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1 | 2020

HEIMATSCHUTZ PATRIMOINE

Finestra in lingua italiana

Cultura della costruzione e paesaggio

EDITORIALE

TEMI D’AT TUALITÀ

«Che bel paesaggio!»

IL COMMENTO

Che cosa evoca nei nostri lettori il titolo del programma di eventi di quest’anno? Un frutteto attorno a una casa contadina, con l’erba verde e gli alberi di mele? Le specchio di un lago contornato da montagne innevate? Oppure una distesa di case attraversata da un dedalo di strade e incroci? Il paesaggio cambia continuamente, cosi come il nostro modo di percepirlo. A causa delle importanti trasformazioni che si sono verificate nella società e nell’economia, negli ultimi decenni tali cambiamenti sono stati più rapidi e profondi che mai. Questo ha avuto molte ripercussioni sulla natura, sul paesaggio e sul patrimonio culturale. Il tema dell’anno per il 2020, «Cultura della costruzione e paesaggio», vuole essere un invito a sviluppare un concetto moderno del paesaggio e degli insediamenti, in linea con la Legge federale sulla protezione della natura e del paesaggio. La domanda centrale è quale paesaggio vogliamo lasciare alle generazioni future. Con questo numero della rivista introduciamo il nostro tema dell’anno. In allegato si trova anche il programma, che presenta un centinaio eventi. Insieme ai nostri specialisti delle varie sezioni locali, il lettore sarà condotto alla scoperta della grande varietà architettonica e delle peculiarità dei differenti tipi di paesaggio. Infine, ma non meno importante e in coerenza con il tema dell’anno, in primavera sarà presentata la doppia iniziativa popolare per il paesaggio e la biodiversità, un progetto promosso da una larga coalizione di forze politiche e destinato a cambiare in meglio paesaggio e cultura architettonica. Nella speranza che il nostro comune impegno ci aiuti a salvaguardare un paese in cui valga la pena vivere, auguro a tutti una buona lettura. Stefan Kunz, Segretario generale di Patrimonio svizzero

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Paesaggio senza case storiche? Che cosa rende bello un paesaggio? Campi aperti, prati, boschi contornati da montagne? Magari con un lago da qualche parte in lontananza? Ciò che rende così belli i paesaggi nel cuore dell’Europa è la loro varietà in uno spazio relativamente ridotto. Non sarebbe un grande vantaggio se l’agricoltura di montagna venisse abbandonata e interi pendii finissero nuovamente ricoperti dal bosco. L’attività umana ha segnato il paesaggio. Che cosa sarebbero tutte le colline prealpine senza villaggi e insediamenti sparsi? Che cosa sarebbero il Toggenburgo o la campagna appenzellese senza le fattorie con le case, le stalle e i fienili lungo i pendii? Fa tutto parte del paesaggio che amiamo e che alimenta il turismo. Eppure questi paesaggi sono gravemente minacciati. Nel canton San Gallo gli insediamenti sparsi storici sono al centro di un vero e proprio boom edilizio. Molte fattorie antiche di secoli vengono rimpiazzate con edifici anonimi a una velocità impressionante. Se le vecchie case erano indissolubilmente legate al territorio, l’architettura dei nuovi edifici è invece la stessa che si trova ovunque. Purtroppo le autorità sostengono spesso questo tipo di sviluppo con sovvenzioni e concessioni facili, a tutto danno del paesaggio. Nessuno pretende che si rinunci alle comodità della vita moderna, anche perché la conservazione della sostanza architettonica tradizionale non richiede di solito simili rinunce. Conciliare questi aspetti è in un certo senso proprio la specialità degli esperti della protezione dei beni culturali. 
Perché esistono differenze così importanti tra le varie regioni? Un motivo determinante risiede nel diritto di ricorso delle associazioni. In alcuni cantoni, come in Appenzello interno ed esterno, non è mai esistito, mentre nel canton San Gallo la lobby degli impresari costruttori è riuscita ad ottenerne il «superamento». Laddove invece gli insediamenti sparsi sono stati inseriti, proprio come si è fatto per gli insediamenti storici con molti edifici catalogati, in un inventario per la loro tutela, la protezione del patrimonio paesaggistico funziona bene. Queste sono le premesse che consentono alle nostre sezioni di battersi.


Insieme alle organizzazioni ambientaliste, ci opponiamo ai progetti di costruzione al di fuori delle zone edificabili e contro la trasformazione indiscriminata delle stalle in case di vacanza. Altrettanto importante è però che cosa si vuole costruire (e demolire) al di fuori delle zone edificabili. Ed è proprio di questo che si occupa la protezione del patrimonio culturale.

no tuttavia ostili al progresso tecnico e al cambiamento in generale: senza la ferrovia, il telegrafo e il telefono non sarebbe stato pensabile creare in così poco tempo un’influente organizzazione nazionale sostenuta da 5000 membri. L’impulso iniziale venne soprattutto dalla preoccupazione per il futuro dei monumenti storici, delle meraviglie della natura e delle tradizioni culturali.

Martin Killias, Presidente di Patrimonio svizzero

FORUM UN IMPEGNO STORICO CON PROSPETTIVE PER IL FUTURO  6

Cultura della costruzione, paesaggio, patrimonio culturale Lo Schweizer Heimatschutz fu fondato nel 1905 per reagire al disagio causato dai drastici mutamenti che il territorio svizzero stava subendo all’epoca. Molti concetti di allora sono rimasti in uso fino ai giorni nostri. Ma proprio perché l’ambiente che ci circonda cambia in continuazione, il contenuto di questi termini tramandati deve essere ripetutamente aggiornato. Il tema dell’anno di Patrimonio svizzero per il 2020, «cultura della costruzione e paesaggio», è un invito alla ricerca di senso. Patrick Schoeck, Patrimonio svizzero

Quest’anno Patrimonio svizzero incentra le proprie attività sui paesaggi antropici, ossia sui rapporti tra cultura architettonica e paesaggio, sull’interazione tra natura e cambiamenti dovuti all’azione umana. Interessandosi a questo tema, Patrimonio svizzero si riallaccia a una storia cominciata oltre un secolo fa. La questione di come l’uomo e la società modificano e plasmano il territorio che li circonda risale agli albori della nostra organizzazione. Lo Schweizer Heimatschutz fu fondato nel 1905 in reazione allo sviluppo industriale e urbano che ha investito vaste aree del paese trasformandole radicalmente. In pochi decenni, i progressi della tecnica e il benessere economico avevano portato allo sbarramento di fiumi, alla costruzione di reti di trasporto per l’attraversamento delle montagne e, in alcune località, all’abbattimento delle ultime vestigia di cinte murarie medievali. La nuova organizzazione intendeva rappresentare coloro che si opponevano alla sfrenata e precipitosa metamorfosi di un territorio che stava diventando sempre meno familiare. Gli ambienti intellettuali che si riconoscevano in questo movimento non era-

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Un aggiornamento concettuale Concentrando le sue attività del 2020 sui temi del paesaggio e della cultura della costruzione, Patrimonio svizzero vuole anche riflettere su idee e concezioni formulate all’inizio del XX secolo in area germanofona, dov’è nata la nostra organizzazione. Termini come Heimatschutz (traducibile pressappoco con «protezione della patria»), Baukultur (cultura della costruzione), Lebensraum (spazio vitale) e heimatliches Landschafts- und Ortsbild (caratteristiche del paesaggio e aspetto degli abitati) risalgono proprio a quel periodo. Il significato e l’interpretazione di tali concetti sono però cambiati parecchie volte nel corso degli ultimi cent’anni. Nell’intervallo tra le due guerre si appropriarono di questo lessico anche le ideologie nazionalista e nazionalsocialista. Ciononostante, molti termini erano così radicati che si possono ancora trovare nel testo della Legge federale sulla protezione della natura e del paesaggio del 1966. Che cosa intenda oggi Patrimonio svizzero per Heimat (o per «caratteristiche del paesaggio e aspetto degli abitati», come recita la Legge sulla protezione della natura e del paesaggio), lo si capisce dal programma delle nostre attività previste per il 2020. Le sezioni cantonali invitano a percorrere i sentieri escursionistici che attraversano paesaggi protetti rimasti pressoché inalterati dai tempi della civiltà contadina. Il programma comprende però anche paesaggi contraddistinti dagli impianti idroelettrici, dai segni dell’industrializzazione e dall’attività edilizia del secondo dopoguerra. Scoprire nuovi valori La ricchezza e la varietà delle proposte del programma mostrano come oggi «le caratteristiche del paesaggio e l’aspetto degli abitati» siano in realtà qualcosa di dinamico e aperto. Dalle attività si capisce inoltre che i cambiamenti conducono anche a un’evoluzione del significato attribuito a un termine come Heimat, che designa il luogo in cui ci sentiamo a casa. Magari può sembrare strano che in un programma di attività dedicato al paesaggio siano contemplati luoghi come le zone industriali di Ginevra o le case popolari di Berna. E invece è del tutto logico e perfettamente in linea coi tempi voler cercare e scoprire gli elementi di pregio paesaggistico e architettonico anche e soprattutto in simili contesti. Oggi, infatti, oltre due terzi della popolazione svizzera vive in una delle cinque maggiori città del paese – Zurigo, Ginevra, Basilea, Berna, Losanna – o in uno degli altri agglomerati. Queste persone meritano come tutti che si riconosca il pregio delle caratteristiche dei luoghi in cui vivono e in cui si sentono a casa, e che queste caratteristiche siano protette e valorizzate secondo lo spirito della Legge sulla protezione della natura e del paesaggio. Cultura della costruzione e paesaggio Con questa interpretazione aggiornata del concetto di «caratteristiche del paesaggio e aspetto degli abitati», Patrimonio svizzero segue l’evoluzione internazionale. «Il paesaggio è ovunque»,


recita il messaggio centrale della Convenzione europea del paesaggio, ratificata dalla Confederazione nel 2013. La Convenzione definisce il paesaggio come una parte di territorio il cui carattere deriva dall’azione e dalla percezione delle popolazioni. I pregi e le qualità del paesaggio, che in quanto patrimonio naturale e culturale partecipa alla qualità della vita e allo sviluppo economico sostenibile, vanno considerati nel loro insieme. La Dichiarazione di Davos che il Consiglio federale ha presentato nel 2018, in occasione dell’Anno del patrimonio culturale, si attiene alla medesima prospettiva e sottolinea l’importanza della cultura per garantire la qualità dello spazio che abitiamo. Essa ci ricorda che costruire è sempre un atto culturale e rilancia la questione della responsabilità sociale e politica nei confronti dello spazio urbano. Questo non significa soltanto prendersi cura del patrimonio architettonico esistente, ma anche agire per creare un ambiente in cui ancora domani avremo voglia di vivere.

UNO SGUARDO SULLA NUOVA CPS

Non solo retorica È apprezzabile che negli ultimi anni la Confederazione si sia impegnata a livello europeo a favore dei valori della cultura della costruzione e del paesaggio. Non si può tuttavia negare la necessità di agire anche sul piano nazionale. Le autorità stesse sostengono che la metà degli habitat e un terzo delle specie del nostro paese sono a rischio. Questo è anche dovuto al fatto che tra il 1985 e il 2009 la superficie abitata fuori delle zone edificabili è aumentata di 18 600 ettari, un’area equivalente a quella delle città di Zurigo, Ginevra, Basilea e Berna. La responsabilità è almeno in parte da imputare alle Camere federali, che hanno minato la Legge sulla pianificazione del territorio agevolando l’edilizia fuori delle zone edificabili con ben 43 deroghe. Nella sua Strategia sulla cultura della costruzione, la Confederazione ha ammesso che la cultura della costruzione e la qualità della vita nelle aree abitate devono essere migliorate: «Oggi, nella gran parte dei progetti di costruzione in corso, si osserva una diminuzione della qualità. Gli aspetti tecnici e il profitto, calcolato a corto termine, sono spesso elementi a cui si conferisce maggiore importanza rispetto ai valori culturali, sociali ed economici che interessano il lungo periodo». Eppure se questo è vero, la colpa è proprio della Confederazione, che negli ultimi vent’anni ha quasi dimezzato il suo impegno finanziario a favore della conservazione dei beni culturali e della protezione dei siti caratteristici. Per promuovere e mantenere una cultura della costruzione di qualità e paesaggi di pregio, non basta la retorica: occorre agire. Insieme a numerose organizzazioni ambientaliste, Patrimonio svizzero ha lanciato due iniziative popolari per incoraggiare un cambio di rotta. Quella sul paesaggio è rivolta alla pianificazione del territorio e chiede un congelamento dell’area abitata fuori delle zone edificabili, che non vanno più sfruttate come se fossero terreni da costruzione a basso prezzo. Anche per la campagna aperta dovrà valere quanto vale già oggi per le zone abitative: in Svizzera le superfici edificate non devono più aumentare. L’«iniziativa biodiversità», invece, intende rafforzare la protezione della natura e del paesaggio, obbligando in ugual misura Confederazione e Cantoni a impegnarsi nel preservare gli elementi di pregio del paesaggio e della cultura architettonica. La consegna delle due iniziative, che avverrà in primavera, rilanciando il tema all’interno del dibattito politico costituirà un primo importante appuntamento di questo anno dedicato al paesaggio.

Matthias Stremlow dirige la Sezione Spazio rurale dell’Ufficio federale dell’ambiente (UFAM) che, a dispetto del nome, si occupa della politica svizzera del paesaggio nel suo insieme, dalla montagna alle città. Dopo oltre vent’anni dalla sua stesura nel 1997, la Concezione «Paesaggio svizzero» (CPS) deve essere aggiornata in modo da tenere conto delle nuove leggi e strategie federali. Sebbene già nella versione precedente il paesaggio fosse definito in senso allargato, questa è anche l’occasione di mettere maggiormente in pratica tale definizione: la vera novità consiste nel mettere in relazione il paesaggio con la pianificazione del territorio. Benché purtroppo sia spesso vista solo come uno strumento per la conservazione, la Legge sulla protezione della natura e del paesaggio serve anche a promuovere sviluppi positivi. Uno dei compiti di Stremlow e i dei suoi colleghi è infatti contribuire alla qualità della vita in Svizzera, assicurandosi che le politiche e gli interventi economici che influiscono sul territorio tengano il paesaggio in sufficiente considerazione. La Legge sulla pianificazione del territorio del 2013, invece, è volta a sgravare lo spazio non edificato dalla pressione cui è sottoposto, ma ciò si ripercuote anche sulle aree urbane, dove la gente desidera alberi, parchi e zone balneari. C’è poi la questione del clima, poiché gli spazi verdi aiutano a contrastare il surriscaldamento delle città. Stremlow osserva che negli ultimi decenni è emerso nella società un certo disagio di fronte all’azione livellatrice della globalizzazione. Oggi le persone desiderano un ritorno a un’identità regionale più forte. D’altronde le specificità dei nostri paesaggi sono un’espressione della pluralità elvetica di cui gli svizzeri vanno molto fieri. Ma per avere paesaggi di pregio è necessaria la partecipazione di tutta la società. La nuova CPS sostiene questa dinamica mostrando che cosa significa una gestione del paesaggio orientata alla qualità. Si tratta di un aspetto già presente nella CPS del 1997, un progetto allora unico nel suo genere in Europa e che ha fatto scuola, ma le qualità del paesaggio vi erano descritte in modo settoriale: traffico, turismo, agricoltura… Oggi c’è una visione più chiara del paesaggio come campo d’azione unitario. La CPS è il risultato di una collaborazione non solo con i vari dipartimenti federali, ma anche con le autorità cantonali e molti altri attori. La procedura di consultazione si è conclusa a metà settembre 2019 con reazioni molto positive e il Consiglio federale dovrebbe approvare il testo a breve.

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Pari trattamento per il patrimonio culturale e per quello naturale Matthias Stremlow dell’Ufficio federale dell’ambiente, ci presenta l’aggiornamento della Concezione «Paesaggio svizzero» di cui è responsabile. Marco Guetg, giornalista, Zurigo

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MAGALI BONARD, PATRIMONIO VALLESE ROMANDO  16

«Ho imparato a prendere posizione, con garbo ma fermamente» Da quasi cinque anni alla guida della sezione del Vallese romando di Patrimonio svizzero, Magali Bonard ci spiega la sua visione del patrimonio culturale e le sfide che incontra l’associazione in un Cantone in cui la tutela dei beni culturali e della natura non è sempre vista di buon occhio e dove a tutt’oggi non esiste il diritto di ricorso delle associazioni. Monique Keller, architetto e giornalista, Zurigo

Magali Bonard – o Magali Reichenbach, com’è nota presso chi l’ha conosciuta prima che riprendesse il cognome da nubile – sceglie come sfondo per la foto il convento dei cappuccini a Sion. Il recente restauro di questo antico edificio è stato premiato nel 2018 con il Clou rouge (il «chiodo rosso»). «È un progetto che simboleggia al contempo il rispetto per il patrimonio culturale e una grande apertura mentale nei confronti di un intervento decisamente moderno realizzato da Mirco Ravanne negli anni Sessanta», spiega la presidente della sezione locale di Patrimonio svizzero. All’epoca è stato uno scandalo. «Solo verso gli anni Ottanta la popolazione ha cominciato a capire la grande qualità di questa opera.» La sensibilizzazione e la comunicazione sono al centro del lavoro della sezione. Il Vallese è l’unico Cantone romando in cui le associazioni di difesa dei beni culturali e della natura non possono valersi del diritto di ricorso. «Questo ci mette in una posizione difficile. Riceviamo richieste di sostegno alle opposizioni, ma non possiamo intervenire.» Secondo Magali Bonard la sua sezione deve quindi concentrarsi soprattutto sul lavoro di mediazione, cercando di favorire un’immagine costruttiva della conservazione del patrimonio. «È importante stabilire legami con i servizi comunali e dello Stato in modo da essere considerati interlocutori credibili. Solo così possiamo fare avanzare le cose.» In particolare quando si tratta di stilare gli inventari, bisogna essere molto diplomatici. I limiti del volontariato Al fine di accrescere la legittimità e l’efficenza della sezione, nei suoi quasi cinque anni di presidenza Magali Bonard ha intrapreso una profonda riorganizzazione delle strutture. I membri del comitato si assumono ora competenze e responsabilità precise in funzione delle proprie capacità di architetto, giurista, storico, banchiere eccetera. «Lavoriamo in maniera aperta e partecipativa», precisa. In quanto presidente, il suo ruolo è innanzitutto quello di motivare il gruppo. Si è impegnata anche in una ristrutturazione delle commissioni, nelle quali ha voluto dare maggior spazio ai giovani. «Con loro si fa tutto in modo molto rapido, sono motivatissimi», spiega soddisfatta e constata che anche la dinamica instauratasi con i colleghi più navigati è buona. Nel nostro Cantone la tutela dei beni culturali non è sempre vi-

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sta di buon occhio. «Spesso ci associano alla nuova LPT e alla Lex Weber.» Benché anche qui, come mostra la recente elezione al Consiglio nazionale del verde Christophe Clivaz, il vento stia cambiando direzione, rimane parecchio da fare e il sistema del volontariato inizia a rivelare i propri limiti. «Ci si aspetta da noi un modo di lavorare sempre più professionale, ma non è facile.» Magali Bonard non è l’unica ad aver notato il problema. «Altre sezioni romande si trovano nella stessa situazione, con comitati che faticano a svolgere tutto il loro lavoro.» La creazione del Clou rouge, con il suo percorso itinerante che dal 2018 lo porta da una regione all’altra della Romandia, ha permesso di rafforzare i legami tra le sezioni. La passione per l’architettura e il paesaggio Per Magali Bonard il patrimonio culturale è diventato come una seconda pelle. Da trent’anni si batte in sua difesa e, in quanto attivista donna in un Cantone conservatore come il Vallese, è stata anche una pioniera. Nata a Sion da madre vallesana e padre vodese, ricorda ancora le prime volte che rimase colpita dall’architettura storica, in particolare dalla chiesa di Romainmôtier, comune di origine del padre, dove i genitori si erano sposati. Dopo una prima formazione in ambito commerciale, ne ha seguita un’altra in gestione culturale e sociale presso il SAWI, che ha portato a termine con un lavoro di diploma intitolato «Valorizzazione del patrimonio culturale urbano nel contesto alpino», un tema sempre di attualità. Tra il 2003 e il 2005 ha inoltre conseguito un CAS in «Beni culturali e turismo» presso l’Università di Ginevra. Interrogata sugli attacchi che talvolta subisce, risponde con filosofia: «Tengo duro e aspetto che la tempesta passi. Ma ho anche imparato a prendere posizione, con garbo ma fermamente». La sua determinazione viene dalla passione per l’architettura e il paesaggio. «Mi meraviglia l’armonia tra antico e contemporaneo» e pensa soprattutto al convento dei cappuccini. Secondo lei è attraverso la comprensione del contesto storico che si può cogliere tutta la bellezza del patrimonio culturale. Ed è proprio questa bellezza che desidera condividere con il pubblico.

DAVID SPINNLER, PATRIMONIO ENGADINA E VALLI MERIDIONALI  18

Ripensare un nucleo storico David Spinnler è direttore del parco naturale Biosfera Val Müstair e membro del Comitato della sezione Engadina e valli meridionali di Patrimonio svizzero. Ora è coinvolto in entrambi i ruoli in un progetto da lungo atteso: la circonvallazione di Santa Maria, una località invasa dal traffico, che è anche casa sua. Marco Guetg, giornalista, Zurigo

Perché questa circonvallazione è così importante? Basta salire a La Crusch, a circa 1600 metri di quota, e da lì guardare verso Santa Maria per avere una prima risposta. Si vedranno due grandi strade. Una attraversa la Val Monastero passando proprio in mezzo al paese. L’altra scende tortuosa dal Passo dell’Umbrail e


nel villaggio si immette nella strada principale. La località di Santa Maria è sempre stata caratterizzata dall’incrocio di queste vie e tale è destinata a rimanere. È una tarda mattinata di gennaio. Il sole sfiora la punta settentrionale del paesino di 350 anime e tra poco scomparirà dietro la cresta del Piz Lad. D’inverno a Santa Maria regna la pace. Le cose cambiano nella bella stagione, tra maggio e ottobre, quando dal Passo del Forno e dall’Umbrail, oppure dall’Alto Adige, arrivano migliaia di motociclette, automobili e pullman che attraversano il paese. Chi abita sulla cantonale soffre di questo trambusto che si ripete da molti anni. «Baukultur 2020–24» Le cose stanno per cambiare. Nel 2011, quello che in seguito a un’aggregazione è diventato il nuovo Comune di Val Monastero, si è espresso a favore di una circonvallazione. Da un punto di vista tecnico non si tratta di un’operazione difficile, ma David Spinnler, direttore del parco Biosfera Val Müstair, vuole realizzare questo intervento ingegneristico considerando anche l’aspetto culturale. «Vorrei che a conclusione dell’opera la struttura storica dell’insediamento rimanga in qualche modo identificabile.» Le idee non gli mancano, ma non è un ingegnere. Figlio del medico del paese, ha studiato filosofia, storia e retoromancio. In seguito ha lavorato per vent’anni come giornalista della RTR (Radiotelevisiun Svizra Rumantscha) a Coira e nella Bassa Engadina. Sei anni fa si è trasferito con la moglie e i quattro figli nel suo villaggio d’origine e nel 2018 è stato eletto all’attuale carica di direttore del parco naturale Biosfera Val Müstair. Le intenzioni di Spinnler sono influenzate dalla sua formazione umanistica. Non vuole che ci si limiti a costruire una strada per deviare il traffico: «Grazie alla strada, al suo percorso e al modo in cui sarà realizzata, dovremmo riuscire a fare emergere un nuovo modo di pensare il nucleo storico». Ma per sapere come procedere, occorre sapere che cosa si ha a disposizione. Per questa ragione, Spinnler ha lanciato il progetto «Baukultur 2020-24» presso il parco Biosfera. Entro il 2024, nelle frazioni di Santa Maria e Müstair, già inserite nell’ISOS, si procederà con un inventario del patrimonio culturale. In questo modo la Biosfera Val Müstair, un ente lanciato a suo tempo come strumento per lo sviluppo della regione, definisce ora meglio la propria identità. I suoi obiettivi si sono ampliati, in quanto l’auspicato sviluppo sostenibile potrà essere raggiunto solo attraverso l’interazione di economia, turismo, natura e cultura. Questa consapevolezza è oggi condivisa dalla popolazione. All’inizio del 2020 si è votato per un rinnovo decennale della Carta del parco, decisione approvata con un solo voto contrario. David Spinnler e gli altri attori attivi nella valle possono quindi dedicarsi a nuovi progetti. Uno di questi è appunto la circonvallazione di Santa Maria. Nuove prospettive Anche la sezione Engadina e valli meridionali di Patrimonio svizzero, nel cui comitato siede da poco lo stesso David Spinnler, è coinvolta. Una volta relegato il traffico fuori dal paese, si aprono nuove prospettive. Ad agosto, nell’ambito delle attività sul paesaggio promosse da Patrimonio svizzero, verrà organizzato un incontro di sabato nel mezzo del traffico di Santa Maria per discutere e immaginare le possibilità che si apriranno. Spinnler si augura in questo modo di raccogliere tante idee interessanti. È una fuga in avanti con un obiettivo strategico: insieme ai compagni di lotta intende promuovere, finché si è ancora in tempo,

una riflessione in grado di favorire un miglioramento concreto della situazione del traffico, che crei un valore aggiunto reale per tutto il villaggio. Osservando la campagna intorno a Santa Maria da La Crusch, un po’ gli piange il cuore se pensa che un giorno da lì passerà una circonvallazione. Avrebbe anche una proposta per conservare la bellezza paesaggistica: «Una galleria. Il traffico tornerebbe in superficie solo ai margini dell’abitato, vicino all’incrocio della strada per l’Umbrail. Si tratterebbe di una nuova interpretazione della storica conformazione a incrocio del paese». Anche questo sogno di David Spinnler sarà condiviso con gli altri durante l’incontro di agosto…

KATHARINA MÜLLER, PATRIMONIO SCIAFFUSA  20

Una gita tra vigneti e giardini contadini Per la salvaguardia dei beni culturali l’impegno dei privati è importante. È l’opinione di Katharina Müller, architetto ETH, che da quattro anni presiede la sezione sciaffusana di Patrimonio svizzero. L’abbiamo incontrata a Osterfingen. Karin Salm, giornalista culturale, Winterthur

Incastonato nella vallata, tra i dolci rilievi del Wannenberg e del Rossberg, Osterfingen è un piccolo gioiello. I giardini delle casette, disposte ordinatamente lungo la strada del paese, sono mantenuti con grande cura. La strada è un vicolo cieco, il che forse non ha favorito l’economia del villaggio, ma ne ha preservato la bellezza. Finora i pendii non sono ancora stati deturpati dai soliti schieramenti di villette monofamiliari. L’abitato, compatto e immacolato, è circondato da ampi vigneti dove si coltiva il pinot nero. Ci troviamo al ristorante 1584, nell’antico edificio del torchio. «Questo paesaggio unico merita di essere conosciuto meglio», afferma Katharina Müller, mentre assaggia il piatto di trippa che le viene servito. E lo dice con cognizione di causa. Sciaffusana, dopo gli studi in architettura al Politecnico di Zurigo, ha lavorato per vent’anni come architetto cantonale e durante lo stesso periodo è stata per alcuni anni nel Comitato sciaffusano di Patrimonio svizzero. Così ha imparato ad apprezzare le peculiarità dei tipici paesini del suo cantone. Quattro anni fa, dopo il pensionamento, ha assunto la presidenza della sezione. «Qui a Osterfingen si vede chiaramente quanto l’impegno dei privati sia importante per la salvaguardia dei beni culturali.» Un buon esempio è il torchio. Questo imponente edificio vecchio quasi cinque secoli si trova in una posizione poco appariscente sul pendio di un vigneto. Nel 2011 una fondazione l’ha rilevato dalla cooperativa dei viticoltori di Osterfingen. I nuovi gestori si sono impegnati a preservarne le qualità di bene storico e a trasformarlo al contempo in un centro culturale e turistico. Quattro anni e 4,2 milioni di franchi dopo, il torchio riattato, a cui è stata affiancata un’ala laterale in cemento armato per accogliere il ristorante, ha aperto i battenti. Il ristorante propone pietanze saporite e genuine, oltre a un’interessante

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selezione di vini regionali. È un luogo che unisce armonicamente cultura, bellezza paesaggistica e piaceri del palato. Sentiero dei giardini di Osterfingen Katharina Müller tesse le lodi non solo del piatto di trippa e del restauro dell’edificio del torchio, ma anche del vicino itinerario tra i giardini, un’altra iniziativa il cui merito va attribuito all’impegno di privati. L’idea è venuta all’ex giardiniere comunale di Sciaffusa Emil Wiesli, rimasto estasiato dalla grazia dei giardini contadini che cingono la strada del paese formando un succedersi di tessere come in un mosaico colorato. Lo avevano inoltre colpito gli orti sul retro delle case, che rendono graduale il passaggio dall’abitato ai campi. Dal 2005 tutti gli abitanti interessati possono collaborare al mantenimento e a un’oculata modernizzazione di questi giardini contadini tradizionali. Un opuscolo presenta ventisette giardini, fornendo per ognuno anche una piantina e qualche informazione sulla casa a cui è annesso. Il compenso per questo lavoro sono le reazioni entusiaste dei visitatori. L’indebolimento della tutela del patrimonio culturale «L’itinerario tra i giardini e l’antico torchio sono segnali positivi», sostiene Katharina Müller ricordando che Osterfingen è catalogato come insediamento d’importanza nazionale, al pari di Wilchingen e Neunkirch. Segnali necessari, anche per compensare la sconfitta che la sezione sciaffusana di Patrimonio svizzero ha incassato all’inizio del 2018 con la votazione sulla revisione della legge cantonale sulla protezione della natura e dei beni culturali. La maggioranza dei votanti ha deciso che i lavori di ristrutturazione delle case meritevoli di protezione non dovranno più passare obbligatoriamente al vaglio del servizio cantonale dei beni culturali. L’indebolimento della tutela del patrimonio è comunque un po’ meno grave che nel Canton Zugo, ma questa è una magra consolazione, dice Katharina Müller. «Si preannunciano tempi difficili per chi vuole proteggere il patrimonio culturale.» La presidente e il suo gruppo di consulenti edili continuano a lavorare con calma e coerentemente. Ogni venerdì si tiene una riunione in cui passano in rassegna tutte le domande di costruzione per verificare se riguardano edifici di pregio, se occorre presentare un ricorso o un’opposizione e se ci sono plausibili possibilità di successo. «Non possiamo permetterci ricorsi destinati a essere respinti in partenza. Sarebbe controproducente per la nostra immagine e per la nostra credibilità», conclude Katharina Müller.

TIZIANO FONTANA, SOCIETÀ TICINESE PER L’ARTE E LA NATURA (STAN)  22

Un nuovo presidente che conosce bene il DNA della sua associazione Nell’autunno 2019 Tiziano Fontana è diventato presidente della STAN, la sezione ticinese di Patrimo-

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nio svizzero. Ha cinquant’anni, è politologo di formazione, lavora per i servizi parlamentari cantonali e vive a Mendrisio, dove siede in Consiglio comunale come indipendente fra le fila dei verdi. Un incontro a Bellinzona, con qualche divagazione. Marco Guetg, giornalista, Zurigo

Ci incontriamo alla Casa del Popolo in Viale Stazione 31 a Bellinzona. Tiziano Fontana mi racconta un po’ di sé, di che cosa lo preoccupa nel campo della tutela del patrimonio e degli aspetti sui quali intende concentrare il suo lavoro in seno alla STAN. Poi raccolgo le mie carte e lui mi invita a seguirlo in città. Usciamo, scendiamo la scalinata dietro l’angolo e ci ritroviamo in una zona di Bellinzona che ignoravo e che mi sorprende. La valorizzazione di un intero quartiere È il quartiere di San Giovanni, che si estende tra la stazione e le officine delle FFS. Alla fine del XIX secolo, a seguito del boom della ferrovia, in questa zona è stata realizzata un’espansione urbanistica della città. Così è sorto un quadrilatero di dimensioni ridotte con una griglia ortogonale di strade. Giardini cintati ornano villette e palazzine residenziali in una vivace alternanza di linguaggi architettonici prevalentemente nordici e mitteleuropei. Ci sono due ragioni che spingono Tiziano Fontana a condurre il suo ospite d’oltralpe fra le vie di questo gioiello urbano. Innanzitutto perché la STAN ha incluso il quartiere nel programma di visite organizzate nell’ambito della manifestazione «Paesaggi culturali in Ticino», ma anche perché recentemente il Cantone lo ha inserito fra i beni culturali cantonali. «È una decisione inedita!», spiega Fontana durante la nostra passeggiata. Di solito vengono protetti solo singoli oggetti. Questa bella notizia è un raggio di speranza per la politica culturale, ma Fontana non si scompone. Nel canton Ticino gli scempi sono troppo numerosi. Poco prima, alla Casa del Popolo, mi aveva spiegato le sue preoccupazioni. Il parco eolico sul Gottardo si farà. I ricorsi della STAN sono stati respinti. Tiziano Fontana è indignato: «Perché proprio sul Gottardo, un luogo così profondamente simbolico, mentre sarebbe così semplice installare pannelli fotovoltaici sui tetti dei capannoni delle zone industriali del piano?». C’è poi l’episodio della passerella di quasi due chilometri sul Verbano, che dovrebbe collegare Ascona alle Isole di Brissago. In questo caso il ricorso è ancora pendente. Passando a Lugano, nel quartiere storico di Montarina la «città giardino» realizzata nel 1910 dall’architetto Americo Marazzi rischia di venire distrutta. E il lungolago cittadino potrebbe essere deturpato dallo sversamento di tonnellate di materiali di scavo e di sabbia… Preoccupazioni e vittorie La lista non finisce certo qui, ma ci sono anche belle notizie. Prima di tutto, che nel dicembre 2019 è stato accolto il ricorso della STAN contro un grande progetto nel nucleo di Novazzano. Il progetto di Mario Botta avrebbe comportato la scomparsa di testimonianze della cultura edilizia secentesca e settecentesca. In fondo il problema è sempre lo stesso, spiega Tiziano Fontana: «la leggerezza con la quale si tratta la sostanza architettonica storica». Sembra che per molti architetti l’ISOS sia solo una sigla misteriosa invece che uno strumento di pianificazione. È questa mancanza di sensibilità a spingere così spesso la STAN


a ricorrere agli strumenti giuridici. «Sono a rischio nuclei storici, quartieri ottocenteschi e splendide ville con i rispettivi parchi, mentre le zone edificabili vengono estese a dismisura. Siamo continuamente costretti a fare ricorso, uno strumento d’altronde prezioso e necessario», continua Fontana. Ma la cosa più importante secondo lui è l’informazione. Per questo la STAN prevede ora di organizzare giornate di studio aperte al pubblico e visite guidate a siti specifici, tra le quali vi sono le quattro previste nell’ambito della manifestazione nazionale dedicata quest’anno da Patrimonio svizzero ai paesaggi culturali. Anche l’uso dei social media è diventato importante. Prospettive per il futuro Fontana conosce bene il DNA della sua associazione. Prima di essere eletto presidente della STAN ne è stato per tre anni segretario. E prima ancora si è battuto a livello locale per Villa Argentina a Mendrisio, dove era previsto un progetto edilizio per il quale sarebbe stata sacrificata parte del parco. Tiziano Fontana, la cui passione risale a quando i genitori lo portavano a scoprire vari tesori architettonici e naturalistici in Svizzera e all’estero, ha lanciato con un gruppo di cittadini una petizione per salvarlo. «Non abbiamo ancora vinto, è vero, ma per ora le ruspe non sono entrate in funzione.» Il suo predecessore, Antonio Pisoni, è rimasto in carica per ventisei anni: una bella prospettiva! Fontana ride e fa segno di no. Ciononostante, azzarda un auspicio sull’eredità che vorrebbe lasciare con la sua presidenza: «La mia speranza è di trovare una soluzione giuridica, pianificatoria, economica e sociale che non solo permetta di salvaguardare i quartieri e i nuclei storici, ma li renda anche attrattivi. A che cosa servono infatti case e quartieri protetti se poi nessuno ci vive?».

DANIELE GRAMBONE, PATRIMONIO SVIZZERO SOLETTA  24

«Senza ascolto non c’è comprensione» La transizione energetica trasforma il paesaggio: su tetti e facciate, lungo fiumi e pendii, spuntano molte piccole e grandi centrali elettriche. Parliamo delle difficoltà nel formarsi una visione d’insieme con Daniele Grambone, presidente di Patrimonio svizzero Soletta. Patrick Schoeck, Patrimonio svizzero

«Vedendo le cose solo bianche o nere non si va da nessuna parte», spiega Daniele Grambone, 34 anni, presidente della sezione solettese di Patrimonio svizzero. Come cittadino ed elettore, è a favore della transizione energetica, d’altra parte però, in quanto architetto, si chiede quale impatto sul paesaggio abbiano gli impianti eolici. E anche riguardo ai pannelli solari installati sui tetti e male integrati nel contesto architettonico, si è fatto una sua idea. «Occorre capire meglio che forma vogliamo dare alla transizione verso le energie rinnovabili. Questo significa che bisogna anche ascoltare gli altri punti di vista». Per Grambone, gli eventi organizzati da Patrimonio svizzero

Soletta sul tema «Energia e paesaggio antropico» sono anche un’occasione per fare il punto sulla situazione. Quattro appuntamenti in quattro diverse località contribuiscono così a mettere in luce i punti dolenti del problema. Il parere della sezione non deve per forza avere la precedenza, spiega, è molto più importante saper dare la parola anche agli altri: «senza ascolto, non può esserci comprensione». Negoziare le soluzioni del futuro La serie di eventi organizzati dalla sezione solettese di Patrimonio svizzero mostrerà anche quali saranno le sue priorità per il prossimo futuro. Con fondi limitati, non è possibile intervenire a favore di ogni caso in cui la transizione energetica influisce su paesaggi e monumenti. Dopo aver riflettuto un po’, Grambone aggiunge: «Dovremmo anche pensare a come coordinarci meglio con le diverse associazioni ambientaliste». La difesa del patrimonio naturalistico e quella del paesaggio si muovono spesso sullo stesso terreno della protezione dei beni culturali. A volte i loro interessi coincidono, altre bisogna invece trovare dei compromessi. Questo vale anche per il problema della gestione delle centrali idroelettriche storiche. «La struttura superiore della centrale di Winznau, vicino a Olten, per esempio, dovrà essere smantellata senza essere rimpiazzata. Come architetto mi dispiace che questo monumento sia destinato a scomparire. Tuttavia, se un edificio ha perso la sua funzione e non è possibile trovargli un utilizzo alternativo che abbia senso, demolirlo è una scelta ragionevole. E poi ci sono le considerazioni di carattere ambientalista.» A maggio, con un giro sulle barche dei pontonieri si cercherà di capire se e come si possano conciliare rinaturalizzazione e archeologia industriale. Quando la produzione di energia trasforma il paesaggio Nel Canton Soletta l’industrializzazione e la produzione di energia elettrica hanno introdotto nel paesaggio trasformazioni molto significative. Che simili interventi da parte dell’uomo possano essere preziosi e meritevoli di conservazione, è stato illustrato già quasi venti anni fa da una pubblicazione a cura della sezione cantonale di Patrimonio svizzero. «È un buon segno che nelle piccole centrali storiche si produca ancora elettricità» spiega Grambone, il quale vede nel programma dell’evento promosso dalla sezione solettese anche una buona occasione per ripercorrere l’itinerario storico-industriale lungo il canale dell’Emme dettagliato nella pubblicazione del 2002. Completamente diversa è la questione dell’impatto sul paesaggio del fotovoltaico. Patrimonio svizzero Soletta segue in particolare il caso di Hessigkofen, un villaggio di 270 abitanti nella campagna di Bucheggberg che è stato inserito nell’inventario ISOS quale insediamento di importanza nazionale. Hessigkofen si è fatto un nome in tutta la Svizzera come villaggio dell’energia fotovoltaica. L’impegno del Comune nella promozione della produzione di corrente elettrica sui tetti degli edifici gli ha infatti valso nel 2010 il Premio solare svizzero. «Vogliamo dimostrare che interessi all’apparenza divergenti possono essere armonizzati.» Una svolta a Soletta Non si può parlare di transizione energetica nel Canton Soletta senza parlare anche della centrale nucleare di Gösgen, che fornisce pur sempre il dieci percento dell’elettricità prodotta in Svizzera. Come andrà rimpiazzato l’ammanco di energia creato

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da un eventuale spegnimento è una domanda ancora senza risposta e lo stesso vale per il destino della controversa struttura della centrale, la quale ha indubbiamente segnato il paesaggio. Se si pensa alle altre testimonianze architettoniche della storia industriale e se si valuta l’importanza di questa struttura in base ai criteri per la conservazione dei beni culturali, la centrale non andrebbe protetta in quanto monumento? «In effetti abbiamo già ricevuto richieste in tal senso, ma la risposta non è così semplice. Forse faremo qualche passo in avanti quando inizieremo a pensare a possibili utilizzi alternativi futuri. Riusciamo a immaginarci una serie di loft nella torre di raffreddamento?».

HEIMATSCHUTZ SVIZZERA SPAZI DI USO PUBBLICO  32

Premio Wakker 2020 alla Città di Baden (AG) Patrimonio svizzero assegna il Premio Wakker 2020 alla Città di Baden (AG) che, investendo in modo accorto e intelligente negli spazi di uso pubblico, ha saputo recuperare in qualità di vita, malgrado il traffico intenso. Il centro storico di Baden è da tempo un importante crocevia. Quello che in passato rappresentava un vantaggio commerciale si è trasformato oggi in una vera afflizione, a causa dell’aumento esponenziale di traffico. Ogni giorno ben 50 000 vetture circolano attorno alla Schulhausplatz, la piazza ai margini della città vecchia, uno dei punti in assoluto più trafficati di tutta la Svizzera.

Baden non può certo rivoluzionare la pianificazione dei trasporti decisa a livello nazionale e cantonale, eppure non si dà per vinta, anzi. La Città pone enfasi sugli spazi liberi, fa prendere coscienza alla popolazione del loro valore cruciale, e investe con costanza, sensibilità e tenacia, nella valorizzazione delle piazze e delle strade. Oggi il cuore della città è tutto pedonale, le strade e le piazze sono piene di vita e offrono un piacevole luogo di incontro. I giardini e i parchi storici sono assai curati e nelle aree di sviluppo sorgono nuovi spazi di uso pubblico. Baden: da città per le auto a città per le persone La città vecchia, racchiusa tra la Schlossbergplatz e la Schulhausplatz, si è trasformata in un luogo vivace, costellato di uffici, negozi e abitazioni. La qualità di vita si vede e si vive, ed è il frutto di una politica lungimirante e di una pianificazione continua, nonché della volontà espressa dalla popolazione di investire per rendere il centro cittadino più attrattivo e accogliente. Antichi parchi, parte integrante dell’identità e della storia cittadina L’impegno profuso da Baden per la tutela degli spazi liberi di uso pubblico si coglie anche nell’approccio attento e rispettoso dimostrato nel gestire giardini e parchi storici. L’esistenza di questi preziosi spazi verdi, curati nel rispetto delle disposizioni di conservazione e protezione, fissate per i giardini con valore storico, è garantita sul lungo periodo, assicurando la salvaguardia di un importante tassello di storia cittadina.   Garantire spazi pubblici nelle aree di sviluppo Con la Trafoplatz, inaugurata nel 2003, e con il progetto della Brown-Boveri-Platz, la Città mostra a chiare lettere che una densificazione edilizia rispettosa di elevati parametri qualitativi può riuscire soltanto se ai cittadini è garantito in cambio un bene prezioso come gli spazi liberi. La Città investe anche nelle aree che non generano a priori superfici utili e redditizie. Questo approccio è mirabile e va preso a titolo d’esempio in tutta la Svizzera, anche per altri sviluppi insediativi. → La consegna ufficiale del Premio Wakker si terrà il 27 giugno 2020, nell’ambito di una cerimonia pubblica che avrà luogo a Baden.

IMPRESSUM I testi in italiano sono curati, adattati e a volte ridotti da Sándor Marazza 1/2020: 115mo anno Editore: Patrimonio svizzero (redazione: Peter Egli) Stampa: Stämpfli AG, 3001 Berna Grafica: Stillhart Konzept und Gestaltung, 8003 Zurigo Appare: a scadenza trimestrale Indirizzo: Redazione «Heimatschutz/Patrimoine» Villa Patumbah, Zollikerstrasse 128, 8008 Zurigo T. 044 254 57 00, redaktion@heimatschutz.ch ISSN 0017-9817

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Heimatschutz/Patrimoine 1-2020: Finestra  

L'edizione di «Heimatschutz/Patrimoine» contiene una finestra che propone in italiano gli articoli più importanti. Così facendo, riusciamo a...

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