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RIVISTA QUADRIMESTRALE ON LINE GESTALT THERAPY KAIROS Rivista di psicoterapia Direttore Scientifico Giovanni Salonia Direttore Responsabile Orazio Mezzio Caporedattori Gaetano La Speme Rosaria Lisi Ufficio Legale Silvia Distefano Comitato scientifico Angela Ales Bello Vittoria Ardino Paola Argentino Eugenio Borgna Bruno Callieri † ‌ 12 febbraio 2012 Vincenzo Cappelletti Piero Cavaleri Valeria Conte Ken Evans Sean Gaffney Erminio Gius Bin Kimura Marilena Menditto Aluette Merenda Rosa Grazia Romano Antonio Sichera Christine Stevens Editing Agata Pisana Progetto grafico Marco Lentini Correzione di bozze e impaginazione Alessandra Rusca Riproduzioni opere d’arte Marika Vicari Gallerista Antonio Dipasquale Tipografia Timbri e... Modica

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GESTALT THERAPY KAIROS Rivista di psicoterapia Indirizzo per la corrispondenza: GESTALT THERAPY KAIROS Rivista di psicoterapia Via Virgilio, n°10 97100 Ragusa Sicilia Italia Richieste: Editoriali +39 0932 682109 Abbonamenti +39 0932 682109 FAX +39 0932 682227 Email: redazione.gtk@gestaltherapy.it Website: www.gestaltherapy.it

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In quel bosco nero presto fioriranno in bucaneve


Questo viaggio è una storia


Editoriale

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In questo numero Ricerca

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INDICE

INDICE 9 13 19

La funzione Personalità nel testo Gestalt Therapy Antonio Sichera Teoria del sé e società liquida. Riscrivere la funzione-Personalità in Gestalt Therapy Giovanni Salonia Arte e psicoterapia

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Borderline Border-line Annalisa Iaculo Rileggendo ‘Il corpo ritrovato’ Intervista a Maurizio Stupiggia a cura di Elisa Amenta Nuove applicazioni cliniche

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La Gestalt Therapy e la cura del disturbo post-traumatico da stress. Un’ipotesi di intervento in gruppo con i sopravvissuti del genocidio cambogiano Vinanda Var Società e psicoterapia

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Il volo di Bauman a Siracusa Intervista a Zygmunt Bauman a cura di Orazio Mezzio Lettura

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P. Cavalieri, L. Marchiori, F. Pecorari

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EDITORIALE

EDITORIALE

La questione dell’identità è al centro di questo terzo numero di GTK. In tutti i contributi che ospitiamo torna infatti continuamente l’assillo del nostro tempo sul grande tema del ‘chi’. Come se conoscessimo oggi, in maniera radicale, una priorità esistenziale diversa rispetto al passato. In fondo, attorno alla domanda sul ‘che cosa’ e sul ‘perché’, sull’essenza e sul significato della realtà, hanno ruotato quasi due millenni della cultura occidentale. Progressivamente (e faticosamente), la modernità più matura ha cominciato a spostare l’asse dell’interesse verso il contesto e il processo, verso il ‘come’ accadono i fenomeni, sul ‘quando’, sul ‘dove’ e sul ‘come’ si svolgono le relazioni fra gli esseri. Ai nostri giorni, pur senza mettere in dubbio la fondamentale importanza di uno sguardo puntato sul senso, capace di valorizzare i processi e di capire i contesti, ci rendiamo conto di una mancanza per noi più originaria, che pone tutto in una luce nuova. I fattori che hanno modificato il campo sono essenzialmente due: viviamo in un mondo in cui, per un verso, la definizione della soggettività – dinanzi alla velocità e alla quantità delle informazioni, alla molteplicità frenetica dei contatti e degli impegni, alla crisi delle istituzioni di riferimento – è diventata sempre più difficile ed esposta alla frammentazione; ci troviamo immersi, per altro verso, in uno spazio economico e politico globale, sempre più spersonalizzato, privo di volti e di agenti responsabili rispetto ai gesti e alle azioni che segnano il vivere sociale. GTK 3 non fa altro che mettere a fuoco questa condizione, provando a farla emergere, ad analizzarla, a coglierla nei suoi nodi e nelle sue prospettive. All’interrogativo sulla crisi del ‘chi’ a livello individuale e relazionale cercano di rispondere i due articoli di Giovanni Salonia e di Antonio Sichera sulla funzione personalità del sé in Gestalt Therapy: è possibile un’integrità soggettiva, un senso unitario del sé nel tempo della frammentazione? Come facciamo a sapere ‘chi’ siamo in condizioni e ruoli sempre diversi e cangianti? Sul disagio dell’identità e della definizione in un universo

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dai confini sempre più labili ed incerti, spesso segnato da un dolore sordo ed acuto (individuale o collettivo che sia), si soffermano con accenti diversi ma con razionalità profonda e partecipata sia l’intervista a Maurizio Stupiggia sul corpo violato che lo studio di Vinanda Var sulle vittime della brutale violenza khmer in Cambogia: come si fa a recuperare il senso dell’identità e della dignità lì dove il sé viene amputato e frantumato da un ambiente ostile e distruttivo? Sulla novità sconvolgente di un potere senza volto e senza anima, in cui il ‘chi’ risulta inidentificabile e dunque inafferrabile, si appunta l’intervista di Orazio Mezzio a uno degli interpreti più acuti del disagio contemporaneo, quel Zygmunt Bauman che siamo onorati di ospitare in queste pagine e che rappresenta il regalo di fine d’anno che GTK fa ai suoi lettori come dono. Né l’arte sfugge alla misura interna del numero. Le opere di Marika Vicari che illustrano la rivista e la poesia di Annalisa Iaculo che la visita con discrezione chiudono la Gestalt e mettono immagini e parole ad un anelito che ci appartiene: imparare la novità dell’essere se stessi, in maniera originale, accanto agli altri e insieme a loro, per costruire il corpo vivo dell’oggi e il mondo di domani. Ragusa, 3 settembre 2012

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Questo viaggio è una storia


Antonio Sichera

IN QUESTO NUMERO

IN QUESTO NUMERO

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Antonio Sichera insegna Letteratura italiana moderna e contemporanea nella Facoltà di Lettere dell’Università di Catania ed è docente di Fenomenologia ed Ermeneutica nella Scuola di Specializzazione post-universitaria dell’Istituto di Gestalt Therapy Kairos. Formatosi in Lessicografia e Semantica della lingua letteraria europea alla prestigiosa scuola catanese di Giuseppe Savoca, ha scritto saggi e monografie su Foscolo, Pasolini, Pavese, Pirandello, Montale, Quasimodo e su molti altri autori della contemporaneità letteraria, in un’ottica interdisciplinare ed ermeneutica. Si è occupato a più riprese di teoria della critica e dell’agire letterario, in rapporto con il sapere filosofico e teologico, fra Gadamer, Benjamin e Jossua. Sul versante clinico, è autore di diversi saggi sugli aspetti ermeneutici ed estetici della Gestalt Therapy. Ha tradotto dal greco (A Diogneto) e dal francese (diversi testi del Padre Jossua). Giovanni Salonia

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Psicologo, psicoterapeuta, già docente di Psicologia Sociale presso l’Università LUMSA di Palermo. Insegna presso l’Università Pontificia Antonianum di Roma. Direttore Scientifico della Scuola di Specializzazione in Psicoterapia della Gestalt dell’Istituto di Gestalt Therapy hcc Kairos (Venezia, Roma, Ragusa) e dei master di II livello cogestiti con l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma. Didatta conosciuto a livello internazionale e professore invitato presso numerose università italiane ed estere, ha scritto, oltre a numerosi articoli pubblicati in riviste estere e nazionali, Comunicazione Interpersonale (con H. Franta), Kairòs, Odòs, Sulla felicità e dintorni, che trattano sia tematiche antropologiche che cliniche. Direttore di GTK Rivista on line di Psicoterapia, è stato Presidente della FISIG (Federazione Italiana Scuole di Gestalt). Elisa Amenta

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Psicologa, psicoterapeuta, didatta e supervisore clinico pres-

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so la scuola di specializzazione in Psicoterapia dell’Istituto di Gestalt Therapy hcc Kairos. Si è specializzata in Psicoterapia della Gestalt presso l’Istituto di Gestalt hcc dove ha seguito diversi seminari con noti esponenti della Gestalt Therapy e Body Therapy. Da alcuni anni porta avanti all’interno della comunità scientifica GTK gli studi sull’abuso sessuale e sui ricordi di abuso. Attualmente è la responsabile del Forum dell’Istituto sull’abuso. Maurizio Stupiggia

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Psicoterapeuta, insegna Pedagogia speciale all’Università di Genova. È Assistant Professor di Psicologia alla clinica Westdeutsche Akademie di Dusseldorf. È direttore della Scuola di specializzazione in Psicoterapia Biosistemica di Bologna. Lavora in ambito clinico e formativo in diversi Paesi dell’Europa, del Giappone e dell’America Latina. Con Jerome Liss ha pubblicato La terapia biosistemica (Franco Angeli, 1994). Vinanda Var pag. 81 Laureata in Economia Aziendale a Parigi, ha lavorato nella Comunicazione e Marketing svolgendo anche consulenza e docenza e conseguendo la laurea in Psicologia a Trieste. Ha avviato e gestito un asilo nido e si è specializzata in Psicoterapia della Gestalt all’Istituto di Gestalt Therapy hcc Kairos. Oggi svolge l’attività di psicoterapeuta, di ricerca sperimentale sulla vita prenatale con pubblicazioni di articoli; tiene seminari sulla genitorialità e lo sviluppo del bambino e corsi di preparazione al parto. Orazio Mezzio pag. 97 Laureato in Scienze Politiche. Ha vinto il premio giornalistico nazionale Più a Sud di Tunisi, Portopalo 2010 per il reportage sulla Corea del Nord Sorrisi di Regime. Autore di saggi storici e di impegno civile, con G. Matarazzo ha scritto: Politica, le idee contano ancora? (Rubbettino, 2008). Sindaco di Sortino dal 1995 al 2007, ha realizzato, fra l’altro, il Centro Diurno Minori e promosso incontri fra i rappresentanti inter-

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nazionali di diverse religioni, pubblicandone gli atti: Il Libro, la parola, il dialogo (IMU - Istituto Mediterraneo di Studi Universitari, 2007). Zygmunt Bauman pag. 97 Sociologo e filosofo, professore emerito di sociologia presso l’Università di Varsavia e di Leeds, uno dei più prestigiosi e autorevoli interpreti della società postmoderna. Ha acquistato fama internazionale grazie ai suoi studi riguardanti la connessione tra la cultura della modernità e il totalitarismo, in particolar modo sul nazismo e l’Olocausto. Nelle sue opere si occupa di una serie di temi rilevanti sulla identità e sulla liquidità dei rapporti. Le sue analisi della modernità, della globalizzazione segnano in modo decisivo la cultura contemporanea e vengono recepite come inevitabile punto di riferimento di ogni riflessione sul presente e sul futuro della condizione umana. Immensa e molto conosciuta la sua bibliografia tradotta non solo nelle lingue occidentali. Piero A. Cavaleri

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Piero Andrea Cavaleri, laureato in Psicologia e in Filosofia, è dirigente psicologo presso l’ASP n. 2 di Caltanissetta. Psicoterapeuta, didatta presso la Scuola di Specializzazione in Psicoterapia dell’Istituto di Gestalt Therapy hcc Kairos di Ragusa, collabora con riviste specializzate e ha scritto libri, più volte ripubblicati, sui fondamenti ermeneutici e le applicazioni cliniche dell’approccio fenomenologico e relazionale della Gestalt Therapy. Lucia Marchiori

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Psicologa e psicoterapeuta, didatta dell’Istituto di Gestalt Therapy hcc Kairos sede di Venezia, svolge la libera professione, conduce gruppi psico-educativi per pazienti inseriti nel percorso di riabilitazione cardiologica, opera nell’ambito della disabilità psico-fisica. È autrice e co-autrice di articoli vari nonché di testi inerenti i comportamenti a rischio in adolescenza.

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Franco Pecorari

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Franco Pecorari, Psicologo e Psicoterapeuta in formazione, lavora a Roma privatamente come psicologo, collabora da anni con la cattedra di Psicofisiologia Clinica dell’Università di Roma ‘La Sapienza’. Ha collaborato dal 2003 al 2008 alla rivista Arti Terapie con interventi seminariali e pubblicazioni, con pubblicazioni per le riviste Practica Psicofisiologica e Politecnico-le Scienze e le Arti, della quale fa parte del comitato scientifico.

Marika Vicari Artista. Diplomata con lode in Pittura all’Accademia di Belle Arti di Venezia, si è laureata in Progettazione e Produzione delle Arti Visive alla Facoltà di Design e Arti, IUAV di Venezia. Vive e lavora a Creazzo, Vicenza. Ha all’attivo numerose mostre personali e collettive in Europa, Stati Uniti, Messico, Brasile e Canada. È curatrice e critica d’arte indipendente. Da anni lavora con il Festival Internazionale di Arti Visive Contemporanee, Art Stays, Ptuj e, dal 2010 è inoltre direttrice della Summer Academy, Ptuj, Slovenia.

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Storie d’alberi, foglie e passi


RICERCA

LA FUNZIONE PERSONALITÀ NEL TESTO GESTALT THERAPY Antonio Sichera 1. Psicanalisi e personalità

Sin   dalla   nascita della  psicanalisi, la   questione   della personalità   –   del suo  statuto,  delle sue  possibilità  e dei   suoi   limiti   –   è sempre  stata  un nodo irrisolto.

La posizione espressa dalla Gestalt Therapy attraverso il suo libro fondativo non può   non   apparire come fecondamente contraddittoria.

Sin dalla nascita della psicanalisi, la questione della personalità – del suo statuto, delle sue possibilità e dei suoi limiti – è sempre stata un nodo irrisolto. Nel modello freudiano, infatti, l’equilibrio costitutivo della soggettività pende tutto dalla parte dell’inconscio, motivo per cui l’esile territorio della coscienza rimane esposto ad una inevitabile diffidenza che ne limita enormemente la portata. La personalità nel suo complesso appare perciò in Freud come il frutto di spinte e di impulsi psichici non padroneggiabili dall’organismo considerato nella sua consapevolezza quotidiana: si agisce, si pensa, si sente sulla base di istanze sommerse, tanto potenti da proiettare una luce povera e davvero ridotta su ogni definizione consapevole dell’Io. Un Io chiamato, grazie al lavoro terapeutico, a riguadagnare almeno in parte un terreno psichico di norma perduto, a favore anzitutto dell’Es. Né diverso appare, almeno in prima battuta, l’atteggiamento junghiano. Nella prospettiva del più grande allievo ‘eretico’ di Freud, il punto di partenza rimane pur sempre l’equiparazione della personalità alla «maschera», se questo è il senso originario dell’antica persona dei romani, ovvero di quell’abito con cui ogni giorno ci copriamo occultando il nostro vero sé dietro un ruolo o una definizione. L’ampiezza del possibile ‘recupero’ di valore e consistenza da parte di una coscienza molto più apprezzata nell’economia della psicologia analitica di quanto non lo fosse agli occhi della sua sorella maggiore, non toglie la consonanza dell’input iniziale con quello del maestro viennese: quanto sappiamo, pensiamo e agiamo di noi, nello scorrere dei giorni, se lasciato all’ingenuità del soggetto mondano risulta necessariamente minato da un senso di parzialità e può essere equiparato ad un involucro inaffidabile, di serio ostacolo nel cammino verso la verità. In tale contesto, la posizione espressa dalla Gestalt Therapy

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attraverso il suo libro fondativo non può non apparire come fecondamente contraddittoria. Nella scrittura di Goodman, infatti, il lievito psicanalitico non si estingue, corroborato com’è fra l’altro da diffusi umori anarchici. Eppure, dall’altra parte, lungo Gestalt Therapy si palesano dei fermenti alternativi, che proiettano sulla personalità e sul suo dominio una luce diversa e, per certi aspetti, inaspettatamente alternativa. Non poteva essere diversamente, d’altronde, in un’opera che non si acquieta mai in una posizione definita, ma corre il rischio di mettersi sempre in gioco dinanzi alla mobilità e alla totalità dell’esistenza. Cerchiamo di capire.

2. La personalità come costruzione secondaria: società e linguaggio in Gestalt Therapy Se si guarda alle pagine di Gestalt Therapy in maniera superficiale, si rischia di restare abbagliati da un innegabile rifiuto di ogni rilievo primario della personalità. Essa viene raffigurata, da un punto di vista più esibito, quale costruzione sociale sovrapposta alla poiesis originaria dell’organismo, intrisa ovviamente della componente ambientale ma in maniera diversa da quella con cui essa presiede alla formazione della personalità. Concretamente, il discorso coinvolge in due grandi riprese prima la società e poi il linguaggio: Originariamente, i legami del sesso, dell’alimentazione, e dell’imitazione sono sociali ma pre-personali: essi cioè non richiedono un senso del partner come oggetto o persona, ma semplicemente come ciò con cui si entra in rapporto. Ma nella fase della creazione degli strumenti, del linguaggio e degli altri atti di astrazione, le funzioni sociali costituiscono la società nel nostro particolare senso umano: un legame tra persone. Le persone vengono formate dai loro contatti sociali, e per le loro attività ulteriori si identificano con l’unità sociale nel suo complesso. […] Le ‘persone’ sono dei riflessi di un comportamento interpersonale, e la ‘personalità’ viene

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Nella   scrittura   di Goodman il lievito psicanalitico   non si   estingue,   eppure lungo Gestalt Therapy si palesano dei fermenti   alternativi, che proiettano sulla personalità e sul suo dominio   una   luce diversa   e,   per   certi aspetti,   inaspettatamente alternativa.


meglio considerata come una formazione del sé a partire da un atteggiamento sociale condiviso1.

Nella   visione    di Goodman, le f u n z i o n i     p r i m a r i e     d e l l ’ o r g a n i smo   sono   intimamente   sociali   ma non presuppongono ancora   l’apparire della società tradizionalmente intesa.

Il filo conduttore del ragionamento di Goodman è assai chiaro. Anche sulla scorta di libri come Communitas, l’estensore materiale di Gestalt Therapy, riflettendo senza ombra di dubbio una posizione diffusa del gruppo fondativo, intende distanziare l’organismo-in-contatto-con-l’ambiente all’interno di un campo unitario rispetto a quel che nel linguaggio comune viene chiamato ‘persona’, ovvero il soggetto portatore di una ‘personalità’ umana. Nella visione di Goodman, le funzioni primarie dell’organismo sono intimamente sociali ma non presuppongono ancora l’apparire della società tradizionalmente intesa. In quanto nasciamo, cioè, siamo immersi in un campo O/A e di conseguenza ci troviamo aperti all’esperienza nutriente del contatto, ma viviamo tutto questo in qualità di ‘organismi’ socialmente connotati (se imitiamo, ci nutriamo, viviamo la nostra sessualità) e non come ‘persone’ che entrano in rapporti interpersonali all’interno di un contesto simbolico e culturale condiviso. Quando infatti si esce dalla condizione organismica primaria e vengono alla luce l’unità sociale e la cultura astratta con cui gli umani

1 Tutte le traduzioni sono riviste (ed eventualmente modificate) sulla base del testo inglese. «Primitively, the ties of sex, nourishment, and imitation are social but pre-personal: that is, they likely do not require a sense of the partners as objects or persons, but merely as what is contracted. But at the stage of tool-making, language, and other acts of abstraction, the social functions constitute society in our special human sense: a bond among persons. The persons are formed by the social contacts they have, and they identify themselves with the social unity as a whole for their further activity. […] ‘persons’ are reflections of an interpersonal whole, and ‘personality’ is best taken as a formation of the self by a shared social attitude» in F. Perls, R. Hefferline, P. Goodman (1994), Gestalt Therapy: Excitement and growth in the Human Personality. With a New Introduction By Isadore From and Michael Vincent Miller, The Gestalt Journal Press, Highland, NY, 92-93. Cfr. F. Perls, R. Hefferline, P. Goodman (1971)(ed. or. 1951), Teoria e pratica della Terapia della Gestalt. Vitalità e accrescimento nella personalità umana, Astrolabio, Roma.

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si identificano, si profila secondo Gestalt Therapy il forte pericolo di una sostituzione (e non di una integrazione) del livello sociale e interpersonale a quello organismico di base. In polemica con la ricostruzione heideggeriana del Dasein insomma, tipica dell’influentissimo Sein und Zeit, Goodman nega che gli strumenti e i simboli (ovvero le tecniche di produzione culturale e materiale, di scambio e di governo, nonché le scienze), siano i costituenti primari del mondo. Si tratta – secondo una certa linea ermeneutica interna a Gestalt Therapy – di avanzamenti importanti ma rischiosi per l’equilibrio dell’organismo, che si vede privato di ogni forma di soddisfazione animale e personale in senso lato, trovandosi costretto ad inventare quell’«acquisizione molto recente del genere umano» che è «la personalità nevrotica scissa come mezzo per raggiungere l’equilibrio»2. L’uomo adulto della società evoluta, insomma, di fronte ad una cronica minaccia sociale nei confronti del suo funzionamento integrale, ripiega sui meccanismi di cancellazione, allucinazione, isolamento, regressione e dà vita ad una inedita forma di disagio psichico, prodotta dall’impossibilità, in un contesto di altissima astrazione e di forte prescrittività giuridica e culturale, di agire serenamente la propria costitutiva socialità ‘animale’. In definitiva, «la personalità è una struttura creata dai primi rapporti interpersonali; e nella sua formazione ha già avuto luogo l’incorporazione di una quantità enorme di materiale alieno, non assimilato o addirittura assimilabile (e ciò naturalmente rende i conflitti successivi tra l’individuo e la società tanto più insolubili)»3. Eccoci posti dinanzi ad un primo motivo di diffidenza verso lo statuto ‘secondario’ della personalità, che viene poco più avanti ‘raddoppiato’ nel libro, in una certa zona di discorso

2 «[…] very recent acquisition of mankind: the neurotically split personality as a means of achieving equilibrium». Ivi, 95. 3 «Personality is a structure created out of such early interpersonal relationships; and in its formation there has usually already been the incorporation of an enormous amount of alien, unassimilated or even unassimilable material (and this, of course, makes the later conflicts between individual and society so much the more insoluble)» Ivi, 99-100.

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L’uomo adulto della società evoluta, insomma, di fronte ad una cronica minaccia   sociale nei   confronti   del suo funzionamento integrale,   ripiega sui meccanismi di cancellazione,   allucinazione,   isolamento, regressione e dà vita ad una inedita forma di disagio psichico.


C’è   personalità   – secondo Goodman – quando c’è «discorso   subvocale» (e dunque pensiero).

I n     u n a     s o c i e t à come quella moderna però, sovraffollata di costrutti linguistici ad alto tasso di astrazione e   di   simbolismo, di norma collocati in   una   posizione di indiscussa preminenza, il libero andirivieni fra preverbale   e   verbale risulta praticamente impossibile, così da produrre quelle personalità   nevrotiche,   scisse,   che Goodman chiama «personalità   verbalizzanti».

sul linguaggio e sulle sue conseguenze sulla vita umana. La personalità infatti è altresì definibile come una «una struttura di abitudini di parola» ed è quindi da porre in un nesso strettissimo con l’apparire del linguaggio, che rappresenta d’altronde il sistema simbolico più potente a disposizione degli umani. C’è personalità – secondo Goodman – quando c’è «discorso subvocale» (e dunque pensiero), quando si consolidano delle «convinzioni» come abitudini di sintassi e di stile, quando si emettono «valutazioni» considerate come un insieme di atteggiamenti retorici. Il ‘verbale’ insomma dà forma ‘personale’ all’organismo (in quanto realtà ‘preverbale’), fornendolo di un pensiero discorsivo interiorizzato, consentendogli di formarsi delle convinzioni e di formulare delle valutazioni a partire da una determinata configurazione linguistica del sé. Anche in questo caso, Gestalt Therapy pone con forza la questione dell’integrazione fra il preverbale e il verbale, sostenendo che in un processo fisiologico e non condizionato dall’esterno, si creerebbe spontaneamente un flusso bidirezionale, per cui sarebbe usuale un ritorno del verbale verso il preverbale, oltre che un avanzamento di quest’ultimo nella zona regina del linguaggio. Come a dire che lasciando a sé stesso il dinamismo organismico umano sarebbe normale una integrazione dell’astrazione linguistica e concettuale con le dimensioni primitive del mormorio, del grido, della modulazione non articolata della voce – dall’onomatopea alla lallazione ai giochi musicali – che accompagnano le esperienze fondamentali della nutrizione, dell’imitazione o della sessualità. In una società come quella moderna però, sovraffollata di costrutti linguistici ad alto tasso di astrazione e di simbolismo, di norma collocati in una posizione di indiscussa preminenza, il libero andirivieni fra preverbale e verbale risulta praticamente impossibile, così da produrre quelle personalità nevrotiche, scisse, che Goodman chiama «personalità verbalizzanti». Con questa cifra si allude nel libro alla consistenza tutta verbale, vuota, priva di intensità e di vero contatto con sé stessi che caratterizza la donna o l’uomo del nostro tempo separato dalle proprie radici e tagliato dalla consapevolezza intima del proprio corpo. La parola è per questi soggetti

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solo un artificio con cui coprire inutilmente la lontananza dall’humus generatore e il conseguente deficit di contatto pieno e nutriente con l’ambiente. Ma come abbiamo capito, la questione non si chiude qui.

3. Della contraddizione. Dal conflitto costitutivo alla spettacolarità del linguaggio Chi infatti, sulla base delle considerazioni appena svolte, pensasse di poter facilmente classificare la Gestalt Therapy fra gli approcci di matrice psicanalitica, per principio convinti di una costitutiva incompatibilità fra individuo e società e altresì dubbiosi rispetto al rapporto costi-benefici relativo al linguaggio, in quanto capacità ma anche velo dell’autentica natura sensoriale e motoria dell’uomo pre-linguistico, sbaglierebbe però senza ombra di dubbio strada. E bastano pochi testi a dimostrarlo. Citerei in primo luogo il capoverso conclusivo della lunga ricostruzione filogenetica che ci ha appena condotto a considerare la società, nel suo senso pieno e compiuto, come un fattore di deformazione della socialità originaria e dunque quale origine di un conflitto generatore di disagio: D’altra parte è anche probabile (anche se queste diverse possibilità sono contraddittorie) che questi conflitti ‘inconciliabili’ siano stati sempre, e non solo attualmente, la condizione umana; e che la conseguente sofferenza e i tentativi verso una soluzione sconosciuta costituiscano le basi dell’eccitazione umana4.

Passaggio breve, ma importantissimo. Vi si fa balenare infatti, con acume folgorante, l’ipotesi (profondamente ermeneutica) che il rapporto individuo-società non debba leggersi nei termini consuetamente freudiani di «disagio della civiltà». Coerentemente con l’impianto di fondo della sua rilettura

4 «On the other hand, it is also likely (even if the different likelihoods are contradictory) that these ‘irreconcilable’ conflicts have always been, not only at present, the human condition; and that the attendant suffering and motion toward an unknown solution are the grounds of human excitement». Ivi, 96.

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Gestalt   Therapy avanza   il   dubbio fecondo che la dinamica   oppositiva fra   norma   sociale e istanza individuale   appartenga   al vissuto   costitutivo dell’uomo.

In un mondo che non è «il paradiso perduto»   non   ha senso insistere su una   dimensione puramente   ideale e   teorica   dell’umano posta prima del linguaggio ma bisogna battere la strada di una effettiva riconnessione gestaltica dei livelli dell’esistenza.

critica di Freud, e quindi della visione del mondo come elemento del campo e quindi insieme di possibilità aperte, oggetto di rifacimento e di rielaborazione creativa, Gestalt Therapy avanza il dubbio fecondo che la dinamica oppositiva fra norma sociale e istanza individuale appartenga al vissuto costitutivo dell’uomo, e che lungi dall’essere una sventura ineliminabile rappresenti una fonte decisiva di eccitazione e quindi di energia in vista del contatto e della crescita. Non soffriamo per un conflitto irrisolvibile, ma ci confrontiamo con il mondo, con le sue opportunità e le sue asperità, traendo dal confronto e dall’aggressione la linfa vitale che ci fa soggetti e ci fa appropriare della Lebenswelt in cui siamo innestati. Lo stesso tipo di ribaltamento salutare è osservabile nelle pagine che Gestalt Therapy dedica al linguaggio. Se per un verso l’apparire della parola può comportare il rischio di una indesiderata copertura delle istanze primarie (e preverbali) dell’organismo, dall’altro il linguaggio si manifesta nel libro come una potenzialità immensa nel momento in cui esso venga ben inserito nel processo di contatto. «Quando il contatto è buono, nell’atto del parlare, questi livelli aderiscono compatti l’uno all’altro nella realtà presente»5. Si tratta di una compenetrazione fra il parlare sonoro, il pensiero anche nella sua dimensione subvocale e la comunicazione sociale pre-personale: una forma di integrazione che giunge al suo culmine nell’atto poetico, vera terapia della verbalizzazione e dunque via autentica della rinascita terapeutica del sé. Perché non è negando il linguaggio che si esce dalla gabbia, come fanno molti modelli terapeutici fissati sul corpo, bensì cercando nella parola poetica il grimaldello che espugna i bastioni della separazione fra verbale e preverbale e ridona luce e bellezza al contatto (e dunque alla vita): «L’opposto del verbalizzare nevrotico è il linguaggio creativo: non è né

5 «In speech of good contact, these levels cohere in the present actuality». Ivi, 101.

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la semantica scientifica né il silenzio: è la poesia»6. In un mondo che non è «il paradiso perduto»7 non ha senso insistere su una dimensione puramente ideale e teorica dell’umano posta prima del linguaggio ma bisogna battere la strada di una effettiva riconnessione gestaltica dei livelli dell’esistenza. Ed è lì che il linguaggio declinato nella sua forma più pura assume un ineliminabile valore paradigmatico. In questo contesto di personalità si può allora parlare in un’altra luce.

4. Un diverso verbum relationis: la funzione personalità del sé Che cosa comporta infatti una visione alternativa del rapporto fra individuo e società come anche del linguaggio? Quel che accade in Gestalt Therapy è in definitiva la costruzione di un paradigma non più allineabile ai pregiudizi psicanalitici. Le prove e soprattutto i risvolti per l’oggi di questa nuova linea sono numerosi. Mettiamoli in fila. Il primo elemento da considerare è certamente il sottotitolo stesso del libro: Excitement and Growth in the Human Personality. È stato forse poco considerato il fatto che già nella linea di lettura intrinsecamente tracciata dalle prime parole di Gestalt Therapy (il sottotitolo appunto) si rivolga un’attenzione bipolare da un lato all’eccitazione come energia propulsiva dell’esperienza e dall’altro alla crescita come suo esito, mentre la personalità umana è posta quale luogo di bilanciamento dei due poli fondamentali del contatto, del suo alfa e del suo omega: l’eccitazione che muove l’organismo o lo blocca nell’angoscia, la crescita frutto del contatto buono e inficiata dalle esperienze prive del dinamismo fisiologico del sé. Ma non solo. Aver posto la personalità in apertura è un modo per affidare a questa

6 «[…] the contrary of neurotic verbalizing and creative speech; it is neither scientific semantics nor silence; it is poetry». Ibidem. 7 «[…] a lost paradise». Ivi, 105.

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Aver posto la personalità in apertura è un modo per affidare a questa così contrastata funzione un ruolo primario nel campo.


È la personalità ‘linguistica’,   consapevole    di   sé,   capace di dirsi e quindi di comunicarsi   e   comunicare, il grande balzo in avanti che ci   costituisce   per quello che siamo e ci consente di proiettarci nel mondo.

così contrastata funzione un ruolo primario nel campo, quando si consideri con realismo il soggetto dell’esperienza alla stregua di un impasto inscindibile di corpo e parola, di sensi, di movimento e di linguaggi plurali. Quasi che alla fine, a guardar bene, molto si giochi proprio su quel livello apparentemente secondario eppure coincidente con il bacino in cui le esperienze di contatto convergono dopo averne ricevuto una misura importante. E siamo al secondo elemento. Tornando infatti al linguaggio, in quest’ottica più complessa e meno ideologicamente irrigidita non sorprenderà il fatto che Gestalt Therapy consideri la personalità – nel suo intimo legame con la parola – come una conquista eccezionale: «Un bambino che forma la sua personalità imparando a parlare sta compiendo una conquista spettacolare»8. Che significa: il potenziamento che l’organismo umano riceve nel momento in cui si affaccia nel processo evolutivo l’apprendimento del linguaggio è da considerare eccezionale, nonché strettamente correlato alla formazione della personalità: è la personalità ‘linguistica’, consapevole di sé, capace di dirsi e quindi di comunicarsi e comunicare, il grande balzo in avanti che ci costituisce per quello che siamo e ci consente di proiettarci nel mondo. E che questa dimensione di autoconsapevolezza linguistica sia centrale viene apertamente dimostrato dall’analisi del triplice movimento dell’atto del parlare, in cui c’è sempre un «esso», il messaggio, un «io», lo stile e il tono di colui che parla, e un «tu», l’atteggiamento retorico, il desiderio, rivolto verso l’altro, che è espresso dalla parola pronunziata (e, come abbiamo ormai capito, atteggiamento o abitudine retorica è lo stesso che dire «personalità»). Ora, è proprio il livello del «tu» che viene in primo piano nell’atto poetico, quando il poeta non ha fisicamente davanti alcun interlocutore ma si costruisce il proprio pubblico ideale ‘dando del tu’ a sé stesso e riuscendo a riplasmare in questo

8 «A child forming his personality by learning to speak is making a spectacular achievement […]». Ivi, 100.

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«tu», ovvero nel gioco della funzione personalità, i tanti «tu» che la sua storia ha ospitato, assimilato o che – soprattutto – hanno lasciato nel corpo una ferita aperta che blocca il fluire del contatto. Senza questa capacità di ripresa linguistica del sé tipica della funzione personalità, la poesia non si darebbe e dunque verrebbe meno la possibilità di una integrazione tra organismo e ambiente che sia all’altezza di un mondo che non è un paradiso, un mondo in cui è necessario (e anche bellissimo) parlare. D’altronde, pure le considerazioni efficacissime che Goodman riserva alla «spontaneità» come atteggiamento chiave del processo di buon contatto, devono essere circostanziate e limitate. Certo, in un semplice atto spontaneo le tre funzioni sono solo gli stadi dell’adattamento creativo: l’es come sfondo corporeo, l’io come processo di indentificazione/alienazione, la personalità come figura creata, che il sé diventa e assimila all’organismo, unendola ai risultati della crescita precedente9. Ma nell’esperienza comune e quotidiana è normalmente indispensabile una dose di intenzionalità e di scelta deliberata ben più cospicua di quella ideale (è questa la ragione di un predominio dell’io), ovvero un rilassamento felicemente disintegrante (è qui che emerge centrale il ruolo dell’es), o ancora una componente sintetica di autonomia e di responsabilità, che attiene alla personalità come sistema degli atteggiamenti interpersonali. Quando «si tratta di impegnarsi nella situazione in conformità con il proprio ruolo»,10 allora la personalità in quanto «struttura responsabile del sé»11 entra in gioco poiché conferisce adeguatezza e appropriatezza al processo. Certo, Goodman non riesce a nascondere – si pensi alla società e alla cultura in cui Gestalt Therapy viene alla luce – la sua inclinazione e la sua profonda simpatia per la spontaneità e per il naturale middle mode dell’esperienza di contatto. Ma le considerazioni che riserva al linguaggio e alla personalità restano come un’indicazione di metodo

9 Cfr. Ivi, 156-157. 10 «[…] for it is one’s own situation that one engages in according to one’s role». Ivi, 161. 11 «[…] responsible structure of the self». Ibidem.

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Che   non   sia   più solo   «che   cosa senti?», ma anche (e forse   soprattutto) «chi sei tu?», (in un oggi mai separato dal divenire del tempo), la domanda gestaltica essenziale dinanzi al disagio della società postmoderna?

e probabilmente come una provocazione eccezionalmente attuale per noi. Basta infatti cogliere la dimensione corporea della personalità ben compaginata, espressione creativa e linguistica delle sostanze assimilate nel contatto buono – e quindi sfondo del contacting a titolo diverso ma non inferiore rispetto all’es – per trovarsi di fronte all’emergenza odierna del disagio. Quella di un’esperienza che non trova scritte nel corpo le proprie ‘regole d’ingaggio’, che perde di norma i riferimenti essenziali al contesto e all’altro, priva di una personalità che sia dispiegamento linguistico del sé e dunque guida dell’eccitazione creativa. Dove per noi oggi non è in questione l’intensità dell’emozione (anzi patologicamente ricercata) ma l’integrazione con le diverse componenti del soggetto: la possibilità cioè di essere liberi di esprimersi mentre ci si definisce, mentre si occupa un posto nel mondo e si è in grado di proporsi quale identità solida e integrata. Che non sia più solo «che cosa senti?», ma anche (e forse soprattutto) «chi sei tu?», (in un oggi mai separato dal divenire del tempo), la domanda gestaltica essenziale dinanzi al disagio della società postmoderna?

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Abstract Lo statuto della funzione personalità del sé è soggetto ad una serie di spinte e controspinte in Gestalt Therapy. Pur trovandosi collocata al centro dell’opera e del suo titolo (Excitement and Growth in the Human Personality), la personalità sembra essere per certi aspetti considerata da Perls e Gooodman una funzione secondaria, legata ad una modalità meno viva e spontanea dell’esperienza umana. D’altronde, il suo spazio nel quadro evolutivo verrebbe ‘dopo’ l’autonomia e ‘dopo’ il linguaggio, in una zona meno rilevante del sé. Ma se si scende più a fondo nei testi del libro fondativo è possibile notare come esista un’altra faccia della questione. In verità, nell’esperienza di contatto interpersonale, la funzione personalità assume un rilievo centrale e guida la ricerca della giusta collocazione del soggetto nel suo mondo, di fronte all’altro.

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As I walk


RICERCA

TEORIA DEL SÉ E SOCIETÀ LIQUIDA. Riscrivere la funzione-Personalità in Gestalt Therapy Giovanni Salonia

Il passaggio dal contatto consapevole all’assimilazione inconsapevole ha un pathos profondo Fritz Perls - Paul Goodman Ogni sviluppo della Terapia della Gestalt deve seguire da quella teoria [quella di Goodman] […] La resurrezione della Terapia della Gestalt […] non da ciò che è morto, ma da ciò che è stato tralasciato Isadore From In futuro si tratterà soprattutto di ‘gestire’ le emozioni piuttosto che riportarle alla luce Mark Solms

1. Domande che interrogano la teoria del sé 1.1 Nell’agosto del 2011 B.J. Casey e W. Mischel, con i loro collaboratori, pubblicarono i risultati della più famosa e più lunga ricerca di psicologia comportamentale, iniziata nel 1972 a Stanford con l’‘esperimento dei marshmallow’1. A dei bambini di quattro anni viene offerto un marshmallow, ma con la clausola che ne sarebbe stato dato un altro se avessero resistito per quindici minuti senza mangiarlo. Ovviamente alcuni dei 6oo coinvolti riuscirono a resistere, altri no2. Dopo quattordici anni, questi bambini vengono richiamati per un confronto: i bambini che avevano resistito alla tentazione avevano riportato risultati migliori a livello

1 B.J. Casey et alii (2011), Behavioral and neural correlates of delay gratification 40 years later, Pnas, August 29th 2011, in «Il sole 24 ore», 2 Ottobre 2011. 2 Simpaticissimo il video di questi bambini impegnati anima e corpo a resistere alla tentazione (cfr. The Marshmallow Test: http:// www.youtube.com/watch?v=QX_oy9614HQ).

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scolastico, di autostima e sociale. Circa quaranta anni dopo, questi bambini vengono sottoposti ad un altro test (non premere il pulsante quando appariva un volto sorridente): i risultati confermarono che quelli più capaci di non rispondere in modo immediato corrispondevano ai bambini che avevano resistito alle tentazioni del marshmallow. Tali adulti mostravano una vita più soddisfacente e con maggiore successo. Domanda numero 1: come leggere in termini di teoria del sé i risultati di questo esperimento? Come declinare la tensione tra ‘mangiare’ e ‘non mangiare’ nella teoria del sé e dell’adattamento creativo? 1.2 «Cosa succede quando muore la madre? Come si continua a vivere?» mi chiede Giulia (24 anni, otto di terapia, diagnosticata come anoressica). Restiamo in silenzio, come nostra prassi, per fare emergere echi da questa pregnante domanda. Dopo un po’, un sorriso d’intesa: per tutti e due è chiaro che stiamo parlando anche di noi due. Ed emerge l’altra domanda: «Che succede quando finisce la terapia?». Giulia sta chiedendo (a se stessa e a me) cosa succederà quando resterà senza la madre e senza il terapeuta. Lo chiede adesso che si sente quasi pronta ad affrontare un momento cruciale della sua vita. Domanda numero 2: obiettivo della terapia è la competenza al contatto o la competenza alla solitudine? Quale la prospettiva specifica della Gestalt Therapy? 1.3 In una seduta dimentico il cellulare acceso. Quando squilla, il paziente mi dice con tono alterato di spegnerlo. Io gli rispondo: «Hai ragione. È un tuo diritto chiedere che io spenga il cellulare. Solo una curiosità: ti va di parlare del fatto che ho percepito nella richiesta un tono, a mio avviso, alterato? Come ti senti nel farmi la richiesta?». «Non mi sentivo il diritto di chiedere... ora che ci penso, anche con mio padre non avevo mai diritti...». «Sembra – commento, ricordando la sua colite ulcerosa – che il tuo potere sia stato... insanguinato». Si illumina. Mi dice che sente che il suo corpo si apre: sa cosa lo fa soffrire...

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C o m e    d e c l i n a r e l a    t e n s i o n e    t r a ‘mangiare’ e ‘non m a n g i a r e ’    n e l l a t e o r i a    d e l    s é    e dell’adattamento creativo?

O b i e t t i v o    d e l l a terapia è la c o m p e t e n z a    a l contatto o la competenza  alla solitudine?  Quale la prospettiva s p e c i f i c a    d e l l a Gestalt Therapy?


Quale  differenza tra potere e aggressività? Come la teoria del   sé   affronta   la differenza tra potere e aggressività?

Domanda numero 3: quale differenza tra potere e aggressività? Come la teoria del sé affronta la differenza tra potere e aggressività? 1.4 Una mamma confida alla figlia dodicenne: «Io soffro perché mi sento sessualmente ignorata da tuo padre». La figlia ha un senso di disagio. Domanda numero 4: dal momento che l’affermazione della madre è corretta dal punto di vista comunicativo, in che modo la teoria del sè spiega il disagio della figlia? 1.5 Un sogno ricorrente per molti pazienti (e, in genere, per molte persone) è quello di dover affrontare ancora esami che nella realtà da anni sono stati sostenuti. Domanda numero 5: che senso ha questo sogno? Come lavorare su questo sogno tenendo presente la teoria del sé? 1.6 In un workshop una counsellor (45 anni) presenta un problema impegnativo: «Vorrei capire perché e come sono seduttiva. Mi è successo prima con mio padre all’età di 15 anni e poi con un terapeuta: li ho sedotti sessualmente entrambi». Il trainer – gestaltista – le chiede: «Ma tu lo sai che sei bella?». Lei risponde, quasi impaurita: «No». E il lavoro prosegue su questa onda. Domanda numero 6: il problema di questa donna è non sapere di essere seduttiva o non sapere di non essere responsabile di quello che è accaduto? Quale teoria del sé per questo lavoro? 1.7 Siamo in un gruppo di formazione per psicoterapeuti. Momento didattico sulla teoria del sé in Gestalt Therapy. Molti partecipanti chiedono la pausa. Corrado, irritato, si rivolge pesantemente contro costoro sostenendo che non è giusto fare la pausa, che lui paga tanti soldi e reputa poco maturo fare tante pause. I colleghi iniziano a rispondere. Il trainer interviene dicendo: «Se permettessi questa discussione... mi sentirei a disagio con la mia funzione-Personalità». Domanda numero 7: perché avallare una discussione tra Corrado e i colleghi da parte del trainer sarebbe stato espressione di un suo disturbo della funzione-Personalità?

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2. La funzione-Personalità in Teoria e Pratica della Terapia della Gestalt (TPTG): esercizio di esegesi Si sa: il testo TPTG3 va sempre riletto come fosse la prima volta per riscoprirne la sapienza antropologica e clinica. Rileggeremo in particolare il paragrafo ottavo del capitolo decimo e brani dei capitoli undicesimo e tredicesimo. Gli autori hanno già affermato che il sé in GT non è un homunculus, un quid, ma una funzione. Il sé è l’Organismo in contatto e ha, tra le altre, tre strutture importanti abitualmente così descritte: l’Es (il corpo da cui emerge il movimento verso: ‘Cosa sento’), l’Io (per far proprio o alienare quello che emerge: ‘Cosa voglio’), la Personalità (l’assimilazione dopo il contatto: ‘Cosa sono diventato’). 2.1 Come aspetti del sé in un semplice atto spontaneo, l’Es, l’Io e la Personalità sono infatti gli stadi principali dell’adattamento creativo: l’Es è lo sfondo dato che si dissolve nelle sue varie possibilità, comprese le eccitazioni organiche, il passaggio alla consapevolezza delle situazioni incompiute del passato, la percezione vaga dell’ambiente, e i sentimenti appena iniziali che connettono l’organismo con l’ambiente. L’Io è l’identificazione progressiva con le varie possibilità nonché la loro eventuale alienazione, la limitazione e l’intensificazione del contatto attuale, compreso il comportamento motorio, l’aggressione, l’orientamento e la manipolazione. La Personalità è la figura creata che il sé diventa e assimila all’organismo, unendola ai risultati della crescita precedente. Tutto ciò, come appare chiaro, è appunto il processo stesso della figura/sfondo, e in casi così semplici non c’è bisogno di nobilitare questi stadi con dei nomi particolari (10 § 5).

3 Il testo, pubblicato nel 1951, constava di due parti. Nelle seconda edizione (1994) – curata da I. From e V. Miller – le parti furono invertite. Nel presente lavoro si fa riferimento alla prima parte della seconda edizione nella traduzione italiana (1997): F. Perls, R. Hefferline, P. Goodman (1997) (ed. or. 1994), Teoria e pratica della Terapia della Gestalt, Astrolabio, Roma.

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Su queste affermazioni la tradizione gestaltica ha prodotto numerose riflessioni teoriche e cliniche4. Proviamo adesso, attraverso un’analisi esegetica del paragrafo ottavo del capitolo decimo, ad esplorarne aperture e implicazioni teoriche e cliniche.

La Personalità esiste nel momento in cui s i    i n c a r n a    i n    u n a situazione e cioè ‘si inventa e si scopre’ n e l l a    s i t u a z i o n e attuale.

L a    P e r s o n a l i t à    è una  struttura  che continuamente prende  forma  nel situarsi e non diventa mai un oggetto.

2.2 Anche la Personalità, in quanto struttura del sé, viene scoperta e inventata [...] è il sistema degli atteggiamenti assunti nei rapporti interpersonali; è l’assunzione di ciò che l’individuo è, e serve da sfondo sulla cui base si potrebbe spiegare il proprio comportamento, se tale spiegazione fosse richiesta (10 § 8). L’affermazione che la Personalità è una struttura che viene scoperta ed inventata sottolinea come la Personalità da una parte si costruisca man mano (la parola ‘struttura’ nel testo diventerà ‘muscolatura’) e dall’altra debba rimanere flessibile ad ogni nuova situazione. Come il mio volto non esiste senza essere un volto-in-situazione (per restare all’esempio del testo), così, potremmo dire, la Personalità esiste nel momento in cui si incarna in una situazione e cioè ‘si inventa e si scopre’ nella situazione attuale. Quasi a dire che la Personalità è una struttura che continuamente prende forma nel situarsi e non diventa mai un oggetto. 2.3 Ma la Personalità, sostanzialmente, è una copia verbale del sé; è ciò che risponde a una domanda o a una domanda posta dal sé (10 § 8). Qui si afferma che la Personalità è, in ultima analisi, un dialogo sotterraneo dell’Organismo con se stesso e su se stesso: un dialogo mai chiuso e che continuamente si rinnova nel continuo incarnarsi dell’Organismo in contatto (ossia del sé).

4 Alcuni contributi classici: L. Jacobs, P. Philippson, G. Wheeler (2007), Self, Subject, and Intersubjectivity: Gestalt Therapists reply to questions from the editors and from Daniel Stern and Michael Mahoney, in «Studies in Gestalt Therapy», I, 1, 13-38; B. Kenofer (2010), The contradictions within Perls’ sense of Self, in «International Gestalt Journal», 33, 1, 5-26; F. Perls (2010), Cooper Union Forum. Lecture Series: “The Self” Fiding Self through Gestalt Therapy, in «International Gestalt Journal», 33, 1, 27-51.

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Solo perché (se) esiste tale dialogo, si può rispondere ad una eventuale richiesta sul sé. Il concetto fenomenologico di ‘dicibilità’ viene assunto come consapevolezza5. Famoso l’esempio del danzatore di Perls6: un danzatore è consapevole se danza senza pensare che danza, ma se gli viene chiesto deve saper dire quello che vive. Cosa il paziente dice a se stesso di sé (e del mondo) diventa, a questo punto, un passaggio necessario della terapia. La famosa affermazione secondo cui la Personalità è copia verbale del sé (10 § 8), capace di rispondere ad una domanda posta dal sé, sottolinea inoltre, in modo implicito ma inevitabile, la connessione inscindibile (copia, appunto!) tra corpo e parola. La parola deve essere sempre copia fedele di quello che accade (ed è accaduto) nell’Organismo7. 2.4 Quando il comportamento interpersonale è nevrotico, la Personalità è costituita da un certo numero di concezioni errate di se stessi, di introietti, di ideali dell’Io, di maschere, ecc. Ma quando la terapia si è conclusa (e questo è valido per ogni metodo terapeutico), la Personalità è una sorta di struttura di atteggiamenti, compresa dall’individuo stesso, che possono venir utilizzati per ogni genere di comportamento interpersonale (10 § 8). Da quanto affermato, la linea di demarcazione tra la Personalità all’inizio della terapia (quella nevrotica) e la Personalità alla fine della terapia sembra delineare un (l’) obiettivo stesso della terapia: cambiare la qualità della Personalità. Una Personalità rigida non è copia verbale dell’esperienza, ma un grumo di introietti e di proiezioni che si solidifica e non riesce a incarnarsi (e, quindi, a rigenerarsi) nella

5 Approfondimenti in G. Salonia (1986), La consapevolezza nella teoria e nella pratica della Psicoterapia della Gestalt, in «Quaderni di Gestalt», II, 3, 125-146. 6 F. Perls (1995) (ed. or. 1942), L’Io, la Fame, l’Aggressività, Franco Angeli, Milano. 7 Approfondimenti sull’ermeneutica del dire in G. Salonia (2011), Sulla felicità e dintorni. Tra corpo, parola e tempo, Il pozzo di Giacobbe, Trapani.

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La parola deve essere sempre copia fedele di quello che accade ( e d    è    a c c a d u t o ) nell’Organismo.

U n a    P e r s o n a l i t à r i g i d a    n o n    è c o p i a    v e r b a l e dell’esperienza,  ma un grumo di introietti e di proiezioni che si  solidifica  e  non riesce a incarnarsi (e, quindi, a rigenerarsi) nella  realtà  nuova di  ogni  situazione presente.


realtà nuova di ogni situazione presente. La Personalità flessibile – lo riprenderemo – è come l’acqua, ed assume la forma del recipiente (13 § 9): non possiede una struttura preconfezionata, ma si incarna nella situazione concreta. 2.5 [La Personalità] è autonoma, responsabile e conosce a fondo se stessa nonché il fatto che essa gioca un ruolo preciso nella situazione attuale (10 § 8). A questo punto gli Autori indicano alcune caratteristiche della Personalità che descriveranno dettagliatamente e che qui di seguito analizzo.

La spontaneità, per e s s e r e    g e n u i n a , d e v e    i n c a r n a r s i nell’autonomia come  l’autonomia d e v e    e m e r g e r e dalla spontaneità.

2.6 L’autonomia non va confusa con la spontaneità. L’autonomia è una libera scelta ed ha sempre un senso di disimpegno primario seguito dall’impegno. La libertà viene data dal fatto che il terreno dell’attività è già stato raggiunto: l’individuo si impegna a seconda di quel che è, cioè, di quel che è diventato (10 § 8). Quest’affermazione ci allerta sull’ambiguità di alcuni slogan gestaltici8 che parlano di ‘spontaneità al confine di contatto’, come se potesse esserci una spontaneità senza autonomia. La spontaneità, per essere genuina, deve incarnarsi nell’autonomia come l’autonomia deve emergere dalla spontaneità: sono le premesse di quello che sarà chiamato ‘adattamento creativo’. Ciò che la persona è diventata è inevitabilmente presente nel ciclo di contatto o come ostacolo o come sostegno. 2.7 L’autonomia è meno estrinsecamente attiva dell’intenzionalità e naturalmente meno estrinsecamente passiva del rilassamento, poiché si tratta di impegnarsi nella propria situazione in conformità con il proprio ruolo [...]. Nel comportamento spontaneo tutto è nuovo e viene fatto proprio progressivamente; nell’autonomia il comportamento

8 Cfr. G. Salonia (2011), Requiem per gli slogan gestaltici. Intervento introduttivo al II convegno della Società Italiana Psicoterapia Gestalt, in G. Francesetti et alii (eds.), La creatività come identità terapeutica, Franco Angeli, Milano, 51-54.

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è il proprio comportamento perché fin dal principio è già stato raggiunto e assimilato. La ‘situazione attuale’ non è veramente nuova, ma è, invece, un’immagine riflessa della Personalità; così viene riconosciuta per propria e l’individuo si sente sicuro (10 § 8). Viene ribadito, in questo punto, come la novità della situazione non possa essere assoluta, ma sia incarnata e inscritta nella Personalità. Non si tratta quindi di una spontaneità atemporale ed aspaziale, ma di una spontaneità dentro una storia, dentro una biografia. 2.8 La Personalità è ‘trasparente’, la conosciamo fino in fondo, perché è il sistema di ciò che è stato riconosciuto (nella terapia, costituisce la struttura di tutti gli insight del tipo di “Aha!”). Il sé non è affatto trasparente in questo senso – benché esso sia consapevole e possa orientarsi – poiché la sua coscienza di sé sta nei termini dell’altro partecipante della situazione attuale (10 § 8). È chiaro che nelle situazioni ideali il sé non ha molta personalità (13 § 9), nel senso che il sé deve rimanere libero e flessibile. Una Personalità che risulta da situazioni incompiute, atteggiamenti inflessibili, lealtà disastrose (13 § 9), introietti, proiezioni diventa un ostacolo all’esperienza e al contatto. La conseguenza del ‘contatto’ (eccezion fatta per il caso dell’annientamento) è il raggiungimento della crescita (13 § 4): l’apprendimento, quando è digerito e non inghiottito per intero, è detto assimilazione; può allora venir impiegato in modo simile alla propria muscolatura. 2.9 Analogamente, la Personalità è responsabile e può assumersi delle responsabilità in un senso di cui il sé creativo non è capace. La responsabilità infatti consiste nell’adempiere a un contratto; ora un contratto viene fatto a seconda di cosa si è, e la responsabilità costituisce l’ulteriore coerenza del comportamento entro questa struttura. Ma la creatività pura non può stipulare contratti in questo senso; la sua coerenza prende forma man mano che essa va avanti. Così la Personalità è la struttura responsabile del sé (10

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§ 8). In altre parole, la creatività per essere genuina deve coniugarsi con la responsabilità, come la responsabilità per non essere superegoica deve emergere dalla creatività: ecco le basi teoriche dell’adattamento creativo. Essere responsabili nella creatività ed essere creativi nella responsabilità diventa un obiettivo terapeutico. 2.10 “L’Io consiste nel senso di unità, contiguità e continuità del corpo e della mente dell’individuo nella propriocezione della propria individualità… L’Io è un’unità funzionale con una carica energetica, che varia al variare dei pensieri e delle percezioni reali, ma ritiene lo stesso senso della propria esistenza in confini definiti” (11 § 2). Siamo nel capitolo undicesimo e gli Autori stanno citando, compiaciuti, una frase di Federn a proposito dell’Io. Sostengono poi che tale affermazione descriva in modo accurato non l’Io ma la Personalità: Questa è un’ottima descrizione di ciò che in precedenza (10 § 8) abbiamo chiamato Personalità. Il sé come tale non sente tanto la propria esistenza quanto l’unità del suo contattare (11, nota 3).

3. Riscrivere la teoria del sé. Ripartire dalla funzionePersonalità Come recita il n. 1 del cap. 13, la crescita è lo scopo finale del ciclo di contatto, ma a crescere è l’organismo e non il sé (13 § 1): la crescita accade inconsapevolmente quando il contatto consapevole viene assimilato. Tenendo presente l’analisi esegetica del testo (capp. 10 e 13 in particolare), emergerà una ermeneutica della funzionePersonalità che delinea una nuova grammatica della teoria del sé.

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Essere  responsabili n e l l a    c r e a t i v i t à ed  essere  creativi nella responsabilità diventa un obiettivo terapeutico.


3.1 La ‘novitas’: la funzione-Personalità è figura (e non sfondo!) agli inizi del ciclo di contatto

È  tale  co-presenza (della  funzione-Es e  della  funzionePersonalità)  che  dà senso alla funzioneIo.

La funzione-Personalità è una istanza regolativa  intima, corporea, che risulta da tutte le esperienze assimilate. La funzione-Io – ci ricorda P. Goodman – non ha il compito di registrare il risultato di una lotta, ma di creare attraverso un processo di  identificazione e  alienazione  una soluzione inedita.

La presenza attiva e decisiva della funzione-Personalità nel momento stesso in cui emerge il bisogno (funzione-Es) apre orizzonti nuovi nell’antropologia e nella clinica della Gestalt Therapy. Essere attenti prevalentemente alla funzione-Es (‘Cosa sento’) crea confusioni e false direzionalità se non si è contestualmente attenti a ‘Chi sono io che sento questo’ (‘Chi io sono diventato’). È tale co-presenza (della funzioneEs e della funzione-Personalità) che dà senso alla funzioneIo. Se, infatti, la funzione-Personalità non diventasse figura e non fosse attiva sin dall’inizio – ‘Chi sono (diventato) io che sento’ – si transiterebbe direttamente dal ‘Cosa sento’ al ‘Cosa decido’, svuotando, in questo modo, la funzione-Io del compito di appropriarsi o di alienare. Tale prospettiva – che rilegge in un’elegante cornice teorica il famoso dialogo di Perls tra under-dog e top-dog9 – si distanzia nettamente dalla classica posizione freudiana che vede l’Io come risultato del conflitto tra Es e Super-Io. Innanzitutto il concetto di funzionePersonalità è qualitativamente differente da quello di SuperIo: quest’ultimo è una istanza regolativa esterna, quasi un corpo estraneo che entra in gioco per regolare l’Es, mentre la funzione-Personalità è una istanza regolativa intima, corporea, che risulta da tutte le esperienze assimilate (tutte le “Aha!” – dice il testo). Per tale ragione, la funzione-Io – ci ricorda P. Goodman10 – non ha il compito di registrare il risultato di una lotta, ma di creare attraverso un processo di identificazione e alienazione una soluzione inedita. Si tratta di una soluzione – adattamento creativo – che attraversa tutto il polemos11 tra le due funzioni ed approda ad una nuova gestalt che si colloca al di là della logica vinti-vincitori. Se, infatti, ‘vincesse’ la funzione-Es produrrebbe antisocialità,

9 F. Perls (2007) (ed. or. 1969), La terapia gestaltica parola per parola, Fabbri, Milano. 10 Cfr. P. Goodman (1995) (ed. or. 1966), Individuo e comunità, Eleuthera, Milano. 11 Ci ricorda il testo che soluzioni precoci o impossibili indicano un mal funzionamento della funzione-Es e della funzione-Personalità.

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così come si produrrebbe repressione se ‘vincesse’ la funzione-Personalità. Solo tali soluzioni possono essere assimilate e produrre crescita nell’Organismo. Nei conflitti nevrotici, la funzione-Io non può portare avanti il proprio compito (identificare ed alienare la novità che emerge) a causa del malfunzionamento o della funzioneEs (non sa quello che sente) o della funzione-Personalità (valori non assimilati, introietti, idealizzazioni, chiacchiere). Ogni volta che un conflitto viene percepito come irrisolvibile per cui la funzione-Io non può operare, si rende necessario focalizzare ambedue le funzioni (Es e Personalità). È interessante notare come tale polemos è registrato anche a livello corporeo, producendo in due parti del corpo direzioni differenti. Questo è evidente e visibile, ad esempio, nei due occhi che esprimono emozioni a volte diametralmente opposte (uno esprime il vissuto della funzione-Es, mentre l’altro quello della funzione-Personalità)12. La crescita dell’Organismo avviene proprio quando la funzione-Io crea una novitas in un presente vibrante che risulta dalla funzione-Es che punta verso il futuro (verso ciò che si vuole diventare) e dalla funzione-Personalità che è il fisiologico radicamento in ciò che si è diventati. Ritornando all’interrogativo del primo esempio (il marshmallow test), è evidente come la lotta che il bambino instaura tra mangiare ed attendere si inscriva dentro le due funzioni (Es e Personalità). È dalla funzione-Personalità (l’aver appreso ad attendere) che verrà fuori la differenza tra i vari ragazzi. Se un diabetico ha voglia di dolci, la lotta tra le due funzioni (‘Cosa sento’ e ‘Cosa sono diventato’) sarà il terreno dove la funzione-Io inventerà e scoprirà una soluzione nuova che, se autentica, sarà avvertita come coerente e placante per ambedue le funzioni (senza – ripeto – né vinti né vincitori). Perchè il diabetico trovi una soluzione creativa deve continuare a sentire (e non desensibilizzare) il suo corpo

12 A livello clinico diventa efficace, ad esempio, lasciar parlare in modo separato i due occhi. Cfr. G. Salonia, Il corpo nella Gestalt Therapy, pross. pubblicazione.

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Ogni  volta   che  un conflitto  viene  percepito  come  irrisolvibile per cui la funzione-Io non può operare, si rende   necessario  focalizzare ambedue le funzioni (Es e Personalità).

La crescita dell’Organismo  avviene proprio  quando  la funzione-Io  crea una novitas in un presente  vibrante che risulta dalla funzione-Es che punta verso il futuro (verso ciò che si  vuole  diventare) e  dalla  funzionePersonalità che è il fisiologico  radicamento in ciò che si è diventati.


Un  abuso  che  ha confuso   il   corpo   (la bambina   era   piccola e il suo corpo ha sentito assieme troppe emozioni e troppo intense,  impossibili da definire) crea un disturbo  della  funzione-Es;   un   abuso, invece,   nel   quale   la ragazzina   percepiva con chiarezza quello che avveniva (poteva dire:  «Violentano  il mio corpo») ma non sapeva  o  non riusciva a  comunicarlo  crea un disturbo della funzione-Personalità.

che desidera il dolce e, nello stesso tempo, aver assimilato (funzione-Personalità) nel corpo l’essere diventato diabetico. Se queste due funzioni sono disturbate, la funzione-Io sarà assente e il conflitto si cronicizzerà, producendo non crescita ma frustrazione. Altri esempi per il lavoro clinico. Il terapeuta dà la mano al paziente e questi dice che si sente imbarazzato. Per comprendere il suo vissuto diventa decisivo distinguere la funzione-Es dalla funzione-Personalità. Il vissuto dell’imbarazzo è dovuto al fatto che non sa quello che sente nella mano (desensibilizzazione o confusione delle sensazioni corporee) o al fatto che, pur avvertendo sensazioni chiare, non sa che significato dare all’esperienza? Dove questa analisi differenziale diventa particolarmente necessaria e decisiva è nel lavoro clinico con le persone abusate. Infatti un abuso che ha confuso il corpo (la bambina era piccola e il suo corpo ha sentito assieme troppe emozioni e troppo intense, impossibili da definire) crea un disturbo della funzione-Es; un abuso, invece, nel quale la ragazzina percepiva con chiarezza quello che avveniva (poteva dire: «Violentano il mio corpo») ma non sapeva o non riusciva a comunicarlo crea un disturbo della funzione-Personalità13.

3.2 La funzione-Personalità come assimilazione, ossia la biografia vissuta La Personalità diventa così memoria corporea dell’Ambiente, ossia dell’Altro che l’Organismo ha incontrato con pienezza: diventa ‘biografia vissuta’.

Dopo il contatto pieno, l’Organismo entra in quella fase misteriosa e piena di pathos che è l’assimilazione inconsapevole (10 § 5) (compito specifico della funzione-Personalità). Va sottolineato in questa rilettura che l’assimilazione, per essere genuina e duratura, deve essere corporea. Una esperienza di contatto pieno (finalmente!) ristruttura lo schema corporeo o in termini di integrità o di pienezza. La Personalità diventa così memoria corporea dell’Ambiente,

13 Cfr. http://abusosessuale.forumattivo.it, Forum per gli abusi sessuali a cura di E. Amenta.

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ossia dell’Altro che l’Organismo ha incontrato con pienezza: diventa ‘biografia vissuta’14, che si differenzia dalla ‘biografia cronologica’ – in modo analogico – come il corpo anatomico si differenzia dal corpo vissuto15. Nelle situazioni iniziali (1.5) si citava il sogno ricorrente di rifare un esame, quasi ad indicare che le esperienze nelle quali la funzione-Io non è stata coinvolta non possono essere assimilate. Ricordo una donna in piena psicosi post-partum che insisteva sul fatto che non sapeva se aveva partorito e si angosciava al pensiero di dover ancora partorire. Tale compito della funzionePersonalità (l’assimilazione) è certamente il più conosciuto nella tradizione gestaltica, ma proprio per il fatto che avviene in modo inconsapevole è stato alquanto trascurato16. La sua importanza, tuttavia, è decisiva. L’apprendimento quando è digerito e non inghiottito per intero, è detto assimilazione: può allora venire impiegato in modo simile alla propria muscolatura (13 § 9). Infine, con un colpo d’ala, gli Autori parlano di un pathos profondo che connota l’assimilazione, quasi a segnalare – da una parte – il rischio di banalizzazioni, ad indicare –  dall’altra – che questo processo rimanda a qualcosa che ha del fascino e del mistero17: il mistero dell’incontro fra Organismo e Ambiente che ci nutre e ci fa crescere. L’Organismo diventa… i contatti pieni che ha sperimentato.

14 Le recenti ricerche di A. Damasio sul ‘sé autobiografico’ sembrano il correlato scientifico della biografia vissuta. Cfr. A. Damasio (2010), Il sé viene alla mente. La costruzione del cervello cosciente, Adelphi, Milano. Cfr. anche G. Salonia, Il corpo nella Gestalt Therapy, cit. 15 G. Salonia (2008), La psicoterapia della Gestalt e il lavoro sul corpo. Per una rilettura del fitness, in S. Vero (ed.), Il corpo disabitato. Semiologia, fenomenologia e psicopatologia del fitness, Franco Angeli, Milano, 51-81. 16 In un convegno gestaltico, dopo aver parlato della funzionePersonalità, una leader commentò con aria quasi infastidita: «La funzione-Personalità avviene in modo inconsapevole: perché parlarne?». 17 Mi piace il rimando alla definizione dell’incontro offerta dalla fenomenoantropologia: Gnade und Geheimnis (Grazia e Mistero). Su questi temi cfr. B. Callieri (1993), Aspetti antropofenomenologici dell’incontro con la persona delirante, in «Rivista di Psichiatria», 28, 303-309.

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L’Organismo diventa… i contatti pieni che ha sperimentato.


3.3 Le interruzioni di contatto come disturbi della funzionePersonalità

L’intima connessione tra funzione-Es e funzione-Personalità dà un’originale prospettiva teorica e clinica anche alla comprensione delle interruzioni di contatto.

L’interruzione  del processo corporeo e la mancanza di sostegno specifico sono la trascrizione   fenomenologica  dell’interruzione  e  riguardano rispettivamentela  funzione-Es  e  la  funzione-Personalità.

L’intima connessione tra funzione-Es e funzione-Personalità dà un’originale prospettiva teorica e clinica anche alla comprensione delle interruzioni di contatto. L’interazione Organismo/Ambiente si interrompe, come sappiamo, nel momento in cui il respiro che è stato attivato dall’intenzionalità organismica per andare verso l’Ambiente, invece di aprirsi, si restringe (angustus) per mancanza di sostegno specifico18. L’interruzione del processo corporeo e la mancanza di sostegno specifico sono la trascrizione fenomenologica dell’interruzione e riguardano rispettivamente la funzione-Es e la funzione-Personalità. Rileggere le interruzioni in questa prospettiva ne evidenzia sia il blocco corporeo (corpo represso, desensibilizzato, etc.) sia il disturbo della funzione-Personalità (sentirsi in modo improprio più piccolo o più grande dell’Ambiente). Nell’introiezione, ad esempio, il confronto/conflitto tra funzione-Es e funzione-Personalità non perviene ad una soluzione creativa perchè la funzione-Personalità è formata non da esperienze assimilate, ma da introietti19. Nella proiezione il respiro si chiude e vede fuori ciò che vive nel corpo perché – a livello di funzione-Personalità – l’Organismo si percepisce piccolo rispetto all’Ambiente. Percezione distorta sulla polarità opposta quella della retroflessione, nella quale l’ambiente è percepito troppo piccolo, incapace di contenere la tensione che l’Organismo ritorcerà così nel proprio corpo.

18 Cfr. G. Salonia (2010), L’anxiety come interruzione nella Gestalt Therapy, in L.D. Regazzo (ed.), Ansia, che fare? Prevenzione, farmacoterapia e psicoterapia, CLEUP, Padova, 233-254. 19 Non si tratta in Gestalt Therapy di cambiare i pensieri – come è invece secondo l’ottica cognitivista (che cerca di modificare le convinzioni irrazionali) – ma di lavorare sull’assimilazione delle esperienze per creare e favorire la formazione di una Personalità come risultato delle assimilazioni.

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3.4 La funzione-Personalità ‘copia verbale del sé’: la parola nella Gestalt Therapy O g n i    e s p e r i e n z a deve essere dicibile. La dicibilità – che in Gestalt Therapy si può definire ‘consapevolezza’ – è connaturata  all’esperienza.

La funzione-Personalità, invece, in Gestalt Therapy riguarda i pensieri connessi con l’esperienza, ossia i pensieri ‘corporei’.

Per ben due volte Goodman parla della funzione-Personalità come capacità di rispondere ad eventuali domande sulla propria esperienza, sul flusso emozionale che il corpo vive. Questa affermazione rimanda, come dicevo, ad una sorta di dialogo interno20 – carsico – che scorre in ogni Organismo. In altre parole, ogni esperienza deve essere dicibile. La dicibilità – che in Gestalt Therapy si può definire ‘consapevolezza’21 – è connaturata all’esperienza. Con grande intuito, TPTG vede la parola come copia verbale del sé: la parola-esperienza (e non quella vuota del ‘Man sigt’22 heideggeriano) è intimamente connessa con il corpo. Ecco perché le parole – ascoltate con attenzione (suono, pause, grammatica, sintassi)23 – diventano la profondità della superficie24. La funzione-Personalità, invece, in Gestalt Therapy riguarda i pensieri connessi con l’esperienza, ossia i pensieri ‘corporei’. Anche qui non si tratta di ritornare all’‘aboutismo’ (di cui parla Perls) che riguarda pensieri staccati dal corpo, né al sistema di rappresentazioni cognitive proprie della terapia cognitiva (che riguarda pensieri razionali o irrazionali). La qualità del dialogo intrapersonale (le parole sono copia verbale o sono sconnesse dall’esperienza?) determina la qualità del contatto25. 20 G. Salonia, C. Di Cicco (1982), Dialogo interno e dialogo esterno: contributo per un’integrazione della terapia cognitiva con principi e tecniche della comunicazione interpersonale, in «Formazione psichiatrica», III, 1, 179-194. 21 G. Salonia (1986), La consapevolezza nella teoria e nella pratica della Psicoterapia della Gestalt, cit. 22 La parola del ‘si dice’ è quella della chiacchera nevrotica o delle stereotipie psicotiche che non promanano dall’esperienza del soggetto, ma anzi ne ostacolano l’accesso: frasi ripetute staccate dal corpo, senza personale assimilazione. 23 Cfr. G. Salonia (2011), Sulla felicità e dintorni. Tra corpo, parola e tempo, cit. 24 Anche se su un’altra prospettiva, interessante sul rapporto parolesintomo il testo della Irigaray: L. Irigaray (1991) (ed. or. 1985), Parlare non è mai neutro, Editori Riuniti, Roma. 25 H. Franta, G. Salonia (1979), Comunicazione Interpersonale, LAS, Roma.

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Solo se è copia del sé, la parola vibra della pienezza e dell’unicità dell’esperienza e diventa la poesia dell’intercorporeità e dell’intenzionalità di contatto.

3.5 Quando si forma la Personalità? A questa domanda il testo risponde: tra i due e i tre anni (7 § 1). Il che coincide, in modo coerente, con la nascita del linguaggio (quaranta anni dopo Stern parlerà di Sé-verbale e Sé-narrativo)26. A questa età, infatti, le parole cominciano ad essere connesse con l’esperienza del proprio e dell’altrui corpo, prendono forma e diventano narrazione. Come non ricordare l’intuizione di Aristotele, secondo cui gli umani sono capaci di grammatica? Lallazione, insalata di parole, parole sconnesse come grammatica o come sintassi, uso dei pronomi... sono copia verbale della crescita o dei disturbi dell’Organismo27. La parola che matura nel contatto pieno – come ci ricorda Goodman, anticipando il ‘narrative self’ di Stern28 – ha un paradigma triadico: è piena del corpo di chi parla, del corpo cui è rivolta, dell’andare e venire da una sponda all’altra senza fusione e senza rigidità29.

26 D. Stern (1987) (ed. or. 1985), Il mondo interpersonale del bambino, Bollati-Boringhieri, Torino. 27 Cfr. G. Salonia (2001), Disagio psichico e risorse relazionali, in «Quaderni di Gestalt», XVII, 32/33, 13-23. Un’interessante analisi del linguaggio confinato solo ad alcuni disturbi è quello della Irigaray: L. Irigaray (1991) (ed. or. 1985), Parlare non è mai neutro, cit. 28 Interessante notare che per Goodman il linguaggio prende forma (utilizza una grammatica e diventa narrativo) verso i tre anni, proprio quando Stern collocherà il Sé-verbale. 29 Cfr. G. Salonia, Il paradigma triadico della traità. I contributi della Gestalt Therapy e di Bin Kimura, in B. Kimura, Tra, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani, in press.

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Solo se è copia del sé, la parola vibra della pienezza e dell’unicità   dell’esperienza e diventa la poesia dell’intercorporeità e dell’intenzionalità di contatto.

La parola che matura nel contatto pieno ha un paradigma triadico: è piena del corpo di chi parla, del corpo cui è rivolta, dell’andare e venire da una sponda all’altra senza fusione e senza rigidità.


3.6 Funzione-Personalità, contatto intrapersonale, solitudine creativa

Si definisce intrapsichica una prospettiva staccata dalla realtà e dalla dimensione relazionale, mentre si definisce intrapersonale il riferimento ad un momento preciso del ciclo di contatto/ritiro dal contatto (l’assimilazione  che segue e anticipa le esperienze del contatto):  quello  stare  con  se  stessi  nel momento dell’onda lunga del ‘ritiro dal contatto’.

Il riferimento al dialogo interno ci fa approdare alla categoria del contatto intrapersonale come punto di arrivo della crescita e della terapia. Un’attenzione questa trascurata, forse, per evitare una visione intrapsichica della realtà. La differenza tra intrapsichico e intrapersonale è determinata dal fatto che si definisce intrapsichica una prospettiva staccata dalla realtà e dalla dimensione relazionale, mentre si definisce intrapersonale il riferimento ad un momento preciso del ciclo di contatto/ritiro dal contatto (l’assimilazione che segue e anticipa le esperienze del contatto): quello stare con se stessi nel momento dell’onda lunga del ‘ritiro dal contatto’30. Come altrove presentato, esistono tre tipi di traità o di contatto31: archè-traità, traità intrapersonale e traità interpersonale. L’archè-traità (traità primaria) fa riferimento alla relazione asimmetrica di crescita o di cura nella quale uno dei due partners facilita nell’altro l’emergere del contatto intrapersonale (la relazione con se stesso). Punto di arrivo di ogni terapia è – come già visto – la crescita della Personalità: ossia l’assimilazione, il ‘dialogo intrapersonale’ come copia verbale del sé in contatto. Si tratta non della solitudine disfunzionale (connessa con la paura o l’autoreferenzialità) ma della solitudine creativa nella quale si assimila il contatto, si cresce e si esprime la propria creatività. Per tornare alle domande iniziali (1.2), a Giulia che si chiedeva cosa avviene dopo la separazione dalle figura significative rispondo che sentirà dentro il suo corpo quando è pronta per andare nel mondo ‘da sola’. Questo avverrà

30 Ricordo come sia M. Polster che J. Zinker nei seminari ci raccomandavano, en passant, di non dimenticare che il ciclo di contatto prevede il ritiro dal contatto, per cui sarebbe sempre meglio scrivere ‘ciclo di contatto/ritiro dal contatto’. 31 Nell’elaborazione di questo concetto mi sono servito della chiarezza espositiva di Bin Kimura. Cfr. G. Salonia, Il paradigma triadico della traità. I contributi della Gestalt Therapy e di Bin Kimura, cit.

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solo dopo aver preso tutto ciò di cui ha bisogno nelle necessarie esperienze evolutive di ‘contatto pieno’32. Le relazioni con i genitori e/o con il terapeuta (asimmetriche33) servono a renderci capaci di star bene con noi stessi e poi (in senso epistemologico) anche con gli altri: nella solitudine nevrotica si è bloccati in una confluenza interrotta prima del tempo giusto, mentre la solitudine feconda (‘vuoto fertile’ di cui parla Perls) si colloca proprio come assimilazione di una piena esperienza di crescita. In modo scultoreo, un filosofo medievale, Duns Scoto, ha scritto: Ad personam requiritur ultima solitudo34.

3.7 La funzione-Personalità: filo di Arianna nella terapia familiare gestaltica Dove la mancanza di attenzione e di riflessione sulla funzionePersonalità nella storia della Gestalt Therapy è risultata maggiormente evidente e penalizzante è stato proprio nel lavoro con la famiglia (e con la coppia). In un primo periodo, infatti, i terapeuti gestaltisti che trattavano le famiglie si concentravano sulla funzione-Es, focalizzando l’esperienza bloccata nella famiglia. Ma il lavoro terapeutico con la famiglia risultava più complesso e non omologabile con il lavoro con il singolo. In un secondo tempo, i terapeuti gestaltisti35 introdussero nella terapia con le famiglie l’attenzione al ciclo di contatto ed in particolare alla funzione-Io. Tale innovazione, mentre si rivelò molto efficace con il lavoro con le coppie (si pensi, ad esempio, all’efficacia del dialogo tra i partners), non risultò

32 Per approfondimenti sulla qualità del contatto in teoria evolutiva, cfr. G. Salonia (2005), Prefazione, in P.L. Righetti, Ogni bambino merita un romanzo, Carocci Faber, Roma, 7-19. 33 A mio avviso, un limite di TPTG è il non aver sottolineato abbastanza la differenza tra contatto simmetrico e contatto asimmetrico. Cfr., al riguardo, H. Franta, G. Salonia (1979), Comunicazione interpersonale. Teoria e pratica, cit. 34 Perchè ci sia una persona(lità), si richiede la capacità di una solitudine radicale: stare con se stessi o, come dicevano gli antichi, habitare secum.

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Dove  la mancanza di attenzione e di riflessione sulla funzionePersonalità  nella storia  della  Gestalt Therapy  è  risultata maggiormente  evidente e penalizzante è  stato  proprio  nel lavoro  con  la  famiglia  (e  con  la  coppia).


Nel mio modello di Gestalt Therapy con la famiglia dimostro che la lacune precedenti erano dovute alla  mancanza  di attenzione alla funzione-Personalità.

Il   lavoro   sulla   funzione-Personalità dei genitori si rivela il fulcro di un chiaro ed efficace lavoro sulla famiglia.

altrettanto adeguata nel lavoro con la famiglia, per cui furono introdotti (in modo introiettivo?) due concetti fondamentali della Terapia Familiare Sistemico-strutturale: il ciclo vitale della famiglia e la struttura familiare/linea generazionale36. Operazione che certamente, a livello epistemologico, risultava scorretta… quasi una giustapposizione. Nel mio modello di Gestalt Therapy con la famiglia37 dimostro che la lacune precedenti erano dovute alla mancanza di attenzione alla funzione-Personalità. Infatti la linea generazionale e la struttura familiare sono incluse in modo elegante, originale e clinicamente molto efficace nella funzione-Personalità (dei genitori) e il ciclo vitale nella Gestalt Therapy si trova nel concetto specifico dell’assimilazione corporea della storia personale (‘biografia vissuta’). L’attenzione alla funzione-Personalità nella terapia con la famiglia diventa addirittura il filo di Arianna, in quanto permette di muoversi con chiarezza per poter lavorare sulla funzione-Es e sulla funzione-Io. Il lavoro sulla funzionePersonalità dei genitori si rivela il fulcro di un chiaro ed efficace lavoro sulla famiglia38.

35 Per il modello di Joseph Zinker e Sonia Nevis, cfr. J. Zinker, S. Nevis (1987), Teoria della Gestalt sulle interazioni di coppia e familiari, in «Quaderni di Gestalt», III, 4, 17-32. Al riguardo cfr. anche C. Hatcher (1987), Modelli intrapersonali e interpersonali: integrazione della Gestalt con le terapie familiari, in «Quaderni di Gestalt», III, 4, 33-44; G. Salonia (1987), Il lavoro gestaltico con le coppie e le famiglie: il ciclo vitale e l’integrazione delle polarità, in «Quaderni di Gestalt», III, 4, 144-155. 36 Cfr. J.M. Robine (1987), Terapia della Gestalt e Terapia Familiare Strutturale. Intervista a Barbara De Frank-Lynch, in «Quaderni di Gestalt», III, 4, 51-58; R. Lampert (1987), Terapia della Gestalt e Terapia della Famiglia: un buon matrimonio, in «Quaderni di Gestalt», III, 4, 59-73; S. Minuchin (1980) (ed. or. 1978), Famiglie psicosomatiche, Astrolabio, Roma; E. Scabini (1985), L’organizzazione famiglia fra crisi e sviluppo, Franco Angeli, Milano; E.M. Duvall (1977), Family Development, Lippincott, Philadelphia. 37 In modo articolato ho presentato il modello in G. Salonia (2010), Lettera ad un giovane psicoterapeuta della Gestalt. Per un modello di Gestalt Therapy con la famiglia, in M. Menditto (ed.), Psicoterapia della Gestalt contemporanea. Strumenti ed esperienze a confronto, Franco Angeli, Milano, 185-202. 38 P. Goodman (1995) (ed. or. 1966), Individuo e comunità, cit.

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Anche con le coppie il lavoro sulla funzione-Es deve essere ‘dentro’ l’attenzione ed il lavoro sulla funzione-Personalità (memoria corporea della relazione)39. Coerentemente con la rilettura gestaltica dell’Edipo40, il disturbo della funzione-Personalità genitoriale, in effetti, si rivela la matrice dei disagi psichici della famiglia: da questo derivano (e a questo sono connessi) i disturbi della funzioneEs e la mancanza di funzione-Io (di un pieno e nutriente ciclo di contatto/ritiro dal contatto).

3.8 La funzione-Personalità: chiave di lettura della relazione terapeutica Nella storia della psicoterapia, sin dagli inizi è emerso il problema del senso da dare all’eventuale coinvolgimento del terapeuta41 nella relazione con il paziente. Transfert e controtransfert sono diventati nodi cruciali della comprensione e dell’attuazione del percorso analitico. La teoria del sé della Gestalt Therapy offre una decisiva chiave di lettura che colloca transfert e controtransfert dentro la cifra della funzione-Personalità: la relazione terapeutapaziente – essendo una relaziona asimmetrica (di cura) – rimanda in modo analogico alla relazione genitori-figli. Semplificando a livello didattico: le eventuali avances di una paziente devono essere comprese come tentativi maldestri di raggiungere una figura paterna e richiedono una spontanea e terapeutica reazione paterna, e non certo una definizione della paziente come ‘seduttiva’. È chiaro che, per far questo, il terapeuta deve fidarsi della propria funzione-Personalità e deve comprendere la funzione-Personalità della paziente.

39 V. Conte (1998/99), Dalla appartenenza alla individuazione: come restare coppia, in «Quaderni di Gestalt», XIV-XV, 26/29, 134-136. 40 G. Salonia (2005), Il lungo viaggio di Edipo: dalla legge del padre alla verità della relazione, in P. Argentino (ed.), Tragedie greche e psicopatologia, Medicalink Publishers, Siracusa, 29-46. 41 Per coglierne la problematicità, si veda il testo di Carotenuto che invita a parlare di doppio transfert: A. Carotenuto (1986), La colomba di Kant, Bompiani, Milano.

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Il disturbo della funzione-Personalità genitoriale, in effetti, si rivela la matrice dei disagi psichici della famiglia: da questo derivano (e a questo sono connessi) i disturbi della funzione-Es  e  la  mancanza di  funzione-Io  (di  un pieno e nutriente ciclo di contatto/ritiro dal contatto).

La teoria del sé della Gestalt Therapy offre una decisiva chiave di lettura che colloca transfert e controtransfert dentro la cifra della funzionePersonalità.


Leggere la seduzione nel  setting  terapeutico  fuori  dal  contesto  del  prendersi cura ‘genitoriale’ (e, quindi, della funzione-Personalità)  crea confusioni,  turbamenti  e  inevitabili rimandi ad un Super-Io necessario e fragile.

Non è il bambino ad avere un’attesa incestuosa  (voler  essere partner della madre), ma sono i cogenitori ad avere un disturbo della  funzione-Personalità  che  provoca nel  bambino  confusione  sulla  propria collocazione.

Infatti, leggere la seduzione nel setting terapeutico fuori dal contesto del prendersi cura ‘genitoriale’ (e, quindi, della funzione-Personalità) crea confusioni, turbamenti42 e inevitabili rimandi ad un Super-Io necessario e fragile. È, in pratica, nella lettura dell’Edipo che la Gestalt Therapy si differenzia dalla teoria freudiana43: non è il bambino ad avere un’attesa incestuosa (voler essere partner della madre), ma sono i cogenitori ad avere un disturbo della funzionePersonalità che provoca nel bambino confusione sulla propria collocazione. Nessun figlio, nessun paziente avverte nel proprio corpo spinte incestuose di seduzione dei genitori: se questo accade, è dovuto al fatto che i genitori/terapeuti hanno una distorsione percettiva e vedono come partners (sessuali o conflittuali) persone di cui devono prendersi cura o che – in termini gestaltici – hanno una disfunzione della funzione-Personalità. Tornando alla domanda numero 1.6 sulla paziente che si definiva ‘seduttiva’ per aver avuto rapporti sessuali con il padre e col terapeuta, credo sia (stato) un errore (forse grave) aver lavorato sulla difficoltà della paziente ad essere consapevole della propria seduttività. Questa impostazione, infatti, ha addossato sulla paziente una responsabilità che (senza alcun dubbio) era tutta del genitore e del terapeuta44.

3.9 Funzione-Personalità, responsabilità, potere personale Riprendiamo altre due domande degli inizi. La numero 1.7. Un allievo si lamenta della lunghezza delle pause di riposo richieste dai colleghi in un corso di formazione. Se il trainer favorisce o permette un dibattito tra allievi pro/contro pausa-intervallo, manipola l’interazione in quanto solo lui

42 È certamente stimolante leggere in questa chiave di lettura: H.S. Krutzenbichler, H. Essers (1993), Se l’amore in sé non è peccato... Sul desiderio dell’analista, Raffaello Cortina, Milano. 43 G. Salonia (2005), Il lungo viaggio di Edipo: dalla legge del padre alla verità della relazione, cit. 44 Ogni percorso terapeutico deve avere come ground la chiarezza della funzione-Personalità di ogni sé in interazione.

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è il responsabile ultimo delle pause. Se non comprende che la obiezione sulla lunghezza delle pause è rivolta a lui, manifesta un suo disturbo della funzione-Personalità e sostiene tale disturbo negli allievi. Nella stessa logica terapeutica si colloca la situazione numero 1.3: al paziente che si irrita perchè il terapeuta ha dimenticato il cellulare acceso, questi deve dare atto della legittimità della sua richiesta. Se invece invita il paziente a lavorare sulla aggressività, crea in lui una confusione che aggraverà le sue problematiche45. Un esempio frequente è dato quando, nelle scuole di formazione, alle lamentele degli allievi (sulla scuola o sui trainers) si risponde focalizzando l’aggressività dell’allievo invece di prendere in considerazione i reali contenuti della protesta. In particolare, nelle relazioni asimmetriche è necessario essere molto attenti a riconoscere a coloro che sono nella posizione down il loro potere, evitando di soffermarsi solo sui modi impropri in cui a volte esso è espresso.

3.10 Priorità della funzione-Personalità nel lavoro clinico Anche se di primo acchito può risuonare inedito, risulta efficace a livello clinico partire dal presupposto che il disturbo della funzione-Personalità precede quello della funzione-Es. Ogni disturbo della funzione-Es, in effetti, si colloca in un disturbo della funzione-Personalità: se sento fame instead of (invece di) avvertire un reale desiderio sessuale, questo disturbo della funzione-Es si colloca nel disturbo della funzione-Personalità. Significa, infatti, che il paziente non è cresciuto in modo coerente. Anche quando nella teoria evolutiva gestaltica46 si parla di mancanza di sostegno primario specifico che sta alla base del disturbo

45 Ho analizzato in modo dettagliato questa interazione all’interno del tema del potere nella Gestalt Therapy in: G. Salonia (2011), L’errore di Perls. Intuizioni e fraintendimenti del postfreudismo gestaltico, in «GTK Rivista di Psicoterapia», 2, 49-66. 46 Cfr. G. Salonia (2005), Prefazione, in P.L. Righetti, Ogni bambino merita un romanzo, cit.

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Anche quando nella  teoria  evolutiva gestaltica si parla di mancanza di sostegno primario specifico che sta alla base del  disturbo  della funzione-Es, non si parla implicitamente di una figura genitoriale con un disturbo della  funzione-Personalità?


Come  paziente  e  terapeuta  si  percepiscono a livello intercorporeo  (tensioni  o apertura nei confronti  del  corpo  dell’altro) non rappresenta forse  il  focus  della terapia?

della funzione-Es, non si parla implicitamente di una figura genitoriale con un disturbo della funzione-Personalità? Ad una riflessione più attenta, non è forse evidente che la relazione terapeutica poggia sulla funzione-Personalità, e cioè su come il corpo del terapeuta ha assimilato il suo essere terapeuta (e non lo vive come un pacchetto di tecniche e di deontologia) e come il corpo del paziente non ha assimilato la propria biografia? Come paziente e terapeuta si percepiscono a livello intercorporeo (tensioni o apertura nei confronti del corpo dell’altro) non rappresenta forse il focus della terapia? Ad esempio, il paziente con modalità relazionale narcisista, pur essendo in un processo terapeutico, avrà bisogno di tempo prima di definirsi ‘paziente’47. Ha proprio ragione il testo-base (cfr. 2.3) a parlare della Personalità come il luogo del cambiamento terapeutico.

4. La funzione Personalità: originale istanza regolativa nella società liquida Le pagine di Goodman sulla funzione-Personalità richiedono una lettura attenta, in quanto egli scrive in un periodo storico in cui la Personalità era costituita da un grumo di introietti, istanze superegoiche ed istituzionali, idealismi politici o religiosi, che reprimevano la funzione-Es. Il trend culturale – di cui è anche protagonista Goodman – è andato verso la liberazione dell’Es, del corpo, verso la spontaneità, la creatività, la soggettività. Goodman ha chiara simpatia per la funzione-Es, ma – da fine e speciale intellettuale qual è – non può non scrivere (anche se, a mio avviso, con qualche imbarazzo) della nuova visione gestaltica della Personalità: una Personalità aderente alla esperienza, copia verbale del sé, memoria corporea delle esperienze di contatto.

47 Approfondimenti sulla patologia narcisistica in G. Salonia (2003), Il narcisismo come ferita relazionale, in «Horeb», 32, 48-54.

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Dovendo aggiornare il calendario (funzione-Personalità!)48 – compito spesso dimenticato dai terapeuti – ci rendiamo conto che oggi ad essere problematica (repressa) è invece proprio la funzione-Personalità. In una recente intervista, Mark Solms ha affermato: «In futuro si tratterà soprattutto di ‘gestire’ le emozioni piuttosto che riportarle alla luce»49. La specificità della Gestalt Therapy è offrire una chiave di lettura sulla ‘gestione delle emozioni’ che, in modo originale, non punta sul recuperare istanze esterne deontologiche da Super-Io, ma si colloca dentro l’Organismo in contatto con l’Ambiente. È proprio nelle funzioni del sé (Organismo in relazione) che deve avvenire la regolazione: si tratta di un’autoregolazione che emerge dall’Organismo in relazione. Compito della funzione-Io è creare una Gestalt nuova ma intimamente connessa con l’Organismo, tra la funzione-Es e la funzionePersonalità. In una società che vive la logica dello sperimentare (usa-e-getta) senza assimilare, che ha fobia della relazione50 e rifiuta – come in un’adolescenza dilatata – i contorni fisiologici per l’identità e l’appartenenza, diventa cruciale l’apprendimento di una assimilazione (e di una funzione-Personalità) che mantenga la freschezza dell’esperienza. Rileggere modi e tempi, rischi e ricchezze, condizioni e opportunità del processo di assimilazione delle esperienze diventa, nella postmodernità, da una parte una inevitabile istanza di uptodate antropologico e clinico della Gestalt Therapy51, dall’altra un necessario compito evolutivo. 48 Come sostiene From, «Ogni sviluppo della Terapia della Gestalt deve seguire da quella teoria [quella di Goodman] […]. La resurrezione della Terapia della Gestalt […] non da ciò che è morto, ma da ciò che è stato tralasciato». I. From (1985), Requiem for Gestalt, in «Quaderni di Gestalt», I, 1, 22-32, 32. 49 M. Solms (2012), La coscienza comincia dall’Es, in «Psicologia Contemporanea», 233, 6-13, 11. Nell’intervista Solms riprende i contenuti della relazione tenuta nel corso del 12th International Neuropsychoanalysis Congress: Minding the body (Berlino, 24-26 Giugno 2011). 50 G. Salonia (2011), L’improvviso, inesplicabile sparire dell’Altro. Depressione, psicoterapia della Gestalt e postmodernità, in G. Francesetti, M. Gecele (eds.), L’altro irraggiungibile, Franco Angeli, Milano, 47-64. 51 Cfr. G. Salonia (1989), Tempi e modi di contatto, in «Quaderni di Gestalt», V, 8/9, 55-64.

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La  specificità  della Gestalt  Therapy  è offrire una chiave di lettura sulla ‘gestione delle emozioni’ che, in modo originale, non punta sul recuperare istanze esterne   deontologiche da  Super-Io,  ma  si colloca dentro l’Organismo in contatto con l’Ambiente.

Compito della funzione-Io è creare una Gestalt nuova ma intimamente connessa con l’Organismo, tra la funzione-Es e la funzione-Personalità.


È  necessario  oggi coniugare l’affermazione ‘Io sento’ con la sincronica domanda ‘Chi sono io che sento?’: in ciò sta il criterio valutativo della consapevolezza di sé.

La  Gestalt  Therapy alla  società  liquida propone  le  sponde che coniugano creatività e adattamento, spontaneità e responsabilità, funzione-Es e funzione-Personalità: propone  una  Personalità che ha la forza e la fluidità... dell’acqua.

Si tratta di riscoprire l’interiorità intesa come spazio soggettivo di ascolto e di assimilazione delle esperienze di contatto, il ‘vuoto fertile’ come genuino grembo della creatività52. È necessario oggi coniugare l’affermazione ‘Io sento’ con la sincronica domanda ‘Chi sono io che sento?’: in ciò sta il criterio valutativo della consapevolezza di sé. Un ragazzino si oppone al professore o al conferenziere dicendo con sicurezza: «Quello che lei dice non mi convince». È certo questa una bella espressione di sicurezza e di autostima, ma per non diventare arroganza sterile, quel ragazzo dovrebbe aggiungere: «Io sono un ragazzo che ho letto solo un articolo di un giornale su quell’argomento. Forse per questo dovrei usare il punto interrogativo e non quello esclamativo». La società di oggi ha difficoltà proprio nella funzionePersonalità. Teme l’assimilazione come radicamento e perdita di spontaneità e di opportunità. Così rischia identità fragili, vuote, scontente. Bauman ha parlato di ‘società liquida’ per indicare questa difficoltà ad assimilare le esperienze53. I nostri Autori, sessanta anni fa, scrivevano: Nelle circostanze ideali il sé non ha molta Personalità. Esso è il saggio del Tao: è ‘come l’acqua’, ed assume la forma del recipiente (13 § 9)54. Guardavano ad una Personalità capace di sentire la spinta delle emozioni ma anche di crescere senza diventare rigida. In altre parole, la Gestalt Therapy alla società liquida propone le sponde che coniugano creatività e adattamento, spontaneità e responsabilità, funzione-Es e funzionePersonalità: propone una Personalità che ha la forza e la fluidità... dell’acqua.

52 Cfr., al riguardo, A. Sichera (1994), Per una rilettura di ‘Requiem for Gestalt’, in «Quaderni di Gestalt», X, 18/19, 81-90. 53 Z. Bauman (2002), Modernità liquida, Laterza, Bari. 54 Cfr., al riguardo, preziosi approfondimenti in D. Iacono, G. Maltese (2012), Come l’acqua. Per un’esperienza gestaltica con i bambini tra rabbia e paura, Il pozzo di Giacobbe, Trapani.

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Abstract L’autore inizia da concrete situazioni conflittuali (nella clinica e nella formazione) per mostrare come, attraverso una rilettura della funzione-Personalità del sé in Gestalt Therapy, si raggiunga un livello di chiarezza e di consapevolezza che evita (a livello clinico ed educativo) interventi confusi e confusivi o sottilmente manipolatori. Una puntuale esegesi di Teoria e Pratica della Terapia della Gestalt fa emergere aspetti spesso trascurati o lasciati nello sfondo del pensiero pregnante di Perls e Goodman sulla teoria del sé (in particolare il capitolo X della prima parte: Novità, eccitazione crescita). Come insegnava I. From ogni aggiornamento/rinnovamento della Gestalt Therapy deve ripartire da elementi teorico-clinici trascurati. Mentre nel momento in cui sorgeva la Gestalt Therapy la funzione-Es necessitava attenzione e sostegno, nella postmodernità, sempre più liquida, emerge (ed è condivisa) l’urgenza di focalizzare la funzione-Personalità nelle sue varie declinazioni: il ‘chi sente’ a fronte del ‘cosa’ e del ‘come’ sente; l’assimilazione delle esperienze a fronte della spontaneità irresponsabile; la memoria corporea come identità a fronte di una enfasi ingenua sul presente. Ripartire dalla funzione-Personalità produce una revisione (genuinamente gestaltica e gestalticamente attenta alla postmodernità) della teoria del sé.

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In quel bosco nero presto fioriranno in bucaneve


Il vento continua a soffiare e a ruggire nel bosco


Annalisa Iaculo

Con riconoscenza a tutti i miei Maestri, in particolare a Giovanni, che mi ha restituito il permesso di riportare la mia creatività al confine di contatto!

Border-line Nelle mie tasche disordinate cerco parole mai imparate E scorgo solo parole sbagliate, confuse, intruse, ingarbugliate… reperto o resto ingurgitato di un inganno reiterato. E con l’estraneo e gravoso concerto verso il mondo avanzo incerto su un sentiero ignoto, mai scoperto… tra l’ansia di andare e l’angoscia di stare in un’oscurità che fa sragionare. Dal mio corpo inconsistente tracima una forza travolgente e allora mi sento gettato nel mondo nel quale mi perdo e mi confondo. Mi aggrappo all’altro per capire… Cosa mi accade, se posso sentire… Indosso un vestito che non è il mio: mi dice che esisto, che son io… e tu che incroci il cammino col mio ora sei un diavolo ora sei un dio, di bianco o di nero ti tingo io.

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ARTE E PSICOTERAPIA

BORDERLINE


E se il mio dio si veste di nero di rabbia sporco il mondo intero. Non cerco scuse, torti non voglio, ogni cosa mi appare un imbroglio. Non so sentirmi e non so dirmi ma non ti concedo di definirmi, se ciò che dico ti appare inconsueto non farci caso è il mio alfabeto… confuso, insensato, incoerente, un po’ matto, come solo un orologio rotto … ma pur senza molla e senza rocchetto due volte al giorno non ha difetto… (A. Iaculo)

PS: le poesie si scrivono a mano perché nel tratto e nelle parole c’è l’energia e c’è la corporeità di chi le scrive!

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As I walk


ARTE E PSICOTERAPIA

RILEGGENDO ‘IL CORPO RITROVATO’ Intervista a Maurizio Stupiggia a cura di Elisa Amenta

Il modo di immagazzinare  l’esperienza traumatica nella memoria è diverso dal modo in cui immagazziniamo le esperienze  che  comunemente  facciamo. L’evento traumatico viene ‘incapsulato’, ‘incistato’ senza essere  metabolizzato e senza essere reso inoffensivo,  così  il trauma non diventa un ricordo a cui andare con la mente e le sensazioni.

Elisa Amenta. Ho letto il suo libro Il Corpo Violato, un approccio psicocorporeo al trauma dell’abuso e l’ho trovato molto interessante per il lavoro clinico e gli studi sull’abuso e sul recupero dei ricordi di abuso che stiamo portando avanti, da alcuni anni, all’interno della nostra comunità scientifica sotto la guida del direttore dell’Istituto Gestalt Therapy Kairos, il prof. Giovanni Salonia. Non si può non apprezzare la sua accuratezza nel descrivere cosa accade al corpo della persona che ha subito abusi nell’infanzia e la sua generosità nell’offrire le tecniche di intervento e di cura maturate nell’esperienza clinica. Nonostante l’ampia letteratura presente sull’argomento, non è scontato trovare indicazioni cliniche sul percorso che può portare a ricostruire la narrazione di una sofferenza dimenticata. Mi vorrei soffermare sulla questione dell’attendibilità della memoria traumatica recuperata, sulla sindrome della falsa memoria e sull’effetto curativo connesso al recupero dei ricordi. Lei, riferendosi agli studi di neurologia, afferma che il modo di immagazzinare l’esperienza traumatica nella memoria è diverso dal modo in cui immagazziniamo le esperienze che comunemente facciamo. L’evento traumatico viene ‘incapsulato’, ‘incistato’ senza essere metabolizzato e senza essere reso inoffensivo, così il trauma non diventa un ricordo a cui andare con la mente e le sensazioni. Ci può dire in che modo avviene tutto ciò a livello neurologico e qual è la ricaduta di queste affermazioni nel lavoro clinico?

Maurizio Stupiggia. Noi sappiamo che una situazione traumatica stimola fortemente l’amigdala, sistema deputato

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a valutare il significato emotivo degli stimoli afferenti, ma ora sappiamo anche che una stimolazione troppo elevata dell’amigdala danneggia il funzionamento dell’ippocampo. Si può ipotizzare che, quando ciò accade, le impressioni sensoriali dell’esperienza siano archiviate nella memoria, ma, dato che l’ippocampo non riesce a compiere la sua funzione integrativa, queste diverse impressioni non siano organizzate in un tutto unitario. L’esperienza rimane dunque frammentata, sotto forma di suoni, odori, sensazioni fisiche, immagini improvvise… e percepita come estranea e separata dal resto dell’esperienza. I ricordi dei traumi sono senza tempo ed estranei all’Io. Inoltre, durante questi momenti di enorme intensità, una parte del cervello – l’area di Broca – deputata alla traduzione delle esperienze personali in linguaggio comunicabile, interrompe il suo funzionamento. Dobbiamo concludere che ciò si riflette nel ‘terrore muto’ provato da questi pazienti e nella loro tendenza a provare emozioni sotto forma di stati fisici, piuttosto che come esperienze codificate verbalmente. Questi risultati suggeriscono che le difficoltà incontrate dai pazienti affetti da PTSD nel tradurre a parole le proprie sensazioni sono legate a reali mutamenti dell’attività cerebrale. Ecco perchè occorre guardare al trattamento di questi disturbi con un’ottica che vada oltre le parole, che faccia rientrare il grande escluso – il corpo – per poter sperare di rimarginare una ferita che è diventata una profonda spaccatura. Elisa Amenta. Lei considera il corpo come il luogo dell’accadimento primario dell’evento traumatico, anche se nelle terapie tradizionali l’ovvio non sempre viene preso in seria considerazione. Che cosa, secondo lei, può dare veridicità al ricordo che emerge dal corpo? Ci sono, a suo parere, degli indicatori che ci dicono che quelle esperienze sono veramente accadute? Maurizio Stupiggia. Questa è una domanda difficile e complessa. Intanto diciamo che, dal punto di vista fenomenologico, ciò che emerge porta in sé un gradiente di verità. Ma sappiamo anche che un ricordo completo si dà solo quando amigdala,

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Ciò si riflette nel ‘terrore muto’ provato da questi pazienti e nella loro tendenza a provare emozioni sotto forma di stati fisici,  piuttosto  che come esperienze codificate verbalmente.


Dal  punto   di   vista fenomenologico, ciò  che  emerge porta in sé un gradiente di verità.

ippocampo e cortecce chiudono il circuito, quando cioè corpo e mente si integrano reciprocamente. Dunque possiamo dire che solo un chiaro e stabile contenuto mentale può dare eventuale valore di verità ad una emersione corporea. Al tempo stesso, in molti casi, possiamo dire che il contenuto mentale può dare solo plausibilità – e non certezza! – al ricordo emergente. Ma, tornando alla questione del valore euristico del corpo, la mia esperienza clinica mi porta a dire che spesso i pazienti mostrano schemi ripetuti e riconoscibili di reazione corporea a certi stimoli o a particolari atmosfere: questi sono, a mio avviso, indicatori di contenuti esperienziali profondi, sepolti nell’individuo, che ci avvertono che qualcosa di non-ancoraelaborato permane là sotto. Elisa Amenta. Lei afferma che il ricordo ‘incistato’/‘incorporato’ in una sorta di memoria corporea riemerge in maniera anarchica anche da semplici stimoli sensoriali. Può dirci qualcosa in più sull’insorgenza del ricordo ‘in maniera anarchica’? In che modo tale fenomeno può essere connesso con il percorso di consapevolezza della persona? Maurizio Stupiggia. Ho mostrato in più occasioni che il ricordo traumatico segue uno specifico registro sensoriale e motorio, e non ha sempre una connessione con la logica del contenuto mentale. La sua insorgenza è quindi spesso fuori dal senso ed è legata a dei dettagli sensoriali che comprendiamo solo post festum. Il concetto stesso di consapevolezza ne viene coinvolto ed allargato, perché non si limita alle sole cognizioni (per quanto profonde!), ma comprende in sé anche l’esperienza corporea, che a volte non è descrivibile pienamente a parole. Direi che questo lavoro mi ha costretto ad accostare al tradizionale concetto di State of consciousness una nuova definizione: State of being. Elisa Amenta. Nella descrizione dell’intervento clinico lei fa riferimento a delle regole della comunicazione corpo a corpo e a delle modalità di intervento. Esse garantiscono la costruzione di una cornice di sicurezza tale da permettere al terapeuta di entrare in contatto con il paziente nel suo nucleo

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profondo senza farlo sentire violato. Che cosa, secondo la sua esperienza, autoregola questa comunicazione interpersonale tra paziente e terapeuta? Maurizio Stupiggia. Il terapeuta ha bisogno di pensare che nei casi di trauma la situazione cambia radicalmente. Occorre molta più attenzione sottile ai processi di scambio ed interazione. Il paziente può avere parecchi deficit di costruzione della relazione ed espone così il terapeuta a sorprese inaspettate: bruschi cambi di umore, micro rotture relazionali, ritiro improvviso dallo stato emozionale, attacchi indiretti a sé o all’altro, etc… Occorre seguire l’idea che il paziente deve avere una certa padronanza dei processi, non sentirsi minacciato o sopraffatto, e nemmeno percepire che il terapeuta sta azionando strategie interne. Tutto deve essere fluido, co-costruito e alla luce del sole. Il terapeuta deve inoltre essere molto attento a non variare bruscamente o eccessivamente l’arousal, individuale e relazionale, in modo da non rieditare l’antico trauma.

Nell’ambito  delle psicoterapie corporee,  con  l’amplificazione del gestochiave si rimette in connessione la sequenza  muscolareemozionale:  un’emozione-trattenuta che tende ad esprimersi. La Gestalt Therapy, all’interno  di  una lettura  relazionale, vede nel blocco muscolare-emozionale il non aver portato a  compimento  un gesto preciso in una relazione precisa.

Elisa Amenta. Mi sembra interessante quello che lei scrive in riferimento ad alcune metodologie di lavoro e in particolare all’uso della tecnica del ‘gesto-chiave’ come ‘una porta per la memoria’. L’individuazione del gesto-chiave a cui fa riferimento nel suo intervento clinico riprende la storia interrotta del corpo e ne completa la trama, cercando un finale diverso da quello già scritto. Nell’ambito delle psicoterapie corporee, con l’amplificazione del gesto-chiave si rimette in connessione la sequenza muscolare-emozionale: un’emozione-trattenuta che tende ad esprimersi. La Gestalt Therapy, all’interno di una lettura relazionale, vede nel blocco muscolare-emozionale il non aver portato a compimento un gesto preciso in una relazione precisa. Ritiene possibile una lettura relazionale, oltre che intrapsichica, di questa sequenza? Maurizio Stupiggia. Certamente! In un mio recente articolo ho mostrato l’importanza della tecnica del gesto-chiave nel lavoro di ricucitura della trama relazionale implicita. Questo è utile nei casi di persone traumatizzate, perché ricostruisce un senso

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di essere-con-l’altro. Voglio inoltre sottolineare il fatto che per me, nella mia ottica bio-sistemica, qualsiasi aspetto individuale ha una valenza relazionale; il mio corpo è frutto della mia storia relazionale e, al tempo stesso, produce letteralmente le stesse interazioni attuali come un’eco del passato. Elisa Amenta. Per noi gestaltisti l’analisi fenomenologica del corpo-in-relazione e delle trame relazionali che la persona costruisce nella vita e nel setting terapeutico permette di apprendere, dentro e attraverso la relazione, i modi in cui si interrompono, a livello verbale e corporeo, i percorsi che vanno da noi all’altro e dall’altro verso noi. A cosa si riferisce quando parla dell’osservazione fenomenologica del corpo come modalità di conoscenza? Maurizio Stupiggia. Due cose. La prima riguarda il nostro modo di elaborare gli eventi con il corpo, a livello sensomotorio. Questo aspetto è enorme nei bambini, ma è sempre presente nella nostra vita e ci permette di sintonizzarci con l’altro, di conoscerlo dal punto di vista interattivo implicito. L’altra, dal punto di vista clinico, è la capacità di osservare le reazioni rapide e microscopiche del paziente dentro la relazione terapeutica: sono le micropratiche di cui parla George Downing, che costituiscono la struttura implicita della nostra storia relazionale. Elisa Amenta. Per le persone che hanno subito un’esperienza di abuso sessuale nella loro infanzia spesso ‘dimenticare’ è la soluzione migliore, considerate le risorse disponibili. Che cosa rende possibile ricordare l’esperienza traumatica dopo anni di amnesia? Maurizio Stupiggia. Ci sono varie ragioni e condizioni per cui la persona possa cominciare a ricordare gli eventi traumatici: - un evento/stimolo che abbia una connessione senso-motoria con il trauma; - una maggiore integrazione psichica del soggetto; - un clima ambientale/relazionale di sicurezza; - uno scenario nuovo di vita che richieda un salto evolutivo del soggetto.

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Ci sono varie ragioni e condizioni per cui la persona possa  cominciare a ricordare gli eventi traumatici: -  un evento/stimolo che abbia una connessione  senso-motoria con il trauma; - una maggiore integrazione psichica del soggetto; -  un clima ambientale/relazionale   di sicurezza; -  uno  scenario nuovo di vita che richieda un salto evolutivo del soggetto.


Queste sono le più frequenti che ho riscontrato. Elisa Amenta. Nel momento in cui la persona abusata riesce a ricostruire la sua narrazione autobiografica, ritiene opportuno incoraggiarla a confrontarsi con l’abusante? Il confronto ne agevola la guarigione o crea maggiore disagio? Maurizio Stupiggia. Io non credo sia utile incoraggiare tale confronto. La maggior parte degli ‘incontri reali’ in questo tipo di situazioni producono un enorme dolore e a volte una regressione involutiva del processo di guarigione. Questo non è un assoluto, ma è la mia personale esperienza clinica. Ovviamente ho visto alcune eccezioni a ciò, ma erano legate a particolari condizioni dell’abusante: cambio radicale di vita, malattia invalidante o che avrebbe portato alla morte… Al tempo stesso non cerco di dissuadere le persone dal loro desiderio di confronto, ma mostro tutti i rischi connessi a ciò. Elisa Amenta. Se un ricordo di abuso non è realmente recuperabile e non per volontà della persona abusata, quali ipotesi fa dal punto di vista diagnostico e come ritiene utile procedere in riferimento al percorso di guarigione? Maurizio Stupiggia. Ci sono ricordi talmente antichi e drammatici che non sono recuperabili. In questi casi lavoro occupandomi principalmente del funzionamento della persona nel presente, cercando di aiutarla a modificare la sua autoregolazione emozionale. Utilizzo spesso riferimenti al vissuto traumatico, ma non al suo contenuto. Lavoro, cioè, mostrando al paziente tutte le ricorrenze presenti delle caratteristiche esperienziali del trauma. E spesso cerchiamo di costruire assieme un ‘quasi-ricordo’: delineiamo, cioè, uno scenario possibile di avvenimenti che diano un senso alle stranezze del presente. Questo serve a chiudere il cerchio della ‘corticalità’ che seda l’agitazione e l’arousal. Questa strategia clinica è molto utile a dare stabilità alla persona, ma ha anche il rischio di evocare falsi ricordi: è una tecnica da usare con molta cautela. Elisa Amenta. Ha avuto modo di vedere i disegni e di leggere

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la poesia di Eva Aster pubblicati nel numero 2 della Rivista GTK. Raccontano frammenti del percorso terapeutico di una paziente con ricordo di abuso. Maurizio Stupiggia. Trovo molto toccanti i testi di Eva Aster, sia nelle parole che nelle immagini che lei propone. È un percorso breve, nel suo scritto, ma sicuramente lungo nel suo percorso esistenziale e che mostra bene la sua conquista finale: l’interezza d’amore. Credo che questo riassuma perfettamente ciò a cui tendono, più o meno consapevolmente, le persone che hanno attraversato tali esperienze; è la cosa che è stata loro sottratta ed è quindi la cosa che maggiormente lavora nel profondo del loro animo. Ma questo non sempre è nella luce della coscienza, dato che spesso non possiamo sapere ciò che ci manca, se ci è stato strappato prematuramente o con l’inganno e la violenza. Questo tipo di furto esistenziale, infatti, ha una terribile caratteristica: devasta anche il terreno più intimo dell’identità personale. Eva Aster ci accompagna qui in un piccolo viaggio di possibile guarigione dalla ferita causata da una violazione e mostra una tipica caratteristica di questo tipo di ferite: l’esperienza della perdita, della mutilazione, brutalmente chiara in queste immagini. Questa è una delle tre fondamentali esperienze corporee che si possono verificare durante un abuso: incorporazione, perdita (o mutilazione), distorsione. Ovviamente ogni tipo di esperienza si mescola alle altre due, ma spesso conserva una sua caratteristica predominante. E qui vediamo quella gamba spezzata o il corpo cucito… tutti passaggi della scoperta progressiva del dolore che aggredisce il corpo e lo trasfigura. Per questo la gioia è enorme quando Eva si scopre intera e quasi non ci crede, perché sente odore di miracolo; ma si può arrendere all’evidenza dello sguardo di Giovanni, che dice una sola piccola parola, ma è una parola che istantaneamente rimette insieme tutti i pezzi e la fa finalmente Bella!

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La gioia è enorme quando Eva si scopre intera e quasi non ci crede, perc h é    s e n t e    o d o r e d i    m i r a c o l o ;    m a si  può  arrendere all’evidenza  dello sguardo  di    Gio vanni,  che  dice  una sola piccola parola, ma è una parola che istantaneamente  rimette  insieme tutti i pezzi e la fa finalmente Bella!


Il tempo degli alberi


NUOVE APPLICAZOINI CLINICHE

LA GESTALT THERAPY E LA CURA DEL DISTURBO POST-TRAUMATICO DA STRESS. Un’ipotesi di intervento in gruppo con i sopravvissuti del genocidio cambogiano Vinanda Var

L’uomo non può sfuggire all’occhio di Dio ma, cercando di nascondersi a lui, si nasconde a se stesso. Anche dentro di sé conserva certo qualcosa che lo cerca, ma questo qualcosa rende sempre più difficile il trovarlo. Martin Buber1

Nel  1980  l’American  Psychiatric  Association ha introdotto nel  DSM  (manuale dei  disturbi  mentali) una  nuova  categoria chiamata Disturbo  Post-Traumatico da Stress (DPTS) nel quale,  a  seguito  di eventi particolarmente traumatici, il soggetto  sviluppa  pensieri  intrusivi  in  cui rivive il trauma e presenta comportamenti evitanti e sintomi di aumentato arousal.

Nel mondo vi sono circa 12 milioni di persone che possono essere considerate come rifugiati e 940.000 richiedenti asilo. La maggior parte di essi, prima di fuggire dal loro Paese, hanno vissuto o sono stati testimoni di eventi traumatici come abuso, torture, guerre, reclusione, uccisioni, ferite fisiche e anche genocidio2. Secondo uno studio effettuato da Thulesius e Hakansson3, la percentuale di queste persone che presentano i sintomi post-traumatici è mediamente del 30% e, secondo altri studi, dell’86%. Nel 1980 l’American Psychiatric Association ha introdotto nel DSM (manuale dei disturbi mentali) una nuova categoria chiamata Disturbo Post-Traumatico da Stress (DPTS) nel quale, a seguito di eventi particolarmente traumatici, il soggetto sviluppa pensieri intrusivi in cui rivive il trauma e presenta

1 M. Buber (2004), Il cammino dell’uomo, Edizioni Qiqajon, Torino, 22. 2 Cfr. United Nations High Commissioner of Refugees (2002), http://www.unhcr.ch/cgi-bin/texis/vtx/home. 3 H. Thulesius, A. Hakansson (1999), Screening for posttraumatic stress disorder among Bosnian refugees, in «Journal of Traumatic Stress», 12 (1), 167-174.

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comportamenti evitanti e sintomi di aumentato arousal4. Tuttavia, ad oggi, non è ancora chiaro il legame tra struttura della personalità e caratteristiche specifiche degli eventi del DPTS. Ricerche più recenti5 mostrano che il DPTS può manifestarsi non solo in funzione degli aspetti del trauma, ma anche delle caratteristiche della persona e del contesto in cui la persona vive l’evento traumatico6. Un bambino, ad esempio, che vive una precoce separazione dai genitori in modo ansioso o depressivo può sviluppare un DPTS7. In alcune persone vi sarebbe una predisposizione a sviluppare questo tipo di disturbo, anche in caso di un evento di gravità ridotta. Il fattore più rilevante nella diagnosi del DPTS potrebbe essere il significato che il soggetto attribuisce all’evento. Secondo l’approccio della Gestalt Therapy (GT) vi sono due aspetti importanti del DPTS da prendere in considerazione: la ‘situazione incompiuta’8 e la relazione. Il primo riguarda l’incapacità dell’organismo di separarsi da alcune esperienze non concluse e, pertanto, di riuscire a vivere in modo pieno e funzionale le esperienze successive. Il passato è passato, ma nell’adesso, nel nostro essere, ci portiamo dietro parte di questo passato costituito da situazioni irrisolte, gestalt incomplete9. Poiché per sopravvivere è la situazione più urgente che emerge e diventa prioritaria, tutte

4 Cfr. American Psychiatric Association (APA) (1980), Diagnostic and statistical manual of mental disorder, American Psychiatric Press, Arlington. 5 Cfr. S. Perry et alii (1992), Predictors of post-traumatic stress disorder after burn injury, in «American Journal of Psychiatry», 149, 931-935. 6 Cfr. D.W. Foy (1992), Treating post-traumatic stress disorder: Cognitive Behavioural strategies, Guilford Press, New York. 7 Cfr. N. Breslau et alii (1991), Traumatic events and post traumatic stress disorder in urban population of young adults, in «Archives of General Psychiatric», 48, 216-222. 8 Cfr. F. Perls, R.F. Hefferline, P. Goodman (1997) (ed. or. 1994), Teoria e pratica della Terapia della Gestalt, Astrolabio, Roma, 104. 9 Cfr. F. Perls, R.F. Hefferline, P. Goodman (1997) (ed. or. 1994), Teoria e pratica della Terapia della Gestalt, cit.

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Secondo l’approccio della  Gestalt  Therapy (GT)  vi  sono  due aspetti importanti del DPTS  da prendere in considerazione:  la ‘situazione  incompiuta’  e la relazione.

L’incapacità  dell’organismo di separarsi da alcune esperienze non concluse e, pertanto,  di  riuscire a  vivere  in  modo pieno  e  funzionale le esperienze  successive.


Il  paziente  chiede aiuto e dichiara un proprio  fallimento, a  livello  personale e relazionale, al terapeuta che si offre come  portatore  di soluzioni efficaci.

le nostre situazioni irrisolte non ci portano alla confusione10. Nello stesso modo Erving e Miriam Polster11 sostengono che possiamo tollerare numerose esperienze incompiute, ma quando diventano molto pressanti allora cominciano a causare preoccupazioni, comportamenti compulsivi, diffidenza, energia oppressiva e attività autodistruttive. L’evitamento è il modo attraverso il quale l’individuo lascia incompiuto il lavoro, si ritrova in difficoltà e rimane bloccato nella sua crescita12. La coazione nevrotica a ripetere è un segno che una situazione incompiuta nel passato è ancora incompiuta nel presente13. Il ruolo del terapeuta consiste nell’aiutare il paziente ad essere consapevole di questo blocco, per poi lavorare su esso. Attraverso l’assimilazione, il completamento e la sperimentazione attuale di nuovi atteggiamenti e di nuovi materiali tratti dall’effettiva esperienza quotidiana, il paziente scopre e ‘fa’ se stesso, cioè impara qualcosa ed è pronto per una situazione nuova. I Polster14 parlano di una ‘chiusura’ che deve avvenire o attraverso un ritorno alla situazione passata o rapportandosi a circostanze parallele nel presente. Una volta raggiunta e sperimentata pienamente la chiusura nel presente, la preoccupazione per la situazione passata incompiuta è risolta e la persona può muoversi verso esperienze attuali. Il secondo aspetto del DPTS riguarda la relazione terapeutica nella quale il paziente chiede aiuto e dichiara un proprio fallimento, a livello personale e relazionale, al terapeuta che si offre come portatore di soluzioni efficaci15. Quindi il paziente riceve dal terapeuta nuove possibilità di

10 Cfr. F. Perls (1980) (ed. or. 1969), La terapia gestaltica parola per parola, Astrolabio, Roma. 11 E. Polster, M. Polster (1986) (ed. or. 1973), Terapia della Gestalt integrata. Profili di teoria e pratica, Giuffrè Editore, Milano. 12 Cfr. F. Perls, R.F. Hefferline, P. Goodman (1997) (ed. or. 1994), Teoria e pratica della Terapia della Gestalt, cit. 13 Cfr. G. Salonia (2010), L’angoscia dell’agire tra eccitazione e trasgressione. La Gestalt Therapy e gli stili relazionali fobicoossessivo-compulsivi, in «GTK Rivista di Psicoterapia», 1, 19-55. 14 E. Polster, M. Polster (1986) (ed. or. 1973), Terapia della Gestalt integrata. Profili di teoria e pratica, cit. 15 Cfr. G. Salonia (1992), Tempo e relazione. L’intenzionalità relazionale come orizzonte ermeneutico della psicoterapia della Gestalt, in «Quaderni di Gestalt», VIII, 14, 7-22.

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significazione (contesto) per il proprio malessere. La GT considera il contatto come il qui-e-adesso della relazione, mentre la figura/contatto emerge dallo sfondo/relazione. La chiave di lettura dei processi terapeutici è «l’intenzionalità di contatto, ovvero il modo in cui il paziente e il terapeuta, in ogni seduta, e di seduta in seduta, riescono a sperimentare e a costruire, in misura sempre più piena e creativa, il contatto tra di loro»16. Il confine di contatto rende possibile l’esperienza tra paziente e terapeuta ed ha una funzione protettiva per l’organismo nelle situazioni di estremo pericolo ambientale17. Nel DPTS «lo sfondo sul quale si sta creando una figura di contatto diventa problematico e precario»18. La Funzione-Es improvvisamente non dà sufficiente sostegno alla Funzione-Io e alla Funzione-Personalità, che non sostiene sufficientemente l’intenzionalità di contatto in quanto il ruolo non è assimilato e non può reggere la Funzione-Io19. Le funzioni del sé al confine di contatto risultano disturbate e il paziente rivive improvvisamente e intensamente il trauma subito. Di conseguenza il paziente evita l’ansia perché non ha abbastanza sostegno per proseguire nel ciclo di contatto. All’interno della relazione e nella narrazione del paziente, il terapeuta cercherà di cogliere i modi in cui questi non riesce ad instaurare o a portare a termine in modo soddisfacente le sue intenzionalità di contatto con l’ambiente20. Il terapeuta sarà attento a comprendere come il paziente, attraverso svariati contenuti, comunichi nella relazione con lui. In questo modo, la relazione diventa contenuto in quanto il paziente prende informazioni sulla relazione per capire fino a che punto aprirsi e fidarsi. Da ciò derivano l’instaurasi, il proseguimento

16 Ivi, 9. 17 G. Francesetti (2005), Fenomenologia e clinica degli attacchi di panico, in G. Francesetti (ed.), Attacchi di panico e postmodernità. La psicoterapia della Gestalt fra clinica e società, Franco Angeli, Milano, 51-114. 18 Ivi, 60. 19 Cfr. G. Francesetti (2005), Fenomenologia e clinica degli attacchi di panico, cit. 20 Cfr. G. Salonia (1992), Tempo e relazione. L’intenzionalità relazionale come orizzonte ermeneutico della psicoterapia della Gestalt, cit.

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Il  paziente  riceve dal terapeuta nuove possibilità  di  significazione  (contesto) per il proprio malessere.

La Funzione-Es improvvisamente  non dà sufficiente sostegno alla FunzioneIo e alla FunzionePe r s o n a l i t à ,   c h e non sostiene sufficientemente l’intenzionalità di contatto in quanto il ruolo non è assimilato e non può reggere la Funzione-Io.


e l’efficacia della relazione terapeutica. Si lavorerà anche sulla percezione corporea del paziente, in particolare sul respiro21. In questo modo, gradualmente, la storia della propria vita si trasforma in un racconto progressivamente abitato e rivitalizzato. È la relazione tra paziente e terapeuta che fornisce il ground per attraversare e superare il disagio. Anche per Melnick e Nevis22 i sintomi del DPTS sono dovuti ad un’interruzione del ciclo di contatto ed all’incapacità del paziente di muoversi attraverso i vari stadi, ovvero il soggetto non riesce a disimpegnarsi da un’esperienza, ad assorbirla e a digerirla. Pertanto, il terapeuta aiuterà il paziente ad allontanarsi dalla figura traumatica, a proseguire nel processo di assimilazione attraverso il quale viene liberata spontaneamente dell’energia, ad affrontare il vuoto e a diventare consapevole dell’emergere di qualcosa di nuovo nel suo sé. La terapia può considerasi conclusa quando il paziente riconosce che attraverso l’esperienza traumatica ha potuto crescere. Con il regime di Pol Pot (1975-1979) iniziò ‘l’auto-genocidio’, termine coniato per definire la sanguinosa epurazione del popolo cambogiano ad opera dei cambogiani stessi. Durante questi quattro anni di orrore, morirono da uno a due milioni di persone su un totale di sette milioni23. Gli studi effettuati sui profughi cambogiani24 hanno dimostrato che questi ultimi soffrivano di DPTS: il principale sintomo era l’evitare di parlare degli eventi successi sotto il regime di Pol Pot, minimizzando i fatti con poche o nessuna manifestazione emotiva. Il secondo

21 Cfr. G. Francesetti (2005), Fenomenologia e clinica degli attacchi di panico, cit. 22 J. Melnick, S.M. Nevis (1998), Diagnosing in the here and now: a Gestalt Therapy approach, in L.S. Greenberg & J.C. Watson, Handbook of Experiential Psychotherapy, Guilford Press, New York, 428-447. 23 Cfr. B. Kiernan (1996), The Pol Pot Regime: Race, Power and Genocide in Cambodia under the Khmer Rouge, 1975-1979, Yale University Press, New Haven. 24 Cfr. J.D. Kinzie et alii (1989), A three-year follow-up of Cambodian young people traumatized as children, in «Journal of the American Academy Child and Adolescent Psychiatry», 28, 501-504.

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sintomo era l’importanza dei pensieri intrusivi collegati ad eventi del passato, in particolare sulla morte dei membri della propria famiglia. In una ricerca effettuata su 100 bambini 13 anni dopo la fine del regime, il 46% di loro rientrava nei criteri del DPTS e un altro 40% rispondeva al criterio di DPTS non specifico25. Alcuni studi sono a sostegno dell’ipotesi che i cambogiani continuino a soffrire di DPTS anche molti anni dopo la fine degli eventi traumatici. Questa sarebbe una forma complessa di DPTS che si presenta in caso di eventi traumatici prolungati e di massa26. M. Eisenburch, psichiatra ed antropologo, avanza l’ipotesi che la ‘perdita culturale’ potrebbe essere sostituita alla diagnosi di DPTS, in quanto i sintomi osservati in una ricerca su bambini cambogiani rifugiati a Boston, classificati secondo il DSM III come DPTS e depressione, erano in realtà una manifestazione del dolore dovuto alla perdita traumatica di una cultura e di una società27. All’inizio degli anni ‘80 la psichiatria e la medicina ritenevano che i pazienti vittime di atrocità non potessero guarire e non fossero in grado di sostenere una psicoterapia. Queste convinzioni sono cambiate nel corso dei due decenni successivi, durante i quali il centro fondato nel 1981 da Mollica (psichiatra statunitense tra i massimi esperti del trattamento del DPTS) – l’Harward Program Refugee – è riuscito a guarire oltre diecimila sopravvissuti alla violenza di massa e alla tortura. L’approccio terapeutico di Mollica si basa sul metodo fenomenologico di William James, attraverso il quale il terapeuta deve rinunciare ai normali presupposti e ‘guardare’ quel che succede nella realtà, nonché sul metodo esegetico, attraverso il quale si ricercano l’origine e i significati storici di parole e frasi, avvicinando il medico al mondo reale del narratore.

25 Cfr. D. Savin, S. Robinson (1997), Holocaust survivors and survivors of the Cambodian tragedy: similarities and differences, in «Echoes of the Holocaust», Bulletin of the Jerusalem Center of Research into the Late Effects of the Holocaust, 5, 14-30. 26 Cfr. Y. Herman (1992), Trauma and recovery, Basic Books Harpercollins, New York. 27 Cfr. M. Eisenbruch (1991), From post-traumatic stress disorder to cultural bereavement: Diagnosis of Southeast Asian refugees, in «Social Science Medicine», 33 (6), 673-680.

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Il principale sintomo era l’evitare di parlare degli eventi successi sotto il regime di Polt Pot, minimizzando i fatti con poche o nessuna manifestazione   emotiva. Il   secondo   sintomo era l’importanza dei pensieri intrusivi collegati ad eventi del passato,   in   particolare sulla morte dei membri   della   propria famiglia.


Secondo Mollica28 esiste un potere di autoguarigione che tutti i pazienti possiedono e che consiste nella volontà di sopravvivere e di guarire. Raccontare una storia consente di stabilire un contatto umano con il prossimo interrompendo l’isolamento provocato dalla violenza e «migliora il processo di estinzione biologica dei ricordi traumatici, accelerando la guarigione psicologica della persona traumatizzata»29. L’allenamento al racconto aiuta il paziente a modulare le emozioni intense associate alla violenza e ad esprimerle con moderazione, in modo che non sovrastino la storia. Una volta consapevoli dell’importanza di esprimere i sentimenti senza sconvolgere l’ascoltatore, i sopravvissuti sono in grado di controllarli e di esprimerli nel modo più adeguato. Un altro tipo di intervento che potremmo ipotizzare nel trattamento del DPTS coi profughi cambogiani è la terapia di gruppo in una prospettiva gestaltista. Il gruppo è l’espressione di un principio fondamentale della GT: il tutto è più della somma delle sue parti30. Quindi un gruppo terapeutico rappresenta molto di più che la semplice somma dei suoi membri. All’interno del gruppo «non esistono questioni ‘individuali’, esistono solo questioni di gruppo»31. Se una persona sente qualcosa all’interno del gruppo, dato lo sfondo condiviso, ciò implica che almeno un’altra persona sente o sperimenta qualcosa di simile. Se quella persona verbalizza all’interno del gruppo il suo sentire, è probabile che stia esprimendo la voce di una parte del tutto. Gli altri possono decidere di esprimere, condividere ed esplorare quell’esperienza.

28 R.F. Mollica (2007), Le ferite invisibili. Storie di speranza e guarigione in un mondo violento, Il Saggiatore, Milano. 29 Ivi, 112. 30 Su questo tema, cfr. P. Phillippson, J.B. Harris (1992), Gestalt: Working with groups, Manchester Gestalt Centre Publication, Manchester. 31 C. Hodges (2007), Processi creativi in psicoterapia della Gestalt di gruppo, in M. Spagnuolo Lobb, N. Amendt-Lyon (eds.), Il permesso di creare. L’arte della psicoterapia della Gestalt, Franco Angeli, Milano, 322-335, 328.

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Esiste   un   potere   di autoguarigione che tutti   i   pazienti   possiedono e che consiste  nella  volontà di sopravvivere e di guarire. Raccontare una storia consente di stabilire un contatto umano con il prossimo interrompendo  l’isolamento   provocato   dalla violenza.

Se una persona sente qualcosa all’interno del gruppo, dato lo sfondo condiviso, ciò   implica   che   almeno   un’altra   persona   sente   o   sperimenta   qualcosa   di simile.


Il gruppo di GT attraversa tre fasi di sviluppo32: • orientamento con una modalità relazionale intrapersonale: ogni membro incrementa la sua consapevolezza di ciò che sta vivendo ed elabora quello che vorrebbe dire agli altri membri; • differenziazione con una modalità interpersonale: i membri cercano il contatto tra di loro ed il leader deve incoraggiarli, in particolare, nei punti di divergenza; • affiliazione con una modalità di relazione focalizzata sul gruppo stesso: i membri si sentono un gruppo. Il leader deve essere empatico e prestare attenzione all’ansia, la paura, la colpa, le emozioni che i membri hanno spesso all’inizio della terapia di gruppo33. Se queste emozioni sono gestite con rispetto e comprensione, allora i membri si sentiranno capiti, accettati e fuori pericolo all’interno del gruppo. Se la terapia di gruppo fa sentire ogni membro al sicuro, allora egli avrà più opportunità nell’esplorare i propri vissuti ed attraversare i rischi che possano subentrare quando assume un cambiamento all’interno del gruppo34. Un altro tipo di sviluppo del gruppo di GT viene proposto da S. Gaffney35, che lo descrive come un processo di definizione del sé del gruppo. L’autore utilizza una prospettiva culturale incrociata. Più il gruppo è piccolo, più questo processo potrà essere esplicito ed evidenziarsi attraverso le dinamiche fra i livelli individuali, interpersonali e di sottogruppi. Un gruppo di tre-otto persone è considerato piccolo, da otto a dodiciquindici medio e, oltre i quindici, grande. Vi sono tre dimensioni rilevanti della cultura per i membri di un gruppo: • individualismo (persona/ambiente); • famigliarismo (persona/famiglia; persona/amici-imparentati; amici-imparentati/ambiente socio-culturale);

32 Cfr. J. Frew (1997), A Gestalt therapy theory application to the pratice of group leadership, in «Gestalt Review», 1 (2), 131-149. 33 Cfr. G.M. Yontef (1993), Awareness dialogue & process: Essays on Gestalt therapy, The Gestalt Journal Press, New York. 34 Cfr. E. Polster (1995), A population of selves: A therapeutic exploration of personal diversity, Jossey-Bass publishers, San Francisco. 35 S. Gaffney (2006), Gestalt with groups: a cross-cultural perspective, in «Gestalt Review», 10 (3), 205-219.

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• collettivismo (persona/gruppo; gruppo/altri gruppi; gruppo/ ambiente socio-culturale). Vi sono due tipi di contesto: • ‘elevato’, dove vi è una condivisione dei significati; • ‘basso’, dove la persona deve esplicitare il significato della sua comunicazione. Inoltre, ritornando al genocidio cambogiano, ricordiamo che Kinzie36 ha parlato di un senso di vergogna a livello individuale e collettivo. A questo proposito Francesetti37 propone una lettura gestaltica del senso di colpa, considerato come ‘autentico’38 in quanto è «il sentimento che accompagna il percepire la sofferenza della relazione con la consapevolezza che è stato il proprio modo di stare in essa che ha causato questa sofferenza»39. L’elemento fondante della relazione terapeutica, necessaria per la costituzione e comprensione di essa40, potrebbe essere il gruppo terapeutico che, nel suo piccolo, rappresenta la comunità dei rifugiati cambogiani oppure la nazione stessa. Alla luce di quanto sopra esposto, la nostra ipotesi di lavoro è quella di formare un piccolo gruppo di cambogiani (otto persone al massimo) con una diagnosi principale di DPTS. La composizione del gruppo sarà omogenea per età e per sesso. Questo è importante perché la mentalità khmer dà maggiore rilievo alla persona anagraficamente più anziana. Il gruppo potrebbe essere un’opportunità per i membri di esprimere le emozioni di oppressione, di umiliazione e di colpa, ma anche di condividere con altre persone le proprie paure, di sentirsi sollevati e al sicuro ed infine di potersi fidare di nuovo di se stessi e degli altri. Nella conduzione del gruppo ipotetico,

36 J.D. Kinzie (1989), Therapeutic approaches to traumatized Cambodian refugees, in «Journal of traumatic stress», 2, 75-91. 37 G. Francesetti (2008), La sofferenza della Zwischenheit. Una lettura gestaltica di Colpa e sensi di colpa, in M. Buber, Colpa e sensi di colpa, Apogeo, Milano, 77-100. 38 Ivi, 89. 39 Ibidem 40 Cfr. G. Francesetti (2008), La sofferenza della Zwischenheit. Una lettura gestaltica di Colpa e sensi di colpa, cit.

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il terapeuta dovrà capire la forza dei valori culturali delle persone e non solo la patologia, sviluppare degli interventi che si accordino con i valori culturali famigliari, essere in grado di imparare dalla famiglia e essere consapevoli di come i propri valori e la cultura influenzino il proprio lavoro41. Gli incontri avranno una cadenza settimanale, fissata sempre lo stesso giorno, per una durata di due ore. Il setting dovrà essere accogliente e caloroso per consentire ai membri di sentirsi a proprio agio. Le sedie, inclusa quella del terapeuta, saranno messe in cerchio. Alla prima seduta il terapeuta accoglierà le persone presentandosi, non solo come terapeuta, ma anche attraverso certi aspetti della sua vita privata, come la sua età, la sua famiglia e così via, al fine di dare al gruppo un senso di fiducia e di rispetto. In seguito, il terapeuta inviterà i membri a presentarsi nello stesso modo e cercherà di facilitare la conversazione all’interno del gruppo. Successivamente presenterà lo scopo terapeutico del gruppo, spiegando il ruolo all’interno del gruppo, i diritti di ogni membro e la riservatezza dei contenuti che emergeranno nel gruppo. Dovrà quindi incoraggiare i membri a fare domande sulla terapia in qualsiasi momento. Alla fine dell’incontro, il terapeuta potrà chiedere al gruppo se vi sono domande o preoccupazioni rispetto alla terapia di gruppo stessa. Negli incontri successivi, il terapeuta analizzerà i processi di gruppo, invitando i membri a condividere esperienze, vissuti e pensieri sulla loro vita attuale. È importante per il terapeuta aver in mente che gli asiatici, in generale, tendono ad avere una visione circolare degli eventi, cioè mentre gli occidentali spesso vogliono sapere ‘perché’ hanno un problema, gli asiatici preferiscono sapere ‘cosa’ fare. Secondo la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, «tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti». Ogni individuo ha il diritto all’integrità umana – oltre che

41 Cfr. D. Lum (1999), Culturally competent practice, Books/Cole, Pacific Grove.

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alla dignità – che va al di là dell’interezza fisica e psichica e abbraccia anche il senso e il valore della memoria42. «Il recupero dell’integrità dell’umano non può che passare per un restauro della relazione restituita al suo tempo, il presente. La possibilità di ricostruire una biografia spezzata si fonda su parole, gesti, in cui ricostruire la narrabilità dell’umana e disumana esperienza. Quindi la relazione terapeutica aiuta il paziente a diventare umano in un senso più pieno di quanto sia stato in grado di realizzare fino a quel momento»43. Secondo la nostra ipotesi di lavoro, la terapia di gruppo con soggetti che hanno vissuto un’esperienza traumatica disumana come quella del genocidio, potrebbe offrire a detti soggetti l’opportunità di ritrovare la loro dignità individuale e collettiva. Sarebbe utile testare sia quantitativamente sia qualitativamente la nostra ipotesi, allo scopo di contribuire alla teoria della GT nell’ambito del DPTS e, ancor più, alla difesa dei diritti umani. Cosa chiedo a ciascuno di voi? Tre cose soltanto: non sbirciare fuori di sé, non sbirciare dentro agli altri, non pensare a se stessi. Martin Buber44

42 Cfr. A. Orsi (2008), La memoria in cammino. Parole possibili oltre il silenzio, in «Rivista di psicologia analitica», 77, 125-136. 43 Ivi, 131-132. 44 M. Buber (2004), Il cammino dell’uomo, Edizioni Qiqajon, Torino, 55.

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La   terapia   di   gruppo con soggetti che hanno   vissuto   un’esperienza   traumatica   disumana   come quella   del   genocidio, potrebbe offrire a detti soggetti l’opportunità di ritrovare la loro dignità individuale e collettiva.


BIBLIOGRAFIA American Psychiatric Association (APA) (1980), Diagnostic and statistical manual of mental disorder (3rd Edition), American Psychiatric Press, Arlington. Buber M. (2004), Il cammino dell’uomo, Edizioni Qiqajon, Torino. Breslau N. et alii (1991), Traumatic events and post traumatic stress disorder in urban population of young adults, in «Archives of General Psychiatric», 48, 216-222. Eisenbruch M. (1991), From post-traumatic stress disorder to cultural bereavement: Diagnosis of Southeast Asian refugee’s, in «Social Science Medicine», 33 (6), 673-680. Foy D.W. (1992), Treating post-traumatic stress disorder: Cognitive Behavioural Strategies, Guilford Press, New York. Francesetti G. (2005), Fenomenologia e clinica degli attacchi di panico, in G. Francesetti (ed.), Attacchi di panico e postmodernità. La psicoterapia della Gestalt fra clinica e società, Franco Angeli, Milano, 51-114. Francesetti G. (2008), La sofferenza della Zwischenheit. Una lettura gestaltica di Colpa e sensi di colpa, in M. Buber, Colpa e sensi di colpa, Apogeo, Milano, 77-100. Frew J. (1997), A Gestal therapy theory application to the pratice of group leadership, in «Gestalt Review», 1 (2), 131-149. Gaffney S. (2006), Gestalt with groups: a cross-cultural perspective, in «Gestalt Review», 10 (3), 205-219. Herman Y. (1992), Trauma and recovery, Basic Books Harpercollins, New York. Hodges C. (2007), Processi creativi in psicoterapia della Gestalt di gruppo, in M. Spagnuolo Lobb, N. Amendt-Lyon (eds.), Il permesso di creare. L’arte della psicoterapia della Gestalt, Franco Angeli, Milano, 322-335. Kiernan B. (1996), The Pol Pot Regime: Race, Power and Genocide in Cambodia under the Khmer Rouge 1975-1979, Yale University Press, New Haven. Kinzie J.D. (1989), Therapeutic approaches to traumatized Cambodian refugees, in «Journal of traumatic stress», 2, 75-91. Kinzie J.D. et alii (1989), A three-year follow-up of Cambodian young people traumatized as children, in «Journal of the American Academy Child and Adolescent Psychiatry», 28, 501-504. Lum D. (1999), Culturally competent practice, Books/Cole, Pacific Grove. Melnick J., Nevis S.M. (1992), Diagnosis: The struggle for a meaningful paradigm, in E.C. Nevis, Gestalt Therapy, Gardner Press, New York. Melnick J., Nevis S.M. (1998), Diagnosing in the here and now: A gestalt therapy approach, in L.S. Greenberg & J.C. Watson, Handbook of Experiential Psychotherapy, Guilford Press, New York, 428-447. Mollica R.F. (2007), Le ferite invisibili. Storie di speranza e guarigione in un mondo violento, Il Saggiatore, Milano.

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SITOGRAFIA United Nations High Commissioner of Refugees (2002), http://www.unhcr.ch/cgi-bin/ texis/vtx/home. Abstract L’articolo tratta il Disturbo Post-Traumatico da Stress (DPTS) secondo la Gestalt Therapy e analizza gli studi effettuati sui cambogiani sopravvissuti al genocidio. L’Autrice mette a confronto la terapia dall’Harward Program Refugee applicata sui pazienti affetti da DPTS con l’ipotetico intervento di Terapia di Gruppo in una prospettiva gestaltista, evidenziando come quest’ultima possa generare particolari benefici nel caso di eventi traumatici prolungati e di massa. L’articolo si chiude con una riflessione sull’opportunità della relazione terapeutica anche come recupero dell’integrità umana.

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As I walk


SOCIETÀ E PSICOTERAPIA

IL VOLO DI BAUMAN A SIRACUSA Intervista a Zygmunt Bauman a cura di Orazio Mezzio (*)

Gli  studiosi  delle scienze   sociali   parlano di un’era in cui l’Uomo è sempre più solo;   di   più,   un’epoca in cui lo stesso,   invece  di  sentirsi confortato dall’incalzante flusso di azioni che lo coinvolgono, manifesta fobie difficilmente inquadrabili con gli schemi classici.

Gli abitanti della Terra non sono mai stati così vicini. Legati da eventi sempre più incalzanti, nello spazio e specialmente nel tempo. La produzione e distribuzione di beni e servizi non ha confini e il sistema di comunicazioni trasmette informazioni istantanee. Ogni essere vivente è coinvolto a vario titolo in questo inimmaginabile turbinio di innovazioni che (non solo per dare conto della tecnologia utilizzata) potremmo definire ‘rivoluzione virtuale’. Si assiste pertanto a silenziosi quanto inarrestabili cambiamenti fra le persone e le loro istituzioni. Sembra paradossale, ma gli studiosi delle scienze sociali parlano di un’era in cui l’Uomo è sempre più solo; di più, un’epoca in cui lo stesso, invece di sentirsi confortato dall’incalzante flusso di azioni che lo coinvolgono, manifesta fobie difficilmente inquadrabili con gli schemi classici. Fenomeni di nuove emarginazioni e povertà diffuse si sovrappongono a suggestive manifestazioni di massa e di sperpero delle materie prime (alimentari quanto minerali). Perché succede questo? Come può accadere? Quali le sfide del presente per non smarrire l’umanità nelle nubi all’orizzonte? Zygmunt Bauman, che in tema è fra gli autori più letti e citati, ha proposto una originale spiegazione. Forte dei suoi decennali approfondimenti (polacco di origini ebraiche, professore emerito dell’università inglese di Leeds) e ricco dei suoi 87 anni, utilizza la metafora dell’acqua per

(*) Per la collaborazione nella traduzione si ringrazia il prof. Sebastiano Russo

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descrivere la modernità: «La nostra è una società liquida – ha scritto – dove l’uomo non è più una quercia con folte radici, ma una nave che vaga di porto in porto». Il ricercatore – anche se tiene a sottolineare che non è in grado di fare profezie – nella sua recente lectio magristralis tenuta a Siracusa, ha comunque voluto esortare le giovani generazioni a reagire alla deriva del mondo così come si sta prospettando. La storia della città – già colonia di Corinto, poi metropoli della Magna Grecia, capitale del Sacro Romano Impero e adesso capoluogo di provincia (italiana) – avrà stimolato la decisa reazione dell’illustre ospite nell’esporre gli scenari della globalizzazione: «Sostenibilità (rispetto ai mezzi disponibili nel pianeta per garantire a tutti pari opportunità di crescita) e integrazione (con il diverso che va considerato come una risorsa) – ha detto appassionatamente all’attento uditorio – sono le vie su cui penso dobbiate canalizzare la vostra attenzione». Queste sue considerazioni sono il frutto di un ragionamento che parte da lontano, a cui lo stesso Bauman, nel suo soggiorno aretuseo, ci ha introdotti rilasciando un’ampia intervista esclusiva per i lettori di GTK. Un’anomala crisi finanziaria sta sconvolgendo il sistema occidentale. Gli stati nazione sembrano impotenti a garantire la stabilità dei mercati e nessuno sembra saperne spiegare la finalità, per cui si muovono. Eppure un tempo i titoli azionari servivano a finanziare le miniere per l’acquisizione delle materie prime. Poi si è passati alle azioni per costruire industrie meccaniche, chimiche… Oggi invece si parla di speculazioni finanziarie su titoli virtuali i cui proprietari sono sconosciuti. Dov’è l’uomo in questa società evanescente, governata da sistemi senza nome né volto né patria? Si va verso il superamento della stessa società liquida? Sono pienamente d’accordo quando si dice che le nazioni sembrano non essere in grado di garantire la stabilità dei mercati. Non condivido invece quando si parla di finalità con riferimento ai mercati, supponendo quindi che essi abbiano degli obiettivi. Effettivamente, se ciò che appare a noi è che i mercati fissano gli obiettivi, questa è una respon-

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«La   nostra   è   una società liquida – ha scritto – dove l’uomo non è più una quercia   con   folte radici, ma una nave che vaga di porto in porto».


In quello che io definisco  il  periodo moderno ‘solido’, la speranza era che potere e politica stessero uniti, che vivessero in strettissimo  matrimonio.  Ma  nel  nostro periodo essi sono in uno stato di separazione o persino di divorzio.

Il vero potere – quello  che  decide  che cosa  è  possibile  e che cosa è impossibile fare nella nostra situazione – è fuori della portata di qualsiasi governo nazionale.

Il potere è ormai globale, mentre la politica è rimasta – quasi come cento anni fa – locale.

sabilità da addebitarsi all’impotenza delle stesse nazioni, le quali non sanno spiegarsi le cause di quanto accade. I mercati sono in movimento, incentrati su se stessi e pertanto non sono una istituzione coordinata e preordinata a fissare degli obiettivi. Essi sanno da dove vengono, ma non sanno dove vanno. Il punto è allora questo: cogliere l’aspetto caratteristico e definente di ogni azione mirata; sapere, cioè, dove si sta andando, non semplicemente a che cosa si sta reagendo; conoscere qual è il fine, l’obiettivo del tuo movimento. Questo i mercati non sono in grado di farlo. Questa è la ragione fondamentale dell’agitazione in cui si trova la condizione umana in questo momento. Non è tanto una colpa psicologica dei ministri dei governi, quanto un difetto strutturale della maniera in cui la società è organizzata oggi. La causa fondamentale di questo collasso è quello che io chiamo il divorzio tra il potere e la politica. Potere vuol dire capacità di fare cose, mentre la politica è la capacità di decidere quali cose devono essere fatte. Ora, queste due cose – potere e politica – sono necessarie l’una all’altra al fine di avere un ordine efficiente. Storicamente, in quello che io definisco il periodo moderno ‘solido’, la speranza era che potere e politica stessero uniti, che vivessero in strettissimo matrimonio. Ma nel nostro periodo essi sono in uno stato di separazione o persino di divorzio, il che significa che da una parte noi abbiamo un potere che non è controllato dalla politica e dall’altra una politica che è priva di potere: il potere è necessario per organizzare, decidere e imporre le decisioni della politica, e quest’ultima è necessaria per decidere quali obiettivi, quali scopi debbano essere perseguiti. Così c’è una discrepanza nel risultato tra i mezzi dell’azione e la grandiosità dei compiti che l’azione deve affrontare per metterli in atto. Il vero potere – quello che decide che cosa è possibile e che cosa è impossibile fare nella nostra situazione – è fuori della portata di qualsiasi governo nazionale. Non soltanto il governo italiano, ma persino quello degli Stati Uniti d’America non è effettivamente in grado di controllare la direzione di questo movimento. Per dirla in breve, il potere è ormai globale, mentre la politica è rimasta – quasi come cento anni fa – locale.

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È il limite degli stati nazione: non si può andare oltre, non puoi rincorrere il potere in fuga perché non lo raggiungerai, è oltre la tua portata. Non è una cosa ovvia, neanche per i capi dei più potenti stati europei. Essi si riuniranno un venerdì per discutere cosa fare, come rispondere alla crisi che investe l’Italia, la Spagna, il Portogallo, e non so chi ancora. Quel giorno passeranno la notte insonne, poi il sabato, la domenica… aspettando il lunedì, quando i mercati azionari apriranno. Allora sapremo se avranno fatto bene o male. Dal momento che mi rivolgo ai lettori di GTK, dirò quale effetto psicologico comporta vivere in tali condizioni. Tu non sai più – se sei un comune cittadino come lo sono io o voi – su chi puoi contare, su chi puoi investire le tue speranze e le tue aspettative. Quella della società contemporanea è semplicemente una forma di fiducia fluttuante, alla ricerca di un porto dove poter gettare l’ancora, ma non lo trova. La grande domanda di oggi, a causa di questo divorzio di cui abbiamo detto, non è ‘che cosa’ si deve fare, ma ‘chi’ la deve fare. Anche se tu sai che cosa si deve fare, non c’è una istituzione preposta che possa farla. Riassumendo, penso che quanto è stato menzionato nella formulazione della domanda – la crisi finanziaria, la crisi del credito, ogni genere di crisi – sono manifestazioni di un’unica crisi sostanziale che credo sia la ‘crisi di agenzia’: non c’è un’istituzione in grado di promuovere e implementare una soluzione adeguata. In mancanza di una agenzia affidabile in grado di fare quello che è necessario fare, l’unica certezza che abbiamo è l’incertezza. L’unica cosa certa sulla nostra condizione è che nel futuro prevedibile resteremo in condizioni di incertezza. E l’incertezza si può suddividere in due parti. La prima riguarda la imprevedibilità degli avvenimenti, come ad esempio per la finanza: non sappiamo che cosa avverrà nei mercati, è assolutamente impossibile prevederlo. L’altro lato riguarda l’impotenza. Impotenza vuol dire che tu puoi anche sapere quale catastrofe sta arrivando, ma sai anche che non puoi fare un bel niente per arginarla.

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Non sai più – se sei un   comune   cittadino come lo sono io o voi – su chi puoi contare, su chi puoi investire le tue speranze e le tue aspettative.

La   grande   domanda   di   oggi   non   è ‘che  cosa’   si   deve fare, ma ‘chi’ la deve fare.

Non  c’è  un’istituzione   in   grado   di promuovere  e  implementare una soluzione  adeguata. In mancanza di una agenzia affidabile in grado di fare quello che è necessario fare, l’unica certezza che abbiamo è l’incertezza.


Un uomo incerto che vaga nel mondo globalizzato fra imprevedibilità e impotenza. Nel quadro di relativismo etico che si prospetta, c’è chi – come Benedetto XVI – individua nella rassegnazione dell’uomo di fronte alla verità il nocciolo della crisi dell’occidente. Nella società liquida c’è posto per valori assoluti? È possibile legare concetti come libertà, giustizia, democrazia? Libertà, giustizia, democrazia sono essenzialmente valori assoluti. Gli attuali governi, le forze politiche che si sforzano di prendere il governo in tutto il mondo, vi fingono attaccamento. Ma la questione non è tanto se c’è posto per valori assoluti. Tutti ormai concordano sul fatto che la mancanza di libertà è una cosa brutta, l’ingiustizia è una cosa orribile, essere contro la democrazia è qualcosa di incredibilmente turpe. Perché, dunque, è così difficile scoprire che cosa c’è dietro questi valori? Su questo fronte, però, siamo molto divisi e non perché non crediamo in questi valori (anzi, in effetti, affermiamo che sarebbe bello avere un mondo del genere). Naturalmente, molti di noi hanno la loro idea personale su come dovrebbe essere un mondo giusto, ma tutti, comunque, accettiamo questi valori-slogan. Quello che non abbiamo é l’idea di buona società: non ci pensiamo, non siamo in grado di descriverla, né di dire come sarebbe, proprio a causa della crisi di agenzie di cui parlavo prima. Quando ero giovane, le persone litigavano esattamente su quello su cui si litiga oggi: su che cosa bisognava fare, su come migliorare la società, come eliminare ogni genere di difetti, su cose che generano preoccupazioni, e così via. Nondimeno – lo ricordo bene – non litigavano mai sulla domanda. Voglio dire che non si domandavano: chi dovrà farlo? Perché già sapevano che c’erano gli stati nazione a farlo. Tutti credevano negli stati nazione, non importa che fossero di destra o di sinistra. Tutti sapevano (presumevano) che una volta costituito il governo, questo avrebbe fatto quello che era necessario fare: allora avevamo il potere e la politica, cioè tutto quello che serviva. Ora non è più così. Perchè perdere tempo a pensare a una buona società? È soltanto una specie di magia e non un

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campo per cose razionali. Nei ‘solidi’ tempi moderni molti erano impegnati a scrivere il progetto di luoghi utopistici, dove ogni guaio della società contemporanea sarebbe scomparso e dove ognuno avrebbe avuto il proprio posto o ne sarebbe rimasto soddisfatto. Non ci sono cose che corrispondano a queste utopie al giorno d’oggi. Sì, perché allora c’era la credenza che era possibile dipanare, aprire l’idea di libertà, giustizia, democrazia e così di seguito. C’era inoltre un’altra convinzione, cioè che una volta realizzato ciò, non ci sarebbe stata alcuna difficoltà nel mettere effettivamente ogni cosa al proprio posto: lo stato nazione lo avrebbe fatto. Per tutto ciò, la nostra società – dico quella dei nostri nonni e dei nostri bisnonni – era organizzata in una maniera che era una fabbrica di solidarietà, condensazione, avvicinamento, consolidamento di diffusi principi, valori, idee che la gente possedeva e che venivano rimessi al centro di una azione collettiva unita. La nostra società di oggi, invece, è una fabbrica di rapporti di competizione piuttosto che di solidarietà; una fabbrica di antisolidarietà, che distrugge la solidarietà sociale e impedisce il consolidamento di forze politiche genuine. Dal punto di vista della storia dell’utopia, gli scenari sociali si possono dividere in tre diverse categorie. Lo scenario per così dire premoderno, tipico del medioevo. Un genere sociale, in cui l’atteggiamento prevalente dell’umanità era quello di credere che Dio ha creato la realtà, ha generato il mondo. Tutto ciò che lui ha prodotto è al suo posto e il nostro compito di uomini è quello di mantenere intatto ciò che abbiamo ricevuto come dono di Dio. Così non c’era posto per l’utopia in quella società con questa accezione. Era un pensiero millenario. L’unica cosa che ci si aspettava potesse cambiare la situazione era la seconda venuta o l’apocalisse. In nessuna delle due possiamo fare niente, non possiamo alterare il flusso di cose su cui non abbiamo alcuna possibilità di agire. Le cose cambiano nell’era moderna, in cui l’atteggiamento prevalente non era più l’atteggiamento del custode che semplicemente difende l’eredità dell’umanità dagli intrusi, ma l’atteggiamento del giardiniere. Se hai un giardino, sai

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La  nostra  società di  oggi,  è  una  fabbrica   di  rapporti  di  competizione piuttosto che di solidarietà; una fabbrica di antisolidarietà, che distrugge la solidarietà sociale e impedisce il consolidamento   di   forze politiche genuine.


Oggi, nella modernità liquida,   un’utopia deregolamentata, privatizzata,   è   un’utopia di cacciatori e non di giardinieri.

di avere il disegno di un’armonia perfetta. E il giardiniere crede anche che senza il suo impegno e un duro lavoro giornaliero non potrà esserci giardino. Le erbacce lo infesteranno. In questo consistevano le utopie. L’utopia era la visione di un giardino senza erbacce. Niente era superfluo, ogni cosa che era là era al posto giusto, e così via. Tuttavia, oggi, nella modernità liquida, un’utopia deregolamentata, privatizzata, è un’utopia di cacciatori e non di giardinieri. L’idea di un giardino deregolamentato è un’idea stupida, non è credibile, non è concepibile. Non puoi deregolamentare un giardino perchè significherebbe distruggerlo. Ma la nostra utopia oggi – semmai abbiamo un’utopia – è un’utopia di cacciatori, che non è il desiderio di creare una società migliore di quella che c’è ora, ma di ritagliare per se stessi uno spazio molto comodo in un mondo essenzialmente scomodo. I cacciatori mirano a uccidere quanta più selvaggina è possibile: non si preoccupano dell’armonia della foresta. Così è questo il tipo di utopia prevalente nella nostra mente oggi, costantemente inoculata com’è tramite i mezzi di comunicazione di massa, la tv, i giornali e i blog, Facebook e simili. È una pressione che crea una sorta di fabbrica dell’individualismo.

Quindi le innovazioni come quelle propugnate da Steve Jobs – con il suo testamento ai giovani Siate affamati, siate folli e le sue proposte informatiche che hanno offerto prodotti nel mercato prima ancora che ne nascesse il bisogno (la domanda) dei consumatori – possono considerarsi le profezie della società liquida oppure la creazione di strumenti virtuali o solo il mezzo con cui gli abitanti della società liquida si rifugiano dalle loro paure? Steve Jobs è stato il profeta di questa sorta di ideologia che dice che noi dobbiamo cercare soluzioni in modo individuale (tu o tu o tu o io… che sia, individuale significa ingegno e abilità personali e risorse che noi possediamo personalmente) a problemi prodotti socialmente o anche globalmente. E questo è – naturalmente – impossibile, perché una solu-

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Una  soluzione  a problemi  prodotti socialmente  non può essere data individualmente.

zione a problemi prodotti socialmente non può essere data individualmente. Mi viene in mente – non so se lo ricorda chi è molto più giovani di me – che un tempo c’era la fobia della guerra nucleare che minacciava la distruzione del mondo. E qual era il consiglio dato ai cittadini? Di comprarsi un rifugio antiatomico per la propria famiglia! E questo é esattamente quello che gli odierni cacciatori di utopie consigliano. Detto ciò, affrontare l’ultima parte della domanda significa andare al di là di una nostra attuale possibilità di risposta. Richiederebbe l’introduzione di molti e diversi argomenti al fine di presentare il problema del nostro vivere oggi, in un mondo diviso a metà tra l’online e l’offline, e della relazione tra l’online e l’offline: in particolare il mondo in cui viviamo e in cui i nostri figli, i miei nipoti, i vostri figli trascorrono la maggior parte del tempo online piuttosto che offline. Perciò l’informazione di base riguardo al vivere viene da lì: come differisce questo mondo dal mondo offline? E la seconda importante questione è: le cose che noi impariamo online e che finiamo per amare e desiderare sono trasferibili da lì? Si possono usare anche offline? Riguardo a questa ricerca, penso di essere forse troppo vecchio per risolvere la problematica che pone. Comunque credo che è troppo presto per poter rispondere a queste due domande sulla divisione fra online e offline. Tutte le risposte date oggi sono premature. Manca l’esperienza e ciò è comprensibile, dato che tutto è successo solo una ventina di anni fa. Adesso c’è una nuova generazione che non ha mai sperimentato un mondo senza Internet e le vecchie generazioni, nel giro di vent’anni, saranno dimenticate allo stesso modo in cui noi abbiamo dimenticato il mondo prima di Gutenberg, l’inventore della stampa.

Uomini soli in un mondo sempre più vasto. Le paure della società liquida quanto rappresentano una mancanza di orizzonti e quanto invece manifestano egoismo per il rischio di perdere o condividere il benessere accumulato finora?

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Penso che ogni epoca della storia abbia avuto le sue paure, perlomeno questo genere di paure. La persone durante il giorno erano gioiose, si divertivano, ma la sera avevano incubi. Perché succede che la paura è presente in qualsiasi società storica e in qualsiasi società immaginabile? Perché – questo per i lettori di una rivista come GTK è davvero importante – noi siamo l’unica specie vivente che è consapevole di essere mortale. Gli animali sanno, a volte perfino meglio di noi, che la morte si sta avvicinando, ma non sanno fin dalla nascita e in tutta la loro vita che sono mortali, che devono morire. Solo noi umani lo sappiamo e quindi abbiamo la paura della morte che fa di ogni sforzo di questa vita una cosa assurda. Come possiamo leggere nelle meditazioni di Blaise Pascal, egli spiega perché il sapere che tutti un giorno finiremo rende assurdo, privo di senso, il nostro essere in questo mondo. La mia esperienza, dopo oltre sessant’anni di studi sulla cultura, è che l’intera idea di questa cultura è anch’essa un tratto specifico della specie umana. Nessun’altra specie possiede un equivalente della cultura umana. La cultura è un espediente che rende concepibile la vita con la consapevolezza della mortalità. Ma la cultura ci offre anche dei gadget che ci consentono di convivere giorno dopo giorno con la cognizione della morte. Questi gadget sono associati con l’idea dei valori, delle finalità che andiamo perseguendo. Noi ne siamo entusiasmati, affascinati: abbiamo una meta da raggiungere e mentre inseguiamo la realizzazione di questi valori, di questi scopi, semplicemente non abbiamo il tempo di pensare alla fine. Ma la specificità delle paure della società liquida è ancora una volta connessa ad altri aspetti della società liquida. In passato i prodotti culturali esprimevano la cultura che li generava; cioè quando i nostri antenati immaginavano la loro stessa storia come un’evoluzione da un punto più basso a uno più alto, a un altro più alto, a un altro ancora più alto: una linea, un’evoluzione lineare della cultura. Ma oggi, a differenza di quel tempo, il consiglio culturale, la raccomandazione culturale, la pressione culturale che ci

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La paura è presente in qualsiasi società storica e in qualsiasi società immaginabile? Perché noi siamo l’unica specie vivente che è consapevole di essere mortale.

L a    c u l t u r a    è    u n espediente che rende  concepibile  la vita con la consapevolezza della mortalità.


La paura è in cerca di un luogo dove ancorarsi.

Se  non  abbiamo niente di cui preoccuparci,  non  sappiamo cosa fare.

Le  paure  restano; esse  diventeranno un nuovo  target, perciò andremo da un target di paure a un altro target di paure, a meno che non affrontiamo i problemi che vi si nascondono dietro.

capita di sperimentare sono tutti deregolamentati. E quindi i gadget che ci consentono di convivere con questa paura primordiale sono sparpagliati, diffusi e differenziati. Di conseguenza le nostre paure sono ancora una volta diffuse, sparpagliate e disancorate. Abbiamo paura, abbiamo incubi ma non sappiamo esattamente perché abbiamo paura, qual è il motivo di questa paura. La paura fluttua nuovamente: come abbiamo detto prima, è in cerca di un luogo dove ancorarsi. Ora sto per dire qualcosa di eretico. Noi tutti sappiamo che stiamo vivendo inciampando da una crisi all’altra. Quel che voglio dire è che finiamo di fronteggiare una crisi e già se ne profila un’altra. Ma in questo non c’è nulla di eretico, perché chiunque legge i giornali o guarda la televisione lo sa. Quel che è eretico, però, è quello che sto per dire adesso. Il mio punto di vista riguardo alle crisi è che non sono solo ‘qualcosa che succede’, ma in realtà ne abbiamo bisogno. Noi, cosa che normalmente non dico in pubblico, ci sentiremmo parecchio a disagio senza una crisi. Sì, se non abbiamo niente di cui preoccuparci, non sappiamo cosa fare. Noi vogliamo legare le cose a un luogo, perché quando in qualche modo collochiamo le nostre paure, crediamo di poter fare qualcosa. Ci sono persone – per esempio la Lega in Italia – che dicono che una volta creata la Padania e separata dal resto dell’Italia (e la Sicilia viene esclusa completamente dall’Italia), allora saremmo tutti felici e la paura scomparirebbe del tutto. Ma non lontano, a venti miglia da Palermo, c’è l’isola di Lampedusa affollata di rifugiati provenienti dal Nordafrica: si avrebbero allora di nuovo crisi; poi terroristi e bombe da qualche parte… e un’altra crisi, qualcosa crolla ed ecco ancora un’altra crisi... Ogni volta, in ogni istante noi sappiamo di che cosa avere paura, e ciò è di grande conforto psicologico. Se si è d’accordo con quanto ho detto, ci troviamo in una grande e spiacevole confusione, perché nessuna reazione a una sola o a tutte queste crisi vere o presunte risolve il problema dell’aver paura. Le paure restano; esse diventeranno un nuovo target, perciò andremo da un target di paure a un altro target di paure, a meno che non affrontiamo i proble-

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mi che vi si nascondono dietro. La medicina è un tipo di attività direttamente correlata a questa essenziale paura primordiale della mortalità. I dottori, quando redigono i certificati di morte, non scrivono mai nei certificati tutte le cause della morte, non scrivono mai «morto di mortalità», no, mai! Scrivono soltanto: «di reni», «di fegato», «di polmoni». Ci sono mille cause di morte: ne elimini una e ne restano altre novecentonovantanove! Poi ne elimini un’altra, poi un’altra, poi un’altra: alla fine resterai del tutto immortale!

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Attesa


LETTURE

A. Honneth (2002), Lotta per il riconoscimento, Il Saggiatore, Milano.

Il libro costituisce senza alcun dubbio una delle più importanti e famose opere di Axel Honneth, attuale esponente di punta della Scuola di Francoforte, attento e acuto osservatore dei nostri tempi, ottimo conoscitore della psicologia contemporanea, sinceramente disposto ad un fertile dialogo interdisciplinare con essa. Attraverso le dense pagine di questa pubblicazione, l’Autore elabora una interessante e originale ‘teoria del riconoscimento’, una articolata riflessione sulla ‘lotta per il riconoscimento’, basata fra l’altro anche sul contributo di importanti autori della letteratura psicologica quali Mead e Winnicott. L’esperienza del ‘riconoscimento’ è da lui considerata come una dimensione fondante e costitutiva non solo della singola persona, ma anche della comunità e dello stato di diritto. Esplicitando in modo dotto e finemente argomentato il suo pensiero, l’Autore dimostra come il modello antropologico su cui si basa la filosofia sociale moderna – quindi Hobbes e per molti versi anche Freud – risulti del tutto parziale, riduttivo ed incapace di rendere conto di alcuni aspetti nodali dell’esistenza umana. Prendendo lo spunto da alcune suggestive intuizioni del giovane Hegel, Honneth sostiene la necessità di dover sostituire la centralità della ‘lotta per l’autoconservazione’ con la centralità della ‘lotta per il riconoscimento’. La lotta, che ha da sempre caratterizzato la vita dell’uomo, non può risolversi, come ipotizza Hobbes, in un contrasto per la pura e semplice autoconservazione fisica. La lotta mira, piuttosto, al riconoscimento intersoggettivo di determinate e irrinunciabili dimensioni dell’individualità umana. La lotta di tutti contro tutti per la sopravvivenza fisica va, dunque, reinterpretata come lotta per ottenere le forme più elementari ed essenziali di riconoscimento intersoggettivo. La famiglia, la comunità, lo stato di diritto, non nascono

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dalla necessità di un rassicurante ‘contratto sociale’, che baratta la libertà della natura con la sicurezza della cultura, ma scaturiscono piuttosto dalla necessità di costruire spazi relazionali dove possono essere appagati vitali ed insopprimibili istanze di ‘riconoscimento’ reciproco. La lotta sociale non può essere concepita soltanto in termini di conflitto tra interessi particolari, ma nella prospettiva di un indispensabile riconoscimento delle differenze individuali, da cui ciascuno fa scaturire la propria irripetibile identità. Il cosiddetto ‘contratto sociale’, allora, emerge non più in termini di coartante e necessario baratto, che nega la libertà individuale ed alimenta la sofferenza mentale, ma come esito coerente di un percorso pratico scaturito nel tempo da precedenti e meno evolute relazioni di riconoscimento. In quelli che ci appaiono gli aspetti più negativi del conflitto sociale – come l’aggressività, l’offesa alla persona o alla norma – si nascondono in realtà una possibilità ed una richiesta implicita di riconoscimento. Non è il puro e semplice possesso dell’oggetto conteso che dà origine al conflitto, quanto piuttosto il bisogno che l’altro ‘sappia’ e prenda atto di me, ‘riconosca’ in modo adeguato la mia peculiare differenza. Al di là degli interessi autoconservativi che in superficie lo agitano, il conflitto sociale si profila innanzitutto come un meccanismo di socializzazione che ‘costringe’ gli esseri umani a riconoscersi, a prendere atto ciascuno delle peculiarità e delle differenze degli altri. La lotta per il riconoscimento si delinea, dunque, come una sorta di medium, all’interno del quale ogni persona può divenire consapevole di sé, può individuarsi, può identificarsi con se stesso, con ciò che vuole ed intende agire. La famiglia, la comunità e lo stato di diritto, allora, si svelano come indispensabili ‘spazi mediani’ di riconoscimento, le cui forme sono rispettivamente l’amore, la solidarietà, il diritto. Al contempo, tuttavia, tali preziosi spazi di riconoscimento possono all’improvviso trasformarsi in tragiche realtà di esclusione, di ‘misconoscimento’, cioè di ‘revoca del riconoscimento’. Prende così forma un ‘ambito fenomenico negativo’, in cui viene ignorata l’identità di una persona, lesa l’integrità psichica di un soggetto. La conseguenza inevitabile

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di una tale evenienza è che il misconoscimento si trasformi in ‘morte psichica’, in ‘morte sociale’, assumendo l’oscura forma di ‘malattia’ organica o mentale. L’identità personale di ciascun essere umano è il risultato di una matrice intersoggettiva ed è a motivo di ciò che non possiamo ignorare l’esistenza di un nesso molto forte tra l’esperienza del riconoscimento e il rapporto con se stessi. Gli individui si autorealizzano, «si costituiscono come persone solo apprendendo a rapportarsi a se stessi dalla prospettiva di un altro che li approva e li incoraggia come esseri positivamente caratterizzati da determinate qualità e capacità» (p. 202). Nella prospettiva antropologica proposta da Honneth, dunque, i percorsi che portano alla follia e alla sofferenza mentale non si originano da istanze naturali soffocate da istanze culturali, quanto piuttosto da fondanti ed essenziali istanze di riconoscimento interpersonale che, venendo ignorate o lese, danno poi luogo allo stato di malattia e di sofferenza. Tuttavia, la sofferenza e la malattia prodotte dall’esperienza frustrante del ‘misconoscimento’ non costituiscono mai la parola ultima, l’esito conclusivo. Infatti i sentimenti di reazione negativa, che sempre accompagnano l’esperienza di misconoscimento, possono ogni volta rappresentare una nuova spinta motivazionale e affettiva per iniziare una ennesima lotta per il riconoscimento da agire in ulteriori relazioni interpersonali significative. Di sicuro la relazione psicoterapeutica si profila, a buon diritto, una di queste relazioni significative che possono restituire all’uomo di oggi l’esperienza fondante ed essenziale dell’essere riconosciuto, per poi riconoscersi e riconoscere, quindi, a sua volta. Se i percorsi della follia sono i medesimi del riconoscimento negato, allo psicoterapeuta non resta che ripercorrerli, ma in positivo, cioè sostenendo e ridando legittimità a quella differenza e a quella unicità di cui il paziente è legittimo portatore. Questa prospettiva, secondo cui i percorsi della sofferenza mentale sono i medesimi del riconoscimento negato, è del tutto consona e coerente con gli orientamenti epistemologici e clinici della psicoterapia della Gestalt. L’approccio ge-

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staltico, infatti, concepisce la vita mentale come espressione della costante interazione organismo-ambiente e considera la sofferenza mentale come una mancata integrazione regolativa dell’uno con l’altro. Lo psicoterapeuta della Gestalt conosce bene gli aspetti assertivi e non distruttivi dell’aggressività; sa cogliere in modo adeguato il carattere adattivo e non regressivo del limite, che si manifesta nel sintomo; concepisce la pratica psicoterapeutica come prezioso spazio relazionale, essenzialmente fatto di accoglienza e di riconoscimento, all’interno del quale il paziente può finalmente ritrovare il sostegno necessario per creare e per crearsi. La vera libertà, soprattutto in un tempo di crisi e di confusione come quello attuale, non equivale semplicemente a mancanza di coercizione o di influenza esterna, ma significa soprattutto ‘assenza di blocchi interiori, di inibizioni e angosce psichiche’. Questa seconda forma di libertà non possiamo procurarcela e assicurarcela da soli: necessita dell’aiuto dell’altro e del suo riconoscimento. La libertà di autorealizzarsi, afferma il nostro Autore, «dipende da presupposti che non sono a disposizione del singolo, poiché egli riesce ad acquisirli solo con l’aiuto del suo partner nell’interazione. I diversi modelli di riconoscimento (amore, solidarietà, diritto) rappresentano condizioni intersoggettive a cui dobbiamo necessariamente riferirci se vogliamo descrivere le strutture generali di una vita riuscita» (p. 203). Piero Andrea Cavaleri

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The third Landscape


LETTURE

E. Tronick (2008), Regolazione emotiva nello sviluppo e nel processo terapeutico, Raffaello Cortina Editore, Milano.

Il volume raccoglie i lavori più rappresentativi della produzione scientifica di Ed Tronick, ricercatore noto a livello internazionale dello sviluppo socio-emotivo e neurocomportamentale del bambino nonché clinico psicoanalista (membro del Boston Psychoanalytic Society and Institute) interessato sia al filone dell’infant research – all’interno del quale porta importanti variazioni metodologiche – sia alla teoria dei sistemi dinamici non lineari. È curato da Riva Crugnola e da Rodini i quali hanno vagliato il materiale prodotto da Tronick a partire dagli anni ’70 e lo hanno riunito in due parti corredandolo di un’approfondita introduzione. La prima parte è costituita da undici capitoli riguardanti la relazione bambino-caregiver negli aspetti di mutua e autoregolazione affettiva, mentre la seconda è composta da sei capitoli nei quali l’autore espone il fenomeno dell’espansione diadica della coscienza e la funzione che tale fenomeno assume nel sistema bambino-madre e nel sistema pazienteterapeuta. L’autore sostiene che anche in terapia l’interazione può mancare di coordinazione e che, quando ciò accade, lo stato affettivo diventa negativo, per cui bisogna riparare l’errore creando uno stato positivo. La riparazione genera un’espansione della coscienza e dà nuovi significati all’incontro. Il raggiungimento dello stato diadico accelera il cambiamento e costituisce quel ‘qualcosa in più’ che il metodo dell’interpretazione analitica non produce. Sin dalle prime pagine, emerge la passione teorico-empirica di Tronick che, attraverso un significativo lavoro sperimentale eseguito con il metodo della microanalisi e un’attenta riflessione critica dei risultati delle ricerche, si propone di afferrare il cuore dell’esperienza e dell’intervento clinico o di avvicinarvisi il più possibile. Data la natura del testo, ci si potrebbe aspettare un libro di

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non facile lettura mentre, invece, le pagine – grazie anche a una scrittura fluida e a un’esposizione chiara – assorbono il lettore e ne catturano l’attenzione fino all’ultima di esse. Originali gli esperimenti eseguiti con il paradigma dello Still Face (volto immobile del caregiver) che Tronick ha ideato per studiare le reazioni del neonato quando la madre diventa affettivamente indisponibile. Egli ha osservato che all’inizio il bambino si attiva con sorrisi, vocalizzazioni, spostamenti dello sguardo per avere l’attenzione dell’altro, poi si autoregola per limitare il suo disagio: guarda altrove, stimola parti del suo corpo, manipola oggetti, perde il controllo posturale, infine si ritira. Quando la madre ridiventa disponibile, anche il bambino si riattiva manifestando emozioni positive e/o negative. Queste ultime vengono trascinate nell’episodio di riunione con modalità diverse a seconda delle differenze individuali e della disposizione affettiva della madre. Analizzando attentamente le interazioni, è possibile predire il modello di attaccamento che egli avrà nei confronti della madre. Dopo aver rilevato che il bambino a tre mesi è già in grado di cogliere la qualità emotiva della madre e di modificare i propri stati d’animo, prendendo in considerazione gli studi condotti negli anni ’70 da altri ricercatori sulla reazione negativa dei neonati all’immobilità della madre sin dalla prima settimana, Tronick inizia a elaborare il ‘Modello di regolazione reciproca’ (MRM). In base a tale modello il sistema bambino e il sistema madre, che sono autorganizzati, nel momento in cui entrano in relazione diventano interdipendenti e creano un sistema diadico di mutua relazione. La mancata connessione tra madre e bambino provoca stress e danneggia la salute mentale del piccolo, perché non consente di condividere ed espandere lo stato di coscienza (DEC) o organizzazione cerebrale (stato che emerge dalla regolazione reciproca dell’emozione visibile nel volto, nello sguardo, nel corpo, nei gesti). In altre parole, l’ipotesi di Tronick è che la madre è parte del sistema di regolazione omeostatica del bambino come qualsiasi processo regolatorio interno e che i due, entrambi attivi, formano un unico sistema in comunicazione emotiva che si auto ed etero regola attraverso un processo che va dalla sintonizzazione

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alla rottura (o errore di comunicazione e produzione di uno stato affettivo negativo), alla riparazione interattiva e trasformazione positiva dello stato, fino ad una nuova sintonizzazione. L’errore è un evento che si verifica di frequente ed è considerato normale: durante il primo anno di vita il 40% dell’attività materna risulta connessa a quella del bambino negli affetti positivi e circa il 15% dell’attività del bambino è sincronizzata con l’affetto positivo della madre. Occorre sviluppare la capacità di riparazione per avere senso di competenza, empatia e comportamenti di coping che fanno riferimento al contesto socio-culturale. A cosa serve l’espansione dello stato di coscienza diadico? A «inglobare elementi della coscienza dell’altro in una forma nuova e più coerente […] (è) qualche cosa di molto simile a una potente esperienza di soddisfacimento […] la persona diventa ‘più grande di se stessa’. Parafrasando Cartesio, ‘interagisco, quindi sono’» (p. 245). Essa dà senso all’esistere, risponde al bisogno di allargare i confini di sé e, pertanto, se il caregiver non si coordina, non si coinvolge emotivamente, non costruisce nell’interazione significati condivisi, il bambino, pur attivandosi, non ha la possibilità di formare tale stato, non riesce a dare ragione alle proprie reazioni rispetto all’altro e va incontro a uno sviluppo distorto. Una madre si rivela sensibile quando è in grado di sintonizzarsi con gli stati affettivi del bambino, riparare gli errori di comprensione e trasformare lo stato d’animo negativo. Se la riparazione riesce, essa dà modo di sperimentare un sé efficace e l’altro affidabile e disponibile, quando invece fallisce il sé risulta inefficace ed emergono stati affettivi negativi e l’altro è percepito come inaffidabile. Interessante quello che riguarda le differenze di genere: i maschi regolano l’emotività con difficoltà, invece le femmine si autoregolano di più, si orientano verso l’ambiente e manipolano di più gli oggetti. Anche le madri interagiscono in maniera diversa a seconda del genere del figlio: si registra, infatti, un più fluido ed intenso monitoraggio e coordinamento con i maschi che con le femmine. Di conseguenza se le madri tendono ad una affettività negativa, i maschi più delle femmine presentano problemi di autoregolazione

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e comportamentali. Le emozioni, dunque, guidano il comportamento del bambino, hanno un’importante funzione anticipatoria rispetto alle esperienze future e sono influenzate dalla madre, dalla sua organizzazione affettiva, dalla cultura di appartenenza (cfr. lo studio del sistema di accudimento dei Pigmei Efe). Il bambino unifica le prime esperienze senso-motorie ed emotive utilizzando una memoria implicita, grazie alla quale impara a sentire il proprio sé nella relazione e costruisce una conoscenza metaprocedurale che, però, non è in grado di trasmettere; riesce, invece, a trasferire nelle altre relazioni le sensazioni e le modalità sperimentate con il caregiver. Verso i 18 mesi, quando maturano altre aree cerebrali, il bambino sviluppa una memoria esplicita e impara a codificare la realtà anche a livello verbale, arricchendo il sé di nuove possibilità di comprensione e trasformazione. Fare esperienze di interazione risponde al bisogno fondamentale di ampliare la complessità del sé e la coerenza, di maturare e crescere. Secondo Tronick, quello che succede nella relazione madrebambino è simile a ciò che accade in ambito clinico, all’interno del quale l’interazione terapeuta-paziente si dispiega attraversando le fasi di sintonizzazione-errore-riparazionenuova connessione: la relazione prende direzione, assume spessore, diventa intenzionale, particolareggiata, concreta, specifica, legata all’altro. Quando la diade realizza l’espansione dello stato di coscienza, l’implicito relazionale ha la possibilità di modificarsi e riorganizzarsi. La connessione paziente-terapeuta ha la funzione di condividere emozioni e coordinare i significati impliciti ed espliciti relativi al modo di stare nella relazione, perciò tutti gli aspetti verbali e non verbali sono elementi di osservazione e valutazione del processo terapeutico co-creato. La connessione che segue la riparazione rende efficace la cura, promuove benessere, produce effetti dinamici, aiuta a sviluppare nuove relazioni, modifica la comprensione della realtà. Le ricerche nel campo della psicologia evolutiva ci aiutano, dunque, a comprendere il lavoro terapeutico che si effettua con gli adulti e un terapeuta di orientamento gestaltico troverà nel volume di Tronick diversi concetti familiari o molto

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vicini alla Gestalt Therapy (GT), per esempio: - la relazione terapeutica come strumento di mutua e autoregolazione; - le fasi dello sviluppo (non necessariamente lineare) dello stato di coscienza diadico richiamano, per alcuni versi, le fasi del contatto in GT e le sue interruzioni; - l’attenzione al processo, cioè a tutto quello che accade nella diade a livello senso-motorio, emotivo, cognitivo che, in termini gestaltici, significa osservare ciò che avviene al confine dell’interazione organismo-ambiente, in quanto il confine di contatto è il luogo dove si verifica l’esperienza di accrescimento; - gli stati di coscienza diadici sono caratterizzati da intenzionalità e mettono in atto azioni interne ed esterne per raggiungere uno scopo, così in GT il sé, ossia il sistema dei contatti, si orienta e agisce per la realizzazione delle intenzionalità. «In risposta ai movimenti relazionali del partner, il soggetto cerca di adeguare il proprio comportamento per mantenere uno stato diadico coordinato o per riparare una mancata corrispondenza» (p. 281) – dice Tronick – e in Gestalt Therapy parliamo di ‘adattamento creativo’ quale funzione del sé che esprime tutte le capacità possibili per essere pienamente presente e risolvere i problemi che insorgono sulla linea di demarcazione tra organismo e ambiente. Resta aperto un interrogativo: perché Tronick continua ad avere come unità di osservazione la diade e non prende in considerazione l’interazione triadica fra coppia genitoriale e figlio e le loro mutue e auto-regolazioni? In attesa che su tale filone egli possa condurre altri studi e riflessioni, nello spazio recensioni di questo numero della rivista GTK si coglie l’occasione per ringraziarlo del lavoro scientifico svolto. A lui ci accomuna la predilezione per il processo relazionale nella dimensione corporea, emotiva e cognitiva. Un gestaltista può perciò seguire con interesse e curiosità l’evolversi del pensiero di questo ricercatore per riflettere a sua volta sulla teoria evolutiva in GT. Lucia Marchiori

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Viscum


LETTURE

V. Ruggieri (2011), Struttura dell’Io tra Soggettività e Fisiologia corporea, Ed. Universitarie Romane, Roma.

La monografia del prof. Vezio Ruggieri (docente di Psicofisiologia Clinica presso l’università ‘La Sapienza’ di Roma) e dei suoi collaboratori si inserisce nel grande alveo degli studi di Psicofisiologia di ultima generazione, pubblicando recenti risultati di ricerche sperimentali che contribuiscono ad allargare l’orizzonte concettuale dei rapporti mente/corpo. All’interno di questo lavoro si vengono a disegnare, su livelli di complessità crescente, dinamiche funzionali corporee che esitano nel più importante salto qualitativo dei processi biologici, come la comparsa del soggetto e della soggettività. L’autore, in questo saggio, ponendosi in una posizione critica verso il riduttivismo e ribaltando il punto di vista tradizionale, descrive in termini di rapporti tra dimensioni psicologiche e fisiologiche l’interazione tra soggetto e ambiente, partendo da nuclei polari di ‘semplicità-complessità’ che disegnano l’impalcatura funzionale dei sistemi di processamento che conducono all’esperienza dell’esserci. «Tutto ha inizio e si sviluppa nell’interazione tra attività sensoriale (recettori) e motoria (attività muscolare). È per noi fonte di grande e affascinante stupore il fatto che da queste funzioni elementari e dalle diverse modalità della loro organizzazione possa prendere forma tutto il divenire psicologico e la dimensione cognitiva ed emozionale dei ‘significati’. Il significato in sé ed il suo perché è un fenomeno misterioso della natura, noi ci accostiamo soltanto all’analisi del come» (p. 8). Questi studi sperimentali puntano l’attenzione sui meccanismi fisiologici che generano ‘connessioni’ che non solo producono specifiche funzioni psicologiche (pensiero, emozioni, etc.), «ma determinano la nascita della dimensione della soggettività e della coscienza che a loro volta sono componenti fondamentali di quella realtà psicofisiologica che chiamiamo Io» (ibidem). L’autore, per avvicinarci al piano delle ricerche, ci propone

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alcune definizioni operative che ci introducono alla fenomenologia della soggettività e della coscienza. Il campo di ricerca che considera i processi psicologici viene definito come «il prodotto di processi fisiologici semplici, della loro elaborazione e sviluppo, che prendono forma nell’ambito di una complessa struttura funzionale integrata unitaria quale è il soggetto (ego, individuo). Il soggetto è un organismo unitario con funzioni fisiologiche e psicologiche, che percepisce se stesso come unità psicofisica» (p. 14). Emerge qui l’elemento di originalità di questo lavoro: la soggettività diviene lo sfondo operativo, un modo complesso di funzionare dell’individuo che costituisce un capitolo importante degli studi fisiologici. Questo approccio sceglie un salto dialettico qualitativo di tipo olistico che porta a definire l’Io una struttura-processo psicofisiologica integrata, la cui caratteristica fondamentale è la soggettività. «La soggettività può essere definita come un modo di funzionare dell’Io» (ibidem) ed è attraverso questa che il soggetto acquista consapevolezza della sua individualità. Ruggieri utilizza due cardini concettuali per spiegare l’organizzazione funzionale organismica: la dialettica biologica, che descrive i processi di sviluppo come prodotti di progressivi salti ‘quantità-qualità’, e il modello copernicano applicato ai rapporti fra sistema nervoso e corpo. La dialettica biologica viene definita come «quel processo mediante il quale, attraverso l’incremento quantitativo (numerico e di attività) di parti elementari (subunità funzionali originariamente indipendenti) e la loro interazione – integrazione di più sub unità – si genera un nuovo contesto operativo in cui si sviluppano funzioni completamente nuove, non presenti a livelli funzionali sottostanti. L’organizzazione dell’organismo, dunque, sarebbe caratterizzata dal meccanismo dialettico generatore di livelli funzionali di crescente complessità, a partire dall’integrazione di sotto unità funzionali elementari» (p. 20). Si tratta di una crescente complessità dalla cellula all’interconnessione sistemica corporea, il cui sistema di regolazione è il Sistema Nervoso Centrale. Nel descrivere le relazioni tra sistema nervoso e altri sistemi corporei, Ruggieri ipotizza uno schema funzionale circolare detto ‘copernicano’,1 secondo il quale il cervello regola l’attività del corpo, che a sua volta retroattivamente regola

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l’attività del cervello. Si tratta di una dinamica tra vie nervose afferenti che conducono informazioni sensoriali, esterocettive-enterocettive e vie nervose efferenti che stimolano l’attività degli effettori (muscoli e ghiandole) che sono alla base di gesti ed azioni. Gli effettori, a loro volta, contengono strutture recettoriali che generano re-afferentazioni di ritorno che esercitano un’azione di modulazione e di controllo sul sistema nervoso. Viene posta l’evidenza sull’importanza dell’integrazione dell’informazione tra centro e periferia corporea nella modulazione dei processi mentali, come sistemi di segnali ed auto segnali, con i quali il soggetto interviene sull’ambiente attraverso l’attività muscolare somatica e viscerale. Ma è nella dimensione polare di semplicità-complessità che si gioca la trasformazione di componenti fisiologiche elementari in eventi psicologici complessi. Il Sistema Nervoso Centrale è il perno dell’interazione tra organismo ed ambiente. La sua struttura viene analizzata a livello di afferenze ambientali; elaborazione e realizzazione delle risposte; costruzione dell’esperienza intorno a cui si sviluppa la struttura psicofisica dell’Io. «Questo modulo organizzativo nella forma più elementare, ha la base anatomica nell’arco riflesso. […] Possiamo rappresentarci la funzione globale del S. N. C. come gerarchizzazione di archi che hanno lo stesso schema di base degli archi riflessi (afferenze-efferenze)» (p. 26). La differenza tra queste strutture elementari e quelle di crescente complessità è la presenza tra i neuroni afferenti ed efferenti di un terzo neurone (neurone internuciale) che, attraverso un ritardo o un’inibizione dello stimolo, modula la risposta. Secondo l’autore «potremmo considerare le diverse strutture encefaliche come differenziazioni specializzate di aggregati di neuroni internuciali che esercitano un’azione di controllo, di elaborazione dell’informazione, modulando la relazione tra universo degli stimoli ed universo

1 Cfr. V. Ruggieri, (2001), L’identità in psicologia e teatro. Analisi psicofisiologica della struttura dell’Io, Edizioni Scientifiche Ma.Gi., Roma; V. Ruggieri (2010), Introduzione al pensiero: le sue componenti corporeo-spaziali. Un approccio copernicano in psicobiologia, in «Politecnico. Le scienze e le arti», 0, 3/30.

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delle risposte» (ibidem). Ruggieri precisa questo inquadramento descrivendo un’organizzazione dei processi funzionali che trasforma le componenti fisiologiche elementari in complessi processi psicologici: il Sistema Funzionale di Anokhin. Questi propone un sistema funzionale capace di inquadrare la catena di eventi fisiologici che portano alla risposta. Ruggieri qui introduce un rilievo che chiarisce il funzionamento dei processi psicologici: «Ogni atto deve essere considerato come il prodotto terminale di una sequenza di eventi che si svolge secondo un complesso modulo funzionale» (ibidem). Schematizzando, si evince che la struttura che dà coerenza ed unità al funzionamento organismico è costituita dal rapporto funzionale tra l’informazione sensoriale (input) e la produzione di risposte (output). Possiamo ora applicare lo schema funzionale alla struttura dell’Io: «Da un certo punto di vista l’Io può essere considerato un ampio sistema funzionale che controlla e coordina, gerarchizzandoli, tutti i sistemi funzionali dell’organismo e collega i singoli atti ad un sistema olistico unificante, a sua volta generatore, di vissuto soggettivo di stabile unità psicofisica» (ibidem). Concludendo, questo libro ci consegna una dimensione psicologica e fisiologica slegata da singoli sistemi operativi e fondata su interazioni convergenti che portano ad una fisiologia integrata, capace di cogliere modi di essere al mondo. Ruggieri, dunque, ci conduce abilmente ad incontrare la complessa semplicità della soggettività. Franco Pecorari

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Questo viaggio è una storia


Opere Copertina: Marika Vicari dalla serie “Questo viaggio è una storia”, 2011. 30x20 cm, grafite su foglio di Pioppo. Pag. 4-5: Marika Vicari dalla serie “In quel bosco nero presto fioriranno in bucaneve”, 2009. 20x30 cm, grafite e pastelli su tavola. Pag. 6: Marika Vicari dalla serie “Questo viaggio è una storia”, 2011. 30x20 cm, grafite su foglio di Pioppo. Pag. 12: Marika Vicari dalla serie “Questo viaggio è una storia”, 2011. 30x20 cm, grafite su foglio di Pioppo. Pag. 18: Marika Vicari, “Storie d’alberi, foglie e passi”, trittico, grafite e pastelli su tavola, 2011. Veduta installazione Kro Art Contemporary, Vienna 2012, photo courtesy the artist, private collection. Pag. 32: Marika Vicari Installation view “As I walk”, MT55 Vicenza, 2010, photo courtesy Marika Vicari. Pag. 64-65: Marika Vicari dalla serie “In quel bosco nero presto fioriranno in bucaneve”, 2009. 20x30cm, grafite e pastelli su tavola. Pag. 66: Marika Vicari, particolare dall’installazione “Il vento continua a soffiare e a ruggire nel bosco”, Galleria Punto sull’arte, Varese 2011, photo courtesy Alberto Bortoluzzi. Pag. 70: Marika Vicari, installazione serie “As I walk”, Galleria l’occhio, Venezia, 20112012. Pag. 80: Marika Vicari “Il tempo degli alberi”, installation view, Galleria l’Occhio, Venezia, 2008, photo courtesy the artist. Pag. 96: Marika Vicari “As I walk”, installation view, Galleria l’Occhio, Venezia, 2011 photo courtesy the artist. Pag. 110: Marika Vicari, “Attesa”, installation view, Castello di landeck, 2010 photo courtesy the artist. Pag. 116: Marika Vicari, “The third Landscape”, installation view, Galleria Punto sull’arte, Varese, 2012, photo courtesy Alberto Bortoluzzi. Pag. 124: Marika Vicari, “Viscum”, installation view, Schloss Landeck, 2010 photo courtesy Marika Vicari. Pag. 130: Marika Vicari dalla serie “Questo viaggio è una storia”, 2011 30x20 cm, grafite su foglio di Pioppo.

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GTK 3, Rivista di Psicoterapia  
GTK 3, Rivista di Psicoterapia  

La questione dell’identità è al centro di questo terzo numero di GTK. In tutti i contributi che ospitiamo torna infatti continuamente l’assi...

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