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OSSIER

TOSCANA EDITORIALE ..............................................12

ECONOMIA E FINANZA

Raffaele Costa

L’INTERVENTO.........................................15 Diana Bracco Giovanni Gentile

PRIMO PIANO IN COPERTINA......................................20 Giorgio Napolitano UNITÀ D’ITALIA ....................................26 Louis Godart Gli eventi fiorentini Marco Filippeschi Pietro Finelli BILANCIO REGIONALE ....................40 Enrico Rossi Alberto Magnolfi ESTERI ....................................................48 Franco Frattini

HIGH TECH ............................................56 Lo scenario regionale Gianfranco Simoncini Vasco Galgani Elisabetta Epifori Andrea Piccaluga Marco Magnarossa Leonardo Masotti LAVORO E FORMAZIONE ................76 Maurizio Drezzadore L’occupazione in Toscana Nicola Danti Giovanni Donzelli Riccardo Cerza Nicola Sciclone Carlo Longo SISTEMA MODA ..................................96 Alberto Pecci Raffaello Napoleone IN AZIENDA CON...............................104 Antonella Mansi

L’INCONTRO ........................................54 Bruno Vespa

CONFINDUSTRIA ...............................110 Mario Salvestroni Massimiliano Musmeci DONNE D’IMPRESA ..........................116 Laura Frati Gucci MADE IN ITALY...................................120 Paolo e Alessandro Brini TRADIZIONI ARTIGIANALI ............124 Bianchi e Nardi

10 • DOSSIER • TOSCANA 2011

PELLETTERIA DI LUSSO ...............126 Alessandro Petrini IMPRENDITORI DELL’ANNO........128 Riccardo Frullini, Silvano Caparrini, Martine Sylvie Templier, Mirco e Alex Magnani, Mario Signorini, Cesare Buttari Marcellino Parri, Marco Bucaioni IL SETTORE TESSILE .....................146 Sauro Santini TRATTAMENTI IDRICI .....................148 Sandro Niccolai TRA DEBITORI E CREDITORI ......152 Luigi Nicosia SICUREZZA SUL LAVORO ............156 Giancarlo Niccolai FARE IMPRESA A LUCCA..............158 Silvia Betti


Sommario AMBIENTE

TERRITORIO

FOCUS ENERGIA...............................162 Stefania Prestigiacomo Piero Gnudi Stefano Saglia, Giovanni Lelli Chicco Testa Umberto Veronesi

EDILIZIA................................................194 Anna Marson Carlo Lancia Maurizio Palazzo

FONTI RINNOVABILI ........................178 La regione virtuosa Anna Rita Bramerini Massimo Guasconi Carlo Taliani Marco Modena RACCOLTA RIFIUTI...........................186 Alessandra e Lorenzo Ghetti TRATTAMENTO DEI REFLUI.........188 Lorenzo Gallorini IMPRENDITORI DELL’ANNO........190 Giuseppe Amato

IMMOBILIARE ...................................200 Andrea Giovannetti IMPRENDITORI DELL’ANNO.......202 Alighiero Irani Vittorio, Paolo e Bruno Casini Andrea Macchia SPAZI FRUIBILI ................................208 Lemi COMPONENTI D’ARREDO ...............210 Alivar

GIUSTIZIA LEGALITÀ ............................................232 Pietro Grasso Francesco Cirillo Mario Morcone Paolo Padoin

GIOCHI DI LUCE.................................212 Nicolas Terzani SCULTURA E MATERIA ..................214 Adolfo Agolini MOBILITÀ .............................................218 Luca Ceccobao Paolo Enrico Ammirati Stefano Boni Gianluca Scarpellini Massimo Mattei Giovanni Galli

SANITÀ ORGANIZZAZIONE SANITARIA .....250 Luigi Salvadori Fabio Franceschini RICERCA FARMACOLOGICA.......254 Lucio Luzzatto STRUMENTI OFTALMICI...............258 Sergio Mura e Giuseppe Matteuzzi

GENIUS LOCI .....................................262 Giorgio Albertazzi

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L’INTERVENTO

Infrastrutture al centro dello sviluppo di Giovanni Gentile Presidente di Confindustria Firenze

Q

uello delle infrastrutture è un vecchio problema che ci trasciniamo da tempo e che, inevitabilmente, si è ripercosso sull’attrattività del territorio. I danni sono incalcolabili. Ora, dopo estenuanti attese, crediamo che sia venuto il tempo di intervenire, trasformando in realtà ciò che il tessuto imprenditoriale fiorentino chiede da decenni. E, in tal senso, il governo regionale sembra essere partito con il piede giusto. Non dimentichiamo che le decisioni sullo sviluppo infrastrutturale devono necessariamente avere il lasciapassare della politica, locale e nazionale. L’augurio è che si possa agire su più fronti: in primis, ammodernando l’aeroporto di Firenze. Un’attenzione a parte lo merita il problema dell’alta velocità e del nuovo passante. Non possiamo permetterci di essere tagliati fuori da una rete ferroviaria che guarda all’Europa. Certo, in ballo ci sono questioni tecniche e progettistiche su cui non vogliamo entrare. Chiediamo solo che venga affrontato di petto l’isolamento a cui è costretto il nostro territorio. Ed esigiamo che lo si faccia in tempi brevi. La crisi ha imposto una maggiore elasticità e velocità nella risoluzione dei problemi e per quanto riguarda gli interventi, bisogna puntare i riflettori sulla nuova aerostazione e sulla possibilità di costruire una nuova pista che agevoli i traffici. Il potenziamento riguarda, oltre all’aeroporto di Firenze, anche quello di Pisa. La realizzazione complessiva delle nuove strutture consentirebbe di servire fino a 10 milioni di passeggeri nel 2025, a fronte di una domanda stimabile di 13 milioni. Inoltre i Paesi collegati direttamente con la Toscana dai due scali salirebbero a 37.

Oggi sono invece solo 26. Le città raggiungibili passerebbero dalle attuali 60 a circa 100. Per Pisa si aprirebbe la prospettiva di potenziare le destinazioni europee, espandere i voli low cost e charter verso destinazioni turistiche e valorizzare il traffico merci. La prospettiva per Firenze potrebbe essere il deciso potenziamento delle destinazioni dell’Europa occidentale, una crescita dei collegamenti con l’Est Europa e, infine, un’espansione del raggio di operatività in direzione Est, per destinazioni business sia verso la Russia che il Medio Oriente. Per quanto concerne il capitolo delle infrastrutture viarie, dati alla mano l’asse Nord della Toscana rappresenta oltre il 50 per cento del Pil regionale. Senza alludere a zone più o meno virtuose, è sufficiente citare questo dato per capire quanto sia importante valorizzare e configurare meglio questo polo, che deve funzionare come un unico grande agglomerato di cittadini e di imprese. La possibilità di avere collegamenti veloci e moderni sarà dunque la linfa vitale. Per quanto riguarda le potenzialità economiche è ancora presto per fare un’analisi concreta, anche perché siamo in una fase preliminare più che decisiva. Inutile ribadire che la politica ha un ruolo determinante. Di natura simile è il progetto di un’altra area metropolitana, quella che vuole connettere Firenze ai comuni limitrofi. Il capoluogo toscano è una delle nove città italiane interessate da un’opera di rinnovamento. Si tratta di un piano che è già stato approvato e che dovrà realizzarsi entro il 2012. Il principio che sta alla base è sempre lo stesso: oltrepassare gli “ostacoli” delle cinte urbane e formare arcipelaghi comunicanti di realtà economiche. TOSCANA 2011 • DOSSIER • 17


DOPO IL RISORGIMENTO LA RESURREZIONE Iniziate le celebrazioni dell’Unità d’Italia, l’occasione per individuare un clima nuovo tra le diverse realtà del Paese. Le parole del capo dello Stato ai giovani incontrati nel tour che è iniziato lo scorso anno a Quarto ed è proseguito fino a Reggio Emilia dove si è svolta l’apertura ufficiale del 150° anniversario Renato Farina


IN COPERTINA

D

i questa Unità d’Italia vogliamo trattare raccontando chi oggi ne è il garante, l’autorità massima, in fondo il simbolo. E che è chiamato a tenerne vivi i colori verde, bianco e rosso da Nord a Sud senza stancarsi. Cercando di evitare la retorica (e ci riesce benissimo). Riuscendo anche a tirare con paterni strappi le orecchie di chi questa unità non ama. Senza però fornire materia di spaccature ancora più gravi, ma anzi mostrando che l’Unità d’Italia è così forte che ricomprende anche chi la vuole, sì, purché sia alla sua maniera. Unità interiormente al punto che non ha bisogno di essere un monumento di marmo, che poi si spacca, ma un organismo che sa svilupparsi, diventare grande, cambiare articolandosi nel federalismo. Insomma: trattasi di Giorgio Napolitano. Il presidente della Repubblica e capo dello Stato. Usciamo un istante allora dalla polemica politica spicciola e pretestuosa sulle celebrazioni dell’Unità d’Italia, se il governo faccia poco o molto. Alt! Tranquilli. Non siamo qui, con la scusa di non immergerci nelle dichiarazioni di Calderoli e Veltroni, a rifilarvi perciò una rievocazione dei 150 anni in tre paginette. Ma un’osservazione, con animo sereno, la porgo. Napolitano, a leggerne bene gli interventi, pur avendo le sue idee un tantino diverse dal suo amato Gramsci, allarga l’orizzonte, bada alle persone viventi e alle loro radici. Impedisce di scannarsi sull’interpretazione da tifosi della nostra unità datata 1861, su chi abbia ragione o torto tra il Piemonte e lo Stato Pontificio in quel 20 settembre 1870; se stesse meglio il Sud dei Borboni o il Nord austriacante intorno al 1860.

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Siamo più antichi dei 150 anni. Abbiamo una geografia che impedisce equivoci. Ci siamo da migliaia e migliaia d’anni, litigiosi ma una cosa sola. Invasi e mescolati. Napolitano prima di essere quello che è stato - e cioè un comunista napoletano - è uno che è stato deposto al Quirinale dallo Spirito Santo o da una cicogna venuta dalla Stella benigna che vigila sul destino di quella terra che va dalle Alpi a Capo Passero. Una certa forma di timido relativismo farebbe dunque bene a tutti a proposito del Risorgimento (una parola inventata da un milanese, Pietro Verri, un illuminista), smettendola di lacerarsi su Garibaldi e i Mille, o Mazzini e Cavour. Gente importante, da ricordare, ma non è che sono stati loro a partorire l’Italia. Questa nostra Patria di certo esisteva ed era già Italia prima di loro e dello Stato unitario. Tanto che Dante la descriveva nella sua unicità culturale e linguistica quando nemmeno nella sua città di Firenze c’era l’unità comunale e la lingua italiana era dovunque appena un balbettio. Ecco, Dante la defini-

In basso, il Presidente Giorgio Napolitano con Matteo Renzi e Gianni Alemanno durante l’apertura delle celebrazioni per il 150° dell’Unità d’Italia il 7 gennaio a Reggio Emilia; a destra, una scena del film sul Risorgimento italiano Noi credevamo del regista napoletano Mario Martone; in chiusura, Palazzo Carignano a Torino, sede del Museo del Risorgimento


Giorgio Napolitano



Ha saputo interpretare la parola “unità” non come omologazione o appiattimento, ma amore delle differenze



sce “bel paese là dove 'l sì suona”. Non è un minimo comune denominatore da poco: c’è la bellezza, una lingua che è come un canto, e il “sì” che non somiglia a nient’altro che a noi. È vero che questo meraviglioso sigillo Dante lo fissa addosso all’Italia in un canto dell’Inferno, ma in fondo anche questo fa parte del carattere italiano. Ci mandiamo all’Inferno e ci mandiamo pure l’Italia, anche se sappiamo bene che alla fine di meglio non c’è. Dunque nessuna paura della Lega Nord o delle varie formazioni localistiche. Sono la prova che siamo italiani: il particulare di Guicciardini, se non fossimo così saremmo francesi… Giorgio Napolitano! Quando uno arriva in quella posizione ha una sua biografia, i libri letti, le persone frequentate. Però, così come si dice dei Papi, non si può dire di un cardinale che tipo di Papa sarà. Subentra qualcosa che in teologia si chiama grazia di stato (che non c’entra con lo Stato nel senso di istituzione), e che laicamente si chiamerebbe senso della responsabilità. Può subentrare o no. In non tutti i re o i capi di Stato anche recenti è accaduta. La grazia di

stato suppone che uno dica di sì, che accetti il sacrificio di una rinunzia alla propria ideologia, ai propri schemi mentali. Restando se stesso, ma lasciandosi contaminare dalla storia, dai damaschi, da questa consapevolezza di essere diventato improvvisamente padre di 60 milioni di persone: di tutti, non solo di quelli della propria parrocchia politica o etnica. Occorre strapparsi da sé restando se stessi. Questa è la prova che rende uomini. Accettare l’imprevedibile e lasciarsene maturare. Del resto, ciò che rende una vita bella per sé e per gli altri è l’imprevisto. Trovarsi in un posto dove non dovevi essere. Oppure dove avevi desiderato trovarti, però a far tutt’altro di quello che ti pareva di aver previsto con tanta cura. Come nella poesia “Prima del viaggio” di Eugenio Montale. Così Giorgio Napolitano, sin da ragazzo, ha preparato questa sua corsa nella storia d’Italia. Borghese, della buona borghesia dagli studi umanistici partenopea prediletta da Palmiro Togliatti, fu comunista e percorse tutte le tappe necessarie per ascendere. Montale scrive: “Prima del viaggio si scrutano gli orari, le coincidenze, le soste, le pernottazioni e le prenotazioni (di camere con bagno o doccia, a un letto o due o addirittura un flat); si consultano le guide Hachette e quelle dei musei,” eccetera eccetera. Una carriera onorata. Piena di coscienza meticolosa, come il proprio maestro e se così si può dire - capo corrente Giorgio Amendola gli aveva trasmesso. Nessun assalto alle prefetture come Giancarlo Pajetta. Una vita da politico-intellettuale, più rivolto agli esteri che al nostro Paese. C’è il dovere quotidiano in cui eccelle: “…si controllano valigie e pas-  TOSCANA 2011 • DOSSIER • 23


IN COPERTINA



Una certa forma di timido relativismo farebbe dunque bene a tutti a proposito del Risorgimento, smettendola di lacerarsi su Garibaldi e i Mille, o Mazzini e Cavour



 saporti, si completa il corredo, si ac- grandi attese per l’arrivo di questo quista un supplemento di lamette da barba, eventualmente si dà un’occhiata al testamento”. Il saggio, razionale, arido Montale conclude: un viaggio in fondo “inutile”. Una cosa troppo sensata. La vita così fatta è una corsa dove non accade niente, è già tutto sulle guide. Questo vale per gli uomini ma anche per le nazioni. Una cosa come la Francia, unita da sempre, che roba è? O come la Spagna: noi che c’entriamo? Infatti Montale chiude: “E ora che ne sarà del mio viaggio? Troppo accuratamente l’ho studiato senza saperne nulla. Un imprevisto è la sola speranza. Ma mi dicono che è una stoltezza dirselo.” Un imprevisto è la sola speranza. E diciamo pure che solo gli uomini piccini dicono (a Montale e a noi) che è una stupidaggine. L’imprevisto è stato l’arrivo di Napolitano al Quirinale, ed è l’imprevisto la speranza oggi di questa Italia. Chi firma questo articolo non aveva

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già ottantenne ed elegante signore, votato solo dalla sinistra e passato con scarso margine. Eppure ha saputo interpretare la parola “unità” come qualcosa che non è omologazione o appiattimento, ma amore delle differenze. È partito per questo centocinquantesimo seguendo le tappe dei Mille l’anno scorso. Ha incontrato migliaia di giovani entusiasti a Quarto e a Marsala, a Calatafimi e nella sua Napoli. Tra tutte la parole dette, anche di recente a Reggio Emilia e Forlì, propongo invece quelle di Marsala: dette a giovani meridionali da un anziano meridionale. Mi paiono belle. Chiama non al fatalismo, ma alla responsabilità. C’è una grazia e una responsabilità in queste sue frasi che promettono dei magnifici imprevisti di resurrezione. Dopo il Risorgimento, la Resurrezione. Mica male. Ecco lo stralcio. «Non è la prima volta che lo dico, e sento il bi-

sogno di ripeterlo; le critiche che è legittimo muovere in modo argomentato e costruttivo agli indirizzi della politica nazionale, per scarsa sensibilità o aderenza ai bisogni della Sicilia e del Mezzogiorno, non possono essere accompagnate da reticenze e silenzi su quel che va corretto, anche profondamente, qui nel Mezzogiorno, sia nella gestione dei poteri regionali e locali e nel funzionamento delle amministrazioni pubbliche, sia negli atteggiamenti del settore privato, sia nei comportamenti collettivi. E parlo di correzioni essenziali anche al fine di debellare la piaga mortale della criminalità organizzata che è diventata una vera e propria palla di piombo al piede della vita civile e dello sviluppo del Mezzogiorno. Nello stesso tempo si deve chiedere a tutte le forze responsabili che operano nel Nord, e lo rappresentano, di riflettere fino in fondo su un dato cruciale: l’Italia deve nel prossimo avvenire crescere di più e meglio, ma può riuscirvi solo se crescerà tutta, se crescerà insieme, solo se si metteranno a frutto le risorse finora sottoimpiegate, le potenzialità, le energie delle regioni meridionali. Siano dunque le celebrazioni del 150° del nostro Stato nazionale, l’occasione per determinare un clima nuovo nel rapporto tra le diverse realtà del paese, nel modo in cui ciascuna guarda alle altre, con l’obbiettivo supremo di una rinnovata e più salda unità. Unità che è, siamone certi, la sola garanzia per il nostro comune futuro e in modo particolare, giovani di Marsala, la sola garanzia per il vostro futuro». (Giorgio Napolitano a Marsala, 11 maggio 2010). Viva l’Italia!


UNITÀ D'ITALIA

Diversità, humus della nazione italiana Il Risorgimento e la storia d’Italia con i loro valori, le storie e i personaggi costituiscono le fondamenta per guardare alla cultura del futuro. Ne parla Louis Godart Francesca Druidi

S

i è aperto a Reggio Emilia lo scorso 7 gennaio, con la cerimonia di omaggio al vessillo tricolore alla presenza di Giorgio Napolitano, l’anno dei festeggiamenti per i 150 anni dell’Unità d’Italia, celebrazioni che culmineranno il 17 marzo e che saranno costellati per tutto il 2011 da numerosi eventi distribuiti sull’intero territorio. Quello che in molti non sanno è che l’Unità del Paese deve molto all’affermazione della lingua italiana e, nello specifico, alla figura di Dante. Lo spiega Louis Godart, consigliere per la conservazione del patrimonio artistico della Presidenza della Repubblica italiana e membro del Comitato dei garanti, organo istituito con l’obiettivo di verificare e monitorare il programma delle iniziative legate alle celebrazioni dell’Unità nazionale, sulla base delle informazioni trasmesse dal comitato interministeriale. Quanto sarà importante che gli eventi celebrativi in programma sappiano coinvolgere in maniera

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attiva e partecipe non solo politici e intellettuali, ma soprattutto la popolazione italiana nel suo complesso? «È la festa dell’Italia e, quindi, degli italiani. Se il Risorgimento si è verificato, è grazie al coinvolgimento di tutta la popolazione italiana ed è giusto che 150 anni dopo l’Unità sia il popolo, dalle Alpi alla Sicilia, a sentirsi coinvolto nei festeggiamenti. È la festa di

ognuno di noi». Si può parlare di un evento nell’ambito delle celebrazioni che ritiene particolarmente significativo? «È evidente che tutti gli eventi sono significativi, ognuno dei quali contribuisce - nel luogo in cui viene realizzato - al coinvolgimento della popolazione nei festeggiamenti. Posso parlare in particolare di quanto sarà organizzato al Quirinale che, grazie al capo dello Stato,


Louis Godart

In apertura, Napolitano con Giuliano Amato, presidente dei garanti per le celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità; sotto, Louis Godart, membro del Comitato dei garanti



Il Palazzo del Quirinale è, grazie al Capo dello Stato, in prima linea nel celebrare i 150 anni dell’Unità d’Italia



è in prima linea nel celebrare i 150 anni dell’Unità d’Italia. Sono, infatti, previsti, tra gli altri, due eventi di notevole portata. Il primo consisterà in un convegno sulla lingua italiana previsto per il prossimo 21 febbraio e in una grande mostra sui capolavori della letteratura italiana. Questo perché la lingua italiana ha recitato un ruolo determinante nel processo di unificazione del Paese. Un elemento che mi colpisce moltissimo, riflettendo sulla storia della lingua italiana, è la presenza di un autore che, in particolare, ha esercitato un ruolo chiave nell’affermare l’italianità del popolo. Questo au-

tore è Dante. Pensando alla Divina Commedia, si può giungere alla conclusione che, grazie a quest’opera, gli italiani si sono sentiti discepoli di Dante e hanno potuto verificare la loro unità nazionale. Per merito della Commedia, l’Italia è l’unico paese che ha visto la sua lingua affermarsi attraverso un libro di poesia». Com’è andata invece altrove? «Il francese si è affermato tramite il potere accentratore di Parigi, il tedesco attraverso la traduzione tedesca della Bibbia realizzata da Lutero. L’arabo si è imposto con la Jihad e, quindi, con la diffusione  TOSCANA 2011 • DOSSIER • 27


UNITÀ D'ITALIA



Pensando alla Divina Commedia, si può giungere alla conclusione che, grazie a quest’opera, gli italiani si sono sentiti discepoli di Dante e hanno potuto verificare la loro unità nazionale



 del Corano attraverso la forza delle «La diversità è il cemento della na- gente, in virtù delle invenzioni che armi. L’inglese si è imposto con la lingua di corte, il king’s english, mentre l’italiano ha compiuto questo processo grazie a un libro di poesia. Mi sembra piuttosto significativo evidenziarlo nel momento in cui si festeggiano i 150 anni dell’Unità d’Italia. Si svolgerà poi un secondo, importante, evento alla fine dell’anno, una grande mostra sul Quirinale e l’Unità d’Italia, nella quale saranno allestiti documenti e capolavori provenienti dalle collezioni del Palazzo del Quirinale. L’esposizione, programmata per l’autunno avanzato del 2011, e che terminerà all’inizio del 2012, concluderà in un certo senso le celebrazioni». Quali sono le fondamenta della cultura italiana che le celebrazioni per il centocinquantenario dell’Unità dovrebbero far riemergere per porsi all’attenzione in particolar modo delle nuove generazioni?

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zione. È importante che, lungo tutto il Paese, la presa di coscienza delle varie diversità contribuisca realmente a rassodare i legami tra le regioni e le province d’Italia. Si pensi per un istante all’immenso amore suscitato dall’Italia in tutto il mondo: si tratta di un amore che gli stranieri nutrono nei nostri confronti perché vedono nel nostro Paese un territorio estremamente ricco nella sua diversità. Diversità culturale, gastronomica, enologica. Un aspetto determinante della cultura italiana è proprio quello enogastronomico. Ritengo che la cucina nostrana sia apprezzata a livello internazionale perché non porta lo stampo di un potere centrale, ma riesce a far emergere i particolarismi locali. La varietà della gastronomia e dell’enologia italiana è legata al fatto che ogni regione, ogni città, riesce costantemente ad attirare i palati della

i cittadini propongono. Tale diversità identifica proprio la nostra ricchezza e non va, quindi, considerato un elemento di disunione, bensì un fattore di amalgama tra le comunità». Da quali basi, a suo avviso, si può partire per guardare alla cultura italiana di domani? «Credo che la storia dell’Italia sia l’elemento basilare, una storia che di certo non inizia con il Risorgimento. L’Italia ha rivestito un ruolo fondamentale in Europa e nel mondo. Il nostro Paese ha saputo trasmettere il messaggio civilizzatore delle civiltà classiche e in ogni momento, attraverso la ricchezza dei vari periodi che hanno costellato la sua storia, è stato in grado di veicolare un messaggio culturale coinvolgente. Questo è soprattutto l’aspetto da ricordare quando festeggiamo i 150 anni dell’Unità d’Italia».


UNITÀ D'ITALIA

Firenze, il Risorgimento dura tutto l’anno Firenze, una delle capitali d’Italia. Diversi gli eventi, le mostre e gli appuntamenti in programma in città lungo tutto il 2011 per celebrare l’anniversario dell’Unità nazionale Leonardo Testi

E

ra il 7 gennaio 1797 quando il tricolore venne adottato per la prima volta ufficialmente a Reggio Emilia come vessillo della Repubblica Cispadana. E il 7 gennaio 2011 si sono aperti nella città emiliana le celebrazioni ufficiali per i 150 anni dell’Unità d’Italia. Alla cerimonia erano presenti il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e i tre sindaci delle città capitali: Sergio Chiamparino per Torino, Gianni Alemanno per Roma e Matteo Renzi per Firenze. Tra gli appuntamenti previsti, la consegna da parte di Napolitano di una copia del primo tricolore ai tre sindaci. «Se c’è stata una memoria del nostro lungo processo storico nazionale, che nei decenni dell’Italia repubblicana non si è mai omesso di coltivare e celebrare, è stata precisamente quella della nascita del tricolore», ha dichiarato il presidente della Repubblica nel suo discorso. Un ideale, il tricolore, sancito dalla Costituzione. «Non fu per caso – ha rimarcato Napolitano – che venne collocato all’articolo 12 il riferimento al tricolore italiano come bandiera della

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Il presidente Giorgio Napolitano consegna il 7 gennaio una copia del primo Tricolore al sindaco di Firenze Matteo Renzi; a destra Zubin Mehta, direttore principale dell’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino

Repubblica. Riferimento sobrio, essenziale, ma imprescindibile. I Costituenti vollero farne, con quella collocazione nella Carta, una scelta non solo simbolica ma di principio». Ad applaudire il capo dello Stato c’era anche il primo cittadino di Firenze. «Il discorso di Napolitano è stato talmente chiaro, bello, appassionante e ricco di contenuti che non ha bisogno di commenti: lo condivido al 101% – ha affermato Renzi –

sono state parole che hanno dato i giusti stimoli ai politici di oggi», riferendosi alle parole di Napolitano che ha invitato i politici a rispettare il tricolore e tutti coloro che hanno responsabilità nelle istituzioni nazionali, regionali e locali a impegnarsi a fondo nelle iniziative per il centocinquantenario. «Mi auguro – ha aggiunto Renzi – di poter chiudere a Firenze i festeggiamenti dell’Unità nazionale, inaugurando il nuovo teatro del Maggio musi-


Gli eventi fiorentini



Metteremo il tricolore sul tetto del nuovo Teatro del Maggio che inaugureremo il 21 dicembre con un concerto dell’Orchestra del Maggio Musicale cale fiorentino». Dalla sua pagina facebook il sindaco del capoluogo toscano ha poi confermato: «Metteremo il tricolore sul tetto del nuovo Teatro del Maggio, alle Cascine, che inaugureremo il 21 dicembre di quest’anno con un grande concerto dell’Orchestra del Maggio Musicale», il concerto di Zubin Mehta per il 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia. Lungo tutto il 2011, in coincidenza con questo storico evento, il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino rivolgerà un’attenzione esplicita al grande repertorio italiano del teatro d’opera, proponendo un’offerta di grandi titoli italiani realizzati al



massimo livello. Passando in rassegna altri appuntamenti cittadini legati alla celebrazioni dell’Unità nazionale, nel mese di maggio si svolgerà al Teatro della Pergola “Il teatro italiano nel mondo”. Il progetto, ideato e diretto da Maurizio Scaparro e sviluppato dall’Ente Teatrale Italiano, punta a dimostrare quanto la cultura italiana, e il teatro in particolare, siano vitali e considerati nel panorama mondiale. Per 15 giorni saranno presentati a Firenze spettacoli di autori italiani classici e contemporanei in prima assoluta, o in prima per l’Italia, messi in scena da registi e attori provenienti da diversi paesi, nelle ri-

spettive lingue, selezionati fra quelli di maggiore interesse culturale e spettacolare. Iniziato il 16 gennaio, proseguirà fino al 6 marzo il ciclo di lezioni di storia “L’Identità Italiana”, ideato dagli Editori Laterza, a cura di Alberto Banti, Philip Gossett, Alberto Asor Rora, Massimo Montanari, Tullio De Mauro, Alberto Melloni, Sergio Zavoli e Lucio Caracciolo. Si terranno, inoltre, due mostre. La prima, inaugurata a dicembre, “Unità d’Italia, una mostra per i toscani nel mondo”, si svolgerà fino al 31 dicembre 2011 a Palazzo Cerretani in piazza dell’Unità d’Italia con l’intento di celebrare -e contemporaneamente diffondere- il ruolo che ebbe la Toscana, in particolare Firenze, durante il periodo risorgimentale fino al 1848 e anche oltre. La Seconda, “La bella Italia: arte e identità delle città capitali”, sarà allestita a Palazzo Pitti dall’11 ottobre 2011 al 4 marzo 2012, dopo essere stata esposta a Torino dal 17 marzo fino a settembre. Il percorso espositivo si comporrà di nove sezioni, ciascuna dedicata a una delle città capitali: Torino, Roma, Firenze, Genova, Palermo, Napoli, Bologna, Milano e Venezia sono raccontate attraverso le opere di Giotto, Beato Angelico, Donatello, Botticelli, Leonardo, Michelangelo, Raffaello, Correggio, Bronzino, Tiziano, Veronese, Caravaggio, Rubens, Tiepolo, Canova, Hayez e tanti altri, insieme a documenti e oggetti che ne ricostruiscono il profilo storico. Altro evento centrale del calendario delle celebrazioni sarà il convegno internazionale sul contributo della Toscana alla costruzione dello stato nazionale, in programma a Firenze fra il 30 maggio e il primo giugno 2011. TOSCANA 2011 • DOSSIER • 31


UNITÀ D'ITALIA

Una lettura critica del Risorgimento Il Teatro Verdi e Palazzo Lanfranchi sono alcuni dei luoghi di Pisa interessati dalle celebrazioni per l’anniversario dell’Unità nazionale, come spiega il sindaco Marco Filippeschi Francesca Druidi

R

ichiamare l’attenzione su un evento simbolico come l’anniversario dell’Unità nazionale non significa adempiere a un mero dovere istituzionale, ma bensì puntare a coinvolgere al massimo il cittadino nelle iniziative celebrative, innescando momenti di riflessione tesi a far riscoprire una parte della nostra identità e della nostra storia. Questo processo passa anche dalla valorizzazione del patrimonio culturale, museale e monumentale del territorio. Per Pisa ciò si tradurrà innanzitutto nel progetto di restauro della Domus Mazziniana e in altre iniziative, illustrate dal primo cittadino Marco Filippeschi. Legame con il territorio e prospettiva nazionale sono due tra le direttrici più importanti che attraversano i festeggiamenti per il centocinquantenario dell’Unità d’Italia. Quali significati ritiene dovrebbero assumere queste celebrazioni per Pisa, ma anche per il Paese in generale? «Le celebrazioni dei 150 anni dovrebbero restituirci il senso di 32 • DOSSIER • TOSCANA 2011

Sopra, il Ponte di Mezzo sul Lungarno di Pisa; in apertura, Piazza Garibaldi; nella pagina a fianco, a destra, il sindaco Marco Filippeschi

un’orgogliosa appartenenza alla nazione italiana. Certo, non con l’enfasi retorica con cui abbiamo imparato la storia del Risorgimento sui banchi delle elementari, ma ripercorrendo le vicende che hanno portato all’Unità con quello spirito critico sempre necessario alla lettura delle vicende del passato. La valorizzazione dei singoli territori non inficia l’adesione, al tempo stesso razionale ed emotiva, all’idea di una prospettiva nazio-

nale comune. Un esempio lo si rintraccia nella varietà dialettale: la valorizzazione dei dialetti, la cui origine precede in parte l’affermazione della lingua latina, è doverosa; e alcuni di quei linguaggi hanno espresso una vera e propria forma letteraria. Ma l’Unità linguistica, l’uso comune dell’italiano, conquistato con i mezzi più diversi, dal servizio militare per gli uomini alle trasmissioni radiofoniche per le donne, prima della


Marco Filippeschi



La valorizzazione dei singoli territori non inficia l’adesione, al tempo stesso razionale ed emotiva, all’idea di una prospettiva nazionale comune



scolarizzazione di massa, identificano uno dei fondamenti della crescita della nazione». Pisa è interessata da uno dei progetti considerati prioritari tra i “Luoghi della memoria”, la Domus Mazziniana. Quale eredità lascerà questo progetto alla città, una volta terminati i festeggiamenti? «Il progetto di restauro della Domus Mazziniana sta molto a cuore alla città. Pisa ha ospitato alcune delle personalità più illustri delle vicende unitarie, tra cui Giuseppe Garibaldi, ma anche il grande poeta Giacomo Leopardi, eccelsa

personalità di letterato-filosofo che sta agli albori del nostro Risorgimento, e che soggiornò a Pisa per quasi un anno. Giuseppe Mazzini a Pisa vi morì il 10 maggio del 1872. Trasformare il luogo del suo soggiorno pisano in un vero e proprio spazio della memoria risorgimentale conferisce a Pisa la riconoscibilità di città ottocentesca ricca di storia e di presenze. Sono soltanto quattro i “Luoghi della Memoria” individuati dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, per gli interventi infrastrutturali connessi agli eventi culturali del 150esimo anniversario dell’Unità nazionale. C’è da sottolineare che la Domus Mazziniana, in questi ultimi anni, si è meritata questo riconoscimento anche grazie al lavoro di elaborazione e divulgazione che è riuscita a compiere». Quale funzione assumerà l’Istituto tramite il progetto di ristrutturazione? «Dal 2011 diventerà un vero e proprio spazio museale, arricchito da un archivio e una biblioteca accessibili al pubblico, oltre che un luogo idoneo a conferenze e incontri culturali. Sarà, inoltre, ancor più valorizzato il suo impagabile supporto didattico alle scuole di ogni ordine e grado sui temi del Risorgimento e della storia d’Italia». Vi sono ulteriori iniziative da segnalare nel 2011 per quanto concerne l'anniversario dell’Unità nazionale? «Le iniziative pisane per i 150 anni dell’Unità si legano correttamente ai temi più congeniali alla nostra città: per prima cosa, la battaglia di Curtatone e Montanara del 29 maggio 1848, che vide la partecipazione volontaria di studenti e  TOSCANA 2011 • DOSSIER • 33


UNITÀ D'ITALIA

“Adotta un monumento”, in difesa dei luoghi del Risorgimento Un monumento di grande valore storico, particolarmente bisognoso di restauro. Il Gruppo bronzeo dedicato all’incontro di Teano, raffigurante Garibaldi e Vittorio Emanuele II a cavallo (nella foto in basso), è non a caso una delle opere inserite nella campagna “Adotta un monumento”, volta a finanziare il restauro di alcuni monumenti dedicati all’Unità d’Italia. L’iniziativa è promossa dalla Direzione Regionale dei Beni Culturali, dalle Soprintendenze dei Beni Architettonici, Paesaggistici, Storici, Artistici ed Etnoantropologici di Pisa e Livorno e di Firenze, Prato e Pistoia, realizzata in collaborazione con le Prefetture della Toscana, Regione Toscana, Provincia di Firenze e www.intoscana.it. E proprio sull’home page del sito si trova il link al blog “Adotta un monumento”. In questo spazio, come spiega Maddalena Ragni, direttore regionale dei Beni culturali e Paesaggistici della Toscana, sono illustrati i 10 monumenti per il cui restauro si richiedono contributi, di cui 9 siti nella città di Livorno e uno a Fiesole, ciascuno dei quali è provvisto di una scheda storica e descrittiva contenente tutte le informazioni utili all’individuazione del bene. «Si tratta di una modalità nuova – prosegue Maddalena Ragni – che sicuramente apre a prospettive future più ampie. Ma per poter avere in tempi brevi l’auspicato riscontro, deve essere comunque sostenuta da una campagna di comunicazione che faccia pervenire il messaggio alla comunità, gli conferisca quella veste di ufficialità, di condivisione pubblica, dia pubblicità al sito ed estenda al massimo i percorsi per l’accesso allo stesso, consentendo ad esempio link di collegamento dai siti istituzionali. In questo senso si sta operando e sarà interessante vedere quali saranno gli esiti». Questo progetto giunge al termine di un’ampia attività di coordinamento effettuata dalla Direzione Regionale dei Beni culturali e Paesaggistici della Toscana con i competenti uffici periferici per individuare, in assenza di un censimento generale delle opere presenti in regione legate agli avvenimenti dell’Unità d’Italia, quella parte del patrimonio culturale delle tre principali città (Firenze, Pisa e Livorno partecipi di quegli avvenimenti) – senza tralasciare tuttavia altre località – che fosse espressione e testimonianza della storia di quel periodo, e quindi verificarne le condizioni e le eventuali necessità di intervento manutentivo o di restauro. «Non tutti gli oltre 70 monumenti distribuiti sull’intero territorio regionale, ai quali va aggiunto un numero non precisato di targhe, busti e lapidi, hanno grandi necessità di intervento e, in parte, si è riusciti a far fronte agli impegni con risorse pubbliche. Ma per poter effettivamente concludere il programma, si sono resi necessari ulteriori finanziamenti che, nell’impossibilità di reperimento all’interno dei bilanci pubblici, si è pensato di chiedere alla collettività in tutte le sue componenti civili e imprenditoriali. È, inoltre, sembrato opportuno ricorrere a modalità di coinvolgimento on line, che possono assicurare la più ampia diffusione».

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Foto Oreste Calzolari

di Francesca Druidi

professori dell’Ateneo pisano. Il movimento politico risorgimentale fu, infatti, caratterizzato da una grande passione politica, che spinse i giovani a impegnarsi in forme di militanza spesso pericolose, fino

In alto, Palazzo Carovana, sede della Normale di Pisa. A fianco, in basso, il teatro Verdi


Marco Filippeschi

c

Pisa ricorderà i 150 anni con iniziative a cui concorrono tutte le istituzioni, con il contributo prezioso dell’Università, della Normale e della Sant’Anna

alla partecipazione volontaria in battaglie e azioni di guerra. Ed è giusto interrogarsi se qualcosa di quell’impegno civile, sia pure concretizzato in altre forme, sia vivo ancora oggi. Un’altra serie di iniziative avrà come centro il museo della Grafica di Palazzo Lanfranchi, dove si conserva anche uno dei preziosi bozzetti preparatori della battaglia di Magenta, che Fattori produsse per un concorso nazionale di celebrazione della Seconda guerra di indipendenza. In questa sede, una serie di piccole esposizioni dedicate al personaggio di Pinocchio ricorderanno uno dei libri fondamentali della letteratura dell’Ottocento». Altri luoghi di Pisa coinvolti? «Pisa ricorderà i 150 anni con mo-

stre e iniziative a cui concorrono tutte le istituzioni e associazioni culturali, con il contributo prezioso dell’Università, della Scuola Normale e della Scuola Sant’Anna. Anche il teatro Verdi, luogo risorgimentale per eccellenza, celebrerà l’anniversario dell’Unità: nella notte tra il 16 e il 17 marzo, quest’anno festa nazionale, sarà organizzata una notte bianca dedicata al tricolore». L’Italia sta affrontando la sfida rappresentata dall’attuazione del federalismo nell’anno in cui festeggia i 150 dell’Unità nazionale. Due sistemi di valori in rotta di collisione o che in qualche modo possono convivere e coesistere? «L’attuazione del federalismo si-

d

gnifica la possibilità per i Comuni e le Regioni di impiegare risorse economiche in modo virtuoso, così da rendere migliore la vita dei cittadini a livello di servizi, trasporti, sociale. Per una giusta attuazione di un progetto di federalismo, è necessario uno Stato centrale forte, che rimane il motore dell’organizzazione amministrativa della nazione, così come il punto di riferimento della vita politica e associativa. Un buon sistema federale non deve prescindere dall’equilibrio tra le Regioni. La “questione meridionale” è stato uno dei nodi, ancora non completamente risolti del processo unitario: non si può ignorare l’esigenza di perseguire un processo di parificazione economica e sociale tra Nord e Sud, cercando di correggere meccanismi di tipo “assistenziale” che hanno più che mai danneggiato le regioni meridionali. Non va altresì dimenticato l’apporto di elaborazione culturale che è ci è venuto dal Mezzogiorno: dalla letteratura ottocentesca di Verga e De Roberto, al pensiero filosofico di Croce». TOSCANA 2011 • DOSSIER • 35


UNITÀ D’ITALIA

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n importante restauro attende la Domus Mazziniana nel 2011. La casa appartenuta alla famiglia Rosselli-Nathan, dove Giuseppe Mazzini trascorse gli ultimi anni della sua vita morendovi il 10 marzo del 1872, fu successivamente donata allo Stato e dichiarata monumento nazionale nel 1910. Rasa al suolo dal bombardamento subito da Pisa nell’agosto del 1943, fu ricostruita e inaugurata nel 1952 di fronte all’allora presidente della Repubblica Luigi Einaudi. «Si tratterà – evidenzia il direttore della Domus Pietro Finelli – di rivalorizzare la funzione della Domus Mazziniana di “santuario” laico del patriottismo e, al contempo, quella di centro di studi attivo sul Risorgimento». Quali saranno i principali interventi strutturali e organizzativi? «Si effettuerà un restauro completo dell’edificio con l’adeguamento alle normative in vigore. Essendo la struttura risalente agli anni Cinquanta del 900, sono emerse problematiche legate alle infiltrazioni, agli ostacoli per i portatori di handicap e alla natura stessa della Domus. Siamo, infatti, contemporaneamente un museo, un archivio, una sala conferenze e un centro di ricerca. Situazioni difficili oggi da far coesistere dal punto di vista logistico». Che obiettivi si pongono gli interventi? «In primis, rendere più funzionale la Domus, renderla un luogo da vivere e frequentare per il pubblico in generale e per gli studiosi. Si punta poi a 36 • DOSSIER • TOSCANA 2011

La casa del Risorgimento Le celebrazioni per l’anniversario dell’Unità d’Italia a Pisa includono la riqualificazione della Domus Mazziniana come sede museale, biblioteca e centro studi sull’opera di Mazzini. A spiegare il progetto è il direttore Pietro Finelli Francesca Druidi

esaltare la natura simbolica dell’edificio che, nonostante non sia più quello originale, si lega alla storia della Repubblica e della democrazia, anche con le vicende dei fratelli Rosselli, vantando visitatori illustri come Carlo Azeglio Ciampi, Elio Toaff e Mauro Ferri». Cosa cambierà? «Si riallestiranno gli spazi museali, valorizzando le nostre collezioni. Per la prima volta verrà presentata al pubblico una lettera di Mazzini con il giuramento autografo della Giovine Italia. Sarà, inoltre, esposto, l’ultimo scritto che Mazzini compose qui, una sorta di testamento spirituale. Si tratterà di un nuovo allestimento più contemporaneo che esalterà la figura di Mazzini a livello europeo restituendone al contempo aspetti meno conosciuti e più personali, grazie al possesso di molti cimeli di tipo affettivo e intimo, come abiti e oggetti che restituiscono la quotidia-

Pietro Finelli, direttore della Domus Mazziniana di Pisa


XxxxxxxPietro Xxxxxxxxxxx Finelli

personaggi e degli avvenimenti del Risorgimento italiano. Quante risorse si sono rese necessarie? «L’entità del finanziamento statale si aggira intorno agli 800mila euro». Come vede il futuro? «C’è perplessità perché, da un lato, si registra questo impegno straordinario – si tratta per la Domus Mazziniana dell’investimento più importante dalla sua creazione, che sancisce e riconosce il ruolo fondante dell’istiSi tratterà di un nuovo allestimento più contemporaneo tuto nella memoria e nella cultura nazionale – che esalterà la figura di Mazzini a livello europeo dall’altro, c’è il fatto che restituendone aspetti meno conosciuti e più personali per il secondo anno consecutivo la Domus non ha ricevuto alcun finannità di Mazzini. Molti non sanno che carnata dal murales, per sottolineare ziamento dal ministero dei Beni culfu un ottimo suonatore di chitarra e come l’istituto non identifichi un pa- turali per l’attività ordinaria, quasi la Domus ne conserva proprio una. trimonio chiuso». completamente assorbita dall’attività Attorno allo strumento si costruirà Quale sarà l’iter dei lavori? scientifica e didattico-divulgativa. Le un discorso su Mazzini e le arti». «I lavori sono nella fase di indizione spese vive rappresentano non più del Altri interventi importanti? della gara. A metà febbraio con tutta 10% del bilancio: quanto riceviamo «Su una delle due facciate esterne probabilità dovrebbero essere asse- viene re-investito. Il timore è che la verrà riprodotto, con lettere di me- gnati i lavori e il termine è previsto per struttura si trasformi in un museo del tallo, il testo del giuramento della settembre. La Domus è fisicamente passato, non in grado di agire conGiovine Italia, trasformando l’edificio chiusa, ma nel frattempo continue- cretamente nella produzione cultuin una sorta di libro in cui riscoprire remo a svolgere la nostra attività con- rale contemporanea. Ciò però si pone uno dei testi fondativi della nazione vegnistica e di studio in altre sedi». in contrapposizione non solo con la italiana. Inoltre, la Domus sorge viIl restauro dell’edificio è pro- storia della Domus, ma anche con il cino alla piazza dove è conservato l’ul- mosso dalla presidenza del Consi- senso del progetto, un “luogo della timo murales realizzato da Keith Ha- glio all’interno del progetto “I luo- memoria aperto al futuro”. Speriamo, ring. L’idea è stabilire una forma di ghi della memoria”, una vasta invece, che questa iniziativa costituicontatto visivo di richiamo tra il pas- azione di classificazione, valorizza- sca il primo passo per dare consato risorgimentale e la modernità in- zione e narrazione dei luoghi, dei tinuità all’azione della Domus».





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BILANCIO REGIONALE

Un progetto da 300 milioni per il rilancio della Toscana Dopo l’approvazione di un bilancio di previsione «difficile», il presidente della Regione Enrico Rossi guarda al futuro: «se punteremo sui giovani, che non sono un problema ma la risposta a molti problemi, ci rimetteremo a correre» Riccardo Casini

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on si possono certamente definire sette mesi facili quelli trascorsi da Enrico Rossi dopo la sua elezione a presidente della Regione. E il varo di un bilancio di previsione per il 2011 che vede 287 milioni di euro di risorse in meno ne è la riprova. Secondo Rossi, infatti, «la legislatura ha preso il via in un momento particolarmente difficile per la regione. La crisi economica ha messo in serio pericolo le potenzialità di sviluppo della Toscana e i tagli del governo, indiscriminati e penalizzanti, hanno alimentato il rischio di recessione». Solo la spesa sanitaria vedrà un lieve incremento nell’anno appena iniziato, con 44 milioni in più (dai 6.504 del 2010 a 6.548). Gli investimenti invece sono stati ridotti di circa 53 milioni, di cui 25 sull’edilizia residenziale e 27 sulla viabilità all’interno del programma straordinario degli investimenti. E altri tagli hanno riguardato la strategia ambientale (50 milioni in meno), economica (-35 milioni) e culturale e formativa (-15 milioni). «Nono40 • DOSSIER • TOSCANA 2011

stante queste difficoltà – spiega Rossi – la Regione sta svolgendo un ruolo decisivo ai fini della ripresa. Sosteniamo le imprese in difficoltà, interveniamo nelle situazioni di crisi, siamo in grado di assicurare sostegno al credito e agli investimenti. Abbiamo sostanzialmente “salvato” il trasporto pub-

blico locale, lanciando anche nuovi servizi come l’alta velocità regionale su ferro. Stiamo mettendo mano alle problematiche dell’urbanistica, della valorizzazione del territorio e dello sviluppo delle fonti energetiche. E abbiamo trovato le risorse per un Progetto giovani assolutamente innovativo sul


Enrico Rossi



La Toscana ha la forza per reagire alla crisi e può vantare un mix di risorse unico a livello internazionale



Sopra, il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi

piano nazionale». A questo proposito lei ha dichiarato che “il 2011 sarà l’anno dei giovani”. Il progetto in questione mette a disposizione 300 milioni di euro in tre anni tra incentivi per l’affitto, contributi ai tirocinanti e sostegno ai nuovi imprenditori. «Nonostante sia sempre possibile

fare meglio e di più, penso che il nostro progetto sia di assoluto rilievo. In Toscana ci sono 121mila disoccupati, 70mila dei quali sono giovani. Il 30% dei giovani tra i 30 e i 34 anni vive ancora nella casa dei genitori. Ventimila svolgono stage e tirocini senza alcuna remunerazione. E sono la parte della Toscana che soffre di più. La Regione vuole aiutarli a prendere in mano la loro esistenza, la loro autonomia, a costruirsi un futuro. Non lo farà da sola, ma chiederà il contributo di tutti, banche e fondazioni, enti pubblici e istituzioni religiose, categorie economiche e sindacati. È un progetto di livello europeo, una concentrazione di risorse tale da produrre effetti sensibili. La Toscana ha la forza per reagire alla crisi e se punterà sui giovani, che non sono un problema ma la risposta a molti problemi, si rimetterà a correre. Vedo che con grande ritardo anche il go-

verno ha battuto un colpo. Ma trovo francamente offensivo nei confronti dei giovani parlare di una loro “inattitudine all’umiltà” come fa il ministro Meloni». In che modo è possibile invece migliorare l’attrattività del territorio nei confronti degli investitori? «La Toscana può vantare sul suo territorio un mix di risorse unico a livello internazionale. Siamo una regione in cui il benessere è diffuso, la coesione sociale è ancora forte, una regione in cui il bello della storia, dell'arte e del paesaggio si manifesta in ogni angolo. Siamo anche una regione ricca di capacità, di cultura imprenditoriale e di know how tecnico e scientifico, tutti elementi che offrono straordinarie opportunità di sviluppo e che possono attirare investitori. Per concretizzare queste opportunità abbiamo creato un ufficio attrazione investimenti che si  TOSCANA 2011 • DOSSIER • 41


BILANCIO REGIONALE

Sotto, l’ospedale civile di Massa



Quanto accaduto alla Asl di Massa mi ha ferito personalmente, ma la sanità toscana è in buona salute



 sta impegnando proprio in questo Regione i decreti attuativi del fe- trasformazione del Senato in una senso». Altro problema emerso di recente è il “buco” di bilancio dell’Asl di Massa. Quali sono le cause? Vi sono preoccupazioni analoghe per altre aziende sanitarie? «Quanto è accaduto alla Asl di Massa mi ha ferito personalmente. Voglio ricordare che sono stati proprio i nostri controlli a far emergere questa situazione. Maria Teresa De Lauretis sta compiendo un ottimo lavoro come commissario, e dai suoi approfondimenti sono emersi i tentativi compiuti per nascondere i reali risultati economici e l’effettiva situazione creditizia e debitoria dell’azienda. Noi continuiamo il nostro lavoro, fiduciosi degli esiti dell’iter giudiziario. La sanità toscana è in buona salute e in pareggio di bilancio». Anche a questo proposito, quali cambiamenti porterebbero per la

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deralismo fiscale attualmente al vaglio del Parlamento? «Non mi sembra si stia andando nella direzione giusta, la riforma più vicina alla meta è il federalismo municipale mentre per le Regioni ci sono troppi rebus da risolvere come i livelli minimi di assistenza, i fabbisogni per ogni territorio e le imposte che potranno essere determinate su base regionale. Il nodo fondamentale è come riuscire ad attuare il federalismo in una situazione di profonda crisi fiscale, senza che la riforma porti con sé un aumento delle tasse o la bancarotta di qualche Regione e la perdita di diritti fondamentali per gli italiani. Tutti gli Stati federali hanno un ramo del Parlamento delegato a legiferare sulle Regioni, penso al Bundesrat tedesco o al modello americano: in questo senso la

Camera delle autonomie è un passo essenziale, anche per tenere unito il Paese e per non delegare a un club di governatori di buona volontà, quale è la Conferenza Stato-Regioni, le decisioni sulle funzioni delegate dalla riforma dell'articolo V della Costituzione». Quali sono i suoi obiettivi principali per il 2011? «Come detto, ho annunciato che il 2011 sarà per la Regione l’anno dei giovani: il progetto è strategico per il rilancio della Toscana. Continueremo poi a seguire da vicino la situazione economica, lanciando iniziative per attrarre investimenti. Il piano regionale di sviluppo prevederà azioni mirate nei principali distretti produttivi della regione. I tagli ci tolgono ossigeno, ma la Toscana ha capacità e risorse per ripartire».


Alberto Magnolfi

Abbandonare il dirigismo per crescere Alberto Magnolfi, capogruppo Pdl in consiglio regionale, giudica il bilancio di previsione «privo di coraggio su contenimento e riqualificazione della spesa. Vanno riviste le modalità e gli strumenti della programmazione regionale». E sulla vicenda dell’Asl di Massa: «cause non chiare, il mito è crollato» Riccardo Casini

«U

n bilancio privo di coraggio». Bastano poche parole ad Alberto Magnolfi, capogruppo Pdl in consiglio regionale, per liquidare la manovra 2011 approvata dall’assemblea toscana. I punti critici? Il contenimento e la riqualificazione della spesa: secondo Magnolfi, infatti, «la giunta Rossi ha privilegiato una polemica stucchevole e infinita sui tagli del Governo, ma in realtà proprio questi vincoli di carattere nazionale hanno “costretto” anche il governo toscano a dare qualche segno obbligato di ripensamento e a eliminare talune voci di spreco che noi denunciavamo da anni. Ma sono solo timidi segnali di quell’ampia manovra di risanamento e di riqualificazione della spesa storica, che rimane tutta da fare». Quali sono i punti più critici del bilancio di previsione? «I limiti maggiori si ritrovano nella mancanza di idee e di proposte per lo sviluppo, nonostante il sistema economico toscano accusi un de-

Alberto Magnolfi, presidente del gruppo Pdl in consiglio regionale

clino ormai decennale. Siamo noi in questi mesi a lanciare sfide concrete e incisive con proposte di legge sull’urbanistica, sulla competitività e in generale, con un pacchetto organico di emendamenti capaci di dare un segno alternativo allo stanco continuismo della sinistra toscana». Rossi sostiene che gli enti locali abbiano subito i tagli «indiscrimi-

nati e penalizzanti» del Governo. Come replica? «Nessun amministrare locale, ovviamente, vorrebbe essere chiamato a operare in un periodo di restrizioni della finanza pubblica. Ma è altrettanto vero che una strategia di messa in sicurezza dei conti dello Stato, come quella con successo adottata dal governo Berlusconi, non può fare a meno di chiamare il

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BILANCIO REGIONALE

A destra, Palazzo Panciatichi a Firenze, sede dell’assemblea regionale; nealla pagina accanto, Giulio Tremonti, ministro dell’Economia

 sistema delle autonomie ad assu-

mersi le proprie responsabilità. Chi pretende di chiamarsi fuori, in realtà appare fuori dal tempo e dallo spazio e non fa gli interessi del Paese. Ritengo che nei momenti di difficoltà debbano emergere le capacità della politica e degli amministratori pubblici di selezionare in maniera più rigorosa le priorità, di non considerare acquisite una volta per sempre le voci di spesa consolidate, che spesso si trascinano senza verifica per pure ragioni di consenso politico attraverso le diverse annualità dei bilanci. Penso anche che questa operazione porti a eliminare dalla realtà delle nostre amministrazioni tante “cattive abitudini” o comunque - per così dire - lussi, a torto accettati e praticati in una congiuntura economica molto diversa da quella attuale». Ma come giudica in generale i primi mesi di attività della nuova giunta regionale? «Il presidente Rossi ha brillato sul piano degli annunci, con i quali ha cercato di indossare i panni dell’innovatore, ma ciò che manca oggi sono gli atti concreti e una reale capacità politica di battere strade nuove e diverse». Da dove occorrerebbe partire?

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«Vanno interamente riviste le modalità e gli strumenti della programmazione regionale: il sistema toscano infatti è ancora fortemente connotato dalle scelte degli anni Settanta, con una programmazione rigida e fortemente dirigistica, che tende a creare strumenti di controllo rispetto alla società, piuttosto che sostenerne l’autonomo svi-

luppo. Nelle istituzioni regionali si discute continuamente su obiettivi astratti e generali, quando poi le concrete azioni della giunta e l’investimento delle risorse finiscono per essere estranee sia al potere di indirizzo sia a un reale controllo da parte del consiglio regionale. Questo stato di cose non favorisce certo quel rinnovamento


Xxxxxxx Xxxxxxxxxxx Alberto Magnolfi



Una strategia di messa in sicurezza dei conti dello Stato chiama il sistema delle autonomie ad assumersi le proprie responsabilità

che servirebbe alla Toscana per riconquistare capacità di crescita e competitività sui mercati. La politica ha da anni ingessato il sistema, scoraggiato il merito, ostacolato i nuovi investimenti: da qui il costante esodo di imprese registrato negli ultimi anni». Quali sono invece le cause del “buco” di bilancio dell’Asl di Massa? «Le vere cause vorremmo capirle anche noi. Non a caso, dinanzi alle inconsistenti spiegazioni della giunta regionale, abbiamo chiesto e ottenuto l’insediamento di una commissione d’inchiesta, dalla quale attendiamo quegli elementi di verità e di certezza che sinora non ci sembra di avere ottenuto. Certamente è una vicenda tutt’al-



tro che chiara, che desta gravi preoccupazioni sia per l’entità del deficit che sarebbe stato all’improvviso scoperto (ma che certo non può essere maturato in pochi mesi), sia per la conclamata inefficienza dei controlli. E pensare che questo era uno dei fiori all’occhiello di Rossi e della sinistra toscana, che sul presunto “miracolo” dei conti in ordine della sanità avevano basato buona parte della recente campagna elettorale». Vi sono preoccupazioni fondate relative ad altre aziende sanitarie? «Non abbiamo notizie certe sulla situazione finanziaria delle altre Asl toscane, ma grida di allarme e preoccupanti scricchiolii si manifestano da più parti: il mito è crollato e la realtà appare molto lon-

tana da quella che è stata abilmente rappresentata. Come se niente fosse, la giunta regionale non accetta critiche e rilievi, neppure quando provengono dalla Corte dei conti o addirittura dalla Corte costituzionale. È il caso delle cosiddette Società della salute, inedita invenzione tutta toscana, per le quali si intende insistere con qualche aggiustamento formale a dispetto delle pronunce di ben altro tenore del Giudice contabile e della stessa Consulta». Quali cambiamenti porterebbero per la Regione i decreti attuativi del federalismo fiscale attualmente al vaglio del Parlamento? «Si tratta di una materia ancora fluida su cui è difficile dare un giudizio definitivo, almeno fino a quando non saranno stati determinati i costi standard dei diversi servizi. Solo su quella base si potranno formulare paragoni ragionevoli tra le condizioni attuali e quelle indotte dalla riforma federalista. Fin d’ora è certo che quest’ultima avrà comunque il merito di avvicinare i centri di gestione della cosa pubblica al diretto controllo dei cittadini, secondo criteri di trasparenza nelle modalità d’impiego delle risorse e nella destinazione delle stesse. Ciò determinerà una positiva evoluzione del nostro sistema democratico nel segno di una piena valorizzazione dei criteri di responsabilità e di merito». TOSCANA 2011 • DOSSIER • 45


Il valore dell’innovazione La ricerca e l’innovazione sono i motori che hanno consentito al settore dell’alta tecnologia toscana di resistere con buoni risultati alla crisi economica. Fondamentale lo scambio di saperi tra enti di ricerca, istituti accademici e imprese Nicolò Mulas Marcello

I

l sistema ricerca e sviluppo della Toscana vanta un’importante concentrazione sul territorio di istituti e centri di ricerca. Le tre università, le due le scuole superiori di studi universitari e l’istituto di studi avanzati presenti svolgono la propria attività in 288 unità tra dipartimenti, laboratori e centri. Secondo gli indicatori forniti dall’Osservatorio regionale della ricerca Irpet, la Toscana è la sesta regione in Italia per numero di laboratori di ricerca iscritti all’albo Miur con 896 unità. Su tutto il territorio sono presenti diversi parchi e poli scientifici e vari incubatori di nuove imprese ad alta tecnologia che aiutano le aziende a nascere e crescere condividendo esperienza e indicando loro i percorsi più giusti per avviare le proprie attività. Tra questi uno dei più importanti è rappresentato

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dal Polo scientifico e tecnologico di Navacchio in provincia di Pisa, nato nel 1999, dove sono insediate oltre 60 microimprese high tech operanti in diversi settori, dall’informatica all’elettronica al biomedicale. In dieci anni di attività il polo ha perfezionato un modello per il supporto all’innovazione rivolto alle microimprese, basandosi sui loro bisogni, offrendo servizi adeguati e un sostegno professionale costante che le accompagni nel fare rete e nel creare un sistema, sia per sviluppare progetti insieme, sia per sollecitare quegli elementi innovativi in grado di favorire la loro competitività sul mercato. A testimoniare il successo di questa politica sono i risultati ottenuti nel 2009 dal sistema polo, che dimostrano il livello di efficacia dell'azione svolta in termini di aggregazione tra le imprese come presupposto per la loro evo-


Xxxxxxxxxxx LoXxxxxxx scenario regionale

luzione. Il fatturato totale delle aziende del Polo tecnologico di Navacchio nel 2009 è cresciuto del 44% rispetto al 2008, attestandosi su 81 milioni di euro. Le 63 imprese presenti, qualificano il Polo tecnologico di Navacchio come terzo parco italiano per numero di imprese insediate, e occupano circa 600 persone. Secondo i dati Istat diffusi dallo studio del 2009 “La Ricerca e Sviluppo in Italia”, gli addetti che ruotano attorno a questo settore in Toscana solo circa 14 mila unità che costituiscono quasi il 4% sul totale degli occupati della regione. Una quota superiore a quella registrata a livello italiano pari a 3,5%. Inoltre, la distribuzione percentuale per settore di appartenenza, evidenzia il forte peso dell’Università con il 50,8% del totale degli addetti in ricerca e sviluppo, che insieme alla quota delle istituzioni (14,8%) mostrano la forte composizione “pubblica” della ricerca regionale. Secondo il Miur, il sistema universitario è composto da 5.222 docenti (anno 2008-2009), con una componente specializzata in discipline tecnicoscientifiche pari al 60,1%; la popolazione studentesca è invece pari a 127.198 iscritti (il 7% del totale nazionale), di cui il 40,1% in discipline tecnico-scientifiche. Un dato interessante è rappresentato dal numero di progetti europei proposti da soggetti toscani, o che hanno come partner soggetti toscani, che nel 2008, era pari a 154 ricerche, ovvero il 16,3% dei progetti italiani finanziati nell’anno. Il contributo toscano sul numero di progetti finanziati con fondi Far e Fsra è



Il fatturato totale delle aziende del Polo tecnologico di Navacchio nel 2009 è cresciuto del 44% rispetto al 2008, attestandosi su 81 milioni di euro



pari invece al 9,5% (ovvero 7 progetti su 74 finanziati in Italia). Sul fronte delle imprese secondo le fonti ufficiali dell’Osservatorio sulle imprese high-tech della Toscana nell’anno 2009, la presenza in regione si attesta sulle 9.681 unità locali, ovvero il 2,6% del totale delle unità locali attive della regione e un numero di addetti pari a 47.438, che rappresentano il 4,5% dell’occupazione complessiva. Nel confronto nazionale, la Toscana presenta un indice di specializzazione nei settori dell’alta tecnologia in linea con quello nazionale, al pari di regioni quali l’Emilia Romagna, la Liguria e il Piemonte. Importante è anche il fenomeno delle imprese spin-off della ricerca che in Toscana è una realtà che colloca la regione al terzo posto nel contesto nazionale con un numero di imprese attive pari a 88 censite nel 2009. Questo significa che ci sono 9 imprese spin-off ogni 1.000 imprese attive nei settori high tech. Numeri importanti quindi che fanno ben sperare per il futuro tecnologico della regione anche in termini globali, grazie a un motore di innovazione, ricerca e sviluppo che non si è mai arrestato nonostante la crisi economica. TOSCANA 2011 • DOSSIER • 57


HIGH TECH

Incentivi regionali per la ricerca Puntare sull’innovazione è la ricetta per uscire dalla crisi. Le imprese hi-tech toscane ne sono la prova, grazie anche agli investimenti a loro dedicati da parte della Regione. L’assessore Gianfranco Simoncini illustra i risultati ottenuti Nicolò Mulas Marcello

N

Gianfranco Simoncini, assessore alle Attività produttive, lavoro e formazione della Regione Toscana

onostante la crisi economica il settore hi-tech in Toscana ha registrato negli ultimi anni una produzione in crescita. Gli investimenti che la regione ha stanziato per le imprese che hanno deciso di puntare sulla ricerca nelle nuove tecnologie si sono rivelati vincenti e hanno permesso di portare a compimento numerosi importanti progetti. «La Regione – afferma Gianfranco Simoncini, assessore alle Attività produttive, lavoro e formazione della Regione Toscana – ha voluto spingere le imprese ad affrontare la sfida dell’innovazione che è la premessa indispensabile per passare dalla difesa all’attacco». Qual è lo stato di salute del settore hi-tech in Toscana? «Le produzioni caratterizzate da elevati livelli tecnologici sono andate crescendo negli ultimi anni, affermandosi anche laddove i settori più maturi mostravano segnali di difficoltà. Questa trasformazione industriale era pienamente in

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atto quando anche l’economia toscana è stata investita dalla crisi economica. Per questo il processo ha subito rallentamenti, anche se devono essere registrati settori e nicchie di eccellenza: Ict, nanotecnologie, farmaceutica, meccatronica. Sono settori in cui, se pure la crisi si è fatta sentire (con calo di fatturato di circa il 9%, ma senza perdite di addetti), si sono registrate tuttavia meno criticità rispetto alle lavorazioni più tradizionali e meno propense all’innovazione. Oggi come oggi il solo settore dell’information e communication technology, con circa 1.000 imprese fortemente orientate alla ricerca, occupa oltre il 48% dell’intero settore dell’hi-tech toscano e il 2,5% del tessuto produttivo regionale. L’alta tecnologia nel suo complesso - Ict, biotecnologie, biomedicale, automazione industriale - è una realtà fatta di 15mila addetti per oltre 3 milioni di fatturato. Un insieme che, nonostante


Xxxxxxx Xxxxxxxxxxx Gianfranco Simoncini

e sviluppo, coinvolgendo un totale di 300 imprese e attivando investimenti per 161 milioni di euro. Quasi i due terzi dei progetti finanziati dal bando, 88 su 133 totali, si concentrano sui settori tecnologici. In particolare sono 41 i progetti in materia di tecnologie dell’informazione e delle telecomunicazioni, per 78 imprese coinvolte e 30 milioni di contributi pubblici, che hanno attivato investimenti per 46 milioni. In tutti questi progetti sono presenti le università di Firenze, Pisa e Siena, L’hi-tech nel suo complesso la Scuola superiore di Sant’Anna, il Cnr e il Cnit». in Toscana è una realtà fatta Quali sono i principali prodi 15 mila addetti per oltre 3 milioni getti finanziati? di fatturato con una prevalenza di pmi «Fra i progetti finanziati ci sono un laser, evoluzione dell’industria militare, utilizzato per rila prevalenza di piccole e medie imprese, regi- durre lo spessore della cute guidato da un ecografo. stra anche la presenza di una trentina di grandi Ci sono poi tessuti speciali per ridurre gli effetti imprese dei settori farmaceutico, aerospaziale della psoriasi, una mano artificiale, sistemi mece informatico, con più di 100 addetti e 10 mi- canici per aiutare nel lavoro le persone con handicap. Ci sono la domotica applicata alle imbarlioni di fatturato». A ottobre 2010 si è concluso il programma di cazioni da diporto, sistemi di propulsione ibrida finanziamento del bando unico per le imprese per le navi, case di legno ecologiche. E poi microche scommettono su ricerca e nuove tecnologie turbine, nuovi metodi per lo sfruttamento delle che prevedeva oltre 97 milioni di finanzia- cave, sistemi intelligenti per contrastare gli inmenti regionali per oltre 300 aziende. Pos- cendi e nano particelle in grado di rendere più sosiamo trarre un bilancio di questa operazione? stenibile il ciclo della concia e la lavorazione delle «Con l’ultima tranche di risorse stanziate lo pelli. Anche con questo strumento la Regione ha scorso ottobre, in tutto 33,7 milioni di euro, ab- voluto spingere le imprese ad affrontare la sfida delbiamo completato il programma di finanzia- l’innovazione. È un tema sul quale insistiamo permento destinato a piccole e medie imprese e ai chè siamo consapevoli che l’innovazione è preprogetti di ricerca e sviluppo delle industrie più messa indispensabile per passare dalla difesa grandi partito nel 2009. In questi anni il pro- all’attacco, uscire dalla crisi e rafforzare il sistema gramma ha messo in campo complessivamente produttivo, rendendolo più competitivo e all’aloltre 97 milioni di euro, che hanno permesso di tezza dei mercati globali in cui è chiamato a mifinanziare un pacchetto di 133 progetti di ricerca surarsi. I risultati, con la forte adesione e la ricca ca- 





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HIGH TECH



La Regione ha intrapreso un percorso di razionalizzazione e ripensamento del sistema dell’innovazione e del trasferimento tecnologico



 sistica di iniziative sperimentali portate avanti, ci mino della ricerca e innovazione? stanno dando ragione». Dal punto di vista dell’internazionalizzazione qual è il rapporto dell’hi-tech regionale con il mercato internazionale? «Il legame è forte. Anche se in questo settore sono presenti numerose aziende estere che svolgono qui parte della loro attività di ricerca - Yahoo, Microsoft, Alcatel-Lucent, Thales, Marconi-Ericsson, Finmeccanica, Eds, Aspen, Power-One Technologies, STMicroelectronics, Hitachi, Ibm, Nokia, Ask - e che fanno la parte del leone per quanto riguarda le esportazioni. In particolare i mercati esteri sono legati a segmenti come l’elettronica, la farmaceutica, le biotecnologie, l’aerospaziale. Sono i settori che forse hanno retto meglio anche alla crisi e per i quali si prevede una più rapida ripresa. Le altre imprese, di minori dimensioni, più difficilmente riescono a varcare i confini nazionali. Proprio per favorire questi processi la Regione ha predisposto un bando che mette a disposizione contributi per il sostegno dei processi di internazionalizzazione delle pmi». Ci sono altri progetti in cantiere da parte della Regione per aiutare le imprese nel cam-

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«La Regione ha intrapreso un percorso di razionalizzazione e ripensamento del sistema dell’innovazione e del trasferimento tecnologico, passaggio ineludibile per la ripresa dell’economia regionale perchè solo così possiamo pensare di far uscire dalla crisi, qualificare e rendere più forte e competitivo il sistema produttivo. L’ultimo tassello in ordine di tempo è stato il via libera all’accreditamento e quindi ai finanziamenti previsti, oltre 3 milioni e 200 mila euro per il triennio 20102013, che si prevede attiveranno investimenti per quasi 4 milioni e 500 mila euro. Queste strutture diventeranno parte integrante del sistema regionale dell'innovazione e del trasferimento tecnologico. Gli altri atti sono stati i bandi per il finanziamenti ai centri di competenza, finalizzati al trasferimento tecnologico e quelli per i poli tecnologici in cui si realizzeranno sinergie fra centri di competenza, centri di ricerca pubblici e imprese. Alla fine di questo percorso contiamo di rendere più efficiente il sistema, qualificando i centri di competenza, creando sinergie con università e centri di ricerca, facendo emergere e sostenendo le realtà di eccellenza».


HIGH TECH

Un settore in ripresa Sono buoni i dati della Camera di Commercio per quanto riguarda il settore high tech fiorentino. E il presidente Vasco Galgani evidenzia che anche le esportazioni hanno ripreso vigore nel terzo trimestre del 2010 Nicolò Mulas Marcello

F

Vasco Galgani, presidente della Camera di Commercio di Firenze

irenze vanta molte imprese nel settore dell’alta tecnologia. Tante sono le aziende che forniscono supporto anche al manifatturiero e al terziario ed è uno dei comparti che grazie alla sua naturale propensione all’innovazione e alla ricerca ha contrastato meglio la crisi economica. «Fino al 2010 – spiega Vasco Galgani, presidente della Camera di Commercio di Firenze – abbiamo contato sui “promotori dell’innovazione”: un gruppo di esperti, che ha sviluppato contatti diretti con le imprese fiorentine, per sondarne le esigenze e le capacità tecnologiche». Si può fare una stima di quante sono le imprese hi tech e in quali ambiti operano principalmente? «Includendo nell’alta tecnologia anche i servizi, al terzo trimestre 2010 le imprese attive nel settore sono 2.221 di cui 310 nel manifatturiero e 1.911 nel terziario ad alta intensità di conoscenza. Riguardo a quest’ultimo, c’è da precisare che abbiamo un’ampia quota di imprese che si

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occupa in prevalenza di produzione, consulenza sul software e trattamento avanzato dei dati. Per quanto riguarda il manifatturiero, le attività prevalenti riguardano il farmaceutico, il biomedicale, l’optoelettronica (un settore di tradizione che si è sviluppato intorno all’indotto della Galileo) e la meccanica avanzata (al cui interno si collocano i segmenti degli strumenti di precisione e dell’automazione industriale). Quest’ultimo settore incorpora una porzione abbastanza consistente di attività a medio-alto contenuto tecnologico, in cui troviamo, ovviamente la Nuovo Pignone e il relativo indotto. Considerando le esportazioni, l’ammontare complessivo esportato in un anno ammonta a circa 550 milioni di euro (dato 2009), con una quota di incidenza sull’export totale pari a circa l’8% (in particolare farmaceutica ed elettronica, con riferimento al segmento biomedicale e all’automazione); le attività a medioalta tecnologia esportano una quota in valore ampiamente superiore e pari a poco meno del


Vasco Galgani

concluso da Finmeccanica con Bae Systems nel 2005, volto all’acquisizione di quote di capitale nel settore della strumentazione elettronica per la difesa. Anche Ote, dopo l’ingresso in Finmeccanica nel 2003, è sotto il controllo di Selex Communications. Ote si caratterizza tuttavia per uno scarso orientamento alle relazioni con il sistema imprendiPer quanto riguarda toriale locale, a causa delle caratteristiche intrinseche della il manifatturiero all’interno dell’alta produzione legata alle attività tecnologia, le attività prevalenti delle telecomunicazioni, settore riguardano il farmaceutico, non molto sviluppato a Firenze; il biomedicale, l’optoelettronica tuttavia ricorre all’offerta locale per i servizi informatici. Galileo e la meccanica avanzata invece per il nostro territorio rappresenta da sempre un’im40% (concentrate nella meccanica strumen- portante realtà che ha contribuito a creare tale). Occorre anche precisare che, nel terzo cultura nell’ambito dell’ottica industriale, trimestre 2010, le esportazioni di prodotti istituendo un rapporto consolidato con la ad alta tecnologia hanno ripreso vigore in locale facoltà di ingegneria, con il Cnr che ha provincia, dopo quattro trimestri consecu- qui gli istituti Iroe e Ieq, confluiti nell’attuale tivi di calo, con un incremento su base annua Ifac, e quelli legati all’ottica (Ino e Ceo), generando anche alcuni spin off rilevanti (tra pari a circa il 18%». Qual è l’indotto economico che gene- cui la stessa Ote nel lontano 1954). Tuttavia, rano queste imprese nella provincia di Fi- le varie vicissitudini societarie, a partire dalla ristrutturazione Efim, fino all’ingresso nel renze? «Quando si parla di indotto del comparto gruppo Finmeccanica, hanno portato a una dell’alta tecnologia fiorentino, la prima cosa riorganizzazione e razionalizzazione del parco che viene in mente sono le pmi manifattu- fornitori a livello locale, orientando le forniriere che ruotano intorno alle attività del ture di tecnologia elevata al di fuori dell’area gruppo, sostanzialmente Galileo e Ote, il cui locale. Vi sono comunque circa un centinaio assetto organizzativo è stato interessato negli di fornitori locali». Ci sono altre grandi imprese legate al ultimi anni da varie ridefinizioni e riorganizzazioni; la ragione sociale di Galileo ora è settore? cambiata in Selex Galileo, dopo l’accordo «Anche la Nuovo Pignone, ora parte di un’im- 





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HIGH TECH

 portante multinazionale, è fortemente inter-

connessa con le peculiarità e le specificità della fornitura locale; le attività di Nuovo Pignone rientrerebbero comunque nell’ambito della fascia a medio-alta tecnologia, ma è un’impresa leader che è necessario citare quando si parla di high tech, anche perché, tra le imprese della fornitura locale, vi sono anche aziende di livello tecnologico elevato che operano nell’ambito dell’automazione industriale. Quindi Nuovo Pignone contribuisce fortemente a creare, mantenere e consolidare una cultura innovativa nell’ambito della meccanica, mantenendo ancora un rapporto fertile con il territorio fiorentino (si pensi alle relazioni attivate con Università e Cnr)». Tra le piccole e medie imprese invece? «Merita anche segnalare altri due casi interessanti di imprese ad alta tecnologia: Esaote e El.En. Si tratta di due medie imprese, entrambe attive nel comparto biomedicale, anche se su segmenti differenti. La prima, seb-

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2.221 IMPRESE Il numero di aziende hi-tech attive nel territorio fiorentino secondo i dati della Camera di Commercio del terzo trimestre 2010.

550 mln EURO

L’ammontare complessivo esportato in un anno di manufatti ad alta tecnologia nel 2009

bene con sede fuori regione, specializzata in ultrasuoni, elettrocardiografia e imaging tramite risonanza è comunque una realtà importante per il nostro territorio con relazioni attive con piccole imprese e con il mondo accademico. El.En., che produce laser per applicazioni medicali (anche se una quota di produzione riguarda le applicazioni industriali), è un’azienda di medie dimensioni che è cresciuta notevolmente negli ultimi anni, creando un proprio indotto di pmi locali e mantenendo un costante rapporto con l’Università e il Cnr. Inoltre, è ben presente sui mercati esteri (Usa e Giappone in particolare). Nell’ambito del biomedicale è anche opportuno segnalare una fervida produzione brevettuale. Non bisogna infine dimenticare le attività legate alla farmaceutica, con la presenza di tre grandi imprese che operano su scala internazionale, di cui due multinazionali e una con sede locale (Menarini), oltre a un certo numero di imprese di medie dimen-


Vasco Galgani

sioni. Si tratta di un settore ben proiettato sui mercati esteri, piuttosto concentrato, caratterizzato da dimensioni aziendali consistenti». Per la natura del loro settore, le imprese di questo tipo sono costrette a confrontarsi con il mercato globale. Qual è il grado di internazionalizzazione delle aziende hitech fiorentine? «Oltre al farmaceutico, si segnala una maggior presenza internazionale delle imprese operanti nei settori del biomedicale, dell’automazione industriale e della meccanica avanzata. Si tratta di operatori economici che hanno saputo intrecciare relazioni stabili e consolidate con il mondo locale della ricerca (Università e Cnr); tale aspetto rappresenta



Gli attori pubblici dovrebbero incentivare accordi di cooperazione di tipo orizzontale per coordinare le risorse destinate alla ricerca



una base rilevante su cui ancorare il vantaggio competitivo e orientare il profilo competitivo dell’impresa sui mercati esteri». Quali sono i principali fabbisogni delle imprese high tech operanti nella provincia di Firenze? «Identificare i fabbisogni precisi non è semplice, anche perché occorrerebbero indagini ad hoc; tuttavia vi sono esigenze di rafforzamento della governance locale di sistema, per rafforzare e in alcuni casi creare un vero e proprio network innovativo localizzato. Gli attori pubblici dovrebbero incentivare accordi di cooperazione di tipo orizzontale per coordinare le risorse destinate alla ricerca, minimizzando gli sprechi e le duplicazioni. Dall’altro lato, l’operatore pubblico dovrebbe consentire una sorta di effetto leva, orientando le politiche industriali a livello locale in modo tale che siano comple-

mentari rispetto agli effetti e alle forze del mercato; ciò si potrebbe tradurre per esempio nel sostegno alla domanda d’innovazione delle pmi locali». La Camera di Commercio di Firenze promuove attraverso iniziative lo sviluppo del settore high tech? «Anche se la Camera di Commercio sta ristrutturando la propria organizzazione per renderla più funzionale, (di tre Aziende speciali avremo a breve una sola, polifunzionale), fino al 2010 abbiamo contato sui “promotori dell’innovazione”: un gruppo di esperti, che ha sviluppato contatti diretti con le imprese fiorentine, per sondarne le esigenze e le capacità tecnologiche. Il database, frutto di questi incontri, è uno strumento chiave per chiunque voglia partecipare agli scambi di alta tecnologia applicativa con le imprese della provincia di Firenze». TOSCANA 2011 • DOSSIER • 65


HIGH TECH

Un sistema vincente per fareimpresa Il parco tecnologico di Navacchio rappresenta una delle realtà più importanti del settore hi-tech regionale. Elisabetta Epifori, direttore del polo, illustra tutte le opportunità offerte dall’incubatore di imprese Nicolò Mulas Marcello

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Elisabetta Epifori, direttore del Polo tecnologico di Navacchio

e opportunità di crescita offerte dagli incubatori di impresa sono basate soprattutto sulla condivisione delle idee e delle conoscenze maturate sul campo. Il parco tecnologico di Navacchio attraverso collaborazioni operative con una serie di soggetti che vantano specifiche esperienze sviluppa programmi per la nascita di nuove imprese che, come sottolinea Elisabetta Epifori, direttore del polo: «rappresentano un’importante opportunità di rinnovamento dell’offerta tecnologica proposta dal parco». L’incubatore del Polo tecnologico di Navacchio ha chiuso l’anno con 14 imprese insediate e un volume di affari di 6 milioni di euro. I dati sembrano quindi confermare un trend positivo nonostante la crisi economica? «Sicuramente dai dati che rileviamo dall’attività di incubazione il trend di crescita è positivo e anche il tasso di sopravvivenza che ogni anno si conferma intorno al 97% è un ulteriore buona notizia in un momento in cui l’economia non sta crescendo. Ci siamo interrogati sul perché del successo di questa attività e sicuramente una componente importante deriva dalle opportunità che vengono dal tessuto della ricerca che abbiamo nel nostro territo-

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rio. Ma l’offerta proveniente dal mondo della ricerca da sola non basta. Nella nostra esperienza è stata fondamentale l’organizzazione di un servizio che aiutasse i neoimprenditori in quella parte che per loro è più critica: la gestione dell’impresa. Inoltre anche la presenza di un incubatore inserito in un contesto come il nostro, in un Parco Tecnologico dove sviluppano le loro attività decine di imprese ad alta tecnologia che sono già affermate sul mercato e che fin da subito interagiscono e si scambiano opinioni e idee lavorando insieme, rappresenta un fondamentale valore aggiunto. Questo contesto rappresenta sicuramente un’opportunità di crescita per le nuove start up che a loro volta si configurano come un’occasione di rinnovamento dell’offerta tecnologica proveniente dal parco». La Regione ha previsto un investimento sugli incubatori di imprese di 3,2 milioni di euro. In che termini il Polo di Navacchio ne beneficerà? «Questo investimento si concentra soprattutto sulla fase di preincubazione, ovvero nelle attività volte a stimolare la nascita di nuove imprese innovative. L’iniziativa è nata da un lavoro che aveva precedentemente avviato la Regione Toscana e che avevamo condotto noi, ovvero un monitoraggio del sistema di incubazione a livello regionale. Da questa fotografia è emersa la presenza di pa-


Elisabetta Epifori



Nel polo tecnologico di Navacchio decine di imprese ad alta tecnologia interagiscono e si scambiano opinioni ùe idee lavorando insieme

recchie strutture nella nostra regione ma oltre il 40% degli spazi disponibili per accogliere nuove imprese è risultato inutilizzato. Vi era quindi la disponibilità di un sistema che poteva accogliere nuove start up assolutamente inutilizzato. L’intervento della Regione è mirato a fare scouting e a stimolare le opportunità di nascita di nuove imprese che possono essere avviate in percorsi di incubazione presenti sul territorio regionale prefigurando conseguenti importanti ricadute. Noi ne beneficeremo nella misura in cui siamo coinvolti in prima persona in attività di promozione e scouting e lo facciamo prevalentemente attraverso i centri di ricerca. Abbiamo stretto collaborazioni operative con l’Università di Pisa, con la Scuola superiore Sant’Anna, con la Scuola Normale e con il Cnr. Ci rechiamo presso queste strutture a illustrare cosa significa avviare un’impresa in un incubatore, a stimolare la redazione di un piano di impresa e la valutazione se dall’idea può nascere un’opportunità di mercato». Il presidente del polo Alessandro Giari ha parlato di un programma a livello commerciale. In cosa consiste? «Si tratta di un’attività alla quale stiamo lavo-



rando già da quasi due anni e che con il 2011 prende una veste ancora più organica e strutturata. Uno degli elementi di maggiore criticità per la crescita di microimprese come quelle della nostra realtà, è quella di interfacciarsi con il mercato. Perciò è stato messo in piedi un network che rappresenta un sistema di presentazione di un’offerta tecnologica delle opportunità che vengono dal lavoro delle piccole imprese rivolte al mercato della pubblica amministrazione e a quello delle medie e grandi imprese». In cosa consistono gli accordi con il Cnr, l’Università, la Scuola Normale e il Sant’Anna di Pisa? «Consistono nel facilitare la reciproca conoscenza affinché si vada a stimolare in questi centri di ricerca l’idea e l’opportunità di fare impresa. L’obiettivo è quello di fare conoscere in maniera più approfondita quella che è stata e che è la nostra esperienza di parco tecnologico e di incubatore e di favorire questo scambio al fine di creare l’opportunità di trasformare in impresa qualche interessante idea della ricerca». TOSCANA 2011 • DOSSIER • 67


HIGH TECH

Una formazione trasversale per i neo tecnologi Sono una trentina le imprese spin-off nate dall’esperienza della Scuola superiore Sant’Anna. Andrea Piccaluga illustra tutte le attività dell’istituto e i progetti che coinvolgono gli studenti anche all’estero Nicolò Mulas Marcello

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no dei successi della Scuola superiore Sant’Anna di Pisa, grazie alle sue ridotte dimensioni rispetto ai grandi atenei, è quello di riuscire a coinvolgere gli studenti in un rapporto più diretto con i laboratori di ricerca e le imprese già dalla metà del corso di laurea. Il punto di Andrea Piccaluga, professore ordinario in Business administration e innovation management. Su quali settori dell’alta tecnologia è orientata la formazione della Scuola superiore Sant’Anna e come sono articolati i programmi didattici? «La Scuola superiore Sant’Anna è un istituto a statuto speciale e ha allievi ordinari, dottorandi e corsi master. La formazione è molto legata all’attività di ricerca. A differenza delle altre università ci occupiamo solo di alcune aree specialistiche, ad esempio nel settore dell’ingegneria ci occupiamo della robotica, della bio ingegneria, delle telecomunicazioni, della realtà virtuale, aree che secondo noi sono particolarmente importanti. La formazione viene pertanto svolta in quei settori nei quali si fa ricerca. Ciò che caratterizza la nostra istituzione rispetto alle altre università è il fatto che si lavora con numeri più piccoli e con un contatto molto più diretto tra i docenti e gli studenti che spesso si svolge direttamente nei laboratori di ricerca. Nei nostri settori hi-tech non si fa ricerca solo in aula ma anche nei laboratori e i nostri allievi già dal terzo anno di università sono coinvolti nei laboratori di ricerca, cosa che nelle altre università che

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hanno migliaia di studenti risulta difficile. Inoltre abbiamo anche un’attività di formazione che è trasversale ovvero anche sul management di innovazione e sul trasferimento tecnologico. Per cui i robotici, informatici, telecomunicazionisti che vengono formati anche su questi temi. Questo perché secondo noi il tecnologo deve essere sempre di più formato a 360 gradi per operare al meglio nella nostra società». Qual è il rapporto tra la Scuola e il territorio? «Abbiamo rapporti con alcune grandi imprese locali perché con loro si possono fare progetti di medio e lungo termine. Ma siamo consapevoli che spesso l’innovazione nasce anche da aziende piccole, come in America è successo per la Silicon valley. Abbiamo quindi

In alto, a destra, Andrea Piccaluga, professore ordinario in Business administration e innovation management presso la Scuola superiore Sant’Anna di Pisa


Andrea Piccaluga



rapporti anche con piccole aziende Siamo stati tra i primi a costituire che talvolta generiamo noi stessi con imprese spin-off e in rapporto alla nostra la modalità dello spin-off. Poi ci sono dimensione siamo la realtà accademica imprese high-tech molto piccole che riescono a impostare con noi progetti che ha più imprese di questo tipo di ricerca e che frequentano le nostre attività formative e che assumono i nostri laureati». Dall’esperienza della scuola sono nate varie corso di studi. Questa è una sfida nuova che imprese. A oggi quante sono e quali i settori stiamo cercando di seguire con molto interesse». principali in cui operano? Qual è il vostro rapporto con lo scenario di«La scuola conta al momento circa 30 imprese dattico internazionale? spin-off. Se le rapportiamo al numero di docenti «Sono in atto molti contatti con università inche abbiamo, sicuramente questo è il numero più ternazionali e cerchiamo di fare passare diversi alto rispetto a tutto il sistema universitario ita- mesi all’estero ai nostri dottorandi e a coloro che liano. Siamo stati tra i primi a costituire spin-off frequentano i corsi di laurea impegnandoli in e, in rapporto alla nostra dimensione, siamo la re- scambi di questo tipo. Inoltre, abbiamo aumenaltà accademica che ha più imprese di questo tato molto l’utilizzo dell’inglese nei nostri corsi. tipo. Queste operano soprattutto nel settore Ict, I nostri dottorati di ricerca sono ormai quasi nella robotica, ma anche nel biomedicale. Più che tutti in lingua inglese e questo senza dubbio faalla quantità però oggi stiamo puntando alla cilita i contatti internazionali, sia per quanto riqualità. Vorremmo contare di più su imprese guarda docenti che vengono a insegnare da noi, che crescano molto, pertanto ci stiamo concen- sia per quanto riguarda gli studenti che vengono trando sull’accelerazione di crescita più che sulla a frequentare il dottorato nella nostra scuola. quantità di nuove aziende. I frutti del lavoro Una delle ultime cose che stiamo sperimentando stanno incominciando a vedersi, ad esempio que- è quella di recarci all’estero a fare attività di forst’anno si sta costituendo un’impresa che vede tra mazione. Stiamo pensando, infatti, di organizzare i fondatori studenti di economia e di ingegneria un dottorato di ricerca in Cina, quindi esportare del secondo e del terzo anno di università. Perciò la nostra filiera di formazione anche in oriente. Su non stiamo più parlando di spin-off create da lau- questo fronte sentiamo molto la responsabilità di reati ma da persone che sono a metà del loro dover sperimentare questo tipo di progetti».



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HIGH TECH

Condivisione di saperi tra atenei e imprese Cubit contribuisce allo sviluppo innovativo delle imprese attraverso un network integrato all’interno del Polo tecnologico di Navacchio. Marco Magnarosa illustra le attività del consorzio e i numerosi progetti di ricerca in collaborazione con l’Università di Pisa Nicolò Mulas Marcello

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Marco Magnarosa, amministratore delegato di Cubit

ra le realtà dell’hi-tech toscano, Cubit, con il suo Wireless innovation lab, rappresenta uno dei principali luoghi per lo sviluppo, l’ingegnerizzazione e il testing di soluzioni tecnologiche innovative. Obiettivo di Cubit è promuovere un nuovo modello di condivisione dei saperi tra Università e imprese operanti nel settore delle telecomunicazioni mobili. «Nell’ottica di questi percorsi di condivisione delle competenze legate al territorio regionale – spiega Marco Magnarosa, amministratore delegato di Cubit – c’è

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un’iniziativa interessante che è quella dei poli di innovazione regionale promossa dalla Regione Toscana, che dà la possibilità a tutti i trasformatori tecnologici di dimostrare la capacità di mettere insieme imprese e di offrire servizi innovativi alle imprese toscane. Questa è la nostra sfida quotidiana e crediamo che questa opportunità molto interessante sia uno strumento con cui possiamo potenziare l’attività del nostro Wireless innovation lab». In cosa consiste questo progetto e come si concretizza la ricerca da parte di Cubit? «È un laboratorio pubblico-privato nato per volontà dell’Università di Pisa in collaborazione con il Polo di Navacchio insieme a una serie di imprese che operano nel settore delle telecomunicazioni e dell’elettronica a radiofrequenza. L’idea è stata quella di mettere insieme le esperienze di ricerca del mondo universitario e quello imprenditoriale, di alcuni spin off universitari e imprese di produzione elettronica avanzata per sviluppare prodotti innovativi nel settore delle tecnologie radio. Un laboratorio guidato da logiche


Marco Magnarossa



La ricerca universitaria e le competenze che hanno i gruppi di ricerca, vengono integrati in progetti industriali e diventano strumento per sviluppare nuovi prodotti

di mercato, seppur di natura pubblico-privata, che di fatto sviluppa nuovi prodotti partendo da concept innovativi. Cubit di fatto offre un’opzione di trasferimento tecnologico tra le esperienze del mondo universitario e i fabbisogni delle imprese che producono soluzioni prevalentemente made in Italy nel settore dei sistemi wireless o sistemi Frid. La ricerca nel nostro laboratorio si trasforma in nuovi prodotti che vengono prototipati, certificati e ingegnerizzati, pronti per essere poi prodotti in larga scala con le aziende». Rimanendo nel campo della ricerca qual è il vostro legame con le università? «È un legame endemico, prima di tutto esiste un legame societario in quanto l’Università è socia del gruppo, in secondo luogo



anche un legame naturale attraverso il quale noi prendiamo spunto dalle innovazioni che l’ateneo ha in seno e dal personale qualificato che essa offre per sviluppare nuovi prodotti. La ricerca universitaria così come le competenze che hanno i gruppi di ricerca, vengono integrati da noi in progetti industriali e diventano strumento per sviluppare nuovi prodotti. Il rapporto con gli atenei è quindi biunivoco in quanto noi portiamo loro il fabbisogno delle imprese ma anche un modo di operare, nei tempi e nelle modalità previsti dal mercato, e da loro prendiamo competenze e attività di ricerca che possono essere di valore per le imprese che collaborano con Cubit».



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HIGH TECH



Cubit di fatto offre un’opzione di trasferimento tecnologico tra le esperienze del mondo universitario e i fabbisogni delle imprese





Qual è il vostro rapporto con l’indotto regionale di imprese specializzate nel settore? Avete intrapreso politiche di condivisione degli obiettivi? «È molto forte perché ci piace lavorare con imprese italiane e soprattutto toscane. L’idea di creare nuovi prodotti è anche una sfida che il consorzio e il nostro laboratorio hanno nel loro dna. La sfida di tornare a fare nuove tecnologie in Italia, in un momento in cui il nostro settore tende spesso ad acquisire tecnologie fatte all’estero e rivenderle nel nostro paese. Il nostro è un percorso in controtendenza in quanto ci sono tante imprese in Italia che operano in questo senso. Guardando nel dettaglio lo scenario italiano si scoprono sempre più realtà di piccole e medie dimensioni che hanno capacità di vendere prodotti innovativi tecnologici, a livello internazionale e noi ci rivolgiamo proprio a queste imprese. Ce ne sono molte anche in Toscana, alcune sono già socie di Cubit, altre sono società con le quali collaboriamo. Ci piace condividere questa politica in quello che è il polo di Navacchio in cui le esigenze del mercato solo quelle delle pmi tipiche del territorio toscano cercando di portare loro le innovazioni legate alla ricerca universitaria». Guardando allo scenario internazionale, qual è la politica di Cubit? Lavorate anche con partner stranieri? 72 • DOSSIER • TOSCANA 2011

GLI IMPORTANTI RISULTATI DELLA RICERCA OTTICA Uno stretto rapporto con gli atenei per la realizzazione di importanti progetti nel settore dell’ottica e della fotonica. Da questo presupposto parte l’attività di El.En. come spiega il professor Leonardo Masotti a ricerca e lo sviluppo di nuovi progetti in collaborazione con gli enti di ricerca è alla base del lavoro di El.En., importante azienda toscana che opera nel settore optoelettronico. Lo stretto contatto con le università e con il personale specializzato ha portato grandi risultati in nuove applicazioni laser anche nel campo della medicina. «Il nostro compito – sottolinea Leonardo Masotti, presidente del consiglio scientifico della società El.En. – è sempre stato quello di progettare sistemi laser che avessero le prestazioni adatte per raggiungere le nuove applicazioni che ci venivano in mente». El.En. è capofila di un gruppo industriale high tech, operante nel settore opto-elettronico.

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Come si concretizza la ricerca da parte di El.En.? «Abbiamo settori di ricerca e sviluppo con un’alta scolarità grazie alla presenza di dottori di ricerca, ingegneri elettronici e fisici con specializzazioni in ottica e in fotonica. I rapporti con le istituzioni accademiche sono forti fin dalla nascita di El.En. già dal 1981 perché siamo sempre stati in contatto con le Università, Cnr, Enea in quanto ci venivano richieste realizzazioni di oggetti che avevano necessità di essere di frontiera ma anche allo stesso tempo con una capacità di oggetto industriale ovvero affidabile, duraturo e non solo prototipi. Il contributo da parte di El.En. era ed è quello di innovazione per risolvere problemi


Marco Magnarossa

«Ci sono molte partnership di sviluppo con multinazionali nell’ambito della produzione di chip elettronici che utilizziamo nei nostri prodotti. Ma anche con gruppi di standardizzazione internazionale con i quali condividiamo gli sviluppi dei nuovi standard tecnologici. Il nostro rapporto con partner stranieri guarda quindi anche agli sviluppi futuri che ci possono essere sugli scenari tecnologici. Cerchiamo poi di riversare tutte queste conoscenze sulle imprese italiane e toscane in particolare per offrire nuove tecnologie e prodotti al mercato».

anche sui prototipi già realizzati. Abbiamo sempre avuto una capacità di ricerca autonoma in nuove applicazioni del laser sia in medicina che nell’industria e il nostro compito è sempre stato quello di progettare sistemi laser che avessero le prestazioni adatte per raggiungere le nuove applicazioni che ci venivano in mente. È ancora intensa tutt’oggi la collaborazione con gli enti di ricerca sia con le università che con il Cnr». Qual è il vostro rapporto con le aziende specializzate nel settore? «Abbiamo molto spesso fatto uso

dell’indotto locale per quanto riguarda l’ottica, nella lavorazione di lenti e di altri particolari che riguardano questo settore. Non sempre si può puntare allo stravolgimento delle tecnologie delle piccole aziende che vengono incontro alle nostre esigenze perché pur essendo in presenza di numeri significativi non possiamo garantire loro un mercato così vasto, ma diamo loro indicazioni per i nuovi oggetti e si valuta caso per caso se queste imprese sono adatte a sviluppare un determinato progetto o se dobbiamo rivolgerci ad altre aziende magari anche all’estero per lo sviluppo di determinati progetti». Guardando al mercato

internazionale, quali sono gli scenari con i quali vi rapportate? «Circa l’80% dei prodotti del nostro gruppo viene esportato, pertanto siamo molto orientati verso l’estero. Avevamo un flusso molto alto verso gli Stati Uniti prima della crisi, ma negli ultimi due anni c’è stata una contrazione di circa il 50% del mercato. Abbiamo intrapreso anche iniziative per creare strutture nostre oltre quelle che sono industrie controllate negli Stati Uniti, per aumentare capillarmente la presenza nel mercato statunitense. Tuttavia ora sono i mercati orientali quelli che offrono più possibilità, ma non bisogna dimenticare anche l’Europa e l’America del sud».

A sinistra, la sede di Cubit

A sinistra, Leonardo Masotti, presidente del consiglio scientifico di El.En. Spa

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LAVORO E FORMAZIONE

Un nuovo modello per la scuola italiana Secondo Maurizio Drezzadore, consigliere del Cnel, occorre «aumentare le competenze professionali dei giovani per agganciare la domanda di lavoro e riqualificare le competenze degli adulti per affiancare la riorganizzazione del nostro sistema economico» Riccardo Casini

L’

Maurizio Drezzadore, consigliere del Cnel

occupazione giovanile resta un nervo scoperto dell’economia e della società italiana in questo inizio di 2011. Ma se gli ultimi dati Ocse (secondo cui quasi un giovane su 5 nel nostro Paese non studia né lavora) e Istat (il 29% dei ragazzi tra 15 e 24 anni era disoccupato a fine 2010) fotografano una situazione quasi drammatica, una ricerca condotta dalla Confartigianato sul rapporto Excelsior Unioncamere ha rivelato come i giovani italiani, nonostante crisi e disoccupazione, rifiutino certi mestieri: sembra infatti che, rispetto alle 55mila nuove assunzioni previste per il 2010, saranno 147mila i posti che le aziende faranno fatica a coprire, proprio a causa delle scelte professionali dei giovani. Sintomo dell’«inattitudine all’umiltà» denunciata dal ministro Meloni o di un disagio diffuso che ha altre origini? Secondo Maurizio Drezzadore, consigliere del Cnel, innanzitutto «i numeri esprimono con chiarezza il nostro pesante ritardo rispetto agli altri paesi europei. Due giovani ogni 10 sono in dispersione, cioè fuori da ogni circuito di studio o di lavoro, mentre 25 su 100 si fermano all’assolvimento dell’obbligo scolastico». Come è possibile intervenire in proposito? «In particolare per contrastare l’elevata dispersione scolastica,

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che è sicuramente il più urgente impegno da assolvere, dobbiamo rapidamente riqualificare l’istruzione tecnica e la formazione professionale. Di fronte alla pervasiva diffusione delle nuove tecnologie, dobbiamo introdurre modelli di apprendimento meno astratti e meno incentrati sull’aula, ampliando la dotazione di laboratori e favorendo l’apprendimento attraverso l’esperienza. Potremo in tal modo canalizzare la forte propensione dei giovani a misurarsi con le nuove tecnologie per farla diventare saperi e competenze; si potrà così dare anche un nuovo significato a una scuola che dimostrerebbe di saper guardare al lavoro». Secondo la ricerca condotta da Confartigianato sembra che i giovani italiani, nonostante la crisi, rifiutino certi mestieri. Quali sono i settori che soffrono maggiormente questa carenza? Quali misure occorrono per favorire l’incontro tra domanda e offerta? «Una visione umanistica, incline al sapere dotto e retorico, è la dimensione prevalente della scuola italiana. Ciò ha generato una crescente distanza tra le scelte di studio e lo sbocco lavorativo, ma anche una diffusa diffidenza verso il lavoro manuale. Questa contraddizione è diventata insostenibile per un paese che, assieme alla Germania, detiene la più alta concentrazione europea di im-


Maurizio Drezzadore



Di fronte alla pervasiva diffusione delle nuove tecnologie, dobbiamo introdurre modelli di apprendimento meno astratti e meno incentrati sull’aula

prese e di occupazione nel settore manifatturiero. I dati dell’Istat evidenziano questa contraddizione, fatta di una crescente disoccupazione giovanile, di un saldo occupazionale in crescita per gli immigrati e di un’ampia gamma di professioni ricercate dalle imprese, ma non reperibili su mercato. Bisogna superare questo diffuso sentimento di discredito che pervade il lavoro manuale avviando un’azione educativa verso le giovani generazioni che rimetta il lavoro al centro delle scelte di studio e di vita di tutti, riqualificando l’istruzione tecnica e la formazione professionale e inoltre facilitando l’incontro con le imprese attraverso tirocini e stage aziendali». Lei ha recentemente espresso la necessità di un “piano formativo nazionale”. Quali dovranno essere le sue linee guida? «Non va meglio se guardiamo alla formazione degli adulti che coinvolge oggi solo il 6,5% della popolazione, posizionandoci alla metà della media europea. Tutti questi nostri ritardi vengono fortemente amplificati dalla crisi e dalla globa-



lizzazione. Il paese potrà tornare a essere competitivo, come ha opportunamente ricordato il presidente del Cnel Antonio Marzano alla cerimonia di insediamento della IX Consiliatura, solo se avvierà una diffusa ed efficace riqualificazione delle competenze. Questo deve riguardare prima di tutto gli oltre 650mila lavoratori che sono in cassa integrazione, spesso senza certezza sul futuro della propria azienda. Si tratta di un massiccio processo di riconversione produttiva, conseguente alla crisi, da guidare valorizzando il capitale sociale. E’ questo il senso della mia proposta: aumentare le competenze professionali dei giovani per agganciare la domanda di lavoro che già oggi le imprese richiedono e migliorare e riqualificare le competenze degli adulti per affiancare i processi di riorganizzazione del nostro sistema economico». Quale deve essere il ruolo dell’impresa nel favorire l’avvicinamento dei giovani al mondo del lavoro? «Anche qui le contraddizioni non mancano. Ol-



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LAVORO E FORMAZIONE



La visione umanistica della scuola italiana ha generato una crescente distanza tra le scelte di studio e lo sbocco lavorativo e una diffidenza verso il lavoro manuale



 tre il 60% delle propensioni ad assumere delle gramma della IX Consiliatura, alla formaimprese italiane è orientato verso chi non ha alcun diploma. C’è una visione della selezione tutta orientata al risparmio sul costo del lavoro. Bisogna cambiare per consentire alle imprese di affrontare la sfida della riorganizzazione e della conquista dei mercati esteri. Innovare i prodotti, raggiungere livelli apprezzabili di qualità sarà una meta per tutti; pensare di affrontare questa sfida senza adeguate risorse umane è perdente. In particolare per quanto riguarda i giovani va valorizzato il contratto di apprendistato professionalizzante. Va inoltre rinforzato il compito formativo delle piccole imprese stabilendo una forte coesione tra impresa e offerta formativa professionale. Dobbiamo superare rapidamente una doppia contraddizione: l’insufficiente propensione formativa dell’impresa e l’incapacità di aprirsi al territorio della scuola». Qual è l’impegno del Cnel nell’ambito della formazione professionale? «Il Cnel intende dare forte rilevanza, nel pro-

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zione come strumento di innovazione e rafforzamento della competitività del paese. Su iniziativa dei relativi presidenti, Gorini e Casadio, è in via di costituzione un gruppo di lavoro che approfondisca le tematiche della formazione e sottoponga a Governo e Parlamento proposte sugli interventi più urgenti. In particolare si intendono affrontare due priorità: la prima riguarda le misure di contrasto della dispersione scolastica, offrendo ai giovani efficaci chance per attenuare le pesanti condizioni di isolamento e fragilità nelle quali si verrebbero a trovare nel mercato del lavoro per effetto delle deboli competenze acquisite nel percorso di studi; la seconda si concentra invece sugli interventi formativi di contrasto alla disoccupazione prolungata, che rischia di essere il fenomeno più preoccupante in conseguenza della crisi che stiamo attraversando e di una ripresa senza rilancio dell’occupazione».


Xxxxxxx Xxxxxxxxxxx L’occupazione in Toscana

Formazione professionale e mercato del lavoro In un mondo dai confini sempre più vasti e che cambia a incredibile velocità, competitività è sinonimo di aggiornamento e preparazione: ecco come un percorso formativo continuativo e ad hoc diventa arma fondamentale nella corsa all’occupazione e al rilancio dell’economia Michela Evangelisti

N

el 2010 in Toscana si è registrato un calo notevole di occupati rispetto all’anno precedente: una riduzione del 2,1%, pari a circa 33.000 posti di lavoro. La caduta dell’occupazione ha colpito prevalentemente le donne, i giovani con meno di 35 anni e, come settore, l’industria, che registra 9.400 occupati in meno. Il calo dell’offerta di lavoro è trasversale alla popolazione, sia rispetto al genere e alla nazionalità, che al titolo di studio e alle classi di età. Un quadro in cui prende sempre più campo uno scoraggiamento generale collegato alla difficoltà di trovare lavoro. Al tasso ufficiale di disoccupazione, che è del 6,8% in regione, vanno aggiunti, infatti, i lavoratori in cassa integrazione e quelli che, pur essendo disponibili a lavorare, non cercano attivamente lavoro. In questo modo la disoccupazione reale arriva a toccare le soglie del 10%. Tra il 2008 e il 2010, nella classe di età 1529 anni, sono aumentati di 24mila unità i cosiddetti neet, quanti non studiano né lavorano. Le difficoltà che giovani e meno giovani incontrano nell’entrare o nel rientrare nel mondo del lavoro sono certo legate alle pesanti conseguenze della congiuntura economica generale. Ma spesso anche una formazione sbagliata, o basata su criteri di orientamento obsoleti e del tutto scollati dai reali bisogni delle aziende del proprio terri-

torio, gioca la sua parte. Da questo quadro emerge il ritratto di una società che per troppi anni ha svilito il lavoro manuale, ha trascurato la formazione professionale, esaltando una pretesa cultura slegata dai bisogni materiali ma poi, a posteriori, rivelatasi cattiva compagna dello sviluppo economico e occupazionale. Non a caso in Paesi nostri vicini, notevolmente industrializzati, come la Germania, gli istituti tecnici vantano una tradizione solida e un’efficienza comprovata, mentre in Italia la rete degli istituti dello stesso grado non può certo definirsi un’eccellenza. Le proposte e i suggerimenti delle istituzioni coinvolte vanno tutte nella medesima direzione: una rivalutazione della formazione tecnica, incentivi alla formazione universitaria di carattere scientifico, la necessità di una formazione specifica per chi gestisce un’azienda (perché oggi il mestiere dell’imprenditore non si improvvisa) e soprattutto di una formazione che sia continua, che accompagni il lavoratore nel corso di tutta la sua carriera. Perché in un mercato dai confini sempre più vasti e che cambia a incredibile velocità, per essere competitivi l’aggiornamento è fondamentale; e perché anche in caso di cassa integrazione o disoccupazione la formazione, soprattutto se specifica e non generalistica, si rivela il miglior modo per capitalizzare il tempo dell’attesa. TOSCANA 2011 • DOSSIER • 81


LAVORO E FORMAZIONE

Giovani che non studiano e non lavorano Tra il 2008 e il 2010 i “neet” in Toscana sono aumentati di circa 24mila unità. Alla base del fenomeno, secondo Nicola Danti, un cambiamento culturale, che ha portato negli anni all’abbandono della formazione professionale Michela Evangelisti

U Nicola Danti, consigliere regionale del Pd e presidente della commissione Istruzione, formazione, beni e attività culturali

na formazione sbagliata ha il suo peso. Ma non può certo bastare a spiegare quella che è una delle problematiche più gravi che affliggono le nuove generazioni del nostro Paese, forse la più grave in assoluto. Secondo Nicola Danti la cosiddetta “zona grigia”, quella specie di cono d’ombra che inghiottisce ogni giorno sempre più ragazzi italiani facendoli sparire dalla scena delle aule, degli uffici e dei laboratori, deriva da un problema culturale che negli anni ha portato all’abbandono della formazione professionale. Guardando con attenzione nel cono d’ombra ci si imbatte con stupore in una marea di giovani immobili: non fanno formazione né lavorano, non studiano né si aggiornano. Sono i cosiddetti neet, “not in education, employment or training”. I dati relativi alla regione Toscana sono a questo proposito allarmanti. «Tra il 2008 e il 2010 i neet in Toscana sono aumentati di circa 24mila unità e costituiscono ormai il 16% della popolazione giovanile – spiega il consigliere –. Que-

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sto fenomeno, sommato alla tendenza a sminuire tante tipologie di lavoro considerate di serie b e alla crisi strutturale dell’intero sistema economico-professionale, ha portato alla situazione attuale. La riforma delle scuole superiori del ministro Gelmini, prevedendo sempre meno ore di laboratorio e l’aumento del numero dei ragazzi per ogni classe, in questo senso non aiuta: ci stiamo allontanando sempre di più da quel sistema che in passato “sfornava” tecnici di altissimo livello, molto specializzati. A Firenze, ad esempio, avevamo il Pignone a pochi passi dall’Iti (Istituto tecnico industriale): oggi la situazione è radicalmente cambiata». Oggi si registra uno strabismo tra formazione ed esigenze del mondo delle imprese. Il difetto è imputabile anche ai servizi di orientamento scolastico e professionale? In che modo è possibile migliorare l'incontro tra domanda e offerta? «Il dibattito sull’incontro tra domanda e of-


Nicola Danti



La tempistica è fondamentale: servono corsi più brevi e intensi, che magari possano riqualificare più volte durante tutto l’arco della vita lavorativa



ferta esiste da sempre ed è potenzialmente infinito; credo che la Toscana abbia cercato di fare la sua parte, anche se ovviamente resta molto difficile trovare un modello perfetto. Serve sicuramente una legislazione più fluida, ma ci si scontra anche con le difficoltà “burocratiche” derivanti dal fatto che la maggioranza delle risorse provengono dall’Unione europea, con procedure difficilmente accelerabili. Come Regione possiamo cercare di impegnarci al massimo perché si velocizzino

i percorsi formativi, in modo da raggiungere tempi utili per l’impresa. La tempistica è fondamentale: servono corsi più brevi e intensi, che magari possano riqualificare più volte durante tutto l’arco della vita lavorativa». Quali sono le politiche per la formazione professionale che la Regione sta mettendo a punto per favorire l’inserimento e il reinserimento dei lavoratori sul mercato e, in questo modo, anche il rilancio dell’economia del territorio? «La Regione Toscana ha delegato la gestione della formazione alle province sin dal 1976, mantenendo la programmazione degli interventi, ma le iniziative regionali comunque in tutti questi anni non sono mancate e credo che la Toscana già partisse da un buon servizio di orientamento e di centri per l’impiego. Certo c’è da migliorare e da rafforzare, per esempio, proprio il ruolo dei centri per l’impiego, visto che, nonostante tutti i canali informali, restano la rete più forte per l’inserimento lavorativo. Molto è stato fatto grazie ai voucher formativi, strumento che fa registrare buoni risultati in termini di occupabilità, sicuramente migliori rispetto a quelli raggiunti tramite i bandi. I voucher hanno inoltre il vantaggio di obbligare alla frequenza, dal momento che, in caso di mancata frequenza, non è possibile ottenere il rimborso del costo del corso di formazione». Quali altre proposte sono a disposizione di chi vuole aggiornare o approfondire la  TOSCANA 2011 • DOSSIER • 83


LAVORO E FORMAZIONE



Vanno rafforzati i centri per l’impiego, visto che, nonostante tutti i canali informali, restano la rete più forte per l’inserimento lavorativo

 propria formazione professionale?

«C’è l’Ila (individual learning account), che il soggetto richiede direttamente ai centri per l’impiego, e che contribuisce a costruire con la persona interessata un percorso formativo, fornendogli una carta pre-pagata. La sperimentazione dell’Ila è partita nel 2007 nella provincia di Pistoia ed è stata estesa a tutta la Toscana nel 2009: è stato un sistema molto utilizzato dal 2009 per la disoccupazione e la cassa integrazione. Infine cito il progetto Trio, un portale di formazione a distanza, nato nel 2002, che contiene oltre 1500 corsi di formazione; è totalmente gratuito, finanziato con i fondi Fse. Gli utenti sono per circa il 55% toscani. Sono in corso verifiche per poter effettuare la certificazione di competenze, in quanto, ad oggi, viene rilasciato soltanto l’attestato di presenza». Ci sono progetti pensati su misura per i giovani, per recuperare almeno una parte della fetta dei neet? «Su questo la Giunta regionale sta investendo molto con un apposito progetto, di cui stiamo

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discutendo in questi giorni in Consiglio Regionale, che si chiama “Giovani sì, progetto per l’autonomia dei giovani”, per il quale abbiamo già previsto di stanziare oltre 334 milioni nei prossimi tre anni. Le linee di intervento saranno casa, studio e lavoro. Per lo studio la Regione prevede, oltre a borse e alloggi, anche prestiti d’onore e aiuti per la formazione all’estero. Per il lavoro arriveranno nuovi contributi per il servizio civile, gli stage, aiuti per gli atipici e anche per i giovani imprenditori. Incentivi arriveranno anche per quelle imprese che assumeranno giovani laureati a tempo indeterminato. Insomma, la Regione si sta muovendo e sta cercando di dare una mano importante ai giovani». Infine, che suggerimenti darebbe a un giovane che vuole inserirsi con successo nel tessuto imprenditoriale regionale? «Il consiglio che posso dare è quello di cercare di sfruttare queste occasioni e di investire molto sulla formazione, da portare avanti per tutta la vita lavorativa, e sull’innovazione. Per chi innova la Regione ha previsto da tempo aiuti e risorse».


Xxxxxxx Xxxxxxxxxxx Giovanni Donzelli

Dalla scuola al lavoro: un passaggio da svecchiare Un “work network” in cui vengano verificati sia la veridicità degli annunci che dei curricula. È una delle proposte lanciate dal consigliere regionale Giovanni Donzelli per fluidificare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro Michela Evangelisti

L

a società ultimamente si è radicalmente trasformata, di pari passo con le innovazioni tecnologiche e le modernissime modalità di comunicazione. Ma, fa notare Giovanni Donzelli, se oggi tramite internet si ritrovano gli amici dell’infanzia che si sono trasferiti dall’altra parte del mondo, si stringono nuove amicizie, nascono amori, si consultano i giornali di New York e di Nuova Delhi, paradossalmente, per cercare un lavoro si ricorre ancora agli amici di famiglia, alle conoscenze dirette o indirette. «È più facile trovare lavoro se si è presentati da qualcuno piuttosto che tramite annunci pubblici – spiega il consigliere –. Anche perché, strada facendo, gli annunci pubblici sono stati invasi da offerte di lavoro “civetta”. Disponibilità al front office, determinazione, attitudine alle relazioni umane sono ormai espressioni comuni che celano il più delle volte la vendita porta a porta di prodotti più o meno invendibili, con ritorni economici inesistenti. Trovare un annuncio di lavoro “genuino” su un giornale è come cercare un ago in un pagliaio. Questo ricorso alla conoscenza - diretta o indiretta - per far incontrare domanda e offerta di lavoro è inadeguato ai tempi e deleterio per la qualità della scelta». In che modo sarebbe possibile allora migliorare l’incontro tra domanda e offerta? «Sia il lavoratore che il datore di lavoro tanto più troveranno ciò che si adatta alle proprie esigenze e ambizioni quanto più avranno un ventaglio di scelte ampio. Ovviamente, la cerchia

degli amici e conoscenti, e anche degli amici degli amici e dei conoscenti dei conoscenti, sarà sempre più limitata della totalità dei soggetti. Per migliorare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro sarebbe sufficiente che le istituzioni creassero insieme ai rappresentanti di categoria, e magari ai sindacati, una sorta di, scusate il gioco di parole, “work network”, in cui vengano verificati sia la veridicità degli annunci pubblicati che dei curricula degli aspiranti». Qual è la situazione in Toscana? Si riscontrano particolari criticità nel passaggio dal mondo della formazione a quello del lavoro? «Il passaggio dal mondo della formazione al mondo del lavoro è critico in tutta Italia e la Toscana non fa eccezione, né in positivo né in negativo. Oggi paghiamo ancora i danni del sessantotto. La formazione di buona parte di coloro che oggi educano i nostri ragazzi è stata inquinata dalla folle teoria di Marcuse della necessità di liberare la cultura dalla produzione materiale. L’idea che lo studio dovesse essere fine a se stesso e libero dagli interessi del mercato ha creato più disoccupati della depressione del 1929. È necessario proseguire sul solco rivoluzionario in cui s’inseriscono

Giovanni Donzelli, consigliere regionale Pdl e vicepresidente della commissione Istruzione, formazione, beni e attività culturali

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LAVORO E FORMAZIONE



Un nuovo legame tra formazione superiore e mondo produttivo può essere la chiave di volta per far ripartire il sistema economico

 le ottime riforme della scuola e dell’università

portate avanti dal ministro Gelmini e dal Governo. Liberare l’istruzione da parassitismi, privilegi, sprechi e riallacciare culturalmente un legame forte tra formazione superiore e mondo produttivo può essere la chiave di volta per far ripartire il sistema anche economico della nostra Italia. Oggi, un giovane che sceglie di proseguire gli studi e di arrivare al conseguimento della laurea rischia soltanto di perdere cinque anni (nel caso sia in pari con gli esami) nel mondo lavorativo. Un neo laureato con master e baci accademici, quando si presenta al primo colloquio di lavoro si sente rivolgere la fatidica domanda: “Esperienze lavorative?” per poi finire a svolgere qualche stage non retribuito in un settore completamente diverso dall’indirizzo di studi scelto». Ci sono dei settori che necessitano di maggior specializzazione? «In Toscana, ad esempio, non ci sono corsi a

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Pisa legati alle necessità lavorative della Piaggio di Pontedera o alle attività del cuoio di Santa Croce. A Firenze non c’è un legame adeguato tra la facoltà di ingegneria e il Nuovo Pignone. A questo, si aggiunge la difficoltà psicologica di accettare lavori considerati socialmente più umili, per la paura di deludere le famiglie che hanno investito tante risorse nella formazione; situazione ulteriormente aggravata dalla presenza dei nuovi lavoratori arrivati sul mercato con l’immigrazione, che hanno creato una concorrenza al ribasso sui diritti e sulle condizioni di lavoro. In quest’ottica sarebbe necessario anche controllare maggiormente le condizioni lavorative (salari, tutele e ore di lavoro) che attuano molte cooperative, particolarmente radicate nella nostra Regione». Le politiche per il lavoro e per la formazione che la Regione sta mettendo in campo per favorire il rilancio dell’occupazione e dell’economia si stanno rivelando efficaci? «La regione Toscana ha speso nel 2009, per esempio, circa 70 milioni di fondi pubblici per la formazione. Fondi che sono andati ad agenzie formative spesso inadeguate o a corsi spesso slegati dalle reali esigenze del tessuto economico regionale. Ad oggi, non siamo ancora in grado di sapere quante persone, dopo aver frequentato questi corsi di formazione, abbiano trovato impiego grazie alla formazione ricevuta. L’impressione è che questi corsi servano molto più a chi li organizza che a chi li frequenta. Con la quinta commissione Istruzione, formazione, beni e attività culturali, su richiesta del portavoce dell’opposizione, Stefania Fuscagni, stiamo portando avanti un’indagine con lo scopo di approfondire i punti di debolezza e di forza del sistema formativo toscano. A oggi emerge un quadro poco incoraggiante, anche alla luce della probabile scomparsa dei fondi europei destinati a questo scopo».


LAVORO E FORMAZIONE

Formazione mirata e continua Qualificazione delle risorse umane e aggiornamento costante sono fattori essenziali per il rilancio del sistema toscano. E Riccardo Cerza sottolinea l’importanza del ruolo giocato in questa partita dagli enti bilaterali Michela Evangelisti

T Riccardo Cerza, segretario generale Cisl Toscana

ra gli obiettivi delle federazioni sindacali c’è da sempre quello di realizzare concretamente il principio del pieno impiego di tutte le energie lavorative, anche attraverso l’impulso all’istruzione tecnica e professionale. Un obiettivo oggi più che mai difficile e importante da centrare, di fronte a dati relativi all’occupazione davvero poco confortanti. «Al tasso ufficiale di disoccupazione, che è del 6,8% in regione, vanno aggiunti i lavoratori in cassa integrazione e quelli che, pur essendo disponibili a lavorare, non cercano attivamente lavoro – illustra il segretario generale di Cisl Toscana, Riccardo Cerza –. In questo modo arriviamo a stimare la disoccupazione “vera” attorno al 10%. Il grado di sottoutilizzo è particolarmente alto tra i giovani. Tra il 2008 e il 2010 sono aumentati di 24mila unità quanti non studiano né lavorano: un grande numero di giovani senza speranza, ripiegati su loro stessi». Quali sono a suo parere le direzioni nelle quali deve an-

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dare la qualificazione delle risorse umane? «Innanzitutto si tratta di un fattore essenziale per il rilancio del sistema toscano, che mostra segnali di cedimento già da prima della bufera che si è abbattuta sull’economia mondiale dal 2008. In questo contesto di economia globalizzata la risorsa umana è un valore per l’impresa se viene valorizzata, coinvolta nel processo decisionale-produttivo e formata continuamente. Il lavoratore deve essere messo in grado di avere un percorso formativo costante nella propria vita lavorativa: quando è occupato, ma soprattutto nei periodi di inattività, per permettergli un pronto reinserimento». Quali sono le iniziative che Cisl Toscana organizza per favorire la formazione dei non occupati e il loro inserimento nel mondo del lavoro? «Con il supporto dell’ente di formazione Ial Toscana, nell’ambito del progetto regionale Prometeo, abbiamo costruito una rete articolata su tutta la regione in grado di informare, sostenere, orientare i lavoratori atipici


Riccardo Cerza

nostro impegno futuro: cercare di creare e far funzionare sempre di più gli enti bilaterali». Quanto una formazione mirata può rivelarsi vincente per il reinserimento dei lavoratori che la crisi ha estromesso dal mercato del lavoro? «È essenziale non “buttare” via più risorse in formazione generalista. È inutile dedicare formazione senza obiettivo finale ai lavoratori in cassa integrazione; quei giorni di cassa integrazione andrebbero invece capitalizzati, per dare ai lavoratori delle nuove competenze e professionalità, con un percorso condiviso tra lavoratore e aziende. Per questo sostengo gli enti bilaterali: solo chi opera sul campo, infatti, può sapere cosa fare per riconvertire un settore rispetto a un altro». Dagli ultimi dati risulta che Troppo spesso in Italia in Italia un giovane su cinque né mancano giovani preparati studia né lavora: come invertire questa negativa tendenza? ai lavori manuali specializzati, «Questo portato nuovo della in questi ultimi anni questo tipo crisi mi angoscia, per due motivi: di mansione è stata troppo svilita ai giovani viene tolta la speranza di un futuro, all’Italia viene a mancare la forza dei giovani, con e rispondere alle esigenze formative diretta- un invecchiamento progressivo del sistemamente legate allo sviluppo e alla crescita pro- Paese. C’è bisogno di dare più sicurezza ai lafessionale e supportare le persone nella “di- voratori in entrata e più flessibilità ai lavorascontinuità lavorativa”. Vista la crisi che ha tori in uscita, abbinando una nuova riforma di colpito migliaia di lavoratori nell’ultimo pe- tutele sociali, una “flexsecurity” che copra riodo, gli sportelli sono stati delegati a offrire tutti i lavoratori quando non hanno lavoro. la loro assistenza anche ai lavoratori in cassa C’è bisogno di incentivare l’accesso al lavoro integrazione. Questa rete deve servire a met- dei giovani, in particolare con contratti di tere sempre di più in contatto centri per l’im- primo impiego, e rivalutare la valenza cultupiego, organizzazioni sindacali, università e rale e formativa del lavoro. Troppo spesso, e le scuole, aziende. Il problema vero è questo: banche dati delle Camere di commercio lo dinon esiste un raccordo stretto tra scuola-uni- mostrano, in Italia mancano giovani preparati versità e lavoro. È evidente che il pubblico da per lavori manuali specializzati perché in quesolo non riesce a svolgere questo ruolo. Noi sti anni il lavoro manuale è stato troppo svipensiamo che una parte del mercato del lavoro lito, con una massificazione e generalizzazione e della formazione continua debba essere de- della preparazione dei giovani in lauree senza mandata agli enti bilaterali, gli unici che pos- sbocchi lavorativi. Corsi di laurea che spesso sono mettere in contatto professionalità dei la- servono più a dare lavoro oggi ai docenti che voratori e bisogni delle aziende. Questo è il a trovare un lavoro agli studenti domani».





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LAVORO E FORMAZIONE

Il coraggio di fare impresa Via libera alle strategie formative che valorizzano l’istruzione tecnica e scientifica. Ma fondamentale per la ripresa economica rimane, secondo Nicola Sciclone, un ingrediente difficile da insegnare: la capacità di rischiare e di proporre Michela Evangelisti

C

omprendere a fondo la realtà toscana, i suoi punti di forza e le direzioni dei suoi mutamenti per supportare e rendere più efficace la stessa programmazione regionale. Questo lo scopo principale dell’attività dell’Irpet, l’istituto regionale per la programmazione economica della Toscana, caratterizzato da assoluta autonomia scientifica. L’Istituto, che nei primi anni si era concentrato sull’interpretazione strutturale del sistema economico e sociale della regione, ha da tempo affiancato a questo filone di analisi quello congiunturale,

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che si concretizza in un rapporto annuale sull’economia toscana e in una serie di rapporti settoriali. Altrettanto tradizionale è l’impegno sulle tematiche della popolazione e del mercato del lavoro. Nicola Sciclone, dirigente dell’Irpet, scatta una fotografia della formazione e dell’occupazione in regione, da un osservatorio d’eccezione. Di quali professionalità ha bisogno al momento l’economia regionale per decollare di nuovo? «In Toscana possiamo innanzitutto rilevare una sostanziale prevalenza di comparti di


Nicola Sciclone

tipo tradizionale; è vero che negli ultimi anni sono cresciuti anche settori innovativi, e in termini addirittura più dinamici rispetto ad altre regioni italiane, però il peso delle attività a più alto contenuto di innovazione tecnologica, sia nel campo dell’industria che in quello dei servizi, non è ancora soddisfacente. Il problema a parer mio non è tanto nel rapporto tra domanda e offerta e nell’adeguatezza o meno delle professionalità presenti sul territorio (la maggior parte delle richieste riguardano profili piuttosto bassi): quello che manca, ed è il gradino fondamentale nella scalata al rilancio economico, è un po’ di energia imprenditoriale nuova, un pizzico in più di capacità di rischiare, di essere propositivi e lanciarsi nell’impresa. Una quota consistente di forza lavoro è forza lavoro autonoma: questo fatto troppo spesso viene sottovalutato». Quali sono i pregi e i difetti del sistema di formazione professionale in Italia? «In Italia resta granitica l’idea che l’università sia l’unico e il principale centro di formazione: non voglio negare l’importanza dello strumento universitario, ma non dobbiamo dimenticare che i Paesi più industrializzati, come ad esempio la Germania, hanno degli istituti tecnici e professionali fortissimi. In Toscana, e nel nostro Paese in generale, non possiamo invece vantare la presenza di un sistema di istituti professionali degni di questo nome. È un vero peccato, perché questi luoghi di formazione potrebbero dare nuovo impulso a competenze tecniche fondamentali da spendersi sul mercato del lavoro». Come dovrebbero modificarsi le scelte e gli orientamenti dei giovani per essere al passo con un mercato del lavoro in continua evoluzione? «Dal punto di vista universitario sarebbe augurabile un maggior investimento delle matricole verso le facoltà a contenuto scientifico; è necessario un cambio di mentalità, i giovani

devono focalizzare che gli studi scientifici si tradurranno quasi sicuramente in un lavoro in linea con la propria preparazione, in retribuzioni più elevate e in competenze più funzionali allo sviluppo del sistema produttivo». L’ultimo rapporto Irpet parla di un ulteriore calo dell’occupazione (-2,1%), specie tra i giovani e nell’industria, e dell’offerta di lavoro (-0,8%), con un notevole aumento degli scoraggiati e dei neet. Quali interventi sarebbero necessari per orientare efficacemente più giovani verso il mercato del lavoro? «La situazione è senz’altro preoccupante; il ribaltamento vero e proprio in senso risolutivo, soprattutto per quanto riguarda l’occupazione giovanile, dipenderà solo ed esclusivamente dalla ripresa del ciclo economico e da dinamiche legate alla domanda a livello mondiale. Comunque una strada utile da seguire sarebbe indubbiamente quella della valorizzazione dell’istruzione tecnica e scientifica; nella scuola tecnica secondaria, da rinnovare e riqualificare, bisognerebbe assecondare i talenti imprenditoriali e la domanda di saperi che proviene dal mondo delle imprese. Per quanto riguarda le università, occorrerebbe incentivare le immatricolazioni alle facoltà scientifiche, tramite politiche di orientamento mirate, incentivi e contributi. Per quanto riguarda infine la formazione e la riqualificazione dei lavoratori già inseriti o che cercano una nuova occupazione, bisognerebbe valorizzare soprattutto i corsi d’impronta specialistica, evitando perdite di tempo e di risorse in quelli troppo generalistici».

Nicola Sciclone, dirigente Irpet

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LAVORO E FORMAZIONE

A scuola per imparare a gestire l’azienda Un corso per formare gli imprenditori di domani. Perché, sul mercato attuale, non è più possibile improvvisare: secondo Carlo Longo per essere competitivi occorre conoscere bene i processi finanziari, di marketing, di management Michela Evangelisti

L

a Camera di Commercio di Prato ha ribadito per il 2011 il suo impegno a sostenere le imprese del territorio in questa delicata fase di rilancio. E, ovviamente, data la contingenza e gli ultimi dati poco incoraggianti sull’occupazione, non possono non essere contemplate anche importanti iniziative che favoriscano il reinserimento dei lavoratori resi inattivi dalla crisi e la formazione dei non occupati. «La formazione e il reinserimento dei lavoratori sono temi molto importanti in questo periodo, vista la situazione non solo del nostro distretto ma di tutto il contesto manifatturiero italiano – spiega il presidente Carlo Longo –. Abbiamo molte iniziative in corso, una particolarmente legata alla formazione: ci stiamo attivando per la costituzione di una scuola per la formazione degli imprenditori. Lavorando sul territorio e raccogliendo difficoltà e problematiche delle nostre aziende, ci siamo accorti che a livello di risorse umane non manca di certo la professionalità dal punto di vista tecnico, ma quando si tratta di fare gli imprenditori il passaggio non è più semplice e naturale come poteva essere fino a qualche decennio fa: oggi è davvero complesso gestire a 360 gradi un’azienda, è necessaria una preparazione adeguata. È un progetto che sta curando per noi l’economista Irene Tinagli, che insegna a Madrid, specializzata in sviluppo economico, innovazione e creatività. Speriamo di partire con il primo corso già all’inizio del 2012». Avete altri progetti in corso? 92 • DOSSIER • TOSCANA 2011

«Continuiamo a organizzare i corsi classici, come facciamo ormai da alcuni anni, abbiamo bandi di gara aperti per i corsi di lingua, e stiamo cercando di potenziare un fondo rotativo per le imprese innovative: quest’ultimo progetto porta all’interno delle aziende sia la formazione che le possibilità finanziarie per lanciarsi su strade nuove. Noto con preoccupazione che al giorno d’oggi non ci sono più lo slancio e lo spirito d’iniziativa che


Carlo Longo



Oggi vince il timore: ma senza un minimo di propensione al rischio non sarà possibile far ripartire né l’occupazione né lo sviluppo del territorio

A sinistra, Carlo Longo, presidente della Camera di Commercio di Prato



hanno caratterizzato la generazione dei nostri padri: ora vincono il timore, la preoccupazione, ma senza un minimo di propensione al rischio non sarà possibile far ripartire né l’occupazione né lo sviluppo dell’attività sul territorio». Quali sono al momento i principali bisogni formativi legati alle necessità del mondo della pmi in regione? «Fondamentale resta formare i giovani: purtroppo in regione un numero impressionante di giovani non lavora, quindi ogni giorno perde la capacità di portare quello che ha imparato sul

mercato. La perdita è da entrambi i lati: si tratta di lavoratori di recente formazione, che potrebbero sicuramente dare un contributo fresco e utile al mondo dell’impresa. Poi la formazione va aggiornata continuamente in corso d’opera: il mondo in 10 anni cambia tantissimo, per gli addetti al manifatturiero, per l’imprenditore stesso, per chi si occupa del finanziario e anche del marketing. Dobbiamo attrezzarci come camere di commercio, ma lo deve fare tutto il mondo dell’impresa, in modo da offrire una formazione continua a tutte le maestranze». Quanto a suo parere un’adeguata formazione può incidere sulla ripresa economica e sull’innovazione delle imprese? «Moltissimo: se non facciamo formazione l’economia non riparte. Che ci piaccia o no il mondo è piatto e la competizione è globale: o siamo in grado di affrontarla o non siamo sul mercato. Su questo punto nevralgico la formazione gioca un ruolo fondamentale, perché per essere competitivi occorre una conoscenza approfondita dei processi finanziari, di marketing, di management. In un mercato complesso come quello odierno non si può più improvvisare: con il buon senso non si riesce a diventare dei buoni imprenditori ma nemmeno dei manager di successo o semplicemente degli addetti efficienti alle fasi più elementari della lavorazione». TOSCANA 2011 • DOSSIER • 93


Un polo leader per il made in Italy «La proiezione internazionale delle imprese italiane verso i mercati vecchi e nuovi ha avuto grande impulso in questi ultimi tempi e ha rappresentato un fattore determinante della positiva reazione alla crisi». Alberto Pecci, presidente del Centro di Firenze per la moda italiana, rivela i punti di forza dell’intera filiera Renata Gualtieri

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n un quadro economico nazionale impegnato più a tenere a bada i conti pubblici che a sostenere lo sviluppo delle imprese e del lavoro è davvero difficile pensare a grandi progetti di promozione e internazionalizzazione. Le diverse associazioni nazionali del settore moda, però, non hanno smesso certo di proporli. La perdurante debolezza della domanda interna ha inoltre reso obbligata e ha ancor più accentuato questa tendenza. Se il compito risulta, però, più facile da svolgere alle aziende più grandi e strutturate, lo è meno per quelle medio-piccole. Qui intervengono strumenti fondamentali come le fiere, sottolinea Alberto Pecci, presidente del Centro di Firenze per la moda italiana, le «fiere importanti che si svolgono in Italia come quelle di Pitti Immagine e quelle più qualificate che si svolgono nei mercati più interessanti per la nostra moda come

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quelle dove queste aziende organizzano la loro presenza e promuovono la loro immagine attraverso l’ente Moda Italia». Qual è il rapporto del Centro con la Toscana? E quali gli aspetti di forza di questo territorio? «È un rapporto costitutivo perché all’interno della nostra compagine societaria sono presenti anche istituzioni e associazioni industriali del territorio. Ed è un rapporto originario - il lavoro del Centro è la diretta emanazione delle attività iniziate nel lontano 1954 con le sfilate nella Sala Bianca di Palazzo Pitti - che si è evoluto nel tempo. Allora le relazioni fra le aziende del territorio e chi organizzava le fiere fiorentine di moda erano molto strette e dirette, direi quasi strumentali. Oggi le esigenze di queste aziende sono molto diverse. Anche una fiera che non avesse una forte dimensione internazionale non solo


Alberto Pecci

non starebbe sul mercato, ma non farebbe neanche il gioco delle aziende toscane che vi partecipano. Assieme alle evidenti opportunità commerciali che una fiera internazionale offre, il confronto diretto con aziende e operatori di tutto il mondo è un fattore essenziale per lo sviluppo di idee, contatti e progetti per il futuro. Quanto agli aspetti di forza del nostro territorio direi che in esso si rappresenta l’interezza della filiera moda, compresa, oltre alla dimensione produttiva, anche quella distributiva che oggi è strategica: quando si mette Firenze tra le capitali internazionali dello shopping si rischia forse di banalizzare qualcosa che è invece molto importante per l’industria contemporanea della moda.



Mi piacerebbe che, oltre a confidare sul dna del nostro gusto, sulla storia e la bellezza diffuse del nostro paese, investissimo molto di più sulla formazione di base e avanzata

E poi c’è il rapporto tra le attività fieristico-espositive e l’economia complessiva del territorio: un rapporto che si è anch’esso molto evoluto e che è un vettore potente di dinamicità, apertura al mondo, natura complessa e moderna di una città e una regione come le nostre». Com’è vista l’italianità all’estero? «Molto meglio di come gli italiani sono soliti guardare a se stessi. E anche se talvolta certi comportamenti della classe politica italiana possono causare sconcerto nell’opinione pubblica internazionale, i valori di qualità, di gusto estetico, di capacità tecnica e artigianale, di simpatia legati ai prodotti italiani sono per fortuna ancora molto considerati sia nei mercati tradizionali per il nostro export che per quelli più nuovi. Anche l’idea di lusso associata al made in Italy ha caratteristiche molto differenti negli Stati Uniti rispetto alla Cina, o anche rispetto alla Germania. Mi piacerebbe che oltre a confidare sul dna del nostro gusto, sulla storia e la bellezza diffuse del nostro paese, investissimo però molto di più



sulla formazione di base e avanzata - come ha Alberto Pecci, chiesto recentemente anche Obama per il suo presidente del Centro di Firenze paese - e in generale sulla cultura che è la nostra per la moda italiana principale materia prima». Come cambierà Firenze Fiera? C’è qualcosa da migliorare nella gestione della Fortezza da Basso e delle manifestazioni di moda? «Con il recente riequilibrio tra la Regione Toscana, la Provincia e il Comune di Firenze delle quote proprietarie della Fortezza da Basso e di quelle azionarie all’interno di Firenze Fiera, si apre una nuova importante fase per le attività fieristiche e congressuali nella nostra città. Ci sono adesso le condizioni per pensare a sviluppare queste attività e concentrarsi sulle scelte strategiche e operative e anche su quelle funzionali che riguarderanno la prossima fase di ristrutturazione di questi spazi. La costituency del Centro si fonda sul rapporto con le categorie nazionali e territoriali che rappresentano l’industria italiana della moda da un lato e con le istituzioni pubbliche e di sistema locali dall’altro. È un equilibrio che ri- TOSCANA 2011 • DOSSIER • 97


SISTEMA MODA

 chiede un impegno reciproco: della



Fare cose belle e sofisticate: questa oggi è la scelta vincente per il rilancio delle imprese di moda

città che mette le sue qualità e i suoi investimenti infrastrutturali al servizio delle migliori imprese della moda, e dell’industria della moda italiana che continua a investire su Firenze, con le notevoli ricadute economiche e di immagine per l’intero sistema locale e nazionale. È un equilibrio questo che è stato un fattore decisivo per il successo delle manifestazioni di Pitti Immagine. Alle richieste di Firenze Fiera per la valutazione di eventuali forme di collaborazione, il Centro ha dato la sua disponibilità perché pensiamo che la Fortezza, le attività fieristiche cittadine e Firenze siano pronte per un salto di qualità. Insieme a Firenze Fiera, abbiamo deciso di darci un protocollo di intesa, un quadro di metodo che consenta una seria analisi della situazione, per la firma del quale noi siamo già pronti». Come il mondo della moda dovrà evolversi per poter competere nel nuovo scenario di mercato? «Più che di un unico scenario parlerei di una pluralità di scenari diversi che riflettono la liquidità e la frammentazione attuale dei rapporti tra le grande aree del mondo. È logico che la spinta all’internazionalizzazione sarà dominante per il futuro della nostra moda e che sui diversi scenari

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le nostre aziende dovranno ingegnarsi a graduare in modo diverso le componenti che definiscono la qualità complessa della nostra proposta: saper fare artigianale e capacità manifatturiera, creatività e senso del bello, design e spontaneità, lusso e accessibilità, leggerezza ed eclettismo culturale. Tutte queste componenti dovranno poi essere comunicate bene ai consumatori finali dei diversi mercati. Sicuramente oggi ci sono maggiori possibilità di rilancio per le imprese della moda, a patto che sappiano concentrarsi sulla ricerca e sulla differenziazione dei prodotti: fare cose belle e sofisticate, questa sarà la scelta vincente. Credo inoltre che il rapporto tra individualismo imprenditoriale e organizzazione in distretti - un’altra delle componenti fondamentali del made in Italy di qualità - dovrà trovare nuove declinazioni e venir incontro all’esigenza di dimensioni aziendali più grandi e di aggregazioni funzionali più estese e inedite per sostenere gli sforzi competitivi che ci saranno imposti sempre di più dall’economia globalizzata. Si ritorna così alla mancanza di una politica economica che favorisca questi processi».


Xxxxxxx Xxxxxxxxxxx Raffaello Napoleone

Dinamismo e voglia di ripartire dalla Fortezza da Basso «Si è vista grande qualità nelle collezioni, negli allestimenti e negli eventi di Pitti Uomo». Per Raffaello Napoleone, amministratore delegato di Pitti Immagine, si tratta di indicatori di fiducia per le prossime stagioni Renata Gualtieri

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ono stati 23.100 i compratori, di cui oltre 7.700 esteri in aumento del 9%, per un totale che va oltre i 30.000 visitatori. Pitti Uomo 79 si è chiusa all’insegna di un’altissima qualità delle presenze: ci sono stati tutti i migliori negozi italiani e internazionali, dai concept store alla grande distribuzione di alto livello. Tra gli espositori, che tra Pitti Uomo e Pitti W hanno presentato complessivamente quasi 1.100 collezioni, «hanno destato molto interesse – precisa Raffaello Napoleone, amministratore delegato di Pitti Immagine – i compratori provenienti dai nuovi mercati. Anche la presenza di buyer italiani - oltre 15.300 nonostante il lieve calo - è stata valutata molto positivamente dalle aziende». Quali i Paesi che si sono riaffacciati ai mercati italiani e quali i più interessanti tra quelli emergenti? «I numeri dei compratori esteri hanno registrato una crescita importante: ancora una volta Pitti Uomo ha confermato il suo ruolo di punto di riferimento sulla scena internazionale. In testa alla classifica si conferma la Germania con 800 compratori, in crescita a doppia cifra i buyer di Giappone (+23%), Spagna (+17%), Gran Bretagna (+27%), Francia (+11%), Turchia (+19 %), Corea del Sud (+24%) e Russia (+40%). E ci tengo a sottolineare anche la crescita registrata da un po’ tutti i mercati emergenti, come l’aumento delle presenze dal Brasile, dai paesi dell’area mediorientale (più che rad-

doppiati i buyer dagli Emirati Arabi), e da un po’ tutti i paesi dell’ex Unione Sovietica e del far east Asiatico. E da qualche mese, grazie all’Istituto per il commercio con l’estero, abbiamo avviato un importante progetto promozionale proprio sui mercati emergenti, con l’apertura di tre desk operativi negli uffici Ice di San Paolo, New Delhi e Hong Raffaello Napoleone, Kong. Avamposti per promuovere le attività e i amministratore delegato di Pitti Immagine saloni di Pitti Immagine su questi mercati, e al tempo stesso creare opportunità di contatti e business per le aziende italiane». Quali le tendenze che sono emerse nel corso dell’ultima rassegna? «Le collezioni che si sono viste a Pitti Uomo sono il frutto di uno scouting internazionale intenso: i buyer che vengono a Firenze da tutto il mondo sanno che qui troveranno input di prodotto e di stile sempre nuovi, per un guardaroba maschile sempre più esigente e sofisticato. Abbiamo visto capi e collezioni confortevoli, adatti a un’attitudine sempre più cosmopolita. Un’immagine di prodotto e un’ispirazione che attingono sempre di più al mondo heritage e al vintage, con collezioni dall’aspetto vissuto, che raccontano di valori e tradizione. E soprattutto grande attenzione a tutto ciò che è legato al mondo del web e delle nuove tecnologie. Per-  TOSCANA 2011 • DOSSIER • 99


SISTEMA MODA

 ché è su questo fronte che si sviluppano le nuove

e vincenti strategie di marketing». Centrali tra gli eventi sono stati i festeggiamenti per il centenario di Trussardi. Quale il valore aggiunto che è arrivato a Pitti Uomo da questa collaborazione? «Trussardi è stato il main event di questa edizione di Pitti Uomo: per noi è stato un grande onore ospitare a Firenze gli eventi che hanno dato l’avvio ai festeggiamenti per il centenario della storica maison italiana. Il Gruppo Trussardi è una squadra giovane: sotto la guida di Beatrice Trussardi, il contributo creativo di Milan Vukmirovic per la moda e di Massimiliano Gioni per la Fondazione Nicola Trussardi, ha una visione molto ampia delle cose e una grande capacità di realizzare prodotti e progetti contemporanei. Per questo li sentiamo vicini e siamo stati entusiasti di aver contribuito a realizzare a Firenze questa serie di eventi: la sfilata, la mostra 8 e ½ e la trasferta del ristorante “Alla Scala”, tutto alla Stazione Leopolda, che per un mese si è trasformata in epicentro di stile e contemporaneità, firmati Trussardi». Rivoluzione digitale, è nato e-Pitti. Quali i benefici che possono ricavare venditori e compratori da questa fiera virtuale? «e-Pitti è un progetto per ora unico al mondo. Questo gennaio abbiamo lanciato una prima

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edizione pilota che ha interessato oltre 60 aziende di Pitti Uomo e Pitti W, per testare la piattaforma e le sue funzionalità. Ma è un’iniziativa destinata a crescere, a coinvolgere tutti gli espositori sia di Pitti Uomo sia di Pitti Bimbo, e a creare una dimensione totalmente nuova del fare fiere di moda. La piattaforma e-Pitti è entrata in funzione una settimana dopo la chiusura dei cancelli della Fortezza da Basso: i buyer italiani e internazionali che vorranno, potranno continuare a visitare gli stand, ad approfondire la loro ricerca, a selezionare altri prodotti e a fare i loro ordini alle aziende anche una volta tornati a casa. L’idea è quella di ampliare, prolungare e


Raffaello Napoleone



Pitti Bimbo è l’unico salone internazionale che riesce a rappresentare l’universo della moda bimbo nella sua completezza

rendere ancora più efficace attraverso la tecnologia digitale l’esperienza fisica della fiera, facilitando l’attività degli operatori e moltiplicando le occasioni di affari per le aziende espositrici. Oltre alla fiera virtuale che resterà aperta virtualmente per 30 giorni, ePitti permetterà alle aziende anche di organizzare un proprio show-room che vivrà online per un’intera stagione, e tramite il quale esse potranno negoziare e raccogliere ordini dai buyer certificati da noi di Pitti Immagine». Quali i progetti e le novità più interessanti legate invece a Pitti Immagine Bimbo e Filati? «Entrambi sono saloni molto dinamici: a quest’ultima edizione hanno raccolto ottimi risultati, registrando anche questi aumenti importanti nei numeri dei buyer esteri. Pitti Bimbo, con i suoi oltre 500 marchi in mostra e più di 10.000 visitatori complessivi, è senza dubbio l’unico salone internazionale che riesce a rappresentare l’universo della moda bimbo nella sua completezza. Allo stesso tempo è la piattaforma ideale per presentare le nuove tendenze legate alla moda bimbo: a Pitti Bimbo abbiamo infatti lanciato i “pop up store”, aree speciali dedicate ad accessori creativi, pezzi di design e anche progetti editoriali, tutti a misura di bambino, che stanno raccogliendo grande successo sul mercato. E a questa edizione abbiamo proclamato i vincitori di Who’s on Next Bimbo, il concorso realizzato in collaborazione con Vogue Bambini e AltaRoma per promuovere i giovani talenti emergenti nella moda bimbo. Concludo



con Pitti Filati, che si è confermato ancora una volta come laboratorio creativo della moda del futuro, registrando dopo alcune stagioni nere i confortanti segnali di ripresa che finalmente caratterizzano la filatura italiana. Lo spazio ricerca del salone - il cui titolo di questa edizione è stato “Senso” - curato dal designer Angelo Figus e dall’esperta di maglieria Nicola Miller, ha raccolto grandi consensi tra i compratori intervenuti, un pubblico qualificatissimo fatto di rappresentati delle griffe e degli uffici stile delle principali aziende internazionali della moda, molto interessati al prodotto e alle nuove collezioni proposte delle più importanti filature italiane e estere». TOSCANA 2011 • DOSSIER • 101


IN AZIENDA CON

L’impresa è una comunità di persone Una giornata con un’imprenditrice in un settore ritenuto, a torto, esclusivamente maschile. Tanta grinta, un pizzico di civetteria e una sicurezza: i programmi sono fatti per essere sconvolti. La parola ad Antonella Mansi Concetta S. Gaggiano

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Antonella Mansi

“N

on sono perfetta, ma parti di me sono incredibili”. È la frase che si può leggere in bella vista nell’ufficio di Antonella Mansi a Scarlino, in provincia di Grosseto. «È lì perché in qualche misura mi descrive, rispecchia i miei difetti e i miei pregi», spiega con una punta di orgoglio mista a imbarazzo. Lei preferisce scherzarci su ma quell’adesivo comprato durante un viaggio a Londra all’età di 13 anni, se si legge il suo percorso professionale, le sta bene addosso. Consigliere di amministrazione di Nuova Solmine, società leader nella produzione e commercializzazione di acido solforico, membro dell’Associazione europea dell’industria chimica, dal luglio 2007 al settembre 2008 presidente dei giovani imprenditori toscani e da gennaio 2008 presidente di Confindustria Toscana. E se si pensa che ci si trova davanti alla più giovane donna eletta presidente di un’associazione di industriali, il cerchio si chiude. Classe 1974, maremmana doc, la presidente degli industriali toscani dice di divertirsi lavorando perché il suo ruolo nell’azienda di famiglia, «mio padre (oggi presidente del Gruppo Solmar, ndr) l’ha rilevata nel 1996 insieme ad altri soci e perché quella è la famiglia che lui si è scelto», la porta a viaggiare e confrontarsi con persone e culture diverse. Gli inizi certo non sono stati facili in un settore “muscolare”, come lei stessa lo definisce, quale è quello della chimica: poche, pochissime donne e tanti uomini dai 50 anni in su. Molto lo ha imparato sul campo perché «una volta fuori dall’università si capisce che si è solo all’inizio e bisogna lavorare duro per non farsi cogliere impreparati dagli eventi». Ammette, però, di essere riuscita a fare bene grazie a maestri di tutto rispetto, primo fra tutti suo padre Luigi, e collaboratori capaci che l’hanno accompagnata in tutto il suo percorso. Guai, però, a parlare di quote

rosa: «sono convinta che nella vita bisogna farsi strada con il merito. Alle donne, semmai, raccomando di farsi valere e dimostrare quanto valgono sul campo». Lei c’è riuscita, senza l’ansia di emulare il modello maschile. Vediamone allora una tipica giornata di lavoro. Qual è la sua giornata tipo in azienda? «Io sono qui due volte a settimana quando riesco. Sicuramente il lunedì perché è il giorno in cui insieme al reparto commerciale, l’amministrazione e la produzione, programmiamo le attività facciamo il punto rispetto ai programmi della settimana, ci scambiamo le osservazioni rispetto a ciò che è stato svolto e prepariamo il lavoro che si dovrà svolgere. Io mi occupo dell’attività commerciale che ha bisogno di essere coordinata in maniera puntuale, quindi necessita di un importante lavoro di team per mantenere alti gli standard che offriamo ai nostri clienti». Proviamo a fare un timing delle attività. «A inizio giornata controlliamo lo stato degli stoccaggi e le spedizioni con i reparti sopracitati. Alle 10 ho la consueta riunione con mio padre per fare il punto sul lavoro svolto e programmare le attività. Nel pomeriggio ci sono gli incontri con i miei stretti collaboratori. Io reputo il lunedì il giorno fondamentale per organizzare al meglio il lavoro in azienda in modo tale da farlo convivere con i miei impegni associativi. Da quando sono diventata presidente degli industriali toscani ho dovuto ottimizzare i tempi per potermi occupare sia dell’azienda sia di Confindustria, ma ho avuto la fortuna di avere dei collaboratori che hanno condiviso le mie scelte e mi hanno sempre sostenuta. Questo mi ha insegnato l’importanza di delegare. Si tratta di un fattore fondamentale per poter svolgere al meglio un lavoro di team come è quello mio». Come è arrivata a delegare le sue responsabilità? «Attraverso la presa di coscienza della propria responsabilità, e la conseguente responsabilizzaLavoro qui da 10 anni e ho costruito un rapporto zione dei collaboratori, ognuno di scambio con i miei collaboratori; nello svolgimento delle sue funzioni. L’azienda è prima di tutto la nostra toscanità ci consente una schiettezza una comunità di persone e che è allo stesso tempo autentica e verace l’imprenditore deve riuscire a 





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IN AZIENDA CON



È indispensabile la mattina sapere che c’è un atteggiamento orientato al problem solving e che sulla mia scrivania arrivano solo le questioni su cui non si è potuto fare diversamente

 costruire una gerarchia basata sulla competenza, con precisi ruoli e responsabilità, che vengano giudicati secondo criteri meritocratici. La Nuova Solmine impiega complessivamente circa 220 persone e c’è molta affezione nei confronti dell’azienda. Noi ci inseriamo in un contesto provinciale che non ha molte alternative industriali, essendo il territorio più vocato al turismo, ma siamo una realtà che ha bisogno di una formazione fortemente specializzata e offre degli sbocchi professionali di alto livello. Insomma, è un contesto dove si può parlare di futuro». Questa strategia le ha dato ragione? «Lavoro qui da 10 anni e nel tempo ho cercato di costruire un rapporto di scambio e di discussione con i miei collaboratori; la nostra toscanità ci consente una schiettezza che è allo stesso tempo autentica e verace per cui le discussioni sono sempre vivaci e molto chiare. Ho la fortuna di lavorare con colleghi di grande pregio che mi hanno insegnato molto, questo ambiente mi ha permesso di crescere anche professionalmente. È indispensabile la mattina sapere che c’è un atteggiamento orientato al problem solving e che sulla mia scrivania arrivano solo le questioni su cui non si è potuto fare diversamente». C’è un aspetto che più di altri le piace del suo lavoro? «Io mi sento una privilegiata perché il mio lavoro mi diverte. È un’azienda la cui gestione è di grande complessità, io mi occupo di gestire le relazioni commerciali con i clienti direzionali ed esteri che è un po’ il motore di tutto, poi lavoro con la mia famiglia. Mio padre è la mia guida e nel tempo sono diventata per lui un interlocutore specializzato e più maturo. 106 • DOSSIER • TOSCANA 2011



Inoltre, sono tra i figli fortunati che hanno trovato in azienda una prima generazione che dà fiducia e lascia spazio. Perché i problemi del ricambio generazionale molto spesso rappresentano la causa che inchioda le aziende, laddove non si riesce a gestirlo in maniera coerente. Oggi noi non ci stiamo ancora confrontando col passaggio generazionale perché i nostri capitani

Antonella Mansi, presidente di Confindustria Toscana e dirigente di Nuova Solmine Spa


Antonella Mansi

sono tutti seduti ai loro posti però ci hanno messo in condizione di prenderci le nostre responsabilità, rispondendo delle nostre azioni». Lei è arrivata in Confindustria giovanissima, passando dalla presidenza dei giovani industriali. Questa accelerazione le ha tolto qualcosa? «Ha ridotto il tempo a mia disposizione e la presenza fisica in azienda, ma ha catalizzato il percorso. Prima ero molto sul campo rispetto a oggi, ma assumere la presidenza di Confindustria ha accelerato la mia crescita professionale. Io la vivo oggi come una grande opportunità. Anche se all’inizio la mia elezione ci ha creato qualche problema di natura organizzativa, adesso vivo positivamente questa esperienza a 360 gradi. Credo che avere la possibilità di diventare presidente degli industriali toscani a 33 anni è stato molto importante per la mia carriera». In Confindustria invece che ambiente ha trovato? «Io sono avvantaggiata perché ho iniziato nella

chimica che è un settore “muscolare”, maschile. Nello specifico della mia attività sono tra le pochissime donne nel settore chimico. Sono cresciuta professionalmente in un ambiente di uomini, la nostra attività si rivolge alle aziende in un mercato b2b e il mio interlocutore medio quando ho iniziato aveva mediamente 25-30 anni in più di me. La palestra l’ho fatta subito, la Confindustria mi ha aiutato ulteriormente a rafforzarmi in questo senso. I primi mesi ho avuto difficoltà a contestualizzare il mio lavoro perché sono cambiati gli equilibri e le prospettive, così come l’attività di rappresentanza. Poi ti misuri per quello che sei e la Nuova Solmine mi ha dato la struttura solida per reggere l’urto in maniera sufficiente». Dal 2008 sembra sia iniziata un’era femminile in Confindustria. Da lei e dalle sue colleghe che siedono ai vertici di Confindustria ci si aspetta un segnale concreto per la promozione delle donne in azienda. «C’è sicuramente in ognuna di noi questo tipo di sensibilità. D’altro canto io sono fermamente convinta che vada promossa l’imprenditorialità senza distinzioni di genere e per questo motivo non ho mai promosso l’imprenditoria femminile. Ciò non mi ha reso particolarmente simpatica a chi di questo tema ha fatto il proprio cavallo di battaglia. Quello delle quote rosa è un concetto che da donna trovo frustrante e se nella mia sensibilità c’è scarsa attenzione a questo tema è perché non la vivo come una soluzione e non credo che una donna voglia essere valutata per il proprio genere prima ancora che per la propria professionalità, la propria personalità e il proprio talento. È vero che i numeri non ci danno ancora ragione ma gli esempi virtuosi sono sempre maggiori. Dal mio punto di vista una norma non può velocizzare un fenomeno di cambiamento culturale che se non è consolidato nelle coscienze difficilmente può realizzarsi in maniera efficiente. Sono per il merito tout court, credo sia la medicina per molti mali». TOSCANA 2011 • DOSSIER • 107


MASSIMILIANO MUSMECI Direttore di Confindustria Arezzo

MARIO SALVESTRONI Presidente di Confindustria Grosseto


CONFINDUSTRIA

Percorsi d’azienda accessibili e vincenti «Un punto forte della Maremma è l’importanza di affermare uno stile di vita toscano legato alla cultura, alla qualità del territorio, all’enogastronomia, al golf, alle terme, alla nautica». Mario Salvestroni, presidente di Confindustria Grosseto, traccia un quadro del sistema imprenditoriale locale Renata Gualtieri

U Mario Salvestroni, presidente di Confindustria Grosseto; nella pagina a fianco, in basso il porto di Talamone

n’interessante collaborazione con l’Università di Siena, la creazione di un bimestrale dal nome “Ies” in cui gli imprenditori e le associazioni dibattono dei temi del momento. Un importantissimo accordo con Fidi Toscana che ha contrastato la crisi del credito. La realizzazione del Circolo delle eccellenze innovative perché, commenta Mario Salvestroni, presidente di Confindustria Grosseto, «abbiamo visto che le aziende che stanno bene sul mercato sono quelle dove non solo c’è innovazione ma c’è anche un metodo forte per trasmettere l’innovazione». C’è questo e molto altro tra le iniziative che l’Associazione ha attuato nel corso del 2010 per favorire, ad esempio l’accesso al credito da parte delle imprese, vanto personale del presidente dal momento della sua elezione fino ad oggi. Snellimento delle procedure e potenziamento delle infrastrutture sono invece i punti essenziali su cui investire per continuare a crescere. Da quale esigenza nasce l’idea delle associazioni industriali di Arezzo, Grosseto, Siena di creare una “rete d’impresa” e quali i risultati sin qui ottenuti? «Confindustria in generale crede molto nel

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concetto di rete d’impresa vista come il superamento della evoluzione del concetto di distretto e di filiera. Tra noi, Arezzo e Siena lo scopo iniziale era fare una rete d’impresa e mettere insieme il supporto professionale delle nostre tre associazioni. L’idea nostra è di arrivare comunque ad una fusione ancora più stretta per quanto riguarda i servizi. Fare una sola associazione Siena, Grosseto, Arezzo lasciando la rappresentanza separata ma inglobando tutti i servizi in una sola associazione e questo consentirebbe ulteriori economie». In un suo intervento ha dichiarato che «il momento più difficile della crisi è stato superato, ma ancora molta è la strada da fare». Quali gli strumenti per afferrare e accelerare la ripresa nella provincia di Grosseto? «Ci sono stati dei momenti tragici nella nostra economia poi questi sono stati superati grazie ad un efficace contrasto che ha fatto il governo, ma ancora non si sa di preciso quanto è distante l’altra sponda del fosso. Come provincia noi abbiamo il punto di forza sicuramente nel turismo con un numero significativo di presenze, fra alberghi, campeggi, agriturismi e seconde case e un’economia importante che sostiene realmente. L’altro importante supporto è l’agroalimentare essendo la seconda provincia più estesa d’Italia con 226.000 abitanti, quindi poco densamente abitata, l’agricoltura è molto importante ed è di alta qualità e il settore vitivinicolo


Mario Salvestroni

negli ultimi anni ha trainato lo sviluppo. Ci sono 2400 produttori di vino di cui alcuni di ottima qualità. La Maremma sta crescendo con gli investimenti di imprenditori, che vengono anche da fuori, che sono significativi, basti pensare a Bertarelli con l’azienda Colle Massari, o Gianni Zonin che ha investito vicino Grosseto o Paolo Panerai, poi ci sono MorisFarms, Maremma Alta e tante aziende di alta qualità nel vino. Il comparto edile attualmente è un po’ in crisi, ma meno che in altre zone». Il potenziamento delle infrastrutture è un modo per superare la crisi? «Assolutamente sì perché le strade mettono a confronto la competizione tra le imprese e stimolano la crescita. Mi riferisco alla Gros-

2400

PRODUTTORI Il numero delle realtà del settore vitivinicolo locale

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PORTI Il numero delle strutture portuali che hanno bisogno di adeguamenti tecnico-funzionali

seto-Fano e alla Livorno-Civitavecchia, due collegamenti fondamentali. L’aeroporto è fondamentale per il supporto ad alcune attività come ad esempio al golf o alla nautica. Da un paio d’anni ci sono dei voli estivi con la Russia e quest’anno sono già confermati 30 voli. Poi fondamentale è l’altra infrastruttura immateriale che è la banda larga che consente la facilità dei collegamenti dei servizi del territorio. A fine dicembre è uscito il Decreto di Sviluppo che ci consente di realizzare velocemente progetti di largo respiro perché lo spirito è quello di superare i tempi lunghissimi dell’urbanistica, delle concessioni e attraverso un sistema molto integrato di conferenza di servizi tra Comune, Provincia, Regione e Stato arrivare velocemente a cantierare iniziative importanti. Con la Regione Toscana daremo la priorità a quelle più importanti e stiamo cercando di far partire dei progetti. Recentemente il Comune di Grosseto ha approvato l’ampliamento di alberghi attraverso un strumento abbastanza innovativo per noi che è quello della deroga al piano regolatore. Resta fondamentale poi l’ampliamento delle strutture portuali. Abbiamo oltre 10.000 mila posti barca in Maremma, e ci sono 5 porti che hanno bisogno di adeguamenti tecnico- funzionali». TOSCANA 2011 • DOSSIER • 111


CONFINDUSTRIA

Un grande spirito imprenditoriale «Il 2011 sarà un anno di assestamento e di avvio di ripresa». Sono queste le aspettative che emergono da un bilancio consuntivo delle iniziative e dalle attività di Confindustria Arezzo dalle parole del direttore Massimiliano Musmeci Renata Gualtieri

I Massimiliano Musmeci, direttore di Confindustria Arezzo

l 2010 è stato un anno intenso in particolare sul settore delle relazioni industriali, perché è cresciuto molto il ricorso agli ammortizzatori sociali, del credito e finanza per mancanza di liquidità, problemi di pagamenti e una crescente difficoltà da parte delle aziende nell’ottenere credito da parte del sistema bancario e anche nel settore ambientale. L’Associazione è comunque in crescita nei numeri, per cui, precisa Massimiliano Musmeci, direttore Confindustria Arezzo, «a fronte di casi in cui continuano a manifestarsi cessazioni d’azienda, si registrano parecchie adesioni e una maggiore vicinanza all’associazione perché abbiamo colpito nel segno focalizzandoci sugli aspetti che più interessano alle imprese». Quali i settori nei quali si intravedono oggi segnali di dinamicità? «Non si fa più una congiuntura per settori ma per aziende. Ci sono infatti delle aziende che vanno bene anche in settori che vanno male e viceversa, dipende dalla capacità dell’impresa di aver fatto investimenti, di aver innovato, di aver capito come sta cambiando il consumatore, di

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essersi resa indipendente dal solo mercato nazionale, di aver diversificato i clienti in modo da non avere situazioni di dominio da parte di un solo cliente o committente. Comunque, i settori in cui ci sono delle dinamiche positive un po’ più diffuse sono la meccanica, l’elettromeccanica e l’alimentare. Ad Arezzo abbiamo poca chimica, ma quella che c’è ha dato qualche segnale positivo». Cosa caratterizza il modo di fare impresa nel distretto aretino? «Nel distretto aretino c’è un grande spirito imprenditoriale e la provincia, con dinamiche imprenditoriali per qualche verso molto simili al nord est, è una delle aree più manifatturiere del centro Italia. C’è poi una grande propensione al rischio e all’investimento e una manodopera di buon livello in tutti i settori». Quali gli strumenti possibili per sostenere l’apparato produttivo e aumentare la competitività delle imprese? «Un’amministrazione più attenta alla semplificazione burocratica e le infrastrutture. Passando a livello regionale occorre una maggiore


Xxxxxxx Xxxxxxxxxxx Massimiliano Musmeci



Non si fa più una congiuntura per settori ma per aziende. I settori in cui ci sono delle dinamiche positive un po’ più diffuse sono la meccanica, l’elettromeccanica, l’alimentare

attenzione alla promozione all’estero e sostegno alle imprese che vogliono esportare e fare innovazione. Occorre che questi strumenti siano più accessibili e più semplici possibile». Uno dei problemi delle imprese rimane l’acceso al credito. Quali le iniziative per facilitare la gestione del rapporto tra imprese e banche? «Bisogna che le banche siano più attente agli aspetti relativi alla consulenza, cioè devono avere la capacità di capire se l’azienda ha delle potenzialità e come migliorare la sua situazione finanziaria. Contestualmente le imprese devono modificare molto il loro atteggiamento e devono essere in grado di mostrare alla banca la loro situazione e la capacità di fare pianificazione finanziaria. Una delle iniziative che abbiamo fatto in questo campo è il desk credito e siamo stati una delle prime associazioni in Italia a lanciare questo servizio specifico per l’azienda. Affianchiamo l’impresa se ha bisogno di ristrutturare la sua parte finanziaria, confrontarsi col sistema bancario e presentare in maniera opportuna i propri



piani di consolidamento e di sviluppo». Come è possibile attrarre investimenti sul territorio locale? «La questione degli investimenti è al 50% nazionale. L’investimento estero è di per sé fatto da un operatore grande e strutturato. Quindi se un investitore estero vuole venire in Italia è perché deve venire in Italia e quindi non c’è bisogno di far niente. Se vogliamo attrarre investimenti in Italia dobbiamo avere un quadro legislativo stabile perché altrimenti l’investitore estero non riesce a star dietro all’evoluzione legislativa italiana. Passando all’altro 50%, cioè a livello locale, per essere attrattivi per esempio bisogna avere un aeroporto entro 50 chilometri. Per questo ad Arezzo Confindustria insiste moltissimo sul fatto che ci sia un piccolo scalo locale, che possa dare accesso a un servizio di aerotaxi e di piccoli aerei privati, molto utile per la comodità degli affari. Arezzo è in una posizione chiave grazie a grandi arterie e alla viabilità ferroviaria però deve avere l’accessibilità e devono essere completate le infrastrutture».

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DONNE D’IMPRESA

Imprenditoria femminile motore della ripresa Mediatrici e conciliatrici per eccellenza, coraggiose e perseveranti. Le donne che lavorano, vero motore della ripresa, hanno bisogno di servizi a sostegno della famiglia e di più meritocrazia. Le proposte di Laura Frati Gucci Michela Evangelisti

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lessibilità e creatività: due fattori che per le imprese impegnate nel superamento della crisi internazionale si rivelano vincenti. Ma anche, come ricorda Laura Frati Gucci, due caratteristiche prettamente femminili. Al 58° congresso mondiale di Fcem organizzato di recente a Firenze dall’Aidda (associazione italiana imprenditrici e donne dirigenti di azienda), si è affrontato il tema del rilancio economico nel rispetto degli scenari dei diversi Paesi; ed è emerso che le donne continuano a costituire nuove imprese in tutti gli angoli del mondo. «Nonostante una crisi senza precedenti, si adoperano per migliorare le relazioni fra pubblico e privato – spiega la presidente dell’Aidda –, sia per quello che riguarda il business sia per ciò che concerne una struttura sociale rispondente ai fabbisogni delle nuove società, che vedono la maggior parte delle donne impegnate nel mondo del lavoro e che necessitano, quindi, di servizi adeguati». Si può affermare che la partecipazione delle donne all’economia è, oltre che una questione di pari opportunità e di giustizia sociale, la chiave dello sviluppo del nostro Paese? «Indubbiamente le donne devono essere considerate motore della ripresa; soprattutto in un momento come questo, che vede il riacutizzarsi di scissioni religiose, la caratteristica delle donne - mediatrici per eccellenza - appare primaria o addirittura indispensabile. Nel nostro Paese occorre puntare a un maggior numero di donne

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Laura Frati Gucci, presidente dell’Aidda


Laura Frati Gucci

“chiamate” dal mondo della politica, perché possano determinare insieme agli uomini una governance contemporanea». L’imprenditoria femminile è nel nostro Paese in fortissima ascesa e il cosiddetto “fattore D” sembra determinare un maggior successo economico delle attività. Come si spiega questa tendenza? E quali opportunità ancora si prospettano per le donne italiane? «Credo fortemente che in un Paese come l’Italia, costellato da una miriade di microimprese (il 90% delle aziende italiane ha meno di 30 addetti), le donne abbiano la possibilità di fare impresa. Da diversi anni assistiamo a un fenomeno particolare: 3 nuove imprese su 4 sono costituite da donne. Questo dato non soltanto riflette il fatto che la popolazione è costituita per il 53% da donne, che le studentesse tendono a completare gli studi prima e meglio dei colleghi maschi e che i concorsi vengono vinti all’80% da donne, ma conferma la volontà e la capacità delle donne italiane di lavorare bene in tutti i settori. Fare impresa, e principalmente gestire una piccola impresa, non è cosa da poco: implica competenze allargate, risorse umane limitate e, purtroppo, piccoli capitali. Ma le donne dimostrano di avere coraggio e perseveranza, riuscendo non solo a portare avanti le proprie imprese ma anche a conciliarle con le attività familiari». Quale contributo dà l’imprenditoria femminile alla crescita sostenibile? «Il “sistema”, la società, la sostenibilità e l’ecolo-

gia sono temi particolarmente cari alle donne, che affrontano questi argomenti con la stessa “cura” con la quale si dedicano ai propri figli e alla famiglia. Non vi è dubbio, quindi, che il “sentire” femminile sia migliorativo rispetto alla crescita sostenibile». Svolgere un’attività imprenditoriale o manageriale presenta ancora per la donna non trascurabili difficoltà oggettive e, talvolta, soggettive. Quali a suo parere le più diffuse? Come dovrebbero muoversi le istituzioni per favorire pari opportunità e conciliazione? «Purtroppo le donne che lavorano, dall’imprenditrice all’operaia, non si risparmiano mai, trascurando tutte allo stesso modo la cura della propria salute: questo è il male peggiore che notiamo. Le istituzioni svolgono un ruolo fondamentale e necessario in un Paese come il nostro in cui è impensabile, fatta eccezione per una minoranza ristrettissima di imprese, avere un asilo aziendale. Vogliamo e dobbiamo pensare anche a tutte quelle donne che, pur lavorando, giustamente non vogliono rinunciare alla cura dei genitori, o semplicemente hanno figli che alle quattro del pomeriggio escono da scuola. Così come dobbiamo avere sempre presente che la salute non è per tutti e che vi sono donne che hanno figli o familiari portatori di handicap. Credo sia quindi indispensabile ridisegnare una società che ci consenta di avere servizi adeguati alla portata di tutti e non solo di pochi privilegiati».  TOSCANA 2011 • DOSSIER • 117


DONNE D’IMPRESA



Nel nostro Paese occorre puntare a un maggior numero di donne “chiamate” dal mondo della politica, perché possano determinare insieme agli uomini una governance contemporanea



 Nonostante il boom dell’imprenditoria femminile, in Italia la quota delle donne che partecipano al mondo del lavoro continua a rimanere al di sotto degli standard europei, la discriminazione salariale tra uomini e donne persiste e una donna su cinque è costretta a lasciare il lavoro quando nasce il primo figlio. Quali le misure più urgenti da adottare per favorire un’inversione di tendenza? «Lasciare il lavoro dopo la nascita del primo figlio è già un successo, se si considera che le giovani donne non “possono permettersi” un figlio viste le condizioni di precariato perduranti. La discriminazione salariale tra uomini e donne esiste nelle grandi aziende e in quelle in cui “comanda la politica”. Le donne sono meno propense degli uomini a fare lobbying, per questo spesso assistiamo a promozioni e a conferimenti di incarichi importanti a maschi con meno professionalità e qualità, ma più ligi a rispondere agli ordini della politica. Una società emancipata deve porsi l’obiettivo della meritocrazia, che è un diritto, nel rispetto della nostra costituzione, ma che rap118 • DOSSIER • TOSCANA 2011

presenta anche un'importante chance per la crescita del nostro Paese». Qual è la mission della vostra associazione? «Aidda festeggia nel 2011 i suoi 50 anni di vita associativa: praticamente esiste da quando le donne in Italia hanno acquisito il diritto di voto. C’è ancora molto da fare, ma risulta anche evidente quante competenze d’eccellenza hanno le donne: penso alle tante operaie nel mondo del tessile dal quale provengo, penso all’assenza di donne alla presidenza di Camere di Commercio, penso all’unica donna presidente di una banca e penso alle tante donne di diverse esperienze, competenze, professionalità e fede politica che trovano ogni giorno la forza e la voglia di lavorare bene, consapevoli che la prossima promozione verrà data a un loro collega meno capace. Aidda vuole rappresentare un punto di riferimento per le donne che rivestono ruoli di responsabilità nelle imprese italiane, ma è con grande ammirazione e stima profonda che mi sento legata a tutte le donne che lavorano, così diverse fra loro, che continuano con tenacia e passione ad affrontare il quotidiano». Infine, che previsione si sente di formulare per il nuovo anno dell’imprenditoria italiana in rosa? «Sono ottimista e vedo un futuro che sarà sempre più rosa e più roseo per tutti. Alle donne che lavorano auguro energia e, soprattutto, buona salute, perché le nostre giornate sembrano non finire mai; e se la sera abbiamo un’occasione per uscire sappiamo andare oltre la stanchezza e dedicarci alle amicizie e alle relazioni, che ci ricaricano e ci permettono il giorno dopo di ripartire con ancora più grinta».


MADE IN ITALY

L’accessorio è protagonista Hanno, per così dire, “la stoffa” per gli accessori di alta moda. E ora si apprestano a conquistare i mercati extra-europei. Paolo e Alessandro Brini, a capo di Pool Trend, si fanno portavoce del migliore made in Italy Andrea Moscariello

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Paolo e Alessandro Brini

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rasformare un accessorio di moda da per fare questo occorre sicuramente un grande improdotto funzionale a prodotto “emo- pegno finalizzato ad aumentare la nostra visibilità zionale”. È questa la filosofia su cui la sul mercato. Al momento possiamo affermare di Sotto, Alessandro famiglia Brini ha saputo sviluppare aver già ottenuto dei buoni riscontri in seguito alle e Paolo Brini. In apertura, un’immagine uno dei marchi più rappresentativi dello stile ita- due ultime stagioni, invernale ed estiva. Risultati dall’ultima collezione liano. Pool Trend si conferma, in tal senso, come che intendiamo incrementare anche in previsione del brand Luisa Brini realizzata dall’azienda un vero portabandiera del made in Italy nel della stagione invernale 2011/2012». Pool Trend di Prato mondo. Una realtà che, pur essendo nata da soli Nelle logiche di crescita incide, ovviamente, ph: Leonardo Ferri / 15 anni, è riuscita a consolidare la propria posi- la riconoscibilità del vostro marchio. Voi cosa AreaCreativa www.pooltrendsrl.com zione sul mercato riaffermando la città di Prato osservate a tal proposito? come capitale del tessile. Un segmento tutt’altro Paolo Brini: «Rispetto agli anni precedenti, il noche scontato, quello degli accessori, in cui una stro brand ha cambiato interesse. Stiamo pascreazione può passare inosservata sugli scaffali de- sando da una prospettiva prettamente italiana a gli store o divenire vero e proprio oggetto di culto una internazionale». esposto nelle vetrine delle migliori boutique. Paolo Soprattutto quali mercati presentano gli ape Alessandro Brini, creatori di Pool Trend, questo peal più interessanti? concetto lo conoscono bene, avendo optato per P.B.: «Ci stiamo orientando verso i mercati di  una politica produttiva variegata e flessibile. L’acquirente di oggi chiede di poter scegliere tra un Un capo deve essere confortevole oltre vasto assortimento. Al tempo stesso, però, da un brand preche accattivante. In questo l’utilizzo di fibre tende alti standard qualitativi e naturali come il cashmere, la lana ma anche tratti distintivi. «Con questa il lino e il cotone si è rivelato fondamentale azienda abbiamo conosciuto un’evoluzione costante – dichiara Paolo Brini -. Offriamo un’ampia scelta di prodotti rigorosamente made in Italy e attualmente produciamo oltre un milione di capi all’anno». Nonostante la crisi, Pool Trend registra una sensibile crescita sui ricavi. «Per quanto riguarda i fatturati – sottolinea Alessandro Brini -, prevediamo di mantenere il trend di crescita registrato negli esercizi passati, un incremento che si attesta intorno al 10%». Dunque le aspettative per il nuovo anno possiamo dire che sono ottimistiche? Alessandro Brini: «Direi di sì. La crescita si deve fortificare. Ma





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MADE IN ITALY



Francia, Germania, Svizzera e Spagna. Inoltre, per quanto riguarda Pool Trend intesa come “service”, stiamo aprendo nuovi sbocchi sulle aree orientali». È già possibile fare qualche previsione percentuale sul vostro incremento dell’export? P.B. : «Attualmente la nostra produzione è distribuita per il 50% in Italia e per il resto in Europa. Ci aspettiamo, ribadisco, di far incrementare l’export. Questa voce, secondo le nostre stime, potrà arrivare a coprire fino al 70% dei ricavati, includendo non soltanto l’Europa, ma anche gli Stati Uniti e l’Asia». Ad aver sorretto, negli anni, il mercato della moda made in Italy sono stati la qualità delle sue produzioni e l’alto taglio stilistico. Oggi, invece, incide molto anche il prezzo. A.B. : «Il rapporto qualità prezzo sarà sempre più caratterizzante per il futuro. Questo non vuol dire che si agirà solo sui listini, anche se ormai sono caratterizzanti per i mercati emergenti che 122 • DOSSIER • TOSCANA 2011

Nelle immagini, lo staff della Pool Trend al lavoro durante la realizzazione dell’ultima collezione. Nella pagina a fianco, un altro capo Luisa Brini e l’esterno dell’azienda di Prato ph: Leonardo Ferri / AreaCreativa

sviluppano terziario. La verità è che oggi l’offerta di un prodotto dall’elevato contenuto qualitativo e tecnicamente all’avanguardia deve essere corretto anche nel costo». Dove traete ispirazione per le vostre collezioni? P.B. : «Siamo sempre estremamente attenti all’evolversi dei trend stilistici. Fondamentale, però, al di là dei gusti estetici, è saper cogliere al volo le esigenze e i gusti dei nostri mercati di riferimento». Fondamentale, nel mercato degli accessori, è anche la scelta delle materie prime, elemento che vi contraddistingue sin dall’inizio della vostra attività. P.B.: «Vero. Le nostre produzioni si basano da anni sulla performance dell’accessorio, che deve essere confortevole oltre che esteticamente accattivante. In questo l’utilizzo di fibre naturali come il cashmere, la seta , la lana ma anche i lini e i cotoni fini si sono rivelati fondamentali». Principalmente in quali paesi acquistate le materie prime? A.B. : «Da anni le nostre relazioni internazionali fanno sì che paesi come Australia, Nuova Zelanda e Mongolia siano diventati i nostri principali partner. È da queste realtà che possiamo sviluppare i nostri piani di approvvigionamento. Purtroppo dobbiamo osservare, così come fanno molti altri attori del nostro comparto, che negli ultimi tempi le speculazioni in atto sui prezzari delle materie prime si stanno rivelando un ostacolo». La crisi quali effetti sta avendo sul comparto tessile? A.B. : «Lo scenario globale in cui operiamo ha subito in questi anni un forte livellamento degli acquisti. Ciò non toglie che oggi, per conquistare il consumatore finale occorre proporre un prodotto capace di coinvolgerlo “emozionalmente”, questa è la chiave di lettura per favorire la ripresa di un


Paolo e Alessandro Brini

UN LABORATORIO DI INNOVAZIONI Da Prato, i tecnici e gli stilisti della Pool Trend ricercano stili all’avanguardia coniugandoli alle migliori materie prime. Per far vivere “su tela” l’emozione dell’alta moda rato è, da sempre, la città che più di tutte esprime la cultura della manifattura tessile toscana. Non stupisce quindi, se proprio in questa città la famiglia Brini ha deciso di fondare, nel 1996, l’azienda Pool Trend. Le tipologie di accessori prodotti sono essenzialmente scialli, sciarpe, cappelli e plaid. L’idea caratterizzante dell’azienda nasce dalla reinterpretazione di questi prodotti funzionali in chiave “emozionale”. «Definendoli emozionali ci riferiamo a prodotti che riescono a esprimere al consumatore la passione, la tradizione, l’esperienza con cui sono stati concepiti – spiega Alessandro Brini, co-fondatore di Pool Trend -. Trasformiamo elementi complementari in oggetti di culto». «Pensare, disegnare o realizzare un accessorio moda equivale alla creazione di una piccola opera d’arte – interviene l’altro fondatore, Paolo Brini -. Un’opera che grazie alla passione e alla competenza di tutti i nostri collaboratori man mano prende vita sulla tela». All’interno dell’azienda, l’ufficio stile e ricerca, composto da più tecnici, lavora costantemente alla realizzazione di nuovi prodotti oltre che alla ricerca di materiali innovativi. In questo, il supporto di continui investimenti ed energie garantisce un prodotto efficace e dall’alto contenuto qualitativo. «La conoscenza specifica delle materie prime ci permette di ottenere prodotti migliori. Inoltre, attraverso il nostro reparto E.C.C. e grazie

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ad affinati processi tintoriali e di fissaggio, riusciamo a offrire tessuti a navetta, jacquard, maglia tricot e rashel di ottimo pregio» spiega Paolo Brini. A rafforzare Pool Trend è anche la sua struttura commerciale. Il rapporto collaborativo instauratosi tra i responsabili di vendita e gli uffici acquisti hanno permesso all’azienda di Prato di stringere accordi con i marchi più prestigiosi della moda internazionale.

tessile di eccellenza. La crisi ha comportato una vera e propria selezione naturale. Così, mentre molte realtà qualitativamente scarse sono sparite, al tempo stesso si sono liberati diversi spazi sul mercato. Spazi che noi intendiamo conquistare. Anche per questo riteniamo ci siano ottimi presupposti per incrementare i nostri affari a livello internazionale. È chiaro che, per sostenere la parte eccellente del settore, sarebbe bello vedere gli attori del comparto ragionare non soltanto come singole aziende».

Fare rete? P.B. : «Esatto. Occorrono più sinergie tra le imprese italiane e, per quanto ci riguarda, in particolare tra quelle di questa regione, la Toscana. Questa è la strada per favorire un mercato retto sull’eccellenza, e non sulla massificazione». Per il prossimo futuro su cosa vi concentrerete? A.B. : «Principalmente sul brand Luisa Brini, che è poi il risultato concreto della nostra volontà di affermazione sul mercato diretto. L’obiettivo è quello di coinvolgere il consumatore nella massima risultanza della nostra filiera, cioè l’accessorio che diviene protagonista, non più solo complemento. Anche da qui nasce il nostro nuovo slogan “attrazione contemporanea”». TOSCANA 2011 • DOSSIER • 123


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La costante ripresa dell’artigianato di lusso Tradizioni artigianali, pellami pregiati, moderne tecnologie. Dallo stabilimento della Bianchi e Nardi escono borse preziose, spesso realizzate per le grandi griffe internazionali. Un settore che esce dalla crisi a testa alta Lucrezia Gennari

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iene il mercato degli accessori di lusso. Che, a differenza del passato, meglio di altri settori ha resistito alla crisi. Un tempo, in momenti di recessione, il mercato del lusso era uno dei primi a soffrire e uno degli ultimi a ripartire. Oggi sta vivendo una fase più positiva, grazie anche a Paesi che si affacciano con entusiasmo al settore dei prodotti di alto livello. «La Cina oggi è il grande consumatore di articoli di lusso - afferma Marco Nardi, titolare insieme a Mauro Bianchi della Bianchi e Nardi di Badia a Settimo, specializzata nella produzione di borse in pelle anche per grandi griffe internazionali -. Questa tendenza sta coinvolgendo buona parte

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della realtà asiatica, paesi come la Corea si mostrano sempre più interessati a questo genere di articoli, e anche il Giappone, che vive un “letargo economico” ormai cronico, oggi sta mostrando segnali di ripresa in questo settore». La ripresa del mercato degli accessori di lusso sembra diffusa a livello internazionale. Riguarda anche paesi storicamente interessati al prodotto di lusso, come la Russia? «Attualmente la Cina è il mercato di riferimento principale, come lo era qualche anno fa la Russia. Oggi la Russia, che almeno per quanto riguarda il consumo di beni non di prima necessità aveva cominciato a risentire della crisi prima di altri paesi, sta dando segnali di ripresa».

Lo staff della Bianchi e Nardi oggi. Da sinistra, Gabriele Bianchi, Laura Nardi, Mauro Bianchi, Marco, Andrea, Sara e Alessandro Nardi www.bianchienardi.it


Bianchi e Nardi

Come ha resistito invece la Bianchi e Nardi alla fase di recessione? «Anche la nostra azienda ha risentito della crisi, ma il fatto di essere posizionati su una fetta di mercato di alto livello, ci ha permesso di non subire un crollo verticale, com’è capitato invece ad alcune piccole imprese di altri comparti. Inoltre, siamo forti dell’esperienza e della stabilità economica maturata in oltre sessanta anni di attività. Oggi, con l’ingresso in azienda dei nostri figli, siamo arrivati alla terza generazione». In tutti questi anni di attività, siete sempre riusciti a mantenere un trend positivo? «L’azienda è sempre riuscita a tenere il mercato con successo, al di là di momentanei cali, in concomitanza con i periodi di maggior crisi economica. È nata nel 1946, fondata da mio padre, Aldemaro Nardi, e da Mario Bianchi, entrambi artigiani pellettieri che cominciarono producendo in un laboratorio artigiano borse realizzate a mano, utilizzando materiali pregiati come il coccodrillo, lo struzzo, la lucertola. Lo sviluppo dell’attività rese necessario abbandonare il laboratorio artigiano per dare vita a una vera e propria azienda dimensionata nella nuova realtà di mercato degli anni 60, e nel 1965 venne inaugurato l’attuale stabilimento. Poi il primo ricambio generazionale, ha dato all’azienda un ulteriore impulso allo sviluppo, tant’è che all’inizio degli anni 90 siamo sul mercato come una vera e propria holding, e affianchiamo alla produzione di borse in rettile e nappe pregiate, prestigiose collezioni griffate. Abbiamo inoltre consolidato la collaborazione con le migliori griffe internazionali». Il vostro stabilimento ancora oggi è una realtà imitata da chi vuole realizzare un’unità produttiva razionalmente organizzata e funzionale. Quali le caratteristiche principali? «Recentemente lo stabilimento è stato ampliato e ristrutturato, acquisendo un notevole aumento della superficie adibita a laboratorio, rinnovando completamente macchinari e attrezzature e raddoppiando la capacità produttiva. Oggi siamo in grado di seguire tutto il percorso produttivo, dal disegno al prodotto finito, con la realizzazione del campione, della collezione e l’industrializzazione. A livello tecnologico, i macchinari sono i più mo-



Siamo forti dell’esperienza e della stabilità economica maturata negli anni. Con l’ingresso in azienda dei nostri figli, siamo arrivati alla terza generazione



derni, impieghiamo il sistema Cad per la modelleria e l’industrializzazione, nonché macchine elettroniche per il taglio delle pelli. Ma naturalmente rimane costante anche la componente artigianale, sempre fondamentale». Quali sono attualmente le tendenze moda nella produzione di borse da donna? «Si guarda al passato, modernizzando i modelli degli anni 60 e 70. Se qualche anno fa si era diffusa la tendenza al vintage nell’abbigliamento e negli accessori, oggi il gusto retrò interessa soprattutto le borse, che vengono riproposte naturalmente in linee più moderne, studiate sulla base delle nuove esigenze della donna». Crede che il 2011 riconfermi le prospettive positive che si stanno intravedendo nel settore? «In questo momento non noto nel nostro settore alcun segnale di rallentamento. La Bianchi e Nardi ha ricominciato a ricevere ordinativi importanti da gennaio dello scorso anno, e per il momento il trend continua su questi livelli. Probabilmente non è previsto neanche un ulteriore notevole incremento, ma per ora la tendenza si riconferma positiva». TOSCANA 2011 • DOSSIER • 125


IMPRENDITORI DELL’ANNO

Preziosi dettagli artigianali Le nuove tecnologie si incontrano con la più autentica tradizione artigiana. Ne derivano accessori di alta qualità che guarniscono borse, cinture, calzature. Il punto di Riccardo Frullini Carlo Gherardini

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In basso, Riccardo Frullini della RGF di Firenze

efinita da molti la “capitale europea della moda”, dal momento che diversi nomi noti del fashion internazionale qui hanno intrapreso la loro attività, Firenze è da sempre nota per la sua tradizione nella pelletteria. Nei distretti industriali di Firenze e Prato, sono numerose le aziende produttrici di accessori in pelle, ma anche di oggetti e coordinati di pelletteria, che si contraddistinguono per creatività e stile. In parallelo, altrettanta importanza rivestono le imprese produttrici di accessori per la pelletteria, come fibbie, bottoni, guarnizioni, targhette metalliche, che vanno a completare la realizzazione di calzature, borse o cinture. La RGF di Firenze è un’azienda specializzata proprio in questo tipo di prodotto. «L’azienda – spiega il titolare, Riccardo Frullini – si occupa di guarnizioni, fresatura e lavorazione di metalli. Siamo anche in grado di realizzare, partendo dal disegno del cliente, qualsiasi accessorio o componente per la guarnizione di calzature, cinture, borse e non solo». Quali servizi offrite nello specifico? «I nostri servizi spaziano dalla fresatura dei metalli, alla pulimentatura di accessori nautici, dalla lucidatura dei metalli al montaggio di componenti e guarnizioni, dalla lavorazione dei metalli

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fino alla fresatura con lucidatura dell’ottone, alla pulimentatura e lavorazione dell’ottone. Inoltre, siamo in grado di effettuare protezione perimetrali con allarme e lavorazioni con macchine a controllo numerico. Per quanto riguarda la produzione, invece, siamo in grado di realizzare qualsiasi tipo di accessorio in metallo per la moda, minuteria metallica per calzature, accessori per borse e cinture, minuteria metallica per pelletteria, accessori per calzature, accessori per pelletteria, fibbie, targhette, ma anche attacchi, guancette per coltelli, accessori per divani, chiusure, guarnizioni di metallo». A quali mercati vi rivolgete principalmente e quali offrono le maggiori opportunità nel vostro settore? «Il nostro principale mercato di riferimento è quello cosiddetto “di lusso”. Tra i nostri committenti abbiamo infatti le maggiori firme della moda internazionale, per le quali produciamo accessori metallici di alta qualità, che vengono poi applicati su borse, scarpe, portafogli e cinture. I nostri accessori, nel prodotto finito, vengono quindi esportati in tutto il mondo». La crisi economica ha influito sulla vostra azienda in particolare? «Tutti i settori sono stati colpiti dalla crisi economica. Qualcuno ne ha risentito di più, qualcun altro è riuscito a tenere meglio il mercato. Per quanto ci riguarda, abbiamo sentito la crisi nei mesi da gennaio ad agosto 2009. In quel periodo abbiamo registrato un calo degli ordinativi e di conseguenza una flessione del fatturato pari a circa il 40%».


Riccardo Frullini



Abbiamo approfittato del periodo di crisi per ottimizzare i macchinari e fare investimenti, trasferendo all’interno dell’azienda alcune lavorazioni

Alcune fasi di lavorazione dei dettagli in metallo presso la RGF www.rgf-firenze.it

Come siete riusciti a risollevare la situazione? «Siamo riusciti a superare la fase di crisi eliminando gli straordinari e consumando le ferie residue, senza fare ricorso a nessun tipo di cassa integrazione. Fortunatamente da settembre 2009 gli ordini sono ripresi con una certa consistenza facendoci chiudere l’anno in positivo. Questo andamento continua ancora oggi e sembra che al momento il mercato sia in una fase di ripresa. Inoltre, come si sa, i momenti cri-



tici spesso possono servire per riorganizzarsi, pertanto, abbiamo approfittato di tale periodo per ottimizzare i macchinari e fare investimenti. Abbiamo inoltre trasferito alcune lavorazioni, che fino ad allora erano affidate a fornitori esterni, all’interno dell’azienda. Una manovra che ci ha permesso, tra l’altro, di gestire molto meglio l’andamento della produzione migliorando anche ulteriormente la qualità dei nostri prodotti». Quanto conta l’innovazione tecnologica nel vostro lavoro? «Facciamo ricorso a tutta la tecnologia disponibile sul mercato e spesso ci troviamo, tramite aziende specializzate, addirittura a inventare o a modificare macchine o attrezzature specifiche che non esistono in commercio. D’altro canto facciamo contemporaneamente tesoro anche delle più antiche tradizioni e lavorazioni artigiane». Quali sono le prospettive della RGF per il 2011? «Le prospettive per il 2011 sembrano positive, volte a consolidare il buon andamento di questo momento. L’unico scoglio da superare riguarda l’aumento costante ed esagerato del costo delle materie prime, ottone e metalli preziosi. Un sovrapprezzo che spesso il cliente non vuole o non può riconoscerci». TOSCANA 2011 • DOSSIER • 129


IMPRENDITORI DELL’ANNO

Idee per nuovi isolanti Anche dagli accessori dipende il livello di funzionalità di un veicolo. Soprattutto per camper e roulotte. Mirco e Alex Magnani hanno immesso sul mercato un oscurante a sette strati che ha innovato il settore Adriana Zuccaro

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e finiture interne ed esterne di camper, roulotte, caravan e di tutti i veicoli per il tempo libero, oltre a rappresentare un settore di nicchia in cui il genio progettuale non può prescindere dalla competenza tecnica dei suoi operatori, ritraggono un segmento di mercato in costante evoluzione. «Nonostante il calo produttivo e la congiuntura economica che ha influenzato l’ultimo biennio, le grandi e piccole aziende del settore oggi sembrano registrare i primi e concreti segnali di ripresa e crescita». Tra le ragioni che hanno condotto Mirco e Alex Magnani, giovani imprenditori dell’omonima azienda costruttrice di accessori per camper e caravan fondata dal padre nel 1978, a cavalcare la crisi e investire su nuove produzioni si evidenzia il successo ottenuto con l’immissione sul mercato di un isolante per vei134 • DOSSIER • TOSCANA 2011

coli ricreativi. Grazie all’esperienza acquisita e a un forte spirito di innovazione e sperimentazione progettuale/produttiva, «siamo giunti non solo alla creazione una nuova tipologia di prodotto in cui risalta, per proprietà fisiche e funzionali, un tessuto molto isolante composto da sette strati, ma anche a numerosi e importanti sviluppi per tutti quei prodotti relativi all'isolamento termico interno ed esterno per camper e roulotte». Tra i prodotti di punta dell’azienda Mirco e Alex Magnani, infatti, non possono non essere annoverati, oltre l'oscurante BX a sette strati per l'isolazione interna, gli articoli Cxp + Cxpa per quella esterna, tutti realizzati con materiali di propria produzione. «Non solo per i bilanci aziendali è importante anche l'articolo PX, relativo alla creazione su misura di una copertura in moquette per tutta la superfi-


Mirco e Alex Magnani

cie calpestabile della parte abitativa del veicolo». Per soddisfare le esigenze dell’utilizzatore finale, la filosofia che muove il lavoro dei fratelli Magnani sul concept degli accessori per camper contemporanei, è da sempre fondata sulla «semplicità, efficacia e qualità – afferma Mirco Magnani, general manager –. Lo studio dei nostri prodotti si sviluppa perseguendo l’obiettivo di creare accessori che siano innanzitutto facili da montare e che allo stesso tempo garantiscano il massimo livello prestazionale. Utilizzando materiali di alta qualità e studiando sempre nuove soluzioni, sia tecniche che di mercato, miriamo a creare prodotti capaci di isolare al massimo il veicolo». Nella fase di progettazione l’idea base è quindi la semplicità; il prodotto finale deve essere estremamente funzionale ed efficace. «Questo sprona il team a pensare a materiali facili da

gnani l’innovazione è comunque evidente e proiettata alla creazione di «nuove tipologie di oscuranti, ad esempio, che possano unificare l’isolamento invernale e quello estivo con un rapporto qualità-prezzo migliore di quello attuale – spiega Mirco Magnani –. Tutte le fasi di produzione sono interne: tramite l’acquisto di vari materiali creiamo i nostri tessuti, li sezioniamo con la macchina di taglio elettronica e, dopo aver scelto una delle migliaia di sagome rilevate nei trent’anni di attività, sempre nello stesso stabilimento, provvediamo alla rifinitura, al confezionamento e infine alla spedizione». La flessibilità operativa dell’azienda fa sì che i prodotti Magnani siano presenti sia nel settore delle costruzioni che nel circuito della grossa distribuzione del mercato italiano ed estero, sia con nuovi prodotti finiti che con la vendita dei tes-

utilizzare con sistemi di fissaggio molto semplici che non comportano nessuna applicazione di accessori sul veicolo – spiega Alex Magnani, membro del Cda dell’azienda –. Inoltre un altro punto importante è ottenere un prodotto che sia facile da riporre e che soprattutto non prenda molto spazio all’interno del veicolo». Ma oltre a innalzare la soglia di funzionalità del mezzo su cui viene applicato, l’isolamento termico promosso dall’azienda Magnani permette anche di risparmiare sui consumi energetici grazie a una mirata attenzione alla scelta dei materiali, all’utilizzo intelligente dell’energia, alla massima riduzione degli scarti da taglio e all’uso di appositi canali per lo smaltimento dei rifiuti. A monte di ogni nuovo percorso produttivo, alla Ma-

suti che poi le aziende di tutto il mondo utilizzano per produrre le loro linee. Senza contare che, come rivela Alex Magnani, «con la realizzazione su richiesta di qualsiasi copertura isolante termica, nonché di isolamento dei pavimenti tramite moquette rigorosamente su misura, siamo riusciti a fidelizzare anche una buona fetta di mercato del settore privato». E pensare che la Magnani rappresenta una piccola realtà nata da un’idea su cui pochi avrebbero scommesso; ha creato un tessuto composto da materiali che niente avevano in comune tra loro e con il settore del camper, dimostrando che «talvolta, partendo anche con budget non elevati ma credendo nelle proprie potenzialità creative si riescono a ottenere ottimi risultati».

A sinistra, Mirco Magnani e una sala di produzione di tessuto per oscuranti. In apertura, da destra, Mirco e Alex Magnani dell’omonima azienda di Calenzano (FI) www.mircomagnani.it

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IMPRENDITORI DELL’ANNO

Innovare prodotti e processi Coerente con il modello della casa madre, la Sampi, anello competitivo della multinazionale statunitense Idex, rinnova i sistemi per la misurazione volumetrica Paola Maruzzi

«L’

Mario Signorini, general manager della Sampi www.sampi.it

innovazione è d’obbligo». Con queste parole Mario Signorini, general manager della Sampi, traccia una sintetica fotografia dell’azienda, radicata ad Altopascio, in Toscana, ma con uno spirito internazionale. La realtà, infatti, dal 2001 è parte integrante della multinazionale Idex, leader nel campo della misurazione e gestione dei carburanti dei prodotti petroliferi. Da una parte la capacità di mettere in gioco l’eccellenza italiana, dall’altra l’approccio globale ai mercati: è il mix di sinergie che permette di cavalcare una crescita all’insegna della ricerca di nuove soluzioni. Lo spiega Signorini. «Il bilancio del 2010 si è chiuso con un fatturato storico. Non solo c’è stato il pieno recupero rispetto alla crisi, ma possiamo affermare di avere avuto una crescita del 15 per cento». Un dato che salta all’occhio considerata la

difficile piega di molte industrie. Viene da chiedersi su quali basi poggi un tale andamento. «Lavoriamo in ambito metrico, quindi il nostro è un settore che risente della regolamentazione, ultima in ordine di tempo la normativa Mid. All’interno dei vincoli normativi, ci siamo saputi ricavare un terreno di innovazione, che sta dando ottimi frutti. La costante ricerca di nuove soluzioni, che si estende anche all’offerta di nuovi servizi a valore aggiunto, ci rende indubbiamente competitivi. Tra gli ultimi nostri prodotti brevettati, un sensore ultrasonico che rivoluziona le precedenti modalità d’identificazione della presenza d’aria all’interno del liquido misurato. Un’innovazione che costituisce un beneficio in termini di maggior leggerezza e accuratezza del sistema di misurazione». Ma che peso ha l’innovazione per la Sampi? La domanda è pertinente se si considera che la competitività, sotto vari punti di vista, deve avere dei riscontri numerici per dirsi convincente. Signorini risponde con precisione algebrica. «Sul totale del fatturato, investiamo un buon 5 per cento in


Mario Signorini

ricerca, sviluppo e ingegneria. Questa è solo una delle prerogative per mantenere un profilo aggiornato». E, come in un puzzle complesso e sfaccettato, ogni tassello richiama subito un altro. Questa volta il testimone passa a Mario Simongini, responsabile vendite e marketing della Sampi, che punta i riflettori su un aspetto il più delle volte ritenuto ingiustamente secondario: l’innovazione dei processi. «A essere potenziato non è solo il prodotto, ma anche gli ingranaggi aziendali che regolano il business. In tal senso ci dà indubbiamente un valore aggiunto l’appartenenza a una multinazionale americana consolidata. Questo ci consente di attingere a un bagaglio di metodologie qualificanti, che rendono riconoscibili e apprezzati i prodotti e i servizi offerti». Insomma, gli Usa fanno scuola e l’azienda toscana risponde sfoderando una piena apertura verso gli strumenti gestionali innovativi. Quello a cui fa riferimento la Sampi è, infatti, un mercato stratificato e competitivo. È necessario, quindi, customizzare l’offerta. «Anche perché si fa fatica a distinguere un prodotto sofisticato rispetto a un altro che, al contrario, risulta ordinario» precisa Simongini. La capacità di cogliere le sfide della globalizzazione, alzando il livello di prodotti e servizi, non è solo una questione di mera “filosofia”

aziendale. Mario Signorini torna sull’argomento insistendo su una grinta connaturata. «Facendo parte di una multinazionale quotata in borsa, siamo portati a generare valore con un’intensità indubbiamente maggiore rispetto alle realtà padronali, dove il capitale è per sua natura più paziente. Siamo esposti a cicli e ritmi economici trainanti, che ci “costringono” a guardare costantemente ai risultati. Ecco perché la capacità di innovarsi diventa un fattore stringente». Ma sarebbe un errore pensare che la Sampi sia concentrata sul potenziamento sproporzionato dei profitti. «La nostra forza sta nella crescita costante e nella volontà di tenersi agganciati a un mercato di nicchia». A questo punto è opportuna una panoramica sugli “avamposti” internazionali. «Per un 28 per cento ci rivolgiamo all’Italia. La restante parte è ripartita tra: Nord, Centro ed Est Europa, Medio Oriente e Nord Africa. Le nuove frontiere guardano all’Asia, alla Cina» continua Signorini. Ma tornando sulle piazze mature, come l’Italia, vale la pena chiudere anticipando una promozione e diffusione del marchio che si avvale di un approccio diretto. Simongini precisa: «Siamo pronti a lanciare dei customer event. Sfruttando l’appeal della Toscana, vogliamo far toccare con mano la trasformazione dell’azienda».

15% CRESCITA La Sampi ha chiuso il 2010 con un trend decisamente positivo

5% FATTURATO Investito dalla Sampi per l’innovazione e lo sviluppo

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IMPRENDITORI DELL’ANNO

Un investimento vincente per il gruppo H.P.S. Comprendendo la necessità di diversificare la produzione, la High Performance Service di Livorno, punto di riferimento nel mercato dei ricambi e degli accessori per motori marini e industriali, ha acquisito la società Autosole di Empoli. A parlarne è il suo presidente, Cesare Buttari Filippo Belli

I

n molti potevano giudicarlo un azzardo, eppure, l’acquisto della ditta empolese Autosole da parte della società Hps High Performance Service -, leader sul mercato dei ricambi Heavy Duty, sia industriali che per uso marino, si è rivelato vincente. A confermarlo è anche il suo presidente, Cesare Buttari, il quale ammette come tale operazione, vista l’attuale situazione di mercato, potesse destare perplessità. «Al contrario, l’acquisto di Autosole, specializzata in sistemi elettrici e di climatizzazione per l’auto, ha significato chiudere il 2010 con un importante segno positivo in termini di bilancio – dichiara Buttari -. Ma questo non è tutto. Nel 2010 abbiamo consolidato la nostra posizione di leadership sul mercato nautico e industriale, aprendo nuovi orizzonti e possibilità grazie alle competenze e alle nuove forze introdotte proprio con l’acquisizione della società di Empoli». Sotto quali aspetti Autosole ha migliorato la vostra attività? «Ci ha permesso di inglobare personale specializzato nel campo di alternatori, motorini di avviamento e ricambi elettrici in generale, permettendo alla ditta di espandere la propria conoscenza in questo settore. Inoltre questo investimento ci permette di allargare i nostri orizzonti commerciali, rivolgendoci anche a quelle strutture che forniscono un servizio

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di vendita al pubblico, come i magazzini, o di riparazione, come meccanici ed elettrauto». Quindi un servizio più diversificato? «Esatto. Il Know How di H.P.S., unito a quello portato in dote dalla filiale di Empoli, consente all’azienda di fornire un servizio a 360 gradi sul mercato. Una proposta talmente ampia che difficilmente potrà paragonarsi ad altre strutture competitor presenti sul nostro mercato di riferimento. La nostra conoscenza del prodotto ci permette di capire la necessità e il bisogno della committenza semplicemente parlando con loro al telefono, basandoci sulla semplice descrizione o sulla foto di un ricambio». Quindi sono pochi gli attori con cui sentite di competere? «I nostri principali competitor, al momento sono rappresentati da quelle strutture commerciali che offrono un ventaglio di servizi ampio. La differenza fondamentale con queste realtà è data dalla selezione che viene operata internamente sulla qualità del prodotto proposto.

Cesare Buttari con la moglie Roberta Maccioni, amministratore delegato della H.P.S. Srl di Livorno www.h-p-s.it


Cesare Buttari

Leader tra i distributori

H.P.S. da sempre sceglie i propri fornitori sulla base della qualità della produzione, scartando il prodotto di bassa qualità. Non è questa la fascia di mercato cui ci rivolgiamo. Proponiamo da sempre prodotti di media-alta qualità e, data la trentennale esperienza maturata, possiamo sicuramente affermare che questa scelta nel lungo periodo si è rivelata vincente, sia come affidabilità del prodotto stesso, sia come soddisfazione da parte dei nostri acquirenti». Quanta attenzione viene riposta alla ricerca e allo sviluppo? «Rappresentano una priorità. La ricerca di nuovi prodotti e soluzioni viene incessantemente sviluppata dal responsabile di settore e sostenuta dalla proprietà. Investiamo molto anche nella formazione del personale interno grazie a meeting specifici. Inoltre interscambiando lo staff tra le due filiali permettiamo alla nostra squadra di ottenere una conoscenza più ampia su tutti i diversi settori aziendali».

Nata nel 1991, la H.P.S. Srl è tra i principali distributori di ricambi per motori industriali e marini sia per uso civile che militare, motorini di avviamento elettrici, alternatori e parti di ricambio, raffreddamento per motori marini sia diesel che a benzina, filtrazione per applicazioni “Heavy Duty”, sistemi ci controllo modulari di sicurezza, allarmi di retromarcia, telecamere, monitor e strobo. H.P.S. è inoltre distributore in Italia sia per ricambi O.E.M. che per ricambi Aftermarket, costruiti con specifiche O.E.M. per marchi come FederalMogul/F P Diesel, Delco Remy, Bosch, Prestolite, Denso, Hitachi, Nikko, Mitsubishi, Sherwood, Jabsco, Ecco e Johnson.

Quali obiettivi si pone per il 2011? «Intanto consolidare i risultati ottenuti negli ultimi mesi nel settore nautico. In secondo luogo, intendo offrire nuove opportunità nel settore industriale e movimento terra, anche grazie alla presenza della società all’evento “Samoter”, la triennale di Verona specializzata proprio in questo segmento, durante la quale verranno presentate molte novità, specie in tema di sicurezza nei cantieri e sui mezzi di lavoro. Inoltre, intendiamo aprirci al mondo intero attraverso internet, con la progettazione e la realizzazione di un sito web capace di offrire i più svariati servizi. Lavoreremo anche sulle tempistiche di consegna. L’obiettivo è quello di non fare aspettare il cliente oltre le 48 ore». TOSCANA 2011 • DOSSIER • 139


IMPRENDITORI DELL’ANNO

Un mestiere lungo i secoli Un mulino che appartiene alla storia del territorio. E che oggi, con moderne tecnologie, produce oltre 25 tipi di farina. Il Molino Parri si evolve costantemente, ma senza trascurare la tradizione del molino a pietra. L’esperienza di Marcellino Parri Lucrezia Gennari

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al 1973 a oggi il suo giro di affari è passato da 80 milioni di lire a 10 milioni di euro. E la produzione è quadruplicata, dai 200 quintali dell’epoca è arrivata ai 1200 quintali attuali. «Si poteva fare di più – sottolinea Marcellino Parri, amministratore dell’azienda Molino Parri di Rigomagno – ma in un settore storicamente povero come quello dell’attività molitoria, è troppo rischioso esagerare. Così abbiamo voluto mantenere cifre “prudenti” che assicurassero all’azienda di tenere il mercato». Il Molino Parri è una realtà storica del senese. L’antico molino delle folci “Molino Parri Srl” si occupava già dal 1700 della produzione di sfarinati di grano, così come risulta dagli scritti risalenti all’epoca. In un testo scritto il 27 marzo 1827, ancora in possesso dell’azienda, si legge: “Dai signori Giovanni e Giuseppe, zio e nipote Parri, furono riconosciuti indirsi il mulino reso macinante dalle acque che scorrono lungo il fiume Foenna, e per mezzo di un gorello di lun-

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ghezza circa un mezzo di miglio si riuniscono in una gora a grotta estesa, sostenuta da mezzogiorno a levante dai grottoni, e muro sul quale vi è lo sportello di trabocco, e rendono macinanti numero tre palmenti e la gualchiera, e diviando dal gorello di rifiuto e si scarica nuovamente sul citato fiume”. Il mulino è stato tramandato di generazione in generazione attraverso la stessa famiglia, che da sempre produce farina di alta qualità. Sono passati molti anni, addirittura secoli e le lavorazioni rispetto a un tempo sono decisamente cambiate. Quanto conta oggi la tecnologia nell’attività del Molino Parri? «Nel 1946 è stato costruito il molino a cilindri dell’azienda, ad alta macinazione che è andato a sostituire il vecchio molino a palmenti. Tuttora la struttura è protagonista di continue trasformazioni, mirate sia all’ammodernamento periodico dei macchinari, sia all’aumento della capacità produttiva, esigenze richieste dal continuo espandersi del mercato,


Marcellino Parri A destra Marcellino Parri, amministratore dell’azienda Molino Parri di Rigomagno. Sotto, alcune fasi di produzione della farina molinoparri@inwind.it

dove i suoi prodotti sono sempre più richiesti. Oggi la tecnologia riveste un ruolo importantissimo. Tutto il processo produttivo, compreso lo stoccaggio delle materie prime e dei prodotti finiti, è completamente elettronico e computerizzato, ed è controllabile da un’unica sala comandi. Abbiamo inoltre un laboratorio di analisi, corredato dai più sofisticati strumenti disponibili oggi sul mercato che consente un attento esame qualitativo sia dei frumenti che delle farine ottenute. In questo modo garantiamo sempre l’alta qualità dei nostri prodotti». Su quali tratti l’azienda ha puntato, soprattutto negli ultimi tempi di crisi dei mercati? «La forza dell’azienda è sempre stata il rispetto per la tradizione, la tutela della bontà del pane, del gusto e della salute dei consumatori confermati dal rilascio, alla propria clientela, di un certificato di garanzia del prodotto». Come si articola la vostra produzione e quali sono le caratteristiche dei prodotti? «Produciamo una farina di puro frumento tenero, senza aggiunta di alcun tipo di additivo, miscelando i migliori grani presenti sul mercato per ottenere farine che presentano requisiti di stabilità e qualità nel tempo. La gamma produttiva comprende le venticinque tipologie di farina che mirano a soddisfare le più svariate esigenze dei panifici, pizzerie, pasticcerie e produttori di pasta fresca con caratteristiche reologiche adatte a qualsiasi prodotto finito. Inoltre, all’insegna del rinnovo della tradizione, e vista anche la pressante richiesta da parte della clientela, abbiamo deciso di ripristinare il vecchio molino a macine di pietra da cui oggi otteniamo una farina tipo “2” e una farina tipo “integrale”, che si caratterizza per l’elevato contenuto di vitamine, enzimi e fosfolipidi che svolgono importanti funzioni nutrizionali. La nostra farina viene trasportata in numerose province italiane grazie a un parco macchine costituito da cinque automezzi cisterna, per trasporto farina sfusa, e otto automezzi con cassoni, per trasporto sacchi, che assicurano un servizio di consegna

alla clientela affidabile e preciso». Quali sono i principali obiettivi aziendali? «Nel 1946 il passaggio dalla bassa macinazione, con il molino a palmenti, all’alta macinazione con il molino a cilindri, ha segnato l’inizio di un graduale sviluppo della capacità produttiva e del miglioramento qualitativo rimanendo per scelta nell’ambito del prodotto naturale senza aggiunta di additivi. Uno dei prossimi obiettivi dell’azienda è la produzione di farina da agricoltura integrata e biologica, da destinare soprattutto all’esportazione». TOSCANA 2011 • DOSSIER • 141


IMPRENDITORI DELL’ANNO

Ricerca e sviluppo nella cosmesi per capelli La cura dei capelli passa attraverso ritrovati innovativi. Dietro ai quali ci sono anni di studi e ricerche. Ne derivano prodotti esportati in tutto il mondo. Il quadro di Marco Bucaioni della Tricobiotos Carlo Gherardini

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Marco Bucaioni

S

tudiare e realizzare prodotti innovativi, mirati alla cura e alla salute del capello. E nel contempo offrire un servizio completo, di alta qualità. Sono gli aspetti su cui ha puntato l’azienda Tricobiotos di Vaiano per affermarsi sul mercato e non perdere terreno nei momenti di crisi. Nata nel 1982, Tricobiotos ha saputo affermarsi come una delle realtà più importanti nel panorama italiano e internazionale nell’ambito della cura dei capelli. Grazie a una struttura all’avanguardia in ogni settore, l’azienda è in grado di progettare e sviluppare prodotti di qualità, in base alle esigenze del proprio committente, con un servizio che va dalla selezione delle materie prime fino alla distribuzione nei punti vendita. «La consulenza è la chiave del successo di Tricobiotos – afferma Marco Bucaioni, amministratore unico dell’azienda -. Qualunque sia l’esigenza di chi si rivolge a noi, un team estremamente qualificato di professionisti è pronto ad accoglierla e a trasformarla nel miglior prodotto possibile». Tricobiotos analizza approfonditamente la realtà del cliente e le relative problematiche. Allo stesso modo viene studiato il target, il mercato e le tendenze della clientela cui il prodotto sarà destinato, in modo da progettare il prodotto insieme al cliente, definendolo in ogni particolare. Tricobiotos è nata circa trent’anni fa. Quali sono stati gli sviluppi dell’azienda nel corso degli anni e qual è l’attuale assetto aziendale? «L’azienda ha vissuto negli anni alcuni passaggi importanti. Nata come contoterzista, ha successivamente sviluppato una propria linea di prodotti, come il marchio Selective Professional, oltre a importanti distribuzioni esclusive di marchi internazionali. Attualmente stiamo riprogettando l’organizzazione aziendale, e stiamo lavorando allo sviluppo e al riposizionamento nel mercato professionale, con l’obiettivo di crescere insieme ai nostri par-



I sistemi di controllo e la gestione dei lotti di lavorazione e delle risorse produttive garantiscono la massima sicurezza nell’ottenimento della qualità del prodotto



tner commerciali. Stiamo investendo molto anche sullo sviluppo delle risorse umane, aspetto per noi fondamentale, e nella crescita dei nostri talenti aziendali». Come ha reagito il vostro settore in generale e la vostra azienda in particolare alla situazione di crisi economica? «I dati di chiusura comunicati da Unipro fotografano un settore che ha vissuto nel 2010 una fase di stasi anche se le prospettive per il nuovo anno sembrano positive. Tricobiotos, da parte sua, ha avuto un 2010 di crescita a due cifre». Quanto conta l’export nella vostra strategia aziendale e su quali paesi si rivolge principalmente il vostro interesse? «L’export ha un peso fondamentale nel nostro business. Distribuiamo il marchio Selective Professional in oltre 40 paesi in tutto il mondo. Spagna, Russia e Germania sono sicuramente tra i mercati di maggior rilevanza, ma il nostro interesse è ovviamente anche quello di sviluppare partnership in territori per noi nuovi, come gli Stati Uniti e le nazioni orientali emergenti. Va co- 

Marco Bucaioni, titolare della Tricobiotos di Vaiano (PO). In apertura una fase della produzione www.tricobiotos.it


IMPRENDITORI DELL’ANNO

Alcuni prodotti e, nella pagina accanto, analisi in laboratorio

 munque sottolineato che anche in Italia

stiamo notando una sensibile crescita». Su quali prodotti puntate in particolare, e quali risultati permettono di ottenere? «Puntiamo soprattutto sui servizi tecnici come il colore, e la cura, perché sono alla base dell’offerta dei saloni, e sono quelli sui quali investire per lo sviluppo del business in salone». Quanto conta nel vostro settore lo sviluppo tecnologico? «Moltissimo. Il settore professionale acconciatori, è un ambito che può dare molti spunti per la ricerca, per realizzare prodotti tecnici all’avanguardia dedicati al benessere delle clienti. La nostra azienda è alla continua ricerca di innovazioni e soluzioni mirate a realizzare prodotti di qualità».

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Quali le caratteristiche della vostra produzione? «Un impianto tecnologicamente all’avanguardia conferisce a Tricobiotos una capacità produttiva annua di oltre 5mila tonnellate di prodotti. I sistemi di controllo della fase lavorativa, uniti all’accurata gestione dei lotti di lavorazione e delle risorse produttive, garantiscono la massima sicurezza nell’ottenimento della qualità prevista di ogni prodotto. Un moderno e flessibile impianto di confezionamento, dalla capacità di oltre 20 milioni di pezzi annui, risulta inoltre perfettamente attrezzato per il dosaggio e il riempimento dei prodotti in imballi primari e secondari di qualsiasi genere». Nel vostro ambito ricerca e sviluppo sono requisiti fondamentali. «Uno staff altamente qualificato sviluppa


Marco Bucaioni



La linea “feel the difference” include una gamma di prodotti “eco-oriented” che offre al parrucchiere tecnologia e qualità nel massimo rispetto dell’ambiente



continuamente nuove idee e soluzioni nella formulazione di prodotti dall’alto valore tecnico – qualitativo. Lo studio delle innovazioni proposte dall’industria chimica internazionale e l’accurata analisi delle esigenze del mercato cosmetico assicurano la riuscita di prodotti che soddisfano le esigenze della clientela sia dal punto di vista tecnico che dal punto di vista commerciale. Inoltre, il reparto controllo qualità dei laboratori Tricobiotos sottopone ogni prodotto e ogni materia prima ad approfondite analisi chimico-fisiche che sono garanzia di perfetta efficacia, stabilità e conformità ai parametri prestabiliti». Quali le ultime novità di Tricobiotos in questo senso? «Il progetto “feel the difference”, che ha sicuramente rappresentato per l’azienda un primo e importante passo verso un nuovo concetto di bellezza, basato su prodotti tecnologici in equilibrio con la natura. La linea “feel the difference” include una gamma molto varia di prodotti “eco-oriented” il cui obiettivo è offrire al parrucchiere tecnologia e qualità eccellenti, nel massimo rispetto della natura e dell’ambiente». Tricobiotos collabora con i più importanti e prestigiosi fornitori del settore. «Sì, sia per quanto riguarda le materie prime chimiche, sia per il packaging dei suoi prodotti. Questo approfondito rapporto di collaborazione e fiducia reciproca permette al-

l’azienda di disporre di materie prime di assoluta e comprovata qualità, e di avere accesso in anteprima a ogni novità proposta dal mercato e dalla comunità scientifica internazionale. Grazie a questo legame con le aziende più importanti del settore, Tricobiotos può offrire una garanzia di massima qualità dei propri prodotti». Può fare un bilancio del 2010 e delineare le prospettive per il 2011? «Positivo per il 2010, e ricco di opportunità per il 2011, si sa che, dietro ad ogni problema, c’è un opportunità, se la nostra filosofia è quella di pensare, agire, e risolvere, con la passione che contraddistingue noi toscani». TOSCANA 2011 • DOSSIER • 145


TRATTAMENTI IDRICI

“I maestri delle acque” Esperti nella realizzazione di impianti per il trattamento idrico, i tecnici della Tecnocom continuano a investire in innovazione e ricerca, aprendosi verso nuovi settori. A parlarne è Sandro Niccolai Aldo Mosca

L’

Italia è ancora un paese culturalmente “arretrato”, rispetto a buona parte d’Europa, per ciò che concerne il tema del risparmio e del riutilizzo idrico. Mancano, sostanzialmente, quegli incentivi e quelle prerogative strutturali che dovrebbero spingere i privati cittadini, ma ancora prima le imprese, a investire in impianti per il trattamento delle acque. Ciò non toglie che sul nostro territorio vi siano alcune realtà eccellenti proprio nella produzione di tali strutture. A confermare il quadro è proprio uno degli imprenditori di riferimento del settore, Sandro Niccolai, presidente del Consiglio di amministrazione della Tecnocom di Prato. Un’azienda da oltre vent’anni leader nella realizzazione e nell’assistenza relativamente a impianti altamente tecnologici per il trattamento idrico. «La disponibilità di risorse idriche non aiuta, soprattutto con i costi attuali – spiega Niccolai -. Senza agevolazioni o finanziamenti difficilmente l’imprenditore sarà motivato a investire». Negli anni Tecnocom ha sviluppato un ampio catalogo di produzione con impianti per acque di processo e reflue. Non solo. La società di Prato collabora costantemente con i maggiori istituti di ricerca nazionali e internazionali, studiando nuovi progetti per impianti altamente innovativi. Su cosa si concentreranno, soprattutto, i vostri prossimi progetti di ricerca? «Negli ultimi anni abbiamo dedicato buona parte del nostro tempo allo studio di impianti per il trattamento dell’acqua nel settore farmaceutico. Settore in cui le normative di riferimento sono già di per sé piuttosto complesse. Per questo abbiamo investito molto nella formazione del per148 • DOSSIER • TOSCANA 2011

sonale addetto alla produzione per l’ottenimento delle abilitazioni professionali, necessarie per l’esecuzione di processi speciali di saldatura a TIG, ottenendo risultati più che soddisfacenti. Contiamo quindi di presentare nel corso del 2011 il nostro impianto di osmosi inversa per acqua a uso medicale e farmaceutico, che avrà interessanti caratteristiche tecniche unite a costi veramente contenuti. Inoltre abbiamo proposto un’interessante variante di impianto, sempre a osmosi inversa, compatto, per uso industriale, che unisce la compattezza di un piccolo impianto mantenendo le prestazioni di impianti di dimensioni più grandi». Dunque il passaggio al nuovo anno avviene sulla base di buone prospettive? «Il 2010 si è concluso senz’altro in maniera positiva, abbiamo realizzato interessanti impianti per trattamento acque di lavanderia sia primarie che di scarico e impianti di trattamento per acqua piovana per riciclo nel processo produttivo di cosmesi e profumeria. Certo, analizzando il qua-

Sandro Niccolai, presidente del Cda di Tecnocom www.tecnocomprato.com


Sandro Niccolai

dro economico generale, anche se si sente sempre più diffusamente parlare di ripresa, la nostra impressione è che il 2011 sarà ancora più critico degli anni precedenti. Il nostro obiettivo sarà quello di mantenere la quota di mercato raggiunta investendo nel contempo sul miglioramento del prodotto e sul servizio alla committenza». Soprattutto quali tipologie di trattamenti richiede il vostro mercato di riferimento? «Le richieste principali sono mirate al trattamento primario dell’acqua grezza per uso tecnologico, filtrazione, ultrafiltrazione e osmosi inversa. In generale siamo comunque in grado, partendo da un problema inerente l’acqua, di progettare e realizzare la soluzione più idonea, su misura. La nostra organizzazione può vantare tecnici con esperienza ventennale nel settore e la giusta dinamicità per proporre soluzioni “ad Hoc” a seconda della problematica da affrontare. Siamo inoltre in grado di fornire un supporto sia durante la fase di installazione che nel postvendita».

Anche il settore alimentare negli anni si è spesso rivolto a Tecnocom. «Vero. Abbiamo affrontato negli anni trattamenti speciali per succhi di frutta, mosto di vino, solfati di zinco e altre soluzioni acquose con risultati garantiti dalla prove in laboratorio e sul campo con impianti pilota. Il nostro ufficio tecnico è ben lieto di affrontate nuove sfide. Offriamo anche una vasta gamma di prodotti standard per i trattamenti di addolcimento, sia civile che industriale, demineralizzazione, filtrazione a quarzite e filtrazione su carboni attivi». Ma vi occupate solo di acque primarie? «Affatto, la Tecnocom realizza anche impianti per acque di scarico con sistemi innovativi a basso consumo e ad alto recupero basati sul principio della flottazione, chimico – fisico, e della sedimentazione. Abbiamo creato impianti per il recupero delle acque industriali di scarico e per il loro riutilizzo nel processo produttivo, sia con sistemi a resine che con trattamenti speciali». TOSCANA 2011 • DOSSIER • 149


TRA DEBITORI E CREDITORI

Si punta alla mediazione per il recupero dei crediti L’internazionalizzazione ha reso più complesse le logiche alla base delle azioni per il recupero degli insoluti. A parlarne è Luigi Nicosia della Nivi Credit, il quale sottolinea il valore strategico della mediazione tra debitori e creditori Andrea Moscariello

N Luigi Nicosia, amministratore unico di Nivi Credit Srl nivirec@nivi.it

on si tratta semplicemente di recuperare crediti. Per le imprese di oggi, grandi o piccole che siano, superare la crisi significa anche mantenere un rapporto costruttivo e costante con i propri committenti, in Italia come all’estero. In un mercato segnato dalla crisi, non ci si può permettere di rovinare i rapporti commerciali tra debitori e creditori. Moltissime imprese, infatti, devono sopperire a gravi situazioni debitorie dettate non tanto da una cattiva gestione interna, quanto da una congiuntura negativa, spesso momentanea, rivelatasi inevitabile per moltissimi settori economici. «L’importante è monitorare con attenzione e costantemente lo

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stato dei debitori». Ad affermarlo è Luigi Nicosia, amministratore unico della Nivi Credit, società di recupero crediti nata a Firenze e oggi presente in tutto il mondo. A distinguerla, rispetto a molte altre società del ramo, è la sua offerta di servizi altamente tecnologizzati rivolti in particolare alle aziende esportatrici. Servizi che, grazie ai software, permettono di verificare in ogni istante, da un qualunque angolo del globo, l’andamento e la solvibilità delle imprese clienti. Il concetto di distanza, attualmente, diviene quanto mai strategico. Fenomeni come l’internazionalizzazione e la delocalizzazione produttiva hanno certamente incrementato i rapporti commerciali tra aziende italiane e straniere. Dunque l’internazionalizzazione ha incrementato la richiesta di assistenza relativamente al recupero del credito oltre confine? «Sicuramente l’apertura verso nuovi mercati, sia per la delocalizzazione produttiva sia per l’esportazione dei prodotti made in Italy, ha aperto per la nostra società nuovi orizzonti con un trend sempre in crescita di attività di recupero crediti all’estero. La globalizzazione ha reso necessaria la collaborazione a livello mondiale di un gruppo di aziende che hanno formato la TCM - Global Debt Collection - dei quali siamo, oltre che membri, referenti esclusivi per l’Italia. L’appartenenza a questo gruppo ci fornisce la possibilità di operare in oltre 150 paesi con aziende serie e qualificate». Su quali paesi si evidenziano le criticità maggiori?


Luigi Nicosia

«Le problematiche del mercato estero sono più consistenti nell’area europea. Questo perché al di fuori dei confini dell’Unione è pressoché generalizzato l’utilizzo, nel settore del commercio, di forme di pagamento garantite da lettere di credito o CAD - Cash Against Documents. I mercati europei che oggi presentano le falle maggiori sono la Spagna, la Grecia, l’Irlanda e il Portogallo, oltre naturalmente ai paesi dell’Est, tutte aree in cui riusciamo comunque a ottenere ottimi risultati grazie alla collaborazione con le consociate del gruppo TCM». Quanto ha inciso la crisi economica sulla mole di credito insoluto? «Ha inciso in maniera importante. Devo dire che, purtroppo, siamo entrati in un circolo vizioso in cui le aziende incontrano sempre maggiori difficoltà finanziarie, dovute ai ritardi o addirittura ai mancati pagamenti dei propri clienti. Da questa condizione di disequilibrio finanziario hanno origine ulteriori ritardi di pagamento che generano, a loro volta, una catena infinita di insoluti. In generale possiamo affermare che la crisi finanziaria globale degli ultimi tre anni ha determinato un incremento medio di circa il

50% delle percentuali fisiologiche di crediti da recuperare». Eppure, oltre ai problemi causati dalla congiuntura, ci saranno degli aspetti, magari sottovalutati dalle imprese, su cui si può intervenire per ridurre questo gap. «Molto spesso valutare la solvibilità di un cliente, piuttosto che l’ammontare del fido massimo o le dilazioni a esso concedibili, costituiscono un argomento particolarmente ostico per le imprese italiane. Pochi imprenditori riescono infatti a considerare le dilazioni concesse ai propri clienti come dei veri e propri affidamenti, ignorando l’impatto che un eventuale ritardo o insoluto può avere sull’equilibrio finanziario dell’azienda». A tal proposito quali strategie di risposta proponete? «Offriamo svariati servizi, dalle informazioni commerciali preventive alla linea di affidamento, dal monitoraggio dei clienti alla totale gestione del credito fino al recupero in via stragiudiziale e, in extremis, in via giudiziale. Alcuni di questi servizi vengono forniti on-line con accesso dedicato e personalizzato. Con il monitoraggio  TOSCANA 2011 • DOSSIER • 153


TRA DEBITORI E CREDITORI

 sono previsti aggiornamenti costanti e segnala-

zioni immediate tramite posta elettronica a ogni variazione negativa». A proposito di soluzioni stragiudiziali, sono sempre le più convenienti? «Il recupero crediti stragiudiziale è mediamente meno oneroso per il debitore, il quale non è gravato dai costi dell’azione legale. Calcoliamo che solo per registrare un decreto ingiuntivo occorrono centinaia di euro. Inoltre, questo sistema è più immediato ed economico per il creditore, che paga la società di recuperi solo in caso di incasso. È chiaro che, una volta percorse le strade stragiudiziali e amichevoli, dopo una valutazione sulla solvibilità del debitore e un’attenta analisi del credito, è possibile intervenire anche giudiziariamente. Anche per questo la nostra società mette a disposizione personale qualificato in grado di consigliare la soluzione ottimale, nonché i propri legali». Quali sono, invece, le metodologie scelte in prevalenza dalle aziende straniere che devono recuperare un credito su un’azienda italiana? «All’estero, come in Italia, per il recupero dei crediti ci si avvale di strutture specializzate. Gli imprenditori cercano di affidarsi ad aziende del settore che hanno sede nel paese di residenza del debitore e che, di conseguenza, conoscono sia la legislazione che gli Partendo da un software, Nivi Credit permette a centinaia “usi e costumi” locali. Contradi aziende di monitorare costantemente lo stato di solvibilità riamente al nostro paese, ad dei suoi clienti in tutto il mondo esempio, in molte nazioni euIl monitoraggio clienti è un servizio che può ivi Credit Srl opera sul mercato italiano e ropee non è prevista la figura internazionale sin dal 1960 ed è stata tra le essere seguito tramite un sito realizzato dadell’esattore domiciliare, cosa prime società a possedere la certificazione Iso gli informatici di Nivi con un software di cui che invece la nostra società 9001 per la progettazione e l’erogazione di ser- la società fiorentina è proprietaria, al quale il mette a disposizione su tutto il vizi di recupero crediti, sia per la pubblica am- committente accede con una password. Dal territorio italiano». sito è possibile visualizzare la situazione ministrazione, dove è conosciuta con una Lei ha già dichiarato l’imeconomica dei clienti ovunque questi abpropria divisione denominata Emo - Europortanza di rinnovare, in Itapean Municipality Outsorcing -, sia per il set- biano sede. lia, alcune formule contratIl monitoraggio della puntualità dei pagamenti tore commerciale, con particolare riguardo all’ambito dei crediti internazionali. A garan- e delle transazioni commerciali avviene grazie tuali. Soprattutto quali tire un costante controllo dello stato di solvi- al servizio di fatturazione e bollettazione, che difetti, sempre nell’ambito permette di intervenire rapidamente sui ritardi bilità delle imprese è un meccanismo innodel recupero crediti, riscontra vativo che Nivi Credit ha potuto perfezionare prima che la situazione si comprometta. «La sul tessuto produttivo con cui marginalità di successo nel recupero di un creinvestendo in informatica e tecnologia. opera?

È INFORMATICA LA SVOLTA NEI RAPPORTI COMMERCIALI N

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Luigi Nicosia

 

Con il monitoraggio sono previsti aggiornamenti costanti e segnalazioni immediate tramite posta elettronica a ogni variazione negativa

«Intanto diverse aziende ancora oggi non hanno alla base dei loro rapporti un contratto, ma si basano su un semplice scambio di corrispondenza, magari solo per e-mail, che spesso non è sufficiente a regolamentare eventuali controversie o a identificare le parti. Vengono spesso utilizzati contratti di vendita che non prevedono la regolarizzazione di molti aspetti fondamentali come la legislazione alla quale attenersi, il foro competente e la modalità di risoluzione delle controversie. Vi sono mancanze anche sulla conformità dei termini di pagamento con i termini di resa. Non di rado, la “rivisitazione” del contratto in uso presso un nostro cliente

tende a eliminare tali problemi colmando anche le lacune delle clausole carenti, che riguardano eventuali garanzie di idoneità, ritardi consentiti e riferimenti incoterms. Nivi Credit offre anche un servizio legale di assistenza contrattuale per i rapporti commerciali con l’estero». In conclusione, su cosa occorre far leva, soprattutto, per garantire il mantenimento ottimale dei rapporti tra creditori e debitori? «Sulla “capacita di mediazione”. Nel variegato universo di aziende di recupero crediti, siamo riusciti a distinguerci per la particolare correttezza e trasparenza che da sempre contraddistinguono le nostre procedure, nonché per la capacità di farci portatori di interessi condivisi e di mediare tra opposte posizioni di creditori e debitori. Queste “capacità di mediazione” frutto di oltre 50 anni di esperienza, sia nel recupero crediti nazionale che in quello internazionale, hanno come risultato fondamentale il mantenimento e il miglioramento dei rapporti commerciali fra le aziende».

dito si gioca spesso in tempi molto ristretti. La chiave di volta è l’intervento immediato verso il cliente ritardatario» spiega l’amministratore unico di Nivi Credit, Luigi Nicosia. Per quanto riguarda il recupero dei crediti al di fuori del territorio nazionale, Nivi può contare su una significativa serie di corrispondenti, i quali fanno leva su tutte le possibilità di recupero a seconda delle leggi vigenti nei vari paesi del mondo. L’azienda fiorentina fa inoltre parte della più importante associazione americana di Collectors, Aca, di cui si avvale per il recupero crediti in territorio statunitense. L’attivazione del servizio per gli altri paesi stranieri avviene tramite Tcm Group, di cui Nivi Credit è referente esclusivo per l’Italia. L’organizzazione dispone in ogni paese di una consolidata rete di società di recupero crediti e di studi le-

gali presenti capillarmente nel territorio di riferimento. Per completare la gamma dei servizi utili alle imprese che vogliono affacciarsi nei mercati esteri, Nivi Credit offre un “servizio di assistenza missioni commerciali all’estero” mettendo a disposizione il proprio personale qualificato, in grado di assistere il cliente nello svolgimento delle procedure commerciali e legali per attivare nuovi rapporti di import-export. Anche in questo caso un ruolo molto importante è svolto dai corrispondenti esteri, i quali, preventivamente allertati, approfondiscono con analisi di mercato specifiche gli studi di settore merceologico di interesse, evidenziando soprattutto le possibilità di rischio o le criticità latenti, appoggiando il personale Nivi nella consulenza da fornire all’impresa cliente.

TOSCANA 2011 • DOSSIER • 155


SICUREZZA SUL LAVORO

Cosa manca per ridurre gli infortuni sul lavoro L’insufficiente prevenzione da parte degli enti pubblici di controllo e la scarsa formazione dei lavoratori mettono in crisi l’intero sistema di sicurezza sul lavoro. Giancarlo Niccolai cerca di rispondere a tali problematiche con l’organizzazione di Sicurgest Luca Righi

I

Giancarlo Niccolai, fondatore e titolare della Sicurgest di Borgo San Lorenzo (FI) www.sicurgest.it

l rapporto dell’Inail del 2010 relativo agli infortuni sul lavoro registrati nel 2009 sottolinea un certo calo nel numero degli incidenti. In particolare, si rileva una flessione del 10,2% del numero di infortuni e del 7,5% dei decessi. Anche se i dati sembrano confortanti, le disparità tra i settori e comparti produttivi più organizzati in medie e grandi imprese come quelli del settore manifatturiero e i settori dei servizi, come agricoltura o trasporti sono palesi. Infatti, i tre settori nei quali si verifica il maggior numero di incidenti sul lavoro sono l’agricoltura, l’edilizia e i trasporti. Secondo Giancarlo Niccolai, fondatore e titolare della Sicurgest, società di Borgo San Lorenzo che opera in tutto il territorio della provincia di Firenze nel settore della consulenza in materia di sicurezza

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aziendale e alimentare, «in Italia purtroppo manca ancora una vera cultura della formazione in materia di sicurezza sul lavoro. Talvolta le aziende sembrano non comprendere fino in fondo l’importanza di formare adeguatamente i propri dipendenti; prova ne sia anche la mancata adesione ai fondi professionali che a costo zero erogano formazione alle imprese». Quali altre criticità coinvolgono l’ambito della sicurezza sul lavoro? «Una problematica che affligge il settore è la politica della sicurezza sul lavoro impostata dal SSN, politica esclusivamente repressiva che ignora quasi completamente la prevenzione. Fra l’altro tale repressione viene esercitata “a valle”, cioè a livello di singoli utenti, e pertanto non può che essere limitata, visto il gran numero di aziende e il basso numero degli operatori di vigilanza; la necessaria attività di prevenzione “ a monte”, cioè presso i fabbricanti e commercianti di attrezzature di lavoro, viene invece esercitata come un’attività meramente marginale». Come far fronte a tale problematica? «Occorrono interventi legislativi che impongano particolari obblighi a carico di chi intende iniziare una impresa nei settori più a rischio (agricoltura ed edilizia) nonché la pubblicazione di uno specifico regolamento sulla sicurezza del lavoro in agricoltura; basti pensare che nel D.Lgs 81/08 l’unica macchina agricola presa in considerazione ai fini della sicurezza è la trebbiatrice del grano trainata (da buoi o trattrici) oggi cimelio storico degli anni ‘50. Si ritiene inoltre che lo svolgi-


Giancarlo Niccolai

mento diretto delle funzioni di RSPP da parte del datore di lavoro o da un suo dipendente produca scarsi benefici sulla sicurezza sul lavoro, vista la evidente coincidenza del soggetto controllato con il controllore. In moltissime aziende Sicurgest ha assunto le funzioni di RSPP esterno con evidenti benefici tra cui la costante riduzione degli infortuni gravi e mortali». In concreto, come si espleta il lavoro di Sicurgest? «Attualmente Sicurgest offre consulenza ed assistenza alle imprese negli ambiti specifici della sicurezza nei luoghi di lavoro (D.Lgs 81/08) e della sicurezza alimentare (Reg.CE n.852/04). In ambito di sicurezza nei luoghi di lavoro ci occupiamo di: Verifica della rispondenza alle norme di igiene e sicurezza di ambienti di lavoro, impianti ed attrezzature, con formalizzazione di eventuali prescrizioni di adeguamento; Gestione del servizio di prevenzione e protezione aziendale con eventuale assunzione delle funzioni di RSPP esterno; Informazione e formazione del datore di lavoro, dirigenti, preposti e lavoratori; Valutazione di tutti i rischi fisici, chimici e biologici; Ispezioni e monitoraggi periodici degli ambienti di lavoro dei clienti. Gestiamo inoltre la formazione del personale delle aziende,

sia in sito che presso le nostre sedi accreditate dalla Regione Toscana. Sicurgest investe molto sulla formazione in materia di sicurezza e prevenzione del rischio». Che tipo di corsi organizzate? «Sicurgest oltre ad essere agenzia di formazione accreditata dalla Regione Toscana è convenzionata con l’ente paritetico bilaterale nazionale per la formazione (E.F.E.I.) ed è pertanto abilitata alla organizzazione e realizzazione di tutti i corsi di formazione sia nell’ambito della sicurezza sul lavoro che in quello della sicurezza alimentare. Nel 2011 sono stati messi in programma vari corsi di formazione rivolti a addetti antincendio, addetti al pronto soccorso, carrellisti, preposti, datori di lavoro e lavoratori esposti a rischi specifici» Come si struttura l’azienda? «Il nostro è un team altamente specializzato di professionisti che hanno maturato una pluriennale esperienza in diversi settori, e che utilizza risorse e mezzi di alto livello tecnologico, in grado di rispondere a tutte le necessità di adeguamento alle normative vigenti. L’esperienza di Sicurgest, messa al servizio di oltre 500 aziende, ha comportato una riduzione degli infortuni pari al 10% circa nelle aziende clienti con più di 50 dipendenti». TOSCANA 2011 • DOSSIER • 157


FARE IMPRESA A LUCCA

Un riscatto per le donne di Lucca Parla Silvia Betti, volto dell’imprenditoria lucchese. E denuncia un deficit culturale che ostacola l’affermazione delle donne sul tessuto economico della “città dalle cento chiese” Andrea Moscariello

L

ucca, una realtà per molti versi differente rispetto alle altre provincie del territorio toscano. Città profondamente religiosa, dalla mentalità patriarcale, politicamente bianca in una regione storicamente rossa. Un quadro che, seppur smussandosi con lo sviluppo della società contemporanea, presenta tutt’oggi gli strascichi culturali del suo passato. Peculiarità che si riflettono, ancora, sul ruolo della donna all’interno del tessuto produttivo, economico, imprenditoriale e istituzionale. Un substrato che Silvia Betti, volto dell’imprenditoria femminile cittadina, non ha mai, giustamente, accettato. «Negli anni mi sono resa conto di come in questa città, essere donna e imprenditrice sia particolarmente difficile» spiega la Betti, socia di una delle aziende storiche lucchesi,

la Cires, fondata nel 1960 è nota per la produzione di poliuretano espanso, o più comunemente conosciuta come gommapiuma. La storia personale di Silvia Betti si interseca inevitabilmente con quella professionale. Suo padre, Silvio, non l’ha mai tenuta in disparte sulle decisioni da prendere in azienda. «Era un uomo dalla mentalità aperta, sempre rivolta al futuro – ricorda l’imprenditrice -. Una volta venuto a mancare, però, mi sono resa conto di come ci sia una reticenza nel considerare le donne al pari degli uomini all’interno di un contesto aziendale». Contesto che, comunque, ha sempre visto la Betti coinvolta nello sviluppo dell'azienda. Cires è una solida azienda di famiglia, carattere che mantiene tutt’oggi. Nel 1997, poi, la scelta di scendere in campo con


Silvia Betti



Volevo evidenziare gli ostacoli verso cui una donna va incontro scegliendo di fare impresa a Lucca. Ho tenuto anche dei convegni su questo tema. Ci sono troppi, troppi ostacoli per noi donne



Silvia Betti. Nella pagina a fianco, una veduta della città di Lucca

Forza Italia proprio all’interno della commissione provinciale per le pari opportunità, in qualità di coordinatrice e vicepresidente. Come mai scelse di affrontare questa avventura politica? «Perché sentivo il bisogno di offrire il mio contributo a tutte quelle donne che vivevano tali problematiche. Volevo evidenziare gli ostacoli verso cui una donna va incontro scegliendo di fare impresa a Lucca. Ho tenuto anche dei convegni su questo tema. Ci sono troppi, troppi ostacoli per noi donne». Quali risultati ottenne con la commissione? «Devo dire che quell’anno fu molto proficuo. Anche perché, al di là della tematica di genere, si diede peso all’importanza cruciale che riveste il diritto del lavoro ai fini della parità sociale. Lavoro significa indipendenza, autonomia. Tasselli fondamentali nel quadro dei nostri diritti civili. Nella società in cui viviamo soltanto chi è libero economicamente lo può essere anche nel pensiero». A quali donne, soprattutto, si è rivolta? «Ho insistito per dare una possibilità a tutte

quelle signore, che magari avevano superato già i quarant’anni, che dovevano trovare un nuovo posto di lavoro. Un tema centrale specie in un periodo di crisi come quello che stiamo vivendo e non solo per il genere femminile. Il lavoro, ribadisco, è un diritto fondamentale. Dobbiamo partire da questo presupposto». Cosa rischia, anche in termini economici, una società che invece opera su presupposti differenti, come quelli che lei condanna? «Il problema fondamentale della cultura d’impresa italiana, in particolare qui a Lucca, ma anche in molte realtà del Mezzogiorno, è che si dà quasi per scontato che a dover succedere alla guida dell’azienda di famiglia debba essere il figlio maschio. Le donne si ritrovano spesso a ricoprire ruoli di segretariato, o comunque marginali. E si capisce che con questa logica a guidare le imprese non siano sempre coloro i quali dimostrano capacità o senso degli affari». Per cui il problema parte dal passaggio generazionale? «È un momento strategico. Il figlio maschio non è detto che sia più bravo delle sorelle o delle cugine a portare avanti l’impresa. E questa logica ha portato a moltissime situazioni di stasi e arretratezze aziendali. Troppo spesso le donne si sentono dire che lavoro devono fare, come lo devono fare e per chi lo devono fare». La crisi potrebbe cambiare, culturalmente, le carte in tavola? «No, purtroppo ci fa arretrare ancora di più. Nei momenti di difficoltà si predilige sempre la tutela dell’uomo, del capofamiglia. Quando sale il tasso di disoccupazione, si cerca di riservare loro i po-  TOSCANA 2011 • DOSSIER • 159


FARE IMPRESA A LUCCA

Cires verso la ripresa La Cires Spa nasce nel 1960 a opera di Silvio ed Elio Betti, soci fondatori. L’azienda è specializzata nella produzione di poliuretano espanso. Mantenendo il suo assetto a gestione familiare, attualmente alla guida della Cires vi sono Daniele, Ansano e Rosanna Betti assieme ai cugini Silvia e Fabrizio Betti; quest'ultimo impegnato perlopiù nell'aspetto legale dell'azienda. A essere più presente come imprenditore vero e proprio è però Daniele Betti. Ognuno dei soci è azionista nell’azienda in egual misura. La ripresa, per la Cires, è significativamente importante, dovendo riprendersi non solo dalla crisi economica globale, ma anche da due incidenti che ne hanno minato la produzione e l’attività in generale. L’azienda è stata infatti ferma per ben 18 mesi a causa di un incendio. Fortunatamente l'azienda ha sempre avuto bilanci in attivo e grazie al suo stato patrimoniale, la società si sta lentamente riprendendo. La materia che viene prodotta è polivalente, nel senso che può uscire come prodotto finale il materasso “classico”, ma può essere anche considerato prodotto semilavorato destinato ad aziende che operano in altri settori, come auto, arredamento, sport e tanti altri.

 sti di lavoro. La storia ce lo insegna, pensiamo in grado di produrre poliuretano espanso. Per soltanto ai periodi bellici, quando le donne, sottopagate, lavoravano in fabbrica con turni assurdi per sostituire gli uomini andati al fronte. Una volta rientrati i soldati tutte le donne furono rispedite a casa. L’uomo ha, sul tessuto occupazionale, una sorta di “precedenza”». Parliamo della sua società, la Cires. Un’azienda leader nel suo settore, che però sta uscendo da un periodo molto difficile. «Come se non bastasse la crisi, il nostro stabilimento negli ultimi anni ha subito due gravi incendi che hanno ovviamente bloccato la produzione. Fortunatamente hanno riconosciuto il fatto che non ne eravamo responsabili, anche perché, ci tengo a dirlo, questa azienda ha sempre avuto tutti i conti in regola, prova della sua serietà e della qualità della sua gestione manageriale. Per cui siamo stati completamente risarciti e integrati». Quali conseguenze avete subito soprattutto? «È chiaro che è subentrata la concorrenza. Va detto, però, che sono poche le aziende italiane

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farlo occorrono macchinari e investimenti ingenti. Dunque, non agendo su un mercato inflazionato possiamo riconquistarci la nostra fetta di committenti. Abbiamo dovuto ristrutturare e riorganizzare il tutto. Ma già in questi ultimi mesi la Cires è testimone di una ripresa che, mi auguro, proseguirà anche nel corso del 2011». Anche queste esperienze hanno dimostrato la sua tempra come imprenditrice. Lei quale consiglio si sente di dare a quelle donne che vorrebbero intraprendere un percorso simile al suo? «Intanto essere imprenditore non è cosa per tutti. Occorrono qualità caratteriali che non si acquisiscono sui banchi di scuola. Per fare impresa servono determinazione, creatività, spirito di sopportazione. Non è facile mettere in gioco se stessi e i propri capitali. È vero, molte di queste caratteristiche paiono più maschili che femminili, ma è anche vero che gli uomini hanno avuto, nel corso della storia, molte più occasioni di dimostrarlo».


FONTI RINNOVABILI

La Toscana è capofila nella green economy Fondazione Impresa ha calcolato l’incidenza nelle regioni italiane della produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili e la Toscana si assesta al quarto posto con il 39,8% di incidenza sul totale. I dati sono frutto di una politica vincente locale e regionale in campo energetico Renata Gualtieri

a green economy, oltre a fonti di energia rinnovabili o architettura a basso impatto ambientale, è acquacoltura eco-compatibile, agricoltura biologica, biotecnologie sostenibili, difesa dei suoli e valorizzazione delle acque, aree protette e turismo sostenibile, gestione integrata dei rifiuti e insieme innovazione di processo e di prodotto. Secondo l’indice di green economy (Ige) stilato da Fondazione Impresa, le regioni più “green” d’Italia sono al momento il Trentino

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Alto Adige, la Toscana e la Basilicata e, a seguire, la Calabria, la Valle d’Aosta e il Veneto. La Toscana si distingue per le sue ottime performance nella produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili non idriche (primo posto, producendo oltre 1.500 Kwh per abitante contro una media italiana di circa 334 Kwh). Si posiziona al quinto posto per superficie destinata all’agricoltura biologica (11,8%/Sau) e presenta discrete prestazioni negli indicatori relativi alla raccolta differenziata e allo smaltimento

dei rifiuti in discarica. Per la produzione di energia elettrica, Valle d’Aosta e Trentino Alto Adige sono le sole regioni a produrre quasi totalmente energia elettrica da fonti rinnovabili, con il 100% e quasi il 93% di incidenza di rinnovabili/totale; la Toscana si attesta al quarto posto con il 39,8%. Fondazione Impresa ha calcolato questo rapporto distinguendo tra fonti idriche, eoliche, fotovoltaiche, geotermiche e biomasse. Le fonti idriche contribuiscono alla produzione di energia elettrica prevalen-


Xxxxxxx Xxxxxxxxxxx La regione virtuosa

0,7% EOLICA Valore in percentuale su totale energia elettrica rinnovabile in Toscana nel 2009 secondo Fondazione Impresa

82,7% GEOTERMICA

temente nelle aree settentrionali: Valle d’Aosta, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Piemonte, Lombardia e Veneto superano la media italiana di produzione di energia elettrica da fonti idriche di 813,7 Kwh procapite. La Toscana registra un 11,2% nello sfruttamento delle fonti idriche su totale di energia elettrica rinnovabile. A sfruttare le fonti eoliche sono le regioni meridionali e centrali, con uno 0,7% per la Toscana. Fotovoltaico (0,6% per la Toscana) e geotermico sono fonti rinnovabili di energia ancora poco diffuse tra le regioni italiane. A produrre energia elettrica da geotermico è, infatti, la sola Toscana, che presenta un’incidenza superiore agli 82 punti percentuali. Una provincia modello in campo ambientale in Toscana

è Siena. Durante la settimana dell’energia che si è svolta dal 17 al 22 gennaio c’è stata la presenza di Anna Rita Bramerini, assessore regionale all’ambiente ed energia, a prova dell’interesse che la Regione Toscana ha nei confronti delle politiche promosse dalla Provincia di Siena in campo ambientale. «Quando un’amministrazione pubblica sente il bisogno di fare lo stato dell’arte sulle proprie politiche in campo ambientale ed energetico, settore quest’ultimo che chiama in causa sempre più l’economia dei territori, questo dimostra attenzione e sensibilità su due importanti aspetti: l’analisi oggettiva delle proprie performance, per capire dove si sta andando e se è necessario aggiustare il tiro, e la valutazione dell’approccio dei cittadini verso le politiche messe in campo.

Cosa non così usuale, ma segno di grandissimo civismo da parte di un’amministrazione pubblica. Rispetto agli obiettivi che si è dato – aggiunge l’assessore Bramerini – questo territorio continua a rappresentare, non da ora, una funzione anticipatoria rispetto alle sensibilità più diffuse». Nel campo dell’energia, dunque, Siena dimostra un attivismo che rappresenta una prova di grande virtuosismo. «Ecco allora – conclude – che sapere come vanno le cose in provincia di Siena assume un significato per tutta la Toscana, non solo perché rappresenta una delle realtà più significative, ma anche perché mette in pratica, e non da ora, le politiche e gli obiettivi che la Regione si è data in campo ambientale per centrare le nuove sfide poste dell’Unione europea».

Valore in percentuale su totale energia elettrica rinnovabile in Toscana nel 2009 secondo Fondazione Impresa

0,6% FOTOVOLTAICA Valore in percentuale su totale energia elettrica rinnovabile in Toscana nel 2009 secondo Fondazione Impresa

TOSCANA 2011 • DOSSIER • 179


FONTI RINNOVABILI

Politica energetica, verso gli obiettivi europei Gli obiettivi che la Regione Toscana si è data in campo ambientale per centrare le nuove sfide poste dell’Unione europea emergono dall’attenta analisi di Anna Rita Bramerini, assessore regionale all’Ambiente Renata Gualtieri

a politica energetica regionale è da un lato sintetizzata, dall’altro sviluppata, dal piano di indirizzo energetico regionale che cerca di individuare le tappe per consentire alla Toscana di centrare le “tre venti” al 2020 come chiede l’Europa. E vuole creare le condizioni perché l’energia rinnovabile si faccia motore dello sviluppo economico «sempre nel rispetto – precisa Anna Rita Bramerini, as-

L Anna Rita Bramerini, assessore regionale Ambiente ed energia

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sessore all’Ambiente ed energia della Regione Toscana – dei caratteri tipici dei nostri territori, della salvaguardia ambientale dei nostri paesaggi, delle nostre bellezze storiche e artistiche». Qual è la percentuale di energia elettrica nella regione ricavata da fonti rinnovabili rispetto a quella ricavata da fonti tradizionali? «In base alla produzione 2009, in Toscana il 47% dell’energia elettrica è prodotta dal termoe-

lettrico, il 28% dalle rinnovabili e il 25% è importato». Quanto occorre continuare a investire nella ricerca e nello sviluppo delle fonti rinnovabili? «Ancora molto. La ricerca è il motore non solo delle rinnovabili, ma di un qualsiasi modello di sviluppo. Nel settore delle rinnovabili, tuttavia, la ricerca è ancora più importante perché è fondamentale per superare le inefficienze proprie di impianti non ancora in grado di competere a pieno titolo con la produzione tradizionale di energia». Quali tipologie presentano ancora i maggiori margini di crescita sul territorio toscano? «Sono due: l’ecoedilizia e le agrienergie. Nel primo caso è necessario creare una nuova industria dell’edilizia civile basata su materiali tecnologicamente avanzati e sulla certificazione energetica degli edifici, allargando il campo dalle nuove realizzazioni alle ristrutturazioni. Le nostre abitazioni consumeranno meno energia, noi spen-


Xxxxxxx Anna RitaXxxxxxxxxxx Bramerini

deremo meno e si creeranno nuovi posti di lavoro. Nel secondo caso è possibile sviluppare filiere agricole in grado di consentire la produzione di energia elettrica e termica da fonti rinnovabili e creare occasioni di reddito connesse all’agricoltura». Quali benefici possono ancora arrivare dalla realizzazione di impianti di produzione di energia pulita?

«Vi sono due obiettivi di carattere generale che non possono essere persi di vista. Innanzitutto il contrasto ai cambiamenti climatici, che necessita del contributo di tutti per ridurre l’emissione di gas climalteranti, e un modo per farlo è puntare sulle energie rinnovabili. Il secondo obiettivo è l’esigenza di individuare energie alternative agli idrocarburi liquidi e gassosi, e in questo caso l’evo-

47% TERMOELETTRICO È la percentuale di energia elettrica prodotta dal termoelettrico in Toscana

28% RINNOVABILI

È la percentuale di energia elettrica prodotta da rinnovabili in Toscana

luzione conosciuta dalle rinnovabili negli ultimi anni fa ben sperare». La Regione prevede incentivi per le imprese che investano in progetti legati alla produzione di energie rinnovabili e risparmio energetico? «La Regione Toscana ha pubblicato un bando unico con due scadenze, 30 settembre 2009 e 31 maggio 2011, rivolto alle imprese e agli enti locali per lo sviluppo delle rinnovabili e per l’ecoefficienza. A questo bando erano destinati 30 dei 53 milioni di fondi comunitari previsti per il periodo 2007/2013. Nel complesso sono state presentate circa 1.200 domande e, ad oggi, sono stati finanziati un centinaio di progetti». TOSCANA 2011 • DOSSIER • 181


FONTI RINNOVABILI

Territorio sostenibile La provincia di Siena rappresenta un esempio d’avanguardia nell’efficienza energetica e nell’utilizzo delle energie rinnovabili. Il presidente Massimo Guasconi rivela, in tale contesto, il ruolo attivo della Camera di Commercio Renata Gualtieri

iena si è data una scadenza che è quella del 2015, nella quale ha come obiettivo di essere certificata come carbon free cioè di avere, come prima provincia d’Europa, un bilancio di emissioni zero. In questi anni è impegnata attraverso il polo delle energie rinnovabili sia ad attrarre investimenti che a sollecitare, per quanto possibile, tutte quelle iniziative che riguardano installazioni di energie rinnovabili, non solo per quel che riguarda gli impianti ma anche per le produzioni. «Sul nostro territorio – commenta Massimo Guasconi, presidente Camera di Commercio di Siena – abbiamo aziende importanti del settore del fotovoltaico, anche con tecnologie alternative e tutta la provincia si muove coordinandosi sia per quanto riguarda le produzioni che le installazioni, ma

S

Massimo Guasconi, presidente Camera di Commercio di Siena

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una parte importante rimane quella della qualificazione degli installatori». Quante sono a oggi le imprese che ricorrono a queste fonti di energia? «Non c’è un archivio preciso perché sono investimenti che tutti i giorni aumentano sia per quanto riguarda tetti fotovoltaici che per gli utilizzatori, ma tantissime sono aziende che fanno installazioni e producono i loro apparecchi per il recupero. Ma non si parla solamente di fotovoltaico, si parla anche del settore delle biomasse. La provincia di Siena è una delle più ricche di boschi cedui che devono essere coltivati e tagliati periodicamente, quindi producono delle grandi quantità di biomasse che vengono utilizzate nel settore delle rinnovabili. Il panorama è davvero molto ampio e varia continuamente». Quali i settori in cui vengono più utilizzate? «Non ci sono delle precise specificità anche se si può dire che i settori manifatturieri sono quelli che hanno

una maggiore vocazione, ma oggi anche in agricoltura chi ha la possibilità di avere aree vocate fa importanti installazioni a terra nel settore del fotovoltaico. Ci sono anche centri commerciali che permettono di applicare queste tecnologie alla loro attività». Quali i vantaggi derivanti dal loro utilizzo riscontrati tra le imprese sia in termini di efficienza dei sistemi produttivi, che di costi? «C’è una necessità perché Siena vive del territorio e del proprio paesaggio e quindi anche di una propria sostenibilità ed equilibrio ecologico. Tutto questo va ad implementare la validità di un sistema economico che, dimostrando una sensibilità al risparmio energetico, alimenta anche se stesso. Ad esempio ne beneficia anche il turismo. Per cui le imprese supportate anche da un sistema bancario che è vicino a questo tipo di investimenti, è vero hanno un esborso iniziale un po’ più consistente ma fin da subito hanno dei risparmi importanti. Con il Conto energia poi riescono


Xxxxxxx Xxxxxxxxxxx Massimo Guasconi

VAL D’ELSA, L’HUB DEL FOTOVOLTAICO I l comune di Siena ha deciso di puntare sulle nanotecnologie nel settore delle rinnovabili. Le rinnovabili saranno la via d’uscita non solo per il territorio senese ma per il mondo intero. «Tuttavia, questo sarà possibile – precisa Carlo Taliani (nella foto), presidente Siena Solar Nanotech – solo se si produce energia rinnovabile a costi inferiori a quella prodotta da combustibili fossili. Il resto è irrilevante. Chi propone fotovoltaico a costi superiori fa un richiamo al politically correct ma non ci porterà lontano. Occorre andare oltre. Questa è una sfida a livello mondiale». Siena Solar Nanotech è un contendente impegnato in questa sfida perché si avvale di una tecnologia innovativa e proprietaria (i brevetti), di know-how alla frontiera della conoscenza e di una visione di prospettiva. In termini di costi benefici si tratta di posti di lavoro e di insediamento di una nuova tecnologia dirompente. I pannelli fotovoltaici di ultima generazione possono costituire un’occasione per rilanciare

l’economia locale e competere sul mercato mondiale? «Il fotovoltaico a film sottile di CdTe è la via d’uscita vincente a livello mondiale. Il fotovoltaico a film sottile CdTe con la tecnologia di 2SN può conquistare la leadership poiché può essere prodotto meglio e a più basso costo che negli Usa che adesso si avvale di una tecnologia obsoleta. Infatti, insieme al know how esclusivo di 2SN, il territorio può disporre della combinazione di abilità produttive che comprende la meccanica, il vetro, e l’attitudine a innovare che ha visto questa regione al top nei secoli e nel 900 in particolare. Adesso, l’attenzione verso un manifatturiero di avanguardia è alta nella sensibilità di coloro che hanno a cuore questa terra, perché il manifatturiero fa la ricchezza di un territorio. E questo è un territorio ricco di componenti che possono contribuire a fare

anche a capitalizzare questo investimento e si riesce ad avere un importante effetto indotto anche per il mantenimento di questo equilibrio e tutta la nostra provincia vive di questo. Tutti siamo interessati, a cominciare dallo stesso Palazzo Camerale che ha una superficie, che è quella della copertura piana, da utilizzare per un impianto, che è già oggetto di studio da parte nostra. C’è un trasversalismo che non qualifica l’interesse limitato solo ad alcuni settori ma lo allarga a tutta una serie di soggetti. Adesso, ad esempio, c’è un piano per gli edifici pubblici e i plessi scolastici e le entità che hanno delle grandi necessità energetiche».

meglio. La Val d’Elsa quindi può diventare un hub del fotovoltaico di seconda generazione». Perché si è scelto di realizzare questo progetto proprio a Colle Val d’Elsa? «Perché c’è in primis la tecnologia del vetro. Un’abilità nel manipolare il vetro che è un formidabile asset che ha radici profonde nel passato e che può essere messo al servizio del produzione di vetro scientifico che serve a fare il fotovoltaico. Poi perché c’è la combinazione di meccanica, abilità manuale e attitudine all’impresa che fa della Val d’Elsa un unicum. E infine, perché sono nato a Siena e amo questa terra, e voglio vederla al top come è stata nel passato».

Come presidente della Camera di Commercio di Siena ritiene necessaria l’offerta di nuove opportunità in termine di formazione e ricerca per sensibilizzare le imprese del territorio locale all’utilizzo delle nuove fonti di energia? «Assolutamente sì. Infatti facciamo parte del protocollo che abbiamo sottoscritto con la Provincia e altri soggetti economici, a cominciare da Monte dei Paschi e Fides che è la nostra finanziaria a sostegno dell’economia locale, nel quale facciamo non solo promozione, diffusione e sensibilizzazione intorno al tema ma soprattutto mettiamo a disposizione degli strumenti concreti perché questa sensi-

bilizzazione si trasformi in investimenti e azioni reali. Cerchiamo quindi di coprire le necessità pratiche a cominciare dal credito e da accordi anche con professionisti per quanto riguarda la valutazione tecnica della fattibilità. Noi siamo protagonisti molto attivi, ad esempio facciamo corsi assieme all’Università per quanto riguarda la qualifica di esperti certificatori ambientali. Questi corsi producono ogni anno esperti di certificazione ambientale nell’ordine di 40-50 unità, numeri di un’importanza notevole per una provincia come la nostra che è fatta di 270 mila abitanti e ha un’estensione territoriale importante». TOSCANA 2011 • DOSSIER • 183


FONTI RINNOVABILI

Meno consumo energetico e immissioni nell’aria «Nel corso del 2011 saremo in grado di raggiungere i parametri stabiliti dal protocollo di Kyoto». Lo assicura l’assessore all’Ambiente Marco Modena illustrando i prossimi passi della politica energetica di Lucca e commentando i risultati già ottenuti Renata Gualtieri

l territorio della provincia di Lucca è caratterizzato dalla significativa presenza di un comparto industriale ad alta intensità di energia, quale quello cartario. Tale presenza influenza la composizione e l’andamento dei consumi energetici provinciali. Tanti i soggetti coinvolti nella diffusione dell’utilizzo di fonti rinnovabili per la produzione di energia. La Camera di Commercio, ad esempio, nell’ambito del proprio programma di azione finalizzato alla crescita della competitività delle imprese, ha individuato, fra le priorità strategiche, la diffusione fra

I Marco Modena, assessore all’Ambiente del Comune di Lucca

184 • DOSSIER • TOSCANA 2011

le pmi di una più profonda consapevolezza delle tematiche connesse alle energie rinnovabili e all’uso razionale dell’energia. L’impegno dell’amministrazione comunale di Lucca emerge invece dalle parole dell’assessore all’Ambiente, Marco Modena. Qual è il grado di efficienza energetica e utilizzo delle energie rinnovabili nel comune di Lucca? «Nel corso del 2011 saremo in grado di raggiungere i parametri stabiliti dal protocollo di Kyoto: con una riduzione del 20% del consumo energetico e di immissione nell’aria di anidride carbonica da riscaldamento. Questo perché dal 2007 il Comune ha avviato la realizzazione di impianti fotovoltaici anche di grandi dimensioni: due sono stati realizzati su copertura di grandi aree di sosta (al polo fieristico e al parcheggio Carducci), un impianto è stato realizzato in un campo, due sui tetti delle scuole e di un

impianto sportivo. Abbiamo previsto inoltre di realizzare altre due coperture con pannelli fotovoltaici su altrettanti parcheggi». Ritiene necessarie campagne di sensibilizzazione per avvicinare i cittadini al risparmio energetico e l’uso di energie alternative? «Oggi i temi ambientali sollevano grande interesse e sono largamente protagonisti su stampa e tv. Forse singole campagne locali non hanno altrettanto risultato come grandi campagne di livello nazionale che suscitano sicuramente più attenzione». A quali risultati ha portato la politica energetica attuata dall’amministrazione finora? «Praticamente con l’entrata in funzione degli impianti fotovoltaici tutta la rete di pubblica illuminazione e, negli uffici comunali, anche il riscaldamento, proviene da energie rinnovabili. Con una notevole diminuzione delle immissione nell’ambiente».


I rifiuti viaggiano a impatto zero Alessandra e Lorenzo Ghetti, costruttori di veicoli ad alta tecnologia, lanciano uno sguardo sulle novità del settore rifiuti. A servizio dell’ambiente arrivano macchinari di ultima generazione, firmati Ams Paola Maruzzi

I

n apparenza sempre identica, oggi la gestione dei rifiuti sembra essere una vera e propria sfida per gli addetti ai lavori. Tanti sono i necessari cambiamenti richiesti e, come per tutti i settori, anche in questo caso bisogna puntare sull’innovazione tecnologica per aumentare l’efficienza. Questo dà la possibilità agli utenti di usufruire di un servizio più sostenibile e, quindi, più ecologico ed economico Calza a pennello l’intervento di Alessandra Ghetti che, assieme al fratello Lorenzo, è a capo di Ams, azienda toscana che dal 1983 realizza e commercializza mezzi per la raccolta di rifiuti urbani. È lei, quindi, a ripercorre il salto di qualità di questa piccola 186 • DOSSIER • TOSCANA 2011

realtà che ha saputo reinventare il know how ereditato dal padre Piero Ghetti, per declinarlo in chiave di ingegneria ambientale. «Forti dell’esperienza nel campo dell’oleodinamica, negli anni Ottanta abbiamo deciso di rivolgerci al settore dei rifiuti, costruendo il primo minicompattatore. Da allora, per quindici anni, abbiamo prodotto quasi esclusivamente mezzi a caricamento posteriore. Quindi, dal 1995 ci siamo orientati verso i grandi mezzi a sollevamento laterale, che costituiscono tuttora la maggioranza della nostra produzione. Sono mezzi ad altissima tecnologia, che offrono la massima capacità di carico». Quello appena descritto è un modello produttivo che rimane valido anche con l’introduzione

della raccolta differenziata affiancata dai veicoli a caricamento posteriore. L’Ams fa presto a cogliere il cambiamento e sviluppa nuovi veicoli a caricamento posteriore piccoli per la raccolta porta a porta e laterali compatti appositamente studiati per i centri urbani con cassonetti interrati. Il passaggio avviene grazie a

Alessandra e Lorenzo Ghetti, titolari della Ams www.amsrsu.it


Alessandra e Lorenzo Ghetti

quello che Alessandra Ghetti chiama «il coraggio dell’imprenditore con i “piedi per terra”. È giusto aggiornarsi e garantire prodotti sempre più innovativi ma senza dimenticare le esigenze di chi poi andrà a usufruire dei veicoli. Questo vuol dire garantire massima flessibilità e servizi al cliente sempre più completi con qualità certificata Uni En Iso 9001:2008. Un’ impresa solida con un forte patrimonio aziendale permette di reinvestire gli utili nella sperimentazione e ricerca. Questo ci aiuta a porsi sul mercato con nuovi prodotti, ma anche a garantire al committente un parco macchine sempre aggiornato». Ecco allora che si passa alla concretezza delle proposte. Questa volta è Lorenzo Ghetti a illustrarle. «Per quanto riguarda i veicoli per la raccolta differenziata, interessanti sono la struttura monolitica del cassone, le cisterne in acciaio inox e la chiusura del portellone con dispositivo idraulico indipendente dal circuito di sollevamento. La combinazione strategica di questi elementi permette una perfetta tenuta

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Tra le novità, il modello Cl1-Electric sfrutta la tecnologia Hybrid elettrico-diesel per essere silenzioso ed ecocompatibile

liquami per la raccolta dei rifiuti, siano essi anche solo organici». E c’è ancora dell’altro. «Il dispositivo di sollevamento degli autocompattatori a caricamento laterale, brevettato dalla nostra azienda, evita la memorizzazione della distanza del cassonetto, annullando l’errore nella fase di posizionamento a terra. La portata dei veicoli autocompattatori per rifiuti di nostra produzione varia da 7,5 a 40 tonnellate». Ma la vera novità, presentata in anteprima in occasione della recente fiera Sep di Padova, consiste nell'autocompattatore elettrico per rifiuti. «Il modello Cl1-Electric – continua il portavoce dell’azienda famigliare – Studiato per ridurre al minimo il rumore è un mezzo ambientalmente e tecnologicamente all'avanguardia, che sfrutta la tecnologia Hybrid elettrico-diesel per essere silenzioso ed ecocompatibile. Il mezzo è dotato

d

di batterie e due macchine elettriche con relativo sistema di controllo elettronico integrato con il Plc dell’attrezzatura». Particolare non secondario è l’attenzione alle componenti tecnologiche che si avvale solo di prodotti made in Italy. In altre parole, Ams contribuisce a creare e produrre secondo i canoni di eccellenza tipici del nostro paese. Anche sul versante dei rifiuti, creatività e qualità possono essere a chilometro zero. «Unica eccezione è Siemens, un marchio d’eccellenza e di assoluta affidabilità, che fornisce la componentistica della logica, come i protocolli di scambio dati» precisa Alessandra Ghetti, che chiude con uno sguardo ai numeri. «Oggi la produzione è superiore ai cento veicoli l’anno, destinati principalmente all’Italia e alla Spagna, anche se siamo presenti in altri mercati esteri dell’area del Mediterraneo». TOSCANA 2011 • DOSSIER • 187


IMPRENDITORI DELL’ANNO

Verso materiali ecocompatibili e biodegradabili Facendo uso di materiali alternativi a quelli di origine petrolchimica, la Femto Engineering è giunta alla produzione di particolari tecnici con materie plastiche biodegradabili. Giuseppe Amato ne spiega i vantaggi Adriana Zuccaro

C Un ambiente della Fetmo Engineering con sede a S. Casciano V. di Pesa (FI) www.femto.it

on un tasso di crescita annuo superiore al 15%, ed investimenti in ricerca e sviluppo pari a circa il 10% del fatturato annuale, Femto Engineering, società di ingegneria e produzione operante nel settore meccanico, oltre alle competenze tecniche dei professionisti che la compongono, mette a disposizione macchinari e tecnologie innovative, disponendo di sistemi software e hardware in grado di lavorare e gestire materiali di ogni tipo con controlli fino a 5

190 • DOSSIER • TOSCANA 2011

assi in contemporanea. Per le aziende che necessitano di supporto operativo in ambito tecnico e tecnologico, «è fondamentale poter studiare un nuovo prodotto fin dalla sua impostazione estetico/funzionale, simularne i processi costruttivi, costruirne i prototipi, realizzare le attrezzature di produzione e produrlo in totale continuità e univoca partnership, senza frammentazioni operative, a vantaggio dei tempi di sviluppo e della qualità sostanziale del prodotto finito». Le varie fasi di sviluppo sinte-

tizzate dall’ingegnere Giuseppe Amato descrivono il servizio di global engineering, nonché l’attività di affiancamento che Femto Engineering svolge nei confronti dei propri committenti, dalle prime fasi di sviluppo di un nuovo prodotto, fino alla sua completa industrializzazione. La società di ingegneria è, inoltre, specializzata in applicazioni tecniche che richiedono l’impiego di materiali speciali per la produzione di particolari tecnici. «Un esempio su tutti è lo sviluppo seguito in merito all’individuazione e


Giuseppe Amato

Global engineering

messa a punto di un processo progettuale e produttivo finalizzato all’uso di materie plastiche biodegradabili per la produzione di parti meccaniche in ambito di electronics packaging – spiega l’ingegner Amato –, una valida alternativa alle classiche produzioni in tecnopolimero» il cui smaltimento rappresenta una problematica di vasto interesse. Il riciclaggio, anche se in qualche maniera risolve il problema, ha un peso notevole in termini economici ed energetici per la raccolta, la separazione e la rilavorazione. A partire da queste tematiche si è sviluppato un forte interesse nel mondo della ricerca e dell’industria verso il settore dei polimeri ecocompatibili. «Si tratta di sintetizzare materiali alternativi a quelli di origine petrolchimica, ottenibili da fonti naturali e rinnovabili, senza sottoprodotti inquinanti o dannosi – afferma il titolare della Femto Engeneering –. L’obiettivo della nostra ricerca è stato quello di valutare e motivare l’applicazione di polimeri ecocompatibili anche in settori oggi appa-

Fondata nel 1995 come società di ingegneria orientata a una progettazione svolta con i più progrediti strumenti di Cad/Cam/Cae, la Femto Engineering si è sviluppata nel tempo attraverso la creazione di una serie di strutture operative che potessero fornire un supporto sempre più completo al cliente. Oggi, Femto Engineering può seguire un intero processo di sviluppo che richieda progettazione, ingegnerizzazione, calcolo, modelleria, rapid prototyping, progettazione attrezzature, costruzione, attrezzaggio e produzione, in numerosi settori applicativi. Fra i suoi committenti Femto Engineering può vantare collaborazioni con alcune delle più importanti aziende manifatturiere presenti sul mercato in settori quali: automotive, trasporti, elettrodomestici, elettroutensili, biomedicale, elettromedicale, nautica, telecomunicazioni, attrezzature sportive, e beni di consumo in generale. All’interno del team di lavoro sono disponibili competenze in numerosi settori applicativi, frutto di esperienze maturate a seguito di studi e realizzazioni in ambiti tecnicamente di avanguardia, su produzioni tecniche, di precisione e di elevato impatto qualitativo.

rentemente più distanti da questi tipi di materiali, operando un’attività di caratterizzazione dell’intero processo basata sul confronto fra tali materiali e quelli tradizionalmente disponibili». Il settore applicativo individuato dagli specialisti di Femto Engineering, è stato quello relativo alla produzione di particolari tecnici, quali contenitori e componenti di tipo meccanico. Gran parte degli oggetti di consumo oggi in commercio è realizzato facendo uso di polimeri termoplastici derivanti dal petrolio e dai gas naturali. In mezzo secolo questi polimeri hanno saputo conquistare un gran numero di applicazioni grazie al basso costo di produzione e alla grande versatilità di impiego. Per questo i polimeri biodegradabili rappresentano un’innovazione sviluppata dall’industria chimica ba-

sata sull’impiego di fonti rinnovabili come colture agricole e batteri. «Abbiamo focalizzato la nostra ricerca sugli eco-polimeri maggiormente disponibili in commercio, quindi i polimeri ottenuti da biomasse – polisaccaridi come amido o cellulosa e proteine come la caseina o il glutine – e i polimeri prodotti per sintesi chimica a partire da monomeri rinnovabili prodotti per fermentazione dei carboidrati, come il PLA, cioè l’acido polilattico. I risultati ottenuti sono stati positivi – annuncia Amato –, consentendoci di ottenere un prodotto con ottime caratteristiche chimico/fisiche, tali da portarci a produrre oltre 30 mila apparecchi telefonici cordless con le componenti tutte rigorosamente in eco-polimero PLA, e per la prima volta, dopo anni di made in China, completamente Made in Italy».

In alto, l’ingegnere Giuseppe Amato. Sopra, un particolare tecnico prodotto dalla Fetmo Engineering

TOSCANA 2011 • DOSSIER • 191


EDILIZIA

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erve uno sforzo unitario e condiviso per individuare politiche finalizzate a migliorare non solo la qualità degli interventi sul territorio, ma anche e soprattutto l’utilizzo del suolo fisico. Lo sostiene Anna Marson, assessore regionale al Governo del territorio, di recente nominata vicepresidente della rete Recep-Enelc, network europeo di regioni ed enti locali per l’attuazione della convenzione europea del paesaggio, che ha sede a Firenze nella Villa Medicea di Careggi. «Occorre costruire dei “giochi a somma positiva” con i diversi produttori di paesaggio» afferma l’assessore, introducendo innovazioni soprattutto in termini di riduzione dei tempi di attuazione degli interventi e di semplificazione delle procedure. Un’esigenza resa ancora più contingente dall’attuale, delicata, situazione economica relativa al settore delle costruzioni. Preoccupa la crisi del settore edile in regione. Una delle richieste dei costruttori - prorogare la scadenza del piano casa alla fine del 2011 - è stata accolta. Come sostenere ulteriormente il comparto? «Importante è arrivare a un patto qualificante tra tutti i soggetti della filiera del co-

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Facciamo crescere la cultura del paesaggio Predisporre una cartografia in grado di evidenziare le caratteristiche del territorio, mirando a inserire correttamente gli interventi urbanistici nel paesaggio. È l’obiettivo dell’assessore al Governo del territorio della Regione Anna Marson Francesca Druidi struire, al fine di promuovere un rinnovo del “parco edilizio” e delle periferie obsolete, con nuovi edifici dotati di prestazioni energetiche avanzate e, in generale, con insediamenti caratterizzati da una maggiore qualità urbana». Come conciliare le esigenze del settore edile con una visione urbanistica maggiormente mirata a un contenimento del consumo del suolo e al riutilizzo delle aree dismesse? «Dobbiamo differenziare le procedure per la previsione di nuove espansioni in area agricola da quelle dei piani attuativi per il riuso di aree già urbanizzate o di volumi dismessi, semplificando ovviamente queste ultime. Oggi, invece, avviene il contrario in quanto nella maggior parte dei casi è più facile e conveniente, per il proponente, urbanizzare nuovo territorio agricolo». La semplificazione delle procedure resta un tema fon-


Anna Marson



Dobbiamo differenziare le procedure per la previsione di nuove espansioni in area agricola da quelle dei piani attuativi per il riuso di aree già urbanizzate o di volumi dismessi

Anna Marson, assessore al Governo del territorio della Regione Toscana

damentale. Cosa resta ancora da fare in questo senso? «Le prime modifiche in programma sulla legge regionale 1/2005 sono finalizzate anche a garantire tempi ragionevoli per i diversi procedimenti urbanistici. In generale, stiamo lavorando per rendere le norme più chiare, ridurre le incertezze interpretative e ridurre gli attuali tempi di predisposizione dei piani. I contenuti degli strumenti di governo del territorio devono essere resi comprensibili a chiunque - professionista, tecnico, associazione, cittadino - abbia necessità di interagire con i procedimenti urbanistici e avere garanzie circa la risposta alle istanze avanzate». È stato approvato dalla giunta regionale il programma dei lavori per la revisione e il completamento del piano paesaggistico che dovrebbero concludersi entro il 2012. Quali gli obiettivi prioritari?

«L’obiettivo principale del percorso di revisione e completamento che abbiamo avviato, e che attueremo con il coinvolgimento, oltre che della Direzione regionale per i beni culturali e il paesaggio e delle rappresentanze dei Comuni e delle Province, anche del sistema universitario toscano nel suo insieme, della cittadinanza nelle sue forme associative e delle associazioni di categoria e professionali, è di arrivare a un piano paesaggistico adeguato al valore del paesaggio toscano». In che modo? «Questo significa in primo luogo dotare il piano, che è parte integrante del Pit (piano di indirizzo territoriale), di rappresentazioni cartografiche che siano in grado di rappresentare le caratteristiche paesaggistiche del territorio regionale nelle sue diverse articolazioni; questo, del resto, è stato uno dei rilievi più



consistenti della direzione regionale del Ministero al piano adottato nel giugno 2009. Dovranno anche essere individuate con chiarezza le misure necessarie per il corretto inserimento, nel contesto paesaggistico, degli interventi di trasformazione del territorio. Andrà, infine, costituito, con tutti i soggetti coinvolti, un Osservatorio regionale per la qualità del paesaggio basato su un sistema a rete». Quali le maggiori sfide che attendono la Regione sul fronte dell’urbanistica? «La sfida principale la riassumerei in questa formula: costruire dei “giochi a somma positiva” con i diversi “produttori di paesaggio”, radicando e facendo crescere la cultura del territorio come bene collettivo. La buone leggi sono indispensabili, ma a monte deve esserci una diversa consapevolezza del valore e della grammatica del paesaggio». TOSCANA 2011 • DOSSIER • 195


EDILIZIA

Più risorse private nel pubblico per liberare investimenti Il quadro negativo degli appalti pubblici. I ritardi nei pagamenti da parte della Pa. Alcuni aggiustamenti al nuovo piano casa regionale. Sono alcuni dei temi critici individuati da Carlo Lancia, direttore di Ance Toscana, che occorre superare Francesca Druidi

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esta preoccupante lo scenario relativo al settore edile in regione. Un comparto che, in base ai dati del centro studi Ance Toscana, nel terzo trimestre 2010 occupa oltre 65mila imprese attive, registrando un decremento dell’0,4% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. La crisi è espressa innanzitutto dalle ore autorizzate di cassa integrazione, che a dicembre 2010 ammontano a 256.917, con un rialzo dell’11,5% rispetto al 2009, e da alcuni numeri riguardanti il mercato. Nel corso di tutto il 2010, l’ammontare dei bandi di gara sul fronte della progettazione è di 13.010 euro, mostrando una flessione del 53,4% rispetto all’anno precedente. I bandi di gara lavoro, nel periodo che però va solo da gennaio a luglio, ammontano a 540 milioni di euro, segnalando una diminuzione del 13% circa. «La priorità – commenta 196 • DOSSIER • TOSCANA 2011

Carlo Lancia (nella foto), direttore di Ance Toscana – è rappresentata dalla ripresa degli investimenti pubblici; l’edilizia si riprenderebbe e, con essa, tutta l’economia regionale ne risentirebbe in termini positivi». Qual è oggi la situazione del comparto costruzioni in Toscana e quali le previsioni per il 2011? «Tutti gli indicatori segnalano il permanere di una situazione di crisi. In linea con quanto registrato a livello nazionale, il 2010 non ha registrato segnali di inversione del ciclo negativo del 2009. In questo quadro le previsioni

per il 2011 rimangono negative. Particolarmente preoccupante la situazione per gli appalti pubblici, che registrano un calo del 13%. Questo dato è ulteriormente appesantito dai ritardati pagamenti della Pubblica amministrazione, una stima Ance indica in sette mesi il ritardo con cui le amministrazioni appaltanti pagano le imprese: possiamo dire che il sistema delle imprese fa da banca dello stato». Per quanto riguarda, invece, le principali tendenze del mercato immobiliare della regione? «Il mercato immobiliare risente chiaramente della situazione economica generale e delle incertezze delle famiglie. L’unico dato positivo è il consolidarsi dell’uso delle agevolazioni fiscali per le ristrutturazioni edilizie, la cosiddetta detrazione del 36%; la crescita dello strumento indica una propensione delle famiglie al miglioramento delle


Carlo Lancia

condizioni abitative o quanto meno alla salvaguardia del patrimonio immobiliare. Nel 2011 dovrebbe poi svilupparsi ulteriormente il mercato dell’housing sociale, ossia degli affitti calmierati, strumento particolarmente utile per alcune fasce di utenti quali le giovani coppie». È stata prorogata la scadenza del piano casa alla fine del 2011. Qual è stato nello specifico il contributo di Ance Toscana in termini di indicazioni proposte e cosa vi attendete dal provvedimento? «Ance Toscana ha dal primo momento ritenuto eccessivamente limitativa la legge regionale sul piano casa. La legge 24/2009 e i numeri delle Dia presentate, testimoniano un effetto molto limitato della legge. In particolare, abbiamo chiesto e continuiamo a chiedere, visto che le recenti modifiche non hanno inciso sul punto, 



Auspichiamo vengano eliminate alcune difficoltà procedurali e accelerati i tempi di approvazione degli strumenti urbanistici, ma riteniamo che l’impianto della legge basato sulla responsabilizzazione degli enti locali vada salvaguardato



TOSCANA 2011 • DOSSIER • 197


EDILIZIA

TOSCANA: IL BAROMETRO DELLE COSTRUZIONI Periodo di riferimento

Valori assoluti

Variazione tendenziale rispetto allo stesso periodo del’anno precedente

IMPRESE E LAVORO Imprese attive Imprese saldo iscr. cessate Imprese iscritti CE Lavoratori iscritti CE Forza lavoro (migliaia)

III trimestre 2010 III trimestre 2010 ottobre 2010 ottobre 2010 III trimestre 2010

65.071 95 7.812 32.978 135.012

–0,4%

Cassa integrazione (ore autorizz.)

dicembre 2010

256.917

11,5%

gennaio-ottobre 2010 gennaio-dicembre 2010 gennaio-luglio 2010 gennaio-novembre 2010

1.361.061 13.010 540 29.521

–17,4% –53,4% –12,9% 13,6%

Prestiti alle imprese (consistenze)

maggio 2010

8.041

–1,2%

Nuovi mutui per investimenti in abitazioni Nuovi mutui per investimenti non residenziali

luglio-settembre 2010 luglio-settembre 2010

327 365

Nuovi mutui famiglie per acquisto abitazioni Nuovi mutui per acquisto immobili non residenziali

luglio-settembre 2010 luglio-settembre 2010

837 170

–7,9% –8,5% 12,6%

La sensibile crescita è conseguente al dato assai basso del III trimestre 2009, anomalo apparentemente nella serie storica della rilevazione

MERCATO Impiego di cemento - consegne (tonn.) Bandi di gara progettazione (migliaia €) Bandi di gara lavori (milioni di €) Numero di comunicazioni per recupero bonus 36%

FINANZIAMENTO (milioni di €) 0,1% 38,8% –5% 6,3%

Dal 06/2010 sono state introdotte novità nelle statistiche creditizie provinciali. A marzo 2011 saranno resi disponibili i dati comparabili La variazione è calcolata sui mutui erogati al netto della provincia di Siena

Fonte: Centro Studi Ance Toscana

 un’estensione delle agevolazioni nario di piccole opere da realizzarsi pianto della legge basato sulla reprocedurali per l’ampliamento anche a edifici a destinazione produttiva e una maggiore flessibilità nella destinazione d’uso degli edifici oggetto di demolizione e ricostruzione. Le modifiche alla legge 24 apportate in sede di proroga dei termini di applicazione, rappresentano comunque una semplificazione rispetto a un quadro originario piuttosto rigido». Quali priorità individua per rilanciare il settore edile? «La priorità è rappresentata dalla ripresa degli investimenti pubblici; l’edilizia si riprenderebbe e, con essa, tutta l’economia regionale ne risentirebbe in termini positivi. Accanto alle grandi opere occorre anche finanziare un piano straordi-

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a cura dei Comuni, sviluppando forme di collaborazione pubblicoprivato quali il project financing. Coinvolgere risorse private nelle opere pubbliche significa liberare risorse pubbliche per ulteriori investimenti a vantaggio dell’economia in generale». Come valuta Ance Toscana il piano paesaggistico della Regione e in generale come si sta sviluppando l’azione di concerto con l’amministrazione regionale? «La Regione ha preannunciato una rivisitazione della legge urbanistica, la 1/2005. Auspichiamo che vengano eliminate alcune difficoltà procedurali e accelerati i tempi di approvazione degli strumenti urbanistici, ma riteniamo che l’im-

sponsabilizzazione degli enti locali vada salvaguardato, rafforzando il ruolo di indirizzo e coordinamento della Regione. Per quanto attiene al piano paesistico, abbiamo preso atto della decisione della Giunta di fermare la procedura di approvazione già in essere. Questa decisione però suscita qualche preoccupazione in un territorio fortemente attraversato da vincoli e che, come tale, richiede quindi indicazioni certe e univoche. Ci auguriamo che i tempi per il nuovo piano siano compatibili con le necessità degli operatori, d’altra parte ci risulta che anche i Comuni stiano sollecitando la Giunta per una rapida approvazione del piano».


Maurizio Palazzo

Mercato stabile ma non in crescita Non si prevedono per il 2011 significativi cambi di marcia per il mercato immobiliare toscano. A incidere è una situazione nazionale ancora incerta. Lo evidenzia l’area manager Tecnocasa della regione, Maurizio Palazzo Francesca Druidi

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dati forniti dall’ufficio studi Tecnocasa per quanto riguarda la prima parte del 2010 segnalano una diminuzione dei prezzi dello 0,4% a Firenze. Stabili le quotazioni di Lucca, mentre la città che ha registrato il ribasso più forte è stata Prato (-5%), seguita da Arezzo (-4,5%), Pistoia (-2,7%) e infine Livorno (-1,8%). A testare un po’ il polso del settore immobiliare toscano nel complesso del 2010 è l’area manager Tecnocasa della regione, Maurizio Palazzo (nella foto). Qual è il bilancio del mercato immobiliare che può trarre in questo momento per la Toscana? «Il quadro della regione può definirsi in linea con lo scenario nazionale, caratterizzato da prezzi stabili in tutte le realtà con una lieve diminuzione nelle zone meno prestigiose. Tengono bene le aree maggiormente ricercate e richieste, presentando anche un leggero aumento in termini di prezzi. Soffrono, quindi, quelle zone dove più si segnala il bisogno da parte dell’acquirente di fi-

nanziarsi. Entrano, infatti, in gioco le banche che non hanno ancora ripreso a pieno regime l’erogazione di credito. Ciò ha frenato il numero delle compravendite in determinate aree». Come emerge anche dal primo semestre 2010, la situazione appare disomogenea in regione. «Sì, Grosseto ha registrato una lieve diminuzione in termini di compravendite, dopo aver vissuto una fase di crescita, a differenza di altre province nel 2009. Nel 2010 ha, infatti, mostrato qualche numero in meno rispetto all’anno precedente. Firenze presenta una situazione stabile, con tendenza a un lieve aumento. Prato continua purtroppo a soffrire perché il suo sistema economico non è ancora ripartito; qualche segnale lo si avverte adesso, ma il volume delle compravendite è fermo. Livorno, invece, segnala un incremento delle compravendite». Per quanto riguarda Firenze? «Va meglio la zona sud in termini di volumi di compravendite, mentre in quella

nord il quadro è meno positivo. Firenze è comunque il capoluogo di regione, una realtà dinamica nell’acquisto degli immobili. C’è sempre chi fa investimenti, chi cerca soluzioni da mettere a reddito, anche grazie alla presenza dell’Università». E quali sono le previsioni per il 2011? «In termini di prezzi non si vedranno sostanziali differenze, al massimo qualche leggerissima variazione: un’oscillazione minima tra lo 0,5 e l’1% rispetto al 2010. Anche sotto il profilo delle compravendite, i risultati non dovrebbero discostarsi molto dai volumi dell’anno appena trascorso. Non si prevedono segnali di cambiamenti forti, anche perché la situazione italiana non è ancora del tutto ripartita».

TOSCANA 2011 • DOSSIER • 199


Prosegue la crescita delle Industrie Icet Alighiero Irani, vicepresidente di Icet Industrie Spa, si appresta ad affrontare un anno strategico per il gruppo fiorentino, che cresce anche grazie allo sviluppo della sua divisione “costruzioni” e della controllata Tse Srl Ingegneria e Impianti Mauro Perfetti

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uarant’anni fa iniziò la sua attività con la prerogativa di affermarsi prevalentemente sul settore dei quadri elettrici per macchine operatrici. E oggi, Icet Industrie, la quale trae la propria origine dalla Irani Arturo, fondata nel 1941, non solo ha raggiunto il suo obiettivo primario, ha saputo anche conquistare molti altri settori, tra cui siderurgico, chimico, alimentare, geotermico, energetico, petrolchimico, cementiero, ceramico, ecologico, vetrario, idrico e terziario. Una realtà industriale che si sviluppa, dalla sua sede operativa di Barberino Val D’Elsa, su un canale binario. Sono due, infatti, le divisioni principali del gruppo, “prodotti” e “costru202 • DOSSIER • TOSCANA 2011

zioni”. «Sin dall’inizio la Icet ha ritenuto opportuno dotarsi di tutte quelle attrezzature necessarie per la realizzazione delle strutture metalliche e dei particolari a esse correlate – racconta il suo vicepresidente, Alighiero Irani -. Da sempre, garantiamo una gamma di prodotti la cui qualità viene testata affinché risulti idonea il più possibile alle funzioni cui è preposta. Ciò che realizziamo deve essere facilmente modificabile, ampliabile senza difficoltà e, soprattutto, non deve richiedere manutenzioni complesse». E così, negli anni, Icet ha allargato il proprio catalogo di produzione, che spazia dai quadri di media tensione, sia di tipo blindato che protetto, a quelli di bassa tensione, come Power Center, Motor Control Center

e Quadri di Distribuzione. «In particolare, ci siamo affermati sul settore elettrotecnico, realizzando interruttori sottovuoto, interruttori di manovra sezionatori e sezionatori in media tensione, sia con isolamento in aria che con isolamento in gas SF6 – racconta Irani -. Nel tempo abbiamo così maturato un significativo know how che ci rende un punto di riferimento per il settore». A sostenere la crescita del gruppo, è stata poi la perenne spinta all’innovazione. «Il nostro continuo aggiornamento tecnologico è orientato principalmente alla “continuità del servizio” e

In alto, Alighiero Irani, vicepresidente di Icet Industrie, e la sede di Confcommercio Pistoia, realizzata dalla divisione costruzioni del gruppo. Sotto, il prodotto Easypower www.icetindustrie.it


Alighiero Irani

CON TSE SUL MERCATO DELLE RINNOVABILI La controllata di Icet decuplica il fatturato conquistando il settore energia ontrollata al 100% da Icet Industrie, la Tse Ingegneria e Impianti si sta rivelando una delle aziende più profittevoli del gruppo di Barberino Val d’Elsa. Da circa quattro anni, Icet ha affidato a Tse, in esclusiva, la missione di sviluppare il settore delle energie rinnovabili. Ed è sempre Alighiero Irani, Ad della divisione costruzioni di Icet, a dedicarsi in particolare alla gestione di queste attività, che grazie alla creazione di Tse non rappresentano più un aspetto marginale per il noto gruppo industriale toscano. «Fino al 2006 Tse, pur vantando importanti competenze professionali, si era limitata a operare solo in attività marginali alle due divisioni fondamentali della Icet Spa, raggiungendo un fatturato di 1,5/2 milioni di euro annui, impegnandosi in lavori e progettazioni per lo più di modesta rilevanza economica ma dal grande valore affettivo. Si trattava infatti di lavori o servizi eseguiti per clienti storici legati alle origini e al vissuto della Icet attuale, gli stessi che nel tempo ci hanno permesso di crescere divenendo la grande realtà industriale che oggi possiamo affermare di essere» racconta Alighiero Irani. Nell’ultimo anno, però, Tse è “sbocciata”, soprattutto grazie allo sviluppo del settore delle energie rinnovabili. Lo confermano i numeri. Il fatturato del 2010 risulta quasi decuplicato rispetto al precedente. «Quest’anno abbiamo sviluppato importanti commesse tra cui una progettazione elettrica per una raffineria di zucchero di canna, a Brindisi, totalmente rinnovabile, che prevede una cogenerazione da 40 MegaWatt». Grazie a quest’opera, la raffineria recupera il calore di raffreddamento dei motori alimentati a olio vegetale per tutto il processo di lavorazione dello stabilimento, che altrimenti avrebbe dovuto utilizzare carburanti fossili con emissione di CO2. Tra le altre commesse progettuali vanno certamente segnalate le

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alla “sicurezza del personale”, ciò viene garantito dalla costruzione di quadri elettrici di media e bassa tensione, resistenti all’arco interno e arco interno-interno in conformità alle normative internazionali di riferimento, oltre che dalla realizzazione di quadri in esecuzione antisismica». Ma ormai, gli addetti ai lavori lo sanno bene, Icet Industrie è anche un attore strategico del settore costruzioni. «La divisione costruzioni è la risposta del gruppo Icet alla cultura del ge-

due stazioni ad alta tensione per Enia (Parma) ed Hera (Modena). Da citare sono anche le due stazioni, sempre ad alta tensione, quadri e impianti inclusi, affidati a Tse dalla società Terna per l’alimentazione di una talpa di perforazione da montagna per la realizzazione di due gallerie di 2,5 Km dell’autostrada A1, variante del Valico. «Anche il fatturato d’ingegneria presa per terzi ha quasi raggiunto il traguardo dei 2 milioni di euro, e altrettanti sono stati raccolti per nostri lavori diretti – evidenzia Irani -. Per quanto concerne gli impianti fotovoltaici, sono stati venti quelli realizzati solo nel corso del 2010, abbiamo fatturato circa 14 milioni di euro». La società ha operato su tutti i settori delle rinnovabili, partendo da eolico e geotermico. Tse si fa carico di ogni aspetto inerente le fasi di progetto, dallo studio di fattibilità alla ricerca dei finanziamenti, fino all’assistenza e alla manutenzione. «Ogni lavoro parte dai sopralluoghi preliminari e dall’analisi dei consumi energetici, al fine di individuare la scelta più adeguata nel rispetto del bilancio dei costi-benefici. In questo modo possiamo fornire una stima di massima degli investimenti effettuabili, suggerendo le soluzioni più opportune e innovative nel panorama delle tecnologie offerte dal mercato. In particolare, ci dedichiamo al disbrigo delle pratiche burocratiche e all’ottenimento delle relative autorizzazioni, nonché degli incentivi economici».

neral contractor – spiega Alighiero Irani -. Realizziamo lavori con la formula del “chiavi in mano” in tutti i settori, dall’energetico all’industriale fino al terziario». E così, lo staff guidato dagli Irani realizza lavori edili, meccanici e impianti elettrici e tecnologici. Una flessibilità che ha fatto guadagnare al gruppo una serie alquanto significativa di referenze. Tra le realizzazioni, infatti, vi sono centrali elettriche, stazioni ad alta tensione, impianti siderurgici, chimici e petrolchimici,

supermercati, edifici di culto, porti, aeroporti e interporti. «In pratica, da più di un decennio ci siamo posti come attori centrali in quel processo che sta finalmente portando il mercato italiano sulla logica del project financing – conclude Alighiero Irani -. Anche così, dunque, siamo riusciti a incrementare le nostre potenzialità. La divisione costruzioni, non vi è dubbio, rappresenta ormai uno dei nostri settori più importanti su cui basare il futuro del gruppo». TOSCANA 2011 • DOSSIER • 203


SPAZI FRUIBILI

Design e innovazione “dentro” la cucina

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è sempre più design nella produzione della Lemi. La nota azienda fiorentina esporta ormai in tutto il mondo i suoi complementi e accessori da cucina, trasformando quello di Barberino Val D’Elsa in un vero e proprio centro produttivo in cui stile e perfezione tecnica sono i dettami perseguiti. Una qualità che vince anche la crisi, come conferma l’amministratore delegato della società, Riccardo Leoncini: «Rispetto al 2009 abbiamo registrato un aumento che si attesta intorno

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al 16%. Ma la cosa più importante è che abbiamo incrementato il ricavato del 6% rispetto al 2008. Ciò significa che, per quanto sia dura, la crisi ha soltanto sfiorato la nostra azienda». Il 2010, poi, al di là dei fatturati, si è dimostrato un anno particolarmente positivo per la Lemi, che è riuscita a consolidarsi commercialmente arricchendo il proprio portafoglio clienti. Soprattutto, il marchio ha incrementato la sua riconoscibilità sul mercato della componentistica per cucine. «Ci adoperiamo per essere un partner di riferimento nella fornitura di complementi e accessori per cucine, proponendo soluzioni competitive e personalizzate attraverso una notevole capacità di innovazione – sottolinea Leoncini -. Naturalmente, poi, a livello di ogni singola funzione, gli obiettivi sono parecchi e anche piuttosto difficili da raggiungere». Quali prospettive ripone sul 2011? «I contatti presi nel corso del 2010 e l’interesse suscitato dai nostri prodotti presentati a ottobre al Sicam di Pordenone rendono le nostre prospettive abbastanza favorevoli, pur in un contesto generale che continuerà a essere piuttosto difficile».

Sposando estetica e tecnologia, l’ultima collezione della Lemi conquista la fascia alta del mercato per i complementi e gli accessori da cucina Piero Lucchi Quali prodotti stanno conquistando la fetta maggiore di mercato? «La serie di strutture estraibili per basi e colonne ad angolo è la categoria di prodotto che ci sta dando le maggiori soddisfazioni. Gli angoli delle cucine sono, per l’utilizzatore, gli spazi più difficili da raggiungere. Abbiamo risolto questo problema con un brevetto che presenta indiscutibili vantaggi anche per il costruttore». Vale a dire? «Utilizziamo mobili standard, l’istallazione è semplice e veloce. Soprattutto, c’è la completa accessibilità per i prodotti stoccati grazie all’estrazione totale di tutti i contenitori. La forza di questi prodotti è confermata anche dalle versioni per sottolavello ad angolo, attrezzate con secchi portarifiuti e contenitori porta detersivi. Queste novità, presentate a ottobre, hanno ottenuto subito molti apprezzamenti». Innovazione, ma anche design. Con la collezione “Segno” avete infatti collaborato con Giancarlo Vegni. «Vegni è sicuramente uno dei designer più apprezzati nel set-

Riccardo Leoncini, Ad della società Lemi www.lemi.net


Lemi

Alcuni particolari della collezione “Segno”

tore delle cucine d’arredo. In questa collezione, la lavorazione della sezione ellittica del profilo d’acciaio cromato, in abbinamento con il vetro o il laminato dei ripiani, rinnova le forme, nel panorama di un prodotto che, tradizionalmente, è sempre stato realizzato in tondino, offrendo soluzioni di carattere e pregio. Nella storia di questa azienda abbiamo quasi sempre sviluppato i prodotti in collaborazione con i clienti, ma questo oggi non è più sufficiente perché si rischia di arrivare in ritardo. La collaborazione con Giancarlo Vegni ci permette invece di anticipare i tempi ed essere pronti fin da subito a soddisfare le esigenze di un mercato sempre sofisticato». Questa collezione, dunque, rappresenta il top della vostra gamma? «Certamente. È nata per distinguersi dalle altre produzioni. Basta osservarla per ren-

dersene conto. Dietro “Segno” c’è un grande lavoro di ricerca e sviluppo, il risultato unisce il design esclusivo e la totale fruibilità degli spazi, con l’affidabilità e la dolcezza di funzionamento garantita dai migliori produttori europei di guide». L’impressione è che nel corso degli anni si sia passati a organizzazioni dello spazio interno della cucina sempre più sofisticate. «Non è un’impressione, è un dato di fatto. Gli accessori di oggi sono il frutto di un costante lavoro volto a migliorare la fruibilità della cucina. La novità assoluta è che con “Segno”, per la prima volta, il design entra anche negli interni delle cucine, per regalare emozioni e benessere». Soprattutto quali fasce di mercato, oggi, acquistano le vostre produzioni? «Gli accessori per l’organizzazione dello spazio hanno successo nella fascia alta, me-

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Gli accessori di oggi sono il frutto di un costante lavoro volto a migliorare la fruibilità della cucina

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dio-alta e media. Nella fascia bassa del mercato invece sono poco richiesti. Teniamo presente che, oggi, non proponiamo semplicemente accessori per l’organizzazione dello spazio, sarebbe una definizione riduttiva. I prodotti dell’ultima collezione offrono un contributo estetico alla cucina tutt’altro che trascurabile. Fortunatamente il consumatore italiano, in generale europeo, apprezza questa peculiarità, Ma chi acquista, oggi, è sempre più attento al rapporto qualità prezzo e di questo bisogna tenere conto».

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Un nuovo canone d’arredo Comunicare la dimensione domestica. Razionale senza essere minimalista. Lussuosa ma non ostentata. Giuseppe Bavuso, art director di Alivar, ne racconta le scelte stilistiche Paola Maruzzi

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In alto, divano Bahia e libreria Shanghai. Nella pagina a fianco, letto Blade, complementi notte Espirit e poltroncina Samoa www.alivar.com

no sguardo al ventaglio dei prodotti – divani, sedie, letti e tante altre componenti d’arredo – per coglierne al volo «l’accuratezza filologica» che li accomuna. Giuseppe Bavuso, art director dell’azienda toscana, usa proprio queste parole, sottolineando la “fatica” concettuale che sta dietro l’imprenditoria tout court. E, in effetti, si parla poco di come l’industria, artigianale o in serie, utilizzi i cosiddetti creativi. Eppure questi sono figure essenziali tanto nell’ideazione del prodotto che nel post-

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vendita, quando il nome, cioè il brand, funziona da cartina tornasole e aiuta a conquistare nuovi mercati. Non è solo una questione di strategie pubblicitarie. È qualcosa di più profondo che segna il confine tra le realtà industriali di qualità, che racconta lo stile e il modo di porsi. Una prerogativa che dall'Italia ha fatto scuola anche all'estero. Marco Gazziero, vicepresidente di Alivar, ha scelto di lavorare con costanza sull’identità dell’azienda, quindi di rimettere in gioco le linee guida dei prodotti. Non è stato un salto nel vuoto. Al contrario,

l'esperienza trentennale ha fatto sì che il confronto con il design diventasse naturale e inevitabile. Una condizione sine qua non soprattutto se ci si rivolge a un pubblico internazionale, abituato a girare il mondo e ad apprezzarne le bellezze. L'acquirente tipo appartiene all'upper class. Non ha bisogno di iniezioni di stimoli per convincersi. Il mood Alivar è sorprendentemente chiaro e ordinato. Di qui il testimone passa appunto a Giuseppe Bavuso. «Per elaborare uno stile in grado di dare una personalità forte, siamo partiti dalla lezione dei grandi maestri del


razionalismo architettonico del Bauhaus. Alcuni esempi sono Mies Van der Rohe, Charles Eames, Marcel Breuer, Eero Saarinen. Più che una riproposizione, il nostro è stato un innesto, che ha dato dei frutti, un marchio a se stante basato su eleganza e funzionalità». La pulizia delle forme, evocata anche dall’uso di un bianco quasi total, è dunque la prima a colpire. Ma, avverte Bavuso, «è una semplicità apparente che non scade nel monotono. L’idea di insieme è quella della sobrietà, senza essere troppo minimalista e scarna». Si fa sempre più chiaro come l’impegno di Alivar non sia tanto quello di vendere un mobile piuttosto che un altro, ma costruire e interpretare un nuovo habitat contemporaneo. «Ecco perché guardiamo alla totalità delle cose. Ogni oggetto firmato

Alivar ha un design particolare, un suo carattere, ma in un'ottica complessiva tutti devono rimandare a un concetto omogeneo». Non si tratta di livellare le differenze, ma far “brillare” la qualità dei singoli pezzi. L’interno di un’abitazione è, infatti, in assoluto il luogo più comunicativo. I dettagli d’arredo toccano le sfere dell’intimità e quindi è opportuno creare un linguaggio uniforme, lineare. «Per Alivar interpretiamo i prodotti immaginandoli in un contesto architettonico. L'obbiettivo è suggerire ed evocare un modo di vivere le mura domestiche». Le forme da una parte, la sostanza dall'altra: la ricercatezza dei materiali fa da contraltare alla consapevolezza del design. «Investire sulla tecnologia e, al tempo stesso, nella sapienza artigianale necessaria nell'interpretazione dei pezzi d'ar-

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Il nostro impegno non è solo vendere mobili, ma interpretare un nuovo modo di vivere la casa

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redo. Questo rende l'industria nazionale molto competitiva. Se in Cina si sfornano prodotti a basso prezzo, il made in Italy è tutto incentrato sulla ricchezza dei processi produttivi». Non è un caso che Alivar vanti l'ambita certificazione del 100% made in Italy. Le aziende coinvolte sono sottoposte a una serie di controlli molto accurati sull'intero ciclo produttivo. «Questo significa che si punta sulla qualità, sulla creatività e su uno stile famoso ovunque nel mondo, apprezzato per l'eleganza, scelto per le linee, desiderato per la bellezza e l'originalità».

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Luci e ombre sospese tra il design Progettare la luce, pensarla come elemento d’arredo. Considerare le sfumature della lavorazione a mano e far entrare in gioco persino le ombre. Nicolas Terzani racconta un mercato che brilla naturalmente Paola Maruzzi

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In alto, particolare della lampada Atlantis www.terzani.com

allo skyline di Miami ai profili arrotondati dell’entroterra toscano di Scandicci, per reinventare il mercato dell’illuminazione decorativa. È il percorso imprenditoriale di Nicolas Terzani, che ritorna con grinta esterofila sull’eredità dell’artigianato locale. A prima lettura è l’ennesima epopea familiare stretta sul passaggio generazionale dai nonni ai nipoti. Ma allargando la visuale ci si imbatte in un’impresa che è stata capace di catalizzare una storia a più voci: quella di chi lavora il ferro e il vetro come se fosse ancora “a bottega”, di chi pensa e progetta gli oggetti di lusso e, naturalmente, di chi ha creduto in questa sinergia fortunata. Prova a spiegarlo meglio il portavoce della Terzani. «L’attuale fisionomia dell’azienda ha preso il via dall’incontro che mio padre fece con il designer francese Jean François Crochet. Dalla loro amici-

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zia nacque l'idea che contraddistingue l'azienda: utilizzare il metodo artigianale, tradizionalmente impiegato per confezionare articoli in ferro, per dare vita a una linea contemporanea, attenta alle influenze del design. Se in precedenza si usavano vetro e ferro in modo tradizionale, Jean Francois Crochet ha saputo reinterpretare in chiave contemporanea il know how di Terzani, creando collezioni uniche per quel tempo. Un mix che negli anni Ottanta ottenne un discreto successo soprattutto perché sul mercato non c’era chi proponeva la giusta via di mezzo tra linee classiche e moderne». Oggi la strada pioneristica imboccata da Sergio Terzani non è andata perduta, ma rivive nel catalogo storico Memory. «Tra tutte è Antinea, con la sua piantana a spirale e il piatto in vetro soffiato, ad aver fatto da spartiacque. Grazie all’appeal e al passaparola generato da questo particolare oggetto d’arredo, il fatturato ha subito un incre-

mento positivo ed è finalmente stato possibile fare il salto di qualità in termini di sviluppo». L’attenzione si sposta, quindi, sulla componente creativa. «La luce si fa strumento espressivo, capace di emozionare. Entrano così in gioco una serie di sfumature e dettagli paralleli. Grazie alle collezioni design di Bruno Rainaldi, paradossalmente persino le ombre vanno a caratterizzare le lampade e i lampadari. Insomma, per ogni singolo pezzo c’è a monte un approccio concettuale: la luce si fa artistica, più sottile, “pensata”». A distanza di anni, il miracolo di Antinea sembra ripetersi con Atlantis, che attualmente è tra i modelli più gettonati. E, a guardare i numeri della produzione, sembra proprio che si stia viaggiando nella direzione giusta. «È quasi scontato aggiungere che si tratta di prodotti altamente qualificati, indirizzati a un mercato di lusso». Altro passaggio chiave, tutt’oggi vitale, è l’apertura verso il multiforme


Nicolas Terzani

universo creativo. Jean François Crochet non è l’unico ad aver contribuito alla ricerca di design della Terzani. Pian piano, infatti, il giro di collaborazioni e di idee innovative si è allargato. «La nostra forza sta nel saperci reinventare rimettendo in gioco nuove collaborazioni. Quest’approccio polifonico sta per giunta stimolando una linea interna, portata avanti da me e mio padre, con lo studio di progettazione interno. Vedremo cosa ci riserverà il futuro». Su tutte le linee, dominano la nobiltà dei materiali e delle fasi lavorative, un’accoppiata che Nicolas rimarca con decisione. «Non bisogna immaginare l’artigiano del 2011 come colui che lavora a mano il ferro con utensili vecchio stampo. Tutt’altro. Il nostro personale è in grado di adattarsi e dialogare con tecnologie avanzate. Abbiamo fatto nostro, per esempio, il taglio con il 3d utilizzato nella filiera dell’automotive. Insomma, realizzare i nostri prodotti non è semplice. Il risultato si ottiene solo con la mescolanza di tecniche e saperi. Questa è la forza che tiene in piedi l’artigianato dal volto contemporaneo, capace di competere con un mercato molto esigente». A questo punto viene naturale lanciare uno sguardo sul complicato mondo della commercializzazione di prodotti così particolari. Insomma, quali sono i canali di vendita più adatti , che selezionano una tipologia di clientela capace di apprezzerebbe il design del pezzo unico? «I nostri naturali interlocutori sono gli architetti, gli arredatori

Alcune fasi di lavorazione all’interno dello stabilimento della Terzani, a Scandicci (Fi)

e i decoratori. Ma questo non basta. Bisogna poter contare su una rete vendita qualificata e su un mercato strutturato, che di per sé è già pronto a ricevere manufatti del genere. In tal senso va fatta una grande differenza tra quelle che sono le potenzialità statunitensi e quelle europee». Uno sguardo va poi diretto alle principali linee strategiche. «Nel caso di architetti e collezioni di lusso, attuiamo una politica di informazione e promozione diretta. Per rafforzare le collaborazioni con la distribuzione europea tradizionale, stiamo progettando linee di prodotto ad hoc. Laddove non abbiamo ancora una rete distributiva locale, sperimenteremo l’e-commerce. In un’ottica di sviluppo sempre più internazionale, è un approccio fondamentale e impegnativo. Apriremo un outlet online a breve, e siamo pronti a sperimentare questo nuovo strumento di vendita, sfruttando le risorse della vetrina virtuale. Una scommessa possibile solo tenendosi ben saldi alla componente creativa. È qui che riserviamo i nostri principali investimenti». Per chiudere, una panoramica sui fiori all’occhiello. Tra questi spiccano il W Hotel di Miami Beach e il W Hotel di San Pietroburgo, dove la Terzani ha realizzato l’installazione illuminotecnica, sia nelle camere che nel ristorante. Degne di nota anche lo Stademos Hotel di Cipro, lo Star Hotel Michelangelo di Firenze, la Vip entrance allo Staple Center di Los Angeles, con la sua serie di lampade speciali. TOSCANA 2011 • DOSSIER • 213


La mano che obbedisce all’intelletto Classica o d’avanguardia, la scultura è materia. È fusione di metalli, assemblaggio di pezzi. Con Adolfo Agolini alla Fonderia Artistica Mariani, dove prendono forma le opere di Botero e Mitoraj Paola Maruzzi

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i parte da qui, dal pensiero che l’arte è corpo, con un suo peso specifico. D’altronde anche la poesia, ingiustamente relegata a un immaginario meditativo, rimanda etimologicamente alla concretezza del saper fare, alla costruzione di qualcosa. Il greco poieo significa agire, edificare. Insomma, il genio creativo deve misurarsi con la tecnica e la manifattura. È un passaggio imprescindibile, che a Pietrasanta ha trovato uno sbocco ben preciso, tanto che negli anni la cittadina versiliese è diventata un crocevia di artisti in cerca di laboratori artigiani, specializzati nella lavorazione del marmo e del bronzo. Adolfo Agolini, insieme alla moglie Cristina e al figlio Nicola, regge le fila di uno di questi, la Fonderia Artistica Mariani. Da quando nel 1952 fu fondata, qui sono passati più di quattrocento ar-

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tisti, molti dei quali di fama mondiale. Fernando Botero, Igor Mitoraj, Arnaldo Pomodoro e Daphne Du Barry sono solo alcuni degli illustri affezionati di questo particolarissimo posto, a metà strada tra un’officina e una sala d’esposizione temporanea. «È una

questione di sinergia, di parallelismi, di rispetto reciproco verso i diversi ambiti di appartenenza – spiega il titolare – Da una parte stanno gli artisti, dall’altra ci siamo noi: gli artigiani. In sintesi, contribuiamo a forgiare opere di alto livello espressivo, ma non en-

I titolari della Fonderia Artistica Mariani, in posa davanti a Broedgade Venus, scultura di Fernando Botero www.fonderiamariani.com


triamo nel merito delle scelte artistiche, che rimangono prerogativa dell’autore. Insomma, ci facciamo strumento per lo scultore, che ha la possibilità di seguire personalmente l’avanzamento dei lavori». Agolini tocca l’argomento con la leggerezza dei modesti. Eppure i pezzi unici che prendono vita nella sua Fonderia vanno ad arredare città e musei di mezzo mondo. «I nostri committenti sono per lo più stranieri. Solo il 5 per cento della nostra attività si rivolge al mercato italiano». Ma cosa presuppone l’incontro tra l’artista e lo staff della fonderia? «L’autore, che ha già fatto su scala reale il prototipo dell’opera, ci consegna il modello. Sceglie il materiale di realizzazione e, man mano che si procede, può chiedere di intervenire con delle modifiche. Si viene così a creare un rapporto di fiducia, che spesso esula dal lavoro in senso stretto e sconfina nell’amicizia». Non poteva non essere altrimenti. Per mesi, anche anni se la scultura è complessa, si lavora a stretto contatto con il committente. «Gli inglesi lo chiamano feeling. Per gli artigiani toscani si chiama semplicemente passione» scherza Agolini. E se il risultato finale non dovesse soddisfare? In-

somma, è difficile star dietro alle stravaganze degli artisti? «Con l’esperienza si arriva a cogliere in anticipo le esigenze del committente, anche se può capitare che lo scultore serio, a conti fatti, paghi e faccia distruggere la propria creatura perché non la riconosce più. A noi è capitato di rado».

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esperto di alluminio, argento, ferro, alpacca, ottone e della speciale lega di bronzo garantita. Scendendo nel vivo della produzione è inevitabile fare un tuffo nel passato, strizzando l’occhio all’innovazione. Nata durante l’età del bronzo e raffinata dai Greci e dai Romani, la tecnica della cera persa è un po’ il fiore al-

I pezzi unici che prendono vita nella Fonderia vanno ad arredare città e musei di mezzo mondo. Solo un 5 per cento rimane in casa

Se “sporcarsi le mani” con l’arte prevede una buona dose di imprevedibilità e, perché no, anche di rischio visto che le opere hanno un valore inestimabile, dall’altra parte sono necessarie precisione e rigore artigianale. «Per formare un operaio specializzato ci vogliono almeno cinque anni. Per renderlo autonomo ne devono passare dieci. Ecco perché tendiamo a fare entrare nella squadra i giovani». Quello della fonderia è quindi un lavoro d’equipe, la cui “regia” è affidata ai titolari. «Abbiamo una visione globale perché in precedenza ci siamo formati su tutti i reparti». A suo modo, ogni componente della Fonderia diventa un

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l’occhiello della famiglia Mariani. «È un metodo antichissimo che sopravvive ancora oggi anche in ambito industriale perché garantisce l’assoluta precisione. Mentre comunemente vengono usati gessi e terre grasse, noi ci avvaliamo di refrattari particolari, la ceramica per esempio. Questa accortezza alza il livello del risultato finale. Ci differenziamo anche perché pratichiamo la fusione sottovuoto». Non è un caso, infatti, che la Fonderia Artistica Mariani vanti una serie di brevetti di invenzione o di miglioria. E, questa volta, il riscontro vale doppiamente, perché mette in circolo l’arte e i suoi protagonisti scultorei.

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MOBILITÀ

Trasporto pubblico locale, una riforma necessaria Di fronte ai tagli del governo al trasporto pubblico locale, l’assessore regionale Luca Ceccobao afferma di volersi muovere in fretta, all’insegna della collaborazione e della razionalizzazione, mettendo in campo tutte le azioni necessarie per salvaguardare occupazione e servizi Michela Evangelisti

Luca Ceccobao, assessore regionale Infrastrutture per la mobilità, logistica, viabilità e trasporti

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na cabina di regia per lavorare alla riforma del trasporto pubblico locale. È questa la risposta della Regione Toscana alle preoccupazioni di enti locali e forze sociali per i tagli del governo al Tpl ed emersa qual-

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che settimana fa alla riunione del tavolo tecnico regionale permanente sul trasporto pubblico locale, convocato dall’assessore Ceccobao con i rappresentanti di Upi e Anci, le forze sindacali e i rappresentanti delle aziende. Il tavolo ha affrontato la difficile situazione del trasporto pubblico locale, che si è prodotta dopo i tagli dell'esecutivo nazionale, per dare continuità al lavoro di riparto delle risorse per il 2011 e impostare la necessaria riforma del settore per il 2012. «Il sistema Toscana deve essere in grado di rispondere con coraggio e determinazione ai tagli del governo – spiega l’assessore Luca Ceccobao –. La Regione, con un grande sforzo in termini di bilancio, è intervenuta recuperando risorse importanti, mettendo sui trasferimenti agli enti locali 188 milioni, pari al 90% di quanto necessario. Considero già questo un primo risultato

raggiunto grazie alla collaborazione e allo stimolo di tutti, enti locali e forze sociali». La cabina di regia dovrà gestire la fase transitoria del 2011 e poi mettere in piedi a partire dal 2012 la riforma del trasporto pubblico, secondo alcune linee guida già identificate: una gara unica a livello regionale, la creazione di un’unica azienda che integri trasporto su ferro e su gomma, il mantenimento dell’importanza del ruolo degli enti locali nella programmazione. «Con noi lavoreranno tutti i soggetti coinvolti nel Tpl – aggiunge Ceccobao –, gli enti locali, i rappresentanti datoriali, i sindacati». Le proposte di riforma avanzate dalla Regione hanno destato preoccupazione nelle amministrazioni locali, nelle aziende e nei sindacati, soprattutto per i paventati tagli occupazionali. Se e in che modo sarà possibile evitarli?


Luca Ceccobao

«Sull’impostazione della riforma del trasporto pubblico locale avanzata dalla Regione registro, invece, una sostanziale concordia di tutti i soggetti in campo. Siamo consapevoli che i tempi sono molto stretti, per questo stiamo lavorando senza sosta per procedere spediti verso una riforma che, attraverso un’unica gara su ambito regionale, coniughi efficienza e tenuta dei servizi. In un momento così difficile prima di parlare di esuberi mi aspetto che le aziende mettano in campo tutte le politiche possibili di razionalizzazione dei costi di gestione, nonché piani di recupero dalla lotta all’evasione biglietti. Da parte nostra siamo già impegnati a studiare tutte le possibili



I tempi sono molto stretti, per questo stiamo lavorando senza sosta verso una riforma che, attraverso un’unica gara su ambito regionale, coniughi efficienza e tenuta dei servizi

azioni da poter attuare di fronte ai problemi occupazionali». Quali sono le strategie da adottare per evitare che le difficoltà legate ai tagli economici ricadano, oltre che sui lavoratori, anche sui pendolari? «Bisogna limitare gli effetti negativi dei tagli del governo sulla rete dei servizi minimi e quindi sulle corse, partendo da quelle più importanti. Vanno salvaguardati quei bus utilizzati da lavoratori pen-



dolari e studenti, mentre qualche sacrificio dovrà essere chiesto nelle ore cosiddette “di morbida”, o nei fine settimana. Nella programmazione, che ricordo spetta anzitutto alle singole Province, vanno però tenute in considerazione tutte le possibili integrazioni con il ferro, in modo da eliminare, se ci sono, inutili doppioni e sovrapposizioni». È evidente per la Regione la necessità di attuare entro il 2012 una riforma generale  TOSCANA 2011 • DOSSIER • 219


MOBILITÀ

 del settore trasporti. Quali

linee guida verranno seguite? «Serve arrivare in tempi rapidi, attraverso la collaborazione con tutti i soggetti in campo, ad una gara su un ambito unico regionale, e arrivare quindi ad un’unica azienda che coniughi efficienza e minori costi di gestione. Dobbiamo raggiungere la massima integrazione tra ferro e gomma e l’adozione di costi standard, che significa maggior risparmio. È una sfida ambiziosa, visti i tempi serrati, ma che la Toscana può vincere se marcia unita». Avete indicato nella massima integrazione tra ferro e gomma l’obiettivo chiave della riforma. Quali trasformazioni subirà nella pratica il trasporto locale? «Vanno evitate tutte le sovrapposizioni: dove c’è un treno non può esserci una corsa di bus. Molto lavoro era già stato fatto e sotto questo punto di vista la rete Toscana era già dotata di una buona efficienza, ma possiamo fare di più. Per questo i nostri tecnici, assieme agli enti locali, stanno analizzando le linee una ad una in modo da arrivare ad un’integrazione massima». Parliamo infine anche di

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La mobilità sostenibile è stato un punto importante della politica toscana dei trasporti negli ultimi anni e contiamo di valorizzarla ancora di più



mobilità sostenibile. In questi anni sono stati promossi numerosi progetti, per esempio incentivi all’acquisto di biciclette elettriche, finanziamenti per la costruzione di piste ciclabili e contributi alle aziende di trasporto per l'utilizzo di mezzi ecologici. Quale bilancio può tracciare? Ci sono altre iniziative in cantiere? «La mobilità sostenibile è stato un punto importante della politica toscana dei trasporti negli ultimi anni e contiamo di valorizzarla ancora di più. Ambiente, sicurezza

delle vite umane e innovazione sono punti fondamentali, come evidenziato nei recenti bandi promossi dalla Regione e pubblicati all’inizio di quest’anno. Lì sono previsti contributi agli enti locali per la progettazione di interventi sottosoglia legati alla mobilità, per finanziare interventi di sicurezza stradale e infomobilità. Per i percorsi ciclabili dovranno essere definite le priorità di intervento e avviate velocemente le iniziative già in cantiere, quali ciclopista dell’Arno e ciclo stazioni».


Paolo Enrico Ammirati

A rischio 600 posti, il trasporto pubblico è da rifondare «Siamo rimasti fermi al granduca Leopoldo. L’assessore Ceccobao è determinato, ma i tagli restano ingiustificabili». Paolo Enrico Ammirati, consigliere regionale Pdl, denuncia il ritardo del sistema infrastrutturale toscano Michela Evangelisti

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tagli al trasporto pubblico locale suscitano grande preoccupazione nell’opposizione regionale: il rischio paventato è quello di un forte impatto a caduta sulla qualità dei servizi e sulla forza lavoro. Secondo il consigliere Paolo Enrico Ammirati, infatti, «la riduzione del personale potrebbe toccare valori vicini al 10%, coinvolgendo circa 600 persone su 6mila». In Toscana il trasporto pubblico locale su gomma è stato affidato a società pubbliche e private attraverso delle gare a evidenza pubblica nel 2005, con una decina di lotti, provinciali e sub-provinciali, mentre il trasporto pubblico regionale su ferro è affidato in via diretta quasi esclusivamente a Trenitalia. «La Regione Toscana è una delle poche, come previsto per altro dalla normativa, che ha svolto

le gare per l’affidamento del servizio locale su gomma – spiega Ammirati –. Ora quello che ci meraviglia e che non riusciamo a capire è perché sul trasporto su gomma si sia arrivati, attraverso delibera della Giunta, a un taglio del 12,5%, mentre per il trasporto su ferro ci si è fermati al 3%. Considerato che il servizio su Paolo Enrico Ammirati, gomma deriva da gare mentre consigliere regionale Pdl e componente della quello su ferro è stato affi- settima commissione dato in via diretta, sarebbe Mobilità e infrastrutture potenzialmente più inefficiente. La domanda principe è questa: perché in tante regioni d’Italia i tagli si sono assestati sul 5% mentre in Toscana siamo arrivati a tagli di questo tipo? Questa è la prima spiegazione che la Regione ci dovrebbe dare». Come è possibile porre ri-  TOSCANA 2011 • DOSSIER • 221


MOBILITÀ

 medio a questa situazione? licenziamenti, perché è ovvio scarso riguardo taglino lad«L’accordo Stato-Regione del 16 dicembre scorso ha previsto degli ulteriori trasferimenti di denaro a favore delle regioni; la Regione Toscana in parte aveva cercato di ridurre questi tagli attingendo a fonti che erano relative alla casa e all’edilizia sociale. Oggi ci dicono: se arrivano ulteriori soldi a seguito di questi accordi Stato-Regioni non possiamo utilizzarli tutti, perché in parte li dobbiamo destinare a reintegrare i fondi ai quali abbiamo attinto. Ma poiché i fondi per la casa e l’edilizia sociale non saranno spendibili nel 2011, noi riteniamo che in parte possano essere coperti dai fondi previsti dall’accordo Stato-Regioni e in parte recuperati nel 2012 grazie a politiche di risparmio di spesa regionale per il trasporto pubblico. Questa è a mio parere una strada percorribile, che eviterebbe un’incidenza enorme e insostenibile sulla forza lavoro e sui tagli ai servizi». Cosa chiedete in sintesi all’amministrazione regionale? «Se lo scopo deve essere quello di arrivare nel 2012 a una gara per un unico gestore del servizio pubblico su gomma e ferro, bisogna arrivarci attraverso un anno di pace sociale; bisogna cercare nell’arco del 2011, attraverso una situazione che non sia di allarme, di concordare interventi sulla forza lavoro che non si traducano in drastici

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che la riduzione dello straordinario e il blocco dei turn over non sarebbero soluzioni sufficienti. Ridurre questi tagli significa usare il 2011 per arrivare al 2012 con una possibilità di svolgere le gare coinvolgendo anche le aziende che esistono in loco. Corriamo il rischio, altrimenti, che arrivino aziende esterne che davvero con



dove possono tagliare, ad esempio proprio sul personale». Come valuta le linee guida proposte dalla Giunta per la riforma generale del settore trasporti (gara unica a livello regionale, creazione di un'unica azienda, massima integrazione ferro/gomma)? «Questi sono obiettivi sui quali possiamo essere tutti

Allo stato attuale tagli di queste dimensioni sono ingiustificabili e rischiano di avere un grave impatto sulla qualità dei servizi e sulla forza lavoro




Paolo Enrico Ammirati

d’accordo, perché dovrebbero significare una migliore efficienza e migliori servizi, quindi anche maggiore redditività. Il Pdl farà sicuramente la sua parte in senso propositivo: ho messo in piedi una riunione con tutte le sigle sindacali a livello re-

gionale non con spirito semplicemente oppositore, ma per capire e individuare i percorsi possibili per arrivare a un 2012 che porti un risultato condivisibile per tutti. Allo stato attuale un taglio di queste dimensioni lo ritengo comunque ingiustificabile». Cosa pensa della cabina di regia proposta dalla Regione? «Non vorrei si giocasse una partita dove nessuno vuole tenere il cerino in mano, a danno dei servizi e dei lavoratori: deve essere una cabina dove tutti si assumano le proprie responsabilità, dalle aziende agli enti locali inferiori fino alla Regione». Al di là delle problematiche attuali derivanti dai tagli al Tpl, quali sono le criticità del sistema dei trasporti in regione? «Sono preoccupato in generale del sistema infrastrutturale toscano: siamo rimasti al granduca Leopoldo. Soffriamo di un ritardo complessivo sul quale assisto ad affermazioni di principio della giunta che fino ad ora non si sono tradotte in disegni, in azioni concrete. Si

tratta di un ritardo spaventoso: ne soffre la linea costiera. Si può pensare allo sbocco di un sistema infrastrutturale diverso, che valorizzi i porti, o al problema di fondere o meno in un’unica società gli aeroporti di Firenze e Pisa, ma mi rendo anche conto che se non costruiamo, ad esempio, delle infrastrutture di collegamento su Firenze o Pisa, questi sono aeroporti destinati a soccombere nei confronti di Bologna. Tutto il sistema è fortemente in ritardo». Come si sta muovendo e come dovrebbe muoversi la Regione per rimediare a questo ritardo? «L’assessore Ceccobao mi sembra impegnato in maniera determinata, ma si tratta di vedere a che risultati si può arrivare, anche perché le infrastrutture, le politiche sociali ed economiche sono problematiche che la Regione Toscana non può pensare di risolvere solo all’interno dei propri confini. Oggi si è formato un sistema per cui occorre che i politici, sia a livello regionale che nazionale, si rendano conto dell’esistenza di problematiche proprie dell’Italia centrale, che rischia di essere soffocata tra un Nord che marcia in una certa maniera e un Sud che, ancora per situazioni ereditate, fruisce maggiormente di interventi statali: rischiamo di rimanere schiacciati nel mezzo, con problemi che sono sempre più grossi e sempre più comuni a tutta l’Italia centrale». TOSCANA 2011 • DOSSIER • 223


MOBILITÀ

In pericolo servizi e posti di lavoro La Fit–Cisl Toscana accetta la sfida di sviluppare il trasporto collettivo attraverso una nuova organizzazione, che integri ferro e gomma. «Purché si faccia sul serio, avendo sempre un occhio di riguardo all’ambiente, ai servizi e alla sicurezza dei cittadini» precisa Stefano Boni Michela Evangelisti

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aggiore uniformità e meno sovrapposizioni. Sono questi i punti sui quali pone l’accento Stefano Boni, segretario generale Fit–Cisl Toscana, in un momento come quello attuale di bufera e di riforme in vista per il trasporto pubblico regionale. «La programmazione dei servizi per il trasporto pubblico locale, a livello di provincia e/o di territorio, non tiene di solito conto di cosa fa l'amministrazione confinante – sottolinea –. A mio parere è necessario in primis avere una visione regionale e poi programmare i servizi, facendo la massima attenzione a non creare doppioni gomma/gomma e gomma/ferro; poi bisognerebbe creare un piano generale dei trasporti della Toscana con un sistema tariffario unico, che valga su 224 • DOSSIER • TOSCANA 2011

tutto il territorio». Qual è la forma di trasporto più debole, che necessiterebbe di un potenziamento? «Oggi il mezzo più usato purtroppo è ancora l’auto: c’è bisogno quindi di potenziare l’uso dell’autobus, del tram, del treno attraverso politiche incentivanti, favorendo l’accesso alle fermate, creando ampi parcheggi vicino alle stazioni, corsie preferenziali, garantendo più sicurezza dei mezzi e, infine, prevedendo anche che i biglietti dei mezzi possano essere detratti dal reddito personale». Pensa che la proposta della Regione sulla fondazione di un’unica azienda che integri ferro e gomma possa rivelarsi efficace per razionalizzare il trasporto locale? «Come Fit-Cisl è ormai da diversi anni che siamo di questa idea, ovvero siamo più che fa-

vorevoli a creare una sola società regionale di trasporto che integri gomma e ferro. Pensiamo che questo cambiamento porterebbe con sé una maggiore efficienza, una razionalizzazione dei servizi e, infine, creerebbe risparmi nei costi in generale (manutenzione, assicurazione, carburante, compensi ai consigli di amministrazione). Accettiamo la sfida di sviluppare il trasporto collettivo attraverso una nuova organizzazione, purché si faccia sul serio, avendo sempre un occhio di riguardo all'ambiente, ai ser-

Stefano Boni, segretario generale Fit–Cisl Toscana


Stefano Boni



Chiederemo un tavolo operativo per garantire l’attuale occupazione e l’accantonamento di fondi regionali per migliorare l’efficienza del servizio

vizi e alla sicurezza dei pendolari e dei cittadini». Sarà possibile, nonostante i notevoli tagli di fondi, la tutela dei lavoratori e dei diritti degli utenti? «Con i provvedimenti del governo di agosto 2010 siamo partiti da -220 milioni di euro per il Tpl per il 2011. Poi la Regione Toscana ha messo a disposizione 189 milioni di euro. Mancano quindi 31 milioni, di cui 24 per la gomma (-12,47% di servizi) e 0,7 per il ferro (3% di servizi). Tutto questo ha fatto sì che le aziende

gomma del trasporto pubblico locale, oltre ad aver aumentato i biglietti e ad aver tagliato i servizi, abbiano dichiarato esuberi per 400/500 lavoratori. Come sindacato abbiamo attivato le procedure di raffreddamento con le associazioni datoriali (Asstra e Anav) e con il prefetto di Firenze. Con l’assessore regionale insistiamo affinché vengano stanziati ulteriori finanziamenti derivanti dall’accordo Stato-Regioni del 16 dicembre 2010, con il quale il governo ha previsto altri 900 milioni a livello na-



zionale. In caso di difetto, è ovvio che siamo pronti a manifestare e scioperare». Come si muoverà Fit-Cisl per garantire il rispetto dei diritti dei cittadini? «Fit-Cisl chiederà di certificare i ricavi realizzati dalle aziende attraverso gli aumenti di 10/20 centesimi dei biglietti e la lotta all'evasione dei ticket; un tavolo operativo (composto da Regione, enti locali, imprese e Oo.ss) per garantire l'attuale occupazione; stabilità per il 2011, che significa mettere mano alla riforma del Tpl, garantendo una parità di incidenza dei costi standard, organizzando una gara unica regionale e creando un'unica società regionale; garanzie verso i cittadini sulla sicurezza, qualità/puntualità, efficienza e decoro del servizio; la creazione di un ente bilaterale per l'autofinanziamento di provvedimenti per la gestione del personale; l’accantonamento di fondi regionali per il rinnovo del parco automezzi, per incentivare il trasporto locale e, infine, per migliorare l’efficienza del servizio». TOSCANA 2011 • DOSSIER • 225


MOBILITÀ

Verso i nuovi treni regionali I pendolari attaccano, ma Gianluca Scarpellini assicura che la frequenza e la puntualità dei servizi prestati da Trenitalia in Toscana sono assolutamente in linea con gli standard europei. E arriveranno nei prossimi anni 115 nuove carrozze a doppio piano, 3 elettrotreni e 2 treni diesel Michela Evangelisti

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l contratto di servizio tra Regione Toscana e Trenitalia prevede importanti collegamenti metropolitani e regionali, sulle tratte Livorno-Pisa-Firenze e LuccaPistoia-Prato-Firenze, e collegamenti interregionali Roma-Firenze, RomaPisa, Bologna-Prato e Faenza-Firenze. «I collegamenti interregionali svolgono una duplice funzione: da un lato garantiscono spostamenti di medio raggio tra le due estremità della relazione e dall’altro integrano il servizio regionale nelle brevi tratte terminali – spiega Gianluca Scarpellini, direttore regionale Trenitalia Toscana –. Perciò i collegamenti RomaFirenze sono importanti servizi che uniscono velocemente Arezzo e il Valdarno con Firenze, mentre i treni Faenza-Firenze sono utilizzati quotidianamente dai pendolari del Mugello verso Firenze». Parliamo di disagi. Gli utenti si lamentano dei ritardi e del sovraffollamento, in particolare sulle linee Firenze-Pisa e Firenze-Mugello.

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Cosa non funziona su queste tratte? «Il catalogo acquistato dalle Regioni prevede il numero di posti a sedere per ogni singolo treno. Se tecnicamente possibile le Regioni possono chiedere servizi più capienti o aggiuntivi (a un prezzo maggiore). In ogni caso dai rilevamenti trimestrali svolti da Trenitalia non risultano casi di sovraffollamento, se non in situazioni eccezionali. Naturalmente nelle ore di massima punta e nelle tratte finali dei treni in direzione Firenze non tutti possono trovare posto a sedere, ma è un fenomeno normale in tutta Europa. Nel 2010 il 91% dei treni regionali e interregionali in Toscana è arrivato a destino in fascia di puntualità 0-5 minuti, un dato in crescita rispetto al 2009 e superiore a quanto previsto nel contratto di servizio con la Regione». Sono previsti investimenti o progetti da parte di Trenitalia per potenziare il servizio sul territorio toscano? «È grazie al contratto di servizio che

assicura risorse per un periodo adeguato (6+6 anni) che Trenitalia può garantire alla regione forti investimenti in nuovi treni. Per la durata contrattuale Trenitalia investirà 150 milioni di euro a cui si aggiungono 60 milioni di risorse regionali. Questo impegno finanziario garantirà nei prossimi anni 115 nuove carrozze a doppio piano, 3 elettrotreni e 2 treni diesel, oltre al completo revamping delle carrozze per i servizi sulle medie distanze. I nuovi servizi ferroviari sono di competenza della Regione. A dicembre sono state istituite 6 coppie di nuovi servizi regionali fast, che collegano Firenze con Pisa senza fermate intermedie in 49 minuti, e una coppia di treni fast tra Chiusi-Arezzo e Firenze. È nelle intenzioni della Regione estendere questa tipologia di servizi veloci anche su altre direttrici, come la Siena-Firenze e la Lucca-Firenze, dove però i limiti infrastrutturali della linea parzialmente a semplice binario comportano benefici inferiori nei tempi di percorrenza».


MOBILITÀ

Muoversi a Firenze Cantieri aperti nel capoluogo toscano per la realizzazione della seconda e della terza linea della tranvia. «Gli spostamenti in città miglioreranno notevolmente» assicura l’assessore Massimo Mattei. E sono già pronte le misure per evitare che i tempi si allunghino Michela Evangelisti

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l 2011 si apre a Firenze con un grande fermento per quanto riguarda la mobilità urbana, tra interventi controversi, altri ampiamente condivisi, cantieri che proprio in questi giorni aprono i battenti e grandi progetti che iniziano a prendere corpo. Tra questi, uno dei più innovativi consiste nell’installazione dei cosiddetti semafori intelligenti, una tappa importante verso la “centrale della mobilità”. Si tratta di creare un sistema centrale di raccolta di tutti i dati provenienti dai vari sistemi di gestione telematica della mobilità oggi esistenti sulle strade del Comune e della Provincia di Firenze, inclusa la Fi-Pi-Li. Questi gli strumenti del sistema: centrale di controllo semaforico, centrale di controllo della circolazione tranviaria, sistema di posizionamento degli autobus urbani, porte telematiche della ztl, accessi dei parcheggi di struttura, telecamere, sensori di traffico, pannelli a messaggio variabile e via dicendo. «Raccogliendo ed integrando tutti i dati provenienti da questi si-

stemi – spiega l’assessore Massimo Mattei – sarà possibile creare uno scenario unico generale della situazione del traffico e della mobilità sull’area metropolitana, che sarà poi diffuso a tutti gli attori del sistema per consentire di adottare le scelte più adeguate rispetto alla situazione che si è venuta a creare». Il 2011 sarà anche l’anno nel quale numerose vie e piazze del centro fiorentino e della periferia assumeranno nuovo smalto, attraverso progetti di risanamento e manutenzione. Tra i 12 progetti esecutivi s’inserisce il piano di rinnovamento della pavimentazione che, da anni, ospita le tradizionali bancarelle del famoso mercato di San Lorenzo, specializzate in pelletteria, oggettistica e artigianato locale. Quali sono al momento i principali interventi a livello di infrastrutture per la mobilità di cui a suo parere c’è bisogno in città per migliorare la qualità della vita di cittadini e turisti? «Alla città servono un servizio tranviario che disincentivi l’uso

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Massimo Mattei, assessore comunale a Mobilità, manutenzioni e decoro


Massimo Mattei

Infrastrutture sostenibili e non invasive Sì alla mobilità sostenibile, no agli interventi dall’impatto troppo devastante sul tessuto urbano. Il consigliere comunale Giovanni Galli commenta i progetti di mobilità per Firenze Decisamente contraria a quella dell’amministrazione comunale a proposito dell’utilità delle nuove linee della tranvia la posizione del consigliere dell’opposizione Giovanni Galli (nella foto). «Sfruttando gli autobus a impatto ambientale zero e i bus elettrici di nuova generazione avremmo ottenuto gli stessi risultati, realizzando ugualmente delle corsie preferenziali, con una spesa decisamente più bassa e meno disagi per i cittadini – spiega il consigliere –. L’intervento della tranvia è un intervento troppo invasivo e pesante per la città». Qual è invece il suo parere a proposito del tanto controverso intervento del sottoattraversamento cittadino? «Posso osservare che esistono anche delle infrastrutture meno impattanti: sarebbe stato sufficiente studiare o presentare un progetto alternativo al sottoattraversamento e avremmo potuto trovare la soluzione. Il sottoattraversamento è un’opera devastante che ha il solo risultato di far risparmiare tre o quattro minuti a un treno. Si tratta di un progetto studiato e voluto dal centrosinistra, che purtroppo ci metterà in ginocchio per i prossimi dieci anni; senza contare le possibili ripercussioni sulle falde o sulla sicurezza delle abitazioni. Io penso, scusate il toscanismo, che sia sempre meglio essere prudenti che buscarne». I progetti dell’amministrazione comunale per l’incentivazione della mobilità ciclistica sono a suo parere efficaci? «Le idee sono assolutamente positive, il problema è che ad oggi non c’è ancora nulla di concreto. Mi muovo spesso in bicicletta ed è un labirinto tra marciapiedi, interruzioni continue del percorso, ostacoli di ogni sorta. Mi auguro che si possa davvero arrivare a una diffusione della cultura delle bicicletta, sostenuta dalle adeguate infrastrutture: pedalare non solo non inquina ma giova notevolmente alla salute». Come giudica i progetti di manutenzione e di rifacimento delle strade per i quali il Comune ha stanziato ingenti somme? «Credo si tratti di interventi utili e importanti, tra l’altro non è la prima volta che vengono realizzati. Purtroppo per le forti nevicate il manto stradale ha subito danni; mi fido delle parole che sono state dette a suo tempo, ovvero che se l’opera si fosse rivelata non a regola d’arte sarebbe stata rimessa a posto a spese dell’impresa. Mi auguro che ciò avvenga, nel rispetto del diritto dei cittadini, e che non sia soltanto l’ennesimo spot».

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MOBILITÀ

 della macchina e un servizio di tra- sigliere delegato “alla bicicletta”, il dimostrato di essere grandi amanti sporto pubblico locale, puntuale e frequente, che dia un’alternativa valida al mezzo privato. In più vedo la necessità di un'educazione stradale più diffusa, che faccia riflettere sui pericoli causati dalla velocità e sui fastidi provocati dalla sosta selvaggia». I due maggiori nodi critici del trasporto pubblico locale sono la bassa frequenza delle corse e la ridotta capillarità del servizio. Rispetto a questi due problemi una mirata politica per la mobilità ciclistica è in grado di dare soluzioni importanti a problemi fondamentali della rete di trasporto pubblico. Quali proposte sta avanzando il Comune sotto questo aspetto? «Abbiamo creato alcune piste ciclabili, altre le stiamo progettando e, a breve, sotto la stazione centrale ci saranno 700 posti riservati alle biciclette. Inoltre, il Comune ha un con-

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consigliere Gallo, che sta svolgendo un lavoro ammirevole». Sottoattraversamento della città, un progetto che non ha mancato di suscitare polemiche e che ha un forte impatto ambientale e urbanistico. Gli aspetti di utilità supereranno le criticità? «Il sottoattraversamento è un’opera fortemente impattante e ad oggi rimangono alcune perplessità sulla sua realizzazione, ma Firenze non può mancare ai grandi appuntamenti con le infrastrutture nazionali». Tra poco partirà la cantierizzazione delle linee 2 e 3 della tranvia. E già si pensa a un piano anti ritardo. In che maniera le due linee miglioreranno gli spostamenti in città? E come si impedirà che i lavori si protraggano oltre i tempi ragionevolmente fissati? «Gli spostamenti in città miglioreranno di sicuro, perché i fiorentini già con la linea 1 hanno ampiamente

della tranvia. Per evitare i ritardi si procederà per piccoli cantieri ben monitorati, i cosiddetti “cantieri modello”, con un commerciante e un cittadino della zona che potranno segnalare passo per passo i lavori al numero diretto dell'assessore; nel caso della tramvia ci sarà anche un consigliere comunale a garantire ogni singolo cantiere». Infine ci sono anche 3 milioni e 700mila euro pronti per cercare di risanare un buon numero di strade cittadine. Quali sono i principali interventi previsti? Quali criteri e obiettivi verranno seguiti? «Molti di più di 3,7 milioni. Infatti bisogna aggiungere questa cifra ai 40 milioni dello scorso anno. Importanti strade saranno rimesse a nuovo, a partire da via dell’Agnolo e via Tornabuoni. La regola che ci guida è quella di bilanciare gli interventi tra centro e periferia, perché a Firenze tutti i cittadini sono uguali».


LEGALITÀ

Interventi decisi per la sicurezza «La condivisione di obiettivi e strategie è la strada attraverso la quale è possibile raggiungere risultati concreti presto e bene». È questa per Paolo Padoin, prefetto di Firenze, la via da perseguire per contrastare l’illegalità in città Nicolò Mulas Marcello

Paolo Padoin, prefetto di Firenze

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opo molti anni trascorsi lontano da Firenze, Paolo Padoin, fiorentino di nascita, è tornato nella sua città. Tanta esperienza e idee chiare. Lo stretto contatto tra le forze dell’ordine e l’amministrazione locale è, secondo Padoin, il primo passo per conseguire importanti risultati sul fronte della sicurezza e della legalità. «Chi mi ha preceduto – continua Padoin – ha svolto un’ottima azione di contrasto dell’illegalità e stiamo proseguendo sulla stessa strada». La sua lunga carriera da prefetto in nove città l’ha riportata da qualche mese a Firenze, come ha trovato la città dal punto di vista della sicurezza? «Sono fiorentino e quindi sono appena tornato a casa, dopo molti anni trascorsi in giro per l’Italia: questa è una provincia che conosco bene. La chiave per risolvere i suoi problemi è nel gioco di squadra: lavorare gomito a gomito con le altre istituzioni, regione provincia e comuni prima di tutto, su tutte le grandi questioni che interessano il territorio, compreso il tema della sicurezza e della legalità. Da questo punto di vista la situazione richiede la dovuta attenzione, ma non presenta aspetti drammatici». Qual è la percezione della sicurezza in città da parte dei cittadini a Firenze? «I cittadini hanno in generale una percezione dell’insicurezza superiore alla realtà, ma qui la situazione non desta, ripeto, particolare allarme e le forze dell’ordine svolgono già un eccellente lavoro per tutelare la comunità. Chi mi ha preceduto ha svolto un’ottima azione di contrasto dell’illegalità e stiamo proseguendo sulla stessa strada. Con il contributo fondamentale dei sindaci e degli altri esponenti dei governi locali sarà pos-

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Paolo Padoin

In Toscana, e soprattutto a Firenze, esiste una tradizione antica di associazionismo volontario che opera in modo eccellente anche su questo fronte e di cui intendo fare tesoro

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sibile mettere in campo ulteriori interventi su obiettivi specifici». Lei ha affermato che le questioni della sicurezza, che non riguardano solo ordine pubblico, vanno affrontate in collaborazione con le comunità e con chi le amministra. Quali sono le sinergie adottate tra prefettura e amministrazione locale? «In parte le ho già risposto: la collaborazione interistituzionale è il cavallo di battaglia di tutti i prefetti. La condivisione di obiettivi e strategie è la strada attraverso la quale è possibile raggiungere risultati concreti presto e bene». In quali forme è presente la criminalità

organizzata sul territorio fiorentino? Quali sono i settori più interessati? «Sono stati registrati sporadici tentativi di infiltrazione da parte della criminalità organizzata, ma l’attenzione da parte nostra è e resta alta. In prefettura opera un gruppo tecnico, composto oltre che da funzionari prefettizi anche da forze dell’ordine, Dia, ufficio provinciale del lavoro e provveditorato alle opere pubbliche, che monitora costantemente il territorio. La sua attività è stata ulteriormente intensificata proprio per prevenire e contrastare ogni forma di penetrazione nel nostro tessuto con l’obiettivo di fornire alla magistratura gli elementi necessari perché possa svolgere il suo difficile lavoro». Parliamo di immigrazione. Da tempo si parla di un Cie anche in Toscana. Cosa ne pensa? «In Toscana e soprattutto a Firenze esiste una tradizione antica di associazionismo volontario che opera in modo eccellente anche su questo fronte e di cui intendo fare tesoro. È importante, infatti, ricordare che gli immigrati hanno diritti che devono essere tutelati, ma anche doveri dai quali non è consentito derogare. Per quanto riguarda la realizzazione di un Cie, non è questa una decisione che spetta a noi a livello locale». Su cosa state lavorando per migliorare la sicurezza della città? «Con il sindaco e le forze dell’ordine stiamo concordando gli interventi per affrontare le situazioni più delicate, con azioni mirate in specifiche zone della città dove sono presenti le maggiori criticità». TOSCANA 2011 • DOSSIER • 247


ORGANIZZAZIONE SANITARIA

Sanità, gli industriali chiedono ascolto Ritardi nei pagamenti, Iva da versare e gare sempre più impegnative: per gli addetti ai lavori il settore sanitario non è un mondo dorato nemmeno in una regione virtuosa come la Toscana. Il parere di Luigi Salvadori Riccardo Casini

onostante lo stesso ministro della Salute Ferruccio Fazio l’avesse definita meno di un anno fa una delle «regioni trainanti della sanità nel nostro Paese», per la Toscana questi ultimi mesi si sono rivelati piuttosto travagliati, prima con il disvelamento del buco di bilancio dell’Asl di Massa e poi con i nuovi sviluppi dell’inchiesta sul gruppo farmaceutico Menarini, uno dei principali a livello nazionale. Luigi Salvadori, presidente della commissione Sanità di Confindustria Toscana, punta però il dito anche verso l’amministrazione regionale, rea – a suo dire – di non ascoltare e coinvolgere a sufficienza il mondo industriale nelle sue scelte strategiche. «L’episodio dell’Asl di Massa – spiega – ha condizionato il budget 2011 della Regione per la sanità, così come i pagamenti, fermi ad aprile 2009. In Toscana poi, in seguito all’istituzione degli Estav (Enti per i servizi tecnico-amministrativi di Area vasta, ndr.) come centri di acquisto, tutte le fatture dei fornitori in campo sanitario arrivano a un ente che non è in sospensione Iva: in questo modo tutti hanno come aggravio il versamento dell’Iva allo Stato prima di incassare i pagamenti dalla pubblica amministrazione. Al contrario, in tutte le altre regioni le forniture alle Asl vengono effettuate in regime di sospensione di Iva, con un vantaggio evidente. Questo è un problema che coinvolge tutto il settore sa-

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nitario in Toscana». In che modo si può superare questo ostacolo? «Sicuramente la Regione dovrebbe mostrarsi maggiormente collaborativa, mettendoci al corrente dei problemi che ha avuto e informandoci al contempo su come intende risolverli. C’è invece in questo momento una sorta di blocco a livello di dialogo: le istituzioni locali cercano di risolvere i problemi da sole e non rispondono alle nostre richieste. Non dimentichiamo poi che la sanità italiana è un settore sempre in difficoltà, che tende a mettere in ginocchio i propri fornitori con tempi medi di pagamento che viaggiano intorno ai 15-16 mesi, una situazione inimmaginabile negli altri Paesi europei. A onor di cronaca va detto che in Toscana l’andamento è stato regolare e meno problematico fino ai primi mesi del 2010, poi con il buco di bilancio dell’Asl di Massa il castello è iniziato a crollare. Serve maggiore attenzione ma anche, ripeto, collaborazione. Senza dimenticare un ulteriore aspetto a livello sovraregionale». E cioè? «È in atto oggi un’evoluzione del mercato: con i nuovi centri di acquisto avremo gare molto grandi come importi e quantità, gare che metteranno in forte difficoltà i fornitori italiani, dal momento che le dimensioni delle nostre aziende - e non solo in questo settore - sono prevalente-

Luigi Salvadori, presidente della commissione Sanità di Confindustria Toscana


Luigi Salvadori

Innovazione e ricerca costituiscono da sempre il fulcro dell’attività delle aziende farmaceutiche

mente medio-piccole. Il fatto che vi saranno gare così impegnative comporterà problematiche altrettanto grandi: si renderanno allora necessari accorpamenti o aggregazioni da parte delle aziende, servirà cioè un cambio di mentalità molto veloce da parte degli industriali italiani che sono per natura molto individualisti». Si prospetta quindi un cambiamento dello scenario industriale. «Non solo, a questo si assocerà probabilmente la necessità da parte dell’Italia di recepire la normativa europea sui pagamenti a 60 giorni: una novità estremamente positiva, a patto che non comporti difficoltà per fornitori antichi o abituali. Temo infatti che questi, avendo diversi crediti nei confronti delle Asl, si troveranno in crisi dal momento che difficilmente lo Stato italiano sarà in grado di pagare 85 miliardi di debiti arretrati: penso ci sarà una forma di consolidamento del vecchio debito, bisognerà vedere però a quali condizioni. È insomma un panorama incerto e difficile da affrontare».

Nel frattempo, secondo il rapporto Osmed la spesa farmaceutica della Toscana è tra le più basse in Italia. Come spiegate questo dato? «La Toscana ospita alcune tra le più grandi aziende farmaceutiche italiane, è abbastanza strano che non ci sia soddisfazione reciproca: credo che tutto ancora una volta derivi dal mancato dialogo e dall’assenza di una collaborazione approfondita. Non critico il modo di fare della nostra Regione, che ha portato sicuramente risultati positivi in passato, ma lo ritengo un po’ troppo dirigistico. Le soluzioni invece vanno trovate insieme: il Paese è in grave difficoltà, per questo è necessario collaborare e condividere». Che ruolo stanno giocando invece innovazione e ricerca? «Questi due aspetti costituiscono da sempre il fulcro dell’attività delle aziende del settore farmaceutico, aziende che proprio attraverso questi riescono a sviluppare il loro business. Oggi infatti la via per sopravvivere è anche quella di vendere al di fuori dell’Italia, un effetto inevitabile visto che qui il sistema sanitario è sempre meno gestito dalla politica: non si fanno più conti reali sulla sanità, il governo l’ha decentralizzata ma gli enti locali hanno difficoltà a gestirla, nonostante occupi quasi sempre il 70-80% del bilancio. Basti pensare che oggi ci sono ben cinque Regioni che hanno dovuto predisporre un piano di rientro per buchi o difficoltà della gestione sanitaria». TOSCANA 2011 • DOSSIER • 251


ORGANIZZAZIONE SANITARIA

n una regione in cui, secondo il rapporto Osmed 2010, la spesa per i farmaci di classe A è tra le più basse d’Italia (130,7 euro pro capite, circa 30 in meno della media nazionale), lo scorso aprile l’offerta sul territorio toscano contava 1.109 farmacie (889 private e 220 pubbliche), ovvero una ogni 3.343 abitanti, un dato sostanzialmente in linea con la media nazionale (3.374). Secondo Fabio Franceschini, presidente di Federfarma Toscana, si può parlare di «una distribuzione molto capillare che copre il territorio in maniera soddisfacente. Non ci sono zone scoperte dal servizio farmaceutico: praticamente abbiamo una farmacia circa ogni 3.300 abitanti, questo anche a seguito di normative regionali che prevedono farmacie in strutture come aeroporti, stazioni ferroviarie e marittime dei comuni capoluogo di provincia, nonché in aree di servizio autostradali e in piccoli centri rurali difficilmente raggiungibili». Qual è oggi il ruolo delle farmacie all’interno del sistema sanitario in Toscana? «Il ruolo delle farmacie all’interno del sistema sanitario toscano sarebbe determinante. Uso il condizionale perché da parte delle amministrazioni pubbliche si vuole sempre più togliere qualcosa alla “rete farmacia” mettendo a rischio poi la sopravvivenza delle stesse farmacie che, non ci dimentichiamo, sono anche aziende. Il servizio che viene offerto è ormai riconosciuto da tutti ottimo: professionalità, capillarità, aperture giornaliere e notturne nei giorni feriali e festivi». Ma quali sono i servizi più richiesti dagli utenti? «I servizi richiesti dai cittadini sarebbero tanti, e vanno dalla prenotazione di visite e analisi alla consegna dei risultati di queste ultime, dalla consegna domiciliare del farmaco alla riscossione dei ticket, fino alle analisi di prima istanza. Ma non si può pensare che un’azienda possa offrirli senza recuperare almeno le spese vive che sostiene. Per quanto riguarda alcuni

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Territorio coperto ma serve aiuto per i nuovi servizi La Toscana conta oltre mille farmacie, una ogni 3.343 abitanti. Fabio Franceschini, presidente di Federfarma, lancia un appello alla Regione e frena l’arrivo di Poste italiane: «a ognuno il proprio lavoro» Riccardo Casini

servizi previsti dalle norme nazionali, poi, queste sono sicuramente eccessive. Fortunatamente il capitolo servizi riguarda le regioni». A proposito, a che punto è l’attivazione dei nuovi servizi erogabili indicati dai decreti approvati a novembre dalla Conferenza Stato Regioni? In che modo sta collaborando la Regione Toscana alla loro attuazione? «Al momento, come già detto, i servizi vengono offerti dalle farmacie gratuitamente, salvo pochissime eccezioni. Non so per quanto ancora potranno essere garantiti se non riusciamo a

Fabio Franceschini, presidente Federfarma Toscana


Xxxxxxx Xxxxxxxxxxx Fabio Franceschini

I servizi richiesti dai cittadini sarebbero tanti, ma non so per quanto ancora potranno essere garantiti se non riusciamo a definire un accordo con la Regione che preveda un rimborso

definire un accordo con la Regione che preveda appunto un rimborso. Uno studio fatto dalla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, portato a conoscenza anche dell’ente pubblico, aveva evidenziato chiaramente i costi di gestione che sostiene la farmacia per ogni servizio prestato, costi che dovremmo richiedere ai cittadini se non se ne farà carico la Regione. Basti considerare che dal 2000 al 2010 il fatturato mutualistico non è aumentato mentre sono aumentati gli adempimenti burocratici e di conseguenza i costi di gestione e di personale di fronte a una diminuzione degli utili».

La Toscana è stata definita anche dal ministro Fazio una delle «regioni trainanti della sanità nel nostro Paese». Ma vi sono delle criticità nel sistema sanitario regionale? Quali sono le difficoltà principali riscontrate dai farmacisti? «Sicuramente se Fazio ha affermato questo, avrà avuto delle motivazioni giuste. Senza dubbio il “sistema farmacia” sul territorio toscano funziona; per il resto della sanità, invece, purtroppo leggiamo spesso sui giornali qualche perplessità». Come vede l’arrivo sul mercato di Poste italiane, reso possibile in seguito all’accordo siglato con Farmindustria per la consegna a domicilio dei farmaci per pazienti con particolari patologie? «La ritengo un’iniziativa veramente fuori luogo. Credo che oggi in Italia poche siano le persone soddisfatte del servizio di recapito della corrispondenza in generale. Non conosco i termini del progetto ma mi domando: quando un postino non trova nessuno nell’abitazione cosa fa? Lascia un avviso nella cassetta delle lettere magari indicando giorni e orari precisi per il ritiro oppure lascia direttamente il farmaco nella cassetta? E ancora: chi risponde della mancata consegna o, peggio, del suo deterioramento? Cosa succede nelle zone dove già ora la posta viene consegnata una volta la settimana? E come sanitario aggiungo un’altra cosa». Prego. «Un farmaco, soprattutto quelli per pazienti con particolari patologie, non è una lettera e neppure una raccomandata: la consegna non può essere fatta da soggetti assolutamente non qualificati e in condizioni di sicurezza e corretta conservazione non adeguatamente garantite. Inoltre, chi dà le spiegazioni sull’uso del medicinale o sulla compatibilità con eventuali farmaci da banco acquistati direttamente dal paziente? Insomma, ritengo che ognuno debba fare il proprio lavoro, e nella maniera migliore possibile». TOSCANA 2011 • DOSSIER • 253


RICERCA FARMACOLOGICA

Ricerca e tecnologie per la lotta al cancro L’Istituto toscano tumori è una struttura a rete diffusa su tutto il territorio regionale. Il suo direttore scientifico, Lucio Luzzatto, illustra i progetti più importanti in cantiere e le nuove frontiere della ricerca Riccardo Casini

Istituto toscano tumori? Un ente particolare». A sostenerlo è proprio il suo direttore scientifico, Lucio Luzzatto, che sottolinea come, se in genere in un istituto di ricerca «la stanza più importante è la coffee room, dove gli incontri informali danno vita a scambi d’idee che possono generare i progetti più interessanti, nel nostro caso questo risulta fisicamente impossibile: ecco perché facciamo una videoconferenza con cadenza settimanale». Sin dall’inizio, infatti, l’istituto è stato creato seguendo una struttura policentrica, “a rete”, con un

«L’ Lucio Luzzatto, direttore scientifico dell’Istituto toscano tumori

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quartier generale a Firenze e una diffusione territoriale in tutta la regione tramite 16 divisioni oncologiche in ospedali universitari e non, e una serie di laboratori nelle università. «La componente clinica e quella di ricerca – spiega Luzzatto – costituiscono le due anime della nostra attività, che oggi si è concretizzata, tra le altre cose, nella creazione di un nucleo centrale di ricerca, o core research laboratory, per il quale abbiamo già reclutato giovani principal investigator e stiamo costruendo un laboratorio, che dovrebbe essere pronto entro un anno. Inoltre, configurandoci anche in modo atipico come agenzia di finanziamento di progetti di ricerca, abbiamo destinato una quota del nostro budget alle domande che pervengono da tutta la regione in risposta a bandi periodici: nell’ultima tornata sono stati finanziati 33 progetti su 109, selezionati attraverso un referaggio internazionale e poi sostenuti al 100%». In quali direzioni si sta sviluppando la ri-


Lucio Luzzatto

cerca? Quali sono le ultime novità in tema di farmaci antitumorali? «Ci sono molti trials in corso, il centro di coordinamento delle sperimentazioni cliniche che abbiamo istituito ne ha contate più di 200 attualmente in regione: molte sono analoghe a quelle che si stanno portando avanti in tutto il globo, ma alcune sono particolarmente qualificanti. E’ il caso del confronto tra due modi di somministrazione della radioterapia per pazienti con tumori metastatici, condotto in base a una collaborazione bilaterale tra Carlo Greco dell’Università di Pisa e Michael Zelevsky al Memorial Sloan-Kettering Cancer Center di New York. Un altro esempio è la sperimentazione di quello che potrebbe diventare il primo farmaco specifico per la mielofibrosi: uno degli esperti mondiali in materia è il professor Alessandro Vannucchi, che opera presso l’unità di Ematologia a Firenze. A Siena invece Salvatore Oliviero, professore di biologia molecolare, ha individuato un co-

dice dei processi epigenetici che modificano la cromatina e che sono modificati nei tumori: per questo potrebbero emergerne anche nuove terapie anti-tumorali». A questo proposito, grande rilievo viene dato negli ultimi anni ai cosiddetti “farmaci intelligenti”. Come procede la loro sperimentazione? «Non voglio fare battute o disquisizioni semantiche, ma la definizione non è così scontata: spesso si dice “intelligenti” riferendosi ai farmaci “nuovi”, ma non tutti lo sono, così come non è automatico che i vecchi siano “scemi”. Forse un termine più adatto è farmaci “mirati”, cioè destinati a un obiettivo preciso: in questo senso un farmaco sarà tanto più efficace quanto più tumore-specifico sarà il suo bersaglio. Uno dei problemi principali infatti resta la tossicità, sulla quale tutti i farmaci, non solo quelli antitumorali, vanno valutati in rapporto all’efficacia. La ricerca sta identificando un numero enorme di potenziali bersagli, ma spesso pure quelli più fini si trovano anche nelle cellule non tumorali: di qui la maggiore o minore tossicità». In che direzione bisogna procedere allora? «L’ideale è che un farmaco antitumorale colpisca un bersaglio unico alle cellule malate: queste si differenziano da quelle sane in seguito a mutazioni somatiche che costituiscono, loro sì, il bersaglio perfetto. Esiste già un farmaco, il Gefitinib, specificamente attivo in certi tumori purché abbiano certe mutazioni. Ecco, secondo me la ricerca deve andare avanti in questa direzione». Quali controindicazioni sono invece emerse nel corso della sperimentazione di questi farmaci intelligenti? «Più che di controindicazioni parlerei di li- ›› TOSCANA 2011 • DOSSIER • 255


RICERCA FARMACOLOGICA

›› miti: la parola “intelligente” fornisce un’illu- su questa base gli effetti di un farmaco o il suo

sione, in realtà questi farmaci hanno spesso semplicemente uno spettro di tossicità diverso da quelli tradizionali. Nel caso ad esempio del supporto terapeutico per il tumore al seno, si è riscontrato come l’anticorpo monoclonale trastuzumab, pur non avendo le più frequenti tossicità per il sangue o l’apparato gastroenterico, sia cardiotossico: prima del suo utilizzo occorre quindi un accertamento sulla situazione cardiaca del paziente, seguito da un monitoraggio continuo durante la terapia». Quali nuove risposte sta fornendo invece la farmacogenetica? «Si tratta di una scienza che ha già circa 50 anni: da tempo si sapeva che certi geni rendono pericolosi certi anestetici, ma oggi si è scoperto anche che a seconda dei geni un farmaco antitumorale può risultare più o meno tossico, e più o meno efficace. In alcuni casi si stanno iniziando quindi a testare o a prevedere

Abbiamo creato un nucleo centrale di ricerca per il quale abbiamo già reclutato giovani principal investigator

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dosaggio, come nel caso di uno studio sulla morfina che si sta svolgendo in Toscana, diretto dal professor Barale: questo perché l’Itt ha il compito di occuparsi di tutti gli stadi della malattia, compresi quelli avanzati. Naturalmente la “terapia personalizzata” pone anche nuovi problemi: dal punto di vista economico sviluppare farmaci diversi per ogni genotipo possibile non è realistico. Per ora, dobbiamo imparare a gestire i farmaci che abbiamo in modo ottimale per i singoli pazienti: insomma, se non farmaci personalizzati, almeno terapia personalizzata». Ma quali sono attualmente in regione le tipologie tumorali più diffuse? «In Toscana abbiamo un buon Registro tumori, e sappiamo che non ci sono differenze sostanziali rispetto alle regioni vicine, tranne che per una maggiore frequenza del cancro dello stomaco, specialmente in Casentino. Del resto, ormai i tumori più frequenti sono gli stessi in tutto il mondo occidentale industrializzato. Per questo la missione dell’Itt è capire, curare e prevenire il cancro al meglio per tutti: vale a dire, cure uniformemente ottimali nell’intera regione».


STRUMENTI OFTALMICI

Innovazione nel settore oftalmico

L Laboratorio di ricerca della Cso, Costruzione strumenti oftalmici, con sede a Badia a Settimo (FI) www.csophthalmic.com

a produzione di strumenti destinati all’industria medico-sanitaria è uno dei settori nevralgici dell’economia mondiale, non solo per volumi economici e produttivi, ma anche per l’entità degli investimenti in termini di ricerca e sviluppo che questo settore muove. Tecnologie all’avanguardia, esperienza consolidata negli anni e aggiornamento continuo, sono solo alcuni degli aspetti che gli specialisti del settore devono curare per essere competitivi di fronte a un mercato mondiale in costante evoluzione. In molti casi l’elemento in grado di fare la differenza è la capacità di coniugare in maniera armonica la produzione artigianale alla logica produttiva più propriamente industriale. Un valido esempio in tal senso è rappresentato dalla Cso, azienda specializzata nella costruzione di strumenti oftalmici, che da oltre trent’anni è testimone e pioniere delle evoluzioni di un settore molto complesso e struttu-

Un comparto in rapida evoluzione, investito più degli altri dalle continue evoluzioni della tecnologia e del mercato mondiale. La Cso presentata da Sergio Mura e Giuseppe Matteuzzi Erika Facciolla rato. Guidata da Sergio Mura e Giuseppe Matteuzzi, la Cso si è affermata nel panorama europeo, grazie all’alto livello di qualità ed efficienza che caratterizza i suoi prodotti. Fin dalla sua fondazione, avvenuta nel 1967, l’azienda ha saputo rimodularsi in funzione dei cambiamenti del mercato, alimentata dall’esperienza maturata in anni di collaborazione con autorevoli ricercatori e istituiti. «Quando abbiamo iniziato gli strumenti erano prevalentemente costituiti da ottica e meccanica – spiega il dottor Mura –. Con l’av-


Sergio Mura e Giuseppe Matteuzzi

vento della tecnologia e dei computer si è sentita l’esigenza di offrire un prodotto che permettesse l’elaborazione, la gestione e la raccolta fornita dei dati. Da qui l’applicazione dell’alta tecnologia a gran parte degli strumenti oftalmici di nostra produzione». Tra i fattori determinati che hanno condotto la Cso verso traguardi hi-tech per la diagnostica, non potevano mancare i processi di ricerca spesso convogliati in partnership con enti e centri di studi non solo nazionali. «Nel nostro settore la ricerca deve essere costante e puntuale – afferma Matteuzzi –. Ha inizio già con i preziosi consigli e suggerimenti che riceviamo dai medici oculisti e prosegue con la collaborazione con le Università e il Consiglio Nazionale delle Ricerche. Un buon serbatoio di informazioni è costituito, inoltre, dai congressi e fiere di settore che presidiamo, sia in Italia che all’estero». Dalla ricerca alle dinamiche di produzione, la Cso mette in campo prodotti in cui si fondono genio progettuale, abilità e precisione costruttiva. «A volte veniamo catturati dall’intuizione, altre volte seguiamo delle richieste ben precise che riceviamo dai nostri committenti – puntualizza Mura –. Naturalmente, al momento del progetto tecnico vengono coinvolti molti reparti della nostra azienda, dal disegno meccanico, al software da sviluppare, al prototipo». Ma alla luce delle attuali normative sulla sicurezza degli apparecchi elettromedicali, quali vincoli di produzione è chiamata a rispettare la Cso? «Le normative sulla sicurezza e sulla qualità dei prodotti che dobbiamo adottare sono molte. Negli ultimi anni abbiamo creato un ufficio dedicato a questa attività e a tutto ciò che concerne le certificazioni di qualità». La produzione della Cso tuttavia, viene in gran parte esportata verso quei Paesi le cui leggi di mercato talvolta non sembrano collimare con quelle vissute in Italia. «Siamo soliti rispettare non solo le leggi del mercato italiano ma tutte quelle dove vengono venduti i nostri strumenti, cercando di rimanere sempre al passo con i tempi. Seguendo una logica di espansione continua, puntiamo inoltre a nuovi mercati: sicuramente l’Europa e gli Stati Uniti rappresentano la fetta maggiore di mercato anche se i margini di crescita che stiamo sondando in altri stati sono incoraggianti». Un aspetto centrale del settore in

cui opera la Cso è la manodopera specializzata, «una vera e propria ricchezza per la nostra realtà – sostiene Matteuzzi –. Molte fasi di produzione sono basate ancora oggi sul montaggio manuale. Nella meccanica di precisione le risorse umane rappresentano un fattore importantissimo». Se si dovessero quindi elencare i punti di forza della Cso andrebbero inclusi «propensione alla ricerca tecnologica, affidabilità ed efficienza del sistema produttivo, risorse altamente specializzate e aggiornate, elevato livello di qualità dei prodotti: sono senza dubbio gli aspetti fondamentali del nostro lavoro che hanno garantito negli anni un livello di competitività e qualità molto alto e duraturo».

Dall’alto, sala riunioni, un momento di attività formativa e parte del team della Cso in laboratorio

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GENIUS LOCI

La Toscana in scena Ricordi che si perdono tra poesie, suggestioni uditive e immagini evocative. Fiesole, Firenze, la Maremma, Lucca: questi i luoghi, tra passato e presente, prediletti dal maestro Giorgio Albertazzi per il quale, però, la Pescaia rappresenta il luogo ideale nel quale rifugiarsi Nike Giurlani

L

a zona di Fiesole rappresenta la sua infanzia, le sue origini. Proprio qui, grazie al regista Athos Ori ha scoperto la passione per il teatro. Se percorre le strade che attraversano le colline degli inglesi riaffiorano immagini e suoni celati spesso da un cancello chiuso. La Maremma rappresenta, invece, il presente, il luogo dove vive la contessa Pia De Tolomei, sua moglie e dove si rifugia appena può, attratto dal fascino selvaggio e intenso del paesaggio. Per il maestro Giorgio Albertazzi non esistono, però, dei luoghi che sente particolarmente suoi, «ci sono più che altro dei luoghi poetici, come direbbe Borges, ai quali sono fortemente legato – racconta l’attore – e uno di questi è senz’altro la casa di mio nonno a San Martino a Mensola». Quali ricordi le tornano in mente se ripensa alla sua infanzia fiesolana? «L’antica chiesetta di San Martino a Mensola, dove sono stato battezzato da un parroco irruente chiamato dai fiorentini “frusta passere”, ma soprattutto la casa dove sono nato. Mio nonno lavorava come maestro muratore 262 • DOSSIER • TOSCANA 2011

nella villa “I Tatti”di Bernard Berenson e noi vivevamo nella dependance. Nel grande parco della villa, tra verde, statue e fontane, Berenson ospitava da Thomas Mann a Winston Churchill, alla regina Vittoria, a Gabriele D’Annunzio ed Eleonora Duse e tanti altri. Ricordo un grande lucernaio giallo e una finestra che dava sul parco. Io e Robi, mio fratello, ci affacciavamo da quella finestra attratti dalla musica in certe sere di primavera, e soprattutto da ragazze che correvano felici, ci sembrava. Berenson, con la sua barbetta pirandelliana, fece murare la finestra proprio da mio nonno: il buon uomo a malincuore eseguì l’ordine. Il giardino dei Tatti mi è rimasto precluso da sempre, perfino quando con una troupe televisiva, anni fa, siamo andati per girare un’intervista in quei giardini, la direttrice inglese, ora la villa è sede della fondazione dell’Università di Harvard per lo studio del Rinascimento italiano, disse: “No”». Ci sono dei luoghi di Firenze ai quali è particolarmente legato? «Firenze è una città straordinaria. Dietro i quartieri storici, i suoi grandi e importanti UU


GENIUS LOCI


GENIUS LOCI

IL MIO FIUME Apro la finestra e ho gli occhi pieni d’Arno oliva oliva come i tram di una volta la mia Firenze della fine di marzo giù da San Miniato agli specchi di Santa Trinita trionfante e sobria come una campanella francescana il camioncino delle verdure scende ai mercati e tesse un’aria serica – liscia coi fari accesi di prima mattina È giorno. Non si odono voci nel crepitio della pescaia Poesia inedita di Giorgio Albertazzi, 1960

UU monumenti, il Duomo, il campanile di Giotto, insomma tutta la Firenze dei Medici, si cela la mia Firenze: più appartata si nasconde nelle strette vie medioevali, intorno al Teatro della Pergola (l’arco di San Piero, la Salita Dei Bardi, Piazzale Michelangelo) o nelle cosiddette colline degli inglesi, fra pinete e uliveti che ispirarono Elisabeth Browning e D’Annunzio. Resto comunque un uomo del contado, che da Fiesole va a Firenze, che allo stadio siede nella curva sud». Quali, in particolare, i luoghi più cari? «Sicuramente Settignano resa celebre dal suo scultore, Desiderio da Settignano, che ha contribuito con la sua arte a impreziosire questo piccolo paese. Qui, in un antico teatro del Cinquecento ebbe luogo la mia iniziazione teatrale, con “L’allegro principe” di Athos Ori, in una compagnia amatoriale. Fu una splendida ragazza, più grande di me di qualche anno, che mi convinse a fare teatro. Si chiamava Noris, la conobbi sull’autobus che prendevo andando a scuola. Era molto bella e quando mi chiese se volevo andare a fare teatro a Settignano le dissi subito di sì: se mi avesse chiesto di andare a fare una rapina avrei detto ugualmente di sì. Un altro dei

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luoghi della memoria è una stradina a Settignano che separa la villa La Capponcina di D’Annunzio dalla Porziuncola di Eleonora Duse. Chi dei due attraversava la strada, ci domandavamo noi ragazzi, per gli incontri amorosi? Ogni volta che vado lì, immagino il latrare dei levrieri di D’Annunzio, lo scalpitare dei suoi cavalli». Ma oltre che curiosare dal di fuori, è mai riuscito ad intrufolarsi in qualche giardino? «C’è una località a Castel di Poggio che noi chiamavamo il lago del Leader, era un luogo chiuso, vietato, ma insieme ai miei amici spesso saltavamo il cancello perché all’interno si nascondeva un meraviglioso laghetto di un colore verde bottiglia, molto intenso. Era un luogo misterioso, romantico, dal fascino decadente». Una località che resta fuori dai classici tour che meriterebbe di essere visitata? «San Miniato in Monte. Qui c’è una chiesa mirabile, un capolavoro dell’architettura del Duecento. Tutta la zona collinare che circonda Firenze è da scoprire, perché non si può rimanere che affascinati dalla morbida tenerezza di questi paesaggi, con pini, cipressi e olivi, che ben descrisse Gabriele


Giorgio Albertazzi

D’Annunzio ne “La sera fiesolana” e che dipinse Giotto. E poi l’Erta Canina, cara a Ottone Rosai e Pian dei Giullari». Che cosa rappresenta invece la Maremma? «Nell’immaginario di noi ragazzi la Maremma era il luogo delle paludi, dei grandi buoi dalle corna bianche, dei cinghiali: qui avvennero i famosi scontri tra i cow-boy di Buffalo Bill e i butteri, che ebbero la meglio. Oggi è il luogo dove, nella sua tenuta La Pescaia, vive mia moglie Pia, diretta discendente della Pia dantesca (“Siena mi fé, disfecemi Maremma”), fra cani e cavalli, in un paesaggio selvaggio, che nasconde un’anima profonda, intensa e raffinata, che è riuscita a dar valore a se stessa. Il carattere di Pia si rispecchia perfettamente con il paesaggio: apparentemente brusco, nasconde una grande tenerezza. La Maremma è un luogo speciale, unico al mondo. Forse solo nelle coste della California o della Terra del Fuoco in Argentina, si possono assaporare le stesse atmosfere». Dove porterebbe un gruppo di amici in visita in Maremma? «Li porterei fra i boschi, i torrenti e sulle spiagge sabbiose, desertiche, dove spesso si incontrano dei robusti tronchi di legno che

sembrano delle sculture, molto simili ai paesaggi africani». Se chiude gli occhi, qual è il primo luogo della Toscana che le viene in mente? «In Toscana ogni borgo, ogni pietra, è ricco di cultura, di storia, di arte. La Toscana vale le sue pietre, tutto si ricostruisce con le pietre, “purché siano autentiche”, come dice l’Imperatore Adriano nelle “Memorie” della Yourcenar. Sicuramente la Pescaia è un luogo a me molto caro, ma ce n’è un altro che mi viene subito in mente. Si tratta della tomba di Ilaria del Carretto a Lucca. Questa città è entrata nel mio cuore leggendo Sparkenbroke di Charles Morgan. Già conoscevo la storia di Ilaria del Carretto, ma attraverso questo scrittore ho rivissuto la vita della “santa liberatrice che viene dal mare”». Quali sono i primi sapori che le vengono in mente di queste zone? «La pappa con il pomodoro, il tortino di carciofi che si mangia alla Buca dell’Orafo vicino a Ponte Vecchio e infine la bistecca mangiata in una trattoria di Maiano, una località non distante da Ponte a Mensola, vicino alla Villa di Poggio Gherardo, dove Boccaccio scrisse il Decamerone».

In apertura Giorgio Albertazzi; in alto, a partire da sinistra, una veduta dell’Arno; la spiaggia della Pescaia; la Villa “I Tatti”, attualmente sede della fondazione dell’Università di Harvard per lo studio del Rinascimento italiano

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Dossier Toscana 02 2011