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OSSIER Opera Certificata n° A052548

Direttore Raffaele Costa • direzione@golfarellieditore.it Consulente Editoriale Irene Pivetti Cultura e immagine Marco Zanzi Coordinamento Redazionale Concetta S. Gaggiano Ufficio centrale Giusi Brega, Lara Mariani Redazione Lucrezia Antinori, Eugenia Campo di Costa, Francesca Druidi, Sergio Federici, Federica Gieri, Nike Giurlani, Federico Massari, Andrea Moscariello, Daniela Panosetti, Sabrina Paoletti, Marilena Spataro, Adriana Zuccaro Hanno collaborato Renato Farina, Marcello Moratti, Michelangelo Podestà, Alessandro Gallo, Anna Di Leo, Leonardo Lo Gozzo, Michelangelo Marazzita, Marcello Nicolò Mulas, Francesco Scopelliti, Giuseppe Tatarella Ricerca e sviluppo Stefano Mariotto Dipartimento comunicazione Michela Calabretta • stampa@golfarellieditore.it Layout e lettering Rino Carobello Redazione Grafica Renato Droghetti, Lorenzo Fumagalli, Chiara Milani, Gaia Santi, Maria Pia Telese, Elisa Valli Direzione Tel. 051 223033 Via Ugo Bassi, 25 - 40121 - Bologna Concessionaria pubblicità Media Invest 15 Stampa Rotoservice - 12022 Busca CN Tel. 0171 934601

4 • DOSSIER • LAZIO 2010

Golfarelli Editore Anno VI - n°1 - gennaio 2010

www.golfarellieditore.it


OSSIER

LAZIO EDITORIALE

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Raffaele Costa

L’INTERVENTO

11

Angelino Alfano Ferruccio Fazio

PRIMO PIANO IN COPERTINA Gianni Alemanno

16

VERSO LE REGIONALI Renata Polverini

22

DIGITALE TERRESTRE Paolo Romani

28

POLITICA INTERNA Paolo Bonaiuti

32

ECONOMIA E FINANZA

36

L’INDUSTRIA DEL GIOCO Alberto Giorgetti

66

L’IMPEGNO PER LE DONNE Emma Bonino

MERCATI FINANZIARI Borsa italiana

70

IL FUTURO DELL’EUROPA Jacques Barrot

40

MADE IN ITALY Giorgio Guerrini

STRUMENTI FINANZIARI Limiti e opportunità

LIBERTÀ D’IMPRESA Raffaello Vignali

74 78

RAPPORTI TRA BANCHE E IMPRESE Strategie Intermediazioni

LA PROVINCIA E LE BIG CITIES 46 Censis RITRATTI Benedetto XVI

50

ETICA E IMPRESA Angelo Ferro

POLITICHE PER L’INFANZIA Clio Napolitano, Marco Dallari Paola Pelino

54

L’INCONTRO

60

Maria Pia Fanfani

100

102

106

OBIETTIVO MARE NOSTRUM 82 Giancarlo Elia Valori

CULTURA D’IMPRESA Gestione e finanza Il passaggio del testimone

LA STRADA DELLA RIPRESA 86 Emma Marcegaglia

TRIBUTI Evasori inconsapevoli

110

CONFINDUSTRIA L’impegno degli industriali

RAPPORTI DI LAVORO Imprenditori e lavoratori

112

CONSULENZA Prospettive Il settore del travertino

114

MERCATO ASSICURATIVO Il ruolo del broker

118

PROJECT MANAGER Ruolo e riconoscibilità

120

88

MERCATO DELLA RISTORAZIONE Evoluzioni CREARE EVENTI Pianificazione

6 • DOSSIER • LAZIO 2010

96

122 126


Sommario

IUS & LEX

AFFRONTARE LA CRISI Accesso al credito

164 166

GIUSTIZIA TELEMATICA Renato Brunetta

132

MISSIONI ALL’ESTERO Giuseppe Vallotto

134

TUTELARE LE IMPRESE Concorrenza sleale Rapporti con le banche

TERRORISMO Stefano Dambruoso

138

NUOVE TUTELE Class action

170

PROTAGONISTI Carlo Taormina

142

PRODUZIONI DIFETTOSE Responsabilità dirette

172

RIFLESSIONI Cosa serve al sistema Il ruolo dell’impresa Processo civile

146

CONSORZI Nuove regole

174

CULTURA LEGALE Competenze settoriali

176

STRATEGIE PER L’IMPRESA 156 Il ruolo dell’avvocato Consulenza Intermediazioni

SANITÀ DEFICIT SANITARIO Cesare Cursi

208

IL VALORE DELL’ATTO 184 Paolo Piccoli Rapporti tra banche e imprese Riflessioni

POLITICHE SANITARIE Antonio Tomassini

210

FARMACI Aifa

214

TERRITORIO

MEDICINA E HIGH-TECH Policlinico Gemelli

218

MERCATO IMMOBILIARE Nomisma Eugenio Batelli

188

ZONE FRANCHE URBANE Sora e Velletri

194

PROGETTAZIONE Nuove dinamiche

196

BIOMEDICINA 222 Università Campus Bio-Medico

ENERGIA E AMBIENTE POLITICHE ENERGETICHE Stefano Saglia Riflessioni

200

CHIRURGIA PLASTICA Rocco Carfagna Vito Contreas

226

CECITÀ CORNEALE Giancarlo Falcinelli

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CENTRI SPECIALISTICI Data Medica

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ODONTOIATRIA Evoluzioni

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LAZIO 2010 • DOSSIER • 7


EDITORIALE

e notizie diverse, ma quasi tutte negative, che hanno caratterizzato i giorni di fine 2009 e di inizio 2010 per quanto riguarda la sanità sono preoccupanti. Soprattutto in talune aree del Paese. Come è ovvio l’argomento andrà visto e approfondito, da un lato complessivamente dall’altro singolarmente, da parte sia della magistratura che dagli organi politici e amministrativi. È giustificata l’informazione diffusa attraverso le televisioni e i giornali: la stessa deve, però, essere accompagnata non soltanto da azioni giudiziarie bensì da interventi a opera per lo più degli organismi nazionali e regionali idonei da un lato ad assicurare adeguati controlli, dall’altro a tutelare il livello della sanità italiana. La sinistra ha proposto la creazione del Garante della Sanità a livello nazionale; pur non essendo stata approfondita l’ipotesi e, apprezzando il contributo proveniente dall’opposizione, non credo che la proposta sia, anche solo a medio termine, positiva. Sappiamo, infatti, che le Regioni hanno la gestione finanziaria, organizzativa, di controllo della materia e che esistono già, a livello locale e nazionale, uffici diversi, a partire dal ministero della Sanità, che hanno la funzione di controllare, stimolare, proporre, censurare ciò che avviene in tutto il paese nel settore. Che cosa fare, dunque, oggi perché la sanità italiana riacquisti nella realtà e nell’immagine quella dignità colpita in modo rilevante dagli ultimi avvenimenti? Debbo confessare di non essere fra coloro che criticano in toto, e neppure in modo rilevante, ciò che avviene: sono convinto che le macchie, pesanti, emerse in queste settimane rappresentino fenomeni gravi e, per molti versi, inquietanti, ma non riguardino affatto una percentuale rilevante del sistema. Che cosa fare, allora, per correggere situazioni non generalizzate, ma egualmente gravi? Basterà, anche se non sarà facile, far funzionare e controllare adeguatamente le strutture esistenti a partire dalle Asl, che hanno rilevanti competenze: dai bilanci delle strutture autonome e dal rispetto delle regole per quanto riguarda i controlli (si pensi molto di più all’attività degli ispettori). Si sviluppi un rapporto attivo e costante fra ospedali e comuni, fra ospedali e regioni, fra ditte fornitrici e amministrazioni pubbliche, fra medici di base e Asl. Importante risulterà l’azione di stimolo e di controllo degli assessorati regionali e ripeto, soprattutto, del mi-

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Come reagire alla tempesta sulla sanità di Raffaele Costa Direttore

nistero a sua volta stimolato e per certi versi controllato dal Parlamento attraverso le commissioni parlamentari e naturalmente dagli stessi parlamentari. Sono convinto che la prima cosa che deve essere fatta consista nella pubblicazione di un documento che metta tutti i cittadini, utenti e non, della sanità pubblica soprattutto, ma anche di quella privata, in grado di sapere, di conoscere, in molti casi di imparare, quali sono le funzioni, i compiti, i doveri, le responsabilità, le attività doverose e quelle soltanto lecite di chi lavora in sanità a diversi livelli. Non sarà soltanto utile, ma doveroso, approfondire i meccanismi normali, i circuiti operativi, le squadre che guidano reparti e uffici. È importantissimo far conoscere, agli interessati e sostanzialmente a tutti, attraverso adeguate iniziative, i diritti degli utenti. Sarà necessario informare, far sapere, predisporre un quadro generalizzato, ma anche specifico degli stessi diritti del cittadino in relazione a chi, nella materia, ha doveri. Queste ipotesi di lavoro, soprattutto informativo, richiedono tempo (ma neppure troppo: vedremo presto se anche noi potremo collaborare all’iniziativa), ma offriranno non soltanto un quadro di ciò che è la sanità oggi, ma una fotografia di ciò che si può anzi si deve fare e come per la buona salute della società e, soprattutto, delle persone tutte. LAZIO 2010 • DOSSIER • 9


L’INTERVENTO

2010 l’anno delle riforme di Angelino Alfano Ministro della Giustizia

l tema della giustizia è come un pianoforte. Per ottenere musica e non rumore occorre suonare i tasti in modo armonico, e non battere sempre un tasto unico. Penso che la riforma sia il vero elemento di confine tra conservatori e riformatori e sostanzialmente farà capire al Paese chi intende rinnovare il sistema e chi, invece, preferisce lasciare inalterato lo status quo. Nonostante sia assolutamente legittimo dichiararsi conservatori, esserlo in giustizia significa mantenere un sistema sclerotizzato, che consente un rinvio delle udienze civili datate 2008 al 2012 o al 2013. Abbiamo un sistema penale che non garantisce la certezza della pena, che permette a gente condannata di non stare in galera mentre la maggioranza dei detenuti è semplicemente in attesa di giudizio. Bene, chi è dell’idea di voler conservare tutto questo deve sapere che noi siamo dalla parte opposta: vogliamo riformare il sistema. A proposito di sistema carceraPer quanto concerne rio, uno dei maggiori problemi la riforma delle è il sovraffollamento. Premesso chi delinque deve andare in intercettazioni il nostro che prigione e che non si può ragsforzo è quello di trovare giungere il paradosso per cui un equilibrio tra tre diritti non si perseguono i reati per il costituzionali: quello fatto che non ci sono le cardi cronaca, quello di ceri, va ricordato che molte strutture risalgono a epoche indagine e quello alla precedenti al 1800. Per questo riservatezza delle abbiamo in progetto un serio comunicazioni piano di costruzione. Occorre poi affrontare con realismo e

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lucidità il fatto che buona parte dei detenuti è straniera e in attesa di giudizio. Con un buon lavoro di diplomazia internazionale confidiamo sia possibile fare scontare queste pene fuori dei nostri confini, avendo anche la certezza che non tornino in Italia a delinquere. Per quanto concerne, invece, la riforma delle intercettazioni il nostro sforzo è quello di trovare un equilibrio tra tre diritti costituzionali: quello di cronaca, quello di indagine e quello alla riservatezza delle comunicazioni. Il diritto di cronaca è sacrosanto. Ma questo non significa far passare in secondo piano il diritto alla riservatezza e alla privacy che vanno ugualmente tutelati e difesi. Non è pensabile, infatti, che un soggetto che ha poco a che fare con le indagini finisca inevitabilmente nel tritacarne mediatico e veda la sua vita rovinata. Credo allo stesso tempo che se ci fosse stato un efficace contrasto alle fughe di notizie o alla impropria rivelazione di fatti, forse non sarebbe stato necessario intervenire con una legge. LAZIO 2010 • DOSSIER • 11


L’INTERVENTO

La buona sanità di Ferruccio Fazio Ministro della Sanità

a sanità italiana è strutturata bene, ma non benissimo. Il sistema centralizzato funziona, ma presenta problemi di staticità. Il federalismo fiscale lo renderà più agile. Il problema attuale è quello di una disomogeneità importante, poiché esistono regioni più virtuose e regioni che lo sono meno. La virtuosità va di pari passo con l’economia strutturale. E le aree in cui la sanità funziona meglio sono sempre quelle dove la sanità costa meno. Per quanto riguarda le criticità, penso che si debba ristabilire un percorso territoriale che si amalgami, dal medico di base all’assistenza sul territorio fino all’ospedale. Il che significa andare incontro a un ritorno sul territorio della continuità assistenziale. Questo è il punto più importante da sottolineare dal punto di vista della criticità, insieme al problema delle liste d’attesa. Come punto di forza, possiamo vantarci di possedere un’ottima specialistica, con punte avanzatissime in alcune Regioni. In poche parole, mi sento di affermare che il sistema sanitario italiano è buono e, inoltre, esiste un otLa virtuosità va timo rapporto tra medico e di pari passo paziente. In Italia spendiamo quindici con l’economia miliardi di euro all’anno in strutturale. E le aree medicina “difensiva” prestain cui la sanità zioni inappropriate e cioè esefunziona meglio sono guite al fine di proteggersi da “azioni legali”. Il disempre quelle dove eventuali scorso sull’appropriatezza è essa costa meno fondamentale e noi pensiamo di migliorarla. Questo vuole

L





dire ridurre le prestazioni non necessarie e rendere virtuosi i percorsi diagnostico-assistenziali, con particolare riferimento alle Regioni del Sud del Paese e quelle che lavorano sui piani di rientro. Fondamentale sarà anche la verifica dei manager sulle prestazioni ospedaliere e ambulatoriali, circa i beni e i servizi e sulle attività dei medici e del personale. Per far sì che queste non restino solo parole, abbiamo affidato all’Agenas, l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, il compito di mettere a punto i meccanismi di controllo assieme alle regioni soprattutto sui risultati di manager e medici. Penso che il federalismo fiscale sarà la ciliegina sulla torta. Sarà la normativa che ci consentirà di mandare a casa quegli amministratori che non riescono a gestire la sanità nelle Regioni. Siamo assolutamente favorevoli alla sua introduzione, e siamo sicuri che porterà all’Italia grandi vantaggi e servirà a migliorare di molto il servizio sanitario a favore dei cittadini. LAZIO 2010 • DOSSIER • 13


IN COPERTINA

L’ANNO DELLA SVOLTA L’Amministrazione Alemanno cambia passo. E accelera, annunciando che il 2010 per la Capitale sarà davvero l’anno della svolta. Cantieri aperti, strade più pulite, campi nomadi chiusi e ristrutturati. E ancora l’impegno per portare le Olimpiadi sotto il Cupolone, ma prima ancora il Gp di Roma di Federica Gieri

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Gianni Alemanno

ivoluzione Alemanno. «Con il 2010, inizia il decennio decisivo per Roma». E la scrivania da cui tracimano cartelline, fogli sparsi e progetti lo attesta. Non c’è enfasi nelle parole del primo inquilino del Campiglio, ma un reale pragmatismo. «Per prima cosa – asserisce con determinazione Gianni Alemanno – dobbiamo uscire dalla crisi. Vogliamo essere la prima città italiana a farlo. Il 2010 è l’anno della riscossa. Abbiamo bisogno di avviarci verso un grande sviluppo che metta Roma nelle condizioni di essere una delle grandi metropoli in grado di competere nella globalizzazione». Per i prossimi dodici mesi, l’agenda del sindaco segna «la celebrazione dei 140 anni di Roma capitale e, con i decreti attuativi – sottolinea –, avremo finalmente i poteri speciali. Faremo il piano strategico di sviluppo proiettato fino al 2020, anno delle Olimpiadi. Un traguardo ideale per la piena rigenerazione della città. Ma dobbiamo partire subito. Abbiamo ereditato una situazione finanziaria pesantissima e dopo quasi due anni di risanamento, siamo pronti per un grande balzo. Ci sono molte cose che vogliamo conseguire pienamente, come la totale pulizia della città e il recupero delle aree di degrado. Promettiamo di cominciare a cancellare le grandi vergogne di Roma». A maggio si terranno gli stati generali della città. Quali progetti metterà sul tavolo? «I primi quattro, dei dieci progetti “chiave” per lo sviluppo della città che abbiamo in programma, li abbiamo già messi a punto e riguardano la pedonalizzazione del centro storico, il secondo polo turistico, l’ampliamento dell’aeroporto di Fiumicino e un grande progetto di

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riqualificazione dell’area archeologica del centro storico, Colosseo compreso, e di tutto il circuito museale. Con il 2010, inizia il decennio decisivo per Roma e con queste tappe obiettivo, ridisegneremo il futuro della Capitale. Abbiamo in programma nuovi incontri tematici per definire, nelle risorse, nei tempi e negli impegni da prendere, gli altri obiettivi che presenteremo il 18 e il 19 maggio in occasione degli Stati generali della città». Due anni dopo il suo arrivo in Campidoglio Roma è cambiata? «Credo proprio di sì. Il bilancio è de-

derato che il tema della sicurezza era il primo punto del mio mandato». I fiori all’occhiello della sua amministrazione? «La macchina amministrativa nel 2009 ha subìto una profonda trasformazione. Abbiamo portato a termine il riassetto dell’Ama, la fusione delle aziende del trasporto pubblico e la grande riforma della macro-struttura capitolina con l’assunzione di oltre duemila precari. Abbiamo anche messo a punto le strategie di sviluppo della città che saranno poi oggetto di confronto negli stati generali». Piano nomadi: come sta proce-

In apertura, Gianni Alemanno. Sotto cantiere metro linea C piazza Gondar.

cisamente positivo per gli obiettivi raggiunti e l’emergenza dalla quale Roma è riuscita ad uscire. Il 2009 è stato l’anno della lotta al crimine e i dati forniti dalla Questura certificano in maniera inequivocabile il sensibile calo dei reati (–30% delle rapine, 15% dei furti e -10% degli stupri) e l’aumento della sicurezza. È la dimostrazione del buon lavoro che tutte le istituzioni, a partire dalla firma del patto per Roma Sicura, stanno compiendo quotidianamente sul territorio. Una grande soddisfazione, consi-

dendo? «Il piano nomadi sta per entrare in una fase attuativa con lo sgombero del famigerato Casilino 900 che tutto il mondo conosce. In questo campo, le operazioni sono iniziate a dicembre. Adesso si provvederà ai trasferimenti. Il campo sarà messo in sicurezza e i nomadi andranno nelle aree allestite che già esistono e dove la ristrutturazione ha prodotto nuovi posti, migliori condizioni di vivibilità e di legalità molto precise. A Roma, la situazione nomadi era catastrofica,  LAZIO 2010 • DOSSIER • 17


IN COPERTINA

In alto, campo nomadi sistemato in zona Tor Vergata. Nella pagina a fianco, Bernie Ecclestone, presidente Fia

 una vergogna per la città. In tutto questo tempo, abbiamo chiuso le decine di campi illegali e bonificato le aree sgomberate. Ma il dato fondamentale è che, per noi, è inscindibile il binomio legalità-solidarietà: dai rom esigiamo il rispetto della legge, in cambio siamo pronti a concedergli la possibilità di sostenersi senza compiere atti illegali. Abbiamo però bisogno di più strutture attrezzate che stiamo cercando di ricavare dalle caserme date dal Demanio. Inoltre, ab18 • DOSSIER • LAZIO 2010

biamo bisogno di trasformare Ponte Galeria in un punto di transito che ci permetta di fare opere di bonifica su tutto il territorio. Il piano nomadi si completerà entro l’anno». Una nota dolente sono le infrastrutture: progetti in cantiere? «Nel 2010 sono previste opere infrastrutturali per 320 milioni di euro e riguarderanno la manutenzione stradale e scolastica, opere idrauliche e nuova viabilità. Tra gli interventi figurano l’allargamento di via Boccea,

la costruzione del nuovo ponte della Scafa, con annessa viabilità di collegamento, e la riqualificazione di piazza Venezia». Restando sul fronte caldo della mobilità, pare inconciliabile il diritto a manifestare con quello dei romani a muoversi. «Il diritto di manifestare si scontra con i disagi che i romani sono costretti a subire a causa dei cortei che quasi quotidianamente si svolgono in città. Nel 2009, è stato troppo alto il prezzo che cittadini e turisti hanno dovuto pagare per le 2.051 dimostrazioni, tra manifestazioni e scioperi. In pratica sei “eventi” al giorno. È per questo che, terminata la tregua natalizia, abbiamo deciso di rimettere mano al protocollo di quasi un anno nel quale erano stati indicati percorsi e piazze per i manifestanti. Sono sicuro che troveremo una soluzione ragionevole insieme al Prefetto e in accordo con i sindacati». Rifiuti e pulizia strade: i romani sono insoddisfatti del servizio che oltretutto è il più caro d’Italia dopo Napoli. «Fermo restando che queste tariffe le abbiamo ereditate dalla passata ge-


Gianni Alemanno

stione, insieme a un debito da libri in Tribunale, il 2010 sarà l’anno della svolta anche per quello che riguarda il decoro della città. È un compito questo che vede l’Ama protagonista: l’azienda, solo un anno fa sull’orlo del fallimento mentre oggi conta su un parco mezzi rinnovato al 60% e su 500 nuovi operatori, effettuerà, da febbraio, la pulizia e i controlli in tutte le strade giornalmente. Sinora il vecchio contratto prevedeva, invece, la pulitura giornaliera solo per il 40% delle strade, mentre per il restante una volta al mese. Se il 2009, ci ha visto impegnati nelle politiche per la sicurezza, quest’anno metteremo mano a una serie di ordinanze per punire chi sporca, chi getta ad esempio carte per terra. Per questo abbiamo studiato un regolamento che vieterà comportamenti del genere e che prevede l’inasprimento delle multe per chi sarà sorpreso a sporcare. Quello che chiediamo ai cittadini è soltanto di aiutarci di aiutarci a tenere pulita la nostra città». Olimpiadi 2020: Roma taglierà il traguardo? La concorrenza è di altissimo livello, Venezia inclusa: quali assi ha in mano?

«Sulla possibilità che Roma possa vincere la sfida contro Venezia, sono ottimista. Se ci confrontiamo con Venezia, l’elemento che ci rende più forti è che lì devono costruire tutto, mentre noi abbiamo già una buona parte di impianti realizzati. La nostra idea è trovare il modo per raggiungere a piedi l'area principale delle Olimpiadi, spostandosi agevolmente dal villaggio olimpico agli impianti. Punteremo su questo, partendo dal Foro Italico. Dal foro, a Roma Nord, ci sono spazi e aree sufficienti per realizzare il progetto. In ultimo, voglio sottolineare che la candidatura di Roma alle Olimpiadi del 2020 ha incassato anche il sostegno di Londra, che ospiterà i Giochi nel 2012. Mi sembra che, dopo mezzo secolo dalle fantastica edizione del 1960, ci siano elementi sufficienti per poter sognare di riportare gli anelli olimpici nella Capitale». In questa sfida, il territorio e l’opposizione come stanno reagendo? «La candidatura di Roma per le Olimpiadi del 2020 necessita di un clima politico nazionale favorevole, della coesione degli enti territoriali e delle realtà imprenditoriali e sociali di

Roma e del Lazio e di una chiara e precisa disponibilità del Governo a far fronte alle esigenze finanziarie, infrastrutturali e organizzative richieste per vincere la difficile competizione. Per questo, è necessario coinvolgere tutte le realtà istituzionali, politiche, imprenditoriali e sociali di Roma e del Lazio a favore della candidatura, capitalizzando al meglio l’enorme esperienza che la città ha accumulato nell’organizzazione di eventi, dal Giubileo del Duemila ai grandi avvenimenti sportivi degli ultimi anni, costruendo con il contributo di tutti un programma vincente per la candidatura dei Giochi Olimpici». Gran premio 2012: Roma ha davvero bisogno di un Gp? «L’accordo siglato con Ecclestone è un primo passo concreto verso l’assegnazione del Gran Premio a Roma. Si tratta di un passaggio formale al quale nei prossimi mesi seguirà l’ufficializzazione e solo dopo penseremo all’adeguamento delle strutture. Il Gran Premio di Roma, un Gp speciale che non sostituirà quello di Monza, è molto importante per la città. Tra l’altro, sarebbe un viatico per le Olimpiadi del 2020, una proiezione inter-  LAZIO 2010 • DOSSIER • 19


IN COPERTINA

 nazionale della Capitale. È stato calcolato che porterebbe un indotto di 1 miliardo di euro l'anno e Roma ha bisogno di rinnovare la sua offerta turistica e attrattiva». Calamita di turisti, visitatori, curiosi: a Roma come si gestisce l’accoglienza ? «Il turista è una risorsa importante e come tale va considerato. Ma una politica del turismo, per essere efficace, necessita di una strategia che abbia nell’accoglienza uno dei suoi principi cardine. La nostra Amministrazione ha messo a punto una serie di servizi: ad esempio l’abbattimento del muro linguistico che affianca, a quelle più note, lingue come giapponese e cinese. Tutti i servizi turistici capitolini vanno in questo senso: il numero telefonico a loro dedicato, dialoga in sei lingue, così come il sito del turismo, 20 • DOSSIER • LAZIO 2010

vero punto di riferimento. I punti di informazione turistica sono all’avanguardia; i “tourist angel”, i cosiddetti punti di informazione mobile, hanno riscosso un grande favore perché, nei punti nevralgici della città, vanno incontro ai visitatori, offrendo assistenza e le informazioni necessarie nelle lingue richieste. Anche il Roma pass, la card per i turisti si è arricchita di nuovi servizi offrendo un call center medico multilingue. Sull’accoglienza abbiamo puntato anche con una campagna di comunicazione rivolta agli operatori del settore, ma anche più semplicemente ai cittadini con uno slogan “Roma loves tourist” che ha raccolto grandi consensi». Guardando al futuro: come sarà la Roma a impatto zero? «Sarà una città dove saranno stati presi provvedimenti per le politiche di con-

tenimento delle emissioni, l’edilizia sostenibile, l’autoproduzione energetica, per dare ai cittadini trasporti più efficienti e puliti, per adottare una tecnologia d'avanguardia che possa fare di Roma un punto di riferimento per le altre capitali, il modello delle capitali ecosostenibili. Non si tratta soltanto di prendere degli impegni morali sul versante ambientale, ma di comprendere che esiste un nuovo modello di sviluppo che creerà posti di lavoro, innovazione tecnologica e nuove imprese». Nonostante i suoi molteplici impegni, riesce a portare avanti anche l’attività della fondazione Nuova Italia di cui è presidente? «La fondazione Nuova Italia, il cui scopo è valorizzare e diffondere la cultura popolare, comunitaria, tradizionale e nazionale, i valori della civiltà italiana, mediterranea ed europea e anche le forme espressive di ogni genere di identità comunitaria, affermando gli ideali della solidarietà, della partecipazione e della sussidiarietà, lavora a pieno ritmo, proponendo incontri e dibattiti. L’ultimo, ad esempio, ha affrontato il tema dell’immigrazione e dell’identità nazionale. La Fondazione funziona come laboratorio di confronto trasversale, punto di incontro per un riformismo non conformista e identitario. E vuole incidere culturalmente in questo momento cruciale in cui la nostra comunità nazionale è chiamata, dai processi di globalizzazione e dall’integrazione europea, ad operare una rapida e profonda modernizzazione».


VERSO LE REGIONALI

Il Pdl schiera nella corsa alla poltrona di governatore della Regione Lazio, Renata Polverini che, dopo 27 anni all’Ugl, è pronta a intraprendere una nuova battaglia. Le sue armi saranno il dialogo e la riscoperta dei valori. E il suo programma sarà incentrato sul «sostegno alle famiglie e alle piccole e medie imprese»

Regione Lazio una nuova classe politica

emperamento forte e sicuro, grazie al quale è diventata la prima leader sindacale d’Europa e la più giovane d’Italia in assoluto. Renata Polverini ora è pronta ad affrontare una nuova sfida: diventare il primo governatore donna della ReNike Giurlani gione Lazio. La sua campagna elettorale sarà basata sul «porta a porta» e sul contatto diretto con i cittadini. Dell’esperienza all’Ugl conserverà in particolare l’importanza di puntare «sui bisogni delle persone» e «a cercare sempre una soluzione attraverso il dialogo». Il suo programma si concentrerà su pochi, ma fondamentali punti, tra questi l’importanza della famiglia. Un valore e una dimensione che va riscoperto e tutelato. Un obiettivo sentito e condiviso anche dall’alleato Udc. Già in passato Fini e Alemanno l’hanno corteggiata per candidarla come capolista nelle liste del Pdl e poi per offrirle un rilevante posto di governo, ma ha risposto di no. Ha risposto di no anche a Veltroni. Come mai questa volta ha deciso di candidarsi? «È una scelta che arriva alla fine del A destra, Renata Polverini, candidata Pdl alla mio mandato all’Ugl. Si tratta di una poltrona di governatore della Regione Lazio candidatura che considero un risultato importante per tutta l’organiz-

22 • DOSSIER • LAZIO 2010

T

zazione sindacale in cui mi sono impegnata per 27 anni e che negli ultimi quattro anni ho avuto l’onore di poter guidare». Dopo essere stata la prima leader sindacale d’Europa e la più giovane d’Italia in assoluto è ora pronta a cambiare capitolo. Il suo passato quanto influenzerà il suo programma? «Ho dedicato la mia vita all’impegno nel sindacato, alla difesa dei diritti dei lavoratori, dei pensionati e delle famiglie. Si tratta di una esperienza che sicuramente influenzerà il mio programma. Come ho sempre fatto continuerò a operare puntando sulla concretezza e sui bisogni delle persone». Che cosa della sua esperienza da sindacalista la aiuterà nel ruolo di presidente della Regione? «Lavorare come sindacalista mi ha insegnato a utilizzare un linguaggio diretto e comprensibile, a confrontarmi con i problemi reali, che a volte possono sembrare banali, a cercare sempre una soluzione attraverso il dialogo. E, inoltre, ho imparato che non bisogna mai perdere il contatto diretto con le persone e per questo anche da segretario generale della Ugl non ho mai smesso di frequentare i luoghi di lavoro. Credo


Renata Polverini

LAZIO 2010 • DOSSIER • 23


VERSO LE REGIONALI

 che tutto ciò non potrà che aiutarmi nel mio ruolo di presidente della Regione Lazio». Come imposterà la sua campagna elettorale? Che cosa si aspetta? «Sarà una campagna elettorale porta a porta. Abbiamo lanciato una “giornata programmatica” al fine di coinvolgere le rappresentanze del mondo del lavoro e delle imprese, l’associazionismo e quanti potranno offrire un contributo nel definire le priorità del Lazio. Inoltre abbiamo deciso di chiamare il comitato elettorale “Laboratorio Lazio”, proprio per enfatizzare la volontà di coinvolgere tutti i soggetti in grado di contribuire a migliorare la nostra Regione. Ho già annunciato che mi presenterò con pochi punti chiari e programmatici e che saranno accompagnati da una tempistica di realizzo nell’arco della legislatura, anche se alcune questioni richiederanno tempi di attuazione più immediati, soprattutto quelli legati alla crisi economica che investe l’occupazione e le famiglie del Lazio».

24 • DOSSIER • LAZIO 2010

Quali saranno gli aspetti principali sui quali si concentrerà? «Sostegno alle famiglie e alle piccole e medie imprese. La crisi ci pone, anche nel Lazio, di fronte alla necessità di dare risposte immediate alle persone. Bisogna fare in modo che il Lazio esca meno povero dalla crisi. La famiglia è al centro della mia attenzione e intendo fare in modo che i servizi che la Regione può offrire siano modulati sui componenti dei nuclei familiari, allo stesso tempo si deve sostenere il tessuto produttivo, aiutando le piccole e medie imprese. Ritengo che sia importante anche investire nei settori di grandi potenzialità come l’agroalimentare e il turismo. E poi penso alla salute dei cittadini, a servizi più fruibili, egua-

gliando i livelli di efficienza tra la sanità pubblica e quella privata, perché non debbano più esserci cittadini di serie A e di serie B. Ultimo ma non meno importante, il tema dei trasporti. Mi sono sentita orgogliosa di essere italiana quando ho avuto la possibilità di partecipare all’inaugurazione dell’Alta velocità, voglio sentirmi ugualmente orgogliosa migliorando la qualità e l’efficienza del trasporto dei pendolari». Che cosa pensa di fare riguardo alla questione sanità? «Sono consapevole del problema legato al deficit e me ne assumo la responsabilità, ma non voglio che pesi sulle spalle dei cittadini. A loro in questa campagna elettorale voglio parlare di salute e non di sanità. Ri-


Renata Polverini

Renata Polverini durante la presentazione della sua candidatura alla presidenza della Regione Lazio, a cui hanno partecipato Maurizio Gasparri, Fabrizio Cicchitto e Gianni Alemanno



Sarà una campagna elettorale porta a porta. Abbiamo lanciato una “giornata programmatica” al fine di coinvolgere le rappresentanze del mondo del lavoro e delle imprese

guardo al debito ho già annunciato che l’obiettivo sarà quello di rinegoziare il piano di rientro con il governo». Quant’è importante rilanciare la Regione attraverso il turismo? «Il turismo rappresenta, soprattutto in una regione che ha tanto da offrire come il Lazio, un importante volano di sviluppo. Il litorale del Lazio può essere valorizzato ancora di più, molto può arrivare dalle nostre coste, così come dal turismo invernale. La montagna del Terminillo, per esempio, va rilanciata migliorando i collegamenti viari e i livelli di strutture e di ricezione». A breve sarà pronta anche la sua lista civica e ha dichiarato che non avrà al suo interno candidati con una storia politica alle spalle.



Come mai questa scelta? «Mi piacerebbe coinvolgere una nuova generazione di politici e dare più spazio alle donne e ai giovani. La mia lista civica sarà aperta a quanti vorranno dare il proprio contributo al di là del sostegno delle forze politiche che insieme al Pdl appoggeranno la candidatura». Capitolo alleanze, alla fine è arrivato l’accordo con l’Udc. Soddisfatta? «La giornata in cui ho siglato l’accordo con l’Udc è stata la seconda più importante, dopo quella in cui è stata annunciata la mia candidatura. Tenevo particolarmente a questa alleanza perché corona il mio percorso di valori e idee sulla vita e sulla famiglia. Un percorso in cui mi sono riconosciuta anche durante

la mia esperienza sindacale. Ringrazio l'Udc per avermi sostenuta anche quando da segretario Ugl ho portato avanti la battaglia sul quoziente familiare. Credo che questa unione possa dare al Lazio una spinta forte, riscattando quei valori che ritengo siano fondamentali per la società». Cosa pensa della candidatura di Emma Bonino? «Emma Bonino è una donna che stimo. Le ho fatto gli auguri dopo la candidatura da parte del Partito Radicale». Perché i cittadini dovrebbero votarla? «Per dare un volto nuovo alla regione e riportare il Lazio ai vertici tra le regioni italiane. Il mio impegno sarà totale». LAZIO 2010 • DOSSIER • 25


La nostra televisione ha superato la prova I

l 16 novembre scorso, Roma è diventata la prima capitale europea della televisione digitale, anticipando Londra, Continua il processo di digitalizzazione del Parigi e Madrid che effettueranno vecchio sistema televisivo analogico che, con lo switch off tra il 2010 e il 2012. Dopo gli ultimi passaggi alla fine tappe pianificate che coinvolgeranno del 2009 di Lazio e Campania, progressivamente le diverse regioni, vedrà nel 2010 toccherà sostanziall’Italia passare al digitale terrestre. Il mente a tutto il nord Italia. Nel primo semestre dell’anno effetviceministro Paolo Romani, soddisfatto dei tueranno il passaggio al digitale il risultati, rilancia: «Di questo passo potremmo Piemonte orientale e la Lombaranticipare la scadenza del 2012» dia, inclusa la provincia emiliana di Piacenza; nel secondo invece Giusi Brega l’Emilia Romagna, il Veneto, le province di Mantova e Pordenone, il Friuli Venezia Giulia e la Liguria. Nel 2011 spegneranno A destra, il viceministro per lo Sviluppo economico con delega alle Comunicazioni Paolo Romani l’analogico nell’ordine Marche,

28 • DOSSIER • LAZIO 2010


Paolo Romani

TABELLA DI MARCIA

L

e 16 aree tecniche in cui è stato suddiviso il territorio non sempre coincidono con l’area regionale intesa dal punto di vista amministrativo. In alcuni casi le regioni sono state accorpate in toto (ad esempio Sicilia e Calabria) o in parte (ad esempio Piemonte orientale e Lombardia); in altri alcune province rientrano nell’ambito di aree territoriali diverse rispetto alla regione di appartenenza (ad esempio le province di La Spezia e Viterbo nell’area tecnica Toscana e Umbria). Ciò è dovuto alla necessità di garantire un’uniformità radioelettrica ai diversi territori, assicurando un uso efficiente delle risorse frequenziali, la continuità nelle ricezione dei programmi, la segmentazione dell’utenza coinvolta e la riduzione dei disagi per i cittadini.

· 2008 Area 16 Sardegna

· 2009 Area 2 Valle d’Aosta Area 1 Piemonte occidentale Area 4 Trentino e Alto Adige Area 12 Lazio Area 13 Campania

Abruzzo e Molise, la provincia di Foggia, la Basilicata, il resto della Puglia e le province di Cosenza e Crotone. Nel 2012 sarà il turno di Toscana, Umbria, delle province di La Spezia e Viterbo e successivamente di Sicilia e Calabria. Come conferma il viceministro per lo Sviluppo economico con delega alle Comunicazioni Paolo Romani «nel 2010 il 70% della popolazione italiana sarà raggiunta dal nuovo segnale televisivo» che, rispetto all’attuale televisione analogica presenta indubbi vantaggi, tra cui una migliore qualità audio e video, un maggior numero di canali gratuiti e la possibilità di accedere a servizi interattivi».

Qual è il feedback che state registrando nella gestione del passaggio alla digitalizzazione tv? «Positivo. Si tratta di un passaggio tecnologico che necessita di un impegno di adattamento da parte di tutti i cittadini, ma che porta a un miglioramento del servizio televisivo. Come tutti i passaggi tecnologici porta in sé dei disagi iniziali, mi sembra che i cittadini stiano reagendo bene, e siano molto più preparati tecnologicamente di quanto si creda». Il debutto nel Lazio ha avuto qualche disagio. Cosa non ha funzionato? «Si tratta piuttosto di disagi iniziali insiti in un passaggio tecno-

· 2010 Area 3 Piemonte Orientale e Lombardia (inclusa la provincia di Piacenza)

Area 5 Emilia Romagna* Area 6 Veneto* (e province di Mantova e Pordenone)

Area 7 Friuli Venezia Giulia Area 8 Liguria

· 2011 Area 10 Marche* Area 11 Abruzzo e Molise* (inclusa la provincia di Foggia)

Area 14 Basilicata, Puglia (e province di Cosenza e Crotone)

· 2012 Area 9 Toscana e Umbria (e le province di La Spezia e Viterbo)

Area 15 Sicilia e Calabria * Gli switch off delle Aree 5 e 6 e quelle 10 e 11 sono da considerarsi, rispettivamente, facenti parte di un processo congiunto

 LAZIO 2010 • DOSSIER • 29


DIGITALE TERRESTRE

 logico complesso e delicato, ciononostante la nostra attenzione è massima affinché le difficoltà degli utenti siano ridotte al minimo. Bisogna anche calcolare la particolarità italiana: per la presenza di un numero elevatissimo di emittenti locali, circa 550 in tutta Italia, che rappresentano la ricchezza del nostro sistema televisivo e per la conformazione orografica del nostro Paese, le operazioni di transizione al digitale coinvolgono circa 25.000 impianti di trasmissione. Un caso unico nel contesto europeo, ciò contribuisce a rendere ancora più articolato il processo, che sta procedendo comunque in maniera fluida. Basti pensare proprio al passaggio della capitale, un vero record nelle operazioni: nella sola giornata del 16 novembre con la transizione di Roma e provincia e parte della provincia di Latina sono stati interessati circa quattro milioni di abitanti, di cui 182 comuni in modo totale e 98 parzialmente, con 495 impianti convertiti alla nuova tecnologia». Qual è la tabella di marcia da qui al 2012, termine previsto per il completamento del passaggio? «Stiamo definendo in questi giorni il calendario delle transizioni del 2010. Entro quest’anno passeranno alla tv digitale il Piemonte orientale, la Lombardia, l’Emilia Romagna, il Veneto, il Friuli Venezia Giulia e la Liguria. A dicembre 2010 il 70% di popolazione sarà in ambiente digitale. A mio avviso, potremmo essere in grado di anticipare la 30 • DOSSIER • LAZIO 2010

scadenza del 2012». Sono stati previsti dei contributi statali per tutelare le categorie meno abbienti? «È stato disposto il contributo statale, dell’importo di 50 euro, per l’acquisto di un decoder digitale interattivo, rivolto ai cittadini in regola con l’abbonamento alla Rai, con reddito pari o inferiore a 10mila euro e di età pari o superiore a 65 anni, utilizzabile presso tutti i rivenditori che aderiscono all’iniziativa. I cittadini non devono fornire prova documentale delle condizioni di reddito necessarie per l’erogazione del contributo. È sufficiente che forniscano il codice fiscale al rivenditore che provvederà tramite accesso telematico a verificare il possesso dei requisiti, ovvero residenza, reddito, età, abbonamento Rai. In caso positivo il rivenditore acquisirà copia di un documento d’identità, della ricevuta dell’ab-



L’aumento della capacità trasmissiva e la riorganizzazione del sistema frequenziale dovuto al passaggio dalla tv analogica a quella digitale consente l’ingresso nel mercato di nuovi operatori e maggiori programmi agli utenti




Paolo Romani

62% ITALIANI

La percentuale delle famiglie italiane, due su tre, per complessive 14 milioni di abitazioni e 36 milioni di persone che nel 2009 disponevano di un ricevitore Dt nella prima casa

2,7

DECODER I milioni di apparecchi venduti in Italia nel solo mese di ottobre 2009

70% ITALIANI

La percentuale di popolazione che a dicembre 2010 sarà in ambiente digitale

2012 ITALIANI

Il termine ultimo previsto per il completamento del passaggio dell’Italia al digitale terrestre

bonamento Rai e provvederà ad effettuare uno sconto immediato di 50 euro sul costo di un decoder accreditato. A oggi sono stati erogati nelle aree all digital circa 1 milione di contributi per l’acquisto di un decoder interattivo alle fasce deboli individuate grazie a caratteristiche di reddito ed età di regione in regione, in regola con il canone Rai». Sky, Mediaset e Rai. Cosa si sta facendo per evitare il rischio di replicare la stessa situazione presente in ambiente tecnologico?

«L’aumento della capacità trasmissiva e la riorganizzazione del sistema frequenziale dovuto al passaggio dalla tv analogica alla tv digitale consente l’ingresso nel mercato di nuovi operatori e agli attuali operatori di fornire maggiori programmi agli utenti. Canali tematici, palinsesti sempre più orientati a utenze specifiche, senza per questo abbandonare la tv generalista, e la possibilità di sperimentare nuovi programmi: tutto ciò con la tv digitale è possibile. La concorrenza, finalmente solo sui contenuti, farà il resto». LAZIO 2010 • DOSSIER • 31


POLITICA INTERNA

La politica del fare contro la sinistra C delle chiacchiere

onflitto di interessi. Leggi ad personam. Mancanza di libertà di informazione. Messa a rischio della democrazia. Assenza di adeguate politiche economiche. Questi gli attacchi che, da quindici anni, il centrosinistra sferra al cenUna serie di riforme per migliorare l’intero sistema giustizia. trodestra, in particolare al presiUna politica economica che sta permettendo al Paese di dente Silvio Berlusconi. «La siniriagganciare la ripresa. Il sottosegretario Paolo Bonaiuti stra non cambia mai musica» afferma laconicamente il sottosepone l’accento sulla «politica dei fatti e della concretezza» gretario alla presidenza del Considel governo Berlusconi. E l’opposizione? Ha scelto «la strada glio Paolo Bonaiuti sottolineando dell’insulto e della delegittimazione del premier» come, dal 1994, il centrosinistra abbia «deciso di aggredire il presiGiusi Brega dente Berlusconi attraverso la demonizzazione e il ribaltamento Nella foto, Paolo Bonaiuti sottosegretario alla presidenza del Consiglio della realtà». Una realtà costituita «dalla politica del fare», contro la quale Bonaiuti non vede concretezza ma solo «chiacchiere». La stella polare dell’opposizione? «È stato, è e rimane l’antiberlusconismo. Tutti i leader della sinistra che Berlusconi ha puntualmente sconfitto sul piano elettorale – Occhetto, D’Alema, Rutelli, Prodi, Veltroni, Franceschini, ma forse ne dimentico qualcuno – hanno ceduto alla tentazione dell’antiberlusconismo, invece di confrontarsi con l’avversario politico, con le sue proposte e con i suoi programmi». Onorevole Bonaiuti, rispetto a queste accuse ricorrenti della sinistra, qual è la verità dei fatti? «La verità è che la stragrande maggioranza degli italiani ha democraticamente deciso, con il suo voto, di affidare il governo a Berlusconi che rappresenta la politica del fare, la politica dei fatti e della 32 • DOSSIER • LAZIO 2010


Paolo Bonaiuti

concretezza, contro il teatrino della politica e contro la sinistra delle chiacchiere. La scelta degli elettori è comprensibile, visto che i cittadini chiedono al governo di realizzare i programmi presentati prima delle elezioni e sanno bene che il nostro governo manterrà gli impegni. Le accuse della sinistra lasciano nell’opinione pubblica il tempo che trovano. L’opposizione ormai ha smesso di fare politica affidandosi alla propaganda, se non al pettegolezzo». Partiamo dalla crisi economica. Il governo ha fatto il suo dovere? «Il governo Berlusconi ha aiutato le fasce più deboli e i settori produttivi in crisi. Ha garantito i risparmi degli italiani. Ha stanziato 34 miliardi

di euro per gli ammortizzatori sociali in difesa dei posti di lavoro. Ha tenuto in sicurezza i conti pubblici. L’Europa e l’Ocse hanno promosso a pieni voti le misure dell’Italia. La sinistra ha provato a negare l’evidenza ma i risultati elettorali dell’ultimo anno - Sicilia, Sardegna, Abruzzo, europee e amministrative - e i sondaggi odierni dimostrano che gli italiani hanno apprezzato e apprezzano la politica economica del governo Berlusconi». Capitolo giustizia. La sinistra vi attacca su tutta la linea accusandovi di muovervi solo per proteggere il premier. «Non è vero. Governo e maggioranza stanno spingendo una serie di riforme per migliorare l’intero

sistema, perché la lentezza della giustizia è un problema che interessa milioni di cittadini. Accanto alla riforma del “processo breve”, vanno ricordate le nuove norme antimafia, le riforme del processo civile, del processo penale, delle intercettazioni, della professione forense, del Consiglio superiore della magistratura oltre al piano carceri. Chi parla di leggi ad personam finge di dimenticare che invece è in atto una persecuzione ad personam, tutta ai danni di Silvio Berlusconi. Lo dimostra il fatto che da quando è sceso in politica il presidente Berlusconi ha subito oltre cento procedimenti giudiziari, mentre prima era completamente sconosciuto ai magistrati e alle pro-  LAZIO 2010 • DOSSIER • 33


POLITICA INTERNA

 cure. È una coincidenza?». Parliamo di riforme. La sinistra vi accusa di volerle fare a maggioranza. «Le riforme si faranno perché il nostro programma, che le prevedeva, è stato votato dalla maggioranza degli elettori e non si può tradire il loro mandato. Noi vorremmo che la sinistra accettasse il confronto. Purtroppo, fin dall’inizio della legislatura, i leader della sinistra che si sono succeduti alla guida del Pd hanno scelto la strada dell’insulto e della delegittimazione del premier. E anche il neosegretario Bersani non accenna a cambiare rotta, anzi guarda ad un recupero di voti alla sua sinistra. La maggioranza dovrà, comunque, andare avanti e approvare quelle 34 • DOSSIER • LAZIO 2010

riforme di cui il Paese ha assoluto bisogno». Procedere da soli con le riforme non è un rischio? «Anche la sinistra, senza nessun accordo con noi che allora eravamo all’opposizione ha varato nel 2001, a fine legislatura, quella riforma del Titolo V della Costituzione che poi ha portato a un’esplosione dei contenziosi tra Stato e Regioni. Come potrebbe oggi, quella stessa sinistra, contestare il procedere a maggioranza con le riforme? Resta il fatto che questa è un’ipotesi subordinata rispetto alla volontà del presidente Berlusconi che vorrebbe andare avanti in maniera condivisa». Passiamo dalla libertà di informazione che i partiti di opposizione ritengono a rischio.



Tutti i leader della sinistra che Berlusconi ha puntualmente sconfitto sul piano elettorale hanno ceduto alla tentazione dell’antiberlusconismo, invece di confrontarsi con l’avversario politico



«Nel nostro Paese ci sono 149 testate quotidiane, delle quali 26 ottengono contributi pubblici. Abbiamo circa 1.500 periodici, 14 radio nazionali e 1000 locali. Quanto alle tv, abbiamo 10 canali nazionali e 550 canali locali analogici. Le tv satellitari sono 138 e alla fine della digitalizzazione ci saranno circa 3.000 canali digitali.


Paolo Bonaiuti

Questi numeri dimostrano in tutta evidenza che in Italia è garantito il pluralismo dell’informazione e che la sinistra fa solo propaganda». Per garantire questo pluralismo cosa fa il governo? «Moltissimo. Il Dipartimento per l’informazione e l’editoria nel 2008 ha complessivamente erogato 206 milioni di contributi, dei quali quasi 186 milioni sono finiti nelle casse di 450 giornali su carta. Oltre 21 milioni di euro hanno sostenuto una miriade di testate radiofoniche e televisive locali. Voglio essere ancora più preciso: tra i quotidiani, l’Unità ha ricevuto 6,3 milioni, il Manifesto 4,3 milioni, Europa 3,5 milioni, il Riformista 2,5 milioni. Stiamo parlando di testate ancorate a sinistra.

Ci troviamo nella situazione paradossale di un governo che sostiene puntualmente i giornali, tutti i giornali, in buona misura di sinistra, e che poi viene accusato dalla stessa sinistra di minacciare la libertà di informazione: non è un controsenso? Il tentativo di portare la questione in Europa poi, si è rivelato un fallimento: la sinistra che credeva di vincere al Parlamento di Strasburgo è tornata indietro sconfitta. Dopo aver mostrato quale sia il suo spirito di patria». La minoranza accusa il centrodestra di voler imbrigliare la Rai e di volerla danneggiare con lo sciopero del canone. È vero? «Di certo, il centrodestra non ha occupato la Rai. Al contrario i tre telegiornali – Tg1, Tg2 e Tg3 –

sono andati a tre professionisti di indiscutibile valore come Augusto Minzolini, Mario Orfeo e Bianca Berlinguer. Intanto va avanti liberamente una serie di talk show che certo non sono sospettabili di simpatie verso il governo. Ha mai visto una puntata di Annozero, di Report o di Parla con me? Per non parlare, appunto, di Ballarò o di Che tempo che fa, che certo non sarebbero mai ascrivibili al centrodestra. La verità è che l’occupazione della Rai da parte della sinistra cominciò negli anni Ottanta, quando c’era Walter Veltroni a capo della propaganda del vecchio Partito comunista italiano. Il punto fondamentale resta quello di inquadrare il compito del servizio pubblico: se – come è evidente – esso deve ottemperare al dovere di informare o se – come qualcuno a sinistra cerca di fare – può essere utilizzato per una propaganda a senso unico, sempre e comunque contro Berlusconi e contro il governo. Purtroppo, la sinistra dimostra di concepire spesso il servizio pubblico come un efficace strumento contro l’avversario politico, considerato più come un nemico che come un avversario vero e proprio». In che consiste per lei la vera libertà di stampa? «Consiste in un’informazione trasparente in cui i fatti vengono presentati in maniera corretta, accompagnati e arricchiti dalle opinioni. Senza che la notizia sia distorta per finalità propagandistiche. Solo in questo modo, i cittadini potranno maturare un giudizio autonomo, elaborato sulla base di fatti concreti, non distorti». LAZIO 2010 • DOSSIER • 35


L’IMPEGNO PER LE DONNE

Un impegno radicale Lo sguardo di Emma Bonino sulla condizione della donna italiana. Ancora troppo in difficoltà nel suo ruolo di madre, moglie, imprenditrice o impiegata. E le difficoltà dimostrano che non sono state fatte le scelte giuste. È ora di invertire la rotta. Anche in quest’ottica si propone la sua candidatura alla presidenza della Regione Lazio Lara Mariani

a anni anima le iniziative radicali, le lotte per i diritti civili, umani, politici. E soprattutto lotta per la posizione della donna. E dopo tanti anni le cose da cambiare sono ancora molte e le questioni da porre innumerevoli. Perché, anche se «dal punto di vista legale abbiamo forse raggiunto la parità, in realtà permane una condizione di disagio complessiva delle donne, persistono alcune antiche discriminazioni nelle condizioni di lavoro, e si continuano a compiere scelte che non ne valorizzano meriti e competenze». Ed effettivamente basta osservare le statistiche sulle donne al vertice della politica, delle istituzioni, delle imprese, delle banche per registrare che il maschilismo è ancora cultu-

D

36 • DOSSIER • LAZIO 2010

ralmente imperante nella nostra società. Cosa si dovrebbe fare a livello mediatico per riequilibrare l’immagine della donna? Perché i cliché al femminile sono così duri a morire? E che ruolo hanno le donne stesse nel perpetuare quest’immagine mortificante? Ma soprattutto, spostando lo sguardo dalla politica e dalla televisione, cosa si dovrebbe fare per le donne comuni, quelle che lavorano ogni giorno con sacrifici enormi? Emma Bonino, la più irrequieta delle politiche italiane, prova a dare una risposta spiegando che «non sempre è facile, visto che le donne stesse non sempre si sono date la possibilità di fare sinergia». E oggi più di ieri rinnova il suo impegno vista la recente candidatura alla presidenza della Regione Lazio per il Partito Radicale. Candidatura ap-

poggiata dalla direzione del Pd del Lazio e di cui si è mostrata soddisfatta anche la rivale Renata Polverini che ha recentemente affermato «sarà una campagna elettorale appassionante e non urlata». L’epoca del femminismo è finita e le veraci manifestazioni oggi sono solo un ricordo. Eppure i nodi da sciogliere sono ancora tanti. «Non sono una di quelle che pensa che basta essere donna per essere migliore, né che si debba trasformare la meritocrazia in un feticcio, ma se in Italia si introducessero seriamente dei parametri meritocratici le donne avrebbero maggiori possibilità. I dati che ci vengono dall’università dimostrano che le donne hanno risultati migliori degli uomini, ma poi c’è una disparità di accesso al mondo del lavoro.


Emma Bonino

Emma Bonino, vicepresidente del Senato e candidata alla presidenza della Regione Lazio

Proprio sulla parità di trattamento in Francia stanno sperimentando il curriculum anonimo senza età, razza o sesso, un tentativo per rimediare ai pregiudizi e alle disuguaglianze che esistono anche da noi ma in misura maggiore». Ha qualche progetto in attivo a proposito? «Stiamo mettendo in moto un Comitato dal nome “Pari o Dispare” contro le discriminazioni di genere, a cui partecipano molte donne e anche uomini. Il lavoro è complesso vista la portata del tema, ma abbiamo scelto di essere molto concrete e speriamo efficaci. Il primo obiettivo è quello della valorizzazione del merito e del talento delle donne italiane che, a causa di un sistema inadeguato di welfare, con regole e gestione al maschile, rimane risorsa crimino-

samente mortificata e spesso offesa. Invece, con il Comitato “Pari o Dispare” abbiamo deciso, da un’idea della professoressa Kostoris, di spingere per un organo di garanzia, cosa che molti altri Paesi hanno già e che la direttiva 54 dell’Ue prevede e incoraggia, per vigilare sulle discriminazioni di genere, sanzionare i comportamenti delle aziende pubbliche e private che discriminino le donne, promuovere i comportamenti virtuosi e inclusivi». Quindi l’Unione europea si rivela attenta a questi temi? «Sì, ma spesso le indicazioni delle direttive europee vengono svuotate di qualsiasi significato nella fase di recepimento nell’ordinamento nazionale. Invece i mezzi che l’Europa ci consente e anzi auspica vanno usati, proponendo un modo

nuovo e una visione d’insieme meno lamentosa e sconsolata, puntando invece su una lucidità di analisi, sul monitoraggio e un continuo e quasi fastidioso pungolo verso le istituzioni. Insomma vorremmo fare pressing, se altre donne e uomini ci aiuteranno e comprenderanno lo spirito di questa iniziativa». Cosa si dovrebbe fare a livello mediatico per riequilibrare l’immagine della donna? «L’immagine della donna in televisione è generalmente deprimente. In quella italiana poi gli stereotipi al femminile raggiungono vette ineguagliabili. A qualsiasi ora del giorno possiamo verificarlo di persona: dalla velina sempre svestita, anche in contesti invernali dove gli uomini sono rigorosamente coperti, all’angelo del focolare che letteralmente gode di fronte all’efficacia di Mastrolindo, o ancora la commessa accogliente e ironica, ma se solo si azzarda a fare carriera si trasforma inesorabilmente nella Meryl Streep del film Il diavolo veste Prada. I cliché al femminile sono duri a morire ma, va detto, anche grazie al contributo attivo di donne che si prestano felicemente a perpetuare quest’immagine mortificante. Un altro degli obiettivi del Comitato “Pari o Dispare” è proprio quello di creare un osservatorio Rai sugli stereotipi nella comunicazione e cambiare le regole seguite dalla Tv in materia di immagine delle donne». Il contributo della politica in questo caso quale deve essere?  LAZIO 2010 • DOSSIER • 37


L’IMPEGNO PER LE DONNE

 «La politica ha il dovere di agire applicando le buone pratiche e facendolo in fretta, prima che si arrivi a una situazione di esasperazione e di totale mortificazione del talento, della forza e della resistenza delle donne italiane. Possiamo rimettere in moto un paese e rendere consapevoli e più libere le donne attraverso delle politiche che non dobbiamo neppure inventarci, giacché tutti i paesi civili ci sono già arrivati e hanno ampiamente sperimentato con successo. Ci stiamo provando a fare squadra, femministe e non. Non sempre è facile, visto che le donne stesse non sempre si sono date la possibilità di fare sinergia e comprendere che volendo non solo abbiamo diritti e ragioni, ma anche i numeri della ragione». È con queste premesse che si è sviluppata la sua candidatura per la Regione? «Credo di aver dato qualche buona prova come commissario europeo e come ministro, ma anche come leader di una forza politica mai coinvolta in alcuno scandalo pubblico e 38 • DOSSIER • LAZIO 2010



La politica ha il dovere di agire applicando le buone pratiche e facendolo in fretta, prima che si arrivi a una situazione di esasperazione e totale mortificazione del talento, della forza e della resistenza delle donne italiane



di cui nessuno può negare il contributo riformatore e modernizzatore della società civile e dello Stato». Come sostegno alle famiglie ha proposto il bonus scolastico. II resto del programma è centrato sulle classiche battaglie che hanno fatto parte della sua storia, carceri, rispetto dei diritti degli immigrati, trasparenza nella pubblica amministrazione, la legalizzazione delle coppie di fatto, l’ok alla pillola abortiva. Che tipo di sostegno si aspetta dai partiti che la sosterranno? «Convinto e leale. E anche l’entusiasmo necessario per vincere e dare al Lazio e ai suoi cittadini la possibilità di avere un esecutivo che faccia della trasparenza e del rispetto delle leggi e delle regole il suo criterio principale. Ce la metterò tutta,

come normalmente so fare. Sappiamo tutti che la battaglia è difficile, non affatto in discesa, ma la voglia di vincere è grande». In una recente intervista lei accennava al rigore sabaudo che l’ha guidata nel corso della sua carriera e alle battaglie che ha condotto nel corso della sua vita politica. Quali sono quelle di cui è più orgogliosa? «Quelle in corso e che dobbiamo ancora vincere. Se mi guardo indietro tutte quelle che attengono alla dignità della persona e delle donne in particolare in Italia e nel mondo, passando per l’istituzione della Corte penale internazionale fino alla moratoria universale sulla pena di morte e alla battaglia più recente contro le mutilazioni genitali femminili».


LA PROVINCIA E LE BIG CITIES

Il fascino delle metropoli vince sulle città mercato Saltano i confini. Cadono le mura dell’Italia dei 100 campanili e avanzano le città che sanno fare sistema. Come Milano. Ma non la Capitale, che, per Giuseppe Roma del Censis, «è una città più compatta, ma non ha un territorio circostante con grandi realtà che possono crescere». Stop alle aree metropolitane troppo strette. «Oggi si deve lavorare per masterplan di territori vasti». Come Sarkozy a Parigi Federica Gieri

li animali fotografano le città dello Stivale. Leoni, pantere ed elefanti, ma anche gazzelle, giraffe e zebre. «Non è un vezzo – avverte Giuseppe Roma, direttore generale del Censis –, ma dare una caratteristica simbolica aiuta a capire». Insomma uno zoo socio-economico al centro della quinta edizione del rapporto “Il sistema urbano italiano” targato RUR-Censis, che tratteggia gli stop and go delle 103 città capoluogo di provincia. Uno sviluppo o, per contro, una regressione il cui detonatore va ricercato nella globalizzazione che, sottolinea Roma, «ha avuto effetti sul nostro sistema urbano in qualche modo liberalizzato, avendo perso protezioni e barriere che l’integrazione europea, l’euro, le regole del commercio internazionale e i flussi di immigrazione riverberavano sugli assetti dell’abitare, del produrre, del rapportarsi, del consumare, del conoscere e dello svagarsi, azioni alla base del funzionamento della macchina urbana.

G

46 • DOSSIER • LAZIO 2010

Una potenza relativamente incontrollata che, in pochi anni, ha rovesciato consolidati equilibri». Cosa emerge dal rapporto 2009? «Che la globalizzazione ha avuto notevoli effetti. Prima abbiamo scoperto la vitalità della media-città, grosso modo, in un equilibrio ora rotto dalla globalizzazione. Ciò è molto importante: il nostro è un Paese molto legato alla vitalità del diffuso, del localismo. Adesso, però, ha perso tutte le difese perché globalizzazione significa perdita dei confini. La presenza poi di realtà legate all’alta tecnologia, alla finanza, al commercio di un certo livello e di un aeroporto, ci ha portato a mettere al vertice non solo le grandi città (peraltro non tutte), quanto piuttosto i sistemi che si stanno creando attorno a loro. Come nel caso di Milano e Roma». Partiamo dalla Capitale. «Roma ha il vantaggio di essere un grande comune, che ha uno sviluppo policentrico quasi tutto compreso nei suoi confini amministrativi, coinvolge

Giuseppe Roma, direttore generale del Censis


Censis

altre città in una misura abbastanza limitata. È una città più compatta, ma non ha un territorio circostante con grandi realtà che possono crescere. Nel Lazio, vi sono città molto piccole senza dinamiche economiche dirompenti». Per Milano, invece, qual è la vera novità? «Quella di essere un grande contenitore di altre realtà. Bergamo e Brescia hanno agganciato questa serie A. Milano è tra le città maggiori, ma ci sono anche Bergamo e Brescia. Ciò indica che il territorio lombardo ha più capacità di integrarsi. Ci sono capoluoghi importanti e poi c’è un hinterland produttivo. Milano è una grande città-sistema, forse la più grande che abbiamo in Italia. Va da Varese a Sondrio. E da Piacenza a Bergamo». Ma tra le città leone figurano anche Firenze, Siena e Bologna. Non certo simili al capoluogo lombardo o alla Capitale. «Vige il modello della città-contenitore che rafforza i sistemi misti. Padova e Venezia ormai stanno insieme. Lo stesso Firenze e Siena. Bologna, invece, si lega con la via Emilia, le cui città rientrano nella seconda categoria della nostra indagine. Emerge così un sistema urbano gerarchizzato che, in realtà, è sempre più costituito da una rete di centri aperti all’internazionalizzazione. Se non si guarda alla mondializzazione, è difficile poter emergere».  LAZIO 2010 • DOSSIER • 47


LA PROVINCIA E LE BIG CITIES TRA LEONI E PANTERE, ECCO LE BIG CITIES 2004

2009

· Aree metropolitane (Le Aquile)

· Poli dei grandi sistemi (I Leoni)

Torino, Milano, Bologna, Firenze, Verona, Venezia, Roma

Torino, Milano, Bergamo, Brescia, Verona, Padova, Venezia, Bologna, Firenze, Siena, Roma

· Città dello sviluppo (I Falchi)

· Centri urbani competitivi (Le Pantere)

Aosta, Biella, Verbania, Varese, Como, Lecco, Bergamo, Brescia, Cuneo, Pavia, Mantova, Sondrio, Bolzano, Trento, Vicenza, Padova, Treviso, Belluno, Pordenone, Udine, Parma, Pisa, Siena, Ancona, Macerata

Biella, Novara, Varese, Como, Lecco, Pavia, Lodi, Cremona, Mantova, Sondrio, Trento, Bolzano, Vicenza, Treviso, Pordenone, Udine, Piacenza, Parma, Modena, Rimini, Pisa, Ancona

· Centri produttivi (I Pellicani)

· Città in transizione lenta (Gli Elefanti)

Novara, Piacenza, Reggio Emilia, Modena, Forlì, Rimini, Prato, Arezzo, Pesaro, Ascoli Piceno, Latina

Savona, Genova, La Spezia, Trieste, Ferrara, Livorno, Prato, Terni

· Benessere maturo (I Gabbiani)

· Comunità urbane in crescita (Le Gazzelle)

Vercelli, Asti, Alessandria, Imperia, Savona, Genova, La Spezia, Lodi, Cremona, Rovigo, Gorizia, Trieste, Ferrara, Ravenna, Massa, Livorno, Pistoia, Lucca, Grosseto, Perugia, Terni, Viterbo, Pescara, Campobasso, Lecce

Aosta, Verbania, Vercelli, Asti, Alessandria, Cuneo, Imperia, Belluno, Rovigo, Gorizia, Reggio Emilia, Forlì, Ravenna, Massa, Lucca, Pistoia, Arezzo Grosseto, Perugia, Pesaro, Macerata, Ascoli Piceno, Viterbo

· Città della rincorsa (Le Rondini)

· Città mercato del sud (Le Giraffe)

Rieti, Frosinone, L'Aquila, Chieti, Isernia, Caserta, Benevento, Avellino, Salerno, Potenza, Matera, Bari, Cosenza, Catanzaro, Vibo Valentia, Ragusa, Sassari, Nuoro, Oristano, Cagliari

Frosinone, Latina, Pescara, Campobasso, Caserta, Napoli, Avellino, Salerno, Bari, Taranto, Lecce, Cosenza, Catanzaro, Palermo, Messina, Catania, Cagliari

· Città arretrate (Le Anatre)

· Città marginali (Le Zebre)

Teramo, Napoli, Foggia, Brindisi, Taranto, Crotone, Reggio Calabria, Trapani, Palermo, Agrigento, Caltanissetta, Enna, Messina, Catania, Siracusa

Rieti, L’Aquila, Teramo, Chieti, Isernia, Benevento, Potenza, Matera, Foggia, Brindisi, Crotone, Vibo Valentia, Reggio Calabria, Trapani, Agrigento, Caltanissetta, Enna, Ragusa, Siracusa, Sassari, Nuoro, Oristano

Fonte: Censis-RUR, 2009





Il Lazio è una piccola Francia. Una grande area urbana, Roma, e poi il vuoto alle spalle. Il pugno si è chiuso attorno a Roma, ora bisogna ri-distendere la mano verso la regione 48 • DOSSIER • LAZIO 2010



L’essere città-contenitore aiuta a creare un'identità? «Senza dubbio. Il sistema italiano delle 100 individualità si va coagulando in sistemi che mettono insieme la grandissima città (Milano), le medie città che, però, agiscono come Milano (Bergamo e Brescia) e poi tutta una serie di altri centri (Pavia, Lodi, Lecco, Como). Insomma si stanno configurando le big cities italiane. Anche da noi, in maniera molto diversa da Parigi e Londra, cresciute su se stesse, le tante isole cominciano a costruire sistemi integrati,si gettano tanti “ponticelli” da una all’altra». Tramonta il Bel Paese dai 100 campanili? «Si condensano gli interessi. Bergamo da sola non va da nessuna parte in termini di sistema imprenditoriale, infrastrutture e anche di politica. I processi vanno più avanti delle istituzioni.

Tuttavia, mentre da una parte accade questo, dall’altra si discute di città metropolitane che ormai non servono a nulla. Che senso ha istituire l’area metropolitana milanese? È troppo stretta. Oggi si deve lavorare per masterplan di territorio vasto. Sarkozy, l’anno scorso, ha affidato a dieci gruppi di progettazione il compito di redigere il masterplan per la Parigi del futuro. Il progetto che avuto più successo è quello che unisce la Capitale a Le Havre. Una città lunga duecentotrecento chilometri. Certo può essere utopico, ma ci fa capire che, laddove c’è l’area metropolitana tradizionale, si cerca un territorio più vasto. Se la città è il centro della competizione economica e questa la si fa con tutto il mondo, è evidente che c’è bisogno di integrare più spazio». Lasciamo la Lombardia e spostiamoci nel Lazio.


Censis

Nella pagina fianco scorci di Viterbo, piazza Navona a Roma e Frosinone. In questa pagina, in alto l’aeroporto di Fiumicino. In basso l’abbazia di Montecassino.

«La situazione è diversa: Roma è al vertice del sistema urbano, ma attorno non ha centri competitivi con cui fare sistema». La prima città, dopo Roma, nell’indagine, è Viterbo, città gazzella. Fuori di metafora cosa rappresenta? «Una certa vitalità, un tasso di imprenditorialità più basso, un Pil abbastanza buono, ma non eccelso. Si prepara alla crescita». Seguono Frosinone e Latina tra le giraffe. «Entrambe sono ancora legate al modello della città mercato: commercio, burocrazia e uffici. Segue Rieti, città zebra, quindi marginale caratterizzata da debolezza economica». Attorno a Roma non si è condensato un sistema. Lazio dunque in cerca d’identità? «Piuttosto di un rafforzamento della dimensione urbana. In fin dei conti,

il Lazio è un po’ una piccola Francia. Ha una grande area urbana, Roma, e poi il vuoto alle spalle. E ha questo grande problema: una grande idrovora, Roma, che ha assorbito un po’ tutto. Il pugno si è chiuso attorno a Roma, ora bisogna ri-distendere la mano verso la regione. Ad esempio, abbiamo direttrici Nord-Sud, ma nessuna trasversale. Perché non collegare Latina o Viterbo e l’aeroporto con una linea veloce ferroviaria dedicata? Bisogna creare connessioni: le città non si sviluppano senza una mobilità rapida». Infrastrutture, ma non solo. Cosa occorre ancora? «Ad esempio, individuare catalizzatori come i grandi eventi: la candidatura olimpica di Roma. Ci sono strutture da valorizzare come la fiera e il centro congressi, la nuvola di Fuksas, che dovrebbero portare a Roma quel segmento di turismo che ha poco: quello congressuale. Abbiamo le strutture, bisogna investire di più. Ma ancora prima, bisogna migliorare appunto infrastrutture e servizi. Le istituzioni devono creare un ambiente il più possibile ricettivo per gli investimenti e il più possibile gradevole per i residenti. Siccome le città hanno tante contraddizioni, conflitti, disuguaglianze, è più importante non tanto di sovvenzionare lo sviluppo, quanto creare un ambiente favorevole allo sviluppo. Le città eccellenti sono quelle con le infrastrutture più avanzate e dove i servizi funzionano meglio». Insomma come dovrebbero essere valorizzate le città laziali? «Intanto una maggiore integrazione. Poi, ognuna deve individuare una specificità. Ad esempio, Viterbo centro d’arte, Latina hi-tech, Frosinone centro spirituale grazie alla vicinanza con Cassino e Rieti città verde». LAZIO 2010 • DOSSIER • 49


Marco Dallari

Quell’Italia che insegna al mondo Gli asili nido sono «una storia straordinaria in cui l’Italia ha insegnato agli altri paesi». Parola di Marco Dallari, docente di Pedagogia generale e sociale alla facoltà di Scienze cognitive dell’Università di Trento e Rovereto. Nati come risposta al lavoro femminile, gli asili hanno contribuito «all’evoluzione della genitorialità perché hanno rotto tabù e superato pregiudizi»

egno dell’emancipazione femminile, il nido nasce per dare una risposta al lavoro delle donne. Una risposta pedagogicamente corretta a tal punto da rivoluzionare la letteratura scientifica sul bambino e sulla sua evoluzione cognitiva e da contribuire enormemente «all’evoluzione della genitorialità perché ha rotto tabù, superato pregiudizi, in particolare quelli legati alla spontaneità dell’atteggiamento delle mamme e dei papà». Un’innovazione «presa a moFederica Gieri dello» ed esportata ovunque, «una storia straordinaria in cui l’Italia ha insegnato agli altri paesi». Marco Dallari nei nidi ci è cresciuto, professionalmente. E vi ha fatto crescere generazioni di educatori, essendo (in primis) educatore lui stesso e poi formatore in quanto docente di Pedagogia generale e sociale alla facoltà di Scienze cognitive dell’Università di Trento e Rovereto. «Il nido – osserva l’accademico - aumenta le possibilità creative, cognitive di un bimbo. Anche se un bambino, per questioni familiari favorevoli, potesse non andare all’asilo nido, converrebbe portarlo comunque perché quel luogo, quegli educatori gli consentono di vivere un’esperienza unica anche di socializzazione precoce». E non solo. «Perché in un ambiente predisposto Marco Dallari, docente di Pedagogia generale e sociale come quello può far sue tutta una alla facoltà di Scienze cognitive dell’Università di Trento e Rovereto serie di esperienze percettive, di re-

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lazione, di scambio affettivo che anche la migliore casa non ha». In genere quando ci si riferisce a questa istituzione la si definisce nido, quando in realtà, avverte Dallari «sarebbe più opportuno parlare di una costellazione di servizi messi a disposizione della prima infanzia». Tra queste, ‘Il tempo delle famiglie’ a Milano, in cui un famigliare accompagnava il bambino, rimanendo nella struttura. «Il bambino sorvegliato a distanza poteva fare esperienze che a casa non poteva fare. Ricordiamoci che in passato, nella famiglia patriarcale, c’erano molti bambini, mentre oggi sono per lo più figli unici e non hanno possibilità di specchiarsi con il proprio simile. Al nido, invece, si sperimenta la relazione con i pari. E si dà al bambino anche la possibilità di compiere gesti divergenti rispetto alle consegne dell’adulto e di sperimentare in un ambiente preparato e con persone formate. Per questo l’asilo-nido, che viene ancora considerato un servizio assistenziale, meriterebbe invece il riconoscimento di istituzione educativa». Fondamentale è quindi il ruolo dell’educatore che va formato perché «uno dei sintomi che indica il corretto funzionamento di un nido è di una materna è quando i genitori chiedono agli operatori consigli, vivendoli cioè non come un badante ma come un esperto dell’infanzia». LAZIO 2010 • DOSSIER • 57


POLITICHE PER L’INFANZIA

Verso il nido condominiale Il governo è al lavoro per centrare l’obiettivo di Lisbona. E coprire così il 33% di richieste per il nido. Parola della deputata azzurra Paola Pelino. È già partita la realizzazione di nidi aziendali nelle pubbliche amministrazioni. Il sogno? «Avere una Tagesmutter in ciascun condominio italiano per consentire alle mamme di lasciare il figlio appena fuori dal loro appartamento senza dover rinunciare al lavoro»

e maniche sono rimboccate. «Sicuramente nell’ambito dei servizi per la famiglia, c’è ancora molto da fare, ma l’importante è avere cominciato». Pragmatica come solo un’imprenditrice prestata alla politica sa essere, Paola Pelino, deputato Pdl e segretario nella commissione Lavoro di Montecitorio, guarda avanti. A ciò che va fatto per potenziare i servizi alla prima infanzia, quelli cioè per i bambini 0-3 anni. «Negli ultimi anni – osserva – la percentuale di posti a disposizione nei nidi tradizionali è salita del 5%. Il trend è positivo e nel 2009 il governo ha investito molte risorse». L’agenda di Lisbona stabilisce che per il 2010 ogni Paese Ue debba avere tanti asili da soddisfare alFederica Gieri meno il 33% della domanda. L’Italia, dato Istat è ferma all’11,7%. Come si colma il divario? «È vero, l’Italia è lontana dagli obiettivi di Lisbona. Sono certa, però, che entro il 2010 il nostro Paese sarà in grado di raggiungere la soglia fissata. Il gap, comunque, il governo lo sta colmando, realizzando nidi aziendali nelle pubbliche amministrazioni». Attraverso l’intesa tra Pubblica amministrazione, Pari opportunità e le Politiche della famiglia? «Esatto. Il sostegno alla formazione di nuove famiglie e lo sviluppo di servizi per la prima infanzia sono impegni concreti che questo governo intende realizzare. L’accordo prevede che vengano appunto realizzate, in tutte le sedi delle pubbliche amministrazioni, cinquanta nuove strutture, che ospiteranno circa 1.000 figli dei dipen-

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denti delle amministrazioni centrali». Quali saranno le risorse a disposizione? «Il governo ha già destinato 25 milioni di euro, di cui 18 milioni saranno stanziati dal dipartimento per le Politiche della famiglia e 7 milioni dal dipartimento per le Pari opportunità. A questi si aggiungeranno, come promesso dal ministro Brunetta, quelli del dipartimento per la Pubblica amministrazione che utilizzerà parte dei risparmi provenienti dal graduale innalzamento dell’età pensionabile delle donne del pubblico impiego. Dal 2010, si raggiungeranno i 40-60 milioni per finanziare 80100mila posti in asilo nido in 10 anni. Queste risorse saranno integrate attraverso cofinanziamenti delle amministrazioni centrali e periferiche, arrivando così a 80-100 milioni di euro l’anno corrispondenti a 710mila posti di asili nido l’anno. Il protocollo, inoltre, prevede che il dipartimento della Funzione pubblica realizzi un’indagine sulla rete dei servizi educativi per la prima infanzia nelle pubbliche amministrazioni su tutto il territorio nazionale. La mappatura servirà per definire nuovi obiettivi, tempi, modalità e risorse per realizzare un programma più ampio di istituzione di “nidi aziendali” e per realizzare degli interventi mirati nelle zone dove i servizi per l’infanzia risultano particolarmente scarsi e insufficienti». L’Italia vista dai nidi è un paese a mille velocità. Con un grande divario Nord-Sud. Al Nord liste di attesa più o meno lunghe, ma pre-


Paola Pelino

In apertura, la deputata del Pdl Paola Pelino

senza di strutture. Al Sud liste di attesa senza o quasi risposta. Come si garantisce una pari opportunità di accesso ai servizi? «C’è un grosso divario tra Nord e Sud con particolare riferimento all’occupazione femminile. La maggiore presenza di nidi la troviamo nel Nord con la regione Lombardia, in primis, che ha il più elevato numero pari a 617 strutture e circa 27mila posti disponibili. A seguire, ci sono l’Emilia Romagna, con 540 strutture e oltre 23mila posti e la Toscana, con 399 nidi e circa 14mila posti. Ultimo il Molise, con soli sei asili per 219 posti disponibili. Gli asili, in Italia, sono presenti soltanto per il 17%. Nel loro insieme il 59% è concentrato nelle regioni settentrionali, il 27% al Centro e il restante 14% al Sud. Si sta lavorando molto in questo periodo per creare nuove strutture che possano

garantire l’accesso al servizio a tutti in maniera equiparata». Non solo asili. Pge o Tagesmutter: il governo incentiva queste esperienze che, purtroppo, anziché essere integrative ai nidi, appaiono sempre più oggi alternative alla lista di attesa per entrare nei nidi. «Il servizio Tagesmutter “Madre di giorno”, punta a facilitare la conciliazione tra lavoro e famiglia per le mamme e ad aumentare il tasso di occupazione femminile. Il Pge e la Tagesmutter non voglio essere un’alternativa alle liste d’attesa dei nidi, ma, grazie al forte impulso del ministro Mara Carfagna, vogliono riassumere i benefici di un’asilo nido e, nello stesso tempo, quelli dell’affidamento del piccolo a un parente, per esempio un nonno. Le mamme possono, dunque, contare su professionisti di impegno comprovato, a due passi dalla

loro casa, in un ambiente prossimo a quello dove vive il bambino. Il sogno che vorremmo realizzare è quello di avere una Tagesmutter in ciascun condominio italiano per consentire alle mamme di lasciare il figlio appena fuori dal loro appartamento senza dover così rinunciare al lavoro». Per favorire la permanenza di un genitore tra le mura domestiche almeno durante il primo anno di vita del bambino, sono previsti interventi ad hoc? «Il ministero per le Pari opportunità sta portando avanti uno studio per incentivare la normativa per i congedi parentali. Così da rispondere al diritto di entrambi i genitori nella cura della prole in tenera età. Gli schemi di congedo parentali sono un importante strumento di conciliazione e di tutela del benessere dei figli».

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L’INCONTRO

La necessità di portare amore Ovunque si sia levata una richiesta di aiuto, è sempre stata pronta a partire. Ha quasi novant’anni, ma non ha perso un grammo di quella vocazione a “dare” che, appena ventenne, iniziò a guidare i suoi passi inquieti. Maria Pia Fanfani racconta di sé. E di molto altro Daniela Panosetti

erti concetti, soprattutto se stemperati di alti ideali e propositi, a lungo andare rischiano di perdersi nell’astrattezza. Così è per la solidarietà: parola desueta, eppure abusatissima, troppo spesso brandita come un facile passepartout per dare un tocco etico a ben altri scopi e necessità. E invece, concetti come solidarietà richiedono concretezza. Molta concretezza. Perché abbracciano questioni fin troppo terrene, come cibo, abiti, medicamenti: l’attrezzatura minima per la sopravvivenza. Necessità umanitarie tra le quali Maria Pia Fanfani, che la solidarietà sa bene cosa sia, annovera anche altri beni, meno evidenti ma non meno importanti: «La comprensione – spiega con una sorta

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di placida fermezza, che non stupisce se si pensa alla sua vita –, la capacità di parlare e ascoltare, di essere amici con queste persone, farle sentire parte di qualcosa, di un aiuto che non deve venir meno». Settant’anni di missioni in ogni angolo del mondo, ma è questa verità, soprattutto, che l’infaticabile “signora Fanfani” porta con sé. Esperienze che oggi racconta nel suo ultimo libro, Lady Non Stop, «un taccuino di bordo – precisa –, un’odissea nel degrado e la violenza di tutti quei luoghi del mondo dove ancora immense ricchezze permangono accanto a immense povertà». Il tutto in forma di inedito glossario, dove ogni voce è una figura incrociata nel corso di una vita. A partire dal marito, Amintore Fanfani, fino a

Madre Teresa di Calcutta. Tessere di un mosaico storico e umano, che alla fine, come sempre dovrebbe essere, riesce a restituire la giusta concretezza a una solidarietà effettiva, impegnativa e vissuta in prima linea. E proprio per questo dolorosa. In un mondo sempre più individualista, impegnarsi per il benessere altrui è sempre più difficile. Cosa significa per lei “solidarietà”? «Significa prima di tutto recarsi di persona nei luoghi della povertà, andare a consegnare di propria mano gli aiuti di cui c’è bisogno. E non parlo solo di cibo e beni materiali, ma di amore, carezze, comprensione. Sono necessari entrambi: essere generosi nel dare ed esserlo anche nella presenza, nell’avere un colloquio con queste


Maria Pia fanfani

Maria Pia Fanfani si dedica all’impegno umanitario dal 1942, quando fondò l’associazione Primo Aiuto. Dal 1983 è presidente dell’Onlus Sempre insieme per la pace. Ha pubblicato numerosi libri e partecipato a missioni in tutto il mondo, al seguito di Croce Rossa e Onu in particolare

persone, diventare loro amici. Per non farle sentire escluse dal mondo o dimenticate». Come ha iniziato a occuparsi di missioni umanitarie? «Avevo vent’anni quando creai l’organizzazione Primo aiuto e da allora ho percorso tutto il mondo. Fu mia madre, però, a indicarmi la strada: mi diceva “vedrai, questo impegno diventerà un mestiere, perché la povertà non si ferma e anzi aumenterà sempre più”. Fu lei ad avvertirmi delle difficoltà che avrei incontrato, di trovare l’umiltà di chiedere denaro, quando necessario. Per fortuna venivo da una famiglia benestante, per cui ho sempre cercato di dare del mio. E anche dopo aver sposato Amintore, nel 75, non ho mai preso nulla dallo

Stato italiano». Nel libro racconta che l’incontro con Madre Teresa segnò una svolta in questo percorso. Cosa accadde? «Era un periodo in cui mi trovavo a corto di risorse e tornando da una missione Madre Teresa, con cui era nato un legame profondo, mi diede coraggio, esortandomi a fare sacrifici. Mi disse di vendere i miei gioielli, come le perle che avevo al collo, così avrei potuto continuare ad aiutare chi ne aveva bisogno. E lo feci. Ma l’insegnamento più grande che mi ha lasciato è quello di stare vicino a chi soffre senza far pesare in alcun modo questa vicinanza e questo donare. Perché nessuno si senta isolato o dimenticato». Si occupa di solidarietà dal 1942.

Come sono cambiate le emergenze da allora? «Non sono cambiate, perché i poveri sono rimasti quelli che erano. Certo il mondo ha fatto tanto, c’è molto volontariato in ogni paese, si sono costruiti ospedali, scuole orfanotrofi. Ma gli indigenti sono talmente tanti, talora addirittura troppo difficili da raggiungere, che purtroppo non è mai abbastanza. Per quanto possa apparire utopico, credo ci si debba davvero impegnare a trovare un modo per cancellare la povertà, ridistribuendo le ricchezze, che sono ancora molte nel mondo, non dico in parti uguali, ma almeno tali da fare in modo di ridurre le peggiori disparità». Qual è stata la missione più difficile? «È difficile dirlo, non c’è Paese in cui non mi sia trovata davanti ad almeno un episodio che non mi lasciasse una ferita al cuore. Le esperienze più forti, però, sono state in Rwanda e in Ossezia, dopo la strage di Beslan. In Africa arrivai da sola, erano già tutti scappati per la guerra civile, ma c’erano 55 bambini che dovevano essere portati fuori confine, per strapparli alla furia dello scontro tra Hutu e Tutsi. Mi avventurai al seguito di un generale, attraversando strade minate, e non solo riuscii a portarli via, ma tornai in seguito per altri 150, ac-  LAZIO 2010 • DOSSIER • 61


L’INCONTRO

compagnandoli in Italia perché fossero amorevolmente curati. A Beslan andai insieme a Bertolaso, persona capacissima e di gran coraggio. Non portai aiuti, ma regali, perché si trattava di famiglie benestanti, colpite dalla perdita terribile di questi figli innocenti. Vi rimasi 10 giorni, con le madri, le nonne, nei cimiteri, e ho ancora nel cuore il loro strazio». La figura di suo marito ha segnato la storia e la cultura del nostro Paese. Lei nel privato come lo ricorda? «Quando ci sposammo, dovetti ovviamente fare delle rinunce, legate al suo ruolo istituzionale, e mettere da parte la mia vocazione umanitaria. Ma poi gli appelli erano così toccanti e urgenti che fu lui a stesso a dirmi di andare, di seguire la mia missione come lui seguiva quella di occuparsi del suo paese, che amava moltissimo. Era un uomo severo nel pubblico, ma allegrissimo a casa e pieno di talento: suonava il pianoforte in modo meraviglioso e amava molto dipingere. Ha lasciato diversi bellissimi quadri e creare un piccolo museo, una galleria per ricordare questo suo lato artistico, è il mio prossimo progetto. La mia vita con lui fu molto serena e molto bella. Mi ha insegnato tante cose, che porto ancora oggi nel cuore come doni preziosi e che mi aiutano a percorrere sentieri dove mi sento forte proprio grazie al suo ricordo». Fu il capo della Croce Rossa a chiamarla “Lady non stop”. Quali sono i suoi prossimi progetti? «Devo dire che se a 87 anni riesco a 62 • DOSSIER • LAZIO 2010



Per quanto utopico, credo ci si debba davvero impegnare a trovare un modo per cancellare la povertà, ridistribuendo le ricchezze, che sono ancora molte nel mondo, non dico in parti uguali, ma almeno tali da fare in modo di ridurre le peggiori disparità

condurre una vita ancora attiva e impegnativa, a sostenere questi ritmi e questi impegni, è soprattutto grazie a un angelo che ho accanto a me, Livia, che ha prima assistito mio marito e che ora è per me una cara amica e una presenza insostituibile. Grazie a lei e ad altre persone speciali, come la mia amica Elsa Peretti, della fondazione Nando Peretti, spero di continuare ancora a lungo a dare aiuto con la mia associazione “Sempre insieme per la pace”, diretta da Camilla Varesani, bussando a tutte le porte, per quanto sia difficile. Quest’anno, ad esempio,



data la crisi e la mancanza di sponsor, si prospettava per i miei assistiti un Natale non dico povero, ma di certo misurato. E invece è arrivato dal cielo, inviato dalla Madonna, alla quale io credo molto, un amico di cui non posso fare il nome, grazie al quale siamo riusciti ancora una volta ad avere una festività ricca e felice. Perché la mia speranza rimane questa: che un giorno la povertà possa finire e che in quei luoghi che conosco così bene non ci si imbatta più in corpi denutriti e sofferenti, ma in bambini sorridenti, scampoli di felicità».


L'INDUSTRIA DEL GIOCO

Scommesse e lotterie jackpot allo Stato Superenalotto e Gratta e Vinci. Ma anche Bingo, scommesse ippiche e poker online. Un settore che nel 2009 ha registrato un incasso di 53.5 miliardi di euro, con un incremento del +12,5% rispetto all'anno precedente. E che, come assicura il sottosegretario all’economia Alberto Giorgetti, nel 2010 intende «intercettare il target di nuovi giocatori» Giusi Brega

giochi a premi rappresentano tradizionalmente una risorsa importante per le casse dello Stato. E il 2009 è stato un anno da ricordare per il comparto dei giochi pubblici. Con una raccolta che va oltre i 53.5 miliardi di euro, il mercato ha chiuso l’anno confermando un trend in crescita, con un +12,5% rispetto ai 47.5 miliardi raccolti nel 2008. A farla da padrone sono stati gli apparecchi da intrattenimento che si sono attestati su una raccolta di oltre 24.8 miliardi. Seguono le lotterie che hanno raccolto oltre 9,3 miliardi, mentre il terzo posto è occupato dal Lotto con quasi 6 miliardi di euro. Anche i giochi a base sportiva registrano risultati più che apprezzabili, con una raccolta che va oltre i 4.1 miliardi di euro. Ai giochi numerici, Superenalotto, Superstar, Win for Life, spetta una raccolta di oltre 3.7 miliardi, mentre per gli skill games l'ammontare è di ol-

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tre 2.4 miliardi. Risultati meno soddisfacenti, quelli dei giochi a base ippica con poco più di 2 miliardi e del Bingo, con quasi 1.5 miliardi di euro (Fonte: Agicoscommesse). Il compito di regolare e controllare il comparto del gioco pubblico, attraverso la gestione dei fondi reperiti attraverso lotterie, Gratta e Vinci e Superenalotto spetta all’Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato avendone acquisito le relative funzioni statali. Le risorse che derivano dai giochi sono versate alle entrate del bilancio dello Stato, il quale è gestito dal dipartimento della Ragioneria Generale dello Stato, Ministero dell’Economia e delle Finanze. Degli oltre 53 miliardi di euro su cui si è attestata la raccolta complessiva del 2009 «oltre 9 miliardi costituiscono l’introito netto che confluisce alle entrate del bilancio dello Stato» sottolinea Alberto Giorgetti, sottosegretario all'economia e alle fi-


Alberto Giorgetti

Qui sopra, Alberto Giorgetti, sottosegretario all'economia e alle finanze con delega ai giochi

nanze con delega ai giochi, che conferma il trend in crescita. In che modo vengono suddivisi i fondi provenienti dall’organizzazione dei giochi a premi gestiti dai Monopoli di Stato? «Circa il 90 per cento delle risorse derivanti dai giochi, confluisce nelle casse del Bilancio dello Stato e, successivamente, utilizzato al fine di soddisfare diverse esigenze della collettività». Quali sono i settori che oggi ne beneficiano maggiormente? «Gli introiti vengono utilizzati per il funzionamento delle strutture pubbliche, per la contrattazione collettiva, per la ricerca e via dicendo. Vi sono tuttavia, alcune finalità che hanno uno specifico finanziamento derivante dalle entrate dei giochi, quali i fondi assegnati al Coni, quindi allo sport con circa 450 milioni annui; i finanziamenti del Lotto per il recupero dei beni architettonici, con circa 150 milioni l’anno; i finanziamenti Unire. Inoltre, è da evidenziare che il complesso settore dei giochi movimenta una forza lavoro di oltre centomila addetti, per lo più professionali, in aree avanzate della ricerca e dell’industria, coinvolgendo anche oltre 150mila esercizi commerciali con un trend di crescita occupazionale per il 2009 del 20%».  LAZIO 2010 • DOSSIER • 67


L'INDUSTRIA DEL GIOCO

RACCOLTA GIOCHI* Apparecchi da Intrattenimento Bingo Giochi a base ippica Giochi a base sportiva Lotterie Lotto Skill Games Giochi Numerici (SuperEnalotto, Win For Life) Totale

Tot. 2008

Tot. 2009

Variazione %

21.685 1.636 2.272 4.085 9.274 5.852 242 2.509 47.555

24.811 1.495 2.008 4.112 9.341 5.582 2.422 3.761 53.532

14,4% -8,6% -11,6% 0,6% 0,7% -4,6% 900,8% 49,9% 12,5%

*importi in milioni di euro Fonte: Agicos



Come commenta la proposta del Ministro del Turismo Michela Brambilla di aprire nuove case da gioco sul territorio nazionale? «La proposta va tenuta nella dovuta considerazione in quanto finalizzata a rendere più competitiva la proposta turistica nazionale. L’apertura delle nuove case da gioco però, non deve rappresentare una mera estensione numerica sul territorio dei casinò, ma deve inserirsi nell’attuale contesto ordinamentale e sociale dei giochi pubblici». Lei ha partecipato alla Fiera Cavalli. In



Circa il 90 per cento delle risorse derivanti dai giochi, sono versate alle entrate del Bilancio dello Stato per essere successivamente utilizzate al fine di soddisfare diverse esigenze della collettività

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quale modo vi state attivando per rilanciare il comparto relativo alle scommesse ippiche? «Occorrono interventi strutturali sull’organizzazione delle corse e sul mondo che lo caratterizza, ovvero scuderie, allevamenti, doping, giurie, giustizia sportiva, come presupposto necessario per la ripresa delle scommesse ippiche, privilegiando il maggior spessore tecnico delle corse ed eventi su cui scommettere nonché, intercettando target di nuovi giocatori». New slot. Gli operatori hanno chiesto una riduzione del Preu per fronteggiare la competizione delle videolotterie. Lei ha risposto cautamente che «non vede grandi spazi». Come rassicurare gli operatori? «La prima certezza è che i due prodotti non opereranno nei medesimi ambienti. L’avvio delle videolotterie, per ovvi motivi, non potrà andare a discapito delle new slot se non dal 2011/2012, quindi c’è il tempo necessario, entro il 2010, come programmato, per valutare il tipo d’intervento sul Preu».


MADE IN ITALY

Le piccole imprese crescono un’agenzia per lo sviluppo Riconoscere e valorizzare il contributo delle piccole e medie imprese italiane. Questo l’obiettivo promosso da Giorgio Guerrini che potrebbe presto diventare realtà grazie alla creazione di un’agenzia per le Pmi. Uscire da questo momento di crisi si può, ma occorre cambiare strategia: stop al «modello multinazionale» Nike Giurlani

n un Paese come l’Italia dove le Pmi sono pari al 98,2% delle imprese italiane, l’approvazione della direttiva comunitaria relativa allo Small Business Act rappresenta un importante passo in avanti. La norma prevede, fra l’altro, l’istituzione di un’agenzia per le micro e piccole imprese. Questa esigenza era già stata sottolineata dal presidente di Confartigianato Giorgio Guerrini in quanto rappresenta un valido strumento per «rilevare esattamente le caratteristiche e le aspettative dei piccoli imprenditori italiani». Puntare sul made in Italy non significa solo investire sulla qualità, ma anche valorizzare una «caratteristica peculiare del nostro sistema produttivo» grazie alla quale «potremo risalire la china e confermare il primato mondiale delle produzioni italiane». Lei si è fatto promotore dell’iniziativa per la creazione di un’agenzia per le Pmi. Quale lo scopo? «L’agenzia avrebbe il compito di elaborare proposte per favorire lo sviluppo delle aziende

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Giorgio Guerrini

In apertura, il presidente nazionale Confartigianato Giorgio Guerrini

con meno di 50 dipendenti e di predisporre un rapporto annuale sulla micro e piccola impresa. Il nostro obiettivo consiste nel dedicare finalmente la necessaria e concreta attenzione a una realtà produttiva che in Italia è rappresentata da 4.223.639 micro e piccole aziende, pari al 98,2% delle imprese italiane, che danno lavoro al 59,3% degli addetti e realizzano il 43,9% del valore aggiunto e il 39,4% degli investimenti». Quale potrebbe essere il ruolo dell’agenzia in un frangente di crisi come quello attuale? «Quello di rilevare esattamente le caratteristiche e le aspettative dei piccoli imprenditori italiani. Penso, ad esempio, alle esigenze in materia di credito, di ricerca, di innovazione e sostegno all’occupazione. Vorremmo voltare pagina rispetto a politiche industriali “a taglia unica”, basate sul modello multinazionale e che non tengono conto del fatto che la stragrande maggioranza delle imprese italiane è di piccole dimensioni». Le Pmi potranno essere l’elemento trai-

nante per uscire dalla crisi? «La ripresa sarà molto selettiva. Pertanto occorre puntare al rilancio del made in Italy che da sempre è sinonimo di qualità. Sono convinto che se sapremo difendere questa caratteristica peculiare del nostro sistema produttivo e delle nostre Pmi, su cui poggia la nostra capacità competitiva, potremo risalire la china e confermare il primato mondiale delle produzioni italiane. Ovviamente sono determinanti gli interventi del governo per restituire fiducia agli imprenditori. Ma, al di là di questo, rimangono fondamentali la tenacia e la determinazione con cui le nostre aziende si stanno impegnando a superare le difficoltà. Il nostro Osservatorio congiunturale rileva che nei mesi scorsi, proprio durante la fase più acuta della crisi, un terzo delle piccole imprese con meno di 20 addetti ha adottato comportamenti “offensivi”, impegnandosi a gestire l'ingresso in nuovi mercati, a effettuare investimenti in formazione del personale, innovazione tecnologica e a introdurre miglioramenti nei processi produttivi».  LAZIO 2010 • DOSSIER • 71


MADE IN ITALY





Occorre voltare pagina rispetto a politiche industriali “a taglia unica”, basate sul modello multinazionale, che non tengono conto del fatto che la stragrande maggioranza delle imprese italiane è di piccole dimensioni



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Che ruolo dovranno giocare le banche? «Il sistema bancario deve imparare a dare fiducia ai piccoli imprenditori, a considerare il nostro settore decisivo per creare reddito, occupazione, nuova imprenditorialità. Per accompagnare le nostre aziende fuori dalla crisi serve una politica creditizia adeguata e compatibile con le potenzialità e le esigenze di sviluppo delle piccole imprese. Ma, soprattutto, la strada più efficace per “dare credito” ad artigiani e piccole imprese consiste nel potenziamento delle garanzie erogate dai consorzi Fidi». Che cosa pensa del progetto di legge sullo Statuto delle imprese? «Il progetto di legge ha l’obiettivo di attuare i principi europei dello Small Business Act, ponendo le micro e piccole imprese al centro dell’iniziativa politica e delle strategie di sviluppo del Paese. Auspico un iter parlamentare rapido per restituire fiducia a cittadini e imprenditori». Qual è la situazione riguardo alla lotta per il riconoscimento e la tutela del made in Italy? «Confartigianato è stata sempre in prima linea per valorizzare il nostro patrimonio manifatturiero e per consentire ai consumatori di riconoscere l’origine e la qualità dei prodotti. Sta crescendo la consapevolezza che non bastano le parole, ma occorrono atti concreti ed efficaci. Mi riferisco alla legge 166/2009 sulla tutela del made in Italy e dei prodotti interamente italiani, fortemente voluta e difesa da Confartigianato. Grazie all’impegno e alla sensibilità del Governo e del Parlamento finalmente i prodotti realizzati completamente nel nostro Paese non possono essere più confusi con quelli fatti all’estero. Sarà punito


Giorgio Guerrini

FARE IMPRESA AL FEMMINILE Secondo l’Osservatorio di Confartigianato le Piccole imprese al femminile sono aumentate dell’0,8%, ma il 91% delle imprenditrici chiede più servizi per la famiglia a crisi non ha sconfitto la voglia delle donne di fare impresa. L’Italia ha infatti il primato europeo per numero di imprenditrici e di lavoratrici autonome. A giugno 2009 il nostro Paese ha registrato la presenza di ben 1.519.100 imprenditrici. Le imprese artigiane al femminile si concentrano prevalentemente nel Nord d’Italia, soprattutto in Lombardia (18,6% del totale), in Emilia Romagna (10,9%) e in Veneto (10,5%). Le imprenditrici artigiane sono prudenti sui tempi della ripresa economica, ma sono anche ben determinate a resistere. Per loro il problema più urgente da risolvere è la conciliazione tra l’impegno lavorativo e la cura della famiglia: lo dichiara l’82% delle imprenditrici intervistate dall’Osservatorio di Confartigianato. Il 91% chiede

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di aumentare i servizi alla famiglia, come gli asili nido. L’85% è convinta che, se si risolvesse il problema della conciliazione, lavorerebbero più donne e circolerebbe più ricchezza per tutti. Nelle richieste alla politica e alle istituzioni per favorire il lavoro imprenditoriale femminile spicca al primo posto la necessità di investimenti in servizi all’infanzia e alla famiglia, soluzione indicata come prioritaria dal 25% delle imprenditrici, cui si affianca la richiesta di politiche di sostegno al reddito delle famiglie (17%). Tra le altre richieste un maggiore sostegno anche interno all’azienda, tramite la diffusione di forme contrattuali temporaneamente flessibili (indicata dal 23% delle imprenditrici) e la detassazione del lavoro femminile (14% delle risposte).

chi, pur delocalizzando la produzione, pretende di avvalersi del marchio made in Italy e vende a caro prezzo prodotti che di italiano hanno soltanto l’etichetta. Nel frattempo il Parlamento sta esaminando una proposta di legge nei settori tessile, calzaturiero e della pelletteria. Inoltre, lo scorso 25 novembre il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione che accorcia i tempi per rendere obbligatorio il marchio d’origine sui prodotti che vengono messi in commercio in Europa». Quanto è importante applicare subito la legge contro la contraffazione? «La legge serve a difendere e a valorizzare la qualità manifatturiera italiana creata da 480.000 artigiani e piccoli imprenditori che producono davvero soltanto in Italia. Inoltre rappresentano il 93% del totale delle aziende manifatturiere italiane, danno lavoro a

1.800.000 addetti e realizzano un valore aggiunto di 58 miliardi, il più alto in Europa. Le nuove norme sono fondamentali per garantire la trasparenza del mercato e per consentire ai consumatori di riconoscere la provenienza dei prodotti. Del resto non chiediamo nulla di assurdo, ma soltanto di allinearci a quanto già avviene in molti altri Paesi, come Usa, Giappone». Quali sono state le conseguenze più gravi nei fenomeni di globalizzazione selvaggia e di concorrenza sleale di chi ha preteso di mettere il marchio made in Italy sui prodotti realizzati all’estero? «Molti settori del manifatturiero sono stati costretti a chiudere le loro piccole aziende, ben sapendo di non poter contare su quegli aiuti pubblici e quei ‘salvataggi’ riservati ad altri soggetti che operano nel nostro Paese». LAZIO 2010 • DOSSIER • 73


LIBERTÀ DI IMPRESA

La rivoluzione copernicana dello Statuto delle imprese «Dare diritti a chi finora ha avuto solo doveri». Ne è convinto Raffaello Vignali, promotore di una proposta di legge sullo Statuto delle imprese. «La cultura statalista che ha dominato il Paese in questi decenni ha sempre guardato con sospetto a chi prende un’iniziativa imprenditoriale». È tempo di cambiare rotta Nike Giurlani eregolamentare e semplificare» sono i principali cambiamenti previsti dal progetto di legge sullo Statuto delle imprese presentato dall’onorevole del Pdl Raffaello Vignali, vicepresidente della commissione Attività produttive, commercio e turismo. Le Pmi al contrario di quello che è stato per anni un pensiero diffuso non rappresentano un’anomalia, ma bensì una risorsa per il nostro Paese ed è per questo che è giunto il momento di garantire loro dei diritti. Bisogna, infatti, «passare dal sospetto alla fiducia verso chi intraprende» e soprattutto le banche devono tornare «a essere uno strumento a servizio del risparmio e dello sviluppo delle imprese». Il governo ha inoltre compreso «che le risorse per la ripresa non stanno nell’apparato pubblico, ma nella libertà, nell’iniziativa e nella responsabilità delle persone». Lei ha dichiarato che l’Italia è il paese col più alto tasso di imprenditorialità, ma anche quello dove è più difficile fare impresa. Perché questa incongruenza? «Alla base c’è una ragione culturale e antropo-

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logica ben precisa. La cultura statalista che ha dominato il Paese in questi decenni ha sempre guardato con sospetto a chi prende un’iniziativa imprenditoriale: invece che guardarlo in modo positivo e valorizzarlo l’ha sempre visto con diffidenza. Così sono state emanate leggi che hanno lo scopo di prevenire la truffa e non, come si dovrebbe, guidare la normalità. Ma c’è anche un’altra ragione. Per quella stessa cultura, che ha radici nel cattocomunismo, l’unica im-

Il vicepresidente della commissione Attività produttive, commercio e turismo Raffaello Vignali


Raffaello Vignali

presa “vera” è quella di grandi dimensioni, quella sindacalizzata. Così sono state dettate regole pensando alla Fiat, ma occorre ricordare che le grandi imprese in Italia sono appena lo 0,3% del totale». Lei è il promotore del progetto di legge sullo Statuto delle imprese. Il testo è stato firmato da 130 parlamentari ed è stata apprezzata anche dalle associazioni di rappresentanza e dal sistema delle Camere di Commercio. Ce ne può delineare le linee guida? «L’idea è molto semplice: dare diritti a chi finora ha avuto solo doveri. Questo principio è declinato in vari aspetti. Innanzitutto il riconoscimento del valore economico e sociale degli imprenditori, perché Pil e occupazione non li fanno i governi, ma le imprese. Quindi operare quella che il presidente di Confartigianato Giorgio Guerrini, nel commentare la proposta dello Statuto, ha chiamato “una rivoluzione copernicana”. L’obiettivo è di passare dal sospetto alla fiducia verso chi intraprende». Quali sono i principali cambiamenti previsti dal progetto? «Innanzitutto il progetto introduce una serie di diritti dell’impresa verso le Amministrazioni dello Stato (che si assumono dei doveri) sotto vari aspetti a cominciare dalla semplificazione. Poi sono previsti principi fiscali: ad esempio non aumentare le tasse, in particolare sui costi delle imprese, con la previsione di introdurre anche un tetto massimo alla tassazione complessiva. Ed inoltre il testo pensa a una revisione delle leggi partendo dalle piccole imprese e non dalle grandi, come indica lo Small Business Act attuato dall’Unione europea. C’è una forte semplificazione delle norme per l’avvio di nuove imprese, soprattutto tecnologiche, femminili e nelle aree svantaggiate. È prevista, inol-

tre, l’istituzione di una Commissione Parlamentare che valuti anticipatamente l’impatto delle norme sulle Pmi con oneri minori e tempi di adeguamento più lunghi. Infine è contemplata l’istituzione di un’agenzia per le Pmi che segnali a governo e Parlamento le modifiche legislative e regolamentari necessarie a una migliore qualità della vita delle imprese». Sono previste anche una serie di norme per deregolamentare e semplificare?  LAZIO 2010 • DOSSIER • 75


LIBERTÀ DI IMPRESA

LO SMALL BUSINESS ACT IN DIECI PUNTI L’Italia è stato il primo paese in Europa a recepire i principi dello Small Business Act adottato dall’Unione europea per favorire le Pmi America, nonostante sia conosciuta come il Paese delle multinazionali, ha istituito un organismo dedicato alle piccole imprese: la Small business administration. L’Europa su questa scia ha creato invece lo Small Business Act adottato il 25 giugno 2008 e ispirato all’idea-guida di pensare anzitutto al piccolo. Obiettivo: valorizzare 23 milioni di piccole e medie industrie presenti in Europa. Ecco i dieci principi guida per la formulazione e l’attuazione delle politiche sia a livello di Unione europea che degli Stati membri: 1. Dar vita a un contesto in cui imprenditori e imprese familiari possano prosperare e che sia gratificante per lo spirito imprenditoriale. 2. Far sì che imprenditori onesti, che abbiano sperimentato l’insolvenza, ottengano rapidamente una seconda possibilità. 3. Formulare regole conformi al principio di “pensare anzitutto in piccolo”. 4. Rendere le pubbliche amministrazioni permeabili alle esigenze delle Pmi.

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5. Adeguare l’intervento politico pubblico alle esigenze delle Pmi: facilitare la partecipazione delle Pmi agli appalti pubblici e usare meglio le possibilità degli aiuti di Stato per le Pmi. 6. Agevolare l’accesso delle Pmi al credito e sviluppare un contesto giuridico ed economico che favorisca la puntualità dei pagamenti nelle transazioni commerciali. 7. Aiutare le Pmi a beneficiare delle opportunità offerte dal mercato unico. 8. Promuovere l’aggiornamento delle competenze nelle Pmi e ogni forma di innovazione 9. Permettere alle Pmi di trasformare le sfide ambientali in opportunità 10. Incoraggiare e sostenere le Pmi perché beneficino della crescita dei mercati. L’Italia, lo scorso 27 novembre, è stato il primo Paese in Europa a recepire tali principi perché la volontà del Governo è di garantire e favorire le Piccole e medie imprese che, in particolare nel nostro territorio, sono molto diffuse.

 «Certamente. Non è ammissibile, per esempio, che un’istanza rivolta a una amministrazione non abbia certezza di risposta e di tempi. Questo è anche il principale ostacolo agli investimenti stranieri in Italia. Lo Statuto prevede un termine massimo di risposta, dopo di che scatta automaticamente il silenzio-assenso. In caso di riposta negativa, questa deve essere scritta e motivata, ma la motivazione non deve essere imputabile a un’inadempienza della stessa amministrazione». Le Pmi rappresentano un’anomalia o una risorsa? «Per anni i guru dell’economia finanziaria hanno parlato con disprezzo dell’“anomalia italiana”. Dicevano che l’Italia era finita perché le piccole imprese non avrebbero retto la competizione mondiale. Venivano considerate arretrate, troppo legate alla famiglia, malate di “nanismo”, ma anche ignoranti perché non capivano che la vera economia era la finanza. Poi è venuta la crisi e ci si è accorti di quanto fosse sana l’economia reale delle nostre piccole e micro imprese. E che, se c’era un’anomalia,


Raffaello Vignali



Lo Statuto delle imprese pensa a una revisione delle leggi partendo dalle piccole imprese e non dalle grandi, come indica lo Small Business Act attuato dall’Unione europea



questa era proprio una certa finanza che guarda solo al profitto trimestrale e alle stock option dei manager. In Italia c’è un’impresa ogni 10 abitanti e questa è una risorsa unica. Le piccole imprese che si sono internazionalizzate dal 2001 al 2008 sono raddoppiate e hanno innovato: segno di grande vivacità. Inoltre, in questi anni, di fronte alla sfida della globalizzazione, hanno rielaborato la cultura dei distretti e sono tornate a fare rete, a “con-correre” per competere». Che ruolo dovranno avere le banche? «Quello che hanno avuto alla fine dell’Ottocento, quando sono sorte le casse rurali e le casse di risparmio per accompagnare lo svi-

luppo economico. Ma anche quello che hanno avuto alla fine della seconda guerra mondiale per avviare la ripresa e realizzare il boom economico. Occorre dare fiducia a chi fa impresa e dargli anche il credito. Le banche devono quindi tornare a essere uno strumento a servizio del risparmio e dello sviluppo delle imprese». Quanto conta l’approvazione del Fondo italiano di investimento per le piccole e medie imprese costituito dal ministero dell’Economia sotto la regia del ministro Giulio Tremonti? «È uno strumento importante per le imprese che vogliono crescere. Le iniziative del Governo Berlusconi e in particolare quelle di Tremonti, Sacconi e Scajola, vanno nella giusta direzione. Sta cambiando la mentalità Questo governo, infatti, sta passando dallo statalismo alla sussidiarietà e dal dirigismo in economia all’economia sociale di mercato. È stato compreso che le risorse per la ripresa non stanno nell’apparato pubblico, ma nella libertà, nell’iniziativa e nella responsabilità delle persone». LAZIO 2010 • DOSSIER • 77


ETICA E IMPRESA

Un modello di economia votato al bene comune La nuova enciclica di Benedetto XVI Caritas in Veritate si concentra su temi cruciali quali globalizzazione e lavoro. Esaltando la centralità dell’essere umano anche nell’agire economico delle aziende. Un obiettivo che sostiene le iniziative dell’Ucid, l’Unione cristiana imprenditori dirigenti presieduta da Angelo Ferro Francesca Druidi

Europa non sarebbe come oggi la conosciamo, anche sotto il profilo sociale ed economico, senza il movimento benedettino e quello francescano, da cui hanno avuto origine innovazioni fondamentali anche per quella che sarebbe poi diventata l’economia di mercato». È Angelo Ferro, presidente di Ucid, l'Unione cristiana imprenditori dirigenti, a ricordare la sensibilità umanitaria di tanti ordini religiosi che, con il loro contributo, hanno concorso a segnare la nascita e lo sviluppo del moderno stato sociale, il cosiddetto Welfare state. Nell’enciclica Caritas in veritate, promulgata lo scorso giugno, Papa Benedetto XVI ha espresso la sua autorevole voce all’interno del dibattito su etica, economia e sviluppo globale, alla luce della crisi economico-finanziaria, ribadendo la fondamentale guida rappresentata dal bene comune e la necessità di nuove regole che prevengano il perpetrarsi di una finanza senza etica. «La dottrina sociale della Chiesa – evidenzia Ferro – non è teoria

L’ Sopra, Angelo Ferro, presidente di Ucid, Unione cristiana imprenditori e dirigenti, fondata nel 1947 come unione di cristiani legati dalla responsabilità imprenditoriale nell’ambito delle aziende e delle professioni

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morale, ma grammatica comune in quanto fondata sul prendersi cura del bene umano». La crisi mondiale ha portato a un ripensamento dei modelli economici che fino a oggi avevano dominato oppure si è trattato di un’occasione sprecata come molti addetti ai lavori sostengono? «La delicata situazione attuale ha fatto emergere aspetti di un modello economico eccessivamente proteso alla speculazione, alla creazione di una ricchezza materiale finalizzata all’accumulazione e certamente non alla creazione di un modello socio-economico che ruota intorno ai valori di una convivenza tra uomini. Probabilmente, nonostante siano state prospettate tante soluzioni all’uscita della crisi, quello che non è ancora stato proposto è un nuovo modello post-crisi». Quale ritiene possa essere il contributo dell’Ucid alla formulazione di un sistema alternativo, attento non solo al profitto, ma anche alla persona? «Tra i principi fondanti dell’Ucid sono chiari


Angelo Ferro

ed evidenti almeno due aspetti pregnanti: la conoscenza, la diffusione e la testimonianza della dottrina sociale cristiana e la formazione spirituale dei suoi iscritti e lo sviluppo di un’alta moralità professionale alla luce della morale cattolica. La nostra attività ruota intorno alla capacità di saper individuare un modello valoriale dalle buone pratiche di chi opera e lavora quotidianamente nell’impresa, sia essa pubblica o privata. Anche per questi motivi siamo stati promotori di tante iniziative sul territorio nazionale che puntano a dare dignità alla singola persona che vive nel contesto di una comunità sociale». Può portare qualche esempio? «Oltre al Centro Siri di Genova, per evidenziare come si possa esprimere la responsabilità sociale di impresa andando oltre il semplice

4.000 ADERENTI Sono circa 4mila i soci dell’Ucid su tutto il territorio nazionale. Le Regioni maggiormente rappresentate sono Lombardia, Lazio, Emilia Romagna, Liguria e Veneto

certificato appeso al muro, ovvero alle dichiarazioni fatte in bilancio, lo scorso autunno a Milano è stata sottoscritta insieme ad altre associazioni la “Carta delle pari opportunità e l’uguaglianza sul lavoro”, con l’obiettivo di individuare il miglior modello di integrazione contro l’esclusione non solo femminile, ma di ogni tipo. Non va dimenticato l’intervento a favore dell'accesso al credito in supporto alle prefetture, per dimostrare come l’emergenza legata alla crisi sia potenzialmente più pericolosa negli effetti sociali, uno per tutti l’usura». Quali ripercussioni il fenomeno dell’immigrazione esercita sulla gestione di un’impresa anche dal punto di vista etico? «Non è possibile pensare che la differenza religiosa debba portare alla “tolleranza”, che  LAZIO 2010 • DOSSIER • 79


ETICA E IMPRESA



Non è possibile pensare che la differenza religiosa debba portare alla “tolleranza”, che ovviamente crea tensione proprio perché è una sorta di sopportazione passiva. Sarebbe invece opportuno immaginare un modello basato sulla conoscenza e sul rispetto reciproco



 ovviamente crea tensione proprio perché è

una sorta di sopportazione passiva. Sarebbe, invece, opportuno immaginare un modello basato sulla conoscenza e sul rispetto reciproco. In questo modo, si possono anche raggiungere risultati straordinari di vera integrazione, poiché le differenze non sono viste come aspetti negativi bensì come opportunità di gestione delle risorse». Secondo lei quali correttivi dovrebbero essere apportati agli attuali meccanismi del mercato economico e del lavoro in Italia? «Il sistema capitalistico che ha dominato la scena degli ultimi decenni, ha posto come assunto quello di un “homo economicus” legittimato a perseguire obiettivi egoistici e di un cittadino che assume l’interesse generale

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solo quando concorre alla formazione delle norme. Questa dicotomia dell’economico, guidato solo dall’efficienza, rispetto al sociale è in netta contrapposizione con il principio dell’integrità della persona. Una dissociazione da rifiutare, o meglio, oltrepassare perché la realizzazione dell’interesse particolare, personale o aziendale che sia, va coniugata con quella dell’interesse generale. È la capacità sistemica rafforzata, da processi formativi valoriali, a indirizzare il senso della missione a servizio della propria azienda e contestualmente a servizio della comunità umana. Nell’attività finora svolta, abbiamo constatato come questa tipologia di formazione diventi un formidabile strumento di gestione finalizzato ad “agire” i valori aziendali traducendoli in azioni, obiettivi, risultati; a creare e diffondere commitment, senso di responsabilità, all’interno della compagine aziendale; a contribuire alla definizione di una non generica strategia per il bene comune. Guardiamo alla meritocrazia, meccanismo dinamico per fare in modo che la società possa andare avanti sull’esempio dei migliori nel fruttificare i talenti; ma talenti intrisi di valore economico e di bene comune, non solo dell’interesse individuale al proprio arricchimento».


OBIETTIVO MARE NOSTRUM

Il rilancio dell’Europa passa dal Mediterraneo Il Mediterraneo come luogo dell’anima e del commercio. Nuovi progetti in cui la logistica avrà un ruolo sempre più strategico. Giancarlo Elia Valori sottolinea la funzione fondamentale del mare nostrum, naturale porta d’accesso verso l’Atlantico Alessandro Cana

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ell’area mediterranea si sta vivendo una stagione di rinnovato interesse a seguito della riacquistata centralità del Mare Nostrum nello scenario del commercio internazionale. Crescono i progetti e le iniziative di carattere politico, culturale, imprenditoriale e associativo per la gestione dei traffici marittimi connessi al consolidamento di scambi o a supporto di reciproci interessi. Quaranta miliardi di euro è la stima calcolata per la realizzazione di ferrovie ad Alta velocità, autostrade e interporti. Sono i lavori in corso d’opera lungo la sponda Sud del Mediterraneo, quelli che accresceranno la logistica rendendo più funzionali ed efficienti gli scambi commerciali, e quindi l’integrazione con i paesi della sponda Nord. «Sono convinto che l’area mediterranea possa diventare una regione pacificata e coesa con obiettivi comuni, in cui europei, arabi e israeliani possano vivere e prosperare insieme» sottolinea Giancarlo Elia Valori, presidente di Sviluppo Lazio che, in questa prospettiva, è sicuro che «gli scambi commerciali e finanziari possano giocare un ruolo niente affatto marginale e superfluo». Nel quadro del commercio internazionale, perché Roma, ma ancor più l’Italia, devono considerarsi centri nevralgici? «Per la prima volta dalla scoperta dell’America, il Mediterraneo è ritornato ad essere non solo lo snodo fondamentale dei flussi tra l’Europa e il Far East ma la naturale “porta d’accesso” del Sud verso l’Atlantico. Inoltre, il suo vasto patrimonio di storie e confluenze, di trasformazioni e cambiamenti, di culture e tradizioni non si è mai intaccato nel tempo. Esso appartiene soprattutto all’Italia, regina indiscussa del Mare Nostrum, con la sua geografia bifronte tra Tirreno

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Giancarlo Elia Valori

e Adriatico, tra Europa e Oriente. E, ancor più, con il suo asse longitudinale che collega le Alpi Carniche a Lampedusa, l’Europa all’Africa. Sono collegamenti astratti che mettono in chiara evidenza la posizione strategico-geografica del nostro Paese. E, in particolare, la centralità geografica di Roma e del suo hinterland. La cui area vasta è situata al centro di una immaginaria croce tracciata da Nord a Sud, da Est a Ovest del Mediterraneo. Questa macrodinamica, che vedo in prospettiva futura sul piano nazionale, ritaglia un ruolo importante e speciale per l’inserimento di Roma nelle grandi reti di comunicazione. Un nuovo ruolo, dunque, si profila per Roma come crocevia tra Oriente e Occidente. La città eterna si candida ad essere polo attrattivo internazionale, punto di raccordo tra Nord e Sud, “regione” di riferimento strategico per tutta l’area euromediterranea». Quali opportunità per l’Italia sottendono

In apertura, il presidente di Sviluppo Lazio Giancarlo Elia Valori. Sopra il porto di Ancona al tramonto

questo progetto? «Tale idea permetterebbe al sistema Italia di trasformarsi, dalla Capitale verso il Sud, in “regione” di forti cooperazioni marittime internazionali con la possibilità di spingere al potenziamento dei porti e delle città rivierasche e di facilitare la realizzazione di una rete regionale euromediterranea di infrastrutture, fondamentale per dare forza e dimensione a una fase nuova di competitività basata sia sulla capacità di attrazione e sviluppo, sia su progetti di qualità elevata. Il vasto territorio romano è quindi il punto d’incontro naturale tra l’Europa continentale e il Mediterraneo, nonché il ponte tra Est e Ovest del mondo. In tal senso va letta anche la dimensione cosmopolita di Roma. Una città che considero la vera e unica capitale dell’Unione del Mediterraneo: un ruolo che essa può legittimamente rivendicare non solo per la posizione geografica del suo territorio ma anche per la straordinaria storia millenaria che ne ha  LAZIO 2010 • DOSSIER • 83


OBIETTIVO MARE NOSTRUM

 fatto l’indiscusso faro del mondo antico per se-

Sopra, Giancarlo Elia Valori con Simon Peres e, più in alto, tracciato del Corridoio 5

coli e secoli crocevia del diritto, della cultura, dell’arte e dell’economia. La Roma antica era il centro della civiltà che irradiava ben oltre i già ampi confini del Mediterraneo. E nel momento di massimo fulgore di Roma tutti i popoli del grande bacino hanno vissuto un periodo di progresso, in un clima di pace e tolleranza. Questo è il grande patrimonio di valori di quella civiltà che oggi dobbiamo recuperare. L’esigenza di riconquistare questi valori appare davvero impellente se guardiamo soprattutto al Nord Africa, che investe 40 miliardi per potenziare la logistica verso il Sud dell’Europa, con ferrovie, autostrade e ammodernamento dei porti». Questo recuperato ruolo dell’Italia nella dimensione mediterranea quali implicazioni avrà? «Il ruolo dell’Italia ha aperto una grande prospettiva di rilancio, ma esige adeguate politiche

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condivise su cui dovrà svilupparsi un confronto concertativo aperto a tutti gli attori territoriali. La mia proposta progettuale prevede l’ammodernamento del porto di Civitavecchia, il cui hub è ritenuto un approdo più vantaggioso rispetto ad altri hub del Nord Europa, perché consente alle merci provenienti dall’Asia di guadagnare 5-6 giorni di navigazione. Oggi, tra l’altro, Civitavecchia è uno degli esempi più concreti di lungimiranti iniziative di grande progettualità e di ammodernamento destinate ad ottimizzare le filiere logistiche e trasportistiche per il rilancio nelle cooperazioni marittime nazionali e internazionali, attraverso un forte coordinamento strategico degli organismi politici centrali e locali, responsabili della programmazione degli interventi, nonché di qualificate forze economico-finanziarie e di strutture tecniche chiamate a realizzarli. In tale quadro assume grande rilevanza strategica una mia proposta relativa alla realizzazione della diagonale mediterranea Civitavecchia-Tangeri. La cui iniziativa, opportunamente raccordata nel Nord Italia al Corridoio 5, rappresenterebbe un valido esempio di autostrada del mare transnazionale e, con il suo prolungamento fino al Marocco, consentirebbe l’inserimento dell’area africana nord-occidentale all’interno di un collegamento stabile con l’Europa occidentale e orientale. Per completare e arricchire quella funzione di centralità che oggi il nostro Paese sta assumendo nell’ambito di una politica integrata dei trasporti e della logistica euromediterranea, a mio avviso è necessario anche il rilancio di altri due progetti: la ferrovia dei due mari e la trasversale stradale Civitavecchia-Ancona per il collegamento di questi due terminali marittimi e logistici, che consentirebbero inoltre la connessione naturale al Corridoio 8 e al Mar Nero, quale via d’accesso per l’Europa Orientale, la Russia, la Turchia e fino al cuore dell’Eurasia. Ritorna quindi di grande attualità anche la logica della “Via della seta” e dei collegamenti con l’estremo Oriente, già delineata nel passato. Se si volesse utilizzare uno slogan del tutto nuovo, si dovrebbe dire che la nuova “Via della seta” raggiunge il Mediterraneo attraverso i porti di Civitavecchia e Ancona».


LA STRADA DELLA RIPRESA

Vincere insieme la sfida del futuro «In Italia serve un progetto-Paese di medio termine». A chiederlo è il presidente degli industriali che sottolinea come a questo progetto debbano partecipare tutti: imprenditori, lavoratori, cittadini e istituzioni. Le linee guida in “Italia 2015” Concetta S. Gaggiano

nnovazione, ricerca, capitale umano, tagli a spesa pubblica, burocrazia e tasse. Sono queste le vie d'uscita dalla crisi che indica il leader di Confindustria Emma Marcegaglia. Serve subito un patto tra governo, opposizione e parti sociali per gestire il dopo crisi perchè la ripresa non è una chimera, ma è ostacolata dalle conseguenze della crisi. E Confindustria sta già lavorando a “Italia 2015”, la proposta lanciata dalla presidente a dicembre per suggerire una nuova agenda delle priorità del Paese che viale dell’Astronomia presenterà alle forze politiche e alle parti sociali entro due mesi. Tra gli obiettivi che si pongono gli industriali: fornire una bussola per orientare le scelte e gli investimenti delle imprese da qui ai prossimi cinque anni, ma anche disegnare un progetto organico di interventi strutturali per portare il Paese fuori dalla logica di emergenza ora che la caduta economica si è fermata. Marcegaglia ha ribadito che «la fase di congiuntura resta complessa: dopo 13 mesi negativi siamo alla fine della fase di caduta libera». Dopo le po-

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86 • DOSSIER • LAZIO 2010

lemiche sulle gabbie salariali e l’autunno “caldo” dei rinnovi contrattuali la fase cruciale riguarda quello che sarà nel 2010 della nostra economia. «Bisognerà fare delle scelte e se queste saranno sbagliate la ripresa sarà molto difficile da raggiungere». La Marcegaglia ha affermato che «rimanere fermi non va bene, rischia di condannarci a una crescita bassa che è anche un problema per la stabilizzazione del debito pubblico», ha ricordato ancora, preci-

Sopra, la presidente degli industriali Emma Marcegaglia


Emma Marcegaglia

IN ARRIVO LO STATUTO DEI LAVORATORI

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sando che gli industriali non s'iscrivono «né al partito della spesa né a quello del rigore, ma al partito che vuole il futuro del Paese, in cui si ritrovi la capacità di fare sviluppo». Quindi no all’immobilismo e sì al cambiamento, alle riforme e alla discontinuità, ha ripetuto. «Il peggio della crisi è alle spalle. Andiamo verso un ritorno molto graduale alla crescita», avverte Marcegaglia che ha, quindi, chiesto l’impegno di tutti: «degli imprenditori, delle istituzioni, dei sindacati e della politica», perché i prossimi mesi, ha detto, «saranno complicati. Dovranno essere gestite situazioni di ristrutturazione, riconversione e anche di chiusura». Bisogna avviare una fase nuova, quindi, perchè ci sono segnali di miglioramento evidenti, ma permangono difficoltà. «E se non cambia nulla – precisa – per tornare ai livelli di Pil pre-crisi ci vorranno 4 anni e 8 per quelli relativi alla produzione». E al mondo della politica ha chiesto di «recuperare il senso della misura», senza il quale, ha affermato la leader di viale dell’Astronomia, «la politica finisce con il consumarsi nel dissidio civile e nella delegittimazione reciproca. La politica – aggiunge – ha un ruolo alto: non è possibile che i cittadini perdano la fiducia in essa». E bisogna puntare alle riforme istituzionali: «sono essenziali per dare fiducia ai cittadini». La sfida per l’Italia è, secondo la Marcecaglia, «pensare e riprogettare in modo serio il futuro, andando oltre la logica dell'emergenza che ha caratterizzato la gestione negli ultimi 14 mesi, quando il Paese era in serie difficoltà». Uno spazio per la nostra impresa c'è – sottolinea il numero uno di Confindustria – purché non stiamo fermi». Infine il lavoro: «Dobbiamo aiutare a varare una riforma degli ammortizzatori sociali, non in una logica assistenzialista, ma puntando molto sulla formazione. In azienda e sul territorio».

isoccupazione in crescita, ma comunque «al di sotto della media europea». L’annuncio della prossima presentazione dell’atteso Statuto dei lavoratori. E l’avvio di una serie di iniziative nell’ambito del piano Italia 2020, l’ultima delle quali in collaborazione con il ministero delle Pari Opportunità, prevede l’avvio del “Programma di azioni per l’inclusione delle donne nel mercato del lavoro”: un piano strategico di azione per la conciliazione dei tempi di lavoro con i tempi dedicati alla cura della famiglia e per la promozione delle pari opportunità nell’accesso al lavoro. A causa della crisi o, forse, nonostante la crisi, l’attività del ministero del Lavoro negli ultimi mesi è stata particolarmente intensa. Lo confermano le dichiarazioni del ministro Maurizio Sacconi, che commentando gli ultimi dati di Istat ed Eurostat, ha esposto le difficoltà concrete, ma anche i meriti di un sistema che, nonostante tutto, resiste. «In un anno abbiamo perso 284mila posti di lavoro. Il tasso cresce come ci aspettavamo, per fortuna siamo molto al di sotto della media Ue, che sta al 9,8% a fronte del nostro 8%. «L’Italia sta tenendo, seppur in una situazione difficile dell’economia che conosce ora i primi segnali di ripresa, peraltro in modo discontinuo e selettivo» ha aggiunto. E ha poi sottolineato: «Gli ammortizzatori sociali hanno funzionato e nel 2010 vogliamo agire ancora con questi strumenti, ma non solo». Tra i nuovi strumenti promossi dal dicastero, i voucher per il lavoro occasionale di tipo accessorio: una forma di pagamento particolare, che comprende sia il contributo previdenziale che l’assicurazione contro infortuni e che si applica a tutti quei “lavori” episodici di piccolo importo e durata, come il baby sitting, le ripetizioni scolastiche, alcune mansioni agricole. A metà novembre il primo bilancio risul-

tava positivo. I lavoratori che se ne sono avvalsi sono allo stato attuale più di 45mila, di cui più del 70% di sesso maschile. La disoccupazione, però, non è l’unico nodo da sciogliere nel passaggio da un 2009 difficile a un 2010 che si preannuncia incerto, tra speranze di ripresa e dubbi di un peggioramento della situazione economica generale. È in questo quadro che va letto l’imminente presentazione di un disegno di legge che dovrebbe varare quello Statuto dei lavori di cui da tempo si parla in campo giuslavoristico. Sacconi lo ha assicurato durante il congresso dei consulenti del lavoro, a fine novembre: «Lo dobbiamo a Marco Biagi – ha ricordato – che ha disegnato un’idea di regolazione più semplice, più certa e più efficace in tutti i lavori». Una riforma che, ha aggiunto, appare ancora più urgente in questo momento, in cui «bisogna ripartire dalla persona, concetto che nella nostra cultura è al centro di ogni cosa. La persona intesa non come individuo isolato ma come essere in relazione», che riconosce proprio nel lavoro «un aspetto fondamentale del proprio percorso formativo».

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CONFINDUSTRIA Cresce l’ottimismo dei consumatori e la fiducia degli operatori economici della Capitale rispetto ai dati del resto del Paese. Nuovi strumenti a tutela dei cittadini, straordinari progetti di modernizzazione e il rilancio della cultura tecnica come rimedi per risalire la china e tornare a competere con le economie mondiali


L’impegno degli industriali

Cresce il clima di fiducia «Nell’ultimo trimestre l’economia nazionale ha iniziato a dare i primi segnali di ripresa. È aumentato il clima di fiducia e le aspettative degli operatori economici sono più ottimistiche». L’analisi di Confindustria Lazio nelle parole del suo presidente Maurizio Stirpe Renata Gualtieri

Maurizio Stirpe, presidente di Confindustria Lazio

li ultimi dati disegnano una situazione anche migliore di quella indicata a livello nazionale. Il Lazio ospita il 9,7% delle imprese italiane e, nel terzo trimestre del 2009, si osserva un aumento delle registrate che, seppur lieve, evidenzia un risultato più performante di quello italiano, per cui si è assistito ad un calo dello 0,3 %. È meno positiva la situazione del mercato del lavoro regionale ma, anche in tal caso, la variazione negativa osservata per il numero degli occupati (0,4%) è meno significativa di quella nazionale. Inoltre il tasso di disoccupazione del Lazio è inferiore al dato nazionale di 0,3 punti percentuali. Non sono miglioro i dati relativi al commercio internazionale. Si assiste a una contrazione delle esportazioni del 19,3%. Per quanto riguarda il mercato del credito, sono diminuiti i prestiti bancari e i depositi fanno registrare un rallentamento rispetto a marzo del 2009. «In questa fase è necessario accelerare il rilancio economico insistendo sugli interventi per favorire l’accesso al credito e puntare al lungo periodo sfruttando l’elevata propensione all’innovazione della regione e supportando la capacità dei settori più dinamici del territorio di penetrare i mercati internazionali», spiega Maurizio Stirpe. Negli ultimi tre mesi del 2009, le forze di lavoro in Italia sono diminuite dello 0,9% rispetto all’ultimo trimestre del 2008. Si assiste a un calo della percentuale degli occupati e cresce quella relativa alle persone ancora in cerca di occupazione. Il centro del nostro Paese accoglie addirittura il 20,7% della forza lavoro nazionale ed è scenario di un cospicuo aumento dell’offerta di lavoro rispetto al 2008. L’offerta di lavoro nel Lazio contribuisce al 9,6% del totale nazionale. Le persone in cerca di occupazione diminuiscono del 4%. Ragionando secondo la divisione per settori di attività economica, si scopre che il 78,7% dei lavoratori 

G

LAZIO 2010 • DOSSIER • 89


CONFINDUSTRIA

IL LAZIO IN BREVE DEMOGRAFIA IMPRESE III° TRIMESTRE 2009 Registrate Attive Iscritte Cessate

ITALIA

LAZIO

QUOTA LAZIO

6.095.097 5.297.780 79.488 72.614

589.422 459.678 8.661 6.379

9,7% 8,7% 10,9% 8,8%

OCCUPAZIONE III° TRIMESTRE 2009 (valori in mgl) Occupati Tasso di disoccupazione

ITALIA

LAZIO

QUOTA LAZIO

24.824 7,3%

2.227 7,0%

9,0% -

ITALIA

LAZIO

QUOTA LAZIO

213.934

8.725

4,1%

EXPORT III° TRIMESTRE 2009 (valori in mln) Totale

 laziali è occupata nei servizi, il 17,6% nell’in-

dustria e il residuo 1,8% nelle attività agricole. In netta maggioranza risultano essere i lavoratori dipendenti rispetto a quelli che esercitano un’attività indipendente. «Nel Lazio si assiste a un aumento delle ore di cassa integrazione ordinaria più contenuto rispetto all’andamento nazionale. Invece, le variazioni della cassa integrazione straordinaria risultano maggiori di quelle osservate per l’Italia», fanno sapere dalla sede di Confindustria regionale. Nei primi sei mesi del 2009 le esportazioni italiane hanno fatto registrare un andamento negativo a causa del parziale rallentamento dei flussi rivolti verso i paesi Unione Europea e a causa della diminuzione delle esportazioni riservate ai paesi al di fuori dell’Ue. Il commercio estero della regione Lazio rimane un po’ più stabile rispetto al quadro generale di tutto il territorio nazionale. Il beneficiario prediletto dei flussi di esportazione delle regioni rimane stabilmente l’UE, al secondo posto si attesta l’America settentrionale e quindi i Paesi europei al di fuori dell’Ue. Questi i risultati contenuti nel rapporto “Il quadro congiunturale dell’economia romana” che l’Unione degli Industriali e delle imprese di Roma ha realizzato con l’Istituto di studi e analisi economica.

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Stando ai dati del documento il numero delle imprese registrate in Italia rispetto al 2008 diminuisce lievemente mentre aumenta il numero delle attive. Il Lazio nei primi tre mesi del 2009 fa registrare un incremento dello 0,9% delle imprese registrate e del 16,9% delle attive. In un’Italia dove il tasso di occupazione femminile è tra i più bassi in Europa e in cui, all’esigua presenza delle donne sul mercato del lavoro, si unisce una limitata presenza ai posti di comando, la componente dell’imprenditoria in rosa rimane sempre un’indispensabile risorsa. Le quote rosa aumentano dell’1,5% rispetto allo stesso periodo del 2008. I settori che più registrano la presenza di lavoratrici donne sono le attività immobiliari, il noleggio, l’informatica, la ricerca, le costruzioni, il settore alberghiero e la ristorazione. «Nel centro Italia sono localizzate oltre 311mila imprese guidate da donne – si prosegue in una nota –. Nel primo trimestre del 2009 si rivela l’aumento più significativo delle imprese femminili in tutta Italia». Ritornano positive le aspettative per i prossimi tre/quattro mesi in termini di domanda e produzione nell’industria, nei servizi, nelle costruzioni e in riduzione nel commercio al minuto. L’indicatore del clima di fiducia delle imprese continua nel terzo trimestre 2009 la sua ascesa.


L’impegno degli industriali

Class action al via “adelante con judicio” «La nostra preoccupazione è quella che possano moltiplicarsi ricorsi anche scarsamente giustificati». Questo il timore manifestato dal presidente Confindustria Frosinone Marcello Pigliacelli che si interroga sulle opportunità e i limiti dell’azione collettiva Renata Gualtieri

a legge Sviluppo introduce un’importante novità a difesa dei consumatori e degli utenti, sostituendo la disciplina della legge finanziaria per il 2008 dai più giudicata inadeguata dal punto di vista sostanziale e procedurale. L’iniziativa, promossa dai singoli o dalle associazioni di categoria, consente ai consumatori e agli utenti che abbiano subito le conseguenze di condotte o pratiche commerciali scorrette, o che abbiano acquistato un prodotto difettoso o pericoloso di unirsi per ottenere un risarcimento del danno soprattutto nei casi in cui il ricorso al giudice potrebbe risultare troppo costoso. A breve l’apertura di sportelli anche nel territorio frusinate per i fruitori dell’azione di classe. Dal 1 gennaio 2010 è possibile ricorrere alla class action. Quanto ritiene efficace questo strumento in termini di civiltà e tutela per i cittadini? «La nostra valutazione come Confindustria Frosinone sul nuovo impianto della class action è abbastanza positiva, poiché l'impostazione originaria di questo istituto, che era molto penalizzante per le imprese, è stata abbastanza mo-

L

dificata e sono state superate molte delle perplessità che Confindustria aveva in passato rilevato». Le nuove norme entrate in vigore assicurano un procedimento snello e una sentenza immediata. La class action può diventare un rimedio per stimolare la competitività delle aziende o un pericolo per la loro stabilità? «Considerata dal punto di vista dei consumatori, la class action è sicuramente uno strumento utile poiché rafforza le possibilità di difendersi da presunti comportamenti illeciti posti eventualmente in essere dalle imprese. Essa è potenzialmente importante anche per il nostro sistema giudiziario, in quanto consente di concentrare in un unico giudizio una serie di cause di contenuto identico che, altrimenti, verrebbero trattate singolarmente con notevole appesantimento dell’attività giudiziaria. La nostra preoccupazione è comunque quella che possano moltiplicarsi ricorsi anche scarsamente giustificati. Seguiremo con attenzione la prima prassi applicativa e auspichiamo che questo strumento venga utilizzato nei casi in cui effettivamente ne sussistano i presupposti».

Marcello Pagliacelli, presidente di Confindustria Frosinone

LAZIO 2010 • DOSSIER • 91


CONFINDUSTRIA

Gli imprenditori romani riassaporano l’ottimismo ella Capitale c’è un graduale miglioramento, sia in termini di rinnovato clima di fiducia che per le aspettative di ordini – sottolinea Aurelio Regina, presidente dell’Uir – il livello nel complesso a Roma è buono soprattutto rispetto ai dati del Paese». Fondamentale è «avere chiari quali devono essere le prospettive di sviluppo della città nei prossimi cinque - dieci anni e su queste prospettive bisogna concentrare le forze di tutti», continua. «Non ci sono risorse illimitate – osserva Regina – e quindi abbiamo bisogno di stabilire quali sono le priorità e di convogliare i nostri progetti nel settore delle infrastrutture, dei trasporti, non solo materiali ma collegati all’energia, alle telecomunicazioni. Occorre una pianificazione urbanistica più efficiente per un maggiore sviluppo anche del turismo». Questi i progetti su cui lavorare: l’espansione di Fiumicino, il prolungamento e

N

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È questo il profilo economico delineato dal rapporto «Il quadro congiunturale dell'economia romana» sul terzo trimestre 2009 realizzato dall’Istituto di studi e analisi economica in collaborazione con l’Unione degli industriali e delle imprese di Roma. Le dichiarazioni del Presidente Aurelio Regina per sognare oltre la crisi Renata Gualtieri

la realizzazione di nuove metropolitane, lo sviluppo verticale della città, per una maggiore modernizzazione della Capitale. Oltre alle infrastrutture per Regina sono fondamentali il recupero del centro storico e la certezza del diritto. «Roma ha un grande bisogno di investire nel recupero e nel risanamento del suo patrimonio: le strade, il verde, i palazzi. Sappiamo che, più che di sensibilità per il decoro urbano, è questione di fondi. Bisogna incentivare i privati così come è stato fatto in altre realtà dove i centri storici sono letteralmente rifioriti e bisogna risanare le aree nate spontaneamente in molte periferie». L’indicatore del clima di fiducia nella provincia di Roma nel terzo trimestre 2009 è complessivamente aumentato da 76,1 a 77,5 rispetto al trimestre precedente. Per l’industria l’indice di fiducia è cresciuto da 78,3 a 82; per i servizi ha segnato una diminuzione rispetto al trimestre precedente, da 77,2 a 72,4; nelle costruzioni ha segnato un lieve aumento, da 70,3 a 70,8. Per il commercio invece le previsioni sono ancora negative. «Riguardo al problema dell’occupazione – sottolinea Regina

A sinistra, Aurelio Regina, presidente di Confindustria Roma


L’impegno degli industriali

SOFFIA FORTE IL VENTO DELLA TECNICA Giovani, scienza e tecnologia al centro delle iniziative di Confindustria Latina per ottenere una rapida ripresa del nostro Paese e competere con l’economia mondiale

I

l rilancio della cultura tecnica, dichiarava il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini, è la migliore risposta della scuola alla crisi, perché favorisce la formazione del capitale umano necessario per il rilancio del made in Italy e perché consente una pluralità di scelte formative integrate con la formazione professionale regionale, in contrasto con i rischi di dispersione scolastica”. Obiettivo degli incontri promossi dal gruppo Giovani Imprenditori di Confindustria Latina è stato quello di creare un significativo momento di scambio tra i rappresentanti del mondo imprenditoriale locale e gli studenti della provincia. «Di fronte alla sfida della globalizzazione l’Italia deve rilanciare la sua economia incrementando la produttività, il tasso di occupazione e le capacità innovative attraverso un sistema educativo che garantisca lo sviluppo delle conoscenze e delle competenze – afferma Fabio Mazzenga, Presidente di Confindustria Latina – scienza e tecnologia sono fondamentali per consentire al nostro Sistema territoriale di competere con le altre

economie sviluppate e con le nazioni emergenti». «Portare a compimento la riforma degli istituti tecnici, il cui iter dura da sei anni e ha subito tre rinvii nelle ultime tre legislature, – ha dichiarato il direttore generale di Confindustria Latina Sergio Viceconte – è fondamentale per lo sviluppo del Paese. Infatti, il 67% dei laureati italiani ignora che l’Italia è al secondo posto in Europa, dopo la Germania, per numero di imprese manifatturiere. Si rivela necessario, quindi, uno sforzo straordinario di orientamento dei giovani alla cultura tecnica». Ai due dirigenti fa eco il presidente dei giovani industriali di Latina Giuseppe Pastore, secondo cui i diplomati tecnici sono una risorsa fondamentale per l’Italia, «soprattutto per quel ricchissimo e vitale tessuto d’imprese medie e piccole che costituiscono la dorsale della nostra industria e che ogni giorno combattono alle frontiere dell’innovazione internazionale». L’imprenditore fa leva sul rilancio dell’istruzione tecnica, considerata un tassello fon-

– c’è bisogno di una crescita sostenuta che non è all'orizzonte nemmeno nel 2010. L'obiettivo è almeno quello di stabilizzare il tasso di occupazione e utilizzare le infrastrutture come forte ammortizzatore sociale». Per far ripartire la crescita «dobbiamo essere convinti che lo sviluppo dell’economia nei prossimi decenni sarà fondato su una forte integrazione fra i settori che costituiscono la ricchezza prodotta: l’industria dei beni insieme all’industria dei servizi; l’agricoltura insieme all’energia; la ricerca e sviluppo insieme al turismo e al tempo libero». Altro tema da sempre caro ad Aurelio Regina è lo sviluppo energetico. Il presidente che soltanto lo scorso giugno aveva preventivato le cifre che l’industria romana avrebbe messo in

damentale della strategia di ripresa dopo la crisi e senza il quale rischia di venire meno la capacità di innovare e di competere del sistema produttivo del nostro Paese. «Gli istituti tecnici – conclude Pastore – devono recuperare il prestigio di una volta, tornare a ricoprire il ruolo di grandi creatori di opportunità. Sono le scuole dell’innovazione manifatturiera dove è possibile coltivare insieme il pragmatismo tecnologico, i nuovi linguaggi della scienza e la didattica di laboratorio, per prepararsi sia al lavoro, che al proseguimento degli studi a livello universitario».

campo per “ridare il territorio all’ambiente”. La sfida energetica e della green economy è per Regina la strada giusta per una migliore qualità della vita. «Il mercato in questi settori sta correndo: negli ultimi 5 anni gli investimenti privati nelle fonti rinnovabili e nell’efficienza energetica si sono moltiplicati per 10» e la Uir sta dimostrando da tempo un forte impegno per migliorare attività e servizi incentrati sull’utilizzo delle fonti pulite, nella profusione di politiche energetiche virtuose e per uno sviluppo continuo e costante dell’economia verde. È stato anche dato avvio a un protocollo di intesa con il Comune di Roma per la mobilità sostenibile, che si realizzerà attraverso una serie di progetti. LAZIO 2010 • DOSSIER • 93


MERCATI FINANZIARI

Cantieri aperti i mercati finanziari sulla strada del rinnovo A ottobre gli scambi su azioni sono cresciuti sui mercati telematici del London Stock Exchange Group dell’8%. Il presidente di Borsa italiana Angelo Tantazzi rassicura sul progressivo miglioramento dei mercati finanziari. Ricordando come l’iter verso le riforme sia ancora lungo e complesso Francesca Druidi

stato un vero e proprio brivido di terrore quello che ha attraversato i mercati finanziari internazionali lo scorso novembre, quando è stata resa nota la richiesta da parte della holding Dubai World, controllata dal governo di Dubai, di prorogare una moratoria di sei mesi su un debito di 59 miliardi di dollari nei confronti dei creditori. Il crollo delle Borse europee avvenuto nelle ore successive ha lasciato in un primo momento temere che il crac di Dubai potesse turbare una situazione ancora fragile, mettendo nuovamente a dura prova la fiducia degli investitori, già compromessa dopo le pesantissime criticità finanziarie evidenziatesi lo scorso anno. La crisi di liquidità dell’Emirato arabo ha in qualche modo risvegliato l’attenzione dei mercati sui rischi legati alla possibilità che

È

Angelo Tantazzi, presidente dal 2000 di Borsa italiana. Nella pagina a fianco, la sala delle contrattazioni

96 • DOSSIER • LAZIO 2010


Angelo Tantazzi

19,7 mln

CONTRATTI

scoppino nuove bolle, ma le ripercussioni sul sistema finanziario italiano, come hanno confermato Banca d’Italia, Consob e Abi, sembrano per fortuna piuttosto contenute. L’esposizione verso il paese mediorientale risulta infatti minima, poiché di fatto gli istituti italiani sono fra quelli meno coinvolti in Europa. Del resto, «il sistema finanziario italiano ha dimostrato di essere più solido di altri e relativamente forte in presenza di un contesto difficile», rileva Angelo Tantazzi, presidente di Borsa italiana, integratasi nel 2007 con London Stock Exchange, dando vita al più grande mercato borsistico europeo. Una disamina dell’attuale stato di salute della Borsa italiana compiuta dal presidente Tantazzi può contribuire a delineare i contorni delle prospettive per il futuro andamento di Piazza Affari.

Numero di contratti registrati nel mese di ottobre 2009 sui mercati telematici del London Stock Exchange Group in crescita dell’8% rispetto al mese di settembre 2009

189

MLD EURO È il controvalore complessivamente scambiato nel mese di ottobre 2009 sui mercati telematici del London Stock Exchange Group pari a 173,4 miliardi di sterline

Mario Draghi parla di condizioni sui mercati finanziari in continuo miglioramento a partire dalla primavera scorsa. È d’accordo con l’affermazione del governatore di Bankitalia? «Le condizioni dei mercati finanziari sono sicuramente migliorate dal marzo del 2009, lo confermano gli scambi registrati sui nostri mercati nel mese di ottobre. Al London Stock Exchange Group sono stati scambiati 19,7 milioni di contratti, in crescita dell’8% rispetto al mese di settembre 2009, con un controvalore complessivamente scambiato pari a 189 miliardi di euro. Gli scambi su Etf, Etc, sugli strumenti del reddito fisso e su derivati hanno mostrato una forte crescita nel mese di ottobre. Etf ed Etc hanno registrato nuovi record, con una media giornaliera di contratti in crescita dell’84% rispetto allo  LAZIO 2010 • DOSSIER • 97


MERCATI FINANZIARI

LA SFIDA RESTA IL DEBITO Il rating per l’Italia è stabile. Ma restano da risolvere almeno due nodi cruciali. Elevato debito pubblico e progressivo invecchiamento della popolazione. Lo spiega Raffaele Carnevale, senior director di Fitch Ratings l basso debito delle famiglie e la ridotta esposizione delle banche italiane alle toxic assets, hanno contribuito a preservare la stabilità dell’Italia rispetto ad altri Paesi». Lo evidenzia Raffaele Carnevale (nella foto), senior director Finanza pubblica di Fitch Ratings, che effettua un’analisi dell’andamento dell’outlook per il 2010. Il rating per l’Italia può definirsi stabile? «Sì, è stato confermato ad “AA-” con prospettive stabili a settembre 2009. Non prevediamo cambiamenti nei prossimi 18-24 mesi. Crediamo che il 2010 non si differenzierà molto dal 2009: i primi segnali di ripresa economica non dovrebbero avere un impatto significativo sull’occupazione che potrebbe continuare a ristagnare e, quindi, a pesare sia sulle entrate che sulla spesa pubblica. Prevediamo che il disavanzo in rapporto al Pil possa eventualmente migliorare verso il 4% nel 2011, dal 5% del 2009. Con un debito che, in rapporto al Pil, si ap-

I

prossimerà al 120% nel 2010, dal 105% del 2005-2008, è difficile intravedere un miglioramento delle prospettive del rating». Quali le note negative per il nostro Paese? «Il debito pubblico elevato, che nel 20122013 dovrebbe raggiungere i 2.000 miliardi con un conseguente carico di interessi passivi per circa 80-90 miliardi, e il tendenziale invecchiamento della popolazione con conseguente rigidità di spesa per pensioni e sanità, sono le sfide principali. Il ricorso, di tanto in tanto, ai condoni fiscali rischia di indebolire l’efficacia della politica tributaria che ha già pochi margini di manovra: tasse e contributi sociali assorbono quasi la metà della ricchezza annua prodotta». Quelle invece le più positive? «Le entrate fiscali e contributive sembrano contrarsi meno che in altri Paesi europei, dove il disavanzo pubblico è salito fino all’8-

 stesso mese dello scorso anno. La media gior-

naliera del controvalore scambiato sui mercati cash di MTS è cresciuta del 76%, sempre rispetto allo scorso anno». Molti hanno demonizzato i derivati, etichettandoli come la causa della crisi. Come sta procedendo attualmente il loro mercato? Se, e in che modo, costituiscono ancora un pericolo per la finanza mondiale? «Sempre nel mese di ottobre, la media giornaliera di contratti scambiati dai mercati dei derivati del Gruppo, Edx London e Idem, è aumentata del 17% rispetto allo scorso anno, con un controvalore nozionale medio giornaliero di 4,9 miliardi di euro. Gli strumenti derivati continuano e continueranno a svolgere un’importante funzione di copertura e limitazione dei rischi dei mercati finanziari.

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84% SCAMBI

Percentuale di crescita della media giornaliera dei contratti nel mese di ottobre rispetto allo scorso anno dove ETF ed ETC hanno registrato nuovi record

10% del Pil. La graduale liberalizzazione del commercio e dei servizi pubblici locali, come pure la duttilità del settore industriale, potrebbero sostenere la crescita economica nel medio termine a circa l’1%. Le entrate addizionali, se devolute al consolidamento dei conti pubblici, potrebbero avere un impatto positivo sui conti: l’avanzo primario che si è azzerato nel 2009, deve risalire verso quel 3% del Pil ante crisi per stabilizzare il debito a circa il 120% del prodotto interno lordo».

I regolatori si stanno muovendo per renderli più standardizzati, facendoli scambiare su mercati regolamentati, più trasparenti e con regole certe. La crisi che ha investito i mercati finanziari ha evidenziato ancora di più l’importanza di scambi su mercati regolamentati che possano disporre di una controparte centrale in grado di diminuire il rischio». Alcuni commentatori vedono l’opportunità rappresentata dalla crisi come di “un’occasione sprecata” per la mancanza di riforme effettivamente attuate. «Non penso si debba parlare di un’occasione sprecata. La strada delle riforme intraprese è lunga e complessa sia per la delicatezza dei temi trattati sia per la molteplicità degli interessi in gioco. In Europa, così come negli Stati Uniti, si segnalano diversi “cantieri


Angelo Tantazzi

aperti”, basti pensare a quelli sui mercati finanziari, sulle banche, sull’operatività dei derivati». Quali sono le debolezze strutturali e quali, invece, i punti di forza del sistema finanziario italiano evidenziate dalla crisi di dimensioni globali? «Il sistema finanziario italiano ha dimostrato di essere più solido di altri e relativamente forte in presenza di un contesto difficile. Il governo ha, inoltre, messo tempestivamente a disposizione degli strumenti che hanno contribuito a rassicurare e stabilizzare il sistema». La Banca centrale americana ha ammesso che i tassi d’interesse a zero possono alimentare la speculazione nei mercati finanziari. L’andamento ancora



La crisi dei mercati finanziari ha evidenziato ancora di più l’importanza di scambi su mercati regolamentati che dispongano di una controparte centrale in grado di diminuire il rischio



incerto del mercato statunitense può rallentare la ripresa a livello internazionale? «Bassi livelli dei tassi di interesse portano sicuramente a un abbassamento del costo del debito. Unitamente alla grande liquidità presente in questo momento, possono però portare anche a speculazione sui mercati finanziari in mancanza di prospettive più solide dell’attività economica».

LAZIO 2010 • DOSSIER • 99


STRUMENTI FINANZIARI

Partenariato un ostacolo N o una risorsa? Affidare servizi pubblici ad aziende private può rivelarsi un investimento eccellente o un rischioso aumento di tariffe. Ecco perché, secondo Raffaele Lupacchini, il partenariato diviene una risorsa soltanto se basato su idonei studi di fattibilità Mario Ascoli

Raffaele Lupacchini è socio della Lemar Consulting. Dottore commercialista e docente di “Aspetti economici e normativi nelle opere civili” presso l’Università di Sannio a Benevento, opera da anni come advisor finanziario - www.lemarconsulting.it

100 • DOSSIER LAZIO • 2010

ella Pubblica amministrazione è sempre più evidente il bisogno di utilizzare nuovi strumenti di finanziamento disponibili sul mercato dei capitali. «Fino a pochi anni fa gli enti consideravano un “diritto acquisito”, in ragione del pubblico interesse, imputare la copertura della spesa per infrastrutture su risorse pubbliche derivanti principalmente da trasferimenti statali e finanziamenti Ue» spiega il dottor Raffaele Lupacchini, fondatore di Lemar, importante società di advisory specializzata in consulenza giuridica e finanziaria. Un ambito che deve fare i conti con la paradossale convivenza di strumenti innovativi sul mercato e una cultura finanziaria talvolta reticente, in particolare per ciò che concerne gli appalti pubblici. Lupacchini riflette sulle motivazioni che portano al ricorso al Partenariato Pubblico-Privato, una soluzione che potrebbe risolvere, a detta dell’esperto, numerosi gap italiani. «Spesso la valutazione sulla fattibilità dell’opera era esclusivamente legata al ritorno socio- economico sul territorio, ignorando le possibilità di recupero del capitale investito; ma oggi qualcosa è cambiato». Quali evoluzioni ci sono state rispetto al passato? «Attualmente l’approccio di pianificazione del finanziamento “tutto pubblico” delle opere, peraltro più volte criticato dall’Ue, incontra serie difficoltà, per cui è necessario uno sforzo della Pa nel valutare la fattibilità degli interventi ricorrendo al mercato e all’apertura al partenariato con il privato per opere generatrici di entrate. D’altronde le recenti modifiche alla normativa di settore sembrano spingere verso una maggiore attenzione da parte degli enti sulla valutazione di tutte le alternative possibili per l’attuazione delle politiche d’investimento». Il ruolo del privato è quindi quello di colmare la carenza di risorse della PA? «Il legislatore, nel disciplinare le procedure di partenariato, ha tenuto conto non solo del fattore finanziario, ma anche della possibilità di ri-


Limiti e opportunità

+80% TARSU

correre al privato in presenza di opere la cui gestione si caratterizza per rischi tipicamente d’impresa, come il rischio di domanda o di mercato. Comunque il ricorso a tale strumento è ancora limitato». Per quali motivi? « La Pubblica amministrazione non sembra avere ancora metabolizzato pienamente la possibilità che l’alternativa privata alla gestione diretta dei servizi pubblici possa rappresentare anche una scelta d’efficienza e di efficacia ». Ma non potrebbe verificarsi un aumento delle tariffe, a scapito della collettività, per assicurare un’adeguata remunerazione? «Non è da escludere. Gli enti hanno comunque la possibilità di limitare tale aumento, o addirittura annullarlo, attraverso la durata della concessione e l’introduzione di un cofinanziamento pubblico. È evidente che l’attivazione di capitale privato ha un costo, ma non dobbiamo neanche perdere di vista il valore aggiunto che tale scelta produce. Per fare un esempio qual è la disponibilità a pagare per un trasporto pubblico puntuale, una raccolta rifiuti efficiente o la disponibilità di acqua corrente?» Dunque le amministrazioni devono ricor-

Per i cittadini dei comuni campani si registrano, non senza polemiche, sensibili aumenti relativi alla tassa sui rifiuti. Tali aumenti vanno dal 40 all’80% rispetto al 2008

200 mln DI EURO

Questa la cifra relativa al deficit annuo causato dallo spreco di acque del sistema idrico italiano. Una delle ragioni per cui si tenta, anche attraverso la privatizzazione, di ottimizzarne la gestione

rere a scelte talvolta “impopolari”, come nel caso della recente privatizzazione della gestione dell’acqua? «Certo, ma il problema è che spesso questo tipo di scelta rappresenta una sorta di ultima spiaggia la cui alternativa potrebbe comunque essere altrettanto impopolare. Un esempio è quello riscontrato in Campania, dove nell’ultimo anno c’è stato un aumento consistente della Tarsu, necessario a garantire la copertura integrale dei costi di smaltimento dei rifiuti derivante da una situazione di emergenza straordinaria. Nella gestione del ciclo integrato delle acque, l’epilogo in caso di mantenimento di una gestione tutta pubblica potrebbe essere comunque un aumento delle tariffe in ragione della vetustà degli impianti e quindi della necessità di ingenti investimenti. Teniamo conto che, secondo gli esperti, già oggi oltre il 30% della quantità di acqua immessa nel sistema di distribuzione italiano non arriva a destinazione. La scelta della cooperazione appare quindi necessaria, ma è auspicabile il massimo rigore nella scelta dei concessionari e di obblighi e diritti a carico delle parti». Quali sono gli strumenti per valutare la convenienza al ricorso al partenariato? «Sicuramente bisogna garantire la qualità dello studio di fattibilità che gli enti devono redigere per inserire un intervento nella loro programmazione, studio che deve analizzare anche la convenienza della scelta del partenariato. Lo stesso è inoltre determinante per la valutazione del funding gap, ossia della quota di capitale non recuperabile attraverso la gestione e da compensare con un eventuale cofinanziamento, non potendo gravare sui privati. Anche per l’imprenditore interessato a partecipare alle gare, lo studio di fattibilità cui fa riferimento il bando, deve fornire adeguati elementi per poter valutare la sostenibilità finanziaria e la convenienza economica dell’investimento. Il rischio di fallimento dell’iniziativa è inaccettabile se rapportato al potenziale costo sociale per il conseguente disservizio». 2010 • DOSSIER LAZIO • 101


RAPPORTI TRA BANCHE E IMPRESE

Una nuova mediazione per il rating creditizio Basilea 2 ha segnato un profondo cambiamento nella gestione finanziaria delle imprese italiane. E la figura del mediatore creditizio diventa sempre più strategica. Luciano Bevilacqua presenta una nuova idea a sostegno delle aziende Aldo Mosca

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li effetti della crisi economica, il più delle volte, altro non sono se non l’acuirsi di criticità già latenti nei processi e nelle dinamiche del mercato. Un esempio esemplare è sicuramente ciò che scaturisce nel sempre più complesso rapporto tra aziende e istituti di credito. «La congiuntura negativa ha sollevato i difetti che già esistevano nei rapporti tra banche e imprese, nati con l’introduzione dei parametri di Basilea 2». Questa l’osservazione di Luciano Bevilacqua, presidente della società Eurobroker Italia Spa. I problemi cui si riferisce l’esperto, il cui gruppo di mediatori creditizi affianca le imprese proprio nel relazionarsi con le banche, sono riconducibili a una maggior diffidenza da parte di queste ultime oltre che a una forte rigidità nella valutazione dell’impresa richiedente del credito. Ma, soprattutto, quello che Bevilacqua osserva è un vero e proprio cambiamento nella dialettica tra i due attori. «I rapporti tra impresa e banca in passato erano tra i soggetti. Le persone si basavano su aspetti e criteri non solo oggettivi e univoci, ma anche personali, soggettivi. Il venire meno di questo tipo di approccio ha senza dubbio reso il tutto più difficile». In particolare sotto quali aspetti le analisi effettuate dalle imprese non coincidono con quelle effettuate dalle banche? «Le analisi, se riferite ai soli numeri scaturiti applicando criteri finanziari standard, di fatto coincidono. L’interpretazione dei risultati può invece non coincidere perché diversi sono i punti di vista dell’impresa rispetto alla banca, perché differenti sono le priorità, gli obbiettivi e gli scenari».

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Strategie

Nella pagina a fianco, Luciano Bevilacqua, presidente della Eurobroker Italia Spa. La società ha sede a Roma e a Milano e opera sull’intero territorio nazionale l.bevilacqua@eurobrokeritalia.it

Dunque vi sono discrepanze tra i due punti di vista? «L’imprenditore, come ben sappiamo, corre il “rischio d’impresa” perché in prima persona crede nella propria idea. La banca invece deve limitare al massimo il rischio e avere solo certezze. Ecco perché la comunicazione tra i due attori è così importante». Dunque gli imprenditori italiani devono essere formati per ciò che concerne le metodiche comunicative con gli altri operatori economici? «Dovrebbero maturare la consapevolezza che il linguaggio è cambiato e che una “cattiva” comunicazione spesso è motivo di mancato incontro. Non dimentichiamo che l’imprenditore è colui che ha l’idea. Non sempre possiede competenze tali da poter gestire con professionalità tutti gli aspetti che coinvolgono un’impresa. Ecco perché ci sono figure professionali specifiche che affiancano e accompagnano l’imprenditore nelle sue scelte. Purtroppo nella gestione finanziaria, salvo per imprese di grandi dimensioni e ben strutturate, l’assenza di figura professionale specifica è la normalità. Ci si avvale dell’avvocato, del commercialista, ma ancora troppo poco dei mediatori creditizi, che avrebbero tutte le com-

1.000 AZIENDE È questo il numero di realtà che il servizio Double Door potrà affiancare annualmente secondo le previsioni elaborate dalla Euroborker Italia

petenze per dialogare con le banche». Qual è stato l’impatto che Basilea 2 ha avuto sulle imprese italiane? «L'Accordo Basilea 2 impone alle banche di assegnare alle imprese, in base alla loro rischiosità, un punteggio, un voto, il cosiddetto rating. Da questo dipenderà la concessione o la revoca di un finanziamento. Le imprese con un rating adeguato riusciranno a ottenere credito dal sistema bancario. Purtroppo sono poche le Pmi a vantare questo punteggio». Lo scenario da lei descritto ha portato il suo gruppo a creare una nuova strategia, Double Door. Di cosa si tratta? «Il servizio Double Door fornisce risposte ai requisiti in ottica di Basilea 2 e, pertanto, risulta essere un decisivo supporto strategico indipendentemente dal sistema di rating, in quanto l’applicativo che abbiamo concepito non è statico ma dinamico e in linea con le evoluzioni e le richieste del mercato finanziario». Soprattutto su cosa fate leva? «La nostra è una metodologia innovativa nel settore della mediazione creditizia. Utilizzando il web si facilita l’incontro tra le imprese e le banche in maniera più attiva. Questo perché attraverso la struttura della Eurobroker Italia Spa ci si può appoggiare a una rete di servizi per l’impresa, di consulenza e assistenza, e per la banca, di carattere commerciali e operativi. Double Door crea per l’impresa una prima analisi che consente di individuare quali sono i punti critici sui quali intervenire. Contemporaneamente rende visibile alle Banche l’azienda con le sue necessità finanziarie». 2010 • DOSSIER LAZIO • 103


RAPPORTI TRA BANCHE E IMPRESE Intermediazioni

L’assicurazione del credito un aiuto per l’impresa n Italia, soprattutto per effetto dell’attuale situazione economica, ma anche per un progressivo aumento della conoscenza dello strumento, sta crescendo nel mercato la richiesta di coperture assicurative sul credito. Si tratta di un servizio svolto da compagnie, generalmente monoramo, e si basa sulla valutazione preventiva degli acquirenti a cura dell’assicuratore. «Riguarda – come spiega Giovanni Ianni Alice, amministratore della Framia srl, società di brokeraggio assicurativo in Roma – la copertura del rischio di perdita definitiva, originato dal mancato pagamento di crediti commerciali a breve termine, sorti nei confronti di operatori economici, a seguito di contratto di fornitura o prestazione di servizi». Appare quindi evidente come l’assicurazione del credito possa costituire un mezzo importante di crescita per le aziende, e per il Paese stesso perché permette alle imprese di focalizzarsi sulle opportunità e sulla buona riuscita delle proprie azioni, lasciando ad altri la gestione del rischio. «L’azienda, così, diventa più solida e meno esposta alle incertezze di mercato» come sostiene il broker. Cosa devono fare le aziende per approcciarsi all’assicurazione del credito? «È essenziale che le imprese prestino grande attenzione al consolidamento della funzione interna di credit management, pensando all’assicurazione del credito non come a uno strumento automatico di indennizzo di perdite, ma

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La crisi finanziaria è stata come una lente di ingrandimento per le banche: ha evidenziato la loro difficoltà nel far fronte alle impellenti necessità delle imprese. A tal proposito il broker Giovanni Ianni Alice della Framia srl parla dello strumento dell’assicurazione del credito Simona Cantelmi

come a un importante mezzo di prevenzione». Come possiamo considerare l’assicurazione del credito nell’attuale scenario di crisi? «È certamente un effettivo elemento di ausilio all’azienda, sia quale strumento per la valutazione dei clienti dell’azienda stessa allo scopo di prevenire insolvenze, sia quale sistema attivatore di liquidità». Secondo la sua esperienza quanto è importante la specializzazione degli intermediari assicurativi? «L’assicurazione dei crediti commerciali è una tipologia di attività assicurativa con caratteristiche peculiari ai “rami elementari” e necessita di intermediari specializzati. Negli ultimi quindici anni l’impegno mio e dei miei collaboratori si è rivolto prevalentemente a tutelare da minacce e rischi di ordine finanziario le imprese, dando loro risposte puntuali e soluzioni soddisfacenti. Ritengo essenziale rivolgersi a Compagnie assicurative, che, anch’esse consapevoli della complessità e delicatezza della materia, abbiano formato al loro interno figure specializzate, in grado di dare al mercato le soluzioni che ci richiede».

Il dottor Giovanni Ianni Alice è amministratore di Framia srl, società di brokeraggio assicurativo con sede a Roma framia@tin.it


CULTURA D’IMPRESA

Un modello a favore delle risorse d’impresa per intercettare la ripresa Integrare all’interno delle aziende la cultura gestionale con quella finanziaria, ispirandosi a un modello rivelatosi vincente per numerose multinazionali. Fabrizio Leopardi fa luce su un nuovo metodo per le PMI che sta salvando le aziende e le sta preparando a cogliere le occasioni della ripresa economica Carlo Sergi

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e crisi d’impresa si possono e si devono prevenire». Fabrizio Leopardi ne è fermamente convinto, anche dinanzi a ciò che riscontra attraverso la sua struttura, Mercato Sviluppo Investimento, che ha elaborato una formula rispondente alle problematiche aziendali emerse soprattutto nell’ultimo biennio. «Abbiamo sviluppato un modello che un nostro partner estero ha applicato per anni nelle aziende multinazionali, in particolare del settore farmaceutico – spiega Leopardi -. È una strategia aziendale nuova, mirata e facilitata da un processo decisionale dinamico e trasparente, orientato da criteri condivisi ed essenziali». E l’attenzione riposta a queste tematiche non può essere presa sotto gamba, infatti, come spiega l’esperto, «se è pur vero che la mancata previsione di una crisi può essere gestita, la mancata pianificazione di una fase di sviluppo è purtroppo ingestibile, soprattutto se importante». Secondo Leopardi, il non aver organizzato al meglio l’azienda e programmato per tempo l’approvvigionamento delle risorse tecniche, umane e soprattutto finanziarie, può rovinare un’impresa, bloccandone ogni possibilità di crescita. Per questo occorre prepararsi». Quello da voi concepito è un modello facilmente applicabile? «Si tratta di una metodologia modulare, per cui può essere applicata a un solo problema così come all’intera azienda, di qualunque dimensione questa sia. Ovviamente nelle imprese multinazionali la complessità delle problematiche e le dimensioni esaltano maggiormente i

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Xxxxxxx Gestione Xxxxxxxxxxx e finanza

In apertura, il Rag. Fabrizio Leopardi, Amministratore della società Mercato Sviluppo Investimento di Roma. A fianco, il socio dott. Alano-Maurizio Ferri fabrizio.leopardi@msi-srl.it

risultati. Il modello è organizzativo, la cui finalità è fornire ai vari livelli aziendali gli strumenti e le informazioni utili e necessarie per le decisioni da prendere. Non si sostituisce alcuna funzione decisionale, per cui gli organi direttivi non potranno prescindere dall’ascoltare il responsabile. Le opinioni di quest’ultimo, infatti, sono l’interpretazione di elementi e problematiche in ragione delle finalità che egli si prefigge di far raggiungere all’azienda. Il modello fornisce elementi, notizie e consente di elaborare in piena autonomia scenari più ampi per lo sviluppo». Gli imprenditori locali quanta attenzione ripongono alla pianificazione dello sviluppo? «Purtroppo poca, perché viene vista come un costo, tanto che in alcuni casi non viene attuata alcuna pianificazione finanziaria. Un’azienda è un sistema complesso, le PMI tendono a sottovalutarne molti aspetti gestionali. Vi è sicuramente una forte sensibilità per le risorse umane, mentre più scarsa è l’attenzione alla programmazione di medio e lungo periodo». Queste sottovalutazioni da parte delle aziende soprattutto quali falle creano? «Particolarmente penalizzante potrebbe essere l’impossibilità di utilizzare risorse finanziarie laddove l’azienda ha esaurito quelle patrimoniali proprie e non ha potuto o saputo gestire al meglio quegli strumenti di leva finanziaria, dei quali abbiamo trattato insieme al dott. Ferri nell’intervista apparsa sullo scorso numero». E così, dal poter beneficiare della ripresa economica, il passo verso la crisi si fa più breve? «Certo, anche perché, mentre l’azienda già in affanno cerca di riorganizzarsi, il mercato viene acquisito dalla concorrenza più pronta e preparata. Sarebbe stato meglio, per molte aziende, esporre in anticipo e in maniera mi-

L’organizzazione, la pianificazione industriale, commerciale e finanziaria ed una corretta valutazione e copertura dei rischi sono la base del successo della creatività imprenditoriale e la nostra filosofia

rata le proprie potenzialità patrimoniali e finanziarie in funzione degli obiettivi che si era posta e degli scenari che aveva prefigurato, valutando in maniera prudente i rischi e la propria organizzazione». Come si inseriscono, in questo quadro, gli esponenti della sua categoria professionale? «Il ruolo dei consulenti nella crisi è stato ed è quello di parafulmine alle inefficienze culturali e del sistema. La congiuntura ha escluso dal mercato alcune professionalità e, al tempo stesso, ne ha esaltato altre come la nostra. Le imprese che avevano elaborato con i loro consulenti un buon programma, hanno potuto affrontare la congiuntura negativa e ora sono in grado di cogliere i frutti della ripresa economica».

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CULTURA D’IMPRESA

Nel ricambio generazionale la prova più dura per il management Il ritratto di un ruolo sempre più centrale per la nostra economia. Tra pianificazioni fiscali, strategie di sviluppo e introduzione di nuovi imprenditori, Giorgio Pera spiega perché, anche per le piccole imprese, l’esperienza dei titolari non è più sufficiente Pierparolo Marchese

umentano i professionisti italiani che riscontrano una sempre più marcata presa di coscienza relativamente al ruolo strategico che i commercialisti hanno assunto. L’instabilità del mercato e la complessità degli adempimenti hanno reso praticamente impossibile, per gli imprenditori, l’agire in piena autonomia. «La piccola o media impresa è la struttura che maggiormente necessita di una consulenza su misura» racconta il dottor Giorgio Pera, il quale da ormai due decenni affianca numerose aziende della provincia romana e non solo. «Il piccolo e medio imprenditore, infatti, per motivi di costo, non può avvalersi della consulenza delle grandi società di revisione, né, tanto meno, può dotarsi di uno staff di dirigenti specializzati nella gestione dei settori nevralgici dell’azienda, quali la finanza, il marketing, il legale, il controllo di gestione e l’analisi dei rischi – sottolinea l’esperto -. Uno studio commercialistico evoluto deve pertanto essere in grado di fornire alle aziende un pacchetto di prestazioni professionali che le consentano di sopperire a queste carenze a costi sostenibili». Il suo ruolo le consente di osservare da vicino l’evolversi dell’economia locale. Cosa caratterizza le nostre aziende? «Caratteristica delle Pmi è che, nella maggior

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Giorgio Pera, dottore commercialista, all’interno del suo studio di Roma. Nella pagina a fianco, due soci dello studio, i dottori commercialisti Michele Nicoletti e Nicola Lo Re giorgiopera@studiopera.net - www.studiopera.net

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Il passaggio del testimone

Una corretta pianificazione delle strategie aziendali contiene un’accurata pianificazione fiscale, ossia un’attenta valutazione delle incidenze degli oneri tributari sull’impresa

parte dei casi, si tratta di imprese individuali che negli anni, con grande sacrificio, sono riuscite a ritagliarsi sul mercato uno spazio sempre maggiore, compiendo un salto di qualità che ne ha visto, da un lato, incrementare i fatturati e il numero di addetti e, dall’altro, aumentare le difficoltà di gestione di un complesso aziendale via via più articolato». Attualmente quali sono i difetti che emergono nella gestione delle imprese, in particolare quelle a carattere familiare? «La maggior parte di queste imprese, soprattutto quelle familiari, dopo anni di attività e una volta raggiunto un peso economico di un certo rilievo, vedono ancora il potere decisionale lasciato al titolare. Un soggetto indubbiamente molto capace nel proprio lavoro, ma che difficilmente possiede le conoscenze necessarie per compiere delle scelte di gestione aziendale che siano al

passo con il sempre maggiore tecnicismo richiesto dall’odierno sistema globalizzato». In un tale contesto quale impatto potrà avere il passaggio generazionale? «Il passaggio generazionale di solito acuisce queste difficoltà. Spesso i figli del titolare sono giovani molto volenterosi, con buoni titoli universitari, ma privi di qualsiasi esperienza aziendale. L’imprenditore, quindi, fiero dei propri figli, commette spesso l’errore di inserirli in azienda direttamente in posizioni manageriali, affidando loro interi settori della gestione d’impresa. Le conseguenze, in questi casi, sono molto serie, in quanto sia la giovane età, sia la mancanza di esperienza, fanno sì che i nuovi manager commettano errori di valutazione, operando delle scelte in contrasto sia con i desideri del titolare, sia con le reali necessità strategiche dell’azienda. Anche in questo caso, il commercialista può essere un aiuto indispensabile alla gestione di un corretto passaggio». Un altro aspetto fondamentale nella gestione d’impresa è quello fiscale. «Una corretta pianificazione delle strategie aziendali contiene un’accurata pianificazione fiscale, ossia un’attenta valutazione delle incidenze degli oneri tributari che rivestono una particolare importanza sui flussi di cassa generati dalla gestione ordinaria dell’impresa. Noi commercialisti non abbiamo il compito di consigliare strategie elusive, o peggio, evasive delle imposte, bensì di rappresentare al cliente i futuri scenari della gestione finanziaria dell’impresa con riferimento anche al problema del carico fiscale». Cosa prevede e cosa si aspetta nel suo futuro professionale? «Prevedo che la figura del commercialista, inteso come esperto che assiste l’azienda a tutto campo, con particolare riferimento alla direzione strategica dell’impresa stessa, assuma nel prossimo quinquennio un’importanza vitale nel tessuto economico italiano. E, conseguentemente, prevedo un sempre maggiore impegno del mio studio e del mio personale al fianco delle Pmi». 2010 • DOSSIER LAZIO • 109


TRIBUTI Evasori inconsapevoli

La discrezionalità confonde i contribuenti Per un’azienda italiana ottenere un legittimo risparmio fiscale è sempre più difficile. Secondo Giovanni Battista Galli la normativa tributaria sta subendo un pericoloso atteggiamento interpretativo che mina la solidità decisionale dell’Amministrazione finanziaria. E così aumentano gli evasori inconsapevoli Piero De Luigi

Il professor Giovanni Battista Galli, oltre a esercitare nel suo studio di Roma, è membro del Consiglio Direttivo dell’A.N.T.I. per il Lazio, è componente del Comitato Scientifico della Fondazione Telos (O.D.C.E.C. di Roma) ed è socio dell’International Fiscal Association studiogalli@studiogbgalli.it

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umenta il ricorso a negozi giuridici e strumenti economici finalizzati a ridurre il carico tributario. Un effetto, questo, scaturito dalla crisi e dall’elevata pressione fiscale che colpisce l’Italia. Bisogna però fare attenzione. «Tali iniziative, pur non essendo dirette ad aggirare obblighi e divieti dell’ordinamento tributario, possono però rientrare nelle ipotesi di elusione fiscale previste e vietate dall’ordinamento giuridico italiano». Il monito del professor Giovanni Battista Galli, professore a contratto di Diritto Tributario oltre che dottore commercialista, non è da sottovalutare. «Nel nostro ordinamento si sta affermando un discutibile indirizzo interpretativo, da parte della giurisprudenza di legittimità, di norme che trascendono il significato voluto dal legislatore» spiega Galli. Il contribuente è disorientato e finisce quindi per adottare soluzioni poco convenienti spesso disconosciute dall’Amministrazione finanziaria. «Operazioni aziendali formalmente lecite sono state sanzionate da alcune sentenze della Corte di Cassazione perché rientranti nel cosiddetto “abuso del diritto”, in quanto dirette allo scopo esclusivo o comunque essenziale di ottenere un risparmio fiscale, con una finalità economica soltanto marginale». Diverse sentenze, prendendo spunto da pronunce della Corte di Giustizia Europea, hanno individuato, nel nostro ordinamento, un generalizzato divieto di porre in essere

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operazioni elusive applicabile a tutte le imposte e senza alcuna limitazione temporale. «Questa situazione genera incertezza con forti ripercussioni sui processi decisionali – sostiene Galli - È allora necessario e auspicabile un intervento da parte del legislatore per limitare il potere discrezionale dell’Amministrazione finanziaria di disconoscere ogni atto o attività posta in essere dal contribuente». Dall’analisi dell’esperto emerge l’assenza di una norma capace di individuare precisamente una clausola generale antiabuso e di disciplinare in modo tassativo le norme antielusive. In tal senso sono state già formulate alcune proposte legislative di modifica all’art. 37- bis del D.P.R. n. 600/1973. «Il limite tra “legittimo risparmio fiscale” e aggiramento di obblighi e divieti di legge è molto labile. Non sempre è facile individuare nello scopo dell’operazione una finalità economica – conclude il professore -. Comunque, le imprese, non devono considerare ogni volta come corretta l’operazione fiscalmente più onerosa. Un risparmio d’imposta è illegittimo solo se il contribuente fa un uso distorto degli strumenti negoziali. Per questo il dottore commercialista diventa una figura sempre più centrale, in quanto deve saper fornire una consulenza di alto profilo, per scongiurare il mancato rispetto del nostro ordinamento tributario, al fine di ottenere un lecito risparmio di imposta e contrastare le esemplificazioni dell’Amministrazione finanziaria».


RAPPORTI DI LAVORO Imprenditori e lavoratori

Paghe e contributi focus sui rapporti lavoro Quella dei rapporti tra i datori di lavoro e i lavoratori è una questione più che mai calda. Per la dottoressa Raffaella Sorrentino di Roma, la corretta amministrazione del personale è il primo passo verso la crescita delle imprese sul mercato Simona Cantelmi

La dottoressa Raffaella Sorrentino all’interno dello studio di consulenza del lavoro che è specializzato nell’amministrazione del personale sorreraffa@tiscali.it

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n un contesto come quello attuale in cui le problematiche economiche sono numerose, acute e toccano molti, il tema del lavoro è al centro di un dibattito acceso. Le aziende hanno la necessità di tutelarsi e di contenere le spese, ma è anche necessario che l’impegno dei lavoratori venga riconosciuto. Raffaella Sorrentino spiega quali sono le attività cui uno studio di consulenza del lavoro non può prescindere. «Per una proficua assistenza alle imprese e il raggiungimento di una loro salubre crescita sul mercato di riferimento, è di fondamentale importanza che l’amministrazione del personale e tutte le specifiche attività necessarie al corretto adempimento retributivo, contributivo e fiscale, vengano eseguite con analitica cura dei dettagli legislativi, avvalendosi dell’impegno professionale di dipendenti e collaboratori esperti e rivolgendosi a tutte le tipologie d’azienda». Oltre alla consulenza rivolta ai protagonisti dei numerosi settori produttivi e merceologici, un ambito che negli ultimi anni ha acquisito particolare rilievo è quello dell’edilizia: «in tal senso, infatti, la contribuzione sulla retribuzione virtuale, le speciali riduzioni e agevolazioni e i rapporti con le Casse Edili, sono solo alcuni degli aspetti che i consulenti del lavoro impiegano per un’efficace determinazione gestionale dell’azienda che ne richiede assistenza». Naturalmente però, il focus professionale della consulenza analizza le effettive dinamiche che, nel rispetto delle nor-

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mative in vigore, definiscono il rapporto tra il datore di lavoro e il lavoratore. «L’attività consulenziale si estrinseca di fatto, nell’elaborazione delle paghe e dei contributi dei lavoratori dipendenti e dei collaboratori coordinati e continuativi, anche nelle modalità progetto – spiega la dottoressa Sorrentino –; nella tenuta dei libri obbligatori, nella richiesta dei DURC (documento unico di regolarità contributiva) e nel corretto svolgimento di tutti gli adempimenti mensili e periodici con i vari istituti di previdenza anche per la gestione separata dei collaboratori, assistenza e assicurativi quali l’Inps, l’Inail, il Fasi, il Previndai e così via». L’intervento e l’assistenza professionale dei consulenti del lavoro si articolano, inoltre, nello sgravio di cartelle esattoriali per titoli riguardanti imposte e contributi previdenziali, nella richiesta di rateizzi di contributi previdenziali e assistenziali presso gli istituti competenti, pratiche relative alla regolarizzazione di rapporti di lavoro di personale comunitario ed extra comunitario di tutti i settori e con particolare attenzione al settore delle collaborazioni domestiche. «Sono quotidiani, pertanto, i rapporti lavorativi con enti, istituti, centri per l’impiego delle province competenti per tutte le tematiche afferenti il collocamento sia ordinario che obbligatorio, con la direzione provinciale del lavoro, nonché con l’Agenzia delle entrate e gli uffici del ministero delle Finanze».


CONSULENZA Prospettive

Per il futuro dei giovani consulenti di Marco Murolo

esigenza di rappresentare il mondo giovanile e non disperdere le forze in esso racchiuse ha spinto molti consulenti del lavoro a fondare l’“Unione Nazionale Giovani Consulenti del Lavoro”. Dall’aprile 2009, in meno di un anno, più di 20 provincie hanno aderito a questa associazione che di fatto va a colmare importanti lacune: dalla scarsa visibilità dei giovani colleghi, alla loro tutela. Nessuno fin'ora si era mai fatto carico di rappresentare in ambito nazionale gli interessi dei giovani che si affacciavano a questa professione. Come vetrina delle nostre idee abbiamo scelto l’università La Sapienza di Roma. Qua si è infatti tenuto un incontro con le altre associazioni nazionali giovanili di categoria (UNGDCEC, AIGN, AIGA, AIGI, Gi.Arch) al quale hanno partecipato come spettatori studenti e professionisti, e tra gli interlocutori nomi di prestigio tra cui il professor Massimo Angrisani, ordinario di Tecnica attuariale per la previdenza, e l'avvocato onorevole Antonino Lo Presti, vicepresidente della Commissione parlamentare controllo sull'attività degli enti gestori. Scopo di tale dibattito è stato creare un tavolo comune a diverse realtà e categorie giovanili sul tema del “Futuro previdenziale dei giovani liberi professionisti”. Esperienza positiva, questa, che ci ha convinto a gettare i presupposti per lo sviluppo di ulteriori tavoli di discussione. Tra le varie posizioni assunte in campo nazionale vi è stata poi la disamina del decreto Alfano, nelle battute concernenti i requisiti della figura del “mediatore”. Si vorrebbe inserire un vincolo dei 15 anni di anzianità per accedere al ruolo di mediatore: a nostro avviso questo non può essere accettabile, di fatto in questo modo si precluderebbe al giovane professionista questa strada. Canoni di giudizio sull’adeguatezza di una figura professionale vanno ben ol-

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Marco Murolo, socio fondatore dello Studio Associato Murolo & Partners e Consigliere nell’Unione Nazionale Giovani Consulenti del Lavoro marco.murolo@studiomurolo.com

tre il periodo temporale di iscrizione all'ordine, andandosi a collocare su un piano più elevato, quello della professionalità e delle competenze. Altro obbiettivo è stato il perseguimento della piena deducibilità delle spese sostenute per l'aggiornamento professionale obbligatorio e quindi la modifica dell'art. 54 del DPR 917/1986, il quale prevede solo uno sgravio parziale. Il problema di un onere fiscale di questo tipo è che va a ledere in particolar modo il neo-professionista, già vessato dalla crisi economica e che, tuttavia, ha l'obbligo e altresì la necessità di un aggiornamento che lo renda competitivo e appetibile sul mercato del lavoro. I giovani domandano spesso certezze per il proprio futuro. La risposta che voglio dare oggi è che la sicurezza del futuro è nelle nostre mani. I nuovi professionisti potranno costruirsi un domani sereno se sapranno acquisire la capacità di comprendere i processi riformatori in atto e sapranno gestirli.


CONSULENZA Il settore del travertino

Più fiducia nel futuro della filiera del travertino l settore del travertino si trova ad affrontare una situazione economica particolarmente delicata». Il professor Maurizio De Vincenzi si riferisce a una voce dell’economia laziale che rappresenta il 5% del Pil regionale. Attualmente, infatti, conta circa 100 micro e piccole imprese, con circa 400 addetti. Una crisi dovuta principalmente alla concorrenza di Paesi stranieri, in primis la Turchia, nonostante questi presentino un prodotto di qualità inferiore rispetto a quello del bacino di Tivoli – Guidonia Montecelio. Ed è proprio in quest’area che lo studio commerciale di De Vincenzi opera. «Il quadro è reso ancora più problematico con controverso fenomeno della subsidenza – spiega l’esperto -. Si rischia la cessazione delle attività estrattive e produttive, con gravissime ripercussioni occupazionali e danni per le imprese, non tenendo conto dell’indotto che ruota intorno a questo settore». Secondo il commercialista le amministrazioni locali non hanno preso sul serio tale fenomeno. L’unico plauso lo rivolge alla precedente amministrazione del Comune di Guidonia Montecelio, in particolare all’ex Sindaco Filippo Lippiello, il quale si è adoperato seriamente per risolvere tali problematiche. «Noi commercialisti dobbiamo aiutare le imprese utilizzando intelligentemente gli strumenti disponibili nel campo aziendale. Per questo è necessario assumere un’elevata specializzazione». Dunque un ruolo professionale non più puramente aziendalista, ma al centro delle reali esigenze delle imprese. «Il commercialista deve collaborare con l’imprenditore senza però sostituirsi alla direzione delle scelte aziendali» E sul futuro, De Vincenzi esprime i suoi auspici: «Si spera che il 2010 coincida con una vera ri-

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Tra crisi e studi di settore talvolta discutibili, le imprese italiane devono comunque adoperarsi per conquistare la ripresa. Maurizio De Vincenzi fa il punto sull’area di Guidonia, dove le aziende impegnate nell’estrazione del travertino si confrontano con una concorrenza sempre più agguerrita Fabio Cartesi

presa economica, le premesse ci sono, abbiamo un eccellente ministro dell’economia, dobbiamo avere fiducia». Di sicuro, le aziende dovranno fare sempre più i conti con gli studi di settore, anche se più sentenze hanno sminuito tale metodo di accertamento. «L’unico strumento vero per l’amministrazione rimane il redditometro – conclude il commercialista che riguarda l’intera platea dei contribuenti italiani. Mi auguro che ci sia da parte dell’amministrazione finanziaria un impulso diretto a questo tipo di accertamento».

Il professor Maurizio De Vincenzi, in piedi al centro, assieme allo staff del suo studio di Guidonia – Montecelio. La struttura si occupa principalmente di contabilità e consulenza del lavoro devincenzi@fbnet.it


MERCATO ASSICURATIVO Il ruolo del broker

Il valore dell’indipendenza Il mercato assicurativo tende a una sempre maggiore standardizzazione e massificazione dei prodotti e delle polizze. Per questo, nel nuovo decennio, il broker di assicurazioni assume un valore sempre più rilevante. Marco Pierella descrive una professione ai molti sconosciuta Paolo Lucchi

Marco Pierella è amministratore della società assicurativa AP Alberto Pierella Srl con sede principale in Roma. È inoltre consigliere AIBA – Associazione Italiana Broker di Assicurazioni marco.pierella@appierella.it

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remi ribassati, reticenza nella collaborazione e poca concorrenza da parte delle grandi compagnie, una maggiore consapevolezza da parte dei cittadini. È questo, secondo Marco Pierella, il quadro cui si trovano di fronte i broker assicurativi del nuovo decennio. Un settore che deve fare i conti anche con un eccessivo ammontare di burocrazia. «Noi broker perdiamo molto tempo nella predisposizione di documentazione che non è precipua della nostra attività – spiega Pierella –. Come se dovessimo giustificare la nostra professione, cosa che invece non accade quando ci si rivolge a un avvocato o a un commercialista». E anche da questo emerge la poca conoscenza nei confronti di coloro i quali, in piena autonomia dalle compagnie, seguono gli interessi assicurativi di milioni di persone. Soprattutto per cosa si distingue il broker? «Innanzitutto siamo completamente indipendenti rispetto al mercato. Il broker è l’unico, nel campo dell’intermediazione assicurativa, che lavora su esplicito mandato del cliente e ha rapporti con l’intero mercato assicurativo, relazionandosi,normalmente, con le direzioni delle compagnie. Al contrario degli agenti, i quali lavorano su mandato delle compagnie per cui esercitano». Soprattutto perché le persone scelgono di rivolgersi al broker, anziché a un’agenzia? «Perché svolgiamo una vera attività di risk management. Valutiamo le reali necessità dei clienti per aiutarli a trovare

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soluzioni costruite ad hoc e, talvolta, il nostro lavoro può consistere anche nel suggerire di non stipulare una polizza». Quali effetti ha avuto la crisi sul mercato assicurativo? «Si è sicuramente verificata una riduzione dei premi assicurativi, soprattutto nel settore auto anche per la nuova applicazione del “bonus malus” in seguito al decreto Bersani. Per quanto riguarda i rami elementari ci sono sicuramente contrazioni di fatturato per tante aziende che comportano una riduzione dei premi a parità delle garanzie offerte». Anche le polizze stanno mutando? «Vi è una forte tendenza alla standardizzazione. Molte polizze vengono stampate addirittura direttamente da internet. Su questo sono un po’ titubante, anche se va detto che oggi il livello dei contratti è superiore rispetto al passato. Resta comunque il fatto che la massificazione del prodotto assicurativo non può soddisfare appieno le esigenze di ogni singolo cliente». Cosa si aspetta per il futuro della sua attività? «Una maggiore consapevolezza rispetto al nostro ruolo. Le persone e quindi le aziende si fidano maggiormente del broker e cominciano a capire i vantaggi che proponiamo. Ricordo che i nostri mandati e le polizze da noi proposte sono normalmente di durata annuale per cui in caso di disservizio da parte nostra i clienti hanno sempre la facoltà di scegliere un altro intermediario Per questo noi per primi non abbiamo interesse a offrire soluzioni sconvenienti».


PROJECT MANAGER Ruolo e riconoscibilità

Certifichiamo i project manager di Eugenio Rambaldi

siste, purtroppo, una minoranza di professionisti che non svolge l'attività di gestione progetti in modo etico e professionale, come dimostrano i recenti fatti dell'Aquila, dove si riscontrano opere che restano irrealizzate e finanziamenti dispersi in lavori che non giungono mai a termine. Il project management rappresenta invece una disciplina tesa a individuare valide conoscenze, metodologie e tecniche necessarie al raggiungimento di obiettivi, pubblici o privati, di vario tipo e dimensione, in presenza di presupposti vincolanti di qualità, costi e tempi. E tutto ciò nel rispetto dei requisiti dei cosiddetti "stakeholder": clienti, committenti, amministrazioni, comunità. Spesso tale impatto mette in gioco il benessere pubblico, sociale, ambientale e, in alcuni casi, la stessa vita umana. I progetti ben realizzati diventano quindi lo specchio di un Paese moderno e produttivo, e grandi meriti andrebbero riconosciuti a quanti contribuiscono a realizzare progetti di successo; in prima linea il project manager (PM), o capo progetto, primo responsabile di portare a compimento l'opera, coordinando un gruppo di persone e gestendo al meglio le risorse assegnate. Inoltre, solo dando vita a nuovi progetti le parole “cambiamento” e “innovazione” acquistano senso compiuto perché, come affermava J.P. Sartre, l’uomo è l’unico essere progettuale e di sole attività routinarie e ricorrenti non si è mai evoluto nessuno. E quale organizzazione, profit o non profit, pubblica o privata, può affermare di non gestire mai progetti? Dal successo dei nostri lavori dipenderà il successo stesso della nostra organizzazione e non si può correre il rischio di affidare la gestione dei progetti a project manager che non possiedano adeguate conoscenze e competenze. Basta quindi con personaggi che, al pari di tanti taxisti o parcheggia-

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L’architetto Eugenio Rambaldi è partner di riferimento della società Nextarget e si occupa da oltre 25 anni di project management. Ideatore e presidente dell’ISIPM, è direttore del dipartimento di Project Management della PM school di Alenia Aeronautica presidente@isipm.org - www.isipm.org

tori, possono ricoprire tale importante ruolo professionale in modo abusivo. Per quanto sopra l’Istituto Italiano di Project Management ha sviluppato un proprio programma di Certificazione dei PM con l’obiettivo di creare una grande “comunità” di PM certificati che spero vengano presto riconosciuti all’interno del meritorio progetto governativo di riordino delle professioni non regolamentate. Solo nel 2009 poco meno di 500 persone hanno aderito a tale programma. Contrastiamo quindi con forza l’acuta affermazione fattami giorni fa da un caro amico “Ma qui in Italia si certificano solo le professioni che possono .. uccidere!”. È solitamente così, ma anche i PM che supportano i propri dirigenti nel raggiungimento degli obiettivi aziendali meritano di veder riconosciute e, meglio ancora, certificate le proprie competenze professionali.


MERCATO DELLA RISTORAZIONE

Particolari esclusivi e nuove tendenze del settore food Il mercato della ristorazione è in costante evoluzione, così come quello delle forniture alberghiere. Ogni due anni il settore si trasforma, grazie alle “mode” dettate dalle fiere organizzate in tutto il mondo. Questo è il momento del finger food. Ne parla Sandro Paolucci di Siver Lucrezia Gennari

n crocevia di turismo e culture. Roma, nonostante la crisi, si riconferma una realtà fervida e sempre viva. Ristoranti, mense, bar, tavole calde, pizzerie al taglio, autogrill, alberghi di lusso, furgoni attrezzati. La ristorazione si dispiega in un’ampissima varietà di branche e continua a vivere e far lavorare le realtà che riforniscono il settore con attrezzature, elettrodomestici e accessori. «A Roma – afferma Sandro Paolucci - possono chiudere alcuni locali ma se ne aprono sempre di nuovi. E Siver fornisce tutto ciò che è destinato alla promozione, distribuzione, tra-

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sformazione, abbellimento di sale ristoranti e sale bar di qualsiasi tipo». Anche se una realtà come Roma offre diverse opportunità, la crisi non ha risparmiato il settore delle forniture alberghiere e per comunità. «È dall’anno scorso che risentiamo della recessione – afferma Sandro Paolucci -, che in alcuni momenti ha causato all’azienda vere e proprie frenate, costringendola ad adattarsi ai piccoli mutamenti della domanda per poter lavorare». Crede che qualche ramo della ristorazione abbia risentito maggiormente della crisi e qualche altro settore abbia invece

La famiglia Paolucci, al timone di Siver. Piero Paolucci, amministratore unico in mezzo ai figli Edoardo, direttore commerciale e Sandro, direttore vendite. Sotto, alcuni ambienti dell’azienda www.siver.it


Evoluzioni

reagito meglio alla recessione? «È difficile individuare rami della ristorazione che abbiano faticato di più o di meno nell’ultimo periodo. L’anno scorso abbiamo lavorato discretamente fino a giugno e da settembre in poi c’è stato un calo. Quest’anno si è lavorato in maniera omogenea, con tutte le tipologie di clienti, e con quelle realtà, come le grosse catene alberghiere di livello internazionale, estremamente solide. I nomi più prestigiosi non hanno avuto cali ingenti, in quanto hanno diversificato il loro target, proponendo soluzioni a prezzi leggermente inferiori in modo da accogliere un più ampio raggio di clienti e mantenendo lo stato occupazionale delle camere». La Siver si rivolge in parte anche al mercato estero. «Sì, ma il nostro mercato di riferimento principale rimane l’Italia. Il fatturato estero rap-

30 mila ARTICOLI

Disponibili in pronta consegna. Oggi Siver conta su oltre 2.000 fornitori e 25.000 clienti registrati

presenta circa un 5% del fatturato totale. I nostri clienti stranieri sono legati a strutture ricettive italiane, ovvero operatori turistici internazionali, per i quali spediamo forniture in tutto il mondo». L’azienda lavora da numerosi decenni nell’ambito delle forniture, e da venti anni nel settore delle forniture alberghiere, pertanto ha potuto registrare numerosi cambiamenti nel tempo. «Ogni due anni si presentano delle trasformazioni. La ristorazione è sicuramente legata alle “mode” dettate dalle fiere di Francoforte e Milano, che sono appunto a carattere biennale, nonché da tutte le altre organizzate nel mondo. Le novità principali, che fanno tendenza, arrivano da Indonesia, Cina e Oriente in genere, e spesso realizzate anche su progetti e disegni italiani». Quali sono le ultime tendenze del settore ›› 2010 • DOSSIER LAZIO • 123


MERCATO DELLA RISTORAZIONE

›› food? «Fino a qualche tempo fa andavano i piatti neri, squadrati, una moda che si è parecchio affievolita. Questo è il momento del finger food. Una tendenza che in realtà c’è sempre stata, ma che oggi è stata abbellita. La si riscontra ad esempio nella presentazione di un aperitivo o di un dopocena, che oggi, a differenza di qualche tempo fa, vengono serviti con tante piccole attenzioni. Oggi l’aperitivo viene accompagnato con diverse coppette di stuzzichini dolci e salati. Questa è la nuova tendenza, che sfrutta piccole porcellane, piattini, bicchierini, miniature in ceramica, che vanno a sostituirsi ai grandi piatti del passato». Quali sono invece le più recenti innovazioni all’interno dell’azienda? «Ultimamente abbiamo ampliato il settore grandi impianti, con la progettazione e la costruzione di cucine sia di piccoli ristoranti che di grandi strutture. Inoltre stiamo realizzando il nuovo sito internet dove saranno visionabili on line circa centomila articoli, con la possibilità di arredarsi da soli il proprio locale». La vostra offerta non si limita quindi ad articoli quali abbigliamento, tovagliato, 124 • DOSSIER LAZIO • 2010

Ogni due anni si presentano trasformazioni. La ristorazione è sicuramente legata alle “mode” dettate dalle fiere di Francoforte e Milano

bicchieri, posate e pentole, ma si amplia a elettrodomestici, mobili e intere strutture. «Con le nostre proposte, il cliente può arrivare a costruire l’intero ristorante. Non ci occupiamo degli impianti, elettrici e idraulici, né di opere murarie, ma per il resto abbiamo a disposizione qualsiasi articolo possa servire nel settore ristorazione. Nell’ambito della ristorazione collettiva e aziendale, il nostro impegno, oltre alla progettazione e alla realizzazione degli spazi, si apre anche alla trasformazione, stoccaggio, distribuzione interna e trasporto pasti. La nostra azienda è stata tra le prime a occuparsi del trasporto veicolato dei pasti pronti, e probabilmente in Italia è tra quelle con maggiore esperienza nel settore. Dal momento in cui i prodotti arrivano al mercato fino al momento in cui arrivano sulla tavola, seguiamo tutto l’iter burocratico e di trasformazione del cibo, e cerchiamo di divulgare, soprattutto ai ristoranti medi e piccoli, la corretta gestione e amministrazione di questi passaggi».


CREARE EVENTI Pianificazione

L’evento è un’opportunità da gestire con cura Trasformare le idee in successi. Puntando sulla specificità dei servizi. Antonello Tavoletta di Agency Srl illustra l’importanza degli aspetti organizzativi e logistici relativi alla fornitura di un servizio in una perfetta pianificazione d’evento Renata Gualtieri

Antonello Tavoletta di Agency Events Management www.agencyonline.it

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ggi il modo più efficace per fidelizzare il target, lanciare e potenziare un brand, un prodotto è legarli ad un evento. In questo settore la pianificazione, gestione e fornitura di servizi professionali e qualificati è fondamentale. Il mondo degli eventi, gli organizzatori e le aziende hanno sempre più bisogno di partner e non di semplici fornitori. In questo ruolo opera Agency Srl offrendo servizi specifici tra i quali: la Segreteria organizzativa, Hostess, Steward, Promoter, Security, Vip Assistance, Modelle e Ragazze Immagine etc. Il training e la formazione delle figure professionali che vengono impiegate in un evento è decisiva, si attua con un percorso, il database per una struttura come Agency Events Management è uno strumento in continuo aggiornamento, le risorse umane richiedono screening e selezione continua dei profili, dei curricula, formazione costante, il tutto per offrire un servizio professionale di alto livello. «Le risorse umane negli eventi sono sottovalutate - sostiene Antonello Tavoletta, Amministratore di Agency Events Management – l’azienda che fornisce questo servizio e questi profili deve avere il know how per scegliere le risorse più adatte». Perché solo l’esperienza, l’impegno di uno staff all’altezza in ogni situazione, unito all’impiego delle migliori metodologie di lavoro e all’utilizzo dei più moderni strumenti tecnologici, garantiscono la riuscita dell’evento. «Deve essere fatto

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un lavoro mirato, un iter d’inserimento con un colloquio di selezione, che ha l’obiettivo di comprendere le capacità intellettuali delle persone. Il tutto completato con un training informativo, in cui hostess e steward vengono istruiti sugli aspetti pratici e normativi, dalla cura dell’abbigliamento, al trucco, dalle modalità comportamentali, alle normative in materia di sicurezza, dagli aspetti gestionali, alle autorizzazioni amministrative, fino alla comunicazione non verbale». Un’accurata analisi preliminare che tiene conto dell’obiettivo dell’azienda e mira a selezionare la figura più adatta. Sostiene Antonello Tavoletta: «aziende come la mia hanno un ruolo di partnership, di interlocutore attivo, entriamo in gioco nella fase di pianificazione di un evento, con sopraluoghi, stabilendo i numeri e il posizionamento del personale necessario. Vanno calcolati e controllati tutti gli aspetti prevedendo i rischi e gli eventuali imprevisti, gestendo situazioni delicate e difficili con determinazione, efficacia ed efficienza senza che l’immagine ne risenta». Soprattutto quando l’evento è caratterizzato dall’esclusività e dall’alto numero di persone. L’obiettivo è curare ogni minimo dettaglio, perseguono gli obiettivi del committente.Conclude Antonello Tavoletta «i nostri standard sono competenza, esperienza, affidabilità, serietà, duttilità, stile e preparazione. Aspetti fondamentali per chi fa il nostro lavoro».


IUS & LEX GIUSEPPE VALLOTTO Le missioni italiane al di fuori dei confini nazionali nelle parole del Capo di Stato Maggiore dell’Esercito

TERRORISMO ISLAMICO Il magistrato Stefano Dambruoso chiarisce i punti fondamentali della lotta al fondamentalismo jihadista

L’INCONTRO Carlo Taormina racconta la sua carriera, dai casi più famosi e quelli lontani dai riflettori mediatici


MISSIONI ALL'ESTERO

Quando c’è bisogno noi ci siamo sempre Operazioni militari. Il suono di queste due parole nell’immaginario collettivo evoca azioni di conflitto e interventi armati. E alcuni dimenticano che l’operato dei contingenti richiama anche il soccorso, la ricostruzione e il supporto allo sviluppo. Azioni che hanno un valore incalcolabile, capace di scavalcare ogni sterile polemica. Soprattutto quelle attuali. La voce di Giuseppe Vallotto Lara Mariani

ttomilasettecentotrenta. Questo è il numero degli uomini attualmente impegnati all’estero. Un numero importante, che però non rende l’idea del notevole sforzo che la Difesa compie quotidianamente nelle missioni al di fuori dei confini nazionali. Perché è molto facile parlare di numeri. È molto facile contestare la decisione di incrementare le forze armate nelle zone a rischio. Sono ancora più semplici le polemiche quando si riconferma l’impegno del Paese nei luoghi di conflitto. Si polemizza sul rapporto costi-benefici, si accusano le istituzioni di non tener conto dei reali interessi nazionali in gioco e neanche dei rischi connessi. Tutto, però, senza tener conto dei ruoli. Senza contare che le missioni non sono solo piani di attacco contro i nemici lontani, troppo lontani per capire il reale pericolo che rappresentano. Dimenticando che le operazioni militari non sono autoreferenziali e fini a se stesse, ma scongiurano degenerazioni terroristiche, consolidano condizioni di pace e avviano un tangibile miglioramento delle condizioni di sviluppo. Operazioni che non sono quantificabili, anzi che materialmente non hanno prezzo. E, soprattutto, travalicano i confini nazionali. Perché come ha dichiarato il presidente Napolitano: «A nessuno possono sfuggire le preoccupazioni che nascono dall'aggravarsi della situazione in Afghanistan, dall'incombere di gravi incognite nella regione che abbraccia l'Iraq e l'Iran, dal riaccendersi di acute contrapposizioni nei vicini Balcani, dal persistere di tensioni nel quadro politico e istituzionale libanese, dal trascinarsi di una crisi lacerante nel Medio Oriente». Perché solo la sicurezza può garantire la pace. E in quest’ottica contro le po-

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Giuseppe Vallotto

A sinistra il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Giuseppe Vallotto



lemiche urge un chiarimento. Un chiarimento che arriva da una delle più alte cariche dell’Esercito italiano, il Capo di Stato Maggiore Giuseppe Vallotto. Le aree con più alta concentrazione di militari sono attualmente l’Afghanistan e i Balcani. Qual è lo scopo di queste missioni? «La missione che, al momento, vede impiegati oltre 2.600 militari italiani, ha tre scopi fondamentali: la sicurezza, l’attività di ricostruzione e sviluppo e la creazione della governance. La Security Assistance Force conduce operazioni militari in cooperazione con le forze di sicurezza locali e con le forze della Coalizione, al fine di assistere il governo afghano nel mantenimento della sicurezza, favorire lo sviluppo delle strutture governative, estendere il controllo del governo su tutto il Paese e assistere gli sforzi umanitari». Il contesto difficile ha richiesto sforzi particolari? «In questo complesso contesto operativo, un ruolo importante è svolto dai “provincial reconstruiction team”. Si tratta di organizzazioni miste militari e civili, particolarmente idonee a favorire le condizioni per creare un ambiente stabile, attraverso un 

Il nostro impegno nei Balcani si traduce nella presenza di circa 1.600 militari. Le operazioni in atto hanno il compito di stabilizzare un’area che, da più di un decennio, proprio nel cuore dell’Europa presenta pericolosi elementi di criticità



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MISSIONI ALL'ESTERO

In queste pagine, esempi di militari durante le operazioni di intervento

 processo di ricostruzione socio-economica realizzato con il supporto delle organizzazioni nazionali e internazionali». E suoi Balcani come vengono svolte le operazioni? «Il nostro impegno nei Balcani si traduce nella presenza di circa 1.600 militari. Le operazioni in atto hanno il compito di stabilizzare un’area che, da più di un decennio, proprio nel cuore dell’Europa presenta pericolosi elementi di criticità. In tutti questi anni abbiamo sempre avuto un ruolo di primissimo piano, evitando che la situazione degenerasse, consolidando le condizioni di pace e contribuendo a incrementare la fiducia nella comunità internazionale». In che cosa si contraddistingue l’apporto dei militari italiani rispetto a quello delle altre nazioni? «I nuovi ambienti operativi hanno chiaramente dimostrato che la tecnologia, anche la più sofisticata, da sola non è vincente, non può sostituirsi totalmente all’uomo che resta, e per me resterà ancora per molto, il fattore risolutivo. E proprio su questo campo si misura la validità dell’approccio italiano alle operazioni. Un approccio che rispecchia la storia e la cultura del nostro Paese, la sua attitudine al dialogo e al rispetto delle culture e delle tradizioni locali, la condivisione di valori etici e morali sempre a favore dei popoli con i quali si deve interfacciare». Ci sono missioni che più di altre hanno un carattere non prettamente militare, ma piuttosto umanitario? «Certamente, all’interno delle operazioni militari si inseriscono anche operazioni di aiuto umanitario o di soccorso in caso di disastri naturali, come ad esempio l’operazione Indus, condotta nel 2005 in Pakistan per portare soccorso alle popolazioni colpite dal terremoto. Anzi vorrei sottolineare che il carattere umanitario non è mai disgiunto dalle operazioni militari, perché l’operato dei nostri contingenti coniuga le operazioni militari con quelle di soccorso, ricostruzione e ripristino della legalità». In diverse occasioni l’Esercito Italiano è stato impegnato in missioni organizzate da pool di nazioni come quella condotta in Libano. Come si articolano queste missioni multinazionali? «Uno dei principi più importanti emersi negli ultimi anni è che nessuna Nazione, Stati Uniti compresi, può permettersi interventi unilaterali in zone di crisi. La partecipazione nell’ambito di un’alleanza tradizionale o di una coalizione ad hoc è divenuta la modalità di riferimento ed è impossibile immaginare la condotta di un’operazione militare fuori dal territorio nazionale senza il supporto, anche di natura politico-diplomatica, di altri 136 • DOSSIER • LAZIO 2010


Giuseppe Vallotto



L’approccio dei militari italiani alle operazioni rispecchia la cultura del nostro Paese, la sua attitudine al dialogo e al rispetto delle culture, delle tradizioni e dei popoli con i quali si deve interfacciare



Paesi. D’altra parte le missioni multinazionali sono la risposta concreta del sistema internazionale alle diverse situazioni di crisi e trovano la loro legittimazione in una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che ne stabilisce il mandato. La stessa organizzazione può esercitare direttamente il comando e controllo della missione, come nel caso del Libano, oppure delegarlo a un’organizzazione di tipo regionale, a una coalizione di Stati o a un singolo Stato». Qual è il contributo dei diversi Paesi? «I Paesi che prendono parte alla missione forniscono, attraverso un processo chiamato “force generation”, il “corpo” della struttura, vale a dire le truppe, i supporti logistici e i necessari finanziamenti, suddividendosi gli oneri in termini di uomini, mezzi, materiali e capitale». All’interno dei confini nazionali a volte il nemico assume i volti più disparati: il disastro ambientale, la criminalità organizzata diffusa e violenta. Che ruolo ha l’Esercito in questo contesto? «La storia della Repubblica è piena di esempi in cui lo Stato si è rivolto in situazioni di emergenza al suo Esercito per fronteggiare emergenze di varia natura. Dalla tremenda alluvione del Polesine, passando per i terremoti del Friuli, dell’Irpinia, dell’Umbria sino al sisma dell’Abruzzo, e ancora, dalla lotta al terrorismo interno degli anni di piombo, alle operazioni in supporto alle Forze di Polizia, come Vespri Siciliani, Partenope, Riace e Forza Paris sino all’odierna operazione Strade Sicure. In tutte queste circostanze l’Esercito ha sempre fatto la sua parte a fianco delle altre istituzioni dello Stato prestando soccorso alla popolazioni e fornendo sicurezza al cittadino». LAZIO 2010 • DOSSIER • 137


RIFLESSIONI

Sistema Giustizia l’annoso scontro sulla riforma Il sistema giudiziario rappresenta un vaso di Pandora in cui sono contenuti tutti i problemi che affliggono la magistratura, il sistema amministrativo giudiziario fino ad arrivare all’avvocatura. Ma cosa serve per una buona riforma della giustizia? Lo abbiamo chiesto all’avvocato Pasquale Landolfi Nicolò Mulas Marcello

a riforma del sistema giudiziario è l’annoso problema su cui scontro politico ed etico è vivo ormai da tempo immemore. Ma quali sono effettivamente i problemi più urgenti e gli aspetti giuridici dove nessuna riforma può arrivare? La certezza del diritto dovrebbe affermarsi attraverso le leggi che durino nel tempo, che abbiano modo di essere interpretate da una giurisprudenza consolidata e che siano metabolizzate dal cittadino nel suo vivere quotidiano. Inoltre, come sottolinea l’avvocato Pasquale Landolfi: «distinguere tra i parametri che garantiscono l’autorità giudicante da quella inquirente, dovrebbe costituire per il Parlamento, un obbligo costituzionale rispetto al quale il nostro legislatore è inadempiente da molte legislature». In tale prospettiva è necessario quindi superare la contraddizione costituita dalla promiscuità dei ruoli di giudice e di parte accusatoria a cominciare dal reclutamento, in quanto è innegabile che la funzione del P.M. ha caratteristiche e attribuzioni speciali per le quali sono richieste attitudini e un orientamento psicologico e culturale radicalmente diverso rispetto a quello del giudice. Un tasto dolente quindi quello della riforma della giustizia che offre molti spunti di riflessione e apre un aspro campo di bat-

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Cosa serve al sistema

Nella foto, Pasquale e Pierluigi Landolfi dell’omonimo studio legale di Roma - avvocati.landolfi@libero.it

taglia da cui difficilmente esce un vincitore. Per affrontare una vera riforma «si deve partire dall’assunto – continua Landolfi - che il problema non è quello dell’indipendenza della magistratura, quanto, piuttosto, quello dell’imparzialità che tale indipendenza deve garantire». Quali sono secondo lei i principali aspetti giuridici in cui la riforma non è più procrastinabile? «La riforma della giustizia, sia civile che penale, deve essere concepita per durare nel tempo senza cedere a condizionamenti contingenti. A partire dalla magistratura e dall’apparato amministrativo giudiziario per poi arrivare all’avvocatura. Ai primi due sono infatti riferibili le maggiori responsabili del cattivo funzionamento del sistema. Un ulteriore punto di riflessione riguarda l’obbligatorietà dell’azione penale che oggi, di fatto, avalla uno spazio di discrezionalità amplissimo e non sindacabile. Necessario corollario alla prospettata riforma è quella contestuale dell’istituto sulla responsabilità civile dei magistrati e quella del sistema d’elezione del CSM, al quale dovrebbero essere chiamati soggetti eletti su liste formate per sorteggio fra tutti i soggetti delle categorie titolate, con incarichi di durata breve e non soggetti a rieleggibilità». In attesa della riforma della professione dell’avvocato come si sta muovendo la classe forense e quali reali cambiamenti ci si aspetta per un più proficuo esercizio della professione? «Il nostro Paese ha perseguito nel corso di questi ultimi anni un’irresponsabile politica che ha consentito la moltiplicazione a dismisura di istituti che concedono titoli universitari a pioggia. Di questi titoli offerti sul mercato a condizioni stracciate, il più gettonato continua a essere la laurea in giurisprudenza, generosamente conferito a un numero enorme di persone, molte delle quali con un bagaglio culturale assolutamente inadeguato. La soluzione dovrebbe essere quella del numero programmato nelle università un successivo percorso di formazione comune a notai, avvocati e magistrati con rigorose verifiche delle competenze maturate ed infine un esame di abilita- ›› 2010 • DOSSIER LAZIO • 147


RIFLESSIONI

›› zione nazionale, che tenga nel debito conto le valutazioni conseguite nel corso dei precedenti del percorso svolto». Tasse e burocrazie sono gli anelli principali di un sistema mal funzionante che rendono sempre più difficoltosa la risoluzione di molti contenziosi. Qual è la sua opinione a riguardo? «Nel contesto delineato gli avvocati hanno subito ancora più duramente la crisi economica internazionale senza peraltro avere a disposizione alcuna opzione di salvaguardia. Tenuto conto di ciò, sarebbe quantomeno necessario rivisitare con urgenza il sistema fiscale che oggi affligge le professioni intellettuali. Il legislatore abbando-

La riforma della giustizia, sia civile che penale, deve essere concepita per durare nel tempo senza cedere a condizionamenti contingenti. A partire dalla magistratura, dell’apparato amministrativo giudiziario per poi arrivare all’avvocatura 148 • DOSSIER LAZIO • 2010

nando la logica punitiva che lo ha ispirato sino ad oggi, dovrebbe riconoscere l’attività che l’avvocatura è chiamata a svolgere quotidianamente per supplire alle inefficienze dell’apparato burocratico giudiziario e tener conto che essa rappresenta uno strumento di garanzia reale e insostituibile nella funzione di salvaguardia delle libertà e dei diritti individuali». L’innovazione tecnologica-informatica invade ogni ambito della produzione e dei servizi. Quali vantaggi potrebbe apportare l’introduzione di sistemi tecnologici nel mondo forense? «È vero che le modalità tradizionali di esercizio dell’avvocatura risentono della velocità con cui oggi, grazie alla tecnologia informatica, le dimensioni spazio temporali in cui transitano le informazioni, si riducono sino ad annullarsi. Tuttavia non enfatizzerei oltremisura il ruolo che tali innovazioni giocano nel mondo forense e ciò perché la complessa e strutturata, anche sul piano psicologico e personale, relazione dell’avvocato con il proprio cliente, con i propri colleghi e con il giudice, non potrà mai esaurirsi nell’intangibile dimensione della virtualità».


RIFLESSIONI

Il processo civile è considerato ancora la “cenerentola” del diritto Nel sistema giuridico le dinamiche del processo rivestono un ruolo fondamentale non solo per quanto riguarda le relazioni tra persone fisiche e persone giuridiche ma anche in merito alla definizione stessa dei soggetti del diritto. L’avvocato Giovanni Merla ci parla di come è cambiato nel tempo il processo civile Nicolò Mulas Marcello

ordinamento giuridico è formato da una serie quasi infinita di leggi e di regolamenti che disciplinano una gran parte delle relazioni umane o, più precisamente, delle relazioni fra tutti i soggetti dell’ordinamento, persone fisiche e persone giuridiche che rimarrebbero prive di efficacia vincolante ove non vi fosse il processo, cioè lo strumento attraverso il quale colui che per effetto della violazione di una norma ha subito un danno, può ottenere la restaurazione dell’ordinamento e quindi l’eliminazione della lesione subita. Il processo civile creato nel 1942 era volto a dirimere tutte le liti di natura civile; era cioè un processo valido per ogni materia. Quel tipo di processo prevedeva tre gradi di giudizio e tre giudici di primo grado, il giudice conciliatore, il pretore e il tribunale, specificando che il pretore e il tribunale erano giudici di appello per le sentenze, rispettivamente, del giudice conciliatore e del pretore. Prevedeva inoltre la corte d’appello quale giudice d’appello per le sentenze pronunciate dal tribunale e un giudice di legittimità, la corte di cassazione, avanti al quale si poteva andare per violazione di legge, dopo la pronuncia di una sentenza in grado di appello. Come spiega l’avvocato Giovanni Merla negli anni ’60, quando egli iniziò la pro-

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Il professor avvocato Giovanni Merla all’interno del suo studio in Roma studio_legale.merla@libero.it

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Processo civile

fessione, «Le cause duravano in primo grado un periodo variabile da 12 a 18 mesi; si trattava quindi di giudizi che avevano un tempo di svolgimento apprezzabile nonostante che le modifiche del processo introdotte nel 1950 avessero allungato i tempi del giudizio e il fatto che venisse pronunciata una sentenza di primo grado entro un lasso di tempo ragionevole consentiva che i rapporti dei privati fossero discretamente disciplinati». Oggi le cose sono cambiate, i tempi del processo sono molto più lunghi e sono state introdotte modifiche che hanno appesantito le dinamiche processuali a sfavore dell’efficienza e a danno del cittadino. Cosa è cambiato attraverso gli anni nel diritto processuale civile? «Oggi le norme processuali da applicare non sono più chiare e la mancanza di chiarezza comporta una enorme ampliamento del contenzioso dal momento che non essendo chiaro il “modus procedendi”, ogni volta che si crea un problema processuale su di esso si innesta un giudizio che va risolto prima di poter riprendere a trattare il merito del giudizio». Come si è adeguato il ruolo dell’avvocato? «Tutto ciò ha comportato in primo luogo una necessità continua di aggiornamento che spesso è di grande difficoltà perché le norme si susseguono l’una all’altra, la dottrina ne dà una certa interpretazione, i giudici di merito un’altra ancora e purtroppo non vi è nessuna certezza del diritto in quanto la corte di cassazione non fa in tempo a pronunciarsi su determinate norme dal momento che per la pronuncia è necessario che ci sia un giudizio che spesso e volentieri non “fa in tempo” ad arrivare in cassazione in tempo utile perché questa possa interpretare la norma che lo regola».

Oggi le norme processuali da applicare non sono più chiare e la mancanza di chiarezza comporta una enorme ampliamento del contenzioso

Che cosa in particolare ha allungato i tempi processuali nel tempo? «Nel 1950, con quella che fu chiamata la “Novella del 50” il sistema di preclusioni introdotto dal legislatore dal 1947 allo scopo di semplificare e accelerare il processo venne eliminato e si introdusse la possibilità di modificare domande e conclusioni fino all’udienza di precisazione delle conclusioni, permettendo conseguentemente che in relazione alle modifiche o integrazioni della domanda nel corso del giudizio si allungasse l’istruttoria e quindi si allontanasse nel tempo la definizione della lite». Per quanto riguarda il processo del lavoro? «Nel 1973, con la L. 533/73 venne introdotto il “giudizio del lavoro” essendo insorta l’esigenza di assicurare al lavoratore una tutela rapida; la legge attribuì la competenza funzionale per decidere le controversie di lavoro al Pretore. Inoltre il “giudizio del lavoro” introdusse nuovamente le preclusioni. Tale struttura del processo con rigide preclusioni doveva – nelle intenzioni del legislatore – assicurare una giustizia rapida ed efficiente. Nei primi tempi così è stato, ma oggi i tempi di durata di un processo del lavoro sono molto simili a quelli di qualsivoglia processo ordinario in quanto i rinvii per sentire le parti, sentire i testi ed esple- ›› 2010 • DOSSIER LAZIO • 151


RIFLESSIONI

L’avvocato Merla con la figlia l’avvocato Flaminia Merla

›› tare gli altri mezzi istruttori sono di mesi, se non di anni. Il processo del lavoro è quindi un “processo fallito”». Rispetto al processo penale, quello civile ha meno rilevanza in fatto di cronaca. Questo ha comportato anche una minore attenzione da parte del legislatore a riguardo? «In questi anni si sente sempre parlare di giustizia penale; tutte le attenzioni degli organi di informazione sono rivolti al processo penale e quando, all’inizio di ogni anno, vi è l’inaugurazione dell’anno giudiziario i media riportano sempre le conclusioni dei procuratori generali per quanto riguarda la salute della giustizia penale lasciando in ombra i processi civili pendenti che sono in una proporzione di dieci a meno di uno rispetto a quelli penali. Questa “dimenticanza” non mette nella dovuta luce la dolorosa circostanza che il processo civile è certamente inidoneo a risolvere i rapporti di una società in continua evoluzione in quanto del tutto incapace di assicurare una giustizia rapida e certa». Quali sono secondo lei le riforme che andrebbero fatte per ridare dinamicità al pro152 • DOSSIER LAZIO • 2010

Il processo civile è certamente inidoneo a risolvere i rapporti di una società in continua evoluzione in quanto del tutto incapace di assicurare una giustizia rapida e certa

cesso civile? «Oggi il processo civile è un “grande ammalato”; intorno al codice di procedura civile entrato in vigore nel 1942 si è molto lavorato nel dichiarato tentativo di migliorarlo, ma ogni tentativo è fallito e il processo è stato peggiorato in maniera irreversibile, sempre a danno del cittadino. Per risolvere il problema costituito dalla inidoneità e inefficienza del processo civile bisogna fare ciò che fece il legislatore del 42, e cioè costituire una commissione che elabori un intero, nuovo codice di procedura civile che sia adeguato ai tempi e che consenta finalmente che la giustizia civile abbia un corso rapido. Non nutro molte speranze di vedere questo nuovo codice in tempi brevi, ma continuo nonostante tutto ad avere fiducia».


RIFLESSIONI

Perchè la riforma non deve ignorare l’impresa I legislatori europei si sono impegnati affinché si diffondesse una sempre più marcata etica tra gli attori economici. Eppure, come osserva Stefano Bortone, nel dialogo sulla riforma della giustizia italiana le imprese praticamente non appaiono Aldo Mosca

ulcro nevralgico della discussione politico-istituzionale odierna, il sistema Giustizia necessita di revisioni sotto diversi punti di vista. Si evidenzia un netto distacco tra chi deve applicare la legge e la cittadinanza verso cui questa si rivolge. «Sempre più spesso si parla di una necessaria riforma, specialmente in ambito penale, accusato di ingerenze filo-politiche». A parlare è l’avvocato Stefano Bortone, noto penalista del foro romano, il quale però rileva una pericolosa indifferenza verso una delle protagoniste principali dello scenario contemporaneo: l’impresa. «I riferimenti più frequenti che si registrano sul tema riguardano la separazione delle carriere, la competenza per lo svolgimento delle indagini, la maggiore attenzione per le misure cautelari, l’esigenza di aumento degli organici e la ragionevole durata del processo» spiega il legale. Tutti punti cruciali per il futuro dell’Italia. Ma è chiaro che la poca attenzione verso i protagonisti della nostra economia non può che pesare sullo sviluppo. Dunque non vi è quasi mai alcun accenno al destino delle nostre imprese? «Nessun riferimento. Eppure le imprese, a oggi, vedono diffusamente regolamentata la loro partecipazione al processo penale nelle crescenti disposizioni dettate dal decreto legislativo 231/01. Questo atteggiamento di semi-indifferenza, nei confronti degli enti collettivi, risulta nella mag-

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gioranza dei casi in contrasto con una realtà che oggi vede l’impresa, più che l’imprenditore, quale motore centrale dell’economia. Non a caso, sempre più spesso, i comportamenti devianti, anche di rilevanza penale, si manifestano per il tramite degli enti collettivi. Per questo la partecipazione delle società al processo dovrebbe essere oggetto di maggiore attenzione». Quali le conseguenze di questa tendenza? «L’atteggiamento di scarsa sensibilità si pone in aperta contraddizione con gli ampliamenti che hanno interessato l’ambito di applicabilità del decreto relativo alla responsabilità da reato del-

L’avvocato Stefano Bortone all’interno del suo studio di Roma. Il legale è anche docente di Diritto Penale presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università delle Scienze Umane di Roma. segreteria@studiobortone.com Nella pagina a fianco, il Palazzo di Giustizia della capitale


Il ruolo dell’impresa

l’ente. Attualmente, infatti, non esiste modifica legislativa che non rechi con sé una previsione volta a punire la possibile consumazione del reato in ambito aziendale. L’impresa è dunque protagonista del processo penale, accanto all’autore del reato-persona fisica». Sotto questo profilo, però, sono emerse alcune criticità. «L’esperienza attuativa della 231 mostra un andamento disomogeneo. E mentre alcuni uffici giudiziari ricorrono all’applicazione della normativa con troppa “disinvoltura”, altre sedi non conoscono precedenti in materia. Entrambi gli atteggiamenti non possono che destare allarme nell’operatore giuridico». Soprattutto cosa emerge dai processi? «Sono noti gli orientamenti espressi dai giudici di merito in tema di individuazione, molto lata, del profitto sequestrabile nel corso delle indagini preliminari, in vista di una futura confisca. Così come lo sono le interpretazioni volte a coinvolgere nel procedimento più enti per il solo fatto di appartenere a un medesimo gruppo di imprese, una delle quali abbia asseritamente posto in essere un illecito da reato. Segnali opposti sono invece manifestati da altri uffici giudiziari». In cosa si distinguono? «Numerosi uffici, anche a fronte di violazioni di norme penali idonee a far scattare la responsabilità dell’ente, omettono di procedere nei confronti della persona giuridica, concentrandosi sulla sola persona fisica, come se la “231” e i quasi dieci anni di elaborazione giurisprudenziale in materia non esistessero. Entrambi gli atteggiamenti menzionati, oltre a dare luogo a ingiustificate disparità di trattamento, denotano un’applicazione disomogenea della legge. Il tutto con l’ulteriore conseguenza, negativa, rappresentata dall’ineffettività del sistema introdotto a carico degli enti». Dunque garanzie sulla carta ma non nei fatti? «Il sistema a cui ho fatto riferimento dovrebbe garantire la possibilità di prevenire una serie di illeciti, ristabilendo così l’equilibrio del mercato, violato dalla presenza di imprese che si avvantaggiano con comportamenti criminosi. Quanto

all’eccessivo ricorso allo strumento repressivo, si ha la sensazione che la singola impresa sia talvolta colpita addirittura in assenza di elementi alla stessa riconducibili. Questo comportamento, unitamente al rigore con cui i giudici valutano i modelli organizzativi adottati dagli enti, finisce col disincentivare l’adeguamento alle prescrizioni legislative, vanificando così quell’intento di diffondere un’etica nell’impresa, che aveva mosso il legislatore comunitario». Cosa si sente di chiedere, quindi, alle istituzioni? «Nell’ambito del più vasto progetto di riforma, appare necessario prendere in seria considerazione anche il tema del processo a carico degli enti collettivi, con la finalità di delineare un sistema chiaro che escluda erronee interpretazioni ingiustamente dannose per le imprese. A prescindere dai benefici che ne scaturirebbero, si tratterebbe di un atteggiamento legislativo coerente con quello serbato in tema di diritto sostanziale, idoneo a riconoscere nell’impresa uno degli attori principali del processo penale al pari dell’imputato persona fisica». 2010 • DOSSIER LAZIO • 155


STRATEGIE PER L’IMPRESA

Le esternalizzazioni un nuovo antidoto nella gestione anti-crisi La crisi genera solitamente un cambiamento connotato negativamente e può recare il rischio di prendere affrettate scelte decisionali e di management. L’Avvocato Massimiliano Venceslai guida tra le diverse soluzioni possibili e fa luce sulla complessità delle norme che disciplinano i diversi istituti previsti dal vigente ordinamento

eccedenza di personale, strutturale o collegata a una crisi momentanea, pone all’imprenditore un insieme di problematiche che spesso richiedono soluzioni rischiose. Davanti a scelte immediate risulta fondamentale l’apporto di un professionista legale che metta a disposizione le sue conoscenze relative al contesto. In particolare, l’evoluzione della congiuntura negativa e i suoi effetti sull’occupazione hanno riproposto con forza il tema degli ammortizzatori sociali e di nuovi istituti. Ma siamo dinanzi a strumenti per una ripresa economica o per una risoluzione definitiva del rapporto di lavoro? Secondo l’avvocato Massimiliano Venceslai «i tradizionali “ammortizzatori sociali” quali Renata Gualtieri la cassa integrazione ordinaria e straordinaria oltre che il contratto di solidarietà difensivo sono stati affiancati da nuovi istituti che, in caso di crisi dell’azienda, consentono a quest’ultima di potersi avvalere delle procedure di esternalizzazione, di cessione del ramo d’azienda e infine, nei casi di irreversibilità della crisi, di risoluzione del rapporto di lavoro secondo i dettami della Legge 223/91». Dunque si punta soprattutto alla cessazione del rapporto lavorativo? «Sebbene il ricorso ai cosiddetti strumenti di “controllo” della crisi aziendale e di sostegno del reddito sia sempre più frequente, la grave crisi economica che stiamo ormai

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Il ruolo dell’avvocato

In apertura l’avvocato Massimiliano Venceslai all’interno del suo studio di Roma assieme a uno dei suoi soci. Nell’ultima pagina, di nuovo Venceslai assieme allo staff del suo studio legale m.venceslai@tin.it

attraversando pone l’accento sulla risoluzione definitiva del rapporto di lavoro piuttosto che sull’aspetto afferente la ripresa dell’attività produttiva. Le tre vie prospettate non sono alternative, dal momento che ogni istituto presenta presupposti tipici e peculiari, anzi sia la cessione di ramo d’azienda che l’esternalizzazione del servizio, il contratto di outsourcing, non nascono certamente come strumenti finalizzati a risolvere le problematiche inerenti gli esuberi di personale». La complessità della materia trattata genera fraintendimenti sull’utilizzo degli istituti utilizzati per affrontare la crisi? «L’utilizzo improprio di tali istituti ha determinato un enorme contenzioso dal momento che il requisito causale del licenziamento collettivo viene generalmente ricondotto alla “riduzione o trasformazione di attività o di lavoro” il che presuppone un reale stato di crisi cui non è possibile ovviare. La cessione d’azienda o di un ramo è invece un tipico negozio traslativo mediante il quale l’imprenditore decide di alienare a terzi un suo bene, ossia l’azienda. Tutto ciò a prescindere dall’esistenza di uno stato di crisi economica giacché l’azienda, o quella parte che si aliena, potrebbe essere fortemente competitiva sul mercato e avere un notevole valore intrinseco. Con l’outsourcing l’imprenditore cede il ramo d’azienda a un terzo, al quale contestualmente affida in appalto la sua gestione». Le procedure di esternalizzazione in che modo agevolano il datore di lavoro? «L’esternalizzazione dei servizi consente all’imprenditore di snellire le proprie strutture organizzative e di avere sensibili riduzioni di spesa attraverso l’eliminazione dal conto economico di alcune voci di costi fissi, tra le quali, non ultima, ››

L’esternalizzazione dei servizi consente all’imprenditore di snellire le proprie strutture organizzative e di avere sensibili riduzioni di spesa attraverso l’eliminazione dal conto economico di alcune voci di costi fissi

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STRATEGIE PER L’IMPRESA

›› quella relativa al personale. Con la cessione del ramo

Le verifiche preventive consentono di ridurre al minimo il rischio di quel potenziale contenzioso laburistico che potrebbe concludersi con ordini di reintegra dei lavoratori ceduti nei confronti della società cedente

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d’azienda il datore di lavoro passa al cessionario tutti i rapporti di lavoro dei dipendenti operanti nel ramo ceduto, senza il consenso dei dipendenti medesimi. Il contenzioso che si viene a generare attiene prevalentemente al passaggio dei lavoratori da un’azienda di grandi dimensioni a una sicuramente inferiore che spesso viene creata ad hoc anche al fine di evitare l’applicabilità della così detta tutela reale. La nuova formulazione della norma consente all’imprenditore di esternalizzare determinate attività e servizi collegando il contratto di cessione di ramo d’azienda a un contratto di appalto». Che ruolo riveste un avvocato in questo contesto? «All’avvocato compete l’accertamento preventivo di tutti gli elementi che costituiscono la parte dell’impresa che si intende cedere, oltre che la predisposizione del contratto di appalto di servizi che dovrà disciplinare i rapporti tra cedente e cessionaria. Tali verifiche preventive consentono di ridurre al minimo il rischio di cadere in contenziosi laburistici, che potrebbero concludersi con ordini di reintegra dei lavoratori ceduti».


STRATEGIE PER L’IMPRESA Consulenza

Il mercato chiede più efficienza Una rete capillare di rapporti con studi legali di tutto il mondo. Un livello organizzativo che si estenda su tutto il territorio nazionale con un’alta specializzazione in campo di consulenza aziendale. È quanto occorre, secondo l’avvocato Alberto Improda, per garantire alle imprese una copertura a trecento sessanta gradi Mary Zai

tudi legali che seguono le aziende in tutte le fasi della loro vita lavorativa. Un fenomeno questo che in Italia si è andato affermando negli anni 90 e che oggi rappresenta un’importante realtà professionale. «Per le imprese potersi rivolgere a un unico studio legale per le problematiche attinenti ai diversi profili della propria attività comporta notevoli vantaggi in termini gestionali e organizzativi. Questo, ovviamente, a condizione di trovare nei propri consulenti degli interlocutori preparati e specializzati in tutte le materie oggetto di trattazione» spiega l’avvocato Alberto Improda dell’omonimo studio legale associato di Roma. In concreto che tipo di organizzazione devono possedere questi studi legali per adempiere adeguatamente a un impegno così ampio? «Per raggiungere lo scopo lo studio si deve avvalere della collaborazione di professionisti altamente specializzati in ogni branca del diritto. Il risultato deve essere rappresentato da una struttura robusta, ma non elefantiaca, con un forte grado di specializzazione, rapporti decisamente personalizzati e tempi di reazione particolarmente rapidi». Quali le competenze necessarie per svolgere attività di consulenza legale

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alle aziende internazionali o a quelle italiane che trattano affari all’estero? «Innanzitutto occorre possedere un’organizzazione che si estenda il più strategicamente possibile sul territorio nazionale, nel nostro caso vantiamo sedi a Roma, Milano, Torino e Treviso e una capillare rete di rapporti con corrispondenti di alto livello in ogni angolo del mondo. In questo modo, le imprese italiane che hanno interessi all'estero hanno la garanzia di un'assistenza con l'attenta supervisione dello studio e l'utilizzo delle migliori risorse professionali locali. L'attività in favore di imprese estere con interessi in Italia, che rappresenta una parte molto rilevante del nostro fatturato, implica una preparazione adeguata sulle problematiche di natura internazionale e una conseguente apertura mentale e culturale». Quali le principali partnership professionali di cui vi avvalete nell’esercizio della vostra attività legale e su quali materie? «Sono tante le collaborazioni importanti di cui ci avvaliamo. Fiore all'occhiello è certamente la ultradecennale partnership con lo Studio Torta, prestigiosa società leader nel campo della proprietà intellettuale, fondata nel 1879 e da sempre all'avanguardia in materia di marchi e brevetti».

Sopra l’avvocato Alberto Improda, dell’omonimo studio legale associato con sede a Roma, Milano, Torino e Treviso. Lo studio rappresenta un'organizzazione che riassume e incorpora la tradizionale eccellenza giuridica italiana e il carattere multidisciplinare degli studi internazionali improda@studioimproda.com


STRATEGIE PER L’IMPRESA

Al fianco dell’impresa tra banche e Pa Le piccole medie imprese sono il traino dell’economia italiana. E, come tali, il loro sviluppo deve essere incoraggiato. Un ottimo punto di partenza è una consulenza ad hoc, in cui lo Studio Legale è un affidabile intermediario con banche e istituzioni pubbliche. La visione dell’avvocato Domenico Naso

n rapporto fiduciario tra la piccola e media impresa e lo studio legale, affinché l’imprenditore non si rivolga al legale solo nel momento in cui insorge un problema o rischia un contenzioso, ma possa stabilire con l’avvocato un rapporto di partnership produttivo, che sostenga concretamente lo sviluppo dell’attività e l’aumento del fatturato. Questo obiettivo può essere raggiunto incoraggiando anche i piccoli e medi imprenditori a riEugenia Campo di Costa volgersi alla consulenza legale attraverso soluzioni che possano venire incontro alle esigenze dell’azienda. Secondo l’avvocato Domenico Naso, specializzato in diritto societario e del lavoro, se è vero che negli ultimi anni si è ampliato il bacino di utenza imprenditoriale che si rivolge agli studi legali, è anche vero che è sempre più necessario sviluppare maggiormente nel piccolo e medio imprenditore l’idea di un rapporto fiduciario con lo studio legale «attraverso un contratto annuale di consulenza che permetta all’imprenditore di prevedere e contenere i costi per l’attività legale, offrendo nel contempo tutte quelle garanzie e conoscenze della consulenza e contrattualistica legale, che l’impresa si trova ad affrontare nello sviluppo della propria attività confrontandosi quotidianamente con una evoluzione normativa sempre in movimento». L’impresa come soggetto giuridico ha vissuto delle evoluzioni importanti anche dal punto di vista penale. Secondo lei l’imprenditore con cui si confronta è abbastanza informato rispetto ai rischi che corre? «Trovo che il livello di informazione sia assolutamente scarso e credo che sia necessaria un’attività di informazione più specifica, in particolar modo rispetto agli obblighi connessi alla sicurezza. Con la Legge 231 del 2001, la normativa relativa alla

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L’avvocato Domenico Naso nel suo studio di Roma avv.domeniconaso@gmail.com


Intermediazioni

A SERVIZIO DELLE IMPRESE Lo studio legale Naso & Partners nasce nel 1997 fondato dall’avvocato Domenico Naso. Da sempre fornisce alle aziende un supporto di consulenza legale completo e complementare all’attività specifica del cliente. Lo studio ha creato un pacchetto di consulenza legale che prevede un contratto annuale con l’impresa finalizzato a prevedere e contenere i costi legati all’attività legale, e a offrire nel contempo un servizio completo in diversi settori. L’attività spazia dalla consulenza in materia di diritto societario al ramo di specializzazione del cliente, dalla contrattualistica al rapporto con la pubblica amministrazione, compresa l’assistenza legale per la partecipazione a gare sia in ambito pubblico che privato, dal rapporto con i fornitori agli aspetti finanziari relativi alle banche. Lo studio offre inoltre un costante controllo dell'attività interna di back-office, con particolare riferimento alla normativa sulla sicurezza del lavoro. Nell’ambito della consulenza alle imprese, attraverso i propri partner, offre consulenza legale riguardo gli aspetti fiscali e tributari nonché in materia di diritto penale societario.

sicurezza sul lavoro, si prevede una serie di procedure interne che difficilmente le aziende riescono ad adottare. Le mancanze a questo proposito sono di carattere sia culturale, nel senso che oggi c’è una scarsa informazione e una visione completamente diversa rispetto a quello che è il concetto di sicurezza nel rapporto di lavoro, che strumentale, dal momento che non si può trascurare l’incidenza dei costi che, soprattutto in questo momento, non aiutano gli investimenti in questo senso». I tempi della legge e i tempi dell’economia sono differenti, come può lo studio legale sopperire a questo problema? «Cercando di programmare il più possibile pre-

ventivamente lo sviluppo dell’attività cogliendo quale occasione di crescita anche l’evoluzione normativa. Spesso l’imprenditore si avvicina allo studio legale quando ha difficoltà nei rapporti con le pubbliche amministrazioni o con soggetti privati, banche in particolare. L’obiettivo è invece quello di accompagnare l’azienda nello sviluppo del business sin dall’inizio, informando l’imprenditore, assistendolo, attuando un percorso di programmazione che possa risolvere il gap tra l’attività dell’impresa e il continuo adeguamento alle norme senza sottovalutare anche la crisi del sistema giudiziario e della certezza nei tempi della giustizia. Fondamentale a questo scopo è anche l’attività di consulenza o la contrattualistica. Il nostro studio dispone di più figure specializzate che spaziano dall’ingegnere esperto di sicurezza del lavoro, al commercialista che si occupa degli aspetti fiscali e tributari, al notaio. Dal momento in cui l’impresa si rivolge allo studio trova una serie di professionisti che possono ovviamente garantire la risoluzione a problemi di diversa natura». Pubbliche amministrazioni e banche. Lo studio fa da tramite tra l’azienda e questi enti? «La mediazione in questo senso è proprio l’aspetto fondamentale del nostro studio. Siamo situati nel centro di Roma, in una zona prettamente ministeriale, proprio per riuscire a sviluppare, oltre al rapporto con gli istituti bancari per le attività di finanziamento e gestione del credito delle imprese, anche il rapporto con la pubblica amministrazione. I problemi nel rapporto con banche e pubbliche amministrazioni sono sempre collegati alla comunicazione e alla trasparenza nell’applicazione delle normative dei contratti. Per quanto concerne le banche, la difficoltà nasce dall’incapacità dell’istituto bancario di porsi come partner dell’impresa. Per quanto riguarda la pubbliche amministrazioni, invece, le imprese risentono da sempre di una certa sudditanza, e non riescono a interfacciarsi in modo paritario». Quali tendenze individua per il nuovo anno? «Credo che la nuova tendenza sarà la volontà di sviluppare maggiormente il settore delle piccole medie imprese, il traino della produzione italiana». 2010 • DOSSIER LAZIO • 163


TUTELARE LE IMPRESE

Trappole bancarie. Un rimedio A per le imprese Quello tra cliente e banca è un legame che spesso nasconde insidie. Nonostante i passi fatti, rimane ancora un rapporto fortemente sbilanciato a danno del cliente, soprattutto se questo è un imprenditore, una società che non sempre ha effettiva consapevolezza della propria posizione di inferiorità derivante da una minor tutela giuridica rispetto a quella garantita per i consumatori. Ci svela il perché l’avvocato Angelo Remedia Nicolò Mulas Marcello

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nni fa tante banche erano istituti di diritto pubblico e dovevano preservare finalità pubbliche. Il cliente nutriva stima, fiducia, soggezione reverenziale verso il mondo bancario: e questo per la sua infallibilità e legalità. Con la privatizzazione, l’obiettivo primario è diventato il vantaggio economico. I clienti però, ancora stentano ad accettare questa nuova realtà, così quella radicata idea di purezza li rende ancor più vulnerabili agli attacchi famelici delle banche che sono di fatto antagoniste. Tanto abili che per sé non conoscono il concetto di rischio d’impresa o di un bilancio in rosso. In questo difficile contesto la legge prima e la giurisprudenza poi, cercano di riequilibrare le posizioni contrattuali. Ma, come sottolinea l’avvocato Angelo Remedia: «Oggi ci sono alcuni soggetti abbastanza tutelati dalla legge, basti pensare ai consumatori. Tuttavia sono clienti delle banche anche le imprese». Cosa può dirci a riguardo? «Il legislatore ha avuto un’attenzione importante verso il piccolo utente bancario reputando abusive e illegittime alcune condizioni contrattuali anche se sottoscritte, ma è altrettanto vero che mette le imprese sullo stesso piano di competenza finanziaria della banca. Così le presume “utenti qualificati” o “utenti professionali” dimenticando che l’imprenditore “Mario Rossi” è la stessa persona fisica che prima firma per sé e un minuto dopo, con un timbro, per l’impresa». Il problema delle grandi imprese è identico a quello delle pmi? «I grandissimi gruppi societari, spesso hanno partecipazioni, anche di maggioranza nelle banche e quindi non hanno alcun problema di accesso al credito, anzi, sono i loro finanziatori; in casi estremi - e penso alla Parmalat - usano le banche, che partecipano ad altri obiettivi. Tutte le altre imprese, che utilizzano le banche per ottenere credito o per gestire movimentazioni o piccoli risparmi, con minacce più o meno velate, sono di fatto costrette a sottostare a pressioni e giochi viziosi che le vedono perdenti in partenza».


Rapporti con le banche

Nell’altra pagina, l’avvocato Angelo Remedia nel suo studio Remedia & Partners di Roma. Sopra, con il suo team di collaboratori www.remediaandpartners.org a.remedia@remedia.org

È un’affermazione un po’ assolutistica non crede? «Assolutamente no. Tutti i casi di cui ci siamo occupati avevano delle falle, a volte è stato molto difficile scovarle, molte altre erano talmente evidenti che ben costituivano ipotesi di reato come la truffa o l’appropriazione indebita. Per tanti imprenditori è bastato il primo incontro per far luce sui rischi correnti per il patrimonio dell’impresa e della loro famiglia». Un altro problema è quello dei derivati degli swap e in genere dei prodotti che le banche hanno costruito con formule finanziarie spesso incomprensibili. «Si tratta di titoli che il funzionario spiega semplicemente, magari presentandoli come una “assicurazione”. In concreto, invece, il contratto prevede delle formule di ingegneria finanziaria che neppure il bancario sa decifrare. Non conosco un solo cliente che abbia “guadagnato” con questi titoli. La formula fa sì che la perdita per il cliente, e il corrispondente guadagno della banca, sia progressivamente esponenziale con il trascorrere del tempo. La tragedia è che per piazzare questi “prodotti/truffa”, spregiudicati venditori hanno allettato anche grandi aziende e piccoli comuni pagando al sottoscrittore piccole somme mascherate da “premio”, come 2/3000 euro. Nel giro di pochi anni tutti hanno accu-

mulato un’esposizione debitoria incontrollata». E allora in questa fitta giungla di operazioni finanziarie, di rapporti sbilanciati e delicati, di patrimoni in bilico, come ci si può tutelare? «Ogni cliente ha la sua storia, spesso fatta di rapporti intrecciati molto complessi, che fanno vacillare i patrimoni. Aiutiamo l’imprenditore a fare anzitutto un’analisi di tutti i rapporti bancari, li svisceriamo e individuiamo i punti di forza; dopodichè proponiamo soluzioni sia contrattuali che giudiziali, infine le mettiamo in pratica rispettando obiettivi e preventivi iniziali. La soddisfazione massima è quando l’imprenditore riavvia l’azienda con le proprie forze, senza far ricorso alle banche». Ma il cliente può anche ottenere un risarcimento? «Non solo il risarcimento, ma anche la restituzione di quanto illegittimamente pagato o sottratto. Esistono casi in cui sono state vendute abitazioni su crediti poi dichiarati inesistenti, e casi in cui sono state revocate le dichiarazioni di fallimento degli imprenditori. Immaginate le conseguenze: una macchia indelebile per tutta la vita, un danno enorme che molto spesso però la magistratura prende sotto gamba, perché non c’è ancora la cultura di attenzione all’impresa e all’imprenditore». 2010 • DOSSIER LAZIO • 169


NUOVE TUTELE Class action

La tutela di aziende e consumatori. Nuove direttive Ricorso all’Autorità Giudiziaria, risarcimento dei danni, richiesta di provvedimenti contro le attività illegittime. A queste azioni legali a difesa dei consumatori danneggiati, si affiancano oggi le azioni di classe. Il punto di vista dell’avvocato Laura Nissolino Eugenia Campo di Costa

el 2005 in Italia è stato introdotto il Codice del Consumo che ha riordinato la normativa relativa ai rapporti tra le aziende e i consumatori. I successivi interventi del 2007 hanno inserito nel codice ulteriori norme a tutela non solo dei consumatori ma anche della corretta concorrenza tra le aziende, quali ad esempio quelle relative alla pubblicità ingannevole e alle pratiche commerciali scorrette. L’avvocato Laura Nissolino, esperta in diritto consumeristico, nel suo volume di commento al Codice del Consumo, individua tutte le forme di tutela previste per i danneggiati che, afferma, «possono richiedere l’intervento delle Autorità di Garanzia, l’emissione di provvedimenti per far interrompere le attività illegittime e la condanna al risarcimento dei danni effettivamente patiti». Quali cambiamenti comporterà l’entrata in vigore della legge che consente la class action? «Le azioni di classe hanno la finalità di riunire in gruppi chi è stato danneggiato dal medesimo illecito per garantire una tutela più rapida, la deflazione delle procedure giudiziali, costi minori e decisioni omogenee su tutto il territorio nazionale. La nuova normativa introdotta con la L. 99/09 ha modificato

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L’avvocato Laura Nissolino nello studio legale di Roma di cui è titolare. L’avvocato è anche presidente dell’associazione Avvocati&Avvocati oltre che legale di primarie imprese nazionali e internazionali e di associazioni dei consumatori di cui cura la formazione www.studiolegalenissolino.it

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l’art. 140 bis del codice del consumo introducendo le azioni di classe. Credo che, per capire se le finalità per cui è stata formulata la norma verranno soddisfatte, sarà necessario verificare gli effettivi costi e i tempi necessari per definire le procedure. Non si sa infatti quali tempi comporterà il passaggio preliminare davanti a un giudice previsto per la verifica dei presupposti dell’azione, né quali potranno essere i costi relativi, ad esempio, alla promozione dell’azione». Come si devono “attrezzare” sia dal punto di vista pratico che legale le aziende per affrontare questa novità legislativa? «L’entrata in vigore della normativa sulle azioni di classe costituisce per le aziende una sfida a trovare soluzioni in linea con la nuova tendenza legislativa che porta al di fuori delle Corti la definizione delle controversie. Penso quindi che le aziende debbano incrementare la formazione del personale e creare strutture interne in grado di gestire i conflitti, limitando così la domanda giudiziale. Lo studio legale Nissolino, in sinergia con l’associazione Avvocati&Avvocati, sta già formando manager e operatori delle aziende sui temi del consumerismo e sulla gestione stragiudiziale dei conflitti anche con la creazione di appositi team».


PRODUZIONI DIFETTOSE Responsabilità dirette

Prodotti difettosi? Risponde l’impresa L’acquisto di un bene o di un prodotto talvolta può riservare delle sorprese. Scopriamo in quali casi la responsabilità ricade sull’impresa costruttrice. A descrivere gli effetti di produzioni “difettose”, l’avvocato Pietro Cicerchia, esperto in diritto commerciale Adriana Zuccaro

ndustria automobilistica, energetica, delle costruzioni, di engineering e del commercio internazionale. Sono solo alcuni ambiti in cui l’assistenza dell’avvocato Pietro Cicerchia, rappresentante legale delle imprese, trova riflesso il codice dei produttori di beni di vario genere versus i consumatori, giungendo a individuare gli spazi notificatori dei difetti riscontrati in un determinato prodotto come ad esempio le campagne di richiamo. In che modo è mutato in Italia l’approccio del consumatore nei confronti del prodotto malfunzionante? «A fronte di un prodotto acquistato che presenti dei difetti di funzionamento, il consumatore italiano tende a rivolgersi sempre più frequentemente al produttore, soprattutto se titolare di un marchio forte, anziché al venditore che, secondo il nostro ordinamento, costituisce il principale soggetto tenuto alla garanzia. Ciò in parte è dovuto alle stesse case produttrici che si fanno carico di garantire direttamente il corretto funzionamento dei loro prodotti». Quali ipotesi di responsabilità diretta del produttore sono previste dal nostro ordinamento? «La responsabilità del produttore ricorre non quando il prodotto sia difettoso perché non funziona correttamente, ma nel diverso caso in cui il prodotto, per difetti costruttivi o proget-

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tuali, o anche solo per carenze nelle istruzioni d’uso, abbia provocato la morte o delle lesioni personali, nonché il danneggiamento di cose diverse dal prodotto difettoso». E nel caso in cui un prodotto difettoso si sia rivelato dannoso? «La maggiore problematicità sta nell’individuazione del difetto. Non è agevole per il consumatore procacciarsi elementi idonei a provare l’esistenza del difetto, atteso che questo può investire aspetti tecnici che richiedono l’ausilio di un esperto il quale, a propria volta, non sempre ha accesso alle informazioni necessarie. Talvolta, l’indicazione è fornita dalle “campagne di richiamo” che gli stessi produttori attuano per ritirare dal mercato il prodotto o sostituire i componenti risultati difettosi». Quali conseguenze possono avere le campagne di richiamo per i produttori? «I produttori dovrebbero saper rappresentare con chiarezza il difetto riscontrato e gli effetti che può provocare. Una campagna generica rischia di indurre i consumatori a chiedere dei risarcimenti anche per vicende che non hanno alcun legame con lo specifico difetto riscontrato, che va pertanto verificato. Si tratta di un’occasione unica nella quale raccogliere elementi importanti per comprendere cosa sia realmente accaduto e per meglio gestire il “claim” sia nella sua fase bonaria che nell’eventuale fase contenziosa».

L’avvocato Pietro Cicerchia, esperto in diritto commerciale, esercita la professione forense presso lo studio associato Taglioretti Farese Cierchia Capua, a Roma pietrocicerchia@taglioretti.com


CONSORZI Nuove regole

Norme più definiteper i consorzi Sono varie le novità per gli operatori economici apportate al Codice dei Lavori Pubblici. Tra esse particolare attenzione è stata data dal legislatore in materia di consorzi. L’avvocato Giovanni Del Re spiega cosa è cambiato di recente in questo senso Nicolò Mulas Marcello

L’avvocato Giovanni del Re nel suo studio di Roma. L’avvocato si avvale della collaborazione dell’avvocato Roberta Stacchiola e dell’avvocato Anna Rita Celeste, accanto a lui nella foto. Lo studio Del Re presta attività di assistenza e consulenza legale in tutto il territorio nazionale, con un’ altra sede a Milano www.studiolegaledelre.it

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om’è noto il terzo correttivo [D.Lgs. n. 152/2008] delle disposizioni dettate dal Codice dei contratti relativi a lavori, servizi e forniture, non diversamente dai due che lo hanno preceduto [D.Lgs. n. 6/2007 e D.Lgs. n.113/2007], rappresenta la terza fase di un processo di revisione tesa ad eliminare imprecisioni del testo originario, ad integrare il contenuto, e a realizzare un migliore coordinamento fra le disposizioni che, in prima lettura potrebbero risultare in contraddizione fra di loro e quindi fonte di equivoci. La maggiore caratterizzazione del terzo correttivo è il dichiarato riferimento alle osservazioni formulate dalla Commissione Europea con la lettera di messa in mora n.2007/2329 e ai rilievi emergenti dalla Corte di Giustizia CE 15.05.2008. Le innovazioni di particolare interesse per gli operatori economici apportate dal D.Lgs. n.152/ 2008 sono relative, tra le altre, proprio

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ai consorzi. «Già nella norma in cui vengono individuati i “Soggetti a cui possono essere affidati i contratti pubblici”, di cui all’art. 34 del Codice degli appalti, - spiega Giovanni Del Re - si sono posti problemi di compatibilità comunitaria. Per superare detti rilievi, proprio il terzo correttivo, ha aggiunto una disposizione che annovera tra i soggetti ammessi a partecipare alle gare anche “gli operatori economici”, ai sensi dell’art. 3, co. 22, stabiliti in altri Stati membri e costituiti conformemente alla legislazione vigente nei rispettivi Paesi». Un’altra importante novità apportata dal terzo correttivo riguarda i “consorzi stabili”. «Con il nuovo testo i consorzi stabili sono tenuti a indicare in sede di offerta per quali consorziati concorrono e solamente a questi ultimi è fatto divieto di partecipare alla medesima gara, in qualsiasi altra forma». Il terzo correttivo è poi intervenuto anche sulle cosiddette “cause di esclusione”, previste dall’art. 38 rubricato “requisiti di ordine generale”, ossia quei requisiti soggettivi che tutti i concorrenti devono possedere per poter contrattare con la pubblica amministrazione. «Nel caso di partecipazione ad una gara di appalto di un consorzio di imprese, il possesso dei requisiti generali di partecipazione dovrà essere verificato non solo in capo al consorzio, ma anche in capo alle consorziate designate esecutrici del servizio, dovendosi, invece, ritenere cumulabili in capo al consorzio i soli requisiti di idoneità tecnica e finanziaria. La giurisprudenza è unanime in tal senso».


IL VALORE DELL’ATTO

Una professione in continua evoluzione Continuare a dialogare con la politica, le amministrazioni, la società civile. Ma conservando intatte le prerogative del proprio ruolo: quello di custodi della certezza del diritto. Il presidente del Consiglio nazionale del notariato Paolo Piccoli, al termine del secondo mandato, valuta la strada percorsa. E quella ancora da affrontare Daniela Panosetti

Nella foto, Paolo Piccoli è stato eletto presidente del Consiglio nazionale del notariato nel 2004 e successivamente riconfermato per il triennio 2007-2010 Nella pagina a fianco un momento del 44° Congresso nazionale del Notariato, tenutosi a Venezia dal 21 al 24 ottobre.

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n detto molto appropriato ricorda che bisogna operare nel proprio luogo, ma pensare nel mondo. Per questo il notariato non può accontentarsi di “registrare” i cambiamenti o limitarsi all’impegno quotidiano individuale, pur essenziale, ma deve contribuire al bene comune avanzando proposte concrete a chi ha il dovere di decidere». Così il presidente Paolo Piccoli, durante l’ultimo convegno nazionale della categoria, intitolato, non a caso, “Accompagnando la società che cambia”, ha introdotto le “dieci proposte per la modernizzazione del Paese” elaborate dai notai. Solo l’ultimo passo di una presidenza durata due mandati, di cui oggi Piccoli tira le fila, in attesa di passare il testimone al suo successore. Al quale lascia soprattutto un auspicio: quello di non dare le spalle al futuro, ma di accompagnarlo nel suo percorso, anche quando è difficile. A febbraio concluderà il suo secondo mandato. Quale bilancio si sente di fare? «Sono stati sei anni intensi, durante i quali il Consiglio nazionale ha profuso tutte le sue energie per un notariato che fosse all’altezza dei suoi compiti, che potesse essere migliore, nella fedeltà alle sue secolari radici di fiducia e di garanzia della sicurezza giuridica. È stato, quello trascorso, uno dei periodi più difficili della storia della professione, un momento di grandi cambiamenti storici, economici e giuridici, nel quale due sistemi, civil law e common law, sono venuti a confronto, anche aspro, portando ciascuno grande fecondità di idee e utilità, ma creando anche sommovimenti di grande portata. Durante questo non agevole tragitto, il faro nel quale abbiamo sempre confidato è stato quello della pubblica funzione, che garantisce la certezza generale dei diritti, sempre più rilevante in un’epoca che vede la tecnologia accrescere rapidità ed efficienza, ma anche i rischi e le insidie, soprattutto per i soggetti più deboli». Quali sono in sintesi i principali obiettivi raggiunti in questi otto anni? «Molti, tanto che risulta difficile elencarli senza escluderne alcuni. Abbiamo sviluppato sempre più gli studi civilisti e societari, quella “cultura notarile” che ci è riconosciuta e invidiata in molte sedi. Sono stati sviluppati gli aspetti tecnologici ap-

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Paolo Piccoli



È stato, quello trascorso, uno dei periodi più difficili della storia della professione, un momento di grandi cambiamenti storici, economici e giuridici, nel quale due sistemi, civil law e common law, sono venuti a confronto, anche aspro, portando ciascuno grande fecondità di idee e utilità



plicati alla professione, investendo oltre 14 milioni di euro nella Rete unitaria del notariato e nelle sue applicazioni. Per i giovani abbiamo ripetutamente chiesto concorsi annuali, ottenuto norme di modifica del concorso, abolito la preselezione, rafforzato l’attività delle scuole, attivato borse di studio, nella convinzione che sia necessario favorire la mobilità sociale, non l’abbassamento della selettività». Uno degli obiettivi dichiarati era di intensificare le relazioni esterne del notariato. Quali passi sono stati fatti in questo senso? «In primo luogo abbiamo rafforzato la comunicazione e i rapporti con i nostri interlocutori pubblici e privati, anche attraverso l’informazione gratuita in decine e decine di Comuni italiani. Ci siamo impegnati nei rapporti legislativi col mondo politico, non tanto per difendere posizioni di parte, ma per far comprendere i rischi di scelte che potrebbero essere esiziali per il Paese nell’indebolimento delle certezze giuridiche. Abbiamo rafforzato i rapporti con le associazioni dei consumatori e di categoria, col sistema bancario e soprattutto con la Pa, grazie al progetto “Reti amiche”. Ma abbiamo anche anticipato alcuni  LAZIO 2010 • DOSSIER • 181


IL VALORE DELL’ATTO

 grandi temi sociali, come il testamento biologico, e collaborato

Sotto, il ministro Brunetta e il presidente Piccoli firmano il protocollo di intesa nell’ambito del progetto “Reti amiche”



Abbiamo rafforzato i rapporti con le associazioni dei consumatori e di categoria, col sistema bancario e soprattutto con la Pa, grazie al progetto “Reti amiche”



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con grande disponibilità alla repressione della criminalità, diventando il primo ordine professionale italiano ad assumere il ruolo e la responsabilità di interposizione in materia di antiriciclaggio». Lei si è trovato a guidare il Consiglio durante la più grave crisi economica degli ultimi trent’anni. Quali riflessioni ha tratto il notariato da questa esperienza? «Per parte nostra, è dall’inizio del mandato, in tempi non sospetti, che continuiamo ad ammonire che l’economia, soprattutto quella finanziaria, lasciata a se stessa rischia di generare mostri, poiché ha interesse al profitto mordi e fuggi, non al bene della persona e della comunità. E siamo stati i primi anche a parlare di economia sociale di mercato, di necessità di evitare la divaricazione tra economia reale e finanza speculativa, rivendicando una concezione umanistica, tipicamente europea, dell’economia, capace di occuparsi anche delle categorie socialmente più minacciate. Ora, dopo il disastro americano, sentiamo da più parti voci autorevoli dire alto e forte che non ci può essere sviluppo sostenibile senza etica, che “il mercato non è tutto”». Quali sfide rimangono aperte? Che augurio e auspicio lascia al suo successore? «Una nuova consigliatura è alle porte. Per parte nostra ci accingiamo, nonostante le difficoltà affrontate, a riconsegnare con orgoglio un notariato forte per uomini, donne, idee, programmi e prerogative. L’ultimo anno ha permesso di verificare che la politica della fedeltà alle istituzioni, della dedizione al bene comune, del dialogo costante ha creato un clima di maggiore serenità. Quello che conta, ed è così, è che il passaggio di testimone avverrà con un notariato intatto nelle sue istituzioni, le sue competenze essenziali e le sue possibilità di sviluppo. Certo i tempi sono difficili, la vigilanza deve essere costante e la nostra presenza deve continuare sul solco del binomio fecondo di tradizione e innovazione, senza lasciare indietro nessuno. Compito del nuovo Consiglio sarà di portare tutta la categoria puntuale agli appuntamenti della storia, ad anticipare i tempi nuovi, a sentire il vento che soffia dal futuro, avvalendoci della straordinaria opportunità di adattamento che la professione ci dà, pur preservando la funzione. Guai a noi se come l’Angelus Novus di Paul Klee che Walter Benjamin aveva nel suo studio andremo verso il futuro con lo sguardo verso il passato, volgendogli le spalle».


IL VALORE DELL’ATTO

Economia e normativa urge una riconciliazione on sempre i tempi che richiede il mondo imprenditoriale in relazione al sistema bancario si coniugano in maniera complementare con la sfera giuridica. Per questo il legislatore dovrebbe mettersi in continuo confronto con le imprese al fine di venire incontro alle esigenze di una realtà in continua evoluzione. Area fiscale e ambito societario sono i temi più attuali che richiedono più attenzione per quanto riguarda le riforme. In questo difficile scenario il ruolo del notaio si colloca come figura garante che con il suo apporto professionale cerca di soddisfare in tempi rapidi ogni esigenza del mercato, improntando il lavoro anche su una elevata ottimizzazione delle strutture telematiche di cui la categoria è dotata. Riconnettere imprese e normativa è dunque un obiettivo primario, come sostiene il notaio Luca Troili. «Il rapporto fra legislazione e impresa è assolutamente stretto, e il legislatore deve essere al passo con i tempi delle aziende – spiega il professionista romano -. Le istanze e le esigenze dell’impresa non sono sempre però allineate con le tempistiche del legislatore soprattutto quando la normativa non presenta quei necessari caratteri di linearità e logicità dovuta. Il sistema, molte volte utilizzato, del “rinvio” ad altra fonte, ovvero l’attuazione di norme non supportate all’occorrenza con gli specifici mezzi attuativi, pone infatti difficoltà operative che mal si conciliano con la dinamicità dell’impresa». Quali presupposti e quali prerogative deve tenere in considerazione il legislatore per garantire una normativa adeguata alle necessità delle imprese? «I presupposti per garantire una normativa adeguata alle necessità delle imprese sono quelli ba-

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184 • DOSSIER LAZIO • 2010

Imprese e banche sono spesso separate da una cortina di ferro fatta di norme giuridiche. In questa realtà il notaio diventa un sostegno importante soprattutto per le fasce più deboli, come spiega il notaio Luca Troili Nicolò Mulas

sati sul continuo confronto con le stesse. E mi riferisco soprattutto all’area fiscale, mai così attuale come ai nostri giorni, come la incentivazione agli investimenti e la maggior detassazione dei costi del personale. Le prerogative vanno ricercate nel dotare le imprese, e i professionisti che le seguono, dei necessari strumenti attuativi conseguenti alle riforme del settore». Nel rapporto tra legge e attori economici perché è strategico il ruolo del notariato? «Il notariato assume, nel rapporto fra legislatore e impresa, un ruolo assolutamente strategico. Da

Il notaio Luca Troili all’interno del suo studio di Roma studionotariletroili@notariato.it


sempre precursore di mezzi e tecnologie adeguate al servizio delle imprese, il notariato rappresenta una perfetta sintesi tra la riconosciuta e incontrovertibile affidabilità della preparazione professionale nella predisposizione degli atti in materia societaria, e le esigenze di celerità dell’impresa. Permettendo, infatti, di coniugare quel necessario controllo di legalità formale e sostanziale con l’esigenza di dar vita a una società di capitali in due giorni, dotata di tutti gli strumenti operativi per il mercato: posta elettronica certificata, partita Iva, iscrizione al registro imprese». Trova che l’impegno della sua categoria sia sufficientemente riconosciuto istituzionalmente e culturalmente? «L’impegno del notariato nell’affermazione del suo ruolo è sempre costante, in quanto teso al riconoscimento di un dato di fatto incontrovertibile che, a volte, viene posto in secondo ordine da chi pretenderebbe di affermare una equivalenza tra le altre libere professioni. Il dato di fatto che il notariato porta quotidianamente davanti alla società è quello della garanzia e della certezza di percorsi giuridici, che presuppongono la professionalità e la preparazione che solo il notariato sa assumere di fronte alla società civile, ponendosi come perno della stessa. Il notaio segue tutte le categorie della società civile e si fa tutore delle fasce più deboli».

Mentre per quanto concerne il rapporto con le banche sotto quali aspetti emergono le lacune maggiori e dove, gli imprenditori, necessitano di maggiori tutele? «Il rapporto fra mondo dell’impresa e sistema bancario rappresenta uno di quegli aspetti critici che sono stati sopra evidenziati, in quanto le banche, detenendo il potere finanziario, di fatto impongono al sistema imprenditoriale l’osservanza di regole e prassi che non sempre rappresentano un’adeguata e necessaria sintesi di trasparenza dei rapporti. Molti passi avanti, comunque, sono stati fatti dal legislatore in materia di semplificazione delle procedure e di minori costi per alcune categorie di fruitori di servizi bancari, tra i quali gli acquirenti delle prime abitazioni, nonché coloro che devono procedere alla cancellazione delle ipoteche, oggi affidate direttamente alle banche». Quali sono gli strumenti che si hanno a disposizione per far sì che tale rapporto risulti sempre trasparente? «Il notaio, ancora una volta, si pone al fianco del contraente più debole, per mettere a sua disposizione quegli strumenti di conoscenza e quei chiarimenti necessari per far sì che il rapporto fra la banca e il fruitore del servizio sia maggiormente trasparente rispetto alle formule contrattuali dalla stessa già predisposte». 2010 • DOSSIER LAZIO • 185


IL VALORE DELL’ATTO

La sfida posta dalla contemporaneità L’ordinamento giuridico non è più stretto in rigide maglie interpretative e il panorama di azione si è allargato a orizzonti internazionali. In questo contesto il notaio, come testimone dell’attività giuridica, deve rafforzare la sua funzione di detentore della pubblica fede nei rapporti. La parola al notaio Andrea Fontecchia Luca Aloisio

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e nuove tecnologie hanno modificato radicalmente tutto il sistema dei media portando, tra gli altri effetti, a una ridefinizione totale della professione del giornalista. Le tecnologie digitali hanno influito, in parte, anche sulla professione notarile. «La parola stessa notaio, o meglio "notaro", rivela un intimo legame con la scrittura e i relativi modi di renderla chiara e duratura nel tempo – spiega il notaio Andrea Fontecchia – pertanto, per ciò che concerne la pubblica funzione in sé, poco hanno innovato informatica e digitalizzazione, trattandosi di diverse modalità di quello scrivere, che ne ha storicamente caratterizzato la figura». A cambiare, come illustra il notaio, è invece il profilo operativo della sua professione. Come si è evoluta la figura del notaio, considerando i progressi avvenuti nelle tecnologie informatiche? «È profondamente cambiato l’aspetto organizzativo: la trasmissione telematica degli atti per tutti gli adempimenti connessi rende più veloce ed efficace l’aggiornamento dei pubblici registri, a maggior tutela dei cittadini e per l’ottimale funzionamento degli uffici. Da non sottovalutare, poi, anche l’aspetto logistico: al giorno d’oggi i fascicoli per l’istruttoria dei rogiti, in virtù dei molteplici controlli che il notaio è chiamato a effettuare, sono diventati dei veri e propri volumi. Nel mio studio ho risolto il problema dello spazio e del reperimento in archivio, riducendo circa tre milioni di fogli a pochi cd». Quali aspetti della professione andrebbero ripensati e quali, invece, conservati in ogni caso? «Ritengo che il notariato abbia seguito, se non a volte precorso, i bisogni e le necessità sempre più urgenti della società in un’ottica di pub-

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Riflessioni

È cambiato l’aspetto organizzativo della professione: la trasmissione telelematica degli atti per tutti gli adempimenti connessi rende più veloce ed efficace l’aggiornamento dei pubblici registri, a maggior tutela dei cittadini e per l’ottimale funzionamento degli uffici

Nella pagina a fianco, il notaio Andrea Fontecchia nel suo studio di Albano Laziale, in provincia di Roma afontecchia@notariato.it

blico servizio. Mi piace pensare che la figura del notaio sia utile e strumentale anche allo sviluppo economico di un Paese: in un’Italia quasi analfabeta, com’era l’Italia nel 1913, anno di emanazione della legge sul notariato, è stato possibile gettare le fondamenta per la tutela della proprietà e la libera espressione imprenditoriale dei cittadini. Cosa che, invece, non è riuscita, ad esempio, in alcuni stati del continente africano, dove la mancata alfabetizzazione porta con sé anche un minore sviluppo economico. Una potente sfida che attende il notariato nel futuro è quella di aiutare la società italiana a superare l’analfabetismo di ritorno, che oggi si concretizza soprattutto nella mancata confidenza con gli strumenti informatici: posta elettronica certificata, firma digitale, copia informatica dei documenti, rinnovato rapporto con una Pubblica amministrazione sempre più presente nei bit che non sulla carta». Quali vantaggi pratici ha portato l’introduzione di Notartel? «Innanzitutto la possibilità di avere a portata di clic il notariato italiano che, ormai, interagisce in tempo reale per guidare tutti i notai nella prima applicazione di quei provvedimenti legislativi, che in modo sempre più urgente, dall’oggi al domani, interessano la professione notarile. Inoltre, la rete fornisce ai notai tutti gli strumenti neces-

sari a un aggiornamento e approfondimento costante e permanente circa i temi che quotidianamente si affrontano nella professione». In generale, come sta cambiando la figura del notaio oggi? «La contemporaneità stessa è una sfida difficile per l’interprete del diritto: oggi il mondo e l’ordinamento giuridico non sono più stretti in rigide maglie interpretative di stampo positivista e il panorama di azione non è più riservato all’ambito nazionale, ma allarga i suoi confini verso l’sterno. Pertanto, il notaio deve sempre più rafforzare il proprio essere testimone privilegiato dell’attività giuridica e detentore della pubblica fede nei rapporti, che ad oggi, vedono protagonisti anche soggetti che non sono italiani e investono ordinamenti che travalicano quello italiano. La funzione pubblica come servizio alla collettività viene, quindi, esaltata unitamente al corrispondente aumento dei compiti che il notariato è chiamato prepotentemente ad affrontare. È, quindi, tramontata anche l’iconografia classica del notaio: togliamo la polvere, che da sempre ne ammanta l’immagine, e abituiamoci a vederlo non più immobile e sommerso da carta e scartoffie, ma quale soggetto che si muove agilmente con gli strumenti più efficienti messi a sua disposizione in una società che corre verso obiettivi sempre nuovi e difficili».

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MERCATO IMMOBILIARE

Mercato immobiliare alla moviola Continua nel secondo semestre 2009 il calo dei prezzi degli immobili e delle compravendite, che però si fa più contenuto rispetto al primo semestre dell’anno. Lo indica il terzo rapporto di Nomisma sul mercato immobiliare. «La crescita economica complessiva – afferma il presidente di Nomisma Gualtiero Tamburini – è il vero driver della ripresa del settore» Francesca Druidi

l settore immobiliare italiano ha risentito in maniera evidente della negativa congiuntura economico-finanziaria a livello mondiale, ma non è crollato. Il comparto ha, infatti, tenuto rispetto ad altri paesi, Regno Unito e Spagna in testa. A incidere positivamente è stata la maggiore solidità delle famiglie e delle imprese nostrane, la cui situazione debitoria ampiamente sotto controllo ha impedito l’evoluzione di un più rovinoso scenario. Il quadro congiunturale resta, però, incerto e complesso, così come emerge dal terzo rapporto 2009 sul mercato immobiliare italiano di Nomisma. L’indagine mostra come, per il terzo semestre consecutivo, siano calati i prezzi delle case, oltre a quelli di negozi e uffici. Se in Italia la correzione verso il basso dei prezzi

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Sopra, Gualtiero Tamburini, presidente di Nomisma, uno dei principali istituti privati di ricerca economica a livello nazionale ed europeo che rivolge particolare attenzione agli aspetti dell’economia reale

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degli immobili è stata meno marcata che altrove, la tendenza negativa ha riguardato soprattutto i volumi delle compravendite. Nel 2009, il numero delle operazioni ha raggiunto nel segmento residenziale le 596.644 unità. Rispetto alle 845mila registrate nel 2006, si rileva una perdita di circa 250mila abitazioni, corrispondente a circa il 30% del mercato. L’azione combinata della flessione dei prezzi e delle compravendite si riflette in modo preponderante sul fatturato del mercato immobiliare, che nel 2009 ammonta a 191 miliardi di euro, segnando un decremento di 24 miliardi di euro rispetto al 2008 (133, con 18,1%) e di ulteriori 21 rispetto al 2007 (154 miliardi) con un calo percentuale totale nel biennio di circa il 30%. Tornando ai prezzi degli immo-




La domanda primaria di immobili è ormai ampiamente soddisfatta, basti pensare al numero di abitazioni, notevolmente superiore a quello delle famiglie. Resta inevasa, invece, la domanda di qualità dove l’efficienza energetica è uno dei tanti attributi di questo concetto, insieme alla localizzazione, l’accessibilità, il design bili, nelle 13 grandi aree urbane italiane si evidenzia per il 2009 una complessiva diminuzione dei prezzi pari al 4,1% per le abitazioni, del 3,9% per gli uffici e del 3,2% per quanto riguarda i negozi. L’aspetto maggiormente positivo è offerto, però, dal rallentamento della discesa dei prezzi, che fa ben sperare in un’ottica di ripresa del settore. La variazione semestrale per le abitazioni, pari nel secondo semestre a 1,6% era stata infatti in precedenza del -2,8%. E anche



la variazione relativa agli uffici si riduce dal giugno scorso da -2,3 a -1,6%, mentre quella dei negozi scende da -1,7 a -1,5%. Il terzo trimestre dell’anno si chiude con un calo più marcato a Firenze e Milano, mentre la città meno colpita dal decremento dei prezzi degli immobili è Cagliari (-0,8%). Si conferma il peggiore andamento dei mercati del nord rispetto a quelli del centro e sud Italia. «Il motivo – spiega Gualtiero Tamburini, presidente di Nomisma – è

da ricondurre alla maggiore “finanziarizzazione” del mercato al Nord. La crisi attuale è soprattutto una crisi finanziaria e questo penalizza le operazioni di investimento a leva riguardanti immobili commerciali, terziari, della logistica, più diffuse al Nord e nelle grandi città». Anche le compravendite hanno continuato a scendere nella seconda parte del 2009, ma ad una intensità più contenuta, come rilevano i dati più recenti dell’Agenzia del Territorio. Le cifre ministeriali parlano nel terzo trimestre 2009, rispetto allo stesso trimestre del 2008, di una diminuzione dell’11% per le abitazioni, del 18,9% per gli uffici, del 17,7% per il settore commerciale e del 17,7% per quello produttivo. «La domanda primaria di immobili è ormai ampiamente soddisfatta – prosegue  LAZIO 2010 • DOSSIER • 189


MERCATO IMMOBILIARE

ROMA, SI RISOLLEVA IL VOLUME DELLE COMPRAVENDITE l bilancio del mercato immobiliare di Roma e provincia per il 2009 risulta negativo in termini di valori e di volumi, ma in miglioramento nella seconda parte dell’anno. È quanto emerge dagli studi di Tecnocasa e Gabetti. In base al primo gruppo di agenzie, le quotazioni immobiliari hanno fatto registrare una flessione del 2,8% a Roma nel primo semestre del 2009, mentre per Gabetti si parla per lo stesso periodo di un calo dell’1,3%. «Partendo dal presupposto che il mercato romano è particolarmente strategico in quanto indicatore di tendenze – afferma Claudio Parenti, consulente Tecnocasa Roma (nella foto in basso a destra) – è opportuno sottolineare come lo scenario immobiliare della Capitale si presenti in

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contrazione, al pari del resto d’Italia, non mostrando però una situazione drammatica come quella verificatasi in altri paesi europei. Inoltre, negli ultimi quattro mesi dell’anno si sono registrati segnali di ripresa nel numero di compravendite, mentre le quotazioni rimangono stazionarie al ribasso». Un trend confermato da Guido Lodigiani, direttore dell’Ufficio studi Gabetti (il primo dall’alto): «Sul fronte del numero di transazioni, si è passati a Roma da un -11,5% del primo trimestre a un +1,6% del terzo trimestre. Nel resto della provincia, dove si partiva da saldi più negativi (-15.2% nel primo trimestre) si è toccato il -3,0% del terzo trimestre». Si tratta di un segnale incoraggiante: «è in aumento il movimento degli acquirenti

 Tamburini – basti pensare al

numero di abitazioni, notevolmente superiore a quello delle famiglie. Resta inevasa, invece, la domanda di qua-

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– evidenzia Claudio Parenti – c’è meno “paura” di agire e di interfacciarsi al tema casa rispetto ai primi mesi del 2009». Gabetti e Tecnocasa confermano poi la tenuta delle quotazioni nelle zone più elitarie della città. «Resta però maggiormente bloccata la situazione fuori dal Grande raccordo anulare – spiega Guido Lodigiani – nelle zone periferiche e popolari, che hanno risentito maggiormente dell’accesso difficoltoso al credito per le famiglie monoreddito e gli stranieri. Sulla Cassia vi è stata una discreta tenuta delle richieste, mentre nelle aree più degradate (Due Ponti e Grottarossa) sono mancate le domande d’acquisto. Stabili sono i prezzi a Campo dei Fiori e Trastevere, aree molto ricercate perché

lità dove l’efficienza energetica è uno dei tanti attributi di questo concetto, insieme alla localizzazione, l’accessibilità, il design». Un elemento utile per esaminare l’attuale quadro congiunturale del comparto immobiliare è l’ulteriore aumento dei tempi di vendita, protrattisi a 6,2 mesi per le abitazioni, 7,8 mesi per uffici, 7,1 per i negozi tradizionali e 8,9 mesi per i capannoni industriali. Crescono anche i tempi medi per la locazione, con l’eccezione del segmento residenziale. Si ampliano, inoltre, gli sconti praticati all’atto dell’acquisto, che si aggirano intorno al 13% per tutte le tipologie di immobili, toccando il picco con il 13,2% per le abitazioni e il 13,9% per gli uffici. Altro tasto dolente è l’erogazione

dei mutui. Secondo l’indagine elaborata da Nomisma, il 93% degli operatori immobiliari interpellati riferisce di una certa difficoltà da parte della clientela a ottenere mutui, soprattutto per la richiesta da parte delle banche di garanzie aggiuntive e per la disponibilità a una minore quota di finanziamento rispetto al valore dell’immobile. Nonostante gli indicatori fondamentali restino deboli, tra gli operatori è diffusa una visione meno cupa riguardo alle prospettive future. Pur non potendo essere definite ottimistiche, le previsioni appaiono mutate in meglio rispetto a sei mesi fa. Valutando le tendenze in atto, il punto più basso della fase recessiva sarebbe stato toccato a marzo-aprile 2009. Oggi i


Nomisma

caratteristiche e centrali. L’area di Trigoria è in rivalutazione, beneficiando del nuovo campus Biomedico di Roma». Sul versante della locazione, si assiste a una riduzione dei canoni medi nel primo semestre del 2009 dell’1,1% secondo i dati di Gabetti, e dell’1,3% per i bilocali e i trilocali secondo Tecnocasa. In base all’indagine Tecnocasa sul mercato dei prestiti per l’acquisto di abitazioni destinato a famiglie consumatrici, il Lazio mostra nel secondo trimestre 2009 un ulteriore calo (-15%) rispetto allo stesso trimestre del 2008, anche se in ripresa rispetto ai trend precedenti. L’importo del mutuo medio della regione ammonta a 123mila euro, superiore all’importo medio nazionale di 117mila euro. Il calo delle erogazioni è frutto della diminuzione in tutte le province

segnali di recupero si sono intensificati, in particolar modo nel mercato residenziale, mentre si presentano ancora critiche le condizioni per i segmenti degli immobili destinati alle attività economiche. «Lentamente stanno tornando le condizioni di normalità nel mercato finanziario». La ripresa della crescita del Pil, della produzione e della domanda costituiranno altri fattori decisivi per il miglioramento del comparto. «La crescita economica complessiva – conclude il presidente di Nomisma – è il vero driver della ripresa del settore, senza crescita economica non c’è ripresa stabile per l’immobiliare». Il terzo rapporto Nomisma prevede un’ulteriore riduzione dei prezzi dell’1-2% nel 2010, prezzi

laziali, con Viterbo e Latina a -13% e Frosinone e Rieti con entrambe -7%. Anche la provincia di Roma ha registrato una diminuzione delle erogazioni (-16%), che ha notevolmente influenzato il valore negativo non solo della regione, ma del totale nazionale. La provincia, infatti, si conferma al 2° posto per volumi erogati in Italia con 1.271 milioni di Euro, operando nel secondo trimestre più della Toscana, la 5° regione per erogazioni (1.018 euro). «Una nota lievemente ottimistica viene dal recente orientamento delle banche – conclude Claudio Parenti – in cui si intravede una tendenza a tornare sul mercato, in maniera sempre piuttosto selettiva ma con maggiore slancio rispetto al recente passato a sostenere le famiglie nell’acquisto di un’abitazione».

ANCORA IN CALO I PREZZI DEGLI IMMOBILI Variazioni percentuali semestrali dei prezzi medi degli immobili. (Media 13 grandi aree urbane) II semestre 2008

II semestre 2009

Abitazioni

-1,0

-1,6

Uffici

0,3

-1,6

Negozi

0,4

-1,5 Fonte Nomisma

pronti a risollevarsi nel 2011 solo con un significativo incremento delle erogazioni di mutui alle famiglie da parte del mondo del credito. Concentrando l’attenzione sul mercato immobiliare romano, si sottolinea la notevole capacità di tenuta di quest’ultimo. In base alla ricerca, sul fronte delle transazioni nei diversi comparti, la flessione registrata nel corso dell’anno si è rivelata di gran lunga più contenuta rispetto

alla dinamica nazionale. Il mercato al dettaglio romano mantiene le posizioni acquisite grazie a un aumento dell’offerta ancora contenuto e alla permanenza di una quota di domanda disposta a concludere le transazioni alle attuali condizioni di mercato. Per la prima parte del 2010, le previsioni degli operatori sul mercato immobiliare della Capitale risultano improntate da un cauto ottimismo. LAZIO 2010 • DOSSIER • 191


MERCATO IMMOBILIARE

Riqualificare la Capitale tutelando l’ambiente Affrontare in maniera unitaria i problemi dell’area vasta romana. Unendo al funzionamento metropolitano del territorio uno sviluppo al contempo sostenibile. È l’obiettivo che si prefigge il nuovo Piano territoriale provinciale generale. Che, come spiega Eugenio Batelli, presidente dell’Acer, «ha finalmente completato il quadro di riferimento urbanistico» Francesca Druidi

l riordino del tessuto urbano rappresenta il tema strategico per il futuro delle città e per il rilancio del settore edilizio». Ne è convinto il presidente di Acer, l’Associazione costruttori di Roma e provincia Eugenio Batelli, che pone l’accento sugli aspetti da considerare nell’av-

I Eugenio Batelli, presidente dei costruttori romani dal 2008

192 • DOSSIER • LAZIO 2010

vio di una vasta politica di riqualificazione urbana. Su quali elementi innestare oggi le politiche costruttive? «Innanzitutto la rivisitazione del concetto di “tutela” del territorio, secondo un’ottica tesa più alla valorizzazione dello stesso che non all’imposizione

di vincoli finalizzati esclusivamente a bloccare lo sviluppo della città. Poi lo snellimento dei tempi procedurali per l’attuazione degli interventi urbanistico-edilizi e il superamento, attraverso la previsione di adeguati incentivi, delle problematiche legate alla forte parcellizzazione del patrimonio immobiliare». Come valuta l’approvazione del Piano territoriale provinciale generale? «La firma dell’accordo di pianificazione tra Regione Lazio e Provincia di Roma per l’approvazione del Ptpg ha finalmente completato il quadro di riferimento urbanistico. È uno strumento che ha l’obiettivo di valorizzare risorse e modelli produttivi e insediativi che caratterizzano l’intero sistema metropolitano, garantendo al contempo una maggiore qualità urbana con requisiti di sostenibilità generale e di larga fruibilità sociale. Ma


Eugenio Batelli

l’aspetto più importante è la coerenza delle sue previsioni con le scelte di pianificazione contenute nel Piano regolatore generale del Comune di Roma. Gli operatori del settore si augurano che questo elemento di certezza non venga messo in discussione da scelte sovraordinate di vincolo su ampie zone del territorio». L’innalzamento al 50% del premio di cubatura è una condizione fondamentale per il recupero urbanistico della Capitale? «La premialità del 50% è la misura minima auspicabile per incentivare in modo efficace gli interventi di sostituzione edilizia. Il bonus di cubatura del 35% previsto dal Piano casa regionale per le demolizioni e ricostruzioni è, infatti, appena sufficiente a coprire i costi degli interventi su edifici appartenenti a unica proprietà. Per i condomìni, con tutte le spese e le criticità che ne deri-

vano, tale premialità è assolutamente insufficiente». Il consorzio di imprese impegnato nella realizzazione della linea C della Metropolitana di Roma può costituire un modello di efficacia per il futuro? «Sì. Può rispondere alla duplice esigenza di garantire al committente di individuare un interlocutore affidabile e di assicurare che, a opere così rilevanti, possano accedere una pluralità di operatori economici e non solo le grandissime realtà imprenditoriali nazionali e internazionali. In prospettiva, il modello consortile può essere utilizzato anche per associare a tali iniziative realtà economiche che siano espressione del territorio in cui deve realizzarsi l’opera». Il piano casa sta producendo gli effetti desiderati? «Al di là delle stime, le possibilità di intervento contemplate dal Piano casa sono dra-



Il Piano territoriale provinciale generale è uno strumento che ha l’obiettivo di valorizzare risorse e modelli produttivi e insediativi che caratterizzano l’intero sistema metropolitano, garantendo al contempo una maggiore qualità urbana con requisiti di sostenibilità generale e di larga fruibilità sociale



sticamente ridotte, a causa di alcune previsioni inserite nella legge stessa. Mi riferisco, in particolare, ai numerosi casi di esclusione dal campo di applicazione delle norme relative agli interventi di ampliamento e di sostituzione edilizia, agli onerosi lavori di adeguamento antisismico estesi a tutto l’edificio anche in zone a basso rischio, nonché all’insufficienza dei bonus volumetrici per la demolizione e ricostruzione».

LAZIO 2010 • DOSSIER • 193


ZONE FRANCHE URBANE

Un’opportunità per le imprese e un incentivo per il lavoro Velletri e Sora rientrano nelle Zfu, zone franche urbane individuate dal ministero dello Sviluppo economico a livello per rilanciare grandi, medie o piccole città depresse. Un’opportunità rileva il sindaco di Velletri, Servadio. Molte le criticità rilevate dal primo cittadino di Sora Casinelli nel decreto Milleproroghe che ha modificato l’attuazione della Zfu. È il classico «pasticcio all’italiana», accusa Casinelli Federica Gieri

l grimaldello per il rilancio economico di Velletri e Sora è la Zfu. Tre lettere che rappresentano l’opportunità per i due comuni, il primo romano e il secondo del Frusinate, di essere annoverati tra le 22 zone franche urbane

I

Sopra, il ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola e il sindaco di Velletri Fausto Servadio

194 • DOSSIER • LAZIO 2010

individuate dal ministero dello Sviluppo economico a livello di grandi, medie o piccole città depresse. Realtà urbane che, grazie al lavoro del dicastero guidato da Claudio Scajola, avranno diritto a incentivi, agevolazioni fiscali e previdenziali, per una cifra pari a 50 milioni l’anno, da destinare a nuove attività economiche, soprattutto piccole e micro imprese costituite entro il 2009. Insomma una vera occasione per invertire la rotta che gli imprenditori, auspica il sindaco di Velletri Fausto Servadio, «dovranno saper cogliere per intraprendere nuove iniziative; impiantare nuove attività, svilupparle e consolidarle nei tempi di durata dei benefici previsti. La Zfu ci aiuta, quindi, a guardare nella prospettiva di un sistema di lavoro organizzato (distretto produttivo) sul quale confidiamo il vero rilancio della nostra economia». Primo obiettivo, per il sindaco veliterne è, dunque, «rivitalizzare l’area in-

dividuata, quella a Sud della città, con l’insediamento di nuove attività produttive». Ma non solo perché il progetto elaborato ha il suo punto di «forza nell’integrazione tra le agevolazioni previste per le Zfu e gli interventi infrastrutturali pianificati da Comune e Regione per accompagnare il recupero economico della zona interessata: bretella autostradale CisternaValmontone, raddoppio asse viario Roma-Latina e accelerazione dell’iter procedurale per le due zone artigianali previste dal Prg». È evidente che i circa 2 milioni di euro destinati per il 2008 e 2009 dal ministero a Velletri «costituiranno una boccata d’ossigeno per la nostra economia che troverà in queste agevolazioni il volano per trainare anche altre imprese non situate nella zona franca urbana. Ci attendiamo, soprattutto, un risvolto positivo per l’occupazione, in particolare quella giovanile, poiché la stessa legge


Sora e Velletri

A fianco, uno scorcio del comune di Sora e il suo primo cittadino Cesidio Casinelli

impone alle nuove imprese di assumere, almeno il 30% di personale residente nel sistema lavoro di Velletri». Certo non mancano criticità, osserva il sindaco di Velletri: «I ritardi che purtroppo stiamo incontrando nell’attuazione del provvedimento da parte del governo alimentano forti perplessità da parte degli imprenditori e temiamo che questo possa determinare un clima di generale sfiducia. Del resto gli atti emanati dal governo in materia di Zfu sono contraddittori e confusi nell’interpretazione. Confidiamo che i decreti attuativi, attesi come la manna dagli addetti ai lavori, facciano chiarezza». Ancora più tranchant nel giudizio il sindaco di Sora Cesidio Casinelli che parla di «pasticcio all’italiana al quale si dovrà cercare di rimediare nei tempi stretti dell’iter di conversione del decreto legge». Il nodo, per Casinelli è da ricercare «nelle agevolazioni e nelle esenzioni previste dalla norma originaria

trasformate (nel decreto Milleproroghe, ndr) in un unico contributo parametrato all’ammontare dei contributi previdenziali dovuti sulle retribuzioni del lavoro dipendente e all’imposta comunale sugli immobili. Il decreto – evidenzia il primo cittadino di Sora – abroga così sia le norme che prevedevano i benefici fiscali per imposte dirette e Irap sia quello dell’esenzione sull’Ici in quanto l’imposta comunale sugli immobili sembrerebbe influire, insieme ai contributi previdenziali, solo sul valore del parametro. Per il resto, al di là di ogni considerazione sul grande impoverimento dei meccanismi di aiuto, va anche rilevato come il testo coordinato della normativa originaria, con le modifiche introdotte, lasci diversi punti di ambiguità e procedure di non facile attuazione. Infatti, lascia invariate le agevolazioni, nell’ambito del de minimis, per le aziende insediate nelle Zfu in data antecedente al gennaio



I circa 2 milioni di euro destinati per il 2008 e 2009 a Velletri per la Zfu costituiranno un boccata d’ossigeno per la nostra economia che troverà in queste agevolazioni il volano per trainare anche altre imprese non situate nella Zona franca urbana. Ci attendiamo, soprattutto, un risvolto positivo per l’occupazione, in particolare quella giovanile



Fausto Servadio

2008. Ma tali agevolazioni sembrerebbero in netta contraddizione con il contributo concesso alle nuove attività. Infine il decreto abroga anche la precedente previsione dell’emanazione di un decreto ministeriale attuativo, ma sicuramente la norma risultante non sembra sufficiente a garantire una immediata applicabilità, anche in riferimento alla individuazione del parametro a cui commisurare il contributo».

LAZIO 2010 • DOSSIER • 195


Parte il decreto sul nucleare ora serve l’intesa sull’individuazione dei siti Il governo approva in via preliminare i criteri per definire l’idoneità potenziale dei territori a ospitare impianti nucleari. «Tutte le procedure sono caratterizzate dalla più scrupolosa attenzione per i profili di carattere ambientale», sottolinea il sottosegretario allo Sviluppo economico con delega all’Energia Stefano Saglia Francesca Druidi 200 • DOSSIER • LAZIO 2010

n ulteriore passo avanti nel ritorno all’atomo in Italia. Lo ha segnato nel dicembre scorso l’approvazione in via preliminare, da parte del Consiglio dei ministri, dello schema di decreto legislativo che, come evidenzia il sottosegretario allo Sviluppo economico con delega all’Energia Stefano Saglia, «at-

U

traverso la definizione degli iter procedurali e delle competenze dei diversi soggetti, istituzionali e non, stabilisce il framework normativo per consentire il ritorno al nucleare del nostro Paese». Le procedure autorizzative riguardano sia i criteri di localizzazione che la strategia nucleare, oltre all’autorizzazione puntuale per la realizzazione e


Stefano Saglia

l’esercizio di ogni singolo impianto. Il decreto non sancisce una “mappatura” del territorio, ma i requisiti cui dovranno rispondere le proposte dei singoli operatori. «Tra i criteri generali – prosegue Saglia – vi sono le caratteristiche in termini sismici, geofisici e geologici, nonché di accessibilità dell’area, distanza da centri abitati e infrastrutture di trasporto, disponibilità di risorse idriche, valore architettonico e paesaggistico». Come verranno tutelate nello specifico le persone e l’ambiente? «Tutta la procedura di localizzazione degli impianti è caratterizzata, sin dall’inizio, dalla più ampia partecipazione dell’opinione pubblica, attraverso lo svolgimento di una consultazione pubblica, e dalla più scrupolosa attenzione per i profili di carattere ambientale, attestata dall’effettuazione della Valutazione di impatto ambientale. Tra le caratteristiche delineate dello schema di decreto, alla base dei requisiti che l’Agenzia per la sicurezza nucleare dovrà definire nei prossimi mesi, vi sono il rispetto dei più elevati livelli di sicurezza dei siti, la tutela della salute della popolazione e la protezione dell’ambiente, come si può vedere dall’articolo 8 dello schema di decreto legislativo». In che modo le Regioni saranno coinvolte nell’individuazione dei siti e nella realizzazione degli impianti? «Tutte le procedure, anche

preliminari all’identificazione dei siti, sono caratterizzate dalla più ampia partecipazione delle Regioni, degli enti locali e dell’opinione pubblica. Non solo, secondo il decreto, è previsto anche che la Regione interessata esprima la propria intesa per la certificazione dei singoli siti e che presso i territori che abbiano un sito certificato, ossia idoneo per la realizzazione di un impianto nucleare, sia istituito un “Comitato di confronto e trasparenza”, volto a garantire alla popolazione l’informazione, il monitoraggio e il confronto pubblico sulle procedure autorizzative, la realizzazione, l’esercizio e la disattivazione degli impianti nucleari, così come sulle misure di protezione sanitaria dei lavoratori e della popolazione e la salvaguardia dell’ambiente». Come appianare le perplessità delle Regioni che hanno presentato ricorso contro il nucleare, nonostante gli incentivi attribuiti per il 10% alle Province interessate, per il 55% ai Comuni e per il 35% alle amministrazioni limitrofe? «L’informazione continua e il coinvolgimento della Regione nelle fasi decisionali, attraverso lo strumento forte dell’intesa, garantiscono che nessuna scelta sarà effettuata al di sopra e a prescindere dalla volontà delle amministrazioni territoriali, con cui il governo e gli operatori industriali intendono avere un confronto aperto, come del resto avviene



Tra i criteri generali che devono soddisfare le aree destinate a ospitare le centrali, vi sono le caratteristiche in termini sismici, geofisici e geologici, nonché di accessibilità dell’area, distanza da centri abitati e infrastrutture di trasporto, disponibilità di risorse idriche, valore architettonico e paesaggistico



già per tutte le infrastrutture energetiche di rilievo strategico. Gli incentivi economici destinati agli enti locali non il sottosegretario sono un sostituto del con- Sopra, allo Sviluppo economico senso o delle garanzie am- con delega all’Energia Saglia. In bientali, ma un elemento in Stefano apertura, un’immagine più da tenere in considera- della centrale nucleare Latina, in funzione dal zione per assicurare ricadute di1963 al 1987, dal 1999 positive per i territori interes- di proprietà di Sogin sati». Quali sono le principali  LAZIO 2010 • DOSSIER • 201


POLITICHE ENERGETICHE

NUCLEARE: MAGGIOR INFORMAZIONE E NORME PIÙ CHIARE Per ridurre la dipendenza energetica dell’Italia dai combustibili fossili, il nucleare rappresenta una soluzione che non può essere rigettata a priori e ideologicamente. Lo spiega Alessandro Clerici, presidente della Federazione delle associazioni scientifiche e tecniche er rendere efficace in Italia un piano nucleare occorrono un’informazione capillare e diffusa e un coacervo di leggi chiare e dettagliate relative a tutto il ciclo di vita del nucleare. Lo sottolinea Alessandro Clerici, presidente di Fast e presidente onorario del Wec Italia, il Consiglio mondiale dell’energia (nella foto). Come si presenta la situazione in Italia rispetto ad altri Paesi? «A seguito dell’abbandono di ogni attività nucleare dopo il referendum del 1987, un piano nucleare in Italia comporta procedure e tempi più lunghi rispetto a paesi che hanno in servizio centrali nucleari nell’ambito di leggi ben collaudate. Dobbiamo, infatti, rendere funzionante una competente e riconosciuta autorità/agenzia e approvare leggi e relativi decreti di dettaglio, che vanno

P

dall’autorizzazione del sito della centrale all’autorizzazione per costruzione ed esercizio e al suo smantellamento a fine vita, oltre ai depositi nazionali di scorie radioattive. I nuovi reattori sono forniti per funzionare 60 anni, si parla quindi di un ciclo di quasi un secolo per una centrale. Il tutto richiede chiare definizioni dei compiti delle varie istituzioni coinvolte e un approccio trasparente e bipartisan». Come valuta l’approccio fino a questo momento adottato dal governo? «Da una parte è forse realistico, tenendo conto della frattura ideologica nel paese sul nucleare, dall’altra abbastanza carente fino a ora per quel che concerne una campagna informativa, non ideologica e capillare, e un orientamento bipartisan. Il decreto legislativo dello scorso 21 dicembre riporta



egregiamente tutte le problematiche che devono essere affrontate per un piano nucleare nel suo lungo ciclo di vita, rimandando come da consuetudine tutta italiana a decreti applicativi di dettaglio, che ci si augura possano essere emessi nei tempi previsti, coinvolgendo le istituzioni nazionali e locali e tutti i principali stakeholder. Esistono chiaramente alcuni punti da definire meglio e affinare». Lei vede nel futuro un’integrazione tra il nucleare e le energie rinnovabili? «Considerando gli sviluppi futuri delle tecnologie e delle legislazioni ambientali, tutte le fonti energetiche debbono essere tenute in adeguata considerazione e nessuna deve essere idolatrata o demonizzata. Nucleare e rinnovabili non sono in antitesi: il nucleare fornisce l’indispensabile energia elettrica di base, programmabile per sopperire con con-

caratteristiche ambientali e tecniche che devono soddisfare le aree destinate a ospitare le centrali? «Lo schema di decreto legislativo approvato in via preliminare prevede che l’Agenzia per la sicurezza nucleare proponga, coerentemente con la strategia nucleare del governo e sulla base di dati tecnicoscientifici predisposti da enti pubblici di ricerca, specifici parametri relativi alle caratteristiche ambientali e tecniche cui devono rispondere le aree del territorio nazionale per essere idonee a ospitare un sito nucleare. La proposta dell’Agenzia sarà, quindi, presentata al ministero dello Sviluppo economico, al ministero dell’Ambiente e al

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ministero delle Infrastrutture. Il procedimento di definizione e approvazione dei parametri è ispirato alla massima trasparenza e partecipazione, prevedendo la possibilità per tutti i soggetti portatori di interessi, compresi Regioni ed enti locali, di partecipare al procedimento stesso con la formulazione di osservazioni e proposte tecniche di cui sarà data evidenza con la pubblicazione attraverso siti internet». Molti ritengono che la lista dei siti prescelti ricalcherà quella delle vecchie centrali nucleari. Può fare qualche anticipazione al proposito? «Al momento attuale, non è possibile e serio fare alcuna


Stefano Saglia

tinuità alle richieste di industrie e famiglie, mentre le rinnovabili danno energia se c’è vento o sole e necessitano, quindi, di adeguata riserva. Dopo eventuali brevi periodi di incentivi iniziali, le differenti tecnologie guadagneranno la loro quota di mercato in funzione dei loro costi, includendo quelli ambientali». Perché è importante affiancare la realizzazione di centrali di terza generazione con un percorso parallelo di ricerca sulla quarta? «I possibili reattori di quarta generazione avranno il notevole vantaggio di ridurre di circa cento volte il consumo di uranio per produrre la stessa quantità di energia elettrica riducendo della stessa entità le scorie radioattive. Vari progetti sono allo studio con prototipi sperimentali disponibili forse tra oltre un decennio e realizzazioni con taglie commerciali ipotizzabili per il 2040. Se si vogliono realizzare delle centrali nucleari oggi e nel prossimo futuro, esse sono solo quelle della 3° generazione, come quelle in costruzione o considerazione in vari paesi industrializzati tra cui Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Russia, Giappone e in via di industrializzazione come Cina, Corea. Occorre però inquadrare la quarta generazione in un percorso parallelo di ricerca e sviluppo, per non trovarci ancora fra qualche decennio completamente dipendenti da soluzioni tecnologiche sviluppate all’estero».

A sinistra, un particolare della centrale nucleare di Latina di Sogin, un impianto di tecnologia inglese a gas grafite, GCRMagnox. La sua costruzione, da parte dell’Eni, è iniziata nel 1958. Dopo appena quattro anni, nel maggio 1963, prima tra le centrali nucleari italiane, ha iniziato a produrre energia elettrica

anticipazione in merito a possibili siti per le centrali nucleari. Dopo che saranno stati approvati i requisiti per i siti, i soggetti interessati, ossia coloro che vorranno costruire una centrale nucleare, potranno presentare al ministero dello Sviluppo economico e all’Agenzia per la sicurezza nucleare istanza per la certificazione dei siti. Si avvierà così l’iter per la certificazione dei siti, o meglio per la procedura autorizzativa degli impianti, procedura articolata che, secondo il decreto legislativo, prevede diversi step con il coinvolgimento e la partecipazione non solo dei singoli ministeri interessati e dell’Agenzia, ma anche delle Regioni e degli enti locali, non-

ché della Conferenza unificata. Secondo la tempistica dello schema di decreto, la definizione delle caratteristiche dovrebbe essere effettuata entro l’estate del 2010». Quali sono gli step fondamentali che ancora mancano alla costruzione nel 2013 della prima centrale nucleare? «Il primo e prossimo step è l’approvazione dello Statuto per l’Agenzia per la sicurezza nucleare e la nomina dei componenti. Subito dopo, sarà approvato anche il regolamento, affinché l’Agenzia possa iniziare la sua attività. Seguirà l’approvazione definitiva dello schema di decreto legislativo approvato il 22 dicembre 2009. Vi sarà poi la defini-

zione, da un lato, della strategia nucleare del Paese e, dall’altro, quella delle caratteristiche dei siti. Inizieranno, quindi, le procedure di valutazione ambientale sulla strategia e sulle caratteristiche dei singoli siti per arrivare alla presentazione di istanza per la certificazione del sito da parte dell’Agenzia, necessaria per conseguire l’intesa con la regione interessata e con la Conferenza Unificata Stato Regioni. Dopo la certificazione, si avvierà l’istanza per la costruzione e l’esercizio dell’impianto, con la procedura di via, l’istruttoria tecnica dell’Agenzia, che si concluderà con la Conferenza dei servizi e il rilascio dell’Autorizzazione unica». LAZIO 2010 • DOSSIER • 203


POLITICHE ENERGETICHE

L’incoscienza ambientale ha i minuti contati Il miglioramento e il rispetto dell’ambiente sono fattori di crescita economica. Soprattutto in uno scenario come quello attuale, pressato dalle risorse tradizionali ormai scarse. I convegni organizzati dall’avvocato Maria Cristina Lenoci offrono spunti di riflessione in questa direzione Leonardo Testi

a tutela e il diritto ambientale vanno oggi intesi come volano di sviluppo e di rilancio occupazionale. È uno dei fili conduttori che ha attraversato il convegno nazionale itinerante “Ambiente è Sviluppo”, patrocinato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e dal Ministero dell’Ambiente. Nel corso dei tre appuntamenti, svoltisi tra aprile e maggio 2009, rappresentanti istituzionali e operatori del settore hanno esaminato, con punti di vista trasversali, gli aspetti

L

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giuridici ed economici della materia ambientale. Il convegno di Roma “Ambiente In-formazione” del 20 gennaio 2010 costituisce l’occasione per presentare la raccolta degli atti di “Ambiente è Sviluppo”, tracciando conclusioni e lanciando possibili traiettorie di evoluzione su tematiche più che mai al centro dell’agenda internazionale. A organizzare gli eventi è l’avvocato Maria Cristina Lenoci, che traccia un bilancio del ciclo di convegni, tenutisi a Taranto, Riomaggiore e Siracusa. È soddisfatta delle riflessioni emerse dalle sessioni di lavoro tenutesi nel 2009? «S��, è stato raggiunto un risultato positivo, innanzitutto per l’interesse suscitato dalle iniziative che è stato altissimo. Sono state toccate numerose problematiche legate all’ambiente, tra cui l’energia, i rifiuti e l’inquinamento, coinvolgendo non solo operatori tecnici e giuridici ma anche l’ambito imprenditoriale: a Siracusa è intervenuto il presidente di Confindustria regionale Lo Bello, partecipante anche al confronto di gennaio. Il mio obiettivo è proseguire nell’organizzazione di iniziative convegnistiche in materia, come del resto l’ultimo appuntamento di Roma, che mirino a far intersecare argomenti di diritto e tutela ambientale con aspetti che riguardano diversi settori produttivi e attività socio-economiche. Lo scopo è quello di dare un taglio sempre più pragmatico a questi eventi, calando i grandi temi nella realtà con esempi concreti di inizia-


Riflessioni

NON SOLO AMBIENTE Tra le questioni di maggior rilievo afferenti al diritto ambientale, vi sono le controversie relative alle concessioni per l’installazione di impianti eolici, anche offshore, e alle autorizzazioni allo stoccaggio dei fanghi di dragaggio. Ma lo Studio Legale Lenoci si occupa di consulenza e assistenza legale sia giudiziale che stragiudiziale, in tutto il territorio nazionale e soprattutto in Lazio, in molti settori del diritto amministrativo attinenti nello specifico a contratti di appalti pubblici, urbanistica, edilizia, antitrust e diritto sanitario. Particolarmente significativo è l’impegno dello studio sulle questioni e i relativi contenziosi afferenti alla determinazione dei c.d. “tetti di spesa” e delle tariffe per la remunerazione delle prestazioni da erogarsi in regime di accreditamento con il Servizio sanitario nazionale.

In apertura, l’avvocato Maria Cristina Lenoci cristinalenoci@studiolenoci.net

tive imprenditoriali foriere di uno sviluppo sostenibile». Quali sono i principali orizzonti normativi in cui si muove il diritto ambientale? «Si tratta di un momento normativo importante per l’Italia. Un momento di discussione sollecitato anche da Papa Benedetto XVI che, a partire dall’enciclica Caritas in Veritate, ha affrontato in diversi interventi il tema della coscienza ecologica. Emblematico è il titolo di uno dei suoi messaggi, “Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato”, che esalta il riferimento all’ambiente naturale come creato, sottolineando il concetto di responsabilità degli uomini. Uomini che non devono considerare la natura come un tabù inviolabile, ma come una risorsa da poter impiegare al meglio, pur nel rispetto degli equilibri dell’ecosistema naturale». Dalle indicazioni del Papa sembra prendere avvio lo spunto per sviluppare una vera e propria “ecologia umana”. «E non è un caso che sia al lavoro una commissione ad hoc nell’ambito del Ministero dell’Ambiente, con l’obiettivo di aggiornare e completare l’attuale normativa ambientale segnata dal decreto legislativo n.152/2006. Anche la Corte Costituzionale è intervenuta con

recentissime sentenze, delineando il confine tra competenze statali e competenze regionali. La materia è, quindi, in costante evoluzione. A mio avviso è innanzitutto necessario semplificarla, snellendo la burocratizzazione delle procedure di rilascio delle autorizzazioni. Uno degli intenti delle iniziative convegnistiche è proprio quello di creare sinergie e forme di collaborazione tra legislatore, istituzioni e mondo imprenditoriale». Può fornirci un esempio concreto? «Si registrano iniziative interessanti in tutta Italia. Il comitato scientifico dei convegni ha contribuito a creare l’associazione non profit “Low Impact”, che aggrega soggetti pubblici, aziende e privati cittadini particolarmente virtuosi in tema di risparmio ambientale. Grazie all’analisi delle loro attività si sono delineati i criteri classificatori del Low Impact, una serie di regole il cui rispetto consente di affermare l’esistenza di un impegno in questa direzione. L’associazione ribadisce l’importanza di una coesistenza strategica tra salvaguardia dell’ambiente, sviluppo tecnologico ed economico. Oggi fare scelte che mettano sempre più in primo piano l’ambiente è possibile ed è un messaggio qualificante per chiunque voglia impegnarsi in tal senso». 2010 • DOSSIER LAZIO • 205


Formazione cura e ricerca

CESARE CURSI Il presidente della Consulta Sanità del Pdl analizza i deficit del sistema sanitario laziale

NUOVE TECNOLOGIE Marco Marchetti del Policlinico Gemelli spiega perché ormai la medicina non può fare a meno dell’high tech

AIFA Il presidente dell’Associazione italiana del farmaco Sergio Pecorelli illustra le funzioni e l’attività dell’agenzia che vigila sui farmaci


DEFICIT SANITARIO

Sanità Lazio bisogna correre L ai ripari La sanità grava per il 7,9% del Pil laziale. La Regione spende undici miliardi di euro l’anno e ne incassa nove. Inevitabile, avverte Cesare Cursi, senatore Pdl si crei un «disavanzo strutturale» difficile da recuperare con misure ordinarie. Al punto che il governo ha commissariato la sanità laziale Federica Gieri

Cesare Cursi, senatore che il Pdl ha scelto quale responsabile nazionale Salute e Affari sociali

208 • DOSSIER • LAZIO 2010

a sanità laziale? È un “malato terminale” che ha bisogno di potenti antibiotici. La qualità delle prestazioni offerte risente in modo esponenziale dell’organizzazione del sistema in forte crisi per mancanza di lungimiranza politica e di scelte di carattere strutturale». Tranchant. Del resto non può essere altrimenti poiché, osserva Cesare Cursi, senatore che il Pdl ha scelto quale responsabile nazionale Salute e affari sociali, «il Lazio spende circa 11 miliardi di euro l’anno per il proprio sistema sanitario e ne incassa circa 9. Il che ha generato un disavanzo strutturale di circa 2 miliardi di euro l’anno che appare difficile da recuperare con misure ordinarie». Al punto che la Regione, in virtù della sua non politica sanitaria, è stata commissariata. Quanto si mangia la sanità del bilancio? «La Regione investe in sanità circa il 7,9% del proprio Pil contro poco più del 5,5% di Lombardia e Veneto e il 10% di Campania e Sicilia. Questo dimostra con chiarezza che la buona sanità non dipende solo dalle risorse a disposizione (anzi sembra il contrario), ma dal modello socio-assistenziale a disposizione». Perché alle risorse ingenti non corrisponde un alto livello qualitativo dei servizi? «Ogni Regione ha il compito di ottimizzare ciò di cui dispone. La Lombardia, ad esempio, con un’alta concentrazione di privato in convenzione, ha creato un sistema in cui l’Asl diventa il giudice terzo delle prestazioni da richiedere sia al pubblico che al privato in convenzione in un effettivo mercato dettato dalle regole della concorrenza. Nel Lazio, invece, pur avendo più o meno la stessa architettura assistenziale, si è incentivato il pubblico che costa di più e produce deficit. E si è penalizzato il privato in convenzione con tagli addirittura selvaggi. È, quindi, necessario un intervento di ristrutturazione straordinaria del sistema che sappia adeguare l’offerta in base ai protagonisti in campo. Per questo il privato in convenzione può garantire quei risul-


Cesare Cursi

tati già ottenuti in altre regioni. Il privato offre, a parità di qualità delle prestazioni, costi inferiori fino al 35% rispetto al pubblico e quindi va incentivato. Problema diverso è l’esistenza di microstrutture che vanno in qualche modo riorganizzate per ottimizzare la qualità dei servizi offerti». Per pareggiare il deficit, la Regione dovrà ritoccare dello 0,15% l’Irap e dello 0,30% l’addizionale Irpef perché devono pagare i cittadini? «È quanto stabilisce l’attuale normativa per le Regioni soggette ai vincoli del Piano di rientro che, seppur all’apparenza iniqua, pone però un limite preciso all’eccesso di spesa di una Regione di fronte alle scelte, a volte dolorose e impopolari, delle altre. Ancor più ingiusto appare l’innalzamento dell’Irap perché penalizza i settori produttivi. Ai cittadini rimane l’arma che offre ogni democrazia: mandare a casa gli amministratori non in grado di governare». Il Piano di rientro come si articola? «Il Piano di rientro per il 2009 vede, a fronte di un disavanzo tendenziale di 2.076 milioni di euro, una manovra del commissario ad acta per circa 680 milioni di euro, l’85% dei quali incentrata solo su tagli ai privati e alle strutture religiose. Il Tavolo tecnico di verifica è fermo di fatto all’aprile scorso, perché le successive riunioni hanno certificato la incapacità della Regione La-

zio a centrare gli obiettivi previsti dal Piano di rientro il che ha precluso l’ulteriore svincolo di fondi destinati alla premialità di fondi nazionali». Cosa occorre per invertire la rotta? «Immaginare il servizio sanitario non come un serbatoio di voti o risorse finanziarie a disposizione di questo o di quell’amministratore locale, bensì un sistema complesso di attività rivolte alla cura e salute del cittadino la cui gestione deve per forza essere affidata a mani esperte. In poche parole non scelte politiche, ma basate su consolidati requisiti professionali».

In alto, la Regione Lazio

LAZIO 2010 • DOSSIER • 209


L'INDUSTRIA DEI FARMACI

Prodotti farmaceutici ecco perchè i generici costano meno Valuta qualità, sicurezza, efficacia e appropriatezza dei medicinali. Garantisce l’equità nell’accesso alle cure e favorisce gli investimenti in R&S premiando l’innovatività. Sergio Pecorelli, presidente dell’Aifa, illustra le dinamiche che garantiscono il corretto funzionamento dell’assistenza sanitaria. E assicura: «con il sostegno del Parlamento la nostra attività riceverà un nuovo impulso» Giusi Brega

on la salute non si scherza. Per questo nessun farmaco può essere commercializzato se prima non ne siano state dimostrate qualità, efficacia e sicurezza. Un lavoro impegnativo che non permette margini di errore. A garanzia della sicurezza d’uso dei medicinali già immessi in commercio opera invece la farmacovigilanza, che effettua il monitoraggio continuo delle segnalazioni di reazioni avverse al fine di identificare tempestivamente eventuali segnali di rischio. Il lavoro svolto dall’Aifa per garantire la qualità in ambito farmaceutico «è molto impegnativo» - sottolinea il presidente dell’Associazione italiana del farmaco Sergio Pecorelli. «Un’attivita – continua – sino a oggi particolarmente gravosa a causa delle risorse di personale limitate, ma che con l’ampliamento della pianta organica concesso dal Parlamento avrà un ulteriore nuovo impulso». E, fugando ogni dubbio sulla qualità e sicurezza dei farmaci equivalenti, conferma l’importanza di incentivarne l’utilizzo che garantisce indiscussi benefici «che generano risparmi investibili sia

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214 • DOSSIER • LAZIO 2010

nell’innovazione sia per continuare a garantire l’elevato livello di copertura ed equità». Quanto impegna, in termini di investimenti e risorse, garantire la qualità dei farmaci in Italia? «La qualità costituisce un requisito irrinunciabile per raggiungere livelli sempre più elevati di efficienza, efficacia e sicurezza nel-

Nella foto, il presidente dell’Associazione italiana del farmaco Sergio Pecorelli


Aifa

l’erogazione dell’assistenza sanitaria in generale, e farmaceutica in particolare, poiché a essa sono strettamente correlati i principi di equità nell’accesso alle cure e di unitarietà del sistema farmaceutico, di promozione della ricerca indipendente, di monitoraggio e appropriatezza dei percorsi terapeutici, di farmacosorveglianza e di aggiornamento sistematico delle competenze professionali. Deve, dunque, essere considerata quale elemento fondante per la tutela del diritto di ogni cittadino, ovunque risieda, a essere curato con farmaci innovativi, appropriati e sicuri. Da ciò discende la necessità di operare un controllo e un monitoraggio continuo attraverso interventi diversificati che accompagnino il farmaco in tutto il suo ciclo di vita, dalla fase preautorizzativa a quella di post marketing». Come funziona l’attuale sistema di sicurezza e vigilanza sui farmaci? «Il sistema di sicurezza e vigilanza sui farmaci governato dall’Aifa coinvolge anche, con ruoli diversi, i centri regionali di farmacovigilanza, i responsabili di farmacovigilanza

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ANNI La durata media dell’iter procedurale per lo sviluppo di un nuovo farmaco, dalla scoperta alla entrata in commercio

delle strutture sanitarie pubbliche e delle aziende farmaceutiche, e tutti i segnalatori, operatori sanitari, quindi medici, farmacisti e infermieri, ma anche privati cittadini, vale a dire tutti coloro che segnalano l’insorgenza di una sospetta reazione avversa a farmaci in modo che possa essere registrata, e quindi valutata, nella Rete nazionale di farmacovigilanza italiana allo scopo di aggiornare continuativamente il profilo beneficio/rischio dei farmaci che vengono utilizzati nella pratica clinica corrente. Si tratta quindi di una rete capillare di persone che lavora quotidianamente su tutto il territorio italiano. Va sottolineato che le attività di farmacovigilanza sono oggi effettuate in stretta collaborazione anche con le altre agenzie europee e con l’Agenzia europea dei medicinali, l’Emea, in un rapporto di continuo interscambio quotidiano delle informazioni, anche attraverso Eudravigilance, la banca dati europea che contiene tutte le segnalazioni di reazioni avverse gravi da ogni Paese dell’Unione, e di condivisione delle relative valutazioni. Inoltre, tramite l’Emea, l’attività si svolge anche  LAZIO 2010 • DOSSIER • 215


L'INDUSTRIA DEI FARMACI

SPERIMENTAZIONE E RICERCA PER AIFA

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overnare e introdurre interventi normativi correlati alla sperimentazione clinica dei medicinali sono ambiti di attività previsti dalla mission dell’Aifa. Negli ultimi anni numerosi sono stati gli interventi normativi mirati a standardizzare e armonizzare il modo di fare ricerca nel nostro Paese. Fino a non molto tempo fa l’Italia scontava un ritardo importante nelle procedure. Oggi le cose stanno rapidamente cambiando: abbiamo recuperato molto anche nelle fasi precoci di sviluppo dei farmaci che rappresentano il vero know how scientifico per utilizzare al meglio i farmaci del futuro. L’Aifa ha tra i suoi obiettivi strategici anche la promozione di studi indipendenti sul farmaco e dal 2005 i bandi di ricerca dell’Aifa rappresentano un appuntamento importante e atteso da tutti i ricercatori nazionali afferenti a strutture pubbliche. Questi bandi sono resi possibili da risorse provenienti dalle aziende produttrici di farmaci grazie a una apposita legge che garantisce all’Aifa il 5% delle somme spese dalle aziende stesse per le loro attività di promozione. A fronte di un investimento significativo di decine di milioni di euro in questi anni la risposta da parte dei ricercatori nazionali è stata impressionante: oltre mille sono stati i progetti presentati e, ad oggi, 145 di questi hanno superato l’esame di severe commissioni di valutazione e hanno ricevuto il supporto finanziario necessario per la loro esecuzione. Arrivati i primi risultati degli studi si approfondirà il loro impatto nella realtà terapeutica quotidiana.

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La qualità costituisce un requisito irrinunciabile per raggiungere livelli sempre più elevati di efficienza, efficacia e sicurezza nell’erogazione dell’assistenza sanitaria in generale, e farmaceutica in particolare





in collaborazione con l’Organizzazione mondiale della Sanità e l’Fda americana. Oltre a essere incentrata sulla rilevazione e analisi delle sospette reazioni avverse ai farmaci, l’attività di farmacovigilanza comprende anche tutta l’attività di approfondimento della conoscenza del rischio terapeutico e di informazione e formazione degli operatori sanitari sul corretto uso dei farmaci». Il prezzo dei farmaci italiani è considerato tra i più elevati d’Europa. È così? «Non esiste una metodologia univoca di comparazione del prezzo dei farmaci condivisa dalla comunità scientifica internazionale; quindi, di fatto, qualunque confronto internazionale dei prezzi è soggetto a critiche nella metodologia utilizzata. Inoltre, molti risultati dipendono dal punto di vista di chi li genera e diffonde: l’industria con i suoi i dati evidenzia l’opposto lamentando che i prezzi in Italia sono più bassi rispetto ad altri Paesi». Dunque, come viene stabilito il prezzo? «L’Italia è Paese di riferimento per ben nove Stati membri Ue. Ciò significa che i prezzi in Italia sono considerati un giusto punto di equilibrio; i prezzi dei nuovi farmaci, soprattutto quelli approvati con procedura centralizzata, tendono a essere estremamente allineati a livello europeo e sono sostanzialmente simili anche nei Paesi con livelli molto differenti di Pil; il sistema farmaceutico italiano sta godendo solo da pochi anni dei benefici derivanti dall’introduzione


Aifa

dei farmaci generici che generano risparmi investibili sia nell’innovazione sia per continuare a garantire l’elevato livello di copertura ed equità che caratterizza il nostro sistema farmaceutico e, più in generale, l’intero nostro Ssn». I farmaci generici costano meno. È solo il marchio a incidere sul prezzo? «L’efficacia e la sicurezza dei farmaci equivalenti devono essere le stesse dei farmaci originator. È per questo motivo che si investe anche sulle modalità di controllo delle bioequivalenze, sia in termini di sicurezza che di efficacia. A essere diverso è il prezzo che per legge deve essere inferiore almeno del 20% rispetto all’originator. Di fatto, in Italia si è arrivati a riduzioni anche del 40-60% che hanno permesso sostanziali risparmi nella spesa farmaceutica da reinvestire, come prevede la legge italiana, nell’innovazione». Quali sono, dunque, le caratteristiche che intervengono nella differenziazione di prezzo tra generico e originator? «Per comprendere le differenze di prezzo tra generico e farmaco “griffato” va detto che lo sviluppo di un nuovo farmaco è un processo lungo, in media di dieci anni, costoso e rischioso: delle molecole candidate a diventare nuovi farmaci solamente un numero molto ristretto completano il cosiddetto percorso dal banco del laboratorio al letto del paziente. Per questo ogni nuovo farmaco gode, a livello globale, di una copertura brevettuale che permette all’azienda di avere la proprietà esclusiva su quel farmaco e di generare profitti che servono anche a ripagare le spese di ricerca e sviluppo sostenute, sia per quel singolo farmaco che per le altre molecole in sviluppo. Alla fine della copertura brevettuale cessano i diritti di esclusiva e qualunque altra azienda acquisisce il diritto di registrare e commercializzare il farmaco di cui è scaduto il brevetto. Poiché un’azienda genericista ha costi di ricerca e sviluppo molto minori rispetto all’azienda originatrice, il prezzo dei farmaci generici può essere di fatto limitato al solo costo di produzione». LAZIO 2010 • DOSSIER • 217


MEDICINA E HIGH-TECH

Policlinico Gemelli l’hi-tech al servizio della medicina Nata per rispondere alla necessità tecnologiche del Policlinico Gemelli, in dieci anni l’Unità di valutazione delle tecnologie, il cui responsabile è Marco Marchetti, è cresciuta al punto da vedersi affidata anche i processi di valutazione nel campo di medical device, dei test diagnostici, dei farmaci innovativi oltre che dei processi clinico-organizzativi Federica Gieri

tra le poche realtà a operare nell’ambito dell’Health technology assessment. Un’eccellenza, dopo quasi un decennio dalla sua creazione, che può vantare «un bilancio molto positivo per l’aumento dei livelli di appropriatezza di utilizzo delle tecnologie e la realizzazione di ricerche sull’Hta di portata nazionale e internazionale». Parola di Marco Marchetti che dell’Unità di valutazione delle tecnologie (Uvt) del Policlinico Gemelli è responsabile. «L’Uvt – ricorda il medico – è nata nel 2001 per rispondere alla necessità, considerata la carenza di risorse, di identificare i reali bisogni in tecnologia dell’ospedale dell’Università Cattolica, diretto da Cesare Catananti, e promuovere così la qualità e l’appropriatezza delle prestazioni». In pratica compito dell’Unità era, ed è, di «supportare la realizzazione dei piani d’investimenti in tecnologie elettromedicali». Un ambito in cui s’intreccia «lo sviluppo dell’attività di ricerca sull’Health technology assessment in collaborazione con la facoltà di Economia dell’Università Cattolica». Nel tempo, però, questa struttura è cresciuta al punto che, oltre la valutazione delle tecnologie elettromedicali, le sono stati affidati anche «i

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Nella foto, l’atrio del Policlinico Gemelli

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Policlinico Gemelli

processi di valutazione nel campo di medical device, dei test diagnostici, dei farmaci innovativi oltre che dei processi clinico-organizzativi». Avete partnership con l’estero? «L’Uvt del Gemelli fa parte dell’European network of health technology assessment che raggruppa le più rappresentative istituzioni del settore in Europa, oltre che dell’International network of agencies for health technology assessment, associazione che riunisce le agenzie nazionali di Hta. La nostra Uvt è stata la prima struttura ospedaliera a essere accettata nell’Inatha. Inoltre l’Uvt del Gemelli coordina, nella Società internazionale di health technology assessment, le attività sull’Hospital based Hta e, in collaborazione con l’Istituto di igiene della facoltà di Medicina e chirurgia e con il dipartimento di Organizzazione aziendale della facoltà di Economia della Cattolica, promuove con università canadesi e spagnole, l’International master’s program in Hta & Management». Come si piega l’high-tech all’uso medico? «Le valutazioni condotte dalla nostra Unità hanno la funzione di razionalizzare l’impiego delle risorse, ottimizzandone l’allocazione e garantendo l’introduzione nella pratica clinica di tecnologie d’avanguardia che siano utili per i pazienti nel rispetto del bilancio del Policlinico. Il nostro lavoro aiuta a discernere tra l’innovazione utile, che garantisce veri passi in avanti nel percorso assistenziale, e l’innovazione fine a se stessa, che invece non migliora realmente le capacità diagnostico-terapeutiche in ambito clinico». Quali sono le vostre eccellenze tecnologiche? «Per quanto riguarda le “grandi” tecnologie, non bisogna dimenticare il nuovissimo Centro Pet-Tc, così come il Centro di radioterapia. Tra le innovazioni in arrivo, gli strumenti della robotica applicata e, in un orizzonte temporale più lungo, le terapie geniche e quelle con cellule staminali». Quanto il supporto tecnologico diminuisce il rischio dell’errore umano? E soprattutto quanto influenza l’operato del medico? «La disponibilità di tecnologie aggiornate e sem-

BIOTECNOLOGIE, IL FUTURO DELLA RICERCA

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a Sapienza, ma anche Roma Due a Tor Vergata. Molti i corsi di laurea in Biotecnologie negli atenei della Capitale. Diverse le articolazioni. A La Sapienza, si comincia con il livello “base”: il corso di laurea in Biotecnologie nato dall’incontro tra le facoltà di Medicina I, Medicina II, Scienze matematiche fisiche e naturali e Farmacia. Salendo di grado, arriva il folto gruppo di lauree magistrali biotecnologiche che si ramificano nel campo farmaceutico, genominico e medico. Spostandosi a Tor Vergata, il corso specialistico in Biotecnologie «sostituisce dal punto di vista della preparazione – spiega il preside Giorgio Federici – i laureati in Scienze biologiche che non possedevano, nei loro curricula, una preparazione specifica legata alle nuove tecnologie applicate alla Medicina e alla Sanità». Si muove tra teoria e pratica di laboratorio il corso di Roma 2 che si conclude con una tesi di laurea sperimentale. E che, all’indomani dell’alloro, dà «la possibilità di inserirsi nelle strutture produttive» a cominciare da quelle del servizio sanitario nazionale.

pre più sicure permette, ovviamente, di abbassare il rischio dell’errore umano o di defaillance dei sistemi organizzativi, come, ad esempio, gli errori nella pratica clinica. L’introduzione di sistemi tecnologici sta certamente influenzando l’operato del medico nella definizione della diagnosi e nelle scelte terapeutiche. Un rischio da evitare, però, è quello che il medico si abitui a sostituire il ragionamento clinico con un utilizzo “massivo” e a volte non appropriato della tec-  LAZIO 2010 • DOSSIER • 219


MEDICINA E HIGH-TECH ASSOBIOMEDICA: FONDAMENTALE DEFINIRE LINEE GUIDA PER L’HTA Health Technology Assessment (Hta) rappresenta la soluzione migliore per conciliare l’equilibrio tra i crescenti bisogni di salute e la limitatezza delle risorse a disposizione. Grazie a un uso consapevole delle tecnologie fornisce, infatti, raccomandazioni sulle decisioni di politica sanitaria. Obiettivo dell’Hta deve essere quello di porsi come uno strumento a supporto delle scelte riguardanti l’impiego delle risorse, individuando quelle tecnologie e procedure sanitarie, che meritano ampia diffusione e quindi un’adeguata copertura finanziaria pubblica. Questa, in sintesi, la posizione sull’Hta di Assobiomedica, l’associazione di Confindustria che rappresenta i produttori del settore biomedico e diagnostico. «La valutazione delle tecnologie sanitarie e dei dispositivi medici non comporta, però, la razionalizzazione delle spese sanitarie – spiega Angelo Fracassi (nella foto), presidente di Assobiomedica – in quanto l’Hta vive anche di una dimensione sociale e considera quindi tutti i potenziali benefici per la qualità della vita dei pazienti, tenendo conto degli aspetti migliorativi che una tecnologia innovativa può offrire». Come già avviene in tutta Europa, prosegue Fracassi, prendendo spunto da una ricerca ad hoc commissionata da Assobiomedica all’Università Bocconi, «anche in Italia l’Hta dovrebbe essere uno strumento che porti alla definizione di linee guida, raccomandazioni, protocolli e non a schede per l’acquisto dei prodotti. Non esiste un modello perfetto in alcun Paese: l’Italia deve trovare una sua strada cercando di cogliere il meglio dalle esperienze dei paesi che si sono mossi prima. È fondamentale definire linee guida nazionali per l’Hta, a garanzia della rigorosità metodologica, della comparabilità dei risultati e della sostenibilità complessiva degli investimenti sottesi. Non bisogna tentare di omogeneizzare i beni, così facendo annulleremmo il valore aggiunto dell’innovazione tecnologica e scoraggeremmo la ricerca. Per questo Assobiomedica ritiene che un eventuale utilizzo dell’Hta per predeterminare il prezzo dei beni o rallentare l’ingresso dell’innovazione nel mercato ne rappresenterebbe un uso distorto».

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 nologia con un notevole impatto sui costi delle strutture e benefici dubbi per i pazienti». Il paziente è più tutelato dall’utilizzo di queste tecnologie? «Premesso che una delle dimensioni principali, insieme all’efficacia, che l’Hta valuta delle tecnologie è rappresentata appunto dagli aspetti legati alla sicurezza, sicuramente l’utilizzo di tecnologie specifiche avanzate contribuisce a ridurre la possibilità di errori. Va fatta, invece, una distinzione tra le tecnologie che promuovono la sicurezza delle procedure mediche e quelle che, come il caso delle “scatole nere”, mirano solo a implementare sistemi di controllo. Controllare senza aver prima sviluppato cultura e meccanismi di prevenzione rischia di favorire solo un aumento dei contenziosi medico-legali senza ridurre il rischio per i pazienti». La tecnologia presuppone una “gestione” differente del malato? «Sì, le nuove tecnologie non solo modificano le possibilità diagnostiche e terapeutiche ma, per poter essere utilizzate al meglio, impongono la realizzazione di processi assistenziali ottimizzati. L’introduzione di nuove tecnologie, ma non contestualizzate e integrate nei processi organizzativi delle strutture sanitarie, rischia di non produrre gli effetti auspicati con un aumento dei costi e l’effetto “cattedrali nel deserto”». L’Hta presuppone un approccio multidimensionale e multidisciplinare per l’analisi delle implicazioni medico-cliniche, sociali, organizzative, economiche, etiche e legali di una tecnologia. Quali sono i criteri che guidano le vostre scelte tecnologiche? «Se dovessimo semplificare al massimo i criteri che guidano le nostre scelte tecnologiche questi sono legati alla risposta alle seguenti domande: è realmente efficace? È necessaria per il nostro Policlinico e per i nostri pazienti? Quali costi devono essere sostenuti? All’interno di ognuna di queste domande si articolano tutte quelle valutazioni di tipo clinico, etico, sociale, organizzative, economiche e legali che sono proprie appunto dell’Hta. Le enormi potenzialità che le nuove tecnologie offrono alla medicina pongono dei problemi di tipo deonto-


Policlinico Gemelli



Le nuove tecnologie non solo modificano le possibilità diagnostiche e terapeutiche ma, per poter essere utilizzate al meglio, impongono la realizzazione di processi assistenziali ottimizzati. L’introduzione di nuove tecnologie, non contestualizzate e integrate nei processi organizzativi delle strutture sanitarie, rischia di non produrre gli effetti auspicati con un aumento dei costi



logico dovuti al fatto che, a fronte di potenziali infiniti bisogni e molteplici potenzialità tecnologiche, in un ambito invece di risorse insufficienti, non è più possibile introdurre in maniera acritica tecnologie che non portino reali vantaggi clinici e che non siano realmente necessarie». L’high-tech in ambito sanitario ha la sua forza in una sorta di patto tra ingegneri e medici. Come si fanno dialogare due figure così distanti? «Le professionalità dedicate all’Hta non sono costituite solo da medici e ingegneri, ma anche economisti, statistici, bioeticisti e altri ancora. E sono caratterizzate da un percorso formativo che affianca, alla loro specifica preparazione, percorsi di studio dedicati all’Hta che permettono lo sviluppo di know-how comuni e di un linguaggio condiviso con cui affrontare i vari momenti della valutazione». Nel tempo l’Unità ha allargato il suo raggio di azione: quali le nuove competenze assegnate e perché? «Le tecnologie oggetto di valutazione da parte dell’Uvt del Gemelli sono andate ampliandosi nel tempo dalle tecnologie elettromedicali ai dispositivi medici, ai test diagnostici, ai farmaci

Marco Marchetti, responsabile dell’Unità di valutazione delle tecnologie del Policlinico Gemelli

innovativi oltre che alle procedure clinico-organizzative. Tale “allargamento” è stato giustificato dalla necessità di supportare i processi decisionali su tutto ciò che rappresenta innovazione “tecnologica”, estendendo all’intero universo tecnologico i vantaggi ottenuti inizialmente nelle apparecchiature elettromedicali. Questo ha comportato un ampliamento delle competenze professionali necessarie per i processi di valutazione. All’apporto dei medici, degli economisti e degli ingegneri si sono aggiunti biostatistici, esperti di organizzazione aziendale e di bioetica». LAZIO 2010 • DOSSIER • 221


BIOMEDICINA

Per una nuova governance della medicina internazionale Didattica formativa, ricerca translazionale, assistenza sanitaria “no limits”. Per l’Università Campus Bio-Medico di Roma la sfida si sposta sempre più sul piano internazionale. I professori Arullani, Agrò e Rossini, descrivono i punti chiave di ogni area operativa Adriana Zuccaro indice di vulnerabilità umana dipende innanzitutto dallo stato di salute connotato dalla più o meno efficiente funzionalità fisiologica. Acquisire gli strumenti adatti per tutelare l’individuale condizione di benessere psico-fisico, non rientra nella sfera di appropriazione di un bene ma nel pieno diritto di ogni cittadino a usufruire dei servizi sanitari offerti dal sistema, pubblico o privato che sia. A dispetto delle incongruenze del circuito medico-sanitario italiano per cui urge un piano di rilancio non solo finanziario ma, in primis, gestionale, l’Università Campus Bio-Medico di Roma offre un nuovo e valido esempio afferente i macrocosmi di didattica, ricerca e assistenza. «Allontanandoci dal pessimismo che connota soprattutto le informazioni mediatiche legate alla sanità del nostro Paese, è importante tenere conto dei dati altamente positivi che la contraddistinguono. Che il Policlinico Campus Bio-Medico sia diventato in pochi anni un punto di riferimento non solo territoriale, è anche la dimostrazione di questa buona base della sanità italiana dalla quale un nuovo ospedale guidato da una forte finalità etica e professionale è potuto emergere come un iceberg». Il generale e ottimistico resoconto sulla sanità italiana è del professor Paolo Arullani, presidente dell’Università Campus Bio-Medico, secondo cui «l’eccellenza non può essere considerata uno stato in sé perché, per definizione, è un tendere verso il miglioramento: è proprio di ognuno di noi, se personalmente motivato e attivo in un ambiente avvincente,

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L’immagine ritrae un dettaglio del patio del PRABB - Polo di Ricerca avanzata in Biomedicina e Bioingegneria - dell’Università Campus Bio-Medico di Roma di cui, nella pagina seguente, una facciata esterna; segue un laboratorio e una suite del Policlinico universitario www.unicampus.it

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Università Campus Bio-Medico

tendere a dare il meglio. Da ciò deriva o meno l’eccellenza del professionista così come della struttura in cui opera». Ma l’aspetto primario che ha portato il Campus a divenire un riferimento nazionale ormai riconosciuto in ambito biomedico, quindi il punto focale dell’Università e del suo progetto, è l’interdipendenza tra le macroaree di didattica, ricerca e assistenza sanitaria. «Ingredienti che definiscono il principio di unità sono nella natura stessa e nel ruolo specifico di un policlinico universitario – afferma il professor Arullani –tenuto a essere il luogo più adatto per ogni diagnosi problematica e il più sicuro per ogni ricovero o intervento in casi di gravi patologie, anche perché dotato degli strumenti più innovativi e di personale capace di adoperarli». Dalla medicina alla tecnologia, dalla gestione alle prestazioni, dalla struttura al personale, il Policlinico Campus Bio-Medico conferma uno stato di eccellenza in progress anche attraverso l’area di Sviluppo Attività Sanitarie diretta dal professore Felice Eugenio Agrò: «i globali indici di efficienza di una struttura sanitaria universitaria risiedono nell’unità e nella collegialità operativa e decisionale atte a individuare le metodologie e i servizi quanto più all’avanguardia che garantiscano un’assistenza qualitativamente alta, in ambienti accoglienti e professionali, in un’ottica di sostenibilità economica e ambientale che soddisfi, sia a livello nazionale che internazionale, le esigenze di qualsiasi paziente». Per rispondere adeguatamente alle esigenze dei pazienti stranieri che desiderano fare un checkup o un ricovero per accertamenti e cure mediche o chirurgiche presso il Policlinico ›› 2010 • DOSSIER LAZIO • 223


BIOMEDICINA

Per migliorare il sistema medico-sanitario occorre avvicinare la corsia al laboratorio di ricerca e facilitare il dialogo tra ricercatori di base e operatori sanitari

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Universitario Campus Bio-Medico, la direzione Sviluppo Sanitario si propone infatti come Health Strategy & Business Development Department (HSBDD). «Vogliamo attuare il passaggio da un approccio puramente compensativo a uno propositivo e dinamico basato sulla stretta collaborazione tra le risorse umane del sistema sanitario. Per ottenere ciò – spiega il professor Agrò –, curiamo i rapporti con le Istituzioni di riferimento come il ministero della Salute, la Regione Lazio, l’Azienda di Sanità Pubblica e l’ASSL; con i medici di medicina generale, con le farmacie del territorio, con enti pubblici e privati, con le confederazioni di piccole, medie e grandi imprese, con le banche, le associazioni e le fondazioni». Attraverso l’individuazione e la valorizzazione delle eccellenze cliniche, i professionisti del Campus stanno adoperando ogni risorsa adeguata al mantenimento di un network nazionale e internazionale con altre strutture con le quali favorire scambi di esperienza medico-scientifica degli operatori qualificati. Il confronto internazionale si configura come una vera sfida per l’Ateneo e il Policlinico romano. «Per questo motivo il Policlinico Universitario Campus Bio-Medico ha intenzione di veicolare 224 • DOSSIER LAZIO • 2010


Università Campus Bio-Medico

Qui, un atrio del PRABB. Nella pagina precedente, panoramica della hall principale del Policlinico universitario, la biblioteca e il laboratorio di ricerca del PRABB

il proprio brand all’estero – asserisce Agrò –, di far conoscere le proprie eccellenze e i propri servizi, garantendo la stessa qualità, tempestività e rapidità che assicura ai pazienti italiani attraverso l’Health Tourism». Nell’erogazione di ogni servizio sanitario, infatti, nonostante l’Italia si distingua per dispersioni finanziarie e professionali, le attività di ricerca medico-scientifica non tardano a far emergere contributi proficui e migliorativi come quelli ottenuti dal Centro Integrato di Ricerca dell’Università Campus BioMedico di Roma, diretta dal professor Paolo Maria Rossini, responsabile del progetto attraverso cui un anno fa è stata consegnata alla storia del progresso medico-tecnologico internazionale, la prima mano robotica. «Stiamo sviluppando un nostro modello di governance dell’attività di ricerca che tuttavia prevede l’identificazione dei settori di massima competitività su cui concentrare il grosso delle risorse tecnologiche, umane e finanziarie. Cerchiamo inoltre di creare un portfolio di aziende leader nei settori di ricerca di nostra competenza – spiega il professor Rossini – con cui sviluppare iniziative di ricerca integrata e spin-off industriali: è il solo modo per integrare il tasso progressivamente de-

500 mila EURO

È il costo, su base individuale, che il nostro Paese sostiene per portare un giovane alla laurea e poi farlo divenire un ricercatore esperto. Se si contano le risorse professionali che, fatta l’esperienza all’estero ci rimangono, il mondo della ricerca in Italia dovrebbe essere rilanciato come mai fatto prima

crescente di finanziamenti nazionali». Ma quali sono state le strategie operative che hanno permesso di portare alla luce le eccellenze del CIR? «Abbiamo applicato una serie di indicatori oggettivi, accettati cioè internazionalmente come qualificanti per l’attività di ricerca, quali il numero di pubblicazioni con Impact Factor, il numero di citazioni degli articoli pubblicati, il flusso di finanziamenti ottenuti da enti pubblici e privati, il numero di brevetti ottenuti. Questa analisi è stata estesa a tutte le unità di ricerca operative nella nostra Università su un arco temporale di più anni al fine di avere una visione complessiva la più precisa e reale possibile – asserisce Rossini –. Su questa base oggettiva, sono state selezionate 9 linee di ricerca all’interno delle quali il CIR opera quotidianamente al fine di favorire aggregazione, sinergie,collaborazioni, interdisciplinarietà». Tra ricerca di base e quella clinica, il CIR adotta metodologie operative finalizzate al rinnovamento del sistema sanitario convenzionalmente inteso: attraverso la ricerca translazionale, ad esempio, è possibile ridurre al minimo le barriere che separano i laboratori dalle aree ospedaliere. «Credo che la ricerca translazionale sia oramai la “conditio sine qua non”. Occorre sempre di più avvicinare il laboratorio alla corsia e facilitare al massimo il dialogo tra ricercatori cosiddetti di base e operatori sanitari. In particolare occorre che i medici tornino a occuparsi di ricerca sanitaria che sempre di più è invece appannaggio di altri tipi di competenze. È necessario che gli ospedali dispongano di operatori capaci di portare avanti anche la ricerca applicata. Occorre che il Paese ponga chiari obiettivi al proprio apparato di ricerca e metta a disposizione risorse, strutture e infrastrutture indispensabili per svilupparne i progetti, ovviamente in uno scenario complessivo che dia spazio ai meritevoli e a coloro che i risultati riescono realmente a raggiungerli». 2010 • DOSSIER LAZIO • 225


Dossier Lazio