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HEIMATSCHUTZ PATRIMOINE

Finestra in lingua italiana

Sistema e serie

EDITORIALE

TEMI D’AT TUALITÀ

Sistemi costruttivi svizzeri

IL COMMENTO

Durante il boom del dopoguerra, la Svizzera fu confrontata con una straordinaria crescita economica e demografica a cui dovette reagire costruendo abitazioni di qualità in modo rapido ed economico. I sistemi di costruzione hanno acquisito così una grande rilevanza. Soprattutto nelle aree urbane sono quindi stati realizzati edifici progettati con ingegno, grazie all’assemblaggio modulare di elementi prefabbricati. L’impatto sullo sviluppo architettonico locale dei principi messi in atto all’epoca è tutt’oggi visibile. Negli ultimi anni, il significato architettonico e storicosociale di questi edifici prodotti in serie è diventato oggetto di ricerca. Manca però ancora una visione d’insieme a livello nazionale. I sistemi costruttivi del dopoguerra, perlopiù poco appariscenti, sono infatti solo di rado catalogati negli inventari cantonali. Dal 2018, un gruppo di lavoro interdisciplinare in seno all’ICOMOS si occupa di questo tema con un progetto dal titolo «Sistema e serie». Due dei suoi membri, Lucia Gratz e André Barthel, ci spiegano in un’intervista quali conoscenze sono state finora acquisite dal gruppo. Grazie a due esempi concreti, quello dei padiglioni scolastici costruiti in modo industriale a Winterthur e quello della struttura prefabbricata di una ex mensa ad Arbon, si mostra chiaramente come dopo tanti anni questi edifici necessitino oggi di essere rinnovati. Infine, uno sguardo sulla città di Ginevra ci offre uno spaccato del lavoro della Honegger frères e ci mostra l’importanza rivestita da questa impresa agli albori dei sistemi costruttivi in Svizzera. Peter Egli, Redattore

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Rafforzare la protezione dei beni culturali Contro la sciagurata legge sulla protezione dei beni culturali in votazione nel Canton Zugo domenica 24 novembre, si è formata un’ampia coalizione in difesa del nostro patrimonio. Ancora una volta, gli elettori sono chiamati alle urne per decidere su un progetto di legge volto a indebolire la protezione dei beni culturali. Attacchi simili da parte della politica sono al momento in atto anche nei cantoni Nidvaldo e Turgovia, mentre in quelli di Berna, Basilea Campagna, Glarona e Sciaffusa ci si è già confrontati con il problema con esiti di vario tipo. In un paese come la Svizzera, dove l’artigianato locale e il turismo traggono largo profitto dal patrimonio culturale, questi attacchi motivati da interessi particolaristici appaiono davvero incomprensibili. Bisognerebbe al contrario apprezzare e sostenere il lavoro di quei proprietari, artigiani e architetti che si impegnano per la conservazione di edifici storici e monumenti. Il nocciolo del problema I progetti di costruzione condotti in collaborazione con gli uffici dei beni culturali subiscono in effetti spesso ritardi, rendono le ristrutturazioni più onerose e i rinnovamenti energetici più complessi, e in questo modo generano conflitti. Ma qual è il nocciolo del problema? Per decenni, i fondi per la conservazione del patrimonio e l’archeologia sono stati ridotti a livello sia federale sia cantonale. Negli ultimi venti anni (1999-2019), la Confederazione ha dimezzato il proprio impegno finanziario per la conservazione dei più importanti monumenti svizzeri. Il messaggio sulla cultura 2021-2024 purtroppo rinsalda questo progressivo disimpegno. La costante riduzione delle risorse professionali e finanziarie ostacola l’innovazione e rende impossibile un lavoro efficien-


te e mirato per la conservazione del patrimonio culturale. È uno sviluppo opposto rispetto alle necessità reali. L’elevata attività edilizia degli ultimi anni e le fondate richieste di densificazione urbana conducono al perseguimento di obiettivi incompatibili tra loro. Se si continueranno a ridurre i fondi, tali incoerenze non potranno che acuirsi. Una larga parte della popolazione svizzera tiene in alta considerazione la bellezza, la varietà e l’unicità del nostro patrimonio edilizio. Negli anni a venire, l’interesse pubblico nella conservazione di queste testimonianze storiche dovrà essere preso sul serio e sostenuto con adeguate strategie lungimiranti e soprattutto con mezzi finanziari sufficienti. In qualità di principale organizzazione attiva nel campo della cultura architettonica e urbanistica, l’Heimatschutz Svizzera si impegna con determinazione nel perseguimento di questi obiettivi. Stefan Kunz, Segretario generale dell’Heimatschutz Svizzera

FORUM A COLLOQUIO CON LUCIA GRATZ E ANDRÉ BARTHEL  6

I sistemi di costruzione e i loro specifici criteri Lucia Gratz e André Barthel sono attualmente impegnati nella compilazione di un inventario dei sistemi di costruzione svizzeri e degli edifici corrispondenti. Il loro lavoro ha due obiettivi: risolvere le questioni di conservazione – per esempio le possibilità di ristrutturazione – delle strutture esistenti e diffondere conoscenze in questo ambito.

Alla base ci sono solo riflessioni di ordine economico o anche ecologico? Gratz: Stiamo parlando del periodo tra il 1945 e il 1970, quando all’ecologia non si dava ancora una così grande importanza. Si tratta di un’epoca di crescita e benessere, caratterizzata da una forte attività edilizia, spesso incentrata su aspetti economici. Ma non solo. L’idea di concepire l’architettura come un processo industriale e standardizzato corrispondeva anche allo spirito del tempo. Già agli inizi del XX secolo, gli architetti si erano preoccupati di realizzare costruzioni non solo più economiche ma anche di migliore qualità. Mancavano però ancora le possibilità tecniche. Quando si può collocare l’inizio di questo tipo di architettura? Gratz: Il Crystal Palace di Joseph Paxton realizzato per l’Esposizione universale di Londra del 1851 viene spesso citato come il primo caso di architettura modulare. Si tratta di un edificio costruito assemblando elementi in ferro e vetro fabbricati in serie. Produrre i vari componenti in luoghi diversi per poi assemblarli sul posto permette un livello di efficienza molto maggiore. Quando sono apparsi in Svizzera i primi esempi di sistemi costruttivi? Gratz: La questione dei sistemi costruttivi era già stata affrontata dal Movimento Moderno. Tuttavia, questo approccio costruttivo, per esempio il fatto di usare pareti o soffitti prefabbricati, aveva ancora un influsso moderato sull’architettura. L’idea di assemblare edifici con un sistema modulare in cui i vari componenti prefabbricati sono il meno differenziati possibile si è effettivamente diffusa solo nel dopoguerra, insieme allo sviluppo di numerosi sistemi di costruzione.

Marco Guetg, giornalista, Zurigo

Diamo un’occhiata ora al gruppo di lavoro ICOMOS «Sistema e serie». Di che cosa si tratta? André Barthel: È un progetto interdisciplinare e, di conseguenza, abbiamo una prospettiva molto ampia. Il gruppo conta tredici membri attivi negli ambiti della conservazione dei monumenti, dell’architettura e della storia dell’architettura, ma pure della statica e fisica delle costruzioni e della sociologia. A questi si aggiunge anche un fotografo.

Che cosa si intende quando si parla di sistemi costruttivi? Case modulari, edilizia seriale, edifici prefabbricati...? Lucia Gratz: Si intende tutto questo e altro ancora. Fondamentalmente, i sistemi costruttivi sono tecniche che possono essere applicate sia ai singoli componenti sia all’intero edificio. Nel dopoguerra si tentò soprattutto di trovare risposte a problemi di costruzione che avessero una validità universale. Da questo punto di vista, le possibilità offerte dall’edilizia seriale hanno svolto un ruolo molto importante. I sistemi di costruzione sono fortemente legati al modello della produzione industriale.

Che cosa ha dato impulso alla creazione di questo gruppo di lavoro così ampio dal punto di vista dei temi trattati? Barthel: L’interesse per la conservazione dei monumenti e la constatazione di una lacuna. Abbiamo infatti riscontrato che i sistemi costruttivi del dopoguerra non sono presenti in quasi nessun inventario cantonale. Questa lacuna rende difficili le valutazioni e influenza le molte decisioni che vanno prese in questo periodo. Gli edifici in questione sono sempre più vecchi e necessitano di interventi di risanamento e conservazione. Ma in che modo? Così è nata l’idea in seno a ICOMOS Svizzera di creare un gruppo di lavoro con l’obiettivo di dare risposte a questi problemi. A partire dall’esame degli edifici esistenti cerchiamo di stabilire i criteri per la loro valorizzazione in quanto beni culturali. Gratz: In questo svolgono un ruolo anche le peculiarità di queste costruzioni, che spesso sono pensate per poter essere ampliate, ridimensionate o trasportate e riassemblate altrove. Inoltre, non abbiamo a che fare con esemplari unici ma con elementi fabbricati a livello industriale. Si è quindi constatato che questo tipo

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di edifici risponde ad altri criteri, il che solleva diverse domande. Come tutelare edifici progettati e costruiti in modo variabile? Stiamo appunto lavorando per trovare delle risposte.

l’impiego di queste tecniche di costruzione. Infine, anche la varietà di sistemi adottati dagli architetti e dai costruttori svizzeri è molto interessante.

Come viene finanziato il gruppo di lavoro «Sistema e serie»? Barthel: In quanto associazione, il lavoro all’interno di ICOMOS viene svolto a titolo gratuito. I contributi propri stabiliti dagli statuti dell’associazione sono però lungi dall’essere sufficienti. Un progetto con simili ambizioni deve essere pensato più in grande. Abbiamo quindi cercato donatori e ottenuto un contributo dall’Ufficio federale della cultura, dalla Fondazione Göhner e dalla Fondazione per la conservazione del patrimonio di Berna, ai quali si aggiunge un sostegno previsto dell’Ufficio dei beni culturali del Canton Zurigo. Grazie e questi contributi e al nostro lavoro portiamo avanti il progetto.

Quali sono le figure chiave di questo tipo di architettura in Svizzera? Gratz: Sicuramente Fritz Haller, che si è avvicinato ai sistemi costruttivi durante la sua collaborazione con la ditta di costruzioni metalliche U. Schärer di Münsingen, dapprima lavorando solo con l’acciaio e poi affrontando la questione dei sistemi architettonici. I mobili USM Haller sono sistemi costruttivi su scala ridotta rinomati in tutto il mondo. Haller ha ottenuto una certa rinomanza internazionale occupandosi dei sistemi costruttivi anche a livello teorico e si è inoltrato persino nel campo della digitalizzazione. Altrettanto importante è l’architetto Fritz Stucky di Zugo, che con il sistema Variel è riuscito a conciliare successo imprenditoriale e qualità architettonica.

Sono coinvolte anche le università? Barthel: Naturalmente. Abbiamo organizzato un seminario di ricerca incentrato su questioni sociologiche al Politecnico di Zurigo (ETH Wohnforum/ETH CASE), mentre con l’Istituto IKE della Scuola universitaria di scienze applicate ZHAW a Winterthur abbiamo preparato e condotto un semestre di analisi e progettazione. Inoltre, lo scorso semestre, gli studenti di Storia dell’architettura e di Conservazione dei monumenti all’Università di Berna hanno gettato le basi per la creazione di un inventario. Questa cooperazione è intesa altresì come una sorta di missione educativa. Magari qualche studente, a un certo punto della sua carriera professionale, si troverà a lavorare con i sistemi costruttivi. Chi saranno i fruitori di questo inventario: architetti, uffici tecnici, committenti? Barthel: In primo luogo loro, ma non solo. È prevista anche una pubblicazione in cui saranno classificati e presentati nel dettaglio gli edifici più importanti, mentre gli altri duecento saranno elencati in maniera schematica. Stiamo inoltre pensando a una banca dati accessibile al pubblico. Tutto ciò potrà servire come base per la conservazione dei monumenti nei vari Cantoni. Il titolo Sistemi costruttivi svizzeri tra utopia sociale, esigenze di utilizzo e conservazione dei monumenti suona piuttosto accademico… Barthel: Vogliamo scoprire se esiste un sistema costruttivo specificamente svizzero. In questo tipo di costruzioni è sempre presente un elemento di «utopia sociale». Quale idea di società sta alla base di questi sistemi costruttivi? Riguardo alle «esigenze di utilizzo» si tratta di capire in che modo questi edifici possano essere adattati ai bisogni attuali senza perdere il proprio carattere peculiare. Infine, con la «conservazione dei monumenti» affrontiamo le questioni di ordine urbanistico, sociale e storico-architettonico, chiedendoci quali oggetti vadano catalogati in inventario e per quali ragioni. Il vostro gruppo di lavoro si occupa solo di edifici svizzeri. Si tratta di una decisione di ordine esclusivamente pratico? Gratz: È una scelta dettata prima di tutto dal fatto che viviamo qui. Inoltre, il campione svizzero è di un’estensione gestibile, a differenza della Germania o della Francia, dove la ricostruzione postbellica è stata in larga misura condotta attraverso

Quando in Svizzera si parla di sistemi costruttivi il pensiero va subito agli edifici realizzati da Ernst Göhner, che negli anni Settanta furono però oggetto di numerose critiche. Barthel: Queste critiche sono acqua passata. Oggi al contrario notiamo che i sistemi costruttivi sono generalmente bene accolti. Prendiamo ad esempio l’insediamento di Langgrüt a Zurigo Albisrieden: si tratta di condomini immersi nel verde, che hanno raggiunto ormai prezzi proibitivi. Oppure l’insediamento di Sonnhalde a Adlikon nei pressi di Zurigo, che nel frattempo è stato valutato come meritevole di conservazione a livello cantonale. Ad ogni modo, film di critica come Die grünen Kinder o Göhnerswil rimangono oggi documenti chiave per la comprensione della nostra storia. Esistono molte differenze tra le diverse regioni svizzere? Gratz: Non molte. In generale si può dire che gli edifici di questo tipo si trovano soprattutto nelle regioni urbanizzate, il che è dovuto agli attori economici. Göhner, per esempio, ha costruito quasi esclusivamente nell’agglomerato di Zurigo. Il trasporto degli elementi prefabbricati su lunghe distanze avrebbe infatti avuto ripercussioni sui costi. Qual è oggi il ruolo dei sistemi costruttivi in Svizzera? Barthel: Un ruolo piuttosto importante. Nei concorsi per i grandi progetti il ricorso al prefabbricato è talvolta persino una condizione, per garantire la rapidità e l’economicità. Gratz: Certo, lo spirito dei tempi è cambiato. Ma ciò che è stato sviluppato negli anni Sessanta è la base per l’edilizia strutturata e razionalizzata che vediamo oggi, specialmente per quanto riguarda le costruzioni in legno. È questa l’eredità di quella stagione di forte sviluppo urbanistico. Nel numero 3/2018 della rivista «Heimatschutz/Patrimoine» è stato pubblicato un appello per segnalare gli edifici realizzati con sistemi costruttivi. Quale riscontro ha ottenuto? Gratz: La risposta è stata buona, anche se per lo più sono stati segnalati oggetti di cui eravamo già a conoscenza. Ma l’importante è che siamo riusciti a iniziare un dialogo con la popolazione e questo è un fatto positivo. Ci vengono così segnalati gli edifici di rilevanza regionale e questo è molto importante per il nostro lavoro.

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Quando saranno disponibili la banca dati e la pubblicazione che avete progettato? Barthel: All’inizio del 2021. Ma questo non significherà la fine del progetto, perché la banca dati dovrà essere consultabile online e sarà aperta all’inserimento di nuove voci. Nel vostro lavoro di ricerca e documentazione vi siete imbattuti in qualche gioiello nascosto? Gratz: Certo, li scoprirete presto nella nostra pubblicazione! Lucia Gratz ha studiato architettura a Monaco di Baviera e Madrid e ha ottenuto un diploma post-laurea in conservazione dei monumenti al Politecnico di Zurigo. Lavora come architetto indipendente ed è assistente scientifica di progettazione e costruzione al Politecnico. André Barthel ha studiato architettura al Politecnico di Zurigo e lavora come consulente per l’edilizia all’Ufficio dei beni culturali di Zurigo, dove si occupa in particolare di opere architettoniche nel quartiere universitario di Zurigo. Lucia Gratz e André Barthel fanno parte del gruppo di lavoro ICOMOS «Sistema e serie».

→ www.system-serie.ch

LA VECCHIA MENSA DELLA SAURER AD ARBON TG  10

Sistema sì, ma con qualità architettonica L’edificio costruito ad Arbon nel 1945 con elementi prefabbricati in Durisol è a prima vista piuttosto ordinario. Eppure, dopo essere stato utilizzato per decenni come mensa per la ditta Saurer, è stato di recente trasformato in un albergo. Felicitas Meile, lic. phil., addetta all’inventario presso l’ufficio dei beni culturali del Canton Turgovia

A lungo usato come mensa della ditta Saurer di Arbon, poi riconvertito a scopi turistici e ribattezzato Hotel Wunderbar, questo edificio è oggi arredato con tocco artistico ed è diventato un luogo di ritrovo per aperitivi o concerti. Benché si tratti di uno stabile a prima vista poco appariscente, ha negli ultimi anni attirato su di sé una certa attenzione, in quanto il sistema di costruzione con elementi prefabbricati che lo contraddistingue non manca di qualità architettonica. Una mensa aziendale sul lago L’edificio oblungo di un piano con copertura a quattro spioventi sorge in un piccolo spazio verde a pochi passi dalla riva del Lago di Costanza. La Saurer lo fece costruire come mensa aziendale

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nel 1945 nella parte nord-occidentale della zona industriale di Arbon. Dei circa 3000 dipendenti che all’epoca lavoravano alla Saurer, diverse centinaia erano pendolari e avevano quindi bisogno di un luogo in cui ristorarsi a pranzo e durante le pause tra i turni di lavoro. Il prefabbricato fu progettato dai rinomati architetti zurighesi Georges-Pierre Dubois (1911-1983) e Jakob Eschenmoser (1908-1993) su uno degli ultimi terreni liberi sul lago, dove il poco spazio disponibile rese necessario persino un interramento della riva. Il sistema di costruzione La struttura a tralicci di legno con gli interstizi coperti da lastre standardizzate di Durisol si regge su un basamento di calcestruzzo. Le facciate sono formate da un armonioso alternarsi di sezioni larghe – alcune dotate di finestre, altre completamente in Durisol – e sezioni più strette. Le lastre sono fissate mediante listelli profilati sporgenti e le rispettive fughe sono sigillate con feltro catramato. Il loro posizionamento verticale caratterizza la struttura delle facciate. La verniciatura grigio chiaro dei listelli si intona con quella bianco discreto del rivestimento in cemento che protegge le lastre di Durisol dalle intemperie e con quella di un grigio più scuro dei montanti e delle travi. La copertura in tegole leggere a incastro Ludowici è così efficace da rendere superflua l’aggiunta di materiale impermeabilizzante. All’interno, la struttura portante è contraddistinta da particolari pilastri a V, dalla listellatura del tetto, dalle placche del soffitto e delle pareti. Nella parte inferiore della capriata sono fissati speciali pannelli autoportanti di oltre due metri. Il pavimento in tavole di faggio poggia su una struttura con una gettata di livellamento. Il Durisol Il Durisol è un materiale a base di truciolato di legno mineralizzato legato con cemento e pressato in lastre di dimensioni standard. Questa particolare miscela, presente sul mercato svizzero dal 1938, lo rende al contempo leggero, stabile e resistente. Durante la Seconda guerra mondiale i metalli scarseggiavano e lo Stato incentivò l’uso di materiali da costruzione alternativi. Il successo dei pannelli in Durisol, rispetto a quelli in truciolato classici, fu determinato dal fatto che i primi venivano prodotti con scarti ed erano smontabili. Gli spigoli sui lati lunghi delle lastre prefabbricate sono profilati con una scanalatura che ne consente il montaggio a incastro. Per tappare le fughe, si utilizzano materiali diversi a seconda del caso: strisce di feltro se si prevedono modifiche future al progetto, malta per una struttura definitiva. In forma granulare il Durisol può essere impiegato come materiale di livellamento per i fondi di posa dei pavimenti oppure steso sui pannelli del soffitto per migliorarne l’isolamento. Se la struttura statica e il tetto vengono montati prima, le lastre possono essere sistemate con qualsiasi tempo senza bagnarsi. Gli elementi industriali prefabbricati in architettura L’impiego di elementi standardizzati impone dimensioni e proporzioni precise. In particolare le dimensioni delle finestre e delle porte, le distanze tra i montanti e l’altezza della soletta sono determinate dalle misure delle lastre del sistema Durisol. Già nel 1943 l’architetto e artista Max Bill (1908-1994) aveva lodato l’effetto architettonico dell’accostamento di elementi in Du-


risol intonacato e strutture in legno. Tuttavia, l’impiego in serie di componenti di grandezza prestabilita può dare all’edificio l’aspetto di un capannone. È forse proprio per questo che nel 1944 l’amministrazione locale raccomandò che almeno il lato verso il lago venisse progettato con un aspetto più aggraziato. Per definire le misure delle facciate della mensa di Arbon gli architetti Dubois e Eschenmoser si basarono sul mobilio del refettorio e sulle dimensioni degli elementi di Durisol. Al fine di evitare la monotonia dovuta alla ripetitività e di ottenere così un edificio dall’architettura interessante, esaminarono le varie possibilità e limitazioni di questo metodo di costruzione. Il giardino Le qualità architettoniche dell’ex mensa sono valorizzate dallo spazio circostante, che è stato progettato con cura e separa l’edificio da quelli che erano gli stabili industriali. Eugen Fritz (1910-1997), architetto paesaggista zurighese, volle creare un giardino in cui i dipendenti della fabbrica potessero rilassarsi. Ancora oggi gli ospiti dell’albergo possono apprezzare alcune tracce di quello che fu un tipico giardino industriale, come per esempio lo spiazzo cinto da un muretto o il sentiero di lastre poligonali che serpeggia sul prato e conduce all’ombra di alberi e cespugli. Un progetto per il benessere degli operai Il piccolo giardino e l’edificio compatto sulla bella riva del lago infondono una sensazione di pace. Le strutture destinate a determinate prestazioni a beneficio degli operai corrispondono a una tipologia architettonica precisa dell’epoca industriale, per la quale in tedesco esiste persino un termine specifico: Wohlfahrtsgebäude. La scelta di costruire con lastre di Durisol si è dimostrata felice per più ragioni. Innanzitutto ha consentito di realizzare in modo rapido ed economico un edificio solido su un suolo instabile perché ottenuto dall’interramento di un’area lacustre. Il metodo costruttivo ha inoltre lasciato aperta la possibilità di traslare lo stabile o di destinarlo in seguito ad altro scopo. Infine, questo edificio, per quanto prefabbricato, svela all’occhio attento un certo pregio architettonico. Grazie alla riconversione in struttura alberghiera, le sue qualità possono oggi essere osservate e apprezzate da chiunque. → Attualmente l’ex mensa della Saurer ad Arbon funziona come albergo ed è

quindi aperta a tutti gli ospiti dell’Hotel Wunderbar. È inoltre inclusa nella pubblicazione bilingue dell’Heimatschutz Die schönsten Hotels der Schweiz/ Les plus beaux hôtels de Suisse: www.hotel-wunderbar.ch.

IL «SYSTÈME HA» O «SYSTÈME HONEGGER AFRIQUE»  14

Coreografia di un cantiere Nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta, a Ginevra, la società Honegger frères costruì circa 400 palazzine per un totale di quasi 900 appartamenti. Queste cifre hanno a lungo messo in secondo piano qualsiasi altra considerazione. Da una decina d’anni

però, agli immobili Honegger viene finalmente riconosciuto anche un pregio architettonico. Si è stimato il loro valore di beni culturali e in alcuni casi sono stati applicati provvedimenti per tutelarli. Christian Bischoff, architetto, Ginevra

Fondata nel 1948, la Honegger frères era formata dai fratelli Jean-Jacques (1903–1985), responsabile dell’architettura, Pierre (1905–1992), che gestiva gli aspetti tecnici, e Robert (1907–1974), che si occupava dei cantieri. I due fratelli maggiori erano ingegneri meccanici formati alla Scuola d’ingegneria dell’Università di Losanna, quella che nel 1969 sarebbe diventata l’EPFL, il Politecnico federale. Soltanto Robert, il più giovane, aveva studiato architettura alla Scuola di belle arti di Ginevra. Nel 1967, con l’arrivo della nuova generazione, la ragione sociale diventò Honegger frères, Schmitt & Cie. In realtà però l’attività della famiglia Honegger in questo settore risale a molto tempo prima. Già il padre, Henri Honegger (1878-1949), fu un uomo d’affari molto attivo nel settore edile nella Ginevra d’inizio secolo. A partire dagli anni Trenta, cominciarono a farsi notare anche i figli, specialmente Jean-Jacques. Insieme all’architetto Louis Vincent e al fratello in qualità di ingegnere, fu autore di alcuni dei rari esempi del Movimento Moderno a Ginevra: le due palazzine in Avenue Théodore-Weber (1930-1932) e le villette Les Ailes (1932) e Vincent (1932-1933). Divenuti gli amministratori della società immobiliare Riant-Parc, fondata nel 1912 dal padre, i due fratelli progettarono anche gli splendidi condomini ai numeri 53-57 di Route de Frontenex, i primi edifici su pilotis di Ginevra. La famiglia Honegger non lasciò la scena edilizia ginevrina con il ritiro dagli affari della generazione dei fondatori: i discendenti proseguirono l’attività fino al 2008, con una fase particolarmente intensa tra gli anni Settanta e Ottanta. La creazione di un modello architettonico Gli anni Cinquanta e Sessanta furono il periodo in cui i tre fratelli crearono il proprio modello architettonico, l’edificio residenziale «Honegger frères» ben noto ai ginevrini: alti rettangoli verticali in cui si aprono generose logge e in cima un tetto piatto sporgente. Queste inconfondibili strutture verticali caratterizzano gli immobili di imponenti caseggiati situati in periferia, come quello di Balexert a Vernier (704 appartamenti, 1957-1962) o la Cité Caroll a Lancy (1048 appartamenti, 19581966), ma anche in prossimità del centro, come la Cité d’Aïre (340 appartamenti, 1960-1963) e la Cité Carl-Vogt (445 appartamenti, 1960-1964). In diversi quartieri di Ginevra – Acacias, Champel, Eaux-Vives – singole palazzine si ergono invece come citazioni di quei grandi complessi edilizi, per esempio tra Rue des Rois e Rue du Diorama (76 appartamenti, 1960-1962) o Les Tilleuls a Saint-Jean (48 appartamenti, 1961-1963). Questi edifici risalenti a un’epoca matura del lavoro degli Honegger non

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sorsero all’improvviso, ma furono il frutto di una lenta evoluzione. Dopo i primi immobili costruiti all’inizio degli anni Trenta in Avenue Théodore-Weber, i fratelli fecero tesoro di diverse esperienze, confermando di volta in volta l’una o l’altra caratteristica tecnica o formale del sistema. Il risultato dell’edificio tipo a cui giunsero nel corso del tempo è quindi l’esito di un’accumulazione di conoscenze rara in ambito architettonico, un aspetto messo in evidenza da uno studio accademico diretto da Franz Graf e poi dal libro Honegger frères, architectes et constructeurs 1930-1969. De la production au patrimoine. In questa evoluzione svolgerà un ruolo centrale anche l’avventura marocchina che la società Honegger frères intraprenderà dal 1949. Casablanca Dopo la guerra, gli affari a Ginevra stentavano a risollevarsi e così i fratelli Honegger aprirono un ufficio a Casablanca, dove svilupparono un metodo di prefabbricazione leggero e pragmatico con cemento armato, che permette di realizzare solette e facciate a costi contenuti. Nel 1951 Pierre Honegger depositò in Svizzera due brevetti presso l’Ufficio federale della proprietà intellettuale: uno per le lastre a cassettoni, l’altro per i muri delle facciate. Utilizzato per la prima volta a Ginevra nel 1954, questo metodo di costruzione battezzato «système HA» o «système Honegger Afrique» è associato a un sistema di coordinamento modulare chiamato «norme Maroc», basato su una griglia di quadrati di 60 centimetri che determina i piani standard delle abitazioni. La combinazione dei due sistemi è alquanto versatile e può essere applicata o ogni sorta di progetto. Questo sistema conferisce all’architettura dei fratelli Honegger una chiara identità formale. I cassettoni che caratterizzano le lastre, di indubbia forza plastica, sono visibili sul lato inferiore delle pensiline, dei terrazzi e delle gronde. I componenti standardizzati delle facciate, ideati per sovrapporsi come tegole e garantire così l’impermeabilità, formano un motivo in rilievo discreto ed elegante. Tuttavia, l’aspetto caratteristico delle palazzine Honegger frères non è dovuto soltanto ai sistemi e ai dettagli di costruzione, ma anche a determinate scelte urbanistiche e architettoniche. Il risultato è una morfologia specifica: rettangoli di otto piani che si ergono sopra il pianterreno, facciate scandite dal ritmo regolare delle logge e degli infissi della tromba delle scale, e tetto piatto sporgente. Un dettaglio che salta sempre all’occhio e che rimanda ai quadrati della trama modulare è costituito dai parapetti delle logge (i quali formano una sorta di vano supplementare), fatti di elementi prefabbricati perforati con un motivo a celle quadrate. Jean-Jacques Honegger, un uomo dai molti talenti, all’inizio degli anni Cinquanta si appassionò anche di cinema. In Marocco realizzò tre documentari, uno dei quali si intitola Honegger Afrique construit («La Honegger Afrique costruisce», 1954, prodotto da Jean Rose). Si tratta di un cortometraggio di venti minuti in cui si presenta il sistema costruttivo elaborato a Casablanca, che all’epoca cominciava a essere utilizzato a Ginevra. Il processo di costruzione viene spiegato in ogni sua fase dal susseguirsi di immagini del cantiere ritmate al suono delle percussioni: la fabbricazione dei cassettoni in cemento, il montaggio della puntellatura standardizzata, la posa dei cassettoni separati da assi e listelli, la preparazione dell’armatura delle nervature tra i cassettoni, il getto e la vibratura del cemento, per poi ricominciare daccapo al piano successivo. La voce narrante spiega che in pa-

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rallelo, in officina, vengono preparati gli elementi in calcestruzzo di alta qualità per le facciate. La procedura è la stessa che per i cassettoni: si lubrifica lo stampo, lo si riempie e si posa l’armatura, poi si procede a vibrare con grande intensità un cemento preparato e miscelato con cura. Subito dopo la vibratura, con una semplice operazione di capovolgimento dello stampo, gli elementi vengono sformati, fatti indurire durante la notte e infine esaminati. Alla correzione degli eventuali difetti segue lo stoccaggio ordinato in magazzino. La costruzione delle facciate è spiegata nella stessa maniera, descrivendo tutte le fasi: dalla fabbricazione all’assemblaggio degli elementi. Con la colonna sonora scelta, Jean-Jacques Honegger sembra voler mostrare uno spettacolo fatto di un susseguirsi di gesti regolati come in un balletto. «Vi sembra un gioco da bambini?», dice la voce fuori campo: «Per arrivare a questo risultato ci sono voluti mesi di esperienza, di duro lavoro, di studi sugli stampi, sui lubrificanti, sulle qualità degli aggregati cementizi, sulla preparazione della malta e sulla formazione delle squadre di lavoro».

PADIGLIONI SCOLASTICI VARIEL DELLA SERIE «PROGRAMM 63»  18

In attesa di un meritato riconoscimento I padiglioni scolastici Variel sono un ottimo esempio dell’architettura industrializzata del secondo dopoguerra. Oggi si pone la questione di come preservare gli esemplari ancora esistenti. A Winterthur-Wallrüti ZH è rimasto un gruppo di padiglioni la cui vita è stata allungata di altri cinque anni. Ma che ne sarà dopo? Lucia Gratz, architetta, Zurigo

Dopo oltre mezzo secolo di onorato servizio, la patina del tempo e l’usura hanno lasciato segni evidenti. Per il resto poco o nulla è cambiato dei tre edifici Variel della scuola di Wallrüti, tuttora molto apprezzati sia dai docenti, a cui piace insegnare in un’atmosfera da piccola scuola, sia dall’amministrazione, in quanto sono stabili di facile manutenzione. In tutti questi anni il Comune di Winterthur non ha mai rimesso in discussione il loro statuto di soluzione provvisoria. Eppure i padiglioni costruiti al margine nord della città hanno resistito per decenni.


Nel frattempo, poco lontano, è sorto un «vero» stabile scolastico, il quale invece, ironia della sorte, dovrà ora essere demolito per far posto a un nuovo edificio che ha fatto parecchio discutere. E che ne sarà dei padiglioni Variel? Roland Jelinek, responsabile di progetto per conto del Comune, spiega che, dopo il ritocco di quest’autunno, rimarranno in servizio altri cinque anni come scuola per piccoli gruppi. Ma nessuno sa che cosa accadrà in seguito. L’evoluzione di un sistema di costruzione Come per altre strutture realizzate tra i primi anni Sessanta e la fine degli anni Settanta assemblando gli elementi usciti dalla fabbrica Variel di Auw AR, anche il futuro di questi padiglioni è incerto. Finora sono stati risparmiati solo a causa del grande fabbisogno di spazi scolastici. Anche quando gli architetti Fritz Stucky e Rudolf Meuli di Zugo svilupparono il sistema di costruzione con elementi prefabbricati Variel le scuole necessitavano di nuovi spazi. Da un prototipo è nato il «Programm 58», che dalla fine degli anni Cinquanta è servito soprattutto per costruire scuole, asili ed edifici di servizio. Gli elementi in legno e acciaio venivano prodotti da varie ditte nei dintorni di Zugo. Nel 1962 i due architetti applicarono l’esperienza accumulata nella produzione e nei sistemi razionalizzati di assemblaggio al proprio stabilimento ad Auw. In linea con lo spirito di quel periodo, la nuova azienda, battezzata Elcon, mirava alla produzione industriale. Già nei primi anni, Stucky e Meuli cominciarono a vendere le licenze per la produzione di elementi modulari Variel anche all’estero. A quei tempi, l’edilizia industriale era associata soprattutto ai poco estetici capannoni, per cui anche i prefabbricati Variel godevano di scarsa reputazione rispetto alle case costruite in modo convenzionale. Per questo con il «Programm 63» Stucky passò a un metodo di costruzione che combinava l’uso di calcestruzzo e di acciaio. Questo sistema più elaborato introdotto nel 1963 prometteva un alto potenziale in termini di spazio grazie alla libertà di combinazione degli elementi e alle innumerevoli possibilità di utilizzo. L’unico limite era dettato dall’altezza: si poteva costruire su un piano soltanto. Questo aspetto fu migliorato due anni dopo, con un’ulteriore elaborazione: il «Beton-Standard-Programm». Nonostante la versatilità del sistema, con la serie «Programm 63» vennero però realizzati in prima linea prefabbricati scolastici. L’aspetto racconta il metodo di costruzione Il Comune di Winterthur commissionò alla Elcon due padiglioni costituiti da nove moduli prefabbricati del tipo «scuola con due classi» nel 1964, poi altri due nel 1969. I primi due furono disposti in fila, ma ad altezze leggermente diverse, lungo Stofflerenweg. Nella tappa successiva vi si aggiunsero, separati l’uno dall’altro, il terzo e il quarto. Il tutto forma un complesso a U con al centro un cortile asfaltato. Se potessero parlare, questi moduli ci racconterebbero forse della loro nascita, sempre nove per volta sulla linea di produzione della fabbrica: distese su cuscinetti a rullo, giacevano le lastre nervate di calcestruzzo precompresso, che venivano poi assemblate avvitando tra loro le estremità superiori attraverso telai in acciaio rinforzato agli angoli. Persino gli interni venivano assemblati in fabbrica, montando radiatori, finestre, porte e rifi-

nendo le superfici delle pareti e dei soffitti. In cantiere venivano preparate solo le fondamenta, poi un’autogrù procedeva con la posa dei prefabbricati. Oggi, attraversando gli stabili si possono notare i listelli montati a copertura dei giunti tra gli elementi prefabbricati. Questi formano un motivo che articola lo spazio interno. Dall’esterno i singoli elementi sono invece riconoscibili attraverso i telai formati da profili a U verniciati di rosso, che creano l’illusione ritmica di lesene, mentre le facciate, coperte ora con vetro ora con lamiere in alluminio finemente ondulate, rompono la monotonia della serie. L’effetto di rigido allineamento dà al complesso l’aspetto di un insieme coerente. Risultato di una progettazione non particolarmente curata dello spazio circostante, i grandi alberi, le cui corone sono nel corso del tempo cresciute sovrastando i padiglioni, contrastano in modo gradevole con il rigore della struttura. Valorizzare l’architettura prefabbricata Quando nel 2018 allo studio di architettura Walser Zumbrunn Wäckerli di Winterthur è stato commissionato un intervento di rimessa in sesto dei padiglioni, gli architetti non sapevano di trovarsi di fronte a un classico dei sistemi di costruzione prefabbricata. Su uno dei disegni contenuti nella domanda di costruzione risalente agli anni Sessanta si legge «Variel – Auw». Melanie Zumbrunn si è quindi rivolta al gruppo di lavoro «Sistema e serie» dell’ICOMOS per saperne di più. Si è così instaurato uno scambio proficuo tra la storia dell’architettura e i temi attuali legati alle esigenze di ammodernamento. Poiché l’investimento previsto per la ristrutturazione è modesto, anche gli interventi pianificati sono ridotti, ma questo va a tutto vantaggio della conservazione dello stato originale dei padiglioni. Si tratta quindi di dare una ripulita generale alle superfici, rimuovere le sostanze pericolose presenti nella pavimentazione, adeguare leggermente gli spazi e sostituire l’impianto di illuminazione. L’impermeabilizzazione dei tetti è già stata rinnovata nel 1982, quando si è provveduto a estendere le tettoie. Con questo intervento volto a migliorare la protezione dalle intemperie si è anche mitigato il rigore cubico che conferiva ai moduli il loro aspetto industriale. Benché i padiglioni Variel siano tutt’oggi apprezzati per la loro funzionalità, il riconoscimento del loro valore storico-architettonico non è ancora unanime. Se a Zugo si è già inserita nell’inventario cantonale un’abitazione realizzata con elementi Variel della serie «Beton-Standard-Programm», i padiglioni della scuola di Winterthur non beneficiano al momento di alcuna protezione in quanto beni culturali. Gli edifici della serie «Programm 63» oggi ancora esistenti sono ormai una rarità. Essi sono sì prefabbricati, ma certo non più dei prodotti di massa. Si tratta di testimonianze di un’epoca in cui i materiali da costruzione, anziché venire lavorati artigianalmente, erano commissionati all’industria. I padiglioni Variel avrebbero senz’altro molto da raccontare anche agli alunni della scuola Wallrüti, poiché risalgono a un tempo in cui con questo nuovo metodo di costruzione i loro nonni e bisnonni lasciarono un segno durevole nella società e nell’ambiente urbano.

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HEIMATSCHUTZ SVIZZERA IL MESSAGGIO SULLA CULTURA 2021-2024 E LA STRATEGIA SULLA CULTURA DELLA COSTRUZIONE  30

La necessità di un’apertura La posta messa in gioco con il Messaggio sulla cultura 2021-2024 del Consiglio federale è alta. Gli stanziamenti richiesti ammontano a ben 945 milioni di franchi, di cui più del dieci per cento andrebbe destinato all’ambito di promozione «Cultura della costruzione», finora denominato «Patrimonio culturale e monumenti storici». L’Heimatschutz accoglie con favore la chiara volontà del Consiglio federale di richiedere a tutti i dipartimenti una grande attenzione in questo ambito, ma si preoccupa per la lenta e graduale riduzione dei fondi che la Confederazione mette a disposizione dell’archeologia e della protezione dei monumenti. Stefan Kunz, Segretario generale dell’Heimatschutz Svizzera

Lo scorso gennaio, su invito del presidente della Confederazione Alain Berset, i ministri della cultura dei paesi europei si sono incontrati a Davos, dove alla vigilia del Forum economico mondiale (WEF) hanno approvato la dichiarazione Verso una cultura della costruzione di qualità per l’Europa. È stato un momento importante per consolidare a livello politico e strategico su scala europea il tema della cultura della costruzione, per quanto riguarda sia il patrimonio storico sia i progetti edilizi di oggi. È quindi ancora più sorprendente che tra il 1999 e il 2019 la Confederazione abbia ridotto da 35 a 20 milioni annui il proprio impegno finanziario nel campo della preservazione dei monumenti storici più preziosi del paese, una riduzione che corrisponde, al netto del rincaro, a un dimezzamento. Il Messaggio sulla cultura 2021-2024 è una chiara indicazione della volontà di continuare con questa lenta e graduale erosione delle risorse e ciò non può che preoccupare l’Heimatschutz Svizzera. La Strategia interdipartimentale sulla cultura della costruzione, strettamente legata al Messaggio sulla cultura, è uno strumento

IMPRESSUM I testi in italiano sono curati, adattati e a volte ridotti da Sándor Marazza 4/2019: 114mo anno Editore: Heimatschutz Svizzera (redazione: Peter Egli) Stampa: Stämpfli AG, 3001 Berna Grafica: Stillhart Konzept und Gestaltung, 8003 Zurigo Appare: a scadenza trimestrale Indirizzo: Redazione «Heimatschutz/Patrimoine» Villa Patumbah, Zollikerstrasse 128, 8008 Zurigo T. 044 254 57 00, redaktion@heimatschutz.ch ISSN 0017-9817

di apertura, perché include tutte le attività in campo edilizio della Confederazione, consente di valutarle sul piano della qualità e di adottare misure concrete per promuovere e diffondere la cultura edilizia contemporanea. L’entusiasmo che ha generato in seno ai dipartimenti è un buon segno e getta le basi per soluzioni orientate al futuro. Tuttavia, il suo successo dipenderà soprattutto dall’impegno finanziario che saranno disposti ad assumersi i vari uffici federali coinvolti. Leggendo con attenzione, si constata che la Strategia sulla cultura della costruzione è una strategia parziale, limitata all’edilizia contemporanea. Questo orientamento corrisponde del resto a quanto ha chiesto il Parlamento quando ha assegnato all’Ufficio federale della cultura l’incarico di elaborare una strategia interdipartimentale. Quale ruolo avrà in futuro la Confederazione nella salvaguardia dei monumenti storici e dei siti archeologici svizzeri, non è invece stato chiarito. Sembrerebbe infatti mancare una strategia basata su una visione ben decisa. Un progressivo disimpegno da parte della Confederazione Di fronte al crescente disinteresse della Confederazione nella preservazione del patrimonio edilizio e ai continui attacchi politici volti a indebolire la protezione degli insediamenti storici e dei monumenti (cfr. il «Commento» di questo numero), appare evidente l’urgenza di una strategia complessiva e lungimirante. È quindi indispensabile elaborare una strategia per il patrimonio edilizio storico che vada a completare quella rivolta alle opere contemporanee. Solo con l’unione delle due strategie sarà possibile raggiungere gli obiettivi della dichiarazione di Davos e solo così si potrà garantire l’apertura necessaria per trovare soluzioni sostenibili che tengano in considerazione il patrimonio architettonico storico. L’Heimatschutz Svizzera si impegna da decenni per la promozione di una cultura edilizia di qualità in grado di creare soluzioni al contempo orientate al futuro e rispettose delle testimonianze del passato. La protezione degli insediamenti storici e dei monumenti è imprescindibile per una cultura della costruzione contemporanea all’altezza delle ambizioni internazionali.

Un sì chiaro ma non incondizionato Le principali organizzazioni del settore – Heimatschutz Svizzera, FAS, SIA, FSAP, EspaceSuisse, CSSM, ASAI, Material-Archiv e S AM – si sono espresse congiuntamente approvando in linea di principio il Messaggio sulla cultura 2021-2024 e la Strategia sulla cultura della costruzione. È giusto e necessario mantenere una visione d’insieme delle attività della Confederazione in campo edilizio. Tuttavia, con le risorse finanziarie attualmente messe a disposizione non sarà possibile soddisfare queste aspettative elevate.

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Heimatschutz/Patrimoine 4-2019: Finestra  

L'edizione di «Heimatschutz/Patrimoine» contiene una finestra che propone in italiano gli articoli più importanti. Così facendo, riusciamo a...

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