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OSSIER VENETO L’INTERVENTO.........................................15 Luca Zaia Luigi Brugnaro

PRIMO PIANO IN COPERTINA.......................................18 Andrea Tomat

FORMAZIONE .......................................64 Massimo Pavin Carlo Carraro FOCUS VICENZA..................................70 Achille Variati L’economia provinciale Vittorio Mincato

STRATEGIE PER LO SVILUPPO..............................XX Massimo Zanon Luca Castagnetti

AGROALIMENTARE ............................80 Mario Catania Sergio Marini Franco Manzato Alberto Valente

ECONOMIA E FINANZA

PRODOTTI ALIMENTARI...................90 Massimo Azzolini Giancarlo Bettio e Filippo Marangon

MERCATI ESTERI ................................28 Ettore Riello Alessandro Vardanga Massimo Carraro Angela Vivas IMPRESE E TERRITORIO..................36 Le imprese familiari Giorgio Roverato Domenico Zonin Gian Luca Rana Alberto Bauli FINANZA .................................................48 Il bilancio di Piazza Affari Fabio Buttingnon Enzo Rullani CREDITO & IMPRESE ........................55 Il sistema bancario veneto Vincenzo Consoli Alessandro Bianchi Andrea Giotti

MODELLI D’IMPRESA........................94 Gian Pietro Leoni e Zeno Maria Sartori Giorgio Chiavegato Franco Paiola Luigino Giacometti Giorgio Rezzadore Maurizio Zanon Giovanni Pagotto Barbara Carraro Agnese Piccolo Maria Parolini Francesco Cazzaro Francesca Masiero Luigi Dario Amedeo Ramazzotto Danilo Vanzo Antonio Molinaroli Bruno Frigo Tiziana Busatto Pierluigi Braggion Nicola Spinello Luigi Rigon EXPORT .................................................142 Marco Zamberlan Gianfranco Bonotto Sergio Albrigo

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INNOVAZIONE.....................................148 Mirco Melato Alfredino Moretto Tiziano Lievore Andrea Berno e Alberto Illotti Giuseppe Viero Giorgio Zambaldo TECNOLOGIE.......................................162 Franco Caneva Alberto Rui Michele Zara Enrico Soga Luigi Degara Giovanni Sella Mauro Favretto Mauro Boschetti Francesco Moretto Marcello Galvanin Gianfrancesco Mistrorigo Giuseppe Sinigaglia IL MERCATO DELL’AUTO...............190 Adriana Vicentini


Sommario IL POLO CONCIARIO.........................192 Gabriele Miazzo Giancarlo Marconi

GESTIONE RIFIUTI............................228 Nereo Sella

CHIMICA E MATERIALI....................196 Lionello Caregnato

TERRITORIO

IL SETTORE MODA ..........................200 Germano Ferraro Paolo Tamburini Gianni Zago Silvano Mastella IL MERCATO DELLO SPORT .........212 Jonny Moletta SICUREZZA .........................................214 Silvano Righetto LOGISTICA............................................216 Luca Girelli

AMBIENTE POLITICHE ENERGETICHE.............218 L’Italia e gli obiettivi Ue Agostino Re Rebaudengo Massimo Giorgetti Guido Barbi e Raffaele Zambelli

EDILIZIA ...............................................230 Luigi Schiavo Mauro Biasuzzi Carlo Caoduro Felice Rettondini Gianriccardo, Fabio e David Pizzolotto Enrico Olivieri Mirco Verno MATERIALI ..........................................252 Francesco Dalla Colletta Bruno Gonzato INTERNI ................................................258 Lucchetta Ivana Bellio Sergio De Giusti Silvio Pagliarini Giovanni Pegoraro Matteo Cavaler GRANDI EVENTI.................................276 Marino Finozzi Roberto Panciera Federica Seganti

GIUSTIZIA NORME ANTIRICICLAGGIO...........284 Walter Cretella Lombardo Dante Carolo NOTARIATO ........................................290 Michele Colasanto

SANITÀ POLITICHE SANITARIE...................296 Luca Coletto Alberto Pasdera Annamaria Mussi STRUTTURE PRIVATE....................304 Marina Lampreda MEDICINA DEL LAVORO................308 Gianpietro Ramina ORTOPEDIA E ODONTOIATRIA....310 Rino Biasiolo OFTALMOLOGIA.................................312 Emiliano Ghinelli LOTTA AI TUMORI .............................314 Luciano Bevilacqua DIMAGRIMENTO ................................316 Gianluca Mech

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Xxxxxxx Xxxxxxxxxxx Xxxxx cxpknefv L’INTERVENTO

Accesso al credito, nodo vitale di Luca Zaia, presidente Regione Veneto

ating e spread, due termini stranieri che nel dibattito recente sono quasi diventati sinonimo di guai. Un certo lessico economico è entrato nelle abitudini di un pubblico sempre più vasto, proprio quando la stessa economia ha conosciuto a livello internazionale una delle sue fasi storiche più drammatiche. Più che il linguaggio, però, bisognerebbe analizzare i comportamenti di alcuni protagonisti dello scenario economico mondiale e nazionale. Mi riferisco alle agenzie internazionali di rating e agli istituti di credito, le cui scelte e comportamenti stanno fortemente condizionando, e non certo in positivo, la vita degli enti pubblici, delle aziende e delle famiglie. Non ho esitato in passato a definire “pelose” le valutazioni delle varie Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch, non solo perché, come ha denunciato recentemente il vicepresidente della Commissione Ue, Olli Rehn, sono tutt’altro che imparziali, ma – aggiungo – sono le stesse agenzie che indussero a suo tempo all’acquisto di titoli tossici. Ora, che siano proprio loro, sfruttando l’ormai inaccettabile totale assenza di regolamentazione nella quale operano, a decidere le sorti non solo economiche ma anche sociali, di comunità nazionali e regionali, francamente mi pare un inchino alla speculazione. In ogni caso, è noto a tutti che il rating del Veneto non corrisponde alla reale situazione economico-finanziaria di una delle aree con il più alto tasso di produttività eu-

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ropeo, ma è la conseguenza del fatto che nessuna Regione può avere un livello di affidabilità superiore a quello dello Stato a cui appartiene: ogni ulteriore commento è superfluo. Ben più preoccupante, a mio modo di vedere, è la scarsa disponibilità di strumenti finanziari di supporto alle aziende per superare questa fase cruciale della crisi globale. Noi la nostra parte la stiamo facendo, utilizzando l’operatività della nostra società Veneto Sviluppo e avendo costituito un fondo di garanzia per favorire l’accesso al credito delle imprese. Ma le realtà che dovrebbero essere in prima linea, le banche, non sempre sono presenti. Un comportamento da stigmatizzare è certamente quello degli istituti di credito italiani che hanno ricevuto dalla Banca Centrale Europea centinaia di miliardi di euro e che, invece di rimetterli nel mercato per favorire la crescita e gli investimenti, li conservano nei propri forzieri al fine di evitare possibili rischi. Proprio quando ci sarebbe più bisogno di coraggio e determinazione, le banche dimostrano un forte egoismo speculativo, lo stesso che ha animato la vicenda della Tesoreria unica nazionale. Rimango però convinto che, al di là di tutti i ragionamenti tesi a comprendere come si possa uscire da questa recessione, ciò che serve è una vera e propria riorganizzazione del sistema Stato. E, nonostante il governo in carica stia riportando il centralismo decisionale agli odiosi fasti di un tempo, un futuro migliore per l’Italia e gli italiani potrà realizzarsi solo con il federalismo. VENETO 2012 • DOSSIER • 15


Xxxxxxx Xxxxxxxxxxx L’INTERVENTO

Infrastrutture e sviluppo, le priorità di Venezia di Luigi Brugnaro, presidente di Confindustria Venezia

n sistema infrastrutturale completo e integrato è condizione essenziale per lo sviluppo e la competitività del territorio. Venezia Metropolitana, porta d’Oriente e ponte con il mar Mediterraneo, al centro dei corridoi europei, necessita di una connettività e una mobilità veloci ed efficaci. In tempi di globalizzazione in cui i confini spaziali e temporali si sono annullati, sotto il profilo imprenditoriale i collegamenti delle risorse materiali e immateriali sono imprescindibili per sostenere le attività esistenti e poterne implementare di nuove. Venezia, capitale e motore del Nordest, già dispone di infrastrutture di grande rilievo: dall’aeroporto, il terzo d’Italia, al porto, tra i principali in Europa, dalle autostrade fino alle ferrovie, snodi importanti delle rispettive reti locali e nazionali. I nuovi obiettivi sul piano della crescita e dello sviluppo, tuttavia, richiedono altri passi in avanti sulla scia di quanto fatto con la costruzione del Passante, che bypassa la tangenziale di Mestre ed è destinato a fungere da grande connettore della Venezia Metropolitana. Una grande città policentrica è chiamata a collocarsi all’interno di un disegno unitario in grado di raccordare le varie realtà e valorizzare le singole peculiarità. È, questa, una visione prospettica confermata anche dal nuovo Piano di assetto del territorio, che nel capoluogo lagunare individua il fulcro di un sistema di area vasta peraltro già esistente sul piano sociale ed economico, ancorché privo di un coerente assetto di governance istituzionale. Sarà, dunque, importante sostenere la realizzazione di nuove opere capaci di aprire Venezia al Nordest e viceversa, ponendoli al centro dei traffici continentali e non solo. Oltre al prossimo completa-

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mento e alla messa in esercizio del Mose, necessario per la salvaguardia della città storica, servirà il nuovo porto offshore per intercettare un nuovo sviluppo di traffico merci da dirottare in Adriatico. Si tratterà di organizzare un piano rinnovato di mobilità acquea generale anche con la realizzazione di nuove darsene e di nuovi approdi nautici. In terraferma, una questione infrastrutturale prioritaria non può non riguardare il sito industriale di Porto Marghera. È da qui che il Paese intero dovrà riprendere a credere nella manifattura e nell’industria, soprattutto quella di alto valore aggiunto, quella che coniuga le varie competenze, dall’informatica alla ricerca, fino all’innovazione tecnologica. È proprio da Marghera che bisognerà ripartire per una nuova crescita, tenendo conto anche dei nuovi volumi di traffico legati allo sviluppo della piattaforma logistica dell’interporto e al futuro terminal delle autostrade del mare a Fusina. Nel frattempo, l’ampliamento della rete urbana del tram, sulle due linee previste, servirà a collegarla meglio con Mestre e Venezia. Per Venezia, in chiave metropolitana, sono essenziali alcune infrastrutture strategiche come la Romea commerciale, la terza corsia dell’autostrada Venezia-Trieste; l’autostrada del mare tra Meolo e Jesolo; i nuovi caselli del passante a Cappella di Scorzé e Pianiga-Dolo; un nuovo collegamento ferroviario con Chioggia per agganciarla più rapidamente all’Sfrm, i treni ad alta frequenza che devono essere attivati al più presto. È fondamentale credere nel corridoio 5 da Lisbona a Kiev, che collegherà la città al sistema dei trasporti europeo, anche con la linea ferroviaria di alta velocità e capacità, per le persone e le merci. VENETO 2012 • DOSSIER • 17


UN’AZIONE COESA E COORDINATA PER TORNARE A CRESCERE Coltivare l’iniziativa imprenditoriale, a dispetto delle criticità. Per il presidente di Confindustria Veneto, Andrea Tomat, tutti i soggetti economici e istituzionali sono chiamati a fare la loro parte per contribuire allo sviluppo. Puntando al merito e all’efficienza Francesca Druidi

ambiano i modelli di governance e le filiere produttive. Lo scenario si complica sempre più a livello internazionale con nuovi attori e tendenze in costante evoluzione. L’associazionismo imprenditoriale italiano è perciò chiamato ad affrontare la grande sfida del rinnovamento in un periodo segnato inevitabilmente dalla crisi finanziaria. «Le organizzazioni di rappresentanza stanno vivendo una profonda trasformazione – attesta Andrea Tomat, presidente di Confindustria Veneto –. Le dinamiche economiche e sociali sono in radicale mutamento, l’economia digitale e i social network consentono ai singoli e ai soggetti collettivi, di relazio-

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narsi liberamente e immediatamente, di condividere informazioni, organizzare iniziative comuni». Per questo, sottolinea il numero uno degli industriali della regione, le azioni di rappresentanza e di lobby dovranno essere sempre più mirate, personalizzate ed efficaci, in termini di linguaggio e di obiettivi. Quale ruolo è chiamata a svolgere Confindustria oggi e nel prossimo futuro? «Confindustria rappresenta le imprese italiane, della manifattura e dei servizi, che competono sui mercati senza differenza di dimensione e di collocazione, all’interno di reti e filiere produttive territoriali e globali. L’associazione è, quindi, impegnata a ridefinire il ruolo, le finalità e gli obiettivi a livello provinciale, regionale e nazionale, per rispondere in modo efficace e con un adeguato li-

vello di risorse ai molteplici problemi posti al mondo delle aziende». Quali i nodi focali sui quali concentrare maggiormente l’attenzione? «Innovazione, nuovi modelli organizzativi aziendali, infrastrutture materiali e immateriali, produzione e approvvigionamento dell’energia a costi competitivi, costo del lavoro, fiscalità, formazione del capitale umano. A queste parole chiave si affiancano la gestione degli ammortizzatori sociali e il rapporto con il mondo bancario in tema di credito. I temi indicati rappresentano aspetti cruciali, che vanno ridistribuiti all’interno dei diversi livelli della struttura, attraverso efficaci politiche di orientamento e di costruzione di competenze. Tutto questo si deve allineare alle proposte di riorganizzazione amministrativa del territo-




IN COPERTINA

 rio: accorpamento dei Comuni più

piccoli, abolizione delle Province, privatizzazione e razionalizzazione dei servizi pubblici. Non è, quindi, solo un problema di riduzione dei costi, di eliminazione delle ridondanze. Occorre partire dai valori fondativi, tuttora validi, per creare strutture di rappresentanza e di servizi snelle, partecipative, accessibili, efficaci e sempre più competenti». Quale significato assume la collaborazione tra Confindustria Padova e Vicenza in ambito regionale? Come rendere le strutture ancora più efficienti? «Il sistema confindustriale veneto da anni ha adottato la linea della condivisione e dell’integrazione. Le società promosse e partecipate dalla Federazione e dalle associazioni territoriali, ne sono una buona testimonianza. Le intese di Vicenza e Padova su due servizi importanti, internazionalizzazione e ambiente, ma anche i contratti di rete che legano fra loro alcune agenzie formative venete, le merceologie regionali e i coordinamenti tematici, vanno nella direzione giusta. Non si parte da zero

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per riorganizzare i servizi agli associati su basi nuove, ma si riutilizzano in una forma ad assetto variabile le competenze esistenti, puntando sulle eccellenze. La rappresentanza deve rimanere vicina alle imprese, ridisegnando al contempo ruoli e funzioni, evitando i doppioni, mentre i servizi - da quelli tradizionali a quelli innovativi - dovranno essere dimensionati con il criterio della massima efficienza e della prestazione qualitativa più elevata». Il quarto trimestre 2011 registra un rallentamento di tutti i settori economici del Veneto. Quasi il 40% delle imprese denuncia una flessione dell’attività

produttiva. Su quali leve e settori deve affidarsi il territorio per guardare alla ripresa? «Gli ultimi mesi del 2011 si sono chiusi in Veneto con un progressivo rallentamento di tutti i principali indicatori economici. Il recupero dei livelli produttivi, maturato nel 2010, è andato diminuendo in larga parte a partire dall’estate, a causa di una frenata della domanda sul mercato interno, di un peggioramento del quadro congiunturale dell’area euro e di un rallentamento complessivo dell’economia mondiale. Tutti i settori in questo momento stanno soffrendo. Tuttavia, il Veneto continua ad avere un anda-


Andrea Tomat

 

La rappresentanza deve rimanere vicina alle imprese, ridisegnando ruoli e funzioni

mento migliore rispetto a quello nazionale, segno della buona capacità di contrastare la crisi del sistema economico regionale. Ci troviamo, in ogni caso, a fronteggiare una situazione molto difficile. L’obiettivo deve essere quello di tornare a crescere». In che modo? «Ci aspettiamo che le misure prese e in corso di assunzione a livello europeo, nazionale e regionale, producano presto un cambio di direzione. Bisogna, innanzitutto, assicurare le risorse economiche per gli ammortizzatori sociali e le politiche attive. Le risorse del bilancio regionale e dei Fondi europei vanno riprogrammate per sostenere le imprese e le loro trasformazioni. Va sostenuto il sistema formativo, sia nella funzione di orientamento delle famiglie e dei giovanissimi, che nella qualità degli apprendimenti». Ha avuto modo di definire il 2012 come un anno “impegnativo, di transizione e d’assestamento”. Quali sono le prospettive per i mesi che verranno? «Le prospettive relative all’inizio del-

l’anno confermano la situazione di instabilità e difficoltà per le imprese venete. I prossimi mesi continueranno a essere complessi, con fasi di ripresa alternate a fasi di stagnazione; a periodi di relativa stabilità economica seguiranno situazioni di tensione sul mercato del credito e delle materie prime. Tutto questo renderà ancora più difficile l’attività imprenditoriale. L’impatto della crisi in Veneto è stato mitigato da un’azione coesa e coordinata di tutte le parti economiche e sociali, che hanno svolto un ruolo fondamentale, agendo con rapidità. Le nostre aziende non sono rimaste ferme, hanno reagito cercando nuovi mercati, adattandosi alla nuova situazione. Molte stanno ottenendo dei risultati, molte altre, soprattutto le piccole e le piccolissime, continuano a vedere lontano il pieno recupero dei livelli pre-crisi. L’uscita dalla crisi sarà, dunque, ancora molto lunga e faticosa». L’export fa segnalare, sebbene in calo, risultati positivi sia sul mercato europeo che extra-Ue. Quali strategie si possono adottare per incrementare i processi di internazionalizzazione delle imprese venete?

«La vocazione veneta all’internazionalizzazione è sempre stata il nostro punto di forza. Siamo cresciuti nelle esportazioni, innovando e internazionalizzando il nostro business, sommando i rischi di una ripresa stentata con quelli degli investimenti in nuovi mercati. Il calo delle vendite all’estero segnala una fase di debolezza del nostro sistema. Per riprendere a crescere è necessario continuare a puntare su fattori strategici e competitivi quali: ricerca, innovazione, investimenti su nuovi prodotti, processi di formazione e progetti di filiera. Per accompagnare i processi di internazionalizzazione continueremo, come nel passato, con missioni mirate. Allo stesso tempo, con la Regione Veneto e le Camere di Commercio, stiamo lavorando per facilitare le aggregazioni rispetto a progetti di sviluppo delle attività all'estero, proprio per consentire anche ai più piccoli di seguire questa strada». Uno dei nodi cruciali è l’accesso al credito per le imprese. Come si profila la situazione in Veneto su questo fronte? È possibile invertire la stretta all’erogazione del credito?  VENETO 2012 • DOSSIER • 21


IN COPERTINA

 «I prossimi mesi saranno molto difficili, per questo chiediamo che tutte le risorse disponibili siano messe a disposizione dell’economia. Serve un cambio di strategie perché il Veneto ha retto l’onda d’urto di tre anni di crisi, ma ci sarà ancora da soffrire, soprattutto per le imprese che lavorano con il mercato interno. Sono soprattutto le aziende di piccole dimensioni che continuano ad avere i maggiori problemi, perché rispetto alle grandi non hanno il peso e le garanzie utili a ricevere grossi affidamenti. È fondamentale proseguire nell’azione tesa a garantire un miglior accesso al credito tramite il sistema dei confidi, studiando al contempo un accordo con il sistema bancario per ottenere una maggiore flessibilità nei tempi di rientro dei debiti. È necessario che il sistema bancario sia messo in condizioni di erogare più credito, a costi accessibili; per questo serve maggiore impegno dei vertici delle banche nazionali e del territorio. Senza investimenti non c’è crescita e non c’è futuro. Il confronto con il sistema 22 • DOSSIER • VENETO 2012



Le imprese hanno bisogno di un sistema creditizio in grado di scommettere con loro sulla crescita



bancario deve essere collaborativo, ma chiaro. Le nostre imprese sono aperte al mercato, vivono di efficienza e di innovazione, hanno bisogno di un sistema creditizio in grado di scommettere con loro sulla crescita». Come il governo e le istituzioni, da una parte, e le imprese dall’altra, possono far uscire il paese da questa crisi? «Nei prossimi mesi, il nostro Paese continuerà a essere esposto a turbolenze economiche e finanziarie. Proprio per questo, serve un’azione coesa e coordinata da parte di tutte le parti in gioco. Serve una nuova cultura economica che rimuova i freni che hanno ostacolato lo sviluppo del Paese. Serve un nuovo orientamento diretto a valorizzare il capitale umano, a promuovere il talento, il merito, l’iniziativa individuale e collettiva, la capacità

e la voglia di intraprendere, di sperimentare, di innovare, di competere e di rischiare, conciliando flessibilità e dinamismo con la salvaguardia di solidarietà e coesione sociale». Quali le priorità? «Il Paese e la Regione devono porsi come obiettivo prioritario il sostegno alla crescita e all’iniziativa imprenditoriale con tutti gli strumenti possibili: in ambito finanziario, fiscale, amministrativo, infrastrutturale ed energetico, attivando anche tutte le opere realizzabili a livello nazionale e locale. C’è soprattutto bisogno di certezza sulla realizzabilità degli investimenti. Massima attenzione deve essere riservata soprattutto alle riforme a costo zero, come ad esempio la semplificazione autorizzativa e burocratica, la ricerca di competitività, il controllo della spesa pubblica e il miglioramento della produttività degli apparati pubblici. Infine, devono essere assolutamente reperite risorse e misure per l’occupazione, sia per chi perde il posto di lavoro che per i giovani».


Massimo Zanon

Partecipare alle decisioni cruciali È l’imperativo funzionale che si prefigge Massimo Zanon, numero uno di Confcommercio Veneto. Per prendere in mano la situazione di fronte al quadro critico attuale e rispondere alle esigenze delle imprese associate Leonardo Testi

l’associazione datoriale regionale maggiormente rappresentativa delle imprese del settore nel Veneto, con circa 50mila associati. Confcommercio è oggi alle prese

È

Massimo Zanon, presidente di Confcommercio Veneto

con criticità impellenti per le aziende quali difficoltà di accesso al credito, liberalizzazioni, pressione fiscale crescente e ritardi nei pagamenti della Pubblica amministrazione. Proprio per far fronte a questo contesto così problematico, il presidente di Confcommercio Veneto, Massimo Zanon, annuncia che l’associazione farà sentire, con sempre maggior forza, la propria voce in ambito economico e politico. Di fronte agli effetti dirompenti della congiuntura economica prima internazionale e poi nazionale, Confcommercio sta rivedendo in qualche modo la propria agenda e la propria struttura? «Sicuramente la missione di Confcommercio muta con il mutare della società civile, ora addirittura in modo più rapido, per una difesa corporativa che avviene all’interno di uno scenario completamente diverso, se confrontiamo ad esempio la situazione del 2008 con quella odierna». Che cosa ha rappresentato la recente uscita da Confcommercio di Federdistribuzione? «Crediamo che questa scelta non giovi a nessuno, in quanto si tratta della frammentazione di mondi che oggi dovrebbero, invece, ag-

gregarsi oltre le attuali formule. Basta vedere il progetto comune intrapreso con le altre confederazioni di commercio e artigianato». Individua priorità specifiche da affrontare sul territorio veneto per quanto riguarda l’associazione? «Prima delle ultime scelte del governo, la proposta in ogni settore superava già di gran lunga la domanda. Ora diventa necessario un intervento sul fronte della gestione urbanistica, per evitare di ritrovarsi il deserto nelle periferie e nei centri abitati a favore di chi, investendo nella campagna, ha sviluppato metrature eccezionali senza tener conto dell’invecchiamento della popolazione. Oltre a non considerare i maggiori costi per mantenere l’ordine, la pulizia e il decoro di centri con le serrande chiuse». Quali i principali obiettivi in ottica futura? «La nostra esigenza è di lasciare le battaglie di retroguardia per riconquistare la leadership insieme alle nostre principali sigle degli imprenditori. L’obiettivo è partecipare alle scelte strategiche per il Paese. Oggi i processi decisionali sono ancora troppo lenti e, in molti casi, ancora incapaci di decidere sui temi che servono alla competizione globale». VENETO 2012 • DOSSIER • 23


STRATEGIE PER LO SVILUPPO

Ripartiamo dal lavoro nel mondo che cambia Promuovere «una socialità nuova, attraverso il lavoro di ciascuno» in grado di far fronte alle dinamiche della contemporaneità. È uno degli obiettivi primari perseguiti dalla Compagnia delle Opere in Veneto, guidata da Luca Castagnetti Francesca Druidi

er uscire definitivamente dalla crisi non esistono scorciatoie. Servirà un piano per alimentare la ripresa e la crescita dell’Italia, nell’interesse delle famiglie chiamate oggi a sostenere grandi sacrifici, e nell’interesse delle imprese, impegnate a confrontarsi con nuovi mercati e nuove esigenze. Da qui, la necessità da parte dell’attuale sistema delle rappresentanze e delle organizzazioni associative del Paese di operare una riflessione profonda in

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merito a obiettivi, servivi e strutture. «Oggi questa realtà cambia più velocemente della nostra capacità di adattamento», sottolinea Luca Castagnetti, presidente regionale della Compagnia delle Opere, operativa da gennaio 2010 in quanto frutto dell’iter di fusione tra Cdo Verona e Cdo Nordest. Dal vostro punto di vista è oggi necessario ripensare a valori, funzioni e assetti organizzativi dell’associazione per migliorarne l’efficienza?

«L’efficienza è un attributo riferibile alle risorse che un’organizzazione dedica per raggiungere un obiettivo. Nella nostra quotidiana relazione con le imprese, profit e non profit, ci rendiamo conto che la difficile realtà di questi mesi porta tutti a focalizzarci sugli aspetti veramente importanti. Non c’è più spazio per il generico, per il non necessario, per la forma che non dà sostanza. La realtà ci costringe a ridefinire i nostri obiettivi. Il mondo in cui oggi le imprese operano


Luca Castagnetti



Insieme ai nostri soci riscopriamo ogni giorno la necessità di avere un metodo di lavoro

Luca Castagnetti, presidente della Compagnia delle Opere Veneto

ha cambiato prospettiva, passando dalla concezione del “come posso far capire al mondo che ci sono” a “come stare di fronte a questo mercato che cambia”. Questo genera un processo di cambiamento sia nell’impresa che nella nostra organizzazione». Quali sono, in particolare, le questioni aperte in Veneto? Sono mutate le esigenze degli imprenditori? Come state rispondendo in questo senso? «In Veneto Compagnia delle Opere è presente con oltre 400 soci tra loro molto diversi: dall’impresa multinazionale “tascabile” all’artigiano, sino alla piccola cooperativa sociale che gestisce un asilo o una scuola. Diverse sono, quindi, le esigenze. Le imprese che hanno internazionalizzato sono più attrezzate ad affrontare la crisi odierna. Le loro esigenze sono focalizzate a sviluppare nuova conoscenza e competenza nei loro collaboratori. Da solo l’imprenditore presidia pochi mercati. “Come avere persone che lavorano con il tuo stesso spi-

rito?” “Come sviluppare competenze e capacità in linea con i valori riconosciuti?” Sono queste le domande aperte e i nostri spunti di lavoro. Chi, invece, soffre dell’attuale congiuntura negativa ha bisogno di essere accompagnato con realismo e competenza. Lo aiutiamo a capire dove sono i suoi punti di valore e dove, invece, serve cambiare, fino anche a chiudere l’attività. Per fare questo serve una relazione con il socio: questo è il nostro unico patrimonio». Le associazioni devono secondo lei tutelare lo status quo oppure occuparsi dell’innovazione? «Per noi la realtà è positiva perché è il luogo dove, attraverso il lavoro, ciascuno può realizzare il suo desiderio di uomo. Oggi questa realtà cambia più velocemente della nostra capacità di adattamento. Le associazioni devono essere all’altezza di questo compito. Compagnia delle Opere nasce ed esiste per farsi “compagna“ di viaggio di chi, nella straordinaria avventura di fare impresa e



opere, riconosce l’esigenza di un aiuto, di un luogo vero dove porre le domande più importanti e urgenti. Ad alcune di queste domande ed esigenze sappiamo rispondere, a molte altre meno, ad alcune per niente. Ma, insieme ai nostri soci, riscopriamo ogni giorno la necessità di avere un metodo di lavoro. Su questo aspetto non temiamo di essere inadeguati. Ogni azione umana risponde a qualcuno, il lavoro di un’azienda risponde al mercato. Solo partendo da questa semplice ed elementare constatazione, si può trovare la strada giusta per cambiare ed evolvere, promuovendo una socialità nuova attraverso il lavoro di ciascuno». Quale ruolo dovrebbe assumere l’associazionismo imprenditoriale, soprattutto guardando al futuro? «Essere agenti di cambiamento e non di conservazione dello status quo, di privilegi, di rendite di posizione. Ciò è possibile ripartendo dal lavoro e dal desiderio di costruzione di ogni uomo libero». VENETO 2012 • DOSSIER • 25


MERCATI ESTERI

Treviso, sistema aperto ai mercati Bric «Nel 2009 abbiamo risentito di più della crisi globale ma poi vi è stata una ripresa in sintonia con le dinamiche del commercio internazionale». L’analisi di Alessandro Vardanega Elisa Fiocchi l Veneto è la terza regione, dopo Lombardia ed Emilia Romagna, per fatturato prodotto attraverso le esportazioni nei mercati cosiddetti Bric, che comprendono Brasile, Russia, India e Cina. Nel primo semestre del 2011, l’export verso questi paesi è aumentato del 47 per cento rispetto allo stesso periodo del 2010, con un giro d’affari superiore ai due miliardi di euro. Un ruolo particolare lo giocano Treviso e Vicenza, ai primi posti della graduatoria italiana, con una quota di fatturato prodotto pari rispettivamente al 5,5 per cento e 4,8 per cento del totale delle transazioni italiane verso questi Paesi. «In uno scenario di perdurante debolezza della domanda interna, il sostegno ai processi di internazionalizzazione di-

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Alessandro Vardanega, presidente di Unindustria Treviso

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venta ancora più una leva fondamentale per sostenere il sistema manifatturiero» dichiara il numero uno degli industriali trevigiani, Alessandro Vardanega, che indica tra i vantaggi, la valorizzazione delle competenze del terziario, la crescita e la qualificazione del capitale umano e nuove opportunità per incrementare la capacità attrattiva del territorio. Quali strumenti assicurano alle aziende trevigiane investimenti di successo? «Si tratta di un risultato che nasce da almeno due fattori, da una parte, una consolidata specializzazione nella manifattura avanzata, che porta alla realizzazione di prodotti di qualità a prezzi competitivi; dall’altra, un’importante apertura internazionale, anch’essa presente tradizionalmente in un gran numero d’imprese del territorio trevigiano e l’esito di un significativo processo di internazionalizzazione verso le nuove economie, ben avviato già prima della crisi anche nelle pmi». Quali sono i settori del territorio maggiormente attenti ai mercati Bric e quali i prodotti più esportati? «La presenza nelle cosiddette nuove economie ci vede presenti in particolare con alcuni comparti dei cosiddetti “beni intermedi”, come le macchine industriali, ma anche in prodotti molto legati alle specificità del territorio come l’agroalimentare e il vino in particolare, si pensi solo al successo del Prosecco trevigiano nel mondo. Anche altri comparti importanti, dal sistema moda all’arredamento, stanno trovando nuovi mercati di sbocco nei Bric, come pure in


Alessandro Vardanega

altre aree strategiche come i paesi del Golfo Persico, a fronte di mercati domestici, italiano ed europeo, che sono invece più stabili e talvolta in rallentamento congiunturale». Nel futuro quali strategie consentiranno di radicare il made in Italy nei mercati Bric e per quali aziende del territorio delocalizzare è ancora un processo difficile? «La nostra associazione ha concentrato l’attività su poche aree (Africa, Far East, Brasile) e invitato tutte le imprese ad ampliare i propri riferimenti internazionali, offrendo un supporto qualificato per gestire in questa chiave tutti gli ambiti della gestione aziendale, come tra gli altri contrattualistica, fisco, risorse umane. Riteniamo strategico aumentare il numero di aziende capaci di “pensarsi” anche al di fuori dei confini nazionali e per questo è, e sarà, fondamentale il supporto qualificato del sistema bancario e finanziario. Altrettanto decisivo sarà che anche le altre componenti del sistema territoriale apprendano a pensare e operare in una dimensione internazionale in un comune impegno di competitività territoriale, che è risorsa anche per attrarre investimenti internazionali, dai Bric come dalle altre aree del mondo. In sintesi, occorre una strategia di sistema a livello Paese, ma sarebbe auspicabile anche a livello comunitario, per un approccio condiviso, e appunto sistemico, evitare doppioni e dispersioni in un comune sforzo competitivo, ormai necessario considerata la piena globalizzazione raggiunta dal sistema economico». Unicredit ha messo a disposizione quasi 19 milioni di euro a sostegno delle imprese. Come questa collaborazione maturerà nel 2012 e con quali obiettivi? «A inizio di quest’anno abbiamo siglato con Unicredit un accordo specifico per il supporto

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La presenza nelle cosiddette nuove economie ci vede presenti in particolare con alcuni comparti dei cosiddetti “beni intermedi”, si pensi solo al successo del Prosecco trevigiano nel mondo

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all’internazionalizzazione delle imprese, che fa seguito alla collaborazione già attivata con altri istituti bancari così da offrire ai nostri associati un ampio ventaglio di opportunità nei principali mercati in cui operano. Consideriamo lo snodo tra finanza e internazionalizzazione, particolarmente strategico in questa fase per la competitività delle nostre imprese, e quindi anche il sistema bancario. Una collaborazione proficua in questo ambito è anche fattore di innovazione nel rapporto banca-impresa particolarmente complesso in questo periodo». Come procede invece la collaborazione con Simest? «Come gli accordi con le banche, si tratta di un esempio virtuoso di “collaborazione di sistema” per favorire la competitività e la crescita non solo delle singole imprese coinvolte direttamente ritengo infatti che attraverso questo meccanismo cresca anche il sistema economico e territoriale, che trae beneficio da questa espansione internazionale verso nuovi mercati, certo complessi da approcciare, ma che presentano interessanti opportunità da cogliere».

VENETO 2012 • DOSSIER • 31


MERCATI ESTERI

I gioielli Morellato alla conquista dell’Asia Dopo Macao, la società padovana continua la sua espansione in Cina dove punta a raggiungere i 65 store entro il 2012: «Sui mercati europei non s’assiste a condizioni di crescita mentre in Asia c’è più disponibilità a innovare». Il punto di Massimo Carraro Elisa Fiocchi

l gruppo Morellato&Sector conta oggi più di 70 store nel mondo di cui ben quaranta in Cina. Proprio il 40% del giro d’affari, proviene dai mercati esteri con particolare riferimento a quelli asiatici e al Far East, sostenuti da una potente rete commerciale di filiali dirette in Usa, Germania, Francia, Svizzera e Hong Kong, joint venture in Cina e India e distributori esclusivi in tutto il mondo. In occasione del Capodanno cinese, il brand Morellato ha inaugurato un nuovo monomarca presso il Venetian di Macao: una boutique di 95 metri quadrati all’interno del Grand Canal Shoppes, dove si riuniscono marchi di fama mondiale in un’atmosfera di lusso che fa vivere le emozioni di una Venezia reale, la città natale del fondatore Giulio Morellato e piazza dove è stato aperto uno dei primi negozi. «Macao rappresenta la ciliegina sulla torta», afferma l’amministratore delegato Massimo Carraro, parlando dell’operazione che rientra nel grande piano strategico di sviluppo in Asia, proprio in un particolare periodo internazionale in cui le attese sul mercato domestico si sono notevolmente ridotte. «A breve apriremo un altro negozio, il

I Massimo Carraro, amministratore delegato di Morellato&Sector

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terzo a Hong Kong». Obiettivo del gruppo veneto per il 2012 è toccare quota 65 store in Cina, con 10 nuovi negozi a insegna Morellato. Quali altre aperture sono in calendario? «Ad aprile apriremo il terzo negozio a Theran in Iran, dove c’è una popolazione molto giovane, di ragazze e ragazzi con redditi interessanti. Sono i cosiddetti nuovi mercati che oggi ci garantiscono la crescita perché, ad esempio, in Cina non c’è affatto crisi economica, ed è per questo motivo che il Middle East, ma anche il Far East, sono i mercati che ci offrono maggiori guadagni». Il Gruppo ha chiuso il 2011 con un giro d’affari di 192 milioni di euro, in crescita del 4% rispetto al 2010. Nel 2012, la sfida punta a una crescita del 15% sui mercati esteri: attraverso quali strategie di sviluppo ed espansione? «Sono rientrato dal Salone mondiale dell’orologeria e della gioielleria di Basilea con risultati positivi per il marchio Sector che tiene molto bene sui mercati europei. In generale, tra Asia ed Europa, non ci sono particolari differenze a livello di mercato, ma ciò che noto in particolare è un differente approccio psicologico. Sui mercati europei non s’assiste a condizioni di crescita mentre in Asia c’è uno spirito totalmente diverso. Da parte nostra, dobbiamo inserirci in questi mercati riconoscendone le differenze culturali e traendone spunto,


Massimo Carraro

proponendo prodotti in grado di affiancare alle caratteristiche endemiche del luogo, i valori dell’heritage aziendale e le caratteristiche di alta qualità radicate nella nostra storia». Come invece è possibile consolidare la vostra posizione nell’area euro? «Ci rivolgiamo con interesse alla Russia e alla Polonia ma anche ai grandi operatori di qualità europei, come ad esempio la Galleria Lafayette, che registrano numeri in forte crescita. Il resto lo fa il made in Italy, la tradizione italiana del gioiello e il design dell’orologio». Il made in Italy nell’accezione più moderna e contemporanea, quale accoglienza raccoglie nel mondo? «In Italia, e in particolare in Veneto dove è nata l’azienda, ci sono radici culturali molto forti. Siamo consapevoli di portare nel mondo stile e creatività, un brand book notevole in cui rientrano anche la cultura, i quadri del Seicento e del Settecento veneziano. Due anni fa,



Ma è la competitività, la storia, il gusto per l’arte, il design e la cultura a rendere unico il patrimonio italiano



ospite all’Expo di Shanghai, ho aperto il mio discorso ai cinesi proprio citando i quadri di Tiziano e presentandoci come coloro che vengono da Marco Polo, dalla prestigiosa Venezia e da tutti quei valori che ci rendono competitivi. Sono anche convinto che oggi non sia il costo del lavoro a fare la differenza su un mercato rispetto a un altro, ma è la competitività, la storia, il gusto per l’arte, il design e la cultura a rendere unico il patrimonio italiano». Morellato, affacciandosi su un mercato globale, ha registrato una crescita del 15% dai mercati esteri. Non tutte le aziende vi entrano però con successo: perché? «Il problema delle imprese che vogliono investire sui mercati internazionali riguarda in gran parte la crescita dimensionale. In Cina e nei mercati arabi piccolo non è bello. Per presentarsi grandi in Asia bisogna dimostrare di avere una specifica cultura manageriale, capitali da investire, idee innovative. Sono questi gli elementi che possono fare la differenza, non sicuramente gli incentivi alle imprese di cui non abbiamo voluto usufruire come società. La classe politica in questo momento dovrebbe operare per rendere credibile l’Italia e salvaguardare quelle imprese che esportano il made in Italy nel mondo e che creano occupazione seguendo precisi valori. A questo proposito mi preme sottolineare che Morellato offre lavoro a 900 dipendenti italiani sui 1.300 in tutto il mondo». VENETO 2012 • DOSSIER • 33


MERCATI ESTERI

Una rete di imprese per il settore aerospaziale Partendo dai distretti più consolidati come Lombardia, Piemonte, Puglia e Umbria, «si dovrebbe replicare la stessa esperienza anche in Veneto». L’esperienza di Cab Elisa Fiocchi a società di Costruzioni Aeronautiche Bertola, Cab, istituita nel 1987 per coprire le richieste del mercato dell’aeronautica, festeggia quest’anno il venticinquesimo anniversario della sua fondazione. L’azienda veneta, di piccola media dimensione, ha sempre operato facendo unico affidamento sulle proprie forze e risorse, nell’ambito della pianificazione e delle attività di fabbricazione, specializzandosi nei trattamenti termici e superficiali, implementando la consegna di un prodotto sempre più completo grazie alla possibilità di reperire anche il materiale grezzo. Angela Vivas, business developer del Gruppo, considera l’importanza dei mercati europei come Francia e Germania, ma guarda con interesse anche alla creazione di un nuovo distretto veneto per aumentare la competitività delle aziende verso i Paesi emergenti. Il settore delle costruzioni aeronautiche ha aumentato la sua quota export verso i mercati Bric? «Siamo in stretti rapporti con il Brasile e permane un nostro forte interesse in Russia e Turchia. Questi mercati offrono certamente prospettive allettanti, sebbene nel nostro specifico mercato non si possa parlare di prodotto di largo consumo in quanto dipendiamo dalle commesse che riceviamo dai costruttori di aerei o dai loro contractor. Ad esempio, produciamo già parti per aerei della Embraer, che è la quarta al mondo per forza lavoro dopo Boeing, Airbus e Bombardier. Il mercato russo si occupa fonda-

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Angela M. Vivas, business developer di Cab

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mentalmente di velivoli per la difesa area complessa, nella quale abbiamo partecipato alla costruzione di qualche programma, anche se in maniera indiretta. I costruttori asiatici invece rappresentano sicuramente una minaccia in termini di marketing per ovvie ragioni relative ai costi della mano d’opera». I mercati europei invece quali prospettive sono in grado di offrire? «La forza del nostro fatturato export è orientata verso i paesi europei, malgrado la crisi latente che si continua a respirare. Il nostro obiettivo immediato è mantenere i rapporti con la Francia e la Germania, due paesi fondamentali per il mercato aerospaziale, che oggi detengono indicatori di tendenza positiva». Quali nuovi strumenti devono essere garantiti alle aziende che investono all’estero per la valorizzazione del made in Italy? «Abbiamo sempre operato facendo affidamento unicamente sulle proprie forze e risorse. Oggi, che assistiamo a un ridimensionamento della richiesta interna mentre cresce quella globale, sentiamo la necessità di aprirci a nuovi mercati e proprio per questo la nostra azienda non può contare solo sulle proprie forze e necessita di un supporto, sia in termini di risorse sia istituzionale per la sua promozione. Partendo dall’esperienza di altre realtà italiane di distretti più consolidati come Lombardia, Piemonte, Puglia e Umbria, che hanno fatto passi da gigante in termini di promozione per le aziende dei propri territori, si dovrebbe replicare la stessa esperienza anche nella nostra realtà per supportare al meglio le aziende del territorio. Crediamo fortemente nella creazione di una rete di imprese venete per il settore aerospaziale».


IMPRESE E TERRITORIO

Le aziende familiari come ammortizzatore industriale La crisi economica ha colpito molto le aziende familiari che però hanno reagito in modo più rapido e sono tornate ad assumere, vincendo la sfida dell’internazionalizzazione Teresa Bellemo

ossono le imprese familiari fare da ammortizzatore sociale per il sistema economico? In Italia sembra di sì. In un momento di forte recessione e di crisi economica che dura ormai da diversi anni, le imprese a conduzione familiare sembrano assolvere questa funzione. Se nel momento in cui la crisi si è palesata le aziende familiari hanno accusato di più la battuta d’arresto, poi sono state quelle che sembrano aver risposto meglio ai primi segnali di ripresa. Nel 2010, in particolare, hanno registrato una crescita del 7 per cento e nel 2009 hanno visto aumentare l’occupazione di uno 0,8 per cento, mentre le multinazionali e i consorzi, assieme alle cooperative, vedevano una flessione rispettivamente del 20 e del 33,6 per cento. Il Veneto da sempre è specchio di questa realtà che unisce imprenditoria e famiglia. I fattori che hanno favorito la proliferazione di questo genere di aziende sono di natura economica, replicando in ambito manifatturiero la struttura della piccola proprietà contadina e di natura sociale, essendo l’impresa familiare una sorta di estensione della famiglia e dei suoi valori. Un sistema strutturato di aziende spesso mediopiccole, cresciute per mano di una famiglia che continua a portarle avanti di generazione in generazione. È questo il “modello Nordest” che negli anni Novanta e Duemila si prendeva come esempio vincente, cercando di diffonderlo nello sviluppo di distretti industriali che potessero essere in grado di autogover-

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narsi e di resistere alle insidie della globalizzazione che stava avendo un impatto sempre più forte. Piccolo è bello era lo slogan del tessuto aziendale veneto, quasi a dimostrare che un’altra via era possibile, in contrapposizione al crescente predominio delle logiche multinazionali e della delocalizzazione che portava la produzione dove costava meno. Oggi che i confini sembrano davvero essere stati abbattuti, il Veneto continua a portare avanti il suo modello industriale, seppur con grossi cambiamenti: più professionalità, l’occhio più attento all’innovazione e alla necessità di rapportarsi con un mercato non più solamente nazionale ma internazionale e globale. Anche se la struttura familiare e le risorse umane sembrano essere la strada maestra per un rilancio e una ripresa, si deve anche considerare che una delle problematiche più complesse per un’azienda familiare è il passaggio alle generazioni successive. Soltanto il 30% di loro, infatti, riesce a passare alla seconda generazione e solo il 15 per cento arriva alla terza. Il problema, secondo Matteo Zoppas, è che «i giovani vengono inseriti in posti di responsabilità troppo presto o, molto più

Matteo Zoppas, presidente dei giovani industriali di Confindustria Venezia


Di generazione in generazione

spesso, rimangono in attesa per troppi anni prima di riuscire a contare davvero in azienda. Ed è così che vanno perse idee e progetti preziosi». Inoltre, occorre separare gli interessi dell’azienda da quelli di famiglia, soprattutto oggi che le dinamiche economiche non sono più soltanto locali ma fortemente votate all’internazionalità. In una dinamica di sfida alla complessità si rivela necessario l’innesto di capacità e professionalità manageriali esterne, che però rientrino nella filosofia e nel credo della famiglia, il vero valore aggiunto di queste aziende. È questo il nuovo ruolo della famiglia proprietaria: interiorizzare l’idea che può essere maggiormente profittevole separare il controllo dalla gestione. Come ricorda Giorgio Roverato, professore di storia economica all’Università di Padova: «Il rischio diviene invece elevato se la famiglia imprenditoriale non sa delegare o, peggio ancora, interferisce nelle deleghe che ha dato ai manager. Il che sta a dire che il mestiere della proprietà non è quello del comando operativo, bensì quello



È questo il “modello Nordest” che negli anni Novanta e Duemila si prendeva come esempio vincente per resistere alle insidie della globalizzazione



dell’indirizzo strategico». Anche in queste dinamiche si può notare come l’azienda a conduzione familiare debba assumere comportamenti molto simili a quelli della famiglia nella società: la famiglia fondatrice dell’azienda, una volta diventata sufficientemente grande e con una struttura aziendale ben definita, deve saper ricollocare il suo ruolo, consegnando la dirigenza e le scelte gestionali a chi può assolvere realmente questa professionalità, in un’ottica di crescita e di risposta efficace alla complessità. VENETO 2012 • DOSSIER • 37


IMPRESE E TERRITORIO

Dal locale al globale, così cambia l’impresa veneta Il Nordest e la sua dimensione aziendale sono stati spesso presi ad esempio fino a diventare il “modello Nordest”. Ne parliamo con Giorgio Roverato, professore di storia economica all’Università di Padova Teresa Bellemo

l tessuto produttivo del Nordest è un sistema strutturato di aziende medio-piccole, spesso cresciute attorno a una famiglia che le accompagna di generazione in generazione. Oggi il Veneto continua a portare avanti il suo modello industriale, seppur con grosse differenze: una maggiore specializzazione, un occhio attento all’innovazione e alla necessità di operare in un mercato non più soltanto nazionale ma internazionale e globale. Ciò che sembra premiare queste aziende è proprio il territorio in cui esse continuano a essere basate: «La testa dove stanno le radici e il mercato planetario come estensione del locale». A dirlo è Giorgio Roverato, professore di storia economica all’Università degli studi di Padova, che ha analizzato in numerose pubblicazioni e appro-

I Nella foto, Giorgio Roverato

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fondimenti la storia imprenditoriale italiana, in particolare quello che spesso viene definito “modello Nordest” e l’avvio della sua industrializzazione. Spesso in un’azienda a conduzione familiare, anche se di dimensioni considerevoli, si crea una specie di sinergia particolare tra l’imprenditore e i lavoratori. Come e perché accade? «Ho studiato per anni il Gruppo Marzotto, uno dei casi classici del welfare aziendale italiano. Lì vi è un imprenditore d’eccezione, di quarta generazione, che decide di costruire un sistema relazionale nell’illusione di attenuare o eliminare il conflitto sociale. Non ci riuscirà, ma ne sortirà un sistema relazionale complesso e raffinato: una delle migliori pagine imprenditoriali italiane, seconda solo a quella di Olivetti. In altri casi, è l’origine sociale dell’imprenditore che innesca meccanismi virtuosi e qui mi viene alla mente Leonardo Del Vecchio. Dapprima operaio e poi piccolo imprenditore terzista, il patron di Luxottica è il prototipo del self made man che si inventa relazioni industriali che valorizzino le maestranze, cui egli deve il suo successo. Perciò, mentre in Gaetano Marzotto Jr. traspaiono pulsioni produttivistiche e il filantropismo borghese, Del Vecchio concepisce il suo welfare come “restituzione”». Quanto è contato il territorio che circonda l’azienda per la sua crescita e quanto può contare ora? «A mio avviso il territorio conta sempre. Contava


Giorgio Roverato

in età otto-novecentesca e conta, forse ancor più oggi, nel mercato globale. Il territorio testimonia le origini, la tradizione, il radicamento di un’impresa, che, seppur globale, non dimentica da dove viene. È valore immateriale, che premia sul mercato. La Benetton è un’impresa globale, ma è veneta, e sono le sue radici a fare la differenza, a farla percepire come tale sul mercato. Essa è la tipica impresa glocal: la testa dove stanno le radici e il mercato planetario come estensione del locale. Ciò vale per decine di altre imprese venete e nordestine, e non solo del tessile e abbigliamento, ma anche di altri comparti, persino di quelli hard. Se la componentistica sofisticata della Carraro spazia nel mercato globale, è il retroterra agricolo dove è nata che fornisce, accanto alla tecnologia di eccellenza, una referenza d’impatto». Non crede che oggi le aziende necessitino di competenze molto più tecniche e specialistiche per competere e che dunque un’azienda medio-piccola a gestione familiare possa non riuscire a vincere la sfida e a rimanere nel mercato? «Dipende dalla struttura della gestione familiare. Se questa è di tipo tradizionale, e ciò riguarda le produzioni a minor valore aggiunto, la risposte è ovvia. Se invece parliamo di tipologie merceologiche sofisticate o comunque di nicchia, è evidente che o la famiglia ha al suo interno competenze adeguate, sia dal punto di vista gestionale sia da quello tecnico-tecnologico, o le trova sul mercato. In genere, nelle imprese di seconda generazione tali competenze esistono in parte in capo all’imprenditore o a qualcuno dei suoi figli, ma non sono esaustive, dunque si combinano in misura variabile con manager di provenienza e formazione esterna. Ciò innesca percorsi virtuosi, che consentono poi all’impresa di formare al proprio interno figure professionali capaci di concorrere alle innovazioni di prodotto e di processo utili a stare profittevolmente sul mercato

 

La storia di Marzotto costituisce una delle migliori pagine imprenditoriali italiane, seconda solo a quella di Olivetti

globale. In Veneto, ma ciò vale anche per l’intero Nordest, esistono non poche imprese che stanno sulle frontiere dell’innovazione, e che internazionalizzano la propria produzione, pur permanendo a totale controllo familiare». Quali sono i principali punti di forza e di debolezza per un’azienda familiare? «Punti di forza sono i valori familiari, la coesione, l’unità di comando, il rapporto spesso personale, a volte anche amicale, tra gli esponenti della famiglia imprenditoriale e i lavoratori dell’azienda, in una concezione che vede le maestranze quasi come un’estensione della famiglia. I punti di debolezza hanno a che fare, in assenza della struttura manageriale, con l’incapacità della famiglia imprenditoriale di ragionare in termini globali, quindi nel tentativo tutto difensivo di non crescere perché ciò implicherebbe ricorrere a capitali terzi. Spesso non comprendendo che il ricorso a capitali terzi non implica necessariamente la perdita del controllo». VENETO 2012 • DOSSIER • 39


IMPRESE E TERRITORIO

Duecento anni in un bicchiere Da quasi due secoli la famiglia Zonin ha fatto del vino la sua filosofia. Qui la tradizione è da sempre accompagnata all’innovazione, «l’attenzione nei dettagli e applicazione delle migliori tecniche dà vita a vini di altissima qualità» Teresa Bellemo n Veneto, una regione tradizionalmente votata alla vinificazione, la famiglia Zonin ha fondato le radici della sua azienda vitivinicola. Oggi è tra le realtà più grandi d’Italia nel settore, ha aziende agricole in sette regioni italiane, una negli Stati Uniti e ha visto i dati export crescere del 100 per cento negli ultimi cinque anni. Per la famiglia Zonin il segreto di questo successo sta nella capacità di anticipare i cambiamenti del mercato vinicolo globale, innovando la commercializzazione, il marketing e soprattutto valorizzando i vitigni autoctoni e il rapporto tra vino e territorio, un bene culturale irrinunciabile e strettamente connesso alla vocazione italiana al turismo. Infine, una forte attenzione per il rapporto qualità-prezzo e per la qualità stessa dei prodotti. Per questo oggi l’azienda collabora con enologi di acclarata fama e viene premiata per i suoi vini, come nel caso della medaglia d’oro di Mun-

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dus vini all’Amarone 2008 Zonin per il miglior vino rosso, i due Tre Bicchieri Gambero Rosso per il Chianti Classico 2008 e per il Rocca di Montemassi 2009. Il punto di Domenico Zonin, vicepresidente dell’azienda di Gambellara. Quanto è stato importante il territorio che circonda l’azienda per la sua crescita e quanto conta ora in piena globalizzazione? «Nel settore vinicolo il legame del prodotto col territorio è importantissimo. Uno dei motivi per cui i vini italiani stanno avendo un grandissimo successo nel mondo è perché l’Italia è forse il paese in cui il vino più si lega al territorio e quindi alla tradizione enogastronomica e al turismo. La regione che attualmente ha più successo nella vendita e nelle esportazioni vinicole è il Veneto, perché offre una varietà di vini che va dal prosecco, un vino facile, da aperitivo e da pasto, a un vino molto più strutturato come l’amarone o il ripasso. Abbiamo dunque una varietà di vini molto elastica, che ricopre varie fasce di mercato e incontra gusti diversi. La nostra azienda è di certo favorita da questa gamma di prodotti veneta». Quanto investe l’azienda in innovazione e le nuove tecnologie? «Le tecnologie sono fondamentali. Il vino è di certo un prodotto tradizionale, ma ha bisogno di innovazione e ricerca quotidiane per un continuo miglioramento qualitativo. In Maremma nella nostra Rocca di Montemassi ha preso vita il “Progetto Duboudieu”. Collaboriamo assieme a Denis Dubourdieu, un enologo francese consulente dei migliori Chateaux bordelais da una decina d’anni e


Domenico Zonin



I nostri punti fermi sono il rapporto qualità-prezzo, il forte attaccamento alla terra e ai valori familiari

negli ultimi tre abbiamo prodotto dei vini insieme a lui. Il professore sceglie i vigneti, le varietà e dall’inizio alla fine segue la produzione fino a siglare la bottiglia. Questa è l’innovazione tecnologica per noi: l’attenzione nei dettagli applicando le migliori tecniche per la produzione di vini di altissima qualità». Oggi il consumatore è molto attento alla qualità e proprio nel settore enogastronomico si assiste a un crescente interesse. Come coniugare qualità e quantità? «La nostra azienda sta molto attenta al rapporto qualità prezzo. In base alla fascia di prodotto ci sono dei costi diversi per la produzione. Ad esempio, i vini prodotti con il professor Dubourdieu sono il top dei nostri prodotti, quindi i costi di produzione sono molto più alti perché c’è più lavoro manuale e attenzione al dettaglio in ogni fase. La mia esperienza mi ha fatto capire che quando un’azienda innova per produrre vini di altissima qualità il livello qualitativo medio dei prodotti si alza automaticamente perché aumentano l’esperienza dei tecnici, le capacità, le sensibilità; il tutto senza aumentare i costi di produzione. Una delle fasi più importanti nella produzione del vino è l’assemblaggio: mettere insieme vini differenti provenienti



da vigneti diversi in modo da produrre vini più equilibrati, come in cucina. Partendo dalle stesse basi, a seconda di chi fa questo assemblaggio, si ottengono dei vini completamente diversi. Un vino con le stesse componenti e allo stesso costo può ottenere dei punteggi altissimi ma anche dei punteggi medi». Come è visto il vostro prodotto in Italia e nel mondo? La dimensione familiare quanto è forte nella brand image di Zonin? «L’immagine della famiglia alle spalle del prodotto è importantissima ed è sicuramente una delle cose che comunichiamo di più perché mettere il nostro nome sull’etichetta dà molta più garanzia sulla qualità del prodotto. E poi dà sicuramente un plus, un valore aggiunto perché un prodotto tradizionale come il vino che si lega alla famiglia che da generazioni segue l’azienda dà un vantaggio competitivo rispetto ad altre aziende che non hanno questa storia e non riescono a legare il prodotto a dei volti, a delle persone».

A sinistra, l’azienda agricola Rocca di Montemassi, in Maremma. Qui sopra, da sinistra, Francesco, Gianni, Domenico e Michele Zonin

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IMPRESE E TERRITORIO

Una storia made in Veneto Dalle venti mani di un piccolo laboratorio a un’azienda con più di mille dipendenti. Anche se la famiglia si è allargata, per Gian Luca Rana «è il futuro di chi lavora la ragione che deve spingere verso la crescita» Teresa Bellemo

Gian Luca Rana, amministratore delegato dell’azienda di famiglia

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a storia del pastificio Rana assomiglia a tante altre storie di aziende venete. Un’idea d’impresa che viene portata avanti con costanza e viene affiancata a un management e a una struttura aziendale in grado di unire con successo la tradizione all’innovazione, necessaria per rispondere a consumatori sempre più esigenti. È il 1962 quando Giovanni Rana fonda il suo primo pastificio con l’aiuto di una decina di collaboratrici. Nel 1968 progetta la sua prima macchina per la produzione dei tortellini, che aumenta la capacità produttiva da 10 chili al giorno a 10 all’ora. Un’attenzione per l’innovazione testimoniata anche dallo stretto segreto industriale sui macchinari dello stabilimento che dura tutt’oggi. All’innovazione si aggiunge poi una forte attenzione per la comunicazione e per l’immagine, grazie alla quale i prodotti Rana sono fortemente caratterizzati dalla figura del fondatore dell’azienda che oggi è arrivata a contare più di mille dipendenti. Da vent’anni il figlio Gian Luca porta avanti assieme al padre non solo la sfida di mantenere le quote di mercato nella realtà italiana ma anche quella di assestare la leadership in Europa e di crescere ancora, rivolgendo lo sguardo a tutti i nuovi mercati che stanno nascendo in tutto il mondo e hanno voglia di italian food. Quali sono i passaggi che hanno portato l’azienda Rana a essere oggi leader nel mercato? «Non si può prescindere da un prodotto buono, di qualità con una varietà infinita di gusti in grado di soddisfare la curiosità e la voglia di cambiare del consumatore. Inoltre è indispensabile saper scegliere un management che condivida i propri valori e al tempo stesso che sia capace di contribuire, con le competenze specifiche, allo sviluppo e alla crescita dell’azienda». Quali sono i principali punti di forza e di debolezza per un’azienda familiare come la vostra? «La passione per questo lavoro è stato il motore

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Gian Luca Rana

che ha dato inizio a questo grande sogno che oggi è una realtà industriale. Una passione accompagnata dalla volontà di fare sempre meglio, di non fermarsi mai di fronte agli ostacoli e di essere sempre proiettati verso la ricerca, l’innovazione per creare prodotti nuovi, sempre buoni e sempre di qualità. Siamo solo due soci e questo potrebbe anche essere visto come un punto debole, ma per fortuna mio padre e io andiamo d’accordo, ci lega una profonda stima reciproca e ci stimoliamo a vicenda per dare sempre di più». Spesso in un’azienda a conduzione familiare, anche se di dimensioni considerevoli, si crea una specie di sinergia particolare tra l’imprenditore e i lavoratori. Come e perché accade? «Quando ho iniziato eravamo in 35, oggi siamo in 1.200, quindi la dimensione porta ovviamente a non avere quel contatto diretto quotidiano. Ma anche se la famiglia si è allargata, i valori che ci legano sono immutati. Per questo motivo è nato “Progetto dialogo”, un programma dedicato ai dipendenti con l’obiettivo di fungere da supporto nella vita di tutti i giorni con una serie di servizi, come ad esempio un supermercato dedicato, l’assistenza pediatrica, fiscale e legale, corsi di lingua, l’asilo e molti altri. Credo, inoltre, che il ruolo di imprenditore non sia solo quello di sviluppare un conto economico, ma anche quello di garantire un futuro per tutti coloro che lavorano in azienda. È questa la ragione vera che deve spingere l’imprenditore verso la crescita».

Quanto conta il rapporto con il territorio per un’azienda? «Essere di San Giovanni Lupatoto è una delle cose di cui sono orgoglioso. Qui è dove sono cresciuto e ho potuto apprezzare la semplicità delle cose vere e fare miei quei valori che sono da sempre le colonne portanti della mia vita personale e professionale. È qui che tutto ha avuto inizio, dove il laboratorio artigianale si è trasformato in un’azienda. C’è un detto semplice in Veneto che è “mai molar”: forse non rientra nel linguaggio tecnico della globalizzazione, ma è molto efficace nel suo significato. Ed è con questo spirito che sono riuscito a sviluppare il processo di internazionalizzazione, portando questo marchio oltre il confine italiano fino ad arrivare oggi ad essere presente in ben 25 paesi». Come è visto il vostro prodotto in Italia e nel mondo? La dimensione familiare quanto è forte nel vostro marchio? «C’è qualche cosa che dà più piacere di lavorare nel settore food? Io ho questa grande fortuna: la nostra pasta, i nostri sughi esprimono una garanzia di qualità e freschezza tali da essere riconosciuti leader del mercato non solo in Italia ma anche in tantissimi altri paesi. Il nostro è un marchio vero, non di fantasia come spesso se ne trovano all’estero. Rappresenta la storia di mio padre e del percorso che io insieme a più di 1.000 persone stiamo facendo e continueremo a fare per far conoscere i nostri prodotti e la nostra tradizione gastronomica in tutto il mondo». VENETO 2012 • DOSSIER • 43


IMPRESE E TERRITORIO

Innovare per tradizione a storia dell’azienda Bauli inizia nel 1922 a Verona, arriva fino all’Argentina per poi ritornare indietro. In mezzo c’è un naufragio nell’Oceano Atlantico, due laboratori di pasticceria - uno in Sudamerica e un altro in Italia -, il secondo conflitto mondiale e le idee innovative di una famiglia che hanno portato oggi l’azienda a fatturare quasi 450 milioni di euro all’anno. Da laboratorio di pasticceria ad azienda con più di mille dipendenti, Bauli ha saputo cavalcare l’onda del boom economico degli anni Cinquanta e Sessanta ma anche rinnovarsi in modo da essere pronta a cogliere le sfide del mercato. Implementando la sua produzione con le innovative tecnologie che iniziavano a diffondersi negli anni Settanta, è stata poi in grado di acquisire altre aziende operanti nel settore dolciario. Ora la sfida si allarga oltreconfine dove, come ricorda Alberto Bauli, l’attenzione per la qualità e i prodotti made in Italy è altissima e costituisce un potenziale bacino di nuovi consumatori. Il percorso della sua azienda è molto lungo, quali sono i momenti salienti? «In particolare in Veneto, molte attività sono nate dalle mani di un artigiano abile, come nel caso di mio padre, trasformatosi poi in piccolo

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Alberto Bauli è a capo dell’impresa erede di quella pasticceria fondata dal padre Ruggero che sfornava 5.000 paste al giorno. Oggi l’azienda ha mille dipendenti e fonda la sua filosofia su due valori: qualità e serietà Teresa Bellemo

industriale. La nostra storia è cadenzata dalla capacità di cogliere dei momenti di mercato particolari. Il primo momento è individuabile nella crisi del marchio Motta e Alemagna, confluiti in un’azienda di Stato. Era il 1973 e all’interno di queste aziende diminuì la capacità gestionale, lasciando spazio a chi era più intraprendente. Bauli approfittò di questa occasione per arrivare a maggiori volumi di vendita. Un secondo momento è stato sicuramente la nascita della televisione commerciale, che ci ha dato l’opportunità di crescere come marchio. Infine, nella metà degli anni ‘80 si è iniziato ad applicare l’elettronica agli impianti, migliorando produttività e qualità, permettendoci così di ingrandire la nostra azienda. Ma ci sono stati anche degli inconvenienti: abbiamo dovuto chiudere uno stabilimento perché non è andato bene e nel 1996 c’è stato un incendio che ha quasi distrutto l’intera azienda». Qual è la filosofia che soggiace alle acquisizioni e all’ampliamento del portafoglio prodotti? «La grande distribuzione spesso vende i nostri prodotti sottocosto riducendo la marginalità delle nostre attività, per questo abbiamo dovuto diversificare sfruttando i prodotti che andavano bene col nostro marchio, dalle uova di Pasqua ai croissant. Anche questo non bastava: un’azienda come l’abbiamo strutturata noi richiede fatturati maggiori, così nei primi anni duemila abbiamo approfittato della forte

Alberto Bauli, presidente dell’omonimo Gruppo dolciario


Alberto Bauli

riduzione dei tassi, acquisendo tre marchi prestigiosi come Doria, Motta e Alemagna. In questo modo abbiamo avuto un significativo aumento del fatturato, che oggi tocca quasi i 450 milioni di euro». Come un’azienda familiare si pone nei confronti dei nuovi mercati? Quanto può inserirsi in un mercato sempre più globale e multinazionale? «Bauli è un’azienda che si finanzia con il cash flow aziendale ed eventualmente con la leva finanziaria, dunque non ha tutte le opportunità che hanno le grandi aziende quotate, che hanno capitali di rischio all’interno. Noi dobbiamo fare il passo secondo la gamba. Il momento è favorevole perché nel mondo pare ci siano 60-70 miliardi di euro di prodotti cosidetti italian-sound, con nome italiano ma non made in Italy. Il cibo italiano è un plus come lo è la moda, le Ferrari o la meccatronica. Abbiamo molti punti di eccellenza, il problema è trovare una strada per riuscire a distribuire i nostri prodotti di qualità. Tutto questo richiede delle partnership e un ulteriore salto in avanti come quelli che abbiamo

fatto nel passato. La volontà c’è, ma tutto dipende anche da molti altri fattori». Volendo riassumere in una parola il successo della vostra azienda, quale scegliereste? «La qualità dei prodotti e la serietà dei rapporti. Abbiamo sempre visto l’azienda non come una fonte di arricchimento personale ma come una creatura che doveva crescere bene e quindi abbiamo sempre cercato di darle ciò di cui abbisognava, senza mai lesinare alcunché. Essendo figli di un pasticcere, abbiamo sempre puntato sugli aspetti qualitativi che non sono soltanto quelli dei prodotti, ma sono anche quelli del packaging, del modello gestionale, dei rapporti con le persone e della cura del consumatore». Quali sono i vostri prossimi obiettivi? «Siamo da sempre molto attenti a mantenere la qualità cercando di avere competitività nei costi. Potrebbero esserci nuove acquisizioni. Questo mercato è fatto prevalentemente di aziende piccole o al massimo di media dimensione, che avranno sempre maggior difficoltà a entrare nella grande distribuzione, a sua volta in grandissima difficoltà a causa della riduzione dei consumi. C’è la necessità per le aziende italiane di crescere di dimensioni, perché piccolo non è più bello». VENETO 2012 • DOSSIER • 45


FINANZA

La Borsa italiana in tempi di delisting Dall’inizio della crisi finanziaria del 2008 oltre una cinquantina di imprese hanno abbandonato il listino di Piazza Affari, passato dalle 313 società quotate di fine 2010 alle 304 attualmente registrate Elisa Fiocchi l listino di Piazza Affari è destinato a giocare un ruolo sempre più marginale rispetto alle piazze europee dopo il delisting di numerose tra le più importanti società italiane. L’abbandono di Benetton, quelli di Marzotto, Permasteelisa e Coin, solo per citare alcune grosse realtà del Veneto, hanno contribuito alla progressiva perdita di importanza della Borsa, mentre chi resta quotato, come Prada, decide di farlo a Hong Kong, presto seguita anche da Investindustrial, l’attuale proprietaria della Ducati. Le uniche eccezioni del 2011 sono rappresentate dal Gruppo Salvatore Ferragamo e Cucinelli, mentre se si considerano gli altri segmenti, le nuove ammissioni sono state in tutto dieci contro le quattordici revoche. Dal 2008 sono state più di 50 le aziende quotate che sono uscite da Piazza Affari: quattordici delisting solo nell’ultimo anno di cui quattro, di società che hanno avviato procedure fallimentari, mentre la maggioranza è uscita lanciando un’Opa volontaria o totalitaria, fino al caso dell’Editoriale Olimpia delistata per carenza degli obblighi informativi minimi richiesti dal regolamento di Borsa italiana. Con l’apertura del 2012, il fenomeno non ha arrestato la sua corsa e il mercato azionario ha incassato altri due duri colpi dopo l’annunciato addio di Benetton e l’uscita di Cogeme, per la messa in liquidazione della società. Il listino principale di Piazza Affari (Mta) è così passato dalle 313 società quotate di fine 2010 alle 304 attualmente registrate, con un contributo sul prodotto interno lordo italiano che è

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poco al di sopra del 20 per cento: era dal 1996 che il rapporto tra capitalizzazione delle società quotate in Borsa e Pil non raggiungeva livelli così bassi. Anche in Veneto, che conta migliaia di medie imprese industriali e di servizi, restano quotate solo diciassette società, segnale di un netto cambiamento di strategia da parte delle maggiori realtà produttive sul territorio. A livello nazionale, invece, contando che le piccole e medie imprese sono circa 5 milioni, basterebbe si quotasse lo 0,1% di queste per fare ripartire il mercato. Tuttavia, se a far desistere gli imprenditori c’è anche una scarsa informazione, oggi le aziende cercano nuove strategie di pianificazione delle risorse e s’indirizzano verso nuovi modelli di business che praticano la diversificazione dei settori e prevedono la stretta di nuove alleanze sul mercato. Gli esperti in materia di delisting si dividono tra coloro che giudicano il fenomeno fisiologico, e per alcune aziende assolutamente volontario, e coloro che invece ne individuano già un campanello d’allarme per l’intera economia del Paese. Tutti però sembrano d’accordo sulla pericolosità del fenomeno nel lungo periodo, qualora il mercato registri una netta prevalenza di delisting rispetto alle Ipo. In tal caso il declino del sistema economico reale sotteso al mercato finanziario potrebbe aprire scenari alquanto difficili. Il crollo della Borsa, come fonte di destinazione del risparmio, avrebbe effetti negativi non solo sugli interventi di private equity e venture capital, ma anche sul sistema bancario e sulla medesima espansione di gruppi familiari. Proprio le imprese, cambiando il loro piano strategico, saranno chiamate a un compito non facile, quello di individuare nuovi canali di investimento a rischio in asset immateriali nell’ambito della ricerca e delle relazioni.


Fabio Buttignon

Delisting volontari per le aziende del Veneto «Il fenomeno non riflette una malattia della Borsa ma ne rappresenta una componente tipica, così come lo sono le nuove entrate». L’analisi dell’economista Fabio Buttignon Elisa Fiocchi

opo l’addio di Benetton, Marzotto, Permasteelisa e Coin, restano diciassette società venete sul listino di Piazza Affari. «Il delisting è un fenomeno fisiologico delle Borse che presenta un andamento ciclico», spiega Fabio Buttignon, professore straordinario di economia e finanza aziendale presso l’Università di Padova. Un fenomeno che può essere collegato a diversi aspetti: alla dinamica generale dei prezzi azionari, e quando questi flettono i delisting aumentano; alla maturità dei mercati, dove in quelli consolidati i delisting sono più numerosi; alla situazione economica complessiva. Quest’ultimo indicatore, in particolare, può incidere anche sul volume di delisting “involontari” da fallimento, che per fortuna non interessano i casi registrati sul territorio. «In Veneto, infatti, si tratta di delisting volontari su imprese sane». Il delisting può rappresentare una via alternativa per cercare guadagno? «Nel caso di delisting volontario, il soggetto che lo promuove, sia esso l’at-

D Fabio Buttignon, professore straordinario di economia e finanza aziendale presso l’Università di Padova

tuale o un nuovo socio di controllo, si pone chiaramente l’obiettivo di “fare un affare”, acquistando le azioni di una società a un prezzo che reputa inferiore al loro valore intrinseco. Il prezzo è però un dato, mentre il valore rappresenta “solo” una stima, fondata su previsioni e attese future. Non è detto, quindi, che tale “affare” abbia successo: questo dipende dall’andamento dell’azienda dopo il delisting, che può non rispecchiare le attese del soggetto che lo ha promosso. In presenza di un aumento del debito, se le attese non si verificano, si possono creare seri problemi, fino a arrivare al default per l’azienda e per i soci di controllo medesimi». Il delisting è un fenomeno frequente anche sulle piazze finanziarie come Londra e New York. Le motivazioni dei Gruppi che escono dalle Borse sono per lo più le stesse nelle diverse piazze finanziarie o si registrano fenomeni di delisting più marcati? «Occorre distinguere tra delisting “involontari” da default e quelli volontari, cioè promossi dagli attuali o da nuovi soci di controllo. Il primo fenomeno, oltre che dal ciclo economico che può impattare in modo differenziato su piazze finanziarie diverse, dipende anche dalla fragilità delle imprese che sono state ammesse a un certo mercato: è il caso, ad esempio, dell’Aim di Londra, ma anche del Nasdaq. Il secondo si collega, invece, a scelte degli azionisti di controllo (attuali o potenziali) che possono giudicare più conveniente l’uscita rispetto  VENETO 2012 • DOSSIER • 49


FINANZA



Il delisting non si è verificato nei mercati che riflettono sistemi in forte sviluppo, come Hong Kong e India, per non parlare della Cina che ha uscite quasi nulle



al permanere in Borsa, con elementi di valutazione molto simili nelle varie piazze finanziarie. In genere si tratta di imprese piccole e “mature” (con prezzi giudicati “bassi” rispetto al loro valore intrinseco) o di imprese oggetto di operazioni di ristrutturazione industriale o finanziaria meglio gestibili al di fuori dei vincoli imposti dalle Borse». Quali sono stati i casi più frequenti negli ultimi anni? «In termini di numero di società delistate rispetto al totale di quelle quotate, il London Se Group, a cui appartiene Borsa Italiana, è stato in testa alla classifica (13 per cento nel 2009 e 11 per cento nel 2010), anche per le numerose uscite dall’Aim, che aveva visto nei precedenti anni numerosissime entrate. Anche al Nyse 50 • DOSSIER • VENETO 2012

Euronext, che comprende la Borsa francese, le uscite sono state consistenti (7 per cento e 9 per cento), così come presso la Deutsche Börse (6 per cento e 8 per cento) e il Nasdaq (10 per cento e 11 per cento). Mentre questo non si è verificato nei mercati che riflettono sistemi in forte sviluppo, come Hong Kong (1 per cento e 1 per cento) e India (2 per cento e 2 per cento), per non parlare della Cina, che ha avuto uscite quasi nulle negli anni citati». Lei sostiene che chi esce dal mercato finanziario può fare bene a chi invece resta quotato. In che senso? «Il delisting volontario si realizza, in genere, con prezzi a premio rispetto alle quotazioni del periodo precedente. Negli ultimi tempi in Italia i premi sono stati mediamente di circa il


Fabio Buttignon

25% sulle quotazioni a un mese dall’annuncio, del 17% su quelle a 6 mesi e dell’8% su quelle a un anno. Il fatto che le società siano delistate a premio, da azionisti teoricamente bene informati, dovrebbe segnalare al mercato che i prezzi di Borsa attuali sono bassi rispetto al valore intrinseco delle aziende. Il fenomeno contribuisce, quindi, all’aumento dei prezzi di società comparabili che rimangono in Borsa, oltre che stimolare la ricerca di società su cui investire che potrebbero essere interessate da future operazioni di delisting, i cui prezzi dovrebbero aumentare. È evidente che, solo quando questi fenomeni “parziali” s’associano ad altri segnali di cambiamento del ciclo economico più importanti e generalizzati, i delisting dovrebbero rallentare per aprire lo spazio a periodi di prevalenza di nuove entrate (Ipo)». Cosa può accadere invece se le aziende che escono non vengono sostituite da altre? «Prima di tutto occorre osservare che il “saldo” tra delisting e Ipo deve essere osservato nel medio-lungo periodo, posto che i due fenomeni ri-

spondono, come si è detto, a cicli economicogenerali e dei prezzi azionari affatto diversi. I delisting (volontari e involontari) aumentano quando i prezzi scendono e le condizioni economico-generali sono negative. Mentre le Ipo tendono a concentrarsi dopo periodi di crescita dei prezzi azionari e in presenza di condizioni economiche generali (e relative attese) ancora positive. Se, nel lungo periodo, un certo mercato vede una netta prevalenza di delisting rispetto alle Ipo, questo può essere un segnale preoccupante di declino del sistema economico (“reale”) sotteso al mercato finanziario. Nel futuro, ritiene ci saranno nuove aziende venete disposte a farsi quotare o le pretese dei mercati finanziari rappresenteranno un vero deterrente? «La Borsa rappresenta pur sempre un elemento importante di un sistema economico-industriale avanzato, anche e soprattutto perché funge da anello finale nella filiera degli investimenti in capitale di rischio. Se la Borsa non funziona bene ne sono penalizzati non solo gli interventi di private equity e venture capital, ma anche la medesima espansione di gruppi familiari che puntano a crescere in modo significativo, sul piano nazionale e internazionale, senza dipendere in modo eccessivo dal sistema bancario. D’altro canto, anche il funzionamento e la dinamica evolutiva del sistema bancario dipendono, in parte, dalla Borsa, per favorirne gli aumenti di capitale, le aggregazioni ma anche le disarticolazioni di rami di business, nonché la diversificazione degli investimenti dei suoi soci di controllo». VENETO 2012 • DOSSIER • 51


FINANZA

Il declino della Borsa è un problema per l’Italia L’uscita da Piazza Affari è diventata visibile perché ha coinvolto aziende venete che avevano fatto grandi annunci e suscitato vaste aspettative: Per l’economista Enzo Rullani «ce n’è abbastanza da chiedersi che cosa stia accadendo» Elisa Fiocchi

gni società ha le sue particolari ragioni per uscire dalla Borsa ma osservando la catena di delisting registrati sul territorio veneto, Enzo Rullani, professore di strategia d’impresa ed economia della conoscenza alla Venice International University, illustra due principali esigenze comuni alle aziende e segno dei tempi che corrono. La prima, di natura fisiologica, ha a che fare con la funzione della Borsa come la “quotazione del futuro”, la seconda è legata alla sua quota di risparmio limitata che attrarrà nei prossimi anni. Cosa accade nel primo caso? «Chi crede nel futuro di una certa azienda compra da chi ci crede di meno e poiché le famiglie imprenditoriali o comunque gli azionisti di comando hanno una propria aspettativa sul futuro della propria azienda, diventa per essi conveniente vendere azioni a terzi, senza perdere il controllo, quando i prezzi sono alti e acquistare invece le proprie azioni, senza averne bisogno ai fini del controllo, quando sono bassi». La crisi come ha inciso sulle aspettative sul futuro? «Si sono rovesciate: i piani di investimento di

O Enzo Rullani, professore ordinario strategia d’impresa ed economia della conoscenza presso la Venice International University

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molte aziende si sono asciugati, e i prezzi sono caduti. È normale che l’azionista di controllo compri. Semmai, se arriva fino al delisting, c’è da immaginare che abbia anche bisogno di diversificare in modo serio o di liberarsi dai vincoli dell’essere in Borsa per poter riorganizzare più liberamente il proprio gruppo». E la seconda motivazione che porta al delisting? «La Borsa attrarrà in futuro una quota di risparmio limitata, visto le scottature che tanti risparmiatori si sono presi. Dietro il flusso del delisting, c’è anche questo: la sfiducia nel fatto che dalla Borsa, in futuro, possano venire grandi flussi di risparmio da destinare ai propri investimenti». Quali esigenze spingono le imprese a rivedere la concezione “classica” della Borsa come investimento? «Oggi molte imprese avrebbero bisogno di un volume rilevante di capitale di rischio per finanziare scelte che le portano a rinnovare in profondità i loro modelli di business, in direzione della globalizzazione delle filiere e della smaterializzazione del valore. Se non lo fanno, è perché, oltre alle difficoltà di raccolta di risparmio a prezzi poco convenienti come gli attuali, gioca il fatto che hanno in mente strategie diverse, ad esempio, la diversificazione dai vecchi settori, convogliando il capitale di cui dispongono verso altri. Oppure hanno in mente di procedere per alleanze, contando sul capitale e sugli investimenti di altri per fare le cose nuove che servono, invece di ricorrere a investimenti diretti o ad ac-


Enzo Rullani

quisti di altre imprese». Al delisting può seguire un reale guadagno? «A breve ci può essere un vantaggio, cioè il guadagno sul prezzo atteso tra un anno o due, maggiore del prezzo di acquisto attuale, ma il delisting è una scelta strategica che non si fa solo per la convenienza contingente ad acquistare o vendere un pacchetto di azioni». Che ripercussioni il fenomeno può avere sull’economia nazionale? «Il declino della Borsa, come fonte di destinazione del risparmio che confluisce alle aziende, è un grande problema per un paese come l’Italia che avrebbe un gran bisogno di investire molto e a rischio in asset immateriali, visto che nel capitalismo distrettuale degli ultimi trenta anni le imprese si sono abituate a investire in macchinari, capannone e magazzino, non in conoscenze e relazioni». Quali fonti di capitale diverse dalla Borsa



La Borsa è un’istituzione antica, e certo non andrà fuori scena solo per questa crisi e per queste scelte di alcune grandi aziende italiane



possono alimentare questa linea di sviluppo? «Poche, se non si cambia radicalmente qualcosa. Le nostre imprese personali o familiari rischiano di avere a disposizione solo i soldi del reinvestimento dei profitti (calanti) e quel tanto di credito dalle banche (anche questo calante) che riusciranno a strappare. Bisogna trovare nuovi canali di finanziamento degli investimenti a rischio in asset immateriali. Due soprattutto: nuovi soci, presi non solo tra quelli del private equity, ma anche tra coloro che conoscono l’azienda e hanno fiducia nei suoi piani di investimento e, a complemento, banche che usano una quota del risparmio per trasformarlo in investimento a rischio su piccole imprese che hanno piani innovativi e promettenti». Come si evolverà il fenomeno del delisting? «La Borsa è un’istituzione antica, e certo non andrà fuori scena solo per questa crisi e per queste scelte di alcune grandi aziende italiane. Piuttosto bisogna chiedersi su quali canali potranno contare i nostri imprenditori se si allontanano in forma permanente e massiva dalla Borsa. E qui, come ho detto, lo scenario è quello della reinvenzione dell’impresa monopersonale del passato, all’impresa pluri-personale che impara ad avere una compagine sociale meno monocorde; e della reinvenzione della finanza che trova nuovi modi di fare arrivare capitale di rischio fresco alle imprese più promettenti e dinamiche». VENETO 2012 • DOSSIER • 53


CREDITO & IMPRESE

UNA REGIONE “BANCOCENTRICA” In Veneto le società di capitale dal 1997 al 2010 sono passate da 52.400 a quasi 109.000 e si continua così. Un lungo boom industriale è all’origine dei grandi capitali finanziari in mano a famiglie citate spesso dalla cronaca, parti di un sistema bancario che riflette l’andamento nazionale. La struttura del sistema bancario regionale, secondo i dati più recenti, vede attive sul territorio circa 130 banche. I finanziamenti delle banche alle imprese locali sono stati di 108,3 miliardi di euro a ottobre 2011, con un aumento del 6,2% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Un ottimo rapporto banca-impresa dunque, in una regione che ha costantemente ricoperto un ruolo di centralità per le banche. L’interesse di Matteo Arpe e Roberto Meneguzzo, am-

ministratori delegati di Sator e Palladio Finanziaria, per Fondiaria Sai ha riacceso i riflettori sui grandi protagonisti della finanza in Veneto. Per citarne alcuni: l’amministratore delegato di Veneto Banca, Vincenzo Consoli, che a ottobre 2011 ha ricevuto il premio nazionale Gentile da Fabriano. Nella motivazione si legge: «Il premio è il riconoscimento di un’idea di impresa e di banca fortemente collegata con la dimensione locale, con la rete di attività di piccole e medie imprese che hanno caratterizzato nella seconda metà del 900 l’evoluzione positiva dell’economia e della società italiana e che oggi rendono possibile la difficile tenuta dell’Italia in presenza di turbolenze e ricorrenti crisi finanziarie europee e mondiali». La Popolare Vicenza, fondata nel 1866, e presieduta da

Gianni Zonin, è la nona realtà bancaria italiana con 67.000 soci, 677 tra filiali, negozi finanziari e sportelli privati, 5.600 dipendenti, un attivo di oltre 35 miliardi di euro e tanti primati: prima popolare veneta, prima banca a Vicenza, prima ad aprire filiali in tutto il mondo, anche in Cina, India e Brasile. Il Banco Popolare, grazie all’amministratore delegato Pier Francesco Saviotti, si è mantenuto sulla linea della efficienza e redditività, traendo valore nella ristrutturazione del gruppo dopo l’incorporazione della Banca Popolare Italiana. Uno dei principali operatori di private equity europei, 21 Investimenti, è stato fondato da Alessandro Benetton nel 1992 con lo scopo di creare un solido partner finanziario per progetti sviluppati da imprenditori industriali. VENETO 2012 • DOSSIER • 55


VOCAZIONE TERRITORIALE Essere una banca federale comporta degli indubbi vantaggi nella gestione di tutte le realtà controllate. L’amministratore delegato di Veneto Banca, Vincenzo Consoli, ne sottolinea gli aspetti positivi in termini di conoscenza, vicinanza e sostegno Renata Gualtieri opo le banche acquisite negli ultimi anni, da Carifac a Bim, la dimensione che ha raggiunto oggi Veneto Banca consente di coniugare la solidità di un gruppo strutturato alla dimensione di banca locale. Presenti in tutto il Nord Italia, dal Piemonte al Friuli Venezia Giulia, e da lì, lungo la dorsale adriatica fino alla Basilicata, il Gruppo fa registrare la sua presenza anche nell’est Europa. «Una presenza funzionale alle esigenze di delocalizzazione delle nostre pmi – precisa l’amministratore delegato Vincenzo Consoli – ma che col tempo si è allargata alla clientela locale». Dopo quindici anni di crescita, il Gruppo ha la necessità di consolidare la sua fisionomia. «Al momento non abbiamo nuovi dossier sul tavolo, ora tutti i nostri sforzi sono rivolti a ottimizzare l’efficienza di questo grande gruppo».

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Con l’apertura di una nuova filiale nel cuore di Marghera, l’istituto conferma la sua vocazione di banca di territorio. Ciò testimonia che è ancora oggi viva la volontà di mantenere un rapporto diretto con i propri clienti? «Il rapporto che Veneto Banca instaura con la propria clientela è fatto di una vicinanza che non significa solo presenza sul territorio, ma anche conoscenza profonda delle caratteristiche e delle particolarità che identificano quel territorio. Questo bagaglio di conoscenze è il nostro vantaggio competitivo, ciò che ci permette di sapere quali sono le esigenze dei nostri clienti, che spesso anticipiamo o alle quali rispondiamo tempestivamente con prodotti e servizi su misura. Un rapporto diretto, costruito nel tempo e basato sulla fiducia reciproca, che ci ha dato grandi soddisfazioni negli anni e che ab-


biamo replicato in tutte le aree in cui siamo presenti oggi». Quali sono state le parole d’ordine che hanno permesso a Veneto Banca di crescere fino alle dimensioni attuali? «La prima è senza dubbio autonomia, una parola che ha segnato l’inizio del cammino che, in circa quindici anni, ci ha portati da una cinquantina di sportelli ai quasi 600 attuali. La seconda crescita, perché le maggiori dimensioni potevano essere una protezione rispetto ai grandi gruppi in cerca di prede. La terza efficienza: un’azienda sana è un’azienda efficiente e meno soggetta ad acquisizioni da parte di gruppi di grandi dimensioni. La mission che abbiamo adottato racchiude il nostro obiettivo primario e i valori che ispirano il suo raggiungimento: essere una realtà innovativa e autonoma, leader nei propri territori, capace di fornire servizi di qualità e di generare, con etica e responsabilità, valore nel tempo per soci, clienti e dipendenti». Conoscere le necessità delle aziende del territorio e farne proprie le istanze può riservare a Veneto Banca il ruolo di volano dell’economia del Nordest? «È nella nostra natura di banca popolare operare per incentivare lo sviluppo delle economie in cui siamo presenti. Abbiamo particolare attenzione per le pmi. Tra i molti interventi che abbiamo dedicato all’impresa ricordo i più recenti “Cresci impresa”, un plafond di 200 milioni di euro destinato

alle pmi trevigiane per il finanziamento del ciclo produttivo o l’acquisto di beni strumentali e l’adesione della moratoria dell’Associazione bancaria italiana “Nuove misure per il credito alle pmi”, che prevede la sospensione della quota capitale dei finanziamenti o l’allungamento della durata del mutuo. Il nostro ruolo per il territorio non si esaurisce qui: attraverso le banche locali sosteniamo l’economia reale, le famiglie e le piccole e medie imprese; attraverso le nostre Fondazioni, interveniamo a sostegno del sociale, della cultura, dell’ambiente». Che anno sarà il 2012 e quali le difficoltà a stare sul mercato? «Le prospettive economiche anche per quest’anno non sono rosee. La Banca d’Italia, così come l’Ocse, prevedono un 2012 di recessione, con una flessione del Pil dell’1,5%, sotto di 5 punti percentuali rispetto ai valori pre-crisi. Anche il reddito delle famiglie e la produzione industriale sono inferiori, rispetto al 2007, rispettivamente di 7 punti percentuali e di un quinto. Tutto questo in un contesto generale già fiaccato da oltre 4 anni di difficoltà. Essere ottimisti è difficile, anche se ci sono aspetti che ci fanno guardare al futuro con un pizzico di positività: mi riferisco al dinamismo e alla capacità di reinventarsi delle nostre imprese, una risorsa su cui possiamo davvero contare. Da parte nostra, stiamo facendo di tutto per garantir loro l’ossigeno di cui hanno bisogno in questo momento».

Vincenzo Consoli, amministratore delegato di Veneto Banca

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SOSTEGNO AL CREDITO IN UN’OTTICA DI SUSSIDIARIETÀ Sono i consorzi fidi, per il presidente di Unioncamere Veneto Alessandro Bianchi, lo strumento più efficace perché le imprese ottengano prestiti bancari Renata Gualtieri

all’indagine “Veneto congiuntura” riferita al quarto trimestre 2011 risulta che la produzione industriale ha avuto una flessione del -1,4% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. «Le nostre imprese – rivela il presidente di Unioncamere Veneto Alessandro Bianchi – pagano forse in maniera più pesante, rispetto altre realtà del Paese, uno scenario internazionale incerto soprattutto sul versante finanziario, la cui volatilità si è riversata sull’economia reale influenzando negativamente le aspettative degli imprenditori». Per superare le difficoltà gli industriali veneti hanno puntato ancora di più su innovazione e vocazione internazionale, e la regione ha così conservato un ruolo trainante nell’economia nazionale. Ma non si può negare che esiste un serio problema di accesso al credito. Ha più volte sottolineato come oggi ci sia bisogno di agevolazioni nell’accesso al credito

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piuttosto che di agevolazioni di tasso, può spiegare perché? «Il problema principale che riscontrano le imprese, in particolare in questa fase di recessione economica, non è tanto quello di contrattare e ottenere dei prestiti ad un tasso agevolato, fattore comunque non secondario visto il differenziale dello spread Bund- Btp, tanto quello di reperire liquidità e quindi accedere al credito fornito dal sistema bancario. I prestiti a favore delle imprese hanno registrato una forte restrizione da parte delle banche, lo dicono le imprese e le associazioni di categoria. Malgrado la forte iniezione di liquidità fatta di recente dalla Bce, gli istituti di credito faticano a concedere finanziamenti non solo alle aziende in difficoltà, ma anche a quelle sane e senza debiti». I confidi in che misura hanno contribuito a favorire l’accesso al credito? «Consideriamo in questo momento i consorzi fidi lo strumento più immediato ed ef-


ficace per aiutare le imprese in difficoltà a ottenere prestiti bancari. Nel 2012 le Camere di Commercio venete erogheranno circa 12 milioni di euro ai confidi, tutte risorse che andranno a beneficio dei progetti di sviluppo e investimento delle imprese, ma anche a sostegno della liquidità necessaria all’attività in essere. Stanno emergendo alcune posizioni all’interno del sistema camerale che spingono verso la partecipazione diretta al capitale sociale dei confidi, sia per un loro maggiore rafforzamento che per una condivisione della governance e delle strategie a favore delle piccole e medie imprese». Con quali altri organismi collaborate per affrontare la difficile situazione delle pmi? «Oltre alle linee di finanziamento rivolte ai confidi, abbiamo poi dei progetti specifici a sostegno del microcredito, dove sono coinvolte una Fondazione bancaria e le Province, e progetti per favorire lo start up di imprese, con particolare riguardo a quelle giovanili e innovative, che più di altre possono riscontrare difficoltà ad accedere ai finanziamenti. Ritengo inoltre strategico, per il Sistema camerale, creare delle sinergie con la finanziaria della Regione, Veneto sviluppo spa, per iniziative congiunte sul credito. In questo momento, ad esempio, grazie al contatto diretto dei nostri enti camerali con le imprese del territorio, stiamo promuovendo con Veneto sviluppo il fondo di garanzia regionale a sostegno delle piccole e medie imprese». Che effetti hanno e potranno avere sul tessuto produttivo locale il sistema dei Confidi?

«Durante la crisi del 2008 i confidi hanno sorretto centinaia di imprese garantendo il credito che veniva richiesto alle banche. Il problema è che, con l’aggravarsi della crisi, stanno iniziando a intaccare i propri patrimoni e ciò comporta delle conseguenze derivanti dagli obblighi patrimoniali imposti da Basilea 3. Per questo è necessario intervenire a loro sostegno per non perdere lo strumento più efficace contro la stretta creditizia. Serve l’intervento congiunto delle istituzioni territoriali, Regione, Province, Camere di Commercio, in un’ottica di sussidiarietà e non di concorrenza, per indirizzare e convogliare le risorse, ognuno con le sue prerogative, verso un’unica direzione, il sostegno al credito delle imprese». Attraverso quali iniziative Unioncamere Veneto favorisce gli investimenti delle imprese sul territorio? «Con la Regione stiamo portando avanti una serie di iniziative sulla semplificazione amministrativa mentre, per quanto riguarda l’internazionalizzazione, abbiamo avviato nel novembre scorso Veneto promozione, società consortile per lo sviluppo di attività a sostegno e promozione del sistema economico. Attraverso Eurosportello Veneto, il nostro dipartimento per le politiche comunitarie aderente alla rete Enterprise Europe network, per il terzo anno consecutivo è stata attivata l’iniziativa “Progetta!”, strumento finanziario per incentivare e migliorare la progettazione europea in Veneto tramite l’erogazione di contributi a fondo perduto».

Il presidente di Unioncamere Veneto, Alessandro Bianchi

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SUPPORTO ALLE PMI IN UN CLIMA DI RINNOVATA FIDUCIA Se il sistema finanziario vive un momento delicato, Eurofidi, assicura il direttore generale Andrea Giotti, vive una posizione di tranquillità Renata Gualtieri

econdo quanto rilevato dall’andamento delle erogazioni nel 2011, le indicazioni di Banca d’Italia per il 2012 confermano la diminuzione sugli investimenti e l’aumento di erogato su linee a breve termine. Come conseguenza di questa situazione, Eurofidi riconferma la propria politica creditizia di supporto alle pmi rivolta al mantenimento in essere delle linee di credito con l’inserimento della garanzia. «Riteniamo – sottolinea il direttore generale di Eurofidi Andrea Giotti – di dover attuare una nuova politica anticiclica al fine di anticipare una possibile ripartenza dell’economia, aspetto che, fra le altre cose, rientra tra le linee guida dell’attuale governo». In virtù del riposizionamento strategico della vostra attività a quali iniziative darete spazio nel corso del 2012? «Svilupperemo la concessione delle garanzie al cosiddetto “microcredito”, secondo la definizione del Fondo centrale di garanzia, quindi con un’esposizione massima di 100 mila euro per li-

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nea di credito. Inizieremo a concedere garanzie dirette alle pmi, in modo da assisterle anche su strumenti che sono meno interessanti per il sistema bancario. Valuteremo la possibilità di concedere garanzie a favore dei liberi professionisti e incominceremo a sviluppare i prodotti previsti dalla normativa di Banca d’Italia sulle attività residuali e connesse e strumentali come asseverazioni dei piani economico finanziari richiesti da enti pubblici e bandi per la certificazione dei dati presentati dalle pmi. Favoriremo la concessione di garanzie a favore di persone fisiche e persone giuridiche che investano nelle pmi. Auspichiamo che i sistemi di mitigazione del rischio messi in campo dai vari operatori pubblici vengano adeguati dal punto di vista del loro accesso agli strumenti che metteremo in campo nel corso del 2012». Eurofidi ha recentemente presentato i dati del 2011? Quali sono i principali risultati? «L’elemento principale è la costante e rinnovata fiducia che il sistema delle imprese ripone ogni


anno in Eurofidi. Nel corso del 2011 le aziende socie hanno raggiunto quota 47.970, con un incremento dell’8% rispetto all’anno precedente. Dal punto di vista economico-finanziario, il 2011 registra un fatturato di 35,5 milioni di euro, in linea con l’anno precedente, e un avanzo di gestione di 1,9 milioni, nettamente superiore al 2010 (48.744 euro). Questo ritorno alla redditività è dovuto principalmente a due fattori: una politica di contenimento dei costi e un massiccio ricorso alla controgaranzia. Dal punto di vista patrimoniale, l’indice di solvibilità di Eurofidi, pari all’11,43%, evidenzia la solidità della struttura, attestandosi molto al di sopra del 6% richiesto da Banca d’Italia ai confidi vigilati. Un altro aspetto di particolare rilievo è la distribuzione territoriale dell’operatività di Eurofidi che, con la recente estensione dell’attività al Triveneto e alla Campania, ha raggiunto una valenza nazionale». Quali le importanti scelte effettuate negli anni passati che oggi si stanno rivelando vincenti? «Possiamo ricondurre a tre punti fondamentali le scelte effettuate da Eurofidi che, oggi più che mai, dimostrano la loro validità. Abbiamo diversificato molto il portafoglio delle garanzie in termini sia territoriali sia settoriali; abbiamo fatto massiccio ricorso a tutte le forme di mitigazione di rischio e attualmente oltre il 70% del portafoglio garanzie è coperto da controgaranzie. Da anni, infine, perseguiamo l’obiettivo di patrimonializzazione e il nostro indice di solvibilità, come abbiamo detto, è di molto superiore a quello indicato da Banca d’Italia. Questa politica ha permesso a Eurofidi di contribuire al sostegno del si-

stema produttivo delle piccole e medie imprese e ha consentito nel 2011 di erogare complessivamente garanzie per 1,4 miliardi di euro in un momento non facile dal punto di vista finanziario. Un risultato che è stato realizzato nonostante le grosse problematiche registrate alla fine dell’anno scorso, accentuatesi nel mese di dicembre». In che misura i confidi soffrono la situazione “particolare” del sistema produttivo italiano? «Il protrarsi negli anni della crisi iniziata nel 2008 e i persistenti segnali di peggioramento delle prospettive di crescita, sia in Italia che in Europa, rendono lo scenario economico molto instabile e hanno ripercussioni sulla capacità di prestito delle banche. A loro volta, i segnali di inasprimento delle condizioni del mercato del credito possono incidere sulle aspettative delle imprese e sui loro piani di sviluppo. In questo contesto, tuttavia, non possiamo sostenere che i confidi siano in difficoltà. È il sistema produttivo nella sua generalità a vivere un momento difficile e i confidi, che di norma supportano la parte più debole del sistema imprenditoriale, stanno di conseguenza soffrendo». Quale lo sforzo sul terreno dell’innovazione e del cambiamento, per esempio accompagnare la crescita e lo sviluppo anche in campo internazionale delle aziende? «La società, che da sempre investe energie nell’innovazione dei propri prodotti e servizi, dopo più di trent’anni di attività dedicata a supportare le pmi nell’ottenimento delle linee di credito, ha ritenuto strategico affiancarle nella raccolta di equity, contri-

Andrea Giotti, direttore generale di Eurofidi



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 buendo così a ridurre il cronico problema costituito una rete di 29 filiali presenti in nove della loro sottocapitalizzazione. Si tratta di un fattore che spesso ne limita lo sviluppo, anche sui mercati esteri dove si trovano a competere con concorrenti più strutturati. Eurofidi interverrà a garantire l’aumento di capitale sottoscritto da parte di persone fisiche o giuridiche nelle piccole e medie imprese e potrà garantire fino al 50% le eventuali minusvalenze che si manifesteranno da tali operazioni». In quali regioni Eurofidi è ormai una presenza radicata e quali quelle in via di sviluppo? «Eurofidi è nata in Piemonte alla fine degli anni Settanta e fino al 2003 ha operato esclusivamente sul territorio di origine. A partire da quell’anno la situazione del mercato è mutata con l’approvazione della legge quadro sui confidi. Da quell’anno Eurofidi ha visto una progressiva espansione sul territorio nazionale: nell’arco di neppure dieci anni la società ha

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regioni: Piemonte, Liguria, Lombardia, Emilia Romagna, Toscana, Marche, Umbria, Lazio e Abruzzo. In questi ultimi mesi, per essere sempre accanto alle imprese, la società ha intrapreso un ambizioso programma di espansione della sua presenza sul territorio nazionale». Eurofidi ha recentemente lanciato il plafond “salva investimenti”, chi potrà beneficiarne? «Possono beneficiarne sia le imprese localizzate nelle aree dove Eurofidi è ormai una presenza radicata sia nelle regioni in sviluppo (Veneto, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige e Campania). Gli investimenti finanziabili devono riguardare l’acquisto, ancora da effettuare, di attrezzature, macchinari, fabbricati e altri beni strumentali per l’attività di impresa. La garanzia può arrivare fino al 70% del finanziamento, in Campania anche fino all’80. Le condizioni di accesso alla garanzia di Eurofidi sono ridotte rispetto ai prezzi di listino».


FORMAZIONE

I giovani come motore del rilancio N Competenze sempre più qualificate conferiscono ai giovani aspiranti manager un valore aggiunto fondamentale per saper prendere decisioni difficili in un momento economico complicato come quello che stiamo vivendo. Massimo Pavin commenta lo scenario padovano Nicolò Mulas Marcello

Massimo Pavin, presidente di Confindustria Padova

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el primo trimestre di quest’anno le imprese padovane prevedono 2.710 nuove assunzioni (fonte: Excelsior), il 26% nell’industria, il 65% nei servizi. Colpisce la difficoltà a reperire i profili ricercati (27%), soprattutto nelle piccole imprese e, tra i comparti, nel sistema moda, metalmeccanica-elettronica e nei servizi avanzati. È una quota superiore di otto punti rispetta alla media nazionale, segno che esiste una sfasatura tra domanda e offerta di lavoro. «Il tessuto produttivo, a forte vocazione manifatturiera – sottolinea Massimo Pavin, presidente di Confindustria Padova – sta cambiando pelle e si sposta verso competenze più “evolute”. «Il 25% dei profili richiesti riguarda professioni “high skill”, dirigenti, figure specializzate, tecnici, un dato di tre punti superiore alla media nazionale. Padova è tra le prime 20 province per assunzioni di laureati e diplomati. Le nostre imprese sanno bene che per ripartire e segnare nuovi vantaggi competitivi a fare la differenza saranno le competenze sempre più qualificate: ingegneria, logistica, marketing, controllo qualità. Siamo a un giro di boa del modello di sviluppo in cui servono versatilità e adattamento, problem solving, una solida formazione culturale. Qualità indispensabili in un orizzonte culturale e aziendale che evolve a ritmo serrato». I giovani di oggi sono pronti ad affrontare le nuove sfide del mercato in veste di imprenditori? «Il rapporto tra giovani, lavoro e impresa appare oggi complesso. La crisi ha reso evidenti le debolezze del sistema Italia, lo status quo di regole sociali e del lavoro fatte apposta per escludere le categorie meno rappresentate. A pagare il prezzo più alto sono proprio i giovani, in termini di occupazione e opportunità, ma soprattutto di prospettive e fiducia nel futuro. Qualità, queste, alla base di qualsiasi attività imprenditoriale. Intraprendere è più difficile quando aumentano i rischi impropri, legati al peso della burocrazia, al credit crunch, ai costi dell’energia, a una pressione fiscale record. Il rischio che corriamo è


Massimo Pavin

scoraggiare i giovani ad assumersi responsabilità, rinunciando a essere portatori di novità e di cambiamento. In provincia di Padova i capitani d’impresa tra i 18 e i 29 anni sono 6.602, il 4,4% del totale, con un calo del 3% rispetto al 2010. Nel 2004 erano 9.581 (6,4% del totale). La flessione si registra anche tra i 30 e i 49 anni, dal 50,1% nel 2004 al 47,1% nel 2011. Dobbiamo invertire questa tendenza: servono riforme concrete che promuovano la cultura d’impresa e sostengano l’impresa giovane». Attualmente nel tessuto industriale padovano esistono realtà nate dalle idee di giovani imprenditori? «Guardando al totale dei giovani imprenditori del Veneto, Padova si colloca al secondo posto con il 19,8%, al quattordicesimo a livello nazionale. La presenza di imprenditori under 30 è

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L’intraprendenza, la velocità, la freschezza intellettuale, le competenze innovative dei giovani possono diventare il volano per un nuovo modello di sviluppo

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concentrata nell’industria (30%) e nelle attività commerciali e turistiche (34,3%), mentre nei servizi alle imprese opera il 22,2% dei giovani imprenditori. L’intraprendenza, la velocità, la freschezza intellettuale, le competenze innovative di questi giovani possono diventare il volano per un nuovo modello di sviluppo, capace di connettersi su scala globale. Qualità indispensabili in uno scenario che cambia velocemente. Le nuove generazioni sono aperte, sanno che il futuro è sinonimo di cambiamento. Per questo è indi-

spensabile creare un contesto favorevole all’intrapresa economica. La crescita non può fare a meno dei giovani, le nuove imprese hanno l’obbligo di incorporare il più alto potenziale innovativo». Quali sono le leve principali da mettere in campo per promuovere questa inversione di rotta? «La disoccupazione giovanile in Italia non accenna ad attenuarsi. A gennaio ha raggiunto il 31,1%. Conforta, ma solo in parte, sapere che il dato padovano si attesta al 12,9%. Dei 530mila giovani veneti tra i 20 e i 29 anni, 200mila sono impegnati nello studio, quasi 300mila hanno un’occupazione e 40mila risultano disoccupati. Il bicchiere mezzo pieno non deve, tuttavia, ridurre la concentrazione sulle soluzioni concrete per offrire prospettive di crescita e di lavoro di qualità per i più giovani. Esistono importanti strumenti che, se attivati, possono concorrere all’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro, sia come lavoratori, che come imprenditori. Priorità immediatamente cantierabili, come rafforzare la rete dei sevizi di orientamento scolastico e universitario, rafforzare ogni percorso formativo che preveda l’alternanza “scuola e lavoro”, potenziare l’apprendistato, professionalizzante e di alta formazione. Riforme lungimiranti del mercato del lavoro e del sistema di formazione possono da un lato restringere la sfasatura tra domanda e offerta di lavoro, dall’altro diminuire i disincentivi, per gli imprenditori, ad assumere a tempo indeterminato, favorendo l’occupazione stabile e produttiva». VENETO 2012 • DOSSIER • 65


FORMAZIONE

Uno stretto rapporto con il mondo del lavoro In uno scenario occupazionale difficile per i giovani, il ruolo delle università non deve essere solo quello di formare gli studenti ma anche quello di mettere in contatto con le imprese le loro professionalità acquisite. Carlo Carraro spiega i progetti dell’ateneo veneziano Nicolò Mulas Marcello

ll’Università Ca’ Foscari ci sono aree di studio che riscuotono molto successo e sono legate alla tradizione dell’ateneo, come l’economia e le lingue straniere. Negli ultimi due anni, con la chiusura delle facoltà e l’attivazione al loro posto di 8 dipartimenti e di sei scuole interdipartimentali che erogano corsi di laurea multidisciplinari, l’università ha rinforzato queste due vocazioni. «Siamo riusciti – spiega Carlo Carraro, rettore dell’Università Ca’ Foscari – a proporre un’offerta formativa che permette di studiare le lingue assieme all’economia, in questo modo chi impara il cinese ha anche importanti nozioni economiche. Oppure abbiamo integrare gli studi umanistici a quelli di storia dell’arte o restauro con la chimica. Questa strategia ha portato que-

A Carlo Carraro, rettore dell’Università Ca’ Foscari di Venezia

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st’anno a un aumento del numero di iscritti di oltre il 12 per cento. Un record assoluto per il nostro ateneo». Il mercato del lavoro è diventato sempre più difficile per i giovani. Quali sono secondo lei le professioni del domani? «Che la crisi economica abbia reso più difficile l’ingresso nel mondo del lavoro è un dato di fatto. Tuttavia le università hanno le possibilità e l’obbligo di cercare di rendere l’avvicinamento degli studenti alla loro prima professione più agevole. Nel nostro ateneo abbiamo potenziato e investito su un ufficio placement che incrocia le richieste delle imprese che bussano alla nostra porta con i curricula dei nostri studenti. Solo nel 2011 abbiamo registrato un’impennata del 66 per cento di imprese che hanno richiesto nostri neolaureati. Questo vuol dire che un’offerta formativa moderna e attenta fornisce ai nostri studenti competenze e conoscenze importanti, che vanno di certo integrate, il più possibile, con soggiorni, stage e tirocini all’estero. Questo permette di migliorare il proprio bagaglio e di crearsi una rete di contatti che poi diventa fondamentale nel momento di cercare lavoro. Al di là della solita considerazione per cui le competenze scientifiche sono tra quelle più ricercate, credo che la professione del domani sia quella, indipendentemente dal comparto, che può contare su idee innovative, competenze profonde e conoscenze di alto livello. Per questo credo che la strada corretta sia quella di alzare il livello medio


Carlo Carraro

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Solo nel 2011 abbiamo registrato un’impennata del 66 per cento di imprese in cerca di neolaureati provenienti dall’Università Ca’ Foscari

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delle competenze di chi si avvicina al mondo del lavoro». Un rapporto stretto, quindi, con il mondo del lavoro? «Non può essere che così. Abbiamo l’obbligo di aiutare i nostri studenti a trovare impiego dopo il percorso di studi. Ogni anno organizziamo momenti specifici in cui le imprese entrano nell’università, si presentano ai ragazzi e cominciano un dialogo. Si chiamano Career day, una sorta di appuntamento in cui gli studenti iniziano i primi colloqui di selezione e le aziende raccolgono curricula. Sono eventi che raccolgono oltre mille persone ogni volta, ne abbiamo uno rivolto esclusivamente alle imprese che operano in ambito internazionale, uno a quelle che si occupano di economia e finanza, da quest’anno uno per quelle che lavorano sui mercati asiatici. Selezioniamo al massimo le aziende così da avere imprese motivate a cercare le competenze che i nostri studenti hanno da offrire». Quali iniziative coinvolgeranno l’università e gli studenti nei prossimi mesi? «Nei prossimi mesi il calendario è denso di appuntamenti. In cima alla lista c’è Art Night la notte dell’arte e della cultura in cui Ca’ Foscari esalta il suo ruolo di motore di cultura di Vene-

zia. Un appuntamento a cui lavorano i nostri docenti e i nostri studenti in una sorta di grande laboratorio permanente che permette di ricercare e sperimentare cosa vuol dire costruire e produrre un evento culturale. È un appuntamento che si tiene il 23 giugno e che per una notte spalanca le porte di tutti gli enti e le istituzioni culturali di Venezia ai visitatori. D’avanguardia anche la mostra in programma dal 5 maggio negli spazi espositivi di Ca’ Foscari dedicata a William Congdon e alla rappresentazione che ha fatto di Venezia. È un progetto innovativo, multimediale, in cui quadri, la Venezia reale e quella virtuale dialogano tra loro. Abbiamo alle porte una serie di iniziative sul fronte della didattica, inaugureremo la Summer school di ateneo che è stata creata per aumentare la possibilità per i nostri studenti di andare all’estero a studiare e di accoglierne di stranieri a Venezia, partirà un nuovo ciclo della scuola estiva fatta assieme tra Ca’ Foscari e Harvard, stiamo stingendo nuovi accordi con università estere che accoglieranno i nostri ragazzi per periodi di studio. Sono solo alcuni esempi di un’attività che è costantemente in evoluzione e orientata a migliorare sempre i servizi e le opportunità per chi vive Ca’ Foscari». VENETO 2012 • DOSSIER • 67


FOCUS VICENZA Le imprese vicentine che in questo periodo di crisi economica hanno puntato sull’export sono riuscite a ottenere risultati positivi ma l’ostacolo, soprattutto per le pmi, rimane l’accesso al credito


FOCUS VICENZA

MAGGIOR CREDITO ALLE IMPRESE 6.281 15 mln LICENZIAMENTI

ORE DI LAVORO

Il numero di posti di lavoro persi nel comune di Vicenza fino a Novembre 2011

Le ore di cassa integrazione di cui hanno usufruito le imprese vicentine fino alla fine del 2011

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Achille Variati

Occorre sostegno alle imprese per poterle aiutare a ripartire dai livelli che avevano raggiunto prima della crisi. Il grande problema attualmente è quello della liquidità. A sostenerlo è Achille Variati, che illustra ciò che è stato fatto e gli interventi necessari per la città di Vicenza Nicolò Mulas Marcello

30 mln EURO

L’ammontare di liquidità che il Comune di Vicenza sta per incassare dalla vendita delle partecipazioni azionarie nella società autostrade

economia vicentina, da sempre riconosciuta come una delle più fiorenti del territorio nazionale, non ha potuto sottrarsi agli effetti della crisi economica e il tessuto industriale della città è stato costretto a piegarsi a essa, con la conseguente perdita di numerosi posti di lavoro. «La questione più urgente – spiega Achille Variati, sindaco di Vicenza – è quella del credito alle imprese. Se i nostri imprenditori vengono messi nelle condizioni di lavorare, non c’è crisi che possa fermarli». Quanto la crisi economica ha coinvolto la città nell’ultimo anno? «Il territorio vicentino è stato molto colpito. Da gennaio a novembre 2011 i dati indicavano 6.281 licenziamenti e oltre 15 milioni di ore di cassa integrazione. È andata meglio a chi esporta all’estero e ha saputo guadagnare, o almeno mantenere, fette di mercato. In generale la crisi si è fatta sentire molto e lo si nota anche dall’aumento di richieste di

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aiuto che arrivano ogni giorno in Comune da persone che un tempo avevano il lavoro e un tenore di vita più che dignitoso e che ora invece si trovano a terra senza più niente. Sono situazioni difficili non solo a livello economico ma che sconfinano nel sociale, perché la perdita del lavoro può portare anche all’emarginazione. Per questo come amministrazione comunale, nonostante i pesanti tagli che da anni vengono operati alle risorse degli enti locali, abbiamo scelto di non togliere un euro dalla parte del bilancio riguardante il sociale. Proprio per venire incontro ai bisogni di questi “nuovi poveri” ex benestanti, per dare loro una mano in attesa che si rimettano in carreggiata appena tornerà a tirare il vento dell’economia. Mi auguro il prima possibile». Quali interventi bisognerebbe mettere in campo subito? «Il nostro territorio è popolato di piccole e medie imprese che, non bisogna mai dimen-

Sopra, Achille Variati, sindaco di Vicenza



VENETO 2012 • DOSSIER • 71


FOCUS VICENZA

 ticarlo, costituiscono la spina dorsale del sistema produttivo di tutto il Paese. Sono le nostre imprese con 10, 20, 30, 50 dipendenti che mandano avanti l’Italia, in cui gli imprenditori sono pronti anche a ipotecare la casa, a mettere in gioco tutto quello che hanno per tirare avanti. Ora il grande problema è la liquidità. Farsi pagare è sempre più difficile a causa della crisi e, parallelamente, le banche troppo spesso rifiutano di erogare credito; aziende in buona salute hanno chiuso o rischiano di farlo perché sono tra l’incudine dei creditori che non pagano (e fra questi molti enti pubblici bloccati dal patto di stabilità) e il martello delle banche che non prestano denaro. Questo è il primo e più grande intervento: fare in modo che non vengano chiusi i rubinetti del credito alle imprese». E l’amministrazione comunale cosa ha fatto? «Abbiamo cercato di fare la nostra parte. Abbiamo venduto alla fine dell’anno scorso le nostre partecipazioni azionarie, che non reputavamo più strategiche, nella società autostrade per ottenere liquidità. Con i quasi 30 milioni di euro che stiamo per incassare riusciremo a estinguere mutui accesi negli anni passati, ma soprattutto metteremo in cantiere opere infrastrutturali scelte attraverso un processo partecipativo che ha coinvolto i cittadini. Interventi che, oltre a sistemare la nostra città, contribuiranno a far girare l’economia con la garanzia che i lavori saranno appaltati e le cifre stanziate nel corso del 2012. E di questi tempi non è cosa da poco. Credo, inoltre, che siano fondamentali gli interventi in campo culturale, un tema finora poco dibattuto ma che sta guadagnando spazio nei media di recente. Noi lo stiamo facendo e a ottobre verrà riaperta la Basilica palladiana, con una grande mostra dedicata ai ritratti con quadri provenienti dai più importanti musei del mondo. Un’operazione, da cui ci aspettiamo un notevole contributo alla nostra economia, che 72 • DOSSIER • VENETO 2012

dovrebbe portare a Vicenza migliaia di visitatori, molti dall’estero». Dal punto di vista delle infrastrutture mirate allo sviluppo della città cosa occorre e su cosa si sta lavorando? «Vicenza ha bisogno di numerose infrastrutture. La fermata dell’alta capacità a Vicenza, una linea elettrica per il trasporto pubblico per liberare la nostra città dalle polveri sottili e un paio di bretelle stradali per allontanare


Achille Variati

Il lavoro è la priorità per il Pdl vicentino Il Popolo della Libertà si dice in prima linea nell’emergenza lavoro, proponendo di convocare a Vicenza un tavolo politico per programmare gli interventi con le categorie economiche, e pensando alla possibilità di dare vita a un fondo di emergenza. «Serve il massimo impegno di tutti e per il Pdl vicentino, l’emergenza lavoro è il primo argomento dell’agenda politica». Ad affermarlo è il coordinatore provinciale del Pdl Vicenza Sergio Berlato, che ribadisce: «È urgente mettere attorno a un tavolo la politica, le categorie economiche e il mondo del credito per

il traffico dal centro. Ma l’opera più importante di tutte in questo momento è la tangenziale nord-est, prevista da un accordo di programma come compensazione per l’installazione della base militare americana, imposta alla nostra comunità dal governo. La nuova tangenziale è un’opera in grado di risolvere molti problemi, ma che si sta facendo attendere, anche a causa dei cambi di governo. La comunità vicentina ha il diritto di vedersi risarcita, almeno in parte, per il territorio che le è stato sottratto dalla nuova base americana. E quindi mi aspetto che il governo rispetti quanto era stato promesso dal precedente esecutivo e mantenga gli impegni presi con la nostra comunità». Ci sono criticità che ancora necessitano di un intervento? «Tengo a ripeterlo, la questione più urgente è quella del credito alle imprese. Se i nostri imprenditori vengono messi nelle condizioni di lavorare, non c’è crisi che possa fermarli. Se si chiudono i rubinetti, le difficoltà possono di-

affrontare in modo dettagliato la questione». La politica quindi deve essere attiva su questo fronte e deve svolgere il ruolo di raccordo tra le varie istituzioni: «Mi adopererò da subito – conclude Berlato – per definire un’agenda programmatica specifica con due obiettivi minimi: la costituzione di un fondo di emergenza per le imprese in difficoltà e la creazione di un grande piano di sviluppo economico del territorio concertato con le associazioni di categoria. Dobbiamo creare le condizioni per favorire l’occupazione e la crescita».

ventare insuperabili. Inoltre, ci sarebbe bisogno di altri interventi per metter in sicurezza il territorio dopo la terribile alluvione del novembre 2010. Si tratta di interventi fondamentali, come ho cercato di spiegare in un documento sottoscritto qualche mese fa da molti sindaci di tutta Italia, in particolare da quelli dei territori colpiti di recente da frane e allagamenti. Gli interventi per la sicurezza idrogeologica, da una parte, creano nuovi posti di lavoro con benefici per le imprese e l’economia, trasformando un fattore di crisi in un’opportunità di sviluppo e, dall’altra, portano a un risparmio: le risorse che devono essere stanziate per gestire l’emergenza a disastro avvenuto sono nettamente superiori a quanto sarebbe sufficiente per evitare che tali disastri avvengano. La sicurezza idrogeologica deve diventare una priorità nella pianificazione economica, per Vicenza colpita di recente dall’alluvione, ma anche per il resto d’Italia, considerando che l’82% del territorio nazionale è a rischio idrogeologico». VENETO 2012 • DOSSIER • 73


LE IMPRESE VICENTINE REAGISCONO ALLA CRISI Uno degli aspetti più penalizzati dall’attuale situazione economica è quello relativo alla riduzione degli investimenti da parte delle aziende. Per Vittorio Mincato ciò è una conseguenza diretta della fragilità finanziaria di alcune realtà Nicolò Mulas Marcello

a crisi economica ha coinvolto, non senza effetti tangibili, il tessuto imprenditoriale di Vicenza. Il settore occupazionale ne ha risentito in maniera consistente, ma uno degli aspetti più critici è la riduzione degli investimenti: «La crisi – spiega Vittorio Mincato, presidente della Camera di Commercio di Vicenza – ha messo allo scoperto la fragilità finanziaria delle nostre imprese, la loro dipendenza dal credito bancario, sempre più difficile da ottenere. La conseguenza più grave è stata la riduzione degli investimenti, fenomeno che pregiudica lo sviluppo futuro

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74 • DOSSIER • VENETO 2012

10mila

POSTI DI LAVORO Il numero di lavoratori che hanno perso il posto negli ultimi 4 anni nella provincia di Vicenza, pari al 7% della base occupazionale

delle imprese e perciò l’occupazione della nostra gente. A questa morsa si sono sottratte le imprese meglio strutturate e più capitalizzate, quelle che da tempo stanno sui mercati, soprattutto esteri, dove la domanda non langue come in Italia. Questa dicotomia tra la sofferenza delle piccole imprese e la resistenza delle medie (sul nostro territorio quelle grandi sono così poche che non fanno testo) è dimostrata anche dalla riduzione marcata che dal 2009 a oggi ha interessato il numero delle imprese individuali e delle società di persone, mentre nello stesso periodo il numero delle società di capitali è cresciuto».

Stando all’occupazione, quali sono i dati attuali? «È un aspetto molto critico anche qui. Il tasso medio annuo di disoccupazione è cresciuto dal 3,7% nel 2008 al 5% nel 2009, al 5,7% nel 2010. Non si tratta di tassi drammatici, ma nel 2011 vi è stata un’ulteriore restrizione della base occupazionale. Questo preoccupa. Trovare lavoro è sempre più difficile e, quando si riesce a entrare nel mondo del lavoro, si tratta sempre di più di contratti flessibili, che non danno alcuna sicurezza di costanza del reddito. Tutto questo ha portato alla contrazione dei consumi delle famiglie, con la conseguente difficoltà del settore


Vittorio Mincato

commerciale: seppur in ritardo rispetto alla crisi del settore manifatturiero anche il commercio ha risentito delle difficoltà economiche complessive. La restrizione della base occupazionale, la riduzione del reddito disponibile dei lavoratori, molti sostenuti da ammortizzatori sociali che non compensano del tutto il salario perduto, l’aumento dei costi energetici e la situazione complessiva di incertezza ha rallentato la spesa anche delle famiglie vicentine». Quali sono i settori più colpiti? «Ovviamente è l’industria in generale il settore che più ha risentito della crisi in termini occupazionali: nella nostra

provincia in quattro anni abbiamo perduto più di 10mila posti di lavoro, più del 7% della base occupazionale. Una leggera attenuazione del fenomeno è venuta dall’aumento degli occupati nell’agricoltura e nei servizi, ma si tratta di numeri molto piccoli. Le riduzioni percentualmente maggiori hanno riguardato il settore orafo, il sistema moda e il legno-arredo. Ma l’occupazione è calata anche nel macro-comparto della metalmeccanica». Come hanno reagito gli imprenditori e quali strategie hanno adottato? «Una parte di essi non ha potuto o voluto reagire: ha subìto gli eventi rendendosi conto della fragilità della loro azienda e hanno chiuso i battenti. È il processo selettivo delle imprese teorizzato da Schumpeter un secolo fa: la sua teoria dello sviluppo economico è del 1912 ed è in quest’opera che egli definì «distruzione creatrice» la fase di trasformazione dell’economia sotto la spinta dell’innovazione. Purtroppo hanno gettato la spugna anche imprenditori che forse con un po’ di coraggio - o con un po’ di credito dalle banche - avrebbero potuto far sopravvivere la loro azienda, ma non ce l’hanno fatta. Gli imprenditori con aziende già strutturate e ben capitalizzate, con presenze importanti sui mercati esteri, hanno premuto l’acceleratore in quella direzione; magari hanno sacrificato margini unitari spingendosi su mercati difficili, come quello russo, ci-

nese o del Nord Africa, ma sono ugualmente cresciuti di dimensione. I meno toccati dalla crisi sono gli imprenditori che hanno capito per tempo che la dimensione è un valore non meno importante della qualità». Quali segnali intravede per il futuro? «Un fenomeno positivo è stata l’espansione dell’azienda anche con insediamenti produttivi all’estero, fatti non per ridurre i costi di produzione, ma per presidiare i singoli mercati, senza che gli insediamenti in Italia ne abbiano sofferto in termini occupazionali, a volte addirittura incrementando i posti di lavoro. In particolare nella metalmeccanica è stata cercata una maggior interconnessione tra manifattura e servizi: alcune imprese hanno investito nel miglioramento dell’assistenza post vendita, come per esempio la formazione del personale delle imprese acquirenti o la realizzazione di reti commerciali finalizzate all’assistenza dei propri clienti. È poi significativo che finalmente la cultura della tutela della proprietà intellettuale e del marchio aziendale sia notevolmente migliorata proprio in questo periodo di crisi: il deposito di marchi e brevetti è aumentato e indica la volontà di investire in innovazione e sul brand aziendale. Anche il nuovo istituto della “rete d’impresa” ha aiutato e aiuterà in futuro, purché non sia ridotto a strumento che incoraggia le imprese a rimanere piccole».

A sinistra, Vittorio Mincato, presidente della Camera di Commercio di Vicenza

VENETO 2012 • DOSSIER • 75


FOCUS VICENZA

CREDITO, EXPORT E FORMAZIONE. LE BASI DEL RILANCIO L’accesso al credito, l’incentivazione dell’export e la formazione sono le direttrici che possono rappresentare un traino per uscire dalla crisi economica Nicolò Mulas Marcello

-3,3% PRODUZIONE La flessione della produzione industriale destagionalizzata a Vicenza nel quarto trimestre 2011

el corso del 2011 sono stati oltre 6.000 i licenziamenti e oltre 15 milioni di ore di cassa integrazione nelle aziende della provincia di Vicenza. Secondo i dati della Camera di Commercio, nel quarto trimestre la tendenza flessiva dell’economia si è confermata e accentuata: la produzione industriale destagionalizzata indica un -1,7 per cento per l’Italia, -0,8 per cento per il Veneto e -3,3 per cento per Vicenza. Per il primo semestre del 2012, l’insieme degli operatori economici della manifattura vicentina esprime valutazioni ancora non molto

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76 • DOSSIER • VENETO 2012


L’economia Francesco provinciale Fanti

confortanti, prospettando una leggera flessione della domanda estera e dell’occupazione, cui si accompagneranno diminuzioni più sensibili della produzione, della domanda interna e del fatturato. Diminuiscono gli ordini (-2,9 per cento quelli interni e -4,9 per cento quelli esteri), l’occupazione non riesce a crescere, mentre produzione e fatturato (+0,4 per cento e +0,8 per cento) arrestano il recupero iniziato nel 2010. Una situazione non positiva che rispecchia l’andamento dell’economia nazionale ma che desta più sospetti in quanto quella vicentina è stata una delle economia che in pas-

sato hanno fatto, in qualche modo, da traino all’intero Paese. La Camera di Commercio sta agendo su tre direttrici per contrastare la crisi: la prima riguarda il sostegno degli organismi di garanzia, i Confidi, attraverso i quali le imprese hanno accesso più facile al credito bancario. La seconda direttrice riguarda il sostegno che attraverso l’azienda speciale “Made in Vicenza” la Camera di Commercio dà alle esportazioni, in particolare alla partecipazione a fiere di importanza internazionale, in Italia e all’estero, e alla partecipazione a missioni all’estero, volte a promuovere le nostre esportazioni. La terza direttrice

attiene alla formazione. L’economia di una provincia è tanto più solida quanto più preparato è il suo fattore umano. Il Vicentino ha una lunga e ormai consolidata tradizione nella formazione di eccellenza e non è per caso che la sua economia è cresciuta in misura straordinaria, anche se spesso disordinata, nell’ultima parte del secolo scorso. Vi sono tre istituzioni che presidiano questo fondamentale fattore di crescita: la Fondazione Giacomo Rumor, la Fondazione Studi universitari e il Cuoa. Da questo sentiero passa il contrasto alla crisi in atto: è dalla formazione dei giovani che possono nascere soluzioni. VENETO 2012 • DOSSIER • 77


AGROALIMENTARE

Quando agricoltura ed energia hanno lo stesso know-how Dall’esperienza cinquantennale nella realizzazione di strutture di sostegno per vigneti e frutteti e nella loro protezione da grandine e vento, al primo sistema di supporto per pannelli fotovoltaici in calcestruzzo. L’esperienza di Alberto Valente Erika Facciolla

impatto negativo dei cambiamenti climatici sulle produzioni agricole, in Italia come in Europa, ha reso ancor più vulnerabile un settore già esasperato dalla crisi economica. L’attenzione degli operatori del comparto si è spostata sul livello di sicurezza e resistenza degli impianti di protezione delle culture che, soprattutto per vigneti e frutteti, diventano fondamentali in caso di calamità naturali. Per questo moAlberto Valente, presidente della Valente Pali tivo la tecnologia integrata e di Strukture, architetture per il fotovoltaico nei sistemi di protezione è www.valentepali.com diventata più sofisticata e le www.strukturefotovoltaico.com soluzioni sempre più performanti e innovative. Ed è con questo preciso obiettivo che l’azienda veneta Valente Spa ha investito risorse professionali e capitali economici per mettere a punto soluzioni tecnologiche per vigneti e frutteti che oggi rappresentano un’eccellenza italiana e il cui valore è riconosciuto e apprezzato in tutta Europa. Da quella stessa esperienza nella produzione di pali in cemento armato precompresso è nata poi Strukture Srl, realtà che si affianca a Valente e che offre al mercato il primo sistema di supporto per pannelli fo-

L’

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tovoltaici in calcestruzzo, senza alcun tipo di fondazione o ancoraggio. Il punto del presidente, Alberto Valente. Le tecnologie di impianto per vigneti e frutteti sembrano non aver subito particolari cambiamenti. A quali evoluzioni ha invece assistito e preso parte Valente nell’ultimo decennio? «Per quanto riguarda il settore vitivinicolo si è verificata una vera e propria rivoluzione nelle tecniche di lavorazione. Oggi, gli impianti per vigneto sono progettati in funzione della meccanizzazione integrale che consente di ridurre la manodopera, il tempo di esecuzione di tutte le operazioni di manutenzione e di effettuare la raccolta nel momento ottimale. Si è passati, così, da vigneti con pali in cemento armato precompresso a vigneti con pali in acciaio, particolarmente indicati per le lavorazioni meccaniche. La nostra carpenteria lavora e trasforma l’acciaio con macchinari dedicati, per poi assemblarlo su quattro linee di saldatura robotizzata. Inoltre, dispone di due linee di profilatura automatica che formano, forano e tagliano novemila pali di acciaio al giorno». Come hanno influito in questo processo di trasformazione i cambiamenti climatici? «I cambiamenti climatici hanno stravolto le regole tradizionali della coltivazione costringendo ogni agricoltore a difendere le proprie colture dal rischio dalle intemperie. La grandine è l’esempio più tangibile. Ecco perché le coperture contro gli agenti atmosferici sono diventate indispensabili. Per un’adeguata protezione dei frutti e la sal-


Alberto Valente

23 mln EURO

È il fatturato registrato daValente Pali nel 2011, con un 10% di crescita rispetto al 2010

500 mila EURO

È l’ammontare degli investimenti di Valente Pali destinati al potenziamento delle linee produttive

vaguardia del capitale investito, Valente ha implementato un’ampia gamma di coperture antigrandine, antipioggia e ombreggianti». Quali sono i materiali più utilizzati per la realizzazione di soluzioni all’avanguardia e sicure? «La nostra azienda propone gli impianti di copertura “Sikuro”, sistemi certificati e garantiti sia per gli eventi atmosferici di ordinaria intensità, sia per gli eventi catastrofici. Per poter assicurare questa garanzia, siamo stati i primi e gli unici al mondo ad eseguire calcoli strutturali sugli elementi che costituiscono l’impianto. Inoltre, l’azienda è impegnata in un ambizioso progetto di sviluppo per proporre al mercato “Kabrionet”, la prima copertura di protezione per frutteto movimentata da un dispositivo per l’apertura e

la chiusura automatica lungo tutta la lunghezza del filare». Quali sono gli aspetti che rivelano la Valente come rappresentante del “made in Italy” nel mondo? «Le tecnologie relative agli impianti di vigneto e frutteto sono nate e si sono evolute in Italia e la nostra azienda, come leader del settore, ha offerto un contributo fondamentale nello sviluppo delle soluzioni più innovative. Una leadership riconosciuta in tutta Europa, sia per l’innovazione del prodotto che per l’altissima qualità dei materiali». Quali sono i progetti più recenti? «In Serbia stiamo realizzando centoventi ettari di impianto di frutteto con copertura antigrandine che produrrà a regime settemila e duecento tonnellate di mele all’anno, principalmente esportate in Russia grazie alle agevolazioni fiscali. L’impianto è stato iniziato a febbraio 2012 e sarà terminato a maggio dello stesso anno, grazie al lavoro di quattro team composti ❯❯ VENETO 2012 • DOSSIER • 87


AGROALIMENTARE

❯❯ da quindici operatori ciascuno. Un’altra instal- «L’idea di fondare Strukture nasce dalla possilazione importante è quella eseguita in Romania: quasi cinquecento ettari di vigneto distribuiti su quattro appezzamenti; un impianto che conta trecentocinquanta mila pali la cui infissione è iniziata a febbraio 2011 e terminerà il prossimo luglio». L’esperienza della Valente è poi stata molto importante anche per la neonata Strukture. In che modo ci siete riusciti?

I cambiamenti climatici hanno stravolto le regole tradizionali della coltivazione costringendo ogni agricoltore a difendere le proprie colture

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bilità di entrare nel muovo mercato del fotovoltaico, in forte crescita, con un prodotto, quale il palo in cemento armato, già presente nel nostro portfolio prodotti. I pali in cemento armato infatti sono ideali per il sostegno di impianti fotovoltaici proprio per le caratteristiche intrinseche del calcestruzzo: assenza di corrosione, resistenza al gelo, resistenza alle correnti parassite vaganti, elasticità e flessibilità, stabilità strutturale». Quali sono i sistemi in fase di sperimentazione in Strukture? «Fino allo scorso anno, il nostro prodotto di punta era certamente ‘Zenith’, struttura monopalo ad infissione senza fondazioni. Oggi, conseguentemente alla diminuzione degli incentivi su terreni agricoli, il nostro prodotto di punta è ‘Geko’, un sistema autozavorrante ideato per discariche e luoghi dove l’infissione non è possibile». Considerata l’endemica diffusione di sistemi di sfruttamento di fonti energetiche rinnovabili, quale resoconto può fornire sull’andamento del mercato? «Attualmente sono le strutture incentivate che trovano spazio sul mercato, in quanto il concetto di “risparmio” non si è ancora radicato quanto il concetto di “guadagno da investimento”. Pertanto, a causa della mancata incentivazione la richiesta per le strutture a terra è molto limitata, mentre la richiesta di strutture a tetto sta aumentando in modo crescente». Alla luce delle sua esperienza, qual è l’approccio imprenditoriale da adottare per superare la crisi? «È fondamentale approcciarsi al mercato con grande spirito di osservazione per poter cogliere nuove opportunità. Anche in un momento di crisi economica come questo è strategico continuare ad innovare. Bisogna credere nella propria azienda ed è quello che stiamo facendo soprattutto con Strukture attraverso un processo di internazionalizzazione già ben consolidato in Valente».


PRODOTTI ALIMENTARI

Qualità genuina Coltivazione e surgelamento di prodotti naturali, nel pieno rispetto dell’ecosostenibilità produttiva. Massimo Azzolini sottolinea l’attenzione dedicata alla qualità e ai controlli finalizzati alla sua tutela Lodovico Bevilacqua

l mercato dei prodotti alimentari destinato alla grande distribuzione organizzata è sovente informato da stringenti esigenze in termini di tempi e modalità di consegna che spesso impongono trattamenti specifici ai prodotti, i quali ne risentono a livello di qualità; parimenti i volumi e i tempi di produzione da garantire inducono gli operatori del settore a trascurare un parametro che dovrebbe essere sempre salvaguardato, ovvero la naturalità del prodotto stesso. Estremamente sensibile a questo discorso si dichiara Massimo Azzolini, amministratore delegato della Asiago Food Spa. «Da sempre fedeli alla scelta iniziale di commercializzare solo prodotti naturali e genuini, siamo orgogliosi di essere riusciti a mantenere inalterato questo requisito associandolo a un grande successo commerciale». Come è nata Asiago Food? «La nostra avventura aziendale è cominciata 25

I

Massimo Azzolini, a sinistra, amministratore delegato della Asiago Food Spa di Veggiano (PD). Insieme a lui, Monica Ciarfuglia, responsabile qualità, e Francesco Azzolini, responsabile commerciale e marketing www.asiagofood.it

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anni fa sull’Altopiano di Asiago dove mia moglie e io abbiamo iniziato la commercializzazione di funghi porcini che ancora oggi rimane il cuore pulsante della nostra attività. Evolvendo l'attività, nel 1996 abbiamo individuato una nuova sede legale, amministrativa e produttiva e abbiamo istituito la società con la ragione legale che tuttora mantiene. Da lì, in sostanza, comincia la nostra esperienza imprenditoriale». Dove vi ha portato l'evoluzione di questo business? «La localizzazione della sede è rimasta invariata; non tuttavia le dimensioni. Oggi possiamo contare su un moderno impianto distribuito su un'area di 15 mila metri quadri, a cui si affiancano altri siti produttivi in Italia e all'estero e una sede distributiva negli Stati Uniti. La gestione dell'azienda, nonostante le dimensioni e le potenzialità che ha raggiunto, rimane prerogativa della mia famiglia». Una vocazione familiare che rispecchia la genuinità dei prodotti? «Senza dubbio. La coltivazione, la selezione e la raccolta dei prodotti che vengono surgelati dalla Asiago Food avviene sotto il nostro stretto controllo e senza l'utilizzo di alcuna sostanza che agevoli la crescita o la conservazione del prodotto compromettendone il gusto e la genuinità. Questa attenzione dedicata alla qualità e ai controlli finalizzati alla sua tutela è stata riconosciuta formalmente attraverso l’attestazione di qualità BRC e IFS – prima in Italia rilasciata ad un'azienda di questo settore». Quali sono i prodotti che commercializzate?


Massimo Azzolini

La nostra strategia aziendale ha individuato nella qualità e nella genuinità le priorità da tutelare. Ed è una strategia premiata dal mercato

«L'offerta di Asiago Food comprende funghi di bosco e coltivati , verdure, frutti di bosco, primi piatti e una linea biologica in rapido sviluppo. Tutti i prodotti sono raccolti e coltivati in maniera strettamente naturale, nel pieno rispetto dei cicli stagionali e in una forma assolutamente ecosostenibile, che prevede l'utilizzo di fonti pulite come quella solare per l'approvvigionamento energetico e un piano di

riciclo delle acque di irrigazione». Che effetto ha questo legame così profondo con la stagionalità, in un mercato che mantiene costante la richiesta nel corso dell'anno? «La nostra strategia aziendale ha individuato nella qualità e nella genuinità le priorità da tutelare. Ed è una strategia premiata dal mercato. Le soluzioni sono comunque possibili; per esempio investiamo molto sulla formazione della forza vendita, costantemente edotta delle caratteristiche delle diverse partite dei prodotti stagionali che, in quanto tali, sono differenti tra loro. A conferma della qualità dei prodotti e dell'assoluta trasparenza nella lavorazione, garantiamo la tracciabilità – in merito a raccolta e surgelamento – di ogni singola confezione commercializzata dalla Asiago Food». Come promuovete i vostri prodotti? «Sostenuto da un prodotto di qualità, il marketing della Asiago Food si è recentemente orientato verso la promozione del proprio marchio in ambiti di grande diffusione e sicura penetrazione – internet, nella fattispecie – e presso fiere specialistiche, dove stiamo consolidando vieppiù la nostra presenza – a partire dalla prestigiosa Tutto Food di Milano prevista per il 2013». VENETO 2012 • DOSSIER • 91


MODELLI D’IMPRESA

Un polo strategico per la manutenzione dei treni reare e sviluppare sul territorio veneto un nuovo polo nazionale per la manutenzione e il revamping di materiale rotabile ferroviario, capace di attrarre commesse e lavorazioni dai maggiori committenti italiani. È questo l’obiettivo, tanto impegnativo quanto ambizioso, che sta animando l’attività delle Officine Ferroviarie Veronesi Spa (OFV), storica azienda di Verona specializzata nella progettazione, costruzione e manutenzione di carrozze e materiale rotabile. «Attualmente la domanda di manutenzione e ristrutturazione dei treni è nettamente superiore rispetto all’offerta dei servizi che gli operatori del settore sono in grado di garantire», afferma Gian Pietro Leoni, presidente del consiglio di amministrazione di OFV. «Questo perché in Italia esiste un solo vero polo di manutenzione, ubicato in Campania. Il resto del territorio nazionale è quasi completamente scoperto, e questa situazione apre scenari di movimento impensabili fino a qualche anno fa» spiega Zeno Maria Sartori, consigliere delegato.

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Gian Pietro Leoni, presidente del consiglio di amministrazione e Zeno Maria Sartori, consigliere delegato delle Officine Ferroviarie Veronesi Spa di Verona www.ofvspa.it

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Quello ferroviario è un settore attraversato da una fase di profondi cambiamenti, che aprono però scenari molto interessanti per le aziende più solide e strutturate. Il caso delle Officine Ferroviarie Veronesi Spa. illustrato da Gian Pietro Leoni e da Zeno Maria Sartori Guido Puopolo

Quali sono, a suo avviso, i fattori principali che hanno portato a questo surplus di domanda? GIAN PIETRO LEONI «Il rinnovo parziale del parco rotabili nazionale negli ultimi anni, ha avuto, per Trenitalia e per le Regioni, come conseguenza da una parte l’impiego di vetture passeggeri sempre più datate e dall’altra la sempre crescente necessità di manutenzione e revamping. Questo fatto, unitamente alla scomparsa di numerosi attori dal mercato, sta portando all’accumularsi di un pesante debito manutentivo in capo a tutti gli enti di esercizio (Trenitalia e i vari operatori locali)». Quali vantaggi potrebbero derivare, quindi, dalla creazione del polo per la manutenzione e il revamping che avete in mente? G.P.L. «Il contesto veneto è permeato da competenze specialistiche nel campo delle forniture ferroviarie, ereditate dalle precedenti aziende che avevano sede in regione. Il nostro desiderio è quello di ricomporre e riaggregare le risorse un tempo presenti sul territorio, un patrimonio che a causa della crisi e delle difficoltà congiunturali


Gian Pietro Leoni e Zeno Maria Sartori

Il valore aggiunto della formazione rischia di andare disperso. Quel che è sempre mancato in passato, ovvero la possibilità di accedere a quote di mercato significativamente consistenti tali da poter spesare una organizzazione industriale, è ora possibile. Ciò è richiesto fortemente dai nostri clienti, che ambiscono a rapportarsi con un interlocutore di riferimento che possa dare loro sicurezza e tempestività, garantendo costi certi e contenuti in un momento in cui i trasferimenti dallo Stato sono sempre più risicati». Quali potrebbero essere i tempi necessari per portare a termine un progetto di questo tipo? G.P.L. «I tempi per la creazione e l’assestamento di un polo completamente maturo nel settore non possono essere inferiori alla decina d’anni. Per la parte meramente produttiva, affinché si sviluppi un primo indotto di produzione collegata, saranno necessari due-tre anni. Almeno cinque-sei anni serviranno invece per il consolidamento di percorsi di formazione di professionalità adeguate». La dispersione delle eccellenze e delle maestranze del settore ha evidenziato il pericolo che la sottodimensione delle imprese può comportare ai fini del mantenimento del proprio livello competitivo. Come vi state muovendo per evitare che ciò accada? ZENO MARIA SARTORI «La dimensione aziendale è

Una struttura di gestione moderna e manageriale è condizione indispensabile per la sopravvivenza di un’azienda in un settore così complesso come quello ferroviario. Per questo, sottolinea Leoni «prima di grandi investimenti in attrezzature e macchinari, l’investimento nella professionalità delle risorse umane, a tutti i livelli, rappresenta la chiave su cui puntare per garantirsi un adeguato livello di competitività sul mercato». OFV ha infatti puntato con forza sulla valorizzazione del patrimonio umano presente sul territorio: «La cooperazione con il mondo scolastico» ribadisce Leoni «è elemento imprescindibile per la crescita dell’azienda e sul territorio. Siamo letteralmente affamati di competenze, sempre alla ricerca di giovani e dinamici professionisti a tutti i livelli».

un aspetto determinante per poter competere sui mercati. In questo senso il primo investimento che intendiamo portare a termine è la piena ripresa produttiva dello stabilimento di Castelfranco Veneto un tempo utilizzato dalla Fervet Spa, ora in concordato preventivo, grazie al quale raddoppieremo la nostra capacità produttiva. Il secondo step riguarda un incremento delle attività di cantieristica esterna presso le officine dei clienti, mediante un’apposita Business Unit che stiamo ristrutturando proprio in queste settimane. Per ulteriori espansioni, infine, guardiamo con molto interesse a nuove opportunità e/o collaborazioni che si stanno presentando anche in altre regioni d’Italia, che ci permettano di bilanciare la presenza geografica mantenendo però il core di know-how e ge- ❯❯ VENETO 2012 • DOSSIER • 95


MODELLI D’IMPRESA

❯❯ stione che ci caratterizza». OFV si è oggi affermata come l’azienda principale nel suo settore di riferimento. Quali strategie imprenditoriali avete adottato per raggiungere questo risultato? Z.M.S. «OFV ha scelto di affrontare la crisi degli ultimi anni in maniera costruttiva, in totale controtendenza rispetto a tutti gli altri operatori. Mentre le aziende tagliavano i costi, riducevano le strutture e si contraevano sui propri business di nicchia, con scelte che hanno portato al fallimento di numerose realtà produttive, OFV ha invece deciso di investire sul proprio business, rafforzando la propria struttura tecnica e gestionale, convinta che la crisi fosse crisi di settore e non di mercato. Basti pensare che negli ultimi due anni abbiamo assunto quasi 300 persone. Così facendo abbiamo conquistato nuovi spazi, tanto che oggi possiamo vantare una posizione di leadership indiscussa, anche rispetto alle multinazionali presenti in Italia, che si sono dimostrate scarsamente interessate al mercato della manutenzione». Avete instaurato particolari partnership con altri protagonisti del settore? G.P.L. «Collaboriamo intensamente con AnsaldoBreda, prima azienda italiana e punto di riferimento per tutto il comparto. Non trascuriamo, d’altra parte, collaborazioni occasionali, anche

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Al momento la domanda di manutenzione dei treni è nettamente superiore rispetto all’offerta dei servizi che gli operatori del settore possono garantire

molto interessanti, con le altre multinazionali estere presenti in Italia. In questo modo, oltre al ritorno economico, è infatti possibile ricavare nuovi e interessanti spunti per la crescita dell’azienda». OFV ha alle spalle una lunghissima esperienza maturata sul mercato tedesco. Quali peculiarità di questo modello imprenditoriale e gestionale avete mantenuto e intendete trasferire sul tessuto produttivo veneto? Z.M.S. «La “scuola tedesca” è stata fondamentale per la nostra crescita, ma crediamo di non aver nulla da insegnare al sistema produttivo veneto. L’attenzione alla qualità e alla sicurezza dei prodotti, al rispetto dei contratti e dei patti sottoscritti e ad un approccio consapevole, manageriale e industriale verso il cliente, sono i requisiti che già rendono l’imprenditoria veneta capace di competere in Italia e nel mondo». Per il 2012, infine, quali sono gli obiettivi che vi siete prefissati di raggiungere? Z.M.S. «Abbiamo in portafoglio commesse che porteranno il nostro fatturato a circa 70 milioni di euro, contro i 45 milioni dell’anno precedente. Forti di questi numeri siamo già proiettati sul triennio successivo, sicuri di poter continuare a essere protagonisti sul mercato, con una crescita graduale ma costante nel tempo».


MODELLI D’IMPRESA

Nuova vita per i locomotori Attraverso il revamping è possibile recuperare vecchi mezzi ferroviari rinnovandoli e rendendoli nuovamente funzionali. Giorgio Chiavegato illustra i procedimenti che rendono possibile questa opera di “restauro” Amedeo Longhi

nche le Ferrovie dello Stato, oltre a numerose altre società pubbliche e private, stanno recentemente ricorrendo al revamping per implementare il loro parco mezzi. Il termine – che in inglese significa “rimodernare” – designa, in gergo ferroviario, l’attività di restauro e ricondizionamento, secondo le normative vigenti, di locomotori e altri mezzi su rotaia dismessi. La Ipe Locomotori 2000 è un’azienda veronese che si occupa proprio di questo: «La nostra attività consiste nell’andare a recuperare locomotori o macchine simili in giro per l’Europa, riprogettarli, ricostruirli e rivenderli», spiega Giorgio Chiavegato, amministratore delegato della società. «Il mercato principale presso cui ci riforniamo di “materia prima”, ovvero i mezzi usati, è quello tedesco e dei paesi limitrofi. Il no-

A

La Ipe Locomotori 2000 ha sede a Nogarole Rocca (VR) www.ipelocomotori.com

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stro mercato di recupero è la Germania, perché è l’unico paese che ha una massiccia produzione di mezzi nuovi e, per questo, mette sul mercato molto materiale che lassù è obsoleto. Spesso, quando arrivano in Italia, le macchine sono semi distrutte e fuori servizio da molti anni, quindi il lavoro di ricondizionamento è abbastanza impegnativo». La commercializzazione del ricondizionato avviene invece esclusivamente in Italia: «Ci rivolgiamo solo a realtà del territorio nazionale – prosegue Chiavegato –, principalmente ditte subappaltatrici delle Ferrovie dello Stato, acciaierie, porti e interporti». Questa scelta fa parte di una strategia commerciale studiata: «Anche per quanto riguarda le fiere, non ci spostiamo all’estero, poiché i nostri clienti sono tutti italiani. Ogni anno siamo presenti all’Expo Ferroviaria di Torino, alla quale parteciperemo anche quest’anno». Chiavegato passa poi a descrivere in che modo, dal punto di vista operativo, avviene il recupero del mezzo: «Del locomotore “vecchio” manteniamo la parte strutturale, quindi il telaio, e il gruppo cambio-riduttore. Il resto viene ricostruito completamente attraverso l’utilizzo di materiali nuovi: ruote, assi, cabine, cofani, impiantistica, motore. Per tutti questi elementi cerchiamo sempre di utilizzare, ove possibile, parti di fabbricazione italiana. Fanno eccezione i motori: a seconda delle dimensioni e della tipologia ci rivolgiamo alla Fiat, per i più piccoli, alla Caterpillar per quelli più grossi e, per i maggiori di tutti, alla MTU Friedrichshafen, storica azienda tedesca produttrice di motori


Giorgio Chiavegato

Spesso, quando arrivano in Italia, le macchine sono semi distrutte e fuori uso da molti anni, quindi il lavoro di ricondizionamento è abbastanza impegnativo

commerciali». La discussione si sposta poi sull’aspetto commerciale: «I nostri interlocutori – spiega Chiavegato in proposito – sono tutte quelle realtà che hanno la necessità movimentare merci o persone. Grandi industrie, in particolare quelle appartenenti al settore siderurgico, porti, interporti e naturalmente le Ferrovie dello Stato, attraverso ditte subappaltatrici. A seconda dei casi si tratta quindi di aziende appartenenti alla sfera pubblica o a quella privata». Come facile immaginare, l’attività della Ipe Locomotori è strettamente legata alla situazione di questi settori: «Diciamo che le difficoltà degli

ultimi dodici o diciotto mesi sono più che altro di natura finanziaria – spiega in proposito Chiavegato –, legate al problema dell’accesso al credito. A livello lavorativo, per quanto riguarda le ordinazioni, abbiamo un parco mezzi abbastanza fornito in casa e un buon portafoglio e questo ci consente di programmare con relativa sicurezza l’intero anno di attività, per cui da questo punto di vista siamo tranquilli. Chiaramente influisce molto lo stato di salute della grossa industria italiana. Per esempio, se le acciaierie producono ferro, fanno molta movimentazione e hanno la necessità di effettuare spedizioni di materiale, allora il lavoro aumenta anche per noi. Lo stesso avviene per porti e interporti quando ci sono molte merci intransito da trasportare. Abbiamo però il considerevole vantaggio di servire vari indotti differenti; in questo modo, quando uno di essi attraversa un periodo di difficoltà possiamo appoggiarci agli altri».

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Allestimenti per veicoli speciali Pezzo dopo pezzo, sui telai nudi dei mezzi, vengono costruiti gli allestimenti speciali per gli utilizzi più svariati, dal prelevamento dei rottami ferrosi al trasporto di prodotti di macellazione. Franco Paiola spiega i dettagli della lavorazione Amedeo Longhi

Franco Paiola è amministratore unico della Atlas Srl di Gambellara (VI) www.atlassrl.com

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difficile individuare tipologie di preparazione per quanto riguarda gli allestimenti per veicoli speciali. Ogni lavoro infatti è tarato con una tale precisione sull’impiego che avrà il mezzo e sulle sue stesse caratteristiche tecniche che la personalizzazione è la regola. «La prima cosa da fare – spiega Franco Paiola – è farsi spiegare dal cliente quali servizi dovrà svolgere il mezzo che andremo ad allestire e studiare insieme a lui in che modo prepararlo al meglio». Paiola è amministratore unico della Atlas, azienda vicentina che opera in questo settore da trent’anni. «Il lavoro di progettazione si avvale di un ufficio tecnico competente e sempre alla ricerca di migliorie tecniche. Per noi l’attività di ricerca e sviluppo è una priorità, come

È


Franco Paiola

Tutto ciò che attiene a prove e omologazioni è estremamente importante ed è una fase che seguiamo direttamente

dimostra il nostro ultimo prodotto, un rimorchio per casse scarrabili progettato e realizzato ad hoc in grado di raddoppiare il quantitativo di merce trasportata in unico viaggio». In base a quali criteri valutate come intervenire? «Dopo un’analisi preliminare, indichiamo le caratteristiche che deve possedere il mezzo – potenza, numero di assali, interassi fra gli assali, peso e altre caratteristiche che devono essere compatibili con l’allestimento. Questo, a seconda delle esigenze, può essere di varie tipologie. Quello semplice prevede l’installazione di uno scarrabile, ottimale, per esempio, nei casi in cui il materiale da trasportare è già nel container e basta caricarlo sul mezzo e scaricarlo una volta arrivati a destinazione. Nel caso in cui il materiale sia sfuso – per esempio, rottami ferrosi sparsi –, è necessario installare un allestimento combinato, che prevede il montaggio di un cassone, scarrabile o ribaltabile, e di una gru dotata di ragno per effettuare il carico. La tipologia di materiale trasportato influisce molto sulle caratteristiche del mezzo: per carichi pesanti infatti, sono consigliati allestimenti compatti, in modo da ridurre il rischio di eccedere la portata consentita, mentre se si trasporta per esempio carta o nylon, viene privilegiato il volume e l’allestimento deve essere il più capiente possibile». Come si articola il vostro intervento da quando il camion arriva in officina a quando riconsegnate le chiavi al cliente? «Terminata fase di individuazione del tipo di allestimento, la macchina ci viene consegnata con tutte le caratteristiche richieste. Quando arriva, si procede al posizionamento dello scarrabile

semplice o del combinato sul telaio, rispettando i pesi sui vari assi. Una volta posizionati questi elementi, costruiamo tutto quello che serve per staffare e ancorare l’attrezzatura al telaio stesso. Fatto ciò, realizziamo e montiamo gli impianti idraulici, pneumatici ed elettrici, in modo che l’allestimento diventi parte integrante del camion e il camion stesso la alimenti per farla lavorare». In cosa consiste la parte burocratica? «Tutto ciò che attiene a prove e omologazioni è estremamente importante ed è una fase che seguiamo direttamente. Alla fine del ciclo infatti il mezzo va collaudato: i tecnici della motorizzazione compiono tutti i test e rilevano le misure per verificare che tutto – pesi, altezze, larghezze e così via – sia conforme al codice della strada e, in tal caso, emettono un certificato di idoneità. Per quel che concerne la sicurezza sul lavoro con l’utilizzo della gru, un funzionario INAIL (area ex-ISPESL) effettua una serie di prove per verificare la sicurezza e la stabilità del mezzo nella fase operativa della gru stessa. Per completare e adeguare il mezzo, dobbiamo provvedere anche alla parafangatura di ruote e assali e all’installazione delle protezioni laterali anti incastro per la sicurezza di pedoni e ciclisti. Quando è terminato e certificato, consegniamo il camion corredato dei relativi documenti, con i quali il cliente può recarsi in motorizzazione per la targatura del mezzo». VENETO 2012 • DOSSIER • 101


L’investimento tecnologico come strategia automazione e le tecnologie più evolute sono elementi determinanti per il futuro delle aziende italiane. Senza però mai dimenticare il ruolo insostituibile del fattore umano. Infatti, alla base di ogni impresa c’è sempre un team di persone valide e competenti». È questa l’opinione di Luigino Giacometti, presidente e fondatore di Comel, società presente nel settore della produzione di manufatti in lamiera verniciata e acciaio inox dal 1970, che ha scelto la strategia dell’investimento in tecnologia come risposta fondamentale per reagire alla crisi economica. Grazie a questa scelta, nonostante un mercato – soprattutto quello italiano – in profonda sofferenza, Comel è riuscita a incrementare i volumi di vendita, con una crescita rispetto al

«L’

Da sinistra Luigino Giacometti, presidente della Comel Spa di Arre (PD), con la dottoressa Martina Giacometti, responsabile risorse umane e amministrazione, e l’ingegner Matteo Giacometti, tecnico commerciale www.comel.eu

102 • DOSSIER • VENETO 2012

Nel mercato in crisi dei manufatti in lamiera e acciaio inox, Comel Spa ha scelto di puntare su innovazione, risorse umane e consolidamento del portfolio clienti Manlio Teodoro

2010 del 10 per cento circa. «Il bilancio 2011 è stato più che positivo – se confrontato con quelli dei nostri principali competitor e in generale con l’andamento dell’economia italiana – e ha registrato il consolidamento dei nostri rapporti con i partner storici, che operano prevalentemente in mercati esteri. Importante è stata anche l’acquisizione di un paio di nuovi partner che operano in mercati particolarmente attivi». Quali mercati e settori rappresentano la percentuale maggiore del vostro core business? «I settori con i quali collaboriamo maggiormente sono il condizionamento, la refrigerazione e il riscaldamento industriale, il trattamento d’aria e l’automotive. Tuttavia siamo costantemente alla ricerca di nuovi mercati, sempre però privilegiando i nostri partner storici. I nostri partner sono grandi aziende, multinazionali e non, che hanno i loro siti produttivi in Italia ed estero. Tuttavia sia i semilavorati sia i prodotti finiti che noi forniamo hanno prevalentemente come destinazione il mercato globale».


Luigino Giacometti

Quali sono stati i più recenti investimenti e quali quelli all’orizzonte? «Per mantenerci competitivi sul mercato, soprattutto negli anni di crisi più intensa, abbiamo investito in tecnologia e innovazione. Nel 2009 è stato fatto un importante investimento in strutture, in modo da unificare i nostri due siti produttivi, e sono stati introdotti nuovi macchinari per il rinnovamento dei reparti di punzonatura e piegatura. I risultati ottenuti nell’anno appena concluso ci permettono di continuare la nostra politica di investimenti nel territorio. Così, il 2012 e il 2013 saranno caratterizzati da una seconda fase di investimenti: un secondo capannone da 18mila metri quadrati, nel quale verrà installato un nuovo impianto di verniciatura e reparti di montaggio, è già in fase di realizzazione. Inoltre, continuerà il processo di rinnovamento tecnologico dei macchinari». Tecnologia, ma anche risorse umane. Qual è il ruolo del vostro ufficio progettazione? «Il nostro ufficio tecnico è in grado di fornire un’assistenza completa a partire dallo studio iniziale del progetto, consigliando e proponendo so-

I risultati ottenuti nel 2011 ci permettono di continuare la nostra politica di investimenti nel territorio

luzioni alternative o innovative. Offre inoltre un servizio di industrializzazione dei prodotti attraverso l’uso di software Cad 2D e 3D, generando disegni e programmi per le macchine operatrici». Crede che si intraveda una possibile fase di ripresa per il mercato nel suo complesso? «Attualmente la ripresa è difficile da intravvedere, soprattutto perché si lavora con portafogli ordini che non vanno mai oltre 4 settimane – e questo è il segno più evidente, per noi, dell’incertezza del futuro. Nonostante ciò, quello che possiamo fare è continuare a investire per mantenere alto il nostro livello di competitività e cercare di creare relationship sempre più solide con i nostri partner». Quali sono le prospettive e gli obiettivi di produzione per il 2012 dell’azienda? «Le prospettive sono quelle di consolidare i volumi di vendita già conseguiti nel 2011 ed eventualmente di incrementarli cercando di non perdere marginalità. Le nostre stime ci dicono che l’incremento potrebbe attestarsi intorno al 5 per cento. A livello di produzione, poi, gli obiettivi continuano a essere quelli di sempre: garantire un servizio e una qualità di elevato livello, in modo da confermare la preferenza che abbiamo ricevuto dai nostri partner».

28,4 mln FATTURATO

Il risultato conseguito da Comel Spa nel 2011 grazie a una crescita del volume di vendita del 10% rispetto al 2010

VENETO 2012 • DOSSIER • 103


MODELLI D’IMPRESA

L’industria punta su materiali ad alte prestazioni Tecnologia e innovazione, un binomio sul quale l’economia italiana può costruire il futuro e riacquistare consapevolezza del proprio valore. Il caso di Pati raccontato da Maurizio Zanon Erika Facciolla

l patrimonio tecnologico accumulato negli ultimi decenni dalle aziende operanti nei vari settori produttivi è una risorsa preziosa che deve essere utilizzata in quel processo di innovazione e diversificazione dell’attività indispensabile al rilancio dell’economia italiana. Non accontentarsi dei risultati raggiunti, ma arricchirsi di idee, stimoli e ricerca sono i punti fermi su cui anche la piccola e media impresa deve orientare le proprie strategie per poter riaffermare un ruolo di peso sia in Italia che all’estero. Ne è convinto anche Maurizio Zanon, amministratore delegato della Pati, società trevigiana fondata nel 1962 su iniziativa di alcuni soci che rilevarono gli impianti di estrusione per Pvc dalla società Edison, poi trasformatasi assieme alla Montecatini in Montedison. «In cinquanta anni di attività – sottolinea Zanon - abbiamo sempre tenuto in considerazione l’aspetto innovativo dei prodotti e quello conoscitivo del mondo della plastica, fatto che ci ha consentito di sviluppare formulazioni di prodotto e di attivare rapporti di collaborazione con multinazionali e con diversi cen-

I Maurizio Zanon, amministratore delegato della Pati Spa di Zenone degli Ezzellini (TV). In alto, da sinistra, le installazioni realizzate presso l’Ospedale San Raffaele (Milano), l’Orto Botanico (Padova) e, sotto, lo Sheraton Hotel (Baghdad) www.pati.it

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tri di ricerca e università». Quali sono i prodotti di punta di Pati? «Lo zoccolo duro della nostra attività rimane la produzione di film termoplastici ad alte prestazioni per la copertura di serre con vendite che vanno dall’estremo nord europeo al SudAfrica, dai paesi dell’Est europeo alle Americhe. Tra le nostre produzioni rientrano anche prodotti specifici come i film traspiranti per accoppiamento con tessuti, e film poliolefinici ritardanti la fiamma utilizzati nell’abbigliamento protettivo e nella produzione di condotte di ventilazione». In quali settori trovano maggiore applicazione i vostri film? «Soprattutto nell’industria di nicchia, dove Pati è una delle poche aziende al mondo attiva nella trasformazione di resine fluorurate, che trovano impiego nei processi produttivi di componenti in composito di fibre di carbonio e vetro, quindi nel settore aereonautico, automobilistico, nautico ed elettronico. Tra queste resine, il FEP (FluoroEtilenPropene) ci ha introdotto nei mercati ipertecnologici degli Usa e del Far East per i settori dell’aereonautica e dell’elettronica, con trend di crescita in costante aumento». In un momento di empasse economica globale, come avete chiuso il 2011 e quali sono le prospettive per il futuro? «Nel 2011 abbiamo consolidato la nostra posizione sul mercato italiano, aumentando la quota di export che ha raggiunto il 26 per cento, soprattutto sui mercati dell’est europeo e in Ame-


Maurizio Zanon

rica. Questo, pur nella difficoltà generalizzata dell’economia mondiale, è il risultato di anni di impegno sia sul fronte dell’innovazione di prodotto che di processo, con una costante azione di fidelizzazione verso la clientela». Quali sono gli aspetti più innovativi che caratterizzano i vostri film termoplastici? «L’esempio più emblematico è la realizzazione di un copolimero in Etilene Vinil Acetato, messo a punto assieme alla Hoechst Ag nella metà anni 70, che ancora oggi costituisce la base del nostro prodotto di punta, il cui brand name “Patilux” dal 1975 é a tutt’oggi considerato il riferimento mondiale nel suo settore applicativo». Quali novità ha in serbo Pati per il 2012? «Un’ulteriore applicazione che stiamo svilup-

pando è quella della produzione di film in ETFE per realizzazioni architettoniche, ove per imporci come attori prioritari abbiamo installato due anni fa la più grossa linea di estrusione in cast specifica per questi materiali esistente al mondo». Quali sono i punti di forza di questa linea? «Il sofisticato sistema di controllo degli spessori a livello micrometrico di cui è dotata ci ha già consentito di entrare nel mondo delle applicazioni architettoniche, con forniture per un centro commerciale a Istanbul, per uno Sheraton Hotel e il nuovo Orto Botanico di Padova. In questo settore operiamo in stretta collaborazione con lo studio di Ingegneria Strutturale Maffeis, specializzato nella progettazione di coperture in ETFE a livello mondiale». Su quali sfide contate di impegnarvi nel futuro prossimo? «I futuri investimenti concerneranno l’implementazione della linea di produzione, con impianto per la stampa in rotocalco dei film in ETFE, con il sistema di taglio a sagoma e macchinario di saldatura, al fine di offrire alla committenza un servizio completo e un prodotto pronto per l’installazione. Il nostro obiettivo è incrementare ulteriormente la quota dell’export e quella dei prodotti industriali, diminuendo l’incidenza dei film per la serricoltura, settore che ormai denota maturità e dove i tassi di sviluppo sono ridotti». VENETO 2012 • DOSSIER • 107


MODELLI D’IMPRESA

L’innovazione traina la crescita Dalla plastica al vetro, fino al metallo e all’illuminazione. È un’attività molto variegata e ad alta specializzazione quella portata avanti dal Gruppo Arredo Plast di Giovanni Pagotto, che grazie anche a una seria politica di investimenti è oggi presente su scala mondiale Guido Puopolo

Il presidente del Gruppo Arredo Plast, Giovanni Pagotto. La società ha il suo quartier generale a Ormelle (TV) www.arredoplastgroup.com

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na realtà in continua ascesa, che all’interno di un contesto economico e produttivo quanto mai precario come quello attuale rappresenta senza dubbio una piacevole eccezione. Stiamo parlando del Gruppo Arredo Plast, fondato nel 1972 su iniziativa dell’attuale presidente, Giovanni Pagotto, che ormai da quattro decenni ricopre un ruolo di primissimo piano nel settore dello stampaggio a iniezione delle materie plastiche. La società, la cui sede principale si trova a Ormelle, in provincia di Treviso, in questi anni è stata protagonista di un’evoluzione continua, che le permette di essere presente sui mercati internazionali in modo diversificato, attraverso sei aziende tra loro distinte ma unite da una comune prospettiva di crescita. «Il 2011 è stato un anno

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Giovanni Pagotto

molto importante per noi – conferma Pagotto –. Abbiamo infatti registrato un rafforzamento delle quote di mercato delle singole aziende, oltre ad aver ampliato la compagine societaria con l’ingresso nel nostro organigramma di una nuova partecipata. Basti pensare che i dati provvisori di chiusura del bilancio del 2011 riportano un volume d’affari superiore ai 230 milioni di euro, in aumento di circa il 14 per cento rispetto all’esercizio precedente». Anche alla luce delle recenti acquisizioni a cui faceva riferimento, come si compone attualmente il gruppo Arredo Plast? «Il nostro è un gruppo industriale che tratta tre macrocategorie di materie prime: la plastica, il vetro e il metallo. Il core business societario è ancora rappresentato dalla lavorazione delle materie plastiche, che portiamo avanti attraverso due società: a.b.m. Italia Spa e Plastitecnica Spa. La prima è impegnata nella realizzazione di soluzioni per arredo e storage, oltre che di contenitori per waste medicale, distribuiti con i marchi Kis e Ap Medical. In Plastitecnica Spa, invece, è stata convogliata tutta l’attività di terzismo, tanto che oggi l’azienda si è affermata come il “preferred vendor” di Ikea nei prodotti in plastica». E per quel che riguarda la lavora-

233 mln EURO

zione di vetro e metallo? «Il vetro è il materiale di cui sono fatte le speciali bottiglie prodotte da Vetro Elite Spa. Per quel che riguarda il metallo, esso si trasforma in arredo e illuminazione urbana grazie al lavoro svolto da City Design Spa, mentre l’ultima azienda del gruppo, Prisma Spa, si occupa di lavorazioni speciali in acciaio inox. Tutte le nostre società, pur operando in maniera autonoma, sono caratterizzate da un’unica gestione strategica, finalizzata alla creazione di prodotti e progetti di grande qualità e ad alto contenuto innovativo». Da quali delle vostre aziende stanno derivando le più significative performance di business? «Devo dire che ognuna di esse ha contribuito al risultato positivo del gruppo. Senza dubbio, però, a.b.m. Italia è la realtà più strutturata, con quattro filiali commerciali in Europa e un'unità produttiva in Canada che commercializza prodotti specifici per il Nord America». Sulla base della sua esperienza, quali sono le dinamiche che stanno caratterizzando l’evoluzione del mercato delle materie plastiche? «Questo è un argomento complesso, che afferisce a due ordini di problemi: le fonti di approvvigionamento e l’aspetto ambientale. I significativi aumenti del costo della materia prima che abbiamo subito nel corso del 2011 inducono infatti a un serio ragionamento sul futuro dell’uti-

A tanto ammonta il fatturato complessivo del Gruppo Arredo Plast per il 2011

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MODELLI D’IMPRESA

❯❯ lizzo dei derivati del petrolio. La

salvaguardia dell’ambiente, inoltre, è un’esigenza ormai imprescindibile all’interno della moderna società, e proprio per soddisfare queste necessità ci stiamo muovendo nell’ottica di un riciclo completo del materiale trasformato. Già oggi, ad esempio, alcune tipologie di prodotto vengono fabbricate con materiali plastici post-consumo o post-lavorazioni industriali». Arredo Plast è una realtà con una spiccata propensione all’internazionalizzazione. Quale fetta del vostro bilancio ricopre l’export e quali sono i Paesi con cui collaborate maggiormente? «L’export assorbe circa l’80 per cento della nostra produzione. Siamo un gruppo veneto, ma fortemente sbilanciato sulla dimensione internazionale. Esportiamo i nostri prodotti in tutti i continenti, anche se l’Europa rappresenta il principale mercato di riferimento. Stiamo però guardando con interesse alle economie dei paesi emergenti, come la Russia, dove siamo presenti con ufficio Vetro Elite, il Medio Oriente e la Turchia, dove abbiamo appena ultimato la costruzione della quarta filiale di a.b.m. Italia». A questo proposito, quali strategie state adottando per non perdere competitività sul mercato, nonostante la crisi congiunturale? «Non ci sono alchimie o scorciatoie. L’impegno lavorativo e finanzia-

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L’intensa attività di ricerca permea orizzontalmente tutte le funzioni aziendali, consentendo di creare vera innovazione

rio che stiamo sostenendo è altissimo. La percentuale degli investimenti sul volume d’affari è del 7,5 per cento, al netto di quelli immobiliari. Tuttavia questi due fattori non sono sufficienti se non si rivolgono a progetti che siano in grado di esaltare il valore aggiunto di una produzione made in Italy. La cura quasi artigianale che mettiamo anche nella realizzazione di prodotti in serie, come nel caso dei contenitori in plastica fabbricati per Ikea, il guizzo creativo nel design strategico, la cura estrema dei rapporti commerciali e il servizio di eccellenza sono le chiavi del successo del Gruppo Arredo Plast. Altro elemento fondamentale credo sia la grande capacità decisionale dimostrata in questi anni dal nostro management, una qualità decisiva che ci permette di rimanere al passo con un mercato estremamente volatile e in continuo cambiamento». Per quel che riguarda le attività di ricerca e sviluppo, quali sono le linee guida che seguite nel vostro lavoro? «La nostra attività si sviluppa lungo due direttive:


Giovanni Pagotto

Le aziende del gruppo Arredo Plast è oggi un grande gruppo composto da aziende operanti in differenti business unit, ma unite da una prospettiva di crescita comune. La varietà di produzioni e attività coperte ha accompagnato questa realtà trevigiana al successo internazionale. La società è presente sui mercati globali in maniera diversificata. Tra le aziende del gruppo, a.b.m. Italia S.p.A. ne rappresenta il cuore, con tre filiali europee, in Francia, Germania e Spagna, è oggi tra gli attori più apprezzati nella realizzazione di prodotti per l’organizzazione dello spazio e dei contenitori per rifiuti ospedalieri. A questa, si aggiunge anche la a.b.m Canada Inc. Plastitecnica Spa, invece, è divenuta un’azienda leader nell’ambito dello stampaggio a iniezione. I contenitori speciali in vetro, rappresentano il core business della Vetroelite Spa. City Design Spa, si occupa di arredo urbano. Infine, Prisma rappresenta l’eccellenza nella lavorazione dell’Inox.

innovazione di prodotto e di processo. In entrambi i casi ci avvaliamo di strutture interne, che coordinano aziende esterne di consulenza e fornitori di prodotti e tecnologie. In particolare la partnership a monte con i fornitori è fondamentale per mantenere un elevato livello di conoscenza tecnica e tecnologica, da trasferire sui prodotti. Abbiamo attivato diverse collaborazioni con strutture esterne per l’implementazione di progetti di ricerca e sviluppo. Cito, ad esempio, il progetto con un’importante Università italiana che vede coinvolti professionisti provenienti da tutti i continenti. L’intensa attività di ricerca permea orizzontalmente tutte le funzioni aziendali, consentendo di creare vera innovazione, confermata dal successo dei prodotti realizzati e, banalmente, dall’elevato numero di brevetti depositato nel 2011». Attualmente quali tra le vostre proposte stanno riscuotendo maggior interesse tra gli acquirenti? «La tipologia di acquirente varia da azienda ad azienda. Ad esempio, la grande distribuzione organizzata è il cliente principale del marchio Kis di a.b.m. Italia. Nelle manifestazioni fieristiche del 2012, proprio la Gdo ha dimostrato un notevole interesse nei confronti di un rivoluzionario progetto di armadi in plastica, che è costato all’azienda due anni di ricerca. Con City Design ci stiamo sempre più specializzando nel settore dell’illuminazione urbana, attraverso degli avanzati corpi illuminanti a led, anch’essi frutto di un’intensa attività di R&D, che hanno già atti-

rato l’attenzione di importanti municipalità. Prisma sta invece immettendo nel mercato innovativi prodotti in acciaio inox, che sfruttando gli alti standard di qualità provenienti dall’esperienza maturata nella realizzazione di cucine professionali per il settore navale, si stanno dimostrando la soluzione ideale per il mondo della ristorazione collettiva. Vetro Elite, infine, continua a coinvolgere la propria clientela con bottiglie speciali, dal design veramente particolare, che stanno conquistando un numero sempre più ampio di clienti. Proprio in queste settimane inaugureremo un nuovo ufficio Vetro Elite a New York, che ci permetterà di penetrare più efficacemente sul mercato americano». Per concludere, quali sono gli obiettivi e le sfide maggiori che attendono il Gruppo Arredo Plast nel corso del 2012? «Quest’anno festeggeremo i 40 anni di attività. Un traguardo importante, raggiunto anche grazie al lavoro di collaboratori eccellenti, che con passione e professionalità hanno contribuito in maniera decisiva allo sviluppo del Gruppo. Considero però questo “anniversario” come una tappa intermedia nel nostro percorso, da cui ripartire per raggiungere nuovi ed entusiasmanti successi. La voglia di crescere e migliorare rappresenta la molla che ci permetterà di consolidare la nostra attività e di conquistare, pur in un mercato in sostanziale crisi, nuove opportunità di business». VENETO 2012 • DOSSIER • 111


MODELLI D’IMPRESA

Un punto di riferimento per lo sviluppo tecnologico L’investimento nella ricerca e nello sviluppo di soluzioni sempre all’avanguardia di macchinari per il cablaggio elettrico si è concretizzato in importanti collaborazioni con i maggiori produttori di connettori. L’esperienza di Agnese Piccolo Manlio Teodoro

o sviluppo tecnologico e la ricerca – portati avanti nella progettazione di macchine per il cablaggio elettrico destinate al settore automobilistico, elettrodomestico, dell’illuminotecnica e quadristica, includendo applicazioni speciali per il settore delle telecomunicazioni ed elettronico – sono stati gli strumenti che hanno permesso alla Kmi Trade di Arsego di San Giorgio delle Pertiche di diventare il punto di riferimento per i produttori di connettori. La società collabora con Lumberg, Stocko, Molex, aziende per le quali ha anche creato prodotti customizzati, come la macchina Varicon 7000 plus,

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La Kmi Trade Srl si trova ad Arsego di San Giorgio delle Pertiche (PD) www.kmi.it

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progettato per Lumberg. Come spiega il direttore generale di Kmi Trade, Agnese Piccolo: «La nostra attenzione è costantemente rivolta allo sviluppo tecnologico sulla base delle richieste del mercato. Ciò curando anche il design e i particolari. Sono queste le caratteristiche che ci hanno portato a realizzare dei prodotti costantemente all’avanguardia e che corrispondono ai criteri di affidabilità, flessibilità e semplicità indispensabili per le esigenze di settore». Forte di una lunga esperienza, Kmi Trade ha realizzato una gamma completa di macchine per la realizzazione dei cablaggi, a partire dal processo manuale – con la produzione di una serie completa di miniapplicatori e unità di aggraffatura – fino al processo completamente automatico con la produzione di una serie completa lead maker. «La gamma delle nostre macchine automatiche include accessori per la lavorazione di un filo singolo o di due fili di diverso colore e sezione, la possibilità di configurare la macchina con tutti gli optional necessari a garantire un’alta flessibilità delle lavorazioni e la qualità del prodotto finale. La soluzione di punta per i connettori Idc è però sicuramente il modello Intecon – abbiamo puntato sull’Idc dato che l’utilizzo di questi connettori è in continua


Agnese Piccolo

Siamo titolari di oltre trenta brevetti depositati sia in Italia sia all’estero e stiamo investendo nella valorizzazione di questo patrimonio

espansione e sta sostituendo l’applicazione tradizionale dei terminali metallici su molte apparecchiature, specialmente nel settore elettrodomestico. Questa serie, che consente la lavorazione delle versioni più aggiornate dei connettori presenti sul mercato, sintetizza le richieste di un’alta produttività con il contenimento dei costi e le ridotte dimensioni della macchina. Proprio per la completezza dell’offerta, Intecon ha ottenuto le certificazioni Lumberg e Stocko Molex sul processo produttivo». La società sta proseguendo la sua politica di investimenti per aggiornare il modello finora proposto e rendere ancora più performanti le capacità produttive. «La continua ricerca ci spinge a trovare soluzioni sempre più innovative per essere all’avanguardia sul mercato e offrire un’ampia gamma di prodotti. Attualmente siamo titolari di oltre trenta brevetti depositati sia in Italia sia all’estero e stiamo investendo nella valorizzazione di questo patrimonio. Abbiamo ottenuto la valutazione dei brevetti in collaborazione con Abi e Uibm, questo per consentire alla società di continuare

il processo di ricerca e sviluppo su nuovi prodotti». Dopo la crisi che ha colpito i mercati a partire dal 2009, la società ha cercato di rafforzare la propria offerta, per garantire non solo un prodotto, bensì un servizio e trasformare il proprio ruolo da quello di semplice fornitore a partner per la creazione di soluzioni customizzate. «Il nostro obiettivo è incrementare la presenza all’estero e le collaborazioni con partner stranieri per la realizzazione di nuovi prodotti. Questa strategia già nel 2011 ci ha consentito di non perdere quote di mercato, bensì, al contrario, di confermarci in una posizione di primo piano nella produzione di macchinari per processare connettori di tipo Idc. Nel complesso l’anno scorso è stato positivo fino al terzo trimestre. In seguito, il rallentamento ulteriore del mercato, causato dalla stretta del credito, ha provocato uno slittamento degli investimenti dei nostri partner e prevediamo che questa situazione durerà fino ad almeno tutto il primo trimestre del 2012. In questa fase, oltre a proseguire nel settore Idc, stiamo avviando contatti con produttori per la creazione di linee su base standard. E inoltre stiamo investendo su nuovi settori attualmente privi di concorrenza e che ci garantiranno forti ritorni in termini di produzione». VENETO 2012 • DOSSIER • 115


MODELLI D’IMPRESA

La gomma, tra versatilità e innovazione ateriale dalle enormi potenzialità e dall’apprezzabile versatilità, la gomma trova oggi impiego in una larga quantità di ambiti produttivi. Grazie al processo di vulcanizzazione (un trattamento degli elastomeri a caldo con zolfo, grazie al quale il materiale acquista le caratteristiche dello stato elastico) le proprietà della gomma diventano inoltre adatte agli impieghi più disparati e garantiscono un’affidabilità e un’adattabilità ambite in ogni settore. Uno dei segmenti che più beneficia delle proprietà tecniche della gomma è quello delle calzature: ampio utilizzo di questo materiale avviene infatti nella produzione di suole. Prialpas Spa fin dall’esordio è azienda leader mondiale del settore per innovazione tecnologica e “tendenze” moda. Specializzatasi nel corso di una lunga esperienza in questo campo, l’ingegnere Maria Parolini, direttore di stabilimento alla Prialpas di Sona, sostiene l’utilità di questo materiale. «Dall’impiego relativamente recente, il mercato della gomma comincia a svilupparsi nei primi anni Cinquanta; contestualmente, grazie a una felice intuizione imprenditoriale della nostra famiglia, il destino della Prialpas e di questo versatile materiale si incrociano e la nostra azienda decide di investire sulla sua produzione specializzandosi nella realizzazione di lastre per suole per calzature». Quali sono stati gli esiti di questa scelta? «Oltremodo positivi. Dal 1955, anno di fondazione della Prialpas, ad oggi, la storia della società è costellata di successi economici e soddisfazioni commerciali, dovute in massima parte alla vivacità sperimentale e al dinamismo strategico che hanno sempre caratterizzato l’azienda, in un ambito formato da una alto livello di ingegnerizzazione e da una continua esigenza di innovazione

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Un elevato livello di ingegnerizzazione caratterizza un mercato che si nutre di sperimentazione e indagine di materiali sempre più innovativi. Maria Parolini descrive la sua esperienza nel settore della produzione di gomma Lodovico Bevilacqua

tecnologica». A tale proposito, quanto contano gli investimenti in ricerca e sviluppo in un mercato di questo genere? «Rappresentano senza dubbio una priorità. Il settore della gomma si basa essenzialmente sulla sperimentazione, sulla ricerca di nuovi materiali e di modi sempre più efficaci di lavorarli e di impiegarli. In riferimento al nostro core business, inoltre, esiste anche la necessità di coniugare caratteristiche di adattabilità e funzionalità a stile e pregio estetico, il tutto in un’ottica di stretta collaborazione con i produttori di calzature che costituiscono la nostra committenza». Quali altri tipi di prodotti realizzate per il mercato della gomma? «Valorizzare la versatilità di un materiale così poliedrico è senz’altro una saggia strategia e noi l’abbiamo messa in pratica diversificando la produzione e orientandoci verso la realizzazione di gomma per pavimenti. Un’ulteriore specializzazione che, nata una ventina di anni fa, ha portato a grandi successi commerciali e forniture di notevole prestigio, grazie alle caratteristiche di elevata resistenza e sicurezza che i nostri prodotti sono in grado di garantire. Dalle collaborazioni più prestigiose, come il contributo realizzativo degli stadi per i Campionati del mondo di calcio in

Maria Parolini, direttore dello stabilimento della Prialpas Spa di Sona (VR). Nelle altre immagini, alcuni prodotti Prialpas www.prialpas.com


Maria Parolini

Corea del Sud o degli impianti per le Olimpiadi invernali di Torino, alle opere più ordinarie, come la realizzazione di pavimenti per aeroporti, banche, asili, centro commerciali, scuole o musei, la qualità del nostro prodotto ha sempre generato entusiasmo e soddisfazione nei clienti che si sono rivolti a noi, anche per forniture caratterizzate da rigidi parametri di igiene e sicurezza come quelle relative a pavimentazioni per ambienti sanitari». Quanto conta la qualità del vostro prodotto nel successo conseguito? «È fondamentale. Si tratta spesso di impieghi che richiedono caratteristiche specifiche e la scelta del

Il settore della gomma si basa essenzialmente sulla sperimentazione, sulla ricerca di nuovi materiali e di modi sempre più efficaci di lavorarli e di impiegarli

prodotto è informata esclusivamente dalla rispondenza dello stesso alle esigenze del committente. Basti pensare ad un altro ambito di fornitura in cui ci cimentiamo, tramite la linea Priasport, ovvero la realizzazione di pavimenti per impianti sportivi indoor e outdoor: la resilienza offerta dalle nostre pavimentazioni garantisce la riduzione dello shock da urto e la restituzione dell’energia, valorizzando al massimo, dal punto di vista dinamico, la prestazione dell’atleta». Quali sono i vostri volumi produttivi e dove sono destinati? «In qualità di leader europei nella produzione di lastre di gomma vulcanizzata, siamo in grado di realizzare oltre 3 milioni di pezzi l’anno, destinati al mercato globale senza esclusioni: dagli Stati Uniti al Giappone, dal Brasile alla Cina, dal Messico alla Corea, oltre quaranta paesi sono raggiunti dai nostri prodotti».

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I vantaggi del just in time Una case history per l’industria del mobile per ufficio. In un settore che ha perso un quinto del proprio giro d’affari negli ultimi cinque anni, l’esperienza di un imprenditore che ha trovato la sua risposta alla crisi. La parola a Francesco Cazzaro Valerio Germanico

econdo i dati pubblicati dal centro studi di Federlegno Arredo, fra il 2007 e il 2011, il giro d’affari del sistema del legno e dell’arredamento avrebbe avuto un calo del 22 per cento, corrispondente a una diminuzione di fatturato di 10 miliardi di euro. In un contesto del genere un’azienda che sia riuscita a ottenere un incremento di fatturato del 7 per cento nel 2011 e che possa stimare di raggiungere il 10 per cento entro l’anno in corso rappresenta un esempio da studiare per le altre imprese. È il caso della Nitesco, azienda veneta che lavora l’acciaio per produrre strutture portanti per arredo da ufficio. Come spiega il titolare Francesco Cazzaro: «La nostra produzione è assorbita per il 65 per cento da aziende italiane che completano la costruzione del mobile applicando i componenti in legno – tuttavia, sul totale di questo dato, il 60 per cento ha come destinazione finale l’estero. Il resto della produzione è destina invece di-

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Momenti di lavoro all’interno della Nitesco Srl di Resana (TV) www.nitesco.it

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rettamente all’estero, principalmente Europa (Francia, Germania e Regno Unito). Quello che ha permesso all’azienda di essere in totale controtendenza rispetto al resto del settore va ricercato in una serie di scelte imprenditoriali e di destinazione di risorse. «Nel 2011 abbiamo fatto degli importanti investimenti, che avranno i loro effetti per parecchi anni. Fra questi c’è stato il trasferimento in una nuova sede produttiva di oltre 6mila metri quadrati e l’acquisto di un nuovo impianto ad altissima tecnologia che ci permetterà di sviluppare l’80 per cento di tutta la nostra produzione in maniera del tutto autonoma e di ridurre notevolmente i tempi di consegna». La scelta più importante, però, è stata quella di avviare l’introduzione di un sistema di lean production, che permetterà a Nitesco di abbattere al minimo gli sprechi, ottimizzare la produzione e incrementare la produttività. «Abbiamo iniziato a rendere concreto


Francesco Cazzaro

Con l’introduzione del sistema di lean production prevediamo di ottenere una riduzione dei costi di produzione del 30 per cento

questo sistema dal maggio del 2011. Uno dei primi effetti di questo sistema è stato che il nostro magazzino si è ridotto in maniera notevole, dato che siamo passati da una produzione di massa a una just in time, cioè realizzata solo nel momento dell’effettiva richiesta del mercato. Questo ha comportato anche una riselezione dei fornitori esterni, scegliendo quelli che maggiormente siano in grado di adattarsi a questa cultura e soprattutto abbiamo la capacità di rifornirci in tempi brevissimi dopo la richiesta». I modelli di produzione lean production danno i loro risultati più evidenti in qualche anno. Abbiamo quindi chiesto a Cazzaro quali sono gli obiettivi sul medio-lungo periodo. «L’obiettivo generale è quello di raggiungere una situazione dinamica di costante crescita dell’efficienza del processo produttivo. Questa si realizzerà con

la riduzione degli spazi dedicati allo stoccaggio e un con incremento del lavoro di gruppo. Nel mezzo c’è l’eliminazione di tutte le possibili inefficienze esistenti nel processo. Prevediamo di ottenere i primi risultati apprezzabili entro un anno e mezzo. Le aziende venete che hanno già intrapreso questa strada da qualche anno sono riuscite a ottenere riduzioni dei costi del 30 per cento. Un risultato del genere avrebbe effetti importanti sul prezzo finale del prodotto e quindi sulla nostra competitività». Le strutture portanti per mobili da ufficio realizzate da Nitesco sono prodotti progettati specificamente per le aziende che ne completeranno la lavorazione con l’applicazione dei piani fino al mobile finito. «Attualmente, l’80 per cento della nostra produzione è stata riservata a prodotti in esclusiva – la parte restante comprende invece prodotti che proponiamo a più aziende partner. Ogni progetto di mobile comprende diversi componenti e questi vanno diversificati sulla base del cotesto in cui andrà a collocarsi il prodotto finale – in ambito operativo, semi-direzionale o direzionale, sala riunioni e contract». VENETO 2012 • DOSSIER • 119


MODELLI D’IMPRESA

I paradossi dell’"affrontare un'impresa" Francesca Masiero, giovane imprenditrice vicentina, vicepresidente di Pba Spa invita a ripensare le idee guida per affrontare un mondo e un mercato completamenti cambiati. «Impresa difficile perché non c’è nulla come le idee che susciti amore leale e duraturo» Filippo Belli

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esercizio del pensare a cui nessun imprenditore può sottrarsi, va esercitato nel presente e non certo come cronaca degli accadimenti o retorica nell’osanna del passato. Dobbiamo dar retta ai segni delle trasformazioni in corso». Questo il presupposto da cui parte l’analisi di Francesca Masiero, vicepresidente di una delle società più affermate del tessuto imprenditoriale veneto. Pba Spa una sede in Germania e una negli Stati Uniti, azienda leader nel disegno e nella produzione di maniglie per porte e finestre, maniglioni, balaustrate e supporti di design per l’accessibilità degli ambienti. Un invito, quello a frequentare in modo nuovo l’esercizio del pensare, che svela la formazione filosofica dell’imprenditrice ma che potrebbe rivelarsi, per tutti coloro che “affrontano un’impresa”, uno strumento irrinunciabile per continuare a stare in un mercato completamente cambiato. Pba è un buon punto per osservare il mondo e i suoi cambiamenti dal momento che esporta il 70 per cento del suo fatturato. «Ci preoccupiamo di produrre oggetti in cui la bellezza non si lasci dare scacco dall’utilità. L’oggetto autenticamente riuscito, soprattutto nelle architetture delle residenze assistite, è quello che sullo sfondo non mostri il profilo di un utente definito bensì, unicamente quello di un uomo che può muoversi liberamente negli spazi. La realizzazione di un nuovo prodotto non nasce dall’aver intercettato una domanda ma nel saper ascoltare una necessità. E le necessità non arrivano mai in un’unica parola ma si lasciano raccogliere solo assemblando mille indizi».

«L’

Francesca Masiero, vicepresidente di Pba Spa di Tezze sul Brenta (VI) www.pba.it www.pba-usa.us


Francesca Masiero

Troppo spesso noi imprenditori ci accorgiamo della necessità di riformulare le nostre idee quando ormai la realtà ci pone davanti ad un aut aut

Uno dei nodi fondamentali per la ripresa del sistema economico consta nella capacità, da parte delle imprese, di prevedere ciò di cui il mercato avrà bisogno in futuro. Più facile a dirsi che a farsi. «Se vogliamo, e non abbiamo altra scelta, agire per creare ciò di cui il mondo avrà bisogno, dobbiamo guardare ai segni di ciò che accadrà. Dobbiamo, in sostanza, includere il pensare nel presente e lasciarci chiamare a un cambiamento radicale che comportata un aggiornamento, un mettere il pensiero al passo con gli eventi e le trasformazioni che ci vengono incontro. La sensazione sarà quella di muoversi in una realtà in cui le idee, le opportunità, le definizioni, ci sembrerà di incontrarle per la prima volta, senza riconoscerle. D’altro canto l’unica via per pensare il nuovo è un incontro con qualcosa che non riconosciamo, che ci scardina dalla ripetizione delle nostre abitudini».

Dunque uscire dai soliti tracciati? «Se vogliamo consolidarci nel mercato che verrà, occorre ripensare nel presente le idee guida, occorre lasciarsi indirizzare dai segni che emergono dall’attuale scenario economico, pur accettando i timori che nascono da ciò che non conosciamo. Troppo spesso noi imprenditori ci accorgiamo della necessità di intervenire sulle nostre idee, riformulandole, quando ormai la realtà preme, ci pone davanti ad un aut-aut e manca il tempo. A quel punto mettersi a ripensare alle proprie idee guida diventa imprescindibile». Viene da dire che la crisi economica attuale rappresenta “l’aut aut” più forte degli ultimi decenni. «La crisi accelera la necessità di soluzioni, ma il ripensamento è un lavoro lento. Questo è un paradosso cui il mercato e la società devono far fronte, che si deve accettare. Il lavoro da compiere non è, in questi casi, il solito ❯❯ VENETO 2012 • DOSSIER • 121


MODELLI D’IMPRESA

❯❯ adattamento - che va benissimo in tempi di bandonando la loro idea originale? routine - dell'idea alla cosa affinché la realtà si incastri bene nell’idea, sia in essa ben contenuta e accolta. Quello a cui obbligano i grandi cambiamenti di orizzonte è ascoltare le idee, lasciarle libere di esprimersi senza volerle incastrare nella realtà. Saranno loro a mostrarci che cosa è accaduto e a potenziare il nostro modo di fare impresa». Le aziende di successo, però, non rischiano di perdere quote di mercato ab-

Il paradosso del fare impresa oggi è nel dover coniugare una essenziale flessibilità a una conservazione di ciò a cui il brand deve sempre rimandare

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«Infatti non devono farlo. Le nostre idee partono sempre dalla realtà che ci circonda, e a questa devono fare poi ritorno. Un prodotto si considera riuscito quando ha intercettato una domanda reale. Ma se facciamo un’ulteriore riflessione vediamo che la realtà del contesto non è l’unica forza ispiratrice, prima di questa c’è da mantenere in forze l’idea vera, cioè l’idea non arbitraria ma fondata su una necessità o un’impellenza che andava espressa in una forma». Vale a dire? «Questa “idea vera” è il brand. Un prodotto riuscito deve anche riflettere il marchio a cui appartiene. La libertà di lasciarci ispirare dalla realtà è vincolata al non tradire, ovvero dal confermare, la natura del marchio di appartenenza. Pensiamo solo a ciò che accade ogni qual volta vediamo un marchio. Esso è un simbolo, rimanda a una serie di emozioni, immagini, prodotti e ambienti. Quindi la produzione, tutta la produzione, è una sorta di adaequatio di un prodotto al brand, in cui ad avere la prima parola è la strada già tracciata dal simbolo. Già tracciata in un tempo in cui la realtà del contesto era differente, un mondo in cui a essere attuale era una realtà differente». Però, come diceva prima, occorre basarsi sulla realtà nuova, magari poco conosciuta. «La sfida ad adottare un atteggiamento di flessibilità, che noi imprenditori tanto osanniamo come necessario, si riduce alla capacità di non tradire il proprio brand, il proprio simbolo, pur dovendo adeguarci a ciò che ci circonda. Il fatto che quando pensiamo a un marchio sappiamo esattamente cosa pensiamo, mostra che la prima fonte è la cosa stessa, reale, quella con cui ho a che fare dal principio e che vado ad adeguare successivamente al contesto. Quindi, per assurdo di marketing, tanto meno un marchio è definibile, tanto più significa che esso è attuale,


Francesca Masiero

nel senso che è al passo con il movimento della realtà del contesto». Non si verifica, così, un paradosso di base? «Sì. Se da una parte si dichiara a gran voce che l’essenziale è la flessibilità, dall’altra dobbiamo comunque preservare ciò che il nostro brand rappresenta. Siamo in sostanza in presenza di una doppia adeguazione: al nostro marchio, per non indebolirne la forza simbolica, e, in seconda battuta, al contesto che invece indeboliamo - e molto - definendolo spesso con caratteristiche che non gli appartengono affatto, per tirarlo dalla nostra parte». La crisi viene etichettata come qualcosa di momentaneo, qualcosa, per intenderci, che una volta terminata ci riporterà alla realtà antecedente. «In realtà questa è solo una speranza che non trova alcuna conferma nella realtà. Molti stanno lavorando oggi allo stesso modo in cui lo facevano prima della crisi, auspicando che così facendo si ritornerà al passato. Ma è evidente che ciò non accadrà, le figure in campo sono cambiate, le forze sono differenti, nulla è come prima e tanto più qualcuno cerca di ripetere se stesso per ritornare al successo passato, tanto più quel successo si allontanerà. Siamo dentro un evento che ci ha privati della possibilità di ricorrere alle nostre abitudini, ci ha spogliati dei mezzi che fin qui abbiamo addomesticato a rinforzo del brand. Brand che, a sua volta, è spesso accaduto per caso in risposta a una domanda del mondo di allora e non smette adesso di alimentare se stesso con risorse sempre simili. Ma adesso è accaduto qualcosa di decostruttivo, che ci obbliga a pensare partendo da questa nuova realtà per inventare ciò che potrebbe servire a ciò che ha da venire. Riproporre il metodo di adeguare la realtà di prima al nostro brand è una strada che porta inevitabilmente al fallimento».

Al centro resta il design Pba viene fondata negli anni Settanta dall’attuale presidente Luciano Masiero. Oggi disegna, industrializza e produce maniglie per porte e finestre, maniglioni, maniglioni con serratura, balaustrate e supporti di design per rendere gli ambienti accessibili. Attualmente esporta oltre il 70 per cento della sua produzione. Ha due sedi estere interamente partecipate e collabora con importanti centri di ricerca, università e designer. Si spende nel supportare le iniziative, le più varie, che mettono al centro la “perfettibilità” dei luoghi del vivere. L’azienda è stata nominata per alcuni premi di prestigio come il XXI Compasso D’Oro e il Reddot Design Award 2010. Ha sponsorizzato inoltre importanti eventi come il World Design Capital (Torino, 2008); la presentazione della mostra fotografica e del libro “Teatro Carignano. Dalle origini al restauro. Fotografie: Gabriele Basilico” a cura di Adele Re Rebaudengo (Torino 2009) che si è svolta successivamente anche a La Maison Européenne de la Photographie (Parigi, 2009). È Main Sponsor di Area Arte, rivista di cultura e solidarietà, della Biennale Giovani 2012 e del premio “D-Prize Exposynergy 2011 – Pba premia il design”, concorso internazionale dedicato al design dell'accoglienza per i visitatori delle grandi manifestazioni espositive, culturali, fieristiche e sportive.

Qual è, secondo lei, la strada da percorrere? «Occorrono nuovi paradigmi e questi si trovano guardando in profondità ai cambiamenti, ridando fiducia alla teoria, approfondendo gli effetti di tutto quello che abbiamo combinato fin qui. Accettando di essere dalla novità profondamente spaesati. Perché lo spaesamento è il luogo in cui cerchiamo segni e che quindi ci in-segna a pensare». VENETO 2012 • DOSSIER • 123


MODELLI D’IMPRESA

Il settore della refrigerazione punta sulla versatilità aratterizzato da stringenti esigenze in termini di precisione delle lavorazioni e affidabilità dei materiali, il settore della refrigerazione e del condizionamento costituisce un mercato specialistico e competitivo. Informato altresì da particolari necessità a livello applicativo, impone una versatilità progettuale che incontri i bisogni e le problematiche – sovente molto differenti fra loro – esposte dai clienti. Condizioni come quelle appena descritte impongono dunque l’allestimento di una macchina organizzativa e produttiva efficiente e rodata, che sia in grado di coniugare l’aspetto artigianale con le dimensioni e tempistiche industriali di questa attività. Ormai abituato a risolvere questa apparente dicotomia, Amedeo Ramazzotto, esperto responsabile amministrativo della Cfi di Alonte, puntualizza come alle difficoltà strutturali di un mercato scorbutico ed esigente se ne siano aggiunte – negli ultimi anni – di contingenti. «La crisi economica del 2009 ha penalizzato in maniera molto grave il mercato della refrigerazione e i suoi effetti si ripropongono ciclicamente da allora. La stra-

C

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Una strategia aziendale dinamica e propositiva per affrontare un mercato competitivo e, per di più, segnato dalla crisi globale. Queste le soluzioni proposte da Amedeo Ramazzotto Lodovico Bevilacqua

tegia per affrontare questa congiuntura negativa deve essere dunque virtuosa e propositiva, nonché coraggiosa – concedendo qualcosa all’incoscienza – per cogliere l’occasione per riconsiderare e migliorare l’assetto aziendale». Il riferimento alla vicenda della Cfi è evidente e merita di essere approfondito. «Nel contesto di una congiuntura che ha mietuto molte vittime nel settore, abbiamo colto l’occasione per rivisitare in maniera radicale il nostro processo produttivo e il nostro servizio al cliente; in seguito alla crisi globale la produzione è stata concepita in flussi, in modo da meglio adattarla alle esi-

In queste pagine, ambienti di lavoro e dettagli produttivi della C.F.I. Srl di Alonte (VI) www.cfi-refrigerazione.it


Amedeo Ramazzotto

In seguito alla crisi la produzione è stata concepita in flussi, in modo da adattarla alle esigenze del momento; contestualmente, si è adottato un sistema di gestione informatico più preciso e affidabile

genze del momento; contestualmente, si è proceduto all’adozione di un sistema di gestione informatico più preciso e affidabile. Realizzato – nel 2010 – anche l’obiettivo della tracciabilità del prodotto, la ristrutturazione è proseguita nel 2011 con il conseguimento di certificazioni ambientali e di sicurezza, protraendosi poi nell’anno in corso con l’allestimento di un completo e funzionale portale web». Una strategia ambiziosa e proficua, che ha permesso alla Cfi non solo di rimanere a galla, ma di incrementare ogni aspetto della propria attività. «Negli ultimi anni abbiamo assistito ad una crescita vorticosa dell’azienda in ogni suo aspetto; il fatturato è aumentato del 43 per cento nel 2010 e del 21 per cento nel 2011, mentre l’allargamento dell’occupazione ci ha permesso di superare la soglia degli ottanta dipendenti». Una forza lavoro preparata e professionale, che a sua volta può contare su macchinari d’avanguardia per garantire una produzione di qualità. «Specializzata nella realizzazione di componenti per la refrigerazione e il condizionamento, la CFI ha acquisito una speciale competenza nella produzione di collettori in rame, ferro e inox, tubazioni per circuiti frigoriferi e curvette per bat-

terie. Contestualmente vantiamo una grande capacità customizzazione produttiva, estremamente apprezzata in un settore dove la flessibilità delle lavorazioni e la velocità di consegna rappresentano caratteristiche preziosissime». Una produzione di grande qualità e affidabilità, dunque, riconosciuta come tale tanto in Italia quanto all’estero. «Il nostro mercato di riferimento – per una coerenza prima di tutto territoriale – è quello del Nord-Est italiano; la copertura distributiva di tutta la penisola è comunque una nostra prerogativa e si è notevolmente sviluppato, negli ultimi anni, l’export, specialmente in direzione dei paesi europei – con una particolare menzione per la Germania – ma anche oltre i confini UE, con forniture effettuate in Africa, in Turchia e nei Paesi arabi». Un miglioramento costante che rappresenta tuttavia una fase intermedia, più che un punto di arrivo. «L’ambizione fa parte del nostro Dna. Il fatturato previsto per il 2012 è di circa 15 milioni di euro – dunque in ulteriore aumento – ma successivi miglioramenti sono auspicabili. Per avallarli abbiamo promosso una politica di espansione internazionale, con l’istituzione di nuove partnership commerciali estere tramite la partecipazione a fiere specialistiche – a partire dalla rinomata fiera della refrigerazione di Norimberga». VENETO 2012 • DOSSIER • 127


MODELLI D’IMPRESA

Il settore imballaggio diventa eco-compatibile i fronte ai cambiamenti di un mercato globale sempre più esigente e competitivo, molte aziende italiane, anche di piccole e medie dimensioni, sono riuscite a trasformare le criticità in occasioni di crescita e sviluppo. Complice l’evoluzione tecnologica che ha permesso la diversificazione dell’attività produttiva, queste imprese sono riuscite a sfruttare a pieno le proprie potenzialità andando a presidiare nuove nicchie di mercato con slancio e lungimiranza. Quello che stiamo vivendo, dunque, non è soltanto un momento storico di affanno economico, ma una fase di radicale trasformazione in cui lo sforzo profuso in termini di ricerca e innovazione sta già dando i primi frutti. L’azienda trevigiana Ti-Vu Plast, ad esempio, è riuscita ad

D Il Cavaliere Danilo Vanzo, titolare della Ti-Vu Plast Srl di Treviso www.tivuplast.it

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Investire nella tecnologia per adeguare la produzione alle nuove richieste del mercato. È questa la scelta di molti imprenditori che adesso guardano al futuro con un ritrovato ottimismo. L’esperienza del Cavaliere Danilo Vanzo, della Ti-Vu Plast Erika Facciolla

ampliare le applicazioni del suo prodotto di punta, il nido d’ape in cartone, puntando sulla versatilità, l’eco-compatibilità e l’alto tasso tecnologico incorporato. Oltre alla produzione di nido d’ape in cartone per i pannelli tamburati, Ti-Vu Plast ha introdotto due nuovi marchi: “Nidopan”, un pannello in cartone alveolare, usato come materiale da imballaggio generico interamente eco-compatibile e “Nidoboard”, pannelli derivanti dal nidopan ma composti da copertine pregiate e di elevata grammatura di kraftliner avana e di cartoncini bianchi patinati e colorati. Ci spiega tutto il Cavaliere Danilo Vanzo, titolare dell’azienda. Quali sono gli ultimi investimenti effettuati per accrescere la competitività dell'azienda? «La ricerca di nuove metodologie applicabili al nostro settore ci ha portato all’acquisizione di impianti e attrezzature particolarmente avanzate, che hanno contribuito ad aumentare la produttività e la qualità dei nostri prodotti, con particolare attenzione all’ambiente, e a rimanere competitivi nei mercati di riferimento». Come nascono i vostri prodotti? «La produzione inizia con l’acquisto della materia prima di carta in bobine di varie tipologie, mi-


Danilo Vanzo

sure e grammatura e prosegue con la successiva trasformazione mediante accoppiamento, in nido d’ape, utilizzato dall’industria del mobile. Il nido d’ape viene impiegato per la produzione di pannelli Nidopan per imballaggio e per la realizzaL’obiettivo è adeguarsi zione di travetti e pallets in caralle diverse esigenze dei settori tone alveolare; di recente la produzione si è allargata ai pannelli di riferimento, mantenendo alta Nidoboard impiegati nel settore la qualità dei nostri prodotti della grafica e della comunicazione visiva». A cosa si ispira il vostro team di progettisti durante l’iter creativo? Verso quali nuovi settori la Ti-Vu Plast in«A soddisfare innanzitutto le richieste sempre tende dirigere la flessibilità applicativa del più diversificate della nostra clientela, nel ri- nido d’ape in cartone? spetto delle normative europee anche riguardo al- «In un momento di crisi economica come quel’ambiente». sto, il principale obiettivo è adeguarsi alle diverse Alla luce della sua esperienza, quali van- esigenze dei settori di riferimento, mantenendo taggi ha introdotto il marchio Nidopan in la qualità dei prodotti anche grazie alla versatilità termini di commercializzazione? del nido d’ape che può essere trasformato in «I prodotti Nidopan e Nidoboard sono marchi pannelli di diversa tipologia per nuove applicaregistrati. Per Nidopack, invece, è stata depositata zioni». di recente domanda di brevetto per invenzione Su quali principi è fondata la filosofia che ha industriale. Proponendo un packaging innova- guidato, finora, la crescita dell'azienda? tivo, anche in termini di design, in risposta alla «La ricerca continua di innovazioni tecnologiche crescente domanda di materiali eco-compatibili, e di prodotto, l’attenzione verso la clientela, la getutelare i progetti più importanti è un vantaggio stione etica e responsabile dei rapporti interni ed strategico di indubbia valenza per la nostra esterni e la tempestività delle consegne, fiore alazienda». l’occhiello di questa società». Che consiglio sente di dare agli imprenditori italiani che si trovano ad affrontare questo delicato momento economico? «Bisogna rialzare la testa e pensare al futuro, non delocalizzare e combattere la concorrenza straniera per lanciare un messaggio forte al mercato e riportare in alto il valore del “made in Italy” nel mondo».

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MODELLI D’IMPRESA

Creatività e sicurezza per tessuti e fibre na delle fasi di lavorazione di un tessuto a maggiore rischio di contaminazione con prodotti tossici è quella della serigrafia e dello stampaggio. La legge italiana impone precisi limiti e divieti per l’uso di determinati solventi chimici. Il problema è quando si importano tessuti e capi di abbigliamento provenienti dall’estero e dei quali si ignora il tipo di trattamento. «Per questo motivo è da preferire l’acquisto di tessuti sui quali siano stati utilizzati soltanto prodotti di colorazione rigorosamente italiani e a base di acqua». È questo il consiglio ai consumatori dato da Tiziana Busatto, socio amministratore della Elleti Serigrafia di Ponzano Veneto (TV), azienda specializzata nella stampa su qualsiasi tipo di tessuto e materiale tessile e inoltre nella stampa ignifuga su tute da gara automobilistica e kart. Qual è uno degli indicatori che permette di riconoscere il tipo di processo al quale è stato sottoposto un tessuto? «Noi seguiamo le rigorose normative dell’Oeko-

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Tiziana Busatto, socio amministratore e Gabriele Cestari, Ad della Elleti Srl di Ponzano Veneto (TV) www.elletiveneto.com

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La sicurezza dei prodotti chimici utilizzati nei procedimenti di stampa serigrafica dei capi di abbigliamento. Tiziana Busatto spiega qual è lo standard che assicura le qualità ecologiche di un tessuto o di una fibra e perché conviene scegliere il made in Italy Manlio Teodoro

Tex Standard 100, uno standard di sicurezza che permette una valutazione oggettiva delle componenti potenzialmente nocive contenute nei tessuti e le qualità ecologiche. Oltre a essere uno standard è anche un’etichetta che permette al consumatore di riconoscere il tipo di lavorazione. Questa “trasparenza” della produzione, oltre a garantire la sicurezza per chi acquisterà e indosserà il capo, permette alle aziende di risparmiare tempo e quindi risorse. E dunque l’adozione dello standard si traduce anche in un sistema di incremento della competitività». Quali sono gli altri vantaggi per l’azienda che adotta questo standard? «Utilizzando l’Oeko-Tex Standard 100 i prodotti tessili possano essere controllati e lungo tutte le fasi della produzione e si può evitare di duplicare i controlli. Questi prevedono circa cento parametri di controllo, basati su procedure riconosciute a livello internazionale. Ogni prova è effettuata sulla base delle sostanze chimiche utilizzate e che contribuiscono a modificare il prodotto sotto l’aspetto qualitativo. Quanto più il tessuto è destinato a essere a contatto con pelle umana, tanto più i parametri si fanno severi». Quali sono le dinamiche operative attraverso le quali realizzate grafica e stampa serigrafica? «Possiamo partire sia da una grafica realizzata


Tiziana Busatto

Lavoriamo soprattutto per l’abbigliamento sportivo, in particolare stampando su prodotti destinati all’automobilismo, al ciclismo, allo sci

dal nostro committente che da una progettazione ed elaborazione grafica da zero. Una volta che è definito il progetto grafico, da questo vengono sviluppate tante pellicole quanti sono i colori di stampa. Queste verranno poi incise sui telai serigrafici – anche questi corrisponderanno ognuno a un colore. Una volta pronti, i telai vengono montati sulle macchine serigrafiche automatiche o manuali, si preparano i colori – rigorosamente a base di acqua –, si registrano i valori cromatici di stampa e quindi si procede alla produzione o eventualmente alla realizzazione del campionario».

Quali sono stati i vostri più recenti investimenti in tecnologie di stampa? «Abbiamo da poco tempo introdotto una macchina da stampa in digitale che si è aggiunta alle altre macchine serigrafiche già in nostro possesso che ci permettono di processare qualsiasi tipo di tessuto e fibra. Stampiamo fino a un massimo di dieci colori contemporaneamente, con un formato di stampa utile di 60 per 100 centimetri. Le nostre realizzazioni comprendono stampe lucide, spessorate, in quadricromia, in policromia, microsfere, microsfere con applicazione in mylar, applicazione a ultrasuoni e stampe su capo finito. Inoltre realizziamo applicazioni con presse: flock, lucidatura, transfer e transfer sublimatici». Quali sono i settori per i quali lavorate maggiormente? «Lavoriamo soprattutto per l’abbigliamento sportivo, in particolare stampando su prodotti destinati all’automobilismo – Formula Uno, campionati americani e kart –, al ciclismo – per Keido Sportswear –, allo sci. Inoltre, per il settore della moda e alta moda in generale».

+3,5% FATTURATO Incremento registrato da Elleti Srl nel 2011

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MODELLI D’IMPRESA

La chimica lavora a una concia ecofriendly La lavorazione delle pelli comprende processi di particolare stress per l’ambiente. In particolare per l’impiego di prodotti chimici che inquinano le acque. Pierluigi Braggion fa il punto sulla ricerca di soluzioni più rispettose della natura Luca Cavera

l settore conciario è noto per essere uno di quelli con il maggiore impatto ambientale. Infatti, la lavorazione della pelle impone un forte consumo idrico e l’uso di sostanze chimiche. A questo si aggiunge anche il fatto che le aziende del settore tendono a concentrarsi in poli e questo determina un’elevata densità territoriale di attività produttive potenzialmente dannose per l’ambiente. Per limitare al minimo l’impatto su acque, suoli, atmosfera e popolazioni, in Veneto – un’industria chimica che si rivolge non esclusivamente, ma principalmente al comparto conciario – ha intrapreso la strada della ricerca di soluzioni e prodotti che rendano i processi sempre meno ri-

I Pierluigi Braggion, Presidente della Corichem Srl di Sarego (VI), durante una riunione con lo staff www.corichem.it

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schiosi per l’ambiente e i suoi abitanti. Si tratta della Corichem di Sarego, nel vicentino. Come spiega il Presidente, Pierluigi Braggion: «La nostra gamma di prodotti copre l’intera lavorazione della pelle, dal rinverdimento, che è la prima fase, al calcinaio, fino alla rifinizione». Su quali aspetti di prodotto e di processo state lavorando per arrivare a una concia più green? «Dopo avere lavorato alla messa a punto di prodotti che permettessero la rifinitura delle pelli senza l’ uso di solventi, al momento stiamo studiando le prime fasi di lavorazione della pelle. Per queste abbiamo sviluppato e stiamo sviluppando una nuova gamma di prodotti concianti che consentono di eliminare i metalli dalla concia delle pelli. Stiamo cercando delle alternative alla concia minerale, che oggi nel mondo viene eseguita esclusivamente con il cromo. Stiamo anche lavorando per sviluppare nuovi ingrassi, prodotti che servono per l’ ammorbidimento delle pelli, partendo da fonti rinnovabili, con l’ausilio delle nanotecnologie». E per quanto riguarda l’inquinamento delle acque di lavorazione?


Pierluigi Braggion

Con il nostro sistema si stanno ottenendo acque di scarico molto più pulite e facili da depurare

«Abbiamo sviluppato un nuovo calcinaio ecologico che migliora molto la qualità delle acque reflue, oltre a quella dei pellami. Inoltre un prodotto che migliora la fase di picklaggio delle pelli, fase in cui le pelli subiscono un trattamento acido, con l’ aggiunta di cloruro di sodio. Quest’ultimo risulta molto deleterio per le acque di scarico. Siamo già entrati in produzione presso delle primarie aziende con i due nuovi processi riguardanti sia la fase di picklaggio che quella di calcinaio. Il primo elimina quasi completamente il sale (cloruro di sodio), il secondo riduce di un terzo l’impiego dei prodotti a base di zolfo. In questa seconda fase, infatti, il pelo delle pelli viene eliminato con solfuro e solfidrato di sodio, prodotti dall’odore molto fastidioso, che negli impianti di depurazione, per reazione chimica, si trasfor-

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mano poi in parte in solfato di sodio – e anche questo è un problema per i reflui, perché ne aumentano la concentrazione salina . Con il nostro sistema si stanno ottenendo acque di scarico molto più pulite e facili da depurare». Quanto lavoro di ricerca si colloca dietro lo sviluppo di queste nuove soluzioni? «Recentemente ci siamo spostati in un nuovo stabilimento molto più ampio e tecnologicamente avanzato e in questa nuova sede abbiamo realizzato tre grandi laboratori: uno di ricerca e sviluppo, uno per l’applicazione della fase umida dei prodotti e uno per l’applicazione della rifinizione. Il cuore dell’azienda rimane comunque il laboratorio di ricerca e sviluppo, dove vengono pensati e messi a punto i nuovi prodotti. La nostra ditta è molto attiva nell’ambito della ricerca. Infatti stiamo collaborando con vari istituti, come l’università di Padova, dove lavoriamo con il dipartimento di chimica organica e ingegneria chimica, e l’ università di Genova dove lavoriamo con il dipartimento di chimica industriale. Oltre a questo, abbiamo intrapreso da un anno una collaborazione con la Nanofab di Mestre, con la quale stiamo studiando sull’impiego delle nanotecnologie, per un progetto finanziato dalla Regione Veneto tramite il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR). Siamo convinti che sarà la ricerca a darci la possibilità di crescere in futuro, soprattutto per quello che riguarda la chimica in Italia e non solo». VENETO 2012 • DOSSIER • 137


Calzature tecniche made in Italy Nicola Spinello presenta la scelta vincente di specializzarsi nella calzatura da lavoro. La ricerca e lo studio di soluzioni che assicurino la massima protezione al piede e le maggiori prestazioni hanno determinato il successo nel mercato europeo Valerio Germanico

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ell’ampio mondo della produzione di scarpe – in Veneto oltretutto ben rappresentato dal distretto calzaturiero – la scelta di Maspica è stata chiara: puntare sulle calzature di sicurezza e da lavoro. L’impresa di Casalserugo è riuscita così a ritagliare un’importante quota nel mercato nord europeo per il marchio tecnico, Sixton Peak. «I nostri riferimenti principali a livello commerciale – spiega Nicola Spinello, amministratore della società – sono soprattutto quelli di Germania, Francia, Olanda e paesi Scandinavi. Le nostre calzature di sicurezza puntano ad aumentare le prestazioni di chi le indossa mantenendo il comfort indispensabile durante lo sforzo fisico. In questi mercati ha trovato un importante riscontro il livello di qualità costruttiva del nostro prodotto». Dopo il successo nei mercati nordici del vecchio continente, il prossimo obiettivo di export è quello del mercato canadese. «Tutte le nostre tipologie di calzature da esterno, interno e agroalimentare sono costruite con le più moderne tecnologie e sottoposte a controlli durante ogni fase della lavorazione. Le costanti collaborazioni e ricerche con i marchi Huntsman, Outdry, Vibram e L-Protection garantiscono il massimo dei risultati in fatto di qualità, resistenza e comfort». La ricerca in innovazione e sviluppo è alla base

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Nicola Spinello

La Maspica Spa si trova a Casalserugo (PD) www.sixton.it

della politica aziendale di Maspica. «Investiamo nello studio delle soluzioni ottimali per le problematiche legate alla sicurezza delle diverse tipologie di lavoro, analizzando le richieste che ci provengono direttamente dagli utilizzatori finali. Fra i risultati di questo impegno ricordiamo lo sviluppo di una nuova suola di gomma, Vibram, appositamente progettata per affrontare le superfici difficili e permettere una camminata sicura anche su fango, neve e ghiaccio. A questa si è aggiunto lo sviluppo di un’altra suola in poliuretano bidensità, che garantisce un alto livello di comfort e bilanciamento dei pesi per un’ottimale stabilità del piede durante la camminata». Altrettanta cura è dedicata alla scelta di materiali e tecniche di lavorazione. «Utilizziamo pellami pieno fiore, nubuc e scamosciati di qualità superiore a quelli consueti. Che presentano caratteristiche di traspirabilità, naturalezza e idrorepellenza che superano gli standard abituali. Inoltre, la concia di queste pelli, interamente fatta in Italia, assicura ai nostri prodotti un processo di lavorazione attento nell’utilizzo di sostanze che rispettino l’ambiente e l’utilizzatore finale. Le nostre calzature risultano quindi eco-

Investiamo nello studio di soluzioni ottimali per le problematiche legate alla sicurezza delle diverse tipologie di lavoro

+15% FATTURATO

logiche e ipoallergeniche». Le tomaie sono cucite con filati ad alta resistenza e con tre cuciture nei punti più critici che durante la vita della scarpa sono sottoposti alle maggiori sollecitazioni. «A questo si aggiunge che le nostre calzature utilizzano esclusivamente la soletta anti-perforazione L-Protection, che garantisce la massima resistenza. I prodotti Sixton Peak, infatti, già a partire dal 2010 sono stati certificati “a perforazione Zero”, in conformità alla nuova norma EN ISO 12568:2010, che prevede che a 1100 newton un chiodo non sia in grado di bucare la soletta. Inoltre, la struttura posteriore rigida Dynamic Control migliora l’appoggio del piede e il controllo alla caviglia nei movimenti laterali. Il supporto in materiale plastico rigido Stabil Active, inserito nella suola sotto tacco e famice, assicura una maggiore stabilità e sostegno dell’arco plantare, migliorando la postura del piede». Dopo un 2011 dai risultati positivi, Spinello delinea le prospettive per il 2012. «L’obiettivo è quello di mantenere i livelli di fatturato raggiunti nell’anno precedente, anche se siamo consapevoli di dover affrontare le difficoltà che sta creando l’attuale situazione di crisi internazionale dei mercati. La sfida è quella di continuare a mantenere alto il livello di qualità e innovazione delle nostre calzature».

Incremento registrato da Maspica Spa nel 2011 (19 mln di euro) rispetto all’anno precedente, trainato dalla produzione di circa 700mila paia di calzature per antinfortunistica

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EXPORT

La scarpa che ha scalato i mercati internazionali La sintesi fra tecnologia italiana, funzionalità e design. Questi i tre concetti intorno ai quali ruotano la progettazione e la produzione delle calzature da trekking scelte dagli alpinisti europei e americani. Ne parla Marco Zamberlan Valerio Germanico

a Norvegese è una delle costruzioni più complesse per la confezione di una scarpa. Però è anche quella che assicura alla calzatura la migliore robustezza e resistenza, dato che richiede ben due diverse cuciture. È proprio per queste caratteristiche che uno dei marchi italiani divenuti famosi nel mondo per la produzione di scarpe da trekking e da outdoor ha scelto di usarla per la sua nuova linea di scarponi da montagna, ottenendo una sintesi fra tecnologia, funzionalità e design. È grazie a intuizioni come questa che quella che era nata come una tradizionale bottega da calzolaio è oggi un’azienda di calzature tecniche che esporta il 95 per cento della sua produzione. Si tratta della Zamberlan, oggi gestita da Marco e Maria, terza generazione della famiglia Zamberlan che prosegue quanto iniziato dal nonno Giuseppe, usando le moderne tecnologie di produzione senza aver dimenticato la tradizione artigiana. A partire da quali esigenze progettate le vostre calzature? «Il nostro lavoro nasce

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Marco Zamberlan, titolare della Zamberlan Srl di Pieve di Torrebelvicino (VI), durante una scalata www.zamberlan.com

dalla passione per le scalate delle montagne che circondano, le Piccole Dolomiti. È a partire da questo e dalle concrete necessità degli atleti che abbiamo ideato alcuni brevetti unici nell’industria calzaturiera. Per questa ragione il nostro reparto progettazione sviluppa scarponi modellati sulle esigenze di chi pratica sport di montagna e outdoor, assicurando il miglior bilanciamento tra tecnologia, funzionalità e design». Quali sono gli elementi distintivi della vostra tecnologia produttiva? «Oltre ad aggiornare le nostre macchine, ne abbiamo anche sviluppate di nuove, insieme a utensili e soprattutto a concetti che permettessero di migliorare e facilitare il processo produttivo. Fra questi ricordo l’Fws (Foot Wrapping System) e l’Rrs (Rubber Reinforcement System): entrambi hanno permesso di ottenere calzature con elevati standard qualitativi e di durata nel tempo. Un altro tratto distintivo dal fatto che tutti i prodotti delle nostre linee tradizionali sono prodotti completamente ed esclusivamente in Italia. Infine, cospicui investimenti sono regolarmente stanziati nella ricerca e nello sviluppo di nuovi materiali, nuovi stampi e suole dai brevetti esclusivi». La nuova linea di scarponi con costruzione Norvegese per cosa si distingue rispetto al resto delle collezioni? «Il processo di produzione Norvegese ci ha permesso di realizzare scarponi di qualità eccezionale, che al contempo si incontrano perfetta-


Marco Zamberlan

95% EXPORT

mente con la tradizione del passato, la durevolezza, l’affidabilità di suole altamente tecniche e una selezione di pellami di prima qualità. Il nostro team di tecnici, con l’aiuto dei test eseguiti da atleti professionisti, ci ha permesso di brevettare un prodotto per alpinisti di alto livello che sviluppa una specifica intersuola in poliuretano a doppia densità. Questa garanti-

Il nostro lavoro nasce dalla passione per le scalate delle montagne che circondano, le Piccole Dolomiti

sce un eccellente assorbimento dell’impatto, comfort e leggerezza insieme a grip e tenuta. Il risultato è un look vintage con prestazioni moderne. Questa tipologia di scarpone è stata usata in passato nelle più importanti e difficili spedizioni nella storia dell’alpinismo». Può citare un esempio delle vostre collaborazioni con atleti professionisti? «Il nostro impegno nel supportare i talenti nello sport è iniziato nel 1998 con la collaborazione di Karl Bushby, in supporto al suo progetto di fare il giro del mondo completamente a piedi. Questa è stata soltanto la prima di una lunga lista di collaborazioni con atleti internazionali che hanno negli anni cooperato con la nostra azienda nella promozione della tradizione italiana delle calzature da montagna». La vostra scarpa si rivolge a un target che ama la vita all’aria aperta. Qual è il vostro impegno nel rispetto dell’ambiente? «Crediamo fortemente nel rispetto per la natura e l’ambiente. Un rispetto che è sempre stato parte integrante dei valori dell’azienda ed è stato dimostrato negli anni dal massimo impegno sostenuto per limitare al minimo l’impatto della produzione in termini di emissione e consumo di materie prime. Il nostro obiettivo è quindi sviluppare prodotti e processi rispettosi dell’ambiente, dato che le nostre scarpe sono pensate proprio per vivere al meglio la natura e soprattutto gli spazi montani».

Zamberlan esporta le sue calzature in oltre 47 paesi nel mondo

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INNOVAZIONE

Prodotti “eco”, l’ultima frontiera del compound Continua innovazione, ma anche flessibilità e capacità di adattamento alle mutate esigenze del mercato. Sono questi gli ingredienti che hanno reso Mepol un punto di riferimento nella produzione di compound tecnici e industriali. Ne parliamo con Mirco Melato Diego Bandini

e imprese, oggi, a prescindere dal loro ambito operativo, sono sempre più orientate verso la ricerca di soluzioni “ecosostenbili”, che siano in grado di rispondere a precisi e stringenti requisiti, non soltanto di carattere produttivo ma anche ambientale. Per questo, anche alla luce delle recenti evoluzioni del mercato, assume un significato ancora maggiore l’intuizione imprenditoriale di Mirco Melato, che da oltre vent’anni ha fatto della rigenerazione delle materie plastiche il core business della sua azienda, la Mepol Srl. Situata nella provincia trevisana, la società si occupa della produzione di compound termoplastici e della commercializzazione di materie plastiche in Italia, Europa, e in alcuni Paesi del Nord Africa. «In questi anni – spiega Melato - abbiamo conquistato importanti nicchie di mercato ad alta specializzazione, che sono a redditività troppo bassa per le grandi multinazionali, ma che invece presentano ancora interessanti opportunità di sviluppo per realtà flessibili e dinamiche come la nostra». Da sempre Mepol ha

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Mirco Melato, amministratore della Mepol Srl di Riese Pio X (TV) www.mepol.com

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fatto dell’innovazione il suo cavallo di battaglia, come confermato dal recente lancio di una nuova linea di materiali “eco”. Di cosa si tratta nello specifico? «Si tratta di una gamma di compound industriali certificati dal marchio Ippr Plastica Seconda Vita, con un contenuto di almeno il 30 per cento di polimero riciclato, generalmente proveniente da scarto industriale. Questi compound, che ormai assorbono circa la metà della nostra produzione, permettono infatti ai trasformatori di realizzare articoli in plastica ecocompatibili, venendo incontro alle richieste di ecodesign provenienti da parte dell’industria di ogni settore». Ricerca e sviluppo, dunque, rappresentano il filo conduttore dell’attività. «Lo studio di soluzioni sempre nuove è un aspetto fondamentale per riuscire a offrire al mercato prodotti performanti e adatti alle particolari necessità di ogni singolo committente. Anche in questi anni, caratterizzati da una situazione generale non certo delle più rosee, non abbiamo mai smesso di investire nel miglioramento delle nostre infrastrutture. Recentemente abbiamo portato a termine l’ampliamento dell’area dedicata al controllo di qualità e ai laboratori per la ricerca e sviluppo. Inoltre, sempre nel 2011, abbiamo installato due nuove linee di estrusione: una a elevata capacità e un’altra con una produttività inferiore, ideale per pro-


Mirco Melato

Produciamo una gamma di compound industriali certificati dal marchio IPPR Plastica Seconda Vita, con un contenuto di almeno il 30 per cento di polimero riciclato

durre anche piccoli lotti. Se il primo impianto asseconda la crescita dell’azienda in termini di volumi, il secondo segue le richieste del mercato attuale, sempre più indirizzato a consegne rapide di piccoli volumi e di materiali taylor made». Quale vantaggio competitivo vi assicura la capacità di realizzare prodotti “su misura”? «Oggi il mercato richiede qualità, specializzazione e servizi dedicati. Per questo ci confrontiamo costantemente con i nostri clienti, per i quali non siamo semplici fornitori ma veri e propri partner aziendali. Grazie a personale appositamente formato e a una struttura organizzativa efficiente e dinamica, offriamo infatti una consulenza precisa e competente, che si concretizza poi nella realizzazione di progetti personalizzati, caratterizzati dal giusto rapporto qualità/prezzo». Da un punto di vista pratico, quali sono i principali sbocchi applicativi della vo-

❞ stra produzione? «La produzione di compound Mepol, che comprende un’ampia varietà di soluzioni basate su polipropilene, poliammide e polistirene, è orientata alla massima versatilità, indispensabile per soddisfare i bisogni industriali e produttivi più svariati. Componentistica per l'automobile, per l’elettrodomestico, mobili, attrezzatura sportiva e oggetti per l'arredamento sono solo alcuni esempi dei settori di impiego dei nostri prodotti». Quali sono, infine, gli obiettivi per il futuro di Mepol? «Nell’ultimo biennio siamo stati protagonisti di una crescita importante, che ci ha portato a raddoppiare il fatturato. Non ci sentiamo però appagati, e per questo, oltre a consolidarci sul mercato italiano, intendiamo ampliare la nostra presenza soprattutto sui mercati esteri, dove siamo già piuttosto attivi. In particolare puntiamo a consolidarci nel mercato polacco, che continua a svilupparsi a ritmo sostenuto e dal quale contiamo di raccogliere grandi soddisfazioni». VENETO 2012 • DOSSIER • 149


Dalla tecnologia la spinta allo sviluppo Il manifatturiero italiano non si arrende alla delocalizzazione. L’esempio di Alfredino Moretto, la cui azienda, puntando su una continua ricerca di soluzioni tecniche innovative, è riuscita a conquistare nuovi e significativi mercati Guido Puopolo

Alfredino Moretto, presidente della Moretto Srl di Rosà (VI) www.morettosrl.net

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a quando la moderna concezione della produttività è entrata nel giornaliero delle più importanti aziende manifatturiere, gli sforzi e gli investimenti di chi opera in questo campo si sono orientati verso un obiettivo ben preciso: creare prodotti affidabili nel tempo, con caratteristiche di costruzione il più vicino possibile all’opera artigianale, ma contraddistinti da una tenuta e una semplicità di gestione che solo l’alta tecnologia è in grado di assicurare. Nella lavorazione a freddo di lamiere metalliche per la produzione di particolari stampati e imbutiti, quest’idea è stata fatta propria dalla Moretto, azienda di Rosà fondata nel 1983 e specializzata nella creazione di semilavorati destinati a diverse categorie merceologiche, dall’elettronica alla climatizzazione, dall’edilizia all’arredamento. «In questi ultimi anni, senza tralasciare quei settori che hanno fatto la storia dell’azienda, ci siamo però rivolti principalmente al comparto automotive, che in proiezione futura offre senza dubbio le maggiori prospettive di crescita», afferma il presidente Alfredino Moretto, che insieme al fratello Gianfranco è attualmente alla guida della società. Tecnologia e innovazione rappresentano

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Alfredino Moretto

Il comparto automotive in proiezione futura offre senza dubbio le maggiori prospettive di crescita

le basi del vostro lavoro. Quali sono le linee guida da seguire a questo proposito? «Per realizzare un prodotto altamente tecnologico, affidabile, economico e competitivo, non esiste una formula magica, ma è necessario avere il controllo di una serie di elementi cardine che solo combinati fra loro producono il risultato voluto. Servono attrezzature capaci di produrre sia i grandi lotti che le commesse in fase di studio e sperimentazione, e che oltre allo stampaggio, la tranciatura, l’imbutitura e la calibratura, siano in grado di sostituire le macchine utensili con lavorazioni di coniatura ed estrusione. Queste devono quindi essere costruite con materiali adatti, pensati e studiati per sopportare carichi, tensioni e sollecitazioni che più lavorazioni sotto macchina richiedono. Altrettanto importante è la scelta delle unità produttive, fondamentali per garantire la massima ingegnerizzazione di un

prodotto tecnologicamente avanzato». La vostra produzione si rivolge ad ambiti tra loro molto diversi. In che modo riuscite a soddisfare le differenti esigenze dei vostri committenti? «Disponiamo di uno studio tecnico all’avanguardia, attraverso il quale cerchiamo di interpretare e anticipare i bisogni dei nostri clienti. Offriamo al mercato un prodotto/semilavorato nel rispetto del concetto, questo sì imprescindibile, del miglior rapporto tra qualità e prezzo. Mettiamo la nostra trentennale esperienza per arrivare alla realizzazione di articoli con un elevato valore tecnologico, affidabili e predisposti all’evoluzione, con la possibilità cioè di essere modificati sulla base di richieste sempre più specifiche ed eterogenee». A livello geografico, quali sono al momento i vostri mercati di riferimento? «L’azienda, inizialmente rivolta a un mercato prettamente italiano, negli ultimi cinque anni è approdata con successo sul palcoscenico europeo, tanto che oggi possiamo annoverare tra i nostri partner importantissime società e multinazionali presenti a livello internazionale». Quali saranno, infine, gli obiettivi per il prossimo futuro della Moretto? «Abbiamo fatto del coraggio e della determinazione l’arma vincente per superare le difficoltà e il confronto con i concorrenti italiani ed esteri. Per questo l’impegno che mettiamo nella ricerca e nell’innovazione non ci impedisce di pensare anche a soluzioni alternative a quei prodotti che, per caratteristiche tecnico-costruttive, non sono più alla portata delle aziende occidentali. Mi riferisco a tutti i particolari cosiddetti “poveri”, che anche a causa del perdurare della crisi hanno preso la strada dei produttori a basso costo. Ecco, siamo certi che con giuste idee e adeguati progetti di conversione produttiva si possano recuperare importanti fette di quel mercato che ci ha fatto crescere da “giovani” e che ora ci manca». VENETO 2012 • DOSSIER • 151


INNOVAZIONE

Dall’Australia alla Cina, la cottura è “padovana” Il caso della Ilve di Campodarsego, l’azienda produttrice di elettrodomestici per la cottura che ha conquistato il mondo con i suoi prodotti applicabili alle più svariate tipologie di cucina. E che con l’innovazione ha battuto la crisi Filippo Belli

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innovazione è l’arma più efficace per fronteggiare il calo della domanda e la complessa competizione internazionale. Un dato di fatto che sui distretti tecnologici italiani si riscontra nelle scelte produttive e gestionali. A darne conferma sono anche Andrea Berno e Alberto Illotti, rispettivamente responsabili dell’area amministrativa e commerciale della Ilve, tra le più affermate realtà nella produzione di elettrodomestici per la cottura, con sede a Campodarsego (PD). Un’azienda, fondata dai genitori dei due attuali soci, che si è affermata sullo scenario europeo, e che oggi vanta un 85 per cento di fatturato derivante dall’export. «In questo mercato maturo, saturo e altamente competitivo, l’unica via di uscita è l’innovazione» ci tiene a ribadire Illotti. Ma a determinare l’andamento della produzione di Ilve è anche una mutata geografia economica. «In questo momento tutta l’Europa è in crisi, Germania a parte – sottolinea Illotti –. Fortunatamente esportiamo in tutto il mondo, anche in paesi come Australia e Russia, che hanno risentito della crisi in maniera ridotta». Nuove aree che bilanciano il calo dei mercati tradizionali. Resta alta anche l’attenzione verso Stati Uniti e Cina. «Per entrambi i paesi abbiamo già da tempo identificato i partner commerciali e investito per ottenere le rispettive omologazioni di prodotto – spiega Berno –. Per quanto concerne gli Usa stiamo già toccando con mano i primi risultati, per la Cina occorrerà attendere ancora». Uno degli elementi alla base del successo di Ilve, consta nella capacità di individuare, per ogni paese, i bisogni specifici di cottura. «Un prodotto su tutti, il bruciatore a doppia corona, è stato concepito agli inizi degli anni novanta per rispondere alle esigenze dei consumatori del Far

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Andrea Berno e Alberto Illotti

East – ricorda Illotti –, la cui cucina si basa su una cottura veloce, con il “wok” ad alta temperatura. Serviva, quindi, una fiamma molto forte e ampia. Una volta messa a punto abbiamo pensato che questa potenza di fuoco potesse essere utile anche in altri paesi, come per esempio l’Italia». Un’intuizione vincente. Questo bruciatore con un potente doppio anello di fiamma - dai 4,5 ai 5 kW - è stato apprezzato per la sua capacità di far bollire l’acqua in breve tempo. Il gradimento del mercato è stato tale che, da qualche anno, l’azienda di Campodarsego produce anche il “tripla corona”, con tre anelli di fuoco, un meccanismo ora presente su tutti i modelli. Più recente è il modello Fry-Top. Una piastra in acciaio adatta alla cottura di superficie e che non necessita di grassi per cucinare. «Fry-Top nasce da una richiesta specifica del mercato Australiano, molto influenzato dalla cucina asiatica – spiega Berno –. I nostri acquirenti ci avevano chiesto di creare un qualcosa che permettesse, a casa, di cuocere le pietanze così come avviene nei ristoranti giapponesi Teppanyaky. Quelli, per intenderci, in cui lo chef prepara il tutto dinanzi ai commensali, su una grande piastra in acciaio». Anche in questo caso, il prodotto si è rivelato un grande successo commerciale, non soltanto in Oceania, ma in tutti i mercati serviti da Ilve. «In ogni parte del mondo la cottura alla piastra è apprezzata – spiega il responsabile amministrativo –. A oggi oltre il 50 per cento delle cucine che vendiamo è dotata di questa funzione». Ilve, che investe annualmente circa il sei per cento del suo fatturato in ricerca e sviluppo, si av-

In questo mercato maturo, saturo e altamente competitivo, l’unica via di uscita è l’innovazione

vale anche di numerosi ingegneri, consulenti, progettisti, tecnici e centri di ricerca esterni. Inclusa l’Università di Padova, che ha collaborato con l’azienda per un progetto relativo alle microonde. «Siamo i primi a offrire sul blocco cottura, la cucina a gas, il forno a microonde integrato – spiega Berno –. Inoltre, tra le altre novità, siamo molto fieri del nuovo forno con la speciale funzione “Pizza”, l’unico al mondo che può essere incassato nei normali mobili da cucina e che raggiunge i 400°C, consentendo di cuocere l’impasto in soli due minuti e mezzo». Per il futuro, nonostante la crisi dei mercati, resta positiva l’aspettativa da parte dei vertici Ilve. «C’è chi, per rispondere alla crisi, riduce i costi in maniera trasversale, innescando un vortice che porta inevitabilmente alla delocalizzazione – osserva Illotti –. Una sana attenzione a ridurre gli sprechi ci deve sempre essere, ma bisogna fare attenzione a non mortificare la qualità dei prodotti». «Il 2012 sarà un anno di transizione dove il mercato di certo non crescerà – conclude Berno –, ma saprà premiare le aziende che hanno saputo investire in innovazione, non solo di prodotto, ma anche nel modo di porsi verso il mercato».

Ilve Spa si trova a Campodarsego (PD) www.ilve.it

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INNOVAZIONE

Nuove soluzioni nel packaging catole e confezioni, sugli scaffali dei supermercati e dei grandi centri commerciali, sono diventate oggi un vero e proprio strumento di comunicazione con cui conquistare nuovi consumatori. «Gli imballaggi moderni devono saper abbinare qualità funzionali ed estetiche, con lo scopo di rendere i prodotti immediatamente riconoscibili», sottolinea Giuseppe Viero, partner della Internova Pack Srl, realtà specializzata nella produzione di stampi a iniezione e contenitori in plastica per uso alimentare. Va da sé come, al di là delle caratteristiche estetiche e funzionali, soprattutto nell’ambito alimentare, sia fondamentale anche la qualità dei materiali e delle tecniche utilizzate nella realizzazione del packaging che deve preservare le caratteristiche del prodotto e favorirne una conservazione ottimale. Quali sono le caratteristiche del vostro packaging? «Ogni packaging deve essere funzionale, pratico e valorizzare il prodotto, oltre a contribuire significativamente a identificare e a caratterizzare il brand. Deve ovviamente rispondere ai necessari requisiti di igiene e sicurezza. Nello specifico, i nostri imballaggi, si distinguono anche per i decori di qualità superiore grazie al nostro sistema brevettato IMS e, inoltre, per i prodotti che lo richiedono, riescono a ottenere una totale barriera all’ossigeno».

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Giuseppe Viero, partner di Internova Pack Srl di Pianezze San Lorenzo (VI) www.internovapack.it

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Imballaggi accattivanti, ma allo stesso tempo in grado di fornire il massimo delle prestazioni, con un’attenzione particolare al costo e all’impatto ambientale. Giuseppe Viero traccia un quadro delle ultime innovazioni nel packaging alimentare Eugenia Campo di Costa

In che cosa consiste la vostra tecnologia Ims? «Con Ims si intende il sistema di film accoppiato che permette di decorare il contenitore con un film composto da due o più layers, ognuno di materiale plastico e caratteristiche diverse. Si ottengono così prodotti che non permettono assolutamente alla luce o all’ossigeno di filtrare, in cui gli inchiostri vengono racchiusi tra due film, evitando i rischi di contaminazione del cibo, presentano un’eccellente grafica, e che possono essere sterilizzati e pastorizzati senza rischi di deformazione o perdita di colore». La ricerca e lo sviluppo di nuove metodologie sono il fulcro di tutte le attività della Internova Pack. Quali le ultime innovazioni introdotte in azienda? «Il nostro alto livello d’innovazione e competitività è dato anche dalla continua ricerca di nuovi materiali e nuove tecnologie. La nostra ricerca si concentra anche sulla riduzione del peso dell’imballo e la conseguente riduzione di costi, esemplificate dal nuovo concetto Skinny Pack, derivante dall'esperienza acquisita con Ims. Skinny Pack ha la funzionalità di un contenitore rigido e la leggerezza di uno flessibile. Questa tecnolo-


Giuseppe Viero

❝ gia permette di ridurre l'impiego di plastica fino al 60 per cento, consente di rivestire l'intero pack con un'etichetta decorata a 5 facce, con possibilità di barriera ossigeno, permette di accartocciare il contenitore in fase di smaltimento e di riciclo, sostituisce il contenitore tradizionale con uno eco-friendly, senza dover investire in nuovi macchinari, il tutto a prezzi concorrenziali». Quali sono oggi i vostri principali mercati di riferimento e quali nuovi settori potreste conquistare in futuro? «Nella “vecchia” Europa presidiamo i mercati mantenendo le posizioni acquisite negli ultimi anni ma abbiamo molti contatti in fase di definizione verso l’Est Europa e la Russia. Inoltre, stiamo entrando anche nel mercato nordamericano, Usa e Canada, pieni

Il nostro alto livello d’innovazione e competitività è dato anche dalla continua ricerca di nuovi materiali e nuove tecnologie

di speranze e con una buona dose di ottimismo, confortati anche dal dato positivo della nostra entrata nel mercato messicano con un prodotto innovativo e con un partner locale di alto profilo». Quale bilancio può trarre dall’attività della Internova Pack relativamente all’ultimo anno e quali sono invece le prospettive per il 2012 dell’azienda? «Il 2011 è stato un anno positivo che ha registrato un fatturato in crescita nonostante la congiuntura internazionale negativa. Abbiamo potenziato l’area marketing/vendite e questo ha permesso aperture verso nuovi paesi esteri. Quest’anno proseguiremo nel nostro percorso di apertura ad altri mercati e abbiamo in programma la realizzazione di un nuovo stabilimento per aumentare considerevolmente la nostra attuale capacità produttiva e quindi migliorare il servizio complessivo al cliente. Stiamo affrontando il 2012 con fiducia, consapevoli della nostra cultura innovativa e della sempre alta attenzione verso le esigenze dei nostri clienti». VENETO 2012 • DOSSIER • 157


INNOVAZIONE

Tra funzionalità e risparmio energetico Un prodotto isolante dalle rivoluzionarie caratteristiche, inventato e brevettato dalla ZG Camini e denominato Zircofoam. Ne spiega l’utilizzo e le funzioni Giorgio Zambaldo Lodovico Bevilacqua

ell’allestimento di un ambiente confortevole e funzionale, il camino rappresenta, anche in virtù delle recenti attitudini ricettive nei confronti del principio del risparmio energetico, un elemento di concreta importanza. Parimenti, è richiesta grande perizia nella progettazione e nell’impianto di sistemi di canne fumarie, tubazioni, cappe e raccordi per l’ambito industriale. Una competenza globale che può derivare solo da anni di esperienza nel settore e da una strategia imprenditoriale fortemente orientata verso l’investimento in nuovi materiali e la ricerca di soluzioni progettuali sempre più innovative e funzionali. Questo l’autorevole parere di Giorgio Zambaldo, titolare della ZG Camini, che puntualizza come la lunga storia aziendale costituisca un prezioso valore aggiunto. La società è stata istituita nel 1974 e già da allora denotava una vivace verve innovativa, con una spiccata attitudine per l’indagine di nuovi materiali e soluzioni applicative ispirate all’innovazione e al miglioramento. «Buona parte dei successi commerciali della nostra azienda si basano sulla felice intuizione iniziale di utilizzare l’acciaio inox, in luogo del ferro, per la realizzazione dei nostri camini – afferma Zambaldo –. In controtendenza rispetto alla con-

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suetudine dell’epoca, abbiamo intuito fin da subito le qualità di un materiale molto indicando per questa destinazione di utilizzo. Le caratteristiche di longevità e di resistenza alla corrosione che offre garantiscono un prodotto affidabile; parimenti la sua capacità di scaldarsi velocemente favorisce il tiraggio del camino e la finitura liscia impedisce l’adesione della fuliggine alle pareti interne della canna, riducendo le esigenze manutentive». La lunga esperienza e la professionalità dei tecnici della ZG Camini hanno permesso all’azienda di raggiungere un livello di qualità produttiva estremamente elevato. «Le caratteristiche dell’acciaio inox lo rendono un materiale facilmente lavorabile, pur garantendo le succitate doti strutturali. Offriamo inoltre una grande versatilità progettuale e produttiva; abbiamo individuato nella misura di 0,8 millimetri lo spessore ideale delle lastre utilizzate abitualmente per realizzare i nostri camini, ma a seconda delle esigenze applicative e delle contingenze presentate dal cliente, i nostri tecnici sono in grado di proporre soluzioni customizzate per ogni evenienza. Ga-

In queste pagine, camini industriali e immagine dell’isolante Zircofoam brevettato dalla ZG Camini di Montorio (VR) www.zgcamini.it www.zircofoam.com


Giorgio Zambaldo

Offriamo una grande versatilità progettuale e produttiva; abbiamo individuato nella misura di 0,8 millimetri lo spessore ideale delle lastre utilizzate abitualmente per realizzare i nostri camini

rantiamo inoltre la massima elasticità produttiva, non vincolando la commissione a numeri o volumi minimi di pezzi». Ma quanto conta l’attitudine innovativa in questo campo? «Si tratta senza dubbio di una priorità a livello strategico, necessaria a realizzare un prodotto che fa dell’alto livello di ingegnerizzazione una caratteristica fondamentale – risponde l’imprenditore –. Grazie a questa attitudine sperimentale abbiamo inoltre creato un prodotto isolante dalle rivoluzionarie caratteristiche, inventato e brevettato dai nostri laboratori e denominato Zircofoam: si tratta di una schiuma ceramica che sintetizza la versatilità applicativa della lana di roccia e la praticità e velocità di utilizzo offerte dalle tradizionali schiume poliuteraniche». Originariamente destinata a migliorare le prestazioni degli isolanti attualmente utilizzati per la produ-

zione di camini industriali e civili, è stata poi utilizzata alla ZG Camini per una lunga serie di destinazioni d’uso in diversi ambiti, che beneficiano di funzionali caratteristiche, come per esempio «l’indurimento istantaneo, che la rende adatta all’iniezione direttamente in loco di utilizzo o in stampi». L’adozione di una politica imprenditoriale fortemente orientata alla priorità qualitativa del prodotto è sempre stata una caratteristica fondamentale della ZG Camini. «Le prestazioni dei nostri camini sono la garanzia della loro stessa qualità, tanto non rendere necessario il reclutamento di agenti commerciali per promuovere i nostri prodotti, i quali hanno sempre mantenuto inalterato il successo anche utilizzando semplicemente i tradizionali canali di diffusione del marchio, passaparola e partecipazione a fiere specialistiche». L’allestimento di un potenziale produttivo degno di nota, con più di cento macchinari all’avanguardia utilizzati, a fronte di 70mila euro annui di investimenti in ricerca e sviluppo, sostiene in maniera adeguata una produzione orientata in maniera convinta verso la massima qualità. VENETO 2012 • DOSSIER • 159


TECNOLOGIE

Gli sviluppi della nanotecnologia Dalla funzionalizzazione degli elettrodomestici alle soluzioni per gli utilizzi medicali più particolari, le novità sfornate dall’ingegneria elettronica stanno apportando una piccola rivoluzione. La descrive Franco Caneva Amedeo Longhi

Franco Caneva, titolare della Velco Spa di Vicenza, insieme al figlio Andrea, responsabile marketing www.velco-electronic.com

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ollegamenti a 6,5 Mega Hertz”, “Pogo pins”, “Alto CRI”, “Adams 2”, “20 ppm su progetti completi e complessi”, sono le parole chiave della tecnologia odierna, già proiettata nel futuro. Conquiste della ricerca che apriranno possibilità nuove e oggi inimmaginabili e che renderanno ancora più efficienti dal punto di vista funzionale, energetico ed economico le macchine di uso comune. «Abbiamo presentato relè così piccoli da poter essere inseriti in pillole ingeribili per fotografare l’interno dell’intestino e altri di tale potenza da essere in grado di lavorare fino a 1200 volt e 1000 ampere», racconta Franco Caneva, titolare della Velco Spa di Vicenza, che conduce insieme al figlio Andrea, responsabile del marketing. «L’innovazione è una linfa vitale in questo campo. Circa il 15 per cento della forza lavoro della nostra azienda, oltre a lavorare su prodotti e applicazioni di uso comune, si dedica alla continua ricerca e alla gestione di nuove soluzioni, particolari e speciali, da reperire tra i fornitori dalle tecnologie più avanzate e in grado di dare una risposta a problemi che le vecchie tecnologie lasciano irrisolti, in contesti elettronici sempre più spinti all’ottimizzazione dell’uso, dei consumi, degli spazi e dei costi». L’attività viene portata avanti in un contesto impegnativo ma affascinante, in una corsa all’innovazione che non conosce tregua: «Il lavoro di tutti i giorni ci porta a operare a stretto contatto con progettisti che costruiscono particolari macchine per la scansione del corpo umano, nuove tecnologie in campo oncologico che utilizzeremo fra tre o cinque anni, su apparecchiature Cmm in grado di rilevare tolleranze di lavorazione nell’ordine di millesimi di millimetro, misurate senza fermare le macchine, riducendo così drastica-

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Franco Caneva

mente i tempi e i costi di lavorazione. Tecnologie destinate alla medicina che possono distinguere Abbiamo presentato relè così piccoli da poter cromaticamente il sangue essere inseriti in pillole ingeribili venoso da quello arterioso, per fotografare l’interno dell’intestino ai musei, per illuminare senza rischi le opere d’arte più preziose, o ai chirurghi, che avranno la possibilità di operare un paziente lontano migliaia di chilometri mane. Questo per rendere l’idea della dinamicità, grazie a particolari joystick». vera ragione dell’affermazione commerciale». Automotive, medicale, “bianco” – frigoriferi, la- Lo staff della Velco è stato anche invitato presso vastoviglie, lavatrici – alcuni dei settori in cui la sede Citizen di Tokyo: «Ci siamo incontrati con trovano applicazione queste soluzioni tecnologi- i nostri partner giapponesi e abbiamo consegnato che. «In controtendenza rispetto all’andamento loro una relazione su come vediamo il mercato del mercato, continuiamo a fare investimenti e a italiano, in qualità di referenti e più grossi distriportare avanti l’innovazione. Quest’anno ab- butori Citizen per l’Italia e l’Europa. I prodotti biamo assunto tre persone, e ne assumeremo al- continuano a evolvere a ritmo quasi settimanale, tre tre prossimamente, con competenze tecniche il nostro compito è selezionare quelli che ritee commerciali. Abbiamo una serie di prodotti niamo più interessanti per i mercati che tratstandard ma anche una gamma, quella di maggior tiamo, quello italiano ma anche quello francese». successo, di altri molto particolari; l’obiettivo è La parte tecnica e quella commerciale vengono svilupparli ulteriormente promuovendo le nuove curate con scrupolosità, condividendo informatecnologie che continuano a sfornare le fabbriche zioni e impressioni con clienti e fornitori: «La doche noi rappresentiamo, che sono l’eccellenza cumentazione relativa all’attività di marketing si mondiale in questo campo». basa su reports tecnici che periodicamente sottoSi apre qui un altro importante capitolo, quello poniamo alla clientela. Il nostro bagaglio di corelativo all’attività commerciale: «Il nostro nome noscenze viene continuamente aggiornato, acè conosciuto a livello internazionale anche grazie quisito e poi proposto alle aziende con cui alla qualità e al nome delle aziende con cui in- lavoriamo. Particolare attenzione viene posta alla tratteniamo rapporti di partnership: dalla Apem costante formazione del personale di vendita atJoysticks alla Citizen Electronics, dalla Coto Re- traverso la partecipazione a corsi di marketing e eds alla Gigavac Contactors, dalla Ricoh Power di aggiornamento tecnico. Il ciclo si chiude poi Management alla Vishay Sensors. Tutte realtà di con il confronto con i fornitori, prevalentemente primo livello nei rispettivi settori di competenza. americani e giapponesi, in merito all’andamento In particolare la Citizen, in questa situazione di del mercato, in modo da far prendere in consicrisi partita nel 2008, ha reagito molto bene, lan- derazione le nostre necessità in un contesto di ciando quasi un prodotto nuovo ogni due setti- piena e reciproca collaborazione».

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TECNOLOGIE

Dalla robotica al fotovoltaico Le evoluzioni, sia in termini di soluzioni tecnologiche, che di regime finanziario, hanno imposto a molte aziende una robusta ristrutturazione. L’esperienza di Alberto Rui Amedeo Longhi

a progettazione e produzione di sistemi robotizzati è un’ottima palestra per chi vuole impegnarsi in campo tecnologico. E proprio per questo che, quando nel 2009 la gestione aziendale è stata rivoluzionata, Alberto Rui – direttore commerciale della veneta Robomatik – non ha avuto problemi a convertire il know-how e l’esperienza acquisita negli anni convogliandoli in altri settori: «La nostra società, come molte altre, si è trovata a fare i conti con un mercato in repentina evoluzione. Tuttavia – e da questo punto di vista siamo un esempio raro – abbiamo rifiutato l’estrema specializzazione, che in certi casi penalizza. Piuttosto, sfruttando i vantaggi derivanti dal fatto di essere una realtà molto giovane, abbiamo potuto, con estrema facilità e grazie alle competenze acquisite nel campo delle automazioni industriali, entrare nel settore delle rinnovabili senza subire le difficoltà tipiche di questo passaggio».

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La Robomatik Srl ha sede a Farra di Soligo (TV) www.robomatik.eu

È stata anche la particolare sensibilità dei soci nei confronti dei temi della sostenibilità ambientale che ha favorito l’accesso a questa nuova attività: «Cerchiamo sempre più di offrire soluzioni chiavi in mano per lo smaltimento di cemento e amianto e per il rifacimento di coperture, ma anche per lo studio di particolari strutture metalliche e carpenterie in genere, da proporre nel settore edile ed in quello industriale. Un altro aspetto rilevante è quello che riguarda l’utilizzo dell’impianto fotovoltaico per la produzione di acqua calda sanitaria sfruttando l’energia elettrica in esubero; questa soluzione permette il riscaldamento dell’acqua a costo zero». Di grande importanza è il lavoro di progettazione, ricerca e sviluppo: «L’attività progettuale – spiega Rui – è fondamentale per poter ottenere, già nella fase di studio, la certezza che i progetti in corso procedano effettivamente nella direzione desiderata. La


Alberto Rui

Tutta la general industry ha beneficiato dei sistemi robotizzati, specialmente quelli che impiegano robot antropomorfi

progettazione è importante anche per svolgere le varie fasi esecutive in modo organizzato ed efficiente, nel rispetto delle normative in materia di sicurezza e salute sul posto di lavoro». L’efficiente struttura aziendale, che ha permesso alla Robomatik di esordire nel settore della green energy senza accusare particolari problemi, è l’eredità di diversi anni di attività nel comparto della robotica: «Tutta la general industry ha beneficiato dei sistemi robotizzati, specialmente quelli che impiegano robot antropomorfi. Le soluzioni robotizzate che integrano una visione artificiale si stanno imponendo sempre più perché rappresentano soluzioni grazie alle quali è possibile affidare alla macchina un numero sempre maggiore di compiti difficili e usuranti, sollevando l’operatore dalla ripetizione costante di movimenti e da altre attività dannose per l’organismo, garantendo al contempo la stessa qualità». Ma i vantaggi della robotizzazione toccano an-

che l’industria: «Il beneficio principale è rappresentato dalla costanza e dall’affidabilità produttiva, in tutti i settori: oltre che in quelli “tradizionali” infatti, l’automatizzazione consentita dalla robotica si sta diffondendo anche nel settore alimentare e in quello ortofrutticolo, consentendo di risolvere le problematiche legate alla stagionalità della produzione con efficacia e a minori costi». In conclusione, una breve analisi della situazione economica, che tocca non solo il settore della meccanica applicata ma l’economia italiana tutta: «Per fronteggiare questa crisi abbiamo diversificato le nostre competenze, interpretando al meglio i cambiamenti globali. Tuttavia, ritengo doveroso fare un accenno alle difficoltà che le aziende giovani incontrano per accedere al credito, nonostante possano vantare incrementi costanti di fatturato e di liquidità, sempre sufficiente a far fronte ai vari pagamenti. Le banche mancano laddove c’è la necessità di investire per favorire lo sviluppo dell’azienda». VENETO 2012 • DOSSIER • 165


TECNOLOGIE

Emissioni zero, il must dell’automotive Il mercato globale dell’automobile spinge nella ricerca di soluzioni costruttive che combinino performance, bassi consumi e rispetto dell’ambiente. Michele Zara spiega qual è il contributo delle aziende produttrici di isolanti termoacustici Manlio Teodoro

ia i produttori di automobili sia quelli di sistemi di scarico sono sempre più attenti all’impatto ambientale e alla riduzione delle emissioni in atmosfera. Al contempo l’automotive resta un settore selettivo e dalla forte concorrenza, l’innovazione nella direzione dell’ecosostenibilità deve quindi andare di pari passo all’innovazione in fatto di performance e di una maggiore efficienza, mantenendo lo stesso livello qualitativo, tuttavia con consumi e costi più bassi. «Questa tendenza coinvolge anche le aziende che lavorano nell’indotto della produzione automobilistica, nelle quali pertanto si investe continuamente nella ricerca e nello sviluppo di prodotti completamente riciclabili e a zero emissioni». Michele Zara, titolare Solais – società specializzata nella lavorazione di isolanti termoacustici per auto, moto, au-

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Cristina Zara, Luigi Zara, Michele Zara titolari Solais Srl di Refrontolo (TV) www.solais.it

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tocarri e per il mondo industriale –, spiega così il must attuale dell’industria automobilistica. «La ricerca nel nostro settore è vitale per restare sul mercato ed è indirizzata sia a realizzare prodotti innovativi con performance migliori rispetto ai precedenti, sia a sviluppare processi produttivi che ci permettano di essere più efficienti e quindi di ridurre i costi di produzione». Qual è il vostro core business? «Produciamo una vasta gamma di manufatti e materassini termoacustici in fibre minerali e biosolubili. I nostri prodotti vengono forniti ai produttori di sistemi di scarico e di ripari paracalore sia nel settore OEM (autoveicoli nuovi) che nell’after market (ricambio). I primi vengono inseriti nei silenziatori di auto, camion, moto, trattori, muletti allo scopo di migliorare le performance acustiche e le emissioni in atmosfera. I materassini invece sono utilizzati principalmente per l’abbattimento termico su tubazioni, catalizzatori e paracalore che vengono montati su motori e altre parti calde della vettura». Qual è il processo di progettazione e produzione? «La progettazione è svolta in collaborazione con le aziende partner che ci commissionano un dato tipo di prodotto. Veniamo coinvolti in questa fase secondo diverse modalità. Per alcuni partner studiamo e realizziamo prototipi direttamente nel nostro ufficio tecnico. In altri casi collaboriamo attivamente alla fase di


Michele Zara

ricerca e sviluppo del prodotto, affiancandoci al cliente e offrendo l’ampia esperienza maturata in questo campo nel corso degli anni. A ogni modo, tutti i prodotti che vengono montati su veicoli nuovi subiscono una lunga serie di test di omologazione prima di andare sul mercato». Quali sono i vostri mercati di riferimento? «Il nostro bacino di utenza è principalmente il mercato europeo, ma collaboriamo anche con importanti partner in Sud America, Stati Uniti, Cina e Russia. In generale, fra paesi europei ed extraeuropei, l’estero rappresenta comunque circa l’ottanta per cento del nostro fatturato complessivo. Operando nel settore

Il mercato automotive ci impone tempistiche ristrette, obbligandoci a essere sempre più veloci ed efficienti, continuando però a mantenere un alto standard qualitativo

dell’automotive da oltre un trentennio, ci siamo evoluti e adattati alle esigenze del mercato sia europeo che mondiale. Di conseguenza abbiamo sviluppato nuovi prodotti, nuovi processi produttivi e materiali innovativi. La gamma di prodotti si è ampliata e personalizzata in base alle necessità e alle applicazioni del cliente e i processi produttivi sono stati necessariamente modificati e affinati. Il mercato automotive nel quale operiamo ci impone tempistiche ristrette, obbligandoci a essere sempre più veloci ed efficienti, continuando però a mantenere un alto standard qualitativo». Quali sono le prospettive per i prossimi anni? «Le prospettive sono positive, soprattutto grazie all’acquisizione di una serie di commesse per progetti Euro 6 che inizieremo a fornire nel corso del 2013 e che andranno avanti per almeno cinque anni. Anche per il 2012 le previsioni sono buone e dovrebbe confermarsi l’andamento già positivo del 2011, con in più un rialzo del fatturato. Nei prossimi mesi, tra i nostri progetti, c’è l’apertura di un’unità produttiva in Brasile con l’obiettivo di fornire il mercato locale».

Sopra, fasi della progettazione e un disegno del prodotto con, all’esterno, il materiale isolante

VENETO 2012 • DOSSIER • 167


TECNOLOGIE

L’energia fra passato e futuro Investimenti in ricerca e sviluppo per promuovere la qualità produttiva e disponibilità a valorizzare le fonti di energia rinnovabile. I dettagli del mercato energetico nelle parole di Enrico Soga Lodovico Bevilacqua

a sempre caratterizzato da un’elevata specializzazione e da un accentuato slancio innovativo, il settore energetico sta attraversando, in tempi recenti, un’importante fase congiunturale, dove – complici anche nuove propensioni a livello normativo – vengono ridefinite regole e parametri, sovente orientando il mercato verso la valorizzazione di fonti di energie alternative. Ricettività e dinamismo per le nuove tendenze diventano dunque importanti condizioni di competitività, ma anche l'esperienza maturata in anni di attività gioca – come spesso accade – un ruolo importante. Due attitudini differenti, due virtù imprenditoriali, ben impersonate da Enrico Soga, amministratore delegato dell’omonima azienda. «La nostra esperienza quasi cinquantennale nel campo della progettazione, realizzazione e distribuzione di macchine elettriche rotanti ci ha permesso di attuare politiche aziendali funzionali e avvedute, istituendo – tramite acquisizioni mirate – una sagace strategia di diversificazione». Quali sono i vantaggi di questa scelta strategica e quali le modalità di attuazione? «In un ambito così specializzato come quello della produzione di macchine elettriche rotanti, la di-

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Enrico Soga, amministratore delegato della Soga Spa di Montecchio Maggiore (VI) www.sogaenergyteam.com

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versificazione produttiva consente un’efficace razionalizzazione delle fasi di progettazione e realizzazione del prodotto. Per la Soga si tratta di un processo di lungo corso, iniziato nel 1987 con l'acquisizione della Sincro e terminato – in un'ottica di promozione del branding – con la ridefinizione degli assetti produttivi e dell'identità del gruppo, ora denominato Soga Energy Team». Quali sono i marchi commercializzati dal Soga Energy Team e quali sono le loro identità? «Allo storico marchio Soga – conosciuto in Italia e all’estero dal 1966 per la produzione di motori elettrici asincroni – si affiancano i marchi Sincro, Agrowatt e Sogaenergies. Sincro identifica gli alternatori sincroni e le saldatrici rotanti, Agrowatt rappresenta il brand più conosciuto al mondo nell’ambito dei generatori con attacco a cardano, mentre Sogaenergies è il nome della nuova linea dedicata ai generatori a magneti permanenti, in IP54 ed eolici. Naturalmente per ognuno dei sopra citati marchi sono previsti specifici canali a livello progettuale e distributivo, oltre che prettamente produttivo. La gestione di un tale potenziale operativo ha inoltre richiesto un adeguamento strutturale alle esigenze produttive; per questo la realizzazione dei nostri prodotti avviene in sette differenti stabilimenti, dislocati fra Italia e Croazia». Come si declina l'attitudine innovativa del Soga Energy Team? «Il nostro dipartimento di ricerca e sviluppo ha sempre catalizzato la maggior parte delle energie e delle risorse; in un ambito dove gli spunti


Enrico Soga

e le intuizioni innovative definiscono la competitività delle aziende, gli investimenti nell'innovazione tecnologica vanno considerati una priorità assoluta. Ma parte della stima e della considerazione che abbiamo guadagnato negli anni va ascritta alla efficace politica collaborativa istituita con i clienti; la capacità di valutare le singole esigenze e le differenti necessità e di ovviarle tramite un percorso progettuale customizzato è una qualità molto apprezzata». Quali sono le vostre politiche aziendali in merito all'energia alternativa? «La sensibilità istituzionale in merito a questo tema ha prodotto un consistente corpo normativo, in particolar modo sono molto im-

In un ambito dove gli spunti e le intuizioni innovative definiscono la competitività, gli investimenti nell'innovazione tecnologica vanno considerati una priorità

portanti i parametri stabiliti dal Parlamento Europeo e contenuti nel pacchetto climaenergia, che impone – entro il 2020 – la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra, l'aumento del risparmio energetico e l'aumento del consumo di fonti di energia rinnovabili, tutti nella misura del venti per cento. In questo contesto i nostri sforzi innovativi – confortati da consistenti finanziamenti – sono orientati verso l'acquisizione di un efficace know-how nel campo del settore eolico. In particolare stiamo lavorando – tramite la nostra linea Sogaenergies – al perfezionamento di generatori a magneti permanenti, appositamente sviluppati per la produzione di energie rinnovabili da turbine mini e micro eoliche». VENETO 2012 • DOSSIER • 169


TECNOLOGIE

La tecnologia per l’industria guarda all’estero Le possibilità di sviluppo nei paesi emergenti per i rivenditori di macchinari dedicati alla produzione di calzature, pelletteria e automotive. Luigi Degara spiega come il successo economico sia legato a doppio filo all’espansione oltre i confini nazionali Luca Cavera

ssere presenti nel territorio veronese ha significato per noi la possibilità di partecipare appieno all’importante sviluppo del settore calzaturiero in quest’area. Questo stesso vantaggio, però, si sarebbe rivelato fatale se non avessimo saputo adeguare la nostra azienda alle necessità derivanti dalla delocalizzazione manifatturiera. Infatti, se qualche facilitazione c’è stata all’inizio, molteplici sono stati i fattori di penalizzazione nel corso degli anni, ai quali abbiamo sempre cercato di contrapporre soluzioni innovative». Questo il bilancio che Luigi Degara, presidente del Cda della Despa Spa, affiancato dall’amministratore delegato Stefano Gottardi – azienda del gruppo De Gara che commercializza macchinari per l’industria della calzatura, della pelletteria e della selleria auto –, traccia a più di quarant’anni dalla fondazione. «L’impegno e la dedizione nel lavoro ci hanno permesso di espanderci e diversificare la produzione, oltre che di raggiungere oggi un respiro internazionale». Quale attività rappresenta il core business della vostra azienda? «Ci proponiamo come partner di riferimento per la scelta di macchinari e la fornitura di sistemi completi chiavi in mano destinati alla lavorazione delle pelli nei settori calzaturiero e automotive. Commercializziamo macchine nuove, e macchine usate che rimettiamo a nuovo. A questo si aggiunge tutto il supporto tecnico ne-

«E

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cessario nelle fasi di pre e post vendita. Il nostro lavoro è caratterizzato dall’applicazione di strategie mirate a garantire la continuità di questi servizi ad alto valore aggiunto e la qualità, fornendo prodotti originali e certificati proponendo soluzioni tecnologicamente avanzate». Sono numerose le realtà che fanno capo al gruppo De Gara, presenti anche all’estero. Com’è organizzata la vostra rete transnazionale? «Siamo presenti in particolare in Romania, Nord Africa, Etiopia, Macedonia, Est Europa e Sudamerica. Siamo organizzati in due macrosettori di riferimento: Despa Spa macchine e Pidigi Spa prodotti. Siamo strutturati in modo compatto anche dal punto di vista informatico. Questo ci permette di raccogliere informazioni importanti da diverse aree geografiche di produzione, confrontarle ed essere immediatamente reattivi, sia in termini di linea di prodotto, sia in termini di rapporto qualità/prezzo. La capacità di dialogo all’interno dell’organizzazione internazionale, sostenuta da strumenti adeguati, è certamente una delle componenti del nostro successo». Quali sono le più recenti tecnologie applicate nel settore? «Le ultime innovazioni tecnologiche riguardano soprattutto l’impiego di automatismi. Queste soluzioni hanno anche un’importante compo-

Luigi Degara, presidente del Cda della Despa Spa di Verona. Nella pagina accanto l’amministratore delegato Stefano Gottardi www.despa.com


Luigi Degara

Il 2011 ha premiato le importanti e delicate attività di ristrutturazione che abbiamo intrapreso negli ultimi tempi

nente ecofriendly, dato che consentono di ridurre il consumo di materia prima e che non si avvalgono di sistemi il cui ciclo produttivo comporta l’utilizzo di materie tossiche o la produzione di rifiuti dannosi. Altra importante innovazione riguarda l’impiego di adesivi a base d’acqua, che hanno eliminato finalmente l’impiego di solventi idrocarburici. Il tutto a vantaggio dell’ambiente, della salute del personale addetto alla produzione e non da ultimo quella dell’utilizzatore finale del prodotto». Qual è il bilancio del vostro 2011? «L’anno passato ha premiato le importanti e delicate attività di ristrutturazione che abbiamo intrapreso negli ultimi tempi. A importanti azioni di razionalizzazione, abbiamo fatto corrispondere efficientamento e potenziamento com-

63% ESTERO

merciale investendo nel mantenimento dei servizi che ci contraddistinguono. Siamo riusciti a incrementare il margine di contribuzione e a migliorare i flussi finanziari, anche rinunciando a quote di fatturato ritenuto eccessivamente a rischio in termini di incassi. La costante attenzione che poniamo in tutti i mercati e il continuo monitoraggio economico degli stessi, ci hanno portato a concentrare le azioni di sviluppo in quei paesi emergenti che si sono rivelati maggiormente produttivi rispetto a quelli ormai maturi. Nonostante la soddisfazione per i risultati ottenuti, la politica aziendale rimane prudente. Analizzando i dati di fatturato rileviamo, inoltre, che, per quanto ci riguarda, il mercato interno, mediamente, continua a rappresentare un 37 per cento a fronte di un mercato estero a quota 63 per cento». Quali sono i principali investimenti in programma per il 2012? «Sicuramente, nel corso del 2012, proseguiremo le attività di sviluppo e potenziamento di nuove sedi, situate appunto in mercati emergenti. Continueremo a impegnarci anche dal punto di vista etico-commerciale per favorire la collaborazione e la sinergia tra fornitori e clienti e tra clienti e clienti, al fine di proteggere il nostro mercato. Ci auguriamo anche che un sistema bancario maggiormente sensibile agli stessi parametri possa tornare a premiare quelle attività che producono un reale beneficio economico per l’intero sistema».

Quota del fatturato della Despa Spa generato attraverso l’attività nei mercati internazionali

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TECNOLOGIE

Innovazioni tailor made per la lavorazione del legno Un modello di produzione di macchine che punta alla personalizzazione delle esigenze di fabbrica. Giovanni Sella spiega il ruolo della ricerca e della diversificazione, che hanno permesso a Essetre di essere in controtendenza rispetto al resto del comparto manifatturiero veneto Valerio Germanico

a dinamica degli indicatori economici che emerge dall’indagine congiunturale di Confindustria Veneto su un campione di quasi 1200 aziende manifatturiere, a consuntivo del quarto trimestre 2011, registra un rallentamento di tutti i settori economici. Quasi il 40 per cento delle imprese venete denuncia così una flessione dell’attività produttiva, mitigata soltanto da una pallida crescita dell’export. L’analisi evidenzia debolezza in tutti i principali indicatori economici: produzione –2,1 per cento, vendite in Italia –2,1 per cento, vendite Ue +1,4 per cento, vendite extra Ue +2,1 per cento, occupazione –0,2 per cento, prezzo materie prime +4,2 per cento. A soffrire in maniera più spiccata è il comparto del legno e dell’arredo, con un –4,3 per cento. Da questo scenario emergono però alcune realtà che nell’ultimo biennio sono riuscite a mantenere il mercato, come Essetre, società produttrice di macchine per la lavorazione del legno.

L Giovanni Sella, presidente della Essetre Spa di Thiene (VI) www.essetre.com

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Come spiega il presidente Giovanni Sella: «Pur non potendo certamente negare i dati di mercato – specialmente per quanto riguarda il settore del mobile –, tuttavia la capacità di Essetre è sempre stata quella di differenziare sia la produzione che i mercati di riferimento. E in questo modo siamo riusciti ad arginare notevolmente gli effetti della crisi, mantenendo costante nel tempo il nostro trend di crescita». Qual è il vostro core business e a quali mercati di riferimento è maggiormente destinato il vostro prodotto? «La nostra società è nata per produrre macchine per la lavorazione del legno, con particolare attenzione alla lavorazione dei top e delle cucine. Quindi il nostro target di riferimento va dal piccolo artigiano al grande gruppo industriale. Accanto alle macchine per la produzione di cucine – che restano la produzione per noi più importante –, abbiamo via via affiancato anche strumenti destinati ad altri settori produttivi, come quello dei serramenti, delle scale, dei mobili in genere, delle sedie, degli elementi curvati, dei divani, dei pannelli, della carpenteria, dell’edilizia in legno e della rifilatura di Pvc. Per quanto riguarda i mercati di riferimento, se fino a qualche decennio fa era esclusivamente quello italiano, adesso ci siamo spostati sul-


Giovanni Sella

l’estero. Attualmente le nostre esportazioni si concentrano maggiormente sul mercato europeo ed est europeo, ma stiamo iniziando a riscuotere interesse anche nel mercato asiatico e americano». Quali sono state le principali tappe all’interno del settore dedicato alle macchine per la lavorazione del legno? «Il progresso, nel settore dei cucinieri, è stato dettato da una costante necessità di incrementare i volumi produttivi, riducendo parimenti le tempistiche di lavorazione. In questo senso, nel corso del tempo, abbiamo via via progettato macchine sempre più flessibili e con un’implementazione sempre mag-

Ogni macchina è curata nei particolari e adattata alle necessità del committente, diventando così un pezzo unico altamente personalizzato

giore di componenti informatizzate. Queste per portare le macchine a essere in grado di compiere molteplici operazioni contemporaneamente e riducendo sensibilmente la necessità di gestire il processo produttivo da parte dell’operatore macchina. Inoltre, per quanto riguarda il settore del mobile in generale, abbiamo focalizzato l’attenzione sulla produzione di un centro di lavoro ad alta flessibilità, dedicato alla produzione in tempo reale di piani per cucine, mensole, antine e corpi di mobili. Per quanto riguarda la carpenteria, al momento ci stiamo concentrando maggiormente nello sviluppo di macchine dotate di concetti tecnici sempre più innovativi». Quali sono le macchine più innovative per la carpenteria? ❯❯ VENETO 2012 • DOSSIER • 175


TECNOLOGIE

❯❯ «L’ultima serie di macchine Techno risponde alle richieste crescenti del settore sia in Italia che all’estero. Sono macchine dedicate a tutte le lavorazioni previste sulle travi: Techno Wall per la lavorazione di pareti, Techno BH specifica per case block house, Techno Fast – l’ultima nata della serie Techno – dedicata alla lavorazione delle travi che, grazie alle sue dimensioni estremamente contenute e agli alti contenuti tecnologici, si propone come macchina all’avanguardia per il settore della carpenteria». Attraverso quali strategie di ricerca sviluppate le nuove linee? «Il contributo maggiore alla nostra innovazione viene soprattutto dalle esigenze dei partner. Sono questi infatti che stimolano il nostro ufficio progettazione a implementare soluzioni sempre più flessibili. La linfa vitale

dell’azienda è sempre stata quella di assecondare queste esigenze, cercando di offrire soluzioni superiori alle aspettative stesse. E certamente i valori aggiunti dei nostri prodotti sono l’innovazione e la cura per il dettaglio. Ogni macchina viene curata nei minimi particolari, ma soprattutto viene adattata alle necessità dell’acquirente, diventando così un “pezzo unico” altamente personalizzato. A titolo di esempio possiamo riportare il progetto Fusion, una macchina destinata al settore del mobile che perPer il settore del mobile in generale abbiamo mette di sezionare e bordare focalizzato l’attenzione sulla produzione contemporaneamente le di un centro di lavoro ad alta flessibilità barre, riducendo notevolmente i tempi di produzione e offrendo maggior flessibilità. Oppure Techno Progress, che permette di lavorare contemporaneamente travi e pareti, permettendo in tal modo ai costruttori di case in legno di avere un unico centro di lavoro polivalente, che assicura una produzione completa». Dato che la vostra produzione ha spiccata tendenza tailor made, quanto sono importanti le tutele dei brevetti per il vostro business? «Le tutele di brevetto per la nostra azienda sono di fon-

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Giovanni Sella

damentale importanza, dato che immettiamo sul mercato costantemente delle innovazioni che ci contraddistinguono e che rappresentano il vero punto di forza della Essetre. Il brevetto, poi, non è solo una tutela contro l’eventuale riproducibilità, bensì anche un deterrente contro eventuali prodotti e soluzioni simili – Oltre che rappresenta un indubbio valore aggiunto per il prodotto stesso. In questo momento, il nostro brevetto più importante è quello della Techno Turn, un innovativo centro di lavoro a controllo numerico per il quale abbiamo anche ottenuto due premi: il Lyon d’Or ricevuto nel 2011, durante la fiera Eurobois di Lione, e il diploma all’innovazione ricevuto nel 2011 alla fiera Techno Drev in Russia». Cosa pensa della scelta di molte aziende italiane di reagire alla concorrenza e alla crisi con la delocalizzazione produttiva? «Rispettiamo questo tipo di scelte imprenditoriali, tuttavia noi ne abbiamo fatta una diversa. La nostra società fa parte dell’Acimall (Associazione Italiana Costruttori Macchine Legno) e su tutte le nostre macchine viene puntualmente affissa la targhetta dell’associazione, che mette in evidenza la provenienza made in Italy del nostro prodotto. Riteniamo infatti che sia l’inventiva che lo standard qualitativo italiani non abbiano paragoni e che siano, nel tempo, diventati un’effettiva garanzia per proporsi all’estero a livello commerciale. A livello di produzione, quindi, per noi, l’Italia resta il campo di azione privilegiato e crediamo che se questa preferenza fosse maggiormente diffusa sarebbe possibile reagire meglio alle crisi facendo squadra». Con quali progetti o incentivi l’Unione Europea, lo Stato e le Regioni potrebbero contrastare il fenomeno della delocalizzazione e mantenere alta la bandiera del made in Italy? «Poiché la delocalizzazione porta i suoi benefici solo nel breve termine. Invece a lungo

Un nuovo sistema di fresatura della trave Le crescenti esigenze di compattezza, velocità e flessibilità provenienti dal settore della lavorazione delle travi in legno, hanno spinto l’ufficio progettazione di Essetre a sviluppare un nuovo concetto di macchina: Techno Turn, un innovativo centro di lavoro a controllo numerico Eu patent pending a sei assi interpolanti in continuo con portale fisso. Questa permette di lavorare le travi su tutte le sei facce senza doverle ruotare. Inoltre ha dimensioni estremamente contenute, che permettono di lavorare travi con sezione massima di 240 per 400 millimetri e lunghezza illimitata. Su un robusto e stabile portale in carpenteria elettrosaldata è stata applicata una ghiera di precisione con movimentazione a 360 gradi, gestita automaticamente dal Cn e sulla quale trova posto l’innovativa testa a fresare Turn.

termine si rischia che questi benefici vengano assorbiti dalla globalizzazione, causando oltretutto nel proprio territorio di origine dei seri danni sia a livello imprenditoriale, che a livello sociale. Questi effetti, che sono devastanti sia per l’economia che per la società, oltre che per il nostro tessuto imprenditoriale e per le sorti dell’intero paese, dovrebbero essere contrastati attraverso una politica volta a diminuire i costi per le imprese. E soprattutto una politica mirata a garantire una più facile accessibilità al credito e una maggior flessibilità del lavoro. Viceversa, per le imprese che decidono di delocalizzare dovrebbero essere garantiti minori benefici sia in termini fiscali che finanziari». VENETO 2012 • DOSSIER • 177


TECNOLOGIE

Fra comunicazione visiva e cartotecnica P

Il settore della lavorazione della carta è stato diviso fra la crisi del mercato industriale e la crescita di prodotti per scuola e ufficio. Le risposte di Mauro Favretto alla crisi sono l’investimento in tecnologia e risorse umane Manlio Teodoro

La Plastigrafica Srl ha sede a Silea (TV) www.plastigrafica.it

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er il settore cartotecnico gli ultimi anni non sono stati particolarmente brillanti. Tuttavia sono emerse dinamiche differenti, con aziende che hanno presentato performance soddisfacenti e altre che sono state penalizzate dall’incidenza del mercato di riferimento. La riduzione della produzione ha presentato tendenze in contrasto fra loro, se la domanda del mercato di consumo è cresciuta, c’è stato un calo della richiesta di prodotti cartotecnici da parte delle attività industriali. Queste, in linea con il trend nazionale, hanno rappresentato un freno per il settore. All’interno del mercato di consumo, invece, i prodotti per ufficio e scuola hanno registrato un trend di crescita. Ulteriore fattore di discrimine è stato il modo delle aziende cartotecniche di affrontare la crisi, come spiega Mauro Favretto, amministratore di Plastigrafica: «Gli ultimi anni sono stati estremamente difficili per noi e per tutte le aziende del settore. Tuttavia la nostra flessibilità e la capacità di gestire commesse con tempi di consegna brevissimi ci hanno permesso di incrementare il numero dei partner e il fatturato – benché questo negli ultimi anni abbia dovuto assorbire l’aumento dei costi delle materie prime». Inoltre, la crescita della società è stata supportata da un costante sviluppo tecnologico delle attrezzature e da una costante riqualificazione delle risorse umane. «Abbiamo sempre pensato che credendo nelle proprie capacità e non avendo paura di investire, le possibilità di crescita esistano anche in tempi di crisi. Per questo abbiamo continuato a rinnovare il nostro parco macchine anche in questi anni. Fra i nostri più recenti investimenti, quello più importante è stato l’acquisto di due plotter da taglio e incollaggio, che ci permettono di realizzare lavorazioni particolari e complesse – tuttavia la componente manuale e tradizionale è ancora fondamentale per l’esecuzione di alcuni tipi di prodotto che continuano a essere fortemente richiesti dal mercato. Negli ultimi


Mauro Favretto

anni ci siamo specializzati nella produzione di espositori estremamente complessi, per questo tipo di prodotto la presenza dei nuovi plotter è stata fondamentale e ha implementato la capacità produttiva e creativa del nostro ufficio tecnico». Il mercato di riferimento di Plastigrafica comprende i maggiori stampatori del Nord Italia per i quali esegue lavorazioni in conto terzi destinate al mondo dell’occhialeria. «Un altro settore importantissimo per noi, per il quale siamo però fornitori diretti, è quello della scuola. Collaboriamo con le maggiori realtà a livello nazionale nella produzione di copertine ad anelli e cartelline a tre lembi. Inoltre, realizziamo un’ampia gamma di prodotti, tra cui raccoglitori e porta-progetti sempre per scuola e ufficio, cartonati per la legatoria, cofanetti e box da ufficio personalizzati, crowner, cartelli bombati da vetrina. Eseguiamo inoltre accoppiature, fustellazioni, plastificazioni, stampe a caldo su cartonato, verniciature Uv a spot, se-

Un settore importantissimo per noi, per il quale siamo fornitori diretti, è quello degli articoli per la scuola

rigrafiche e normali su qualsiasi materiale. Infine, confezioni a spirale e rubricatura di libri, cataloghi e calendari. La qualità della produzione è garantita a partire dalla scelta delle materie prime e da una struttura produttiva particolarmente attenta al rispetto degli alti standard qualitativi che la nostra azienda si è imposta». La capacità di trovare soluzioni che migliorino l’efficienza produttiva è supportata dalla certificazione Uni En Iso 9001:2008 e dalla certificazione Fsc (Forest Stewardship Council), conseguite entrambe nell’anno 2011. «Per potenziare le nostre competenze abbiamo rilevato la cartotecnica Bieffe, dalla quale è stato inserito nell’organigramma Valter Baldo (socio e attuale responsabile produzione), e acquisito partecipazione nell’azienda serigrafica Silcat. Questo ha incrementato il nostro know how per la lavorazione della carta e l’attenzione al mondo della comunicazione visiva per la realizzazione dei progetti più particolari e creativi. Le prospettive del mercato per il 2012 ci spingono a porci l’obiettivo ambizioso di crescere ancora rispetto all’anno precedente. Siamo convinti che questo periodo di difficoltà possa essere superato soltanto investendo nel miglioramento della struttura commerciale e dell’ufficio tecnico, cioè vuol dire puntare prima di tutto sulla propria azienda, sia dal punto di vista tecnologico che delle risorse umane». VENETO 2012 • DOSSIER • 179


TECNOLOGIE

Innovazione e design per la cura del corpo Gli inventori della cyclette provano adesso a rivoluzione il mercato dei tapis roulant, con un tappeto che replichi l’impatto con la terra. Francesco Moretto riporta i risultati raggiunti e profila le sfide future per il settore dell’home fitness Manlio Teodoro

a passione per lo sport, la cura del corpo e del benessere fisico. Sono questi i valori che hanno ispirato e guidato il life style della Carnielli Fitness, azienda di Vittorio Veneto che detiene ancora oggi il brevetto di uno degli strumenti più comunemente associati all’attività sportiva indoor: la cyclette. «L’invenzione di questo prodotto, tuttora marchio registrato di nostra proprietà – spiega Francesco Moretto, presidente di Carnielli Fitness – ha rappresentato un momento strategicamente decisivo. E ci ha permesso di introdurre un modo totalmente rivoluzionario di concepire lo sport, anticipando future mode e tendenze, come quella dell’home fitness». Forza, ambizione ed entusiasmo hanno reso possibile l’affermazione dell’azienda nel mercato mondiale, che si conferma nel 2012, dopo oltre un secolo di vita, una realtà dinamica e versatile, che trova il suo punto di forza nella capacità di coniugare tradizione artigianale e sistemi produttivi di ultima generazione, producendo una gamma completa di prodotti per l’attività fisica indoor e outdoor. Dopo aver rivoluzionato in maniera così incisiva non solo il mondo dello sport, ma anche l’immaginario collettivo, quali sono attualmente i progetti sui quali state lavorando?

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«Stiamo studiando un brevetto per un nuovo tipo di tapis roulant. L’obiettivo è quello di riuscire a replicare in maniera il più fedele possibile la camminata sulla terra e sulla sabbia. Questo per dare una sensazione di corsa il più natura possibile, dato che gli attuali tapis roulant determinano sempre un impatto non ottimale. Stiamo lavorando per ottimizzare una soluzione basata su un materiale sintetico, il viscoelastomero slow memory. Si tratta di un polimero già utilizzato in altri ambiti industriali». In che modo si sta svolgendo l’attività di ricerca e sviluppo su questo nuovo tipo di prodotto? «Stiamo lavorando insieme a un team di ingegneri dell’Unir di Treviso, struttura di Unindustria. Questi ci hanno anche permesso di entrare in collegamento con i ricercatori dell’università di Padova. Naturalmente è coinvolto anche il team di sviluppo interno. Al di là degli aspetti tecnici, poi, e trasversalmente a questo e ad altri prodotti, abbiamo avviato delle collaborazioni con degli studi di design per la creazione di linee moderne e che si combinino sia con le soluzioni di arredo dell’abitazione contemporanea sia ai suoi spazi sempre più ottimizzati». Qual è l’idea di business che sta dietro al

Francesco Moretto, presidente della Carnielli Fitness Spa di Vittorio Veneto (TV) www.carnielli.com


Francesco Moretto

Continuiamo a detenere il brevetto mondiale della cyclette più compatta, la Compact. Questo modello, che esiste da anni, è stato ringiovanito con un sistema elettromagnetico

lavoro su questo nuovo tapis roulant? «L’idea è portare qualcosa di nuovo all’interno di un mercato ormai maturo e nel quale soprattutto l’offerta è ormai caratterizzata da una diffusa mediocrità. Fra prodotti che si somigliano tutti, il nostro tapis roulant con una camminata che replichi quella al suolo potrebbe sarebbe una vera e propria innovazione. Con questo prodotto, una volta completatone lo sviluppo, punteremo inizialmente a rimettere in movimento il mercato europeo». Parlando del vostro prodotto più importante, la cyclette, qual è oggi l’offerta? «Da quando ne abbiamo depositato il brevetto come brevetto, nel 1953, sulla cyclette abbiamo operato per introdurre nuove tecnologie. Una delle ultime innovazioni è stata l’applicazione di freni magnetici in sostituzione di quelli meccanici. Abbiamo inoltre imple-

mentato una cyclette con un generatore di corrente che autoalimenta il funzionamento della componente elettronica della macchina – si tratta del Gps (General Power System). Inoltre continuiamo a detenere il brevetto mondiale della cyclette più compatta, la Compact. Questo modello, che esiste da anni, è stato ringiovanito con un sistema elettromagnetico». A oltre cento anni dalla vostra fondazione, quali sono i risultati più importanti? «La nostra società è stata fondata nel 1908 e nel 2008, in occasione del centenario, non abbiamo che potuto celebrare un secolo caratterizzato da innumerevoli successi, raggiunti grazie alla continua innovazione e allo studio sul design. Questi hanno portato il nostro marchio ad affermarsi nel mercato nazionale e internazionale, con prodotti sempre all’avanguardia e capaci di soddisfare le necessità di allenamento dello sportivo più attento ed esigente. Così, oggi, Carnielli Fitness è una realtà proiettata verso il futuro, non solo in termini di prodotto, ma anche con importanti progetti di marketing e comunicazione per la fidelizzazione del marchio». VENETO 2012 • DOSSIER • 183


TECNOLOGIE

Tecnologie per il settore alimentare Diversificare per crescere. Marcello Galvanin spiega che, dopo aver adattato l’attività produttiva alle esigenze dell’industria alimentare, si prepara ora a conquistare i mercati internazionali Guido Puopolo

industria tessile italiana, stretta tra la morsa della crisi e la concorrenza “low cost” proveniente dai Paesi in via di sviluppo, sta attraversando una fase di profondi cambiamenti, con numerose imprese costrette a chiudere i battenti in quanto non più in grado di competere sul mercato. Ci sono però realtà imprenditoriali che, con lungimiranza, già da diverso tempo hanno implementato un’efficace politica di diversificazione produttiva, ritagliandosi nuovi e interessanti spazi in comparti in cui la qualità e l’innovazione tecnologica sono ancora elementi in grado di fare la differenza. È il caso della Galvanin, azienda di Marano Vicentino specializzata nella produzione di macchinari per l’industria tessile, che da una decina d’anni ha però messo il proprio know how e la propria esperienza al servizio del settore alimentare, come racconta il suo presidente, Marcello Galvanin: «Oggi le aziende tessili europee preferiscono importare direttamente il prodotto finito, soprattutto da Cina e India, e non hanno quindi bisogno di svolgere particolari lavorazioni. L’industria alimentare, invece, offre ancora buone opportunità di business, ed è proprio sulla base di queste considerazioni che, sfruttando le nostre conoscenze, abbiamo creato un’apposita Food Division, per la progettazione e costruzione di macchinari e impianti per il trattamento di prodotti alimentari».

L’

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Come si compone, attualmente, la vostra struttura aziendale? «Il 70 per cento del nostro fatturato deriva ancora dal tessile, grazie alla presenza ormai consolidata su nicchie di Marcello Galvanin, presidente della Galvanin Srl mercati esteri, principal- di Marano Vicentino (VI) www.galvaninfooddivision.it mente Sudamerica, Me- fooddivision@galvaninsrl.it dio Oriente, Russia e Asia. Tuttavia la nostra attività in campo alimentare è in continua crescita, frutto di un incessante lavoro di innovazione e sviluppo tecnologico, che ci permette di offrire al mercato strumenti davvero all’avanguardia, completamente automatizzati e rispondenti alle più stringenti normative internazionali». La ricerca e l’innovazione, quindi, rappresentano un aspetto fondamentale. «Siamo un laboratorio di ricerca riconosciuto dal Miur, e collaboriamo costantemente con enti e prestigiosi istituti, tra cui ad esempio l’Università di Bologna, con la quale stiamo portando avanti un progetto di rilevanza internazionale. Operiamo al fianco di grandi gruppi e multinazionali, e per riuscire a soddisfare in maniera adeguata le loro esigenze è indispensabile mantenere, nel tempo, elevati standard produttivi e qualitativi, che solo la ricerca e l’aggiornamento tecnologico possono garantire».


Marcello Galvanin

La filatrice GTM permette di produrre mozzarella risparmiando diversi passaggi, con conseguenti vantaggi in termini di costi e un aumento della qualità del prodotto finale

Quali sono al momento i vostri principali committenti? «Recentemente abbiamo stretto una partnership molto importante con una consociata del gruppo Asia Nestlè, mentre in Italia, solo per citare alcuni nomi, forniamo le nostre macchine alla Saclà e alla Plasmon, parte del gruppo Heinz». Tra i macchinari da voi realizzati, quali hanno ottenuto le risposte migliori dal mercato? «Disponiamo di un’ampia gamma di articoli, tra cui cutter automatici ribaltabili per fare creme, salse, impasti di carne, impasti per dolci, patè, grattugiati e ripieni per pasta fresca; impianti di stoccaggio e dosaggio di componenti in polvere e microingredienti; miscelatori a serpentino rotante per scongelare, miscelare e riscaldare secondo ricetta; autoclavi per la pastorizzazione e sterilizzazione ed evaporatori sottovuoto, ideali per la produzione di marmellate e confetture. Senza dubbio, però, il nostro prodotto di maggior successo è la nuovissima filatrice automatica per mozzarella per pizza e formaggi filati GTM

500, da noi brevettata e destinata al settore lattiero-caseario». Di cosa si tratta nello specifico? «Questa è una macchina assolutamente rivoluzionaria, con una capacità produttiva che varia dai 1000 ai 2000 kg/ora, a seconda del prodotto da trattare. Costruita interamente in acciaio inox AISI 316L, permette infatti di produrre mozzarella in un’unica lavorazione partendo dai vari ingredienti liquidi, in polvere o surgelati, risparmiando diversi passaggi, con conseguenti vantaggi in termini di costi di lavorazione e un aumento della qualità del prodotto lavorato». Quali, infine, le strategie per il futuro della Galvanin? «Abbiamo commesse già avviate che ci impegneranno per i prossimi otto mesi, e per questo guardiamo al futuro con grande fiducia. Senza tralasciare il tessile, vogliamo ampliare ulteriormente il nostro raggio d’azione in campo alimentare, e per questo puntiamo a imporci anche su mercati non ancora battuti, come quello brasiliano e russo».

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IL MERCATO DELL’AUTO

l 2011 è stato un anno denso di eventi, risultati ed emozioni». Adriana Vicentini, titolare e volto della storica concessionaria “Centro PorscheVerona”, descrive così l’ultimo anno di attività, da ricordare oltre che per il record di vendite, sia nel nuovo che nell’usato, anche per l’inaugurazione della nuova sede, all’interno della quale sono ospitati tutti i marchi rappresentati oltre alla casa automobilistica di Stoccarda. «La nostra nuova “casa” rispetta tutti i nuovi standard di marca e un’immagine assolutamente in linea con quella dei modelli che vendiamo». Un tempo identificare il target di acquirenti Porsche era semplice. Oggi è ancora così? «Non c’è un target preciso, la passione per il marchio è davvero traversale. Una passione che, inoltre, non è necessariamente legata a una grande disponibilità di spesa e che si allontana dall’idea di possedere una Porsche per puro status symbol. In Italia circolano quasi 70 mila auto con questo marchio, comprese le vetture storiche, che ancora oggi garantiscono uno standard di alto livello a un prezzo accettabile». Gli appassionati da quali innovazioni si fanno convincere? «La clientela è alla ricerca di una vettura dall’alta qualità costruttiva e tecnologica, garanzia di alte prestazioni ma al tempo stesso con costi di esercizio proporzionati, un basso consumo e un’utilizzabilità quotidiana. Per questo la scelta cade su optional tecnologicamente avanzati come il cambio a doppia frizione PDK o il cambio automatico TipTronic». Quale direzione stanno prendendo la valorizzazione e la diffusione dell’immagine “Porsche” in Italia? «Le strategie seguono un piano condiviso che si chiama Sales Round ogni volta con un tema capace di emozionare i nostri clienti. A Verona abbiamo di recente organizzato presso la nostra sede l’evento di presentazione della nuova 911 Cabriolet che era stato preceduto dall’evento organizzato per la nuova Panamera GTS. Tanti al-

«I

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Molto più di uno status symbol Ha da poco ospitato la presentazione dell’ultima Porsche 911 Cabriolet. La concessionaria Vicentini, grazie alla sua innovativa sede veronese, è un tramite d’eccellenza per tutti gli amanti del marchio tedesco. A parlarne è Adriana Vicentini Andrea Moscariello

tri, molto spesso, sono organizzati in collaborazione con amici essi stessi possessori di un modello Porsche». Da quali modelli vi aspettate le migliori performance commerciali? «Naturalmente la nuova 911, che i giornalisti del settore automotive hanno più volte sottolineato essere la più bella 911 di sempre, è in fase di lancio e ci regalerà buone soddisfazioni. La Cayenne e la Panamera nelle versioni diesel, tra l’altro esenti dal super bollo, stanno rispondendo

Adriana Vicentini alla presentazione della nuova Porsche 911 Cabriolet presso la sede della Concessionaria Vicentini a Verona www.vicentinivr.it


Adriana Vicentini

sempre più alle esigenze di chi cerca una vettura che regali emozioni e guidabilità quotidiana anche sulle lunghe distanze. Tra fine aprile e maggio arriverà anche la nuova Boxster, la roadster più famosa, e ciò ci permetterà ancora una volta di comunicare i valori cardine di Porsche: tradizione, innovazione, qualità ed eccellenza. Valori che comunichiamo anche al grande pubblico attraverso eventi culturali di vario tipo, che organizziamo sia nel territorio sia presso la nostra bella sede che molto si presta a questo utilizzo». Al di là della qualità delle vetture, oggi gli acquirenti sono attratti e fidelizzati grazie a tutta

La criminalizzazione generalizzata di chi possiede un’auto di lusso allontana quel tipo di clientela che può meglio alimentare le entrate dello Stato

una serie di servizi collaterali postvendita. «Il nostro portfolio servizi è, ovviamente, di alto livello: dalla consulenza sulla migliore formula di acquisto alla professionalità dei nostri tecnici; dalla carrozzeria dotata delle più moderne tecnologie all’agenzia interna per il disbrigo delle pratiche automobilistiche. Non solo. Con l’acquisto di una Porsche si ha la possibilità di condividere con altri amici la passione per il mondo dei motori, seguendo le gare della Carrera Cup Italia, iscrivendosi alle manifestazioni dei Porsche Club, partecipando alle competizioni del Porsche Sci Club o del Golf Club, o migliorando le capacità di guida partecipando ai corsi della Porsche Sport Driving School». Le ultime novità fiscali incidono sul fronte dell’usato. Lei cosa sta osservando? «Le recenti decisioni del Governo, a cominciare dall’introduzione del super bollo anche per le vetture con un certo numero di anni sulle spalle, stanno mettendo in seria crisi questo settore. Il valore dell’usato ha subito un altro duro colpo dopo quello già ricevuto in occasione della crisi del 2008. Fattori che hanno generato una fuga di acquirenti destinata a rendere poco credibile la previsione di incasso del cosiddetto superbollo. Infatti, al contrario, il calo delle vendite determinerà un minor gettito per l’erario valutato in oltre 105 milioni di euro. Soprattutto, sta aumentando il numero di coloro che cercano di liberarsi delle auto a elevate prestazioni. Gli accertamenti sono giusti, ma la criminalizzazione generalizzata di chi possiede un’auto di lusso sta allontanando proprio quel tipo di clientela che, avendo disponibilità economica, può meglio alimentare le entrate dello Stato. In ogni caso a Verona la situazione è ancora accettabile: evidentemente i nostri affezionati clienti hanno sempre onorato i loro impegni e il loro dovere con il fisco, a dispetto di quanto una stupida quanto inopportuna campagna denigratoria vuole far credere». VENETO 2012 • DOSSIER • 191


CHIMICA E MATERIALI

La ricerca sui materiali per il comfort abitativo Benessere ed ecosostenibilità. Performance ed efficienza energetica. Qualità prima che quantità. Queste le parole chiave dell’edilizia contemporanea. Quali risposte sta dando a queste domande l’industria chimica? Ne parliamo con Lionello Caregnato Valerio Germanico

e linee di sviluppo della ricerca nel mondo delle costruzioni in questo momento hanno come obiettivo la costruzione di edifici con un maggiore rendimento energetico delle strutture, con un maggiore benessere e piacere dell’abitare. E questo con una generale riduzione dei costi, che è possibile ottenere solo con prodotti “intelligenti”, che permettano di aumentare le prestazioni in tutte le fasi di costruzione diminuendo i tempi di posa. Secondo Lionello Caregnato, presidente di Nord Resine, industria chimica che ricerca e sviluppa prodotti e tecnologie per l’industria delle costruzioni: «Uno dei temi più importanti di cui si occupa la chimica in edilizia è come aumentare le prestazioni – estetiche, meccaniche, energetiche – delle superfici e delle strutture, riuscendo a produrre garantendone anche la migliore durata nel tempo. Per raggiungere questo obiettivo noi siamo partiti dal modo in cui si costruiva nei secoli precedenti – e in questo senso l’Italia rappresenta una delle aree del pianeta che ha i maggiori esemplari della storia delle costruzioni». Su quali prodotti si è concentrata la vostra innovazione? «La nostra specializzazione è nell’utilizzo dei polimeri liquidi come leganti per realizzare superfici fun-

L Lionello Caregnato, presidente della Nord Resine Spa di Susegana (TV) www.nordresine.com

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zionali, per esempio gli elastomeri per l’impermeabilizzazione degli edifici, i rivestimenti per le pavimentazioni con specifiche performance in base alle necessità operative del committente. Questi polimeri ci permettono soprattutto di dare fascino e bellezza alle superfici funzionali. Questo è soprattutto il campo nel quale investiamo di più: cioè la ricerca estetica agganciata alle alte prestazioni delle superfici». Quanto investite ogni anno in ricerca e sviluppo? «Mediamente la società ha investito negli ultimi dieci anni fra il 3 e 4 per cento del fatturato, considerando che la particolare struttura aziendale e la redditività progettuale ci consente di costruire internamente la maggior parte delle strumentazioni e delle macchine di test. Ma siamo stati impegnati anche in una notevole attività interna di evoluzione, dedicata soprattutto a sviluppare una mentalità di gruppo orientata all’efficienza e alla velocità di trasmissione dell’informazione. Questa crescita culturale e aziendale ha portato con sé una dote di valore inestimabile che ci ha permesso di lanciare sul mercato tre nuove società che stanno iniziando a coprire nuovi settori di business generati dalla ricerca. Oggi il gruppo si sente pronto ad affrontare altre due sfide importanti: l’ingresso nelle commodity del settore e una notevole accelerazione dello sviluppo all’estero». Quali sono i rapporti che Nord Resine ha nei confronti del mercato internazionale? «Quando abbiamo iniziato a commerciare con l’Europa del Nord, ci siamo subito accorti che ci


Lionello Caregnato

mancava qualcosa di fondamentale per poter aver successo in un’espansione sui mercati esteri: la forma mentis. Si trattava infatti di entrare in un mercato nel quale la tecnologia che noi proponevamo era presente da molto tempo – mentre da noi era ancora una novità. Con umiltà e fatica abbiamo compreso i principi di lavoro che ci permettono oggi di avere successo in quei mercati. L’esperienza fatta ci ha invece reso più facile l’avvio di rapporti con nuovi paesi in altre parti del mondo e in questo momento possiamo dire che il gruppo è pronto per la sua espansione internazionale». Come vi state muovendo nell’ambito delle tecnologie che sfruttano la chimica applicata per avere costruzioni ecosostenibili? «Pensiamo che la transizione verso edifici che rispettino l’ambiente abbia come punto di passaggio lo studio e il confronto con gli operatori del mondo scientifico, per acquisire cognizioni basate su risposte reali ai problemi del mondo delle costruzioni. Ma ogni passo in avanti nella conoscenza e nella tecnologia di produzione va trasferito al mercato, che è formato da molteplici soggetti che, ognuno nel proprio ambito, fanno parte della catena dell’edificazione. Compreso il committente, che deve essere adeguatamente informato sulle caratteristiche dei prodotti per valutare e scegliere consapevolmente». Oggi il committente è sempre messo nelle

La transizione verso edifici che rispettino l’ambiente ha come punto di passaggio la ricerca sui materiali

7% R&S

condizioni di fare questa valutazione? «Molto spesso ciò che viene venduto è più nelle parole che nei fatti. Tuttavia la casa sostenibile è fatta di materiali e tecnologie realmente in grado di diminuire l’impatto ambientale ed economico, formulati con intelligenza per poter essere riciclati senza creare problemi e creati con il minor dispendio di energia possibile, composti in maniera realmente capace di non creare problemi di emissioni, ma soprattutto tenendo conto dell’obiettivo principale dell’edilizia: quello di creare un ambiente in grado di aumentare il benessere degli abitanti dell’immobile». Il settore edile è stato ed è tuttora duramente colpito dalla crisi economica. Quali ripercussioni ha avuto la crisi sulla vostra attività? «Il nostro gruppo ha sempre investito risorse sullo sviluppo di nuovi materiali orientati a un mercato di qualità. Quindi non possiamo che salutare con entusiasmo la fine di un’epoca in cui quello che contava era solo produrre, consegnare e fatturare con la massima velocità di consegna. Quando il mercato si è fermato, abbiamo avviato delle azioni di marketing con le nostre proposte innovative: un mercato che si ferma improvvisamente ha sete di novità. E noi abbiamo intercettato proprio questo bisogno. Durante il periodo più difficile (2009-10), il fatturato dell’azienda si è mantenuto pressoché costante, mentre, per effetto della migliorata capacità di gestione, sono migliorati i rapporti di impiego del capitale e dei pagamenti. Nel 2011 siamo cresciuti e abbiamo deciso di entrare in competizione con il mercato dei volumi».

Quota del fatturato di Nord Resine Spa destinata ai due laboratori di ricerca e sviluppo, nei quali è impiegato il 20% del personale della società

17 mln EURO

Incremento di fatturato 2011 di Nord Resine, più 22% rispetto al 2010

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IL SETTORE MODA

La moda junior è sempre più internazionale e il panorama europeo in questo momento offre meno opportunità, la moda italiana trova riscontri soddisfacenti oltreoceano. Anche per quanto riguarda le collezioni junior. Mercati come il Giappone, l’America, il Middle e Far East sembrano sempre più interessati all’abbigliamento made in Italy che, per fattura, qualità e dettagli non è secondo a nessuno. Lo conferma l’esperienza del marchio Diesel, e della sua collezione Kid. «Il 2011 è stato indubbiamente un anno difficile – afferma Germano Ferraro Ceo della Diesel Kid di Marostica -, la crisi si respira in tutta Europa e questo fa sì che anche aziende come la nostra, affermate sullo scenario nazionale e internazionale, soffrano nelle vendite. Siamo riusciti comunque a chiudere il bilancio

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La Diesel Kid ha sede a Marostica (VI) www.diesel.com

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Realtà già affermata in molti paesi stranieri, Diesel si apre a nuovi mercati con la sua collezione dedicata ai bambini. Germano Ferraro delinea le prospettive di internazionalizzazione dell’azienda Lucrezia Gennari

2011 con un fatturato in linea con quello dell’anno precedente, tuttavia bisogna far fronte a una percentuale delle vendite che, nei diversi paesi, varia molto velocemente. Tendenzialmente ho notato un calo sui mercati europei e un aumento invece dei volumi di vendita nel Medio ed Estremo Oriente, in America e soprattutto in Giappone». Quello italiano rimane comunque lo scenario più importante per la linea bambino del marchio Diesel, che ha saputo affermarsi bene, oltre che nei paesi sopramenzionati, anche in Francia, Benelux, Regno Unito, Emirati Arabi. E le prospettive di espansione non si fermano, l’azienda infatti guarda con fiducia a nuovi mercati, rappresentati in particolare dai paesi del Bric e dal Sud America. «Oltre a perseguire l’apertura di importanti accordi commerciali con i paesi Bric, ci interessiamo più in generale a tutti


Germano Ferraro

Per la prossima stagione abbiamo scelto soprattutto tessuti morbidi e dall’aspetto “grezzo”, caratteristica che si sposa bene con il look vintage tipico di Diesel

i mercati emergenti, ad alta potenzialità, in cui non siamo ancora presenti – sottolinea Germano Ferraro – e verso i quali stiamo intraprendendo piani di sviluppo e penetrazione». L’obiettivo principale dell’azienda, per questo 2012, resta comunque il consolidamento nei paesi europei e la ripresa, in questi mercati, di un sano portafoglio di clienti. Le caratteristiche di qualità made in Italy, modernità e cura per i dettagli, che Diesel da sempre ha fatto sue nelle collezioni uomo e donna, si ritrovano anche nelle collezioni bambino. La gradevolezza estetica si coniuga alle caratteristiche di comfort, praticità e leggerezza. «Il mix ideale per un capo Diesel Kid è dato dal comfort del tessuto unito a una modellatura pratica e funzionale che sappia dare al bambino la comodità e la libertà di movimento di cui necessita». Da sempre, una buona percentuale del fatturato aziendale è destinata alla ricerca e allo sviluppo sia di nuove tecnologie che di trattamenti dei tessuti, finalizzato alla creazione di nuovi modelli: «per ogni stagione – spiega Ferraro - la nostra azienda investe principalmente sulla ricerca e su innovativi tratta-

menti denim, nonché sulla realizzazione di prototipi, che simulino il più possibile la resa finale dei capi in denim. Anche in quest’ambito ci si focalizza ovviamente sul comfort in sinergia con un look moderno». Ma quali saranno le tendenze della nuova collezione Diesel Kid? «Per la prossima stagione – conclude Ferraro - abbiamo scelto soprattutto tessuti morbidi e dall’aspetto “grezzo”, caratteristica che si sposa bene con il look vintage tipico di Diesel. Per le bambine andranno molto i vestitini e per entrambi, maschi e femmine, naturalmente l’intramontabile denim». VENETO 2012 • DOSSIER • 201


IL SETTORE MODA

Accessori contemporanei l mercato insegna che, solitamente, la creazione di un brand è propedeutica alla sua commercializzazione all’interno di appositi punti vendita. Esistono però delle eccezioni a questa regola, come testimoniato dall’esperienza del presidente della Caleidos, Paolo Tamburini, che ha compiuto esattamente il per- Guido Puopolo corso inverso e che oggi, con il marchio Caleidos, rappresenta una realtà di successo nel mondo della pelletteria e degli accessori moda. «Dopo oltre 20 anni di esperienza, maturata nella vendita al dettaglio di articoli di pelletteria con una ca- prattutto al mondo femminile. La “donna Catena molto conosciuta e ben posizionata nei mi- leidos” ha uno stile giovane e pratico, ama i gliori centri commerciali del nord Italia, alcuni colori, ed è attenta al particolare e alla qualità dei anni fa abbiamo avuto l’idea di creare un private suoi acquisti, pronta a cogliere le nuove tenlabel riservato ai soli negozi con insegna Calei- denze ed essere sempre in linea con i mood della dos», spiega Tamburini. «La scelta si è rivelata moda internazionale. La qualità dei materiali, la vincente, visto che oggi il marchio Caleidos cura dei più piccoli dettagli e il gusto nel design viene distribuito praticamente su tutto il terri- dei prodotti, ci permettono di offrire borse e actorio nazionale, grazie anche all’ausilio di pre- cessori preziosi, resistenti e irresistibili». stigiosi showroom gestiti dalle più rinomate Le caratteristiche del prodotto made in Italy agenzie del settore». premiano ancora nell’attuale contesto econoQuali caratteristiche mico e in un mercato sempre più globalizzato? restano costanti e acco- «In generale a essere premiato è il gusto e il demunano i diversi negozi sign italiano, che coniughiamo in ogni nostra colCaleidos? lezione. I negozianti apprezzano la cura e la qua«Il format, l’immagine gene- lità costruttiva dei nostri articoli, ma soprattutto rale, le vetrine programmate, i dati di sell out, perché è inutile che un prodotto il calendario promozionale, sia ben fatto se poi resta sullo scaffale. L’Ufficio la preparazione del personale Stile, composto da giovani designer universitari alle direttive e allo stile azien- e diretto da mia sorella Debora, grazie alle predale, rispondono a precise li- ziose informazioni di “sell out” dei negozi dinee guida. Il tutto, natural- retti, è in grado di intercettare prima dei conmente, tenendo conto delle correnti le tendenze del momento, esigenze locali e delle proble- interpretando così nel miglior modo possibile le matiche legate anche alla esigenze della clientela». concorrenza». Quale bilancio può trarre dall’attività della A chi si rivolgono pre- Caleidos relativamente all’ultimo anno? valentemente i prodotti «Nonostante la difficile congiuntura economica, Caleidos? che ha interessato anche il mondo della moda, «Il nostro brand si rivolge so- siamo riusciti a incrementare i volumi di vendita

I

Il presidente della Caleidos Srl, Paolo Tamburini. L’azienda ha la sua sede a Jesolo (VE) www.caleidoshop.it

Un progetto ambizioso, che ha portato alla nascita di un brand giovane e dinamico, capace di interpretare le tendenze della moda contemporanea. La storia di Caleidos raccontata da Paolo Tamburini

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Paolo Tamburini

dei nostri prodotti, anche attraverso un efficace processo di ammodernamento e rinnovamento della struttura aziendale, come l’inserimento di giovani manager preparati, quali il nostro direttore ingegner Luca Disanti. É proprio nei momenti di crisi che le idee migliori hanno successo, e per questo la tenacia e la perseveranza con cui stiamo operando premia il progetto Caleidos». Avete in cantiere l’apertura di nuovi store, non soltanto sul nostro territorio ma anche all’estero? «Abbiamo attualmente 25 store gestiti direttamente e situati nel Nord Est, ma l’Italia è grande e vogliamo crescere ancora, cercando anche dei nuovi partner commerciali o ampliando la rete di negozi con nuove acquisizioni. Per quel che riguarda i mercati esteri, già da diverso tempo abbiamo avviato una seria politica di sviluppo. In Croazia per esempio, abbiamo individuato un

❝ ❞

I negozianti apprezzano la cura e la qualità dei nostri articoli, ma soprattutto i dati di sell out

partner che ha scelto il nostro modello di negozio, aprendo in pochi mesi ben cinque punti vendita nelle principali città, adottando l’insegna Caleidos. In Repubblica Ceca il nostro principale cliente ha realizzato sette corner, e anche in Slovenia non mancano le opportunità di business. Saremo inoltre presenti alla fiera Obuv di Mosca, dalla quale ci aspettiamo di ricevere indicazioni molto positive». Quali obiettivi e sfide attendono Caleidos nell’anno appena cominciato? «Il primo obiettivo è raddoppiare il fatturato annuo di prodotto commercializzato nel nostro Paese superando i 200 clienti in tutto il territorio nazionale. Ripagheremo la fiducia di negozianti e commercianti che crederanno nel nostro progetto, investendo nella promozione del brand, rafforzando la campagna stampa web e tradizionale, migliorando ulteriormente la distribuzione su scala nazionale. Come imprenditore non posso che ritenermi soddisfatto di quanto ottenuto finora, anche se bisogna sempre cercare di migliorarsi. Ho la fortuna di lavorare con un gruppo di persone splendide, e proprio per questo sono sicuro che riusciremo a raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissati». VENETO 2012 • DOSSIER • 203


IL SETTORE MODA

Il fashion cerca nuovi modelli di business ianni Zago, titolare di Studio Trend e imprenditore nel settore della distribuzione di abbigliamento, nonostante il buon sell out dei marchi che rappresenta, ha registrato dall’inizio del 2012 un calo di circa il 20 per cento nelle vendite al dettaglio, causato evidentemente dalla difficile congiuntura e dal calo generalizzato degli acquisti di beni non di prima necessità. «Negli ultimi due anni non avevamo sentito scossoni importanti nella richiesta di ordini. Con l’inizio del 2012, invece, abbiamo constatato una forte incertezza da parte degli operatori dei punti vendita. Inevitabilmente, se questa nuova situazione continuerà si assisterà a uno spostamento – in parte già avviato – verso un modello di business differente. In particolare, per quanto riguarda la distribuzione e il collegamento fra produttori e punti vendita, si assisterà a una maggiore concentrazione della fase intermedia in società che funzionano come un singolo interlocutore fra case di moda e negozianti. Anche i punti vendita potrebbero cambiare e orientarsi verso un’impostazione monobrand, a danno del multibrand che finora aveva dominato il mercato». Quali sono i motivi che spingono produttori e negozianti a cercare una singola figura di intermediazione? «In questa fase di contrazione dei consumi le aziende e i rivenditori

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Gianni Zago, titolare di Studio Trend Srl di Vascon di Carbonera (TV) www.studiotrend.net

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Un solo collegamento fra produttori e rivenditori. Il punto vendita multibrand sta perdendo terreno a favore del punto vendita monobrand. Gianni Zago spiega come sta cambiando il settore dell’abbigliamento fashion nel Triveneto e le possibilità di business che si aprono nei paesi extra Ue Manlio Teodoro

sono costretti ad abbassare i prezzi e quindi si riducono i margini. Dunque da entrambe le parti c’è l’esigenza di rivolgersi a società che gestiscano sia la parte commerciale, sia la parte logistica e distributiva vera e propria. Un solo interlocutore significa minori costi e quindi la razionalizzazione di un passaggio obbligato, oltre che rappresenta anche un sistema per concentrare maggiormente le risorse sul prodotto. Il nostro core business è proprio questo: fare da collegamento fra produzione e vendita al dettaglio, sia presentando i prodotti sia distribuendoli attraverso la nostra struttura logistica. Poiché siamo una delle poche realtà che attualmente gestisce questo tipo di operazioni, siamo riusciti a mantenere un buon livello di fatturato anche in questa fase di crisi economica». In concreto, qual è il vostro modo di fare da collegamento fra produttori e rivenditori? «Lavoriamo in una struttura di 2000 metri quadri composta per metà di uffici di rappresentanza e show room e per metà di spazi dedicati alla logistica. A differenza delle consuete agenzie del mercato dell’abbigliamento, ci occupiamo sia della fase commerciale sia di quella lo-


Gianni Zago

gistica: riceviamo il campionario, convochiamo i rivenditori ai quali presentiamo il prodotto e prendiamo gli ordini. Poi, una volta ricevuto il prodotto, ci occupiamo della sua distribuzione. Abbiamo anche ideato una formula particolare per gli show room. Anziché mostrare i capi in stand, organizziamo una sfilata sulla passerella che abbiamo allestito in azienda. In questo modo è possibile apprezzare maggiormente le caratteristiche del capo e la sua vestibilità». Vista la tendenza del mercato di orientarsi verso punti vendita monobrand, quali iniziative avete avviato? «Negli ultimi dodici mesi abbiamo dato corso a un accordo commerciale con il marchio Gaudì per l’apertura di quaranta punti vendita monobrand nel Triveneto. Attualmente sono

Le case di moda hanno bisogno di ridurre i costi, per questo cercano un solo interlocutore per la parte commerciale e per quella logistica

già stati aperti dieci punti vendita, soprattutto all’interno di centri commerciali e in punti cittadini di particolare visibilità. Questi hanno dato un ottimo riscontro di vendite e quindi rappresentano una possibile alternativa a un modello che sembra stia attraversando una crisi, quello del multibrand. Avviarci verso un modello differente è stata una scelta strategica: dato che finora ci siamo sempre rivolti a punti vendita multibrand, la differenziazione ci permetterà eventualmente di incrementare il nostro fatturato, che si è già attestato intorno ai 15 milioni di euro». Oltre che nel Triveneto, siete attivi anche all’estero. In quali mercati? «Abbiamo iniziato a fare export con i paesi europei: Belgio, Olanda, Francia, Germania, Austria, Svizzera, ex Jugoslavia. Siamo presenti in questi paesi da dieci anni, sono mercati importanti per noi, anche se in questo periodo risentono delle stesse difficoltà del mercato italiano – il calo di vendite è comune a tutta l’Europa. Per questo stiamo guardando al mercato mediorientale, all’interno del quale stiamo cercando di individuare dei soggetti che possano diventare nostri partner in mercati come i Paesi del Golfo, il Qatar e Dubai ecc. Anche in questi mercati infatti c’è la richiesta di nuovi brand, di qualità e a un prezzo accessibile. E inoltre in questi paesi apprezzano molto il made in Italy». VENETO 2012 • DOSSIER • 207


IL SETTORE MODA

Nuovi business per il mercato della moda l modello delle grandi catene di abbigliamento come Zara e H&M è quello al quale sta guardando anche l’industria italiana dello sportswear, del casual e del fashion di largo consumo. Il cardine principale sul quale poggia questa forma di business è quello dell’offerta di un prodotto con un eccezionale rapporto fra qualità e prezzo. Il “segreto” per riuscire a proporre prezzi tanto competitivi è nella struttura: design dei modelli in Italia, produzione in Cina e una rete di punti vendita di proprietà. Nel mezzo c’è la compressione al minimo del numero di passaggi – e quindi dei costi – e la crescita dei margini di utile. Come spiega però Silvano Mastella: «Non è solo questione di modello produttivo, bisogna anche saper dare Silvano Mastella, titolare un’offerta che tenga insieme qualità e della Edilsport di Altavilla Vicentina (VI) prezzo, uno stile e un marchio». Mawww.edilsport.com stella è titolare della Edilsport, azienda silvano.mastella@edilsport.com

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Abiti sportivi, casual e fashion: lo stile a prezzi accessibili è un modello di business possibile. Silvano Mastella spiega come l’industria italiana dell’abbigliamento abbia imparato dalle grandi catene che hanno unito trend e costi competitivi Luca Cavera

che produce in licenza per diversi marchi di abbigliamento e di calzature sportive e che ne cura anche la commercializzazione, sia sul territorio nazionale che a livello globale. Da quali spunti partono i vostri stilisti per la progettazione dei modelli dei vari marchi che producete? «Poiché disegniamo per più marchi, il punto di partenza è la comprensione e l’interpretazione della filosofia di ogni brand, soprattutto per fare in modo che le diverse filosofie non si sovrappongano. Puntiamo quindi a differenziare gli stili dei vari marchi, in modo tale da non creare dei doppioni. Per esempio, il marchio Carrera interpreta il mondo del casual, Tacchini impersona il mondo dello sport – soprattutto il tennis e il fashion a livello sportivo –, Kronos impersona una linea di beauty fashion, con Kappa siamo specializzati nella linea kids. Quest’ultima è una progettazione particolare, perché l’abbigliamento da bambino non è


Silvano Mastella

Ogni brand di abbigliamento, sportivo o fashion, deve capire qual è la tendenza sulla quale fare perno per caratterizzarsi ed essere riconosciuto

una semplice riduzione di misura di quello da adulto, al contrario va pensato e creato appositamente tenendo conto della diversa dinamicità di chi indosserà il capo». Quanta importanza ha il fattore moda nella vostra progettazione e in base ai vostri mercati di riferimento? «In linea di massima, per quanto riguarda lo studio del mercato e della moda, noi cerchiamo di viverla con il nostro staff cercando di assorbire le tendenze che nascono nelle città più importanti del mondo: Milano, Londra, New York, Tokyo, Hong Kong. Queste sono le città più importanti in cui si vive la moda, ma soprattutto dove il costume e la vita di strada – quella della gente comune – diventa moda. Avendo come

target una platea di consumatori che vogliono un prodotto bello e costi poco, non ci uniformiamo al fashion di alto livello, ma certamente ci muoviamo in armonia con quelli che sono i costumi e le tendenze del momento». Qual è in questo momento l’elemento sul quale un brand dell’abbigliamento deve puntare maggiormente? «La differenziazione e la creazione di un proprio spazio sempre più nettamente definito. Ogni brand deve capire qual è la tendenza sulla quale fare perno per caratterizzarsi ed essere riconosciuto per quella – cercare di fare un po’ di tutto oggi sarebbe la scelta più sbagliata. La caratterizzazione ovviamente deve colpire il sell out più che il sell in. In parole povere, bisogna tenere il contatto con il mondo che compra». Potrebbe approfondire questo punto? «Un produttore eccessivamente concentrato sulle attese e le richieste della grande distribuzione e dei key account rischia di sganciarsi dal consumatore finale. Le esigenze del mercato vanno vissute sul mercato ed è il pubblico che ci insegna a fare il prodotto migliore se siamo in grado di restare aderenti alle sue necessità. Da questo punto di vista ad avere il polso della situazione è il piccolo rivenditore, che stando a contatto diretto col consumatore ne sente le lamentele o la soddisfazione e sa quindi quali sono gli aspetti specifici per i quali un paio di scarpe ha successo oppure non vende. Un key ac- ❯❯ VENETO 2012 • DOSSIER • 209


IL SETTORE MODA

áá count difficilmente è in grado, invece, di spiegare perché uno stock di merce è rimasto in magazzino». Parlando di mercato globale, a fine 2011 l’Istat ha reso noti i dati dell’export. Potrebbe commentarli e rapportarli alla vostra esperienza? «L’export sembra resistere alla crisi economica, registrando una crescita del 2,3 per cento. Questo però è trainato soprattutto dai mercati extra Ue, che hanno segnato una crescita del 3,1 per cento. E infatti è verso questi mercati che noi stiamo cercando di indirizzarci. Oltre all’Italia e a mercati europei come Germania, Francia, Spagna, Irlanda, Grecia e paesi balcanici in generale, stiamo crescendo in Africa e nei paesi arabi. Questi mercati sono molto sensibili all’offerta di prodotti a marchio con prezzi bassi». La vostra posizione geografica ha avuto un peso nei risultati positivi delle vostre attività oppure, al contrario, riscontrate delle difficoltà a fare impresa in Italia? «Dato che la nostra produzione per il 97 per cento è fatta in Cina, il nostro modo di fare impresa è abbastanza indipendente dal luogo nel quale ci troviamo. Sicuramente in passato, però, essere in Veneto ci ha dato diversi vantaggi, so-

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Un produttore troppo concentrato sulle attese della grande distribuzione rischia di sganciarsi dal consumatore e dalle sue esigenze

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prattutto per quanto riguarda l’accesso al credito – fino ad alcuni anni fa essere al Nord Italia anziché al Sud, da questo punto di vista, era rilevante. Adesso la situazione è diventata la stessa in tutta Italia, dato che le banche hanno ristretto le possibilità di accesso al credito indipendentemente dal territorio in cui si trovano. Per questo negli ultimi anni ci siamo ritrovati a dover cambiare obiettivi e strategie di continuo, adeguandole alla situazione della stretta finanziaria». Quali sono le prospettive e i progetti di investimento che avete programmato per il 2012? «Investiremo in studi di mercato e nell’inserimento di nuove proposte di materiali, forme e linee per i vari marchi che realizziamo. Naturalmente sempre cercando di interpretare l’unica opinione che conta, che è quella di chi sceglie e indossa i nostri prodotti. Sulla base delle tendenze che individueremo disegneremo nuove linee, mantenendo sempre il prezzo più vicino possibile alle possibilità di acquisto del nostro consumatore di riferimento. Parallelamente sonderemo la possibilità di espanderci ulteriormente verso nuovi mercati dell’area extraeuropea, dato che la crisi di consumi che interessa l’Italia persiste anche nel resto dei paesi comunitari».


IL MERCATO DELLO SPORT

Protagonisti dello sport e del benessere n un periodo economicamente e socialmente difficile come quello attuale, disporre di oggetti capaci di distoglierci dai problemi quotidiani rappresenta spesso un sollievo e una gratificazione. «Dopo un’intera settimana di lavoro, chi la domenica può decidere di ritagliarsi il tempo per andare via in bicicletta, lascia a casa tutti i problemi e trova il modo per rigenerarsi». È una comune realtà ben conosciuta da Jonny Moletta, fondatore della Jonny Mole Design di Cittadella, impresa impegnata nella progettazione e nel lancio di tutto ciò che è destinato al tempo libero: dal ciclismo al motociclismo, dallo sci al pattino, dal trekking al relax in spiaggia. «I protagonisti sono tutti quegli oggetti che emozionano come il loro utilizzo. Potremmo quindi definire “istintivo” l’approccio del compratore – afferma Moletta –. Ed è proprio all’istinto che ci affidiamo della prima

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Jonny Moletta insieme ai collaboratori della Jonny Mole Design di Cittadella (PD). Nella pagina a fianco, la bici Granturismo di Wilier Triestina progettata dalla Jonny Mole Design www.jonnymole.com

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Tutti gli oggetti destinati al tempo libero devono innanzitutto emozionare, «come il loro utilizzo». L’esperienza di Jonny Moletta è chiaro esempio di come sia possibile “fare impresa” partendo da una passione, quella per lo sport Giulio Conti

definizione dei progetti». Qual è la filosofia alla base del lavoro della Jonny Mole Design? «L’agenzia nasce oltre tredici anni fa in un distretto nel quale la bicicletta fa da padrona. Per questa ragione, e per una passione che risale alla mia infanzia, ho capito di avere una chance. Ho deciso così di correre il rischio di inseguire i miei sogni: progettare secondo il mio gusto e la mia esperienza cercando aziende disposte a crescere con me. Oggi chi lavora per la Jonny Mole Design condivide la stessa passione e la stessa attitudine che ci ha caratterizzato fin dall’inizio. Tengo inoltre a sottolineare che tutte le persone che compongono il nostro team sono assunte perché chi è sereno lavora meglio e di ritorno garantisce continuità e qualità ai nostri clienti». Come si potrebbe sintetizzare il vostro metodo di lavoro? «La nostra struttura racchiude sotto a uno stesso tetto due realtà che, oggi più che mai, devono essere perfettamente coordinate per garantire il successo di un prodotto. Seguiamo infatti i nostri clienti dalla progettazione stilistica di un oggetto, fino alla comunicazione per il lancio di questo, passando per la sua carat-


Jonny Moletta

terizzazione grafica». Quali sono le tendenze più attuali? «Difficile trovarne di trasversali a tutti i settori nei quali lavoriamo, di certo si va verso una “pulizia” generale delle forme che pone l’attenzione sugli effettivi contenuti tecnologici. L’altro occhio di bue è puntato sull’aspetto ecologico degli oggetti e del loro ciclo di vita. L’innovazione è continua e sempre più veloce ed è per questo che il grande impegno del nostro lavoro riguarda il progressivo aggiornamento e soprattutto la ricerca di “ciò che sarà”. Non va dimenticato difatti che lavoriamo mediamente con un anno di anticipo rispetto al momento in cui gli oggetti verranno commercializzati». Sotto quali aspetti emerge l’approccio ecologico della Jonny Mole Design? «Il tema dell’ecologia richiede un intervento più radicale sul sistema nel quale gli oggetti vanno a inserirsi e sulla lungimiranza nel valutarne l’effettivo potenziale ecologico, in base ai materiali e l’interazione con l’ambiente. A tale proposito una piccola provocazione che ci piace lanciare ai nostri clienti è di interrogarsi se, considerandone tutto il ciclo di vita, sia più ecologica una sedia di legno o una di plastica».

Seguiamo i nostri clienti dalla progettazione stilistica di un oggetto, fino alla comunicazione per il lancio di questo, passando per la sua caratterizzazione grafica

Come giudicate i mercati nei quali lavorate? «In completa controtendenza al mercato generale, negli ultimi tre anni siamo cresciuti significativamente e con noi, molti nostri clienti. La spiegazione è semplice: nei momenti difficili le persone cercano di pensare a “cose belle”; si acquisisce una nuova consapevolezza di benessere fisico cui lo sport e il tempo libero sono la soluzione. Inoltre la bicicletta sta vivendo un nuovo splendore divenendo oggetto di moda ed effettiva alternativa all’automobile, sempre più nemica delle tasche delle persone. Cavalcando l’onda, circa sei mesi fa abbiamo dato vita ad una nuova sfida aprendo un ufficio a Taichung, il distretto Taiwanese della bicicletta: è una sfida e come tale comporta dei rischi, ma di certo c’è che i flussi di denaro mondiali non si volatilizzano ma migrano». VENETO 2012 • DOSSIER • 213


POLITICHE ENERGETICHE

Avanti con l’efficienza energetica, ma restano le incertezze normative L’unione europea si è impegnata già da tempo a ridurre l’effetto serra avvantaggiando l’utilizzo di fonti rinnovabili. Nel nostro Paese i “certificati bianchi” hanno prodotto negli ultimi sei anni un risparmio di oltre 9,6 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio, ma il sistema rischia di indebolirsi Luca Donigaglia

ome raggiungere gli obiettivi nazionali e Ue del 2020-20, quelli che prevedono entro il 2020 di ridurre i gas a effetto serra e i consumi energetici del 20%, arrivando al 20% di consumo di energie rinnovabili? In Italia, anzitutto, esiste un Piano di azione nazionale (Pan) che - come precisato dall’Autorità per l’energia e il gas nel corso di una relazione alla commissione Ambiente della Camera dei deputati lo scorso maggio - prevede di stabilizzare i consumi finali totali di energia primaria a 133 Mtep (milioni di tonnellate equivalenti di petrolio). Rispetto allo scenario secondo cui l’Italia avrebbe, nel 2020, consumi di energia primaria pari a 145,6 Mtep, occorrerebbe quindi ridurre i consumi finali di circa 12,6 Mtep: di cui 8,1 Mtep sono riferiti ai minori consumi attesi nei settori riscaldamento, raffreddamento, elettricità e 4,5 Mtep ai minori consumi

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attesi nel settore dei trasporti. Ecco che il Pan programma di aumentare il consumo finale di energia attribuibile alle fonti rinnovabili fino a 22,6 Mtep (a fronte di 9,1 Mtep del 2008), così distinto: 8,5 Mtep in termini di energia elettrica da fonti rinnovabili, a fronte dei 5,2 Mtep del 2008; 10,5 Mtep in termini di calore da fonti rinnovabili (3,2); 2,5 Mtep in termini di biocarburanti (0,7);1,1 Mtep sfruttando il trasferimento da altri Stati. Ma quali sono i costi che attualmente ricadono sulla collettività per effetto delle politiche di incentivazione della produzione di energia da fonti rinnovabili e dell’efficienza energetica agli usi finali? Bisogna considerare i Titoli di efficienza energetica, meglio conosciuti come “certificati bianchi”. Nel complesso, i contributi erogati per il periodo 2005-2009 dall’Autorità e finanziati a valere sulle bollette di elettricità e gas naturale sono stati complessiva-


L’Italia e gli obiettivi Ue

mente di poco superiori al mezzo miliardo di euro (531 milioni) e hanno consentito il risparmio complessivo di circa 6,7 milioni di tep “addizionali”, equivalenti a 7 miliardi di kWh (chilowatt-ora) elettrici annui (a loro volta pari a circa il 2% dei consumi elettrici nazionali su base annua). Si stima che nel quinquennio 2005-2009 l’incentivo medio erogato per il risparmio di 1 kWh “addizionale” non ha superato 1,7 c/euro, a fronte di incentivi per la produzione dello stesso kWh con fonti rinnovabili che sono oggi compresi tra 8 e 44 c/euro, a seconda del meccanismo di incentivazione e della tecnologia di riferimento. Dunque, i “certificati bianchi” funzionano davvero come fonte di risparmio energetico ed economico in vista del raggiungimento del 20-20-20? A questo proposito offre spunti l’ultimo studio specifico su cui l’Autorità per l’energia elettrica e il gas è intervenuta lo scorso 9

marzo. Si conferma la “positiva evoluzione” del sistema dei Tee, anche se non mancano “diverse criticità”. Come emerge dai numeri forniti dal sesto rapporto annuale sul meccanismo dei titoli di efficienza energetica, in poco più di sei anni, dagli inizi del 2005 alla metà del 2011, i “certificati bianchi” hanno prodotto un risparmio di oltre 9,6 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio a livello nazionale, attraverso la diffusione di tecnologie più efficienti nelle case, nei servizi e nell’industria. Una prima novità che risulta dal sesto rapporto, anzitutto, è l’aumento del numero dei soggetti coinvolti nell’attuazione del meccanismo: rispetto al 2010, gli energy manager sono raddoppiati e si registra un aumento del 28% delle società di servizi energetici che, da sole, hanno prodotto un volume di risparmi di energia pari a circa 6 volte quelli dei distributori obbligati. Tra l’altro, pure la media

mensile delle tonnellate equivalenti di petrolio (Tep) risparmiate è in aumento, con un picco di circa 330 mila Tep/mese nei primi cinque mesi dei 2011. Sui “certificati bianchi” non mancano tuttora diversi problemi, conferma però l’Autorità. Ad esempio, permangono le incertezze normative per la mancata definizione degli obiettivi di risparmio oltre il 2012. Pesa anche l’aumento del numero di soggetti coinvolti nella regolazione e gestione del sistema, con “conseguenti difficoltà di coordinamento, gestione e pianificazione per le amministrazioni coinvolte, allungamento dei tempi decisionali e incertezze per gli operatori”, osserva l’Autorità. Traspare anche un certo “indebolimento” del sistema “per la progressiva introduzione di ulteriori meccanismi di incentivazione, necessariamente sostitutivi per evitare il rischio di sovra-incentivazioni e doppi conteggi”. VENETO 2012 • DOSSIER • 219


POLITICHE ENERGETICHE

Guardiamo oltre il 2020 Un settore dinamico, in buona salute e attento alle innovazioni tecnologiche. Ma, secondo l’Aper, per le energie rinnovabili i problemi continuano ad arrivare dal meccanismo degli incentivi e da scelte non abbastanza decise da parte delle istituzioni Luca Donigaglia l modello della generazione centralizzata sta finalmente cedendo il passo a un modello alternativo di generazione distribuita, come quello delle rinnovabili». A dirlo è Agostino Re Rebaudengo, presidente di Aper, associazione che riunisce le imprese che producono elettricità da fonti pulite. Ma il presidente intravede anche un rischio: che la soddisfazione per il raggiungimento degli obiettivi europei per il 2020 faccia mancare all’Italia l’appuntamento con quelli del 2030 e del 2050, già fissati dall’Unione. Rinnovabili in Italia, il quadro presenta luci e ombre. Nel primo caso gli esperti inseriscono il sistema degli incentivi, mentre molti dubbi restano sulla gestione delle fonti, di solito affidata a realtà locali in un contesto

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troppo frammentato. Dove e come migliorare? «I miglioramenti devono essere fatti guardando fondamentalmente alle mutate condizioni di scenario. Cinque anni fa il problema era avviare le rinnovabili in Italia e alcune cose sono state fatte: seguendo l’esempio della Germania, è stato attivato il meccanismo del Conto energia per il fotovoltaico che ne ha consentito uno sviluppo importante. Oggi le tecnologie sono più mature e l’intero settore più dinamico: in questo contesto è condivisibile un’opera di armonizzazione e di riconsiderazione dei meccanismi incentivanti verso l’auspicata “grid parity”. Si tratta di un traguardo che per alcune zone e per alcune fonti riteniamo possibile nei prossimi anni, ma sin da subito occorre concentrarsi su come rendere il sistema Italia sempre meno di-

pendente dalle fonti fossili e così dagli approvvigionamenti esteri. Vediamo la soluzione nelle fonti rinnovabili, prima di tutto, ma anche nello sviluppo delle “smart grid”, dei sistemi d’accumulo intelligenti e nel rafforzamento della filiera produttiva». Per facilitare il dialogo tra il Gestore Servizi Energetici e gli operatori del settore delle rinnovabili, recentemente avete firmato un protocollo d’intesa con lo stesso Gse per seguire l’evoluzione della normativa su fonti rinnovabili e relativa applicazione. Che cosa prevede in merito l’accordo e che obiettivi vi ponete? «Il protocollo con il Gse ci ha consentito di aprire un tavolo di confronto stabile e costante con uno dei soggetti centrali dell’intero sistema delle energie rinnovabili. Ci consentirà di avere un canale bidirezionale di co-


Agostino Re Rebaudengo

municazione e informazione attiva sulle numerose questioni riguardo alle quali il Gse esercita le proprie funzioni e i propri poteri. È un’importante occasione di confronto tra le diverse esigenze e certamente un fondamentale esempio di dialogo e innovazione nel rapporto tra pubbliche amministrazioni e imprese. Come Aper siamo particolarmente soddisfatti di aver trovato nel Gse un interlocutore sensibile e attento alle esigenze degli operatori delle rinnovabili». Siete l’associazione italiana più rappresentativa della categoria, con oltre 480 iscritti e circa 8mila megawatt di potenza elettrica installata. Come convincere cittadini e istituzioni dei vantaggi delle rinnovabili? Davvero il nucleare rappresenta un progetto definitivamente da accantonare? «Il no al nucleare arrivato dal referendum mi pare definisca chiaramente che gli italiani non desiderano intraprendere una via

nucleare, messa peraltro in discussione ultimamente anche in Germania e Svizzera. Oltre alla pericolosità dell’energia atomica (il ricordo di Fukushima è ancora vivo a distanza di un anno), il modello della generazione centralizzata sta finalmente cedendo il passo a un modello alternativo e più “democratico” di generazione distribuita, come quello delle rinnovabili, nel quale chiunque può accedere al mercato elettrico come produttore e autoproduttore». Si calcola che il settore nei prossimi 10 anni investirà almeno 70 miliardi di euro, dando lavoro a oltre 250.000 lavoratori. Mancare gli obiettivi europei previsti entro lo stesso anno che costo avrebbe, in termini di sanzioni da pagare all’Unione europea per l’Italia? «Se i nuovi scenari normativi e regolatori delle rinnovabili, primo tra tutti quello degli incentivi, non ne ostacoleranno lo sviluppo, credo che l’Italia potrebbe, per una volta, superare

gli obiettivi al 2020. Certo se ci fosse una decisa inversione di tendenza, come purtroppo sembra stia accadendo ascoltando incredibili dichiarazioni su costi e benefici delle rinnovabili da parte di esponenti del governo, il rischio diventerebbe concreto. Auspico che un importante contributo arrivi anche dal miglioramento dell’efficienza energetica sia per quanto riguarda i consumi elettrici, sia per quanto riguarda quelli termici. Sarebbe un grave errore fermarsi alla soddisfazione di intravedere un raggiungimento degli obiettivi al 2020 quando la Commissione europea ha già approvato la road map al 2050 e i nuovi obiettivi al 2030. Qualsiasi ostacolo a una ulteriore crescita del settore metterebbe a forte rischio il conseguimento di questi target, ponendoci di fatto ai margini delle politiche energetico-ambientali dell’Unione europea, con la certezza di non riuscire ad agganciare la nuova fase di sviluppo produttivo e industriale del settore.

In apertura, Agostino Re Rebaudengo, presidente di Aper, associazione che riunisce i produttori di energia elettrica da fonti rinnovabili. Sopra, la sede della Comunità europea

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POLITICHE ENERGETICHE

Eviteremo gli interventi speculativi Uno dei maggiori ostacoli allo sviluppo delle energie rinnovabili è costituito da una burocrazia eccessiva, che spesso “soffoca” i progetti delle imprese che vorrebbero entrare nel settore. La Regione Veneto sta studiando una delibera per «fare chiarezza», partendo dall’individuazione delle aree dove sarà possibile installare gli impianti Luca Donigaglia

n tema di fonti rinnovabili una dei compiti più delicati da espletare per le amministrazioni regionali è definire un quadro normativo quanto più chiaro possibile della situazione riguardante gli impianti di produzione dell’energia, soprattutto per quelli eolici e fotovoltaici. La localizzazione di queste “centrali di energia” è uno degli aspetti più dibattuti che vede essenzialmente due schieramenti contrapposti. Da un lato c’è chi è a favore della tutela paesaggistica e rurale del territorio, dall’altro si guarda a privilegiare le opportunità economiche che pos-

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222 • DOSSIER • VENETO 2012

sono derivare dalla nascita di nuovi impianti. Proprio in queste settimane la Regione Veneto è impegnata a dirimire la questione tramite l’adozione di un testo regionale che chiarisca quali aree possono ospitare impianti e quali devono essere, invece, salvaguardate. La sintesi dell’assessore Massimo Giorgetti. In Veneto, ma anche in altre regioni come Toscana e Piemonte, sta tenendo banco la questione della selezione di aree e siti che, per vari motivi, non si prestano ad accogliere nuovi impianti solari con moduli ubicati a terra. Come cittadini e imprese possono ottenere chiarezza? «La giunta regionale ha predisposto un testo di delibera che fa chiarezza individuando le aree che, già in partenza, sono definite non idonee all’installazione di impianti a

terra. Si tratta delle aree già vincolate o di particolare pregio sia artistico-ambientale che dal punto di vista delle coltivazioni tutelate, ovviamente solo delle aree effettivamente utilizzate a tale scopo. Si tratta di un provvedimento attualmente al vaglio del consiglio regionale che verrà adottato nel più breve tempo possibile, tutelando in primo luogo l’ambiente e l’agricoltura di pregio, ma senza impedire un qualche riconoscimento alle aziende agricole per garantirne l’autosufficienza in termini energetici. Ovviamente si cercherà di limitare, in tutti i casi, gli investimenti esclusivamente speculativi che non portano benefici al territorio anche dal punto di vista della filiera corta sull’energia termica». Spesso rendere più agevole


Massimo Giorgetti

e veloce l’iter di autorizzazione alla costruzione e all’esercizio degli impianti da fonti rinnovabili non è scontato. Come le linee guida della Regione Veneto in materia possono offrire agli operatori un quadro certo nel rispetto dei vincoli ambientali, territoriali e paesaggistici? «Il quadro certo si basa su un complesso normativo chiaro e di facile lettura che deve derivare, in primo luogo, da una presa di coscienza che il tema energia deve essere affrontato con forza in modo unitario. Un altro argomento di grande attualità riguarda la cartografia vincolistica. Da anni il Veneto sta operando in primo luogo per individuare su cartografia digitalizzata il complesso vincolistico esistente ma, come è facilmente immaginabile, si tratta di un lavoro non semplice in quanto i vincoli derivano dal sovrapporsi di tutta una serie di norme e piani preparati da enti diversi, in anni diversi e spesso senza una precisa car-

tografia di riferimento. Proprio in questi giorni il tema è all’attenzione di molte regioni e il Veneto, come sempre, farà tutti gli sforzi per facilitare e semplificare procedure e burocrazia». I nuovi paletti introdotti dal decreto legislativo 28/2011 per gli impianti fotovoltaici su terreni agricoli (occupare meno del 10% della superficie e non superare un megawatt di potenza) prevedono un’eccezione: non si applicano ai terreni abbandonati da almeno cinque anni. La relativa individuazione spetta però alle Regioni: come vi siete mossi? «Da questo punto di vista, pur nella frammentarietà delle competenze che caratterizza l’attuale organizzazione regionale, la collaborazione con l’Assessorato competente è massima. Anche questo argomento fa parte della deliberazione cui ho accennato prima». Qualche mese fa la Regione Veneto si è alleata con Confindustria per promuovere le

rinnovabili. È stato approvato uno schema per la pianificazione di attività in campo energetico, che prevede fra l’altro l’istituzione di un tavolo di lavoro permanente. Che risultati concreti avete raggiunto finora? «Il tavolo di lavoro è stato immediatamente attivato e sta lavorando non solo nel settore della produzione di energia rinnovabile - attraverso la semplificazione delle procedure di approvazione e autorizzazione, nonché l’orientamento dei finanziamenti comunitari in materia - ma, soprattutto, attraverso l’impostazione di un sistema di acquisizione ed elaborazione dei dati relativi alle possibilità di risparmio energetico e di miglioramento dell’efficienza. Questi due elementi sono centrali nel redigendo piano energetico e costituiranno il maggiore sforzo nella collaborazione con le imprese del Veneto, anche attraverso l’adozione diffusa delle best pratices ormai ampiamente testate in tutta Europa». VENETO 2012 • DOSSIER • 223


Il fotovoltaico prende il posto dell’eternit Il numero degli edifici, soprattutto industriali, che contengono coperture in amianto è ancora alto. Il quarto conto energia prevede un premio per la sostituzione del materiale con pannelli solari. Ne parliamo con Guido Barbi e Raffaele Zambelli Luca Cavera

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opo il boom del fotovoltaico, registrato fra 2008 e 2010, il settore ha subito una frenata nel 2011 con l’entrata in vigore a metà anno del quarto conto energia – valido fino al dicembre 2016 – che ha introdotto una progressiva diminuzione degli incentivi

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per l’installazione e di conseguenza ha disincentivato gli investimenti. Tuttavia, come spiega Guido Barbi, amministratore delegato di Siser: «Da un punto di vista strettamente economico, la rilevanza di questo cambiamento non è stata grave. La forte crescita del settore negli anni precedenti, infatti, ha fatto scendere il costo dei moduli e dei componenti principali degli impianti. E l’Italia è ancora il secondo mercato al mondo, dopo la Germania, per numero di impianti fotovoltaici». L’attività di Siser è concentrata nelle energie rinnovabili, fra le quali il fotovoltaico rappresenta il core business. Inoltre, attraverso un contratto di collaborazione reciproca Siser lavora insieme alla Ecotre Nord Srl di Bussolengo, società guidata da Raffaele Zambelli e spe-


Guido Barbi e Raffaele Zambelli

cializzata nella bonifica di siti legati al rischio amianto, nell’installazione di nuove coperture e posa di lattonerie adeguate per ogni esigenza. Sulla base delle nuove normative, quali sono le prospettive del fotovoltaico per l’anno in corso e il 2013? GUIDO BARBI «Quest’anno è previsto un decremento dell’incentivo statale del 20 per cento nel primo semestre dell’anno e di un ulteriore 20 per cento nel secondo. Dal 2013, tuttavia, è previsto un aumento dell’incentivo, dato che questo sarà onnicomprensivo della quantità di energia venduta alla rete. Tutta l’energia prodotta, infatti, per ottenere l’incentivo, dovrà essere immessa nella rete. Non sarà più possibile quindi avere l’incentivo e fare autoconsumo o scambio sul posto. È sufficiente la presenza di batterie di accumulo che usino l’energia prodotta direttamente affinché l’impianto sia escluso dall’incentivo. L’obiettivo di queste e delle altre misure è quello di raggiungere la grid parity entro il 2020, cioè il pareggio con le fonti rinnovabili per un certo fabbisogno. A nostro avviso, l’obiettivo sarà centrato anche prima di quella data». È stato introdotto anche un premio relativo alla sostituzione di coperture in eternit con i pannelli fotovoltaici. Come si svolge la collaborazione tra Ecotre Nord e Siser? RAFFAELE ZAMBELLI «Si stima che esistano ancora almeno un 70 per cento di coperture in eternit

o con contenuto di amianto – si tratta soprattutto di capannoni industriali costruiti fra gli anni 60-70 e l’inizio degli anni 80. La messa in sicurezza dei siti avviene seguendo apposite normative e procedure: i tetti vengono svuotati prima nella parte superiore esposta all’aria – ricordo che la parte più pericolosa è proprio quella maggiormente esposta alle intemperie. Ogni bonifica è composta complessivamente di più fasi di intervento». Quali sono queste fasi? R.Z. «Si inizia con il monitoraggio e l’analisi ambientale per constatare lo stato di usura delle lastre contenenti amianto. Su queste basi si redige un piano di lavoro che va presentata all’Asl competente. Dunque gli operatori intervengono – indossando mascherine, tute e guanti protettivi – e incapsulano il materiale, per evitare la dispersione di fibre nell’ambiente. Il materiale, una volta messo in sicurezza, viene trasportato in appositi siti di smaltimento. Il processo si conclude con il rilascio di una certificazione di avvenuto smaltimento e bonifica. A questo

punto è la stessa Ecotre Nord che installa le nuove coperture, sulle quali noi posizioneremo i In apertura, Raffaele pannelli fotovoltaici». Quindi un sito contaminato Zambelli, titolare della Ecotre Nord può essere riconvertito in uno di Bussolengo (VR), a basso impatto ambientale? e Guido Barbi, amministratore G.B. «Esattamente. Inoltre la sodelegato della Siser Srl stituzione delle coperture ga- di Verona rantisce anche un risparmio www.sisersrl.com energetico per le aziende, dato www.ecotrenord.com che tolto l’eternit – che aveva una resistenza termica bassissima – si applicano dei pannelli coibentanti che consentono un risparmio energetico, contribuendo ad abbattere le emissioni e a risparmiare anche il 15-20 per cento di energia». Quali sono le realtà produttive che si rivolgono maggiormente a voi? G.B. «L’azienda, alla fondazione, aveva un target composto esclusivamente da attività industriali e finanziarie a scopo di investimento. Nel tempo abbiamo allargato il nostro mercato di ri- ❯❯ VENETO 2012 • DOSSIER • 225


RINNOVABILI

❯❯ ferimento. Attualmente si rivolgono a noi sia le piccole e medie imprese, per le quali realizziamo impianti fino a 1 megawatt, sia i privati, per i quali siamo cercando di accumulare un book di clienti che raggiunga i 20-30 kilowatt. In questo momento i privati e gli artigiani stanno sfruttando molto le possibilità offerte dal fotovoltaico, anche grazie alla possibilità di eliminare l’amianto dai tetti». Che dati di bilancio ha registrato Siser nell’ultimo biennio? G.B. «Nel 2010, in linea con il settore, siamo andati molto bene. Nel 2011, a causa del blocco degli incentivi, abbiamo trovato delle difficoltà nel primo semestre dell’anno. Tuttavia, poi, il secondo semestre, è stato migliore rispetto allo stesso periodo del 2010. Quindi complessivamente abbiamo mantenuto lo stesso fatturato per entrambi gli anni, dato che prospettiamo avrà un andamento simile durante il 2012». Al di là della flessione dovuta al quarto conto energia,

La sostituzione delle coperture in amianto con pannelli coibentanti garantisce un risparmio energetico per le aziende, fino al 15-20 per cento

quali sono le maggiori criticità del mercato? G.B. «Quello che riscontriamo maggiormente, come problematica di fondo, è l’impossibilità di accedere al credito da parte dei nostri clienti. Noi non forniamo servizi finanziari e dobbiamo registrare una diffusa difficoltà nel reperire credito bancario, fondamentale in questi casi. Chi investe nel fotovoltaico fa un investimento a lungo termine: è come un’obbligazione che paga il 10 per cento annuo per vent’anni. Però, poiché per rientrare dell’investimento ini-

ziale occorrono dai sei a dieci anni, è difficile che questo venga interamente finanziato con capitale privato». Quali sono le prospettive future del vostro business? G.B. «La nostra società sta cercando di aprirsi al mercato estero, in particolare a quello statunitense, che è un mercato in fortissima crescita – è nella stessa situazione in cui si trovava l’Europa fino a circa sette anni fa. Questa ricerca di nuovi sbocchi ha la sua ragione nel fatto che stimiamo che il mercato italiano del fotovoltaico, per quanto riguarda le installazioni ex novo, continuerà a darci possibilità di crescita per ancora due anni al massimo. Siser, fin dalla sua fondazione, si è però anche specializzata nella manutenzione e nello smaltimento degli impianti esistenti. Questa attività nei prossimi anni diventerà importantissima e prevediamo che potrebbe diventare il nostro business prevalente».


EDILIZIA

Il mattone dello sviluppo Il settore edile sta vivendo, in Italia come nel Veneto, un periodi di profonda difficoltà dovuto sia alla crisi in atto che a problemi strutturali del comparto. Per uscire dal guado, il presidente di Ance Luigi Schiavo indica la sua strada: programmazione e infrastrutture moderne Tiziana Bongiovanni

n Veneto la crisi dell’edilizia si è manifestata prima che nelle altre regioni d’Italia. A partire dagli ultimi mesi del 2007 gli investimenti in costruzioni si sono assottigliati progressivamente. All’inizio della crisi, il settore ha perso il 30 per cento dei volumi produttivi, vale a dire circa 6 miliardi di euro, 33.400 occupati (16%) e circa il 20% delle aziende. Sono numeri piuttosto eloquenti che fotografano drammaticamente la realtà di un comparto che paga in parte anche il fisiologico sgonfiamento del mercato dopo un decennio (19952006) di sviluppo sostenuto. Oggi l’edilizia resta comunque vitale per l’economia del territorio, dal momento che pesa per più dell’11% sul Pil regionale e per il 20% sul-

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l’occupazione industriale. Ne parliamo con il presidente regionale dell’Associazione nazionale dei costruttori edili, Luigi Schiavo. Presidente, le costruzioni sono davvero in crisi, quindi. «Sì. Oggi siamo ritornati ai livelli produttivi del ’94, in epoca pre-boom. Per il 2012 le stime sono ancora negative (-4,1% per gli investimenti). Nel 2011, inoltre, si sono registrate oltre 10 milioni di ore di cassa integrazione, con un aumento dell’8% rispetto all’anno precedente. Se tale congiuntura dovesse perdurare la cassa integrazione si trasformerà in disoccupazione, aggravando la già grave situazione occupazionale». Quali sono le cause? «Soffriamo di alcune inaccettabili storture del mercato e

della mancanza di una politica economica che consideri le costruzioni come asset imprescindibile di una reale strategia anticiclica. Da anni proponiamo alcune soluzioni a costo zero: modifica del patto di stabilità interno, che blocca i pagamenti pubblici; semplificazione burocratica; incentivazione delle ristrutturazioni e della rigenerazione urbana. Ma nessuna delle nostre richieste, su cui le istituzioni si sono sempre mostrate concordi, è stata accolta». A ogni modo si dice che si fanno più case che bambini. Il Veneto è già densamente cementificato. «Il Veneto è stato certamente al centro di un processo sostenuto di urbanizzazione, tanto che oggi si parla di “città diffusa” indicando l’area compresa tra le pro-


Luigi Schiavo

vince di Padova, Treviso e Venezia, dove il costruito non ha soluzione di continuità. È pero una leggenda metropolitana quella per cui si fanno più case che bambini. Nel 2011 sono stati concessi circa 15mila permessi compresi ristrutturazioni e allargamenti, mentre si sono costituiti 30mila nuovi nuclei familiari, anche per effetto dei flussi migratori. Il saldo tra nuove famiglie e nuove costruzioni è quindi positivo, a differenza di quanto succede nella quasi totalità delle regioni italiane. Detto questo, non c’è dubbio alcuno che ci sia stato un forte sviluppo urbano e che oggi ci sia la necessità di limitare l’occupazione di nuovo territorio, incentivando politiche di recupero dell’esistente, anche attraverso la demolizione e rico-

struzione. Non c’è ancora, tuttavia, una legge moderna e adeguata che apra le porte a un modello di “rigenerazione urbana” come se ne vedono nella grandi capitali europee, nella piena salvaguardia del patrimonio storico». Che cosa intende per rigenerazione urbana? «Il “terzo Veneto”, come comunemente viene chiamato il Veneto dell’epoca post boom economico, ha bisogno di infrastrutture moderne e veloci per la mobilità delle persone. Occorre completare la grande viabilità di collegamento, l’alta capacità e sviluppare il sistema portuale e l’utilizzo delle vie navigabili. La città diffusa, in poche parole, necessita di rigenerazione, riqualificazione urbana e sociale, efficienza energetica. L’esistente non riqualifi-

cabile va demolito e rifatto con gli standard urbanistici possibili. Vanno messe in efficienza le scuole, gli edifici pubblici o di proprietà pubblica, residenziale e non. Occorrono manutenzioni delle reti idriche e fognarie, per non parlare dell’urgenza legata alla salvaguardia idrogeologica. Occorre che le nostre amministrazioni ricomincino a programmare piani di intervento a breve e medio termine in sinergia con il privato». Avete istituito insieme a Confindustria Veneto e alla Regione un tavolo per studiare la fattibilità di un piano finanziario per la realizzazione in partenariato pubblico-privato del tratto mancante del tracciato della Tav Milano-Venezia. A che punto siete?

Sopra, Luigi Schiavo, presidente di Ance Veneto

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EDILIZIA

«Entro giugno presenteremo una bozza di business plan. Abbiamo recentemente ospitato, nel corso di una delle nostre sedute, un rappresentante della francese Vinci, il contractor dell’alta velocità Tours-Bordeaux, uno dei migliori esempi di project financing in Europa per la realizzazione di questo tipo di opera. Stiamo seguendo lo stesso esempio che si basa su un finanziamento pubblico per la metà dell’importo, con il contributo dello Stato ma

anche di Province e Comuni, e su un investimento privato per la restante metà con l’appoggio finanziario, tra gli altri, della Banca europea per gli investimenti e della Caisse des Dépôts, l’equivalente della nostra Cassa depositi e prestiti. Al di là delle grandi opere, stiamo studiando modelli di intervento in project financing anche per l’ammodernamento delle scuole e la messa in sicurezza del territorio. Se lo Stato non ha più soldi per le opere,

COSTRUZIONI, PADOVA SOFFRE MENO È un quadro a tinte fosche quello che Mauro Biasuzzi delinea del mercato edile in Veneto. Con aree che soffrono meno, come Padova, e infrastrutture ancora non realizzate, come la Pedemontana, che potrebbero dare respiro all’intero settore a crisi del settore edile in Veneto è così forte che sta per fermare anche la Biasuzzi, la storica impresa di costruzioni del Trevigiano. «Era vent’anni che non vedevo un peggioramento del genere – afferma l’ingegner Mauro Biasuzzi, a capo dell’azienda –. Da quando ho iniziato, e cioè dal 1976, il comparto non aveva mai sofferto così». Ingegnere, qual è la sua percezione? «È tutto fermo. L’attività della mia azienda non è ancora diminuita, ma abbiamo commesse solo fino al termine dell’anno. Fin lì siamo coperti, dopo non so più cosa fare. Anche ultimamente alcuni miei subappaltatori in difficoltà non ce l’hanno fatta. Le realtà piccole fanno più fatica rispetto a

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quelle grandi». Perché? «Perché il discorso delle immobiliari è saltato. Le banche hanno chiesto il rientro e la liquidità non c’era a causa dei capitali immobilizzati. Una soluzione è quella di riunirsi fra imprese». Quali strategie lei sta adottando per resistere? «Investo il mio patrimonio personale, ho appena acquistato con un’altra società una grossa lottizzazione. Ora che finalmente hanno sbloccato i lavori per la Pedemontana, costruiremo un grande centro commerciale all’uscita del casello autostradale di Montebelluna. Ma ripeto, è sempre un’opera realizzata con le mie risorse, messe da parte negli anni precedenti facendo la “formichina”».


Luigi Schiavo

Attualmente meglio clienti pubblici o privati? «In settant’anni di lavoro il settore pubblico ha rappresentato l’80%. Adesso, invece, la percentuale è scesa al 5060%, un 20-25% è rappresentato da mie iniziative personali e un altro 20 in conto terzi». Ci si può fidare ancora del pubblico? «Così e così. Le tempistiche di pagamento adesso sono sui 150 giorni». Quali sono le zone più in difficoltà in regione? «il mio raggio d’azione si sviluppa principalmente tra Treviso e Venezia, tra queste due città direi che la prima sente meno la crisi, Venezia invece è più depressa. Mi dicono che il mercato immobiliare soffre meno a Padova, ma io attualmente sono impegnato molto poco nel Padovano». Parlando di prezzi, come sta reagendo il mercato immobiliare? I prezzi sono ancora in flessione o c’è una ripresa? «Di salita non se ne parla nemmeno. Io non ho abbassato i prezzi perché non

siamo costretti a trovare vie alternative». Infine, la bioedilizia. È un’alternativa? «La bioedilizia è la realtà con cui ci confrontiamo tutti i giorni. Negli ultimi anni sono emersi innovazioni e nuovi standard costruttivi che hanno profondamente cambiato il mercato. Oggi il cittadino è più attento alla qualità dei materiali, al risparmio energetico, alla vivibilità degli spazi e dei quartieri, alla mobilità. Si sono sviluppate novità che hanno

di colpo accantonato a una fascia di mercato poco appetibile il parco immobiliare costruito dal dopoguerra agli anni ’80, che rappresenta i 2/3 del patrimonio esistente. Per questo insistiamo sulla necessità del recupero del costruito e, laddove ciò non possa avvenire, sulla demolizione e ricostruzione. Si potrebbe iniziare dagli edifici pubblici: strutture scolastiche decadenti, alloggi popolari degli anni ’60. Sarebbe un banco di prova importante».

ne potevo fare a meno. Ma, come dicevo prima, ho dovuto utilizzare fondi miei». A ogni modo si accusa il Veneto di essere troppo cementificato. «È indubbio che, se invece di fare tante aree industriali, i Comuni si riunissero e ne facessero una unica, sfrutteremmo meglio il territorio. Non credo che da qui a dieci anni ci sarà spazio per nuove iniziative, salvo ottimizzare le attuali e creare una viabilità di sostegno più adeguata». Quindi lei cosa farebbe? «La realizzazione della Pedemontana, che doveva essere ultimata nel 2012 e invece lo sarà nel 2016-2018; la creazione di grossi centri di smistamento merci; lo spostamento del trasporto su rotaia anziché sfruttare le arterie stradali con quello su gomma». Insomma, metterebbe la viabilità al primo posto. «Certo, perché contribuirebbe a snellire il traffico. Ciò porterebbe nel giro di 5-6 anni a una pianificazione migliore di nuovi interventi».

Quali saranno quindi le aree che si svilupperanno da qui in avanti? «Quelle a ridosso di importanti centri viari. Le altre è impensabile abbiano un ulteriore sviluppo perché siamo già ingolfati, non ci muoviamo. Con la realizzazione del Passante di Mestre si è sfoltito molto, però purtroppo siamo sempre soggetti a un attraversamento est-ovest del traffico pesante. Quando riusciremo a realizzare la Pedemontana, la viabilità interna sarà molto più fluida e agevole». Luigi Schiavo, presidente di Ance Veneto, ha detto che il futuro è nella “rigenerazione dell’esistente”. È d’accordo? «Sì, pienamente. Il futuro è ricompattare e riorganizzare le nuove zone industriali e commerciali perché lo spazio rimasto ormai è solo per enormi operazioni e utilizzare le case sfitte come social housing». Quali sono i suoi progetti futuri? «Andare in pensione. Ho 62 anni, voglio dedicarmi al mio hobby che sono i cavalli, in crisi anche quello, tra l’altro». VENETO 2012 • DOSSIER • 233


L’involucro italiano fa il giro del mondo Dalla continua innovazione tecnologica ha origine la produzione di sistemi e coperture in materiale plastico termoformati d’avanguardia, ideali per svariate applicazioni. L’evoluzione e le prospettive del settore illustrate da Carlo Caoduro Diego Bandini

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on solo le grandi griffe della moda o le eccellenze enogastronomiche che tutto il mondo ci invidia. A tenere alta la bandiera del made in Italy sui mercati esteri contribuiscono anche tantissime realtà produttive che, con il loro lavoro, sono riuscite negli anni a ritagliarsi un posto al sole a livello internazionale. Tra queste rientra la Caoduro Spa, società di Cavazzale fondata nel 1951 e specializzata nella progettazione, produzione e installazione di sistemi e coperture in materiale plastico per l’edilizia industriale e abitativa. «Lucernari in metacrilato e policarbonato compatto, coperture trasparenti, sistemi integrati per la

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ventilazione, per il risparmio energetico e per l’evacuazione di fumo e calore rappresentano al momento il nostro core business», spiega l’amministratore delegato dell’azienda, Carlo Caoduro. Quali sono gli elementi che hanno permesso alla Caoduro di affermarsi come una realtà leader su scala globale? «L’accurata selezione delle materie prime e la continua ricerca e sviluppo del prodotto, fanno sì che i manufatti Caoduro siano universalmente riconosciuti come prodotti di assoluta qualità, sia sotto l’aspetto estetico che funzionale, assicurando al contempo un’elevata durata nel tempo. Sono numerose, infatti le realizzazioni in Italia e all’estero che, a distanza


Carlo Caoduro

Lavoriamo al fianco di architetti e progettisti, mettendoli nella condizione di fare le scelte progettuali più idonee, nel pieno rispetto della normativa in vigore

di venti o trent’anni dalla loro installazione, mantengono pressoché intatte le loro caratteristiche originarie. Siamo in grado di operare anche in contesti estremamente differenti da un punto di vista ambientale, passando dal caldo dei Paesi Arabi al gelo della Russia e del Kazakistan, senza che le nostre strutture, pur sottoposte a significativi sbalzi termici, risentano in alcun modo di queste condizioni climatiche proibitive. Credo sia questo il segreto che ci permette di competere ai massimi livelli anche con i produttori tedeschi e francesi, da sempre ai vertici del settore». Quale bilancio è possibile trarre dall’ultimo periodo di attività dell’azienda? «Indubbiamente la nostra produzione ha risentito delle problematiche che in questi anni hanno attanagliato il settore edile. Nonostante tutto siamo riusciti a mantenere una posizione di leadership sul mercato, continuando a percorrere la strada della qualità. Purtroppo devo constatare che, anche a

causa del perdurare della crisi economica, il mercato si sta sempre più orientando verso la produzione di manufatti di scarsa qualità, con l’unico obiettivo di ridurre i costi. Questa però è una scelta che nel lungo periodo non può che dimostrarsi fallimentare, in quanto comporta inevitabilmente un aumento dei costi di manutenzione dei sistemi installati, senza tralasciare i rischi che possono derivare, ad esempio, dalla realizzazione di sistemi privi di adeguati requisiti di sicurezza. Noi non ci siamo piegati a questo tipo di logica, e oggi raccogliamo i frutti del nostro lavoro».

Quale approccio utilizzate In apertura, nell’affiancare i vostri com- l’amministratore delegato della Caoduro mittenti, tanto nella parte Spa, Carlo Caoduro progettuale, quanto in quella www.caoduro.it di realizzazione della struttura? «Ci affianchiamo ad architetti e progettisti, instaurando con loro un rapporto di reciproca collaborazione, nella scelta dei materiali, nelle definizioni delle forme e nelle verifiche strutturali. Forniamo tutti i suggerimenti e le indicazioni del caso, mettendo gli operatori nella condizione di fare poi le scelte progettuali più idonee, nel pieno rispetto della normativa in vigore, soprattutto per quel che riguarda gli aspetti mag- ❯❯ VENETO 2012 • DOSSIER • 235


COPERTURE PER L’EDILIZIA

❯❯ giormente legati al tema della sicurezza». Quanto contano le attività di ricerca e sviluppo nel vostro settore? «Sono fondamentali. Negli anni abbiamo depositato più di 100 brevetti, a testimonianza dell’impegno che quotidianamente mettiamo per cercare di soddisfare le esigenze dei nostri partner. Al momento, ad esempio, stiamo portando avanti un progetto molto significativo al fianco di un’importantissima multinazionale. In gennaio, invece, abbiamo concluso una proficua collaborazione con l’Università di Padova, grazie alla quale abbiamo messo a punto un programma che, sulla base di un complesso sistema di calcolo, garantisce la massima interoperatività di tutti i nostri prodotti, dai sistemi di illuminazione a quelli per la refrigerazione e il ricambio dell’aria, fino agli impianti per l’evacuazione del fumo, rendendoli perfettamente integrabili all’interno di un’unica costruzione». In questi anni l’aumentata sensibilità nei confronti dell’ambiente e, di conseguenza, del risparmio energetico, ha portato alla ricerca di nuove soluzioni di costruzione. In particolare quali evoluzioni stanno caratterizzando la diffusione dell’illuminazione naturale zenitale? 236 • DOSSIER • VENETO 2012

Le tappe La Caoduro Spa nasce nel 1951, grazie all’iniziativa di Isidoro Caoduro, che in un piccolo laboratorio artigianale di Vicenza inizia a dedicarsi alla lavorazione del plexiglas, producendo in serie plafoniere per illuminazione, vetri per roulotte, parabrezza per automobili e imbarcazioni. A questi si aggiungono poi i lucernari in polimetilmetacrilato che, con l’avvento della prefabbricazione industriale, troveranno sempre più spazio sui tetti degli stabilimenti. La svolta per l’azienda arriva però agli inizi degli anni 80, quando la Caoduro inizia a produrre, con la collaborazione dell’architetto genovese Renzo Piano, i moduli curvi in policarbonato monolitico utilizzati per la costruzione dei padiglioni itineranti di IBM, con cui il colosso dell’informatica porta in giro per l’Europa l’evoluzione tecnologica alla base dei moderni computer. Altrettanto importante, in un’ottica di crescita aziendale, è il 1990, l’anno dei mondiali di calcio in Italia. Grazie all’esperienza maturata nella lavorazione del policarbonato la Caoduro ha la possibilità di realizzare la copertura di 45.000 mq dello stadio San Paolo di Napoli e dello Stadio delle Alpi di Torino. Con attrezzature estremamente versatili per la termoformatura, uniche nel loro genere, negli anni l’azienda vicentina ha portato a termine progetti e opere di grande valore, come il ponte pedonale coperto, adibito a centro commerciale, costruito a Mosca, la copertura dell’Università militare di MU’TAH in Giordania, l’Hotel Don Giovanni di Praga, l’Aeroporto di Bucarest, il Museo della Ferrari di Maranello e centinaia di coperture di capannoni industriali e di centri commerciali delle catene di distribuzione più importanti d’Europa, o di teatri come La Scala di Milano e La Fenice di Venezia.


Carlo Caoduro

«L’illuminazione naturale degli ambienti costituisce oggi uno dei principali aspetti che condizionano la progettazione architettonica, non solo per quanto riguarda il controllo dei consumi elettrici per l’illuminazione diurna, ma anche per i benefici effetti sulla salute dell’uomo. Per lungo tempo però, le potenzialità di questo tipo di sorgente luminosa sono state pressoché dimenticate a favore dei sistemi di illuminazione artificiale. La luce che filtra da un lucernario assicura un’illuminazione neanche lontanamente paragonabile a quella che entra dalle finestre, che essendo poste sul perimetro dell’edificio, lasciano inevitabilmente delle “zone d’ombra”. Con l’illuminazione che proviene dall’alto, invece, è possibile avere un irraggiamento solare nettamente superiore, riducendo di conseguenza il bisogno di ricorrere alla corrente elettrica». Quali sono le soluzioni progettate da Caoduro a questo proposito? «Grazie a una continua ricerca progettuale portata avanti dal nostro studio tecnico possiamo realizzare diverse tipologie di lucernari, che si pongono come soluzione ottimale per l’illuminazione naturale di edifici industriali e commerciali. La nostra offerta comprende lucernari continui componibili

Con Zenital cerchiamo di promuovere le soluzioni di carattere legislativo, tecnico e commerciale più idonee alla valorizzazione della politica generale del settore

ad arco ribassato e a due falde, nonché lucernari in serie, che possono essere integrati con aperture per ventilazione e sistemi di evacuazione fumo e calore con movimentazione manuale o elettrica». Una delle vostre ultime creazioni per la ventilazione naturale e il risparmio energetico è Ecogy®. Di cosa si tratta nello specifico? «Ecogy® è un sistema di apertura per ventilazione brevettato da Caoduro. Funziona in maniera autonoma, sfruttando l'energia pulita del sole che, grazie al pannellino fotovoltaico di ultima generazione in-

terposto e protetto fra le due pareti della cupola, alimenta un accumulatore. É un prodotto altamente flessibile, che si presta alle più svariate applicazioni. Si caratterizza per l’apertura/richiusura tramite radiocomando, la mancanza di allacciamenti elettrici, l'estrema facilità di montaggio e un design accattivante, unito alla totale assenza di ingombri». Verso quali ambiti intendete concentrare le vostre attenzioni nel prossimo futuro? «Il mercato al momento sta attraversando una fase di transizione. Per quel che ci riguarda continueremo a investire negli ❯❯

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COPERTURE PER L’EDILIZIA

❯❯ interventi di messa a norma

dei capannoni industriali, che sono sempre più richiesti, soprattutto per quanto concerne la sicurezza in caso di incendio, in accordo con quanto stabilito dalla legge 81 sulla sicurezza e salute dei lavoratori sui luoghi di lavoro». Lei è anche il presidente di Zenital, l’associazione nazionale che riunisce al suo interno i principali produttori di sistemi di illuminazione e ventilazione naturali e di sistemi per il controllo di fumo e calore. Quali obiettivi perseguite attraverso questa organizzazione? «Cerchiamo di promuovere le soluzioni di carattere legislativo, tecnico e commerciale più idonee alla valorizzazione della

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L’illuminazione naturale degli ambienti costituisce oggi uno dei principali aspetti che condizionano la progettazione architettonica

politica generale del settore. Partecipiamo ad appositi gruppi di lavoro per l’elaborazione di leggi e normative, operando a stretto contatto con gli enti preposti, sia a livello nazionale che internazionale. La Zenital, a sua volta, è poi membro di Eurolux, raggruppamento europeo delle associazioni del settore. Attraverso Eurolux siamo al momento impegnati nello studio di una norma, che possa valere su scala

comunitaria, per favorire proprio la diffusione di sistemi di illuminazione zenitali. Crediamo sia giunto il momento che le istituzioni competenti prendano coscienza delle possibilità offerte da queste soluzioni, che potrebbero portare enormi benefici non soltanto da un punto di vista ambientale ma anche economico». In tal senso, anche per fronteggiare la crisi, ritiene che al momento ci sia la giusta collaborazione tra i vari attori del vostro comparto? «Sicuramente in questi anni sono stati fatti passi avanti importanti. Credo però che sia doveroso favorire, soprattutto in Italia, una maggior integrazione tra gli associati, che spesso sono aziende di piccole e medie dimensioni. Il tessuto imprenditoriale nostrano è infatti caratterizzato da una scarsa propensione alla collaborazione, che in un certo senso limita la possibilità di dare vita a quelle “reti” e aggregazioni di imprese che permetterebbero anche alle nostre Pmi di affacciarsi sui mercati internazionali in maniera più solida e strutturata».


EDILIZIA

L’edilizia attende una ristrutturazione Il consolidamento di terreni e fondazioni è il primo passo per ogni intervento edile. Felice Rettondini, che opera da anni in questo campo, propone alcune considerazioni sulla situazione del mercato del mattone Amedeo Longhi

La Vipp Lavori Spa ha sede a Angiari (VR) www.vippspa.com

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er descrivere le attuali condizioni di salute del comparto edile e del suo indotto sono stati versati fiumi di inchiostro, numerosi convegni e manifestazioni di piazza che hanno visto la partecipazione congiunta di sindacati e imprese che hanno cercato di spiegare e porre rimedio alla situazione. Fra queste voci, si leva anche quella di Felice Rettondini, Presidente della Vipp Lavori, azienda veronese che svolge una serie di attività collaterali rispetto all’edificazione ma necessari perché essa si possa svolgere, dalle indagini geognostiche alle opere di consolidamento: «Basti dire – suggerisce Rettondini – che il momento del settore è drammatico ed è il più critico che sin qui si sia verificato rispetto alle contingenze negative del passato. I fattori di crisi sono generali: di finanza pubblica e privata, di debolezza del sistema industriale, di totale sfiducia nei confronti delle istituzioni che dovrebbero invece essere garanti per il futuro dell’economia nazionale». Come tutti, anche la Vipp ha dovuto attuare una strategia

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studiata appositamente per ottimizzare la gestione e superare indenne questa fase: «La nostra impresa ha messo in atto una serie di procedure per contenere spese generali e costi diretti, unitamente a una programmazione attenta dei cantieri, riuscendo a impiegare negli stessi le migliori risorse. Allo stesso tempo, abbiamo incrementato l’azione di penetrazione nei mercati esteri, con particolare attenzione alla Francia, alla Romania e all’area del Maghreb». Misure necessarie che tutti dovrebbero attuare per frenare l’onda della crisi. Secondo Rettondini infatti, «allo stato attuale non vi è alcun settore – privato, industriale e infrastrutturale – che risulti non depresso e in salute. Solo un massiccio intervento dello Stato, attraverso investimenti diretti e l’emanazione di norme che possano favorire i grandi investimenti privati nei comparti energetico e infrastrutturale, può dare una svolta alla situazione in tempi rapidi». Purtroppo, il saldo negativo non è relativo al solo dato economico: i tragici eventi dello scorso anno in Liguria, Sicilia e altre zone d’Italia


Felice Rettondini

hanno evidenziato le carenze del patrimonio edilizio e urbanistico italiano dal punto di vista geotecnico. «Gli interventi da eseguire sul territorio per correggere le gravi problematiche legate al degrado idrogeologico – spiega Rettondini – sono davvero tantissimi e massicci. Tuttavia, è necessaria una preliminare riorganizzazione degli enti preposti, oggi polverizzati e incapaci di impegnarsi lavorando di concerto in progetti che coinvolgano ampie aree di territorio». La posizione di cui gode Rettondini rispetto a queste tematiche è privilegiata e rafforzata dalla grande esperienza specifica sul campo: «I campi di intervento della nostra impresa sono quelli che sottendono ai vari tipi e tecnologie di impermeabilizzazione e consolidamento dei terreni e delle fondazioni profonde mediante la formazione di pali

di piccolo e grande diametro, pali infissi prefabbricati, gettati in opera o eseguiti mediante tecnologia di roto-infissione, delle opere di sostegno mediante diaframmi, berlinesi, palancolati. La nostra specializzazione è inoltre l’esecuzione di lavori di fondazioni specialistiche per opere marittime, la costruzione di banchine e moli portuali, la realizzazione “chiavi in mano” di marine per imbarcazioni e navi da diporto con progettazione e ingegnerizzazione delle strutture a mare». La conclusione è dedicata a una considerazione critica sui comportamenti, spesso deviati, di diversi operatori del settore: «La drastica contrazione delle opportunità del mercato ha colpito maggiormente le imprese specializzate, più strutturate, che hanno investito in organizzazione, tecnologia, conoscenza tecnica, sicurezza. I ribassi,

che in opere pubbliche hanno raggiunto punte anche oltre il 50 per cento e, in molti casi, una carente capacità di controllo in fase esecutiva dei lavori da parte degli enti preposti, favoriscono fenomeni di “concorrenza sleale” nei confronti di imprese composte da uomini che amano il proprio lavoro e sono orgogliosi delle opere ben eseguite, a volte anche a costo di sacrifici». VENETO 2012 • DOSSIER • 241


Investire e ristrutturare a Cortina Dopo pochi mesi dall’inizio del 2012, la provincia del bellunese registra un nuovo slancio economico nel settore immobiliare. A trainare il comparto sono le ristrutturazioni. Ne parliamo con Gianriccardo, Fabio e David Pizzolotto Emanuela Caruso

Italia viene riconosciuta come uno dei paesi europei in cui gli investimenti immobiliari hanno il giusto potenziale per diventare protagonisti del rilancio economico e produttivo del settore edilizio. Finora, i maggiori capitali investiti sono stati destinati al-

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Fabio, Gianriccardo e David Pizzolotto dell’impresa edile Pizzolotto Srl con sede a Cortina d’Ampezzo (BL) www.impresaedilepizzolotto.com

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l’edilizia commerciale e turistica, ma anche nell’ambito del mercato abitativo-residenziale sono stati compiuti alcuni passi in avanti, in particolare in specifiche zone del territorio italiano, tra le quali il bellunese e Cortina d’Ampezzo. Chi ha saputo cogliere al volo le nuove opportunità offerte dal mercato, concentrando energie e sforzi proprio nel ramo residenziale, è stata l’Impresa Pizzolotto, società specializzata in tutti i comparti del settore edile. «Siamo riusciti a trarre vantaggio dalle regole imposte dalle normative vigenti – spiega Gianriccardo Pizzolotto, fondatore e tito-

lare dell’azienda – che non consentono di realizzare nuovi edifici, bensì solo di ristrutturare i volumi già esistenti. Abbiamo acquistato e ristrutturato molti immobili, così da riposizionarli sul mercato abitativo-residenziale e da offrire al bacino d’utenza la possibilità di comprare appartamenti di varie pezzature e metrature nell’area di Cortina d’Ampezzo e San Vito di Cadore». A dimostrazione di quanto questa attività stia coinvolgendo il territorio dolomitico e in particolar modo quello ampezzano, in quest’ultimo periodo l’Impresa Pizzolotto sta completando un intervento di riqualificazione ambientale all’ingresso dell’abitato di Cortina. «Abbiamo acquistato un


Gianriccardo, Fabio e David Pizzolotto

Ci siamo concentrati sulla ristrutturazione e sul restauro dei vecchi edifici di Cortina d’Ampezzo e San Vito di Cadore

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vecchio stabile, recuperandone la volumetria esistente e suddividendolo in tre fabbricati – continua Fabio Pizzolotto, socio dell’azienda e responsabile dei cantieri edili –. Per garantire un risultato di elevata qualità abbiamo utilizzato tecnologie e materiali di prima scelta quali, ad esempio, calcestruzzi di rinomata qualità, murature termoisolanti, coperture in legno con isolamento termo-acustico, rivestimenti ventilati con copertura in rame per il tetto. Ci occupiamo anche dell’installazione, tramite i nostri terzisti, di impianti termo-idraulici ed elettrici, fornendo loro l’assistenza necessaria per un’ott9imale finitura muraria. Nel posizionamento dei serramenti siamo autonomi, in quanto abbiamo sviluppato e certificato un infisso a bassa trasmittanza con l’esterno». Dall’inizio dell’attività, avvenuto quasi cinquant’anni fa, l’Impresa Pizzolotto ha sempre operato nell’area di Belluno, concentrandosi a Cortina e San Vito di Cadore, vivendo da protagonista tutte le principali

tappe evolutive che nel corso del tempo hanno caratterizzato il settore edile della zona. «A partire dagli anni 60 – racconta ancora Gianriccardo Pizzolotto – l’evoluzione ha riguardato soprattutto le tecniche costruttive e i materiali da costruzione, che si sono migliorati e affinati in modo da soddisfare le nuove esigenze del mercato. Inoltre, a Cortina e nei comuni limitrofi, dove l’economia turistica fa da padrone, nel tempo l’edilizia ha dovuto saper rispondere alle richieste di finiture interne ed esterne di alta qualità». Attualmente, l’Impresa Pizzolotto vanta un buon numero di commesse, e in particolare di commesse dalla complessa rea-

lizzazione. «Grazie all’esperienza acquisita in tanti anni di attività – conclude David Pizzolotto, altro socio e responsabile dell’amministrazione della società – ci siamo specializzati nella costruzione e ristrutturazione di edifici ad alto coefficiente di difficoltà, per i quali siamo sempre in grado di assicurare qualità e sicurezza attraverso l’impiego di attrezzature e tecnologie all’avanguardia. Molti di questi complessi interventi riguardano la realizzazione di piani interrati capaci di sostenere l’intero edificio ristrutturato e la costruzione di nuovi stabili, partendo dalle fondazioni per poi arrivare alla copertura dell’edificio». VENETO 2012 • DOSSIER • 243


Valorizzare l’esistente per rilanciare l’edilizia Recuperare e dare nuova vita alle costruzioni esistenti, attraverso progetti dall’alto valore sociale e attenti alla tutela dell’ambiente. È questa la mission di Im.Cos, come racconta il suo legale rappresentante, Enrico Olivieri Guido Puopolo

Enrico Olivieri, legale rappresentante della Im.Cos Spa di Verona www.imcosspa.biz

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l settore edilizio è oggi chiamato a fare da traino a uno sviluppo architettonico e urbanistico sempre più attento a tematiche quali l’abbattimento dei consumi energetici e dell’impatto ambientale. Sono già diversi anni che, in questo campo, si sta cercando di portare avanti una politica volta alla eco-sostenibilità, non soltanto per le nuove costruzioni, ma anche e soprattutto per le ristrutturazioni. «È fondamentale concentrarsi sul “patrimonio immobiliare” esistente, perché grazie a questo approccio è possibile ottenere un duplice risultato». Lo afferma Enrico Olivieri, legale

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rappresentante della Im.Cos Spa, società di Verona specializzata nella costruzione sia di edifici privati che di strutture di utilità pubblica e sociale. «In questo modo, infatti, si potrebbero ridurre i consumi, e quindi l’inquinamento atmosferico prodotto da immobili ormai datati. Allo stesso tempo si eviterebbe di immettere in un mercato ormai saturo nuovi immobili, la cui mancata commercializzazione già oggi rischia di mettere in ginocchio tanto gli immobiliaristi quanto i costruttori».


Enrico Olivieri

Il Veneto, e in particolare Verona, deve investire nel recupero del suo straordinario patrimonio immobiliare e artistico

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Per superare questa situazione di empasse che si è venuta a creare, è però indispensabile colmare alcuni gap, primo fra tutti quello legato al sistema appaltistico. Quali sono, in tal senso, le criticità maggiori che un’impresa come la sua si ritrova ad affrontare? «La mia, come quasi tutte le imprese serie del settore, incontra proprio nel sistema appaltistico pubblico le maggiori difficoltà nel reperire lavori. Infatti se valutiamo i sistemi più utilizzati, ovvero il “massimo ribasso” e “l’offerta economicamente vantaggiosa”, questi presentano, a mio parere, delle

enormi aberrazioni. Nel primo, dove si premia il ribasso maggiore, si viene di fatto a creare una gara “a chi si fa più male” tra l’impresa aggiudicataria e la stazione appaltante. Nella seconda, dove la meritocrazia è la discriminante che determina il vincitore, la discrezionalità della commissione giudicatrice spesso appiattisce le reali capacità tecniche delle imprese». In particolare, cosa si rischia ostinandosi a perseguire una logica al continuo ribasso? «Come dicevo precedentemente il sistema del massimo ribasso, atto esclusivamente ad abbattere i costi di realizzazione, non può portare ad altro che a

enormi problematiche per le stazioni appaltanti, costrette a fare i conti con imprese spesso in forte difficoltà e a rischio di imminente fallimento. Le conseguenze di tutto questo sono molteplici e tutte socialmente devastanti. Si pensi, ad esempio, allo slittamento dei termini di consegna, agli eventuali mancati introiti e alle duplicazioni dei costi per la nuova eventuale gara di appalto». Su cosa si può fare leva affinché i privati possano partecipare in maniera più attiva alla realizzazione delle opere pubbliche, contribuendo così a una redistribuzione più omogenea del lavoro e degli investimenti tra le imprese del territorio? «Gli strumenti che consentono ai privati di “diventare soci” delle Pa nell’esecuzione dei lavori, esistono già. Oltre alla conosciuta concessione di costruzione e gestione - c.d. Project Financing -, ci sono altre forme che permettono a imprese private di partecipare attivamente alla costruzione di opere pubbliche. Sto parlando, ad esem- áá VENETO 2012 • DOSSIER • 247


EDILIZIA

áá pio, della permuta, attraverso la quale la Pa cede al privato un immobile o un’area edificabile, ottenendo in cambio la costruzione di un nuovo edificio di rilevanza sociale, come ad esempio una scuola. Esiste poi il leasing in costruendo, che garantisce al privato la proprietà dell’opera da lui costruita per 20 anni, durante i quali la Pa si impegna a pagare un canone fisso fino al riscatto dell’opera stessa. Da ultimo, proprio perché di recentissima introduzione, troviamo il contratto di disponibilità. Esso assomiglia al leasing, ma con due principali differenze: la Pa non mette in gara un progetto preliminare bensì un capitolato prestazionale, e la rata non è fissa, ma variabile, proprio in ragione di ciò che la Pa mette a disposizione. In tutte queste situazioni tempi, costi e qualità delle realizzazioni trovano un naturale equilibrio, poiché tutte le parti in gioco hanno un’unicità di intenti e di risultato». Parlando, nello specifico, di Im.Cos, sotto quali aspetti trova si sia evoluta maggiormente la società negli ultimi anni? «Abbiamo incrementato e ottimizzato i servizi offerti ai nostri clienti, siano essi Pubbliche amministrazioni o privati. Siamo oggi in condizione di agire come partner altamente qualificati per lo sviluppo di qualunque progetto che abbia come obiettivo la costruzione sia di edifici privati con natura residenziale o 248 • DOSSIER • VENETO 2012

commerciale, che di strutture di utilità sociale o pubblica. Nell’ambito delle operazioni a noi commissionate offriamo servizi consulenziali e di assistenza relativi a tutti i livelli, dalla progettazione alla realizzazione completa dei lavori, al fine di garantire il pieno successo dell’opera in termini di qualità e redditività commerciale. Tutto questo passando attraverso un tema oggi imprescindibile, quello della sicurezza sul lavoro. Sono infatti quasi due anni che nella nostra impresa è vigente e realmente operativo un Modello Organizzativo Gestionale in materia di Sicurezza. In Im.Cos le responsabilità sono tutte chiare e ben definite». Dal punto di vista progettuale e operativo quale crede saranno le sfide maggiori che vi vedranno coinvolti e su quali progetti vi state concentrando attualmente? «Intendiamo concentrarci sul recupero e la valorizzazione degli edifici esistenti. Crediamo molto in questa impostazione, proprio perché è un tipo di lavorazione dove la capacità operative delle aziende è ancora in grado di fare la differenza. Operiamo in un settore che per certi versi può essere considerato “di nicchia”, e la bontà dei lavori eseguiti è la prova tangibile della professionalità e preparazione con la quale lavoriamo. Proprio recentemente abbiamo avviato un cantiere pubblico molto importante qui a Verona, relativo al

Il sistema full comfort L’architettura sostenibile, l’efficienza energetica e il comfort abitativo rappresentano l’obiettivo intrinseco a ogni progetto gestito da Im.Cos. Per fare ciò l’azienda si avvale di materiali, tecnologie costruttive e soluzioni impiantistiche adatte a produrre un’edilizia d’eccellenza, anche attraverso il ricorso alle fonti di energia rinnovabili. A questo proposito Im.Cos ha messo a punto il sistema Full Comfort. Si tratta di una serie di attenzioni progettuali, di soluzioni costruttive e dotazioni impiantistiche, certificate e garantite, che rendono il fabbricato veramente speciale. Le abitazioni realizzate da Im.Cos sono infatti pensate per permettere, a chi ci abita, di vivere la propria casa nel pieno comfort acustico, termico e luminoso.


Enrico Olivieri

restauro e alla messa a norma del Palazzo Scaligero, sede della Provincia e della Prefettura». Da quali settori di attività vi aspettate, per il prossimo biennio, gli investimenti maggiori? «La risposta è ancora una volta legata al settore del recupero, tanto abitativo che commerciale. Credo fermamente che la ripresa del settore edile e dell’immobiliare debba inevitabilmente trovare qui le sue fondamenta». Quali sono le peculiarità che oggi vi rendono competitivi sui mercati? «Certamente la serietà, la preparazione e la capacità di dialogare con tutti gli operatori coinvolti nel processo edilizio e immobiliare. Abbiamo appena terminato la realizzazione, in Project Financing, di una casa di riposo da 120 posti letto nel Comune di Noventa Vicentina per la quale abbiamo curato e gestito tutte le fasi e che ha richiesto tre anni per il completamento dell’iter amministrativo-autorizzativo e due per la realizzazione. Oggi la struttura è finalmente operativa, erogando un importantissimo servizio sociale: questo è, senza dubbio, uno degli aspetti che più ci rende orgogliosi di quello che facciamo». Quali sono stati, a suo parere, i risultati più significativi raggiunti da Im. Cos nel corso del 2011?

Recentemente abbiamo avviato un cantiere pubblico a Verona, relativo al restauro e alla messa a norma del Palazzo Scaligero, sede della Provincia e della Prefettura

«Il bilancio è certamente positivo, soprattutto se contestualizzato in questo particolare momento storico, nel quale l’edilizia sta attraversando una delle sue fasi più buie. Al di là dei risultati economici, credo però che le capacità organizzative e operative che abbiamo raggiunto in questi anni siano gli aspetti più apprezzati dai nostri committenti, siano essi privati o enti pubblici, che sanno sempre di poter contare su un partner serio e affidabile per i loro progetti». Lei, come accennato in precedenza, è un convinto sostenitore della necessità di rallentare il “nuovo”, al fine di concentrarsi sulla ristrutturazione e rivalorizzazione del costruito, in primis sotto il profilo dell’adeguamento energetico. Osservando l’attuale situazione del mercato veneto, quali sono le aree più interessanti a questo proposito? «Il Veneto, e in particolare Ve-

~

rona, deve investire nel recupero del suo straordinario patrimonio immobiliare e artistico, per salvaguardare un territorio che sempre di più sta perdendo le sue connotazioni tipiche a discapito di una feroce cementificazione. Per quel che riguarda la città scaligera, di cui conosco meglio le esigenze, ritengo che la zona compresa tra la Stazione Ferroviaria e la ZAI sia quella con maggiore necessità di recupero. Qui sorgono infatti numerosi vecchi capannoni, con grandi spazi adiacenti, che potrebbero servire come base di partenza per significativi interventi. Penso a case e uffici con dignitose metrature, accattivanti architetture sul modello dei loft newyorkesi, e costruite con intelligenza, per garantire costi contenuti. Progetti simili potrebbero essere assorbiti molto velocemente dal mercato, e contribuire in maniera decisiva al rilancio dell’intero settore».

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L’edilizia deve ripartire dalla qualità I

Il mercato immobiliare vive un momento di stagnazione complicato dall’eccessiva “generalizzazione” di un comparto in cui trovano spazio anche aziende non accreditate. La soluzione? Per l’ingegnere Mirco Verno occorre soprattutto qualità Erika Facciolla

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l settore immobiliare sta vivendo un momento di profonda crisi, non solo economica ma anche di ‘identità’. Alle criticità ‘esterne’, prima fra tutti l’inevitabile contrazione del mercato indotta dalla ‘stagnazione’ della domanda immobiliare, si aggiungono problematiche ‘interne’ che operatori ed esperti individuano principalmente nella mancanza di una rigida selezione delle imprese. Ciò ha prodotto l’immissione sul mercato di prodotti qualitativamente scadenti e privi di garanzie che

hanno alimentato un clima di diffidenza tra i potenziali acquirenti. A confermare questa tesi è l’ingegnere Mirco, presidente della Verno Costruzioni, attiva nel settore costruzioni e investimenti immobiliari sia in ambito civile che industriale. Nata nel 1990 come proseguimento di un’attività familiare cominciata negli anni Sessanta, l’azienda è ormai giunta alla terza generazione di cui l’ingegnere Mirco Verno è l’attuale rappresentante. Qual è stato il contribuito della Verno Costruzioni per sanare le criticità di un settore tra i più colpiti dalla crisi economica? «Il nostro sforzo è da sempre quello di proporci come “vera impresa”, fatta di capitali, di mezzi ma, soprattutto, di uomini che sanno fare bene il loro mestiere, di maestranze esperte che con la loro passione infondono in ciò che fanno quel va-


Mirco Verno

lore aggiunto che fa di una costruzione un oggetto unico di cui andare orgogliosi». A proposito di valore aggiunto, quali sono i punti di forza che caratterizzano il vostro servizio rispetto a quello degli altri competitor? «I nostri dipendenti possiedono le più svariate professionalità, dalla carpenteria alla muratura, dalla lavorazione del ferro all’utilizzo di un parco macchine invidiabile per consistenza e aggiornamento, che ci consentono di realizzare in autonomia le commesse più disparate, spesso ricorrendo alla formula “chiavi in mano”. La nostra forza sta nella capacità di affiancare il committente nelle scelte tecnico-economiche con cui è chiamato a confrontarsi durante la progettazione di un’opera e la sua realizzazione, mettendo a sua disposizione esperienza e professionalità». Oltre le risorse umane e professionali, quali sono i fattori che concorrono ad accrescere la forza imprenditoriale

della Verno Costruzioni? «Il nostro percorso di crescita passa anche attraverso numerose e fruttuose partnership con clienti fidelizzati che, soprattutto in ambito turistico dove la stagionalità è una condizione operativa che impone scadenze improrogabili, hanno apprezzato la nostra capacità organizzativa, la puntualità nelle consegne e la qualità degli immobili realizzati». Cosa rappresenta la vera “innovazione” nel settore delle costruzioni cui Verno si rivolge? «Oggi, riferendosi all’edilizia, spesso si richiamano concetti quali “sostenibilità”, “bio edili-

zia”, “prestazioni energetiche”, qualità che da sempre abbiamo ricercato nelle nostre costruzioni, dove il sapiente impiego di materiali tradizionali abbinati ad impianti tecnologicamente all’avanguardia hanno consentito di ottenere prodotti affidabili, a basso consumo energetico, qualitativamente superiori ed altamente confortevoli». Dove e come occorrerebbe intervenire affinché l’edilizia torni ad essere uno dei pilastri dell’economia italiana? «Il futuro delle costruzioni, a mio avviso, deve passare attraverso un recupero critico di quanto il passato ci offre, soprattutto in termini di impiego di materiali naturali, che vanno coniugati a livello compositivo e progettuale con una nuova coscienza e sensibilità per il confort abitativo e per l’ambiente. Oggi più che mai il mercato richiede qualità e sarà questo il parametro con cui verranno misurati in futuro gli immobili: Verno Costruzioni è pronta per la sfida».

In apertura, da sinistra, Mirco, Cristina e Stefano Verno della Verno Costruzioni di Oderzo (TV). Nelle altre immagini, cantieri e complessi realizzati dall’impresa www.vernocostruzioni.com

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MATERIALI

Il vero parquet made in Italy In controtendenza rispetto a molte realtà del settore, Master Floor ha scelto di non delocalizzare la produzione dei pavimenti in legno. Garantendo una qualità totalmente italiana. L’esperienza di Francesco Dalla Colletta Eugenia Campo di Costa

Francesco Dalla Colletta, titolare della Master Floor di Godega di Sant’Urbano (TV) www.masterfloor.it www.garbelotto.it

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egli anni di recessione, per ridurre i costi, molte aziende hanno scelto la delocalizzazione produttiva. Così, anche nel settore dell’arredamento, troppo spesso, quello che è venduto come “autentico italiano”, in realtà non è proprio tale. «Nel nostro paese, purtroppo, il made in Italy non è tutelato» afferma Francesco Dalla Colletta, titolare della Master Floor di Godega di Sant’Urbano, azienda specializzata nella realizzazione di pavimenti in legno che, contrariamente a tante realtà del suo settore, ha deciso di mantenere in Italia la produzione, nella sua totalità. «Il concorrente più sleale nel nostro mercato è il materiale di importazione, che viene solamente rimballato in Italia con la semplice scritta fuorviante “made in Italy”, e viene quindi immesso nel mercato dando al consumatore l’unico vantaggio di un parquet a prezzo basso. Molteplici sono però gli svantaggi legati alla non tracciabilità delle materie prime, all’oscuro processo di produzione e all’assoluta mancanza di informazioni sui materiali utilizzati». A differenza di molti competitor, Master Floor ha de-

N

ciso di non dislocare alcuna fase produttiva all’estero. «Anche quando tutto il comparto ha guardato all’estero per ridurre i costi, noi abbiamo voluto tenacemente mantenere nel territorio tutte le fasi di produzione per garantire un prodotto certificato 100 per cento made in Italy. Questa scelta è risultata vincente; qualità, servizio e un adeguato supporto di marketing hanno fatto sì che la nostra azienda acquisisse ottimi risultati sul mercato non solo nazionale ma anche internazionale. Tutti i nostri prodotti sono certificati e adatti alla bioedilizia, infatti usiamo solo materiali e vernici esenti da emissioni nocive, per questo siamo certi di offrire un prodotto sano e di qualità». Quindi il 2011 è stato per voi un anno positivo. «Nel 2011 Masterfloor ha visto un importante incremento del fatturato, ha inoltre effettuato importanti investimenti soprattutto nel reparto ricerca e sviluppo e ha aggiunto, alla già ampia gamma di prodotti, dei parquet innovativi e gla-


Francesco Dalla Colletta

mour che hanno rapito l’attenzione di architetti e interior designer». Quali paesi rappresentano i principali mercati dell’azienda? «Siamo presenti in tutto il territorio italiano, i nostri prodotti sono stati scelti da importanti architetti per pavimentare abitazioni private di celebrities, hotel e location di lusso. Un esempio su tutti: la nostra linea Classic è stata scelta per pavimentare il Teatro Petruzzelli di Bari. All’estero siamo presenti da anni nel mercato turco, russo, canadese e naturalmente in tutta Europa. Inoltre, stiamo iniziando a lavorare con paesi emergenti quali Messico, Sud America, Corea, India e Israele». Quali sono le linee della vostra offerta? «Le linee di Master Floor si suddividono in Classic, Big

La morciatura e la piallatura vengono realizzate a mano, tavola per tavola, con strumenti antichi e terre naturali

Old, Prestige e Collection, tutte hanno avuto un riscontro favorevole e positivo nel mercato, precisando che la nostra offerta si estende su tutte le linee con la possibilità di avere colorazioni a campione e particolari, originali trattamenti della superficie. La massima espressione dei prodotti Master Floor è la linea “I Tavolati” tavole dal sapore antico e unico. Esclusivi trattamenti della superficie rendono queste tavole speciali, come la morciatura e la piallatura realizzate a mano, tavola per tavola, con strumenti antichi e terre naturali».

Una delle caratteristiche peculiari del vostro prodotto è la finitura ad olio naturale. «Questo trattamento è caratterizzato da un olio naturale di ultima generazione, adatto alla bioedilizia perché ecologico e privo di sostanze nocive, che nutre, protegge e preserva la superficie del legno. A differenza degli olii ossidativi di vecchia generazione, non richiede una manutenzione straordinaria. Con gli appositi prodotti da noi forniti, infatti, è possibile mantenere inalterato lo splendore del pavimento con la semplice pulizia giornaliera».

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MATERIALI

L’arte italiana del ferro battuto Una tradizione “forgiata” nei secoli. Un’arte antica e moderna al tempo stesso. Un settore rivitalizzato dall’impegno profuso dalle aziende che hanno puntano sulla qualità del prodotto italiano. Bruno Gonzato presenta Industria Italiana Arteferro Erika Facciolla

Il dottor Bruno Gonzato portavoce di Ind.i.a, Industria Italiana Arteferro e della Gonzato Design di Malo (VI) www.arteferro.com

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a lavorazione del ferro battuto rappresenta una pratica antica e preziosa, le cui radici si perdono nel lontano 1400 a.C. quando l’uomo iniziò a comprendere i mille impieghi che questo materiale poteva trovare nella vita quotidiana. Col tempo, le mani sempre più esperte dei fabbri ne valorizzarono l’aspetto decorativo dando vita a una tradizione che nei secoli si è trasformata in vera e propria arte. Oggi quest’arte è un’eccellenza italiana che si alimenta di due ineliminabili bisogni dell’essere umano: protezione e bellezza. Ed è per soddisfare questi bisogni che è nata Ind.i.a., Industria Italiana Arteferro, fondata nel 1971 da Bruno Gonzato e diventata, in poco tempo, un leader nel settore con filiali in tutto il mondo. Ogni elemento scelto e lavorato presso l’Industria Italiana Arteferro, e nella più giovane Gonzato Design, concorre alla creazione di prodotti d’avanguardia, espressione di una cultura. A descriverla, Bruno Gonzato. Quali sono stati i principali cambiamenti che ha vissuto l’arte del ferro battuto? «Dal 1970 in avanti quest’arte è rinata dopo aver attraversato un periodo denso di difficoltà. Proprio nel 1971 è nata Industria

L

Italiana ArteFerro che, fornendo ai fabbri semilavorati pronti di qualità a prezzi convenienti, ha permesso loro di dedicare il proprio tempo alla composizione, l’assemblaggio e il monitoraggio in cantiere dei propri manufatti. Ciò ha riportato il ferro battuto artistico in linea con le aspettative di qualità e prezzo della potenziale committenza». Quali sono gli aspetti che evidenziano il valore artistico del ferro e quali, invece, che lo definiscono come prodotto industriale? «Il ferro battuto non è, per sua natura, un prodotto “industrializzabile”. Il risultato finale è sempre dato da un ferro ben laminato, ben sagomato, equilibrato in tutti i suoi componenti e ben assemblato». Quali sono state le principali tappe che hanno condotto la società a una costante espansione e internazionalizzazione? «La prima filiale è nata in Spagna nel 1989. Nel corso degli anni si sono aggiunte quella in Texas, Francia, Danimarca, Argentina, Brasile, Cile, Messico, Russia, Ucraina, Croazia, Romania, Serbia, Nigeria e da ultimo la Svezia per il solo acciaio inox». Cosa proponete per contrastare la tendenza di un mer-


Bruno Gonzato

cato di massa e stereotipato? «In Europa non esiste una produzione stereotipata nel ferro battuto artistico. Ind.i.a. ha messo tutto il suo impegno nel lanciare innovative linee di grande qualità e non facilmente riproducibili dai concorrenti asiatici, che stanno incontrando il favore dei migliori architetti, fabbri e opinion leaders di tutto il mondo. Da circa dieci anni, inoltre, abbiamo introdotto una linea di acciaio inox per recinzioni, per quella fascia di architettura moderna che va diventando preponderante». In cosa consiste, a suo pa-

rere, il principale punto di forza della Ind.i.a.? «Nell’essere gli unici in grado di garantire un servizio “chiavi in mano” a progetti che richiedono centinaia di operai e fabbri per la preparazione e il montaggio dei prodotti in ferro. Oltre ai vari lavori in corso, continuiamo a produrre fucinati artistici per i fabbri di tutto il mondo». Con quali presupposti e obiettivi si pone la Gonzato Design nel settore del ferro battuto artistico? «La linea Gonzato Design è nata proprio per intercettare il

gusto degli architetti e dei progettisti più attenti in un settore che talora può apparire ridondante. L’idea è quella di proporre articoli dal design innovativo e assemblati in modo lineare». Quale evento avete scelto per presentare le vostre ultime creazioni? «Parteciperemo come tutti gli anni a una ventina di fiere internazionali, tra le quali il Made Expo di Milano, Barcellona, Madrid, Parigi, Mosca, Kiev, mentre le nostre filiali sparse nel mondo parteciperanno alle fiere locali più importanti dei rispettivi paesi». Cosa sente di dire ai colleghi del comparto per far sì che l’arte del ferro battuto continui a essere praticata e tutelata? «Di non rinunciare mai alla qualità italiana che è, da sempre, la nostra principale risorsa e lo sarà ancor di più negli anni a venire». VENETO 2012 • DOSSIER • 255


L’arredo, una questione di ecosostenibilità e design Euromobil celebra quarant’anni di successi nel mondo dell’arredo, favorendo uno speciale connubio tra industria, arte e sport. E oggi, la realtà creata dalla famiglia Lucchetta, punta a un futuro all’insegna dei giovani designer e dell’ecosostenibilità Aldo Mosca

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Lucchetta

uno dei nomi più prestigiosi del mobile italiano. Ma, soprattutto, è un simbolo di come la laboriosità tipica del fare impresa in Veneto si possa coniugare ai presupposti del design, dell’arte e della tecnologia. La trevigiana Euromobil continua a crescere perseguendo, come afferma da sempre il loro management, valori quali «l’immaginazione, la tenacia, la flessibilità, la mano intelligente e – cosa non scontata –, l’autofinanziamento» contribuendo con il suo indotto alla creazione del mito, sul mercato, del Nord-Est italiano.

È

A sinistra, i fratelli Antonio, Fiorenzo, Gaspare e Giancarlo Lucchetta della Euromobil Spa di Palzè di Piave (TV) www.euromobil.it

GLI INIZI

La sua storia inizia, curiosamente, quando gli anni del

boom sono agli sgoccioli e incombe la crisi petrolifera. È il 1972 allorché, a Falzè di Piave, nasce Euromobil, “erede” del mobilificio Lucchetta Luigi e figli, fondato nel 1960 a Pieve di Soligo da Luigi e Luigia Lucchetta. La nuova azienda si specializza nella produzione di cucine moderne, come si diceva a quel tempo: a essa, due anni dopo, si aggiunge il marchio Zalf, che fabbrica mobili e complementi per la casa, l’ufficio e il contract. Una strategia di diversificazione di merceologia e mercati che, comunque, fa sempre capo alla famiglia imprenditrice, non tradendo, così, il tipico modello aziendale veneto. «Abbiamo sempre pensato alla famiglia come a un’azienda in

nuce, con alla base una solida linea morale di comportamento e un forte senso di solidarietà» spiega l’attuale amministratore del gruppo, Gaspare Lucchetta. «È un fondamentale strategico che va oltre il fatto imprenditoriale e, nello stesso tempo, ne è il segreto». Lo si capisce nel 1986 quando i figli Antonio, Fiorenzo, Gaspare e Giancarlo Lucchetta si alleano per dare alle aziende una struttura industriale all’avanguardia, aggregandole sinergicamente e automatizzandone la produzione, in breve facendone uno dei più importanti gruppi italiani nel settore dell’arredamento che, proprio in questi giorni, festeggia quarant’anni di attività nel mondo del design. ❯❯ VENETO 2012 • DOSSIER • 259


INTERNI

Moderni mecenati d’arte ❯❯ LO SVILUPPO

La politica di espansione e diversificazione ha poi un’ulteriore accelerazione quando, nel 1995, i Lucchetta rilevano la Désirée, azienda d’imbottiti, con sede a Tezze di Piave. Un’acquisizione strategica per la crescita della società, che le permette di trovare nuove opportunità in un mercato, quello dell'arredamento, sempre più affollato e volubile. «La politica del Gruppo Euromobil è sempre stata coerente con la propria storia - spiega ancora Gaspare Lucchetta -. Vogliamo continuare a rivestire il ruolo di imprenditori per i quali valori etici e cultura d’impresa devono fondersi e convivere quotidianamente».

Nel 2009 è stato pubblicato “Gruppo Euromobil, un’impresa di design tra arte e sport” edito da Skira. Un prestigioso progetto editoriale con al suo interno una presentazione curata da Andrea Zanzotto e una prefazione di Philippe Daverio. Il volume ripercorre le tappe fondamentali del Gruppo, articolandosi in cinque capitoli arricchiti dalle foto di Fulvio Roiter e dai contributi critici di diversi autori, tra cui il Direttore scientifico IED Aldo Colonetti, il critico d’arte Marco Goldin e il giornalista sportivo Gian Paolo Ormezzano. Quello artistico pare essere il filo conduttore dell’impresa. «Integrare l’arte con l’industria rende diverso il modo di essere azienda e fa crescere, culturalmente, tutte le persone che vi sono collegate» dichiara Gaspare Lucchetta. Sono nate così la partnership in qualità di main sponsor di Arte Fiera ArtFirst a Bologna, una delle manifestazioni più importanti in Europa nell’ambito dell’arte moderna e contemporanea, e del premio internazionale “Gruppo Euromobil Under 30”, per i giovani artisti. E dopo l’arte, lo sport, con la gloriosa squadra ciclistica Zalf, Euromobil, Désirée, Fior, che fa volare sulle due ruote i tre marchi del gruppo, e che ha già un palmares di otto titoli mondiali, due europei e ventidue nazionali.

L’ATTENZIONE AL DESIGN

Nell’ambito di questo “crescere” si sviluppano alcune linee di forza. In primis l’attenzione al design testimoniata, tra l’altro, dal fatto che Euromobil è tra gli attori costituenti della Fondazione ADI per il Design Italiano, ma anche dai numerosi giovani progettisti chiamati ogni anno a collaborare con le aziende del Gruppo, che crea così anche un significativo indotto formativo, e i tanti riconoscimenti ricevuti nel corso degli anni. Lo sviluppo passa dal connubio tradizione e innovazione. I tre brand Euromobil, da un lato hanno conservato la propria au260 • DOSSIER • VENETO 2012

tonoma fisionomia e il proprio know-how specifico, dall’altro hanno sviluppato tra di essi uno scambio di esperienze sia sul terreno tecnologico, sia su quello delle modalità di gestione e distribuzione del prodotto. In particolare, le tre aziende si coordinano nell’offrire soluzioni di arredo di design distintivo, di

alta qualità, a un costo accessibile. Nasce così una nuova filosofia per la casa contemporanea, denominata Total Home Design, un progetto esclusivo di casa totale che comprende sistemi e complementi integrati e trasversali rispondenti alle medesime aree di gusto. Con Zalf per giorno, notte, bambini e ra-

Nelle immagini, alcune fasi di produzione e arredi realizzati dalla Euromobil


Lucchetta

gazzi, home office; con Euromobil le cucine; con Désirée divani, poltrone e letti. L’utente trova così la giusta risposta ai suoi desideri di qualità, prezzo, servizio, immagine. LA VENA ARTISTICA

La storia del Gruppo Euromobil e dei fratelli Lucchetta non

sarebbe completa senza un accenno all’arte. Gaspare Lucchetta spiega come «insieme ad Antonio, Giancarlo e Fiorenzo cominciammo fin da giovani a frequentare gli atelier di artisti della nostra zona, ci appassionammo a ciò che facevano e, in seguito, allargammo il nostro sguardo oltre la dimensione lo-

È nostra convinzione che il design e l’arte siano uniti dalla medesima esigenza di arricchire l’anima e la vita dell’uomo

cale. L’elemento artistico è ora parte integrante del nostro modo di fare e di essere imprenditori». E ciò come si manifesta? «Con la sponsorizzazione di grandi eventi in Italia e all’estero in prestigiose sedi come il Museo Correr di Venezia, le Scuderie del Quirinale a Roma, Il Museo di Santa Giulia a Brescia, il Louvre a Parigi, l’Ermitage di San Pietroburgo, il Guggenheim di Bilbao e il Museo d’arte moderna di Mosca». Negli ultimi trent’anni il Gruppo Euromobil ha legato il suo marchio a oltre 400 mostre in Italia e nel mondo, non solo per le sponsorizzazioni. ❯❯ VENETO 2012 • DOSSIER • 261


INTERNI

❯❯ «Integrare l’arte con l’industria rende diverso il modo di essere azienda e fa crescere, culturalmente, tutte le persone che vi sono collegate. È nostra convinzione infatti che il design e l’arte siano uniti dalla medesima esigenza di arricchire l’anima e la vita dell’uomo, portandolo lontano, ove si possano trovare intuizione, fantasia e nuove energie». Anche in questo periodo il Gruppo Euromobil è main sponsor di alcune importanti mostre d’arte. Tra queste, al Palazzo Ducale di Genova

con “Van Gogh e il viaggio di Gauguin”, e a Castel Sismondo di Rimini con le due splendide mostre “Da Vermeer a Kandisky. Capolavori dai musei del mondo a Rimini” e “Zotti, Opere scelte”.

nomio che caratterizza la nostra mission da parecchi anni, possano trovare una piena realizzazione. Siamo già in possesso di un importante sito di archeologia industriale, che si presta al raggiungimento di questo obiettivo».

CAMPIONI

Dopo l’arte, anche lo sport ricopre un ruolo speciale. La prima sponsorship risale al 1985, con le Universiadi invernali, la Pievigina calcio, il Perugia calcio, il basket Euromobil Caorle, la pallavolo Noventa. Ma il fiore all’occhiello resta la squadra ciclistica - Zalf, Euromobil, Désirée, Fior, che vanta otto titoli mondiali, due europei, ventidue nazionali e oltre mille corse vinte. «Nel ciclismo - sottolinea Gaspare Lucchetta le grandi corse si vincono sui percorsi duri e difficili, come succede ora sul mercato. Una lezione straordinaria. Lo sport sprona a sacrificarsi, a sfoderare grinta e determinazione e soprattutto a non arrendersi mai. Per il futuro, il nostro sogno è quello di creare una fondazione in cui design, arte e sport, il tri262 • DOSSIER • VENETO 2012

IL FATTORE AMBIENTE

Una relazione originale tra arte, sport e industria, in cui a essere riconosciuta, oltre all’importanza di un design sostenibile, è anche una politica di rispetto della natura e dell’uomo. Euromobil cucine e Zalf mobili utilizzano per le loro produzioni l’ecopannello in particelle di legno a bassissima emissione di formaldeide, ricavato dal riutilizzo di materiale legnoso, nella logica del rispetto della natura e del consumatore finale. L’ecopannello è conforme al regolamento “CARB Fase 2”. I due brand sono molto attenti alle economie domestiche, per questo propongono una varia gamma di sistemi illuminotecnici con fonte luminosa a led, che rispetto alle comuni lampade a


Lucchetta

fluorescenza garantiscono un risparmio energetico fino all’80 per cento superiore, hanno una durata almeno dieci volte maggiore, non producono raggi ultravioletti e generano pochissimo calore. L’azienda Désirée propone anch’essa una nuova e responsabile concezione del design corretto e virtuoso. Utilizza, infatti, solo materie prime naturali eco-compatibili come il legno, il metallo, la pelle, e completamente riciclabili. I materiali di rivestimento come i tessuti, sono spesso forniti in esclusiva dalle più qualificate aziende e comprendono prodotti innovativi e aggiornatissimi. La selezione delle pelli invece, privilegia quelle bovine provenienti dai migliori pascoli, garantendo qualità este-

Vogliamo continuare a rivestire il ruolo di imprenditori per i quali valori etici e cultura d’impresa devono fondersi e convivere quotidianamente

tica, morbidezza al tatto e inalterabilità delle caratteristiche naturali. I tessuti e le pelli sono sempre completamente sfoderabili. Tutti gli imballi sono riciclabili al 100 per cento. La presenza del marchio Désirée su tutti i prodotti, garantisce la loro autenticità e conformità agli standard aziendali. Indipendentemente e in aggiunta a quanto previsto dalla normativa, l’azienda garantisce per cinque anni, dalla data di fabbricazione, le strutture dei propri imbottiti. L’affidabilità deriva dalle diverse prove certificate, eseguite da enti riconosciuti come il Catas, con-

siderato oggi il più grande istituto italiano per ricerca e prove nel settore legno-arredo, punto di riferimento in Italia e nel mondo. Il Gruppo Euromobil ha inoltre rivoluzionato il sistema di riscaldamento delle proprie strutture, sostituendo le tradizionali caldaie con i più aggiornati combustori a biomasse che eliminano tutte le esalazioni dovute alle impurità presenti. La biomassa inoltre, non contribuisce all’effetto serra. Per la salvaguardia dell’ambiente anche tutti gli imballi delle tre aziende - polistirolo, cartone, termoretraibile sono totalmente riciclabili. VENETO 2012 • DOSSIER • 263


INTERNI

Il contributo italiano alla multinazionale della luce Dalla produzione alle analisi di marketing e di prodotto. Il ruolo decisionale della società italiana che rappresenta nel nostro paese il più grande gruppo nella produzione di oggetti di illuminazione e design. La parola all’Ad Ivana Bellio Manlio Teodoro

Ivana Bellio, amministratore delegato di Eglo Italiana Srl, Mogliano Veneto (TV) www.eglo.com

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Italia è la patria della produzione delle lampade. Il nostro paese non poteva dunque non avere una parte attiva nella più grande multinazionale di produzione di lampade da esterni e interni: Eglo, la cui casa madre è in Austria, ma che ha società controllate in tutto il mondo. La sede di Eglo Italiana si trova a Mogliano Veneto, in provincia di Treviso, come spiega l’amministratore delegato Ivana Bellio: «In una prima fase, in Italia, il ruolo della nostra società è stato produttivo, di approvvigionamento di materiali e di individuazione di terzisti per l’esecuzione di specifiche lavorazioni di assemblaggio. In seguito, abbiamo assunto un ruolo esclusivamente commerciale, dopo che la casa madre austriaca ha spostato la produzione in Ungheria e in Cina. Questo progressivo spostamento a Est è stato dettato dal fatto che la capacità produttiva degli stabilimenti occidentali non era più adeguata alle richieste del mercato». Quali rapporti legano Eglo Italiana alla casa madre? «In concomitanza alla delocalizzazione della produzione, la nostra società si è ristrutturata

L’

fino a diventare una centrale commerciale pura. In questo ci ha aiutato la casa austriaca, che ha scelto di non strutturarsi per filiali direttamente controllate, ma ha lasciato lo spazio alle singole realtà locali per poter operare con una certa libertà nelle proprie scelte commerciali e con un’organizzazione interna indipendente. Questo ha dimostrato una grande capacità di visione strategica da parte del nostro gruppo. Perché una gamma di produzione di oltre 4mila articoli di illuminazione richiede una capacità di differenziazione nei vari contesti culturali – che recepiscono diversamente tecnologie e design – possibile solo con una presenza in prima persona nelle diverse realtà». Qual è il contributo che Eglo Italiana e le altre consociate danno alla casa madre nelle scelte di progettazione e creatività? «Tutto quello che viene creato nei reparti design austriaci è periodicamente presentato ai rappresentanti delle varie società che compongono il gruppo. Nel corso della presentazione i nuovi modelli vengono valutati dai rappresentati, che hanno la possibilità di votare i prodotti e indirizzare le scelte produttive e


Ivana Bellio

commerciali del gruppo, individuando in quali mercati un tipo di articolo ha maggiori possibilità di successo, dato che il gusto per quel che riguarda l’arredamento è molto diverso anche all’interno della stessa Europa – sarebbe impensabile proporre ai Norvegesi una lampada pensata per il mercato italiano e viceversa. I prodotti che ricevono le maggiori “quotazioni” vengono così inseriti in catalogo e presentati nelle fiere di Francoforte e Milano, in cui ogni anno portiamo circa 350 novità». Su quali caratteristiche puntate per facilitare la diffusione del vostro prodotto nel mercato italiano? «All’inizio le nostre lampade rispondevano a un gusto molto nordico, che poco si adattava ai paesi come l’Italia o la Spagna.

Per questo abbiamo lavorato molto in modo che la casa madre si orientasse verso design che avessero un maggiore riscontro nei paesi mediterranei. Erroneamente si crede che il consumatore italiano voglia prodotti classici, ma in realtà gli italiani sono abituati al bello e quindi bisogna puntare su dei prodotti accattivanti». In quali termini offrite al mercato un prodotto di qualità che contempli anche un design democratico? «Poiché vendiamo in tutti i continenti, abbiamo la necessità di uniformare il livello di qualità, ovviamente puntando verso l’alto. Quando ancora la legge italiana non lo imponeva

– ma le leggi europee sì – abbiamo convertito tutti i componenti di ogni singola lampada in modo che rispettassero la direttiva Rohs (Restriction of Hazardous Substances Directive), una legge comunitaria sul prodotto. Inoltre ci siamo uniformati anche per quanto riguarda il packaging agli standard internazionali per la facilità di smaltimento. Oltre che dal punto di vista della sicurezza e l’ecosostenibilità, abbiamo anticipato anche le tendenze tecnologiche, adottando le lampade a risparmio energetico compatte e i led quando ancora questi non erano diffusi sul mercato». VENETO 2012 • DOSSIER • 267


INTERNI

Il design, tra materiali e tecnologie rgogliosa patria di numerose eccellenze produttive, il Veneto primeggia per la qualità e il pregio dei mobili realizzati da tanti mobilifici e laboratori di differenti dimensioni. Una prestigiosa tradizione artigianale e un retaggio di manualità che costituiscono una delle caratteristiche peculiari dell’imprenditoria veneta e che hanno contribuito alla genesi di un mercato sempre più raffinato e specializzato, che

O

La Tre D Srl ha sede a Portobuffolè (TV) www.tredsrl.it

Quello dell’interior design è un ambito in costante evoluzione, dove l’introduzione di nuovi materiali e nuove tecnologie per lavorarli impone un costante aggiornamento. Sergio De Giusti descrive la sua esperienza Lodovico Bevilacqua

trasforma semplici complementi d’arredo in elementi decisivi per la funzionalità e l’eleganza dell’ambiente domestico. Anni di esperienza in questo ambito hanno permesso a Sergio De Giusti, responsabile amministrativo della Tre D di Portobuffolè, di tracciare un profilo preciso e attendibile dell’attuale momento del mercato del mobile. «Parliamo di un ambito in costante evoluzione, dove l’introduzione di nuovi materiali e nuove tecnologie per lavorarli – unita al susseguirsi di diversi trend per quanto riguarda l’aspetto estetico degli elementi – impone un costante aggiornamento e finanche una raffinata capacità di intuizione». Reduce da una trentennale esperienza di settore, la famiglia De Giusti ha fondato, nel 1994, quello che è poi divenuto uno dei più prestigiosi e rinomati mobilifici veneti. «L’esperienza imprenditoriale ci ha permesso di individuare le ineludibili priorità imposte

dal mercato del mobile, identificando nella qualità produttiva, nella flessibilità progettuale e realizzativa e nella fidelizzazione della clientela i target della nostra strategia aziendale». Una voce autorevole e affidabile, che in poche parole individua con apprezzabile pragmatismo gli obiettivi da perseguire per rimanere competitivi. «É comunque importante sottolineare che – prima ancora di obiettivi strategici – parliamo di una vera e propria attitudine. Il nostro retaggio imprenditoriale ci impedisce di prescindere dalla garanzia di una produzione affidabile e pregiata, poiché la soddisfazione del cliente è la finalità ultima della nostra attività». E proprio attorno al cliente ruotano le differenti fasi di realizzazione dei prodotti. «La collaborazione con i committenti è uno step di importanza capitale; uno staff competente e professionale è al servizio dell’utenza per individuare necessità, esigenze, desideri e


Sergio De Giusti

perplessità e indagare poi le varie alternative progettuali fino ad offrire la soluzione ottimale. A questo proposito siamo in grado di proporre – grazie alla flessibilità produttiva – anticipi di produzione o produzioni extra serie». Una collaborazione quasi simbiotica con la clientela – dunque – che si associa ad una perfetta sintesi di sapienza lavorativa e applicazione di tecnologie innovative. «Decenni di produzione di mobili ci hanno permesso di acquisire competenze affidabili e complete, utili nell’individuazione dei migliori materiali e nella scelta delle modalità di manifattura degli stessi. Unitamente a ciò, abbiamo sempre coltivato la nostra attitudine all’investimento, declinandolo nell’allestimento di un ciclo produttivo meccanizzato che

Il nostro staff è composto da esperti designer, in grado di leggere il mercato con sapienza e intuizione e individuare le soluzioni estetiche più raffinate e accattivanti per i nostri mobili

ci permette di contrarre sensibilmente i tempi di produzione – con un contestuale aumento dei volumi – garantendo, al contempo, una grande precisione di fabbricazione». Funzionalità e robustezza sono dunque garantite. Ma esiste un altro aspetto che impone professionalità e – in questo caso – grande creatività. «L’interior design è fortemente caratterizzato da trend e tendenze, per fornire il mercato di prodotti eleganti e

in sintonia con l’ambiente domestico. Per questo motivo il nostro staff è composto da esperti designer, in grado di leggere il mercato con sapienza e intuizione e individuare le soluzioni estetiche più raffinate e accattivanti per i nostri mobili». Competenze che hanno portato al raggiungimento di una posizione di leadership nel mercato di riferimento, offrendo anche la possibilità di un’apprezzabile specializzazione. «I nostri laboratori hanno sviluppato una grande padronanza di numerose lavorazioni, ma la realizzazione di antine rivestite in laminato polimerico è assurta a vero e proprio core business dell’azienda, per la qualità produttiva che siamo in grado di garantire e per la perizia progettuale vantata dai nostri tecnici».

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INTERNI

Tra estetica e funzione «Artigianalità e tradizione legate tra loro attraverso una produzione dall’alto contenuto tecnologico». Giovanni Pegoraro spiega l’evoluzione del design e dei materiali nell’arredamento di interni Antonella Chirico

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ell’arredamento di interni, gli italiani sono considerati pionieri, capaci di attingere le idee da diversi bacini quali arte e tecnologia. Lo stile nostrano è fortemente riconoscibile per accuratezza e metodo, elementi comuni del made in Italy. Tra le realtà della penisola che portano avanti questa filosofia produttiva, anche un marchio giovane come Infiniti. Azienda veneta, figlia del gruppo OMP, specializzata in complementi d’arredo per appartamenti privati, uffici e negozi, che vanta un’equipe «energica», come afferma lo stesso Giovanni Pegoraro, amministratore delegato della società. «I nostri prodotti hanno in sé le caratteristiche proprie del made in Italy, ovvero: artigianalità e tradizione, legate tra loro attraverso una produzione dall’alto contenuto tecnologico». Sin dalla sua nascita, infatti, Infiniti ha sempre utilizzato materie prime nostrane, per garantire creazioni di altissima qualità e resistenza. E questi elementi sono, anche in questo periodo di crisi, il quid

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Giovanni Pegoraro

ricercato dagli acquirenti. Tali caratteristiche devono essere però esaltate da procedimenti di alto livello, come quelli seguiti dall’azienda veneta: «Attraverso l’utilizzo di impianti altamente avanzati – spiega Pegoraro -, possiamo rispondere a ogni esigenza dell’utente. Tramite la tecnologia del taglio laser, viene personalizzato il metallo per poter soddisfare richieste “su misura”; anche le materie plastiche, come policarbonato, San, nylon e polipropilene, dispongono di elaborazioni avanzate quali il sistema di stampaggio a coiniezione assistita tramite gas e il costampaggio bimateriale. Infine, fiore all’occhiello della produzione, il legno. Materiale lavorato con cura ed esperienza, è usato in tridimensionale multistrato, perfetto per forme estetiche originali e all’avanguardia. A tal proposito al fine di tutelare la salvaguardia dell’ambiente e migliorare la gestione delle foreste in tutto il mondo, l’azienda si serve solo di legname certificato Fsc (Forest Stewardship Council)». La qualità viaggia parallela-

mente con il rispetto di determinate normative e l’eccellenza che Infiniti ricerca nelle materie prime, la esige anche in ogni singolo pezzo e in ogni passaggio produttivo. Proprio per questo i procedimenti industriali della società rispettano le più severe norme internazionali. Il Gruppo Omp vanta le certificazioni Uni En Iso 9001:2008 e Uni En Iso 14001:2004. Inoltre, l’azienda si impone sempre di trovare materiali nuovi e combinazioni esclusive, capaci di unire armoniosamente estetica e funzionalità. «Un altro aspetto che Infiniti affina nei suoi prodotti è il “sentimento” – sottolinea Pegoraro -. Quest’ultimo inteso come linfa che attraversa luoghi, ricordi, esperienze e persone; il risultato è un oggetto vitale che non solo abbellisce un interno ma lo anima». L’azienda investe molto in ricerca, e si avvale dell’esperienza di designer internazionali affermati e di giovani talenti. Grazie al contributo di coloro che, coinvolti, offrono il loro apporto, il brand è in conti-

nua evoluzione. Immerso in una comunicazione partecipativa, il cliente è il fulcro attorno al quale ruotano le idee: il proposito è quello di offrire prodotti sempre all’avanguardia, senza dimenticare stile e tecnica, ma rispondendo attentamente alle esigenze manifestate dall’utenza. «Grazie all’accorciamento della filiera commerciale – conclude Pegoraro -, Infiniti evita le intermediazioni fra produttore e consumatore, garantendo elevata flessibilità e rapidità dei tempi di consegna. Anche per questa ragione i prodotti del gruppo, pur rivolgendosi a un target medioalto, conservano un prezzo competitivo, rivelandosi perfetti per entrare con il loro design accattivante nelle case di tutto il mondo».

Nelle immagini, alcune realizzazioni dell’azienda www.ompchairs.com www.infinitidesign.it

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GRANDI EVENTI

Le grandi idee fanno grandi gli eventi La riduzione delle risorse destinate al comparto turistico veneto non spaventa Marino Finozzi, che alla vigilia di una stagione ricca di sfide, punta tutto sulla bellezza del paesaggio e sulla bontà delle politiche ricettive regionali Giacomo Govoni

a primavera in Veneto farà rima con grandi eventi. Quelli già portati a casa, come l’affascinante competizione dell’America’s Cup, pronta a fare scalo nel suggestivo fondale acquatico e artistico di Venezia. E quelli da conquistare, vedi i mondiali di sci alpino del 2017, con Cortina in prima fila nella corsa ad ospitarli. Il momento clou della stagione si toccherà a maggio, con la città lagunare capitale della vela dal 12 al 20 e il congresso della Fis il 31 in Corea, dove verrà proclamata la sede iridata. «Quando si parla di Dolomiti si fa riferimento alle Dolomiti venete, e questo di sicuro rappresenta una freccia al nostro arco». E’ fiducioso Marino Finozzi, assessore al turismo della regione Veneto che malgrado i

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tagli al settore turistico decisi nel recente bilancio, non fa drammi. «Un po’ di soldi ci farebbero sicuramente comodo, ma penso anche che le idee vincenti, tutto sommato, non abbiano bisogno di somme ingenti per essere realizzate». Per il Veneto si profila a breve una stagione zeppa di sfide sul versante turistico: due su tutte, la tappa America’s Cup a Venezia e la candidatura Cortina 2017. Come arriva la regione a questi appuntamenti? «Certamente l’America’s Cup e Cortina 2017 rappresentano due manifestazioni in grado di attirare un gran numero di turisti e di appassionati provenienti da tutto il mondo, ma non dimentichiamoci anche dei 300 anni dalla nascita di Francesco Guardi sul fronte ar-


Marino Finozzi

tistico-culturale. Il Veneto come di consueto si presenta pronto su tutti i fronti. In primis quello ricettivo, con strutture all’altezza e sempre all’avanguardia, politiche turistiche di forte attrattiva, eventi mirati e dislocati in tutto il nostro meraviglioso territorio e, non ultimo, un occhio di riguardo alle persone con esigenze particolari: il Veneto è infatti regione pilota per l’applicazione delle direttive europee sul turismo accessibile. La grande sfida da vincere sarà rendere il territorio abile ad accogliere chiunque lo voglia visitare». Nel 2011 avete totalizzato un record di pernottamenti, pari quasi a quelli dell’intera Grecia. A chi attribuisce il merito di questi numeri? «Non nascondo che il 2011 è stato l’anno dei record, che ci dà quella giusta dose di soddisfazione per spingerci a far meglio anno dopo anno. Il merito va sicuramente a tutti gli operatori e agli attori coinvolti in vario modo nel settore del turismo. La natura ci ha dotati di un territorio straordinariamente ricco e variegato, con una gamma di tematismi pressoché completa: chilometri di spiagge dorate, le Dolomiti, il lago, le terme e le città d’arte fra le più belle al mondo e la perla delle perle, Venezia. Arricchito ulteriormente con la creazione e la promozione di un nuovo tematismo turistico

ricchissimo di potenzialità: la collina veneta, la Pedemontana, fascia collinare che precede le Dolomiti e che nulla ha da invidiare alla ben più famosa cugina toscana. A questo quadro aggiunga poi un patrimonio enogastronomico di tutto rispetto, con più di 250 prodotti tipici fra i quali numerosi Igp, etichette Doc e Docg per quanto riguarda i vini». In una fotografia del flusso turistico dai contorni positivi, fa specie il -2,2% del turismo “montano”. Come interpreta questi numeri a poche settimane dalla scelta della sede dei Mondiali 2017 di sci? «Faccio due considerazioni: la prima è che sicuramente quest’anno il meteo non è stato benevolo e ha penalizzato ulteriormente una stagione che non ha mai visto una vera e propria apertura. La seconda riguarda un fattore prettamente di prestigio: il Veneto può vantare le montagne con la m maiuscola, le Dolomiti, riconosciute dalla fondazione Unesco come patrimonio dell’intera umanità. Nello specifico della candidatura ai mondiali di sci 2017, posso solo fare osservare che Cortina, non a caso chiamata la Perla delle Dolomiti, non ha alcun bisogno di presentazioni e di grandi numeri a farle da contorno. Stiamo parlando di una località montana fra le più famose al mondo, e

non solo per la sua innegabile bellezza, ma soprattutto per le sue Tofane e per il complesso sciistico che la circonda». Dai dati 2011 si evince che ogni dieci turisti, più di sei sono stranieri. Significa che per migliorare ulteriormente la ricettività occorre spingere sul versante interno? «Le nostre strategie di mercato e di promozione si muoveranno anche quest’anno su due fronti, uno destinato ai mercati “amici” e un altro ai mercati emergenti. Riguardo al primo, dobbiamo far in modo di confermare e consolidare questi mercati. Fra questi i più importanti sono sicuramente il bacino di lingua tedesca, storicamente amante delle nostre spiagge, e i mercati anglofoni. D’altro canto, la globalizzazione e la costante ascesa dei paesi dell’area Brics, ci ha spinti a guardare a questi con particolare attenzione. In particolare, il Veneto si rivolge al Brasile con un progetto di eccellenza che ha già ottenuto l’ok da parte del governo e che In apertura, Marino Finozzi, mira a incentivare i rapporti assessore al turismo con questo splendido paese con della Regione Veneto cui abbiamo già legami molto forti: in Brasile esiste la più numerosa comunità di emigranti provenienti dal Veneto di tutto il mondo e questo sicuramente, legato alla stabilità politico economica del paese, rappresenta un punto di fondamentale importanza. Quest’anno indiriz-  VENETO 2012 • DOSSIER • 277


GRANDI EVENTI



La natura ci ha dotati di un territorio straordinariamente ricco e variegato, con una gamma di tematismi pressoché completa

zeremo alcune strategie di promozione tramite i mass media al mercato russo, anche questo caratterizzato da potenzialità enormi e da vicinanza geografica». Con l’ingente taglio dei fondi statali al vostro bilancio, il portafoglio del turismo verrà senz’altro alleggerito e l’ago della bilancia per la te-

nuta del comparto diventeranno i privati. «Certo non posso negare la difficoltà che incontriamo nel vederci ulteriormente tagliate le risorse finanziarie, e non temo di cadere nell’ovvietà nell’affermare che un po’ di soldi ci farebbero sicuramente comodo, ma per natura sono un uomo concreto che guarda al risul-



tato. E proprio in virtù di questo, mi sento di affermare senza timore di smentita che le idee vincenti, tutto sommato, non hanno bisogno di somme ingenti per essere realizzate. Nel nostro piccolo stiamo razionalizzando le risorse creando delle sinergie che, sono sicuro, anche quest’anno ci daranno delle grandi soddisfazioni».

Un’occasione mondiale A tifare per la vittoria di Cortina nella corsa ai mondiali di sci 2017, c’è anche il Friuli Venezia Giulia con le “sue” Dolomiti a candidatura di Cortina ai Mondiali di sci alpino del 2017 potrà contare anche sull’appoggio del Friuli Venezia Giulia. Ad annunciarlo è stata Federica Seganti, assessore alle attività produttive del Friuli Venezia Giulia, che nella candidatura della nota località montana pregusta effetti positivi per tutte le Dolomiti.

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Un’eventuale vittoria, che scenari positivi aprirebbe per la vostra regione?

«Sono sicura che i nostri imprenditori saprebbero cogliere le opportunità derivanti da un evento che metterà in moto un indotto in grado di coinvolgere più settori, dai servizi al turismo, dall’enogastronomia alle infrastrutture. Cortina potrebbe diventare una straordinaria vetrina per l’offerta turistica delle Dolomiti friulane». Su quali leve agirete per portare Cortina a imporsi sulle altre concorrenti?

«Lavoreremo a livello nazionale e internazionale, anche con l’aiuto della nostra parlamentare e già campionessa di sci Manuela Di Centa. Inoltre, cercheremo di coinvolgere gli imprenditori che possono avere interesse all’evento con un’operazione utile alla promozione sia dei loro prodotti che dell’offerta complessiva targata Friuli Venezia Giulia». L’ipotesi iniziale, poi decaduta, era quella di una sede dei mondiali transfrontaliera. L’avrebbe preferita?

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«Quell’ipotesi ha ancora per noi risvolti interessanti e non a caso appoggiamo anche la candidatura della Slovenia e di Planica per i mondiali di prove nordiche, che avranno luogo lo stesso anno. Stiamo anche lavorando a un’eventuale candidatura, per cui chiederemo il sostegno del Veneto, ai campionati del mondo di sci “Senza Confini 2019”. L’idea è coinvolgere Tarvisio, Bad Kleinkirchheim e Kranjska Gora, unendo territori di lingua diversa ma con retaggi comuni. La candidatura tutta italiana di Cortina, pur non coinvolgendoci direttamente, ha il pregio di avere al suo centro una località che tutti conoscono e che può diventare quindi il focus di un lavoro sull’evoluzione promozionale delle Dolomiti e anello di congiunzione delle tre regioni in quest’impresa». L’eventuale lieto fine di Cortina 2017, potrebbe rivelarsi cruciale per vincere l’altra grande sfida del 2019 che vede Venezia, con tutto il NordEst, candidata a capitale europea della cultura.

«Lo scorso novembre l’assessore alla cultura, Elio De Anna, ha convocato un tavolo di lavoro per il coinvolgimento della nostra regione in questa sfida. L’obiettivo è arrivare alla formulazione di proposte utili al raggiungimento di un obiettivo che potrebbe avere riflessi positivi sull’intero Nordest».


GRANDI EVENTI

A vele spiegate nella Laguna Dal porto di Lido al bacino San Marco, transitando per l’Arsenale fresco di ristrutturazione: è la cornice di lusso che Venezia offrirà al passaggio dell’America’s Cup. Roberto Panciera ci descrive l’atmosfera della vigilia Giacomo Govoni n eccezionale “scambio di favori” fra due regine che dal 12 al 20 maggio incroceranno i loro destini. Venezia, con il suo paesaggio unico, l’immenso patrimonio culturale e un tesoro di suggestioni senza tempo. E l’America’s Cup, la kermesse velistica più blasonata al mondo, con una storia centenaria in dote. «Il grande clima di attesa che si sta percependo – afferma Roberto Panciera, assessore al turismo del Comune di Venezia – rassicura sulla bontà dell’idea iniziale di integrare il calendario degli eventi veneziano con una manifestazione di grande respiro internazionale basata sulle naturali potenzialità della città: l’acqua e la nautica». Le imbarcazioni che si daranno battaglia nella prima tappa veneziana della coppa America - la seconda ad aprile 2013 - sfileranno nel cuore della città lagunare. «Il

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primo fine settimana sarà incentrato sul Lido, ed è intenzione degli organizzatori coinvolgere l’intera isola nelle regate e i suoi eventi collaterali». Cosa metterete in vetrina? «La manifestazione avrà tre fulcri: il Lido, l’Arsenale e il bacino di San Marco. L’Arsenale, grazie agli accordi con la Marina militare, sarà aperto ai visitatori per tutto il periodo, ospiterà le imbarcazioni ormeggiate presso la Darsena Grande, il villaggio di America’s Cup e le basi delle squadre presso l’area, sconosciuta ai più, dei bacini di carenaggio. Lo skyline del bacino San Marco, vera antica porta d’accesso della città, farà da sfondo della regata». Cosa ci si dovrà aspettare dalla prima delle due regate? «Chicca del primo weekend sarà la regata che partirà dallo specchio acqueo di San Niccolò e, attraverso la bocca di porto di Lido, terminerà di fronte a Piazza San Marco, raccontando così tutte le straordinarietà del nostro territorio. Formidabili saranno le prove di velocità lungo Riva

degli Schiavoni, che vedranno sfrecciare le barche a vela più tecnologiche del mondo nella culla della marineria e della cultura del Mediterraneo. Altro piatto forte sarà rappresentano dalle modalità concordate con la Capitaneria di porto per far seguire le regate attraverso una specifica ordinanza per la distribuzione delle imbarcazioni attorno al campo di regata: utilizzeremo la grande esperienza che la città ha maturato da anni con la festa del Redentore. Dulcis in fundo, lo sposalizio tra i fantascientifici catamarani con ala rigida e la nostra nautica tradizionale, associazioni remiere e vela al terzo, che si terrà in Arsenale il 14 e 15 maggio». L’evento sarà “a impatto zero” per le casse comunali. Chi metterà carburante nella macchina organizzativa? «La sfida di accogliere l’America’s Cup a Venezia è partita dal presupposto che la manifestazione non pesasse sul bilancio comunale, ma si sostenesse con i soli sponsor. Questa è la strada intrapresa dall’amministrazione comu-


Roberto Panciera



Aver portato qui le regate consolida la possibilità di avere, in futuro, un sindacato veneziano che ripercorra il successo del Moro di Venezia

nale e la convinzione di tutti è che Venezia possa rappresentare un grande magnete in grado di far confluire sulla città gli interessi di tante aziende da tutto il mondo. Fermo restando che è già fissata una data anche per il 2013, l’obiettivo perseguito sarebbe di trasformare l’evento America’s Cup in appuntamento annuale per la città. Per questa edizione, in ogni caso, le prime risorse economiche sono state assicurate da un comitato che raccoglie le società che partecipano in Thetis Spa e altre aziende collegate e una serie di altri partner coinvolti con impegno economico diverso». Un evento che servirà alla riqualificazione di alcune infrastrutture e, come ovvio, all’indotto turistico. Quale bilancio contate di stilare al 21 maggio su questi due versanti? «Un bilancio vero e proprio lo

redigeremo alla fine della seconda edizione nel 2013. Sicuramente si tratta di un evento che ci consentirà di promuovere quel turismo di qualità che è l’obiettivo dichiarato della nostra città. In prima istanza credo sia importante ricordare che siamo di fronte alla prima edizione delle America’s Cup World Series, il circuito globale di regate veliche ad altissimo livello che coinvolge gli equipaggi e l’organizzazione dell’America’s Cup. Sarà una prima assoluta per Venezia, con tutto l’entusiasmo e le incognite che questo tipo di manifestazione comporta. Per questo l’amministrazione ha voluto sottoscrivere un accordo per due anni, per elaborare un progetto di medio termine che avesse una curva di apprendimento e lasciasse il tempo all’evento di maturare, visto che il prossimo anno si terrà in America».



Teatro italiano e barca italiana per rinverdire i fasti del Moro di Venezia e del mitico Cayard. Un sogno definitivamente tramontato? «Il sogno di avere nuovamente una barca veneziana credo non tramonterà mai. Luna Rossa, iscrittasi al circuito in seguito all’annuncio delle regate di Venezia, testimonia l’importanza della nostra città nell’intera manifestazione globale. Aver portato le regate a Venezia non fa che consolidare la possibilità di avere, in futuro, un sindacato veneziano che ripercorra il successo del Moro di Venezia. Si parlerà proprio con lo stesso Cayard e gli altri protagonisti della sfida del Moro alla Compagnia della Vela a San Giorgio il 16 aprile. Sono tuttavia progetti che, per funzionare, si costruiscono un po’ alla volta attraverso il consolidamento in città della cultura marinaresca, le ricerche tecnologiche locali e soprattutto un solido budget».

Nella pagina a fianco, Roberto Panciera, assessore al Turismo di Venezia

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NORME ANTIRICICLAGGIO

Capitali illeciti, serve più collaborazione Contro i reati di riciclaggio di denaro e di reimpiego dei proventi illeciti la Guardia di Finanza agisce con determinazione e adeguati strumenti investigativi. Metodi e problematiche sono illustrati dal comandante regionale Walter Cretella Lombardo Francesca Druidi

n duplice approccio per un reato dalla duplice struttura. Il riciclaggio presuppone, da un lato, l’esistenza di denaro o altre disponibilità di provenienza illecita e, dall’altro, la prova del delitto presupposto che ha dato origine ai proventi da reimpiegare sotto una veste lecita. Per questi motivi, l’attività informativa e di indagine a contrasto svolta dalla Guardia di Finanza, si muove su due binari. A sviscerarlo è Walter Cretella Lombardo, comandante regionale delle Fiamme Gialle. Come si articola, nello specifico, l’azione investigativa della Guardia di Finanza sul fronte del riciclaggio? «Si concentra sui due momenti principali del reato: in primis, vi è l’analisi dei flussi finanziari sospetti istituzionalmente svolta dal

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Corpo nell’ambito del sistema dei controlli preventivi a contrasto del riciclaggio. In seconda istanza - non meno importante - vi è l’approfondimento delle indagini condotte su delega dell’autorità giudiziaria, aventi a oggetto reati che, per loro intrinseca natura, si prestano a generare rilevanti flussi finanziari illeciti, per i quali si pone necessariamente il problema dell’accertamento del relativo reimpiego». Ad esempio? «È il caso dei reati in materia di criminalità organizzata e di traffico di stupefacenti, ovvero dei reati tributari e contro la pubblica amministrazione. In Veneto, e nell’intero territorio nazionale, la Guardia di Finanza prima di tutto esamina le segnalazioni di operazioni finanziarie sospette che gli intermediari finanziari e i professionisti inoltrano all’unità di informazione finanziaria della Banca d’Italia e che, da tale autorità, vengono successivamente inviate ai reparti della Gdf per gli approfondimenti investigativi. In tale ambito, i finanzieri avviano mirate analisi preliminari, generalmente attraverso l’esecuzione di strutturate indagini bancarie, con l’obiettivo di verificare se la provenienza del denaro possa collegarsi, direttamente o indirettamente, a persone che abbiano tratto tali proventi da una precedente attività delittuosa. Un diverso


Walter Cretella Lombardo

approccio investigativo, come detto, può essere originato e innestarsi direttamente su indagini giudiziarie in corso». Quali i settori maggiormente interessati dalle attività illecite legate al riciclaggio? «L’esperienza operativa degli ultimi anni ha visto, in Veneto, la scoperta di numerosi casi di riciclaggio legati a contesti investigativi connessi a reati tributari e alla corruzione. È spesso accaduto, che, in presenza di rilevanti flussi finanziari illeciti generati da vicende di frode fiscale e di emissione di fatture per operazioni inesistenti, ovvero di corruzione e concussione, i militari del Corpo siano riusciti a dimostrare la connessione tra il denaro movimentato sui conti bancari e i reati presupposto. Ciò, ovviamente, non appare sempre agevole, poiché chi ricicla denaro si avvale spesso di numerosi strumenti finalizzati a schermare l’origine illecita delle somme, facendo ricorso, ad esempio, a soggetti esteri - spesso società fiduciarie - ubicati in Stati non collaborativi e in paradisi fiscali». La Guardia di Finanza ha tempo maturato e, di recente, ulteriormente affinato, un’elevata professionalità nel ricercare e ricostruire, in ogni indagine penale, l’origine e la destinazione dei flussi finanziari illeciti. «Sì, e in un simile contesto, potrebbe, dun-

que, apparire del tutto riduttivo limitare il panorama di riferimento ai richiamati reati tributari e contro la Pubblica amministrazione, atteso che l’approccio investigativo si estende a tutti i settori operativi, con una particolare e senz’altro maggiore sensibilità nel contrasto al crimine organizzato e alla penetrazione dell’economia mafiosa nel tessuto produttivo veneto. L’individuazione della destinazione dei proventi da reato comporta - anche in un’ottica di approccio multidisciplinare e trasversale, propria dell’azione di contrasto a tali fattispecie delittuose - la proposizione all’autorità giudiziaria di misure di carattere patrimoniale (sequestri di beni mobili e immobili), nonché la segnalazione agli uffici finanziari dei redditi illeciti, per le conseguenti riprese a tassazione». In apertura, Quali sono i punti di forza e di debolezza Walter Cretella Lombardo, della legislazione repressiva in materia? comandante della «L’attuale legislazione è il frutto di una lunga Guardia di Finanza elaborazione normativa che, avviata nel 1978 del Veneto per contrastare i sequestri di persona a scopo di estorsione, si è via via evoluta nel corso di quasi tre decenni, sulla base degli impegni assunti dall’Italia nelle sedi comunitarie e internazionali. Oggi gli strumenti di contrasto ai reati di riciclaggio e di reimpiego di proventi illeciti - da ultimo integrati nel 2007 con l’introduzione di misure ablative patrimoniali di  VENETO 2012 • DOSSIER • 285


SICUREZZA SUL LAVORO



L’esperienza operativa degli ultimi anni ha visto, in Veneto, la scoperta di numerosi casi di riciclaggio legati a contesti investigativi connessi a reati tributari e alla corruzione



 ampia portata - appaiono senz’altro adeguati. in prima battuta, affidato alle banche, agli inUn’analoga evoluzione legislativa ha interessato, agli inizi degli anni 90, anche le misure di prevenzione del riciclaggio». Nell’ottica della piena tracciabilità dei flussi finanziari si inseriscono le ultime novità introdotte dal Governo Monti. «Sì, dal 1° febbraio 2012, per ogni trasferimento di denaro contante pari o superiore a 1.000 euro, è applicabile una sanzione che può raggiungere sino al 40% dell’importo trasferito. Sulla stessa linea si muove anche il più recente decreto legge del 2 marzo 2012, in fase di conversione da parte delle Camere, che ha visto un sensibile inasprimento delle sanzioni relative all’omessa dichiarazione in Dogana del denaro contante trasferito oltre confine, per importi superiori a 10.000 euro». Misure anti-evasione, che dovrebbero complicare le attività di riciclaggio e di reimpiego del denaro di origine illecita. «Sì, tuttavia recenti esperienze operative hanno dimostrato che non sempre a un’accresciuta sensibilità del legislatore nazionale corrisponde un uguale innalzamento del livello di attenzione da parte degli operatori. Infatti, il sistema dei controlli preventivi antiriciclaggio è, 286 • DOSSIER • VENETO 2012

termediari finanziari, ai professionisti e ad altri operatori, quali ad esempio i money transfer e le case da gioco. Tali controlli non sempre si sono dimostrati efficaci tanto che, in più di una occasione, i finanzieri veneti hanno contestato a banche, professionisti e società fiduciarie l’omessa segnalazione alla Banca d’Italia di operazioni finanziarie sospette di riciclaggio. Ad esempio, nella sola provincia di Vicenza, nell’ultimo anno, sono state rilevate transazioni finanziarie sospette per ben 57 milioni di euro, mai segnalate dagli operatori chiamati ad applicare la normativa antiriciclaggio». Un punto di debolezza per l’attuale normativa. «Si, in quanto può dimostrarsi efficace solo laddove vi sia una attiva collaborazione da parte dei diversi soggetti cui è affidata la funzione di controllo preventivo. In questa cornice si muove l’azione della Guardia di Finanza che, anche attraverso un’azione di controllo nei confronti degli intermediari finanziari e dei professionisti, mira ad accrescerne la sensibilità e il livello di effettiva collaborazione nel contrasto al riciclaggio».


Dante Carolo

Rischio burocratizzazione La stretta sui contanti voluta dal Governo Monti mira a rafforzare l’azione antiriciclaggio. Ma possono insorgere effetti “collaterali” meno positivi. Ne parla Dante Carolo, presidente dell’Associazione dei dottori commercialisti delle Tre Venezie Francesca Druidi

uove norme per regolamentare l’uso del denaro contante sono state introdotte dal Governo Monti, non solo per contrastare il riciclaggio di denaro e il reimpiego dei proventi di attività criminose in attività apparentemente regolari, ma anche per scalfire l’evasione fiscale. È, infatti, già operativa dal 1 febbraio l’introduzione del limite massimo di 1.000 euro per il trasferimento di denaro contante. Sono previste sanzioni per i pagamenti che variano dall’1% al 40% dell’importo trasferito, con minimo 3.000 euro, colpendo entrambi i soggetti coinvolti. A fornire un suo commento sul quadro che si sta delineando è Dante Carolo, presidente dell’Associazione dei dottori commercialisti e dei revisori contabili delle Tre Venezie. Quali sono gli aspetti maggiormente positivi e quelli, invece, più negativi riguardo all’adozione di queste misure predisposte dal governo? «Bene gli adempimenti per ridurre l’utilizzo del contante e ben vengano le misure tese a garantire e favorire la normativa antiriciclaggio. La soglia dei 1.000 euro è adeguata, ma bisogna prestare attenzione agli effetti che si

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porta dietro questa normativa, al rischio che Sopra, in definitiva risulti troppo stringente. Se, da Dante Carolo, una parte, si tenta di prevenire i reati di rici- presidente dell’Associazione dei claggio e di evasione, dall’altra, bisogna stare dottori commercialisti e attenti a non paralizzare la situazione generale dei revisori contabili con un eccesso di burocrazia. C’è poi un ul- delle Tre Venezie teriore aspetto di questa regolamentazione da considerare: non è più possibile utilizzare i libretti di deposito al portatore per pagare somme uguali o superiori a 1.000 euro e, conseguentemente, non possono più esistere libretti al portatore con saldo di tale importo. Sono molti, quindi, i pensionati che per farsi 


NORME ANTIRICICLAGGIO



Il professionista deve partecipare all’attività di verifica, ma adottando un opportuno senso della misura



 addebitare le pensioni dovranno dotarsi di un cessi e operazioni che, per quanto riguarda gli conto corrente. Certo, si parla di conti correnti gratuiti o comunque low cost, ma non si possono negare le complessità e i disagi che si verranno a creare per una parte della popolazione». Cosa fare per facilitare le operazioni di pagamento? «Dobbiamo vincere una ritrosia tutta italiana, una mancanza di sensibilizzazione che porta a prediligere un comportamento per il quale si desidera ancora “toccare” le banconote. Esistono, d’altra parte, generazioni più orientate all’impiego di carta di credito e bancomat, mentre altre restano più a digiuno. Occorre, dunque, dare a tutti il tempo di metabolizzare la norma. Questo è solo un primo passo per limitare l’impiego del denaro contante. A ogni modo, è difficile mirare questi tipi di provvedimenti per una categoria piuttosto che per un’altra. Impossibile accontentare tutti». Quali adempimenti sono richiesti ai commercialisti su questo fronte? «Già prima dell’introduzione di questa recente normativa ai commercialisti e revisori erano richiesti determinati adempimenti relativi al riciclaggio e al suo contrasto. Si tratta di pro288 • DOSSIER • VENETO 2012

studi professionali, si presentano sempre più complessi e difficili da gestire. Operare un check sulla nostra clientela spesso travalica quelli che sono i nostri compiti, rischiamo di diventare gli Sherlock Holmes della situazione. Il professionista, in questo caso il commercialista o il revisore, deve partecipare a questa attività di verifica, ma adottando un opportuno senso della misura, altrimenti diventa schiavo della burocrazia. Il rischio che si profila è proprio quello di una burocratizzazione dello studio». Si parla spesso del concetto di “collaborazione attiva” da parte dei professionisti, come appunto i commercialisti e i revisori, che sono chiamati ad attuare specifiche procedure di verifica dei clienti e di segnalazione di operazioni sospette e anomalie. «Sì, la registrazione di operazioni sospette e consistenti pagamenti in denaro che superano le soglie, possono far accendere dei segnali e far scattare le relative comunicazioni. Dal nostro punto di vista, si tratta ad ogni modo di una problematica, quella del riciclaggio, sulla quale bisogna sempre tenere gli occhi aperti, ma che non rappresenta un’emergenza, una questione all’ordine del giorno in Triveneto».


NOTARIATO

Il notariato alla prova della liberalizzazione Fra le misure del decreto liberalizzazioni del governo tecnico è prevista la nomina di oltre 1500 nuovi notai entro il 2014. L’obiettivo di Monti è rafforzare la concorrenza all’interno dei distretti notarili. Cosa ne pensa la categoria? Ne parliamo con Michele Colasanto Luca Cavera

ra le categorie interessate dalle liberalizzazioni del governo Monti è inclusa quella dei notai. Diversamente da quanto avvenuto per farmacisti e tassisti, l’intervento sul notariato ha fatto “meno rumore”, dato che da parte dei notai non è stata intrapresa nessuna delle iniziative di protesta che hanno invece animato le altre categorie toccate dall’attività riformatrice del governo dei tecnici. Ma quali sono, in sintesi, le novità? L’impianto del cosiddetto “decreto liberalizzazioni” ha come obiettivo quello di favorire la concorrenza, nell’ambito del notariato questo intento si è tradotto, innanzitutto, in misure che permetteranno l’ingresso sul mercato di un numero più alto di professionisti dotati di pubblica fede. Entro la fine del 2012 dovranno essere banditi concorsi per la nomina complessiva di 550 nuovi notai. Un ulteriore bando porterà poi alla nomina di altri 500 notai rispettivamente entro la fine del 2013 e del 2014. Alla crescita della “densità” dei notai si aggiunge inoltre l’estensione della funzione notarile al di fuori del distretto nota-

F Il notaio Michele Colasanto, dirige uno studio ad Arzignano (VI) mcolasanto.2@notariato.it

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rile. Qual è l’opinione dei diretti interessi su queste misure? Ne parliamo con il notaio Michele Colasanto, tra i più affermati notai della provincia vicentina. Il provvedimento sulle liberalizzazioni ha previsto un aumento dell’organico dei notai sul territorio nazionale. Anche lei è dell’idea che la quantità di notai presenti sul territorio italiano sia insufficiente? «L’aumento della pianta organica dei notai sul territorio nazionale è da accogliersi favorevolmente, purché siano preventivamente individuate le aree che, per la loro vocazione economica o per la quantità di utenti residenti sul territorio, effettivamente rendano necessario l’incremento del numero dei notai. Rifarsi esclusivamente a criteri collegati al numero di residenti non appare congruo, anche perché talora il dato è ingannevole. Si pensi a quei piccoli centri che fungono da satelliti a città di vaste dimensioni, laddove non c’è nessuna richiesta del servizio notarile, in quanto la popolazione residente utilizza quei centri più come aree abitative che come punti di aggregazione rilevanti sotto il profilo economico e sociale. Altro problema è chiedersi se, in questo particolare momento vissuto dall’economia italiana, vi fosse la necessità di ampliare la sfera operativa del notariato, a fronte di un’evidente riduzione generale della domanda del servizio». Infatti il volume di lavoro dei notai è ca-


Michele Colasanto

lato di quasi il 40 per cento negli ultimi quattro anni. Con l’aumento della pianta organica del notariato non si rischia, a questo punto, di peggiorare ulteriormente il quadro? «Il momento storico vissuto dalla nostra economia non è il più favorevole per ampliare l’offerta del servizio notarile. Quindi, comprensiNella patria mondiale delle concerie, Arzignano, in provincia di Vicenza, il bilmente, si corre il rischio di creare notaio Michele Colasanto da oltre trent’anni – oltre a dare supporto ai singoli una massa di professionisti, sopratcittadini – cura le questioni legali delle numerose aziende del circondario, tutto giovani, che potrebbero inche si collocano in svariati settori della produzione e dello scambio di beni e contrare enormi difficoltà nel troservizi. Lo studio ha un campo operativo molto vasto nel servizio alle vare spazio nel mercato del lavoro. E imprese. In particolare, Colasanto ha una vasta esperienza nel diritto societario, strumento operativo fondamentale affinché il settore questo proprio in un periodo in cui imprenditoriale possa procedere correttamente e dinamicamente. Uno le risposte del mondo economico statuto societario ben modellato, infatti, può rivelarsi determinante per le sono modeste, con conseguente relazioni interne ed esterne dell’impresa. scarsa appetibilità per l’accesso a un ruolo professionale che, comunque, dovrà sempre essere collegato al superamento di un concorso pubblico estrema- contestabile che la preselezione informatica – mente selettivo». in vigore fino a qualche tempo fa – fosse la Perché, al tempo stesso, si è posto il pro- strada giusta per arrivare a un’accelerazione blema delle tempistiche dei concorsi? dei tempi, ma poi, incomprensibilmente, il «È indubbiamente vero che, negli ultimi anni, ministero ha ritenuto di poterne fare a meno, l’espletamento delle procedure concorsuali si con la conseguenza che i tempi si sono più di è enormemente dilatato. Tuttavia questo è un recente enormemente allungati». problema che riguarda la pubblica amminiQuali gap, secondo lei, vanno superati strazione e in particolare il ministero della nel sistema di selezione dell’organico noGiustizia, al quale sarebbe demandato il com- tarile? pito di individuare procedure più snelle e ve- «Sarebbe necessario il potenziamento strutturale loci per l’espletamento dei concorsi. Non è delle scuole notarili e in particolare di quelle gestite sotto l’egida del notariato, in maniera tale da portare al concorso soggetti già sufficientemente preparati e qualificati. Anche le università poL’aumento della pianta organica trebbero svolgere egregiamente quedei notai è da accogliersi sto tipo di lavoro, ma perché ciò avfavorevolmente, purché interessi venga occorre che la pubblica amministrazione individui rapidale aree territoriali a maggiore mente e organicamente ambiti di invocazione economica tervento concordati con gli organi del notariato e con gli stessi atenei». ❯❯

La cura dello statuto societario

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NOTARIATO

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Per i manager di età inferiore ai 35 anni è stato previsto un esonero dei costi notarili per la costituzione di Srl. Qual è la sua opinione in merito? «Ritengo che il notariato debba sempre e comunque andare incontro a particolari categorie di cittadini e quindi possa e debba concordare o proporre atti a costo ridotto o agevolato. Sono, per converso, contrario all’offerta di atti completamente gratuiti, in quanto viene svilito un basilare principio dell’economia liberale, cioè che il lavoro debba essere comunque retribuito in maniera corrispondente alle energie, ancorché solo intellettuali, profuse. Lo spazio perché un notaio svolga attività di beneficenza non manca mai nella vita di tutti i giorni e quindi le prestazioni gratuite possono essere sempre fornite senza necessità di farne oggetto di un obbligo giuridico». Come giudica la reazione del notariato

Andrebbero potenziate le scuole gestite sotto l’egida del notariato, in modo da portare al concorso soggetti già sufficientemente preparati e qualificati

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italiano dinnanzi ai nuovi provvedimenti? «Al di là di alcune critiche doverose – espresse per lo più in maniera civile e composta –, penso che i notai siano stati l’unica categoria professionale che, profondamente incisa dalle cosiddette liberalizzazioni, non abbia svolto né minacciato azioni eclatanti per portare a conoscenza dei terzi le criticità rilevate. Non abbiamo fatto serrate, né siamo venuti mai meno ai doveri istituzionali che l’ordinamento impone». Lei teme, dinnanzi al provvedimento, una perdita di spessore del ruolo e della funzione pubblica? «Indubbiamente qualche rischio esiste. Ritengo allo stesso tempo però che i notai abbiano a disposizione una sufficiente preparazione giuridica e un livello culturale tale da potersi, sempre e comunque, riproporre come un soggetto cardine della società civile, anche di fronte a un mondo sociale ed economico che sta profondamente cambiando». Su cosa può fare leva la sua categoria per affermare ulteriormente il suo valore sociale e giuridico, giocando un ruolo da protagonista nei piani di rilancio del sistema paese? «I notai devono essere sempre più pronti – per loro sensibilità e per loro grado di preparazione – a fornire risposte a categorie di cittadini sempre più ampie e diversificate: imprenditori, consumatori, acquirenti di abitazioni, risparmiatori. Il mezzo per raggiungere il fine non può che risiedere, al di là della disponibilità individuale, nel fornire sempre maggiori servizi e sempre più qualificati. Il che si sostanzia nella necessità di potenziare gli strumenti della cosiddetta formazione permanente, attraverso riunioni di studio, convegni e congressi. Il tutto senza mai dimenticare il ruolo, determinante per il notaio, di soggetto terzo operante sempre al di sopra delle parti e nell’interesse generale della collettività».


POLITICHE SANITARIE

Le buone pratiche di un sistema modello Con un accurato lavoro di ottimizzazione della spesa, rateizzazione degli ammortamenti e verifica dell’appropriatezza di prestazioni e prescrizioni, la sanità veneta si conferma una macchina efficiente e virtuosa. Ne parla Luca Coletto Giacomo Govoni el braccio di ferro fra il principio di efficienza sanitaria e quello di deprivazione - che stabilisce il bisogno di salute sulla base del Pil e la dichiarazione dei redditi - alla fine a imporsi è stato il primo. Cosicchè il Veneto ha potuto vedersi assegnare quei 140 milioni in più dal Fondo sanitario nazionale rispetto al 2011, che premiano un sistema sanitario regionale tra i più efficienti del Paese. «Ha prevalso il buon senso – spiega Luca Coletto, assessore regionale alla sanità – a riprova che la nostra contrarietà non era dettata da motivi politici ma di merito». Un risultato significativo, ma che non distoglie l’attenzione dell’assessore dai nodi ancora da sciogliere. «Restano tanti problemi, come l’annunciato aumento dell’Iva al 23%, che per il Veneto significherebbe un aggravio dei costi non inferiore a 60 milioni l’anno, poco meno della metà dell’aumento ottenuto dal riparto». Avete da poco chiuso il bilancio d’esercizio 2011 con un avanzo atteso di 624mila euro. Attraverso quale percorso siete giunti ad accumulare questo “tesoretto”? «È stato un lungo e complesso lavoro, iniziato sin dall’insediamento della Giunta Zaia. Fatta la fotografia dell’esistente, abbiamo prima di tutto risolto il problema degli ammortamenti non sterilizzati nelle Ulss, pari a oltre 1 miliardo 300

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milioni di euro, con un accordo di rateizzazione di 40-60 milioni l’anno con il Ministero delle finanze. Quindi ci siamo concentrati sull’ottimizzazione della spesa con un certosino lavoro sull’appropriatezza delle prestazioni e delle prescrizioni, sulla spesa farmaceutica, sulle modalità delle gare d’acquisto, sulla diffusione delle migliori pratiche presenti nelle diverse Ulss, sull’informatizzazione che semplifica la vita al cittadino e permette risparmi di 72 milioni di euro l’anno solo con il progetto “Veneto Escape”, che rende possibile il download dei referti medici sul computer personale dell’utente. Un servizio già attivo in 18 Ulss su 23 e prossimo al via nelle altre. Il tutto, sottolineo, senza tagliare i servizi ai cittadini né in quantità né tanto meno in qualità». Tra le mosse vincenti che vi hanno permesso di razionalizzare i costi, lei ha posto l’accento sui nuovi comportamenti d’acquisto e sulla diffusione delle migliori pratiche pre-

Luca Coletto, assessore alla sanità della Regione Veneto


Luca Coletto

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Il progetto Veneto Escape rende possibile il download dei referti medici sul computer dell’utente e permette risparmi di 72 milioni di euro l’anno

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senti in ogni azienda. «È semplice: anche in un sistema virtuoso come il nostro, ci sono diversità di spesa tra le diverse Ulss per gli stessi servizi o acquisti. Va da sé che tra gli obiettivi di gestione assegnati ai nostri manager, che stanno facendo un lavoro egregio, abbiamo anche inserito l’impegno a perseguire nella loro azienda il raggiungimento dei costi ottenuti in altre più “risparmiose”. Quanto agli acquisti, ovunque possibile, abbiamo seguito la strada della centralizzazione: è chiaro che è più facile spuntare prezzi convenienti quanto più rilevante è il quantitativo da acquistare». Anche i 140 milioni in più accordati dal Fondo sanitario nazionale 2012, premiano un modello sanitario all’avanguardia. Un ritocco relativamente modesto su una quota complessiva di 8,6 miliardi. «Prima di tutto devo dire che, nella discussione di questo riparto, tutti hanno dimostrato realismo e senso di responsabilità: abbiamo raggiunto l’accordo in una giornata di lavoro invece che in settimane di tira e molla. Rispetto a pochi anni fa, quando i riparti aumentavano anche di percentuali a due cifre, stavolta ci siamo trovati di fronte a una media dell’1,6%. Pochissimo, se consideriamo che i costi vivi aumentano almeno del 3,5%. In questo quadro, 140 milioni in più sono il ragionevole obiettivo che ci eravamo prefissi e l’abbiamo centrato, credo con merito. È vero, ci siamo battuti come leoni, ma il vero problema era lo spettro del criterio della deprivazione che davvero non aveva senso e avrebbe finito per penalizzare proprio le regioni virtuose come Veneto, Lombardia, Emilia Romagna e Toscana. Questo riparto è andato bene per il punto da cui si partiva, ma a preoccupare rimane la ventilata ipotesi di nuovi tagli al fondo nazionale, da recuperare attraverso un nuovo ticket nazionale sui ricoveri. Se così fosse, que-

sta sarà la nostra prossima battaglia. È impensabile e ingiusto, moralmente e socialmente, anche solo immaginare che una persona realmente malata al punto di dover essere ricoverata possa dover pagare un ticket come se andasse in albergo». Nel successo del modello veneto, in che misura contribuisce la sanità privata? «La nostra è una sanità privata qualitativa e collaborativa, il cui peso numerico è attorno al 10%, ma quello che conta è la qualità e non la quantità. Con i nostri privati abbiamo un rapporto costruttivo, il che non impedisce di avere confronti anche accesi, ma alla fine la quadra la troviamo sempre. Una caratteristica molto positiva del nostro privato è la diffusa disponibilità a investire in macchinari e strutture e una buona, anche se migliorabile, integrazione con il pubblico». Malgrado rappresenti un’eccellenza in materia di gestione sanitaria, anche in Veneto non mancano Ulss che lamentano un disequilibrio nella ripartizione di risorse. Trova che siano rivendicazioni fondate e come superarle? «Il riparto regionale da un paio d’anni viene fatto cercando di introdurre progressivamente i criteri e i costi standard che entreranno in vigore in tutta Italia nel 2013. Il che vuol dire, ad esempio, avvicinare pian piano le performance economiche di tutti a quelle delle Ulss più virtuose. Il cammino non è facile e può provocare qualche malumore, ma va tenuto ben presente il fatto che nessuna Ulss ha mai ricevuto fondi in quantità inferiore all’anno precedente e tutti, sulla base delle possibilità, hanno avuto degli aumenti. In Veneto abbiamo anche da tener conto di alcune peculiarità territoriali, come quelle di Venezia e della laguna e quelle della montagna. Anche qui il riconoscimento non è mai mancato e non mancherà nemmeno in futuro». VENETO 2012 • DOSSIER • 297


POLITICHE SANITARIE

Definire il costo standard del “prodotto” paziente Approdare a una documentazione dei costi effettivi delle prestazioni ospedaliere è la strada che Alberto Pasdera indica per una migliore riorganizzazione economica del sistema sanitario Giacomo Govoni

pendere meglio per spendere meno. Un’espressione spesso abusata o piegata a fini promozionali, ma che in ambiente sanitario vale quasi quanto un dogma. Con lo spettro di ulteriori tagli e l’introduzione di nuovi ticket sempre dietro l’angolo, diventa di primaria importanza puntare sull’efficienza del sistema socio-sanitario nazionale. Ad esempio, calibrando le tariffe di prestazioni di assistenza ospedaliera sulla base di costi standard. «Tanti più pazienti “pesanti”, vale a dire casi gravi e complessi, ha un’azienda – spiega Alberto Pasdera docente e consulente di management sanitario – tante più risorse dovrà avere rispetto ad altre aziende». Delineare nella maniera più precisa possibile “l’oggetto di costo” che si intende finanziare, diventa pertanto uno dei punti focali del lavoro di Pasdera, che, fino a oggi, ha già presentato il suo progetto di controllo strategico della gestione in ospedali di diverse regioni italiane (Lombardia, Liguria, Veneto, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia). «Per distribuire al meglio le risorse – prosegue – il miglioramento della corretta compilazione delle schede di dimissioni ospedaliere (Sdo) rappresenta un punto fondamentale». Quanto conta una tale verifica in sede di stesura del budget di ciascuna azienda

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Sopra, Alberto Pasdera, docente e consulente di management sanitario

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sanitaria? «Di sicuro la sua corretta compilazione può contribuire a una migliore allocazione delle risorse tra gli ospedali delle aziende ospedaliere o Asl di una data regione: questo accade perché il miglioramento della compilazione delle Sdo permette di definire più esattamente i “prodotti”, ovvero i pazienti effettivamente curati. Se si “aggregano” le tipologie di ricovero (Drg, diagnosi, procedure) sulla base delle Sdo e si misurano i costi relativi, si possono determinare i costi standard, che quindi costituiscono delle vere e proprie “bussole” per ripartire le risorse tra aziende. In definitiva, la migliore definizione dei prodotti costituisce un momento indispensabile per distribuire meglio le risorse tra le aziende sanitarie regionali, se si vogliono assegnare le risorse non in modo burocratico, ma in funzione delle reali esigenze degli utenti». Come calare un simile strumento all’interno del nostro variegato panorama sanitario nazionale? «Per quanto concerne il come definire e utilizzare - sfruttando il relativo sistema di indicatori - i costi standard per prodotto a livello nazionale, credo che l’esperienza del Network italiano sanitario per la condivisione dei costi


Alberto Pasdera

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il miglioramento della compilazione delle Sdo permette di definire più esattamente i “prodotti”, ovvero i pazienti effettivamente curati

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standard (Nisan) costituisca un utile e riuscito esempio». Di cosa si tratta? «Il Nisan, del quale io sono il coordinatore scientifico, è uno strumento che risponde all’esigenza di creare requisiti comuni da rispettare fra tutte le aziende che “partecipano” alla determinazione dei costi standard e dei relativi controlli della qualità e coerenza dei dati, che scaturiscono dall’analisi da parte di un comitato scientifico-tecnico. La banca dati sulla quale si fondano i costi standard del Nisan ammonta a più di 1.300.000 Sdo. D’altro canto, anche i paesi più avanzati nel campo sanitario, ad esempio Canada e Australia, hanno seguito tale strada». L’obiettivo è dunque giungere alla realizzazione di una grande rete italiana di condivisione in materia sanitaria.

Quali regioni hanno già aderito a questa operazione? «Per il momento al Nisan partecipano 17 aziende ospedaliere e Asl di Valle D’Aosta, Piemonte, Liguria, Lombardia, Provincia autonoma di Bolzano, Friuli Venezia Giulia e Puglia. Partendo da queste aziende, sono già stati elaborati i costi standard di tre anni sulla base delle Sdo, presentate in un convegno romano dello scorso settembre dal titolo “Costi standard: dalla teoria alla sperimentazione”. Se si pensa a tutte le specialità del mondo ospedaliero, chirurgia, cardiologia, ortopedia e così via, l’esperienza del Nisan è l’unica di tale tipo in Italia. A livello di singole specialità si ricordano gli standard elaborati dalle seguenti società scientifiche: Aiom per l’oncologia, Sie per l’ematologia e Siot per l’ortopedia». VENETO 2012 • DOSSIER • 299


POLITICHE SANITARIE

Uniformare le prestazioni sanitarie Annamaria Mussi ripercorre i passaggi che hanno condotto alla revisione 2011 delle linee guida di codifica delle Sdo, manuale di riferimento per le strutture sanitarie venete Giacomo Govoni

a gennaio 2011 il Veneto dispone di uno strumento agevole anche per chi si affaccia per la prima volta al mondo delle codifica Sdo. Si tratta dell’aggiornamento delle linee guida per la compilazione e la codifica Icd-9Cm della scheda di dimissione ospedaliera, documento cardine per l’attività delle strutture sanitarie regionali. Prodotto grazie a un capillare lavoro di controllo sull’appropriatezza delle informazioni riportate sulle schede, il documento prende le mosse dalla versione italiana 2007 della classificazione delle malattie, traumatismi, interventi chirurgici e procedure diagnostiche e terapeutiche. «L’Icd-9-Cm versione 2007 – afferma Annamaria Mussi, coordinatrice regionale per i controlli sanitari – è stato di importanza fondamentale per la stesura delle linee guida di codifica, indirizzandone le regole in termini di suddivisione in capitoli corrispondenti ai diversi organi e apparati». Quale altra utilità ha avuto questo sistema di classificazione? «Dallo stesso sistema sono state tratte le regole di base di corretta e appropriata codifica della Sdo, soprattutto in termini di modalità

D Sopra, Annamaria Mussi, coordinatrice per i controlli sanitari della Regione Veneto

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di selezione delle diagnosi (principale e secondarie) e delle procedure e interventi chirurgici. Infine, con le ultime linee guida la Regione si è allineata, relativamente ad alcune regole di selezione e codifica, a quanto previsto nelle regioni limitrofe, così da garantire omogeneità e condivisione negli indirizzi in merito». Ai fini di una migliore erogazione delle prestazioni sanitarie, quali informazioni utili emergono dai controlli? «I controlli sanitari hanno diversi obiettivi: evidenziare errori di compilazione della scheda di dimissione ospedaliera, in relazione a specifiche linee guida di codifica, con attribuzione non corretta del corrispondente Drg, che identifica la patologia trattata, le procedure diagnostico-terapeutiche e la valorizzazione del ricovero; sottolineare modalità organizzative di erogazione delle prestazioni non appropriate o evidenziare carenza di documentazione clinica a supporto; cogliere le criticità nelle varie fasi del processo: dalla prescrizione di un ricovero ospedaliero o di una visita specialistica all’erogazione e alle azioni diagnostiche e terapeutiche utili a giungere alla risoluzione del problema cli-


Annamaria Mussi

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Un ricovero può essere definito appropriato dal punto di vista organizzativo quando viene erogato al paziente che presenta uno specifico bisogno di salute

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nico o alla sua presa in carico nel modo più efficace ed efficiente possibile». Quali informazioni non devono mancare in una Sdo perché possa dirsi completa e congrua? «Sicuramente una Sdo può considerarsi completa e congrua quando sono presenti la maggior parte delle informazioni anagrafiche e tutte le informazioni sanitarie. Particolare importanza rivestono tutti i principali dati identificativi del paziente, nome, cognome, data di nascita, sesso, luogo di residenza, oltre a dati relativi al ricovero quali tipologia (programmato o urgente), regime (ordinario o diurno), data di ammissione e di dimissione, unità operative di ammissione, dimissione ed eventuale trasferimento, diagnosi principale e secondarie, interventi e procedure eseguiti, date di effettuazione degli interventi e dei trasferimenti, scala di Barthel, relativa al grado di autonomia del paziente, data di prenotazione e classe di priorità per quanto riguarda i ricoveri programmati». Quando un ricovero può essere definito “appropriato”? «È necessario fare una distinzione tra due tipologie di appropriatezza: generica (organizzativa) e specifica (clinica). Un ricovero può essere definito appropriato dal punto di vista organizzativo quando viene erogato al paziente che presenta uno specifico bisogno di salute, con le tempistiche adeguate in base alla patologia da trattare, nel regime corretto (ricovero ordinario o diurno piuttosto che

regime ambulatoriale) in relazione alle risorse necessarie e sufficienti. Un ricovero può definirsi appropriato dal punto di vista clinico quando risulta essere stato erogato in maniera corretta (con appropriatezza nella esecuzione di esami diagnostici e terapeutici), al fine di evidenziare e possibilmente risolvere la patologia per cui il paziente è stato ricoverato». Dai controlli operati dai gruppi aziendali, derivano spesso la condivisione a livello regionale degli esiti e delle criticità, con conseguente stesura di documenti d’indirizzo per l’attività delle strutture sanitarie territoriali. Chi si occupa di farli applicare e accertarne l’osservanza? «Sono gli stessi Nuclei aziendali di controllo delle aziende Ulss previsti dalla normativa regionale in tema di controlli sanitari (Dgr 3444 del 30 dicembre 2010), con la supervisione degli organismi di vigilanza regionale, che hanno il compito di verificare attraverso i controlli effettuati, che le regole di codifica e le linee di indirizzo vengano seguite e rispettate. Esiste sempre una correlazione e un dialogo tra i vari livelli (regionale, provinciale ed aziendale), che favoriscono il raggiungimento di tale obiettivo. La mancata osservanza delle linee guida e delle indicazioni fornite in merito evidenzia la presenza di una criticità, generalmente locale e superabile, che va affrontata dagli organi provinciali o regionali per evitare disomogeneità di comportamento tra le varie aree del territorio regionale». VENETO 2012 • DOSSIER • 301


STRUTTURE PRIVATE

Una rete integrata per l’offerta sanitaria Il Veneto è stato un precursore nell’integrazione fra sanità privata e pubblica. Molto è ancora possibile fare per potenziare l’offerta delle strutture private, anche attraverso la presenza di più punti territoriali e l’assistenza domiciliare. La dottoressa Marina Lampreda fa il punto della situazione Manlio Teodoro

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arlando di sanità pubblica e sanità privata, l’orientamento prevalente che si sta imponendo è quello di stimolare percorsi di collaborazione. Un rinnovamento del genere non può che avere per effetto l’erogazione di migliori servizi per i pazienti, attraverso un ampliamento dell’offerta di prestazioni e soprattutto attraverso una maggiore copertura del territorio. Il Veneto – che ha scelto di basarsi su alcuni assi strategici: integrazione della responsabilità e dei fattori produttivi, una rete integrata di offerta assistenziale pubblica e privata, la promozione della famiglia e della solidarietà organizzata – è stato un precursore e oggi fa da modello per le altre regioni. «La cosa fondamentale è che l’integrazione con il Sistema sanitario nazionale avvenga secondo le guide di una pianificazione regionale e locale. Una valutazione delle risorse e delle esigenze territoriali è fondamentale affinché il settore ospedaliero privato convenzionato contribuisca, ga-

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Marina Lampreda

L’integrazione con il Sistema sanitario nazionale deve avvenire secondo le linee guida di una pianificazione regionale e locale

rantendo gli stessi standard del pubblico, alla complessiva riqualificazione dell’offerta sanitaria». A parlare è la dottoressa Marina Lampreda, direttore sanitario del laboratorio di analisi Cemar di Trissino (VI). Quest’ultimo è un caso esemplificativo di come una realtà sanitaria privata, e accreditata, possa dare al Sistema sanitario nazionale un importante contributo per la copertura capillare del territorio. Infatti, oltre che nella sede di Trissino, le prestazioni del laboratorio si estendono con i punti di prelievo nelle località limitrofe di Montebello Vicentino, Alte di Montecchio e Arzignano – qui è inoltre presente un centro medico poliambulatoriale specialistico dipendente sempre dal Cemar. «Grazie a precisi presupposti organizzativi e a una struttura snella, secondo la logica della lean production – metodo applicato al nostro laboratorio di analisi mediche –, al connubio fra un personale altamente motiviato e qualificato e una tecnologia ad alta informatizzazione – che ci permette una notevole ottimizzazione dell’attività – , riusciamo a offrire anche un servizio di prelievi domiciliari – si tenga presente che su un organico di circa trenta collaboratori, dieci sono infermieri professionali addetti ai punti di prelievo

e al servizio domiciliare che copre tutta l’area dell’Asl 5 Ovest Vicentino. E il tutto viene realizzato contenendo i costi tipici di una struttura pubblica». Nonostante i risultati già raggiunti da Cemar, è ancora possibile fare leva per evolvere e miglio- Laboratorio di analisi rare ulteriormente l’integrazione fra la società Cemar Srl di Trissino (VI) www.cemargroup.com privata e la sanità pubblica, come spiega la dot- www.cemargroup.it toressa Lampreda: «L’integrazione con il Servizio sanitario nazionale potrebbe essere resa ancora migliore, sarebbe sufficiente che noi soggetti privati venissimo maggiormente coinvolti nella programmazione e nella progettualità. Spesso, infatti, siamo ancora considerati non come dei soggetti propositivi, ma esclusivamente gli esecutivi di un’organizzazione ospedaliera centralizzata, che però a volte dimentica le necessità e le esigenze del territorio legate alla deospedalizzazione». La dirigenza di Cemar ha recentemente investito nel rinnovamento del laboratorio, sia per quanto riguarda la struttura che la strumentazione. «Il nuovo laboratorio, dotato di strumenti e tecnologie all’avanguardia, è stato appena inaugurato. Abbiamo implementato il core lab area siero e potenziato il sistema informatico. Que- ❯❯ VENETO 2012 • DOSSIER • 305


STRUTTURE PRIVATE

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sto adesso fornisce i referti anche per via telematica ai pazienti o ai medici curanti che lo richiedono – questo grosso investimento coprirà l’area tecnologica per i prossimi tre anni. Questi interventi ci hanno permesso di raggiungere l’importante risultato di riuscire a consegnare in giornata il 95 per cento delle analisi. I prossimi investimenti, che partiranno nell’immediato, investiranno le risorse umane, con l’obiettivo di valorizzare le numerose professionalità presenti all’interno di Cemar». Questo consistente pacchetto di investimenti è stato possibile nonostante la crisi economica abbia avuto i suoi effetti anche sulla sanità. «La crisi ci ha imposto, a partire dalla legge di stabilità del 2007, un abbattimento finanziario obbligatorio del 20 per cento sul tariffario e una disponibilità di budget ferma al valore assegnato nel 2006. Tutto ciò, però, non ci ha impedito di crescere, al contrario ha rappresentato uno stimolo per migliorare tutta l’organizzazione e compensare la copertura del mancato introito senza dovere ridurre i servizi, ma anzi aumentandoli». Lo stesso stimolo è quello che guida il presente e guiderà i prossimi anni, dato che sono ancora molteplici i gap da colmare per dare un’adeguata posizione al ruolo ricoperto da attori privati come Cemar. «Nei prossimi anni si giocheranno importanti sfide per l’offerta della sanità privata. Queste sono principalmente legate alla gestione del rapporto fra aumento della domanda nell’erogazione dei servizi e diminuzione dei costi degli stessi. Se riusciremo a bilanciare adeguatamente queste due variabili potremo avviarci verso una posizione di maggiore rilievo rispetto alla struttura pubblica – quest’ultima, oltre tutto, si trova già a non essere più in grado di offrire servizi aggiunti senza al contempo aumentare i costi. La nostra esperienza organizzativa ci permetterà, invece, di rappresentare un valido supporto per l’integrazione del servizio diagnostico nella moderna medicina e a costi competitivi per i pazienti».

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Un approccio multispecialistico Il CENTRO MEDICO CITTÀ DI ARZIGNANO è un poliambulatorio specialistico privato nel quale operano medici chirurghi specialisti di molteplici discipline. Fra queste le principali sono rappresentate da ortopedia, ginecologia, allergologia, cardiologia, fisiatria, oculistica, urologia. È inoltre presente una palestra nella quale svolgere fisiokinesiterapia riabilitativa. «Nella nostra struttura – spiega la dottoressa Marina Lampreda, presidente del centro medico – i pazienti possono trovare risposte ai bisogni di salute e ad approfondimenti diagnostici (elettromiografie, ecografie, ecocolordoppler) in tempi brevissimi e velocizzando notevolmente i tempi di eventuali terapie». Il 2011 ha rappresentato per il centro l’anno del definitivo consolidamento nel territorio. «I nostri pazienti sono distribuiti in un bacino di utenza che comprende l’Asl 5 Ovest Vicentino, ma anche in altre zone limitrofe, specialmente Vicenza e la zona del veronese. La tipologia di utente è molto varia, in funzione del numero di specializzazioni che il centro offre, e così è varia l’età che va dai primi anni di vita fino alle persone anziane. Il valore aggiunto, per l’utente, di un approccio medico multidisciplinare, è quello di affidarsi a un’équipe medica in grado di affrontare le problematiche di più patologie, che a volte sono strettamente collegate fra loro. E, inoltre, la possibilità di soddisfare immediatamente la necessità di risolvere il problema di salute, evitando le lunghe liste di attesa, purtroppo frequenti nelle strutture pubbliche». Uno degli altri punti di forza del CENTRO MEDICO CITTÀ DI ARZIGNANO è rappresentato dall’investimento nell’innovazione strumentale, che assorbe mediamente il 15-20 per cento del fatturato della struttura. «Senza investimenti e innovazione tecnologica, l’attività è destinata a perdere in qualità. Per potenziare il nostro servizio, inoltre, i prossimi investimenti riguarderanno l’informatizzazione e la gestione di tutta la documentazione e i referti attraverso un portale web, al quale gli utenti potranno accedere direttamente».


DIMAGRIMENTO

Un’idea di salute e bellezza sostenibile Un percorso di dimagrimento unico nel suo genere, guidato e modulato con l’assistenza di medici e professionisti qualificati. Stiamo parlando del metodo Tisanoreica, illustrato dal suo ideatore, Gianluca Mech Diego Bandini

urare la salute prima ancora della malattia. Bilanciare ciò che manca. Non sbilanciare ciò che è in armonia. Sono questi i tre cardini della Decottopia, un’arte antica che affonda le sue radici nel Cinquecento, tramandata fino ai giorni nostri grazie al lavoro di una dinastia di erboristi oggi rappresentata da Gianluca Mech, che con la sua azienda, la Gianluca Mech Spa, è l’erede di questa tradizione secolare. «La Decottopia è un metodo di lavorazione e di trasformazione di piante officinali, dalle quali è possibile ricavare dei preparati liquidi completamente naturali», spiega Mech. «I preparati decottopirici non sono medicinali, ma prodotti con chiare valenze di tipo salutistico, e hanno come obiettivo quello di migliorare lo stato nutrizionale, ottimizzando le condizioni di benessere generale dell’individuo». Proprio dalla Decottopia nasce la Dieta Tisanoreica da lei inventata, ormai famosa in tutto il mondo. In cosa consiste nello specifico? «Il metodo Tisanoireca è un programma alimentare scientificamente testato, approvato dal Dipartimento di Fisiologia e Anatomia dell’Università di Padova. Si basa sul pa-

C Gianluca Mech, fondatore e presidente della Gianluca Mech Spa. La società ha la sua sede principale ad Asigliano Veneto (VI) www.gianlucamechspa.com

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radosso che, per dimagrire, bisogna mangiare in maniera disequilibrata, attivando quel processo fisiologico chiamato chetogenesi meccanismo di scioglimento dell’adipe per ricavarne energia -, che si ottiene attraverso un’alimentazione povera di zuccheri e un apporto adeguato di lipidi e proteine, integrato dall’assunzione dei preparati derivanti dalla Decottopia. I preparati Tisanoreica sono infatti composti da un mix brevettato di erbe officinali e amminoacidi ad altissimo valore nutritivo, concepiti per soddisfare le esigenze fondamentali del nostro organismo in termini dinutrienti, essenziali durante il dimagrimento». Su questo tema lei ha presentato anche il suo nuovo libro, intitolato “Non sono a dieta, sono in tisanoreica”. Quali i principali argomenti trattati? «Ho voluto insistere su un concetto: la Tisanoreica non è una “dieta”, ma uno stile di vita, il “piacere senza peccato”. In natura non esistono alimenti per dimagrire. Infatti, se è vero che esistono zuccheri e grassi allo stato puro, non si può dire lo stesso delle proteine, visto che mangiando carne si assumono proteine ma anche grassi. Sta qui il nostro valore aggiunto: i preparati Tisanoreica, a base fitoaminica, a bassissimo carico glicemico, sostengono la tonicità muscolare inducendo l’organismo a consumare i grassi di riserva. Salutare, efficace e breve, questo programma è una vera e propria terapia, ideale per dimagrire in piena salute».


Gianluca Mech

I preparati Tisanoreica, a base fitoaminica, sostengono la tonicità muscolare inducendo l'organismo a consumare i grassi di riserva

Dopo quanto tempo dall’inizio del trattmento si possono apprezzare i primi risultati? «Il protocollo Tisanoreica, che può variare da un minimo di 20 a un massimo di 40 giorni, prevede due fasi. Nella prima fase devono essere eliminati i carboidrati, e durante la giornata si assumono quattro pietanze Tisanoreica, oltre ad alimenti classici come verdura, carne, pesce e uova. Nel secondo step, definito di stabilizzazione, si reintroducono gradualmente i carboidrati complessi a basso indice, e si assumono due pietanze Tisanoreica al giorno. In questo lasso di

tempo si perdono fino a 7/8 chili, e i risultati cominciano a vedersi già dopo i primi giorni, perché la Tisanoreica aggredisce immediatamente la massa grassa, lasciando intatta la massa magra e la muscolatura». Ad oggi, quanto si è diffusa questa metodologia e quale riscontro sta avendo? «Siamo in crescita continua, in Italia e all’estero. Di recente sono stato in America. Gli Usa sono un paese in prima linea nella lotta all’obesità, e credo che qui Tisanoreica potrà giocare un ruolo importante». Nel suo libro si parla anche di un esame della saliva, definito Genomech, attraverso il quale si possono individuare e prevenire alcune malattie cui si è predisposti. Quali particolari patologie può “prevedere”? «Il test Genomech ci consente di “personalizzare” l'integrazione alimentare e di mettere ordine e scientificità nel settore obiettivamente un po’ confuso degli integratori. Sapere che abbiamo una predisposizione a determinate patologie scritta nel nostro Dna ci porta a salvaguardare il nostro benessere, assumendo gli integratori giusti e correggendo il nostro stile di vita in modo mirato. Per quel che riguarda le malattie che possiamo prevenire grazie al Genomech penso, ad esempio alla celiachia, alle malattie cardiovascolari, all’osteoporosi e al diabete tipo 2, ma anche all’artrite e all’arteriosclerosi». Quali sono, infine, gli obiettivi che intende perseguire con la promozione del metodo Tisanoreica nel prossimo futuro? «L’obiettivo di Tisanoreica è uno solo: donare la salute e l'idea di una bellezza sostenibile al maggior numero possibile di persone».

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DossVeneto032012  

AGROALIMENTARE............................80 Mario Catania Sergio Marini Franco Manzato Alberto Valente MERCATI ESTERI.........................