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Supplemento al numero odierno de La Gazzetta del Mezzogiorno Anno I numero 4 / € 0,70 più il prezzo del quotidiano

O ilBI BIANC ROS SSO SO OSS

periodico di informazione sportiva de

MAGO CICCIO

GRAZIE


BR L’EDITORIALE

il

di Gaetano Campione

operazione simpatia

l’antidoto ai fischi T

rasmettere affidabilità e simpatia. Perché il campionato zoppicante restituisce malumore e incertezze al popolo dei tifosi e si riversa, inevitabilmente, sull’affluenza di spettatori. Ai biancorossi, purtroppo, mancano ancora un dna vincente e la solidità mentale in grado di trascinare allo stadio anche il popolo degli scettici. Il percorso intrapreso sulla costruzione di un’identità di gioco è ancora opaco. Così come il legame tra calciatori e sostenitori è sottile, fragile. I fischi del San Nicola rappresentano un campanello d’allarme da non sottovalutare. Al di là di alcune sporadiche iniziative, manca quell’operazione simpatia che riesca ad amalgamare chi gioca in campo e chi è seduto sugli spalti del San Nicola: se voi avete bisogno di noi, noi abbiamo bisogno di voi. Anche perché la differenza la stanno facendo le cosiddette partite “facili”, quelle in casa, dove il Bari viene meno clamorosamente. Perché si va allo stadio? Per gridare, tifare gioire, divertirsi, se possibile. E per sentirsi parte di una comunità: il Bari è l’immagine della passione popolare, di un amore sviscerato. Il senso di appartenenza è importante, in quanto è il coinvolgimento ad alimentare la fiamma di questa passione. La gente vuole sapere tutto dei propri idoli. Se potesse, li abbraccerebbe materialmente uno dopo l’altro. Invece, per alcuni aspetti, è come se il Bari fosse isolato dal mondo esterno. E questo, quando in campo si verificano vuoti improvvisi di memoria calcistica, leggerezze e mancanza di concentrazione nei momenti chiave, non aiuta nessuno. Si affievolisce l’attaccamento ai colori, resta solo la rabbia per l’insoddisfazione del risultato.

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Torniamo ai fischi del San Nicola. Grosso ha capito che non bisogna sottovalutare l’inizio del dissenso: nell’evoluzione del tifoso l’insofferenza, se diventa cronica, rappresenta l’ultimo passo prima dell’abbandono. Il tecnico si è impegnato a garantire una iniezione di entusiasmo. I settori vuoti, che il colpo d’occhio dello stadio non riesce a cancellare, sono un problema. Certo, la Lega di serie B ha contribuito, tra date e orari di recuperi assurdi, ad alimentare questa situazione. E la società giustamente ha cercato di alzare la voce. Restano i seggiolini vuoti e freddi. Con lo Spezia cantava solo la curva Nord e nemmeno tutta. Eppure il fattore campo, la sindrome dell’arena, hanno sempre rappresentato un ostacolo in più da superare per chi giocava a Bari. Progressivamente, invece, sta aumentato il numero dei tifosi da divano, delusi sia dai risultati che dal mancato senso di appartenenza. Un piccolo esercito recuperabile, perché ancora legato alle emozioni del pallone. Allora, via all’operazione simpatia. La storia del calcio racconta che il campionato cadetto si vince in primavera. Serve nuovamente colorare di biancorosso l’appuntamento, sbiadito, col San Nicola. Meglio dell’indifferenza e della disaffezione, il tifoso-giudice, il tifoso tecnico-tattico, il tifoso che critica. Chi si siede in prima fila allo stadio pretende perchè paga ed è un cliente esigente. Ricordiamoci che l’arma utilizzata dal tifoso per combattere qualcosa o qualcuno è il boicottaggio delle partite. Riconquistiamo il pubblico. Se la simpatia ha un colore, deve tornare ad essere quello biancorosso.

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BR sommario

il

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9 GANCI

ANDERSON

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il Biancorosso anno I n. 4 Periodico sportivo de La Gazzetta del Mezzogiorno reg. Trib. Bari n. 12372EL1/81

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Direttore responsabile Giuseppe De Tomaso Edisud SpA piazza A. Moro, 37 - 70122 Bari www.lagazzettadelmezzogiorno.it

BANFI

A cura di Redazione sportiva

I TIFOSI

Coordinamento Gaetano Campione Hanno collaborato Gianni Antonucci Michele De Feudis Filippo Luigi Fasano Massimo Ganci Davide Lattanzi Nicola Lavacca Aldo Losito Pierpaolo Paterno Michele Piazzolla Fotografie De Giglio Luca Turi Donato Fasano A. Scuro Ricciolo Archivio storico de La Gazzetta del Mezzogiorno Archivio Antonucci Progetto grafico e realizzazione Clara Specchia Concessionaria di Pubblicità Mediterranea SpA piazza A. Moro, 37 - 70122 Bari

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LA TOURNéE DEL ‘70

FLORIO

17 25

CAMPOBASSO

BIVI

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Stampa Grafiche Deste via Casamassima, sn Z.I. Capurso (Ba)

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BR IL GRAN VALZER

il

a cura di Davide Lattanzi

LA MAGLIA NUMERO 9 Un’abbondanza incredibile che Fabio Grosso ha gestito con il criterio dell’alternanza. Nessuno in B possiede la varietà di alternative offensive che, invece, vanta il Bari. Il centravanti, di solito, è un punto fermo. Tra i biancorossi, invece, la maglia numero nove è sempre in bilico: Nenè, Floro Flores, Cissè

NENE’

FLORO FLORES’

gol in campionato

1

gol in campionato

7

1

minuti giocati

688’

reti in carriera

12 minuti giocati

783’

reti in carriera

8

96 presenze parziali

presenze da titolare

Intelligenza al servizio della squadra È stato il primo centravanti in ordine cronologico da inizio campionato. Titolare in Coppa Italia (anche due reti in tale competizione) e nelle prime tre giornate di campionato, ha poi gradualmente perso il “posto fisso” ritrovandolo solo a sprazzi e segnando solo contro una volta, contro il Perugia. I PREGI Tecnica da categoria superiore e senso del gioco da vero brasiliano, con lui si esalta il gioco di sponda che svolge in maniera eccellente. Più che un terminale offensivo, diventa l’autentico “regista avanzato” del Bari. Grazie alla sua visione, con lui vanno a nozze gli esterni offensivi che il carioca libera grazie al movimento e alla capacità di attrarre difensori in marcatura fuori dall’area liberando gli ultimi 16 metri. Le sue capacità rendono la manovra più armonica e brillante: ne traggono beneficio anche gli inserimenti delle mezzali. Nel gioco basato in gran parte su possesso palla e trame ben ordite, è, per certi versi, la punta ideale. Il limite Non ha il crisma del cecchino. Non è un finalizzatore tipico. I numeri, d’altra parte, non mentono: il campionato più prolifico lo ha disputato in Portogallo (20 gol con il Nacional). In Italia, ha raggiunto una sola volta la doppia cifra, nel 2015-16 a La Spezia, con 11 gol.

6

7

97 presenze parziali

presenze da titolare

genio e sregolatezza Reduce dall’infortunio muscolare che gli ha fatto saltare l’intero finale della scorsa stagione, ha svolto una preparazione differenziata in estate per poi riaffacciarsi fin dalla seconda giornata di campionato. Secondo nel poker di punte per minutaggio, solo sette volte, però, è stato titolare. E all’attivo vanta soltanto una rete (contro l’Ascoli). Davvero poco per uno come lui. I PREGI È l’attaccante che, sulla carta, può rendere il gioco biancorosso più efficace e imprevedibile. Da prima punta, Floro Flores è abile sia nel dialogo con i compagni, sia nella ricerca della profondità. I colpi sono da autentico “top player” per la categoria: tecnica eccellente, intuizioni geniali, dribbling stretto, tiro potente e preciso. 13 stagioni di fila in serie A, d’altra parte, sono il biglietto da visita più eloquente sul suo valore. Con lui in campo, si può attaccare in vari modi, ma si esalta nel dialogo con Brienza: in fondo, il fantasista di Cantù parla esattamente la sua “lingua”. Il limite Anche lui non è il classico bomber. Tre volte in doppia cifra, l’ultima nel 2011 con il Genoa. Il problema più evidente, però, è che troppe volte è parso lontano da uno stato di forma accettabile e dai suoi standard. Ma se tornasse quello “vero”, nessuno lo fermerebbe.


SEMPRE IN BILICO e Kozak se la sono contesa finora. Ed al gran valzer delle prime punte, potrebbe iscriversi presto pure Federico Andrada, il 23enne argentino arrivato nel mercato invernale. Ecco, intanto, come se l’è cavata fin qui il poker utilizzato dal trainer biancorosso.

CISSE

KOZAK

gol in campionato

2

gol in campionato

9

2

minuti giocati

1.061’

reti in carriera

6 minuti giocati

5

468’

reti in carriera

11

46

39 presenze parziali

presenze da titolare

una “pantera” devastante Arrivato l’ultimo giorno del mercato estivo, è stato acquistato forse più per essere un’alternativa agli esterni offensivi: posizione, peraltro, ricoperta lo scorso anno con successo a Benevento, dove ha conquistato la promozione in serie A. Grosso, invece, lo ha utilizzato prevalentemente da centravanti e, a sorpresa, in tale posizione è stato il più schierato del “poker” primeggiando sia per presenze da titolare, sia per minutaggio. Alla prima dall’inizio ha segnato due gol alla Ternana, ma si è fermato lì. I PREGI La fisicità devastante. Spesso non basta un solo difensore per contenerlo. Con lui si esalta il gioco in profondità perché quando parte in progressione è praticamente incontenibile grazie ad uno scatto bruciante e ad una velocità di base notevole. Ma non si risparmia pure nel lavoro “sporco” senza sottrarsi alla battaglia con le retroguardie avversarie. Non a caso, Grosso lo ha spesso utilizzato come “calamita” per favorire l’ingresso in area degli esterni. Il limite Non poteva essere lui a garantire numeri sconvolgenti: in B non è mai andato oltre le quattro marcature. D’altra parte, non è mai stato un centravanti classico. Pesa, inoltre, il lunghissimo digiuno che si protrae da cinque mesi.

presenze parziali

presenze da titolare

L’ariete in cerca di rilancio È comparso sulla scena solo sul finire del 2017. Prima ha dovuto recuperare oltre tre anni scanditi dai terribili infortuni patiti all’Aston Villa. Eppure, ha impiegato relativamente poco per farsi concedere un’opportunità da titolare, riuscendo a collezionare un bel “filotto” di presenze dall’inizio. Facile intuirne il motivo: per caratura e potenzialità, sarebbe una vera “arma letale”. I PREGI È l’unico “numero nove” (nel senso classico) della rosa biancorossa. L’area di rigore è la sua “casa”. Per sfruttarne le straordinarie doti nel gioco aereo, Grosso ha schierato due esterni (Anderson e Galano) sulla corsia del rispettivo “piede forte”, al fine di rifornirlo di cross: esperimento non proprio riuscito. Kozak, però, ha comunque ritrovato il gol smarrito non solo capitalizzando un corner (colpo di testa con il Frosinone), ma anche facendosi valere in mischia. Per fiuto e istinto da “killer” non ha eguali nell’attacco barese. Il limite Sulla tecnica in senso stretto, non brilla particolarmente. Ragion per cui, viene da chiedersi se nel gioco ragionato di Grosso non sia un po’ sacrificato e, allo stesso tempo, se sia l’interprete ideale per tale filosofia. Se si ripetesse sui livelli toccati alla Lazio, però, ogni discussione sarebbe superflua.

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BR L’ESPERTO

il

BARI

DEVI DARE UN SEGNALE FORTE AL CAMPIONATO VINCERE LO SCONTRO DIRETTO DI ALTA CLASSIFICA COL CITTADELLA SIGNIFICA CANDIDARSI AI PRIMI DUE POSTI Massimo Ganci

C

Chi è Massimo Ganci è nato a Milano il 17 novembre 1981. Inizia la sua carriera nel Monza, ma esplode a Treviso (21 reti dal 2002 al 2004) ed approda in A alla Reggina. Torna in B a Piacenza ed a gennaio 2005 si apre la parentesi con il Bari che si conclude nel 2008 con 66 presenze e nove gol. Veste quindi le maglie di Cittadella, Salernitana, Pescara e Frosinone. Incriminato per due gare nel filone del calcioscommesse “Bari-bis” (i match sono Bari-Treviso 0-1 del 2008 e Salernitana-Bari 3-2 del 2009, quando militava con i campani), viene squalificato per quattro anni dalla Commissione Disciplinare, poi ridotti a 24 mesi dal Tas. Al processo penale di Bari viene assolto nel 2016 “per non aver commesso il fatto”. Nel 2015 torna in campo: ricomincia dalla Maceratese, passa da Castelfidardo, L’Aquila e Pineto. Oggi è al Pavia, in serie D.

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ittadella-Bari è senza dubbio la gara clou del 31° turno di serie B. Per un semplice motivo: chi vincerà, potrà provare a sfidare fino in fondo Empoli, Frosinone e Palermo per la promozione diretta. Un’impresa non semplice, perché toscani, ciociari e siciliani sembrano avere qualcosina in più rispetto al resto della compagnia. Tuttavia, vincere uno scontro diretto di alta classifica significa pur sempre dare un segnale forte al campionato. Soprattutto se fosse il Bari ad intascare i tre punti, la candidatura dei galletti nella lotta per i primi due posti sarebbe particolarmente credibile. Fabio Grosso ha disposizione un organico di altissimo spessore: se la squadra prendesse piena consapevolezza dei propri mezzi e conquistasse definitivamente il pubblico, si metterebbe in moto una macchina difficile da fermare. Attenzione, però. Il Cittadella continua ad essere definito un “miracolo”, ma non è così. Anzi: i veneti sono uno degli ultimi esempi di ciò che significhi costruire una squadra. A Cittadella un allenatore non dura mai lo spazio di una singola stagione: si investe sugli uomini a lungo termine, così come il gruppo raramente è rivoluzionato, ma si inseriscono innesti mirati su una base solida. Il calcio è intesa ed automatismi: i granata sono eccellenti in queste doti e non c’è da meravigliarsi, quindi, se bazzicano le zone alte della classifica. Non prevedo un match bloccato: tra le mura amiche, il Cittadella prova comunque a giocare la sua gara ed i biancorossi sono una formazione portata a proporre. Per chi sarà il mio cuore? In Veneto ho trascorso una sola stagione che, però, è stata positiva, in un ambiente sereno ed in un club molto organizzato. In Puglia, invece, ho passato due anni e mezzo, purtroppo non nel periodo più semplice della società. Eppure, sono felice di aver conosciuto una piazza così appassionata e di aver contribuito a centrare tre salvezze preziose. Ho avuto l’onore di lavorare con Antonio Conte: all’epoca era alle prime esperienze da tecnico, ma capimmo immediatamente che fosse un predestinato. Cambiò subito la nostra mentalità, dandoci un’organizzazione ferrea e dettagliata. Mi dispiacque andar via proprio nell’estate da cui partì il torneo del salto in A. Avrei tanto voluto godermi la gioia dei baresi. Già, perché io di Bari mi tengo strette le cose belle: è vero, la militanza in biancorosso riporta anche al mio coinvolgimento nel calcioscommesse dal quale sono venuto fuori con piena assoluzione. La giustizia sportiva, però, mi ha tolto due anni di carriera, mi ha danneggiato sul piano economico perché stavo per rinnovare il mio vincolo con il Frosinone: oggi, invece, sono in serie D, al Pavia e, nonostante i 36 anni, non voglio assolutamente smettere. Soprattutto, questa vicenda mi ha lasciato una ferita profonda. E pensare che chi mi ha accusato oggi gioca in serie A, ma se mi capita di vedere certa gente in tv cambio subito canale. Il Bari, invece, lo seguo ancora. Ed auguro di cuore ai galletti di tornare in serie A, dove dovrebbero essere stabilmente.

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BR B R IL PERSONAGGIO

il

DJAVAN ANDERSON Filippo Luigi Fasano

Djavan chi? Mi dispiace, non lo conosco”. È l’inizio di agosto quando il Bari mette in prova un terzino di nome Anderson, giovane olandese con una “esse” in meno degli svedesi Kenneth e Daniel. Per saperne di più si bussa ad Alec, un giornalista più orange di una Fanta in lattina. Un autentico cantore del pallone dei Paesi Bassi: ne conosce ogni spigolatura, fino a ricordarne le promesse mancate ed annusarne i talenti in sboccio. Ma questo nome proprio no, nel suo archivio

IL FURETTO olandese attaccante 22 anni

AX

G

20 13

-2 01

4

N JO

AJ

SQUADRE DI CLUB

10

015

4-2

201

2015-2017 2017

AZ

AAR M K AL

CAMBUUR

BARI

non c’è. E allora non resta che affidarsi a YouTube, per farsi un’idea più precisa. Ad una di quelle clip che fanno di ogni esterno basso un novello Djalma Santos. Ce n’è una anche per Djavan, otto minuti e cinque secondi tratti da una sola partita. Che fanno ancora più suggestione perché il suo Cambuur indossa una maglia giallo oro e calzoncini blu, che lo fanno sembrare un piccolo Brasile. Corsa e progressione, avversari saltati sull’esterno, più di foga che con la tecnica. La gamba c’è, l’abilità tattica chissà: correre meno per correre meglio, ma su questo ci si può lavorare. Ventitré anni il prossimo 21 aprile, radici in Giamaica, Djavan arriva con lo spagnolo Marquez, difensore pure lui ma centrale, dai piedi buoni. Di quelli che piacerebbero a Grosso per impostare l’azione. Il reparto ne è sprovvisto, mentre abbonda di terzini destri. Tutta gente da usato sicuro: il potenziale titolare Sabelli, convalescente dopo un infortunio al ginocchio, o il neobiancorosso Fiamozzi, una certezza per la B. In emergenza, c’è pur sempre Cassani. Però Marquez non convince. Anderson, invece, sì, in attesa che la lunga stagione gli conceda uno spiraglio, su quella fascia. Bari non lo conosce ancora, ma lui già conosce Bari, e non solo. Prima di arrivarci da calciatore, ci è venuto da turista. Un mese prima, a luglio. Da Amalfi, in compagnia di Lorraine, la bellissima fidanzata dai grandi occhi chiari. Quasi una premonizione: “Siamo stati anche a Trani e Polignano, prima che Djavan fosse chiamato dal Bari – spiega la compagna, che si divide fra la Puglia ed Amsterdam, dove cura il marketing di

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ARANCIONE un brand di moda – Ci siamo innamorati del cibo e della gentilezza della gente. Ogni volta cerco di scoprire un posto diverso”. E senza alcuna attesa: Lorraine ha ideato un’applicazione che misura le code ed ottimizza i tempi di visita. Anderson, invece, ha saputo attendere. Ha dovuto attendere, studiare un calcio nuovo per farsi trovar pronto. L’occasione giusta, sette giorni dopo il debutto, arriva a Salerno, con la prima da titolare. Dal campo non uscirà più, anche nelle tre gare successive: un pareggio e tre vittorie. Una di queste, porta pure la sua firma. Novara, minuto 90, Bari in vantaggio e piemontesi sbilanciati: Anderson brucia il dirimpettaio sullo scatto, riceve palla da Tello e supera il portiere in uscita, per finire la sua corsa davanti ai tifosi biancorossi. Dritto e impettito, come un treno che giunge in stazione. Braccia in alto per il gol, ma è tutto il resto che conforta: va su e giù che è un piacere, Djavan. Non attacca gli avversari, attacca gli spazi e vi si getta dentro goloso. Quando porta il pallone con sé, mentre sfreccia, è difficile che glielo tolgano. Piuttosto lo perde lui. Coi baresi è subito simpatia, come fu con un altro furetto, Kamatà. Ma la pasta è diversa: se Pedro svolazzava, Djavan sferraglia. E poi è resistente e duro a cadere, anche quando i calzettoni alla cacaiola invitano a qualche calcio in più. E quando rincula, è tignoso come ci si aspetta da un difensore, sia pure laterale. Insomma, un piccolo idillio, finché un infortunio muscolare lo toglie di mezzo a Chiavari, prima dell’intervallo, con il Bari già sotto. Al ritorno in campo a Cesena, dopo la sosta, Grosso gli riaffida la fascia, ma con una porzione più ristretta e più avanzata. Mezzala, forse pure per

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il difensore ha dovuto attendere studiare un calcio nuovo per farsi trovare pronto

strizzare l’occhio alla schiera di estimatori che si è ingrossata partita dopo partita. Qualche big italiana, presunti corteggiamenti dal Portogallo. Ma l’unica pista praticabile sembra Benevento, a meno di 200 chilometri verso ovest. Meglio accomodarsi in panchina, in attesa di quella cessione che però non arriva. Gennaio passa, Anderson resta. E quando torna titolare, i risultati riprendono a sorridere. È un nuovo Djavan però, o almeno è Grosso che lo vorrebbe così. Il tecnico dirotta Galano a sinistra e sposta l’olandese addirittura nel tridente d’attacco, nella posizione di esterno destro. Forse è un tentativo ulteriore di smerigliare l’argenteria, esaltandone la vocazione offensiva. O più probabilmente la ricerca dei giusti pesi e contrappesi, che un diverso assetto di squadra, più esuberante e sfrontato, non può più garantire. Fatto sta che Anderson non incide più. Gli avversari superati di slancio sino all’altro ieri, oggi lo imbrigliano nel breve. La zona franca del primo scatto, quella utile ad innescare il turbo, si è addensata di avversari, che intercettano e rilanciano. No, questo spostamento in avanti proprio non s’ha da fare, come suggerisce chi lo conosce bene: “È un terzino. Punto – sentenzia Brian Roy, ex attaccante del Foggia e della nazionale arancione, che ha seguito ed allenato Anderson nel settore giovanile dell’Ajax – All’inizio giocava a centrocampo, poi è arretrato in difesa. In Olanda non abbiamo saputo aspettarlo. Ognuno ha i suoi tempi. E questo è il momento in cui Djavan avrebbe dato il meglio. Lo conosco bene: è un ragazzo intelligente, è tecnico e veloce. E in serie A ci arriverà facilmente. Magari proprio in Puglia”.

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BR COME ERAVAMO

il

ITALO

fLORIO

il DRIBBLING

COME MARCHIO DI FABBRICA Nicola Lavacca

I

l dribbling è sempre stato il suo marchio di fabbrica. Qualcosa di geniale che ha fatto di Italo Florio, indimenticata ala del Bari a metà degli anni ’70, uno dei calciatori più amati dai tifosi biancorossi. Estroso e funambolico, a volte persino istrionico, tanto da irridere gli avversari. Celeberrimo il suo “coupe de theatr e” in un BariArezzo del 14 gennaio del ’73 quando all’improvviso dopo una delle sue proverbiali finte si sedette sul pallone. «Il risultato non si schiodava dallo 0-0 in una partita contrassegnata dall’eccesivo tatticismo – racconta Italo Florio che dopo aver appeso le scarpe bullonate al fatidico chiodo vive a Firenze da tempo -. Il mio diretto avversario, credo si chiamasse Vergani, mi aveva letteralmente tartassato di falli durante tutta la gara. A pochi minuti dal termine passammo in vantaggio con Casarsa. Così decisi di prendermi la rivincita sul mio diretto marcatore. Pensai bene di ridicolizzarlo. Lo chiamai a gran voce e quando arrivò dalle mie parti lo saltai in dribbling tre-quattro volte; poi istintivamente mi sedetti sul pallone tra l’ilarità del pubblico. Un gesto che rifarei ancora oggi. Mi ricordo gli applausi e il boato della tribuna Maratona». Italo Florio, nativo di Cosenza, a 16 anni fu ingaggiato dalla Fiorentina che da poco aveva conquistato lo scudetto. Con la maglia viola debuttò in serie A il 30 gennaio del ’72 nella trasferta di Napoli. Sembrava che il suo futuro potesse dipanarsi nel massimo palcoscenico calcistico nazionale. Invece, nell’estate del ’72 approdò al Bari in comproprietà. In biancorosso disputò quattro campionati, due in B e due in C,collezionando 117 presenze e 20 gol, di cui 14 nella sola stagione ‘74-’75 dopo la retrocessione dalla serie cadetta. «Un’esperienza indimenticabile che ha segnato la mia carriera e la mia vita – sottolinea -. Io che sono cresciuto nel vivaio della Fiorentina, arrivando persino in prima squadra, ho una passione viscerale per il Bari che è sempre nel mio cuore. Seguo con interesse tutto quello che

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la maglia che mi sento cucita addosso è quella biancorossa

i biancorossi fanno, attraverso la tv e i giornali. Questo potrebbe essere l’anno buono per tornare in serie A. La formazione allenata da Fabio Grosso è ben assortita e assemblata, seconda solo a Empoli e Frosinone che forse hanno qualcosa in più. I playoff sono un obiettivo a portata di mano. Dopo la doppia sconfitta, in casa contro l’Empoli e a Venezia, ho visto una grande reazione dei giocatori che sono riusciti a riconquistare terreno nella parte nobile della classifica. Brienza, nonostante l’età, è uno di quelli che fa la differenza. Eccezionale il suo gol segnato alla Pro Vercelli. Un po’ mi somiglia, anche se nel calcio ognuno è se stesso. Lui e Galano sono il valore aggiunto di questo Bari». Gli spareggi promozione sono spesso imprevedibili. Ma Florio indica la strada per poterli affrontare al meglio. «I giochi sono ancora aperti e non è detto che il Bari sia del tutto escluso dalla promozione diretta. In ogni caso, da qui al termine della stagione regolare, bisogna fare più punti possibili almeno per piazzarsi meglio nella griglia dei playoff dove contano soprattutto le motivazioni. E il Bari ce ne ha da vendere. Con una piazza così importante, con un pubblico così passionale e caloroso non si può sbagliare. Ai miei tempi il glorioso stadio Della Vittoria era una bolgia. Credo che il San Nicola abbia lo stesso effetto dirompente». Sulla soglia dei 65 anni, Italo Florio passa ancora parte delle sue giornate sui campi di calcio. «Alleno i ragazzi 14enni della Sales Firenze. A loro consiglio di giocare la palla di prima, di non eccedere nei dribbling come facevo io…. Ogni tanto indosso maglietta e pantaloncini per disputare qualche partita di beneficenza insieme ad altri ex della Fiorentina, come Antognoni, Esposito, Firicano, Robbiati. Ma la maglia che mi sento cucita addosso è quella biancorossa. È come il primo amore, non si scorda mai. Spero davvero che il Bari ritorni in serie A. Magari vengo giù per far festa con quelli che considero i miei veri tifosi».

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BR l’intervista

il

LINO BANFI

l’anatema di canà su graziani ciccio segnò quattro gol alla mia longobarda e io gli dissi «appena finirai di giocare a calcio perderai tutti i capelli»

oronzo canà Mitica l’interpretazione di Lino Banfi nei panni dell’allenatore esperto del modulo calcistico 5-5-5

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Aldo Losito

U

n cuore per metà biancorosso e uno smisurato senso di appartenenza alla propria terra d’origine. È sempre vivo e si rinnova ogni week end il rapporto a distanza tra il noto attore Lino Banfi e il Bari Calcio. L’82enne ambasciatore di Puglia in Italia, nato ad Andria e vissuto a Canosa, da più di 50 anni vive a Roma ma mantiene ben saldo il legame con la baresità, anche con fugaci presenze in terra pugliese. Maestro, qual è il suo rapporto con il calcio? «Diciamo che si è solidificato negli anni, perché prima pensavo a fare il mio sport. Sono stato campione olimpionico di salto al pasto triplo. A parte gli scherzi, ho visto la mia prima partita di calcio all’Olimpico, quando accompagnavo i portatori di handicap allo stadio per non pagare l’ingresso. Eravamo giovani attori morti di fame, e quella era l’unica maniera per entrare gratis a vedere la partita, e magari avere anche qualche lira o qualche supplì, dalla persona accompagnata. La prima volta mi capitò la Lazio, ma quei colori non mi entusiasmarono. Dopo un po’ di giorni mi capitò un altro che mi offriva addirittura il pranzo, in cambio dell’accompagnamento. Questa volta conobbi i colori della Roma e cominciarono a piacermi, quindi partì il tifo che continuò a crescere col la notorietà d’attore. Essere romanista è un riconoscimento ad una città che mi ha accolto e mi ha dato benessere. Ma il mio cuore batte anche per ‘la Bari’, tanto che ad ogni week end chiedo sempre il risultato dei biancorossi, nella speranza che raggiungano quanto prima la serie A. Almeno posso andarli a vedere dal vivo quando giocano all’Olimpico. Con la Bari è lo stesso amore che mi lega alla Gazzetta, da sempre una istituzione nella mia famiglia quando ero in Puglia». Qual è il punto di contatto con il calcio barese? «Fin dagli anni ‘90 sono protagonista del “tifo a richiesta”. Chiunque mi incontri, tra presidenti, calciatori o semplici tifosi, mi chiede di fare il tifo per la sua squadra. Tra questi anche i Matarrese, con i quali c’è sempre stato un ottimo rapporto. Con loro condivido Andria come città di nascita e le umili origini, poi negli anni c’è stata sempre simpatia e apprezzamento, sia con Antonio presidente della Figc che con Vincenzo presidente della Bari. Quando ci incontravamo si parlava solo in pugliese e gli abbracci erano infiniti». Ma ha mai provato a fare il calciatore? «Ho fatto parte della Nazionale italiana attori, però non avevo un ruolo preciso e preferivo mettere zizzania. Avevo il numero 113 sulla maglia ed ero il dodicesimo uomo in campo, quindi inevitabilmente venivo cacciato dall’arbitro. Giravamo l’Italia raccogliendo fondi per iniziative benefiche, poi sono anche diventato presidente di questa squadra, che vantava anche altri nomi importanti del cinema italiano e qualche ospite d’eccezione. In un’occasione ospitammo nella nostra squadra anche un altro grande pugliese come Mennea». Come allenatore è andata meglio. Ancora

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oggi è il tecnico più amato in Italia grazie al film cult “L’allenatore nel pallone”. Le è mai capitato di farlo veramente? «Quel film non passa mai di moda. E manco a dirlo, il mio Oronzo Canà è un omaggio alla vulcanica figura di Oronzo Pugliese, il mago di Turi, un allenatore che ricordano con affetto anche a Roma. Dopo quel film, ancora oggi i calciatori mi salutano chiamandomi mister. E una volta mi è capitato veramente di fare l’allenatore assieme a Enzo Berzot. Il grande tecnico del mondiale ‘82 mi chiamava spesso per motivare la nazionale e in una partitella a Coverciano mi portò insieme in panchina. Mentre fumavamo la pipa tutti e due, davamo ordini alla squadra. Io ovviamente restavo fedele al 5-5-5, il modulo che adesso usano anche le squadre inglesi, francesi e da ultimo quelle spagnole». Se la chiamasse il Bari andrebbe ad allenare i

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se il bari mi chiamasse ad allenare renderei la squadra obesa perchè vinceremmo sempre a tavola

biancorossi? «Me la ‘tirerei’ un po’, come fanno i grandi allenatori, ma accetterei eccome. Non assicuro risultati sul campo, in compenso renderei tutta la squadra obesa perché a tavola saremmo sicuramente vincitori contro ogni avversaria. E poi, sarebbe uno spasso dare ordini in lingua pugliese a tutta la squadra». Qual è uno degli aneddoti più simpatici che ricorda di quel film? «Uno dei ricordi più belli è legato a Ciccio Graziani, il bomber della Roma. I giallorossi avevano battuto la mia Longobarda con quattro suoi gol. Lui mi provocò negli spogliatoi e nel film gli risposi dicendo che ‘appena finirai di giocare a calcio perderai tutti i capelli’. Fu una vera e propria sentenza, perché in realtà è accaduto questo, e lui ogni volta che mi incontra mi maledice allegramente».

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BR I TIFOSI

il

CORATO

L’INCROLLABILE Michele Piazzolla

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uando gioca il Bari, al “San Nicola” o in qualsiasi stadio d’Italia, basta volgere lo sguardo verso la curva per accorgersi e trovare in bella esposizione lo striscione “Corato”. È il vessillo del gruppo Ultras Bari che esiste da quasi quarant’anni nella città ai piedi di Castel del Monte. È una realtà ben consolidata di tifosi biancorossi. Il gruppo è composto da un centinaio di soci: la gran parte segue i Galletti sia nelle partite interne, sia nelle gare in trasferta. Li vedi assiepati intorno allo striscione in curva nord al San Nicola e li vedi comunque in trasferta nel settore riservato agli ospiti. Una fede incrollabile all’insegna dei sani ideali di passione e amore per il Bari. È un gruppo storico del Bari, sicuramente uno dei primi in Puglia e forse in Italia per tradizione e spirito di attaccamento ai colori. «Nella stagione 1979-80 – racconta Michele Asselti, capo storico e tra i fondatori del gruppo – andai allo stadio della Vittoria a vedere un derby Bari-Lecce. Ero in curva nord: fu uno spettacolo bellissimo di colori e scenografia, vidi tanti tifosi e soprattutto tanta passione. Fui veramente colpito e impressionato. Così, io ed altri giovani amici, decidemmo di creare un gruppo. E da allora abbiamo sempre seguito il Bari. Eravamo in pochi: con il passare del tempo e delle esperienze vissute, siamo diventati numerosi. Ma la cosa più bella è che in questi anni c’è stato un continuo ricambio generazionale. Ai componenti dell’epoca si sono aggiunti innanzitutto i figli,

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RICAMBIO: AI SOCI STORICI SI SONO AGGIUNTI I FIGLI IL GRUPPO È COMPOSTO DA UN CENTINAIO DI SOSTENITORI

poi tanti altri». Insomma il gruppo Ultras Bari di Corato è una realtà felice del tifo organizzato. Lo affermano a chiare lettere altri tre dei componenti: Giuseppe Recchia, Tommaso Mongelli, Vincenzo Minafra. «La nostra militanza in curva - spiega ancora Asselti - è una continua testimonianza di come il tifo ultrà non sia quello spesso dipinto dalle cronache dei giornali, ma una realtà di passione, fratellanza, all’insegna dei valori dello sport e della solidarietà». Spesso, infatti, il gruppo Ultras Bari di Corato ha aderito e partecipato a iniziative benefiche a favore dei bambini di orfanatrofi della Puglia. E si è distinto in occasioni di solidarietà verso i bisognosi. È davvero notevole rimarcare che a Corato esista da quasi quarant’anni un gruppo di Ultras Bari, in una piazza che pur vanta tradizioni calcistiche, sebbene in categorie dilettantistiche. Oggi, peraltro esiste anche una prima squadra della città, ovvero l’Us Corato. La risposta di Asselti è abbastanza semplice: «Siamo spinti da una passione di curva, nella quale, lo ribadisco, vi sono valori umani e sportivi davvero radicati che ci tengono uniti nella passione. La nostra storia è composta da decenni in curva, seguendo sempre il Bari che ha permesso di far vivere e crescere insieme a generazioni di giovani e amici». Il gruppo è molto variegato, composto da professionisti, lavoratori e studenti. Ci sono anche nuclei di famiglie che non disdegnano di seguire il Bari sia al San Nicola e sia in giro per l’Italia.

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L’INTERVISTA DOPPIA 1 2 3 4 5 6 7 8

COME TI CHIAMI? Barbara Francesca Ovieni.

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SOPRANNOME Babi. QUANTI ANNI HAI? Non si chiede mai l’età ad una donna. SEGNO ZODIACALE? Scorpione. PROFESSIONE? Conduttrice televisiva. TRE AGGETTIVI PER DEFINIRTI? Imprevedibile, solarissima, testarda. IL TUO PUNTO DEBOLE? La distrazione.

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COME TI VESTI DI SOLITO? Qualsiasi cosa metto dal semplice jeans e t-shirt ai super vestitini che siete abituati a vedere in tv, sono tutti pezzi ricercati. Non c’è mai nulla di improvvisato. Sono vittima della moda e ci tengo da morire.

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COSA TI DICONO PIU’ SPESSO? Ahahahah lo devo proprio dire? “Come sei B...ella”

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19 Chi è Barbara Francesca Ovieni, conduttrice di “Bordo Campo”, la trasmissione sportiva in onda su TeleNorba. È anche modella e attrice.

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LA PRIMA COSA CHE FAI AL MATTINO? Appena apro gli occhi vado a preparami la colazione, iniziando già a lavorare controllando mail e messaggi social bevendo infiniti caffè. L’ULTIMA COSA CHE FAI LA SERA? Mi rilasso con la tv e messaggio con i miei amici fino allo svenimento con il telefono in mano, perché spesso durante il giorno non ho tanto tempo da dedicargli. UN SOGNO RICORRENTE? Non so se sia un bene o un male ma non ricordo mai i sogni. Mai. UNA FIGURACCIA MEMORABILE? Ahahhaha sono troppe le figuracce memorabili, ne combino una al giorno. E a volte capitano anche in diretta tv. ULTIMO LIBRO LETTO? 50 sfumature di grigio e tutta la serie. Ma leggo più che altro quotidiani sportivi, aggiornamenti calcistici nel web e quindi tolgo del tempo alla lettura di un libro. COSA FAI SE IL GATTO NERO ATTRAVERSA LA STRADA? Assolutamente mi fermo e aspetto che passi un’altra macchina, non sono tanto superstiziosa, ma in questi casi meglio evitare per non sbagliare. DI COSA HAI PAURA? Ho paura di non riuscire a fare tutto quello che ho in testa. A volte penso che vorrei una settimana lunga quindici giorni. FRASE PREFERITA? “L’amore è eterno finché dura”. PER QUALE SQUADRA DI CALCIO TIFI? Da quando mi occupo di calcio onestamente non sono più tifosissima, preferisco seguire tutte le squadre in modo più oggettivo, ma simpatizzo per Milan e anche per il Benevento al quale auguro la salvezza come spesso mi capita per le squadre più piccole e in difficoltà. COSA TI RIFARESTI DAL CHIRURGO PLASTICO? Cosa mi rifarei ora? Ora niente, con i miei pregi e i miei difetti al momento mi piaccio e mi accetto così, a parte qualche vitamina al viso che dona luce, per il mio lavoro è importante avere sempre una bella pelle. In ogni caso non sono contraria alla chirurgia

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quando può dare un piccolo aiuto senza stravolgere. Come ti immagini tra 30 anni? Tra 20 anni mi immagino finalmente più stabile in una città e non sempre in giro con un trolley sempre pronto. Mamma e moglie e, perché no, con la possibilità di fare ancora il lavoro che faccio. Perché amo infinitamente il mio lavoro. Cosa cambieresti del tuo corpo? Se potessi cambiare qualcosa, cambierei forse il naso, che non è proprio perfetto, ma come dicono i miei genitori rende più particolare il mio viso: ci credo. Il ricordo indelebile? Il ricordo indelebile è legato al mio ex fidanzato. Quando mi chiese di seguirlo, lui in moto io in macchina e si fermò davanti a una chiesa e mi chiese di sposarlo subito. E come pazzi supplicammo il prete di sposarci immediatamente ma non ci fu la possibilità ovviamente. Forse meglio così visto che poi purtroppo la storia d’amore finì. Ma quando chiudo gli occhi e penso all’emozione più bella penso a quell’abbraccio lungo mezz’ora davanti a quella chiesa. Quello peggiore? La morte del mio cane Simba. Una persona che stimi? Io stimo soprattutto tutte le mie colleghe conduttrici sportive, parlare di calcio in tv per una donna è sempre stato molto difficile, difficile farsi ascoltare e avere soprattutto una credibilità da parte degli uomini, bisogna dimostrare tanto e continuamente. Quindi da Paola Ferrari a Ilaria D’Amico, Diletta Leotta, Micaela Calcagno tutte donne forti e con “le palle”. Dove vorresti vivere? A Milano dove sono nata e vivo ancora, adoro la mia città che migliora ogni giorno di più, ma amando tanto il mare non disdegnerei una città come Miami, o perché no la Puglia che mi sta ospitando in quest’anno lavorativo e sto imparando ad amarla, avete tutto qui. Il San Nicola o il Della Vittoria? Il Della Vittoria ha fatto sognare tanto in passato i tifosi del Bari, invece il San Nicola per me ha un valore in più in quanto ora qui seguo le partite da vicino. . 

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La canzone che interpreti meglio? Quasi tutte le canzoni di Maluma. Il mio cantante preferito colombiano, amo in genere tutta la musica colombiana, ma quando canto sempre in macchina “Me jllamas” di Piso 21 e Maluma sono felicissima. La canzone che ti ha fatto innamorare? “La Fine” di Nesli Hai nemici? Penso e spero di no. Il piatto preferito? Amo il sushi, ma ho scoperto fave e cicoria. Cosa pensi dell’altro? Onestamente non la conosco, ma so che si occupa di calcio anche lei e quindi non posso che complimentarmi. Meglio la radio o la tv? Io ho fatto e faccio tutt’ora sia radio che televisione, e non pensavo che la radio mi piacesse così tanto, soprattutto perché lì ci posso andare anche in tuta dimenticandomi di trucco e tacchettini, ma il primo amore rimane quello per la tv, soprattutto per la diretta.

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Il tuo portafortuna? Un cornino bianco attaccato alle mie chiavi di casa. Destra o sinistra? Non c’è destra o sinistra. Io sono per le persone che possono fare la differenza in tutti i campi, anche in quello politico. Credo nelle idee e nelle persone che riescono a trasmettermi fiducia e forse delle speranze. Chi getteresti dalla torre? Al momento nessuno.

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L’altezza del tacco della scarpa preferita? Ovvio, tacco 12. Ma di giorno tacco zero. Viva le scarpe da ginnastica! La cosa piu’ trasgressiva che hai fatto? Eeeee… ma qui volete sapere troppo. Lasciamo un po’ di posto all’immaginazione dei lettori… Un lavoro che avresti fatto? Nessun lavoro a parte il mio. Cosa non sopporti? L’ignoranza (e non parlo mancata istruzione) e lo snobbismo.

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Compagno di viaggio ideale? Con i miei migliori amici Alessandra Moschillo e Fabrizio Sina. Praticamente fratelli. Gli unici che conoscono ogni mia abitudine e modo di vivere perfetti in ogni dove. Il miglior calciatore del Bari visto in azione? Se dico Pietro Maiellaro è perché spinta dalla curiosità ho visto molto filmati e mi ha sorpreso per come sapeva trattare il pallone e fare gol. Un pregio dei tifosi baresi? I tifosi del Bari sanno essere vicini alla squadra. Dal primo minuto al novantesimo. Un difetto dei tifosi baresi? In alcune circostanze si sono lasciati influenzare da voci non sempre vere. Il gol piu’ bello segnato dal Bari? Il gol più bello che mi ricordo è quello di Antonio Cassano all’Inter. La partita da dimenticare? I derby persi col Lecce credo che restino il ricordo più brutto per tifosi del Bari. Il piatto che cucini meglio? Ahia, qui è un bel casino visto che non so cucinare anche perché non ho mai tempo per farlo, ma dai, diciamo che se devo fare scena con il minimo sforzo potrei cucinare un bel branzino al sale! La maglia del Bari piu’ intrigante? La maglia più intrigante... l’ultima, celebrativa mi piace molto. Il complimento professionale piu’ bello? Questa domanda mi piace molto.. perché ultimamente ricevo tanti complimenti per la mia professionalità, preparazione e quello che preferisco è quando mi dicono che colpisco per la mia umiltà e spontaneità, non sapete come questo mi renda felice e soddisfatta. La critica piu’ feroce? La critica più feroce è quando la gente si sofferma davanti al mio vestito e pensa che io sia solo questo. Con chi vorresti andare a cena? Con il mio fidanzato che in questo momento non ho.  

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L’INTERVISTA DOPPIA OVIENI-SIMONE

COME TI CHIAMI? Katia Simone. SOPRANNOME Nessuno. QUANTI ANNI HAI? 34. SEGNO ZODIACALE? Vergine. PROFESSIONE? Impiegata. TRE AGGETTIVI PER DEFINIRTI? Raffinata, determinata e testarda. IL TUO PUNTO DEBOLE? La sensibilità. COME TI VESTI DI SOLITO? Casual. COSA TI DICONO PIU’ SPESSO? Bella e dolce come persona. LA PRIMA COSA CHE FAI AL MATTINO? Una doccia rigenerante. L’ULTIMA COSA CHE FAI LA SERA? Mi aggiorno sulle ultimissime notizie della giornata via internet. UN SOGNO RICORRENTE? La conduzione di un programma sportivo. UNA FIGURACCIA MEMORABILE? Sono caduta durante una ripresa televisiva. ULTIMO LIBRO LETTO? “Formentera” di Gabriele Parpiglia.

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COSA FAI SE IL GATTO NERO ATTRAVERSA LA STRADA? Mi fermo per farlo passare e poi continuo. DI COSA HAI PAURA? Dei topi. FRASE PREFERITA? La frase di Vittorio Alfieri: “Volli, e volli sempre, e fortissimamente volli”. PER QUALE SQUADRA DI CALCIO TIFI? Il Bari. COSA TI RIFARESTI DAL CHIRURGO PLASTICO? Nulla. COME TI IMMAGINI TRA 30 ANNI? Con qualche ruga in più e qualche sogno già realizzato. COSA CAMBIERESTI DEL TUO CORPO? Nulla. IL RICORDO INDELEBILE? La figura paterna. QUELLO PEGGIORE? L’improvvisa scomparsa di mio padre. UNA PERSONA CHE STIMI? Una persona a me molto cara. Si chiama Lucia e con lei ho un continuo confronto senza pregiudizi. DOVE VORRESTI VIVERE? Vorrei vivere su una bellissima isola con l’azzurro del cielo e del mare. IL SAN NICOLA O IL DELLA VITTORIA? Il San Nicola. LA CANZONE CHE INTERPRETI MEGLIO? “Meraviglioso” dei Negroamaro. LA CANZONE CHE TI HA FATTO INNAMORARE? “Tappeto di fragole” dei Modà. HAI NEMICI? Mi vogliono tutti bene. Non ho di questi problemi.

Chi è Katia Simone, conduttrice radiotelevisiva. Collabora con Sportitalia. Ha presentato la festa di compleanno dei 108 anni del Bari.

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IL PIATTO PREFERITO? I bucatini al forno. COSA PENSI DELL’ALTRA? È una bellissima ragazza e ha talento professionale. MEGLIO LA RADIO O LA TV? Sono due esperienze differenti. Preferisco la televisione. IL TUO PORTAFORTUNA? Ciondoli particolari al portachiavi. DESTRA O SINISTRA? Destra. CHI GETTERESTI DALLA TORRE? La gente arrogante e cattiva. L’ALTEZZA DEL TACCO DELLA SCARPA PREFERITA? Tacco 12. LA COSA PIU’ TRASGRESSIVA CHE HAI FATTO? Nessuna esperienza estrema. UN LAVORO CHE AVRESTI FATTO? Il magistrato. COSA NON SOPPORTI? Non sopporto il mancato rispetto di cose e persone. COMPAGNO DI VIAGGIO IDEALE? Mio fratello Nicholas Simone IL MIGLIOR CALCIATORE DEL BARI VISTO IN AZIONE? Galano. UN PREGIO DEI TIFOSI BARESI? Seguono sempre e dovunque la propria squadra. UN DIFETTO DEI TIFOSI BARESI? A volte esprimono il dissenso in maniera troppo diretta. IL GOL PIU’ BELLO SEGNATO DAL BARI? Quello di Galano del 6 aprile 2014 LA PARTITA DA DIMENTICARE? Trapani-Bari. IL PIATTO CHE CUCINI MEGLIO? Riso patate e cozze. LA MAGLIA DEL BARI PIU’ INTRIGANTE? Quella di quest’anno. IL COMPLIMENTO PROFESSIONALE PIU’ BELLO? La competenza calcistica maturata a Sportitalia. LA CRITICA PIU’ FEROCE? Sono fortunata: le critiche feroci non sono arrivate. CON CHI VORRESTI ANDARE A CENA? Pierfrancesco Favino.

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BR amarcord

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la tournee nordamericana

quel piede di “ualino” fermò george best 22

Gianni Antonucci

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’era una volta il Bari in tournée all’estero. Sono diverse le partite giocate fuori dal Belpaese. Già negli anni ’30, precisamente nel 1938, ci fu l’invito a Tirana (Albania) in occasione delle nozze di Re Zog. Un viaggio piacevole, con l’intero gruppo dei calciatori, partiti dal porto di Bari e via mare, sino a Durazzo. Resta, comunque, indimenticabile la tournée di fine stagione 1969-70 nel Nord America (Stati Uniti e Canada) per un faccia a faccia con avversari di grande prestigio internazionale: il favoloso Manchester United, il Celtic di Glasgow e la squadra tedesca dell’Eintracht di Francoforte. Perfetta l’organizzazione curata da oriundi pugliesi ed in particolar modo da Santino Fortunato e Antony Doria: con il ritorno in A (agosto 1969) avevano preparato le locandine che ponevano in primo piano Oronzo Pugliese, in quel momento alla guida della squadra poi sostituito dal suo “secondo” Matteucci e, quindi, rimasto fuori dall’evento. Un evento che vide il Bari giocare a Toronto (due volte) e a Montreal in Canada e poi a New York (2 volte), Chicago e Filadelfia negli States. Eccezionali i continui e rapidi spostamenti (con aerei) fra le varie sedi scelte per le gare alle quali assistettero non meno di 10 mila spettatori. Un maggio da ricordare. Il primo impatto fu in

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maggio 1970 Canada, a Toronto, con in programma la sfida con il Manchester United. Per la maggior parte della comitiva biancorossa era la prima transvolata dell’Atlantico. La sera prima della partita con il Manchester, durante una programmata conferenza stampa, ci fu una specie di “fuori programma” fra Pasquale Loseto (detto “Ualino”) e George Best, il fenomeno calcistico del momento. Lo racconta e lo ricorda ancora oggi il tenace Ualino: uno dei pochi superstiti di quella splendida spedizione calcistica oltre oceano. «Mi presentarono a Best – dice Loseto – e lui con un pizzico di spavalderia, quando apprese che sarebbe stato marcato da me, disse che potevo cominciare a tremare. Risposi subito dicendo che come cominciava la partita gli avrei messo subito un piede in bocca. E aggiunsi: “Vedremo se farà ancora lo sbruffone”». In campo, il giorno dopo (2 maggio), il Manchester vinse per 1-0 peraltro su rigore di Morgan ma Best, controllato da Loseto, non prese palla. Quattro giorni dopo, a New York, il Manchester fece il bis vincendo per 2-1 e fu rivincita per George Best dopo che Loseto fu anche protagonista di un episodio gustosissimo. Uscendo dall’ascensore dell’albergo (Royal York), si trovò di fronte una folla di fans che applaudiva. Emozionato rispose ringraziando con un inchino. Gli applausi, però,

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La squadra del Bari parte per il Canada. In alto, Montreal 10 maggio ‘70 visita al Consolato italiano. Sopra da sinistra, l’incontro di Pasquale Loseto con il campione nordirlandese George Best del Manchester United; la soprano Licia Albanese dà il calcio d’inizio ad una delle partite del torneo

il fuoriclasse: «comincia a tremare» il barese: «ti metterò un piede in bocca» e lui non toccò palla

non erano per lui, ma per il grande Duke Ellington che con la sua orchestra si esibiva nello stesso hotel dove era il Bari. Singolare quanto accadde a Spalazzi: nello scontro con un avversario siprocurò una distorsione al ginocchio. Per sicurezza gli organizzatori lo portarono subito in ospedale. «Non conoscevo l’inglese – dice Spalazzi (75 anni) da Chiavari – ma restai meravigliato quando una dottoressa mi chiese: “Dov’è il cane?”. Sì, perché ero stato portato in un Dog Hospital, cioè in una clinica per l’amico a 4 zampe». La trasferta viene ricordata come una emozionante e splendida tournée, peraltro giocata quasi sempre con la stessa formazione: Spalazzi, Loseto, Galli, Furlanis, Spimi, Muccini, Canè, Pienti, Spadetto (Toffanin), Fara, Colautti e qualche apparizione di Tonoli, Daddosio, Curatoli, Colombo, Zuckowski. Una formidabile esperienza terminata con l’unica vittoria (1-0) contro i tedeschi dell’Eintrach e gol all’8’ del terzino Galli. Il giorno dopo, il commiato durante una fastosa serata nella lussuosa villa del celebre soprano Licia Albanese (1909-2014), barese come il marito, il finanziere Joe Gimma, entrambi sempre presenti alle gare del Bari. Licia Albanese (peraltro cugina di Angelo Albanese, dirigente biancorosso) diede il calcio d’inizio alle gare disputate negli States. Ricordava spesso Filippo Nitti (1925-2005), segretario del club e uomo di fiducia del presidente prof. De Palo: «La serata d’addio fu memorabile. In una stupenda baia squadra e dirigenti furono serviti con piatti tipici della cucina barese. Tra gli altri, gigantesche salsicce e gustosissime vongole grandi quanto ostriche. Poi Licia Albanese improvvisò un suo personale “recital” con romanze che prima aveva cantato solo al Metropolitan di New York». Si tornava a Bari dopo un mese da favola: sette partite con due sole sconfitte (entrambe con il Manchester United), quattro pareggi e una vittoria. Sono passati quasi 50 anni e sembra che tutto sia accaduto ieri.

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BR il settore giovanile

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francesco

campobasso

il commenda giramondo

rimpatriata Da sinistra Faele Costantino con Francesco Campobasso e Antonio Matarrese

Pierpaolo Paterno

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hi a Bari dice “Il commenda” pensa subito a Francesco Campobasso: 80 anni il prossimo 15 luglio dei quali più della metà - 48 per la precisione - trascorsi sui campi di calcio come accompagnatore del settore giovanile targato prima As e ora Fc Bari. Una sorta di memoria storica vivente, di sicuro il dirigente più longevo di tutti i settori giovanili d’Italia. Una vita spesa insieme ai giovani calciatori, dividendosi tra affetti di famiglia e lavoro. Nel primo caso, l’amore per Licia (figlia di Angelo Albanese, accompagnatore biancorosso da metà anni ‘50 quando presidenti erano Achille Tarsia Incuria e Gianfranco Brunetti) segna la svolta di avvicinamento all’universo del pallone. Nel secondo, la dedizione e la passione profuse in 40 anni di onorata carriera professionale come socio fondatore e amministratore unico del pastificio Ambra: «La mia signora - sorride - meriterebbe una onorificenza per la pazienza riservatami in tutti questi decenni al seguito delle squadre giovanili biancorosse. Lei è geneticamente una tifosa sfegatata del Bari, ma non mette più piede allo stadio dalle lacrime inconsolabili di un derby perso in casa con il Foggia di Zdenek Zeman. Io, invece, quando lo permettono gli impegni dell’Under 17 (squadra per la quale il responsabile del settore giovanile Gennato Delvecchio lo ha scelto accanto al tecnico Raffaele Longo che già conosceva da ragazzino come mezzala ai tempi del Napoli Primavera, ndr) sono presente sugli spalti del San Nicola». Romantico anche il racconto romanzato legato alla fondazione dell’impresa di famiglia: «Siamo pastai da 110 anni - dice -. Quando ancora a Bari la pasta si vendeva sfusa, un giorno mio nonno sfogliò il vocabolario e strizzò l’occhio alla voce ambra, gemma dal colore giallo ammaliante e commercialmente molto efficace». Una dedizione al lavoro aziendale quasi maniacale che a metà anni ‘80 gli è valsa pure il titolo di Commendatore della Repubblica: «Un pomeriggio fui convocato dall’allora prefetto Corrado Catenacci che - alzandosi dalla sua scrivania - mi venne incontro chiedendomi curriculum e data di nascita. Sulle prime mi allarmai pensando a qualche grana in vista, ma poi mi spiegò il motivo della convocazione». Riconoscimento dovuto per uno stakanovista che non si è mai fermato davanti a niente: «Una volta - rammenta commosso - partii il venerdì notte in treno per raggiungere la Prima-

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da 48 anni accompagna i baby calciatori viene dal calcio femminile e ha fondato il pastificio ambra

vera allenata da Lello Sciannimanico che giocava poche ore dopo a Bologna. Non avevo altra scelta, perché incombevano bollette e ricevute dell’azienda in scadenza». «Vengo dal calcio femminile del patròn Panaro. Era la fine degli anni ‘60, giocammo anche in A. Raccoglievo i reggiseni delle ragazze quando lasciavano lo spogliatoio. Nel 1970 fui chiamato dal professor Angelo De Palo, presidente del Bari, come accompagnatore dei giovani galletti. Iniziai con Gilberto Schino agli Esordienti. Quindi con mister Gravina ai Giovanissimi e Peppino Orlando con gli Allievi. Poi il sodalizio del ‘97, quando Sciannimanico mi chiamò come portafortuna. Dopo lo scudetto Allievi, vincemmo tutto con la Primavera: Viareggio, Coppa Italia e scudetto. Vittorie indimenticabili fino al 2000. Sono seguiti gli anni con i vari Tavarilli, Maiellaro e Urbano. Unica interruzione nell’anno del tecnico Alberti e del ds Angelozzi, prima di essere richiamato dai Paparesta e dopo che Vito Tisci mi volle al fianco degli Allievi della Figc Puglia, incarico che rivesto ancora oggi. Una filiera di valore culminata con la stella di bronzo al merito sportivo Coni nel 2003. Il sogno sarebbe lavorare ancora per altri due anni e spegnere le 50 candeline in biancorosso». «Il figliol prodigo? Su tutti dico Antonio Cassano, tecnicamente straordinario, ma zero nei rapporti umani. Gli altri si ricordano di me come un padre, non faccio preferenze. Non scordo Zambrotta, Spadavecchia, i Bigica, Amoruso, gli Armenise, Legrottaglie, Sibilano, Bellomo, Galano che incontro a Parchitello dalla sua ragazza e tanti altri. Nomi a parte, ad ognuno dopo le partite davo un pacchettino di pasta. Erano felicissimi». Innumerevoli gli episodi che lo hanno visto coinvolto con i direttori di gara, quale primo interfaccia tecnico della squadra: «Ho sempre assecondato l’operato degli arbitri. In una finale, rimproverai Braschi che non fischiava la fine. Mi disse di pazientare e così si decise. Simpatico quel Guida di Torre Annunziata. A Cervellera mi lega un episodio. Dalla panchina, il mister imprecò contro di lui. Per non farlo espellere, mi alzai e protestai la mia innocenza. Nell’intervallo, dissi all’arbitro che aveva sbagliato persona e che la società aveva già prenotato i biglietti aerei per la gara successiva a Palermo. Persino mia moglie fu contenta che ci andassi. Il mercoledì uscì il responso e fui solo ammonito. Atto di clemenza incancellabile».

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BR c’era una volta

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EDI BIVI

QUELLA

magicaDEL estate 1984

l’attaccante di lignano sabbiadoro fu ingaggiato dopo essere stato vicerè dei bomber di a due anni prima subito dietro il romanista pruzzo

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Filippo Luigi Fasano

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ndate a riprendere la classifica dei cannonieri del 2016. Puntate l’indice in cima, e fatelo scorrere dopo Higuain. Cosa leggete? Dybala? Bene, vestitelo di biancorosso. Fantacalcio? Eppure è ciò che successe nell’estate 1984 ad Edi Bivi, ingaggiato dal Bari dopo essere stato viceré dei bomber di A, due anni prima. Subito dietro il romanista Pruzzo. Arrivò a fine mercato, l’attaccante di Lignano Sabbiadoro, voglioso di rilanciarsi dopo il doppio salto all’indietro con il Catanzaro. Lui, l’ennesimo colpo di una squadra appena promossa dalla C, ma che di matricola aveva solo l’etichetta: Lopez maestro di regia a centrocampo, Cupini stantuffo di fascia destra, arrivato dalla serie A come Bergossi, cometa offensiva abbagliante ed intermittente. E poi la premiata ditta del dischetto: Cuccovillo si procurava i rigori, Edi li trasformava. Una, due, quattro, undici volte (su dodici tentativi). Se la cavava anche oltre i 16 metri, Bivi, con certe punizioni che sembravano sentenze. Più qualche manciata di reti su azione, rigorosamente di sinistro. Alla fine se ne contarono 20, e fu serie A, dopo 16 anni. Gol su gol, una giostra da cui Edi non è ancora sceso. Sbirciategli le foto sul profilo Facebook: lui che sgomita con Stromberg, lo svedesone dell’Atalanta, o che danza sul pallone al vecchio Comunale di Torino, sotto lo sguardo di Aldo Serena. O ancora, incorniciato in una figurina ai tempi del Pescara. Ultima promozione di una carriera che vorrebbe essere tanto altro ma ancora non lo è: «Io allenatore? Ci ho provato e ci credo ancora – precisa più lucido che piccato, in attesa di una possibilità a sua immagine e somiglianza – Pensavo di riuscire a fare il salto, ma poi sono rimasto bloccato. Eppure la gavetta l’ho fatta (fra i dilettanti abruzzesi, ndg). La spe-

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io mister? ci ho provato e ci credo ancora aspetto una chiamata

ranza? Ce l’ho sempre, non sono mica anziano (57 anni lo scorso 11 gennaio, ndg). Ma il merito, evidentemente, non è la cosa più importante». Allenerebbe in un settore giovanile? «Così come sono, non ci voglio entrare. Se si paga per giocare, si creano false illusioni. Come li imposterei? Zero tattica, zero ossessione per il risultato. Tecnica e basta. Come quando ero giovane io, e sognavo di diventare come Cruijff». Bene, riavvolgiamo il nastro. Cosa ricorda di quel Bari e di quel ritorno in A? «Eravamo una squadra molto competitiva, costruita ruolo per ruolo. E poi c’era l’effetto Della Vittoria: ogni mezzo fallo, ci davano un rigore». Ci pensa ancora, alla mancata convocazione per Spagna ‘82? «Ero nel listone dei 40 azzurrabili. Fossi andato al mondiale, non avrei giocato in ogni caso. Quel titolo, però, avrebbe cambiato la carriera a chiunque». Un gol da cinema l’ha fatto comunque. «Sì, alla Roma. Lo fanno vedere in un film con Sordi e la Vitti (“Io so che tu sai che io so”, ndg) e Albertone si arrabbia, da buon tifoso giallorosso. È stata una cosa carina, mi ha fatto piacere». A Pescara ha giocato con Allegri. Si aspettava un ruolino simile, in panchina? «No, ma sono contento per lui. Max era un ragazzo spensierato, sempre con la battuta pronta. Non pensa al calcio dalla mattina alla sera, lo dice spesso. Il pallone non è una scienza esatta, è più semplice di ciò che si possa pensare». Una curiosità: perchè il nome Edi? «L’ha scelto mio padre Franco, in onore di Edy Campagnoli. Sì, una donna”. Proprio lei, la mitica valletta di Mike Bongiorno in “Lascia e Raddoppia». E Bivi non ha alcuna intenzione di lasciare. Aspettando il suo raddoppio.

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BR IL LIBRO

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CALCIOPOP

L’ANIMA

PROFONDA

DEL PALLONE

TRA GALLETTI ALBUM DI FIGURINE STAMPATI A BARI CALCIO POPOLARE E L’INNO “CUORE BIANCOROSSO” DI ZALONE

Michele De Feudis

I

l pallone non può mai essere considerato solo uno sport. E se negli ultimi tempi viene spesso associato a finanza, fondi internazionali proprietari dei cartelli di top player e proprietà senza anima, conserva una storia che unisce colore, passione, identità e tradizioni popolari. Di questa visione offre una sintesi “Calciopop. Dizionario sentimentale del pallone”, di Giovanni Tarantino, giornalista del Giornale di Sicilia e firma del Guerino Sportivo. Si tratta di un saggio che consente, attraverso una serie indovinata di voci ed documenti, di conoscere il cortocircuito che si è innescato in Italia tra calcio e immaginario. Con curiosità legate a Bari e alla Puglia, tra cui la memoria dell’Editore Nuzzi, che nel capoluogo pugliese stampava fumetti dedicati ai campioni di Superga (“Gli eroi del Torino”) e album di figurine negli anni sessanta (“I calciatori”). Tarantino ripercorre anche il rapporto tra cultura popolare e tifoserie: da qui emergono le suggestioni legate al mondo dei fumetti nelle curve, con l’adozione dell’icona di Andy Capp, inventato in Inghilterra da Reg Smythe, come simbolo unificante, in quanto personaggio “calciofilo, bevitore di birra per eccellenza”, modello del tifoso “local”, “assiduo frequentatore di pub”. Poi l’autore si sofferma sulle radici italiane, lucane, del Boca Juniors, club di Buenos Aires che ha avuto come giocatore più famoso, Diego Armando Maradona: “la tradizione vuole che a costituire la società fossero stati alcuni genovesi all’inizio del Novecento (il nome del club deriva proprio da Boccadasse, sobborgo del capoluogo ligure). Ma in realtà due dei fondatori, Juan e Teodoro Farenga, sono figli di un emigrato lucano, Francesco Paolo, nato a Muro Lucano (Potenza), nel

16 marzo 2018 anno I n. 4

1847. È quanto emerso dalle ricerche effettuate in Argentina dalla Commissione regionale Lucani all’estero. I nomi di Juan e Teodoro sono indicati nella storia del Boca Juniors, pubblicata sul sito web ufficiale del club: erano due degli otto figli di Francesco Paolo, emigrato a Buenos Aires a 20 anni, nel 1867”. La riscoperta dell’anima profonda del football, per Tarantino, è presente anche nel movimento per il “calcio popolare”, sorto come reazione al calcio business e alle pay tv, dalla base, con esperienze che vanno dall’inghilterra (“l’Fc United of Manchester, la squadra fondata da tifosi del Manchester United stanchi di gestioni societarie «ultracapitaliste»”) all’Ideale Bari che unisce giovani non conformi di destra e sinistra nel rifiuto di una declinazione moderna della passione sportiva. “Calciopop” dedica anche spazio agli inni dei club: c’è “Blue moon” del Manchester City, per il quale fu contattato Noel Gallagher, ex frontman degli Oasis, non può mancare “Grazie Roma” di Antonello Venditti e nemmeno il «Cuore biancorosso” di Checco Zalone, dedicato al Bari. Infine da non perdere il focus sull’araldica legata al calcio (con il gallo per i biancorossi), l’apparizione della “Linea Maginot” nel calcio italiano con la difesa del Milan - Tassotti, Galli, Baresi e Maldini - schierata per la prima volta l’8 settembre 1985 proprio al Della Vittoria in un Bari-Milan finito 0-1 (gol di Andrea Icardi), e l’approfondimento sugli stili del tifo, tra cui “Lo stampo italiano” della curva del Bari, presente nel documentario “E noi ve lo diciamo” (2011) di Gianluca Marcon. Calciopop. Dizionario sentimentale del pallone” di Giovanni Tarantino, edizioni il Palindromo, 2018; pp. 232; prezzo 17 euro (ilpalindromo.it)

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BR CALCIO E DINTORNI

il

IL TRAVERSONE Venanzio Traversa

Metà Mosè, metà Peppino Cusmai Non era mai successo

Non era mai successo nella storia recente del Bari che un Presidente riuscisse a vincere certi severi divieti per quanto riguarda la tifoseria piuttosto rumorosa e bellicosa quand’è al seguito della squadra. È riuscito al Presidente Giancaspro che possiamo definire un po’ Mosè e un po’ Peppino Cusmai. Mosè perché come il Patriarca è riuscito ad aprire il Mare biancorosso e a portare (lo farà il giorno di Pasquetta) fin sotto le porte dello stadio Partenio oltre ottocento pacifici tifosi. Un po’ anche Peppino Cusmai il noto e pittoresco trascinatore degli sportivi negli anni d’oro del Bari. Oggi lui un Cusmai diverso, in composta versione Duemila e con tutti i congiuntivi al posto giusto.

William, piace lo scozzese Mac Karone Al forno

È subito diventato simpatico alla tifoseria biancorossa il giovane scozzese William Henderson. I tifosi se lo coccolano, se lo mangiano con gli occhi quando lo vedono puntare deciso la porta avversaria. Con stile british allora chiamiamolo William Mac Kerone Alforno. Così domani e nelle prossime partite i tifosi se lo potranno assaporare, gustare meglio.

Par e Bari Condicio per il Mulino

Servono come gli altri. Non importa se non sono belli degli Adoni. Conta averli sani e bellicosi, pronti e combattivi in campo. È possibile ?

Attaccanti con piedi da sei, sette a zero

“Che bel Grosso Grasso risultato del Bari”! Quand’è che i tifosi potranno gridarlo soddisfatti commentando un sei, sette a zero che non si vede dalle nostre parti dai tempi della Prima Guerra d’Indipendenza dalla Famiglia Matarrese? Sembra che i piedi dei nostri attaccanti siano stati programmati e tarati al massimo sul quattro a uno, quattro a due. Mai oltre. L’anno prossimo che facciamo, cambiamo le scarpe o i piedi degli attaccanti prendendo quelli che li hanno più larghi e più prolifici?

Petruzzelli, l’Otello sudamericano e la tintarella barese

Se vai a chiedere nella Fondazione Petruzzelli dal Sovrintendente sino all’ultimo dei tecnici qual è il giocatore del Bari che a loro piace di più non vi sentirete dire Galano, Anderson, Sabelli, Brienza o i Tre Tenori. No, vi diranno preferiamo il colombian O Tello. E non può essere così per dovuto omaggio al grande Giuseppe Verdi. È un O tello sudamericano che ad agosto sarà un peccato se la Juventus non ce lo farà tenere almeno per un altro anno ad annerire, arrostire meglio, ad avere una tintarella nero carbone degna dei migliori Mori di Venezia.

Par e Bari Condicio senz’altro. È giusto, usiamola per il quasi omonimo di William, con l’olandese volante Anderson, il Mulino al vento sempre in giro da un’area all’altra, una trottola, mai fermo. Non direi Maglia Oro, Incenso e Birra a vento, meglio Anderson Mulino a per due gare Cento visto il suo iperattivismo. AnQuale maglia dovranno indossare che perché in campo irrita, inneri biancorossi nelle partite di domavosisce l’avversario facendogli girare ni a Cittadella ed il lunedì di Pasqua le pale e le palle negli scontri diretti. al ”Partenio” nel recupero contro l’Avellino? Se permettete suggerirei Stranieri non belli quella giallo-oro extra lusso con la contano purché sani scritta Peroni. E sugli spalti settore Quanti giocatori stranieri conta ospiti srotolare lunghi, augurali striadesso il Bari? Confesso che non lo scione con le scrittea: “ Bari in bocca so. E’ difficile contarli, com’ è pure al luppolo, ti voglio spumeggiante e difficile pronunciare correttamente allegro come nel bavarese Oktober il loro nome. Perché per la maggior Fust di Monaco”. Bari un Fust non parte non li trovi nello spogliatoi, sino ad Ottobre; ci basterebbe sino fanno la spola con l’infermeria, a Giugno il tempo necessario per sono portatori di acciacchi ed infor- sbrigare le formalità dei pla yoff se tuni vari. Non sto dicendo che sia saranno inevitabili. “Bari chiamami un male avere giocatori stranieri Peroni, sarò il tuo Oro, Incenso e europei, africani o sudamericani. Birra”. Prosit. Vedrete porterà bene.

30

1

Empoli*

54

2

Frosinone

53

3

Palermo*

50

4

Cittadella

49

5

Bari*

46

6

Venezia*

46

7

Parma*

44

8

Perugia*

43

9

Spezia

41

10

Carpi*

41

11

Cremonese 40

12

Salernitana 37

13

Foggia*

37

14

Pescara

36

15

Novara

34

16

Avellino*

34

17

Brescia*

33

18

Cesena

33

19

Entella*

29

20

Pro Vercelli* 29

21

Ternana

26

22

Ascoli

26

* una partita in meno

LA CLASSIFICA

LE PROSSIME PARTITE Sabato 17 marzo ore 15 cittadella-bari Sabato 24 marzo ore 20.30 bari-brescia Mercoledì 28 marzo ore 20.30 ascoli-bari Hai commenti, consigli, suggerimenti? Scrivi a: ilbiancorosso@gazzettamezzogiorno.it

16 marzo 2018 anno I n. 4


Il Biancorosso n.4 - periodico de "La Gazzetta del Mezzogiorno"  

Quarto numero. Il Biancorosso è la nuova iniziativa editoriale de "La Gazzetta del Mezzogiorno" dedicato alla galassia che ruota attorno all...

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Quarto numero. Il Biancorosso è la nuova iniziativa editoriale de "La Gazzetta del Mezzogiorno" dedicato alla galassia che ruota attorno all...