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2 | 2019

HEIMATSCHUTZ PATRIMOINE

Finestra in lingua italiana

Alla scoperta del paesaggio

EDITORIALE

FORUM

Dolci frutti e spighe dorate

PAESAGGI ANTROPICI

Attraversando a piedi le regioni rurali della Svizzera e osservando con un poco di attenzione le bellezze e le particolarità di questi paesaggi così variati, ci si rende conto che si tratta di un patrimonio culturale in mutamento. Prati alpestri, selve castanili, stalle, stagni per le carpe e terrazzamenti ci ricordano l’ingegno e il duro lavoro delle generazioni passate che misero a frutto le risorse locali per nutrirsi e garantire la propria sussistenza. L’incontro di elementi naturali e culturali ha prodotto un’incredibile ricchezza di paesaggi, che rischia tuttavia di scomparire senza una corretta gestione e una cura consapevole. Il nostro rapporto con il paesaggio fa sorgere molte domande. Per farsi un’idea di tutto ciò, l’Heimatschutz Svizzera propone una serie di itinerari escursionistici raccolti nella pubblicazione Destinazione beni culturali 2 - Dolci frutti e spighe dorate. Invitiamo inoltre chi volesse agire contro la distruzione del nostro paesaggio e a favore della biodiversità a firmare la doppia iniziativa lanciata dall’Heimatschutz in collaborazione con altre organizzazioni ambientaliste. In questo numero della rivista vi presentiamo sia il nuovo opuscolo della collana Heimatschutz unterwegs/Destination patrimoine/Destinazione beni culturali sia la doppia iniziativa popolare. Trovate in allegato anche il rapporto annuale 2018, in cui passiamo in rassegna l’attività dell’Heimatschutz Svizzera durante l’anno scorso. Peter Egli, Redattore

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Quadri di vita umana Celle frigorifere arcaiche nella Val di Muggio, spettacolari sistemi di condotte idriche nel Vallese: sono testimonianze affascinanti dell’ingegno e del duro lavoro delle generazioni passate, che per garantire la propria sussistenza misero a frutto le risorse locali. Ma che significato hanno i paesaggi rurali tradizionali per noi oggi? Che valore attribuiamo loro? Come possiamo preservarli e garantirne il futuro? Françoise Krattinger, Heimatschutz Svizzera

Da quando l’umanità ha assunto un modo di vita sedentario, ha modellato il territorio in cui vive. Si possono capire molte cose di una società osservando il suo rapporto con il paesaggio. Non è però solo l’attività dell’uomo a modificare il paesaggio, ma anche la sua percezione dello stesso, anch’essa in continuo mutamento. I paesaggi modificati dall’uomo e le costruzioni che ne fanno parte rispecchiano le possibilità e i bisogni delle varie epoche. Nel corso dei secoli, l’interazione tra fattori naturali e culturali ha prodotto una grande ricchezza che oggi è parte del nostro patrimonio culturale. La Lista delle tradizioni viventi della Svizzera che l’Ufficio federale della cultura e gli enti cantonali preposti pubblicano dal 2012 comprende molte attività, come la costruzione dei muri a secco, la coltivazione


dei ciliegi nel Canton Zugo o ancora la gestione dei prati irrigui. Questa varietà è documentata anche dall’Inventario federale dei paesaggi, siti e monumenti naturali (IFP), che funge da base per la ponderazione degli interessi in gioco e definisce gli obiettivi di tutela per la salvaguardia dei più preziosi paesaggi del nostro paese. Capire i cambiamenti e parteciparvi I sempre maggiori cambiamenti strutturali nell’agricoltura ci mettono di fronte all’urgenza di rispondere alla domanda su come preservare e far continuare a vivere questo fragile patrimonio culturale. Come garantire lo sviluppo futuro dei paesaggi tradizionali evitando che spariscano o che si trasformino in mere scenografie senz’anima? L’agricoltura odierna deve produrre in modo diverso rispetto a un tempo e ciò mette sotto pressione le campagne: non solo si continua a costruire nelle aree urbanizzate, ma spesso anche in quelle rurali e fuori delle zone edificabili. Sta alla politica accompagnare questi mutamenti, affinché avvengano in maniera pianificata e coordinata. Tuttavia, attraverso le loro scelte, anche i consumatori influenzano questi sviluppi. Con le nostre azioni, abitudini di consumo e attività di svago contribuiamo a determinare quale sarà l’aspetto dei paesaggi svizzeri del futuro. Nel 1979, il sociologo Lucius Burckhardt disse che vedere un paesaggio nell’ambiente che ci circonda è un atto creativo della nostra mente. È proprio così, esercitiamo un influsso sul paesaggio già dal momento in cui lo osserviamo. Come si può infatti dare importanza a ciò che non si conosce? Le ventitré escursioni proposte nella nostra recente pubblicazione vi invitano a farvi un’idea della ricchezza, della bellezza, della varietà e dei tratti caratteristici dei vari tipi di paesaggio rurale del nostro paese. Non ci resta che augurarvi un’esperienza illuminante nel percorrere i nostri itinerari. → La pubblicazione Destinazione beni culturali 2 - Dolci frutti e spighe dorate può essere ordinata tramite la cartolina sul retro della rivista o su www.heimatschutz.ch/shop. Prezzo: CHF 28.- (membri Heimatschutz: CHF 18.-)

A COLLOQUIO CON GION A. CAMINADA  13

«Anche il vuoto ha il suo valore» Il suo lavoro negli anni Novanta ha lasciato il segno nel paesino di Vrin GR. Oggi l’architetto grigionese e professore all’ETH Gion A. Caminada è da tempo attivo in tutta la Svizzera e oltre. Eppure continua a tornare alle sue origini, interessandosi ai paesaggi antropici periferici. Marco Guetg, giornalista, Zurigo

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Facciamo chiarezza: che cosa intende per paesaggio antropico? Secondo la definizione corrente il paesaggio antropico consiste in una natura coltivata, con prati, campi e qua e là qualche villaggio. È una definizione corretta, ma che può rivelarsi limitante, in quanto si rivolge innanzitutto a ciò che c’era in passato, senza tener conto della realtà attuale. Io mi interesso al tempo presente. Per farlo cerco di analizzare tutti i fattori che nel corso di generazioni hanno modellato il nostro territorio e i nostri villaggi dando forma al paesaggio antropico. Quindi anche una stazione sciistica può essere considerata un paesaggio antropico? Certo, stazioni sciistiche che sono cresciute nel corso di anni formando un insieme coerente, sì. Sono l’espressione degli sviluppi che si sono prodotti nella seconda metà del XX secolo e che hanno segnato il nostro tempo. Nella mia definizione rientrano anche la rete stradale, i ponti e tutta l’infrastruttura che caratterizza il paesaggio e gli insediamenti. Parliamo comunque di interventi di una certa qualità, altrimenti non ha senso scomodare il concetto di paesaggio culturale o antropico. Ma storicamente l’impatto maggiore sul paesaggio l’ha avuto l’agricoltura. Indubbiamente. Sono stati i contadini a strappare alla natura ciò di cui avevano bisogno per assicurarsi la propria sussistenza. I cambiamenti strutturali nell’agricoltura hanno tuttavia provocato una forte cesura. Sono cambiati radicalmente non solo il paesaggio, ma anche il modo in cui la gente lo vive. Nel 2004, sulla rivista «Werk, Bauen + Wohnen», lei ha formulato alcune tesi e prospettive sulle regioni di montagna. In una di queste sosteneva che la periferia può avere un ruolo trainante. È ancora di questo avviso? Sì, ma solo a condizione che non si considerino le regioni di montagna da un punto di vista puramente economico, riducendole a un grande terreno incolto e improduttivo. Non è vero che dove non c’è nulla non c’è nulla. Anche il vuoto ha il suo valore, per esempio come oggetto di riflessione. Quando penso a questo, mi viene sempre in mente l’idea di un monastero come luogo in cui il vuoto prende forma. Proseguendo nella riflessione, giungo alla prospettiva del vuoto fuori dai centri urbani come fattore d’impulso. Mi rendo conto che non sto argomentando in termini di categorie economiche e che si tratta di astrazioni, ma sono astrazioni con cui bisogna confrontarsi. E a livello concreto come si traduce questo approccio? Un economista e un cacciatore camminano in un’area remota in mezzo alle montagne. L’economista dice: «Questa zona


non ha nessun potenziale!». Al che il cacciatore replica: «Non è vero! Qui è pieno di cervi. È una zona con molto potenziale!». Questa storiella ci permette di trarre due conclusioni: innanzitutto che il potenziale dipende anche dagli interessi e poi che la nostra comprensione del mondo si riduce spesso a un singolo aspetto. Il filosofo Karl Jaspers ha sintetizzato questa dualità con una frase magnifica: «La verità comincia a due». In questo semestre, all’ETH stiamo lavorando traendo spunto da questo concetto di Jaspers. Studiamo il vuoto a Tgamanada, un paesino in fondo alla Val Lumnezia. Ci chiediamo, come fece Kant: «Che cosa posso sapere? Che cosa devo fare? Che cosa mi è lecito sperare? Che cos’è l’uomo?». Rispondendo a queste domande se ne creano di nuove: quale visione scaturisce da ciò e quale progetto concreto si potrebbe sviluppare? È un processo che riguarda anche quello che Jaspers chiama – è un parolone, lo so – «orientazione del mondo». Nel suo lavoro lei parla anche di «creare differenze». Che cosa intende? Non è la differenza nel senso di essere diversi, ma nel senso di rafforzare la propria autonomia. Io devo puntare su ciò che so fare meglio, chi mi sta di fronte deve avere fiducia nelle sue competenze. Ne risulta una differenza che rafforza. Che cosa significa questo per il paesaggio antropico nelle periferie? Io vorrei che nella periferia la politica gestisse le differenze in modo diverso da come si fa, per esempio, in città. Non bisogna farsi guidare da considerazioni meramente economiche. I Grigioni, per citare un caso, spendono milioni ogni anno per la rete viaria, anche se molti di questi investimenti non sono davvero indispensabili. La mia idea è di creare una lobby di altro genere nelle regioni di montagna, una lobby che sottolinei aspetti diversi e quindi spinga anche a investimenti diversi. Sarebbe a tutto vantaggio di determinati settori. Ma può funzionare solo se si instaura un’interrelazione tra la città e la montagna, se si accetta il principio che la montagna dipende dalla città e al contempo la città ha bisogno della montagna. In ambito turistico funziona bene. Perché la montagna diventa un mondo esotico che si contrappone alla città… Certo, bisogna vegliare a non scadere in un folclore kitsch e a non erigere chalet di dimensioni spropositate. Ma non dobbiamo essere ingenui: alla fine il turismo vive sempre di immagini idealizzate. Nell’articolo del 2004 che abbiamo menzionato, lei si schiera anche a favore di un approccio complessivo e autentico all’economia montana e alla cultura architettonica. Nel frattempo il concetto di «autentico» si è un po’ logorato. Non si può decidere di essere autentici. O lo si è o non lo si è. I nostri magnifici villaggi «autentici» si sono formati nel quadro di un processo organico. Sono opere d’arte! La gente aveva a disposizione solo i materiali locali e qualche semplice attrezzo. Oggi è possibile ricorrere a materiali da tutto il mondo. La periferia necessita quindi di decisioni diverse. Attraverso quali domande cerca soluzioni?

Partendo dalla seconda delle domande kantiane, «che cosa devo fare?», e la mia risposta è: utilizzo quello che trovo sul posto e cerco di trasformarlo insieme agli artigiani per raggiungere un risultato che mi soddisfi. In questo modo posso creare la differenza a livello locale. Non si tratta solo di realizzare un progetto appassionante: c’è anche un’importante componente sociale. Costruire è in definitiva un atto culturale a partire dal quale si creano relazioni. Lei vive e lavora nella piccola località grigionese di Vrin, in fondo alla Val Lumnezia. Non corre il rischio di isolarsi? Non si preoccupi! Anche chi vive in un luogo appartato deve sapere come funziona il mondo prima di agire. La natura e il clima non si fermano certo alle porte di Vrin. Lei insegna al Politecnico di Zurigo da vent’anni, nel corso dei quali c’è un tema che l’ha sempre accompagnata: la creazione di luoghi. Evidentemente ciò non significa il mero creare villaggi. Il modo in cui concepiamo la nozione di luogo comprende ogni sorta di elementi antropologici. Ma in fin dei conti l’obiettivo è quello di creare luoghi che tocchino l’animo delle persone. Anche loro modificano il paesaggio? Certo. Torniamo all’esempio della Val Lumnezia. Prima nella valle i comuni erano indipendenti, in seguito si sono aggregati in un comune unico. Bisogna ora chiedersi come migliorare la qualità della vita nelle singole frazioni. Ci siamo accorti che soprattutto gli anziani e le persone che non hanno una famiglia tendono a sentirsi molto sole. Ci vogliono nuove idee su come creare un vero senso di vicinato. Mi vengono in mente soprattutto le tavole calde in cui chiunque può andare a pranzare. Una tavola calda di paese che accoglie insieme persone sole e persone attive: è un’idea interessante e in effetti potrebbe aiutare a rafforzare i legami di vicinato. A questo punto all’architetto basta progettare una struttura adeguata… Questo solo in una seconda fase. Prima di tutto bisognerebbe sviluppare l’idea e assicurarsi che la gente del posto sia pronta a collaborare. Un esempio di successo lo abbiamo visto nel comune grigionese di Valendas, dove l’apertura di nuova locanda ha chiaramente portato a un miglioramento della qualità di vita del paese. Lei pensa a sé stesso soltanto come architetto e progettista o anche un po’ come psicologo o sociologo? No. Sono architetto. Semmai mi interessa l’interdisciplinarità, in cui trova applicazione l’essenza di ciascuna singola disciplina, tra cui anche l’autonomia dell’architettura. È per questo che ai suoi corsi all’ETH invita non solo architetti e progettisti, ma anche psicologi, teologi e recentemente persino un monaco? La forza di queste discipline dovrebbe travasarsi nel nostro lavoro. Parliamo, ci confrontiamo, cerchiamo e troviamo. Il risultato è una parte di tutto questo processo.

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Negli anni Novanta, nel suo comune lei ha attuato quello che è poi stato chiamato il «modello di Vrin». È per questo che nel 1998 il Premio Wakker dell’Heimatschutz Svizzera è stato assegnato proprio al Comune di Vrin. Quello che è successo allora oggi non sarebbe più possibile. Gli abitanti di Vrin non sono rimasti immuni agli influssi esterni e oggi non sono più autonomi come in quegli anni. Prima si confrontavano ancora soprattutto con la propria realtà. Ora hanno a disposizione migliaia di altre possibilità. Constato anche una certa indifferenza. Ci si dice che in fondo le cose funzionano anche senza dover perdersi in faticosi dibattiti. Pensando all’evoluzione dei paesaggi antropici fuori dai centri cittadini, non è certo un’analisi molto ottimista. No. I meccanismi sono mutati e le persone sono diventate più vulnerabili. Oggi, se si vuole cambiare qualcosa, bisogna agire in altro modo. Io però sono convinto che ogni tanto è necessario buttare un ceppo nel fuoco per farlo bruciare… Gion A. Caminada lavora a Vrin GR. È assurto a notorietà negli anni Novanta come principale ideatore del cosiddetto «modello di Vrin», che è valso all’omonimo Comune il Premio Wakker dell’Heimatschutz Svizzera nel 1998. Il lavoro di Caminada è stato insignito di diversi altri riconoscimenti. Nel 1998, Caminada è stato nominato professore assistente all’ETH e dal 2008 è professore associato di architettura e progettazione.

ARTE CULINARIA ED ECONOMIA RURALE  16

Alberi secolari e nuovi piaceri Alberi da frutta, noci e castagni sono stati a lungo un elemento caratteristico del territorio e hanno contribuito al patrimonio culinario svizzero. Quando hanno perso la loro utilità, sono scomparsi dal paesaggio e dalle fattorie. Oggi, riacquistano importanza grazie alla riscoperta delle specialità regionali, della cuisine du terroir ma anche per ragioni ecologiche. Paul Imhof, Autore della serie di libri Das kulinarische Erbe der Schweiz/ Patrimonio culinario svizzero

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Le colture a basso fusto sono meno dannose per le articolazioni e i legamenti dei raccoglitori di frutta, non li espongono a cadute dalle scale e consentono coltivazioni più concentrate per molti tipi di piante come ciliegi, prugni, meli e peri. A osservare questi frutteti moderni da una certa distanza, quasi non si nota la differenza tra alberi di mele o di pere. La razionalizzazione e l’industrializzazione hanno modificato l’immagine dell’agricoltura. Oggi un produttore cinematografico dovrebbero girare un bel po’ per il paese prima di riuscire a trovare una buona location per un film «alla Heidi». Un tempo, i pascoli e i prati vicino alle fattorie erano caratterizzati dagli alberi ad alto fusto, così come i cortili lo erano dagli orti e dagli arbusti di bacche, sovrastati ogni tanto dalla presenza di qualche tiglio, noce o quercia. Il progresso ha spazzato via quasi del tutto questi alberi imponenti e non solo a causa dei cambiamenti di destinazione del territorio. Nella prima metà del ventesimo secolo, la Confederazione decise di abbattere gli alberi da frutto ad alto fusto al fine di contrastare la piaga dell’alcolismo, la cosiddetta «Schnapspest». In seguito furono rimpiazzati da pratici alberi a basso fusto. Oggi, giardinieri e agricoltori sono invece invitati a riprendere la frutticoltura tradizionale, poiché si è capito che ogni albero ad alto fusto crea un suo piccolo universo di biodiversità. Il noce: una pianta versatile Il noce perse la sua funzione quando si iniziò a importare olio per lampade economico e poi, ancora di più, con l’elettrificazione del territorio, che raggiunse anche le regioni di montagna. Per quale ragione lasciare spazio a ingombranti alberi dove si potrebbero parcheggiare le macchine agricole? Oggi esistono sostituti per tutto ciò per cui una volta era indispensabile il noce, fatta naturalmente eccezione per i piaceri del palato procurati da prodotti come l’olio, il nocino, il gelato o la torta di noci. Il noce è però un albero che possiede molte altre proprietà, per esempio è capace di contrastare l’affollamento vegetale rilasciando sostanze in grado di inibire la crescita delle altre piante e di tenere lontani determinati animali. Se un’arvicola provasse a mordicchiarne una radice, il suo pasto sarebbe subito reso indigesto dal gusto sgradevole dei tannini e dello juglone, due sostanze molto amare che sono presenti in tutta la pianta, dalle radici alle foglie. Prima che l’industria agrochimica si dedicasse in grande stile all’annientamento degli insetti su larga scala, molti contadini si affidavano ai noci. Questi alberi venivano collocati nei pressi delle stalle e dei cumuli di letame e in questo modo si tenevano lontane le mosche. Anche i finimenti dei cavalli da lavoro venivano imbottiti di foglie di noce in modo da scacciare i tafani. Nel 1951 il censimento federale degli alberi da frutta contava mezzo milione di noci, quarant’anni più tardi ne erano rimasti 163 000. All’inizio del ventunesimo secolo è cominciata una lieve inversione di tendenza, quando le virtù del noce e dei suoi frutti sono tornate in auge, soprattutto nella forma dell’olio, che è un prodotto regionale di origine protetta. Ma dove si possono spremere le noci? Un tempo lungo i fiumi e i torrenti degli insediamenti c’erano mulini, frantoi e segherie. Oggi, i mulini sono quasi del tutto scomparsi. I pochi rimasti sono diventati musei e servono in prevalenza a scopo educativo. Dei quaranta frantoi che esistevano una volta nel


Canton Vaud, oggi è ancora in attività solo la Huilerie de Sévery ai piedi del Massiccio del Giura. Altri mulini storici sono gestiti da privati e messi in funzione solo di tanto in tanto. «Fino a dieci anni fa nessuno parlava di prodotti del terroir», raccontava nel 2006 il titolare della Huilerie, «mentre oggi fatichiamo quasi a tenere testa all’afflusso dei clienti». Negli ultimi vent’anni, diversi vecchi mulini sono stati restaurati. Alcuni, come il mulino di Vergeletto in Valle Onsernone, sono regolarmente in attività, altri funzionano come musei del territorio e all’occasione sono messi in funzione a scopo dimostrativo. L’Associazione Svizzera degli Amici dei Mulini (www.muehlenfreunde.ch) ne tiene un inventario: dei settemila mulini presenti un tempo nel paese, oggi ne rimangono circa trecento. La rinascita del castagno Anche il castagno è una pianta che non ama l’accalcamento e, come il noce, anche lui sta vivendo una rinascita. Il castagno è presente in tutti i climi della Svizzera, ma soprattutto nelle selve castanili del Ticino e delle valli meridionali dei Grigioni. Un tempo queste selve garantivano alla popolazione un alimento umile ma importante. Una buona raccolta di castagne forniva un’assicurazione sulla vita per sopravvivere all’inverno, racconta Martino Giovanettina in L’odore della brace spenta. Fino alla fine della Seconda guerra mondiale, durante la stagione fredda, il castagno provvedeva ancora a sfamare parecchie famiglie. Non si trattava però certo di un piacere, come testimonia Plinio Martini nel suo romanzo sull’emigrazione dalla Valle Maggia Il fondo del sacco: «D’autunno avevamo le castagne, e per tre mesi ci toccavano a colazione, desinare e cena». Quanto significativi fossero per il Sud della Svizzera questi frutti dal caratteristico involucro spinoso lo si può vedere all’interno della chiesa di Santa Maria del Castello a Mesocco, dove un ciclo di dodici affreschi del 1469, uno per ogni mese dell’anno, raffigura le attività legate alla produzione del cibo. Nell’affresco dedicato al mese di ottobre, un contadino percuote un castagno con un bastone mentre una contadina ne raccoglie i frutti da terra. Anche se durante l’inverno nelle città svizzere si vendono ancora le caldarroste, con l’arrivo del benessere economico i castagni hanno viepiù perso d’importanza. Le selve castanili, che una volta erano un tratto caratteristico del paesaggio agricolo insieme ai vigneti e ai pascoli con i muri a secco, sono state lentamente riassorbite dal bosco. Se nel 1920 in Ticino erano novemila gli ettari di castagni e nel Sud dei Grigioni settecento, oggi ne rimane solo una parte. Nel 2000 in Ticino se ne contavano infatti duemila ettari. Un’inversione di rotta Nel 1991, in occasione del settecentesimo anniversario della Confederazione, il Parlamento ha promosso la creazione del Fondo Svizzero per il Paesaggio FSP, a cui ha dato impulso anche la minaccia della scomparsa delle selve. Nel 1994, nel Malcantone è stato condotto un progetto pilota. Venti anni dopo i risultati sono incoraggianti: «Con oltre sessanta progetti, solo in Ticino sono stati recuperati circa 230 ettari di selve» (Bollettino FSP, marzo 2015). Nel 2006, nei centri di raccolta del Canton Ticino, sono state raccolte ben sessanta

tonnellate di castagne di circa cento varietà diverse. Stiamo assistendo a un’inversione di rotta. Le antiche specie arboree, che un tempo caratterizzavano il paesaggio, stanno vivendo una rinascita, grazie alle motivazioni ecologiche ma anche agli effetti della diffusione della cuisine du terroir. Si valorizza la molteplicità delle varietà fruttifere e l’importanza dell’albero ad alto fusto è riconosciuta come un pilastro della biodiversità. Frutti e piatti che per secoli erano stati parte integrante della cucina povera, hanno oggi tutt’altra considerazione e sono richiesti come specialità locali. Un esempio è quello della fiascia, un pane a base di farina di castagne e cereali. Oggi è diventata un prodotto esclusivo, ma un tempo era il pane dei poveri. Come osserva Martino Giovanettina: «Pochi tra quelli cui era destinato lo rimpiangono, mentre molti che non lo hanno mai o quasi mai mangiato lo apprezzano».

IL SENTIERO WALSER DEI GRIGIONI  20

Il successo di un sentiero escursionistico storicoculturale Attraverso ventitré tappe giornaliere, il Walserweg Graubünden conduce dalla Mesolcina fino a Brand, in Austria. Si tratta di un progetto dell’Associazione Walser dei Grigioni (Walservereinigung Graubünden, WVG), che propone in questo modo un itinerario rivolto al contempo a chi desidera saperne di più sui Walser e agli amanti delle escursioni in montagna. Ciascuna tappa conduce in una località in cui si possono incontrare gli abitanti del luogo e avvicinarsi alla loro cultura. Irene Schuler, geografa, Seewis Dorf

Il sentiero Walser dei Grigioni attraversa un paesaggio rurale in cui sono presenti numerose aziende biologiche. Percorrendo questo territorio a piedi si possono ancora osservare molte testimonianze della storia dell’agricoltura tradizionale. Tuttavia, a causa dei nuovi collegamenti stradali necessari all’economia alpestre e all’agricoltura odierne, non è stato facile pianificare questo itinerario escursionistico. Infatti, in parecchi punti gli antichi percorsi non fanno più parte della rete ufficiale di sentieri.

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Una combinazione di punti di vista Il sentiero Walser dei Grigioni rafforza l’identità dei Walser, poiché da un lato ne valorizza la cultura e il territorio, e dall’altro sensibilizza la popolazione locale al riguardo. Gli abitanti sono stati coinvolti nei lavori e questo ha contribuito in maniera determinante al successo del progetto. Per stabilire il percorso è stato utilizzato l’Inventario federale delle vie di comunicazione storiche della Svizzera (IVS), cercando allo stesso tempo di tener conto il più possibile anche degli inventari federali IFP e ISOS. Il Cantone ha inoltre richiesto che l’itinerario passasse sui sentieri già esistenti. Un altro criterio è stato quello di permettere agli escursionisti di godere di scenari variati, immersi in una natura incontaminata. Valorizzare le vie di comunicazione storiche rendendole itinerari escursionistici è un’idea che a livello turistico ha un grande potenziale. I turisti si godono il paesaggio, ma, al contempo, osservando una determinata via possono interrogarsi sulla sua storia: fu costruita per accedere a un alpe? A una cava? Per i traffici commerciali? Chi la percorreva e in che modo? Dal punto di vista degli indigeni non è sempre scontato che si attribuisca maggiore importanza alla bellezza di un sentiero piuttosto che alla sua percorribilità con un passeggino o che gli escursionisti preferiscano superare un valico seguendo un sentiero storico quando oggi c’è la possibilità di usare una comoda strada asfaltata. La combinazione di punti di vista diversi favorisce la comprensione dei sentieri storici e ne rende possibile la realizzazione. Quando si progetta un tragitto così lungo, le caratteristiche del suolo sono cruciali. Una pavimentazione dura lungo alcuni tratti non è un problema grave per una gita di un giorno, ma nelle escursioni di più giorni un’alta proporzione di rivestimento non naturale del suolo riduce di molto l’attrattiva del percorso. Anche per questo motivo è bene che le vie di comunicazione storiche siano integrate nella rete di sentieri escursionistici. È inoltre bello ammirare il paesaggio antropico intatto in cui queste vie sono inserite e in qualche modo rivivere l’esperienza di chi le percorreva in passato. Una questione critica diventano allora i tratti di percorso asfaltati o lungo i grandi assi stradali esistenti. In quanto promotori del progetto siamo costantemente impegnati nel miglioramento del percorso in questi punti nevralgici. Il punto saliente della vecchia strada di Avers Un progetto faro per quanto riguarda l’integrazione di vie di comunicazione storiche nella rete escursionistica è quello della alte Averserstrasse (aASt), che coincide con il sentiero dei Walser nel tratto tra la gola della Rof la e Juf. L’associazione aASt, soprattutto grazie agli sforzi dell’ex forestale del circondario Oskar Hugentobler, si è impegnata a renderla accessibile agli escursionisti, sfruttando sapientemente le altre vie storiche, come per esempio le vecchie mulattiere, in modo da completare il percorso nei punti in cui si interrompeva. Il riscontro è stato positivo sia da parte degli escursionisti sia da parte di chi offre servizi nella valle, il che conferma il valore di questa strada dopo il suo ripristino e inserimento nella rete ufficiale dei sentieri. Oggi, quella della vecchia strada di Avers è una delle gite più apprezzate del cantone.

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Le ragioni del successo del sentiero Walser L’associazione responsabile del progetto ha instaurato forti legami nelle regioni attraversate dal sentiero. È chiaro che il successo di un itinerario dipende innanzitutto dalla bellezza dei luoghi, ma ci sono anche altri fattori. Nei villaggi in cui si fa tappa si sono realizzati progetti che promuovono la cooperazione, stimolano la creatività, creano valore aggiunto e consentono di conoscere meglio la realtà di chi vive in montagna. Particolarmente gradita è la possibilità di pernottare in piccole strutture gestite dalla gente del posto e di provare la cucina locale. Nelle tappe che comprendono il valico dei passi, la vegetazione muta via via che si superano i vari piani altitudinali, dal subalpino al nivale. Il lavoro di comunicazione prevede una sensibilizzazione ai valori culturali e naturali attraverso iniziative e manifestazioni che si svolgono nei paesini in cui si fa tappa. Per chi vuole approfondire le proprie conoscenze sui Walser c’è inoltre il libro dedicato al sentiero. Il successo dipende anche dai partenariati (con il settore alberghiero, gli autopostali, i musei ecc.), dal lavoro mediatico e dall’alta qualità delle offerte turistiche, che si possono prenotare sotto forma di pacchetti all inclusive. Dall’inaugurazione nel 2010 al 2018, la vendita di queste offerte prenotabili ha fruttato più di 720 000 franchi. Questa cifra non comprende l’indotto generato dai turisti che invece vengono per conto loro. È questa categoria che genera la maggior parte (l’80–90 per cento) del valore aggiunto. Un approccio complessivo per i nuovi sentieri Quando si valorizza lo spazio rurale nel suo insieme, come si è fatto per il sentiero Walser dei Grigioni, ci si rende conto che i sentieri non sono soltanto percorsi da seguire a piedi per spostarsi da un punto a un altro. Anche se l’offerta turistica destinata agli escursionisti deve incentrarsi sui sentieri, se si vuole puntare alla qualità occorre valorizzare anche gli elementi della cultura regionale, come gli edifici rurali, le vie di comunicazione storiche e le particolarità degli insediamenti tradizionali. Nell’esperienza escursionistica, il paesaggio va considerato nel suo insieme, includendo anche gli aspetti sociali: chi abita in questi luoghi? Come e di che cosa vivono gli abitanti? Un’escursione è quindi sempre anche un’occasione per conoscere il passato e il presente di una regione. Non da ultimo, ciò che spinge le persone ad andare in montagna sono le bellezze naturali, come le zone palustri, i boschi o le catene montuose. Il futuro di un turismo di montagna che porti benefici agli abitanti del luogo e alla natura sta proprio in questo approccio complessivo. I sentieri culturali attuali di ViaStoria Gli itinerari ViaStoria sono nati da un’idea del programma Itinerari culturali della Svizzera, che ha preso spunto dall’Inventario federale delle vie di comunicazione storiche della Svizzera IVS. Nel 2014 le attività del programma sono cessate, ma i sentieri storico-culturali basati sull’IVS sono tuttora esistenti. La più classica tra le proposte escursionistiche è l’insieme dei dodici percorsi nazionali, tra cui figura la ViaSpluga. Numerosi itinerari regionali, come il sentiero Walser dei Grigioni, e locali, come il sentiero Walser Safiental, portano su sentieri storici particolarmente maestosi. Percorrendoli si possono ammirare alcune delle regioni più belle della


Svizzera con i loro magnifici paesaggi, scoprire la storia regionale e provare le specialità gastronomiche locali. Questi itinerari continuano a esistere anche grazie al contributo di Pia Kugler e Peter Salzmann, che dal 2015 propongono escursioni guidate, con tanto di trasporto bagagli, lungo alcuni itinerari ViaStoria. La loro iniziativa sta riscontrando un notevole successo. Ciò è senz’altro dovuto al fatto che si tratta di due guide molto preparate, ma anche a un’astuzia: le tratte meno gradevoli, anche quando sono parte dell’IVS, vengono superate con i mezzi pubblici. L’Associazione Walser dei Grigioni • Fondata nel 1960, la Walservereinigung Graubünden (WVG) è un’associazione apolitica e aconfessionale. Oggi vi aderiscono 2200 soci individuali e 30 comuni grigionesi. La WVG si prefigge di custodire e promuovere l’identità Walser e la cultura alpina in senso lato. www.walserverein-gr.ch • Dieci anni del sentiero Walser dei Grigioni: gita da San Bernardino a St. Antönien per celebrare l’anniversario in compagnia degli abitanti della regione e manifestazioni nei vari paesi in collaborazione con gli enti culturali locali. Dall’1 al 22 agosto 2020. • Offerte prenotabili e maggiori informazioni (in tedesco): www.walserweg.ch • Il libro sul sentiero dei Walser (in tedesco): Irene Schuler, Walserweg Graubünden. In 23 Etappen vom Hinterrhein in den Rätikon, Rotpunktverlag Zürich, 2017. Con contributi di J. P. Anderegg, W. Bätzing, M. Bundi, T. Gadmer, F. Hitz, G. Jäger, J. P. Müller, A. Simmen

dino storico, con la sua antica villa, esistano ancora lo dobbiamo al Comune di Meyrin che, nel 1960, ha deciso di acquistare l’intera proprietà. Nel corso dell’ultimo decennio, con la realizzazione di importanti opere stradali, il perimetro del giardino era andato via via ridimensionandosi. Nel 2012, l’inaugurazione della nuova linea tranviaria aveva intaccato altro terreno, rimpicciolendo ulteriormente l’area verde. Per il Comune era chiaro che fosse giunto il momento di riconsiderare con uno sguardo nuovo tutta la proprietà. Sempre nel 2012 Meyrin ha dunque chiesto al Cantone di Ginevra che il sito fosse posto sotto protezione e nel contempo ha cercato nuove vie che permettessero di liberare il giardino della sua patina vetusta, trasformandolo in uno spazio vivace aperto a tutti. Dal 2015 il Comune di Meyrin ha messo in atto il suo piano, teso a regalare un nuovo futuro al giardino, oggi dichiarato monumento storico. Con il conferimento del premio, l’Heimatschutz Svizzera rende onore, in particolare, all’approccio esemplare con cui si è deciso di proteggere questo prezioso patrimonio botanico e architettonico. Consapevole del valore culturale che il giardino riveste, il Comune di Meyrin è riuscito a creare nuovi spazi di condivisione, di scambio e di formazione, per tutti gli abitanti del Comune. → L a cerimonia di assegnazione del Premio Schulthess per i giardini si è svol-

HEIMATSCHUTZ SVIZZERA PREMIO SCHULTHESS PER I GIARDINI 2019  30

ta a Meyrin il 18 maggio 2019.

L’Heimatschutz Svizzera assegna dal 1998 il Premio Schulthess a chi ha fornito prestazioni di prim’ordine nel campo della cultura paesaggistica. Possono essere premiati il lavoro di salvaguardia e cura dei giardini storici così come la realizzazione di nuove aree verdi di elevata qualità. Il premio è dotato di CHF 25 000. I munifici patrocinatori del premio sono i coniugi Georg e Marianne von Schulthess-Schweizer di Rheinfelden.

Un’oasi che rinasce nel cuore dell’agglomerato urbano L’Heimatschutz Svizzera conferisce al Giardino botanico alpino di Meyrin, nel Cantone di Ginevra, il premio Schulthess per i giardini 2019. A essere insignito della distinzione è il Comune, proprietario del giardino. Dal 2015 a questa parte, Meyrin ha infatti saputo, attraverso interventi accurati, trasformare lo spazio verde in un luogo di incontro animato e in un’oasi di pace, nel cuore dell’agglomerato urbano. Patrick Schoeck, Heimatschutz Svizzera

DOPPIA INIZIATIVA PER LA BIODIVERSITÀ E IL PAESAGGIO  34

Lanciata l’offensiva per la biodiversità e il paesaggio PER il futuro della nostra natura e del nostro paesaggio – CONTRO la cementificazione del nostro paesaggio: questo, in sintesi, il denominatore comune di una doppia iniziativa lanciata oggi a Berna da quattro grandi organizzazioni ambientaliste. Associazione promotrice «Sì alla natura, al paesaggio e al patrimonio edilizio»

Il Giardino botanico alpino è un’oasi verdeggiante nel bel mezzo dell’agglomerato ginevrino e fa da spartiacque al traffico urbano. Tra le cime dei suoi imponenti alberi si scorgono edifici multipiano e stabili commerciali. Il fatto che il giar-

2 | 2019   Finestra in lingua italiana  7


La natura in Svizzera non sta bene. Biotopi importanti come le zone golenali e le paludi sono a rischio di deterioramento o scomparsa, con la conseguente estinzione di specie animali e vegetali. Nonostante la situazione allarmante della biodiversità, a livello politico regna l’immobilismo. Lo stesso discorso vale per i paesaggi svizzeri e il patrimonio costruito. In questi campi si assiste a un progressivo allentamento delle vigenti disposizioni di protezione a vantaggio di interessi di utilizzazione unilaterali. Le evidenti conseguenze sono paesaggi cementificati e la scomparsa del patrimonio culturale architettonico. Pro Natura, BirdLife Svizzera, Heimatschutz Svizzera e la Fondazione per la tutela del paesaggio non intendono più assistere passivamente a questo scempio e lanciano quindi due iniziative – una per una maggiore biodiversità e per il paesaggio e una contro la cementificazione del paesaggio svizzero. La raccolta delle firme per entrambe le richieste popolari inizia oggi. Iniziativa biodiversità: per il futuro della nostra natura e del nostro paesaggio «Gli obiettivi nazionali e internazionali in materia di biodiversità non sono perseguiti con la necessaria urgenza, considerando che le risorse naturali a rischio costituiscono niente di meno che le nostre basi vitali» ha dichiarato Werner Müller, Direttore di BirdLife Svizzera, durante l’odierna conferenza stampa a Berna. L’iniziativa sulla biodiversità delle associazioni ambientaliste prevede che vengano salvaguardate sufficienti superfici e messi a disposizione i mezzi necessari per la natura e stabilisce nella Costituzione una migliore tutela del paesaggio e del patrimonio architettonico.

IMPRESSUM I testi in italiano sono curati, adattati e a volte ridotti da Sándor Marazza 2/2019: 114mo anno Editore: Heimatschutz Svizzera (redazione: Peter Egli) Stampa: Stämpfli AG, 3001 Berna Grafica: Stillhart Konzept und Gestaltung, 8003 Zurigo Appare: a scadenza trimestrale Indirizzo: Redazione «Heimatschutz/Patrimoine» Villa Patumbah, Zollikerstrasse 128, 8008 Zurigo T. 044 254 57 00, redaktion@heimatschutz.ch ISSN 0017-9817

Iniziativa paesaggio: contro la cementificazione del nostro paesaggio Adrian Schmid, Segretario generale dell’Heimatschutz Svizzera, si chiede cosa non va nella Berna federale: «Negli ultimi decenni, il Consiglio nazionale e il Consiglio degli Stati hanno adottato ulteriori e aggravanti misure di smantellamento per la protezione del patrimonio edilizio e del paesaggio culturale, anche al di fuori delle zone edificabili». Soltanto lo scorso anno, sono state edificate ben oltre 2000 nuove costruzioni al di fuori della zona edificabile. Di queste, 400 sono destinate all’abitazione. «Se non agiamo adesso, ben presto ogni metro quadrato del suolo svizzero sarà cementificato o coltivato in modo intensivo. Così non rimane più posto per una natura e un paesaggio diversificati», ha aggiunto Urs Leugger-Eggimann, Segretario centrale di Pro Natura. Anche il progetto per la seconda tappa della revisione della Legge sulla pianificazione del territorio (LPT 2) presentato dal Consiglio federale non contrasta con sufficiente vigore questa evoluzione. L’iniziativa per il paesaggio intende quindi stabilire nella Costituzione severe prescrizioni per quanto concerne la costruzione al di fuori delle zone edificabili. «In tal modo è garantito che la protezione del paesaggio non venga allentata a piacimento mediante interventi parlamentari», precisa Raimund Rodewald, Direttore della Fondazione per la tutela del paesaggio. → Informazioni dettagliate sulle due iniziative: www.biodiversita-paesaggio.ch e www.heimatschutz.ch/doppiainiziativa

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Heimatschutz/Patrimoine 2-2019: Finestra  

L'edizione di «Heimatschutz/Patrimoine» contiene una finestra che propone in italiano gli articoli più importanti. Così facendo, riusciamo a...

Heimatschutz/Patrimoine 2-2019: Finestra  

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