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Ottobre 2011

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RIVISTA QUADRIMESTRALE ON LINE GESTALT THERAPY KAIRÒS Rivista di psicoterapia Direttore Scientifico Giovanni Salonia Direttore Responsabile Orazio Mezzio Caporedattori Gaetano La Speme Rosaria Lisi Ufficio Legale Silvia Distefano Comitato scientifico Angela Ales Bello Paola Argentino Eugenio Borgna Bruno Callieri Vincenzo Cappelletti Piero Cavaleri Valeria Conte Ken Evans Sean Gaffney Erminio Gius Bin Kimura Marilena Menditto Aluette Merenda Rosa Grazia Romano Antonio Sichera Christine Stevens Editing Agata Pisana Progetto grafico Marco Lentini Correzione di bozze e impaginazione Alessandra Rusca Riproduzioni opere d’arte Agostino Arrivabene Gallerista Antonio Dipasquale

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GESTALT THERAPY KAIRÒS Rivista di psicoterapia Indirizzo per la corrispondenza: GESTALT THERAPY KAIRÒS Rivista di psicoterapia Via Virgilio, n°10 97100 Ragusa Sicilia Italia Richieste: Editoriali +39 0932 682109 Abbonamenti +39 0932 682109 FAX +39 0932 682227 Email: redazione.gtk@gestaltherapy.it Website: www.gestaltherapy.it

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La visione di Irene


Studio per Il vento di Ade


INDICE

INDICE Editoriale ............................................................................................pag. 9 In questo numero

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Ricerca .................................................................................................pag. 17 La Gestalt Therapy e i pazienti gravi Valeria Conte L’errore di Perls Intuizioni e fraintendimenti del postfreudismo gestaltico Intervista a Giovanni Salonia a cura di Piero A. Cavaleri Arte e psicoterapia .......................................................................pag. 71 Il corpo ritrovato Scritture e immagini da una terapia Non so scriverlo... Eva Aster Nuove applicazioni cliniche .....................................................pag. 79 Narciso: il riflesso senza acqua Il mito secondo Bill Viola, riflessioni sull’esperienza narcisistica Giovanna Silvestri Lettura ..................................................................................................pag. 93 Bruno Callieri, Michela Gecele, Aluette Merenda

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EDITORIALE

EDITORIALE

Il secondo numero di GTK non può non cominciare al femminile, dalla collega ed amica che di GTK è stata come l’utero amorevole, colei che ha accolto e dato forma ai tanti semi di pensiero lanciati e dispersi in questi anni di ricerca e di pratica comune, curandoli e nutrendoli fino al traguardo di un parto gioioso e fecondo: Giovanna. Da lei (ri)cominciamo per dirle grazie per il dono che ci ha fatto, per prometterle che a questa (prima) sua e (poi) nostra creatura saremo fedeli, cercando di prendere in prestito dal suo zaino di cose belle e di qualità invidiabili un po’ del cuore e della passione che lei ci ha messo perché GTK venisse alla luce e prendesse il suo posto, magari umile e discreto, nel mondo del web. Da Giovanna torneremo. A Giovanna GTK dedicherà qualcosa di importante, come si fa con le persone che sono state importanti per molti, non dell’importanza vuota e dovuta dei potenti, ma di quell’im-portanza che si acquista quando si sanno ‘portare dentro’ gli altri e le cose. Intanto presentiamo a voi oggi questa seconda tappa del nostro viaggio, tutta tesa, come vedrete, alla proposta di un’identità e di un pensiero gestaltici, di cui la rivista è lo spazio per eccellenza di coltura e di apertura. Perché questo periodico non è anzitutto una palestra indifferenziata di temi e di saggi, bensì un osservatorio da cui guardare il mondo secondo il profilo di un’identità forte e disponibile, serena e flessibile, capace di autonomia ma in ogni istante tesa a fare agorà, a discutere e a confrontarsi con tutti. Così, in questo spirito di definizione rigorosa e di dialogo inesausto, GTK presenta per la seconda volta i suoi contributi. Si tratta anzitutto di due tagli teorici innovativi e magari anche provocatori: il primo – L’errore di Perls, un’intervista di Piero Cavaleri a Giovanni Salonia – pone le basi per una ridiscussione radicale del tema dell’aggressività in Gestalt Therapy; il secondo – La Gestalt Therapy e i pazienti gravi – di Valeria Conte, propone i frutti maturi, saporosi e innovativi di un ventennale lavoro gestaltico con i pazienti più inquietanti e disagiati. Nella sezione dedicata a Poesia e Terapia pubblichiamo in questo numero la testimonianza toccante e ‘multimediale’, fra parola e immagine, di un’avventura terapeutica circondata dalla parola poetica di una paziente, dal grande impatto linguistico ed emotivo.

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Nella sezione “Nuove applicazioni cliniche” poi, un saggio intelligente e godibilissimo tratto dalla tesi di specializzazione di Giovanna Silvestri, gestaltista e cineasta, che propone un fascinoso parallelo tra la Gestalt Therapy e la Video Art di Bill Viola. Chiudono il numero, come al solito, una serie di recensioni mirate e molto puntuali, fra le quali non possiamo non segnalare però quella affilata e ardua che Bruno Callieri dedica alla seconda di Sulla felicità e dintorni di Giovanni Salonia. Lo esigono sia il libro recensito che il nome e la portata del recensore che ci gloriamo di ospitare. Alla prossima! Ragusa, 3 settembre 2011

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Asfodeli


IN QUESTO NUMERO

IN QUESTO NUMERO

Valeria Conte pag. 17 Psicologa, Dirigente presso il Dipartimento di Salute Mentale dell’ASP provinciale di Ragusa; Psicoterapeuta e Didatta Supervisore Ordinario riconosciuto dalla FISIG (Federazione italiana Scuole ed Istituti di Gestalt). Membro del comitato scientifico e responsabile didattico e clinico dell’Istituto di Gestalt Therapy HCC Kairòs. Formata con i maggiori esponenti nazionali ed internazionali della Psicoterapia della Gestalt, ha ampliato la sua specifica formazione con training di specializzazione in terapia familiare e in terapia corporea. Ha approfondito il modello epistemologico della Gestalt Therapy nel lavoro con i pazienti psichiatrici e nel lavoro con le coppie e le famiglie, di cui pubblicazioni in riviste nazionali ed estere. Giovanni Salonia pag. 49 Psicologo, psicoterapeuta, già docente di Psicologia Sociale presso l’Università LUMSA di Palermo. Insegna presso l’Università Pontificia Antonianum di Roma. Direttore Scientifico della Scuola di Specializzazione in Psicoterapia della Gestalt dell’Istituto di Gestalt Therapy HCC Kairòs (Venezia, Roma, Ragusa) e dei master di II livello cogestiti con l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma. Didatta conosciuto a livello internazionale e professore invitato presso numerose università italiane ed estere. Ha scritto, oltre a numerosi articoli pubblicati in riviste estere e nazionali, Comunicazione Interpersonale (con H. Franta), Kairòs, Odòs, Sulla felicità e dintorni, che trattano sia tematiche antropologiche che cliniche. Direttore di GTK Rivista on line di Psicoterapia, è stato Presidente della FISIG (Federazione Italiana Scuole di Gestalt). Piero Cavaleri pag. 49 Piero Andrea Cavaleri, laureato in Psicologia e in Filosofia, è dirigente psicologo presso l’ASP n. 2 di Caltanissetta. Psicoterapeuta, didatta presso la Scuola di Specializzazione in Psicoterapia dell’Istituto di Gestalt Therapy HCC Kairòs di Ragusa, collabora con riviste specializzate e ha scritto libri, più volte ripubblicati, sui fondamenti ermeneutici e le applicazioni cliniche dell’approccio fenomenologico e relazionale della Gestalt Therapy.

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Giovanna Silvestri pag. 81 Psicologa, psicoterapeuta, formata in Psicoterapia della Gestalt presso l’Istituto di Gestalt Therapy HCC Kairòs. Svolge l’attività di psicoterapeuta a Roma e collabora, in qualità di formatrice, con istituzioni pubbliche e aziende private. Video maker da molti anni, i suoi cortometraggi hanno partecipato a festival nazionali ed internazionali. Si interessa di video arte. Bruno Callieri pag. 93 Libero Docente in Psichiatria e Clinica delle Malattie Nervose e Mentali, direttore dell’Ospedale Psichiatrico S. Maria Immacolata di Guidonia (Roma 1972-1978), ha svolto un’intensa attività di liberizzazione in favore dei degenti. Esercita la docenza di Psicopatologia presso la Pontificia Università Gregoriana (Roma) dal 1957, cui affianca dal 1989 quella presso la Rota Romana, ove pure opera in qualità di Perito. Allievo di K. Jaspers e di R. Schneider, i suoi principali interessi si collocano nell’area della Psicopatologia clinica, della Fenomenologia esistenziale e della Psicopatologia sociale, con frequenti aperture sull’Antropologia e le Scienze Umane nel loro complesso. Dal luglio 1994 è Presidente Onorario della Società Italiana per la Psicopatologia. Michela Gecele pag. 97 Psichiatra, psicoterapeuta della Gestalt, didatta dell’Istituto di Gestalt Therapy Kairòs e dell’Istituto di Gestalt HCC Italy. È Associate Member del New York Institute for Gestalt Therapy e membro dell’Human Rights and Social Responsibility Committee of the EAGT (European Association for Gestalt Therapy). Lavora nel servizio pubblico di salute mentale, dove si è occupata, in particolar modo, di supporto e prevenzione, in ambito psicologico e psichiatrico, per immigrati. Ha pubblicato numerosi articoli, capitoli e libri nell’ambito della psicoterapia, psichiatria e interculturalità. Aluette Merenda pag. 103 Psicologa, psicoterapeuta, formata in Psicoterapia della Gestalt presso l’Istituto di Gestalt HCC, Ricercatore universitario presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi di Palermo, è docente per supplenza di Psicodinamica dello Sviluppo

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e delle Relazioni Familiari presso i Corsi di Laurea in Psicologia (V. O.), Educatore della prima infanzia ed Educatore interculturale. Attualmente, svolge attività clinica e, in qualità di didatta, fa parte dello staff della Scuola in Specializzazione in Psicoterapia della Gestalt dell’Istituto di Gestalt HCC Italy presso la sede di Palermo.

Agostino Arrivabene Diplomato all’Accademia di Belle Arti di Brera, Agostino Arrivabene è stato riconosciuto fra i più validi incisori europei. Oltre alle numerose mostre giovanili, l’artista, grazie alla stretta collaborazione con V. Sgarbi, ha partecipato ad importanti mostre, tra cui Il ritratto interiore. Da Lotto a Pirandello (2005); L’Inquietudine del volto. Da Tiziano a De Chirico (2006); Vade Retro. Arte e Omosessualità (2007), Metamorfosi (2009), Deliri (2010). Ha, inoltre, interpretato opere letterarie e realizzato scenografie cinematografiche.

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Proserpina nutrice


RICERCA

LA GESTALT THERAPY E I PAZIENTI GRAVI Valeria Conte A te Giovanna, presenza attenta e silenziosa che hai custodito insieme a me questa passione. Fedele all’impegno preso, a te dedico questa parte della vita che abbiamo condiviso, … so che arriverà lì dove tu sei. 1. Le tante risonanze della follia Non capirai mai il silenzio degli stranieri se non conoscerai le loro lingue. Stanislaw J. Lec

Ma ancor più siamo toccati nell’animo quando, di persona, ascoltiamo e viviamo le parole dei pazienti che di questa sofferenza ci narrano.

La parola ‘schizofrenia’ è una pietra incandescente che brucia ciò che tocca anche quando non viene scagliata, anche quando è usata con cautela.

La follia si riveste di fascino quando viene letta nelle rime di una poesia, nel racconto di un romanziere o nelle parole accorate e coinvolte di terapeuti e clinici che lavorano con questi pazienti. Ma ancor più siamo toccati nell’animo quando, di persona, ascoltiamo e viviamo le parole dei pazienti che di questa sofferenza ci narrano. ‘Follia’ è la parola con cui autori e poeti ci parlano di vite alienate, smarrite, fragili e vulnerabili, ma profondamente vicine all’animo umano: persone speciali, sensibili… ‘diverse’. In altri contesti, invece, si parla della follia come di una ‘malattia del cervello’una definizione che – secondo un modello organicista – allude ad una forma di disfunzione. Di fronte alla follia, in ogni tempo e in ogni contesto, ci si pone gli stessi interrogativi, le stesse domande: Quale ne è la causa? Quali i rimedi? Da chi andare? Cosa significa, in fondo, la parola follia, e – ancor di più – cosa significano le parole psicosi e schizofrenia? Ognuna di queste parole, quando diventa diagnosi, genera confusione e stordimento, risuona come una sentenza ineluttabile, che i familiari, all’interno di un percorso di aiuto e dentro le mura di uno studio, non vorrebbero certamente mai sentire. Le parole che si attendono i familiari e i pazienti sarebbero ben altre: parole di sostegno al senso profondo di paura e smarrimento che improvvisamente sta irrompendo nelle loro vite. Se, come dice Borgna, le parole sono pietre, allora la parola ‘schizofrenia’ è una pietra incandescente che brucia ciò che

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tocca anche quando non viene scagliata, anche quando è usata con cautela. Una parola che stordisce, confonde, genera sgomento e paura in chi ne è designato e soprattutto in chi se ne serve1. Ma come guardare alla follia? Come so-stare nel limite e nell’ambiguità che il termine follia evoca, insieme al suo fascino e all’ineluttabile paura che genera? La comprensione e la cura della sofferenza grave ha fatto tanti passi avanti nell’arco di un trentennio. Sicuramente si è verificato uno sviluppo qualitativo e quantitativo della cura psichiatrica, sia in senso strutturale (sono cambiati i luoghi di cura2) che in senso metodologico. In ambito terapeutico e clinico si sono modificati i percorsi di cura e di riabilitazione della patologia psichiatrica cronica, cercando di contrastare, anche se con enorme difficoltà, lo stigma e l’emarginazione sociale. La mia esperienza professionale nasce proprio in questo trentennio (dal 1981), quindi in un momento di grande conflitto e di profondi cambiamenti tra vecchi e nuovi modi di intendere la cura del paziente psichiatrico. Tante le differenze ed i contrasti formativi e professionali di quegli anni. Esperienze molto diverse che mi hanno comunque arricchito personalmente e professionalmente, dandomi importanti spunti teorici e clinici per comprendere meglio il paziente grave e per lavorare ancora nella psichiatria con fiducia ed entusiasmo. Ho imparato, in questi anni, dai pazienti stessi che ritenere possibile la guarigione e il recupero qualitativo delle loro vite è premessa fondamentale per contrastare la presunta incurabilità e la cronicizzazione. Un cambiamento che deve avvenire non solo nei luoghi fisici ma anche – e, direi, soprattutto – negli atteggiamenti mentali. È importante vedere il paziente grave innanzitutto come persona e dare senso e significato all’unicità della sua sofferenza, in modo da conoscere il suo intimo sentire ancora prima di etichettarlo e diagnosticarlo. Un incontro ‘nuovo’ con la follia è possibile se si ha un contatto diretto con il paziente, se si riesce a mettere parole alla sua sofferenza senza smarrire l’unicità della sua storia. «Un omone, alto e grosso, cammina rasente al muro del corridoio per avviarsi nella stanza del gruppo di psicoterapia, non parla e non guarda, 1 Cfr. E. Borgna (1995), Come se finisse il mondo. Il senso dell’esperienza schizofrenica, Feltrinelli, Milano. 2 Cfr. Legge Basaglia (n. 180 del 13 maggio 1978).

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Come so-stare nel limite e nell’ambiguità che il termine follia evoca, insieme al suo fascino e all’ineluttabile paura che genera?

Ritenere possibile la guarigione e il recupero qualitativo delle loro vite è premessa fondamentale per contrastare la presunta incurabilità e la cronicizzazione. Un cambiamento che deve avvenire non solo nei luoghi fisici ma anche – e, direi, soprattutto – negli atteggiamenti mentali.

Un incontro ‘nuovo’ con la follia è possibile se si ha un contatto diretto con il paziente, se si riesce a mette re parole alla sua sofferenza senza smarrire l’unicità della sua storia.


ma sembra leggero, molto leggero come se volasse, come se avesse dei piedini invisibili»: se stiamo con l’esperienza che ci trasmette e lasciamo nello sfondo la sua diagnosi (schizofrenia) non ci sorprenderà sapere che Tommaso pensa di essere un palloncino, attaccato ad un filo. Sta vicino al muro perché ha paura di poter volare in cielo, per cui, quando si staccherà da esso, lo potrà fare perché sarà meno angosciato che questo avvenga, perché avrà sentito che attorno a lui l’ambiente umano lo contiene e lo sorregge. Altro aspetto importante che ho imparato nella prassi clinica con la patologia grave è la possibilità feconda che saperi diversi si possono coniugare in un obiettivo comune. È fondamentale, per non colludere con la frammentazione e la mancanza di integrità che già vive il paziente grave, promuovere una cura integrata a sostegno di una presa in carico del paziente nella sua globalità. La presa in carico del paziente grave, più che di altri, necessita di un contesto e di un clima di unitarietà, di un gruppo curante3 che nel rispetto dei diversi stili personali e professionali, si muova in sinergia verso una chiara direzione e una precisa intenzionalità. Psicoterapia, farmacologia, riabilitazione sono tutti percorsi di cura necessari che contribuiranno così al cambiamento del paziente e alla curabilità della malattia/sintomatologia. Quale guarigione, quindi, per un paziente grave? La curabilità della sintomatologia/malattia permetterà al paziente di ri-prendere tappe fondamentali della sua vita, di ri-definirsi nel limite dell’esistenza, di recuperare qualcosa di ciò che «la natura gli ha dato ma la vita gli ha tolto»4. Si tratta di una cura che necessita di tempi lunghi, e talvolta la remissione completa non è sempre del tutto possibile.

3 Senza un pensiero comune e condiviso dal gruppo di operatori che hanno la presa in carico del paziente, si corre il rischio che i singoli interventi (farmacologico, psicoterapico, sociale, riabilitativo, ecc.), nei diversi momenti dell’evento malattia (esordio, crisi, cronicizzazione, ricovero), anche se tecnicamente corretti, possano risultare frammentari e non essere quindi efficaci. 4 V. Conte (1998/99), Il lavoro con un paziente seriamente disturbato in Psicoterapia della Gestalt. L’evoluzione di una relazione terapeutica, in «Quaderni di Gestalt», XIV- XV, 26/29, 66-74, 73.

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2. Il volto diverso della follia nella postmodernità Nessun individuo è autosufficiente, l’individuo può esistere solo in un campo ambientale. L’individuo è, in ogni momento, inevitabilmente parte di qualche campo, che include sia lui, che il suo ambiente. … La natura del rapporto tra lui e il suo ambiente determina il comportamento dell’essere umano… Con questa nuova visione l’ambiente e l’organismo stanno l’un l’altro in un rapporto di reciprocità. Fritz Perls

Nella postmodernità il volto della follia è cambiato. Sempre più spesso la cronaca registra atti ‘folli’: omicidi, suicidi, atti violenti, agiti da persone ‘normali’: «Sembrava una persona normale, un po’ chiuso, ci ha sorpreso, è sconvolgente quello che ha fatto». Altre volte i segnali inquietanti sono decifrabili solo dopo: «Sì, in effetti ultimamente era depresso», spiegazioni a posteriori che tendono a placare l’angoscia che incombe nei confronti di comportamenti violenti e incomprensibili. In effetti, oggi sono in aumento le aggressioni verso le persone: a volte queste avvengono all’interno della famiglia, nelle relazioni intime, altre volte verso persone sconosciute, che in qualche modo rappresentano il volto di qualcuno significativo. Queste forme della follia rimandano allo smarrimento dei legami e delle relazioni nel tempo della postmodernità5. Gli esperti delle scienze umane convergono nel ritenere la relazionalità umana il testo su cui leggere e riscrivere significati e aspetti della crescita umana, del suo possibile smarrimento ma anche della sua possibile comprensione e cura. Una delle sfide più significative, in riferimento ai modelli relazionali del nostro tempo, è il confronto con le diversità, il che non riguarda solo la follia, ma il sapere, la cultura, la religione. Nel tempo della globalizzazione e della frantumazione sociale, non ci si può sottrarre al confronto con la diversità, elemento su cui si declinano tutte le relazioni, paritarie e

5 Su questi temi cfr. G. Salonia (2005), Cambiamenti sociali e disagi psichici. Gli attacchi di panico nella postmodernità, in G. Francesetti (ed.), Attacchi di panico e postmodernità, Franco Angeli, Milano, 3650.

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Nella postmodernità il volto della follia è cambiato.

Una delle sfide più significative, in riferimento ai modelli relazionali del nostro tempo, è il confronto con le diversità, il che non riguarda solo la follia, ma il sapere, la cultura, la religione.


non. Gli strumenti che sino ad oggi sono stati utili per migliorare le relazioni in genere – dialogo e comprensione – non sono più sufficienti. Le relazioni nella postmodernità ci sfidano a trovare sia nuovi modi di ascoltare e di comunicare con l’altro, sia nuovi percorsi di comprensione6, inclusivi di ciò che a noi è così distante e incomprensibile, proprio perché il diverso da noi rappresenta la nostra possibilità di crescere e di cambiare. In questa chiave di lettura, il confronto con la follia diventa una insostituibile risorsa per imparare da ciò che apparentemente è del tutto diverso da noi, è altro da noi. Nella prospettiva della Gestalt Therapy (GT)7, ogni modello epistemologico che si occupa di cura deve rinnovarsi per un adattamento creativo al proprio contesto sociale. Apprendere e interrogarsi sul senso e sulla direzione dei cambiamenti culturali è importante per trovare nuovi modi di leggere lo sviluppo e la crescita dell’individuo e per trovare nell’espressione del disagio nuove chiavi di lettura e nuove significazioni per la prevenzione e la cura.

3. I percorsi della crescita Per abitare il mondo è necessario avere abitato una casa, avere costruito una casa interna che aiuti ciascuno di noi a sopportare gli spazi aperti e diventare abitatori del mondo … ciò è maggiormente valido nell’infanzia, che se deprivata da queste esperienze, rimane permanentemente esposta alla dispersione di se stessa, in quanto impedita nel suo rientro-identificazione con l’io personale più profondo, freddamente estraniata da se stessa e dagli altri.

Giovanna Giordano8

6 G. Salonia (1999), Dialogare nel tempo della frammentazione, in F. Armetta, M. Naro (ed.), Impense adlaboravit. Scritti in onore del Card. Salvatore Pappalardo, Pontificia Facoltà Teologica di Sicilia - S. Giovanni Evangelista, Palermo, 571-585. 7 La Psicoterapia della Gestalt nasce negli anni ’40 come revisione della (e ribellione alla) psicoanalisi. 8 G. Giordano (2001), La casa, l’ambiente non umano e i pazienti gravi. Un contributo teorico-clinico nell’ottica della psicoterapia della Gestalt, in «Quaderni di Gestalt», XVII, 32/33, 70-79, 71.

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Parlare oggi di connessione tra sviluppo evolutivo e psicopatologia può sembrare un tornare indietro a letture intrapsichiche o deterministiche, ritenute superate dagli studi più recenti dell’Infant Research. Ma la gravità di alcune patologie ci rimanda a mancanze così precoci nello sviluppo del bambino, da vedere compromessa la qualità dello sviluppo stesso. Di fatto, come sappiamo, questo nesso non è né determinabile né prevedibile, in quanto è possibile ritrovarlo solo a ritroso: dal disagio dell’età adulta all’evento infantile9. Dunque impariamo nelle relazioni primarie come e in che modo entrare in contatto con l’altro e, quindi, con il mondo. Le principali teorie evolutive di Freud, Mahler, Stern e, per la Gestalt Therapy, di Salonia10 evidenziano, anche se in termini diversi, che lo sviluppo del bambino avviene per tappe e la maturazione dell’Io avviene col passaggio da una sana appartenenza nutritiva e di sostegno verso una successiva separazione ed individuazione del Sé. Questo processo maturativo di base è decisivo per la strutturazione del Sé. È da molti condivisa la teoria che considera l’ambiente familiare come il luogo primario per la costituzione del Sé, per la crescita e l’apprendimento delle modalità relazionali sia intime che sociali che apparterranno all’adulto di domani. Dagli studi sulla vita infantile, sappiamo che sin dagli inizi il bambino apre il proprio sguardo al mondo a partire da quello che ha sperimentato sulla propria pelle sin dalla nascita: insieme al latte assapora l’accoglienza, il calore, ma, a volte, anche il rifiuto e l’indifferenza. La madre e, dagli studi più recenti11, la triade padremadre-figlio vive una relazione intensa, significativa, che diventa l’esperienza strutturante delle modalità pre-personali relazionali

9 Cfr., su questi temi, G. Salonia (2010), L’angoscia dell’agire tra eccitazione e trasgressione. La Gestalt Therapy e gli stili relazionali fobicoossessivo-compulsivi, in «GTK Rivista di Psicoterapia», 1, 19-55. 10 Cfr. G. Salonia (1989), Dal Noi all’Io-Tu: contributo per una teoria evolutiva del contatto, in «Quaderni di Gestalt», V, 8/9, 45-53; P. L. Righetti (2005), Ogni bambino merita un romanzo, Carocci Faber, Roma. 11 Sul Triangolo primario cfr. G. Salonia (2010), Edipo dopo Freud. Una nuova gestalt per il triangolo primario, in D. Cavanna, A. Salvini (eds.) Per una psicologia dell’agire umano. Scritti in onore di Erminio Gius, Franco Angeli, Milano, 344-358; E. Fivaz, E. Depeursing, A. CorbozWarner (2000), Il triangolo primario, Raffaello Cortina, Milano.

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Ma la gravità di alcune patologie ci rimanda a mancanze così precoci nello sviluppo del bambino, da vedere compromessa la qualità dello sviluppo stesso.

Dagli studi sulla vita infantile, sappiamo che sin dagli inizi il bambino apre il proprio sguardo al mondo a partire da quello che ha sperimentato sulla propria pelle sin dalla nascita: insieme al latte assapora l’accoglienza, il calore, ma, a volte, anche il rifiuto e l’indifferenza.  


Apprendiamo gli schemi dell’essercicon l’altro e con il mondo, dalla casa relazionale che abbiamo abitato, dalle esperienze relazionali che il nostro corpo ha avuto e da quelle che sono mancate. Così impariamo ad abitare il corpo che ci porterà ad esserci nel mondo.

Il paziente grave vive la sensazio ne precaria e discontinua di stare sempre su un terreno franante: se ci approssimiamo al loro corpo, riconosciamo il vissuto angosciante di questa mancanza.

del Sé. Il corpo di una madre che allatta non può dedicarsi con pienezza al nutrimento del piccolo se non sperimenta vissuti di vicinanza e di sostegno da parte del partner. Il corpo della madre, infatti, con sfumature diverse trasmetterà al corpo del piccolo tensioni e disagi. Si transita così dalla relazione diadica ad una visione triadica della crescita, del disagio e della patologia. Apprendiamo gli schemi dell’esserci-con l’altro e con il mondo, dalla casa relazionale che abbiamo abitato, dalle esperienze relazionali che il nostro corpo ha avuto e da quelle che sono mancate12. Così impariamo ad abitare il corpo che ci porterà ad esserci nel mondo. Questi contatti intercorporei e relazionali sono costitutivi dell’identità individuale e costituiscono lo sfondo dei nostri contatti scontati, cioè delle competenze di base (respirare, mangiare, parlare, muoversi) che costituiranno le nostre sicurezze ontologiche. Lo sfondo scontato si costruisce dentro relazioni stabili dove poter sperimentare ed assimilare le diverse esperienze. Se ciò viene a mancare – le madri disturbate non trasmettono questa sicurezza – l’esperienza necessita di essere continuamente aggiornata/verificata, come se non fosse scontato avere il terreno sotto i piedi. Di fatto, il paziente grave vive la sensazione precaria e discontinua di stare sempre su un terreno franante: se ci approssimiamo al loro corpo, riconosciamo il vissuto angosciante di questa mancanza. Il controllo e la rigidità diventano atteggiamenti necessari per placare l’angoscia di crollare o di frammentarsi. Afferma Goodman che se il percorso di maturazione di queste sicurezze di base si interrompe precocemente, l’individuo non raggiunge le competenze al contatto necessarie all’individuazione e al senso della propria integrità. Al paziente grave, infatti, manca il grounding di sicurezza scontata13, di contatti stabili e sicuri che gli permettano la costruzione di uno sfondo da cui potranno emergere figure nuove.

12 G. Salonia (2010), L’errore di Perls. Intuizioni e fraintendimenti del postfreudismo gestaltico, in «GTK Rivista di Psicoterapia», 2, 49-66. 13 Cfr. G. Salonia (1989), Dal Noi all’Io-Tu: contributo per una teoria evolutiva del contatto, cit.

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4. I percorsi interrotti della crescita Il corpo, della mamma prima e nostro dopo, è stata la base portante della nostra vita dandoci sicurezza, protezione e confini, e la mancanza emerge con la paura di morire di crepacuore, di ammalarci, di restare senza respiro.

Giovanna Giordano14

I contatti e le relazioni primarie sono fondamentali nella formazione dell’identità, strutturano le modalità relazionali del Sé, i modi funzionali e disfunzionali di entrare in relazione con il mondo umano e non umano15. Nella GT sono stati studiati i diversi modi e tempi in cui si realizzano e falliscono le relazioni primarie. Per la GT è fondamentale ripensare alle fasi evolutive non come a qualcosa che accade soltanto al bambino, ma come a qualcosa che accade e si evolve nella relazione madre/padre/bambino. La relazione nella Gestalt Therapy è innanzitutto corporea. Costruiamo il Sé dalle esperienze corporee (Funzione Es del Sé)16. La corporeità – la dimensione costitutiva dell’identità corpo che siamo – è il luogo dove sperimentiamo i nostri limiti, al confine di contatto17, e riconosciamo la differenziazione dall’altro. Come scrive Salonia, la crescita non è regolata solamente dai cambiamenti che avvengono nei corpi

14 G. Giordano (2001), La casa, l’ambiente non umano e i pazienti gravi, cit., 76. 15 Cfr. H. F. Searles (1960), The non-human Environment, International Universities Press, New York. 16 Nella teoria del Sé in GT «Il sé è in funzione-es quando focalizza le sensazioni corporee che provengono dal “dentro la pelle”, dalla storia dei contatti e dalle reazioni agli stimoli dell’Ambiente; il “cosa senti?” segnala ‘dove’ e ‘come’ l’Organismo si trova in relazione con l’ambiente (le intenzionalità organismiche)». G. Salonia (2010), Lettera ad un giovane psicoterapeuta della Gestalt. Per un modello di Gestalt Therapy con la famiglia, in M. Menditto (ed.), Psicoterapia della Gestalt contemporanea. Strumenti ed esperienze a confronto, Franco Angeli, Milano, 186- 202. 17 Secondo la definizione di Goodman, «Quando diciamo confine, pensiamo ad un confine tra, tuttavia,il confine di contatto, il punto in cui si verifica l’esperienza, non separa l’organismo dal suo ambiente; esso assolve piuttosto alla funzione di limitare l’organismo, di contenerlo, di proteggerlo, e allo stesso tempo si pone in contatto con l’ambiente». F. Perls, R. Hefferline, P. Goodman (1997) (ed. or. 1951), Teoria e pratica della Terapia della Gestalt, Astrolabio, Roma, 247.

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Per la GT è fondamentale ripensare alle fasi evolutive non come a qualcosa che accade soltanto al bam bino, ma come a qualcosa che accade e si evolve nella relazione madre/ padre/bambino.


Molto diverso è lo sfondo generativo della sofferenza psicotica. Il paziente grave, infatti, non ha avuto un corpopresenza/corporelazione rispetto al quale sperimentarsi e da cui individuarsi. La funzione Es del Sé è quindi primariamente disturbata: un magma/ sfondo che rimane indifferenziato, per cui l’abbozzo di Sé che si costituisce non raggiunge quella qualità del contatto necessaria per individuarsi e separarsi.

(intrapsichici), ma soprattutto dai vissuti relazionali che ‘tra’ i corpi avvengono. I vissuti cambiano a partire dall’esperienza dei corpi (intercorporeità), nelle varie fasi di sviluppo18. Non è raro sentire nelle narrazioni dei pazienti gravi come lo stare fisicamente più vicino o più lontano dal padre o dalla madre ha influenzato esperienze costitutive del Sé, nell’un caso o nell’altro, completamente diverse. Il ritmo del respiro si modifica in riferimento a quale corpo abbiamo e abbiamo avuto vicino. Una madre e/o un padre che hanno amato guardando a distanza il loro figlio, non gli hanno permesso di sperimentare sulla propria pelle il calore e l’accoglienza di essere amato. Questa mancanza, di cui il nostro corpo ha memoria, resta come Gestalt aperta, che tenderà sempre a cercare di completarsi e che ci farà essere nel mondo in maniera diversa da chi questa esperienza l’ha avuta19. Questo tipo di mancanza determina una qualità di disagio e di sofferenza che, con diverse modalità, ritroviamo nei quadri patologici di tipo nevrotico. Molto diverso è lo sfondo generativo della sofferenza psicotica. Il paziente grave, infatti, non ha avuto un corpo-presenza/corpo-relazione rispetto al quale sperimentarsi e da cui individuarsi. La funzione Es del Sé è quindi primariamente disturbata: un magma/sfondo che rimane indifferenziato, per cui l’abbozzo di Sé che si costituisce non raggiunge quella qualità del contatto necessaria per individuarsi e separarsi. Nella realtà dei fatti, il paziente grave non ha costruito un confine tra Sé e il mondo, tra Sé e l’altro, tra casa/corpo/cosmo. Tutto questo è evidente quando incontriamo il paziente grave: infatti, in lui possiamo vedere atteggiamenti rigidissimi, comportamenti stereotipati, sguardi impenetrabili. Nello stesso

18 Per approfondimenti cfr. G. Salonia (2010), L’errore di Perls. Intuizioni e fraintendimenti del postfreudismo gestaltico, cit. 19 «Ogni qualvolta la figura appare scialba, confusa, completamente priva di grazia e di energia (gestalt debole), questo è dovuto ad una mancanza di contatto, ad un determinato blocco nella situazione ambientale, all’impossibilita ad esprimersi di qualche bisogno organico; ciò significa che la persona non è tutta presente ovverosia che il suo campo non può cedere tutta la sua forza di pressione e tutte le sue risorse per il completamento della figura». F. Perls, R. Hefferline, P. Goodman (1973) (ed. or. 1951), Teoria e pratica della Terapia della Gestalt, cit., 42.

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tempo, sentiamo la sua fragilità, la paura di essere invaso, di non riuscire a mettere un limite/confine tra sé e gli altri: «Tutti per strada ridono di me. Vedi? Mi guardano e sanno che cosa penso, vedono i miei pensieri…». Il disturbo della funzione Es del Sé influenza tutte le altre funzioni del Sé che risultano, di conseguenza, compromesse. Per esempio, la funzione Personalità del Sé (assimilazione di ciò che sono diventato), nel paziente grave è fortemente disturbata dalle tante esperienze incompiute – che sottraggono energie alle possibilità del presente impedendo la crescita20. Non è raro percepire atteggiamenti e modalità infantili in pazienti adulti, che usano parole da piccoli e si comportano come se il tempo si fosse fermato. «Mia madre mi dice che non devo rivolgermi a nessuno, la gente è cattiva e io non mi so difendere»21. Anche la funzione Io del Sé – sapere cosa si vuole e cosa non si vuole – viene alienata nelle sue innumerevoli funzioni: «Non so se posso venire alla gita del Centro, chiamo mia madre… Se decido io, lei si arrabbia». Decidere ciò che piace o no, discriminare cosa appartiene a lui e cosa all’ambiente, per un paziente grave, non è affatto scontato.

5. Ermeneutica della cura … chi manca dell’esperienza di calore e intimità, vissute primariamente nella casa, subisce una grave negazione della possibilità e del senso del suo essere nel mondo, che sarà vissuto in maniera alienata e alienante.

Giovanna Giordano22

Per i mali dell’animo bisogna pensare ad una cura dell’anima e non solo dei sintomi, una cura del contesto sociale e familiare e non solo del paziente, una cura, cioè, che attui un cambiamento di paradigma, che volga l’attenzione e dia importanza ai contesti relazionali come prevenzione e cura sia del disagio che della psicopatologia.

20 Ivi, 438. 21 Chi parla è un uomo di 24 anni. 22 G. Giordano (2001), La casa, l’ambiente non umano e i pazienti gravi, cit., 71.

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Per i mali dell’animo bisogna pensare ad una cura dell’anima e non solo dei sintomi.


È importante non perdere di vista l’unicità della sofferenza del paziente e utilizzare la diagnosi come un’ulteriore fonte di significazione e di direzione per la presa in carico globale del paziente e del suo contesto di appartenenza.

Alla GT non interessa il perché le cose sono accadute, ma come ancora oggi accadono... Nel tempo presente (now for next) vivo e sperimento la situazione incompiuta (ciò che mi è mancato) e riporto nell’esperienza relazionale nuova i modi che ho appreso per evitare il dolore.

Dare una trama relazionale al sintomo23 e alla patologia nelle diverse declinazioni è la scommessa di ogni terapeuta della Gestalt, che deve permettere ad ogni paziente di inscrivere il proprio malessere nella propria storia relazionale. È importante non perdere di vista l’unicità della sofferenza del paziente e utilizzare la diagnosi come un’ulteriore fonte di significazione e di direzione per la presa in carico globale del paziente e del suo contesto di appartenenza. Costruire uno sfondo di riferimento più ampio permetterà di cogliere la direzione terapeutica necessaria per ripristinare i percorsi dell’esistenza interrotti. La GT supera il concetto umanistico dell’autoregolazione organismica, portando avanti il concetto di autoregolazione della relazione/contatto nella quale l’Organismo è sempre ed inevitabilmente inserito. Il percorso terapeutico in GT cerca il filo di Arianna che permette di riprendere percorsi di crescita interrotti, cerca e ripropone, nel qui e ora della relazione terapeutica, la natura relazionale del sintomo; questo permette di fare il percorso inverso all’insorgenza del sintomo/patologia. Alla GT non interessa il perché le cose sono accadute, ma come ancora oggi accadono – è il tempo presente (ciò che oggi sono e il mio modo di relazionarmi nel mondo) che ha in sé il passato (ciò che ho appreso nelle relazioni primarie) ed il futuro (la possibilità di cambiare i modelli relazionali disfunzionali). Nel tempo presente (now for next)24 vivo e sperimento la situazione incompiuta (ciò che mi è mancato) e riporto nell’esperienza relazionale nuova i modi che ho appreso per evitare il dolore. La relazione terapeutica ha le caratteristiche e la specificità di una relazione primaria e diventa essa stessa strumento di cura: a livello sincronico, nel modo in cui si lavora di seduta in seduta; e a livello diacronico, in che tempo della seduta e del processo

23 Per il sintomo inteso come «appello alla relazione», cfr. A. Sichera (2001), A confronto con Gadamer: per una epistemologia ermeneutica della Gestalt, in M. Spagnuolo Lobb (ed.), La Psicoterapia della Gestalt. Ermeneutica e clinica, Franco Angeli, Milano, 17-41. 24 Cfr. E. Polster, M. Polster (1986) (ed. or. 1973), Terapia della Gestalt integrata. Profili di teoria e pratica, Giuffrè, Milano; G. Salonia (2001), Tempo e relazione. L’intenzionalità relazionale come orizzonte ermeneutico della Gestalt Terapia, in M. Spagnuolo Lobb (ed.), Psicoterapia della Gestalt. Ermeneutica e clinica, cit., 65-85.

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È una cura che ci fa incamminare verso territori nuovi, che chiede di stare accanto a colui che viene chiamato ‘folle’ senza le sicurezze del sapere che rassicurano e le risposte del fare che placano, che mette il gruppo degli operatori dinanzi al dolore che spiazza, che chiede di fare a meno delle certezze scontate e di rischiare di sentirsi impotenti e comunque fiduciosi nonostante ricadute, crisi e fallimenti.

terapeutico si interviene. È proprio la presenza del terapeuta che permette di (ri)costruire il ground delle sicurezze di base. Essere presenza piena difronte a qualcuno permette di sentire la propria unicità senza fondersi o irrigidirsi. Per il paziente grave, a cui è mancata una relazione/presenza da cui differenziarsi, è fondamentale avere figure di riferimento. In particolare, la cura non può restare chiusa in uno studio professionale per lo stigma e l’incomprensione che spesso sono presenti, ma deve osare percorsi di cura qualitativamente diversi, che si aprano alle infinite possibilità di un trattamento integrato. In altre parole, significa ‘esserci’ con il paziente, a volte per lungo tempo, riconoscere e farsi attraversare dal dolore, essere umili e attenti dinanzi a lui, esserci con costanza e leggerezza e, a volte, con la paura non di lui ma per lui. È una cura che ci fa incamminare verso territori nuovi, che chiede di stare accanto a colui che viene chiamato ‘folle’ senza le sicurezze del sapere che rassicurano e le risposte del fare che placano, che mette il gruppo degli operatori dinanzi al dolore che spiazza25, che chiede di fare a meno delle certezze scontate e di rischiare di sentirsi impotenti e comunque fiduciosi nonostante ricadute, crisi e fallimenti. Ecco perché nel lavoro con il paziente grave è prioritaria, anche perché non scontata, la costruzione di una rete di relazioni terapeutiche. Spesso, infatti, il gruppo degli operatori è l’unico riferimento e possibile contenimento per iniziare a (ri)costruire i confini del Sé, invasi e confusi, che sono stati all’origine del crollo psicotico26. «Ero pazza, completamente fuori di me. Ero stata un pericolo, mi tengono d’occhio, in realtà credo che avessero una paura matta di me. Non che li biasimi, perché all’epoca ero proprio fuori, anche se la pazzia è assicurata, con i tuoi e tua sorella che ti gira intorno in punta di piedi, ti guardano di traverso... non dicono niente e poi cercano di fare finta

25 Cfr. E. Borgna (1995), Come se finisse il mondo. Il senso dell’esperienza schizofrenica, cit. 26 V. Conte (1998/99), Il lavoro con un paziente seriamente disturbato in psicoterapia della Gestalt. L’evoluzione di una relazione terapeutica, cit., 66-74.

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che non sia successo nulla e che fili tutto liscio. Avrebbero dovuto parlarne, qualcuno avrebbe dovuto dire qualcosa, fare qualcosa, qualsiasi cosa»27. Il paziente, immerso nell’angoscia e nel dolore, attende di essere compreso e, anche se si esprime in maniera incomprensibile, attende comunque di essere ascoltato per poter placare la sua sofferenza. Le parole e gli atteggiamenti investono i livelli profondi e intimi del sentire, anche nei corridoi del Centro di Salute Mentale: «Come stai oggi?», chiedo a Francesco. «Me lo dica lei come sto, io come faccio a saperlo?». E io rispondo: «Hai ragione… è che mi sembra che vada meglio oggi. Tu che dici?». È importante riconoscere il bisogno di essere contenuti e visti, anche se spesso non è così evidente. A volte provocatori, incapaci di rilassarsi, i pazienti gravi mettono in atto un controllo continuo per contenere l’infinita angoscia che vivono: «Gli psicologi sono tutti ignoranti, non capiscono niente». Sarà necessario non farsi uncinare dalle proiezioni, ma fare da ‘contenitore’ a sentimenti anche forti di odio, disprezzo e violenza. Questo tipo di contenimento permette al paziente di ridurre la tensione interna e di verificare la stabilità della relazione. È come se dicessero – «Vediamo se resta». È importante empatizzare con il loro bisogno di proiettare e non con il contenuto della proiezione: «Sei molto arrabbiato… Non sai se ti puoi fidare». Come il bambino che si terrorizza quando non trova l’adulto che contiene le sue paure, così il paziente grave si terrorizza quando l’ambiente si impaurisce di lui. Per un paziente grave è fondamentale avere di fronte qualcuno a cui poter dire le cose più brutte che pensa e che teme: «Dimmi tu se è vero. Penso di avere fatto qualcosa di terribile a qualcuno, le ho strappato il cervello, può essere che non lo ricordo? E che sia vero, veramente?». È importante essere chiari e diretti, essere una presenza rispettosa e attenta, che riesca a stare alla giusta distanza, né troppo vicino né troppo lontano. È fondamentale in una prima fase della costruzione della relazione

27 Tratto dall’opera teatrale di C. Dowie, Adult Child/Dead Child, (trad. it. A. Parnanzini e M. Rose), Finborough Theatre, London.

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Il terrore che il paziente grave ha della relazione con l’altro determina il limite e, nello stesso tempo, l’enorme risorsa per la cura.

terapeutica non lavorare sulla consapevolezza e non indagare sui contenuti alla ricerca di una presunta verità, quanto piuttosto placare il terrore che ‘fa impazzire’, tentando di sintonizzarsi con il vissuto che sostiene le proiezioni. Come sappiamo, chi proietta trova sempre le prove che gli consentono di vedere reali le cose che ha solo immaginato, ma, nello stesso tempo, per chi le ascolta non è possibile non dire niente o fare finta di niente, cosa questa che nel paziente diventerebbero ‘dettagli’ che possono aumentare la paura. È importante verbalizzare lo sfondo da cui le figure emergono: «Hai paura perché non sai cosa succede». Un tono attento, chiaro e sicuro permetterà al paziente di far emergere a poco a poco i vissuti che sostengono le sue proiezioni. A volte il contenuto di ciò che il paziente ci porta è incomprensibile, apparentemente lontano dalla sua sofferenza, ma ci deve spingere ad interrogarci su ciò che vuole dirci, ad esempio quando afferma: «Le masse indifferenti mi fanno schifo, le masse sono greggi di pecore… non mi frega niente di nessuno». Forse è più facile disprezzare, anziché contattare il vissuto di vergogna e umiliazione che sente quando sta tra la gente. In effetti, in forme diverse, il sintomo tiene l’altro distante, ma nello stesso tempo allude al bisogno dell’altro e ci parla chiaramente del tipo di bisogno che il paziente ha dell’altro. Il terrore che il paziente grave ha della relazione con l’altro determina il limite e, nello stesso tempo, l’enorme risorsa per la cura: «Chi gestiva la comunità si chiamava Peter. Mai […] che menzionasse la parola “problema” a me e agli altri in cura. Peter parlava e basta, quando capitava. Peter era d’aiuto, c’era una atmosfera amichevole, mi piaceva. Per me il personale e le altre sette persone in cura erano la mia famiglia, una famiglia affettuosa però. Nei due anni che restai con loro una volta qualcosa andò storto, smisi di parlare con loro, pensavo di poterne fare a meno, così Benji (la mia amica immaginaria) tornò a essere più forte… lei si arrabbiò. Le solite urla, bestemmie contro i miei amici della comunità, contro Peter […] Benji stravolgeva l’equilibrio, rovinava tutto un’altra volta. Dopo la sfuriata, dopo che la rabbia si esaurì completamente, Benji mi lasciò riprendere il controllo, mi lasciò parlare e cercai di chiedere scusa […] e Peter disse: qualche volta tutti perdiamo le staffe, è normale

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[…] così gli dissi tutto. Gli raccontai di Benji com’era, chi era, da dove veniva, tutto. […] E lui mi ascoltava, mai mi disse che ero matta, […] Solo una volta mi disse che Benji stava solo esprimendo quello che io sentivo. All’inizio non capii, ma quelle parole mi fecero riflettere molto […]»28. Costruire la relazione terapeutica – diventare presenza significativa nell’immensa solitudine della vita del paziente grave – diventa un ancoraggio unico e significativo per stare con meno drammaticità nell’esistenza. Per il paziente diventa altamente terapeutico esseredi-fronte-a-qualcuno a cui poter dire parole che per altri sono incomprensibili, e per il terapeuta sforzarsi di divenire una persona che renderà dicibile il suo linguaggio: «Avevo paura, lo psichiatra mi faceva delle domande, le cose che diceva avevano senso. Capivo dove voleva arrivare». Apprendere il linguaggio del paziente serve non solo a comprenderlo, ma anche ad apprendere a parlare con lui con parole non minacciose, non ostili, non distruttive e non sorde alla sua paura e immensa angoscia. «La parola che cura non è quella giusta, ma quella che viene detta nel modo giusto e nel tempo giusto»29. Il tempo giusto è il tempo del cambiamento: la figura riemerge solo quando si ripresenta la condizione iniziale per completarla/chiuderla. Solo in un presente che ha lo stesso contesto del passato, come la relazione terapeutica, si rimettono in campo le stesse energie necessarie a completare l’esperienza che nel passato è mancata. La relazione terapeutica attenta a questo processo ri-costruisce lo sfondo relazionale che è mancato, ri-costruisce il ground di base necessario per l’emergere di nuove figure.

28 Ivi, 34. 29 G. Salonia (2011), Sulla Felicità e dintorni. Tra corpo, parola e tempo, Il pozzo di Giacobbe, Trapani, 71.

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Costruire la relazione terapeutica – diventare presenza significativa nell’immensa solitudine della vita del paziente grave – diventa un ancoraggio unico e significativo per stare con meno drammaticità nell’esistenza.

Apprendere il linguaggio del paziente serve non solo a comprenderlo, ma anche ad apprendere a parlare con lui con parole non minacciose, non ostili, non distruttive e non sorde alla sua paura e immensa angoscia.


6. L’insopportabile angoscia di… esistere Chi ci sta di fronte, dietro le spalle ha soltanto un vuoto, la trama sfilacciata di un’esperienza relazionale in cui nulla sembra diventare scontato.

Paul Goodman

Massimo, 24 anni, da diversi anni vive/convive con una diagnosi di schizofrenia. La famiglia (madre, padre, una sorella più piccola di quattro anni), di livello culturale medio, solo oggi vive la malattia di Massimo con maggiore consapevolezza. L’esordio (che risale a cinque anni fa) è durissimo: all’improvviso Massimo, che frequentava l’ultimo anno di un istituto superiore, non studia più, inizia ad avere comportamenti strani, ad essere impaurito, a restare chiuso in casa e a non volere andare più a scuola. Paura, smarrimento, vergogna e senso di impotenza danno inizio ad una serie di viaggi alla ricerca dei migliori professionisti nel campo. Massimo si rifiuta di essere inserito in qualsiasi percorso terapeutico e riabilitativo: «Io non sono come loro, semmai posso andare da uno psicologo». Gli operatori del Centro di Salute Mentale decidono di accettare la sua richiesta, unico spiraglio per una possibile presa in carico. La seduta di psicoterapia – un appuntamento settimanale – diventa l’unico spazio in cui Massimo viene al Centro da solo. Massimo è puntuale, preciso, inizia a raccontarsi, inizia a delimitare un confine tra lui e la madre (il padre nel frattempo viene a mancare e la sorella si sposa), a costruire un confine tra lui e il mondo. Per tre anni la psicoterapia resta l’unica cura che accetta direttamente: essa diventa un’occasione per uscire da solo, prendere il bus (mai fatto prima), parlare con altri (operatori e pazienti del Centro), relazionarsi con altri giovani che frequentano il Centro. Gli operatori si soffermano con lui, gli parlano del più e del meno, con naturalezza, nessuno gli chiede dei suoi problemi. Il sostare qualche minuto in attesa del colloquio diventa uno spazio nuovo intorno a lui in cui delle cose accadono e lui si sente tranquillo, anche se si trova in un luogo in altri tempi angosciante per lui e per la sua famiglia. Nello sfondo sente la presenza di un gruppo curante, e sa che è una possibilità; a volte chiede dello psichiatra («Ci potrei parlare per vedere se la cura va bene, ma non voglio cambiarla») o dell’infermiere che si occupa dell’attività esterna – una squadra

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di calcetto di operatori e pazienti – («Io non so giocare, ma si può assistere alle partite?»). Nel suo racconto, spesso emerge dallo sfondo la squalifica silenziosa dei familiari: «Non è cambiato niente… voi mi dite che sta meglio, ma non è così, mio figlio continua ad essere arrabbiato con me». Di frequente, i familiari non riconoscono i segni di un cambiamento: non è facile spiegare a una madre che questo è il figlio che lei non ha mai voluto vedere. A volte la pretesa di una guarigione che permetta a Massimo di lavorare, di sposarsi, di abitare da solo, di essere come prima non consente ai familiari di vedere Massimo come egli è veramente. La guarigione, infatti, è un percorso che si costruisce intorno alla persona reale, negli sguardi di coloro che riescono/riusciranno a vederlo per quello che è, senza stravolgerlo e ricondurlo ai loro desideri. Un giorno, all’improvviso, al mio indirizzo di posta elettronica arriva una sua mail che ha un titolo e un contenuto. Mi chiedo cosa fare, cosa può significare per lui, sempre così a distanza, raggiungermi direttamente in questo modo. Decido di parlarne con lui in terapia e, nel frattempo, rispondo in maniera semplice e generica, forse troppo distaccata. Chiaramente, oltre al contenuto, anche il mio vissuto attraversa lo spazio virtuale e arriva a lui, che con naturalezza mi risponde: «Se non ha voglia di ricevere le mie mail può dirmelo». Ho sentito, anche se non chiaramente, che dovevo fidarmi del suo sentire, sicuramente non consapevole, e della mia istintiva sensazione positiva: sentivo che comunque era una cosa buona che lui parlasse con me durante la settimana, forse un modo per coniugare lontano e vicino. Da allora, per due anni, tra una seduta e l’altra, attraverso un numero significativo di mail (giornaliere, notturne) mi racconta tutto il suo intimo sentire – di odio, di amore, di disprezzo, di tenerezza – che sono vissuti troppo difficili da comunicare nel solo tempo della seduta terapeutica. Nelle mail, infatti, usa parole e contenuti significativi, drammatici, vissuti di sofferenza ma anche di rinascita e di cambiamento. Essere tutto se stesso di fronte a me fa emergere i suoi vissuti più profondi, che – come lui stesso mi disse un giorno – non avrei mai sentito in terapia perché così intimi da vergognarsene. Questo modo non usuale di comunicare e di stare nella relazione terapeutica gli ha permesso di raggiungere due tappe

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La guarigione, è un percorso che si costruisce intorno alla persona reale, negli sguardi di coloro che riescono/ riusciranno a vederlo per quello che è, senza stravolgerlo e ricondurlo ai loro desideri.

Per  due anni, tra una seduta e l’altra, attraverso un numero significativo di mail (giornaliere, notturne) mi racconta tutto il suo intimo sentire – di odio, di amore, di disprezzo, di tenerezza – che sono vissuti troppo difficili da comunicare nel solo tempo della seduta terapeutica.


Questo modo non usuale di comunicare e di stare nella relazione terapeutica gli ha permesso di raggiungere due tappe interrotte della sua crescita: il bisogno di integrità e il bisogno di pienezza/autonomia. Il poter contare sul mio esserci, non solo nel tempo della seduta ma in qualsiasi momento in cui l’angoscia lo travolgeva, gli ha permesso di assimilare e di ri-costruire lo sfondo scontato delle sicurezze di base.

Un computer tra me e lui, ma che diventa luogo di incontro dove farsi vedere senza vergogna, uno strumento così insolito per raccontarsi, per riattraversare la sua sofferenza, gli abissi del delirio, l’ineluttabile solitudine e vuoto.

interrotte della sua crescita: il bisogno di integrità e il bisogno di pienezza/autonomia. Il poter contare sul mio esserci, non solo nel tempo della seduta ma in qualsiasi momento in cui l’angoscia lo travolgeva, gli ha permesso di assimilare e di ri-costruire lo sfondo scontato delle sicurezze di base. Un giorno, dopo avere letto una sua mail scritta alle tre di notte, piena di contenuti aggressivi e violenti, sentendomi piccola e impotente e non fidandomi del mio esserci, aggiunsi alla solita risposta («Ho letto la tua mail, ne parliamo in terapia»), una frase per placarlo (perché io potessi placarmi?): «Capisco che ti senti molto spaventato…». In seduta, dopo una settimana, mi disse: «Non ti devi preoccupare di me quando ti dico tutte queste cose, io mi placo e sto meglio e così riesco a dormire, mi svuoto e mi libero dando a te la mia spazzatura». Ho imparato così che lui, attraverso le mail, attendeva un’unica risposta: un mio esserci comunque e sempre, in maniera rispettosa e attenta. Ho estrapolato da centinaia di mail inviatemi nell’arco di due anni quelle che, a mio avviso, sono più significative per evidenziare il percorso che Massimo ha fatto verso il cambiamento e l’attuale guarigione. Un computer tra me e lui, ma che diventa luogo di incontro dove farsi vedere senza vergogna, uno strumento così insolito per raccontarsi, per riattraversare la sua sofferenza, gli abissi del delirio, l’ineluttabile solitudine e vuoto. Un lungo percorso che gli permette di riaprirsi alla fiducia di una presenza che, con discrezione e costanza, lo accompagna anche nel buio delle giornate e delle notti insonni. Ogni mail ha un titolo, che ho lasciato, un titolo a mio avviso sempre significativo e da lui stesso trascritto, dove arriva la sua lucida follia, il suo bisogno tenero di essere ascoltato, l’immenso vuoto, la sua acuta intelligenza e il suo intuito. La sequenza degli scritti, qui di seguito riportati, evidenzia i passaggi più significavi del percorso terapeutico: dal presentare se stesso – attraversando dubbi e certezze – a nuove significazioni. In altre parole, esistere di-fronte a qualcuno, attraversare paure e ambivalenze per rischiare di rifidarsi in una relazione importante.

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7. Massimo30 Sento un vuoto insopportabile credo che sia il mio razionalismo che mi abbia ridotto così. L’atmosfera fredda arida asettica da laboratorio della ragione, dimmi tu se mi sbaglio. Ho bisogno di molta follia, di sragionare, di perdermi, ma tu non puoi capire. Ho bisogno di sguire flauti incantati, filtri magici, di credere nelle fate, sono solo metafore. Ho bisogno di estasi, di vagare in stato di incoscienza, di parlare in delirio.

Massimo

Ecce Homo «Mi sento impazzire, in questo periodo sto male, come se avessi dentro il diavolo, è come se avessi mangiato carne avariata e non riuscissi a digerirla. La notte faccio incubi orrendi, di giorno soffro molto. Dov’è che sbaglio? Forse è che mi sento disprezzato e deriso ad essere buono e quindi faccio il cattivo e non riesco ad essere me stesso». Quale consapevolezza per un paziente grave? Impervi sentieri per raggiungere se stesso: liberandosi dalla fusione con l’altro e dalle verità che imprigionano per accogliere la drammatica solitudine della propria unicità.

Comunicazione «Sento le voci, non mi fanno dormire... 24 ore su 24, senza tregua. Mi sento letto nel pensiero. Tutti leggono nei miei pensieri. Sono angosciato… mi sento sempre violentato... E non so perché». La quotidianità del paziente grave è fatta di esperienze angoscianti: nulla è scontato, poiché fuori dalle mura di casa il mondo è minaccioso e invade. Il Sé è permeabile a tutto ciò che succede.

30 Il nome e i dati personali non sono reali.

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Ogni cosa continuamente accade al confine di contatto. Dallo sfondo angosciante di cui è inconsapevole, emergono le continue figure che esprimono la sofferenza.

Comunicazione 2 «Io sono un caso eccezionale, io sono il perseguitato del futuro, io sarò una leggenda… la sera soffro di una grande angoscia che mi paralizza, mi fa mancare il respiro e loro mi fanno sentire le voci che ridono di me, non mi hai confortato, il conforto era sentire esplicitamente che sono sadici crudeli e spietati, chi tace sta dalla loro parte». Il paziente inconsapevolmente si protegge dal dolore e dall’angoscia attraverso il sintomo; a volte è necessario delirare per placare un dolore estremo, indicibile. Paradossalmente, nel delirio la sofferenza assume senso/significato e l’angoscia apparentemente si placa, ritorna nello sfondo della sua esistenza. Grazie «Non mi fido di te, non mi fido della gente, non mi fido di nessuno, se penso liberamente mi odiate, se tu ancora non mi odi è perché non mi vedi nel pensiero, basta pensare liberamente per essere odiato. Mi sono fatto un’idea di te. Sei cattiva, egoista, i più siete malvagi, so che mi disprezzi, so che di me non te ne frega niente, hai una pessima opinione di me…». Il terrore della relazione con l’altro diventa cardine della cura. L’esserci del terapeuta permette a lui di esserci. Rifare il percorso relazionale che è stato sfondo fertile per l’insorgenza della patologia permette di ricostruire uno sfondo nuovo.

Io esisto «I miei sentimenti non sono i sentimenti degli altri, i miei pensieri non sono i pensieri degli altri, le mie aspirazioni non sono le aspirazioni degli altri, la mia fede non è la fede degli altri. Ho un vuoto esistenziale che non so riempire, non ho un motivo per cui vivere… Mi sento solo in un universo insensato, non so se l’universo esiste o è tutto un sogno… Non so se io esisto o sono

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«Non mi fido di te, non mi fido della gente, non mi fido di nessuno, i più siete malvagi, so che mi disprezzi, so che di me non te ne frega niente, hai una pessima opinione di me…».


solo un sogno… Le certezze degli altri mi sembrano fumo negli occhi…». È pronto ad intraprendere il difficile cammino della ri-costruzione, è pronto al ‘risveglio’ inizia a sentire l’angoscia della sua diversità, temuta come follia agli occhi degli altri.

Mi sento solo e smarrito nel mondo. Sono perennemente terrorizzato, non mi fido di nessuno. Vivo nel caos, ho paura del futuro.

Dio è morto «Dio è morto, non posso credere in qualcosa che non mi dà nessun segno della sua presenza, gli dei esistono solo nell’immaginario umano. Sono solo al mondo, devo morire. La realtà è terrificante ma vera. Vivo cosciente della morte, vivo nell’angoscia della morte. Mi sento solo e smarrito nel mondo. Sono perennemente terrorizzato, non mi fido di nessuno. Vivo nel caos, ho paura del futuro. Che male ho fatto? ... non ne posso più… per strada la gente mi guarda, i loro sguardi sono insieme curiosi e indifferenti. Su questo sono sicuro di non sbagliarmi – tranne raramente qualcuno sensibile. L’indifferenza della gente è totale, non gliene frega niente a nessuno di me». Inizia ad emergere la solitudine e l’immenso vuoto della sua esistenza, un terrore insopportabile se manca qualcuno a cui dirlo. Nello sguardo della gente comune non può ri-trovare qualcosa che gli è sempre mancato, ma che adesso vede possibile nella relazione con me.

«Liberami dalla credenza dell’inconscio e liberami dalla credenza della verità. La credenza nella verità e la credenza nell’inconscio sono le due credenze più oppressive della mia vita. La più grande liberazione è la liberazione dalla verità».

Inconscio e verità «Liberami dalla credenza dell’inconscio e liberami dalla credenza della verità. La credenza nella verità e la credenza nell’inconscio sono le due credenze più oppressive della mia vita. La più grande liberazione è la liberazione dalla verità». Come sono veramente? Sono buono o cattivo? L’inconscio non si conosce mai: è come avere dentro uno straniero. Uscire dalla fusione psicotica è possibile solo se esiste un ancoraggio esterno che lo accompagni nel mondo; diversamente deve continuare a fare da solo.

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Devo capire «Voglio liberarmi di tutte le certezze, e cerco un modo di vivere senza certezze. Solo la comprensione che non esistono né verità né certezze mi appaga. Ma devo capire. Non posso essere cieco, e accettare l’incertezza per dogma». La novità emerge in tutta la sua ambivalenza: il bisogno di essere libero e l’angoscia di esserlo. È difficile lasciare la rigidità e il controllo che contengono il suo sentire, è difficile riprendersi la libertà di essere se stesso.

Domande «Ieri avevo delle certezze, oggi non sono sicuro di niente. Per questo ti faccio tante domande. Non è certezze che voglio, al contrario, voglio liberarmi di tutte le certezze. Solo la comprensione che non esistono né verità né certezze mi appaga, ma devo capire. Vivere senza certezze è inquietante…». Sente l’energia e la paura della novità: lasciare le certezze psicotiche per aprirsi a nuove significazioni.

Dubbi «Non sono credente e tu lo sei. Dimmi, qual è l’unica cosa per cui vale la pena di vivere? Se non capisco questo, morirò malissimo». Aprirsi alla diversità, sperimentare la differenza e il confronto è un percorso necessario per individuarsi. Adesso poteva sentire meno la paura che io potessi abbandonarlo o fagocitarlo. A me, così lontana dal suo mondo, chiede di essere aiutato a lasciare le certezze psicotiche per aprirsi ad una verità nuova, quella della relazione che è fatta di rischio ma anche di vita e di novità. «… ci penserò, può essere come dici tu, ma se fosse veramente così sarebbe bellissimo». Attraverso le mie risposte, di seduta in seduta, sono emerse le sue innumerevoli domande che mi hanno permesso di entrare nelle sue certezze e di insinuargli il dubbio. È stato comunque importante usare parole non sorde alla sua paura ed alla sua

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«Ieri avevo delle certezze, oggi non sono sicuro di niente. Per questo ti faccio tante domande. Non è certezze che voglio, al contrario, voglio liberarmi di tutte le certezze. Solo la comprensione che non esistono né verità né certezze mi appaga, ma devo capire. Vivere senza certezze è inquietante…».


immensa angoscia.

Il senso della vita «La mia vita è vuota, fredda, triste. Ma non credo che sia per la persecuzioni, credo che sia perché non ha un senso. Mi manca un motivo forte per vivere, una ragione d’essere. Mi avvicino alla morte senza aver realizzato niente, e senza sapere cosa vale la pena veramente di realizzare, cosa riempie la vita. Non vedo cosa può dare senso alla mia vita... forse la conoscenza… ho bisogno di capire cosa conta veramente nella vita, altrimenti impazzisco». Perdere il contatto con il mondo reale lo ha protetto da una solitudine esasperante. Questa sofferenza richiama l’origine del suo delirio. Questo linguaggio certamente più comprensibile svela la sua anima che attende di essere ascoltata e salvata dalla sofferenza. Ma è pronto a questa consapevolezza? Può tollerare questo terremoto senza rischiare di ri-frantumarsi? Momento difficile e delicato della relazione terapeutica in cui avere paura per lui e non di lui.

Rimorso «Io sono stato crudele... ecco perché ho paura di me, il rimorso è dolce, riscatta la colpa. Solo il rimorso può liberarmi dalla paura, altrimenti continuerò a odiare me stesso». Restargli accanto nella fatica di essere se stesso, di iniziare a conoscere l’abisso del proprio Io, ma questa volta di fronte all’altro.

Memento mori «I giorni che vengo da te sono i giorni più belli della mia vita. Parlare con te è liberatorio, alcune cose che mi hai detto mi hanno messo entusiasmo. Di te mi piace la tua anima libera e buona. Ma dobbiamo morire, non lo dimentico mai». Riaprirsi alla possibilità di esistere per qualcuno è fondamentale.

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Sperimentare una vicinanza con me senza sentire la violenza della relazione è nuovo per lui. Costruire appartenenze da cui è possibile separarsi è liberante. È importante iniziare a raccontarsi di fronte a qualcuno: un lungo e importante percorso di ri-nascita.

Come farei senza di te? «… sei una luce forte nella mia vita, un faro, uno spiraglio. Ho paura solo che tu sia cattiva. Sarebbe dolorosissimo. Raramente mi sei sembrata cattiva, più che altro ho paura a fidarmi di chiunque, ho sempre l’ansia che possa tradire la mia fiducia se mi lascio andare. È una paura che ho da sempre: molte volte è successo. Ma con te mi sto sciogliendo, e comincio a fidarmi davvero. Questo mi fa paura, non vorrei sbagliare». Ha paura della vita senza di me… vuole essere rassicurato. Diventare così significativa per lui è molto pericoloso. Fidarsi di me significa rischiare un nuovo tradimento: unica possibilità per consegnarsi da adulto al mondo.

Amore e Odio «Tu mi susciti rabbia e affetto al contempo. Ho una grande stima di te, rabbia perché sai cose importantissime che non mi dici mai, pare che tu sappia tutto quello che c’è di importante da sapere, ma naturalmente non sei tenuta a parlare. Dall’altro ho affetto per te perché mi hai sempre aiutato, ho un rapporto con te di amore-odio». Poter dire i suoi sentimenti opposti/ambivalenti senza paura per me né di me gli permetterà di uscire dalla confluenza psicotica. Permettergli di fidarsi senza essere con-fuso con me.

Scuse «Scusa la mia rabbia ma io sono terrorizzato dalla vita, la società è violenta e io ho bisogno di insegnamenti per imparare a difendermi…». Ha paura di vivere nel mondo reale.

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«… sei una luce forte nella mia vita, un faro, uno spiraglio. Ho paura solo che tu sia cattiva. Sarebbe dolorosissimo. Raramente mi sei sembrata cattiva, più che altro ho paura a fidarmi di chiunque, ho sempre l’ansia che possa tradire la mia fiducia se mi lascio andare. È una paura che ho da sempre: molte volte è successo. Ma con te mi sto sciogliendo, e comincio a fidarmi davvero. Que sto mi fa paura, non vorrei sbagliare».


Tu te ne freghi di me «Il nostro rapporto è esaurito, tu te ne freghi di me, io ti sfrutto e basta, che senso ha continuare a vederci? Non abbiamo niente in comune, di te non me ne frega niente». Mi allontana, non sa se fidarsi di me, se lui è importante per me.

Vuoto e angoscia «Ho sofferto per quello che ti ho scritto, non è vero niente, ma a volte non ce la faccio a tirare avanti, ho bisogno di un forte motivo per vivere». Si allontana e si avvicina, la relazione con il terapeuta non è mai certa per lui. «Tu sei la mia fata, la persona che sento più vicina. Grazie di occuparti di me, senza di te sarebbe stata durissima». «Mi sembra che mi sto rendendo conto solo adesso di quello che mi sta succedendo, mi sembra di aver dormito fino ad ora o forse mi sbaglio… forse sto continuando a dormire. Sono vissuto nell’incoscienza, era necessario per non impazzire. Svegliarsi è dura ma io lo sto facendo piano… piano... Forse sono gli sguardi sconvolti della gente o l’estrema crudeltà di altri a svegliarmi dal mio lungo sonno. Nulla è come prima, qualcosa di profondo è cambiato ma non so cosa sia. Ho paura di svegliarmi».

Il terapeuta diventa la presenza-relazione che gli è mancata, su cui lui sperimenterà e apprenderà a muoversi con il suo ritmo – né troppo vicino né troppo lontano. Un ritmo nuovo che lo aiuterà a definirsi e a confrontarsi con la fatica dell’essere se stessi nel mondo. Il sentirsi capiti dal terapeuta gli offre un’esperienza nuova: qualcuno, come lui stesso dice, può «entrare dentro di lui, può capirlo, senza invaderlo e violentarlo». Si consegna così alla relazione affettiva, non più intrusiva e violenta.

Lento risveglio «Mi sembra che mi sto rendendo conto solo adesso di quello che mi sta succedendo, mi sembra di aver dormito fino ad ora o forse mi sbaglio… forse sto continuando a dormire. Sono vissuto nell’incoscienza, era necessario per non impazzire. Svegliarsi è dura ma io lo sto facendo piano… piano... Forse sono gli sguardi sconvolti della gente o l’estrema crudeltà di altri a svegliarmi dal mio lungo sonno. Nulla è come prima, qualcosa di profondo è cambiato ma non so cosa sia. Ho paura di svegliarmi». Il contatto pieno della relazione ‘sveglia’: nulla è più come prima. Può ritornare la paura di accendere la luce, ma è una

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paura che non annienta, una paura nuova. Oggi Massimo è cambiato. Ricomporre la propria identità e ri-definirsi è stato un lungo percorso terapeutico, un viaggio che ha restituito senso a ciò che è stato affinché… per strada la gente possa guardarlo in modo nuovo per quello che è, senza stravolgerlo. E così lui può uscire e stare nel mondo senza che l’essere stato ‘pazzo’ sia l’unica esperienza da raccontare.

Abstract A partire dai nuovi sviluppi e approfondimenti della GT – la teoria del Sé e l’intercorporeità – portati avanti dall’Istituto di Gestalt Therapy Kairòs, l’Autrice propone una originale rilettura delle patologie gravi. Vengono descritte le diverse espressioni di sofferenze del paziente grave a partire dai diversi tempi e modi in cui lo sviluppo infantile è stato interrotto e compromesso. L’articolo pone particolare accento all’importanza della relazione terapeutica nel lavoro con i pazienti gravi, che, attraverso la (ri)costruzione del ground delle sicurezze di base e delle esperienze interrotte, rende dicibile la sofferenza psicotica. L’articolo si chiude con Il travaglio di un percorso terapeutico lungo e difficile che verrà presentato, nelle sue diverse fasi, attraverso un modo nuovo: le mail di un paziente psicotico. Un viaggio nell’esperienza psicotica all’interno di un luogo virtuale che ha permesso al paziente di assimilare e di ricostruire lo sfondo scontato delle sicurezze di base.

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Ade Bacterico. Vitiligo


RICERCA

L’ERRORE DI PERLS Intuizioni e fraintendimenti del postfreudismo gestaltico Intervista a Giovanni Salonia a cura di Piero A. Cavaleri

Giovanni, in un tuo recente saggio sugli stili relazionali fobicoossessivo-compulsivi1, con sorpresa ho letto che sostieni l’esistenza di due forme di energia, finora scambiate ambedue per aggressività. Una è connessa con l’esperienza della fame e della sopravvivenza, l’altra con l’esercizio del potere sul piano relazionale. Secondo la prospettiva che proponi, l’energia aggressiva si sviluppa nel bambino attraverso due momenti e con due forme ben distinte. Puoi definire meglio questa tua intuizione che mette in crisi ciò che abitualmente sostiene la Gestalt Therapy? Mi pare che tu affermi che i coniugi Perls, teorizzando l’aggressività dentale, non hanno anticipato la comparsa dell’aggressività stessa, ma hanno piuttosto scoperto un altro tipo di aggressività, diversa da quella descritta da Freud. È così? È un’affermazione che rimette profondamente in questione una delle idee chiave originarie della GT, oltre che la comprensione del suo rapporto con la psicoanalisi e del suo oltrepassamento di Freud.

Non riuscivo a comprendere come mai un approccio che era nato, per l’appunto, da una geniale intuizione sulla teoria evolutiva (l’insorgere dell’aggressione dentale nella fase orale), avesse poi messo da parte questa linea di ricerca.

Sì. Come ben sai, da quando mi sono accostato nel 1979 alla Gestalt Therapy (GT), sono stato da sempre incuriosito dal fatto che mancasse di un’articolata teoria evolutiva. Non riuscivo a comprendere come mai un approccio che era nato, per l’appunto, da una geniale intuizione sulla teoria evolutiva (l’insorgere dell’aggressione dentale nella fase orale2), avesse poi messo da parte questa linea di ricerca. L’interesse dei primi gestaltisti per la teoria evolutiva fu, infatti, molto ridotto e furono pochi i libri su questo tema (sia sul lavoro gestaltico con i bambini sia su un modello di teoria evolutiva gestaltica). Isadore From usava raccomandare un testo che lui riteneva, anche implicitamente, profondamente gestaltico: The lives of children3. Altri testi non ebbero molta fortuna ed emerse solo il testo della Oklander4, che riguarda il lavoro gestaltico con i bambini. Ricordo una cena con Isadore nel Luglio del 1993 a Souillac5, dove aveva una casetta

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cui era molto legato. Riprendemmo il tema dell’evolutiva in GT e lui mi rispose che noi gestaltisti dovevamo fare riferimento alla teoria evolutiva di Freud: una teoria molto elegante che andava modificata unicamente sull’aggressività dentale (cioè secondo la geniale intuizione di F. Perls). Non cito a memoria perché Isadore non gradiva che si affermasse: «From ha detto questo e quest’altro»; piuttosto – credo per la sua lunga esperienza di lavoro con i borderline – preferiva: «Questo è quello che io ho inteso, questo è quello che ho capito». Come sappiamo, anche se già Abraham aveva parlato di una sottofase sadica nella fase orale6, fu Perls (in particolare in Ego, hunger and aggression7) a cogliere la centralità di questa nuova prospettiva e a farne un cardine di cambiamenti decisivi dei paradigmi della terapia e dell’apprendimento.

A cosa pensi sia dovuta questa carenza? Il disinteresse della GT nei confronti di una teoria evolutiva, a ben guardare, rientrava nello Zeitgeist delle terapie umanistiche (penso alla coeva CCT – Client Centered Therapy – che dedica ad un abbozzo di teoria evolutiva solo poche pagine nel testo di Rogers e della Kinget8). Erano approcci intenti a portare avanti le applicazioni terapeutiche del ‘qui-e-adesso’ e temevano che l’interesse per la teoria evolutiva ne diluisse la novità e rappresentasse un inutile rimando eziologico e clinico alla psicoanalisi, da cui si stavano differenziando. Ricorderai, al riguardo, la famosa affermazione di Perls: «Niente esiste se non qui ed ora»9. Ma, così facendo, gli approcci umanistici (ammesso che la GT lo sia, ed io – come ben sai – sostengo che lo è solo parzialmente, proprio in forza di quel legame con il freudismo di cui parlava From) persero di vista la necessità di includere nella costruzione di un approccio psicoterapico – oltre alla teoria della personalità (come funziona l’organismo animale umano), alla teoria della patologia (come accade che non funzioni) e alla teoria della terapia (come si ripristina il benessere) – anche la teoria evolutiva (come l’organismo animale umano si sviluppa e si forma). Un modello di crescita, infatti, non serve solo per il lavoro terapeutico con i bambini o per un lavoro psicoterapeutico di matrice psicoanalitica, ma – essendo intimamente connesso con

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Un modello di crescita non serve solo per il lavoro terapeutico con i bambini o per un lavoro psicoterapeutico di matrice psicoanalitica, ma diventa paradigma e metafora dei percorsi evolutivi della stessa relazione terapeutica. L’inclusione di una teoria evolutiva non solo non ostacola il lavoro sul presente, ma ne facilita la comprensione e ne esalta la pregnanza.

Una teoria evolutiva gestaltica, ha la funzione di rispondere alla domanda se sia possibile delineare un quadro epigenetico dei vari passaggi che concorrono a formare la competenza al contatto e al ritiro dal contatto.

gli altri capitoli – diventa paradigma e metafora dei percorsi evolutivi della stessa relazione terapeutica, come si evidenzia con puntualità nel lavoro con i pazienti gravi10. Credo che da qualche tempo, nella comunità gestaltica, si è pronti a riconoscere che l’inclusione di una teoria evolutiva non solo non ostacola il lavoro sul presente, ma ne facilita la comprensione e ne esalta la pregnanza. Riflessione questa che – come hai ben detto nel tuo ormai classico La profondità della superficie11 – acquista particolare rilievo per i terapeuti della Gestalt. Noi, infatti, non lavoriamo sul presente ma sull’intenzionalità relazionale dell’organismo12, ossia sul ‘presente-in-divenire’ (secondo il neologismo inglese ‘now-for-next’). Una teoria evolutiva gestaltica, in effetti, ha la funzione di rispondere alla domanda se sia possibile delineare un quadro epigenetico dei vari passaggi che concorrono a formare la competenza al contatto e al ritiro dal contatto. E se – come ho scritto recentemente in un contributo sul confine di contatto nella GT – «L’Io non si dà fin dall’inizio in quanto Io, ma ‘deve arrivare a se stesso’»13, allora anche la competenza al contatto si forma attraverso un primo percorso evolutivo. Tornando alla mia ricerca, decisivo è stato per me l’incontro con la teoria evolutiva di Stern14. Mentre la Mahler15 aveva dato una teoria evolutiva al modello delle relazioni oggettuali, Stern offrì una teoria evolutiva ai teorici del sé16 partendo (come i coniugi Perls) non dal paziente grave, ma dall’osservazione ‘fenomenologica’ del bambino. Ciò che mi colpì nella teoria evolutiva di Stern fu proprio il linguaggio molto vicino a quello gestaltico: parlava in termini di esperienza, di sviluppo del sé, di schemi dell’essere-con, di contatto madre-bambino. Fu così che già nel 1989 mi avventurai alla stesura del testo Dal Noi all’Io-tu17, che – nonostante avesse creato, sul momento, delle perplessità perché decisamente innovativo18 – si è rivelato un contributo fecondo a livello sia teorico che clinico. Dal noi all’io-tu esprime un modello di teoria evolutiva gestaltica (supportata anche dal confronto sinottico con altri modelli inerenti19), che non solo delinea le fasi di sviluppo (e le patologie) della formazione alla competenza al contatto del bambino, ma si pone anche come chiave di lettura della patologia grave e diventa paradigma dei percorsi che si snodano in una relazione tra partners20, all’interno di un gruppo21, tra docente e allievi22,

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tra terapeuta-paziente23. Nel mio insegnamento della teoria evolutiva gestaltica – rispettando in modo inconsapevole l’indicazione di From – inizio sempre dalla rilettura della teoria evolutiva di Freud. Parlo di ‘rilettura’ in quanto non si tratta di una riproposizione (peraltro scontata) delle fasi evolutive, ma di una esplorazione di queste fasi alla luce dell’ermeneutica corporea e relazionale della GT: quale vissuto corporeo e quale corrispondente schema del ‘tra-esser-ci’24 contrassegna ogni fase. Tale metodo (riapprendere l’evolutiva a partire dall’esperienza) rende ancora più condivisibili le parole di From: la teoria evolutiva di Freud è elegante ed – aggiungerei – decisamente geniale25. Una caratteristica, infatti, che la rende unica, come una pietra miliare insuperabile, è il fatto che essa è stata costruita sulla corporeità e sulle sue vicissitudini26. L’intuizione dei Perls – anch’essa geniale – scopre un momento evolutivo corporeo-relazionale non colto da Freud27 (i processi complessi della masticazione), ma che, a sua volta, è costitutivo di un paradigma d’apprendimento e di relazione profondamente nuovo (quello da cui è nata la GT).

La particolare attenzione che rivolgi alle più arcaiche esperienze aggressive che il bambino sperimenta, attraverso gli orifizi orale ed anale, rimanda per un verso alla tradizione psicoanalitica classica di Freud e per altri aspetti al ‘confine di contatto’ teorizzato da Perls. Chi dei due autori ha stimolato maggiormente la tua riflessione? Ottima domanda perché apre temi attuali della teoria evolutiva. Non vedo decisive opposizioni tra le tante intuizioni della teoria evolutiva di Freud e quelle della GT. Quando si descrive lo sviluppo del bambino rimanendo nell’orizzonte fenomenologico (ed è questa, in ultima analisi, la novità dell’Infant Research da Stern in poi), le differenze diventano solo arricchimento. Freud scoprì che nel corpo del bambino avvenivano cambiamenti di attenzioni a parti del corpo che si succedevano in una sequenzialità epigenetica (le ‘fasi’). La novità della prospettiva gestaltica è quella di guardare a questi cambiamenti non solo come propri del corpo del bambino, ma come modifica delle modalità corporee e relazionali tra la figura genitoriale e il

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L’intuizione dei Perls scopre un momento evolutivo corporeorelazionale non colto da Freud (i processi complessi della masticazione), ma che, a sua volta, è costitutivo di un paradigma d’apprendimento e di relazione profondamente nuovo (quello da cui è nata la GT).


Si tratta di descrivere come si evolvono il sé del bambino e il sé della figura genitoriale quando si incontrano al confine di contatto: una sorta di teoria evolutiva ‘dei sé al confine di contatto’.

Mentre è possibile parlare di una concatenazione retrospettiva dal malessere adulto all’infanzia, al contrario è impossibile un discorso opposto che vada dall’evento infantile al disagio dell’età adulta.

Tra infanzia e vita adulta si debba parlare di un rapporto di apprendimenti di schemi relazionali funzionali o disfunzionali (e qui, siamo oltre Freud).

bambino. In altre parole, si tratta di descrivere come si evolvono il sé del bambino e il sé della figura genitoriale quando si incontrano al confine di contatto: una sorta di teoria evolutiva ‘dei sé al confine di contatto’. A questo punto, prima di procedere oltre, è necessario accennare a due dei temi oggi particolarmente presenti nel dibattito sull’evolutiva. Il primo riguarda il sostenere – come fosse una novità – la mancanza di nesso di causalità tra l’infanzia e la patologia adulta. Non solo ovviamente Perls, ma lo stesso Freud aveva affermato che mentre è possibile parlare di una concatenazione retrospettiva dal malessere adulto all’infanzia, al contrario è impossibile un discorso opposto che vada dall’evento infantile al disagio dell’età adulta. Credo che ci sia – da tempo! – una convergenza di massima sul fatto che tra infanzia e vita adulta si debba parlare di un rapporto di vulnerabilità e, nella fattispecie, di apprendimenti di schemi relazionali funzionali o disfunzionali (e qui, come vedi, siamo oltre Freud). Il secondo riguarda il dibattito tra ‘fasi’ e ‘domini’. Molti gestaltisti hanno sposato la ‘teoria dei domini’ di Daniel Stern28. Personalmente, dopo aver discusso (direi, in lungo e in largo) con Daniel anche su questo tema, condivido le sue domande/esigenze (una teoria evolutiva deve essere flessibile, non preordinata e non causale), ma non rimango per nulla convinto dell’ipotesi che il concetto di ‘dominio’ debba o possa sostituire quello di ‘fasi’. Parlando di ‘fasi’ e di ‘domini’, infatti, si guarda a due tipi di apprendimento differenti: le ‘fasi’fanno riferimento ai passaggi necessari per lo sviluppo di una competenza articolata, che si costruisce lungo una sequenza epigenetica (la capacità di relazione)29. I ‘domini’ fanno riferimento all’acquisizione di competenze singole meno articolate (o ‘domini’, appunto) che non necessitano di percorsi connessi a livello evolutivo. Ma di questo e di altri temi evolutivi parlo più dettagliatamente in un mio prossimo contributo. Torniamo, adesso, al nostro tema di fondo. Se rileggiamo la teoria evolutiva freudiana, restiamo stupiti dalla genialità di Freud nell’avere intuito la centralità degli sfinteri innominabili nella cultura repressiva vittoriana. In ogni fase è uno sfintere o una parte del corpo che, attraverso l’attenzione e il piacere, viene sensibilizzata ed emerge come figura dalla

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Se assumiamo la cifra ermeneutica propria della GT (la prospettiva corporea e relazionale) vediamo negli sfinteri non solo confini/frontiere tra organismo e ambiente, ma anche il paradigmi di differenti modelli di contatto (che si succedono) tra il corpo del bambino e quello di chi si prende cura (ecco l’elemento postfreudiano!).

È sbagliato affermare che l’aver scoperto l’aggressività dentale dentro la fase orale coincida o comporti l’anticipare l’aggressività anale nella fase orale.

Si tratta di due tipi di energie e di due stili relazionali completamente differenti.

globalità del corpo, che è sfondo attivo. Ogni fase è, quindi, intimamente e profondamente corporea. Se, poi, assumiamo la cifra ermeneutica propria della GT (la prospettiva corporea e relazionale) vediamo negli sfinteri non solo confini/frontiere tra organismo e ambiente, ma anche il paradigma di differenti modelli di contatto (che si succedono) tra il corpo del bambino e quello di chi si prende cura (ecco l’elemento postfreudiano!). Ogni fase si configura, a questo punto, come intimamente corporea e relazionale. Nella fase orale si è interessati al ‘fuori-che-entra-dentro’; nella fase anale al ‘dentro-che-va-fuori’30; nella fase di genere31, poi, si scoprono sia l’autonomia corporea sia la sua direzionalità verso un altro corpo; nella fase genitale, infine, si realizza la pienezza dell’incontro ‘dentro-fuori’. E permettimi di sottolineare che il fatto stesso che queste fasi (a valenza corporeo-relazionale) si succedano in modo spontaneo (nessuna figura genitoriale32 si rivolge al figlio dicendogli: «Adesso devi passare ad un’altra fase!») è una dimostrazione – ma Freud non l’ha capito – dell’esistenza di un’intima autoregolazione organismica e relazionale. Proprio all’interno di questa lettura (che differenzia gli stili relazionali delle diverse fasi) emerge l’errore di Perls: è, infatti, sbagliato affermare che l’aver scoperto l’aggressività dentale dentro la fase orale coincida o comporti l’anticipare l’aggressività anale nella fase orale. Si tratta di due tipi di energie e di due stili relazionali completamente differenti. Come ben sai, questo errore è (stato) sostenuto da Perls e dalla comunità gestaltica. A riguardo ti cito un testo autorevole: «Lo spostamento del rifiuto dal livello anale a quello orale implica una diversa possibilità. Innalza la capacità di dire no altrettanto liberamente quanto sì – la capacità di ribellarsi tanto quanto quella di adeguarsi – dalla camera infima in cui giace sepolta fino alla bocca, il luogo del mangiare, del masticare, del gustare, ma anche del linguaggio e a volte dell’amore»33. Sono le parole con cui Isadore From e Vincent Miller introducono la nuova edizione di Gestalt Therapy. Che tristezza aver intuito tale errore solo in questi ultimi anni e non aver avuto la possibilità di discuterne con Isadore!

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Spiegami meglio questo errore. Vedi, in questa prospettiva teorica si fa confusione tra l’energia/ aggressività fisiologica presente nella fase orale e l’energia/potere della fase anale. Quando emergono la capacità e l’esperienza del mordere, il bambino esprime una sana aggressività nei confronti del cibo, ossia del ‘fuori-che-entra-dentro’ (e Perls intuì il fatto che Freud non aveva visto che l’apprendimento avviene, da subito, anche mordendo)34. Ma l’energia/aggressività dentale è radicalmente differente, a livello corporeo e relazionale, da quella che emerge nella fase anale. Quella che il corpo del bambino sperimenta nella fase anale, infatti, non è una forza nei confronti del ‘fuori-che-entra-dentro’, ma è la forza di un potere proprio, autonomo, che si esprime nel trattenere/lasciare andare qualcosa ‘da-dentro-verso-fuori’: diverso è qui il coinvolgimento del corpo, diversa la modalità relazionale che in questa fase si inaugura e si sperimenta. L’aspetto relazionale sarà dovuto sia alle regole che il bambino riceve per confinare tale potere, sia al fatto che la figura genitoriale ‘attende’ il prodotto del suo corpo (dando così, in modo fisiologico, nuovo potere al bambino).

E se cambia l’atteggiamento dell’altro, tutta la relazione si configura in modo diverso… Esatto. C’è anche questo da considerare. Diventa una situazione relazionale diversa, in una fase evolutiva diversa e con conseguenze diverse sulla crescita e sullo stile relazionale. Confonderle è proprio un errore.

Bene. Ma dimmi un po’: affermare, in ambito gestaltico, l’esistenza di due ben distinte forme di energia – l’una dentale (nei confronti dell’ambiente) e l’altra anale (come potere del sé) – quali implicazioni o mutamenti di prospettiva può introdurre sia sul piano teorico che clinico? L’aver confuso due tipi di forza e due momenti evolutivi ha prodotto, a mio avviso, nella teoria e nella pratica della GT, qualche lacuna

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L’energia/aggressività dentale è radicalmente differente, a livello corporeo e relazionale, da q u e l l a   c h e   e m e rge nella fase anale. Quella che il corpo del bambino spe rimenta nella fase anale, infatti, non è una forza nei confronti del ‘fuori-cheentra-dentro’, ma è la forza di un potere proprio, autonomo, che si esprime nel trattenere/lasciare andare qualcosa ‘da-dentro-versofuori’.


Nella fase anale ci si appropria della capacità autonoma di trattenere/lasciare andare: esperienza, questa, che viene vissuta come esperienza di potere.

Il potere entra in gioco come definizione di se stessi e della propria capacità di influire e modificare l’ambiente.

Solo partendo dalla categoria del potere personale (e non dall’aggressività, anche sana) è possibile vivere relazioni chiare perché definite dentro l’asimmetria o la simmetria del contesto relazionale.

e qualche ambiguità. Può sembrare un dettaglio, è vero, ma non diciamo – noi gestaltisti – che cambiare un dettaglio può modificare la percezione globale? Si tratta di ricercare le ricadute di questo fraintendimento. Ne accenno qualcuna. Nella fase anale – dicevo – ci si appropria della capacità autonoma di trattenere/lasciare andare: esperienza, questa, che viene vissuta come esperienza di potere. Il potere, però, non va confuso con l’aggressività tout court: l’etichettare la fase anale come ‘opposizione’ è solo la lettura che ne dà la figura genitoriale quando non riesce a sintonizzarsi con il bambino. È chiaro infatti che, se l’adulto innesca una lotta di potere, allora il bambino userà lo sfintere anale per portare avanti la guerra in termini di opposizione ostinata (trattenere o sporcare). Possiamo pensare che un primo effetto della confusione tra energia/aggressività ed energia/potere in GT sia stato proprio il fatto che in GT non si parli abitualmente di potere, neppure quando si lavora con la famiglia e con la coppia. Quando ne chiedevo la ragione ai miei trainers, mi rispondevano che il tema del potere emerge quando non si sperimenta un contatto pieno. Risposta, forse, alquanto riduttiva e incompleta. Il potere, infatti, non entra in gioco solo come lotta per la supremazia, ma principalmente come definizione di se stessi e della propria capacità di influire e modificare l’ambiente. Il potere, in altre parole, ci chiede una rivisitazione della funzione-personalità del sé. Qualche esempio a livello formativo e clinico. Ricordo tante discussioni con Richard Kitzler, del NYIGT, quando lo invitavamo35 ad insegnare nei nostri programmi di training e sosteneva (insieme a molti altri del suo gruppo) che il rapporto trainer-allievi sia paritario. I nostri dibattiti spesso si concludevano con la mia domanda provocatoria: «Se tu hai un rapporto paritario con i nostri studenti, allora perché dovremmo pagarti?». Far finta che non esista un potere (che è altra cosa rispetto all’aggressività), dare l’impressione falsa che i rapporti siano paritari (negando precise responsabilità e aspetti contenutistici del contendere) crea certamente delle confusioni e, a volte, anche manipolazioni. Solo partendo dalla categoria del potere personale (e non dall’aggressività, anche sana) è possibile vivere relazioni chiare perché definite dentro l’asimmetria o la simmetria del contesto relazionale.

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La novità del mio modello gestaltico di terapia familiare (che integra il modello antico della funzione-es del sé e quello attuale della funzione-Io del sé)36 deriva proprio dalla riscoperta del potere in GT e, quindi, dell’importanza della funzione-personalità del sé nella terapia familiare. Se una madre confida alla figlia dodicenne: «Io soffro perché mi sento sessualmente ignorata da tuo padre», mentre – da una parte – sembra esprimere in modo corretto il suo vissuto, dall’altra compie un grave abuso di potere a livello educativo che si configura come disturbo della funzionepersonalità del sé (slittamento del contesto da asimmetrico in simmetrico). Comprendendo e approfondendo la differenza fra aggressività e potere, fra fase orale e fase anale, fra il confine di contatto intercorporeo attivato dallo sfintere orale e quello attivato dallo sfintere anale, si può produrre un avanzamento importante della teoria gestaltica, facendole superare un decisivo fraintendimento del suo postfreudismo. La teoria della GT, in pratica, se studiata ed esplorata a fondo, mostra come non abbiamo bisogno di protesi o stampelle estrapolate dalle teorie sistemiche per includere, in modo elegante e coerente, la differenza dei contesti e la linea generazionale nel lavoro terapeutico. Altro esempio clinico. Durante una seduta squilla il cellulare (che ho dimenticato di spegnere) e il paziente mi dice, con tono alterato, di spegnerlo. Io gli rispondo: «Hai ragione, è un tuo diritto chiedere che io spenga il cellulare. Solo una curiosità: ti va di parlare del fatto che ho percepito nella richiesta un tono, a mio avviso, alterato? Come ti senti nel farmi la richiesta?». Era importante, in questa interazione, distinguere fra il potere del paziente (che aveva il diritto di richiedere che il cellulare fosse spento) e il tono (impaurito? rivendicativo?) della richiesta. In quel caso non solo il paziente si sentì rispettato e riconosciuto nel suo potere, ma emerse anche la sua paura/rabbia nel chiedere ciò che era un suo diritto: consapevolezza, questa, che produsse un avanzamento significativo nella terapia. Se avessi focalizzato solo l’aggressività, senza evidenziare il contesto del potere, avrei confuso il paziente. Capisco sempre più perché From ci ripeteva spesso di essere attenti a non confondere i pazienti. Tornando al nostro tema, è ovvio, caro Piero, che siamo agli inizi di una riflessione e di una ricerca.

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La novità del mio modello gestaltico di terapia familiare (che integra il modello antico della funzione-es del sé e quello attuale della funzione-Io del sé) deriva proprio dalla riscoperta del potere in GT e, quindi, dell’importanza della funzione-personalità del sé nella terapia familiare.

Comprendendo e approfondendo la differenza fra aggressività e potere, fra fase orale e fase anale, fra il confine di contatto intercorporeo attivato dallo sfintere orale e quello attivato dallo sfintere anale, si può produrre un avanzamento importante della teoria gestaltica, facendole superare tendimento del suo postfreudismo.


Vero! Un’altra cosa: nel discutere sull’aggressività anale, Freud fa un cenno al rilascio delle feci come ad una primordiale esperienza di dono, di donazione di sé, da parte del bambino. Qual è il tuo pensiero al riguardo?

Per quanto possiamo essere belli e bravi, produciamo rifiuti che disturbano gli altri e vanno gestiti in modo riservato e del tutto solitario.

Una regola, può essere vissuta come espressione del potere personale all’interno di una relazione o come regola imposta autoritariamente da una relazione in cui viene negato il potere dell’altro. Da questo apprendimento passa il crinale tra apprendere le regole che mergono dall’autoregolazione della relazione e quelle che necessitano di un superio, nella logica di un diktat imposto dall’esterno.

Un altro tema legato alla fase anale – e di grande importanza nelle relazioni e nella crescita – è il rapporto con la cacca. L’accorgersi e l’appropriarsi della produzione della propria cacca – ci ha detto Freud – rappresenta una nuova tappa nello sviluppo del bambino. Si tratta per lui di entrare in un nuovo universo personale e relazionale. Il bambino scopre che mentre si mangia assieme, la cacca la si fa da soli (e per di più concentrati sul e nel proprio corpo). È una svolta nella quale si sperimenta in modo nuovo la solitudine, il corpo, il potere. Si apprende un nuovo senso di pudore, molto diverso da quello che serve a custodire la propria intimità/nudità. Si tratta del pudore del limite: per quanto possiamo essere belli e bravi, produciamo rifiuti che disturbano gli altri e vanno gestiti in modo riservato e del tutto solitario. Lo so che sembra un discorso poco elegante, tuttavia credo che se da sempre su questo c’è stato un certo fisiologico imbarazzo – basti pensare all’etimo greco: ‘cose brutte’ – oggi esso venga appesantito dal contesto sociale narcisistico/postmoderno, che tenta di negare questo dato-limite dell’esistenza. Ricordi il capitolo in cui Kundera, nell’Insostenibile leggerezza dell’essere37, racconta del figlio di Stalin che si uccide piuttosto che pulire la merda e conclude affermando che Dio e la cacca non possono stare assieme? Chi si sente Dio nega, infatti, la propria cacca e, negandola, la rende insopportabile anche a se stesso. Nella fase anale, peraltro, si apprende la regola precisa che la cacca va fatta nel vasino. Momento, questo, delicato ma decisivo per l’emergere delle regole nei contesti relazionali. Una regola, infatti, può essere vissuta come espressione del potere personale all’interno di una relazione (Perls direbbe: «Puoi pulirti da solo») o come regola imposta autoritariamente da una relazione in cui viene negato il potere dell’altro. Da questo apprendimento passa il crinale tra apprendere le regole che mergono dall’autoregolazione della relazione e quelle che necessitano di un super-io, nella logica di un diktat imposto dall’esterno.

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Come vedi, ci troviamo in uno schema relazionale molto differente da quello che si vive nella fase orale. Diventa sempre più evidente come sia proprio errato parlare di un’anticipazione dell’aggressività anale nella fase orale. Si tratta, quindi, di (ri)prendere da questa prospettiva temi e processi (quali il potere, il limite, le regole) che possono arricchire molte prospettive teoriche e cliniche della GT. A mio avviso questo percorso eviterebbe – e qui torno alla grande lezione di From38 – il ricorso ad altri approcci: giustapposizioni che si rivelano, a lungo andare, poco eleganti a livello teorico e poco efficaci a livello clinico39.

Negli ultimi tempi parli spesso di ‘intercorporeità’, soprattutto in riferimento alla funzione-es del sé. Questo interessante paradigma teorico-clinico, ‘l’intercorporeità’ appunto, come può essere rivisitato alla luce delle due diverse forme di aggressività, o meglio della distinzione fra aggressività e potere che hai ora messo in luce? Ed inoltre: le tue riflessioni sull’aggressività sembrano delineare una teoria dello sviluppo tutta centrata sull’esperienza percettiva (etero e propriocettiva). Il bambino sperimenta sempre le prime forme di riconoscimento o di squalifica della madre attraverso la percezione. Puoi dire qualcosa di più specifico al riguardo? Gli umani vivono in un’inevitabile traità: da tempo evito di parlare di ‘con-esser-ci’ (pur con la sua fascinosa eco heideggeriana) e preferisco parlare, di norma, di ‘tra-esser-ci’40. E la traità è sempre corporea e comunque intercorporea. L’intercorporeità è, infatti, una categoria puntuale a livello teorico ed efficace dal punto di vista clinico proprio in una prospettiva squisitamente gestaltica. Ad esempio, in GT si parla di interruzioni di contatto, ma questo concetto diventa fenomenologicamente osservabile e raggiungibile solo se si coglie nel suo essere – come direbbe Henry41 – ‘incarnato’ a livello intercorporeo. Perché alcuni introietti genitoriali diventano rigidi (e condizionano in modo pesante la funzionalità di un organismo) mentre altri no? Perché certi introietti (quelli rigidi, resistenti ad ogni intervento verbale) sono stati trasmessi non solo a parole, ma dentro una tensione intensa che dal corpo della figura genitoriale è passata a quello del bambino. Senza tener presente l’intercorporeità,

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La traità è sempre corporea e comunque intercorporea.


Dove l’attenzione alla traità corporea diventa particolarmente visibile e di grande (e, a volte, immediata) efficacia è nelle sedute familiari. Nell’enterocezione del corpo bisogna includere non solo la propriocezione (sentire il mio corpo), ma anche la percezione del corpo (o dell’ambiente non umano) che mi sta vicino. I pensieri provocano modifiche corporee, dando vita ad una circolarità corpo-pensiero- c o rpo, ma il punto di partenza di questa circolarità rimane il corpo o, aggiungo, la relazione tra i corpi. È lo stesso concetto di intersoggettività che può (e deve) arricchirsi delle categorie gestaltiche dell’intenzionalità (e, aggiungo, dell’intercorporeità) per non rimanere ad un mero livello descrittivo.

allora, il lavoro sulle interruzioni diventa lentissimo e, spesso, inefficace. Dove l’attenzione alla traità corporea diventa particolarmente visibile e di grande (e, a volte, immediata) efficacia è nelle sedute familiari. Nel mio modello di terapia familiare42 sottolineo molto il dato processuale che ogni corpo nella famiglia prende forma e postura a seconda del corpo che gli sta vicino, di quello che sta più lontano, di quello che gli sta di fronte (la prossemica relazionale nella famiglia, cioè, determina la formazione dello schema corporeo). In questo senso – e mi riferisco alla seconda parte della tua domanda – è utile tenere presente che nell’enterocezione del corpo bisogna includere non solo la propriocezione (sentire il mio corpo), ma anche la percezione del corpo (o dell’ambiente non umano)43 che mi sta vicino44. Teoria fra l’altro condivisa, a mio modo di vedere, da un autore a te molto caro, Damasio45, quando conferma a livello di neuroscienze l’ipotesi (da tempo proposta da varie teorie psicoterapiche) della centralità delle emozioni di base – background feelings – nelle decisioni e nelle interazioni. Si può affermare, a questo punto, che i pensieri su se stessi e quelli relazionali emergono nell’intercorporeità, ovvero dal corpo in interazione con altri corpi. È vero – come viene sostenuto – che, a loro volta, anche i pensieri provocano modifiche corporee, dando vita ad una circolarità corpo-pensiero-corpo, ma sempre più le neuroscienze sembrano confermare che il punto di partenza di questa circolarità rimane il corpo o, aggiungo, la relazione tra i corpi. Io credo che le categorie intimamente gestaltiche dell’intercorporeità e della correlata intenzionalità organismica relazionale rimangono delle intuizioni ermeneutiche e cliniche geniali, ancora inesplorate non solo dalle altre psicoterapie, ma anche, in parte, dalla comunità gestaltica. Non pochi gestaltisti46, da qualche tempo, tentano di giustapporre il concetto di intersoggettività47 al corpus teorico-clinico della GT, ma alcune di queste operazioni, come a suo tempo aveva previsto From48, si rivelano interventi di inutile maquillage. Non ci si rende conto, infatti, che le cose possono stare al contrario: è lo stesso concetto di intersoggettività che può (e deve) arricchirsi – come io ho sempre sostenuto e lo stesso Stern ha riconosciuto49 – delle categorie gestaltiche dell’intenzionalità (e, aggiungo, dell’intercorporeità) per non rimanere, a mio avviso, ad un mero livello descrittivo.

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Ma questo è un altro discorso, che – come ti dicevo – riprenderò in modo sistematico in un lavoro che sto ultimando sui contributi della GT all’Infant Research. Per il momento, grazie delle tue domande, come sempre competenti e puntuali. Possiamo lasciarci con l’impegno di una mia prossima intervista a Piero Cavaleri riguardo alle sue ricerche sulla relazionalità?

Certo! L’idea mi piace molto. Grazie, Giovanni. Alla prossima.

Note 1 G. Salonia (2010), L’angoscia dell’agire tra eccitazione e trasgressione. La Gestalt Therapy e gli stili relazionali fobico-ossessivo-compulsivi, in «GTK Rivista di Psicoterapia», 1, 19-55. 2 F. Perls (1995) (ed. or. 1942), L’io, la fame e l’aggressività, Franco Angeli, Milano. 3 G. Dennison (1969), The lives of children – the story of the first street school, Random House, New York. 4 V. Oklander (2009), Il gioco che guarisce. La Psicoterapia della Gestalt con bambini e adolescenti, ed. EPC, Catania. 5 Cfr. G. Salonia (1994), L’elogio della debolezza. In memoria di I. From, in «Quaderni di Gestalt», X, 18/19, 53-57. 6 K. Abraham (1985), Opere, Bollati Boringhieri, Torino. 7 F. Perls (1995) (ed. or. 1942), L’io, la fame e l’aggressività, cit.; ivi, cfr. M. Spagnuolo Lobb, G. Salonia, Introduzione all’edizione italiana, 7-12. 8 C. R. Rogers, G. M. Kinget (1970), Psicoterapia e relazioni umane, Bollati Boringhieri, Torino. 9 F. Perls (1969), Gestalt therapy verbatim, Real People Press, Moab. 10 Cfr., su questa linea: V. Conte (2001), Il lavoro con un paziente seriamente disturbato: l’evoluzione di una relazione terapeutica, in M. Spagnuolo Lobb (ed.), Psicoterapia della Gestalt. Ermeneutica e clinica, Franco Angeli, Milano, 111-119. Sulla prospettiva delle relazioni oggettuali: F. Pine (1995) (ed. or. 1985), Teoria evolutiva e processo clinico, Bollati Boringhieri, Torino. Cfr. V. Conte, La Gestalt Therapy e i pazienti gravi, in «GTK Rivista di Psicoterapia»,

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2, 17-46. 11 P. Cavaleri (2003), La profondità della superficie, Franco Angeli, Milano. 12 Per la transizione gestaltica dal ‘qui-e-adesso’ (here-and-now) al now-for-next, cfr. G. Salonia (1992), Tempo e relazione. L’intenzionalità relazionale come orizzonte ermeneutico della Psicoterapia della Gestalt, in «Quaderni di Gestalt», VIII, 14, 7-21. 13 G. Salonia (2011), Il paradigma triadico della traità, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani (in press). 14 D. Stern (1987) (ed. or. 1985), Il mondo interpersonale del bambino, Bollati Boringhieri, Torino. 15 M. S. Mahler, F. Pine, A. Bergman (1978) (ed. or. 1975), La nascita psicologica del bambino, Bollati Boringhieri, Torino. 16 G. Gabbard (2007) (ed. or. 2005), Psichiatria psicodinamica, Raffaello Cortina, Milano. 17 G. Salonia (1989), Dal Noi all’Io-Tu: contributo per una teoria evolutiva del contatto, in «Quaderni di Gestalt», V, 8/9, 45-54. 18 L’articolo ebbe una buona risonanza, fu tradotto in varie lingue ed usato come testo base della evolutiva in GT in diverse scuole. Tuttavia l’editore di Gestalt Therapie, pubblicandone la versione tedesca, aggiunse una sua nota per prenderne le distanze. Cfr. G. Salonia (1990), Von Wir zum Ich-Du. Ein Beitrag zu einer Entwiklungstheorie des Kontacts, in «GestaltTherapie», J. 2, n. 4, 44-53. 19 Nel contributo è presente una sinossi con le prospettive di: M. Mahler, F. Pine, A. Bergman (1978) (ed. or. 1975), La nascita psicologica del bambino, cit.; D. Stern (1987) (ed. or. 1985), Il mondo interpersonale del bambino, cit.; K. Wilber (1989), Lo spettro dello sviluppo, in K. Wilber, J. Engler, D. Brown, Le trasformazioni della coscienza, Astrolabio, Roma, 58-94. 20 V. Conte (1998-99), Dalla appartenenza alla individuazione: come restare coppia, in «Quaderni di Gestalt», XIV-XV, 26-29, 134-136; V. Conte (2008), Essere coppia nella postmodernità, in A. Ferrara, M. Spagnuolo Lobb (eds.), Le voci della Gestalt. Sviluppi e innovazioni di una psicoterapia, Franco Angeli, Milano, 168-173. 21 G. Salonia (1994), Kairòs. Animazione comunitaria e direzione spirituale, EDB, Bologna. 22 P. Cavaleri, G. Lombardo, C. Usai (1993), Insegnante-allievo: una relazione nell’ottica della Gestalt Terapia, in «Quaderni di Gestalt», IX, 16/17, 57-68.

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23 G. Salonia (1992), Tempo e relazione, cit. 24 Credo che la formula di Stern ‘essere-con’ debba essere corretta, a livello fenomenologico, in ‘con-esser-ci’. 25 Si può ritenere questa, a mio avviso, una delle scoperte più originali di tutto il corpus freudiano. 26 Sappiamo come Freud prestasse, inizialmente, maggiore attenzione e contatto al corpo del paziente. Cfr., al riguardo, G. Salonia (2008), La psicoterapia della Gestalt e il lavoro sul corpo. Per una rilettura del fitness, in S. Vero, Il corpo disabitato. Semiologia, fenomenologia e psicopatologia del fitness, Franco Angeli, Milano. 27 Anche su questo punto è evidente il debito che Freud paga allo Zeitgesist. 28 Ad es. M. Gillie (2000), Daniel Stern: una teoria evolutiva per la Gestalt?, in «Quaderni di Gestalt», XX, 30/31, 22-39; G. Weeler (2000), Per un modello di sviluppo in Psicoterapia della Gestalt, in «Quaderni di Gestalt», XX, 30/31, 40-57; N. Friedman (2000), La ricerca di Daniel Stern e le sue implicazioni per la Psicoterapia della Gestalt, in «Quaderni di Gestalt», XX, 30/31, 150-155. 29 Per una presentazione di apprendimenti del bambino a largo raggio (aggiuntivi alla competenza relazionale) cfr., ad es., N. Dell’Agli (2000), Il viaggio del bambino alla ricerca di sé e dell’altro. Intervista a Paola Molina, in «Quaderni di Gestalt», XX, 30/31, 86-92. 30 Esperienze come vomitare, sputare, etc., sembrano muoversi ‘dal dentro al fuori’, ma si tratta in verità di un rifiuto di ciò che era entrato ‘dal fuori al dentro’. 31 Condivido in pieno la prospettiva della Irigaray – L. Irigaray (1974), Viva la differenza sessuale!, in A. Cavarero, F. Restaino (eds.) (2002), Le filosofie femministe, Bruno Mondadori, Milano, 173-178 – che modifica il nome e la prospettiva della ‘fase fallica’ in ‘fase di genere’. Cfr., al riguardo, G. Salonia (2005), Introduzione, in P. L. Righetti, Ogni bambino merita un romanzo, Carocci Faber, Roma. 32 Preferisco, per ragioni estetiche, questo termine a caregiver. 33 I. From, M. V. Miller (1997), Introduzione alla nuova edizione di Gestalt Therapy, in F. Perls, R. Hefferline, P. Goodman (1997) (ed. or. 1951), Teoria e pratica della Terapia della Gestalt. Vitalità e accrescimento nella personalità umana, Astrolabio, Roma, 14-15. 34 Otto Rank per primo intuì la valenza positiva e di crescita della volontà di opposizione del paziente (Gegenwille). Cfr. O. Rank, (1976), Volontè et psychoterapie, Payot, Paris. 35 Diversamente da quanto afferma Dan Bloom – D. Bloom (2009), In

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memoriam: Richard Kitzler, in «Quaderni di Gestalt», XXII, 1, 133134 – Richard era invitato anche dal sottoscritto come co-direttore dell’Istituto di Gestalt HCC. 36 G. Salonia (2010), Lettera ad un giovane psicoterapeuta della Gestalt. Per un modello di Gestalt Therapy con la famiglia, in M. Menditto (ed.), Psicoterapia della Gestalt contemporanea. Strumenti ed esperienze a confronto, Franco Angeli, Milano, 185-202. 37 M. Kundera (1985), L’insostenibile leggerezza dell’essere, Adelphi, Milano (cfr. capitolo VI). 38 I. From (1985), Requiem for Gestalt, in «Quaderni di Gestalt», I, 1, 22-32. Cfr. anche, al riguardo, A. Sichera (1994), Per una rilettura di ‘Requiem for Gestalt’, in «Quaderni di Gestalt», X, 18/19, 8190. 39 La storia ha mostrato come i tanti connubi della GT con altri approcci (Analisi Transazionale, Bioenergetica, CCT) hanno sempre prodotto un progressivo depauperamento della comprensione della GT. 40 G. Salonia, (2011), Il paradigma triadico della traità, cit. 41 Cfr. M. Henry (2001), Incarnazione, SEI, Torino. 42 G. Salonia (2010), Lettera ad un giovane psicoterapeuta della Gestalt, cit. 43 Cfr. G. Giordano (2001), La casa, l’ambiente non umano e i pazienti gravi. Un contributo teorico-clinico nell’ottica della psicoterapia della Gestalt, in «Quaderni di Gestalt», XVII, 32/33, 70-79; H. F. Searles (1960), The non-human environment, International Universities Press, New York. 44 G. Salonia (2011), Il paradigma triadico della traità, cit. 45 A. R. Damasio (2000), Descartes’s error. Emotion, reason and the human brain, Quill, New York. 46 M. Gillie (2000), D. Stern: una teoria evolutiva per la Gestalt?, cit.; G. Weeler (2000), Per un modello di sviluppo in Psicoterapia della Gestalt, cit.; N. Friedman (2000), La ricerca di Daniel Stern e le sue implicazioni per la Psicoterapia della Gestalt, cit. 47 Attualmente riscoperto grazie agli studi dell’Infant Research – cfr. B. Beebe, F. M. Lachmann, J. Jaffe (1999), Le strutture di interazione madre-bambino e le rappresentazioni presimboliche del sé e dell’oggetto, in «Ricerca Psicoanalitica», X, 1. – e a quelli della psicoanalisi intersoggettiva: D. M. Orange, G. E. Atwood, R. D. Stolorow (1999), Intersoggettività e lavoro clinico. Il contestualismo nella pratica psicanalitica, Raffaello Cortina, Milano. Per una panoramica sul concetto di intersoggettività, cfr. M. Lavelli (2007),

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Intersoggettività e primi sviluppi, Raffaello Cortina, Milano. 48 I. From, Requiem for Gestalt, cit. 49 Con questa parole Stern concluse il Convegno tenuto a Roma nel gennaio del 2007. Cfr. un tentativo di sintesi in: D. Stern (2009), Conclusioni, in M. Spagnuolo Lobb (ed.), Incontri diVisioni – Psicoterapia della Gestalt e psicoanalisi relazionale in dialogo, in «Quaderni di Gestalt», XXII, 1, 59.

Abstract L’autore contesta l’affermazione scontata della teoria della Gestalt Therapy che l’aggressività dentale scoperta da Perls implichi l’anticipazione dell’aggressivita della fase anale. Tale errore ha portato ad una confusione tra aggressività sana e potere sano. Attraverso esempi clinici viene mostrato come questa distinzione chiarifichi e renda maggiormente efficace l’intervento terapeutico. Al saggio fanno da contrappunto i racconti di incontri e dialoghi dell’Autore con importanti esponenti della Gestalt Therapy come I. Fromm, E. Polster e della ‘Infant Research’ come D. Stern.

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La discesa


Vertebrea


Agosto 2010

ARTE E PSICOTERAPIA

IL CORPO RITROVATO Scritture e immagini da una terapia Eva Aster*

26.3.08 In questo momento quello che più mi fa stare male (soprattutto alla sera e di notte…) è il percepire il mio corpo rattrappito, irrigidito, contratto… una percezione molto forte (più del passato) e continua… La percezione di un corpo che non riesco a raggiungere… Mi fa paura la sofferenza che è racchiusa, imprigionata, congelata nella rigidità di questo corpo… È una percezione molto brutta, dolorosa… Mi viene voglia di gridare e, nello stesso tempo, ho paura di questo grido perché troppo carico di dolore antico… La sera e la notte sono i momenti più dolorosi, perché sembra non esserci per me una via per superare questa frattura… forse dovrei lasciare uscire il grido e il pianto, ma mi fa paura… In questi giorni mi trascino con una fatica grandissima, mi sento male nella mia pelle, non so quale altra espressione usare… e questo fa crescere la mia irritazione e il mio rifiuto contro questo corpo irraggiungibile… *Pseudonimo

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1.11.08 Perché ciò che è ferito dentro di me non sono solo delle idee o dei pensieri (quelli sono la cosa più facile da correggere e cambiare) ma vissuti emotivi molto lontani e profondi, per cui parlare del corpo vuol dire, per me, parlare di qualcosa di sporco, qualcosa da cui fuggo con ribrezzo, per cui provo repulsione e rabbia, qualcosa che non voglio toccare, qualcosa da cui mi sento separata come da un muro, ed è un muro che non riesco a oltrepassare… Come se non mi appartenesse (il mio corpo), come se non lo abitassi… Come se il percepirlo fosse qualcosa di brutto e di sporco… Semplicemente perché questo è l’atteggiamento che altri hanno vissuto nei confronti miei e del mio corpo e io, senza accorgermi, ho ‘imparato’ per ‘imitazione’… Ti sembra strano? Io ho paura di essere toccata (perché toccare è ‘sporco’), eppure ho un bisogno lancinante di essere toccata, semplicemente toccata, abbracciata, accarezzata… per ‘sentire’ che il mio corpo c’è, e che è degno di essere toccato, e che è bello e buono… Io vorrei poterti fare sentire il grido (silenzioso e disperato) di un corpo che non è stato toccato e amato… Non è facile scrivere queste cose e consegnarle ad un altro… Però forse così è più facile capire perché il mio è un corpo che si ammala continuamente (perché vuole fare sentire che c’è) o che chiede in modo prepotente di essere toccato e di essere percepito non solo attraverso il dolore e la malattia, ma anche attraverso il piacere… Sto cercando di raccontarti non dei ragionamenti o

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Febbraio 2010


dei pensieri, ma una ‘storia’ che è scritta (incisa!) nel mio corpo, un dolore che si è ‘annodato’ nel mio corpo e lo fa stare male, e lo rende stanco, spossato… Un dolore che grida in modo silenzioso ma per me, a volte, assordante, lancinante, straziante, che sembra non riuscire a trovare una via di guarigione… Una storia che sto cercando di leggere e comprendere, dopo che per tanto tempo è stata semplicemente vissuta e subita… Ed è anche questa storia toccata dalla salvezza…?

Febbraio 2010

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19.7.09 La notte mi fa paura, la notte dentro di me. Nella notte esplode nella mia testa il ricordo non di fatti ma di una traccia nel cuore e nel corpo (non nella mente), in generale di una impressione… esplode la follia di mio papà… terrore, dolore. Vorrei gridare, perché la paura, il dolore non hanno parole… probabilmente non le hanno mai avute… troppo sconvolgente... Ma sarà poi così? Non so, non c’è un ricordo di episodi, solo questa esplosione di follia, nella mia testa vedo come quando esplode una bomba… una luce fortissima, poi nebbia, poi terrore… dolore come un grido assordante muto e sordo… Follia di notte e normalità apparente di giorno... terrore che questa follia sia entrata dentro di me, che mi abbia invasa come mi ha invaso la violenza. Ridisegnare i confini del corpo, ma anche quelli della salute e della follia…

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NON SO SCRIVERLO... Eva Aster

Non so scriverlo… Non so come descriverlo… Vorrei disegnarlo ma… non abbastanza brava… La poesia non è mai stato il mio forte. Danzarlo? Peggio… Ma se lo immagino, immagino una danza, un corpo che danza con la luce e colori… Proverò domani, con i pastelli. È difficile dire la commozione che ho provato oggi. Non ho trovato ancora un angolo (di spazio e di tempo) per fermarmi e gustarla, fermarmi ad assaporare il gusto buono, la commozione dolce, lo stupore pieno di gioia e gratitudine… Mentre ascoltavo le parole del mio corpo: ci sono tutta… Giovanni, tu non sai… Anzi sì, credo che sai che cosa vuol dire per me. Forse lo sapevi anche prima che accadesse… Che il mio corpo potesse dire nella verità e nella pace: ci sono tutta. Ed è vero. Lo posso dire anche adesso: ci sono tutta… Ho appena fatto la doccia, con gli occhi chiusi e l’anima spalancata… Ho lasciato scorrere l’acqua sul mio corpo e l’ho accompagnata con le mani come una carezza… immaginando la dolcezza e l’amore di un artista quando plasma la sua opera… E ne ho sentito il Soffio… L’ho accompagnata, l’acqua, perché lo raggiungesse tutto, il mio corpo nelle sue pieghe, nei suoi luoghi nascosti e più custoditi, Ho sentito i passi di danza dell’acqua sulla mia pelle… Il cuore si è unito alla danza… È tutto il giorno che il cuore danza.

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È tutto il giorno che il cuore danza… Il cuore si è unito alla danza del corpo… Il cuore e il corpo si sono finalmente uniti in un’unica danza Giovanni… è vero… davvero? Che ci sono tutta… Tutta, tutta intera, tutto il mio corpo, il corpo e l’anima insieme… Tutta intera… Ma anche a dirlo con tante parole non rende. Non si può dire la commozione di gustare, per la prima volta dopo… quarant’anni… Sentire il gusto di poter dire: ci sono tutta… Se anche lo ripetessi tutta la notte, non basterebbe, a dirlo come è dentro. Ci sono tutta. … … … Sentire la dolcezza non più stroncata dalla paura, il piacere non più misto all’angoscia, Ci sono tutta… Mi scoppiava il cuore di gioia e di commozione. Sì, gioia… GIOIA. La gioia di un corpo riportato alla vita, che può dire: ci sono tutta E le lacrime dicevano non dolore, ma commozione, commozione come davanti a un miracolo. Giovanni, davvero: ci sono tutta… Non so se… sono riuscita a dirti quanto gratitudine per le tue mani e le tue parole buone che hanno risvegliato la vita del mio corpo, hanno ricucito con pazienza i pezzi strappati, hanno consolato con dolcezza il dolore sanguinante di quelle ferite… Tanta gratitudine perché mi hai accolto, hai fatto spazio per accogliere il mio corpo, scaldarlo in un affetto che voleva dare vita e non rubarla, offrire amore e non strapparlo… Ci sono tutta, ma proprio davvero: ci sono tutta… È vero? Non è un inganno? Anche ora me lo ripeto… Non posso negarlo: vorrei tu fossi qui, e lo ripetessi con me… Piangerei e ti abbraccerei di nuovo per la gratitudine. Chiudo gli occhi, e vedo che la danza continua. Il corpo che danza con la luce e con i colori, si apre nello spazio e ogni movimento lascia una scia di colore, attraversata dalla luce…

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E il colore e la luce rimangono nell’aria… Disegnano cerchi, linee che si intrecciano, e piano piano svaniscono per lasciare spazio a nuovi passi, ad altri colori… Questa danza “vedevo” nella mia mente mentre mi accarezzavo… Vorrei ripeterlo ancora: Ci sono tutta… E sentire le tua risposta: sì, ci sei tutta. E così, vero? Basta adesso mi sono quietata… E vado nel mio letto… Tutta… La donna che sono. Ma rivivere ancora quello, quello vissuto oggi… Ma non so che cosa preveda ora la terapia… Ma una parola almeno mi piacerebbe sentire ancora da te: (me l’hai detta guardandomi negli occhi…) Una parola sola: “Bella”.

Aprile 2011

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Proserpina e le pulci d’oro


NUOVE APPLICAZOINI CLINICHE

NARCISO: IL RIFLESSO SENZA ACQUA Il mito secondo Bill Viola, riflessioni sull’esperienza narcisistica Giovanna Silvestri

New organ of perception come into being as a result of necessity – therefore, increase your necessity so that you may increase your perception. Rūmī, poeta e mistico Sufi persiano del XIII sec.1

Possiamo agire creativamente nel mondo in cui viviamo, a patto di non diminuire la nostra attenzione critica, di ‘aggredire’ e ‘masticare’ le strutture e i codici narrativi contemporanei, la logica a essi sottesa e gli strumenti tecnologici che la producono e di cui sono il frutto.

Viviamo nella società delle immagini, nella cultura dello spettacolo2, nell’età della tecnica3, dove la realtà è virtuale e le relazioni interpersonali liquide; un’epoca, la nostra, in cui «siamo molto meno disposti a dedicare tempo all’esame o all’esperienza dei fenomeni quando sono disponibili dei surrogati»4 semplici da comprendere, veloci da ‘ingoiare’ e… controllanti! Nonostante questo, possiamo agire creativamente nel mondo in cui viviamo, a patto di non diminuire la nostra attenzione critica, di ‘aggredire’ e ‘masticare’ le strutture e i codici narrativi contemporanei, la logica a essi sottesa e gli strumenti tecnologici che la producono e di cui sono il frutto. D’altra parte, come ci ricorda Sichera, «L’unica possibilità per una psicoterapia di essere ‘aggiornata’ è quella di evolversi confrontandosi con i nuovi contesti culturali, all’interno però di una coerenza con il proprio corpo teorico e con la propria metodica. Nella psicoterapia

1 «Il nuovo organo di percezione viene alla luce come il risultato della necessità – quindi, accresci la tua necessità affinché tu possa accrescere la tua percezione». Citato da B. Viola (1998), Reasons for Knocking at an Empty House, Writings 1973-1994, Thames and Hudson, London, 71. 2 J. Crary (1999), Suspensions of Perception: Attention, Spectacle and Modern Culture, MIT Press, Cambridge. 3 U. Galimberti (2008), La figura della colpa in Buber, Jaspers e Anders, in L. Bertolino (ed.), M. Buber. Colpa e sensi di colpa, Apogeo, Milano. 4 C. Towsend (2005) (ed. or. 2004), L’arte di Bill Viola, Bruno Mondadori, Milano, 13.

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della Gestalt questo compito è affidato alla categoria della ‘dentizione’»5. Giunti a questo punto, le prime domande a cui occorre dare risposta, per spiegare il titolo di questo contributo, sono: cos’è la Video Art e chi è Bill Viola? A queste seguono naturalmente altre più specifiche: cosa ha a che fare la Gestalt Therapy con la Video Art e cosa può trarre dal confronto con l’opera di questo grande artista? Curiose assonanze: la Video Art e la GT L’aneddoto con il quale si usa indicare la nascita della Video Art racconta di un evento storico (la processione di papa Paolo VI lungo le vie di New York nell’autunno del 1965), di un prodotto altamente tecnologico appena immesso nel mercato di massa (il Sony Portapack) e di un coreano, artista di musica elettronica, appena giunto negli States (Nam June Paik). Paik gira il video in occasione della processione, poi nello stesso giorno, dall’altra parte della città, nel Café à Gogo nel Greenwich Village collega la sua strumentazione alla televisione. È così che, realizzando il suo primo video – Café Gogo, 152 Bleeker Street, October 4 and 11, 1965 – la Video Art vede la luce. Sebbene l’attribuzione dei natali è motivo di contenzioso tra i pionieri6 della Video Art, l’aneddoto ci aiuta a delineare alcune delle caratteristiche peculiari del medium audiovisivo: la vocazione alla documentazione, la dipendenza dallo sviluppo delle tecnologie di massa (strumenti con alte prestazioni, a basso costo e maneggevoli), la necessità di un ‘creativo’ che sappia utilizzare tali strumentazioni con lo scopo non solo di guardare in modo inedito la realtà, ma di interagire direttamente con essa durante lo stesso processo di rappresentazione. Senza addentrarci nei quasi sessant’anni di storia del video, è interessante notare delle curiose assonanze tra l’evoluzione

5 A. Sichera (1995), La diagnosi in psicoterapia della Gestalt: fondamenti epistemologici, in «Quaderni di Gestalt», XI, 20/21, 13-17, 13. 6 Tra i pionieri, oltre a Paik, ricordiamo Wolf Vostell, Peter Campus, Bruce Nauman, i coniugi Vasulka, Andy Wharol, Vito Acconci, solo per citarne alcuni.

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Video Art e Gestalt Therapy rifiutano i modelli culturalmente prevalenti e si dedicano alla scoperta (o ri-scoperta) di ‘nuove’ elaborazioni del concetto di tempo. I video artisti tornan o   a una nozione del tempo «sostanzialmente plastica nell’ambito dell’es p e r i e n z a »  a t t r a verso dilatazioni e contrazioni temporali. Allo stesso modo il terapeuta della Gestalt è chiamato a creare quelle condizioni che permettano al paziente di rivitalizzare il processo di «adattamento creativo del ‘tempo interno o vissuto’ al ‘tempo della storia’».

di quest’arte e la storia della Gestalt Therapy, nei temi che le percorrono. Prima di tutto, l’una e l’altra trovano la loro esplicazione negli Stati Uniti, il ‘Nuovo Mondo’, terreno fertile per dare alla luce una novità che, però, ha avuto il suo periodo di gestazione nelle esperienze della vecchia Europa. Infatti, Fritz e Laura Perls si formano nella Germania pre-bellica, in preda alle sue tormentate contraddizioni di rigoglio culturale e devastazione sociale e morale, mentre Paik e Vostell, padri della Video Art, iniziano le loro prime sperimentazioni di musica elettronica nella Germania della ricostruzione e del ritrovato fermento artistico7. Inoltre, Video Art e Gestalt Therapy rifiutano i modelli culturalmente prevalenti e si dedicano alla scoperta (o ri-scoperta) di ‘nuove’ elaborazioni del concetto di tempo. La pratica psicoterapeutica della GT, in opposizione al modello psicoanalitico, rifiuta apertamente l’interpretazione dei contenuti del paziente, guardando piuttosto all’analisi della «struttura interna dell’esperienza reale […] come viene ricordato ciò che ricordiamo […] come diciamo quel che diciamo»8. La Video Art, in aperto contrasto con il ‘sistema’ televisivo e le sue immagini commerciali, lancia la sfida anticonsumistica al grido di «processo contro prodotto»9. Dunque, i video artisti tornano a una nozione del tempo «sostanzialmente plastica nell’ambito dell’esperienza»10 attraverso dilatazioni e contrazioni temporali. Allo stesso modo il terapeuta della Gestalt è chiamato a creare quelle condizioni che permettano al paziente di rivitalizzare il processo di «adattamento creativo del ‘tempo interno o vissuto’ al ‘tempo della storia’»11. Quando la rivoluzione culturale e il movimento femminista

7 Ricordiamo l’importantissimo ruolo svolto dal movimento neo-dada Fluxus, che trova tra i suoi esponenti più importanti Maciunas e Stockhausen. 8 F. Perls, R. Hefferline, P. Goodman (1997) (ed. or. 1951), Teoria e pratica della Terapia della Gestalt, Astrolabio, Roma, 42. 9 B. Viola (1993), La Storia, dieci anni (di video) e l’epoca dei sogni, in V. Valentini (ed.) Vedere con la mente e con il cuore, Gangemi editore, Roma, 49. 10 J. Wainwright (2004), Tempi rivelatori, in C. Towsend (ed.), L’arte di Bill Viola, Bruno Mondadori, Milano, 111-124. 11 G. Salonia (1994), Kairòs. Direzione spirituale e animazione comunitaria, EDB, Bologna, 12.

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sovvertono i canoni tradizionali di corpo e soggettività, nella Video Art si delineano due tendenze: la video installazione (in cui lo studio dello spazio è predominante) e la video-performance (in cui si ricercano nuove forme di relazione tra corpo-soggetto-ambiente). Nella teoria della GT il corpo ha da sempre giocato un ruolo centrale fin dalle sue prime elaborazioni. L’amplissima letteratura e le differenti prospettive12 possiedono un elemento comune: la consapevolezza corporea porta a un nuovo sguardo sul mondo. Scrive Salonia a proposito del corpo vissuto: «un corpo abitato con pienezza vibra (è il significato di Leib!), emana una sensazione calda e luminosa di sensualità e vitalità, e produce uno sguardo nuovo per il proprio e per gli altrui corpi»13. Infine, sia la GT, sia la Video Art sono il prodotto della nuova tecnologia, capace di distruggere la terra in pochi secondi – dal 6 Agosto 1945 quando fu sganciata la prima atomica su Hiroshima «la guerra da necessaria è diventata impossibile»14 – o di mettere in comunicazione persone ai poli opposti del globo (il telefono, la televisione, infine internet), entrambe figlie della necessità di un modo nuovo di essere nel mondo, di percepirlo e di rappresentarlo. Bill Viola a tal proposito asserisce: «Quando si usano videocamera e registratore bisogna essere molto attenti a capire che l’intenzione e l’attesa altrui, rispetto al modo in cui questo strumento verrà usato, è intrinsecamente legato allo strumento stesso. Per esempio, le telecamere sono state usate come armi. […] L’arma usata nell’11 settembre è stata l’immagine e non l’aereo. Si tratta di un modo di pensare del quale è davvero importante che gli artisti siano consapevoli: quale possa essere l’impatto e quale effetto

12 Ricordiamo le elaborazioni di I. Bloomberg (1988), Lavoro corporeo nella Terapia della Gestalt, in «Quaderni di Gestalt», IV, 6/7, 93-121; J. I. Kepner (1997), Body Process. Il lavoro con il corpo in psicoterapia, Franco Angeli, Milano; R. Frank (2005), Il Corpo Consapevole. Un approccio somatico ed evolutivo alla psicoterapia, Franco Angeli, Milano; G. Salonia (2008), La psicoterapia della Gestalt e il lavoro sul corpo. Per una rilettura del fitness, in S. Vero (ed.), Il corpo disabitato. Semiologia, fenomenologia e psicopatologia del fitness, Franco Angeli, Milano, 51-81. 13 G. Salonia (2008), La psicoterapia della Gestalt e il lavoro sul corpo. Per una rilettura del fitness, cit., 57. 14 G. Salonia (2011), Sulla felicità e dintorni. Tra corpo, parola e tempo, Il pozzo di Giacobbe, Trapani, 115.

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La consapevolezza corporea porta a un nuovo sguardo sul mondo.

Sia la GT, sia la Video Art sono entrambe figlie del la necessità di un modo nuovo di essere nel mondo, di percepirlo e di rappresentarlo.


possano suscitare le loro immagini»15. Bill Viola: Surrender (Arrendersi) Bill Viola è il più prolifico e riconosciuto video artista contemporaneo, profondo conoscitore della origini della sua arte e sapiente artigiano del medium audiovisivo.

Bill Viola (il cognome si pronuncia come lo strumento musicale16) è il più prolifico e riconosciuto video artista contemporaneo, profondo conoscitore della origini della sua arte e sapiente artigiano del medium audiovisivo. Di fronte ai suoi lavori non di rado le persone piangono17, perché la sua, ci ricorda Townsend, è «un’arte di emozione [...]. In ogni caso si tratta di opere che entrano in contatto con il pubblico attraverso canali tanto viscerali o emotivi, quanto intellettuali»18. Viola utilizza le tecnologie più sofisticate e dispone di un apparato produttivo estremamente specializzato (cineasti, scenografi, macchinisti fanno parte della sua troupe), ma nelle sue opere «non ci sono trucchi né giochi di prestigio: tutte le immagini sono prese dalla realtà; vero fuoco, vera acqua, vere tempeste, veri diluvi. Bill aveva capito già da qualche tempo che le domande più interessanti di solito sono proprio quelle che trovi lì davanti, presenti sia nel mondo umano, sia in quello non umano, e non c’è da fare altro che guardare»19. Proprio sul guardare è incentrata l’opera Surrender20 (2001), una delle opere più enigmatiche e affascinanti della serie The Passions21, se non della sua intera produzione. Prima di avventurarci nell’esplorazione delle risorse cui la GT può

15 [Trad. a cura della scrivente] Intervista di A. Rawlings a Bill Viola del 06-11-2006, consultabile sul sito della rivista Tokyo Art Beat: ‘Interview with Bill Viola’ http://www.tokyoartbeat.com/tablog/entries.en/2006/11/interview_with_ bill_viola.html. 16 Si apre con questa affermazione di Viola padre il video documentario A World of Art. The work in progress. Bill Viola, scritto, prodotto e diretto da Marlo Bendau. Annenberg and CPB Project. 17 Su questo tema, interessante il saggio di C. Freeland (2005), Penetrando nei nostri anfratti più reconditi e inaccessibili. Il sublime nell’opera di Bill Viola, in C. Towsend (2005) (ed. or. 2004), L’arte di Bill Viola, Bruno Mondadori, Milano, 25-46. 18 C. Towsend (2005) (ed. or. 2004), L’arte di Bill Viola, Bruno Mondadori, Milano. 19 K. Perov (ed.) (2008), Bill Viola. Visioni Interiori, Giunti Editore, Milano, 10-11. 20 L’opera è consultabile in formato fotografico al seguente link: http:// www.billviola.com/pastexhibitions.htm.

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attingere dal ‘confronto’ con quest’opera, diamo una breve descrizione del video, sapendo che nessuna parola può sostituire il profondo impatto emotivo che la sua diretta visione provoca nel soggetto-esperiente. Surrender è un video a colori della durata di 18 minuti proiettato in dittico verticale su due pannelli al plasma. Su ciascuno schermo compaiono, in posizione speculare, il mezzo busto di un uomo e di una donna, rispettivamente in canottiera rossa e blu. L’uomo e la donna compiono tre piegamenti sincronizzati, con un’intensità emotiva e una durata crescente. L’azione in slowmotion all’inizio sembra che li porti a toccarsi con il volto, nell’intento forse di abbracciarsi, di baciarsi, ma il ‘desiderio’ s’infrange nell’acqua, che proprio sotto lo schermo ora si comprende esserci sempre stata. I volti immersi si risollevano, colti da profonda angoscia: ciò che vedono è solo un’immagine riflessa. A ogni nuovo tentativo, «il volto è trasfigurato dalle lacrime che lo inondano come una sostanza vischiosa, la bocca è spalancata in un grande urlo che si contrappone agli occhi chiusi […] quasi un quadro di Francis Bacon in cui carne, volto, torso diventano un pezzo unico»22. Il dolore diventa più acuto (anche in noi) e le immagini iniziano a seguire le increspature delle onde provocate dalla loro stessa immersione: ci accorgiamo che quello che noi vediamo è solo un’immagine riflessa. Al culmine dell’intensità emotiva le forme corporee si disintegrano nella rifrazione delle onde in un’esplosione di astratte forme di luce e colore per scomparire nel nero del video. Il video inizia da capo, il loop perpetua la sequenza capovolgendo di volta in volta i soggetti.

21 Invitato da Salvatore Settis al Getty Research Institute di Los Angeles sul tema ‘Representing the Passions’, Viola si confronta con storici, filologi e musicisti partecipando ai seminari del mercoledì. Ne scaturisce un’elaborazione artistica durata quattro anni (2000-2004) con la produzione di molte opere, tra cui Surrender: cfr. J. Walsh (ed.) (2002), Bill Viola. The Passions, The J. Paul Getty Museum, Los Angeles. 22 V. Valentini (2008), Luce mescolata a tenebre, cit., 146.

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Toccare Narciso: da Bill Viola a Jeanne Hersch

Viola dice: «Penso che nella storia di Narciso sia importante riconoscere che il suo problema non fosse quello di vedere se stesso nel riflesso, ma quello di non vedere l’acqua».

È l’enigma del corpo che guarda il corpo guardato in uno specchio d’acqua profonda. Una ‘immagine di potenza’23 che rimanda ineluttabilmente al mito di Narciso. Proprio in questo periodo in cui la comunità scientifica discute con toni sempre più aspri sull’opportunità o meno di mantenere nei disturbi di personalità la categoria diagnostica del Narcisismo (forse perché in una società narcisistica24 «sfuma il confine fra normalità e patologia»25), credo sia importante che la GT si confronti con Surrender, l’opera contemporanea che più compiutamente rappresenta, del disturbo narcisistico, l’intima essenza. Bill Viola poco prima di riprendere la scena raccomanda ai suoi performers di immaginare la piscina in cui sono immersi piena delle lacrime di tutti i tempi, come la fonte di tutte le sofferenze. Il vissuto profondo della relazione narcisistica, ricorda Salonia26, è il dolore (muto, aggiungo io) della ricerca spasmodica di se stesso attraverso lo sguardo dell’altro, al fine di trovare uno sguardo che giunga intero, che permetta pienezza. Ma dov’è che si interrompe l’intenzionalità primigenia, il bisogno autentico? Dove si ‘perdono’ i sensi? Viola dice: «Penso che nella storia di Narciso sia importante riconoscere che il suo problema non fosse quello di vedere se stesso nel riflesso, ma quello di non vedere l’acqua»27. Nella relazione narcisistica il bisogno di riconoscimento rimane insoddisfatto a causa, a mio avviso, di

23 Viola dice: «con ‘immagine’ intendo il complesso di informazione ricevute attraverso la vista, l’udito e tutte le facoltà sensoriali». Cfr. Zutter, (1993), Risvegliare il corpo con le ‘immagini potenti’ dell’esistenza. Intervista a Bill Viola, in V. Valentini (ed.), Vedere con la mente e con il cuore, Gangemi editore, Roma, 94. 24 C. Lasch (1981) (ed. or. 1971), La cultura del narcisismo, Bompiani, Milano. 25 M. Ammaniti (2010), Il narcisismo non è più una malattia. Così la psichiatria scagiona chi ama troppo se stesso, in «La Repubblica», 1012-2010. 26 Cfr. G. Salonia (2003), Il narcisismo come ferita relazionale, in «Horeb», 32, 48-54. 27 H. Belting (2002), A conversation, in J. Walsh (ed.), Bill Viola. The Passions, The J. Paul Getty Museum, Los Angeles,189-220, 206.

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due avvenimenti: la drastica riduzione della capacità di ‘toccare’ l’Altro, di percepire la sua presenza con il tocco delle mani protese, e il conseguente accrescimento ipertrofico del senso della vista (e da qui la necessità di ricevere ammirazione). La mancanza dell’esperienza, specialmente durante l’infanzia, di affidamento e senso di protezione, portano la persona addirittura a vergognarsi di tali desideri o a provarli con un carico insopportabile di ansia. Al posto della richiesta di sicurezza e intimità nella dimensione intercorporea28, s’innesca il ‘sistema di compiacimento’ nella dimensione visiva, un meccanismo sostanzialmente conservativo, che abbassa il livello di ansia, ma blocca irrimediabilmente il progredire della relazione e l’evoluzione dell’organismo stesso. Il corpo è visto, ma non è vissuto. Tutto ciò che ha a che fare con la fragilità, l’handicap, la menomazione, la malattia, la vecchiaia – eco d’un corpo (mai pienamente) abitato – è sinonimo di vergogna e umiliazione. Chiedere aiuto: un atto pieno di risentimento. Come aiutare, allora? Quale elemento immettere nel campo relazionale affinché il sintomo del paziente possa trovare ascolto avviando un processo ermeneutico che porti l’intenzionalità relazionale alla sua meta? Sebbene da sempre la GT abbia guardato al mondo dell’arte come metafora/analogia della struttura della relazione terapeutica29 nel suo aspetto creativo-produttivo, è importante esplorare anche l’altra polarità del mondo dell’opera d’arte e cioè la sua fruizione; fruizione intesa nel senso herschiano di ‘ricettività

28 Mi riferisco al concetto di intercorporeità di G. Salonia (2008), La psicoterapia della Gestalt e il lavoro sul corpo. Per una rilettura del fitness, cit. 29 Da Goodman – con il capitolo Verbalizzazione e Poesia – alle più recenti elaborazioni di Spagnuolo-Lobb. Cfr. P. Goodman, Verbalizzazione e poesia, in F. Perls, R. Hefferline, P. Goodman (1997) (ed. or. 1951), Teoria e pratica della Terapia della Gestalt, Astrolabio, Roma, 129-141; M. Spagnuolo-Lobb (2007), L’incontro terapeutico come cocreazione improvvisata, in M. Spagnuolo-Lobb, N. Amendt-Lyon (eds.), Il Permesso di creare. L’arte della psicoterapia della Gestalt, Franco Angeli, Milano, 65-81.

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Il corpo è visto, ma non è vissuto. Tutto ciò che ha a che fare con la fragilità, l’handicap, la menomazione, la malattia, la vecchiaia – eco d’un corpo (mai pienamente) abitato – è sinonimo di vergogna e umiliazione. Chiedere aiuto: un atto pieno di risentimento.


Nell’epoca dell’orrorismo, dove le immagini legittimano, perfino quando nascono con la vocazione alla denuncia, l’esistenza di crimini contro l’umanità, abbiano una nuova necessità: conoscere di cosa sono fatte, ‘sapere’ la loro sostanza, liberandole dal falso statuto di verità, attraverso l’unico strumento a nostra disposizione, la complice ricettività di tutti i nostri sensi.

attiva’30. A questo proposito scrive la filosofa, allieva di Jaspers: «Ho rinunciato alla capacità umana della decisione e dell’azione. […] Per questo sono ‘passiva’? Niente affatto. Sono ricettiva e sento questa ricettività come un’attività più intensa delle azioni o degli sforzi. […] Al tempo stesso regna un sì, un consentire dell’anima a tutto ciò che risuonerà»31. Narciso non tocca e non viene toccato, guarda, ma il suo corpo non ha «l’equivalente interno, la formula carnale»32 di ciò che gli è di fronte: guarda il riflesso e non vede l’acqua. Toccare Narciso significa farsi toccare, farsi raggiungere da quelle mani tese e maldestre, tanto da mostrarsi piene di aggressività e disprezzo, mantenendo una disposizione interiore di accoglienza priva d’accondiscendenza e di rispetto senza sottomissione. Permettere (e permettersi) di toccare il limite, il dolore, l’estasi, fino a dissolversi e fondersi con l’Altro-riconosciuto, anche solo per un istante, per ritrovarsi arricchito, trasformato, intero, insomma per esperire – come direbbe Hersch – «una miniatura d’eternità»33. La realtà eccede la nostra percezione mettendoci a contatto con l’ignoto, l’acqua profonda. La domanda sorge spontanea: ciò che vediamo è il risultato della nostra paura o della nostra curiosità? Nell’epoca ‘dell’orrorismo’34, dove le immagini legittimano, perfino quando nascono con la vocazione alla denuncia, l’esistenza di crimini contro l’umanità, abbiano una nuova necessità: conoscere di cosa sono fatte, ‘sapere’ la loro sostanza, liberandole dal falso statuto di verità, attraverso l’unico strumento a nostra disposizione, la complice ricettività di tutti i nostri sensi.

30 Su questo tema vedi anche: G. Iaculo, G. Silvestri (2011), La ricettività del processo creativo nella psicoterapia della Gestalt, in G. Francesetti et alii (eds.), La creatività come identità terapeutica, Franco Angeli, Milano, 280-283. 31 J. Hersch (2009), Musica e tempo, Baldini Castoldi Dalai, Milano, 70. 32 M. Merleau-Ponty (1989) (ed. or. 1964), L’occhio e lo spirito, Edizioni SE, Milano. 33 A. Cavarero (2007), Orrorismo. Ovvero la violenza sull’inerme, Feltrinelli, Milano. 34 J. Hersch (2009), Musica e tempo, cit.

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Abstract L’Autrice pone al centro della sua riflessione sull’esperienza narcisistica la lettura di Surrender, una delle opere più enigmatiche dell’intera produzione video-artistica di Bill Viola. Partendo dal confronto tra Gestalt Therapy e Video Art, l’articolo di sviluppa con l’analisi del lavoro dell’artista statunitense, per terminare, infine, con l’acquisizione in ambito clinico del concetto herschiano di ‘ricettività attiva’. Questa può declinarsi sia come atteggiamento, disposizione d’animo del terapeuta, sia come scopo stesso della terapia nei casi in cui l’esperienza relazionale narcisistica sia rigidamente prevalente.

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In copertina: Proserpina nutrice di pulci


LETTURE

SULLA FELICITÀ E DINTORNI. TRA CORPO, PAROLA E TEMPO G. Salonia (2011), Il pozzo di Giacobbe, Trapani.

Non sono pochi i motivi che sovente ci spingono a riaprire il confronto con la secolare riflessione sulla ricerca della stabilità e della sicurezza, del dubbio critico e della certezza, sul desiderio di espandersi e di prevalere, sulla speranza del paradiso o dell’utopia, alla ricerca di quel che resta del paradiso. Sono modelli strategici che mantengono ancora un forte potere di suggestione razionale (mi si permetta l’ossimoro), lungi dalla resa all’emozionale, con un innegabile potenziale psicoterapeutico, come traspare da ogni pagina di questo libro di Giovanni Salonia. Il suo farsi discorso bidirezionale mi ha spinto a dirne qui (e altrove) prospettando riflessioni anche azzardate, su cui si potrà discutere ad abundantiam, per inserirsi nel continuo processo dialettico della formazione di idee e della chiarezza di scelte, che in Salonia si succedono a ritmo incalzante. Si può dire che oggi, smarrito quasi totalmente lo sforzo romantico di un desiderio infinito (si pensi a Lacan e al suo “desiderare il desiderio”), il duetto traditio–renovatio viene a perdere la sua antica centralità filosofica, come la disputa sulla felicità, di senecana memoria; resta forse un ritorno ad Epicuro, a Democrito, a Lucrezio e alla decostruzione dell’ideale esegetico, nonché alla “disputa tra antichi e moderni” del primo illuminismo o del tramontante barocco, come ci evidenzia l’attuale neo-paganesimo e, ancora in gestazione, il prossimo DSM IV, con Mario Maj. Ne Il disagio della civiltà Freud parla di “barattare un po’ di felicità per un po’ di sicurezza”, nel gioco fra tradizione e rinnovamento; e ci convince tuttora. Come è a tutti noto, egli propone opzioni fondamentali per la ricerca e per il raggiungimento della stabilità interiore: 1. Il dominio sui bisogni (di innegabile matrice stoica); 2. Lo spostamento della libido verso mete più alte, in nostro potere: ad es. la sublimazione ambiziosa ad alto rendimento sociale; 3. L’atteggiamento fantastico, come strategia di evasione, con apertura ai territori dell’interpretazione; 4. L’amore come investimento emotivo concentrato su una sola

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persona (ad alto rischio di delusione e di sofferenza) o dissipato in un ventaglio di pseudo-scelte, appaganti ma presto appassite. Per Freud queste opzioni rappresentano il sogno più naturale di felicità positiva. Va aggiunto che egli sovrappone, al desiderio specifico, l’esperienza sessuale del massimo piacere ma entrando in una dialettica interminabile (Yerushalmi), qui ben apparente nella parte seconda del volume, dedicata alla “parola tra corpo e tempo”. Fin dal suo breve scritto del 1913 sui tipi libidici, c’è un abbozzo di teoria dei tipi, cui può ben riferirsi la dialettica di questo capitolo nel libro di Salonia; e gli attuali sentimenti oceanici, dai fondamentalismi ai rinnovamenti della New Age, che sempre più invadono oggi e inquinano l’età adolescenziale, ci aiutano a comprendere come e perché si sia giunti ad una diffusa regressione sui circuiti bassi del principio del piacere, sia nella regione dell’hic manebimus optime, sia in quelli dei remi fatti ala, con l’ambizioso progetto (vedi la prima pagina di questo libro di Salonia) di ‘costruirsi felicità’. Ecco allora i nuovi paradisi dei grandi magazzini, dove ogni innovazione sembra obbligata a passare per un mercato, con quel grande imbonitore e suscitatore di bisogni che è la pubblicità: dal mondo delle merci a quello dei valori, con un trapassare senza confini. E tutto questo si compie sempre meno avvertitamente quanto più avviene sotto gli occhi infelici (fame, deprivazione, violenza, etc.) in eclissi pressoché totale del volto dell’altro, come vivacemente sottolinea Salonia nei capitoli dedicati al «tempo tra corpo e parola», nella parte terza del suo agile e vivace libro, coerente, accorto e formativo. È necessario, infatti, creare un nuovo sistema di relazioni per le nostre tribù globali, come ci suggeriscono Zygmunt Bauman in Modernità e ambivalenza (2010) e Gilberto Di Petta in Il mondo vissuto (2003), anche con un mio contributo. Ma non si creda che tutto ciò possa bastare: accanto al desiderio come pulsione basica per la felicità, vincolata al registro del piacere e del dolore, si pone la versione sartriana del desiderio, che concerne anche l’appello alla trascendenza, anzi lo sorpassa e lo fonda. Il desiderio della felicità mostra che l’uomo è coscienza della ‘mancanza che esso è’. È qui che mi pare poter scorgere la spinta vittoriosa dell’innovatio, come rivoluzione di Eraclito su Parmenide, dalla finezza di questa articolazione saloniana tra corpo, parola e tempo.

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È qui, a me pare, che il desiderio inteso come ‘desiderio del desiderio dell’altro’ resta, con Lacan, un problema perennemente aperto, che ci inquieta egoisticamente, investendo i campi più diversi, la cui etica viene fondata dall’esperienza del dubbio (penso a Ilya Prigogine, La fin des certitudes, Jacob, Paris, 1996). E, allora, dietro al desiderio si nasconde sempre il vasto campo dell’infelicità kierkegaardiana e viene sfidata ogni gestione di questa infelicità nella stanza della psicoterapia, di ogni psicoterapia. Ma, come mi suggeriscono le pagine della fine della parte seconda, per sfuggire a questa radicale ambiguità cui sembrano destinate le prospettive di essere appagati, mi piacerebbe fare mio il merito di proporre ai lettori di questo libro un atto temerario: spostare il desiderio dal piano pulsionale, psichico, a quello esistenziale, ontico. In accordo con Heidegger, invero, il desiderio va connesso con la natura progettuale dell’uomo, la cui realizzazione non è mai realmente attribuita o attesa: il gap tra soddisfazione e realizzazione resta ineliminabile. Tra lo zoccolo duro, paleozoico, del desiderio e il suo appagamento a ogni livello, si pone la necessità di cogliere il senso, junghianamente, e di affrontare, con Pascal, il rischio e la scommessa, con Pascal che qui sento come mio, nostro, capo-cordata. Qui forse si profila, nella sua consistenza ontologica, la dimensione della sicurezza, le security agencies, eteronome, con le aperture ovvie alla psicodinamica della socializzazione (penso ad H. S. Sullivan e K. Horney). E allora, ammessa la consistenza ontologica del desiderio, non possiamo non pensare di poter pervenire alla speranza della felicità, solo partendo dal sentimento di sicurezza (come ci suggerisce lo storico Jean Delumeau). Con Salonia, concordo appieno nel sostenere che questa sicurezza può realizzarsi sempre solo nel circuito relazionale, dell’inter-esse, della reciprocità, della co-appartenenza, della intercorporeità (per dirla col mirabile pensiero di M. Merleau-Ponty). Evitando le aperture perturbanti alla felicità espansiva, a quella estatica, a quella narcisistica, a quella perversa, a quella tecnologica, a quella drogastica nella ‘terra di nessuno’, potremmo, con l’aiuto di queste pagine di Salonia, aprirci ad un valido orizzonte di recupero e di viaggio: per aspera ad astra. Bruno Callieri

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Fluttuanze (particolare)


LETTURE

LA CREATIVITÀ COME IDENTITÀ TERAPEUTICA. ATTI DEL II CONVEGNO DELLA SOCIETÀ ITALIANA PSICOTERAPIA GESTALT G. Francesetti et alii (eds.) (2011), Franco Angeli, Milano.

È un po’ anomalo fare la recensione di un testo che si è contribuito a curare e, tornando più indietro, degli atti di un convegno che si è contribuito a far nascere. Il testo è quello che raccoglie gli atti del secondo congresso della Società Italiana di Psicoterapia della Gestalt (SIPG), svoltosi a Torino dal 10 al 12 ottobre 2008, dal titolo: La creatività come identità terapeutica. Chi scrive ha, di fatto, il ruolo di testimone delle azioni, volontà e desideri che hanno portato al convegno, del lavoro di tanti colleghi, delle parole scritte che ne sono derivate. Un convegno nato come un ponte. Fra istituti con storie, culture, orizzonti teorici e formativi diversi. Fra i partecipanti al convegno, la città che li ha ospitati e il luogo dei lavori, uno spazio multifunzionale, denso di attività, utilizzato soprattutto per la formazione professionale e la prevenzione del disagio giovanile. Fra il comitato scientifico, quello organizzativo e la segreteria organizzativa, cioè fra professionisti che hanno dato origine a una sinergia creativa, animata dallo stesso spirito e risultato del convegno: permeare dei principi della psicoterapia della Gestalt (PdG) ambiti diversi, anche esterni a quello della psicoterapia, e ricevere dal mondo non gestaltico stimoli e contributi. Per capire il testo, ci appoggiamo ad alcune frasi tratte dall’introduzione, scritta dai quattro curatori – Gianni Francesetti, Franco Gnudi, Mariano Pizzimenti, e la sottoscritta Michele Gecele – componenti anche la segreteria scientifica. «La struttura di questo volume divide quanto nel convegno era contemporaneo: i workshops, le minilectures, le tavole rotonde, che erano offerte ai partecipanti negli stessi orari, qui si susseguono, dopo gli interventi di apertura, raggruppati in sezioni. Questa è una grande differenza fra la struttura dell’evento e quella dei testi che ne derivano. Abbiamo cercato di mantenere la vitalità e l’apertura degli interventi orali nei contributi scritti, di mantenerne la perfet-

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tibilità, la non esaustività. Leggendo questo testo si apriranno molti scenari, possibili percorsi, idee, emozioni. Pochi si chiuderanno e si esauriranno nel testo stesso. Il convegno è stato una tappa della storia della psicoterapia della Gestalt in Italia, e più ampiamente della sua storia tout court. Questi atti ne sono una memoria, per aiutarci a non ripartire ogni volta da capo, e quindi ad assimilare. Ma sono anche un punto di partenza per nuovi sviluppi teorici, esperienziali, clinici […]. Abbiamo evitato di presentare le tavole rotonde come eventi compiuti, da narrare al passato. Ci è sembrato che si sarebbe persa tutta l’immediatezza e la vivacità dello scambio, creata dalle conoscenze assimilate da ogni partecipante, ma anche dall’essere stati presenti insieme a Torino, in calde e luminose giornate di ottobre, all’interno un convegno gestaltico, ricco di proposte, di possibilità e di partecipanti interessati alla creatività […]. La struttura non è sistematica, ma mantiene salva, almeno così crediamo noi, la freschezza dello scambio. Ogni tavola rotonda è infatti impostata in modo parzialmente diverso dalle altre, essendo originata dall’interazione dei curatori del libro con il chairman della singola tavola rotonda, e da quella del chairman con i partecipanti. Un processo ermeneutico complesso quindi, a cui la stesura definitiva, forse, non rende sufficiente merito […]. Nella sezione dedicata ai workshop, i nostri autori/conduttori hanno fatto il possibile per trasmettere, attraverso la parola scritta, l’esperienza avvenuta nei laboratori durante il convegno, arricchendola spesso anche delle elaborazioni successive, emerse nel tempo dell’assimilazione di quel momento di incontro. Un’operazione non facile, ma che ha il merito di tracciare una memoria di quanto vissuto e una testimonianza di come attraverso l’esperienza si possa incontrare la novità, quindi apprendere e trasformarsi. La ricchezza di questa sezione è data anche dalla meravigliosa creatività che spicca nelle varie proposte esperienziali: esperimenti ricchi di fantasia, di ingegno, di situazioni create per dare sostegno all’incontro con la novità, alla ricerca di una buona forma, che, per essere tale, non può che essere co-creata ed essere sempre nuova.

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La sezione delle minilectures è quella in cui la congruenza fra la parola parlata/ascoltata e quella scritta/letta è più alta, in quanto i contributi riportano o prendono largo spunto dalle relazioni presentate al convegno. Sono scritti teorici ed applicativi volutamente brevi ma di grande freschezza, poiché nella maggior parte nascono dall’esperienza viva della pratica, affrontata, compresa ed inventata con gli strumenti concettuali della teoria della terapia della Gestalt. I temi sono dunque tanti e multiformi, in gran parte connessi alla creatività ed al cambiamento: la poesia, il teatro, l’arte, l’arte marziale, ma anche la nascita, l’infanzia, l’adolescenza, la sessualità, la violenza, alcuni tipi di sofferenza, ed ancora la meditazione, la comunicazione, la leadership. Tutti vengono originalmente rivisitati e descritti in chiave gestaltica, con il desiderio di portare un contributo specifico allo sforzo di elaborazione teorica collettiva, che ha preso forma nei preparativi, nel convegno e oltre». La creatività – come identità terapeutica – è stata ed è il filo conduttore dei contributi. L’adattamento creativo sottolinea da un lato l’importanza di valorizzare le peculiarità e le possibilità di ognuno, dall’altro la necessità di saper ascoltare e attingere dalla pratica e dall’esperienza degli altri. Le modalità per andare oltre all’esistente si connettono alle radici fondanti date dalla teoria, da chi l’ha studiata, applicata e ampliata. Quello che nel convegno era scambio, creatività, novità, nella parola scritta degli atti è diventato punto di partenza di nuovi passi. Nelle sezioni dei workshop e delle minilectures, in poco spazio, si sono dovuti comprimere anni di esperienza. E anche esperienze vibranti avvenute fra i partecipanti ai lavori. Così vibranti da richiamare lunghe fasi di assimilazione. Momenti di incontro e di masticazione spesso si sono prolungati fino a tarda sera, in quelle giornate torinesi dell’ottobre 2008. Come fruire di questi contributi, numerosissimi, variegati, brevi e, ad un primo sguardo, anche un po’ frammentati? Naturalmente diverso sarà l’approccio del lettore che non ha partecipato al convegno rispetto a chi vi ha preso parte e che vi ritroverà, dunque, tracce di esperienze sia fatte in prima persona sia ascoltate nelle narrazioni dei compagni di gruppo. Proviamo a parlare dei primi, come di lettori virtuali. Li immagi-

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niamo non tutti gestaltisti. Probabilmente accederanno agli atti inseguendo tracce di qualche argomento specifico, da studiare e approfondire. Cercheranno colleghi con cui confrontarsi su questioni critiche del proprio lavoro. Siamo così arrivati alla fruizione del testo, alla consultazione di questo volume come una sorta di indice, di argomenti, problemi, angolature del mondo, affrontabili attraverso gli strumenti della PdG. Possiamo maneggiarlo come un mattone di una banca dati, da aggiungere, quindi, ad altri testi e anche alle tesi degli studenti. Può anche essere letto come documento storico sullo stato della PdG in Italia nel 2008, come momento di passaggio e consolidamento della SIPG. Le tavole rotonde sono un tentativo di mettere a confronto posizioni diverse su temi ritenuti importanti e controversi, fondanti o innovativi. La polis, la politica, già radice della PdG, è stato uno dei fili conduttori del convegno, insieme all’arte o, più precisamente, all’espressività, che mette in primo piano il corpo e i sensi. Un altro filone è quello definibile attraverso le parole chiave malessere, fragilità, rischio. Questi tre raggruppamenti – polis, espressività, sofferenza relazionale – si delineano, trasversalmente, percorrendo le tavole rotonde, i workshops e le minilectures. Definiscono così dei collegamenti fra i contributi. Una possibile modalità di lettura/fruizione è quindi proprio quella di cercare un ordine, pur nella fluidità dei percorsi. Poniamo le tre macro-tematiche individuate ai vertici di un ipotetico triangolo. Come in un gioco, possiamo poi collocare ogni contributo sulla superficie di questo triangolo. Per orientarci nella lettura degli atti, così come nella pratica clinica e nelle elaborazioni teoriche, ricordiamo come, negli anni ’50 e ’60, fosse rivoluzionaria la creatività. Oggi lo è di più l’adattamento. Un adattamento che non è introiettare, né cieca obbedienza; ma è l’ancorarsi a qualcosa, a cui dare riconoscimento e da cui attingere. Questo qualcosa, per noi terapeuti della Gestalt, è un patrimonio, dato da esperienze umane e analisi teoriche, da saperi ed esperienze, da maestri e colleghi. È stato la base del convegno e ci sostiene nell’esplicare davvero la creatività. L’anarchismo di Goodman, che troviamo nella tavola rotonda sulla polis come base per un dibattito sull’oggi, non è caos. Pos-

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siamo cogliere in esso un rigore e una chiarezza di cui abbiamo bisogno. Adattamento e creatività si propongono come polarità nella lettura degli atti. In alcuni contributi prevale la prima, in altri la seconda. Spesso troviamo anche un’armonia fra di essi, in quel mobile equilibrio che sempre dovremmo cercare nel nostro lavoro. Troviamo altre polarità. In particolare, in alcuni testi è forte la cornice teorica, in altri la teoria di base è liberarsi dalle teorie stesse. Alcuni contributi sono fortemente esperienziali, altri scarnamente metodologici. Alcuni lavori sono sviluppati in modo compiuto, altri sono abbozzati, allusivi di un percorso. Alcuni più gestaltici, altri con una cornice epistemologica meno definita, o più derivata da altri modelli e discipline. Il lettore, soprattutto gestaltista, dovrebbe avvicinarsi da un lato con curiosità, disponibilità, interesse, dall’altro con capacità critica. Come? Cercando notizie sull’autore? Guardando se fa parte della nostra scuola, se è vicino alla nostra teoria o se ha appartenenze diverse? Scoprendo i suoi percorsi professionali? Anche. Ma soprattutto è importante applicare la nostra capacità di ascolto, e quindi di lettura critica al testo stesso, cercandone e cogliendone le premesse e le tesi, rileggendo le esperienze attraverso le nostre competenze, esperienze, conoscenze. Anche il lettore dovrebbe, quindi, per utilizzare al meglio le possibilità del testo, muoversi fra creatività e rigore metodologico. Perché le scoperte, gli incontri, le conoscenze che ci sorprendono davvero non nascono né dall’introiettare, né dall’arroccarci nel nostro sapere, ma da un continuo esercizio ermeneutico. Michela Gecele

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Nuotatore d’abissi (particolare)


LETTURE

POST-TRAUMATIC SYNDROMES IN CHILDHOOD AND ADOLESCENCE. A HANDBOOK OF RESEARCH AND PRACTICE V. Ardino (ed.) (2011), Wiley-Blackwell, Oxford.

Il volume curato da Vittoria Ardino si snoda tra la valutazione, la diagnosi e la cura delle sindromi post traumatiche nello sviluppo, presentando una overview che si articola su cinque parti e che conduce a riflessioni sui contesti relazionali, in cui i segnali post traumatici si configurano entro una matrice di significato. Esperienze traumatiche, diagnosi (che tiene conto dei fattori di rischio, di quelli protettivi e del livello di resilienza), meccanismi biologici, cognitivi e contestuali, aspetti forensi ed interventi (clinici e psicosociali) sono le aree entro cui il disturbo post traumatico da stress (DPTS) viene ‘vivisezionato’, consentendone una conoscenza che va oltre la nosografia tout court. I punti di domanda di molti ricercatori e clinici sulle complesse aree di criticità connesse alla vita familiare e comunitaria, ai percorsi evolutivi e all’esperienze traumatiche, trovano nel volume orizzonti epistemologici e terapeutici, in cui i temi del trauma e degli eventi traumatici vengono riconosciuti come nodi nevralgici nella valutazione e nella psicodiagnosi del DPTS circoscritta al percorso di sviluppo. Attraverso un’ampia panoramica sulle tipologie delle esperienze traumatiche, descritte sia come eventi singoli e visibili (quali: un disastro naturale, un incidente stradale, un episodio di violenza collettiva, avvenuto ad esempio nell’ambito di un contesto di guerra), sia come eventi meno visibili ma consumati nel segreto delle mura domestiche (episodi di violenza intrafamiliare, trascuratezza, abuso psicologico) o ancora attivati da uno trauma migratorio (in bambini che si ritrovano a vivere ‘altrove’), il volume rafforza la connessione tra l’esposizione ad uno o più eventi traumatici e lo sviluppo del DPTS nei bambini e negli adolescenti. Seppur venga fatto riferimento a linee guida esaurienti (American Academy of Child and Adolescent Psychiatric,1998) – che peraltro non identificano un gold standard per la diagnosi ed il monitoraggio dei sintomi – nel volume si pone enfasi sull’importanza del loro riconoscimento, ma soprattutto sulla stretta connessione tra la sintomatologia e la tipologia dell’evento traumatico stesso.

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Secondo tale ottica, il volume si intreccia tra i numerosi filoni di ricerca attuali, attenti allo studio degli effetti degli eventi traumatici nello sviluppo e alle loro diverse interconnessioni tra esposizioni traumatiche precoci e croniche (vittimizzazione o trauma di tipo III) e modalità comportamentali antisociali (in adolescenza) e/o criminali (più spesso in età adulta)1. Da tali evidenze empiriche, il volume circoscrive in modo approfondito le molteplici aree di funzionamento psichico, coinvolte in tali processi traumatici: socio-emotiva e comportamentale, neurobiologica e cognitiva con un particolare effetto di ‘scompaginazione’ delle capacità del minore di elaborare le esperienze traumatiche vissute e di regolare gli affetti2. Su tali considerazioni teoriche e cliniche, si scorgono peraltro gli effetti prossimali del trauma con il loro impatto sulle competenze evolutive, che regolano gli affetti ed il controllo degli impulsi, e sui processi cognitivi, soprattutto rispetto alla capacità di insight e di autoconsapevolezza. In particolare, rispetto alla ricerca e alla clinica, gli interventi con gli adolescenti si orientano proprio verso il potenziare la capacità di elaborazione dell’esperienza traumatica, collocata entro una cornice di significato che sblocca il ragionamento logico, la capacità di problem solving, consentendo agli stessi adolescenti di non rimanere intrappolati nel trauma originario. A tal riguardo, non risultano forzate le considerazioni epistemologiche della Gestalt Therapy sugli effetti dell’esperienze traumatiche, nonché sulle coordinate della psicopatologia intesa come sofferenza della relazione3. La capacità post traumatica viene infatti valutata in base al momento e al contesto relazionale in cui si verifica il trauma originario: ovvero quando, nella storia evolutiva, la persona ha perso la sua spon-

1 K. Abram et alii (2004), Post traumatic Stress and Trauma in youth in juvenile detention, in «Archives of General Psychiatry», 61, 403-410. 2 B. A. Erwin et alii (2000), PTSD, malevolent environment and criminality among criminally involved male adolescents, in «Criminal Justice and Behavior», 27, 196-215. 3 G. Salonia (2010), L’anxiety come interruzione nella Gestalt Therapy, in L. D. Regazzo (ed.), Ansia, che fare?, CLEUP, Padova, 233-254.

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taneità. Ciò è possibile osservando la modalità con cui questa spontaneità continua a mancare – nonostante il tempo scorra – e ricostruendo in quale contesto sia rimasta imbrigliata. Secondo la GT, la diagnosi è fenomenologica (attenta ai vissuti) e relazionale, considerata come qualcosa che scaturisce da almeno due livelli: diacronico (evolutivo, legato al tempo in cui è avvenuto un blocco nello sviluppo) e sincronico (connesso alla natura relazionale del sintomo, nato in riferimento a qualcosa ed a qualcuno, non intrapsichico, e che si manifesta nel qui e ora con un’intenzionalità). Il sintomo post traumatico viene in altri termini letto come un ‘corto circuito’, fra un’insopprimibile intenzionalità di entrare in contatto con l’altro e l’insuperabile incapacità di farlo. In conclusione, il lavoro curato da Vittoria Ardino (p. 14) ci offre l’opportunità di guardare verso ed oltre il concetto di ‘trauma evolutivo’, partendo dal riconoscimento dei limiti delle ricerche che intraprendono il cammino della scoperta dei meccanismi alla base del disturbo post traumatico e delle tecniche d’osservazione che guardano al sintomo senza tentare di escluderlo dal contesto di matrice relazionale entro cui si esprime; non in ultimo, orienta lo sguardo sui vissuti del bambino davanti ad un ‘crocevia d’incontri’ quale è la vita, così come afferma la stessa curatrice, alcuni destinati a resisterle, altri a diventare un ricordo e non una trappola minata. Aluette Merenda

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Il sogno di Licina


Gtk 2, Rivista di Psicoterapia  

Il secondo numero di GTK non può non cominciare al femminile, dalla collega ed amica che di GTK è stata come l’utero amorevole, colei che ha...

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