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OSSIER LAZIO L’INTERVENTO.........................................13 Ferruccio Dardanello Giancarlo Cremonesi Jacopo Morelli

PRIMO PIANO IN COPERTINA.......................................18 Aurelio Regina POLITICA ECONOMICA .....................24 Giorgio Guerrini Luigi Marino STRATEGIE PER LE PMI...................32 Giuseppe Tripoli Raffaello Vignali Giuseppe Gori Pietro Di Paolo Francesco Saponaro ESTERI.....................................................44 Franco Frattini Enrico La Loggia

ECONOMIA E FINANZA OCCUPAZIONE .....................................52 Mariella Zezza Dario Roncon Nicola Zingaretti INNOVAZIONE.......................................62 Alessandro Giari Stefano Ciccone INDUSTRIA FARMACEUTICA..........68 Alessandro Sidoli Davide Integlia Paolo Siviero QUOTE ROSA.........................................78 Mara Carfagna Lella Golfo POLITICHE GIOVANILI.......................84 Giorgia Meloni GIOVANI E IMPRESA ..........................88 Stefano Commini Marco Colombo Nicola Motolese FOCUS RIETI .........................................96 Giuseppe Emili Gianfranco Castelli Vincenzo Regnini Antonello Castellani DIFESA ELETTRONICA....................106 Enzo Benigni NUOVE TECNOLOGIE........................110 Paolo D’Amato INGEGNERIA INDUSTRIALE ...........114 Gianfranco Grelli RICERCA E SVILUPPO......................116 Mauro Pontremoli IL MERCATO DELL’AUTO...............120 Giuseppe Ricci MERCATI DI NICCHIA.......................122 Amelia Liberati CONSULENZA.....................................124 Emanuele Riccobene

10 • DOSSIER • LAZIO 2011

INFORMATION E COMMUNICATION TECHNOLOGY.....................................128 Ugo Galluccio INTERMEDIAZIONE FINANZIARIA .......................................130 Raffaele Gambardella SICUREZZA .........................................134 Riccardo Pioli Paolo Graziosi Antonello Tavoletta IMPRENDITORI DELL’ANNO .........140 Danilo Fantò, Luca Crognale, Massimo Giannotti, Ettore Cantoni, Andrea Zoffoli e Stefano Cristaldi, Massimiliano Tinti, Alessandro Di Venanzio, Giuseppe Russotti, Pierluigi Di Giorgio Marcello Borghini, Pierlorenzo Scacciafratte Laura e Pablo Liburdi, Gianfranco Treglia


Sommario AMBIENTE ED ENERGIA

TERRITORIO

GIUSTIZIA

POLITICHE ENERGETICHE.............170 Giulio Volpi Marcella Pavan Stefano Saglia Alessandro Clerici Walter Righini Giovanni Lelli Sauro Pasini

VERSO LE OLIMPIADI .....................194 Rocco Crimi Mario Pescante Gianni Petrucci

SICUREZZA URBANA......................254 Alfredo Mantovano Giuseppe Cangemi Gianni Alemanno Fabrizio Santori Giuseppe Pecoraro

RINNOVABILI ......................................190 Gianfranco Aramini

TRASPORTI.........................................206 Paolo Nataloni

MERCATO DELL’ENERGIA.............192 Nicola Gentile

LOGISTICA...........................................208 Mario Paradisi

TURISMO .............................................202 Lino Enrico Stoppani Giuseppe Cassarà

APPALTI ...............................................212 Sergio Santoro EDILIZIA.................................................216 Luciano Ciocchetti, Marco Corsini, Riccardo Drisaldi, Ferdinando Vignola, Allan Menichini, Marcello Saraca, Galea, Berardino Giorgini, Tito Muratori, Doriano Pennacchi, Giancarlo Norcia MATERIALI PER L’EDILIZIA..........242 Pietro e Danilo Zola Erasmantonio Rossi COSTRUZIONI....................................248 Tiziana Torelli FORNITURE IDROTERMOSANITARIE ................250 Tiziano Franceschini

USURA ..................................................266 Filippo Ritondale Lino Busà Italo Santarelli Antonio Anile MEDIAZIONE.......................................276 Giovanni Deodato Gerardo Longobardi Giovanni Giangreco Marotta I RISCHI DELLA RETE .....................282 Antonio Apruzzese Stefano Grassi APPALTI PUBBLICI..........................286 Cristina Lenoci

SANITÀ TOSSICODIPENDENZE ..................290 Giovanni Serpelloni ODONTOIATRIA.................................294 Claudio Cortesini ASSISTENZA GERIATRICA ...........296 Maria Francesca Alfani STRUTTURE SANITARIE ...............300 Marcello Ilardi e Fernando Marcucci TRA PARENTESI ...............................303 Antonio Catricalà

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L’INTERVENTO

Più sinergie tra imprese per crescere oltre confine di Giancarlo Cremonesi presidente di Unioncamere Lazio

l buono stato di salute del nostro sistema economico è testimoniato anche dalla crescita del valore totale delle esportazioni, passato da poco più di 6,2 miliardi di euro nel 2009 a quasi 7,9 miliardi nel 2010, con un incremento percentuale del 27,5%. L’internazionalizzazione rappresenta, per il nostro territorio, una tra le sfide più importanti. Il nostro sistema produttivo è caratterizzato, storicamente, da un basso grado di internazionalizzazione, soprattutto per la presenza di un forte mercato domestico. Tuttavia, l’export del Lazio, nonostante la crisi internazionale, nel 2010 ha ottenuto importanti risultati. Per sostenere e consolidare questo trend, dobbiamo coinvolgere in questi processi il più grande numero possibile di imprese specie quelle di piccole dimensioni - ampliando e ottimizzando la gamma di servizi offerti. I servizi, l’innovazione e il turismo sono da sempre settori importanti dell’economia territoriale, che si caratterizza per un alto grado di terziarizzazione. Ma un ruolo trainante può essere svolto dal comparto delle costruzioni che, per ovvi motivi, grazie anche al suo indotto, è in grado di costituire una sorta di volano della ripresa economica. Comunque, il ruolo del sistema camerale regionale è quello di favorire una crescita equilibrata di tutto il tessuto imprenditoriale laziale, sia con interventi di impatto immediato sia con misure anticicliche. Non posso negare che l’andamento del mercato del

I

lavoro sia fonte di qualche preoccupazione. Riscontriamo, infatti, evidenti tensioni: se il tasso di occupazione si è mantenuto sostanzialmente stabile rispetto all’andamento nazionale attestandosi, le persone in cerca di occupazione nel Lazio sono in aumento rispetto agli anni precedenti. E, per quanto riguarda il dato sulla disoccupazione giovanile, stiamo studiando, assieme agli enti locali, una serie di iniziative per cercare di dare risposte concrete nel breve periodo. I dati elaborati dall’ufficio studi della Camera di Commercio di Roma ci confermano, da un lato, la consistenza e la vitalità del nostro tessuto produttivo, anche in una fase economica internazionale difficile e complessa; dall’altro, la capacità delle nostre imprese di riuscire a cogliere le prime opportunità di ripresa, dopo mesi di crisi e di tensioni sui mercati internazionali. Questa tendenza ci consente di guardare al futuro con rinnovato ottimismo, pur nella consapevolezza che permangono ombre preoccupanti sul fronte dell’accesso al credito e dell’occupazione, in particolare quella giovanile. LAZIO 2011 • DOSSIER • 13


Aurelio Regina, presidente di ConďŹ ndustria Lazio e di Unindustria, l’Unione degli industriali di Roma, Frosinone, Rieti e Viterbo


Aurelio Regina

LA CRESCITA DEL PAESE PASSA DAI TERRITORI Il presidente Aurelio Regina illustra quale dovrà essere il nuovo ruolo di Confindustria e delle sue associate, nel Lazio e nel Paese. Perché «la crisi – dice – ha segnato il passaggio tra due mondi differenti, e questa nuova fase richiede comportamenti e regole diverse» Riccardo Casini

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ultimo rapporto della Banca d’Italia sull’economia laziale, riferito al 2010, aveva mostrato un’industria in ripresa (il valore aggiunto era aumentato del 5,3%), anche se non abbastanza per recuperare quanto perso l’anno precedente (-10%). Una ripresa trainata in particolare dagli scambi con l'estero, con un export in aumento (+25,2% rispetto all’anno precedente) soprattutto verso Germania (+30,5%) e Stati Uniti (+50%) e grazie ai settori ad elevata tecnologia, in primo luogo la chimica farmaceutica. Restava sempre difficile la situazione occupazionale. Oggi la situazione è diventata più delicata, come sottolinea Aurelio Regina, presidente di Confindustria Lazio e di Unindustria, che riunisce sotto un’unica ala gli industriali di Roma, Frosinone, Rieti e Viterbo, seconda as-

sociazione territoriale per numero di iscritti con oltre 4mila imprese (di cui il 70% nei servizi) e 250mila dipendenti. «L’economia laziale, che negli ultimi dieci anni è cresciuta più del resto del Paese, fa fatica a mantenere i livelli di altre parti d’Italia. E questo per un mix di fattori che sono sotto gli occhi di tutti. Il problema principale è il carico fiscale pesante e penalizzante causato soprattutto dall’enorme deficit sanitario della Regione. Ed è su questo che dobbiamo concentrare subito i nostri sforzi», spiega il presidente degli industriali. Quali soluzioni sono ipotizzabili per coprire il “buco” della sanità regionale? «Purtroppo il Lazio non ha beneficiato dell’abbassamento dell’aliquota Irap del precedente governo, in quanto in regione vige un punto in più di Irap per il dissesto sanita-

rio, che penalizza il margine operativo delle imprese e costituisce una perdita competitiva fortissima del territorio. La presidente Polverini sta operando per contenere il deficit strutturale e ha annunciato piani di risparmio molto significativi, che poi però dovranno tradursi in una politica di alleggerimento automatico che inverta la tendenza attuale. Dobbiamo ricordare che il deficit sanitario pesa ogni anno sul bilancio della Regione per 1,6 miliardi di euro, tutte energie e risorse sottratte allo sviluppo. Per questo occorre ripartire dal principio di efficienza: non è più possibile pensare di sostenere con le finanze regionali strutture che alla fine di ogni esercizio si trovano ad aver speso più di quanto previsto. Non si tratta di distinguere tra pubblico e privato: bisogna privilegiare solo chi, a parità di qualità, eroga prestazioni sanitarie a costi unitari inferiori».  LAZIO 2011 • DOSSIER • 19


IN COPERTINA



Secondo il rapporto annuale di Bankitalia, gli scambi con l’estero hanno rappresentato un punto di forza dell’economia regionale nel 2010. Che momento vivono oggi le imprese del Lazio a livello di export? «Nell’ultimo anno le esportazioni nel Lazio sono cresciute in maniera significativa e con un incremento superiore alla media nazionale. Un segnale importante per la nostra regione, dove nonostante si contribuisca per il 11% al Pil nazionale si registra solo il 4,4% di esportazioni, una quota in aumento rispetto al 4,1% dell’anno precedente ma ancora molto contenuta, che prevede ampi margini di crescita. Lo dimostra la nostra recente missione di sistema in Tunisia che potrebbe aprire canali interessanti». Su quali settori produttivi occorre puntare per avere più possibilità di successo sui mercati internazionali? «Nell’ultimo decennio le imprese con maggiore propensione all’export si sono riposizionate verso settori a più alto contenuto tecnologico come la farmaceutica, passata dal costituire dieci anni fa il 18% delle esportazioni manifatturiere regionali al 31% attuale; un trend che ha contagiato altri settori, come la chimica o, ultimamente, l’aerospaziale». Nel 2010 in regione è aumentato però anche il tasso di disoccupazione, in particolare giovanile. In che modo è possibile avvicinare giovani e mondo del lavoro? «Il tasso di disoccupazione del Lazio è superiore alla media italiana. Ma è il dato relativo ai giovani, intorno al 31%, a essere particolarmente allarmante, senza contare 20 • DOSSIER • LAZIO 2011

Aurelio Regina con il sindaco di Roma Gianni Alemanno, il presidente di Acea Giancarlo Cremonesi e l’ad di Terna Flavio Cattaneo in occasione dell'accordo sul riassetto della rete elettrica.



È possibile sviluppare grandi progetti senza un euro pubblico, ma valorizzando il know how delle nostre associate



poi quella fetta tra i 15 e i 34 anni che non studia né lavora: nel 2010 era il 21,6%, un valore superiore alla media del Centro Italia. Ai giovani oggi è indispensabile offrire soprattutto nuove sicurezze per il futuro: penso a nuove forme di contratto stabili che abbiano le stesse agevolazioni contributive dell’apprendistato e che coniughino una maggiore certezza del contratto in entrata con una parziale liberalizzazione delle possibilità di uscita. Vanno previste poi misure forti di sostegno al reddito per chi perde il lavoro, insieme a una riqualificazione professionale continua che riempia gli spazi tra un lavoro e l’altro. Ed è necessario anche legare la quota di retribu-

zione al merito e alla produttività in ogni fascia di età, partendo proprio dai giovani». Su cosa si concentra oggi il vostro impegno? «Tra gli aspetti più importanti vi è quello di far combaciare al meglio le esigenze del mondo dell’impresa con l’offerta formativa: per questo stiamo siglando protocolli operativi d’intesa con università e istituti tecnici superiori». Unindustria sta puntando molto anche sul progetto di banda larga “Roma città digitale”. «Digitalizzazione e Banda larga è uno dei progetti su cui abbiamo puntato per la modernizzazione della nostra area territoriale. D’altra parte, perché possa insediarsi in un certo territorio, un’impresa nel settore dell’hi-tech ha bisogno di personale altamente specializzato ma anche della possibilità di commerciare con tutto il mondo e di reti di nuova generazione: per questo stiamo insistendo sull’ammodernamento dell’hub di Fiumicino e per gli stessi motivi abbiamo lanciato il progetto di “città digitale”». A che punto sono i lavori? «Dopo il completamento delle


Aurelio Regina

L'aeroporto di Fiumicino

prime 5 aree, oggi si sta procedendo con il cablaggio di altre 6 per un totale di 300mila potenziali utenti collegabili, un quinto dei cittadini romani. Le infrastrutture però non risolvono i problemi da sole, occorrono anche contenuti da far correre al loro interno: per questo stiamo sviluppando una serie di piattaforme applicative per nuovi servizi in grado di sfruttare al massimo le potenzialità di queste nuove reti Ngn. In questo senso abbiamo coinvolto le nostre pmi nel potenziamento di sistemi per la gestione della sicurezza, importante in particolare in vista del progetto olimpico Roma 2020, ma anche del turismo e della mobilità, oltre a una serie di progetti per le imprese e di e-government che miglioreranno il

rapporto dei cittadini con la pubblica amministrazione». A proposito di Olimpiadi, quali sono gli altri interventi infrastrutturali che ritiene prioritari per il territorio laziale e per la città di Roma in particolare? «Un intervento che abbiamo rilanciato più di un anno fa riguarda l'ammodernamento della rete elettrica: si tratta di un investimento di quasi mezzo miliardo di euro per realizzare il cosiddetto “Grande raccordo anulare elettrico”, permettendo di risparmiare energia e di ridurre l’impatto ambientale della rete attuale. Ed è importante lavorare anche nell’ottica di una mobilità integrata: ormai è impensabile immaginare un aeroporto in ogni provincia, mentre tutte devono poter usufruire di infrastrutture moderne e ben collegate. Per questo stiamo sollecitando il Governo e l’amministrazione regionale a definire un assetto del sistema aeroportuale regionale che delinei il futuro delle varie

strutture oggi presenti. La candidatura olimpica d’altra parte si vince per la capacità organizzativa e l’attrattività del territorio, ma anche per infrastrutture che permettano collegamenti agevoli». Proprio in ottica olimpica, lo scorso anno ha lanciato la Fondazione per Roma 2020. Quali sono i suoi obiettivi? Quali risultati ha ottenuto finora? «Si tratta di un progetto del tutto innovativo nel panorama delle candidature olimpiche internazionali: una squadra di imprese che si impegnano per guidare il cambiamento nel segno del made in Italy, con una partecipazione attiva al processo di rinnovamento della città, un processo che dovrà essere in grado di cambiare metodi e elaborazione dei progetti. Come Fondazione abbiamo già formalizzato la lettera di adesione come terzo socio del Comitato Promotore Olimpico. La Fondazione sarà, da una parte, il collettore di tutti gli interessi economici, associativi e istituzionali e, dall’altra, sarà anche il canale di raccolta dei fondi per finanziare il Comitato. Il nostro impegno è già significativo, contribuiremo infatti con 1 milione di euro l’anno per tre anni al pari degli altri Soci, Comune e Coni. Con la Fondazione il mondo imprenditoriale, non solo romano, potrà avere un ruolo che non ha mai rivestito in nessun altro contesto simile. Nel 2012 Confindustria eleggerà il nuovo presidente. Quali saranno le sfide più importanti che si troverà ad affrontare? «La prossima presidenza si troverà suo malgrado ad affrontare un periodo economico altrettanto diffi-  LAZIO 2011 • DOSSIER • 21


IN COPERTINA



Il futuro di Confindustria? Di certo non mi tirerò indietro nel dare il mio contributo



 cile. Si tratterà, insomma, di un dini, come lo sono stati la banda dieci anni il 50% dei cittadini inimpegno complesso, vista anche la forte esigenza di rinnovamento, ormai non più rinviabile, del modello organizzativo e di rappresentanza di Confindustria: quello attuale ha funzionato bene in passato ma ora non è più adeguato. La crisi ha di fatto segnato il passaggio tra due mondi differenti, questa nuova fase richiede comportamenti, organizzazioni e regole diverse e le nostre imprese, sempre di più, chiedono rapidità, semplicità di funzionamento ed efficienza». Quale deve essere allora il ruolo di una moderna associazione di categoria nei confronti delle imprese? «In un sistema che spesso fa fatica a rinnovarsi, a Roma e nel Lazio abbiamo dato dimostrazione che una riorganizzazione del sistema di rappresentanza è possibile. Ed è possibile sviluppare grandi progetti per le imprese e per i citta22 • DOSSIER • LAZIO 2011

larga e la riqualificazione della rete elettrica senza usare un solo euro delle risorse pubbliche, ma solo valorizzando il know how e le possibilità delle nostre migliori imprese associate. A questi progetti, che già stanno portando ricadute positive sul territorio, va aggiunta anche la costituzione a Roma dell’Agenzia per l’internazionalizzazione che nasce all’interno della Camera di Commercio di Roma ma che si apre al coinvolgimento di tutti gli enti camerali del Lazio. Rappresenterà finalmente, come sta facendo Promos a Milano, un interlocutore strategico per le imprese, le aiuterà a imporsi sui mercati agevolandone gli investimenti. Insomma, il sistema delle imprese deve cambiare nella direzione di una maggiore attenzione al territorio: è necessario saper interpretare i grandi mutamenti che vi intercorrono, se pensiamo che tra

sisterà su aree metropolitane complesse occorre capire come queste si svilupperanno e competeranno tra loro». Quali caratteristiche dovrà avere allora il prossimo presidente di Confindustria? «Innanzitutto, dato il contesto economico in cui stiamo vivendo, prima del nome dovrà venire il programma, che dovrà essere realizzato da una personalità con forte leadership, che si dedichi a tempo pieno al mandato, circondandosi di una squadra molto operativa a cui affidare deleghe specifiche. Perché le cose da fare sono tante. E vanno fatte in fretta». E lei cosa pensa di fare? «Per quanto mi riguarda, le ambizioni personali vengono sempre dopo le esigenze del bene comune, e in questo caso dell’associazione. Certamente non mi tirerò indietro nel dare il mio contributo a prescindere dai ruoli che si ricoprono».


DFVAFADGFPOLITICA ECONOMICA

Necessarie riforme strutturali, la crisi non sia un alibi Giorgio Guerrini, presidente nazionale di Confartigianato, parla del momento delle imprese artigiane («le difficoltà non hanno piegato lo spirito imprenditoriale degli italiani») e illustra il ruolo dell’associazione in questa fase: «occorre superare la frammentazione» Riccardo Casini

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iorni molto difficili»: così Giorgio Guerrini, presidente nazionale di Confartigianato, descrive il momento delle imprese artigiane in Italia. Un mondo che, all’interno del più ampio sistema della piccola e media impresa, rappresenta la spina dorsale del tessuto economico e produttivo italiano e che, quindi, necessita sicuramente di una rappresentanza adeguata. Anche in quest’ottica Confartigianato ha contribuito alla nascita di Rete imprese Italia, un soggetto nato ufficialmente più di un anno fa dall’unione di cinque associazioni di categoria (oltre a Confartigianato, anche Casartigiani, Cna, Confcommercio e Confesercenti): associazioni che si erano trovate unite per la prima volta nel 2006 per manifestare il proprio dissenso contro la legge finanziaria dell’allora Governo Prodi e che, nell’estate appena trascorsa, hanno invece aderito a un documento congiunto delle associazioni di rappresen24 • DOSSIER • LAZIO 2011

tanza datoriali che ribadiva la necessità di una manovra che ridesse «credibilità» al Paese. «I nostri imprenditori – spiega oggi Guerrini – stanno vivendo giorni molto difficili, ma una cosa è certa: in Italia continuano a nascere ogni giorno oltre 400 imprese artigiane. Questo dimostra che le difficoltà non hanno piegato lo spirito imprenditoriale degli italiani. Non dimentichiamoci che il nostro Paese,

da sempre, è tenuto in piedi dai piccoli imprenditori: nell’Ocse vantiamo il più alto numero di piccole e medie imprese, 4.231.900, pari al 94,7% del totale delle aziende italiane, che impiegano il 58,5% della forza lavoro e contribuiscono al 60% della ricchezza prodotta». Sotto quali aspetti occorre osare di più nelle scelte di politica economica?


Giorgio Guerrini

Giorgio Guerrini, presidente di Confartigianato

«Innanzitutto sul fronte della riduzione della pressione fiscale: bisogna interrompere il circolo vizioso “spendi e tassa”. E poi liberando le imprese dai tanti vincoli che ne frenano le potenzialità: lotta alla burocrazia, contenimento dei costi della pubblica amministrazione e della politica, liberalizzazioni, migliore accesso al credito, infrastrutture effi-

cienti, giustizia rapida. L’attenzione alle pmi che il governo ha più volte dichiarato va riempita di fatti. Noi continuiamo a chiedere quelle riforme strutturali indispensabili a rimettere in moto lo sviluppo, a ridare slancio agli investimenti, alle esportazioni, ai consumi. La politica deve applicare il teorema, finora poco praticato, “meno parole, più fatti”,

altrimenti le speranze di crescita si ridurranno. La crisi non può essere un alibi per non agire, per non fare quelle riforme che da tanto, troppo tempo, stiamo aspettando». Ad esempio? «Siamo stati tra i primi Paesi in Europa a recepire i principi dello Small business act. Oggi attendiamo segnali concreti della volontà del governo e del Parlamento di porre le piccole e medie imprese al centro dell’iniziativa politica e delle strategie di sviluppo del Paese. Lo Stato deve anche imparare a fare un passo indietro, lasciando spazi a chi è più organizzato ed efficiente. Soprattutto in settori quali la sanità, la previdenza e l’occupazione, dove si deve tornare a modelli di welfare efficiente, a un sistema mutualistico territoriale». Non a caso anche Confartigianato, tramite Rete imprese Italia, ha firmato in estate un documento che chiedeva al governo di accelerare su liberalizzazioni e privatizzazioni. È questa quindi la strada da seguire? «Secondo i dati dell’ufficio studi di Confartigianato famiglie e imprese italiane pagano un conto molto salato per l’impennata di prezzi e tariffe di servizi pubblici e privati: parliamo di 2,9 miliardi in più tra giugno 2010 e giugno 2011. E gli aumenti registrati quest’anno non fanno che peggiorare una tendenza decennale nei servizi pubblici: infatti, tra 2000 e 2010, mentre il tasso d’inflazione è salito del 23,9% le tariffe relative ad acqua, rifiuti e trasporti su gomma hanno fatto registrare un boom del 54,2%. Un rincaro ben superiore rispetto a quello dell’Unione europea, dove il costo degli stessi servizi è aumentato del 30,9%. Questi aumenti  LAZIO 2011 • DOSSIER • 25


POLITICA ECONOMICA DFVAFADGF-



Abbiamo scelto la strada dell’alleanza per ridare slancio alle imprese e contribuire alla ripresa economica

 confermano che bisogna realizzare finalmente quella liberalizzazione dei servizi pubblici locali troppo a lungo rinviata e che potrà consentire di qualificare e innovare l’offerta, offrire alle imprese un’occasione di sviluppo e abbassare le tariffe per i consumatori». Quali effetti avrà invece l’aumento di un punto dell’Iva? «Più che l’aumento dell’Iva, io temo altri rincari e altri costi storici che opprimono il sistema imprenditoriale: oltre a quelli citati, penso ad esempio al fatto che l’Italia ha il primato negativo in Europa per la bolletta elettrica più costosa a carico delle imprese. I nostri imprenditori, infatti, pagano l’energia il 31,7% in più rispetto alla media Ue; tradotto in denaro si tratta di un maggiore costo di 7.939 milioni di euro 26 • DOSSIER • LAZIO 2011



l'anno, equivalenti a circa mezzo punto del valore aggiunto. Per ciascuna azienda italiana significa un esborso di 1.776 euro in più all’anno rispetto ai competitor europei. Senza dimenticare il costo complessivo della burocrazia sopportato dalle imprese italiane, che ha ormai ampiamente superato il traguardo di 1 punto di Pil, pari a 16 miliardi di euro». A cui si aggiunge la pressione fiscale. «Il fisco, oltre a pesare in termini di prelievo, è ancora caratterizzato da una complessità che spesso rende difficile e costoso il rapporto con i contribuenti imprenditori. Basti pensare che solo 4 adempimenti, ovvero 770, dichiarazione Iva, comunicazione annuale e rimborsi Iva, costano al sistema delle imprese, in termini di pura buro-

crazia, oltre 2,7 miliardi di euro. E, ancora, i ritardi della giustizia civile costano ben 2,2 miliardi agli imprenditori». In questa fase particolarmente difficile quale ruolo deve assumere un’associazione di categoria come Confartigianato? «Abbiamo tutti grandi responsabilità per recuperare terreno e per contribuire alla ripresa economica. Ciascuna delle 120 associazioni provinciali che compongono il sistema Confartigianato deve fare la sua parte, perché uscire dalla crisi significa anche scuotersi da vecchie e rassicuranti abitudini, inventare soluzioni e confrontarsi sulle novità, mettendo a sistema i risultati migliori, saper anticipare i bisogni delle imprese e saperle guidare nei percorsi migliori per renderle competitive e per ottimizzare le loro performance. La crisi ha messo a dura prova la nostra capacità di rappresentanza e di erogazione dei servizi. Ma Confartigianato non è rimasta a guardare». Qual è la direzione da seguire allora? «Con le altre confederazioni dell’artigianato e del commercio abbiamo scelto la strada dell’alleanza per ridare slancio alle nostre imprese e per contribuire alla ripresa economica del Paese. La nascita di Rete imprese Italia dimostra la volontà di “inventare” una soluzione per buttarsi alle spalle i vecchi schemi della divisione, della frammentazione, della contrapposizione e per difendere il modello italiano della piccola impresa».


POLITICA ECONOMICA

Una duplice funzione da rivalutare Luigi Marino, presidente di Confcooperative, illustra il momento che vive questo modello di impresa: «Nonostante i tempi duri l’occupazione è in aumento. Ma occorre una stabilità fiscale e normativa che permetta di pianificare al meglio il futuro» Riccardo Casini

on oltre 20mila imprese, 535mila occupati e un fatturato complessivo di 62 miliardi di euro, Confcooperative è la principale organizzazione italiana di rappresentanza e tutela delle cooperative. E da qualche mese il suo presidente, Luigi Marino, è anche il primo portavoce dell’Alleanza delle cooperative italiane, il coordinamento nazionale fondato a inizio anno con Legacoop e Agci, insieme alle quali Confcooperative rappresenta il 90% del settore, per un totale di 43mila imprese, oltre 12 milioni di soci e un fatturato realizzato da 127 miliardi di euro. Coop bianche, rosse e verdi: tutte riunite insieme per «dare fiducia e servizi alle famiglie, creare occupazione, specie giovanile, creare produttività e competitività, offrire iniziative sussidiarie, tecnologie sociali, infrastrutture di solidarietà e una società che deve auto-organizzare larghe quote di welfare», come aveva detto proprio Marino in occasione della presentazione dell’alleanza. Ma che momento vive il mondo cooperativo, tra una crisi economica che non accenna a fare passi indietro e una sempre mag-

C

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Luigi Marino, presidente di Confcooperative e portavoce dell’Alleanza delle cooperative italiane

giore difficoltà dello Stato a erogare servizi, in particolare sociali? «Gli ultimi due anni – spiega oggi Marino – sono stati i più duri di questa crisi economica e finanziaria interminabile, perché strutturale, e che sta ridisegnando la geoeconomia del mondo. Bene, in questo biennio la cooperazione ha messo a segno un incremento del 5,5% in termini di occupazione, confermando in questo modo la funzione socioeconomica che le viene riconosciuta dall’articolo 45 della Costituzione. Il dato positivo sull’occupazione non vuol dire però che

le cooperative non soffrano: i morsi della crisi economica, i ritardati pagamenti della pubblica amministrazione, il dumping e la concorrenza sleale gravano come macigni sulla stabilità delle cooperative che hanno registrato un forte calo della redditività». Quali sono allora oggi le vostre priorità? «Nonostante tutto nelle cooperative la priorità va alla persona, che viene messa al centro del modello d’impresa, e con essa la famiglia. Si preferisce il lavoro alla redditività. Proprio nella divaricazione fra oc-


Luigi Marino



Da anni le cooperative hanno sostituito lo Stato nella costruzione di reti e servizi di welfare



cupazione che cresce e accumulazione e redditività che calano ci sono la gloria e la debolezza della cooperazione. La gloria della sua funzione sociale: un utile in meno, un occupato in più; la debolezza, il problema irrisolto della sottocapitalizzazione». Ad agosto Confcooperative ha firmato un documento congiunto con altre associazioni di categoria che chiedeva al governo un’accelerazione su liberalizzazioni e privatizzazioni. Può trattarsi veramente della ricetta per uscire dalla crisi attuale? Perché? «Le strettoie della burocrazia, le difficoltà nell’accesso al credito, l’inadeguatezza delle infrastrutture materiali e immateriali e la criminalità in alcune aree del Paese sono

fattori minanti della competitività e dell’attrattività del nostro sistema economico. Se a questo aggiungiamo i monopoli pubblici di un tempo, sostituiti dai monopoli o dagli oligopoli in forma privata o municipalizzata, abbiamo il quadro completo di un’economia che risulta, spesso, ingessata. Ecco perché siamo favorevoli a un piano autentico di liberalizzazioni che sblocchi risorse e dia slancio e linfa alla ripresa». La manovra del governo prevede, tra le altre cose, una riduzione delle agevolazioni a carico delle cooperative. Lei l’ha giudicata un’iniziativa “anti-crescita” e “antimerito”. In che modo allora il mondo cooperativo può contribuire al risanamento dei conti

pubblici? «Le cooperative da sempre contribuiscono ai conti pubblici: pagano tutti i contributi previdenziali, tutta l’Iva, tutta l’Irap e l’Ires sugli utili non destinati a riserva indivisibile. Questo per smontare il falso mito secondo cui le cooperative non pagano le tasse. Inoltre, queste imprese hanno continuato a creare lavoro e reddito per le persone, fungendo da ammortizzatore sociale virtuoso per i territori. E quando parlo di territori parlo del Paese, perché la cooperazione è una delle pochissime forme di impresa che non delocalizza, ma valorizza le risorse del territorio in cui nasce. Ciononostante negli ultimi dieci anni abbiamo assistito a quattro interventi fiscali a carico delle coo-  LAZIO 2011 • DOSSIER • 29


DFVAFADGFPOLITICA ECONOMICA



Le agevolazioni? Smontiamo il falso mito secondo cui le cooperative non pagano le tasse



 perative, che anziché essere inco- peggioramento della qualità della raggiate a creare sviluppo, come avviene in Canada, Usa, Giappone, Brasile o Gran Bretagna, vengono punite con un ulteriore onere fiscale che accentuerà il problema della sottocapitalizzazione». Diverse regioni italiane presentano un elevato deficit sanitario. In un momento di riorganizzazione, tra esigenze crescenti della popolazione e vincoli di bilancio, come va riconfigurato il rapporto tra pubblica amministrazione e cooperazione? «Si tratta di un argomento strettamente connesso alla Finanziaria. La sforbiciata sulle risorse a Regioni, Province e Comuni porterà a un taglio dei servizi locali, trasporti e welfare in prima battuta, oltre che a un drastico calo occupazionale in questi settori, a un 30 • DOSSIER • LAZIO 2011

vita per i cittadini e a un ulteriore peggioramento dei tempi di pagamento della pubblica amministrazione verso le imprese, con ritardi che già oggi sono in media di 270300 giorni. In tutto questo si collocano le cooperative, che da anni hanno sostituito lo Stato nella costruzione di reti e servizi di welfare al cittadino, quali l’assistenza agli anziani, ai disabili, al loro inserimento lavorativo e ai bambini». Quale ruolo deve assumere allora la cooperazione? «Non sarà compito agevole continuare ad assicurare servizi sempre più complessi a una società con esigenze crescenti e variegate, con minori risorse dovute sia alla stretta fiscale decisa per le cooperative, sia ai mancati pagamenti, sia ai morsi della crisi».

In sintesi, quali sfide attendono Confcooperative? «Quelle di sempre: guardare lontano e indicare la strada alle nostre associate. Come organizzazione di rappresentanza lasciamo libere le nostre imprese di autodeterminare il proprio percorso, anche se caldeggiamo le politiche di crescita dimensionale, di patrimonializzazione, di export e di internazionalizzazione. Per perseguire queste politiche, utili per tutte le imprese italiane, mediamente sottocapitalizzate e sottodimensionate, occorre però una stabilità fiscale e normativa che permetta alle imprese di pianificare al meglio il proprio futuro. Soprattutto in un momento in cui anche l’Onu ha riconosciuto il nostro ruolo, proclamando il 2012 Anno internazionale della cooperazione».


STRATEGIE PER LE PMI

Leggi regionali, la parola ai piccoli Con lo Small business act gli imprenditori interverranno nella stesura dei testi normativi. Una novità nel panorama italiano in un momento difficile per le pmi, come conferma Giuseppe Gori, presidente della sezione Piccola industria di Confindustria Lazio Riccardo Casini

mi in frenata: l’indagine congiunturale di Federlazio, relativa al secondo semestre 2010, ha evidenziato per le piccole e medie imprese della regione una flessione degli ordinativi, in particolare per quelli dall’estero, a cui si lega un analogo andamento del fatturato (migliora infatti solo quello realizzato sul mercato interno, e restando comunque il saldo negativo). Segno meno anche nella valutazione espressa dalle imprese sulla produzione, mentre l’occupazione, pur restando negativa, mostra un certo recupero rispetto al semestre precedente. Si riduce infine ulteriormente la percentuale di imprese che ha effettuato investimenti. Tra i principali problemi denunciati dalle stesse pmi, al primo posto continua a campeggiare l’insufficienza della domanda (27,7%), seguita dal ritardo dei pagamenti da parte di clienti privati (27,3%) e da parte della pubblica amministrazione (16,1%). Qual è invece la situazione oggi? «La prima metà del 2011 – spiega Giuseppe Gori, presidente della Piccola industria di Confindustria Lazio – ha fatto registrare due andamenti difformi: se da una

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parte le imprese manifatturiere hanno trovato sfogo nell’export, dall’altra la maggioranza, concentrata nel settore dei servizi, sta soffrendo molto. Le prime hanno guardato all’estero non potendo svilupparsi qui, ma in un’economia basata sui servizi non sono queste a risolvere le problematiche esistenti. Ciononostante, le indagini svolte a inizio anno hanno mostrato un cauto ottimismo da parte degli imprenditori». Burocrazia, ritardi nei pagamenti e pressione fiscale sono tra

gli ostacoli principali che le pmi devono affrontare quotidianamente. Come possono essere superati? Quale impegno occorre in questo senso da parte della politica, a livello regionale ma anche nazionale? «I ritardi nei pagamenti in particolare costituiscono un problema enorme in una regione dove la pubblica amministrazione è il principale cliente. In questo campo la certificazione del debito sarebbe una novità importante sia per le banche, che chiedono sempre mag-


Giuseppe Gori

giori garanzie, sia per le aziende, anche se in realtà costituirebbe solo la regolamentazione di un atto dovuto che oggi troppi dirigenti pubblici tendono ad aggirare. Senza contare che oggi le imprese, per poter lavorare, devono ricorrere al sistema bancario quando hanno in

malato. Purtroppo manca una regia che capisca che troppi pesi sul tavolo alla fine lo fanno crollare. Per quanto riguarda la pressione fiscale, ci sono tasse che gravano sulle imprese a prescindere dal loro andamento, come ad esempio l’Irap, che continua a disincenti-



Privacy o sicurezza sul lavoro sono principi sacrosanti, ma sommati tra loro sono come la cura che uccide il malato

realtà un credito certo da riscuotere: in questo modo lo Stato demanda alle imprese il pagamento degli interessi». A questo si aggiungono, come detto, burocrazia e pressione fiscale. «Per quanto riguarda la prima, negli ultimi anni sono stati introdotti dei principi invalicabili, come la tutela della privacy o la sicurezza sul lavoro. Principi sacrosanti, che tuttavia sommati tra loro creano enormi difficoltà per le imprese, tanto da poter essere paragonati alla cura che finisce per uccidere il



vare le assunzioni in un momento in cui il precariato sta assumendo i contorni di una piaga sociale». In che modo è possibile intervenire allora? «Occorre attivare la collaborazione dei contribuenti, ad esempio prevedendo benefici per chi richiede la ricevuta fiscale o la possibilità di inserire le ricevute passive nella dichiarazione dei redditi anche per le persone fisiche e introducendo agevolazioni oltre una certa soglia. Insomma, occorre incentivare i contribuenti stessi a far emergere l’evasione».

Che importanza ha avuto invece l’approvazione da parte della Regione dello Small business act? Quale stimolo potrà dare alle pmi? «Il Lazio è la prima regione in Italia a recepire questa normativa, ma ci troviamo ancora in una fase di transizione: mi auguro comunque che divenga operativa a breve. È una legge che crea all’interno della Regione un nucleo di imprenditori nominati dalle stesse associazioni di categoria, i quali dovranno analizzare l’impatto dei singoli provvedimenti legislativi sulle piccole imprese, che rappresentano di fatto il 93% del tessuto economico del territorio. La speranza è ovviamente che con questo ulteriore vaglio si venga a creare una legislazione più friendly, più vicina agli attori del sistema economico. Mi attendo molto da questa normativa, ora vigileremo sulla sua attuazione». Quale ruolo sta svolgendo invece Confindustria a tutela delle pmi laziali? Quali sono i vostri prossimi obiettivi? «Confindustria è presente in tutti i tavoli che concernono il mondo dell’impresa e oggi si caratterizza per il suo impegno in favore delle reti, che possono permettere a tante piccole imprese di diventare un soggetto unico capace di competere sui mercati. Affinché questo si realizzi, occorre superare la tradizione individualistica che caratterizza le imprese italiane, per il 75% a carattere familiare, e capire che una filiera consente loro di fare sistema preservando la loro individualità. In questo senso possiamo dire che fortunatamente la crisi sta iniziando a far ragionare tutti». LAZIO 2011 • DOSSIER • 39


STRATEGIE PER LE PMI

Un pacchetto per fare impresa Pietro Di Paolo, assessore regionale alle Attività produttive, illustra i provvedimenti in favore delle pmi, dallo Small business act al bando che premia i contratti di rete. E dice: «Abbiamo potenzialità ed energie per competere a ogni livello» Riccardo Casini

mmonta a 250 milioni di euro (di cui 100 dal Por Fesr e 150 da vari istituti bancari) il fondo di ingegneria finanziaria messo a disposizione dalla Regione per le pmi del Lazio. E se una metà sarà destinata a prestiti chirografari a 5 anni a sostegno di progetti imprenditoriali innovativi o caratterizzati da una parte consistente di spese per la ricerca o l'innovazione, i restanti 125 milioni saranno dedicati al sostegno degli investimenti nell'efficienza energetica e nella produzione di energia rinnovabile, con prestiti della durata di 7 anni (15 nel caso del fotovoltaico). Ma non si tratta dell’unico provvedimento in favore delle pmi: in estate la Regione ha approvato il recepimento dello Small business act europeo, che mira a diminuire gli oneri amministrativi a loro carico, oltre che a coinvolgerle nelle fasi di formazione dei testi normativi. Un provvedimento fortemente voluto dall’assessore regionale alle Attività produttive, Pietro Di Paolo, che ricorda come lo Sba «fosse presente nel nostro programma elettorale». «Siamo riusciti – spiega – a mantenere la promessa, redigendo il testo e facendolo approvare nelle sedi di giunta, commissione e consiglio in un anno di governo. Siamo fra le prime Regioni italiane a declinare lo Small business act europeo sul territorio e in assoluto la prima che lo realizza per legge. È un risultato di rilievo, una positiva rivoluzione da cui giungeranno vantaggi concreti per il nostro tessuto economico. Un risultato che ci infonde fiducia, perché la semplificazione amministrativa sta alla base del consolidamento e del rilancio di tutti i settori produttivi». In che direzione devono andare ora le politiche in

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Pietro Di Paolo, assessore regionale alle Attività produttive

favore delle pmi laziali? Quali progetti ha la Regione in questo senso? «Stante questa contingenza economica, non certo favorevole, stiamo attivando tutti gli strumenti necessari per tutelare e incentivare il fare impresa. Si tratta di un pacchetto di provvedimenti finalizzato a favorire la nascita e lo sviluppo di nuove aziende, ma anche l’accesso al credito attraverso, ad esempio, la patrimonializzazione dei confidi, quella delle imprese e il fondo rotativo pmi; un pacchetto che vuole anche


Pietro Di Paolo

sostenere alcuni settori considerati strategici come l’artigianato, per il quale stiamo per attivare i bandi di settore Pia (Pacchetti integrati di agevolazioni), e la cooperazione, per cui è stato già pubblicato un bando specifico. Il Lazio, lo ri-



cordo, crea circa il 10% della ricchezza nazionale ed è al secondo posto in Italia per numero di aziende». Come favorire la creazione di reti di impresa, oggi da molti ritenute la miglior soluzione per portare le

Un utilizzo più efficace ed efficiente delle nostre risorse economiche di bilancio sarà decisivo per rilanciare le attività più importanti



pmi a competere su mercati anche internazionali? «Bisogna dire che fino a poco tempo fa le aziende univano le proprie forze in maniera informale; con il decreto sviluppo del governo è stata poi ufficializzata la creazione di reti d’impresa, attraverso il contratto di rete, per meglio accedere ai finanziamenti e competere sui mercati. Nel Lazio abbiamo attivato il primo bando specifico volto a promuovere progetti a favore dello sviluppo dei distretti e dei sistemi produttivi locali presentati da aggregazioni di imprese, con un criterio di premialità indirizzato verso i progetti frutto di un contratto di rete. Assegnare punteggi più alti alle imprese che si aggregano, in un bando aperto a tutti, significa lanciare un sistema indiretto di incentivazione della formazione di reti. Un sistema che auspichiamo vincente». Nel Lazio la pubblica amministrazione costituisce il principale committente delle pmi. In che modo può contribuire al loro ri-  LAZIO 2011 • DOSSIER • 41


DFVAFADGFSTRATEGIE PER LE PMI

Prossimo passo, il testo unico sul commercio Dopo l’approvazione dello Small business act, Francesco Saponaro, presidente della Commissione pmi, commercio e artigianato, auspica la revisione della legge regionale 33: «prioritario regolamentare il settore» a piccola e media impresa è un modello non solo economico ma anche sociale». A dirlo è Francesco Saponaro, presidente della Commissione pmi, commercio e artigianato che tanto ha lavorato per il recepimento della direttiva Ue sullo Small business act. «Le pmi – spiega – Francesco Saponaro, presidente rappresentano la spina dorsale della Commissione Pmi del sistema economico laziale. È tuttavia necessario capire come i loro punti di forza possano e debbano sostituire i punti di debolezza. La Regione darà voce alle piccole imprese, deve garantire loro un’efficace rappresentanza così come da sempre accade per le grandi, che dispongono di canali privilegiati dal punto di vista economico, sindacale o finanziario-bancario. E dobbiamo rendere più snella quella burocrazia che rappresenta per loro un ostacolo talvolta insormontabile».

«L

Quali progetti sono ora al vaglio della commissione? In che modo la politica può e deve aiutare le pmi della regione?

«Sicuramente la commissione che presiedo deve accelerare i tempi per rivedere la legge regionale relativa al commercio. L’approdo a un testo unico che regolamenti il settore è prioritario: l’annosa querelle dei saldi stagionali, la questione degli outlet, della grande distribuzione, dei mercati rionali e del commercio ambulante o di vicinato sono tutte tematiche che sono sul tavolo da troppo tempo. Quando ero assessore alle Attività produttive ho portato in aula il Testo unico sull’artigianato, categoria che ancora ringrazia la semplificazione normativa a cui approdammo». La governatrice Polverini si sta battendo contro ulteriori tagli nei confronti degli enti locali. In che modo è possibile conciliare risanamento dei conti e sostegno alle imprese in una regione dove la maggior parte di queste ultime vede proprio nella pubblica amministrazione il suo principale cliente?

«È sotto gli occhi di tutti la critica situazione economica italiana e, conseguentemente, di tutti gli enti locali. Nonostante le enormi difficoltà, la Regione Lazio riesce a dare segnali di azione come il fondo rotativo per le pmi, l’investimento tecnologico, l’esortazione a fare rete d’impresa e, non ultimo, approvando il piano casa: un provvedimento volto a dare risposte concrete alle aspettative delle famiglie, a semplificare le procedure amministrative e a rilanciare l’edilizia». (RC)

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 lancio? Come risolvere il problema dei ritardi nei pagamenti? «La Regione Lazio ha attivato un fondo di garanzia, gestito da Unionfidi Lazio, utile alle imprese che vantano crediti nei confronti della stessa Regione. Il fondo, in particolare, è destinato a tutte quelle aziende che abbiano difficoltà a versare le quote contributive dei loro dipendenti e quindi a ottenere il Documento unico di regolarità contributiva (Durc), fondamentale per partecipare alle gare pubbliche. Aggiungo che un utilizzo più efficace ed efficiente delle nostre risorse economiche di bilancio sarà decisivo per rilanciare le attività più importanti, i settori trainanti e consolidati, dai quali è sicuro un ritorno economico e occupazionale». Quali effetti potrebbe avere invece sul commercio l’incremento dell’Iva? «È molto probabile, purtroppo, una contrazione dei consumi, la cui curva volge già verso il basso a causa della crisi finanziaria. Ma, attraverso le politiche mirate per le imprese che abbiamo attivato, gli effetti di un incremento dell’Iva risulteranno sicuramente meno percepibili. Ce la stiamo mettendo tutta: il tessuto imprenditoriale del Lazio è vivo e la nostra regione ha potenzialità ed energie per competere a ogni livello».


ESTERI

Quale ruolo per l’Italia tra il Mediterraneo e l’Oriente Afghanistan, Libia. Il nostro Paese ha fatto molto e proseguirà nel suo sforzo non solo sui diversi palcoscenici post-bellici, ma anche nel campo della cooperazione euro-mediterranea. A sottolinearlo è il ministro degli Esteri Franco Frattini

agli attentati in Afghanistan all’escalation del conflitto libico, gli ultimi mesi sono stati roventi per i fronti più caldi dello scenario internazionale, in un clima sempre più destabilizzato non solo dai conflitti in corso, ma anche dall’aggravarsi dell’emergenza carestia nel Corno d’Africa e da eventi drammatici come la strage in Norvegia compiuta in luglio da Anders Behring Breivik. In particolare, sul versante libico stanno definendosi le ultime fasi della liberazione del paese da parte dei combattenti del Consiglio nazionale di transizione libico opposti agli uomini dell’ormai ex leader in fuga. L’Italia, già da tempo, guarda al post Gheddafi. Fin dal mese scorso il ministro degli Esteri Franco Frattini rimarcava l’importanza di attivarsi con rapidità, predisponendo misure in grado di favorire la stabilizzazione della Libia nella fase immediatamente successiva al crollo del regime di Gheddafi. «Fermo restando il pieno rispetto della ownership libica del processo di transizione – dichiarava il titolare

Foto Antonio Scattolon

Francesca Druidi

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Il ministro degli Esteri Franco Frattini


Franco Frattini

della Farnesina – le nostre priorità di intervento nella Libia post Gheddafi mirano ad agire sul fronte della formazione, dell’assistenza tecnica e del trasferimento di expertise e know-how in alcuni settori chiave della realtà post conflitto: sicurezza, porti e aeroporti, dogane e controllo frontiere, sanità, lotta all’immigrazione clandestina». La Libia per Frattini possiede, infatti, grandi potenzialità economiche e immense risorse, ma risente oggi dell’insufficiente presenza di quadri e di figure professionali in grado di rimettere in moto l’economia nazionale e di garantire un’adeguata fornitura dei servizi di base alla popolazione. Quali azioni sono in programma per la Libia? «Abbiamo intenzione di riprendere

le attività previste dal Trattato di amicizia italo-libico del 2008, la cui applicazione è al momento ancora sospesa, che prevedono, tra le altre cose, un impegno chiaro da parte italiana nel settore delle infrastrutture di base e degli alloggi. L’unica attività prevista dal trattato ancora in essere si ricollega all’esigenza di formare adeguatamente la futura classe dirigente e amministrativa del paese, attraverso l’erogazione di 100 borse di studio in favore di altrettanti studenti libici, che potranno iscriversi alle università italiane anche in assenza di una certificazione di equipollenza del titolo di studio, impossibile da rilasciare nell’attuale situazione». La primavera araba rappresenta una svolta storica di cui non si possono ignorare le riper-

cussioni. Cosa è necessario fare per favorire il dialogo politico-culturale e l’integrazione economica e sociale tra le due sponde del Mediterraneo? «Gli eventi che da mesi stanno interessando alcuni paesi della sponda sud del Mediterraneo hanno messo in evidenza i limiti dell’approccio nazionale, europeo e internazionale finora adottato nei confronti dei paesi del vicinato meridionale, incentrato prevalentemente sul mantenimento della stabilità, più che sulle reali aspirazioni politiche e di sviluppo socio-economico dei popoli della regione. L’Italia e l’intera comunità internazionale stanno facendo molto per cogliere l’opportunità offertaci dalla primavera araba di rivedere tale approccio a beneficio dello sviluppo dell’intera area euro-mediterranea: la revisione della Pev, il partenariato di Deauville, nonché l’attenzione di diversi enti e istituzioni nazionali verso la regione, ne sono la concreta dimostrazione. Diversi i piani su cui è importante sviluppare in particolare la cooperazione euromediterranea». Quali nello specifico? «In primo luogo, è necessario continuare ad assicurare un adeguato sostegno ai processi di transizione politica in atto nei paesi della regione, come ad esempio la Tunisia, dove si sta sperimentando un pacifico processo democratico che potrebbe risultare paradigmatico per l’intera regione. Il partenariato di Deauville offrirà un prezioso contributo in termini di assistenza fi-  LAZIO 2011 • DOSSIER • 45


ESTERI

Nuove intese tra Italia e Cina l ministro degli Esteri Frattini è stato impegnato, dal 18 al 21 luglio, in missione in Cina, a Pechino, Shanghai e Canton. Molti i passi avanti compiuti nello sviluppo dei rapporti tra il nostro Paese e la potenza cinese: «Ho trovato interlocutori attenti alla realtà italiana e desiderosi di ampliare i già ottimi contatti bilaterali». Tra questi, il vice premier, Li Keqiang, il ministro degli Esteri, Yang Jiechi e il segretario del Pcc del Guangdong, Wang Yang, vertice della provincia più ricca e popolosa della Cina, da sempre “laboratorio” sociale, politico ed economico del paese. «Con il vice sindaco di Shanghai, Yang Xiong, abbiamo finalizzato il progetto di riutilizzo del Padiglione italiano dell'Expo 2010, destinato a divenire una straordinaria vetrina permanente dell'Italia in Cina» (foto a fianco). Come ricorda il titolare della Farnesina, sono stati firmati accordi importanti, su tutti quello in tema di esenzione dal visto per i titolari di passaporto diplomatico, e intese promettenti, come quella inerente allo scambio di studenti universitari e giovani manager tra Italia e Guangdong. «Questa visita ha costituito un momento di sintesi degli sforzi profusi negli ultimi anni da ambo le parti per elevare il nostro rapporto bilaterale, ma anche un punto di svolta». Uno dei principali obiettivi del piano d'azione triennale concluso nel 2010 tra Silvio Berlusconi e il premier Wen Jiabao, prevede tra l'altro il raggiungimento, entro il 2015, di quota 80 miliardi di dollari di interscambio commerciale. «Obiettivo ambizioso, ma alla nostra portata, che perseguiamo oggi in un nuovo clima». Con una “China policy” ben precisa: «una visione di lungo termine nella gestione dei rapporti bilaterali; la costruzione di un partenariato basato sul rispetto reciproco e sul dialogo a tutto campo, con un'agenda “globale”, capace di travalicare i meri temi bilaterali; la convinzione che la Cina, prima di essere un fiorente mercato, è un Paese amico con un portato culturale millenario cui si deve il diritto di essere compreso, prima che giudicato».

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 nanziaria, institution building, formazione di funzionari pubblici. Il sostegno alla transizione politica deve essere accompagnato da politiche a sostegno della crescita economica dei paesi della sponda Sud, con particolare riferimento allo sviluppo delle Pmi. In altri termini, si tratta di offrire al tessuto imprenditoriale locale facilitazioni nell’accesso al credito, assistenza tecnica e sostegno ai processi di internazionalizzazione. L’Italia ha avviato diverse importanti iniziative al riguardo. C’è, infine, un ultimo aspetto da considerare». In cosa consiste? «Ritengo che lo sviluppo politico e socio-economico di un paese non possa prescindere da un’adeguata offerta formativa per le giovani generazioni, destinate a costituire la classe dirigente del futuro. Occorre pensare a un nuovo “programma

Erasmus per il Mediterraneo” che faciliti la mobilità degli studenti e rafforzi la cooperazione interuniversitaria, incentivando lo scambio di idee e lo sviluppo del know-how necessario ad assicurare competitività sul mercato del lavoro». È già stata stabilita la strada dell’exit strategy in Afghanistan, dagli Stati Uniti e anche dall’Italia. Quali fattori sarà importante tenere in considerazione? «Con afghani e partner internazionali abbiamo da tempo stabilito insieme che la via da seguire è quella della transizione. Un processo, appena iniziato, che vedrà il paese assumere gradualmente la leadership della propria sicurezza. Un percorso, certamente delicato e complesso, lungo il quale l’Afghanistan non sarà lasciato solo. Continueremo a essere al fianco degli afghani, addestrandone le forze di


Franco Frattini



Abbiamo intenzione di riprendere le attività previste dal Trattato di amicizia italo-libico

Il ministro Frattini con il vice presidente del Cnt di Bengasi, Ali Al-Isawi

sicurezza, ma anche rafforzandone le istituzioni e la governance, oltre a stimolare le condizioni per l’avvio di un processo di crescita economica auto-sostenibile. Dovremo poi continuare a incoraggiare una ricomposizione politica e pacifica del paese sul piano interno, che sia inclusiva di tutte le componenti sociali ed etniche, così come una dinamica virtuosa, sul fronte regionale, che coinvolga costruttivamente anche gli stati vicini». E che ruolo avrà l’Italia? «L’Italia ha fatto e continuerà a fare la sua parte attraverso l’impegno

militare nella regione ovest, le apprezzate attività di formazione svolte dai nostri carabinieri, i programmi multi-settoriali della nostra cooperazione allo sviluppo, con una particolare proiezione nella provincia di Herat; l’avvio di attività di cooperazione economica a sostegno dello sviluppo del settore privato e delle infrastrutture del paese. Da tempo, formiamo non solo militari e poliziotti afghani, ma anche funzionari diplomatici, amministratori e magistrati. A Herat siamo in prima linea nel sostegno al Governatore e alla Procura generale. Dobbiamo continuare su questa strada, intensificando i nostri sforzi». Al di là del caso specifico della strage in Norvegia, quanto è radicato in Europa il fenomeno della destra xenofoba e ultranazionalista? Si può parlare di un fenomeno sottovalutato? «Si tratta di un fenomeno complesso, che meriterebbe un’analisi approfondita. Ciò



che degli atroci attacchi di Oslo e Utoya più ha sconvolto la Norvegia, è che il responsabile fosse un norvegese, una sorta di nemico cresciuto in casa, il quale, imbevuto di idee estremiste e xenofobe, ha detto di mirare a “salvare la Norvegia e l’Europa dalla colonizzazione musulmana”. Viviamo un’epoca di repentine trasformazioni, che comportano la rarefazione di tradizionali punti di riferimento psicologici e identitari. Un senso diffuso di fluidità e incertezza si traduce per alcuni in angoscia, dalla quale si cerca riparo in confuse semplificazioni totalizzanti. È allora indispensabile una risposta politica. Da un lato, il progetto di creare e consolidare società aperte, democratiche e multiculturali va perseguito con tenacia ancor maggiore. Dall’altro, appare altrettanto indispensabile un’approfondita riflessione risolutiva sulle politiche di sicurezza e sulla capacità di attuarle con prontezza ed efficacia, sia all’interno che all’esterno dei confini nazionali ed europei». LAZIO 2011 • DOSSIER • 47


OCCUPAZIONE

Lotta alla precarietà giovanile Tra le priorità dell’assessore Mariella Zezza c’è l’inserimento lavorativo dei più giovani: «Con le politiche attive messe in campo da aprile dello scorso anno, sono circa 15mila i posti di lavoro creati, in maggioranza a tempo indeterminato» Elisa Fiocchi

econdo uno studio sull’occupazione nel Lazio, relativo al primo trimestre 2011 e realizzato dal centro studi di Confindustria, sono 2,467 milioni (-1,5%) le forze di lavoro attive nella regione, con un incremento degli occupati pari allo 0,2% (2,260 milioni) rispetto al primo trimestre del 2010, e una diminuzione del numero dei disoccupati del 17,3%. «I dati a nostra disposizione dicono che c’è una ripresa produttiva e occupazionale in atto», dichiara l’assessore regionale al Lavoro e alla formazione Mariella Zezza. «I disoccupati sono ancora molti, soprattutto tra i giovani, ma il loro numero è sceso a 207mila unità», con un tasso di disoccupazione che s’attesta attorno all’8,4% e corrisponde a un ribasso di 1,6 punti percentuali. A preoccupare, tuttavia, è l’utilizzo della cassa integrazione che nella Capitale, tra gennaio e maggio, ha rilevato un incremento delle ore pari al 95,6% (da 8 a 15,7 milioni), in controten-

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denza con l’andamento regionale. Nel dettaglio, la Cig ordinaria fa registrare un +19,9% per il totale (da 2,3 a 2,8 milioni), un +5% per l’industria (da 1,2 a 1,3 milioni) e un +35,5% per l’edilizia (da 1,1 a 1,5 milioni). La cassa integrazione in deroga che, all’inizio del 2009 era sottocontrollo, ha rag-

giunto del 2010 la cifra record di 1,4 milioni (+77%). Quale andamento si registra nel 2011? «Per quanto riguarda gli ammortizzatori sociali, nei primi sette mesi del 2011, abbiamo registrato una diminuzione importante delle ore richieste e autorizzate. Ovviamente la riduzione riguarda soprattutto la


Mariella Zezza



Nei primi nove mesi del 2011, col progetto “Lavoro Formato Giovani” abbiamo messo a disposizione oltre 100 milioni

Mariella Zezza, assessore al Lavoro e alla formazione della Regione Lazio

Cigs, mentre per quella in deroga c’è stato un lieve aumento. Non è un caso, infatti, che oltre la metà delle ore autorizzate di cassa integrazione in deroga faccia riferimento ad aziende con meno di 15 dipendenti, escluse dagli ammortizzatori sociali ordinari. Per il 2011 abbiamo messo a disposizione 210 milioni di euro per cassa integrazione e mobilità in deroga, grazie alle quali nessun lavoratore in difficoltà sarà lasciato senza il sostegno al reddito. C’è da considerare poi che il tiraggio è, a oggi, decisamente inferiore allo scorso anno, a dimostrazione che le preoccupazioni degli imprenditori sono state in gran parte precauzionali. La produzione è in ripresa e l’aumento

del Pil laziale, stimato all’1,2%, è il più significativo a livello nazionale». L’altro dato allarmante è la precarietà: in 450mila guadagnano meno di 800 euro e, nel Lazio, le diverse forme atipiche di ingresso al lavoro vengono sempre più usate in sostituzione dei contratti standard. Come la Regione pensa di intervenire offrendo tutele e flessibilità? «I giovani, l’inserimento lavorativo e la lotta alla precarietà sono al centro della nostra attenzione. In questi primi nove mesi del 2011, nell’ambito del progetto “Lavoro Formato Giovani” abbiamo messo a disposizione oltre 100 milioni di euro per favorire l’ingresso nel mercato del lavoro, potenziare la formazione professionale e sostenere la buona occupazione. Tra gli strumenti messi in campo c’è l’avviso “Precari”, del valore di 12 milioni di euro, con il quale incentiviamo le imprese che decidono di assumere con contratti a tempo indeterminato e sosteniamo i progetti di autoimpiego. Le ri-



sorse impegnate a oggi superano gli 11 milioni di euro, per 450 nuove assunzioni e il finanziamento di oltre 250 progetti di autoimpiego. Con un precedente avviso, “Lavoro in Chiaro”, abbiamo invece sostenuto le assunzioni da parte delle imprese dei lavoratori a rischio sommerso, investendo altri 10 milioni di euro. Anche qui i risultati sono stati ottimi, con 1.400 nuovi posti di lavoro creati, il 40% dei quali relativi a giovani donne». Quali risultati sono emersi dopo l’avvio di questi progetti? «Complessivamente, con le politiche attive messe in campo da aprile dello scorso anno, sono circa 15mila i posti di lavoro creati, la gran parte dei quali a tempo indeterminato. A questi si aggiungono migliaia di opportunità lavorative che ogni giorno vengono pubblicate sul sito internet dell’assessorato www.portalavoro.regione.lazio.it». Nel 2013 scade il termine per accedere a tutti i fondi europei a disposizione che ammontano a 1,5 miliardi  LAZIO 2011 • DOSSIER • 53


XXXXXXXXXXX OCCUPAZIONE



Siamo stati la prima Regione d’Europa a declinare localmente l’agenda europea di Europa 2020

 di euro.

736 mln FONDO

La cifra messa a disposizione dal Fondo Sociale Europeo 2007-2013 per la Regione Lazio

2012 OPEN DAYS A Bruxelles, la Regione Lazio presenterà il progetto “Lavoro Formato Europa”

«Tra le competenze del mio assessorato c’è la gestione del Fondo sociale europeo, che per il periodo 2007/2013 mette a disposizione della Regione risorse per 736 milioni di euro. Nell’ultima riunione del comitato di sorveglianza della Commissione europea, tenutasi a Roma nel mese di giugno, abbiamo presentato l’avanzamento dei progetti e il bilancio dei risultati raggiunti, per spiegare ai cittadini e agli operatori che cosa è stato fatto e cosa stiamo per fare, quali sono le opportunità che si possono cogliere e quali le risorse a disposizione. L’apprezzamento ricevuto dai rappresentanti europei ci stimola a proseguire nel cammino intrapreso dall’insediamento

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della Giunta Polverini». Come sono state finora investite le risorse e quali saranno i prossimi interventi? «A dimostrazione dell’impegno nei confronti delle opportunità rappresentate dall’Unione europea e dal contesto internazionale, ricordo che con Lazio 2020, il nostro piano strategico per il rafforzamento del mercato del lavoro, siamo stati la prima regione d’Europa a declinare localmente l’agenda europea di Europa 2020. Siamo partiti dalla consapevolezza che per vincere la sfida della competitività attraverso una crescita sostenibile, inclusiva e intelligente c’è bisogno di definire il più possibile una politica “Eucal”: pensare europeo, agire local-



mente. In questa direzione siamo partiti con il “Lavoro Formato Famiglia”, per sostenere i lavoratori e le loro famiglie. Il prossimo passo sarà l’avvio del progetto “Lavoro Formato Europa”, al quale saranno dedicate diverse iniziative per il 2012 e che presenteremo in occasione degli Open days in programma a Bruxelles. Per quanto riguarda il dibattito del post Fse, siamo convinti della necessità di disporre di questo strumento importante per lo sviluppo non solo del mercato economico della nostra regione, ma anche per migliorare le condizioni di vita e il benessere del capitale umano. Sarà quindi questa la direzione verso cui ci muoveremo nei prossimi mesi».


Dario Roncon

Boom della cassa in deroga Il sistema produttivo nel Lazio è inchiodato. «Pensiamo a un grande piano di assunzioni che passi attraverso il contratto di apprendistato», dichiara Dario Roncon, per recuperare i giovani che scappano dal circuito scolastico e i lavoratori Elisa Fiocchi

el mese di agosto, l’utilizzo degli ammortizzatori sociali a disposizione nel Lazio è rimasto sostanzialmente uguale, a quello dell’anno precedente. Come dichiara Dario Roncon, segretario della Cisl regionale, «i numeri confermano un trend che avevamo chiaro fin dall’inizio dell’anno: la cassa integrazione straordinaria, ordinaria e in deroga hanno raggiunto un utilizzo di 43 milioni e 800 mila ore contro i 44 milioni e mezzo circa dell’anno scorso». Tuttavia, il grafico ha mostrato oscillazioni non trascurabili: «Paradossalmente, infatti, rispetto ad agosto dell’anno corso, nel 2011 abbiamo assistito al picco di utilizzo della cassa integrazione in deroga». E mentre per quella ordinaria, i livelli si sono mantenuti stazionari con circa 8 milioni di ore (quattro volte il dato precedente alla crisi e quattro milioni di ore in meno rispetto al picco del 2009), «è calata quella straordinaria nei primi otto mesi dell’anno,

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dato imputabile al minor utilizzo dello strumento, da parte della Fiat di Cassino». Dove si concentrano i maggiori fattori di rischio per il mercato del lavoro? «A creare allarme, è l’utilizzo della cassa integrazione in deroga, ovvero quella straordinaria che, in questo periodo di crisi, il Governo ha messo in campo per i settori che non erano tutelati da questo strumento. È passata così da 9 a 13 milioni di ore, con un aumento rilevante». Rispetto alla media nazionale, qual è l’andamento del Lazio? «Appare in controtendenza con il resto del Paese dove invece è leggermente calata. Nel Lazio, la situazione dell’apparato produttivo è inchiodata e uno dei settori che si sta muovendo in negativo è quello dell’edilizia che nei primi otto mesi dell’anno è passata da 3 milioni e 800mila ore a 5 milioni e 800. L’incremento di due milioni di ore riguarda tutte e tre le casse a integrazione a disposizione, in particolare quella straordinaria. Difficile,

dunque, trovare soluzioni alle situazioni endemiche in giro per il mondo: mi riferisco a Videocon, a Finmeccanica, alle imprese in crisi in Cina e al territorio di Rieti. Servono strumenti di rilancio dell’attività produttiva e un piano d’assunzione per i giovani,

Dario Roncon, segretario della Cisl Lazio

ma tutto ciò è impensabile se le aziende non riescono prima a riprendere l’attività». Che segnali giungono dai dati sulla mobilità? «L’utilizzo dello strumento di mobilità è in forte calo ma è solo apparente, mentre aumenta la mobilità da deroga: questo significa che i lavora-



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OCCUPAZIONE



L’apprendistato è lo strumento giusto perchè affronta il tema dei giovani e degli over 50





13 mln DEROGA La cassa integrazione in deroga è passata da 9 a 13 milioni di ore

2 mln ORE L’incremento della cassa integrazione nel settore dell’edilizia per un totale di 5 milioni e 800 ore

tori hanno finalmente conosciuto l’esistenza di questo strumento. Chi ha perso il posto di lavoro e chiede l’accesso alla deroga, ottiene così un piccolo sostegno al reddito per un certo periodo e, aspetto da non sottovalutare, gli consente di maturare i contributi per la pensione». Il Lazio come sta gestendo i fondi comunitari a disposizione? «Nel Lazio i fondi Fas sono stati utilizzati per la copertura del disavanzo sanitario, bloccando il decollo delle opere infrastrutturali previste. Restano quindi a disposizione quelli del Fse riguardano la formazione e in parte sono già stati impegnati. Dopo una partenza in ritardo, sono state

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utilizzate parecchie risorse tanto che la Regione sta pensando di tagliarne alle Province per capitalizzarne alcune da impegnare in modalità che non sono ancora chiare. Una parte di queste, purtroppo, sarà rivolta agli ammortizzatori in deroga, che sono in parte finanziati dallo Stato, in parte minima dalla Regione e in gran parte cofinanziati dalle risorse europee. Fin dall’anno scorso, ne sono stati impegnati meno di quanto avremmo immaginato, perchè lo strumento non era ancora molto conosciuto dalle aziende e dai lavoratori». Come giudica allora l’incremento attuale nell’utilizzo degli ammortizzatori sociali?

«Potrebbe significare che non è aumentata la crisi ma che imprese e lavoratori hanno scoperto che esiste questo tipo di strumento. In questo caso, significa anche che stiamo mangiando una parte importante delle risorse del fondo sociale». Come andrebbero dunque investiti i fondi europei? «Sono tanti i pericoli da evitare: dallo spenderli male, allo spenderli troppo tardi o addirittura non investirli affatto e di conseguenza perderli. Stiamo sollecitando la Regione perchè le risorse siano spese al più presto per sfruttare le premialità garantite dall’Europa ai quei paesi che spendono subito e bene».


OCCUPAZIONE

Un nuovo patto I di equità e sviluppo Secondo Nicola Zingaretti, è importante che gli enti locali siano messi nelle condizioni di fare la loro parte, per immettere liquidità nel mercato e sostenere i consumi: «Dobbiamo recuperare uno spirito positivo di concertazione tra attori sociali, sindacati, impresa e istituzioni» Elisa Fiocchi

Il presidente della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti

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l profilo della Capitale, tracciato dal rapporto annuale dell’ufficio statistica della Provincia di Roma, mostra una città in cui cresce la popolazione anziana e aumentano, tra i giovani, i numeri relativi a disoccupazione e cassa integrazione. Proprio quest’ultima è cresciuta, dal 2008 al 2011, del 782,1%, mentre sono 170mila le persone in cerca d’occupazione. Parallelamente diminuiscono i consumi, aumenta la domanda creditizia e il numero delle imprese sale, ma il valore aggiunto prodotto nei prossimi anni è destinato a diminuire rispetto alle altre grandi aree metropolitane. «Il nostro territorio in un primo momento aveva sofferto meno di altre zone del Paese gli effetti, ma ora siamo di fronte a una crisi che colpisce più in profondità, coinvolgendo anche il terziario e quei settori apparentemente più protetti», dichiara il presidente della Provincia Nicola Zingaretti. Come giudica la crisi del mercato del lavoro? «Per capire i problemi che abbiamo di fronte, bisogna partire da un dato storico, quello di un tasso di attività che a Roma è sempre stato più alto che nel resto d’Italia. Il fatto che la somma di occupati e disoccupati sia superiore alla media del Paese è ovviamente positivo: un indice di vitalità. Il problema è che fino a un certo punto questa maggiore disponibilità al lavoro si è concentrata sul lato dell’occupazione, ora invece, dopo tre anni di crisi, a prevalere è la ricerca di un lavoro che non c’è. I numeri di oggi ci dicono che a Roma

non c’è stato, come in altre zone del Paese, lo shock legato al picco dei licenziamenti; il sistema, da questo punto di vista, ha tenuto. C’è stata una lenta erosione e un’incapacità di produrre nuove opportunità che ha colpito il nuovo e le fasce più esposte del mondo del lavoro, cosicchè quei nuovi disoccupati sono, in larga maggioranza, giovani e precari. È il prezzo che paghiamo a una politica, in primo luogo nazionale, che soffoca la crescita e non crea le condizioni per la ripresa. È importante che gli enti locali siano messi nelle condizioni di fare la loro parte, per immettere liquidità nel mercato e sostenere i consumi: cosa che, come Provincia di Roma, abbiamo sempre fatto, ma che diventa sempre più difficile di fronte ai tagli sempre più pesanti ai trasferimenti e ai vincoli del patto di stabilità». Le persone in cerca di occupazione sono 170mila, in forte aumento rispetto alle 149mila del 2009 e alle 103mila del 2007. Quali fattori paralizzano il mercato del lavoro? «Questi nuovi disoccupati non sono un’area grigia, un insieme indistinto, ma hanno un nome e un cognome. Sono, in larga maggioranza, giovani e donne. Sono contratti a tempo e precariato. Tra il 2008 e il 2010 l’occupazione in Italia è calata del 2,2%, più che in Francia e in Germania, dove la flessione è stata pari, rispettivamente, allo 0,8 e allo 0,4%. Ma in particolare tra i 15 e i 29 anni la riduzione in Italia è stata del 13,2%, nettamente superiore alla Francia (-2,7%) e alla Germania (-3,1). È evidente che dentro la crisi


Nicola Zingaretti



Bisogna ricostruire una cultura del merito e restituire valore ai percorsi di formazione e all’istruzione

qualcuno ha pagato di più, qualcuno ha pagato di meno, qualcuno non ha pagato niente. Una palese iniquità che non riguarda solo l’etica, la giustizia sociale, ma colpisce direttamente la competitività e il livello di produttività del Paese. Nel campo del lavoro, la ricerca di un modello flessibile s’è trasformata in una crescente precarizzazione che, come ha detto Mario Draghi, il governatore della Banca d’Italia, «indebolisce l’accumulazione del capitale umano specifico, con effetti alla lunga negativi anche sulla produttività». A pagarne le conseguenze sono soprattutto i giovanissimi (tra i 15 e i 24 anni) per i quali il tasso di disoccupazione arriva al 30,5%. E l’83% di

quelli che trovano lavoro lo fanno sotto forma precaria. «Quello che serve, a livello nazionale, è un nuovo patto per coniugare equità e sviluppo, superando l’iniquità di un mercato del lavoro che tutela chi ha già tutti i diritti e non dà niente a chi ne è privo. Bisogna ricostruire una cultura del merito, sconfiggere il culto della furbizia e restituire valore ai percorsi di formazione nella scuola e nell’università. Non lo dobbiamo fare solo perché è giusto, ma perché è utile. Un recente studio della Banca d’Italia dimostra che un aumento del 10% della quota di lavoratori laureati porterebbe a un aumento della produttività totale dei fattori dello 0,7%. E, poi,



occorre riformare il sistema dei servizi per il lavoro sul territorio, perché nel mondo globale non si può tornare al “mito del posto fisso”, ma si può avere meno paura di perdere il lavoro, se si sa di avere una porta alla quale bussare. Da questo punto di vista, anche gli enti locali possono fare molto. Noi proprio quest’anno abbiamo inaugurato, presso il nuovo mercato di Testaccio, “Porta Futuro”, uno spazio unico nel suo genere di orientamento e formazione al lavoro nel centro di Roma, per favorire l’incontro tra domanda e offerta di lavoro, utilizzando le nuove tecnologie attraverso un software innovativo e coinvolgendo direttamente il mondo delle imprese». LAZIO 2011 • DOSSIER • 59


INNOVAZIONE

Il risveglio sinergico dei parchi tecnologici

Rispondere al fabbisogno innovativo dell’intero Paese è lo scopo di Apsti, l’interfaccia dei principali parchi tecnologici italiani. Per il presidente Alessandro Giari «mettere insieme i contenuti è stato l’inizio della nostra rivoluzione» Paola Maruzzi

«A

bbiamo rotto l’incrostazione che avvolgeva la filiera dell’innovazione». Alessandro Giari, dal 2006 presidente dell’Apsti, la prima associazione che riunisce gran parte dei parchi tecnologici italiani, racconta l’idea «rivoluzionaria» di mettere in rete i contenuti di 31 piattaforme, ognuna specializzata in un determinato ambito di ricerca. Costituito il “corpo” comune, un passo alla volta i poli, finanziati negli anni Novanta con soldi pubblici e rimasti per lungo tempo “chiusi” nella loro autoreferenzialità, hanno cominciato a rispondere al fabbisogno innovativo delle piccole imprese. Così sono partiti i primi progetti interregionali, i network tematici come quello sulle biotecnologie, la partnership con l’agenzia ministeriale per l’Innovazione, l’opportunità di farsi conoscere all’estero. Successi a parte, la strada non sarà tutta in discesa: le risorse

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economiche sono esigue l’Apsti poggia esclusivamente sul contributo di ciascun associato, cioè una quota di 2.500 euro l’anno - e a questo si assomma il ritardo italiano se si considera che i parchi vedono la luce negli Cinquanta, nella Silicon Valley americana. Ma Giari è fiducioso: «Vantiamo centri eccellenti, basta farli funzionare». E a proposito di buone premesse, sul report dell’Apsti si legge che si immagina di riunire i parchi sotto un’unica grande impresa ad alta tecnologia questa avrebbe la crescita più elevata del Paese. «Il problema – aggiunge Giari – è che se parla ancora troppo poco». Prima della nascita dell’Apsti com’era la situazione? «Autoreferenziale. Non c’è mai stato l’impegno di costruire una vera e propria piattaforma di integrazione e collaborazione, condizione necessaria per sostenere la competitività delle pmi. Il problema del mettere in rete i parchi e ottimizzare le ri-

Alessandro Giari, presidente dell’Associazione parchi scientifici tecnologici italiani


Alessandro Giari

sorse non è architetturale, ma funzionale». Si spieghi meglio. «I parchi sono eterogenei, ognuno ha il suo punto di forza. Ci siamo chiesti come poter sfruttare questa diversità. La risposta è stata mettere in rete i contenuti, quindi collaborare su temi specifici, strategici per il Paese e non solo per le singole regioni. Come prima cosa è nata una commissione di supporto al sistema nazionale dell’agroalimentare, tema

caro alla nostra economia e su cui, per giunta, abbiamo piattaforme tecnologiche di rilievo, come quella di Lodi. La stessa cosa è accaduta per la piattaforma per il genoma. Oltre alla cooperazione dei parchi, è stato fondamentale formulare una carta dei servizi, standardizzare i costi, dar vita a un sistema di accreditamento della qualità delle prestazioni. La rete è un modello semplice e naturale, ma in Italia è stato vissuto come una rivoluzione». La maggior parte dei parchi italiani è di piccole dimensioni, nella media 3050mila metri quadrati. Crede che questo sia sufficiente per adempiere al fabbisogno innovativo del Paese? «La micro dimensione non aiuta, anche se all’estero ho visto parchi giganteschi che hanno un’organizzazione ben peggiore rispetto ai nostri. Farei piuttosto una riflessione sulle relazioni che il parco deve avere con il territorio e come quest’ultimo, a sua volta, partecipa alle politiche di sviluppo. Gli attori principali, cioè pubblica amministrazione, luogo di produzione del know how e sistema di impresa, sono come tre pale di un’elica, per far girare l’innovazione devono ruotare attorno a un unico perno». In Italia i primi parchi nascono solo negli anni Novanta, quindi rispetto ai paesi avanzati scontiamo un notevole ritardo. È possibile re-

cuperare terreno? «Sì, se pensiamo che dalla nostra parte abbiamo talenti e luoghi eccellenti di produzione della conoscenza scientifica e tecnologica. Ora dobbiamo scrollarci di dosso il passato: venticinque anni fa i primi parchi hanno prodotto risultati negativi perché c’era una concezione sbagliata alla base. I poli offrivano risposte tecnologiche ma non davano conto alla reale domanda del mercato. Per semplificare, diciamo che siamo partiti dall’università e dalla ricerca e non dalle esigenze dell’impresa, un modello che potrebbe anche andar bene all’estero, ma non in Italia dove la domanda di innovazione da parte delle pmi ha sempre fatto fatica a emergere. Così i grandi colossi che sono stati in grado di fare ricerca per proprio conto l’hanno fatto, ma sono rimaste fuori le pmi». Eppure i parchi sono nati proprio per colmare questo gap. «Bisogna considerare anche un’altra componente: in America i parchi sono stati prodotti dall’investimento di grandi aziende. In Italia, invece, l’investimento iniziale è stato pubblico, un’operazione che ha creato strutture che non hanno corrisposto all’aspettativa, per non dire fallimentari. È il caso di alcuni parchi del Sud, tra tutti cito l’esempio di Bari». Ora che le cose sono cam-  LAZIO 2011 • DOSSIER • 63


INNOVAZIONE



biate, dove si gioca l’impegno dell’Apsti? «Nel dimostrare nero su bianco che il nuovo modello organizzativo è efficace, che ha effetti sulla crescita e sull’occupazione. Altrettanto importante è aprire il confronto con i governi affinché nascano opportune politiche di sostegno. Qualche riconoscimento comincia ad arrivare. Il ministero ci ha cercato per collaborare alla progettazione del parco di San Marino». Il parco spesso è anche un incubatore di imprese. Nel campione preso in esame dall’Apsti, il fatturato totale delle aziende ospitate è passato dai 896 milioni di euro nel 2004 a circa 1.268 mi-

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lioni nel 2008 (+41%). A distanza di qualche anno cos’è cambiato? «Non ho i dati aggiornati, ma posso dire con certezza che le aziende innovative hanno retto molto bene la crisi. Le imprese ospitate dai parchi crescono mediamente cinquesei volte in più». A maggio è stato siglato il protocollo di intesa tra Apsti e agenzia dell’Innovazione. In concreto quali opportunità si apriranno? «Premesso che abbiamo ancora delle debolezze strutturali, questo ci permetterà di agganciare iniziative importanti, per esempio l’apertura di relazioni attraverso il centro di cooperazione tecnologico italo-cinese, il che signi-

fica portare le piccole verso i mercati internazionali». Parchi e distretti tecnologici hanno ruoli e obiettivi in parte simili. Ha senso che coesistano? «In Italia ci sono troppi soggetti, quindi una grande confusione. Invece che semplificare abbiamo aggiunto. Tre anni fa uno studio dell’Istituto per la promozione industriale ha individuato oltre 400 soggetti che si occupano di trasferimento tecnologico e innovazione. Siamo alla follia. Ora mi pare che le cose siano meglio articolate. Ciò che continua a distinguere i parchi è che si tratta di strutture fisiche, dove l’interazione avviene concretamente».


Stefano Ciccone

Far circolare idee e talenti Giovani, ricercatori, imprenditori innovativi: sono i protagonisti “invisibili” del parco scientifico dell’Università Tor Vergata, che da anni si occupa di trasferimento tecnologico, cercando di vincere «rigidità e diffidenze» del nostro sistema Paola Maruzzi

a prima web conference in occasione della giornata dell’innovazione, seguita da decine di protagonisti dei poli tecnologici italiani, ha segnato uno spartiacque nella storia decennale del parco scientifico romano. Più in generale l’incontro virtuale dello scorso 14 giugno ha messo le singole esperienze dei parchi una di fronte all’altra, contribuendo a rafforzare il dialogo e a far nascere nuovi gruppi di lavoro. «Aggregare chi lavora sulle biotecnologie o sull’agroalimentare – aggiunge Stefano Ciccone, presidente del polo di Tor Vergata – è un modo per fare sistema, valorizzando eccellenze e competenze che, disperse, stentano ad avere visibilità». I parchi vengono promossi come realtà virtuose, in grado di fare da cerniera tra conoscenza e impresa. Ma nella pratica con quali problematiche vi scontrate? «Il dialogo tra ricerca, sistema produttivo e cittadini, non avviene spontaneamente. È necessario vincere diffidenze, rigidità organizzative, differenze

L

di linguaggio. L’attività di mediazione, di integrazione e di promozione di nuove opportunità di sviluppo, proprio per il fatto di essere in una sorta di “terra di nessuno” stenta a essere riconosciuta sia sul Stefano Ciccone, presidente del parco scientifico dell’Università Tor Vergata piano istituzionale che culturale. Tutti riconosciamo la centralità del- «Grazie all’associazione abl’innovazione e della ricerca, biamo intrapreso un processo ma ci affidiamo alla buona vo- di integrazione con gli altri parlontà del singolo ricercatore o chi, accrescendo l’opportunità dell’impresa, lamentandoci dei di scambiare esperienze, comritardi del sistema Paese in que- petenze e informazioni, a tutto sto campo. Certo, l’attuale si- vantaggio delle imprese incutuazione congiunturale non bate, spinte ad avere un conaiuta. Ma proprio la crisi ci fronto con la dimensione namette di fronte alla sfida del- zionale. Infine, il sistema parchi l’innovazione senza la quale ha rafforzato la propria capacità l’Italia rischia la marginalità e il di comunicare con i decisori deperimento del tessuto pro- politici e di dialogare con il siduttivo. Dall’altra parte i ricer- stema internazionale del trasfecatori, giovani e non, spingono rimento tecnologico». per aprire presso l’incubatore i Qual è il progetto del parco loro spin off e le aziende, come che le sta più a cuore? pure gli enti territoriali, vo- «Senza dubbio “Spin over”, inigliono far parte della nostra re- ziativa che continua a offrire altà». un supporto alla nascita e alla Il parco scientifico romano crescita di imprese che provenha aderito all’Apsti. Che van- gono dal mondo della ricerca taggio ha comportato? per sviluppare prodotti inno-  LAZIO 2011 • DOSSIER • 65


INNOVAZIONE



vativi. L’incubatore è un laboratorio dove ricerca pubblica e imprenditorialità, finanza innovativa e sviluppo tecnologico trovano un luogo ideale in cui misurarsi, confrontarsi e sviluppare nuove iniziative, al servizio di tutti i ricercatori che vogliano concretizzare le loro ricerche adottando e seguendo un percorso imprenditoriale. “Spin over” si rivolge a ricercatori, giovani laureati, tecnici e piccole imprese technology based in fase di avvio. Oggi ospitiamo circa 30 imprese e altrettante hanno un’incubazione virtuale. A questo corrisponde un centinaio di persone tra ricercatori e tecnici amministrativi. Su questa attività sono impegnati circa 18 collaboratori. Insomma, la nostra è una struttura piccola, che avrebbe bisogno di crescere e differenziarsi, ampliando servizi e

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infrastrutture». Il parco sorge all’interno del campus universitario di Tor Vergata, a stretto contatto con studenti: in che modo funge da volano per le giovani idee? «Grazie al progetto di placement e recruitment “Fixo” stiamo proprio in questi giorni vagliando le richieste di costituzione di nuovi spin off nella nostra università, che provengono da giovani laureati e dottorandi formati a Tor Vergata. Il parco opera poi nella valorizzazione dei risultati raggiunti dagli spin off. Nei colloqui che ho svolto ho scoperto una grandissima vitalità, molte idee interessanti e molte competenze, spesso poco riconosciute. Purtroppo è grande la disillusione rispetto a un sistema che poco valorizza il contributo dei giovani e offre loro

poche opportunità per far valere le proprie idee e le proprie competenze». C’è un messaggio che vuol lanciare ai giovani ricercatori? «Intraprendere la creazione di un’impresa innovativa o un progetto di trasferimento dei risultati di ricerca su applicazioni che abbiano un uso sociale o produttivo non è né un ripiego rispetto alla carriera accademica né un “tradimento” della propria vocazione di ricerca, ma un percorso in cui misurare la propria creatività, la propria capacità innovativa per rispondere a domande e bisogni sociali. È un modo per scoprire che le proprie competenze possono essere utili se si mettono in dialogo e in ascolto con altre culture e altre priorità, con la voglia di costruire qualcosa di nuovo».


INDUSTRIA FARMACEUTICA

Fiscalità mirata e finanziamenti a sostegno del biotechitaliano Aumenta in Italia il numero delle imprese biotech così come il loro fatturato e l’impegno in ricerca e sviluppo. Ma si scommette ancora troppo poco su questo settore promettente per la competitività del Paese. La parola ad Alessandro Sidoli, presidente Assobiotec Francesca Druidi

onostante la crisi, l’Italia del biotech ha continuato a crescere, come dimostrano i dati dell’ultimo rapporto Assobiotec - Ernst&Young sulle biotecnologie in Italia. Il nostro Paese è infatti diventato, negli ultimi anni, terzo in Europa per numero di imprese dedicate e primo in termini di crescita delle aziende cosiddette “pure biotech”.

N

Alessandro Sidoli, presidente Assobiotec

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«Questo trend positivo – commenta Alessandro Sidoli, presidente di Assobiotec, l’associazione nazionale per lo sviluppo delle biotecnologie che, all’interno di Federchimica, rappresenta le imprese e i parchi tecnologici e scientifici che operano in Italia nei diversi settori delle scienze della vita – è dovuto in gran parte all’alto tasso di ricerca e innovazione che caratterizza le nostre aziende, oltre alla capacità d’iniziativa di molte piccole e micro realtà». Resta però da affrontare, secondo Sidoli, il problema delle dimensioni prevalentemente piccole delle biotech italiane, dimensioni che «rendono difficile disporre delle risorse e delle strutture indispensabili a svolgere l’attività di ricerca», e della mancanza di condizioni tese a stimolare ricerca e innovazione. «Basta rilevare la scarsità di agevolazioni fiscali o di investimenti pubblici destinati al settore». Quali sono le principali sfide che attendono le

aziende del comparto? «Le piccole imprese che fanno innovazione in questo settore vivono in Italia il drammatico problema dell’accesso ai finanziamenti. Vi sono due iniziative su cui Assobiotec si sta impegnando da tempo in questo ambito: l’adozione dello status della Piccola impresa innovativa (Pii) e la creazione di un fondo di investimento specifico per il biotech. Per quanto riguarda la Pii, proponiamo di riservare a questa tipologia di impresa, che investe in R&S più del 30% del totale dei costi aziendali e che ha un numero di addetti dedicato a questo settore superiore al 30% del totale, alcune agevolazioni fiscali specifiche, come ad esempio il credito d’imposta alla ricerca in quota significativa e per un periodo temporale adeguato, oltre alla riduzione temporanea dei contributi per l’assunzione di personale R&S». Mentre la seconda propo-


Alessandro Sidoli

sta in cosa consiste nello specifico? «Anche la costituzione di un fondo identifica una misura strategica che potrebbe consentire alle realtà altamente promettenti di continuare il proprio sviluppo competitivo, avendo la possibilità di accedere ad adeguate risorse finanziarie. L’iniziativa dovrebbe coinvolgere soggetti privati, sia finanziari che industriali, con il supporto di misure mirate a favorire l’investimento ad alto rischio, tipico del settore». Quali sono i possibili margini di sviluppo per il biotech italiano? E con quali politiche andrebbe maggiormente sostenuto? «Il dato più rilevante è l’impatto che, secondo il Cresit, il biotech può avere su Pil, pari al 18%, e occupazione, 9%. Questi numeri parlano già da soli. Eppure le nostre istituzioni restano incredibilmente cieche di fronte alle potenzialità del comparto per la com-

petitività del nostro Paese. Basti pensare che in Francia o Stati Uniti esiste un credito d’imposta sulle spese di ricerca interna che arriva al 50%, mentre in Italia è del 10%, tra l’altro con un meccanismo non chiaro e variabile: ciò ci pone in una posizione di grande svantaggio, che porta gli imprenditori a

guardare all’estero per la creazione d’impresa. È, quindi, necessario avere una fiscalità IMPRESE mirata alle esigenze del setNumero di aziende tore, che si mantenga stabile biotecnologiche su un arco temporale ade- italiane impegnate a fine 2010 in attività guato. In tema di finanziadi ricerca e sviluppo menti, a parte l’ammontare degli stessi, sono estremamente rilevanti i tempi con cui le imprese possono cono- MICROAZIENDE scere l’esito della loro appliPercentuale cation ai bandi, come anche i di imprese biotech appartenenti criteri di valutazione delle alla categoria proposte. Meglio selezionare micro (meno di 10 addetti) pochi progetti interessanti che finanziare a pioggia innumerevoli iniziative, molte delle quali hanno poche speranze di sviluppo. Qualità e meritocrazia devono essere le parole chiave dell’intero processo». Come si configura il rapporto tra il mercato del biotech e quello dell’industria farmaceutica italiana? «Sempre di più le imprese far- 

375

75%

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XXXXXXXXXXX INDUSTRIA FARMACEUTICA



L’ambito delle malattie rare e dei farmaci orfani ha un’importanza crescente per le biotecnologie italiane



 maceutiche

7,4 mld

FATTURATO Ammontare del fatturato complessivo del comparto biotech in Italia

1,76 mld RICERCA Stima delle risorse investite dalle imprese biotech nel 2009

tradizionali stanno diversificando la propria “pipeline” puntando su prodotti biotecnologici che, ad oggi, riscontrano i più alti tassi di approvazione all’immissione in commercio. Il numero di prodotti biotecnologici in sperimentazione clinica e sul mercato è in crescita vertiginosa, e tra qualche anno almeno il 50% dei farmaci sul mercato sarà composto da prodotti biotech. Ma l’aspetto più rilevante è che ormai le grandi imprese farmaceutiche “importano” dalle piccole imprese biotech la maggior parte dei loro progetti di sviluppo di farmaci. Le opportunità, sulla carta, sono notevoli. Va però anche detto che il biotech italiano risente, come altri comparti, della crisi globale: il rischio concreto è di compromettere il percorso di crescita industriale, in assenza di misure

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specifiche di sostegno». Un filone importante nel settore delle biotecnologie è rappresentato dallo sviluppo di farmaci altamente innovativi, alcuni dei quali contribuiscono al trattamento di malattie rare. Quali prospettive ha questo specifico filone di attività nel nostro Paese? «L’ambito delle malattie rare e dei farmaci orfani ha un’importanza crescente per le biotecnologie italiane. I farmaci utilizzati nella cura delle malattie rare sono, infatti, nella quasi totalità di origine biotech, e, in questo contesto, anche l’Italia sta facendo la sua parte. Infatti, delle numerose aziende italiane attive in questo campo, 15 hanno ottenuto almeno un’Orphan drug designation, per un totale di 31 prodotti. Si tratta in prevalenza di prodotti che hanno applicazione terapeu-

tica in ambito oncologico (50%) e che si trovano già in fasi di sviluppo clinico avanzate. L’industria impegnata nella ricerca e nello sviluppo di nuove soluzioni terapeutiche nell’ambito delle malattie rare, affronta però grandi investimenti che meritano di essere riconosciuti e valorizzati quando il farmaco arriva sul mercato. Un farmaco orfano è infatti per definizione “innovativo”, in quanto apporta la possibilità di trattamento laddove prima non c’era. Questo concetto basilare viene spesso ignorato, come avvenuto con il recente accordo Stato-Regioni, nel quale i farmaci “orfani” non sono stati compresi nell’elenco delle specialità medicinali innovative meritevoli, dopo l’approvazione da parte dell’Aifa, d’inclusione automatica nei Prontuari terapeutici ospedalieri regionali».


Davide Integlia

La ricetta è la semplificazione I-Com ha sondato il punto di vista delle aziende farmaceutiche sulla regolazione del mercato italiano. Individuando le principali criticità e le possibili misure di aggiustamento, guardando alla competitività del Paese. A illustrarle è Davide Integlia Francesca Druidi

etter regulation for innovation. Le sfide della regolazione farmaceutica per l’Italia di domani”, è il titolo del convegno tenutosi lo scorso 20 luglio a Roma e organizzato da I-Com, Istituto per la competitività, associazione senza finalità di lucro fondata da studiosi, analisti e manager per approfondire temi inerenti la competitività e l’innovazione. La questione della qualità della regolamentazione del mercato farmaceutico è stata sviscerata anche grazie alla presentazione dello studio “Qualità della regolazione e innovazione farmaceutica: un’analisi bottom up”, sempre a firma ICom, che per realizzare l’indagine ha somministrato un questionario a tutte le aziende farmaceutiche operanti in Italia. A restituirlo compilato in maniera esaustiva sono state 37 aziende, che costituiscono un campione rappresentativo dell’intero mercato includendo anche le principali aziende farmaceutiche. I dati emersi con-

“B

fermano gli aspetti critici della regolamentazione del mercato farmaceutico e più in generale del processo di recepimento dell’innovazione. A commentarli è Davide Integlia, direttore area innovazione di I-Com nonché uno degli autori dell’indagine. Quali sono i passaggi fondamentali individuati per migliorare lo scenario attuale e conciliare innovazione nelle cure, equità di accesso alle stesse e sostenibilità della spesa? «Il concetto chiave è “semplificazione”. La strategia migliore per conciliare produzione e recepimento dell’innovazione farmaceutica, sostenibilità dei conti pubblici ed equo accesso

Davide Integlia,

all’innovazione da parte di tutti direttore area i pazienti, passa attraverso una innovazione semplificazione amministrativa dell’Istituto per la competitività in grado di produrre una maggiore chiarezza nelle procedure per avviare le sperimentazioni cliniche, per la contrattazione del prezzo di rimborso, e per la commercializzazione dei prodotti nelle regioni». Per le aziende i costi delle normative che regolano il comparto del settore farmaceutico, in particolare quelle relative all’immissione del farmaco sul mercato e alla farmacosorveglianza, risultano aumentati negli ultimi anni. Quali cambiamenti sarebbero necessari? «I due aspetti più impattanti sugli oneri aziendali riguardano  LAZIO 2011 • DOSSIER • 71


XXXXXXXXXXX INDUSTRIA FARMACEUTICA

 i problemi relativi al “market access”, o meglio “access to patient” del farmaco, ossia a quell’insieme di procedure che bisogna espletare affinché il farmaco sia effettivamente disponibile per il paziente. I cambiamenti necessari sono allora: semplificare le normative introdotte dall’Aifa; snellire la normativa introdotta dalle autorità regionali; rendere più celere la fase di procedura di immissione in commercio del farmaco, e armonizzare la governance della politica farmaceutica tra le regioni».



Si parla nel rapporto di soluzioni a costo zero per attrarre investimenti, anche e soprattutto dall’estero, sulla voce ricerca e sviluppo delle imprese. Potrebbe indicarmele nello specifico? «In un contesto globale sempre più competitivo per via della natura multinazionale delle aziende operanti nel settore farmaceutico, la chiarezza nelle procedure è l’unica arma che può rendere l’Italia più “attraente” nei confronti dei grandi investitori. Anche per l’attrazione degli investimenti, dun-

Tra i cambiamenti necessari, c’è l’esigenza di rendere più celere la fase di procedura di immissione in commercio del farmaco

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que, la prospettiva della semplificazione, rispetto a quella degli incentivi pubblici di natura automatica o discrezionale (come per esempio agli accordi di programma), appare la strategia più efficiente. Inoltre è necessario puntare sulla qualità della ricerca e sull’eccellenza dei centri per la sperimentazione clinica, in quanto l’idoneità delle strutture in cui effettuare i test costituisce un elemento molto rilevante nella scelta del territorio in cui investire». Quali sono le istanze maggiormente significative emerse dal convegno del luglio scorso sul fronte della better regulation? «Il nodo chiave è la capacità di interlocuzione tra produttori e Servizio sanitario, sia a livello nazionale, come pure a livello regionale e sub-regionale. Dal rapporto I-Com emerge che il 79% dei rispondenti ritiene negativa l’interazione con le autorità del farmaco, per via delle difficoltà riscontrate nella possibilità di confronto durante la fase di redazione dei value dossier e del materiale informativo per l’immissione in commercio del prodotto, come pure nella possibilità di avere chiarimenti per la comprensione delle regole, differenti tra le regioni e in continua evoluzione). Dal convegno è emersa, infine, l’importanza di istituire sportelli territoriali per il confronto tra aziende e autorità, in particolare per il dialogo con le autorità locali».


INDUSTRIA FARMACEUTICA

Sostenibilità e appropriatezza L’invecchiamento della popolazione è un fattore determinante nell’aumento dei consumi e dei costi dell’offerta terapeutica. L’impiego di farmaci generici, come spiega Paolo Siviero dell’Aifa, può contribuire a razionalizzare la spesa Francesca Druidi

Italia è, tra gli Stati membri dell’Ue, il paese che, insieme a Francia, Olanda e Regno Unito, garantisce una delle più elevate coperture ai pazienti e il migliore accesso ai farmaci, compresi quelli orfani e oncologici». A rammentarlo è Paolo Siviero, coordinatore dell’area strategia e politiche del farmaco presso l’Agenzia italiana del farmaco, che negli ultimi anni ha adottato importanti interventi di governo della spesa e di regolazione del settore farmaceutico, assumendo iniziative di indirizzo nell’impiego dei farmaci volte a garantire la più attenta appropiatezza prescrittiva. «Il risultato di questi sforzi è espresso da una spesa farmaceutica territoriale che risulta sostanzialmente sotto controllo, seppur sempre più prossima al raggiungimento del tetto programmato». A preoccupare è soprattutto la spesa farmaceutica ospedaliera. Sebbene, infatti, il tasso di crescita della stessa sia diminuito dal 10,53% del 2009 al 6,5% del 2010, il valore di riferimento stabilito dalla legge 222 del 2007, il 2,4% del Fondo sanitario nazionale, è largamente superato da tutte le regioni italiane. In questo scenario, quale diventa l’obiettivo primario di azione?

«L’ Paolo Siviero, coordinatore area strategia e politiche del farmaco dell’Aifa

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«In un momento in cui le risorse disponibili sono sempre più contingentate, specie per l’assistenza farmaceutica ospedaliera, essere certi di garantire a tutti coloro che ne hanno la necessità anche i farmaci più costosi è un principio che va salvaguardato. Per questi stessi farmaci, l’Aifa ha fortemente implementato meccanismi di rimborso condizionato, volti ad abbinare strumenti di monitoraggio e controllo della spesa con altri meccanismi di analisi delle dinamiche di utilizzo, in modo da poter verificare l’effettiva efficacia degli stessi, permettendo al Ssn di sostenere unicamente i costi per la salute che i farmaci sono effettivamente in grado di produrre». A prescindere dai nuovi ticket sanitari per i farmaci, come si profila la situazione per i prezzi dei farmaci? «Con la determinazione dell’8 aprile 2011, l’Aifa ha attuato quanto disposto dalla normativa finanziaria, riducendo il prezzo di riferimento dei farmaci a brevetto scaduto attraverso un complesso e articolato lavoro di confronto del contesto italiano con quello europeo, preventivamente anticipato alle regioni e alle associazioni di categoria coinvolte dalla manovra. Il prezzo di riferimento è il prezzo di rimborso per il Sistema sanitario nazionale rispetto al quale le aziende farmaceutiche hanno facoltà di allineare, o meno, il prezzo della propria specialità medicinale. Dopo l’entrata in vigore del provvedimento, si è registrato una progressiva riduzione del prezzo dei farmaci compresi nelle liste di trasparenza, con un allineamento al nuovo prezzo di rimborso, in primis da parte delle


Paolo Siviero

aziende che commercializzano farmaci generici equivalenti. Quale ulteriore elemento di informazione per il cittadino, l’Aifa ha pubblicato sul proprio sito liste di trasparenza dove sono riportati tutti i farmaci, il cui brevetto è scaduto unitamente alla specifica dell’eventuale differenza di prezzo rispetto a quello di riferimento stabilito dall’Agenzia». Con quali vantaggi? «I medici hanno così a disposizione lo strumento informativo per la prescrizione di specialità medicinali che non comportano alcun onere aggiuntivo per il cittadino. Al contempo, i farmacisti hanno a disposizione specialità medicinali verso cui operare la sostituzione, al fine di aiutare il cittadino a evitare l’onere della compartecipazione. In tutto questo, il cittadino ha un ruolo fondamentale nel ricordare al proprio medico e al proprio farmacista di individuare quei farmaci il cui costo è totalmente a carico del Ssn; farmaci che rappresentano sempre e comunque il meglio di quanto disponibile in commercio indipendentemente dal fatto che questi siano farmaci generici equivalenti o farmaci griffati». L’Italia è il fanalino di coda in Europa per quanto riguarda l’acquisto dei farmaci ge-



Il cittadino ha un ruolo fondamentale nel ricordare al medico e al farmacista di individuare quei farmaci il cui costo è totalmente a carico del sistema sanitario



nerici. Come superare questo gap? «Questa situazione è certamente dovuta al fatto che i cittadini ne sanno ancora troppo poco e gli stessi medici stentano spesso a prescrivere i farmaci generici. Tuttavia, la generale garanzia derivante da terapie consolidate e l’opportunità di razionalizzazione della spesa farmaceutica, che l’uso appropriato di farmaci generici assicurano, pongono i presupposti per superare la diffidenza degli operatori sanitari e dei pazienti che ancora oggi, in parte, caratterizzano lo scenario italiano. Lo sviluppo di questo mercato dipende, inoltre, dalle prossime scadenze brevettuali che coprono aree critiche del Ssn. Entro il 2013, infatti, diversi “blockbuster” vedranno scadere la copertura brevettuale, aprendo una nuova fase che renderà disponibili molti farmaci a prezzi più contenuti, con beneficio sia per la spesa farmaceutica che per il risparmio privato».

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GIOVANI E IMPRESA

Idee giovani per fare impresa Creare uno sportello unico della nuova generazione per dialogare con le grandi istituzioni e il mondo dell’economia. È questa la sfida del presidente dei giovani imprenditori di Confindustria Lazio, Stefano Commini, per sostenere gli aspiranti imprenditori e le idee valide Renata Gualtieri

fficienza, innovazione e competitività sono ancora oggi i punti fermi su cui i giovani imprenditori devono basare il loro coraggioso lavoro, secondo il presidente del gruppo Giovani imprenditori di Confindustria Lazio, Stefano Commini, in un momento delicato per l’economia italiana in cui è necessario rimanere fiduciosi nel futuro, senza però negare le criticità di un Paese con delle problematiche strutturali ancora irrisolte. Su cosa ritiene che si debba far più leva per agganciare in maniera concreta la ripresa economica? «Bisogna capire se la ripresa economica ci sarà e quando, perché finché si tratta di una crescita dello 0,3% è giusto parlare piuttosto di stagnazione. Questo, però, non deve far paura ai giovani ai quali bisogna far capire che il mercato è in un momento difficile ed è molto più competitivo rispetto al passato. Perciò ci vuole più attenzione all’innovazione, altrimenti si parte già svantaggiati, e occorre aumentare il dialogo con le università e i centri di ricerca per far sì che le idee dei giovani possano trasformarsi in impresa. Il nuovo presidente del Cnr, proveniente dal prestigioso Politecnico di Torino, potrà, mi auguro, rafforzare ulteriormente il rapporto tra imprese e mondo della ricerca». In Italia ci sono troppe leggi che frenano il fare impresa oppure sono poco conosciute e mal gestite. La situazione del Lazio, rispecchia quella nazionale? E dove occorre semplificare? «La situazione del Lazio e del territorio romano, dove c’è un numero maggiore di imprese giovani anche se le percentuali sono sempre basse, rispec-

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chia sicuramente quella nazionale. In questo particolare momento, il settore pubblico ha dovuto ridurre drasticamente gli aiuti alle imprese giovani, e non solo in termini di contributo a fondo perduto, ma anche su una serie di strumenti, come ad esempio il tutoraggio o la consulenza, che invece rappresentano un supporto importante per gli aspiranti imprenditori. La riduzione di questi fondi potrebbe aumentare il rischio di intraprendere strade in settori saturi o poco convenienti in un momento in cui il problema della

Nella pagina a fianco, il presidente del gruppo Giovani imprenditori di Confindustria Lazio, Stefano Commini


Stefano Commini

disoccupazione giovanile è già molto sentito». Fare impresa oggi: quali le doti necessarie a un giovane imprenditore al passo con i tempi e come il gruppo da lei guidato può diventare importante riferimento per chi voglia fare impresa? «Il Gruppo può aiutare il giovane imprenditore e guidarlo nelle scelte. Spesso, infatti, nei nostri incontri con le scuole o nelle iniziative legate alla diffusione della cultura d’impresa molti neoimprenditori ci chiedono consigli su come avviare un’impresa e quali sono gli errori da evitare. Visto che ormai la percentuale di giovani imprenditori di prima generazione è ormai pari a circa il 60%, quindi superiore alla quota dei giovani imprenditori di seconda o di terza generazione, un giovane nel Gruppo può trovare un valido sostegno da parte di coloro che in passato hanno già dovuto affrontare le stesse problematiche. Quanto alle doti necessarie servono propensione al rischio, perché l’imprenditore rischia in prima persona per creare del reddito tra mille difficoltà da affrontare, e propensione all’innovazione, perché siamo in un Paese knowledge based, dove il mercato non deve essere più solo quello domestico e i piccoli imprenditori devono avere l’aspirazione a collaborare con imprenditori mediograndi per tentare di arrivare ad altri mercati e avere un’ottica internazionale». Come vengono recepite e sostenute a livello regionale le finalità dei giovani imprenditori di Confindustria? «Va sfatato il luogo comune che il giovane imprenditore sia un “figlio di papà”; questo non è vero e basta guardare i numeri, molti sono imprenditori di prima generazione. Quello che noi

aspiriamo a fare è interloquire direttamente con la Regione per promuovere tutte le azioni possibili per supportare il giovane che fa impresa, anche se in questo momento il dialogo risulta difficile con un’istituzione soggetta a ingenti tagli. Non ci stanchiamo, comunque, di sottolineare che l’ingresso nel mondo del lavoro dei giovani è di grande rilevanza sociale ed economica per la regione sia in termini di occupazione che di Pil». C’è un progetto coraggioso che lei vorrebbe portare avanti? «Quello di unire le istanze delle varie rappresentanze giovanili e cercare di creare una sorta di “cartello”, uno sportello unico della nuova generazione, che dialoghi con le grandi istituzioni e il mondo dell’economia. La sfida è rendere possibile questo scambio di esperienze tra coetanei, avendo magari a disposizione un referente che ci aiuti a far circolare le informazioni e a rendere operativo lo sportello unico. In questo modo si eliminerebbero quei “lacci e lacciuoli” burocratici che impediscono al neoimprenditore di oggi di orientarsi, senza il supporto di un commercialista e di un consulente del lavoro. Così il giovane non avrà più timore di entrare nel mondo dell’imprenditoria e avrà una rete che lo aiuterà a capire se la sua idea è buona o meno e a prevenire un eventuale fallimento. Di fronte a un’idea valida, invece, potrebbe trovare dei partner per portarla avanti». LAZIO 2011 • DOSSIER • 89


FOCUS RIETI

Dal turismo la svolta «La fase dell’industrializzazione assistita è una parentesi chiusa. Ora se Rieti vuole avere una prospettiva di sviluppo deve puntare sulle sue peculiarità». Il sindaco Giuseppe Emili guarda avanti e invoca un cambio di mentalità Michela Evangelisti

na città tranquilla. Sotto certi aspetti addirittura troppo, secondo il suo primo cittadino, che sprona i giovani: «Tirate fuori il vostro spirito imprenditoriale: ognuno è artefice della propria fortuna». Giuseppe Emili è sindaco di Rieti ormai da un decennio. L’ha vista trasformarsi sotto il profilo economico, con l’abbandono del territorio da parte di quei colossi industriali che avevano suscitato grandi aspettative (Rieti come polo dell’elettronica internazionale). Occorre lasciarsi alle spalle questa parentesi e guardare avanti, suggerisce Emili, puntando sulle nuove tecnologie della comunicazione («non può sfuggire l’importanza che un sito completo, come quello che il comune di Rieti ha completamente rinnovato, può avere sotto l’aspetto promozionale») e sull’attrattività turistica del territorio. Gli ultimi dati economici non sono incoraggianti. Come contrastarli? «La fase dell’industrializzazione assistita è ormai definitivamente superata; l’era delle super fabbriche, che si erano insediate sul territorio reatino attratte da facilitazioni e incentivi statali, è una parentesi chiusa. Ora se Rieti vuole avere una prospettiva di sviluppo deve puntare sulle risorse endogene: in primo luogo un territorio attraente, con una natura incontaminata, profondamente vivibile e dalla solida tradizione enogastronomica». Avanti tutta sul turismo, quindi. «Ci frena, però, un ostacolo importante: la carenza di infrastrutture, non solo viarie ma anche ricettive. Occorrerebbe innanzitutto realizzare la tratta ferroviaria diretta Rieti-Roma, un’aspira-

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Sopra, piazza Vittorio Emanuele. Nella pagina seguente, Giuseppe Emili, sindaco di Rieti


Giuseppe Emili



Il primo ostacolo a frenarci è la carenza di infrastrutture, non solo viarie ma anche ricettive



zione ormai centenaria, la cui concretizzazione sembra ancora lontana, a causa di difficoltà finanziarie oggi più forti che mai. E poi ammodernare e raddoppiare la strada Salaria». Su quali itinerari e segmenti turistici puntare in particolare? «Lo sviluppo del turismo culturale in città è un indirizzo che stiamo seguendo ormai da alcuni anni. Disponiamo di una splendida biblioteca e il nostro Flavio Vespasiano è il teatro con la migliore acustica del mondo. Ora bisognerebbe spingere maggiormente su itinerari turistici lungo le tre vallate del Salto, del Velino e del Turano e rivitalizzare il Terminillo: negli anni Cinquanta richiamava molti turisti, oggi ci hanno superato tutti. Qui, però, entra in gioco il fattore infrastrutturale: per un romano è molto più agile prendere l’autostrada verso l’Aquila che raggiungere il nostro monte. Siamo, infine, una città dello sport tra le più apprezzate d’Italia: da poco si è concluso il meeting di atletica leggera 2011. Un patrimonio ricco, insomma, che se adeguatamente sfruttato porterebbe vantaggi a tutta l’economia regionale». Il problema è solo la mancanza di infrastrutture o c’è dell’altro? «Occorre stimolare i giovani verso un cambio di mentalità: l’assistenzialismo è finito, basta con mamma Stato e papà Comune che risolvono i problemi. Ora ciascuno deve rendersi artefice della propria fortuna. Noto spesso apatia e tendenza a lamentarsi: serve un po’ di spirito imprenditoriale in più. Se l’industria manifatturiera si sposta, bisogna spostarsi su settori diversi: il mio slogan è “dalla cultura dell’industria all’industria della cultura”».

Sono stati realizzati importanti interventi urbanistici e viari negli ultimi mesi e altri stanno per essere avviati. Qual è l’obiettivo di questo programma? «Abbiamo avviato una serie di interventi con lo scopo di riqualificare la città. Di fronte a risorse scarse, abbiamo cercato di coinvolgere anche gli imprenditori locali, garantendo loro un giusto guadagno a patto, però, di non compromettere un ambiente ancora incontaminato; per la riqualificazione del centro storico ci siamo avvalsi, invece, di fondi europei. Tra i vari progetti in cantiere da segnalare è la realizzazione di un raccordo viario attorno alla città; siamo già partiti con il primo tratto, aggiungendo nostri finanziamenti ai 2 milioni messi sul piatto dalla Regione. L’obiettivo è liberare il centro storico dal traffico e collegare la città con gli sbocchi delle grandi strade regionali e nazionali». Il mese di agosto ha fatto registrare in città un aggravamento per quanto riguarda gli atti vandalici. Come si spiega questa escalation? «Rieti è tra i 5 capoluoghi di provincia italiani con il più basso tasso di criminalità. Questo, comunque, non ci induce ad abbassare la guardia. Nei periodi estivi abbiamo registrato qualche episodio di vandalismo in più, riconducibile alle bande giovanili. A questi atti abbiamo voluto dare particolare risonanza proprio per invitare le famiglie a una maggiore sorveglianza sui figli». LAZIO 2011 • DOSSIER • 97


FOCUS RIETI

Rieti vuole crescere Per il rilancio del Reatino occorrono interventi infrastrutturali e un maggior coordinamento tra le pmi a più livelli. Gianfranco Castelli, presidente di Unindustria Rieti, indica tre settori sui quali puntare: innovazione, agroalimentare e turismo Michela Evangelisti epoca sorta grazie agli incentivi statali e che aveva visto grandi aziende, soprattutto del settore elettronico, insediarsi sul territorio è definitivamente chiusa. Negli ultimi anni il Reatino ha subìto, e tuttora sta subendo, un processo di deindustrializzazione; ma la reazione degli imprenditori locali non si è fatta attendere. «Grazie a una forte capacità innovativa e alla presenza di personale altamente qualificato, si sono offerti al mercato in una veste nuova, diversificando i prodotti e riconvertendo i processi produttivi» commenta Gianfranco Castelli, vicepresidente degli industriali laziali e presidente di Unindustria-Confindustria Rieti. A frenarli le poche opportunità di mettere a sistema le loro capacità con il mondo delle università e dei centri di ricerca. «Alle piccole e micro aziende sarebbe utile la presenza di un coordinamento – prosegue Castelli –. Questo è uno dei motivi per i quali abbiamo siglato un accordo di collaborazione con l’Università La

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Gianfranco Castelli, vicepresidente di Unindustria e presidente di UnindustriaConfindustria Rieti

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Sapienza. La convenzione riguarda sia attività di ricerca, sviluppo e innovazione, che promozione della cultura scientifica e tecnologica sul territorio regionale e nazionale, con stage e tirocini formativi presso le pmi associate a Confindustria». Su quali settori, in questo rinnovato panorama, occorrerebbe puntare? «Il comparto che ha reagito meglio è quello dell’innovazione. Qualche settimana fa, sul Corriere di Rieti, è comparsa finalmente una bella notizia: la nostra ditta Solsonica, produttrice di pannelli solari, ha registrato vendite record. Occorre puntare anche sull’agroalimentare, che ha già ricevuto due riconoscimenti importanti, la Dop per l’olio della Sabina e, di recente, l’Igp per il prosciutto amatriciano. Sarebbe, però, opportuna la presenza di un istituto sperimentale, che aiuti gli imprenditori a dare valore aggiunto ai loro prodotti. Bisogna poi spingere sul turismo, in particolare quello legato alla filiera agroalimentare e ai percorsi enogastronomici». La provincia reatina è da sempre la cenerentola del Lazio, perché piccola e mal collegata. «Uno studio recente della Camera di Commercio, redatto in collaborazione con Uniontrasporti, evidenzia come il sistema infrastrutturale della provincia reatina versa in una situazione patologica, causata dall’assenza di nodi logistici e di piastre intermodali, la cui realizzazione, invece, potrebbe fungere da supporto e valida alternativa agli assi viari che assorbono la totalità dei flussi di mobilità delle merci. Diversi studi di settori dimostrano che esiste una diretta correlazione tra le dimensioni delle aziende e l’incidenza del costo logistico; possiamo pertanto comprendere le difficoltà, a queste condizioni, di un sistema territoriale che sta cercando di risorgere».


Gianfranco Castelli

Quali interventi infrastrutturali sono più urgenti? «L’ammodernamento o il raddoppio della Salaria, il completamento delle vie di Torano e di Terni, la nascita del polo logistico di Passo Corese. Per non parlare dell’assenza di un nodo ferroviario che consenta di spostare le merci su rotaia piuttosto che su gomma. Una carenza che, tra l’altro, penalizza anche il turismo. Purtroppo i nostri numeri sono poco rappresentativi e questo ha sempre fatto sì che la politica ci dedicasse poca attenzione. Così rimarranno sempre più piccoli, mentre farli crescere con le briciole della regione sarebbe davvero facile». Rieti ha contribuito nel 2010 solo per l’1,1% alle esportazioni della regione. Come rilanciare l’internazionalizzazione delle vostre imprese? «L’export è legato principalmente alle aziende che si occupano di innovazione, che stanno tuttora attraversando un delicato momento di ri-

conversione. Nella nostra provincia le imprese individuali costituiscono il 76% del totale: occorrerebbero un coordinamento corretto e giusto, delle semplificazioni, non tantissime iniziative che disperdono risorse ma una sola che sia davvero efficace». Da poco Confindustria Rieti ha deciso di aderire a Unindustria: quali effetti auspica in futuro sul vostro territorio? «Sono stato uno dei sostenitori e realizzatori di questa nuova creatura, la più grande associazione confindustriale per estensione territoriale, la seconda per numero di associati. Rieti rientra in questo modo in un progetto regionale, che finalmente le darà modo di confrontarsi non solo con le altre province ma anche con realtà internazionali. Le consolidate capacità progettuali di Unindustria, anche e soprattutto quelle relative allo sviluppo di sistemi integrati di infrastrutture di trasporto, potranno portare innumerevoli benefici a tutto il tessuto imprenditoriale laziale».

15.216 IMPRESE Le aziende registrate nel reatino al primo trimestre 2011

+ 24,2% EXPORT L’aumento delle esportazioni nel primo trimestre 2011 rispetto allo stesso trimestre 2010

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FOCUS RIETI

Più sostegno ai giovani A Rieti cresce il numero di imprenditori under 35. Un trend da sostenere, secondo il presidente della Camera di Commercio Vincenzo Regnini, con linee di credito e leve fiscali mirate. E sullo sviluppo del territorio aggiunge: «Le politiche vanno studiate guardando al Lazio come a un corpo unico» Michela Evangelisti

a crisi morde il Reatino, ma dalle ultime indagini emerge un trend interessante: la percentuale di imprese guidate da giovani è superiore alla media nazionale. Si assesta al 13,2% del totale, a fronte dell’11,8% rilevato mediamente in Italia. Qui, infatti, su un totale di 15.343 imprese iscritte al registro della Camera di Commercio, ben 2.032 sono capitanate da under 35. Un segnale incoraggiante, secondo il presidente dell’ente camerale provinciale Vincenzo Regnini, in un contesto che manifesta tutta la sua drammaticità a livello di occupazione. «Sono due gli strumenti indispensabili per sostenere l’imprenditorialità giovanile – rilancia –. Anzitutto sono necessarie linee di credito mirate, che non focalizzino l’attenzione essenzialmente sulle garanzie reali, ma sulla potenzialità di successo e sulla lungimiranza dei progetti avviati. Non può poi mancare una leva fiscale che agevoli e renda meno traumatico l’ingresso dei giovani imprenditori sul mercato». Reti di impresa e infrastrutture strategiche: questi sono gli asset sui quali puntare con decisione, ha sottolineato in occasione dell’ultima Giornata dell’economia. Da dove occorre partire? «Entrambi gli obiettivi vanno perseguiti con forza e rapidità. Le imprese hanno bisogno al più presto di infrastrutture materiali e immateriali e, visti i pochi fondi disponibili, è necessario compiere delle scelte. A questo proposito abbiamo realizzato uno studio sulle necessità infrastrutturali territoriali con il supporto di Uniontrasporti, lo abbiamo condiviso con le associazioni di categoria e le istituzioni locali e

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lo presenteremo a breve alla presenza di rappresentanti della giunta regionale. Quanto alle reti di impresa, guardiamo con alta convinzione la più recente normativa in merito, che permette alle imprese di fare accordi strategici per obiettivi senza perdere la propria individualità. Uno strumento in grado di dare protagonismo al territorio. Come Camera di Commercio di Rieti stiamo lavorando per realizzare matrici esportabili che possano favorire la creazione di reti di impresa». Nell’osservatorio economico della provincia di Rieti, redatto dall’Istituto Tagliacarne, emergono le forti interrelazioni socioeconomiche tra le province laziali, in particolare tra quella di Rieti e quella di Roma. Il futuro del Lazio è quindi il policentrismo? «La nostra posizione è drastica: non possiamo fare a meno di Roma e Roma non può muoversi autonomamente senza il resto del Lazio. Molti lavoratori di Rieti operano nella capitale, altri si

Nella pagina a fianco, Vincenzo Regnini, presidente della Camera di commercio di Rieti


Vincenzo Regnini



Sul piano del turismo dobbiamo trasformare la nostra vicinanza con Roma da debolezza a punto di forza

spostano verso altre province del Lazio. È quindi guardando a un Lazio come corpo unico che vanno studiate le politiche di sviluppo del territorio. In questo “corpo”, Rieti rappresenta il polmone verde e questa sua funzione deve essere posta in senso contrattuale, anche quando si programmano gli investimenti in infrastrutture. Non ha senso adottare logiche ragionieristiche basate sulla popolazione di un territorio e non sulla funzione che quel territorio ha per l’intera regione. Altrimenti il dibattito si sposta sulle potenziali aggregazioni tra comuni, sulla “fuga” di alcuni comuni verso altre regioni, e così via, perdendo di vista logiche di tipo socio-economico». Un segmento dalle grandi potenzialità ma sottovalorizzato in provincia è quello del turismo. Quali politiche occorrerebbero per un’adeguata promozione del territorio? «Partiamo da un dato di fatto: la provincia di Rieti non è presente nei cataloghi dei principali tour operator. Questo perché la tipologia di of-

13,2% IMPRESE GIOVANI Ben 2.032 sulle 15.343 imprese iscritte al registro della Camera di commercio di Rieti sono guidate da under 35

22% OCCUPATI

Rieti è la settima provincia d’Italia per incidenza di residenti che lavorano fuori provincia



ferta turistica proposta dal nostro territorio non si rivolge al turismo di massa. È evidente che abbiamo necessità di diffondere le bellezze della nostra provincia attraverso altri canali, lungo le principali direttrici che rappresentano la vocazione del Reatino: il turismo religioso e quello ambientale. E dobbiamo aiutare ad aggregarsi attorno a questi segmenti le tante microstrutture turistiche territoriali. In questo senso le formule di promozione vincenti passano, ad esempio, per educational tour rivolti a operatori del settore e giornalisti specializzati, tenendo ben a mente l’esistenza di un punto di forza, la vicinanza con Roma, che fino a oggi è stato visto come un punto di debolezza. Da qui l’importanza anche di iniziative che vedono impegnata la Camera di Commercio di Rieti all’interno del sistema camerale, come il “Buy Lazio”, il workshop turistico internazionale che ogni anno rappresenta il momento di incontro d’eccellenza tra l’offerta turistica regionale e i buyer internazionali». LAZIO 2011 • DOSSIER • 101


Fiere, boccata d’ossigeno I commercianti di Rieti attendono una ripresa dei consumi. Il filone degli eventi e delle fiere, spiega il presidente di Ascom Antonello Castellani, «costituisce un canale turistico molto interessante, sul quale si sta concentrando l’attenzione del mondo politico e associativo della provincia» Michela Evangelisti

el 2010 il Pil pro capite in provincia di Rieti si attesta sui 21.334 euro, un valore inferiore rispetto a quello medio regionale e del Paese, ma ampiamente al di sopra del dato del Centro Italia. È quanto emerge dallo studio realizzato dall’Istituto Tagliacarne per la Camera di Commercio di Rieti. Ma anche se nel 2010, rispetto al 2009, si registra un lieve miglioramento in termini di Pil pro capite, il trend degli ultimi due anni mostra come sia a rischio il tenore di vita degli abitanti della provincia. Una situazione che ha avuto ripercussioni negative sui consumi e ha mietuto molte vittime tra i commercianti reatini, imponendo agli operatori superstiti ristrutturazioni aziendali finalizzate a ottimizzare l’efficienza operativa e limitare i costi. «Al momento tutto ciò è in

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massima parte avvenuto – commenta il presidente di Ascom Rieti, Antonello Castellani –. Non resta che stringere i denti, sperando in una rapida ripresa economica». Eventi e fiere danno ossigeno al commercio: da questo punto di vista, qual’è la situazione sul territorio? «Sotto questo aspetto nel 2011 Rieti è stata molto attiva. In particolare, come Ascom, abbiamo collaborato all’organizzazione della mostra internazionale del peperoncino, il cui successo ha superato ogni più rosea aspettativa, a conferma del fatto che gli eventi e le fiere costituiscono al momento un canale turistico molto interessante, sul quale si sta concentrando l’attenzione del mondo politico e associativo della provincia». L’aumento dell’Iva è ormai una certezza. Come influirà sulle attività della categoria? «L’aumento di un punto dell’Iva a nostro giudizio sarà estremamente penalizzante per i commercianti, in quanto, oltre a provocare


Nella pagina a fianco Antonello Castellani, presidente di Ascom Rieti.

un’inevitabile contrazione dei consumi di quei prodotti a “listino certo”, come carburanti, sanità, auto, motocicli e così via, nella maggioranza dei generi merceologici sarà a carico del commerciante. Vista, infatti, l’esiguità dell’aumento, sarà assorbita nei costi di gestione, senza ripercussioni sul prezzo di vendita. Il bar non aumenterà di certo il caffé di 7 millesimi di euro. Ma forse tutto ciò era stato già calcolato dal legislatore». Secondo una recente indagine Rieti ha la capacità attrattiva più bassa tra tutte le province laziali, arrivando a rappresentare solo lo 0,6% degli arrivi e delle presenze dell’intera regione. E dire che il patrimonio d’interesse non le manca. Cosa non funziona allora? «Il problema del turismo è estremamente complesso. Naturalmente, essendo Rieti la

21 mila EURO

Il Pil pro capite in provincia di Rieti si attesta nel 2010 sui 21.334,8 euro

-0,8% CONSUMI I consumi finali interni delle famiglie sono diminuiti nel biennio 2008-2009 a un ritmo medio annuo dello 0,8%

provincia più piccola del Lazio e trovandosi così vicina a Roma Capitale, le percentuali relative alle presenze sono falsate e non rendono giustizia agli sforzi che tutto il mondo politico e associativo sta facendo nel settore. Certo è che c’è ancora molto da fare, sperando anche in un aiuto da parte della Regione Lazio, essenzialmente in due direzioni: la ripresa del Terminillo, unico caso in Italia di un regresso negli anni di una stazione sciistica, e il tentativo di trasformare in turismo residenziale il “mordi e fuggi” attuale, conseguenza dell’effetto accentratore di Roma». La stessa indagine sottolinea come in provincia ci siano problemi strutturali di rapporto fra banche e clientela. Come si riflettono sullo sviluppo del commercio locale? «Francamente a noi dell’Ascom non risulta un andamento così negativo nei rapporti tra banche e imprenditori. Il nostro confidi non rileva divergenze consistenti con la restante parte del territorio regionale e nazionale, pur evidenziando un calo di pratiche dovute essenzialmente a un ristagno della richiesta piuttosto che a un irrigidimento degli istituti di credito. Certo è che il settore commerciale è quello, per tradizione, che fa meno ricorso al credito, e, come già accennato, è quello che al momento ha in gran parte effettuato una ristrutturazione interna ed è in attesa di una ripresa dei consumi». LAZIO 2011 • DOSSIER • 103


DIFESA ELETTRONICA

La tecnologia che difende dalle minacce elettroniche Roma polo di eccellenza europea della difesa elettronica. Viaggio nella capitale alla scoperta della società guidata da Enzo Benigni, che ne celebra i primi 60 anni raccontando passato e prospettive di una battaglia contro le minacce High-tech Ado Mosca

a tecnologia cresce, alimentando un’arma a doppio taglio. Se da un lato, infatti, garantisce lo sviluppo, dall’altro è fonte di minacce. E l’Italia si sta dimostrando uno dei paesi più all’avanguardia nello studio e nella produzione di apparati per la difesa elettronica. Complice anche una realtà, sorta negli anni Cinquanta, nel cuore della capitale. Elettronica è oggi una delle società leader nella creazione di sistemi di protezione. E proprio quest’anno raggiunge il traguardo Enzo Benigni, presidente dei primi 60 anni di attività. Alla sua e amministratore delegato di Elettronica Spa. guida, l’ingegner Enzo Benigni, presidente Nell’altra immagine, un interno e amministratore delegato. «Lo scopo fondel laboratorio di Roma damentale dell'Electronic Warfare (Guerra www.elettronica-elt-roma.com elettronica, ndr) è quello di anticipare e neutralizzare le minacce in continua evoluzione tecnologica – spiega Benigni -. Gli attuali requisiti operativi rappresentano la forza trainante verso una continua e completa innovazione che è sempre la “raison d’etre” dell’EW. Nel nostro settore, l'eccellenza è un dovere assoluto non un valore accessorio». 60 anni di attività non sono pochi. Come è cambiato il

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comparto della difesa nel nuovo millennio? «L’elemento più stravolgente è senz’altro la globalizzazione dei mercati, arrivata a impattare anche una nicchia particolarissima quale la Difesa Elettronica. Solo dieci anni fa, pensare a un concorrente sudafricano o all’opportunità di installare un sistema Elt su una piattaforma russa o ancora di realizzare una fabbrica in India, sarebbe stato impensabile. Ugualmente, ipotizzare un’Europa della Difesa, così come sancito nel Trattato di Lisbona, sarebbe stato utopico. Eppure è così. Oggi siamo chiamati a competere sui mercati globali, costruire l’Europa della Difesa, in cui il ruolo nazionale non sia marginale, e anticipare nuovi modelli di business che tengano conto di un mondo sempre più multi polare». Ci aiuti a capire cosa può realizzare una società come la vostra. Quali prodotti, ad esempio, trova particolarmente significativi? «Potrei dire tutti, dato che ben conosco lo sforzo dei tanti professionisti coinvolti e la complessità realizzativa retrostante. Ne scelgo però tre che rendono bene l’idea della nostra mission. Il pod


Enzo Benigni



Oggi siamo chiamati a competere sui mercati globali, anticipando nuovi modelli di business che tengano conto di un mondo sempre più multipolare



di Difesa Elettronica installato a bordo del velivolo Eurofighter, in cui Elettronica è co-design authority e responsabile della progettazione di uno degli elementi più strategici dell’intero velivolo. È grazie a questa realizzazione che Elettronica è ancora oggi l’unica azienda al mondo ad aver progettato e realizzato un prodotto simile. Segue il nuovo Radar Warning Receiver (RWR), ELT/160, il quale è in grado di captare e riconoscere le minacce radar più complesse da individuare, offrendo al pilota l’adeguata risposta per difendersi. Lo cito perché, oltre a essere un prodotto di assoluta eccellenza, l’ho fortemente richiesto ai miei collaboratori che, non solo hanno saputo realizzare un piccolo gioiellino, ma l’hanno finalizzato in tempi ridottissimi e solo con investimenti aziendali».

E il terzo prodotto? «Il terzo è il Dircm (directional infrared countermeasures) Elt/572, un sistema per la protezione di aerei da trasporto ed elicotteri militari dai missili “manpads”, responsabili di molte perdite negli scenari fuori area dove operano le nostre Forze Armate. Mi sta particolarmente a cuore per la sua utilità, che travalica l’offerta aziendale e approda alla protezione di persone e soldati impegnati in difficili e rischiose missioni all’estero. Anche in questo caso Elettronica è la sola azienda in grado di proporre tale sistema in Europa. Non a caso, l’Aeronautica Militare ha già stipulato con noi un primo contratto d’acquisto». È ipotizzabile un impiego della tecnologia Elt per scopi civili? Penso, ad esempio, ai sistemi di sicurezza per grandi manifestazioni pubbliche. «Siamo fortemente impegnati su questa tematica, sia autofinanziando alcuni progetti e tecnologie, sia realizzando alcuni prodotti. Temi quali la homeland security, la cyberwarfare, la sorveglianza marittima e la protezione di infrastrutture critiche, sono oggetto di attività già avviate. Si tratta ora di trovare modalità realizzative “duali” che permettano un corretto posizionamento dei prodotti Elt anche su mercati civili». Riavvolgiamo ora il nastro dell’azienda, lungo sessant'anni, fino al punto in cui lei, giovane ingegnere, entra a farne parte. Ci racconta il suo percorso? «Sono entrato in Elettronica nel 1966 nel reparto Divisione Tecnica. Il mio percorso lavorativo si potrebbe riassumere in una serie di date alle quali associare degli eventi, ma ciò che veramente conta, ed è interessante raccontare, è il cammino. Ho scoperto e, nel tempo, coltivato il mio vivere e crescere in azienda e con l’azienda. Questo rapporto, che ha assorbito tanta parte della mia vita,  LAZIO 2011 • DOSSIER • 107


DIFESA ELETTRONICA

 era, ed è ancora, fatto di fatica e dedizione e, nel

contempo, di grandi, grandissime soddisfazioni. Elettronica non è solo un’impresa, ma un microcosmo veramente unico. Almeno per me». Il fondatore della società, l'ingegner Fratalocchi, ha sempre privilegiato il rapporto con i suoi collaboratori. Una filosofia indubbiamente stimolante dal punto di vista professionale. Ci può raccontare qualcosa di più su di lui? «Filippo Fratalocchi ha rappresentato una figura di grande importanza all’interno di Elettronica. Ancora oggi, a distanza di anni dalla sua scomparsa, è tangibile la sua presenza nei corridoi, nei laboratori, nelle linee di assemblaggio finale. Il bello è che anche i più giovani, malgrado non lo abbiamo conosciuto, lo citano come esempio, con parole piene di ammirazione e rispetto. Tutto questo in fondo non mi stupisce, Fratalocchi considerava Elettronica la sua famiglia». Come ha raccolto la sua eredità, sia dal punto di vista del business che nel rapporto con la “squadra” Elt? «La linea strategica affonda le sue radici nella missione che Filippo Fratalocchi aveva delineato. L’azienda è rimasta saldamente ancorata al suo core business, privilegiando lo sviluppo tecnologico e l’innovazione dei propri prodotti e sistemi,

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piuttosto che la diversificazione. Ciò per due essenziali ragioni: la prima è l’inderogabilità dell’eccellenza tecnologica, la seconda è la gestione del rischio, che aumenta quando si affrontano nuovi mercati. Elettronica era e rimane una media azienda, che compete, nel mondo, con imprese di dimensioni e capacità finanziarie superiori alle sue. L’unico modo per mantenere la competitività è presidiare la nicchia originaria della Difesa Elettronica, in cui il brand Elt è conosciuto e riconosciuto. Sul concetto di squadra, poi, la continuità è ancora più palese». Vale a dire? «Coesione della squadra e processo di delega sono un tutt’uno che “dirige” la gestione aziendale, in piena continuità con il passato. Un piccolo segno di tale assunto. L’unica azienda del settore che non ha mai cambiato nome è Elettronica Spa. Qualcosa vorrà dire, non le pare?». Il mondo della difesa elettronica sfida costantemente il futuro, tramutandolo in sofisticati sistemi tecnologici. Com’è cambiata Elettronica sotto la sua guida? «L’azienda ha saputo adeguarsi ai mutamenti e vive oggi in un mondo in cui sono radicalmente cambiati gli scenari operativi di riferimento. Condizione necessaria è ancora l’eccellenza dei prodotti e sistemi, ma ciò non è più sufficiente. Oggi essere presenti su tutti i mercati, fornendo non solo prestazioni, ma anche servizi e applicazioni personalizzate a costi marginali, sono elementi altrettanto importanti all’offerta di prodotto. Nel futuro prossimo, la competizione delle aziende dei Paesi un dì “emergenti” stravolgerà anche i fondamentali del business della difesa elettronica, come d’altronde di quasi tutti i settori high tech. Noi ci stiamo già preparando». Qual è la sua visione dell’azienda da qui ai prossimi dieci anni? «Mi piacerebbe vedere un polo di eccellenza europea della difesa elettronica, inserita con i propri sistemi e capacità nelle filiere tecnologiche e industriali, presente nei mercati globali e capace di realizzare prodotti duali per la sicurezza del Paese e dei cittadini».


NUOVE TECNOLOGIE

Produrre innovazione Godere della tecnologia 3D in televisione eliminando ogni complicazione per operatori e utenti. Grazie al 3D Tile Format, sviluppato da Sisvel Technology, oggi questo è possibile. L’Ingegner Paolo D’Amato illustra i dettagli di questa nuova tecnica Amedo Longhi

ecentemente il 3D ha rivoluzionato il mondo della televisione, ma è già giunto il momento di una nuova tecnologia capace di rivoluzionare a sua volta lo stesso 3D. Si chiama 3D Tile Format e a portarla a casa degli utenti è Sisvel Technology. Come spiega Paolo D’Amato, amministratore delegato di Sisvel Technology, «il Tile Format è una tecnologia assolutamente innovativa e in grado di portare notevoli vantaggi per tutto il mercato, dagli operatori ai produttori TV, agli spettatori. Essere riusciti a realizzarla e attuarla in pratica con le prime trasmissioni ci rende orgogliosi e soddisfatti del lavoro svolto». Può spiegare come funziona e come può es-

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sere utilizzato il 3D Tile Format? «Il 3D Tile Format migliora la qualità dei contenuti in 3D rispetto alle soluzioni attuali (Sideby-Side o Top-Bottom) e permette al broadcaster di raggiungere sia l’utenza 2D sia quella 3D senza dover raddoppiare l’occupazione di banda necessaria alla trasmissione. Infatti con questa tecnica i consumatori in possesso di un sistema di ricezione 3D godono appieno delle caratteristiche della televisione stereoscopica, mentre i consumatori in possesso di apparati di ricezione 2D Full HD possono senza problemi fruire del servizio in alta definizione». Quali iniziative avete messo in campo per diffondere questo nuovo supporto?


Paolo D’Amato

Paolo D’Amato, amministratore delegato di Sisvel Technology www.sisveltechnology.com



Il Tile Format è una tecnologia assolutamente rivoluzionaria e in grado di portare notevoli vantaggi per tutto il mercato, dagli operatori ai produttori Tv, agli spettatori



«Sono state già avviate le prime trasmissioni attraverso la televisione Digitale Terrestre grazie a una collaborazione con due emittenti, Quartarete e Città Digitali, che stanno proponendo programmi in tre dimensioni supportati dal 3D Tile Format. Questa iniziativa, di grande rilevanza poiché si tratta del primo esperimento di questo tipo in Italia, il primo nel mondo che coinvolge emittenti locali, è aperta a tutti i broadcaster intenzionati ad attivare i servizi 3D televisivi. Anche l’operatore satellitare Astra, che ora ha cambiato il nome in SES, ha incominciato a trasmettere su tutto il territorio Europeo contenuti in 3D di qualità superiore grazie al Tile Format. Inoltre importanti negozi specializzati nella vendita di TV a Torino e in provincia (e a breve anche in Toscana) hanno allestito “3D corner” in cui gli acquirenti e i visitatori possono sperimentare le novità richiedendo anche, senza oneri economici, di entrare a far parte di un panel di sperimentatori a cui viene assegnato un decoder che permette di fruire dei contenuti in 3D

(www.3dt.it)». Può parlarci della struttura societaria e organizzativa che c’è dietro tutto questo? «SISVEL è un gruppo internazionale leader a livello mondiale nella promozione dell’innovazione e nella conseguente valorizzazione economica dei risultati della ricerca. Le origini della società risalgono agli anni Ottanta, quando su iniziativa dell’ingegner Roberto Dini viene fondata a None, in provincia di Torino, la Società Italiana per lo Sviluppo dell’Elettronica, SISVEL SPA, spin-off della Indesit Elettronica, che proprio in quel periodo aveva deciso di uscire dal settore degli elettrodomestici “bruni” per concentrarsi sui “bianchi”. Il primo gruppo di tecnologie che SISVEL ha valorizzato sotto il profilo economico era infatti legato al settore dei televisori e più propriamente riferito a innovazioni note e diffuse in tutto il mondo quali “On Screen Display” (Osd), che consente di visualizzare sullo schermo la barra che indica la regolazione del volume o della luminosità, “Automatic Tuning &



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NUOVE TECNOLOGIE



Fin dalla nascita Sisvel Technology ha avviato strategiche collaborazioni con i più importanti centri di ricerca pubblici e privati



Sorting System” (Atss), la piattaforma per la sintonia e la memorizzazione automatica nella giusta sequenza dei programmi televisivi, e “Wide Screen Signaling” (WSS), per la commutazione automatica del formato delle immagini televisive. Da piccola azienda con sede a venti chilometri da Torino, nel corso degli anni SISVEL ha ampliato il suo ambito di intervento assumendo una efficiente dimensione internazionale. In Italia la società ha uffici a Milano e opera anche nel Lazio. A livello internazionale, il gruppo SISVEL è oggi presente in Lussemburgo, in Germania (Stoccarda), negli USA (Washington D.C.), in Giappone (Tokio) e in Cina (Hong Kong)». Edico di cosa si occupa? «Si trova a Roma, è una controllata di SISVEL e rappresenta l’appoggio del Gruppo nella regione Lazio, nonchè un secondo aggregatore di innovazioni brevettate operante nel Centro Italia. È stata fondata nel 1991 ed è una società che opera nel campo dell'innovazione tecnologica nel settore dell’elettronica di consumo, con particolare attenzione ai televisori, alle piattaforme multimediali e ai videoregistratori. Attraverso

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una rete di contatti con centri di ricerca pubblici e privati, Edico è in grado di promuovere l’innovazione grazie anche al ritorno economico che i brevetti generati all’interno del network possono portare». Che ruolo riveste Sisvel Technology all’interno del Gruppo? «Sisvel Technology è entrata a far parte del Gruppo SISVEL nel 2008. Si tratta di un’azienda dedicata alla ricerca, allo sviluppo e alla consulenza tecnica, in grado di fornire a società terze la propria consulenza nel valutare le potenzialità economiche e tecniche dei risultati che emergono dalla ricerca stessa, nonché di sviluppare in proprio nuove tecnologie innovative. Fin dalla nascita Sisvel Technology ha avviato strategiche collaborazioni con i più importanti centri di ricerca pubblici e privati con l’obiettivo di identificare soluzioni tecniche innovative e commercialmente valide. Attualmente i temi di ricerca in cui Sisvel Technology è impegnata spaziano dall’intrattenimento domestico ai dispositivi di comunicazione mobile, dai sistemi di trasporto intelligente alla green technology».


INGEGNERIA INDUSTRIALE

Nuovi scenari per il settore ingegneristico L’ingegneria moderna punta decisa verso un futuro in cui la competitività potrà essere conquistata e accresciuta attraverso l’acquisizione di competenze specifiche, l’ottimizzazione del processo operativo e l’utilizzo di tecnologie all’avanguardia. Gianfranco Grelli della Oyster Progetti ci spiega come Erika Facciolla

e evoluzioni che l’ingegneria applicata al settore industriale e infrastrutturale ha vissuto nell’ultimo decennio sono tante e complesse. In primo luogo, l’organizzazione dei sistemi produttivi e la velocità di trasmissione delle informazioni tra azienda, cliente e fornitori data dalle nuove tecnologie, ha migliorato la fase logistica e gestionale dei progetti. L’uso dei sistemi informatici, inoltre, ha introdotto gli esperti del settore all’impiego di programmi all'avanguardia, ponendo l’attenzione su una costante ricerca all’innovazione tecnologica. Ed è proprio in seno a questa piccola rivoluzione del comparto che la Oyster Progetti, società nata nel 1981 e specializzata nella fornitura di servizi ingegneristici all’industria, è riuscita a conquistare un posto di primo livello nel mercato nazionale e internazionale. Ne par-

L Gianfranco Grelli, amministratore unico della Oyster Progetti Srl con sede a Fiumicino (RM). Nelle altre foto, ambienti di lavoro www.oysterprogetti.it

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liamo con Gianfranco Grelli, amministratore unico della società. Considerando la multisettorialità del settore ingegneristico, quali le linee operative cui ogni intervento non può prescindere? «Noi amiamo definire l’ingegneria come ‘l’arte delle successive approssimazioni’, ma l’ingegneria è anche sviluppo di soluzioni che provengono da competenze specialistiche, che devono interfacciarsi continuamente. È quindi fondamentale un’ottimizzazione delle soluzioni e la loro integrazione, nonché un attento coordinamento orientato alla realizzazione del miglior prodotto finale». Come è avvenuta l’internazionalizzazione della Oyster e verso quali nuove “rotte” pensate di dirigervi? «Già dieci anni fa abbiamo seguito le indicazioni di Confindustria e Oice e intrapreso una serie di viaggi tra Medio Oriente ed Europa dell’Est. I contatti sono stati proficui e siamo riusciti a stabilire una serie di rapporti che si sono poi consolidati attraverso joint venture e la creazione di sedi locali dirette. Oggi la Oyster progetti è presente in Arabia, Al Kobar, Iran e con uffici di


Gianfranco Grelli

rappresentanza a Dubai, Giordania, Kuwait, Qatar, Siria, Turchia e Yemen». Come viene interpretato il concetto di ‘qualità’ in un’azienda come la Oyster? «Il concetto di qualità è inteso come “soddisfazione del cliente” a trecentosessanta gradi. Questo approccio si traduce nella capacità di fornire un prodotto conforme alle specifiche progettuali fornite e secondo le tempistiche concordate». Dal suo punto di vista, come è possibile misurare l’aspetto innovativo di un progetto in-

gegneristico? «Nel nostro caso, sarebbe più corretto parlare di innovazione nelle modalità con cui si sviluppa un progetto: non esistono due impianti ‘uguali’ perché ogni impianto ha le sue problematiche di sito, di tempi e costi. In tutto questo si inserisce la continua evoluzione dei sistemi informatici e dei processi operativi».

Attraverso quali strategie siete riusciti ad affermarvi ai vertici del mercato? «Abbiamo avuto la fortuna di lavorare con i più grandi contractor del mondo nello sviluppo dell’ingegneria e ci siamo resi conto che la prima strategia consiste nell’essere competenti e avere il giusto know-how nelle discipline specialistiche. A questo vanno affiancati il continuo miglioramento nell’utilizzo dei sistemi di progettazione tridimensionali, di gestione dei materiali, nonché l’indispensabile sistema computerizzato di distribuzione e archiviazione dei dati. Senza il pieno utilizzo di questi strumenti, e senza un continuo indirizzamento al loro sviluppo per il futuro, non sarebbe possibile competere». Quali sono le differenze che distinguono il mercato italiano da quello internazionale? «Purtroppo il mercato italiano sta vivendo una fase di rallentamento e le iniziative sono generalmente ridotte; questa situazione genera una competizione agguerrita da parte delle aziende e disegna un panorama di “sopravvivenza” sicuramente non premiante. Il mercato internazionale, invece, è ancora affrontabile con le caratteristiche di eccellenza che devono contraddistinguere i competitor a questi livelli». Cosa auspica per il futuro del settore e dei giovani che intraprendono questo percorso? «Ritengo che le sfide del futuro debbano essere vinte sul piano della capacità delle aziende di offrire in tempi sempre più ristretti un prodotto “free of paper” e senza extraworks. Il messaggio ai giovani è che questo resta un mestiere bellissimo ed entusiasmante dove c’è e ci sarà sempre lo spazio per coloro che sapranno integrarsi nella enorme e indispensabile “macchina” del progetto pur mantenendo le loro individualità». LAZIO 2011 • DOSSIER • 115


RICERCA E SVILUPPO

Ricerca industriale, servono più incentivi Fare ricerca di alto livello è possibile anche in Italia, come dimostra la storia del Centro Sviluppo Materiali. Un’attività specialistica, caratterizzata da un’intensa cooperazione con industrie, università e centri di ricerca, nelle parole di Mauro Pontremoli Guido Puopolo


Mauro Pontremoli

n’eccellenza italiana, una società per azioni fortemente orientata al mercato in grado di confrontarsi con i più importanti player internazionali. Il Centro Sviluppo Materiali – CSM, la cui sede principale si trova a Castel Romano, nella zona sud della capitale, rappresenta senza dubbio una realtà di primissimo piano nel panorama della ricerca industriale, e un partner indispensabile per lo sviluppo tecnologico non solo delle grandi aziende, ma anche delle piccole e medie imprese. «Il nostro è un centro di ricerca industriale privato che si pone, data la sua lunga esperienza, anche come fornitore di know-how e trasferimento tecnologico alle industrie, con dei contributi che hanno quasi sempre un valore quantizzabile economicamente», sottolinea Mauro Pontremoli, amministratore delegato dell’azienda, che tra i suoi azionisti principali annovera Tenaris e Tenova, ThyssenKrupp-AST, Finmeccanica, Fincantieri, Cookson, Saipem, Arvedi, il Polo Tecnologico Industriale Romano, AMA e Acea. Quali materiali, nello specifico, vengono analizzati dall’azienda e in quali settori trovano applicazione le vostre ricerche? «I materiali metallici quali acciai, leghe leggere e superleghe sono l’oggetto principale delle nostre attività, che tuttavia comprendono anche i materiali ceramici e i rivestimenti speciali. Effettuiamo attività di ricerca relativamente all’intero ciclo innovativo: dagli studi e dalle ricerche su scala di laboratorio alla progettazione e ingegnerizzazione di prodotti, processi e tecnologie,

U

fino ad affrontare problematiche di affidabilità e sicurezza di componenti e strutture. In linea generale i settori che beneficiano maggiormente delle nostre ricerche sono il siderurgico, l’aerospaziale, l’energetico e l’industria dei trasporti». Quale valore aggiunto rappresenta oggi la ricerca sui materiali per le realtà industriali? «È un elemento imprescindibile per garantire competitività al sistema industriale italiano. Basti pensare alle aziende “produttrici” di materiali, per le quali lo sviluppo di prodotti sempre più performanti, realizzati sulla base di specifiche applicazioni, è un fattore competitivo chiave nella loro strategia di differenziazione rispetto alla concorrenza dei produttori “low cost”. Lo stesso discorso vale per le aziende “utilizzatrici” di materiali. Vi sono però settori di grande rilevanza nei quali lo sviluppo tecnologico è condizionato dalla disponibilità di materiali adeguati. Nel settore energetico, per esempio, l’aumento dell’efficienza delle centrali di potenza e la conseguente diminuzione delle emissioni di CO2 dipende in modo critico dalla disponibilità di materiali, come acciai speciali e superleghe metalliche, in grado di operare a temperature In apertura Mauro Pontremoli, più elevate di quelle tradizionali». Mentre molte aziende, a causa della crisi, amministratore delegato del CSM. hanno dovuto tagliare le risorse destinate alla Nelle altre immagini, ricerca e allo sviluppo, altre hanno deciso di fasi di lavoro continuare a investire su questo aspetto pro- www.c-s-m.it prio per differenziarsi sul mercato. Quale influenza ha avuto questa condizione sulla vostra attività? «Coloro che si rivolgono al CSM sono in prevalenza grandi industrie operanti a livello internazionale, che in generale hanno subito in maniera meno violenta l’impatto della crisi internazionale, con ricadute ridotte anche per la nostra attività. Per quel che ci riguarda, comunque, abbiamo reagito alla congiuntura negativa accelerando il nostro processo di riposizionamento sui mercati internazionali, privilegiando quelli più dinamici e accessibili, quali l’India e la Turchia, oltre naturalmente la Cina. Tutto ciò ci ha permesso di mantenere un livello di fatturato solo di poco inferiore a quello precedente la crisi, e livelli occupazionali pressoché stabili». Crede che la ricerca sia abbastanza soste-  LAZIO 2011 • DOSSIER • 117


RICERCA E SVILUPPO

 nuta in Italia?

«Il sostegno alle attività di ricerca e sviluppo nel nostro Paese è assolutamente inadeguato, sia sul piano quantitativo che su quello normativo e amministrativo, caratterizzato da complicazioni e lungaggini incompatibili con la ricerca industriale, che richiede rapidità e certezze nei finanziamenti. Di recente, però, abbiamo registrato qualche segnale positivo. Innanzitutto è stato finalmente avviato il Programma Operativo Nazionale – PON, riservato alle cosiddette regioni della convergenza, senza dimenticare il recente Decreto Sviluppo DL 70/2011, che prevede un credito d'imposta alle imprese che commissionano attività di ricerca a soggetti qualificati. In qualità di Organismo di Ricerca ufficialmente riconosciuto dal MIUR, il CSM è compreso tra i soggetti di cui sopra e ciò costituisce una novità sicuramente positiva per la competitività della nostra azienda. Più in generale però, permane un quadro di interventi pubblici ancora insufficiente, per la ricerca in generale e in particolare per i Centri privati o misti pubblico-privato, che svolgono un ruolo specifico e insostituibile nei moderni sistemi di ricerca e innovazione tecnologica». Su quali settori intendete concentrare maggiormente i vostri sforzi? «I nostri settori di punta sono l’OIL & GAS,

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dove siamo impegnati in progetti per le grandi industrie petrolifere internazionali per il miglioramento dell’affidabilità delle strutture e degli impianti per l’estrazione, produzione e trasporto di petrolio e gas, il settore energetico e quello siderurgico. Vi è poi un ambito trasversale di grande impatto, che riguarda la valorizzazione dei rifiuti e degli scarti industriali, soprattutto in chiave di produzione di energia. Nel territorio laziale, inoltre, di particolare importanza è il settore aerospaziale, in cui siamo presenti per favorire il rilancio del Distretto Tecnologico Aereospaziale della regione. In questo quadro intendiamo impegnarci sia in fase progettuale che attuativa, considerando che i materiali avanzati e le nuove tecnologie costituiscono un'area tematica essenziale per il DTA del Lazio». Può fare un bilancio dell’andamento dell’ultimo anno del CSM e delineare le prospettive per il futuro? «Nel 2010, in un contesto macroeconomico certamente non brillante, il CSM ha associato una politica di riposizionamento selettivo sui mercati, privilegiando, come detto, quelli più dinamici, a un rigoroso piano di riduzione dei costi. Ciò ha comportato qualche inevitabile sacrificio, compensato però dal raggiunto riequilibrio del conto economico, che ci permette di guardare al futuro con rinnovata fiducia».


IL MERCATO DELL’AUTO

Le concessionarie puntano sui servizi integrativi Il mercato automobilistico in Italia rappresenta, per certi versi, lo specchio della situazione economica del Paese, con un andamento altalenante e una ripresa definitiva che tarda ad affermarsi. L’opinione di Giuseppe Ricci Guido Puopolo

Q Giuseppe Ricci, Ad di Gruppo Go www.gruppogo.it

uello automobilistico è un comparto che, più degli altri, sembra faticare a uscire da una situazione di stagnazione dovuta alla crisi economica mondiale, e in parte accentuata anche dalle conseguenze prodotte dagli incentivi statali che per un certo periodo hanno trainato la domanda, finendo però col “drogare” il settore. Il mercato delle autovetture in Italia, infatti, nell’ultimo trimestre ha fatto registrare, secondo le ultime rilevazioni fornite dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, un risultato so-

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stanzialmente in linea con l’andamento non particolarmente brillante dello scorso anno. Un quadro statistico non molto incoraggiante, che sembra essere lo specchio della crisi dei consumi e, più in generale, dell’indebolimento dell’attività economica globale, che continua a manifestare persistenti segnali al ribasso. Per far fronte a questa situazione e conquistare nuove fette di mercato le concessionarie devono necessariamente cercare di interpretare i cambiamenti in atto, puntando su un’offerta commerciale attenta ai nuovi bisogni degli acquirenti e su una serie di servizi complementari capaci di fare la differenza. È questa la politica adottata anche dal Gruppo Go, una consolidata realtà nel mondo della vendita di autovetture con sede a Frosinone, in grado di fornire le più importanti marche di auto e i migliori servizi a esse collegati: «Siamo una delle poche realtà sul territorio nazionale ad avere dodici concessionarie ufficiali raggruppate in un'unica struttura», afferma con orgoglio l’amministratore delegato, Giuseppe Ricci. Come ha reagito il gruppo a questa situazione di oggettiva difficoltà? «Sicuramente il 2010 è stato un anno molto difficile per il nostro settore, con una contrazione delle vendite sia delle auto nuove che usate che ha prodotto, come conseguenza, un crollo degli investimenti generalizzato, anche da parte di numerose aziende strutturalmente solide. Ciononostante, il Gruppo Go, in controtendenza rispetto a questa situazione di mercato, ha fatto registrare un incremento del


Giuseppe Ricci

quattro per cento nelle vendite rispetto all’anno precedente, con un trend positivo che sembra essere confermato anche dagli ultimi dati a nostra disposizione». A differenza di altre concessionarie, il vostro gruppo di distingue per la varietà dei marchi di cui siete mandatari ufficiali. Questo quale valore aggiunto comporta per la vostra crescita? «È innegabile che il fatto di essere plurimandatari comporta dei vantaggi rilevanti per l’azienda. In questo modo, infatti, abbiamo la possibilità di proporre ai nostri acquirenti una varietà di prodotti con caratteristiche diverse a prezzi competitivi, difficilmente riscontrabile altrove, in maniera tale da poter soddisfare qualsiasi tipo di esigenza». Al di là delle case automobilistiche da voi rappresentate, quali servizi e peculiarità, oggi fanno la differenza agli occhi di chi acquista un’auto? «La qualità del servizio, la professionalità, la cortesia e una struttura organizzativa altamente efficace costituiscono il nostro valore aggiunto, che quotidianamente cerchiamo di mettere a disposizione di chi si rivolge a noi. Disponiamo, ad esempio, di un’officina tecnologicamente molto avanzata, all’interno della quale lavorano tecnici specializzati in grado di offrire

un servizio di assistenza rapido e puntuale, grazie anche all’utilizzo di strumenti di ultima generazione che riducono al minimo l’impatto ambientale del nostro lavoro. Chi vuole comprare un’auto, entrando nella nostra concessionaria, ha inoltre la possibilità di interfacciarsi con un unico interlocutore e di usufruire di una serie di servizi aggiuntivi, avendo a disposizione un’agenzia interna che si occupa di tutte le problematiche relative all'attività burocratica, ma anche un’agenzia assicurativa con tariffe competitive e agevolate». Quali strategie intendete adottare per il futuro? «Senza tralasciare la clientela corporate, composta soprattutto da aziende, nel prossimo futuro puntiamo a conquistare nuove quote di mercato all’interno del cosiddetto circuito retail, che comprende principalmente quei consumatori maggiormente predisposti all’acquisto di auto di piccole dimensioni e dai bassi consumi. Vogliamo inoltre rafforzare il nostro servizio di assistenza, per guidare ogni singola persona nell’acquisto dell’auto più adatta alle proprie esigenze, perché chi vuole vincere le sfide del mercato sa che, per raggiungere questo obiettivo, bisogna necessariamente offrire qualcosa in più di un buon prodotto».

+4% VENDITE Questo l’incremento registrato da Gruppo Go! In controtendenza con i dati di un settore che ha risentito pesantemente della crisi

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CONSULENZA

Cresce il ruolo dell’advisor tecnico Sono molteplici i servizi, di natura tecnica, amministrativa e finanziaria, che banche e fondi di investimento richiedono a consulenti specializzati, soprattutto nel campo del Project finance. I vantaggi di questa collaborazione secondo Emanuele Riccobene Guido Puopolo on la crisi del mercato edile e, in generale, con la congiuntura economica registratasi nell’ultimo triennio, è mutato il ruolo e la considerazione che le imprese, le banche e gli enti pubblici riservano ai consulenti. Prudenza, nella selezione e nella scelta degli investimenti migliori, è ormai diventata la parola d’ordine per tutti quegli attori operanti nel mondo imprenditoriale e bancario, che per cercare di ridurre al minimo i rischi si rivolgono sempre di più a operatori specializzati, dotati di specifiche conoscenze e professionalità. Una realtà importante in questo campo è Eos Consulting, società di advisory tecnica ed economico-finanziaria con sedi a Roma e a Milano, attiva nello sviluppo di prestazioni professionali, servizi tecnici e gestionali per la realizzazione di opere e infrastrutture, al servizio del settore edilizio e industriale. «Il ruolo del consulente, in tale contesto già ritenuto strategico, oggi è diventato fondamentale – sottolinea il direttore generale Emanuele Riccobene in quanto supporta e assiste le banche nell’analisi della validità e, più in generale, della “bancabilità” di progetti di investimento che alimentano la crescita dei settori vitali per lo sviluppo del nostro Paese». Come si stanno evolvendo le metodologie di analisi e le peculiarità richieste da banche e fondi di investimento che si rivolgono a voi?

C

Emanuele Riccobene, direttore generale della Eos Consulting Srl di Roma www.eosroma.com

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«Alcune banche con cui collaboriamo abitualmente hanno sviluppato un dettagliato standard di attività richieste all’advisor tecnico, finalizzate a identificare puntualmente e minimizzare i rischi tecnici relativi alla realizzazione e gestione dei progetti commissionati. Il confronto delle attività richieste, rispetto a quanto avveniva qualche anno fa, rende evidente l’evoluzione di questo processo che, alla luce dell’esperienza maturata nel settore, ha favorito un livello di condivisione e sinergia sempre più forte tra banche e consulenti, siano essi tecnici, legali o assicurativi, e una lettura multidisciplinare dei rischi di progetto. Attualmente alcuni rischi sono senz’altro percepiti in misura maggiore rispetto al passato, come, ad esempio, l’incidenza dei rischi autorizzativi derivanti dal variare della normativa di riferimento, i quali possono rappresentare una sensibile criticità per i progetti già avviati o in procinto di sviluppo. Tali rischi richiedono, di conseguenza, una più accurata trattazione degli elaborati, e quindi valutazioni prudenziali di maggiore dettaglio rispetto al passato». Qual è stato il bilancio di Eos Consulting nel 2010, sia da un punto di vista del fatturato che degli obiettivi raggiunti? «Nel 2010 la società ha registrato un importante risultato aziendale in termini di crescita del fatturato rispetto agli anni precedenti, ripartito nelle due più importanti divisioni aziendali, rispettivamente delle infrastrutture e delle


Emanuele Riccobene



Abbiamo deciso di puntare con decisione sulle fonti rinnovabili, attraverso un percorso di crescita che ha seguito e colto positivamente le opportunità offerte dal mercato

energie rinnovabili. Quest’ultimo è senza dubbio un settore strategico, con enormi potenzialità sia da un punto di vista economico che occupazionale. Per questo abbiamo deciso di puntare con decisione sulle fonti rinnovabili, attraverso un percorso di crescita professionale, organizzativo e reddituale che ha seguito e colto positivamente le opportunità offerte dal mercato, tanto da essere stati attivati, in qualità di advisor tecnico indipendente, su alcuni dei principali progetti fotovoltaici da parte di banche e fondi di investimento». Quali sono le tendenze principali che stanno caratterizzando la vostra attività in questi ultimi mesi? «Il primo semestre del 2011 ha segnato il raggiungimento di importanti obiettivi aziendali. Nel dettaglio, i risultati registrati dalla Business Unit sulle energie rinnovabili sono pressoché raddoppiati, mentre il settore infrastrutturale ha consolidato in maniera rassicurante le sue posizioni rispetto all’anno precedente. La straordinarietà dello sviluppo delle energie rinnovabili ruota principalmente attorno agli incentivi concessi nel settore fotovoltaico. Malgrado la recente normativa abbia ridimen-



sionato tali incentivi, si continua a percepire un Un impianto fotovoltaico profondo interesse del mondo imprenditoriale in esercizio e un viadotto sulla e finanziario per questo settore, che rappre- Salerno-Reggio Calabria senta, in un momento di incertezza globale degli investimenti, una nicchia di stabilità e sicurezza dei risultati a medio e lungo termine, in virtù anche del progressivo abbassamento dei costi degli investimenti e dall’evoluzione delle più recenti tecnologie». Che cosa ha rappresentato, per la società, la nascita di una Business Unit specializzata in finanza e sviluppo? «La BU Finanza e Sviluppo è stata attivata nel 2009, con la nascita di un gruppo di lavoro dedicato. I servizi offerti sono finalizzati all'elaborazione di business plan e alla redazione di studi di fattibilità, diretti alla creazione e allo sviluppo di iniziative imprenditoriali nel settore  LAZIO 2011 • DOSSIER • 125


CONSULENZA



Siamo stati incaricati di seguire uno dei maggiori investimenti immobiliari attualmente in corso in Europa, il progetto CityLife di Milano



 immobiliare, infrastrutturale, agricolo e indu-

Sopra, render del progetto CityLife, Milano

striale, anche attraverso il ricorso agli strumenti di finanza agevolata esistenti. In generale si può dire che la nostra peculiarità è rappresentata dalla sinergia esistente tra le diverse unità operative, che ci consente - nell'ambito di operazioni oggetto di finanziamenti agevolati gestiti da banche o altri enti - di svolgere, in favore degli stessi soggetti, sia le attività istruttorie che le successive verifiche tecniche di monitoraggio e collaudo». Quali sono stati, in questi anni, i progetti che più vi hanno coinvolto e che hanno consentito alla società di compiere i passi più importanti? «Per quanto riguarda il settore edilizio, nel

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2010 Eos Consulting è stata scelta come Project Monitor per due importanti commesse. Su mandato della banca d’investimenti EuroHypo siamo stati incaricati di seguire uno dei maggiori investimenti immobiliari attualmente in corso in Europa, denominato CityLife. Questo progetto prevede la riqualificazione dell’area ex fiera di Milano, attraverso lo sviluppo di nuove residenze, uffici e immobili ad uso commerciale e terziario, con la presenza della più grandi firme dell’architettura contemporanea quali Isozaki, Hadid e Libeskind. Stiamo inoltre curando, su mandato di Accademia SGR, interventi riconducibili al Fondo Gennaker, per un investimento di circa 300 milioni di euro finalizzati allo sviluppo di vari interventi di natura commerciale, industriale e logistica, sempre nell’area di Milano». Quali invece quelli relativi alle energie rinnovabili? «Con riferimento alle energie rinnovabili, in particolare al settore fotovoltaico, dal 2008 abbiamo ricevuto incarichi di advisory tecnica di numerosi grandi progetti per oltre 1,7 GW, curando sia le analisi e le valutazioni tecnico - amministrative propedeutiche alla finanziarizzazione sia - per i progetti avviati - tutte le successive fasi di monitoraggio e collaudo. Tuttora la società è impegnata come project manager di una pipe line di circa 120 MW, con un’attività che comprende la direzione dei lavori, il coordinamento per la sicurezza e il collaudo finale. Un impegno considerevole ma altamente gratificante, a testimonianza del livello di professionalità raggiunto in questi anni».


INFORMATION E COMMUNICATION TECHNOLOGY

L’Ict un’occasione da cogliere Il settore dell’Ict rappresenta per il nostro paese un’opportunità di sviluppo da cogliere al volo per rimanere in linea con i trend di crescita dei principali competitor europei e internazionali. Il caso della N.O.S.I. New Oriented Solutions Italy Erika Facciolla ebbene l’economia mondiale abbia subito pesanti rallentamenti, uno dei settori che sembra aver risentito in minor misura della difficile congiuntura finanziaria è quello dell’information e communication tecnhology, il cui mercato continua a registrare tassi di crescita positivi. Dal 2007 ad oggi, infatti, la domanda mondiale di prodotti Ict non ha subito grandi flessioni, complici la crescita degli investimenti infrastrutturali e tecnologici sostenuti dalle imprese per competere sui mercati internazionali, l’utilizzo di strumentazioni digitali sempre più evolute e il notevole aumento del numero di utilizzatori di queste tecnologie, siano essi individui o imprese. E se il Nord America e l’Asia si confermano leader del settore sia per consumo che per produzione di prodotti correlati, anche l’Italia sta cercando di guadagnarsi un posto in prima fila e coglierne le opportunità di svi-

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Ugo Galluccio managing director di N.O.S.I. www.neworientedsolutions.com

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luppo. Il caso dell’azienda romana N.O.S.I. è, in tal senso, illuminante, perchè è una realtà giovane e dinamica, specializzata nello sviluppo e nella fornitura di prodotti e servizi Ict innovativi basati su tecniche di intelligenza artificiale e reti neurali. L’idea vincente consiste nel costante investimento sulla ricerca e l’innovazione tecnologica che ha permesso di sviluppare un’offerta competitiva e all’avanguardia. «Questo approccio focus and tuning – conferma il managing director Ugo Galluccio – ha consentito di guadagnare la fiducia dei clienti, con i quali si sono instaurati nel tempo rapporti di partnership». Come descriverebbe sinteticamente la mission dell’azienda? «La mission consiste nel realizzare e distribuire sul mercato globale prodotti e servizi Ict che impieghino le più innovative tecnologie per fronteggiare le problematiche emergenti in tema di benessere dell’uomo e sostenibilità ambientale». Su quali presupposti verte la vostra strategia di sviluppo? «L’approccio strategico di N.O.S.I. poggia sui due pilastri: diversificare la propria immagine mediante un incessante rinnovamento tecnologico del patrimonio conoscitivo dell’azienda; focalizzare l’offerta verso i bisogni emergenti della salute dell’uomo e dell’ambiente, mettendo a punto soluzioni in grado di migliorare la sostenibilità ambientale e il benessere della persona». Come si traduce concretamente questo approccio? «Perseguendo una politica di collaborazione con istituti universitari di ricerca di prestigio


New Oriented Solutions Italy



Grazie ai servizi di telemedicina di nuova generazione, rimanendo nel suo ambiente domestico il paziente può entrare in video comunicazione con il proprio medico



internazionale, che consente di mantenere il nostro know-how a livello di eccellenza e avanguardia nei campi di interesse». L’azienda opera in diverse aree di sviluppo legate alle tecnologie Ict. Sulla progettazione di quali prodotti siete maggiormente focalizzati attualmente? «Sistemi elettronici e sensori in alta frequenza per il rilievo di parametri ambientali su piccola e su vasta scala; telecomunicazioni wireless tra i sensori stessi basate su tag a radiofrequenza di tipo Rfid (RadioFrequency IDentification) per applicazioni di Body Sensor Networks e Wireless Sensor Networks; algoritmi di machine learning». Parliamo della piattaforma di telemedicina proposta. Quali sono gli elementi distintivi che caratterizzano questo sistema? «La piattaforma di telemedicina proposta da N.O.S.I. è dotata dei più innovativi sensori e dispositivi di acquisizione indossabili presenti sul mercato, caratterizzati da elevata facilità d’uso e accuratezza della misura certificata secondo gli standard di riferimento nazionali e internazionali». Che tipo di servizi, e quindi di vantaggi, genera la piattaforma per l’utente finale? «Grazie ai servizi di telemedicina di nuova generazione, rimanendo nel suo ambiente domestico il paziente può entrare in video comunicazione con il proprio medico oppure con uno specialista; effettuare comodamente misure di parametri clinici, grazie a sofisticatissimi sensori non invasivi, indossabili e connessi con il centro servizi in modalità wireless;

essere continuamente monitorato». E per quanto riguarda le strutture distribuite sul territorio? «Innanzitutto è possibile effettuare esami strumentali per il controllo di parametri clinici e ottenere la refertazione dallo specialista in tempo reale, evitando lunghe liste di attesa. Grazie alla piattaforma di telemedicina, la struttura può quindi ridurre la spesa sanitaria, migliorare il livello di servizio erogato ai pazienti e arricchire l’offerta dei servizi presso tutti i distretti territoriali». Quali sono gli altri progetti che contate di sviluppare nel breve periodo? «Stiamo promuovendo un progetto di ricerca che ha come obiettivo l’investigazione di nuovi metodi e algoritmi in grado di riconoscere precocemente la presenza di sintomi collegati all’infarto in pazienti cardiopatici». LAZIO 2011 • DOSSIER • 129


INTERMEDIAZIONE FINANZIARIA

La fidejussione a sostegno delle PMI La fidejussione rappresenta uno strumento fondamentale nel mondo finanziario, bancario e assicurativo. L’avvocato Raffaele Gambardella spiega di cosa si tratta, e quali sono i soggetti abilitati a prestare una fidejussione Matteo Rossi

n un momento di crisi economica come quello attuale, segnato anche dalla difficoltà di accesso al credito, per le aziende le fidejussioni rappresentano una forma fondamentale di credito, determinanti per lo sviluppo e la crescita delle loro attività. Un’autorevole conferma in tal senso arriva dall’avvocato Raffaele Gambardella, presidente del consiglio d’amministrazione di Finworld Spa, società di intermediazione finanziaria (ex art. 107 T.U.B.) che ha quale oggetto esclusivo il rilascio di fideiussioni e cauzioni: «La necessità di prestare cauzioni o fidejussioni nasce proprio dall’esigenza di garantire obbligazioni nei confronti della Pubblica amministrazione e nei confronti dei privati, per il rispetto di obblighi contrattuali. La cauzione o fidejussione prestata è una

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L’avvocato Raffaele Gambardella, presidente del consiglio d’amministrazione di Finworld Spa, Roma www.finworld.it

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forma più economica rispetto a quella tradizionale (deposito in contanti e/o titoli, fidejussione bancaria) e permette di non immobilizzare risorse finanziarie». Finworld è genericamente definita come una società finanziaria. Può dare una più specifica definizione e illustrarci la sua attività? «Finworld Spa, per l’esattezza, opera sul mercato come intermediario finanziario ai sensi dell’articolo 107 del Testo Unico Bancario – TUB, e la sua attività si esplica nel rilascio di fidejussioni e cauzioni, soprattutto in relazione ai pubblici appalti. In virtù di una speciale autorizzazione del Ministero dell’Economia e delle Finanze, richiesta dagli articoli 75 e 113 del Codice degli Appalti (D.lgs. 163/2006), Finworld emettere garanzie “provvisorie” per la partecipazione alle gare di appalto, dette anche “bid bond”, e garanzie “definitive” per la buona esecuzione delle opere, di servizi e delle forniture, conosciute anche come “performance bond”. Rilascia altresì fidejussioni per le concessioni edilizie e gli oneri di urbanizzazione, per i contributi regionali e statali, per la tutela dei diritti patrimoniali degli acquirenti di immobili da costruire e i rimborsi dell’IVA». Si può dire, dunque, che Finworld esercita un’attività creditizia? «Assolutamente sì. A differenza delle banche però, che erogando finanziamenti esercitano prevalentemente l’attività di concessione di “cre-


Raffaele Gambardella

diti per cassa”, Finworld Spa, non eroga denaro ma rilascia fidejussioni e cauzioni che costituiscono comunque una concessione di credito, in quanto garantiscono al beneficiario la credibilità del richiedente nell’adempiere le obbligazioni contrattuali da lui assunte. Al di là di questa distinzione, comunque, anche la nostra società, così come le banche, è soggetta alla vigilanza della Banca d’Italia. Per gli intermediari finanziari la Banca d’Italia detta disposizioni aventi ad oggetto l’adeguatezza patrimoniale e il contenimento del rischio, l’organizzazione amministrativa e contabile e i controlli interni, nonché l’informativa da rendere al pubblico. È sempre la Banca d’Italia che, in virtù delle segnalazioni periodiche e anche con frequenti visite ispettive, vigila sul puntuale rispetto della sana e prudente gestione. Per questo motivo gli intermediari finanziari ex art. 107 T.U.B., quale la Finworld Spa, sono ritenuti soggetti affidabili praticamente come le banche». Quale è la tipologia di società, per dimensioni e settori, che normalmente si rivolge alla Finworldper richiedere il rilascio di garanzie fidejussorie o cauzioni? «Finworld, pur annoverando tra la sua clientela alcuni nominativi di grande rilievo nazionale, è presente soprattutto al fianco delle piccole e medie imprese. La mission aziendale è infatti quella di essere un punto di riferimento sul territorio e riconoscibile non solo visibilmente ma più tangibilmente per le concrete dimostrazioni di professionalità, specializzazione, esperienza e vicinanza alla propria clientela. E proprio per perseguire ciò, offriamo alla nostra clientela prodotti - fidejussioni e cauzioni - che si caratterizzano per la convenienza, velocità operativa e la trasparenza, grazie alla costante attenzione de-



La necessità di prestare cauzioni o fidejussioni nasce dall’esigenza di garantire obbligazioni nei confronti della Pubblica amministrazione e nei confronti dei privati, per il rispetto di obblighi contrattuali



dicata alla realtà imprenditoriale ad oggi presente sul mercato, elemento fondamentale per l’elaborazione di un modello di sviluppo che persegue la crescita dei nostri clienti e lo sviluppo dei territori dove operano». Da un punto di vista geografico, dove opera principalmente il gruppo? «Il Lazio rappresenta sicuramente la regione all’interno della quale siamo presenti con maggiore capillarità, anche se operiamo su tutto il territorio nazionale. Pur avendo una ampia clientela diretta, Finworld si avvale infatti anche di una vasta rete di collaboratori esterni presenti un po’ in tutta Italia. Questi operatori, nel rispetto della normativa vigente, sono selezionati e tassativamente qualificati agenti in attività finanziaria o mediatori creditizi. Possono collaborare con la nostra società anche gli agenti e i broker assicurativi iscritti al RUI».



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INTERMEDIAZIONE FINANZIARIA





Quali sono le maggiori critiFinworld, pur annoverando tra la cità che incontra Finworld nelsua clientela alcuni nominativi di l’espletamento dell’attività? grande rilievo nazionale, è presente «Effettivamente, pur se carattesoprattutto al fianco delle piccole rialmente sono portato a ridimensionare difficoltà e problemae medie imprese tiche, non posso non ammettere che le une e le altre sono molteplici, tanto da caratterizzare varie fasi dell’attività porto in essere, è piuttosto complicata, anche stessa. In primo luogo, è particolarmente delicata perché il più delle volte viene condotta senza e difficoltosa la fase istruttoria, dove occorre ef- la giusta collaborazione degli attori coinvolti, fettuare un’adeguata valutazione dei vari soggetti siano questi i soggetti garantiti o gli enti besotto il profilo patrimoniale e reddituale. Allo neficiari». stesso tempo, però, considerando che si vanno In conclusione, cosa servirebbe, anche ad assumere obbligazioni di medio e lungo pe- sulla base della sua esperienza, per favorire riodo, risulta necessaria anche una valutazione un miglioramento dell’attività portata attuale e prospettica delle società richiedenti le avanti da Finworld? garanzie. A queste incombenze bisogna aggiun- «L’esercizio dell’attività di concessione di cregere la necessità di analizzare la capacità tec- diti di firma, cioè il rilascio di garanzie fidenica, operativa e funzionale delle società a ri- jussorie e cauzioni, è una componente molto spettare gli impegni lavorativi, comportamentali importante per il supporto finanziario di cui e strutturali delle obbligazioni, assunte nei con- necessitano le società nello svolgimento della tratti che ci si richiede di garantire. Vi sono in- propria attività. Per questo sarebbe auspicafine le difficoltà derivanti dai rapporti con gli bile un intervento del legislatore in merito, enti beneficiari, che spesso pretendono il ri- che dovrebbe emanare una specifica normalascio delle garanzie attraverso contratti con- tiva di supporto a tale attività. A prescindere tenenti condizioni che risultano, secondo il da questo, però, quello di cui ci sarebbe davmio modesto parere, a dir poco vessatorie. vero bisogno, è una maggior collaborazione Anche l’attività successiva al rilascio della ga- tra operatori, imprese ed enti beneficiari, che ranzia, consistente nel monitoraggio del rap- ancora tarda però a realizzarsi».

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SICUREZZA SUL LAVORO

Sicurezza e sostenibilità nel futuro della microimpresa La sicurezza sul lavoro è un tema scottante che, se da un lato è tenuto sempre più in considerazione dalle imprese, dall’altro sembra sottovalutato dal legislatore. Ne parla Riccardo Pioli Francesco Bevilacqua

arantire la sicurezza nel mondo professionale è un lavoro complesso e articolato: tutela degli operatori sul posto di lavoro, salvaguardia dell’ambiente, controllo alimentare e sanitario, formazione specifica sono gli aspetti di cui bisogna tenere conto. Si tratta di un servizio da cui non si può prescindere. La Asq Srl, società del sistema CNA di Roma, opera nel campo da quindici anni rivolgendosi prevalentemente alle piccole realtà economiche, fino alle microimprese. «Il livello di attenzione soprattutto nei confronti di sicurezza e sostenibilità – spiega l’amministratore delegato di Asq Srl, Riccardo Pioli – negli ultimi anni è aumentato e prevedo che in particolare le tematiche inerenti la tutela ambientale in futuro rappresenteranno uno sbocco anche imprenditoriale molto importante. Rimangono comunque alcuni nodi da sciogliere, primo fra tutti quello relativo al quadro normativo». Sicurezza sul lavoro e sostenibilità ambientale sono quindi i due aspetti chiave, come valuta la situazione in Italia su questi due fronti? «La sicurezza sul lavoro ha avuto un miglioramento

G Riccardo Pioli, amministratore delegato della Ambiente Sicurezza Qualità Srl, società del sistema CNA di Roma www.asqroma.it

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negli ultimi anni grazie alla normativa del 2008, che, come dicono gli ultimi dati Inail, ha portato a una diminuzione degli infortuni e degli eventi mortali anche nelle microimprese. Per quanto riguarda la sostenibilità ambientale, posso dire che c’è oggi un’attenzione maggiore anche da parte delle piccole imprese nei confronti delle tematiche relative al riutilizzo, riciclo e riuso di materiali altrimenti destinati a essere trattati e smaltiti come rifiuto, senza essere reimpiegati. Parimenti, sta crescendo anche l’attenzione che il mondo dell’impresa presta all’importante questione del risparmio energetico». Quali sono le strategie che avete in mente per il futuro e, più in generale, quali sfide si troverà ad affrontare il settore in cui operate? «Nel presente e nel futuro la nostra strategia è e sarà quella di lavorare per “comparti produttivi”, individuando problemi relativi alla sicurezza, alla salute, all’ambiente e al risparmio energetico. Questo percorso è finalizzato alla ricerca di soluzioni economiche che le microimprese possano fare proprie. La nostra mission è costruire e diffondere la cultura della sicurezza e della prevenzione nei luoghi di lavoro, promuovendo attività e iniziative che concorrano a un efficace contrasto del fenomeno». Di che tipo di tecnologie vi servite nella fornitura dei servizi? «Operando in un mondo di artigianato e


Riccardo Pioli

microimprese diffuse nel territorio, vengono utilizzate e saranno sempre più implementate tecnologie di tipo informatico che siano in grado di consentire, agevolare e mantenere costantemente aggiornate attività quali formazione e informazione a distanza. Un numero notevole di imprese fra quelle che assistiamo, è stato dotato di uno spazio web che permette di gestire i documenti informatici sulla sicurezza, garantendo un aggiornamento costante e una consulenza immediata e a distanza». Qual è il quadro normativo all’interno del quale vi muovete? «Il quadro normativo è definito dal Testo unico in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, che nel 2008 ha definitivamente sostituito il decreto 626 del 1994». Lo ritiene soddisfacente o pensa che debba essere migliorato? «Purtroppo devo dire che nel quadro normativo disegnato dalla legge del 2008 ci sono ancora grosse lacune. Troppe le questioni insolute e rinviate a successivi adempimenti legislativi. Segnalo poi un’eccessiva focalizzazione sul sistema sanzionatorio a scapito delle politiche di prevenzione. Infine, mancano procedure standardizzate per “comparto produttivo” relativamente alle piccole im-

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Nell’artigianato e nella microimpresa avranno sempre più spazio le forme d’iniziativa imprenditoriale legate al risparmio energetico, alle fonti rinnovabili e al recupero di materie prime

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prese, con meno di dieci lavoratori. Procedure che consentirebbero di ridurre i costi di gestione della sicurezza». Quale pensa che possano essere i futuri sbocchi imprenditoriali per l’universo della microimpresa, anche in chiave di sicurezza sul lavoro? «Nell’artigianato e nella microimpresa sono presenti e avranno sempre più spazio determinate forme d’iniziativa imprenditoriale: mi riferisco a quelle legate al risparmio energetico, alle fonti rinnovabili e al recupero di materie prime. Fortunatamente si tratta di ambiti in forte espansione che, da un lato, contribuiranno ad aprire nuove strade alle aziende, attuali e future, del tessuto economico italiano, mentre dall’altro forniranno un apporto fondamentale al miglioramento delle condizioni ambientali del territorio, portando così benefici non solo economici di cui potranno usufruire tutti». LAZIO 2011 • DOSSIER • 135


IL MERCATO DELLA SICUREZZA

Obiettivo sicurezza Aziende ed enti pubblici sono sempre più sensibili alle tematiche inerenti la sicurezza, declinata in tutte le sue forme. Un mercato in evoluzione, con interessanti prospettive di crescita, analizzato da Paolo Graziosi Guido Puopolo na forte propensione all’innovazione, in un settore delicato come quello della sicurezza, rappresenta il tratto distintivo di Ingegneria & Software Industriale – I&SI spa, azienda di Aprilia specializzata nella progettazione, realizzazione e installazione di sistemi per la protezione e la gestione centralizzata di asset e infrastrutture critiche, per Enti Pubblici e aziende private. «La nostra attività si concentra prevalentemente nel campo della sicurezza fisica integrata, della meteorologia e dei sistemi centralizzati per il controllo e la gestione delle infrastrutture, con un occhio alle soluzioni innovative legate al concetto di “città intelligenti” (ottimizzazione del traffico stradale, dela gestione dei mezzi di trasporto etc...)», specifica il direttore generale del gruppo, Paolo Graziosi. In tema di sicurezza, negli ultimi anni in quali ambiti si sono verificati gli sviluppi tecnologici più significativi?

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In basso, l’amministratore delegato Paolo Graziosi www.isisw.com

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«In questi anni le evoluzioni tecnologiche più innovative sono state prodotte dalla convergenza in atto tra il mercato della sicurezza fisica “classico” e il mondo Ict, non solo in riferimento agli aspetti inerenti la sicurezza “logica” ma anche per tutto ciò che riguarda appunto la gestione “intelligente” ed integrata delle grandi aree urbane, per le quali la sicurezza rappresenta un tema molto sentito. Ciò ha determinato un naturale e progressivo incremento di aziende provenienti dal mondo dell’Information technology, con una maggiore attenzione alle caratteristiche di scalabilità, integrazione e interoperabilità dei sistemi. In linea con le esigenze del mercato, I&SI è presente da anni nel mondo del Physical Security Information Management - Psim, con il prodotto Sara, una “open platform” specificatamente progettata per la gestione centralizzata delle infrastrutture di sicurezza e tecnologica. L’utilizzo di Sara garantisce ai nostri partner notevoli benefici, tra i quali l’indipendenza dal costruttore, un maggior controllo, tempi di formazione ridotti, mitigazione del rischio, report centralizzati e, non ultimo, un ritorno immediato sugli investimenti, grazie anche alla capacità di integrare eventuali sistemi già presenti». Su quali progetti vi state concentrando per favorire lo sviluppo aziendale? «Attualmente stiamo indirizzando i nostri sforzi verso la ricerca di nuove soluzioni applicate ad alcuni settori contigui al nostro core business, quali l’energy management e l’allestimento di


Paolo Graziosi



Ci stiamo indirizzando verso la ricerca applicata a nuovi settori, quali l’energy management e l’allestimento di infrastrutture speciali in ambito militare

+14% FATTURATO Questo l’incremento registrato dall’azienda nel 2010 rispetto al fatturato dell’anno precedente

infrastrutture speciali in ambito militare». Di recente avete dichiarato di voler conquistare nuovi mercati, in primis quello brasiliano. Con quali prerogative e attraverso quali strategie? «Il nostro target commerciale principale resta sicuramente il mercato interno, anche se da oltre un anno il management ha deciso di sondare i mercati di alcuni Paesi extra Ue, per cercare di aumentare il valore delle nostre esportazioni. Paesi come il Brasile rappresentano infatti mercati di notevole interesse, visto che nei prossimi anni saranno chiamati a realizzare grandi infrastrutture con annesse complesse soluzioni di sicurezza integrata. In particolare, la capacità di realizzare prodotti e soluzioni innovative tarati sulle specifiche esigenze dei committenti, la flessibilità e l’efficacia nel rispondere alle esigenze più stringenti, e l’elevato know-how tecnologico acquisito in quasi trent’anni di attività, costituiscono una garanzia per chiunque si rivolga a noi, che ci



consentirà di essere competitivi anche sui mercati emergenti di maggior interesse». In che modo la crisi ha inciso sulla vostra attività e quali sono le prospettive per il futuro aziendale? «Il 2010 è stato per noi un ottimo anno, con una crescita considerevole del fatturato, nonostante il perdurare della crisi economica. Anche in termini di sviluppo di nuove attività l’anno passato ci ha riservato notevoli soddisfazioni, con l’apertura di interessanti opportunità in settori per noi relativamente nuovi, come quello dell’Oil&Gas. Qui abbiamo implementato diversi progetti per conto di alcune grandi realtà industriali italiane, che possono rappresentare per I&SI un potenziale veicolo di business anche verso i Paesi emergenti. Per il futuro, infine, stiamo focalizzando sempre di più l’attenzione verso quei mercati esteri in cui la capacità di system integration e la propensione all’innovazione rappresentano un biglietto da visita in grado di fare la differenza». LAZIO 2011 • DOSSIER • 137


SICUREZZA

La sicurezza si attua con servizi su misura ttualmente, quella della sicurezza è una delle esigenze più sentite, non solo da parte di singoli cittadini, ma anche dalle aziende. Oltre ai problemi “fisici”, la tutela del marchio, dell'immagine aziendale, i reati telematici e informatici stanno aumentando costantemente, aprendo le porte a un'infinità di esigenze particolari e specifiche. Queste richiedono una grande diversificazione dell'offerta da parte delle agenzie specializzate nella sicurezza, che ormai operano a “360 gradi”. È il caso della Agency Safety Management, nata nel 2002, in grado di operare su tutti i fronti richiesti dal mercato attuale. Come ci spiega il suo titolare, Antonello Tavoletta, «il mercato cerca interlocutori completi e univoci con cui intraprendere un percorso di company consulting, dei partner e non fornitori». Quindi, «abbiamo scelto di fornire molti servizi che si orientano e spaziano dalla tutela degli asset aziendali, sia dei siti produttivi che delle sedi istituzionali fornendo global service e prodotti di Safety&Security fisica, con servizi armati di vigilanza, piantonamenti e non armati, impiantistica, videosorveglianza, It security. Inoltre un’attenta attenzione alla tutela dei marchi e brevetti attraverso azioni di intelligence e monitoraggio, di personal assistance e Vip Consulting con coordinamento e gestione della presenza aziendale in eventi corporate, Audit relativi all'applicazione delle normative in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro, antincendio, primo soccorso, privacy, Safety&Security Training con la possibilità di percorsi studiati e cuciti su misura». Bisogna distinguere almeno due tipologie di

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Le imprese necessitano sempre più spesso di servizi legati alla sicurezza. E richiedono soluzioni studiate e realizzate in base alle esigenze specifiche. Ne abbiamo parlato con Antonello Tavoletta Manuel Zanarini

intervento, continua il titolare della Agency, «come prima azione, attuiamo la “Safety”, cioè la prevenzione, un approccio che deve entrare in azienda e deve essere applicato costantemente e quotidianamente con l'ausilio dell'Intelligence che deve essere al servizio di un sistema di prevenzione. Ridurre i rischi e soprattutto i danni, economici, di immagine o perdita di quote di mercato per un’azienda è prioritario». Ciò, però, non è sufficiente, quindi, «quando un rischio o un problema si sta manifestando e può generare conseguenze e danni, bisogna arrivare al “se-

Nelle immagini, alcuni eventi presieduti dalla Agency Safety Management di Roma www.agencyonline.it


Antonello Tavoletta



Abbiamo iniziato a integrarci in un sistema che considera la Safety&Security come un elemento sociale, seguendo uno spiccato approccio anglosassone



condo livello, alla “Security”, anche se tale evenienza è molto pericolosa e dovrebbe essere evitata; infatti, richiede una profonda analisi dei sistemi e delle policy interne e impone spesso interventi urgenti, tempestivi e risolutivi per limitare problematiche in cui le aziende possono incorrere». Come è facilmente comprensibile, la formazione è parte essenziale nel successo in questo settore, afferma Tavoletta, «oggi siamo in grado di offrire un supporto a 360 gradi, grazie al nostro approccio e percorso generiamo risultati soddisfacenti e professionalizziamo un mercato vasto e non sempre formato e preparato, soprattutto pronto per le reali esigenze e richieste delle aziende. Tutto questo viene messo in atto grazie ad aggiornamenti continui, sia di natura normativa, sia tecnologica, grazie all'attenzione alle informazioni, ma sopratutto al continuo arricchimento e continua formazione del patrimonio più importante della nostra azienda: il suo staff, i suoi collaboratori e dipendenti». Come detto, si tratta di un mercato in costante cambiamento, vi sono nuove dinamiche ed esigenze articolate, «il segreto è avere un approccio artigianale, abbinato a linguaggi aziendali». Anche a livello legislativo, le cose stanno cambiando, come fa notare Tavoletta, «abbiamo iniziato ad integrarci in un sistema che considera la Safety&Security come un elemento sociale, quindi con spiccato approccio anglosassone. Si lavora anche a li-

vello ministeriale alla formalizzazione e integrazione della figura professionale dell’operatore di sicurezza sussidiaria, che rimane palese e inteso non deve sostituire le forze dell’ordine ma deve essere al loro servizio, coadiuvare i privati e distribuire l’immensa mole di lavoro e competenze che le forze dell’ordine si trovano a gestire ed affrontare quotidianamente. Questo processo si sta attuando attraverso l’applicazione dei vari Decreti Ministeriali in materia di Stewarding, di Addetti al controllo dei locali di pubblico spettacolo, ma ancora più importante a quelli in materia di Investigazioni private e Vigilanza privata, finalmente dopo anni comincia ad essere presente un sistema integrato di servizi e competenze tra i privati e le istituzioni, questo permetterà risultati importanti, risparmi notevoli di risorse». LAZIO 2011 • DOSSIER • 139


IMPRENDITORI DELL’ANNO

L’impiantistica punta alla diversificazione Un settore ad alto contenuto innovativo, che richiede una costante attività di ricerca per conquistare nuovi mercati e fronteggiare la concorrenza proveniente dall’estero. Le evoluzioni degli impianti tecnologici, nell’esperienza di Danilo Fantò Guido Puopolo

na consolidata rete di collaborazioni di successo, con partner del calibro di Telecom, Enel, Terna, Ferrovie dello Stato e Poste Italiane, rappresenta il miglior biglietto da visita per spiegare il successo della Lico Santo, azienda fondata a Vibo Valentia ma con sede a Roma, con un’esperienza trentennale nel campo delle telecomunicazioni e nella realizzazione di impianti elettrici, di reti per il trasporto e per il trattamento dei fluidi. «Col tempo ci siamo specializzati nel settore dell’impiantistica e delle realizzazioni a essa connesse, tra cui la progettazione, gestione e manutenzione di impianti tecnologici per infrastrutture civili e industriali», sottolinea l’amministratore delegato, Danilo Fantò. La vostra realtà si caratterizza per la sua propensione alla diversificazione del business.

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Cosa ha rappresentato questa peculiarità in un mercato in crisi? «La flessibilità è il requisito che ci ha consentito di superare questa crisi devastante, che ha causato la chiusura anche di aziende ben strutturate. In un’ottica di diversificazione della nostra attività, guardiamo con crescente interesse a nuovi segmenti di mercato, con particolare attenzione ai sistemi di telesorveglianza, ai controlli per la sicurezza attiva e passiva, alla protezione dei dati e delle infrastrutture strategiche. Altro mercato di sicuro valore è quello legato all’integrated facility management, che implica una nuova visione del servizio di gestione immobiliare, per soddisfare le richieste di un mercato sempre più esigente mediante una gestione attiva e manageriale degli spazi e delle infrastrutture». Da quali delle vostre attività derivano le performance migliori e su quali investirete, soprattutto, in futuro? «La realizzazione di impianti tecnologici rappresenta sicuramente il nostro core business. Bisogna però dire che anche le attività di gestione e manutenzione degli impianti stessi stanno offrendo risultati operativi interessanti, grazie a una dettagliata pianificazione e ingegnerizzazione del servizio. In proiezione futura stiamo invece completando la nostra rete informatica interna, attraverso un software dedicato che consenta a noi e ai nostri partner di monitorare direttamente e in tempo reale i servizi resi, razionalizzando la gestione operativa in un interscambio continuo di informazioni». Che ruolo ricoprono le attività di ricerca in

Danilo Fantò, amministratore delegato della Lico Santo Srl di Roma www.licosanto.it


Danilo Fantò

20 mln EURO

Il fatturato aziendale registrato nel 2010

un settore come il vostro? «La globalizzazione dei mercati e dei prodotti ha determinato l’ingresso anche nei settori delle telecomunicazioni e della trasmissione dati di nuove aziende, provenienti soprattutto dall’estremo oriente. L’innovazione e lo sviluppo di nuove tecnologie rappresentano, quindi, l’unica strada percorribile per una realtà come la nostra, per far fronte alla concorrenza di questi nuovi competitor. Solo puntando sulla qualità e sulla continua ricerca di nuove soluzioni, infatti, sarà possibile vincere questa nuova sfida». Lico Santo si distingue anche per la sua attenzione nei confronti delle tecnologie e degli impianti in favore di una riduzione dell’impatto ambientale. Quali le novità più interessanti sotto questo aspetto? «Oltre alla certificazione di qualità Iso 9001, l’azienda dal 2007 è dotata di certificazione ambientale Iso 14001/Emas. Riteniamo che le politiche ambientali debbano essere praticate gradatamente, per dare la possibilità ai nostri partner di apprezzarne i benefici senza dover necessariamente sostenere grandi investimenti economici. Siamo impegnati soprattutto nel-

l’incentivazione di politiche per il risparmio energetico, con alcune idee apparentemente semplici ma di ampio respiro, quali la riconversione degli impianti di illuminazione con lampade a led e l’installazione, sulle centrali per telecomunicazioni radio-base, di alimentazione fotovoltaica con stazione di energia ausiliaria». Qual è il bilancio relativo all’attività dell’azienda per il 2010 e quali le prospettive future? «Riteniamo che il 2010 si sia chiuso in modo positivo, in rapporto alla situazione economica globale e a dinamiche prettamente interne, che hanno determinato la cessione del ramo d’azienda riguardante la costruzione e la gestione degli impianti di depurazione e trattamento delle acque, che da solo rappresentava il 40 per cento del fatturato globale. Il primo semestre del 2011 ha inoltre fatto registrare un lieve incremento del fatturato rispetto allo stesso periodo dell’esercizio precedente. Questo rappresenta per noi un nuovo punto di partenza, uno stimolo per uscire definitivamente dal tunnel della crisi e per offrire uno standard di qualità sempre più elevato». LAZIO 2011 • DOSSIER • 141


IMPRENDITORI DELL’ANNO

Nuove applicazioni per l’impiantistica Le nuove caratteristiche peculiari del settore dell’impiantistica sono la grande varietà di servizi proposti, di utenti interessati, di mercati da coprire e l’attenzione per le energie alternative. L’analisi di Luca Crognale Emanuela Caruso

Nelle foto alcuni dei lavori portati avanti dalla Sifis di Roma

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resce la necessità delle aziende di alcuni settori di formare consorzi, gruppi di imprese associate o partnership per poter affrontare e gestire il lavoro in modo più organizzato. I settori maggiormente coinvolti in questo meccanismo sono quelli ad esempio dell’impiantistica, dei servizi ecologici, delle infrastrutture, e più in generale quei settori che non producono e vendono beni materiali, ma che offrono un servizio. Di solito sono aziende che forniscono interventi molto diversi l’uno dall’altro e per questo hanno anche clientele molto diversificate e con esigenze ben distinte. Proprio questo è il caso della Sifis, società romana che si occupa in particolar modo dell’impiantistica elettronica, elettrica ed elettromeccanica per infrastrutture di vari settori. «Per poter affrontare in maniera razionale le tante problematiche presentate dai vari settori in cui operiamo e dai molti utenti che richiedono il nostro intervento – commenta Luca Crognale, amministratore unico della Sifis –, abbiamo costituito un gruppo di aziende, tutte aventi la nostra società come punto di riferimento, che oltre a svolgere attività di ricerca e di sviluppo applicativo in mercati alternativi a quelli finora coperti, rappresentano anche un supporto operativo nelle attività della Sifis». Ed effettivamente questa azienda offre una gamma di servizi e prestazioni davvero ampia e che spazia dagli studi di fattibilità alla progettazione, dalle stesure di perizie alla fornitura di materiali e apparecchiature, dalla realizzazione degli impianti ai collaudi e alle manutenzioni. Come se non bastasse anche le realtà a cui si rivolge sono tante e tra le più importanti si annoverano le infrastrutture stradali, ferroviarie, portuali, aeroportuali e industriali. «Per permettere

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Luca Crognale



Al momento i servizi della Sifis nei settori delle energie alternative sono focalizzati soprattutto sugli impianti fotovoltaici, ma il mercato dell’eolico e delle biomasse rappresenta il nostro obiettivo futuro

al nostro staff altamente formato e specializzato di operare nel miglior modo possibile, abbiamo creato alcune divisioni impegnate in differenti settori. La prima divisione si occupa dei sistemi di controllo del traffico stradale, ambito in cui offriamo servizi di installazione e manutenzione di impianti semaforici, di dispositivi per il monitoraggio e di pannelli a messaggio variabile per l’informazione d’ausilio alla circolazione urbana ed extraurbana. Un altro gruppo concentra le proprie energie sugli impianti tecnologici e di illuminazione stradale con la realizzazione di impianti di illuminazione tradizionali o innovativi; per questi ultimi utilizziamo lampade a led e telecontrollo dei singoli punti luce, con conseguente riduzione del flusso luminoso e grande risparmio energetico. Questa divisione si occupa anche di progettare sistemi di venti-



lazione per tunnel autostradali completi di rilevamento incendi e rilevamento del traffico automobilistico. Un ulteriore gruppo, infine, è impegnato nel settore degli impianti di sicurezza e di segnalamento del traffico ferroviario. Esegue e verifica la progettazione automatica per impianti di linea e di stazione, realizza impianti di controllo e sicurezza del traffico ferroviario in stazione e di linea, impianti di blocco automatico, di protezione di passaggio a livello, ecc. Ma la Sifis sta puntando gran parte della sua attenzione anche sulle energie alternative, ambito per cui ha creato una divisione apposita che ne-  LAZIO 2011 • DOSSIER • 143


IMPRENDITORI DELL’ANNO



Abbiamo affrontato la crisi orientando la nostra attenzione verso l’estero e cercando aziende e lavori che richiedessero prestazioni simili alle nostre





gli ultimi anni lavora intensamente e con ottimi risultati. «Progettare e realizzare impianti per le energie alternative ci ha interessati da subito e da quando abbiamo iniziato, ci siamo inseriti bene nel settore degli impianti fotovoltaici, sia fissi che mobili con inseguitori solari. Nel 2010 abbiamo portato a termine il più grande impianto sperimentale fotovoltaico realizzato per l’Anas, la cui costruzione ha visto la realizzazione di un impianto su un edificio, di un altro sulla copertura di un parcheggio veicolare e un terzo realizzato su terreno con un inseguitore biassiale. Insieme a una delle nostre aziende associate abbiamo invece studiato la realizzazione di una casa ecosostenibile, dotata di un’illuminazione e una climatizzazione naturale; attraverso ampie vetrate e con l’uso di ventilazioni favorite dall’ambiente, e fornita di impianti fotovoltaici posizionati sopra tutte le coperture». La Sifis però non si accontenta e vorrebbe ampliare il proprio raggio d’azione anche su altre energie rinnovabili. «Stiamo incenti-

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vando le ricerche e l’inserimento dell’azienda anche in altri settori di energie alternative, focalizzandoci soprattutto sull’eolico e sulle biomasse». La società romana, nonostante abbia lavorato anche per committenti privati, specialmente a seguito delle richieste di impianti a energie alternative, opera in maniera più costante con i grandi enti pubblici italiani, aggiudicandosi appalti su tutto il territorio nazionale. «I nostri clienti più importanti sono l’Anas, l’Atac, la Rete Ferrovia Italiana, l’Enel e numerosi comuni. Al momento i lavori più interessanti su cui stiamo lavorando sono la manutenzione degli impianti semaforici di Roma per conto dell’Atac e la manutenzione degli impianti tecnologici e di sicurezza del traffico ferroviario nel compartimento di Milano per conto di Rfi». La grande richiesta dei servizi Sifis, così come il gran numero di clienti hanno permesso all’azienda di contrapporsi con forza e con strategie efficaci alla grave crisi economica. «In questi ultimi anni, per combattere il periodo di crisi, abbiamo portato avanti strategie di espansione. Ci siamo attivati per varcare i confini nazionali, individuando e intraprendendo l’acquisizione di lavori collocabili nei nostri ambiti operativi tradizionali; mentre a livello nazionale abbiamo intensificato la presenza della società nelle gare di appalto e nelle relazioni commerciali con altre imprese importanti del territorio italiano. Per superare il momento di difficoltà facciamo affidamento sulle riconosciute capacità tecniche, organizzative e qualitative sia dei servizi offerti all’utenza, sia dello staff aziendale».


La specializzazione che annulla la concorrenza L’assenza di una capacità operativa sul mercato può essere un’opportunità di sviluppo per servizi che i concorrenti non sono ancora in grado di offrire. Ettore Cantoni spiega come l’acquisizione di competenze specifiche apra opportunità di business esclusive Valerio Germanico

a versatilità necessaria a gestire la realizzazione di una vasta gamma di servizi che spazino dagli impianti elettrici all’automazione e al controllo degli impianti di condizionamento, passando per la costruzione e connessione di infrastrutture di rete e la realizzazione di centri di elaborazione dati, non è una risorsa in possesso di tutti i team delle società che realizzano impianti per il settore elettrico e telefonico. Le competenze e le attrezzature richieste sono molte, ma una volta che un’azienda ha costruito nel tempo una re-

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Ettore Cantoni, titolare della Imelco Srl, Pomezia (RM) www.imelconline.com

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putazione di affidabilità nella realizzazione di impianti dalle prestazioni importanti – come i centri elaborazione dati della Ibm –, viene a crearsi una nicchia di specializzazione nella quale si opera senza avere il problema della concorrenza, poiché questa semplicemente non esiste. Ettore Cantoni, titolare della Imelco, è riuscito a guidare la propria società fino a questo grado di specializzazione. «La nostra società realizza tutti i tipi di impianti elettrici, telefonici, di sicurezza e inoltre infrastrutture di rete e cabine di trasformazione». Quali sono le vostre attività più recenti e importanti? «Poiché le nostre competenze spaziano in tutto l’arco dell’impiantistica elettrica – abbiamo il know how per far fronte a tutte le esigenze di intervento, dalla trasmissione dati al condizionamento –, il nostro portfolio di lavori è abbastanza ampio. Abbiamo realizzato centri commerciali, poli tecnologici per università. Alcuni lavori importanti sono stati la realizzazione di diversi centri elaborazione dati e infrastrutture avanzate di rete, anche in fibra ottica, per conto dei maggior Brand nel campo dell’Information Technology. Inoltre abbiamo lavorato in aero-


Ettore Cantoni



Abbiamo lavorato per centri commerciali e poli tecnologici di università. Altri lavori importanti sono stati la realizzazione di centri elaborazione dati e infrastrutture avanzate di rete per conto dei maggiori brand nel campo dell’IT



porti militari, come quello di Pratica di Mare e di recente abbiamo realizzato il cablaggio di un impianto fotovoltaico da 2 megawatt». Avete prevalentemente rapporti con committenti pubblici o privati? «Il nostro è un servizio di medio-alto valore, per questo preferiamo non fare attività di edilizia pubblica o piccola edilizia privata, ma cantieri per grandi opere. Il 60% dei nostri lavori è nel settore pubblico, il resto nel privato, anche se preferiamo lavorare con i privati. Perché seguendo le gare pubbliche, fra ricezione del bando e studio dell’offerta, il lavoro tecnico diventa quasi marginale. I tempi di assegnazione del pubblico sono lunghi: col privato si chiude la trattativa e si inizia il lavoro in pochi mesi, con il pubblico ci vogliono anni». C’è qualche progetto pubblico che in questo momento state seguendo? «Adesso stiamo lavorando alla realizzazione di alcune stazioni della metro C di Roma, con dei tempi di assegnazione dal momento della richiesta di oltre un anno. Accettiamo questo tipo di appalti, come anche altri, perché lavorare nel pubblico dà una maggiore visibilità e consente di acquisire maggiore know how. Inoltre offre la possibilità di partecipare a grandi opere, ma resta la difficoltà di non poter ottenere l’incarico in tempi brevi». Quale servizio vi viene richiesto più frequentemente o in quale vi siete specializzati? «Certamente una nostra nicchia privilegiata è

quella della realizzazione di cabine di trasformazione. Queste richiedono una tecnologia particolare: da un’utenza, che può essere Enel o Acea, viene fatta la trasformazione all’interno di grandi complessi; per questo servono trasformatori dalle prestazioni elevate, con tutte le condizioni di rischio che questo comporta. Noi abbiamo tutte le attrezzature e le conoscenze per operare in questo ambiente, che però vanno oltre quelle che sono le competenze standard di un’azienda elettrica di profilo basso. Per svolgere questo tipo di interventi è necessario un know how specifico che non tutte le aziende di impiantistica posseggono». Quindi, in questa nicchia, il mercato è favorevole perché avete pochi concorrenti? «Sì, è abbiamo anche una lunga storia di interventi di questo tipo che garantiscono sulla qualità del nostro lavoro presso i nuovi clienti. Altri ambiti per i quali bisogna avere delle specializzazioni sono la trasmissione dati, la fibra ottica, gli apparati informatici, gli armadi rack – normalmente utilizzati nei centri di elaborazione e connessioni degli apparati di rete – realizziamo questi impianti per molte aziende, soprattutto per quelle che operano in ambito Information Technology». LAZIO 2011 • DOSSIER • 149


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I vantaggi della produzione “just in time” Alla guida di un’azienda all’avanguardia nel campo dei cablaggi industriali, Alessandro Di Venanzio analizza le problematiche con cui piccole e medie imprese sono costrette a confrontarsi, suggerendo alcune idee per dare nuovo impulso alla crescita Guido Puopolo

n questi ultimi due anni la crisi economica internazionale ha segnato in maniera inesorabile il sistema industriale italiano. Nonostante le grandi difficoltà, però, sono diverse le aziende che, grazie a scelte imprenditoriali oculate e a un’attenta politica di innovazione, sono riuscite a ritagliarsi uno spazio su mercati difficili e altamente competitivi, come ad esempio la Phoenix Electronic System Srl. L’azienda di Rieti opera infatti dal 1987 nel settore dell’elettronica professionale e dei cablaggi industriali, come ricorda il titolare Alessandro Di Venanzio, presidente delle Pmi di Confindustria Unindustria Rieti e componente del Consiglio Centrale della Piccola Industria di Confindustria nazionale, «non una semplice associazione ma una vera e propria comunità, come ama ripetere il nostro presidente, Vincenzo Boccia» L’azienda produce e progetta cablaggi per tutti i settori merceologici, spaziando dall’industriale al commerciale, dal navale militare al medicale, offrendo una soluzione completa a tutte quelle problematiche che possono essere riscontrate sia nella fase di progettazione che nell’approvvigionamento. «La nostra capacità produttiva, dinamica e flessibile, riesce a soddisfare le esigenze e le necessità di piccole, medie e

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Alessandro Di Venanzio, titolare della Phoenix Electronic System Srl e presidente delle Pmi di Confindustria Unindustria Rieti www.phoenixcablaggi.it

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grandi industrie», sottolinea Di Venanzio. Un lavoro particolare, che richiede ancora un elevato livello di manualità, in quanto solo l’occhio e l’esperienza dell’operatore sono in grado di garantire prodotti che corrispondano sempre ai più elevati standard qualitativi: «Phoenix organizza i processi aziendali secondo i principi della produzione “just in time", privilegiando una costante interazione con i fornitori e riuscendo a rispondere in tempo reale alle esigenze dei propri committenti, grazie anche alla presenza di tecnici altamente specializzati», sottolinea Di Venanzio. Puntando sul costante aggiornamento tecnologico, sull’ottimizzazione e il controllo del processo produttivo, nonché sulla continua ricerca della qualità, l’azienda ha raggiunto, negli ultimi anni, un livello competitivo e qualitativo ottimale, e si distingue come fornitore qualificato di importanti realtà produttive, collocandosi in una posizione di assoluto rilievo nel mercato dei cablaggi. I risultati ottenuti dal gruppo, tuttavia, non fanno dimenticare a Di Venanzio, anche in virtù del ruolo ricoperto all’interno di Unindustria, le enormi sfide che il nostro sistema economico sarà costretto ad affrontare nel prossimo futuro, per non perdere ulteriore competitività sui mercati internazionali. Per far fronte a questa situazione, secondo Di Venanzio, «bisognerà necessariamente puntare su una seria politica di innovazione, tecnologica e di processo, perché il nostro deve tornar ad essere un Paese capace di attrarre


Alessandro Di Venanzio



Ci vuole più attenzione da parte delle istituzioni nei confronti delle piccole e medie imprese, che rappresentano la spina dorsale del sistema economico nazionale

investimenti, tutelando imprese e lavoro. Anche la delocalizzazione, infatti, se non viene inserita all’interno di un processo di crescita internazionale di un’azienda, può rivelarsi dannosa. Dobbiamo sfruttare le qualità e le prerogative che hanno reso le produzioni made in Italy famose nel mondo, e non subire passivamente l’invasione di prodotti a basso costo provenienti, ad esempio, dalla Cina. Ora - prosegue Di Venanzio - dobbiamo giocare d’anticipo, provando ad aumentare la produttività e la qualità delle nostre lavorazioni. Oggi siamo nel mezzo di una vera e propria rivoluzione industriale, con una crescita apparentemente inarrestabile dei cosiddetti “paesi emergenti”. Dovremo essere bravi a trasportare la competizione dall’ambito quantitativo a quello qualitativo, poiché il know-how a nostra disposizione e la professionalità dei nostri lavoratori non hanno eguali nel mondo». In una situazione di grande complessità come quella attuale, anche la politica, però, secondo Di Venanzio, deve fare la sua parte, perché se è vero che le piccole e medie imprese sono un patrimonio per il Paese, in quanto tali andreb-



bero tutelate e agevolate nei loro percorsi di crescita.: «Ci vuole più attenzione da parte delle istituzioni nei confronti delle realtà produttive di piccole e medie dimensioni, che rappresentano la spina dorsale del sistema economico nazionale. Basterebbe, ad esempio, iniziare a ridurre il carico fiscale, portando a termine il cammino della semplificazione amministrativa e incentivando chi crea veramente occupazione. Poche e semplici azioni, che permetterebbero però di ottenere risultati tangibili già nel breve periodo». Per raggiungere questi obiettivi diventa allora fondamentale la capacità di aggregazione tipica del sistema economico italiano: «Di fronte ad aziende straniere strutturate, solo unendo le forze si potranno ottenere risultati significativi», sottolinea Di Venanzio. «Le aziende del nostro territorio hanno sempre dimostrato grande vitalità e flessibilità, superando, anche nel passato, momenti di difficoltà. Sono assolutamente convinto che i nostri valori, la nostra capacità di sacrificio e di solidarietà, unite alla qualità delle produzioni, presto ci permetteranno di tornare a essere competitivi in tutto il mondo».

Sopra, interno ed esterno della Phoenix Electronic System di Rieti

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La tecnologia applicata al trasporto pubblico L’efficienza del trasposto pubblico locale passa anche attraverso l’operato di aziende specializzate nella progettazione di soluzioni all’avanguardia atte a migliorare l’espletamento di singoli servizi correlati. Il caso di Claves illustrato da Giuseppe Russotti Erika Facciolla

a fotografia del trasporto pubblico italiano, sia locale che nazionale, restituisce un’immagine del paese densa di luci e ombre. Situazioni di efficienza e sviluppo di reti e tecnologie tese a migliorare la mobilità dei cittadini, si alternano a disservizi e ritardi tecnologici diffusi a macchia di leopardo. Eppure, il trasporto pubblico costituisce uno degli indicatori più importanti della qualità della vita dei cittadini, nonché fattore indispensabile all’abbattimento dei vertiginosi livelli di inquinamento atmosferico che si registrano nelle grandi città. Ma cosa propongono le aziende del settore per offrire un servizio affidabile, efficiente ed ecologico? Lo chiediamo a Giuseppe Russotti, amministratore delegato di Claves, unico canale commerciale in Italia dei prodotti e delle soluzioni del gruppo Vix Technology, leader mon-

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diale nella progettazione e produzione di sistemi di bigliettazione elettronica integrati per il trasporto pubblico locale. Che ruolo riveste Claves nel settore del trasporto pubblico italiano e in quali prodotti consiste la propria offerta? «Claves si propone come azienda di riferimento per le esigenze nazionali nell'ambito dei sistemi di bigliettazione automatizzata e soluzioni Its. L'offerta di Claves comprende sistemi di bigliettazione elettronica; sistemi di posizionamento satellitare per il controllo flotte; sistemi trasmissivi terra-bordo in tecnologia WiFi o Gprs; sistemi di controllo degli accessi per stazioni ferroviarie o metropolitane e servizi tecnici di manutenzione e conduzione degli impianti». Quale impatto può avere sullo sviluppo della mobilità locale l’investimento su tali sistemi? «La bigliettazione elettronica supporta l’integrazione tariffaria tra più operatori del servizio di trasporto pubblico permettendo la gestione di un unico documento di viaggio comune e indipendente dal vettore. Soprattutto la mobilità pendolare ha necessità di utilizzare più mezzi di trasporto, spesso gestiti da vettori differenti e non integrati tra loro, che inducono la scelta dell’utilizzo del mezzo di trasporto privato».


Giuseppe Russotti

Il servizio Le soluzioni di bigliettazione automatizzata offerte da Claves soddisfano ogni esigenza dell’operatore del trasporto pubblico. La tecnologia Claves è all’avanguardia e integra i più avanzati meccanismi di pagamento in grado di eseguire, compensare e liquidare transazioni anche tra diversi operatori del servizio. Claves offre una vasta gamma di prodotti e soluzioni scalabili rispetto ai diversi bisogni del cliente. Le soluzioni Claves possono essere impiegate sia per i sistemi a singolo operatore che per i sistemi integrati multi operatore. L’offerta di Claves è completata dalla capacità di fornire sia i servizi tecnici di manutenzione hardware e del software Afc (Automated Fare Collection), sia i servizi di conduzione e gestione in outsourcing dei sistemi di bigliettazione dei clienti.

Giuseppe Russotti, amministratore delegato della società Claves Srl di Roma www.claves.it

In quali termini rappresenta uno strumento a supporto dell’integrazione tariffaria? «I sistemi di bigliettazione elettronica costituiscono l’infrastruttura tecnologica di base per la vendita e la validazione dei titoli di viaggio; ciò per garantire ai singoli operatori che erogano il servizio la ripartizione dei proventi in base al trasportato e al servizio effettivamente erogato». In Europa vi sono già importanti esempi di bigliettazione elettronica multi-servizio. Come descriverebbe la situazione nazionale? «Qualcosa si sta muovendo anche nel nostro paese. A Roma, ad esempio, con i titoli di viaggio Atac è possibile accedere ai parcheggi di scambio della città, mentre con la carta Roma Pass è possibile accedere al servizio di trasporto e ai musei cittadini. Siamo solo all’inizio dell’integrazione multi-servizio che sono sicuro conoscerà un maggiore sviluppo nei prossimi anni». Su cosa bisogna far leva per favorire lo sviluppo di queste integrazioni? «Sulla valorizzazione degli investimenti già effettuati per estendere la rete degli operatori aderenti al sistema. Più la rete sarà grande più l’utente preferirà il mezzo pubblico a quello privato e nuovi servizi saranno disponibili per il cittadino».

Quali prospettive di crescita presentano i mercati nazionali e internazionali per Claves? «Ormai quasi tutte le grandi città hanno iniziato un cammino di adeguamento infrastrutturale ed erogazione di servizi innovativi. Le prospettive di sviluppo sono legate all’estensione di tali sistemi alle realtà medio-piccole che non hanno la capacità finanziaria e organizzativa adeguata. Lo sviluppo del mercato sarà quello dell’integrazione di realtà locali verso i sistemi regionali già esistenti». Cosa ha rappresentato il 2010 per Claves e quali trend state registrando attualmente? «Il 2010 è stato l’anno della presentazione di Claves al mercato italiano. Tra i risultati raggiunti, il completamento del sistema di bigliettazione elettronica regionale commissionato dalla regione Lazio. Per quanto riguarda il 2011 il trend è stabile, pur risentendo della crisi generale e del taglio dei finanziamenti al settore del Tpl». Quali sono i principali obiettivi da raggiungere per il futuro della società? «Il consolidamento della presenza presso i clienti e l’acquisizione di nuove quote di mercato nell’area della convergenza dei sistemi a supporto del trasporto pubblico per rispondere alle esigenze di informazione, pianificazione e gestione della mobilità integrata». LAZIO 2011 • DOSSIER • 157


IMPRENDITORI DELL’ANNO

Le candele, artigianato di qualità e innovazione tecnologica ell’immaginario collettivo la candela è un oggetto associato al simbolismo religioso, anche se al giorno d’oggi il suo ambito di utilizzo è decisamente più ampio, come dimostrato dall’attività de La Cereria Di Giorgio Spa, azienda di Pomezia con alle spalle una storia centenaria e attualmente tra i leader, sul mercato italiano, nella produzione di candele: «Siamo un'azienda di antica tradizione, che è riuscita a mantenere intatta la sua vocazione alla qualità artigianale, continuando a crescere e ad evolversi progressivamente», afferma il titolare, Pierluigi Di Giorgio. Nel 2008 avete festeggiato i cento anni di attività. Cosa ha significato per voi questo storico traguardo? «Non sono tante le aziende con una storia come la nostra, e questo risultato rappresenta per noi un motivo di grande orgoglio, a testimonianza della bontà del nostro lavoro e della capacità di adattamento alle mutate esigenze del mercato. Proprio in occasione di questa celebrazione abbiamo dato vita a una serie di iniziative molto significative, tra cui la ristrutturazione del nostro storico negozio di Trastevere e l’apertura di un grande showroom a Pomezia, che ci ha permesso di ampliare la nostra presenza sul territorio». Qual è la situazione attuale del vostro settore, anche alla luce della situazione di difficoltà dell’economia internazionale? «Anche la nostra azienda ha dovuto fare i conti con una serie di problematiche legate alla riduzione dei consumi. Oltre a questo, per quel che ci riguarda, la nostra attività è stata negativamente influenzata dalle conseguenze prodotte dall’aumento del prezzo del

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Una produzione variegata, riservata in origine a un ambito religioso e oggi destinata anche al mondo dell’arredamento e del design. Il fascino antico delle candele, tra lavorazioni artigianali e nuove tecnologie, secondo Pierluigi Di Giorgio Guido Puopolo

petrolio, che hanno provocato un conseguente aumento del prezzo della paraffina, elemento alla base del nostro lavoro. Per far fronte a questa situazione abbiamo adottato un’attenta politica di riduzione dei costi, accompagnata da una serie di iniziative promozionali su articoli di largo consumo, come fiaccole, tealights, e candele profumate, con l’obiettivo di mantenere le nostre quote di mercato». Quali sono, a questo proposito, i mercati di riferimento? «Produciamo candele e componenti ornamentali e d’arredo, destinati soprattutto alla grande e piccola distribuzione, che assorbe circa il 70 per cento della nostra produzione. Candele, lampade liturgiche, lumini e ceri di vario tipo completano il nostro catalogo, che per il restante 30 per cento si rivolge alle Chiese e agli enti religiosi». In passato avete collaborato, con le vostre produzioni, alla realizzazione di alcuni importanti eventi. Quali sono stati i più significativi?


Pierluigi Xxxxxxxxxxxxxxxx Di Giorgio

In apertura, a sinistra, Pier Luigi Di Giorgio, presidente del Cda della Cereria Di Giorgio e, a destra, il fratello Lamberto, amministratore. Nelle altre immagini, fasi di lavorazione all’interno dello stabilimento dell’azienda, a Pomezia (RM) www.cereriadigiorgio.it

«Una delle pagine più belle della nostra storia risale sicuramente al 1971, anno in cui, in occasione del Natale, abbiamo illuminato il Campidoglio a Roma, uno spettacolo davvero mozzafiato. Le nostre fiaccole, unitamente a diversi bracieri, sono anche utilizzate, ogni anno, per l’illuminazione del Colosseo durante la Via Crucis del Venerdì Santo, un evento di portata mondiale che rappresenta, per noi, una grande responsabilità ma anche un’enorme soddisfazione». Può descrivere qualche tecnica di lavoro utilizzata all’interno della vostra azienda?



I nostri articoli sono realizzati nel pieno rispetto dell’ambiente, con cotoni senza piombo, coloranti e profumi selezionati



«Come detto, tutto quello che noi realizziamo è ottenuto grazie all’uso della paraffina, la materia prima principale nella produzione di candele. Tra le lavorazioni più diffuse merita sicuramente una citazione il colaggio, una tecnica antica attraverso la quale la cera, calda e fusa, viene versata in uno stampo. Una volta raffreddatasi, la cera viene poi estratta dallo stampo stesso, assumendone la forma. Questo è l’unico sistema utilizzabile anche manualmente, a livello artigianale e artistico. Le candele ottenute dagli stampi possono quindi essere decorate con rifiniture, colorazioni e verniciature». Quali sono le ultime novità da voi proposte? «Nell’ultimo anno abbiamo introdotto sul mercato una nuova linea di candele profumate, denominata “Succo di Candela”, che ha riscosso un immediato apprezzamento da parte dei consumatori. La particolarità di questa collezione è rappresentata dal fatto che tutte le candele, inserite all’interno di una confezione accattivante e molto particolare, emanano varie essenze che richiamano i profumi di frutti come l’ananas, la ciliegia, il mirtillo e l’uva. È importante sottolineare che i nostri articoli sono realizzati nel pieno rispetto dell’ambiente, con cotoni senza piombo, coloranti e profumi selezionati, e il costante controllo di tutte le fasi produttive». Quali, infine, i programmi aziendali per il prossimo futuro? «Abbiamo in cantiere diversi progetti, anche se in questo momento preferiamo attendere gli sviluppi della situazione economica mondiale prima di impegnarci nella realizzazione di nuovi e impegnativi investimenti». LAZIO 2011 • DOSSIER • 159


IMPRENDITORI DELL’ANNO

Il mercato e la logistica dei terzisti Rapporti di fiducia che creano nuove opportunità di business e visibilità. A un servizio di gestione corrisponde un servizio di franchising. Le regole del gioco sono la trasparenza e la fiducia. Marcello Borghini spiega le dinamiche e il funzionamento del settore dei terzisti Valerio Germanico

ra produttori e negozianti si collocano, in alcuni settori, aziende intermedie, dalle dimensioni spesso considerevoli, che riescono a fornire uno stesso servizio ai punti vendita con costi decisamente più contenuti. Ciò è possibile perché una struttura specializzata nella sola distribuzione e che si interfaccia direttamente con il produttore, riesce a ottimizzare i costi ed essere competitiva anche rispetto a quest’ultimo. Strutture aziendali diverse, infatti, hanno esigenze e costi differenti e ciò si ripercuote sul prezzo finale dei prodotti. Da distributore di conduttori di gomma e Pvc, materiale elettrico e civile, sistemi di illuminazione e condizionamento e sistemi di sicurezza, il gruppo Borghini è riuscito a sviluppare una sorta di “simbiosi” con grandi e piccoli negozianti che gli ha permesso di espandere la propria presenza – quasi come in un franchising – e visibilità. In cambio offre un servizio di gestione dei magazzini particolarmente efficiente, possibile grazie a un’organizzazione interna automatizzata e a tempi di consegna particolarmente rapidi. Il titolare Marcello Borghini spiega come e perché si è sviluppato questo particolare rapporto. A quale fascia di mercato vi rivolgete? «La nostra è prevalentemente una

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Marcello Borghini, titolare di Borghini Spa, Roma www.borghinispa.com

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clientela professionale. Ci siamo specializzati soprattutto nel collaborare con i negozianti, grandi e piccoli. Ciò vuol dire che lavoriamo col piccolo ferramenta come pure con negozi di grandi dimensioni e fatturati. Questi ultimi, nel nostro settore sono chiamati “terzisti”, cioè sono negozi che avrebbero la forza per essere dei grossisti, ma non hanno un rapporto diretto col produttore, anche se a loro volta vendono ad altri negozianti». Quindi voi assistete queste attività nella realizzazione degli impianti? «In realtà, li aiutiamo anche nella gestione del magazzino, tramite agenti che li consigliano sui prodotti di cui mantenere costante la fornitura e, al contrario, quelli che è meglio far ritirare perché privi di mercato. Facciamo insomma in modo tale che abbiano un magazzino leggero, anche perché il nostro servizio permette di avere in ventiquattro ore la disponibilità di tutto il materiale di cui hanno bisogno. In pratica, accanto alla nostra competenza tecnica, ne abbiamo affiancato e sviluppato anche una commerciale che ci permette di offrire questo servizio». Da cosa è venuto lo stimolo per concentrarvi su questo tipo di attività? «Le aziende hanno iniziato ad appoggiarsi a noi in un momento in cui avevamo già un magazzino automatizzato, che ci permetteva di garantire questo servizio. Negli anni si è creata una sorta di


Marcello Borghini



Abbiamo creato una struttura dai costi adeguati al nostro fabbisogno di distributori e offriamo lo stesso servizio di fornitura del produttore a un costo inferiore del 20%

simbiosi, per cui la loro esistenza ci permette di essere presenti in tante realtà senza che queste siano nostre. Si può dire che abbiamo un rapporto simile al franchising, basato sui rapporti di fiducia e trasparenza sviluppatisi nel tempo – benché non sia così a livello formale, lo è nella sostanza». Qual è la differenza, per un distributore, fra recarsi direttamente dal cliente finale e invece passare attraverso un terzista? «È semplicemente lo stesso servizio che potrebbe fornire il produttore, però con un costo inferiore quantificabile in un buon 20%. Poiché noi ci siamo specializzati in una funzione specifica, abbiamo potuto creare una struttura che ha dei costi adeguati al nostro fabbisogno di distributori. Un produttore ha un’altra struttura – con altri costi – e non è abbastanza snello per poter servire un mercato come quello dei negozianti o dei piccoli e medi installatori. Il produttore preferisce rivolgersi direttamente dalla grande azienda installatrice». Anche rispetto alla crisi dell’edilizia, che vi coinvolge in quanto fate parte del suo indotto, come vede il futuro e quali potrebbero essere le soluzioni per rilanciare il settore o al-



meno la vostra nicchia? «Le potenzialità e le soluzioni per risollevare la situazione ci sono e molte sono a costo zero. Basterebbe fare delle normative con lo scopo di sensibilizzare gli utenti finali sull’importanza della sicurezza dell’impianto elettrico. Noi siamo ancora fermi a una normativa troppo teorica e che assegna la responsabilità dell’impianto alla proprietà dell’immobile. Se poi si spostasse l’attenzione anche sui temi del risparmio energetico e dell’ottimizzazione degli impianti si aprirebbero certamente nuove occasioni di lavoro che potrebbero rilanciare il settore edilizio. Una nuova proposta, che come federazione, stiamo spingendo è il nuovo concetto di rottamazione degli impianti elettrici». LAZIO 2011 • DOSSIER • 161


IMPRENDITORI DELL’ANNO

Il plexiglass tra arredamenti e scenografie Tecnologie innovative nella lavorazione del plexiglass, per offrire prodotti sempre più idonei alle esigenze di innumerevoli ambiti. L’esperienza di Pierlorenzo Scacciafratte e dei quattro soci fondatori di Smia al servizio di progettisti, trasformatori e scenografi Diego Bandini cenografie di studi televisivi che quotidianamente entrano nelle nostre case, ottenute attraverso lavorazioni innovative in cui il plexiglass ricopre un ruolo fondamentale, rappresentano l’ambito di lavoro principale di Smia scarl, società cooperativa di Poggio Moiano, in provincia di Rieti, con alle spalle importanti collaborazioni anche nella realizzazione di scenografie per concerti e arredi. «Siamo specializzati nella lavorazione e termoformatura di materiale plastico, attraverso cui realizziamo oggetti e prodotti per uso tecnico, scenografie e arredamenti, senza tralasciare prodotti per l'arte in genere», spiega il dottor Pierlorenzo Scacciafratte, ideatore, insieme ad altri quattro soci, della cooperativa Smia. «Con la cooperativa abbiamo valorizzato l'esperienza pluriennale dei soci iniziali, la loro creatività, che a seguito della chiusura della loro prece-

S Sopra, lo studio del Tg3 il cui arredo in plexiglass è stato realizzato dalla società Smia www.smiaplex.it

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dente azienda, ha rischiato, oltre 10 anni fa, di andare perduta, una professionalità acquisita nella lavorazione delle materie plastiche impiegate nei più svariati settori, dal sanitario al mondo dello spettacolo, passando per l’edilizia e la ricerca scientifica». Proprio questa diversificazione produttiva, sottolinea il dottor Scacciafratte, ha permesso all’azienda di resistere sul mercato, anche in un momento di difficoltà come quello attuale. «I campi di utilizzo dei nostri prodotti sono i più svariati, anche se il mondo della scenografia televisiva rappresenta senza dubbio il nostro core business. La versatilità e la diversificazione di impiego dei materiali, unite all’esperienza professionale di tecnici altamente specializzati nel settore delle ideazioni e realizzazioni scenografiche e in quello dell’arredo museale – prosegue Scacciafratte - sono gli elementi principali che ci permet-


SMIA

tono di realizzare lavorazioni varie e complesse, rispondenti alle più disparate esigenze dei committenti. Prototipi, impianti scenici e arredamenti artistici, realizzati in materiali plastici, da più di un decennio hanno reso Smia un partner insostituibile per realtà di livello internazionale, come ad esempio Rai, Cinecittà, Endemol». Oggi la ricerca tecnologica è in grado di fornire un importante supporto all’attività aziendale, attraverso materiali e nuovi prodotti con caratteristiche in grado di rispondere ai più moderni bisogni progettuali. «A questo proposito stiamo sperimentando nuove forme di lavorazione e nuove tipologie di materiali anche in considerazione del fatto che il polimetilmetacrilato, il materiale più utilizzato nel nostro settore, è un derivato del petrolio, e quindi molto sensibile all’aumento dei prezzi delle materie prime. «Per quel che riguarda i metodi di lavoro stiamo invece investendo in nuovi e più efficienti macchinari, capaci di realizzare prodotti all’avanguardia e di valorizzare la professionalità della nostra manodopera. Per il futuro – continua Scacciatratte - abbiamo anche intenzione di differenziare le produzioni, puntando non solamente sulle materie plastiche, ma anche su ferro e legno, applicati alle nostre produzioni in materiali plastico». La produzione di Smia, come detto, si rivolge prevalentemente al mondo dell’esposizione, della comunicazione e della scenografia televisiva, tutti settori fortemente dipendenti dagli investimenti pubblicitari realizzati da imprese e privati che, con la crisi, hanno subito una brusca frenata, condizionando notevolmente l’attività della società, come conferma lo stesso Scacciafratte: «A livello di fatturato il 2010 ha fatto registrare una leggera flessione rispetto agli anni precedenti, che sembra persistere anche nei primi mesi del 2011. Nonostante tutto, però, considerato l'andamento generale, possiamo ritenerci più che soddisfatti per i risultati raggiunti fino a ora».

Superata questa fase di difficoltà, dunque, la cooperativa può guardare al futuro con rinnovato entusiasmo, anche in considerazione dei nuovi progetti in cantiere, destinati a dare un ulteriore impulso alla crescita aziendale: «Puntiamo a consolidare la nostra posizione sul mercato, anche attraverso l’acquisizione di nuovi partner», conclude il dottor Scacciafratte. «È anche grazie alle nostre realizzazioni, che si concretizzano le capacità di ideazione davvero eccezionali degli scenografi con cui abbiamo l'onore di lavorare che, soprattutto nel campo televisivo, realizzano studi scenografici delle più famose trasmissioni che rimangono impresse nell’immaginario collettivo degli spettatori. Per il futuro intendiamo continuare a operare in piena sinergia con i nostri referenti, mettendo a loro disposizione l’esperienza accumulata in tutti questi anni, per diventare un punto di riferimento nel campo della lavorazione del plexiglass non solo nella nostra regione, ma su tutto il territorio nazionale, rafforzando la nostra presenza anche al di fuori del campo della scenografia televisiva».

Dall’alto, gli studi televisivi realizzati per il Tg Parlamento e per i mondiali di calcio in Sud Africa nel 2010 (Rai)

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I vantaggi della diversificazione produttiva Produzioni e certificazioni di parti aeronavigabili, attrezzature per il settore automotive, attrezzature per il settore ambiente e altre per il settore igienico/sanitario e farmaceutico. Laura e Pablo Liburdi spiegano come affrontare diversi settori produttivi Belinda Pagano

all’esperienza imprenditoriale di famiglia, è possibile raggiungere alte vette di mercato. Quindicimila metri quadri di superficie, centocinquanta mila ore di lavorazione sviluppate, sette milioni di fatturato nell’ultimo anno, sono solo alcuni dei numeri raggiunti dalla Mecal. «Nostro padre è una vera e propria autorità nel campo della meccanica di precisione. Il suo esempio e la sua passione hanno permesso una crescita costante della nostra realtà». Laura affiancata dal fratello Pablo Liburdi, figli di Carlo Liburdi, fondatore della Mecal, illustra l’evoluzione dell’impresa, oggi gestita insieme a un management di dirigenti e tecnici di alta professionalità e capacità. La vostra azienda opera da anni nella progettazione di attrezzature di supporto alla produzione industriale. Qual è il settore più diffi-

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Sotto, Carlo, Laura e Pablo Liburdi www.mecal-srl.com

cile da affrontare? «Sicuramente il settore aerospaziale-elicotteristico per gli alti standard richiesti nella fabbricazione delle parti. Anzitutto è richiesto un livello di certificazione molto alto, basato su standard di norme En 9100:200, Uni En Iso 9001:2008, ENAC, NADCAP. Inoltre, i nostri clienti operano ispezioni continue e proprio per questo l’azienda deve possedere maestranze e management aziendale all’altezza e deve avere le competenze necessarie a gestire, fabbricare e certificare parti anche critiche di velivoli. Inoltre, in questo settore è spesso richiesta la produzione di componenti meccanici di grossa dimensione la cui realizzazione è legata a tolleranze di precisione molto restrittive, a impianti in grado di lavorare materiali quali titanio, invar e leghe di alluminio speciali e a risorse umane coinvolte nelle lavorazioni che devono essere adeguatamente formate circa le criticità connesse alle lavorazioni di componenti abilitati al volo». Le vostre produzioni sono altamente diversificate. «La nostra azienda, nata nel 1985 da una forte spinta vocazionale tecnica, ha saputo gestirsi nel corso degli anni sul piano del marketing e del perseguimento di nuove strategie, per esempio investendo in settori diversi o in segmenti di settori


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La nostra strategia competitiva si basa sulla differenziazione tra produzioni standardizzate e produzioni speciali più legate al valore aggiunto proposto al mercato

7 mln EURO

Il fatturato dell’ultimo anno

Nelle immagini, processi produttivi e lo stabilimento della Mecal a Ceccano, in provincia di Frosinone

diversi. La strategia competitiva messa in atto dalla nostra azienda inoltre si basa sulla differenziazione tra produzioni standardizzate, molto legate al contenimento dei costi, e produzioni speciali più legate al valore aggiunto proposto al mercato. L’investimento in nuovi macchinari per una maggiore capacità produttiva è stato accompagnato quindi da nuovi sbocchi di mercato e di prodotto derivati da una importante attività di marketing». Il miglioramento continuo, per un settore come il vostro, è sicuramente di primaria importanza. Verso quali ambiti si sta dirigendo la ricerca? «Sono diverse le iniziative che Mecal sta portando avanti ormai da qualche anno, in modo particolare lo sviluppo di nuovi processi speciali nei quali investire notevoli risorse tecniche, umane ed economiche. All’interno dello stabilimento esiste una zona dedicata alla realizzazione di tali processi per la lavorazione di materiali compositi e metallici d’impiego aeronautico e soprattutto elicotteristico. Questi riguardano sia i trattamenti termici dei materiali, ovvero processi

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in cui il materiale modifica le proprie caratteristiche meccaniche, sia il Filament Winding, ovvero il processo di fabbricazione di componenti in materiale composito mediante avvolgimento di preimpregnati a base di resina epossidica rinforzata con fibre sotto forma di roving». Qual è la filosofia che fa da piedistallo alla vostra realtà e che vi permette di avere una produzione così sostanziale? «La qualità e la competenza come principali vantaggi per i nostri clienti, è il fondamentale obiettivo aziendale. Mecal garantisce prodotti, servizi e personale dotati dei massimi livelli di affidabilità possibili, orientati alla soddisfazione delle esigenze della clientela. Tutto ciò è possibile grazie a un rigido sistema gestionale che mira al mantenimento degli alti standard produttivi aziendali attraverso continui investimenti in attrezzature e impianti tecnologicamente avanzati, in moderni mezzi tecnici informatici, alla gestione moderna delle risorse umane e finanziarie e alla selezione dei materiali acquistati. Qualità, sicurezza, affidabilità: ecco le nostre peculiarità vincenti». LAZIO 2011 • DOSSIER • 165


IMPRENDITORI DELL’ANNO

I vantaggi dell’outsourcing nell’automotive L’ottimizzazione dei costi e dei tempi di produzione attraverso il controllo qualità. I vantaggi di una struttura di consulenza esterna per il settore automotive. La parola a Gianfranco Treglia Valerio Germanico

l controllo qualità è un’attività cruciale all’interno del settore automotive. L’elaborazione di piani di controllo qualità strong (temporanei e non) e la gestione delle non conformità dei prodotti di fornitura sono delle fasi operative impegnative dal punto di vista economico, poiché richiedono un investimento continuo in risorse umane specializzate. Affidarsi a una società che offre un servizio di consulenza assicura il contenimento dei costi rispetto a una gestione diretta. Tali realtà hanno al loro interno le competenze e le risorse per migliorare i processi anche di aziende strutturate. Il vantaggio per l’impresa è quello di usufruire delle competenze di un personale già formato, investendo soltanto nel servizio.

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Gianfranco Treglia amministratore unico della Assitec 2000 – società specializzata nel controllo qualità dei processi e dei prodotti, che ha fra i propri clienti Fiat, Magna Powertrain, Magneti Marelli, Landi e Valeo –, delinea il quadro della situazione attuale nel settore automotive. Assitec 2000 è un punto di riferimento per il controllo qualità nel settore automotive fin dal 1999. Che cosa è cambiato nel vostro settore dagli inizi fino al giorno d’oggi? «Alla fine degli anni Novanta, lavorando nel settore automotive come subfornitore, ho avuto modo di riflettere su diversi casi di gestione delle non conformità, che riguardavano i prodotti di aziende lontane dallo stabilimento

Sotto, Gianfranco Treglia, amministratore unico di Assitec 2000 Srl di Cassino (FR) www.assitec2000.it


Gianfranco Treglia



Una struttura capace di effettuare un’identificazione certa delle non conformità permette una notevole efficienza finanziaria nella gestione della deriva qualitativa



del cliente finale. La necessità più urgente allora era quella di creare una struttura in loco, capace di minimizzare i tempi di risposta attraverso un’identificazione certa delle non conformità». Quali vantaggi sarebbero derivati dai servizi offerti da questa struttura? «Questa avrebbe permesso una notevole efficienza finanziaria nella gestione della deriva qualitativa, evitando l’allocazione delle proprie risorse umane in aree lontane ed eliminando ispezioni non necessarie. Il risultato era una riduzione drastica dei costi connessi alla movimentazione del materiale reso e la garanzia, per il cliente finale, della continuità produttiva con consegne certificate». In quale fase si colloca il controllo qualità? «La nostra operatività è legata alle esigenze e necessità dei nostri attuali 287 clienti – di cui ben 96 stranieri – e spazia dalla semplice azione di contenimento della non conformità fino alla gestione globale del trattamento. Impie-

ghiamo metodi la cui validità è riconosciuta a livello internazionale, come il Pdca (Pianificazione-Esecuzione-Verifica dei risultati-Attuazione del Processo) e come il 5W2H (Cosa? Come? Dove? Quando? Chi? Perché? Quanto costa?). In questo modo riusciamo a dare un valido e oggettivo supporto ai reparti qualità». Quali sono i servizi che offrite? «La nostra consulenza inizia con la gestione della qualità in fase di sviluppo delle attività tipiche del mondo automotive (Apqp-PpapLean Manufacturing), qualifica dei fornitori e monitoraggio dei processi. Effettuiamo selezioni visive, per discriminare il buono dallo scarto e selezioni strumentali attraverso strumentazione semplice (calibri, tamponi, visori) o complessa (controlli non distruttivi). Troviamo soluzioni per le problematiche risultanti dalle analisi di primo livello. Diamo supporto con attività di temporary management, con figure senior e junior nell’ambito della qualità, logistica e nell’ottica di condivisione degli scopi. Infine ci dedichiamo a un’attività di riqualificazione dei particolari non conformi. Offriamo un servizio di consulenza per il miglioramento continuo dei processi e un’attività di coaching e crescita guidata». Partendo dal controllo qualità, Assitec 2000 è diventata una vera e propria società di consulenza. Che cosa richiedono le realtà con le quali collaborate sotto questo punto di vista? «Le realtà con le quali collaboriamo, e che utilizzano il nostro servizio di consulenza, chiedono soprattutto un’implementazione del proprio sistema qualità attraverso una formazione assolutamente mirata, che faciliti il raggiungimento di risultati migliori riducendo tempi e costi. Attraverso l’individuazione dei parametri specifici del sistema, sarà poi possibile prendere decisioni e intraprendere azioni calibrate sulle esigenze specifiche di ogni singolo caso».  LAZIO 2011 • DOSSIER • 167


IMPRENDITORI DELL’ANNO



Le realtà con le quali collaboriamo chiedono un’implementazione del sistema qualità con una formazione mirata per risultati migliori a tempi e costi minori





Avete ottenuto delle certificazioni? «Siamo stati la prima azienda certificata del nostro settore. Attualmente Assitec è in possesso della certificazione Iso 9001:2008 per le attività di “Assistenza, collaudi e analisi tecniche per conto dei fornitori del settore automotive presso gli stabilimenti”. Il rispetto del personale dal punto di vista della salubrità e della sicurezza sul lavoro ci ha spinto a iniziare la procedura per ottenere la certificazione secondo la norma Ohsas 18001. Questa garantirà anche all’esterno che tutti i processi operativi vengono eseguiti nella garanzia delle migliori condizioni dell’ambiente di lavoro». La vostra attività, oltre che in Italia, si svolge anche all’estero. In quali Paesi? «Siamo presenti operativamente su tutto il territorio nazionale, con circa venti siti stabili e quasi sessanta dipendenti, con punte di duecento addetti nei periodi di maggiore impegno. Il nostro personale ha però le competenze per effettuare interventi anche all’estero. Nel tempo abbiamo creato anche cinque siti fuori dal-

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l’Italia, gestiti in partnership con le realtà locali. Questi si trovano in Germania, Francia, Turchia, Polonia e Romania. In un’ottica di globalizzazione, lavoriamo inoltre attraverso un network internazionale di partnership su progetti comuni in Repubblica Ceca e Slovacchia». Nel biennio di crisi appena trascorso, c’è stata una richiesta di un controllo maggiore, dovuta magari alla necessità di evitare sprechi? «Nell’ultimo biennio molte realtà industriali hanno dovuto operare riduzioni del personale – soprattutto risorse umane legate ai servizi aziendali – e tagliare sulle spese per la formazione e la consulenza. Ciò purtroppo ha creato un corto circuito nel sistema che ha appiattito o annullato il valore aggiunto della qualità dei manufatti. Si è preferito incrementare l’importazione di componentistica dai Paesi low cost oppure delocalizzare le produzioni. Adesso c’è bisogno di ridare valore aggiunto ai nostri prodotti, attraverso la ricerca e lo sviluppo e con una maggiore qualità del sistema per ridurre gli sprechi». Quali sono le prospettive del settore per i prossimi anni? «In generale, il futuro del settore automotive, specialmente nel nostro Paese, non è roseo. Per quanto ci riguarda, siamo sempre più coinvolti in attività di coaching e di crescita guidata con realtà, anche multinazionali, che operano nei Paesi low cost. Un discorso a parte meritano le attività italiane di altri settori nei quali operiamo, come quello degli elettrodomestici. Quest’ultimo ha avuto recentemente una crescita esponenziale».


POLITICHE ENERGETICHE

Ue in prima linea per l’energia Le energie rinnovabili non sono mai state tanto strategiche per il sistema energetico europeo. Inoltre, la Commissione europea ha appena presentato una proposta legislativa sulla promozione dell’efficienza energetica. Ne illustra i contenuti Giulio Volpi Francesca Druidi on la direttiva n. 28 del 2009, l’Unione europea si è impegnata ad aumentare la quota di energia da fonti rinnovabili pari al 20% sul consumo finale entro il 2020». Lo ricorda Giulio Volpi della direzione generale Energia, politiche per le energie rinnovabili della Commissione europea. «In questo quadro, l’Italia ha sottoscritto un obiettivo vincolante del 17% di energia da rinnovabili entro il 2020». Fondamentale diventa, al contempo, incrementare l’efficienza energetica, «da qui – aggiunge – l’impegno europeo di riduzione dei consumi del 20% rispetto alle previsioni per il 2020 attraverso un utilizzo più efficiente delle risorse. Le attuali stime rivelano,

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però, che i paesi europei rischiano di non raggiungere questo obiettivo comune». La Commissione europea ha così proposto, attraverso una nuova direttiva, una serie di misure per promuovere l’efficienza energetica nei vari settori dell’economia. «Nello specifico, gli enti pubblici dovranno dotarsi di edifici, prodotti e servizi efficienti e ristrutturare ogni anno il 3% dei loro immobili per ridurre significativamente la spesa legata al consumo di energia. I distributori dovranno incoraggiare i consumatori a ridurre gli sprechi, per esempio attraverso la sostituzione di caldaie inefficienti o

l’isolamento termico delle abitazioni». Un altro fronte di intervento riguarda le realtà produttive: «Le grandi aziende avranno l’obbligo di eseguire un audit energetico ogni tre anni per meglio gestire i consumi energetici». Come evidenzia Volpi, saranno introdotti anche sistemi di certificazione per i fornitori di servizi energetici con l’obiettivo di garantire un elevato livello di competenza tecnica. «Le autorità nazionali di regolamentazione dell’energia dovranno tener conto dell’efficienza nel decidere le modalità e il costo della distribuzione di energia agli utenti finali».


Giulio Volpi

L’Unione europea potrebbe, inoltre, porre sul tavolo ulteriori misure per promuovere gli impianti di cogenerazione e ha previsto investimenti pari a circa 11 miliardi di euro pubblici, ma soprattutto privati - nei prossimi dieci anni per il progetto comunitario che incentiva le cosiddette “smart city”, città di medie dimensioni capaci di coniugare città sostenibili e competitività. «Questa mira a selezionare trenta città europee per progetti pilota finalizzati a rendere i centri urbani europei, responsabili del 70% dei consumi energetici, totalmente ecosostenibili, con una serie d’interventi integrati: dalle energie rinnovabili all’edilizia ecosostenibile, passando per la mobilità efficiente e per le reti energetiche intelligenti». Un primo bando da circa 80 milioni di euro è stato aperto, lo scorso luglio, per co-finanziare proposte innovatrici di ristrutturazione urbana del patrimonio immobiliare pubblico e privato e per le reti energetiche intelligenti. «Si prevede che i progetti selezionati potranno essere attivati nella seconda metà dell’anno prossimo. I centri italiani sono in ottima posizione, visto che già un quarto delle 2000 città che hanno aderito al “Patto europeo dei sindaci per l’energia sostenibile” sono italiane e questo lascia ben sperare». E sono in molti a sostenere che proprio l’Italia debba portare

avanti una politica energetica basata, da una parte, sullo sviluppo delle energie rinnovabili e, dall’altra, sull’implementazione dell’efficienza. «L’Italia è povera di combustibili fossili, ma racchissima di fonti rinnovabili e con un grande potenziale di efficienza energetica, con circa 12 Gigawatt, si avvia a diventare, entro la fine di quest’anno, il Paese con il più alto tasso di potenza fotovoltaica installata nel mondo». Secondo Volpi, la ricetta per consolidare questo risultato è garantire un quadro normativo stabile e affidabile di promozione delle energie rinnovabili. «Per raggiungere l’obiettivo italiano del 17% di energia rinnovabile, è anche necessario procedere a una semplificazione delle procedure amministrative, sviluppare le reti energetiche intelligenti, ma soprattutto attuare una forte riduzione degli sprechi energetici». Priorità per Volpi è anche dare

piena e rapida attuazione alle misure previste dalle due direttive europee sulle energie rinnovabili e sull’efficienza energetica. Una direzione promettente per il contesto italiano è rappresentata dalla produzione di energia rinnovabile nelle imprese agro-alimentari. «Tra le varie filiere agro-energetiche, si distacca il biogas», biocombustibile gassoso ottenuto dalla fermentazione in assenza di ossigeno - la cosiddetta digestione anaerobica di materiali residui di origine organica, animale o vegetale che può essere impiegato per generare calore o elettricità oppure come carburante da trasporto. «Servono incentivi adeguati e bisogna procedere a una migliore programmazione sul territorio degli impianti a biogas, anche in armonia con i distretti agro-energetici, riducendo i fenomeni di competizione per l’uso del suolo agricolo per la produzione di biomasse». LAZIO 2011 • DOSSIER • 171


POLITICHE ENERGETICHE

Efficienza, la scommessa del Paese La scarsa informazione sul contributo che la tecnologia può dare per consumare meno è il nemico numero uno dell’efficienza energetica. «Serve un cambio di mentalità, a livello di privato cittadino, di industria e di istituzioni» ammonisce Alessandro Clerici Michela Evangelisti a meno appeal delle rinnovabili ma gioca un ruolo fondamentale nella partita dell’energia. L’efficienza energetica infatti, anche se non è tra gli obiettivi obbligatori fissati per l’Italia dall’Unione europea, può rivelarsi il cavallo vincente per centrarli. «Al di là dell’ottimo slogan pubblicitario del “2020-20”, i reali traguardi che il nostro Paese è chiamato a raggiungere sono il 20% di riduzione di Co2, il 17% di consumi finali alimentati da rinnovabili e il 10% dei trasporti alimentati da bio combustibili – spiega Alessandro Clerici, coordinatore della task force Efficienza energetica di Confindustria –. Se riuscissimo a consumare meno energia automaticamente produrremmo meno Co2 e quanto minori saranno i consumi finali tanto meno oneroso risulterà il 17% delle dispendiose rinnovabili che dovremo realizzare». Quanto potrà fare l’Italia? «È la grossa scommessa del Paese, il quale si è prevalentemente buttato, con grossi incentivi, sulle rinnovabili, specialmente su quelle elettriche. Ora si sta rendendo conto di

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quanto importante possa essere l’efficienza: potrebbe contribuire notevolmente all’abbattimento delle emissioni di Co2 con una riduzione dell’ordine del 15% dei consumi finali di energia. Per ridurre i consumi ci sono due grandi autostrade in parallelo: l’efficienza e il risparmio energetico. L’efficienza energetica si può implementare da subito, grazie a tecnologie già esistenti. Il risparmio, invece, implica il cambio degli stili di vita e richiede tempi lunghi e politiche impopolari». Quali barriere ostacolano l’avanzata dell’efficienza energetica? «Scontiamo soprattutto una mancanza d’informazione da parte della maggioranza degli utenti finali sul contributo che la tecnologia può dare per consumare meno. In Italia manca inoltre la cultura del “costo di vita di un prodotto”, che non è dato solo dall’investimento iniziale ma anche dai costi di operation and maintenance, primo tra tutti quello dell’energia. Porto l’esempio di un motore elettrico: in una vita di dieci anni il 3% circa del suo costo è dato dall’investimento iniziale, il 95% dalla bolletta elettrica. Peccato che quando com-

priamo un motore siamo abituati a tenere in considerazione solo il capital investment. I motori ad alta efficienza sono in commercio almeno da 10 anni: in Svezia, Norvegia, Finlandia l’80% di nuovi motori viene acquistato ad alta efficienza. In Italia non arriviamo al 3%». C’è bisogno quindi di un cambio di mentalità. «Decisamente, a livello di privato cittadino, di industria e di istituzioni. È una trasformazione da promuovere subito con campagne battenti. Per la diffusione dell’efficienza un grosso deterrente è rappresentato dal prezzo: un apparecchio ad alta efficienza costa circa il 30% in più di uno convenzio-

Alessandro Clerici, presidente del gruppo di lavoro “Risorse energetiche e tecnologie” del World Energy Council e coordinatore della task force Efficienza energetica di Confindustria


Alessandro Clerici

15% Co2

nale. E si insinua il dubbio: mi darà dei risparmi effettivi come dicono? Lo stesso ruolo giocano alcuni sussidi sulla bolletta: se si paga poco l’energia, occorrono molti più anni perché ritorni un investimento in efficienza». Qualcosa sul fronte delle grandi aziende comincia a muoversi? «In questi cinque anni di lavoro come coordinatore della task force “Efficienza energetica” di Confindustria ho visto le grosse imprese iniziare a sviluppare l’efficienza energetica, perché si sono accorte che è un vantaggio che le rende più competitive e inoltre dà visibilità in termini di impegno e sostenibilità ambientale. Ad esempio nel settore dell’acciaio, del chimico, dei trasporti navali per turismo e del grosso manifatturiero sono stati fatti investimenti nelle tecnologie ad alta efficienza. Anche alcune pmi hanno iniziato a muoversi, ma occorre fare ancora molto, e così pure nel residenziale e terziario e nei trasporti». Come s’inquadrano le rinnovabili nel discorso relativo all’efficienza? «Rinnovabili ed efficienza dovrebbero essere approcciate globalmente: occorrere mettere sul tavolo italiano tutte le

La percentuale di abbattimento delle emissioni che l’efficienza energetica potrebbe contribuire a determinare

3% MOTORI

La percentuale di motori ad alta efficienza acquistati in Italia. In Svezia, Norvegia, Finlandia si arriva all’80%

varie alternative tecnologiche per individuare il mix più adatto al Paese per raggiungere gli obiettivi imposti al fine di minimizzare i costi e avere la massima ricaduta sulle nostre industrie. Purtroppo non c’è stata una politica energetica in questi anni in Italia: sono state trascurate le rinnovabili termiche (e alcune sarebbero molto più efficienti e meno costose), mentre le rinnovabili elettriche hanno ricevuto incentivi notevoli rispetto al resto. Un sistema di incentivi che, tra l’altro, va a pesare sulle bollette di tutti: entro il 2020 porterà a un aumento dei costi dell’elettricità di circa 10 miliardi di euro, compromettendo anche la competitività delle nostre aziende. I costi per la collettività legati a certe rinnovabili non sono poi solo dovuti agli

incentivi, ma anche al fatto che le rinnovabili elettriche sono aleatorie». E questo cosa comporta? «Se ho il sole per 1.200 ore all’anno mediamente in Italia o il vento per 1.600, ho necessità di centrali convenzionali programmabili alimentate da combustibili fossili (o, ahimé, dal nucleare) per integrare le fonti rinnovabili quando queste non mi possono dare energia: e questo è un altro costo addizionale agli incentivi. Non dobbiamo però fare antagonismo tra rinnovabili ed efficienza e nemmeno tra rinnovabili e convenzionali: le prime, fino a quando non saranno economicamente sviluppati nel settore elettrico dei dispositivi di accumulo dell’energia a buon mercato, non possono fare a meno delle seconde». LAZIO 2011 • DOSSIER • 177


POLITICHE ENERGETICHE

l piano nazionale delle rinnovabili varato dal governo assegna alle bioenergie il compito di coprire quasi il 45% dei consumi energetici da rinnovabili entro il prossimo decennio, tra elettricità, calore/raffrescamento e trasporti. «Le biomasse solide giocano un ruolo di primo piano nel raggiungere il 45% dell’energia rinnovabile attesa» afferma Walter Righini, presidente di Fiper, l’associazione che riunisce i produttori italiani di energia da fonti rinnovabili. Legna, cippato (legno sminuzzato) e pellet rappresentano, infatti, il 60% di tale obiettivo, tanto che Fiper ha presentato al governo un piano di azione per lo sviluppo del

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Biomasse, prime tra le energie rinnovabili Promuovere la gestione forestale sostenibile, garantire la sicurezza di approvvigionamento, incoraggiare l’impiego di combustibili di qualità e aumentare la competitività nelle contrattazioni. Walter Righini illustra tutti i progetti di Fiper, pronta a tagliare i traguardi europei Elisa Fiocchi

comparto del teleriscaldamento e biogas agricolo. Parola d’ordine? «Smart grid», ovvero la costituzione di 300 impianti di teleriscaldamento a biomassa legnosa (5-10 MWt e 1 MWe) e a biogas (1 MWe), altamente tecnologici, che valorizzano le risorse locali, tute-

lano l’uso dei suoli e sono strettamente connessi al territorio dove hanno sede gli impianti. Ne parla Walter Righini. Secondo i dati di Nomisma Energia il fatturato delle biomasse in Italia ha superato nel 2010 quota 6,3 miliardi, quasi il doppio rispetto ai 3,4


Walter Righini

Walter Righini, presidente di Fiper

del 2009 e la metà di tutto il comparto rinnovabili (13 miliardi con fotovoltaico e eolico). Quali fattori hanno permesso alle biomasse di assumere un ruolo da protagoniste nei consumi? «Gli incentivi per l’energia elettrica prodotta da biomassa hanno favorito gli investimenti.

La tariffa omnicomprensiva di 0,28 centesimi di euro ha incoraggiato l’avvio di numerosi impianti di biogas a digestione anaerobica inferiori a 1 MW di potenza e gli impianti produttori di energia elettrica da oli vegetali puri. Inoltre, grazie ai certificati verdi sono state incentivate le gradi centrali che producono esclusivamente energia elettrica dal legno con bassa efficienza. Questi ultimi hanno favorito processi speculativi e condizionato la filiera di approvvigionamento, che ha registrato rialzi di prezzo del cippato del 20-30%». Biogas, filiera legno-energia, bioliquidi: come questi comparti influiscono sui consumi energetici? «Dai dati Enea si evince che alle biomasse solide, a cui è stato attribuito l’obiettivo di 7,90 TWh elettrici al 2020 e 5,25 Mtep per la produzione di calore, tocca il ruolo di protagoniste. Segue il biogas, con 6,02 TWh di produzione attesa e i biocombustibili liquidi, con 4,86 TWh. Il calore stimato prodotto dal biogas e dai bioliquidi è poco significativo, rispettivamente del 0,27 Mtep e 0,15. Discorso a parte per i biocarburanti, la cui produzione è stata stimata al 2020 in 2,53 Mtep. Le principali difficoltà di gestione sono ricon-  LAZIO 2011 • DOSSIER • 179


POLITICHE ENERGETICHE

 ducibili all’instabilità e impre-

vedibilità del quadro normativo che disciplina il supporto alla produzione di energia rinnovabile e all’inadeguato livello di chiarezza e accessibilità delle procedure. L’esperienza degli ultimi anni ha mostrato come le continue modifiche ai sistemi vigenti abbiano comportato maggiori costi di sistema, irrigidito l’offerta di prodotti finanziari sul mercato e diminuito la capacità di attrazione di nuovi investimenti». Cosa ne pensa della proposta post nucleare formulata da Greenpeace in cui si chiede che i 60 miliardi di euro necessari a sviluppare il piano nucleare del governo vengano investiti nel settore delle rinnovabili e dell’efficienza energetica, così da produrre più del doppio di energia elettrica e creare dieci volte più posti di lavoro?

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Il sistema di incentivazione si deve basare sull’efficienza produttiva degli impianti: la biomassa è una fonte non infinita

«Sono d’accordo. Da un recente studio condotto da Amici delle Terra sono stati evidenziati gli effetti occupazionali a seconda dalle varie fonti. I benefici occupazionali attesi dalle rinnovabili termiche evidenziano un indicatore di 85 addetti per milione di euro di incentivo. Attualmente il numero degli addetti diretti impiegati nella filiera legno-energia è stimato in 50mila unità. Una realtà formata da 13.600 pmi per un fatturato annuo di 5 miliardi di euro. Al 2020, è previsto un incremento che permetterà di raggiungere i 300mila addetti diretti. Il beneficio occupazionale derivante dall’installazione di una rete di teleriscaldamento non si esaurisce nella fase di costruzione e avvio



dell’impianto ma, a partire dallo start up della centrale, il numero dei posti di lavoro aumenta, in quanto sarà attivata la filiera locale per l’approvvigionamento di biomassa. E per 2030 anni l’indotto è garantito». Il futuro delle biomasse è legato anche al quadro degli incentivi. Come ha accolto il via libera del presidente Napolitano alla manovra finanziaria 2011-2014? «Aspettiamo il testo definitivo per un giudizio complessivo sulla manovra. Certo che la ventilata proposta sulla riduzione delle bollette di luce e gas del 30%, a scapito della promozione delle energie rinnovabili, smentita poi in extremis, non favorisce gli investimenti in questo settore».


POLITICHE ENERGETICHE

Rinnovabili ed efficienza il futuro dell’energia Eolico e fotovoltaico, ma soprattutto solare termodinamico e biomasse. Senza trascurare il tema dell’efficienza e il nucleare. Il commissario dell’Enea Giovanni Lelli delinea lo scenario italiano relativo a sostenibilità e rinnovabili Francesca Druidi i parla spesso di green economy e delle sue prospettive di sviluppo nel nostro Paese. Ma come rileva Giovanni Lelli, commissario dell’Enea, l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile, «green economy è un’espressione pesante, che evoca un tipo di economia successiva a quella basata sul petrolio, la quale a sua volta è successiva a quella fondata sul carbone». La ricetta, secondo Lelli, è chiara: occorrono cambiamenti strutturali e, dunque, «servono maggiori investimenti, innovazione tecnologica, semplificazione, ma soprattutto si rende necessaria una politica industriale ponderata, che miri a obiettivi di medio e lungo periodo con continuità». Nel frattempo, l’attenzione del commissario dell’Enea si concentra sulla disamina delle ombre e delle luci che caratteriz-

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zano il settore delle rinnovabili in Italia. La tecnologia Enea per il solare termodinamico è oggi impiegata anche nel progetto Mats per la costruzione di un impianto in Egitto. È questa la frontiera più promettente per quanto riguarda le fonti rinnovabili? «Dal punto di vista del contributo alla produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, il solare termodinamico probabilmente non è la frontiera più promettente, a causa di un richiesto sfruttamento del territorio che l’Italia non può permettersi, ma lo è sotto il profilo economico e dell’emblematicità dell’intervento nella creazione di una filiera nazionale in grado di offrire la propria tecnologia al più ampio mercato globale». È questo aspetto che contraddistingue il contributo del solare termodinamico rispetto a quello dell’eolico e del fotovoltaico?


Giovanni Lelli

Giovanni Lelli, commissario dell’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile. In apertura, l’impianto solare termodinamico Archimede presso la centrale Enel di Priolo Gargallo

«Sì, dall’iniziativa Enea, dalle prime prove e dai finanziamenti ottenuti grazie all’impegno del professor Rubbia e dei governi di allora e di oggi, è nato il consorzio di imprese attive nel solare termodinamico, sviluppatosi nell’arco degli ultimi dieci anni. Tramite i brevetti Enea si è giunti all’impianto prototipo realizzato nei nostri laboratori e poi a quello dimostrativo ottenuto con la disponibilità dell’Enel nel suo sito di Priolo Gargallo. L’elemento centrale consiste nel fatto che il solare termodinamico sfrutta tecnologie italiane, sviluppate all’interno di un ente pubblico e poi trasferite perfettamente al settore privato che ne trae un vantaggio economico, vantaggio che ricade anche sull’Enea attraverso le royalties». Come eolico e fotovoltaico possono essere resi più competitivi sotto il profilo commerciale dall’innovazione tecnologica? «Il fotovoltaico può senz’altro essere reso più competitivo sotto questo profilo, perché in Italia si parte da un tessuto industriale costituito per la stragrande maggioranza da imprese che importano celle fotovoltaiche dall’estero, le assemblano nel nostro Paese e le introducono sul mercato nazionale. Non è stata, quindi, ancora sviluppata un’offerta d’innovazione che consenta a queste aziende di essere competitive rispetto alle realtà straniere. Analogo discorso vale per l’eo-

lico, mentre diversa è la situazione per le biomasse. Nel segmento operano, infatti, imprese italiane che contano sui propri impianti, sfruttando in alcuni casi tecnologie Enea per la produzione di combustibili alternativi quali il bioetanolo, e partendo da biomassa di seconda generazione (canne, cassette)». Quali sono i possibili sviluppi delle rinnovabili ai quali l’Enea sta lavorando? Abbiamo il dovere di seguire gli sviluppi nel solare ad alta temperatura perché sarebbe un passo falso non continuare a innovare in un settore che ci vede in prima linea. Ci stiamo, inoltre, concentrando sulla ricerca e sviluppo nel settore della biomassa, dove siamo competitivi e richiesti. Per quanto riguarda eolico e fotovoltaico, in particolare quest’ultimo, conduciamo delle nostre ricerche, ad esempio sul grafene, condotte anche nell’ambito dei programmi europei e - per quanto ci è concesso dal mercato - anche in rapporto alle imprese. Ci troviamo in una fase arretrata sul fronte del trasferimento all’industria rispetto al solare termodinamico. C’è però un altro punto sul quale è bene insistere: l’Enea è un’agenzia. Svolgiamo attività di ricerca, ma forniamo anche supporto alla pubblica amministrazione, fornendo consigli, consulenze e risposte quando sollecitati, anche nella definizione di un nuovo sistema di incentivi nel  LAZIO 2011 • DOSSIER • 183


POLITICHE ENERGETICHE

 fotovoltaico ed eolico».

Quali misure dovrebbero essere improntate per incentivare l’efficienza energetica? «Dobbiamo distinguere quattro settori: innanzitutto l’efficienza energetica nei trasporti. In questo caso, bisogna intervenire sulle infrastrutture, sulla multi-modalità, sulla cultura della mobilità collettiva e sul problema del rendimento del singolo motore, che però è nelle mani dell’industria automobilistica. Poi c’è il problema dell’efficienza energetica nei vari settori industriali: i nostri imprenditori, come sono dai maggiori costi dell’energia che costituiscono un aggravio, sono predisposti a introdurre i sistemi che agiscano in questo senso. Il terzo settore, quello più promettente, è relativo all’efficienza energetica nel segmento civile». Per quale motivo? «Il patrimonio delle abitazioni

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Il settore più promettente relativo all’efficienza energetica è quello civile



civili in Italia è immenso. Le potenzialità d’introdurre dispositivi di efficienza energetica sono, quindi, molto elevate. Il governo ha fatto tanto con le detrazioni del 55% e mi auguro che le difficoltà derivanti dalla crisi economica possano comunque consentire di mantenere l’incentivo, che ha dato risultati interessanti in termini di energia risparmiata, di mercato sfruttato, di Co2 non emessa e di emersione del cosiddetto nero. Il quarto settore, infine, in cui si può lavorare sull’efficienza è il terziario». Dopo l’esito referendario in Italia e le decisioni di altri paesi europei in campo nucleare, qual è in prospettiva futura il destino di questa modalità di produzione energetica?

«Il nucleare avrà un futuro positivo e molto consapevole del rapporto con l’ambiente e il territorio, certo non “scoppiettante”, soprattutto per il numero delle centrali. La percezione che ormai in tutto il mondo si ha del nucleare imporrà dei miglioramenti tecnologici nel sistema di inserimento delle centrali nel territorio, evoluzioni che, a loro volta, determineranno ricadute industriali significative. I futuri impianti nucleari saranno ancora più sicuri, probabilmente di taglia inferiore, a impatto quasi zero. Non credo alle espresse volontà di uscire dal nucleare da parte di molti paesi, Germania in testa. Ritengo che, al momento opportuno, pondereranno bene questa decisione».


POLITICHE ENERGETICHE

Dalla geotermia all’idrogeno, si punta alla sostenibilità energetica nel, già da diversi anni, sta adottando una politica rivolta all’utilizzo e allo sviluppo di tecnologie d’avanguardia nel campo della generazione da fonte rinnovabile, anche grazie a una propria unità interna di ricerca che impiega circa 200 ricercatori. Sauro Pasini è il responsabile della ricerca del Gruppo Enel, il cui scopo è «individuare le migliori tecnologie presenti e caratterizzarne le effettive prestazioni. Esistono poi settori in cui, grazie al know how e all’esperienza pregressa, ci si propone come veri e propri sviluppatori di nuove tecnologie, più competitive rispetto alle esistenti». Quali sono gli orizzonti più innovativi che oggi sono al centro dell’attività di ricerca sulle rinnovabili? «Nel campo dell’energia fotovoltaica, Enel è impegnata nello studio e nella caratterizzazione delle principali tecnologie disponibili sul mercato o prossime alla commercializzazione, allo scopo di identificare le soluzioni tecniche ottimali per le specifiche esigenze dei siti di installazione. Enel, inoltre, sta collaborando con i più prestigiosi centri di eccel-

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La crescita negli ultimi anni delle fonti rinnovabili è destinata a proseguire, con forza ancora maggiore, nel prossimo futuro. A spiegare con quali modalità avverrà è il responsabile della ricerca del Gruppo Enel Sauro Pasini Francesca Druidi

lenza, nazionali e internazionali, per lo sviluppo di prototipi innovativi a concentrazione, in grado di raggiungere efficienze di conversione significativamente superiori a quelle dei sistemi piani convenzionali. Nel campo dello sfruttamento dell’energia geotermica è in corso un importante progetto». Di cosa si tratta? «Il progetto prevede l’utilizzo delle sorgenti a bassa entalpia (acqua calda a temperatura inferiore a 180ºC), mediante la tecnologia dei cicli binari organici, in aggiunta ai tradizionali impianti geotermici che usano sorgenti calde (200250ºC). L’impianto dimostrativo che sarà realizzato presso l’area sperimentale Enel Ricerca di Livorno, consentirà di provare su scala pilota (0.5 MWe) una nuova tecnologia a fluido organico supercritico, caratterizzata da un’efficienza superiore del 15% rispetto a quella dei sistemi

disponibili in commercio». Per quanto riguarda eolico e fotovoltaico? «Lo sfruttamento di queste energie rinnovabili comporta il dover utilizzare sorgenti discontinue, legate all’aleatorietà della velocità del vento e della radiazione solare, sebbene oggi siano maggiormente “programmabili”. Stiamo pertanto sviluppando sistemi di

Sauro Pasini, responsabile della ricerca Gruppo Enel. A destra, la centrale Enel di Fusina. Nell’ultima pagina, l’area di Larderello in Toscana


Sauro Pasini

forecast e diagnostica intelligente, in grado di prevedere la producibilità energetica e di consentire una gestione flessibile dei sistemi di generazione, massimizzando la produzione e minimizzando gli effetti negativi sulla rete elettrica nazionale. Per quanto riguarda l’idrogeno che, pur avendo bisogno di importanti sviluppi per raggiungere la competitività, presenta potenzialità di interesse per lo stoccaggio energetico, Enel ha realizzato una stazione sperimentale all’interno della centrale termoelettrica di Fusina, nell’ambito di uno specifico progetto di ricerca, finanziato da ministero dell’Ambiente e Regione Veneto. In campo idroelettrico, l’attenzione è rivolta alla valorizzazione di risorse idriche attualmente ancora poco sfruttate, sorgenti ad acqua fluente e-o caratterizzate da un basso salto idraulico, mediante l’utilizzo di turbine idrauliche innovative e a basso impatto ambientale». Sul fronte degli impianti solari a concentrazione, come può definirsi l’esperienza di “Archimede”? «A un anno dall’entrata in esercizio, l’esperienza condotta può ritenersi soddisfacente in quanto sono stati raggiunti i due principali obiettivi del progetto e cioè la gestione del sale fuso negli impianti a collettori parabolici e l’integrazione del vapore prodotto da fonte solare negli impianti di generazione convenzionali. Per raggiungere tali obiettivi,

il progetto ha subito una serie di affinamenti maturati dall’esperienza fatta durante le fasi di costruzione, avviamento ed esercizio dell’impianto, che hanno permesso a Enel di essere l’utility maggiormente accreditata per lo sviluppo della tecnologia a sali fusi, ritenuta oggi il futuro del solare termodinamico». Quali altri progetti sono in cantiere? «Così come si sta realizzando negli Usa il primo impianto ibrido al mondo, che abbina un impianto fotovoltaico da

24 MW all’esistente centrale geotermica di Salt Wells a ciclo binario a media entalpia, altrettanto si sta progettando di fare in Toscana, abbinando stavolta un impianto a biomasse a una centrale geotermica ad alta entalpia nell’area di Larderello, il più antico e avanzato polo geotermico al mondo». A un anno dall’inaugurazione della centrale di Fusina, qual è il bilancio che si può trarre? «Durante questo primo anno, l’impianto è stato in



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POLITICHE ENERGETICHE



Enel sta progettando di abbinare un impianto a biomasse a una centrale geotermica ad alta entalpia nell’area di Larderello



 esercizio per alcune migliaia come quello di Fusina, esso cambiando. Le rinnovabili, di ore, dimostrando con successo che l’idrogeno può essere utilizzato proficuamente e in piena sicurezza. Ma questo non basta. Enel sta proseguendo, in collaborazione con General Electric Nuovo Pignone, nello sviluppo della tecnologia, puntando a mettere a punto un combustore di nuova generazione che consenta di ridurre ulteriormente le emissioni, aumentando l’efficienza del processo di combustione. L’idrogeno potrà essere prodotto, in modo pulito, a partire da fonti fossili, ad esempio mediante la gassificazione del carbone, ma questa non è l’unica possibilità. L’idrogeno può certamente rappresentare un’opportunità per accumulare energia in eccesso prodotta da fonti non programmabili, come il solare e l’eolico. Tramite impianti

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potrà poi essere riconvertito in elettricità nei momenti di maggior richiesta, contribuendo alla programmabilità della produzione da fonti rinnovabili. I costi di generazione sono ancora piuttosto elevati, ma crediamo che esistano gli spazi per rendere l’utilizzo dell’idrogeno sostenibile anche sotto il profilo economico nel medio periodo». Quale politica dovrebbe seguire l’Italia per arginare la sua endemica dipendenza energetica? «L’Italia soffre di forte sbilanciamento del mix produttivo verso fonti costose, come gas e olio. Oggi, viste le recenti decisioni adottate in materia di nucleare dal governo italiano anche a seguito dell’esito negativo del referendum dello scorso giugno, lo scenario nel nostro Paese sta

compreso l’idroelettrico, contano per quasi un quarto della produzione e incrementeranno ancora la loro quota. Gli impianti a gas avranno sempre più un ruolo di copertura nei momenti di picco, per soddisfare le esigenze di modulazione. Per diminuire, invece, il costo dell’energia e incrementare la sicurezza degli approvvigionamenti delle materie prime, sarà necessario aumentare il ruolo di una fonte come il carbone “pulito”. Un impianto a carbone pulito di ultima generazione permette, infatti, di produrre elettricità a un costo del 20% inferiore a quello di un ciclo combinato a gas. Il carbone, quindi, non può che essere un protagonista nelle strategie di sviluppo, soprattutto in questo momento».


RINNOVABILI

I vantaggi del solare termodinamico Un nuova tecnologia che potrebbe finalmente consentire alle fonti energetiche pulite e rinnovabili di compiere quel salto di qualità capace di proporle come principale soluzione energetica. Gianfranco Aramini illustra le ultime novità in questo campo Francesco Bevilacqua

a “Concentrating Solar Power” (CSP) è una tecnologia sviluppata da Enea, che la Automation Services Impianti di Roma si propone di diffondere realizzando impianti di produzione di energia termica ed elettrica di piccolamedia taglia, con unità modulari “su misura” a impatto ambientale “0”. «Nel 2004 – spiega l’ingegner Gianfranco Aramini, titolare di Asi – l’azienda ha partecipato alla realizzazione del primo impianto sperimentale di questo genere al mondo, presso la sede Enea di Casaccia (RM). Proseguendo nello sviluppo e analisi delle possibili applicazioni di tali impianti, Asi ha investito in tal senso ed è in grado oggi di gestire la fornitura chiavi in mano degli Impianti Solari Termodinamici a Concentrazione (Csp), inclusa l’ingegneria di processo, meccanica, elettrica e strumentale e le analisi economiche per la loro realizzazione». In base alla sua esperienza, che grado di ricettività c’è da parte delle persone nei confronti della questione energetica e delle possibilità che offre la tecnologia del solare

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termodinamico? «La necessità di avere energia da fonti rinnovabili per un futuro più sostenibile è improrogabile a livello planetario. La tecnologia del Solare Termodinamico è comunque da noi sconosciuta pur essendo considerata dagli addetti come un’importante componente della produzione di energia nel prossimo futuro». Quali sono concretamente i vantaggi che il solare termodinamico consente a livello di riduzione dell’impatto ambientale e ottimizzazione dei costi energetici? «La tecnologia CSP, pur se agli albori nella versione a sali fusi, offre forti vantaggi rispetto ad

altre energie alternative e il sistema di accumulo sviluppato da Enea ne amplifica fortemente le possibilità applicative. Gli impianti Csp hanno ampia flessibilità applicativa per ottimizzarne al massimo il rendimento. L’energia del sole con il metodo Csp produce direttamente energia termica per riscaldamento/vapore/raffreddamento, ideale in impianti tecnologici esistenti, ovvero industriali, ma anche in assetti di complessi residenziali. Il suo Roi, rientro dell’investimento, può essere indicato in 5-8 anni, con un ritorno elevato negli anni successivi: basti pensare al solo Conto Energia che è per 25 anni (anziché 20 del foto-

L’ingegner Gianfranco Aramini, titolare della Automation Services Impianti Srl di Roma www.automation-si.com


Gianfranco Aramini

voltaico) e al continuo e crescente costo dei combustibili fossili e che questi improrogabilmente a breve finiranno». Qual è la situazione in Italia dell’impiantistica relativa? «Non sono impianti semplici né di piccole dimensioni e vanno collocati e gestiti come impianti industriali; necessitano pertanto di essere collocati in un progetto di sviluppo regionale o, ancor meglio, nazionale. Il nostro paradosso è che tale tecnologia è stata implementata da Enea nel 2004, Enel ha realizzato Priolo (progetto Archimede) a fine 2010 e nessun altro progetto è stato avviato. Altrove invece, per esempio in Germania, hanno già programmato tutte le strategie, come quella attuata dal progetto Desertec, necessarie per rendere questa tecnologia un importante pilastro nella produzione energetica del futuro. In Italia solo pochi volenterosi stanno attrezzandosi autonomamente per far parte della filiera produttiva». Pensa che in futuro sarà

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Il Csp sarà uno dei pilastri della produzione di energia da fonti rinnovabili. Un risveglio sembra esserci ora anche in Italia, dopo lo stop al nucleare e le spinte della crisi economica

possibile costruire un nuovo sistema energetico basato sulle rinnovabili? «Il Csp sarà uno dei pilastri della produzione di energia da fonti rinnovabili. Un risveglio sembra esserci ora anche in Italia, dopo lo stop al nucleare e le spinte della crisi economica che ci costringono finalmente a elaborare dei progetti energetici concreti e imprescindibilmente basati sullo sviluppo delle rinnovabili. Il succitato progetto Desertec per la realizzazione di una rete di energia da Csp nel Nord Africa per la distribuzione locale e la griglia di trasmissione di energia verso l’Europa è ambizioso ma al tempo stesso realistico e concreto a livello Europeo. Si tratta di un esempio in corso di realizzazione di un sistema energetico basato sulle rinnovabili: eolico nei mari del

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nord, fotovoltaico distribuito e mega centrali CSP in Nord Africa e Spagna. Come al solito purtroppo siamo in ritardo per essere i primi “esportatori” nella vendita di tale tecnologia dopo averla “reinventata”. Visto l’impatto economico iniziale per realizzare tali impianti, è urgente attuare una politica energetica italiana lungimirante, che faccia “accadere le cose” senza aspettare gli investitori stranieri, che promuova la realizzazione di tali impianti attivando però una filiera produttiva italiana che sviluppi tecnologia volta a rendere sempre più economicamente conveniente e ottimale la loro realizzazione, per poterne essere gli esportatori e fruitori dei benefici e non svolgere la mera funzione di manodopera a beneficio di altri». LAZIO 2011 • DOSSIER • 191


MERCATO DELL’ENERGIA

Il futuro dell’energia Quello energetico è un mercato in continua evoluzione ed essendo molto variegato coinvolge trasversalmente diversi settori. Nicola Gentile fa il punto della situazione e fornisce alcune indicazioni per il futuro Amedeo Longhi iù rispetto per le norme, maggiore attenzione da parte delle banche, un mercato dei carburanti più regolamentato. Questi sono solo alcuni dei suggerimenti proposti da Nicola Gentile, titolare della Cime, che da quasi trent’anni opera nel variegato e mutevole settore dell’energia: «L’azienda nasce come impresa metalmeccanica sul finire del 1983. Già l’anno successivo, forte dell’esperienza pluriennale acquisita dal suo amministratore in un’altra impresa operante nel campo del gas metano, è in grado di acqui-

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Alcuni lavori effettuati dalla Cime di Cittaducale (RI) www.cime.ri.it

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sire un consistente portafoglio di ordini. Negli anni successivi i lavori proseguono con maggiore intensità e i rapporti con la Metano Città, oggi Italgas, e successivamente con la Snam, permettono all’impresa di consolidare la propria presenza su tutto il territorio nazionale. A completamento del ramo di attività delle infrastrutture per la distribuzione del gas viene intrapresa la costruzione e gestione di reti di distribuzione gas, G.P.L. con la Elf Gas Italiana e la Agip Gas, e gas metano, con la Società Enel Distribuzione Gas. Negli ultimi anni la società ha attuato con successo una politica di espansione nei settori delle telecomunicazioni, del teleriscaldamento e delle fonti rinnovabili, collaborando con aziende del calibro della E-Via, Sielte, Alpitel, Fastweb, Edisontel, Acea Luce, Sielte, S.I.T.E., Orion, Aster, Gemmo Impianti e negli ultimi anni con la AceaElectrabel». Queste collaborazioni e l’esperienza acquisita hanno permesso di definire e raggiungere obiettivi atti a ottimizzare le attività di servizio,

come testimonia l’ottenimento della certificazione del sistema qualità aziendale in riferimento alla norma Uni En Iso 9001/2008, Iso 14001 e Ohsas 18001. «Abbiamo ottenuto l’attestazione di qualificazione all’esecuzione dei lavori pubblici rilasciata da Eurosoa per numerose categorie e classifiche – ricorda Gentile –, dalla realizzazione, gestione e manutenzione di reti gas, Gpl e metano al teleriscaldamento, dalla sostituzione contatori alla realizzazione di condotte idriche e fognarie». Gentile passa poi ad analizzare la situazione italiana: «Il territorio nazionale è ampiamente servito – osserva –, ma sarebbe opportuno, soprattutto per incentivare le aziende, investire in zone dove il servizio di distribuzione gas non è attivo. Inoltre, così come sarebbe indicato fare investimenti per sviluppare il settore energetico aiutando le imprese in difficoltà per colpa della crisi, sarebbe anche opportuno investire sulle reti gas oramai obsolete». La novità degli ultimi anni è rappresentata dal settore fo-


Nicola Gentile

tovoltaico e delle fonti energetiche rinnovabili in generale: «Questo è al momento uno dei campi di maggior interesse per noi. L’unico freno che ostacola il pieno sviluppo del mercato delle fonti rinnovabili sono i limiti imposti dalle banche in termini di investimenti e finanziamenti». Un aiuto per la ripresa potrebbe arrivare non da un nuovo quadro legislativo, già oggi ricco e completo, ma da una sua più puntuale osservanza: «Suggerisco un mag-

gior controllo sul suo rispetto da parte delle aziende che operano a livello nazionale, maggiore severità per le aziende che non lavorano rispettando i requisiti minimi di sicurezza e qualità, ma che vengono invitate a partecipare ugualmente ai bandi di gara. Ritengo inoltre opportuno attuare un maggior controllo sui ribassi di gara, troppo spesso inspiegabilmente bassi». Gentile conclude con una serie di proposte atte a favorire la ripresa delle piccole e medie imprese come la Cime: «Suggerisco più severità nei confronti dei pagamenti da parte della committenza, da effettuare al massimo entro trenta giorni. Essendo noi costretti a osservare rigorosamente le tempistiche, la mancata corrispondenza fra il denaro investito e quello incassato rappresenta una grave perdita in termini di opportunità di crescita». È auspicabile anche una riduzione del costo del gasolio, una voce di bilancio estremamente im-

portante: «Il costo del carburante fa aumentare vertiginosamente tutti i costi delle materie prime, dal momento che i mezzi coinvolti nella lavorazione di questi materiali vanno a gasolio. Consiglio a questo proposito la detassazione del gasolio per i mezzi da lavoro e la tassazione delle macchine di lusso. Sul piano finanziario, ritengo necessaria una maggiore flessibilità da parte delle banche in termini di investimenti e finanziamenti. Ci vuole inoltre più considerazione, da parte degli enti che bandiscono le gare, per fattori come il merito, la competenza e soprattutto le gare stesse dovrebbero essere con la media mediata e non ci dovrebbe essere la continua revisione dei prezzi. Sarebbe sufficiente calmierare i ribassi rispetto alla base di gara fissando un limite massimo degli stessi non superiore al 20%, soglia che dovrebbe imporre alla committenza il controllo ferreo dei prezzi offerti rispetto a quelli previsti nel capitolato di gara». LAZIO 2011 • DOSSIER • 193


VERSO LE OLIMPIADI

Roma, capitale avveniristica Le Olimpiadi del 2020 celebrano i suoi 150 anni. La città, già prima di candidarsi, ha studiato un piano di potenziamento della rete di metropolitane, l’ampliamento dell’aeroporto di Fiumicino e la realizzazione del parco fluviale del Tevere Elisa Fiocchi

l 15 giugno 1955, nella 50° sessione di Parigi, il Comitato internazionale olimpico affidò alla Capitale d’Italia la celebrazione dei giochi della XVII Olimpiade, le prime che furono poi trasmesse in televisione. Quello stesso spirito che accompagnò allora la città di Roma e che nel 1960 siglò il punto di partenza dello sport moderno, si ritrova nella candidatura ai giochi olimpici del 2020 per sublimare il 150° anniversario di

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Roma Capitale. La sfida, come sostiene l’onorevole Rocco Crimi, sottosegretario con delega allo Sport, è quella di incarnare, per la seconda volta, ingegno e innovazione: «Oggi è difficile immaginare in che mondo vivremo tra nove anni – afferma – perché tutto si trasforma velocemente, ma il punto di partenza rimane Roma e tutta l’Italia che potrà esporre le proprie ricchezze: monumentali, architettoniche, storiche». Il Paese dell’eleganza

e della bellezza si prepara così a vincere la “partita”, nelle parole di Rocco Crimi. Come avverrà il meccanismo di promozione e divulgazione della candidatura italiana all’estero? E attraverso l’ausilio di quale rete diplomatica? «Esistono regole molto chiare e stringenti dettate dal Cio che evidenziano, in modo inequivocabile, quali siano i termini, e i relativi divieti, legati alla promozione della candidatura al-


Rocco Crimi



Non sarà un’Olimpiade al risparmio, ma un’edizione sostenibile dal punto di vista ambientale e finanziario

l’estero. Intendiamo rispettarli rigorosamente, senza derogare ad alcun principio per l’alto senso di responsabilità che dovrà caratterizzare ogni nostra azione. Tuttavia, e ci fa piacere sottolinearlo, abbiamo registrato la disponibilità del corpo diplomatico e di molte aziende italiane che operano all’estero a collaborare nel supporto alla candidatura di Roma». Quali progetti urbanistici offriranno un nuovo volto alla città? «Roma aveva studiato un imponente piano di investimenti per l’ammodernamento della città, ancor prima di decidere di candidarsi. Si tratta di circa 250 interventi destinati a cambiare il volto della città e ad adeguarla alle esigenze di una metropoli moderna. Tra quelle più importanti vi sono, senza dubbio, il potenziamento della rete metropolitana, l’ampliamento del-



l’aeroporto di Fiumicino e la realizzazione del parco fluviale del Tevere. Sarà sempre più una capitale avveniristica». A fine novembre è attesa la prima valutazione sulle implicazioni economiche elaborata dal comitato di compatibilità e programmazione economica. Quali sono le priorità d’intervento indicate dal Governo? «Credo sia opportuno ricordare il particolare momento dell’economia nazionale e internazionale. Partendo da questo presupposto è evidente che la parola d’ordine è “responsabilità”, il che non significa progettare un’Olimpiade al risparmio, semmai un’edizione sostenibile, dal punto di vista ambientale e finanziario. Roma è da tempo una capitale dei grandi eventi sportivi e grazie a questo il 70% circa degli impianti di gara sono già esistenti. Nell’organizzazione

dei giochi avranno ampio spazio le strutture temporanee, per evitare di lasciare una pesante eredità di impianti sportivi sottoutilizzati e con costi di gestione insostenibili». Su quali premesse si fonderà poi il futuro piano finanziario compatibile per sostenere la candidatura italiana? «Questo è uno degli argomenti allo studio da parte del Comitato di compatibilità economica. Ma senza dubbio, in un momento di tagli alle spese, vorrei specificare che esiste una prospettiva di grande valore, che va letta come irripetibile occasione di crescita, perché un’Olimpiade, lo dimostrano tutte le città che le hanno ospitate nel recente passato, sarebbe un’opportunità straordinaria per utilizzare la parola “investimenti”, con un’importante ricaduta sullo sviluppo e sull’occupazione».

Rocco Crimi, sottosegretario di Stato con delega allo Sport

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VERSO LE OLIMPIADI

Olimpiadi 2020, un investimento credibile Con il piano “Roma Capitale 2020” sono già stati, in parte, finanziati oltre 200 progetti: «La città si prepara ad affrontare le sfide del terzo millennio all’insegna della modernizzazione». Il punto di Mario Pescante Elisa Fiocchi

arà il comitato promotore Roma 2020, presieduto da Mario Pescante, a sostenere nel mondo l’immagine della città terza meta turistica d’Europa, in corsa assieme a Madrid, Tokyo, Istanbul, Doha e Baku per l’assegnazione dei giochi olimpici. I punti di forza della Capitale si concentrano nelle 155mila imprese, che producono il 6,7% della ricchezza nazionale, e negli oltre 2.500 impianti e 2.700 società sportive che accolgono centinaia di migliaia di praticanti e volontari. Al fianco del comitato è già al lavoro un gruppo di accademici esperti di finanza pubblica ed economia, guidato dal professor Marco Fortis, che avrà il compito di valutare l’impatto dei giochi olimpici sulla crescita del Paese. «Il comitato di compatibilità e programmazione economica, formulerà a metà novembre un rapporto costi/benefici legati all’organizzazione dei giochi,

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valutando oltre alle spese, anche gli aspetti positivi legati all’aumento del Pil, dell’occupazione e alle entrate derivanti da un progetto di “turismo olimpico” che riguarderà tutto il Paese» spiega Pescante. Ha dichiarato che non è più tempo delle Olimpiadi grandiose del passato. Quale nuova veste organizzativa proporrà per Roma 2020? «La crisi economico-finanziaria che sta colpendo non solo le Borse e i mercati, ma anche le economie dei singoli Paesi, ha già avuto come conseguenza un numero ridotto di aspiranti alla candidatura dei giochi olimpici del 2020. Infatti, se per l’edizione del 2012 vi erano 9 candidature e per quella del 2016 erano 7, per l’edizione del 2020 sono in corsa solamente 6 città. È evidente, quindi, che la crisi si è fatta sentire e come noto il nostro Paese è uno di quelli più esposti. Con questa premessa è ovvio che un’Olimpiade italiana dovrà essere sobria, senza cedere

alle “grandiosità” che hanno caratterizzato le ultime edizioni dei giochi. D’altra parte “Roma caput mundi” non ha certo bisogno di sfoggiare impianti o strutture superdimensionate per dimostrare la sua capacità di organizzare bene un’Olimpiade». Cosa è in grado di offrire la Capitale?

Mario Pescante, presidente del comitato promotore Roma 2020 e vicepresidente del Comitato olimpico internazionale


Mario Pescante

«È una città che ha una storia, una cultura e complessi monumentali che da soli bastano ad accreditarla. Tra l’altro vi è da segnalare che oltre il 70% del patrimonio impiantistico olimpico è già disponibile e che, strutture come lo stadio Olimpico, lo stadio del nuoto, il complesso del Foro Italico, lo stadio Flaminio, piazza di Siena e i pratoni del Vivaro per l’equitazione, rappresentano già il 70% delle necessità di carattere tecnico-sportivo». Che investimento economico rappresentano le Olimpiadi per l’intero Paese?



I pratoni del Vivaro, assieme ad altre strutture, rappresentano già il 70% delle necessità di carattere tecnico-sportivo



«In un momento di crisi dell’economia mondiale, poiché si sta operando in termini di riduzione delle spese con relativi tagli ai finanziamenti alle amministrazioni pubbliche, agli enti locali e con l’imposizione di sacrifici a numerose categorie di cittadini, sembrerebbe discutibile prevedere le uscite per l’organizzazione di un’Olimpiade. Dobbiamo però rilevare che accanto alle esigenze del pareggio del bilancio, esiste un’esigenza sulla quale sono tutti d’accordo - economisti, politici, forze sociali ed imprenditoriali - e cioè che senza un aumento della crescita e degli investimenti, gli attuali provvedimenti impoverirebbero in maniera irreversibile il Paese. Ebbene, i costi per realizzare un’Olimpiade sono sicuramente l’investimento più credibile poiché è legato a delle scadenze ed allo stesso tempo i costi riguarderebbero la costruzione di infrastrutture o non le spese di organizzazione che sono in grandissima percentuale coperte dagli introiti previsti dal Cio, dai diritti televisivi e dalla vendita dei biglietti». Il passo successivo riguarderà Governo e Parlamento, con cui ipotizzare un piano finanziario sostenibile. «Fino a oggi le forze politiche, ad eccezione di qualche comprensibile e rispettabile reazione di singoli parlamentari, hanno dimostrato grande interesse e uno spirito di unità che si è tra l’altro concretizzato nella votazione in assemblea capitolina di una mozione di sostegno ai giochi presentata dal senatore Fran-  LAZIO 2011 • DOSSIER • 197


VERSO LE OLIMPIADI

 cesco Rutelli e approvata a gran-

dissima maggioranza». Entro il 15 febbraio sono attese altre garanzie di questioni tecniche e non finanziarie. Come proseguirà l’iter della candidatura italiana? «Il 15 febbraio 2012 si dovrà corrispondere alle garanzie richieste dal Cio. Contestualmente stiamo preparando le risposte al questionario che sarà sottoposto all’esame della commissione di valutazione del Cio e che è composto da oltre 90 pagine di quesiti che saranno attentamente esaminati e valutati per poter consentire a Roma di accedere alla seconda fase, che è quella della short list che comprenderà un numero ristretto di città candidate. Infine, resta l’incombenza più difficile e decisiva, quella cioè di conquistare i voti tra i membri del Cio. Si tratterà di un lavoro porta a porta che partirà dall’illustrazione della bontà della candidatura, dal consenso delle forze politiche e dell’opinione

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È Roma la favorita nella corsa olimpica Madrid, Tokyo, Istanbul, Doha, Baku e Roma. Sono le sei candidate ufficiali che nei prossimi due anni lavoreranno per conquistare il podio nell’assegnazione dei Giochi Olimpici del 2020. Il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, parla di un grande investimento futuro e tiene alta la bandiera italiana: «I bookmaker ci danno favoriti rispetto alle altre cinque “applicant cities” che hanno presentato al Cio la propria richiesta di candidatura. È il momento di lavorare serenamente, di tessere una tela progettuale e di relazioni per unificare l’Italia tutta in questa grandissima sfida». L’impatto della manifestazione olimpica sullo sviluppo del Paese è intanto sotto l’esame della Commissione di compatibilità e programmazione economica, con una previsione di crescita che pare già piuttosto marcata: «L’obiettivo è dimostrare che le erogazioni relative alla candidatura non costituiscono una semplice sovvenzione ma un vero e proprio investimento» sottolinea il sindaco. In conclusione: «Per ogni euro impiegato ne torneranno all’Italia 5/10 volte tanto».

pubblica e che, però, è soprattutto incentrato sulla valorizzazione dei rapporti umani che intercorrono tra i membri del Cio italiani, Carraro, Cinquanta, Ricci Bitti e il membro onorario Di Centa e i tanti dirigenti italiani di federazioni internazionali che si affiancheranno all’azione di lobbing». Chi completa la “squadra” olimpica? «I rappresentanti di tutte le ec-

cellenze del nostro Paese nel settore dell’industria, delle aziende, dell’import-export. Naturalmente un ruolo determinante sarà svolto dal nostro ministero degli Esteri, il cui ministro Franco Frattini ha sportivamente accettato l’incarico di essere membro del consiglio di amministrazione e ha assicurato l’impegno del suo dicastero per raggiungere l’obiettivo finale».


Gianni Petrucci

Italia, paese unito nella corsa al sogno olimpico La coesione delle forze politiche e l’entusiasmo dei cittadini sono requisiti fondamentali per dare compattezza alla candidatura di Roma. «Si tratta di una maturità indispensabile per affrontare il lungo cammino fino al 2013». Ne parla Gianni Petrucci Elisa Fiocchi

opo il successo dei giochi olimpici di Roma 1960, spartiacque epocale per il movimento e tutto lo sport, la Capitale insegue nuovamente il sogno olimpico del 2020, anno che coincide con il centocinquantesimo anniversario di Roma Capitale. A sfidarla, le candidature ufficiali di Madrid, Tokyo, Istanbul, Doha e Baku: «Non temiamo nessuno, pur rispettando tutti» dichiara il presidente del Coni, Gianni Petrucci, che conta nelle capacità del nostro Paese. «Se il Governo, il Comune, la Regione, la Provincia, il comitato promotore guidato da Mario Pescante e i nostri membri del Cio marceranno compatti, non esistono grosse preoccupazioni all’orizzonte». La prossima tappa per l’assegnazione è fissata per il 15 febbraio 2012, data ultima per la presentazione delle lettere di garanzia da parte dei comitati olimpici nazionali al Cio. Dopodichè la scelta della città che ospiterà l’appuntamento del

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2020 si terrà il 7 settembre 2013 a Buenos Aires. «Non sarà una campagna facile – continua Petrucci – ma esistono tutti i presupposti perché la candidatura abbia successo». Il presidente del Coni svela i punti di forza della capitale e indica la strada per concretizzare un programma ambizioso, articolato e di grande impatto. Ha parlato di presupposti vincenti per la candidatura italiana. Quali sono gli obiettivi strategici del progetto? «Ci appelliamo alle indubbie capacità organizzative e al 73% di impianti già pronti. Contiamo sulla credibilità internazionale per affermarci, grazie alle capacità relazionali a livello globale e alla perfetta conoscenza del mondo olimpico. Roma, poi, punta su una base ottima, su una rete di infrastrutture e di trasporti già di livello, solo da accrescere in base a una pianificazione studiata nel dettaglio». Rispetto al tentativo fallito del 2004, quali modifiche saranno proposte?

«Siamo partiti per primi e con Gianni Petrucci, la giusta umiltà. Senza dire in presidente del Coni giro che la nostra candidatura è la migliore. Nell’ultimo anno abbiamo avuto modo di tornare più volte sull’esperienza legata all’assegnazione dei giochi del 2004 e molti illustri membri del Cio hanno riconosciuto che Roma pagò un momento psicologicamente favorevole ad Atene. Il progetto era all’altezza, così come è di spessore quello che sarà valutato per il 2020. Il parco del Foro Italico, la scelta del villaggio olimpico, l’ottima situazione degli impianti e un dossier di idee importanti sotto il profilo di collegamenti sono certamente il biglietto da visita più impor-  LAZIO 2011 • DOSSIER • 199


VERSO LE OLIMPIADI



Abbiamo la credibilità internazionale per affermarci e il 73% di impianti già pronti, tra i quali il parco del Foro Italico avrà un ruolo nevralgico  tante per ottenere un consenso unanime». Roma conta 2.500 impianti e 2.700 società sportive. Come giudica la qualità dell’offerta sportiva nella capitale? «Si tratta di un’offerta importante, mai però è troppo quando si tratta di sport, che in questo caso è anche sinonimo di salute. Roma è certamente un modello: un serbatoio di atleti e di tecnici e la possibilità di crescita e di affermazione a grandi livelli. Lo dicono i numeri e i riscontri oggettivi, devo dire che ci si può ritenere soddisfatti. La diversificazione dell’offerta rappresenta poi l’elemento certamente vincente: Roma garantisce una varietà di scelta all’altezza delle aspettative e della richiesta».

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Quali saranno gli altri luoghi e impianti strategici della città? «Il dossier prevede un ruolo nevralgico per il parco del Foro Italico. Dallo stadio olimpico allo stadio del nuoto, passando per il centrale del tennis: ci sono strutture che hanno scritto la storia dello sport italiano e mondiale e che non tramonteranno mai. Negli anni sono state riqualificate e oggi costituiscono un vanto per tutta la collettività. Senza dimenticare le zone della Fiera di Roma e di Tor Vergata, altri punti strategici della candidatura. Un elemento di grande importanza sarà certamente il villaggio degli atleti e la centralità rispetto al parco olimpico». Da un sondaggio è emerso che nove romani su dieci vo-



gliono che la città ospiti i giochi del 2020. Ha riscontrato uguale coesione tra le forze politiche nazionali? «Il clima di collaborazione nel comprendere quanto l’appuntamento del 2020 sia un’occasione di sviluppo e di crescita per l’intero Paese è positivo. In questa direzione si sta muovendo Mario Pescante che nel corso degli incontri istituzionali ha favorito il dialogo tra le componenti e ora il clima è certamente disteso e propositivo. Nel settembre del 2013 il Cio deciderà la città che ospiterà i giochi del 2020 e l’Italia, sotto questo profilo, non dovrà rimproverarsi nulla. Sono quindi sicuro che saremo in grado di far emergere l’immagine di un Paese unito e proteso all’inseguimento dello storico traguardo».


TURISMO

Gli italiani in vacanza «La crisi presenta un consumatore più razionale, che rinuncia al divertimento costoso ma non alla vacanza, ed è sempre attento alla qualità del prodotto». Il punto del presidente Fipe, Lino Enrico Stoppani Renata Gualtieri

erie estive 2011 solo per il 40% degli italiani, con oltre 35 milioni di persone, pari a 2,8 milioni in più rispetto al 2010, che non sono andate né andranno in vacanza. Il dato emerge da una ricerca condotta da Fipe e Axis Research su un campione di 800 famiglie residenti, rappresentative della realtà italiana. Lino Enrico Stoppani, presidente Fipe, commentando questi dati sottolinea che la crisi economica in cui da anni è entrata l’Italia e il resto d’Europa non accenna a diminuire. Anche alcuni spiragli di ripresa sono risultati essere soltanto sforzi e tentativi, ma non una vera svolta. E il turismo rimane uno dei termometri più sensibili a misurare il livello di benessere di un paese. La gente non rinuncia più alle vacanze, ma cambia il modo in cui queste vengono organizzate. «Proprio così. Si possono trascorrere le proprie ferie facendo del pendolarismo con le località turistiche più vicine oppure si possono trascorrere vacanze da sogno, magari svolgendo at-

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Lino Enrico Stoppani, presidente Fipe, Federazione italiana pubblici esercizi

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tività sportive, andando a cena nei migliori ristoranti o anche concedendosi molti periodi di riposo durante l’anno raggiungendo mete sempre diverse. In nessuno dei due casi citati si rinuncia alla vacanza, ma sono due modalità che esprimono evidentemente situazioni ben diverse». La crisi ci sta restituendo un nuovo consumatore, più razionale. A cosa presta più attenzione e come cambiano le sue abitudini? «Il consumatore che ci sta consegnando questa crisi è sicuramente più razionale e più attento al rapporto qualitàprezzo. L’aspetto positivo di questa situazione è che il consumatore non abbassa il livello qualitativo a cui è abituato, ma piuttosto rinuncia a effettuare la spesa. Sempre per rimanere in tema di vacanze, in periodo di ristrettezze economiche, il consumatore rinuncia al divertimento più costoso e preferisce dedicare il tempo libero al riposo, alla lettura, alle attività che incidono meno sui bilanci familiari». Si va verso un futuro più sostenibile anche in questo settore?

«La sostenibilità di un settore è sempre data dal punto di incontro tra domanda e offerta. Questa è una legge economica che vale per qualsiasi mercato libero. Il settore dei pubblici esercizi risente di problematiche relative alla crisi economica e di quelle che sono invece più pertinenti al settore. Nel primo caso, si parla di calo dei consumi, perdita di potere d’acquisto dei lavoratori che destinano meno risorse anche al ristorante. La crisi dei consumi porta alla crisi del settore, e non a caso nel 2010 sono state più numerose le imprese che hanno chiuso i battenti rispetto alle nuove aperture. Per quanto riguarda poi il secondo caso, la sostenibilità del settore è data dalla misura in cui si tengono in considerazione gli aspetti peculiari. Il pubblico esercizio ha un ruolo di sensibilità so-


Lino Enrico Stoppani



In tempi di ristrettezze economiche il consumatore rinuncia al divertimento più costoso e dedica il tempo libero al riposo e alla lettura



ciale, di attenzione nei confronti dei clienti. Basta pensare al tema della somministrazione di alcolici. Il problema è che spesso soffre di una concorrenza sleale e poco chiara da parte di un’offerta parallela che lavora a condizioni più agevolate. Dovrebbe, invece, essere ben chiaro il concetto “stesse regole, stesso mercato”. Non a caso se ne è accorta anche l’Europa che, con la direttiva Bolkestein, pone un freno alle aperture selvagge dei pubblici esercizi». Quali politiche e quali strumenti per il futuro del comparto e le nuove sfide per i pubblici esercizi? «La sfida è quella di offrire a un consumatore sempre più attento un prodotto di qualità che sappia esaltare il va-

lore enogastronomico del nostro Paese e che sia rispettoso delle tradizioni e della cultura. A questo si va affiancando anche un nuovo modo di pensare la cucina italiana, un’offerta innovativa, moderna pur sempre rispettosa dei valori salutistici e di qualità». Anche Fipe celebrerà la Giornata mondiale del turismo e lo farà tramite lo strumento che le è proprio: la ristorazione. Quali le manifestazioni per sottolineare l’importanza della gastronomia come strumento di conoscenza delle varie culture e tradizioni nel mondo? «Si tratta della prima partecipazione di Fipe alla Giornata mondiale del turismo e questo è un aspetto molto impor-

tante. Nello specifico, Fipe ha sempre sostenuto che la storia e le tradizioni di un paese passano dalla tavola. Una ricetta o un piatto sono modalità espressive che racchiudono la cultura di un territorio e ne rivelano le condizioni geografiche e il suo passato. Ancora adesso quando si visita un paese, se si vuole conoscere veramente il suo spirito, bisogna mangiare nei ristoranti tradizionali. L’Italia è sempre stata un esempio. La gastronomia è il secondo motivo per cui si sceglie di visitare il nostro bel Paese ed è in cima alla classifica per chi decide di tornarvi le volte successive. Detto ciò, mi sembra che la presenza di Fipe alla Giornata mondiale del turismo sia decisamente indispensabile». LAZIO 2011 • DOSSIER • 203


TURISMO

Si gioca tutto sulla qualità C’è una scarsa considerazione per il turismo, anche se è il più importante settore economico italiano. E per rilanciarlo, commenta il presidente Fiavet Giuseppe Cassarà, vanno coordinate le regole, assieme agli operatori privati Renata Gualtieri

e agenzie di viaggio in Italia, nonostante gli effetti della crisi, godono di discreta salute. Buona la loro risposta alle continue sollecitazioni ad adeguarsi al mercato online e all’utilizzo di nuove tecnologie, mantenendo alta l’attenzione alla sicurezza del servizio erogato e cercando di non tradire le aspettative del consumatore. Il presidente di Fiavet, Giuseppe Cassarà, si interroga sull’andamento generale del turismo nazionale, sul turismo enogastronomico, componente importante dell’offerta ricettiva italiana, e sulle sue possibilità di rilancio a partire dalle difficoltà nei rapporti con i vettori.

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Il presidente della Federazione italiana associazioni imprese viaggi e turismo, Giuseppe Cassarà

204 • DOSSIER • LAZIO 2011

Come si può dunque potenziare il settore nel nostro Paese e nel mondo? «Lo si può fare razionalizzando la promozione e lo studio dei mercati internazionali, specie quelli emergenti come la Cina e l’India, senza tralasciare la stabilizzazione dei flussi tradizionali controllandone la competitività. Occorre, poi curare con la massima attenzione il turismo interno che diventa sempre più consistente ed importante. Da questo punto di vista sarà necessario regolamentare meglio l’offerta e controllare qualità dei prodotti e tariffe. Non c’è alcun dubbio che il settore va potenziato, ma, soprattutto vanno coordinate le regole, e questo lo si può fare con il supporto indispensabile degli operatori privati in sinergia con i poteri pubblici». Quale ruolo ricopre oggi un agente di viaggio e quanta importanza ha la formazione professionale? «Con la globalizzazione e con l’avvento del web il mondo è cambiato e anche il mondo delle professioni è mutato e sottoposto costantemente a

esami e verifiche. In questo quadro l’agente di viaggio non può più essere “un bigliettaio” o semplice rivenditore di prodotti turistici. Oggi la partita si gioca sulla qualità e sulle più ridotte disponibilità economiche della famiglia, per cui l’agente di viaggio deve assumere sempre più la funzione di “consulente”, prestando attenzione alla formazione». In un mondo in continuo mutamento, come ci si confronta con le nuove tecnologie? «Le nuove tecnologie esigono formazione di quadri e di addetti attraverso corsi di aggiornamento continui sul campo, modificando alcuni programmi scolastici». In attesa della Giornata mondiale del turismo, quali sono i rapporti attuali con i vettori? E in che modo l’Italia può contrastare la diretta concorrenza con i vettori low-cost legati ad altre destinazioni? «I vettori low-cost hanno rivoluzionato il trasporto aereo nel mondo, certamente a danno dei flussi turistici organizzati. Rappresentano apparenti convenienze economi-


Giuseppe Cassarà

che individuali e creano opportunità di rischio, con danno anche per gli addetti. E tuttavia occorre fare i conti con questo fenomeno e, in qualche modo, governarlo. L’Italia ha bisogno di un buon trasporto aereo per il mantenimento e lo sviluppo dei flussi turistici, e ne hanno più bisogno quelle destinazioni del Sud che storicamente sono le più richieste. Un ruolo propulsore potrebbe svolgerlo certamente la compagnia di bandiera la cui politica, però, appare più diretta a fare utili che a partecipare al potenziamento e all’incremento del trasporto aereo verso il nostro Paese. Da questo punto di vista sarebbe auspicabile un deciso intervento dello Stato».



Le nuove tecnologie esigono formazione di quadri e di addetti attraverso corsi di aggiornamento continui sul campo

In che misura il turismo enogastronomico è presente nell’industria turistica e nelle offerte delle agenzie? «Il turismo enogastronomico è una componente importante dell’offerta ricettiva italiana e rappresenta, sempre di più, una domanda qualificata dei mercati. Il nostro Paese può, da questo punto di vista, offrire un’ampia varietà di prodotti enogastronomici e i nostri vini rappresentano ancora un punto di riferimento. In verità oggi questo prodotto non è ancora evidenziato e rimane una “nicchia” qualificante».



Il protocollo d’intesa firmato dai ministri Brambilla e Romano riuscirà a promuovere questo segmento turistico? «Il protocollo è un ottimo viatico e merita un approfondimento, soprattutto sotto l’aspetto dei comportamenti concreti della distribuzione. Ora occorre un confronto stretto fra operatori dell’enogastronomia e della produzione agricola con gli agenti di viaggi e tour operator, coordinati dai due ministeri la cui intuizione politica va valorizzata e ha prospettive importanti».

LAZIO 2011 • DOSSIER • 205


TRASPORTI

Dal trasporto alla logistica L’evoluzione del trasporto merci. Al semplice trasporto si aggiungono molteplici servizi di logistica. Paolo Nataloni spiega com’è cambiato negli ultimi trent’anni un settore nel quale le sollecitazioni del mercato si fanno sentire costantemente Valerio Germanico

e società di trasporto merci, nate alle origini come aziende familiari, si sono nel tempo evolute, passando da un numero esiguo di autocarri – quando non era disponibile che un unico mezzo – a decine o centinaia di veicoli. Anche le tratte e la copertura geografica sono cresciute man mano che le società andavano strutturandosi e specializzandosi in servizi che richiedevano mezzi con caratteristiche dedicate al tipo di merce da trasportare. Si distinguono innanzitutto trasportatori di carichi completi da altri che effet-

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tuano il trasporto e la consegna di piccoli quantitativi. Oltre a queste trasformazioni, altre e più complesse stanno attraversando il settore. Paolo Nataloni, titolare di Napetrans spiega dall’interno com’è cambiato negli anni il sistema del trasporto merci: «Noi abbiamo iniziato negli anni 80, allora c’era un sistema di programmazione completamente diverso. Col tempo anche il nostro modo di lavorare è cambiato, in linea con le evoluzioni del settore. Al mero trasporto abbiamo aggiunto una serie di servizi, che negli ultimi cinque anni sono entrati a far

Napetrans Srl, Santa Palomba (Rm) www.napetrans.com - manuela.nataloni@napetrans.com

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parte dello standard in questo settore. Questi comprendono la distribuzione delle merci, la movimentazione, l’inventario, il magazzinaggio conto terzi e i servizi di imballaggio, preparazione dei lotti ed etichettatura; trasporti eccezionali con ribassati». La società ha come suo tratto caratteristico la disponibilità degli strumenti più adatti e l’avere sviluppato nel tempo le competenze per effettuare il trasporto di settori merceologici fra loro anche molto differenti. «Trasportiamo varie tipologie di prodotti, compresi quelli del settore auto e siderurgico, oltre ai pannelli truciolari e ai rifiuti. Principalmente ci occupiamo di carichi completi. Le nostre linee interessano le principali aree italiane ed europee. Con frequenza giornaliera colleghiamo le principali aree produttive d’Europa. Per quanto riguarda l’estero, lavoriamo soprattutto con imprese che hanno la necessità di trasferire merci in Francia, Germania e Svizzera». Per gestire questo vasto insieme di attività, che si diramano su più


Paolo Nataloni

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Bisogna adattarsi ai cambiamenti e investire su diverse tipologie di mezzi, sui sistemi informatici e nella formazione del personale

territori, Napetrans conta su una struttura che riunisce in un’unica sede sia gli uffici amministrativi e commerciali che i magazzini di transito. «Abbiamo anche una nostra officina interna, specializzata nella manutenzione dei mezzi di trasporto. Il parco mezzi conta cinquanta veicoli fra trattori stradali, autotreni, ribassati, bilici e motrici frigo. Sia a livello nazionale che internazionale possiamo effettuare trasporti in regime di Adr (European Agreement concerning the International Carriage of Dangerous Goods by Road), trasporti di rifiuti speciali e pericolosi, trasporti eccezionali, trasporti a temperatura controllata, servizio di

groupage, autogrù e movimento terra». Tuttavia, la situazione attuale del mercato richiede sempre più professionalità e investimenti. «Riceviamo costantemente sollecitazioni a intraprendere cambiamenti organizzativi , gestionali e tecnologici. Il mercato dei trasporti, in questo momento, chiede – a noi, come pure ai nostri concorrenti – di essere reattivi e disponibili a impiegare le risorse in modo ancora più flessibile. Questo è determinato dal fatto che il sistema dei trasporti è in continua evoluzione. Per non restare indietro ed essere competitivi bisogna continuamente adattarsi ai cambiamenti e investire su diverse e

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nuove tipologie di mezzi, sui sistemi informatici di supporto e nella formazione del personale. Al momento – conclude Paolo Nataloni – abbiamo in progetto di realizzare nuovi insediamenti, incrementare le attività di trasporto e logistica sviluppando ulteriori servizi. Nel 2000 abbiamo costruito il primo insediamento di 3600 mq che ci ha permesso di passare dall’attività di mero trasporto alla logistica. Nel 2006 abbiamo costruito un nuovo insediamento di 6000 mq, destinato esclusivamente alla logistica. Quindi intendiamo potenziare queste strutture strategiche per far crescere ulteriormente il nostro business». LAZIO 2011 • DOSSIER • 207


LOGISTICA

Gestire i flussi di merce e materiali a logistica e i trasporti costituiscono un servizio di primaria importanza, quasi una spina dorsale, per l'industria italiana. Lo stoccaggio, la movimentazione e la consegna delle merci sono servizi imprescindibili, che richiedono un'organizzazione ineccepibile e una precisione impeccabile, tanto che il loro adempimento è spesso demandato a società specializzate. Oltre alla garanzia di un servizio efficiente e affidabile, le problematiche da affrontare sono molteplici, non ultimo uno svolgimento ecosostenibile dell'attività di distribuzione, sempre più vincolata da necessarie normative finalizzate a ridurre l'impatto ambientale dei mezzi di trasporto. I clienti hanno sviluppato negli anni esigenze sempre più differenti e particolareggiate, tanto da imporre alle società di logistica lo sviluppo di notevoli capacità di customizzazione dei servizi, nonché di allestimento di potenzialità operative in grado di ridurre al minimo qualsiasi tipo di disagio tramite sempre più accurati metodi di movimentazione e tracciabilità delle merci; tutte caratteristiche fondamentali per creare un servi-

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Affidabilità del servizio, puntualità nella distribuzione e precisione nella gestione dei flussi di merci e materiali. Le esigenze e le necessità nell'ambito dei servizi di logistica sono molteplici. Mario Paradisi spiega come gestirle Lodovico Bevilacqua

zio competitivo, come conferma Mario Paradisi, amministratore delegato della Fastlog. «L'esperienza accumulata in anni di attività ci ha permesso di allestire servizi precisi e affidabili, grazie alla confidenza maturata con le dinamiche che regolano il mercato della logistica». Quali sono i servizi svolti dalla Fastlog? «Intanto è fondamentale premettere che la Fastlog nasce nel 2005 con la finalità specifica di supportare le esigenze logistiche della Ericsson in Italia; molti dei dipendenti della nostra società hanno trascorsi professionali in Ericsson e siamo ben consapevoli delle loro necessità a livello logistico, avendole già gestite attraverso vari outsourcing dal 1998. La nostra attività si sta inoltre allargando verso l'acquisizione di altri clienti e dobbiamo questa espansione del nostro mercato anche alla preziosa partnership istituita con Dhl


Mario Paradisi

Nella pagina precedente, Mario Paradisi, amministratore delegato della Fastlog di Guidonia (RM). Nell’altra immagine un interno dell’azienda www.fastlogitalia.eu

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L'esperienza ci ha aiutato a individuare in maniera precisa le soluzioni adatte alla gestione dei flussi logistici in ogni condizione

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Italia. In sostanza gestiamo, anche attraverso questa importante collaborazione, le operazioni logistiche sia all'interno della struttura che presso i clienti». Quali sono i compiti che assolvete nell'ambito della gestione logistica delle merci affidatevi? «Le nostre mansioni principali sono lo stoccaggio e la distribuzione di merci e materiali su tutto il territorio italiano e talvolta anche all'estero. La nostra organizzazione è sviluppata in modo tale da identificare le necessità reali della committenza e allestire un servizio preciso e affidabile, che tenga conto delle loro problematiche. Conoscere le esigenze della clientela è una prerogativa fondamentale per creare un buon servizio di distribuzione e garantire quegli attributi di affidabilità, puntualità e controllo che l'utente si aspetta». Come riuscite a mantenere alta la qualità del servizio offerto? «Come ho sottolineato inizialmente, l'esperienza professionale ci ha aiutato molto a individuare in maniera precisa le soluzioni adatte alla gestione dei flussi logistici in ogni condizione. La puntualità e la precisione dell'organizzazione son tuttavia le caratteristiche basilari da garantire, richieste nella fase di stoccaggio delle merci così come in quella del tra-

sporto. L'informatizzazione delle operazioni ha determinato una svolta importantissima, permettendo di gestire al meglio la movimentazione dei materiali in magazzino così come nella fase di distribuzione. Il dispiego di un ingente parco mezzi – composto da furgoni, autocarri, autoarticolati, autotreni per il trasporto e carrelli elevatori, carroponti e transpallets per la movimentazione da magazzino – contribuisce inoltre ad accrescere le potenzialità operative della Fastlog». Quali sono le prospettive future per l'industria dei trasporti? «Sono convinto che l'industria dei trasporti stia attraversando una lenta ma costante fase di cambiamento. In Italia la schiacciante maggioranza della distribuzione si avvale dell'utilizzo di trucks, un tipo di trasporto che sta diventando sempre meno funzionale, un po' per il continuo aumento del prezzo del gasolio che lo rende meno competitivo a livello economico, un po' per i crescenti vincoli alla circolazione stabiliti da alcuni paesi nell'ottica di una normalizzazione dell'impatto ambientale del traffico commerciale. La tendenza futura ritengo che sia di un ricorso sempre più frequente al trasporto marittimo e su rotaia, a detrimento di quello su gomma». LAZIO 2011 • DOSSIER • 209


RILANCIO DELL’EDILIZIA Semplificazione burocratica, riqualificazione immobiliare e delle periferie gli elementi necessari per la ripresa del settore edile. Gli obiettivi di Luciano Ciocchetti, vicepresidente della Regione Lazio


EDILIZIA

Un circolo virtuoso che parte dall’edilizia «La rivoluzione si basa su semplificazione, riqualificazione del patrimonio immobiliare esistente e delle periferie, minor consumo di territorio». Solo così si può ottenere, secondo il vicepresidente della Regione Luciano Ciocchetti, un rilancio del settore Renata Gualtieri

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Luciano Ciocchetti, vicepresidente della Regione Lazio e assessore alle Politiche del territorio e dell’urbanistica. Nelle pagine seguenti, la presentazione del Piano casa e il museo Maxxi

l nuovo Piano casa rappresenta per la Regione un elemento fondamentale per superare la crisi economica, facendo leva sul settore edilizio. Luciano Ciocchetti, vicepresidente e assessore alle Politiche del territorio e dell’urbanistica, sottolinea che «la concretezza e l’attuabilità della nuova legge sarà anche in grado di colmare le aspettative dei cittadini». Anche tutti gli economisti individuano in questo settore il volano per la ripresa, si stima infatti che un milione di euro investito in

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edilizia attiva un giro d’affari di 1,79 milioni di euro e ogni miliardo consente di creare complessivamente 23mila posti di lavoro. Il nuovo Piano casa che opportunità rappresenta? «La nuova legge garantisce risposte a diverse emergenze: occupazionale, economica e abitativa promuovendo la realizzazione di alloggi a canone calmierato a beneficio delle fasce sociali svantaggiate, con la necessaria attenzione alla salvaguardia ambientale. Vuole rappresentare, in modo concreto, un volano di rilancio e di sviluppo per la regione. Il Piano casa della precedente amministrazione di centrosinistra non aveva raggiunto alcuno di questi obiettivi: dalla sua approvazione sono pervenute solo pochissime domande, a dimostrazione dell’inefficacia di quella legge per i cittadini, per le imprese e per le amministrazioni locali. Stiamo attraversando una grave crisi

economica, che colpisce imprese e famiglie. Il Lazio per il 30% della sua economia dipende dal settore dell’edilizia, che da sempre riveste un ruolo strategico per l’economia nazionale. Il nuovo piano rappresenta un punto di forza perché mette in campo migliaia di microimprese e di interventi sul territorio che porteranno a oltre 1,24 miliardi di euro di investimenti, assicurando lavoro a 21mila persone, di cui 16mila impiegate direttamente e 5mila nell’indotto. In un settore che negli ultimi due anni ha perso 12mila posti di lavoro, mi sembra un traguardo davvero ottimo».


Luciano Ciocchetti



Non ci sarà nessuna colata di cemento, questa legge si può definire veramente ambientalista perché riqualifica l’esistente

Si riuscirà a salvaguardare l’ambiente, concentrando gli interventi nelle zone già urbanizzate o ci sarà solo una grande colata di cemento? «Non ci sarà nessuna colata di cemento. Insomma, le polemiche sterili non servono, questa legge si può definire veramente ambientalista perché permette di riqualificare l’esistente. La sostituzione edilizia attraverso la demolizione e ricostruzione, consentirà il rinnovo del patrimonio edilizio esistente, dove il residenziale è per almeno il 50%, con un premio di cubatura fino al 35% con architettura bio sostenibile con il conteni-

mento dei consumi energetici, materiali eco compatibili di nuova generazione evitando, inoltre, il consumo di ulteriore territorio.



Infine, c’è piena garanzia di tutela di tutte le aree di valore storico, estendendo gli interventi alle “zone A” fuori dal perimetro degli insedia-  LAZIO 2011 • DOSSIER • 217




Raccontiamo il nostro tempo con architettura e urbanistica, ciò avviene con il Maxxi e il Macro



Roma sarà la città più sostenibile d’Europa  menti urbani storici come individuati dal Piano territoriale paesistico regionale». In che modo i cittadini potranno avvalersi del benefici del piano? «Dal 15 settembre chi vorrà ampliare del 20% la superficie della propria casa, ai sensi dell’articolo 3 del piano approvato dal consiglio regionale, potrà presentare la domanda di Dichiarazioni di inizio attività (Dia) presso le amministrazioni comunali competenti». Come si andrà incontro ai giovani e alle famiglie socialmente più deboli? «La legge contiene un aspetto rivoluzionario dal punto di vista sociale, in218 • DOSSIER • LAZIO 2011

Valorizzare le città, accrescendo la loro eccellenza e competitività, anche in un momento di crisi. L’analisi dell’assessore Marco Corsini

1,24 mld INVESTIMENTI Le risorse messe a disposizione del piano per gli interventi sul territorio

21 mila LAVORATORI Le persone che entreranno nel mercato del lavoro grazie agli effetti del Piano casa

è bisogno di un cambiamento nel modo di progettare la città, e questo vuol dire che «trasformazioni urbanistiche che non porteranno solo nuove volumetrie ma migliorie qualitative agli spazi urbani». Vediamo come con l’assessore alle Politiche urbanistiche del Comune di Roma Marco Corsini. Si può modernizzare una città storica rispettandone l’identità? «Roma è una città con una storia millenaria che ha la straordinaria fortuna di custodire al suo interno importanti tracce del suo glorioso passato. Questo non le ha impedito di grandi trasformazioni urbanistiche post-unitarie o a quelle del ventennio fascista che non hanno tradito l’identità pregressa di Roma, ma al contrario l’hanno arricchita esprimendo l’essenza della contemporaneità dell’epoca. Noi abbiamo iniziato a raccontare il nostro

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tempo attraverso l’architettura e l’urbanistica con il ponte della Musica, il Maxxi, il Macro, l’Auditorium Parco della Musica, il Museo dell’Ara Pacis». Sono allo studio nuove idee per le strutture sportive? «Occorre adottare delle scelte urbanistiche e di pianificazione territoriale che prevedano


Luciano Ciocchetti

centivi per l’edilizia a favore delle categorie più deboli. Per il reperimento di alloggi a canone calmierato viene favorita la sostituzione attraverso la demolizione e ricostruzione con cambio di destinazione d’uso verso il residenziale, riservando il 30% all’edilizia sociale. Con la definizione dell’emendamento per l’introduzione del mutuo sociale nella riforma del Piano casa, e con la copertura dello stanziamento

A sinistra, l’assessore alle politiche urbanistiche del Comune di Roma, Marco Corsini

di 100 milioni di euro per un vero piano decennale per l’edilizia pubblica, si completa positivamente una manovra complessiva per il diritto all’abitare. Un piano che può davvero essere la svolta per dotare in poco tempo Roma e i grandi centri del Lazio di uno stock di alloggi di edilizia sociale per dare risposta all’emergenza abitativa. Inoltre sono stati previsti cento milioni per i mutui alle famiglie e alle

l’ampliamento dell’offerta pubblica di impiantistica sportiva. Gli strumenti attuativi del Prg devono soddisfare questa esigenza con la previsione di un mix funzionale di servizi che li comprenda sempre. Tale politica deve seguire criteri di omogeneità e di policentricità sia nella scelta delle discipline, che nei luoghi. Un’analisi recente del tessuto sportivo romano dimostra, infatti, che le carenze maggiori si registrano nei municipi, tra cui il XIII, l’VIII e il XVIII. La pianificazione di impiantistica sportiva è da qui che deve ripartire, riequilibrando in tal modo il rapporto con quella destinata allo sport di vertice molto presente sul territorio pensando nell’adozione delle future scelte urbanistiche, in relazione all’impiantistica sportiva, alle piccole realtà locali. La candidatura di Roma a ospitare le Olimpiadi del 2020 darebbe l’opportunità, grazie alle risorse finanziarie che riuscirebbe a reperire, di accrescere e completare l’offerta di impiantistica sportiva della città». Quali obiettivi si propone la giunta capitolina con l’adesione al “protocollo di qualità per i progetti di trasformazione di Roma

piccole imprese che vorranno usufruire del piano casa recentemente varato dalla Regione Lazio. In particolare, per agevolare le famiglie e le pmi in difficoltà economica, in particolare quelle edili, che coprono il 30% del pil regionale, la Bcc mette a disposizione un plafond iniziale di 100 milioni di euro attraverso due forme di credito: il mutuo chirografario e il mutuo fondiario».

capitale”? «Lo scopo di questa iniziativa è di definire un protocollo da applicare a tutti i progetti urbanistici di scala urbana che possa garantire sia la qualità complessiva della città, sia la diminuzione dei tempi di intervento. Il protocollo sarà composto di due parti: una checklist di parametri e indicatori di qualità, ai quali i progetti dovranno rispondere, e una revisione delle procedure amministrative per accelerare i tempi di attuazione. Ci auguriamo di portare a termine il lavoro entro la fine dell’anno con la presentazione pubblica dei risultati». Le proposte contenute nel nuovo piano urbanistico sapranno favorire la ripresa economica della città e mettere Roma al passo con le importanti sfide che la attendono? «Lo scorso febbraio abbiamo presentato alla città, in occasione degli stati generali, il Piano strategico di sviluppo. Le linee individuate dal piano incideranno sugli equilibri definiti dal Prg anche superandoli e modificandoli, fermo restando il ruolo di quest’ultimo per la tutela e la valorizzazione del territorio comunale. Il Pss, individuando in

maniera puntuale obiettivi e progetti pilota, intende valorizzare la città accrescendone l’eccellenza e la competitività. Non dimentichiamo, infatti, che “le nazioni competono attraverso le loro città”». Le nuove cubature portano solo tanto cemento o si costruisce nel rispetto della sostenibilità urbanistica? «La scelta della sostenibilità non è più di carattere discrezionale, non più delegata alla particolare sensibilità di un’amministrazione ma dettata dalle politiche dell’Unione europea. Abbiamo deciso dunque di lanciare un ambizioso programma di interventi che, nell’arco di un decennio, trasformerà Roma nella città più sostenibile d’Europa. Mi riferisco al Piano strategico della mobilità sostenibile, al nuovo regolamento edilizio (che introdurrà nuovi criteri di efficienza energetica, di bio-edilizia e di utilizzo di fonte energetiche rinnovabili) al piano energeticoambientale (curato da Jeremy Rifkin). L’urbanistica, in quanto governatrice dei processi di trasformazione del territorio, può rappresentare l’arma più efficace per vincere la sfida della sostenibilità».

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EDILIZIA

n un momento socioeconomico di grande incertezza come quello attuale, il social housing rappresenta uno strumento fondamentale per rispondere concretamente al crescente fabbisogno abitativo (a costi contenuti) indotto dalla crisi. Ma non è tutto. Le opportunità offerte dall’edilizia sociale aprono la strada ad una reale valorizzazione e riqualificazione di aree urbane e suburbane, pertanto, costituiscono un’occasione di sviluppo economico e sociale imperdibile, sia per i potenziali investitori che per gli enti pubblici coinvolti. Ma quali sono i presupposti per avviare un progetto di housing sociale proficuo per aziende, cittadini e governi locali e quali le risorse che le moderne tecnologie mettono a disposizione di questo settore sotto il profilo dell’ecosostenibilità e della sicurezza? Può l’edificazione di complessi residenziali a valenza sociale diventare un volano di sviluppo per uscire dall’empasse della crisi economica? Per rispondere a questi ed altri interrogativi abbiamo parlato con Riccardo Drisaldi, amministratore unico della Ircos, nota impresa romana di costruzioni sociali che da oltre trentacinque anni opera con successo sul territorio capitolino. Un

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L’edilizia moderna punta sul social housing Un punto di riferimento per il cosiddetto ‘problema casa’ e una leva di crescita economica destinata a ridefinire il concetto stesso di edilizia. Il social housing si prepara a conquistare il mercato abitativo e si apre all’ecosostenibilità. A confermarlo è Riccardo Drisaldi di Ircos Erika Facciolla

cammino ‘pioneristico’, quello tracciato dalla Ircos, la cui attività è avvalorata dall’uso di tecnologie e sistemi di progettazione all’avanguardia, atti a realizzare opere dall’alto valore architettonico e ingegneristico. Quali sono le tappe che hanno portato alla definizione del moderno concetto di social housing? «Sono trascorsi quasi cin-

quant’anni anni dalla legge 167/62 che iniziava il percorso di quell’edilizia che nel corso dell’ultimo mezzo secolo ha rivoluzionato il modo di acquistare un alloggio e soprattutto le politiche dei suoli edificabili urbani. Ciò che comunque va preso ed elaborato per essere al passo con i tempi economici e sociali attuali e futuri è il controllo dei prezzi di cessione, e a se-

A sinistra, l’architetto Riccardo Drisaldi amministratore unico della società Ircos di Roma; sopra, la sede Hp di Roma www.ircos.it


Riccardo Drisaldi

Nelle immagini, alcuni render del nuovo housing in Casalbrunori



L’introduzione del concetto di affitto è una forte innovazione per un mercato che, mi auguro, generi una mentalità di migrazione all’interno del territorio



guire, la versione per l’imprenditoria privata dell’affitto calmierato». In cosa consiste il valore sociale ed economico della cosiddetta edilizia ‘sociale’? «La memoria delle case degli enti o quelle cosiddette “popolari” è molto presente nelle periferie storiche o in quelle località dei grossi centri urbani (come ‘La Garbatella’ a Roma) e il compito da queste assolto è stato di grande valore in un’Italia a cavallo del secondo conflitto mondiale». Oggi parliamo di social housing per modernizzare un concetto molto noto alle aziende del settore. Ma in cosa consiste la vera l’innovazione? «Il social housing è un termine nuovo non un nuovo modo di concepire l’edilizia “sociale”. A ben guardare l’innovazione esiste ed è notevole. È stato aperto il mercato ad un sistema che permette di dare un alloggio di adeguate dimensioni e basso costo e con contratti di lunga durata. Questa definizione porta un valore etico basato sulle aspettative di molti giovani e lavoratori, spesso minate dall’impossibilità di poter fruire di un alloggio. In tal senso, l’introduzione del concetto di

affitto è una forte innovazione per un mercato che mi auguro generi una mentalità di migrazione all’interno del territorio dove la casa non sia più un problema». Da un punto di vista prettamente imprenditoriale, quanto può essere vantaggiosa questa attività? «Chiaramente non è e non deve essere a grande remunerabilità o speculativa, ma seguendo le direttive dell’attuale ‘piano casa’ per le trasformazioni urbane e territoriali, si può giungere ad un equilibrio finanziario sostenibile. Lo sforzo è che diventi un esempio per applicare al meglio tutta la nuova tecnologia che ormai ci propone soluzioni all’avanguardia». Verso quali direttrici fondamentali deve essere orientato, dunque, l’uso di questo strumento? «Direi su due principali direttrici: la prima è quella della trasformazione di aree mediante cambio di destinazione d’uso mirato alla creazione di edilizia residenziale e Housing Sociale; l’altra, forse più complessa, ma a mio giudizio più efficiente, è quello del recupero di edifici o aree all’interno del tessuto ur bano». LAZIO 2011 • DOSSIER • 221


EDILIZIA

La scommessa di Ircos Cosa è cambiato nella progettazione degli edifici destinati all’inserimento nei moderni contesti urbani? «Negli ultimi dieci anni si è verificata un’inversione di tendenza resa necessaria dal tentativo, da parte di alcuni comuni, di completare zone già urbanizzate e servite dalla rete dei trasporti piuttosto che continuare nell’espansione territoriale degli agglomerati cittadini. Tutto questo sta generando un lavoro di ricerca per inserire elementi caratterizzanti all’interno di quartieri consolidati. Questi, anche grazie all’apporto economico che ne deriva, serviranno da generatori di servizi per la comunità circostante». Rispetto a quest’ultimo punto, quali sono i benefici che il territorio potrebbe trarre da simili iniziative? «L’inserimento in quartieri strutturati con servizi primari, secondari e terziari, porterebbe le autorità comunali, che ricevono dall’operatore di Housing Sociale gli oneri di legge sia ordinari che straordinari, ad avere un portafoglio spendibile diretto a servizi specifici del territorio, con innegabili vantaggi per la comunità residente». In tal senso, quali sono i progetti elaborati di recente da Ircos e i principi che li 222 • DOSSIER • LAZIO 2011

Ircos Spa nasce nel settembre del 1968 dalla volontà, per altro controcorrente in quel periodo, di dedicarsi non alla costruzione delle molto in voga “palazzine”, ma ad una nuova tipologia edilizia che nasceva allora in Italia e che si sarebbe poi rivelata esplosiva nella capitale. Si tratta della cosiddetta edilizia economica e popolare, strumento urbanistico che permetteva di acquistare una prima casa con particolari agevolazioni, con finanziamenti e non ultimo, protetta da un prezzo forzatamente calmierato. Una scommessa iniziata nella gestione di appalti dove i singoli edifici potevano essere composti anche da più di trecento abitazioni, realizzati con sforzi realizzativi e tempi di esecuzione obbligati. In questo panorama nasceva e cresceva l’Impresa Romana Costruzioni Sociali S.p.A. erigendo centinaia di alloggi e utilizzando risorse proprie cresciute così come il lavoro a cui si era dedicata. Oggi sono oltre dodicimila le persone che risiedono nelle abitazioni create da questa società romana, che mai con in questo periodo di forte cambiamento sta affrontando con slancio una profonda rivoluzione tecnologica e progettuale del settore, a cui si è affiancata una ridefinizione del concetto stesso di edilizia ‘sociale’.

hanno ispirati? «Come operatrice storica del settore residenziale, la nostra azienda ha proposto un piano di Housing sociale facendo tesoro di un piccolo precedente esperimento finalizzato alla realizzazione di un edificio di alloggi in affitto destinato a giovani coppie e soggetti a reddito specifico. Il piano di trasformazione in corso d’opera comprende duecento alloggi, di cui centoventi cedibili a prezzo calmierato e ottanta da dedicare alla loca-

zione permanente ad un costo di sei euro per metro quadro al mese». Parliamo di ambiente e sicurezza, due temi al centro del dibattito moderno. Che peso hanno nella definizione dei nuovi progetti edili? «Le nuove normative relative all’eco sostenibilità degli edifici ci obbligano ad una progettazione mirata, moderna e altamente efficiente che abbatta i costi di gestione degli alloggi. La presenza, quindi,


Riccardo Drisaldi

A sinstra, la planimetria dell’intervento housing di Casalbrunori; sopra, il render planivolumetrico dell’intervento nel tecnopolo di Roma Tiburtino

di apparati fotovoltaici, impianti di cogenerazione, tecnologie costruttive tendenti all’abbattimento di consumi o di quelle per il miglioramento del confort abitativo, diventano presupposti di una moderna visione progettuale e costruttiva. I fabbricati proposti dai progettisti incaricati sono una buona sintesi di tecnologia e rigore dove il peso delle future manutenzioni e i costi di gestione non sacrificano l’architettura dei volumi». Alla luce della sua esperienza, quali sono i soggetti destinati a giocare un ruolo di primo piano nel futuro prossimo del settore? «L’importanza della durabilità è grande poiché l’investi-

mento è a carattere industriale e non speculativo, il ché vuol dire che garantisce una redditività a lungo periodo. In tal senso sarà importante il ruolo che giocheranno i grossi investitori che potrebbero rimodulare in chiave edile i loro asset di investimento». Che tipo di benefici porterebbe alle aziende coinvolte nella crisi? «Le aziende del settore lamentano una stagnazione che è segnata da perdita di posti di lavoro e cessazioni di attività; pertanto è necessario che si esplorino nuove forme di operatività e investimento in direzione del mercato e delle sue esigenze. Tutto ciò potrebbe diventare un nuovo

volano economico capace di riattivare quel circolo dell’indotto che risulta vitale per la piccola economia terziaria». Alla luce di queste considerazioni e della sua esperienza, quale crede che sia la scommessa da vincere per il futuro del social housing? «Sarà fondamentale cogliere le opportunità che il mercato offre proponendo il prodotto che effettivamente oggi è richiesto, scevro di fronzoli ammiccanti ma ricco di sostanza e modernità. Esiste un mercato molto intenso che richiede alloggi a costi accessibili e di nuova costruzione, ecco perché gli investitori dovrebbero valutare attentamente questo nuovo elemento di reddito». LAZIO 2011 • DOSSIER • 223


EDILIZIA

L’edilizia si rinnova e diventa sostenibile Il settore edile deve garantire una qualità ‘certificata’ per prepararsi ad affrontare le insidie di un mercato sempre più competitivo. Ne parliamo con Ferdinando Vignola, amministratore unico de La Titano Edilizia Erika Facciolla

l settore edile vive un momento di grande cambiamento indotto principalmente dalle recenti normative europee in tema di risparmio energetico ed ecosostenibilità che le aziende del comparto devono essere pronte a recepire ed attuare tempestivamente per rimanere competitive sul mercato. Un mercato, dal canto suo, reso ancora più insidioso dall’altalenante fase economica in corso. Per quanto riguarda la situazione in Italia, il quadro complessivo è complicato dall’annoso problema di una burocrazia fin troppo farraginosa che rallenta pesantemente il sistema dei pagamenti e della gestione degli appalti pubblici, facendo di fatto naufragare progetti imprendito-

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Ferdinando Vignola, titolare de La Titano Edilizia Srl di Roma. Nelle altre immagini, ambienti dell’AO San Giovanni – Addolorata ristrutturati dall’impresa romana www.latitanoedilizia.com

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riali che potrebbero rappresentare un’opportunità di sviluppo economico sia per il territorio che per le imprese. In realtà, oggi come non mai, l’edilizia deve tornare ad essere un settore trainante dell’economia del paese e trasformare le difficoltà attuali in un’occasione di rilancio. Un rilancio che passa sicuramente attraverso l’innovazione e la ricerca di soluzioni materiche e costruttive all’avanguardia, unita al valore di un’esperienza consolidata che distingue molte aziende specializzate nel settore. A condividere queste considerazioni c’è anche Ferdinando Vignola, amministratore unico della Titano Edilizia, azienda romana fondata trent’anni fa e diventata negli anni una realtà imprenditoriale solida e dinamica. La Titano Edilizia opera sia nel settore pubblico che privato, con opere di costruzione, ristrutturazione, restauro e manutenzione in ambito civile e industriale. Nel corso dell’attività l’azienda di Ferdinando Vi-

gnola si è occupata anche di opere stradali, impianti elettrici, termici e di sicurezza. In che cosa consiste esattamente il core business dell’azienda? «Per molti anni l’azienda si è occupata di restauro di chiese e opere monumentali sia a Roma che in altri paesi del Lazio, primo fra tutti il restauro del ponte etrusco di Vulci. In passato abbiamo realizzato diverse opere progettate dall’architetto Portoghesi per l’ospedale San Giovanni di Roma. Negli ultimi quindici anni abbiamo allargato l’attività alle manutenzioni di enti pubblici e alla realizzazione di opere destinate all’edilizia residenziale e alla costruzione di edifici di carattere pubblico. Attualmente, infatti, stiamo costruendo l’edificio destinato alla Procura di Tivoli». Tra i lavori più impegnativi seguiti dall’azienda spicca


Ferdinando Vignola



Utilizziamo prodotti innovativi, all’avanguardia, con un occhio di riguardo all’ambiente, all’aspetto ecologico e al risparmio energetico

il progetto per l’azienda ospedaliera San Giovanni – Addolorata. Cosa ha comportato il vostro intervento? «Abbiamo realizzato la Sala Pucinotti destinata al servizio intramoenia dell’ospedale. Questo ha comportato un complesso lavoro sia di costruzione ex novo che di restauro delle strutture preesistenti. In effetti, la difficoltà maggiore è stata rinforzare le travi del vecchio soffitto». Quali sono le prerogative che distinguono il vostro servizio da quello degli altri competitor presenti sul mercato? «Diamo grande fiducia alle giovani maestranze specializzate nel risanamento e nella ristrutturazione. Lavoriamo dando

grande importanza agli aspetti legati alla sicurezza mantenendo gli stessi standard qualitativi e cercando sempre di essere concreti». La ricerca di materiali innovativi è un aspetto chiave dell’attività edile. Quali sono le strategie adottate dalla Titano Edilizia in tal senso? «Cerchiamo di usare prodotti innovativi e all’avanguardia con un occhio di riguardo al-



l’ambiente, all’aspetto ecologico e al risparmio energetico. Credo che oggi queste siano prerogative imprescindibili per andare avanti». Data la sua esperienza nel settore, quali sono le criticità del sistema di gestione degli appalti pubblici della regione Lazio? «Per anni le pubbliche amministrazioni rappresentavano “soldi sicuri, ma in ritardo”.  LAZIO 2011 • DOSSIER • 225


EDILIZIA

Diversificazione certificata Una chiave di lettura importante per comprendere l’evoluzione della Titano Edilizia è quella delle certificazioni ottenute negli ultimi anni, che testimoniano il valore e l’impegno profuso dalla società nel settore edile. Un impegno che a partire dal 2000 ha ottenuto la certificazione Iso 9002 per progettazione, costruzione, manutenzione e ristrutturazione di edifici civili e industriali, completi delle necessari strutture, nonché delle eventuali opere connesse, complementari ed accessorie. Restauro, manutenzione di beni immobili sottoposti a tutela ai sensi delle disposizioni in materia di Beni Culturali ed Ambientali. Nel 2009, recependo le nuove direttive europee, ha aggiornato tale certificazione secondo il sistema Iso 9001 Vision 2000. Dal 2001 ha ricevuto l'Attestazione di Qualificazione dell'esecuzione di Lavori Pubblici (con ultima attestazione giugno 2010) per le categorie: Og1 class. VIII, Og2 class. VII, Og3 class. II, Og6 class. I, Og11 class. IV, Os6 class. II.

 Adesso i ritardi sono diventati strutturale la situazione itadi anni e questo crea gravi problemi di liquidità per le aziende. Ad aggravare questo quadro c’è una certa mancanza di professionalità spesso riscontrabile. Insomma, troppa politica e poca capacità professionale». Un tema importante è quello legato alla canalizzazione dell’acqua e alla gestione degli impianti idrici. Crede che a livello infra226 • DOSSIER • LAZIO 2011

liana sia adeguata alla tutela di un bene così prezioso? «Credo che l’acqua sia un bene comune e come tale debba essere trattata. Sicuramente il bene più prezioso e spero vivamente che resti un bene pubblico. Purtroppo, nel nostro paese, forse per mancanza di un doveroso senso civico, non sempre quando un bene pubblico

passa nelle mani di un privato si fa il meglio per la popolazione». Anche il mercato dell’edilizia vive un momento di critica empasse. Quali sono le risorse spendibili per far sì che il comparto torni ad essere un pilastro ‘portante’ della nostra economia? «Dal 1982 quello che manca è la scuola che potremmo definire di “cantiere”. Un tempo si creavano delle maestranze qualificate e si imparava veramente il mestiere nel cantiere. Penso che le forze politiche e quelle sindacali abbiano fatto molto per noi, ma credo che ad un certo punto ci sia stato un eccesso di garantismo che ha in un certo senso ‘squalificato’ le capacità lavorative dell’individuo. E adesso cominciamo a pagarne le conseguenze». Alla luce della sua esperienza, crede che l’Italia riuscirà a riscattarsi dalle difficoltà attuali derivanti dalla crisi? «Sì, credo si possa uscire da questa crisi. Attualmente siamo un paese debole, per molti versi in bilico, ma se tutti riusciremo a rimboccarci le maniche e lavorare con onestà e passione tutte le difficoltà saranno superabili. Sicuramente ci aspettiamo delle risposte concrete sul piano legislativo dai nostri rappresentati politici».


Qualità del prodotto e integrazione dei servizi Investimenti in nuove tecnologie e capacità di integrare la vendita dei prodotti con un servizio di assistenza puntuale e professionale. Queste le condizioni per rimanere competitivi nel mercato edile, come spiega Allan Menichini Lodovico Bevilacqua

a competitività, e la stessa sopravvivenza nel mercato edile, sono oggigiorno messe a dura prova dalla congiuntura economica negativa e gli investimenti in tecnologia e formazione costituiscono un back-up ormai imprescindibile per ogni azienda del settore. Fornire un servizio integrato è divenuta una capacità estremamente apprezzata, in grado di aumentare la qualità del servizio complessivo, che, oltre ad essere basato sul prodotto in sé, va costruito an-

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che nelle fasi che precedono e seguono la fornitura del prodotto stesso. Come sono concepite al giorno d’oggi, infatti, l’affidabilità e la professionalità di un’azienda includono una totale disponibilità nei confronti della clientela, che comincia con la valutazione delle opportunità di intervento e la stima dei costi e si conclude con la garanzia di assistenza post-vendita. Un vero e proprio tutoraggio, che, se eseguito con perizia e professionalità, risulta fondamentale per fidelizzare il cliente e affermarsi

sul mercato. Assunti predicati da tempo da Allan Menichini, amministratore delegato della Tecno Imac, ditta romana operativa nel settore delle coperture di alta qualità e delle facciate ventilate. «Alla Tecno Imac il cliente gode di grande considerazione, in quanto non viene visto come un elemento passivo, un semplice destinatario del prodotto realizzato, ma come colui che partecipa e interagisce con l’azienda, determinandone le scelte operative e contribuendo alla creazione e alla sperimentazione di nuovi


Allan Menichini



Tecno Imac ha raggiunto oggi la disponibilità di grandi spazi e tecnologie d’avanguardia per soddisfare le richieste ed evadere in maniera puntuale e precisa le commesse ottenute



Allan Menichini, amministratore delegato della Tecno Imac di Roma. In apertura, un interno della sede produttiva www.tecnoimac.com

prodotti». Quale importanza ricopre il capitolo investimenti presso la Tecno Imac? «Gli investimenti in risorse umane e tecnologiche sono una prerogativa fondamentale della nostra azienda; informano la nostra strategia aziendale fin dalle origini e, oltre a permetterci di crescere in questi ultimi anni, ci concedono di sopravvivere in maniera efficace alla attuale crisi globale. In un settore dove la sperimentazione e la successiva commercializzazione di nuove soluzioni edili sono condizioni imprescindibili per garantire competitività, la Tecno Imac ha deciso di investire in maniera convinta non solo nel rinnovo dei macchinari, ma nella sperimentazione di nuovi materiali e processi produttivi, registrando il brevetto di tanti innovativi e apprezzati prodotti. Molta importanza ricopre inoltre la valorizzazione delle risorse umane, vero e proprio valore aggiunto dell’azienda, che ha sempre in-

vestito non solo sulla formazione del personale, ma anche sulla coesione e sull’affiatamento dei propri dipendenti». Quali sono le esigenze cui dovete far fronte? «Nel tipo di mercato in cui siamo impegnati, dando per scontata la qualità del prodotto offerto, si tratta di far fronte ad una complessa serie di esigenze e necessità modellata anche dalla eterogeneità della clientela. Come sottolineato in precedenza, la capacità di fornire un’assistenza completa, che vada dalla fase preliminare alla vendita a quella successiva, è divenuta una imprescindibile condizione di competitività e viene quindi assolta, alla Tecno Imac, con molta attenzione e professionalità. Un’altra importante caratteristica richiesta dal mercato è la celerità di consegna dei prodotti, con conseguente necessità da parte nostra di potenziare la capacità di stoccaggio e di garantire velocità ed efficienza nella consegna

grazie ad una logistica efficace e ottimizzata». Quali dimensioni ha raggiunto l’azienda per far fronte a queste necessità operative? «Devo dire che la crescita dell’azienda – nata appena undici anni fa – è stata quantomeno impetuosa. Abbiamo raggiunto oggi la disponibilità di grandi spazi e tecnologie d’avanguardia per soddisfare le richieste dei clienti ed evadere in maniera puntuale e precisa le commesse ottenute. La sede operativa, il cui valore commerciale è stimato in circa 18 milioni di euro, si estende per 7mila metri quadri di superficie destinata alla produzione più altri 10mila metri quadri finalizzati allo stoccaggio e all’esposizione della merce; la struttura impiega oggi trentaquattro dipendenti, di cui ventisei afferenti al reparto produzione e il restante al reparto commerciale. Ci avvaliamo inoltre della valida collaborazione di una trentina di agenti, attivi sia in Italia che all’estero. LAZIO 2011 • DOSSIER • 229


EDILIZIA

Servono nuove regole sugli appalti nche in una città di importanti dimensioni come Roma, la crisi economica influisce sulle imprese e le aziende che hanno direttamente a che fare sia con il settore pubblico che con quello privato. L’impresa Sarappalti Spa, da quasi cento anni presente nel settore costruzioni, ha cercato di scavalcare i problemi economici puntando alla diversificazione. Marcello Saraca, nipote del fondatore dell’impresa, spiega tuttavia come con questa strategia non sempre si riesca ad ottenere i risultati sperati. La vostra azienda ha iniziato la sua attività nel 1917 focalizzando i suoi lavori unicamente su appalti pubblici. Come mai avete deciso di cambiare? «Purtroppo da alcuni anni a questa parte il sistema degli appalti pubblici non è vantaggioso come poteva essere nel secolo scorso. Ogni gara si basa sul sistema dell’offerta economicamente più vantaggiosa e questo ovviamente comporta una serie di problematiche inerenti sia alla qualità del lavoro sia all’inattuabilità del lavoro stesso. Un’azienda che opera sul territorio da sempre, come la nostra, si trova quindi nell’impossibilità di affrontare gare d’appalto giocate sempre più sul sistema economico a di-

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Il settore delle costruzioni attraversa un periodo di stallo, il mercato immobiliare risente della crisi economica nazionale, l’investimento nelle energie rinnovabili sta incontrando sempre più ostacoli. Come comportarsi? A parlarne è Marcello Saraca Belinda Pagano

scapito di quello qualitativo. I problemi sono numerosi e dipendono tutti e senza esclusione dalla legislazione italiana». Che tipo di riforme dunque andrebbero messe in atto per far sì che il sistema dell’edilizia torni ad essere un pilastro economico nel nostro paese? «Bisognerebbe modificare

Marcello Saraca dell’impresa romana Sarappalti Spa; sopra, una costruzione privata realizzata da Sarappalti Spa www.sarappalti.it


Marcello Saraca

completamente la tipologia dell’aggiudicazione delle gare. Si pensi che solo per partecipare all’appalto, un’impresa ha delle spese vive che superano ogni limite di possibile investimento. Oltre alle normali spese burocratiche, che si aggirano intorno ai 500 euro circa, l’impresa per un’asta di un lavoro di circa tre-quattro milioni di euro, spende intorno ai tre-quattro mila euro senza avere la sicurezza di aggiudicarsi l’appalto. Nell’ipotesi in cui un’azienda partecipi a una decina d’aste e ne vinca una sola, spenderebbe i soldi di quella aggiudicata per coprire le spese delle gare non vinte. Bisognerebbe dunque cambiare questo sistema e trovarne uno che fissi un tetto minimo per i ribassi. Successivamente, bisognerebbe trovare i finanziamenti per far ripartire l’economia nel settore delle costruzioni e delle infrastrutture». In questo momento, dunque, è meglio rivolgere la propria attività verso il settore privato? «Anche in questo determinato mercato ci sono problemi da non sottovalutare. Il cittadino infatti si trova a dover fare i conti con mutui in un periodo economicamente ben poco florido. Principalmente si tratta di giovani coppie o di nuclei familiari che hanno bisogno di allargarsi rimanendo nella cerchia urbana. Le richieste di garanzie alle famiglie sono sempre più pre-



Si può sperare in un cambiamento completo del sistema di aggiudicazione delle gare d’appalto da parte dello stesso governo, il quale dovrebbe fornire delle valide alternative di mercato

tenziose e non hanno la completa garanzia di poter accedere ai mutui. Il privato è un mercato decisamente in crisi e il pubblico non ha i finanziamenti necessari». Per emergere, dunque, è necessario diversificare il proprio core-business. Dove è più redditizio puntare l’attenzione? «Circa due anni fa la situazione è apparsa decisamente più chiara: la situazione negli investimenti pubblici e di conseguenza negli appalti stava cominciando a diventare critica. Si è dunque spostata l’attenzione sulle nuove iniziative relative alle fonti rinnovabili. Sarappalti ha scelto di investire più precisamente nel fotovoltaico. Il problema tuttavia si è presentato quando è uscito il Decreto Romani. Gli incentivi statali si sono notevolmente abbassati e purtroppo, a seguito di questo cambio legislativo, non si ha più la certezza dell’investimento. Il problema principale, tuttavia, è legato alla perdita di fiducia dei finanziatori, ovvero le banche. Mentre prima le energie rinnovabili presentavano per loro un



buon investimento, oggi sono le stesse banche a chiudere tutte le possibilità, non facendo più credito o aprendo prestiti con tassi pari al 5-6%». Anche l’energia rinnovabile dunque non basta più per riuscire ad affrontare la crisi. Cosa fare dunque? «È difficile essere positivi. Si può sperare in un cambiamento completo del sistema di aggiudicazione delle gare d’appalto da parte dello stesso governo il quale dovrebbe fornire delle valide alternative di mercato. Un’azienda centenaria come Sarappalti riesce ancora oggi a lavorare grazie alla passione e alla perseveranza di chi negli anni ha dedicato la propria vita alle costruzioni».

Cantiere di Bolzano dell’impresa Sarappalti Spa

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EDILIZIA

Una nuova identità per le imprese edili

Galea sostiene un’idea diversa di impresa: una cultura del lavoro che tenga insieme passato e futuro Luca Cavera

e piccole imprese ricevono da anni una sollecitazione ad aggregarsi, o quanto meno a stabilire sinergie operative. È il mercato nel suo complesso e le sue logiche finanziare a spingere verso l’aggregazione, attraverso il messaggio implicito che solo le grosse realtà, orientate al puro profitto, abbiano spazio per crescere. Alcune realtà sono comunque riuscite a mantenere una loro indipendenza e la loro identità, e lo spirito dedicato prima di tutto alla cultura del lavoro e alla cura del cliente. «All’interno del settore delle costruzioni – afferma

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l’avvocato Daniele Macchione, titolare dell’impresa edile Galea –, questi due concetti non sono un retaggio sentimentale del passato, ma strumenti che hanno permesso di affrontare a viso aperto e senza particolari patimenti i radicali cambiamenti intervenuti nel settore edilizio nel corso dell’ultimo ventennio, la crisi degli anni novanta e quella ancor più grave che attualmente interessa tutti i settori dell’economia italiana». Quali sono state le caratteristiche e la filosofia che hanno guidato Galea in un trentennio? «Siamo stati capaci, e lo ab-

biamo dimostrato, di saperci adattare ai cambiamenti e alle novità, e al contempo siamo riusciti a mantenere la nostra identità di piccola impresa. Abbiamo visto crescere il fatturato e consolidarsi il nostro ruolo nell’ambito nel settore. La saggia gestione dei soci fondatori, unita alla consapevolezza della continua evoluzione del mercato, hanno fatto sì che la struttura organizzativa della società si arricchisse di professionalità e competenze di vario genere». Qual è la sua opinione sull’evoluzione recente e futura del settore edilizio? «L’edilizia ha vissuto e sta vi-


Galea

vendo continui e radicali mutamenti, dovuti al variare delle esigenze dell’utente, all’evoluzione di principi e regole proprie dell’urbanistica e alla nascita di nuovi criteri progettuali e costruttivi. Questi hanno portato l’attenzione su aspetti un tempo ignorati, come il rispetto dell’ambiente e il contenimento energetico. Tutti questi fattori hanno spinto le piccole realtà imprenditoriali ai margini della produzione e ciò è andato a beneficio dei grandi gruppi. Anche se l’unica strada per restare competitivi sembrava quella di cercare nuove sinergie, anche per il tramite di associazioni con altri operatori del proprio settore, noi di Galea abbiamo invece deciso di puntare sulla continua ricerca dell’optimum per il cliente, attraverso un processo di incontro tra passato e futuro». La crisi ha colpito duramente l’edilizia. Quali sono state le armi in mano che vi hanno consentito di restare competitivi? «Siamo riusciti a rimanere



Siamo riusciti a rimanere competitivi grazie alla nostra scelta di puntare su due concetti: la cultura del lavoro e la cura del cliente

competitivi grazie alla nostra scelta di puntare sulla “cultura del lavoro” e sulla “cura del cliente”. Può sembrare anacronistico, però il nostro metodo di lavoro è ancora legato a una logica che viene da lontano e che contempla la continua presenza diretta sul cantiere: per verificare che ogni singola fase del lavoro sia eseguita non solo in base alle più avanzate tecniche realizzative, ma anche con la qualità che solo un artigiano sarebbe in grado di offrire. Inoltre, ogni fase è assegnata a soggetti che collaborano con noi da moltissimi anni con i quali abbiamo stabilito rapporti di fiducia, grazie alla qualità dei lavori che hanno realizzato. Questo modo di lavorare ci permette di essere più vicini alle esigenze



del cliente e alle sue richieste di personalizzazione». Quali sono le prospettive future della società? «Nonostante il periodo difficile dal punto di vista finanziario e lavorativo, abbiamo già pianificato e investito su iniziative che ci vedranno impegnati per diversi anni. Uno sviluppo della società potrebbe essere quello di ampliare il raggio d’azione verso la gestione immobiliare nel senso più ampio del termine, sia attraverso la gestione di un patrimonio immobiliare proprio e sia attraverso l’offerta di servizi di asset management. Naturalmente il raggiungimento di un qualsiasi obiettivo in questo campo non può prescindere dal sacrificio e dalla passione per quello che si fa».

In alto a sinistra, l’ avvocato Daniele Macchione e la sorella Chiara, titolari della Galea Srl di Roma galeasrl@tiscali.it

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EDILIZIA

Dall’artigianalità alla tecnologia, come cambiano le costruzioni n servizio importante e necessario offerto alla capitale e una filosofia aziendale ben salda sono i punti fermi della Ritia, un nome consolidato nell’esecuzione di commesse per grandi enti come comuni, province, gestori di servizi e per grandi privati come costruttori e imprese nazionali. Grazie a queste caratteristiche la realtà romana è stata capace di allargare il suo range operativo dal settore della distribuzione idrica su larga scala all’intero complesso delle infrastrutture a rete e delle opere accessorie. Un’azienda che è stata capace di adattarsi a un mercato in continua evoluzione, mettendo da parte l’artigianalità e abbracciando nuovi settori. «Fare impresa oggi» spiega Berardino Giorgini, titolare della Ritia, «significa aggiornare continuamente le proprie conoscenze, puntare sulla formazione, avere la capacità di adattare la struttura d’impresa alle repentine variazioni del mercato, cogliere al volo tutte quelle opportunità che le nuove tecnologie offrono. Concetti nuovi, figli di modelli gestionali mutuati

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Come è cambiato il mondo delle costruzioni negli ultimi anni? Berardino Giorgini parla di sviluppo tecnologico, nuove normative e certificazioni Nicoletta Bucciarelli

dalle grandi realtà produttive, stanno trasportando il nostro settore, quello delle costruzioni, verso un approccio più vicino alla grande industria che non ai piccoli artigiani, ribaltando una tradizione che perdura

da decenni nel nostro paese. Ad oggi non è possibile pensare di operare nel settore delle costruzioni, senza essere debitamente preparati in merito agli obblighi normativi e alle possibilità offerte dalle nuove tecnologie».


Berardino Giorgini

Per adattarsi alla nuove esigenze, la gestione dei controlli rappresenta un aspetto fondamentale. «Così come richiesto dalle norme Uni, in particolare la Uni En Iso 9001:2008 per cui possediamo certificazione, la nostra impresa verifica costantemente, nell’ambito dei processi realizzativi, la qualità degli stessi, tracciando provenienza e conformità dei materiali utilizzati, monitorando fase per fase l’esecuzione delle singole lavorazioni, intrattenendo rapporti stretti con i clienti finali allo scopo di verificare continuamente la loro soddisfazione e le necessità che dovessero presentarsi in corso d’opera. Le certificazioni ottenute e l’attestazione Soa per l’esecuzione delle opere pubbliche dimostrano un’attenzione costante alla qualità del prodotto e al controllo diretto della gestione. Questo rappresenta il miglior biglietto da visita per qualsiasi grande opera, pubblica e privata, sulla piazza di Roma e del Centro Italia». La tradizione, per il settore delle costruzioni, ha sempre rappresentato un aspetto fondamentale nell’approccio al lavoro «ma la ricerca e l’innovazione si concentrano nel costante perfezionamento dei materiali e nel tentativo di standardizzare alcuni processi ricorrendo alla prefab-



Una spinta verso l’innovazione viene dall’attenzione alla sicurezza e alla sostenibilità ambientale che ha portato allo sviluppo di nuove metodologie nell’approccio al mondo delle costruzioni



bricazione o alla produzione in grande serie. Una spinta importante verso l’innovazione viene dall’attenzione alla sicurezza e alla sostenibilità ambientale che negli ultimi anni ha portato allo sviluppo di nuove metodologie nell’approccio al mondo delle costruzioni. Al contempo si guarda con grande interesse allo sviluppo di software e attrezzature complesse che permettono di velocizzare e gestire processi che fino a pochi anni fa richiedevano un ingente dispendio di risorse umane durante le fasi di realizzazione, quasi completamente affidate a lavorazioni prettamente manuali e poco standardizzate. La sfida per il futuro risiede nella capacità di coniugare nuove tecnologie e attenzione artigianale per un risultato capace di soddisfare un mercato sempre più esigente e competente». Un comparto, quello delle costruzioni, che come altri sta vivendo un momento difficile caratterizzato da una forte contrazione della domanda. «In ogni caso» con-

clude Giorgini, «non ci siamo mai tirati indietro, anche se questo comportava dei sacrifici e una capacità di reinventarsi verso settori diversi, alla ricerca di sbocchi e possibilità altrimenti negate, pur di non lasciare persone e famiglie senza un lavoro e in un incerto futuro. Molte delle aziende che non hanno saputo rendersi conto dei venti di tempesta che giungevano non sono riuscite a tenere il mare e altre non raggiungeranno porti sicuri per attendere la quiete degli elementi. Noi restiamo qui, pronti a proseguire sulla nostra rotta sperando che il vento, presto, possa tornare ad essere propizio».

Nelle immagini, alcune delle costruzioni realizzate dalla R.I.T.I.A. di Roma ritiasrl@libero.it

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L’edilizia deve fare sistema Fare “sistema” significa creare quella sinergia tra pubblico, privato e cittadini necessaria per far ripartire i progetti, ma anche per impedire che essi si fermino nella fase di attuazione per colpa di una mancata condivisione di interessi. Ne parliamo con l’architetto Tito Muratori, amministratore delegato di I.SV.E.UR. Elena Ricci

l processo di sviluppo delle nostre città necessita di una risposta di sistema condivisa e convinta. Le Istituzioni tutte, le forze imprenditoriali, i cittadini, devono operare in un contesto che individui obiettivi condivisi, delinei le strategie e metta in campo adeguati strumenti operativi. Il tutto all’interno di un quadro di regole predefinite. L’I.SV.E.UR. Spa (Istituto per lo Sviluppo Edilizio ed Urbanistico società per azioni), realtà unica in Italia, è stato costituito nel 1974 per volontà del-

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In alto, panoramica sul Centro di settore, Tor Bella Monaca a Roma: il progetto è stato curato da I.SV.E.UR Spa www.isveur.it

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l’A.C.E.R. (Associazione Costruttori Edili di Roma e Provincia) con lo scopo di supportare le imprese e l’amministrazione pubblica nell’individuazione e nell’attuazione di programmi complessi. Approfondiamo la conoscenza di questa dinamica realtà con il suo amministratore delegato, l’architetto Tito Muratori. Perché i programmi che state portando avanti possono essere definiti “innovativi”? «Siamo impegnati nella costante rivisitazione delle norme

che in materia urbanistica e di attuazione dei programmi sul territorio vengono proposte dalle amministrazioni locali. Il sistema delle piccole e medie imprese spesso è impreparato a grandi trasformazioni: l’I.SV.E.UR. si pone l’obiettivo di studiare e mettere a punto modalità attuative dei programmi che possano mettere in condizione le imprese di affrontare l’innovazione». Si dice che la normativa vigente in materia urbanistica sia farraginosa, complicata e di difficile interpretazione,


Tito Muratori L’architetto Tito Muratori, Ad di I.SV.E.UR. di Roma; sotto, prospetto di un complesso di edilizia sperimentale, Ponte di Nona, (RM); in basso, pianta progetto PR.INT. Pietralata (RM)

cosa ne pensa? «Oggi la norma è effettivamente complessa, spesso confusa e contraddittoria e di difficile applicazione, vittima del gioco dei controlli incrociati o dei veti che tendono ad annullare le possibilità di attivare un programma in tempi compatibili con le esigenze di un piano economico e finanziario». Quali conseguenze ha comportato il cambiamento normativo sulle procedure per la realizzazione delle opere di urbanizzazione? «Oggi il soggetto attuatore per le opere di urbanizzazione primaria e secondaria deve farsi carico delle nuove procedure: gare a livello europeo, sopra o sotto soglia. Dal momento in cui si firmano le convenzioni a quello in cui si attiva la gara, il tempo richiesto è minimo di un anno, senza considerare che la realizzazione delle opere stesse sconta tutte quelle problematiche tipiche degli appalti pubblici. Le nuove convenzioni urbanistiche, inoltre, prevedono l’obbligo di completare le opere di urbanizzazione prima dell’inizio della costruzione privata; ne deriva che per poter iniziare un intervento edilizio passano in media tre o quattro anni». Nello specifico, cosa non funziona, ad esempio, nei progetti di finanza e cosa deve essere cambiato tenuto conto dei movimenti del mercato? «I tempi della pubblica amministrazione sono incompatibili con il mercato e con l’attività

imprenditoriale. Per poter ipotizzare la realizzazione di opere di pubblico interesse con capitali privati anche internazionali, le normative e le procedure debbono poter offrire garanzie agli investitori. Inoltre, qualora la pubblica amministrazione dovesse far propria la proposta dovrà essere riconosciuto al privato proponente il ruolo di promotore e la possibilità di esercitare il diritto di prelazione a seguito di una gara sull’offerta, o comunque di essere rimborsato degli oneri sostenuti». L’housing sociale è la sfida vincente per il futuro? «Per diversi anni la legge 167 ha consentito la realizzazione di programmi di edilizia residenziale pubblica di grande interesse e respiro attraverso un’attenta programmazione e attuazione degli interventi in funzione dei fabbisogni stimati. Ora però è stata sentenziata la fine della 167 cercando di risolvere in altro modo il tema dell’housing sociale. Penso che non siano state date risposte soddisfacenti, se non in termini emergenziali, e che occorra studiare strumenti per programmare a medio e lungo termine e dare risposte al crescente fabbisogno sociale». A suo parere la crisi economica è ancora in atto? «La crisi c’è ed è violenta. È presente nel nostro settore da oltre due anni e non sembra che a breve si possa immaginare una rapida ripresa economica. Certo la crisi economica rallenta il mercato, così come la

sempre maggiore difficoltà di accesso al credito, ma non è solo un problema economico. È il sistema che è in crisi. Spetta ora alla classe politica l’onere di proporre gli interventi strutturali necessari per la ripresa, ma spetta a tutti noi trovare la forza necessaria per far vivere ancora la nostra democrazia, difendere il rispetto del diritto, dell’onestà, della meritocrazia e del libero mercato». LAZIO 2011 • DOSSIER • 237


EDILIZIA

on tutte le attività lavorative vengono svolte con “i piedi per terra”. Soprattutto nel settore edile, la costruzione di un qualsivoglia edificio o struttura da sviluppare in altezza, presuppone l’ausilio di macchinari e sistemi meccanizzati capaci di elevare e sostenere in piena sicurezza i lavoratori all’opera. «Disporre di un parco macchine all’avanguardia, chiave di volta per giungere all’offerta di servizi sicuri e d’alto profilo tecnologico, significa concepire e attuare l’investimento quale primaria fonte di crescita imprenditoriale». Va dritto al punto il geometra Giancarlo Norcia, fondatore della Edilnolo Centro Italia Srl, indicando il da farsi per riuscire a distinguersi nel settore del noleggio di

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La tecnologia che permette di lavorare in sicurezza Il noleggio di macchinari e attrezzature edili viaggia ai ritmi del progresso tecnologico. Un ambito su cui occorre investire per garantire la massima sicurezza nei cantieri. L’esperienza della Edilnolo nelle parole del suo fondatore, Giancarlo Norcia Adriana Zuccaro gru, ponteggi e piattaforme aree. «L’esperienza, la certificazione e un’accurata formazione in tema di sicurezza rappresentano gli elementi fondamentali per garantire a chi noleggia macchinari edili di svolgere il proprio lavoro in condizioni sicure, e ai direttori di cantiere di ridurre al minimo il rischio di incidente». Il noleggio sta divenendo un settore sempre più com-

petitivo. Attraverso quali strategie operative è possibile vincere i competitor? «Per individuare le modalità e le attrezzature necessarie allo svolgimento di una determinata attività, alle imprese di noleggio come Edilnolo Centro Italia occorrono innanzitutto competenza e l’attenta ricerca di innovazioni in termini di macchinari e sistemi di sicurezza. Dalla consulenza preliminare al noleggio e al trasporto in cantiere, fino all’assistenza tecnica in sede e/o mediante officine mobili, ogni servizio offerto può non temere i competitor se garantito dalla competenza del personale, dalla disponibilità di mezzi all’avanguardia e dalla certificazione aziendale: i nostri clienti sanno che con i mezzi Edilnolo possono lavorare nel pieno rispetto delle regole e in completa sicurezza». Nello specifico, per quali tipi di attività vengono richiesti in noleggio i vostri

Nelle immagini, gru e macchina autocarrata della Edilnolo Centro Italia Srl di Cittaducale, Rieti. Nella pagina successiva, Giancarlo Norcia, fondatore della società edilnolocentroitalia@gmail.com


Giancarlo Norcia

mezzi? «Per quanto riguarda le gru edili, possiamo catalogare la richiesta di queste attrezzature per la costruzione, la ristrutturazione e la manutenzione di edifici. Le piattaforme aeree, il cui utilizzo sta registrando una grande espansione e sul quale puntiamo molto, vengono ri-

chieste principalmente da imprese che svolgono attività come la pittura, la potatura, la pulizia, la ristrutturazione di edifici e la manutenzione generale. Il ponteggio viene montato per quasi tutte le attività sopraindicate, in quanto funge in primo luogo per la sicurezza e la comodità delle persone che lavorano ad altezze elevate». Quali sono i mezzi al momento più richiesti? «Le piattaforme aeree autocarrate, semoventi e ragni per il raggiungimento di altezze dai 15 ai 23 metri. Il noleggio di queste macchine rappresenta oggi un settore in eccellente evoluzione. Per questo infatti, disporre di un parco mezzi all’avanguardia per sicurezza e tecnologia significa conquistare una buona fetta di mercato e fidelizzare quanto possibile il cliente che presso la Edilnolo può scegliere tra 40 gru edili di vari modelli – gru a torre, gru automontanti, gru per centri storici, circa 20 mila metri quadrati di ponteggio e una vasta gamma di piattaforme che vanno dai 15 ai 23 metri». Concretamente come si traducono dunque i concetti di “innovazione” e “avanguardia”? «Con l’offerta di macchinari come piattaforme aeree ad alto contenuto tecnologico che facilitano l’utilizzo all’operatore finale, con sistemi

di livellamento automatico del mezzo, rientro in sagoma della piattaforma, possibilità di percepire un eventuale problema e risolverlo direttamente dal computer. Tutte queste caratteristiche partecipano a una maggiore sicurezza per l’operatore e per l’impresa utilizzatrice. Inoltre, sempre per garantire la massima efficienza prestazionale dei mezzi, eseguiamo sopralluoghi gratuiti in cantiere finalizzati a stabilire l’idoneità del luogo dove dovranno essere appoggiati i macchinari oggetto del noleggio». Quanto incidono gli investimenti sul potenziamento del giro d’affari? «Investire è fondamentale. La Edilnolo punta infatti ad ingrandire il parco macchine con degli investimenti che vanno dai 300 ai 400 mila euro all’anno, cercando così di stare sempre al passo con la tecnologia di questi macchinari, sempre più sicuri per la vita degli operatori. In termini di investimento formativo invece, siamo riusciti a instaurare importanti sinergie con Federlazio, Confartigianato e Cassa Edile sfociate in corsi di formazione per la realizzazione di ponteggi, conseguimento di attestati per la manovrabilità di piattaforme aeree e gru edili e corsi sulla sicurezza in cantiere». LAZIO 2011 • DOSSIER • 241


MATERIALI PER L’EDILIZIA

L’industria del marmo punta all’export Il distretto del marmo, con la sua forte propensione all’innovazione e all’internazionalizzazione, rappresenta una grande risorsa per il sistema economico laziale. Criticità e prospettive del settore nell’analisi di Pietro e Danilo Zola Guido Puopolo l Perlato Royal Coreno è una nobile pietra ornamentale, utilizzata da secoli nell’edilizia, nell’arredo urbano e per la realizzazione di interni di prestigio. Lo sfruttamento di questo particolare materiale, così come di altre pietre provenienti dalla zona dei Monti Ausoni, è uno dei principali motori dell'economia della piccola comunità di Coreno Ausonio, nel frusinate. Sul territorio, infatti, sono presenti diverse cave e moltissime aziende di piccole e medie dimensioni che, occupandosi della lavorazione e del trasporto a livello internazionale di pietre e marmi, hanno dato vita a un vero e proprio distretto industriale. Tra queste un posto di primo piano è occupato dalla Marmi Zola, una realtà produttiva di assoluto rilievo fondata nel 1972 da Pietro Zola, ancora oggi al vertice dell’azienda insieme al figlio Danilo.

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Pietro e Danilo Zola

Da sinistra, Pietro Zola e un interno della sede della Marmizola www.marmizola.com

Negli ultimi anni molte realtà dell’industria della lavorazione dei marmi sono state costrette a chiudere. Come ha affrontato la Marmi Zola questa situazione? PIETRO ZOLA «Certamente la crisi ha prodotto effetti negativi per tutto il settore, con conseguenze che si faranno sentire anche nei prossimi anni. Per quel che ci riguarda stiamo cercando di superare nel migliore dei modi questa fase di difficoltà, con grande determinazione, impegno e tenacia. Per consolidare la nostra posizione sul mercato abbiamo puntato al rafforzamento della rete commerciale e, grazie anche al supporto di figure professionali altamente specializzate, siamo riusciti a migliorare la nostra efficienza produttiva, riducendo gli sprechi e ottimizzando i nostri processi produttivi». Crede dunque che il settore stia entrando in una fase di ripresa? P.Z. «La situazione è ancora

piuttosto incerta sotto questo punto di vista, anche se un imprenditore deve essere, per sua natura, sempre positivo e ottimista. Per uscire definitivamente dalla crisi, però, il nostro settore avrebbe bisogno anche di un maggior supporto da parte delle istituzioni, che dovrebbero mettere in atto adeguate politiche che favoriscano una ripresa dei consumi». Su quali mercati siete maggiormente presenti da un punto di vista geografico? DANILO ZOLA «L’Italia rappresenta ancora il nostro mercato di riferimento. Negli ultimi anni abbiamo però incrementato notevolmente la nostra presenza a livello internazionale, grazie anche all’instaurazione di una rinnovata rete di vendita e alla partecipazione a fiere, workshop ed eventi promozionali su scala mondiale. Attualmente intratteniamo rapporti commerciali con numerosi partner in Canada, Stati Uniti, India, Cina e Singapore, mentre in Europa, oltre alla

Russia, i nostri referenti principali si trovano a Cipro e Malta». Parlando nello specifico della vostra attività, quali sono le principali tipologie di pietra da voi trattate? P.Z. «La nostra proposta commerciale privilegia naturalmente i prodotti provenienti dal distretto del perlato Royal Coreno, a cui però affianchiamo prodotti d’importazione particolarmente richiesti dal mercato. Oltre ai materiali indicati precedentemente, infatti, trattiamo il Daino Reale e altri marmi sardi, così come diversi materiali provenienti dal distretto di Carrara, per un totale di circa 150 tipologie di materiali lapidei. Siamo infine rivenditori autorizzati con concessione per il centro e sud Italia dei prodotti “Quarella” (Marmo Resina e Quarzo Resina), articoli innovativi per arredi moderni». Quanto conta per la vostra azienda l’investimento in nuove tecnologie e quali sono le tecnologie più innovative  LAZIO 2011 • DOSSIER • 243


MATERIALI PER L’EDILIZIA

A sinistra, Danilo Zola

 di cui vi servite?

«L’azienda è da sempre orientata alla ricerca e all’innovazione, per il miglioramento continuo dei suoi prodotti e servizi, e a testimonianza di questo, a partire dal 2007 abbiamo intrapreso un significativo percorso di innovazione tecnologica, sia di progetto che di prodotto. Dopo due anni di ricerca, studi, sviluppi e sperimentazione abbiamo infatti messo a punto un impianto tra i più avanzati in Europa, capace di esaltare le già elevate caratteristiche funzionali ed estetiche della pietre che lavoriamo, attraverso specifici trattamenti in grado di potenziare gli effetti della resinatura, levigatura, stuccatura e lucidatura del marmo e del travertino. A questo importante investimento abbiamo inoltre affiancato un impianto di fiammatura, bocciardatura, satinatura e spazzolatura delle pietre, per un processo lavorativo all’avanguardia e completamente automatizzato. Questi investimenti ci hanno permesso

D.Z.

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di raggiungere una capacità produttiva giornaliera di circa 2.500 mq di superfici lapidee trattate, facendo fronte, così, alla richiesta quantitativa e qualitativa del mercato. Nel perseguire la nostra mission abbiamo adottato un sistema certificato di gestione integrato per Qualità e Ambiente, conforme alle norme Iso 9001 e Iso 14001, per continuare a garantire un processo produttivo funzionale e affidabile». Come riuscite a far fronte alla concorrenza proveniente dai paesi in via di sviluppo? P.Z. «Certamente la concorrenza portata da giganti come Cina e India, che possono contare su manodopera a bassissimo costo, rappresenta un ulteriore motivo di preoccupazione per il nostro settore. Crediamo tuttavia che la qualità dei prodotti e dei servizi offerti siano ancora in grado di fare la differenza, e in questo senso siamo convinti che il mercato continuerà ad apprezzare il nostro lavoro». La vostra è un’azienda

molto sensibile alla tematica ambientale. Quali sono le azioni più significative da voi intraprese in questo campo? D.Z. «La tutela dell’ambiente e della salute dei lavoratori è per noi un elemento fondamentale, che cerchiamo di perseguire attraverso una seria politica di prevenzione, come dimostrato dal nuovo impianto per il riciclo delle acque recentemente realizzato. Sicuramente però il nostro fiore all’occhiello è rappresentato da un impianto fotovoltaico di 380 Kwp, uno dei primi realizzati in tutta la regione, installato in azienda nel 2009. Una struttura modernissima, in grado di coprire circa il 30 per cento del nostro fabbisogno energetico e di ridurre notevolmente le emissioni di Co2 derivanti dalle nostre lavorazioni». È possibile fare un bilancio dell’ultimo anno e delineare le prospettive aziendali per prossimo futuro? P.Z. «I dati relativi ai primi mesi del 2011 sembrano confermare tendenzialmente i valori riscontrati nell’anno precedente. Il nostro obiettivo è quello di poter tornare, entro la fine dell’esercizio in corso, ai risultati di fatturato precedenti alla crisi. Siamo convinti di aver operato, seppur in un contesto difficile, in maniera efficace, creando i presupposti per un progetto capace di garantire importanti prospettive di crescita».


FORNITURE IDROTERMOSANITARIE

Più efficienza e risparmio energetico nell’idrotermosanitario n vasto assortimento di prodotti destinati al settore idrotermosanitario e all’arredo bagno, ma anche caldaie e rivestimenti per pavimenti, capaci di coniugare design, funzionalità, comfort e innovazione, hanno reso Fis, azienda di Rieti fondata nel 1985, un punto di riferimento per tutti gli operatori del settore, della provincia reatina ma non solo. «Esponiamo e commercializziamo, al dettaglio e all’ingrosso, articoli realizzati dai principali produttori italiani ed europei nei rispettivi ambiti di riferimento, per offrire, a chi si rivolge a noi, un servizio adatto anche alle esigenze più particolari», afferma Tiziano Franceschini, responsabile commerciale del gruppo. In un mercato sempre più attento all’aspetto economico Fis è in grado di proporre prodotti di elevata qualità a prezzi altamente competitivi, fornendo nello stesso tempo un costante supporto tecnico e di consulenza: «Abbiamo scelto di non scendere a compromessi – sottolinea Franceschini – proprio per non tradire la nostra filosofia aziendale, orientata da sempre alla piena soddisfazione

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«Sia le aziende produttrici che gli utenti hanno maturato una crescente sensibilità ambientale, che si traduce nella ricerca di soluzioni innovative in cui lo stile e il design siano affiancati dalla massima efficienza da un punto di vista energetico». Tiziano Franceschini fa il punto sul settore idrotermosanitario Guido Puopolo

dei nostri partner. Ci riforniamo esclusivamente sul mercato italiano ed europeo, in quanto siamo consapevoli del vantaggio che deriva dalla possibilità di poter contare su fornitori affidabili e innovativi per il conseguimento dei nostri obiettivi strategici». L’azienda, fin dalla sua nascita, ha implementato strategie gestionali, produttive e di marketing molto efficaci, che le hanno permesso di instaurare una rete commerciale che dalla provincia di Rieti si estende su tutta la regione, come conferma Franceschini: «Ci rivolgiamo a un pubblico variegato, costituito principalmente da installatori e imprese del settore. In un’ottica di rafforzamento della nostra posizione, da alcuni anni siamo associati al gruppo di acquisto denominato “Gruppo Delta Lazio”, un network della distribuzione idrotermosanitaria che riunisce i principali ri-


Tiziano Franceschini

venditori del settore, garantendo le migliori condizioni di mercato dai fornitori, il tutto a beneficio dell’utenza finale». Negli anni, infatti, si sono profondamente modificati i gusti e i bisogni degli utenti, con un deciso cambiamento, ad esempio, nel modo di concepire lo spazio bagno, a cui l’azienda si è rapidamente adattata. «Al giorno d’oggi le persone, sottoposte a ritmi di vita sempre più frenetici, hanno sempre meno tempo da dedicare al relax e alla cura del proprio corpo. Per poter trascorrere del tempo di qualità, quindi – prosegue Franceschini – il pubblico è sempre più orientato alla ricerca di un ambiente assolutamente confortevole, visivamente accogliente ed elegante». Nelle nuove tendenze, fa notare Franceschini, un’importanza sempre maggiore è dedicata alla fornitura di prodotti orientati alla tutela ambientale e al risparmio energetico, come vasche idromassaggio dotate di

sistemi di riciclo e di depurazione: «Sia le aziende produttrici che gli utenti, in quest’ultimo periodo, hanno maturato una crescente sensibilità ambientale, che si traduce nella ricerca di soluzioni innovative in cui lo stile e il design siano affiancati dalla massima efficienza da un punto di vista energetico, per ridurre gli sprechi e salvaguardare l’ambiente. Questi concetti, inesistenti fino a qualche anno fa, sono ormai alla base di tutte le nuove produzioni, e stanno rapidamente conquistando fette di mercato sempre più consistenti». Per il futuro l’azienda, nonostante la crisi renda ancora incerti gli scenari dell’economia internazionale, sembra intenzionata a proseguire nel suo percorso di sviluppo, anche al di fuori dei confini nazionali. «L’apprezzamento dei clienti ha portato Fis a una crescita continua, tanto che oggi l’azienda rappresenta una “tappa” quasi obbligata per chi deve costruire



Siamo associati al “Gruppo Delta Lazio”, un network della distribuzione idrotermosanitaria che riunisce i principali rivenditori del settore



o ristrutturare la propria casa. Sosteniamo attivamente diverse iniziative volte a sviluppare la nostra catena di vendita. Attualmente siamo presenti su tutto il Lazio con un’organizzazione capillare, ormai estesa anche al resto d’Italia. Siamo però molto attenti ai vantaggi provenienti dall’internazionalizzazione – conclude Franceschini - e per questo puntiamo ad ampliare il nostro raggio d’azione anche all’estero, certi che le nostre competenze nella selezione e nello scouting di prodotti/soluzioni, incontreranno rapidamente il favore di una platea sempre più vasta».

La FIS Srl ha sede a Vazia, Rieti www.fisforniture.it

LAZIO 2011 • DOSSIER • 251


SICUREZZA URBANA

Contro la tensione sociale, servono controlli più capillari Più poteri ai sindaci sul fronte della lotta al degrado urbano. È una delle soluzioni, spiega il sottosegretario Alfredo Mantovano, alle quali guarda il ministero dell’Interno per rafforzare la sicurezza nelle nostre città Michela Evangelisti resce la propensione alla violenza. I conflitti che una volta si regolavano con i pugni oggi trascendono nelle coltellate e nell’uso della pistola. Questo esige, e si sta lavorando in tal senso, un controllo del territorio ancora più capillare e adeguato». Parte da qui l’analisi di Alfredo Mantovano sulla sicurezza delle città italiane. «I reati che destano maggiore allarme sociale sono, per ovvie ragioni, gli omicidi, le rapine e i furti – prosegue il sottosegretario al ministero dell’Interno –. Ciascuno di tali illeciti è in sé grave, preoccupa e disorienta, e quindi va affrontato con la massima attenzione». Focalizzando l’attenzione sulla Capitale, se si vuol fare riferimento ai dati oggettivi, «che nella loro aridità indicano la tendenza», si può dire che non vi è un incremento rispetto agli ultimi anni: dal 2007 a oggi la media degli omicidi commessi nel territorio di Roma e della sua provincia si aggira attorno alle 40 unità e nel 2011 la tendenza è confermata. Le rapine sono addirittura in calo, se si confrontano i primi sette mesi 2011 con l’analogo periodo 2010. L’incremento dei furti è del 5,6%, a fronte del 20,4% di Bologna e del 13,2 % di Milano. Gli stessi omicidi sono per metà commessi in provincia, solo in minima parte (non più di 2) sono ascrivibili a fatti di criminalità organizzata e quasi tutti hanno un colpevole

«C Alfredo Mantovano, sottosegretario al ministero dell’Interno

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già individuato. Il Paese sta attraversando un periodo di forte tensione sociale. Pensa che questo potrebbe mettere in pericolo la sicurezza delle nostre città? «La tensione sociale è effetto della crisi. Se si incanala in manifestazioni pubbliche pacifiche è in linea con il dettato costituzionale ed è espressione di legittimo dissenso. Quando come negli ultimi mesi è accaduto anche nella Capitale - il disagio sociale diventa pretesto per atti di violenza, il danno riguarda tutti, a cominciare da chi intende manifestare nel rispetto delle regole. Dall’incremento di problemi per l’ordine pubblico a causa dei disordini di piazza deriva l’incremento di unità di polizia, che ovviamente saranno sottratte al contrasto alla criminalità». A questo proposito, i grandi centri scontano la carenza di forze dell’ordine; si è parlato di un piano a livello nazionale per


Alfredo Mantovano

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Prevenire la violenza richiede professionalità e intelligenza, che non mancano alle nostre forze dell’ordine

ridurre l’utilizzo di scorte. Potrebbe essere una soluzione? «Vi è uno studio teso a razionalizzare i dispositivi di tutela, garantendo l’equilibrio tra la previsione del rischio e il mantenimento della scorta quando non è più necessaria. Non è la soluzione del problema della carenza degli organici, ma è un contributo a evitare sprechi». Da quanto è trapelato relativamente all’incontro di qualche giorno fa del ministro Maroni con il sindaco Alemanno, ci sarebbe la volontà di fare un nuovo decreto legge per rafforzare i poteri dei sindaci. Che conseguenze potrebbe avere sulla sicurezza urbana e come andrebbe articolato? «Lo strumento dell’ordinanza di sicurezza urbana ha dato buona prova di sé, nonostante gli slanci fantasiosi di qualche sindaco, tuttavia temperati dalla previa comunicazione al prefetto che può bloccare il provvedimento. La Corte costituzionale lo ha dichiarato parzial-

mente illegittimo: è opportuno ripristinarlo, ovviamente seguendo le indicazioni della consulta. Stiamo lavorando per un atto normativo che vada in tal direzione, permettendo al sindaco di recitare la parte che gli compete sul fronte della lotta al degrado urbano». Si è dichiarato molto preoccupato per le manifestazioni che si svolgeranno nella Capitale nelle prossime settimane. Come intervenire per scongiurare pericoli? «La prevenzione della violenza richiede professionalità e intelligenza. Le nostre forze di polizia posseggono entrambe, in dosi massicce. Professionalità significa capacità di preparare se stessi e il contesto, intelligenza vuol dire prevenire con un’attività di conoscenza e di equilibrata dissuasione. Ma spetta a ciascuno, soprattutto chi ha ruoli politici, mantenere il confine fra la critica, pur aspra, e la - anche inconsapevole - giustificazione della violenza». LAZIO 2011 • DOSSIER • 255


SICUREZZA URBANA

Cooperare per la prevenzione «Il Lazio è tra le regioni meno pericolose d’Italia» assicura l’assessore Giuseppe Cangemi, che illustra gli interventi messi in campo contro i fenomeni criminosi e il degrado. A partire dal pacchetto per la sicurezza integrata Michela Evangelisti

assessore regionale agli Enti locali e alla sicurezza, Giuseppe Cangemi, concorda con quanto ribadito a più riprese nelle ultime settimane dal sindaco Alemanno, dal prefetto Giuseppe Pecoraro e dal sottosegretario Alfredo Mantovano: non si può e non si deve parlare a Roma di un allarme sicurezza. Una certezza che ritiene possa estendersi a tutto il territorio laziale. «La sicurezza nel Lazio riflette i problemi di una regione con 5 milioni di abitanti, che ingloba al proprio interno la capitale d’Italia, con tutto ciò che quest’aspetto comporta – commenta –. Il problema viene affrontato quotidianamente con tutta l’attenzione che merita. La continua cooperazione di tutti gli attori istituzionali e la forte azione di prevenzione e repressione contro ogni forma di criminalità permettono di collocare il Lazio tra le regioni meno pericolose d’Italia». A breve pubblicherete lo studio dell’osservatorio regionale sulla sicurezza e la legalità. «Esatto. Rappresenta una vera e propria mappatura dei fenomeni criminosi e criminogeni: un’attenta e approfondita analisi sull’andamento dei reati denunciati nelle 5 province del Lazio negli ultimi 5 anni. Lo studio conferma un calo generalizzato dei reati rispetto al 2006, anche se alcune fattispecie di crimini sono in aumento: diminuiscono i reati più efferati - gli omicidi volontari - mentre aumentano i reati cosiddetti minori, come le lesioni dolose, le

L’ Giuseppe Cangemi, assessore regionale ai Rapporti con gli enti locali e politiche per la sicurezza

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minacce e le percosse». Ha accennato di recente alla possibilità di estendere l’azione del “patto per Roma sicura” con il “patto per il Lazio sicuro”. Quali i modi, i tempi e gli obiettivi? «Questo patto sarà la naturale estensione dell’azione posta in essere per Roma su tutto il territorio regionale. Con le correzioni e gli aggiustamenti dovuti alle caratteristiche e peculiarità proprie di ogni provincia. I tempi saranno i più celeri possibili. Siamo in contatto con i prefetti e cercheremo di rispondere con rapidità, avendo già individuato le azioni da intraprendere in risposta alle esigenze specifiche segnalateci da ogni prefettura. Per quanto riguarda i modi, posso dire che saranno senza alcun dubbio di sostanza. Sono convinto che l’aiuto migliore che la Regione possa dare ai cittadini è il proprio supporto fattivo alle forze dell’ordine. E questo siamo impegnati a fare». La giunta ha stanziato 800mila euro per la sicurezza integrata in comuni e municipi. Come sono stati impiegati finora questi fondi? «Il pacchetto per la sicurezza integrata è uno degli interventi più significativi che l’assessorato che dirigo ha messo in campo per dare risposte concrete ai cittadini in ambito sicurezza. E sono fiero di precisare che siamo riusciti a bandire l’avviso pubblico, portando il finanziamento a un totale di 1 milione e 600mila euro. In questo modo riusciremo a sostenere un maggior numero di progetti su tutto


Giuseppe Cangemi



I reati sono in calo rispetto al 2006, anche se diminuiscono i più efferati e aumentano quelli minori



il territorio regionale. Il bando si è chiuso a fine luglio, adesso la commissione costituita dovrà vagliare le domande pervenute. Immediatamente dopo procederemo all’erogazione dei fondi». Ha affermato che la lotta al degrado è una delle vostre priorità. Con quali iniziative la state portando avanti? «Il degrado si combatte sia con interventi mirati e d’urgenza, sia con presidio e controllo del territorio, che con operazioni informative e formative. Stiamo cercando di curare tutti insieme questi aspetti: ogni intervento richiede tempi diversi per poter saggiarne i risultati. Solo per fare qualche esempio: nel parco di Veio abbiamo provveduto a ripulire uno scarico di inerti di circa 10 metri cubi e i guardiaparco hanno rimosso oltre 3 quintali di rifiuti nella Valle del Sorbo; abbiamo siglato un accordo con Ama, Roma Capitale, Amministrazione penitenziaria e Garante dei detenuti, per l’impiego di ex e attuali detenuti in attività di riqualificazione e decoro urbano di Roma. Questo per quanto concerne gli interventi d’urgenza. Per il medio termine, il pacchetto di

sicurezza integrata prevede l’aumento del numero degli operatori di polizia locale sul territorio, la capillarizzazione delle zone controllate e l’aumento delle ore di pattugliamento. E per un risultato di maggior respiro, formativo e culturale, il pacchetto sicurezza prevede corsi di educazione alla legalità rivolti alle fasce più esposte della cittadinanza». Prosegue il lavoro di messa in sicurezza dei parchi regionali. Dopo l’entrata a pieno regime del nuovo sistema di vigilanza nel parco di Veio, quale sarà il prossimo passo? «Abbiamo già provveduto a installare nuovi sistemi di vigilanza in altri due parchi di competenza regionale: al Pineto e nel parco dell’Appia Antica. E stiamo lavorando perché tutti i parchi regionali siano messi in sicurezza entro i prossimi due anni. I nuovi sistemi di videosorveglianza, tecnicamente all’avanguardia, offrono un valido supporto al lavoro quotidiano dei guardiaparco e delle forze dell’ordine. Sono efficaci deterrenti per i malintenzionati: il sistema è collegato con la sala operativa del parco e con quella della Protezione civile. Per di più le telecamere sono in grado di rilevare tempestivamente eventuali incendi e far scattare immediatamente l’allarme». LAZIO 2011 • DOSSIER • 257


SICUREZZA URBANA

Nessuna emergenza, ma dobbiamo mostrarci coesi Delitti nella media delle capitali europee e microcriminalità in diminuzione. Il sindaco Gianni Alemanno commenta gli ultimi dati e illustra obiettivi e strategie del terzo patto per Roma sicura. «Porteremo avanti una battaglia culturale contro ogni forma di violenza» Michela Evangelisti

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i fronte agli episodi di violenza che si sono consumati nelle ultime settimane nella Capitale, il sindaco Alemanno ha rimarcato che non c’è nessuna emergenza sicurezza e che Roma è “nella media” nel confronto con altre capitali europee. «Il numero di omicidi avvenuti quest’anno nella nostra città, seppur da non prendere sottogamba, è tra i più bassi d’Europa – ha precisato –. A Roma, infatti, si sono consumati finora 27 omicidi, contro i 62 di Parigi e i 73 di Londra». Nella Ca-

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pitale in tutto il 2010 i delitti erano stati 25, contro i 42 del 2009, i 39 del 2008 e i 42 del 2007. «Non possiamo permettere che la città diventi terreno di conquista della criminalità – ha sottolineato comunque il sindaco –. Di fronte a casi del genere anche l’opposizione capitolina dovrebbe mostrare, di fronte ai cittadini, senso di responsabilità e coesione e non polemiche faziose e strumentali». Per quanto riguarda, invece, la microcriminalità, tra gennaio e luglio del 2011, rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, a Roma le

rapine sono diminuite del 3,8%, mentre i furti sono aumentati del 5,6%. Tuttavia, come ha sottolineato Alfredo Mantovano, si tratta di dati inferiori rispetto all’incremento medio nazionale. «Importante poi evidenziare – aggiunge il sottosegretario al ministero dell’Interno – che è stato registrato un aumento del 17% degli autori di rapine scoperti dalle forze dell’ordine». Il controllo preventivo e repressivo si rivela, quindi, elevato ed efficace. Ma, come ha dichiarato il presidente della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti, «l’antidoto più importante alle infiltrazioni della grande e piccola criminalità è rappresentato dalle relazioni tra le persone. Solo in una città piena di vita, di cultura, di sport, di socialità si limitano gli spazi per il disagio e la violenza». È già pronta la bozza del terzo patto per Roma sicura. A quali

Gianni Alemanno, sindaco di Roma


Gianni Alemanno



Intendiamo istituire una struttura per il controllo delle bande con tendenze criminali

obiettivi mirano i progetti elaborati? Quali saranno gli aspetti più innovativi rispetto agli accordi degli anni scorsi? «Il patto, ideato e sostenuto da me e dal ministro Maroni, ha quattro obiettivi principali: l’aumento del numero

di agenti in strada per implementare ancora di più il controllo del territorio, un nuovo decreto legge per rafforzare i poteri dei sindaci a emanare ordinanze, un’agenzia di controllo e contrasto alle mafie nelle attività economiche capitoline e, infine, l’istituzione



di una struttura per il controllo delle bande con tendenze criminali. Rispetto agli accordi degli anni scorsi, aumenteremo l’organico di forze dell’ordine sul territorio, riducendo l’impatto delle scorte e quello derivante da problemi di ordine pubblico  LAZIO 2011 • DOSSIER • 259


SICUREZZA URBANA

Un termometro della sicurezza in città Road map, più forze dell’ordine e pene esemplari. Le proposte di Fabrizio Santori, presidente della commissione Sicurezza di Roma Capitale  come quelli legati a eccessive

manifestazioni che assorbono molto organico». Quali misure avete in mente in queste direzioni? «Il ministro Maroni sta già lavorando a un piano complessivo nazionale diretto a ridurre le scorte, per aumentare l’organico disponibile sul territorio, così potremo compensare una carenza di forze dell’ordine quantificabile in 2-3000 unità; già ne sono in arrivo 360. Per quanto riguarda l’infiltrazione criminale nell’economia capitolina, il terzo patto per Roma prevede l’istituzione di un’agenzia di controllo, con il compito di gestire i patrimoni sequestrati. Sul problema delle bande giovanili, è ne-

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- 3,8% RAPINE La percentuale di diminuzione del fenomeno a Roma tra gennaio e luglio 2011 rispetto allo stesso periodo dello scorso anno

i torna a parlare di vandalismo a Roma. A sollevare il polverone l’episodio che si è consumato il 3 settembre a Piazza Navona, quando un uomo, nelle prime ore della mattina, ha deturpato uno dei quattro mascheroni della fontana del Moro. Per mettere un freno a fatti come questo Fabrizio Santori, presidente della commissione Sicurezza di Roma Capitale, invoca nuovi strumenti legislativi. Onorevole, qual è nello specifico la sua richiesta? «Ho proposto di inasprire le pene per chi danneggia i monumenti. Una volta accertati i fatti, chi si rende responsabile di certe azioni non può cavarsela facilmente grazie a un codice che prevede solo fino a 3 anni di reclusione: in altri paesi europei, in particolare in Francia, il codice penale prevede minimo 7 anni di reclusione. Condividiamo dunque le intenzioni del ministro Galan, poiché è impensabile

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che la normativa italiana non sia all’avanguardia. Dovrebbe invece essere particolarmente attenta, vista la responsabilità di tutelare un Paese con un patrimonio monumentale unico al mondo. Il primo passo è, dunque, impegnarsi sul piano legislativo, con una legge ad hoc. Contemporaneamente bisogna risolvere il problema del disagio psichico, pure se temporaneo, che spesso è alla base di questi gesti». In che modo? «Statistiche alla mano, quasi sempre coloro che compiono gesti folli hanno difficoltà a livello psichico o sono sotto l’effetto dell’alcool e della droga: agiscono dunque all’improvviso, rimanendo impermeabili alle campagne di educazione e di sensibilizzazione sul valore del patrimonio artistico. È tempo di affrontare il problema, confrontandosi anche con le normative internazionali del settore, per mettere a punto nuovi


Gianni Alemanno

- 5,6% FURTI La percentuale di aumento del fenomeno a Roma tra gennaio e luglio 2011 rispetto allo stesso periodo dello scorso anno

Fabrizio Santori, presidente della commissione Sicurezza di Roma Capitale

cessaria una struttura specializzata per contrastare tale fenomeno, che incide molto sulla sicurezza della nostra città. Dobbiamo inoltre ricordare che il problema è anche di natura culturale: troppo spesso le nuove generazioni rischiano di emulare modelli negativi mostrati dai media, che di certo non aiutano la comprensione del senso civico. È su questo campo che Roma Capitale deve portare avanti un’ im-

portante battaglia culturale contro ogni forma di violenza e criminalità». Al di là dei fatti di sangue un problema da affrontare è anche quello della microcriminalità. Come vi state muovendo per arginarlo? «La microcriminalità è nettamente diminuita: dal 2007 a oggi i reati comuni sono calati del 30%, un dato decisamente rilevante. Le rapine sono diminuite del 3,8% rispetto all’anno scorso e anche

i furti, aumentati del 5,6%, sono più bassi della media nazionale. Non dobbiamo dimenticare che questo tipo di reato aumenta in periodi di crisi economica, come quella che stiamo vivendo. La nostra azione sulla microcriminalità deve svilupparsi su due piani: il controllo e la presenza delle forze dell’ordine sul territorio e un importante sforzo culturale e sociale verso le fasce più deboli, profondamente toccate da questa crisi».

strumenti legislativi che consentano di evitare che i folli si possano aggirare indisturbati per le strade». Il sindaco Alemanno ha annunciato che il terzo “patto per Roma sicura” sarà siglato entro ottobre. Su quali aspetti bisognerà focalizzare l’attenzione? «Tre sono i punti messi a fuoco dal sindaco e condivisi pienamente dalla commissione Sicurezza. Si deve aumentare il numero dei componenti delle forze dell’ordine che operano nella Capitale, contrastare con forza ed efficacia i tentativi di infiltrazioni mafiose che rischiano di infettare il tessuto sociale ed economico della città e combattere le gang, che, sempre più numerose e violente, popolano le periferie. Ma non solo: serve una legge che renda la prostituzione in strada un reato, e dobbiamo rendere operative le

espulsioni dal territorio di Roma Capitale di quei comunitari, e in particolare di quei nomadi, che commettono reati o che non hanno i requisiti - residenza e lavoro - per restare in città. Tutti questi punti sono stati sottoposti al ministro dell’Interno, Maroni, che si è impegnato a sottoscriverli e a varare un decreto legge che consenta anche di aumentare nuovamente i poteri delegati ai sindaci in tema di tutela della sicurezza». È in via di realizzazione una “road map anticrimine”. In cosa consiste? «La mappa del rischio è una mappatura della città che registra il livello di delittuosità delle varie zone della Capitale, al fine di verificare l’adeguatezza dei presidi delle forze di polizia presenti sul territorio. Grazie alla realizzazione della “Sala sistema Roma”, che raccoglie e gestisce continuamente dati che vengono messi a confronto con quelli della polizia municipale, della questura e dei carabinieri, abbiamo già un quadro piuttosto preciso. È necessario tener conto del fatto che questa iniziativa non è un punto di arrivo: si tratta, invece, di uno strumento che si

realizza e sviluppa ponendo anche attenzione ai fatti di cronaca e registrando e catalogando le denunce e le segnalazioni dei cittadini. La mappa sarà un vero e proprio termometro della sicurezza della città di Roma, per il continuo aggiornamento della quale sono necessarie non solo la collaborazione delle forze dell’ordine ma anche l’impegno dei cittadini e dell’intera società civile». Quali saranno, infine, i temi prossimamente all’ordine del giorno per la commissione da lei presieduta? «Ci occuperemo, naturalmente, di come articolare gli interventi necessari a realizzare il terzo “patto per Roma sicura”. La commissione ha quindi in calendario di trattare in modo approfondito il tema della lotta alla criminalità organizzata, quello della sicurezza stradale, con l’individuazione delle strade più a rischio. In una riunione apposita tratteremo anche la programmazione degli interventi per lo sgombero delle case popolari occupate illegalmente e il tema della sicurezza sui mezzi di trasporto, ai capolinea e alle stazioni della metropolitana». LAZIO 2011 • DOSSIER • 261


SICUREZZA URBANA

Ridistribuire i presidi fissi sul territorio La Capitale attraversa un momento di grave tensione sociale, che esaspera la violenza e moltiplica i furti per pochi euro. Nessun allarme, assicura il prefetto Pecoraro, «ma ogni reato costituisce una sconfitta per lo Stato e per le forze dell’ordine» Michela Evangelisti on c’è la criminalità organizzata dietro gli omicidi che si sono consumati a Roma nei mesi scorsi, ultimo in ordine temporale quello di Edoardo Sforna, il 18enne freddato davanti a una pizzeria nel quartiere Morena, sul quale sono tuttora in corso le indagini. Ad affermarlo è il prefetto di Roma, Giuseppe Pecoraro. Come dobbiamo interpretare, quindi, questi episodi di violenza? «La Capitale, come tutto il resto del Paese, è in un momento di grave tensione sociale, aggravato dalla mancanza di lavoro e dall’incertezza per il futuro – spiega –. Questo fa sì che alcune situazioni che una volta si risolvevano con epiteti forti o con una scazzottata oggi si chiudano con colpi d’arma da fuoco. Sono comunque delitti che hanno come sfondo questioni passionali o la lotta per il traf-

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Giuseppe Pecoraro, prefetto di Roma

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fico di droga: non sono legati al terrorismo o alla mafia». Ha sottolineato che bisogna evitare facili allarmismi: state comunque mettendo a punto strategie di contrasto e prevenzione? «Certamente, nonostante non ci sia allarme, ogni reato costituisce una sconfitta per lo Stato e per le forze dell’ordine. È necessaria la presenza capillare di più volanti nei quartieri di periferia, serve maggior controllo sulle armi e, come ha dichiarato anche il sindaco Alemanno, occorre creare una struttura che segua le bande giovanili dedite alla violenza. Bisogna attivare squadre di uomini che operino in cooperazione con le comunità locali e raccolgano le segnalazioni dei municipi sulla presenza di giovanissimi che cercano la lite o dediti alla droga. Per evitare le rapine, come quelle ai benzinai, abbiamo messo in campo ogni sforzo, ma in casi come quello del povero diciottenne assassinato, che prevenzione possono fare da sole le forze dell’ordine? Dovrebbe intervenire tutta la società, dalla famiglia alle istituzioni». Di recente ha partecipato a un vertice che ha visto coinvolti il sindaco Alemanno, il sottosegretario Mantovano e il questore Tagliente. Quali i punti salienti della discussione? «Abbiamo soprattutto analizzato l’andamento degli omicidi e dei reati in genere a Roma. Rispetto agli omicidi siamo nella media europea; per quanto riguarda, invece, i reati predatori, sono in diminuzione le rapine e crescono i


Giuseppe Pecoraro



Alcuni presidi fissi verranno spostati dal centro di Roma alla periferia



furti, anche di pochissimi euro, per una dose di droga o per un pranzo, dettati da condizioni sociali disagiate. Non sono, comunque, dati allarmanti». Ha richiesto al Viminale più personale per le forze dell’ordine di Roma a causa delle numerose manifestazioni in programma nella Capitale. Quali sono i suoi timori? «Più che di timori si tratta di una concreta esigenza. Per poter seguire al meglio le manifestazioni sottraiamo troppo uomini dal controllo del territorio. Vogliamo mantenere, invece, anche in questi casi massima copertura e rapidità di intervento». Ha dichiarato che a Roma la percezione d’insicurezza che il singolo cittadino coglie è superiore all’insicurezza reale: a cosa bisogna ricondurre questo scollamento?

«Credo sia colpa nostra, o meglio delle autorità statali nel tempo. Interi quartieri di Roma sono sorti senza che vi si costruissero dei presidi fissi, delle caserme, e questo ha generato nei cittadini una percezione sbagliata. A questo proposito sto effettuando una mappatura in modo da spostare presidi dal centro di Roma alla periferia, evitando delle sovrapposizioni e andando a coprire zone finora sprovviste. Entro ottobre presenteremo il piano al comitato provinciale. A Roma, poi, ogni minimo episodio viene eccessivamente amplificato; chi non è a conoscenza dei fatti e dei numeri parla di sicurezza come se fosse un intenditore. I reati ci sono, ci sono zone degradate o poco illuminate, ma il sindaco, insieme alle altre istituzioni, sta cercando di far fronte alla situazione compatibilmente con le LAZIO 2011 • DOSSIER • 263


USURA

«Liberarsi dall’usura? Cominciamo a denunciare» l 2011 verrà ricordato come uno degli “scogli” più duri per quel che riguarda il contrasto dell’usura, il cui tasso è aumentato del 134,7% solo nei primi sette mesi dell’anno (i dati sono dell’associazione contribuenti italiani). Parallelamente nello stesso periodo si è registrato un aumento del 203,4% del sovra indebitamento delle famiglie: una “coincidenza” niente affatto casuale. Detto altrimenti un buon 25% degli italiani ha conosciuto da vicino il fenomeno criminoso. Nella top ten delle Regioni più colpite figurano Calabria e Campania, mentre il Lazio mostra un peggioramento. «È un quadro preoccupante ma attenzione a non scivolare sull’allarmismo» avverte il comandante della Guardia di Finanza del Lazio, Filippo Ritondale. È lui a fare la fotografia di un territorio che potrebbe essere “liberato” se le vittime si decidessero a sporgere denuncia: nel Lazio, come del resto d’Italia, la paura di ritorsioni rimane il tallone d’Achille nella lotta all’usura. Serve, quindi, una rinnovata fiducia verso lo Stato. Secondo l’associazione Rete per la legalità, nel Lazio il fenomeno usura ha colpito 28mila commercianti, una delle medie più alte in Italia. Riscontra anche lei un tale inasprimento? «L’analisi che fa Rete per la legalità è di tutto rispetto perché nasce dalla stretta vicinanza al territorio, attraverso la platea di lavoratori, dipendenti e autonomi, ma anche di disoccupati, di pensionati e di immigrati che, nella triste combinazione tra il bisogno e l’ottimistica previsione di poter risolvere a breve la situazione, cade vittima di uno dei più odiosi e insidiosi crimini, quello dell’usura. Secondo tale rapporto il Lazio superebbe di gran lunga le altre regioni italiane e ne farebbe, addirittura, la

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Preoccupato ma senza eccessivi allarmismi: è lo sguardo gettato dal comandante regionale della Guardia di finanza, Filippo Ritondale, sulla crescita del fenomeno dell’usura nel Lazio. Viterbo e Rieti sono le province più a rischio, Roma la più “sicura” Paola Maruzzi zona in assoluto più colpita dal fenomeno. Tuttavia questa lettura diverge dall’analisi statistica fatta, annualmente, nel rapporto Eurispes che, nel 2011 dà del Lazio una descrizione se non proprio ottimistica quanto meno non eccessivamente allarmante: secondo l’indice di rischio usura la nostra regione si posiziona al nono posto, con un Iru pari a 50,2, a metà tra quello della Calabria (97,2) e Trentino Alto Adige (2,8)». Nel Lazio quali sono le

Filippo Ritondale, comandante regionale della Guardia di Finanza


Filippo Ritondale

province più colpite? «Stando sempre all’indice di rischio elaborato dall’Eurispes, basato sull’analisi delle variabili economiche, bancarie, imprenditoriali e criminali ritenute in grado di influenzare la vulnerabilità rispetto all’usura emerge che, su una media nazionale pari a 45,2, le province laziali più colpite sono nell’ordine: Viterbo (58,5); Rieti (56,5); Frosinone (55,4); Latina (54) e Roma (26,5)». A quanto ammonta il giro d’affari? «È difficile quantificarlo, comunque è potenzialmente vicino ai numeri dati da Sos racket: 3,3 milioni di euro. Del resto, nella sola città di Roma, tra il 2010 e il mese di agosto 2011, la Guardia di finanza ha individuato e denunciato 44 usurai,

di cui ben 18 tratti in arresto, operando nei loro confronti il sequestro di beni e disponibilità finanziarie per 2.895.685 euro». Tra loro c’era un collegamento? «No, sono casi a se slegati da organizzazioni criminali. Tra questi mi ha colpito il caso di un funzionario bancario che parallelamente esercitava l’attività illecita». Qual è il tallone d’Achille nella lotta all’usura? «La quinta colonna degli usurai è, sempre, la paura che gli usurati hanno delle ritorsioni, unita a una malcelata sfiducia nell’attività repressiva delle forze dell’ordine. In alcuni casi le vittime di questo aberrante crimine subiscono, a detrimento della scoperta di casi anche eclatanti, la vergogna di aver dovuto percorrere una via che, da subito, si era rivelata in salita e fitta di ostacoli». In che direzione andare per migliorare l’azione delle forze dell’ordine? «La direzione da seguire per



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USURA

 rendere certa ed efficace la lotta all’usura è nel

rapporto con il territorio, da approfondirsi con una costante azione informativa istituzionale con un’azione coordinata tra le associazioni impegnate nel settore e gli organi dello Stato deputati a contrastare il fenomeno. L’acquisizione degli elementi informativi intimi alla sfera dell’usuraio è, infatti, possibile solo avvicinando le vittime alle forze di polizia, in maniera tale da impostare, grazie a una rinnovata fiducia vittima-stato, un lavoro di indagine che, in poco tempo, riesca ad affrancare l’usurato dal criminale e consenta un’efficace aggressione del patrimonio da quello illecitamente accumulato». Mediamente quanti casi di segnalazione e denuncia ricevete all’anno? «Seppure si tratti di numeri ancora modesti, le denunce sono in leggero aumento, di circa il 10%, anche grazie all’azione persuasiva che proprio le associazioni impegnate nel settore

268 • DOSSIER • LAZIO 2011

28 mila

COMMERCIANTI Sono stati, nel Lazio, vittima dell’usura nel 2010 secondo l’indagine di Rete per la legalità. Si tratta del 35% della categoria

44 DENUNCE

È il numero di esposti registrati nella sola città di Roma, tra il 2010 e il mese di agosto 2011. Le denunce sono in leggero aumento

svolgono nei confronti dei malcapitati caduti nella rete del racket». La denuncia spontanea da parte della vittima non è l’unico modo per smascherare l’usuraio. Di quali altri strumenti vi avvalete? «Di approfonditi strumenti di indagine patrimoniale, attraverso i quali, alla stessa stregua delle analisi operative fatte nel settore dell’evasione fiscale, la guardia di finanza è in grado di rilevare le anomale sproporzioni tra le effettive proprietà, mobiliari e immobiliari, e il reddito dichiarato ai fini fiscali. Ancorché, infatti, sia le vecchie generazioni di usurai, o “cravattari”, tendessero a occultare i proventi dei loro illeciti introiti, non palesando stili di vita abnormi, nell’attuale scenario, disporre e non spendere equivale a una sorta di ossimoro ideologico. Lo stile di vita consumistico, indotto dalla globalizzazione, sedotto dalla moda e trasmesso dai mezzi di comunicazione, aiuta, paradossalmente, le forze dell’ordine a individuare gli autori dei crimini economici. Ai vari filtri frapposti fra i titolari e gli effettivi fruitori rispondiamo solo che con il tempo ogni muro viene giù». Che rapporto c’è tra Guardia di Finanza e le tante associazioni antiusura? «Il rapporto viene sistematicamente gestito attraverso le prefetture, collettori istituzionali di ogni informazione pertinente alla delicata tematica. Essendo in gioco anche i riflessi psicologici sulla persona usurata si richiede, quanto meno nella fase iniziale, un approccio emozionale di stampo diverso da quello operativo, inevitabilmente volto, per l’irritante insidiosità del fenomeno, a una immediata repressione. In ogni caso, il dialogo con gli enti deputati alla trattazione del fenomeno, sia istituzionali che del mondo del volontariato, è sempre improntato alla massima apertura e disponibilità, nel senso di garantire, a qualsivoglia tipologia di richiesta di ausilio, tempestive ed immediate attenzioni, sia operative che umane. I militari impiegati nel settore hanno oramai sviluppato un’attenta sensibilità nella gestione delle persone cadute nel vortice e, grazie alle molte esperienze dirette, hanno la capacità di interfacciarsi con la dovuta cautela».


USURA

«Per vincere l’usura non bastano le belle parole» gni anno in tutta Italia si registra mediamente qualche migliaio di denunce contro l’usura, un numero irrisorio rispetto a un fenomeno sommerso che ha ben altre proporzioni. Questa “resistenza” a uscire allo scoperto rende difficile non solo quantificare con precisione il giro d’affari (l’indagine di Sos impresa parla di 20 miliardi e 600mila persone coinvolte, di cui 200mila sono commercianti), ma anche venire a capo di un mondo in continua evoluzione e variegato. Ci sono i “cravattai” di quartiere, i cosiddetti colletti bianchi, gli “amici buoni” che agiscono per conto di organizzazioni mafiose e, dall’altra parte, i piccoli imprenditori, gli artigiani, persino pensionati e dipendenti. Le campagne di sensibilizzazione hanno fatto passi da giganti rispetto a qualche decennio fa, quando lo strozzinaggio era considerato alla stregua di un tabù. Per Lino Busà, presidente dall’associazione romana Sos Impresa, la soluzione è una sola: «Più che fare retorica bisogna sporcarsi le mani, lavorare sul campo e convincere le persone a denunciare». Un’operazione che costa non poca fatica. Negli anni Novanta si rompe il silenzio e iniziano a costituirsi le prime associazioni antiracket e antiusura. Come è cambiato il

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Lino Busà, presidente di Sos Impresa

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Meno retorica da parte delle istituzioni, più concretezza nel sostegno alla vittima, maggiore confronto tra le associazioni. Lino Busà, presidente di Sos Impresa, racconta il mondo non profit di chi lotta contro l’usura Paola Maruzzi vostro ruolo? «Innanzitutto oggi il quadro legislativo è più solido, anche se andrebbe rivisto, e questo ha facilitato le cose. Le associazioni maturate e cresciute, oggi ce ne sono diverse centinaia, la maggior parte nel Centro e Sud, più di rado al Nord. Nell’associazionismo rimane una differenza cruciale: molte si sono istituzionalizzate, diventando quasi organismi “parastatali” altre, tra cui Sos Impresa, sono rimaste no profit e da un anno a questa parte ci siamo riuniti in Rete per la legalità. Diciamo che ci muoviamo con criteri diversi, con tutte le difficoltà connesse». Chi è l’usuraio? «È personaggio noto nelle città e nei quartieri. Si distinguono tre categorie: un 30% fa capo alle organizzazioni criminali, un’altra fetta è all’interno della rete dei professionisti, commercialisti, avvocati, si tratta dei cosiddetti “colletti bianchi”. La restante parte è composta da soggetti singoli». Chi è la vittima? «In gran parte sono commercianti, artigiani e piccoli imprenditori, soprattutto del settore edilizio. Crescono anche i pensionati e dipendenti. La vittima solitamente attraversa varie fasi: dapprima si rivolge all’usuraio per piccole cifre, per esempio 5mila euro, ma spesso la situazione degenera e arriva all’indebitamento cronico». Quest’anno ricorre il ventennale dall’uccisione di Libero Grassi, l’imprenditore siciliano che ha condotto la sua personale lotta


Lino Busà

al racket. Lo Stato oggi è presente. Ma in che misura? «Lo Stato e le associazioni di categoria hanno fatto grandi passi in avanti nel contrasto alla criminalità. Non dimentichiamo che fino a qualche decennio fa un’istituzione come Confindustria non diceva apertamente che la mafia potesse colpire le grandi imprese. Oggi, invece, si fa promotrice di campagne di sensibilizzazione, una cosa giustissima salvo poi verificare quante persone vengano poi spinte a denunciare. Insomma, bisogna distinguere l’apparenza dalla realtà. La lotta alla legalità è un tema sbandierato a destra e a manca, ma nella vittima c’è sempre la sensazione di isolamento e impotenza e le denunce sono ancora troppo poche». Perchè avviene questo? «La situazione è più complicata di quanto sembri: al di là di quello che si racconta, denunciare può significare anche peggiorare le cose. Va benissimo lavorare sul piano etico e culturale, ma bisogna dare opportunità concrete». Sos Impresa, sostenuta da Confesercenti, è un punto di riferimento nel panorama laziale e italiano. Come rendere ancor più efficace la vostra azione? «La nostra è un’associazione di volontariato e

vuole restare tale, crediamo nella gratuità dell’aiuto. Possiamo chiedere ai nostri collaboratori del tempo, ma non di anticipare i costi. Avremmo bisogno di sostegno e, soprattutto, di maggiore coordinazione tra le associazioni. Non è possibile che ognuna difenda il proprio orto e proponga iniziative tanto per far vedere che si è impegnati in qualcosa. La Rete della legalità è un buon inizio, molto resta da fare». Che connessione c’è tra crisi economica, difficoltà delle banche a svolgere il loro ruolo nel mercato del credito e l’esposizione al rischio usura? «Con l’attuale crisi della liquidità c’è stato un ovvio aumento dell’indice dei rischi. Per l’imprenditore il rapporto con la banca è fondamentale, se hai il conto scoperto la prima volta il direttore ti chiama, la seconda ti copre l’assegno, alla terza ti manda in protesto: è la morte civile. Attenzione però a non trarre facili conclusioni, non si finisce dall’usuraio semplicemente perché la banca nega il credito. La follia sta in chi, pur di fare un investimento, accetta un tasso di interesse del 10% al mese». LAZIO 2011 • DOSSIER • 271


USURA

Il passo necessario per uscire allo scoperto Rete per la legalità, il “contenitore” nazionale delle associazioni antiusura, rappresenta un interlocutore credibile per dare una risposta alle richieste d’aiuto delle vittime di usura. A distanza di quasi un anno dalla sua nascita, il coordinatore del Lazio, Italo Santarelli ne ribadisce la strategia Paola Maruzzi n giovane organismo che riunisce quaranta associazioni e fondazioni antiusura provenienti da tutta Italia. L’idea nasce all’indomani dell’ultima edizione del “No usura day”, svoltasi a Roma lo scorso settembre. Dopo qualche mese i partecipanti decidono che quell’incontro non è bastato, così continuano a mantenersi in contatto, ufficializzando questa nuova forma di cooperazione nella creazione dell’associazione Rete per la legalità. Durante la prima assemblea viene eletto per acclamazione il senatore Lorenzo Diana come coordinatore nazionale. Italo Santarelli, invece, si occupa del Lazio, oltre a essere a capo dell’associazione da lui fondata, l’Airp. A pochi giorni dal prossimo appuntamento romano del “No usura day”, ribadisce la scelta strategica di unire le forze associative. In che modo questa “svolta” può essere determinante nel facilitare il dialogo con le istituzioni? «Mettendoci insieme le nostre azioni e richieste non possono essere più sottovalutate. Stiamo appunto lavorando su proposte concrete, come quella di dare aiuti economici anche ai famigliari delle vittime e, più in generale, di rivedere la legge sul-

U Italo Santarelli, coordinatore regionale di Rete per la legalità

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l’usura del 1996: gli strumenti legali ci sono ma le cose non funzionano come dovrebbero, altrimenti non si spiega come, nonostante tutto, né l’incidenza dell’usura né il numero di denunce abbiamo subito cali significativi». Tra le vostre proposte c’è un patto nazionale che aspira a coinvolgere le associazioni di categoria, i referenti istituzionali nei territori e le forze dell’ordine. Di cosa si tratta? «Vogliamo che tutte le parti remino nella stessa direzione e che le istituzioni, la politica vera, sia vicina alle problematiche delle vittime. Da una parte ci sono tante belle promesse per spingere a denunciare, servizi informativi, numeri verdi e quant’altro, dall’altra la solitudine di chi non riesce a reintegrarsi nella società. Chiediamo, quindi, interventi economici immediati che in qualche modo ripaghino il coraggio di essersi esposti. Qualche tempo fa ho convinto una signora campana a denunciare il suo strozzino: inizialmente era terrorizzata, sfiduciata. Poi grazie al suo gesto sono venute alla luce altre cinquanta vittime. Una persona del genere non può aspettare anni prima di ricevere l’aiuto economico che la legge prevede. Sono appunto le associazioni, spesse volte, a sopperire al clima di sfiducia nei confronti dell’azione dello Stato. Questo complica le cose e rende difficile il nostro lavoro». Per Sos Impresa il Lazio è la regione più


Italo Santarelli

«VITTIMA D’USURA, HO DENUNCIATO PER DISPERAZIONE» P

rima che finisse nella trappola, Antonio Anile era un professionista stimato nella sua città, Reggio Calabria. Lavorava nel campo assicurativo, oggi gira le scuole di tutta Italia per insegnare ai ragazzi la legalità. «Tutto è cominciato quando un mio subagente mi rubò circa 45mila euro. Dovevo rientrare a tutti i costi, così mi sono rivolto a degli “amici”. Solo dopo ho scoperto che appartenevano ad alcune delle più note famiglie della ‘ndrangheta, Femia e Commisso, ma ai tempi rappresentavano solo la speranza di farcela». Antonio finisce invischiato in un affare insostenibile: gli iniziali 120 milioni di vecchie lire lievitano a più di un miliardo. Il supplizio va avanti per tre anni «fatti di ricatti, umiliazioni, un sequestro, pestaggi, minacce ai famigliari». Cinque anni fa si decide a denunciare, «ma l’ho fatto per disperazione. In Italia forse il coraggio non basta a esporsi perché la protezione delle vittime è carente. Sono stato lasciato solo. I miei strozzini sono stati condannati a sette anni di reclusione, con l’accusa di usura e sequestro. Mi chiedo: perché non per il reato di associazione a delinquere? E cosa accadrà una volta terminate le indagini?». A questi interrogativi, si aggiunge la difficoltà di reintegrarsi nella società, nonché ovvi problemi economici. La testimonianza di Anile si sovrappone a quella di Franca De Candia, negli anni Novanta imprenditrice-simbolo della lotta all’usura e tornata alla ribalta mediatica per lo sciopero della fame degli ultimi mesi. «Franca è un’amica, condivido le sue motivazione. Ma questa lotta va portata avanti da tutti, non dalla voce del singolo».

colpita dal fenomeno dell’usura, sia come percentuale di commercianti vittime, sia per il volume del giro d’affari complessivo. «Credo che questa “anomalia” sia in parte dovuta alla vicinanza con la Campania, zona in cui è radicata le rete criminale. Ma c’è anche un altro risvolto: se ci sono così tanti casi dichiarati di usura, significa che le associazioni presenti sul nostro territorio funzionano, riescono a convincere a sporgere denuncia». Lei è stato vittima dell’usura e, una volta uscito, ha fondato un’associazione, l’Airp. Qual è la cosa che ancora oggi non riesce a spiegarsi di questo fenomeno? «Come facciano gli usurai a sapere che c’è qualcuno disperato, pronto a tutto pur di ricevere un aiuto. Molti imprenditori, che magari a fine mese devono pagare gli stipendi ai dipendenti, trovandosi con l’acqua alla gola, quasi per fatalità, finiscono per inciampare nella persona “giusta”. C’è un passaparola.

L’usuraio di oggi fa parte di reti criminali organizzate che riciclano il denaro sporco, mentre sta diminuendo lo strozzino di quartiere». Quindi non è sempre la vittima ad avvicinarsi? «Esatto. Nel mio caso è partito tutto da un direttore di banca, che mi ha indirizzato verso una persona “fidata”. Credo che il 90% delle volte tutto abbia origine da un problema con gli istituti di credito». LAZIO 2011 • DOSSIER • 273


MEDIAZIONE

I vantaggi della mediazione nelle cause civili A sei mesi dall’entrata in vigore della legge che obbliga le parti alla mediazione nelle cause civili, cosa è cambiato? Giovanni Deodato illustra gli studi dell’istituto Isdaci, stilando un primo bilancio Nicolò Mulas Marcello

l 21 marzo scorso è entrata in vigore la legge sulla mediazione civile obbligatoria. L’obiettivo è quello di risolvere le cause con un metodo alternativo alla giustizia ordinaria ed evitare di affollare le aule dei tribunali, che devono devo fare i conti con una situazione già al collasso. Isdaci da cinque anni realizza, in collaborazione con Unioncamere e Camera di Commercio di Milano, il Rapporto annuale sulla diffusione della giustizia alternativa in Italia, con l’obiettivo di dare conto della diffusione dei sistemi di risoluzione stragiudiziale delle controversie nel nostro Paese. «Si tratta – spiega Giovanni Deodato, presidente dell’istituto – di un’iniziativa nei confronti della quale il ministero della Giustizia, nel protocollo di intesa sottoscritto con Isdaci il 14 ottobre 2009, ha espresso particolare appezzamento, riconoscendo che esso rappresenta “l’unica fonte di documentazione su questo tema nel nostro Paese”. Il quinto rapporto, che sarà presentato il prossimo febbraio come di consueto a Milano in un evento pubblico,, grazie a un’indagine capillare che l’istituto sta conducendo presso i principali organismi pubblici e privati di mediazione, fornirà a riguardo un resoconto sullo stato dell’arte del settore». Occorre apportare qual-

I Giovanni Deodato, presidente dell’Istituto per lo studio e la diffusione dell’arbitrato e del diritto commerciale internazionale

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che modifica alla procedura di mediazione per migliorarne la gestione? «Considerato che il processo legislativo sulla mediazione non si è ancora concluso e che comunque è trascorso poco più di un anno dall’entrata in vigore della riforma, è prematuro parlare di eventuali modifiche da apportare. È vero che alcune scelte legislative sono state e possono essere ancora oggetto di riflessione e di critica, ma è altrettanto vero che la disciplina di questo istituto giuridico costituisce un passaggio epocale e irreversibile di estrema rilevanza. Infatti, essa determina non solo una normativa che prevede tempi brevi e modalità semplici e poco costose per ricorrere alla mediazione, ma indica anche in modo chiaro uno strumento di diffusione della cultura della giustizia privata». Isdaci organizza corsi di formazione per mediatori di controversie civili e commerciali. Qual è l’affluenza di persone che ambiscono a diventare mediatori? «A seguito dell’entrata in vigore della riforma, il nostro ente, che risulta tra i primi accreditati presso il ministero della Giustizia per la formazione dei mediatori, ha registrato una domanda assai consistente e crescente di corsi finalizzati a formare nuovi mediatori. Va rilevato inoltre che, se inizialmente gran parte delle richieste formative proveniva da professionisti di tipo giuridico-economico, negli ultimi mesi si è notato un interesse sempre più ampio anche da parte dei medici, degli ingegneri, degli architetti e anche dei


Giovanni Deodato



Gran parte delle richieste formative vengono da parte di medici, ingegneri, architetti e notai



notai per effetto di un’accresciuta fiducia nella mediazione». Qual è secondo lei il futuro della mediazione e in che modo occorre operare per sviluppare nei cittadini una cultura di questo istituto giuridico? «È indubbio che un ruolo di primo piano è affidato ai professionisti, agli avvocati e ai commercialisti in particolare, in considerazione delle specificità dei rispettivi ruoli e nella consapevolezza che questi sono il principale tramite tra i privati e il sistema. Ma molto del successo della mediazione, dipenderà soprattutto dal grado di preparazione dei mediatori nonché dalla serietà e dalla professionalità degli organismi accreditati del ministero per la gestione delle procedure. In questo senso, è chiaro che la rete della Camere di Commercio, degli ordini professio-

nali e del mondo imprenditoriale non solo ha organizzato un sistema istituzionale idoneo a garantire sedi adatte e servizi affidabili per la loro gestione, ma continuerà a dare il proprio contributo essenziale nel percorso compiuto dalla mediazione. Va sottolineato che anche Isdaci è impegnato statutariamente ormai da 25 anni a diffondere la conoscenza degli strumenti della giustizia “alternativa” rispetto alla giustizia dello Stato. L’ente, quindi, ha assunto una posizione di assoluta terzietà rispetto agli altri soggetti interessati e ha scelto con convinzione di proseguire nel suo impegno esclusivo rivolto allo sviluppo della cultura conciliativa, piuttosto che di amministrare anche le procedure extragiudiziarie di composizione delle liti». LAZIO 2011 • DOSSIER • 277


MEDIAZIONE

Una rapida risoluzione legale La gestione delle cause civili attraverso la mediazione civile obbligatoria sta dando i suoi primi risultati. Per Gerardo Longobardi, presidente dell’Ordine dei commercialisti di Roma, il meccanismo è in rodaggio e servono ancora alcuni accorgimenti Nicolò Mulas Marcello

eccessiva durata delle cause civili ha indotto il legislatore all’introduzione dell’obbligo della mediazione civile. Si parla di “giustizia informale” in quanto la mediazione non soggiace a quelle formalità e a quei vincoli tipici delle procedure giudiziarie sottolineando la diversità della logica sottostante a tale trattamento dei conflitti rispetto alle decisioni giudiziarie. E sono molti sono i commercialisti che si sono voluti specializzare in questo campo. «La nostra categoria – sottolinea Gerardo Longobardi, presidente dell’Ordine dei commercialisti di Roma –, sia a livello nazionale che locale, si è fortemente impegnata per far partire nel migliore dei modi la mediazione civile, facendo sì che il nuovo istituto potesse contare fin da subito su strutture idonee e professionisti-mediatori preparati. A Roma abbiamo costituito, da ormai quasi due anni, e quindi prima dell’entrata in vigore della legge, il Centro prevenzione e risoluzione dei conflitti, un organismo che, accanto alla formazione dei mediatori, si propone anche di svolgere le funzioni di centro di conciliazione e di camera arbitrale. Il centro si avvale di oltre 200 mediatori professionisti e rappresenta l’im-

L’ Gerardo Longobardi, presidente dell’Ordine dei commercialisti di Roma

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pegno dell’Ordine di Roma a essere presente in un settore proprio dell’attività professionale dei commercialisti ma che non aveva trovato finora adeguata valorizzazione». Prima dell’entrata in vigore di questa legge molti erano scettici. Questa gestione delle controversie sta dando buoni risultati sul fronte della conciliazione? «Sono del parere che lo scetticismo che ha accompagnato questo istituto sia frutto di una visione miope della realtà che viviamo, non bisogna dimenticare che in Italia la durata media delle cause civili è attualmente di 10 anni. Inoltre, come evidenziato dal rapporto “Doing business 2008” della Banca mondiale, emerge che la lentezza dei processi costituisce uno dei principali freni allo sviluppo produttivo dell’Italia in quanto genera incertezza negli scambi e scoraggia gli investitori stranieri. Questi dati dimostrano le difficoltà del nostro Paese di affrontare in termini di efficienza l'organizzazione del sistema giustizia e l’evidente necessità di porvi rimedio, pensando anche a possibili alleggerimenti del contenzioso attraverso l’utilizzo di strade alternative che richiamano modelli ampiamente utilizzati in altri Paesi, in primis negli Usa. Infine, ritengo che la parziale entrata in vigore dell’articolo


Gerardo Longobardi

5 del decreto legislativo 28/2010 con il rinvio di un anno dell’introduzione del tentativo obbligatorio di mediazione per le controversie condominiali e per quelle in materia di responsabilità civile automobilistica - che rappresentano la maggioranza delle controversie soggette a mediazione obbligatoria renda difficile dare una valutazione dell’impatto delle nuove norme prima del marzo del 2012». Il meccanismo della mediazione ha mostrato qualche problema di gestione in questi primi mesi di rodaggio? «Un primo problema è stato quello della comunicazione; in particolare è mancata un’adeguata e capillare informativa da parte delle Istituzioni che rendesse edotti i cittadini sulla possibilità di avvalersi, in concreto, della conciliazione. A ciò aggiungasi che spesso la parte chiamata al tavolo della mediazione non si è poi presentata, facendo, di fatto, venir meno la possibilità di definire la contro-

versia fuori dalle aule dei tribunali. Si pensi che i primi dati disponibili evidenziano che le mediazioni con esito positivo sono superiori al 70% dei procedimenti conclusi; tuttavia la percentuale è di poco superiore al 30% se si tiene conto anche delle mediazioni che “falliscono” per mancata presenza delle parti convocate». Ci sono margini di miglioramento? «Ritengo che sia anzitutto necessario evitare paventate ipotesi di abrogazione dell’obbligatorietà della mediazione. Parimenti, sono dell’avviso che sia da respingere qualsivoglia richiesta di sospensione o ulteriore rinvio della riforma. Inoltre, pur essendo consapevole che una consistente parte delle mediazioni - specie quelle complesse o di valore elevato - si svolgeranno con l’assistenza dei legali delle parti, sono dell’avviso che l’assistenza dei legali non debba essere prevista obbligatoriamente ma debba essere rimessa alla volontà del cittadino. Sarebbe paradossale che un istituto introdotto per ridurre i tempi della giustizia e contenerne i costi a carico dei cittadini, finisca per muoversi in senso contrario».

mila

MEDIAZIONI

La stima dei procedimenti di mediazione civile e commerciale previsti nel primo anno dall’entrata in vigore della legge

1.336 PROCEDIMENTI Il numero dei procedimenti civili, definiti con mediazione, effettuati nel primo mese dalla nuova legge

LAZIO 2011 • DOSSIER • 279


I RISCHI DELLA RETE

Il fenomeno della cyber minaccia Gli attacchi informatici alle infrastrutture strategiche si sono intensificati negli ultimi mesi anche in Italia. L’impiego di nuovi sistemi di protezione dei dati si affianca alle indagine delle forze dell’ordine. Antonio Apruzzese illustra il quadro della situazione

l sempre maggiore ricorso ai sistemi informatici e alle reti e servizi di comunicazione telematica per esigenze di vita quotidiana – spiega Antonio Apruzzese, direttore della polizia postale – ha proiettato noi tutti, privati cittadini, imprese e istituzioni, nella nuova dimensione del cyber spazio o “mondo virtuale”». Di conseguenza la minaccia criminale informatica è diventata più concreta per tutti gli utenti della rete. Dai comuni virus informatici ai più sofisticati sistemi di intromissione nelle banche dati delle istituzioni, gli attacchi al web si ripetono quotidianamente. Negli ultimi mesi gli attacchi informatici alle infrastrutture strategiche italiane hanno conquistato le prime pagine dei quotidiani. Possiamo parlare di allarme hacker? «La cyber minaccia è un fenomeno attuale, concreto e preoccupante quanto le tradizionali forme di aggressione, agli interessi privati o della collettività, poste in essere dalla criminalità comune, organizzata e o dai gruppi eversivi o terroristici che operano in ambito nazionale o in-

«I Antonio Apruzzese, direttore della polizia postale e delle comunicazioni

282 • DOSSIER • LAZIO 2011

ternazionale. L’approccio allarmistico non crediamo possa produrre effetti positivi. È, invece, indispensabile acquisire, a tutti i livelli, una comune e piena consapevolezza non soltanto delle potenzialità di tale nuova dimensione ma anche delle insidie che in essa sono radicate e della necessità di adottare le cautele di tipo tecnologico, normativo e organizzativo adeguate all’utilizzo in libertà e sicurezza delle risorse telematiche». Anche la Polizia è stata oggetto di attacchi. Ad essere colpito, con precisione, è stato il Centro nazionale anticrimine informatico per la protezione delle infrastrutture critiche. Quali danni ha subito e quali misure ha adottato la polizia? «In relazione alla pubblicazione sulla rete, alla fine dello scorso luglio, di documenti riconducibili all’attività del Cnaipic, peraltro di quantità esigua rispetto alla mole di documentazione artefatta o assolutamente non afferente allo stesso centro, sono attualmente in corso approfondimenti investigativi e tecnici, mirati ad accertare l’esatta dinamica del fatto, i reali obiettivi e l’identità dei responsabili. Una risposta a tali aggressioni è comunque possibile. Essa deve essere data con determinazione, per il bene comune. e ciò presuppone che si agisca in una prospettiva internazionale, in stretta collaborazione con gli omologhi organismi di polizia all’estero». A essere colpiti dagli hacker sono stati anche molti altri siti istituzionali e di aziende. Questo genere di attacchi ha di norma uno scopo dimostrativo e di sensibilizzazione o si tratta di furti di informazioni con ben altri scopi? «Non spetta a noi operatori di polizia giudicare le spinte emotive o ideologiche alla base della

Antonio Scattolon

Nicolò Mulas Marcello


Antonio Apruzzese

condotta di un hacker. Noi siamo chiamati ad applicare la legge nei confronti di chiunque commette azioni nelle quali è ravvisabile una fattispecie di reato prevista dal nostro ordinamento. Tuttavia, quando con la loro condotta tali soggetti travalicano i confini della libertà di manifestazione del pensiero e commettono un reato ben poco contano gli “ideali”. E, soprattutto, questi soggetti con grandi capacità informatiche devono fare molta attenzione al rischio di strumentalizzazione a opera di terzi, animati da ben più gravi finalità criminali. Ecco perché anche un semplice attacco informatico a scopo dimostrativo e di protesta, può trasformarsi in qualcosa di ben più grave e determinare, anche a distanza di tempo, azioni di vero e proprio sabotaggio o la sottrazione di dati e informazioni sensibili». Nel caso della Sony, oltre al danno produttivo per l’azienda c’è stato anche quello a carico degli utenti con sottrazione di dati sensibili (identità e numeri di carte di credito). Cosa deve fare un utente, a livello pratico, in questi casi? «Non esistono accorgimenti radicalmente diversi da adottare nel cyber spazio, per proteggere i nostri dati personali e i nostri interessi patrimoniali, rispetto a quelli che siamo abituati a porre in essere nel “mondo reale”. I consigli che

la Polizia di Stato fornisce quotidianamente ai cittadini, attraverso gli uffici di polizia sul territorio e tramite il portale www.commissariatodips.it, sono orientati alla massima prudenza nel comunicare i propri dati personali, all’attenta custodia delle proprie credenziali di accesso ai servizi di home banking e di posta elettronica e dei codici di utilizzo delle carte elettroniche di pagamento, al costante aggiornamento dei software antivirus installati sui propri personal computer e, soprattutto, all’utilizzo consapevole dei social network». Dal punto di vista delle organizzazioni è possibile in qualche modo prevenire questi attacchi? Cosa si prevede per il futuro? «Siamo profondamente convinti, come operatori di pubblica sicurezza, della possibilità di ottenere sempre risultati più concreti in termini di prevenzione e contrasto di una minaccia destinata, per le ragioni di cui sopra, a estendere il proprio campo d’azione. Tale obiettivo sarà più facilmente conseguito seguendo un percorso articolato, che prevede iniziative di sensibilizzazione dell’utenza al tema dell’uso sicuro di internet e degli strumenti informatici, e partnership pubblico-privato finalizzate a incrementare l’efficacia delle misure atte a prevenire e contrastare la cyber minaccia». LAZIO 2011 • DOSSIER • 283


I RISCHI DELLA RETE

Moderni strumenti di sicurezza Una delle priorità per le aziende che svolgono attività di business su internet consiste nello sviluppo di sistemi di protezione sempre più avanzati. Stefano Grassi spiega come è impegnata Poste Italiane per far fronte ai possibili attacchi informatici Nicolò Mulas Marcello ra le minacce informatiche a siti istituzionali e strutture strategiche che Poste Italiane quotidianamente monitora attraverso le strutture dedicate, si evidenziano almeno tre macrotematiche: attacchi rivolti ai patrimoni informativi aziendali, agli utenti e al settore delle utilities. Va, però, evidenziata una sempre maggiore consapevolezza da parte di tutti gli operatori del settore che considerano la sicurezza una vera e propria leva strategica di business. Ormai da qualche anno le aziende stanno facendo fronte compatto nella pianificazione di azioni di contrasto ai fenomeni di criminalità elettronica. «Un esempio – spiega Stefano Grassi, responsabile tutela aziendale di Poste Italiane – è l’esperienza che stiamo sviluppando attraverso il coordinamento di una task force internazionale dedicata proprio al contrasto del crimine elettronico, cui partecipano aziende private, soggetti istituzionali, forze dell’ordine, provider di tecnologia e organizzazioni finanziarie. Proprio nella forte crescita di consapevolezza vedo la possibilità di trovare efficaci soluzioni di prevenzione e contrasto. Più che di timore, perciò parlerei della necessità di una consapevolezza serena dei reali rischi associati alle azioni, come del resto avviene tutti i giorni nella realtà quotidiana». Qual è l’incidenza di questo tipi di attacchi per Poste Italiane? Come salvaguardate le

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Stefano Grassi, responsabile della tutela aziendale di Poste Italiane

284 • DOSSIER • LAZIO 2011

vostre strutture e in che modo difendete i propri clienti da questo tipo di attacchi? «Per garantire la continuità del servizio alla clientela, l’azienda ha una struttura dedicata di Incident response, operativa 24 ore su 24, 7 giorni alla settimana che, con il supporto di tecnologie e procedure specifiche, è sempre in grado di raccogliere i segnali deboli che precedono la fase operativa degli attacchi. Un altro fenomeno riguarda i dati dei clienti, ovvero il furto di identità elettronica e del phishing. I frodatori preferiscono, in questo caso, reperire le credenziali di accesso ai servizi bancari e le altre informazioni utili a commettere le loro azioni criminali direttamente dall’utente, considerato spesso l’anello più debole nella catena complessiva di sicurezza. Su questo fronte, l’impegno di Poste Italiane è andato nella direzione della sensibilizzazione dei clienti, dell’evoluzione in termini di sicurezza degli strumenti di accesso informatico ai servizi online e nelle attività di monitoraggio con attenzione a ogni possibile anomalia nelle operazioni effettuate dai propri utenti, attraverso una apposita struttura, anch’essa operativa 24 ore al giorno, sette giorni su sette». Uno dei timori dei cittadini è costituito sicuramente dal pericolo di sottrazione dei dati personali, con conseguenze anche economiche. Cosa occorre fare quando ci si accorge di essere stati vittime di questo abuso? «La prima cosa da fare è sicuramente comunicare l’accaduto, in modo che si possano chiudere tutti gli account potenzialmente compromessi. Inoltre, sarebbe opportuno che l’utente modificasse le password di accesso a eventuali servizi online che ha sottoscritto.


Stefano Grassi

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I nuovi sistemi di sicurezza devono prevenire le nuove tipologie di attacchi e minacce della rete

Sottolineo questo passaggio perché spesso accade che la perdita di credenziali sia dovuta ad appositi virus informatici che si installano in modo silente sul computer dell’utente e che sono in grado di reperire non solo le credenziali bancarie, ma anche quelle di altra natura, come la posta elettronica, e pertanto di trasmettere con esse al frodatore la possibilità di accedere a informazioni riservate, personali, sensibili o confidenziali, talvolta critiche quanto quelle di tipo finanziario. L’utente dovrà ovviamente anche presentare regolare denuncia alle forze dell’ordine competenti». Verso quale direzione si stanno evolvendo i sistemi di sicurezza in rete? «L’evoluzione dei sistemi di sicurezza si sviluppa principalmente lungo due direzioni. Da un lato vi è la necessità di seguire lo sviluppo della tecnologia e l’introduzione dei nuovi paradigmi che spesso cambiano alcune delle logiche di fondo, come per esempio, nel cloud computing. Dall’altro i sistemi di sicurezza devono poter evolvere rapidamente anche in un’ottica reattiva e, quando possibile, preventiva delle nuove tipologie di attacchi e minacce. La convergenza, ormai

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pressoché totale, tra telefonia cellulare e mondo internet, anche attraverso la diffusione di smartphone, tablet pc e cellulari di nuova generazione, dà la possibilità di concepire nuovi servizi e nuove tipologie di utenza, ma pone ovviamente numerosi quesiti in termini di sicurezza. Anche le logiche che si possono considerare più consolidate per la protezione degli apparati di telefonia mobile da una parte e del canale internet dall’altra, devono necessariamente essere riverificate nel momento in cui queste due tecnologie convergono». LAZIO 2011 • DOSSIER • 285


Gare d’appalto più snelle e veloci Cristina Lenoci affronta il tema degli appalti pubblici. Con le sue norme in continua evoluzione, alla ricerca di un assetto che regoli in modo efficace i rapporti fra Stato e privati Luca Cavera

arlando di appalti pubblici capita che sorgano delle perplessità circa la qualità del servizio e, qualora si tratti di cantieri, sui tempi di conseguimento dei progetti. In realtà gli appalti pubblici dovrebbero essere quell’insieme di servizi e lavori che le aziende private forniscono allo Stato per garantire il regolare svolgimento della vita della comunità. Tuttavia, poiché gli appalti coinvolgono interessi pubblici e privati, per loro natura assai complessi e spesso tra loro confliggenti, accade pressoché costantemente che le procedure a evidenza pubblica portino ad accesi scontri e dibattiti. Questi ultimi non si svolgono solo nelle aule dei tribunali, ma anche sul piano dottrinale e giudiziario. Come osserva l’avvocato Cristina Lenoci: «È solo a partire dall’aprile 2006 che è stato introdotto nel nostro ordinamento il Co-

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L’avvocato Cristina Lenoci, Roma cristinalenoci@studiolenoci.net

dice sui Contratti Pubblici che ha sostituito una serie di norme che regolavano in maniera non sempre organica i lavori, i servizi e le forniture. Sono però rimasti ancora parecchi nodi da sciogliere». In che modo questi “nodi” sono stati via via risolti e cosa resta da fare? «Al Codice sui Contratti Pubblici sono seguiti tre Correttivi, un Regolamento e, da ultimo, svariate norme del Decreto Sviluppo. Tutti questi ulteriori interventi, benché indirizzati verso la semplificazione, la trasparenza e l’omogeneità, sono sintomatici di un certo senso di irrequietezza del Legislatore. La conseguenza è che la continua revisione delle norme rischia di non consentire agli operatori di metabolizzare le regole e, conseguentemente, di metterle in pratica in maniera corretta. In tale contesto è quindi quasi scontato che qualcosa si inceppi». Quali sono i punti di forza e le criticità dell’attuale normativa che regolamenta gli appalti pubblici? «Senza dubbio è da apprezzare lo sforzo per velocizzare e semplificare le procedure di affidamento degli appalti. Anche se la velocità ha avuto e continua ad avere riflessi non sempre positivi sul nostro sistema. Per esempio, l’interesse pubblico alla rapida realizzazione di infrastrutture strategiche è preminente. Tuttavia, i paletti posti dal Legislatore a tutela dello stesso possono generare storture. In diverse occasioni, il Giudice Amministrativo, pur ravvisando evidenti profili


Cristina Lenoci

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Un plesso normativo disciplinante i requisiti di partecipazione più votato alla sostanza che alla forma, sarebbe già di per sé un bel passo in avanti per la velocizzazione delle procedure di gara

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di illegittimità, si è trovato nella condizione di non poter sospendere l’esecuzione dell’appalto per l’intervenuta stipula del contratto liddove oggetto della gara è per l’appunto la realizzazione di un’opera strategica. Inoltre, le forme di risarcimento per equivalente riconosciute ai soggetti illegittimamente lesi sono talvolta una magra consolazione». Quali normative andrebbero riviste per evitare di incorrere in lungaggini burocratiche? «Certamente un plesso normativo disciplinante i requisiti di partecipazione più votato alla sostanza che alla forma sarebbe già di per sé un bel passo in avanti per la velocizzazione delle procedure di gara e soprattutto per la deflazione del contenzioso. Ed ancora andrebbe certamente più incentivato il ricorso al project financing. Ma mi sembra che già il Decreto Sviluppo abbia dato un valido contributo in tal senso». Attraverso quali strumenti legislativi e tecnico-operativi si svolge il ruolo dell’avvocato

nel settore degli appalti pubblici? «In quest’ambito l’avvocato può rivestire diversi ruoli. Oltre a patrocinare i propri assistiti dinanzi alle competenti Autorità giudiziarie, può svolgere attività di consulenza e di intermediazione. Inoltre, può contribuire alla redazione di testi legislativi più adeguati a quella che è l’attuale realtà del mercato e in grado di garantire forme di tutela più efficienti per i diritti e gli interessi dei cittadini». In occasione del convegno “Appalto Pubblico: chance di sviluppo efficiente” che si terrà a Ravello il 14-15 ottobre in materia di appalti pubblici, quali saranno i temi che verranno messi maggiormente in luce? «Il convegno di Ravello, del cui Comitato Scientifico ho l’onore di far parte, e che abbiamo organizzato unitamente al Formez PA, sarà un’occasione di incontro e collaborazione tra gli operatori e i professionisti del settore da una parte e la Magistratura amministrativa dall’altra. I temi prenderanno le mosse dalle direttive impartite dalla Comunità Europea, volte alla liberalizzazione del mercato e al suo sviluppo in chiave di modernizzazione e semplificazione all’insegna della legalità, onde sconfessare ogni tentativo di infiltrazione della criminalità organizzata . Ciò che bisognerà chiarire è la compatibilità delle regole europee con il nostro ordinamento al fine di individuare un modello di appalto pubblico per l’appunto volto ad uno sviluppo efficiente. Sono state per questa ragione programmate due sessioni di lavoro, all’esito delle quali dopo singole relazioni ed interventi introdotti dal Presidente del Consiglio di Stato, Pasquale de Lise, e dal Presidente reggente dell’Autorità di Vigilanza sui Contratti Pubblici, Sergio Santoro, si terrà una tavola rotonda moderata dal Presidente dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, Antonio Catricalà, intitolata “Gli appalti pubblici tra prevenzione ed efficienza” ed alla quale parteciperà anche il senatore Luigi Grillo, Presidente dell’8^ Commissione Lavori Pubblici e Comunicazione del Senato». LAZIO 2011 • DOSSIER • 287


ODONTOIATRIA

La riforma dell’Ordine febbraio, anche il consiglio dell’Associazione Nazionale Dentisti Italiani (Andi) ha approvato la decisione di riformare l’Ordine degli odontoiatri. Questo acquisirà una maggiore autonomia rispetto a quello dei medici, pur potendovi restare formalmente all’interno. Tale scelta è stata anche una conseguenza del disegno di legge sulla Salute approvato dal Governo, che prevede la riforma degli ordini professionali di medici e sanitari, definendo un’ampia autonomia sino a prevedere l’istituzione di un apposito Ordine degli odontoiatri. Il dottor Claudio Cortesini, esponente odontoiatra della Federazione degli Ordini dei Medici e Odontoiatri, illustra i tratti salienti della riforma: «Nella logica generale della riforma delle professioni, noi odontoiatri, pur rimanendo all’interno dell’Ordine dei medici, raggiungeremo la totale autonomia. Per esempio, il C. Centrale della FNOMCeO finora è stato composto da quindici medici e solo quattro odontoiatri e, pur quasi sempre in sintonia, in qualche occasione questo ha significato che i termini di rapporti maggioranza-minoranza hanno permesso che le decisioni risultassero già scontate e di parte; a mio parere si dovrà prevedere di costituire un C.C. del quale faranno parte solo odontoiatri». Quali saranno i principali cambiamenti per i professionisti del settore e per i pazienti? «Una delle novità sarà l’introduzione di un’assi-

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Il dottor Claudio Cortesini, Presidente CAO Ordine di Roma, espone le principali novità introdotte dalla recente riforma. Più autonomia. Più garanzie per i pazienti. Più tutela per i professionisti e una lotta agli abusivi più incisiva Valerio Germanico

curazione nazionale per tutti gli iscritti all’Ordine, obbligatoria. Lo scopo di questa decisione è quello di fornire a tutti un’assicurazione che tuteli i pazienti e gli stessi professionisti, garantendo un livello alto di sicurezza e di rispetto delle diverse esigenze rappresentare dalle molteplici specialità, senza che si escludano quelle considerate “a rischio”. La Federazione, gli Ordini provinciali, sempre a mio parere, dovrebbero rivolgersi a un massimo di due o tre agenzie assicurative, che possano coprire l’intero territorio nazionale e firmare dei protocolli che non consentano furberie. Ci sono delle altre novità per quel che riguarda gli abusivi che praticano la professione. Misure più restrittive e pesanti: mentre finora per costoro era previsto il sequestro dei beni, adesso come abbiamo sempre richiesto si è ottenuta la confisca». Ci sono altre iniziative, magari orientate a sviluppi futuri? «Di un’importante iniziativa si sta occupando il professor Enrico Gherlone, che è il referente per l’odontoiatria per il ministro Prof. Fazio nel contesto del ministero della Salute. Gherlone sta promuovendo un documento sulle raccomandazioni cliniche. L’Ordine, le Società Scientifiche e quindi le associazioni di categoria sono impegnati ognuno per il loro ruolo a predisporre una carta etica: in pratica, quello che prevediamo in questa definizione comportamentale è un invito per il dentista nella pratica quo-

Il dottor Claudio Cortesini, odontoiatra, Presidente CAO Roma , membro CAO Nazionale e componente C.C. FNOMCeO. www.studiocortesini.it


Claudio Cortesini



La riforma ha introdotto delle novità per quel che riguarda la lotta agli abusivi. Mentre finora per costoro era previsto il sequestro dei beni, adesso è prevista la confisca



tidiana di seguire dei protocolli molto rigidi per le procedure operative; naturalmente tali protocolli hanno come scopo la salvaguardia della salute del paziente e sono stati studiati per evitare incidenti e non lasciare il professionista in eventuali giudizi alla merce di cosiddetti esperti in odontoiatria legale ». Com’è stato accolto questo documento dagli addetti ai lavori? «Le società scientifiche, le Cao, i sindacati hanno già visionato il documento. Ci sono state, ovviamente, delle discussioni su alcuni aspetti, dalle quali, però, sono nate delle proposte migliorative del testo. In ogni caso il suo iter è pressoché finito e prossimamente sarà ufficializzato. In seguito, se la professione è concorde si potrebbe prevedere anche l’introduzione di un tariffario di riferimento – da non confondere con un tariffario minimo – che, legato alle raccomandazioni cliniche, costituisca elemento di chiarezza per il paziente. L’intenzione è quella di non lasciare zone d’ombra nell’esercizio della professione; zone d’ombra che come già accade vengono utilizzate da chi ci attacca definendoci

scorretti, corporativi ed esosi; far comprendere che far scendere le tariffe troppo in basso significa squalificare il nostro lavoro e non garantire la qualità delle cure al paziente». Quale effetto avrebbe un tariffario di riferimento sulle convenzioni? «Il tariffario sarebbe utile proprio per arginare alcune situazioni nate da un certo tipo di convenzioni. Le convenzioni con il SSN non sono in discussione. Siamo molto preoccupati, invece, dal mercato assicurativo e dall’ingresso dei capitali nel sistema: il condizionamento a cui verrebbe sottoposto il professionista, soprattutto i giovani professionisti, nella scelta del protocollo terapeutico, è del tutto evidente. Siamo ormai abbastanza esperti (a causa di una serie di vicende già accadute con truffe e abbandoni dei pazienti) per credere plausibile un prevalere degli interessi economici degli investitori rispetto all’eticità e qualità della cura. Questo sistema già in uso in altri paesi, si è rivelato negativo perché induce un appiattimento e lo scadere del valore delle cure odontoiatriche. I Fondi integrativi, prevedono un supporto delle aziende, ditte e altre forme organizzate per i propri iscritti: non è accettabile che si scarichino le agevolazioni economiche sull’odontoiatra, come ipotizzato da intermediari. Non vogliamo il terzo pagante». Qual è la giusta ricetta per coniugare la professione e il servizio offerto al paziente con una corretta gestione aziendale dello studio? «Posso portare la mia esperienza. Nel mio studio, fra medici, professionisti, consulenti e altre figure lavorano quasi dieci persone. Questo perché cerchiamo di offrire tutti i servizi, per esempio non mandiamo altrove il paziente per le radiografie. Sempre in quest’ottica, ognuno dei professionisti è specializzato in un settore, c’è chi si occupa di chirurgia, chi fa conservativa, chi fa terapie canalari. Dedichiamo particolare attenzione al mantenimento, perché applicata una protesi il lavoro non è finito. Dopo un certo numero di mesi, a intervalli, bisogna verificare che tutto proceda correttamente; per questo abbiamo un sistema informatico che programma le visite». LAZIO 2011 • DOSSIER • 295


ASSISTENZA GERIATRICA

Strutture che migliorano la terza età L’aspettativa di vita attuale ha posto il serio problema dell’assistenza geriatrica. Non si tratta solo di curare una patologia, ma di assicurare la qualità della vita. Maria Francesca Alfani espone la situazione attuale delle strutture Valerio Germanico

n questi ultimi 20 anni, l’assistenza geriatrica è stata rivalutata. In parte per l’aumentata aspettativa di vita – tema che interessa praticamente la quasi totalità della popolazione dei paesi occidentali –, in parte perché finalmente si sta consolidando la convinzione che l’anziano non è un costo – o peggio, un peso – per la società, bensì una risorsa. Dunque come tale deve essere salvaguardato. Quest’ultima affermazione è uno dei punti intorno ai quali ruota la filosofia alla base dell’assistenza geriatrica contemporanea, che ha come scopo il miglioramento delle condizioni di vita anche negli ultimi anni dell’esistenza della persona. Oggi l’anziano è circondato da geriatri, cardiologi, fisiatri, neurologi e altri specialisti. Tutti impegnati per mantenere nei pazienti livelli di autonomia il più possibile elevati. Per capire in che modo si sta evolvendo l’assistenza geriatrica La dottoressa Maria Francesca Alfani, uno e cosa offrano le strutture sul dei due amministratori delegati della casa di cura Villa Verde. Nelle altre immagini, territorio, la parola passa alla alcuni ambienti della struttura dottoressa Maria Francesca Alvillaverde@tiscali.it fani, uno dei due amministratori delegati della casa di cura Villa Verde. Quali tipologie di pazienti ospita la vostra casa di cura? «Nel 1978, con l’entrata in vigore della legge che soppresse le Mutue, estendendo l’assistenza sanitaria a tutti i cittadini grazie all’accreditamento al Sistema Sanitario Nazionale (Ssn), abbiamo proseguito il nostro rapporto prima con gli

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Maria Francesca Alfani



L’anziano deve essere continuamente stimolato e l’alimentazione è uno dei punti su cui noi abbiamo posto l’attenzione. Una buona alimentazione migliora l’umore e la capacità ricettiva



enti ospedalieri e poi con le Usl, e dal 1988 al 1998, ci siamo occupati di assistenza postacuzie con 140 posti letto dedicati alla lungodegenza. Nel 1998, siamo stati tra le prime strutture a seguire le indicazioni impartire dalla Regione Lazio, attivando la nuova tipologia assistenziale della Residenza Sanitaria Assistenziale (Rsa) per 60 posti». Qual è, a grandi linee, la storia di Villa Verde? «La nostra azienda nasce nel 1950 per volontà di un gruppo di professionisti amici di cui due medici, che decisero di intraprendere quest’attività che inizialmente, come per altre strutture in quel periodo, si indirizzò nella cura dei pazienti affetti da tubercolosi. Successivamente, non essendoci più necessità di strutture che si occupassero di quella patologia, che è tornata purtroppo a far parlare di sé proprio in questi giorni, nel 1968 venne firmata una convenzione con gli Ospedali Riuniti di Roma, per il ricovero di pazienti nelle specialità di Medicina interna, Chirurgia, Ginecologia e Ostetricia, dove peraltro la nostra struttura ebbe un ottimo risultato diventando punto di riferimento nelle nascite nella zona di Roma Nord». Oltre le specifiche patologie geriatriche, quali sono le necessita del soggetto anziano per poter vivere serenamente la terza e quarta età, che ruolo ha l’alimentazione? «L’anziano deve essere continuamente stimolato e l’alimentazione è uno dei punti su cui noi abbiamo posto l’attenzione. Abbiamo capito che

una buona alimentazione, oltre a far bene alla salute, migliora l’umore e la capacità ricettiva, specie nelle persone anziane. Il nostro medico della Rsa, con il supporto del dietologo e le terapiste occupazionali, ha fatto una raccolta di ricette proposte dagli ospiti della struttura, servendole poi sia per mezzo del nostro catering che facendole preparare agli ospiti più volenterosi e attivi. Si è creato così un momento di forte aggregazione e voglia di competizione che ha movimentato la vita dei nostri ospiti». Cosa ha comportato l’ammissione in RSA e, più di recente, quella in alto livello assistenziale (R1)? «Sono passati ormai 13 anni dall’attivazione della Rsa e oggi possiamo dire di essere convinti della scelta fatta. All’inizio, abbiamo dovuto affrontare e risolvere non pochi problemi, perché la nostra casa di cura è nata come struttura ospedaliera – quindi con un approccio completamente diverso da quello che si richiede a una struttura socioassistenziale. Siamo stati i primi ad attivare i posti di R1. Questa è una nuova tipologia assistenziale dedicata a pazienti con particolari esigenze e affetti da stato vegetativo, stati di minima coscienza, Sla e altre sindromi neurodegenerative in fase avanzata. Si tratta di pazienti che hanno necessità di assistenza respiratoria e nutrizione artificiale». Come si traduce oggi, in ambito sanitario, il principio di “qualità”? «Si parla molto di qualità, soprattutto applicata alla sanità. Noi crediamo che la sanità sia una re-  LAZIO 2011 • DOSSIER • 297


ASSISTENZA GERIATRICA

L’assistenza geriatrica La casa di cura Villa Verde ha 100 dipendenti tra medici, infermieri, fisioterapisti, Ota e tecnici, oltre a una trentina di liberi professionisti in qualità di collaboratori. Sono attive sei unità funzionali, per complessivi 130 posti letto, suddivisi in 60 di lungodegenza postacuzie, 60 di Rsa di medioalto livello assistenziale e 10 di alto livello assistenziale R1. Ha a disposizione una sala polivalente e una zona riabilitativa, comprensiva di una palestra attrezzata. L’edificio, completamente ristrutturato, ha un’area di rispetto con un piccolo giardino. È inserito in un contesto urbanizzato nella zona di Roma Nord, nel territorio della Asl Rm E ed è raggiungibile dal servizio di trasporto pubblico. Villa verde è iscritta all’Aiop (Associazione Italiana Ospedalità Privata) e uno dei suoi amministratori delegati, Alfredo Montecchiesi, ricopre attualmente la carica di vicepresidente della sede regionale del Lazio.



altà diversa dalle altre attività imprenditoriali, in quanto qui si è in relazione con le persone e, secondo il nostro modo di vedere, la qualità in sanità è fatta dalle persone. Ciò vuol dire che nella nostra struttura applichiamo le linee guida internazionali sulla qualità, ma puntiamo molto sulla formazione interna del personale, senza la quale la qualità non è realizzabile». Secondo quale standard procedurale pianificate la terapia di una determinata affezione o stato fisiologico del paziente? «Abbiamo previsto un manuale di qualità che affronta l’intera organizzazione della struttura. Per l’aspetto diagnostico terapeutico seguiamo le linee guida delle società scientifiche per le diverse specialità assistenziali, adattate al nostro modello di qualità al centro del quale è posto il medico con la sua esperienza e capacità professionale». Nel rapporto con il paziente, quali sono i punti di forza che distinguono Villa Verde dai centri ospedalieri di gestione pubblica? «La tipologia assistenziale da noi svolta non è in competizione, bensì complementare con le strutture ospedaliere o universitarie pubbliche. Noi,

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infatti, dobbiamo proseguire nell’assistenza dopo la stabilizzazione dell’evento acuto che deve, per motivi di economicità e in applicazione dei Drg, essere risolto dalla struttura ospedaliera sempre in minor tempo. Il paziente, rimane da noi per circa 60 giorni nelle postacuzie e qui ha modo di essere seguito con più familiarità e attenzione». Che tipo di resoconto è possibile “azzardare” sulle condizioni attuali della sanità laziale? «Molte lamentele sono oggi rivolte alla sanità della nostra regione, ma bisogna ammettere che governare il sistema così come si è implementato negli ultimi anni ora non è più possibile. Il deficit presente e che l’attuale giunta sta cercando di ridurre nei limiti previsti dal piano di rientro, ha comportato molti sacrifici, quantificabili in una diminuzione dei servizi e nella perdita di molti posti letto e di lavoro. Ma molte lamentele sono anche frutto di mantenimento di posizioni acquisite nel tempo, mentre tutti, dovremmo cercare di fare un passo indietro, valutando attentamente i veri bisogni della popolazione e cercando di correlarli alle risorse al momento a disponibili».


STRUTTURE SANITARIE

Etica ed efficienza L'efficienza del servizio, in un ambito delicato e importante come quello sanitario, è una prerogativa di importanza determinante. Marcello Ilardi e Fernando Marcucci spiegano come raggiungere questo fondamentale obiettivo Lodovico Bevilacqua l diritto alla salute è sancito dalla Riforma sanitaria del 1978 e la qualità del servizio offerto dipende, naturalmente, da molti fattori; la professionalità e la preparazione dello staff medico incidono sulla qualità del servizio offerto tanto quanto la capacità dei gestori di mantenere aggiornato il parco delle strumentazioni e delle attrezzature mediche, in un ambito in cui la ricerca impone un aggiornamento costante. Tuttavia, a dispetto di una ricerca dell'Organizzazione Mondiale della Sanità datata 2000, secondo cui – prendendo in considerazione parametri quali efficienza di spesa e accessibilità alle cure pubbliche per i cittadini – l'Italia possiede il secondo sistema sanitario migliore del mondo, in tempi recenti si è parlato in maniera diffusa di mala sanità; forse impropriamente, come spiega il presidente della Casa di Cura Privata Madonna delle Grazie, il professor Marcello Ilardi, affiancato dal professor Fernando Marcucci, specialista ortopedico. «L'accessibilità universale del nostro sistema sanitario è una prerogativa importante e lodevole e come tale va tutelata. È tuttavia verosimile che un sistema del genere sia più esposto a cali di efficienza e a problemi di natura economica, ma parlare di mala sanità in maniera così insistente come succede in Italia è forse eccessivo». Quali sono le potenzialità della vostra struttura per ovviare a questi inconvenienti? MARCELLO ILARDI «La nostra è una clinica accreditata, ovvero un istituito privato che può svolgere funzioni di assistenza al pari delle

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strutture pubbliche ed è stato dotato di ogni comfort e di strumentazioni all'avanguardia dal punto di vista tecnologico. Abbiamo 130 posti letto, di cui 69 sono accreditati con il Servizio Sanitario Nazionale, disponiamo di un centro di emodialisi, di un day hospital, di un moderno servizio diagnostico, di un reparto di fisiokinesiterapia e di ambulatori specialistici. Ogni camera è dotata di climatizzazione autonoma, servizi igienici interni, letti a struttura regolabile, televisione a colori

Nelle immagini l'apparecchiatura diagnostica Discovery NM 530 C e l’esterno della Casa di Cura Privata Madonna delle Grazie di Velletri (RM)


Marcello Ilardi e Fernando Marcucci



L'applicazione di una nuova tecnica e strumenti per la personalizzazione dell'intervento di chirurgia protesica sul ginocchio permettono di ottimizzare la pianificazione operatoria

Il dottor Fernando Marcucci, responsabile del reparto ortopedico della Casa di Cura Privata Madonna delle Grazie di Velletri (RM) www.clinicamdg.com

e telefono fisso. Nel corso di quarant'anni di attività abbiamo ricoverato oltre 130mila persone e ne abbiamo curate ambulatorialmente oltre un milione e mezzo». Quali sono i punti di forza della struttura? M.I. «In ambito diagnostico ci avvaliamo di una particolare novità di eccellenza, l'apparecchiatura diagnostica Discovery NM 530 C con tecnologia Alcyone CZT e detettori a stato solido, una delle tre presenti oggigiorno in Italia, che permette di eseguire scintigrafie con una riduzione dell'80% della dose di radioisotopi iniettati e del 75% dei tempi di acquisizione dei dati clinici, nonché di disporre di immagini e dati che permettono di formulare diagnosi di qualità finora sconosciuta per tutti gli organi del corpo umano; fondamentale, infine, l'abbattimento dei costi, fino al 70%. L’apparecchiatura Discovery utilizza detettori CZT (Cadmium Zinc Telluride) a stato solido, che consentono un aumento della sensibilità e della specificità e una riduzione del tempo di acquisizione (<3 min) e della dose efficace (<3 mSv). I vantaggi che emergono da questa nuova apparecchiatura sono significativi. La valutazione del grado d’ischemia nel paziente con normale funzione ventricolare e del grado di vitalità miocardica, nel paziente con pregresso o recente infarto miocardico, consente la migliore caratterizzazione prognostica dalla quale deriva una corretta scelta terapeutica con un impatto significativo anche sulla ge-



stione delle liste d’attesa e come filtro al ricovero». E in ambito chirurgico ortopedico quali innovazioni offre la struttura? FERNANDO MARCUCCI «Abbiamo ideato l'applicazione di una nuova tecnica e di strumenti per la personalizzazione dell'intervento di chirurgia protesica sul ginocchio del paziente. Questo consente di ottimizzare notevolmente la pianificazione operatoria rispetto alle precedenti tecniche, rendendo, inoltre, l'intervento più affidabile e sicuro. Vengono infatti eliminati fino a nove passaggi della tecnica operatoria. Inoltre il modello in 3D dell’intero arto favorisce il corretto posizionamento e allineamento della protesi. Di recente sono stati eseguiti i primi interventi con l'utilizzo di queste tecniche e di questa procedura e il successo è stato decisamente confortante». Quali sono i passaggi di questa tecnica? F.M. «I pazienti con gonartrosi coinvolti nel programma sono sottoposti a TAC CT SCAN 3D tecnica che permette di acquisire immagini per la ricostruzione 3D precise ed affidabili. Successivamente c’è una ricostruzione anatomica in 3D dell'osso e la progettazione ad hoc delle maschere di taglio direttamente negli Usa sotto il controllo del chirurgo mediante un sistema telematico interattivo, il quale permette modifiche e allo stesso tempo rispetta le preferenze del chirurgo. Segue la produzione delle maschere personalizzate negli Usa e la spedizione delle maschere personalizzate con sopra impresso il nome del paziente cui verranno impiantate nell’intervento chirurgico». LAZIO 2011 • DOSSIER • 301


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