Il Periodico News - GIUGNO 2021 N°164

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è estenuante avere a che fare con l’Oltrepò quello del vino sa di tappo, l’altro di vecchio

Anno 15 14 - N° 160 164 DICEMBRE GIUGNO 2021 2020

di Cyrano De Bergerac

RIVANAZZANO stradella: L’assessore TERME: INTERVISTA frustagli a romano e i commercianti ferrari

Pagina Pagine1526 e 27

RIVANAZZANO BRONI VERSO LE TERME: ELEZIONI INTERVISTA a romano ferrari

Pagina pagine15 22 e 23

Passato il Giro, è tempo di bilanci Mangiarotti: Intanto si discute sull’isola pedonale «Rinuncerò all’indennità «In atto una bagarre tra le due fazioni di carica»» «Le critiche non ci spaventano, portiamo avanti con coraggio i nostri piani per la città» «Quello che appare, per ora, è l’idea di una Giunta che agisce poco da squadra» RIVANAZZANO TERME

VARZI «Coltivo la patata di Pietragavina, una varietà che sarebbe andata persa»

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La generosità dei rivanazzanesi aiuta l’Auser CIGOGNOLa

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“Il milanese” che ha tolto qualche Km quadrato di vigneti per coltivare spezie colli verdi

Pagina 19

Apiario del Benessere il primo in Oltrepò Cos’è e come funziona

storie di rally

Il Sindaco: «Costruire qualcosa di inedito e positivo per il futuro di Zavattarello, lavorando insieme»

Giampiero Torlaschi, Pilota e gentiluomo di Mario Perduca

Ai politici dell’Oltrepò non è chiara la differenza tra marketing, pubblicità e promozione di Antonio La Trippa

Editore



ANTONIO LA TRIPPA

GIUGNO 2021

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Ai politici dell’Oltrepò non è chiara la differenza tra marketing, pubblicità e promozione Dopo oltre un anno di restrizioni, possibilità limitate di uscire, di muoversi e di fare, sembra che questi mesi di primavera/inizio estate, abbiano portato a tutti in Oltrepò la voglia di fare. In questo “tutti” comprendiamo anche i nostri politici oltrepadani che stanno e dovranno nei prossimi mesi gestire la grande quantità di soldi pubblici che stanno arrivando in Oltrepò. Una parte, anche considerevole, di questi soldi saranno destinati al turismo e proprio alla luce di quello che leggo negli innumerevoli post, selfie e articoli giornalistici, mi pare che a molti politici oltrepadani non sia chiaro un concetto: la differenza tra marketing, pubblicità e promozione. La definizione di marketing, universalmente riconosciuta è “preparare il proprio prodotto per il mercato”, la parola pubblicità significa “diffondere la conoscenza del proprio prodotto sul mercato”, infine per promozione si intende “elemento del marketing, mix che mira a comunicare al cliente individuato le caratteristiche del programma di marketing”. Molti politici oltrepadani quando spiegano gli eventi che stanno preparando usano indifferentemente e molto spesso a casaccio le parole marketing, pubblicità e promozione, come se fossero un tutt’uno o dei sinonimi. In realtà non è così ed è proprio per questa confusione che da anni impera in Oltrepò, che i risultati a livello turistico non arrivano o se mai qualche risultato è arrivato, è veramente esiguo. La prima cosa da fare quando si vuole mettere sul mercato un prodotto è stabilire le sue caratteristiche, preparare il prodotto, definire le sue peculiarità e i suoi vantaggi rispetto alla concorrenza. È stato fatto questo in Oltrepò? La risposta è no. In questo momento di crisi economica e di mancanza di introiti, sento da più parti la frase: “In Oltrepò c’è posto per tutti”. Al di là del nobile intento e della necessità immediata di incassare, alla luce della crisi economica, chiunque conosca i primi rudimenti del marketing, sa che è una frase che non ha alcun senso, è come se la Rolex al grido “C’è posto per tutti...” domani si mettesse a fare con il proprio marchio i detersivi per la lavastoviglie, “tanto c’è posto per tutti”. Io non so, o meglio ho le mie idee, ma non è questa la sede, qual è il “prodotto Oltrepò” che andrebbe messo sul mercato turistico, ma so che gli ingredienti per preparare un buon prodotto in Oltrepò non sono poi così tanti: il vino, il salame, una ragionevole bellezza paesaggistica, alcuni castelli (qualcuno aperto, qualcuno chiuso) e poi poco altro. Con questo non voglio sminuire l’Oltrepò, anzi, avere il vino, il salame, graziose colline, castelli etc.etc.

etc. non è poco ma nella definizione del prodotto bisognerà anche vedere quali sono le mancanze dello stesso. E in Oltrepò certamente mancano le vie di comunicazione, non tanto per arrivarci, siamo circondati e lambiti da autostrade con 4 caselli autostradali nel raggio di 40 km, quanto per percorrerlo. Usciti dall’autostrada inizia l’avventura su strade “sgarruppate”, qualcuna a dire il vero la stanno sistemando con la speranza che i lavori durino nel tempo. In Oltrepò mancano gli hotel di medie/ grandi dimensioni, sono pochissimi, un esempio Salice Terme, che aveva una buona ricettività alberghiera e ora l’ha ridotta al lumicino, c’è qualche ottima struttura nell’alto Oltrepò, ma sono veramente poche, ci sono molti agriturismi e sempre di più crescono i b&b con standard qualitativi variegati. Presumo che tutto questo i politici lo sappiano, per cui quando sento dire da molti di loro che in Oltrepò abbiamo veramente tutto, mi scappa un po’ da ridere. Premesso che non esiste luogo al mondo che può vantare di avere tutto, ci sono molti posti con molto di più e molti posti con molto di meno, così come il successo turistico di un territorio non è necessariamente direttamente proporzionale a quanto ha o a quanto non ha. Come potrebbe dunque avere successo l’Oltrepò? Il processo è molto semplice: prima di fare pubblicità e promozione di un territorio e delle sue caratteristiche, è necessario definire in modo preciso quali sono queste determinate caratteristiche. Come definirle? In alcuni casi, soprattutto nel sud Europa, non è stato difficile, parliamo di territori dalle caratteristiche pressoché eccezionali, dove il prodotto che “tirava” era già ben visibile e non c’è stato alcun bisogno di studio per individuarlo. Si chiama fortuna ed è la fortuna di diverse località, soprattutto del sud Europa, dal Portogallo alla Spagna, passando dall’Italia per arrivare in Grecia, dove la politica non ha dovuto far nient’altro che cavalcare l’onda, dando indicazioni politico/strategiche per pubblicizzare e promuovere ciò che già avevano. In molti altri luoghi, sempre in Europa, dove le caratteristiche del prodotto/territo-

rio non sono così eccezionali, e tra questi includiamo l’Oltrepò, si vivacchia... Ma c’è chi ha deciso di non vivacchiare e soprattutto in quei paesi che noi definiamo più caratterialmente freddi, in realtà solo più pragmatici, i politici non si sono autoproclamati marketing manager o marketing esperti, ma hanno fatto una cosa molto più semplice, si sono rivolti a società specializzate, ognuna di queste ha fatto la sua proposta in termini concettuali e poi i politici hanno deciso qual era la soluzione più adatta. Nella stragrande maggioranza dei casi chi ha percorso questa strada ha avuto successo, in pochi altri casi il successo non è arrivato e questo perché i politici locali – e tutto il mondo è paese – invece di scegliere la soluzione che più “aggradava” hanno scelto quella che più “conveniva” loro a livello politico e forse non solo politico... Ecco, forse prima di parlare di pubblicità e promozione sarebbe il caso che in Oltrepò si imitassero le strategie di questi paesi che non hanno caratteristiche eccezionali evidenti e preparasse e definisse il prodotto. Da quanto leggo e sento, non penso che in Oltrepò, in questo momento, ci sia un politico, a tutti i livelli, preparato - sia per formazione professionale sia per preparazione specifica - sull’argomento, tanto meno in grado di preparare un piano marketing per l’Oltrepò Pavese, non perché i nostri politici sono incapaci, ma perché hanno avuto un’altra preparazione professionale. Al contrario molti pensano che parlare di marketing è cosa per tutti, ma così non è, come tutte le professioni bisogna avere preparazione, conoscenza, aver visto, aver studiato, aver capito e aver interpretato.

Non è abbastanza essere andati una volta nelle Langhe e dire “facciamo come loro” o essere stati andati a Sharm end Sheikh e dire “se i nostri albergatori fossero come questi”, o essere stati in Trentino o in Valtellina e dire “basterebbe copiare” e altre amenità simili. Per esperienza personale e dopo aver parlato in molti anni con tanti politici locali, ho la soggettiva, pertanto opinabile, certezza che tolta la patina superficiale per quanto riguarda il marketing turistico/ territoriale, la preparazione di molti nostri politici è vicina allo zero assoluto, qualcuno per intuizione o buona volontà ha una maggior predisposizione, ma definire un piano marketing dell’Oltrepò è tutt’altra storia. Quando a qualcuno l’ho fatto notare, molti si sono offesi, pazienza… Altri han detto che dovevano fare così per essere rieletti, un colpo alla botte ed uno al cerchio come si suol dire, altri han detto che le decisioni spettano loro in quanto espressione della volontà popolare. Questa è una sacrosanta verità, ma sono stati eletti per fare i politici e non i marketing manager. Per chi avesse dubbi sull’incapacità dei nostri politici nel fare marketing manager basta fare un giro in Oltrepò. Ecco perché serve che i nostri politici affidino – facendo a volte un bagno di umiltà oltre che di lungimiranza – ad una società di marketing indipendente e non amica o amica degli amici la definizione o lo sviluppo del “prodotto Oltrepò”, in base alle proprie esigenze, peculiarità, caratteristiche ed alle esigenze del mercato. Poi si potrà parlare di pubblicità e promozione... ma solo successivamente. di Antonio La Trippa


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LETTERE AL DIRETTORE

GIUGNO 2021

Depuratore di Salice Terme «Una delazione pensata per nuocere a livello politico»

Gentile direttore, leggendo l’intervento di “Antonio La Trippa” su un recente numero del Periodico, nel quale si stigmatizza il ricorso alla delazione quale “giustizia fai da te”, mi ha ricordato una vecchia vicenda svoltasi durante il mio mandato di Sindaco del Comune di Godiasco e legata al depuratore di Salice Terme. Una vicenda giudiziaria durata 13 anni e che ha visto coinvolto, insieme al sottoscritto, anche il tecnico comunale che, a quel tempo, era il compianto geom. Peppino Giacomotti, scomparso prematuramente nel 2007. La riassumo brevemente, anche per non annoiare il lettore, e per evidenziare quanto una delazione possa mettere in moto meccanismi della nostra Giustizia che spesso riscontriamo non sempre perfetti, efficienti e rapidi. Nel 1995 in seguito ad un accordo tra il nostro Comune e la Comunità Montana dell’Oltrepò Pavese, si decise di affidare la gestione dell’impianto di depurazione delle acque reflue di Salice Terme (e di parte del Comune di Rivanazzano visto che l’impianto sorge nel suo territorio ma è di proprietà del Comune di Godiasco) all’ente montano che si era impegnato a potenziare la capacità di smaltimento del depuratore salicese con ingenti finanziamenti ricevuti, con non poca fatica, dal Ministero dell’Ambiente. Un altro aspetto, a mio avviso da sottolineare, è che l’intera operazione del potenziamento dell’impianto, al Comune di Godiasco costò solo 50 milioni delle vecchie lire per l’acquisto di un terreno circostante necessario all’ampliamento. Con il nuovo impianto di Salice Terme si completava così il progetto – presentato al Ministero dell’Ambiente – di evitare completamente l’immissione nel torrente Staffora di acque fognarie: infatti, oltre ai due impianti già in funzione di Varzi e Go-

diasco, fu realizzato quello di Cecima a cui sono collegati anche gli scarichi di Bagnaria, Ponte Nizza e Valdinizza. Nella fase di costruzione del nuovo impianto (1999) fu necessario un fermo tecnico del vecchio depuratore e riversare direttamente nel torrente Staffora le acque reflue. Ebbene, per questa azione sia il sottoscritto, in qualità dei Sindaco di Godiasco proprietario dell’impianto, che il geom. Giacomotti, nella sua veste di responsabile del procedimento nonché dell’ufficio tecnico del comune, fummo denunciati all’autorità giudiziaria da un anonimo delatore. Dopo gli accertamenti e le indagini del caso si aprì una fase processuale che portò alla nostra condanna, in primo e secondo grado. Pena: una sanzione amministrativa (non penale) per un importo pari a 500 euro. Ma il nostro difensore, l’avv. Giovanni Di Valentino, scomparso nel 2014, ritenendo correggibile la sentenza di secondo grado, volle ricorrere alla Suprema Corte di Cassazione, a Roma, che annullò la sentenza di secondo grado e rinviò il fascicolo processuale alla corte d’Appello di Milano con l’ordine d’istruire un nuovo processo. La “rapidità” della giustizia operò in modo che nel 2013 dichiarò il reato prescritto. Al sottoscritto non rimase che pagare l’onorario dell’avvocato. Morale: una delazione probabilmente pensata per nuocere a livello politico e “fare giustizia”, in concreto si è trasformata in un nulla di fatto dove tutti hanno perso: il delatore che ha visto fallire il suo intento, la giustizia che ha perso tempo ed energie intorno ad un caso che non era un caso, il sottoscritto che ha perso qualche denaro ma non la dignità di uomo e amministratore. Elio Berogno - Godiasco Salice Terme

«Intristito da chi giocava: ho disdetto le due slot machine» Gentile direttore, da anni e da mesi seguo le problematiche sul gioco d’azzardo con tutte le implicazioni che comporta. Nel bar da me gestito ho assistito, mio malgrado, a livelli parossistici di frenesia che mai avrei sospettato possibili. Le due slot machine che avevo acquisito dalla precedente gestione erano continuamente prese d’assalto ad ogni ora del giorno. Giovani, anziani, donne che perdevano in poche ore cifre ragguardevoli, facevano pena e tristezza insieme. Non volendo assistere oltre a tutto ciò, ho provveduto da tempo a disdire la concessione . Non sono un santo ma vorrei che fosse la conferma

che ciascuno può assumersi una parte di responsabilità per contenere un fenomeno sociale preoccupante quale la ludopatia, la dipendenza dal gioco d’azzardo... Da sola non basterà la scelta del mio bar, ma se unita a quelle di altri «attori» sulla scena del problema, può contribuire ad arginare una deriva alla quale non possiamo rassegnarci come fosse ineluttabile. Perché appunto... dipende anche da noi. Sentivo il dovere di rendere partecipi i vostri lettori che per vivere necessitiamo di cibo e di buona salute, non del gioco d’azzardo! Lettera firmata Voghera

«Quei vandalismi lungo la greenway, chi ferma i ragazzi?» Spettabile Redazione, negli ultimi mesi di lockdown più o meno ristretto, vagando spesso col cane lungo la greenway Voghera - Salice ho notato una cosa abbastanza inquietante. I ragazzi dai 14/15 anni circa sino ai 18/19 massimo, quando si ritrovano, hanno preso l’abitudine di comportarsi da selvaggi, lasciando cartacce, bottigliette, resti di cibo ovunque. Se poi si tratta di aree vicino allo Staffora la situazione degenera, praticamente buttano in acqua di tutto. Pur essendo vogherese frequento spesso la zona dell’area cani nel parco di Rivanazzano, frequentata anche da bambini con le famiglie. Qui spesso ci sono delle similgang di bulletti che trascorrono i pomeriggi cercando di demolire quello che capita. A mia memoria questa piega vandalica antiambientalista o comunque questo spregio per le “cose di tutti” in un paese piccolo com’è Rivanazzano non penso si

sia mai visto. Ora, mi chiedo come sia possibile che: 1) ai genitori non importi niente (e vabbé non è una novità); 2) agli abitanti delle zone flagellate dalla piaga non importi niente (o comunque se intervengono lo fanno a loro rischio e pericolo, perché questi ragazzini sono abituati all’impunità); 3) alle autorità comunali non importi niente, nonostante ripetute segnalazioni Preciso che si tratta di minorenni quindi litigarci non è mai un bene e fargli capire le cose con le buone è per definizione quasi impossibile, a meno che li si intimorisca con minacce serie provenienti da soggetti autorizzati (carabinieri e forze di polizia, basta una multa che ricade sui genitori per beccarsi una strigliata epocale a volte) e non dal primo che passa. Mi limito quindi a questa denuncia sperando che non resti inascoltata.

LETTERE AL DIRETTORE

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Mauro Grandi - Voghera


CYRANO DE BERGERAC

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è estenuante avere a che fare con l’Oltrepò: quello del vino sa di tappo, l’altro di vecchio In Oltrepò Pavese, scandali del vino a parte e promesse di cambiamento che si squagliano come neve al sole da parte dei soliti noti con benedizione - assoluzione regionale, qualcosa sta cambiando. Sono però pochi a partecipare, capire, condividere e guardare avanti con slancio e passione. Il problema è che il settore del vino nel suo insieme proprio non riesce a beneficiare del buono che si fa, eccezion fatta per quelle pochissime imprese (gli altri sono produttori di vino e basta ma non chiamateli imprenditori agricoli) che scelgono di costruire attorno a ciò che accade sul territorio. Pensate all’arrivo del Giro D’Italia a Stradella, per esempio. A parte il triste stand disordinato (da sagra di paese) del Consorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese, con tante referenze in degustazione tanto per non fissare nell’immaginario poche tipologie identitarie scelte con strategia di marketing, solo l’azienda Giorgi di Canneto Pavese ha saputo fare quello che si doveva: dedicare un’etichetta alla tappa. Una. Poteva essere una scelta nelle corde di un consorzio o magari di una grande cantina cooperativa territoriale, invece ci è arrivato solo Fabiano Giorgi, un po’ per il suo legame forte con Stradella e un po’ per il suo intuito imprenditoriale. Giorgi, se ne dica ciò che si vuole, è un brillante

promoter che in carriera ha raggiunto risultati che sono lì da vedere. Tutto il resto del territorio, dalla ristorazione alle cantine, è rimasto quasi tutto alla finestra, nonostante l’assessore Andrea Frustagli del Comune di Stradella abbia fatto di tutto per far sentire la corsa rosa di tutto l’Oltrepò. Che bello sarebbe stato vedere un menù Giro D’Italia in tutti i ristoranti dell’Oltrepò Pavese? Che emozione avrebbe suscitato veder servire nei wine bar di tutto il territorio, nelle settimane a cavallo dell’evento sportivo, un aperitivo con un’etichetta personalizzata per l’occasione? Il problema vero è che in Oltrepò molti si ostinano a considerare e pesare tutto sulla base di chi organizza, di chi è il protagonista o il maggior azionista e non in senso oggettivo. Il problema è che c’è pochissimo spirito d’impresa, bassa propensione a chiedere aiuto o consiglio. Il problema è che si tratta di un territorio di vecchi governato con vecchi metodi. Chi fa eccezione fa quasi uno sgarro agli altri, mentre invece ci sarebbe da dire che spalanca una porta. Ora sarà bello vedere come la Sei Giorni Internazionale di Enduro, evento federale di altissimo livello, sarà accolta in Oltrepò Pavese. Prima sono partiti gli ambientalisti, poi i paladini del nulla che vogliono difendere un calendario d’ini-

ziative che non ha la forza di raggiungere la città di Pavia, adesso arriveranno quelli che vorrebbero solo le farfalle sedute ai tavoli di bar, ristoranti e agriturismi. Ci sono poi quelli che portano sui social il loro dispiacere per il mancato coinvolgimento dell’intero territorio sulle partite più importanti che riguardano la promozione locale. Sapete come li chiamano? Pazzi. Poveretti. Odiatori. Certo, magari perché tagliandoli fuori diventa più facile far abbeverare alle diverse fonti solo gli amici e, magari, gli amici degli amici. Non è questione di soldi ma di modelli, di mentalità e di spirito. è veramente estenuante avere a che fare con l’Oltrepò: quello del vino sa di tappo, l’altro di vecchio. di Cyrano de Bergerac


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voghera

GIUGNO 2021

«Le critiche non ci spaventano, portiamo avanti con coraggio i nostri piani per la città» Nei pochi mesi che sono trascorsi dalla sua elezione non ha mai avuto un momento di tregua. Criticatissima per ogni decisione, dai parcheggi alle rassegne culturali, da Asm alla Sensia, Paola Garlaschelli, sindaco di Voghera, prosegue il suo mandato rispondendo colpo su colpo, senza mai cedere terreno ai propri oppositori politici. Appoggiata saldamente dalla coalizione di centro destra che ha vinto le elezioni vogheresi e con la Lega di Elena Lucchini, che da Roma la sostiene con fervore, la sindaca ha messo in chiaro fin da subito che il suo obiettivo era quello di imprimere alla città un totale dirotta rispetto agli ultimi dieci anni di amministrazione. L’abbiamo intervistata per parlare di quanto è stato fatto finora, e di quanto ancora rimanga da compiere. A quasi un anno dalla sua elezione, qual è stata l’azione che ha compiuto nel suo ruolo di sindaco che l’ha resa particolarmente orgogliosa? «Posso dire che sono orgogliosa della mia squadra, degli assessori che lavorano quotidianamente con me, del team che siamo riusciti a creare, dell’entusiasmo, della collaborazione e del clima positivo che si è instaurato». Qual è stata invece la critica che l’ha più ferita e che a suo avviso le è stata mossa ingiustamente in questi mesi? «Non possiamo permetterci di farci ferire dalle critiche, giuste o ingiuste che siano. Come diceva Aristotele: “Per evitare le critiche, non fare niente, non dire niente, non essere niente”». Iniziamo parlando di Asm “gioia e dolore” di questo Comune. Come preannunciato in campagna elettorale c’è stato un cambio importante di uomini. Oltre al management, c’è stato anche un cambio di rotta operativa? Quali sono stati i risultati più evidenti sino ad oggi e cosa si aspetta - da azionista di maggioranza – nel prossimo futuro? «L’obiettivo è sempre stato quello di modificare la rotta operativa delle società partecipate, ed il cambio di management ne è stata la conditio sine qua non. Oggi in tutte le società del gruppo si respira un clima diverso, di collaborazione, di entusiasmo, di visione comune. Ed i primi a ringraziarci sono stati i dipendenti, nostra grande risorsa senza i quali le aziende non potrebbero raggiungere i propri obiettivi. Ci lasciamo alle spalle bilanci 2020 che chiudono in perdita o con utili scarsamente significativi, non solo a causa della pandemia ma anche di scelte gestionali di cui purtroppo paghiamo le conseguenze. Grazie al nuovo management le previsioni per il 2021 sono positive, l’impegno di tutti è rivolto al miglioramento dei servizi ai cittadini, alla ricerca, all’innovazione ed alla competitività. Con Asm il Comune sta lavorando ad

Paola Garlaschelli

un progetto di Smart City che disegnerà la città del futuro e migliorerà la qualità della vita dei Vogheresi». Le recenti cronache giudiziarie riguardanti società partecipate oltrepadane simili ad Asm stanno portando alla ribalta – secondo l’accusa – casi di malaffare. Il Comune di Voghera, quindi il nuovo “padrone” di Asm ha ritenuto opportuno fare verifiche sui conti ed i sistemi di gestione del passato oppure intende voltare pagina e concentrarsi sul futuro dell’Azienda? «è in atto una due diligence all’interno delle società del gruppo, affidata ad una società di revisione, volta a verificare i profili di legalità, responsabilità e correttezza di alcune operazioni di gestione che hanno causato alle società importanti costi. è stato un atto dovuto da parte del nuovo consiglio di amministrazione, alla luce della documentazione e delle informazioni acquisite». Altro tema che ha animato la campagna elettorale è senza dubbio quello della sicurezza. Il promesso cambio di rotta è avvenuto? Quali sono i risultati tangibili e visibili dai vogheresi che la sua amministrazione ha portato? «Il nostro assessorato si è da subito impegnato al fine di assicurare sia la sicurezza pubblica, che si riferisce prevalentemente all’incolumità dei cittadini e alla tutela della proprietà, sia la sicurezza urbana, finalizzata a garantire una buona qualità della vita ai cittadini, attraverso il pieno godimento dello spazio urbano. Ciò che provoca nei nostri cittadini una percezio-

ne di insicurezza e degrado sono fenomeni di microcriminalità, di accattonaggio, di vandalismo, accentuatisi all’indomani della pandemia. Purtroppo la legge n. 48/2017 recante “Disposizioni urgenti in materia di sicurezza delle città”, consegna ai sindaci poteri di prevenzione e repressione di fatti che il legislatore penale già incrimina autonomamente (come lo spaccio di stupefacenti), o che già ha ritenuto di depenalizzare, configurandoli come illecito amministrativo (ubriachezza in luogo pubblico) o abrogare (accattonaggio). Nonostante ciò stiamo facendo tutto il possibile con i mezzi a disposizione per dare serenità ai nostri cittadini; la collaborazione con le forze dell’ordine è ottima, e di concerto con Carabinieri e Polizia cerchiamo di intervenire nelle zone più a rischio e laddove vi sono segnalazioni. A breve verranno collocate una cinquantina di telecamere per la città che ci aiuteranno a prevenire e a mappare gli episodi di microcriminalità e di vandalismo. Importante è anche il lavoro dell’assessorato alle politiche sociali, a sostegno di quei casi di povertà estrema e di vagabondaggio che non sempre accettano l’aiuto loro rivolto». Voghera ed i suoi negozi: settore quello del commercio profondamente colpito dalla pandemia. I commercianti vogheresi sono sempre molto attivi e propositivi nel rimboccarsi le maniche, ma anche nel chiedere alle Istituzioni un aiuto per poter ricominciare. L’amministrazione Garlaschelli cosa ha fatto, cosa sta facendo e cosa intende fare per aiutare i negozi del centro? E quelli di periferia?

«Il commercio e la ristorazione sono tra i settori più colpiti dalla pandemia, negli scorsi mesi abbiamo stanziato 100mila euro sotto forma di bonus proprio a favore di coloro che hanno subito durante il 2020 un calo di fatturato. Oggi soffia un vento leggero di ripresa. L’Istat la scorsa settimana ha dichiarato che l’indice di fiducia dei consumatori, a maggio, è salito a quota 110,6, ai massimi dal gennaio 2020 (prima dell’era Covid). L’amministrazione sta condividendo con le associazioni di categoria dei commercianti iniziative volte a stimolare la ripartenza ed il ritorno ad una prudente normalità. Ci sono già state alcune riunioni ed altre a breve si terranno per mettere a punto un programma condiviso di iniziative per rivitalizzare la città e la sua economia». I primi eventi organizzati sotto la sua guida sono stati quelli andati in scena in occasione dell’Ascensione. Molte critiche, soprattutto in riferimento alla manifestazione tenutasi presso il Castello. Rifarebbe tutto oppure cambierebbe qualche aspetto degli eventi pensati e promossi? «Da novembre 2020 abbiamo incominciato prudenzialmente ad immaginare un evento alternativo alla tradizionale fiera, alla luce dell’andamento della pandemia e della decretazione “d’urgenza” legata ai valori dell’indice Rt. Si è così pensato in primis a luoghi diversi rispetto all’area della caserma della cavalleria, e a più eventi di matrice culturale ed enogastronomica, nel rispetto delle normative anti covid vigenti, il tutto nella speranza che la Lombardia potesse trovarsi in zona gialla nel mese di maggio 2021. Abbiamo accolto la proposta che ha dato origine ad Iriavinum immaginando che potesse riproporre una situazione simile all’evento 50 sfumature di Pinot noir, con base all’interno del Castello ed eventi diffusi per le vie della città con un diretto coinvolgimento dei nostri commercianti. Su ciò che è stato ho avuto modo di confrontarmi con i commercianti, al fine di evitare in futuro eventuali fraintendimenti e far sì che gli sforzi siano comuni e massimizzino il risultato. Sono comunque soddisfatta di quanto fatto per il primo San Bovo della nostra amministrazione, accanto alle critiche vi sono stati molti apprezzamenti, abbiamo riacceso i riflettori su Voghera, che si candida ad essere la capitale del gusto e del turismo lento dell’Oltrepò Pavese, porta di accesso ad un territorio ricco di colori, sapori, tradizioni. Rendere Voghera attrattiva per i suoi cittadini e per i visitatori significa creare le condizioni per una ripartenza, per un suo sviluppo sostenibile che coniughi la dimensione ambientale ed economica con quella sociale e umana. Quello compiuto è stato un primo passo».


VOGHERA L’annuncio dei prossimi eventi che intende portare in scena al Castello non è davvero piaciuto alla minoranza. Tante critiche sul fatto che la strada da lei intrapresa per rivitalizzare la città sia un troppo elitaria, mi passi il termine. Cosa risponde a queste critiche? «Chi dichiara ciò offende Voghera ed i suoi cittadini, che non vivono nella caverna di Platone ma sono assolutamente capaci di apprezzare e godere degli eventi proposti. Accanto alla rassegna musicale e teatrale all’interno del Castello vi saranno altri eventi dedicati ai nostri giovanissimi, per potere andare incontro ai gusti delle diverse fasce di età». La decisione di chiudere parzialmente piazza Duomo nei week end è stata approvata dalla stragrande maggioranza della gente - a livello concettuale l’idea è piaciuta - ma criticata per le modalità con cui è stata pianificata. A suo giudizio si potevano e si dovevano coinvolgere maggiormente le associazioni di categoria e i commercianti del centro? «La chiusura parziale della piazza fa parte di un progetto sperimentale che come tale è soggetto ad aggiustamenti. L’assessorato competente aveva avuto alcune interlocuzioni con gli esercizi commerciali affacciati sulla piazza, volte a trovare una soluzione agli assembramenti. Le modifiche già intervenute rispetto alla prima ipotesi, sono frutto dell’ascolto delle istanze dei commercianti. Il loro coinvolgimento è importante, su un tema viabilità/zone pedonali che sappiamo essere controverso in quanto qualunque decisione si prenda risulta impopolare perché scontenta una parte della popolazione». Cosa state pensando, qualora lo riteniate opportuno per migliorare e rendere più attrattiva piazza Duomo? «L’attuale chiusura è temporanea, potrebbe diventare in un futuro permanente, immaginando dei dehors fissi funzionali ed armonici quali spazi per il ristoro all’aperto, non avulsi dal contesto storico e architettonico circostante.

GIUGNO 2020

«Ho ritenuto di tenere in capo a me alcune deleghe delicate, in relazione alle quali mi confronterò nel corso del mandato con tutta la maggioranza».

Anche un rinnovato arredo urbano ed il verde potranno consentire alla nostra bella piazza di essere vissuta in modo diverso. Sono cambiamenti che richiedono tempo, per questo abbiamo avviato l’attuale percorso sperimentale, che ci consentirà di raccogliere le informazioni necessarie per valutare successivi interventi». Il primo scossone arrivato alla vostra squadra sono state le accuse rivolte all’ assessore Miracca. La Giunta compatta si è schierata a difesa dell’ assessore, quando forse sarebbe stato più comodo - e molti in uguali circostanze avrebbero agito così - dissociarsi e chiedere all’assessore di fare un passo indietro, dando magari le dimissioni. Voi no. Perché? Cosa si aspetta ora dall’ assessore Miracca per le deleghe che le competono? «Quando è in discussione la responsabilità penale esistono imprescindibili esigenze di garanzia dei soggetti coinvolti e, dunque, ogni approssimazione è da ritenersi semplicemente inammissibile. Non a caso l’art. 27 della Costituzione parla di presunzione di non colpevolezza e non di innocenza. Non un sofisma: bensì il fatto che la nostra Carta esclude che si possa essere sottoposti a indagini in mancanza di qualsivoglia “traccia” (indizio) di colpevolezza, dunque da innocenti certi, e allo stesso modo esclude che basti la “traccia” per poter considerare qualcuno colpevole. Lasciamo che sia la magistratura a valutare se esistano circostanze di colpevolezza, senza sostituirci a loro nel ruolo di giudici.

Non ho elementi oggi per dubitare dell’assessore, il quale sta continuando a svolgere i suoi compiti con l’impegno di sempre». Nell’ambito delle deleghe concesse ai vari amministratori lei ha assunto le deleghe alle Partecipate – Informatica – Cultura – Teatro – Fiera dell’Ascensione – Affari Generali – Rapporti con il Pubblico – Piano di Zona. Come mai questa scelta? Ha ritenuto che, nel’ambito della sua squadra, non ci fossero persone con le competenze necessarie? «Ho ritenuto di tenere in capo a me alcune deleghe delicate, in relazione alle quali mi confronterò nel corso del mandato con tutta la maggioranza». Teatro: l’apertura del teatro da molti vogheresi auspicata è stata posticipata ed i costi aumentati. Quando lei si è insediata si aspettava di trovare quella situazione o era più ottimista? «Purtroppo una volta insediati all’indomani delle votazioni, abbiamo trovato una situazione diversa da quella narrata, a tal punto che in quel contesto il consiglio di amministrazione della fondazione non è apparso una priorità; per nominare un consiglio occorre avere qualcosa da amministrare. Si sono avuti diversi incontri con l’impresa che si sta occupando della ristrutturazione e siamo riusciti a trovare un accordo soddisfacente per entrambe le parti. Il progetto di recupero parziale attualmente in corso dovrebbe concludersi entro la fine dell’anno. Se non si recupereranno nel breve

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periodo ulteriori risorse finanziare per il completamento delle ultime due parti, il loggione ed il foyer, potremmo immaginare di partire con una stagione teatrale nell’autunno 2022». Il consigliere Marina Azzaretti, che ha seguito a 360° l’iter del Teatro e che non ha fatto mistero della sua volontà di mettere a disposizione la sua conoscenza e le sue capacità per la riapertura del Teatro, potrebbe essere coinvolta nel progetto di riapertura e gestione del Teatro o lo esclude a priori? «Il dialogo e la collaborazione sono sempre costruttivi, anche con chi non appartiene alle forze della coalizione». Ai tempi di Alpeggiani si diceva che le decisioni su Voghera venivano prese al Brallo. Ora di dice che molte decisioni su Voghera vengono prese a Varzi. Cosa risponde a questa affermazione? «La maldicenza rende peggiore chi la usa». Come spesso accade finita la campagna elettorale, anche per sopravvenuti impegni, la presenza dei politici tra la gente e tra le vie della città diminuisce. La critica che le si rivolge da più parti è che la sua presenza in città è diminuita in modo drastico, oltre al fatto che spesso non risponde alle critiche o alle problematiche che le vengono sottoposte. Cosa risponde a queste “accuse”? «Non raccolgo inutili provocazioni provenienti probabilmente da chi non ci ama. Se siamo stati meno presenti per le vie della città ciò è dovuto in parte alle restrizioni legate alla pandemia ma soprattutto al fatto che siamo tutti molto impegnati a lavorare per i nostri cittadini. L’app municipium ci veicola gran parte delle segnalazioni sulle quali gli uffici intervengono con la massima tempestività. Abbiamo avuto molti apprezzamenti e ringraziamenti da parte degli utenti. Alle critiche cerchiamo di rispondere con i fatti, migliorando i servizi che l’amministrazione offre». di Silvia Colombini


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«Quello che appare alla gran parte della cittadinanza, per ora, è l’idea di una Giunta che agisce poco da squadra» A livello nazionale non è un buon momento per il Movimento Cinque Stelle. A Voghera, dove non ha mai goduto di un grande seguito, a portare avanti le sue istanze e il suo modo di fare politica è il consigliere Antonio Marfi, sempre in prima linea dalle fila di un’opposizione che non risparmia critiche (sempre costruttive, va detto) all’amministrazione di Paola Garlaschelli. Con il tono garbato che lo contraddistingue ha risposto alle nostre domande, dando il suo punto di vista su quanto accaduto in città nelle ultime settimane. Il giorno dopo le elezioni vogheresi lei aveva dichiarato: “Il risultato non mi premia e non premia il Movimento 5 stelle”. A distanza di 9 mesi da quel risultato qual è lo stato di salute del Movimento 5 Stelle in quel di Voghera? «Il Movimento 5 Stelle a livello nazionale sta attraversando un momento di profondo cambiamento che si riflette anche sui gruppi locali. Ci confrontiamo spesso, circola un po’ di delusione per il contesto nazionale, ma molti attivisti continuano a seguire le vicende politiche locali, e questo è un bel segnale». Dopo 9 mesi di Giunta Garlaschelli qual è la critica principale che muove al nuovo sindaco ed alla sua squadra? «Quello che appare alla gran parte della cittadinanza, per ora, è l’idea di una Giunta che agisce poco da squadra. C’è una linea forte della lega, dettata soprattutto da parte della Consigliera Lucchini e poi ci sono assessori che si muovono molto più singolarmente. Manca l’idea di un progetto preciso. Inoltre deve migliorare il rapporto con la cittadinanza e con le associazioni di categoria». Qual è l’aspetto che invece l’ha sorpresa positivamente delle azione messe in campo dal nuovo sindaco? «In questi primi mesi ho trovato il sindaco abbastanza disponibile al confronto con

Antonio Marfi

parte della minoranza. Ho trovato coraggiosa la scelta di rendere pedonale una parte della piazza Duomo. L’evento Iriavinum può considerarsi un punto di partenza per valorizzare il nostro territorio e i suoi prodotti agricoli e alimentari. Importante ritengo il lavoro che sta svolgendo la consigliera Chindamo sulla digitalizzazione dei servizi che l’amministrazione offre alla cittadinanza». Il potere - si dice - logora chi non ce l’ha e “fare la minoranza” è un lavoro duro e a volte poco gratificante. Come sono i rapporti con la maggioranza? «Io ho deciso di fare un’opposizione costruttiva, perché ho già fatto quella classica opposizione polemica e di bandiera. Sono un uomo libero e voglio il meglio per la mia città e se posso contribuire a migliorare o impedire alcune scelte dell’amministrazione, lo faccio senza il timore di apparire filo maggioranza. Questa maggioranza avrà sicuramente bisogno della miglior minoranza consiliare, con le idee, con le critiche e soprattutto per uscire de-

finitivamente dalla crisi pandemica e far crescere economicamente la città. In realtà il potere ce l’ho e ce l’hanno tutti i cittadini che vogliono partecipare alla vita politica e sociale della città». E con gli altri membri della minoranza? Sembrate spesso in sintonia su diversi aspetti della politica locale. Si può affermare che siete una squadra compatta? «A volte non ci accorgiamo che anche la minoranza consiliare ha un potere importante. Quello di indagare, suggerire, proporre, interrogare e soprattutto di informare la cittadinanza. Io voglio fare un’opposizione critica ma voglio riuscire a far promuovere mie iniziative. In questi mesi, su mia proposta è stata istituita la Consulta dell’Ambiente e redatto il relativo regolamento. Con la minoranza ci si trova d’accordo su alcuni temi, ma per ora ognuno viaggia un po’ per i fatti suoi». Asm: cambio di rotta e cambio dei vertici aziendali come annunciato dall’amministrazione. Dal suo punto di vista è stata una “rivoluzione” positiva che ha

portato a buoni risultati? «In questi anni e anche in campagna elettorale su ASM si è giocata una partita vergognosa e dannosa per la città, per la stessa azienda e per i validi dipendenti. Era necessario fare i conti col passato e rimuovere i vertici precedenti. Conosco relativamente poco il presidente Bariani, ma per ora risultati non se ne vedono. Ho predisposto già due interrogazioni consiliari che discuterò prossimamente, perché su Asm bisogna essere vigili». Sicurezza: cosa sta funzionando e cosa no rispetto alle promesse elettorali? «Sinceramente non noto nessun cambio di rotta con la precedente amministrazione. L’assessore alla sicurezza deve ancora dimostrare di voler applicare il programma elettorale e per ora mi ricordo solo il daspo alla donna che chiede un aiuto sotto i portici del Duomo. In piazza San Bovo si è fatto pochissimo, sono state tolte soltanto delle panchine e non sono state più rimesse. In quella zona c’è ancora un forte senso di insicurezza, come nei quartieri e nell’area della stazione». Si insiste molto sul fatto che Voghera debba diventare la capitale turistica dell’Oltrepò, vocazione che a dire il vero Voghera non ha mai avuto, ma altre sono le location dell’Oltrepò con questa destinazione. Lei è d’accordo sul fatto che il turismo oltrepadano debba partire da Voghera? «Nel programma elettorale redatto dal M5S in appoggio alla mia candidatura a Sindaco era ben chiaro quale fosse il progetto più importante: Voghera Porta dell’Oltrepò. Voghera deve essere il centro da cui partono i turisti che si vogliono dirigere in Valle Staffora ed in Oltrepò. Ma noto purtroppo che manca ancora questa volontà. Ho appena letto della creazione del progetto Visit Oltrepò e la domanda


VOGHERA sorge spontanea, dov’è Voghera? E perché alcuni piccoli comuni viaggiano da soli? È chiaro che se l’attuale amministrazione vogherese resta ferma, non otterremo nulla di buono. Serve politica e non ancorarsi a piccoli potentati che si fanno la guerra per questioni partitiche». è stato molto critico sugli eventi che la nuova amministrazione intende portare in campo per animare le serate estive. Cosa si potrebbe e dovrebbe fare a suo giudizio e con i fondi disponibili per rendere attrattiva Voghera? «Ovviamente, visto che ad oggi non c’è ancora nulla di concreto; mentre altri comuni come Vigevano e Pavia hanno già pronta l’offerta culturale estiva. Sono critico perché credo che ad oggi non si abbiano idee e progetti nuovi, ma si voglia mutuare dalle proposte effettuate dalla giunta Barbieri e che sono state spesso delle manifestazioni macedonia dove c’era dentro di tutto. Per prima cosa valorizzerei il ruolo assegnato ad un consigliere comunale della maggioranza per cercare i fondi necessari ad avviare prima una progettazione dell’offerta culturale e poi realizzarla. È necessario sapere cosa si vuole proporre e a chi si vuole proporlo, se invece l’idea è quella di giovedì di sera che non erano nient’altro che delle notti bianche fatte un po’ prima, allora sarò sempre molto critico». Iriavinum e Fuori Sensia. Lei ha presentato un’interrogazione per capire se le risorse pubbliche investite hanno portato benefici alla città.

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Inoltre ha raccolto idee e commenti di commercianti e abitanti. Che quadro è emerso su questo primo evento targato Paola Garlaschelli? «Bisogna ammettere che gli eventi del periodo dell’ascensione proposti dall’amministrazione comunale e dalle associazioni di categoria dei commercianti, hanno acceso un dibattito che ritengo utile a tutti. È facile fare opposizione con i no e con le critiche e con le polemiche schierandosi con uno o con l’altro, cercando di mettere in contrapposizione l’amministrazione comunale e importanti attori economici della città. La mia interrogazione serve proprio per creare trasparenza e per interrogarci su come migliorare questo evento, visto che la città ha risposto con entusiasmo, nonostante le tante restrizioni. Già nel 2011 avevo proposto al comandante dei vigili che si occupava dell’organizzazione dell’Ascensione di realizzare una fiera itinerante, diffusa in città, ci arriveremo e allora potrò dire che le nostre idee erano valide già dieci anni fa». La chiusura parziale di piazza Duomo, è stata concettualmente da lei ben accolta. Dove invece lei ritiene siano stati fatti errori e quali tangibili e fattibili iniziative metterebbe in atto per rendere più attrattiva la piazza? «Ho trovato coraggiosa da parte dell’amministrazione e dell’assessore la scelta di chiudere una parte di piazza Duomo alle vetture, rendendola pedonale. Purtroppo la scelta è stata fatta senza un proficuo confronto con le associazioni di

categoria dei commercianti e con i residenti, e questo ha comportato una serie di problemi e alimentato forti polemiche. Per fare una scelta del genere ci vuole un progetto preciso, condiviso, anche con il confronto con gli altri assessorati della cultura, della viabilità e della sicurezza. Ritengo necessario che la chiusura parziale della piazza sia accompagnato da una serie di eventi culturali ed è necessario renderla più bella, con fioriere e panchine». La sua ultima “battaglia” a suon di interpellanze è stata quella relativa alla chiusura del Ponte Rosso. Battaglia vinta che ha posticipato la chiusura totale del Ponte e che ha accontentato residenti e commercianti del quartiere. Prossime interpellanze sulla scrivania di Antonio Marfi? «La verità è che i cittadini dell’oltrestaffora si sono fatti sentire e le interpellanze della minoranza hanno solo integrato la loro protesta. Non entro nel merito tecnico ma chiudere il ponte per un mese in quel periodo era davvero problematico. La scelta di posticipare è utile, ma bisogna iniziare a pensare seriamente alla viabilità dell’oltrestaffora anche ipotizzando un nuovo ponte in zona Sturla. Ho limitato molto le interpellanze, cercando di concentrarle su temi che ritengo urgenti e importanti della città. La prossima sarà sicuramente sul Bíodigestore di Campoferro, ma in realtà non vedo l’ora di ritornare a parlare con i cittadini per confrontarmi sui temi e sui problemi».

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Come la Lega ha l’onorevole Lucchini molto presente nel partecipare alla politica locale, il Movimento 5 Stelle ha l’onorevole Romaniello che almeno apparentemente è accusato di essere meno partecipe ai problemi del territorio. È vero? Si aspettava o si aspetta un aiuto maggiore da Romaniello? «Devo dire che ho trovato inappropriata la candidatura dell’onorevole Lucchini al consiglio comunale, sembra quasi che a Roma non ci sia nulla da fare. Per questo non ho da muovere critiche all’onorevole Romaniello, che questi anni si è speso soprattutto per il bene dell’intera nazione e non per logiche di consenso elettorale. Chiaramente le amministrazioni locali sono per la maggioranza di centro destra e quindi trovano nell’onorevole Lucchini un interlocutore più vicino alle loro ideologie. Ho seguito molto da vicino il lavoro dell’onorevole Romaniello ed ha sempre dedicato tempo ad incontrare molti sindaci del territorio, cittadini e comitati. Quando è stato chiamato per i problemi del territorio, si è sempre reso disponibile. Devo dire che non mi piacciono molto i politici che inaugurano qualsiasi cosa e tagliano nastri per qualsiasi sagra. Infine se si lasciassero da parte gli interessi di Partito e le lotte interne per il potere, forse ci si concentrerebbe sui problemi e sulle potenzialità del territorio in un momento di forte bisogno di rilancio». di Silvia Colombini


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Da “Anti - Lega” a “Noi siamo Idee”, l’evoluzione di un gruppo di giovanissimi Hanno tra i 19 ed i 24 anni, studenti universitari e liceali che si sono distinti e fatti conoscere per l’azione ecologica intrapresa di raccolta dei rifiuti lungo le sponde dello Staffora. Ma in tempi non sospetti, prima di attribuirsi il nome di “Noi Siamo idee” e di strutturarsi come organizzazione politica, si facevano chiamare “Anti-lega”. Perché così nascono: come un gruppo di giovani che in occasione del comizio di Matteo Salvini a sostegno della campagna elettorale di Paola Garlaschelli hanno manifestato contro il premier leghista in piazza San Bovo. Oggi fanno politica ma non sono un partito, guardano a sinistra ma ognuno di loro ha le proprie ideologie. Incontriamo le 3 donne del direttivo: Maddalena Faletta Avogadro, Gaia Mietta e Diana Panait. “Noi siamo idee”. Vi definite un’organizzazione giovanile alleata e che si batte per il rispetto dei diritti di chi è oppresso. Un fine importante, impegnativo e impegnato. Da chi è partita l’idea del nome e dello scopo del vostro gruppo? «Il gruppo nasce con la prima manifestazione fatta il 31 agosto del 2020, in occasione del comizio di Matteo Salvini a sostegno della candidata del partito Paola Garlaschelli. In quel momento avevamo deciso di chiamarci Anti-Lega, ma successivamente abbiamo deciso di cambiare nome in Noi Siamo Idee, abbreviato NSI, in modo da creare un’identità tutta nostra facilmente riconoscibile e non più legata a un’idea di contrasto nei confronti della Lega». Quanto vi ci è voluto per organizzarvi? Quando e in quanti siete partiti e, a oggi, in quanti siete? «Come detto precedentemente, il gruppo è nato con la manifestazione Anti-lega, che raccoglieva un gruppo di ragazzi e ragazze con la stessa opinione e voglia di fare una manifestazione pacifica. Durante la manifestazione sono state coinvolte una settantina di persone; una grande affluen-

Maddalena Falletta Avogadro

za mai più avuta perché oggettivamente è stato l’evento che coinvolgeva di più visto l’obiettivo. Successivamente, quando si è formato il vero e proprio gruppo NSI, siamo rimasti molti meno, ma più compatti, con una gran voglia di fare e di attivarsi. Inoltre, stiamo man mano crescendo anche grazie alle collaborazioni con altri collettivi, come Friday For Future Vigevano e Pavia e il collettivo Lapis, sempre di Vigevano». Condizione necessaria per far parte della vostra organizzazione? «Sicuramente l’amore per la libertà, la voglia di difendere un’ingiustizia, a prescindere dall’orientamento politico, la voglia di battersi per quello in cui si crede senza avere paura di esporsi, e sicuramente la voglia di aiutare chi ne ha più bisogno e magari non ha i mezzi per difendersi». Chi sono i giovani che fanno parre di “Noi siamo Idee”? «La maggior parte dei componenti del gruppo sono studenti universitari, quindi l’età media è tra i 19 e i 24 anni, ma sono presenti anche alcuni studenti liceali. Gli ambiti di studio sono molto vari: si va

dall’architettura a medicina fino a toccare filosofia e CIM, indicando quindi un’ampia varietà all’interno del collettivo per quanto riguarda gli ambiti di studio. Per quanto riguarda la provenienza dei vari componenti, non ci limitiamo soltanto a Voghera ma anche ad altre città dell’Oltrepò». Ogni organizzazione in genere ha una leader. Chi è il vostro? «Di comune accordo abbiamo deciso di dare un taglio orizzontale all’organizzazione interna del gruppo, eliminando per ora il concetto di leader. L’orizzontalità dà la possibilità a tutti e tutte di partecipare attivamente nelle decisioni, spingendo ogni componente ad assumere un ruolo di responsabilità in base all’azione che vogliamo svolgere. Tra gli organizzatori più attivi ci siamo però divisi in tre gruppi operativi: i gestori dei social, i portavoce e coloro che si occupano della raccolta dei materiali in caso di manifestazioni; questa divisione in sottogruppi ci aiuta a velocizzare l’organizzazione stessa rendendola più concreta ed efficace. Il confronto interno tra le varie parti è fondamentale prima di prendere una decisione ed esporci pubblicamente, il che ci rende più omogenei e compatti». Siete altresì un’organizzazione politica che guarda a sinistra. È corretto? «Sicuramente i valori di ciascuno di noi sono più orientati a sinistra, ma non è corretto definirci tutti appartenenti ad un’unica corrente politica; ognuno ha il proprio pensiero e il proprio orientamento politico. Alcuni dei componenti hanno posizioni politiche ben precise con conseguenti tesseramenti a diversi partiti, ma le idee politiche del singolo e di NSI sono due cose distinte e separate, nonostante ci siano ovviamente delle sovrapposizioni ideologiche che ci accomunano tra di noi. La partecipazione politica di ognuno non ha nulla a che vedere direttamente con ciò che svolgiamo invece come gruppo».

Organizzazione e non partito politico come avete sottolineato voi. Qual è la differenza? «Siamo un’organizzazione e non un partito politico perché non seguiamo tutti una precisa corrente. Le nostre linee guida morali sono tendenzialmente a sfondo comune, ma all’interno ognuno di noi ha le proprie sfumature. Noi non facciamo politica e non è nel nostro interesse farne: semplicemente ci battiamo per le disuguaglianze e per tutto ciò che non riteniamo corretto o moralmente giusto, a prescindere da qualsiasi partito o ideologia. Non ci identifichiamo politicamente proprio perché ci battiamo per le ingiustizie senza condizionamenti, provengano esse da un partito politico o dall’altro». Come mai avete sentito la necessità di creare ex novo un’ organizzazione quando nel panorama politico italiano sono diverse le opzioni di partiti che hanno ideali di sinistra? Non vi sentite rappresentati da nessun partito politico? «Non ci siamo schierati con nessun partito poiché abbiamo membri che credono in diverse ideologie politiche. Non potremmo mai creare un gruppo che segua una linea politica ben definita per la nostra eterogeneità, ed è esattamente questo il nostro punto di forza: siamo in grado di mettere da parte le differenze “contrastanti” quando è necessario agire per una determinata azione restando uniti, e, allo stesso tempo, abbiamo la capacità di sfruttare le differenze “costruttive” per migliorare il nostro operato e crescere insieme». Ideali come la resistenza o l’antifascismo di cui parlate anche attraverso la vostra pagina facebook vi sono stati trasmessi per tradizione o avete imparato a conoscerli autonomamente? «Sicuramente entrambe le cose. Alcuni di noi hanno parenti in famiglia che li hanno cresciuti con questi ideali e altri hanno vissuto esperienze che hanno permesso loro


VOGHERA di comprendere la realtà che ci circonda. C’è chi era già predisposto e chi si è “fatto” da solo informandosi e imparando che cosa sia il fascismo e per quale motivo bisogna sentirsi fieri di essere antifascisti e di contrastare l’odio con la resistenza e la cultura». Mi pare di capire dalla vostra pagina facebook che siete dei “dissidenti” dell’ attuale amministrazione vogherese guidata dal sindaco Paola Garlaschelli. È così? «Ad oggi non siamo pienamente d’accordo sulle azioni svolte dalla nuova Giunta, motivo per cui in alcuni casi ci siamo esposti a riguardo. Ci teniamo a precisare ancora una volta che non ci basiamo sull’orientamento politico o sul partito della dottoressa Garlaschelli, bensì semplicemente su fatti e azioni svolte, e come è ben noto in alcuni casi non ci siamo trovati d’accordo. Quello che vogliamo sottolineare è che prendiamo le distanze dalla generale demagogia populista che inganna i cittadini e genera odio, dall’odierna classe politica inesistente che ha fatto sprofondare la nostra provincia nel baratro della malavita e dall’inciviltà di chi non rispetta l’ecosistema e la vita in tutta la sua complessità; questa è una presa di posizione non contro un preciso partito politico, bensì contro l’incapacità della politica locale di attivarsi per il bene di tutta la comunità». Vi abbiamo conosciuto come “quelli dello striscione” contro Matteo Salvini in piazza San Bovo nel periodo della campagna elettorale per le elezioni comunali di Voghera. Ci raccontate come è andata? «Sicuramente come prima manifestazione è andata molto meglio di quanto potessimo aspettarci visto il supporto di tantissimi giovani. È stato inoltre fondamentale il supporto di Movimento Pavia e di vari cittadini non residenti a Voghera. Per evitare l’incontro tra le due fazioni, la nostra manifestazione è avvenuta in piazza San Bovo con conseguente blocco della polizia locale all’entrata di Via Emilia in modo da evitare possibili contrasti.

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Gaia Mietta

Diana Panait

Nonostante questo, abbiamo comunque sentito la presenza di diversi cittadini non favorevoli alla nostra iniziativa e al desiderio di esprimere la nostra posizione. In seguito, la seconda volta che Salvini è stato ospitato a Voghera, abbiamo semplicemente creato uno striscione e lo abbiamo esposto. Avevamo già messo in conto che la nostra iniziativa non sarebbe stata approvata da tutti, ma sicuramente una delle caratteristiche del nostro collettivo è quella di non avere paura di esporsi o di mostrarsi, seppur nel pieno rispetto di tutti e di ogni opinione, anche discordante rispetto alla nostra». Tra le vostre prime manifestazioni messe in campo quella contro i tre Daspo Urbani messi in atto dalla nuova Giunta. Qual è la vostra opinione in merito? Siete contro il Daspo Urbano a prescindere? «Riteniamo che il decoro urbano debba essere rispettato e che sia giusto punire chi sceglie di arrecare danni morali o fisici ai cittadini. Il problema, infatti, non è correlato al Daspo in sé, ma a come è stato applicato. Abbiamo deciso di manifestare quando il Daspo è stato applicato ingiustamente, ovvero allontanando persone che non avevano arrecato danni a nessuno né ingombrato in nessun modo il passaggio dei portici o davanti ai negozi. Le persone coinvolte non solo non hanno mai dato fastidio a nessuno, ma hanno creato un legame con chi li conosce. Scegliere di allon-

tanare delle persone solo perché chiedono l’elemosina o salutano amichevolmente significa schierarsi dalla parte di chi vuole una società ingiusta, una società diseguale, una società dove chi non ha possibilità economiche è destinato all’emarginazione e all’isolamento. La scelta del Daspo ha rappresentato per noi un simbolo e, come tale, abbiamo scelto di manifestare altrettanto simbolicamente». “Alleati di chi è oppresso”: in che modo sino ad ora avete messo in pratica questo principio e in quali circostanze è stato necessario il vostro intervento? «Innanzitutto con la manifestazione Antilega, per i valori e principi della lega che non ci rispecchiano e che, secondo noi, non sono a favore di una parità e un’uguaglianza globale. Successivamente ci siamo alleati a sostegno di coloro verso cui era stato espresso il Daspo urbano. Poi ci siamo recati a Pavia a sostegno di “Non una di meno Pavia” contro il femminicidio, e per la manifestazione di Movimento Pavia per le case popolari. Infine, alcuni di noi sostengono anche “S.O.S studenti” che tutela i diritti di tutti gli studenti». Tra le vostre ultime attività la pulizia del torrente Staffora che avete fatto per ben due volte: è stata un’esperienza positiva e gratificante e da rifare? «Certo, la rifaremo. Questo è stato solo l’inizio di una serie di pulizie che organizzeremo successivamente, sicuramente espandendoci anche in altre zone, non solo

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in quelle su cui abbiamo agito fino ad ora. Continueremo a darci da fare e impegnarci nel nostro piccolo a sostenere l’ambiente, tematica a cui siamo molto legati. Inoltre volevamo anche fare interventi di sensibilizzazione, collegandoci anche con le varie scuole vogheresi, per rendere partecipi i giovani e far capire loro quanto sia importante prendersi cura e svolgere nel quotidiano anche piccole azioni che possono tutelare l’ambiente». Prossime iniziative che avete in mente e che intendete mettere in campo? «Agiremo nuovamente organizzando nuove pulizie e coinvolgendo un numero sempre maggiore di persone. Inoltre sicuramente organizzeremo altre manifestazioni se verranno messe in atto altre ingiustizie o scorrettezze che non rispecchiano i nostri valori». Quali sono le mancanze, dal vostro punto di vista, di cui la città soffre maggiormente e che attribuite ad un “vuoto” dell’amministrazione? «Da quello che abbiamo riscontrato fino ad ora, c’è una mancanza di attenzione per l’ambiente che si protrae da anni e anni con conseguente abbandono di zone che a nostro avviso potrebbero essere più valorizzate a favore del cittadino. È inoltre triste realizzare la mancanza di spazi di aggregazione culturale per i giovani e conseguenti eventi che possano attirare più cittadini». Pensando a medio lungo termine, nel 2025, quando avrà scadenza naturale il mandato dell’attuale sindaco, pensate di essere una forza politica strutturata tanto da poter partecipare alle elezioni oppure non è tra le vostre priorità? «Da qui a 5 anni possono cambiare moltissime cose. In ogni caso, sicuramente a oggi non fa parte delle nostre priorità e non è uno dei nostri obbiettivi. Questo non esclude le scelte individuali di ognuno di noi, o di chi tra di noi eventualmente deciderà di schierarsi esponendosi a favore di una lista o un candidato sindaco». di Silvia Colombini



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La generosità dei rivanazzanesi aiuta l’Auser L’Auser Rivanazzano Onlus è un’associazione di Volontariato impegnata in numerose attività a sostegno delle persone anziane in difficoltà. Nata il 19 marzo del 1992 per volontà e impegno di tre rivanazzanesi, Luigino Longhi, Lucia Mariani e Anselmo Valdetara, considerati i fondatori e promotori di quella che oggi è una rete di volontari ben organizzata sul territorio comunale e non solo. Guidata per 23 anni dal Presidente Antonio Cerutti, a cui è stato assegnato un attestato di benemerenza civica per la dedizione e l’impegno svolto, oggi, e da circa un anno e mezzo, a presiedere l’Auser è Giuseppe Demaestri, con lui la vicepresidente Silvana Rebollini ed il segretario - il Dottor Sergio Ferrari. Incontriamo nella sede del circolo – intitolato alla memoria di Matteo Limonta – di piazza Cornaggia il presidente ed il segretario, del primo non possiamo non notare lo spirito vivace, del secondo la pacatezza e la precisione tipiche di chi ha fatto il segretario comunale per una vita. L’Auser può svolgere attività illimitate nel settore del volontariato. A Rivanazzano Terme quali sono quelle necessarie e che voi garantite? «La nostra attività principale è quella di accompagnare – attraverso un trasporto protetto e sicuro – le persone che ne hanno bisogno nei vari presidi ospedalieri, cliniche ed istituti di cura, ma anche di rendere agevole il loro accesso a tutti i servizi sanitari e anche termali. Inoltre diamo supporto per il disbrigo di pratiche amministrative non sempre di facile comprensione soprattutto per i soggetti più anziani e che non possono contare sull’aiuto di nessuno. L’altro nostro impegno coinvolge i nostri bambini ed è quello di fare assistenza sullo scuolabus della scuola dell’infanzia. Abbiamo 10 mamme più 1 mammo che quotidianamente danno il loro aiuto affinché i bambini possano percorrere il tragitto da casa alla scuola in totale sicurezza». Da chi è composta l’Auser di Rivanazzano? «Oggi siamo 180 tesserati e 20 volontari principalmente di Rivanazzano Terme, ma ne abbiamo anche un paio tra Godiasco e Pozzol Groppo». Riuscite con questi numeri a sopperire alle esigenze del territorio o auspicate in un numero maggiore di volontari? «Dobbiamo dire che i nostri volontari riescono a sopperire alle esigenze del territorio, con impegno e dedizione costanti ma possiamo dire di essere oggi in grado garantire tutti i servizi richiesti. Se vuole l’unica pecca o dispiacere è di non avere giovani tra i nostri volontari, siamo tutti over 60 – o anche di più – in gamba e vo-

lenterosi ma l’età media è piuttosto alta per cui si dovrà prima o poi pensare ad un cambio generazionale». Difficile trovare volontari soprattutto tra i giovani? «Ci preme sottolineare che i nostri volontari sono persone meravigliose, che svolgono un lavoro molto impegnativo anche in termini di tempo dedicato, spesso stando fuori anche 8/10 ore per accompagnare i pazienti nei vari ospedali anche lontani, da Milano a Cremona a Novara, senza mai chiedere neppure 1 euro per il caffe e, a testimonianza di ciò non abbiamo a bilancio nessun rimborso spese presentato dai nostri volontari, senza contare che a volte utilizzano le loro auto per accompagnare chi ne ha bisogno. Questa premessa per dirle che non si diventa volontari per caso o per passatempo e noi tutti siamo molto rigidi nella scelta di chi vuol far parte della nostra “famiglia”, scelta che non viene fatta a cuor leggero ma chiediamo caratteristiche specifiche, persone di fiducia e totalmente affidabili e sino ad oggi non ci siamo mai sbagliati sulle scelte fatte». Erogare dei servizi costa. Con quali risorse vi finanziate? «Con i tesseramenti e grazie alle donazioni di qualche filantropo, ma dobbiamo dire che il nostro principale sostenitore resta il Comune di Rivanazzano che ogni anno ci elargisce un contributo di 4.500 euro, inoltre ci mette a disposizione la sede con tutti i servizi necessari per renderla operativa. Ricordiamo che l’Auser non chiede mai compensi per i servizi resi, vero anche che capita che chi usufruisce dei nostri servizi e può permetterselo ci lascia una sorta di mancia, ma che ricordiamo non è assolutamente “obbligatoria”, chi può lo fa». Come già detto la vostra attività principale è quella di accompagnare chi ne ha bisogno nei vari presidi sanitari. Quanti mezzi avete a disposizione per questo servizio? «Oggi abbiamo 3 automezzi, 2 un po’ più datati ed uno di recente acquisto. Non sono semplici autovetture, ma sono mezzi speciali attrezzati con sollevatori elettrici per permettere anche a chi non deambula di poter essere trasportato e dobbiamo dire che questo è un notevole valore aggiunto, tant’è che spesso li mettiamo a disposizione di altre Auser del territorio che non ne sono dotate». Nell’anno della pandemia come sono cambiati i vostri servizi e siete sempre rimasti operativi? «Da un punto di vista prettamente operativo possiamo dire che abbiamo dovuto sospendere gran parte delle attività di accompagnamento, questo perché comunque molti esami, visite specialistiche e ac-

A sinistra il presidente Giuseppe Demaestri e il segretario Sergio Ferrari

cesso alle strutture sanitarie erano vietati; noi però non abbiamo mai chiuso le porte, siamo sempre stati aperti e operativi, aiutando le persone in altro modo, ad esempio con la spesa a domicilio piuttosto che con altri servizi sempre a domicilio o nel trasporto di malati oncologici, siamo sempre stati al loro fianco. Una nota positiva di questa pandemia è che ha rafforzato il dialogo, la collaborazione ed i rapporti, anche personali non solo lavorativi, con l’amministrazione comunale ed in particolare con il nostro referente, Marco Largaiolli, con la Protezione Civile e con le altre associazioni. Fare squadra è stato davvero oltre che importante, molto gratificante». Diamo qualche dato: nel 2019 quanti servizi avete reso alla Comunità? «Abbiamo aiutato 125 persone, percorso 38.000 km e i nostri volontari sono stati impegnati per 1.960 ore». Recentemente vi è stata fatte un’importante donazione in memoria di Franco Gazzaniga, improvvisamente e prematuramente scomparso «Esatto, i 29 coscritti dell’amico Franco, classe 1954, e colgo l’occasione per ringraziarli nuovamente, hanno donato all’Auser una cospicua somma di denaro che verrà utilizzata per incrementare le attività sociali a favore delle persone anziane e fragili che si rivolgono alla nostra associazione di volontariato. Vogliamo ricordare Franco e stringerci intorno al dolore della famiglia a nome di tutti gli associati con grande affetto, riconoscenza e stima, una persona semplice, affabile e altruista che ha lasciato in tutta la comunità rivanazzanese un buon ricordo.

Uomo abile nel suo lavoro, pensi che addirittura si era costruito da solo gli attrezzi per il suo lavoro di falegname, uomo straordinario, come il padre del resto, artigiano dalle grandissime capacità riconosciute da tutti. Una grande perdita e noi dell’Auser vogliamo ricordare Franco con l’apposizione di una targa su di un nostro automezzo con la scritta “All’amico Gazza”». Altre famiglie rivanazzanesi hanno a cuore l’Auser, giusto? «In primis la famiglia Limonta che in memoria del figlio Matteo, prematuramente e tragicamente scomparso, ci fece un’importante donazione con la quale abbiamo potuto acquistare il nostro primo automezzo, inoltre la signora Giuseppina Nascimbene Limonta, “Pinuccia” per i rivanazzanesi, è una delle nostre più energiche e sempre presenti volontarie. Da ricordare anche la generosità della famiglia Fariseo in memoria della defunta Virginia». Sogni nel cassetto? «Ci piacerebbe essere più presenti a livello locale, rendere più agevole la quotidianità dei soggetti più fragili e non solo intervenire nei casi eccezionali, come il trasporto nei vari presidi ospedalieri. A tal proposito uno dei progetti che abbiamo dovuto abbandonare causa Covid ma che riprenderemo speriamo a breve è quello della ginnastica dolce per anziani. Abbiamo già la disponibilità di due professionisti del settore, Stefano Alberici e Claudio Gazzaniga, che ringraziamo per la loro attenzione e sensibilità, per cui speriamo di organizzarci in tempi stretti». di Silvia Colombini


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VARZI

GIUGNO 2021

«Coltivo la patata di Pietragavina, una varietà che sarebbe andata persa, originaria della mia famiglia e del paese» «Ritengo che questo anno in lockdown abbia segnato molto le persone, forse ci stiamo accorgendo che ognuno di noi dovrebbe avere un posticino tranquillo in cui “sporcarsi le mani”. Spero che le persone si siano rese conto quanto avere del terreno possa valere e dare». Questo è quanto afferma un giovanissimo agricoltore, Andrea Livini ,che ha deciso di fare l’imprenditore agricolo partendo da zero, con grande passione in un piccolo paese collinare dell’Oltrepò Pavese, Pietragavina. L’abbiamo intervistato per capire meglio la molla che ha fatto scattare il suo progetto. Andrea, lei è nato qui in Oltrepò? «Diciamo che sono stato abituato a viaggiare fin da piccolo per motivi di lavoro di mio padre, ho infatti fatto 4 traslochi durante la mia infanzia e vissuto i primi 4 anni di elementari a Londra. Io sono nato a Mantova ma sono sempre venuto a Pietragavina nel periodo estivo o invernale per le vacanze. La mia famiglia (da parte di mia mamma) è originaria di questa zona, mia nonna è nata proprio nella casa dove ora risiedo». Vuole raccontarci come nasce la sua passione per la coltivazione della terra? Proviene da una famiglia di agricoltori? «Per mia sfortuna no, non provengo da famiglia di agricoltori. Dico per sfortuna perché molte cose sarebbero state più semplici se avessi avuto della terra di famiglia! La mia passione nasce forse da mio nonno, dopo scuola mi portava, quando ero a Mantova, sul seggiolino della bici in giro per le aziende agricole della zona. Abitavamo a Borgo Virgilio e passavamo intere giornate dentro le stalle a vedere cosa succedeva e come funzionava tutto quanto. Da li è nato un po’ tutto, andavo tutti gli anni alla fiera agricola di Gonzaga, per me era un sogno, attendevo settembre solo per quello. Mi sono appassionato alla meccanica agricola in modo particolare negli anni successivi, volevo capire come funzionavano gli attrezzi, cosa servivano, come si dava da mangiare agli animali, da dove veniva fuori quello che si compera al supermercato. Poi nel 2009 (eravamo residenti a Milano all’epoca) mio padre ha acquistato il primo terreno qui a Pietragavina, era un bosco, letteralmente sommerso da rovi, sassi, arbusti... L’abbiamo bonificato e reso nuovamente coltivo creando il primo frutteto. Mio padre non sapeva nulla di agricoltura o di potatura delle piante, abbiamo sempre imparato insieme, sbagliando. Ma fin da subito ha visto il potenziale nel creare il frutteto con piante di varietà antica, cioè piante che non hanno bisogno di molte cure essendo resistenti

a virosi e patogeni molto più delle specie attualmente in commercio. In modo particolare la pomella genovese che è la mela dell’ Oltrepò Pavese. Questa scelta dettata dal fatto anche che non potevamo venire tutti i giorni a controllare le piante, abitando comunque fuori zona. Quindi diciamo che da quel primo terreno abbiamo iniziato tutte le sperimentazioni, a livello famigliare, dalle patate, ai fagioli, fragole, zafferano, insomma per vedere cosa andava bene e cosa no. E io ero sempre più dentro l’ottica del crearmi qualcosa di mio, fin dai 14/15/16 anni. Sono sempre stato un ragazzo sportivo, facevo pallanuoto a Pavia e andavo nel tempo libero in mountain bike, scoprendo anche casualmente il bike park di Caldirola e Pian del Poggio. Gli anni del liceo quindi sono stati un misto tra gare e una piccola gestione delle coltivazioni, quasi tutti i weekend venivo su in famiglia e stavo nel mio piccolo angolo di paradiso. All’età di 19 anni, sempre grazie ai miei genitori, sono diventato proprietario di circa 3 ettari di terreno seminativo, un campo che era incolto da oltre 30 anni. Me lo sono messo a posto io praticamente a mano e con pochi attrezzi, é ancora “work in progress” ma decisamente meglio di prima. A maggio del 2019 ho aperto ufficialmente l’azienda agricola. Ripensadoci ora sembra passato tantissimo ma in realtà é stato solo 2 anni fa, ho imparato più cose in questi due anni che in tutti gli scorsi di scuola e studi». Quale percorso di studi ha intrapreso? «Ho frequentato il liceo scientifico “Copernico” a Pavia, e ora sto finendo gli studi universitari nella facoltà di Scienze e Tecnologie Agrarie a Milano. Creare un’azienda da zero non è facile, non mi vergogno di dire di essere indietro per la laurea. Se vi state chiedendo perché non ho aspettato la laurea, il motivo é semplicemente: la vita. Mi sono accorto che la voglia di intraprendere da subito un percorso da zero lavorando per me era maggiore rispetto al restare sui libri ancora un paio d’anni per poi, a prescindere, partire da zero. Ho allora deciso di dare la priorità all’apertura della azienda e proseguire con gli studi in parallelo. Una scelta che mi ha dato conferma di cosa voglio fare nella vita, quali siano le mie convinzioni e priorità: penso che molte cose per il mio mestiere si imparino facendo e sporcandosi le mani, piuttosto che con la testa sui libri». Perché ha scelto un piccolo paese come Pietragavina per fare della sua passione un vero e proprio lavoro? «Ho scelto Pietragavina perché è sempre stata la mia seconda casa, in un territorio, l’Oltrepò, a cui io tengo e che ho sempre apprezzato moltissimo.

Andrea Livini con la mamma

Dal clima, ai paesaggi, ai prodotti tipici, alle attività che puoi fare. Ho sempre avuto la passione per la mountain bike come dicevo prima e approfitto per ringraziare i ragazzi di Pian del Poggio in modo particolare perché negli ultimi anni stanno tenendo corsi e guide sulle montagne della zona, oltre a gestire un bike park stupendo! Pietragavina ha del potenziale inespresso che sono sicuro di riuscire a riportare a galla e in vita. Fino agli anni ‘80 era la meta estiva dei pavesi, piacentini, forse anche qualche alessandrino. C’era la discoteca “Kiwi”, la val Trebbia a 40 minuti di auto, il castello, la pineta, i boschi, la riserva naturale del monte Alpe, sagre e feste…». Quali difficoltà ha incontrato, per l’avvio della sua azienda? Ritiene che i giovani in questo territorio siano più penalizzati rispetto ad altre zone di pianura? «La difficoltà più grossa è stata la terra. Semplicemente non ne avevo abbastanza, per avviare un’azienda bisogna stare dentro determinati parametri e numeri, semplice per chi ha ettari magari già di famiglia o semplicemente accorpati insieme, complicato per chi parte da zero. Specialmente in zone rurali e svantaggiate come la mia dove i pochi terreni a corpo unico che ci sono se li dividono in più proprietari. Un’altra bella sfida, che tuttora sto cercando di superare, è stata la burocrazia. Nessuno a scuola ti spiega come pagare una bolletta, come pagare le tasse, come

denunciare prodotti o servizi che offri, che cos’è l’agenzia delle entrate, cos’è l’iva, come varia... potrei andare avanti all’infinito. Io mi reputo una persona che ama lavorare, non c’è niente da fare, fatico di più a stare in vacanza 5 giorni, ho bisogno di fare, di tenere la mente allenata a risolvere problemi e migliorarmi continuamente. Ho fatto il bagnino durante i primi due anni universitari e ho imparato molto: ho imparato cosa vuol dire avere degli orari di lavoro, cosa vuol dire avere uno stipendio, ed è stata la mia prima vera esperienza nell’ambito fiscale alla fine. E dovevo mettermi da parte qualche soldo per la mia futura attività, questa era l’idea! Lascio per ultima la sfida del terreno e del clima, dato che come me, tutti gli agricoltori devono fronteggiarlo. Quest’anno in modo particolare l’estate sembra un miraggio... specialmente qui a 900 metri sul mare. Il terreno invece é molto diverso dalla pianura, non hai appezzamenti regolari e in piano, raccogliere le patate in discesa va bene, in salita é più faticoso!». Su quali coltivazioni ha puntato per la sua azienda? «La mia azienda si basa al momento sulla produzione delle patate di montagna (pasta bianca e gialla), e la differenza fondamentale rispetto a quelle classiche del supermercato è prima di tutto l’assenza totale da sostanze chimiche sia in fase vegetativa della pianta, sia in fase di conservazione, perché infatti le patate da commercio sono piene di anti - germoglianti, in cui si trovano metalli pesanti. Esistono anche prodotti più naturali, ma danno meno conservabilità. E da questo punto mi collego alla seconda differenza fondamentale che è il metodo di coltivazione: in pianura si irrigano le patate a dismisura, per farle ingrossare il più possibile. Io non dò acqua, non ce n’è bisogno, d’estate da me si arriva forse ai 30/32 gradi a luglio nel mezzogiorno (cambiamenti climatici a parte), il terreno rimane sempre fresco e umido. Questo poco apporto di acqua mi permette di mangiare le patate che raccolgo ad agosto fino a marzo/aprile dell’anno dopo. Ovviamente con qualche germoglio, che basta togliere a mano. E se siete appassionati di gnocchi, queste patate non vi si appiccheranno mai al palato, sempre per i motivi citati sopra delle irrigazioni. Oltre alle patate produco zafferano puro in stimmi, coltivazione non affatto semplice per il clima, ma si é adattata bene per i terreni sciolti che ho e la loro forte pendenza, in quanto soffre molto i ristagni idrici. Come dicevo prima ho anche un frutteto di piccole dimensioni con varietà di mele antiche, dalla Renetta Champagne, alla


VARZI Decio, Limocella, Pomella Genovese, Mela Ruggine. Ho creato due diversi sesti di impianto dopo che questo inverno, per l’eccessiva nevicata ho subito la perdita di 120 piante circa, danneggiate irrimediabilmente dai caprioli affamati che hanno completamente rosicchiato la corteccia. Diciamo che quindi sono un po’ ripartito da capo con il frutteto. Sto intraprendendo da un anno anche l’attività di apicoltura, principalmente come salvaguardia delle api e impollinazione per le piante che ho. Produco ortaggi a livello famigliare ma coltivo anche fagioli, apprezzatissimi anche dai ristoranti, di una varietà sempre persa ma friulana. Sono fagioli tipici delle zone montane della val Resia, crescono fino a 2,5 m di altezza e creano questi legumi di 4 colorazioni diverse, dal viola, al rosso al bianco e marrone, molto farinosi e morbidi in cottura, con rapporti proteici altissimi. Sto cercando sempre con l’Università di Pavia di recuperare fagioli nostrani per gli anni prossimi». Proprio in questi giorni ha seminato una varietà di patata che rischia l’estinzione, la patata di Pietragavina, dimostrando una ricerca e attenzione per la biodiversità, vuol dirci qualcosa di più? «Questa é una bellissima storia che spero di riuscire a riassumere e trasmettere nel migliore dei modi: questa patata risale ai primi del ‘900, se non anche prima, i tuberi venivano tramandati in famiglia dai nonni del sig. Dino Guidi (faccio riferimento al libro “Varietà agronomiche lombarde tradizionali a rischio di estinzione” e al professor Graziano Rossi della facoltà di scienze naturali di dell’università di Pavia), testimone e anche mio parente alla lontana! Infatti il sig. Dino é cugino di mia nonna, mi sento quindi il custode di una varietà che sarebbe probabilmente andata persa, originaria della mia famiglia e del paese. È una varietà molto tardiva, si raccoglie dopo ferragosto, é una patata a buccia rossa e pasta gialla che si presta molto bene in tutto, dalla frittura agli gnocchi, i tuberi sono di medie/piccole di-

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mensioni. La biodiversità é per me sinonimo di natura, non esiste infatti un campo con solo piante uguali, siamo solo noi che a livello produttivo preferiamo avere “tutto uguale”. Specialmente per zone difficili come la mia le varietà antiche sono un tesoro nascosto da riscoprire, perché sono loro le vere varietà resistenti naturalmente, perché adatte al clima da cui provengono. Salvaguardare la biodiversità significa proteggere la natura e le varietà più speciali ed uniche rispetto ai prodotti che troviamo al supermercato. È forse un’azione apparentemente semplice ma alquanto importante perché, oltre a proteggere le diverse specie, facciamo del bene anche a noi consumatori nel prediligere prodotti non trattati. Aggiungo che ho avuto letteralmente una manciata di patate da piantare, mi ci vorrà del tempo per poterle vendere e avere produzione, al momento tutto é in fase sperimentale». Il lavoro dell’agricoltore è molto duro anche se oggi viene molto aiutato dai mezzi per la lavorazione, richiede dedizione e passione ma dà anche grosse soddisfazioni. Si sente orgoglioso dei risultati ottenuti? «Io penso che sia un lavoro faticoso, e pericoloso. Molte persone non se ne rendono conto, ma specialmente in montagna, sbagliare una manovra può portare a grossi incidenti. Io penso sempre che se ti piace un lavoro lo fai senza quasi fatica, la vera bellezza dell’agricoltura é la sensazione del piantare un seme che poi coltivi, allevi fino alla sua maturazione. Sta molto nelle tue mani, una sensazione bellissima che ritengo tutti gli agricoltori provino, come anche il saper interpretare i segnali di bisogno o di cure. Ho sempre ritenuto che noi agricoltori siamo un po’ tutto: da meccanici, biologi, climatologi, medici delle piante, imprenditori. Altra grandissima soddisfazione é vedere le persone che ritornano e si affezionano a te, la tua idea, i tuoi principi, al tuo prodotto. È qualcosa di impagabile! Oggi poi siamo aiutati molto dai mezzi, dagli smartphones e app

per la gestione aziendale fino alle macchine agricole, ma io vi garantisco, sulla mia pelle, che ogni giorno, 365 giorni l’anno, c’é sempre qualche intoppo! Dal più piccolo al più grosso, c’é sempre qualcosa, ti porta a ragionare molto per trovare soluzioni anche in poco tempo, questo lo ritengo davvero un aspetto straordinario, non ci si annoia mai». In questo periodo molti giovani appassionati di agricoltura e allevamento sono intenzionati ad intraprendere progetti per il loro futuro in campo agrario. Ritiene che le istituzioni agevolino adeguatamente i giovani in questo settore? «Ritengo, come ho detto prima ,che ci sia una grossa carenza nell’insegnamento più vero ed utile che ci sia: come vivere. So bene che non sia facile, per nulla. Per quanto riguarda invece agevolazioni in campo economico diciamo che dalla mia esperienza viene ancora premiato “chi ha già”. Non che non ci siano bandi o fondi per iniziare una propria attività, ma che questi siano difficili da aggiudicarsi. Inoltre dovrebbe esserci davvero una valutazione più grossa per i prodotti di montagna e soprattutto biologici». Quali sono i suoi progetti futuri? Quali sogni vorrebbe realizzare? «Progetti futuri sono l’ampliamento dell’azienda, sperimentazioni nuove su varietà locali e antiche, provare ad implementare la Luffa, che é una specie di zucchina, ma non si mangia, e se ne ricava una spugna 100 % naturale, atossica e compostabile, una promessa personale sul tenere a parità di importanza la produzione e la qualità, collaborazioni con associazioni quali “Adolescere” per sensibilizzare i bambini sulla campagna, promozione del territorio. Da qui anche il significato del logo e di Pietra Viva, rendere Viva Pietragavina, rappresentata inoltre dal sasso sorretto dalla formica (io) con sopra ciò che coltivo. Il problema però é che vogliamo sempre troppo dal terreno. Spero in futuro più sostenibile e cauto sui con-

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sumi, non é possibile che a maggio 2021 l’Italia abbia già esaurito tutte le risorse consumabili per quest’anno, “l’overshoot day” é ogni anno più anticipato. Deve essere prodotto cibo buono e di qualità, rispettando tutti i cicli fisiologici e biologici delle piante. Questa qualità deve avere un valore, ci si focalizza sempre e solo su cose materiali, invece di pensare ad acquistare l’ultimo modello di telefono, perché non spendiamo qualche euro in più per comprare locale e di stagione? Per la produzione alimentare del settore primario oggi si é chiamati a scegliere su cosa puntare tra quantità e qualità. Io prediligo in primis la qualità dei prodotti che andremo a mangiare, é un investimento che si fa dalla semina fino al consumo finale. Questo senza dubbio richiede più tempo, più attenzioni, più risorse ma é anche un investimento su un futuro migliore, sia per la Terra sia per le generazioni future. Noi siamo quello che mangiamo. Ogni singolo consumatore dovrebbe provare a vedere sul campo la differenza tra una coltivazione intensiva e una biologica, forse rimarrebbe più colpito per la sua salute ed inizierebbe a fare scelte migliori nei suoi acquisti. Mi auguro che queste mie parole arrivino soprattutto ai giovani - coetanei o addirittura più piccoli - affinché possano proseguire con questa prospettiva da ora in avanti .Concludo dicendo a tal proposito che se siete curiosi di vedere cosa faccio e come lo faccio, potete venirmi a trovare sul posto, potrete apprezzare con i vostri occhi quanto valore ancora da scoprire si cela tra le montagne dell’Oltrepò Pavese, mentre se avete poco tempo mi trovate anche su You Tube, sul mio canale, ogni venerdì alle 18:30. Per quanto riguarda i sogni, sto già vivendo il mio, ma come dico sempre: sono un contadino di montagna... sogno più in alto».

di Gabriella Draghi


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SANTA MARGHERITA di STAFFORA

GIUGNO 2020

Il Comune si rifa il look, tanti interventi su quasi tutte le frazioni Andrea Gandolfi È trascorso poco più di un anno dal primo lockdown che, inutile dire, ha complicato la vita a tutti noi. Abbiamo fatto un giro nei paesini dell’alta valle Staffora, per fare il punto sulla situazione. Abbiamo voluto incontrare Andrea Gandolfi, sindaco di Santa Margherita di Staffora che può meglio illustrare la situazione attuale delle varie frazioni del suo Comune. Un anno fa si sentiva come il padre di una grande famiglia, per la quale sperava una soluzione della pandemia e una ripresa economica. Ci può dire quali sviluppi ci sono stati da allora ad oggi? Che cosa è cambiato nel frattempo? «Intanto devo dire che provo ancora le stesse sensazioni, mi sento sempre come il padre di una grande famiglia che è il territorio comunale con i suoi cittadini e i conti con la pandemia non sono ancora finiti. Certamente la situazione si è evoluta, conoscendo meglio il virus e adottando le giuste misure per proteggerci, controlliamo meglio la paura. La sfida è intensa, stiamo vivendo un momento molto delicato con le vaccinazioni in corso e finalmente abbiamo gli strumenti giusti per uscire dal tunnel del Covid. Con il Presidente e alcuni sindaci della Comunità Montana dell’Oltrepò Pavese abbiamo individuato e siamo riusciti a far riconoscere da Ats Pavia l’hub vaccinale della Comunità Montana presso la casa dei servizi in Piazza della Fiera a Varzi, in modo di far confluire per la vaccinazione la popolazione residente dei comuni dell’alta valle.

A questo proposito vorrei ringraziare l’Amministrazione Comunale di Varzi per aver messo a disposizione la struttura per questa importante iniziativa, tutti i medici di base, i volontari della protezione civile, e tutte le persone e le associazioni di volontariato intervenute nell’ operazione; in particolare il Signor Gabriele Indolenti, coordinatore e responsabile del Centro Operativo Comunale di Varzi, il quale insieme ai suoi collaboratori si sta impegnando notte e giorno per l’organizzazione e la riuscita di tutto ciò. Questa iniziativa ha reso più facile ai cittadini ricevere la vaccinazione, senza essere costretti ad andare in centri più lontani così da limitare il più possibile gli spostamenti. Per quanto riguarda il nostro ufficio comunale, dobbiamo ringraziare sentitamente la signora Maura Telefoni, che si è prodigata contattando ogni singolo cittadino per le prenotazioni del vaccino. Sono stati vaccinati tutti gli over ottanta e settanta e attualmente stiamo vaccinando gli over sessanta. Siamo a un buon punto e ne siamo felici». Riguardo ai problemi per quanto concerne l’economia di questa zona cosa ci può dire? «La situazione economica è andata di pari passo con la pandemia e con il lockdown, il turismo, che è una delle risorse principali, è venuto ovviamente a mancare, ma la crisi economica ha colpito tutte le nostre attività commerciali e artigianali, le quali saranno assistite con una forma di ristoro attraverso un bando comunale che vedrà nei prossimi mesi l’erogazione del contributo previsto da tale bando; l’Amministrazione Comunale è inoltre intervenuta a sostegno delle nostre attività sgravando

la tassa rifiuti dell’ anno 2020 del 30% impegnando risorse derivanti dal bilancio comunale». Durante il lockdown, nel suo comune si è formata una nuova associazione no profit, aggiungendosi a quelle già esistenti. Un segno chiaro e forte che i suoi concittadini tengono molto al territorio in cui vivono ma si sarebbe mai aspettato una simile sorpresa in tempo di pandemia? «Non in questo momento. Sono rimasto molto contento e colpito da una reazione così positiva in un clima di repressione, mentre in effetti tante cose non si possono fare. Invece la gente sta dimostrando uno spirito forte e voglia di guardare oltre. Quindi ben vengano queste associazioni che portano nuova linfa, forza motrice e incentivano la valorizzazione del territorio» Tanti lavori in corso e cantieri aperti nel suo Comune, un altro buon segno di ripresa? «Il Comune, attingendo ai vari finanziamenti e bandi ministeriali e regionali sta realizzando e progettando una serie di interventi strategici e strutturali sul patrimonio comunale, realizzando interventi in quasi tutte le frazioni del Comune, sugli immobili e le infrastrutture comunali, cimiteri e aree gioco e sul territorio in generale con azioni volte ad arginare situazioni di dissesto idrogeologico. Qui a Casanova abbiamo trasformato il vecchio campo da tennis, in un campo da calcetto , ragazzi e adulti potranno usufruire di una struttura completamente rinnovata, inoltre è in corso la ristrutturazione del centro polifunzionale e se finanziata nel corso dell’anno verrà urbanizzata l’area

in entrata del paese, la piazza interna e l’ immobile dell’ ex cooperativa di proprietà comunale. A Massinigo, abbiamo potuto realizzare una piazzetta adibita a parcheggio con uno spazio verde e sono in corso d’opera i lavori di ristrutturazione sulla Fornace Romana. A Cegni è stata realizzata un’isola ecologica a impatto ambientale zero e a Casale Staffora, rifaremo tutta la via centrale rendendola appropriata al contesto di paese di montagna. Saranno effettuati interventi di risanamento sulla strada in entrata della frazione di Santa Margherita e sulle strade in entrata della frazione Negruzzo e successivamente sulla comunale che collega quest’ultima alla frazioni di Casale Staffora; sono previsti interventi anche su alcune strade agro-silvo- pastorali. Altro intervento importante sarà il rifacimento del ponte sul fosso di Vendemiassi, per il quale Regione Lombardia ha stanziato la somma di 600mila euro». È noto che alcuni comuni in Italia, allo scopo di ripopolare il proprio territorio, vendono case alla simbolica cifra di un euro, c’è la possibilità che anche Santa Margherita di Staffora prenda in considerazione un’idea simile? «No, al momento non ci sono i presupposti. Però nel penultimo consiglio comunale, abbiamo adottato la legge della Regione Lombardia sulla rigenerazione urbana che ci permette di scontare del 25% gli oneri sugli interventi di efficientamento energetico. Una bella possibilità sicuramente da sfruttare per tutti quelli che vogliono ristrutturare gli immobili». di Stefania Marchetti


Cheap but chic: PIATTI GOLOSI E D’IMMAGINE CON I PRODOTTI DELL’OLTREPò

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Fragole che passione di Gabriella Draghi Con l’arrivo della primavera, anche la tavola si tinge di colori nuovi e il frutto simbolo di questa stagione è indubbiamente la fragola. Utilizzatissime in cucina, le fragole sono povere di calorie e ricche di vitamine ed antiossidanti, svolgendo un’azione preventiva nei confronti di diverse patologie, soprattutto se consumate regolarmente e quando sono di stagione. La raccolta delle fragole può avvenire dalla seconda metà del mese di maggio fino al mese di agosto, a seconda della varietà coltivata. Facili da coltivare anche in balcone e utilizzatissime nella preparazione di gelati, torte, frullati e dessert, le fragole sono ricche di proprietà benefiche e curative; inoltre, hanno un bassissimo potere calorico (100 g contengono circa 27 calorie) ma un alto apporto di acqua (90%), fibre, flavonoidi e zuccheri semplici (fruttosio), contraddistinguendosi anche per la presenza di magnesio, potassio e vitamina C. È stato calcolato che 8 fragole possono contenere più vitamina C di una sola arancia, arrivando ad essere considerate il loro sostituto estivo. Inoltre hanno un’alta concentrazione di acido folico ed acido ascorbico, grazie alla presenza della vitamina C. Proprio per questo, possono vantare proprietà antiaging, anticancerose, antiossidanti, antinfiammatorie ed antivirali. Conosciuto fin dai tempi dei Greci e dei Romani, questo frutto – che in realtà è un insieme di piccoli frutti – veniva utilizzato proprio dai Romani come rimedio per depressione e calcoli renali. Frutto prediletto da santi, poeti e scrittori, è protagonista di numerose leggende:

FRAGOLE GLASSATE AI 3 CIOCCOLATI Ingredienti: 3 cestini di fragole 1 tavoletta di cioccolato fondente 1 tavoletta di cioccolato bianco 1 tavoletta di cioccolato rosa

in quella di Ovidio, per esempio, si narra che la dea Venere pianse copiose lacrime per la morte dell’amato Adone, ucciso da un cinghiale durante una battuta di caccia; una volta giunte a terra, queste goccioline si trasformarono in piccoli e succosi frutti a forma di cuore: le fragole, per l’appunto. Questo mese, per sfruttare al meglio tutte le benefiche proprietà di questo fantastico frutto, vi consiglio una ricetta di facilissima realizzazione ma nel contempo molto golosa che piacerà a tutti, grandi e piccini. Potete prepararla per una colazione intrigante, per una merenda o come dessert per una cena con ospiti.

Come si prepara: per prima cosa, laviamo e tamponiamo delicatamente le fragole, con il loro picciolo, che non devono essere troppo mature ma sode. Le adagiamo poi sopra un canovaccio pulito e nel frattempo prepariamo le glasse al cioccolato. Cominciamo con il cioccolato fondente. Lo sminuzziamo con un coltello da cucina abbastanza robusto, lo versiamo in un pentolino e lo portiamo sul fuoco con il metodo del bagno-maria. Cioè, prendiamo un pentolino un po’ più grande con un po’ d’acqua, vi mettiamo il pentolino più piccolo con il cioccolato e facciamo sciogliere dolcemente a fuoco

basso. Quando il cioccolato sarà sciolto, togliamo dal fuoco e immergiamo le fragole, una alla volta, fino a metà. A questo punto le scoliamo per togliere la cioccolata in eccesso e le adagiamo delicatamente sopra un vassoio rivestito con un foglio di carta da forno. Ripetiamo la stessa operazione con il cioccolato bianco e con il cioccolato rosa. Mettiamo le nostre fragole glassate in frigorifero almeno un’ora prima di servirle. Un trionfo di colori e di bontà!!! You Tube Channel & Facebook page “Cheap but chic”.


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ZAVATTARELLO

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«Costruire qualcosa di davvero inedito e positivo per il futuro di Zavattarello, lavorando insieme» è considerato il sindaco dei record in temini di finanziamenti aggiudicati, è riuscito infatti in 10 anni di mandato a “portare a casa” qualcosa come 8 milioni di euro. Con Simone Tiglio parliamo di investimenti, di opere di recupero, di riqualificazione, insomma di soldi, tanti, ma anche di idee su come e dove investirli. Sindaco a Zavattarello come in tanti Comuni oltrepadani, stanno arrivando ed arriveranno parecchi soldi. A quanto ammontano i contributi che rimpingueranno le casse comunali di Zavattarello? «Sì abbiamo ricevuto finanziamenti per oltre due milioni di euro nell’ultimo anno, che si aggiungono ai circa 4 milioni dei dieci anni precedenti, e agli altri due milioni che con ragionevole certezza riusciremo a portare a casa entro quest’anno. Si tratta di finanziamenti per larga parte di provenienza regionale, come il contributo di “Lombardia to stay”, finalizzato al recupero dell’Antico Convento dei Padri Scolopi in località Moline. Oppure i 400.000 euro ottenuti, su proposta avanzata dal Consigliere Regionale Ruggero Invernizzi che ringrazio per l’impegno, destinati alla messa a norma e alla riqualificazione e della piscina comunale, tra le prime piscine pubbliche edificate in Lombardia». Quali altri interventi avete programmato? «Interverremo su vari capitoli di spesa. Un milione di euro è interamente destinato alla messa in sicurezza del territorio comunale a rischio idrogeologico, si tratta di un importante intervento, finanziato con risorse ministeriali, che consentirà di intervenire in maniera complessiva sull’intero territorio comunale, attraverso la realizzazione di ben 11 interventi localizzati tra l’Oltretidone, il versante del Monte Calenzone, il versante di frazione Cascine e quello del Torrente Morcione. Saranno messe in sicurezza e riqualificare anche due strade comunali di collegamento, rispettivamente, a Trebecco in comune di alta Val Tidone e a Casa Mori in comune di Romagnese. Altri 300.000 euro circa sono destinati alla regimazione di corsi d‘acqua, alla sistemazione di strade agrosilvopastorali ed alla realizzazione di opere di difesa sponsale. 100.000 euro sono destinati alla riqualificazione della strada di accesso al Castello dal Verme. Circa 180.000, in attesa di conferma da parte del GAL, alla realizzazione di una centrale a cippato a servizio della RSA e della scuola materna comunale. E poi altri interventi ancora ad esempio la riqualificazione di Via Cavour o l’installazione della videosorveglianza sul tutto il territorio comunale». Recupero dell’Antico Convento dei Padri Scolopi e riqualificazione della cosiddetta “Ciapunà”, la strada storica che

Simone Tiglio collega la frazione Moline a Piazza Dal Verme nel pieno centro di Zavattarello. Quali sono gli obbiettivi ultimi di questi due importanti interventi? «Il recupero dell’ex Convento degli Scolopi, chiuso nel 1797 dallo Stato Sabaudo e confiscato, a seguito delle guerre napoleoniche e delle riparazioni concesse dal Papa, rientra in un progetto più complessivo di valorizzazione di una delle frazioni più storiche e pregevoli del territorio comunale, le Moline, che negli ultimi anni è stata oggetto di un progressivo declino, legato allo spopolamento ed al diradamento del tessuto produttivo locale. Nello stesso filone rientra anche l’intervento di recupero dell’antica strada delicata che collegava Moline a Zavattarello, detta “Ciapunà”. Un intervento di recupero che risponde anche all’obiettivo di creare una rete escursionistica che taglia attraverso l’intero territorio comunale, collegando fra loro il Sentiero del Tidone alla Via del Sale e alla Green Way». Di “cose belle” abbiamo parlato. Veniamo ora alle “grane” per così dire. Qualche mese fa si è parlato di un trasferimento della locale stazione dei Carabinieri in altro Comune. Com’è ad oggi la situazione? «Beh, in realtà non ho mai creduto fino in fondo che i Carabinieri se ne sarebbero andati dal nostro paese, data la sua strategicità geografica, ma in effetti la situazione non è stata facile, a seguito della pressante richiesta dell’Arma di dotarla di una nuova sede che rispettasse tutti i parametri previsti dai decreti ministeriali in vigore. Al

riguardo, devo ringraziare la stessa Arma dei Carabinieri, che ha appoggiato a livello regionale la realizzazione di una nuova stazione, la Comunità Montana, che si è impegnata formalmente a cofinanziare l’opera, in virtù dell’impegno diretto del presidente e alla Regione con cui stiamo per sottoscrivere un accordo quadro di sviluppo locale che prevede lo stanziamento di un contributo ultra milionario da parte dell’ente guidato da Attilio Fontana. Un impegno certamente titanico, che lascerà il segno per decenni nel nostro territorio». Castello Dal Verme, elemento caratterizzante del suo Comune nonché principale attrazione turistica Sono previste ristrutturazioni in previsione dell’apertura della stagione 2021? «Rispetto al Castello dal Verme, sono in corso di realizzazione alcuni importanti lavori, finalizzati alla messa in sicurezza del tetto e alla riqualificazione delle mura esterne. Altri lavori, sempre rientranti nel progetto “Tesori Medievali” finanziato nell’ambito della strategia nazionale aree interne, sotto la regia della Comunità Montana, per totali 400 000 euro. L’unico rammarico a proposito di questi lavori concerne le tempistiche, che si stanno prolungando oltre i tempi concordati, che prevedevano il termine dell’intervento principale entro maggio. Il prolungamento, che si protrarrà fino a fine giugno, sta causando un notevole disagio al Comune, ai visitatori potenziali del Castello ed anche agli esercenti e ai commercianti del paese. Basti considerare che mediamente nel mese di Maggio e Giugno il Castello totalizzava oltre 2000 visitatori, in media e circa 10.000 euro di introiti. Mi auguro che Comunità Montana e impresa esecutrice dei lavori, che per mesi ha mandato solo due operai a lavorare sul tetto, si diano una mossa per consentirci di non perdere la restante parte dell’estate. La strategia aree interne è stata pensata per aiutare i territori, non per fargli perdere risorse. Spero che questo sia chiaro a tutti. Non è possibile che lavori cominciati il 9 marzo (600 metri di tetto da ripassare e impermeabilizzare) non siano ancora conclusi al 9 di giugno. E lo dico senza alcun intento polemico, ma avendo in mente solo il danno economico e d immagine che questa situazione arreca al nostro paese». A breve sarà attivato il senso unico in Piazza Dal Verme. Una decisione che è piaciuta ai cittadini? «Si tratta di un importante innovazione della viabilità nel centro del nostro paese, che risponde anche ad un’antica prescrizione del club dei Borghi più Belli d’Italia, il quale ci ha richiesto da tempo di limitare il più possibile il traffico nell’area del paese qualificata come borgo storico. Il senso unico, che riguarderà due vie del paese e

la piazza principale, sarà attivo dal 18 giugno e consentirà di rendere più ordinato il traffico di auto e più sicuro il transito dei pedoni nella zona centrale del centro abitato, che coincide peraltro con la zona commerciale del paese». La vostra Comunità è stata colpita duramente dalla prima ondata di Covid. Strategie per il rilancio post Covid? «Il Covid ha colpito duramente la nostra comunità, sia dal punto di vista dei lutti, sia sotto il profilo della tenuta delle attività economiche. Al di là degli aiuti che siamo riusciti ad erogare alle famiglie e alle imprese locali (circa 60.000 euro nel corso dell’ultimo anno) stiamo mettendo a punto un programma di investimenti e anche di eventi per consentire al paese di riprendersi e di avere nuova linfa vitale in vista delle sfide del domani». Nell’ambito della normale gestione della “cosa pubblica” come sono i rapporti con la minoranza consigliare? «Devo dire che con la nostra opposizione c’è stato un rapporto di dialogo e di collaborazione durante tutta la fase acuta della pandemia e questo aspetto è motivo di sicuro apprezzamento nei confronti della lista Zavattarello Libero. Mi auguro che la collaborazione possa proseguire anche nel futuro e soprattutto che l’opposizione non si faccia condizionare dalla lusinga di appoggi da parte di sparute minoranze della popolazione in cambio di un atteggiamento inutilmente bellicoso. Ci sono i margini, a mio parere, per costruire qualcosa di davvero inedito e positivo per il futuro di Zavattarello, lavorando insieme. Gli elementi che creano divisione non possono prevalere, non in questo momento. E la storia degli ultimi 15 anni ha dimostrato quanto sia vero che chi semina vento, raccoglie tempesta. Nonostante tutto, il fatto che anche all’ultima, la mia lista abbia ottenuto il 70 per cento dei voti, nonostante la defezione di alcuni ex consiglieri influenti, almeno sulla carta, ne sia una dimostrazione. Io sono arrivato ormai alla fase finale della mia esperienza da sindaco, ma vorrei creare le condizioni per una nuova fase di maturità democratica nell’ambito di Zavattarello, in cui ci sia la possibilità di confronto, e di dialogo, ed eventualmente anche di alleanza, pur mantenendo ciascuno le proprie convinzioni. Ma senza cattiveria e senza falsità. È il momento per una nuova rinascita del nostro paese, in cui tutte le forze migliori potranno collaborare per non disperdere il patrimonio accumulato nell’ultimo decennio». di Carlotta Segni


COLLI VERDI

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Il primo Apiario del Benessere in Oltrepò cos’è e come funziona Sentire parlare di api in Oltrepò non è cosa bizzarra, tanti gli alveari e le produzioni di miele, e che il miele faccia bene ce lo dicevano già le nostre nonne. Diverso è sentire dire che le api “fanno bene”, semplificazione di un concetto di benessere ben più ampio. L’apiterapia intesa come un insieme di trattamenti mirati al recupero del benessere con i prodotti raccolti, trasformati e secreti dalle api è una pratica curativa che si basa su una tradizione molto antica e oggi, in alcuni paesi, l’apiterapia sta ottenendo riconoscimenti ufficiali. Ne parliamo con Marco Cavanna che per primo in Oltrepò - all’ interno del parco del Castello Verde nel Comune di Colli Verdi - ha costruito un apiario del benessere. La vista e la posizione sono da togliere il fiato, a fare il resto il ronzio delle api e il profumo degli alveari. Apiario Del Benessere, il primo in Oltrepò. Di che cosa si tratta esattamente «è una struttura dentro la quale si possono avere due trattamenti, “apiaroma” e “apisound”. “Apiaroma” consiste nel poter respirare i profumi dell’alveare e quindi anche gli olii essenziali, gli elementi che costituiscono la propoli, il nettare, il polline etc. etc. etc. “Apisound” permette di rilassarsi all’interno della casetta grazie alle frequenze che le api emettono mentre lavorano, cioè, in parole semplici, il ronzio delle api. Queste frequenze, simili al suono della natura, favoriscono il rilassamento e la meditazione». La struttura che ospita un apiario del benessere deve avere determinate caratteristiche. Quali sono e quanto tempo ci è voluto per costruirla? «L’apiario del benessere deve avere delle particolari caratteristiche fornite dall’associazione italiana Apiterapia come ad esempio l’altezza minima, le superfici lavabili trattate con vernici a norma, cioè atossiche, inodori, deve avere un numero minimo di arnie per metro cubo, per garantire la saturazione dell’aria all’interno della casetta. Inoltre sono previste finestre dotate di zanzariera per non permettere il passaggio delle api. Per costruire la casetta ci son voluti circa 10 mesi cercando di ottimizzare i tempi compatibilmente con la gestione delle api e lo studio universitario, calcolando un paio di mesi di stop nel periodo più freddo. Son partito lo scorso anno a giugno e ho finito quest’anno a marzo con il posizionamento della casetta all’interno del parco del castello. Il risultato oggi è che dall’interno della casetta si può poi vedere una famiglia delle api al lavoro in totale sicurezza». Gestire un apiario in totale sicurezza prevede, presupponiamo, determinate regole . Quali sono e quali sono le maggiori difficoltà che si possono riscontrare nella gestione?

«Oltre alle disposizioni anti-contagio, bisogna garantire la sicurezza all’interno della casetta. L’ingresso poi avviene dalla parte posteriore per non passare davanti agli alveari con conseguente pericolosità». Lo scopo è utilizzare tutti i prodotti derivanti dalle api, quindi miele, polline, pappa reale, propoli, pane delle api, larve, veleno e cera. Ci racconta come vengono impiegati e per quale scopo? «La divulgazione di tutti gli aspetti dell’alveare è lo scopo dell’associazione italiana apiterapia. Vi posso fornire qualche esempio: il miele può essere impiegato in caso di ustioni, la propoli come coadiuvante nelle infiammazioni del cavo faringeo, il polline come integratore della dieta nei cambi di stagione». I prodotti, per essere idonei all’uso in apiterapia, devono essere lavorati in modo da non alterarne i principi attivi presenti in natura, devono essere privi di residui di pesticidi o farmaci usati per la cura delle api e provenire possibilmente da aree coltivate biologicamente. Non è cosa semplice. Quanto lavoro c’è dietro? «Sì, i prodotti idonei devono essere biologici e di conseguenza anche le api devono essere trattate in maniera biologica, senza l’uso di farmaci, si usa per la cura delle api, un acaro, la varroa, l’unica “cura” consentita in caso di alti livelli di infestazione». Vi occupate anche della produzione e commercializzazione, chiamiamola tradizionale, di miele e dei suoi derivati? «Sì, ci occupiamo della produzione dei prodotti dell’alveare ma per quanto riguarda la commercializzazione ci affidiamo a due botteghe della Val di Nizza». Ci parli di lei, è oltrepadano, che studi ha fatto, si è sempre occupato di api e come si è avvicinato a questo mondo? «Sì, sono oltrepadano, sono nato a Voghera ma ho sempre vissuto a Costa Croce, frazione di Val di Nizza. Sto attualmente studiando Psicologia all’Università di Padova. Ho iniziato questo percorso con le api quattro anni fa, son partito con due arnie di famiglia perché mia mamma già le possedeva. Mi sono appassionato e sono arrivato ad avere circa una cinquantina di famiglie». Come e dove ha appreso queste tecniche? «Bisogna fare un corso base di “apiterapia” gestito dall’associazione italiana per aprire un centro». Da quanto tempo è operativo l’apiario del benessere? «L’apiario del benessere è stato inaugurato circa un mese fa ed è stato posizionato da un paio di mesi all’interno del parco del castello». Ha già avuto un buon riscontro? «Devo dire che c’è molta curiosità e voglia

Marco Cavanna, accanto la struttura all’interno del parco del Castello Verde

di scoprire il suo funzionamento. Ho avuto un buon riscontro anche perché le persone sono anche interessate al mondo delle api e al loro lavoro in generale». Qual è il target dei suoi clienti, chi sono e cosa cercano? «Il target è vario, va dalla coppia che si vuole rilassare e nel contempo fare apedidattica, alla famiglia con bambini piccoli che hanno studiato a scuola il mondo delle api e vogliono sperimentarlo e avere più informazioni». Praticate anche apetdidattica con le scuole? «Per quest’anno no ma lo abbiamo in programma per il prossimo. Abbiamo intenzione di proporre un percorso riguardante le api e nel contempo l’ammirazione della natura circostante». A causa dei cambiamenti climatici quali problemi avete avuto con le api? «Purtroppo ogni anno ci sono sempre dei problemi. Quest’anno le famiglie erano partite bene nel periodo della fioritura del tarassaco ma poi è intervenuta una gelata tardiva e abbiamo avuto la necessità di nutrire le api per farle sopravvivere». Ritiene questa strada un’interessante attrazione turistica da inserire nel contesto oltrepadano? «Sì, ritengo che sia un’interessante attrazione turistica importante in Oltrepò per valorizzare i nostri bellissimi posti. Una possibilità per crearsi un futuro lavorativo nel nostro territorio senza dover andar via in cerca di lavoro magari in città». Cosa manca a suo giudizio in Oltrepò che possa complementare e implementare la sua offerta turistica? «In Oltrepò mancano le collaborazioni, la rete di conoscenze e supporto reciproco.

L’interno dell’Apiario del Benessere

Son partito da poco e non ho una rete consolidata ma intendo crearla collaborando con altre attività. La visita all’apiario dura circa 60 minuti e quindi è mia intenzione poter offrire al visitatore un pacchetto completo di pranzo e passeggiate per scoprire il nostro territorio». Obiettivi e progetti futuri? «Prima di tutto vorrei laurearmi e nel contempo continuare nel mio progetto con le api. Vorrei anche continuare con l’azienda agricola di famiglia e dare l’input ai giovani a non abbandonare i nostri bellissimi territori». di Silvia Colombini


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CERA UNA VOLTA L’OLTREPò: borgo priolo

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Silvano Pastori, un Cavaliere di Gran Croce tra i vigneti dell’Oltrepò Autunno di un tragico anno, il 2020, l’anno del Covid. Un vecchio signore di ottantanove anni, Signore nei modi e nell’animo, leggermente curvo sotto il peso dei tanti anni, “troppi” come soleva dire, appoggiandosi ad un nodoso bastone con la volta, uscì di casa accecato dal sole che tramontava dietro la collinetta che sovrasta la grande casa patronale e la cantina. Un rapido e violento temporale di fine estate, aveva inzuppato uomini e cose per pochi attimi. Le foglie gialle e rosse dei vigneti sulla collina parevano laccate a nuovo e gli uccelletti superstiti avevano ricominciato i canti che diradavano nelle prime ombre della notte. Silvano guardava il tramonto, le lussureggianti foglie colorate, sentiva quasi a toccarlo il profumo del mosto della nuova annata e guardava con orgoglio il figlio e i nipoti intenti a ricoverare i trattori e i macchinari che l’improvviso temporale aveva sorpreso all’aperto. Silvano, S.E. Silvano Pastori, Cavaliere di Gran Croce dell’ordine al merito della Repubblica Italiana, ma ancor prima agricoltore e grande imprenditore agricolo, sentiva il profumo intenso dei suoi mosti, ne distingueva razza, colore sensibilità senza vederli, senza toccarli materialmente. Riflettendo pensava che la grande pandemia, la peste dell’anno che andava finendo, aveva prostrato gli uomini, in qualche caso li aveva pur vinti, ma nulla aveva potuto e nulla poteva contro l’esplosione sana della natura, i colori di un tramonto o la poesia di un mosto che fermentava. Silvano Pastori era nato a Borgo Priolo il 13 gennaio 1931 da Pastori Felice agricoltore e Setti Maria donna di casa dedita a crescere con lui, i fratelli Franco e Bruno. Nel 1962 a Cigognola, sposò Piaggi Lidia di un anno più giovane. Nel 2020 festeggiò i cinquantotto anni di matrimonio con la compagna di una vita, circondato, quasi soffocato dall’affetto del figlio Giancarlo, dalla nuora Paola e dagli adorati nipoti Marco e Felice. Nei lontani anni trenta, Silvano ottenne la licenza elementare seguendo i regolari studi di cinque anni. A quel tempo pochi trascorrevano tanti anni a scuola: il bisogno obbligava spesso ad interrompere dopo tre anni gli studi, per aiutare la famiglia nel vigneto o nei campi. Iniziò il duro lavoro dell’agricoltore ma per lui la fatica diventa uno stimolo a migliorarsi, l’odore della terra, il profumo della terra per gli uomini veri come lui e le giovani viti che entrano in produzione con i primi grappolini dorati, segnavano il miracolo che guidava la sua vita. Prima contadino (da contado medioevale, che nobiltà nell’appellativo ormai desueto e sostituito da un freddo termine quale agricoltore, coltivatore del campo), lavoratore secondo la tradizione ma ricercatore di nuove metodologie, poi trasformatore illuminato di un prodotto eccezionale quale sa’ essere l’uva della prima collina di Borgo Priolo

o dei degradanti vigneti di Cigognola. Da contadino a imprenditore, con la stessa passione, con la stessa serietà, con la sola differenza di dover sapientemente guidare uomini e donne nel vigneto prima e nella cantina poi. Il figlio Giancarlo, perito agrario e la nuora biologa portano in azienda tecnica enologica e cultura industriale, ma il cuore dell’azienda, l’esperienza sul campo e i rapporti umani con clienti e fornitori, rimangono privilegi dell’arsadù per molti anni ancora. Con il tempo il figlio Giancarlo diventa il riferimento aziendale e i nipoti Marco, perito agrario e Felice, perito agrario ed enotecnico gli ideali continuatori di un’azienda ormai consolidata nel panorama oltrepadano. I suoi nipoti. Spesso lo incontravo a Casteggio, al mercato del mercoledì o la domenica, invariabilmente accompagnato da uno o entrambi i nipoti. Lo vedevo avanzare traballante sul marciapiede verso il Caffè de Paris. Il fratello Bruno e la moglie Cristina lo accoglievano offrendo come loro solito il caffè, allargavamo il circolo e si parlava del più e del meno. Ricordo gli sguardi verso i nipoti, come solo un nonno sa’ guardare l’unico futuro che conosce. Ricordo anche le risate, mai scomposte perchè lui era un uomo di classe, mai sguaiato sempre presente a sè stesso. Rideva quando io gli descrivevo le luminose capacità agricole del fratello noto imprenditore meccanico ma negato alla campagna in tutti i suoi aspetti anche ai più secondari quali l’orto o il prato verde. Rideva di gusto, rispettando il fratello e mai canzonandolo. Chiedo a Bruno Pastori, fratello minore, di parlami del congiunto scomparso: «Mio fratello era una bravissima persona, sempre ordinato, elegante anche da giovane. A 18 anni chiedeva con insistenza un paio di scarpe bianche che, a quel tempo, pochi si potevano permettere. Lo chiamavamo “William” da giovane, ad indicare un giovane elegante sempre ben vestito. Grande imprenditore, nato agricoltore con poco terreno, ereditò da zio Pipen e ampliò l’azienda, sposò poi Lidia da Cigognola ed ampliò ulteriormente l’azienda agricola. Nell’immediato dopo guerra iniziò a commercializzare il vino e negli anni sessanta, iniziò ad imbottigliare». Grande imprenditore ma, come uomo, come lo definirebbe? «Un uomo generoso, giusto, ma molto generoso ed attento alle necessità dei poveri». La cognata Cristina aggiunge: «Era un uomo d’altri tempi, “un om d’una volta”, un gran bell’uomo distinto ed elegante che, vestito da lavoro, mai si sarebbe recato al mercato di Casteggio che frequentava abitualmente». Un cavaliere di Gran Croce tra i vigneti d’Oltrepo lo definivo e sorrideva quando riprendevo qualcuno che lo salutava Commendator Pastori. Le sue onorificenze “al merito della Repubblica Italiana” iniziano

Silvano Pastori nel lontano 2 giugno 1982: il Presidente Sandro Pertini lo nomina Cavaliere dell’ordine al merito della Repubblica Italiana. L’anno dopo lo stesso Presidente della Repubblica lo nomina Cavaliere Ufficiale. Il 27 dicembre 1986 il Presidente Francesco Cossiga lo nomina Commendatore. Il 22 Gennaio 1996 Papa Giovanni Paolo II, lo nomina Cavaliere dell’ordine di San Silvestro Papa. Il 29 maggio 2010 il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro lo nomina Grande Ufficiale dell’ordine al merito della Repubblica Italiana. Il 2 giugno 1919 il Presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, lo nomina Cavaliere di Gran Croce al merito della Repubblica Italiana. Per chi non pratica gli ordini cavallereschi, il Cavalierato di Gran Croce è la massima onorificenza civile dell’ordine al merito della Repubblica Italiana che è il primo degli ordini cavallereschi in Italia ed è presieduto dal Capo dello Stato. Questo il personaggio, tra i suoi vigneti con la sua gente ma apprezzato e riconosciuto da quattro Presidenti della Repubblica e da un Papa. Tralascio onorificenze della Camera di Commercio, della Regione Lombardia, dell’Arma di Cavalleria, della Banda musicale di Casteggio, dei Maestri del lavoro, della Federazione italiana Volontari della Libertà, dell’associazione Partigiani Osoppo-Friuli e persino del Club della Belle Epoque francese che lo nomina socio onorario il 30 Maggio 1987. Chiunque al posto suo avrebbe esibito ‘sto campionario con legittimo orgoglio e magari un pochino di superbia. Non Silvano: un signore d’altri tempi che viveva il suo lavoro, l’amicizia di molti, la devozione di alcuni, con la semplicità degli animi nobili. Ecco, Silvano pareva un Signore d’altri tempi capitato per caso in questa assurda società dove la visibilità e l’esibizionismo fanno perennemente premio alle azioni, alla concretezza della vita e alla signorilità d’animo. Ha lasciato una profonda traccia, il suo essere senza voler apparire incantava chiunque lo avvicinasse. Al suo funerale, Don Tonino Moroni, parente della moglie, citando i riconoscimenti a lui riconosciuti, ebbe a dire: «Le sue tante, meritate onorificenze sono solo la cornice di un gentiluomo

che aveva le carte in regola come uomo, cittadino e cristiano. Ricordo in particolare la profonda amicizia che lo legava a Mons. Bongianino, allora Vescovo di Tortona ed alla di lui mamma che ospitava abitualmente nella tenuta di Borgo Priolo». Don Tonino, lei che l’ha conosciuto da giovane, come lo definirebbe con una parola? «Silvano da giovane era un gran bell’uomo, un cavaliere nell’animo prima ancora di riceverne l’investitura dal capo dello Stato. Una bella persona, pulita, compendio di tutte le virtù umane e cristiane». Il quadro che emerge dettaglia un uomo forte, distinto e generoso oltre che capace. Chiedo ai nipoti Felice e Marco, giovanissimi rampolli di casa Pastori, chi fosse nonno. All’unisono rispondono convinti: «è stato un grandissimo uomo, prima ancora che nonno. Ci ripeteva spesso “amate la vita e non abbiate mai paura ad affrontarla. Lavorate però godetevi ogni attimo della vostra esistenza perchè è prezioso e non ritorna”. Tanti i momenti spensierati con lui, la sua saggezza, i suoi insegnamenti, le crociere e le gite in tutti i paesi d’Italia che conosceva o voleva scoprire. Un grande uomo che vorremmo poter imitare almeno in parte». Avete lavorato con vostro nonno? «Abbiamo iniziato a lavorare sin da bambini nell’azienda di papà Giancarlo con nonno che saltuariamente si presentava in campagna o in cantina». Vostra nonna tribolava nell’accontentarlo a tavola? «Assolutamente no, a lui bastava un piatto di spaghetti al pomodoro e po’ di buona armonia e il suo pranzo era perfetto». Oltre che dei nipoti di chi era innamorato? «Amava molto Claudio Villa e la sua voce tenorile, il Gigante John Wayne a cui un pochino rassomigliava anche nella camminata, il suo magico Milan di cui ricordava non solo i tre olandesi delle tante coppe dei campioni, ma persino il lontano trio GreNo-Li. E da ultimo, ma non per ultima, la sua splendida Claudia Cardinale che considerava bravissima e bellissima». Forse qualcuno può pensare che un Cavaliere di Gran Croce potesse essere sprecato tra i vigneti d’Oltrepò, che altri palcoscenici ben più prestigiosi potessero essere percorsi da un uomo siffatto, ma chi ha avuto la fortuna di conoscere Silvano Pastori, Signore nell’animo prima che nelle insegne, sa perfettamente che quella era sua dimensione: tra la sua gente, tra i profumi dei mosti e le brezze primaverili che accarezzavano i germogli dei tralci di vite. Sull’uscio di casa a rimirare la sua collina con il sole che scendendo dietro la collina, salutava gli uomini veri come lui dandogli appuntamento ai primi palpiti di un mattino fresco di rugiada. di Giuliano Cereghini


CIGOGNOLA

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“Il milanese” che ha tolto qualche chilometro quadrato di vigneti per coltivare spezie Menta, malva, origano e ginepro li coltiva qui, sulle colline di Cigognola. Ma la liquirizia la fa crescere nei suoi terreni in Calabria, il sambuco in Abruzzo, e tantissime altre spezie le fa arrivare direttamente da ogni angolo del mondo, dove ricerca e seleziona i fornitori migliori. La parola d’ordine per Fabio Quacquerelli, 41 anni di Milano, noto sui social come “Profiliospezie”, è qualità: non c’è prodotto che non esamini personalmente, non c’è aroma che non abbia attentamente scelto e testato per i suoi clienti. è una vera eccellenza quella che “il milanese”, come lo chiamano a Cigognola, ha messo in piedi da tre anni in Oltrepò, terra in cui casualmente si è ritrovato a dare inizio a un’attività che è diventata internazionale, con 450 tipi di spezie importati da ben 126 Paesi. Fabio, cominciamo dall’inizio. Come nasce la Sua azienda? «La verità è che nasce da un’intuizione. Nella mia vita ho fatto tanti lavori diversi, ma prima di cominciare con il commercio di spezie facevo il birraio a Genova. Era il momento in cui andavano di moda le Ipa, birre amare che hanno conquistato nell’ultimo periodo il settore della birra artigianale. Mi sono interrogato sul loro successo, e per farlo ho cominciato a documentarmi sulla storia della birra: ho scoperto che prima del Settecento per produrla non si utilizzava soltanto il luppolo, ma venivano usate in aggiunta o in concorrenza anche altre spezie. Queste miscele di aromi si chiamano gruit, e nel passato funzionavano non solo per aroma-

tizzare, ma anche per conservare meglio la birra: le spezie, in generale, hanno infatti proprietà anti-settiche che consentivano ai prodotti di superare indenni viaggi anche molto lunghi come quelli via mare». Oggi, però, si usano poco. «Vero, ma la storia è ciclica, ce lo hanno insegnato a scuola. Lavorando dentro al settore mi sono accorto che i birrai sono sempre alla ricerca di qualche novità, e questa mi è sembrata una buona occasione. Anche perché le spezie sono tantissime, ed è difficile formarsi una cultura al riguardo: l’ho fatto io per loro, ho studiato moltissimo e ho impiegato cinque anni per costruirmi una rete di contatti affidabile in tutto il pianeta. Ho scelto i fornitori più preparati, quelli più scrupolosi, e ho messo le mie conoscenze e i loro prodotti al servizio dei birrai che chiedono le mie miscele. Ora i gruit rappresentano il grosso del mio mercato». Ma andiamo per gradi. Come è capitato in Oltrepò? «Per caso, assolutamente per caso. Tre anni fa ho comprato a scatola chiusa dei campi dalle parti di Cigognola: me li ha venduti un signore che conosco da sempre, da quando ero bambino, perché era il mio ciclista di fiducia. Li ho acquistati con l’idea di sviluppare degli altri progetti, ma quando sono arrivato qui ho cambiato idea: ho studiato il clima e il terreno, ho tolto qualche chilometro quadrato di vigneti (facendo un favore ai produttori di Buttafuoco, visto che se cala la produzione aumenta il prezzo) e ho cominciato a dedicare questi campi alle spezie.

Da settembre dell’anno scorso, poi, mi sono anche trasferito qui a vivere. L’idea è di accentrare qui la mia attività, che al momento è sparsa in tutta Italia, dove oltre ai terreni ho anche diversi magazzini». Com’è stato l’impatto con la provincia? «Positivo per certe cose, negativo per altre. Mi rendo conto che non conosco la mentalità delle persone, che fatico a comprenderne gli usi e i modi di comportarsi. Rimarrò probabilmente sempre “il milanese”, ma l’etichetta non mi turba: sono sempre stato uno controcorrente, non mi sono mai fatto influenzare dal giudizio degli altri, dunque non vivo troppo male la naturale diffidenza delle persone. E poi credo di aver fatto bene a non decidere di produrre vino: questo avrebbe attirato sicuramente le ire dei viticoltori, categoria che da queste parti mi sembra abbia un discreto potere e della quale sono felice di non fare parte». Giusto, torniamo alla sue produzioni. Oltre ai gruit cosa vende? «Miscele per la cucina, miscele per tisane, e ovviamente tutte e 450 le spezie che commercio possono essere vendute singolarmente. Sul sito si trova il listino prezzi e le spedizioni vengono fatte ovunque, ma chi vuole può acquistare direttamente da me. L’azienda, comunque, è in divenire: tra i prossimi progetti c’è quello di aprire una serie di piccoli punti vendita, come degli empori. All’interno venderemo non solo le mie spezie, ma anche i prodotti realizzati con esse: salumi, birre, cioccolati, tutto ciò che può essere aromatizzato. Quanto al dove, non ho ancora deciso:

Fabio Quacquerelli, 41 anni di Milano, noto sui social come “Profiliospezie”

probabilmente uno a Cigognola, uno a Broni e uno a Stradella. Ma devo trovare la sede giusta, ovviamente, e curarne l’immagine in modo che sia all’altezza del resto della mia attività: come ogni cosa che faccio, devo studiarla nei dettagli prima di cominciare». di Serena Simula


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BRONI

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Broni verso le elezioni. Mangiarotti striglia Riviezzi e annuncia: «Rinuncerò all’indennità di carica» Si scaldano i motori in Oltrepò in vista delle elezioni amministrative previste per il prossimo autunno. Fra le località dove lo scontro si preannuncia più caldo c’è senza dubbio Broni, dove i toni sono già accesi da qualche mese e il dibattito politico vede in campo personaggi molto determinati a dare filo da torcere al sindaco Riviezzi. Uno dei nomi sulla bocca di tutti è quello di Massimo Mangiarotti, già direttore generale del Comune, uscito dalla stanza dei bottoni in seguito ad una vertenza con l’amministrazione Paroni. Lo abbiamo intervistato. Mangiarotti la sua candidatura alle amministrative di Broni che si terranno il prossimo settembre non è mai stata pienamente ufficializzata. Domanda secca: si candiderà alle prossime elezioni comunali? «La mia candidatura è funzionale a realizzare il programma de “L’Altra Broni”, già anticipato alle famiglie bronesi fin dall’ottobre 2020 e rispetto al quale non ho ancora sentito una critica, né dalla maggioranza, né dalla minoranza, né dai Bronesi. Il programma de “L’Altra Broni” è talmente lungimirante che Riviezzi, il sindaco uscente, lo sta realizzando a tambur battente. Di questo passo la mia candidatura potrebbe diventare superflua in quanto il programma sarà già stato realizzato dall’attuale sindaco che, nonostante una insistente “comunicazione istituzionale”, non ha ancora reso pubblico il suo di programma elettorale. Frattanto sul sito dedicato è pubblicato il programma de “L’Altra Broni” aggiornato con i suggerimenti pervenuti e aperto a ulteriori proposte nel continuo confronto costruttivo per addivenire al programma definitivo condiviso con i bronesi. Il programma de “L’Altra Broni” è costruito a misura di Broni e la metodologia utilizzata è innovativa e unica nel suo genere». Perché ha scelto, oggi, di candidarsi? «Non avendo avuto figli vorrei lasciare a tutti i bambini di Broni la libertà di vivere la loro intelligenza nella consapevolezza di dover coltivare solo il sapere, senza dipendere mai dagli interessi di parte. Ritengo la causa talmente giusta che intendo dedicarci tutte le mie risorse senza avere nulla in cambio. L’ho già scritto nella lettera aperta alle famiglie bronesi dello scorso ottobre, ma intendo ribadirlo: se dovessi essere eletto rinuncerò all’indennità di carica, non percepirò nessun rimborso spese e non spenderò un centesimo per ottenere il consenso tramite la propaganda. Ritengo che nessuno deve fare della politica un mestiere vivendo dello stipendio pagato dai cittadini. Rispetto alla rinuncia all’indennità di carica credo che i bronesi siano interessati a conoscere anche le intenzioni degli altri candidati».

Massimo Mangiarotti Lo scorso novembre lei ha inviato a tutti i cittadini una lettera annunciando la nascita del gruppo “L’altra Broni”. Perché questo nome e da chi è composto questo gruppo? «è un’alternativa e si rivolge direttamente ai bronesi senza l’intermediazione dei partiti e dei faccendieri che da troppo tempo imperversano a Broni a scapito dei cittadini. “L’Altra Broni” è la vera e unica civica fondata sulla società civile al di fuori dall’attuale panorama partitico bronese. Il gruppo è formato da persone che io reputo giuste, serie, motivate, propositive, competenti, trasparenti, senza fini personali e disposte al cambiamento nel segno della giusta prospettiva». Dall’annuncio della creazione del gruppo ad oggi sono passati quasi 6 mesi. In questo tempo avrà avuto modo di “sondare il terreno”. Che risposta ha avuto dalla gente di Broni? Qual è la sua percezione? «I Bronesi sono assuefatti dalla attuale casta che ha tirato a campare nel convincimento che sia meglio l’uovo oggi rispetto alla gallina domani. È importante che i Bronesi sappiano che, continuando a vivere solo il presente, il futuro si allontana anziché arrivare a sostenerci come ci ricorda Ivano Fossati: “E il futuro che viene a darci fiato”. Percepisco uno scoramento collettivo, un allarmante e pericoloso disinteresse alla cosa pubblica. Mancano il fermento e la consapevolezza. Occorre un diverso e rinnovato entusiasmo. È giunto il tempo delle scelte coraggiose e la prima deve essere la presa di coscienza dei bronesi. Attuale e calzante è citare Alessandro Manzoni quando scrisse: “Un volgo disperso repente si desta; intende l’orecchio, solleva la testa percosso da novo crescente romor.”. Per usare una metafora cara ai vecchi bronesi. Il mosto non bolle e rischiamo diventi “brusco” senza farsi vino». Anche se i diversi attori palesati o meno dicono di no, ma certamente la campagna elettorale in quel di Broni è già ini-

ziata. Com’è dal suo punto di vista il clima che si respira? «La campagna elettorale l’ha iniziata Riviezzi già dal settembre 2020 proponendosi con: “Un caffè con il sindaco”, articolo pubblicato anche dalla vostra testata online. La domanda che sorge spontanea è: perché Riviezzi continua ad affermare di non essere in campagna elettorale? La risposta è semplice: se ammettesse di essere in campagna elettorale, allora dovrebbe pagare la propaganda con i suoi soldi; invece, mascherando da “comunicazione istituzionale” ogni iniziativa, sondaggio, comparsata televisiva, video promozionale e social network, pagano i bronesi. Tuttavia gli è andata male, pensava di tenere un profilo basso e muoversi in sordina, magari ambendo alla lista unica, ma “L’Altra Broni” lo ha smascherato pubblicando i manifesti “Con i Vostri Soldi” che documentano ogni propaganda e tutti gli sprechi. Il clima che si respira è quello della rassegnazione. Pur sapendo che Broni naviga a vista senza una meta e senza una mappa, è passivamente accettato che siano i partiti a gestire il Comune di Broni come se fosse cosa loro. Invece il momento è strategico. Ora delle due l’una. O abbiamo il coraggio e l’onestà intellettuale di dire le cose come stanno, uscendo dalla logica perversa degli interessi di parte, o tanto vale rinunciare all’opportunità di portare Broni alla giusta prospettiva. Va intrapreso un serio percorso di ricostruzione culturale, prima ancora che ambientale, economica e sociale. Lucio Anneo Seneca filosofo e statista disse “Non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare”. I Bronesi devono comprendere che Broni è ad un bivio irreversibile e non ci sarà la prossima occasione. Abbisogna di una scelta radicale. Non basta cambiare il pilota, occorre imboccare un’altra strada. Altri cinque anni proseguendo con le attuali “politiche” e Broni diventerà un dormitorio. Una bidonville del terzo millennio». Da quel che è dato sapersi, ad oggi l’unico altro candidato, oltre a lei, è il sindaco uscente Antonio Riviezzi. Per quel che ne sa e può dire ci sono altri candidati che sarebbero pronti a fare un passo in avanti? Ci viene in mente ad esempio l’attuale consigliere di minoranza Giusy Vinzoni. Che dice a tal proposito? «Le persone giuste e preparate hanno poco tempo libero e spesso non sono propense a impegnarsi in un’esperienza sicuramente faticosa. Purtroppo, così facendo, lasciano il governo di Broni agli incompetenti inconsapevoli. Non mi risulta che Vinzoni abbia accettato di candidarsi. So che è stata designata da Ercole, che rimane sempre il leader e il de-

cisore finale, sia come capogruppo di “Broni in Testa”, sia quale candidata a sindaco per riproporre “Broni in Testa”. Non mi permetto di esprimere un giudizio sulla persona di cui non conosco ambizioni e competenze, però non posso esimermi dall’evidenziare che, se accettasse la candidatura, dovrebbe affrontare almeno tre incognite. Vinzoni è stata individuata dal grande sconfitto alle precedenti elezioni, quindi l’opinione pubblica potrebbe attribuirle l’etichetta del perdente. Riproporre “Broni in Testa” dopo la disfatta, verrebbe a significare ripresentare una squadra disunita. Infine, considerato che il programma elettorale di “Broni in Testa” del 2016 non sembrerebbe attuale, ritengo abbia poco tempo per stilare un nuovo programma condiviso con i bronesi, condizione necessaria per qualificare la compagine come lista civica. Considerato che Vinzoni si pone in maniera molto democratica e trasparente, potrebbe valutare l’opportunità delle primarie, ricevendo la candidatura direttamente dai bronesi che potranno esprimersi anche sul nuovo nome e sul nuovo programma». Lei non è certamente un uomo “qualunque”, nel senso che non è nuovo alla politica locale, è stato infatti direttore generale del Comune di Broni quando Luigi Paroni era sindaco, poi i rapporti si sono incrinati tanto che ne è sfociata un’azione legale. Perché e come è andata a finire? «È andata a finire che io autorizzo il festival di Sanremo e il mentore Paroni è stato collocato a riposo dal delfino Riviezzi. Il motivo è più complicato e richiede un approfondimento. Il sodalizio con Paroni risale al 2001 quando lui fece propria la mia idea di formare una lista civica svincolata dai partiti. Pur perdendo le elezioni, la lista civica ebbe successo e pose le basi per l’elezione a sindaco di Paroni nel 2006, con il contributo determinate di “Forza Broni”. La rottura si è consumata nel 2015 quando Paroni ha scelto la sudditanza alle direttive di partito rispetto agli interessi di Broni. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la designazione di Riviezzi, un tesserato di partito, candidato sindaco, tradendo l’idea fondamentale della lista civica cosi come concepita nel 2001, quando tutto è iniziato. A quel punto il partito, dovendo candidare un suo uomo a sindaco, ha voluto la mia testa e Paroni ha costruito un castello di sabbia per licenziarmi. Come succede a tutti i castelli di sabbia, così il licenziamento è stato travolto dalla sentenza del Giudice. La politica è l’arte del possibile e dipende dall’opportunità, finché i comportamenti non diventano immorali. Ricercare il consenso tramite i favori può essere una scorciatoia ma alla fine le conseguenze sono deleterie.


BRONI Chissà, se con il senno di poi, Paroni sta ancora pensando, per dirla alla Umberto Bossi, che forse scelse la trota e non il delfino!». La domanda alla luce di quella precedente è d’obbligo: l’attuale sindaco, Antonio Riviezzi è considerato il “pupillo” di Luigi Paroni, la sua candidatura, per essere maliziosi, c’entra con i rapporti burrascosi con quella parte di amministrazione? «Non credo che Riviezzi sia ancora il “pupillo” di Paroni. Anzi mi risultano forti dissidi che hanno portato alle dimissioni anzitempo di Paroni. In ogni caso gli elettori di Paroni, che condividevano il progetto della lista civica fin dal 2001, non trovano certo in Riviezzi il candidato ideale. In mancanza di una solida alternativa si “turano il naso” direbbe Indro Montanelli e lo votano. Con Riviezzi non ho nessun “rapporto burrascoso” in quanto non abbiamo mai avuto alcun rapporto e nulla da condividere. Io coltivo la passione per lo studio e la dedizione al lavoro come una filosofia di vita, sto conseguendo il sesto titolo universitario e vanto dieci esperienze lavorative per oltre venticinque anni di carriera. Riviezzi non ha mai conseguito un titolo universitario e non ha un’esperienza lavorativa, almeno così risulta dal curriculum pubblicato sul sito del Comune di Broni. I rapporti burrascosi li ho solo con chi vuole fare il furbo lasciando da pagare il conto ai cittadini». Alla scorsa tornata elettorale, Cesare Ercole, candidato della Lega è stato il grande sconfitto. Quali sono i suoi rapporti con quella parte politica e sarebbe disposto ad eventuali alleanze? «Ercole appartiene ad un partito e fa un ragionamento di parte. Non potrà mai identificarsi in una lista civica nel senso profondo del termine etimologico. Allo stesso modo Riviezzi, per mantenere la poltrona deve perseguire gli interessi dei partiti. La politica è una vittima dei partiti. “L’Altra Broni” intende ritornare alla polis che prevedeva l’attiva partecipazione dei cittadini liberi alle decisioni pubbliche, è questo quello che serve a Broni. Oggi, più che mai e a tutti i livelli, è acclarato che i politici di mestiere espressi dai partiti hanno fallito. Pier Paolo Pasolini diceva: “il coraggio intellettuale della verità e la politica sono due cose inconciliabili in Italia”. La nuova sfida è tra i politici di mestiere espressi dai partiti convinti di regnare in eterno, così come i sovrani nelle monarchie, e i cittadini liberi, attenti, consapevoli, laboriosi e pronti ad alzare la testa. Alla Nostra Broni non occorrono alleanze, compromessi e pastrocchi. I Bronesi devono avere il coraggio intellettuale della verità e scegliere la giusta prospettiva». Partendo sempre dal presupposto che si può fare di più e meglio, cosa salva dell’operato di Riviezzi? «Non posso salvare nulla dell’operato di Riviezzi perché a ben vedere non c’è niente di suo. Si è limitato a proseguire i progetti avviati da Paroni o decisi dai partiti o finalizzati alla rielezione.

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Nella erronea convinzione che portare avanti un interesse di parte equivalga a realizzare il bene collettivo. Maldestro il tentativo di Riviezzi di spacciare per sue progettualità le risorse straordinarie trasferite al Comune di Broni dallo Stato e dalla Regione Lombardia per fronteggiare la pandemia che sono state erogate a tutti i Comuni! Tuttavia è stato scaltro a compattare tutti coloro che hanno un interesse personale da conseguire con i soldi dei bronesi. L’esatto opposto della politica che, invece, dovrebbe perseguire gli interessi collettivi utilizzando le risorse dei singoli». Cosa invece butta? «Il modello imposto dall’alto di raccolta dei rifiuti “porta a porta”, costoso, inefficace e sporco; l’approvazione di un contratto di servizio della durata di 15 anni per un corrispettivo totale pari a 17.830.770,00 euro, che non dipende né dalla quantità di rifiuti prodotti né dalla qualità della raccolta differenziata e che ha già avuto un incremento esorbitante dei costi; l’utilizzo di 1.690.870,26 euro, negli ultimi 15 anni, per pagare i rimborsi, le indennità e i contributi al sindaco e agli assessori; l’allargamento del sito di interesse nazionale (SIN) a tutti gli edifici pubblici e privati decuplicando i costi della bonifica e dello smaltimento (i contributi pubblici sono sempre soldi dei cittadini); la bonifica passiva della “ex fibronit” messa in atto senza decidere prima l’obiettivo, lasciando il sotto suolo ancora intriso di amianto e condizionando l’utilizzo dell’area: il fotovoltaico incombe sui bronesi; la svendita della ex scuola elementare e dell’ex avviamento di Via Emilia alla Diocesi di Tortona per meno di 190 euro al metro quadrato; l’esproprio di un palazzo in Piazza Italia con 48 appartamenti da abbattere per realizzare 24 posti auto al costo di 7000 euro al metro quadrato; lo smantellamento, spendendo quasi 2 milioni di euro, di un edificio di amianto (ex scuola Baffi) abbandonato da oltre 5 anni, avviato mentre i bambini del plesso Ferrini seguono le lezioni nonostante le scuole siano rimaste chiuse da marzo a settembre dello scorso anno; l’attribuzione alla fine del mandato e in piena pandemia di un incarico per la redazione di un piano di marketing territoriale, spendendo migliaia di euro mentre i bronesi non arrivano a fine mese e le attività produttive e commerciali chiudono; lo spreco di centinaia di migliaia di euro per la comunicazione, per le trasmissioni televisive e per pagare lo stipendio del personale in staff del sindaco, senza avere un pensiero o un contenuto da comunicare. Dopo i fatti del 25 maggio 2021, e mi riferisco a quanto accaduto all’interno della Broni Stradella Pubblica, il sindaco Riviezzi, anziché proseguire la sua propaganda pubblicando i video della serie “racconto di fine mandato”, pagati dai bronesi, forse dovrebbe svelare ai bronesi dove finisce la raccolta differenziata e dove sono spariti i 6.717.344,09 euro di tassa rifiuti pagata dai Bronesi dal 2016 al 2020. Nondimeno dovrebbe verificare se è il caso che la società Broni Stradella Pubblica srl continui a gestire i 32 milioni di euro della bonifica “ex fibronit” e i 17 milioni di euro della tassa rifiuti che i Bronesi pagheranno dal 2021 al 2030.

Inoltre farei molta attenzione a cavalcare la tesi dei “mariuoli”, non vorrei si ripetesse ciò che accadde ad un famoso statista all’inizio degli anni novanta». Lei ha dichiarato che: “grazie all’impegno e alla passione del sottoscritto e non per merito degli Amministratori, Broni ha beneficiato di 35 milioni di investimenti pubblici senza che i Bronesi avessero oneri a carico. Nell’ultimo quinquennio il Sindaco ha continuato a utilizzare i finanziamenti già ottenuti senza conseguirne dei nuovi”. Ci spiega meglio? «Quando il mentore Paroni e il delfino Riviezzi hanno iniziato le rispettive carriere da sindaco e da assessore nel 2006 avevano grosse difficoltà persino a capire il meccanismo di funzionamento del Comune di Broni. Se fosse stato per loro, tutto quello che si vantano di aver realizzato non sarebbe nemmeno iniziato. Attraverso l’esperienza professionale, la competenza manageriale e la dedizione al lavoro del sottoscritto sono arrivati risultati impensabili per Broni, creando un circolo virtuoso che ha consentito a Riviezzi di godere della rendita per cinque anni senza attivare nuove progettualità. Qualche mese fa un saprofita dell’attuale panorama partitico bronese mi ha confessato “stiamo ancora raccogliendo le briciole che hai lasciato”. Purtroppo anche le “briciole” sono finite e i bronesi rischiano cinque anni senza prospettiva». Presto per fare annunci e ci sarà modo prima che la campagna elettorale entri nel vivo di approfondire le tematiche, ma se le chiedessi quali sono le 3 iniziative o progetti concreti che intende realizzare a Broni cosa risponderebbe? «Il programma de “L’Altra Broni” è articolato in cinque punti: bambini, benessere, bellezza, innovazione e partecipazione, con trentacinque nuovi progetti tutti concreti e realizzabili. I cinque progetti che cambieranno il futuro di Broni sono: la nuova scuola per l’infanzia, dotata di spazi educativi e ricreativi naturali, dove i bambini potranno apprendere attraverso la manualità, crescere in armonia con la natura e raggiungere la consapevolezza della propria unicità; il parco pubblico del Benessere nell’area “ex fibronit”, attrezzato per le attività educative, la meditazione, l’esercizio fisico, i percorsi salutari e le aree giochi, consentendo a tutti i bronesi di vivere serenamente il rapporto con la natura; l’abolizione del “porta a porta”, costoso, inefficace e sporco, ripensando la raccolta differenziata che darà un profitto concreto ai Bronesi virtuosi e Broni sarà più bella e pulita; l’innovazione per una Broni attiva e dinamica, dotata di connessioni veloci, attenta alla valorizzazione dell’agricoltura, del commercio e delle attività produttive, vocata alla promozione sostenibile del territorio, organizzata per la produzione di energia rinnovabile, sensibile alla salvaguardia del paesaggio collinare, ricca di itinerari naturalistici e servita da nuovi percorsi ciclopedonali; amministrazione partecipata condotta da amministratori empatici e sempre disponibili ad ascoltare con attenzione le esigenze, i suggerimenti e le

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«Le briciole sono finite, i bronesi rischiano 5 anni senza prospettiva» critiche dei Bronesi per migliorare insieme la Nostra Broni. “L’Altra Broni” disegna è l’esempio dell’approccio innovativo attraverso il quale i cinque progetti fondamentali sono stati rappresentati ai Bronesi». Si attribuisce la paternità dei manifesti che in due riprese sono stati affissi per la città “contro” il lavoro dell’attuale Giunta? Cosa ne pensa di questa forma di protesta e se vogliamo di fare politica? «Se intende i manifesti “Con i Vostri Soldi” con i quali “L’Altra Broni”, riportando cifre reali e dati oggettivi, peraltro riscontrabili sul sito del Comune di Broni, informa i Bronesi della condotta poco trasparente del sindaco Riviezzi, sono realizzati con i miei soldi. Se invece intende i manifesti “verdi” firmati dall’ex consigliere comunale Antonio Bagnoli, confermo che non sono opera mia. Tuttavia, l’analisi politica del contenuto dei manifesti “verdi” evidenzia parecchi dubbi sull’operato di Riviezzi, tre dei quali li condivido con i Bronesi. Se invece intende i manifesti “rosso e nero” dell’avvocato Domenico Novarini, che ha citato “Edoardo Sciascia” (al secolo Leonardo Sciascia), direi che il sindaco Riviezzi ha già trovato l’assessore alla Cultura per il prossimo mandato. Se Riviezzi ha imbarcato la destra senza passare dal voto, può pretendere di rappresentare la sinistra alle prossime elezioni? L’elezione del sindaco compete ancora agli elettori Bronesi o è già stata decisa dai partiti come ai tempi del podestà? Forse Riviezzi ambiva alla lista unica per essere sicuro di non mollare la poltrona? Essendo contrario a qualsiasi forma di costrizione o sudditanza, sono convinto che nonsiano solo i partiti a occuparsi della cosa pubblica, bensì tutti i cittadini debbano partecipare in prima persona. A ben vedere l’articolo 49 della Costituzione precisa che i partiti devono limitarsi a “concorrere con metodo democratico a determinare la politica” e non a impadronirsi di incarichi e poltrone. Purtroppo c’è troppa confusione e non tutti comprendono la differenza tra opposizione e minoranza: opposizione è criticare distinguendosi da chi governa, minoranza è non avere i numeri per governare. Sebbene durante il mandato di Riviezzi ci siano state tante occasioni, ormai perse, per una opposizione incalzante, pragmatica e convincente, ho visto molto la minoranza e poco l’opposizione. Con la fiducia ben riposta dei Bronesi, “L’Altra Broni” è pronta per governare e se non accadesse continuerà a garantire l’opposizione senza scendere a compromessi» di Silvia Colombini



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«Il nostro ambizioso progetto è di arrivare a 1000 sacche all’anno» Le donazioni di sangue, nonostante questo 2020, anno particolare a causa della pandemia, non si sono mai fermate. A parlare sono i dati positivi e incoraggianti trasmessi dalla sezione Avis di Broni che ha chiuso il 2020 con 850 donazioni (solo 12 in meno del 2019), con 401 donatori attivi, di cui circa il 20% giovani della fascia d’età 2635 anni e un importante apporto di donatori stranieri (35 contro i 28 dell’anno precedente). Nel frattempo durante l’ultima assemblea dei soci, è stato nominato nuovo presidente dell’Avis bronese Davide Giorgi, 38 anni, donatore da 8 anni e consigliere negli ultimi due mandati. Davide, ci racconti la sua esperienza in Avis. Come si è avvicinato a questo settore del volontariato? «Mi sono avvicinato al mondo AVIS per curiosità: volevo capire come funzionasse un’associazione di volontariato e come venisse gestita sia a livello finanziario che organizzativo. Sono rimasto affascinato dal terzo settore e ovviamente da AVIS». Cos’è per lei Avis Broni e cosa “le dà”? «AVIS Broni in questi anni mi ha dato molto, mi ha dato l’opportunità di formarmi con corsi specifici, mettendo a disposizione nuovi strumenti mirati a gestire ed organizzare al meglio la sede comunale e a permettermi una crescita personale». Come mai è stato scelto come presidente? «Credo di essere stato scelto per la mia predisposizione che in otto anni ho mostrato, di sapermi adattare alle varie necessità dell’organizzazione, rivestendo ruoli diversi, come richiedeva la situazione. Ho inoltre seguito due anni di corsi AVIS Academy dove ho appreso l’utilizzo di strumenti utilissimi per poter affrontare le sfide di ogni giorno e competenze di alto livello». Cosa significa per lei questo ruolo? «Quello del presidente è un ruolo cruciale

Davide Giorgi, neoeletto presidente AVIS Broni in quanto detta le direttive da seguire per raggiungere gli obiettivi prefissati a livello di Consiglio. Inoltre permette di avere contatti diretti con le varie istituzioni del territorio e così diffondere a vari livelli la conoscenza del mondo AVIS. In particolare l’Amministrazione Comunale di Broni si è resa sempre disponibile alla realizzazione delle varie iniziative da noi promosse proprio perché particolarmente attenta alle problematiche ad esso attinenti, creando un particolare legame tra le varie associazioni di volontariato». Durante l’emergenza sanitaria come si è dovuta adeguare la vostra associazione? «Abbiamo sempre lavorato insieme con tutte le nostre forze per dare supporto al sistema trasfusionale nazionale in quanto durante la pandemia c’è stata molta richiesta

ma purtroppo anche una rilevante carenza. Tuttavia, i nostri donatori sono stati molto sensibili alla problematica e non si sono sottratti al loro impegno nei confronti della comunità e del territorio». Cosa si aspetta da questo 2021 dove la pandemia è ancora un ricordo recente? «Nonostante il 2020 sia stato molto difficile, posso ribadire che abbiamo confermato i risultati dell’anno precedente. Pertanto ringrazio il lavoro di tutta la squadra AVIS Broni e la sensibilità di tutti i donatori che non sono venuti meno al senso civico che caratterizza chi fa parte della nostra grande famiglia». “Reclutare” donatori è senza dubbio una delle finalità dell’Avis. Ha in mente qualche campagna o strategia specifica? «AVIS Broni può contare su una squadra affiatata che ha come fine la sensibilizzazione alla donazione del sangue, con un una particolare attenzione al coinvolgimento dei giovani attraverso attività anche non prettamente attinenti alla donazione, in modo da creare coesione e sinergia anche tra chi non ha ancora deciso, anche per motivi di età, di diventare donatore ma vorrebbe portare il proprio contributo nell’associazione. A questo proposito rendo nota la campagna “I giovani chiamano i giovani”. Siamo a disposizione per raccogliere idee e iniziative proposte direttamente dagli interessati. Anche perché contiamo di poter preparare dei giovani che possano rivestire ruoli anche significativi in AVIS Broni, proprio come è accaduto a me». Carenza di donatori e di conseguenza di sangue raccolto «Purtroppo il problema della carenza di sangue, soprattutto in alcuni momenti dell’anno come l’estate, è un’emergenza. Pertanto cerchiamo di sensibilizzare al massimo per risolvere questa problematica. Lo scopo è quello di arrivare all’autosufficienza ma non

è così semplice in quanto il sangue viene impiegato in una moltitudine di interventi, per la preparazione di farmaci, per malati terminali tra cui anche bambini e neonati. Da AVIS Nazionale è stata lanciata da qualche anno una campagna di sensibilizzazione “tutti dovremmo farlo”: il gesto della donazione dovrebbe diventare qualcosa di “normale”, che porta vantaggi per la collettività e a livello personale. La donazione di sangue aiuta a livello psicologico perché legata alla consapevolezza che si sta offrendo al prossimo qualcosa di prezioso. E il principio della solidarietà arricchisce la vita di ciascuno di noi. È un investimento in salute in quanto il donatore, per legge, è periodicamente controllato con analisi e visite mediche ed educato alla prevenzione delle malattie, riducendo in maniera significativa quelle cardiovascolari che, non dimentichiamolo, sono una delle principali cause di morte. Numerose ricerche hanno evidenziato come il numero di episodi (infarto, ictus, angina, etc.) si riducono in chi dona periodicamente il sangue, fino a 17 volte rispetto alla media». Quali sono gli obiettivi di Avis Broni per il prossimo futuro? E i suoi come presidente? «Gli obiettivi di AVIS Broni sono sicuramente di incrementare il numero di donatori e di riflesso quello di aumentare il numero di sacche raccolte, cercando come sempre di superare i risultati dell’anno precedente. Il nostro ambizioso progetto è di arrivare a 1000 sacche all’anno. I miei obiettivi come presidente sono altrettanto ambiziosi: portare l’associazione ad essere una realtà rilevante nell’Oltrepò orientale e perché no anche della stessa Provincia di Pavia». di Elisa Ajelli


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STRADELLA

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Passato il Giro, a Stradella è tempo di bilanci Intanto si discute sull’isola pedonale La Città di Stradella ha accolto a braccia aperte l’arrivo della 18^ Tappa del Giro d’Italia Rovereto – Stradella, ventisette anni dopo l’ultima volta. Quello di quest’anno è stato un arrivo un po’ particolare, in un Giro d’Italia ancora influenzato dalla pandemia e dalle restrizioni sanitarie. Dal 24 febbraio scorso, data nella quale RCS (azienda de La Gazzetta dello Sport organizzatrice del Giro d’Italia) ha ufficializzato l’arrivo di tappa, l’assessore al Commercio e alla Promozione del Territorio Andrea Frustagli, ha sottolineato in ogni occasione l’importanza dell’evento sia per le attività stradelline che per tutto il territorio oltrepadano. Ora il Giro è terminato, ed è tempo di bilanci. Abbiamo chiesto all’assessore un’analisi della manifestazione, interpellando inoltre alcuni commercianti stradellini che hanno espresso la loro opinione in merito. Frustagli, nella settimana che ha preceduto il Giro d’Italia l’abbiamo vista sul palco del truck itinerante ad illustrare, con grande passione, quali sarebbero state le opportunità per il nostro territorio. Ora che tutto è terminato, è arrivato il momento di trarre le somme e analizzare ciò che è stato. Si ritiene soddisfatto dell’esito dell’evento? «Posso dire con assoluta fermezza che siamo andati oltre ogni nostra aspettativa. Come avevamo preannunciato, sapevamo che si trattava di un evento che avrebbe portato tantissimo all’Oltrepò. Ma i riscontri avuti sono stati veramente sorprendenti. Una risposta la si può avere guardando le immagini televisive trasmesse in duecento Paesi: mi sono venuti i brividi nel vedere il “biscione” di biciclette riprese dall’alto mentre percorrevano le curve circondate dai vigneti di Bosco Casella. Vedere dal palco gli occhi commossi delle persone, tutte composte con la loro mascherina, felici di poter rivivere un momento di gioia dopo mesi di chiusura. Altre emozioni le ho provate al traguardo, nel sentire l’esibizione delle tre fisarmoniche di Stradella, evento anch’esso trasmesso televisivamente. Abbiamo riscontrato parecchi apprezzamenti da ogni parte: dal cittadino al commerciante, senza tralasciare i ciclisti stessi, le squadre e gli addetti ai lavori». Parliamo dell’affluenza. Nonostante le limitazioni, la popolazione e i tifosi si sono riversati lungo la tappa, e principalmente all’arrivo in centro. «C’è stata tantissima affluenza ma, come d’altronde dimostrato dalle immagini, si può notare che il pubblico era ben distribuito e composto, con mascherine ed evitando ammassamenti incontrollati. Devo dire che i cittadini e le persone giunte a vedere l’arrivo sono state molto responsabili, non si sono verificati eventi negativi.

Andrea Frustagli, assessore al Commercio e alla Promozione del Territorio Forse può esserci stato qualche assembramento, ma è stato molto corretto e controllato. Inoltre, vorrei ricordare che si trattava di un giovedì pomeriggio, in orario lavorativo: se la tappa fosse arrivata un sabato o una domenica avremmo visto la tratta sulle nostre colline invasa dai tifosi». Soddisfatto del ritorno mediatico, a livello commerciale, invece, ha ricevuto feedback positivi dagli operatori del settore? «Il 27 maggio hanno lavorato tutti i bar e i negozi. Sia quelli della parte alta di Stradella che quelli della periferia, sebbene siano state zone non toccate direttamente dall’evento. Abbiamo ricevuto riscontri positivi, con esercenti soddisfatti degli incassi giornalieri. Alcuni commercianti, nei giorni successivi, mi hanno personalmente ringraziato auspicandosi altre giornate simili. Inoltre, ho ricevuto riscontri positivi anche dalle aziende e dalle attività dislocate lungo gli ultimi chilometri della tappa. Mi hanno segnalato incassi davvero consistenti, soprattutto i produttori di vino che hanno indipendentemente organizzato degustazioni all’interno delle loro aziende». Non tutti gli esercenti però sembrerebbero pensarla coì: alcuni hanno lamentato diversi disagi che avrebbero penalizzato le loro attività. Le principali segnalazioni riguardano reti alte e transenne dislocate davanti alle vetrine oppure posizionate in modo tale da “imprigionare” la clientela fuori dai bar, limitandone parzialmente l’accesso. Le risulta? «Naturalmente, come accade in ogni occasione, c’è sempre qualcuno che può essere

più penalizzato di altri. Le direttive e gli ordini che ci sono arrivati da RCS nel disegnare il loro “tracciato di bolla” ha consentito a qualcuno di lavorare maggiormente rispetto a qualcun altro: ripeto, tutte le attività hanno lavorato. Tornando al problema delle zone chiuse, voglio sottolineare che non potevamo fare nulla contro le disposizioni di RCS: se qualcuno si è trovato il truck della televisione o la transenne con le reti davanti al locale, la responsabilità non è né del Comune, né del Comitato di Tappa». Un’altra lamentela riguarda la chiusura delle strade e dei vari “settori” scarsamente comunicata dal Comune. Lei ritiene che l’amministrazione abbia informato correttamente gli abitanti e gli esercenti? «Appena abbiamo avuto le conferme da parte di RCS in merito agli orari di chiusura delle strade, abbiamo immediatamente emesso l’ordinanza e pubblicato la comunicazione sull’Albo Pretorio del Comune, almeno 15 giorni prima: è tutto verificabile. Io stesso, in merito alle domande sulle chiusure delle strade, invitavo i cittadini e i commercianti a prendere atto dell’ordinanza. Ma la stessa cosa è stata fatta in tutti gli altri comuni coinvolti dal passaggio della tappa, tranne per le provinciali, la cui competenza è della Provincia. Certo, in un primo momento abbiamo dato delle informazioni un po’ blande, ma ci basavamo sulle direttive che ci arrivavano dall’ente organizzatore. Poi, appena ci sono arrivate le conferme, abbiamo fatto comunicazioni più mirate e trasparenti, inviate anche alle associazioni di categoria. Purtroppo, quando si organizza qualcosa

è difficile riuscire ad accontentare tutti. Anche l’iniziativa delle borse colorate “Compriamo a Stradella” era stata in parte criticata, ed invece alla fine è stata apprezzata e i risultati si sono visti anche in questi giorni». In che senso? «Dopo essere state rimosse dalle vie del centro, le borse sono state ripulite e riconfezionate per essere vendute allo stand di “Promoltrepò” nella giornata dell’arrivo di tappa. Il considerevole ricavato è stato donato alle associazioni “Anffas” e “Amici di Teo”». Secondo lei, a livello organizzativo cosa si poteva fare di meglio? «Quando si organizza un grande evento, gli imprevisti sono sempre parecchi ed elencarli tutti è dura. Anche nella comunicazione qualcosa può sfuggire, ma siamo stati in grado di rimediare. Bisogna però considerare una cosa essenziale: non si è organizzato solamente un arrivo di tappa, ma un evento itinerante di sette giorni, il tutto in soli 90 giorni. Solitamente RCS annuncia l’ufficialità sei mesi prima: qui i tempi erano dimezzati, ai quali si aggiungono protocolli sanitari e restrizioni che non esistevano fino al 2019». L’estate 2021 è alle porte, la gente ha voglia di svagarsi e allo stesso tempo i commercianti sperano in un ritorno alla normalità per poter lavorare come un tempo. Quali iniziative intendete mettere in campo per rendere Stradella viva e attrattiva? «Nei prossimi giorni discuteremo della programmazione delle manifestazioni estive con i commercianti e tutte le parti interessate. Oltre alle classiche serate organizzate dai bar durante il fine settimana, pensiamo di poter riproporre “Vinuva”, sempre che ci siano i presupposti. Tra le novità vorrei segnalare che presto partirà il “Mercato agricolo”, che si svolgerà due volte al mese in Piazza Vittorio Veneto, e sarà dedicato alle sole aziende agricole. Inoltre, insieme ai Comuni di Broni e Casteggio, stiamo organizzando le serate “Tre capitali per tre valli”, una manifestazione itinerante che si svolgerà nei tre centri in collaborazione con il Distretto del Commercio. Insomma ci sono tante idee in cantiere». Riproporrete l’isola pedonale in centro, già sperimenta la scorsa stagione? «Nei prossimi giorni incontrerò tutte le parti in causa e insieme valuteremo la soluzione migliore». Della stessa opinione dell’assessore Frustagli è Luigi Lombardi, presidente di ASCOM Oltrepò Orientale e titolare della “Lombardi Tessuti” di Stradella, che analizzando il post tappa Giro d’Italia, evidenzia gli aspetti positivi riscontrati dai commercianti.


STRADELLA Lombardi, tutti soddisfatti di aver ospitato una tappa del Giro d’Italia? «Secondo me il bilancio generale è certamente positivo, soprattutto per il periodo che globalmente stiamo vivendo. Abbiamo indetto anche il concorso “La vetrina del Giro”, cercando di coinvolgere il più possibile le attività del centro, in modo tale da avere numerose vetrine addobbate a tema. Anche in questo caso il bilancio è positivo, con venticinque attività aderenti all’iniziativa ed altre che, pur non partecipandovi hanno agito indipendentemente addobbando i loro negozi in rosa. Ho notato una grande felicità, per me un segnale di ripresa e di voglia di ritornare alla normalità». Ritiene che la gestione del centro di Stradella, durante la giornata dell’arrivo di tappa, sia stata adeguata? «Come succede tutte le volte, c’è sempre qualcuno che si lamenta. Anche se poi alla fine le cose si riescono sempre a sistemare. É logico che se si organizza un evento di questo genere, giocoforza bisogna chiudere determinate strade o passaggi. Le comunicazioni sono state fatte con un certo preavviso, sia ai commercianti che ai cittadini privati: non ci sono state chiusure dell’ultimo momento o non comunicate. Nonostante questo, va segnalato che tutti i bar e i ristoranti del centro hanno lavorato nel corso della giornata». Fino a prima della pandemia, le serate e gli eventi estivi di Stradella hanno sempre riscosso un buon successo. Come ASCOM, come intendete coinvolgere e rilanciare le attività nel periodo estivo? «Si sta ancora discutendo sull’organizzazione del “Festibar”, il vecchio “Caffè Concerto”, che dovrebbe svolgersi il fine settimana: stiamo ancora valutando i giorni sulla base delle richieste dei bar e delle serate che loro intendono organizzare. Nei prossimi giorni avverrà in comune un incontro insieme all’assessore e al gruppo organizzatore, per discutere quali eventi portare avanti. Naturalmente, il fattore che più influenza le scelte è l’andamento dei contagi: se la tendenza rimane questa, le prospettive sono positive. Bisogna comunque muoversi con cautela». Soddisfatto anche Filippo Savini, da circa sei mesi rappresentante ASCOM della categoria baristi, titolare dei locali “White Rabbit”, “Neverland”, “Vintage Chupiteria” e di un’enoteca che verrà inaugurata a breve, esprime la sua soddisfazione circa l’affluenza registrata nei suoi locali. Savini, come rappresentante della categoria, ci può dire quali sono stati i feedback, sia per quanto riguarda i suoi locali, sia da quanto riscontrato dai suoi colleghi? «Per quanto riguarda il mio caso, posso affermare di aver avuto riscontri più che positivi, sia per i due miei locali in centro, sia per il Neverland, che si trovava in una zona esterna alla manifestazione, con un numero elevato di panini venduti. Anche molti altri colleghi del centro sembrano essere soddisfatti della giornata. Sicuramente ne hanno beneficiato anche i bar nei paesi collinari perché, da quanto mi è stato riferito, l’afflusso di ciclisti e tifosi lungo il percorso è stato notevole. Quindi ritengo fermamente che questo evento abbia dato

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Luigi Lombardi introiti non solo alle attività di Stradella ma anche a quelle del circondario». Alcuni esercenti si sono lamentati della disposizione delle transenne davanti ai locali e della scarsa comunicazione da parte dell’amministrazione comunale. Cosa pensa a riguardo? «A proposito di questo fatto, io penso che il comune centri poco, dato che le transenne e la chiusura delle zone è stabilita dall’ente organizzatore, non solo a Stradella ma in tutte le località in cui arriva la tappa. Ritengo si tratti solo di una sfortunata situazione causata dalla posizione delle attività in contrapposizione alle necessità logistiche dell’organizzatore. Secondo me, anche al di fuori da Stradella, il percorso è stato studiato in modo intelligente perché permetteva alle persone di muoversi all’interno delle colline senza percorrere troppi chilometri, spostandosi comodamente anche a piedi o in bicicletta». Ora che il Giro d’Italia è terminato, così come gli eventi collaterali ad esso collegati, cosa si aspetta dall’estate stradellina? «Una parte di commercianti, tra cui i bar, vorrebbe proseguire l’esperimento iniziato la scorsa estate, e poi abbandonato, dell’isola pedonale: altri, soprattutto le attività di “Strada Nuova” (Via XXVI Aprile, ndr), ritengono invece di essere danneggiati da questa possibile scelta, stimando una riduzione degli incassi importante. Quindi al momento è in atto questa bagarre tra le due fazioni e il comune non si è ancora espresso in merito». Di tutt’altra opinione Caterina D’Urso, titolare del “Garybaldi Japanese Restaurant & American Bar” che ha invece sollevato alcune perplessità e lamentele in merito alla gestione e comunicazione della chiusura delle strade, rilanciando la proposta dell’isola pedonale nei fine settimana estivi. Caterina, durante la mattinata del 27 maggio abbiamo letto sui social alcune sue lamentele in merito alla dislocazione delle recinzioni di contenimento. Ritiene che “restrizione” abbia creato un grande danno alla sua attività? «Innanzitutto, vorrei chiarire un punto: la mia lamentela non era rivolta al Giro d’Italia, ma alla mancanza di comunicazione da parte di chi di dovere circa il suo svolgimento e le limitazioni a cui saremmo andati incontro.

Filippo Savini

Caterina D’Urso

Inizialmente alla riunione era stato detto che tutti i bar della Piazza avrebbero dovuto togliere gli stalli aggiuntivi concessi per il dehor, con una forte limitazione dei posti a sedere all’esterno. Tutto questo in un periodo in cui non era ancora concesso il servizio all’interno del locale: per me, che ho l’attività di bar e ristorante da far convivere, è stato un forte disagio. Inoltre, era stato detto che tra il nostro bar e il Graphì sarebbero stati parcheggiati i camion, non che saremmo stati completamente “ingabbiati” dalle transenne, che ci hanno coperti, limitando ulteriormente le possibilità di accesso». Secondo lei, come avrebbe dovuto agire l’amministrazione, l’assessore o chi di dovere? «Sarebbe stato opportuno fare un incontro con i rappresentanti di categoria di tutti i commercianti, per esplicare bene lo svolgimento della giornata, le chiusure delle strade e, eventualmente, riuscire ad aggiustare il tiro. Per pochi come me che si lamentano apertamente, tanti lo fanno parlando tra di loro. È proprio una mancanza di rispetto di chi lavora pensare che le informazioni si debbano reperire sui social: tanti non li hanno e diversi commercianti hanno chiesto a me per avere informazioni circa chiusure strade ed orari perché erano completamente all’oscuro di tutto». Come esercente quali sono le sue proposte per le manifestazioni estive? Ritiene che l’esperimento dell’isola pedonale sia da riproporre? «Ad oggi non sappiamo nulla circa le manifestazioni estive. Avevamo chiesto di ritentare l’isola pedonale continua dal sabato alla domenica sera. L’anno scorso era stata sospesa dopo una sola giornata, dopo aver raccolto una trentina di firme contrarie, senza dare la possibilità di far abituare anche le persone e vederne i risultati positivi a medio termine. Ci risposero che se avessimo portato delle firme (sia di commercianti che cittadini) ci sarebbe stata concessa, e per questo avevamo dato la disponibilità ad avviare la raccolta. Poi le carte in tavola sono state cambiate e dissero che se non avessimo raccolto il 90% delle firme dei commercianti di Strada Nuova non avrebbero dato seguito alla nostra richiesta: in poche parole una trentina di firme sono sufficienti a cessare l’isola, ma per poterla richiedere ne occorrono molte di più. Mi auguro almeno

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Nicola Brega

che quest’anno, vista la grande sofferenza del nostro settore, il sindaco non ripristini di nuovo l’obbligo di chiusura alle 02:00, che ci danneggerebbe nuovamente». Anche Nicola Brega, titolare del “Graphì American Bar” di Piazza Trieste, esprime il suo rammarico per alcuni disagi subiti a causa della disposizione di alcuni mezzi di RCS. Nicola, anche lei non pare essere molto soddisfatto di quel giovedì 27 maggio... «Preciso che non è mia intenzione alzare polemiche, però devo constatare che per la mia attività non è andata come speravo. Nonostante il mio bar sia posizionato nella piazza dell’arrivo, sono stato penalizzato dalla disposizione della logistica del Giro. Sapevamo che nella via avrebbero sostato i tir per il carico e scarico delle transenne, ma mai avrei immaginato di ritrovarmene uno parcheggiato davanti al mio dehor per tutta la giornata. In più sono state montate delle transenne che permettevano il solo transito della gente e limitando gli accessi al bar». Se avesse saputo prima di questa limitazione, come avrebbe agito? «Non dico di aver subito un danno economico, in quanto il mio bar ha lavorato esattamente come gli altri giorni, né più, né meno, grazie alla normale clientela. Il mio rammarico è quello di non aver lavorato di più, vista l’occasione speciale. A saperlo mi sarei organizzato diversamente, chiedendo di poter fare una postazione in piazza dove poter avere gli stessi spazi e la stessa visibilità degli altri. Non sono l’unico ad aver subito questo disagio: altre attività commerciali hanno tenuto chiuso tutto il giorno perché “offuscate” dalle transenne e dalla logistica». Quali iniziative spera vengano intraprese da parte dell’amministrazione comunale o dell’ASCOM per rilanciare le serate estive? «Io spero che venga ripristinata l’isola pedonale continua, senza dover continuamente allestire e smontare gli spazi, dal venerdì sera fino alla domenica sera. Penso che questa sia una buona idea per creare un po’ di movimento e far lavorare maggiormente i bar».

di Manuele Riccardi



CASTANA

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«I miei compagni mi dissero: “vai tu, noi aspettiamo il prossimo treno”... e invece guardate che fine hanno fatto» In occasione del suo 101esimo compleanno, l’UNIRR Stradella Oltrepò ha fatto visita a Luigi Colombi di Castana, classe 1920, reduce del 3° Reggimento Bersaglieri, XX° Battaglione, 8^ Compagnia. Lo abbiamo incontrato a casa sua, insieme alla moglie Maria e alle figlie Carla e Sandra. Seduto sul divano del suo soggiorno, Colombi parla con grande lucidità della sua esperienza sul fronte russo, approfondendo alcuni eventi storici a cui lui stesso ha partecipato in prima persona: uno su tutti la Battaglia di Natale del 1941 e la morte di Don Giovanni Mazzoni, evidenziando alcuni particolari che ha sempre raccontato a parenti e amici, ma mai in un’intervista ufficiale. Luigi, lei viene da una numerosa famiglia di agricoltori «Sono l’ultimo di sei fratelli. Ho sempre dedicato la mia vita alla campagna, prima e dopo la guerra. Ho messo le mani nella terra in giovane età e non le ho più tolte finché sono stato in grado di poterla lavorare». Giugno 1940: l’Italia entra in guerra. Che ordini vi diedero? «Ci mandarono sul fronte alpino occidentale, per attaccare i francesi posizionati in difesa della Linea Maginot Alpina, ma restammo pochi giorni. Successivamente, nella primavera del 1941 ci inviarono in Jugoslavia: il trasferimento avvenne interamente a bordo delle nostre biciclette, con le quali attraversammo tutta la Dalmazia. Rimasi sul fronte jugoslavo solo pochi mesi, poi ci fecero rientrare a Bardolino. Qui abbandonammo i nostri mezzi e partimmo per la Russia con lo CSIR. Era il luglio del 1941». Vi comunicarono che stavate partendo per la Russia? Qual era il vostro umore? «Non ci dissero dove stavamo andando e non ci comunicarono nessun itinerario. Partimmo in treno e cantavamo spensierati». Insieme a lei partì qualche altro suo amico per il fronte russo? «Ero il solo di Castana nel 3° Reggimento Bersaglieri, ma c’erano altri giovani del mio comune partiti per la Russia e molti di loro non fecero ritorno». Lei partecipò ad una delle prime cruente battaglie della campagna di Russia: la Battaglia di Natale del 1941. Cosa ricorda? «Ricordo come fosse oggi quel Natale trascorso interamente coricato con la pancia sulla neve gelida, con i carri armati sovietici che avanzavano verso di noi e gli aerei che ci bombardavano dal cielo. Eravamo in difesa, di ricalzo alla compagnia, e avevo con me una mitragliatrice con pallottole perforanti, con la quale riuscii ad abbattere un aeroplano russo. Dalla mia postazione vedevo tutta la pianura e, davanti a me, i russi che avanzavano. Ma ad un certo punto arrestarono l’avanzata e si ritirarono».

Luigi Colombi con la moglie Maria Nel corso di quella battaglia perse la vita il Cappellano militare Don Mazzoni, che in quel momento si trovava insieme a lei, giusto? «Si trovava a meno di un metro di distanza da me! Ci ordinarono di spostarci verso una nuova posizione: in cinque arrivammo vicino ad una casa. Nel cortile di questa si trovavano alcuni nostri soldati: due riuscirono a scappare e a mettersi in salvo, mentre un terzo rimase a terra: urlava e chiedeva aiuto. “Venitemi a prendere, venitemi a prendere”. Don Mazzoni voleva raggiungerlo a tutti i costi ma io gli ripetevo “Non vada, la ammazzeranno!” e lui insisteva “Mi copra! Mi copra!”. Io gli urlai: “Altroché se la copro, ma i russi sono proprio lì davanti! Non le lasceranno spazio”. Ci dividemmo prendendo direzioni diverse e io riuscii a spostarmi per un bel pezzo senza essere colpito. Quando arrivai alla mia nuova postazione i miei compagni esclamarono “talchì Culomb c’al gà la mitraglia!”. Cercai di coprirlo, ma purtroppo fu invano. Don Mazzoni volle fare l’impossibile, fu inutile farlo ragionare. Ho ancora davanti agli occhi quelle immagini. Mi proposero per la Medaglia d’Argento a Valor Militare, ma rifiutai chiedendo che venissero Decorati coloro che persero la vita in quell’operazione. Don Mazzoni venne Decorato con una Medaglia d’Oro al Valor Militare per aver sacrificato la propria vita». Secondo la storiografia Don Mazzoni sarebbe morto il giorno di Natale del 1941, ma lei ricorda diversamente… «Era il giorno di Santo Stefano, perché i carri armati russi avevano già avanzato il giorno di Natale. Ne sono certo». Il 30 luglio 1942 il XX Battaglione occupa Serafimovic. Il suo comandante, il Colonnello Aminto Caretto, venne ferito mortalmente: fu un pluridecorato, la cui carriera viene ripercorsa da diverse biografie. Lei lo conobbe? Che ricordi ha? «Era corpulento, non tanto alto. Un brav’uomo, burbero ma dalla coscienza pu-

lita. Non ho mai avuto occasione di parlargli direttamente, ma noi tutti avevamo una grande stima di lui. Venne ferito in un combattimento in cui ci furono diversi caduti, nel luglio del 1942. Alcuni soldati cercarono di nascondersi in di un bosco, ma i russi continuarono a sparare senza sosta. Non ero con lui quando lo ferirono, ma ricordo che mi dissero che rifiutò di essere curato». Com’era la vita al fronte quando non si combatteva? «Eravamo dei giovani ragazzi lasciati allo sbando. Un po’ stavamo nelle baracche e un po’ nelle trincee: insomma, dove capitava. Io avevo una grossa mitragliatrice, mentre il mio compagno portava il treppiedi. I russi avevano delle armi più piccole e più maneggevoli. A differenza loro, noi mitraglieri dovevamo piazzarci e aspettare il nostro compagno con il treppiedi. In questo lasso di tempo i russi avevano già aperto il fuoco e questo loro vantaggio causava a noi diverse perdite». Il 17 novembre il 3° Bersaglieri venne schierato sul Don, nella zona di Meskow. Qui, il 19 dicembre 1942 combatté l’ultima battaglia sul fronte. Ridotti all’osso i bersaglieri si sacrificarono dinanzi alla schiacciante superiorità sovietica, permettendo lo sfondamento e l’inizio del ripiegamento. Lei fortunatamente non partecipò a questa battaglia catastrofica… «A primi di novembre, la mia compagnia venne ritirata dalla prima linea perché ridotta a pochissime unità. Un giorno di metà dicembre ci radunarono in un cortile di Kantemirowka per riorganizzarci. Da questo paese sarebbero partite le tradotte per far rientrare in Italia il nostro battaglione. A breve sarebbe partita una prima tradotta con circa 500 soldati, gli altri sarebbero partiti la settimana successiva. Tra noi soldati iniziarono discorsi del tipo “vai tu, io aspetto… Ma no, vai tu… io rientro la prossima settimana” e così via… Si preferì dare spazio ai feriti o a chi si trovava in condizioni peggiori. Verso sera, in fila uno ad uno, salimmo sul carro bestiame e lo occupammo. Non partimmo la sera stessa, ma l’indomani mattina. Per tutta la notte si udì uno strano rumore e il suolo vibrò in modo continuo: erano i russi che stavano iniziando l’attacco. Mai avrei immaginato ciò che stava per accadere: erano i russi che stavano avanzando e distruggevano tutto quello che trovarono sulla loro strada». Il rientro quanto durò? «Partiti da Kantemirowka impiegammo 15 giorni per arrivare al Brennero. Arrivati a Vipiteno ci lavarono, ci disinfettarono e ci vestirono con divise nuove. Quelle che indossavamo, da settimane, erano piene di pidocchi. Cose da matti… I pidocchi erano l’ultimo dei nostri problemi. Ci tennero in quarantena per alcuni giorni e poi ci rila-

sciarono. Mi diedero venti giorni di licenza e poi avrei dovuto ripresentarmi alla sede del reggimento. Ma tornato a casa feci in modo di temporeggiare, entrando e uscendo da un ospedale all’altro. D’altronde non era una scusa: al fronte la mia salute ne aveva risentito. In più bastava dire ai dottori che ero appena rientrato dalla Russia che loro rilasciavano diversi giorni di prognosi, senza nessuna remora». Cosa ne fu di quel che rimaneva del 3° Reggimento Bersaglieri? «Al rientro dalla Russia, ciò che rimaneva del mio reggimento venne inviato in Emilia. Girarono notizie che saremmo stati mandati a Napoli o in Sud Italia. Ma poi arrivò l’armistizio e il reggimento venne sciolto». Quando è tornato in Italia, vi arrivavano notizie in merito a ciò che stava accadendo in Russia? «Assolutamente no: nessuno ci diceva detto nulla. Lo abbiamo scoperto da soli nei mesi successivi». Come visse l’8 settembre? «Quel giorno non potevo crederci, ma mi trovai a fare una scelta. Come si dice da noi: “O mangia la mnèstra o salta dà la fnèstra…”. Quindi continuai a farmi prolungare la convalescenza: avevo fisicamente bisogno di riprendermi dopo due anni in Russia. Con l’armistizio ci trovammo in una situazione ancora più brutta: italiani contro italiani, che fino a pochi giorni prima avevano entrambi combattuto per la stessa causa. Era una situazione strana, difficile da spiegare oggi e inspiegabile anche all’epoca». Che scelta fece? «Non risposi alla chiamata del RSI. Rimasi a casa a lavorare con la mia famiglia e ogni tanto venivo avvisato dell’arrivo delle Bande Nere, per potermi organizzare e rifugiarmi al sicuro. Una volta la Sicherheits scaricò contro di me una raffica, ma riuscii a scappare in mezzo ai vigneti. Quel giorno una donna di Casa Rovati, frazione di Castana, venne rapita e nello stesso contesto un partigiano venne ucciso. In un’altra occasione, mentre io e mio fratello stavamo andando con il cavallo a macinare del frumento, fummo fermati da Gipei (Giuseppe Vercesi, ndr), il capo delle brigate nere della zona. Ci chiese i documenti e, dopo averli esaminati, insinuò che fossero falsi. Erano stati stampati dai tedeschi, quindi avrebbero dovuto essere regolari. Non ci trovammo in una bella situazione, ma riuscimmo ad uscirne senza conseguenze». Di Castana aveva altri amici che sono andati in Russia? «Sì, ce ne sono stati diversi che sono partiti per la Russia, in altri reggimenti. Mi ricordo di Lucchini Paolo, classe 1922: non ho più saputo niente di lui». di Manuele Riccardi


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TEMPO LIBERO

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“Il Bosco Incantato”, da 20 anni stimola la fantasia di grandi e piccini

Zavattarello è uno dei borghi più belli d’Italia. Situato in una posizione strategica, il paese sorge nell’area dell’alta Val Tidone ma in Oltrepò Pavese, punto di incontro di quattro regioni: Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna e Liguria ed è dominato dal Castello, un mirabile esempio di architettura militare, completamente costruito in pietra, con uno spessore murario fino a 4 metri: una fortezza inespugnabile che ha resistito a numerosi assedi. Oggi è interamente restaurato e visitabile, dalle prigioni scavate nella roccia alla cima della torre di avvistamento, da cui si gode un panorama mozzafiato delle vallate circostanti al parco circostante. Oltre a importanti fatti storici, il Castello Dal Verme è stato anche testimone di numerosi strani eventi che restano tuttora senza una plausibile spiegazione. Essi sono attribuiti allo spirito di Pietro dal Verme, signore del castello nel XV secolo. Si narra infatti che Pietro Dal Verme, avvelenato dalla sua seconda moglie Chiara Sforza il 17 ottobre 1485, sia la presenza che aleggia nelle sale del suo antico maniero. Numerose sono le testimonianze di avvenimenti inspiegabili accaduti nelle sale del castello di Zavattarello: sedie spostate, strani rumori, porte aperte misteriosamente, spartiti scomparsi durante i concerti, voci maschili senza volto, insomma visitando questi luoghi si compie un vero e proprio tour del mistero. All’interno del parco si può anche ammirare “Il Bosco Incantato” che durante la bella stagione è visitabile accompagnati dalle guide, Fausta Armella ed il marito Virgilio Bruni, gli stessi che con dedizione hanno

curato l’allestimento del museo “Il Magazzino dei Ricordi”. In mezzo al Bosco si incontrano personaggi fiabeschi e alberi parlanti, la natura ammirata dagli occhi della fantasia, assume forme animate prendendo le sembianze più svariate: dal drago alla balena, dallo scoiattolo a un elefante. Abbiamo incontrato Fausta Armella e Virgilio Bruni, i quali insieme ad alcuni volontari si occupano dell’allestimento dei vari spazi dedicati alle fiabe. Professoressa Armella, ci può dire quando e come è nata l’idea di un Bosco Incantato? «Fu nel 2001, quindi ormai vent’anni fa, in seguito ad un incontro con la signora Concetta Pugliese e i rappresentanti della Comunità Montana. Il tema era legato all’uso didattico del bosco lasciando spazio alla fantasia. Un bando prevedeva il contributo di 1500 euro per la realizzazione di un’opera nel bosco, da parte del Comune. Il sindaco non si è lasciato sfuggire l’occassione e accettò l’invito, incaricando un falegname per la realizzazione di un ponticello e del trono del Re del Bosco. Mio marito e io eravamo felici, ridendo e scherzando ci mettemmo all’opera pensando a come avremmo potuto trasformare il Bosco. Una vera sfida a suon di fantasia e immaginazione». È vero che da ragazzi giocavate proprio qui, in questo spazio ai piedi del Castello? «Sì. Era il nostro luogo di incontro, per noi il bosco era particolare, suscitava fascino e nel contempo timore. Bastava un fruscio a scatenare la nostra immaginazione.

Fausta Armella Il bosco del Castello è stato per la mia generazione ma anche per quelle più recenti una tappa “obbligata” dei momenti di svago e aggregazione. Grazie a questi ricordi adolescenziali, uniti alla nostra fantasia, abbiamo realizzato tutto questo». Una volta superato il cancello de il Bosco Incantato, che cosa trovano i visitatori? «Decine di personaggi legati a decine di storie, dai Puffi a Pinocchio, dal Paese delle Pulci alla Gallina Vanitosa, giusto per citarne qualcuna».

È mai capitato che qualche bimbo abbia suggerito di cambiare o aggiungere una storia o un personaggio? «Sì. Spesso ci propongono figure diverse anche in base ai racconti sentiti dai loro nonni. Ricordiamo un bimbo che era rimasto molto colpito dagli alberi parlanti e disse che prima di tutto si doveva capire come erano stati fatti, poi, ipotizzava che dovevano essere messi in circolo, non potevano parlarsi voltandosi le spalle, non sarebbero stati in grado di capirsi». È vero che una vecchia storia aleggia in questo Bosco? Ce la raccontate? «È la storia di Zavattina, una vecchietta che abitava nel bosco e che durante le gelide giornate di inverno ospitando chi andava a raccogliere la legna, raccontava fiabe di fate e alberi parlanti. Quelle fiabe sono state tramandate fino ai nostri giorni così che i personaggi continuano a vivere». Sono molti i visitatori del Bosco Incantato? «Moltissimi e vengono da tutte le parti anche da altre regioni. Possono venire a loro piacimento, l’ingresso è libero, non c’è alcun biglietto da pagare, inoltre abbiamo anche allestito uno spazio per il picnic». Il Fine che vi eravate prefissati con l’allestimento di questo spazio è stato raggiunto? «Siamo dell’opinione che il Bosco Incantato contribuisca allo sviluppo della fantasia, quella sana, che si tocca con la mano e il fatto che siano già passati venti anni dalla prima apertura, ne è una dimostrazione». di Stefania Marchetti


MUSICA

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Da Voghera a Sanremo: intervista all’autore dei big Una sfilza di trionfi radiofonici, un brano disco di platino arrivato secondo a Sanremo e una serie di soddisfazioni professionali che si susseguono una dietro l’altra: per Alessandro Raina, musicista e autore vogherese, è un periodo decisamente proficuo. Nonostante sia oggi uno dei professionisti più richiesti della scena pop italiana, la sua esperienza nel mondo della musica è stata tutt’altro che lineare, e lo ha visto muoversi con disinvoltura dagli ambiti più alternativi a quelli più commerciali, mantenendo intatta quella vena indie che ne caratterizza da sempre le creazioni. Con “Chiamami per nome” cantata da Fedez e Francesca Michielin (e scritta insieme, tra gli altri, a Mahmood) sul palco dell’Ariston ha raggiunto il suo ultimo straordinario successo di pubblico, ma con noi ha ripercorso a tutta la strada fatta finora tra difficoltà e consensi. Cominciamo dall’inizio, dai primi approcci con la musica. «Io sono del 1977, e ho cominciato ad avvicinarmi alla musica durante il liceo. Erano gli anni Novanta, e in zona c’era un bel fermento: tanti gruppi punk, diversi locali come il Thunder Road in cui suonare e ascoltare concerti e un buon numero di negozi di dischi e sale prove che fungevano da luoghi di ritrovo. All’epoca il mio gruppo si chiamava “Miele di lei”, una citazione da “Male di miele” degli Afterhours. Era uno dei gruppi di riferimento, insieme ai Verbena, ai Prozac+, e a tutte le altre band della scena alternativa di quel periodo. Fin dal principio, comunque, alla passione per la musica ho affiancato quella per la scrittura: avevo una rivista chiamata “Vetro e cemento” in cui pubblicavo interviste e recensioni sulle ultime novità discografiche». A proposito: il suo debutto discografico risale a quel periodo. «Sì, un debutto del tutto fortuito. Mi capitò di intervistare Giacomo Spazio, fondatore di Vox Pop, etichetta indipendente che aveva lanciato artisti come i Bluvertigo, i Subsonica e molti altri nomi della scena underground. Gli raccontai che avevo dei nastri con i suoni della natura registrati a Montalto Pavese, e che mi capitava di improvvisarci sopra. Si innamorò dell’idea, mi disse “fammeli sentire assolutamente” e ne tirò fuori un concept album di una dozzina di pezzi intitolata “Colonia Paradi’es”. Non avevo nemmeno finito le superiori che già mi ritrovavo con un disco fatto». Ma finito il liceo non ha proseguito. «No, ho studiato per un po’ all’università, senza avere le idee chiare su che strada intraprendere. Lavoravo e vedevo moltissimi concerti, il weekend magari scappavo a Londra. Non vedevo un futuro nella musica, questo almeno fino al 2003, quando ho

conosciuto “I giardini di Mirò”: un gruppo di Reggio Emilia che apprezzavo moltissimo e che un giorno mi capitò di incontrare. A loro feci sentire quel disco pubblicato tempo prima e loro si invaghirono della mia voce. Mi dissero “se facciamo un album cantato ti chiamiamo”». E la chiamarono sul serio. «Non molto tempo dopo mi chiesero di cantare un brano del loro nuovo album, e già che mi trovavo in sala registrazione (un’esperienza per me già pazzesca) mi chiesero di improvvisare un testo su una base già scritta. La prova andò bene, perché mi chiesero di diventare ufficialmente il loro cantante. Furono due anni incredibili, perchè improvvisamente mi ritrovai su palchi importanti, ai festival di tutta Europa con i Massive Attack, con Patti Smith, a cantare davanti a tredici mila persone. Io non avevo mai preso una lezione di canto, e soprattutto all’inizio ho incontrato non poche difficoltà». E proprio quando le cose cominciavano ad andare meglio, l’esperienza è finita. Come mai? «Io ero pronto a fare un salto in avanti, volevo partecipare alla stesura dei pezzi, sentirmi davvero parte della band. Loro però erano molto uniti, erano come una famiglia, e credo mi abbiano sempre visto fondamentalmente come un estraneo. Non erano aperti alla contaminazione, e io ho preferito allontanarmi. Non che sia stata colpa loro: io stesso ero in un momento difficile, ero gasato dall’esperienza ma allo stesso tempo destabilizzato, e forse ho avuto troppa fretta». Così ha voltato pagina. «Mi sono buttato su un vecchio amore, la moda. Ho trovato lavoro a Milano per Etro, un’azienda straordinaria che mi ha dato la possibilità di crescere molto, che valorizzava i suoi dipendenti e dalla quale ho ricevuto moltissime soddisfazioni. Era un ambiente elitario ma creativo, mi piaceva molto. Ma quando pensavo di essermi lasciato la musica alle spalle, quella è tornata a bussare. L’ho preso come un segno». Cioè? «In negozio venne Leziero Rescigno, membro dei La Crus, un gruppo che conoscevo da tempo. Cercavano un cantante e un autore, e insieme finimmo per creare gli “Amor Fou”. Era il 2006, e in sei anni abbiamo fatto uscire tre dischi (“La stagione del cannibale”, “I moralisti”, “Cento giorni da oggi”) passando da una etichetta indipendente (la stessa che, peraltro, produceva i “Giardini di Mirò”) fino alla major più ambita (l’Universal). Con loro ho potuto sperimentare davvero, attingendo dal cinema e dalle colonne sonore, con suggestioni che provenivano dai mondi più disparati. Mi sono tolto molte soddisfazioni, con trecento live in tutta Italia.

«Sarei felice di dare un contributo alla vita culturale di Voghera, ma non ho mai ricevuto inviti» La crescita artistica però non è stata accompagnata da una crescita a livello economico, ed è bastato il furto del furgone a farci saltare il tour del 2012. Siamo rimasti molto delusi, e la pausa che ci siamo presi ha finito per mettere la parola fine all’avventura degli “Amor Fou”. Con il senno del poi, forse se avessimo tenuto duro per un paio d’anni le soddisfazioni sarebbero arrivate». Cosa glielo lo fa pensare? «Era il 2012, e dal 2014 in poi sono esplosi gruppi come “Lo stato sociale”, i “The giornalisti” e tanti altri, che di fatto provenivano un po’ dallo stesso universo musicale. Dirò di più, questi stessi gruppi ascoltavano gli “Amor Fou”: ne ho avuto la conferma più volte, e ho ricevuto anche messaggi di ringraziamento da parte di alcuni di questi artisti o del loro entourage». Quindi scende dal palco, ma comincia a fare il producer per X Factor. Lavora con Mika, e di fatto continua a vivere di musica. «Sì, però con tutt’altro spirito. Lascio Milano per Voghera, rinnovo la mia immagine per allontanarmi da quel personaggio pubblico in cui non mi riconoscevo più. Continuo a scrivere per conto mio fino a quando, ancora una volta per caso, la mia vita subisce un’ulteriore svolta. Mi chiama Rock It per registrare un’intervista doppia in cui un artista del mondo underground (cioè io) avrebbe dovuto confrontarsi con un’artista mainstream (Malika Ayane). Ci siamo capiti subito, c’è stata un’affinità immediata. Lei aveva autori come Paolo Conte o Giuliano Sangiorgi, ma ha chiesto a me di scrivere qualcosa per lei. Un po’ intimidito, le ho proposte “Tre cose”, un singolo che si è piazzato in classifica al primo posto per due mesi e che ha attirato l’attenzione di Klaus Bonoldi, un editore molto attento alle novità. Lui non mi ha messo nessuna pressione, mi ha lasciato libero, e la fiducia che mi ha concesso mi ha portato ai successi di “Parole in circolo” (Marco Mengoni), “Riccione” (The giornalisti), “Il mondo prima di te” (Annalisa), “Frida” (The Kolors) e via

Alessandro Raina, musicista e autore vogherese discorrendo fino alla recentissima “Chiamami per nome”» Si vede bene nel ruolo di autore? «Mi ci vedo, sì, ma non a lungo termine. A un certo punto vorrei tornare a scrivere cose per me, magari portando avanti entrambe le strade. Vedo il mio amico Lorenzo Colapesce, a cui sono unito da un legame fraterno, e sono felicissimo per il suo successo. Abbiamo fatto un tour insieme, solo io e lui, qualche anno fa, e sono stato il primo a incoraggiarlo nel coltivare il suo lato comico, anzi “leggero”. Penso che dopo tanti anni in cui ha portato avanti il suo progetto musicale con dedizione, alla fine è stato ripagato. Forse, semplicemente, avrei dovuto fare come lui. Crederci di più. Negli ultimi anni ho sperimentato un po’ con la trap, uscendo con un paio di brani su Spotify, ma spesso sento il desiderio di impegnarmi in un progetto più strutturato, magari con una band. Ci sto ancora pensando». Chiudo l’intervista per chiederle della sua città. Che rapporto ha con Voghera? «È una dimensione provinciale in cui mi trovo a mio agio, ma da cui francamente non ho mai ricevuto affetto né apprezzamento. Io come tanti altri: penso a Massimo Polidoro, a Fabrizio Poggi, a Marco Forni, a tanti vogheresi che hanno fatto e fanno cose di valore, ma non vengono minimamente presi in considerazione dalla propria città. Io, come credo tutti loro, sarei felice di dare un contributo alla vita culturale di Voghera, ma non ho mai ricevuto inviti. Qualche chiacchiera, forse, che non si è mai concretizzata in nulla. Ed è un peccato, perché ci sono persone che sarebbero delle vere risorse per la nostra città: si tratterebbe solo di chiedere». di Serena Simula


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SPORT

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«Il ciclismo aiuterà l’Oltrepò ad intrattenere i suoi ospiti»

Forse non tutti sanno che, oltre all’impegno delle amministrazioni comunali, l’arrivo di una tappa del Giro d’Italia è promosso ed organizzato da un “comitato tappa”: nello specifico caso di Stradella, è stato costituito il “Comitato Eventi Sportivi Oltrepò”. Questo ente è presieduto da Emanuele Bombini, ex ciclista professionista e dirigente sportivo della gloriosa Gewiss-Ballan, squadra con sede in Oltrepò che tra il 1993 e il 1997 si aggiudicò numerose competizioni, una su tutte il Giro d’Italia 1994, con la maglia rosa vinta Evgenij Berzin. Altri componenti del comitato sono la giovane avvocato Elisa Bombini, figlia di Emanuele, e l’ex professionista Igor Astarloa, Campione del Mondo su strada nel 2003. Saranno proprio Emanuele ed Elisa Bombini a spiegarci quali saranno le prossime attività che il Comitato Sportivo Eventi Oltrepò intende organizzare e promuovere nel prossimo futuro. Emanuele, avete lavorato duramente in questi tre mesi sperando di ottenere un degno risultato. Ora che il Giro è finito, a bocce ferme, qual è la vostra analisi? «È andato esattamente come ci immaginavamo: il percorso si è rivelato spettacolare come da previsione, sia a livello paesaggistico che agonistico. Sicuramente anche il meteo ha fatto la sua parte, valorizzando al massimo gli ultimi chilometri di tappa. La partecipazione del pubblico è stata incredibile, rispettando comunque tutte le restrizioni del caso». Questo Comitato nasce appositamente per organizzare e promuovere l’arrivo di tappa di Stradella: intendete proseguire con altre manifestazioni oppure, avendo raggiunto lo scopo prefissato, è già giunto al termine? «Assolutamente no, il Comitato proseguirà a tempo indeterminato e si occuperà di altre manifestazioni locali, non solo a Stradella ma in tutto il territorio oltrepadano. Siamo già in contatto con diverse amministrazioni che ci vogliono coinvolgere in alcuni progetti. Il prossimo anno vorrei riuscire ad organizzare una “settimana rosa” con una formula simile al Giro-E, affiancandola ad una corsa in linea per professionisti». Certamente gli sforzi fino ad oggi sono stati incentrati sull’arrivo e nell’organizzazione di “Oltrepò in Giro”, ma avete già in cantiere qualche novità? «Le idee ci sono, e sono parecchie. Alcune ancora in fase embrionale, altre già ben avviate. Stiamo lavorando per portare sul territorio un importante evento motoristico nazionale». Elisa, nei sette giorni precedenti la tappa l’abbiamo vista impegnata sulle ebike ad accompagnare turisti ed appassionati in compagnia di Gianni Bugno,

Emanuele Bombini ex ciclista professionista, presidente del “Comitato Eventi Sportivi Oltrepò”, con la figlia Elisa

Claudio Chiappucci ed Evgenij Berzin, ex professionisti degli anni ’80 e ’90. Com’è stata l’avventura di “Oltrepò in Giro”? «È stata una settimana bellissima: ogni giorno, alla cicloturistica del mattino, circa una trentina di appassionati hanno percorso “l’anello del vino” lungo i sette comuni interessati. Inoltre, nelle giornate di sabato e domenica, abbiamo avuto il piacere di vedere sulle nostre strade circa duecento biciclette storiche». Infatti, pochi giorni prima dell’evento ha conseguito l’abilitazione per l’accompagnamento dei gruppi ciclistici. In un futuro la rivedremo impegnata in altre eventi simili? «Assolutamente sì, infatti questo è uno degli obiettivi che il comitato si è prefissato. La nostra idea è quella di promuovere il cicloturismo sul nostro territorio, il quale è adatto a tutte le tipologie di ciclismo, sia a livello stradale che a livello paesaggistico». Il “fenomeno” Giro d’Italia ha già influito sul cicloturismo? Oppure è presto per parlare? «È fondamentale riuscire a capire il potenziale che ruota attorno al mondo del ciclismo. Essendo il nostro un territorio collinoso è importante anche valutare le potenzialità dell’e-bike, ottimo mezzo per avvicinare anche gli amatori a questo sport. Il mondo della bicicletta è vastissimo e grazie ad esso l’Oltrepò può riuscire ad intrattenere i suoi ospiti che provengono da zone esterne. Un “ciclismo lento”, utile e necessario per poter valorizzare ancora di più le degustazioni di vini e prodotti tipici». É stata da poco completata l’ultima tratta della greenway Voghera-Varzi,

che sembra riscuotere un discreto successo. Oltre ai tour sulle strade dell’Oltrepò, non ritenete che sia opportuno avere qualche percorso più sicuro ed interamente dedicato, che riesca a coprire anche altre zone del territorio? «La greenway tra Voghera e Varzi è un percorso bello e assolutamente importante, con una sua utilità. Noi riteniamo che sia idoneo anche qualche attraversamento tra i vigneti, che riesca a far scoprire degli scorci nascosti al pubblico. Sono due contesti sicuramente diversi, ma le ciclabili in Oltrepò hanno sicuramente la loro importanza. Gli amministratori locali stanno lavorando per creare un percorso che riesca a collegare Stradella a Santa Maria della Versa: sono trent’anni che se ne parla, speriamo che sia la volta buona». Emanuele, ora parliamo livello agonistico della tappa: quale riscontro avete avuto dai corridori? «Bisogna dire che abbiamo assistito a due diverse gare in una, con ragazzi in fuga che si sono dati battaglia fino alla vittoria di Alberto Bettiol. Parliamo di un professionista che nel 2019 si era già aggiudicato il Giro delle Fiandre, e il nostro percorso per certi aspetti ricorda alcune tappe di quella gara. Il percorso era già stato apprezzato da alcune squadre che lo avevano già provato in precedenza e diversi professionisti ne sono stati subito entusiasti». Quindi non ha avuto nessuna sorpresa a riguardo? Tutto come da pronostico? «Questo era un percorso altamente selettivo, adatto a colpi di mano. Se non ci fosse stata una classifica così allungata, avremmo potuto assistere a diverse sorprese, con qualche bella battaglia. Avevo previsto che si sarebbe verificata una fuga già da lontano, con un buon mar-

gine: con 200 chilometri di pianura, la logica di gara era quella. Avevo pronosticato la vittoria di Filippo Ganna dopo una lunga fuga. Ha vinto comunque un italiano, un ragazzo che ha già dimostrato di essere un ottimo corridore». Nella giornata del 27 maggio, in concomitanza alla tappa Rovereto-Stradella si è svolta un’altra manifestazione, la tappa Casalpusterlengo-Stradella del Giro-e, destinato esclusivamente alle biciclette elettriche. Per l’occasione avete allestito un’apposita squadra, composta ad alcuni ospiti decisamente particolari… «Il Giro-e ha lo scopo di far vivere l’esperienza del Giro d’Italia a tutti gli amanti della bicicletta, ai cicloamatori. La tappa viene percorsa a gruppo compatto, eccetto alcuni tratti dove si affrontano prove di regolarità. Noi abbiamo preso l’impegno di organizzare la tappa CasalpusterlengoStradella e, in via del tutto eccezionale, abbiamo potuto allestire una squadra solo per quella giornata. Tra i nostri “ciclisti” abbiamo avuto l’onore di avere Mattia Maestri, il “paziente 1” di Codogno e il Prof. Raffaele Bruno, il dottore che lo ha salvato. Se ci si sofferma a pensare che Mattia, che poco più di un anno fa si trovava in fin di vita, si è ritrovato a pedalare insieme a colui che lo ha salvato, arrivando addirittura a Stradella vincitore di tappa, con le mani alzate, è qualcosa di sorprendente. Soprattutto in questo periodo, dove la situazione globalmente sembrerebbe migliorare». Emanuele, col senno del poi, c’è qualche cosa che poteva essere organizzata meglio oppure qualche carenza? «Come dice sempre mia figlia Elisa, abbiamo organizzato tutto questo in soli 90 giorni: settimana rosa, arrivo di tappa, squadra per il Giro-e e la tappa Casalpusterlengo-Stradella. Certo, molte cose potevano essere migliorate. Dobbiamo ringraziare la Provincia di Pavia, il Consorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese, la Camera di Commercio e tutti i nostri partner che ci hanno supportati in questa avventura. Ci hanno dato tanta fiducia, perché presentavamo a loro progetti ancora abbozzati o mai visti prima, e abbiamo riscontrato tanta soddisfazione da parte loro. La partecipazione dei Comuni, del pubblico, dei commercianti è stata essenziale per lo svolgimento dell’evento. Concludendo, vorrei ringraziare tutti i volontari: a loro dobbiamo tanto perché si sono fatti carico di una mole di lavoro incredibile, ma li abbiamo allenati per il prossimo anno…».

di Manuele Riccardi


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In Oltrepò si gioca a Cricket Le origini di questo nobile sport non sono ben accertate. Parrebbe che giochi simili fossero praticati in Inghilterra nel 1300, importati da pastori fiamminghi. La prima data ufficiale è il 1597. Nel 1700 divenne sport nazionale inglese. Il “Test Cricket” è la forma originale, caratterizzato da partite che possono durare anche cinque giorni. Tuttavia, negli ultimi vent’anni, si è trovata una dimensione internazionale: le esigenze televisive hanno contribuito all’affermazione del “One Day International”, stesse regole del precedente ma con un numero limitato di “overs” per squadra (il numero è fissato a 50) che accorciano ampiamente la durata dei match. Dal 2003 la versione preferita a livello mondiale è il “Twenty20”: con un solo “innings” e un massimo di 20 “overs”, questa formula riduce le partite a un massimo di circa 3 ore. Le televisioni possono programmare, così, le riprese in diretta. Da alcune settimane, grazie all’intuizione e all’entusiasmo di una nota imprenditrice, proprietaria della splendida “Tenuta Matellotta” in Broni, è possibile imparare e praticare questo affascinante sport anche in Oltrepò! Eleonora Calvi, questo il suo nome, ci ha ricevuti per presentarci e farci chiacchierare con il coach, l’allenatore ufficiale della Scuola: Mr. Sampla. Mr. Sampla mi dà un incipit dal quale partire per la nostra intervista su questa disciplina sportiva davvero affascinante, ma al contempo “lontana”, mi passi il termine, dal nostro territorio? «Innanzitutto le chiedo scusa se il mio italiano non è perfetto, e forse è meglio se parliamo in inglese. Sono nato in India, ma mi sono trasferito in Europa da anni. Prima di arrivare in Italia ho vissuto parecchio in Danimarca. Ora vivo a Broni e, come tutti i miei amici e compagni di Cricket, lavoro presso un’azienda di logistica». Rappresentate una folta comunità? «Direi abbastanza. Siamo tutti, come ci definisce la Sig.ra Calvi, la nostra Presidentessa, bravi ragazzi appassionati del nostro sport. E vogliamo aver successo in questa iniziativa di condividere la nostra passione sportiva con altri ragazzi italiani. Al momento, siamo circa 50 iscritti praticanti. Anche altri amici dal Pakistan, dal Bangladesh, dallo Sri-lanka si stanno unendo a noi in questa bella avventura. Viviamo tutti tra Broni, Castel San Giovanni, Pinarolo Po, Bressana Bottarone, etc.etc.etc». Come è avvenuto l’incontro con la Presidentessa e la Tenuta Matellotta? «Ho conosciuto io, per primo, la Sig.ra Calvi. Uno dei suoi cani si è smarrito ed è arrivato alla mia vecchia abitazione. Così, tentando di rintracciare la proprietaria, ho

«Siamo circa 50 iscritti praticanti. Anche altri amici dal Pakistan, dal Bangladesh, dallo Sri-lanka si stanno unendo a noi in questa bella avventura. Viviamo tutti tra Broni, Castel San Giovanni, Pinarolo Po, Bressana Bottarone»

avuto modo di conoscere questa fantastica persona. Mi ha invitato alla Tenuta e, alla fine, ho preso in affitto un appartamento all’interno della stessa. A me si sono poi aggiunti altri amici affittuari». La tradizione indiana del cricket è secolare come quella inglese? «Sì, certamente. Sotto la dominazione britannica, il Cricket è divenuto molto popolare anche in India, fino a contenderci, al giorno d’oggi, la prima posizione mondiale con la stessa Inghilterra!». Cosa può e/o deve fare chi vuole avvicinarsi al Cricket? «Iscriversi alla nostra Associazione, raggiungere la Tenuta Matellotta e cominciare a giocare! La nostra Associazione sportiva prevede un’assicurazione e vari altri servizi a fronte di una quota annuale del costo di 50 euro». è uno sport impegnativo a livello atletico? «è molto impegnativo a livello tecnico e come regolamentazione di gioco. Bisogna imparare a colpire la palla con una particolare mazza della lunghezza di poco meno di un metro per una larghezza di circa 10 centimetri. E bisogna anche imparare a lanciarla, la palla, anche con alcuni “effetti” all’impatto sul terreno di gioco, sul “Pitch”». Ci può dare qualche nozione “breve” per meglio farci capire come si svolge un match? «Senza veder giocare, non è per nulla semplice descrivere il Cricket. Ma ci proviamo! Sul citato “Pitch”, un appezzamento lungo 22 metri per 3 a erba rasata fine che si trova all’interno del grande campo di gioco, si posizionano i due “Backings” i battitori con le loro mazze. Il “Bowler”, il lanciatore del team avversario, deve effettuare lanci che, oltre a metter in difficoltà l’avversario alla ribattuta, devono cercare di colpire la piccola porta, il “Wicket”, alle spalle dello stesso. Si chiama così dall’Inglese arcaico, significando appunto “piccola porta”. Questa è formata da tre paletti di legno, uniti alla sommità, pianta-

ti nel Pitch alle spalle del battitore avversario. Nel resto del campo vengono schierati i “Fielders”, i giocatori che devono recuperare la palla dopo il colpo del battitore, impedendogli di conquistare punti. Quindi, lanciatori e “fielders” sono di una squadra, i due battitori sono gli avversari. Le due squadre contano undici giocatori ciascuna. Mi fermo qui: addentrarci ulteriormente diventerebbe di difficile comprensione. Ma le assicuro che, provando sul campo, tutto si semplifica moltissimo». Anche i punteggi e i vari format di gioco sono complessi... «Abbastanza, ma non impossibili da imparare. Posso dirle che “fare punto” nel cricket è uno rosa di possibilità, così come ottenere il risultato finale ha molti modi diversi. I tre format di gioco partono dal classico Test, che può durare cinque giorni di match, all’ODI, “one day international”, che termina entro la giornata, fino al più usato “Twenty20” che dura circa tre ore». Quali sono i servizi aggiuntivi che offrite, prima accennati, all’interno dell’associazione? «La Sig.ra Calvi ha incluso il cricket nella sua associazione sportiva, mettendoci quindi a disposizione, in questo momento solo per gli associati ma in futuro in forma estesa anche a visitatori e appassionati, un servizio di ristorazione e bar». Ricevete aiuti e/o interesse anche dalle istituzioni della zona? «Al momento no, stiamo procedendo da soli. Ma vogliamo avviare un dialogo a tal proposito con il Comune di Broni, anche per riunire i giovanissimi, alimentandone la passione sportiva. Mi piacerebbe fare un lavoro di promozione anche con le scuole, perché è uno sport davvero poco praticato e conosciuto in Italia. Pensi che la Nazionale Italiana è presente solamente in una delle tre classifiche mondiali, e mi pare sia poco sopra alla 30ma posizione, forse 26ma. E mai ha raggiunto le qualificazioni per il campionato mondiale! Mi piacerebbe riuscire a presentare una squadra dell’Oltrepò a traino del movimento italiano di cricket!

Mr. Sampla, coach di Cricket

Vogliamo aprire ai ragazzi italiani, e ad atleti anche già maturi, per insegnar loro una disciplina sportiva di grande fair-play, innanzitutto, e molto agonistica da giocare. Stiamo organizzando con alcuni sponsor la preparazione di magliette e divise». Cosa si augura per il futuro prossimo? «Come dice la nostra Presidentessa, ci auguriamo tutti di riuscire a realizzare un progetto anche multi-razziale, al quale teniamo molto. Offriamo possibilità d’incontro, in modo amicale ed elegante, per ritrovarci, conoscerci e condividere una passione sportiva sana, stilosa e molto divertente. Teniamo tantissimo al territorio che ci ospita. Curiamo le infrastrutture, le nostre attrezzature, e ci dedichiamo all’associazione con infinita passione. è uno sport educativo anche a livello umano. Vorrei tantissimo che anche gli italiani si appassionassero, inoltre è una disciplina di classe, difficile a livello tecnico e teorico, con molte regole, ma quando lo vedi giocar bene è davvero bello! Ci vuole, ovviamente, pratica, molto allenamento. E passione. è oltretutto un modo di conversare e imparare l’inglese, perché regole, attrezzature e colpi sono tutti in lingua inglese. Proponiamo anche il Cricket femminile e juniores. Lo sport, per sua caratteristica, è inclusivo: mai distanziante, a nessun livello. Mette insieme le persone, al di là dei colori e delle nazionalità. C’è un discorso importante di apertura mentale, anche, dietro a tutto ciò che stiamo creando. Perché la vita di team, di squadra, proprio come la nostra esistenza, è una continua interconnessione: come i team, anche le persone devono essere, tra loro, connesse e unite». di Lele Baiardi


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storie di rally: Mario perduca racconta

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Giampiero TORLASCHI, PILOTA E GENTILUOMO

di Mario Perduca Dopo aver raccontato fatti e misfatti dell’ultimo pilota con cui ho corso, oggi faccio un balzo a ritroso nel tempo di circa trentacinque anni per parlare di colui che ha avuto il coraggio e l’imprudenza di far sedere alla sua destra un esordiente senza arte né parte. Questo temerario di nome fa Giampiero Torlaschi, classe 1941, per gli amici semplicemente Piero, ma molti lo conoscono come Barilla in quanto dapprima agente di commercio e poi capoarea dell’omonima ditta. Oggi, e solo oggi, mi vedo costretto a una inevitabile e doverosa retromarcia su quanto ho finora sostenuto sulla psiche contorta del pilota, rimangiandomi ogni commento ironico e denigratorio. Niente di più lontano dalla personalità di Piero che ha avuto, tra gli altri meriti, anche quello di restare sempre se stesso nella vita di tutti i giorni come sui campi di gara. Un vero gentiluomo dai modi di fare e di esprimersi sempre garbati, mai una parola di troppo o fuori posto, in breve un vero signore. In luogo della tipica saccenza del pilota una costante disponibilità ad ascoltare, al posto della facile critica la propensione a capire e giustificare. In seguito fino ai giorni nostri ho conosciuto tanti personaggi, ma uno solo me lo ha ricordato per la modestia e la pacatezza dei toni, Guglielmo Nicelli, il “Nic”. Vado fuori tema per poche righe, ma vale la pena ricordare due episodi che fotografano la sua sottile ma acuta ironia. Parlando di un pilota che gli risultava discretamente antipatico per arroganza e presunzione, quando questi ebbe un contatto ravvicinato con un albero “Nic” commentò: «Ma il professore che tutto sa non sapeva che lì c’era una pianta?». Quando invece portò in gara la Peugeot 206 WRC, a chi gli chiedeva di descrivere le caratteristiche di quel mostro, invece di avventurarsi in improbabili dissertazioni tecniche, il “Nic” si limitò a rispondere: «Basta che sfiori l’acceleratore che - (cito testualmente) - la sa scarventa tùta».

Ma torniamo a Torlaschi. Da sempre appassionato di automobilismo vive l’epoca pionieristica del Giro delle Province, poi le prime edizioni del 4 Regioni sempre a bordo strada a tifare e scattare foto, ma intanto cova la voglia di diventare lui stesso protagonista, pur senza nutrire troppe illusioni. Poi tre incontri cambiano radicalmente la situazione. Il primo a fine 1974 quando all’interno del corpo volontari della CRI di Voghera fa la conoscenza di un giovane studente di medicina, Renzo Merli a sua volta aspirante navigatore. Inevitabile che i due diventino una coppia di fatto (sportiva), i loro incontri carbonari hanno un unico scopo: trovare il modo di disputare un rally. In ossequio al motto “piuttosto che niente è meglio piuttosto” a bordo di una 128 partecipano ad Arenzano a una gara di regolarità aperta agli operatori del soccorso e si piazzano brillantemente quarti. Questo risultato viene festeggiato anche nell’altro luogo dove i due si ritrovano la sera, il bar Lerici i cui avventori danno vita a una fauna eterogenea di ameni personaggi di ogni fascia d’età. Qui gli interessi e i conseguenti discorsi fino a questo momento sono stati esclusivamente tre: il gioco della scopa che causa accese e interminabili discussioni, sua maestà il calcio che naturalmente divide e una passione trasversale che accomuna tutti indistintamente. Da questo momento si inserisce il nuovo che avanza, il rally. Ed ecco il secondo determinante incontro, entra in scena un facoltoso personaggio, il signor Otello, appassionato di motori, il quale colpito dalla genuina e coinvolgente passione di Torlaschi, pensa bene di dargli una mano e con l’aiuto di un gruppo di volenterosi amici fonda una scuderia, la Voghera Corse col dichiarato intento di permettergli l’esordio. Il colpo gobbo è l’acquisto di un vero e proprio bolide, il Ford Mexico, berlina non particolarmente potente ma in compenso molto pesante. Ad aggravare la già scarsa competitività del mezzo c’è il fatto che il motore ha una cilindrata di 1601 cc, il che lo colloca nella classe 5 da 1600 a 2000 cc, classe di per sé molto affollata e sulla quale sta per abbattersi il ciclone Opel Kadett GTE che per anni ne sarà l’incontrastato dominatore. Però resta il fatto che si corre ed è qualcosa di insperato. I fratelli Mietta che per tanti anni hanno lavorato sulle vetture di Giovanni Alberti provvedono ad installare i necessari equipaggiamenti di sicurezza (ulteriore peso) e finalmente il sogno diventa realtà. A fine 1975 i nostri eroi partecipano al rally di Torriglia carichi di genuino entusiasmo ma senza aver letto una delle opere fondamentali dello scibile umano “La legge di Murphy” edito da Longanesi.

Gianpiero Torlaschi

Un banale dritto, il muso sbatte contro un terrapieno sul quale si trova uno spettatore che cade riportando la frattura dello sterno. Malgrado ciò portano a termine la gara pur con qualche apprensione per l’imprevista disavventura. La stagione 1976 li vede brillanti protagonisti in alcuni rally nazionali, ma le aspettative sono tutte per la gara di casa, il 4 Regioni sulla distanza di 1000 km, metà dei quali di prova speciale, col dichiarato intento di vedere la pedana d’arrivo. Obiettivo raggiunto in modo egregio. Ma la vera svolta arriva a inizio 1977. Il clou è ancora la grande corsa di Salice. Nell’inverno il Mexico subisce una radicale trasformazione, viene ulteriormente elaborato (!) e iscritto in gr.2 classe 5. è finita l’epoca delle gomme stradali, i famosi CN36, ora per essere competitivi occorre montare gomme racing. Ma il budget è esiguo e ci si deve ingegnare. Nel frattempo la coppia si è evoluta dando vita a un menage a trois in quanto avevo deciso di sposare la nobile causa. Ma la ricerca di sponsors grandi (nessuno), medi (sempre nessuno) e piccoli (qualcuno) stava dando scarsi frutti, quando viene l’idea di andare a “taroccare” la ditta Aura Motors, concessionaria Benelli a Voghera, il cui titolare è un simpaticissimo e noto personaggio, Luciano Baschiera, il quale ai tempi dell’acquisto del Mexico lavorava in Ford. Tralascio gli intrecci di parentele e conoscenze, fatto sta che ci indirizza, con tanto di presentazione, alla concessionaria Ford di Pavia.

Giampiero Torlaschi, classe 1941, per gli amici semplicemente Piero, ma molti lo conoscono come Barilla in quanto dapprima agente di commercio e poi capoarea dell’omonima ditta Ed ecco il terzo incontro, quello piovuto dal cielo e dagli sviluppi assolutamente impensabili. Ancora oggi non riesco a capacitarmi di come possa essere successo. Il titolare, Marco Protti che ben presto chiameremo “il capo” ci accoglie molto cordialmente e dopo averci ascoltato formula la sua offerta: ci darà una discreta somma, ma soprattutto metterà a disposizione due mezzi di assistenza con quattro meccanici. E ancora sarà presente lui stesso per tutta la durata della gara a bordo del suo camper che resterà a nostra disposizione per qualsiasi esigenza.


storie di rally: Mario perduca racconta

Non ci sembra vero, ma è solo l’inizio. Il punto nevralgico di quell’edizione era il Passo del Brallo dove si transitava quattro volte e qui viene piazzato il camper. Fin dalle prime speciali il capo si appassiona a questo mondo per lui nuovo, si rende conto delle problematiche e delle difficoltà di un rally e lascia intendere che la collaborazione avrà un futuro. Caso fortunatissimo vuole che in questa occasione debutti in Italia l’Escort RS 2000 gr.1 iscritta in forma privata da Quaciari, concessionario Ford di Sanremo. Il divario di prestazioni rispetto al Mexico è abissale e il capo ne avverte subito il potenziale, anzi ne resta folgorato e nel corso della notte, preoccupato dalla marea di ritiri, si lascia andare a un’incauta promessa: «Se Torlaschi mi darà la soddisfazione di arrivare al traguardo, le prossime gare lo vedranno al volante di una RS». A questo punto la priorità è non rompere l’incantesimo, Brallo si sta gemellando con Rovaniemi e Piero, pur scettico, accetta di raffreddare i bollenti spiriti, non importa quale sarà la posizione nella classifica finale, basta arrivare a Salice. E così è. Il lunedì stesso ascolto in diretta la telefonata con cui “il capo” ordina a Carlo Micci, responsabile dei servizi sportivi di Ford Italia, la vettura. Da questo momento Torlaschi correrà come non avrebbe mai potuto immaginare, spesato di tutto e con una vettura seconda solo a quelle ufficiali. Questo sogno a occhi aperti durerà per due anni fino a una triste sera di Luglio 1979 quando, durante le ricognizioni del Valli Piacentine, sulla prova di Groppallo, la vettura prese fuoco per una perdita di benzina da un carburatore e andò distrutta completamente. La nuda cronaca delle gare che abbiamo disputato in quel periodo non è importante in questa sede. Dico abbiamo, perché nel frattempo, dopo l’edizione 1978 del 4 Regioni, Renzo Merli aveva deciso di abbandonare l’attività agonistica per motivi di studio e Torlaschi, lasciando da parte il suo proverbiale buonsenso, mi aveva invitato a sostituirlo. Lo spirito di queste pagine è piuttosto di raccontare episodi curiosi. Una situazione molto speciale si verificò al rally di Sanremo 1977 gara di esordio di Piero e Renzo sulla fiammante RS. La base operativa era la concessionaria Autobrezza in cui ci siamo trovati

fianco a fianco con l’equipaggio della Ford Italia formato da Bobo Cambiaghi ed Emanuele Sanfront, anche loro al debutto e inoltre con due nordici che non spiaccicavano una parola di italiano ma che si facevano capire benissimo quando erano alla guida delle loro Escort gr.4, Bjӧrn Waldegård e Ari Vatanen. Un sogno all’interno di un sogno, questa era la nostra sensazione. Per conservare in modo tangibile il ricordo di questa situazione irripetibile abbiamo chiesto a Waldegård di autografarci la fiancata destra della nostra macchina. Purtroppo un anno dopo a seguito di un capottamento sulla prova di Bobbio la inevitabile verniciatura ha cancellato questo cimelio. Personalmente quei pochi giorni sono stati la prima occasione per capire come lavorano i professionisti e in particolare mi aveva colpito la calma e la cura dei dettagli di Sanfront. Lui non lo sa ma negli anni è sempre stato un modello di riferimento. E dire che l’integrità della carrozzeria aveva superato anche l’esame Ciocco 1978, il mio debutto vero a fianco di Piero. Gara estenuante in tappa unica, con la prima parte su asfalto e infine alcune prove di sterrato. Proprio quasi alla fine della prima di terra ci passa come un missile il Kadett di Claudio Comini, funambolo della val di Fiemme a mio personale parere uno dei più veloci piloti su sterrato espressi negli anni dal rallysmo italiano. Piero sembra accusare il colpo anche pensando alla prova successiva, il passo dell’Orecchiella. E infatti a metà prova, puntuale, ecco che Comini arriva e ci passa, ma qualcosa scatta nei neuroni di Piero che comincia a emettere suoni gutturali incomprensibili ma, quel che conta, si incolla al posteriore del Kadett e non lo molla più fino al termine della ps, anzi un paio di volte mi sembra di udire: “ma vai!”. Stupefatto di quanto accaduto, nel trasferimento successivo gli domando cosa gli sia scattato. Aspetto ancora oggi la risposta. Dicevo il mio debutto vero in quanto la prima partenza era stata in Aprile al Rally di Cesena la notte di Pasqua. Gara decisamente anomala in quanto un’ora prima del via inizia a nevicare abbondantemente e non tanto le speciali su terra, quanto i trasferimenti su asfalto nell’Appennino toscoemiliano possono diventare un problema

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serio. E infatti la ripida salita tra la seconda e la terza prova diventa un calvario, fino a quando Piero comincia, dapprima a bofonchiare poi a scandire e infine a urlare lo stesso mantra: BAULE! Con tutte le insicurezze e le preoccupazioni di un esordiente figuriamoci se decripto al volo il messaggio. Mi sembra di leggergli negli occhi questo pensiero sconsolato: non è stata una bella scelta. Però facendo appello a tutto il suo self control con tono pacato mi scandisce «adesso ti slacci le cinture, scendi, apri il baule e ti ci siedi dentro». Eseguo e così riusciamo ad arrivare allo start dove scopriamo che la gara è stata sospesa. Dopo la fine dell’epoca rallistica Piero, con immutato spirito agonistico, si è dato alle gare podistiche prima in pianura e poi alle tremende corse in montagna con lo stesso entusiasmo e la stessa determinazione che dimostrava in macchina. Ora è un baldo ottantenne che sono convinto non disdegnerebbe l’idea di partecipare a un 4 Regioni storico, così, una gara a caso.

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«Se Torlaschi mi darà la soddisfazione di arrivare al traguardo, le prossime gare lo vedranno al volante di una RS»

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Targa Florio: ottimo il 6° posto assoluto del vogherese Giacomo Scattolon La maledizione che inseguiva Giandomenico Basso, mai vincitore della Targa Florio nonostante la sua lunga carriera costellata di successi, si è finalmente interrotta. Il pilota trevigiano ha dominato la 105^ edizione della gara organizzata da AC Palermo, valida come terza prova del Campionato Italiano Rally. In coppia con Lorenzo Granai su Skoda Fabia R5, Basso ha preso il comando alla terza delle dieci prove in programma, per mantenerlo indisturbato fino al traguardo. Bella storia anche quella sul secondo gradino del podio, con la commozione che ha accompagnato Craig Breen. “La Targa”, lo ha riportato indietro fino al 2012, anno in cui proprio su queste strade perse la vita il suo navigatore Gareth Roberts in un incidente che li vide protagonisti. L’irlandese, stavolta in coppia con Louis Louka sulla Hyundai i20 R5 ufficiale di Hyundai Motorsport, ha centrato il secondo posto in un rally per lui speciale, che vale moltissimo a livello emotivo e che lo lancia pienamente in corsa per il titolo tricolore. Ma “La Targa” ha indicato con prepotenza anche due giovani piloti ormai diventati a tutti gli effetti due big del Campionato Italiano Rally; il varesino Damiano De Tommaso con Massimo Bizzocchi (Citroen C3 R5) bravissimo e sempre nei primi tre dopo

stando quindi la vittoria nel Campionato Italiano Rally Asfalto, proprio davanti a Ciuffi-Gonella. L’istituzione locale Totò Riolo, il pilota di Cerda subito a suo agio sulla Polo R5 lungo le strade di casa, chiude quinto. A giocarsi la sesta posizione ed il podio del CIRA sono stati, fino all’ultimo chilometro, Scattolon-Bernacchini, MicheliniPerna e Signor-Pezzoli. Lo scratch decisivo è arrivato sulla “Scillato-Polizzi” da parte dell’oltrepadano Giacomo Scattolon, che per tutta la gara ha avuto un rendimento spesso altalenante con la Polo R5, ma autore di un’efficace L’Equipaggio Scattolon-Bernacchini (Foto Aci Sport) rimonta. A completare la top ten assoluta sono gli aver anche vinto la Power Stage di aperaltri giovani quali Alessio Profeta con Sertura del rally; il fiorentino Tommaso Ciufgio Raccuia, in netta crescita sulla Skoda fi con Nicolò Gonella (Fabia R5), anche Fabia R5, seguito dall’altro idolo locale, lui, velocissimo che fin dal via non ha mai il pilota di Prizzi Marco Pollara, anche lui mollato i primi. Alla fine il loro piazzaun diesel sulle sue strade preferite, che è mento, terzo per De Tommaso e quarto per riuscito a centrare il decimo posto con l’olCiuffi - entrambi piloti di ACI Team Italia trepadano Daniele Mangiarotti su Citroen - ha definitivamente chiarito quali sono le C3 R5. Evidenti sono i progressi per Anloro potenzialità. De Tommaso-Bizzocchi drea Mazzocchi, il quale, navigato dalla con il terzo gradino del podio conqui-

CLASSIFICA ASSOLUTA CAMPIONATO ITALIANO RALLY DOPO 3 PROVE

1.Basso 43pt; 2.Breen 41pt; 3.Albertini 31pt; 4.Andolfi 24 pt; 5.Ciuffi 23 pt; 6.Crugnola 19 pt; 7.Michelini - De Tommaso 18 pt; 9.Signor - Scattolon 7pt. Seguono nell’ordine: Signor, Profeta, Pollara e Bottarelli rivanazzanese Silvia Gallotti ha concluso il Rally Targa Florio al 12° posto assoluto mostrando la sua crescita esponenziale in sole tre gare del CIR fin qui disputate; sulle strade siciliane, Mazzocchi-Gallotti hanno fatto segnare tempi molto confortanti specie se riferiti ai distacchi dai primi dell’assoluta certamente più avvezzi all’utilizzo delle vetture R5. Al via con la Skoda Fabia R5 del team M33, i due hanno visto molto da vicino la top ten assoluta. di Piero Ventura

Per la classe R1 altro bel duello chiuso per un secondo e 6 a favore di Davide Nicelli Lo stradellino Davide Nicelli chiude il 105° Rally Targa Florio, terza prova del CIR, con un entusiasmante primo posto in R1 e nel trofeo Renault, lasciandosi alle spalle l’enfant du pays, Lanzaloco, di appena un secondo e mezzo. Il driver oltrepadano era al via con la Renault Clio Rally 5 del team HK, gommata Michelin, navigato da Tiziano Pieri e con il supporto della scuderia Sport e comunicazione. «È stata una gara molto impegnativa perché atipica per i fondi scivolosi, prove tecniche, sconnesse, e velocissime – ha detto Nicelli – interpretarle non è stato semplice perché avevo corso il Targa solo una volta, dunque per me le prove erano, tranne una, tutte nuove; nonostante ciò con il team siamo riusciti a fare un ottimo lavoro trovando un valido set up sulla vettura interpretando la strada nel migliore dei modi, trovando solo qualche difficoltà all’inizio. Lo volevamo fortemente questo risultato, dopo la prestazione poco soddisfacente di Sanremo e per tor-

nare in corsa in entrambe le classifiche». Nicelli guarda già ai prossimi impegni: «Ora mettiamo da parte questo risultato perchè siamo solo all’inizio, la strada è ancora lunga, gli avversari sono tutti molto forti e le gare che dovremo affrontare sono altrettanto impegnative». Altra nota positiva per il territorio oltrepadano arriva nella Suzuki Rally Cup in cui l’agonismo è salito alle stelle sulle strade siciliane dove ha vinto il portacolori della Efferre Motorsport di Romagnese, Simone Goldoni, al terzo successo in campionato, che sulla Swift Hybrid ha duellato con il catanese Giorgio Fichera che in casa, come nelle altre gare, non ha mai mollato. Entrambi hanno respinto gli attacchi del 20enne ossolano Igor Iani, che può rimanere comunque soddisfatto della sua ennesima ottima prestazione. di Piero Ventura

Davide Nicelli con la Renault Clio Rally 5 del team HK


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Rally Nazionale del Taro, buona la prima per Davide Nicelli e Tiziano Pieri Esordio con successo per lo stradellino Davide Nicelli ed il biellese Tiziano Pieri nel rally nazionale del Taro. L’equipaggio, alla prima uscita su una vettura della categoria R5 e pure al primo approccio con le strade valtaresi, fa davvero tutto bene, portando senza alcuna sbavatura la Skoda Fabia (R5) di HK Racing alla conquista di quattro delle sei prove speciali in programma. Il pavese, figlio d’arte, si è messo alle spalle l’attesissimo pilota di casa vincitore dell’ultima edizione della gara Nazionale, il parmigiano Fausto Castagnoli navigato dal piacentino Enrico Bracchi (Volkswagen Polo R5 – Pool Racing), che lotta con determinazione ma perde contatto con il battistrada ma deve accontentarsi dell’Argento. Sfortunati i bresciani Luca Veronesi ed Andrea Ferrari, appiedati da noie meccaniche alla loro Polo R5 prima dell’ultima prova, quando occupavano la seconda posizione. Un ritiro quello di Veronesi che permette l’accedere al terzo gradino del podio ai piacentini “Iceman”- Camilla Carini con la Peugeot 207 S2000 by Colombi, autori di una gara molto regolare. Una grande soddisfazione quindi per il driver stradellino che commenta questa giornata speciale così: «È arrivata una vittoria assoluta, la prima della mia carriera da quando dalla pista sono passato ai rally. Non ci avrei mai pensato, perché era tutto nuovo, dalla macchina fino alla gara stessa. Sinceramente l’obiettivo era conoscere la vettura, non fare errori, cercando di migliorarmi di prova in prova. Sarebbe stato già eccezionale centrare il podio, figuriamoci poi riuscire a vincere. La gara non è stata per nulla facile con prove sconnesse a tratti sporche. Sono partito tranquillo e concentrato, aumentando gradualmente il ritmo. Quando ho capito che il successo era possibile, ho dato tutto me stesso ed ecco arrivare la vittoria resa ancora più bella perché impensabile alla vigilia. Parlando della vettura, la Skoda ha un potenziale enorme, per poter arrivare a sfruttarlo tutto dovrò lavorarci ancora tanto facendo chilometri e chilometri, perché questa vittoria deve essere per noi un punto di partenza e non di arrivo. Il Rally del Taro é stato per noi una gara extra programma, anche se spero di avere presto una nuova possibilità di correre con l’R5.Ora dobbiamo mettere da parte questa vittoria e tornare a concentrarci sul trofeo Renault e il campionato Italiano R1». Questo successo non ha fatto certamente dimenticare a Davide Nicelli di ringraziare tutti coloro i quali, grazie al loro contributo gli hanno permesso di salire sul gradino più alto del podio, un gradino sul quale Nicelli ha voluto portar-

li tutti virtualmente con sé, iniziando dal team HK che gli ha messo a disposizione una macchina estremamente performante, per proseguire poi con la Michelin per gli ottimi pneumatici, con Tiziano Pieri, davvero bravissimo e impeccabile alle note, assieme al quale ha dato vita ad un equipaggio giovane, affiatato con tanta voglia di fare bene, un grazie per la scuderia Sport e Comunicazione, a tutti i supporter e non ultimo a suo padre Guglielmo, figura insostituibile e di estrema importanza per lui. Per l’automobilismo oltrepadano il rally del Taro ha portato soddisfazioni anche per la Scuderia di Romagnese Efferre Motorsport grazie alla vittoria in N2 ed 21° posto assoluto per Andrea Compagnoni e Paolo Maggi con la Peugeot 106. Un risultato inseguito con caparbietà da Compagnoni che per la prima volta riesce a salire sul gradino più alto della, storicamente difficile, classe N2. A questa vittoria di categoria Efferre aggiunge in bacheca il 2° posto di classe A5 e 28° assoluto per Renato Paganin e Carmen Razza sulla MG ZR 105. Lo stradellino Davide Nicelli

di Piero Ventura

Rally Auto Storiche: l’oltrepadano Biglieri sale sul podio nel 3° raggruppamento Lucio Da Zanche e Daniel De Luis colgono il successo nell’edizione numero 105 della Targa Florio Historic Rally, organizzata dall’Automobile Club di Palermo. Il valtellinese, primo anche del quarto raggruppamento, ha lottato per tutta la gara con la sua Porsche 911 RS della Pentarcar contro la vettura gemella del siciliano Angelo Lombardo, navigato da Hars Ratnayake, terminato alla fine a soli 5”6 dal leader. Il cefaludese è stato di nuovo sfortunato in diverse occasioni, per piccoli errori prima della rottura dello sterzo, ma ha comunque piazzato due scratch sulle otto piesse disputate. La lotta tra i due ha caratterizzato la corsa, con Lombardo che è stato anche al comando della gara fino a tre prove dal termine perdendo per una penalità pagata a due terzi del rally. Terzo assoluto e primo del 2° Raggruppamento per un bravissimo e molto veloce Maurizio Plano, navigato da Roberto Genovese alla guida di una Porsche 911 Carrera RS del Ro Racing A.S.D. Nel 3° Raggruppamento, successo per Mannino-Giannone (Porsche 911 Sc) davanti a Di Lorenzo-Cardel-

la (id), mentre in terza posizione si collocano Lo Presti-Biglieri con la Porsche 911 Sc della vogherese Ova Corse iscritta con i colori della Scuderia Piloti Oltrepò. Il giovane di Collesano Pierluigi Fullone, navigato da Alessandro Failla ha conquistano invece il trionfo nel 1° Raggruppamento con la BMW 2002. Un bis per Lo Presti - Biglieri su Porsche 911 SC il driver di casa che ripete la prestazione maiuscola dell’ultima ediquindi stato l’11° posto assoluto e quarzione. Al quarto posto dell’assoluta hanno to di Raggruppamento 4 per il vogherese chiuso Negri e Coppa con la loro Porsche Ermanno Sordi navigato da Marco Tor911, secondo di 1° raggruppamento. Solo lasco sulla Porsche 911 SC RS, mentre, quinto hanno terminato Luigi “Lucky” come detto, il neo organizzatore del Rally Battistolli e Fabrizia Pons, per tutta la gara 4 Regioni, Beniamino Lo Presti ha chiualle prese con problemi di erogazione di so al 12° posto assoluto salendo sul terpotenza del motore della loro Lancia Delta zo gradino del podio di raggruppamento. Integrale 16 V. Il vicentino pluricampione italiano chiude quindi terzo di Raggruppadi Piero Ventura mento. Per gli equipaggi oltrepadani, c’è


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Rally del Grappolo: poca fortuna per Massimo Brega, soddisfatti gli altri piloti oltrepadani La “due giorni” rallistica sulle strade delle colline Alfieri ha mantenuto le aspettative della vigilia. Divertimento e spettacolo sono stati i comuni denominatori di questa quinta edizione del rally del Grappolo. A partire dall’elenco iscritti (173 quelli verificati). Al di là dei numeri, l’appuntamento di apertura della Coppa Rally di Zona Aci sport e del Trofeo Michelin Zone Cup ha messo a confronto un parterre di primo livello. Una trentina le vetture della classe regina R5 al via. Fra loro i principali protagonisti di zona ai quali si è aggiunta una nutrita presenza straniera. Una cronaca ricca di colpi di scena ha messo in luce Elwis Chentre e Fulvio Florean. L’equipaggio della New Driver’s Team, in gara sulla Skoda Fabia di D’Ambra è balzato al comando nella parte centrale della gara grazie al miglior tempo sul primo passaggio a Ferrere. Poca fortuna per gli oltrepadani Brega-Zanini, ritirati a dopo due terzi di gara quando erano al 10° posto assoluto. Chiudono invece al 5° posto dell’affollatissima classe A0 i portacolori di Efferre Motorsport Caushi-Domenichella con la piccola 600 Sporting. Vanno invece a podio in classe RS 1.6 Paolo Burgazzoli e Giorgia Petrosa con la Citroen C2 Vts. Podio anche per la scuderia di Romagnese grazie a Stefano Bossuto e Nancy Bondì, a bordo della Peugeot 106 N1. I portacolori di Efferre Motorsport partono forte conquistando la testa della classe, ma sulla prova successiva un’uscita di strada

L’Equipaggio Caushi - Domenichella (foto di Pixelrally) sembra compromettere in maniera definitiva la gara. L’assistenza riesce a sistemare i danni riportati dalla vettura, tant’è che i due riescono a ripartire e a portare a termine la gara con un ottimo terzo posto di classe. La giornata si era aperta con gli svizzeri Oliver Burri e Christophe Cler al via sulla Volkswagen Polo capaci di far segnare la miglior tempo davanti alla Skoda dei conterranei Jonathan Michellod e Stephane Fellai, mentre per Massimo Brega e Paolo Zanini in gara con la Hyundai i20 R5, c’era il 12° tempo. Immediata la risposta di Patrick Gagliasso con la milanese Michela Picchetti sulla Skoda Fabia della Roger Tuning vincitori a Revigliasco che si erano portati al comando, dove Brega-Zanini erano tredicesimi. La reazione di Chentre ha dato uno scossone deciso alla classifica e nonostante i successi parziali di Pinzano-Michi, più

veloci sul secondo passaggio a Revigliasco, e di Ferrarotti-Grimaldi sulla prova conclusiva di Ferrere, Elwis Chentre e Fulvio Florean hanno conquistato il successo assoluto. Alle spalle del valdostano concludono Patrick Gagliasso con Michela Picchetti al via sulla Skoda Fabia e Ferrarotti-Grimaldi (id.) Alle spalle dei primi tre, il biellese Corrado Pinzano in gara con Daniele Michi, autori di uno spettacolare fuori programma nel corso della prima prova. Quinto posto assoluto per Massimo Marasso e Luca Pieri a bordo della Skoda Fabia, seguiti nella generale da Stefano Giorgioni e Roberta Passone in gara sulla Volkswagen Polo. Settimo il vicepresidente della Regione Piemonte Fabio Carosso, tornato alle competizioni a bordo di una Skoda insieme a Gilberto Calleri. Federico Santini e Gabriele Romei chiudono ottavi sulla

Giorgia Pertosa e Paolo Burgazzoli Skoda e precedono la Fabia di Marco Paccagnella e Beniamino Bianco. Il ritiro nelle fasi finali di Angelo Morino e Igor D’Herin permette a Luca Arione Luca Culasso di entrare nei primi dieci tempi, permettendo al marchio Skoda di monopolizzare la top-ten assoluta. Fra i ritiri illustri quello degli svizzeri Burri e Michellod, entrambi per uscita di strada, e quello di Jacopo Araldo e Lorena Boero, a causa di noie fisiche a due prove dal termine. di Piero Ventura


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Rally 4 Regioni: quella prima edizione di mezzo secolo fa In occasione del cinquantennale della nascita, con l’organizzazione di Milano Rally Show, i prossimi 2 e 3 luglio, con partenza e arrivo a Salice Terme, si disputerà il Rally Internazionale Rally 4 Regioni storico, il quale avrà in coda il rally nazionale per auto moderne e le vetture storiche della regolarità Sport. Una gara nata mezzo secolo fa della quale i più giovani si chiederanno: come era quel rally che è stato una delle pietre miliari della storia del rallysmo? In quegli anni, era bellissimo vedere correre automobili in tutto e per tutto simili alle macchine di tutti i giorni, uguali a quelle, che i più grandi di moltissimi di voi o i vostri genitori, usavano per andare al lavoro o in gita alla domenica, impegnate ad arrampicarsi su strade impervie, ad attraversare guadi come fossero mezzi anfibi, percorrere vere maratone impegnandosi in evoluzioni che sfidavano le leggi della fisica e che strappavano applausi ed urla di gioia agli appassionati assiepati lungo il percorso di gara. I primi anni settanta, erano gli anni in cui ci si inventava piloti e preparatori. Si rubavano ore al sonno per approntare un’automobile acquistata con grandi sacrifici che ci avrebbe accompagnato sui percorsi dei rally più importanti, perché in quegli anni esistevano solo gare di un certo rilievo. Per quella prima edizione, Siropietro Quaroni, Benedetto Pelliccioni, Rinaldo Brambilla e i loro stretti collaboratori, misero sulla carta un rally di ben 1.656 chilometri (divisi in due tappe) ricavati tra i più impegnativi asfalti e sterrati dell’Appennino lombardo, emiliano, ligure e piemontese. La prima tappa di 873 chilometri, con partenza da Pavia alle ore 16.00 del 3 giugno e arrivo a Salice Terme alle ore 09.30 del 4 giugno, la seconda tappa invece, di 783 chilometri, con partenza da Rivanazzano Terme alle ore 18.00 del 4 giugno e arrivo a Salice Terme alle ore 09.30 del 5 giugno. Un percorso che solo guardarlo sulla cartina spaventava. Nonostante ciò, nonostante si trattasse di una gara nuova, tutta da scoprire, nonostante i numerosi detrattori, All’Aci Pavia giunsero 79 domande d’adesione. La tassa d’iscrizione fu stabilita in 15 mila lire (circa 7,5 euro attuali) a equipaggio, ma calcolando il potere d’acquisto dell’epoca è quantificabile in circa 280 euro odierni. La gara, nonostante fosse al debutto, fu contraddistinta dalla validità quale quinta prova del Campionato Italiano Rally coefficiente 1,5. Assente il solo Munari per una indisposizione, tutti i migliori piloti italiani in lotta per il titolo tricolore, si diedero appuntamento a Pavia tra cui: Barbasio-Sodano HF Squadra Corse – Lancia HF; Trombotto-Enrico Tre Gazzelle Fiat

1971: il sindaco di Pavia, Angelo Biancardi, dalla piazza Ghislieri, dà il via al 1° Rally 4 Regioni alla vettura n° 1, la Lancia Fulvia di Barbasio-Sodano

124 S; Ballestrieri-Bernacchini HF Squadra Corse Lancia HF; Ceccato-Eisendle Bassano Corse Fiat 124 S; Paganelli-Russo Tre Gazzelle Fiat 124 S ecc. La gara, oltretutto, fu onorata dalla presenza dello specialista finlandese Timo Lampinen in coppia con Davenport sulla Lancia Fulvia HF ufficiale, reduci dalla prova mondiale dell’Acropoli. Alle ore 16,01 di quel lontano 3 giugno 1971 si alzò il sipario sul primo atto di una storia fantastica, affascinante e coinvolgente di cui ancora oggi si parla: il Rally 4 Regioni. La prima vettura che ebbe l’onore di scendere dalla pedana di partenza all’abbassarsi della bandiera tricolore sventolata dal primo cittadino di Pavia, Angelo Biancardi, fu la Fulvia HF ufficiale di Barbasio-

La Citroen DS di Enrica Vistarini ed Elio Raimondi (foto di Pasini)

1971: i vincitori del Rally 4 Regioni (foto di Pasini) Lampinen-Davenport

Sodano con il n° 1 sulle portiere, seguiti a intervalli di un minuto l’un l’altro dai rimanenti equipaggi. La direzione presa dai concorrenti fu quella della “Bassa Pavese” a due passi dal grande fiume, il Po, che scorre pochi chilometri fuori Pavia, poco dopo aver inghiottito le acque del Ticino nel punto esatto della loro confluenza con i pioppi sullo sfondo in un continuo mutare di scena della macchia boschiva. Poi, finalmente l’Oltrepò Pavese è quell’angolo di Lombardia che si trova tra il Piemonte,

l’Emilia e la Liguria ricco di bellezze. La Prima prova speciale fu quella di Gomo in cui le tre Lancia ufficiali andarono forte con Lampinen-Davenport, BallestrieriBernacchini e Barbasio-Sodano nell’ordine e con Trombotto-Enrico che inserirono la loro Fiat 124 S tra le vetture della squadra HF, quindi Paganelli-Russo, Marzatico-Marzatico con la Porsche. Dopo le prove di Cerreto e Oramala si giunse alla micidiale Santa Barbara in cui il tempo migliore venne realizzato da Ballestrieri con 10” su Lampinen, 50” su Trombotto, 51” su Barbasio, quindi: Ceccato, Smania, Bisulli, Verini e Vanni Tacchini. Ballestrieri-Bernacchini si aggiudicarono anche le successive tre prove speciali. La prima tappa si chiuse con BallestrieriBernacchini leader seguiti dai compagni di squadra Barbasio-Sodano, mentre a 1 minuto e 4 secondi vi era la terza Fulvia HF, quella di Lampinen-Davenport. Il Rally 4 Regioni, che a detta di tutti, risultò uno dei migliori rally italiani, a quel punto sembrava non avere più alcuna avventura da raccontare, se non l’inaspettato sorpasso al vertice, infatti, all’arrivo furono solo 15 i secondi che divisero il vincitore Lampinen dal secondo arrivato Ballestrieri, considerato il vincitore morale della manifestazione in quanto, ordini di scuderia poco chiari e furbizie del navigatore Davenport fecero il resto. Infatti, nella seconda parte di gara, Davenport comunicò di proposito tempi inesatti e più alti di quelli realmente fatti registrare al vice ds Lancia, Daniele Audetto, che li comunicò a Ballestrieri e Bernacchini. I due dopo la prima tappa portata a termine con ben 1’04” di vantaggio, corsero la seconda di riserva visto che il ds Cesare Fiorio chiese ai propri piloti di gestire il mezzo meccanico vista la difficoltà della gara. Non così fecero Lampinen-Davenport che si scatenarono e rosicchiarono tutto il distacco che avevano. All’ultimo C.O. Cesare Fiorio, resosi conto della realtà, chiese a Ballestrieri e Barbasio (terzo) se fosse stato il caso di fermare Lampinen in maniera tale da portare ai primi 2 posti chi stava lottando per il campionato italiano, ma in modo molto onesto i due piloti rifiutano in nome della lealtà sportiva. «Ormai è andata così” - commentò Ballestrieri – “vinca pure lui… almeno non saremo tacciati di antisportività!». Fu così che l’equipaggio “straniero” si impossessò di una vittoria che sportivamente sarebbe stata dell’equipaggio italiano. Tra i pavesi, a brillare fu l’amazzone del controsterzo, la vogherese Enrica Vistarini navigata sulla Citroen DS21 dal Elio Raimondi giunti al 12° posto assoluto. di Piero Ventura