di origini lucane conosciuto con lo pseudonimo di “Il Re”, che vive e lavora tra l’Umbria e la Provenza producendo collages e opere concettuali attraverso l’uso di materiali vintages-tessuti-passamanerie, vetro, pietre. In ultimo, ma non meno interessanti, i documenti della Biblioteca Nazionale relativi all’artigianato. Gli arazzi-tappeti di Renata Bonfanti sono vere e proprie opere d’arte realizzate con le antiche tecniche della tessitura, tutti rigorosamente a mano e come tali veri e propri pezzi unici. Come per i tappeti Algeria per i quali il disegno viene composto direttamente sul telaio dove la tessitrice può variare liberamente la sequenza dei motivi decorativi o la disposizione dei colori, dando così vita ad opere uniche che portano firma e data di esecuzione. La produzione dei tappeti Normandia, di cui una selezione si trova al Musée des Arts Décoratifs di Parigi, realizzati da più teli cuciti insieme con l’intento di avere la massima modularità. Colori intensi, a volte caldi a volte freddi, fatti di forti contrasti o con gradazioni delicate, rappresentano un oggetto di design particolare e innovativo, creato però da tecniche antichissime che conservano tutto il loro fascino nonostante il passare del tempo e la tecnologia. Una mostra particolare, un viaggio attraverso gli oggetti che hanno contraddistinto l’identità di un popolo e che oggi rappresentano la testimonianza più vera e tangibile di quel passato.


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Eventi

La Galleria Civica d’Arte di Ripacandida di Francesco Mastrorizzi

A Ripacandida, nota per gli splendidi affreschi cinquecenteschi del Santuario di San Donato, gemellato dal 2004 con la Basilica Superiore di Assisi, lo scorso settembre è stata istituita da parte dell’amministrazione comunale una Galleria Civica d’Arte, allo scopo di allargare l’offerta culturale del piccolo centro lucano anche all’arte contemporanea.Il nuovo spazio espositivo permanente è stato collocato all’interno di alcune sale del Palazzo Municipale, di

recente ristrutturato e un tempo antica dimora gentilizia della famiglia Baffari-Rossi e successivamente, durante il Settecento, convento delle Clarisse. La galleria racchiude al suo interno centodue ope-

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re di autori (per lo più italiani, ma anche stranieri) appartenenti alle più rappresentative correnti artistiche dai primi decenni del Novecento fino alla soglia dei nostri giorni: dall’astrattismo all’espressionismo,


Eventi

dall’informale al figurativismo al realismo. La collezione presenta artisti molto apprezzati dalla critica, che hanno operato con straordinario successo nell’ambito della pittura, dell’incisione, della scultura, quasi sempre lungo la linea del rinnovamento e della sperimentazione (sia nelle tecniche che nei materiali). In questo modo si punta ad offrire al visitatore svariati spunti per conoscere, sebbene non in maniera esaustiva, gli esiti a cui è giunta l’evoluzione creativa del genio artistico italiano e non solo. Tra i nomi presenti nella nutrita raccolta troviamo importanti personaggi come Ugo Attardi, Ennio Calabria, Renzo Vespignani, Domenico Rambelli, Alberto Ziveri, Vittorio Basaglia, Franco Mulas, ma anche i lucani Mauro Masi, Luigi Guerricchio, Pasquale Santoro, Vittorio Manno e Angelo Rizzelli. E ancora Giorgio Amelio Roccamonte, Angelo Titonel, Aldo

Turchiaro, Assadour, Carlo Lorenzetti, Giulia Napoleone, Guido Strazza, Giuseppe Modica, Vincenzo Gaetaniello, Giancarlo Limoni, Bruno Canova, Nuccio Cannizzaro. Artefice della collezione, su stimolo dell’attuale sindaco Giuseppe Annunziata, è stato l’artista Vito Miroballi, ripacandidese che vive e opera a Roma, alle cui conoscenze si devono le generose donazioni delle opere che costituiscono il primo nucleo della pinacoteca, che conta di essere incrementato e ancora di più arricchito negli anni a venire. Prezioso strumento di supporto alla galleria è il catalogo predisposto in occasione dell’inaugurazione, che riporta tutte le immagini delle opere esposte affiancate dalle sintetiche biografie dei rispettivi autori e che si avvale del rilevante contributo del critico d’arte Franco Corrado.

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Eventi Montemurro è un piccolo centro lucano ricco di storia immerso in un incantevole paesaggio naturale. Il suo è un popolo dalla forte identità culturale che non dimentica le sue radici e i suoi più illustri concittadini. E’ la terra di Leonardo Sinisgalli, di Giacinto Albini, di Giuseppe Antonello Leone, personaggi che occupano un posto di rilievo nel panorama storico, letterario ed artistico dall’Ottocento ad oggi. Ed è proprio il

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genio di Sinisgalli a rappresentare l’intera comunità lucana in occasione delle celebrazioni nazionali del 150° dell'Unità d'Italia. Oggi il paese appare una realtà culturalmente vivace dove è forte l’impegno quotidiano per creare occasioni di crescita e di formazione. E’ nata con queste premesse, otto anni fa, la Scuola del Graffito. Un progetto ambizioso fortemente voluto da un grup-


A Montemurro la Scuola del Graffito di Stefano Russo

po di promotori legati all'artista Leone e sostenuto dall’amministrazione comunale. Leone, nel reinventare l’antica tecnica del graffito, nel 2003 realizza un’opera ispirata a Sinisgalli fondata sulla malta polistrato che rende i graffiti montemurresi unici nel loro genere. Sempre il poeta Sinisgalli ispira l’evento successivo del 2010, quando vengono realizzati altri tre graffiti affissi nel corso cittadino a lui dedicato. Di qui l’idea di dare al progetto più ampio respiro creando una vera e propria scuola che abbia come panorama di riferimento scuole d'arte ed istituti d'i-

struzione superiore artistici con cui immaginare azioni condivise, che possano costituire al tempo stesso un forte attrattore turistico per il territorio non solo nel periodo estivo. L’edizione 2011 della Scuola dei Graffiti ha visto confrontarsi sul tema del Risorgimento lucano artisti locali e non - Javier Stacchiotti (Macerata), Teresa Mangiacapre (Napoli), Matteo Fraterno (Maratea), Raffaele Iannone (Maratea), Anna Faraone (Potenza), Franco Corbisiero (Potenza) - e si è conclusa il 7 settembre con l’istallazione pubblica delle opere realizzate.

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Redhouse Lab: casa rossa e nuvolette… di Maria Rosaria Compagnone

C’era una volta a Potenza una grande casa rossa abitata da un fantasma… si sarebbe detto un tempo nel narrare la storia di una casa in via Vaccaro. Ma oggi il racconto è completamente diverso e potrebbe cominciare così: c’è a Potenza una grande casa rossa abitata da tante nuvolette… eh sì, le nuvolette, i balloon, ossia quegli spazi in cui vanno le narrazioni linguistiche legate ai disegni che a partire da quest’anno vedranno la luce proprio nelle stanze della casa rossa diventata un laboratorio di fumetto, illustrazione e animazione. Redhouse Lab emerge dal filone culturale promosso da oltre 15 anni dalla Cartoons e dalla volontà di tre professionisti della Comunicazione e delle Arti Figurative (illustrazione, fumetto, design, animazione e video) che da anni operano nel settore. Per troppo tempo rimasto nel cassetto, nel 2011 il Progetto ha trovato la sua spinta decisiva nell’alleanza con Manteca, una società che ha tra le sue finalità quella di creare collaborazioni e reti di impresa tra i soggetti produttivi presenti sul territorio. La condivisione di questo scopo si è presto concretizzata in una condivisione di spazi e attività, trasformando il progetto in una realtà effettiva e di sicuro protagonisti silenziosi di questa avventura sono inoltre la casa rossa e il suo fantasma! Redhouse Lab vuole essere un Collettivo, un’Officina, un Centro Culturale. La formazione, l’informazione e la produzione sono la sua missione. Lo scopo di una scuola di disegno è, infatti, quello di fornire delle chiavi che favoriscano la produzione e di sviluppare la curiosità, caratteristica che più definisce un artista. La scuola, con i corsi di disegno, intende offrire dunque un percorso formativo nel campo delle Arti Figurative, dalle tecniche tradizionali al mondo digitale avvalendosi come

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corpo docente dell’esperienza di professionisti che operano nel settore della comunicazione: la loro esperienza, insieme alla preparazione didattica, fa sì che le rapide trasformazioni in atto nei diversi contesti produttivi trovino immediato riscontro nel contenuto dei corsi. La casa rossa diventa quindi un laboratorio, una fucina in cui la creatività è continuamente stimolata per far nascere prodotti di ampia comunicazione, dal fumetto al design, dalle illustrazioni al cinema di animazione, dall’editoria al Web. Niente è completamente originale e tutto si re-inventa. Redhouse Lab è un laboratorio dove si potranno studiare e creare le cose che interessano e cercare di metterle insieme in combinazioni differenti oltre ad essere un importante spazio espositivo che debutterà con la mostra di un artista poliedrico d’eccezione: Giuseppe Palumbo che da un lato rappresenta il disegnatore popolare che ha contribuito a rendere vivi nell’immaginario collettivo alcuni dei personaggi più amati del Fumetto italiano e internazionale e, dall’altro, l’autore che abbraccia con entusiasmo la sperimentazione rispettando però l’equilibrio tra tradizione e modernità. Lucano, Palumbo rappresenta da ormai vent’anni una splendida realtà del panorama a fumetti italiano: nato e cresciuto fumettisticamente con Tempi Supplementari e Frigidaire, sulle cui pagine crea Ramarro, il primo supereroe masochista, poi ripreso periodicamente negli anni seguenti. È stato, tra le altre cose, l’anima grafica della Phoenix di Daniele Brolli e collabora con la giapponese Kodansha e con Sergio Bonelli Editore, per cui ha realizzato svariate storie di Marin Mystère e con Kappa Edizioni e l’Astorina.


art Tour a cura di Francesco Mastrorizzi Mamiano di Traversatolo (PR) Toulouse-Lautrec e la Parigi della Belle Epoque

Roma Georgia O’Keeffe

Barile (PZ) Italia patria del vino

Fino all’11 dicembre 2011 Fondazione Magnani Rocca, Mamiano (PR) Info: www.magnanirocca.it

Fino al 22 gennaio 2012 Museo Fondazione Roma, Roma Info: www.fondazioneromamuseo.it

Dal 22 ottobre al 1° novembre 2011 Palazzo Frusci, Barile (PZ) Info: www.prolocobarile.it

La Fondazione Magnani Rocca propone una originale riflessione sul celebre artista francese in una mostra, curata da Stefano Roffi, che raccoglie l’intero corpus di affiche da lui realizzate. I suoi manifesti sono capolavori d’arte e documenti di un’epoca, che il pubblico d’allora amò e collezionò. Tale produzione si sviluppa sulla scia del “japonisme”, ovvero l’ispirazione all’arte giapponese. Egli traspone tecniche e inquadrature di quel mondo affascinante e misterioso al contesto occidentale dei locali notturni e delle case chiuse. L'arte di Lautrec non si allinea con quella degli impressionisti; la sua pittura infatti non rivela interesse per il paesaggio e per la luce, ma esprime un fascino fortissimo per la figura umana. La sua attenzione è rivolta ai personaggi, colti nelle sale da ballo, nei cafès, nei cabarets di Montmartre, e raccontati con caustica ironia, tramite punti di vista inconsueti e un uso originale dei colori. Rivivono, così, in mostra vedettes, cantanti, ballerine, habituès dei cafès, ma anche le prostitute e i derelitti che vivevano ai margini della società della Parigi di fine Ottocento.

Dopo Edward Hopper, la Fondazione Roma rende omaggio ad un'altra icona dell'arte americana, con una grande retrospettiva che intende esplorare l’universo lirico e multiforme di una donna che, con la sua innovativa visione del mondo, ha arricchito la storia dell’arte del Novecento. Moglie del celebre fotografo e gallerista Alfred Stieglitz, Georgia O’Keeffe è nota soprattutto come pittrice figurativa, grazie alle sue raffigurazioni delle architetture dei palazzi newyorchesi e di fiori macroscopici, dalle quali risulta evidente la forte influenza che ha avuto la fotografia sulla sua opera. La mostra, a cura di Barbara Buhler Lynes, massima esperta dell’artista, presenta oltre 60 opere provenienti dalla Collezione del Georgia O’Keeffe Museum di Santa Fe in Nuovo Messico, a cui si aggiungono altri importanti prestiti da musei internazionali e collezioni private. Attraverso quattro sezioni cronologiche e tematiche, viene ripercorsa tutta la produzione dell’artista, dalle sue prime opere astratte degli Anni ’10 fino a quelle realizzate negli anni trascorsi a New York e in Nuovo Messico.

Nell’ambito della terza edizione del Premio Enogenius, concorso internazionale di pittura ispirato al vino, saranno esposte dal 22 ottobre a Barile, raccolte all’interno di una mostra collettiva, tutte le opere realizzate dagli artisti in gara. Il titolo della mostra, Italia patria del vino, fa riferimento al tema proposto quest’anno dall’organizzazione del premio, che vuole ricordare, nell'anno che celebra l'anniversario dell'Unità d'Italia, l’importante ruolo che il vino ricopre nel trasmettere il sentimento di comunità negli italiani, ma anche la sua fondamentale funzione nella promozione del “made in Italy” nel mondo. L’Italia, infatti, è considerata la patria del buon vino, il quale costituisce oggi uno dei simboli della nostra nazione e della nostra tavola all’estero, ma è anche il principale produttore di vino al mondo. Agli artisti partecipanti, che saranno giudicati da una autorevole e qualificata giuria, è stata lasciata libertà di tecnica e di mezzi espressivi. La premiazione dei vincitori è prevista per la serata di martedì 1° novembre, a partire dalle ore 19.00. Un riconoscimento speciale verrà decretato dalla redazione di “In Arte Multiversi”.


In Arte ottobre 2011  

Rivista mensile a diffusione nazionale - anno VII - num. 10

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