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QUOTIDIANO D’INFORMAZIONE FONDATO NEL 1862

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BENTORNATO RINASCIMENTO Domenica 20 novembre 2016 - ANNO I NUMERO 2 - Supplemento gratuito al numero odierno del “Roma” - Non vendibile separatamente

La “Testa Carafa” scolpita da Donatello per Alfonso d’Aragona finalmente esposta al pubblico nell’atrio del Museo Archeologico

IL TESTIMONIAL

PALAZZO CARAFA

LELLO ESPOSITO

Luciano De Crescenzo: «Io, l’amore, la cultura e il Museo Nazionale»

L’epoca d’oro in cui Napoli fu capitale del Rinascimento

«La testa di cavallo simbolo partenopeo che porto nel mondo»


LA PRESENTAZIONE di Paolo Giulierini Direttore del Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Con quest’opera guadagniamo tre secoli di riflessione sul mondo classico

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l rientro della testa Carafa nel Museo Archeologico Nazionale assume un significato di grande rilievo: il grande bronzo di Donatello esemplifica infatti, in ultima analisi, una rielaborazione colta dell’Antico, che esplode in pieno Rinascimento e coinvolge centri di assoluto valore culturale come Firenze e Napoli. Era un mondo ancora fatto da manoscritti da poco riscoperti, di studi filologici, di qualche, raro, rinvenimento archeologico e di contemplazione di monumenti che emergevano ancora, quasi magicamente, nelle città che tornavano a nuova vita. Era però già abbastanza chiaro che sotto le ceneri del Medioevo stava ardendo la fiaccola della nuova ideologia che avrebbe legato a filo doppio le casate

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emergenti, i patriziati cittadini con i valori della classicità. Alle corti di Firenze, Milano, Roma, Mantova, Ferrara rispondono le Accademie, veri cenacoli di studiosi, come quella di Napoli: una Napoli aperta e osmotica, che sarà capace di importare

anche la cultura fiamminga. Principi, signori e pontefici per motivi di prestigio si circondano di letterati, artisti, musicisti e intellettuali, sono in contatto tra di loro e si scambiano aiuti, risorse, uomini, doni. Tra i tanti artisti che lavorano nel-


le corti Donatello è sicuramente uno dei vertici. L’arrivo di una sua opera a Napoli collega immediatamente la città partenopea ai suoi capolavori di Firenze (si pensi uno per tutti alla statua del David o alla Maddalena) o a quelli di Padova (il monumento equestre del Gattamelata) e, in prospettiva, ad una rete di potenziali partner per progetti futuri. Il Mann, che accolse il bronzo

La “Testa” di Donatello è stata per molti anni “reclusa” nell’androne degli uffici amministrativi della Sovrintendenza. In questa foto i restauratori del Mann la riportano verso le sale del Museo dove tornerà ad essere esposta. L’opera in bronzo pesa circa 500 chili. In alto alcuni particolari nell’Ottocento, diventando l’ultima dimora di questa straordinaria opera, guadagna tre secoli di riflessione sul mondo classico. Non celebra cioè solo l’apporto dei Borbone alla rinascita dell’ar-

cheologia occidentale, con gli scavi dell’area vesuviana, ma irradia i valori dell’Umanesimo e del Rinascimento, forse la più grande rivoluzione culturale della storia.

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L’EDITORIALE di Pasquale Clemente Direttore responsabile del “Roma”

Il Rinascimento, quando Napoli era il faro culturale del mondo

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uesto numero della rivista del Mann è dedicato alla testa di Donatello conservata al Museo Archeologico, e ora finalmente riposizionata in maniera degna: non si tratta solo di uno dei monumenti più insigni del Rinascimento italiano, ma di un’opera che ridà a Napoli il giusto posto di capitale del Rinascimento. Quando Donatello scolpisce la testa del monumentale cavallo di bronzo destinato ad Alfonso d’Aragona, Napoli non è una città qualsiasi ma la metropoli più grande dell’Europa di allora, il più grande regno italiano, anzi l’unico; purtroppo tanta storiografia, dall’Ottocento, ha cercato in tutti i modi di obnubilare questa realtà. Carlo VIII porta il Rinascimento in Francia dopo aver visto le meraviglie di Napoli (la reggia di Poggioreale faceva impallidire tutti gli edifici dell’epoca). Bisognerebbe fare una ricognizione dei tesori

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rinascimentali dispersi o distrutti per sempre. Dalle ceramiche dei Della Robbia, che occupano decine di stanze del Victoria and Albert Museum di Londra, alla Bibbia rinascimentale di Alfonso il Magnanimo, custodita a New York, manifesto della miniatura italiana, il più bel libro del mondo. La tragedia è che la città si è sempre ricreata, ha sempre continuato a crescere in maniera straordinaria fino all’età moderna: il secolo gotico seppellisce la Napoli bizantina e romanica, quello rinascimentale annulla tanti significativi capolavori angioini. Quello dei Savoia riduce Napoli ad una appendice di Roma, buona per i week end, ma privata di tutte le funzioni direzionali, inizia il buio. E rinasce, ricrea, si modifica: era tutta mattoni rossi con Carlo d’Angiò, diventa piena di basoli neri durante il Vicereame.  Qualche esempio per capire una città che si è sempre nutrita della sua carne, in una sorta di cannibalismo urbano che ha sempre creato qualcosa di ineguagliabile nel presente ma ha sempre coperto e distrutto spesso il passato: cosa sarebbe la storia dell’arte se i meravigliosi e i più grandi cicli di affreschi di Giotto a Santa Chiara o nel Maschio Angioino fossero sopravvissuti agli orrori della Seconda Guerra Mondiale? Cosa sarebbe San Domenico con la Madonna del Pesce di Raffaello rubata dagli spagnoli e ora al Pra-

do? E vogliamo parlare della cena in Emmaus che rappresenta Brera ed è stata dipinta proprio qui? Non è solo un fatto di spoliazioni o altro, è che dimentichiamo il nostro Dna con una facilità straordinaria. Ad esempio il Trecento. Lo sappiamo che un centinaio di splendide miniature compongono la più sontuosa opera libraria del periodo gotico? Tra le più belle e prestigiose della letteratura trecentesca? È la Bibbia d’Angiò, opera realizzata alla corte di Roberto d’Angiò, re di Napoli, intorno al 1340. Divoriamo il passato, lo metabolizziamo troppo in fretta, in questo Napoli è diversa dalle altre città italiane. Jean Noel Schifano non diceva che siamo l’unica città internazionale d’Italia? Siamo pieni di tesori che non ricordiamo, siamo la città del mondo più ricca di monumenti e opere d’arte. Il 4% di tutto il patrimonio mondiale (fonte Unesco), più di Roma, Firenze o Venezia. Ecco, la testa di Donatello è come un fulmine, apre dall’Archeologico, come un fulmine di bronzo, il cielo del delirio della nostra ignoranza, ci rammenta epoche d’oro, fa annaspare il presente mediocre, ridà la luce di un futuro di conoscenza, dove i cittadini del mondo sapranno che Napoli non è una semplice città, è il cuore del Mediterraneo, l’anima dell’Europa, il faro che illuminò la ragione dal dodicesimo al diciottesimo secolo. Sei secoli. Non è poco.


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SOMMARIO

6 LA TESTA CARAFA TORNA AL MUSEO

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RINASCIMENTO UNA BRUTTA STORIA A NAPOLI DI CRONACA NERA

DE CRESCENZO: «IL MUSEO MI RICORDA QUANDO ERO STUDENTE»

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UN CAVALLO DA LEGGENDA

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LELLO ESPOSITO: LE VOCI «LA “TESTA” LA PORTO DEL QUARTIERE LE MERAVIGLIE NEL MONDO COME IL PROFESSOR CAGLIOTI DI PALAZZO CARAFA SIMBOLO DI NAPOLI» SVELA IL GIALLO DELLA “TESTA CARAFA” UN MUSEO PIENO DI CAVALLI

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LA STRAORDINARIA VITA DI DIOMEDE QUOTIDIANO D’INFORMAZIONE FONDATO NEL 1862

Domenica 20 novembre 2016 - Anno I Numero 2 Supplemento gratuito al numero odierno del “Roma” - Non vendibile separatamente

Direttore Editoriale ANTONIO SASSO Direttore Responsabile PASQUALE CLEMENTE Vicedirettore ROBERTO PAOLO

Editore Società Cooperativa Nuovo Giornale Roma a r.l. 80121 Napoli - Via Chiatamone, 7 (Impresa beneficiaria, per questa testata, dei contributi di cui alla legge n. 250/90 e successive modifiche ed integrazioni) Registrazione Tribunale di Napoli n° 4608 del 31/01/1995 Registro Nazionale della Stampa n° 5521 Vol. 56 pag. 161 ISSN 1827-3475 Redazione Via Chiatamone, 7 - 80121 Napoli tel 081/18867900 www.ilroma.net

Progetto grafico MICHELE ANNUNZIATA Le foto nella prima di copertina e nelle pagine 2, 3, 6, 7, 9, 12, 14, 15, 16, 17, 18, 19, 22, 23, 30 sono dell’ufficio fotografico “Fotografia e comunicazione” Ph: STEFANO RENNA/ROBERTA DE MADDI Tipografia “La Buona Stampa srl” Viale delle Industrie, snc San Marco Evangelista (Caserta)


LA “TESTA CARAFA” TORNA AL SUO POSTO La scultura in bronzo di Donatello finalmente torna ad essere esposta nell’androne del Museo Archeologico

nacque il Rinascimento in Italia, grazie alla corte più ricca di allora, quella degli Aragona, modela Testa di cavallo di Donatello è un simbolo lo di molte famiglie di altre città, tra cui i Medici, della Napoli Rinascimentale, una delle città gli Sforza, i Papi. La cosiddetta “Testa Carafa” più grandi di quel mondo, la più importan- è anche un po’ il simbolo del Museo Archeote d’Italia, sede dell’unico regno italiano, dove logico Nazionale, ma per troppo tempo è stata

di Roberto Freda

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La “Testa Carafa”, scolpita da Donatello, fotografata nel deposito e laboratorio di restauro del Museo Archeologico mentre veniva preparata per tornare finalmente ad essere esposta, ma ricollocata nell’atrio dell’Archeologico come “biglietto da visita” del Museo

relegata nell’androne di accesso agli uffici che furono della Sovrintendenza ed oggi sono del direttore del Museo. Il quale ha ben pensato di riportare la scultura in un luogo consono e, soprattutto, visibile dal pubblico. Da ieri, infatti, l’enorme testa di cavallo è stata posizionata nell’androne principale, subito dopo i tornelli di accesso al Museo, biglietto da visita dell’intera struttura per le migliaia di visitatori che l’affollano. Ad “accompagnare” simbolicamente la Testa in questo suo riposizionamento, sabato 19 si è svolto un corteo storico equestre in costumi e vessilli rinascimentali lungo tutta via Toledo (organizzato da Roberto Cinquegrana, della “Compagnia dell’Aquila Bianca”), per ricordare il corteo che accompagnò la Testa forgiata da Donatello da Firenze a Napoli alla fine del ’400. La scultura di Donatello è citata per la prima volta in una lettera del 1471 in cui Diomede Carafa, conte di Maddaloni, personalità eminente della corte aragonese a Napoli, ringrazia Lorenzo dei Medici per avergli inviato in dono la scultura da Firenze. Da allora il bronzo rimase nel cortile quattrocentesco di Palazzo Carafa, edificato nel XV secolo sull’attuale via San Biagio de’ Librai, esempio imponente di architettura rinascimentale, insieme a circa un centinaio di palazzi di quel periodo esistenti a Napoli (più di tutti i palazzi rinascimentali inventariati in Italia). L’immane scultura era circondata da vari pezzi scultorei, altrettanto degni di ammirazione, per la maggior parte antichi. Il gusto per l’antico, per la romanità, per le vecchie vestigia, non aveva mai fatto difetto ai sovrani napoletani, che

dalla fondazione del regno normanno avevano due punti di riferimento obbligato, gli imperatori di Costantinopoli (e i normanni copiarono tutto il loro cerimoniale da essi) e gli imperatori romani, se Federico II si riteneva successore di Augusto, tanto da chiamare la sua moneta augustale, tutta in oro, moneta che prima del ducato e del fiorino impose la supremazia finanziaria del Regno di Sicilia in tutta Europa. Gusto protorinascimentale romano impressi nel più sensazionale arco in marmo del medioevo, le porte di Capua, tesoro dell’iconografia sveva e anticipatore del gusto per il mondo romano nel periodo aragonese. L’amore per il marmo e il bronzo antico erano di casa a Napoli, le sculture romane e greche non dovevano essere portate o acquistate, popolavano già vie e palazzi. È per questo che Napoli fu la vera e più importante città del Rinascimento, propose il suo gusto per l’antico anche alle città che dipendevano finanziariamente ed economicamente da essa, come appunto Firenze, che aveva in quel periodo la metà degli abitanti di Napoli, e viveva soprattutto grazie al monopolio delle attività bancarie esercitate in città, allora crogiuolo di attività di tutti i generi. Non dimentichiamo che scrittori ritenuti fiorentini come Boccaccio sono napoletani nel midollo, l’autore del Decamerone vive dai tredici anni ai trenta a Napoli e le sue opere giovanili sono tutte scritte e ambientate nella corte angioina.  La testa di Donatello è il frutto di quella Napoli. Nel 1787 Goethe, nel suo soggiorno a Napoli, ammirò l’opera in bronzo ancora nel cortile di

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Palazzo Carafa, in una nicchia. Tutte le fonti cinquecentesche riferiscono l’opera all’ambito di Donatello. Vasari invece nella prima edizione delle Vite (1550) la ricorda come un reperto archeologico, ma Vasari scrive un libro che non tiene conto di Napoli, forse per problemi di committenza, mentre nell’edizione successiva (1568) la attribuisce a Donatello.  Dalla fine del Cinquecento fino alla fine dell’Ottocento il bronzo di Napoli era ritenuto erroneamente un pezzo “antico”, un ritrovamento di epoca romana, collocabile nel III secolo a.C. La questione oggi alla luce di studi di cui diamo conto avanti non è più oggetto di controversia, la testa è di Donatello, del più grande scultore rinascimentale, e fu realizzata nel XV secolo. Infatti, la testa di cavallo di Napoli doveva essere parte di un monumento equestre che Donatello aveva iniziato a realizzare per Alfonso V d’Aragona, il Magnanimo, re di Napoli dal 1442 al 1458.  Il monarca fu il vero principe del Rinascimento, suo fu anche il recupero della tazza Farnese, alla sua corte la produzione di codici miniati faceva impallidire tutta Europa, a Napoli si iniziò a dipingere alla maniera fiamminga, e Antonello da Messina insegnò ad artisti veneti cose fosse la pittura rinascimentale. I della Robbia se non avessero avuto le committenze degli Aragona non sarebbero mai potuti diventare quello che furono, come attestano le centinaia di sculture ora al Victoria & Albert Museum di Londra.  Alfonso il Magnanimo, cui si ispirò anche Lorenzo il Magnifico, poi divenuto più importante solo dopo il 1861 a causa della tragedia

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dell’unità d’Italia, quando tutto quello che era e proveniva da Napoli fu seppellito da invettive e dimenticanze razziste, chiese a Donatello di scolpire un monumento equestre in bronzo a lui dedicato, per collocarlo al centro dell’arco superiore dell’immane portale di ingresso a Castel Nuovo a Napoli, una delle opere più imponenti e ambiziose del primo Rinascimento italiano, improntata a un profondo interesse per l’antico. Desideroso da tempo di avere Donatello a Napoli per impegnarlo nella realizzazione del portale di Castel Nuovo, iniziato nel 1453, Alfonso riuscì a raggiungere l’artista grazie all’appoggio del mercante fiorentino Serragli, agente di tante commissioni ad artisti fiorentini per committenti napoletani e di acquisti sul mercato antiquario per collezionisti di Firenze. Nel febbraio del 1453 il Serragli inviò un proprio intermediario a Padova per stipulare un accordo con Donatello e pagargli un anticipo per “un cavallo di bronzo ancora da fare”. Nell’autunno del 1456 il Serragli effettuò altri pagamenti all’artista, che doveva aver portato a buon punto la parte superiore della scultura.  È probabile che Donatello si ispirò per la scultura della testa a un’opera antica presente a Firenze.  Ma nel frattempo nel 1458 morirono sia re Alfonso che il Serragli. Il monumento di Donatello per Castel Nuovo rimase incompiuto, anche perché il successore sul trono di Napoli, Ferrante I, non aveva l’interesse e il denaro per portare avanti i lavori dell’immane portale, ripresi solo nel 1465 e conclusi nel 1471. Intanto Donatello era morto nel 1466.


Nell’aprile del medesimo anno Lorenzo il Magnifico visitò Napoli e certamente vide il portale di Castel Nuovo, ancora in corso d’opera e privo del monumento equestre ad Alfonso d’Aragona. È facile pensare che il Magnifico, una volta tornato a Firenze, abbia recuperato la scultura incompiuta di Donatello e l’abbia fatta adattare a protome equina a se stante per poi inviarla a Diomede Carafa, quale massimo rappresentante della corte aragonese. L’opera infatti giunse a Napoli nel 1471, proprio l’anno della conclusione del portale. Per alcuni secoli, la Testa di cavallo rimarrà nel cortile di Palazzo Carafa (noto anche come “Palazzo del Cavallo di bronzo”). All’epoca, come abbiamo detto, veniva erroneamente ritenuto un pezzo di antichità, probabilmente di epoca romana. Come tale nel 1809 Francesco Carafa di Colubrano, uomo colto e raffinato, che era stato vicino alla Rivoluzione Partenopea del 1799, donò la Testa al re Gioacchino Murat. È così che l’opera in bronzo viene acquisita alle raccolte dell’allora Real Museo di Napoli. Ma rimarrà esposta nella collezione delle sculture antiche in bronzo del Museo fino al 1970. È solo negli ultimi 50 anni, infatti, che gli studiosi sono risaliti alla vera origine della Testa (come più dettagliatamente spiegato più avanti nell’intervista al professor Francesco Caglioti), attribuendola a Donatello. E finalmente ora tutti i visitatori del Museo potranno ammirarla subito dopo aver varcato il cancello di ingresso dell’Archeologico. Un pezzo di Rinascimento che torna a splendere a Napoli.

In basso un primo piano della “Testa Carafa”. Nell’altra pagina un’immagine d’archivio mostra come, negli anni ‘70, la Testa fosse esposta insieme ad altre statue equestri di epoca romana, in quanto erroneamente si pensava trattarsi di un’opera antica, anziché rinascimentale

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L’INTERVISTA di Armida Parisi

«Ecco come abbiamo scoperto che il cavallo era di Donatello» Il professore Caglioti (Federico II) svela la trama di un vero e proprio giallo della storia dell’arte

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er secoli è stata considerata una scultura risalente all’antica Neapolis, ma già Giorgio Vasari, il famoso biografo degli artisti del ’500, l’aveva attribuita a Donatello, anche se persino grandi intellettuali del ’700 come Winckelmann e Goethe erano convinti che quella enorme testa di cavallo, conosciuta come “Testa Carafa”, fosse di provenienza greco-romana. Oggi non ci sono più dubbi: i problemi di attribuzione li ha risolti Francesco Caglioti (nella foto), che insegna Storia dell’arte moderna all’Università Federico II. Chi è l’autore della Testa Carafa? «Donatello. La testa è solo una parte del monumento equestre del re Alfonso d’Aragona che avrebbe dovuto essere montato nell’arco trionfale di Castel Nuovo, proprio al centro, incorniciato dall’arco superiore». Perché l’opera non fu completata? «Perché Donatello prima la interruppe per trasferirsi a Siena e poi, tornato a Firenze, morì, sicché la testa rimase nella

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bottega dell’artista, che l’aveva lasciata ai Medici. I signori di Firenze allora, poiché sapevano che l’opera era stata commissionata da Alfonso d’Aragona, che aveva pure sborsato 100 fiorini d’oro di anticipo, la diedero agli Aragonesi di Napoli. Sul trono però non sedeva più Alfonso, che nel frattempo era morto, ma suo figlio Ferrante. Questi pensò bene di donarla al suo fedele consigliere, Diomede Carafa, conte di Maddaloni, che era un collezionista di cose antiche e che gliene sarebbe stato certamente grato». La Testa Carafa non è firmata, come fa ad essere così certo che sia opera del grande scultore fiorentino? «Per arrivare a questa conclusione ho incrociato una serie di dati che, presi singolarmente, possono sembrare anche insufficienti. Ma, messi tutti insieme, costituiscono le tessere di un puzzle in cui tutto combacia». Quali sono le prove che la Testa Carafa è stata realizzata da Donatello? «Primo, lo stile dell’opera, vi-


cinissimo al cavallo del Gattamelata a Padova. una lettera firmata da Diomede Carafa che ringrazia Lorenzo il Magnifico per ildono della testa: ovviamente non fa riferimento esplicito a Donatello, ma testimonia la provenienza fiorentina dell’opera. Terzo, esiste un disegno preliminare di Pisanello con l’arco di Castel Nuovo completato dalla statua equestre di Alfonso, situata proprio nel vano delimitato dal secondo arco: segno che Pisanello e il re avevano previsto un gruppo equestre in quel punto. Quarto, se noi sviluppiamo la grandezza originaria complessiva del cavallo a partire dalla testa, otteniamo esattamente le misure dell’arco superiore di Castel Nuovo. Quinto, la testimonianza di ben cinque scrittori del Cinquecento, tutti concordi sulla paternità donatelliana dell’opera, tre ribadiscono che la testa era stata realizzata per un monumento equestre di re Alfonso. Sesto, le lettere di Alfonso a Francesco Foscari, doge di Venezia, in cui gli chiede di liberare presto Donatello dai suoi impegni a Padova perché è atteso a Napoli: documentano la volontà del re aragonese di far lavorare a corte l’artista fiorentino. Settimo, le carte d’archivio dell’uomo che il re Alfonso aveva incaricato di acquistare gli oggetti d’arte per incrementare le proprie collezioni, il solerte Bartolomeo Serragli: documentano paga-

menti molto consistenti, pari a 100 fiorini (circa un milione di euro odierni) effettuati nel 1456 a Donatello per fare una grande fusione in bronzo». A guardarla bene, però, questa testa di cavallo non sembra neanche tanto bella… «Infatti. Può sembrare paradossale, ma questa è la prova importante che l’opera è di Donatello. Il cavallo non è fatto per essere guardato da vicino perché doveva stare entro un

arco altissimo. Donatello perciò aveva immaginato un monumento colossale, che doveva esser visto da lontano e dal basso. Lo scultore fiorentino era un maestro in tal senso. È per questo motivo che ha fatto una testa che da vicino risulta inquietante. Gli occhi sono terribilmente marcati e i peli sono grezzi e non levigati: li ha realizzati in questo modo proprio perché potessero essere visti bene da lontano».

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AVVENTURIERO E UOMO DI CULTURA LA STRAORDINARIA VITA DI DIOMEDE D iomede Carafa fu principe, scrittore, uomo d’armi, amatore d’arte, letterato (Napoli 1406 circa - Napoli 1487), forse più di Alfonso d’Aragona o Cosimo

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dei Medici fu uno dei grandi protagonisti del Rinascimento, che sull’asse Napoli e Firenze trovò una dimensione mai più raggiunta. La famiglia da cui nacque fu

quella che volle per prima gli aragonesi sul trono di Napoli. Fu il padre di Diomede, Marzio, a convincere l’ambasciatore pontificio di Alfonso ad accettare di schierarsi contro gli Angioini.


Nella pagina a lato la copia in terracotta della “Testa” di Donatello collocata nel cortile di Palazzo Carafa, in via San Biagio dei Librai. A destra, due dipinti d’epoca che raffigurano Diomede Carafa e il suo protettore Alfonso d’Aragona detto il Magnifico

E il figlio Diomede da subito si schierò dalla parte di Alfonso I d’Aragona, lo accompagnò alla conquista di Napoli (1442), e fu consigliere e ministro del successore re Ferrante d’Aragona, suo coetaneo. Nel 1466, dopo venti anni di avventure fuori Napoli, si fece costruire un sontuoso palazzo, tra i più insigni del Rinascimento in Italia, sul decumano inferiore, dove raccolse numerose opere d’arte, tra cui la celebre testa di cavallo di Donatello che gli regalarono i Medici per cercare di essere ricevuti e protetti dai re di Napoli. Nei primi mesi dell’anno seguente fu compiuto il palazzo che egli si era fatto erigere in via San Biagio de’ Librai, nel “seggio” di Nilo, a Napoli, dove già dal 1458 egli aveva acquistato delle case. Non si conosce l’architetto di questo severo ed imponente edificio, tutto in bugnato, gioiello del Rinascimento, che il Carafa dedicò “optimi regi nobilissimi patriae”, e dove riunì poi una straordinaria raccolta di opere d’arte, ospitandovi anche molti illustri personaggi, fra cui Sigismondo

d’Este, nel 1473, ed Antonio il Bastardo di Borgogna, nel 1475. Tra le sue avventure anche le guerre che opponevano Venezia a Francesco Sforza, impadronitosi nel 1450 del ducato di Milano, e che avrebbero coinvolto i Fiorentini e Renato d’Angiò dalla parte del nuovo duca ed il re di Napoli da quella della Repubblica veneta. Le ostilità si aprirono nel maggio del 1452, appena conclusasi la visita dell’imperatore Federico III in Italia. Subito dopo la difesa del regno e il celebre assedio di Calvi, dove il principe diede prova di abilità marziali di alto livello. Il Carafa, i cui rapporti con Alfonso I d’Aragona furono ottimi e quelli con Ferdinando eccellenti per tutta la vita, godeva anche dell’amicizia e della confidenza di Alfonso, duca di Calabria, fra il quale ed il padre fece spesso da tramite per appianargli difficoltà o per soddisfarne i desideri. Nel 1467, quando era già avvenuta la battaglia della Riccardina (23 luglio), combattutasi fra l’esercito della lega formata da Firenze,

Milano e Napoli contro Venezia, Ferdinando inviò il suo primogenito a combattere con le truppe degli alleati. Benché dal viaggio del duca non scaturisse alcuna epica impresa e la pace sopravvenisse nei primi mesi dell’anno successivo, esso diede occasione al Carafa di stendere il primo (almeno fra quelli datati) dei memoriali noti, per merito dei quali egli ha trovato posto fra i prosatori in volgare del Rinascimento. Il Memoriale ad Alfonso d’Aragona duca di Calabria ci è pervenuto soltanto in un rimaneggiamento edito a Napoli nel 1608, a cura di F. Campanile, con il titolo “Gli ammaestramenti militari del signor Diomede Carafa”. Lasciò otto libelli, di contenuto morale e politico, fra cui il Memoriale sui doveri del principe (tradotto in latino da G. B. Guarino e stampato nel 1668 col titolo “De regis et boni principis officio”), in cui sono esposte idee, in parte nuove, sull’utilità del commercio, sull’armonia tra entrate e spese pubbliche e sull’ordinamento tributario. pc

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NAPOLI FU LA CAPITALE DEL RINASCIMENTO Portali, facciate, dipinti, miniature: tra ’400 e ’500 qui si anticipò l’Europa. Uno splendore troppo a lungo dimenticato 14

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di Pasquale Clemente

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ant’Anna dei Lombardi, un manifesto dell’arte rinascimentale, decine di capolavori commissionati dalle più illustri famiglie del Regno. La Cappella Pontano, a due passi dai decumani. Teca di pietre bigie e marmi scanditi nel biancore dello stile ionico. Le lesene bianche, come bianco fu il Rinascimento, un colore nuovo, non classico, una invenzione, se il mondo romano e greco le statue le colorava, e pure pesantemente. La collezione Farnese è bianca, come la moda del Rinascimento, altrimenti tutti quei capolavori sarebbero una teoria di blu, rosa, rossi, neri e gialli. San Giovanni a Carbonara, di fronte a Porta Capuana, mutila delle sculture del ‘500 rubate e portate al Bargello; palazzo Penne, oggetto di scandalosi tormenti giudiziari, San Domenico Maggiore: il pantheon della casa reale aragonese, la famiglia che fino al Cinquecento dominò l’Italia; le mura aragonesi, le uniche intatte di quel periodo, gioiello impareggiabile che tutto il mondo ci invidia. I palazzi Marigliano, Orsini di Gravina, Cuomo, Carafa, Sanseverino, trasformato in chiesa in piazza del Gesù Nuovo. Non pochi metri di monumenti, ma una intera metropoli unica al mondo per illustrare cosa fu il primo rinascimento aragonese. Le vestigia di cinque secoli fa di Napoli nel Quattrocento imprimono ancora all’imago urbis moderna un volto unico, predominante, insieme all’immagine barocca del Vicereame o Umbertina, frutto dell’ultima grande trasformazione urbana. Napoli ha tre volti predominanti, uno di questi non è Angioino, e pure i re francesi fecero della città una delle capitali del mondo, e neanche Federiciana, l’imperatore svevo era troppo intento a costruire castelli nel contado. E la sua residenza a Castel Capuano è piuttosto manierista o settecentesca. Invece palazzo Marigliano, palazzo Sanseverino al Gesù Nuovo la connotano di bugne a punta di diamante, anticipano per dire di venti anni quello di Ferrara; la nostra

Due esempi del Rinascimento a Napoli: a sinistra il portale del Maschio Angioino, qui sopra un bassorilievo di Donatello nella chiesa di San Lorenzo Maggiore

è una capitale amata da Polidoro da Caravaggio, star dell’epoca: che colorava le facciate dei palazzi dell’epoca in maniera sublime: artista tardo di quel secolo, appartiene alla seconda fase: quella di Michelangelo, fase romana. Polidoro cambiò colore a Napoli con facciate classiche da sogno, ormai sparite, come neve al sole: oppure rimosse dalle nuove mode. Ma occorre allora distinguere, il Rinascimento a Napoli è quello primo, non il secondo, quello già è maniera, fumo, è roba romana. Quello nostro è invece quello delle bugne e dei codici miniati, delle teste di Donatello e dei dipinti di Antonello da Messina. Il primo essenziale, immediato, grigio e bianco, Quattrocento, il secondo è religioso, apre alla maniera,

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NAPOLI

Rinascimentale

romano: quindi non è Napoli, dove la linea è sempre greca, classica, immediata, dove anche il barocco diventa essenziale: mai ridondante o inutile: come quello papalino, proteso a morali e manifesti ultraterreni. Qui anche il barocco di Caravaggio si nutre di vita reale: la cena in Emmaus fu dipinta in questi vicoli, solo dopo prese la via di Brera. Ma poi non è vero che lo stesso disegno urbano dell’espansione è aragonese? Appena le mura non bastano più si prende di mira via Foria, oppure la Riviera di Chiaia. Le ville disposte sul precipizio sulle colline prospicienti a Chiaia sono il paradiso in terra, sono state tutte di fondazione rinascimentale: palazzo Roccella, palazzo d’Avalos, appena nel 1580, poi palazzo Cellammare. E ritorniamo però al secondo Rinascimento. Invece la Reggia rurale per eccellenza, il palazzo villa del primo rinascimento, che insegnò alle soldataglie di Carlo VIII cosa era l’eleganza dei disegni mutuati dai trattati di Vitruvio, e spinse i re di Francia a portare artisti e opere napoletane a Parigi, fu Poggio Reale, la villa di Alfonso il Magnanimo, che solo per questo andrebbe ricostruita; non era solo la dimora più elegante dell’epoca, ma in confronto le residenze medicee erano delle vere bettole. In quel posto fu inventato il giardino all’italiana, le forme degli allori, dei bossi e dei lecci iniziarono ad essere plasmate come delle sculture. Le delizie tra marmi e verdure sempervirens. È finita? No. La Napoli rinascimentale è il Maschio Angioino, costruito un secolo prima ma rifatto un secolo dopo, basti pensare al biancore dei marmi del Laurana che fecero del portale d’ingresso del maniero residenza reale il simbolo stesso della rinascita delle arti. Se la cartolina delle opere rinascimentali è decisiva e la nostra

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narrazione è tutt’altro che esaustiva, esiste una nota dolente. Dimenticata. La pittura rinascimentale? Vabbe’, potremmo dire facilmente che le opere miniate di casa aragona erano il top dell’epoca, ma le biblioteche dell’epoca sono state rubate, trafugate, disperse, prendiamo solo le centinaia di miniature della Divina Commedia di Alfonso il Magnanimo, il più bel libro dell’epoca: è alla British library. E la pittura? Il Raffaello della Madonna del Pesce è stato rubato dagli spagnoli ed è al Museo del Prado, a Madrid, ma parliamo di qualche decennio dopo. Ritorniamo alla solita polemica tra metà Quattrocento e la maturità del Cinquecento, che non apparterrà mai alla città delle sirene. Intorno al 1450 circa fu a Napoli, dove, secondo la testimonianza di Pietro Summonte in una lettera a Marcantonio Michiel, era apprendista nella bottega del pittore Colantonio, Antonello da Messina, sì lui: il più grande pittore del Rinascimento italiano mosse i primi passi a Napoli,


da qui insegnò a dipingere a tutto il mondo: dal Veneto alla Lombardia, da Firenze a Mantova. A Napoli venne in contatto con la pittura fiamminga, spagnola e provenzale, presente sia nelle collezioni reali sia nell’esempio tangibile di artisti stranieri operanti nella corte angioina prima e in quella aragonese poi. All’Antonello di questo periodo vengono attribuite dieci tavolette con Beati francescani realizzate per la pala dipinta da Colantonio per la chiesa di San Lorenzo. Quello di Napoli nel Rinascimento è un primato negato, occultato da una storiografia a tratti razzista. Che si afferma dopo l’Unità d’Italia. Napoli era nel periodo rinascimentale la più

A sinistra il portale del Maschio Angioino, qui sotto nel tondo un particolare del bassorilievo dello stesso portale. In alto la facciata della chiesa di San Lorenzo Maggiore

grande città europea, irradiava cultura e mode in tutto il mondo, la testa di Donatello e la sua storia controversa sono la prova di un passato splendido e di un presente che ancora tarda a riconoscere una pagina ancora da scrivere, per quella che davvero ha rappresentato; spesso le mode o le manie di qualche critico fanno danni davvero inimmaginabili. Figuriamoci la moda attuale di occultare tutto quello che è meridionale.

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LE MERAVIGLIE DI PALAZZO CARAFA Fu il primo museo di Napoli, nel suo cortile era custodita la “Testa” di Donatello

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stato il primo museo pubblico di Napoli. Così lo aveva voluto Diomede Carafa, che lo fece costruire per ospitare e far vedere ai napoletani e ai loro ospiti la sua collezione di opere antiche. Ai suoi tempi infatti, possedere reperti archeologici era un vero e proprio “must” per chi voleva distinguersi a corte. Infatti, per incrementare la sua collezione, Diomede acquistò addirittura un ampio podere nei Campi Flegrei: qui bastava scavare per trovare marmi, bronzi e oggetti antichi di ogni tipo. Palazzo Carafa si trova al numero 121 di via san Biagio dei Librai ed è uno dei maggiori esempi di architettura rinascimentale a Napoli. Diomede lo fa costruire, tra il 1444 e il 1466, al posto dell’edificio gotico che già apparteneva alla famiglia. Il conte va fiero della sua collezione, perché vuole sostenere una linea napoletana del colle-

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zionismo, volta a valorizzare le antichità locali e a farle conoscere. Perciò vuole che Palazzo Carafa abbia un ampio cortile in cui poterle esporre. È un’idea che ruba ai Medici, che a Firenze avevano trasformato il cortile di Palazzo Medici-Riccardi in un grande contenitore di opere d’arte messo a disposizione di tutti i cittadini. Così Palazzo Carafa diventa, di fatto, la prima galleria pubblica di arte antica a Napoli. La facciata, in bugnato come quella di palazzo Medici, è ispirata, per l’alternanza dei conci in piperno e tufo, alla porta di Federico II a Capua. Il perimetro del palazzo era percorso da mensole sulle quali sono disposti i busti dei Cesari, e poi, incastonati nelle mura, sarcofagi, iscrizioni e decorazioni, che però adesso non ci sono più, perché, nel tempo, sono stati venduti dagli eredi. Lo ha scoperto una studiosa napoletana, Bianca

De Divitiis, esaminando i diari ottocenteschi dei viaggiatori francesi e inglesi. Così ha ricostruito il percorso di quegli oggetti: molti di essi oggi sono conservati nei Musei Vaticani o al British Museum o a Oxford. Elementi interessanti della facciata del palazzo che possiamo osservare ancora oggi: il portale ionico di marmo bianco, probabilmente suggerito a Diomede da Leon Battista Alberti, passato a Napoli nel 1465; gli stemmi di famiglia alternati alla stadera, la bilancia a pesi che distingueva il ramo della famiglia Carafa della Stadera da quello dei Carafa della Spina, sulla cornice e sul portone di legno; i busti degli imperatori Claudio e


In alto il portone di Palazzo Carafa di Colubrano, in via San Biagio dei Librai. A sinistra la copia in terracotta del cavallo di Donatello che si trova nel cortile del palazzo

Vespasiano e una nicchia con una statua di Ercole (ai tempi di Diomede c’era una Venere) proprio sopra il portale. Quando Diomede riceve in dono da re Ferrante d’Aragona la testa di cavallo realizzata da Donatello, la vede tanto vicina all’arte classica che pensa bene di collocarla sul lato principale del cortile del suo palazzo, nella stessa posizione in cui ha visto un’analoga testa a Palazzo Medici. Al centro del cortile di questo però, i Medici avevano posto una colonna sormontata dal David di Donatello: era un omaggio alla Repubblica di Firenze che i Medici, benché ormai padroni assoluti della città, non volevano né potevano rinnegare. Diomede, invece, da convinto sostenitore della monarchia qual era, sulla

colonna al centro del suo cortile aveva posto il frammento di quello che doveva essere un monumento equestre dedicato ad Alfonso d’Aragona. Nel 1809, Francesco Carafa di Colubrano donò la testa in bronzo al re Gioacchino Murat, che la espose nel Real Museo di Napoli. La testa di cavallo oggi esposta nel cortile, invece, è un calco in terracotta della vera Testa Carafa in bronzo esposta al Museo Archeologico. Lo hanno fatto realizzare nell’Ottocento dagli eredi dei Carafa, i principi di Colubrano. Ma la storia di Palazzo Carafa di Colubrano non finisce con la famiglia che gli ha dato il nome. Nel 1814, il nobile edificio di via San Biagio dei Librai viene acquistato dall’avvocato Francesco Santange-

lo (1754-1836) che ne fa sede della sua importante collezione d’arte e d’antichità, poi molto ingrandita dai suoi due figli, Michele e Nicola, e soprattutto da quest’ultimo che, tra il 1831 e il 1847, fu potente ministro degli Interni del regno borbonico. Il Museo Santangelo divenne in breve tempo la più importante collezione d’arte privata di tutto il Regno delle Due Sicilie. Nel 1865 venne acquistata, grazie all’intercessione di Giuseppe Fiorelli, dal Municipio di Napoli per essere depositata al Museo Nazionale. Solo la sezione delle gemme – già vendute al British Museum – e la Pinacoteca, rimasta alla famiglia, restarono escluse dall’acquisto. Così, la collezione Santangelo, da Palazzo Carafa, seguirà la stessa sorte della Testa Carafa e finendo per unirsi a lei nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli. arpa

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I CARAFA E L’ORRENDO DELITTO DEI DUE AMANTI Una storia di cronaca nera del 1590 che ebbe come teatro Palazzo Sansevero, dove si narra che ancora vaghi il fantasma della bellissima Maria d’Avalos

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on solo arte nella famiglia Carafa. Anche lacrime e sangue. E morte violenta. A poco più di cent’anni dalla morte di Diomede, il conte di Maddaloni collezionista di antichità che aveva esposto nel cortile del suo palazzo la testa di cavallo opera di Donatello, i Carafa tornarono alla ribalta della cronaca. E questa volta si trattava di cronaca nera. Era la notte del 17 ottobre 1590 quando Fabrizio Carafa e Maria d’Avalos furono uccisi da Carlo Gesualdo. Giovani, belli e innamorati, Fabrizio e Maria erano adulteri. Maria era la moglie del principe di Venosa Carlo Gesualdo, il musicista geniale che la famiglia le aveva fatto sposare quando, ad appena vent’anni, era già rimasta vedova due volte. Fabrizio era il marito insoddisfatto di Maria Maddalena Carafa d’Andria, una

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nobildonna devotissima che avrebbe voluto farsi monaca. Del fascino di Maria D’Avalos parlava tutta Napoli. Tanto che il nobile Ascanio Pignatelli aveva scritto una poesia sul suo “bel volto” e persino Torquato Tasso le aveva dedicato un sonetto dove la definiva “Questa del puro ciel felice imago”, un’espressione in italiano antico, che significa: questa splendida immagine del cielo puro. Fabrizio non era da meno in classe ed eleganza, infatti un manoscritto dell’epoca lo definisce “cavaliero più bello e grazioso della città, di maniere così cortesi e soavi, delicato e bizzarro insieme, che ora l’avresti chiamato un Adone per la bellezza, ora un Marte per la bizzarria”. Probabilmente si erano incontrati in un’occasione mondana, forse una festa, e così avevano legato per sempre i loro destini. In quella che doveva essere la loro ultima notte, i due si diedero appuntamento nell’appartamento di lei, approfittando dell’assenza di Carlo che era partito per la caccia. Almeno così credevano loro, perché Carlo, che probabilmente sospettava il tradimento, tornò prima dell’alba. Addirittura pare che, per non farsi sentire, avesse fasciato gli zoccoli dei cavalli. Accompagnato da diversi complici salì di soppiatto in casa e lì, in camera da letto, soprese i due amanti che furono uccisi senza pietà. Poi scappò e andò a rifugiarsi nel suo castello, a Gesualdo. Alle sue spalle lasciava una scena raccapric-


Un cavallo da leggenda nel segno di Virgilio

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Qui sopra il portone di Palazzo Sansevero, teatro del tragico fatto di sangue, nell’altra pagina un ritratto del musicista Carlo Gesualdo, principe di Venosa, che uccise la moglie Maria d’Avalos e l’amante Fabrizio Carafa

ciante: Maria, coperta sangue giaceva sul letto, il cadavere di Fabrizio era riverso a terra. Nessuna pietà per i due giovani. Il giorno dopo, i loro corpi insanguinati furono esposti, mezzi nudi com’erano stati ritrovati, in mezzo alle scale di Palazzo Sansevero, in piazza San Domenico Maggiore: era qui infatti che Carlo Gesualdo aveva preso in affitto un appartamento quando aveva sposato Maria d’Avalos. Fu un delitto che fece scalpore, perché coinvolgeva tre delle famiglie più potenti del Regno. Lo scandalo rischiava di compromettere l’ordine pubblico. Era questo soprattutto che interessava al viceré. Perciò le chiacchiere dovevano essere messe subito a tacere e il caso venne liquidato rapidamente, dall’Inchiesta del Tribunale della Vicarìa, come un legittimo delitto d’onore. Una voce, invece, si levò a difesa dell’amore di Maria e Fabrizio, e fu quella di un poeta. Torquato Tasso compose in loro memoria il sonetto

ulla Testa Carafa circolava una leggenda. Si diceva fosse parte di un grande cavallo di bronzo che Virgilio aveva donato ai napoletani in segno della sua protezione. Questo cavallo aveva doti miracolose: aveva il potere di guarire i cavalli ammalati. Per tutto il Medioevo, infatti, si credeva che il poeta autore dell’Eneide fosse un mago che aveva donato alla città diversi talismani. Il cavallo, in particolare, si trovava a piazza Riario Sforza ma la Chiesa lo fece distruggere per ostacolare la diffusione di credenze pagane. Il corpo fu fuso per ricavarne le campane del duomo. La testa, invece, rimase intatta e fu conservata nel cortile di Palazzo Carafa, dove continuò ad esercitare le sue virtù taumaturgiche fino a quando nel primo Ottocento, Gioacchino Murat, re di Napoli, credendola una scultura antica, la fece trasportare al Museo Archeologico. Ma i Principi di Colobrano, nuovi proprietari del Palazzo Carafa non vollero rinunciare alla leggendaria protezione del cavallo e ne fecero realizzare la copia in terracotta che ancora domina il cortile.

“In morte di due infelicissimi amanti”. “Piangete, o Grazie; e voi piangete, o Amori”, esortava nei versi iniziali, e poi invitava tutta la città al lutto “Piangi Napoli mesta, in bruno manto,/di beltà di virtù l’oscuro caso/E ‘n lutto l’armonia rivolga il canto”. La crudeltà e la spietatezza del duplice omicidio si trasformarono in leggenda. Sicché, fino a qualche decennio fa, c’era chi giurava di aver visto, nelle notti senza luna, il fantasma della bella Maria d’Avalos aggirarsi disperato dalle parti del palazzo che l’aveva vista prima sposa infelice e poi amante appassionata. Una passione sincera che la gelosia aveva distrutto per sempre.

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L’INTERVISTA di Armida Parisi

«La testa di cavallo nelle mie opere diventa uno dei simboli di Napoli» La ricerca artistica dello scultore Lello Esposito parte nell’infanzia dall’incontro con l’opera di Donatello

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uasi mezzo secolo che lavora sui simboli di Napoli, Lello Esposito. Perciò, nel suo atelier, la testa di cavallo non poteva mancare. Soprattutto da quando, una quindicina di anni fa, ha allestito il suo studio nelle scuderie di Palazzo Sansevero. Lì ci sono ancora le mangiatoie di pietra e i ganci cui venivano legati i cavalli. «In uno spazio così – dice – la suggestione è fortissima. Soprattutto per me che, nato nel centro storico, mi sono nutrito di leggende». Gironzolare da bambino per Spaccanapoli è stata un’esperienza di formazione. «Quella strada, le sue chiese, i suoi palazzi mi parlavano e raccontavano le storie del passato». Lello aveva la sensibilità giusta per ascoltarle: «Ricordo che da bambino andavo nel palazzo d’’a capa ‘e

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cavallo, così chiamavamo allora Palazzo Carafa. Sento ancora nelle vene la forte impressione che mi faceva quella testa tanto possente: immaginavo quanto sarebbe dovuto essere grande il corpo di quel cavallo, per reggere una testa così». Quella di Lello Esposito è una ricerca artistica che parte da lontano. Cominciata col lavoro sui burattini e quindi su Pulcinella, si è allargata all’indagine sull’universo simbolico in cui il popolo napoletano è immerso sin dalle sue origini. San Gennaro e il corno, l’uovo e il cavallo, il teschio e il Vesuvio sono segni di un immaginario che si nutre di religiosità e superstizione, in uno scontro quasi epico fra vita e morte, energia creatrice e forza distruttrice. Esposito conduce un incessante lavoro di ricerca antropologica unito all’esplorazione del potenziale espressivo di tecniche e i materiali: terracotta e alluminio, bronzo e tempere, colori e polveri. La metamorfosi è da sempre il suo imperativo interno. La staticità del ricordo non fa per lui, preferisce invece


L’artista Lello Esposito nel suo atelier in piazza San Domenico Maggiore con alcune delle sue opere raffiguranti teste di cavallo

tante il recupero dei simboli? «I simboli diventano fondamentali quando escono dall’immobilismo dell’oleografia e diventano segni contemporanei. Oggi, i ragionare sul patrimonio traduta, ma anche in tutta Italia e simboli di Napoli, che io tanti mandato dal passato per restitu- all’estero. Oltre ad avere uno anni fa ho cominciato a recupeirlo rinnovato al presente. studio a New York, Lello Esporare, accolgono migliaia di turisti «In particolare, la testa del sito espone periodicamente in e rappresentano una riconoscinumerose capitali del mondo. bilità che parla una lingua concavallo l’ho metamorfizzata, unendola ad altri simboli, e così Tornando alle opere, un ricordo temporanea». particolare, legato proprio a una Che se ne stia a Napoli, a lavol’ho resa contemporanea». E rare nel suo laboratorio, o in giro proprio la testa di cavallo è stata testa di cavallo: «In occasione degli Annali per il mondo a esporre le sue protagonista di un’installaziodell’architettura - rammenopere, Lello Esposito continua ne realizzata qualche anno fa ai ta l’artista - l’allora preside di a parlare di quella che è la sua Magazzini del Sale di Siena. «Vi portai un bel po’ di teste – ricor- facoltà, Benedetto Gravagnuolo, storia, la storia della sua città: da Esposito - tutte riproposte in mi chiese di realizzare una scul- «Dovunque io vada porto con tura da donare a Wim Wenders, me il mio bagaglio. Sono fiero di una dimensione materica, con il regista del bellissimo film “Il aver creduto nel ritorno alla paterracotta scura di varie tonalicielo sopra Berlino”. Come mia rola “identità” che prima semtà ricavata da argille refrattarie abitudine, pensai di metamorfiz- brava tabù. Il passato è tornato cotte insieme ad anelli di ferro, zare i simboli della città e reama in una maniera tutta nuova». quelli che servivano a tenere legati gli animali. Scelsi un ferro lizzai un uovo da cui fuoriusciva grezzo, non trattato, che avreb- una testa di cavallo». Il commento di Wenders fu be presentato anche i segni del lapidario: «Mi tempo, ruggine compresa». Se i simboli sono quelli di sem- sono sempre chiesto se pre, la maniera di presentarli si era nato prifa contemporanea: è così che il ma l’uovo o la linguaggio dell’artista esprime i suoi significati sempre rinnovati. gallina. Adesso In questo modo riesce a raccon- so che a Napoli è nato prima il tare Napoli non solo ai napolecavallo». tani, che pure gli devono molto in termini di riappropriazione di Ma perché è un’identità che sembrava pertanto impor-

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L’INTERVISTA di Alessandro Savoia

IL TESTIMONIAL

«I napoletani vanno poco al Museo, non sanno cosa si perdono...» Lo scrittore e filosofo Luciano De Crescenzo racconta il suo amore per l’Archeologico: «Mi lega ai ricordi di quando ero studente»

«G

li uomini si dividono in uomini d’amore e uomini di libertà, a seconda se preferiscono vivere abbracciati l’uno con l’altro oppure preferiscono vivere da soli per non essere scocciati». Il discorso che Luciano De Crescenzo tenne dinnanzi ai suoi “discepoli” in “Così parlò Bellavista” è entrato prepotentemente non solo nella storia del cinema ma anche nella storia di tutti noi, nel nostro quotidiano. Un tema caro quello dell’amore all’ingegnere, scrittore e regista napoletano classe

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1928. Tanto da spingerlo all’età di 88 anni a pubblicare un libro dal titolo “Non parlare, baciami. La Filosofia e l’Amore” edito da Mondadori. La sua esperienza gli porta a scrivere nell’introduzione che “innamorarsi non conviene. In ogni relazione amorosa, infatti, c’è sempre uno che soffre e l’altro che si annoia, e questo perché l’amore inizia contemporaneamente per poi finire in tempi diversi. Meglio allora l’amicizia: quella vera, dura più a lungo e cresce con il passare degli anni”. Ma l’amore può avere anche risvolti tragici, come accadde per un rampollo dei Carafa, la nobile famiglia da cui proviene la testa di cavallo di Donatello che è l’evento del mese al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. L’amore clandestino di Fabrizio Carafa e Maria D’Avalos ed il loro brutale assassinio per mano del Principe Carlo


Lo scrittore con la figlia Paola

Gesualdo, celebre compositore cinquecentesco, sconvolsero la Napoli del 1590, storia che raccontiamo in un’altra parte di questa rivista. L’amore che sfuma, che si tramuta in noia e che suggerisce il tradimento, la violenta e improvvisa reazione del marito offeso, colorano la storia delle tinte burrascose della passione e della violenza. Di questo e del Museo archeologico parliamo con il testimonial di questo mese, Luciano De Crescenzo. Ma l’amore può uccidere? «Ebbene sì, l’amore può uccidere. Se pensate che stia esagerando, provate a dirlo al povero Lucrezio, il poeta latino del De rerum natura, per

intenderci. Lui a soli quarantaquattro anni si suicidò. Sembra che a condurlo al folle gesto sia stata la gelosia per una improba foemina, una donna scellerata che lo aveva sedotto ricorrendo a un filtro d’amore. A voler essere precisi, però, non siamo certi che questa storia del suicidio sia del tutto vera. A quanto pare, a mettere in giro questa voce sarebbe stato san Girolamo, uno dei padri della dottrina cristiana, vissuto nella seconda metà del IV secolo d.C. Secondo alcuni, il teologo lo fece solo per screditare la figura del poeta, che oltre a essere ateo era anche certo che l’anima morisse con il corpo».

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L’INTERVISTA

IL TESTIMONIAL L’IDENTIKIT

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uciano De Crescenzo è nato nel 1928 a Santa Lucia. Ingegnere informatico e dirigente dell’Ibm, lascia il lavoro stabile nel 1976 quando con il suo primo libro, “Così Parlò Bellavista”, diventa famoso, grazie anche ai salotti televisivi di cui è ospite fisso, a cominciare da “Bontà loro” di Maurizio Costanzo. Oltre che romanziere, si è distinto come divulgatore, illustrando con parole semplici la storia della filosofia antica o la mitologia greca. Oltre che scrittore, è stato autore televisivo e cinematografico, sceneggiatore, regista ed attore. I suoi 49 libri hanno venduto milioni di copie e sono stati tradotti in decine di lingue straniere.

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C’è anche l’amore per la cultura e per l’arte, e qui veniamo al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, lei ci è mai entrato? «Devi sapere che in passato, quando volevo ripercorrere i momenti importanti della storia di Napoli, andavo sempre al Museo Archeologico Nazionale. Forse non tutti lo sanno, ma la collezione di reperti egizi custodita al suo interno è seconda per importanza solo a quella in mostra presso il Museo delle Antichità Egizie di Torino. Insomma, un luogo quasi unico». Quando è stata l’ultima volta che l’ha visitato? «Da diversi anni ormai abito

La sua collezione di reperti egizi è seconda solo a quella di Torino. Con i miei colleghi universitari proprio qui fondammo il circolo “Carpe Diem”. Organizzavamo dibattiti che servivano soprattutto a conoscere belle ragazze

a Roma, e le volte che sono venuto a Napoli non ho avuto modo di visitarlo, ma mi sono ripromesso di andarci presto insieme a mia figlia Paola». Ha un ricordo particolare che la lega al Museo e all’omonimo “quartiere”? «Il quartiere del Museo è quello che ho frequentato durante gli anni dell’università. Pensa che con i miei amici avevo fondato un piccolo circolo chiamato “Carpe Diem”, in omaggio al poeta latino Orazio. Eravamo soliti organizzare dibattiti, ma anche feste. Non che fosse l’intento principale, ma ogni occasione era buona per conoscere le belle ragazze». Di forte attrattiva per gli stranieri ma pochi napoletani lo visitano: come mai secondo lei? «La fortuna di Napoli è di essere essa stessa un museo a cielo aperto, quindi i napoletani pensano che basti passeggiare per le sue strade per ripercorrere la storia che li ha resi tali. In realtà non sanno cosa si perdono».

La cultura napoletana ha da sempre accolto le influenze degli altri paesi: è ancora così nel 2016? «Penso proprio di sì. Oggi, più che mai, possiamo fare una differenza tra società aperte e società chiuse. Noi siamo stati fortunati, perché siamo nati in una società aperta. Io lo sono stato ancora di più, perché sono nato a Napoli».

La copertina dell’ultimo lavoro di De Crescenzo uscito in libreria da pochi mesi

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LE VOCI DEL QUARTIERE

I napoletani “del” Museo

SALVATORE SANTOLINO

NUNZIA ROSATI

AGOSTINO FERRANTE

disoccupato

insegnante

musicista e cantante

Non sono mai stato al Museo Archeologico perché non trovo mai la compagnia giusta, lo propongo spesso ai miei amici ma non troviamo mai un accordo. Invece sono stato spesso a quello di Capodimonte e anche quando mi trovo fuori città spendo molto tempo nei musei.

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Il Museo è bellissimo, l’ultima volta ci sono andato un mese fa. Credo sia un luogo unico da visitare e per questo ci vengono tanti stranieri. A queste bellezze noi napoletani invece siamo un po’ abituati.

BERNARDO COZZOLINO

VINCENZO ALTIERI

MARIA TERESA DANDOLO

guida turistica

dipendente beni culturali

Insegnante

Frequento molto il Museo soprattutto per lavoro. Mi sono accorto che è molto appetito dal ceto borghese di Napoli, che è richiamato dalle interessanti mostre di questi ultimi anni, e da tante scolaresche. Come napoletani credo che dovremmo riscoprirlo. 28

Porto spesso i miei alunni dell’istituto “Casanova Costantinopoli”, è una occasione unica avere il Museo a due passi. Anche io ci entro spesso, soprattutto quando ci sono delle inaugurazioni. Al più presto voglio tornarci per vedere la sezione egizia appena riaperta.

Sono stato di recente perché incuriosito dalla riapertura della sezione egizia e l’ho trovata molto interessante. Il Museo è eccezionale e noi napoletani dobbiamo esserne orgogliosi. Lo consiglio spesso ad amici e colleghi, chi ha accolto il mio invito poi mi ha sempre ringraziato.

Abito alle spalle del Museo ed ho notato molta affluenza soprattutto quando vengono ospitati dei concerti. Credo che con queste iniziative si possano aprire le porte di questo magnifico luogo alla città.


Testi raccolti da Alessandro Savoia

CARLO TOSCANO

LAURA RUSSO

ALESSANDRO PETITTA

pensionato

disoccupato

libero professionista

Sono tanti anni che non ci entro, manco da quando ero giovane. Poi tra impegni, la nascita dei figli non ho trovato il tempo di tornarci. Mi capita di passarci davanti durante le mie passeggiate e sicuramente nei prossimi giorni ci rientrerò.

Ci entro spesso per accompagnare ragazzi non vedenti, le cui visite vanno preparate prima. In quel caso devono toccare. Sono appassionata e mi capita di entrare spesso e di portare i miei parenti che vengono da altre regioni d’Italia.

Tempo fa ci sono andato, saranno passati una decina di anni. Ho un bel ricordo e rimasi colpito da una mummia che aveva ancora i capelli in testa e da un coccodrillo imbalsamato. Ci tornerò sicuramente presto.

ALFREDO ALBANO

COSTANTINO PALUMBO

LISA DI GEATEANO

artigiano

artigiano

studentessa

Lavoro di fronte al Museo, quindi ci passo davanti tutti i giorni. Sono entrato un paio di volte in passato, l’ultima volta risale a circa tre anni fa. Vorrei tornarci per vedere il reparto dedicato agli egizi.

Ci vado tantissime volte, sono un artigiano e mi piace trascorrere il tempo ammirando le bellissime opere al suo interno. Credo che il prezzo del biglietto, sebbene proporzionato ai reperti che offre, sia è un pochino alto. Forse per questo pochi napoletani ci entrano.

Già l’ho visitato in passato ma ci sono tornata richiamata dalla riapertura della sezione egizia. Mi ha affascinato però tutto il museo, tranne forse la parte dedicata ai metalli. Sicuramente ci tornerò e lo consiglierò agli amici.

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Non solo la “Testa Carafa” Un museo pieno di cavalli

Disegnati o scolpiti, gli animali nell’arte dalla Grecia ad Ercolano

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uello della Testa Carafa non è certo l’unico cavallo del Museo archeologico. Ce ne sono molti altri: dipinti, scolpiti nel marmo o modellati col bronzo, i cavalli sono sempre stati un simbolo di nobiltà ed eleganza. Proviamo a scoprirli insieme. Molti

provengono da Ercolano. C’è una testa in bronzo dorato che è stata ritrovata nel teatro della cittadina vesuviana, insieme con i resti di altre cinque statue equestri: un terzo più piccola del cavallo Carafa, come questo ha la criniera corta e legata a formare un ciuffo che spicca fra le orecchie. Un’acconciatura che ritroviamo anche nelle statuette del cosiddetto “Alessandro a cavallo”, dell’amazzone e del cavallo al galoppo. A questa stessa tipologia si avvicina il grande gruppo equestre dell’imperatore Nerva, ritrovato vicino al foro dell’antica colonia di Miseno: del cavallo rimangono le zampe anteriori, lo zoccolo posteriore e la testa con la stessa criniera stilizzata ritrovata nei suoi fratelli di Ercolano; il cavaliere invece è completo, ed è raffigurato con una elegante corazza decorata con animali e mostri marini, un mantello corto e l’anello senatorio al dito. Sono tutte opere realizzate da artisti campani del I sec. d. C. che imitavano gli originali greci del IV o del III secolo a.C. Infatti gli autori greci, lo scultore Lisippo e i suoi allievi, erano così famosi che avevano fatto scuola. Il corpo robusto degli animali, i Una delle statue equestri di epoca romana esposte al Museo Archeologico

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Un corteo storico in costume accompagnerà la Testa al Mann

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a Testa di Bronzo di cavallo di Donatello custodita al Museo Archeologico Nazionale di Napoli sarà omaggiata e ricordata con una sfilata storica organizzata dalla Compagnia dell’Aquila Bianca. Cavalieri in armatura aragonese, tamburini, sbandiaratori, fanti, nobili, gruppi di danza e tutto il popolo a seguire, partiranno dal Mann sabato 19 novembre alle ore 16 per proseguire per tutta via Toledo fino a Largo di Palazzo e ritorno. «Festeggeremo alla fine del corteo con una piccola cerimonia l’opera d’arte che rappresenta il simbolo di Napoli per eccellenza – così Roberto Cinquegrana (nella foto), responsabile generale della Real Cavallerizza di Napoli - Compagnia dell’Aquila Bianca – La Testa di cavallo fu donata da Lorenzo il Magnifico alla corte Aragonese ed in particolare al cavaliere napoletano Diomede Carafa». Sarà possibile veder sfilare i Cavalieri della Real Cavallerizza di Napoli, della Giostra dei Sedili, i Cavalieri della Città Regia di Cava dei Tirreni, I Cavalieri della Disfida di Barletta. «Tra gli obiettivi della manifestazione – spiega Cinquegrana – c’è anche quello di far risplendere la Cavallerizza Napoletana. All’epoca era scuola militare per tutti i sovrani, ed in ogni esercito c’era il Corsisero Napoletano. A questa iniziativa ne seguiranno altre per riportare alla luce le razze del Corsiero».

muscoli protesi al galoppo, il realismo dei peli negli orecchi e delle narici dilatate per lo sforzo ricordano moltissimo lo stile del grande scultore greco cui Plinio il Vecchio attribuiva almeno 1.500 opere. Lo scrittore romano riferiva che l’artista era specializzato nel ritrarre animali, in particolare cavalli riuniti in quadrighe. Di Lisippo sappiamo anche che era affascinato dalla personalità prorompente di Alessandro Magno, che proprio per questo motivo era uno dei suoi soggetti preferiti. Non è un azzardo supporre perciò che pensasse proprio alle opere di Lisippo anche l’artista romano che lavorò a Pompei nella Casa del Fauno per il famoso mosaico della Battaglia di Isso (o di Gaugamela)

fra Persiani e Macedoni: veramente impressionante la capacità di cogliere, da parte dell’autore, lo slancio di uomini e cavalli che corrono all’impazzata, nella confusione generale di lance e armature, mentre un cavallo stramazza al suolo ferito. Caratteristiche molto diverse da quelle del monumento, anch’esso proveniente da Ercolano, di Marco Nonio Balbo padre, che per la posa composta del cavallo imbrigliato, con le orecchie abbassate e la lunga criniera distesa ordinatamente sulla testa, si avvicina a una tipologia decisamente romana, come si può osservare dalla somiglianza con i cavalli dell’Arco di Tito e in quello di Costantino. ap

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02 2016

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