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C’era una volta l’Oltrepò degli eventi del vino, ma è morto anche quello rivanazzano terme

Anno 13 - N° 147 OTTOBRE 2019

20.000 copie in Oltrepò Pavese

pagina 5

Poste Italiane Spa - Spedizione in abbonamento postale - 70% - LO/PV

«Evidentemente l’ecologia non porta voti» «La raccolta differenziata è al palo, i troppi cassonetti per l’indifferenziata la disincentivano ma l’amministrazione non fa nulla». A parlare sono...

Vergognatevi! “Sȃbar” ma di fronte ai vostri cittadini!

GODIASCO SALICE TERME Berogno: «La politica più sta fuori da queste istituzioni e meglio è» Scadrà a breve il mandato del Consiglio di Amministrazione della Fondazione Varni Agnetti che gestisce l’omonima casa di riposo... pagine 26 e 27

VARZI Lavezzari e la superstrada che non si fece negli anni d’oro... C’era una volta la Zincor. C’era una volta una Valle Staffora che brulicava di vita, una Varzi dove lavoravano 400 persone e le case costavano... pagine 34 e 35

CECIMA 100mila euro sfumati, il responsabile rimosso dall’incarico Il responsabile dell’ufficio tecnico dell’Unione di Comuni Terre Malaspina, che coordina i servizi di Cecima e Ponte Nizza, non fa più... pagina 32

ROMAGNESE

Crisi dell’Arlecchino - I vogheresi: «è un patrimonio da salvare»

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«Stiamo registrando il maggior fatturato degli ultimi cinque anni»

Il ritorno a Romagnese di ortaggi e cereali “di una volta” Due aziende che diventano una, tre cugini che uniscono le forze per tornare a produrre ortaggi come si faceva una volta, sui crinali... pagina 38

CASEI GEROLA «Falda di Cascina Parlotta, attenzione a non danneggiarla» Resta alta l’attenzione introno al riempimento delle ex cave di argilla nel comune di Casei Gerola. «Nella cava di Cascina Parlotta potrebbe... pagina 21

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il Periodico

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Ci sono episodi, fatti, momenti ed azioni che fanno capire quando una o più persone provano quel sentimento definito vergogna. La presentazione del progetto degli ultimi 19 km della Greenway tenutasi le settimane scorse a Ponte Nizza, mi ha fatto capire quanto politici e tecnici statali e parastatali dell’Oltrepò si siano vergognati ed abbiano cercato di “metterci una pezza”. La presentazione dei lavori di completamento della Greenway Voghera – Varzi è stata la solita passerella di politici locali e non, di visi sorridenti, di abbracci falsamente amichevoli, di pacche sulle spalle, di chi dandosi ragione come consuetudine l’uno con l’altro è poi pronto, ognuno per sé o per il partito che in quel momento rappresenta, ad appropriarsi della paternità della realizzazione del progetto, in questo caso la ciclabile... pagina 2

news

Casteggio e la sua fiera dei vini: chi la rimpiange?

Chi si ricorda di Oltrevini? Sarebbe un tema da nostalgico amarcord; peccato che la memoria lasciata da questa manifestazione non sia delle più rosee. Almeno non fra i produttori di vino dell’Oltrepò Pavese. La rassegna casteggiana è “morta di pagine 42 e 43 morte naturale’’...

Editore


ANTONIO LA TRIPPA

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OTTOBRE 2019

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POLITICI DELL’OLTREPò: Vergognatevi! “Sȃbar” ma di frontE aI vostri cittadini! di Antonio La Trippa Ci sono episodi, fatti, momenti ed azioni che fanno capire quando una o più persone provano quel sentimento definito vergogna. La presentazione del progetto degli ultimi 19 km della Greenway tenutasi le settimane scorse a Ponte Nizza, mi ha fatto capire quanto politici e tecnici statali e parastatali dell’Oltrepò si siano vergognati ed abbiano cercato di “metterci una pezza”. La presentazione dei lavori di completamento della Greenway Voghera – Varzi è stata la solita passerella di politici locali e non, di visi sorridenti, di abbracci falsamente amichevoli, di pacche sulle spalle, di chi dandosi ragione come consuetudine l’uno con l’altro è poi pronto, ognuno per sé o per il partito che in quel momento rappresenta, ad appropriarsi della paternità della realizzazione del progetto, in questo caso la ciclabile. è la solita scena cui ormai da decenni si assiste a qualsivoglia presentazioni di progetto pubblico o parapubblico. Ma in quel 14 settembre, a Ponte Nizza, un altro aspetto è emerso dalla passerella: la vergogna. Non si spiega altrimenti il fatto che nei giorni precedenti l’evento siano state tagliate e in qualche modo ripulite, e devo dire bene, le erbacce che costeggiavano il percorso stradale che dall’Oltrepò porta a Ponte Nizza. Trattori e mezzi meccanici che anche la mattina stessa della presentazione andavano avanti ed indietro, a destra e a manca a tagliare erba, tant’è che sui social, sui blog e nei bar la domanda era la stessa: “Ma cosa sta succedendo?” Semplice: stava succedendo che i politici provando vergogna delle loro strade ci stavano “mettendo una pezza”. Perché avevano vergogna? Perché molti, non tutti, ma molti… di questi politici “Aien di sȃbar” (sono dei mastelli). Uno che non parla bene il dialetto oltrepadano, che non ne conosce le più fantasiose sfumature, non comprenderà. Cosa significa essere dei “mastelli”? Spieghiamo: come ben sapranno i nostri vecchi, i “sȃbar” (mastelli) non sono solo recipienti svasati verso l’alto, per lo più a doghe in legno, ma in epoca più recente anche in metallo o materiale plastico, due delle quali sporgenti e forate in modo che, facendovi passare un bastone o una corda, si possa trasportarlo più facilmente: un mastello di uva, un mastello d’acqua, ma anche un mastello di panni da lavare ed anche un mastello dove le mamme facevano fare il bagnetto ai bambini. Al di là dell’utilizzo domestico però ha anche un’altra valenza nel dialetto oltrepadano: indica una persona, non neces-

sariamente cattiva, anzi molto spesso un bonaccione, ma con la “testa vuota” o che compie azioni sbagliate per inadeguatezza intellettuale. Dire ad una persona “T’è propri un sȃbar” ( Sei proprio un mastello) vuol dire che in maniera omnicomprensiva ha un vuoto “pneumatico” all’interno della sua testolina. Ecco, il tagliare l’erba lungo i fossi perché doveva arrivare qualche politico extra zona è la dimostrazione che i nostri politici, alcuni e non tutti… per fortuna… sono dei “sȃbar”, perché hanno provato vergogna nei confronti dei politici “furèst” arrivati a Ponte Nizza. Se fossero state persone con un minimo di scienza e coscienza, avrebbero invece dovuto provare vergogna nei confronti dei cittadini oltrepadani, grazie ai quali hanno una poltrona politica o para-politica su cui sedersi ogni mattina e in molti casi anche lo stipendio assicurato. Dovrebbero provare vergogna nei confronti degli oltrepadani che li hanno votati, permettono loro, ai “sȃbar” per intenderci, di indire gare d’appalto pubbliche e parapubbliche e similari, che non saranno una fonte di reddito per politici e tecnici, ma certamente in molti casi, e le cronache ne sono piene, possono diventare un bel modo per sbarcare il lunario…. più agevolmente. Così, invece di pulire le strade perché arriva qualcuno da “fuori” che può essere o il politico di turno o il loro padrino pseudo politico, avrebbero dovuto (e sono anni che non lo fanno) mettere a posto le strade dell’Oltrepò, strade che sono in stato pieto-

so, tutte, anche le arterie principali. E non è vero che le strade dell’Oltrepò sono uguali alle altre strade delle zone limitrofe, balla colossale, basta andare in provincia di Piacenza, Alessandria o in qualsiasi provincia della Lombardia, per rimanere in tema territoriale, per rendersi conto che le strade di quelle province, chi più, chi meno sono molto meglio tenute delle nostre. Allora io dico: se nelle altre zone lombarde e regioni limitrofe le strade sono migliori, vuol dire che i soldi per metterle a posto e per mantenerle decenti ci sono, o meglio c’erano… forse nelle altre regioni sono stati più bravi a farsi erogare più fondi o forse hanno eseguito i lavori di manutenzione con più criterio, comunque sia andata questa è la dimostrazione di come la maggioranza dei nostri politici possa essere classificata come un “sȃbar”. Non è la prima volta che muovo critiche ai nostri politici, critiche che alla luce dei fatti sono incontestabili e lì da vedere… E pensare che c’è qualche politico più “sȃbar” degli altri, e da noi in dialetto oltrepadano si dice “sȃbròn” (grosso mastello) che si è anche offeso e come un bambino capriccioso che pesta i piedi ha dichiarato “Io con voi non parlo più”, che più che una minaccia suona come il ritornello di una canzone da bimbominkia. Altri difronte alle critiche hanno cercato di appigliarsi all’argomentazione (per un “sȃbar” è una parola grossa, direi meglio, alla scusa) che stavano e stanno facendo il possibile per

migliorare la situazione impegnandosi 365 giorni all’’anno, 24 ore al giorno. Ecco: se chi s’impegna 365 giorni all’anno h24 (manco fosse un pronto soccorso) a titolo esemplificativo ma non esaustivo ottiene (in riferimento allo stato delle strade, ma l’elenco potrebbe essere lungo) questi risultati… Bisogna solo dire a lui una cosa: “Lasà sta sȃbar, cambia mestè” (Lascia stare mastello, cambia mestiere) Ecco, io mi auguro solo che la prossima volta che arriva un politico, fosse anche il Presidente della Repubblica, massima carica istituzionale dello Stato, non si puliscano i fossi e non si rattoppino alla belle meglio le strade per nascondere la situazione disastrosa, ma invece gli si faccia vedere com’è veramente l’Oltrepò, come sono le strade ed i fossi, a testa alta e senza vergogna! Di contro mi auguro che vengano rimesse a posto strade e fossi quando passa un qualsiasi cittadino, un’ ambulanza o un autobus con i nostri ragazzi, perché è ai cittadini che occorre portare rispetto e cercare di presentare il nostro Oltrepò nel miglior modo possibile, a loro, non ai politici che spesso si dimenticano da chi sono stati eletti e mantenuti. L’opera di raffazzonata pulizia fatta per la presentazione di Ponte Nizza è stata una mancanza assoluta di rispetto nei confronti dei cittadini che ogni giorno, per lavoro o per necessità, transitano su strade piene di tombini, cunette, buche, dossi, frane erbacce e boscaglie varie. Vergognatevi “sȃbar”…ma di fronte ai vostri cittadini!


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LETTERE AL DIRETTORE

OTTOBRE 2019

Varzi: Turista indignato... “cancellato” Gentile Direttore, racconto la mia mancata permanenza e cancellata prenotazione... Arrivo a Varzi il pomeriggio del 20 settembre alle 17.29... mia moglie è invalida e mi dice che sta male... Anziché girare per l’area camper vado dritto per cercare un parcheggio con tutta urgenza, lei va in bagno ed io mi dirigo verso l’area camper per capire dove fosse esattamente l’ingresso, ma al mio ritorno trovo mia moglie a discutere con il vigile che senza ascoltare ragione ha subito esteso un verbale... Continuava a ripetere che non gli importava nulla del perchè, ero entrato in divieto di transito ai camper. Punto. Beffa su beffa quando cerco il cartello che indicava il divieto di transito ai camper, lo trovo, ma nascosto dalle foglie.

Che schifo... Andiamo via subito, cerchiamo subito un altro posto... Sono indignato, ho girato tutta Italia ed Europa non mi è mai successa una cosa così, spero che pubblicherete la mia storia, p.s ho la foto de cartello nascosto dalle foglie... Renato Greppi - Rivalta di Torino

Odissea sulla tratta ferroviaria Voghera - Milano Signor Direttore, sono la mamma di una ragazza appartenente alla categoria dei pendolari, sulla tratta dei treni Voghera Milano, penso la più disastrata e se mi si permette il termine, sfigata, di tutto il nord Italia. Dopo l’ennesimo disservizio di ieri voglio raccontare, in maniera molto stringata, a cosa va incontro chi, come mia figlia, ha la sfortuna di utilizzare la linea ferroviaria di cui sopra per recarsi al lavoro. è un’odissea comune a tante , tantissime persone che ogni mattina si alzano e pre-

«Voglio denunciare l’arroganza di Pavia acque» Signor Direttore, scrivo questa lettera attraverso il suo giornale, per denunciare l’arroganza di Pavia Acque che continua anche oggi che scrivo. Lo faccio perché nel suo giornale ci sono descritte le amministrazioni del pavese e, dalla stampa pavese, sono i votanti all’unanimità di Pavia Acque. Vengo ai fatti: tempo fa, sulla stampa pavese, Pavia Acque (monopolio in provincia) dichiara di introdurre la fatturazione trimestrale, per venire incontro alle famiglie per i pagamenti. Poco tempo fa, dichiara che introduce le fasce di consumo, per combattere gli spreconi (quali sono gli spreconi non si sa... e io dico: per rapinare l’utenza). Proseguo. Ai primi di luglio 2019, ricevo come intestatario la fattura e, leggo curioso delle mie cose i diversi fogli che mandano.I n un foglio c’è scritto: MORA E INTERESSI PER RITARDATO PAGAMENTO. Penso di non aver letto bene e controllo attentamente. C’è scritto proprio così. Controllo in arretrato ma non trovo nulla. Con una mail contesto il balzello, e di risposta cambiando la formula delle parole scrivono che è per dilazione fatture. Mi domando: mora per ritardato pagamento e dilazione fatture hanno significati diversi, ma per loro è lo stesso e devo pagare. No

non è così. Contesto la risposta e con fare imperioso rispondono che chi ha fatto accordi in quei termini deve pagare interessi, e se la risposta non mi piace devo rivolgermi all’ARERA. Questa è arroganza. Io non ho fatto nessun accordo con nessuno Sbagliano loro e l’utente deve pagare e zitto, o scrivere all’ARERA. Allora nella fattura possono scrivere di tutto, tanto c’è l’ARERA. Io pago Pavia Acque e non altri. Scrivino loro all’ARERA dicendo che io non pago il balzello perché loro hanno sbagliato e io darò risposta. Ma non sarà così, perché loro pretendono.Vediamo perché Pavia Acque non è nel giusto: nessuna informazione è stata data all’utenza per rateizzare le fatture. Nessuna informazione è data nei fogli che arrivano a casa con la fattura.Nessuna informazione è data dall’operatore al telefono, che dopo un lungo discorso registra la telefonata e dice solo l’importo che c’è sulla fattura e l’importo da pagare, e non fanno riferimento a interessi che arrivano dopo un anno, sotto forma di mora per ritardato pagamento. Così facendo, non danno la possibilità all’utenza di scegliere.Perché altrimenti il modo di pagare lo scelgo io (tra l’altro il numero di telefono non è quello descritto in fattura ). La fattura rimane contestata e il balzello non lo pago, anche se sarò co-

stretto a rivolgermi nelle sedi opportune. Visti i comportamenti odierni, e i rapporti si sono sono ormai deteriorati assai. Vergogna. A questo punto per finire, mi domando se le amministrazioni Comunali Pavesi e i Sindaci sono contenti che i loro concittadini siano trattati così da Pavia Acque, e se non intervengono, dato che che hanno votato all’unanimità per questa azienda. E ancora: i politici pavesi di tutti gli schieramenti, sono contenti e soddisfatti di leggere che l’utenza sia vessata così? Agli utenti pavesi dico di guardare le proprie fatture, perché sono sicuro che altri si trovano con questo balzello e non hanno visto. Denunciate pubblicamente queste cose vergognose. Infine ritengo che se Pavia Acque non fosse la sola azienda nel pavese, non avrebbe utenza da servire con questi metodi. Martin Otello - Silvano Pietra

gano un Sant’Antonio che faccia il miracolo e che conceda loro una trasferta relativamente tranquilla, non dico in orario perché magari un santo non ha poteri così forti… ma almeno con un ragionevole ritardo… Ore 7.15 si prende la macchina e si va in stazione perchè dovrebbe arrivare la tradotta per Milano… dovrebbe perché spesso c’è un ritardo. Si parte… e se sei fortunato arrivi a destinazione, altrimenti capita che il treno abbia un guasto e che si fermi per un bel 15/20 minuti anche mezz’ora se sei fortunato, in estate funziona l’aria condizionata ed in inverno il riscaldamento se sei fortunato magari ti siedi, altrimenti viaggi stipato tra povere vittime come te perché pur essendo il treno dei pendolari ha poche carrozze se sei fortunato il treno è relativamente pulito Arrivi a Milano ed inizi a lavorare. Ed il bello arriva al ritorno… Vai in stazione e di nuovo c’è la possibilità che il treno sia in ritardo.. di quanto? 15 minuti… no… sono venti... no sono… Aspetti? Tra quanto partirà? Partirà? Se teniamo conto che sono le 19 ed uno è anche stanco della giornata... e allora che si fa? Si chiama a casa, si avverte del ritardo, poi finalmente arrivi a Voghera prendi la macchina e torni a casa. Stanco scoglionato ed incazzato nero. Allora io invito veramente con tutto il cuore, i funzionari, i capoccioni che gestiscono la società delle ferrovie quelli che al mattino arrivano freschi e tranquilli in ufficio ad utilizzare per una settimana i treni di questa tratta... negli orari clou, quelli dei pendolari, e poi dopo avere vissuto questa esperienza formativa, mettersi una mano sulla coscienza ed attivarsi affinchè il tragitto casa lavoro e viceversa non diventi l’incubo della giornata. Franca Scanarotti - Voghera

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CYRANO DE BERGERAC

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OTTOBRE 2019

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C’era una volta l’Oltrepò degli eventi del vino, ma è morto anche quello di Cyrano de Bergerac

C’era una volta l’Oltrepò degli eventi del vino, ma è morto anche quello. La Rassegna dei Vini di Casteggio, manifestazione di richiamo lombardo e nazionale, è stata lasciata morire. Poco possono una Festa dell’Uva di Broni o un’edizione di Vinuva a Stradella in cui le autorità sfilano, come ai tempi di Peppone e Don Camillo, con i soliti sermoni triti e ritriti su un palcoscenico dominato dall’insegna di una sola azienda, Giorgi, non di un territorio nel suo insieme come ci si aspetterebbe. I pochi eventi rimasti sul territorio sono auto celebrazioni di chi li organizza o di chi ha i soldi per sponsorizzarli. Gli altri restano in vigna o in cantina, nell’ombra. Eppure si potrebbe generare turismo, ma in fondo cosa ne capisce un territorio in cui la storica cantina La Versa tiene chiuso il suo wine point di Santa Maria il sabato e la domenica quando i milanesi erano soliti acquistare… Qualcuno che ha cercato di rompere il silenzio e di porre nuovamente al centro il territorio e i suoi valori c’è stato. L’ha fatto Patrizio Chiesa, la stessa persona che nel 2003 ha registrato e creato il portale oltrepopavese.com progressivamente di-

venuto un punto di riferimento turistico nel disinteresse generale delle istituzioni locali, che non l’hanno mai capito del tutto e che non ci hanno mai investito salvo rarissime eccezioni. Chiesa, sul suo profilo Facebook perché nessuno potesse dire «io non sapevo della proposta» (come in Oltrepò spesso fanno in maniera ipocrita) ha pubblicato un’articolata idea per creare una Festa dell’Uva sul territorio. «è doveroso distinguere da subito l’uva dal vino - scrive Chiesa - Se si parla di uva, di Festa dell’Uva, la protagonista principale di un evento deve avere il suo ruolo, la sua identità, che dev’essere ben distinta dal vino. Quest’ultimo può essere coinvolto indirettamente ma il filo conduttore deve necessariamente essere il frutto, con il suo valore culturale, come portatore di tradizioni, con il suo valore economico, primo valore agricolo dell’Oltrepò Pavese». L’idea di Chiesa è dunque quella di una manifestazione territoriale per mettere in vetrina la vendemmia. Chiesa lancia anche l’idea dell’impianto ideale della manifestazione: «La Festa dell’Uva potrebbe essere un evento itinerante che si articola per almeno 4 giorni nei comuni della prima fascia collinare, dove potranno essere individuate e messe in evidenza anche ca-

ratteristiche di valore storico e artistico, affinché si possa offrire una narrazione territoriale in senso culturale. Il periodo potrebbe essere quello del secondo weekend di settembre, per permettere lo svolgersi di molte attività all’aperto». Nell’organizzazione secondo Chiesa potrebbero essere coinvolte anche le Pro Loco, le associazioni affini all’agricoltura e alla promozione, gli istituti alberghieri, le imprese della ristorazione classica ma anche “agreste”, le cantine e tutti coloro che possono apportare un serio e significativo valore all’evento. «Sono certo - dice Chiesa - che un evento così realizzato potrebbe avere un forte impatto mediatico. Supportato da una professionale e performante comunicazione potrebbe portare l’Oltrepò Pavese alla ribalta nazionale e internazionale, attirando un folto pubblico e interessando importanti televisioni generando appeal per garantirsi sponsorizzazioni di valore». Infine un appello alle istituzioni: «Se gli enti pubblici interessati avessero la voglia, il coraggio, di provare a “fare rete” - aggiunge Chiesa - potrebbe non essere così impossibile. Inoltre, avendo una forte connotazione culturale, potrebbe esserci l’interesse delle Fondazioni provinciali e

regionali, che potrebbero seriamente contribuire dal punto di vista economico». Nel programma generale secondo Chiesa potrebbero rientrare anche gli eventi organizzati dalle cantine, che sempre più numerose offrono al pubblico l’esperienza di Cantine Aperte in Vendemmia a cura del Movimento Turismo del Vino. Chiesa suggerisce anche il simbolismo storico-religioso che potrebbe essere garantito alla manifestazione attraverso la Processione della Madonna dell’Uva, con partenza dall’Oltrepò orientale e tappa finale a Casteggio. «Un evento così concepito - conclude Chiesa - potrebbe essere una vera e propria proposta turistica commercializzabile attraverso i canali delle agenzie di viaggio e dei tour operator, incentivando così il soggiorno sul territorio per tutto il periodo della manifestazione, motivando ancor di più a godere di quello che viene definito, con sempre maggiore attenzione, enoturismo». Al momento l’ampia proposta di Chiesa è in attesa di risposte, che come sempre tardano ad arrivare, ma si sa che l’Oltrepò Pavese è veloce a parlare e lentissimo a decidere salvo quando a chiederlo sono “leccaculo” e amici degli amici… perché trionfi il buonsenso ci vuole proprio il miracolo della Madonna dell’Uva.


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PRIMO PIANO

OTTOBRE 2019

«Stiamo registrando il maggior fatturato degli ultimi cinque anni» Asm Vendita e Servizi è una società nella burrasca da mesi, in cui molti utenti hanno lamentato disservizi legati soprattutto alle mancate o errate fatturazioni. Non bastasse, al caos delle “bollette pazze” si è aggiunta pure una denuncia fatta da un dirigente Asm spa. Da qualche tempo le acque sembrano essersi calmate e la presidente Monica Sissinio torna a parlare, rassicurando riguardo lo stato di salute dell’azienda che, alla faccia delle polemiche, sta registrando «il miglior fatturato degli ultimi cinque anni». La più grande critica fatta ad ASM Vendita e Servizi è stata la difficoltà nel gestire le problematiche della fatturazione, che per alcuni mesi hanno interessato sotto la voce “bollette pazze” l’attività della Società. Qual è stata la situazione trovata al vostro arrivo e ad oggi qual è? «Siamo partiti da una situazione piuttosto complicata, in cui oltre il 25% delle utenze non era allineato o aveva problemi di fatturazione per cause diverse e che, ovviamente, non erano a conoscenza di questa governance che si è invece subito occupata di risolvere i problemi rilevati e giustamente lamentati dagli utenti. Abbiamo così riportato in pari la fatturazione per la quasi totalità dei punti, oppure blocchi non giustificati. Ora possiamo anche archiviare quel momento e soprattutto il termine “pazze”, suggestivo ma ormai anacronistico. Le bollette vengono emesse ed inviate regolarmente e crediamo che i cittadini di Voghera se ne siano accorti. C’è ancora del lavoro da fare per arrivare dove vorremmo, ma abbiamo in poco tempo fatto passi da giganti». Indennizzi per ritardo di fatturazione: oltre ad essere un problema burocratico è anche un costo aggiuntivo per la Società. Come funziona la procedura e com’è la situazione degli indennizzi dovuta ai ritardi di fatturazione a partire dal 2017? «Gli indennizzi ai clienti, tra i quali rientrano anche gli indennizzi per ritardata fatturazione, sono somme di denaro che vengono erogate al cliente a seguito del mancato rispetto degli standard di qualità imposti dall’autorità. Le fatture devono essere emesse non oltre un termine prestabilito, 45 giorni solari nel caso del mercato di tutela o altro limite nel caso del mercato libero, dall’ultimo giorno di consumo fatturato nella fattura stessa. Superato tale termine, il venditore dovrà riconoscere al cliente automaticamente un indennizzo crescente da 6 a 60 euro sulla base dei giorni di ritardo. Ammonta a 6 euro nel caso di un ritardo fino a dieci giorni solari, viene maggiorato di 2 euro ogni 5 giorni ulteriori di ritardo, fino

Monica Sissinio, Presidente di ASM Vendita e Servizi

Le nuove assunzioni: «Bando chiuso, si definiranno in tempi brevissimi» ad un massimo di 20 euro per ritardi pari o superiori a 45 giorni solari, a 40 euro se il ritardo dal termine di emissione è compreso tra 46 e 90 giorni, a 60 euro se il ritardo dal termine di emissione è superiore a 90 giorni. Fermo restando la verifica delle ragioni che han determinato la necessità di doverli corrispondere, abbiamo finora erogato per i ritardi accumulati negli anni passati circa 360 mila euro, nel 2019 abbiamo accumulato circa 20 mila euro di

indennizzi che, visto il lavoro di riallineamento della fatturazione che c’era da affrontare erano ampiamente preventivati. Abbiamo così ridotto del 95% la somma dovuta a titolo di indennizzi. L’obiettivo è quello di arrivare molto vicini all’assenza di indennizzi. Questo va di pari passo con la regolarità della fatturazione: fatture regolarmente emesse ed inviate uguale assenza di indennizzi, e ci siamo quasi».

Si sono rincorse voci in merito anche al “clima” lavorativo che si respirava all’interno di ASM Vendite e Servizi, clima teso tra diverse figure lavorative. Oggi che aria si respira in azienda? Sono stati fatti dei cambiamenti? «Non nego che al nostro arrivo vi fosse qualche figura che, per ragioni personali o per rapporti “particolari” all’interno dell’azienda abbia contribuito ad arrecare qualche disordine a livello di gestione del personale, ma fa parte del gioco. In questo momento il clima che regna negli uffici è di piena collaborazione tra i dipendenti e gli interinali. Il C.d.A. in collaborazione con il responsabile operativo ha individuato per ogni figura lavorativa la propria attitudine e ha fatto in modo che ricoprissero i ruoli più consoni alle loro qualità. Ne approfitto per ringraziare tutti per la dedizione e per volontà che hanno espresso...». Grande scalpore ha destato la denuncia nei confronti di ASM Vendita e Servizi presentata alla Procura della Repubblica. Denuncia fondata o Infondata? Da parte di chi? A che punto è l’iter attuale della denuncia? «La denuncia ha destato lo stupore anche della sottoscritta. Le notizie su questo atto in procura sono quelle che, come tutti voi, ho appreso esclusivamente tramite un quotidiano locale. Dagli accertamenti conseguentemente effettuati dall’avvocato al quale l’Azienda ha necessariamente dovuto affidarsi è emerso che il tutto sarebbe partito da una comunicazione indirizzata al direttore generale di ASM spa, dott. Mognaschi, da parte di due lavoratrici in forza a ASM VES con contratto di somministrazione le quali avrebbero evidenziato alcune irregolarità in ordine alla gestione dei recuperi dei crediti scaduti. La cosa stupefacente è che il Direttore Generale, senza esercitare i suoi obblighi di controllo e accertamento al fine quantomeno di verificare la fondatezza delle notizie ricevute (e qui ribadiamo non esservi alcuna irregolarità nella gestione dei crediti aziendali), ha pensato bene di riferire direttamente in Procura anziché agli organi aziendali a ciò deputati. Abbiamo chiesto spiegazioni alla dirigenza di ASM s.p.a. e allo stesso D.G. senza ad oggi avere ricevuto alcun riscontro». L’attuale dirigenza di ASM Vendita e Servizi ha intrapreso azioni simili o analoghe, portando a conoscenza degli organi inquirenti situazioni anomale all’interno della Società? «L’attuale dirigenza di ASM VES è impegnata a fare funzionare al meglio la società nell’interesse degli utenti e si limita a difendersi da attacchi ingiustificati non-


PRIMO PIANO ché ad agire, all’occorrenza, a tutela della propria immagine e in nome del buon andamento dell’Azienda». In questi mesi si è parlato molto delle consulenze tecniche esterne e dei costi relativi ad esse legate. C’è stato in questi mesi un monitoraggio, una revisione o una diminuzione dei costi di tali consulenze? «Le consulenze esterne sotto i riflettori erano quelle legate al processo di fatturazione e riallineamento dei sistemi, le maggiori competenze che sono state portate in azienda hanno permesso di ridurre in modo significativo la necessità di ricorrere ai consulenti del software di fatturazione. La spesa per gli interventi di questi consulenti nel 2019 è stata ridotta del 75% rispetto a quello che abbiamo dovuto impegnare per l’anno precedente». Un’azione decisa che ha fatto il Consiglio di amministrazione è stato l’inserimento nell’organigramma di un nuovo responsabile operativo. In base a quali criteri è stato scelto? Perché ritenete le critiche arrivate dopo tale decisione ingiuste? «A novembre 2018 quando abbiamo accertato una situazione critica circa la fatturazione con il malcontento generale dei nostri utenti io, insieme con gli altri consiglieri abbiamo deciso di ricercare sul mercato una figura che potesse aiutarci a sistemare tutta la situazione con un ruolo operativo immediato all’interno dell’azienda. Dopo varie e difficili ricerche è stata individuata nel signor Chiappa la persona che potenzialmente poteva intervenire positivamente, avendo avuto una competenza pluriennale specifica in aziende del medesimo settore. Per fortuna così è stato. Dopo un breve periodo di attività è stato indetto un concorso pubblico a norma di legge e Chiappa si è aggiudicato il ruolo che oggi riveste. Anche su questo punto sono circolate voci a discredito dell’azienda ma tutto è finito in una bolla di sapone - e ne eravamo certi - posta l’assoluta trasparenza e liceità delle modalità

«Potenziato il Call Center, ora si possono gestire le pratiche da casa»

il Periodico News

OTTOBRE 2019

I numeri di Asm Vendita e Servizi oltre Le polemiche: 46 milioni fatturati al 30 settembre. L’anno scorso erano 39» di assunzione». A quanto ammontavano le bollette non pagate al vostro arrivo e quanto ammontano oggi e qual è stata la vostra azione per diminuire i crediti e recuperarli? «La situazione creditizia è in costante evoluzione quello che stiamo facendo è introdurre nuove modalità di sollecito, gestendo direttamente i clienti in fornitura, in un’ottica di condivisione del percorso, evitando di far intervenire società esterne. L’utilizzo della tecnologia digitale ci consentirà di ridurre i costi e massimizzare l’efficacia dell’azione di recupero del credito. è stata inoltre avviata una capillare attività di recupero dei crediti pregressi che sta procedendo in modo proficuo». ASM Vendite e Servizi nei mesi scorsi è stata criticata anche per il servizio dato ai clienti che telefonicamente o attraverso i vostri sportelli chiedevano informazioni e delucidazioni. Avete migliorato il servizio? «Anche dal punto di vista del front-office sia fisico che telefonico sono state attuate importanti novità. E’ stato avviato un progetto di rinnovamento dei servizi offerti telefonicamente, con implementazioni

informatiche mirate e specifiche. Ora il Call Center ha visibilità della situazione del cliente a 360 gradi e può fornire alcuni servizi, tra i quali la dilazione dei pagamenti, direttamente al telefono. Questo comporta che venga meno la necessità che il cliente debba per forza recarsi nei nostri uffici ma può comodamente espletare le pratiche dall’ufficio o da casa. Abbiamo in animo di ampliare la gamma di servizi offerti al cliente nel prossimo futuro. Abbiamo inoltre, grazie ad una diffusione trasversale delle competenze, reso ogni sportello fisico in grado di erogare tutti i servizi alla clientela. Questo ha portato ad una generale riduzione dei tempi di attesa e ad un servizio

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migliore al cliente». Si parla tanto di assunzioni di nuovi dipendenti all’interno di ASM Vendita e Servizi. Quando verrà fatto il concorso e quale tipologia di figure verranno assunte? «Il concorso è assolutamente indispensabile. Si ha la necessità di assumere a tempo determinato il personale e i tempi sono molto stretti. Le domande sono già arrivate e il bando è chiuso. Si tratta solamente di definire la commissione esterna che esaminerà i candidati. È un’operazione che dovrà essere fatta in brevissimo tempo». In ogni Società a contare sono i risultati, soprattutto in termini economici. Com’è la il fatturato al 30 settembre rispetto agli anni precedenti e qual è la previsione di utile rispetto agli anni di esercizio precedenti? Maggiore o minore? «Nel 2019 stiamo registrando il maggior fatturato degli ultimi 5 anni, al 30/09 abbiamo fatturato 46 milioni di € contro i 39 del 2017 e 2018, il bilancio è semestrale e mostra un miglioramento rispetto al previsto di inizio anno. è presto ancora per parlare di somme ma crediamo di poter generare anche quest’anno un utile di azienda nonostante le difficoltò di gestione». di Claudio Lombardi

Gli indennizzi ai cittadini: «Ad oggi restituiti circa 360mila euro»


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VOGHERA - la crisi dell’arlecchino: la proprietà

OTTOBRE 2019

«La sala non chiude, ma serve l’aiuto di tutti»

Aperto che i fratelli Lumiére erano ancora in auge, l’Arlecchino è nato come “Teatro Cinema Popolare”. Era il 1914 e da allora ha mantenuto quella connotazione negli anni, vivendo un’età dell’oro all’epoca del boom economico degli anni ’60 prima di affrontare un lento declino nel nuovo millennio dovuto soprattutto alla concorrenza della multisala, che lo ha “piegato” ma non spezzato. Oggi è l’unico cinema rimasto a Voghera e da diverse stagioni ha puntato su una programmazione sia cinematografica che teatrale di qualità, indipendente e alterna-tiva alle multisala. Ciò nonostante, vuoi per la naturale evoluzione dei gusti del pubblico, vuoi per dei costi di gestione e strutturali troppo elevati rispetto ai ricavi, vive sospeso in un limbo e la sua sopravvivenza è appesa a un filo. Recentemente i vertici della Soms, la Società Operaia di Mutuo Soccorso che ne è proprietaria, hanno lanciato un appello generale alla città chiedendo un aiuto per sostenere i costi che permetterebbero alla sala di restare in piedi. La situazione è critica: i conti sono in rosso e i costi vivi implicano la gestione del personale, la manutenzione della macchina digitale e le spese relative all’acquisto e alla proiezione dei film, dato che la distribuzione trattiene il 50% dell’incasso. Nonostante tutto la Soms non molla: il presidente Sergio Valassi Fasanotti si impegna a smentire le voci riguardanti la chiusura dichiarando che, subito dopo l’appello, sia la cittadinanza che il Comune hanno elargito alcuni contributi. Resta comunque evidente che servano interventi di riqualificazione e adeguazione della struttura che sono oggi fuori portata per le casse della proprietà, la cui intenzione è portare a termine la stagione in corso. Una soluzione tampone che non risolve però il problema, destinato a ripresentarsi a mediolungo termine. Valassi, da quanto tempo si protrae la “strenua resistenza” dell’Arlecchino? «Si protrae ormai da una ventina d’anni». Lei ha ripetutamente dichiarato: «Abbiamo bisogno di soldi, ma pensiamo sia importante prima di tutto l’interessamento da parte dei cittadini». Il suo appello è stato accolto? Di che cifre parliamo? «Pensiamo che sia importante mantenere una sala cinematografica a Voghera, al fine di dare visibilità al territorio. Abbiamo avuto una prima sottoscrizione con l’acquisto della macchina digitale, tramite contributi notevoli da parte dei cittadini. Attualmente abbiamo rinnovato l’appello, organizzando una serata con ingresso a offerta, raccogliendo circa 2.500 euro». Il Comune vi ha aiutato in qualche modo? «Abbiamo avuto un piccolo contribuito

Sergio Valassi Fasanotti, architetto, è il Presidente della SOMS dall’amministrazione pari a 500 euro e un aiuto ad organizzare tre serate a offerta libera. A breve uscirà un manifesto di presentazione, a cura dell’amministrazione comunale. Sarebbe interessante però avere un aiuto importante per sostenere la rassegna cinematografica domenicale pomeridiana, dedicata alla fascia dei giovani e quella del Venerdì, dedicata a un pubblico adulto. Penso che sarebbe un’iniziativa valida, che potrebbe magari smuovere il tessuto sociale vogherese». Fino a qualche anno fa, la sala di Via XX Settembre ospitava la stagione tea-trale del Comune, ora dirottata al San Rocco. Come mai? «In realtà è da molto tempo che il Comune non organizza più stagioni teatrali… Quelle che vengono allestite al Teatro San Rocco sono organizzate da una compagnia teatrale privata. Le ultime stagioni da noi organizzate sono state il risultato di bandi di concorso vinti dalla Soms». Se i cinema sono in crisi un po’ ovunque, non crede che forse quel modus di produrre cultura non sia attrattivo per la gente e per eventuali investitori? Cosa fare per ritornare ad avere un certo appeal? «Questo cinema è un investimento semmai dal punto di vista culturale e territoriale, mantenendo un’offerta cinematografica di livello elevato in città, che si distingua dalla programmazione della multisala. è questo l’appello sul quale vogliamo far leva». L’opinione pubblica senza dubbio si è mossa, la questione interessa i vogheresi. Opinioni discordanti sul “salvataggio” del Cinema Arlecchino… c’è chi sostiene che vada assolutamente tutelato e magari riconvertito, e chi più concretamente sostiene che sia meglio “gettare la spugna”. Cosa si sente di rispondere

Ai 2.500 euro donati dai cittadini si aggiungono i 500 del Comune: Ma per la svolta servono altre cifre alla seconda corrente di pensiero? «Non so cosa significhi gettare la spugna.. avere questa visione significherebbe chiudere il cinema, così come lo sono state la maggioranza delle attività vogheresi. Non penso che questa sia una prospettiva allettante…Si cerca, piuttosto, di riutilizzare il locale per una riconversione, che al momento purtroppo non ci è possibile per via degli investimenti richiesti». La vostra associazione potrebbe “tirare avanti” ad esempio utilizzando il patrimonio immobiliare, oppure avete già dato fondo a tutto quanto vi era possibile? ( Es. la vendita del locale ex Dolce Vita, non vi ha fruttato un patrimonio che potrebbe essere reinvestito?) «Il nostro patrimonio immobiliare è valido sulla carta ma non nella realtà, in quanto risentiamo della mancanza di investitori nel nostro territorio. Inoltre è importante tenere presente che negli anni ’60 e ’70 era tutto più semplice, perché il cinema e le case popolari godevano dei contributi a fondo perduto, finalizzati alla ristrutturazione. Il “Dolce Vita” è stato da noi venduto a causa degli alti costi di gestione e ristrutturazione, a seguito del danneggiamento da parte dell’ultimo proprietario». Quali sono le prospettive future? «La nostra prospettiva è quella di portare avanti la stagione cinematografica e di continuare ad affittare i locali dello Stanzone ad altre attività, ad esempio alla scuola di teatro e di danza. Così facendo, riusciamo ad avere un piccolo guadagno, portando avanti lo spirito della Soms». di Federica Croce

Quando Dario Fo e Gaber venivano a Voghera… Inaugurato nel 1914, l’Arlecchino è legato a filo doppio alla Somsa, la Società Operaia di Mutuo Soccorso (SOMS) nata a Voghera nel 1851 con l’obiettivo di attuare il mutuo soccorso a favore dei soci, nonché di promuovere il loro miglioramento economico, morale e culturale. Le attività promosse riguardano, quindi, l’assistenza, la previdenza, ma anche l’istruzione e la cooperazione al consumo. Nel corso degli anni diverse sono le iniziative organizzate: dalla scuola serale per i soci lavoratori all’istituzione di una cassa di riserva per gli inabili da lavoro, dalla biblioteca popolare, alla costruzione delle case popolari per i lavoratori (1904), situate nei pressi della Caserma dei Carabinieri. Nel 1914 viene inaugurato il Teatro Cinema Popolare, oggi “Cinema Teatro Arlecchino”, con l’intento di dotare la città di Voghera di una struttura teatrale popolare al tempo assente. Viene ristrutturato nel 1931 e poi nel 1965, quando assume il nome di “Arlecchino”. Nel 1954 viene integrato nella SOMS il Circolo Culturale Ricreativo “Lo Stanzone”, nato per volontà di un gruppo di giovani interessati alla letteratura, alla pittura e al teatro. Viene subito dato grande spazio al teatro (i rapporti con Giorgio Strehler e Paolo Grassi ne sono una testimonianza), alle audizioni di musica classica, alla musica jazz, alla fotografia, alle letture collettive di ro-manzi e testi teatrali. Nel 1965 viene inaugurata la Sala Danze Arlecchino, per molti anni ritrovo preferito della gioventù vogherese e dei dintorni, richiamati da un’intelligente programmazione che vedrà sfilare sulla sua pedana cantanti, orchestre e personaggi dello spettacolo di primaria rilevanza. L’attività culturale del circolo “Lo Stanzone” si intensifica nei primi anni set-tanta con il rinnovo dei locali e l’avvio di nuove attività. Vengono ospitati artisti di grande calibro, tra cui Cochi e Renato e Gino Negri. Nel 1971 Giorgio Gaber presenta il “Signor G.” e Dario Fo il suo “Mistero Buffo”. Il “ Cinema Teatro Arlecchino “ diventa un punto di riferimento anche per gli appassionati di cinema della città: si organizzano cineforum, conferenze e di-battiti.


VOGHERA - la crisi dell’arlecchino: la politica

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OTTOBRE 2019

In arrivo tre spettacoli salva-Arlecchino Il Comune di Voghera ha stanziato un contributo tampone nei confronti del cinema Arlecchino e si è fatto carico attraverso l’assessorato alla cultura diretto da Marina Azzaretti di organizzare una mini rassegna teatrale con annessa raccolta fondi per permettere alla struttura di programmare regolarmente la stagione. «Una sorta di crowdfunding, ma non via web» spiega Azzaretti. «Ci è arrivata una richiesta di sostegno economico per la stagione cinematografica e abbiamo fatto il possibile dato che è arrivata troppo tardi per poter esser inserita nella manovra di bilancio. Daremo il patrocinio alle attività dell’Arlecchino ma faremo di più: il presidente Valassi ci ha chiesto una mano a sensibilizzare la città sul tema e avviare una raccolta fondi per la quale ci avrebbero messo a disposizione il teatro gratuitamente. Ho quindi contattato delle scuole di teatro nuove e molto professionali che sono Oltreunpò e Culturama che, insieme all’associazione Le Muse di Tortona sono state invitate a collaborare alla realizzazione di una iniziativa in favore del cinema». Iniziativa che prenderà corpo con tre spettacoli, due teatrali e uno musicale il cui ricavato sarà devoluto interamente in favore del cinema dato che anche le associazioni hanno dato adesione a titolo gratuito. Il primo appuntamento è in calendario per il 17 ottobre. Riguardo al futuro dell’Arlecchino, Azzaretti parla di inclusione della struttura nella costellazione delle piccole realtà che faranno da satellite al rinnovato Teatro Sociale. «Si costituirà una fondazione che avrà il compito di gestirlo ma dovrà occuparsi anche di dare un ruolo e preservare il puzzle di piccole realtà che contribuiscono ad arricchire il panorama culturale cittadino». Ilaria Balduzzi, oltre che vicecapogruppo del Pd in consiglio comunale è anche socia Soms:«Recentemente, con il nuovo codice del terzo settore, molte delle criticità che prima impedivano di fatto alla Soms di

FdI critica la Soms: «Zero visione e zero progettualità, lasci spazio a chi ha idee» partecipare ai bandi delle Fondazioni dovrebbero essere superate e mi risulta che subito sono stati presentati progetti sia alla Fondazione Cariplo che alla Fondazione Comunitaria». Riguardo alla scarsa “attualità” della struttura dice: «All’Arlecchino servono da subito e con urgenza interventi strutturali che possono però essere fatti in un’ottica che contemporaneamente “ammoderni” la sua offerta culturale, ad esempio con contenuti multimediali che siano appetibili per le nuove generazioni». Su quale dovrebbe essere il ruolo della politica ha le idee chiare: «L’impegno del Comune (e anche delle Fondazioni) dovrebbe essere più importante e soprattutto continuativo , pensando magari ad una diversificazione ed integrazione dell’offerta culturale che potrebbe avere nel futuro Teatro Sociale il suo cardine ma con realtà collegate quali l’Arlecchino, la Biblioteca, l’Archivio Storico, il Museo Naturalistico e coordinare l’offerta delle tante realtà culturali volontaristiche che agiscono sul territorio.

Azzaretti: «Dal Comune e i cittadini un contributo per la nuova stagione»

Marina Azzaretti

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Ilaria Balduzzi

be addirittura un centro storico libero dai veicoli». Riguardo alla destinazione d’uso dell’Arlecchino, la consigliera vede il futuro legato a quello del Teatro Sociale. «Se le due strutture non si integrano si rischia di avere una proposta culturale di serie A e una di serie B. L’ArCaterina Grimaldi Marco Sartori lecchino deve ampliare la sua offerta e raggiungere un pubblico che non sia solo quello Bisogna lavorare per accentrare la cultura vogherese o non potrà sopravvivere con in città, non delocalizzarla nelle multisale un programma soltanto locale». Lapidario o negli spazi fuori città». e meno conciliante è invece il consigliere Secondo Caterina Grimaldi, consigliere in quota a Fratelli d’Italia Marco Sarto5Stelle, il rinnovamento dell’Arlecchino ri, che attacca in modo diretto la gestione non deve per forza passare attraverso la Soms:«Il cinema Arlecchino è patrimonio ristrutturazione della sala esistente: «Si della città, e va difeso sempre e comunque, può prendere in considerazione di trovama la ventilata chiusura è un segnale della re un’altra struttura in grado di ospitarlo. gestione approssimativa che c’è in questo Esistono ad esempio diversi fabbricati di momento. proprietà comunale che da tempo non si Ogni anno si richiedono da tempo immeriescono a vendere e che oltretutto non si more contributi comunali che servono solo troverebbero proprio nel centro storico». per tirare a campare, senza però alcuna viGrimaldi solleva anche un problema ursione o progettualità. Bisognerebbe, quanbanistico legato alla mobilità sostenibile: do non si è in grado, avere l’umiltà di fare «Un amministratore dovrebbe avere un un passo indietro lasciando spazio a chi ha concetto più moderno ed Europeo dello idee». spazio pubblico: bisogna lavorare per non intasare il centro con le auto e favorire altri di Christian Draghi mezzi di spostamento. Il mio sogno sareb-


VOGHERA - la crisi dell’arlecchino: le opinioni

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OTTOBRE 2019

I vogheresi: «è un patrimonio da salvare» Se chiedi a un vogherese purosangue del destino dell’Arlecchino è facile che gli si illuminino gli occhi e risponda che “Voghera non può rinunciare alla sua storica sala”. La realtà però lo vede in crisi da anni proprio perché troppi vogheresi, di fatto, non la frequentano più. Quella che il cinema Arlecchino vada salvaguardato in quanto patrimonio della città resta però l’opinione che va per la maggiore. La pensa così Attilia Vicini, presidente dell’associazione culturale “Voghera è”. «Un cinema indipendente è un patrimonio prezioso per ogni città. Con la mia associazione mi sto impegnando in iniziative a sostegno dell’Arlecchino, che spero diventi sempre più un centro culturale polivalente per la nostra città. Varie associazioni culturali e artistiche si stanno mobilitando e questo significa che il nostro cinema è ancora amato da tutti coloro che in città ritengono la cultura un valore irrinunciabile». Di segno simile l’opinione di Fabio Tordi, commerciante del centro. «Il cinema Arlecchino, essendo l’unico cinema in città, ha anche un valenza sociale di aggregazione, svago e cultura. Ci sono cittadini che non possono o non vogliono rivolgersi alle grandi multisala e quindi vorrebbero mantenere viva la possibilità di un’alternativa che gli permetta di rimanere a Voghera, passare una serata piacevole, più intima e magari meno commerciale. Per questo il cinema va aiutato, un po’ come i negozi di prossimità che hanno un altissimo valore sociale. Questa però non può essere una scusa per non intraprendere discorsi di modernizzazione: occorre comunque che l’Arlecchino cerchi, nei limiti.

Fuori dal coro: «La sala è in crisi da anni perché alla gente non interessa più. Inutile affannarsi a salvarla» Del possibile, di stare al passo coi tempi». Riguardo alla necessità di svecchiarsi concorda anche Marcello Perrone, avvocato, che vede nella sinergia pubblico-privato la strada da intraprendere per salvare e rilanciare la struttura. «Se l’Arlecchino è ritento un bene della comunità da salvaguardare, allora alla politica spetterebbe il ruolo di promuovere ed organizzare iniziative culturali come: cineforum, incontri di teatro, conferenze o scuole di cinema, teatro, poesia, arti figura-

Simone Algeri

Enzo Draghi

Michele Orione

Marcello Perrone

Fabio Tordi

Attilia Vicini

tive, musica, dietro le quinte delle regie. Insomma, tutto ciò che può essere connesso al mondo del cinema e del teatro, invitando anche personalità di spicco a rivolgersi ai giovani, in modo più o meno stabile, e con un programma appetibile e di facile richiamo. Tutto ciò, ripeto, con iniziativa e patrocinio del comune, magari coinvolgendo fondi regionali (che ci sono) e patrocinio della provincia. Insomma, questa promozione è compito della politica. Al privato spetterebbe invece l’investimento, l’organizzazione, la gestione pratica del cartellone e della struttura, che beneficia della spinta politica, ma che deve garantire la pratica realizzazione del progetto. Per fare ciò, però, ci vuole un pensiero, un progetto, una veduta, che guardi al di là di una serata della chitarrorchestra o del balletto della scuola di danza per attirare le mamme con l’iPhone che girano

«Serve sinergia tra pubblico e privato, la politica faccia la sua parte»

«Si cambi rotta affidando ad altri la gestione» il video della loro bimba. Bisogna avere la capacità di visione, di progetto: bisogna avere soprattutto cultura, che spesso invece manca». C’è anche chi, come Michele Orione, va contro corrente e non ritiene motivato tutto questo affanno per aiutare l’Arlecchino. «Sarò impopolare ma spero pragmatico. Da anni sento parlare di salvare il Cinema Arlecchino, unica sala rimasta in città e da qualche tempo (per usare un eufemismo) in agonia. Se l’unica sala rimasta in città è da anni in crisi, forse alla città, giusto o sbagliato che sia, non interessa avere quella sala. Prima di pensare a salvare un cinema - mi sia permesso di dire - un po’ obsoleto, forse sarebbe il caso di pensare a realizzare qualcosa di più utile, moderno, funzionale ed economicamente sostenibile, come ad esempio un centro polifunzionale e magari anche policulturale». Simone Algeri, ex coordinatore dei giovani di Forza Italia e oggi “battitore libero”, propone invece un cambio di gestione: «Siccome il problema dell’Arlecchino è ormai annoso, penso che sia necessario

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cambiare drasticamente rotta, magari affidando anche la gestione della sala a chi ha idee differenti rispetto a quelle realizzate finora». Per Algeri gli interventi tampone e le raccolte fondi non risolveranno il problema di fondo, destinato a ribussare alla porta presto. « La certezza è che non basterà uno sforzo teso a rimandare il problema magari solo alla prossima primavera, ma bisognerà impegnarsi a gestire la sala in maniera diversa e più accattivante per gli utenti. è necessario proporre una serie di eventi che possono attirare parecchi spettatori, un problema che bisognerà porsi anche per la futura gestione del Teatro Sociale che dovrebbe aprire tra circa un anno». Più pragmatico il commento di Enzo Draghi, noto musicista vogherese. «Come cinema l’Arlecchino è vetusto: la gente è abituata al comfort della multisala con poltrone comode, dolby surround e servizi aggiuntivi. Anche come teatro poi andrebbe rimodernato, stesso discorso se si vuole farci musica dentro. è una struttura inadeguata ai tempi e ci vorrebbero molti soldi per un grosso progetto di restauro, ma chi li mette? La Soms non li ha e il Comune ha appena investito parecchio sul recupero del Teatro Sociale. Non vedo un futuro brillante per l’Arlecchino. è una sala che può tirare avanti come cinema d’essai forse, ma così com’è non può fare numeri che garantiscano una sopravvivenza tranquilla». di Vittoria Pacci


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VOGHERA - la crisi dell’arlecchino: gli esperti

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«Un cinema di quartiere così è destinato a morire»

L’Arlecchino: un patrimonio culturale della comunità che va salvaguardato con ogni mezzo oppure un cinema di periferia un po’ obsoleto che lotta invano per la sopravvivenza nell’era di Netflix? Se è vero che spesso la verità sta nel mezzo, è altrettanto vero che la maggior parte dei vogheresi vorrebbe - forse più per romanticismo che per concretezza - vedere l’unica sala della città continuare a vivere. Il problema è che quella stessa sala è troppo poco frequentata e ci vorrebbe una svolta decisa. C’è chi dice che le idee non nascano dal niente ma che siano in giro e a volte basta guardarsi intorno per trovare nuovi spunti. Francesco Sala, laurea in beni culturali e un passato come giornalista e critico d’arte, è un vogherese che si è reinventato a Londra. Da tre anni lavora per Picturehouse, una catena di oltre venti sale sparse per tutta la Gran Bretagna, che è controllata da Cineworld, il secondo gruppo al mondo per numero di cinema: se Cineworld è un colosso che lavora principalmente sui grandi numeri e con i blockbuster, Picturehouse cerca di mantenere viva l’idea del cinema di quartiere, con una programmazione piú eterogenea e di qualità. Stile Arlecchino, diciamo.

«Ispirarsi al “Cinemino” di Milano: un circolo che proponga titoli d’essai, concerti, eventi e un bar indipendente»

Altri modelli a confronto: «Nelle sale inglesi il biglietto è ormai il minore degli introiti»

Francesco Sala, vogherese che si è reinventato a Londra Sala che idea si è fatto riguardo il mondo dei piccoli cinema indipendenti? «Credo che il modello del cinema indipendente o del cinema di quartiere per come lo intendiamo tradizionalmente, e per come è sempre stato l’Arlecchino, è comunque destinato a morire. Il grosso del business per le sale cinematografiche è dato dalla pubblicità che precede la proiezione dei film: più pubblico riesci a garantire maggiori sono gli introiti pubblicitari. I grandi gruppi, le multisala, hanno sotto questo punto di vista un potere contrattuale tale da cannibalizzare il mercato. Più sei grande più incassi in pubblicità, più incassi in pubblicità più puoi spendere per avere i film più richiesti dal pubblico, più film gettonati hai piú pubblico attiri, piú pubblico attiri più puoi esigere dal mercato pubblicitario, etc. etc. etc.». Di certo non sembra la fonte di reddito su cui l’Arlecchino possa competere… un bar potrebbe cambiarne le sorti?

«Non credo che possa diventare competitivo nei cosiddetti servizi aggiuntivi. Nel cinema dove lavoro ora per ogni biglietto staccato incassiamo dei notevoli extra per drink, snack e food, ma questo fa parte di un’altra cultura a noi estranea. Il cinema è dotato di una caffetteria e di un ristorante attivi 12 ore al giorno non stop. Se si considera il ricarico che si può avere su un singolo caffè, su una birra o su una box di pop corn si capisce quanto incida questa voce in termini di guadagno. Insomma, sembra un paradosso, ma è così: l’acquisto del biglietto da parte dello spettatore, per un cinema, è oggi la voce meno rilevante in termini economici diretti. Non mi pare però un modello applicabile all’Arlecchino. In Italia si va al cinema per vedere il film, punto e basta. Per bere e mangiare si va altrove». L’eventuale possibilità (a dire il vero remota) di rimodernare l’Arlecchino per rendere l’esperienza dello spettatore più

confortevole e quindi vicina a quella offerta da un multisala sarebbe secondo lei risolutiva? «No, perché la capienza della sala, anche a riempirla tutti i giorni, non sarebbe sufficiente a rendere il cinema competitivo per il mercato pubblicitario. Quindi, anche a riempirlo tutti i giorni in ogni ordine di posto, farebbe enormemente fatica a sostenere i costi di gestione». Quindi quale modello si sentirebbe di proporre? «Forse quello de “Il cinemino”, che ha aperto qualche anno fa a Milano, in zona Porta Romana. Si tratta di una sala indipendente con una capienza chiaramente inferiore rispetto a quella attuale dell’Arlecchino, che funziona come circolo - secondo una modalità non troppo distante da quella dei circoli ARCI o ACSI - e che vive come spazio ibrido, con un bar che vive e funziona come tale indipendentemente dall’attività del cinema, che propone solo film di qualità, titoli d’essai, e che ospita anche musica dal vivo ed eventi di altro genere. Uno spazio del genere potrebbe forse avere una speranza. Ma si tratta di uno sforzo imprenditoriale, di immaginazione e di visione certamente piuttosto rischioso». di Christian Draghi


VOGHERA - la crisi dell’arlecchino: gli esperti

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Dal 2008 al 2013 stagioni teatrali da tutto esaurito Elisa Binda per cinque anni è stata direttrice artistica e organizzativa delle stagioni di prosa del Teatro Arlecchino. Ha ricoperto l’incarico dal 2008 al 2013 per conto della Soms, con cui per 4 anni aveva vinto il bando di gara del Comune di Voghera per la gestione della stagione teatrale. I ricordi della sala sold out e di un’affluenza stabile e corposa sono la testimonianza di come una programmazione di qualità potesse funzionare e mantenere il cineteatro vivo. Peccato che all’epoca ci fossero dei finanziamenti che, dal 2013 in poi, non sono più stati a disposizione. Binda, che tipo di spettacoli erano quelli organizzati da lei? «Spettacoli di prosa che intendevano rivolgersi ai diversi “pubblici” vogheresi, tenendo conto quindi dei differenti gusti e presentando loro un assaggio della varietà dei generi teatrali. Lo scopo non era solo portare a Voghera grandi nomi del teatro italiano (per esempio Marco Paolini, Paolo Rossi, Anna Finocchiaro, Ottavia Piccolo), ma anche di far conoscere alcune compagnie più “giovani” che si erano recentemente affermate nel panorama nazionale, nell’alternanza di testi classici e contemporanei». Le serate funzionavano? Com’era l’affluenza? «Sono molto felice dei risultati di questa esperienza, perché il pubblico vogherese si è dimostrato aperto, ricettivo, curioso. Ovviamente l’affluenza variava: con i nomi più grandi facevamo sold out (circa 500 presenze)». Quale crede sia stato il “segreto” di questo successo? «I prezzi contenuti dei biglietti, le diverse tipologie e le condizioni agevolate degli abbonamenti ci consentivano comunque di avere sempre una buona affluenza in sala. Credo abbia aiutato anche il mio principio di affidare, ove possibile, i titoli più famosi a compagnie valide della “nuova scena”, in modo che gli spettatori fossero “rassicurati” dal titolo e avessero l’opportunità di apprezzare artisti che forse, altrimenti, non avrebbero preso in considerazione.

«Servono progetti per attirare nuovi finanziamenti»

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«All’epoca c’erano i bandi di gara del Comune. Oggi bisogna ingegnarsi per trovare nuovi fondi»

Elisa Binda, ex direttrice artistica e organizzativa dell’Arlecchino

Ricordo un aneddoto divertente, quando Jurij Ferrini tornò a Voghera dopo essersi fatto conoscere con una magistrale interpretazione di Riccardo III di Shakespeare: prima dell’inizio dello spettacolo, il pubblico lo acclamava a gran voce. Lì per lì mi commossi anche un pochino, felice per questa grande conferma di apprezzamento». Come mai ha smesso di organizzarli? «Purtroppo, dopo il 2012/13 non è più uscito l’avviso di gara del Comune per l’affidamento della gestione della stagione teatrale. La Soms era impossibilitata a farsene carico da sola e la nostra collaborazione terminò. Ancora oggi, ogni tanto incontro qualche vogherese che ricorda con piacere e nostalgia quegli anni. Anzi, sono

lieta di cogliere questa occasione per ringraziare tutti coloro che hanno dimostrato stima per il lavoro svolto». Quali sono i punti deboli della struttura Arlecchino? «Senz’altro la fragilità economica, la necessità di rinnovamenti strutturali, le difficoltà necessariamente affrontate da un ente come la Soms, il cui CdA è costituito interamente da volontari. Inoltre, stiamo assistendo a cambiamenti epocali, il punto non sono nemmeno più le difficoltà rispetto a una concorrenza dei multisala, che pure hanno perso moltissimi spettatori. Piuttosto, a cambiare sono state le modalità di fruizione di massa, che si orientano sempre più verso le nuove tecnologie e offerte digitali. Spesso si sta a casa davanti

al proprio schermo, da soli o in famiglia. Triste che si perda una funzione di socializzazione importante, non incontrandosi più al cinema». Quali invece i pregi? «L’avere una propria fisionomia, che ha saputo mantenere negli anni (almeno i più recenti, visto che l’apertura risale a più di 100 anni fa!): ovvero la volontà di offrire una programmazione di qualità, spesso non scontata, creando un senso di “comunità” con il proprio pubblico». Che tipo di programmazione crede che potrebbe risollevarne le sorti? «Per quanto riguarda la grande distribuzione, non è per niente facile competere con i multisala; credo che si potrebbe continuare a percorrere questa strada, puntando sulle distribuzioni indipendenti, su film che spesso stanno nelle sale per poco tempo – o non ci stanno proprio… eppure potrebbero riempirle. Certo, è una sfida coraggiosa, ma ci si potrebbe proporre come un unicum nel territorio, anche a media distanza». I limiti e le difficoltà sono superabili senza grossi investimenti economici oppure quelli sono imprescindibili? «Purtroppo alcuni investimenti economici sono imprescindibili; ma ancora più importante è la progettualità, le risorse umane per realizzare gli obiettivi: ci sono diversi bandi, pubblici e privati, a cui si può partecipare con un progetto. Le percentuali di cofinanziamento variano, si possono trovare altri co-finanziatori…occorre un grande impiego di energie, innanzitutto». C’è qualche modello a cui ispirarsi per una diversa gestione della struttura? «Ne parlavo recentemente con il mio amico Marco Rosson, regista e direttore del Voghera Film Festival con cui collaboro: il Kristallo ad Alessandria o il Mexico a Milano potrebbero fornire spunti interessanti per la gestione». di Christian Draghi


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Sartori-Virgilio, “derby” tra avvocati: «L’assessore fa confusione sulla normativa» «ll “Modello Sartori” a Voghera ha già funzionato frenando gli abusi sui benefici sociali e producendo risparmi comunali che sono confluiti in servizi e beni essenziali per la cittadinanza. Chi dice che non è applicabile è male informato oppure in mala fede». Così il consigliere comunale e capogruppo di Fratelli d’Italia Marco Sartori torna a difendere la norma che, qualora fosse applicata, limiterebbe ai cittadini extracomunitari l’accesso ai benefit economici erogati dal Comune. L’intervento di Sartori arriva in seguito alle dichiarazioni rilasciate dall’assessore ai servizi sociali Simona Virgilio, che aveva affermato come il cosiddetto Modello Voghera non fosse in realtà applicabile a causa delle normative vigenti, cambiate rispetto all’epoca in cui era inizialmente stato proposto. Sartori, che proprio a causa della battaglia portata avanti su questo aspetto si è spesso scontrato con l’Amministrazione, non ci sta e replica portando a testimonianza la Gazzetta Ufficiale. Quello sul “Modello Voghera” (ma ormai è più che altro il “Modello Sartori”) è a tutti gli effetti diventato uno scontro tra avvocati. Sia lui che la Virgilio, infatti, esercitano la medesima professione. Sartori, l’assessore Virgilio dice una cosa, lei un’altra. Siete avvocati e si presume che gli strumenti per interpretare correttamente la legge li abbiate entrambi. Come stanno realmente le cose? «La lettura è una sola: il mio modello è l’applicazione concreta dell’art.. 3 del D.P.R. 445 del 2000 e dell’art. 2 del D.P.R. 394 del 1999 che consente agli enti pubblici (Comune compreso) di richiedere ai cittadini extracomunitari che intendono accedere ai servizi sociali regolati dall’I.S.E.E. (tra cui l’assistenza economica) delle certificazioni o attestazioni ufficiali rilasciate dal paese di origine e tradotte in italiano con autentica dell’autorità consolare in cui siano riportati i possedimenti patrimoniali della persona in questione nel suddetto paese. E non delle semplici autocertificazioni prive poi di controllo. Se quell’articolo non è stato abrogato, è ancora legge». D’accordo ma anche l’assessore nell’intervista citava la medesima legge. O no? «L’assessore Virgilio parla di D.S.U. (Dichiarazione Sostitutiva Unica) e D.P.C.M. 159/2012, ma fa molta confusione. Gli uffici comunali pensano che tale ultimo provvedimento autorizzasse tutti (italiani ed extracomunitari) ad autocertificare, mentre in realtà se si leggessero con maggiore attenzione i moduli contenuti nella D.S.U. è scritto a chiare lettere che si rimanda al D.P.R. 445 del 2000 e al D.P.R. 394 del 1999 e che per gli extracomunitari significa dovere ancora presentare dichiarazioni patrimoniali e non autocertificati.

«Con il “Modello Voghera” nel 2013 si sono risparmiati 135mila euro dei cittadini vogheresi» La legge è dalla nostra parte». Ammettiamo che abbia ragione lei. Perché comunque tanto accanimento su questo punto? «Perché di vacche grasse non ce ne sono più e per i servizi sociali a Voghera si spende qualche milione di euro. Non possiamo buttare soldi senza verificare l’autenticità delle dichiarazioni, ne va in questo caso di una discriminazione ai danni dei cittadini e contribuenti vogheresi. Come fa oggi il comune di Voghera a verificare la patrimonialità nel paese di origine del richiedente extracomunitario della prestazione sociale, se non attraverso documenti certi e validi forniti dal paese stesso di chi la richiede? Non può e si accettano le autocertificazioni. Questa storia deve finire». Ragioniamo anche sui numeri. In termini concreti quanto risparmierebbe il Comune da una applicazione del “suo” modello? «Più che di risparmio io parlerei di razionalizzazione. Posso portare l’esempio di quanto avvenuto nel 2013 quando questa normativa fu attuata: negli ultimi tre semestri prima dell’applicazione (i primi due del 2012 e il primo del 2013) le domande di contributi economici da parte di cittadini extracomunitari sono state 630, con una spesa da parte del Comune di 309mila euro. Nei tre semestri successivi le domande scesero a 374 con una spesa di 174mila euro. La metà. La normativa che consente l’applicazione del cosiddetto “modello Voghera” esiste però dal 2000. Se la si fosse applicata subito, provi a immaginare quanti soldi il Comune avrebbe potuto ricavare da questa razionalizzazione! Parliamo di cifre importantissime per Voghera. E sarebbe bastato applicare la legge, senza inventare nulla. Per questo noi insistiamo con tanta forza, è un tema importantissimo».

Marco Sartori, consigliere comunale e capogruppo di Fratelli d’Italia

Legge o meno, all’epoca c’era però stata una causa in tribunale intentata contro il Comune da parte di chi riteneva questa norma incostituzionale… «Una causa in cui il tribunale di Pavia ci diede ragione in primo grado, asserendo che pretendere che chi richiede benefici economici debba presentare una documentazione verificabile dalle forze dell’ordine non sia discriminatorio nei confronti di alcuno (eccezion fatta dei rifugiati politici). Poi però in secondo grado Voghera non si è costituita perché’ ha ritenuto erroneamente che era cessata la materia del contendere.

«La legge è chiara, non applicarla è una precisa volontà del Comune»

Tra l’altro due anni fa c’è stata anche una disposizione di Regione Lombardia che invitava ad applicare questa norma. In Comune disattendono anche quella, salvo però attingere a piene mani a fondi regionali ogni volta che possono». Insomma, se è così perché crede che questo “Modello” il Comune non l’abbia più voluto applicare? «La ragione vera non la so e probabilmente non ce n’è una sola. Ci sono sicuramente delle concause: scarso zelo? Opportunità politica? Buonismo? Gli uffici temono forse altre cause? Sta di fatto che a Palazzo Gounela su questo tema si girano tutti dall’altra parte». Inutile chiederle quindi se questo punto sarà centrale nella vostra campagna elettorale… «Lo sarà. Fratelli d’Italia porterà avanti la battaglia per fare riapplicare a Voghera queste disposizioni di legge. Sarà sicuramente un argomento che porteremo in campagna elettorale e tutte quelle forze politiche che intenderanno “allearsi” con noi dovranno accettarlo. Da lì noi non ci muoviamo. Fratelli d’Italia vuole equità e legalità. Questo provvedimento dovrebbe essere difeso in tutte le sedi politico-istituzionali e non accettiamo che nessuno chiuda gli occhi o si volti dall’altra parte per buonismo ideologico o convenienza elettorale». di Christian Draghi


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Attrice o Calciatrice? «Da sempre sogno la Serie A!» Occhi dal colore azzurro-verde ad effetto madreperla, che ti fissano, e quasi imbarazzano, in barba all’antica credenza che vorrebbe quelli scuri più fascinosi e penetranti. Foltissima e lunga capigliatura raccolta in un particolare “chignon” alto, a liberare l’ovale di un viso attraente. Timbro vocale “soffiato” e suadente, che erroneamente può far presagire una femminilità interamente dedicata all’esaltazione dell’estetica, ma una fisicità, data anche dall’altezza statuaria, che non lascia dubbi sulla passione sportiva, intendo per qualsiasi specialità dello sport, anche se da sempre ne ha scelta una come sogno della vita: il calcio. è probabilmente una caratteristica insita nel dna: entrambi i nonni, infatti, sono stati calciatori ad altissimi livelli! Nella sua giovane vita dei suoi pochi anni, appena 17, (Gennaio 2002, acquario) hanno però fatto ingresso, prepotentemente, anche la Tv, il web e la recitazione. Insomma, tutto un mondo già da raccontare: per questo abbiamo voluto incontrare Felicia Faller! Felicia, subito una domanda banale... forse: Felicia è proprio il nome di battesimo? «Sì (sorride), preciso che si pronuncia con la “s”: Feli”s”ia. Anche se, tra Voghera e Milano, mi sono ormai spesso abituata a sentirmi chiamare con il nome come si scrive...». Studentessa di? «Grafica pubblicitaria presso l’Istituto Maragliano di Voghera, sino a pochi giorni fa». Riesce a ben incastrare anche tutta quest’altra miriade d’impegni all’interno del percorso scolastico? «Con tanti sacrifici, sì. Ho un programma giornaliero spesso molto diverso da quello dei miei coetanei. Ad esempio, fino ad ora, dovendo gestire la giornata a livello di precisione di minuti per i vari spostamenti in treno, ho imparato ad anticipare la sveglia per prepararmi il pranzo, che consumo al termine delle lezioni mattutine, mentre mi reco in stazione a prendere il treno del primo pomeriggio che mi porta a Monza, per gli allenamenti. E poi quello della tarda serata che mi riporti a casa». A Monza? Quante volte a settimana? «Sì, la mia squadra di quest’ultimo anno è stata il Fiammamonza, appunto a Monza». Dove c’è anche una squadra maschile? «Sì, che però si chiama Iuvenilia». Diceva, del numero di allenamenti...? «Inizialmente, per un breve periodo, ho avuto 3 allenamenti settimanali, poi ridotti a due. Ma il rientro non avveniva mai prima delle 23.00, circa». Certamente una grandissima passione

Felicia Faller, promessa del calcio femminile

abbinata ad altrettanta grandissima costanza! Quando nasce questa passione in lei? «C’è sempre stata, anche proprio per cultura di famiglia. Mio nonno materno, Felice Roda, giocava nel Milan in serie A negli anni prima dell’ultimo conflitto mondiale. La prima volta che mamma mi ha mostrato le sue scarpe da calcio, per me è stata un’emozione così forte che sento ancora oggi come allora... Io ho però vissuto molto di più il nonno paterno, Terence Faller, che mi ha veramente trasmesso tutta la cultura di questo sport, oltre ad uno smodato amore, logi-

camente, ed a tantissime cose della vita. Lui è stato un rifugiato politico, scappato dall’Ungheria nel 1956 durante la rivoluzione, e si è trasferito in Inghilterra. Portiere, in Ungheria giocava nelle giovanili dell’Honved, arrivato a Birmingham è stato ingaggiato come secondo portiere dell’Aston Villa, con il quale ha giocato in Premiere League. Ha poi conosciuto li mia nonna: i nonni mi hanno spesso raccontato che papà sarebbe stato concepito nella foresta di Sherwood, la famosa foresta di Robin Hood». A che età ha iniziato a giocare? E prima del calcio, c’è stato qualche altro sport

che l’ha appassionata ed ha praticato? «Ho iniziato a 14 anni, effettivamente, intendo con impegno e metodo, a giocare a calcio. Da bambina facevo danza nella scuola di mia madre, la Silvio Oddi Academy. Mi piaceva, sono sincera, anche perché la musica mi piace moltissimo, ed in più mi aiutava, crescendo in fretta a livello di statura, per la postura in generale e particolarmente per la schiena. Infatti, oltre alle lezioni canoniche, avevo fatto anche un corso di musical. Lo preciso per evitare fraintendimenti tipo un obbligo famigliare, vista la professione di mamma». Quando ha cominciato seriamente gli


VOGHERA allenamenti calcistici, in Voghera ha trovato una qualche possibilità? «Purtroppo no, non c’era nessuna struttura interessata al calcio femminile. Ho saputo da voci, perché non conosco la situazione personalmente, che ora vicino a Voghera si è formata una squadra di ragazze. 3 anni fa, quando ho iniziato, c’era solo la possibilità della squadra mista, insieme ai calciatori, tipologia concessa fino ai 15 anni d’età». La interrompo un attimo, cambiando target. La gigantesca promozione d’immagine che è stata effettuata in occasione dei Campionati Mondiali Femminili della scorsa estate, a mia sensazione e da ciò che ho letto e visto, ha spesso insistito sul lato umano delle giocatrici, addirittura per alcune sulla loro vita privata più che sull’abilità sportiva: qual è il suo pensiero? «La mia sensazione è stata assolutamente positiva! Inutile negarlo, per troppo tempo la donna è stata considerata no-calcio, no-boxe, no-basket, etc. Certamente una mozione sessista c’è, alla base di ciò. Giocatrici come Alex Morgan hanno ampiamente dimostrato di saper far vedere grandi qualità in campo, ed anche le giocatrici italiane sono state di altissimo livello. Vero è che comunque molti commenti specialmente sui social networks, commenti che ritengo dettati da ignoranza, hanno spesso criticato il concetto di calcio femminile, ma in risposta, in tutto il mondo, il nostro sport sta crescendo velocemente sia a livello d’interesse di pubblico sia di sponsor che si avvicinano. Da qui a dire che il percorso di parità sarà semplice e veloce... temo che i Maya debbano ancora annunciare la fine del mondo per 3 volte (ride)!». In che ruolo gioca? Destrorsa o mancina? «Ho iniziato come centrocampista, ma ho poi trovato la mia perfetta collocazione come laterale sulla fascia, sfruttando la mia, a detta degli allenatori, grande ve-

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«Parità tra calcio femminile e maschile? Temo che i Maya debbano ancora annunciare la fine del mondo per 3 volte!» locità. Per quanto riguarda il piede dominante, il mio personal trainer Massimo Giacomotti, noto calciatore ed allenatore vogherese che mi ha sempre seguita, e che devo sentitamente ringraziare, oltre a tante altre lacune che ha colmato nel mio gioco mi ha anche consigliato il piede destro come tiro di potenza ed il sinistro come precisione». Da pochi giorni ha ricevuto la convocazione in una nuova squadra, importante, ma che prevede anche una sostanziale trasformazione di vita: ce ne vuole parlare? «Si, certo. Quest’estate ho sostenuto due provini con l’A.S. Roma, che ha due squadre femminili, una in Serie A ed una in Serie B, e sono stata confermata. Sono in partenza proprio in questi giorni. E’ il motivo per cui, alla seconda domanda sulla scuola, le ho risposto “sino a pochi giorni fa” (sorride)... Giocherò nell’Under 17, come fuori-quota. Sperando ovviamente di entrare, un giorno, in una delle 2 squadre suddette». Cambiamo ambiente drasticamente. Un giorno, mesi fa, davanti al televisore la vedo recitare nello spot pubblicitario dei famosi biscotti Ringo. Leggo poi su giornali ed internet che, dato il grande successo degli spot, la Ringo decide di creare anche una web-series... Ci vuole raccontare com’è successo?! «è successo tutto molto semplicemen-

te, devo dirle. L’anno scorso sono entrata come modella/attrice in un’agenzia, che poco tempo dopo mi ha proposto di partecipare al casting appunto per Ringo. Ho passato tutte le selezioni, anche quelle per la web-series che si chiama “Le Storie dello Spogliatoio”: la serie è partita con ottimi risultati su Youtube e poi trasmessa anche in Tv. Inizialmente però ero stata già scelta dalla stessa società per lo spot pubblicitario della Ringo diretto da Gabriele Muccino, scelta proprio da lui. Sempre con Muccino ho poi partecipato ad una Masterclass dove insegnavano diversi grandi professionisti. Ero la più piccola d’età, e devo dire che è stata un’esperienza bellissima, unica!». Esperienza che proseguirà? «Sì. Ho già sostenuto l’esame di ammissione, con esito positivo, presso un’accademia di recitazione romana, la Studio Cinema International, dove inizierò a breve i corsi. Insegneranno tra gli altri, nella formula di Masterclass, anche Giancarlo Giannini e Michele Placido, per darle un’idea. Mi sto anche informando per legarmi ad una importante agenzia». Quindi in sostituzione del precedente corso di studi? «No, assolutamente. In aggiunta! Sto proprio prendendo informazioni in questi giorni per una scuola superiore, sempre di grafica pubblicitaria, presso la quale iscrivermi. Ed inoltre, parteciperò all’accade-

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mia di recitazione ed agli allenamenti ed alle partite con la Roma Calcio. Sarà un anno impegnativo». Oserei dire molto impegnativo, senza dubbio... «Se devo essere completamente sincera, dato che la mia natura è parecchio indipendente, vorrei anche cercare un lavoro, anche minimo, per non pesare completamente sul bilancio della mia famiglia. Mi rendo conto che detto così, dopo aver illustrato tutto questo denso programma impegnativo, possa suonare come un eccesso di zelo, per non dire altro, ma... sono fatta così, non ci posso far niente. Da alcune settimane, gliela racconto tutta, sto cercando di intraprendere un’attività online di commercializzazione di prodotti di bellezza. O comunque, a parte quest’azienda della quale mi sto informando, cercherò di trovare un modo di propormi in rete magari come cura dell’immagine e della diffusione, appunto sui social networks, per le azienda... Mi sto impegnando in questa direzione proprio perché ne sento il bisogno, anche se i miei genitori non sono molto d’accordo». Siamo all’ultima domanda, che riserviamo sempre ad un pensiero spontaneo dell’intervistato... «Vorrei semplicemente ringraziare le 5 persone e l’animale che ogni giorno arricchiscono la mia vita. Per primo nonno Terence, che è sempre nei miei pensieri anche se non più fisicamente in questa dimensione, mamma e papà, il mio miglior amico Brando Hidalgo, il mio amico peloso, mio e di Brando, che si chiama Woody, trovatello in un supermercato in Sardegna, ed una persona che considero uno zio, Francesco Gullo, che mi ha dato l’opportunità, tra le altre cose, di giocare in uno stadio di Serie A, quello del ChievoVerona, in presenza anche di Ronaldo!» di Lele Baiardi


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Bertin: una vita dedicata alla meccanica e alle corse Giuseppe Bertin, classe 1939, da più di 40 anni a Voghera con il suo negozio storico di riparazione e vendita di biciclette per anni esclusivista del mitico marchio Bianchi, rappresenta il punto di riferimento per gli appassionati di ciclismo. Fondatore, ciclista e presidente del gruppo ciclistico amatoriale “In bici” ha intrapreso in gioventù uno straordinario viaggio che lo ha portato fin qui ad occuparsi con entusiasmo di tutto quanto riguarda la bicicletta, dalla meccanica all’accessorio. Lo abbiamo intervistato nel suo negozio officina sito al Rondò Carducci per farci raccontare la sua esperienza. Bertin, quando è nata la sua passione per la bicicletta? «Negli anni ’50, quando ero ragazzino, ho iniziato ad avere la passione per la bicicletta, allora usavo quella normale, poi ho iniziato a correre per l’associazione amatoriale “Pedale vogherese” e, per farlo, ho comprato una bicicletta con le mance che riuscivo a prendere lavorando. Erano altri tempi, a 14 anni si lavorava già, durante le vacanze scolastiche raccoglievo frutta e tabacco, poi ho fatto il panettiere, l’apprendista meccanico, il muratore, un po’ di tutto. Mi alzavo alle 4 del mattino per allenarmi per le gare prima di andare a lavorare. Avevo una grande passione. Ho continuato poi a fare il meccanico finché, nel 1971 mi son sposato e,dopo il matrimonio, ho aperto prima un’officina autoriparazioni e poi il primo negozio di vendita e riparazione di biciclette. Parallelamente al lavoro, ho sempre continuato a correre in bicicletta per 20 anni, ho corso tra gli amatori, i veterani e, in soli tre anni, sono stato due volte vicecampione italiano nel ciclocross e su strada e, nel 1983, campione lombardo su strada». Grandi soddisfazioni dal punto di vista agonistico ma anche un’importante realizzazione dal punto di vista lavorativo, con la riparazione, l’assistenza tecnica e

la vendita di biciclette anche professionali. Quali problematiche ha riscontrato nel suo lavoro? «A me piace molto il mio lavoro, richiede molta passione, tanta pazienza, professionalità e sacrificio. Il periodo in cui si lavorava tantissimo erano gli anni ’80, al giorno d’oggi è diventato un lavoro più stagionale e molto elaborato dal punto di vista della tecnica perché con le biciclette moderne, tecnologiche, non si trovano facilmente i pezzi di ricambio, c’è un continuo susseguirsi di innovazioni ed è difficile stare al passo con i tempi. Per quanto riguarda la vendita è un periodo in cui c’è abbastanza richiesta sia di biciclette da città che da cross o competizione anche se i prezzi di queste ultime non sono alla portata di tutti, si arriva anche a 9.000-10.000 euro per una bicicletta da corsa. Diciamo che l’amatore di ciclismo spende in media circa 4.000 euro per una bicicletta professionale». Lei è stato il fondatore del gruppo ciclistico amatoriale “In Bici” che ha appena cessato l’attività ma a Voghera è ancora molto sentita la passione per le corse amatoriali? «Io ero tesserato fino all’anno scorso ma ora ho smesso. So che c’è un gruppo amatoriale al Dopolavoro ferroviario e poi ci sono tante persone che coltivano la passione della bicicletta da corsa, giovani e meno giovani che vediamo regolarmente sulle nostre strade con problemi di sicurezza. Spesso e volentieri gli automobilisti non prestano molta attenzione ai ciclisti e d’altro canto i ciclisti dovrebbero pedalare in fila indiana e non in gruppo per non intralciare il traffico automobilistico». Pensa che nei prossimi mesi, con il completamento della Greenway, la pista ciclabile che raggiungerà Varzi, ci saranno meno problemi per la sicurezza dei ciclisti e un maggior interesse per l’uso amatoriale della bicicletta?

A destra Giuseppe Bertin, fondatore, ciclista e presidente del gruppo ciclistico amatoriale “In bici”

«Nel 1966 quando fu chiusa la ferrovia VogheraVarzi, raccolsi 3mila firme per chiedere la realizzazione di una pista ciclabile» «Nel 1966 quando fu chiusa la ferrovia Voghera-Varzi, raccolsi 3Mila firme per chiedere la realizzazione di una pista ciclabile da progettarsi sul tracciato che percorreva il treno. Se fosse stata realizzata subito i costi sarebbero stati minori, il percorso era tracciato e non invaso da costruzioni o inglobato in lavorazioni agricole e il turismo sarebbe stato da subito incrementato. Ora la speranza è che i lavori vengano eseguiti al più presto perché cosi gli amanti della bicicletta potranno fare un bellissimo

percorso in sicurezza in mezzo alla natura». Quali progetti ha per il futuro del suo negozio-officina, le piacerebbe che qualcuno continuasse nella sua attività o pensa che i giovani non siano interessati a questo genere di lavoro? «Fin quando c’era mio fratello lavoravamo insieme ma ora sono rimasto solo a lavorare. Mi piacerebbe cedere l’attività ma non vedo l’interesse delle nuove generazioni. Questo genere di lavoro, se si vuol farlo bene, richiede molta professionalità e poi anche impegno finanziario perché bisogna essere all’avanguardia con i materiali, i pezzi di ricambio e i nuovi modelli. Io son talmente appassionato che penso che andrò avanti a lavorare fin che la salute me lo consentirà perché amo il mio lavoro e non riesco a farne a meno». di Gabriella Draghi


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è nata “Terminal”: «Il nostro divertimento è un viaggio» Una nuova associazione giovanile si è formata a Voghera. I ragazzi che la animano hanno scelto di chiamarla “Terminal” perché l’idea del divertimento per loro si associa al viaggio, «come una partenza verso una nuova destinazione di intrattenimento». Il loro obiettivo è dare alla città un’iniezione di fiducia in se stessa attraverso l’organizzazione di eventi dedicati a tutte le fasce d’età. Esordiranno con un concerto al PalaOltrepò in calendario per la notte di Halloween il prossimo 31 ottobre. Il loro presidente è Sebastian Guaraglia, 20 anni. Con lui Luca Codognelli e altri due organizzatori, tutti coetanei vogheresi, più un nutrito gruppo di collaboratori arrivato già a 60 persone. Come è nata l’idea di costituire questa associazione? «Abbiamo deciso di formarci verso fine Luglio di questo anno, impauriti dall’imminente arrivo della stagione “invernale” che si portava dietro la noia della solita routine quotidiana». Che obiettivo vi siete preposti? «Abbiamo deciso che nel nostro piccolo volevamo fermare il flusso migratorio di persone che cercano il divertimento al di fuori di Voghera e organizzare una serie di eventi per poter intrattenere il pubblico vogherese». Di che tipo di divertimento si parla? «Lo scopo che ci siamo prefissati sarebbe quello di riuscire a creare un divertimento vogherese sicuro per tutte le età e fare apprezzare la nostra città ai nostri concittadini per le qualità che possiede». Voghera ha la fama di città dormitorio, non esattamente “a misura di giovane”. Voi la pensate diversamente?

Da sinistra, Luca Codognelli e Sebastian Guaraglia «Non abbiamo un’opinione negativa della nostra città, pensiamo che sia una città dai grandi potenziali e resta la capitale dell’Oltrepò». Cosa le manca allora? «Il problema di fondo è che nonostante gli sforzi della nostra Amministrazione non ci sia sostegno dalle altre realtà e nessuno ci creda fino in fondo al rilancio di Voghera. Ma siamo certi che questo progetto stimolerà interesse e tutti vorranno contribuire a creare un progetto che renda questa città sempre migliore». Avete citato l’Amministrazione. Che rapporto c’è con la politica? «Per poter realizzare il nostro progetto ci siamo appoggiati al Comune, più precisamente stiamo collaborando con l’assessore alla cultura Marina Azzaretti che fin da subito ha creduto nel nostro progetto e ci

«Non abbiamo un’opinione negativa della nostra città, resta la capitale dell’Oltrepò» aiuta e ci sostiene per poterlo realizzare». Vi ha messo a disposizione degli spazi particolari per i vostri eventi? «Per ora il palazzetto dello sport di Voghera, ma speriamo di trovare altre aree sempre con l’aiuto del Comune».

Sarà proprio al PalaOltrepò che si terrà il vostro primo evento. Di cosa si tratta? «Di un concerto in programma per la notte di Halloween». Chi avete invitato? «Un rapper molto importante nella scena musicale italiana, ma ancora non possiamo svelare il nome». Oltre ai concerti che tipo di eventi avete pensato di organizzare? «Manifestazioni sportive e culturali che coinvolgano ogni fascia di età. Olimpiadi studentesche, mostre e convegni sono i progetti a cui, oltre ai concerti presso il Palaoltrepo, stiamo attivamente lavorando». Come vi finanziate? «Ad oggi abbiam deciso di investire noi stessi, ma abbiam già raccolto sponsorizzazioni dalle attività locali e ringraziamo il comune di Voghera che attraverso il suo aiuto ci consentirà di ridurre i costi degli investimenti che dovremo affrontare». La vostra attività è molto simile a quella di una Pro Loco che a Voghera, però, già esiste. Come mai avete deciso di creare una associazione “alternativa” invece magari di unirvi a quella già (almeno sulla carta) esistente? «La scelta di organizzarci da soli e non appoggiarci a qualcuno era dovuta al desiderio di creare cose nuove e poterle fare con la libertà necessaria, conoscendo al meglio il pubblico a cui intendiamo rivolgerci. Poi ci sembrava qualcosa di nuovo, di fresco. Con la Pro Loco non abbiamo ancora avuto contatti ma vogliamo programmare anche con loro delle iniziative». di Christian Draghi


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«Falda acquifera di Cascina Parlotta, attenzione a non danneggiarla» Resta alta l’attenzione introno al riempimento delle ex cave di argilla nel comune di Casei Gerola. «Nella cava di Cascina Parlotta potrebbe esserci una falda acquifera affiorante, occorrono prescrizioni in caso si decida di conferire materiali di un certo tipo». A intervenire è il capogruppo di opposizione Ezio Stella, che risponde al sindaco Tartara:« Per quanto riguarda la Cascina Venezia ho appreso, con soddisfazione, che la nuova Amministrazione Comunale concorda con i pareri espressi dalla precedente nelle conferenze dei servizi convocate dalla Amministrazione Provinciale e cioè che si conferiscano nella cava solo terre e rocce da scavo in colonna A, ovvero adatte per siti a destinazione residenziale e a verde». Stella, riguardo invece a Cascina Parlotta il sindaco aveva dichiarato che, na volta ragginta la qota prestabilita, si sarebbero potuti conferire materiali di colonna “B”, cioè terre e rocce da scavo per il riempimento di siti ad uso commerciale e industriale. Non è così? «Per quanto riguarda la Cascina Parlotta la situazione è più complessa. Infatti per ora sono state conferite solo terre e rocce da scavo in colonna A. Questo perché è stata emessa nel marzo 2017 un’ordinanza sindacale in tal senso vista, come rilevato dall’ARPA, la possibile presenza di una falda acquifera affiorante. Tale ordinanza sindacale è ancora vigente e, a mio avviso, per revocarla non basta aver raggiunto una quota, per altro non definita in modo preciso, con il conferimento di materiale in colonna A, avvenuto finora». C’è il rischio che questa falda venga “disturbata” dal deposito di altri materiali? «La sua altezza è molto variabile, potrebbe essere affiorante come detto da Arpa, e nel momento in cui si decide di emettere provvedimento di revoca dell’ordinanza occorrerebbe porre delle prescrizioni per evitare che il materiale depositato, in colonna B, abbia interferenze con la falda. Su questo nei prossimi mesi ci confronteremo con la Giunta Comunale nelle sedi preposte». Ex zuccherificio. Il sindaco ha dichiarato di aver preso contatti con imprenditori interessati all’acquisizione dell’area. La logistica può essere davvero la svolta per il recupero? «Ritengo che il punto di svolta per il riutilizzo dell’area sia stata la decisione presa nel nuovo piano di governo del territorio. Infatti, pur confermando come destinazione d’uso quella produttiva l’area, di oltre 400 mila quadri, è stata divisa in due ambiti tra loro indipendenti e quindi di più facile collocazione sul mercato. Essendo stata confermata la destinazione d’uso

Ezio Stella, ex sindaco di Casei Gerola

Nuovo autovelox sulla Voghera-Casei: «Sbagliato il limite a 70» produttiva potranno essere realizzati solo insediamenti che rispondono a questa caratteristica, compresi quelli dedicati alla logistica. Non potranno essere invece realizzati insediamenti commerciali o residenziali». Autovelox sulla dritta Voghera-Casei. D’accordo che è di competenza della Provincia, ma lei condivide la sua installazione? «A seguito di due gravi incidenti mortali verificatesi sulla provinciale Voghera-Novara, nei pressi del supermercato Galassia, c’era stato un confronto tra l’Amministrazione Provinciale e Comunale per verificare se si potessero adottare misure per limitare, in quel tratto, la velocità. La Provincia, titolare della strada, ha deciso di installare un autovelox. La critica che mi sento di fare è l’avere previsto il limite massimo a 70 km orari e non a 90». Quali saranno i temi “caldi” per il paese su cui vi confronterete con la giunta nei prossimi mesi? «La riapertura del centro raccolta rifiuti

sarà uno di questi. C’era sul tavolo una proposta fatta da ASM Voghera, di cui siamo soci, che prevedeva di eseguire i lavori necessari per renderla a norma e poi gestirla. Una proposta sicuramente da discutere e da modificare, ma che rappresentava un buon punto di partenza. C’è poi il problema del nuovo impianto di illuminazione al Campo Sportivo “E. Cucinotta”. Inutile negare che in queste condizioni l’attività delle società sportive risulta limitata, so-

prattutto per gli allenamenti che avvengono in ore serali». Lei è stato sindaco per due mandati ed ha “perso il posto” da pochissimi mesi. C’erano dei progetti rimasti in sospeso della sua amministrazione che le piacerebbe vedere portati avanti da quella attuale? «Mi auguro di vedere la conferma di tutti i vari servizi sociali, anche se siamo consapevoli della elevata spesa da sostenere e solo in parte rimborsata dalla Regione Lombardia. Spero, infine, che anche quest’anno sia realizzato il piano annuale di manutenzione delle strade visto che nel bilancio la spesa è finanziata con 30 mila euro». di Christian Draghi

L’ex sindaco Stella: «Vige ancora un’ordinanza che vieta il conferimento di materiali in colonna “B”»


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«Nel nostro Istituto c’è una grande attenzione per l’inclusione» Dal 1 settembre 2019 l’ Istituto Comprensivo di Rivanazzano Terme ha una nuova dirigente scolastica, la dott.ssa Anna Bobba già dirigente dell’istituto comprensivo di Stradella negli ultimi 3 anni. L’abbiamo intervistata per farci raccontare quali progetti e innovazioni intende introdurre durante il suo incarico di lavoro nel nuovo istituto. Bobba, lei è dirigente scolastico dal 2015 ed in precedenza ha ricoperto per anni il ruolo di docente di Francese e Inglese nella scuola secondaria di secondo grado, come mai ha deciso di cimentarsi in questo ruolo? «Ho operato una scelta consapevole, ho voluto cimentarmi in questo ruolo per avere uno stimolo nuovo per il mio lavoro perché sono una persona molto attiva e sempre alla ricerca di esperienze costruttive». Secondo lei quanto è importante per un dirigente scolastico avere prima un’esperienza come docente? «è fondamentale. Io ritengo che nel caso in cui non ci sia questo passaggio, non ci possa essere una buona dirigenza, perché penso, e più lavoro e più me ne rendo conto, che si può essere un buon dirigente nel momento in cui si conoscono le strategie del luogo nel quale si opera. Se non si hanno queste conoscenze, si rimane dei puri burocrati ed un burocrate non può essere un buon dirigente. Io lavoro per i miei alunni e considero colleghi tutti gli insegnanti che operano nella mia scuola, cerco di immedesimarmi quotidianamente nelle problematiche che sono sempre più complesse a causa di tante variabili che si sono innestate nel mondo della scuola e che soltanto 20 anni fa non avrebbero avuto un peso così rilevante. Una scuola che è inclusiva, e che quindi necessariamente abbraccia delle realtà sempre più complesse e alle quali bisogna far fronte a volte stringendo i denti perché non abbiamo i mezzi per poterle affrontare. Nel nostro Istituto c’è una grande attenzione per l’inclusione, si lavora perché questo termine non sia vuoto ma abbia un significato molto concreto e cioè far stare bene tutti al di là dell’essere più o meno speciali». Quindi una scuola che non deve essere vista solo come servizio alle famiglie ma una scuola che ha un ruolo importantissimo nello sviluppo e nella crescita dei ragazzi nel mondo attuale.. «Un ruolo fondamentale. Non a caso quest’anno ci siamo mossi con un occhio di riguardo all’ecologia che è uno dei problemi che più balzano all’occhio in questo periodo, senza naturalmente dimenticarne altri non meno importanti. Abbiamo creato un progetto a lungo termine denomina-

Bullismo: «Il fatto di essere in un piccolo Comune ci aiuta meglio a controllare la situazione. to “Plastic free”, di rispetto per l’ambiente con coinvolgimento dei comuni, che pian piano insegna ai bambini il rispetto e la protezione della natura e quali possono essere le strategie per risolvere i problemi giganteschi di inquinamento che ci troviamo a dover affrontare a livello quotidiano». La scuola che lei dirige si articola su diversi livelli dalla scuola dell’infanzia, alla primaria e alla secondaria, quali sono le difficoltà di coordinamento tra le varie sedi? «L’Istituto comprensivo abbraccia molte sedi. Abbiamo scuola dell’infanzia, primaria e secondaria di primo grado qui a Rivanazzano Terme, scuola dell’infanzia a Codevilla, scuola dell’infanzia e primaria a Retorbido, primaria e secondaria di primo grado a Godiasco e scuola dell’infanzia e primaria a Salice Terme. Ho trovato un buon coordinamento che cerco di rafforzare creando una rete di informazioni molto fitta innanzitutto con i referenti di plesso che sono i miei primi interlocutori e l’utilizzo di molte figure che formano lo staff di dirigenza perché lavorare in team è molto producente, noi siamo una squadra, lavoriamo tutti insieme e cerchiamo di lavorare bene. Credo che la prerogativa di un buon dirigente sia quella di avere a disposizione una buona squadra per ottenere buoni risultati. Ho trovato in questa scuola docenti molto professionali e collaborativi che lavorano con grande passione che è una caratteristica fondamentale soprattutto nel mondo della scuola. Abbiamo un gruppo molto coeso che si occupa della disabilità, sono persone di grande esperienza e dedite a un lavoro in cui credono fortemente». Avete una particolare attenzione per il fenomeno del bullismo che è un problema molto sentito nelle scuole italiane? «Noi lavoriamo con molta attenzione per questo fenomeno come penso si verifichi in tutte le scuole italiane. Il fatto di esse-

Anna Bobba, nuovo dirigente dell’Istituto Compresivo di Rivanazzano Terme

re in un piccolo comune ci aiuta meglio a controllare la situazione. Abbiamo già dei progetti attivi che sicuramente implementeremo per evitare che questi fenomeni si verifichino nel nostro territorio. Io sono sempre molto presente a scuola e l’attenzione dei docenti e del personale non docente è importantissima per tenere sotto controllo eventuali situazioni critiche che possono verificarsi». Quali progetti di lingua straniera sono attivi nel vostro istituto? «Abbiamo un potenziamento della lingua inglese con lettorati anche alla scuola primaria e da quest’anno partiremo con le certificazioni linguistiche con il British Council. Cercheremo di implementare lo studio dello spagnolo. Con alcuni docenti interni specialisti di lingua abbiamo già attuato dei micro percorsi di Clil a partire dalla scuola primaria ed in futuro mi piacerebbe avviare il discorso degli scambi internazionali». Un’esperienza innovativa della vostra scuola è il progetto “A scuola senza zaino” , di che cosa si tratta? «Il progetto si articola nelle classi prima, seconda e terza. Il termine “senza zaino” è simbolico in quanto gli alunni trovano tutto il materiale che serve per lo studio a scuola. Qui i ragazzi vengono a contatto con un’ambiente di apprendimento dove si lavora in gruppi dove c’è condivisione che parte dal materiale che utilizzano. I bambini lavorano in isole, ad incarichi, sullo stile del cooperative learning per cui si parte sempre da esperienze concrete per arrivare ad estrapolare i concetti e le regole. Uno dei capisaldi del progetto è quello di portare il prima possibile il bambino ad essere autonomo e responsabile come futuro cittadino. Ogni problema viene discusso

insieme e viene trovata la soluzione che viene provata e poi definita. La classe è divisa in spazi, abbiamo un agorà soprattutto per i primi anni di scuola primaria dove al mattino viene presentata la progettazione della giornata con le modalità di lavoro e dove vengono sviscerati i problemi. Ogni bambino ha caratteristiche diverse e differenti modalità di apprendimento e viene quindi seguito individualmente dando ampio spazio a momenti sì di lavoro insieme ma anche di lavoro individuale. Si cerca di dare al bambino la libertà di formare una propria modalità di apprendimento e di scegliere lo strumento o la modalità compensativa che più gli è congeniale. Una grande opportunità di inclusione, in quanto siamo tutti diversi, siamo tutti particolari, siamo tutti importanti. Naturalmente tutti gli insegnanti seguono dei progetti di formazione interna atti a migliorare questo tipo di didattica». Il suo istituto ha intrapreso anche molti progetti con le realtà del territorio, ha trovato buona disponibilità in tal senso? «Le realtà del territorio collaborano più che volentieri ai progetti della scuola, i sindaci mi hanno offerto la loro disponibilità anche per la progettualità per alcuni eventi che faremo per potenziare il rapporto esistente fra gli studenti e i luoghi dove vivono per una maggiore conoscenza ed arricchimento personale. Avremo collaborazioni a Rivanazzano per la fiera d’aprile, collaboreremo con il Rotary Club e tutti gli enti che vorranno coinvolgere la nostra scuola. Attraverso il sito dell’istituto e la pagina facebook che abbiamo appena aperto daremo informazioni sugli eventi futuri. di Gabriella Draghi


RIVANAZZANO TERME «La raccolta differenziata è al palo, i troppi cassonetti per l’indifferenziata la disincentivano ma l’amministrazione non fa nulla». A parlare sono Daniela Sabbioni, Paola Mutti, Cristian Albertini, Leonardo Asso e Gianni Gilardone, cittadini di Rivanazzano Terme profondamente scontenti per la lentezza con cui il loro paese si sta muovendo in direzione di un corretto smaltimento dei rifiuti. «I dati parlano chiaro – attaccano i rivanazzanesi – siamo partiti nel 2018 dal 30,7% di raccolta differenziata e ora siamo ancora intorno al 30%. Nulla è cambiato! La provincia di Pavia è il fanalino di coda della Regione Lombardia ed il Comune di Rivanazzano anche in questo non si distingue da altri in Oltrepò» Disinformazione, scarso senso civico, inadeguatezza dei sistemi di raccolta … Quali sono a vostro giudizio le cause che non hanno “fatto decollare” la differenziata? «Sicuramente un mix di tutti questi aspetti: molti cittadini sono disinformati, non capiscono il motivo per cui si debba fare la raccolta, conferiscono i loro rifiuti nel “cassonetto grigio” inconsapevoli che questi verranno inceneriti. La Provincia di Pavia, insieme a Milano, ha un tragico primato di morti per cancro e malattie cardiovascolari riconducibili sicuramente alla qualità dell’aria. Moltissimi sembrano essersi dimenticati del terribile incubo che abbiamo vissuto con la minaccia dell’inceneritore di Retorbido. Solo due anni fa migliaia di persone hanno lottato per salvare i loro figli da un inceneritore sperimentale sotto casa ed io mi chiedo con quale coraggio queste stesse persone continuino ad alimentarne altri con i loro rifiuti. Ci domandiamo perché i cassonetti dell’umido siano sottoutilizzati e spesso la frazione organica venga smaltita dopo essere stata inserita in sacchetti di plastica e non nei sacchetti compostabili. In questo modo anche il poco umido che viene raccolto è contaminato e crea criticità per le imprese di compostaggio che dovranno trattarlo». Parlavate di disinformazione. Un anno fa l’amministrazione comunale insieme ad Asm hanno organizzato diversi incontri e distribuito opuscoli informativi. Non è bastato? «Veniamo da anni in cui le amministrazioni comunali e le società che si sono occupate di raccolta e smaltimento rifiuti hanno badato di più a mantenere consenso elettorale e a tenere bassi i costi per gli utenti: la soluzione da sempre utilizzata è il cassonetto grigio ed il sacco nero dell’immondizia. Bastava buttare tutto e conferire nella discarica di Casatisma e successivamente all’inceneritore di Parona. Gli incontri dello scorso anno sono stati utili, ma insufficienti. Le informazioni fornite sono state superficiali e solo temporanee senza il necessario seguito per mantenere alta l’attenzione e aumentare la sensibilità. C’è bisogno di un cambio di abitudini e di mentalità; gli amministratori devono fare da guida ed accompagnare la comunità in questo percorso virtuoso emulando le altre provincie della Lombardia. Gli opuscoli sono sicuramente utili, il “rifiutologo” anche. Benché sia complicato e a volte non aggiornato con le indicazioni del CONAI (Consorzio Nazionale Imballaggi), fornisce informazioni sul modo corretto in cui smaltire i rifiuti». Il fatto che ad esempio i cassonetti dell’indifferenziato non siano stati rimossi è un

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«Differenziata al palo e promesse disattese: evidentemente l’ecologia non porta voti» incentivo a non fare la differenziata? «Assolutamente sì! I cassonetti dell’indifferenziato non sono stati rimossi né il loro numero è stato diminuito, pertanto moltissime persone, negligentemente, proseguono le vecchie e cattive abitudini: non separano plastica, carta e umido, ma gettano tutto in un solo sacco nero e quindi nel cassonetto dell’indifferenziato, per cui le decine di cassonetti grigi sono spesso stracolmi, dando una brutta immagine del nostro paese ai numerosi turisti che vi transitano per recarsi in alta valle Staffora. L’aumento delle “isole ecologiche” ha avuto come risultato quello di incrementare i cassonetti, che ora sono più numerosi e posti davanti alle case e ai giardini…Siamo il paese dei cassonetti… per lo più straripanti. Il sistema di raccolta è troppo simile a quello precedente, i cassonetti grigi senza chiavetta e con aperture enormi favoriscono l’introduzione di qualunque rifiuto. I controlli sono stati inesistenti, se non forse la tardiva installazione recentemente di qualche telecamera che purtroppo non sarà mai sufficiente a stanare i furbetti». Cosa proponete voi concretamente o cosa avete proposto se l’avete fatto, all’amministrazione per “educare” alla differenziata? «Sono gli amministratori che devono farsi parte attiva, stimolando personalmente le loro comunità all’esercizio delle buone pratiche. Devono essere lungimiranti ed allo stesso tempo conoscere e far tesoro delle esperienze altrui. Alcuni di noi hanno personalmente partecipato a numerosi incontri sul tema e non si capisce perché in Oltrepò ASM Voghera e la Broni /Stradella non adottino la soluzione del Porta a Porta. Solo alcuni comuni hanno optato per questa soluzione (Stradella, recentemente Broni, e da noi Codevilla e Torrazza Coste). La maggioranza dei comuni italiani ha questo sistema. Il tema ambientale non sembra essere una priorità dell’attuale amministrazione, ma forse, grazie all’effetto traino di alcuni comuni limitrofi, anche Rivanazzano adotterà azioni concrete, maggiori controlli, una comunicazione più puntuale e mirata, iniziative green che tuttora mancano». Documentate, e purtroppo molto spesso con foto, la presenza in paese di cassonetti straripanti o di rifiuti abbandonati dove capita…Che soluzione reale e concreta suggerite? «Rifiuti ingombranti vengono molto spesso abbandonati per strada, soprattutto in Via San Francesco, proprio nei pressi della Greenway. Ripeto: questo non è un bel biglietto da visita per Rivanazzano Terme. I rivanazzanesi hanno tanto voluto aggiungere la parola Terme al nome del loro paese, ma Terme significa benessere, salute, natura, ambiente sano. Sarebbe auspicabile la realizzazione di una piazzuola per i rifiuti ingombranti. Molte persone non ricorrono ad ASM per il ritiro gratuito, perché non sono a conoscenza del servizio, pertanto a mali estremi sarebbe opportuno installare delle fototrappole per andare ad individuare

e sanzionare l’inciviltà della gente». Qualche tempo fa avete fatto un appello pubblico all’amministrazione per l’installazione di cestini per la raccolta differenziata al parco giochi. A che punto è questa vostra richiesta? «Malgrado le numerose richieste dei genitori, anche con articoli sui giornali, non sono mai stati installati cestini per la raccolta della plastica e della carta ai Giardini Mezzacane e al Parco Brugnatelli . A scuola i bambini imparano a fare la raccolta differenziata, ma proprio nel luogo deputato ai loro giochi, sono costretti a gettare tutto insieme e questo è diseducativo! Le mamme hanno chiesto a più riprese, anche pubblicamente, questi cestini e la risposta dell’Amministrazione è stata: “basta fare quattro passi e andare dietro il Boccio, lì trovate i cassonetti!”». La vostra attenzione e sensibilità è rivolta anche al verde pubblico. Quali le criticità da voi evidenziate? «Il verde pubblico è l’immagine che il paese offre ai visitatori. Abbiamo la fortuna di avere il bel Parco Brugnatelli, ma troppe zone verdi del paese non ricevono le giuste attenzioni e troppo spesso sono vittime di incuria. Alberi secolari abbattuti e mai ripiantati, alcuni sostituiti da parcheggi (Piazza Cornaggia), ceppi lasciati da anni in bella vista a marcire anche davanti al Municipio, piante rinsecchite ai Giardini Mezzacane, circondate da asfalto, tigli secolari ricoperti di catrame fino al tronco, come succede in via Mazzini… solo per citare alcuni esempi... Chi cura il verde? Siamo circondati da vivaisti, ma la cura del verde è stata affidata a qualcuno che di verde poco se ne intende visti i risultati». Ricordo che in un intervista di qualche tempo fa un amministratore locale propose per le numerose feste al parco Brugnatelli l’utilizzo di vettovaglie compostabili. Così è stato? «Nel corso delle numerose feste al Parco Brugnatelli, che allietano l’estate dei rivanazzanesi, non è mai stato utilizzato un solo piatto o bicchiere compostabile. Si sperava che quest’anno venissero adottate le stoviglie compostabili, invece non è stato così, andando a generare un quantitativo enorme di rifiuti non riciclabili (piatti, bicchieri e posate di plastica). Nonostante su tutti i giornali e alla TV chiunque possa reperire informazioni sui danni causati dall’inquinamento dovuto alla plastica, si è preferito continuare a riempire sacchi e sacchi di plastica inquinante per l’ambiente. Perché? Inoltre ricordo che in alcuni articoli di giornale gli Amministratori hanno promesso il regolamento per le ecofeste ma siamo sempre in attesa dopo un anno…». Sono tanti i Comuni virtuosi dell’Oltrepò... Perché a vostro giudizio Rivanazzano Terme non riesce a seguire questa scia ecologica? Che idea vi siete fatti? «Codevilla, Torrazza Coste e Lungavilla hanno optato per il porta a porta spinto. Retorbido insieme a Voghera ha intrapreso un’altra strada con l’utilizzo delle calotte,

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OTTOBRE 2019 ma i risultati non sono stati così performanti. Certo la differenziazione dei rifiuti a casa, il dover conferire con limitati volumi nelle calotte o solo in alcuni giorni con il porta a porta, dover tenere in casa l’umido (che puzza!), non poter gettare i rifiuti quanto si vuole o quando c’è necessità sicuramente scontenterebbe tanta gente e, si sa, senza il consenso non si governa. Meglio andare avanti così. In fondo i rifiuti non sono un problema: altre sono le questioni importanti per Rivanazzano. Durante la presentazione della raccolta dell’umido il 5 ottobre dello scorso anno in Teatro gli Amministratori hanno promesso pubblicamente di mettere a disposizione della cittadinanza il raccoglitore dell’olio esausto: l’olio che usiamo in cucina per friggere non deve assolutamente essere gettato nel lavandino, perché è altamente inquinante. 1 litro di olio esausto inquina 1 milione di litri d’acqua del mare. Inoltre nelle scuole di Codevilla, Salice Terme, Godiasco e Torrazza Coste ai ragazzi sono state distribuite gratuitamente borracce e installati i depuratori con la collaborazione delle varie Amministrazioni. Stoviglie compostabili vengono utilizzate nelle mense scolastiche. Certamente negli ultimi anni in tema di attenzione all’ambiente Rivanazzano Terme non si sta distinguendo particolarmente. Altri Comuni limitrofi hanno decisamente imboccato una rotta green». Vi accusano di pensare solo al rudo, altri di vivere il ricordo del no inceneritore. Cosa rispondete? «Probabilmente è vero: la pirolisi è stata importante ed ha risvegliato la coscienza ambientalista di tantissimi cittadini. Noi adottiamo comportamenti responsabili nei confronti della collettività. Ci piacerebbe chiedere a queste persone a quali altri interessi comuni dovremmo rivolgere le nostre attenzioni e soprattutto sapere da loro cosa stiano altruisticamente facendo per gli altri». La vostra battaglia molto spesso fatta attraverso i social continuerà? avete in mente altre azioni dimostrative? «I social sono uno strumento di informazione, il loro accesso è libero. Chi non vuole più sentirci, ci cancelli pure dalle proprie amicizie, ce ne faremo una ragione. Ma fino a quando vivremo in uno stato libero e democratico, ci sentiremo sempre in diritto ed in dovere di esternare le nostre critiche e suggerimenti affinché le cose in Rivanazzano migliorino. Poi se non cambiano, vedi la differenziata che nonostante i proclami è rimasta al palo, chi ci critica dovrebbe farsi qualche domanda e darsi qualche risposta». Confidate in un segnale da parte delle istituzioni o avete “ perso le speranze? «“Spes ultima dea”, dicevano i latini. Per ora confidiamo in una svolta decisiva sul sistema di gestione dei rifiuti. Il “compromesso storico” di Rivanazzano con tutti i partiti uniti in una sola lista non deve temere critiche in consiglio comunale: tutti sono stati eletti con un plebiscito e quindi devono agire nell’interesse della collettività che li ha scelti. Poi se qualcuno ci consiglia di migrare, rispondiamo che noi amiamo Rivanazzano, nutriamo un grande affetto per le verdi colline che la circondano, vogliamo continuare a viverci, crescerci i nostri figli e speriamo che l’amministrazione risolva, tra le tante questioni che la attanagliano, anche questo problema». di Silvia Colombini


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Lotta all’Alzheimer, Concordia a Treviso per presentare i progressi La Cooperativa Sociale Concordia di Rivanazzano Terme da oltre vent’anni assiste sul territorio i malati di Alzheimer e le loro famiglie. Dal 13 al 15 settembre ha presenziato all’ ”Alzheimer Fest” che si è tenuto a Treviso e durante il quale è stato presentato il risultato del percorso fatto dall’ educatrice professionale Sabrina Poggi e dal signor Gianni Zanotti, che da circa 9 anni è malato di Alzheimer, ma ciò nonostante è riuscito a scrivere un libro e ora sta realizzando tra mille difficoltà il sogno di poterne scrivere un secondo, a scapito della sua condizione. «Famigliari, svegliatevi! L’Alzheimer non è solo una tragedia!». Questo il monito di Zanotti, che ha dedicato tempo, passione e voce a raccontare cosa significa convivere con la malattia di Alzheimer. Una storia di coraggio, di amore, di tenerezza e di risolutezza. Una storia che tutti dovrebbero conoscere. Gianni parla in prima persona della sua malattia, aprendo una finestra su un mondo per molti versi ancora misterioso, descrivendo con coraggio e autoironia le sue fragilità, gioie, paure, passioni, e sovvertendo luoghi comuni e preconcetti. Gianni Zanotti dopo la diagnosi aveva già scritto un’autobiografia “La storia testarda e forse improbabile di un uomo in pensione”, proprio per raccogliere, mentre ancora poteva, i ricordi di una vita, affinché non andassero perduti. Dopo anni, nonostante i deficit causati dalla malattia, ha voluto ricominciare per pubblicare un secondo libro, intitolato “In viaggio con l’Alzheimer”. Non un diario di autocommiserazione, né un trattato sulla patologia, ma una serie di riflessioni sempre attuali su come lui, assieme alla moglie Claudia, affronta ogni giorno il signor Alzheimer, con coraggio e tanta ironia, sentendosi ancora utile e parte del contesto in cui vive. In breve, un libro che tutti dovrebbero leggere… Il libro è stato presentato per la prima volta in occasione dell’Alzheimer Fest di Treviso nello scorso mese di settembre, una “festa per cuori feriti e vite da rifiorire”, nata nel 2017, dall’idea dell’omonima Associazione no profit con base a Milano. Una festa in cui tutti sono protagonisti, per dare ai partecipanti la possibilità di incontrarsi, essere se stessi, non sentirsi soli nelle difficoltà. Tutto ciò è stato possibile grazie all’intervento della “CONCORDIA Società Cooperativa Sociale”, dei cui servizi il Zanotti usufruisce dalla scorsa primavera, attraverso una misura chiamata RSA Aperta, affiancato da un’educatrice “un po’ pazza”, Sabrina, parte del team che si fa carico di accompagnarlo in questo percorso. Il presidente dell’associazione è Aldo Gazzaniga.

Gazzaniga che percorso è stato fatto con Zanotti e cos’è RSA Aperta? «RSA Aperta è una misura innovativa e totalmente gratuita che offre la possibilità di usufruire di servizi sanitari e sociosanitari utili a sostenere la permanenza al domicilio della persona il più a lungo possibile, con l’obiettivo di rinviare nel tempo la necessità di un ricovero in una struttura residenziale. Il sig. Zanotti, fin dal principio, ci ha chiesto di aiutarlo a realizzare il suo ultimo, grande sogno rimasto irrealizzato: scrivere il suo ultimo libro. Da qualche anno, lui non è più in grado di tenere una biro in mano, però può ancora parlare… perciò, ecco che gli ostacoli si possono superare assieme… Una vera e propria terapia non farmacologica, efficace ed umanamente molto più gratificante!». Ci sembra di capire quindi che accanto alle terapie “classiche” ci sia un percorso alternativo che affrontate con i vostri pazienti? «Il team educativo e fisioterapico di “Concordia” crede fermamente nel valore dei progetti e nella loro valenza di azioni strategicamente orientate al benessere complessivo della persona affetta da demenza, cercando il coinvolgimento attivo in compiti finalizzati alla conservazione/ riattivazione delle competenze residue ed al rallentamento della perdita delle abilità cognitive, promuovendo in questo modo il benessere globale della persona». Dietro ad un malato di Alzheimer c’è una famiglia che si trova a dover gestire una situazione molto difficile sia dal punto di vista emotivo che logistico. Date supporto anche alle famiglie? In che modo? «La diagnosi di demenza risulta doppiamente spaventosa, perché, oltre alle ricadute sul piano sanitario-logistico, lascia i famigliari in una situazione di completa solitudine ed incertezza. I servizi e l’informativa a disposizione sono pochi. Ci si sente abbandonati e senza riferimenti. “Concordia” cerca di sostenere le famiglie e le persone con demenza per non farle sentire sole. Ci occupiamo di servizi socio - sanitari ed assistenziali integrati, residenziali e territoriali flessibili ed adattabili alle esigenze delle singole realtà operative. Anziani non autosufficienti, assistenza a pazienti in coma vigile e a pazienti psichiatrici nonché ad anziani affetti dal morbo di Alzheimer». Come si riesce ad entrare in empatia con questa tipologia di malati? «Il malato, prima di essere tale, è una persona, con il suo bagaglio di vita, esperienze, perdite... Si deve imparare a riconoscere la ricchezza di tutto quello che ciascuno porta con sé ed imparare a

Gianni Zanotti, malato di Alzheimer con l’educatrice Sabrina Poggi e la moglie

sentire l’altro. Non abbiamo niente da insegnare ad un anziano. Anche nel caso di una demenza, c’è ancora tanto da dare e da trasmettere, l’importante è trovare insieme il canale attraverso cui farlo, che sia verbale oppure no, e lasciarsi trasportare in questo viaggio insieme». Quanti pazienti avete in carico affetti da Alzheimer? «Sono 56 i posti letto afferenti ai due nuclei Alzheimer presso i quali “Concordia” eroga i propri servizi; un nucleo nella RSA Pia Famiglia di Rivanazzano Terme ed un secondo nucleo presso la RSA Villa Serena di Godiasco Salice Terme». Il vostro, oltre che ad un lavoro, è una missione. «Concordia opera da oltre vent’anni nel nostro territorio gestendo Residenze Sanitarie Assistenziali ed erogando i servizi socio sanitari attraverso personale estremamente motivato e professionalmente preparato per la “presa in carico” complessiva della persona assistita e dei suoi cari. L’equipe multidisciplinare interviene mediante la pianificazione individualizzata degli interventi finalizzati al soddisfacimento dei bisogni fisici e psicologici. La “missione” di “Concordia” si comple-

ta, oltre che con l’erogazione di servizi socio sanitari in ambito residenziale e domiciliare, anche con la gestione del Centro Medico Polispecialistico FisioGYM e con la gestione del Centro Cottura “Suor Teresa” che si occupa della preparazione, del confezionamento e della veicolazione dei pasti presso le realtà residenziali, comunitarie, educative, scolastiche e domiciliari del nostro territorio». Una missione non solo rivolta alla cura della persona, ma anche all’ambiente… «In tutte le attività svolte da “Concordia” viene sempre dedicata molta attenzione al rispetto dell’ambiente. Tra le tante, l’ultima iniziativa adottata e promossa presso gli istituti scolastici presso i quali viene erogato il servizio di preparazione dei pasti, ha previsto l’installazione di distributori di acqua microfiltrata e la fornitura di borracce in alluminio attraverso il progetto “CONCORDIA #BEVO PlasticFREE”, oltre alla fornitura di posate e di piatti in materiale biodegradabile. L’iniziativa da noi promossa determinerà una riduzione di oltre mille chili all’anno di rifiuti plastici». di Silvia Colombini


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Varni Agnetti- Berogno: «La politica più sta fuori da queste istituzioni e meglio è» Scadrà a breve il mandato del Consiglio di Amministrazione della Fondazione Varni Agnetti che gestisce l’omonima casa di riposo situata a Godiasco. è quindi tempo di bilanci per gli amministratori uscenti che si apprestano a cedere il posto ad un nuovo Consiglio di Amministrazione. Al Presidente della Fondazione, Elio Berogno, che in passato ha ricoperto la carica di sindaco di Godiasco, di Presidente della Comunità Montana dell’Oltrepò Pavese e, attualmente componente del Consiglio di Amministrazione della Fondazione Comunitaria della Provincia di Pavia; amministratore pubblico di lungo corso e di grande esperienza, chiediamo di tirare le somme della sua gestione che a giorni si concluderà. Presidente, che tipo di bilancio si può tracciare al termine del suo mandato? «Credo positivo se si considera quanto è stato fatto in questi cinque anni. Ovviamente tutto il lavoro svolto ed i risultati ottenuti vanno condivisi in prima istanza con gli altri componenti del Consiglio di Amministrazione (Don Stefano Ferrari, Emanuele Lanfranchi, Giancarlo Orezzi, Maurizio Mula, Tiziana Rovati e Donata Ambrosini), che ringrazio per aver sempre supportato il lavoro svolto a titolo gratuito e per aver sempre approvato all’ unanimità tutte le decisioni assunte in questi cinque anni. Ci siamo riuniti 52 volte e abbiamo trattato 295 argomenti. Condivido i traguardi raggiunti anche con il direttore Dott. Carlo Ferrari, che ringrazio, e con tutto il personale: medico, amministrativo, infermieristico, fisioterapico, assistenziale e dei servizi generali che ha sempre operato con grande dedizione, spirito di sacrificio e rispetto verso gli Ospiti e gli utenti delle nostre Unità di Offerta socio-sanitarie. A tutte queste persone va il mio plauso ed i sentimenti di riconoscenza per il lavoro svolto. Mi sento poi in dovere di rivolgere un ringraziamento particolare ai nostri reverendi parroci Don Rino Mariani e Don Stefano Ferrari che oltre che essere componenti del Consiglio di Amministrazione quali membri di diritto a tutela delle volontà della donataria Famiglia Agnetti, non hanno mai fatto mancare la loro assistenza spirituale ai nostri ospiti». Presidente, scendiamo nei particolari. Cosa rappresenta oggi la Fondazione Varni Agnetti per il Comune di Godiasco Salice Terme? «Direi, innanzitutto, che la Fondazione Varni Agnetti è ormai un ente che ha una dimensione molto più ampia di quella comunale. Sin dall’inizio la struttura, non ha potuto rivolgere i propri servizi solo ai comuni che all’atto della fondazione, aderirono all’I.p.a.b. (Istituto di pubblica assistenza e beneficenza): Godiasco, Montesegale, Rocca Susella e Fortunago, ha dovuto infatti rivolgersi ad utenti provenienti da tutta la Provincia di Pavia e da Milano. Pensi che all’apertura gli ospiti di Godiasco erano solo 6 e si arrivava a 10 con i Comuni di Fortunago, Montesegale

Elio Berogno e Rocca Susella! Dai 60 posti letto della R.S.A. I.p.a.b. Varni Agnetti siamo arrivati oggi ai servizi erogati dalla nostra Fondazione, ente di diritto privato senza scopo di lucro che gestisce: una Residenza Sanitaria Assistenziale (Casa di Riposo) da 88 posti letto; un Centro Diurno Integrato per Anziani da 40 posti; APA- Alloggi Protetti per Anziani da 26 posti letto; oltre che una serie di altri servizi come: A.D.I. – Assistenza Domiciliare Integrata, Voucher Sociali, A.D.I. – assistenza domiciliare in regime solvente, R.S.A. Aperta, Presa in carico paziente cronico, assistenza domiciliare territoriale Voucher Sociosanitari. La Fondazione oggi si prende cura quotidianamente di oltre 200 utenti ogni giorno di cui la maggior parte con un elevato grado di fragilità». Parliamo del personale impiegato. Quante persone lavorano presso la struttura? «Attualmente hanno un’ occupazione stabile 110 persone (oltre una trentina di persone occupati nelle ditte esterne); circa il 40% dei dipendenti sono residenti nel Comune di Godiasco Salice Terme mentre solo il 20% sono gli ospiti residenti nello stesso Comune, quindi per tornare alla sua domanda iniziale è grazie agli utenti che arrivano dai comuni della provincia di Pavia e Milano (che rappresentano circa l’80% dei nostri ospiti) che possiamo permetterci una struttura di eccellenza come la Varni Agnetti a Godiasco ed è grazie a loro che possiamo erogare servizi ai nostri anziani ed erogare stipendi al personale residenti nel Comune di Godiasco e nei comuni della Comunità Montana dell’Oltrepò Pavese». Quali sono state le realizzazioni più significative in questi cinque anni del suo mandato? «Dal 2014 il lavoro svolto dell’attuale C.d.A., si è distinto in quantità ma, soprattutto, in qualità. Faccio alcuni esempi più significativi: l’acquisizione di alcuni terreni limitrofi per garantire, in futuro, un eventuale ampliamento della nostra struttura e la riqualificazione di alcuni spazi della Residenza Sanitaria assistenziale e del Centro Diurno Integrato per Anziani che hanno permesso di aumentare i posti letto. In sostanza questi sono gli investimenti

che sono stati fatti: ampliamento dei posti letto della R.S.A. e riqualificazione della struttura; creazione di nuovi spazi comuni, sia interni che esterni alla Struttura per gli ospiti; interventi strutturali di manutenzione straordinaria ed adeguamento normativo della parte vecchia della struttura adibita a RSA; implementazione e potenziamento delle attrezzature della R.S.A. e del C.D.I. rispetto alle esigenze degli ospiti (ad es. acquisto di letti elettrici per ospiti non autosufficienti, solleva persone elettrici etc.) tenendo anche in considerazione gli aspetti legati alla salute ed alla sicurezza dei lavoratori. Inoltre sono stati attivati nuovi servizi come ad esempio “R.S.A. aperta”, che garantisce un particolare insieme di servizi strutturati come sostegno alla domiciliarità, attraverso l’erogazione a domicilio di quelle prestazioni caratteristiche di una Residenza Sanitaria Assistenziale, sia di tipo residenziale sia di tipo semiresidenziale, in un bacino d’utenza che parte da Godiasco, si sviluppa nel territorio della Comunità Montana ma arriva anche a Voghera e zone limitrofe». Manca l’intervento più importante ed anche più significativo di quest’ultimo anno, soprattutto dal punto di vista dell’investimento effettuato... «Nel corso di questo mandato abbiamo realizzato la struttura di cui, personalmente, sono particolarmente fiero. Si tratta degli Alloggi Protetti per Anziani-A.P.A. intitolati al grande amico Giovanni Azzaretti. Un complesso di 16 appartamenti, del tutto autonomi, modernissimi grazie anche alla domotica, che sorgono accanto alla RSA “Varni Agnetti” il cui servizio è rivolto a persone anziani autosufficienti e/o persone in situazione di disagio e si integra con i servizi che già eroga la Fondazione. Gli APA offrono alle persone anziane tutta la libertà e l’indipendenza che desiderano, liberandoli invece dalle incombenze quotidiane che spesso costituiscono fonte di preoccupazione e disagio, garantendo loro una rete di protezione e sostegno sia sociale che sanitario. Questo tipo di struttura è la prima ad essere realizzata su tutto il territorio della Comunità Montana dell’Oltrepò Pavese. Inoltre, anche nel restante territorio della provincia di Pavia, non esiste al momento una struttura di questa tipologia avente caratteristiche così innovative dal punto di vista della qualità architettonica, degli impianti, dell’utilizzo della domotica e della creazione di una rete di protezione integrata. L’opera realizzata ha completato tutta l’assistenza socio-sanitaria del territorio collinare della Comunità Montana dell’Oltrepò Pavese e permette di ampliare l’offerta di servizi esistenti coprendo e servendo la sfera legata ad una nuova residenzialità leggera. Un investimento di circa 3 milioni di euro. A tale proposito voglio specificare che questa ingente somma è stata messa a disposizione della nostra Fondazione da alcuni benemeriti benefattori, Eliseo Dominioni e Mons. Rino Mariani, ai

quali va il nostro riconoscimento, e dalla Fondazione Cariplo, presieduta dall’amico Avvocato Giuseppe Guzzetti, che non ringrazierò mai abbastanza per la vicinanza e la sensibilità dimostrata, con fatti concreti, nei nostri confronti della nostra Fondazione sin dalla sua costituzione. Un’altra grande soddisfazione è quella di vedere che la struttura (gli Alloggi Protetti – A.P.A.) sta avviandosi alla saturazione dei posti letto ad appena 8 mesi dalla data di apertura. Era una sfida importante possiamo dire di averla vinta!». Dal punto di vista economico quale situazione troveranno i nuovi amministratori? «Sicuramente positiva. La situazione economica è buona nonostante sia le tariffe applicate che le rette siano decisamente inferiori a quelle delle strutture concorrenti sia a livello locale che provinciale e regionale e nonostante la Fondazione operi in un territorio dove i costi di assistenza socio sanitaria sono ben al di sopra delle soglie di riferimento regionale. Erogare servizi di qualità come stiamo facendo a costi molto più bassi rispetto alla concorrenza (in alcuni casi fino a 700/800 euro al mese in meno) non è certo facile; la nostra “missione” è comunque quella di erogare servizi di elevata qualità a costi sostenibili per l’utenza! Inoltre la Fondazione Varni Agnetti, in un’ottica di responsabilità e di solidarietà sociale, applica ai propri dipendenti il C.C.N.L. Comparto Regioni ed Autonomie Locali (contratto molto più oneroso rispetto ai principali contratti di riferimento applicati da altri enti) e, nonostante questo onere finanziario, è sempre riuscita ad applicare agli utenti rette e costi dei servizi decisamente più competitivi rispetto alle altre realtà del territorio ma anche rispetto alle altre realtà provinciali e regionali. Per poter mantenere questo modello di gestione improntato sulla responsabilità sociale e su un progetto etico di Fondazione, è necessario che la medesima possa essere sempre più efficiente nella gestione dei servizi e che non sia appesantita ulteriormente da possibili obblighi burocratici amministrativi e da costi indiretti che non impattano sulla assistenza dell’ospite. È necessario cioè, che l’incidenza dei costi non dedicati direttamente all’assistenza degli ospiti, sia contenuta il più possibile con tendenza alla riduzione di quest’ultimi (costi indiretti) già nel medio periodo. Infatti, il modello etico di Fondazione che vogliamo sviluppare, si estrinseca sulla sua capacità di erogare servizi a costi sostenibili per gli utenti soprattutto in considerazione del fatto che sul territorio di riferimento (Comunità Montana), ove la Fondazione prevalentemente opera, è presente una significativa percentuale di individui dichiaranti un reddito annuale inferiore ai 10mila euro. è necessario altresì ampliare il più possibile il bacino di utenza della Fondazione soprattutto con riferimento ai nuovi servizi; questo si sposa con la


GODIASCO SALICE TERME necessità di incrementare il fatturato della Fondazione e quindi avere le necessarie economie di scala per favorire la crescita e la sostenibilità della Fondazione permettendo alla medesima di erogare servizi sempre più qualificati alla comunità locale. Mi preme ribadire che le rette della nostra R.S.A. sono non solo tra le più competitive a livello territoriale ma anche a livello di territorio dell’ATS Pavia ed a livello territoriale. Infatti ogni Ospite della nostra R.S.A. risparmia in un anno circa 5mila euro rispetto alla retta media territoriale delle R.S.A. dell’ATS PAVIA e circa 7mila 500 euro rispetto alla retta media delle RSA della Lombardia. A conferma di ciò le richieste di ingresso della Casa di Riposo sono ad oggi 753. Inoltre è particolare motivo di orgoglio evidenziare che la Fondazione solo negli ultimi 8 anni compresa la realizzazione degli A.P.A., ha investito sul territorio del Comune di Godiasco Salice Terme circa 4,5 milioni di euro di cui neppure 1 euro di soldi pubblici, ed ha erogato sul solo territorio della Comunità Montana almeno 15 milioni di euro in stipendi e pagamento del personale e dei collaboratori! Ai nuovi Amministratori affidiamo una Fondazione sana e competitiva, patrimonialmente solida e con grandi potenzialità che è passata dai circa 2ml di euro/anno di fatturato dell’ex I.p.a.b. agli attuali 4ml di euro/anno di fatturato. Ecco, parliamo di futuro. Ci sono importanti novità dovute soprattutto alla riforma del “terzo settore”. «Certo. è una riforma di cui si sentiva da tempo l’esigenza; una riforma complessa, un cammino non ancora concluso per i molti provvedimenti attuativi ancora mancanti. Come prima cosa la legge – approvata nel 2016 – delimita i confini del Terzo settore definendolo come “il complesso degli enti privati costituiti con finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale che, senza scopo di lucro, promuovono e realizzano attività d’interesse generale”. La nuova riforma ha consacrato il ruolo fondamentale degli attori del privato sociale senza scopo di lucro nel sistema dei servizi alla persona; così il privato sociale che nel passato più volte è stato chiamato a svolgere (e tuttora svolge) un ruolo di “supplenza” del soggetto pubblico e del privato con finalità di lucro assume una veste nuova conferitagli dal principio di sussidiarietà: quello di protagonista privilegiato nel sistema di erogazione dei servizi in sostanza si va sempre più verso “una società di servizi in luogo di uno Stato di servizi”. Certamente con la riforma del Terzo Settore gli enti privati senza scopo di lucro come la nostra Fondazione diventeranno i protagonisti indiscussi del futuro welfare sociale delle nostre comunità». Quali erano le scadenze dettate dalla riforma del Terzo settore? «Gli enti del terzo settore avevano tempo fino al 3 agosto 2019 per adeguare i propri statuti in base alle nuove regole; la Fondazione “Varni Agnetti” o.n.l.u.s. ha adeguato lo statuto, entro il mese di maggio 2019, in modo da poter pianificare il proprio futuro in anticipo rispetto alla tempistica imposta dalla legge tenuto altresì conto che era necessario evitare problemi seri alla gestione della fondazione visto che il nostro CdA sarebbe scaduto il 15 ottobre. Solo a fine giugno 2019 è stata emanata una legge che ha disposto una ulteriore proroga del termine di adeguamento statutari (30/06/2020). In ogni caso più del 50% delle organizzazioni del Terzo

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Settore, compreso noi, hanno avviato l’adeguamento statutario previsto dalla legge al fine di evitare un disallineamento sui tempi di attuazione, garantendo così un passaggio lineare dal vecchio sistema normativo a quello nuovo. L’adeguamento dello statuto in sintesi è dovuto alla necessita di adempiere agli obblighi di legge, all’introduzione di nuovi servizi che hanno ampliato le attività della Fondazione, alla necessità di estendere ulteriormente i servizi ad una utenza più ampia che possa garantire una maggior sostenibilità economica, alla necessità di coinvolgere nel nuovo progetto etico di Fondazione alcuni importanti stakeholders (ad es. Fondazione Cariplo) ed alla necessità di “rinforzare” il carattere privatistico della Fondazione con la finalità primaria di rendere sempre più snella ed efficiente la gestione e di conseguenza di non gravare con costi improduttivi sulle tasche degli utenti! La nostra proposta di adeguamento statutario è stata approvata dagli organi competenti ovvero da Regione Lombardia con decreto presidenziale del 5 luglio 2019». Cosa cambierà per la Fondazione a fronte della nuova riforma del terzo settore? «La Fondazione, che è un ente di diritto privato senza scopo di lucro, indipendente apolitico e apartitico si è sicuramente rafforzata grazie al coinvolgimento di importanti stakeholders (portatori di interesse), come Fondazione Cariplo, come APE-Associazione Pensionati Cariplo e Gruppo Intesa Sanpaolo che ha collaborato con il nostro Ente sin dalla nascita dell’Ex I.p.a.b. “Varni Agnetti” (convenzione del 17 maggio 1995), come i nuovi sthakolders territoriali (Comuni di Borgoratto Mormorolo, Borgo Priolo Bagnaria, Cecima, Ponte Nizza, Val di Nizza) e come Rotary Valle Staffora che permetterà anche attraverso la collaborazione di persone fisiche provenienti dal territorio ed in possesso delle esperienze più ampie nel settore dell’amministrazione e della direzione di organizzazioni complesse, una gestione efficace ed efficiente che sappia affrontare la complessità derivante dal rispetto che la più recente normativa europea sta ponendo anche agli enti del Terzo Settore cui la Fondazione appartiene». Qual è stata la logica del coinvolgimento di 6 nuovi Comuni? «È stata la naturale conseguenza del Progetto APA Alloggi Protetti per Anziani e soggetti in situazione di disagio. Mi spiego meglio: la nostra Fondazione, se fosse rimasta ancorata, dal punto di vista territoriale, al bacino d’utenza dei quattro Comuni originari, non avrebbe potuto ampliare la propria struttura, alzare il livello delle prestazioni erogate, aumentare i posti di lavoro. Una rete territoriale più ampia ha invece consentito di accedere ad importanti risorse messe a disposizione da Fondazione Cariplo ed ha permesso la costruzione dei nuovi appartamenti per anziani, l’erogazione di nuovi servizi sia in struttura che sul territorio con un bacino d’utenza sempre più ampio. La conseguenza di questa “apertura” al territorio si è tradotta anche in nuove e stabili opportunità di lavoro. Tutto questo senza pregiudicare i vantaggi per la popolazione dei quattro comuni fondatori». Quindi cambieranno solo le modalità di designazione del nuovo C.d.A.? «Le modalità di designazione dei Consiglieri sono analoghe a quelle precedenti di fatto un Consigliere sarà

nominato dal sindaco del Comune di Godiasco Salice Terme (Comune ove ha sede la Fondazione) tra i propri residenti; un amministratore nominato a rotazione con la seguente sequenza: dal Presidente dell’Unione dei Comuni Lombardi “Terre dei Malaspina” (Comuni di Cecima e Ponte Nizza); dal sindaco del Comune di Val di Nizza; dal sindaco del Comune di Bagnaria tra i residenti dei Comuni di Bagnaria, Cecima, Ponte Nizza e Val di Nizza; un amministratore nominato a rotazione con la seguente sequenza: dal Presidente dell’Unione dei Comuni Lombardi “Borghi e Valli d’Oltrepo” (Comuni di Borgo Priolo, Borgoratto Mormorolo, Montesegale e Rocca Susella), dal sindaco del Comune di Fortunago secondo un principio di rotazione di rappresentatività delle Comunità locali dei vari Comuni. La nomina degli Enti pubblici secondo la normativa vigente esclude ogni vincolo di mandato e di rappresentanza degli enti che li hanno nominati. Gli altri Consiglieri sono nominati uno dalla Fondazione Cariplo, uno dall’Associazione Pensionati Cariplo, uno dal Rotary Club Valle Staffora, più il Parroco di Godiasco membro di diritto a tutela delle volontà della donataria Famiglia Agnetti. Preciso altresì che sin dalla trasformazione da I.p.a.b. a Fondazione di diritto privato, avvenuta il 1° gennaio 2004, il controllo dell’attività e della gestione della Fondazione è di competenza di Regione Lombardia e dell’Azienda di Tutela della Salute (ex ASL); i controlli interni sono effettuati attraverso il Revisore dei Conti e attraverso l’Organismo di Vigilanza ai sensi del D.lgs 231/2001. La Fondazione inoltre si sottopone volontariamente a controlli aggiuntivi effettuati da Enti Certificatori Terzi ai sensi della norma UNI EN ISO 9001 e OHSAS 18001». Tutto questo che riflessi avrà sul futuro della Fondazione? «Una fondazione sempre più forte, indipendente e sempre più aperta alle Comunità locali ed alla società civile favorirà una migliore governance, una più efficiente amministrazione e funzionalità operativa e gestionale sempre nell’ottica di una ricerca delle possibilità di crescita economica e di maggior sostenibilità della Fondazione stessa. In sostanza la Fondazione non solo si rafforza ma verrà messa in condizione di affrontare le prossime sfide con la dovuta serenità e poter mantenere anche in futuro un modello di gestione improntato sulla responsabilità sociale e su un progetto etico di Fondazione garantendo: rette sostenibili per l’utenza, servizi di qualità, efficienza nell’utilizzo delle risorse. Chi beneficerà di tutto questo? I principali portatori di interesse della Fondazione ovvero gli Utenti ed il personale (e collaboratori), ma anche i cittadini del nostro territorio, in primis i cittadini di Godiasco dove la Fondazione ha sede». Qualcuno potrebbe malignare che questi cambiamenti danneggiano la politica locale? «Non credo proprio, ribadisco che la Fondazione è indipendente, apolitica e apartitica e come ente di diritto privato senza scopo di lucro è libera di darsi la miglior organizzazione per perseguire i propri scopi istituzionali ed il principale è quello di prendersi cura e dare delle risposte concrete ad utenti che per lo più versano in situazioni di grave fragilità. Questo stiamo facendo e questo vogliamo fare senza interferenze esterne, del resto

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LA FONDAZIONE IN CIFRE FATTURATO 2014= 3,3 ML 2019 = 4, 1 ML (previsione) I SERVIZI: Posti letto RSA (Casa di riposo): N.88 Posti letto A.P.A.–Alloggi Protetti per Anziani: N.26 Posti letto a contratto A.P.A. – Alloggi Protetti per Anziani per servizio di residenzialità leggera: N.6 Centro Diurno Integrato per Anziani: N.40 Utenti R.S.A. APERTA (servizi della Casa di Riposo erogati a domicilio): N.45 Utenti A.D.I. – assistenza domiciliare integrata: N.56 DIPENDENTI e COLLABORATORI Dipendenti/ collaboratori: N.110 Collaboratori ditte esterne/fornitori: circa N.30 La Fondazione “Varni Agnetti” •ha certificato il proprio Sistema di Gestione della Qualità (servizi R.S.A.C.D.I. – A.P.A. e servizi domiciliari ) secondo la norma UNI EN ISO 9001:2015; •è stata la prima R.S.A. lombarda ad ottenere la certificazione ai sensi della norma OHSAS 18001:2007 (Sistema di gestione per la salute e la sicurezza sul luogo di lavoro). la nostra Fondazione è un’eccellenza del territorio proprio perché ha sempre agito nel solo interesse degli utenti cercando di svilupparsi e introducendo nuovi servizi per i cittadini. La Fondazione ha tutto il diritto di programmare il proprio futuro come ha sempre fatto e sino ad ora i fatti ci danno ragione basta raffrontare le nostre rette con quelle dei concorrenti del territorio… inoltre i vantaggi per i cittadini di Godiasco, Fortunago, Rocca Susella e Montesegale sono tutelati sia dallo statuto che dal regolamento di accesso ai servizi. Quel che conta davvero è che la Fondazione risponda pienamente ai bisogni assistenziali degli utenti con interventi puntuali e concreti, quel che conta davvero è che la Fondazione nei suoi primi 20 anni di attività ha erogato circa 600.000 giornate di assistenza in R.S.A., circa 180.000 giornate di assistenza in C.D.I. e assistenza circa 2.000 utenti al domicilio e continuerà a farlo nell’interesse degli utenti grazie alla professionalità del proprio personale! Se mi consente dico anche che la politica più sta fuori da queste istituzioni e meglio è sia per le istituzioni, che per la politica stessa ma soprattutto per gli utenti… e se vogliamo… di cose da fare ce ne sarebbero e non mi sembra che i problemi del territorio e dei cittadini siano riconducibili alle modalità di nomina di un Consiglio di Amministrazione». Quindi è soddisfatto di quanto è stato fatto? «Certo. Non potrebbe essere diversamente aver assicurato un ulteriore passo in avanti rispetto all’organizzazione attuale della Fondazione “Varni Agnetti” o.n.l.u.s. nel costruire un modello di Fondazione che sia, sempre più, espressione della Comunità che rappresenta e capace di essere protagonista del cambiamento nei nuovi scenari che vanno delineandosi è un grande motivo di orgoglio per noi tutti!».

di Silvia Colombini


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“Oltrepò drink twist”

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BARGNOLINO, GIN e TONICA Un Gin Tonic speziato all’Oltrepò “The gin and tonic has saved more Englishmen’s lives, and minds, than all the doctors in the Empire.” Winston Churchill

di Emanuele Firpo Secondo appuntamento legato al magico mondo della miscelazione, al quale abbiniamo la naturalezza dei prodotti tipici firmati Oltrepò Pavese. “Maledetti spagnoli!” Esclamazione che balza nelle testoline di moltissimi grandi barman, me compreso. Sì, è proprio colpa loro, e non merito, se tanti dei gin tonic serviti oggigiorno, dal bar di paese al più rinomato cocktail bar di Londra (capitale indiscussa del bere miscelato dagli anni Novanta), sono delle benemerite “insalate” serviti in bicchieri che assomigliano sempre più alle bowl dove si tengono i pesci rossi. “L’acqua tonica è diventata sofisticata e ordinare un gin tonic è diventato un affare maledettamente complicato” cita nel suo libro “drinkzionario” il professore genovese Domenico Costa. Non per niente il signor Dave Arnold, nel suo Liquid Intelligence, arte e scienza del cocktail perfetto, ci fa notare con molta sobrietà che ha impiegato 48 mesi di studio per creare, come lo definisce lui, il gin tonic perfetto, lavorando sulle temperature dei singoli ingredienti (quattro, ghiaccio compreso) nonché del bicchiere, “semplicemente” per ottenere una gasatura ottimale. Ma che cos’è il gin? Scopriamolo insieme. Prodotto dalla distillazione di cereali e aromatizzato con bacche di ginepro e altre essenze, i botanici, è uno dei distillati più utilizzati per la creazione di cocktail. La storia del gin nasce in Olanda.

La tradizione racconta di un medico e farmacista, tale Sylvius Franciscus, che nel XVII secolo sperimentò un rimedio per i disturbi di stomaco e reni usando alcol di grano e bacche di ginepro. Nacque così la ricetta del Jenever, che più tardi diventerà GIN. Il rimedio ebbe un successo talmente largo che successivamente arrivò anche in Inghilterra. Presto, tuttavia, gli inglesi decisero di produrlo in loco e con il tempo perse la caratteristica di medicamento per diventare una bevanda alcolica a tutti gli effetti. La preparazione vera e propria del gin consiste in una soluzione di acqua, alcol, bacche di ginepro e altre sostanze aromatiche, immesse nell’alambicco (macchinario che permette la distillazione tramite l’evaporazione dell’alcol che, successivamente, per escursione termica ritorna in forma liquida), lasciata riposare alla temperatura di 40-50° per tre giorni e successivamente distillata. La scelta dei botanici è a discrezione del produttore. “Ognuno infatti inseguirà la sua filosofia alla ricerca dell’eccellenza, complessità accentuata con un numero elevato di aromatizzanti per gin simili a profumi cosmetici, elementi territoriali per creare appartenenza, piante sconosciute dai poteri miracolosi, e per finire gin assoluti con solo ginepro o poco più”, ci dice Fulvio Piccinino nel suo sito colosso saperebere.com, ma quante ne sa! Ovviamente il ginepro dovrà sempre essere la spezia dominante, in quantità maggiore rispetto alle altre per intenderci.

Le spezie più utilizzate per aromatizzare il gin sono, ne cito alcune, l’angelica, le scorze di agrumi, il cardamomo, il cumino, la cannella, la cassia (per chi non lo sapesse la cassia sa più di cannella della cannella cit. Giovanni Ceccarelli), semi di coriandolo, liquirizia, mandorle ecc. Oggi, vista la moda, spopolano gin “moderni” aromatizzati con petali di rosa, cetriolo, basilico, timo, nonché gin distillati nelle notti di luna piena, insomma i piccoli produttori artigianali sfornano gin di tutti i tipi e profumi a prezzi elevatissimi dati dalle tecniche e dalle tempistiche per realizzarli. Il Gin Tonic, che comunemente viene chiamato G&T, è il cocktail simbolo dell’Inghilterra, ottenuto con l’unione dei due suoi prodotti beverage più rappresentativi. La sua nascita è antica e risale all’epoca coloniale, quando i soldati inglesi consumavano l’Indian Tonic Water per difendersi dall’arsura e dalle malattie tropicali come la malaria. E’ risaputo che il chinino è un principio attivo contro questa malattia, essendo un potente febbrifugo e per lungo tempo fu l’unico rimedio conosciuto contro di essa. Per rendere il suo consumo più piacevole, visto la tendenza amara piuttosto pronunciata, i soldati la unirono al loro distillato principe, il gin, trasportato via nave in tutte le colonie. Il Gin Tonic oltre ad assolvere alle suddette funzioni curative, divenne, nel proseguo della sua storia, un cocktail ambivalente: l’aperitivo per eccellenza nel mondo anglosassone e il dopo cena che tutti conosciamo nel resto del mondo. Una citazione simpatica del Gin & Tonic, la fa il gruppo degli Oasis, quando canta: “I fell supersonics, gimme a gin and tonic”… Tutto il resto è noia. Detto questo preparatevi a creare la vostra insalata made in Oltrepò perché le mode sono mode. Premettendo che anche voi potete spaziare su erbe, spezie e fiori che trovate passeggiando per le nostre colline, io ho provato a comporre un gin tonic con l’aggiunta di qualche goccia di Bargnolino, dei chicchi di melograno e della melissa. Il Bargnolino è prodotto partendo dall’infusione di una piccola prugna selvatica, conosciuta come prunella, in dialetto bargnò, da cui il nome del liquore. Liquore di lunga tradizione fortemente legato al territorio, in passato non c’era famiglia sul nostro Appenino che non lo producesse artigianalmente, per proprio consumo. Potete autoprodurlo raccogliendo le prugne selvatiche che maturano proprio in questo periodo e mettendole a macerare con alcol, zucchero, cannella e vino rosso fermo del territorio oppure acquistarlo già pronto. Anche il melograno si raccoglie

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Rivisitiamo i COCKTAIL d’autore con i prodotti del nostro TERRITORIO in queste settimane e la melissa, pianta spontanea, la si reperisce facilmente. Ecco la ricetta per il Gin Tonic speziato all’Oltrepò: 5 cl di London Dry Gin 4 cucchiaini da caffè di bargnolino 5 chicchi di melograno 1 rametto di melissa essicata 1 bottiglietta di acqua tonica 1 scorza di limone In un tumbler alto o un ballon, se volete riprendere la moda spagnola, inserite i chicchi di melograno e schiacciateli con il pestello di un mortaio, colmate di ghiaccio appena tolto dal freezer, versate il gin e la tonica ghiacciati, inserite il bargnolino e la melissa. Mescolate delicatamente e spruzzate gli oli essenziali della scorza di limone avendo cura di strofinare quest’ultima sul bordo del bicchiere. Io lo berrei senza cannuccia per non privarmi dei profumi dati dal gin e dall’agrume giallo. Ideale per i vostri dopo cena è anche ottimo per un aperitivo purché venga leggermente sacrificata la dose di gin. Sempre rimanendo morbidi sulla gradazione alcolica lo consiglio vivamente accompagnato da una tartare delle nostre vacche vergini varzesi condita con melograno, olio, limone, sale e cetriolo. Da leccarsi i baffi! Cheers! Consuma sempre i drink a stomaco pieno e non far mancare, di tanto in tanto, un sorso di acqua fresca. DEGUSTARE UN COCKTAIL È UN PIACERE… SE TI PERDI CHE PIACERE È?! DRINK RESPONSIBLY

Emanuele Firpo Barman e collaboratore presso Io&Vale, consulente per aziende del settore turismo, appassionato di merceologia e fondatore della Scuola per Barman “Upper School” di Salice Terme.


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CECIMA

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100mila euro sfumati, il responsabile rimosso dall’incarico Il responsabile dell’ufficio tecnico dell’Unione di Comuni Terre Malaspina, che coordina i servizi di Cecima e Ponte Nizza, non fa più parte dell’organico a partire dal primo ottobre. è questo il risultato del provvedimento disciplinare preso ai suoi danni per aver causato, con un’inadempienza burocratica, la perdita di un finanziamento regionale da 100mila euro. L’ufficio tecnico, in altre parole, non ha consegnato in tempo utile la documentazione al Pirellone, che ha di fatto cancellato il contributo. «Sfuma la possibilità di fare un investimento importante – spiega il presidente dell’Unione e sindaco di Cecima Andrea Milanesi - ma non ci sarà nessun danno per le casse dei nostri Comuni, come invece qualcuno ha lasciato intendere». Il riferimento è a quanto affermato dal consigliere di minoranza del Comune di Ponte Nizza Giuseppe Daglia sulle pagine del nostro giornale. Il consigliere di minoranza Daglia l’ha chiamata in causa per responsabilità oggettive. Lei è il presidente dell’Unione, “non poteva non sapere”… «In quanto rappresentante legale dell’Unione, capofila del progetto in questione, mi sento rammaricato del mancato avverarsi di questo intervento. Ma, parlando di responsabilità, mi preme sottolineare che nella struttura organizzativa dell’ente, ciascuna posizione organizzativa è unicamente responsabile del proprio settore per le relative competenze. Proprio per questo si è provveduto ad emettere un provvedimento disciplinare nei confronti del Responsabile dell’Ufficio Tecnico dell’Unione, che dal primo ottobre non fa più parte del nostro organico». Daglia però ha parlato anche di ripercussioni importanti sul piano economico. Che cosa comporterà per le casse dell’Unione e del suo Comune la perdita di questo finanziamento considerato che dovrete restituire l’acconto ricevuto

«Daglia dice falsità: nessun danno alle casse dei Comuni per via dei fondi perduti»

Andrea Milanesi, presidente dell’Unione “Terre Malaspina”

Il capo dell’ufficio tecnico dell’Unione Terre dei Malaspina punito per inadempienza entro fine novembre? «Non ci sarà alcuna ripercussione: nel novembre 2018 l’Unione ha provveduto, così come richiesto dal bando in oggetto, a completare la procedura di accettazione del contributo, al termine della quale Regione Lombardia ha disposto l’erogazione di un acconto del 40% dell’intero importo, pari a 36mila euro. Ora, trattandosi di mancato intervento, non ci saranno conseguenze sulle casse dell’Unione, perché non avendo preso impegni nei confronti di terzi non faremo altro che restituire la somma erogata da Regione a titolo di acconto. Quanto alle dichiarazioni del consigliere di minoranza Giuseppe Daglia, penso che indubbiamente l’aver perso le elezioni Comunali lasci l’amaro in bocca e comporti un senso di risentimento, ma la decisione, espressa dallo stesso, di diffondere notizie tendenziose e non veritiere sull’operato dell’amministrazione che rappresento, sia

principalmente una mancanza di rispetto nei confronti di tutti i cittadini che il 26 maggio scorso hanno espresso in maniera evidente la propria fiducia nei confronti del sottoscritto e del Sindaco di Ponte Nizza, Tino Pernigotti. Pertanto credo fermamente che tutta la popolazione debba conoscere, anche a mezzo stampa, la realtà dei fatti e più genericamente le vicende che caratterizzano il nostro ente». Milanesi, che cosa avreste finanziato con quel contributo? «Nel 2018 avevamo candidato un progetto ambizioso per la realizzazione di un apparato di videosorveglianza di ultima generazione, completo di lettura targhe, che potesse fornire tutti i dati necessari alle forze dell’ordine, al fine di monitorare al meglio il territorio e nel tentativo di scongiurare furti e illeciti vari che erano diventati un problema. Il progetto presentato è stato valutato da Regione Lombardia ed

è stato finanziato per un importo totale di 100mila euro, di cui 80mila cofinanziati con fondi regionali e i restanti 20mila con fondi propri degli enti». Come si è arrivati a “perdere” quei soldi? «Dopo aver ottenuto il contributo ci siamo impegnati nell’iter previsto dal bando, confidando negli uffici tecnici, i quali, come da prassi, si sarebbero occupati di espletare tutte le procedure necessarie, nei tempi previsti. Nel corso dei mesi abbiamo avuto diversi incontri nei quali gli uffici garantivano di rispettare le tempistiche previste dal bando. Solo alla scadenza dei termini per la rendicontazione noi amministratori siamo venuti a conoscenza dell’inadempienza da parte degli uffici. Questo ha comportato la perdita del contributo e il vanificarsi del lavoro che abbiamo svolto in sinergia con il comune di Val di Nizza e le Forze dell’Ordine, arrecando un danno per mancato intervento, che oltre ad aver un riscontro economico importante, ha principalmente compromesso il miglioramento della sicurezza dei nostri cittadini». Parliamo della situazione del comune di Cecima: su quali progetti si lavorerà nei prossimi mesi? «Nei prossimi mesi partiranno i lavori di completamento dei percorsi pedonali a ridosso della SP 461 del Penice, nelle località di Casa Cucchi e Casa Ponte. Questo intervento sarà possibile grazie al contributo di 50mila euro del Ministero dell’Interno contenuto nel Decreto Crescita per l’anno 2019. Proseguono i lavori per il completamento del parcheggio nel capoluogo di Cecima, in Via Cà d’Anna e abbiamo recentemente candidato un progetto di manutenzione del reticolo idrico minore, che ci auguriamo venga finanziato da Regione Lombardia». Le fusioni tra Comuni sembrano un argomento un po’ passato di moda da queste parti. Lei come la pensa? Crede che in Oltrepò qualcun altro seguirà l’esempio di Colli Verdi? «Personalmente sarei favorevole alla fusione di Comuni qualora si fosse già avviato un percorso di condivisione di servizi e personale, al fine di un’ottimizzazione dei costi ed a una migliore gestione dell’ente. è però un percorso lungo, che non tutti i Comuni sarebbero pronti ad affrontare. L’Unione tra i Comuni di Ponte Nizza e Cecima si sta già muovendo nella giusta direzione per ottenere un’ottimizzazione sempre maggiore dei servizi con il passare degli anni e al momento non vedo la necessità di pensare alla fusione». di Christian Draghi


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«Pronto Soccorso non adeguato per tutte le emergenze» «Non c’erano le condizioni per andare avanti con il gruppo di minoranza guidato da Mariarosa Rebollini, certe dinamiche su cui ci si era arenati non erano più conciliabili con le mie prerogative». Il consigliere comunale di Varzi Angelo Varni, che ad agosto ha abbandonato il gruppo con cui era stato eletto, spiega la sua scelta e ribatte alle dichiarazioni della sua ex capogruppo che lo aveva chiamato in causa sullo scorso numero del nostro giornale. Varni, 49 anni, residente a Pietragavina, è un tecnico sanitario di radiologia medica in forze all’ospedale Ss.Annunziata da circa 20 anni. Continuerà la sua avventura in consiglio comunale da solo, con il gruppo da lui battezzato “Lavoriamo per Varzi”. Due mesi neanche ed ha abbandonato la squadra con cui era stato eletto. Un tempo piuttosto breve per i ripensamenti, che cosa è accaduto? «Alle elezioni per il rinnovo dell’amministrazione comunale mi sono presentato nelle file di una lista civica dove, anche in sede di campagna elettorale ho sempre sottolineato che avrei lavorato per la collettività al di fuori delle dinamiche partitiche, sia che fossi in maggioranza o in minoranza, perché prima viene il cittadino le sue esigenze e i suoi diritti. Ma mi sono accorto subito che, alla prova dei fatti, non c’erano le condizioni per proseguire insieme». Rebollini l’ha accusata di non attenersi alle linee del gruppo e di aver votato a favore provvedimenti della maggioranza… «Innanzitutto non è vero che ho votato tutte le delibere compatto con la maggioranza, come da lei affermato. Su sette ne ho votate a favore due, coerentemente ai propositi della campagna elettorale: una riguardava infatti l’approvazione dell’area sgambamento cani, che tra l’altro era anche nel nostro programma e l’altra la vendita di un terreno in zona Santa Cristina dove c’è installato un ripetitore telefonico, preservando il parcheggio adiacente cimitero, quando invece secondo la strategia del gruppo mi sarei dovuto astenere a qualsiasi proposta in votazione. Io però sono una persona libera e agisco prima di tutto secondo coscienza». è vero che avete discusso per la nomina al C.d.A della Fondazione San Germano? Secondo Rebollini voleva lei quel posto riservato alla minoranza, mentre la sua capogruppo avrebbe preferito tenerlo per sé… «La signora Rebollini ha affermato di conoscere bene quel posto considerato che ci lavora suo marito e aveva la madre ricoverata. Io però sono quello che ha ricevuto più voti nella mia lista e ho comunque esperienza diretta ventennale in campo

Sull’ospedale: «Gli ambulatori e radiologia fanno numeri importanti, ma c’è carenza di organico»

Angelo Varni, consigliere comunale di minoranza

Il consigliere “dissidente” Varni replica alla ex capogruppo: «Io incompatibile con le direttive del gruppo, voto secondo coscienza» tecnico-sanitario-ospedaliero. Ho ritenuto giusto candidarmi pensando che potessi essere la figura ideale per quel posto, essendo comunque una personalità esterna a quel contesto senza conflitti di interesse. Tengo comunque a precisare che il mio distacco dalla minoranza è avvenuto in piena autonomia e senza “frizioni”, come è stato descritto dalla Rebollini, e che i rapporti con gli altri componenti della minoranza appena lasciata rimangono buoni, così come con la capogruppo». Come si comporterà politicamente il suo nuovo gruppo? «Resto all’interno dell’opposizione, ma mi riservo di decidere cosa votare e cosa no volta per volta. Se si presentano delle idee giuste, applicabili e per il bene del-

la comunità, chiaramente condivisibili da tutte le parti, è giusto che si cooperi». Lei è un “interno” dell’ospedale varzese. La struttura è efficiente o la situazione è critica come denunciato dalla capogruppo di minoranza? «La situazione in cui versa l’ospedale in cui lavoro è un po’ precaria. Se da un lato riceviamo comunque una buona affluenza dalla valle Staffora e limitrofe (Curone, Trebbia ecc.) dall’altro siamo costretti a lavorare a ranghi ridotti a causa di difficoltà strutturali, come la carenza di posti letto per i degenti e conseguenti chiusure temporanee di reparti. La questione è sempre quella, sollevata da tempo, delle carenze di organico per quanto concerne medici, infermieri e tecnici sanitari che purtroppo

aumentano con trasferimenti e pensionamenti e spesso non vengono rimpiazzati e la cosa crea malcontento». Gli accessi e l’utenza rimangono comunque alti? «Gli ambulatori, radiologia e il pronto soccorso hanno sempre numeri importanti, ma in particolare quest’ultimo, indispensabile in zona, non è adeguato per tutte le emergenze, nonostante si debba spezzare una lancia a favore di tutto il personale medico, infermieristico e tecnico che nonostante le difficoltà in questi anni con spirito di sacrificio e professionalità ha lavorato e sta lavorando per la comunità con risultati eccellenti». Crede che l’Asst sia ben conscia della situazione? «Penso che l’azienda sappia dell’importanza dell’ ”Ospedale di montagna”, per l’estensione del territorio che ricopre, il vasto bacino d’utenza e per i servizi che deve erogare alla popolazione ahimè sempre più anziana che troverebbe fatica e disagio a spostarsi in altri nosocomi più distanti». La politica può fare qualcosa? «Sono dell’idea che politica ed associazioni debbano collaborare a stretto contatto con i vertici dell’azienda, facendo sentire la propria voce, evidenziando le problematiche da risolvere per far sì che questa struttura che ha sempre ben funzionato non venga man mano a mancare arrivando a delocalizzare altrove i servizi». Si è vociferato di un suo impegno diretto nella prossima campagna elettorale a Voghera. Si candiderà? «Smentisco, resto a lavorare per il mio Comune. A Voghera ho contatti con diversi esponenti politici con cui ancora oggi mi confronto e sarà forse per quello che è scaturita questa voce. Mi limiterò a sostenere il centrodestra da esterno, sperando che ritrovi unità e possa vincere come ha fatto a Stradella». di Christian Draghi


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Lavezzari e la superstrada che non si fece negli anni d’oro della Zincor C’era una volta la Zincor. C’era una volta una Valle Staffora che brulicava di vita, una Varzi dove lavoravano 400 persone e le case costavano più che a Voghera. Un’età dell’oro che non serve essere anziani per ricordare dato che è storia relativamente recente, legata a doppio filo alla fortuna e al declino di una delle più grandi realtà industriali che l’Oltrepò abbia mai conosciuto. L’acciaieria varzese, leader nella lavorazione di lamiere per le automobili, è stata cuore pulsante dell’industria locale e la promessa mantenuta di benessere e riscatto sociale per molte famiglie che dagli anni ’60 alla fine dei ’90 hanno portato linfa a un paese che oggi vive di ricordi e qualche rimpianto. L’epopea della Zincor è legata indissolubilmente a un nome, quello di Carlo Lavezzari, ingegnere e imprenditore “illuminato” che di quella fortuna è stato l’artefice. è proprio dopo la sua morte, avvenuta nel Natale del 1994, che la parabola per la Valle Staffora industriale si è fatta discendente e a Varzi nulla è più stato come prima. La ditta, passata nelle mani del gruppo Riva nel 1997, è divenuta Ilva e ha chiuso definitivamente i battenti nel 2015. «Nessuno aveva le competenze e la lungimiranza imprenditoriale di Lavezzari» spiega Donato Bertorelli, che prima di diventare sindaco di Menconico è stato dirigente Zincor per vent’anni, dalla fine degli anni ’80 al 2010. «Riva mirava alla quantità e non alla qualità, e non si adoperò neppure per rimanere al passo con le moderne tecnologie impiegate nel settore». Responsabile del laboratorio qualità, Bertorelli si occupava di ricerca, sviluppo e assistenza tecnica. Di quell’impero oggi non restano che gli scheletri vuoti dei capannoni, recinzioni e porte d’ingresso divelte, uffici messi a soqquadro, oltre 74 tonnellate di rame saccheggiate e 63mila metri quadrati di degrado. I lavori per la bonifica sono ricominciati in attesa che, entro l’inizio del 2020, le analisi Arpa dicano se e quanti danni l’amianto che ricopriva i tetti dei ha provocato. Le ruspe hanno appena ripreso a lavorare e cancelleranno per sempre le tracce visibili di un passato ormai scomodo. Dell’epoca Lavezzari rimarrà solo il ricordo, dato che il lascito più importante che “l’ingenere” avrebbe potuto regalare alla “sua” Valle Staffora è un’opera che, pur essendo stata finanziata e messa nero su bianco, non si è mai realizzata: la superstrada Voghera-Varzi, naufragata tra le beghe della politica oltrepadana. Bertorelli, lei si ricorda di quell’occasione perduta? «Sì, Lavezzari mi fece anche vedere le carte del finanziamento già firmate. Era

Donato Bertorelli (secondo a sx) con la famiglia Lavezzari e Giulio Andreotti nel giorno inaugurazione della linea di verniciatura

l’epoca in cui Prodi era presidente dell’Iri e per permettere la realizzazione di quel progetto i comuni interessati avrebbero dovuto variare il piano regolatore. Cosa che però non fecero mai». Come mai? «Per ragioni politiche. Lavezzari era amico di Andreotti e un autentico democristiano, immagino che a qualcuno facesse piacere mettergli i bastoni tra le ruote». Beh, strade o non strade, la Zincor in Valle lavorava eccome. Una lezione per quelli che dicono che senza strade non si può avere sviluppo? «Le strade servono, e infatti ai tempi il traffico pesante sulla statale del Penice era davvero un problema. Per questo Lavezzari voleva la superstrada». Prima ha citato Andreotti. è vero che veniva in visita a Varzi? «Sì, ai tempi in cui era presidente del consiglio capitava di averlo in visita ai nostri impianti». D’altra parte la Zincor era una vera eccellenza a livello italiano nel settore della siderurgia. Di che cosa si occupava esattamente? «C’erano tre stabilimenti, uno che si occupava di zincatura, creazioni di lamine in acciaio con cui si produceva la scocca delle automobili, l’altro che eseguiva la verniciatura utilizzando le più moderne tecnologie e poi c’era la Lavezzari impianti. Nella verniciatura non avevamo pari in Italia, ma neppure in Europa, i nostri clienti erano i brand più importanti». Se li ricorda tutti?

«Tutti no, ma i più prestigiosi sì: Fiat, Ferrari, Maserati, Alfa Romeo e Innocenti in Italia, ma anche Seat in Spagna e Bmw in Germania. Allo stesso modo il reparto elettrodomestici vantava come clienti tutti i principali marchi come Whirpool, Candy, Zanussi». Quante persone lavoravano alla Zincor? «300 dipendenti nello stabilimento principale, ma non dimentichiamoci che Lavezzari aveva anche la Lawil, la casa di produzione automobilistica che faceva la Varzina, in pratica l’antesignana della Smart, che quindi si era inventato lui vent’anni prima dei tedeschi! In tutto per le sue aziende nel territorio lavoravano circa 400 persone e se contiamo l’indotto molte di più. In pratica tutta la Valle era occupata grazie a lui. C’era il pendolarismo all’incontrario: da Voghera si veniva a Varzi».

Il ricordo della Varzi industriale: «All’epoca della Zincor tutta la Valle lavorava lì»

Lavezzari rapito nel 1978: «Lo liberarono grazie a una sua dipendente» E le case costavano di più in paese che in città… «Vero, e non bisogna dimenticare l’indotto: anche l’albergo Corona era sempre pieno dato il viavai di gente e il Vecchio Varzi, la storica salumeria, in pratica aveva noi come miglior cliente». Come mai? «Era usanza di Lavezzari regalare un salame di Varzi a chiunque venisse in visita all’impianto. Sotto Natale poi non le dico cosa succedeva con i cesti regalo». Lei Carlo Lavezzari lo ha conosciuto bene. Che tipo era? «Vulcanico, generoso, lungimirante. Con lui l’azienda era davvero una grande famiglia. Era pignolo sul lavoro, se qualcosa non andava bene ti faceva una bella ramanzina ma poi era capace di chiamarti la sera per raccontarti una barzelletta e sdrammatizzare. Altri tempi, altri uomini». Non ha avuto una vita facile. Da bambino scampò per miracolo a una rappresaglia partigiana e la sua famiglia fu sterminata…le raccontò l’episodio?


VARZI «Sì. La sua famiglia, come quasi tutte all’epoca della fine della guerra, dava rifugio ai soldati in fuga, o a chiunque fosse in situazione di necessità. Lo facevano tutti, senza badare ai colori e alle bandiere. Capitò allora che avessero in casa dei tedeschi finiti allo sbaraglio durante una ritirata e così una squadra di suddetti partigiani invasati decise di trucidare tutti. Lui si salvò perché era schiacciato a terra sotto il corpo del fratello e fu creduto morto». Non è stato però l’unico episodio drammatico che lo coinvolse. Nel 1978 venne anche rapito. Si ricorda come andò? «Certo, all’epoca Lavezzari aveva già ricevuto minacce per cui girava armato. Una mattina però, mentre stava arrivando da Milano in taxi i rapitori travestiti da poliziotti inscenarono un posto di blocco e lo sequestrarono, portandolo in un garage di Milano dove per 20 giorni fu tenuto legato a un letto e bendato». Eppure fu liberato senza che nessun riscatto fosse versato… «Quella fu fortuna. Noi avevamo già le valigette pronte con il denaro per riscattarlo ma ci fu un episodio che permise di arrivare ai sequestratori: il giorno del rapimento proprio una sua dipendente assistette alla messinscena del posto di blocco e notò che uno dei “poliziotti” portava i capelli lunghi. Una cosa piuttosto inconsueta per un agente, soprattutto in quegli anni. Dopo il rapimento, grazie alla descrizione che quella donna fece, i veri poliziotti riuscirono a identificare l’uomo e a catturarlo, fino a farsi indicare il luogo della detenzione. Lasci però che le dica una cosa, che spiega bene chi era Carlo Lavezzari». Sarebbe? «Uno dei suoi sequestratori che furono catturati un giorno gli chiese aiuto per avere una condanna più lieve. Lui mi disse “infondo mi trattava bene, non mi picchiava e mi dava da mangiare di nascosto dagli altri, mi sa che lo aiuterò”. Oltre a questo è giusto ricordare che fece costruire due

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Da polo industriale d’eccellenza a cumulo di macerie: «Il gruppo Riva senza la mentalità giusta» La ex Zincor oggi

Il progetto abortito della superstrada Voghera-Varzi: «Era già finanziato, lo affondarono per beghe politiche» orfanotrofi, uno a Durazzo e uno in Romania, strutture da 300 posti». La sua generosità però se ne andò a Natale del 1994, stroncata da un ictus. Come cambiarono le cose in azienda dopo la sua scomparsa? «Ci fu una riunione indetta dalla famiglia, ma si capiva che nessuno poteva prendere in mano le redini al pari suo e di lì a poco, nel 1997, l’acciaieria fu acquisita dal gruppo Riva. Nel dicembre del 2008 la proprietà decise poi di trasferire gli ultimi 80 dipendenti nella sede di Novi Ligure e successivamente di chiudere bottega». Cosa non funzionò? Solo colpa della crisi?

«La crisi avrà fatto la sua parte, ma in generale la gestione Riva non era all’altezza. Avevano una mentalità del tutto diversa, badavano alla quantità piuttosto che alla qualità, in completa controtendenza rispetto all’impostazione di Lavezzari. Inoltre nel tempo i macchinari non furono più aggiornati e mantenuti all’avanguardia. Era una questione di volontà della proprietà: pensi che alla prima riunione che Riva convocò dopo il subentro ci disse che nella sua azienda “i dirigenti non dovevano pensare ma eseguire”. Una filosofia che per noi non poteva funzionare». Crede che la fine della Zincor fosse evitabile?

«Il destino poteva essere diverso. Eravamo un’azienda senza concorrenti nel settore dell’elettrozincato, e nella laminatura eravamo gli unici insieme a Italsider. Si poteva sicuramente continuare a lavorare se si fosse puntato sulla nostra eccellenza». Riva non considerò mai l’ipotesi di vendere anziché chiudere? «Ci fu un contatto con la Siderurgica Modenese che era interessata ad acquisire la linea di verniciatura. Fui io stesso a portare i loro dirigenti all’incontro, ma poi non se ne fece nulla». Oggi come vede il futuro della Valle? «A livello industriale nullo, però l’occupazione può arrivare se si investe sulle filiere di produzione agricola. Si pensi solo al tartufo, di cui Menconico è il principale produttore della Lombardia. Il problema è che lo si raccoglie ma poi non c’è nessuno che lo lavora e finisce in Umbria e Piemonte. Con una filiera completa si potrebbe portare sviluppo e occupazione, e lo stesso si potrebbe fare con il miele, la frutta e altre peculiarità locali». Servono più finanziamenti? «Prima di tutto, servirebbe un altro Carlo Lavezzari». di Christian Draghi


CEGNI SANTA MARGHERITA STAFFORA

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«Riforniamo di cippato l’ospedale di Varzi pulendo i boschi» Cegni, tanto piccolo ma tanto interessante e forte della volontà dei propri abitanti: 35 in tutto. Luciano Zanocco presidente della cooperativa Contagri nata nel 1977 voluta dai numerosi agricoltori di quel tempo lontano racconta personalmente quella che è la storia del suo paese natale e della realtà di oggi. «Gli agricoltori sono rimasti pochi purtroppo molti se ne sono andati in cerca di un lavoro alternativo e di una migliore qualità della vita». La cooperativa si occupa di allevamento di bovini e dispone di 150 fattrici, mucche della razza francese Limousine per la produzione di carne. In passato la cooperativa aveva anche acquistato un impianto per la produzione di biogas ma non è stato mai possibile utilizzarlo a beneficio della popolazione in quanto il cippato che dovrebbe far funzionare l’impianto non è adatto allo scopo e non si può raffinarlo poiché nelle condizioni attuali l’impianto non soddisfa questo requisito. Il suddetto cippato viene quindi venduto all’ospedale di Varzi. Intanto la cooperativa provvede alla manutenzione delle strade intorno al paese ripulendo i fossi tagliando le erbacce. In estate il paese si ripopola grazie ai vacanzieri che desiderano aria buona e tranquillità ma anche d inverno nonostante la vita si complichi per la neve e il ghiaccio qualcuno ama tornare per le feste di paese che certo non mancano. Gli abitanti con età media intorno ai 70 anni sperano che Cegni, piccola frazione di Santa Margherita Staffora, non venga mai abbandonato ma piuttosto valorizzato e magari riscoprire gli usi e costumi tramandati fino ad ora. Zanocco, come fu creata la cooperativa? «Fu creata da un’associazione di agricoltori che possedevano piccoli appezzamenti di terreno e ogni famiglia allevava mucche da latte e si dovevano attrezzare ,ma già all’ epoca si era capito che non aveva senso che tutti spendessero nelle attrezzature per gestire quelle piccole aziende quindi l idea di una cooperativa e la possibilità di usufruire tutti quanti della stessa attrezzatura. Col passare degli anni qualcosa cambia:nessuno va più a ritirare il latte. Allora gli agricoltori decidono di allevare mucche da carne. Mio padre acquisto’ venticinque mucche Limousine». Quante ne contate oggi? «Centocinquanta fattrici. Negli anni scorsi era stata fatta domanda per di tenere il pascolo pulito e così viene utilizzato anche il pascolo». Attualmente chi fa parte della cooperativa? «I soci fondatori ormai non ci sono più,

sono morti. Sono rimasti i figli dei soci. Uno sono io e qualche amico mi aiuta, siamo quattordici in tutto». Vi state occupando della manutenzione Delle strade e dei fossi intorno al paese,ricevete aiuti in questo senso dall’ amministrazione comunale? «No, perché come tutti i piccoli comuni di soldi non ne ha abbastanza e pagare una persona per tagliare erbacce costa tanto! Quindi lo facciamo noi. Mi spiego: l’agricoltura in questi anni è stata aiutata e sovvenzionata, ma in quale modo l’ha fatto l’ente pubblico?! Per l’acquisto di un trattore o attrezzature piuttosto che per fare una stalla o un impianto ma, invece di dare un trenta quaranta per cento per l acquisto di un trattore (e lo devo comprare nuovo) così il contributo non lo vedo nemmeno in quanto lo giro direttamente all’ industria! Invece se il finanziamento fosse concesso per le mucche poi decido se comprare il trattore o altro. La strada da percorrere sarebbe questa. L’ente pubblico ha speso soldi per l agricoltura ma sono finiti all’ industria». In passato la cooperativa aveva acquistato un impianto per la produzione di biogas. Funziona oggi? «Lo abbiamo fatto funzionare per circa due anni e funzionerebbe ma purtroppo non rende ed è un peccato perché produrrebbe energia elettrica. Viene alimentato con il cippato che è composto da diversi tipi di legname e quindi il gas che ne esce non è adeguato, dovrebbe essere raffinato e questo comporta dei costi in quanto nelle condizioni attuali l’impianto non soddisfa questo requisito». L’ospedale di Varzi viene rifornito del vostro cippato, è corretto? «C’è da dire a proposito di questo che il cippato è un legname povero a basso costo, lo vendiamo da circa sette anni ad una società che rifornisce l’ospedale che appunto è dotato di un impianto adeguato». Al momento qual è una rendita? «Il cippato. Noi ripuliamo i boschi e l’industria compra il cippato. Ma speriamo di poter far ripartire il nostro impianto». A conclusione cosa vorrebbe dire? «Speriamo che a qualcuno interessi davvero la manutenzione del territorio che qualcuno rimanga dopo di noi. Un tempo quassù vivevano quattrocento persone e tutto era tenuto bene e pulito!ora in paese vivono circa quaranta persone con un età che si aggira sui settanta! Chi fa agricoltura ha bisogno di un reddito dignitoso che gli consenta di vivere e di non abbandonare la propria terra per cercare un alternativa chissà dove». di Stefania Marchetti

Cegni frazione di Santa Margherita Staffora

La cooperativa Contagri alleva bovini e produce carne dal 1977

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ROMAGNESE

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Il ritorno a Romagnese di ortaggi e cereali “di una volta” Due aziende che diventano una, tre cugini che uniscono le forze per tornare a produrre ortaggi come si faceva una volta, sui crinali dell’alto Oltrepò. A Romagnese per la precisione, frazione Casa Villa. L’esperienza di “Terre Villane”, iniziata nel 2017, è un esempio per tutti coloro che credono in un ritorno all’agricoltura e uno stile di vita sostenibile. Gabriele e Andrea Mori e Simone Marsetti da 4 anni hanno deciso di convertire la produzione delle aziende passando dal foraggio agli ortaggi di montagna. Al momento hanno a disposizione 40 ettari, ma ogni anno cercano di incrementare le superfici coltivabili pulendo terreni incolti per renderli seminativi. Come è nata l’idea? «Dal desiderio di valorizzare e recuperare i nostri terreni di Frazione Casa Villa per produrre ortaggi biologici e garantire al consumatore una serie di prodotti di nicchia puntando su una qualità assoluta (talvolta a discapito della resa)». Avete deciso di abbandonare i vostri rispettivi lavori? «Io ho abbandonato il mio lavoro di ufficio, Simone invece era già un coltivatore diretto, Andrea ha iniziato l’attività come giovane agricoltore». Quali sono i vostri prodotti di punta? «Uno è il mais Ottofile pavese, un’ antica varietà autoctona dell’Oltrepò Pavese Montano, dalla quale otteniamo una farina integrale ottima per polenta, biscotti, pane. Questo mais coltivato con metodi di agricoltura biologica lo raccogliamo a mano, selezioniamo le pannocchie migliori direttamente in campo e facciamo seccare la granella al sole ed all’aria. L’altro sono le patate di montagna a pasta gialla, bianca, rossa e viola (prodotto di grande qualità che ci sta dando molte soddisfazioni). Abbiamo poi i cereali di montagna come il grano saraceno, i frumenti antichi (da quest’anno seminiamo la varietà Gentil rosso, un grano che veniva coltivato fino agli anni sessanta in Alto Oltrepò e poi è stato abbandonato) dai quali otteniamo farine per la produzione di pane, pasta fresca, biscotti e torte. Produciamo anche miele di varietà Acacia, Millefiori e Castagno».

«Il clima in Oltrepò sta cambiando radicalmente»

“Terre Villane” produce mais, grano e patate di montagna in varietà autoctone

Gabriele e Andrea Mori e Simone Marsetti

Le istituzioni vi aiutano? «Abbiamo uno stretto rapporto di collaborazione con l’Università di Pavia, nello specifico con i componenti del Dipartimento di scienze dell’ambiente e della terra che tramite la banca del Germoplasma e alcuni progetti attivi in questi anni (Attivaree e Core Save) ci danno la possibilità di diventare agricoltori custodi di antiche varietà, per esempio il Mais Ottofile Pavese. Propagare queste sementi e far sì che non vadano perse definitivamente. Anche la Comunità Montana dell’Oltrepò Pavese fornisce un ottimo aiuto proponendo annualmente una serie di domande di contributo che ci hanno consentito di acquistare attrezzature agricole per ridurre i costi e i tempi di diverse operazioni colturali». Quale è stata la più grande soddisfazione? «La più grandi soddisfazioni sono i complimenti dei consumatori che reputano i nostri prodotti di alta qualità. Ma quella che mi ha colpito di più in assoluto è stato sentirmi dire da molte persone anziane di Romagnese e limitrofi che una farina da polenta così buona non la mangiavano da quando erano bambini….». Qual è stato il momento più difficile?

«Momenti difficili ce ne sono stati tanti e credo che ce ne saranno ancora, il cambiamento climatico non ci aiuta, coltivare determinate tipologie di prodotti con metodi di agricoltura biologica non è affatto semplice. Siamo in continua lotta contro patogeni aerei e sotterranei però non molliamo e lavoriamo quotidianamente per migliorare le nostre tecniche e di conseguenza la qualità dei prodotti». Consiglierebbe ad esempio ad un ragazzo di Milano di “mollare tutto” e venire ad investire in Oltrepò? «Se un ragazzo di Milano decidesse di investire in Oltrepò sicuramente sarebbe una bella cosa. Un segnale positivo di qualcuno che come noi è innamorato delle nostre valli e crede nelle potenzialità di un territorio bellissimo che non ha nulla da invidiare rispetto ad altre aree più quotate come nomea a livello agricolo e turistico. Va detto che in agricoltura non è tutto oro quello che luccica e partire da zero con un’attività è complesso». Progetti futuri? «I progetti futuri a cui stiamo già lavorando, riguardano l’ultimazione dei lavori di ristrutturazione ad un nuovo laboratorio mediante il quale abbiamo intenzione

di produrre con le nostre farine biscotti e pasta fresca; abbiamo intenzione di effettuare investimenti sulla rete irrigua aziendale (attualmente scarsa) per garantire alle nostre coltivazioni un apporto di acqua e umidità costante mediante microirrigazione. Vogliamo anche implementare la gamma di prodotti aziendali biologici magari mediante la costruzione di una serra per ortaggi». C’è mai stato un momento di smarrimento in cui avete pensato di mollare tutto? «No, momenti di smarrimento in cui mollare tutto non ne abbiamo mai avuti. Le difficoltà sono molteplici, dal cambiamento climatico appunto, al difendere le nostre coltivazioni pregiate da insetti dannosi e animali selvatici vari (cinghiali, caprioli, istrici, tassi) che sono sempre pronti a invadere i campi di patate e mais. Per difenderci dai selvatici utilizziamo recinzioni elettriche mentre contro gli insetti nocivi abbiamo iniziato ad utilizzare dei funghi che creano nei terreni un microclima poco favorevole alla loro proliferazione. Dall’anno prossimo credo che testeremo anche il “lancio” di alcuni insetti utili». Clima: argomento di grande attualità a livello mondiale. Voi come avete visto cambiare il clima in Oltrepò? «Il clima in Oltrepò negli ultimi anni sta cambiando in maniera radicale, assistiamo ad inverni con un clima sempre meno rigido, in cui le abbondanti nevicate sono solo un ricordo. In primavera le precipitazioni piovose diventano abbondantissime e le estati sono contraddistinte da un clima arido ben al di sopra delle medie stagionali. Tutto ciò influisce negativamente sui corretti approvvigionamenti di acqua alle sorgenti e di conseguenza sulla struttura dei terreni che subiscono svariati stress durante tutto l’arco dell’anno. A tal proposito abbiamo iniziato ad investire sull’acquisto di attrezzature per la minima lavorazione dei terreni». di Silvia Colombini


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STEFANAGO - BORGO PRIOLO

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Il Castello eclettico: enoturismo, vini naturali e birra Il castello di Stefanago sorge su un poggio alla confluenza delle valli Coppa e Schizzola. Sebbene situato nel comune di Borgo Priolo, la sua storia è fortemente legata a quella del vicino comune di Fortunago. Venne nominato per la prima volta nel 950, come parte del Comitato di Tortona, retto dal marchese Oberto I, capostipite del casato dei Malaspina. Nel corso della sua storia le famiglie Malaspina, Corti, Dal Verme, Riario, Botta e di nuovo Malaspina si sono susseguite in diversi cambi di proprietà fino al 1770, anno in cui venne acquistato dalla famiglia Rossi di Fortunago. Quest’ultima ne rimase proprietaria fino agli anni ’40 dell’800, quando venne rilevato dalla famiglia Baruffaldi, gli attuali proprietari, con principale attenzione per i terreni agricoli. L’anno 1317 è di particolare importanza per la storia del complesso, in quanto la famiglia Corti emana gli “Statuti di Stefanago”, un corpus legislativo utile a regolare la vita e la condotta del feudo. Questi statuti sono giunti fino ai giorni nostri e sono stati tradotti dall’associazione “Spino Fiorito”. La produzione vitivinicola di Stefanago comincia nei primi del ’900 con Giacomo Baruffaldi , il quale, grazie ai suoi contatti con realtà vitivinicole francesi, inizia la vinificazione in bottiglia, una novità per l’Italia e l’Oltrepò. I terreni di Stefanago sono stati condotti a mezzadria fino agli anni ’70, quando i Baruffaldi ripresero la conduzione diretta dell’azienda. Attualmente nelle proprietà del castello si svolgono due attività: la produzione di vini naturali e, da pochi anni, di birre artigianali. Abbiamo intervistato Giacomo Baruffaldi, proprietario insieme al fratello Antonio del Castello e dell’azienda agricola ad esso collegata. Quando la vostra famiglia è entrata in possesso del Castello di Stefanago? «La mia famiglia era originaria di Voghera, ma possedeva già alcuni terreni nel territorio di Fortunago. Per questo motivo il mio bisnonno, Carlo Baruffaldi, acquistò il castello nei primi anni dell’800, comprensivo di terreni, dalla famiglia Rossi di Fortunago». Che attività svolgeva la vostra famiglia? «Già all’epoca eravamo produttori e commercianti di vini, con attività agricola nel vogherese. Mio bisnonno acquistò il castello per un motivo prettamente agricolo: c’era più interesse verso terreni rispetto alla parte storica, la torre e la parte abitativa erano solo un complemento». Avete dovuto sopportare elevati costi di ristrutturazione per rendere visitabile il castello? «Non per le visite, ma queste strutture richiedono attenzioni costanti. La partico-

Giacomo e Antonio Baruffaldi larità di questo castello è di essere sempre stato abitato. Il complesso ha sempre mantenuto la sua originalità, composto da diverse aree edificate in varie epoche differenti: dalla torre del XI° secolo all’ultima parte del ‘600. Interveniamo costantemente con la manutenzione ordinaria, ed in alcuni casi con quella straordinaria, principalmente a scopo conservativo. Organizzate visite guidate presso la vostra struttura? «Grazie alla collaborazione con l’associazione Spino Fiorito è possibile effettuare

visite guidate tutte le domenica pomeriggio da marzo ad ottobre. Precedentemente effettuavamo solamente aperture annuali a settembre, durante le “Giornate Europee del Patrimonio”». Che tipo di turisti visitano il vostro castello? «Una buona parte di turismo viene dalle province limitrofe, come Milano, Varese e Como, ma c’è anche un buon numero di turisti provenienti dall’estero. Per ora non si tratta di turismo organizzato, ma di un turismo casuale. Per noi è la prima sta-

Castello di Stefanago

gione in cui stiamo sviluppando un vero progetto di enoturismo presso il nostro castello». Fate già rete con altre strutture simili? «Già negli anni ’80 si era parlato di creare una rete di castelli della zona, ma nella pratica non si è mai giunti a nulla». La vostra azienda è stata una delle prime in Oltrepò a commercializzare vino già imbottigliato. Ma anche per quanto riguarda il BIO siete stati dei pionieri… «Abbiamo ottenuto la certificazione BIO alla fine degli anni ‘80 e da allora abbiamo iniziato a produrre ufficialmente come biologico. Già da diversi anni avevamo improntato la nostra produzione sui vini naturali, prima ancora di avere la certificazione. Abbiamo sempre avuto un certo interesse per questa tipologia di vini, che in questi ultimi anni sta riscuotendo un enorme successo. Ogni anno mio figlio Jacopo organizza il “Natural Wines Oltrepò”, una mostra mercato di vini naturali che si svolge, durante un weekend di maggio, all’interno del rivellino situato nel piccolo borgo agricolo che circonda il castello». Lei ha parlato di “enoturismo”, ma oggi a Stefanago non si produce solo vino... «Cinque anni fa abbiamo aperto il Birrificio Stüvenagh. Per la produzione di birre artigianali utilizziamo i nostri cereali, essenzialmente orzo, segale, frumento e coriandolo». Tornando al turismo, come vedreste un circuito di promozione dei castelli e delle dimore storiche dell’Oltrepò Pavese? «Assolutamente bene, perché l’Oltrepò è ricco di queste realtà. Ognuna di esse potrebbe mettersi in gioco e creare un ulteriore impulso per lo sviluppo del turismo. di Manuele Riccardi


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Nel 2020 il “mondiale” di calcio a 5 d’Oltrepò Un “mondiale” di calcio d’Oltrepò, un’etichetta discografica e presto anche delle kermesse legate all’enologia. Lyon Eventi, la creatura del giovanissimo e intraprendente Alessandro Piacentini, continua la sua crescita puntando sempre più in alto. Da gennaio ha aperto partita Iva, conta circa 400 collaboratori sparsi sul territorio e si prepara all’assunzione del primo dipendente. Non male per un’associazione nata da una passione, quella del suo fondatore, per la realizzazione e promozione di eventi per i giovani. Classe 1998, Piacentini ha cominciato come pr per le discoteche locali e ha scoperto, oltre alla passione, di avere anche talento. «Non solo mi piaceva farlo, ma riuscivo a fare numeri importanti, vendendo centinaia di biglietti per le veglie studentesche. Nel 2015 ho fondato Lyon Eventi, un po’ come scommessa». Oggi quella scommessa si appresta a diventare un lavoro. Piacentini vive a Montebello e studia enologia. Ha individuato il core business della sua azienda in due settori principali: quello sportivo e quello musicale. «Ma presto anche l’enologia oggetto dei miei studi diventerà un elemento importante». Non si contano i tornei sportivi di calcio a sette e a cinque organizzati, così come le serate in discoteca ma, dall’anno scorso, anche un maxi evento come lo Spring Smell, una sorta di festival dedicato a tutte le fasce d’età. Piacentini, le idee contano, ma a essere pragmatici il successo delle iniziative si misura in numeri. Quali sono quelli di Lyon Eventi? «Nel 2012 quando ho iniziato a organizzare i primi eventi sportivi e Lyon non esisteva ancora, avevo avuto 50 presenze. Nel 2019 siamo a quota 405. Per quanto riguarda gli eventi musicali invece, siamo passati dalle 1.800 presenze del 2017 alle 2.300 per l’anno ancora in corso. L’obiettivo però è continuare a crescere». Per superare certe cifre occorrono eventi attrattivi. Cosa bolle in pentola per il prossimo anno? «L’iniziativa su cui puntiamo di più in campo sportivo è sicuramente l’organizzazione del primo “mondiale” di calcio a 5 con le squadre a rappresentare ogni Comune d’Oltrepò e della Provnicia. Un evento di proporzioni enormi, mai tentato prima», Che tipo di formula avete scelto? «Ogni comune può portare alla fase finale una sua squadra. Pensiamo ad una formula a 32 squadre, proprio come per i mondiali di calcio, che si sfideranno in vari gironi all’italiana per poi arrivare ad una fase finale a eliminazione diretta». Ci sono dei vincoli nella costituzione di queste squadre? «Sì, l’età che deve essere superiore ai 18 anni e la residenza che deve essere nel co-

Alessandro Piacentini

Lyon Eventi in continua crescita: «Muoviamo migliaia di persone, ma le istituzioni ancora ci ignorano» mune nella cui squadra si intende giocare. Se poi un Comune riuscirà ad esprimere più squadre allora queste si sfideranno in una fase eliminatoria preliminare. I dettagli dell’organizzazione e dei regolmenti sono ancora in fase di definizione». E dove si disputerà questo evento? Ci sarà un paese ospitante come nei mondiali? «No, sarà un evento itinerante. Ogni Comune dovrà anche avere un suo campo da gioco da mettere a disposizione». Avete già stilato un calendario? «Non precisamente. Le iscrizioni si apriranno a marzo del 2020 e avverranno previo il versamento di una quota. Il campionato vero e proprio inizierà l’autunno prossimo e andrà avanti per circa 6 mesi». Organizzare un evento di questo tipo richiederà numerosi collaboratori e una struttura ben definita. Esiste alla Lyon Eventi?

«Abbiamo un organigramma e compiti ben precisi e suddivisi tra i vari membri del team. I collaboratori sono circa 400, coordinati da uno staff che prevede una direzione artistica, dei responsabili marketing, grafiche, attività sportive e coordinamento generale dello staff. C’è poi un gruppo che coordina le attività per gli under 18 e uno per gli adulti. La nostra struttura è ben organizzata e in continua crescita». La musica è un altro dei settori su cui puntate. Che novità ci saranno per il prossimo anno? «Quella più importante su cui investiremo è la creazione di una etichetta discografica nostra, che avrà come compito principale quello di valorizzare i giovani artisti della nostra zona, con lo scopo di aiutarli a farsi conoscere al di fuori dell’Oltrepò». Chi se ne occuperà? «Abbiamo preso contatto con un profes-

sionista molto importante, che ancora non possiamo svelare». Riguardo al genere musicale trattato? «Siamo aperti a diversi generi, chiaramente saremo più vicini alle proposte che arrivano dal mondo dei giovani e giovanissimi». Potete contare sulla collaborazione di strutture del territorio per i vostri eventi? «Per quelli sportivi c’è una sinergia con la Tennis Academy di Codevilla, che ospiterà le partite della Oltrepò Cup che inizierà il 21 ottobre, un torneo di calcio a 5 a 16 squadre per over 16 che andrà avanti fino ad aprile. Per quanto riguarda le manifestazioni musicali, abbiamo avuto l’area Truffi a Casteggio per lo Spring Smell Festival grazie alla collaborazione del Comune». Le istituzioni vi danno molto appoggio? «In realtà no, quella del Comune di Casteggio è una felice eccezione dovuta al buon rapporto con il sindaco Vigo. In generale c’è poca attenzione verso quello che facciamo, non hanno mostrato molta attenzione per quello che succede. All’ultimo Spring Smell abbiamo portato 2.300 persone e le nostre iniziative sono in continua crescita. Sono numeri importanti per un territorio come l’Oltrepò, eppure non abbiamo al momento ricevuto molta considerazione». di Christian Draghi


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Casteggio e la sua fiera dei vini: chi la rimpiange? Chi si ricorda di Oltrevini? Sarebbe un tema da nostalgico amarcord; peccato che la memoria lasciata da questa manifestazione non sia delle più rosee. Almeno non fra i produttori di vino dell’Oltrepò Pavese. La rassegna casteggiana è “morta di morte naturale’’, come ha ben spiegato al Periodico, qualche tempo fa, un politico vecchia maniera come Piero Sarolli; lui, che l’Oltrevini aveva contribuito a farlo nascere. Non era più attrattiva, così come strutturata. In ritardo sui tempi. Beh: in questo, a ben pensarci, forse rispecchiava bene il territorio... Tuttavia, ci sono anche i nostalgici. Sicuramente quanti vi partecipavano come semplici avventori. Era piacevole recarsi alla rassegna di Casteggio; né più, nè meno di quanto potrebbe esserlo il partecipare alla Sensia vogherese, alla festa patronale di Canicattì o al gran viavai della città di Eufemia. Forse è per saziare questa insaziabile fame di intrattenimento che in molti, anche fra i politici, ogni tanto lanciano l’amo: rifacciamo Oltrevini, o qualcosa del genere. D’accordo, ma di che genere? Lo abbiamo chiesto ai protagonisti: cioè ad alcuni di quei produttori “pensanti’’ (non gli unici, per carità) che provano, lanciandosi in una vera e propria corsa a ostacoli, a tenere alto il vessillo dell’Oltrepò. Siamo partiti da Marco Bertelegni, enologo di Monsupello. Oltrevini era per molte aziende anche e soprattutto quel momento e quel luogo in cui realizzare vendite importanti. Monsupello ha preso parte in passato a questa manifestazione? «Partecipavamo all’inizio, tanti anni fa; poi sono cambiati un po’ i tempi. Oggi Monsupello è un’azienda che ha un suo pacchetto agenti, fa vendita direttamente in cantina, ha un marchio conosciuto... oggi come oggi diciamo che sono i clienti che vengono a cercare noi in Cantina, e poi gli agenti fanno bene il loro lavoro.» Voi siete stati fra i primi in Oltrepò a intraprendere un certo discorso qualitativo, a puntare tutto sul vino in bottiglia e a sviluppare una rete di agenti funzionale alle esigenze dell’azienda. Sono molto lontani i tempi in cui il vino delle cantine era distribuito da un omino che alla guida di un camioncino faceva il giro degli acquirenti, magari solo potenziali... «Carlo Boatti è andato avanti fino a fine anni ‘80/inizio anni ‘90 con i vecchi metodi. Poi si sono un po’ resi conto che il camion costava, il gasolio costava, mettere due persone su un furgone tutto il giorno costava... e hanno iniziato a proporre unicamente il vino in bottiglia, e farlo girare con corrieri espressi, senza andarlo più a

Massimo Barbieri

Marco Bertelegni

consegnare direttamente, se non in zone proprio limitrofe. È stata una cosa positiva da un lato; per una piccola parte è stato perso il rapporto diretto del produttore che va dal suo cliente. Però diciamo che questo funziona sul mercato locale. Se devi spostarti sul mercato nazionale o andare anche fuori diventerebbe impossibile seguire direttamente la cosa.» Pensa che avere un evento che parli di vino in Oltrepò – qualcosa di diverso dalle feste che organizzano, magari anche bene, le Pro Loco – possa avere un senso? Qualcosa di grande, in grado di coinvolgere tutto il territorio. Un Oltrevini con una formula diversa; diversa da quella vecchia, che ha portato alla morte della manifestazione. «Potrebbe avere un senso se si facesse un evento unico per tutto l’Oltrepò: ma che sia quello e basta. Un evento anche di due o tre giorni, come quello che fanno anche in Franciacorta. Mirato su una sola tipologia di vino, sul Pinot nero per esempio, sul Metodo Classico. In Franciacorta fanno questo festival dove tutti i produttori aderiscono, dove appunto il soggetto principale è la bollicina. Punto. Noi non possiamo fare degli eventi dove si parla di mille tipologie di vino. Potremmo, ripeto, secondo me fare un evento unico in tutto il territorio dove si parla di un solo vino. E dovrebbe essere il Metodo Classico, se dovesse interessare noi, ma potrebbe essere anche il Pinot nero. Perché comunque rappresentano il territorio. E dovrebbe essere una cosa organizzata a livello territoriale – e non da club, associazioni, consorzi o distretti. Una cosa aperta a tutti. Un’altra cosa: se vogliamo valorizzare il territorio a livello di eventi, bisogna pensarli su scala nazionale. Come viene fatto con la FIVI a Piacenza. Portare produttori di tutta la nazione a fare un evento in Oltrepò. Allora l’evento servirà a portare gente anche non direttamente interessata all’Oltrepò Pavese, e una volta qui far conoscere loro i nostri territori.» Parlando di FIVI immagino stia facen-

Ottavia Giorgi di Vistarino

Matteo Maggi

«Rifare Oltrevini? Avrebbe senso un evento unico legato ad un solo vino» do riferimento al Mercato dei Vini dei Vignaiolo Indipendenti, che si terrà a novembre a Piacenza Expo... (parteciperanno 25 aziende dell’Oltrepò, ndr) «Sì, il Mercato dei Vini, che praticamente è un mercato nazionale. Da tutta Italia arrivano lì persone a visitare gli stand e ad acquistare. Quindi tu ti porti sul territorio persone di tutta Italia a livello di gestori aziendali ma anche di clientele. È un modo per far conoscere il tuo territorio. Ma allo stesso tempo devi avere l’ospitalità, devi avere delle strutture di ricezione adatte.» L’opinione di Ottavia Giorgi di Vistarino, della Tenuta Conte di Vistarino, Rocca De Giorgi. «Noi non abbiamo mai partecipato e non siamo interessati a partecipare a una cosa di questo tipo, nel senso che noi, oggi, vorremmo fare quello che riguarda il mercato locale direttamente all’interno dell’azienda. Poi bisogna considerare che c’è anche l’Autunno Pavese: secondo me manifestazioni come questa e Oltrevini andrebbero in concorrenza, anche perché sono diventate troppo piccole. Poi c’è il problema del tempo e delle risorse a disposizione. Da una parte ci sono tutte le organizzazioni che si occupano di vino e che propongono eventi, degustazioni, alle quali dobbiamo partecipare. Dall’altra, ritengo sia molto importante andare oltre i confini nazionali: uno deve già mettere da parte le risorse economiche per affrontare questi mercati esteri. Bisognerebbe mettere dei soldi anche in queste fiere per organizzarle, ma secondo me non c’è più valenza, non c’è più ritorno. Io preferisco investire nella mia location. Si trat-

ta sempre di risorse economiche. Quanto hai a budget per fare le manifestazioni, la promozione, la comunicazione? Mettiamo tu abbia cento. Ti conviene spendere venti o trenta in Oltrevini, o ti conviene spenderli nella tua Cantina per dare ai visitatori un’esperienza di un certo livello, e tenere aperto il sabato e la domenica? A me rende di più una persona che tiene aperta l’azienda per un fine settimana, piuttosto che la stessa persona inviata ad allestire uno stand in una fiera territoriale.» Giustamente lei fa un ragionamento da imprenditrice e, sotto questo profilo, non possiamo proprio biasimarla: il suo è, d’altra parte, un ragionamento che trova molti concordi. Ma non pensa che, d’altro canto, un grande evento capace di sponsorizzare un vino, che sia uno, per tutto il territorio, se investito di una partecipazione universale potrebbe essere la locomotiva per il sistema-Oltrepò e dunque per tutte cellule che ne sono parte? «Secondo me sì, ma non sarebbe più una fiera: sarebbe l’intero territorio in gioco. Non più l’evento in un capannone: si parlerebbe di vendere l’experience. Questa sarebbe la tipica manifestazione alla Festival di Franciacorta, piuttosto che alla Benvenuto Brunello, piuttosto che alla Enjoy Friuli... Un evento in una importante location, con aziende importanti dal punto di vista della qualità, dove c’è la promozione di una denominazione. La manifestazione sarebbe un tassello in un piano di marketing scritto a priori. Non altro che quello. Io non parto dalla manifestazione: parto da quello che voglio andare a comunicare.»


CASTEGGIO Questo dovrebbe essere, a priori, il ragionamento da farsi sempre. «Però in realtà qui si è sempre pensato alla fiera, senza sapere davvero che cosa ci si andava a fare.» Infatti Oltrevini è morto di morte naturale. «Per forza. L’ideale sarebbe anticipare i tempi. Non aspettare che muoia per poi chiedersi che cosa fare. Tu devi prevedere che morirà.» Un giovane imprenditore dell’Oltrepò orientale, Matteo Maggi, dell’azienda Colle del Bricco di Torre Sacchetti. «Io sono molto più favorevole a un evento specifico sul vino, rispetto a una festa come quelle che si sono svolte anche a Broni e a Stradella. Perché, alla fine, il vino finisce per essere un po’ di contorno, senza una vera e propria valorizzazione del prodotto. Io vedrei bene un evento più pertinente.» Questa è, alla fine, anche l’idea del sindaco di Stradella Cantù: rivedere questi eventi, in futuro, con una maggiore centralità per il vino in quanto tale. Il rischio da evitare, naturalmente, è quello di restare troppo locali. Aprirsi di più, cosa che ultimamente non accadeva nella fiera di Casteggio. «Deve essere brava l’organizzazione a coinvolgere anche ristoratori e acquirenti provenienti da oltre gli stretti confini dell’Oltrepò. Bisognerebbe fare una specie di brainstorming per tirare fuori qualche idea nuova. Oltrevini era molto più rivolta alle persone normali che agli operatori del settore. Io ho stesso partecipato, ma solo l’ultimo anno. Come semplice visitatore. Ma ci sono anche degli esempi di eventi che funzionano, dove forse il vino sembra marginale rispetto all’evento, ma sicuramente c’è, alla fin fine, anche una valorizzazione del prodotto. Ad esempio, nelle Langhe c’è “Collisioni’’». Lei è molto attivo nel partecipare a vari eventi sul territorio, anche per far conoscere la sua realtà. Come le sembra il panorama di queste manifestazioni? «Io vedo che gli eventi qui intorno stanno un po’ morendo. Anche all’Autunno Pavese le aziende di vino sono sempre meno.

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L’Area Truffi, già sede di Oltrevini

Un evento costruito intorno al Pinot? «L’importante è evitare di fare la sagra della salamella» Il rapporto qualità-costo non sembra molto conveniente. Forse manca davvero qualcosa che attiri maggiormente il pubblico in generale, non solo il pubblico turistico, ma anche quello professionistico.» Lei fa parte della FIVI. Pensa che gli eventi proposti da organizzazioni come questa, o come quelle del Movimento Turismo del Vino (sodalizi che uniscono aziende sugli obiettivi, a prescindere dall’identificazione territoriale); eventi che si svolgono in genere direttamente nelle cantine, siano più produttivi per aziende come la sua? «Oggi sicuramente una cantina dovrebbe fare dell’enoturismo il suo punto di forza. Quindi per me è interessantissimo avere un pubblico diretto in azienda. Da un lato

ti permette di abbattere i costi; non hai spese di trasferte o altro. E dall’altra parte hai una presentazione al consumatore che è completamente diversa. Gli puoi offrire un’esperienza, ed è completamente diverso rispetto al assaggiare il prodotto sul banchetto di una fiera. Ciò non significa che non ci possa essere spazio anche una fiera, ma fatta in un certo modo.» Uno fra i più affermati opinion leader dell’Oltrepò vitivinicolo: Massimo Barbieri, presidente di Torrevilla. «Un evento come quello di Casteggio, per come era fatto, non avrebbe senso. Io vedrei bene un evento organizzato a Voghera, al Castello. Con le aziende d’élite dell’Oltrepò; abbinato a una manifestazione di più ampio respiro. So che per alcuni

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non sarebbe bello, perché non tutti potrebbero partecipare; ma in questo modo si potrebbero mettere in vetrina le dieci/dodici aziende migliori dell’Oltrepò. Questa è l’unica cosa avrebbe un senso fare.» Pensa a un evento costruito intorno al Pinot, suo cavallo di battaglia? «L’importante è evitare di fare la sagra della salamella. E facendo selezione. Io, ovviamente, farei un evento basato sul Pinot. Ed è proprio questo che restringe il campo. Pinot Metodo Classico, ed al limite Pinot vinificato in rosso. Che cosa dovremmo promuovere, altrimenti? La Bonarda o la Barbera, che altri vendono a un euro alla bottiglia? Bisogna andare su un prodotto di immagine, e che tra l’altro sta riscuotendo successo. Perché chi lavora bene incontra segnali di apprezzamento.» Il senso di questo evento dovrebbe essere quello di incontrare i buyer, gli operatori del settore, e non visitatori occasionali alla ricerca di un intrattenimento. «Sì, soprattutto per dare una buona immagine del territorio. Quando parlavo, prima, di una manifestazione più ampia, pensavo anche a qualche ospite importante, ma funzionale. Magari un cuoco di livello. Non un Gerry Scotti, per dire. Un evento riservato ai produttori di filiera.» Visto che cita Gerry Scotti, potrei proporle un quiz e chiederle quali sono le persone con cui ho parlato, prima che con lei, su questi temi, e che mi hanno detto le sue stesse cose in quanto a valorizzazione del Pinot. Ma sarebbe un quiz da pochi euro... (ride) «Sono sicuramente aziende con cui stiamo parlando; con cui stiamo ragionando per fare qualcosa di serio, di qualitativo. Ma ce ne sono anche tante altre, piccole, che lavorano bene e che credono in queste cose.» Certo, quando si muovono i grandi player, il riverbero si sente anche su tanti piccoli produttori... «C’è una bella base di cantine che sta lavorando bene, gente seria. È di queste persone che abbiamo bisogno.» di Pier Luigi Feltri


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C’ERA UNA VOLTA L’OLTREPò

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ENRICO MATTEI E LA “FRITà RUGNUSA”

di Giuliano Cereghini Enrico Mattei nasce ad Acqualagna in provincia di Pesaro-Urbino il 29 Aprile 1906 da una modesta famiglia: suo padre era Maresciallo dei Regi Carabinieri, sua madre una brava casalinga. Ragioniere, a vent’anni inizia la carriera dirigenziale in una piccola azienda nella quale aveva lavorato come operaio. Andava molto fiero di questo suo passato di studente lavoratore che raccontava spesso; successivamente si trasferisce a Milano quale agente di commercio di una primaria azienda nel settore chimico e vernici. A trent’anni avvia con successo una propria attività nel settore diventando fornitore ufficiale delle forze armate. Italo Pietra scrive che Mattei era già presente in campo industriale quale titolare negli anni trenta, di una piccola attività chimica in Dergnano e, nel 1936 dopo i primi guadagni, “può fare un bel salto in alto arrivando a disporre con due soci Alfieri e Noli di una riserva di caccia nell’Oltrepo Pavese” a Sant’Eusebio. In realtà come afferma Fabrizio Bernini nel bel libro “Nel sangue fino alle ginocchia” per la collana La guerra civile nell’Oltrepò Pavese: “la riserva era posta nell’area di Zuccarello ed il primo originario titolare era il vogherese Amedeo Perduca che successivamente ne condivise per molti anni la gestione con Enrico Sgorbini, Mattei ed Alfieri. Lo stesso Mattei, dopo l’8 Settembre 1943, sventata dai fascisti a Mantelica suo paese d’origine, la costituzione di una banda di ribelli da lui organizzata, prima di stabilirsi a Milano farà ritorno in quella che gli doveva sembrare una località ancora tranquilla, la valle Ardivestra, dando vita ad una nuova banda di ribelli. Mentre organizza, esplora e concerta con il fido Sgorbini la cospirazione, una sera mentre si chiacchiera attorno ad una stufa, qualcuno bussa forte, è Alfieri comandante della Sicherheits di Voghera ed una delle colonne della riserva di caccia degli anni trenta. I ricordi delle vecchie sortite di caccia durano ben poco, la conversazione si avvia fatalmente sulle cose di guerra e Mattei si sente mancare la terra sotto i piedi, udendo le parole dell’amico di un tempo e decide di partire l’indomani per Milano”. Così Fabrizio Bernini nel citato testo; mio padre e mio cugino Enrico Sgorbini mi raccontarono che il Colonnello Alfieri, del Fascio repubblicano di Casteggio, in nome della vecchia amicizia, non aveva arrestato Mattei ma gli aveva freddamente intimato non solo di stare lontano

Enrico Mattei, imprenditore, partigiano, politico e dirigente pubblico italiano

dalla politica e dalle bande partigiane, ma di allontanarsi da Voghera e dintorni e non farvi più ritorno; in caso contrario avrebbe dimenticato i bei giorni trascorsi e l’avrebbe arrestato. Il partigiano Mattei, col nome di battaglia di Marconi, torna nelle Marche dove per lui l’aria è irrespirabile, si rifugia a Milano dove entra in contatto con Luigi Longo che lo convince a far ritorno in clandestinità in Oltrepo al comando di una formazione partigiana ivi operante. Rimarrà per otto mesi, prima della liberazione, in valle Ardivestra, di cui sei nascosto nel solaio della casa di Enrico Sgorbini in Sant’Eusebio. Il grande dirigente pubblico non scordò mai quel perio-

do trascorso in un vecchio solaio raggiungibile solo con la scala della cascina ed i genitori di Enrico, Giacomo e Caterina Vezza. Non dimenticò mai queste splendide persone che rischiarono letteralmente la vita, per dare assistenza all’amico del figlio in un momento storico drammatico ed inesorabile: due volte all’anno, anche quando era diventato il personaggio più potente in Italia, risaliva la piccola valle per abbracciare “la sò Catârìna e al sò Jàcâm” come li chiamava in dialetto. Zia Caterina era un’arzilla vecchietta tutta sorrisi, moine e bon ton che aveva imparato in una casa di benestanti di Pavia dove aveva lavorato da giovane. Era letteralmente innamorata del suo ingegnere

che la ricambiava e la sgridava perché da lei voleva essere chiamato semplicemente Enrico come in tempo di guerra e non onorevole o ingegnere. Lo zio Giacomo era invece l’esatto contrario della moglie: tanto lei era moine e bon ton, quanto lui riservatezza e calma. Era un omone gigantesco e con una forza spaventosa; io stesso lo vidi spostare da solo, dei sacchi di frumento appena trebbiato di oltre un quintale, senza particolare sforzo all’alba degli ottant’anni. Si narra che una mattina venne chiamato ad aiutare un medico che, per assistere una partoriente di casa Ardivestra, aveva soggiornato tutta la notte presso la paziente. L’unico guado era ingrossato improvvisamente per il tempora-


C’ERA UNA VOLTA L’OLTREPò le ‘tropicale’ abbattutosi nella notte; non essendovi ponti che collegassero le due rive del torrente, il medico, stanco ed assonnato, si era avventurato nel guado con un carrettino trainato da un asinello. A metà guado la povera bestia non riusciva più ad avanzare nelle acque melmose e travolgenti, mentre l’uomo a cassetta, chiedeva aiuto impaurito dall’acqua turbinosa. Lo zio Jàcâm passava da quelle bande con i buoi e venne invitato a rimorchiare il povero asinello sfruttando la forza dei suoi animali. Dopo essersi avvicinato al carretto nella corrente del torrentello, mentre spiegava al “siùr dutùr” (signor dottore) che i suoi buoi avevano paura dell’acqua turbinosa ma lui non ne aveva, cinturò con un braccio il povero asinello che era immerso nell’acqua e fango, lo sollevò e quindi, sorridendo ed invitando il medico a “tentatàc e stà tranquìl che ghè chì Jàcâm” ad aggrapparsi al mezzo e stare tranquillo che ci pensava lui a portarlo all’asciutto, trascinò carretto, asino e dottore sulla riva opposta. Grande zio! condannato dal figlio ad accudire i cani che lasciava in cascina, lui che li odiava da quando, per ben due volte, l’avevano fatto cadere. La prima tantissimo tempo prima quando, cacciatore, stava tornando a casa in bicicletta con una cagnolina al guinzaglio ed improvvisamente un gatto attraversò la strada. La cagnolina aveva inseguito il felino, causando la rovinosa caduta dello zio con tre costole fratturate in più punti. Dopo tanti anni raccontandola, si appoggiava la mano sul petto e con una smorfia ricordando il lancinante dolore, inveiva bonariamente contro tutti i cani che “sono male bestie, altro che i migliori amici dell’uomo”. Per tantissimi anni non volle più avere nulla a che fare con i cani se non che, una sera tornando a casa, scoprì che il figlio gli aveva lasciato un cane da caccia alla catena sotto il portico. Mugugnando fu convinto dalla zia a portargli il cibo ma dopo qualche mese successe l’irreparabile: stante i rapporti un po’ tesi tra i due, il cane impaurito aggirò con la catena l’uomo facendolo andare a gambe all’aria. Lo zio giurò che da quel giorno avrebbe avvicinato i cani, che purtroppo Enrico continuava a lasciare a S. Eusebio, con un sistema tutto suo: in una mano la ciotola del cibo e nell’altra “al bàsär” un nodoso e robusto bastone a bilancere che serviva alle donne per trasportare in equilibrio

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«Enrico Mattei mangiava pane e salame, beveva del vino rosso da un bottiglione che lo zio aveva procurato dalla cantina...» due secchi d’acqua o due mastelli sistemati alle estremità. A lui serviva per bastonare qualsiasi animale si avvicinasse mentre li nutriva; parcamente per la verità in quanto, secondo lui, quella data ai cani era tutta roba buttata. Alle lamentele del figlio o degli amici per la scheletrica magrezza dei cani lui, subdolamente, afferrava la ciotola e la porgeva all’animale ma il cane non l’avvicinava per paura del famoso bàsär tenuto dallo zio dietro la schiena. Ciò faceva concludere all’arzillo vecchietto che non aveva fame: toglieva la ciotola concludendo sottovoce “l’è l’aria ad Santisöbi che àc fà mà, l’è tròpa àlta!” - è l’aria di S. Eusebio che gli fa male, è troppo alta -, sperando così di liberarsi dei cani ed anche dei padroni. Era una bellissima giornata di Dicembre, come sanno essere le belle giornate d’inverno in Oltrepò, quando il tepore del sole vorrebbe esplodere e non può, la brezza ti accarezza il volto senza infastidire e il tranquillo gorgogliare delle grondaie cariche di neve, ti regala momenti impagabili di calma e di serenità. Ero a casa per le vacanze di Natale e fui felice di recarmi dagli anziani zii per salutarli e sopportarli in qualche necessità. Mi accolsero come sempre, invitandomi in casa ed offrendomi la loro cordiale ospitalità. Mentre mi stavano chiedendo degli studi, udimmo delle auto fermarsi nel cortile davanti casa: erano tre, lunghe, nere ed imponenti, dalla seconda scese l’onorevole Mattei che corse incontro a zia Caterina abbracciandola e stringendola forte al petto. La sollevò da terra, salutò poi lo zio chiedendogli se era ancora allergico ai cani ed infine tese la mano anche a me quattordicenne chiedendo alla zia chi fossi . “L’è al fiö ad Mìliu, ingegnere, l’è brav e u stùdia ä Pavia”, rispose lei - è

«Non lo vidi più... Gli artigli delle Sette Sorelle lo rapirono a noi e agli Italiani tutti, la notte del 27 Ottobre del 1962, provocando un incidente aereo sul cielo di Bascapè»

il figlio di mio nipote Emilio, ingegnere, è bravo e studia a Pavia. E Lui, battendomi amichevoli pacchette sulla spalla, “bravo, cerca di diplomarti in fretta che io ho bisogno di giovani geometri”. Tutto questo era avvenuto sulla porta di casa, il grande uomo entrò, si sedette vicino alla stufa che lo zio chiamava “rà mòra” forse per il colore, con la zia in piedi che non sapeva cosa offrire ad una personalità così importante che due volte all’anno si disturbava per far visita di cortesia a due poveri vecchi. Mattei la redarguì pregandola di chiamarlo Enrico come quando lo avvertiva dall’abbaino che la cena era pronta, di calare la cestina con la cordicella per il recapito del prezioso contenuto. Si alzava di tanto in tanto ad abbracciarla commuovendo la vecchina sino alle lacrime; a Jàcâm invece toccava le grandi mani ricordando alla scorta presente, le fantastiche azioni di forza dell’uomo ma anche la sua estrema bontà e semplicità. Il suo segretario particolare, che lo seguiva come un’ombra tenendo un borsettina nera tra le mani, ricordava al grande uomo che erano di fretta perché a Milano un aereo li stava aspettando per partire destinazione Persia dove, l’indomani, il grande manager avrebbe incontrato lo Scià. Mattei lo zittiva con la mano e dopo un’oretta si alzò per congedarsi dai suoi vecchietti, come li chiamava. Si rivolse a Caterina e, prima di accomiatarsi, le disse. “cosa prepari questa sera a Giacomo per cena?” e lei di rimando “non ho in casa nulla, gli farò una frittata”. E lui “la frità rugnùsa che mi facevi in tempo di guerra”? La zia rimase un attimo pensierosa e quindi di botto “se faccio la frità rugnùsa ne mangia un pezzetto con Jàcam anche lei”? L’Onorevole la guardò fissa negli occhi, guardò il segretario che si agitava come morso da una tarantola e gli chiese calmo “di chi è l’aereo che mi aspetta a Fiumicino”? “Il Suo eccellenza” rispose l’imbarazzato segretario “se è il mio aspetta” sentenziò chiudendo il discorso. La zia che non aveva il salame per fare la famosa frittata, mi invitò a recarmi in tutta fretta da mio padre per procurarne uno. Volai e di ritorno, tagliai cinque o sei fettine spesse per la zia che aveva già preparato, uova, formaggio grana e la larga padella sulla stufa con un goccio d’olio. Invitato dallo zio Giacomo, continuai a tagliare il salame “û gà una bèla man” - ha un buona mano -, diceva mentre Mattei in piedi cercava il pane che trovò al solito posto nella madia.

Giuliano Cereghini

Si occupò Lui stesso di tagliarlo e prima di iniziare a mangiare pane e salame, in attesa della frittata, ne offrì al segretario ed a tutti gli uomini della scorta dentro e fuori casa sorridendo beato. Rivolto all’impaziente collaboratore che agitava vieppiù man mano che il tempo passava, “questa è la vita ricòrdalo, il resto sono solo seccature”. La zia aveva tagliato a piccoli dadini le fette di salame, le aveva mescolate alle dieci uova che aveva in casa, al parmigiano e le aveva ben sbattute in una piccola casseruola. Quando ritenne che l’olio al quale aveva aggiunto uno spicchio d’aglio poi tolto, fosse alla giusta temperatura, versò il composto tra uno sfrigolio ed un immediato profumo di cose buone. Mattei mangiava pane e salame, beveva del vino rosso da un bottiglione che lo zio aveva procurato dalla cantina, assisteva alle operazioni di cucina della cuoca con l’eccitazione a stento trattenuta di un bambino. La zia servì la frittata rugnùsa, così veniva definita la frittata con il salame dalla nostra amabile cuoca, su un grande tagliere di legno, provvedendo come d’abitudine a tagliarla con una randellina altrimenti usata per i ravioli e servendola calda ai commensali. Guardavo l’uomo forse più potente d’Italia mangiare pane e frittata con gusto e godere di un’armonia che forse non gli apparteneva più da quei lontani anni, mi guardò a sua volta incrociando il mio sguardo e mi fece l’occhiolino di nascosto. Dopo poco l’incanto finì, il segretario trionfante accompagnò quasi trascinandolo alla porta Mattei che non finiva di ringraziare e abbracciare la sua Caterina e il suo Jàcâm, di esserci, di avergli salvato la vita e di avergli fatto vivere momenti come quello appena trascorso, meravigliosi ed impagabili nella loro semplicità. Questo era l’uomo. Non lo vidi più e forse lo videro per l’ultima volta anche gli zii. Gli artigli delle Sette Sorelle lo rapirono a noi e agli Italiani tutti, la notte del 27 Ottobre del 1962, provocando un incidente aereo sul cielo di Bascapè - volo CataniaMilano - a pochi minuti dall’atterraggio a Linate e a pochi minuti dal Suo Oltrepò, dalla sua riserva di caccia e dalla frità rugnùsa ad Catârina e Jàcâm.


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SANTA GIULETTA

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Cinzia Montagna e il genius loci dell’Oltrepò Pavese Come si fa a intervistare una “Cinziamontagna”, mi chiedevo mentre guidavo sulla vecchia Romera verso Santa Giuletta, dove si trova la sua casa in Oltrepò? È sempre, se non difficile, certo curioso intervistare una giornalista. Tanto più quando si tratta di una bella penna. E felice. Felice nel senso di “fertile’’, dal latino “fecundus’’, e felice nel senso di “felice’’. Come si può, d’altra parte, non essere felici quando le parole che scrivi vengono apprezzate tanto dai lettori quanto dalla critica? In ordine cronologico, l’ultima causa di felicità per la penna di Santa Giuletta (e di mille altri luoghi) è un racconto risultato fra i vincitori del premio nazionale Racconti nella rete, nonché primo assoluto nella classifica del premio Buduàr – Almanacco dell’arte leggera. Premi che saranno consegnati nel pomeriggio di sabato 5 ottobre a Lucca. Chi è Amilcare? «Amilcare è una persona normale, uno di noi. Muore: ma quando il prete lo sta benedicendo, mentre sta spargendo l’incenso, si sente tossire dentro la bara. E la vedova dice: ‘’Aprite la bara, l’Amilcare è allergico all’incenso’’. Il prete dice che non si può aprire la bara, ci vuole il permesso dell’autorità. Un prete po’ pilatesco. La vedova dice comunque agli addetti al funerale di procedere. Amilcare si alza tossendo. Tutti i presenti sono sgomenti, e nascono subito dei problemi. Lui vorrebbe uscire dalla cassa; ma la vicina di casa, lì presente, fa notare che non si sa nulla delle sue condizioni: potrebbe venirgli un collasso. Quindi lui si siede nella bara e aspetta.» Aspetta cosa? «Innanzi tutto, aspetta l’ambulanza. Il figlio chiama il Pronto Soccorso e dice: “Mio padre, che è morto, non sta tanto bene’’... L’addetto del Pronto Soccorso pensa che lo stia prendendo in giro. La vedova spiega meglio la situazione e arrivano tre volontari con l’ambulanza. Ma non sanno cosa fare, perché non possono trasportare un morto senza l’autorizzazione del Procuratore. Alla fine stendono un verbale dove sta scritto: “Il cadavere decide autonomamente di essere trasportato al Pronto Soccorso’’. Le gag vanno avanti per tutto il racconto...» Ma non anticipiamo troppo. Il senso qual è? «Viviamo immersi in una burocrazia che cadenza la nostra vita e anche la nostra morte. Non ce ne accorgiamo se non quando siamo esausti, stanchi di questa burocrazia, che ci chiede di ricordar pin, password, codici, matricole. Però la nostra vita è legata a questo. Nel momento in cui moriamo tutto scompare. Amilcare non ha più un codice fiscale, perché è nato una seconda volta. Non è più iscritto al Servizio Sanitario Naturale, quindi non può essere curato. Non ha più nemmeno la pensione:

Cinzia Montagna

il codice INPS non è più valido. Ovviamente la situazione è spinta all’eccesso. Su Facebook, adesso, è alle prese con la tessera del supermercato. Ha raccolto punti per tre anni perché voleva portare a casa un aspirapolvere senza fili, ma ora...» Ecco, l’Amilcare ha anche un profilo Facebook, qui, nel mondo reale. Perché mai? «Oggi tutti siamo molto social, ma sappiamo sempre con chi stiamo parlando in realtà? Per dire: io ho un gatto, si chiama “Mattia the cat’’.» E ha un profilo social?! «Certo, su Facebook ha 300 follower e su Instagram circa 3000. Sul suo profilo social lui si esprime; lo fa con un linguaggio semplice, come un bambino (ovviamente siamo io e mia figlia a scrivere per lui)» Se può esserci Mattia, insomma, può esserci anche Amilcare, su Facebook... «Mi sono detta: se faccio esistere, parlare e ragionare un gatto, perché non posso far lo stesso con l’Amilcare? Allora ho aperto un profilo, dove lui va avanti a raccontare la sua quotidianità. Ovviamente l’Amilcare non esiste; d’altra parte, non sono così sicura che i miei contatti su Facebook esistano tutti. Alla fine l’Amilcare è onesto, perché è dichiaratamente inesistente. Questo dovrebbe farci riflettere sul rapporto che abbiamo con la realtà.» Parliamo del rapporto di Cinzia Montagna con la realtà dell’Oltrepò. Un rapporto fortissimo. Nell’Amilcare non c’è questo lembo di territorio, ma in molti altri lavori sì, ed è una presenza costante, sentita, e soprattutto qualitativa. Il nostro è un territorio che avrebbe bisogno di parecchia qualità, anche sotto il profilo della comunicazione. «Ho scritto negli ultimi anni alcuni libri ambientati in Oltrepò, però originariamente e contestualmente ho scritto anche di altre zone. Qui ovviamente è arrivato più

l’eco di quello che ho scritto sull’Oltrepò Pavese. Dal 2001/2002 mi occupo di progetti di comunicazione, ma ancor prima di valorizzazione dei territori. Il che vuol dire che partecipo anche alla stesura di progetti che riguardano la valorizzazione territoriale.» Come si dovrebbe fare un progetto di valorizzazione territoriale? «Prima di tutto io vado in un archivio, in una biblioteca, a vedere cosa c’è in quel territorio; ma anche cosa deriva dal passato. Le tradizioni hanno sempre un’origine e un’evoluzione.» Un esempio per l’Oltrepò? «C’è l’abitudine di mangiare le acciughe. Ci chiediamo: perché si mangiano le acciughe, qui, dove non c’è il mare? E si scoprono le “Vie del sale’’. Per noi è un esempio di una banalità sconcertante, ma non è così per tutti. Se arriva uno straniero e io gli presento lo stoccafisso, devo essere in grado di spiegargli che anche questo arrivava attraverso le Vie del Sale, o tramite il Po. Io racimolo delle indicazioni, un complesso di situazioni verificatesi nel tempo. Questo mi dà l’idea di quello che fino a qualche anno fa veniva definito “genius loci’’: ciò che trovo lì e soltanto lì.» Non sono sicuro di aver ancora capito dove sia nascosto il genius loci dell’Oltrepò... «L’Oltrepò è stato un luogo di contaminazione per secoli. Pensiamo alla cucina tipica: il piatto che si mangia solo in Oltrepò non c’è. Ma non è un male: è un bene. La bellezza da raccontare nella narrazione dell’Oltrepò è che si tratta di un luogo frammentato nella storia. Qui puoi trovare la cucina di ascendenza piemontese e quella di ascendenza piacentina, a distanza di poche decine di chilometri. Ora, è una negatività tutto questo? Dal mio punto di vista è una positività. Certo, è molto più difficile comunicare un territorio che ha come genius loci il fatto di non avere un genius loci, o di averne talmente tanti da creare una storia densa.» Una parola è d’obbligo sulla candidatura del vino dell’Oltrepò come patrimonio mondiale dell’Unesco, avanzata di recente dal Comune di Stradella. «Io non ho visto il dossier, per cui parlo magari più per la mia esperienza, ovvero per l’aver seguito per conto del circolo Il Marchese del Monferrato la candidatura di Langhe, Roero e Monferrato negli ultimi anni. Tenendo in considerazione la mia esperienza, e l’aver visto, pur non lavorandoci direttamente, anche la candidatura del Prosecco, devo dire che negli altri casi la candidatura non era partita con riferimento al vino, ma al paesaggio. Per quanto ne so io, il riconoscimento va a un patrimonio materiale o immateriale che sia a rischio.» E dire che l’Oltrepò lo avrebbe, un

«Prima di franare i terreni sono franate le persone...» patrimonio immateriale unico da salvaguardare: la tradizione musicale e soprattutto le danze tradizionali delle Quattro Province. Quelle, sì, che rischiano di scomparire. «Nel 2015 in una riunione ho detto che dal mio punto di vista, eventualmente, possono essere due gli aspetti su cui concentrarsi. Una è proprio questa, il patrimonio musicale dell’Appennino lombardo/ligure/ piacentino. Mentre nell’ambito del vino, in assenza di notizie su questa candidatura, io faccio solo una riflessione. Il vino dell’Oltrepò è prodotto da sempre, almeno dall’epoca del solito Strabone che viene spesso citato. Però c’è un aspetto particolare, secondo me importante, che è la viticultura di alta collina. Che storicamente c’era, e che adesso sta tornando in forza dei cambiamenti climatici.» Viticultura tradizionale, completamente perduta? Cambiato paesaggio negli ultimi 40 anni... prima impianti di produzione, una volta vigneti... «L’anno scorso ho pubblicato una favola, “La vigna vecchia e la vigna nuova’’, che tratta proprio questo argomento. È vero che le vigne spettinate in Oltrepò sono sempre meno numerose: sono sempre più pettinate, anche troppo. Dal punto di vista paesaggistico ed evocativo la vigna perfetta non è bella rispetto alla vigna spettinata, che è la fotografia dell’equilibrio fra l’uomo e l’ambiente. Un connubio uomo-natura si vede nel momento in cui l’utilizzo della campagna a fini di coltivazione per la vendita e il commercio è in equilibrio con la natura. Un mio amico antropologo che lavora all’Università Bicocca ha scritto in un libro, “La diversità delle acque’’, un riferimento all’Oltrepò Pavese, ed è questo: prima di franare i terreni sono franate le persone, sono scese a valle, sono andate in città. Solo di conseguenza sono poi franati i terreni: perché non c’era più nessuno che li curava. Questa secondo me è una grossissima verità.» di Pier Luigi Feltri


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OLTREPò PAVESE - SICUREZZA SUL LAVORO

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Accardo, FLAI-CGIL: «Prima di tutto, la consapevolezza dei lavoratori» Ha destato molto scalpore a livello nazionale la tragedia verificatasi ad Arena Po, dove quattro persone di origine indiana, che gestivano un’azienda zootecnica, sono decedute in seguito ad un incidente sul luogo di lavoro. Il tema della sicurezza emerge, purtroppo, quasi soltanto quando ci scappa il morto; per poi tornare a sopirsi nei rapporti ordinari fra la parte padronale e quella rappresentativa dei lavoratori. Partendo dai fatti di Arena Po, abbiamo chiesto al segretario generale di FLAICGIL della provincia di Pavia, Simone Accardo, di fotografare per i nostri lettori la situazione dei lavoratori nel comparto agroalimentare dell’Oltrepò Pavese. Con un’attenzione particolare agli occupati nel settore vitivinicolo. Il caso di Arena Po ha fatto emergere in tutta la sua gravità il fatto che, evidentemente, la prevenzione e in particolare i meccanismi di controllo in questo settore non funzionano a dovere. «Non c’erano, da quanto sembra emergere, particolari anomalie nella gestione dell’azienda. Uno dei titolari voleva effettuare alcune operazioni di pulizia ed è scivolato accidentalmente dentro una vasca per la raccolta dei liquami. All’interno di questa sono presenti esalazioni, ossidi di carbonio; queste gli hanno fatto perdere i sensi. È ovvio che gli altri presenti hanno cercato di salvarlo. É venuto loro istintivo cercare subito di soccorrerlo, non sapendo o non capendo in quel momento che queste esalazioni sarebbero state fatali anche a loro.» Quali sono le principali criticità, a suo avviso, da notare partendo da questo episodio? «Alcune delle vittime erano arrivate da poco in Italia dall’India. In questi casi la comunicazione è un problema. Qualsiasi tipo di avvertenza, se non viene compresa, diventa un problema. Ora, con la storia delle quote latte, le stalle e gli allevamenti in tutta la provincia si contano sulle dita di due mani. La maggior parte sono concentrate in Lomellina e nel Basso Pavese, ma non è che ci siano così tante aziende che allevano vacche da latte. Comunque, il 90% dei lavoratori in queste stalle provengono dall’India, dal Pakistan, dal Bangladesh. Questo lavoro le nuove generazioni di italiani non lo vogliono più fare. Non si tratta più di mungere manualmente, tutto è meccanizzato; però vengono effettuate cinque mungiture al giorno. Bisogna alzarsi di notte, è un lavoro complicato.» Le difficoltà nella comunicazione possono essere causa di carenze di sicurezza sui luoghi di lavoro? «Possono essere uno dei fattori per cui succedono questi fenomeni, anche se magari non questo di Arena Po in particolare. Ne-

gli anni ‘80 la manodopera in agricoltura era prettamente italiana. Al di là delle disfunzioni, dei problemi che ci sono sempre stati, quanto meno il lavoratore italiano conosceva la lingua italiana.» Lei pensa che esistano casi di potenziale pericolo immediato, in altri luoghi di lavoro sul nostro territorio, sulla falsariga di quanto accaduto ad Arena Po? «Non è da escludere che si possano ripetere: ovviamente speriamo di no. Certamente questo caso ha allarmato le associazioni agricole e i sindacati. Si sono fatte conferenze stampa, si sono mandate comunicazioni al Prefetto; ma tutte queste cose non sono sufficienti da sole, se non c’è, prima di tutto, la consapevolezza dei lavoratori. E, in particolare, l’alfabetizzazione. Non dico di trasformarli in dei filosofi, ma di far sì che capiscano almeno quello che gli viene detto. Penso soprattutto alla loro sicurezza.» La non conoscenza della lingua rende, in effetti, impossibile capire le normative da rispettare, i propri diritti ma anche le modalità con le quali la legge tutela il lavoratore... «Questo è uno dei problemi. Noi, nel settore dell’agricoltura, abbiamo istituito fin dagli anni ‘70 l’Ente Bilaterale provinciale CIMI. Questo ente serve non solo a promuovere iniziative in tema di agricoltura, ma è partito per garantire un’integrazione al salario per i lavoratori agricoli, in particolare per gli avventizi. Ma anche per altre iniziative. A novembre partiremo con un progetto, aiutati dal Cesvip di Pavia, per dare la possibilità ai lavoratori appena arrivati di avere almeno un’infarinatura della lingua italiana.» Da chi viene finanziato l’Ente? «In parte dai lavoratori, in parte dalle imprese. Tutto questo monte salari che va all’Ente Bilaterale serve per dare prestazioni, integrazioni, per intervenire con un sostegno nel momento della maternità per le donne; per garantire un’integrazione a chi perde il lavoro a fine anno. Poi sono state istituite prestazioni aggiuntive per quanto riguarda il welfare; sussidi, borse di studio per lavoratori che frequentano le università. Tra le varie iniziative che abbiamo fatto, negli anni indietro, dal 2010 in avanti, c’è stata la presenza capillare nei territori vitivinicoli durante la vendemmia.» Viene subito alla mente il caso Santa Maria della Versa... «Già nel 2015 io avevo segnalato a Procura e Carabinieri che proprio dietro la piscina era sorta una baraccopoli: una distesa di cartoni da frigorifero e lavatrici, che si erano trasformati in giacigli, messi in piedi alla meno peggio...» Per non parlare di quanti dormono, ogni anno, nelle stalle...

Simone Accardo «O nella stalla o dentro qualche mezzo di fortuna. Di queste persone ne ho trovati parecchie: finito il lavoro andavano a dormire in un furgoncino.» I controlli, anche qui, latitano... «Gli ispettori del lavoro purtroppo sono solo due, che devono girare tutta provincia. FLAI-CGIL in questi anni ha messo in atto un tour de force, recandosi materialmente fra i filari, per vedere anche se le retribuzioni fossero adeguate a quanto previsto dalla contrattazione provinciale. Mi ha dato una grande mano il dottor Alberto Gardina, della Direzione Provinciale del Lavoro, ora trasferito a Como. Avevamo fatto un’iniziativa unitaria a livello provinciale a Codevilla, con il Prefetto e le organizzazioni sindacali, per evidenziare i fenomeni che emergevano in agricoltura e accendere i riflettori su caporalato e sfruttamento.» Come si interfaccia il FLAI con i lavoratori del comparto agricolo? Il sindacato, oggi, riesce a mantenere un contatto diffuso e costante con loro? «Nel 2014/15 come ente bilaterale abbiamo avviato un’iniziativa molto intelligente sugli operai impiegati nella vendemmia. Abbiamo dato ai lavoratori la possibilità di fare visite mediche preventive. È stata creata una convenzione con due medici del lavoro, abbiamo divulgato l’iniziativa, e tutti i lavoratori che dovevano andare a fare la vendemmia hanno avuto la possibilità essere visitati. E contestualmente di ottenere una spiegazione su questioni inerenti la sicurezza. Nei primi due anni si sono svolte 2.500 visite. Questo ci ha dato modo di monitorare, di vedere il flusso di persone interessate dalla vendemmia e scoraggiare eventuali caporalati.» La vendemmia 2019 ormai può dirsi ultimata. Nel dibattito inerente il settore vitivinicolo si parla tanto di prezzi delle uve, ma si parla poco di retribuzione dei lavoratori. In Franciacorta, in seguito al caso “Demetra’’, quest’anno sono state riviste al rialzo le paghe, superando in molti casi il livello posto dai contratti provinciali. Qual è la situazione in Oltrepò?

«La retribuzione già prevista dalla contrattazione provinciale per quanto riguarda la raccolta sia di uva che di altri tipi di frutta è appena inferiore a quella dell’operaio comune. Se tutti rispettassero quello che è il parametro provinciale, i lavoratori avrebbero una paga ordinaria decorosa, perché si parla di circa 9,56 euro lordi per un avventizio. Non stiamo parlando di cifre ridicole, come quando si sente parlare di 3 euro all’ora in certi casi che emergono alle cronache nazionali. Il problema sono quelli che pagano i 7 euro fuori busta. O i 7,50 euro quando c’erano i voucher. La CGIL ha promosso una campagna contro i voucher. Qual era il meccanismo? Il voucher da 7,50 euro, un unico voucher, veniva dato per un’intera giornata. Il resto veniva pagato fuori dal sistema.»

«Negli anni ‘80 la manodopera in agricoltura era prettamente italiana. Quantomeno, il lavoratore conosceva la lingua...» E a proposito del rinnovo della contrattazione provinciale? «In agricoltura, come anche in edilizia, essendovi una situazione molto frammentata per quanto riguarda le imprese, spesso piccole, non è possibile effettuare contrattazioni di secondo livello. La contrattazione provinciale viene applicata a tutti i lavoratori che operano in Provincia di Pavia. Ora, come tutte le province, andremo al rinnovo.» Con quali aspettative? «Quest’anno abbiamo rimarcato l’esigenza istituire la figura di RLS territoriale (Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza, ndr), che sarebbe finanziato dall’Ente Bilaterale. Visto che l’Ente ha risorse a disposizione risorse. Avevamo tentato già in passato di istituire questa figura, solo che le controparti ce l’avevano bocciata in partenza. Non possiamo occuparci di queste questioni solo quando si verifica un’emergenza, quando succede il caso mediatico. Vorremmo fare qualcosa di strutturale, e mi permetto di aggiungere che sono anche le associazioni datoriali ad avere l’interesse che si sviluppi questo tema. L’RLS territoriale non deve essere visto come quello che va a minacciare: serve a entrambe le parti proprio per evitare che ci siano fenomeni che poi sfociano in morti o infortuni gravi. Uno dei settori con la percentuale più alti di incidenti è proprio quello agricolo.» di Pier Luigi Feltri


Cheap but chic: PIATTI GOLOSI E D’IMMAGINE AL COSTO MASSINO DI 3 EURO

Zucca in carpione, rigorosamente di Lungavilla di Gabriella Draghi

Berrettina, bertagnina, mantovana sono le tipologie di zucca che più vengono coltivate negli orti del nostro territorio anche se la berrettina di Lungavilla è la più famosa ed ha ottenuto la certificazione De.co. Arrivata alla sua dodicesima edizione, alla sagra di Lungavilla si potranno degustare innumerevoli ricette elaborate con questo prezioso prodotto. Ma veniamo alle origini. La zucca appartiene alla famiglia delle Cucurbitacee, insieme ad angurie, meloni, zucchine e cetrioli. Il termine zucca deriva da cocutia (testa). È una pianta originaria dell’America Centrale, i semi più antichi furono ritrovati in Messico e risalgono al 7000-6000 a.C. Nel Nord America era l’alimento principale degli indiani e, insieme alla patata e al pomodoro, è stato uno dei primi ortaggi ad arrivare in Italia. Al suo interno sono presenti fibre, vitamine e sali minerali come calcio, fosforo e zinco. Questo ortaggio è caratterizzato

dal basso contenuto di grassi e di zuccheri, infatti ha solamente 26 calorie per 100 grammi di prodotto ed è quindi un ottimo alimento anche per chi sta seguendo una dieta per perdere peso ed è consigliata anche per i diabetici. Sono tantissimi però i benefici e le proprietà curative della zucca. Aiuta il cuore e previene i tumori: grazie all’Omega 3, è in grado di ridurre il colesterolo, abbassare la pressione sanguigna, prevenire malattie cardiovascolari e di tenere sotto controllo la tachicardia, ma non solo: gli antiossidanti fanno sì che sia un ottimo alimento per prevenire i tumori. Ideale per chi fa sport: la gran quantità di potassio contenuta nella zucca ne fa un alimento ideale per chi pratica sport perché aiuta la muscolatura a funzionare meglio. La zucca è anche una grande alleata della bellezza: le donne che stanno cercando un rimedio naturale per combattere la cellulite dovrebbero consumarla almeno 2 o 3 volte alla settimana perché essendo ricca di acqua e di potassio contrasta la ritenzione idrica. Con il suo colore arancione, la zucca rav-

viva le tavole autunnali e il suo sapore dolciastro la rende unica per preparare innumerevoli ricette dolci e salate. Questo mese la utilizziamo per preparare un antipasto molto sfizioso, appetitoso, dal sapore sorprendente, che prenderà per la gola i vostri commensali: la zucca in carpione. Come si prepara: Sbucciamo la zucca e la tagliamo a fettine sottili. Friggiamo le fettine in una padella con abbondante olio e poi le scoliamo su carta assorbente. Saliamo e lasciamo raffreddare. Prepariamo ora il carpione. Tagliamo ad anelli la cipolla dopo averla sbucciata, tagliamo a rondelle la carota, peliamo gli spicchi d’aglio e rosoliamo il tutto in abbondante olio extravergine d’oliva aggiungendo la salvia, il rosmarino e l’alloro. Quando le verdure sono appassite, versiamo l’aceto, facciamo evaporare sobbollendo il tutto per alcuni minuti , saliamo e spegniamo il fuoco. Disponiamo ora le fettine di zucca in una terrina a strati alternandole con il composto di verdure e aceto caldo. Terminare con le verdure all’aceto avendo cura di coprire bene con

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ZUCCA IN CARPIONE Ingredienti per 6 persone: 1 kg di zucca berrettina 1 cipolla rossa grande 1 carota 4 spicchi d’aglio 2 rametti di rosmarino 10 foglie di salvia 2 foglie d’alloro mezzo bicchiere di aceto bianco 1 bicchiere di olio extravergine d’oliva sale

Gabriella Draghi

il liquido le fettine di zucca. Lasciamo riposare almeno due ore per far bene insaporire e poi serviamo. Buon appetito! You Tube Channel “Cheap but chic”. Facebook page “Tutte le tentazioni”


BRONI

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«L’attivazione del corso professionale agrario sarebbe un valore aggiunto» Il mondo del lavoro è in continua evoluzione, di pari passo con il progresso scientifico e tecnologico: il settore agricolo non è esente dalla modernizzazione. Alla luce di ciò, il neo dirigente scolastico dell’istituto superiore Faravelli, Roberto Olivieri, propone di implementare nell’offerta formativa della scuola un indirizzo professionale agrario vitivinicolo, con lo scopo di formare figure specializzate e aggiornate. Una novità del genere, nelle speranze del dirigente, oltre ad evitare che l’agricoltura oltrepadana diventi obsoleta nel corso degli anni, offrirebbe molte più possibilità ai diplomati di ottenere un reddito garantito senza doversi allontanare dal territorio. Iniziamo con qualche dato generale sulla scuola: com’è il bilancio degli iscritti? Come sono suddivisi tra i vari indirizzi? «L’istituto conta circa 800 studenti di cui un terzo al Colgi ed i restanti due terzi al Faravelli. Pur non aumentando le classi, il liceo ha aumentato il numero degli iscritti: sono tre classi prime – poco mancava a farne una quarta – di circa 27-28 alunni; mentre al Faravelli la situazione è rimasta pressoché uguale all’anno scorso; solo l’indirizzo di Costruzione Ambiente e Territorio – l’ex geometra, per intenderci – è leggermente in sofferenza, ma, sebbene con ampi margini di miglioramento, le cose non vanno per niente male». Con “miglioramento” intende anche il corso agrario vitivinicolo che ha intenzione di attivare? «Nell’immediato ci sono tante altre cose da migliorare, più piccole. L’attivazione del corso sarebbe un valore aggiunto: a me sembra strano che il nostro bacino d’utenza, cioè Val Versa, non trovi una simile proposta formativa qui a Broni o a Stradella, quando invece la trova a Borgonovo. è per soddisfare tale esigenza che stiamo lavorando all’implementazione di questo corso. Parlare adesso di struttura professionale è un po’ presto, tuttavia sognare di averla è molto attuale». Quali ostacoli ne impediscono la realizzazione, se non immediata, a breve termine? «Innanzitutto mancano spazi adeguati. Non si tratta di qualcosa per cui basteranno l’aula ed i professori, avremo bisogno anche di strutture dove gli studenti possano fare pratica, vale a dire: il laboratorio di chimica, un appezzamento di terreno, una cantina – questo è il minimo. Tutto ciò implica ovviamente anche spese non indifferenti, poiché se i costi delle strutture possono essere attenuati riqualificando immobili già esistenti, non si può risparmiare sui costi delle macchine: un’aula computer, per capirci, viene a costare circa 10000 euro; un macchinario agricolo si aggira intorno ai 30000-40000 euro».

«Non andremo di sicuro a fare concorrenza al Gallini...»

Roberto Olivieri, neo dirigente scolastico dell’istituto superiore Faravelli

Si tratta quindi di un vero e proprio indirizzo autonomo? Cos’ha di diverso rispetto ad altri istituti presenti in Oltrepò? «Esatto: il corso agrario vitivinicolo sarà un percorso didattico come può esserlo il linguistico piuttosto che l’artistico e via dicendo. è diverso dalle altre realtà oltrepadane poiché punta a formare figure operative: non andremo di sicuro a fare concorrenza al Gallini, la cui offerta formativa è decisamente più tecnica, e l’unico istituto simile a noi sarebbe a Mortara; dubito però fortemente che i ragazzi di queste zone vogliano farsi un’ora e un quarto di strada. Ciò che offrirà il corso, di 32 ore settimanali, sarà tanta, tanta pratica sul campo, soprattutto nel triennio, e tanta alternanza: non meno di 300-400 ore; inoltre darà una formazione per quanto riguarda il contatto con le materie prime: giusto per fare degli esempi, bisogna sapere come trattare la peronospora senza far male a sé stessi e agli altri oppure come utilizzare i fitofarmaci». Che opportunità lavorative avrà uno studente con questo bagaglio formativo? Chi è, nello specifico, la “figura operativa”? «Uno studente con diploma professionale agrario vitivinicolo è un intermediario, un operatore di cantina, di azienda agricola e

di campagna, ovvero colui che si occupa della materia prima fino al momento della lavorazione. Il che non significa occupare una posizione lavorativa “bassa”, anzi: è fondamentale per garantire prodotti di qualità e quindi anche la buona riuscita del lavoro di un enologo, ritenuto socialmente una figura “alta”. L’agricoltore, ad oggi, non è più il contadino che impara lavorando fin da giovane nel vigneto di famiglia, ma deve essere qualificato e adeguatamente formato, anche per rispondere ai sempre più capillari controlli. è necessario che sappia da una parte guidare una vendemmiatrice senza buttare giù i filari, dall’altra lavorare con determinati agenti chimici in tutta sicurezza, senza intaccare la genuinità del prodotto. In queste zone, dove il culto del vino è senza dubbio uno dei maggiori punti di forza, trovo che un’offerta formativa del genere sia necessaria soprattutto per coloro che non hanno intenzione di spostarsi altrove, poiché la probabilità di essere assorbiti dal territorio è alta». è già possibile fare delle previsioni sulle tempistiche di attivazione? «Il corso potrebbe – e sottolineo potrebbe – venire implementato già dal prossimo anno scolastico, se dovessimo essere estremamente fortunati. Con molta più proba-

bilità si parla di 2021/2022, soprattutto perché è una richiesta che non può partire da me singolo, ma dai sindaci, dalla provincia, dalle entità produttive come Terre d’Oltrepò… è necessario unire le forze e gli interessi per portare avanti questa iniziativa». Ipotizzando che il progetto venga portato a termine, quale ruolo assumerà nell’Oltrepò? «Non mi immagino che Stradella, Broni o dove sorgerà la struttura adibita al corso, diventi il principale punto di riferimento per la formazione agricola di tutto l’Oltrepò, ma un polo scolastico che dia la possibilità ai ragazzi di non cercare chissà dove ciò che possono tranquillamente trovare qua». La domanda di questo tipo di formazione, da parte dei ragazzi, è alta? «Non posso metterci la mano sul fuoco, ma mettiamola così: se a Borgonovo c’è una scuola che va avanti e pesca tanto da Val Versa, allora deduco che l’interesse nei confronti di un indirizzo agrario vitivinicolo esista e non sia indifferente. Il 2 di ottobre ci sarà la prima riunione per l’orientamento: sebbene il progetto non sia ancora attivo, è comunque bene iniziare a spargere la voce e a tirare le somme sul numero di potenziali interessati». Considerando il ruolo che ha la viticoltura in Oltrepò, secondo lei, educare i ragazzi a questo mondo aiuterà a movimentare l’economia delle nostre zone? «Certamente, questa è una delle prime speranze. Ovvio, non sarà la scuola da sola a risollevare l’economia in Oltrepò, ma in quanto tale deve offrire un’offerta formativa il più possibile ampia per migliorare la situazione e dare l’occasione ai ragazzi di trovare anche qui un impiego stabile: abbiamo subìto gli effetti della crisi, abbiamo compiuto talvolta scelte sbagliate a livello di cantine, ma abbiamo anche un territorio meraviglioso – questo è indiscutibile – che necessita di essere valorizzato al massimo, e noi siamo sicuri di poter dare una mano formando professionisti in possesso di una preparazione ottimale». di Cecilia Bardoni


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Vinuva 2019, «Commercianti mai così partecipi» «Un Vinuva che non poteva andare meglio di così». Parola di Andrea Frustagli, neo assessore alla promozione del territorio di Stradella. La manifestazione, che si è svolta il 20, 21 e 22 settembre scorsi, ha mantenuto alcuni aspetti tradizionali e in altri si è invece completamente trasformata, aprendo le porte ai giovani e agli incontri sia su temi culturali che sociali. Frustagli è inoltre molto soddisfatto dell’apporto dato dai commercianti. Assessore, cosa può dirci in merito alla festa appena trascorsa? «Abbiamo avuto tre mesi per prepararla. Devo dire un grazie immenso ad Ascom (Associazione Commercianti) e alla Pro Loco. è anche grazie a loro che questo evento ha avuto successo: c’è stata una grande collaborazione. Io posso avere tante idee, ma se poi non ci sono gli ‘attori’ intorno a me che ‘recitano’ e condividono quello che vorrei fare, è tutto vano. Sono stati davvero fondamentali. Un connubio fantastico. E poi vorrei sottolineare proprio la voglia di partecipare dei commercianti». Non era stato così gli altri anni? «Posso dire che mai come quest’anno sono andati proprio sulla strada, che era chiusa al traffico per l’evento. Sulla via 26 Aprile c’erano dodici commercianti che hanno esposto i loro prodotti. Fino all’anno scorso erano molti meno. C’è diversità e voglia di cambiare e di fare, sia da parte dell’amministrazione che da parte loro. Questo ci porta a fare ancora di più di quello che già si sta facendo». Quindi bilancio positivo della “tre giorni” «Direi proprio di sì. Tra l’altro io ci tenevo molto a fare gli incontri culturali, quello sull’Unesco, quello dell’Anffas, quello degli Amici di Teo… e sono stati un successo. Il prossimo anno mi piacerebbe fare un incontro culturale ogni ora, come accade in altre manifestazioni, tipo il Collisioni Festival a Barolo in Piemonte: nel piccolo possiamo farlo. Poi l’anno prossimo cambierà anche il piano sicurezza del Comune…». Cioè? «Secondo il piano vigente, non potevamo fare eventi nella piazza Vittorio Veneto. Il piano però scade a fine anno e potremo modificarlo. Non si è potuto cambiare “in corsa” quest’anno perché non avevamo il tempo sufficiente per farlo e ci siamo dovuti quindi attenere alle regole esistenti. Però il prossimo ci sarà qualcosa anche in quella piazza, sotto la nostra Torre». Vino e uva ma non solo. Cosa può dirci dell’incontro tra le associazioni Anffas e Amici di Teo, che si occupano entrambe di disabilità? «Siamo riusciti, per la prima volta in as-

«Il prossimo anno la manifestazione si allargherà a piazza Vittorio Veneto» Andrea Frustagli, assessore alla promozione del territorio

Frustagli Soddisfatto: «Vinuva, un successo incredibile» soluto, a portare due associazioni così a confronto. Si sono guardate in faccia. Non era mai accaduto prima. Noi le abbiamo messe sul palco insieme, davanti al pubblico, le abbiamo messe in evidenza, anche con due punti di raccolta fondi diversi. Il nostro scopo era di far conoscere e promuovere queste realtà e di metterle a confronto tra loro: se prima erano sempre state due associazioni divise, noi abbiamo voluto che da quel momento in poi condividessero la strada della solidarietà. Sono davvero contento». è stato importante secondo lei inserire eventi di questo tipo all’interno di Vinuva? «Sì, perché non è solamente la festa del vino e dell’uva. Io sono assessore alla promozione del territorio e questi eventi promuovono il territorio, attraverso associazioni di volontariato, attraverso la presentazione di un libro, come nel caso di quello di Matteo Colombo, attraverso il progetto dell’Unesco, attraverso una serie di cose che devono emergere perché sono importantissime. Come dicevo prima, vorrei che Vinuva diventi un contenitore culturale di territorio: è la giusta ricetta per crescere».

Ha già qualche idea nel cassetto per l’anno prossimo a questo proposito? «Sì… penso allo sport, all’enogastronomia, ai ristoratori: tutto quello che riguarda il nostro territorio va bene. Quest’anno abbiamo dato solo un assaggio, perché il tempo per organizzare tutto era poco, ma l’anno prossimo vedrete tante belle novità». La gente cosa le ha detto dopo la manifestazione? «Mi hanno detto, davvero in tantissimi, che hanno apprezzato questi incontri culturali, perché sono stati momenti di valore e mi hanno chiesto se negli anni a venire ci saranno ancora. E poi anche la serata del sabato sera, completamente dedica-

ta ai giovani, è stato un vero successo: mai era accaduta una cosa simile. Anche a loro, quindi, dico di stare tranquilli… la serata si rifarà anche l’anno prossimo! Cambiando naturalmente un po’ il format, perché la parola d’ordine deve essere sempre “cambiare”». Qual è stata la carta vincente? «La nuova amministrazione, con la sua voglia di fare e di cambiare. Il nuovo, il programma, l’allestimento molto professionale e fine. Oltre a Pro Loco e Ascom, devo ringraziare anche i ragazzi del Santa Chiara e quelli dell’Apos. Tutto ha fatto sì che la manifestazione riuscisse al meglio…». di Elisa Ajelli

Don Cristiano Orezzi, il sindaco Alessandro Cantù e Andrea Frustagli


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Vinuva, l’ex sindaco Maggi critico: «La kermesse tra luci e ombre» Piergiorgio Maggi, ex prima cittadino e attuale capogruppo di minoranza, frena gli entusiasmi sulla riuscita della manifestazione appena svoltasi a Stradella. Maggi, cosa pensa dell’evento appena trascorso? «Sicuramente c’è qualcosa che ha funzionato, ma c’è anche altro che invece non è andato per il verso giusto». Entriamo un po’ nel merito della manifestazione… «La prima sera, la tradizionale “serata cocktail”, io non ero presente a causa di impegni personali. Ma mi hanno detto che è stata una serata un pochino fredda: sia dal punto di vista atmosferico che della serata in sé. Forse la formula pensata quest’anno non ha funzionato benissimo. Il sabato, poi, è iniziato con un flop terribile». Cioè? «L’annullamento della passeggiata tra i vigneti con degustazioni dei vini alle cantine. Non si può non fare. L’anno scorso era stata fatta e i produttori ci avevano accolto in maniera splendida: anche quest’anno loro avranno sostenuto delle spese e dire all’ultimo minuto che la cosa non si fa è spiacevole. La versione ufficiale che è stata data è che non c’erano abbastanza prenotazioni, ma se la prenotazione viene fatta solo tramite sms è logico che potrebbe non funzionare…va fatta, invece, alla Proloco o all’amministrazione comunale… Tra l’altro alcune di queste cantine che avrebbero fatto fare la degustazione sono state anche sponsor di questa manifestazione e ho sentito che sono abbastanza arrabbiati…». L’assessore Frustagli ha dichiarato di essere molto soddisfatto dei dibattiti culturali che ci sono stati durante questo Vinuva… lei cosa ne pensa? «A quello di Anffas e Amici di Teo ho partecipato anche io. Posso dire in generale che, a mio parere, avrebbero funzionato

molto di più se fatti in un posto chiuso. C’era molto rumore intorno e secondo me i dibattiti sono stati un po’ impoveriti. Abbiamo un bellissimo Teatro: perché non farli lì? Sicuramente ci sarebbe stata più attenzione e anche più tranquillità. Per quanto riguarda gli argomenti niente da dire, è la location che secondo me era sbagliata». La nuova amministrazione ha dato spazio ai giovani nella serata del sabato… «Non c’ero, ma ho ricevuto recensioni positivissime. So che la piazza era piena e che c’erano molti giovani. Sono stati bravi a organizzare questa serata: sono obiettivo e lo ammetto. è stato un limite nostro non riuscire a farla». Passiamo, infine, alla domenica… «C’è stato il Motoraduno Alpino e Ardito e lì c’era pieno di gente. Un momento che avevamo sempre realizzato anche noi. Ho saputo, però, che nessuno degli amministratori è andato a vedere e a fare i complimenti: mi sembra solo una questione di buon gusto. Spero di aver avuto una informazione sbagliata. Mi hanno invece riferito anche della chiusura, davvero molto bella e divertente, con i Magazine du Cafè. Insomma, come dicevo prima, luci e ombre in questo Vinuva. Forse più ombre che luci. È la loro prima edizione, diamo loro il beneficio di inventario: possono solo migliorare, perché peggiorare è difficile. Ammetto che ci sono stati picchi molto buoni, ma devo anche essere sincero e dire che ci sono stati picchi molto bassi. Poi andrà fatta una valutazione in termini economici, è ovvio… anche perché la festa è stata ridotta di un giorno, rispetto alle precedenti…». Può essere stato un problema? «Non tanto per l’amministrazione, quanto per la Proloco, perché viene a mancare un incasso di una sera e autofinanziandosi magari qualche problema può esserci.

Piergorgio Maggi, ex sindaco di Stradella

Vignaioli arrabbiati per il forfait all’ultimo: «Alcuni erano pure sponsor…» Ne approfitto però per ringraziarli perché sono stati all’altezza come sempre». Altri aspetti che non le sono piaciuti? «Non aver dato spazio alla danza, una realtà importante per la nostra città». In generale, cosa pensa dell’attuale amministrazione dopo che è trascorsa l’estate? «Direi che in questi mesi hanno portato

avanti progetti che c’erano già da prima, che avevamo impostato noi: asfalti, strade, campo giochi, il verde pubblico… Di nuovo loro hanno solo fatto una versione edulcorata di Vinuva e hanno allungato di qualche settimana il Caffè Concerto». di Elisa Ajelli


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Ragazzi disabili pizzaioli per un giorno

Nella nostra quotidianità, spesso ci scordiamo come il lavoro ma in particolare l’indipendenza siano purtroppo preclusi ad alcuni meno fortunati. Tuttavia, grazie al lavoro della Cooperativa Sociale Gianni Pietra e dell’ANFFAS, operative nella zona di Broni e Stradella, e alla disponibilità di alcuni imprenditori locali, i ragazzi disabili assistiti dal Servizio di Formazione all’Autonomia (SFA), lo scorso 30 luglio, hanno potuto vivere un’esperienza lavorativa presso un vero ristorante. Si tratta del “O’ Scugnizzo Gourmet”, il cui proprietario, Vincenzo Nese, ci spiega come con la pizza possa essere utile non solo a giovani disabili, ma anche agli studenti. Inoltre, Miriam Maggi, organizzatrice dell’iniziativa, ci illustra come anche persone con disabilità possano integrarsi nella società e conseguire un’autonomia, con un approfondimento da parte del presidente dell’ ANFFAS Paolo Pietra sul progetto “Vita Indipendente”. Vincenzo, quando e come è iniziato il suo amore per la pizza? «Le mie origini sicuramente hanno contribuito a farmi diventare un pizzaiolo: la mia famiglia è in questo mondo da 40 anni. Ho iniziato a dedicarmi alla pizza quando ero poco più che maggiorenne, portando questa mia passione in giro per l’Oltrepò su di un Apecar: mi sembrava un’idea accattivante e originale, che potesse rendere lo street food ancor più facilmente reperibile ai consumatori; è stato un successo. In quello stesso periodo ho anche iniziato a portare questa arte nelle scuole. Poco dopo ho aperto una piccola pizzeria d’asporto con dentro il muso di un Apecar, per richiamare il modo in cui tutto è cominciato. In breve tempo i clienti aumentavano, addirittura prenotavano – cosa abbastanza assurda per una pizzeria d’asporto. Le richieste continuavano a crescere e per soddisfare le esigenze della clientela ho aperto quello che oggi è “O’ Scugnizzo Gourmet”, ovvero un ristorante fondato sulla pizza col cornicione – a differenza delle sottilette a cui siamo abituati, che rispecchia le mie origini amalfitane e in continuo aggiornamento». Ha detto di aver portato l’arte della pizza nelle scuole: è un’iniziativa prosegue ancora? «Certo. Tutt’ora porto attività inerenti alla pizza nelle scuole, diverse a seconda che siano le superiori o la materna, sempre a titolo benefico. Più volte mi sono recato al Colgi o al Faravelli, chiamato dagli stessi studenti, per tenere delle lezioni su come entrare nel mondo del lavoro, dal momento che qui a Stradella sono la realtà più giovane – ho 23 anni. Cerco di trasmettere loro in primis il mio entusiasmo

I ragazzi assistiti dallo SFA con Vincenzo Nese e la sensibilità nei confronti dei ragazzi disabili, li esorto a recuperare alcuni dei valori dei nostri genitori senza cedere al mondo di cani che è il commercio, a mettersi in gioco e a cercare sempre soluzioni innovative, poiché la società odierna – e di conseguenza il mercato – è alla continua ricerca di stimoli. In sostanza vorrei insegnare loro a vedere la tradizione in un’ottica moderna. Invece ai più piccoli, ovviamente non ancora sensibili alle questioni lavorative e di marketing, propongo dei veri e propri laboratori in cui possano mettere le mani in pasta – saper fare qualcosa in più non fa mai male secondo me, e loro si divertono un mondo». Questa sua propensione all’insegnamento si è rivelata anche nell’iniziativa “Ristorante le Farfalle” organizzata dal SFA, diretto dalla Cooperativa Sociale Gianni Pietra. Come ha iniziato a collaborare con loro? «Sono una persona altruista per natura: quando posso faccio di tutto per dare una mano; se poi riesco a mettermi in gioco per il sociale anche con la pizza, tanto meglio. è così che sono entrato in contatto con la cooperativa: quando sono venuto a sapere del laboratorio di cucina mi sono immediatamente reso disponibile per la serata che stavano organizzando. Ho fatto stampare ai ragazzi delle magliette dello Scugnizzo personalizzate e ho tenuto con loro degli incontri per prepararli alla serata dello scorso 30 luglio; è andata benissimo: abbiamo messo a disposizione un centinaio di posti e nel giro di due giorni era già tutto prenotato.

Il ricavato è stato donato quasi interamente – mi sono ripagato solo gli ingredienti usati – al progetto “Vita Indipendente” dell’ ANFFAS. Io come umano e proprietario mi sento in dovere di offrire un’esperienza, in questo caso lavorativa, che permetta a chi sta peggio di me di integrarsi nella società e di avere un futuro migliore; spero che progetti come questo diano una mano al mondo a risollevarsi dal profondo egoismo in cui siamo caduti. Mi spiace che anche a livello mediatico i ragazzi siano stati poco valorizzati: il comune avrebbe potuto almeno dare loro un attestato, un riconoscimento che premiasse l’immenso sforzo che hanno compiuto». Come si è trovato con i ragazzi? «Benissimo. Nonostante l’agitazione dell’esporsi a un pubblico per loro molto vasto, si sono comportati egregiamente. Trasmettono un’energia pazzesca e inesauribile, sono sempre pronti, simpatici e anche molto schietti – se qualcosa non gli quadra te lo dicono senza troppi giri di parole (ride). Tra di loro c’è anche una coppia di fidanzati, che durante la serata si incoraggiavano a vicenda vedendo il continuo flusso di clienti che arrivava. Si sono adattati perfettamente al loro ruolo: si sono occupati della preparazione di tre pizze diverse, studiate in tutto e per tutto da loro stessi, hanno preso le ordinazioni e servito ai tavoli. Ovviamente ho chiamato qualche membro del mio staff perché li supportasse e li coordinasse, ma alla fine dei conti hanno fatto tutto loro. E’ stata un’esperienza indescrivibile. I genitori si sono emozionati perché hanno

visto i propri figli sconfiggere e scavalcare le loro limitazioni. L’organizzazione dell’intera serata non è stata facile, ma grazie all’entusiasmo dei ragazzi la fatica è passata in secondo piano; c’è da dire anche che sono seguiti da un personale fantastico: oltre a tanta pazienza bisogna avere anche una sensibilità non da tutti, perché si tratta comunque di individui emotivamente più delicati». Miriam, di cosa si occupa la Cooperativa Sociale Gianni Pietra? «Ci occupiamo di servizi alla persona, quindi gestiamo l’RSA, l’RSD di Ruino, il centro diurno del comune di Stradella, il Servizio di Formazione all’Autonomia e due comunità-alloggio di ANFFAS, una a Broni e una Stradella. Concretamente assistiamo anziani e individui con disabilità cognitiva e motoria». In cosa consiste il SFA? «Il SFA è un servizio fornito dal comune e dedicato a ragazzi con disabilità principalmente cognitiva i quali, dopo un percorso intenso e piuttosto lungo, possono aspirare al raggiungimento di un’indipendenza – o comunque di una condizione il più possibile vicina – sia in ambito quotidiano che lavorativo. Una ramificazione del SFA è, come già accennato da Vincenzo, il laboratorio di cucina, che si è arricchito di un’attività che facesse acquisire ai ragazzi anche competenze lavorative». Come si è svolta? «Il laboratorio di cucina si svolge all’interno del SFA con lo scopo di insegnare ai ragazzi a prepararsi pasti basici: nell’otti-


STRADELLA ca del conseguimento dell’indipendenza, è necessario che sappiano farsi da mangiare. Quest’anno abbiamo voluto valorizzare ancor più l’esperienza coinvolgendo quattro ristoratori locali – Vincenzo Nese (O’ Scugnizzo Gourmet), Nicolò Borelli (Borelli Lab), Deborah Leonello (Simo Restaurant) e Simona Novarini (blogger chef de “La Cucina di Lice”) – perché ciascuno di loro insegnasse la preparazione di un piatto specifico ai nostri assistiti. Il progetto si è attivato da aprile a cadenza settimanale, per poi coronarsi con l’attività di Role Play “Ristorante le Farfalle”: appunto, la sera dello scorso 30 luglio i ragazzi, ricoprendo i ruoli di cuoco, addetto alla sala, cameriere o gelataio (grazie alla macchina fornita da Nicolò Borelli), hanno messo in pratica le competenze acquisite nella creazione, nella realizzazione e nel servizio di un menù in un vero ristorante, cioè, per questa prima sera, O’ Scugnizzo Gourmet. Ribadisco che gran parte del ricavato è stata devoluta al progetto “Vita Indipendente” fondato da ANFFAS». Chiedo allora l’intervento di Paolo Pietra: ci può spiegare cos’è il progetto “Vita Indipendente”? «è un’iniziativa ambiziosa che mira alla ristrutturazione di un immobile ubicato in centro a Stradella, precisamente in viale Gramsci 32, che diventerà una comunitàalloggio polifunzionale con servizi rivolti a persone disabili e soluzioni facilitanti la loro autonomia. Il progetto finale prevede al piano terra la realizzazione di 10

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Un progetto nato da una cooperazione tra ANFFAS e Cooperativa Gianni Pietra: «La pizza fa superare le diversità» alloggi che ricreino un ambiente familiare e socializzante, mentre il piano superiore ospiterà 3 appartamenti destinati a ragazzi già pronti per una vita autonoma più un quarto chiamato “Palestra di Vita Indipendente”; vale a dire un’abitazione a tutti gli effetti ma temporanea – ad esempio con pernottamento nel solo weekend, in cui sarà possibile allenarsi nelle mansioni quotidiane (la cucina, il bucato, le pulizie…) in vista di una futura indipendenza. La libertà e la sicurezza dei ragazzi sanno garantite grazie ad una supervisione non invasiva; verranno assistiti soltanto per quanto riguarda la parte amministrativa e burocratica e avranno a disposizione una figura di supporto in qualunque momento, nel caso avessero bisogni urgenti o dubbi. L’obiettivo primario è di raccogliere 350000 euro entro il 2020 da soci, privati cittadini, enti di qualunque tipo, e anche iniziative come il “Ristorante le Farfalle”. Vogliamo che la piccola comunità che verrà a crearsi una volta ultimati i lavori

non sia una cerchia chiusa in sé stessa, ma una realtà perfettamente integrata con la cittadinanza a livello sociale e umano». Torno da Miriam per ulteriori approfondimenti sull’esperienza: com’è stata vissuta dai ragazzi? «Erano entusiasti. è stata la gratificazione di tutto l’impegno che hanno messo, e sentirsi dire da qualcuno che non fosse un educatore o un parente “bravo, questo lo sai fare da solo” è stata per loro la conferma che hanno acquisito delle competenze. All’inizio erano molto tesi, ma grazie a personale di riferimento sempre presente e a qualche aggiustamento ad hoc sono riusciti a sentirsi a loro agio, ed il servizio è stato un successo. Uno di loro non se la sentiva di stare a contatto con i clienti, perciò si è occupato delle decorazioni da mettere sulle pizze: ha fatto un lavoro eccellente ed è rimasto al passo con tutti. Ho fatto questo esempio per dire che ognuno ha avuto un compito a seconda delle proprie esigenze e quindi

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tutti sono stati fondamentali per la buona riuscita della serata». Qual è stato il feedback dei clienti? «Considerando che in due giorni circa i posti sono stati tutti prenotati e che ancora oggi ci viene chiesto di riproporre iniziative simili, è stato assai positivo. Oltre ai genitori e ai parenti dei ragazzi hanno partecipato anche persone estranee, vera e propria clientela che quindi è sicuramente più imparziale; ma sono rimasti tutti soddisfatti. è per questo motivo che vogliamo organizzare due nuovi servizi, uno di nuovo allo Scugnizzo in data da definirsi – anche in base ai numerosi altri impegni dei ragazzi – e uno da Simo Restaurant tra poco, a ottobre o novembre». Queste attività “extraordinarie” hanno anche una funzione terapeutica? «Sì, se per terapeutico si intende lo sblocco emotivo di determinati freni. Per i ragazzi uscire dalla “comfort zone” comporta sì un certo carico di stress, tuttavia l’inclusione nel gruppo e la gestione efficace e ben organizzata delle mansioni, insieme ad un’adeguata preparazione, fanno sì che per loro affacciarsi al mondo del lavoro non sia un’esperienza traumatica ma di crescita personale. Al termine di ogni attività, compresa questa, ricostruiamo l’esperienza e facciamo capire loro di essere riusciti a superare un ostacolo che sembrava insormontabile, cosa che aiuta ad accrescere l’autostima e la consapevolezza di sé». di Cecilia Bardoni


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Maestra d’asilo, blogger e mamma: «Il mio mondo alla francese» Sembra uscita da un film francese di tanti anni fa. Bella, raffinata, di buon gusto. è Beatrice Rebasti, trentacinquenne oltrepadana con un po’ di sangue piacentino nelle vene, amante della Francia. Professione? Maestra d’asilo, blogger, moglie e mamma. Un fiume in piena insomma. Iniziamo a conoscerla un po’ meglio… Beatrice, ripercorriamo la sua storia… «Sono sempre stata una persona creativa, fantasiosa. Già le maestre lo dicevano a mia mamma durante i colloqui a scuola. Negli anni ho mantenuto questa creatività e mi sono iscritta al liceo artistico, anche se in realtà non ho mai avuto una vera propensione per la pittura, in senso di arte figurativa, e infatti ho scelto l’indirizzo architettura. Questa scuola mi ha spronato ad osare, a inventare progetti, ad avere sempre mille idee, ad avere libero sfogo. Tra l’altro, ho avuto anche la fortuna, durante gli anni del liceo, di avere un Preside favoloso: tutti noi studenti lo ricordiamo con affetto e ci sentiamo ancora adesso via social: lui ci ha sempre dato i mezzi per esprimere la nostra creatività di alunni. Cinque anni speciali e stupendi, lo rifarei domani». Finito il liceo cosa ha fatto? «Sono andata ad aiutare i miei genitori che all’epoca avevano una ditta di import di prodotti cosmetici: io mi occupavo del settore formazione. Ammetto che mi è sempre piaciuto tantissimo insegnare agli altri: in quel contesto insegnavo alle estetiste ad utilizzare i nostri prodotti. Quando è mancata mia mamma abbiamo chiuso la ditta e io mi sono dovuta reinventare, pensare a qualcos’altro. Ero ormai già quasi troppo adulta per entrare nel mondo del lavoro e fondamentalmente avevo poche competenze, perché non avevo fatto l’Università. Ho lavorato per un po’ di tempo in un asilo nido e poi ho deciso di aprirne uno tutto mio, in società con mia sorella. E nel frattempo ho aperto anche il mio blog». Si è quindi buttata anche nel mondo social… «Sì, l’ho fatto non per vanità, perché non mi sento assolutamente una persona vanitosa, ma per il piacere della condivisione. Mi piace un sacco trasmettere le mie cose. Ho iniziato con le ricette e poi, da quando è nato il mio bambino Ocèan, ho spaziato anche su altri argomenti, come il lifestyle…». Come le è venuta l’idea del blog? «Erano gli anni del ‘boom’ per quel settore. Bisogna chiaramente sapere che bisogna investire davvero molto tempo, se si vuole creare un prodotto che abbia successo, e anche del denaro. Seguo blogger, soprattutto francesi, che spendono parecchio: magari per realizzare articoli

Beatrice Rebasti Maestra d’asilo e blogger

sulla decorazione autunnale della casa rivoluzionano proprio la casa! Comprando mobili, soprammobili, ecc… e quindi si deve spendere. Naturalmente se si vuole raggiungere un certo livello si deve pubblicare molto nel proprio blog, deve diventare un lavoro vero e proprio: in tante, infatti, hanno abbandonato l’occupazione precedente per dedicarsi interamente al proprio blog. Se invece, come nel mio caso, si vuole fare la blogger in un modo più spontaneo, allora ci si può limitare un po’ e preparare magari uno o due articoli al mese». Ma a lei piacerebbe farlo come unico lavoro? «Decisamente sì! Ma al momento non ho il tempo sufficiente per fare solo quello. Può sembrare strano, ma di tempo ne serve eccome: pensare all’articolo, fare le foto, scriverlo, condividerlo sui vari canali per far rimbalzare la notizia. E si fa tutto da soli, nel mio caso». Da quando le è nata l’idea del blogger, ci ha messo molto per realizzarla? «In realtà pochissimo. Quando ho deciso, ho aperto il mio blog e ho subito cominciato con le ricette. Prima solo di pasticceria, che è la mia passione, e poi anche di altri cibi. Ovviamente, prima di inserire un articolo a tema, la ricetta deve essere

assolutamente provata, se no si perde di credibilità». Il suo blog si chiama “Creme de Cassis”: cosa significa? «è il nome di un liquore francese che mi piace tantissimo!» La Francia fa parte della sua vita… «Sì, ho una vera passione per questo paese. Probabilmente è stata mia madre a trasmettermi questo amore per la Francia: lei lavorava come traduttrice dal francese all’italiano e si era appassionata prima alla Provenza, poi a Parigi e infine alla Bretagna. Sono contenta di riuscire a trasmettere anche io questa passione, attraverso il mio blog e i miei profili social, perché quando c’è amore vero per una determinata cosa si vede. C’è naturalezza e mai forzatura, che poi è anche lo scopo del mio blog». Dopo le ricette cosa è avvenuto? «è nato il mio bimbo e, come dicevo prima, ho spaziato anche su altri argomenti. Ho iniziato ad appassionarmi all’abbigliamento per i più piccoli e ‘all’universo mamma’…». Una mamma-blogger? «No amo definirmi così, perché davvero parlo di più cose e non solo di quel settore. Parlo di ricette, di arredamento casa, di viaggi…».

Ci sono delle regole per aprire un blog? «All’inizio io sono andata “a sentimento”! Poi piano piano ho iniziato a capire di più come funzionano i vari social, soprattutto Instagram, che è il canale social preferito dalle blogger. Facebook lo apro sinceramente poco, Instagram invece mi piace un sacco. Per tornare alla domanda, per aprire un blog bisogna scegliere una piattaforma alla quale appoggiarsi, comprare dei template e da lì si comincia. Magari può essere utile seguire qualche tutorial su internet per capire, per farsi un’idea e scegliere come fare il proprio blog». Che costa bisogna sostenere? «Basta comprare il template, cioè il modello predefinito… con 40 o 50 dollari si riesce. E si compra una volta sola. Il blog è davvero alla portata di tutti». Secondo lei è meglio trattare pochi argomenti o spaziare su tanti settori? «Generalmente chi parla di due o tre argomenti è quello che vince facile. Se si spazia troppo poi sembra che non si sappia cosa comunicare e si fa di tutto un po’. è meglio non spaziare troppo: per una persona come me è davvero difficile, perché ho sempre tante idee e devo spesso frenarmi e riflettere se alla mia community può interessare». Da un po’ di tempo però ha una nuova passione… «Il cucito. Avevo una nonna, che è mancata a dicembre, che faceva la sarta da uomo e negli anni è diventata anche sarta da donna. Era piacentina e aveva frequentato una scuola di sartoria proprio a Piacenza. Con mia nonna ho passato la mia infanzia: lei cuciva tutto il giorno e io ho sempre avuto negli occhi e nelle orecchie il suo mestiere. Poi, un paio di anni fa, sono rientrata in contatto con una ragazza che avevo conosciuto tramite Instagram e che aveva fatto un corso per modellista. Anche lei si era messa a cucire, lei da professionista, io da autodidatta. Così ho capito che l’abbigliamento da bambino era la cosa che mi gratificava di più e tra l’altro quando creo qualche abito lo posso far provare a mio figlio: una soddisfazione davvero immensa. Mi spiace che mia nonna sia mancata… probabilmente, data l’età, non avrebbe potuto aiutarmi, ma sarebbe di sicuro stata fiera di me». Le piacerebbe in futuro dedicarsi solo a questo? «Ammetto di sì. Ci sto pensando seriamente. è sicuramente fattibile: se uno si mette in testa una cosa può farla. Mi spaventa il “contesto Italia” nell’aprire un’attività tutta mia. Se fossi all’estero forse mi sarei già lanciata in questa avventura». di Elisa Ajelli


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MONTECALVO VERSIGGIA

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«L’Oltrepò Pavese? Una bella scoperta» Negli ultimi anni sta notevolmente aumentano l’attenzione del nostro territorio verso il turismo straniero, e viceversa. Nonostante l’Oltrepò sia ancora molto lontano dal traguardo, molti stranieri hanno creduto e investito per far si che il nostro territorio possa essere conosciuto al di fuori del contesto locale. Sarah e Federico, lei libera professionista olandese “migrata” in Italia per amore da più di vent’anni, lui manager di Milano, sono i titolari del bed & breakfast “Bacialupo”, situato in Montecalvo Versiggia. Hanno iniziato la loro attività nel 2015, ottenendo ottimi riscontri. Sarà Sarah a raccontarci la sua storia… Sarah, come mai avete deciso di trasferirvi in Oltrepò? «è stato l’Oltrepò a venire da noi, in quanto non lo conoscevamo. L’abbiamo scoperto alcuni anni fa, in modo indiretto. Ci recammo da un nostro amico in Valtidone, zona molto gettonata dal milanese, e ci innamorammo subito della campagna. Volevamo trovare un luogo sul piacentino dove poter passare i weekend lontano dalla città, ma tutte le ricerche andarono a vuoto. Dopo quasi cinque anni di tentativi, periodo nel quale abbiamo anche fatto due figli, abbiamo scoperto l’Oltrepò quasi per caso, senza avere la lontana intenzione di aprire un B&B, in quanto entrambi avevamo già il nostro lavoro a Milano. Un giorno una signora, proprietaria di una casa che stavamo trattando, alla nostra domanda “Ma che chiesa è quella che si vede da qui?” ci rispose “Ah, ma quella è in Oltrepò”. Questa risposta ci incuriosì e nei giorni successivi iniziammo a girare anche questa “terra sconosciuta” e ci entusiasmò la Valversa, in quanto una zona di collina non troppo distante da Milano e adatta alle nostre esigenze. Fu in questa fase che iniziammo a maturare l’idea di non limitarci solamente ad una seconda casa, ma di aprire anche un B&B. Nel 2013 trovammo questa abitazione a Montecalvo e la acquistammo a scatola chiusa, dato che dell’Oltrepò conoscevamo veramente poco. Va anche ricordato che a spingerci ad aprire il B&B e a darci l’idea di sfruttare il “canale olandese” ci fu suggerito da Nick e Stef, due olandesi che gestiscono da diversi anni il B&B “I due padroni”, sempre qui a Montecalvo: loro sono stati i veri pionieri di questa attività, che gestisono da più di dieci anni». Ora che avevate una casa di campagna mancava solo di fare il passo e diventare B&B… «Certo, questo era diventato il nostro sogno. Ma a Milano avevamo sia il lavoro che i bambini a scuola e questo risultava

Sara e Federico con i loro 3 figli

difficile. La società per cui lavoravo era in grossa difficoltà ed un giorno ottenni una proposta di liquidazione che non potevo rifiutare. Questo fu il fattore scatenante che diede il via alla nuova attività. Nostra figlia più grande, Sophie, doveva poi iniziare le elementari. Nel 2015 decidemmo così di trasferirci nella casa di Montecalvo per prova, dandoci un tempo di due anni, iscrivendo le nostre figlie alla scuola di Santa Maria della Versa. Sempre nello stesso anno iniziammo anche l’attività di B&B. Abbiamo iniziato con due sole camere, per poi arrivare alle attuali quattro». Che tipo di servizi offrite ai vostri ospiti?

«Non immaginavo un riscontro così forte. Questo dimostra ancora una volta che le cose belle vengono più apprezzate dagli stranieri che da chi ci vive»


MONTECALVO VERSIGGIA «Noi inizialmente non sapevamo nulla dell’Oltrepò e di ospitalità. Partimmo con l’idea di utilizzare il B&B per poter richiamare olandesi in Oltrepò, perché sapevamo che come me avrebbero apprezzato questo territorio. Ma non ci immaginavamo un riscontro così forte. Questo dimostra ancora una volta che le cose belle vengono di più apprezzate dagli stranieri che da chi ci vive. Tendenzialmente l’olandese conosce bene la Toscana, le Marche, la Puglia e le grandi città d’arte. Di base non conosce l’Oltrepò, ma il fatto che si trovi a circa un’ora da Milano, in un punto strategico per visitare le città, con un territorio molto simile alla Toscana incuriosisce molto il turista straniero. Noi quando andiamo in Olanda per le fiere del settore per prima cosa vendiamo l’Oltrepò, poi il Bacialupo. Loro sono interessati al territorio e quando arrivano da noi hanno già le idee ben chiare su quello che cercano: dove fare le passeggiate? Dove Mangiare? Cosa visitare? Dove affittare le bici? Noi non vendiamo nulla, non siamo tour operator, ma quando vengono da noi hanno già la riposta a tutte le loro domande. Qualche mese fa un giornale olandese ha pubblicato un articolo su di noi e su altre realtà oltre padane che come noi avevano fatto rete contribuendo ad ospitare il giornalista per circa una settimana, organizzando tante visite necessaria a descrivere al meglio le bellezze dell’Oltrepò. Il risultato è stato un bellissimo articolo di

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«Tendenzialmente l’olandese conosce bene la Toscana, le Marche, la Puglia e le grandi città d’arte. Di base non conosce l’Oltrepò»

circa quattro pagine dal titolo “La Toscana del Nord”. Da lì c’è stato un vero boom di turisti stranieri , che nel nostro caso ci hanno impegnati per tutta la stagione». Collaborate con altre strutture o attività locali? «Certo, e noi spingiamo per cooperare con altre attività di ospitalità o enoturistiche. Per esempio collaboriamo con un’attività qui vicina che durante l’anno celebra parecchi matrimoni di stranieri e noi ospitiamo alcuni invitati che non trovano spazio presso la struttura». La vostra attività è scelta soprattutto da turisti stranieri o anche da italiani? «Nell’alta stagione possiamo dire che sono solo stranieri, tra cui soprattutto

olandesi, tedeschi, belgi, francesi e svizzeri». Il turista straniero cosa si aspetta di trovare in Oltrepò? «Lo straniero che arriva in Oltrepò sa già cosa visitare e dove andare. Apprezza tantissimo la tranquillità e la pace. Per il turista straniero il fatto che l’Oltrepò sia sconosciuto è solamente un vantaggio, in quanto sa che non troverà la ressa che può trovare in Toscana o in altre zone più gettonate. Molti arrivano in aereo e si muovono con l’auto noleggio. Abbiamo notato che per loro non è un problema fare molta strada in auto per raggiungere Cremona, Genova o Torino, in quanto sono comunque posti nuovi per loro».

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Pensate che l’Oltrepò sia all’altezza delle aspettative del turista straniero? «Per noi è stata una piacevole scoperta sia per il paesaggio che per i vini, ma abbiamo notato parecchia soddisfazione anche dai nostri clienti». Da quando avete aperto la vostra attività avete notato qualche miglioramento nell’approccio turistico del territorio oppure è rimasto invariato? «Generalmente sta migliorando. Sentiamo molte persone che si lamentano, ma vediamo che ci sono parecchi giovani che hanno voglia di fare con spirito d’iniziativa. C’è ancora molto da fare, ma noi non abbiamo fretta. Nel nostro piccolo abbiamo avuto una forte crescita e non vediamo per quale motivo non debbano averla anche gli altri. Noi siamo contenti quando sentiamo che qualcuno apre un nuovo B&B, perché significa che abbiamo preso la giusta decisione». Cosa si dovrebbe fare per migliorare l’ospitalità in Oltrepò? «La nostra è una zona bellissima, con percorsi stradali che si affacciano su panorami mozzafiato. Ma la situazione delle strade è veramente pessima. Si rischia di perdere il cicloturismo, che è importantissimo per noi. Bisogna inoltre ancora sviluppare un buon piano di comunicazione territoriale, partendo dai social e da portali dedicati». di Manuele Riccardi


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VOLPARA

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«Sarei più propenso ad una fusione di tutta la Valle Versa con Stradella» Una delle caratteristiche dell’Oltrepò è quella di essere un territorio molto frammentato. Non solo a livello ideologico, ma soprattutto amministrativo: 145mila abitanti distribuiti in modo disomogeneo in 76 comuni, per una media di circa 1800 abitanti ciascuno. Media che però non riflette la realtà, in quanto molti di questi comuni sono di dimensioni ridotte, con popolazione inferiore a 300 abitanti. Volpara, con i suoi 129 abitanti, è un paese che appartiene a questa realtà. Dal maggio scorso ha un nuovo sindaco, Claudio Mangiarotti, 32 anni, imprenditore agricolo. E’ al primo mandato come sindaco del suo paese, ma è un nome conosciuto dalla politica locale. Mangiarotti, Lei ha 32 anni, ma si occupa di politica da molto tempo… «è vero, la politica mi ha sempre interessato. Fin da ragazzino, dai 14 anni se non ricordo male: allo sport preferivo i comizi e gli appuntamenti politici. A 16 anni ho preso la prima tessera di Alleanza Nazionale e, dopo lo scioglimento di quest’ultimo nel 2009, ho seguito il percorso politico nel PDL. In quell’anno impiegai la quota che avrei potuto investire per le vacanze estive per iscrivermi alla Fondazione Alleanza Nazionale. Nel dicembre 2012 ho convintamente aderito al nascente partito di Giorgia Meloni Fratelli d’Italia e, nel marzo successivo, sono stato candidato alla Camera dei deputati alle elezioni politiche. Da allora è continuato il mio impegno politico con Fratelli d’Italia ,di cui dal novembre 2017 sono coordinatore provinciale. Prima di diventare sindaco di Volpara ero stato eletto consigliere comunale nel vicino comune di San Damiano al Colle, nella lista dell’attuale sindaco, e amico, Cesare Vercesi». Per quale motivo ha deciso di candidarsi sindaco del suo paese? «Sono sincero, non ci avevo pensato: sono stati alcuni miei concittadini a chiedermelo. Ci ho riflettuto alcuni giorni ed ho accettato. Mi piace la politica e mi piace una politica di servizio. Oggi si parla molto di volontariato e, giustamente, se ne parla sempre in modo positivo. Quando si parla di politica, invece, lo si fa sempre più spesso con un’accezione negativa. Fare politica per il territorio, cercando di andare incontro alle problematiche ed alle necessità dei cittadini, credo sia la prima forma di volontariato. è con questo spirito che ho accettato di candidarmi, per l’amore verso Volpara, paese dove da sempre vivo e lavoro». Quali sono state le principali difficoltà incontrate nei primi mesi d’amministrazione? «Penso che a questa domanda qualunque

Claudio Mangiarotti, neo sindaco di Volpara

amministratore di un piccolo comune darebbe questa risposta: “la scarsità di risorse”. Purtroppo questa problematica limita davvero le scelte amministrative e ci porta a dover dare spiacevoli no a richieste legittime di nostri concittadini. Questo credo sia il lato brutto dell’essere amministratore oggi: di fronte a segnalazioni fondate e suggerimenti si è impossibilitati a concretizzarli per assenza di risorse da investire». Che tipo di collaborazione ha Volpara con i comuni vicini? «Volpara da anni fa parte di un Unione di Comuni dell’Alta Valle Versa, insieme a Golferenzo e Montecalvo Versiggia. Se non vado errato si tratta di una delle prime unioni costituite, se non la seconda della Lombardia. è in scadenza a fine anno ci stiamo attivando per rinnovarla». Qualche anno fa l’ex sindaco di Santa Maria della Versa aveva avanzato la proposta di fusione con i comuni di Volpara, Montecalvo e Golferenzo. Il suo sembrava essere l’unico comune favorevole a seguire questa strada. Qual è la sua opinione a riguardo? «Amo il mio paese: non nascondo di essere campanilista ed inevitabilmente una fusione porterebbe Volpara a diventare una frazione, con una conseguente perdita di autonomia e di identità. D’altro lato bisogna anche riconoscere che il mio paese ha una popolazione in costante decremento. “Piccolo è bello… ma costa”, quindi

bisogna ricordarsi che l’Unione fa la forza. Bisogna mettere tutto su una bilancia. Sarà una riflessione che saremo chiamati a fare in corso di mandato, calcolando attentamente se un sacrificio possa portare ai nostri concittadini un vantaggio dal punto di vista dei servizi e del risparmio economico. Personalmente non vedo positiva la fusione, che era stata proposta, tra i comuni della nostra Unione con Santa Maria della Versa. Il nascente comune conterebbe meno di 3500 abitanti lontano dai 5000 che il progetto fusioni auspicava e soprattutto guardando il trend con una popolazione in costante calo. Sarei più propenso ad una fusione di tutta la Valle Versa con Stradella. Nascerebbe una città con oltre 15.000 residenti che guarderebbe con visione globale i problemi di tutta la vallata. Se va fatto un sacrificio va fatto fino in fondo. è l’unico progetto di fusione che sposerei subito». Negli ultimi mesi l’argomento “strade dissestate” è sulla bocca di tutti, dagli amministratori ai semplici utenti: a Volpara avete lavori in programma? «Il tema delle infrastrutture è fondamentale. Purtroppo il problema delle strade dissestate è un forte limite per l’economia locale e l’incremento turistico. Devo ammettere che appena insediato ho ricevuto la visita del Presidente della Provincia Vittorio Poma, il quale ha promesso un interessamento per la sistemazione delle strade della Valle Versa».

Cambiando argomento, lei è anche imprenditore agricolo. Volpara è famosa per il Moscato: com’è andata la produzione quest’anno? «Purtroppo il territorio di Volpara ha subito in quest’annata una pesante perdita di produzione causata dalla grandine. Abbiamo contato 6 grandinate in pochi mesi. La fascia alta del Comune, dove ha sede tra le altre la mia azienda, ha subito un danno elevatissimo, con coltivazioni totalmente distrutte. La fascia bassa è stata limitatamente colpita. In complesso sicuramente non è un’annata abbondante, ma la qualità è elevata». E per quanto riguarda i prezzi? «Il problema dei prezzi non riguarda solo Volpara ma è comune a tutto l’Oltrepò. Ed è un problema serio che sta mettendo in ginocchio le aziende. Per anni in Oltrepò abbiamo sbagliato puntando alla quantità a discapito della qualità. Oggi per fortuna si sta andando verso un’inversione di rotta: molte aziende stanno puntando alla selezione per ottenere prodotti di punta già in vigna. Ma, come ogni legge di mercato, la qualità andrebbe remunerata… A tal proposito sono un po’ critico con le associazioni di categoria che non vedo attive nel lanciare in modo evidente un grido di allarme verso questo problema». Ogni anno, durante la vendemmia scatta sempre “l’allerta stranieri”, in quanto la carenza di manodopera causa una vera e propria invasione di stagionali dall’est Europa. A Volpara com’è la situazione? «Rispetto ad alcuni anni fa la situazione è molto rientrata. Sinceramente non si è mai verificato però un problema concreto a Volpara. Qui da noi arriva solamente il personale richiesto dalle aziende, le quali assumono regolarmente gli operai e li ospitano temporaneamente nelle abitazioni messe a disposizione delle aziende stesse». Cosa pensa della situazione agricola in Valversa? «è necessaria una convinta inversione di rotta. Dobbiamo puntare su una produzione di qualità, con l’impegno di tutti. La valorizzazione delle eccellenze enogastronomiche, se abbinata ad una giusta offerta turistica, potrebbe risollevare la nostra Valle». Concludendo, che progetti ha per il futuro di Volpara? «Cercherò di valorizzare le eccellenze, partendo dal Moscato. Potenziare l’offerta turistica per far conoscere Volpara, il suo territorio ed i suoi paesaggi. Le infrastrutture efficienti sono però fondamentali per raggiungere l’obbiettivo…». di Manuele Riccardi


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ARTE & CULTURA

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Il motto del professor Ferri? «Torniamo come eravamo!»

A Casteggio e più precisamente di fronte alla nota Certosa di Cantù, sorge il Museo Contadino. Nato su idea e realizzazione di Ferri Ferruccio, ex insegnante di filosofia e storia, che, un po’ per passione, un po’ per senso civico, ha voluto dare vita a un luogo in cui le nuove generazioni possono ritrovare la vita come “fu” ai tempi dei nonni e dei bisnonni, con oggetti originali appartenenti alla vita contadina. In un luogo come il nostro Oltrepò, quale miglior modo per celebrarlo. Ferri da chi nasce l’idea di creare un Museo Contadino? «L’idea nasce esclusivamente da me e tutt’ora la cura del Museo vige solo su di me. Io abitavo e abito qui di fianco. Questi portici dove ora troviamo il Museo, che risalgono al 1800, erano completamente lasciati a se stessi. L’idea che probabilmente dovevano avere i vecchi proprietari era quella di costruire al loro interno dei parcheggi e la cosa non mi andava per niente a genio, quindi anche per una questione di privacy e difesa della mia proprietà ho deciso di acquistarli. L’idea del museo è poi nata, oltre che dalla mia passione per la storia delle tradizioni, dal fatto che qui di fronte abbiamo il bellissimo Museo Archeologico dell’Oltrepò, all’interno della Certosa di Cantù». Esiste per lei anche un motivo affettivo o una ragione anche sentimentale per cui ha deciso di trasformare questi portici? «Sì. Per me è sempre stato importante il ricordo della tradizione contadina. Mio padre e mio nonno erano originariamente contadini, quindi è stato anche piuttosto naturale, tradurre le mie origini in qualcosa che le ricordasse e le potesse mostrare a chi non ha avuto la possibilità di scoprirne il significato». In questo museo si trovano un’immensità di oggetti “bizzarri” e antichi, come ha funzionato la ricerca, la catalogazione e l’organizzazione dei reperti? «Sono andato avanti dieci anni a comunicare la mia idea iniziale di aprire un museo, alle istituzioni ed a vari personaggi del panorama politico locale; ma a parte tante promesse, non mi è mai stato dato un aiuto concreto, fino a che, quando sono andato in pensione e grazie ai miei risparmi, sono riuscito a realizzare i lavori che mi hanno permesso di aprire le porte al museo. Purtroppo mi sono costati parecchio e hanno gravato totalmente sulle mie uniche tasche. Per quanto riguarda gli oggetti, molti mi appartenevano direttamente, alcuni sono stati da me acquistati e altri, quando si era sparsa la voce dell’esistenza del museo, mi sono stati donati da provati. È un museo di ricordi, di oggetti che hanno una loro storia e che qui in questo Museo la rivivono in qualche modo, rendendosi ancora utili». È rimasto deluso dal fatto di essere ignorato dalle istituzioni locali e di non aver ricevuto nessun aiuto? «Assolutamente. Non dico di essermi

pentito di aver creato comunque il Museo, anche se spesso è difficile fare tutto da solo; sono rimasto davvero deluso da chi mi ha sempre detto a parole quanto gli sarebbe piaciuto aiutarmi, ma che poi alla fine di concreto non ha mai fatto nulla. Tanti consigli e basta. Ho sempre creduto e sono ancora convinto che il Museo Contadino sia e sarà un luogo utile per la comunità». Quando ha aperto il Museo? «Esattamente nel 2011». Tipologia di utenti? «Solitamente sono alcune classi delle scuole e molti gruppi della terza età che si organizzano e vengono a farci visita. Purtroppo le visite ad oggi da parte delle classi delle scuole primarie sono un po’ diminuite, ma spero che col nuovo anno scolastico tornino più numerose. Le scuole che hanno fatto visita hanno lasciato sempre un feedback positivo». Museo originale ed autentico il suo. Che cosa contraddistingue il suo Museo dagli altri? «Io ho elaborato un motto, negli anni. Ogni museo dovrebbe avere un motto, se no si cade esclusivamente nel feticismo e nel collezionismo di oggetti senza un senso, come può esistere ad esempio il museo delle lattine di birra, o di qualsiasi altro oggetto. Il motto del Museo Contadino è: “torniamo come eravamo!”. Questo motto contiene tantissime cose, innanzitutto i valori etici della civiltà contadina che è durata millenni, non soltanto qui da noi, ma ovunque. La nostra civiltà industriale dura neanche da duecento anni, senza parlare del consumismo, che non ha prodotto altro che disastri. Chiaro che una società antica può trasmettere valori più significativi alle nuove generazioni». Quindi lei pensa che in qualche modo, ci sia un’importante lezione da trarre da questo messaggio? «Assolutamente. In un momento in cui così spesso si sente parlare di emergenza ecologica, poiché è uno dei più gravi problemi del nostro pianeta, bisognerebbe guardarsi alle spalle, a una società che non era ancora segnata da questa evoluzione e vedere che era possibile vivere bene anche allora, anzi meglio. L’ONU l’altro poco tempo fa, ha proprio estratto un decalogo di norme da rispettare per contribuire alla salvaguardia del Pianeta; ma queste norme non sono altro che un parziale ritorno al passato. Un tempo non c’era bisogno di impostare delle regole da dover rispettare, si viveva in modo sano e nel rispetto dell’ambiente. Questo museo vuole essere un esempio di come potrebbe essere possibile avvicinarsi a uno stile di vita “del passato”, per aiutare il “futuro” dei nostri figli». Quali pensa che fossero i principi della vita contadina? «Ma sicuramente era una società fondata sul “tu devi”; mentre ora viviamo un mondo in cui non si fanno altro che festival dei diritti. Allora non era così

Ferruccio Ferri

e bisognerebbe anche oggi pensare più a quello che si deve fare, piuttosto che pretendere e basta. Il senso del dovere deve essere sempre alla base della civiltà, anche della nostra di oggi». Come sono organizzate le visite al Museo? Quanto costa una visita? «Quando ci sono delle classi dalle

scuole, si dividono gli alunni in gruppi e ognuno è accompagnato da una guida, che solitamente è un ruolo ricoperto da una persona di una certa età, che si rende disponibile alla visita guidata. Ci sono delle attività da svolgere e delle storie da ascoltare. Ogni visita dura circa due ore con delle pause di svago e di gioco. Il prezzo si fa su donazione, non c’è un prezzo fisso». Nel Museo si trovano gli oggetti di Giovanni Tambussi, che cosa ci può dire di questi oggetti? Quali altri oggetti particolari si possono trovare qua? «Quelle di Giovanni Tambussi sono alcune spettacolari miniature che raffigurano attrezzi e meccanismi dell’arte contadina di una volta e sono testimonianza della fine arte artigiana. Altri oggetti particolari sono quella della vita quotidiana, come lo “sgranapannocchia”, la “sbarbatrice di bachi da seta” che fa parte del gruppo di oggetti appartenenti ai lavori delle donne contadine, oppure la stufa di una volta, con lo spazio per l’asciugatura dei panni e del forno del pane. di Elisabetta Gallarati

«Sono andato avanti dieci anni a comunicare la mia idea di aprire un museo alle istituzioni ed a vari personaggi del panorama politico locale; ma a parte tante promesse, non mi è mai stato dato un aiuto concreto»

Allestimento all’interno del Museo Contadino di Casteggio


MUSICA

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“Eremiti” del rock oltrepadano: nuovo disco per gli Sharazad

Gli Sharazad

Nel 1966 i Beatles si esibirono per l’ultima volta in un concerto dal vivo al Candlestick Park di San Francisco. Dopodiché divennero “animali da studio”, e realizzarono opere d’arte immortali come Revolver e Sgt. Pepper. Album “da studio”, praticamente irriproducibili dal vivo con le tecnologie dell’epoca (e anche oggi si farebbe fatica). Questo approccio alla musica e alla composizione ha cambiato radicalmente il loro songwriting e il modo di impostare il lavoro di studio. La band non agiva più pensando semplicemente di mettere su nastro qualcosa che poi avrebbe suonato dal vivo, si preoccupava di creare un’opera d’arte che avrebbe richiesto ritocchi, sovraincisioni, ripensamenti e una ricerca delle sonorità potenzialmente molto lunga. In sostanza, un grosso labor limae. Questo approccio ha fatto proseliti negli anni e dalle nostre parti c’è un gruppo di ragazzi che per realizzare l’ultimo disco sembra aver abbracciato questa filosofia. Loro sono gli Sharazad, formatesi nel 2015 e con due Ep più un disco all’attivo. Stefano Ferrarese, Alessandro moroni, Diego De Franco, Federico Uluturk e Simone Albertocchi non li si vede spesso suonare dal vivo: pur mantenendo una formazione abbastanza tradizionale con basso, batteria, chitarre, tastiera e voce rimescolano le carte e i generi musicali in modo del tutto personale e anticonvenzionale. Scambiandosi gli strumenti spesso e volentieri, shakerano gli stili come il barman un cocktail. Rock, postrock, psichedelia, cantautorato, pop e chi più ne ha più ne metta si fondono. “Neanide”, il loro ultimo disco, risale al 2017. Da allora

più che ai live si sono dedicati al lavoro in studio. Hanno iniziato una raccolta fondi online secondo il metodo del crowdfunding e sono riusciti a realizzare il nuovo album che vedrà la luce entro fine anno. Il titolo resta “top secret”:«Riserviamo l’annuncio in anteprima per i fan che hanno contribuito alla raccolta fondi» spiega il chitarrista Stefano Ferrarese. Premi e sorprese per ricompensare i “raiser” sono prassi consolidata nelle campagne di crowdfunding e sono spesso una delle chiavi per arrivare al successo. Stefano, voi che cosa avete promesso ai vostri potenziali finanziatori per ottenere aiuto? «I premi che abbiamo proposto per la campagna e che a breve i nostri raiser riceveranno sono il nuovo album con annesse magliette, poster, shopping bag, vecchio disco, audiocassette personalizzate, edizioni supermegalimitate e un po’ di materiale da collezionare per i più fissati, insomma! Come per ogni lavoro precedente, abbiamo dedicato una particolare cura all’aspetto visivo del progetto, di cui questa volta ci siamo occupati noi interamente». Musicalmente che prodotto sarà? Disco nuovo mondo nuovo? «Direi proprio di sì. Per questo lavoro abbiamo agito in maniera diametralmente opposta rispetto a quella che abbiamo adoperato fino a Neanide del 2017, lasciando quindi la strada del disco dall’impeto live ed imboccando quella del disco suonato in studio». Cosa ha implicato questo? «Che ci sia voluto più tempo. Abbiamo registrato una parte per volta, con arran-

Il nuovo album finanziato dal crowdfunding: «Adesso premi e ricompense» giamenti più ricercati e un’ibridazione tra vecchia scuola e modernità, cercando nuovi suoni. Sicuramente è il lavoro più maturo che abbiamo prodotto fino ad ora. Dove lo avete registrato? «Abbiamo collaborato con persone nuove, Andrea Marsiglia e Christian Tambornini del Rocket Sonic Studio, a Codevilla, che ci hanno amati ed odiati, ascoltati, capiti, e strapazzati per bene.È stato un disco difficile da realizzare per vari motivi, ma ce lo siamo goduto tutto comunque». C’è una data ufficiale per la pubblicazione? «Quella non si chiede mai, è come l’età per una signora! Scherzi a parte, stiamo dandoci da fare perché tutto esca entro dicembre. Ci occuperemo di tutto noi attraverso i nostri canali social, scriveteci se volete una copia». Quali temi trattate nel disco? «Tutto il vissuto di due anni di gestazione del lavoro. Abbiamo provato ad esprimere quel che abbiamo provato in qualche momento particolare di questi due anni passati tra musica, pessimi manti stradali, af-

fanni vari, la società pimpumpam, i film, i vizi, relazionarsi, quello di cui si parla sempre nelle canzoni di chi si è trovato a passare in un’epoca incerta insomma». Com’è lo stato di salute della scena musicale oltrepadana? «Solito discorso, ci sono molte idee, anche fresche, comincio a vedere anche che i ragazzini più giovani di noi che continuano ad appassionarsi alla musica, e che le più o meno vecchie leve non mollano. Poi si sa, i periodi bui spingono le persone a trovarsi degli spiragli espressivi, il problema è la penuria di live club. Infondo però una suonata ce la si fa anche vicino alla stufa, sono infatti aumentate le situazioni di convivialità, locali , locande, pub, forse si sta tornando un po’alle origini». C’è qualche stufa o aia dove avete già pianificato di suonare? «Al momento no, siamo un po’ dediti all’eremitaggio e ancora concentrati sul limare il lavoro in uscita». di Christian Draghi


SPORT

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«Il Taekwondo eccellenza vogherese: 200 medaglie quest’anno» La sede vogherese del Centro Arti marziali Pavia, inaugurata nel 1995, si trova a Voghera in Via Foscolo, nella palestra scolastica “Plana”. Lo scopo principale della Scuola è quello di divulgare le arti marziali con il metodo tradizionale orientale. Le discipline impartite sono: Taekwondo Olimpico, Tai chi, Krav Maga, Kung Fu, Shaolin, Sanda, Judo. Negli anni, gli allievi hanno ottenuto più di 30 titoli Italiani e dal 2005 al 2009 hanno conquistato titoli Europei e Mondiali. Agonisticamente parlando, la stagione appena conclusa è andata molto bene, con i ragazzi del Taekwondo che hanno conquistato circa 200 medaglie nelle varie competizioni alle quali hanno preso parte. Recentemente la scuola ha potenziato il progetto di difesa personale “Donna Marziale“, nato nel 2012 come prevenzione alla violenza di genere, e ha portato nelle scuole elementari e medie della Provincia un’iniziativa contro il bullismo. Lucrezia Converso, 36 anni, è la Presidente della ASD Arti Marziali Voghera. Quanti iscritti conta la vostra Società? «Essendo ancora all’inizio della stagione dobbiamo ancora fare una conta effettiva, attualmente contiamo circa 150 iscritti». Quanto costa iniziare a praticare arti marziali ? Sono previste prove gratuite? «Abbiamo lezioni di prova gratuite tutte l’anno, solitamente due per attività». Come sono divisi i corsi? «I corsi vengono sempre divisi per fasce d’età: dai 3 ai 6 anni, dai 6 ai 12 e dai 13 in su». Chi sono i Maestri? «Nella sede di Voghera, al momento abbiamo il Maestro Lorenzo Tramaglino, che insegna Taekwondo e un’allieva del Maestro Idalmino Converso, insegnante di Tai Chi». A che età è consigliabile avvicinarsi a questo Sport? «La pratica delle arti marziali può essere iniziata tranquillamente a partire dai tre anni d’età». Quali sono i contenuti teorici e pratici che si apprendono durante una lezione, in linea generale? «Per quanto riguarda il Taekwondo, la parte teorica trova riscontro nelle regole del combattimento, che devono essere seguite in modo ottimale sia dall’atleta che dal Coach, soprattutto nel momento in cui si è in gara. Per quanto riguarda la parte pratica, si cerca la perfezione nel movimento, quello che noi amiamo definire “raffinare la tecnica il più possibile”». Le arti marziali sono una disciplina a prevalenza maschile o femminile? «Sono molte le ragazze che praticano arti marziali a partire dalla giovane età, quindi direi che c’è una buona fetta di atlete femminili».

Soprattutto a fronte della recente emergenza in materia di sicurezza a difesa della tutela delle donne, che attività organizzate? Ci parli del Progetto “Donna Marziale 2019” «Il Progetto “Donna Marziale” nasce da una mia idea nel lontano 2012, quando non c’era ancora questa grande emergenza in merito alla violenza di genere. All’inizio il progetto era incentrato unicamente sulla difesa. è solo dal 2019 che è stato inaugurato “Donna Marziale 2.0.” L’iniziativa prevede lezioni gratuite di difesa personale, affiancate dalle nostre esperte. In queste ultime edizioni abbiamo introdotto delle nuove figure: le Dott.sse Stefania Scaplon e Paola Ripa in qualità di Criminologhe Forensi e l’Avvocato Barbara Ricotti». Negli anni il progetto ha visto la partecipazione di oltre 1700 donne pavesi. Ci parli del il Taekwondo Olimpico e del Tai Chi, discipline che avete portato per primi a Voghera… sono attività rivolte a qualsiasi fascia d’età? 1Il Tai Chi è arrivato a Voghera nei primi anni ’80 grazie al maestro Converso Idalmino. è uno Sport della famiglia dello stile Yang, rivolto ad una fascia d’età adulta, per i suoi movimenti lenti e armonici. Sicuramente è un corso adatto a chi vuole mantenersi in movimento e per chi ha problemi legati a vizi posturali. La nostra insegnante è Nicoletta, un’allieva del nostro maestro, che per anni ha insegnato a Voghera. Nicoletta nel corso degli anni ha preso parte anche a competizioni importanti come i campionati mondiali, classificandosi al terzo posto. Il Taekwondo Olimpico, invece, è stato inaugurato nel 2005 e ha avuto sin da subito ottimi risultati. Si tratta di un’arte marziale coreana e disciplina olimpica. è uno Sport molto dinamico, nel quale si lavora prevalentemente sul Combattimento a contatto pieno». Qual è il rapporto che si instaura tra Maestro e allievo? «Nel rapporto tra maestro e allievo c’è sicuramente una complicità agonistica non indifferente; l’atleta sa che che durante un combattimento, anche se ha raggiunto un buon livello di preparazione, avrà sempre bisogno di un consiglio del maestro». Come si riconosce un talento? Secondo lei, nella scuola, ci sono allievi che potrebbero emergere? «Bella domanda! Il talento si riconosce quasi subito. Porto sempre l’esempio di Matilde, che al momento si trova a Catanzaro a disputare la finale del trofeo CONI in rappresentanza della Lombardia. Lei è entrata in palestra per puro caso, ottenendo ottimi risultati nel giro di due anni, anche a livello internazionale. Sicuramente diventerà un’atleta di alto livello». Come vi siete classificati negli ultimi

Alcuni allievi durante una competizione Campionati e quali i prossimi in programma? Ci parli delle 200 medaglie vinte. «Agonisticamente parlando, la stagione appena conclusa è andata molto bene. I ragazzi del Taekwondo hanno conquistato circa 200 medaglie nelle varie competizioni alle quali hanno preso parte. Sicuramente le medaglie più importanti sono il Bronzo di Martina Di Palma ai campionati Italiani a categorie Olimpiche e l’Argento della nostra cadetta Marta, che ha perso in finale con un atleta della stessa società che rappresenta il Campione olimpico Carlo Molfetta. Nei campionati internazionali sono arrivate molte medaglie d’oro. I nostri bambini incominciano a prendere parte alle competizioni a sei anni e una buona fetta di queste medaglie conquistate è tutta loro». Sono previsti esami di abilitazione per il conseguimento delle certificazioni successi-ve, come per il Karate? «Assolutamente si! A maggior ragione per Taekwondo. Essendo una disciplina olimpica, è richiesta una preparazione altissima da parte dei maestri, non solo per quanto riguarda l’arte marziale, ma anche a livello medico. Naturalmente parliamo di basi che vengono insegnate ai corsi». Come vede proiettate in futuro le arti marziali, sia a livello locale che nazionale? «Dipende dall’influenza della moda e dei media. La tv parla pochissimo di arti marziali e questo solo da quattro anni, in concomitanza delle Olimpiadi. è anche vero che negli ultimi anni non si vedono più film dedicati a questo Sport… anni fa, come usciva un “Rocky” , le palestre di arti marziali si riempivano…» Avete rapporti con l’amministrazione comunale? «Ne parliamo tra qualche anno… per il momento ciò che riusciamo a fare è il ri-

sultato della nostra passione; a livello nazionale, avremo maggior riscontro quando si porteranno più atleti alle Olimpiadi». In che modo vi finanziate? «Ci finanziamo al 99% con le quote che versano i ragazzi. Attualmente, solo il Decathlon è nostro sponsor. Trovare partners è un altro tasto dolente per le Asd locali, in quanto tutti finanziano Sport come il Calcio e il Basket. Abbiamo ricevuto una donazione da una famosa osteria di Pavia, al fine di organizzare uno stage con l’atleta olimpico Leonardo Basile». Collaborate con altre scuole di settore in Oltrepò? «No, anche perché per il Taekwondo siamo gli unici nel territorio». Che attività e eventi organizzate, oltre a quelli legate alla scuola? «A Voghera difficilmente si riesce ad organizzare qualcosa al di fuori dei propri corsi. In collaborazione con l’assessorato alla cultura, nel mese di Luglio siamo riusciti ad organizzare un’esibizione in Piazza Duomo». Avete mai promosso le arti marziali negli istituti scolastici vogheresi? «Sì, l’abbiamo fatto in passato nell’ambito del progetto “Conosciamoci con lo Sport”, che veniva organizzato dall’Assessore in carica ai tempi. Ora abbiamo proposto un’iniziativa contro il bullismo, che sfortunatamente non è stata approvata». Secondo lei, chi rappresenta un modello da seguire nel mondo delle arti marziali? «Sicuramente il Campione olimpico Carlo Molfetta, che ha vinto la prima medaglia d’Oro per l’Italia. Nota di merito anche per tre nostri atleti, che a Catanzaro hanno conquistato un Oro, un Argento e un Bronzo, in rappresentanza della Regione Lombardia». di Federica Croce


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Europeo di Enduro 2010: «Fu un successo, mancò il cibo per troppa richiesta!» Nel corso della sua lunga esperienza politica Paolo Culacciati, attuale vice sindaco di Val di Nizza, ha avuto a che fare anche con il mondo delle moto. Era il 2010 quando proprio il piccolo comune oltrepadano ospitò l’organizzazione di una tappa del Campionato Europeo di Enduro. A distanza di quasi un decennio, oggi in Oltrepó ci si ritrova a discutere sull’Olimpiade della moto, la Sei Giorni che vedrà Rivanazzano Terme e l’Oltrepò a fare protagonisti oppure, come dice qualcuno, da semplice cornice. La manifestazione divide le opinioni dei protagonisti: c’è chi vede un’opportunità per il territorio e chi invece teme un evento che possa lasciare solamente i cocci ma il portafoglio vuoto. Culacciati, quando nel 2010 le hanno proposto di ospitare a Val di Nizza l’Europeo d’enduro, cos’ha pensato? «Intanto come amministratore pubblico non mi sembrava vero, pensavo fosse una bufala. Ho capito poi che quanto proposto dal Motoclub Valli Oltrepò il discorso era serio. Ci abbiamo creduto come amministratori di Val di Nizza, coinvolgendo anche il Comune di Valverde e di Varzi. Il risultato è stato più che positivo perché da subito abbiamo capito che era un’opportunità per far conoscere il nostro territorio». Quando l’hanno proposto a lei, ha creato un gruppo di sindaci e la risposta è stata immediatamente positiva. Secondo lei, questo è successo perché l’opportunità è stata vista come un’attrattiva turistica o perché c’era meno interesse a quello che è il mondo della natura? «Credo che tutti siamo interessati al discorso ecologico, alla pulizia dei boschi e dei sentieri. Il problema non si è assolutamente posto, come amministratori abbiano messo subito dei paletti perché volevamo che il percorso venisse ripulito dai motociclisti e dagli organizzatori. Devo dirle che comunque abbiamo capito da subito che avevamo a che fare con delle persone serie. Terminato l’Europeo nel 2010, nel suo Comune e nei comuni interessati c’è stato qualche problema di carattere ambientalista? «Guardi, io dico che è stata una cosa che mi ha lasciato assolutamente sorpreso. Nel giro di una settimana i percorsi utilizzati per la manifestazione sono stati completamente ripuliti dal Moto Club Valli Oltrepò e dal Moto Club Varzi che ha aiutato nell’organizzazione dell’evento. Devo dire che per quanto riguarda Val di Nizza e i 45 km interessati da questa manifestazione, da subito il sentiero non si è sporcato. Dove gli organizzatori per esigenze pratiche e sportive hanno fettucciato dei tratti di percorso, appena terminata la gara tutto è stato ripristinato allo stato originario. Mi fa piacere sottolineare che al termine della manifestazione gli organizzatori hanno ripulito anche per alcune lattine o bottiglia di plastica lasciata da intemperanti».

Paolo Culacciati, vice sindaco di Val di Nizza

Il Comune di Val di Nizza che benefici ha avuto dal punto di vista turistico? «Beh, dal punto di vista turistico si è intanto fatto conoscere. Il nostro è un Comune di 600 abitanti, abbiamo riscontrato un momento di positività economica e conoscitiva. Inoltre grazie all’Europeo di Enduro, una decina di famiglie sono venute a vivere a Val di Nizza». Vuol dire che famiglie che non conoscevano Val di Nizza, che hanno partecipato come concorrenti o come tifosi a quell’Europeo, hanno poi scelto di trasferirsi lì? «Certo, sono famiglie con la seconda casa. Questo risultato l’abbiamo avuto proprio grazie all’Europeo di Enduro». Molte volte chi assiste a manifestazioni sportive cerca di contenere i costi, nel senso che molti fan arrivano già portandosi “i viveri” da casa. L’Europeo da voi ospitato ha avuto una ricaduta economica per il suo Comune? «Guardi, il Comune di Val di Nizza ha 600 abitanti. Il Paddock aveva 1200 persone, quindi il doppio degli abitanti del Comune. I turisti festeggiavano e socializzavano; ricordo con piacere un gruppo di Greci che è rimasto fino al martedì perché si trovavano bene». Qual è l’episodio che le ha fatto capire che la manifestazione è stata un successo? «Quando è arrivato il camion di un

fornitore di pneumatici per la gara, essendo l’automezzo di grosse dimensioni, l’ho fatto parcheggiare nella piazza antistante il Municipio. L’autista, che non parlava italiano, mi ha chiesto quanti abitanti facesse il paese. Gli ho risposto che Casa Ponte faceva 46 abitanti. Lui non ci credeva, è rimasto stupito pensando fossero in realtà 46.000. Così lui mi ha spiegato che arrivavano da una gara in Francia, da un paese di 240.000 abitanti. La gara dopo andavamo in Portogallo, in un paese di 40.000 abitanti. Il nostro paesino ne aveva 46. Questo mi ha fatto capire che forse avevamo visto giusto». Questi supporter, tifosi, tecnici, meccanici ed atleti, hanno apprezzato i prodotti dell’Oltrepò? «La maggioranza ha apprezzato! Mangiavano e festeggiavano; seguendo la manifestazione, abbiamo visto cose importanti dal punto di vista della gara. Parliamo di attività culinaria. Erano ben attrezzati. A loro è piaciuto molto il nostro tipo di alimentazione. Si tratta di partecipanti da tutta Europa. Bar, ristoranti e i due negozi di Val di Nizza sono stati presi d’assalto. La Domenica i negozi non avevano più bevande, mentre i ristoranti hanno fatto buoni affari, essendo tutti al completo. Ad un certo punto, a metà pomeriggio, è mancato il cibo per troppa richiesta». Di fronte all’Olimpiade della moto

2020, lei da amministratore pubblico di lungo corso politico, cosa si sente di dire ai suoi colleghi? «Mi sento di dire a tutti gli amministratori che l’Oltrepò ha bisogno di opportunità, in particolare quello montano, per una questione logistica e conoscitiva del territorio. Secondo me questa è una grande possibilità, da considerare a tutti i livelli. è chiaro che i percorsi devono essere ripuliti terminata la gara, così come è successo nei nostri Comuni nel 2010 durante l’Europeo di Enduro». Lei si augura che l’Olimpiade della moto passi anche da Val di Nizza? «Sarebbe una cosa straordinaria, per quanto mi riguarda è una speranza e un augurio». Cosa l’ha colpita maggiormente a livello sportivo di quella gara del 2010? «Durante la gara ho visto un grande senso di sportività. Non c’entra niente con il discorso economico, ma mi sento di dire che qualche atleta è caduto, è stato aiutato da tutti in modo incredibile. Qualcuno si era anche fatto un po’ male. Ho visto questo momento di sportività che mi è molto piaciuto. Questa manifestazione mi ha colpito positivamente a livello sportivo. I 5 giorni della gara sono stati straordinari per la Val di Nizza, un momento sportivo importante e pulito». C’è chi teme per il destino dei discussi sentieri dell’Oltrepò….dove si erano svolte quelle gare? «Da noi nel 2010 ci sono state 3 prove speciali: una parte estrema con estreme difficoltà, di circa 1 km, che si svolgeva lungo il torrente Nizza, molto spettacolare; poi una parte di fettucciato lunga 5 km, in una proprietà terriera abbastanza importante a ridosso delle montagne, vicina ai boschi, che ha riscosso un successo enorme. Infine c’è stata una prova speciale in mezzo ai boschi, lunga 6 km, che hanno interessato parte del Comune di Val di Nizza e di Valverde. Il percorso totale è stato di 45 km. Arrivati alla fine, gli atleti sono rimasti soddisfatti per il percorso, essendo il territorio di Val di Nizza un territorio adatto a praticare Enduro. Di problemi, prima, durante e dopo la gara non ne abbiamo avuti». Al di là della gara, ci sono degli Enduristi che percorrono sentieri nella zona di Ponte Nizza per esercitarsi? «Certo, grazie all’Europeo di Enduro molte persone si sono trasferite nel nostro territorio, percorrendo i nostri sentieri nel weekend. Allo stesso modo abbiamo residenti locali che lo fanno». Non c’è mai stata nessuna protesta, da parte degli abitanti del Comune di Val di Nizza, per il rumore provocato dalle moto? «Guardi, il territorio di Val di Nizza è lungo 30 km. Gli abitanti sono poco più di 600, quindi se si sente rumore, è una buona cosa». di Nilo Combi


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Va ai vogheresi Stefano e Gianfranco Ercolani il 2° Remembrance Contento Si è tenuto domenica 8 settembre il 2º Remembrance Antonio Contento-Memory Massimo Sala-Trofeo Myriam Nembrini, manifestazione con prove di abilità regolaristica, riservata alle vetture d’epoca, indetta per ricordare tre persone speciali scomparse prematuramente: Vito Antonio Contento, rallysta conosciutissimo per la sua bravura, generosità e gioia di vivere, Massimo Sala, innamorato della fotografia e dei rally e Myriam Nembrini, che per anni ha prestato servizio socio sanitario al Pronto Soccorso di Voghera distinguendosi per la sua operatività e bontà d’animo. L’evento, scattato nella mattinata di domenica 8 settembre da Piazza della Fiera di Godiasco, dopo un suggestivo percorso collinare, si é concluso nel tardo pomeriggio a Bagnaria presso il centro sportivo in cui campeggiava un enorme cuore realizzato con decine e decine di piantine per ricordare Vito Antonio Contento che proprio a Bagnaria abitava con la moglie Anna, anch’essa rallysta. Presso il centro sportivo si é svolta la cerimonia di premiazione effettuata, oltre che dalle autorità locali, da Anna Sabadin (moglie di Antonio Contento), Giuliana Picco (moglie di Massimo Sala) e Cinzia Nembrini (sorella di Myriam). A questo ha fatto seguito una mega grigliata che ha accolto tutti: concorrenti, organizzatori e tanto pubblico, il tutto accompagnato da musica dal vivo. Proprio come avrebbero voluto loro: Antonio, Massimo e Myriam, perché gli amici cari che vengono a mancare non sono più vicino a noi, ma ovunque noi siamo. Nonostante le bizze meteo, che non ha risparmiato anche scrosci di pioggia, sono stati una cinquantina gli equipaggi che hanno aderito all’iniziativa, tra cui spiccavano specialisti del pressostato come Guatelli, Crosignani, Ercolani,

I Vincitori Gianfranco e Stefano Ercolani (Diessephoto)

Classifica assoluta 1. S. Ercolani - G. Ercolani A.112 53 2. R. Tamburelli - F. Adaglio NSU PRINZ/C.Carducci 111 3. O. Crosignani - C. Crosignani A.112 ABARTH/C.Carducci 122 4. L. Cantarini - S. Sergiei MERCEDES 300 SL/C.Carducci 128 5. G. Guatelli - P. Vistarini AUTOBIANCHI Y 10/ 129 6. L. Pegoraro - B. Bianchini VOLKSWAGEN GOLF GT/C. Carducci 174 7. M. Formento - FORMENTO FIAT 127 L 207 8. G. Cavanna - A. Brignoli A.R. GIULIETTA/C.Carducci 246 9. D. Curone - M. Cristina A.112 ABARTH/C.Carducci 273 10. C. Verri - M. Fusetto FIAT 124 SPORT SPIDER PaviaRally 291

Il grande cuore realizzato presso il centro sportivo di Bagnaria dagli amici di Contento utilizzando decine di piantine (Diessephoto)

Formento, Tamburelli, Cantarini, Viola ecc presenti per puntare al successo finale, mentre ammirevole é stata la presenza di rallysti di ieri e di oggi che si sono messi in gioco in un settore per loro sconosciuto o quasi, per omaggiare il ricordo del “Conte”, immenso e generoso interprete dei rally in tutte le loro tipologie. Piloti come l’ex campione italiano Rally Junior Giacomo Scattolon, poi l’intramontabile Francesco Fiori, Tino Spinetta, Marco Poggi, Luigi Barbieri, Carlo Verri, Fulvio Negrini, Antonio Madama, Domenico Gregorelli, Stefano Maroni e ancora: Berisonzi, Vecchi, Salviotti, Braga, Lucianatelli etc. etc. etc. Come previsto, alla fine a spuntarla sono stati gli specialisti del cronometro Ercolani con la A112 davanti a Tamburelli-Adaglio (NSU Prinz), mentre sul terzo gradino del podio salgono Oriano e Cecilia Crosignani (A 112). A completare la top ten assoluta troviamo nell’ordine: Cantarini-Sergei (Mercedes 300), Guatelli-Vistarini (Autobianchi Y10), Pegoraro-Bianchini

Anna Sabadin consegna un ricordo in memoria di Antonio Contento (Diessephoto)

(VW Golf GT), Formento (Fiat 127), Cavanna-Brignoli (A.R.Giulietta), Curone-Cristina(A112) e Verri-Fusetto (Fiat 124 Spider Sport). di Piero Ventura

Cinzia Nembrini consegna il premio in ricordo di Myriam (Diessephoto)

Giuliana Piacco consegna il premio in memoria di Massimo Sala (Diessephoto)


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Rally Coppa Valtellina “I Tre Moschettieri” dell’Oltrepò

Della bresaola, d’estate non se ne può fare proprio a meno. Se poi é la Bresaola della Valtellina con le sue fette, bagnate con olio d’oliva e ricoperte di scaglie di parmigiano e rughetta, accompagnata da un buon bicchiere di Grumello o Valgella, ecco che diventa il toccasana per quanti, pur non rinunciando al nutrimento e al gusto, vogliono rimanere leggeri per fare sport e magari cercare una vittoria sulle strade di casa. Ma lo scorso 14 settembre, non si é stappato nessun Grumello, ne Valgella e tanto meno Sassella. Ad accompagnare la Bresaola Valtellinese c’é stata invece la Bonarda dell’Oltrepò Pavese, con il suo colore rosso rubino vivo e il profumo intenso e fruttato, stappata in abbondanza sul podio della storica gara valtellinese. Tutto il merito di questo insolito binomio é dei “moschettieri” di casa nostra. Concedete quindi a questo vecchio romantico che scrive, la libertà di un cenno ai suoi ricordi di gioventù che corrono ai famosi protagonisti del notissimo romanzo di Alexander Dumas che oggi vede Athos e Aramis nei vogheresi Ermanno Sordi e Claudio Biglieri il primo, come dice Dumas: di animo nobile e distinto, riesce con il suo approccio freddo a nascondere le sue emozioni. Non si fa mancare nulla, è diventato abile conoscitore dell’arte del cavalcare, in questo caso, i cavalli di Stoccarda che fanno galoppare la sua Porsche. Il secondo, uomo distinto e delicato, portato all’insegnamento il quale solo alla bisogna indossa le vesti di Moschettiere (in questo caso, di co-pilota) perché nell’ambito rallystico il nostro Aramis é molto di più. Questo gli dà modo, fra un richiamo alla fede e promozione sportiva e l’altra, di essere un nobiluomo. Questi due sono balzati sul gradino più alto di questo racconto dopo aver controllato per tutta la gara, con estrema bravura e saggezza, i tanti cavalli della 6 cilindri tedesca, evitando che questi si imbizzarrissero. Poi c’é Tigo Salviotti, il d’Artagnan, però maggiorato di qualche buon palmo in lungo e largo, (tanto corpulento da fare concorrenza a Porthos), di cui Dumas dice abile di spada, mentre noi diciamo abile di “manico” e coraggioso, protagonista dal 2017 di piccole grandi imprese in campo “storico”, in buona parte con l’innegabile merito di Porthos, che identifichiamo in Antonio Madama, cordiale, semplice, abile e onesto, é il più estroverso del gruppo, ama il vino, il cibo buono (che la sua Elisabetta non fa mai mancare a lui e agli amici) e la bella gente. La sua attitudine nel mangiare e bere impressiona, ma la sua abilità nel lavoro impressiona ancora di più. Ha affidato a “d’Artagan”, un cavallino (A112 Abarth) scalpitante, tutta grinta, soprannominato “Bombardino”, il quale, ha saputo regalare al suo abile cavaliere, per la prima volta

I vincitori Sordi - Biglieri in carriera, il terzo gradino del podio assoluto. Bando alle ciance, basta con Bresaola, Bonadra, basta con ricordi di fantasia e di gioventù e Moschettieri, ora parliamo sport, parliamo della gara. La seconda edizione del Rally Coppa Valtellina Historic é stata molto selettiva. Già dalle prime battute al comando si sono portati Maurizio Fratti ed Alessandro Verna su di un gioiello Porsche 911 uscito dalla bergamasca Autorlando di Pedrengo capitanata dal grande Orlando Redolfi. Il driver, d’estrazione pistaiola, si è ben espresso sulle veloci prove iniziali quasi disegnate per la sua potente Porsche, non riuscendo però ad evitare che i bravi vogheresi Ermanno Sordi e Claudio Biglieri, anch’essi su Porsche 911, ma di casa Pentacar, portassero a termine la prima frazione di gara aggrappati ai tubi di scarico della 6 cilindri bergamasca. In terza piazza provvisoria si é posta la Opel Kadett GT/E di Paolo Patrone e Mara Miretti concentratissimi a cogliere un gradino del podio. Straordinariamente quarto è invece il driver di Salice Terme Andrea “Tigo” Salviotti che con alle note sulla rampante A112 Abarth del team Madama, Fabio Vasta, vogherese, ma ormai camuno d’adozione, mette la “scorpioncina” davanti ai piacentini Paganini-Razza con l’ Opel Ascona che completano la top five nonostante problemi alle candele. Un semiasse mette invece KO Oscar e Veronica Gadaldi (R5 Gt Turbo). Out anche i comaschi Paolo e Aurelio Corbellini su Sierra Cosworth, i bresciani Pasquali-Pasquali (Fiat Uno Turbo) e Formosa-Gazzo (Lancia Fulvia). Nella seconda tappa non è mancato il colpo di scena. Mentre Sordi-Biglieri sferrano l’attacco, Fratti-Verna devono abbandonare per un guasto alla loro Porsche quando ancora erano leader della generale

dopo quattro prove. La leadership è stata così ereditata dai più acerrimi contendenti, appunto i vogheresi Ermanno Sordi e Claudio Biglieri, su Porsche 911 SCR Pentacar che da li in poi, hanno condotto in una marcia vittoriosa la loro vettura sino al traguardo di piazzale Bertacchi. I vincitori Sordi e Biglieri hanno anche alzato la

coppa del Memorial Giulio Oberti. Ma sul successo vogherese raccogliamo la dichiarazione di Claudio Biglieri, co-driver con circa 120 gare all’attivo e 8 vittorie assolute ottenute sia in rally per vetture moderne che storiche il quale dice: «Siamo andati in Valtellina in quanto la gara fa parte del TRZ, campionato che Ermanno ed io stiamo seguendo, di cui abbiamo già partecipato al Vesime giungendo quinti assoluti e primi di classe. Dopo questa gara per noi vincente, proseguiremo con le prove del TRZ, partecipando al Como e alla Grande Corsa a Chieri. Tornando alla Coppa Valtellina, é stata una gara molto bella, prove velocissime e prima partecipazione sia per me che per Ermanno. Fin dall’inizio si é innescata un’avvincente lotta con Fratti durata sino alla fine della prima giornata di gara in cui siamo giunti separati da pochissimi secondi. Il giorno seguente siamo partiti motivati per tentare la scalata alla vetta della classifica, e dopo aver affondato l’attacco, a fine prova abbiamo saputo che a causa di un problema meccanico Fratti si era ritirato. A quel punto ci siamo trovati primi con oltre 2 minuti di margine sugli immediati inseguitori. Per cui abbiamo deciso di portare a termine la gara divertendoci, senza prendere rischi eccessivi, badando esclusivamente a mantenerci ben saldi sul gradino più alto del podio.

Salviotti - Vasta terzi classificati


MOTORI Come sempre é stata impeccabile la vettura preparata da Pentacar di Colico, team che ci teneva particolarmente a fare un buon risultato sulle strade amiche. è stato bello poter regalare oro questa soddisfazione. In verità, la felicità più grande é per Ermanno, che dopo il terzo posto del 4 regioni calca per la prima volta nella sua breve carriera il gradino più alto del podio. E questo non é poco» – conclude Biglieri. Secondo posto per la Opel Kadett GT/E di Pastrone-Miretti mentre il podio è completato dalla pimpante A112 Abarth by Madama Autostoriche di Andrea “Tigo” Salviotti autore di un’impresa non da poco. Si tratta di quella stessa “scorpioncina” che al 4

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Regioni lo aveva tradito ormai in vista del meritato traguardo dopo una gara di alta levatura. Una “scorpioncina” o meglio: una “bombardina” che Antonio Madama ha ritemprato mettendo a disposizione di Salviotti un mezzo ricco di risorse che il portacolori della Erreffe di Romagnese, ha saputo gestire con bravura e intelligenza, guadagnandosi la grande soddisfazione di salire per la prima volta nella sua ventennale carriera su di un gradino del podio assoluto. «Sono contentissimo di questo risultato che oltretutto non mi aspettavo – ha detto Salviotti – Sicuramente il mio scopo era di far bene, divertirmi e far divertire.

Tigo Salviotti, Elisabetta Sturla, Antonio Madama e i ragazzi del Team

Non ci siamo però risparmiati, così mi sono trovato ad occupare il quarto posto assoluto per quasi tutta la gara. Ho saputo gestire le ultime prove mantenendo un ritmo costante e lavorando di testa per non commettere errori, così e’ arrivato questo risultato... il tanto agnognato terzo posto. Sono ovviamente contentissimo, è il mio primo podio assoluto... Ringrazio tutti i miei collaboratori, la mia famiglia la scuderia Efferre e tutti i miei fans che ogni gara mi seguono... Sono veramente felice. Un grazie particolare va a Antonio Madama di Madama autostiche di Casteggio che mi ha fornito un “bombardino” davvero indomabile». Il terzo posto assoluto é un traguardo che premia i 20 anni di carriera del pilota di Salice Terme, che si é quasi sempre battuto nelle categorie più piccole, gareggiando al volante d Peugeot 106 Rallye gruppo N, Fiat 600 Sporting, Fiat Panda Kit Car, Ford Fiesta ST, Fiat 600 Abarth, Renault Twingo R2, Citroen C2, Fiat Punto Super 1600, Suzuki Swift R2, Fiat Abarth 500 R3T, Fiat 127 Sport, A 112 Abarth, MG ZR 105, Mini Cooper S, Fiat Grande Punto Abarth e Citroen Saxo costruendosi un palmares più che positivo. Infatti, é salito sul podio il 50% delle gare disputate nonostante 30 ritiri. Il driver oltrepadano ha all’attivo 102 gare, 51 podi di classe e uno assoluto così suddivisi: 1 ter-

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Antonio Madama al lavoro sulla A112 affidata a Salviotti zo posto assoluto, 25 primi posti di classe, 18 secondi posti e 8 terzi posti. Insomma, un “moschettiere” che sa affondare stoccate vincenti e che ora ha alzato il tiro. di Piero Ventura

Rally Elba Storico, bene il vogherese Raimondi nella Regolarità Sport Con partenza e arrivo a Capoliveri, si é consumato il settimo e penultimo appuntamento del Campionato Italiano Rally Auto Storiche. Anche quest’anno il Rallye Elba Storico – Trofeo Locman Italy, ha radunato nel cuore della cittadina elbana un parterre da fare invidia alle migliori gare storiche internazionali. Oltre ai big del tricolore infatti hanno preso il via anche i migliori piloti del FIA European Historic Rally Championship, la massima serie continentale giunta all’Elba al penultimo round. In coda a tutto ciò, ha preso il via il 6°Historic Regularity Sport che ha visto impegnato il nostro Elio Raimondi, consorte della vogherese Enrica Vistarini, una delle prime e più famose rallyste italiane a cavallo tra la fine degli anni’60 e i primissimi anni ‘70, che molti ricorderanno gareggiare al volante della mastodontica Citroen DS21. Raimondi, che vanta oltre mezzo secolo di attività agonistica alle spalle, sia come navigatore che pilota rally, solo negli ultimi anni si é dedicato alla Regolarità Sport, categoria in cui, in più occasioni ha saputo ben figurare, come all’Elba appunto, in cui ha chiuso al 9° posto assoluto, aggiudicandosi la Classe 3 al volante della Fulvia Coupè 1.6 HF del 1971. Dopo una ricca cerimonia di partenza, che ha accolto e celebrato sul palco le 13 nazioni di provenienza dei partecipanti, il primo equipag-

Elio Raimondi, consorte della vogherese Enrica Vistarini, una delle prime e più famose rallyste italiane, che molti ricorderanno gareggiare al volante della mastodontica Citroen DS21 gio lanciarsi verso le prove speciali è stato quello formato da Totò Riolo, vincitore dell’ultima edizione del Rally 4 Regioni Trofeo Valleversa, e Alessandro Floris al debutto sulla Ford Sierra Cosworth, seguiti dai campioni italiani di 4° Raggruppamento “Lucky”-Pons su Lancia Delta Integrale e Da Zanche-De Luis, a caccia del terzo centro consecutivo in Campionato su Porsche 911 SC. Quindi i protagonisti della “Sport” con Elio Raimondi e Davide Riz-

Raimondi - Rizzola zola partiti con un ottimo 6° tempo sulla “La Pila-Poggio”. L’equipaggio oltrepadano ha avuto poi un tentennamento sulla prova del “Monumento”, per riprendersi subito dopo e viaggiare verso una non impossibile conquista della top five. Purtroppo, alcuni problemi emersi sugli ultimi due rilevamenti cronometrici nelle prove “Volterraio” e “Nisporto-Cavo” hanno fatto

scivolare l’equipaggio Lancia ad un pur prestigioso 9° posto assoluto che é comunque valso loro la vittoria nella Divisione 3. La gara elbana di Regolarità Sport, é stata vinta da Marani-Varotto (Porsche 911 RS del 1973) davanti a Chiesa-Fasciolo (Alfa R. T.I. 1600 del 1965) e a Ferrara-Viola (Opel Kadett GT/e del 1978) che hanno completato il podio. Per quanto riguarda il rally storico, ad imporsi sono Alberto Salvini e Davide Tagliaferri su Porsche 911 RS di 2° Rag. Che centrano il primo successo assoluto nel Campionato Italiano Rally Auto Storiche 2019. L’equipaggio senese ha sorpassato i valtellinesi Da Zanche-De Luis (Porsche 911 SC 4° Raggr.) all’ultimo crono. Terzi gli elbani Volpi-Maffoni (Delta), mentre “Zippo”Arena sono primi per l’Europeo. di Piero Ventura


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Il Periodico News - OTTOBRE 2019 N°147  

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