Il Periodico News - NOVEMBRE 2021 N°169

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Si fa tanto, troppo vino in Oltrepò... peccato guardino il dito e non la luna

Anno 15 14 - N° 160 169 NOVEMBRE DICEMBRE 2020 2021

di Cyrano de Bergerac

RIVANAZZANO stradella: consulta TERME: INTERVISTA Welfare a romano ferrari

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Milena Tacconi: «Mi occupo di queste dinamiche da decenni» RIVANAZZANO TERME

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«IL nostro scopo è rendere questo luogo il più frequentato e vitale possibile» SANTA GIULETTA

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La “Signora delle Peonie” «Dai petali, gelatine, sciroppi e confetture» PIETRA DE’ GIORGI

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Abelli: «Il loro scopo? far commissariare il Comune o tenermi al guinzaglio» STORIE DI RALLY

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Cinzia Montagna lancia il progetto «Riportare a casa la Minerva»

Il neo assessore al commercio: «Sono convinta che Paola Garlaschelli stia facendo un ottimo lavoro»

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È di Santa Giuletta l’uomo che anticipò Walt Disney MORNICO LOSANA

RIVANAZZANOUNA stradella: TERME: MOSTRA INTERVISTA PER UN PERIODO a romano LIMITATO ferrari

di Mario Perduca

ALBERTO ALBERTI, UNA FERITA ANCORA APERTA

«L’opposizione non ha il potere di cacciare una giunta in carica»

Quotazioni delle uve

«L’Oltrepò non riesce a garantire le rese utili a remunerare il lavoro agricolo» Varzi, «Da noi vengono i figli e i nipoti dei vecchi clienti, del nonno e dello zio»

La patetica e miserabile sgomitata della politica locale per un posto al sole

di Antonio La Trippa

Editore



ANTONIO LA TRIPPA

NOVEMBRE 2021

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La patetica e miserabile sgomitata della politica locale per un posto al sole

di Antonio La Trippa Ragazzi, che barba la stragrande parte della politica in Oltrepò ed in quella che vorreb-

be esserne la sua “capitale”... Voghera. La pseudo politica che viene proposta, vec-

chia o nuova che sia, non c’è differenza: è di una noia mortale. L’ultima ondata di

tedio arriva da Voghera, dove sono noiosi i protagonisti, le dinamiche ed il risultato.

Antipolitica Nel senso più comune il termine antipolitica definisce l’atteggiamento di coloro che si oppongono alla politica, giudicandola pratica di potere, nonché ai partiti e agli esponenti politici ritenendoli, nell’immaginario collettivo, dediti a interessi personali e non al bene comune. Per assonanza con il termine antipolitica, in senso negativo-dispregiativo, si può intendere anche direttamente proprio questo tipo di pseudo-politica che si contrappone alla politica propriamente detta dedita invece alla salvaguardia dell’interesse collettivo.

Parvenu Persona che si è elevata rapidamente a una condizione economica e sociale superiore, senza avere tuttavia acquistato le maniere, lo stile, la cultura ed il modo di essere che necessiterebbero al nuovo stato: è un parvenue è una parvenue; la declamazione dell’autenticità individuale diventa una posa da parvenu quando si parla contro la massa dimenticando di farne parte e si vede subito dai modi che sono dei parvenus.

Cabaret Il cabaret è storicamente una forma di spettacolo che combina teatro, canzone, commedia e danza. Nato sul finire del XIX secolo in Francia, si differenzia subito dal café-chantant orientandosi maggiormente verso la sperimentazione di nuovi linguaggi che non sul solo intrattenimento. È infatti all’interno dei primi cabaret che fioriscono le correnti di dadaismo prima, e surrealismo poi, che avrebbero fortemente influenzato tutta l’arte di là da venire. Con il cambio delle modalità di spettacolo e con l’avvento della TV, anche la parola “cabaret” ha mutato, a livello colloquiale, il proprio significato. In spagnolo, per esempio, connota spettacoli di danza dallo spiccato erotismo. In Italia, invece, il “cabaret” viene associato alla recitazione comica, per cui “cabarettista” è diventato sinonimo di attore comico che si esibisce in locali.

Coglione è un’accezione popolare di una parte anatomica maschile, il testicolo. Il termine è anche utilizzato in senso dispregiativo ed è entrato da tempo nel turpiloquio corrente con il significato di persona inetta, poco avveduta, che non prevede le conseguenze dei propri atti per insufficiente intelligenza; tuttavia, mantiene caratteristiche di innegabile volgarità. Viene frequentemente adoperato per individuare e prendere a male parole qualcuno facendo riferimento a un attributo sessuale al fine di evidenziare la sprovvedutezza, dabbenaggine o stupidità della persona destinataria dell’ingiuria


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LETTERE AL DIRETTORE

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«Voglio anch’io la fibra ottica!» Egregio direttore, avete la banda larga con la fibra ottica nella vostra sede editoriale? Si? Beati voi! Io vivo con la mia famiglia in alto Oltrepó e sono connesso ad internet attraverso un’antica linea a doppino telefonico particolarmente lenta ed al limite delle prestazioni minime considerando che il luogo non è “in mezzo ai bricchi” ma piuttosto in una zona popolosa attraversata anche da una strada discretamente trafficata. In questi giorni ho visto un gran movimento

di operai e mezzi che scavando un solco parallelo a quello precedente, gli operai dicono che a breve avremo la fibra ottica. Da tempo, troppo tempo, stiamo aspettando di raggiungere gli standard, che in altro paesi europei e italiani , sono la normalità. Sperando che qualche politico locale dia una data precisa sulla connessione alla fibra, la ringrazio per la pubblicazione della lettera. Lettera Firmata - Varzi

Da Stradella a Colli Verdi, mulattiere invece di strade Signor direttore, ho avuto modo di scrivere lettere su ogni tipo di mezzo stampa, ma come spesso accade non ci si aspetta mai una risposta dalle autorità locali. In ogni modo con questa lettera aperta volevo solo e ancora lamentarmi, cosi come il resto degli stradellini (e credo di tutti gli oltrepadani) per le pessime condizioni del manto della strada che collega il comune di Stradella con la Val Versa, sino ad arrivare a Colli Verdi. Nonostante i proclami dei nostri politi che parlavano di una pronta asfaltatura - e di soldi ne sono

arrivati - si fa quasi fatica a trovare un tratto di strada che sia lineare privo di buche. Faccio presente che per colpa delle assurde condizioni della strada specie per le enormi buche ho forato due pneumatici della mia vettura che ho regolarmente pagato. Ma lasciamo stare questo, io mi domando se chi ci governa ha occhi per vedere in quali condizioni si trovano le nostre strade, che seempre di più appaiono come delle mulattiere. Mario Faravelli - Stradella

LETTERE AL DIRETTORE

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«Un plauso al reparto di Urologia dell’ospedale di Voghera» Gentile Direttore, il 19 ottobre sono stata operata dal dott. Paolo Mirando, primario dell’Unità Operativa di Urologia, per l’asportazione del rene sinistro. Sono stata dimessa il 27 ottobre. Le cure, la grande professionalità e l’umanità con cui tutta l’equipe ha operato, hanno reso questa esperienza positiva. Ringrazio il dott. Gentile e il dott. Gerardini, la dott.ssa La Vecchia, il dott. Marchetti, il dott. Peirano, la dott. ssa Polito, la dott.ssa Real Teruel, il dott. Ricci e il dott. Ruggieri. Tutti, sempre molto attenti, scrupolosi e delicati nei vari interventi, hanno saputo infondere sicurezza. Questa sanità, sempre bistrattata, serba delle vere ECCELLENZE!

Nel reparto di UROLOGIA DI VOGHERA si respira aria di condivisione, collaborazione e armonia non solo fra i dottori ma anche fra le infermiere e le OSS. Tale atmosfera, naturalmente, è terapeutica per i vari pazienti che all’arrivo in reparto sono spesso molto impauriti e disorientati. Un PLAUSO dunque al fiore all’occhiello di Voghera: IL REPARTO DI UROLOGIA. L’esperienza positiva da me vissuta è identica a quella delle due signore, che erano nella stanza con me: Marika Ansaldi di Tortona e Pinuccia Panelli di Vigevano. Mary Cammarota - Voghera

Greenway: fondo ricoperto di spine, chi è il responsabile? Gentile direttrice, sono una pensionata ancora fisicamente in gamba e mi piace fare delle passeggiate in bicicletta in mezzo alla natura, lo trovo molto rilassante. Spesso e volentieri mi trovo a percorrere la greenway che da Voghera si snoda verso Varzi e devo segnalare un problema. In alcuni tratti il fondo è ricoperto dalle spine che gli alberi di acacia lasciano cadere regolarmente e già diverse volte mi è capitato di forare... Allora chiedo: ogni comune non è responsabile della manutenzione e pulizia per il

tratto di greenway che lo attraversa? Se non è cosi, penso che si dovrebbe affidare questo compito alle varie amministrazioni comunali. In questo modo non ci sarebbero più spine nè ammassi di foglie che intaccano con la loro marcescenza il fondo... Credo che si debba aver riguardo per un’opera che è costata moltissimo e permette un turismo lento, sempre più consono a questi periodi problematici che stiamo vivendo. Francesca Lorini - Voghera

Codice elettronico per gli orari dei bus, «Discriminante» Alla cortese attenzione del Direttore, una riflessione “banale” ma non troppo che potrei così riassumere: amata carta che fine hai fatto? Un grande cambiamento, un passo verso il futuro o un salto nel passato? L’altro giorno alla fermata del bus, un 80enne non sapeva che pesci prendere, non avendo uno smartphone e non essendoci altri modi per consultare l’orario dei mezzi di trasporto, se non tramite il codice elettronico. La questione riguarda anche me, perché

uno sarà pur libero di non avere uno smartphone! Non dare la possibilità di accedere ad un orario semplice e leggibile lo trovo discriminante e questo è solo un esempio di quotidianità che diventa un fardello soprattutto per i nostri anziani. . Non ritengo giusto che una parte della polazione, spesso composta da persone anziane, venga ignorata del tutto. Paolo Milani - Stradella


CYRANO DE BERGERAC

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Si fa tanto, troppo vino in Oltrepo... peccato guardino il dito e non la luna Mentre l’Oltrepò Pavese del vino tra fiere, convegni, tavoli e tavolini si prepara ad archiviare il solito anno di nulla mischiato col niente, gli italiani riscoprono i vini da vitigni autoctoni, che occupano tutti i primi dieci posti della bottiglie che hanno fatto registrare il maggior incremento dei consumi in valore, con il Lugana (qualità prodotta sul Garda, a cavallo tra Lombardia e Veneto) che ha aumentato le vendite del 49% nel 2021, davanti al Brunello di Montalcino toscano (+47%) e al Barolo piemontese (+43%). Denominazioni che servono perché generano riconoscibilità, identità e valore al contrario dell’Oltrepò dei (mono) volumi. I dati Infoscan Census relativi ai primi nove mesi dell’anno, diffusa in occasione del Vinitaly Special Edition di Verona, non lasciano dubbi e ne parlava, ieri, un viticoltore in un bar di Casteggio. La speciale classifica evidenzia risultati sorprendenti con un profondo cambiamento nelle abitudini di consumo degli italiani che con la pandemia premiano anche negli acquisti di vino le produzioni legate al territorio, da quelle più blasonate a quelle che negli ultimi anni hanno saputo conquistarsi un fiorente mercato. Nella classifica dei primi dieci vini che nel periodo considerato in Italia hanno fatto registrare il maggior incremento delle vendite, infatti, nessuno è internazionale. E nessuno è dell’Oltrepò Pavese, state tranquilli… Nel tempo della globalizzazione gli italiani bevono “patriottico” come dimostra il fatto che al quarto posto c’è il Sagrantino di Montefalco dell’Umbria (+42%), al quinto il Valpolicella veneto (+31%), al sesto il Nebbiolo piemontese

(+31%). Chiudono la top ten il Valpolicella Ripasso del Veneto (+31%), la Ribolla del Friuli Venezia Giulia (+30%), la Pas-

serina marchigiana e abruzzese (+20%) e il Grillo di Sicilia (+20%). Complessivamente i primi nove mesi del 2021 hanno

fatto segnare un incremento del 9,7% in valore delle vendite di vino nella grande distribuzione, secondo l’analisi Coldiretti su dati Iri Infoscan Census, trainato soprattutto dagli spumanti che mettono a segno un balzo del 27,1% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Si tratta della conferma della alta qualità offerta lungo tutta la Penisola grazie alla biodiversità e alla tradizione millenaria della viticoltura tricolore. Commenta Ettore Prandini, presidente di Coldiretti: «Il futuro dell’agricoltura italiana ed europea dipende dalla capacità di promuovere e tutelare le distintività territoriali che sono state la chiave del successo nel settore del vino dove hanno trovato la massima esaltazione». Pare insomma che la “biodiversita” sia un patrimonio del Made in Italy da valorizzare e difendere anche a livello internazionale. In Oltrepò Pavese, invece, la cosa c’è da valorizzare e difendere solamente la propria seggiola nei ruoli di potere indipendentemente dai prezzi da fame riconosciuti a produttori di uva e alla vergogna rappresentata dai prezzi del vino sfuso al mercato all’ingrosso. Ma perché una terra che sarebbe degna di puntare in alto vende ancora cisterne? Si fa tanto, troppo vino… obiettano i soliti sapientoni… peccato guardino il dito e non vedano la luna: il mondo è grande e ci sono stati almeno 10 anni (con l’abbuono di un ritardo) per pensare di fare un buon export, sempre più remunerativo anche se con sconti “da battaglia” dell’ingrassare l’imbottigliatore-padrone. di Cyrano De Bergerac


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voghera

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«L’opposizione non ha il potere di cacciare una giunta in carica» Riportare ordine nella città - oggi dai più definita degli scandali, degli spari, dei brogli elettorali e delle chat imbarazzanti è la difficile missione con cui si trovano a confrontarsi quotidianamente i membri dell’opposizione vogherese, che da mesi tentano di giocare tutte le carte istituzionali in loro possesso per condurre la maggioranza (e la sindaca Garlaschelli in primis) ad abbandonare Palazzo Gounela. Più che una guerra, quella condotta dal centrosinistra pare un duello d’altri tempi, in cui i toni difficilmente si inaspriscono, e si cerca di contrapporre un signorile aplomb a quelle che loro definiscono le gaffe inanellate dalla giunta leghista: a non aver mai abbandonato questo atteggiamento è Pier Ezio Ghezzi, capogruppo dei civici nonché ex candidato sindaco, avversario politico difficilmente sopra le righe, con cui abbiamo affrontato il composito tema della situazione vogherese. Negli ultimi mesi a Voghera è successo di tutto, e le notizie hanno avuto un eco nazionale. La sensazione, però, è che la minoranza non stia facendo abbastanza per invertire la rotta: possiamo smentire? «Prima ancora di smentire (cosa che faremo) credo sia necessario specificare una cosa: l’opposizione non ha il potere di cacciare una giunta in carica. Una giunta cade o per sfiducia della stessa maggioranza (e non esiste al momento una frattura tale al suo interno da renderlo uno scenario possibile) o per commissariamento (e anche in questo caso non ci sono i presupposti, perché tutti gli elementi problematici, e mi riferisco agli assessori Adriatici e Miracca, sono stati prontamente allontanati da parte dell’amministrazione). Stando così le cose, il potere della minoranza è limitato, e ha a disposizione solo le armi istituzionali. Armi che, lo sottoscrivo, abbiamo usato dalla prima all’ultima». Cioè? «In primo luogo abbiamo chiesto più e più volte, formalmente, le dimissioni del sindaco Garlaschelli. Lo abbiamo fatto a partire da luglio, quando la morte di Yous El Boussettaoui ha portato Voghera sulle prime pagine di tutti i giornali nazionali. Uniti in un fronte comune siamo stati dal prefetto per segnalargli il problema della malgestione della sicurezza sul territorio comunale, anzi direi la mancanza di gestione della sicurezza, che è stato declassato da tema cardine della campagna elettorale a delega part-time di un assessore già oberato di incarichi. Non solo, abbiamo chiesto anche un consiglio elettorale straordinario per rivendicare le dimissioni di Giancarlo Gabba». Per via delle cosiddette “chat della vergogna”?

«La giunta non comunica con la gente, è chiusa in se stessa, sembra vivere a chilometri di distanza dal territorio che amministra»

Pier Ezio Ghezzi, capogruppo dei civici

«Per via della mancanza di rispetto e di considerazione che in quelle chat l’assessore ha mostrato nei confronti dei suoi elettori e della città. Se reputi scarsamente intelligenti (per utilizzare un educato eufemismo) i vogheresi che si lamentano dei disagi causati dai lavori sul Ponte Rosso, la categoria dei commercianti e le associazioni di volontariato, è chiaro che non puoi rappresentarle». Torniamo un attimo all’incontro con il prefetto: com’è andato? «Bene, è durato quasi due ore e ha visto tutti i rappresentanti della minoranza (oltre ai civici c’erano Udc, Pd, Movimento 5 Stelle e Gruppo Misto) compatti dalla stessa parte, chiedere a gran voce un intervento coordinato da parte delle forze dell’ordine per far fronte alla situazione della sicurezza che peggiora di giorno in giorno. Certo, non parliamo di microcriminalità, di clochard e di tossici, ma adesso cominciamo a registrare anche tanti atti di vandalismo, e molestie e situazioni critiche non solo nei luoghi di ritrovo storici (la stazione, piazza San Bovo, etc) ma anche in altri quartieri, da corso XXVII marzo a via Barbieri. Il problema grosso riguarda senz’altro la necessità di assumere altri vigili (l’organico è sceso da 40 a 24) e speriamo che il nuovo comandante se ne occupi presto, ma anche l’amministrazione, che dopo il caso Adriatici sembra ritenere il tema troppo scottante per occuparsene. Come se fosse superato, ma non lo è affatto, anzi». Anche perché di questi tempi, a Voghera, c’è da aver paura non solo a camminare per strada, ma anche a commentare sui social i post della persona sbagliata. «Gli episodi di violenza che hanno coinvolto Gianpiero Santamaria (il quale pare abbia aggredito nel giro di pochi mesi sia

un commerciante, Fabio Tordi, che il dentista Matteo Coperchini) sono sintomatici innanzitutto del fenomeno generale che riguarda l’utilizzo discutibile dei social network (che amplificano i messaggi distorti e rischiano di limitare le persone nella loro libertà di parola) ma anche delle tensioni presenti in città. Voghera non ha mai vissuto a memoria recente un momento di contrasto, di debolezza, e di incapacità da parte dell’amministrazione di rapportarsi con i suoi abitanti. La giunta non comunica con la gente, è chiusa in se stessa, sembra vivere a chilometri di distanza dal territorio che amministra. Non credo che un amministratore locale possa commettere un errore peggiore. E lo abbiamo visto platealmente con il caso Adriatici: hanno fatto intervenire Salvini e Ciocca, ma nessuno degli assessori ha avuto la possibilità di rilasciare una sola parola a riguardo. Discutere con chi oppone un muro e si rifiuta di dialogare, quindi, diventa assai difficile». Finora abbiamo parlato di armi istituzionali, di strumenti che riguardano quindi le procedure interne al comune e in generale alle istituzioni. Ma al di fuori di questo ambito vi siete mossi? Avete coinvolto i cittadini, avete incentivato altre forme di dissenso relativamente a quanto sta accadendo a Palazzo Gounela? «Stiamo ragionando con gli altri membri dell’opposizione sulla possibilità di organizzare un’assemblea pubblica, concentrandoci sempre sul tema della sicurezza, per raccogliere le percezioni dei cittadini a riguardo. E poi noi civici, in particolare, stiamo calendarizzando un dibattito pubblico dedicato ai temi della legalità e dell’inclusione insieme a Gherardo Colombo. Due iniziative, queste, che puntano a risvegliare un po’ le coscienze e smuove-

re i cittadini». A proposito di legalità: e la faccenda Asm? «La faccenda Asm è molto complessa, e va detto che non riguarda l’attuale giunta: dobbiamo ringraziare la gestione Barbieri per la situazione in cui la società si trova oggi. I nodi sono principalmente tre, ed è anche difficile riassumerli. Il primo riguarda l’esposto presentato da Mognaschi relativo alle presunte assunzioni truccate attualmente al vaglio della magistratura. Il secondo ha per protagonista Todeschini, che denunciò un buco di 11 milioni e mezzo di euro nei bilanci della società e su cui le indagini sono in corso. Il terzo, invece, è quello segnalato dalla multinazionale Price Waterhouse Coopers, che ha sollevato dubbi su un acquisto di un terreno agricolo per uso industriale, sull’assunzione di un dipendente all’epoca in causa con l’azienda e sulla gestione del biodigestore, che fruttava 200mila euro all’anno di affitto quando era gestito da un’azienda esterna e che è costato ad Asm 900mila euro di penale perché si è voluto rescindere in fretta e furia il contratto». Un quadro complicato. «Molto, e che rischia soprattutto di confondere i cittadini. Ma al di là delle singole questioni su cui mi auguro verrà fatta luce, c’è un minimo comune denominatore alla base di ciascuna: l’ingerenza del centrodestra. Il direttore generale di Asm è ancora scelto dalla politica, e questo è inaccettabile per un’azienda che muove milioni e che deve necessariamente essere gestita da persone più che competenti. Certo, la proprietà è comunale, ed è giusto che la politica dia delle linee da seguire e indichi quali servizi implementare, ma non può sostituirsi ai professionisti. La giunta Garlaschelli sta tentando di rimediare ai pasticci fatti in passato, e spero che si arrivi presto o tardi ad escludere la politica dalle scelte che dovrebbero rimanere interne all’azienda». di Serena Simula


VOGHERA

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«Sono convinta che Paola Garlaschelli stia facendo un ottimo lavoro» È una delle due new entry della giunta vogherese, un nome che ha fatto il suo ingresso all’interno dell’amministrazione dopo la bagarre che si è scatenata intorno all’assessore di cui ha preso il posto: la leghista Francesca Miracca, indagata per brogli elettorali. Maria Cristina Malvicini, candidata nella lista civica “Noi con Voghera per Garlaschelli sindaco”, ha una laurea in economia e un impeccabile curriculum da responsabile amministrativo, ma anche i modi cordiali di chi si misura per la prima volta con la politica, prendendo il suo nuovo ruolo con serietà e responsabilità. A lei è sono state assegnate le deleghe al commercio, al turismo, allo Sportello Unico per le Attività Produttive, alla promozione del territorio e dei prodotti tipici, agli eventi enogastronomici, alle fiere e ai mercati. Assessore, lei si è insediata un paio di mesi fa all’interno della giunta Garlaschelli, entrando per la prima volta da protagonista sul palcoscenico politico vogherese. Il suo ingresso, però, così come quello dell’assessore alla cultura Carlo Fugini, è stato un po’ oscurato dalle zuffe politiche e dalle continue gaffe dell’amministrazione. Ci dica, come ha accolto la nomina? Non ha temuto di “bruciarsi” entrando in scena in un momento così poco felice per la sua parte politica? «Diciamo che la proposta mi ha sorpresa e soprattutto emozionata, visto il peso della carica: mettersi al servizio della propria città è un grande onore e una grande responsabilità, soprattutto in momento come quello che stiamo attraversando con un’epidemia ancora in corso e tante domande per il futuro. Ho accettato di dare il mio contributo perché sono convinta che, al netto di tante polemiche talvolta alimentate ad arte e strumentalizzate, Paola Garlaschelli e questa amministrazione stiano facendo un ottimo lavoro per Voghera e per i vogheresi». Com’è avvenuto il passaggio di consegne da parte del precedente assessore? «Ho pensato fin da subito che fosse impor-

Maria Cristina Malvicini neo assessore al commercio, turismo e allo Sportello Unico per le Attività Produttive

tante partire da ciò che era stato fatto per proseguire in un percorso, per cui appena insediata ho voluto lavorare con gli uffici comunali che mi hanno illustrato puntualmente tutto ciò che era stato fatto e si stava facendo, con l’obiettivo di orientare tutto questo rispetto al programma del sindaco e alle esigenze della città». Quali sono le prime cose che ha fatto appena insediata? «Credo che amministrare significhi prima di tutto condividere attraverso un confronto con la città, con chi la vive e con chi contribuisce a farla crescere quotidianamente. Per questo ho voluto subito organizzare una serie di incontri con le associazioni di categoria per conoscerle, per presentarmi, per iniziare a scambiare idee, proposte, spunti, mettendo al centro anche ovviamente le criticità sulle quali lavorare. Dal dialogo deve rafforzarsi il percorso di rilancio e sviluppo della città e del territorio». Quali sono le principali problematiche dei settori che le hanno assegnato, in particolare commercio e turismo? «Sono convinta che l’Identità vogherese che porta con sé eccellenze e valori unici – debba essere promossa con ogni mezzo per portarla sempre più al centro degli interessi dei cittadini. Si tratta, quindi, di stimolare i vogheresi a vivere appieno la cit-

tà, mettendo al centro il nostro patrimonio storico e i prodotti di altissima qualità che il nostro territorio offre: tutto questo con ovvi risvolti positivi sul tessuto commerciale e imprenditoriale cittadino. Mostre, manifestazioni ed eventi culturali, rassegne enogastronomiche: Voghera deve diventare luogo sempre più vivibile e vissuto, concettualmente un centro commerciale naturale in cui i cittadini abbiano la possibilità di far vivere il commercio, di godere dei gioielli della città, di ritrovarsi in un contesto stimolante e interessante. Un esempio concreto è la prima fiera di San Martino che si è tenuta giovedì 11 novembre, evento che riporta all’attenzione i valori dell’agricoltura del territorio, coniugati con la tecnica, l’istruzione scolastica fino ad arrivare a progettare nuovi modelli d’impresa agricola del futuro. Ed è un’iniziativa a cui tutte le associazioni di categoria hanno aderito con entusiasmo». I commercianti vogheresi sono tutti d’accordo sul fatto che è necessario riportare le persone a fare compere in città. Ha instaurato con loro un dialogo in tal senso? Ci sono proposte interessanti in vista? E che ne è stato del famoso bando del distretto del commercio di cui si parlava tempo fa? «Quanto al dialogo, ribadisco, da parte mia non mancherà mai e, anzi, sarà sempre presupposto di ogni iniziativa. Il bando del distretto del commercio è rivolto a tutte quelle realtà che operano in ambiti come quelli della ristorazione, del commercio, dell’artigianato e dei servizi, e prevede un contributo a fondo perduto erogato a fronte di spese sostenute in alcuni ambiti importanti funzionali alla crescita dell’attività, come lavori di ristrutturazione, investimenti per apparecchiature, spese per comunicazione, promozione, utilizzo di strumenti innovativi, tecnologici e altro ancora. Le categorie interessate hanno fatto presente un’oggettiva difficoltà nel realizzare gli investimenti nei termini inizialmente previsti, per cui il 21 ottobre è stata deliberata una proroga dei termini di realizzazione degli investimenti alla fine di novembre

e di rendicontazione alla fine dell’anno. Contemporaneamente, è stato predisposto atto concessorio per l’assegnazione dei contributi, la cui erogazione avverrà a breve. In fase di preparazione abbiamo invece il bando “Un aiuto per Voghera”, che prevede dotazione finanziaria di 150.000 euro e che prevede un contributo fino a 1.000 euro riconosciuto per il solo fatto di aver avuto una riduzione di almeno 30% del fatturato in un periodo del 2021 rapportato allo stesso periodo 2019». Tra le sue deleghe anche quella agli “Eventi gastronomici”. Un mese dopo il suo insediamento si teneva a Voghera l’iniziativa “50 sfumature di Pino Noir” organizzata dal Movimento Turismo Vino Lombardia. So che si tratta di qualcosa che è stato pensato prima del suo arrivo, ma l’organizzazione ha usato toni molto pesanti nei confronti del comportamento riservatole dalla città in quell’occasione. C’è volontà di ricucire lo strappo? «Ho seguito le polemiche di cui parla e mi dispiace, ma non conoscendo i retroscena e, appunto, non avendo avuto un ruolo attivo nell’organizzazione non mi permetto di giudicare eventuali errori o approcci sbagliati. Personalmente, come dicevo, credo che il confronto con chi può dare un valore alla città sia alla base di ogni iniziative ben riuscita, non ho alcun pregiudizio e se il Movimento Turismo Vino Lombardia vorrà presentare un nuovo progetto per il futuro noi lo accoglieremo nel migliore dei modi». A proposito di eventi: si sta già pensando alla Sensia 2022? C’è volontà politica di rilanciarla sul serio? «Covid permettendo, sì. È l’evento più importante dell’anno, offre l’occasione alla nostra città di mettere in vetrina i suoi gioielli tutti insieme, a disposizione dei cittadini e di tutte le persone che vengono da fuori Voghera. Rappresenta un volano importante per l’economia del territorio e un’ottima promozione per le attività presenti». di Serena Simula



VOGHERA

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“Il Re del Divertimento”, quando una passione diventa un lavoro Ottanta parchi a tema collezionati in tre diversi continenti, e una passione che si sta trasformando mese dopo mese in un vero lavoro: Davide Noto, quarantaduenne di Voghera, ha cominciato per scherzo nel 2017 a recensire parchi divertimento sul suo blog www.parksandfun.it, e oggi la sua attività è sempre più strutturata. Non solo recensioni, ma anche visite guidate e viaggi organizzati, consulenze alle aziende e molto altro: “Parks and fun” è cresciuto fino a diventare un punto di riferimento nel settore sia per i visitatori che per chi gestisce le strutture. Davide, cominciamo dall’inizio. Come nasce “Parks and fun”? «In realtà da un evento tragico, che ha cambiato la mia vita per sempre nel 2012. In quell’anno io e la mia moto ci siamo schiantati contro un furgone: avevo 33 anni, e ci sono voluti sette mesi a letto prima di potermi cominciare a muovere di nuovo. In quel periodo Youtube esisteva da poco ma i primi vlogger già postavano i loro contenuti online, e io avendo molto tempo a disposizione ne ho guardati moltissimi. I miei preferiti erano proprio quelli sui parchi divertimento, una passione che ho sempre avuto fin da bambino: da piccolo mi piaceva studiare le visite a Gardaland, stilare una lista delle attrazioni e spuntarla, e anche crescendo ho sempre pianificato le vacanze (compreso il viaggio di nozze, che mi ha portato a Orlando, in Florida, per vedere Disneyworld) in base a quale parco a tema avrei voluto visitare. Beh, mentre speravo di rimettermi in piedi mi sono detto: “se torno a camminare, li voglio vedere tutti”». Perché proprio i parchi a tema? «Non mi soffermo sui dettagli della lunga convalescenza ma dirò che, dopo tre settimane, ho iniziato a muovere le dita. La prima cosa che ho desiderato fare con le poche opzioni a disposizione, era avere il mio tablet tra le mani per consentire alla mia mente di lasciare quella stanza. è stato naturale per me, cercando lo svago, cercare su Youtube le immagini dei parchi divertimento. Con il trascorrere del tempo quei video sono diventati la mia cura, la mia evasione: in 197 giorni di ospedale ho divorato il web, ho visto, letto e studiato tutte le storie, tutte le attrazioni, tutte le mappe dei più grandi parchi a tema del mondo». E appena è stato bene, quindi, ha cominciato anche lei. «Sì, se all’inizio era solo una ricerca personale, senza scopo, nel 2015 mi sono messo per la prima volta alla prova: nel febbraio del 2015 sono tornato a Orlando mettendo in atto tutto ciò che avevo imparato in quegli anni. Organizzai volo, noleggio auto, alloggio, biglietti per 7 persone e tutto filò

Il vogherese Davide Noto

«“Parks and fun” nasce da un evento tragico, che ha cambiato la mia vita per sempre nel 2012. In quell’anno io e la mia moto ci siamo schiantati...» liscio. A parte i video, che sembravano i filmini delle vacanze. Ho dovuto aspettare il 2017 per riuscire finalmente a produrre qualcosa che fosse un vero vlog: lo mostrai a un amico che mi incoraggiò a farne il punto di partenza per un progetto, che a quel punto si chiamò “Parks & Fun”». Prima le recensioni, poi molto altro. «Si, inizialmente raccontavo la mia esperienza, dando una valutazione della struttura, ma a mano a mano che il blog cresceva ho iniziato ad affiancare altri servizi. Accompagno le persone, organizzo viaggi o visite in giornata per i gruppi, e adesso sono gli stessi parchi divertimenti che mi chiamano per avere un’opinione sincera su ciò che offrono. Non posso ancora lasciare la mia attività principale (ho un’azienda di manutenzione caldaie) ma quasi tutti i weekend li dedico al blog».

La famiglia la segue in queste esplorazioni? «Sì, e solitamente anche molto volentieri. Solo nel 2019, anno in cui da marzo a ottobre non abbiamo avuto un fine settimana di riposo, mio figlio (che ora ha 12 anni) a un certo punto mi ha detto: “papà basta, io sto a casa”. A parte quel comprensibile episodio, per il resto ho da parte della mia famiglia piena complicità». Su quali parametri si basa per valutare un parco? «Il primo e il più importante è l’immersività, cioè la capacità di portare il visitatore in un mondo fantastico, di immergerlo completamente in una nuova realtà. Si basa soprattutto sui dettagli, sulle decorazioni, sulle musiche, sulla scenografia. Non tutti i parchi riescono a in questa operazione, perché magari preferiscono puntare sulla

spettacolarità delle attrazioni: una scelta più facile ma meno identitaria, che risulta fallimentare se parliamo di un luogo che come scopo ha quello di farti evadere dalla quotidianità. Poi ci sono la logistica (muovere tante persone non è mai facile), la pulizia, l’accoglienza e la facilità nel reperire le informazioni. Anche il cibo è un punto che va considerato: per anni è stato abbastanza standardizzato, ma di questi tempi è più vario e di maggiore qualità». A chi assegnerebbe il podio dei migliori parchi italiani? «Il primo posto lo merita senz’altro Movieland, che a 2 km dal più famoso Gardaland offre una serie di attrazioni decisamente insolite. Il secondo lo darei allo stesso Gardaland, storica certezza in questo campo, e il terzo probabilmente al Magicland di Valmontone, che dopo aver passato un brutto periodo è attualmente in fase di rialzo. Curiosità: non tutti sanno che proprio in questo parco c’è il planetario più grande d’Europa. Un altro buon motivo per andarci». E nel mondo? «Il primo posto nella classifica del mio cuore spetta a Epcot, acronimo di Experimental Prototype Community of Tomorrow. Si trova sempre a Orlando, in Florida, ed è un luogo molto particolare, che coniuga intrattenimento ed educazione. Va capito, e non a tutti piace. Al secondo c’è Europa Park, nella città tedesca di Rust, che per sette anni ha vinto il premio per il miglior parco divertimenti del mondo. Al terzo metterei invece Tokyo Disney Sea: un luogo straordinario tutto dedicato al mare, con sette isole e un vulcano alto trenta metri». Questo settore è stato tra i più colpiti dalla pandemia: quanto ha inciso il Covid 19? «Molto, basti pensare che i primi 20 parchi del mondo nel 2020 hanno registrato un -76% delle affluenze. Tanti sono stati chiusi a lungo (Disneyland, in California, è rimasto inattivo per ben otto mesi consecutivi) e poi hanno riaperto con capienze limitatissime. La buona notizia, però, è che i primi rumors sostengono che il 2021 abbia completamente invertito la tendenza, tornando quasi ai livelli del 2019. Certo le precauzioni vigono ovunque, anche all’estero, e sono sempre le solite: certificazione vaccinale o tampone negativo, mascherina dove non si può rispettare la distanza di sicurezza, sanificazione delle mani frequente. A questo punto c’è da augurarsi che, mantenendo queste poche norme, il settore possa continuare a lavorare, facendo sognare milioni di persone in tutto il mondo». di Serena Simula


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TORRAZZA COSTE

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«L’amore per la terra ci ha portati ad allevare capre e produrre formaggi» Marco Buzzi e Giovanna Mussini, lui originario di Milano e lei originaria di Voghera, vivono e lavorano da oltre trent’anni nella loro azienda nella Val Schizzola nel comune di Torrazza Coste. Fin da ragazzi hanno coltivato la passione per la terra facendone una scelta di vita. Attualmente producono formaggi grazie al loro allevamento di capre camosciate. Siamo andati a trovarli e ci hanno raccontato la loro storia Milano e Voghera sono le vostre città natali, le vostre origini non sono contadine, da dove è scaturito il vostro amore per la terra? «Terminati gli studi ci chiedevamo quale fosse la giusta strada da seguire e, certo non sarebbe stata fare le spola dalla città alla campagna. Punto di domanda: cosa avremmo fatto nella vita? Abbiamo capito che volevamo una cascina e del terreno sul quale sviluppare la nostra attività. La ricerca ci ha condotto in questo posto meraviglioso. Non avendo esperienza, ci siamo documentati e avvalsi di consigli dati da persone competenti ed esperti nel settore. Abbiamo fatto alcuni stages sia in Italia che all’estero, in varie aziende per imparare l’allevamento e la produzione casearia». Quanto è stato difficile il vostro percorso? Guardando indietro, rifareste tutto da capo? «Come detto non avevamo mai lavorato la terra e non eravamo preparati, abbiamo fatto tanti sacrifici sotto tutti i punti di vista, sia a livello fisico, non avendo mai un giorno libero, sia a livello economico. Potendo tornare indietro rifaremmo tutto

Marco Buzzi e Giovanna Mussini

quanto fatto finora, perché insieme a tanto impegno non sono mancate le soddisfazioni». Avete dimostrato molta forza di volontà, quanto siete cresciuti? «Abbastanza da raggiungere un certo sviluppo. Abbiamo due persone che ci aiutano part-time con il caseificio e la stalla. I nostri prodotti sono venduti al dettaglio e ai ristoranti che ne fanno richiesta. Tra parentesi con l’inizio dell’ era Covid, abbiamo conosciuto momenti molto difficili ma, come si dice: talvolta, non tutto il male viene per nuocere. Ci siamo organizzati per la vendita online e il risultato po-

sitivo non si è fatto tanto attendere, adesso vendiamo in tutta Italia. Dopo una dura crisi, la vendita è ripresa molto bene». Qual è il vostro prodotto “principe”, quello che vi rappresenta più di ogni altro? «Indubbiamente ci identifica il tronchetto stagionato. Lavoriamo i nostri formaggi con il latte crudo, hanno un tipo di cagliata completamente naturale. Nel tronchetto usiamo il latte a innesto autoctono. È un prodotto che nasce qui sul posto, fatto col latte delle nostre capre che pascolano solo qui, per cui non si trova un formaggio così da nessun’altra parte».

C’è una cosa che vorreste aggiungere ai vostri prodotti? «Si, è nostro desiderio mostrare i valori nutrizionali che normalmente si trovano elencati sulle confezioni. Non lo abbiamo ancora fatto, in quanto come produttori e vendita diretta siamo esentati, ci piacerebbe farlo comunque dato che talvolta il cliente ci chiede le calorie e i grassi contenuti. Ciò richiede analisi abbastanza costose ma, basta farle una volta e su di un prodotto medio rappresentativo. È risaputo che in queste valli sono presenti numerosi lupi, è vero che hanno attaccato le vostre capre? «Sì è vero. L’episodio risale al 2017, avevamo ricevuto diverse segnalazioni e abbiamo tentato di prevenire un eventuale attacco ma è stato inevitabile. Abbiamo perso sei capre sbranate dai lupi entrati nei recinti accanto casa. Dobbiamo dire che la cosa ci ha colpito anche a livello psicologico. Ci siamo subito organizzati con recinti nuovi a prova di lupo, e ci siamo procurati dei cani da guardia. Ci siamo riusciti con l’ aiuto e il sostegno dell’ associazione toscana “Difesa attiva” che segue tutti gli allevatori della zona. Ci hanno procurato i primi cani, dei pastori maremmani e non ci sono più stati conflitti con i lupi, d’altronde il lupo va dove non rischia». Progetti per il futuro? «Ogni tanto pensando al futuro ci chiediamo chi porterà avanti tutto questo, compreso il nostro sapere». di Stefania Marchetti


GODIASCO SALICE TERME

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«Divertendosi si può fare del bene ai luoghi che si amano» Nei mesi estivi di quest’anno, Gabriele Poggi, con l’aiuto di Valeria D’Agostino (intervistata lo scorso mese riguardo la Greenway di Voghera) e altri amici, si è dedicato ad abbellire il “gabbiotto” del Tennis nel parco di Salice Terme. Proprio dai suoi disegni, semplici e per questo piacevoli per tutte le età, è nato il nuovo logo della location sportiva. E ciò sembra essere l’inizio di altri progetti d’abbellimento di diversi scorci del Comune di Godiasco-Salice Terme. All’inaugurazione, che si è tenuta nel mese di ottobre alla presenza del sindaco e dell’assessore alla cultura Lara Bressani, è stato consegnato un riconoscimento simbolico sotto forma di targa a Gabriele per l’impegno e la dedizione. Gabriele presentati ai nostri lettori «Sono Gabriele Poggi, ho ventun anni e dopo gli studi superiori come perito turistico mi sono iscritto alla facoltà di comunicazione, innovazione e multimedialità presso l’università di Pavia. Ho molti interessi principalmente riguardo al mondo televisivo e artistico. Ho capito che non voglio fare un solo lavoro: nella mia vita voglio dare spazio alle mie passioni e metterle in pratica». Come mai è stato scelto proprio il “gabbiotto” dei campi da tennis all’interno del Parco? «L’idea è nata dal titolare con il quale condivido la passione teatrale e ci troviamo nello stesso gruppo di attori. Lui era a conoscenza del fatto che, amando il disegno, mi sarebbe piaciuto creare delle opere in spazi comuni.

Gabriele Poggi e gli amici che con lui hanno abbellito il “gabbiotto” del Tennis nel parco di Salice Terme

Quando si è ritrovato a dover mettere a nuovo il gabbiotto del tennis nel parco, una delle attività più gettonate all’interno di esso, mi ha dato questa occasione. Aiutato da Valeria e da altre persone che hanno partecipato, nei mesi estivi abbiamo dato una nuova vita agli spogliatoi. Personalmente ho preferito realizzare disegni “puliti” e lineari, non amando complicare le cose. Il disegno dello scoiattolo riportante la scritta è stato inoltre computerizzato graficamente ed è diventato il nuovo logo, molto apprezzato dai frequentatori del tennis».

Che emozioni hai provato durante l’inaugurazione? «Mi sono sentito fiero di me stesso per il lavoro svolto e finalmente tranquillo e soddisfatto. Non solo per il riconoscimento che mi è stato donato dal sindaco e dall’assessore, i quali sono stati molto partecipi e gentili, ma anche per aver finalmente trovato delle persone leali al mio fianco, le ringrazio tutte partendo proprio da mia madre che mi ha sempre spronato». Cosa vorresti fare, seguendo questo percorso, nel prossimo periodo?

«Chiacchierando con il sindaco, siamo giunti a parlare di nuovi progetti per rendere più piacevole il paesaggio urbano ai cittadini. Spero comunque di non fermarmi solo al mio comune ma, anzi, di espandere il progetto sia per quanto riguarda gli edifici coinvolti sia riguardo alle persone che possono partecipare. Sono stati momenti molto belli per tutti che dimostrano che stando insieme e divertendosi si può fare del bene ai luoghi che si amano». di Riccardo Valle



RIVANAZZANO TERME

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«Il nostro scopo è rendere questo luogo il più frequentato e vitale possibile» Un salto nel vuoto, un azzardo, o forse un’idea brillante: è difficile dire, per il momento, cosa sia la scelta compiuta dai ragazzi dell’associazione Maecenarts, che lo scorso settembre hanno preso in gestione il teatro di Rivanazzano Terme. Chiusa da oltre due anni, e nei precedenti oggetto di una programmazione sporadica, la sala ha riaperto il sipario il 6 ottobre, annunciando un calendario di trentacinque eventi distribuiti nei primi tre mesi di attività. Le menti dietro al progetto sono tre giovani vogheresi uniti dalla comune passione per l’arte e la cultura, con competenze trasversali che promettono di rendere la programmazione eterogenea e interessante: se Matteo Montagna (29 anni, Casteggio) lavora nella comunicazione, Giulio Oldrati (31 anni, Voghera) è videomaker, mentre Alessio Zanovello (33 anni, Lungavilla) è musicista e docente di teatro. Ragazzi, un bel rischio prendere in gestione un teatro con gli strascichi di una pandemia. «Assolutamente vero, ma a nostra discolpa l’idea non ci è venuta adesso, ci frullava in testa già da tempo. Erano alcuni anni che ci pensavamo, ma avevamo sempre lasciato perdere perché francamente pensavamo di non potercela fare. Un po’ per questioni economiche, un po’ per il periodo incerto, quindi, non avevamo trovato il coraggio di candidarci ufficialmente per il bando pubblicato dal comune di Rivanazzano. Poi, però, abbiamo saputo che nessun altro aveva avanzato una candidatura per gestire il teatro, così abbiamo tirato fuori i nostri progetti e i nostri risparmi e ci abbiamo provato: siamo andati a bussare alla porta dell’amministrazione, dove il sindaco e la giunta si sono dimostrati da subito più che disponibili ad ascoltarci, ma soprattutto a sostenerci.

Alessio Zanovello, Giulio Oldrati e Matteo Montagna

Senza il loro appoggio, forse saremmo ancora qui a parlarne». Perché avete sentito l’esigenza di farlo? «In primo luogo perché il teatro di Rivanazzano è uno spazio funzionale e funzionante, in ottimo stato e in un’ottima posizione, in cui si sarebbero potute (anzi, ormai si possono) fare moltissime cose. Lasciarlo chiuso ancora sarebbe stato un peccato, soprattutto perché la comunità della zona ha bisogno di luoghi culturali vivi, dove incontrarsi e arricchirsi. In particolare serviva un posto che fosse aperto ai giovani, che ospitasse i loro progetti creativi: e se pensate che in giro ce ne siano pochi basti pensare che l’associazione Maecenarts è formata da circa centosettanta ragazzi appassionati di cabaret (quelli del laboratorio comico “Garpez”) e di musica (quelli di “All you can rock”), entusiasti sia di assistere agli spettacoli che di aiutarci nella gestione». Come avete organizzato la programmazione? «In primo luogo aprendoci all’esterno, chiedendo a chiunque volesse proporci uno spettacolo di farlo, valutandone poi l’interesse. Ma se da un lato sembrava

evidente dover lavorare con prudenza, organizzando unicamente spettacoli interni e poche date extra, dall’altro il nostro network lavorativo e di conoscenze, la nostra voglia di provare a cambiare le cose e la sensazione (ormai convinzione) che senza uno scossone questo teatro sarebbe rimasto un luogo qualunque e non un luogo vivo, ci hanno portato a virare verso una programmazione totale, a trecentosessanta gradi, che nei soli mesi da ottobre a dicembre porterà in scena più di trenta spettacoli. Il perché di una scelta così drastica risiede proprio nella necessità di riattivare un meccanismo, di lavorare pensando al teatro non come un posto per pochi, ma una realtà per tutti e di tutti. Per questo motivo, insieme a titoli legati alla tradizione, troveremo produzioni originali di artisti emergenti che meritano la massima attenzione, arrivando ad avere anche ben due spettacoli con il pubblico stesso partecipe in serata. A questi si aggiungono la musica, dalla classica alla pop, passando per omaggi a leggende nazionali e internazionali, per poi viaggiare anche tra la magia, il cabaret, la danza, senza dimenticare spettacoli per bambini e temi sociali

importanti. In questo contesto troveranno spazio realtà locali e non, produzioni originali dell’associazione e artisti sotto agenzia, il tutto finalizzato a riportare persone di ogni età a teatro, dalle famiglie agli appassionati, fino a chi solo oggi ha scoperto questa nuova dimensione». Avete modificato qualcosa a livello strutturale? «A vederlo il teatro sembra uguale, ma grazie al lavoro svolto in meno di un mese e mezzo dai nostri collaboratori siamo riusciti a montare un sistema audio e luci completamente nuovo, moderno, pronto ad ospitare ogni forma di show, per garantire a pubblico e artisti la massima resa possibile. Ovviamente, conoscendo la necessità del territorio di riscoprire questo piccolo ma grande universo, l’intero progetto sarà a portata di tutti, con prezzi pensati appositamente per rendere accessibile ogni spettacolo e carnet studiati sia per gli abituè, sia per invogliare i più giovani a riscoprire (o scoprire) la bellezza del teatro». Non solo spettacoli, però, anche attività extra verranno ospitate al teatro di Rivanazzano. «Come abbiamo già detto, il nostro scopo è rendere questo luogo il più frequentato e vitale possibile. Ecco perché abbiamo previsto anche corsi, masterclass e conferenze, spalmate sulle due parti di stagione. Tra quelli pronti a partire il corso di teatro (con tre fasce di età differenti) e il corso da producer musicali, per giovani appassionati di musica che vogliono approfondire le proprie conoscenze e provare a trasformare in professione quella che fino ad oggi credevano solo una passione». di Serena Simula


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VAL DI NIZZA

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(Ri)nasce il sidro dell’Oltrepò, «Un progetto nato per gioco, partendo dal succo che già produciamo da diversi anni» Il sidro è una bevanda alcolica ottenuta dalla fermentazione di mele e pere, di antica origine. Secondo la tradizione, il sidro nasce nel medioevo in Francia, più precisamente in Normandia, ma secondo alcuni storici la sua origine sarebbe ancora più antica, risalente addirittura al terzo millennio a.C. In Italia la produzione cessò improvvisamente con l’avvento del Fascismo, quando per volontà di Mussolini venne messo al bando per favorire la commercializzazione del vino, considerato il prodotto di punta, ma anche con lo scopo di ridurre al minimo i rapporti commerciali con Francia e Svizzera. Nei primi anni 2000 si è assistito ad una rinascita di questa bevanda, prodotta principalmente con caratteristiche artigianali in Valle d’Aosta, Alto Adige e lungo l’Appennino. Simone Rolandi, produttore di frutta di Val di Nizza, negli anni passati è stato il fautore della riscoperta della storica varietà di Pomella Genovese e promotore dell’omonima associazione, nata con lo scopo di tutelarne la produzione e di promuoverne la commercializzazione. In questi ultimi anni Simone, insieme alla compagna Simona, ha svolto numerose ricerche al fine di poter ripristinare la produzione di sidro ottenuto da mele (e pere) oltrepadane. Simone, prima di parlarci del vostro ultimo progetto, ci può raccontare come è iniziata la sua esperienza da frutticoltore? «Ho sempre lavorato in azienda sin da piccolo, aiutando mio nonno e mio padre, ma sono diventato titolare dell’azienda nel 1998. La mia azienda si è sempre occupata della coltivazione e della commercializzazione della frutta tipica di questa vallata, con particolare attenzione alle antiche varietà di mela e pera. La produzione è strettamente stagionale: dalla tarda primavera alla fine dell’estate sono disponibili ciliegie, albicocche, pesche, prugne e pere di diverse varietà e, a partire dalla tarda estate, l’offerta è basata quasi interamente su una differente selezione di mele». Proprio la mela è uno dei prodotti di punta, tant’è vero che lei è stato uno dei promotori della costituzione dell’Associazione di tutela per la Pomella genovese della Valle Staffora. Un percorso nato alcuni anni fa del quale, per rimanere in tema, “si stanno raccogliendo i primi frutti”. «L’associazione è nata nel 2015, e raccoglie sei produttori della zona di Val di Nizza, Ponte Nizza, Menconico e Varzi, che hanno da subito creduto in questo progetto, ed oggi ci sono altre aziende interessate ad entrare. La Pomella Genovese

è da sempre una varietà autoctona caratteristica della nostra vallata. La mia azienda la coltiva da sempre, ma fino a qualche anno fa era quasi interamene destinata ai mercati all’ingrosso. Invece, negli ultimi anni, insieme ad altri produttori, abbiamo deciso di puntare ad incrementare la vendita al dettaglio, commercializzandola negli spacci aziendali, nelle fiere e nei mercati agricoli, in modo tale da poter raggiungere direttamente il consumatore finale. Questo cambiamento è stato voluto per poter valorizzare al meglio questa storica varietà, che tanto ha dato alla nostra vallata. Ho sempre creduto in questa varietà, perché rappresenta l’identità del nostro territorio, e per questo ritengo superfluo sponsorizzare altri tipi di mela più comuni. È chiaro, comunque, che la mia azienda produce reddito anche coltivando diverse altre specie, ma la Pomella resta quella trainante, soprattutto per il turismo». Da dove avete iniziato il percorso di valorizzazione di questo prodotto? «Abbiamo iniziato con il recupero e la salvaguardia dei vecchi impianti già esistenti. La mia azienda, per esempio, ha un frutteto di circa settant’anni con piante coltivate “a vaso”. Gli impianti nuovi, invece, sebbene realizzati con varietà storiche, sono coltivati “a spalliera”. Si è optato per questa scelta per una questione di comodità, di risparmio nelle ore di lavoro, ma anche per uniformare la maturazione della frutta, con una migliore esposizione al sole». Se si tratta di una varietà autoctona, l’aggettivo “genovese” da dove nasce? «La Pomella della Valle Staffora ha assunto questo nome perché, sebbene prodotta sul nostro territorio, veniva imbarcata al porto di Genova per essere inviata in tutta Italia. Per questo, veniva identificata come quella proveniente da Genova e da qui l’aggettivo “genovese”». Fino ad arrivare alla creazione di un marchio collettivo identificativo… «Abbiamo voluto creare un marchio che identificasse le aziende che producono la Pomella ottenuta dalla varietà storica e che fanno parte della nostra associazione, identificandola attraverso un marchio stampato sulle cassette della frutta. Ma i progetti in cantiere sono tanti…». Ad oggi, la Pomella Genovese, che riconoscimenti o certificazioni ha ottenuto? «Già nel 2006, prima ancora della costituzione dell’associazione, era stata riconosciuta come DE.CO. dal comune di Val di Nizza e successivamente come Prodotto di Montagna del Ministero delle Politiche Agricole, Forestali e Alimentari. Nel 2019 è stata inserita tra i PAT, “Prodotti Agroa-

Simone Rolandi

limentari Tradizionali” e da alcuni anni è stata inserita da Slow Food nell’Arca del Gusto». Attualmente, quanti quintali di Pomella genovese vengono commercializzati con il marchio collettivo dell’associazione? «Si tratta di una quantità limitata, di circa 500 quintali, ma la produzione è sempre soggetta alle annate differenti. Quest’anno, per esempio, abbiamo subito un calo causato dalle gelate nel fondovalle. La Pomella è molto delicata e se si verificano giornate di freddo tardivo in fioritura l’annata ne risente pesantemente. La nostra idea è di aumentare la produzione, impiantando nuovi frutteti al fine di soddisfare le richieste sempre più in aumento. Prima della pandemia abbiamo partecipato a diverse fiere, tra le quali Golosaria a Milano, e questo ha permesso una maggior visibilità. Il cliente vuole conoscere il produttore e conoscere la storia dell’azienda e del prodotto». Veniamo ora alla novità presentata in questi giorni, il sidro dell’Oltrepò Pavese. Un prodotto apparentemente nuovo, ma che trova radici territoriali antiche. «Fino a prima degli anni 30’, il sidro era molto diffuso in Valle Staffora, fino a quando il fascismo lo ha messo al bando, sulla base di una politica nazionalistica e commerciale indirizzata interamente sul vino, che doveva essere considerato la bevanda alcolica italiana per eccellenza. Abbiamo trovato diverse testimonianze

storiche che accertano che in passato molte aziende producevano sidro nella nostra vallata, magari anche in piccole quantità per uso familiare». Quali sono stati i primi passaggi fondamentali che hanno portato alla (ri) nascita del sidro oltrepadano? «Insieme alla mia compagna abbiamo iniziato partendo dalle ricerche storiche, cercando tutte quelle fonti che attestassero l’esistenza del sidro nella nostra zona. Successivamente abbiamo iniziato a girare le varie zone di produzione, spingendoci anche in Normandia, dove abbiamo visitato alcune aziende cercando di risalire al metodo di produzione per noi più adatto». Alla fine, su quale metodologia è caduta la vostra scelta? «Abbiamo optato per due tipologie differenti. Un metodo charmat, ottenuto dalla rifermentazione in autoclave e un metodo classico, più artigianale. Questo si ottiene dopo una rifermentazione del succo avviata con l’innesto dei lieviti nel fermentatore. La fermentazione, a temperatura controllata, parte dopo circa 24\48 ore e dura circa 15\20 giorni. Successivamente viene imbottigliato e i lieviti proseguono il loro lavoro in bottiglia per circa un mese. Per questo, rispetto a quello ottenuto con metodo charmat, risulta essere più torbido». Complessivamente, di questa prima produzione quante bottiglie avete immesso sul mercato? «Abbiamo iniziato questo progetto per gioco, partendo dal succo che già produciamo da diversi anni. Si tratta di un multi-varietale ed è la materia prima che successivamente viene fatta fermentare col fine di ottenere il sidro. Al momento abbiamo imbottigliato qualche migliaio di bottiglie, ma la nostra idea è di aumentarne la produzione sempre rimanendo fedeli al principio dell’artigianalità. Non ci siamo limitati a quello di sola mela, optando anche per una tipologia ottenuta dalla pera dopo aver constatato che anche questa frutta si prestava bene per questo fine». Quali saranno i prossimi progetti legati al sidro e alla Pomella genovese? «Mi piacerebbe lanciare una linea legata al nostro territorio, interamente derivata dalla Pomella, partendo dal succo fino ad arrivare al sidro. Mi piacerebbe, inoltre, che in futuro si riesca ad organizzare la “Sagra della Pomella” qui a Val di Nizza, dato che da alcuni anni il comune l’ha riconosciuta come prodotto DE.CO». di Manuele Riccardi


VARZI

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«Da noi vengono i figli e i nipoti dei vecchi clienti, del nonno e dello zio» Dal 2010 Regione Lombardia attribuisce il riconoscimento a negozi, locali e botteghe caratterizzate dalla continuità nel tempo (almeno 40 anni) della gestione, dell’insegna e della merceologia offerta, e da altri fattori, quali la collocazione in strutture di pregio e la conservazione di arredi e attrezzature storici. Nell’anno in corso sono state insignite del riconoscimento 162 nuove attività storiche e di tradizione in tutta la Regione, una di queste è la “bottega” Arancio di Varzi. Un’attività esistente dal 1966 ma la sua storia è cominciata molto prima, quando il signor Arancio Ciriaco Giuseppe (detto Peppo) aprì la sua bottega di calzolaio, prima che iniziasse la seconda guerra mondiale. Era il bisnonno di Giaele Megazzini, unica donna della famiglia che attualmente si occupa dell’ attività storica insieme allo zio Maurizio Arancio. Giaele, la vostra attività è stata tramandata da una generazione all’altra, ci può dire quando e come tutto ebbe inizio? «Prima della seconda guerra mondiale, all’epoca il mio bisnonno faceva il calzolaio di paese e di calzolai ce ne erano sei o sette a Varzi. Dopo di lui, nel 1966, furono mio nonno Carlo e suo fratello Paolo a portare avanti il lavoro ereditato. Iniziarono riparando le scarpe ma trasformandosi ed evolvendosi nel tempo fino a diventare un vero e proprio negozio di vendita e confezionamento di calzature. Lavoravano a casa del nonno dove il piano terra era adibito a laboratorio e magazzino». Dove acquistavano il materiale necessario alla produzione?

«A Vigevano. A quel tempo era un centro importante per il mondo calzaturiero, si poteva trovare tutto il necessario. Infatti, negli anni settanta, Vigevano era la Patria delle calzature. Era famosa per questo motivo, e il nonno e lo zio compravano solo lì». Quale tipo di calzatura in particolare veniva richiesta? «All’epoca non esisteva la scarpa antiinfortunio, quindi c’era bisogno di scarponcini robusti per lavorare, tenendo il piede in sicurezza. Erano molto richiesti e così mio nonno e mio zio, praticamente con la loro fabbrichetta a conduzione familiare, riuscivano a soddisfare ogni esigenza. Venivano confezionate scarpe su misura e in serie da vendere ai clienti, una volta si presentò un omone robusto che non trovava facilmente un posto dove comprare le scarpe, da allora abbiamo conservato una forma n. 51. La cosa interessante è che le scarpe venivano cucite a mano e a tale scopo mio zio preferiva il filo bianco. Lavoravano sodo e sono sempre andati avanti nonostante non avessero i macchinari». Quali cambiamenti ci sono stati negli usi e costumi dal secolo scorso ad ora in questo settore? «Tanti. Un tempo le persone avevano più cura delle scarpe che erano considerate al pari di un lusso. Se ti potevi permettere per una volta, di farti fare le scarpe come ti piacevano, te le facevi durare per tanto tempo. Se si rompeva un tacco o si sciupavano, si facevano riparare Ora come ora, nell’ era del consumismo e della globalizzazione, ci sono tante oc-

Giaele Megazzini e lo zio Maurizio Arancio, alla loro bottega il riconoscimento “Attività Storica e di Tradizione”

casioni e i prezzi che vengono praticati consentono di cambiare più spesso le scarpe e certamente la moda fa la sua parte. Comunque ci sono ancora tanti clienti che cercano l’artigianalità, il Made in Italy e il prodotto originale. Da noi vengono i figli e i nipoti dei vecchi clienti, del nonno e dello zio». Lei è la sola a gestire il negozio di famiglia? «La gestione del negozio è il mio lavoro mentre mio zio Maurizio Arancio pratica l’attività di ambulante, in tutte le piazze dei mercati oltrepadani conoscono da tempo immemorabile le nostre scarpe. Con la pandemia, ci siamo organizzati per la vendita online, allargando di fatto il giro dei clienti, certamente non si può paragonare alla vendita in negozio che consente il con-

tatto umano e un bellissimo rapporto con l’acquirente. A volte ci chiedono di confezionare scarpe su misura, le facciamo ancora, abbiamo l’attrezzatura per farle. La cosa che ci differenzia, è l’attenzione che diamo al cliente, il saperlo consigliare ed è per noi una soddisfazione sapere che tanti ci scelgono da anni». Essere riconosciuti come “Attività Storica e di Tradizione” da Regione Lombardia, è certamente una gran bella soddisfazione... «Mio zio Maurizio e io proviamo una grande emozione e gratitudine. Il nonno Carlo e lo zio Paolo, ci hanno trasmesso l’amore per le scarpe e a loro dedichiamo il premio». di Stefania Marchetti


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MORNICO LOSANA

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La “Signora delle Peonie”: «Dai petali gelatine, sciroppi e confetture» Unico fiore a essere coltivato nell’Olimpo secondo miti e leggende, oggetto di passione da più di 3000 anni, la peonia è ancora protagonista nei giardini del terzo millennio. Il fascino dei suoi fiori enormi e di sublime bellezza non è minimamente scalfito dal passare del tempo e dal mutare delle mode. Sarà anche perché le peonie sono disponibili in una varietà tale di forme e colori da trovare posto in qualsiasi situazione, dalle romantiche varietà rosa pastello da giardino dell’Ottocento, agli sgargianti fiori gialli o rosso fuoco dei nuovi ibridi orientali, dalle semplici peonie a fiore piatto a quelle sovraccariche a fiori doppi, dalle erbacee a stelo lungo alle arbustive che si fanno ammirare anche per il portamento dei rami e del fogliame. In Oriente, dove ha avuto i natali, la peonia è associata all’immortalità, ma i suoi fiori, al contrario, sono il massimo della fugacità: chi vuole godere della sua seducente fioritura dovrà accontentarsi di ammirarla per poche settimane, perché non è rifiorente. Ma in quel breve periodo, ben poche specie possono competere con lei in bellezza e sontuosità. Quale che sia la varietà scelta, i suoi fiori danno un senso di abbondanza e di perfezione, della cui presenza si avvantaggiano tutti i giardini: basta un solo esemplare a riempirli e illuminarli. Le erbacee abbelliscono le aiuole e le bordure miste mentre le arbustive, da sole, creano cespugli colorati di grande effetto decorativo. A Mornico Losana Adriana Giulia Perotti, grazie alla sua passione per questo fiore meraviglioso, è arrivata ad annoverare nel suo giardino più di 60 differenti specie di peonia e, nell’ottica di un’agricoltura circolare e sostenibile dove non si butta nulla e si ottimizzano spazi e risorse, ha pensato di creare una linea gastronomica a base di fiori di peonie. L’abbiamo raggiunta alla Fattoria delle Robinie dove, con il figlio, Cesare Malerba, produce già da molti anni zafferano.

Adriana Giulia Perotti con il figlio Cesare Malerba

Signora Adriana, come nasce la sua passione per le meravigliose peonie? «Fin da bambina ho sempre prediletto i fiori, mia mamma li amava molto e di conseguenza mi ha trasmesso questa sua passione. Sono stata poi affascinata dalla bellezza di questo fiore, così elegante, un emblema, per me, della bellezza. Pensi che ho letto che un tempo, in Cina, le spose si portavano in dote le varietà di peonie più rare, una dote molto importante. Mia mamma inizialmente ha iniziato a coltivare le più comuni, quelle che vediamo nei giardini del nostro territorio. Deve sapere che ci sono due varietà di questo fiore, le erbacee, che hanno una vita breve perché arrivano a fiorire una volta sola e poi scompaiono e le arbustive, che fioriscono anche loro una volta sola ma poi tengono i loro rami e hanno una loro eleganza anche senza fiori e foglie durante l’inverno». Lei ha sempre vissuto qui a Mornico, in collina, in mezzo alla natura? «No, siamo originari della pianura, di Bastida Pancarana, con mio marito avevamo progettato insieme questa casa in campagna e quando è venuto a mancare, mi sono trasferita qui con mio figlio ed ho iniziato

a piantare piante e fiori nel giardino ed in particolare una decina di varietà di peonie. Ho anche la passione per la pittura, sono autodidatta e, mi creda, è un’emozione vederle fiorire e poterle ritrarre. Avevo sentito parlare delle proprietà cosmetiche dei fiori di peonia; infatti lo stesso centro dove le acquistavo, aveva dedicato una parte alla cosmesi con prodotti a base di questo fiore. Ho continuato ad incrementare la mia collezione nel corso degli anni con specie anche rare fino ad arrivare ad una sessantina di piante. E devo dire con orgoglio che nel momento della fioritura il mio giardino è proprio bello!». Come le è venuta l’idea di utilizzare questi fiori in cucina? «Mio figlio Cesare appena superati i 40 anni, al culmine di una brillante carriera nel settore commerciale per una multinazionale farmaceutica con base nell’hinterland milanese, sempre in giro per il mondo, un giorno ha detto basta e ha deciso di lasciare tutto per produrre zafferano! Era stanco della vita stressante, ha preso l’auto, ha ispezionato la terra attorno alla cascina della nonna, qui a Mornico e ha capito che poteva fare crescere il suo

progetto. Ci voleva solo tanta passione e devo dire che lui ne ha proprio tanta. Attualmente produce grande quantità di zafferano e, avvalendosi della collaborazione di laboratori del territorio, elabora diversi prodotti naturali come miele, marmellate, sciroppi e molto altro, tutto a base di questo prezioso “oro giallo”. Le peonie sfioriscono presto, soprattutto quando piove, sono molto delicate ed allora ho detto a mio figlio che era un peccato vedere tutti i petali che andavano sprecati, una volta caduti. Noi già collaboravamo con Laura Marchesi che ha un laboratorio artigianale di pasticceria a Voghera. Mi sono confrontata con lei ed abbiamo deciso di fare una gelatina, uno sciroppo ed una confettura a base di fiori di peonia. Man mano che i petali cadevano, li raccoglievo in un sacchetto e li portavo a Laura che ha iniziato a produrre. Le peonie non sono molto profumate ma alcune hanno un sentore molto dolce, a volte agrumato». Avete ottenuto buoni risultati? «I prodotti ottenuti sono veramente favolosi, confetture e gelatine veramente particolari e poi lo sciroppo. Si può utilizzare in purezza sul gelato e sulla macedonia di frutta. Io l’ho usato diluito in acqua come bevanda estiva ed oltre ad essere molto gradevole, mi ha aiutato anche dal punto di vista cosmetico. La mia pelle è diventata più fresca e liscia grazie alle proprietà idratanti, ne ho tratto veramente beneficio. Mio figlio poi, ha inserito i petali di peonia disidratati nel risotto predosato con lo zafferano che già produceva e ha ottenuto un risultato ottimo. Inoltre i petali essiccati possono essere utilizzati per infusi e tisane. La gelatina ai fiori di peonia si sposa molto bene con i formaggi ed anche con il carpaccio di pesce crudo. La confettura ha una base di mela renetta e viene aromatizzata con i petali delle peonie più profumate, anche lei ottima con formaggi e bolliti.


MORNICO LOSANA Tutti i prodotti sono rigorosamente biologici ed hanno avuto un successo strepitoso quest’anno quando li abbiamo presentati, le persone oggi sono sempre più alla ricerca di prodotti naturali, provenienti dalle piante e così li abbiamo venduti tutti». In futuro quindi, visto il successo, prevedete di affiancare campi di peonie ai campi di zafferano? «Ah guardi, qui bisogna chiedere a mio figlio, è lui che si occupa di persona dell’azienda». Signor Malerba che caratteristiche ha la sua azienda? «Il nostro progetto è quello della sostenibilità, agricoltura circolare, non si butta mai niente, e biodiversità. Ed è proprio da questo che è nato il progetto delle peonie. Magari vedremo di aggiungere altre varietà ma quello che ci interessa non è la quantità, è la qualità del prodotto naturale, fatto in modo artigianale. Io sono molto dinamico e curioso e questo è anche quello che mi ha spinto 8 anni fa a coltivare lo zafferano. Devo precisare che nella mia azienda non uso chimica ma dei microorganismi effettivi che sono dei batteri riprodotti in modo naturale che per il criterio della prevalenza vanno ad espletare un’azione sinergica e convertono i patogeni in positivi, quindi vanno a fare del bene alla pianta, a creare una simbiosi. Le avrà già detto mia mamma che facevo un altro lavoro prima, però ho voluto tornare alla mia terra, dove già da bambino mi dilettavo a lavorare in questa azienda di proprietà di mia nonna materna.

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Ho sempre amato questo posto che era un’azienda agricola vitivinicola. Attualmente la mia è l’unica azienda che non produce vino nella zona. Avendo lavorato nel settore farmaceutico, ho appreso delle straordinarie virtù dello zafferano che è la spezia al mondo più antica e più ricca di proprietà terapeutiche. Ho condotto delle ricerche sul terreno per vedere se era adatto alla produzione e ho appreso che era ben drenato e molto ricco di nutrienti. E quindi sono partito e ho ottenuto risultati eccellenti. Ho scelto la strada più lunga che è anche quella più naturale e vicina al mio modo di pensare. Volevo uno zafferano da pistilli essiccati naturalmente. È un procedimento lungo, lento, per certi versi faticoso e sicuramente impegnativo. Ma ci sono arrivato». Lei è tornato sulle colline del l’Oltrepò Pavese e sta avendo grandi soddisfazioni dal suo lavoro, ma secondo lei, il nostro territorio è abbastanza valorizzato e tenuto in considerazione dalla politica e dalle istituzioni? «Siamo un territorio un po’ dimenticato, il paesaggio è molto bello ed accogliente, non abbiamo nulla da invidiare alle Langhe o alla Franciacorta per esempio. In sostanza non riusciamo a far decollare l’Oltrepò a causa della mancata collaborazione tra la gente e soprattutto tra i produttori della zona. C’è molta invidia, non c’è competizione costruttiva, non si riesce a fare sistema. “C’è il mio e c’è il tuo”, non esiste “il nostro”».

Cosa si può fare, secondo lei, per ovviare a questa problematica? «Bisogna fare rete in modo orizzontale e verticale, cioè coinvolgere non solo i piccoli produttori ma anche enti, ristoranti, negozi, riuscire a creare una filiera, un percorso dal campo al consumatore. E poi soprattutto, cosa che io sto facendo con tutte le mie forze, portare gente nel nostro territorio a visitare le nostre realtà agricole, creando eventi e momenti di aggregazione. Un turismo slow che dia la possibilità alle persone di conoscere il territorio e degustare e apprezzare i suoi prodotti. Penso che negli ultimi due anni, a causa della pandemia, le persone abbiano capito che non c’è bisogno di andare troppo lontano per passare un fine settimana all’insegna della natura, dello sport e della buona tavola. Non dimentichiamo che siamo ad una mezz’ora di macchina da Milano… Quello che la politica dovrebbe fare è occuparsi un po’ di più del nostro territorio e stanziare dei fondi per tenere meglio strade e sentieri che spesso sono impraticabili e scoraggiano i turisti». Quale consiglio darebbe ai giovani che stanno facendo un percorso di studi agrari? «La campagna è un mondo salubre, protetto e le colture innovative che si stanno diffondendo in questo periodo come lo zafferano, la lavanda e le erbe aromatiche sono opportunità da cogliere da parte dei giovani perché permettono di diversificare; abbiamo tante aziende agricole, soprat-

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tutto vitivinicole che stanno chiudendo perché non sono riuscite a diversificare. E, nel mio caso, lo zafferano permette di avere una buona redditività e quindi di continuare a pensare a nuovi progetti in azienda. Ci sono tanti terreni incolti che hanno bisogno di tornare a produrre e a me piacerebbe vedere colorarsi un po’ di viola non solo le campagne di Mornico ma anche altre parti di Oltrepò. Ho anche un sogno nel cassetto e penso che ci arriverò. Vorrei aprire un’agri-degustazione per offrire percorsi degustativi e sensoriali ai visitatori. Ai giovani auguro di saper rischiare con passione per ottenere le migliori soddisfazioni». di Gabriella Draghi


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«L’Oltrepò non riesce a garantire le rese utili a remunerare il lavoro agricolo» Esattamente due anni fa intervistammo l’agronomo Angelino Mazzocchi di Cigognola, il quale ci illustrò un’interessante analisi sull’andamento dei prezzi delle uve Pinot Nero, Riesling e Croatina dal 1973 al 2017. Lo abbiamo nuovamente incontrato per fare il punto della situazione sull’andamento dei prezzi delle uve, alla luce di nuovi dati che si basano sui prezzi al quintale liquidati da Terre d’Oltrepò dal 2016 al 2020 e sull’analisi di una serie di valori estratti dagli ultimi cinque bilanci della cooperativa oltrepadana, della quale in questi giorni si è tenuta l’assemblea in cui i soci hanno espresso il loro voto approvando e bocciando i vari punti all’ordine del giorno. Mazzocchi, due anni fa esaminò con noi l’andamento dei prezzi delle uve dell’Oltrepò Pavese dal 1973 al 2017. In questi ultimi due anni, come si è evoluta la situazione? «Più che di evoluzione bisognerebbe parlare di devoluzione. La situazione dei prezzi è sempre più critica. In questo territorio non c’è un’azienda che riesca a staccarsi da questa situazione piuttosto debole: anche chi paga di più, lo fa con una differenza minima di pochi euro. Come, per esempio, il caso di Torrevilla, che negli ultimi anni sembra essersi ripresa ed aver decisamente migliorato la sua situazione finanziaria: però anche i prezzi di questa cantina, sebbene siano più alti della media, sono ancora lontani dal giusto valore delle uve. Il prezzo superiore alla media non è dato da un “valore aggiunto”, ma dal fatto che sono le altre cantine, come per esempio Terre d’Oltrepò, a pagare sempre meno.

E pensare che Broni, nei primi anni 2000, pagava 10\15 euro in più della media…». E per quanto riguarda la raccolta in cassetta? «Sono certamente più alti, ma va anche considerato che un’azienda non potrà mai fare bilancio puntando alla sola raccolta in cassetta. In rapporto con le altre uve, le quantità richieste dalle cantine sono ancora troppo basse. Ad oggi, la raccolta in cassetta, non riesce a trainare economicamente le aziende conferitrici o coloro che vendono uve sul mercato: riescono solo quelle piccole aziende che sono riusci-

te ad incentrare la loro produzione quasi interamente su questa tipologia, ma sono veramente poche. Per un’azienda media oltrepadana, la raccolta in cassetta è solo marginale, visto che è soggetta a costi ulteriori di tempo e manodopera. Quindi, a netto dei costi, la differenza tra le uve raccolte in cassetta e le altre tipologie si riduce non di poco». Lei ha preparato un prospetto interessante che mette a confronto i prezzi delle uve di Terre d’Oltrepò nel 2016 e nel 2020. Come analizzerebbe questi dati? «Abbiamo tre varietà, il Riesling Italico,

il Moscato e il Pinot Grigio, che hanno perso il 30% del loro valore in soli cinque anni, mentre le altre uve hanno perso leggermente meno, come il Pinot Nero e le uve rosse, che però erano già basse all’epoca. Il Pinot Nero DOCG nel 2016 veniva retribuito 66 euro al quintale, oggi 59 euro, e stiamo parlando di una DOCG. In altre zone d’Italia non si verificherebbe una situazione del genere. Parlando complessivamente, il prezzo medio delle uve 2016 era di 56,40 euro al quintale, nel 2020, invece, 44,80 euro: una differenza non indifferente di quasi 12 euro.


BRONI

A questo prospetto, va aggiunta un’interessante analisi inviatami dell’Ing. Bardone, relativa all’andamento dell’azienda negli ultimi cinque anni». Quest’analisi quali dati contiene? «Sono dati estratti dai bilanci precedenti, quindi alla mano di tutti. Tra i valori che balzano subito all’occhio troviamo il fatturato: nel 2015 era pari a 41,56 milioni di euro, fino a scendere a 30,85 milioni nel 2020 e poi risalire quest’anno a circa 35,1 milioni. Ma siamo ancora molto lontani dai 46 milioni del 2014. Il fatturato è in salita, ma anche i debiti verso le banche. Nel 2015, il debito era di 6,15 milioni di euro: nel 2021 siamo saliti a 14,7 milioni. Su un’azienda di queste dimensioni non è un dato particolarmente critico, perché è un valore, sebbene alto, che potrebbe essere considerato non allarmante. Che pesa di più, a mio parere è il fondo rischi». In che senso? «Il fondo rischi è passato da 5,43 milioni di euro a 180 mila euro nel 2020. Nel 2021 siamo leggermente saliti a circa 480 mila euro. Questo “svuotamento”, probabilmente, è stato voluto per non aumentare troppo il debito». Mentre per quanto riguarda gli utili e le perdite? «Nel 2020 si era registrata una perdita di circa 260 mila euro, mentre nel 2021 ci sarebbe un utile di circa 32 mila euro. Aumento sensibile, dato anche dall’aumento del fatturato.». Più in generale, qual è la sua analisi?

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«Non limitatamente al caso di Terre d’Oltrepò, questo territorio non riesce a garantire quelle rese utili a remunerare il lavoro agricolo. Se si analizzano questi prezzi, si nota che quelli che hanno avuto un andamento migliore riguardano il Sangue di Giuda, che nel 2021 sarebbe tornato a circa 65 euro al quintale, come nel 2016. Ma se si guarda il disciplinare, che permette una resa di 105 quintali ettaro, si raggiunge una cifra pari 6800 euro all’ettaro. A differenza di altre zone, dove si raggiungono facilmente i 10.000 euro perché le rese sono più alte o il prezzo delle uve è più alto. Quindi le soluzioni sarebbero due: o si alzano le rese, ma questa è una strada agronomicamente impraticabile, dato che sarebbe impossibile irrigare o effettuare altre operazioni utili all’aumento reale del quantitativo, oppure alzare i prezzi. Tenendoli così bassi nessun’azienda riesce a bilanciare i costi, soprattutto in previsione di un 2022 che sarà segnato da un aumento dei costi generalizzato che inciderà non poco su tutta la produzione, dai fitofarmaci ai fertilizzanti, passando per il gasolio ai materiali di consumo. Un incremento che non riguarderà solo il settore agricolo, ma tutto il comparto produttivo». Perché secondo lei, nonostante una vendemmia quantitativamente non ottimale, i prezzi non sono saliti più di tanto? «Quest’anno c’è stata un po’ di vivacità di mercato sulle uve rosse, ma sulle uve bianche nulla di rilevante, che sono risul-

tate difficili da piazzare sul mercato. Anche per quelle destinate al metodo classico ci sono stati un po’ di problemi. Noi siamo la prima zona italiana per la produzione di Pinot Nero, ma non abbiamo più lo sbocco commerciale che avevamo in passato. Il metodo classico, a sua volta, faceva da traino anche per il Pinot Nero metodo Martinotti, più economico, ma pur sempre di alta qualità. Ora il consumatore ha ripiegato sul Franciacorta e sul Prosecco, creando una diminuzione incisiva di domanda di spumante oltrepadano. Abbiamo un territorio che fortunatamente si presta per alla coltivazione di tante diverse qualità, ma questo paradossalmente ci ha danneggiato perché non si è mai puntato solo ed esclusivamente su una sola uva o un solo vino. Come ho detto anche nella scorsa intervista, l’unico segmento ancora libero su cui potrebbe valere la pena di puntare è il Cruasè Pinot Nero Rosè DOCG». Un breve accenno su quanto accaduto durante l’ultima assemblea soci di Terre d’Oltrepò. Qual è la sua analisi a riguardo? «C’è poco da dire: erano presenti solo circa 200 soci su circa 650. L’unico punto approvato riguardava il bilancio, con circa 128 voti favorevoli e 48 contrari e 28 astenuti. Va segnalato che il bilancio 2021 comprende l’incorporazione di “Valle della Versa srl” e la rivalutazione dei terreni e degli immobili delle cantine di Casteggio e di Santa Maria della Versa.

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Angelino Mazzocchi, agronomo di Cigognola

La maggior parte degli interventi dei soci erano indirizzati sui valori troppo bassi delle uve, facendo emergere così un malcontento generale della compagine societaria. Gli altri punti all’ordine del giorno, che riguardavano aumento del capitale, sanzioni per chi non conferiva le uve e il gettone di presenza ai consiglieri e ai membri del comitato esecutivo sono stati tutti bocciati. Diciamo non benissimo…». di Manuele Riccardi



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Milena Tacconi: «Mi occupo di queste dinamiche da decenni» è fresca di insediamento la prima Consulta Welfare per la Famiglia e il Volontariato del Comune di Stradella. Costituita ad inizio legislatura non aveva ancora avuto modo di prendere avvio a causa dei lockdown e delle complicanze dovute al Covid - 19. Solo ad inizio mese si è ufficialmente insediata con la partecipazione di quasi trenta associazioni locali che si occupano di tematiche sociali. Abbiamo voluto approfondire i loro obbiettivi e progetti insieme alla presidente Milena Tacconi. Tacconi da quanto tempo si occupa fattivamente di sociale? Ci vuole parlare delle sue esperienze? «Ho avuto molte esperienze nel campo delle associazioni, mi occupo di queste dinamiche da decenni. Nel 2007 e nel 2008, ho costituito l’associazione “Autismo Pavia” per poi passare, 7 anni fa, alla creazione della nostra locale associazione “Amici di Teo”. Mi sono sempre occupata di autismo perché conosco bene il problema avendo anch’io un figlio autistico di 19 anni e il mio impegno è sempre stato rivolto a questa tematica. Le mie esperienze pregresse derivano quindi da questi miei coinvolgimenti. Posso dire di aver partecipato anche alla Onlus dei genitori “Il Dosso Verde” che si occupa di riabilitazione». La Consulta è partita in ritardo, causa Covid, rispetto al previsto... come ha usato questo periodo di “pausa”? «Per le associazioni, come per tutti, il periodo della pandemia è stato un periodo di standby forzato. Ovviamente le priori-

tà erano altre... abbiamo quindi deciso di usare questi mesi per fare “il punto della situazione” in vista della ripartenza, esaminando varie situazioni e vari progetti che meritavano la nostra attenzione. In questo momento in cui c’è molta più libertà siamo finalmente attivi e stiamo cercando di realizzare quanto ci siamo prefissati. Uno dei progetti che considero maggiormente di impatto è “L’autismo nella scuola” volto a portare la nostra esperienza a insegnati, maestri di sostegno e alle famiglie con figli autistici per far si che il periodo scolastico possa essere vissuto in maniera ottimale dai nostri ragazzi». I primi progetti o tematiche alle quali indirizzerete gli sforzi quali sono? «Essendoci appena insediati abbiamo avuto pochissimo tempo per metterci all’opera, tuttavia sto cercando di fissare il primo incontro vero e proprio per la fine di novembre per discutere quali sono le priorità e come attivare i nostri sforzi. Nel momento del mio insediamento ho chiesto esplicitamente, ai vari presidenti delle associazioni che ne fanno parte, che la mia sia una “carica condivisa”: è vero che serve un presidente ma non voglio essere una figura meramente rappresentativa, punto a coinvolgere tutti nella maniera più ottimale ai nostri obbiettivi per far si che la coesione produca risultati tangibili nelle nostre aree di intervento. In questa fase voglio che tutti esprimano le proprie idee e indichino in che modo si sentono di aiutare al meglio». In quali settori Stradella come comu-

Milena Tacconi, presidente della Consulta Welfare per la Famiglia ed il Volontariato

ne e associazioni sta facendo bene e in quali invece deve migliorare? «Nella Consulta convergono numerose associazioni quali l’associazione dell’oratorio, dei genitori del Gavina, i rappresentanti della Croce Rossa, dell’Auser, dell’Oftal, dell’Università della Terza Età e molti altri. Siamo veramente, e fortunatamente, numerosi, per questo mi aspetto e chiedo che chiunque tra di noi abbia idee o modalità per realizzarle si faccia avanti. Dobbiamo capire, partendo dalla nostra esperienza come diretti promotori, cosa funziona e cosa invece si deve modificare. Dobbiamo inoltre unirci sia come persone che come ideali per avere sinergia». Come saranno gestiti il lavoro e le proposte all’interno della giunta e quali fondi saranno messi a disposizione?

«Riguardo ai rapporti con la giunta, da parte dell’assessore al welfare, Dino Di Michele, stiamo ricevendo un grande supporto e ci è stata data disponibilità a partecipare ai nostri incontri per intervenire e darci consigli preziosi per raggiungere i nostri obiettivi, l’unione di due esperienze diverse può solo portare benefici. Con l’amministrazione si può lavorare senza problemi e infatti man mano saranno calendarizzate le decisioni per poi passare alla loro realizzazione. Per quanto riguarda i fondi, l’assessore si è proposto per ricercarne e metterli a disposizione per usarli al meglio dove ne avremo più bisogno... ovviamente sempre in maniera compatibile con i vincoli di bilancio». di Riccardo Valle



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Cinzia Montagna lancia a Stradella il progetto: «Riportare a casa la Minerva» La Minerva di Stradella è un manufatto risalente al primo secolo dopo Cristo raffigurante la dea. Ritrovato nel diciannovesimo secolo si trova oggi, e da anni, al Museo di Antichità di Torino. La giornalista specializzata nelle tematiche di valorizzazione culturale e territoriale Cinzia Montagna, ha proposto di allestire una mostra ad essa dedicata, chiedendola in prestito al museo torinese. Oltre a raccontarci la storia del reperto, ci ha raccontato la sua proposta. Da cosa è nata l’idea di informarsi sulla Minerva di Stradellla? «Ho vissuto per molti anni a Torino e ancora oggi abito in Piemonte, a trenta chilometri dal capoluogo, ma già in provincia d’Asti, a Buttigliera. Ho ancora la casa di famiglia però in Oltrepò, quindi conosco la zona e Stradella in particolare. Anni fa, non appena riaprì il Museo di Antichità di Torino dopo essere stato ristrutturato lo visitai ed in una stanza, non molto in vista, notai una statuetta tutt’altro che piccola, circa 71 cm, che era catalogata come “la Minerva di Stradella”. Decisi quindi di proporre all’amministrazione comunale di Stradella, tre anni fa, di riportare il simulacro a Stradella e contattai anche il museo torinese per avere informazioni su come fosse possibile ciò. In concomitanza delle scorse elezioni comunali decisi di accantonare la mia richiesta per non interferire con il corso degli eventi elettorali e successivamente ho fatto lo stesso durante il periodo Covid, non mi sembrava il momento. Ho però ricominciato recentemente a mettermi in contatto con la nuova amministrazione». Quale è la storia di questo manufatto? «Nel 1828 durante i lavori in prossimità del ponte sul Versa di Stradella, necessari a recuperare ghiaia per la pavimentazione delle strade, che all’epoca non erano asfaltate, tre operai scavando videro un simulacro: i lavori si fermarono per avvertire il Comune, che avvisò subito la sovraintendenza per dirigere i lavori di estrazione. Come accade ancora ai giorni nostri i ritrovamenti archeologici non diventano privati, bensì statali. All’epoca, il re Carlo Felice fece una ingente donazione a Stradella e il reperto venne portato a Torino, divenendo un possedimento regio. La donazione di 2250 lire, molto cospicua per l’epoca, fu da suddividere in parti non uguali tra gli operai, il messo che aveva diretto i lavori e una custode comunale che aveva conservato negli uffici la statuetta fino al trasferimento, per un totale di 250 lire e le restanti duemila donate al Comune per il potenziamento della fontana pubblica, anche se non ci sono documenti che attestino che sia davvero stato fatto. Queste informazioni le abbiamo ricavate dai documenti redatti, conservati in Comune a Stradella, dall’ecclesiastico Fermo Colli che si occupava anche di storiografia.

Inizialmente non credeva si trattasse di una Minerva, ma numerosi altri storici lo smentirono anche perché palese. Difficile capire da dove possa essere arrivata in quanto a Stradella e nei comuni limitrofi non era sviluppato il culto della Minerva e non vi è testimonianza di templi ad essa dedicata, il luogo più vicino che ne possiede uno è Travo, vicino a Bobbio, nel piacentino. Può trattarsi di un manufatto che era usato come altare da un generale oppure rubato e poi nascosto…le mie sono tutte supposizioni. Va sottolineato che lo storico e amico Ettore Cantù nei suoi testi sulla storia di Stradella ha segnalato il ritrovamento e mi ha aiutata nelle fasi di ricerca». Quali sono le problematiche del riportarla a Stradella? «Il museo di Torino non può ovviamente cedere l’opera, che gli appartiene di diritto, ma è disposto a concederla per creare una mostra per un periodo limitato. Ci sono, però, delle condizioni molto severe sulle modalità di trasporto, assicurazione, supervisione e sicurezza, nulla può essere lasciato al caso. Quindi oltre alle formalità del caso servono sostegni economici e persone che si prendano la responsabilità e gestiscano il tutto». Quali possono essere idee concrete per una mostra? «Non mi occupo di mostre, non è il mio ruolo, ma credo che le opzioni siano due. Portarla a Casteggio, che pur non essendo il luogo esatto del ritrovamento, possiede un Museo Archeologico, già a norma per esposizioni, oppure dividere la mostra in due parti, di cui una a Stradella, con la presenza della Minerva inserita in racconto espositivo di contesto, e una a Casteggio in una specie di “percorso” in due sedi tale da valorizzare il patrimonio archeologico dell’intero territorio.

Cercherei poi di coinvolgere le scuole non solo di Stradella ma anche di altri comuni. Di certo prima che accada passerà almeno un anno per via dell’organizzazione complessa. Mi sembra in ogni caso un’idea utile a far conoscere la ricchezza culturale dell’Oltrepò Pavese dal punto di vista archeologico». Abbiamo anche chiesto, per approfondire la questione, un intervento dell’assessore alla Cultura del Comune di Stradella, Dino Di Michele: Assessore “riportare a casa” la Minerva, cosa ne pensa? «Ci eravamo già interessati al manufatto che ha certamente un valore culturale importante e riconosciuto. Appartenendo di diritto al museo torinese io mi immagino, come già detto da Cinzia Montagna, di provare a portarla a Stradella per un periodo di tempo limitato e organizzare degli eventi correlati. L’ufficio ai beni culturali e i due musei di Stradella, quello della fisarmonica e quello naturalistico, sono pronti ad informarsi sulle modalità e nella realizzazione di questo evento che può essere molto importante per il nostro territorio». Quindi ci sono possibilità che venga ospitata direttamente a Stradella e non a Casteggio? «Non essendo un ritorno “eterno” è più congruo un ritorno alla città nella quale è stata scoperta altrimenti come reperto archeologico avrebbe più senso collocarlo a Casteggio in virtù del tema nel quale è specializzato, come il nostro museo naturalistico che ospita oggetti provenienti da altri luoghi dell’Oltrepò. Ci sono già stati dialoghi con la sovraintendenza e con il museo di Torino nel quale è conservato ed ora in un momento nel quale stiamo tornando alla normalità oltre al riavvio di molti progetti ricominciamo ad interessarci anche a questo». Ha in mente un periodo specifico? «Per ora no, conoscendo la “macchina amministrativa” so come diventa tutto articolato e complesso e di conseguenza non mi sento di dare una data ma auspico che il

Cinzia Montagna giornalista e scrittrice

Dino Di Michele, assessore del Comune di Stradella tutto venga programmato per un periodo dell’anno 2022 o 2023 nel quale possa essere protetto e valorizzato come richiede. L’obbiettivo è di creare un percorso con sinergie tra pubblico e privato per far si che dia alla nostra città un grande valore. Tutta la giunta ed in particolare l’assessore Andrea Frustagli si sta impegnando tantissimo nel creare queste situazioni, dalla tappa del Giro d’Italia siamo riusciti a creare delle serate con la partecipazione di sportivi ed ex sportivi non solo dal nostro territorio quindi ci metteremo all’opera anche per questa occasione». di Riccardo Valle

Il ponte sul Versa, luogo di ritrovamento della Minerva



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Partiti i lavori alla ex Cantina, «Ringrazio la famiglia Maggi, i nuovi proprietari dello stabilimento» Insieme ad Enrica Brega, al suo secondo mandato alla guida del comune di Montescano, abbiamo fatto il punto della situazione sulle opere svolte in questi due anni e mezzo di amministrazione, principalmente incentrati su lavori di messa in sicurezza del territorio e su opere utili a creare un paese a misura d’uomo, con il “sogno” dell’istituzione di un vero e proprio “Museo del Fossile”. Sindaco, ormai ci avviciniamo al giro di boa di questo suo secondo mandato alla guida del Comune di Montescano. Quali sono state le principali opere svolte dalla sua amministrazione? «In questi due anni di amministrazione abbiamo lavorato essenzialmente dando primaria importanza alla messa in sicurezza dei cittadini. Sono stati svolti lavori di regimazione delle acque e consolidamento della banchina stradale in via Montescano, finanziato col la legge regionale 9/2020 “Interventi per la ripresa economica” per un valore complessivo di 100.000 euro. A questo primo lotto vanno ad aggiungersene altri tre, finanziati e cofinanziati con contributi statali e regionali per un totale di 250.000 euro, di cui solo 50.000 euro a carico dell’amministrazione comunale, investiti per la realizzazione di un marciapiede che collega il capoluogo con l’IRCCS Maugeri. Un quinto lotto, destinato all’ultimazione medesima opera, è previsto nel 2022, utilizzando i fondi della legge 27 dicembre 2019 n.160, per una cifra prevista di 50.000 euro». Molti comuni in questi anni hanno progettato e programmato diversi interventi per la regolazione della regimazione idrica, al fine di ripristinare i danni causati dalle forti perturbazioni che nell’estate 2019 hanno colpito l’Oltrepò orientale. Come amministrazione, quali interventi avete svolto? «Le forti perturbazioni verificatesi negli ultimi anni hanno causato diverse frane e smottamenti sul territorio comunale, costringendoci ad intervenire al più presto con opere di regimazione idrica. Il torrente Rile, e i suoi affluenti, sono stati messi in sicurezza, con lavori di pulizia, rettifica dell’alveo e consolidamento delle sponde, nonché con la costruzione di una vasca di sedimentazione. Queste opere, suddivise in quattro lotti differenti, sono state finanziate quasi interamente con fondi statali, per un totale complessivo di 272.000 euro. Sono inoltre in fase di aggiudicazione i lavori di ripristino delle condizioni di deflusso dei fossi Molinazzo e Cappellazzo, finanziati per circa 80.000 euro». Per quanto riguarda il risparmio energetico e il decoro urbano avete in previsione qualche intervento? «Attraverso il Bando Axel, abbiamo ottenuto un finanziamento di circa 25.000 euro per il posizioneremo diversi pannelli foto-

Enrica Brega voltaici sopra il centro polifunzionale. Abbiamo approvato lavori di riqualificazione della piazza del Municipio e di altre aree, finanziati con i fondi della legge di bilancio 2020, per un totale di 50.000 euro, ai quali vanno ad aggiungersi i lavori, già finanziati, di messa in sicurezza del cimitero di Pozzolo». A proposito di decoro urbano, finalmente sono iniziati i lavori all’ex cantina di Montescano, rimasta inattiva e abbandonata da più di cinque anni… «Dopo il fallimento di “La Versa”, l’enopolio dell’ex cantina di Montescano è rimasto in uno stato di semi abbandono fino all’ultima asta fallimentare, quando finalmente ha trovato un acquirente. Ringrazio a nome di tutta la comunità la cantina “La Torre” della famiglia Maggi, nuovi proprietari dello stabilimento, che stanno facendo una grande opera di ristrutturazione e bonifica dell’area, rimuovendo dalla struttura tutto l’amianto presente sui tetti e sostituendolo con coperture d’alluminio. Da quanto mi è stato riferito, a breve sarà completata anche la riqualificazione della facciata e dell’ex Wine Point». Finalmente stiamo assistendo ad un progressivo ritorno alla normalità: quali sono gli eventi previsti nei prossimi a Montescano? «Purtroppo, come ben sappiamo, a causa della pandemia non è stato possibile organizzare i soliti eventi in collaborazione con la Promontescano, che negli anni precedenti avevano sempre riscosso un grande successo e affluenza. Nel mese di maggio il nostro comune è stato attraversato dalla tappa oltrepadana del Giro d’Italia e per questo abbiamo partecipato all’evento “Oltrepò in giro” organizzato dal Comitato Eventi Sportivi Oltrepò. Ultimamente stiamo collaborando ad iniziative che ci vengono

proposte dai singoli operatori commerciali, dando il nostro patrocinio o supporto. Alcuni produttori di vino hanno organizzato indipendentemente diversi eventi, portando sul nostro territorio molte persone provenienti da diversi bacini d’utenza. Il 21 novembre patrocineremo la prima edizione di “Aspettando il Natale”, organizzato dalla Promontescano in collaborazione con l’Associazione La Casa della Cultura. L’idea è di proporre un evento basato sulla formula dei mercatini di Natale, chiudendo Via Piane, dove verranno posizionati gli stand di oltre 25 espositori. Sarà possibile pranzare con polenta, salamino e zola, torte fate in casa e, nel pomeriggio, castagnata con la Schita dell’Oltrepò Pavese preparata dai volontari della Pro Loco di Stradella». Prima abbiamo parlato della pulizia del Rile, ma non tutti sanno che in prossimità di questo corso d’acqua in passato sono stati ritrovati diversi fossili, che sono tuttora esposti al pubblico. Di cosa si tratta? Quali progetti avete in merito? «All’ultimo piano dalla casa comunale da

diversi anni è allestita un’esposizione permanente di fossili scoperti a Montescano dal ricercatore naturalista Antonio Zucconi. Questi reperti minerali sono stati rinvenuti nella Valle del Rile Monzone e comprendono fossili di legni e foglie del periodo preistorico del Messiniano. Un’esposizione che merita di essere visitata e alla quale noi teniamo particolarmente. A breve partirà l’iter in Regione per il riconoscimento come museo: sarà ulteriore passo avanti per la promozione turistica e culturale della nostra vallata». Come vede la Montescano del futuro? «La nostra amministrazione mette al centro del proprio operato le persone e i cittadini di Montescano, i quali devono essere ascoltati per poter soddisfare al meglio le loro richieste e i loro bisogni: soltanto insieme a loro, e tessendo relazioni autentiche, potremo costruire un paese sempre più a misura d’uomo». di Manuele Riccardi


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Pietra de’ giorgi

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Abelli: «Il loro scopo? Far commissariare il Comune o tenermi al guinzaglio» L’ultimo consiglio comunale di Pietra de’ Giorgi non è stato un consiglio qualunque ma un vero e proprio ammutinamento con la fuoriuscita dal gruppo di maggioranza di cinque consiglieri (tra i quali l’ex vicesindaco Gianmaria Testori) e la creazione di una nuova maggioranza, con l’inserimento di ex consiglieri di minoranza e la nomina di un nuovo vicesindaco. I consiglieri fuoriusciti hanno accusato il sindaco di essere stati poco coinvolti nell’amministrazione comunale, con scelte poco condivise dal resto del consiglio. Scongiurata l’ipotesi del commissariamento e delle elezioni anticipate, abbiamo chiesto alcune delucidazioni al sindaco Fabrizio Abelli, che ci ha raccontato il suo punto di vista, chiarendo alcuni passaggi e spiegando come si è arrivati a questo punto di rottura e di svolta. Abelli, nelle ultime settimane l’amministrazione di Pietra de’ Giorgi è più volte finita sulla stampa locale, dopo una forte presa di posizione del “suo” ex vicesindaco e di parte della maggioranza. Come si è arrivati a questo punto di rottura? «Nel corso di questi primi anni di mandato c’era stato qualche dissapore, soprattutto con l’ex vicesindaco, ma mai avrei pensato che si potesse arrivare a ciò. Abbiamo sempre lavorato lasciando la porta aperta, cercando di coinvolgere tutti i componenti del consiglio. Nonostante ciò, all’improvviso ci viene recapitata una lettera in cui quattro consiglieri della ex maggioranza annunciavano l’uscita dal gruppo consigliare e la costituzione di uno autonomo. A questi, il giorno successivo, si è aggiunto l’ex vicesindaco Testori, che avrebbe saputo della decisione dalla stampa locale». Quali sono le motivazioni di questa loro scelta? Quali accuse le sono state rivolte? «Le accuse a me rivolte sarebbero quelle di non andare incontro alle esigenze del paese e dei cittadini, di essere poco trasparente e poco comunicativo con i consiglieri. Al di là del fatto che tali accuse, soprattutto su carta stampata, sono al limite della diffamazione, è chiaro che questa “coltellata nella schiena” non può essere data per ottenere un dialogo costruttivo, in quanto la collaborazione si cerca in un altro modo. Si è trattato di una prova di forza che, a mio parere, poteva avere due scopi ben precisi: o commissariare il comune, con l’intento di andare ad elezioni anticipate, oppure tenermi al guinzaglio, dimostrando di avere un peso non indifferente essendosi formati nella ex maggioranza due gruppi distinti composti da cinque consiglieri “dissidenti” contro tre». Quindi c’è ancora il rischio di un commissariamento e di elezioni anticipate? «A fronte di questa decisione di creare un nuovo gruppo consigliare autonomo, mi sono incontrato con i due consiglieri che

Rottura in maggioranza: Vicesindaco e 4 consiglieri lasciano

Fabrizio Abelli, eletto sindaco nel 2019

mi hanno confermato la fiducia, rimanendo coerenti, e abbiamo deciso confrontarci con i due gruppi di minoranza, per evitare questa continua minaccia di commissariamento che, più che danneggiare me, avrebbe danneggiato ancor di più il comune e tutti i nostri cittadini. Per questo motivo, dato che con la minoranza c’è sempre stato un rapporto di rispetto reciproco, abbiamo trovato diversi punti di convergenza, decidendo di proseguire insieme per il bene del comune». Sempre sulla stampa locale e sui social, nei giorni scorsi, è uscita una dichiarazione dell’ex vicesindaco Testori nel quale chiariva che non vi era nessuna volontà di commissariamento, ma solo di voler aprire un dialogo «È stato anche detto che questa loro presa di posizione ha finalmente “sbloccato dei progetti fermi da tempo e dei quali più volte avevano sollecitato la realizzazione e per i quali la precedente amministrazione aveva ottenuto i finanziamenti necessari alla realizzazione”, ma questo non è assolutamente vero. I progetti già approvati e finanziati dall’amministrazione precedente sono stati tutti terminati e non vi è più nulla in sospeso. Anzi, a dire il vero, stiamo provvedendo a sistemare alcune situazioni che la vecchia amministrazione non aveva mai affrontato, come la sistemazione dell’ambulatorio di Scorzoletta». Quali sono stati, secondo lei, i punti di scontro con l’ex vicesindaco e i consiglieri “dissidenti”? «L’ho spiegato anche nell’incontro pubblico che abbiamo organizzato per chiarire ai cittadini l’attuale situazione. C’è stato qualche timido tentativo di dialogo in questi anni di amministrazione, cercando di fare le cose insieme con una certa condivisione di idee, ma da subito avevo notato questa irremovibilità decisionale, probabilmente data anche dal fatto che, essendo stato sindaco per quindici anni, a Testori questa sua nuova posizione da vice gli sta un po’ stretta.

Mi sono trovato in difficoltà, più di una volta, nel portare a termine determinate decisioni. Secondo me, tra i principali punti di rottura, c’è stata la decisione di rendere a pagamento il trasporto scolastico. La nostra scuola elementare raccoglie bambini da Pietra de’ Giorgi, Lirio, Rocca de’ Giorgi, Cigognola, Broni, Montalto e perfino da Santa Giuletta. Il trasporto scolastico è sempre stato gratuito per tutti, anche per chi viene da fuori, ma ad oggi non è più legittimo: la Corte dei Conti ha stabilito che si può mantenerlo gratuito solo se vi siano interesse di ordine pubblico e con aliquote graduate in base al reddito. Noi abbiamo cercato di venire in contro il più possibile alle famiglie, alzando i parametri per l’esenzione da 6.000 a 10.000 euro. Questa, secondo me, è stata la miccia che ha innescato il tutto, dato che questi consiglieri erano contrari, ma era impossibile fare in modo differente dato che è la legge che lo impone. Quando all’assemblea dell’Unione dei Comuni ho proposto di far pagare il pulmino, questa proposta è passata all’unanimità: unico assente proprio Testori. A dimostrazione che le decisioni prese sono sempre condivise». Parlando di Unione dei Comuni, com’è il rapporto con le altre amministrazioni? «L’Unione funziona bene. C’è un bel rapporto di collaborazione e condivisione, a differenza di quanto accadeva in precedenza». Prima ha citato l’ambulatorio di Scorzoletta: tra le varie accuse ci sarebbe anche la chiusura di questo ambulatorio. Come mai questa decisione? «Innanzitutto, voglio precisare che l’ambulatorio di Scorzoletta non è stato chiuso, a differenza di quanto dichiarato dai consiglieri che hanno abbandonato la maggioranza. L’ambulatorio è a disposizione di due medici di base: solo due mesi fa, sono venuto a conoscenza che uno dei due dottori, per scelte personali, riceve i pazienti solo a Pietra de’ Giorgi. Abbiamo perciò deliberato di iniziare dei lavori di risanamento, che dovevano già essere svolti dall’amministrazione precedente, eliminando l’umidita da anni presente nell’ambulatorio, attraverso la posa di un vespaio. Certamente, a lavori terminati, tornerà pienamente operativo. Tra l’altro sono stato anche accusato di aver chiuso l’Auser: tale associazione è composta da soci volontari, totalmente indipendenti, in cui il comune non ha alcuna voce in capitolo se non rico-

noscendo qualche contributo economico. Diverse soci, per scelte personali, hanno deciso di abbandonare, ma so che stanno per arrivare nuovi volontari e presto anche l’Auser tornerà a svolgere le sue attività di volontariato». Parliamo invece di quanto fatto dalla sua amministrazione in questi anni. «Nonostante la pandemia, abbiamo portato a termine diversi progetti. A causa del Covid, sono arrivati (e stanno arrivando) diversi finanziamenti statali e regionali a fondo perduto, con i quali stiamo sistemando le strade comunali e interpoderali, la regimazione idrica dei fossi più a rischio e la messa in sicurezza del territorio. Sono stati svolti anche lavori per la sistemazione dell’illuminazione pubblica. Sebbene Pietra de’ Giorgi sia un comune piccolo, con circa 800 abitanti, ha una grande estensione territoriale, per cui i lavori di manutenzione sono tanti». Quali sono, invece, i progetti appaltati o in vie di programmazione? «Amplieremo l’illuminazione pubblica installando lampioni dove ora mancano. Proseguiremo con la manutenzione delle strade, con nuove asfaltature, la sostituzione dei guardrail obsoleti e l’installazione di attraversamenti pedonali rialzati alla Scorzoletta, sulla strada provinciale dove la velocità di transito delle automobili è ancora troppo elevata e pericolosa. Sempre per quanto riguarda la sicurezza del cittadino, provvederemo con l’installazione di ulteriori telecamere di videosorveglianza nelle aree del comune ancora sprovviste». Quali sono, invece, i progetti per valorizzare il paese? «Pietra de’ Giorgi è un paese caratteristico. Quello che può fare il comune riguarda solo le aree pubbliche, con la manutenzione delle aree verdi e la sistemazione delle strade, ma serve anche la collaborazione dei privati, soprattutto per quanto riguarda la ristrutturazione delle case. L’idea è quella di valorizzare al meglio in nostro cantinone medievale, con eventi organizzati in collaborazione con i vari enti di promozione. Abbiamo inoltre in progetto la creazione di una scalinata artistica che porti dal parcheggio inferiore alla piazza del Municipio, con la volontà di dedicarla al Milite Ignoto, al quale quest’anno abbiamo conferito la cittadinanza onoraria».

di Manuele Riccardi


OLTREPò PAVESE

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Pet terapy con pazienti affetti da SLA, «I primi in Italia a lavorare con questa tipologia» Rossella Davia, nata e cresciuta a Voghera dove vive, alleva pastori svizzeri con alcuni dei quali pratica la pet terapy nei vari istituti dell’ Oltrepò Pavese. In cosa consiste la pet terapy? Fu grazie agli studi dello psichiatra Boris Levinson che nel 1961 si cominciò a parlare di questo tipo di terapia. Lo psichiatra si rese conto, in maniera casuale, come la presenza del proprio cane fosse di beneficio a livello psicologico e comportamentale, ad un suo piccolo paziente autistico. Fu dimostrato attraverso le sue ricerche che, con l’ aiuto di amici del mondo animale (cani, gatti, conigli, etc. ) si poteva migliorare notevolmente la psicoterapia. Per conoscere più da vicino Rossella Davia che, fin da piccola, ha coltivato la passione per i cani tanto da arrivare a farne il proprio lavoro, e farci raccontare la sua storia, siamo andati a trovarla presso il suo allevamento chiamato “La Selva dei Lupi”. Rossella quando è nata la sua passione per i cani? «Sono la mia passione da tutta la vita, il mio primo cane l’ ho avuto all’ età di due anni e poi in seguito ne ho avuti tantissimi». A che età ha cominciato a lavorare con loro? «Ho iniziato molto presto, avevo quattordici anni e facevo la volontaria al canile di Voghera. Poi decisi di fare dei corsi di specializzazione: ho attestati come educatore cinofilo e coadiutore del cane. Col tempo mi sono resa conto che il mio desiderio era dedicare la mia vita alla mia passione, per cui ho posto delle basi in questa direzione. Mi sento una persona realizzata, soddisfatta del proprio lavoro a mio parere il più bello del mondo e, nonostante la grande fatica che provo ogni sera tornando a casa dopo un’intensa giornata di lavoro son molto contenta». Quanto impegno richiede in termini di tempo questo tipo di lavoro e perché ha scelto in particolar modo i pastori svizzeri? «Quando parliamo di impegno e di tempo, parliamo di trecentosessantacinque giorni l’anno, dalla mattina alla sera. Per quanto riguarda la scelta del cane, ho sempre avuto cani da pastore ma erano maremmani. Ne ho tenuti diverse generazioni, ma quando se ne andò l’ultimo, decisi di optare per un tipo di cane più semplice e più equilibrato detto in gergo. All’epoca avevo già tre figli, il più piccolo aveva pochi mesi, per cui il tempo da dedicare all’ educazione dei cani si era ridotto. educare un maremmano richiede parecchio tempo. Così la ricerca di un cane più semplice mi portò al pastore svizzero che posso definire semplicemente meraviglioso, sotto tutti i punti di vista». Cosa lo rende meraviglioso e diverso

dagli altri? «È docile e ubbidiente. Intanto è un cane da pastore e all’epoca avevo le capre e quindi la necessità di un cane che non le aggredisse. Il pastore svizzero è parente stretto del pastore tedesco, è un misto tra conduzione e guardiano del gregge, sono adatti alla convivenza con altri animali. a tale scopo vanno bene anche i pastori australiani e i bordere colli, ma vengono più utilizzati per il lavoro e l’agility che è uno sport cinofilo, una disciplina aperta a tutti i cani». Sono molto richiesti i pastori svizzeri del suo allevamento? «C’è abbastanza richiesta, anche perché ora come ora sono più conosciuti. Quando ho cominciato ad allevarli dieci anni fa il pastore svizzero era quasi sconosciuto, man mano la gente si è resa conto che è un cane fantastico, un cane dolcissimo ma che fa la guardia e sta tranquillamente tra i bambini. Un cane per la famiglia, ne ho venduti tantissimi e non ho mai ricevuto lamentele. Sono addestrati anche per il soccorso e la ricerca di persone disperse, sono molto collaborativi con “l’amico umano”». Come è cominciato il lavoro della pet terapy? «Un giorno ho venduto un cucciolo, ad una veterinaria, un’etologa che lo aveva acquistato per impiegarlo nella pet terapy. Mi parlò a lungo di questo mondo che non conoscevo, pensai fosse il caso di approfondire, per fare in modo che i miei cani venissero impiegati a tale scopo. Faccio pet terapy da sette anni in alcune strutture sanitarie dell’Oltrepò Pavese e non solo: al Don Gnocchi di Salice Terme, Ca’dei Nonni a Casanova Staffora e al cottolengo di Tortona». Quanto è difficile il contatto con i pazienti? «Lavoro con pazienti disabili e psichiatrici che talvolta hanno atteggiamenti che provocano timore a chi sta loro vicino. Ricordo un episodio: il cane stava raccogliendo con la bocca la pallina che era ai piedi di un ragazzo autistico, il ragazzo si buttò addosso al cane e lo morse, il cane rimase impassibile senza restituire il morso e quando il ragazzo si alzò, il cane gli restituì la pallina. Sinceramente ho avuto paura, una mossa così improvvisa avrebbe potuto far reagire il cane in malomodo,i nvece è rimasto tranquillo mostrando autocontrollo». Ci può dire in parole semplici quali benefici traggono i pazienti grazie alla pet terapy? «I pazienti psichiatrici si tranquillizzato, si rilassano, sono sereni in compagnia dei cani. Le persone anziane provano allegria. Ho fatto terapia anche con pazienti affetti da SLA, ne è nato un progetto che è stato portato a Boston in quanto siamo sta-

Rossella Davia, allevatore e addestratore cinofilo

Prossimo progetto: «Un lavoro con i detenuti psichiatrici presso il carcere di Pavia» ti i primi in Italia a lavorare con questa tipologia di pazienti. Lavoravamo uno a uno, cane e persona con il fisioterapista, facendo tutti quei movimenti che normalmente avrebbero fatto con la fisioterapia e invece i questo caso, facevano con il cane. Il risultato è stato di gran lunga superiore a livello emotivo, i pazienti credevano di giocare con il cane ma facevano riabilitazione». Quale sarà il suo prossimo obbiettivo? «Sicuramente farò altri corsi di perfezionamento dato che le linee guida ogni tanto cambiano. Naturalmente ho alle spalle un

veterinario che supervisiona i miei cani. Ci sono alcune attività che posso gestire da sola, per esempio i centri estivi per bambini e i centri per gli anziani. Recentemente è iniziato un progetto molto importante che riguarda il carcere di Pavia. All’interno del carcere hanno preso alcuni cani e i miei colleghi hanno formato due ragazzi che si occuperanno di loro. Quello che io farò con i miei cani sarà un lavoro con i detenuti psichiatrici». di Stefania Marchetti



Cheap but chic: PIATTI GOLOSI E D’IMMAGINE CON I PRODOTTI DELL’OLTREPò

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I “gialden”, biscotti di meliga tipici del 2 novembre di Gabriella Draghi Il mese di novembre si apre con la festa di tutti i Santi e la commemorazione dei defunti, ricorrenze nelle quali ci si trovava in famiglia e si degustavano dolci tipici della tradizione lombarda come i “gialden”, giallini o biscotti di meliga, pane dei morti e “stracadent”, declinati in innumerevoli ricette tramandate dalle nonne. Io ho sempre preferito i “gialden” e ancora oggi li preparo in questo periodo con la ricetta di mia mamma. La storia racconta che nel giorno (23 aprile) dedicato a San Giorgio, protettore dei lattai, i mezzadri, soprattutto del pavese, invitavano i produttori di formaggio locali presso le cascine per rinnovare i contratti e, per l’occasione appunto, le donne preparavano le PANGIALDINE, da mangiare servite con la panna fresca o meglio ancora la panna da affioramento della mungitura. Con il trascorrere degli anni, le pangialdine sono poi diventate il dolce del 2 novembre. La caratteristica di questi dolci è che prevedono tra gli ingredienti la farina di mais, tipica del nostro territorio. Io utilizzo la farina di mais otto file, una varietà un tempo conosciuta come “melia du re” perché era la preferita dal re Vittorio Emanuele II. Per lungo tempo soppiantata da altre varietà di mais a maggior resa produttiva, oggi viene di nuovo prodotta nella nostra zona e lavorata secondo i metodi di un tempo per salvaguardarne il sapore e le proprietà nutritive. La preparazione dei “gialden” è molto semplice, alla portata di tutti, l’importante è scegliere gli ingredienti di prima qualità

“GIALDEN” (GIALLINI) Ingredienti per 6/8 persone: 200 g di farina bianca 200 g di farina gialla preferibilmente di mais otto file 200 g di zucchero 1 uovo intero e un tuorlo 200 g di burro di qualità 1 bustina di lievito vanigliato per dolci un pizzico di sale zucchero a velo Una volta raffreddati li mettiamo su di un piatto da portata e spolverizziamo con zucchero a velo. You Tube Channel & Facebook page “Cheap but chic”.

per avere un risultato eccellente e golosissimo! Come si preparano Versiamo le farine setacciate a fontana sulla spianatoia. Aggiungiamo lo zucchero, il sale, il burro a temperatura ambiente e le uova. Impastiamo bene e aggiungiamo da ultimo il lievito vanigliato.

Con il mattarello stendiamo una sfoglia allo spessore di un centimetro circa e tagliamo con uno stampino rotondo o un bicchiere dei dischi del diametro di 7 centimetri. Ora li trasferiamo sulla placca del forno imburrata e infarinata distanziati e li cuociamo in forno caldo a 180° per 15 minuti.



ARTE & CULTURA

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È di Santa Giuletta l’uomo che anticipò Walt Disney Quirino Cristiani è un nome che può sembrare anonimo a molti ma in realtà nonostante sia poco conosciuto in Italia basta spostarsi all’estero per scoprire che Cristiani, a 37 anni dalla sua morte, è tutt’ora una star. Infatti il 9 novembre, data in cui fu pubblicato “El Apostol” più di cent’anni fa, in Argentina è addirittura festa nazionale, sempre il governo nazionale ha dedicato un francobollo alla sua persona nel 1994 e ha speso circa 8 milioni di Pesos (nel 2019) per ristrutturare una villa con parco nella città in cui viveva e renderla un centro culturale. Suo nipote Hector Cristiani, scrittore, attore e regista teatrale, speaker e produttore radiofonico, gira per l’Argentina, narrando la vita di suo nonno, tra cinema, mostre e teatri attraverso un libro ed un docu-film unici al mondo. Quirino Cristiani nato e cresciuto nei suoi primi anni di vita a Santa Giuletta (la sua vecchia abitazione altro non è che l’attuale comune) dopo essere emigrato in Argentina con la famiglia diventerà il papà dei cartoni animati anticipando, con il lungometraggio “El Apostol”, di almeno vent’anni Walt Disney, che lo vorrà conoscere per ispirarsi ai suoi lavori. Di lui ci parla Massimo Rossi titolare di 949 Creative Studio che ne detiene i diritti per l’Italia dopo che la stessa famiglia Cristiani glieli ha donati in segno di riconoscimento all’impegno per far conoscere la sua figura proprio dove è meno noto: l’Oltrepò e l’Italia, la sua terra natale. Chi era Quirino Cristiani? «Ho avuto il piacere di conoscerlo casualmente quando ero bambino: lui ultra ottantenne era tornato a visitare Santa Giuletta e io me lo sono sempre ricordato come il “nonno dei cartoni animati”. Da adulto lavoravo come informatico finchè quasi casualmente conobbi una persona e mi ritrovai nel mondo della stampa 3D e col tempo lavorando su progetti e strani personaggi, ci venne in mente di inventare le statuette 3D di persone reali “cartoonizzate” e diventando quindi anche io un creativo e lavorando su internet mi venne voglia di informarmi di più riguardo a quel simpatico anziano che mi ha sempre accompagnato nei ricordi. Trovando gruppi Facebook esteri a lui dedicati decisi di raccontare il mio incontro. Dopo alcune settimane fu proprio la sua stessa famiglia a contattarmi, tramite il nipote Hector, e farmi un sacco di domande: cosa ricordavo, cosa mi disse, come era… fin quando diventati amici, un giorno mi disse che sarebbe venuto in Italia, a Padova, invitato dall’università per festeggiare il centenario di ‘’El Apostol’’ e per parlare del nonno. Per rispondere alla domanda su chi fosse Quirino Cristiani bisogna dire che la sua vita cambiò da bambino quando il

Quirino Cristiani nasce a Santa Giuletta il 2 luglio del 1896 Nel 1917 realizza il primo lungometraggio animato della storia

Masssimo Rossi consegna a Hector Cristiani un modellino in 3D di “El Apostol” il primo lungometraggio della storia del cinema

padre che lavorava come messo comunale fu licenziato per motivi politici e decise di trasferirsi verso quella che era una terra ricchissima all’epoca, ovvero l’Argentina. Durante la sua adolescenza aveva già dimostrato una personalità da artista e crescendo divenne un fumettista e grafico. La sua persona diventò l’inventore di cui vi parlo quando nel 1917 uscì nelle sale El Apostol ovvero il primo lungometraggio animato muto nella storia del cinema (composto da 14 fotogrammi al secondo). Il successo fu tale che la pellicola restò al botteghino per oltre sei mesi, ottenne cosi tanto successo da poter vivere ti rendita per generazioni (nonostante ciò creò numerose pellicole nella sua carriera) e lo stesso Walt Disney volle incontrarlo, raggiungendolo egli stesso per chiedergli consigli e pareri e tutt’oggi le feste e manifestazioni o semplicemente mostre si protraggono per giorni e mesi in più rispetto al previsto. Ad oggi rimane solo una delle sue pellicole ovvero “El Mono Relojero”, tutte le altre andarono distrutte durante un incendio negli anni sessanta». L’incontro con la famiglia Cristiani ha segnato il suo percorso professionale. Come è andata? «Quando Hector Cristiani mi contattò io gli proposi di visitare Santa Giuletta e alcune zone e cantine limitrofe, ricercai una interprete per rendere possibile un dialogo fluido. In un solo giorno il nostro rapportò diventò cosi amicale e intenso che mi propose di raggiungerlo subito a Padova con la mia famiglia per passare più tempo insieme. Prima del suo arrivo però avevo vagliato con il mio socio, Simone Rasetti, di creare una statuetta di Cristiani come omaggio: bocciammo però l’idea in quanto la sua figura è meno conosciuta rispetto ai suoi stessi personaggi dato che è sempre stato un uomo schivo rispetto alla fama.

Decidemmo quindi di realizzare un busto del presidente argentino, protagonista del suo primo film, seguendo i suoi disegni. Hector fu commosso del regalo e tutt’ora esistendone solo una copia la porta sempre con se nei suoi tour fino ad essere esposta insieme al francobollo e baschetto del nonno nella villa, per la quale il governo ha speso 8 milioni di Pesos per renderla un centro culturale dedicata alla famiglia Cristiani. Dopo questo incontro ho realizzato una trentina di interviste in Sud America per raccontare la mia amicizia con Hector e il mio incontro con suo nonno. Anche la statuetta è diventata famosissima tanto è che grazie ad essa sono stato invitato ad una convention mondiale a Toronto e ho vinto due premi, proprio quest’anno, di arte moderna a Casale Monferrato e Firenze. Dopo il mio impegno, la famiglia Cristiani decise di regalarmi i diritti italiani sulla sua figura e promozione» Perché è cosi poco conosciuto in Italia e in Oltrepò? «Non lo so dire con certezza ma so solo che dovrebbe diventare il nostro fiore all’occhiello… quali altri paesi/zone possono affermare con vanto di aver dato i natali al papà dei cartoni animati? Come dicevo in tutto il mondo dall’Europa del Nord fino al Sud America ci sono manifestazioni che solo citandolo sono “costrette” a prolungare i giorni di permanenza per il flusso di appassionati. Dovremmo farlo conoscere e sponsorizzarlo nel nostro territorio. Sulla sua persona esistono due documentari e alcuni libri di cui uno realizzato dal nipote. Per la versione italiana del documentario di Hector ci siamo occupati noi stessi di 949 Creative Studio del montaggio mentre il libro, che a differenza della versione originale contiene una mia appendice dedicata al centenario, è quasi pronto. Purtroppo per il 9 novembre di quest’anno non so se riuscirò a dar vita ad un evento sia a causa

Quirino Cristiani

Covid che per altre problematiche ma se non dovesse essere nel 2021 sicuramente il prossimo anno sarà obbligatorio celebrare e creare un evento, non mi fermerò davanti a nessuna difficoltà. L’ appello che lancio anche grazie alla vostra intervista è che qualche istituzione locale si interessi a questa figura». Con quali proposte si potrebbe realizzare in Oltrepò una giornata dedicata a Quirino Cristiani? «Si può partire dalla sua figura per poi creare eventi laterali. Io ad esempio dopo il busto ho potuto conoscere il regista Marino Guarnieri, vincitore di due nastri d’argento per Gatta Cenerentola, consegnandogli il premio “Apostoli dell’animazione’’ che abbiamo progettato per lui e anche il più famoso storico dell’animazione Giannalberto Bendazzi si è occupato della figura di Quirino e lo abbiamo trasformato in puppet 3D. Molte persone del settore participerebbero, una grande occasione a livello di visibilità territoriale. Ripeto: spero di trovare supporto dalle istituzioni». di Riccardo Valle


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storie di rally: Mario perduca racconta

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UNA FERITA ANCORA APERTA Quando “Il Periodico” mi propose questa collaborazione accettai subito con entusiasmo. Raccontare fatti e misfatti dei “miei” piloti, mettendone in risalto pregi e debolezze, sapevo che sarebbe stato per me un esercizio semplice e piacevole, in fondo si trattava di mettere nero su bianco in forma accettabile ricordi di episodi di cui sono stato testimone oculare privilegiando il mio personale punto di vista. Alcune volte il mio tono sarà stato irriverente o canzonatorio, anzi, lo è stato di proposito, in quanto lo spirito dei racconti voleva essere proprio questo, rendere il tutto interessante o almeno divertente per il lettore evitando il rischio del noioso resoconto. Con questi amici capita, molto spesso, di rivivere situazioni delle nostre gare, di rivangare momenti che allora abbiamo vissuto come negativi, con Bagnoli ci domandiamo “ma perché nel 1986 abbiamo deciso di iscriverci al Lanterna invece che al 4 Regioni?”, con Brega riascoltiamo Battisti “che ne sai tu di un campo di grano, arrangiamento 2008” con Buscone ci rinfacciamo a vicenda “perché nel 1995 non hai avuto il buon senso di montare i pioggia alla Scaparina?” (l’ordine di citazione è strettamente alfabetico per evitare di scontrarmi con la permalosità dei suddetti). Ma il tutto fa parte del gioco che abbiamo scelto e che per tanti anni ci ha appassionato e che ci ha regalato momenti straordinari. Sono convinto che per tutti loro il bilancio sia assolutamente positivo. Da subito, mentre scrivevo il primo pezzo, in cuor mio sapevo che avrei deviato dalla traccia indicata, che non avrei resistito alla tentazione di parlare di un ragazzo con cui, purtroppo, non sono riuscito a disputare neanche una gara. Raccontare di Alberto Alberti mi risulta più difficile per due motivi principali. In primis il dolore privato, mai sopito, per la sua perdita. Dal punto di vista sportivo poi sarei portato a fare considerazioni che potrebbero sembrare eccessive, usando toni più adatti a un tifoso che a un imparziale addetto ai lavori. Vedrò di moderarmi. A dire il vero qualcosa ho già scritto negli ultimi anni su Facebook nella triste ricorrenza di luglio e buona parte di quei post la ripropongo in queste pagine, andando a ritroso negli avvenimenti, non tanto per mancanza di creatività quanto perché non riesco descrivere in altro modo i fatti di cui sono stato fortunato spettatore e le situazioni in cui mi sono trovato. In una calda mattinata friulana stavo per smontare dall’incarico di ufficiale di picchetto alla caserma Paravano di Pavia di Udine, quando vengo convocato con urgenza nell’ufficio del comandante. Il primo pensiero è che un sergente con cui sono in pessimi rapporti abbia spifferato

Alberto Alberti durante la prova di Poggioferrato (foto di Stefano Pasqualini)

il fatto che invece di eseguire le dovute ispezioni sono andato in branda. Invece il colonnello con aria di circostanza mi invita a chiamare la mia ragazza perché “c’è stato un incidente molto grave”. Le rotelline girano velocemente. Non si tratta di un parente, mi avrebbe avvisato mio padre e neppure si tratta di mio padre, mi avrebbe avvisato lo zio. è un amico. Mentre cerco affannosamente di recuperare dei gettoni le rotelline mettono il turbo e inseriscono il bang. I due ragazzini fuori di testa, che sarebbero diventati gli amici di una vita, ancora non corrono, almeno ufficialmente, ma sono costantemente in prova e questo li pone in una fascia di rischio altissimo. Le splendide amiche Isabella Bignardi e Luisa Zumelli partecipano a un rally di coppa Italia col Kadett gr.1. Alberto è alle prese con le ricognizioni del rally Colline di Romagna in programma la settimana prossima. Per carità, potrebbe trattarsi di chiunque, amici ne ho tanti, ma una vocina mi dice che non mi sto sbagliando. Quando sento sollevare la cornetta non mi viene di domandare cosa sia successo, solamente chiedo: “chi è?”. Tutto era cominciato l’anno prima ad agosto quando mio padre mi chiama, c’è al telefono un certo Alberti che vuole parlarti. “Mio padre ed io abbiamo pensato di disputare il Giro d’Italia con la Stratos, lui guiderà in pista, io nelle prove speciali e mi piacerebbe che fossi tu il mio navigatore. Se te la senti vieni quando vuoi a casa mia che ne parliamo”. Dopo mezz’ora ero a Sala. Fino a poche settimane prima era stato per me come per

molti, solamente Alberti, il figlio di Giovanni, mito incontrastato dell’automobilismo pavese. Capitava di vedersi, si parlava di corse, ma niente di più. Poi la prima botta di complicità al Valli Piacentine, rally in cui Alberto faceva da navigatore al papà. Ad un’assistenza a Bobbio lo vedo in crisi. La tabella di marcia si era disfatta e i tanti fogli erano sparpagliati sul fondo della Stratos. Con pazienza, neanche tanta, eravamo riusciti a metterli nel giusto ordine e a rilegarli in qualche modo. L’occhiata finale era stata un misto di soddisfazione per lo scampato pericolo, che solo un navigatore può apprezzare, e di intesa. Poi la sua prima gara sul sedile di sinistra, lo Slalom di Pallavicino naturalmente vinto. Ai miei entusiastici complimenti, ribatté serafico “ma no, ti assicuro che non ho rischiato niente, chi avrebbe sentito mio padre se l’avessi picchiata, con tutte le raccomandazioni che mi ha fatto”. Avendo visto il modo spaventoso con cui aveva guidato restai un po’ perplesso per quell’affermazione, in seguito capii che si trattava semplicemente di innata modestia. Ma ora si faceva sul serio. Il Giro d’Italia è stata una delle più alte espressioni del motorsport italiano e proprio quell’anno a mio parere raggiunse l’apice della qualità, sia in termini sia di macchine che di piloti. Punta di diamante la partecipazione del team Lancia con due Beta Montecarlo affidate agli equipaggi Villeneuve- Röhrl-Geistdörfer e PatreseAlen-Kivimaki. E ancora Stratos, Alpine R5 turbo, Ascona 400, Porsche condotte da piloti come Darniche, Carello, Bettega,

Frequelin, Tabaton, Verini, insomma il Gotha del rallysmo mondiale dell’epoca. Ai nostri giorni si parla molto di giovani piloti figli d’arte che partecipano alle gare del campionato del mondo arrivando in pochi anni a insediarsi nelle prime posizioni. Alberto alla sua prima e insisto sulla PRIMA vera gara mise dietro tutti in parecchie speciali pur non avendo a disposizione un mezzo all’altezza della concorrenza. Ma il risultato sportivo è storia arcinota a tutti gli appassionati, non solo locali. Piuttosto vorrei ricordare come ci avvicinammo alla gara, anche se poi io dovetti forzatamente dare forfait causa l’arrivo della famigerata cartolina del servizio militare, giusto una settimana prima dello start. Svolgemmo le ricognizioni con una Chevette 1300, macchina strana che in certi momenti più che una tranquilla utilitaria sembrava un missile. Confesso che di primo acchito rimasi molto perplesso riguardo all’equilibrio mentale di quel ragazzo che fuori dalla macchina si stava rivelando una persona oltremodo gradevole e di grande maturità per i suoi ventitre anni, ma che col volante in mano era impressionante. Mi ci vollero parecchi chilometri ma alla fine mi resi conto che l’aspetto che maggiormente mi colpiva, ancora più della velocità, era la sua sicurezza. Gli veniva tutto facile, direi naturale. Potevo fidarmi senza se e senza forse. L’affiatamento ne fu l’inevitabile conseguenza. Passando tanti giorni insieme si consolidò anche il rapporto personale. Scoprimmo di essere entrambi milanisti sfegatati e di essere entrambi contagiati da un’epidemia allora dilagante, la febbre Villeneuve. Il fatto che di lì a poche settimane lo avremmo avuto come avversario era qualcosa di inimmaginabile fino a quel momento. Cominciammo a parlare dei nostri fatti privati, dei nostri gusti, delle nostre aspirazioni e più passava il tempo più capivamo di essere in sintonia. In breve diventammo amici. Un mercoledì mattina ci precipitammo come sempre alla prima edicola ad acquistare Autosprint che pubblicava l’elenco degli iscritti al giro. Fu l’occasione per scoprire la determinazione di quel ragazzo e la sua consapevolezza dei propri mezzi, in altre parole capii che era un pilota vero. Ci saremmo confrontati con l’élite del rallysmo e la cosa lo stimolava anziché intimidirlo. “Loro sono professionisti, hanno tanti altri impegni, non proveranno quanto noi. Gli stranieri poi faranno ancora meno ricognizioni considerando anche le distanze tra una speciale e l’altra. Se non avremo problemi e non faremo sbagli ce la giocheremo con tutti.” Ascoltare un esordiente fare queste considerazioni


storie di rally: Mario perduca racconta mi lasciò un attimo allibito, ma che mi spaventò fu il fatto che ne fossi convinto anch’io. Quando capitava di parlare con altri concorrenti che come noi stavano provando cambiava registro “cosa vuoi mai, per me è la prima gara, farò quel che posso, spero di vedere il traguardo” Faccio un salto in avanti di alcuni mesi, al Quattro Regioni 1980 che lo vide protagonista insieme alla sorella Maddalena. Molti lettori avranno presente una breve intervista rilasciata da Alberto al parco assistenza di Salsomaggiore quando era in testa alla classifica con quasi un minuto di vantaggio. Al cronista che gli chiedeva se si aspettasse quella situazione, rispose che assolutamente per lui un tale distacco costituiva una sorpresa. Non ho la controprova, ma sono convinto che intendesse: per difetto. Ma torniamo al Giro d’Italia. Provammo veramente tanto, ma proprio tanto come non avevo mai fatto e come non avrei mai fatto in seguito. L’apoteosi fu la speciale di Sant’Anatolia, 10 chilometri in salita che abbiamo percorso avanti e indietro per una giornata, con rinforzino all’alba del giorno dopo per avere la certezza di non incontrare nessuno. Per circa un mese girammo l’Italia in lungo e in largo, sempre più convinti di noi stessi e delle nostre possibilità, poi quando mancava solo un passaggio su ogni prova con la Stratos muletto, come allora si poteva fare, dovetti rinunciare alla tuta e indossare la divisa. La gara poi andò bene ma non quanto ave-

vamo sperato, causa grossi problemi meccanici durante la gara in pista al Mugello. L’anno successivo Alberto alternò le gare del campionato riservato alle monoposto Formula Fiat in pista ad alcuni rally. Sono convinto che la sua vera passione fosse la pista, ma era una strada più difficilmente percorribile per un pilota giovane ma non più giovanissimo e per di più ambizioso, che puntava ad arrivare in vetta. In quei mesi ci siamo sentiti molte volte con l’unico mezzo allora a disposizione, il telefono a gettoni, le poche licenze che mi venivano concesse impedirono di incontrarci come avrei voluto. L’ultima volta che vidi Alberto fu a giugno. Quando ci congedammo davanti alla trattoria di Nanni a Sala, mi disse “cerca di tornare presto, che abbiamo tanto da fare”. Mi sono chiesto molte volte se sarei stato alla sua altezza, non ho potuto appurarlo, ma con tanta presunzione mi piace pensare di sì, come mi piace credere che avremmo raggiunto il nostro segreto e visionario obiettivo. Sotto l’aspetto tecnico Alberto abbinava il meglio delle caratteristiche del rallista, capacità di improvvisare e di adattarsi alle più svariate situazioni, alla precisione del pistaiolo, pochi fronzoli e tanta sostanza, con la velocità di uscita dalla curva più importante di tutto. Mi ero ripromesso di non farmi prendere la mano nel racconto evitando di esprimere opinioni che potessero sembrare di parte, dettate dall’ amicizia o, peggio, dal

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Alberto Alberti

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Mario Perduca

«L’ultima volta che vidi Alberto fu a giugno. Quando ci congedammo davanti alla trattoria di Nanni a Sala, mi disse: “Cerca di tornare presto, che abbiamo tanto da fare». fatto di aver partecipato a quegli avvenimenti. Spero di esserci riuscito, ma una mia personalissima opinione proprio non riesco a tacerla. Sono convinto che negli anni successivi sarebbe nato un bellissi-

mo dualismo con un altro giovane pilota, guarda caso anche lui classe 1956 e anche lui scomparso troppo presto. di Mario Perduca



MOTORI: AUTO D’EPOCA

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L’Oltrepò nel cuore della 1000 Miglia Storica Con la presentazione ufficiale tenutasi mercoledì 3 novembre presso il Palazzo della Loggia a Brescia, l’edizione 2022 della Mille Miglia accende i motori. Si tratterà di un’edizione in cui, a distanza di 72 anni, il territorio dell’Oltrepo e della Provincia sarà nuovamente interessato dall’evento, mentre per la prima volta, alcuni nostri centri verranno attraversati dalla prestigiosa carovana multicolore, tra cui Stradella, sede di un controllo orario e Pavia con un controllo Timbro. Alla presentazione bresciana non potevano pertanto mancare il sindaco di Pavia Fabrizio Fracassi, il vice sindaco di Golferenzo, nonché Presidente dell’Automobile Club di Pavia Marino Scabini e l’assessore alla promozione del territorio al Comune di Stradella Andrea Frustagli, i quali, hanno ben operato per portare questo evento di caratura mondiale a vivere i centri e le bellezze della nostra provincia. A Brescia, con una conferenza stampa di spessore, dinnanzi a stampa e TV nazionali, sono state svelate le date e i percorsi di colei, che Enzo Ferrari definì “la Corsa più bella del mondo”. L’evento, di scena dal 15 al 18 giugno, con partenza da Brescia, si svilupperà attraverso 4 tappe lungo la Penisola fino alla Capitale per poi fare ritorno a Brescia, dopo aver percorso un totale di 1.900 km e alcune centurie di gioielli a 4 ruote avranno attraversato 220 comunità ricche di valore storico e culturale, esportando i valori di questa manifestazione, che rispecchiano audacia e concretezza, oltre alle specificità del territorio. La 1000 Miglia, o meglio, la Freccia Rossa (il simbolo che la contraddistingue) giunta al suo 95° anniversario della nascita datata 1927, interesserà, a livello di partecipazione, oltre cinquanta nazioni in rappresentanza dei 5 continenti e la data scelta rappresenta senz’altro un punto importante per il riscontro che può ricevere dagli appassionati e dai concorrenti. La 1000 Miglia 2022, sarà come sempre all’insegna della bellezza e dell’eleganza. Un autentico spot all’Italia più affascinante, che esalta la creatività che promuove arte, cultura e artigianalità, che coccola i

Marino Scabini, Fabrizio Fracassi e Andrea Frustagli suoi ospiti con la buona cucina e la qualità del vivere in sintonia con la natura. Nell’edizione 2022 presentata mercoledì 3 novembre al palazzo della Loggia ha brillato anche il nostro capoluogo grazie alla ferma volontà del primo cittadino Fabrizio Fracassi il quale, con la collaborazione del presidente di Aci Pavia, Marino Scabini, ha ottenuto che la Città delle 100 torri, figurasse, con un ruolo importante, nel percorso di una gara tanto prestigiosa. Per l’edizione 2022 della gara di regolarità, i concorrenti torneranno ad attraversare l’Italia in senso orario e, con partenza e arrivo da Brescia, faranno tappa nell’ordine a Cervia-Milano Marittima (15 giugno), Roma (16 giugno) e Parma (17 giugno). Prima di giungere al traguardo di Brescia sabato 18 giugno, le auto in gara saluteranno Bergamo in un simbolico anticipo del gemellaggio che vedrà le due città unite nel progetto Brescia-Bergamo Capitale Italiana della Cultura 2023. IL PERCORSO La prima tappa, dopo la partenza da Brescia, porterà le auto verso il Lago di Garda - prima Salò poi Desenzano e Sirmione da dove sfileranno attraversando il Parco Giardino Sigurtà, si dirigeranno su Mantova e Ferrara. Cervia-Milano Marittima

sarà la destinazione conclusiva della prima giornata della 1000 Miglia 2022. Giovedì 16 giugno, per la seconda tappa, il percorso partirà dalla località sulla costa adriatica e prevede (per la prima volta) una deviazione verso Forlì, la salita verso San Marino, la discesa verso l’interno dello Stivale fino a Passignano sul Trasimeno. I concorrenti transiteranno per Norcia - a ricordare la tragedia del terremoto - e concluderanno la tappa con la passerella romana di via Veneto. La terza tappa, quella del 17 giugno, sarà la più lunga della corsa. Dopo la partenza da Roma le vetture risaliranno verso Ronciglione, Orvieto, Montepulciano per passare poi Siena da dove, via Pontedera, si viaggerà in direzione di Viareggio. In serata si raggiungerà Parma per chiudere questa impegnativa giornata. L’ultima tappa, Sabato 18 giugno, i concorrenti saranno impegnati subito dopo il via con una serie di prove nel circuito di Varano de’ Melegari, per transitare poi da Salsomaggiore Terme, percorrendo la via Emilia e superato Castel San Giovanni, entreranno in provincia di Pavia, transitando in Oltrepò dove poi, faranno tappa per un controllo orario a Stradella, in piazza Trento Trieste, prima di raggiungere l’an-

tica capitale Longobarda, Pavia, con il suo Duomo, il palazzo del Broletto, le chiese, le torri medievali, il castello visconteo, i palazzi patrizi Bottigelli, Bellingeri Orlando, Mezzabarba (sede comunale) etc. Che dire poi dell’Università prestigiosa, fondata nel 1361, del Ticino, delle sue storie, delle tradizioni con il suo Ponte Vecchio che ha compiuto 70 anni. Non ultimo, il suo salotto buono, Piazza della Vittoria, che i concorrenti della Freccia Rossa raggiungeranno per un controllo timbro in cui, gli appassionati e non solamente loro, potranno godere della vista di veri gioielli che rappresentano la storia itinerante dell’automobile. Lasciata Pavia, i concorrenti raggiungeranno l’Autodromo di Monza. In questo luogo storico - dove nel 2022 si celebra il centenario dell’impianto sede del Gran Premio d’Italia di Formula 1 e di tantissime epiche sfide del volante - gli equipaggi metteranno alla prova la loro abilità con i cronometri in un “evento nell’evento” visto che nella stessa data si svolge nell’impianto brianzolo il “MIMO” Milano Monza Motor Show. Poi, da Monza l’ultima ‘galoppata’ dei gioielli della 1000 Miglia che raggiungeranno il traguardo finale a Brescia. In contemporanea, per continuare a porre l’attenzione sul tema della mobilità sostenibile e sui cambi di paradigma dell’industria 4.0, si svolgerà la 1000 Miglia Green. Una sfida per le vetture ad alimentazione alternativa che, per il terzo anno consecutivo, dovranno percorrere l’intero tracciato della gara riservata alle auto storiche. Le iscrizioni alla 1000 Miglia 2022 si sono aperte il 4 novembre e si chiuderanno il prossimo 14 gennaio. La 1000 Miglia, anche nel 2022, si confermerà la finestra sul futuro dell’automobile e della mobilità, proprio come in precedenza, tra il 1927 ed il 1957 quando per le strade italiane tutto il mondo poteva ammirare il risultato della tecnologia motoristica più all’avanguardia”. Ultima chicca, la 1000 Miglia è candidata a Patrimonio UNESCO. di Piero Ventura


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motori: CAMPIONATO ITALIANO RALLY

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Bene gli oltrepadani al “Due Valli” Il vogherese Giacomo Scattolon, affiancato da Giovanni Bernacchini sulla Volkswagen Polo R5 by Erreffe, è stato autore di una corsa in crescendo arrivando a siglare due bellissimi parziali: un primo ex aequo ed un secondo posto assoluto nelle ultime due speciali, riuscendo così a strappare un 5° posto finale di tutto rispetto. Il 39° Rally Due Valli è stato vinto meritatamente dal pluricampione Giandomenico Basso con alle note Lorenzo Granai (Skoda Fabia R5 Evo/Movisport). Il pilota di Cavaso del Tomba ha suggellato con questa prima affermazione nella gara organizzata dall’Automobile Club Verona, il quarto titolo tricolore in carriera. Basso ha avuto la meglio su un ottimo Stefano Albertini, navigato da Danilo Fappani (Skoda Fabia R5 Evo/BS Sport) che ha dominato la prima parte della gara. Il bresciano ha chiuso secondo a 7 secondi. Sul terzo gradino del podio è salito Tommaso Ciuffi con Nicolò Gonella (Skoda Fabia R5 Evo/Squadra Corse Angelo Caffi) che ha conquistato un

podio importante anche alla luce dei suoi progetti futuri del tricolore rally. Damiano De Tommaso e Giorgia Ascalone (Citroen C3 R5/Meteco Corse) sono stati quarti, mentre, come detto, al quinto posto, a completare una prestigiosa top-five, hanno chiuso Giacomo Scattolon e Giovanni Bernacchini (Volkswagen Polo GTi R5/Movisport) nonostante un problema alla pompa dei freni quando erano in aria di podio. Con uno straordinario 18° posto assoluto ottenuto in mezzo a vetture di categorie ben più performanti, lo stradellino Davide Nicelli con Tiziano Pieri, ha conseguito a Verona l’ennesima vittoria nel monomarca Renault, di cui aveva già messo in bacheca la vittoria nel Clio Trophy 2021 con una prova d’anticipo. I due sono stati anche i migliori tra tutte le vetture R1, un risultato che li colloca al secondo posto nel complesso Campionato Italiano R1. L’Equipaggio Scattolon - Bernacchini (foto di Lavagnini)

di Piero Ventura

MOTORI: CAMPIONATO ITALIANO RALLY TERRA

Silvia Gallotti: «La stagione 2021 è finita»

La rivanazzanese Silvia Gallotti La stagione 2021 di M33 nel Campionato Italiano Rally ha vissuto il suo atto finale al 12esimo Liburna Terra dove il team italiano che cura il programma sportivo top di Aci Team Italia ha schierato al via Andrea Mazzocchi con la rivazzanese Silvia Gallotti sulla Skoda Fabia R5. L’equipaggio nella stagione che l’ha visto debuttare in R5 dopo il successo 2020 nel Campionato Italiano Rally Junior, era uno dei grandi attesi al via non fosse per il fatto che lo scorso giugno al San Marino Rally, ultima uscita sterrata della stagione, ha ottenuto il suo miglior risultato stagionale con un ottimo sesto posto assoluto. A Volterra, sulla Super Prova d’apertura, Mazzocchi-Gallotti fanno segnare il tredicesimo tempo assoluto. Il loro passo migliora sulle prove successive in cui segnano un 5° ed un 8° portandosi in settima posizione

La Skoda di Mazzocchi - Gallotti (foto di Lavagnini) nella generale. La loro bella galoppata si ferma però sulla PS n° 5 in cui, un errore di valutazione fa compiere un “lungo” alla berlina Ceca che termina la sua corsa fuori strada, senza danni per l’equipaggio, ma gara conclusa con largo anticipo. «La stagione 2021 è finita. Nonostante la nostra poca esperienza in R5, ci siamo mostrati competitivi – dice Silvia Gallotti – Ora è il momento dei ringraziamenti che volgiamo a tutti per questa bellissima esperienza che ci ha posto dinnanzi a non poche difficoltà, ma che ci ha fatto crescere… La speranza è quella di poter continuare questo fantastico percorso con il nostro team

Motorsport Italia WRC Team e Max Rendina che hanno creduto in noi… forse più di noi. Un sentito grazie anche a Pirelli Motorsport per averci accompagnato in questa avventura, a Sparco per il supporto tecnico e un infinito grazie ad ACI Team Italia che ci ha permesso di iniziare questo lungo cammino…». Per la cronaca, a Volterra c’è stata una conclusione entusiasmante per un’annata veramente straordinaria. Il 12° Liburna Terra, gara conclusiva del Campionato Italiano Rally Terra e del Campionato Italiano Rally Sparco, ha emesso gli ultimi verdetti della stagione in particolare per quanto riguarda la prestigiosa serie tri-

colore terra al termine di una gara difficile e combattuta dal primo all’ultimo chilometro. Sulle impegnative prove speciali della gara, tratti cronometrati che hanno visto i più grandi piloti della storia del ralyismo mondiale scontrarsi nelle edizioni d’oro del Rally d’Italia, a laurearsi Campione Italiano Rally Terra è stato Paolo Andreucci, con Rudy Briani sulla Skoda Fabia R5 di HSport gommata MRF Tyres, mentre a conquistare la prestigiosa gara toscana è stato Alberto Battistolli, con Simone Scattolin, sempre a bordo di una Skoda Fabia. di Piero Ventura


MOTORI: COPPA ITALIA

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Missione compiuta per tre oltrepadani: Mangiarotti, Nicelli e Salviotti Per tutta la prima parte il rally ha vissuto un testa a testa tra cinque pretendenti alla vittoria finale, andata poi a Chentre-Florean, con distacchi molto contenuti. Poi le difficoltà del rally modenese, assieme a un clima tipicamente autunnale con pioggia e foschia a tratti, ha iniziato a fare la selezione. A Modena c’è stato il rientro positivo per Marco Pollara coadiuvato dal co-driver di Broni Daniele Mangiarotti, che nella finale di Coppa Italia al Rally città di Modena si aggiudicano l’Under 25. L’equipaggio di Aci Team Italia, fermo da un paio di mesi per un infortunio del siciliano Pollara, si è messo da subito in mostra nei passaggi dello shakedown, facendo segnare il secondo miglior tempo nella sessione dei test su vettura da gara. Perfetta si è mostrata la Skoda Fabia Rally2 messa a loro disposizione del Team PA Racing. Solo una scelta errata di gomme sui primi passaggi della seconda giornata di gara, ha rischiato di vanificare l’ottimo lavoro svolto dal duo supportato dalla Scuderia Movisport e da Luca Costantino, costringendoli a rischiare nelle prime tre prove e ad una grande rimonta nel secondo ed ultimo passaggio di prove. Usciti dall’ultimo parco assistenza con le gomme giuste, Pollara-Mangiarotti

Pollara - Mangiarotti su Skoda Fabia (foto di Lavagnini) hanno subito fatto segnare il miglior tempo sulla prova speciale “Ospitaletto 2” di dodici chilometri che li ha portati a chiudere al 6° posto assoluto. Ottima prova anche per il driver stradellino Davide Nicelli navigato da Tiziano Pieri che al Rally Città di Modena ha messo in bacheca la vittoria della finale nazionale Aci Sport Rally Cup Italia R1 2021. Da evidenziare anche la loro 36° posizione assoluta (su 238 partenti) ottenuta con la piccola Clio R1 Rally 5 del team Gima, gommata Michelin e supportata dalla scuderia Sport e Comunicazione. Missione compiuta anche per gli

Salviotti - Ghisoni su Fiat Punto Abarth (foto di Lavagnini)

oltrepadani Andrea “Tigo” Salviotti e Susy Ghisoni, che a bordo della Fiat Abarth Punto Racing Start Plus si sono laureati campioni della RSTB 14 P. Fin dalle prime prove speciali regolarmente disputate, Salviotti-Ghisoni hanno messo in campo la loro supremazia. I portacolori della Efferre Motorsport di Romagnese, nonostante le difficoltà ambientali, hanno mostrato di saper gestire con maestria la loro Fiat dominando la classe d’appartenenza e alzando leggermente il ritmo solo nell’ultima prova speciale, onde evitare inutili rischi che avrebbero potu-

to compromettere la conquista del titolo. Gara poco fortunata invece per compagni di colori Pier Sangermani e Lorenzo Paganin con la Mitsubishi Lancer R4 che dopo le prime due prove affrontate in condizioni non perfette riescono a bilanciare il tutto e aggiudicarsi in successione le prove 3 e 4. Purtroppo, la disperata caccia al successo gioca loro un brutto scherzo; escono di strada, senza danni, sulla viscida ps 5, quando erano in piena rimonta. di Piero Ventura

MOTORI: CAMPIONATO MONDIALE RALLY

Da San Damiano al Colle alla Catalunya, per un compleanno speciale Per i suoi 50 anni, Andrea Zucconi da San Damiano al Colle, si è fatto un regalo del tutto speciale. Un regalo che per un rallysta, il quale calca i campi di gara nazionali da quasi un ventennio, non poteva essere più speciale se non quello di regalarsi la partecipazione a una gara del WRC (Campionato mondiale rally) in cui, l’obiettivo di arrivare al traguardo, sarebbe stata la sua personalissima vittoria. La scelta è caduta sull’accattivante ed entusiasmante per non dire: prestigioso, Rally Racc Catalunya. Una gara iridata sin dal 1988, il cui albo d’oro è firmato da campioni tra i quali spiccano i nomi di: Saby, Loubet, Sainz, McRae, Makinen, Auriol, tre volte Ogier e per ben 9 volte Loeb. Andrea Zucconi, Brigadiere Capo presso l’Arma dei Carabinieri a Bassignana, nonché istruttore militare di guida sicura di emergenza, giunge ai rally nel 2004, disputando a tutt’oggi una cinquantina di gare, battendosi in clas-

si prestigiose e combattute tra le quali figurano la A6 e la Super 1600. Nella prima è salito 13 volte sul podio (4 volte primo, 5 secondo e 4 terzo). Nella seconda invece, in 7 gare disputate, ha ottenuto 4 podi (una vittoria, 2 secondi posti ed un 3°) oltre ad un 4°, un 5° ed un 9° posto assoluto. Ebbene, in questa suo debutto iridato, al volante di una Peugeot 208 Rally 4 By Bianchi, Andrea Zucconi, non solo è giunto al traguardo, ma ha fatto molto di più in Catalunya, si è classificato al 37° posto assoluto, 6° tra le vetture Rc4 e secondo tra gli ‘azzurri’, dietro Miele - Beltrame, su Skoda Fabia R5, una vettura dalle performances più considerevoli. Per questa importante trasferta, Zucconi si è avvalso alle note del notevole bagaglio tecnico del vogherese Paolo Zanini, 200 gare all’attivo, 30 podi assoluti, 14 vittorie, 10 secondi posti e 6 terzi posti assoluti; un’infinità di podi e vittorie di classe

Paolo Zanini e Andrea Zucconi ed una grande esperienza internazionale all’attivo. Quella dell’equipaggio oltrepadano è stata una prestazione da incorniciare profusa in tre giorni di gara estremamente impegnativi 17 prove, 2 super tappe il ve-

nerdì e il sabato per un totale di circa 1500 km di gara di cui 300 km di prove speciali, percorsi con grande concentrazione senza sbavature per un compleanno speciale. di Piero Ventura


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motori: rally storici

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Una bella giornata per le Porsche della vogherese Ova Corse Nel blasonato rally in terra sarda brillano le 6 cilindri di Stoccarda approntate dalla vogherese Ova Corse, struttura a cui fa capo l’ex driver oltrepadano Filippo Musti. Le due vetture, affidate a Matteo Musti-Cristina Caldart per la Scuderia MRC e Beniamino Lo Presti-Claudio Biglieri (Scuderia Piloti Oltrepò), hanno retto benissimo al ritmo forsennato imposto da altrettanto veri specialisti del settore tra cui Pierangioli-Zambianchi (Ford Sierra Cosworth), Bertinotti-Rondi, Da ZancheDe Luis, Lombardo-Merendino, BeschinFrau, Delladio-Ometto, Pellegrino-Peruzzi e Negri-Coppa (tutti su Porsche). Ma veniamo alla gara. L’equipaggio Negri-Coppa (Porsche 911) chiude la prima giornata di gara al comando davanti alle Porsche 911 RS di Lombardo-Merendino e Bertinotti-Rondi. Quarto assoluto e sempre molto veloci i portacolori della Scuderia MRC Matteo Musti e Cristina Caldart, i quali, dopo aver centrato lo scratch sulla PS3 con la Porsche 911 Sc Ova Corse, sono stati rallentati dallo spegnimento della vettura sull’ultima prova della prima giornata di gara. In vetta al 3°Raggruppamento si collocano Lo Presti-Biglieri con la seconda Porsche 911 SC della vogherese Ova Corse. La prima tappa del Rally Costa Smeralda ha visto l’uscita di scena di uno

Gli Equipaggi: Caldart - Musti e Biglieri - Lo Presti dei suoi protagonisti principali Valter Pierangioli navigato da Lucia Zambiasi sula P.S.3. Un vero peccato per il pilota toscano e la navigatrice veneta che dopo aver vinto le prime due prove con la Ford Sierra gruppo a di 4°Raggruppamento si fermano per una toccata a metà “San Pasquale 2”, senza problemi per l’equipaggio. Nella Regolarità Sport Gigi Bossi di Paviarally in gara con Mei sulla A112 Abarth occupa la dodicesima posizione assoluta. La gara riprende con Negri che conferma la sua posizione di testa aggiudicandosi la prova d’apertura di giornata, portando a 17”,6 il suo vantaggio su Bertinotti e a 25”5 su Bertinotti, tutti su Porsche. Dopo l’inconveniente che ha rallentato la corsa di Musti allontanandolo dai vertici, il vogherese,

staccato di 58” da quest’ultimo, tenta una disperata caccia al terzo gradino del podio. Parrebbe una “missione impossibile”, ma intanto i tempi arrivano. Ma ecco il colpo di scena che mai manca in competizioni come i rally ed è appunto per questa ragione che non bisogna mollare mai. Sulla prova numero 6, Davide Negri è costretto a rinunciare alla corsa tricolore per la rottura del motore della Porsche 911 RS. A due prove speciali dal traguardo della gara sarda passa quindi al comando Marco Bertinotti, sempre più vicino al doppio titolo nel 2°Raggruppamento e nel Trofeo Assoluto. Sulla settima prova c’é però un nuovo vincitore, è Angelo Lombardo: il siciliano segna il miglior crono sul secondo passaggio della prova “Lo sfossato” e sca-

valca Bertinotti (Porsche 911) nell’assoluta. Musti invece, dopo aver vinto la PS3 e aver pagato pesantemente il repentino spegnimento della vettura in prova, corona il suo inseguimento portando la prima delle due Porsche 911 targate Ova Corse sul terzo gradino del podio assoluto che conferma vincendo l’ultima prova in programma. La bella giornata per le Porsche della vogherese Ova Corse, è completata dal quinto posto assoluto e primo di raggruppamento per Beniamino Lo Presti e Claudio Biglieri in gara con i colori della Scuderia Piloti Oltrepò. Per i colori pavesi c’è anche l’undicesimo posto assoluto e 2° di divisione nella regolarità sport, per Gigi Bossi con la A112 Abarth. di Piero Ventura

Gigi Bossi con la A112 Abarth

MOTORI: auto d’epoca

Successo della Ronde del Castello Con il raduno di Auto d’epoca a Zavattarello dello scorso 24 ottobre, denominato Ronde del Castello”, così chiamata in onore all’imponente rocca che sovrasta il borgo antico abbarbicato alla collina, il Veteran Car Club Carducci di Voghera, guidato da Andrea Guerrini con i suoi stretti collaboratori: Giuseppe Sboarina, Umberto Lamagni, Fulvio Negrini, Carlo Verri, Stefano Spalla, Alberto Vistarini, Stefano Tona e i ragazzi del team Torri, ha messo a segno un nuovo evento di successo in questo 2021 dopo il riuscitissimo 4 Regioni Anciennes dello scorso mese di settembre. Il raduno itinerante si è sviluppato su di un percorso di 22 chilometri da ripetere 4 volte con due blocchi di prove di abilità per ogni giro. Olte 50 i partecipanti che preceduti da tre splendide Porsche Autorlando, una delle quali condotta dal famosissimo pilota-preparatore Orlando Redolfi e le altre due guidate da Marino Scabini, vice sindaco di Golferenzo e dal rallysta Patrizio Calvi, si sono snodati sulle strade collinari che circondano Zavattarel-

lo. Al termine, i più abili si sono dimostrati i varesini Causo-Causo su A112, i quali hanno preceduto gli oltrepadani Massimo Politi e Tito Scabini su Mini Cooper, quindi nell’ordine: Ercolani - X A 112 Abarth; Corbellini - X A 112 Abarth; Fronti - Ruggeri A 112 Abarth; Rancati - Ercolani Fiat 850 Coupe; Malucelli - Bernuzzi Lancia Beta Montecarlo; De Bellis - Stella Lancia Fulvia Zagato; Scarioni – Pietropaolo Austin Mini; Celadin - Bono Lancia Fulvia Montecarlo; Crosignani - Crosignani A 112 Abarth;Cantarini – X Autobianchi Y 10; Forelli - Cleoncini A 112; Curone Cristina A 112 Abarth; Rossetta - Degliantoni Lancia Fulvia Coupè; Viola – Mussi Volswagen Golf GTI; Formento - X Fiat 127; Pegoraro – Signorelli Volkswagen Golf GTI; Negrini - Taschin Renault R5 GTL; Bartolo – Zucchella Fiat 127 Sport; Verri - Ventura Fiat 124 Spider; Gregorelli - Gregorelli Peugeot 205 Rally; Moscato Moscato Mercedes Benz 500; Bertelenghi - Nonna Fiat 600; Vernetti - Kalaia Lancia Delta Integrale; Blitto - Giangrassi Alfa

Zavattarello, il via della Ronde del Castello Romeo Sprint 2600; Cavanna - Cavanna Alfa Romeo 75; Ghia – Marchetti Lancia Fulvia Coupè; Ferrari - Grossi Fiat X 1/9; Barisonzi - Barbieri Alpine Renault A110; Spalla - Lombardi Porsche Boxter; Ercole - Lo Piccolo Renautl Clio 16V; 32 Trovato - Pertosa Fiat 124 Abarth; Assale - Logomarsini Mercedes Benz SLK; Franzosi - X Lancia Fulvia; Pertosa - Burgazzoli Lancia

Fulvia Coupè; Faggionato - Laureat BMW Z3; Salviotti - Meisina Austin Mini Myfair; Sperandio - Carrera Fiat 131 Abarth; Tona - Tona Citroen 2 CV e Lazzati – X Fiat 500. Sfortunatissimo l’equipaggio di casa composto da natalino Perelli e Beppe Roveda (Fiat 124 Sport Spider), costretti al ritiro nelle fasi finali. di Piero Ventura


MOTORI in pillole

NOVEMBRE 2021

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La “Triplete” di Canzian alle prese Davide Nicelli con il Rally Cross

Davide Nicelli con Tiziano Pieri Nel calcio, il termine spagnolo “triplete” (in italiano tripletta e in inglese treble) tanto caro ai tifosi interisti dell’epoca di Josè Murinho, indica la vittoria di tre competizioni ufficiali nel corso della stessa stagione o anno solare. Questo termine però non è una prerogativa esclusivamente calcistica, lo si può sicuramente adoperare per chi – come nel nostro caso - in campo rallystico si è aggiudicato tre campionati nella stessa stagione agonistica come, ad esempio, Davide Nicelli, stradellino classe 1994, che già da ragazzino ha coltivato la passione per le quattro ruote seguendo le orme di papà Guglielmo, ex rallysta, non che titolare del Team Husky. Davide, ha iniziato a gareggiare nei Kart all’età di 7 anni scalando tute le categorie kart, dalla 60 cc fino alla massima categoria 125 cc con ottimi riscontri. A 17 anni ha esordito in monoposto nei F2 Italian Trophy al volante di una Dallara, salendo

Accovacciati Alberto e Riccardo Canzian

parecchie volte sul podio. Quattro anni più tardi, cercando nuovi stimoli, decide di lasciare il mondo della pista per passare a quello rallystico, in cui non tarda a mettere in mostra le sue qualità che con dedizione e umiltà riesce a coltivare e migliorare di stagione in stagione giungendo a quella che sta per andare in archivio mettendo in bacheca tre titoli molto ambiti, ovvero, il Clio Trophy Italia, il Campionato Italiano WRC riservato alla categoria R1 ai quali di recente ha aggiunto la vittoria nella finale nazionale Aci Sport Rally Cup Italia R1 2021. Una stagione da incorniciare la sua in cui ha avuto al suo fianco sul sedile di destra il biellese Tiziano Pieri, oltre ai supporter tecnici, amici, fans, e l’impareggiabile papà Guglielmo.

di Piero Ventura

è stata un’esperienza nuova per il vincitore del rally 4 Regioni storico 2021 quella di cimentarsi nel Rally Cross. Nonostante il maltempo che ha imperversato per tutto il weekend, il Round 7, l’ultimo, del Campionato Italiano Rallycross – valido anche come prova del Campionato FIA CEZ – ha regalato grande spettacolo con duelli e grandi sorpassi. Nella categoria Kart Cross, con 30 concorrenti al via in cui era impegnato il driver di Broni Riccardo Canzian, si è vissuto finale davvero al cardiopalma in cui Marcello Gallo é riuscito a chiudere la gara in prima posizione laureandosi per la terza volta campione italiano, beffando nel finale il leader della classifica Marco Berniga. Canzian, come consuetudine, si è battuto fino all’ultimo metro di gara ottenendo l’ennesimo podio della stagione che gli è valso la medaglia di bronzo nel campionato italiano della specialità, in cui su 7 gare

disputate ha colto una vittoria, un secondo posto e due terzi posti. Grande gioia alla fine nel team del driver bronese con Claudio Tangenti, Davide Pisati e Paolo Lodigiani che hanno lavorato, aggiustato, sperimentato, lavato, lucidato e rimontato ogni volta il kart. Piena soddisfazione anche per il “boss” Alberto Canzian, per la presidentissima Michela Rossi che con la nuova scuderia ERREROSSA Racing Team ha creduto in Riccardo e di tutti i supporter. Altro punto di orgoglio per l’automobilismo pavese è rappresentato da Rosario Corallo (Piave Rally) laureatosi Campione Italiano nella categoria Supercar, al volante della Subaru Impreza.

di Piero Ventura

Alcune “brevi”... Sono state moltissime le manifestazioni che hanno visto impegnati equipaggi oltrepadani svolte in questi ultimi tempi, alcune con buoni risultati per i nostri portacolori, altre meno fortunate come nel caso di Marta Achino costretta a due ritiri consecutive, o Fabio Azzaretti, tant’è, e non ce ne vogliate, che è stato impossibile poterle seguire tutte, dovendo fare anche i conti con problemi di spazio. Vediamo dunque alcune “brevi”: SEBINO - Con il 9° Rally del Sebino si è conclusa la quarta edizione del Trofeo Bmw Rally Cup in cui era impegnata in quest’ultima prova la co-pilota oltrepadana Claudia Spagnolo. Chiamata a leggere le note sulla berlina della Bayerische Mo-

L’Equipaggio Spiga - Spagnolo toren Werke 318 condotta da Alessandro Spica, la Spagnolo ha portato a termine

l’interessante esperienza con il 6° posto nella gara di Lovere vinta da Costa-D’Elia, dinnanzi a Toscani-Barabaschi e ad Augusto e Silvia Croce. In 77° posizione assoluta Davide Sozzani e Paolo Maggi, in gara sulla Citroen Saxo N2 della Racing Garage. L’equipaggio pavese combatteva nella numerosissima classe N2 con il solo obiettivo di arrivare al traguardo accumulando ulteriore esperienza in gara. RONDE - Buone notizie arrivano dal Piemonte dove i portacolori di Efferre Motorsport di Romagnese Fugazza-Fugazza, su Peugeot 208 R2B, sono giunti 12° assoluti e secondi di classe al Rally Ronde Gomitolo di Lana, dopo aver vinto la prima prova speciale “Tracciolino” (di quasi 10 km).

Simone Fugazza è partito forte, portandosi al primo posto di classe ma nei passaggi successivi si è dovuto accontentare della seconda posizione. Un risultato soddisfacente per l’equipaggio oltrepadano. STORICO – Al Rally Storico Giro dei Monti Savonesi, c’è stato l’ottimo 5° posto assoluto e primo di classe per il vogherese Ermanno Sordi navigato da Barone sulla Porsche 911 RSR. Poca fortuna invece per Giorgio e Marco Verri, traditi dal cambio della loro Fiat Uno 70, bloccatosi al termine della terza prova speciale dopo un inizio di gara in crescendo. di Piero Ventura