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OSSIER

EMILIA ROMAGNA EDITORIALE ..............................................13 Raffaele Costa

L’INTERVENTO.........................................15 Maurizio De Tilla Anna Maria Artoni

PRIMO PIANO IN COPERTINA .......................................18 La ripresa economica POLITICA ECONOMICA .....................24 Raffaello Vignali Stefano Zamagni

VERSO LE ELEZIONI...........................72 Filippo Berselli Angelo Alessandri Stefano Bonaccini Davide Torrini Elvio Ubaldi FOCUS BOLOGNA................................78 Fabio Garagnani Daniele Corticelli Maurizio Cevenini Gianluca Galletti Manes Bernardini ESTERI .....................................................82 Franco Frattini CREDITI.................................................132

IL SISTEMA BANCARIO.....................32 Philippe Voisin

ECONOMIA E FINANZA

CONFINDUSTRIA.................................35 Pietro Ferrari Cesare Azzali Giovanni Tampieri Riccardo Fava

IL MERCATO DEGLI SCOOTER ........86 Claudio De Viti Massimo Tartarini Minicar

SEMPLIFICAZIONE .............................46 Roberto Calderoli

MECCATRONICA .................................96 Michele Monno Massimiliano Mandelli

ROMAGNA INDIPENDENTE.............50 Luigi Villani Gianluca Pini Tiziano Alessandrinii

IL RUOLO DELLE FONDAZIONI ..104 Fabio Roversi Monaco Carlo Gabbi Lanfranco Gualtieri

FONDI PUBBLICI..................................58 Morena Diazzi Ugo Ruffolo Giovanni Giorgini

FISCO E IMPRESE .............................114 Claudio Siciliotti

L’INCONTRO..........................................66 Sandro Bondi

FINANZA ................................................118 Opportunità per le Pmi SOCIETÀ COOPERATIVE ...............120 Vantaggi fiscali PMI E FALLIMENTI ...........................122 IL TRUST...............................................124 CONTRIBUTI PER LE IMPRESE ...............................127 RIDUZIONE DEI DAZI ......................129 SERVIZI ALLE IMPRESE................130 L’archiviazione sostitutiva

10 • DOSSIER • EMILIA ROMAGNA 2010

INDUSTRIA AUTOMOBILISTICA..........................136 Innovazioni RIORGANIZZARE L’IMPRESA .....138 Il modello Balanced Scorecard SCENARI PRODUTTIVI...................142 Testing and consulting


Sommario FILTRAZIONE INDUSTRIALE .......146 Mercati e applicazioni IL SETTORE DELL’ACCIAIO .........150 Diversificare la produzione IL SETTORE IMBALLAGGI ............152 Rispondere alla crisi Ricerca e sviluppo IMPRESE E TECNOLOGIA .............156 SISTEMI DI SICUREZZA ................159 CONTROLLI SUI TESSUTI.............160 Qualità e sicurezza PRODOTTI SARTORIALI ................162 Creazioni PARCHI DIVERTIMENTO................168 Cesare Falchero Mirabilandia e Fiabilandia PROPRIETÀ INDUSTRIALE...........176 Loredana Gulino

GIUSTIZIA DIFESA.........................................180 Ignazio La Russa DIRITTO DEL LAVORO................184 Franco Toffoletto Salvatore Trifirò REATI D’IMPRESA ......................192 Guido Magnisi MIGLIORARE IL PROCESSO ......194 Giudizi in cassazione

LAVORI PUBBLICI ...........................234

IL PROCEDIMENTO TRIBUTARIO................................196 Verso l’uguaglianza

LAVORAZIONE RESINA.................236 Nuovi utilizzi

L’IMPIGNORABILITÀ DEI BENI......................................198 Eccezioni

AMBIENTE

TECNOLOGIE E AVVOCATURA ..........................201

ENERGIA...............................................238 Stefania Prestigiacomo

LE LUNGAGGINI DEL SISTEMA ............................202

QUALITÀ DELL’ARIA ......................242 Arpa Graziano Delrio, Alberto Bellini Mario Schiavina

DIRITTO DI FAMIGLIA................204 La gestione dei minori

ACQUA POTABILE ...........................252 Sprechi ed emergenze

TERRITORIO

IL COMPARTO AGRICOLO .............254 Innovazioni

MERCATO IMMOBILIARE ..............206 I dati di Nomisma Elisabetta Brunelli Monzani Luigi Amedeo Melegari Stefano Betti Biagio Amati INFRASTRUTTURE...........................218 Alfredo Peri I ritardi dei lavori Giovanni Torri Giovanni Castellucci Giovanni Salizzoni

ENERGIE PULITE..............................257 BENESSERE E RISPARMIO ENERGETICO .......258

SANITÀ POLITICHE SANITARIE ....................260 Ferruccio Fazio MEDICINA RIABILITATIVA ...........264 Nino Basaglia

EDILIZIA STRADALE ......................230 Requisiti e certificazioni

TECNOLOGIE PER LA SANITÀ......268 Automazione

SERVIZI DI INGEGNERIA................232 Multidisciplinarietà

CHIRURGIA OCULISTICA................271

EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 11


L’INTERVENTO

Le grandi imprese trainano la ripresa di Anna Maria Artoni presidente di Confindustria Emilia Romagna

er la prima volta dopo mesi di previsioni negative prevalgono le aspettative di miglioramento, anche se il quadro complessivo rimane incerto. Gli effetti della crisi mondiale hanno colpito i comparti manifatturieri più diffusi in Emilia Romagna, in particolare quelli con una vocazione più spiccata alle esportazioni come il meccanico e il ceramico, e si sono poi estesi a settori meno aperti all’estero come l’edilizia e i servizi. Oggi la ripresa è avvertita con maggiore intensità nel settore chimico, farmaceutico e della carta. Anche la meccanica strumentale mostra primi segnali di recupero e tiene il comparto alimentare, che comunque era stato tra quelli meno toccati dalla crisi. Le imprese di piccole dimensioni hanno risentito fortemente anche sul fronte della liquidità, sia per quanto riguarda i pagamenti sia per il rapporto non sempre facile con le banche. In questa difficile situazione le aziende hanno cercato di salvaguardare l’occupazione con tutti gli strumenti a disposizione, ma contemporaneamente hanno continuato a lavorare sulla qualità dei prodotti, delle reti di distribuzione, del servizio alla clientela, spingendo sull’acceleratore dell’export. E sono proprio i mercati esteri quelli che oggi offrono le maggiori chance di ripresa: saranno le grandi e le medie imprese, con una consolidata esperienza nell’esportazione, che trai-

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neranno la ripresa. Il sistema Confindustria è impegnato a tutti i livelli per promuovere e rafforzare la presenza delle piccole aziende sui mercati, in particolare quelli emergenti e a maggior potenziale di sviluppo, con missioni e iniziative all’estero in collaborazione con la Regione. Abbiamo concluso con Fondirigenti e Federmanager un’iniziativa pilota molto innovativa, il Progetto Columbus, che ha avuto proprio l’obiettivo di inserire nelle Pmi manager esperti su mercati esteri. In questo scenario è indispensabile rimettere l’impresa al centro delle politiche nazionali e regionali: innovazione, ricerca, internazionalizzazione, formazione devono diventare priorità strategiche nelle scelte della politica e devono essere sostenute con adeguate risorse finanziarie. Ciò a maggior ragione in Emilia Romagna, perché la crisi si è manifestata in una fase che aveva già visto i primi segnali di ristrutturazione del sistema produttivo regionale. Una trasformazione resa necessaria dai radicali mutamenti del contesto esterno con cui hanno dovuto fare i conti le imprese: il cambiamento del paradigma tecnologico, la globalizzazione, l’introduzione della moneta unica, l’aumento della concorrenza dei Paesi emergenti. Possiamo pensare con fiducia al futuro solo accrescendo la qualità e il valore aggiunto delle produzioni, e quindi la conoscenza. Dovremo puntare sempre più a settori innovativi come la green economy, i servizi avanzati, Ict, il turismo. Tutto il sistema Confindustria si è mobilitato con decisione sul versante delle reti d’impresa, con iniziative e progetti specifici che hanno già dato risultati concreti. Anche lo straordinario successo che ha avuto il recente bando della Regione su questo tema dimostra come le imprese abbiano ormai compreso che solo aggregandosi, costituendo reti, lavorando in filiere, integrando le attività con i propri committenti, potranno continuare a sviluppare un sistema industriale che deve competere nel mondo. EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 17


IN COPERTINA

SUPERATO IL GIRO DI BOA Lo scenario economico continua a essere incerto, ma quasi tutti gli economisti sembrano adesso tutti d’accordo su un punto: l’Italia sta davvero per superare il giro di boa. E insieme a lei l’Emilia Romagna, grazie al suo sistema imprenditoriale che ha fatto della regione la locomotiva tricolore Giancarlo Mazzuca

ipresa-sì, ripresa-no: il barometro dell'economia italiana, di pari passo con lo scenario internazionale, continua a segnare tempo variabile anche in quest'autunno 2010, un autunno che pare sempre più a pois: alcune macchie nere e qualche chiazza bianca. Hanno, insomma, avuto ragione coloro che, l'anno scorso, avevano previsto una ripresa a “W”: un andamento, cioè, molto oscillante come le montagne russe di Mirabilandia. Si naviga a vista sperando che, con il nuovo anno, ci sia sereno stabile. Se nel terzo trimestre del 2010, secondo le stime Ocse, il nostro prodotto in-

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terno lordo ha fatto registrare un calo dello 0,3%, già nell'ultimo scorcio dell'anno si dovrebbe tornare al segno “più”, pur se in modo quasi impercettibile (+0,1%). Secondo l'Abi, dopo un 2009 che ha visto la caduta del Pil del 4,9%, le proiezioni per l'Italia, in linea con quanto succede nel resto d'Europa, sono, comunque, di un +0,6 quest'anno e di un +1,6 nel 2011. Anche il secondo terremoto della primavera - quello che ha colpito le finanze pubbliche dei Paesi più deboli (caso Grecia) a distanza di venti mesi dalla “bolla” immobiliare della fine 2008 che colpì il mondo del credito -, si sta dunque assestando con uno sciame di scosse in via (lo speriamo) d'estinzione.

In apertura,Guido Barilla. A sinistra Giancarlo Mazzuca. Nella pagina accanto, dall’alto, Guidalberto Guidi e Luigi Cremonini


La ripresa economica



Solo le aziende che hanno investito sull'innovazione, afferma Guidalberto Guidi, possono dirsi sufficientemente tranquille Non è un caso che nel primo semestre dell'anno, le esportazioni italiane, il vero volano della ripresa, siano aumentate del 10,9% rispetto allo stesso periodo del 2009, anche grazie al rialzo del dollaro sull'euro, un rialzo che ha favorito il nostro export ma che ha penalizzato l'acquisto di materie prime legate alle oscillazioni del biglietto verde. A fare da traino, nel recupero del “made in Italy”, è l'intero comparto manifatturiero, sia pure con grosse variazioni da settore a settore (si va dalla crescita del 15,2% dei mezzi di trasporto all'impennata del 29,6% della chimica). Nonostante tali confortanti segnali (e il fatturato dell'industria appare in risalita), l'occupazione ha, però, continuato a segnare il passo, con evidenti contraccolpi anche sui consumi interni e, quindi, sulla fiducia dei consumatori italiani. Anzi, considerando lo sfasamento temporale tra i picchi in giù della produzione e dell'occupazione, solo a fine 2010 si sta registrando il livello più alto dei senza lavoro. Lo scenario economico continua, dunque, a essere piuttosto incerto, ma quasi tutti gli economisti, dopo il pianto greco di qualche mese fa, sembrano adesso d'accordo su un punto: forse il peggio non è ancora del tutto passato, ma stiamo davvero per superare il giro di boa. Se chiedi al senatore Mario Baldassarri quando potremo rivedere la luce in fondo al tunnel, lui risponde che, in questo momento, ci sono due inco-



gnite: da una parte solo ora stanno, appunto, venendo al pettine tutte le ricadute della recessione sull'occupazione, dall'altra l'indebolimento del dollaro (e, soprattutto, dello yuan cinese che fa riferimento alla moneta americana) rischia di penalizzare nuovamente le nostre esportazioni: «Per questi motivi - mi ricorda Baldassarri - diventano più che mai necessarie tutte quelle riforme economiche strutturali che sono già in cantiere. Per gli stessi motivi - e il premier Berlusconi ne è convinto -, sarebbe un “boomerang” andare subito alle urne». Anche gli imprenditori sembrano sulla stessa linea. Il presidente della Confindustria, Emma Marcegaglia, dà atto al governo dell'efficacia delle misure pubbliche adottate negli ultimi due anni, a cominciare dall'estensione del ricorso alla cassa integrazione, e sollecita misure per rilanciare i consumi interni: «La pressione fiscale - dice - deve calare in tempi rapidi». Il modenese Guidalberto Guidi, presidente nazionale dell'Anie, l'associazione delle industrie elettroniche ed elettrotecniche e titolare della Ducati Energia di Bologna, non ha dubbi: «Anche se il mio settore, così come quello energetico, sta procedendo meglio della metalmeccanica, solo le aziende che hanno delocalizzato la produzione e hanno investito sull'innovazione, possono dirsi sufficientemente tranquille». Aggiunge un altro modenese, Luigi Cremonini, presidente del Gruppo Cre-  EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 19


IN COPERTINA



Siamo in una fase di grande recupero - sostiene Annamaria Artoni per cui, a meno di nuovi e imprevedibili collassi del sistema finanziario internazionale, possiamo dire di avere svoltato l'angolo

 monini: «Dopo quasi due anni di ripresina. Qualche barlume di spestallo, l'economia ha ricominciato a girare. Seppur lentamente, negli ultimi 6-8 mesi stiamo assistendo, in particolare nelle regioni del Nord, a una maggiore attività produttiva. Lo si può constatare anche semplicemente sulle nostre strade e autostrade dove il traffico, in questo periodo, è tornato a crescere. Si percepisce una ritrovata fiducia da parte della piccola e media imprenditoria, tessuto economico di vitale importanza per il sistema Italia. Oggi quello che serve a questo Paese è, a mio avviso, una stabilità di governo e una maggiore attenzione al settore agroalimentare: la produzione agricola rappresenta, infatti, la chiave di volta per uscire dalla crisi. Per quanto il settore alimentare sia anticiclo, nel 2008 e nel 2009 il gruppo Cremonini è riuscito, sostanzialmente, a mantenere inalterati i propri fatturati, mentre nel 2010 registriamo tassi di crescita interessanti che continueranno anche nel prossimo anno». Pur con una certa cautela tra gli addetti ai lavori comincia, dunque, ad affiorare la speranza: l'azione del governo (che è pronto a tornare ad affrontare i problemi concreti del Paese dopo un'estate di polemiche spesso inutili), e la crescita dell'economica tedesca (che recupera il vecchio ruolo di locomotiva europea), potrebbero dare nuovo impulso alla 20 • DOSSIER • EMILIA-ROMAGNA 2010

ranza s'intravvede anche nel mercato immobiliare che risente ancora delle conseguenze più devastanti della bolla americana del 2008. Per l'anno che sta finendo, gli analisti hanno ipotizzato una discesa delle compravendite in Italia dell'11% con prezzi stabili o in calo al massimo del 2%. Luca Dondi, ricercatore di Nomisma, invita però alla prudenza: «Il fatto che non vi sia stato uno sgonfiamento eccessivo del caro-casa non significa automaticamente che il rischio-bolla sia scongiurato. Occorre guardare con particolare attenzione al rapporto tra quotazioni immobiliari e disponibilità delle famiglie: non si può certo dire che, anche con i valori attuali, i prezzi siano sostenibili dalle famiglie con reddito mediobasso». In un quadro a tinte grigie ma con qualche arcobaleno che si intravvede all'orizzonte, l'Emilia Romagna può diventare di nuovo la Germania dell'economia italiana. In altre parole, il mondo produttivo che va da Piacenza a Rimini è in grado di ritornare a essere, toccando ferro, la nostra locomotiva tricolore. Senza farsi prendere da un facile ottimismo, il presidente della Confindustria regionale, Annamaria Artoni, prevede un 2011 di rilancio: «Ho appena fatto parte - mi risponde - della missione emiliana al-



l'Expo di Shangai e ho avuto conferme più che confortanti: il nostro export è salito attorno al 40% in Cina e in tutta l'area del Sud-Est asiatico. Siamo in una fase di grande recupero per cui, a meno di nuovi e imprevedibili collassi del sistema finanziario internazionale e a ulteriori cedimenti dei Paesi economicamente più deboli, possiamo dire di avere svoltato l'angolo». Anche i dati confermano le impressioni di Annamaria Artoni: nel primo semestre del 2010 l'export regionale è cresciuto del 11,7%, in linea con il trend nazionale, rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso. Molto dipenderà, ovviamente, da come il “made in Emilia” si è attrezzato alla


La ripresa economica

crisi: il sistema produttivo è dominato dalle piccole e medie imprese che, negli ultimi anni, hanno subito sempre più la crescente concorrenza dei Paesi emergenti, soprattutto quelli dell'Asia orientale, oggi particolarmente orientati sul settore manifatturiero. Ma, come ha rilevato anche Luigi Cremonini, “piccolo è bello” torna a essere di moda. Aggiunge Gaetano Maccaferri, ex presidente degli industriali di Bologna: «La concorrenza è molto aggressiva, ma le ristrutturazioni attuate negli ultimi mesi mi inducono a essere fiducioso per il 2011». Proprio a Bologna già nel primo semestre dell'anno si sono registrati segnali positivi (produ-

zione/domanda +3,4%, fatturato In alto, da sinistra, Annamaria Artoni, +1,%, ordini +18,7) così come nelle Gaetano Maccaferri e Alberta Ferretti province di Parma e di Piacenza. La situazione appare migliore per quelle che sono le “grandi firme” dell'industria regionale. Anche in Emilia il fiore all'occhiello continua a essere il settore alimentare che ha il suo centro pulsante a Parma, oggi capitale europea della buona tavola: la Barilla è ambasciatrice della pasta italiana nel mondo e, nonostante le fibrillazioni nei prezzi del grano, le prospettive sono lusinghiere. Ha appena superato i 90 anni, ma Ivo Galletti è ancora al timone dell'Alcisa di Bologna, marchio prestigioso di un prodotto doc emiliano  EMILIA-ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 21


IN COPERTINA

 come la mortadella: «Mi sembra finitivi, qualche anticipazione: a

che teniamo molto bene, anche se i consumi delle famiglie risentono della crisi e gli immigrati contiEmma Marcegaglia dà atto al governo nuano a mandell'efficacia delle misure pubbliche dare i loro risparmi a casa». E adottate negli ultimi due anni, e poi preannunsollecita interventi per rilanciare i cia: «Ci sarà una consumi interni: «La pressione fiscale novità a breve». deve calare in tempi rapidi» Nonostante il crac della Burani, il tessile-abbigliamento dà segnali di risveglio a livello regionale: la moda abita sempre più lungo la Via Emilia fino ai confini delle Marche (Ferretti e Gilmar). La vera Fiat della Romagna resta, comunque, il turismo che, a dispetto delle previsioni nere e dei tanti allarmi anche causa maltempo, ha retto l'urto della recessione anche nelIn alto, Emma Marcegaglia al convegno l'estate 2010. In attesa di dati dedi Confindustria che si è svolto a Parma lo scorso aprile





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Rimini, nel mese di luglio, si segnalano aumenti sia nel numero degli arrivi (+4%) sia nelle presenze (+0,3), con una crescita degli stranieri (+3,7) grazie pure alle iniziative promozionali sui mercati esteri (Russia in primis: ha scavalcato la Germania nella top ten dell'”Amarcord”). È vero, la strada della ripresa è lastricata da troppi “se” (“se il dollaro si rafforza troppo”, “se i consumi interni ripartono”, “se il governo riduce le aliquote fiscali”, “se l'economia Usa ripartirà davvero dopo i passi falsi estivi nell'immobiliare”, “se non ci saranno nuovi casi-Grecia”), ma, dopo 24 mesi di continue peregrinazioni, l'Orso è destinato finalmente a tornare in letargo. E non solo sui mercati finanziari. È l'ora della fiducia, della riscossa e del Toro.


POLITICA ECONOMICA

Uno Stato dalla parte delle imprese Favorire l’export. Ridurre i costi energetici. Alleviare la pressione fiscale. Ma soprattutto guardare alle imprese come vettori di crescita. Leve che per Raffaello Vignali, vicepresidente della commissione Attività produttive della Camera, vanno perseguite per agganciare la ripresa Francesca Druidi

n base alle previsioni del Fondo monetario internazionale, contenute nella bozza del World Economic Outlook, l’Italia crescerà nel 2010 dello 0,9%, mentre nel 2011 il Pil non supererà l’1%. Queste performance a rilento sul fronte dello sviluppo economico vengono attribuite a temi quali la competitività, riflessa nella riduzione dei margini di crescita dell’export, e il consolidamento fiscale, in grado di indebolire la domanda privata. «Il nostro sistema economico – spiega Raffaello Vignali, vicepresidente della commissione Attività produttive della Camera, commentando lo scenario attuale – è composto da una miriade di piccole e medie imprese che sanno tenere particolarmente bene nei momenti di difficoltà, formando tra loro una sorta di rete elastica, ma mostrano le maggiori criticità quando poi si innesca la ripresa». Per Vignali, non si tratta di questioni relative alla dimensione oppure alla dinamicità delle aziende italiane, ma piuttosto di problematiche strutturali: «come evidenzia

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anche l’Ocse, in Italia un fisco sproporzionato toglie risorse alle famiglie per i consumi e alle imprese per gli investimenti, quando è assodato che la ripresa la si aggancia solo se si riesce a investire». Qual è la strada migliore da intraprendere allora? «L’unica possibilità è data dall’export, ma dobbiamo rivedere il nostro sistema di strumenti per il sostegno alle esportazioni. Ritengo, inoltre, che dovremmo puntare maggiormente ai paesi in crescita, quali Brasile, Russia, India, Cina e paesi arabi, dove i nostri prodotti possono essere accolti più favorevolmente. Un altro serio problema è quello energetico: se si depurano i dati relativi alla bilancia commerciale, il risultato dell’Italia non si discosta molto dalla performance tedesca. È, infatti, l’energia a incidere, considerando che la paghiamo il 40% in più dei nostri concorrenti. Per un sistema produttivo fondato sul manifatturiero, poi, non può essere un elemento trascurabile. Se non si arriva a una produzione energetica, anche attraverso il ri-

torno al nucleare, che permetta al Paese di abbattere determinati costi, difficilmente si riuscirà a ritrovare una dimensione competitiva». Draghi ha dichiarato che l’Italia, per crescere, dovrebbe seguire il modello produttivo tedesco. Ricalcare misure altrui è fattibile o sarebbe meglio adottare una formula più aderente al nostro Dna? «Per anni si è parlato male dell’anomalia italiana. L’aspetto critico però non coincide con il nostro sistema economico, ma con il fatto

Foto aglaiasrl.it

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Raffaello Vignali

A sinistra, laboratorio IMA; in apertura, Raffaello Vignali, vicepresidente della commissione Attività produttive della Camera

che non crediamo abbastanza in esso. Non è una questione di misure da copiare, ma certamente dovremmo trasferire dai tedeschi un atteggiamento di responsabilità, rispetto innanzitutto al tema della produttività, evidente nei dati sull’assenteismo. In Germania poi la Pubblica amministrazione è un’infrastruttura che aiuta in modo concreto le imprese sul fronte della competitività. Forse dovremmo tentare di assumere questo elemento, ma non si tratta in definitiva di singoli provvedimenti da imitare». Quale può e deve essere il ruolo 

Cambiano volto le relazioni industriali «La globalizzazione e la crisi pongono sul tavolo una rinnovata concezione delle relazioni industriali». Raffaello Vignali sottolinea come il tema della revisione dei rapporti industriali sia oggi più che mai al centro dell’attenzione e del dibattito mondiali. In Italia, parlare dell’argomento significa fare riferimento alle vicende che hanno coinvolto la Fiat guidata dall’ad Sergio Marchionne

(al centro). Come ricorda il deputato Pdl, l’azienda ha deciso di giocarsi in Italia una parte importante della partita di riorganizzazione del mercato internazionale dell’auto, che procede verso una progressiva concentrazione. «La Fiat decide di investire 20 miliardi nel Mezzogiorno, con il progetto Fabbrica Italia, spostando la produzione della Panda dall’Est Europeo a Pomigliano (foto in basso a sinistra). In cambio, però, chiede produttività e, quindi, la possibilità di sfruttare al 100 per

cento gli impianti». Per Vignali, la maggioranza dei sindacati e dei lavoratori ha capito cosa c’è realmente in ballo. «È uno degli aspetti più significativi emersi da questa crisi: si affronta il tema di nuove relazioni industriali non più basate sulla vecchia logica della contrapposizione tra imprenditori e operari, ma sull’alleanza tra questi soggetti». Un modello proposto anche dal ministro del Lavoro Sacconi. «Questa è la vera sfida oggi – conclude Vignali – tutti dovrebbero accettarla e lavorare seriamente senza pregiudizi e senza violenza, come insegna il caso Bonanni, seguendo un percorso di modernizzazione e di riforme perché si tratta di una voce fondamentale, dalla quale dipende il fatto che l’Italia resti un paese industriale o meno. Bene si è fatto a disdire in anticipo il contratto dei metalmeccanici per ridiscuterlo su basi nuove. Il che comunque non vuol dire stracciare i diritti». EMILIA-ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 25


POLITICA ECONOMICA



In Italia un fisco sproporzionato toglie risorse alle famiglie per i consumi e alle imprese per gli investimenti, quando è assodato che la ripresa la si aggancia solo se si riesce a investire



 delle imprese per uscire definiti- lei ideato e proposto, come camvamente dalla congiuntura negativa e aprire al cambiamento? «Al di là dei luoghi comuni, il segreto della produttività è l’innovazione a 360 gradi: innovazione di prodotto, di processo, innovazione a livello di organizzazione e di marketing. Le altre strade costituiscono solo dei palliativi. Il nodo critico è riuscire a sostenere questi processi attraverso politiche pubbliche. Gli imprenditori, inoltre, stanno capendo che per competere bisogna con-correre, ossia correre insieme. È importante rafforzare le reti d’impresa: una modalità tutta italiana di fare sistema, dove l’azienda mantiene la propria individualità ma collabora al fianco delle altre per raggiungere la dimensione più efficace per aprirsi ai mercati internazionali». Con lo Statuto delle imprese da 26 • DOSSIER • EMILIA-ROMAGNA 2010

bia l’approccio nei confronti della piccola e media impresa, da sempre spina dorsale del sistema produttivo italiano? «L’idea di fondo è che l’approccio muti nei confronti di tutte le aziende. Non solo per le piccole e medie realtà produttive, anche se queste ultime sono le più bistrattate. L’obiettivo prioritario è superare quell’atteggiamento di sospetto che esiste nei confronti delle imprese, e che ha dato forma alle nostre leggi fino ad ora, procedendo oltre la presunzione in base alla quale l’imprenditore è un potenziale truffatore, sfruttatore ed evasore. Le cose non stanno ovviamente così. L’imprenditore crea Pil e occupazione. Lo Statuto delle imprese si propone, declinandosi in tutta una serie di provvedimenti, di passare dal sospetto alla fiducia,

perché lo Stato deve fare il tifo per le proprie aziende». Il primo trimestre 2010 fa intravedere segnali di ripresa per il sistema economico dell’Emilia Romagna, ma le prospettive di uscita dalla crisi restano di grande incertezza. Permangono, infatti, elementi critici come l’accesso al credito e l’occupazione. È ottimista per quanto riguarda il futuro della regione? «Il sistema produttivo emiliano-romagnolo è vivace e vitale, capace di cogliere la congiuntura negativa come un’opportunità. Lo dimostra la trasformazione del distretto di Carpi dal tessile alla meccatronica, reinventando di fatto se stesso. Del resto, vale per la regione ciò che condiziona la situazione in tutto il resto del Paese. Perciò serve una nuova idea di responsabilità, che identifica una scommessa per il futuro, alla quale sono chiamati imprenditori, lavoratori, sindacati, classe politica, Pubblica amministrazione e banche che, in un momento di crisi di liquidità come quello che stiamo attraversando, se bloccano il credito, non aiutano di certo la ripresa. I fattori di competitività non mancano, ma diventa fondamentale mettere in campo un rinnovato impegno da parte di tutti i soggetti coinvolti, ognuno nel proprio campo di azione, per uscire più forti di prima dal tunnel della crisi, potendoci giocare la nostra possibilità con i competitor, tra cui la Germania».


POLITICA ECONOMICA

a crisi economico-finanziaria che ha interessato, in questi ultimi anni, gli scenari nazionali e internazionali e da cui oggi stiamo tentando di uscire è di tipo entropico «e si sviluppa quando, per ragioni culturali e spirituali, una società perde il senso del proprio agire». A spiegarlo è Stefano Zamagni, economista, docente presso l’Università degli Studi di Bologna e presidente dell’Agenzia per le Onlus (Organizzazioni non lucrative di utilità sociale). Tale crisi si differenzia da quella di tipo dialettico che, invece, si determina a partire da un conflitto interno alla società e che può essere risolta attraverso misure specifiche. «Esempi emblematici sono la Grande depressione del 1929 o la rivoluzione d’Ottobre in Russia nel 1917». Tale distinzione, secondo Stefano Zamagni, risulta fondamentale per individuare le strategie di uscita. Stiamo finalmente procedendo verso un modello economico più “sano” e consapevole delle storture commesse in passato? «Non si può pensare di uscire da una crisi di tipo entropico se non si intaccano le ragioni profonde che l’hanno generata.

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La Borsa sociale futuro dell’economia Non si esce dalla crisi con semplici azioni correttive. Perché un’autentica ripresa passa dal superamento delle ragioni che l’hanno scaturita. Guardando al terzo settore come a una risorsa fondamentale. Lo sostiene Stefano Zamagni, presidente dell’Agenzia per le Onlus Francesca Druidi

In questo caso, la radice è la perdita del senso di fare economia: l’economia di mercato, che è stata la più grande invenzione della civiltà occidentale, in questi ultimi decenni ha perso la bussola perché, anziché essere al servizio del bene comune, come si prefiggeva fin dall’inizio, è diventata autoreferenziale, ponendosi al servizio della finanza speculativa. Certo, vi sono stati degli errori. E sono mancati i controlli, anche perché si è voluto che mancassero. Ma questa situazione è soprattutto conseguenza di tale capovolgimento valoriale». Non bastano, dunque, i provvedimenti presi? «Sono serviti a spegnere l’incendio, ma vorrei chiedere ai responsabili della cosa pubblica se sono pronti a scommettere che nei prossimi anni non si ripeterà una situazione analoga. Le motivazioni di fondo della crisi non sono, infatti, state intaccate. Occorre tornare ai fondamentali e, nello specifico, riportare la finanza all’interno dell’economia reale».

A sinistra, Stefano Zamagni, docente di Economia politica presso l’Università degli Studi di Bologna e presidente di Agenzia per le Onlus


Stefano Zamagni



Si registra l’urgenza di creare in Italia una Borsa sociale, parallela all’esistente borsa valori, che serva a finanziare le iniziative dei soggetti del terzo settore



Quale può essere il ruolo del terzo settore in questo contesto? «Il suo ruolo è duplice. In primo luogo, volontariato e associazioni di promozione sociale, che in Italia comprendono circa 6-7 milioni di persone, gettano le basi per migliorare il benessere, generando un modello culturale che procede in questa direzione. In secondo luogo, si registra l’urgenza di creare nel nostro Paese una Borsa sociale, parallela all’esistente borsa valori, che serva a finanziare le iniziative dei soggetti del terzo settore. Fino ad oggi, le risorse provenivano dall’ente pubblico statale o regionale, ma adesso questi soldi non sono più a disposizione. Per far sopravvivere il terzo settore, occorre dunque risolvere il nodo finanziario». Creando un mercato di capitali rivolto a imprese a finalità sociale? «Sì, questo è il senso della Borsa sociale, un progetto già avviato che avrà sede a Milano. Le Regioni Lombardia e Toscana hanno già finanziato lo start up, adesso si tratta di

stringere i tempi. Mi auguro che governo e Banca d’Italia vogliano dare al momento opportuno il loro assenso perché da loro dipende la parola finale. Anche inglesi e americani stanno pensando di avviare una Borsa sociale, in quanto si genera competizione, producendo un’alternativa alla borsa valori. Probabilmente, se ci fosse stato un mercato di capitali parallelo, la crisi non sarebbe stata caratterizzata dalla virulenza che invece ha avuto». Il sistema produttivo che ha contraddistinto in modo positivo l’Emilia Romagna può oggi ancora ritenersi efficace oppure sta vivendo una fase di appannamento? «Il modello dei distretti industriali è tutt’altro che in crisi, visto anche l’interesse che continua a suscitare all’estero. Ma in Emilia Romagna ci si è seduti un po’ sugli allori, negli ultimi anni non si è fatto abbastanza per rivitalizzarlo. Un conto, infatti, è il funzionamento del distretto in una società fordista, altro è operare in

una società dove si è realizzata la terza rivoluzione industriale, quella legata alle tecnologie info-telematiche. Il modello, dunque, resta valido, ma occorre aggiornarlo per renderlo adeguato alle caratteristiche dell’attuale scenario produttivo. Inoltre, a Bologna si è attuata, per la prima volta in Italia, una nuova forma di contratto di rete tra oltre dieci aziende, per metterle in condizione di unire le forze e affrontare i mercati globali». Qual è l’aspetto innovativo di questo nuovo strumento di aggregazione tra imprese? «Ognuna delle aziende mantiene la propria individualità e il proprio assetto proprietario, ma insieme alle altre si vincola a concordare una strategia condivisa sia nei confronti del marketing internazionale che rispetto alle attività di ricerca e sviluppo. Per ora è solo un episodio, bisogna però procedere in questa direzione con uno sforzo comune da parte della classe dirigente sul fronte politico e imprenditoriale». EMILIA-ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 29


IL SISTEMA BANCARIO

Lo sviluppo economico parte dal territorio Una particolare attenzione alle imprese e alle famiglie è la ricetta di Cariparma per agevolare il rilancio dell’economia. Philippe Voisin illustra nel dettaglio le iniziative del Gruppo Nicolò Mulas Marcello ella fase di ripresa dalla crisi economica le banche stilano un bilancio delle proprie attività senza dimenticare che per risollevare l’intera economia è necessario aiutare anche le famiglie e le imprese del proprio territorio. «Cariparma quest’anno compie 150 anni – ricorda Philippe Voisin, condirettore generale di Cariparma – e in questo secolo e mezzo di attività la Banca e la sua controllata FriulAdria hanno mantenuto le loro radici e legato lo sviluppo economico allo sviluppo del capitale sociale». Quale sarà l’impatto delle nuove regole bancarie stabilite da Basilea 3? «L’intento di Basilea 3 è quello di rafforzare le banche dopo la crisi. Questo ci tranquillizza. La crisi ci

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Philippe Voisin, condirettore generale di Cariparma

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ha insegnato che il modo migliore di fare banca è quello che prevede un forte controllo dei rischi e, da questo punto di vista, le banche italiane, improntate ad un’attività tradizionale e poco speculativa, sono state meno toccate dalla crisi internazionale e sono di certo favorite di fronte ai nuovi requisiti. Se Basilea 3 prevede un innalzamento del Tier 1 dal 4% al 6%, bisogna ricordare che la media del Tier 1 per le banche italiane è pari al 7%. Lo stesso Draghi ha sottolineato la solidità degli istituti italiani. Dal nostro punto di vista, il Gruppo Cariparma, con un indice pari all’8,2%, può dirsi tranquillo nell’affrontare i prossimi requisiti. Credo che, anche in questo caso, la dimensione della territorialità potrà rappresentare un vantaggio». Cosa pensa delle misure proposte dal governo come il fondo di garanzia per le piccole imprese, la detassazione degli utili reinvestiti in macchinari, la moratoria debiti per le piccole e medie imprese in difficoltà e l’accordo tra banche e Cassa depositi e prestiti per le Pmi? «Le misure introdotte dal governo hanno rappresentato un importante contribuito per il sistema produttivo italiano, che ricordiamo essere preva-

lentemente composto da piccole e medie imprese. Questi interventi, sviluppati in un’ottica di sistema, hanno permesso alle banche da un lato di mitigare il rischio di credito in un momento in cui il peggioramento degli indici patrimoniali delle aziende poteva comportare una contrazione del credito, dall’altro ha sostenuto attivamente le imprese accompagnandole verso una positiva transizione da questa congiuntura economica. In particolare, la detassazione degli utili e la moratoria debiti hanno contribuito a mantenere nelle nostre aziende la liquidità necessaria per proseguire nei loro piani di sviluppo, fondamentali per una crescita organica e sostenibile». In molti sostengono che le banche italiane dovrebbero rientrate nell’idea che anche loro debbono sacrificare qualcosa, puntando a collaborare concretamente con lo Stato per la ripresa economica. Cosa ne pensa? «Sono d’accordo. Credo che già le banche abbiano fatto delle rinunce


Philippe Voisin

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La detassazione degli utili e la moratoria debiti hanno contribuito a mantenere nelle nostre aziende la liquidità necessaria per proseguire nei loro piani di sviluppo

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significative e, di certo, le nuove regole di Basilea, per quanto graduali nella loro applicazione e positive negli intenti, ne porteranno altre. Basti considerare che le riserve di liquidità delle banche dovranno aumentare di circa il 25%. La collaborazione con lo Stato sarà certo fondamentale, anche alla luce del fatto che i Tremonti Bond sfuggiranno alla nuova regolamentazione e saranno riconosciuti integralmente fino al 1 gennaio 2018 come strumenti utili alla ricapitalizzazione aziendale. Aggiungerei che, oltre alla collaborazione con lo Stato, un’altra relazione strategica per la ripresa sarà quella tra banche e istituzioni locali: comuni, province, fondazioni e organizzazioni del territorio. Non dobbiamo dimenticare, infatti, che un sano sviluppo del capitale economico è sempre sostenuto da una crescita del capitale sociale e relazionale, garantita solo quando tutti i soggetti del territorio operano nella stessa direzione». La ripresa dalla crisi è timida ma

il peggio sembra passato. Come sta reagendo Cariparma? «Il Gruppo Cariparma FriulAdria può contare su uno sviluppo equilibrato che ci vede consolidare livelli di solidità patrimoniale e liquidità tali da consentirci di continuare a sostenere l’economia reale: il Gruppo, infatti, ha puntato a una crescita sostenibile privilegiando il sostegno a famiglie e imprese con una serie di efficaci misure anticrisi. È stato inoltre avviato un piano di investimenti per l’acquisizione della Cassa di Risparmio di La Spezia e altre 96 filiali dal Gruppo Intesa Sanpaolo che porterà il Gruppo italiano, che rappresenta il secondo mercato domestico della francese Crédit Agricole, a diventare il settimo player del mercato bancario italiano, gettando le basi per una crescita sostenibile nel lungo periodo». In che modo Cariparma ha rafforzato il suo sostegno a famiglie e imprese del territorio? «Abbiamo registrato una crescita co-

stante dei crediti verso la clientela che hanno chiuso il semestre in aumento del 9,7% per un erogato di quasi 30 miliardi. Il Gruppo ha investito molto sulle iniziative di socialità finanziaria e l'impegno verso le famiglie in difficoltà è stato confermato anche attraverso la sospensione del rimborso dei mutui ipotecari partecipando al Piano Famiglie dell’ABI e attraverso Cariparma Sipuò e FriulAdria Sipuò, i pacchetti anticrisi lanciati già a marzo 2009. Queste iniziative, delle quali hanno già usufruito oltre 20 mila clienti, oltre alla possibilità di abbassare le rate del mutuo, prevedono una serie di specifiche misure anticrisi come l’anticipo della cassa integrazione, della pensione, dello stipendio e misure per minimizzare i costi bancari. Sul fronte imprese, il Gruppo ha aumentato l’erogazione di mutui e prestiti e mantenendo il costo del credito significativamente al di sotto della media. Il Gruppo Cariparma ha intensificato la collaborazione con le associazioni di categoria e i Confidi, allacciando importanti accordi a sostegno del tessuto imprenditoriale italiano, aumentando le erogazioni ai commercianti, alle categorie artigiane, alle imprese agricole e alle cooperative industriali». EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 33


PIETRO FERRARI

GIOVANNI TAMPIERI

Presidente di Confindustria Modena

Presidente di Confindustria Ravenna

RICCARDO FAVA

CESARE AZZALI

Presidente di Confindustria Ferrara

Direttore di Confindustria Parma


CONFINDUSTRIA

Obiettivi di crescita per le imprese modenesi Instaurare partnership tra aziende è la ricetta vincente per affrontare le sfide sui mercati esteri anche per le imprese del modenese. A sostenerlo è Pietro Ferrari, presidente di Confindustria Modena Nicolò Mulas Marcello l tessuto industriale modenese sembra evidenziare un recupero in ambito di produzione, fatturato, occupazione ed export. Rilanciare l’economia significa anche sviluppare rapporti di sinergia tra aziende creando una rete di imprese. Proprio su questo fronte è impegnata Confindustria Modena che mira alla crescita del pmi attraverso iniziative che incentivino i processi di ricerca e internazionalizzazione. «Una strada importante – sostiene Pietro Ferrari, presidente di Confindustria Modena – per mettere insieme le imprese lasciandole autonome nella struttura ma valorizzando la possibilità di compiere un percorso comune su alcuni aspetti». Dagli ultimi dati statistici sembra che un timido processo di ripresa dopo la crisi economica ci sia. Qual è lo stato di salute delle imprese modenesi? «L'analisi degli ultimi dati congiunturali, riguardanti un campione rappresentativo delle imprese associate a Confindustria Modena, evidenzia un recupero dell'industria locale su più fronti, produzione, fatturato, export e occupazione, seppure con numeri diversi tra loro, in un crescendo po-

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Pietro Ferrari, presidente di Confindustria Modena

sitivo durante i primi due trimestri di quest'anno. Infatti la produzione, dal -12,8% dell’ultimo trimestre 2009, ha toccato +3,4% nel primo trimestre 2010 e +16,4 nel secondo; il fatturato da -10,5% degli ultimi tre mesi 2009 è risalito a +1% a inizio 2010 e a +14,7% nel secondo trimestre; l'export da -6,5% è cresciuto a +10,7% e poi a +13,5%. Infine, l'occupazione è passata da -1% a 0,1%, mantenendo questa percentuale anche nel secondo trimestre 2010. È però una ripresa ancora un po' più lenta di quanto auspicassimo e soprattutto a macchia di leopardo, con differenze anche significative tra

i diversi settori produttivi: mentre la metalmeccanica nel secondo trimestre 2010 cresce del 25,3% e il ceramico del 15,9%, il biomedicale rimane fermo a un -0,1% e il tessile-abbigliamento cala dell’8%». Coesione fra aziende, associazioni ed enti pubblici può essere una strategia per un rilancio più forte. Come si sta muovendo Confindustria Modena? «Il rapporto con le istituzioni e le altre associazioni di categoria è costante, in una prospettiva di aiuto al “sistema Modena” per renderlo più efficiente anche grazie alla realizzazione delle infrastrutture indispen-


Pietro Ferrari

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Nonostante la crisi abbia pesato duramente in questi lunghissimi mesi, si iniziano a intravedere segnali incoraggianti

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sabili allo sviluppo. Ma Confindustria Modena è oggi soprattutto impegnata ad approfondire un tema di grande rilevanza: vogliamo contribuire a sviluppare tra i nostri associati la cultura della rete di imprese, perché è un modo concreto per affrontare il problema della dimensione delle nostre pmi. I contratti di rete sono uno strumento normativamente nuovo, previsto dalla legge 33/2009, che stabilisce la possibilità

che più imprese esercitino in comune una o più attività economiche. Una strada importante per mettere insieme le imprese lasciandole autonome nella struttura ma valorizzando la possibilità di compiere un percorso comune su alcuni aspetti come ad esempio internazionalizzazione, ricerca o marketing». Secondo Federica Guidi, presidente dei Giovani Imprenditori di Confindustria, le aziende italiane,

se vogliono sopravvivere alla crisi, devono impiantarsi in siti produttivi anche fuori dai confini nazionali, in una parola “multi localizzare”. In che modo le imprese modenesi guardano all’estero? «Le imprese modenesi hanno da sempre una forte vocazione all'export e si sono fatte conoscere e apprezzare sui più importanti mercati internazionali. Nonostante la crisi abbia pesato duramente in questi lunghissimi mesi, si iniziano a intravedere segnali incoraggianti. E proprio la crisi ha messo in luce la necessità di un cambiamento: il fatto che i paesi che mostrano maggiore slancio nella ripresa siano quelli emergenti, ben lontani da Modena, costringe le nostre aziende a fare i conti con nuovi problemi, a cui si può rispondere solo con nuove strategie commerciali e produttive , ma queste però presuppongono capacità e bilanci che solo le imprese di maggiori dimensioni possono permettersi. Ecco che anche in questo caso ritorna il problema delle aggregazioni, delle partnership da instaurare tra le aziende per affrontare e vincere le sfide sui mercati esteri». EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 37


CONFINDUSTRIA

Parma rema contro la crisi Far vibrare le corde migliori per dare nuovo ossigeno all'economia locale. Cominciando dall’industria agroalimentare. Così le eccellenze del parmense soffocano le incertezze e puntano al rialzo. Il punto del direttore di Confindustria Parma, Cesare Azzali Paola Maruzzi

una questione di elasticità, di riflessi e di rimbalzi: la linea parmense si è curvata leggermente, ma nel complesso l’architrave economico ha retto bene l’impatto - altrove dirompente - della crisi. Scalzando così il pericolo della crescita zero. Merito, prima di tutto, del settore agroalimentare e delle sue salde nervature, tese ad arco verso l’internazionalizzazione. Alla radice del successo l’elementare regola del business: Parma, cuore e ingranaggio della “food valley” italiana, sa vendere quello che la sua terra e le sue industrie producono. Un “miracolo” che continua a ripetersi perché si conta su un mercato consolidato. E perché le imprese spingono sull’innovazione. Per Cesare Azzali, direttore di Confindustria Parma, il futuro è meno oscuro se lo si guarda su scala locale. Secondo l’ultimo rapporto Osce, il pericolo di una ricaduta nella recessione è da escludere. Tuttavia la strada per la ripresa è ancora in salita, specie per l’Italia. Nello specifico del contesto parmense, quali settori fanno oggi da traino all’economia locale? Dove, invece, continuano a registrarsi le maggiori criticità?

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Cesare Azzali, direttore di Confindustria Parma

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«Oltre il 50 per cento del Pil provinciale proviene dal comparto agroalimentare, che si conferma essere il più redditizio. Di buon passo procedono sia la produzione di alimenti in senso stretto, sia la produzione di tecnologie necessarie alla trasformazione dei prodotti agricoli. Forte di un passato imprenditoriale consolidato, l’industria alimentare ha retto egregiamente nonostante la crisi. E, grazie soprattutto all’esportazione, è in crescita. Non meno meritevole è il settore farmaceutico. A seguire, nella corsa verso la ripresa, il comparto della chimica in generale. Soffre, invece, il settore metalmeccanico, come del resto in tutto il Paese. Preoccupa anche l’edilizia, il cui rilancio è ancora lontano. A remare contro, il crollo degli investimenti dei lavori pubblici e il ritardo nei pagamenti. Questo non fa che esasperare una situazione di per sé instabile, vessando la liquidità delle aziende. Ma questa è una faccenda che ci trasciniamo da anni, e oggi si fa insostenibile». Dal suo punto di vista, in cosa si distingue il fare impresa parmense rispetto al panorama nazionale? «La nostra caratteristica peculiare è la capacità di


Cesare Azzali

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Le nostre punte d’eccellenza, i prodotti alimentari e farmaceutici, puntano a modalità di consumo che difficilmente flettono

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rivolgerci a un mercato tradizionale e consolidato con un approccio sempre nuovo. Le nostre punte d’eccellenza, i prodotti alimentari e farmaceutici, puntano a modalità di consumo che difficilmente flettono: per nostra fortuna la gente continua a mangiare e, anche se potrebbe sembrare cinico, avrà sempre bisogno di medicinali. Ma questo non significa mantenere inalterate le caratteriste dell’offerta. Anzi, la spinta dell’innovazione coinvolge le industrie sotto tutti i profili. Le aspettative dei consumatori mutano e bisogna essere in grado di intercettare i cambiamenti. Se, tanto per fare un esempio, la “bontà” dei nostri salumi si conserva intatta nel tempo, sempre diversi saranno i modi e le strategie di rilanciarli sul mercato. A tal proposito l'intuizione di investire sui sistemi di affettamento, puntando su un mercato sempre più attento alla praticità, ha donato alle imprese del settore una nuova forza competitiva. Oggi più di prima è indispensabile curare il servizio alla distribuzione e al consumatore». Export e nuove opportunità: sono molte le Pmi italiane a mostrare forme di resistenze verso i mercati internazionali. Come si comportano le imprese del parmense? In che modo andrebbe incentivato il giro d’affari oltre confine? «Il nostri piccoli e medi imprenditori sono ben consapevoli della loro vocazione all'internazionalizzazione. Non a caso numerose Pmi - soprattutto nell'impiantistica – registrano circa il 60 per cento di fatturato all'estero. Purtroppo,

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FATTURATO È la cifra che ogni anno registra I’alimentare, il secondo comparto più produttivo del Paese

+EXPORT 40% Nel primi mesi del 2010 è l’aumento che segna l’ascesa del Parmigiano Reggiano e Grana Padano verso i mercati degli Stati Uniti, principale sbocco extracomunitario dei due formaggi italiani

nonostante l'intraprendenza, bisogna fare i conti con la carenza delle strutture organizzative. E anche in questo caso si tratta di un vecchio problema, tipicamente italiano. Mentre in Germania o in Francia il piccolo imprenditore può contare sul supporto pubblico, da noi la questione non è ancora matura. Diciamo che sotto questo punto di vista siamo arretrati e tanto c’è ancora da fare». La cultura d’impresa parte necessariamente dalle nuove generazioni: come vede il futuro dei giovani che decidono di investire sul territorio? «I nostri giovani avranno lo spazio che sapranno guadagnarsi: una considerazione ovvia che dovrebbe essere ripresa in considerazione. Troppo spesso si preferisce liquidare la questione “giovani” ripiegando su loro stesse le problematiche e le fragilità del sistema. E invece bisognerebbe comunicare la capacità di rischiare e affrontare le difficoltà del momento. Il nocciolo è tutto qui: nella voglia di lavorare, nell'impegno e nell’entusiasmo che ognuno può mettere in gioco. La vita è fatta di opportunità e nessun decreto legge o disposizione governativa potrà decidere se coglierle o meno. Sta solo alla capacità del singolo». EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 39


CONFINDUSTRIA

Competitività un impegno per tutti

Lungimiranza e realismo come cifre di un futuro possibile. Giovanni Tampieri, presidente di Confindustria Ravenna, passa in rassegna le diverse idee che animano il rilancio dell’economia locale. A patto che le infrastrutture facciano da collante Paola Maruzzi

a classe imprenditoriale del ravennate si stringe attorno al tavolo della progettualità e chiama in causa tutti gli attori locali, dalle istituzioni alle organizzazioni sindacali. Bisogna unire le sinergie per dialogare con l’Europa e scommettere su uno spazio socio-economico sempre meno provinciale. Il presidente di Confindustria Ravenna, Giovanni Tampieri, ripensa al territorio come a un nuovo crocevia di interessi transregionali. E incalza con gli interventi infrastrutturali da portare a termine. Tra le priorità il rafforzamento del ruolo strategico del porto ravennate. Insomma, tutto deve muoversi affinché si scampi il pericolo dell’isolamento. Nell’agenda delle priorità, Confindustria Ravenna insiste sul miglioramento della capacità competitiva del territorio: un impegno traversale che deve coinvolgere tutti gli attori sociali. A tal proposito gli Enti locali, come potrebbero favorire il rilancio dell’economia? E quali vantaggi porterebbe una maggiore semplificazione burocratica nella Pubblica Amministrazione? «Gli enti locali hanno un ruolo e responsabilità decisive. Hanno il vantaggio di essere vicini alle esigenze del territorio, e di poter trasformare in tempi rapidi necessità e aspettative in scelte e decisioni concrete. Possono anche semplificare la vita ai cittadini e alle imprese, con minori passaggi burocratici, procedure più semplici, trasparenti ed efficaci per permessi e autorizzazioni. Lo sviluppo e la competitività del sistema si basano anche su una pubblica amministrazione più moderna, più lineare, meno invasiva e più attenta alle esigenze di cittadini e imprese. Per realizzarla, va superata la frammentazione attuale, che comporta duplicazione di ruoli e carenze organizzative, con procedure complesse, costi elevati e spreco di risorse. Basti pensare che nel 1999 le amministrazioni pubbliche erano, secondo l’Istat,

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9.570, nel 2007 10.415». II progetto Ravenna 2030. Il Futuro è adesso, presentato dall’Unione degli industriali già nel 2008, si rivolge alle nuove generazioni, con l’intento di colmare gli attuali “vuoti” imprenditoriali. Quali settori, per ora poco sviluppati, andrebbero incrementati affinché facciano da traino all’economia locale? La green economy rappresenta una scommessa possibile? «La green economy è una scommessa non solo possibile, ma necessaria per agganciare la ripresa. Non a caso, è uno dei punti cardine sia di Ravenna 2030 sia del nuovo documento Ravenna: una nuova sfida per il futuro, presentato all’assemblea 2010. Si tratta di una lista di priorità che abbiamo condiviso con gli attori economici del territorio, dalle istituzioni alle Giovanni Tampieri, presidente di Confindustria Ravenna


Giovanni Tampieri

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La green economy è una scommessa non solo possibile, ma necessaria per agganciare la ripresa. Non a caso, è uno dei punti cardine sia di Ravenna 2030 sia del nuovo documento Ravenna: una nuova sfida per il futuro, presentato all’assemblea 2010

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organizzazioni sindacali, e con cui abbiamo individuato le linee di intervento da cui deve passare il rilancio dell’economia locale. Un’ottima occasione è rappresentata dalla candidatura di Ravenna a capitale europea della Cultura 2019, in cui crediamo molto e a cui stiamo lavorando con una serie di proposte. Altro progetto centrale rivolto alle nuove generazioni è la Cittadella della Nautica, che contribuirà ad accrescere il tasso tecnologico e scientifico grazie alla presenza del Tecnopolo, da noi fortemente voluto». Per il rilancio del futuro imprenditoriale, altro tema chiave è il miglioramento delle infrastrutture, in particolare il porto ravennate. Nel più ampio contesto nazionale, qual è il suo ruolo strategico? «Il porto e il sistema logistico complessivo offerto dal nostro territorio rappresentano uno dei pilastri sui quali costruire il futuro economico, e devono realmente divenire un punto di forza della Regione Emilia Romagna: Ravenna deve rappresentare un gate privilegiato per le imprese di tutta la Regione e del Nord-Est. Occorre a tal fine consolidare e rafforzare il porto nel corridoio Nord Adriatico: una sua esclusione significherebbe perdita di opportunità di sviluppo e l’emarginazione dalla rete europea dei trasporti. Un primo passo in questa direzione è già stato compiuto con la realizzazione del Napa, il North adriatic port association, che mette in rete gli scali di Ravenna, Venezia, Trieste e Capodistria e di cui la nostra città ha attualmente la presidenza».

Di quali principali interventi necessitano il territorio lughese e quello faentino? Ritiene auspicabile la coesione istituzionale dei comprensori che articolano la provincia di Ravenna? «La coesione istituzionale è la condizione necessaria per un’armoniosa crescita economica di tutta la provincia, in cui i territori di Lugo e Faenza hanno un ruolo di primo piano. A Lugo, si rende indispensabile il potenziamento dei servizi delle linee ferroviarie Bologna-Ravenna e Ravenna-Ferrara per migliorare il trasporto di passeggeri e merci, anche a servizio del Centro Intermodale, con la prospettiva di diventare la piattaforma logistica della Bassa Romagna al servizio del sistema regionale. Ancora, bisogna realizzare la E55, la nuova San Vitale, adeguare la S.S. 16, della Selice e della Naviglio. Il tema della riqualificazione infrastrutturale vale anche a Faenza, dove va creato un collegamento con gli altri poli logistici della provincia, completando lo scalo merci, migliorando i collegamenti con l’area della Via Emilia e Castel Bolognese e quelli fra la Via Emilia, lato Forlì, e Faenza con l’area produttiva del Naviglio». EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 41


CONFINDUSTRIA

L’economia ferrarese in fase di recupero L'export è un’opportunità ancora in parte inesplorata. Confindustria Ferrara si dice pronta a partire in avanscoperta, superando le difficoltà e affrontando i “nanismi” che penalizzano le Pmi del territorio. Ne parla il presidente Riccardo Fava Paola Maruzzi

rimo semestre 2010. Per l’Unione industriali è tempo di bilanci e di verdetti. Ferrara si misura con l’andamento economico regionale e mostra di essere all'altezza giusta. Per ripartire con convinzione e dare nuovo sprint al giro d’affari oltre confine. Le premesse ci sono: la ripresa nei settori della chimica e della meccanica fanno ben sperare. Ma molto c’è ancora da fare. Il mercato dell’export che guarda ai Paesi emergenti - con l’Europa dell’Est in testa, seguita dalla Cina - è ancora tutto da costruire. L’analisi equilibrata di Riccardo Fava, presidente di Confindustria Ferrara, incrocia una tematica di stringente attualità: l’urgenza di fare rete tra le Pmi del distretto e squadernare strategie comuni per battere la concorrenza. Nel 2009, secondo l’Istat, a Ferrara e provincia le esportazioni sono crollate del 32 per cento, un valore al di sotto della media regionale. Oggi, invece, la tendenza sembra essersi invertita. Da quali comparti dell’industria ferra-

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Riccardo Fava, presidente di Confindustria Ferrara

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rese provengono i segnali più rassicuranti? «I dati più recenti, relativi al primo semestre 2010, esprimono segnali certamente confortanti, ma va tenuto presente che il raffronto è con il primo terribile semestre dello scorso anno: siamo quindi ancora lontani dai livelli pre-crisi. Possiamo comunque dire che il recupero è evidente, con numeri significativi per quanto riguarda la produzione (+25,9 per cento rispetto al 2009), il fatturato e, anche, l’occupazione, in crescita dell’1,4 per cento. Si tratta di una risalita generalizzata in tutti i settori, anche se i risultati più evidenti si rilevano nella chimica, peraltro in ripresa già nell’ultimo periodo dello scorso anno, e nella meccanica. Numeri meno positivi nell’alimentare, ma si tratta di un settore che aveva risentito meno di altri della crisi». Qual è l’attuale composizione merceologica dell’export ferrarese? A quali macroaree è maggiormente interessato? «Un ruolo di primo piano nell’ambito dell’export ferrarese lo ha il settore chimico, che vede indirizzare oltre il 74 per cento del proprio fatturato ai mercati esteri. Segue il comparto della meccanica, con il 59,5 per cento del fatturato all’export e proprio grazie a questa dinamica sta recuperando posizioni. Una quota significativa va anche al settore delle costruzioni,


Riccardo Fava

che fa ben sperare per il prossimo futuro». Per meglio valorizzare i prodotti e i servizi sui mercati internazionali, molte industrie locali hanno deciso di fare un gioco di squadra, costituendo così le Associazioni temporanee di imprese (Ati). Quali risultati sta dando questa strategia? «Più che sull’Associazione temporanea d’impresa, per la quale gli esempi più recenti possono essere rappresentanti dalla partecipazione di alcune aziende ferraresi ai bandi promossi dalla Regione Emilia Romagna per l’Expo di Shangai, crediamo sia fondamentale supportare la crescita e il consolidamento delle reti d’impresa, che rappresentano una soluzione efficace, economicamente conveniente e innovativa per tante realtà, ancora oggi non autosufficienti o pienamente inserite in un sistema di relazioni e contatti. L’obiettivo è superare la frammentazione e la mancanza di connesche vede il 44,7 per cento del proprio fatturato sioni tra imprese, magari dello stesso ambito produttivo. destinato oltre confine. Anche per quanto A livello nazionale siamo ancora in una fase di impostariguarda le previsioni, le imprese interpellate zione delle modalità e in questo momento c’è bisogno di nell’indagine realizzata da Unindustria Ferrara realizzare modelli di applicazione che possano essere messi a confermano la tendenza al rialzo per quanto disposizione delle aziende interessate ad accrescere le loro riguarda gli ordini dai merpotenzialità e la loro competitività». cati esteri. Un segnale cerDi quali incentivi avrebbe bitamente rassicurante per i sogno il made in Ferrara per essere Il mercato storico prossimi mesi in vista di un sempre più competitivo a livello indi riferimento per consolidamento della riternazionale? l’economia ferrarese è presa in atto». «Il tessuto economico ferrarese è vacertamente la Germania, Quali sono i mercati riegato con chimica e meccanica, che seguita da Francia e Stati hanno un ruolo particolarmente im“storici” di riferimento e quali, invece, quelli portante. Per questo motivo anche gli Uniti relativamente ad emergenti? incentivi interessano tutti i settori. alcuni comparti, in «Il mercato storico di riferiUn aspetto che, però, caratterizza in particolare la meccanica mento per l’economia fermodo originale l’economia locale è la rarese è certamente la Gergrande diffusione della subfornitura, mania, seguita da Francia e che può rappresentare un fattore di atStati Uniti relativamente ad alcuni comparti, in trazione per gruppi e grandi aziende interessati a investire in particolare la meccanica. Tra quelli emergenti provincia di Ferrara. In quest’area abbiamo una rete di vanno segnalati sicuramente i mercati dell’Est aziende qualificata, flessibile, diffusa, con manodopera alEuropa e, anche se con numeri ancora ridotti, tamente professionalizzata e in grado di rispondere alle la Cina e l’area asiatica. Per il legame storico esigenze produttive più diverse. In questo contesto sarebbero con il mercato tedesco, è particolarmente poparticolarmente efficaci incentivi che potessero promuovere sitiva la forte ripresa che sta segnando quel nuovi investimenti e l’insediamento di nuove realtà produtpaese, con una crescita di ordini e di fatturato tive nel nostro territorio».

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ROMAGNA INDIPENDENTE

Ai romagnoli la libertà di decidere il proprio futuro Luigi Villani, capogruppo Pdl nel Consiglio regionale dell’Emilia Romagna riconosce il pieno diritto affinché la Romagna possa esprimersi sul progetto autonomista e accusa il Partito democratico di essersi sempre comportato sul tema in maniera ambigua e ipocrita Luca Boccaletti

iamo il Popolo della libertà e quindi ci battiamo affinché i cittadini romagnoli abbiano la libertà di decidere il proprio futuro». Chi pronuncia queste parole è il capogruppo in Consiglio regionale Luigi Villani, che riconosce i validi motivi che hanno portato alle proposte autonomiste ma specifica che questa battaglia, una volta esclusivo appannaggio del Movimento autonomista romagnolo, ora è combattuta non solo dalla Lega Nord, ma anche dal Pdl che, alla pari dei “padani”, ha proposto anch’essa un disegno di legge (a firma dell’onorevole Bernini) per l’autonomia della Romagna. La causa del malumore autonomista risiede, per Villani, in una

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politica ambigua e ipocrita del centrosinistra che a parole è favorevole all’autonomia, ma nei fatti non ha mai abbandonato la visione centralista tutta imperniata sul ruolo predominante di Bologna. «In questa maniera – conclude Villani – si vuole relegare la Romagna a mero contenitore turistico». Lei guida il Pdl nell’Assemblea legislativa della Regione in un momento storico dove le spinte autonomiste della Romagna sono sempre più pressanti. È plausibile ipo-

tizzare due regioni entro breve? «Riguardo le rivendicazioni autonomiste, occorre fare chiarezza. Ci sono formazioni politiche ed esponenti politici che, con coerenza e rigore, hanno fatto dell’indipendenza della Romagna un credo e della battaglia per l’autonomia di questa regione una bandiera. Penso al Mar di Servadei, a Ridolfi e Nervegna, ex consiglieri regionali di Forza Italia, alla Lega Nord con l’onorevole Pini, al Pdl con l’onorevole Bernini. Ci sono, poi, molti partiti del centrosinistra e molti loro rappresentanti che, per puro opportunismo elettorale, hanno finto di sostenere l’autonomia della Romagna nelle elezioni amministrative, arri-


Luigi Villani

IL CUORE GRANDE DELLA ROMAGNA IN UNA REGIONE A SE STANTE «Nel 2015 al voto con due Regioni gemelle ma autonome». Gianluca Pini, segretario nazionale Lega Nord Romagna, si batte da anni per la creazione di due Regioni distinte e per rompere quell’eterna sudditanza nei confronti dell’Emilia on una legge che porta il suo cognome è riuscito a “strappare” sette Comuni del Montefeltro alla Regione Marche ma per la Romagna vuole molto di più. «Con l’autonomia – afferma Pini (nella foto) – riusciremo a dare una forma al grande cuore della Romagna». Quali sono i motivi per i quali molti romagnoli vogliono creare una Regione autonoma? «Il progetto di una Regione Romagna richiama differenze storiche, culturali ed economiche innegabili con la vicina Emilia ed è ancor più sentito ora che la nostra gente comprende come la riforma federale dello stato obbliga un buon governo ad avere regioni con territori omogenei; la Romagna, e questo lo insegna la storia nel passato e lo confermano i dati macro e micro economici nel presente, non ha nulla a che vedere con le terre emiliane. Noi abbiamo un’identità culturale collettiva da cui tutto deriva, l'Emilia è invece da un'espressione geografica di fine Ottocento». Pensa che la proposta autonomista troverà un nuovo impulso in questo momento politico nazionale e locale così incerto e carico di tensioni? «La gente ci segue su questa proposta perché sa bene che quando la Lega mette sul piatto progetti ambiziosi lo fa perché prevede le trasformazioni sociali fornendo prima degli altri soluzioni credibili ai problemi che la gente solleva. E la Romagna ha un problema di governance enorme visto che le decisioni politiche e amministrative prese da Bologna sono sempre penalizzanti per i romagnoli. Se il Nord ha subìto il sacco da parte dei governi di Roma, noi lo stiamo ancora subendo da Bologna. E la gente è stanca». Dal suo punto di vista, quali sono gli oppositori al progetto di secessione della Romagna? «Solo i vecchi arnesi del potere economico cooperativo emiliano legato al Pd si oppongono a questo progetto, perché sanno che si spezzerebbero equilibri decennali di sfruttamento delle risorse ro-

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vando perfino a utilizzare slogan e simboli autonomisti, salvo osteggiare a livello regionale e nazionale qualsiasi progetto di autodeterminazione. Attualmente alle Camere sono stati presentati due progetti di legge per l’istituzione della Regione Romagna, una a firma Lega Nord,

magnole a favore del sistema della finanza rossa bolognese, quella dei Consorte e dei D’Alema per intenderci. Chiaramente il Pd emiliano, l'ascaro Pd romagnolo e le gerarchie locali non vedono di buon occhio il fatto che la Lega faccia saltare il banco, che qualcuno dica basta al saccheggio delle nostre terre per continuare a ingrassare le finanziare emiliane legate al mondo cooperativo. Dal Pdl, soprattutto quello romagnolo, mi aspetto coerenza dato che molti dei loro hanno fatto campagna elettorale facendo leva sull’autonomia, ma anche più coraggio: da tempo ho invitato il Pdl dell’Emilia Romagna a scindere le due segreterie come ha fatto la Lega già dal 1990, da quando esiste la Lega Nord Romagna, orgogliosamente autonoma e paritaria rispetto alla Lega Nord Emilia». Nel caso di separazione, infine, non aumenterebbero di molto i costi della politica ai quali la Lega ha sempre mostrato molto interesse? «La storia dell'aumento dei costi della politica son balle, io sono stato chiaro nella mia proposta: una regione con poco meno di 80 comuni, zero province contro le tre esistenti, una sola prefettura, una sola questura, una sola procura, una Corte di appello e Tar. Il risultato, certificabile da un’analisi contabile da parte di qualsiasi revisore intellettualmente onesto, è un risparmio a regime, dopo 3 anni, di quasi un miliardo di euro di spesa corrente, a questo possiamo aggiungere i vantaggi economici che ci verrebbero dall'autonomia, uno per tutti il rapporto diretto con l’Europa, quindi la gestione dei contributi europei da ripartire sul territorio senza la mediazione politico-economica di Bologna. A ottobre invierò a Tremonti un’analisi dettagliata del progetto; sono sicuro che la Regione Romagna potrà essere un esempio di buona amministrazione». LB

l’altro a firma Pdl, ma l’iter di modifica costituzionale prevede modalità d’esame e approvazione che inducono a prevedere tempi tutt’altro che brevi». Il Pdl, in quanto erede delle tradizioni di Forza Italia e di Alleanza nazionale, appoggia il fe-

deralismo fiscale, proposto dalla Lega Nord, come innovazione nella gestione virtuosa e innovativa del territorio, ma non si è mai proposto come forza secessionista tout court. È così anche in Emilia Romagna oppure anche nel suo partito percepisce il  EMILIA-ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 51


ROMAGNA INDIPENDENTE





Fedeli al nostro nome, riteniamo che i cittadini abbiano il diritto di esprimersi anche su temi come l’autonomia della Romagna

 desiderio di dividersi da un teme il risultato di un pronuncia- cerne la rappresentanza elettopunto di vista geografico e amministrativo? «Il Pdl è un partito che crede nel federalismo, sia istituzionale che fiscale, perché ritiene che questa forma di assetto amministrativo sia quella più idonea affinché la sussidiarietà da principio si traduca in prassi di governo, così da rendere la società, nelle sue molteplici articolazioni, autenticamente protagonista ed efficacemente alleata delle istituzioni e degli enti locali nella gestione della cosa pubblica e nel perseguimento del bene comune. Fedeli a quest’idea, riteniamo che i cittadini abbiano il diritto di esprimersi anche su temi come l’autonomia della Romagna. Mentre per il Pd e i suoi alleati le istanze autonomiste non hanno dignità politica e vanno semplicemente respinte, noi del Pdl ci battiamo affinché i cittadini romagnoli possano almeno esprimersi, mediante referendum consultivo, sull’autonomia della Romagna. La libertà d’espressione non può essere negata o limitata solo perché il centrosinistra che governa la regione 52 • DOSSIER • EMILIA-ROMAGNA 2010

mento popolare». Ma ha senso parlare di una nuova Regione Romagna quando ormai il federalismo fiscale conferirà un nuovo ruolo agli enti regionali? «Il federalismo fiscale è solo un aspetto, per quanto di assoluta rilevanza, del federalismo istituzionale e amministrativo. Di recente sette comuni della Val Marecchia sono passati dalle Marche all’Emilia Romagna, seguendo la prassi prevista dall’art. 132 della Costituzione, e lo hanno fatto per motivi che esulano dal federalismo fiscale. Chi auspica l’autonomia della Romagna e si batte perché sia data applicazione al dettato costituzionale, difficilmente può vedere le proprie istanze soddisfatte dalla pur importante e auspicata introduzione del federalismo fiscale». Ritiene giustificate le rivendicazioni dei romagnoli che lamentano una sudditanza nei confronti dell’Emilia da un punto di vista amministrativo e soprattutto per quel che con-

rale? «Le rivendicazioni dei romagnoli attengono al modello di gestione e promozione dello sviluppo socioeconomico adottato, fin dalla sua istituzione, dalla Regione Emilia Romagna: policentrico nei proclami, cioè attento a valorizzare i punti di forza e le eccellenze delle varie province e dei diversi territori, ma centralizzato su Bologna nei fatti, cioè votato a mantenere nel capoluogo felsineo, secondo una ferrea logica centralista e dirigista, ogni leva operativa. La Romagna, in base a tale modello, è stata relegata a mero contenitore turistico. Sui limiti e la necessità di giungere a un cambiamento radicale di tale modello di sviluppo, in una logica di riequilibrio federalista e sussidiario dei vari territori, il Pdl ha fatto sentire alta la propria voce in occasione della predisposizione e approvazione del Piano territoriale regionale e non mancherà di confrontarsi anche dialetticamente nella fase di applicazione del Piano».


ROMAGNA INDIPENDENTE

iziano Alessandrini è conosciuto come esempio di politico-tecnico e per questo profilo viene indicato quale massimo esponente della fazione che si batte contro la secessione della Romagna. Proveniente dal mondo dell’associazionismo economico, è stato eletto consigliere provinciale a Forlì-Cesena nelle file del Pds. Numerosi gli incarichi ricoperti in svariati organismi pubblici e anche nell’Assemblea della Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì della quale fa ancora parte. Nel 2008, poi, è stato eletto Presidente della Camera di Commercio di Forlì-Cesena e il suo mandato si è caratterizzato verso lo sviluppo di progetti basati sulla sostenibilità, infrastrutture di supporto e green economy. Quali sarebbero secondo lei i vantaggi della Romagna nel separarsi dall’Emilia, soprattutto oggi che il federalismo fiscale sta diventando una realtà?

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Romagna autonoma? Un suicidio Tiziano Alessandrini, consigliere regionale e capogruppo Pd in commissione Attività produttive della Regione Emilia Romagna, vede l’ipotesi secessione come un pericolo mortale ma «il modello di sviluppo e di governo proposto per trovare la piena attuazione deve diventare sistemico» Luca Boccaletti «Penso che da un’eventuale separazione avremmo solo degli svantaggi. Alla Romagna, dipende dai confini, potremmo attribuire grosso modo un milione e trecentomila abitanti sui quattro totali della Regione. Il Pil procapite 2009 nelle quattro principali città emiliane è stato obiettivamente superiore a quello romagnolo. Il valore aggiunto complessivo dell’Emilia è per tre volte superiore a quello della Romagna. La ripresa del Pil nei prossimi anni vedrà le

province romagnole inseguire quelle emiliane (previsione Prometeia). La regione autonoma della Romagna, in questa situazione economica, sarebbe un suicidio. Come conseguenza avremmo una perdita di ricchezza dei bilanci pubblici e una minore capacità di investimento degli enti locali (anche per via dei tagli imposti dalla recente manovra economica). Oggi l’Emilia Romagna ha un residuo fiscale positivo di 6 miliardi di euro (differenza tra tasse pagate e quanto viene speso nel territorio). Senza le entrate della parte più grande e ricca della Regione (Emilia), come faremmo a garantire posizioni di vantaggio fiscale? In teoria, solo in teoria, i 6 miliardi potrebbero consentire una redistribuzione: finanziamenti di nuovi servizi, nuove opere, abbattimento delle tasse e così via. Proprio sul federalismo, infine, i promotori dell’autonomia dovrebbero darci alcune spiegazioni: perché l’unico tributo federalista dato dall’Ici è stato tolto? E quando sapremo con una certa precisione in


Tiziano Alessandrini

cosa consiste effettivamente il federalismo di cui parlano a sproposito i vari Bossi, Calderoli e Tremonti?». A onor del vero un disegno di legge per la separazione della Romagna dall’Emilia a prima firma dell’onorevole Pini, attuale segretario nazionale della Lega Nord Romagna, è giacente da tempo alla Camera dei deputati. Pensa che tale iter avrà mai una fine oppure sarà una proposta destinata ad arenarsi senza mai approdare alla discussione dell’Aula? «Sì è stato depositato dall’onorevole Pini in commissione Affari costituzionali un disegno di legge costituzionale già nell’aprile 2008 e prevede l’istituzione della Regione Romagna in secessione dall’Emilia. Il percorso di tale disegno di legge mi sembra alquanto complicato, non solo per via delle difficoltà che sta vivendo la maggioranza di governo che, al momento, mi sembra impegnata in tutt’altro, ma anche per fortissimi dubbi di costituzionalità della proposta, am-

messo e non concesso che questi dubbi non vengano derubricati a inutili formalità. Se comunque si arrivasse a una discussione, a una votazione e a una approvazione, il tutto dovrebbe essere sottoposto a referendum confermativo che boccerebbe inesorabilmente questa iniziativa. Credo quindi che la strada proposta dall’onorevole Pini non porti molto lontano». Nel caso di separazione, infine, non aumenterebbero di molto i costi della politica? «Loro lo negano, ma non possono ovviamente spiegare perché. Non aumenterebbero infatti solo i costi vivi (duplicazione delle poltrone, degli uffici, ecc.), ma aumenterebbe la burocrazia e le ridondanze, esattamente quello che a livello nazionale ci raccontano di voler diminuire. Dove sta la coerenza? A Roma dicono di ridurre i costi tanto da voler addirittura eliminare le Province. Nel territorio però le stesse forze politiche vogliono creare una nuova entità solo per dividere e colpire una Regione come l’Emilia Romagna che, fra



La regione autonoma della Romagna sarebbe un suicidio. Come conseguenza avremmo una perdita di ricchezza dei bilanci pubblici e una minore capacità di investimento degli enti locali



limiti e difetti, è pur sempre in cima alle classifiche che denotano le sue virtù: la prima in Italia per libertà economica (Fondazione Einaudi), per dinamismo (Sole 24 Ore), per il rispetto dei parametri di Lisbona (Unione Europea), l’ultima per tasso di corruzione (Corte dei Conti). Siamo l’unica Regione che dice apertamente quanto spende per il funzionamento della macchina amministrativa (il 2,9% del bilancio) e che è tutt’ora impegnata a ridurne i costi: il 20% in occasione del bilancio di assestamento del 2010 e un altro 20% sarà ridotto per il 2011». EMILIA-ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 55


FONDI PUBBLICI

Competitività e sostegno economico ual è l’iter che la Regione Emilia Romagna attua per sostenere le attività produttive e per consolidare la competitività del sistema economico regionale nell’ambito dei finanziamenti pubblici? «L’obiettivo generale di competitività e sostenibilità del sistema produttivo è perseguito attraverso il sostegno alle imprese e la qualificazione delle infrastrutture del territorio», tiene a precisare Morena Diazzi, direttore generale Attività produttive, commercio, turismo dell’Emilia Romagna. «Se ci riferiamo alle iniziative a sostegno del sistema produttivo, che vedono direttamente o indirettamente le imprese come beneficiarie, i criteri generali vengono esplicitatiti insieme agli obiettivi nei

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L’iter dei finanziamenti pubblici, illustrati da Morena Diazzi, direttore generale Attività produttive, commercio, turismo della Regione Emilia Romagna. Obiettivo? Sostenere le attività produttive e consolidare la competitività del sistema economico Nike Giurlani documenti di programmazione regionale e nella normativa di riferimento». La Regione si è dotata «di specifici programmi che individuano le principali aree di intervento e le strategie di supporto alle filiere produttive regionali» sottolinea il direttore. Questi obiettivi vengono perseguiti, per esempio, attraverso «il Programma triennale per le attività produttive in attuazione della Legge regionale 3/99, il Programma per la ricerca industriale e il trasferimento tecnologico in attuazione della Legge

regionale 7/02 , il Programma triennale per l’energia in attuazione della Legge regionale 26/04». Un altro esempio, che può essere menzionato è «il Por Fesr 2007-2013 – continua – attraverso il quale si è provveduto alla pianificazione delle misure per la competitività attuate con risorse comunitarie e nazionali, approvato dalla Commissione europea». Accanto agli strumenti di programmazione vi sono normative specifiche, nazionali e regionali, che prevedono l’incentivazione finanziaria a


Morena Diazzi



È stata anche realizzata una banca dati che contiene l’insieme dei contributi erogati alle imprese che consente, oltre a un’attività di monitoraggio, anche il controllo del rispetto della normativa comunitaria sugli aiuti di Stato



progetti imprenditoriali. In questo caso «le indicazioni generali contenute nella normativa di riferimento vengono dettagliate nei bandi attuativi delle singole misure, i quali, oltre a rifarsi ai principi generali e inderogabili di economicità, di efficacia, di imparzialità, di pubblicità e di trasparenza dell’attività amministrativa, dettagliano i criteri per l’individuazione delle iniziative finanziabili». Il bando fissa, quindi, «i criteri di ammissibilità e i criteri per la valutazione delle iniziative presentate» tiene a precisare Morena Diazzi. I criteri utilizzati per la valutazione dell’iniziativa candidata al finanziamento «sono funzionali al raggiungimento degli obiettivi previsti e – continua – per esempio, in caso di finanziamento d’iniziative tese al-

l’efficientamento energetico, i criteri saranno indirizzati a premiare il risparmio energetico e la produzione di energia da fonti rinnovabili». All’interno del bando, inoltre, si stabiliscono «i termini per la presentazione dei progetti, la realizzazione dell’istruttoria e la pubblicazione della graduatoria, la realizzazione dei progetti e la presentazione della liquidazione del finanziamento concesso». In ogni caso, i tempi per la formazione della graduatoria «sono compresi tra i 3 e i 6 mesi, a seconda della complessità dei progetti presentati, mentre i tempi di realizzazione vanno dai 12 ai 24 mesi» mette in luce la dirigente. Per quanto riguarda, invece, i criteri di trasparenza, all’interno della Direzione generale attività produttive,

commercio e turismo, che è competente in materia di incentivazione alle imprese, ad eccezione di quelle agricole «avvengono diversi processi, che fanno riferimento alla concessione dei contributi, e che hanno già conseguito la certificazione di qualità. Inoltre, è stato approntato un manuale per rendere omogenei e ancora più trasparenti i contenuti dei singoli bandi». Nel caso dei fondi comunitari, i criteri sono stati approvati e resi pubblici dal Comitato di sorveglianza «che ha al suo interno rappresentanti della Commissione europea, del ministero dello Sviluppo economico e delle associazioni imprenditoriali regionali», sottolinea Diazzi. Inoltre, è stata anche realizzata una banca dati che «contiene l’insieme dei contributi erogati alle imprese che consente, oltre a un’attività di monitoraggio, anche il controllo del rispetto della normativa comunitaria sugli aiuti di stato». Le valutazioni dei progetti presentati, vengono poi valutati da appositi nuclei composti da personale regionale e da esperti esterni competenti in materia. «A testimonianza della trasparenza ed efficienza dell’azione amministrativa della Regione Emilia Romagna in materia di incentivi alle attività produttive, si evidenzia come il contenzioso con le imprese sia praticamente inesistente». Per il futuro, la Regione Emilia Romagna si pone come obiettivo «la completa informatizzazione di tutti i processi legati alla concessione dei contributi alle imprese, sul modello del recente bando per lo start up di nuove imprese innovative, nonché la gestione informatizzata dell’intero procedimento amministrativo come già avviene per il Programma di sviluppo regionale» conclude. EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 59


FONDI PUBBLICI

Appalti e bandi di gara, la trasparenza che manca Bandi e gare d’appalto. Il complesso mondo dei finanziamenti pubblici illustrato dal professore e avvocato Ugo Ruffolo. Punto di partenza di questa indagine è il Codice degli appalti del 2006 Nike Giurlani uando si parla di finanziamenti pubblici, si entra in una sfera d’azione complessa, all’interno della quale il principio della trasparenza non sempre viene rispettato. L’erogazione di denaro per la realizzazione d’opere pubbliche prevede varie fasi e un iter abbastanza articolato. Non è, inoltre, raro che a vincere le gare d’appalto siano sempre gli stessi soggetti. Ma il problema, come sottolinea l’avvocato Ugo Ruffolo «non è che vincano sempre gli stessi, ma che vincono i soggetti sbagliati». Come uscire da questo circolo vizioso? «Più che guardare ai singoli consumatori come “controllori” – fa notare Ruffolo – occorre forse sollecitare sia una maggiore attenzione da parte della pubblica amministrazione contro le proprie “mele marce”, sia una maggiore reattività degli imprenditori concorrenti illecitamente esclusi». Qual è il quadro normativo di riferimento in materia di appalti

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pubblici? «Secondo il Codice degli appalti del 2006, i lavori pubblici possono essere affidati esclusivamente all’esito di procedure d’evidenza pubblica: gare nelle quali il bando può prevedere, per l’aggiudicazione, diversi gradi di discrezionalità, sempre finalizzata alla scelta dell’operatore economico migliore, sotto il profilo del prezzo più basso o dell'offerta economicamente più vantaggiosa, anche in termini qualitativi. La procedura è articolata in diverse fasi - dalla pubblicazione del bando di gara all’affidamento, dall’aggiudicazione provvisoria a quella definitiva - tutte amministrate dalla stazione appaltante, chiamata a svolgere funzioni di controllo e verifica. Si comprende come i criteri “automatici” (il “minor prezzo”) siano sempre i più trasparenti, ma non sempre i più efficienti (bilanciare prezzo e qualità dell’offerta, cosa spesso essenziale, implica necessariamente una certa discrezionalità)». Perché sovente le gare si chiudono con la vittoria dei medesimi

operatori economici? «Talora, ma non sempre, perché sono “amici degli amici”. Il problema non è che vincano sempre gli stessi, ma che vincono i soggetti sbagliati. Altro è se la scelta ripetuta di quell’impresa scaturisce dall’apprezzamento di peculiari caratteristiche di natura obiettiva, quali l’elevata specializzazione produttiva, ovvero la garanzia di continuità con le precedenti fasi di lavorazione; altro è invece se qualcuno “bara”. In tale ipotesi, i rimedi legali sono anche ma non solo quelli penali. È possibile impugnare davanti al Tar, tutti gli atti amministrativi illegittimi, quali bandi di gara cuciti “su misura”, o aggiudicazioni viziate da favoritismi. È possibile, per il concorrente ingiustificatamente escluso, agire sia per concorrenza sleale contro chi ha vinto “barando”, sia per danni contro coloro che hanno governato con parzialità la procedura di gara, ed allora anche della pubblica ammini-


Ugo Ruffolo

Sotto, il professore e avvocato Ugo Ruffolo

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Secondo il Codice degli appalti del 2006, i lavori pubblici possono essere affidati esclusivamente all’esito di procedure d’evidenza pubblica

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strazione quale stazione appaltante, che risponde vicariamente degli illeciti di costoro». Quali strumenti sono concessi ai cittadini per verificare se il denaro pubblico viene speso correttamente? «Secondo il Consiglio di Stato (2002) “l’accesso agli atti delle gare d’appalto è consentito soltanto a coloro ai quali gli atti stessi, direttamente o indirettamente si rivolgono, e che se ne possano avvalere per la tutela di una posizione soggettiva, la quale non può identificarsi con il generico e indistinto interesse d’ogni cittadino al buon andamento dell'attività amministrativa”. Potrebbe essere diverso per una qualificata associazione di consumatori. Più che guardare ai singoli consumatori come “controllori”, occorre forse sollecitare sia una maggiore attenzione da parte della Pubblica amministrazione contro le proprie “mele marce”, sia una maggiore reattività degli imprenditori concorrenti illecitamente

esclusi (ma ancora, troppo spesso, “cane non mangia cane”)». Come l’attuale normativa può essere migliorata al fine di garantire un maggior grado di trasparenza? «Piuttosto che norme nuove, occorrerebbe una nuova coscienza civile, ed un nuovo coraggio civile, nell’utilizzare quelle esistenti. Far vincere la gara al concorrente sbagliato significa spesso pregiudicare il concorrente “giusto”. Ed è anzitutto da quest’ultimo che può derivare un impulso al controllo: sia mediante l’impugnazione di singoli provvedimenti amministrativi, sia attraverso azioni anche risarcitorie. Ma ciò accade di rado. Persino per Tangentopoli, vi sono state iniziative penali per appalti truccati, ma quasi nessun concorrente illecitamente escluso è poi andato fino in fondo anche con azioni di concorrenza sleale nei confronti del concorrente che, “barando”, era stato ingiustamente preferito. E si badi che la legge accorda tale azione anche alle associazioni imprenditoriali (il cui silenzio resta, in tali casi, assordante)». EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 61


FONDI PUBBLICI

Democrazia tra passato e presente Democrazia: un nome e una prassi antiche. Che cosa rimane di essa nelle società contemporanee? Il professor Giovanni Giorgini analizza le cause della crisi di questa forma di governo e ricorda che «la politica è una responsabilità e non un’occasione di guadagno» Nike Giurlani ntegrità. Questo è quello che bisogna chiedere alla classe politica secondo Giovanni Giorgini, professore dell’Università di Bologna. «Chi governa dovrebbe avere come principio generale che le risorse pubbliche devono mirare al bene comune e quindi a promuovere la qualità della vita dei cittadini» mette in luce il docente bolognese. Al momento questo principio è venuto meno e, infatti, «il modello democratico è in crisi in tutto il mondo perché si avverte ovunque uno ‘scollamento’ tra elettori e loro rappresentanti». Esiste una ricetta per una buona gestione della democrazia? «Esiste più di una ricetta perché esistono diversi tipi di democrazia (parlamentare, presidenziale, perfino con una presenza monarchica): occorre adeguare le ricette alle situazioni e alle tradizioni di un paese. Come regola generale, tuttavia, ci si può ri-

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fare agli antichi Greci, che hanno inventato sia il termine sia la forma di governo, i quali avevano già compreso gli elementi essenziali per una buona gestione della democrazia: il popolo deve essere il detentore del potere e tutti dovrebbero in qualche misura partecipare alla vita pubblica; chi lo gestisce effettivamente ne deve rendere conto al popolo; deve essere animato da amore per la politica e per la propria comunità; deve mirare a una giusta commistione tra eguaglianza e libertà, i due valori fondanti che contraddistinguono la democrazia. La democrazia è sia un insieme di istituzioni sia un valore da coltivare e difendere; i governi democratici dovrebbero educare alla democrazia i cittadini e questi dovrebbero partecipare al processo politico. Questo è, naturalmente, un ideale che deve servire però da modello». Qual è la situazione attuale?

Sotto, Giovanni Giorgini, professore di filosofia politica dell’Università di Bologna


Giovanni Giorgini



Chiedere a un uomo politico di essere una persona etica è una cosa ben differente dal credere nello Stato etico, che è tipico di ordinamenti totalitari come il fascismo e il comunismo

«Le democrazie contemporanee sono approssimazioni a questo modello, alcune migliori, altre peggiori. Attualmente il modello democratico è in crisi in tutto il mondo perché si avverte ovunque uno ‘scollamento’ tra elettori e loro rappresentanti e per questo scienziati e teorici politici stanno studiando forme di democrazia nelle quali la “voce del popolo”, le opinioni degli elettori, possano essere recepite meglio dai loro rappresentanti e la partecipazione attiva dei cittadini sia più ampia». Ritiene che sia inevitabile, per chi si trova a gestire il potere, che alla lunga possa abusarne? Come combattere questa tendenza? «Non vi è nulla di inevitabile in politica, diversamente da ciò che avviene in natura: tutto è frutto di scelta. Tuttavia, chi gestisce il potere è maggiormente esposto alle tentazioni derivanti dalle debolezze tipicamente umane: di qui la massima

secondo cui il potere corrompe e il potere assoluto corrompe assolutamente. La soluzione democratica consiste nella trasparenza degli atti, nel dovere di rendiconto da parte di chi esercita una carica, nel controllo da parte degli altri poteri. E non dimentichiamo il ruolo dell’opposizione, che deve essere quello di stimolo e di controllo della maggioranza, e non di messa in discussione delle regole e di sfascio delle istituzioni». Secondo quali principi e criteri chi ha il potere dovrebbe gestire le risorse pubbliche? «Io penso che occorra riportare di moda una virtù antiquata nel lessico politico: l’integrità. Chiedere a un uomo politico di essere una persona etica è una cosa ben differente dal credere nello Stato etico, che è tipico di ordinamenti totalitari come il fascismo e il comunismo. Chi governa dovrebbe avere come principio ge-



nerale che le risorse pubbliche devono mirare al bene comune e quindi a promuovere la qualità della vita dei cittadini. E non è troppo richiedere che i politici abbiano ben chiara la distinzione tra pubblico e privato e che la politica è una responsabilità e non un’occasione di guadagno». Su quali basi andrebbero scelte le persone destinate a gestire il potere pubblico? «Ho letto troppo Machiavelli e troppi autori conservatori per rispondere “in base al merito”. Le scelte vengono fatte a volte razionalmente, a volte emotivamente, talvolta per convenienza, talvolta per appartenenza. Io sposterei l’attenzione dal ‘come’ al ‘chi’ scegliere: la scelta è fatta tra i candidati disponibili. Se essi sono di poca o nulla qualità, come è spesso il caso in Italia, dobbiamo domandarci quale sia la ragione. Il tramonto delle ideologie  EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 63


FONDI PUBBLICI

Sopra, Flavio Delbono; a destra, l’aula del consiglio comunale di Bologna



forti e l’affaire Tangentopoli hanno distrutto i tradizionali partiti italiani e hanno portato alla ribalta una classe politica che è, quasi sempre, priva di cultura politica e talvolta se ne vanta pure. Per cultura politica intendo essenzialmente due cose: avere una visione politica (l’aspetto progettuale) e avere senso dello Stato (l’aspetto deontologico: amore per la cosa pubblica e rispetto delle regole del gioco). Una volta la cultura politica si apprendeva nelle scuole di partito; oggi i partiti sono stati per lo più sostituiti da comitati d’interesse». Rispetto alla tradizione anglosassone in Italia c’è poco ricambio di figure politiche. I partiti finiscono per riutilizzare sempre le stesse persone. Quali sono le conseguenze? «Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Le cause, invece, sono più difficili da individuare. Tangentopoli ha spazzato via la precedente classe dirigente che ha dovuto essere rapidamente sostituita con quello che era disponibile. I partiti non fanno più formazione politica e quindi non creano gli uomini politici del futuro. I giovani, che non sono sciocchi, vedono lo spettacolo 64 • DOSSIER • EMILIA ROMAGNA 2010



Una volta la cultura politica si apprendeva nelle scuole di partito. Oggi i partiti sono stati per lo più sostituiti da comitati d’interesse

e stanno alla larga dalla politica; o vi entrano sperando di avere un tornaconto. L’idealità, in ogni caso, non è più di moda». La democrazia rappresentativa si basa sull’alternanza politica, se questo principio viene meno, quali problematiche possono scaturire? Che cosa pensa per esempio dell’Emilia Romagna che è caratterizzata da una lunga continuità amministrativa? «L’alternanza è, come regola generale, una cosa buona perché consente di esercitare al meglio il controllo democratico. La continuità amministrativa tende a creare rendite di posizione, interessi consolidati e quindi corruzione e clienteli-



smo. Questo è ciò che ci insegnano gli scienziati politici. Nel caso specifico dell’Emilia Romagna penso che la lunga continuità amministrativa sia stata determinata fino a una certa epoca dalla capacità del Partito comunista di esprimere una classe dirigente d’alto livello, con una visione politica chiara e ben calata nel tessuto della società emiliana. Da un certo punto in poi mi sembra che questa capacità progettuale sia venuta meno e la continuità sia stata assicurata solo da quei meccanismi di rendita e d’interesse di cui parlavo prima, che sono emersi con chiarezza nel caso che ha portato alle dimissioni dell’exsindaco di Bologna».


Verso le amministrative 2011 Il Pdl nella rossa Emilia Romagna Tra candidature da definire e rapporti da riannodare, il Pdl si appresta alla prossima campagna elettorale con diverse incertezze e un obiettivo di minima: la vittoria a Rimini Luca Boccaletti Senatore Berselli, le elezioni amministrative incombono e lei, in qualità di coordinatore regionale, deve selezionare i candidati, discuterne con i vertici nazionali, impostare la campagna elettorale, stringere eventuali alleanze, misurarsi con i transfughi finiani e con gli alleati leghisti che sembrano in procinto di sfondare in Regione. In mezzo a tutto ciò ci sarebbe da completare la creazione del Pdl anche in chiave locale. Non siete già in ritardo per tutta questa mole di lavoro? «No, non dobbiamo assolutamente creare il Pdl perché il Popolo della libertà esiste già ed è pure ben radicato, nel territorio emilianoromagnolo così come in tutta la nazione, quindi questo non mi pare un problema. Certo di problemi ce ne sono, ma non certo questo. Per quanto riguarda le elezioni del prossimo anno, credo che l’Emilia Romagna sarà al centro dell’attenzione politica più di altre regioni perché qui si voterà in tante città importanti, città dove il Pdl conta non solo di crescere ma anche di governare». Nella prossima tornata amministrativa c’è in ballo gran parte della Romagna con Rimini e Ra72 • DOSSIER • EMILIA-ROMAGNA 2010

venna, poi c’è Bologna. Ma soprattutto queste elezioni saranno il primo banco di prova per un Pdl senza i finiani e che è chiamato a contrastare il trend di crescita della Lega Nord. «Per quanto riguarda le città della Romagna nutro buone speranze su Rimini. Nelle ultime tornate elettorali in questa città sono sempre stati sbagliati i candidati per via di una forte vis polemica nel campo del centrodestra, ma se riusciremo a trovare un nome forte da poter condividere unitariamente sia nel Pdl che nella Lega, sono convinto si possa vincere. Più in generale, comunque, mi aspetto che dalle elezioni del prossimo anno si confermi il trend di questi ultimi dieci anni: un Pd sempre più in crisi e un Pdl che non solo riesce a scalfire il muro rosso che ci circondava, ma che si con-


ELEZIONI COMUNALI 2011 Comuni con popolazione superiore ai 15.000 abitanti - Bologna - Cesenatico - Ravenna - Salsomaggiore Terme - Rimini - Cento

ELEZIONI PROVINCIALI 2011 Provincia di Ravenna

Filippo Berselli, coordinatore regionale Pdl

fermi secondo partito della Regione e unica alternativa al governo di centrosinistra. A Bologna, invece, il nostro candidato Giancarlo Mazzuca, per il momento ha rinunciato alla candidatura per spronare la presentazione di nuove e inaspettate candidature. Adesso si tratta di vedere come si evolveranno le cose». La Lega Nord è sicura di continuare la sua crescita sul territorio e le analisi dei flussi elettorali sembrano confermare che la crescita della Lega è direttamente proporzionale al calo di Pd e Pdl. Non ritiene che per quanto riguarda il Pdl questo fenomeno di erosione sia arrivato al limite di allarme? «Innanzitutto è bene precisare che la Lega Nord fa parte a tutti gli effetti della maggioranza che governa il Paese a livello nazionale e si presenterà insieme al Pdl anche nelle prossime elezioni amministrative. Detto questo penso che gli uomini di Bossi potranno avere una crescita, ma non sufficiente per alterare in maniera significativa i rapporti di forza esistenti. Per quanto riguarda l’erosione, ritengo che questa sia avvenuta in gran parte ai danni del Pd e non certo ai danni del Popolo della Libertà. Credo che, rispetto alle ultime elezioni regionali potrà esserci

una crescita di uno o due punti percentuali al massimo. Una cifra non significativa per cambiare le carte in tavola». È vero che le elezioni amministrative fanno storia a sé, ma è indubbio che questa tornata elettorale rappresenterà anche un dato politico ben preciso. L’Emilia Romagna ritiene potrà contribuire alla tenuta del Pdl oppure in Regione si troverà ad operare in costante minoranza? «Non credo sia giusto fare paragoni con il dato regionale, perché tali elezioni si sono tenute l’anno scorso e le Sinistre hanno vinto. Nel prossimo anno si svolgerà una tornata di elezioni molto parziali, quindi credo si debba ragionare solo con il dato amministrativo precedente. Se poi vuole il mio parere sul quadro nazionale, sono assolutamente convinto che se si andasse ad elezioni anticipate il Pdl e la Lega stravincerebbero in tutto il Paese, così come credo che Emilia-Romagna, Toscana, Marche e Umbria rimangano, di base, zone a forte vocazione di centrosinistra. Certo è che, nonostante un quadro tradizionalmente a noi non estremamente favorevole, le “sorprese”, come accaduto nelle ultime elezioni a Comacchio, sono sempre possibili e particolarmente ben accette». Lei è balzato più volte agli onori delle cronache per l’abilità di fare, in tempi non sospetti, previsioni elettorali che si sono spesso avverate. Per le elezioni del 2011 quali previsioni si sente di fare? E su Bologna che è la sua città ha per caso anche il nome del prossimo Sindaco? «Su Bologna il nome non lo faccio neanche sotto tortura. A Ravenna invece perderemo, mentre sono certo della vittoria di Rimini, a patto che, come dicevo prima, si trovi un candidato unitario. Come dicevo poc’anzi, però, attenzione alle sorprese». EMILIA-ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 73


Verso le amministrative 2011 La voglia di unità del Pd Quadri dirigenti già eletti per il 2011, la voglia di confermarsi regione rossa, ma anche la speranza che sia terminata la stagione dei veleni interni Luca Boccaletti Da una parte la pesante crisi economica, dall’altra una situazione politica difficile. Come si organizza una campagna elettorale in queste condizioni? «Noi non disponiamo né di ingenti risorse economiche, né di mezzi di informazione come invece chi governa il Paese. Abbiamo però un’arma formidabile, se capaci di utilizzarla al meglio: migliaia di donne e uomini pronti ad aiutarci a preparare la campagna elettorale. L’abbiamo notato nella campagna agostana sulle spiagge dell’Emilia Romagna dove abbiamo incontrato migliaia di turisti e cittadini, indicando gli errori del Governo sulla manovra economica e indicando le proposte del Pd; lo faremo ora, alla ripresa dell’anno scolastico, andando davanti a mille scuole della regione per dimostrare come la riforma Gelmini in realtà sia il più grande licenziamento di massa nella storia repubblicana, laddove bisognerebbe investire. C’è però una premessa imprescindibile: il Pd deve smettere di trascorrere gran parte del proprio tempo a parlar male di se stesso e autoflagellarsi. Certo, abbiamo i nostri difetti e non siamo perfetti, ma se guardiamo alla situazione del Paese, al pesante declino economico, sociale, morale e civile a cui l’hanno portato lunghi anni di “berlusconismo”, allora do74 • DOSSIER • EMILIA-ROMAGNA 2010

vremmo trovare le ragioni per stare uniti, indicare l’alternativa e stare di più e meglio tra la gente. Insomma in una parola: occuparci meno dei nostri problemi di classe dirigente, occuparci di più dei problemi che tante famiglie e individui, vivono quotidianamente». Se la Lega rappresenta un problema, che dire della crescita dei “grillini”? «Il voto alla lista Grillo è per la gran parte proveniente da elettori delusi dal Pd e dagli altri partiti di centrosinistra che però si inserisce in un quadro di crisi della politica e di sfiducia di parte dell’elettorato verso tutti i partiti e le istituzioni. Penso che una parte di questi elettori sia rimasta delusa dall’immagine di un Pd che, a Roma come in troppe parti d’Italia, è stato troppo litigioso e poco coraggioso su alcuni temi. Ma a chi ha votato per Grillo come protesta antisistema suggerisco di riflettere bene e chiedersi se davvero il Pd sia uguale al Pdl. Ci pensino bene». Nel 2011 andranno alle urne diverse importanti città della regione, tra le quali una buona fetta della Romagna con Rimini e Ravenna in testa che dovranno eleggere il primo cittadino. Successi scontati per il Pd o ci sono preoccupazioni? «Di scontato, nel 2010 non c’è più nulla. L’errore più grande che potremmo commettere sa-

Stefano Bonaccini, segretario regionale Pd


ELEZIONI COMUNALI 2011 Comuni con popolazione inferiori ai 15.000 abitanti - Monghidoro - Codigoro - Formignana - Goro - Portomaggiore - Tresigallo - Vigarano Mainarda

- Bertinoro - Gatteo - Sogliano al Rubicone - Finale Emilia - Montefiorino - Palagano

- Pavullo nel Frignano - Sestola - Zocca - Borgo Val di Taro - Busseto - Fontanellato

- Neviano degli Arduini - Sala Baganza - San Secondo Parmense - Traversetolo - Borgonovo Val Tidone

- Cadeo - Cortemaggiore - Fiorenzuola d'Arda - Gropparello - Rottofreno - Casina - Castellarano

- Collagna - San Martino in Rio - Monte Colombo - Novafeltria - Pennabilli

LA TERZA VIA DELL’UDC rebbe quello di pensare di avere già vinto. Dobbiamo pensare invece a costruire alleanze credibili, in grado di attuare il programma su cui chiederemo la fiducia; selezionare i candidati a sindaco con le primarie, laddove si debba scegliere un nuovo sindaco, in modo da decidere insieme agli elettori, a differenza di quanto avviene nello schieramento avverso dove le scelte vengono fatte dai vertici nazionali nelle segrete stanze romane, con buona pace dell’autonomia tanto sbandierata». Tra le città importanti sotto i riflettori c’è anche Bologna dove alla Giunta Cofferati, mai troppo amata dai bolognesi, si è aggiunto anche “l’affaire Delbono”. Per il Pd la riconquista di Palazzo d’Accursio è una missione impossibile oppure siete ottimisti? «Io sono fiducioso, perché siamo usciti da quello che poteva rappresentare un vero e proprio tsunami, con grande dignità, chiedendo scusa alla città e dimostrando, almeno questo a Delbono va riconosciuto, che le dimissioni sono arrivate prima ancora di un eventuale rinvio a giudizio. Non è stato possibile tornare subito alle urne a causa di una destra che ha sperato di speculare sulla pelle dei bolognesi, impedendo le elezioni. In ogni caso, il commissario Cancellieri sta facendo un ottimo lavoro e noi ci stiamo preparando per le elezioni della prossima primavera, ben consci che avranno, com’è logico che sia, un rilievo nazionale. Sceglieremo il candidato con le primarie insieme ai bolognesi e lavoreremo per costruire una alleanza di centrosinistra credibile e affidabile».

L’Udc, non ha la vocazione politica alla solitudine, ma rimane fedele al principio di voler realmente governare la cosa pubblica Udc, Api, i cattolici di area Pd, ora potenzialmente anche i finiani e, forse, il movimento di Montezemolo. È forse già scritta un’alleanza di tutti questi soggetti oppure il partito di Casini, fallite le trattative con il centrodestra, potrebbe rispondere positivamente all’invito di Bersani per la creazione di una maggioranza alternativa? «Costruire un nuovo soggetto politico capace di unire tutti coloro che si sentono alternativi alla sinistra e alla leadership autoritaria di Berlusconi e Bossi è oggi l’obiettivo principale che l’Udc intende promuovere con il progetto “Verso il partito della Nazione”: non un allargamento dell’Udc, ma la costruzione dal basso (e non certo su un predellino) di un nuovo soggetto politico aperta a tutti, che possa essere la casa di tutti coloro che giudicano inutile questo bipolarismo dell’insulto e del manganello mediatico per risolvere i veri problemi che oggi investono il Paese e gli italiani». Nella scorsa tornata elettorale l’Udc ha scelto di correre da sola sia in Regione che in molte città. Alla luce dei fatti la ritiene una scelta giusta? «Non abbiamo la vocazione alla solitudine, ma al governo della cosa pubblica, a partire dagli ideali e dai contenuti che abbiamo sempre sostenuto e proposto al nostro elettorato: siamo pronti a confrontarci sui programmi concreti per rilanciare i nostri territori, dal sostegno alla famiglia al rilancio della competitività delle imprese, ma certamente, come la nostra storia recente insegna, non siamo alla caccia di poltrone; se queste condizioni programmatiche non ci saranno potremmo ancora rivolgerci agli elettori con una nostra proposta autonoma. Il nostro ruolo è senz’altro quello di proporre nuove amministrazioni locali capaci di cogliere le trasformazioni in atto nella nostra società regionale e governarle con obiettivi e strumenti nuovi e innovativi. Siamo pronti ad allearci o a presentarci autonomamente con una proposta seria e responsabile per sostenere le nostre famiglie e le nostre imprese, impegnate quotidianamente, e con grandi sacrifici, a superare la grave crisi che ci ha colpito».

EMILIA-ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 75


Verso le amministrative 2011 IL CIVISMO CHE VINCE «Il civismo è vivo solo se propone soluzioni concrete alle esigenze dei cittadini». La parola a Elvio Ubaldi Lei è unanimemente riconosciuto in regione come “l’inventore” del civismo. Si riconosce in questa definizione? «Io sono un reduce della storia della Democrazia cristiana. Finita la Dc, negli anni 1993-1994 non sapevamo come muoverci, ma vedevamo una situazione molto bloccata a Parma. Partendo da questa situazione d’immobilismo della città, abbiamo costruito una presenza politica nuova che io ho sempre definito di standby rispetto a un grande partito nazionale. Ero e rimango convinto della necessità di un grande partito nazionale e che le liste civiche abbiano un senso nel momento in cui si confrontano con la realtà diretta dei cittadini, ma fatalmente perdono significato quando l’ambito di azione diventa più ampio. Tenendo ben presente la storia che ha portato alla nostra lista civica, posso dire che a Parma abbiamo creato qualcosa di nuovo. Nuovo perché a differenza delle finte liste civiche diretta emanazione dei vari partiti, noi abbiamo solo il loro appoggio esterno e l’alleanza avviene solo e unicamente sui punti del programma che vogliamo realizzare». La Lega Nord e la lista Grillo vengono dati in grande crescita mentre Pd e Pdl sembrano in affanno. Da elettore come giudica il quadro dei maggiori contendenti in regione? «Pd e Pdl non sanno più interpretare le richieste della società e si sono distaccati dalla realtà nella quale viviamo. La società contemporanea appare smarrita e timorosa e ha bisogno di politiche che sappiano ripristinare le sicurezze perdute. Al giorno d’oggi, alle lotte sviluppatesi sulla teoria del Capitale (costante dicotomia tra proletari e borghesi) bisogna aggiungere le inquietudini molto forti che vertono sul futuro. Ecco quindi che l’ignoto e il diverso (leggi gli immigrati) fanno paura. La Lega affronta queste paure in maniera cruda, ma le affronta, come le affrontano alcuni movimenti che radicalizzano all’infinito lo scontro come i “grillini”. Ecco spiegata l’ascesa di questi due soggetti politici e la crisi dei due partiti “tradizionali” Pd e Pdl. Lega e “grillini”, però, sono battibili solo se si propongono soluzioni concrete alle domande della società, come facciamo giornalmente a Parma dove Bossi e Grillo non hanno alcun seguito».

76 • DOSSIER • EMILIA-ROMAGNA 2010

Stiamo con la gente per vincere Estate di grande lavoro per consolidare i risultati ottenuti. E nel futuro si mira a Parma, Piacenza e al resto della Regione Luca Boccaletti Onorevole Alessandri, il Pdl è alle prese con i rapporti tesi con i finiani, il Pd continua ad avere frizioni al suo interno, l’Udc e altre formazioni di centro sembrano procedere in ordine sparso. Le elezioni del 2011 sembrano la cronaca di un trionfo annunciato per voi. «Mentre tutti sembrano lanciarsi in artifici politici o operazioni di palazzo, l’elettorato invece cerca sempre di più concretezza, vicinanza al territorio e coerenza. Merce rara in questi tempi. Nel Pd, come nel Pdl, mi sembra di vedere gli stessi errori di amalgama forzata senza storia e senza reali condivisioni. Capisco l’esigenza di costruire partiti nazionali ma troppa eterogeneità rischia di far perdere i fili conduttori. La Lega era e rimane un movimento politico territoriale. La novità è che i cittadini sono sempre più profondamente legati al territorio e noi sul territorio ci siamo davvero, sempre, 365 giorni l’anno. Quando gli emiliani escono di casa ci trovano». La vostra recente storia elettorale parla di una crescita costante. Qual è la vostra ricetta segreta? «Non c’è nessuna ricetta segreta, o forse sì ma di


ELEZIONI AMMINISTRATIVE 2011 IN EMILIA ROMAGNA Maschi

Femmine

Totali

Sezioni

Provinciali

147908

160368

308276

399

Comunali

385364

425581

810945

1104

Il corpo elettorale è calcolato in base ai dati disponibili riferiti alla revisione semestrale del 31.12.2009

certo non la sveliamo. Di sicuro uno dei nostri punti di forza è la semplicità in una politica che oggi volutamente complica tutto. Stiamo tra la gente, ascoltando tutti e a tutti cerchiamo di dare una mano e delle risposte. Per questa ragione il nostro lavoro diventa sempre più impegnativo. Io arrivai nel 2001 ed eravamo al 2,5%. Chiesi di uscire dalla trincea riscoprendo l’orgoglio di essere figli di questa terra e già nel 2005 volammo al 5,5%. Poi andammo al contrattacco: nel 2006 salimmo all’8%, nel 2009 all’11% e quest’anno abbiamo raggiunto il 14%. Una cavalcata costante e continua: la stazione di arrivo la vediamo ma sappiamo che occorre ancora tanto carbone da mettere in caldaia». Al di là del lavoro svolto sul territorio pare che i vertici della Lega Nord si siano convinti solo dalle ultime elezioni regionali in poi che anche l’Emilia Romagna può far parte della “grande nazione Padana”. È una semplice impressione oppure c’è del vero in questo? «Sì è vero. L’Emilia può davvero considerarsi la quarta gamba del tavolo padano. In questo momento la Lega Nord sta investendo molto in Emilia, in particolare su Bologna, prossima al voto, e tutti guardano alla nostra come alla regione in cui sono possibili gli exploit maggiori. Noi stiamo già pensando a Parma, a Piacenza e a tutti gli altri comuni in cui si voterà nei prossimi anni. Questo sarà un autunno di enorme lavoro per tutta la Lega Nord». Nonostante l’ottimo feeling con il Pdl a livello nazionale, il dialogo sul territorio con l’alleato non sempre sembra averla fatta da padrone e spesso i mass media registrano i vostri distinguo che a molti

sembrano la volontà, quantomeno a livello locale, di una certa voglia di smarcamento. È solo un’impressione? «Dipende da caso a caso. Siamo alleati con il Pdl in tutta la regione e nella stragrande maggioranza tutto procede bene. In tantissimi comuni amministriamo insieme e i cittadini sono soddisfatti del nostro operato: penso alla Provincia di Piacenza, a Sassuolo e Fidenza, a Comacchio In basso, Stefano Sutti, managing partner dello Studio legale Sutti e all’alto Ferrarese. In 5 comuni abbiamo sindaci leghisti, i primi: a Bondeno, Viano, Castellarquato, Bobbio e Ziano. A questi vanno aggiunti circa 20 vicesindaci leghisti, una novantina di assessori e 410 eletti, grazie ai quali stiamo costruendo cose importanti. Poi in qualche caso isolato qualche distinguo c’è, anche perché in certe realtà locali ci possono essere delle visioni diverse ed è giusto che emergano; nel complesso comunque, tirando le somme, il bilancio è decisamente positivo. Semmai chiedo al Pdl di crederci di più. Questa regione può cambiare davvero ma non può crederci solo la Lega, come spesso, purtroppo, accade». Dopo i recenti successi elettorali, cosa si augura in qualità di segretario nazionale della Lega Nord Emilia per le prossime elezioni? «Visto che stiamo crescendo sensibilmente è naturale che ci stiamo anche preparando a governare in realtà locali sempre più numerose e significative. Stiamo pensando, sin da ora, a Bologna città, ma anche a Castellarano (Re), a Salsomaggiore Terme (Pr), a Fiorenzuola (Pc) e ad altre decine di comuni che voteranno nel 2011. Poi nel 2012 punteremo a Parma e a Piacenza e subito dopo partiremo alla conquista del resto dell’Emilia. L’obiettivo è diventare la forza politica di riferimento per tutta la regione, esattamente come in Veneto e in Lombardia, e passo dopo passo ci arriveremo, preparati e con una classe politica nuova e giovane».

Angelo Alessandri, segretario nazionale Lega Nord Emilia

EMILIA-ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 77


Focus Bologna ncertezza. È questo il termine che dà la cifra della situazione politica bolognese. Nel Pdl, dopo le dichiarazioni del vice-coordinatore regionale Bettamio che hanno portato l’onorevole Giancarlo Mazzuca a ritirare la propria candidatura, ora si punta alla definizione di un programma che sfoci in un’alleanza di tutti i soggetti alternativi alla sinistra. Il Pd, invece, sembra aver “incoronato” il proprio candidato sindaco in Maurizio Cevenini, anche se questi continua a ripetere di “non aver mai alzato la mano” per evitare di veder bruciata sul filo di lana un’operazione di candidatura condotta fino a ora in maniera molto sommessa. Udc e Lega sono, a vario titolo, in standby perché entrambi vogliono capire come si svilupperà il confronto che si è aperto con il Popolo della libertà. C’è poi anche il civico Daniele Corticelli che con la lista Bologna Capitale parteciperà alle prossime elezioni. Bisognerà vedere se farà gara a sé oppure se confluirà nell’alleanza di centrodestra. Incertezza, quindi, e non c’è da meravigliarsi, perché dopo la caduta di Delbono e con un commissario che, a detta di tutti, sta compiendo molto bene il proprio incarico, i partiti si muovono all’insegna della cautela. Anche Dossier Emilia Romagna inizia la marcia di avvicinamento alle elezioni amministrative della prossima primavera con un primo giro d’orizzonte, per capire quali sono i progetti che verranno proposti alla cittadinanza per fare uscire la città dalla crisi nella quale si trova. Perché almeno su questo punto sono tutti d’accordo: Bologna è malata da troppo tempo e non si può aspettare ulteriormente per il suo rilancio. Lo testimoniano gli oltre 170.000 bolognesi che nelle scorse comunali non hanno esercitato il diritto a esprimersi.

I

FABIO GARAGNANI Dopo le polemiche dei giorni scorsi che hanno portato alla rinuncia della candidatura a sindaco di Giancarlo Mazzuca, come si sta muovendo il Pdl? «Credo ci siano molte prospettive. Non siamo al punto zero perchè con la rinuncia alla candidatura di Mazzuca, al quale riconosco l’impegno e la volontà di costruire un valido programma da proporre alla città, non siamo senza candidati ma soprattutto non rinunciamo assolutamente a svolgere il nostro ruolo politico. Ricordo a tutti che siamo il secondo partito cittadino e, pur volendo rispettare ogni soggetto politico, pretendiamo un’eguale considerazione. Poi ci può stare che altri partiti dell’alleanza propongano ulteriori candidature che dovranno essere avallate da tutta la coalizione (nella quale mi auguro fortemente possa esserci anche l’Udc) e dai vertici nazionali. Il punto di partenza però non può prescindere dalla considerazione del ruolo che ha il Pdl in città». Nel corso della festa regionale del Pdl avete iniziato un confronto con tutte le forze politiche che non si riconoscono nel centrosinistra. Cosa ne è scaturito? «Mi auguro che da questo percorso possa emergere non tanto un nome, bensì un programma condiviso per la città che, mai come in quest’ultimo periodo, sta vivendo un così desolante momento di decadenza. Serve prima di tutto un progetto forte per lo sviluppo della città; i nomi dei candidati sono un passo successivo. Dal mio punto di vista lo schieramento unito tra Pdl, Lega, Udc e Civici è imprescindibile se vogliamo dare un segnale impor-

tante alla città di un’alternativa possibile dopo i disastri dell’era Cofferati e il fallimento della Giunta Delbono. Considerato tutto ciò non credo che si possa parlare di Pdl al punto zero. Altri partiti mi pare abbiano già designato il proprio candidato, ma il programma mi sembra ben lungi dall’essere definito e questo mi pare decisamente più grave per Bologna e i suoi cittadini». Il Pd sembra essersi orientato su Maurizio Cevenini, anche se manca il crisma dell’ufficialità. Se dovesse essere lui il candidato, come risponderà il Pdl? «Cevenini è sicuramente una persona piacevole e rispettabile, ma è totalmente omologo a quel potere che da trent’anni governa la città, non solo dal punto di vista politico, e che ha oggettivamente portato Bologna a questo triste livello. Si fa presto a dire che la politica cittadina è tutta in crisi. Io contesto questa generalizzazione. È vero che anche noi, come tanti altri,

Fabio Garagnani, coordinatore cittadino Pdl

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Verso le amministrative 2011 dobbiamo risolvere alcuni problemi al nostro interno, ma il Popolo della libertà non può assolutamente essere messo sullo stesso piano del Pci-Pds-Ds-Pd che ha voluto scientemente tenere al palo un’intera città e un’intera popolazione. Se oggi Bologna è altamente degradata, se ha perso la corsa nei confronti di altre realtà padane, se non è stata capace di ridisegnare il proprio futuro in relazione ad aeroporto, fiera e università, qualcuno dovrà pure fornire precise spiegazioni e non credo proprio dovremo essere noi».

MAURIZIO CEVENINI A Palazzo d’Accursio c’è un commissario straordinario che si sta facendo apprezzare da una cittadinanza ancora frastornata. C’è però la volontà di parlare di programmi che possano far uscire Bologna dal decadimento nel quale è precipitata. «Il commissario Cancellieri è una persona di alta qualità e le va dato atto di gestire Bologna in un momento difficilissimo con grandissima responsabilità, capacità ed entusiasmo. Purtroppo ora si trova ad affrontare il passaggio più delicato del suo incarico: impostare e gestire il bilancio cittadino per l’anno 2011 dopo che la recente manovra economica ha tagliato per 20 milioni di euro i trasferimenti dello Stato alle casse comunali. Penso che la cittadinanza faccia benissimo a voler parlare innanzitutto di programmi e anzi vorrei che sempre più gente partecipi al dibattito su Bologna. Non mi aspetto una mobilitazione della società come negli anni Settanta, oggettivamente le condizioni sono molto differenti, ma mi piacerebbe che soprattutto i giovani, che hanno forte la capacità di impe-

gnarsi, vogliano capire che tale impegno passa anche e soprattutto dalle piccole cose di casa nostra. Ai miei tempi tutto questo si chiamava educazione civica». Se Pd e Pdl sono alle prese con qualche affanno di troppo, c’è un partito che pare scoppiare di salute. La Lega Nord sembra ormai pronta anche in città per sedersi al tavolo dei grandi. «Mi ricordo dell’obiettivo ambizioso, non raggiunto, del Partito Comunista italiano che in uno slogan diceva: “partito di lotta e di governo”. La Lega riesce ad applicare mirabilmente questa formula dell’assurdo, tenendo un comportamento ampiamente tollerante nella compagine di governo nazionale con le situazioni tragiche derivanti dal malgoverno di alcune realtà meridionali (vedi ad esempio i casi di Catania e Palermo); mentre quando è sul territorio si dichiara partito iperlocalistico, che lotta contro gli sprechi e in favore del Nord. Questo recitar due parti in commedia lo trovo assolutamente improduttivo e spero che i cittadini si accorgano quanto prima delle incongruenze che ci sono nel partito di Bossi. Alla fine però i conti si fanno sui voti e se tanta gente vota Lega, bisogna rispettare tale volontà. Questo ragionamento deve valere per tutti. Attaccare gli elettori della Lega o di qualunque altro soggetto politico, nazionale o locale che sia, credendo che siano tutti dei dementi è un errore enorme e non è neppure un comportamento molto democratico». La rinascita di Bologna può esaurirsi con la mobilità urbana e con l’indotto economico che que-

sti cantieri potrebbero generare? «È chiaro che Bologna abbisogna come il pane di infrastrutture decenti, ma nel passato (ed è il caso del Civis che io non amo assolutamente) l’impossibilità a modificare almeno in parte il progetto iniziale ha generato l’ansia di perdere i fondi stanziati dal governo e questo ha creato dei veri e propri disastri. Se io fossi il candidato sindaco spiegherei onestamente e con grande chiarezza lo stato dell’arte del Civis, un’opera che non può essere interrotta o modificata per le ingenti penali che pesano su tale progetto. Come si può uscire da questa confusione? Con grande chiarezza, è l’unica via possibile e immaginabile. Su People Mover, Metrò e Passante Nord bisogna avere il coraggio di dire che, con la situazione economica attuale, non ha senso fare solo una prima parte dei lavori o una prima tranche dei tracciati previsti perché allora non solo non sarebbero un valore aggiunto per il territorio, ma addirittura potrebbero affossare definitivamente una città che sta affannosamente cercando la strada per rilanciarsi».

Il consigliere regionale Maurizio Cevenini

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Focus Bologna

Verso le amministrative 2011

MANES BERNARDINI

Manes Bernardini, consigliere regionale Lega Nord

Sempre più spesso si sente ripetere l’adagio che vuole la Lega Nord vincitrice alle prossime elezioni amministrative perché “è l’unico partito che lavora veramente sul territorio”. In cosa vi distinguete? «Innanzitutto abbiamo la mente libera da ogni tipo di preconcetto e prima di iniziare una qualunque battaglia noi della Lega Nord ragioniamo da cittadini bolognesi. Facendo ciò ritengo si acquisisca una maggiore sensibilità nei confronti dei problemi verso i quali ognuno di noi si trova a combattere quotidianamente. Il fatto di essere sempre collegati alla realtà che tutti noi viviamo ci permette di formulare proposte politico-amministrative ampiamente condivise dal corpo elettorale, che è quello che con il suo voto giudica l’operato di ogni partito. La Lega Nord a Bologna non si è mai persa in discorsi inutili o sterili polemiche quali ad esempio il solito toto-candidato che si scatena prima di ogni competizione elettorale. Abbiamo sempre detto che se tale responsabilità toccasse a noi, ci metteremmo cinque minuti a esprimere tale nome perché siamo convinti e consapevoli della nostra forza così come sappiamo che al nostro interno ci sono le persone giuste per portare avanti un discorso di candidatura diretta». Come giudica l’attuale stato della città? È d’accordo con l’analisi secondo la quale Bologna, dalla Giunta Vitali in poi, è entrata in una fase di lento decadimento? «Concordo pienamente con questa analisi e aggiungo che per quanto riguarda le ultime giunte, soprattutto quella di Cofferati, non è mai stata ipotizzata alcuna risposta alle domande sul futuro della città. Bologna non ha mai saputo investire nel suo futuro

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e questo ha comportato essere messi ai margini di ogni discorso di sviluppo per il nostro territorio. Oggi la città ha perso gran parte della grande industria, non si è minimamente sviluppata dal punto di vista turistico e fieristico (la crisi di Bologna Fiere è sotto gli occhi di tutti), ha un aeroporto che si barcamena alla meglio, dopo che è stato creato quello spezzatino regionale assolutamente antieconomico di aerostazioni, e si ritrova un’università che a fronte di una splendida storia sta languendo in maniera inaccettabile. È l’intero sistema Bologna che si è fermato in attesa di non si sa cosa. E questa è la peggiore delle situazioni». Bologna è attualmente retta dal commissario straordinario Cancellieri e sembra quasi che i bolognesi si stiano dimenticando che in città non c’è sindaco, giunta e parimenti alcun organismo assembleare. «Per risponderle cito un ragionamento fatto poco tempo fa dal mio sindaco modello Flavio Tosi che ha definito il momento Cancellieri in questo modo: “se oggi diciamo bravo a un commissario che è qui solo per occuparsi dell’ordinaria amministrazione, non oso pensare cosa potevate avere prima”. Effettivamente il commissario Cancellieri ha agito bene e con ocula-

tezza, ma non dimentichiamo che ha gestito solo e unicamente l’ordinaria amministrazione. Fatta questa considerazione viene veramente da chiedersi cosa avessimo prima della Cancellieri, se le amministrazioni che si sono susseguite non riuscivano a garantire neppure il rispetto delle leggi e regolamenti comunali per il decoro urbano».

GIANLUCA GALLETTI Come giudica l’attuale momento sia a livello nazionale che in chiave locale? «Non è mai bello e simpatico dire “noi l’avevamo detto”, ma quando nel 2008 denunciammo i limiti di questo bipolarismo, costruito a tavolino e non sui programmi e sui valori, dicevamo una cosa giusta. La confusione politica oggi è sotto gli occhi di tutti ed è frutto di un tentativo maldestro di costruire partiti a tavolino solo per vincere e non per governare». Come ci sente nello stare tra Pd e Pdl? «Non siamo alla ricerca di partner. Non ci interessano alleanze anomale e anche a Bologna vogliamo fare alleanze che permettano il buon governo. Oggi Bologna ne ha bisogno più che mai». L’Emilia Romagna viene considerata da quasi tutti gli analisti


come il prossimo territorio dove la Lega Nord “sfonderà” nei consensi. È d’accordo con questa ipotesi? «Nelle elezioni amministrative prenderà voti chi sarà in grado di dare un progetto vero alla città. Io non voglio giocare il solito schema dove chi governa (il centrosinistra) dice che va tutto bene e l’opposizione afferma che va tutto male. Bologna è ancora una bella città, i bolognesi sono ancora un popolo virtuoso e ci sono ancora tutte le premesse per portare la città in serie A. Bisogna, però, avere chiaro che i prossimi cinque anni saranno determinanti per lo sviluppo della città: mi riferisco alle infrastrutture, al mantenimento e al miglioramento della qualità e della quantità dei servizi sociali (asili nido, assistenza domiciliare e case protette), attuare una politica in favore delle famiglie. Questo vuol dire saper proporre un programma, poi si parlerà di alleanze e di uomini». C’è un humus sul quale puntare per far risorgere la città dei portici e delle piazze che tutto il mondo portava ad esempio per qualità della vita? «Il tema cruciale dei prossimi cinque anni sarà davvero la mancanza di risorse economiche e, conseguentemente, la capacità delle amministrazioni di mantenere e migliorare la qualità e la quantità dei servizi offerti. Questo scenario molto fosco che si prospetta obbligherà a ridisegnare un nuovo sistema di organizzazione del welfare. Questa

sarà la grande sfida. Perché proprio Bologna, che ha a tutt’oggi una buona rete di servizi, sarà quella che soffrirà di più della radicale riduzione di risorse economiche a disposizione».

DANIELE CORTICELLI Al momento l’unica certezza della politica cittadina è che la lista Bologna Capitale si presenterà alle elezioni della prossima primavera. «Qui c’è una consolidata tradizione di civismo, poiché da dieci anni le liste civiche rappresentano circa il 20% dell’elettorato. Noi raccogliamo questa eredità guardando al futuro perché ritengo che una proposta sui contenuti totalmente libera da vincoli ideologici e di partito sia un valore aggiunto per rilanciare una città con un problema molto grande di classe dirigente, a livello politico e non solo. Per un rilancio concreto, quindi, è assolutamente imprescindibile il coinvolgimento delle forze vive della società: imprenditori, professionisti e semplici cittadini che amano Bologna». Quali sono i punti salienti proposti da una lista civica come Bologna Capitale? «Noi ci siamo sempre contraddistinti per la presentazione di progetti sui quali aprire il dibattito e la discussione. É vero invece che alcune forze politiche sono tutte concentrate sulla scelta del nome del candidato Sindaco e questo non credo sia di beneficio per la città. Con lo slogan Bologna Capitale vogliamo rappresentare una precisa visione della città e si contrappone al policentrismo regionale propugnato da Errani, Delbono, Campagnoli e molti altri. Noi proponiamo una Bologna che sia al centro del sistema regione e che possa essere un traino per tutto il territorio. Ecco quindi le nostre battaglie per

rilanciare Bologna attraverso il miglioramento del sistema di welfare attualmente adottato, una moderna rete infrastrutturale che punti, per il centro storico, sul metrò e sull’elettrico, che rilanci decisamente aeroporto, fiera e università. È tempo che la città si crei le proprie eccellenze e che queste possano diventare l’interfaccia tra la Regione e il resto del mondo attraendo capitali e investimenti». Molti analisti vedono nella Lega e nella lista di Beppe Grillo due possibili elementi di forte incertezza per lo scenario politico cittadino, anche se nessuno vuole azzardare cifre. Cosa ne pensa? «I “grillini” sono in crescita ma non credo siano proprio un grande fattore di stabilità. Rappresentano sicuramente un voto di protesta che ha anche precise caratterizzazioni generazionali dal momento che intercetta grandemente il voto giovanile. Credo che alcuni temi da loro proposti siano anche condivisibili e quindi potrebbe essere utile avviare ragionamenti anche con loro. La Lega è una forza che a livello nazionale sta crescendo ma non è così a Bologna città. Se consideriamo, infatti, le elezioni comunali del 2009 e quelle regionali di quest’anno, vediamo che il patrimonio elettorale degli uomini di Bossi in città si attesta stabilmente intorno alle 14.000 unità. Non crescita, quindi, ma tenuta. Ritengo comunque che la scelta di un candidato sindaco in quota Lega che venga da fuori Bologna, solo per rispettare equilibri nazionali, sia dannoso per la città. Vorrei ricordare che Cofferati fu dirottato qui sulla scorta di equilibri nazionali e tutti noi abbiamo visto cosa ha fatto per la città».

Daniele Corticelli, della lista civica Bologna Capitale


IL MERCATO DEGLI SCOOTER

ono 74 mila in meno le vendite di motocicli in Italia nei primi otto mesi del 2010 rispetto allo stesso periodo del 2009. Un dato, quello diffuso da Ancma (Associazione nazionale ciclo motociclo accessori), che conferma la crisi generale del mercato delle due ruote, dal quale non si sottraggono nemmeno i ciclomotori: le registrazioni di scooter e “cinquantini” in generale, infatti, hanno segnato un calo dell’8,6 per cento a livello nazionale. L’Emilia Romagna, tradizionale “terra di motori”, mostra invece una diminuzione decisamente più contenuta: ad agosto si contavano 5.838 registrazioni, solo l’1 per cento in meno rispetto ai primi otto mesi del 2009, anno in cui in regione le vendite complessive nel segmento 50cc erano state 7.751 (7,7 per cento del totale nazionale), con le province di Bologna (1.360) e Rimini (1.149) a fare la parte del leone. Claudio De Viti, direttore settore moto di Ancma, prova a spiegare le cause alla base di questo andamento del mercato. «In realtà anche in Emilia Romagna i cali sono significativi e solo una maggiore disponibilità di reddito rispetto alla media nazionale può aver contribuito a limitare le perdite. La passione per il “mutor”, insomma, risente anch’essa della crisi economica». Si tratta dell’unico fattore dietro questo calo? Che peso hanno gli incentivi governativi? «Da anni il mercato dei “cinquantini” è in contrazione nonostante gli incentivi del ministero dell’Ambiente, che prevedono molta burocrazia e sono molto in ritardo nei rimborsi ai concessionari. Di fatto le regole e i costi di gestione sono simili a quelli degli scooter di 125cc e il target adulto preferisce optare per mezzi più prestazionali e con meno vincoli, come la velocità massima di 45 km/h. Resta quindi un mercato dedicato ai minorenni e a chi dispone solo del patentino. In passato tali veicoli avevano facilitazioni note-

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Il motorino ha perso appeal Vendite di scooter in discesa anche in Emilia Romagna. Claudio De Viti, direttore settore moto di Ancma, lancia l’allarme: «Settore ormai dedicato ai minorenni, ma i genitori preferiscono regalare altro. E gli incentivi non sono sufficienti» Riccardo Casini

voli: non esisteva l'obbligo di assicurazione, né di casco per i maggiorenni, né di patentino, né di registrazione. Gli incentivi del ministero dello Sviluppo economico nel 2009 erano riservati ai veicoli Euro 3 fino a 60 kW, quindi non per i ciclomotori: di fatto 500 euro di sconto su veicoli 125 o 150cc che costano di listino 1.500 o 2mila euro hanno portato il prezzo a livello dei 50cc, favorendo il salto di classe». Che ruolo mantiene il segmento dei 50cc nel complesso del mercato a due ruote? «Si è trattato di un mercato condizionato sempre pesantemente dagli incentivi, soprattutto per il principale segmento degli scooter, che copre i due terzi del mercato. Il comparto moto invece si è dimostrato più sensibile al lancio di nuovi modelli di successo. In entrambi i casi si è evidenziata un'escalation di cilindrata: oggi il segmento centrale degli scooter è intorno ai 300cc, mentre in passato si vendevano più 125cc. Le moto più vendute superano invece i 1000cc, a fronte del passato quando prevalevano le medie cilindrate

Sotto, Claudio De Viti, direttore settore moto di Ancma


Claudio De Viti

7.751 MOTORINI Le registrazioni di ciclomotori 50cc in Emilia Romagna nel 2009

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Da anni il mercato dei “cinquantini” è in contrazione. D’altra parte il target adulto preferisce optare per mezzi più prestazionali e con meno vincoli

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(600-750cc). In realtà non aumenta la penetrazione delle due ruote a motore: solo il 19 per cento delle famiglie italiane ha un ciclomotore, scooter o moto che sia. Contemporaneamente aumenta l'età media degli utenti». La chiusura o i vari provvedimenti relativi ai centri storici aiutano o costituiscono un freno al mercato dei ciclomotori? «Le restrizioni al traffico per i veicoli obsoleti e inquinanti dovrebbero favorire il rinnovo del parco circolante anche per le due ruote, ma in qualche caso potrebbero portare alla rinuncia di utilizzo a favore dei mezzi pubblici o dell'auto». Qual è il futuro del mercato dei ciclomotori, in particolare in Emilia Romagna? «Non ho elementi per valutare un trend specifico in regione, posso solo dire che il “motorino” non ha più lo stesso appeal che aveva per le generazioni precedenti e subisce la concorrenza laterale di Pc, cellulari, playstation e altri gadget elettronici che i genitori regalano più volentieri. In ogni caso il calo è più sensibile nelle aree metropolitane, ben servite dai mezzi pubblici, mentre nelle aree di provincia il ciclomotore costituisce ancora un indispensabile mezzo di mobilità ed emancipazione». EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 87


IL MERCATO DEGLI SCOOTER

riuscita a ritagliarsi un suo spazio di tutto rispetto tra i tanti colossi della “motor valley” bolognese, come Ducati, Malaguti e Moto Morini: una sfida non facile quella di Italjet, azienda nata a San Lazzaro di Savena nel 1959 a opera di Leopoldo Tartarini, e oggi di casa a Castel San Pietro Terme. Sempre caratterizzata dalla particolare ricerca in termini di innovazione, visibile anche nelle forme (spesso in un certo senso anticonformiste) dei suoi modelli, la produzione Italjet non ha conosciuto soste, sfornando oltre 150 modelli in 50 anni di storia. Dopo una parentesi nel mondo del Motomondiale (tre stagioni in classe 125) ora l’attenzione è di nuovo interamente dedicata alla produzione di mezzi da strada, come conferma l’attuale presidente Massimo Tartarini. «Stiamo puntando molto su nuovi veicoli elettrici con propulsori rivoluzionari. Crediamo che la mobilità urbana, grazie alle nuove tecnologie sviluppate, si orienterà nel prossimo triennio su veicoli ecologici e innovativi». Nel frattempo nel 2009, secondo Ancma, la produzione di ciclomotori in Italia ha registrato un calo del 35 per cento (da 171 a 110mila modelli). Qual è il trend negli altri Paesi? «Il mercato Italiano sta seguendo l'andamento del mercato internazionale. La cilindrata 50cc è in continuo e costante calo ovunque. In Europa , ma anche in Giappone e negli Stati Uniti d'America, il ciclomotore sta lasciando il posto alla bicicletta elettrica, più economica ed ecologica. In Italia purtroppo questo boom di mercato ancora non c'è stato, in quanto le normative sono diverse dagli altri paesi». Allo stato attuale quali sono

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Ciclomotori, il futuro è elettrico L’azienda di Castel San Pietro Terme punta su Oriente, «propulsori rivoluzionari» e una bicicletta per teenager. I progetti del presidente Massimo Tarantini, ultimo erede di una dinastia ultra cinquantenaria che porta il “made in Bologna” in giro per il mondo Riccardo Casini

i vostri modelli più richiesti? «Il più richiesto è indubbiamente il nuovo Velocifero, che sta spopolando nei mercati internazionali e soprattutto in Oriente, per la precisione in Giappone, Corea e Vietnam. E dal prossimo febbraio sarà disponibile anche in Italia». Confermate l’orientamento generale del mercato verso un segmento "over 50 cc"? «In Italia, sicuramente, le moto da 300 a 500 cc la fanno da padrone. Oggi la gente usa lo scooter non solo per percorsi cittadini, ma anche in tragitti superiori ai 100-200 chilometri. La maggior parte degli utenti di scooter di alta cilindrata lo utilizza anche per andare al mare o in montagna». A livello di esportazioni di ciclomotori, secondo Istat nel 2009 si è registrato un calo del 28 per cento. Qual è la situazione di Italjet? «Oggi vendiamo nei mercati esteri direttamente dalle nostre unità produttive presenti in Oriente, per cui non possiamo più parlare di export dall’Italia. I nostri distributori esteri importano direttamente dalle nostre unità produttive estere per mantenere i costi sotto controllo. La vendita di Italjet nei mercati esteri è comunque in continuo aumento».

150 MODELLI

I motocicli progettati da Italjet dal 1959 a oggi

-BOLOGNA 32% Il calo degli accessi al centro storico da parte di ciclomotori dal 2001 al 2006


Massimo Tartarini

DUE RUOTE E QUALITÀ DELL’ARIA

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ifficile stimare il contributo dei ciclomotori alla formazione di polveri sottili nei centri urbani. Se gli ultimi dati in possesso del Comune di Bologna (ma riferiti al 2006) mostrano un decremento del 32 per cento rispetto al 2001 negli accessi al centro storico da parte dei ciclomotori, è altrettanto vero che questo era stato bilanciato dall’emersione dell’utilizzo delle moto di cilindrata superiore ai 50cc (il 60 per cento dei motocicli che accedono alla Ztl). Nel complesso, l'impatto dei motoveicoli (27.609)

sul totale del parco veicolare motorizzato costituiva circa il 40 per cento. Considerando le emissioni generate dal traffico nella Ztl, come da apposito studio allora elaborato dal settore Ambiente, risultava dominante il contributo dei mezzi a due ruote nelle emissioni di benzene, e rilevante in quelle del particolato (Pm10), dovuto soprattutto alle motorizzazioni pre-euro e in particolare al caso dei motori a due tempi (dal confronto moto-auto il rapporto di emissioni di benzene è 4:1, quello di particolato 2:1).

Nella pagina a fianco, il presidente di Italjet, Massimo Tartarini; qui sotto, Cruiser, il nuovo modello di bicicletta elettrica prodotto da Italjet

In quali paesi registrate oggi le vendite maggiori? «Germania, Regno Unito, Francia, Giappone, Usa, Vietnam, Corea, ma anche Messico, Australia e Argentina». Come giudicate nuovi mercati in espansione come Cina o India? Vi sono progetti in questo senso? «Sono mercati in continua e costante crescita, ma non si può pensare di esportare in questi paesi dal momento che i dazi all’importazione sono troppo elevati. Per poter vendere in certi paesi, l’unica soluzione è di creare nuovi stabilimenti in questi paesi. Italjet al momento lo ha fatto in Cina. In India stiamo pensando invece a una joint venture». Quali misure avete preso in merito all'attenzione all’ambiente e alla qualità dell’aria nei centri urbani? Sono in fase di progettazione nuovi modelli “ecologici”? «Crediamo molto nella bicicletta elettrica, per questo nei prossimi mesi lanceremo nel mercato italiano un nuovo modello che avrà l’obiettivo di avvicinare un pubblico più giovane. Fino a oggi le biciclette elettriche hanno avuto un design per persone anziane, invece la nostra Cruiser piace tantissimo anche ai teenager». EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 89


MECCATRONICA

Meccanica in lenta ripresa Il presidente del Consorzio Massimiliano Mandelli illustra la realtà collaborativa del Musp, come “terza via” italiana in risposta ai colossi multinazionali Renata Gualtieri

l settore dell’alta tecnologia meccanica di Piacenza ha un ruolo primario in Italia e rappresenta un’area di eccellenza tecnologica, riconosciuta a livello internazionale. Nel 2009 si è però riscontrato un calo nel settore, seguito da una timida ripresa, registrata già all’inizio di quest’anno. «La lieve ripresa che si è verificata nei primi mesi del 2010 – spiega il presidente del consorzio macchine utensili e sistemi di produzione piacentino, Massimiliano Mandelli – è stata solo fisiologica. In realtà il settore della meccanica in Italia e in Europa si sta ancora muovendo lentamente, come dimostrano i dati del settore automobilistico e della filiera ad esso collegata, che per la meccanica sono sempre i settori di riferimento. La propensione all’investimento dei nostri clienti europei è ancora scarsa, e solo chi è le-

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gato a progetti specifici, o ha l’impellente necessità di aggiornare i propri mezzi di produzione, ha investito in macchine utensili. È invece diversa la situazione in Cina, che vede una crescita della produzione a sue cifre sin dall’inizio dell’anno, e questo ha prodotto qualche effetto positivo anche in Italia, per le aziende che riescono a servire questo mercato». Le imprese piacentine esportano oltre la metà del loro prodotto. Come si affronta la competitività internazionale? «Per affrontare i mercati internazionali servono molti requisiti: capacità di investimento, organizzazione, logistica, e tant’altro ancora, fino ad arrivare al prodotto con tutti i servizi a esso connessi e alla conoscenza del mercato su cui si intende operare. L’attività del consorzio naturalmente si concentra sugli aspetti del “prodotto”

macchina utensile, spaziando dalle sue applicazioni alle fasi organizzative della produzione. Sugli aspetti che rappresentano il nostro campo di attività, sono convinto che il consorzio abbia fornito un supporto non trascurabile. E nel nostro settore poter disporre di prodotti innovativi, tecnicamente interessanti, rappresenta senza dubbio un fattore competitivo di estrema importanza». La cooperazione tra aziende e università ha dato risultati sul piano dello sviluppo? «Sicuramente nel tempo, nell’ambito dei molti progetti che sono stati affrontati, sono

Massimiliano Mandelli, presidente del consorzio Macchine utensili e sistemi di produzione; sotto, un’applicazione del settore energia


Massimiliano Mandelli

stati raggiunti risultati concreti, frutto della collaborazione con i ricercatori del consorzio. La possibilità di collaborare con ragazzi in gamba, motivati, intellettualmente vivaci è una risorsa importante per le aziende. Anche nel mio caso sono molto riconoscente al laboratorio perché, abbiamo potuto realizzare un progetto che ha avuto un impatto estremamente importante in termini di competitività per l’unità che dirigo. Al di là però dei risultati concreti, credo che il miglior traguardo che abbiamo raggiunto sia stato il significativo miglioramento della collaborazione tra università e aziende. Sia da una parte che dall’altra ho notato un importante avvicinamento. L’esperienza Musp ha consentito di identificare bisogni e necessità reciproche, gettando le basi per collaborazioni durature. Non credo che per i partner aziendali ed universitari che hanno collaborato attivamente ai progetti proposti dal Musp, sarà facile in futuro fare a meno l’uno dell’altro». Quali sono le previsioni per il futuro delle imprese locali del settore? «Il settore piacentino della macchina utensile, rappresenta senza dubbio un’area di eccellenza tecnologica, riconosciuta



Per affrontare i mercati internazionali servono molti requisiti: capacità di investimento, organizzazione, logistica, fino ad arrivare al prodotto con tutti i servizi ad esso connessi e alla conoscenza del mercato su cui si intende operare



in tutto il mondo. Basandosi su dati pre-crisi, l’80% dell’export del territorio deriva dal comparto manifatturiero meccanico e in particolare dalla produzione di beni strumentali per l’industria. Le aziende piacentine di questo settore hanno sempre dimostrato una capacità di innovazione e di adattamento alle richieste del mercato fuori dal comune. Per quanto riguarda il futuro, a mio modo di vedere, la piccola dimensione delle aziende può essere di

aiuto per superare situazioni di crisi, ma non aiuta in termini di competitività, specie se si parla di internazionalizzazione e di ricerca. Non si può imporre a nessuno di diventare grande, ma forse esperienze come il Musp, che gettano il seme della collaborazione, per di più in aree strategicamente importanti come quella dell’innovazione, potrebbero costituire una “terza via” italiana, una nuova risposta per competere con i colossi multinazionali». EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 95


MECCATRONICA

Competitivi per il mercato in crescita Michele Monno, direttore scientifico del laboratorio Musp, invita le aziende a dedicare maggiore capacità e tempo all’innovazione del prodotto seguendo lo slogan, “c’è la crisi, approfittane” Renata Gualtieri

ome ben mostrano le analisi del Centro Studi di Ucimu il mercato internazionale delle macchine utensili è decisamente un caso di scuola. Nel dopoguerra le esportazioni erano dominate dagli Usa e il nostro Paese si posizionava attorno al decimo posto. «I numeri precrisi del settore evidenziano – commenta il professor Michele Monno, direttore scientifico del laboratorio Musp, – che metà delle macchine vendute nel mondo sono costruite in Europa. Se il primo produttore è il Giappone, al secondo posto c’è la Germania seguita dall’Italia, con circa il 10% del mercato, e dalla Cina. Difficile individuare un altro ambito produttivo dove l’industria nazionale si posizioni così in alto. Nel frattempo gli Usa sono precipitati in classifica superati oggi persino da Corea e Taiwan. Citare questo

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dato serve a evidenziare come, anche in questo campo, si assista ad una accelerazione del cambiamento che evidenzia sempre più le capacità dei paesi emergenti, non solo la Cina e l’Estremo Oriente ma anche India, Brasile, Russia. In questo contesto è evidente come l’unica strada percorribile per le

aziende italiane del settore sia fornire un prodotto ad elevatissimo contenuto tecnologico ed un livello di servizio superiore a quello offerto dai concorrenti. Anche a questo serve la ricerca». Quali sono le scoperte innovative che hanno consentito di fare un salto di qualità alle vostre ricerche?

In apertura, il professor Michele Monno, direttore scientifico del laboratorio Musp


Michele Monno

«L’argomento di ricerca per il quale Musp è più noto è quello delle schiume metalliche, materiali innovativi che permettono di incrementare le prestazioni di strutture metalliche (con applicazioni nel settore delle macchine utensili) o di alleggerimento (di interesse per l’automotive e per i veicoli in generale). Seguendo l’esempio di quanto avviene presso alcuni laboratori di ricerca in Germania, stiamo per completare a Piacenza il primo Metal Foam Center in Italia, che lavorerà non solo per la ricerca ma anche a servizio delle aziende della meccanica avanzata interessate a realizzare strutture in acciaio riempite in schiuma di alluminio. Vi sono però diverse ricerche, di orientamento fortemente applicativo, che sviluppiamo per il settore delle macchine utensili e dei sistemi di produzione e per le quali è opportuno visitare il sito www.musp.it o contattare direttamente i ricercatori del Musp». Musp è una fucina di giovani ricercatori. Come può la ricerca aiutare il comparto delle macchine utensili a rimanere competitivo? «Presso il laboratorio lavorano attualmente una ventina di giovani laureati, assegnisti di ricerca ed allievi del dottorato, provenienti dalle due università che hanno sede a Piacenza: Politecnico

Jobs è lontana dalla crisi Nel 2009 abbiamo assistito a un calo nel settore, seguito però da importanti segnali di ripresa all’inizio dell’anno in corso. Lo stato di salute della Jobs conferma questo trend positivo. Anzi, se il calo a livello nazionale è stato del 50%, per Jobs il fatturato si è ridotto solo del 25%. «Nel 2010 – sostiene Marco Livelli (nella foto), amministratore delegato Jobs Spa – prevediamo un fatturato di 55 milioni rispetto ai 41milioni del 2009». Alla base dei successi dell’azienda che rendono forte la sua competitività c’è l’innovazione del prodotto, l’ampliamento della gamma di macchine e la presenza su tutti i mercati mondiali. «In particolare – continua l’amministratore delegato – Jobs costruisce fresatrici ad alto contenuto tecnologico indirizzate ai settori aerospace, automotive e della meccanica generale. L’importante caratteristica di Jobs è la capacità di realizzare impianti chiavi in mano, partendo dall’analisi delle

necessità del cliente. Un esempio su tutti sono le lavorazioni della fusoliera del nuovo Boeing Dreamliner». Ci sono Italia, Germania, Usa, Cina e Russia tra i mercati nazionali e internazionali più interessanti per l’azienda piacentina, che investe attualmente circa il 6% del suo fatturato in innovazione e strutture tecnologicamente avanzate per raggiungere costantemente ottimi standard qualitativi. Attivo il contributo della Jobs all’interno del Consorzio Musp «Abbiamo sviluppato con il laboratorio – precisa Livelli – diversi progetti finalizzati alla ricerca e all’innovazione tecnologica; in questi mesi stiamo lavorando su nuove strutture di macchine in schiume metalliche. L’innovazione produce un vantaggio competitivo, che a sua volta favorisce i volumi prodotti che vengono realizzati sul territorio sia all’interno dell’azienda che nell’indotto».

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MECCATRONICA

Mandelli Sistemy front end del Musp Nelle proprie attività d’innovazione, le sinergie di Mandelli Sistemi con Musp sono continue, e il coinvolgimento dei suoi ricercatori va da progetti di ricerca applicata, a quelli di ricerca precompetitiva fino all’utilizzo del laboratorio per attività di validazione e test dei nuovi prodotti. «A livello occupazionale – commenta Paolo Egalini (nella foto), amministratore delegato di Riello Sistemi Italy, gruppo di cui fa parte l’azienda piacentina, – oltre a inserimenti in Mandelli di ricercatori provenienti dal Musp, la positiva ricaduta è determinata dal rapporto di collaborazione che si formalizza in veri e propri contratti di fornitura, nei quali Musp assume ruoli rilevanti, vedi tra gli altri i progetti di ricerca regionali, nazionali ed europei ai quali Mandelli partecipa». La linea guida del Gruppo Riello è l’adozione di soluzioni che creino un vantaggio competitivo ai propri clienti, grazie a mezzi produttivi altamente performanti e progettati per coprire i fabbisogni tecnologici futuri. «Tra i fattori competitivi – continua Paolo Egalini – essenziale è la focalizzazione su settori di applicazione e la conseguente specializzazione. La presenza sul territorio di proprie strutture di service, in particolare nelle aree geografiche strategiche, permette al Gruppo Riello Sistemi di offrire un livello di servizio di assoluta eccellenza; questo, accompagnato a un efficace tele service, permette di mantenere sotto continuo monitoraggio il mezzo produttivo. Le aree di azione sono dunque: miglioramento della prestazione durante la vita del prodotto, le applicazioni tecnologiche, la

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 formazione e le manutenzioni, gestite attraverso contratti di full service». Il trend positivo degli ordinativi è confermato, in particolare per l’export. «Per quanto riguarda l’Italia, le regioni del Nord - in particolare Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna rappresentano le aree, non solo storiche ma anche prospettiche, più interessanti. Per l’esportazione – ricorda – le presenze in Nord Europea, in particolare in Germania e Scandinavia, oltre che in Francia costituiscono il cuore dei mercati “maturi”. Lo sviluppo degli ultimi 4-5 anni e ancora di più la strategia del futuro si orienta all’Est, sia sull’ex Est Europa sia, soprattutto, in Cina. Quest’ultima sta crescendo per il nostro Gruppo in modo esponenziale, rappresentando già oggi oltre il 20% dei nostri volumi. La segmentazione per settori indica in aeronautica, energia, veicoli industriali, macchine agricole, ferroviario e idraulica quelli verso i quali concentrare l’attenzione nello sviluppo tecnico e commerciale. L’investimento in ricerca e sviluppo, spesso in parte “speso” su applicazioni speciali che diventano prodotto, rappresenta circa il 7% del nostro fatturato».

di Milano (con il corso di studio in Ingegneria meccanica) e l’Università Cattolica (con la laurea in Economia). La nostra è un’azione di ricerca applicata che parte proprio dalle esigenze di aziende della meccanica avanzata interessate a promuovere la propria competitività attraverso l’innovazione tecnologica. Quello attuale è un periodo di difficoltà per tutto il settore manifatturiero, e in particolare per i beni strumentali per l’industria. Senza che appaia come una mancanza di considerazione per i gravi problemi economici e occupazionali che ne conseguono, circa un anno fa il laboratorio ha lanciato lo slogan “C’è la crisi, approfittane”, invitando le aziende a dedicare in misura maggiore le capacità e il


Michele Monno





La peculiarità del Musp consiste nell’essere fin qui riusciti, nel nostro piccolo, a fare sistema in modo concreto tempo dei propri tecnici e progettisti all’innovazione del prodotto per prepararsi ad essere competitivi quando il mercato ricomincerà a crescere». Il laboratorio Musp è coinvolto in un progetto che si è meritato un cospicuo finanziamento da parte del ministero dell’economia per la valorizzazione del made in Italy. In quale area tematica rientra questo progetto e quali soggetti coinvolge? «Nei cinque anni di attività trascorsi, il Musp ha cooperato con le imprese in numerosi progetti di ricerca. Due nel 2008, uno con Jobs e uno con Mandelli, finanziati sul bando Tecnologie prioritarie del ministero dello Sviluppo economico, e due, uno ancora con Jobs e uno con Lafer, sul bando Industria 2015. Questi ultimi si rivol-

gono al miglioramento dell’efficienza energetica dei motori e degli azionamenti delle macchine utensili (insieme a Jobs) e all’impiego di rivestimenti nanostrutturati per ridurre le usure di componenti meccanici che lavorano in condizioni gravose (insieme a Lafer sul bando made in Italy). A questi si affiancano una ventina di progetti con imprese, interne ed esterne al

A lato, le schiume metalliche, materiali innovativi che permettono di incrementare le prestazioni di strutture metalliche

consorzio, in parte favoriti dal Piano regionale per la ricerca, l’innovazione industriale e il trasferimento tecnologico, in parte interamente finanziati dalle aziende. Siamo in questo momento nella fase di negoziazione del primo contratto di ricerca con un’azienda estera. In questi anni abbiamo cercato di sostenere anche aziende di piccola dimensione, quelle con cui facciamo più fatica, a condizione che fossero portatrici di idee interessanti, poiché il tessuto industriale del territorio è fatto di piccole e piccolissime imprese». Quanto è importante, per le aziende e la ricerca, fare sistema? «Penso che la peculiarità del Musp consista proprio nell’essere riusciti, nel nostro piccolo, a fare sistema in modo concreto. Del Consorzio Musp sono parte una decina di aziende, le due università che operano a Piacenza, due importanti associazioni imprenditoriali, oltre che Comune e Provincia che hanno facilitato l’insediamento e lo sviluppo del laboratorio. Infine, la Fondazione di Piacenza, con un rilevante contributo, ha affiancato la Regione nel finanziamento dell’iniziativa. Le aziende partecipanti hanno un ruolo fondamentale di indirizzo nelle attività  EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 99


MECCATRONICA

Mcm è innovazione continua È “flex process - flex solution - flex production” il motto della Mcm. « Si parla di eccellenza dei prodotti dunque – chiarisce Gabriele Gasperini (nella foto), presidente di Mcm – abbinata alla capacità di essere sempre all’altezza delle richieste dei clienti, sia in termini di qualità che di precisione e flessibilità nelle lavorazioni, affrontando sempre brillantemente la sfida delle lavorazioni di componenti complessi e dei nuovi materiali». Lo stato di salute della Mcm può confermare un buon trend riferendosi al secondo trimestre nel mercato domestico, dovuto, a detta del presidente Gasperini, principalmente all’effetto della Legge Tremonti, per poi ritornare ad appiattirsi. Mentre si nota più fervore nei mercati tedesco, francese, spagnolo e nei mercati del Far East, Cina e India su tutti». Ragionando sulla capacità di investimento in innovazione e strutture tecnologicamente avanzate ci si trova

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davanti un settore in continua evoluzione. «È effettivamente di difficile quantificazione questo dato – spiega Gasperini – in quanto la continua evoluzione tecnologica dei componenti e le richieste dei clienti sempre più circostanziate, ci costringono a innovare di continuo. Per cui il 50% delle macchine che escono dalla nostra produzione ripetono soluzioni precedenti, il restante 50% contiene soluzioni innovative, che poi saranno riutilizzate in seguito. A voler dare una cifra si aggira sul 5-10%. Partecipiamo con altri partner, e tra questi Musp, a progetti di ricerca europei e italiani, mediamente siamo coinvolti in 2/3 progetti all’anno». A dimostrazione del contribuito fattivo di Mcm all’interno del consorzio in termini di indotto economico e occupazione basta ricordare che l’azienda ha partecipato attivamente alla fase di promozione all’interno di Confindustria Piacenza e ne è socio fondatore. Nel tempo ha assunto alle proprie dipendenze anche due ricercatori di provenienza Musp.

 del centro, mentre alle università è riservato il coordinamento scientifico delle attività di ricerca. Si è creato un clima costruttivo tra tutte le componenti coinvolte che ha fin qui permesso di far crescere le competenze professionali del capitale umano, la vera risorsa cui siamo interessati. La selezione di persone interessanti da inserire nelle aree di ricerca del Musp è sempre aperta e quindi è costantemente valido l’invito, rivolto principalmente ai giovani laureati di area tecnica che vogliano investire sul proprio futuro, ad inviare il proprio curriculum attraverso il nostro sito».


Il territorio al primo posto Autonomia e radicamento nella propria comunità. Questi, secondo il presidente della Fondazione Carisbo Fabio Roversi Monaco, la vocazione e il destino delle fondazioni bancarie della regione. L’obiettivo è interpretare al meglio le esigenze locali Michela Evangelisti n castello fiabesco adagiato tra il verde dell’Appennino. Due palazzi che sorgono nel cuore di Bologna e che racchiudono tesori d’arte inestimabili. Secondo Fabio Roversi Monaco è di vitale importanza riaprire alla gente questi scrigni da troppo tempo abbandonati. Perché dare nuova luce e nuova funzione agli edifici che hanno fatto la storia di una comunità è il modo migliore per riaffermarne l’identità. Accogliere le richieste provenienti da terzi ma anche promuovere autonomamente iniziative che facciano fronte alle esigenze del territorio: come si conciliano le due anime di fondazione Carisbo?

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«Le due anime della fondazione si conciliano perfettamente. Accogliamo ogni anno numerose richieste che provengono da soggetti terzi, privati o pubblici (quelle ben fatte, perché ne arrivano anche tante non convincenti). Finanziamo in modo determinante la Cineteca di Bologna, il Comune, la Provincia, e tante realtà che si dedicano ad attività altruistiche e di volontariato. Ma riteniamo di dover essere anche, e soprattutto, interpreti del territorio con iniziative autonome. Nel caso di Carisbo l’insieme delle iniziative adottate autonomamente dalla fondazione, con la finalità di far fronte a esigenze ritenute rilevanti, assume una dimensione superiore a quella usuale. In questa fase, ad esempio, gli obiettivi primari sono portare avanti in città l’iniziativa denominata Genus Bononiae e, in Appennino, procedere al restauro della Rocchetta Mattei: si tratta in entrambi i casi di nostri progetti». A breve l’inaugurazione di Palazzo Fava e


Fabio Roversi Monaco

Otto tappe per il Genus Genus Bononiae è un percorso artistico, culturale e museale nel centro storico di Bologna, articolato in edifici restaurati e recuperati all’uso pubblico. Per meglio descrivere e comprendere il “genus”, la stirpe dei bolognesi di ieri e di oggi. Questo progetto ne racconta la storia, la vita, le arti e i sogni, utilizzando le strade di Bologna come corridoi e i palazzi e le chiese come sale. Ecco le tappe del percorso: la biblioteca d’arte e di storia di San Giorgio in Poggiale, San Colombano (con la collezione degli strumenti musicali antichi del Maestro Tagliavini), la chiesa di Santa Cristina (sede di concerti), Santa Maria della Vita (dove è collocato il Compianto sul Cristo Morto di Niccolò dell’Arca), Palazzo Pepoli Vecchio, Palazzo Fava, Casa Saraceni e San Michele in Bosco

di riuscire a inaugurare a inizio 2011, oltre ad avere un piano nobile di qualità eccelsa, ha anche un piano terra di grande pregio, dove collocheremo un caffé letterario e un’esposizione delle opere che abbiamo acquisito negli ultimi dieci anni. Si tratta prevalentemente di lavori della prima metà del Novecento, di celebri autori come Martini, Balla, De Chirico, Fontana. Ma soprattutto il palazzo ospiterà mostre temporanee, e sarà luogo deputato all’esposizione per tutti i progetti culturali futuri della fondazione». Non solo arte. Fondazione Carisbo e Regione Emilia Romagna promuovono e finanziano insieme attività di sperimentazione e innovazione tecnologica nei settori agroalimentare e ambientale. Inoltre è recente l’accordo tra la fondazione e l'Università di Bologna per il finanziamento di venti posti da ricercatore a tempo determinato. Quali nuovi investimenti sono previsti su questi fronti? «Nel 1911 la Carisbo fu la prima, e per molto tempo l’unica, cassa di risparmio a costituire una società per il miglioramento delle sementi. Il finanziamento della sperimentazione e innovazione tecnologica nel settore agro alimentare è quindi una vicenda che fa parte a tutti gli effetti della storia della cassa di risparmio prima e della fondazione poi. La Società Produttori Sementi, una grossa realtà che gestisce circa 500 ettari di terreno, con laboratori di ricerca e magazzini, è e continuerà a essere

Palazzo Pepoli a Bologna, che diventeranno tappe fondamentali del percorso museale Genus Bononiae: quale funzione e quale impatto avranno nel contesto cittadino? «I due palazzi sono l’espressione massima della promozione autonoma di iniziative da noi ritenute rilevanti per il territorio. Palazzo Fava era chiuso a seguito di un incendio, con gli affreschi di Annibale Carracci devastati. Un capolavoro negato, insomma, un patrimonio cittadino distrutto che nessuno poteva vedere. Palazzo Pepoli, utilizzato Nella pagina a fianco il presidente della Fondazione Carisbo, Fabio Roversi Monaco; dalla banca Cassa di Risparmio di sotto, una fase del restauro di Palazzo Fava Bologna da almeno 60 anni, era anch’esso inagibile per una larga parte. I due palazzi sono stati acquistati dalla fondazione e sottoposti a un costosissimo restauro. Palazzo Pepoli, la cui inaugurazione è prevista per fine estate 2011, ospiterà una lettura dinamica della storia di Bologna dagli etruschi fino al 2000, condotta attraverso l’esame di figure, eventi e vicende storiche che riteniamo fondamentali per la storia di una città come la nostra. Palazzo Fava, che speriamo

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IL RUOLO DELLE FONDAZIONI

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Palazzo Fava e Palazzo Pepoli, tappe fondamentali del percorso Genus Bononiae, sono l’espressione massima della promozione autonoma di iniziative da noi ritenute rilevanti per il territorio

Il restauro di Palazzo Fava

la nostra punta di diamante nel campo della ricerca scientifica, considerato anche il rilievo che assume a livello ambientale. La scelta di finanziare venti posti per ricercatori universitari, invece, affronta una richiesta molto precisa del rettore, il professor Dionigi, ed è un atto di fiducia nell’università stessa in un momento in cui è difficile creare posti per giovani intenzionati a fare ricerca. Se l’esperienza si dimostrerà positiva proseguiremo in questa direzione». La vostra area di operatività prevalente è quella metropolitana, ma avete da sempre dimostrato grande attenzione anche per la zona dell’Appennino. Quali nuove aperture geografiche sono in previsione? E quali le linee guida dei progetti futuri? «Sono stati innumerevoli negli anni passati gli interventi della fondazione rivolti al territorio dell’Appennino, dall’acquisto e successiva gestione scientifica di un castagneto a Granaglione, all’aiuto dato per salvare la società di gestione degli impianti sciistici, al sostegno a Marzabotto per il museo degli etruschi. Ma il nostro progetto principale per l’Appennino, che richiederà ancora circa tre anni di lavoro, è il restauro della Rocchetta Mattei (nel comune di Grizzana Morandi), 106 • DOSSIER • EMILIA ROMAGNA 2010

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teso a ridare un effettivo utilizzo a un edificio di grande qualità che caratterizza in modo significativo la valle del Reno, pur essendo poco conosciuto. Per il futuro non intendiamo estendere ad altre aree geografiche i nostri interventi: oggi come non mai è importante il legame fra le fondazioni e il loro territorio. Quando i mezzi erano molto ampi si poteva ragionare anche in termini diversi, ma in una situazione di carenza di finanziamenti locali non vogliamo lasciare in stato di abbandono molte attività, soprattutto a carattere sociale, che riteniamo siano fondamentali. Questa quindi la nostra linea guida: forte radicamento nel territorio». Quanto le fondazioni bancarie in Emilia Romagna si coordinano e si confrontano tra loro, e qual è la loro prospettiva di evoluzione? «Esiste da tempi immemorabili un’associazione delle fondazioni dell’Emilia Romagna, che sono in tutto diciannove, di cui sono presidente. Si coordinano riguardo la gestione comune di problematiche di carattere amministrativo, la soluzione di casi e problematiche importanti, in misura minore per il finanziamento di qualche progetto comune nei settori ammessi, ma in sostanza ognuno fa per sé, come è giusto che sia. Per il futuro mi auguro che le fondazioni rimangano tranquillamente autonome, perché non so davvero che vantaggi si trarrebbero dal costituire un'unica fondazione regionale».


IL RUOLO DELLE FONDAZIONI

Cassa di Ravenna tra cultura e società

Non solo cultura ma anche ricerca medica e sostegno alle categorie socialmente più deboli. Tutto questo rientra nei progetti della fondazione Cassa di Risparmio di Ravenna, come ci spiega il suo presidente, Lanfranco Gualtieri Michela Evangelisti

’insegnavate come l’uom s’etterna”. Da questo verso dell’Inferno dantesco ha preso le mosse qualche giorno fa la quinta edizione di Dante09, la manifestazione voluta e promossa dalla Cassa di Risparmio di Ravenna. Letteratura, arte, scienza, musica e, soprattutto, poesia: tante discipline per indagare sull’importanza di avere un maestro nelle nostre vite. Un tema che ci riporta a un altro impegno della Fondazione, quello a favore dell’educazione e della formazione dei giovani. Oltre a promuovere e consolidare la crescita di centri di eccellenza, come l’Università di Ravenna, la fondazione è attenta ai bisogni, sia di natura materiale che culturale, degli istituti scolastici, e sostiene l’organizzazione di convegni e seminari, per aiutare i giovani a comprendere i problemi globali emergenti nella loro complessità. Anche se le risorse,

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Il presidente della Cassa di Risparmio di Ravenna, Lanfranco Gualtieri

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di fronte alle esigenze culturali e sociali del territorio, non sono mai abbastanza. La natura stessa di Ravenna città d’arte, vi ha portato a individuare quale settore prioritario di intervento quello dell’arte e delle attività culturali. Quali investimenti e progetti sono in cantiere in questa direzione? «Fin dall’avvio della propria attività la fondazione ha scelto di porre il settore dell’arte e della cultura al primo posto fra quelli rilevanti; Ravenna è una città ricca di storia e di monumenti, è quindi naturale che per promuoverla si punti alla valorizzazione del suo patrimonio. Era importante che la città percepisse il valore della cultura come elemento d’arricchimento del territorio e dei cittadini ravennati, ma anche come proposta d’alto livello da rivolgere all’esterno, sia in Italia che all’estero, per accrescere il flusso turistico. E allora sorsero, fra l’altro, le iniziative di Ravenna Festival per la musica, di RavennAntica per il parco archeologico di Classe, del Museo della Città per le mostre d’arte, della biblioteca Classense per la valorizzazione dell’eccezionale patrimonio librario, tutte iniziative sostenute dalla fondazione Cassa di Risparmio di Ravenna. Ma la fondazione è anche l’interlocutore di tante associazioni culturali ravennati e del territorio, che con le loro attività accrescono la sensibilità della popolazione verso i temi dell’arte in senso


Lanfranco Gualtieri

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L’Irst ha realizzato un complesso di grande portata per la ricerca e la cura dei tumori. A questo progetto, che vede impegnate le fondazioni della Romagna, la nostra fondazione dà un sostegno significativo.

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lato (la musica, il teatro, la danza, la poesia, le arti visive, la ceramica d’arte). Gli investimenti avviati sono corposi e richiedono progetti pluriennali, ai quali la fondazione dà il proprio contributo. Cito i più importanti, che sono il museo archeologico di Classe, l’ampliamento degli spazi fruibili per la biblioteca Classense, gli interventi programmati dall’arcidiocesi di Ravenna sull’ingente patrimonio monumentale, il sostegno al Museo d’Arte della Città per la realizzazione di importanti eventi espositivi». Altro ambito d’azione importante per la fondazione è la protezione della salute e il sostegno alle strutture ospedaliere. In quali maniere si declina la vostra collaborazione con la direzione sanitaria di Ravenna e quali saranno nel prossimo futuro le vostre priorità in questo settore? «L’impegno della fondazione nel settore della salute pubblica è stato in un primo tempo concentrato sull’Azienda sanitaria locale. Poi è sorta un’iniziativa importante in campo sanita-

rio, un progetto al quale sia pubblico che privato collaborano attivamente. Si tratta dell’Irst, istituto scientifico romagnolo di Meldola, che ha realizzato un complesso di grande portata per la ricerca e la cura dei tumori. A questo progetto, che vede impegnate le fondazioni della Romagna (Forlì, Cesena, Ravenna, Lugo e Faenza, con l’esclusione di Rimini) la nostra fondazione dà un sostegno significativo. In ogni caso gli interventi in questo settore sono e saranno sempre programmati e condivisi con l’Ausl ravennate». Quanto è importante per individuare la “missione” della fondazione l’approfondimento e la conoscenza delle diverse componenti del tessuto connettivo locale? Attraverso quali strumenti mantenete il contatto con il territorio? «Il modo migliore per formulare programmi di erogazione efficaci è conoscere i progetti da sostenere, ma prima ancora chi li propone e poi chi li gestisce. Per questo la fondazione si è

L’Irst, istituto scientifico romagnolo per lo studio e la cura dei tumori

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IL RUOLO DELLE FONDAZIONI

posta l’obiettivo di tenersi in contatto permanente con gli stakeholder di riferimento. Ciò avviene con incontri personali fra i vertici della fondazione e i responsabili dei progetti proposti per il sostegno della fondazione stessa. Ovviamente è anche importante avere una conoscenza del quadro complessivo del territorio e delle politiche attivate dalle istituzioni pubbliche, tramite rapporti frequenti e scambi di informazioni con le stesse, sia a livello politico che amministrativo». Quanto si coordinano e si confrontano tra loro le fondazioni bancarie in Emilia Romagna? «Un coordinamento fra le fondazioni del territorio avviene nell’ambito della federazione regionale che ha sede a Bologna, ma riguarda principalmente il settore del volontariato, il settore dell’arte e cultura, e poi qualche iniziativa particolare che viene proposta per un sostegno complessivo. In ambito romagnolo, oltre all’Irst, è stato sostenuto un progetto di ricerca per il miglioramento genetico di specie frutticole che interessano il territorio. Vi 110 • DOSSIER • EMILIA ROMAGNA 2010

sono poi singoli progetti che vedono convergere, di volta in volta, più di una fondazione della Romagna. In realtà non vi è stato fino ad ora un coordinamento totale e continuativo delle strategie d’intervento, anche perché le esigenze prioritarie dei singoli territori di competenza delle fondazioni sono spesso molto diverse fra loro». Quali sono le strategie e le linee guida che seguirete per i progetti futuri? «In questa fase di difficoltà economica del Paese, che ha ricadute di carattere sociale, cercheremo di privilegiare progetti che sostengano le categorie più deboli, promossi sia dal pubblico che dal privato. Occorre però tenere conto che la fondazione Cassa di Risparmio di Ravenna, pur essendo fra le poche che ha potuto mantenere e anzi aumentare un po’ l’ammontare delle erogazioni in questi anni difficili, è pur sempre ricompresa nella categoria delle fondazioni medio-piccole. Questo significa che le risorse disponibili, rispetto alle attese del territorio di competenza, non consentono ampi spazi di manovra».


IL RUOLO DELLE FONDAZIONI

L’autonomia da difendere

Sostenere le politiche di contrasto alla crisi e investire in progetti che sappiano arrivare lontano. In questo modo, secondo il presidente di Fondazione Cariparma, Carlo Gabbi, l’ente manterrà il suo autentico ruolo sociale Michela Evangelisti al gennaio 1992 al dicembre 2009 la Fondazione Cariparma ha assegnato contributi per circa 300 milioni di euro, compresi gli impegni per gli anni futuri. Investimenti che, oggi più che mai, come ci spiega il presidente Carlo Gabbi, vogliono essere lungimiranti, ovvero pensati non solo per far fronte a esigenze impellenti ma con l’occhio rivolto alle generazioni che verranno e al patrimonio culturale e sociale che si troveranno tra le mani. Servizi alla persona, arte e beni culturali, ricerca scientifica e tecnologica: questi i principali settori d’intervento della fondazione. Quali nuovi progetti avete in cantiere e quali sono in generale le strategie e le linee guida che adotterete per gli investimenti futuri?

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Carlo Gabbi, presidente della Fondazione Cariparma

«Servizi alla persona, cultura e ricerca scientifica sono i tradizionali settori d’intervento della fondazione, che presumibilmente saranno confermati, con particolare attenzione al sociale, in quanto ambiti nei quali si assiste da tempo alla progressiva riduzione delle risorse pubbliche, in termini soprattutto di trasferimenti agli enti locali. L’impegno nel sociale sarà inteso anche come sostegno delle politiche attive di contrasto alla crisi; in particolare finanzieremo iniziative legate alla ricerca e al miglioramento della qualità dell’istruzione e, più in generale, quei progetti che possono essere considerati un investimento produttivo per il miglioramento del benessere sociale ed economico della provincia. Beneficiari dei

contributi della fondazione sono e continueranno a essere enti pubblici e privati, purché contraddistinti dall’assenza della finalità di lucro. In questo ampio panorama cercheremo di mantenere un equilibrio delle assegnazioni che valorizzi, secondo principi di sussidiarietà e prossimità al territorio, tutte le realtà e i progetti meritevoli di sostegno». Quanto hanno fatto e quanto continueranno a fare le fondazioni dell’Emilia Romagna contro i rischi di un arretramento sociale e culturale in questa delicata contingenza economica?


Carlo Gabbi

«Hanno fatto e faranno tutto ciò che la legge, gli statuti e il buon senso permetteranno loro di fare. Si muoveranno con lungimiranza, cercando un equilibrio tra interventi congiunturali, destinati a fronteggiare le emergenze, e interventi strutturali, capaci cioè di essere investimenti produttivi per il futuro. E ciò perché, oltre a essere attente alle generazioni presenti, le fondazioni devono costantemente salvaguardare gli interessi delle generazioni future, cui dovranno trasmettere i loro patrimoni integri e, se possibile, accresciuti». Anche a fronte delle recenti polemiche, quanto è importante salvaguardare l'autonomia delle fondazioni?

«Nella loro storia, come investitori istituzionali, le fondazioni di origine bancaria hanno svolto al meglio un ruolo di “diaframma” tra la politica e le banche, contribuendo alla stabilità del sistema bancario, nella convinzione che una cosa è il rispetto del territorio, altra è il legame con la politica. Anche come erogatrici di contributi le fondazioni hanno svolto una funzione di utilità sociale che si caratterizza per la sua “terzietà” rispetto al fine di lucro ma anche rispetto alla politica. La dimensione della vita collettiva in cui operano non può essere ricondotta, infatti, agli schemi della dicotomia tra il pubblico, inteso come

gestione autoritativa di interessi collettivi, e il privato, inteso come perseguimento libero di interessi individuali: né stato né mercato, quindi, ma socialità. Le fondazioni occupano uno spazio che è tipico, ma è anche precario, perché esposto alle pressioni e alle tentazioni che vengono da due lati, l’economia e la politica. La loro garanzia è appunto l’autonomia, riconosciuta non per essere usata discrezionalmente, al fine di contentare ora l’uno ora l’altro dei due lati, bensì per favorire la crescita della democrazia sociale, ovvero la partecipazione della collettività al rafforzamento dei diritti di cittadinanza». In apertura, il progetto del nuovo Ospedale dei bambini di Parma

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Le fondazioni occupano uno spazio che è tipico, ma anche precario, perché esposto alle pressioni che vengono dall’economia e dalla politica. La loro garanzia è l’autonomia, riconosciuta per favorire la crescita della democrazia sociale

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FINANZA

Imprese “a caccia” di fondi Nella giungla dei mercati internazionali, le piccole e medie imprese rischiano di inseguire invano l’obiettivo. Giorgio Pagliani spiega come intraprendere l’investimento giusto Paola Maruzzi

l capitale è “coniglio”», quando credi di averlo finalmente acciuffato per le orecchie, si divincola e tira dritto: l’ennesima occasione persa. Ci vogliono fiuto e nervi saldi per colpire nel segno. Ci vogliono soprattutto metodo, precisione chirurgica e spirito di squadra». Per il team di Nuova Tesi, prestare consulenza non è solo una questione di numeri e risultati, ma di coraggio e lungimiranza. Questo è il mantra che i piccoli e medi imprenditori devono ripetersi se vogliono restare al passo coi mercati globalizzati. Questa è la lezione di Giorgio Pagliani, esperto settore finanziario e socio di Nuova Tesi. La sua sfida più grande è, in fondo, quella di sdoganare la figura professionale del consulente finanziario, strizzando l’occhio ai giovani qualificati. Quanto ha inciso la crisi nelle politiche relative alla concessione e al disegno di fondi pubblici a sostegno delle imprese? «Il ciclo di finanza pubblica non ha privilegiato lo stanziamento di risorse nel campo delle agevolazioni per le imprese. Nel triennio 2008 -10 si è assistito a un progressivo esaurimento di tali apporti. A parte le priorità del Mezzogiorno, i filoni emergenti della ricerca e dell’innovazione della finanza agevolata nazionale sono stati decisamente depotenziati. Va da sé che, con l’esplosione della crisi nell’au-

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Giorgio Pagliani. È socio di Nuova Tesi, l’agenzia modenese specializzata nella consulenza e assistenza alle imprese giorgio@nuovatesi.191.it

tunno 2008 è cresciuta la richiesta di incentivi finanziari, soprattutto da parte delle piccole e medie imprese. A tale situazione hanno fatto da contrappunto tagli indiscriminati o, nel migliore dei casi, un rallentamento dei flussi di agevolazioni pubbliche. Confindustria ha alzato la voce, denunciando una situazione drammatica. Ma per ora i risultati restano di poco conto». Gli imprenditori sono informati e preparati per affrontare sapientemente e con successo la richiesta e l’ottenimento di un fondo? «Le piccole e medie imprese italiane devono fare i conti con l’insufficienza delle loro risorse. Accade spesso, infatti, che lo studio, il reperimento e l’ottenimento di agevolazioni finanziarie vengano affidati all’immancabile commercialista di fiducia, che è sì un esperto, ma solo in materia fiscale. Ne consegue che l’azienda in questione non sempre riceve informazioni complete da parte dei suoi interlocutori – siano essi associazioni di categoria o professionisti di vario genere – e che, dunque, non sia in grado di vagliare con cognizione di causa i passi da compiere». Ed è a questo punto che entra in azione il contribuito del consulente specializzato. «Sì, ma poiché manca un albo specializzato, nella categoria confluiscono operatori di vario livello. Il vero professionista mira a creare un rapporto costante con il cliente, a entrare in sintonia con la realtà azienL’innovazione non si fa ad dale, a conoscerne la storia e lo anni alterni, ma è un qualcosa sviluppo, il prodotto e il merda seguire costantemente cato a cui si rivolge. Grazie a

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Opportunità per le Pmi

uno scrupoloso monitoraggio dei mercati, non si lascia mai cogliere alla sprovvista: se è vero che il capitale è “coniglio”, cioè si sposta con la massima rapidità seguendo le imprevedibili leggi del tornaconto, il professionista delle agevolazioni deve FONDI saper vigilare e fiutare le occasioni d’oro, tenenQuesta la cifra dosi informato su bandi e scadenze». autorizzata a fine agosto da Banca Quali sono, a suo parere, i fondi più inted’Italia per sostenere ressanti e utili? le Pmi nei processi di «Da sempre l’imprenditore cerca il cosiddetto patrimonializzazione. Il fondo, così, fondo perduto, vale a dire il contributo in è aumentato di 200 mln rispetto conto capitale, che gli permette di abbattere il al progetto iniziale costo effettivo di un investimento o di un progetto. Tuttavia, almeno da una decina d’anni, tale forma è diventata piuttosto rara. Al contrario si sono diffuse le agevolazioni fiscali, per esempio le deduzioni o le detrazioni. Continua a resistere il finanziamento agevolato. Pur attraversando un periodo di tassi d’interesse decisamente bassi, la natura prettamente a medio termine di tale strumento agevolativo ne consiglia comunque l’utilizzo. Attualmente gli incentivi più richiesti sono le detrazioni d’imposta legate all’innovazione di prodotto. Purtroppo tali agevolazioni, nate su una base triennale, hanno perso la loro natura automatica e sono state sottoposte a prenotazioni telematiche che, come ha affermato il presidente degli industriali bolognesi, si sono rivelati una vera e propria lotteria, poiché i fondi si sono esauriti in un batter d’occhio. Bisogna quindi ritornare a un sistema legato ai soli criteri di merito e senza limiti temporali: l’innovazione non si fa ad anni alterni, ma è un qualcosa da seguire costantemente».

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Altro tema caldo è quello della ricerca. «Da trent’anni in Italia vige una legge (n.46, 1982) grazie alla quale parecchie imprese hanno visto finanziati i propri progetti di ricerca industriale, anche se non sempre con sufficiente tempestività. Dal 2003, invece, salvo alcuni bandi specifici e minori, la cosiddetta “procedura a sportello” è stata interrotta. Oggi le aziende non hanno più la possibilità di programmare un eventuale intervento agevolativo. Un’avveduta politica di programmazione dell’intervento pubblico consentirebbe alle imprese italiane di investire con più convinzione in progetti di sviluppo a medio termine. Dovremmo prendere come riferimento il sistema francese, che si basa appunto su forti agevolazioni nella concessione di terreni e nella costruzione di stabilimenti industriali». La sua attività è anche indirizzata verso la ricerca e la selezione delle risorse umane. Quali sono le criticità maggiori che osserva, in tale ambito, nel tessuto economico locale? «Con la riforma del Governo Dini, quindici anni fa, nasceva in Italia il lavoro interinale. A mio avviso è questo l’intervento più significativo che ci ha portati verso una minore rigidità del mercato occupazionale. Ora, con la speranza di esserci lasciati alle spalle un biennio segnato da un susseguirsi di cassa d’integrazione e di sospensione di nuove assunzioni, occorre puntare sulla qualità dei nuovi inserimenti. La verità è che il mercato del lavoro è sostanzialmente spezzato in due: da una parte stanno quelli che hanno un contratto a tempo indeterminato, sempre più chiusi nel loro guscio, giocano ormai in difesa; dall’altra i precari – si tratta soprattutto di giovani laureati – che, pur essendo disposti a investire in produttività e professionalità, sono i primi a fare i conti con la crisi». Come si può colmare il divario? «Bisogna trovare forme condivise tra le parti sociali e il governo e puntare su nuove sinergie per sbloccare lo sviluppo dell’occupazione in Italia. D’altra parte ce l’ha già dimostrato il caso Fiat: non possiamo più vivere in autarchia o sotto il protezionismo. Per stare al passo coi tempi bisogna confrontarsi con un sistema economico globalizzato, dove i confini sono pressoché inesistenti». EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 119


SOCIETÀ COOPERATIVE

Perché puntare sulla cooperativa Molti italiani non conoscono i vantaggi fiscali derivanti dalla costituzione di una società cooperativa a mutualità prevalente. A parlarne è Monica Franciosi, imprenditrice e fondatrice della International Consulting Aldo Mosca

ual è il valore dell’informazione, della conoscenza, nel determinare la nascita, l’affermazione o, in tempi difficili, la sopravvivenza di un’azienda? I bravi imprenditori lo sanno, è altissimo. Ma non è sufficiente una simile consapevolezza. Occorre farsi affiancare da chi, professionalmente, sa come gestire e far crescere un’impresa, piccola o grande che sia. Monica Franciosi, fondatrice della International Consulting di Modena, ne è la prova vivente. Prima di tutto imprenditrice, figlia di industriali, con un carattere determinato e un’intraprendente come pochi, in secondo luogo professionista a fianco di numerose realtà aziendali italiane. «Il commercialista deve sempre impegnarsi nell’informare in maniera utile e costruttiva. Mi sono ritrovata spesso in regioni in cui non sapevano nulla su opportunità straordinarie come la cooperazione». E la professionista non cita a caso le cooperative. «Di questo discorso gli imprenditori italiani sono completamente a digiuno. Le persone non sanno che le cooperative, se gestite bene, pagano sempre. Ancora oggi mi ritrovo davanti a imprenditori che mi dicono “non possiamo fare la cooperativa perché non abbiamo altri 8 soci”. Ma questo chi l’ha stabilito? Anche tre persone possono fondare una cooperativa». Franciosi, a garanzia della veridicità del suo pensiero, è lei stessa parte di diverse società costituite sotto questa formula. E sottolinea un elemento fondamen-

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tale: «Alcune tipologie di cooperative hanno un grandissimo vantaggio: l’inapplicabilità degli studi di settore. Le cooperative a mutualità prevalente di produzione lavoro altro non sono se non un gruppo di persone che operano per garantirsi una redditività. Persone che si mettono insieme per darsi del lavoro e avere reddito. Quando l’amministratore di una cooperativa percepisce il proprio compenso non lo fa attraverso i dividenti, ma con una busta paga. E questo non è poco». Creare cooperative a


Vantaggi fiscali

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Il problema è culturale. C’è troppa reticenza da parte degli imprenditori, c’è paura nel provare formule nuove

mutualità prevalente è, tra le altre cose, estremamente semplice se affiancati da un professionista esperto. «Il problema è culturale. C’è troppa reticenza da parte degli imprenditori italiani, c’è paura nel provare formule nuove. E oggi posso dire che nel modenese, territorio dall’economia vivace e intraprendente, mi reco dal notaio per costituire società cooperative un giorno sì e l’altro pure». Ma al di là di questa soluzione, secondo la commercialista la via del rilancio economico passa da un forte ritorno di investimento sul nostro territorio nazionale. «Con l’International Consulting ho modo di lavorare con tutti i settori produttivi e osservo, con amarezza, come si sia perso il controllo sul fenomeno della delocalizzazione. Personalmente posso capire che si venga a creare un forte risparmio sul costo del lavoro, della manodopera, ma alla fine dei conti quanto si produce, ancora, in Italia?». È dunque un circolo vizioso quello che osserva Monica Franciosi. «Questa fuga verso gli altri Paesi rappresenta la vera crisi per l’Italia. Qui cala il lavoro e, conseguentemente, il potere d’acquisto delle persone. Forse ho la mentalità troppo italiana. Ritengo che le aziende debbano poter andare all’estero, ma con controllo e rigore. Non è possibile che qui non producano più nulla. Porrei un limite, una soglia percen-

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tuale. In pratica, a seconda di quanto produci nel tuo Paese ti permetto, poi, di integrare la produzione con un’eventuale delocalizzazione». E in questi processi decisionali è sempre più forte il peso che la consulenza dei professionisti riveste. Un peso che Monica Franciosi riveste avendo creato una realtà che segue le aziende a 360 gradi, dalla contabilità alla gestione finanziaria, fino alla consulenza del lavoro. «Dobbiamo far sì che i clienti non perdano tempo con pratiche, firme, pagamenti o burocrazie varie. Bisogna velocizzare il tutto e permettere alle persone di dedicarsi il più possibile alla propria attività lavorativa, rappresentando la propria azienda e facendola crescere».

Al fianco degli imprenditori Monica Franciosi non rappresenta il classico commercialista. «In Italia molti sono tutt’oggi abituati a svolgere la professione inchiodati alla poltrona. Ma non può più essere così. Il commercialista deve conoscere l’azienda, viverne in prima persona le problematiche». E, come afferma la fondatrice dell’International Consulting, queste osservazioni può dirle «A voce alta». A fronte soprattutto del livello raggiunto da una struttura che, nata a Modena, è oggi un riferimento per aziende dislocate sull’intero territorio nazionale, dal Piemonte al Lazio. La formula su cui punta è quella del team, dell’interdisciplinarietà. «L’imprenditore non può fare tutto da solo, deve essere affiancato in innumerevoli aspetti. Pensiamo solo a quello finanziario. È noto come molte banche abbiano mangiato sulla poca dimestichezza di alcuni titolari d’azienda, anche se molto oculati». L’International, tra le altre cose, è sportello preferenziale della Camera di Commercio e vanta una stretta collaborazione con l’Alar di Padova – Associazione Lavoratori Artigiani e Piccole e Medie Imprese Riuniti – e lo studio Cst, che fornisce assistenza per tutto ciò che riguarda la documentazione telematica obbligatoria.

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INDUSTRIA AUTOMOBILISTICA

Articoli in composito per un’auto più ecologica Arriva da un’impresa romagnola una delle innovazioni più promettenti per l’industria delle automobili e per il suo relativo impatto ambientale. A parlarne è l’ideatore, Gigi Creonti Paolo Lucchi

elle dinamiche di risparmio energetico, il peso dell’automobile incide notevolmente nei consumi medi di carburante. Un problema che l’industria affronta da decenni, non sempre con risultati soddisfacenti. Colpisce, quindi, uno dei casi imprenditoriali più recenti del tessuto romagnolo. A raccontarlo è il suo ideatore, Gigi Creonti, che con la società Structura ha dato frutto a un’idea resa attuabile grazie a soci piemontesi e alla stretta collaborazione con la società tedesca IQ Tec Gmbh. «Da qualche anno si è compreso che la via al risparmio delle risorse energetiche ha, nel controllo dei pesi in movimento, una chiave di rapidissimo impatto. L’energia necessaria allo spostamento della massa è proporzionale al peso della stessa massa spostata. E l’automobile è oggi la maggiore rappresentante di questo problema». Eppure la tecnologia, in ambito automobilistico, ne ha fatti di passi. «La seppure aumentata efficienza dei motori a scoppio ha pagato un costante aumento dei pesi delle vetture con il risultato di restare a consumi medi di carburante praticamente invariati. E, in ogni caso, ogni veicolo sia industriale che civile, deve considerare di spendere energia per muovere la propria massa oltre a quella real-

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Gigi Creonti, amministratore delegato della società Structura di Solarolo (Ra)

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mente necessaria per movimentare il cosiddetto carico pagante; il problema è che, più o meno, il carico pagante rappresenta quasi sempre meno del 30% del peso totale del veicolo. La tecnologia conosce da tempo la possibile soluzione al problema, tramite la sostituzione della componentistica in lamiera con altra in materiali compositi, vale a dire fibre tessute di carbonio o di vetro impregnate con plastiche e resine. Il loro peso, a parità di prestazioni meccaniche, può arrivare a 1/3 di quello della lamiera. Gli aerei attuali sono praticamente tutti in composito». Sembra un paradosso, si è fatto prima sugli aerei e non sulle auto? «Questo perché nell’auto c’è un doppio problema: l’attuale tecnologia per produrre articoli in composito non è in grado di sostenere la produttività necessaria a una produzione auto di serie e, automaticamente, l’articolo in composito costa molto più del corrispettivo in lamiera. Structura, assieme al partner IQ, ha sviluppato un materiale composito, lo Skintec, e una tecnologia adeguata per sagomarlo in articolo finito, che risponde, primo al mondo, a questi problemi».


Innovazioni

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I nostri laminati, non rilasciando sostanze durante il loro utilizzo, non contaminano l’ambiente

Skintec, dunque, ha un costo più accessibile rispetto agli altri materiali compositi? «Il prezzo di questo nuovo materiale è decisamente contenuto e in grado di rendere il relativo articolo, economicamente competitivo con il corrispettivo in lamiera d’acciaio. La nostra azienda, poi, licenzia la tecnologia che permette di prendere questo laminato e di sagomarlo in articolo finito con un processo dal basso costo di investimento e dall’altissima produttività». Si può produrre in larga scala? «Certamente. Per questo riusciamo a rivolgerci al mondo del trasporto industriale, dove il peso delle carrozzerie limita fortemente i carichi utili e influenza negativamente il consumo di carburante. Molte carrozzerie sono assemblate con pannelli strutturali in vetroresina o in alluminio e noi proponiamo pannelli costruiti con i propri laminati compositi, egualmente strutturali ma molto più leggeri, offrendo agli utenti una netta espansione del peso pagante avendone ridotto la tara. Anche la nautica e l’edilizia rappresentano aree di sviluppo per Skintec come per i pannelli costruiti con il medesimo materiale». Un punto su cui lei insiste è quello ecologico. «Abbiamo scelto di caratterizzare i nostri laminati compositi dall’assenza di VOC, i famigerati volatili organici, come di solventi. Per cui, non rilasciando sostanze durante il loro utilizzo, non contaminano l’ambiente. A distinguerli, poi, è anche la recuperabilità come macinato e il riutilizzo, a livello qualitativo inferiore, a fine vita. Un prodotto ben diverso, quindi, da una vetroresina che rilascia solventi e non ha possibilità di smaltimento a fine vita. Anche il nostro ciclo produttivo ha un bassissimo impatto ecologico. Il nostro logo riporta per questo il colore verde e il geco come simbolo». Come mai proprio il geco? «Desideriamo ricordare che, nella produzione dei pannelli, l’incollaggio del sandwich viene da noi effettuato con una tecnologia innovativa ed esente da adesivi a solvente, che noi abbiamo chiamato, appunto, Jeko. Anche nella costruzione dei pannelli sandwich vogliamo dare la massima importanza agli aspetti ecologici oltre che alla strutturalità e alla leggerezza».

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Il mercato risponde alle innovazioni «Il mercato ha gradito la nostra innovazione» afferma soddisfatto Gigi Creonti, titolare dell’azienda Structura di Solarolo (Ra). In effetti, però, è più corretto parlare di “due mercati”. Il primo, quello già esistente dei pannelli sandwich, è stato rivisto dall’azienda romagnola, soltanto in termini di organizzazione commerciale. Il secondo, quello relativo agli articoli termoformati, è «decisamente più complicato, perché coinvolge, principalmente con una casa auto, tempi lunghi di progettazione e verifiche prima di un’adozione di serie». Nonostante la dimensione iniziale di Structura, Creonti racconta che «la risposta da parte dei produttori di automobili ci onora di sviluppi già in corso. Ci sono ottime possibilità di vedere articoli realizzati con la nostra tecnologia e i nostri materiali in vetture di prossime produzioni in larga serie. La crisi ha reso molto più interessante il nostro prodotto a un mercato che, improvvisamente, doveva innovare per sostenere vendite altrimenti in caduta libera». Anche per questo Creonti è fiducioso sul futuro: «Intendiamo proseguire operando con partner di fiducia e crescendo assieme a loro. È impossibile vedere Structura senza IQ Tec Gmbh, perché rappresenta la produzione e il continuo sviluppo della nostra materia prima, così come è difficile vedere Structura senza Persico Spa, società italiana leader nello costruzione di linee di produzione in termoformatura che ha creduto in noi fin dal primo giorno». www.structurapanels.com g.creonti@structurapanels.com

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La strategia P per il rilancio Occorre intraprendenza per ridisegnare i nodi organizzativi di una grande impresa. Il caso della Stafer, che nel modello della Balanced Scorecard ha trovato una nuova via di sviluppo. A testimoniarlo, è la sua amministratrice delegata, Sara Cirone Giovanni Mattei

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ersino i capisaldi del nostro tessuto economico fanno i conti con un mercato instabile e privo di riferimenti sicuri. E sono molte, purtroppo, le aziende che negli ultimi mesi hanno dovuto abbassare la saracinesca. Gli imprenditori più accorti, però, sanno bene che, nonostante la congiuntura, una strategia di rilancio esiste. E non si tratta solo di costi, produzione e conquista di nuove fasce di mercato. È l’organizzazione la prima leva su cui premere. Una leva che deve reggersi su valori come l’etica, la responsabilità sociale e il coinvolgimento diretto delle persone. Sara Cirone, direttrice generale della Stafer Spa di Faenza, lo ha provato sulla propria pelle, oltre che sul gruppo di lavoro dell’azienda storica romagnola. Questa realtà, nata nel 1960, è nota per essere stata la prima azienda a produrre il rullo ottagonale in acciaio e per essersi affermata come produttrice leader nel settore degli avvolgibili. «In realtà stavamo lavorando sulla ristrutturazione dell’azienda da alcuni anni – spiega la dottoressa Sara Cirone -. La crisi economica, strano a dirsi, ha accelerato il processo di ristrutturazione e cambio generazionale anche perché avevamo creato le basi per cogliere questa opportunità».


La crisi economica, dunque, ha agevolato i lavori di ristrutturazione interna? «Esatto, inoltre si è consolidata la coesione tra le persone e si è venuto a creare un clima favorevole alla riorganizzazione di alcuni processi chiave. Abbiamo creato valore attraverso la comunicazione interna ed esterna migliorando le prestazioni offerte al cliente». Da cosa siete partiti? «Dall’applicazione di un modello manageriale americano che in Italia è praticamente sconosciuto, quello della Balanced Scorecard di Kaplan e Norton, i quali in alternativa ai tradizionali sistemi di pianificazione e controllo identificano quattro diverse prospettive attraverso le quali misurare e gestire in modo integrato i processi aziendali: la prospettiva economico-finanziaria, quella del cliente, quella dei processi interni, quella dell’apprendimento e della crescita. Ho iniziato l’implementazione di tale modello nel 2006 partendo dalla quarta prospettiva, cioè quella dell’apprendimento e della crescita, ponendomi alcune domande: per tradurre gli obiettivi in risultati per i clienti e per gli azionisti quali comportamenti, capacità e competenze devono avere le persone? Quali tecnologie sono necessarie? Quale clima dobbiamo creare? Come deve essere

il motore intangibile dell’impresa se voglio rag- In apertura, Sara Cirone, giungere certi risultati?». Ad e direttrice generale della Stafer E in che modo si è risposta? «Utilizzando un altro modello americano, quello Spa di Faenza (Ra) della “PNL” e in particolare quello dei livelli logici di R. Dilts. In pratica, dal 2008 siamo partiti con l’integrazione delle altre prospettive, lavorando soprattutto sulla creazione del valore per il cliente e sull’efficienza dei processi interni. È stato elaborato un piano triennale piuttosto ambizioso che porteremo a termine tra qualche mese, a fine del 2010, cogliendo gli obiettivi che ci eravamo prefissati tre anni prima. Ciò è stato possibile anche grazie a una corretta gestione delle correlazioni causa-effetto della BSC e alla partecipazione dell’intero gruppo di lavoro al progetto». Ad esempio, in concreto, cosa avete creato? «Tanto per cominciare è stata creata una struttura organizzativa per processi e implementato un nuovo sistema informativo in grado di snellire e allo stesso tempo di integrare i processi. Abbiamo creato dei team di lavoro interfunzionali per gestire progetti. Uno di questi, il Team Marketing, si è occupato attivamente di introdurre nuovi prodotti e servizi per il cliente. A inizio 2009 siamo usciti con un nuovo catalogo che ha UU EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 139


RIORGANIZZARE L’IMPRESA UU promosso una nuova immagine aziendale. Abbiamo elaborato e comunicato all’interno dell’azienda la carta dei valori oltre che introdotte nuove filosofie e tecnologie produttive e si sono dedicate molte ore alla formazione on the job aumentando le competenze e la consapevolezza delle persone sul contributo che ognuno può dare nel perseguimento degli obiettivi aziendali. Sono le persone a fare la differenza, e in loro occorre credere. Ma per farlo servono obiettivi e comunicazioni chiare». Insomma, lavorare sempre più in coesione? «Lavorare uniti, certamente, ma con una leadership riconosciuta. E anche in questo ambito è avvenuto un cambiamento. La leadership, infatti, va identificata come un valore interno all'azienda, solo così sarà percepita come reale. È proprio per questo che mi sono basata sull’esperienza diretta, osservando in prima persona i processi produttivi e parlando personalmente con gli operai. Una cosa che alla Stafer ha dato ottimi risultati è il training on the job e il coaching. Si collabora e si impara lavorando insieme, non solo attraverso lezioni in aula». In che modo Stafer, in cinquant’anni di attività, è riuscita e riuscirà a mantenere stabilmente i suoi punti saldi? «L’azienda proprio quest’anno compie cinquant’anni, e sicuramente è riuscita a mantenere un grado di riconoscibilità e qualità sul mercato grazie alle maestranze locali che hanno sempre lavorato con grande dedizione per l’azienda. Inoltre un altro punto fondamentale per la stabilità è la coesione dei soci e la chiarezza verso il management. Ho lavorato molto negli ultimi anni in questa direzione considerando che tutti e tredici i soci dell’impresa non sono manager né, tantomeno, dipendenti all’interno della stessa. Probabilmente in questa scelta vi è la chiave di svolta per la Stafer e il cruccio per molte altre aziende che non hanno saputo affrontare il cambio generazionale e passare da una gestione padronale ad una manageriale. Oggi questo è l’argomento più impegnativo e intricato in cui si imbattono i consulenti di direzione e i temporary manager alle prese con le Pmi italiane. In questi anni abbiamo portato avanti contemporaneamente la ristrutturazione, il cambio generazione e la cre140 • DOSSIER • EMILIA ROMAGNA 2010

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Sono le persone a fare la differenza. E servono obiettivi definiti e comunicazioni chiare. Unite ad una leadership e a uno stile direzionale specifico

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Il valore sociale di un’azienda Il 1960 è l’anno di fondazione della Stafer. Da allora l’azienda si affermata nel settore degli accessori avvolgibili conquistando il mercato interno oltre che importanti aree internazionali. Oltre 3mila gli articoli prodotti, concepiti per consentire le giuste soluzioni di installazione e movimentazione in ogni circostanza e per ogni tipo di avvolgibile. Ma, oltre che sulla ricchezza del catalogo prodotti, l’azienda si è distinta negli anni per la sua ricerca della qualità e per l’impegno rivolto verso la sostenibilità ambientale e sociale. Le materie prime vengono selezionate scrupolosamente e il ciclo produttivo è costantemente sottoposto a controlli. «Siamo convinti che lavorare nel rispetto delle leggi, della salvaguardia dell'ambiente e della salute dei lavoratori aumenti il valore di ogni nostro prodotto. Per questo dal 2005 operiamo con un sistema di gestione ambientale conforme alla norma UNI EN ISO 14001:2004 – spiega Sara Cirone – Anche la responsabilità sociale per noi è fondamentale: Crediamo che le iniziative a carattere sociale siano un valore condivisibile anche nelle imprese. Per questo sosteniamo progetti a favore di www.padregiulio.it/faenza associazioni, www.ceff.it cooperative sociali ed enti impegnati in azioni di solidarietà a livello nazionale e internazionale». www.stafer.com stafer@stafer.com


Il modello Balanced Scorecard

scita della quarta prospettiva: quella del capitale umano e organizzativo». Quali sono nello specifico alcuni degli obiettivi che la Stafer perseguirà nei prossimi anni? «Tra i nostri obiettivi principali ci sono la fidelizzazione e l’acquisizione di nuovi clienti. Inoltre, avendo come obiettivo anche quello di ampliare la gamma prodotto e incrementare il know-how interno, ho attuato una strategia di totale integrazione della controllata Mover, con sede a Dolo (Venezia), acquisendo le quote dei soci di minoranza. L’azienda produce motoriduttori per la movimentazione di avvolgibili e tende da sole. Attualmente stiamo progettando il trasferimento delle linee produttive a Faenza e a questa operazione seguirà la creazione di un’unità di ricerca e sviluppo che sarà orientata agli obiettivi di innovazione dei prossimi anni». Quanto avete risentito, comunque, della crisi economica? «Come tutti, abbiamo risentito della crisi e avuto una diminuzione di fatturato che nel nostro caso è stato di circa il 20% rispetto alla media degli ultimi anni. Il fatturato è stato realizzato per il 60% in Italia e per il 40% all’estero. I mercati esteri sono quelli sui quali ci siamo maggiormente concentrati nel 2009 e abbiamo, infatti, attivato nuovi rapporti commerciali con moltissimi clienti, soprattutto in Africa, Medio Oriente, Australia ed Europa». L’apertura al mercato mondiale è dunque una valida soluzione per sviluppare l’impresa? «Negli ultimi due anni abbiamo lavorato sul processo di internazionalizzazione e sulla riorganizzazione dei canali commerciali all’estero. ESTERO Abbiamo fatto missioni in alcuni dei paesi emerQuesta genti e in particolare nei Balcani e in Brasile, in la percentuale media, sul fatturato totale, Libia e in Africa. Con alcuni attori di questi degli introiti derivanti dai mercati esteri mercati stiamo definendo dei contratti di diper la Stafer Spa stribuzione e stabilendo dei rapporti di partnership. Siamo andati a visitare più volte il colosso emergente della Cina e ci siamo fatti un’idea chiara delle conseguenze che la globa- DIPENDENTI

40% 85

lizzazione sta portando alle aziende produttive italiane. Lo spostamento della competizione da locale a globale ha creato difficoltà a molte aziende italiane. Alla Stafer, fortunatamente, siamo stati lungimiranti avendo iniziato il cambio generazionale e la ristrutturazione due anni

È il numero di persone che lavorano all’interno della storica azienda di Faenza (Ra)

prima dell’inizio di questa crisi. In questo modo siamo riusciti ad essere pronti per affrontarla anche attraverso l’apertura di nuovi mercati esteri». Finora abbiamo parlato solo di organizzazione. È innegabile, però, che la crisi si affronta anche con un cost control più puntuale. Insomma, anche con qualche taglio. «Più che di tagli parlerei di razionalizzazione che, naturalmente, abbiamo applicato a tutte le nostre voci di costo, in particolare spese generali e scorte di magazzino. In questa operazione di razionalizzazione e di ‘caccia agli sprechi’ ho voluto coinvolgere tutti i dipendenti, chiamati a fare proposte e dare suggerimenti. La definizione e misurazione sistematica di indicatori specifici ci ha facilitato questa attività e ci ha permesso di condividere i risultati raggiunti». Stafer, come ha già dichiarato in altri contesti, è impegnata anche da un punto di vista etico e di sostenibilità. «Sì, abbiamo lavorato moltissimo sulla responsabilità sociale dell'impresa oltre che su quella ambientale. Questi principi a cui teniamo molto e per i quali abbiamo stanziato fondi e mosso azioni concrete fanno parte della nostra carta dei valori. Da questo punto di vista è un’azienda volta al sociale, un’azienda solidale, sia verso gli altri che verso se stessa. Se si ragiona in termini di quantità, ci sono, oltre alle 100 famiglie dei dipendenti, le famiglie dei terzisti, quelle dei fornitori e, alla fine, stiamo parlando di 300-400 nuclei. È fondamentale che esista un collegamento diretto valoriale tra azienda, persone e famiglie. Questo fa sì che si crei una competitività data non soltanto da una voglia di vincere, ma da una voglia di essere nell’azienda, dall'orgoglio di esserci e di condividere dei valori comuni». EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 141


SCENARI PRODUTTIVI

Da vent’anni nella corsa alla competitività produttiva Vivere il mercato in maniera trasversale, con un’attività diversificata, permette di avere una visione chiara dello scenario produttivo italiano. Il punto di Paolo Moscatti e Alberto Montagnani Alice De Carolis

ompetenza e competitività. Sono questi i punti cardine che, alla luce delle evoluzioni del mercato nazionale e internazionale, le aziende ricercheranno nell’immediato futuro. Almeno secondo il punto di vista di Paolo Moscatti e Alberto Montagnani, soci fondatori e rispettivamente Presidente e Vicepresidente del Cda di Tec Eurolab, che quest'anno festeggia il ventennale, società capogruppo di una serie di laboratori che si occupano di “testing and consulting”, ossia specializzati in prove su materiali metallici, polimerici, compositi e oli nonché nello studio delle cause di rottura dei materiali, fenomeni corrosivi, consulenze, analisi delle superfici, tecnologia di saldatura e prove non distruttive. Una realtà, la loro, che attraversa trasversalmente lo scenario produttivo italiano e che, operando con aziende dei settori più disparati, dall’automotive, all’oil&gas, dal packa-

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Alberto Montagnani e Paolo Moscatti, Vicepresidente e Presidente del Cda di Tec Eurolab. Il Cda è completato da Luca Destro, Ad. Nella pagina accanto la sede di Tec Eurolab a Campogalliano www.tec-eurolab.com

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ging all’aerospace all’healthcare, ha chiara una panoramica completa del mercato nazionale. «Nel prossimo futuro, le aziende – afferma Paolo Moscatti – avranno necessità di competenze trasversali che difficilmente potranno sempre trovare al proprio interno e cercheranno quindi servizi che dovranno aiutarle a ridurre i costi di prodotto e soprattutto a rendere variabili costi oggi considerati fissi». Quale trasformazione, in generale, sta affrontando la produttività italiana? PAOLO MOSCATTI «Forse non tutte le aziende oggi presenti sul mercato avranno spazi in futuro. Andiamo incontro a un periodo di profonda selezione. Chi saprà presentarsi con un prodotto adeguato alle aspettative a un prezzo concorrenziale avrà la chance di esi-


Testing and consulting

stere, gli altri no. Purtroppo oggi molti imprenditori o manager si mostrano disorientati e confusi e spesso scambiano per riduzione dei costi il taglio in ambito di qualità. Questo tipo di politica si ritorce velocemente e inesorabilmente contro chi le applica. Come sempre, ma oggi forse in maniera più accelerata, rimarranno solo le realtà che sapranno fare della qualità e dell’innovazione le armi vincenti. Per questo motivo anche la nostra azienda sta implementando politiche di selezione della clientela. Chi è interessante Purtroppo oggi troverà agevolazioni che non riserveremo a chi non risulmolti imprenditori o manager si mostrano terà strategico alle nostre vadisorientati e confusi lutazioni». Il gruppo Tec Eurolab e spesso scambiano comprende quattro distinte aziende. Quali sono le voper riduzione stre attività principali? dei costi il taglio PM «Tec Eurolab group comin ambito di qualità prende Tec Eurolab S.r.l. e Tec Star S.r.l. entrambe nella sede centrale di Campogalliano (Mo), Lab.Met S.r.l. a Maniago (Pn), Alpilab S.r.l. a Buttigliera Alta (To). Oltre al “testing and consulting”, quindi ad attività specifiche “di laboratorio”, effettuiamo servizi di taratura

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strumenti (centro SIT), rilievi dimensionali, certificazione del personale di saldatura e PND, formazione sulle tematiche oggetto dell’attività aziendale. Ultimo ingresso nel panorama delle attività svolte è costituito da progetti di ricerca per lo sviluppo, l’innovazione e il miglioramento di materiali, prodotti e processi, con un focus specifico per quanto riguarda ricerca, progettazione e fornitura di materiali innovativi nanostrutturati per svariate tipologie di industria. Attività quest’ultima svolta da una società nata ad hoc a inizio 2009». Quali sono le esigenze principali dimostrate dai clienti? PM «Le aziende che ci interpellano operano nei settori più disparati. Il comune denominatore di settori così variegati, è la necessità di competitività e il nostro know how aiuta il cliente nella corsa alla competitività e nel risolvere alcuni problemi che incontra in questa corsa, dovuti alle difettosità dei prodotti piuttosto che a una contestazione con un fornitore che magari ha procurato loro un materiale scadente. Per fare questo il cliente ha necessità di competenza e di relazioni tecniche che possano supportarlo. Negli ultimi anni la competitività viene ricercata anche nei costi indiretti quali tradizionalmente sono quelli inerenti il controllo qualità e ricerca e svi- UU EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 143


SCENARI PRODUTTIVI

Un dettaglio della regolazione del microscopio a scansione elettronica

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Il testing e la consulenza nel collaudo e controllo qualità sono il nostro core business ma abbiamo rapporti anche con i responsabili di ricerca e sviluppo

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UU luppo. Conseguentemente anche noi ci siamo attrezzati per dare risposte positive anche a questa nuova richiesta dei clienti». In che modo? ALBERTO MONTAGNANI «La necessità di semplificazione e riduzione dei costi da parte dei clienti porta a preferire partner in grado di fornire un supporto completo. Questo riduce le necessità di coordinamento e gestione di diversi fornitori con impiego di risorse interne. Oggi siamo in grado di dare un servizio diversificato e di ampio respiro geografico e siamo vicini ai clienti e anche ai loro fornitori tramite le sedi distaccate. Aggiorniamo e aumentiamo le apparecchiature con cadenza pressoché semestrale, aspetto che assicura al cliente un supporto tecnico in costante evoluzione». Che prospettive avete per il futuro? AM «Nonostante la situazione generale di crisi, l’idea è quella di continuare a crescere. Abbiamo due nuovi laboratori che ci stanno permettendo espansioni in territori nuovi nei quali abbiamo l’opportunità di confrontarci con tipologie di clienti e di lavorazioni diverse da quelle tradizionalmente presenti lungo la via Emilia e abbiamo progetti di sviluppo, anche su base internazionale, che ci porteranno a dare servizio ad aziende anche distanti dalla nostra terra di origine. Il testing e la consulenza agli attori del settore collaudo e controllo qualità delle aziende continua a essere il nostro core business, ma abbiamo sempre più rapporti anche con i responsabili di ricerca e sviluppo delle aziende e collaboriamo con i clienti alla realizzazione di nuovi prodotti o al miglioramento di quelli esistenti. Si prevede quindi un’evoluzione delle attività su più fronti differenziati». Per esempio? AM «Per esempio per quanto concerne la diversificazione della ricerca sui materiali nanostrutturati. Le aziende possono ottenere un vantaggio competitivo adottando materiali con proprietà nuove e performance inaspettate. Per fare ciò, si studiano e si producono additivi detti “nanofillers”, specifici per essere aggiunti a materiali già noti ottenendo una modifica delle proprietà e di conseguenza delle performance. In Italia non c’è ancora una cultura diffusa di questa tecnologia e quindi abbiamo pensato di dare l’avvio a una società affiancando uno spin-off, nato dalle intuizioni di due ricercatori formatisi presso l’Università di Modena».


FILTRAZIONE INDUSTRIALE

Il filtro che promuove lo sviluppo Esportare su mercati internazionali. E in settori diversi. Così la specializzazione si rivela vincente. L’esperienza di Diemme Filtration Eugenia Campo di Costa

e oggi quasi tutti i mercati tendono alla globalizzazione, alcune realtà, attraversano trasversalmente le produzioni nazionali e internazionali e riescono ad avere un quadro “globale” sull’andamento dell’economia italiana e straniera. È il caso di aziende come Diemme Filtration, specializzata nella realizzazione di filtri pressa per la filtrazione industriale. «L’azienda è oggi una piccola multinazionale – afferma Rosario Eduardo Tagliavini, direttore generale di Diemme Filtration -. E attualmente la nostra quota di export supera l’80%, e interessa principalmente Sud America, i paesi della ex Unione Sovietica, l’India e in generale l’Europa». I filtri pressa trovano applicazione nei settori più disparati, ecco perché il prodotto interessa anche mercati stranieri pressoché inesistenti in Italia. «Abbiamo uffici e filiali anche in Australia e in altri paesi strategici per il settore minerario, quali

S

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Cile, Russia, India. Perché è vero che lavoriamo in tutti i settori, ma ce ne sono alcuni che ci impegnano di più e quello minerario è proprio uno di questi. Il che è strano, se si pensa che in Italia praticamente non ci sono miniere». La vostra attenzione si concentra quindi principalmente sui mercati stranieri. «Il Brasile è un mercato emergente estremamente interessante che sta suscitando in noi grande attenzione. Rispetto al mercato italiano, il nostro fatturato è rimasto stabile nel tempo. Tuttavia, siamo passati dall’avere dieci anni fa un 20% di export all’avere oggi un 20% di distribuzione nazionale». Avendo una visione globale del mercato internazionale, secondo lei ci sono paesi che hanno vissuto con più difficoltà la crisi? «Penso di sì. Alcuni paesi, che tradizionalmente rappresentavano degli sbocchi importanti per Diemme, hanno risentito della recessione pesantemente. Mi riferisco in particolare alla Russia e all’Europa in generale, soprattutto Italia, Inghilterra, Irlanda e


Mercati e applicazioni

Spagna. Ad esempio, l’economia spagnola e quella irlandese erano trainate dal settore edilizio, in cui noi interveniamo indirettamente fornendo macchinari per le cave. Quando si è fermata l’edilizia si sono fermate le cave e quindi anche l’azienda indirettamente ha diminuito il lavoro in quell’ambito. Fortunatamente, dal momento che siamo molto attivi nel minerario e in altri settori, non solo non ne abbiamo risentito a livello di fatturato, ma siamo addirittura cresciuti. Lavorando in tutto il mondo, abbiamo potuto compensare quello che ci era venuto a mancare mediante le commesse in altri settori». Ci sono stati quindi settori in crescita? «Abbiamo avuto grossissime commesse nei

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Recentemente abbiamo avuto grandissime commesse nei settori legati all’ambiente

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settori legati all’ambiente. Infatti ci occupiamo In apertura, Rosario Tagliavini. anche delle bonifiche ambientali, settore in cui Eduardo In queste immagini forniamo impianti completi chiavi in mano alcuni filtri pressa per la disidratazione dei fanghi di dragaggio e di Diemme Filtration per il trattamento dei terreni contaminati da idrocarburi o metalli pesanti. I porti fluviali hanno bisogno di essere costantemente dragati UU EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 147


FILTRAZIONE INDUSTRIALE

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Investiamo tantissimo in ricerca e sviluppo, mirando soprattutto alla sperimentazione. La separazione solido-liquido ad alta pressione, infatti, è un fenomeno fisico complesso difficilmente riproducibile con modelli teorici

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UU e abbiamo fornito le macchine a molte società specializzate nel dragaggio e nel trattamento di questi sedimenti. L’anno scorso abbiamo realizzato il più grande impianto al mondo di trattamento per i fanghi di dragaggio per il porto di Anversa. Inoltre, in alcuni Paesi come il Sud America e l’India non abbiamo risentito quasi minimamente della crisi economica». Quali sostanze è possibile filtrare con le vostre macchine? «È possibile filtrare tutte quelle sostanze che sono scindibili in materiale liquido e materiale solido. Pertanto la filtrazione interessa un’ampia gamma di settori, dall’industria farmaceutica all’industria mineraria, dall’industria chimica alla depurazione industriale, dal set148 • DOSSIER • EMILIA ROMAGNA 2010

tore alimentare a quello ceramico. La Diemme Filtration è mono-prodotto, produciamo esclusivamente filtri pressa, ma questa specializzazione viene applicata a tutti i possibili campi industriali». Come si differenziano le varie tipologie di filtri pressa a seconda delle applicazioni? «Oltre che per il design strutturale, che può essere a trave superiore o laterale, i nostri filtri si caratterizzano per dimensioni e per grado di automazione. Le dimensioni della macchina dipendono dalla larghezza delle piastre filtranti e dal numero di queste installate nel filtro. I filtri della serie GHT 4×4 arrivando a pesare oltre 100 tonnellate con una lunghezza fuori tutto di circa 25 metri, sono sicuramente le macchine di questa categoria più grandi al mondo». E il livello di automazione cosa indica? «La necessità dell’interazione uomo-macchina. I filtri pressa, infatti, possono essere macchine semi –automatiche, dove l’operatore interviene in varie fasi del ciclo, macchine automatiche, dove l’operatore ha un semplice ruolo di supervisione e macchine ad automazione integrale, in grado di lavorare a ciclo continuo senza l’intervento di personale umano. Inoltre, montiamo piastre di dif-

80% EXPORT

Diemme esporta soprattutto in Sud America, ex Unione Sovietica, India ed Europa

25 METRI

È la lunghezza fuori tutto dei filtri della serie GHT 4×4 realizzati da Diemme

100

TONNELLATE È il peso cui arrivano i filtri GHT 4×4, attualmente i più grandi al mondo


Mercati e applicazioni

Fare impresa nella storia La Diemme è nata nel 1923, quando il fondatore, Alfredo Melandri, progettò e realizzò le prime macchine per la spremitura meccanica dell’uva. Nei primi decenni del secolo scorso l’azienda aveva come mercato principale l’industria enologica e sviluppava tecnologie innovative per i processi di vinificazione. Il successo dei suoi macchinari è stato mondiale. E negli anni 60 Primo Melandri, figlio di Alfredo, decise di estendere le tecnologie di filtrazione, applicate fino ad allora esclusivamente al settore enologico, anche ad altri processi industriali. Nacque così l’esigenza di una struttura altamente specializzata nelle tecnologie di separazione solidoliquido, dotata di una organizzazione tecnica, commerciale e produttiva propria. Nei primi anni ’70, quindi, la Diemme si è ristrutturata e riorganizzata per diventare un’azienda multi-business. Sono nati due rami indipendenti, la Divisione Filtri e la Divisione Enologia, che conquistarono in breve tempo la leadership dei rispettivi settori a livello nazionale e internazionale. La Divisione Filtri, oggi Diemme Filtration, è una business unit indipendente, in grado di realizzare soluzioni impiantistiche complete, progettate su misura per soddisfare la clientela più esigente. www.diemme-spa.com

In alto, a sinistra, Rosario Eduardo Tagliavini e alcuni collaboratori nella sede di Lugo. L’azienda, che conta personale giovane e specializzato, ha diverse filiali in tutto il mondo

ferenti dimensioni, materiali e tecnologia, in funzione dei prodotti da trattare e delle condizioni operative. Le piastre concamerate sono elementi filtranti a volume fisso, idonei per la maggior parte delle applicazioni standard, le piastre a membrana sono elementi filtranti a volume variabile per applicazioni speciali». Fondamentale è per voi anche la ricerca. «Investiamo tantissimo in ricerca e sviluppo, non tanto mirando alla realizzazione di filtri con caratteristiche più performanti, quanto piuttosto alla sperimentazione. La separazione solido-liquido ad alta pressione, infatti, è un fenomeno fisico complesso difficilmente riproducibile con modelli teorici. È pertanto indispensabile misurare sul campo i parametri di processo e attenersi a regole empiriche frutto di decenni di esperienza. Nei laboratori presso la sede di Lugo, uno staff di chimici e ingegneri conduce quotidianamente prove su campioni provenienti da tutto il mondo». Con quale obiettivo? «I test mirano a determinare le caratteristiche chimico fisiche del prodotto e i parametri di filtrazione necessari ai tecnici dell’area vendite per il calcolo degli impianti. Tutte le analisi confluiscono nell’archivio informatico aziendale che custodisce migliaia di schede di processo, redatte a partire dal 1971. Al termine delle prove, il tecnico analista stila un dettagliato report dei risultati da inviare al committente unitamente a campioni del prodotto testato. Oltre ai test di laboratorio, quando necessario, vengono effettuate delle prove “in situ” presso gli stabilimenti del cliente. Gli impianti pilota sono normalmente montati in container e sono piccoli filtri pressa industriali, dotati di tutti gli accessori e dell’attrezzatura idonea a realizzare un vero e proprio laboratorio mobile». Avete particolari progetti per il futuro? «Abbiamo in cantiere, e verrà presentato in questi giorni, un filtro che supererà in dimensioni qualsiasi altro macchinario di questa tipologia commissionato da una importante società mineraria indiana. Per quanto riguarda la politica commerciale di espansione, apriremo entro fine anno una filiale in Brasile. Nel medio termine invece, il nostro obiettivo è espanderci anche in Nord America». EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 149


IL SETTORE DELL’ACCIAIO

Strategie vincenti per il comparto dell’acciaio L’evoluzione del settore dell’acciaio dagli Anni 60 ad oggi. Ripercorriamo i cambiamenti principali del comparto e sveliamo le operazioni fondamentali che si sono rese necessarie per uscire dalla recessione. La parola a S. Polo Lamiere S.p.A. Ezio Petrillo ssere consapevoli dei cambiamenti in corso nei mercati, basati su una maggiore competitività e su un’elevata flessibilità, ha portato a una nuova fase di ristrutturazione delle imprese. Puntare sulla qualità del prodotto, investire sul settore vendite e su uno stretto rapporto con la clientela. Sono state le strategie economiche vincenti e necessarie per sopravvivere al biennio 2008-2009. È il caso della S.Polo Lamiere S.p.A. Ne parliamo con Tommaso Sandrini. Affidabilità, competenza, flessibilità. Cosa è più importante nell’economia di oggi? «Sono tutte fondamentali. Il mercato richiede una prontezza di consegna e una capacità di adattarsi a una filiera produttiva sempre più veloce. È fondamentale infatti saper affiancare

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150 • DOSSIER • EMILIA ROMAGNA 2010

con tempestività ed affidabilità i nostri clienti nelle loro specifiche necessità produttive». Come ha reagito l’impresa nell’ultimo difficile biennio? «Dopo anni di continua crescita che ci hanno portato ad oltre 133 mln € di fatturato, l’ultimo biennio ha colpito seriamente tutto il settore siderurgico. Nonostante ciò, abbiamo continuato a investire in maniera attenta e oculata. In piena crisi siamo intervenuti nella riorganizzazione del reparto vendite, che è stato potenziato mediante l’inserimento di numerose risorse per conseguire una copertura capillare del territorio.

+30% AUMENTO

È l’incremento dei volumi prodotti nel 2010 rispetto al 2009

60%

INCREMENTO È l’aumento dell’organico all’interno dell’azienda S.Polo Lamiere, nella struttura vendite


Diversificare la produzione

Non abbiamo eseguito nessun ridimensionamento dell’organico, anzi, si è continuato nell’inserimento di figure specializzate in funzioni chiave per l’azienda. Tutto questo con l’obiettivo di dare alla società un’organizzazione sempre più manageriale e strutturata. Si tratta di un percorso fortemente voluto dal fondatore dell’azienda, Luigino Monici, scomparso nel corso del 2010, con l’obiettivo di guidare un passaggio generazionale ormai pienamente compiuto con la nomina a presidente del figlio, Attilio Monici, del Direttore Generale, Tommaso Sandrini, e del Direttore Finanziario, Filippo Pedrazzoni». Oggi forse c’è bisogno di interpretare in maniera diversa il mercato? «Al giorno d’oggi bisogna andare a conquistarsi il cliente, fidelizzandolo nel tempo e supportandolo dal punto di vista tecnico e tecnologico. Nel contempo S.Polo Lamiere S.p.A. si è strutturata per lavorare su un

Da sinistra, il direttore generale, l’Ing. Tommaso Sandrini, il presidente Dott. Attilio Monici ed il Direttore Finanziario Dott. Filippo Pedrazzoni info@sanpololamiere.it – www.sanpololamiere.it – www.armet.it

mercato di approvvigionamento ormai divenuto globale». Quali sono state le innovazioni più importanti nei materiali e nelle tecnologie utilizzate? «Pur in un settore apparentemente maturo, l’innovazione tecnologica dal punto di vista dei materiali è continua. Solo rapporti stretti e consolidati con le grandi acciaierie possono oggi consentire di rimanere al passo con l’evoluzione tecnica e le nuove esigenze del mercato. In tale contesto portiamo avanti una selezione continua dei migliori fornitori a livello internazionale». Quali sono i vostri principali mercati di sbocco? «S.Polo Lamiere è strutturata su due divisioni, la prima, che rappresenta circa il 92% del fatturato, lavora e distribuisce acciaio e ha come sbocco il mercato domestico e eventualmente i Paesi subito confinanti, soprattutto per l’elevata incidenza dei costi di trasporto. La seconda divisione, presente sul mercato con il marchio Armet, produce e vende armadi e spogliatoi metallici e ha invece una quota di esportazione che negli ultimi anni è passata dal 20% al 30% del fatturato, quasi esclusivamente verso i Paesi europei». EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 151


IL SETTORE IMBALLAGGI

Flessibilità e dinamismo per affrontare il mercato Le piccole aziende possono rispondere bene alla crisi, anche se la riduzione dei consumi ha comportato una flessione nel settore degli imballaggi. Che fa i conti anche con i costi delle materie prime. Il caso della Riminplast Lucrezia Gennari ell’imballaggio la funzione tecnica si intreccia a quella comunicativa. E, se da un lato l’involucro funge da biglietto da visita di un prodotto e deve essere il più accattivante possibile per guadagnare l’attenzione del pubblico e fornirgli informazioni sul suo contenuto, dall’altro la sua funzione principale rimane quella di proteggere e conservare il prodotto. E quindi deve risultare il più idoneo possibile al trasporto e alla salvaguardia del contenuto, spesso sottoposto a rischi climatici come umidità, calore e gelo. Una particolare attenzione, inoltre, va dedicata agli imballaggi studiati per il settore alimentare. «La maggior parte dei confezionamenti di prodotti alimentari avviene in atmosfera protetta – afferma Giacomo Giungi della Riminplast, azienda specializzata nella realizzazione di imballaggi flessibili neutri e personalizzati – quindi si utilizzano materiali che presentano una barriera ai gas introdotti nella confezione e all’ossigeno. In certi casi inoltre è necessaria anche una barriera alla luce». La scelta del materiale avviene sulla base delle necessità di confezionamento, ma in genere si utilizzano prodotti composti di più film incollati uno sull’altro. «Lo strato interno è quello che deve essere idoneo al contatto con l’alimento. Lo strato esterno deve rispondere a requisiti di macchinabilità della confezionatrice nonché a criteri estetici». Gli imballaggi flessibili interessano un’ampia gamma

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di settori. Oltre a quello alimentare, sono diffusamente impiegati nell’ambito dell’abbigliamento, della metalmeccanica, nel commercio e nei servizi. Tuttavia, nonostante la varietà di applicazioni, anche il settore degli imballaggi non è stato immune alla crisi economica. «Già da alcuni anni – afferma Giacomo Giungi - il settore ha visto variare al ribasso alcuni parametri di lavoro come la quantità minima per commessa e i relativi tempi di realizzazione. A questo poi si è associata una ridotta se non assente programmazione dell’approvvigionamento nel

Alcune fasi della realizzazione degli imballaggi di Riminplast. L’azienda ha sede a Rimini www.riminplast.com


Rispondere alla crisi

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Già da alcuni anni il settore ha visto variare al ribasso la quantità minima per commessa e i relativi tempi di realizzazione

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tempo». La situazione economica attuale ha sicuramente accentuato quelle che erano tendenze già piuttosto radicate nell’approccio da parte delle aziende, rendendole praticamente generalizzate. La riduzione dei consumi e, quindi, la minor quantità di merci da imballare, ha fatto sì che i quantitativi di imballaggi utilizzati si riducessero, inoltre, la necessità di ridurre i costi ha portato anche alla richiesta di ridurre i prezzi. «Fino a sei mesi fa siamo riusciti a far fronte alla necessaria riduzione dei co-

sti grazie alla stabilità dei prezzi delle materie prime – continua Giungi -. In alcuni casi si è potuto anche intervenire sugli spessori dei materiali utilizzati, in modo da renderli comunque resistenti ma più economici, o sulla loro tipologia. Tuttavia, negli ultimi sei mesi i prezzi delle materie hanno subito aumenti importanti che non siamo riusciti a trasferire sui prezzi di vendita se non in piccola parte. Inoltre, in questo momento, il nostro è un mercato “schizofrenico” che alterna settimane di stasi a settimane di relativa euforia». Di fronte a tutto questo è piuttosto difficile parlare di prospettive. «Credo che tuttavia, realtà medie o piccole come la nostra, che operano soprattutto a livello locale e regionale, dovrebbero essere in grado di adattarsi meglio delle grandi industrie a queste condizioni, essendo per natura più flessibili e dinamiche e avendo una catena di comando più breve. Inoltre, la situazione del mercato rimarrà stabile per i prossimi anni, quindi bisogna gestirsi al meglio per non farsi sopraffare». Nonostante le difficoltà Riminplast ha superato il 2009 con risultati discreti, e sta continuando un trend positivo. «Abbiamo puntato sin da subito sull’aspetto commerciale cercando di ampliare la clientela e la gamma di prodotti offerti e – conclude Giungi - contiamo sul lento, ma continuo miglioramento dell’attività». EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 153


IL SETTORE IMBALLAGGI

Crescono le aziende che si specializzano Investire in ricerca e sviluppo. Questo è l’unico modo per tenere il passo in un mercato sempre più competitivo come quello dell’imballaggio. L’esperienza di Stefano Tonti direttore generale di CFT Seaming Eugenia Campo di Costa

ono poche le aziende che sono riuscite a crescere nell’ultimo anno. Quasi casi eccezionali che hanno puntato su ricerca e sviluppo e hanno saputo adottare una strategia vincente. La CFT, società membro del gruppo Catelli Holding s.p.a, nel 2009 ha proseguito il cammino già intrapreso nel 2006 volto al miglioramento della propria posizione di mercato, attraverso l’acquisizione di tre marchi prestigiosi nell’ambito del confezionamento alimentare e delle bevande: Comaco, acquisito nel 2004, Sima nel 2006 e SBC Bottling & Canning Spa nel 2009. Il 2009 è stato un anno di estrema importanza strategica per la CFT Packaging che ha messo in atto un processo di totale riorganizzazione societaria. Proprio alla luce della possibilità di sfruttare al meglio le potenzialità tecnologiche, le conoscenze di mercato e le sinergie commerciali di tutte e tre le società, CFT è divenuta una risposta concreta alla crescente competitività dei gruppi europei operanti nel settore del confezionamento alimentare. Nell’ottica di questo nuovo assetto organizzativo, sia dal punto di vista strutturale che logistico, nel 2010 è nata la CFT Seaming, il cui direttore generale è l’ingegner Stefano Tonti.

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Creare una struttura concentrata esclusivamente sulla progettazione e produzione di un macchinario con un’applicazione particolare come l’aggraffatura, può apparire METRI QUADRI quasi rischioso. Come mai questa scelta? «È risaputo che quello dell’imballaggio è da È l’area della sede tempo un settore in crisi, che risente tantisdi CFT Seaming a Montecchio Emilia simo della concorrenza a livello mondiale. Riche comprende tengo che l’unica possibilità di risposta conun’officina di 4.500 m2 creta a questo processo di globalizzazione del mercato sia la specializzazione tecnica, in grado di offrire un elevato standard tecnologico e qualitativo. Contrariamente a quanto PERSONE può sembrare, l’applicazione specifica della Sono impiegate macchina occupa un ruolo fondamentale, sia nelle varie attività nell’industria conserviera che in quella delle commerciali, tecniche bevande, basti pensare alla quantità di proe manifatturiere dotti che si trovano inscatolati oggi nei supermercati di tutto il mondo. Ci sono paesi

6 mila 34


Ricerca e sviluppo

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Quello dell’imballaggio è da tempo un settore in crisi, che risente tantissimo della concorrenza a livello mondiale

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In apertura, un dettaglio della nuova macchina aggraffatrice. A lato macchina aggraffatrice per il beverage

che per ragioni igieniche e maggiori garanzie di conservazione, prediligono il confezionamento in lattina a qualsiasi altro tipo di imballo. Dopo un’attenta riflessione e un’analisi di mercato, il progetto di creare la CFT Seaming ci è sembrata una grandissima opportunità da cogliere al volo». Tra i vostri obiettivi c’è quello di abbattere i costi di produzione, per poter essere più competitivi sul mercato senza ridurre gli standard di affidabilità prefissati. «Dopo aver ampliato la gamma di produzione e migliorato la qualità, siamo orientati verso l’abbattimento dei costi. A questo scopo la struttura dedica alla progettazione e alla produzione di alcune tipologie di aggraffatrici più standard, una procedura particolare. Vengono infatti lanciati in produzione gruppi di aggraffatrici simili per caratteristiche tecniche e capacità produttive in modo da ridurre considerevolmente i tempi di produzione e di conseguenza anche i tempi di consegna delle macchine ai clienti finali. In tal modo, al momento dell’ordine questa macchina necessita solo di essere “customizzata”, adattata cioè su misura alle specifiche particolari di ogni singolo cliente. Questa ultima fase di processo richiede un tempo di realizzazione variabile tra i 40 e i 75 giorni, riducendo drasticamente i termini di consegna delle macchine, di solito intorno ai 4 o 5 mesi». La concentrazione su ricerca e sviluppo vi ha permesso di portare a termine una nuova

macchina. Di che cosa si tratta nello specifico? «L’ultima “creazione”, integralmente frutto della nuova struttura CFT Seaming, sia per la progettazione tecnica che per la realizzazione, si chiama “FlexySeam” ed è la prima aggraffatrice elettronica esistente sul mercato. È un’innovazione tecnologica che costituirà una vera e propria rivoluzione in un settore fortemente legato alla meccanica di precisione. Grazie a un sistema brevettato, “FlexySeam” rappresenta una novità assoluta per qualità e precisione di aggraffatura, costi di manutenzione, facilità di utilizzo e soprattutto flessibilità, sia per l’adattabilità della macchina alle diverse condizioni di lavoro, sia per la possibilità di utilizzare materiali differenti, più leggeri e più sottili. L’innovazione tecnologica di cui è dotata questa macchina è già stata brevettata. I principali vantaggi possono essere brevemente riassunti nella possibilità di gestire le principali funzioni direttamente dal pannello operatore senza intervento meccanico. Presenteremo “Flexyseam” in fiera a Norimberga alla “Brau Beviale 2010” dal 10 al 12 di Novembre p.v. (Padiglione 7 Stand 735)».

L’ingegner Stefano Tonti direttore generale di CTF Seaming www.cftfoodtechnology.com

EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 155


CONTROLLI SUI TESSUTI

Anche il consumatore oggi è più attento alla sicurezza dei tessuti Anche i tessuti sono soggetti a rigidi controlli e norme severe che mirano alla qualità e alla sicurezza del prodotto, in un’ottica di tutela della salute dell’uomo. Come spiega il dottor Emilio Bonfiglioli del Centro di Qualità Tessile Eugenia Campo di Costa l regolamento Reach (CE) n. 1907/2006 del Parlamento europeo e del Consiglio, entrato in vigore il 1 giugno 2007, riguarda tutti i soggetti che producono, importano, utilizzano o forniscono non solo sostanze chimiche, ma anche prodotti coinvolti in altri tipi di realtà aziendali come, ad esempio, quelle del settore tessile. Il regolamento mira a valutare tutte le sostanze chimiche presenti sul territorio europeo, registrarle, autorizzarle, vietarle o restringerne l’utilizzo al fine di migliorare la conoscenza dei pericoli e dei rischi derivanti da prodotti chimici e assicurare un elevato livello di protezione della salute umana e dell’ambiente. Tale obiettivo viene perseguito anche mediante l’individuazione di sostanze estremamente problematiche il cui utilizzo o la cui presenza all’interno dei diversi prodotti aziendali vengono regolamentati attraverso particolari obblighi. Il regolamento coinvolge anche le imprese non produttrici, come i distributori, che devono attenersi al Reach e identificare le azioni da intraprendere per soddisfare le richieste del regolamento. Dunque oggi il mercato impone alle aziende di

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Il Centro Qualità Tessile è l’unico laboratorio accreditato dell’Emilia Romagna e ha sede a Carpi info@studiobonfiglioli.it

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sviluppare una nuova e crescente sensibilità per quanto concerne il rispetto per l’ambiente e l’attenzione verso la salute di ogni essere umano. Anche il settore tessile è coinvolto nel regolamento e mai come negli ultimi anni si trova tra i protagonisti in tema di sicurezza. «Questi anni sono stati artefici di grandi trasformazioni nel ciclo di lavorazione e produzione dei prodotti tessili. Si è determinata la necessità per le aziende di diventare più flessibili, dinamiche e attente al prodotto» afferma Emilio Bonfiglioli del Centro di Qualità Tessile di


Qualità e sicurezza

tore». È quindi la certezza di un prodotto sicuro uno dei tasselli su cui si svilupperà nei prossimi anni le sensibilità dei consumatori. E, dal momento che il mondo della moda è in perenne evoluzione, è possibile che in futuro si sperimentino nuovi tessuti e materiali. «L’eventuale impiego di materiali provenienti da altri settori determinerà la necessità di studi di fattibilità per poter far incontrare le esigenze stilistiche con le esigenze del consumatore. Questo possibile collage di materiali provenienti da altri settori deve comunque sempre essere accompagnato dalla certezza della sicurezza del proIl Centro Qualità TesL’eventuale impiego di materiali dotto». sile, l’unico laboratorio provenienti da altri settori accreditato dal sistema naziodeterminerà la necessità di nale dei laboratori (SINAL) nel settore tessile dell’Emilia Rostudi di fattibilità per poter far incontrare le esigenze stilistiche magna, svolge quindi un’azione di controllo sui prodotti per le con le esigenze del consumatore aziende importatrici ed espore la sicurezza dei prodotti tatrici. Esegue internamente tutte le analisi relative alla sicuCarpi. La crescente attenzione rezza: ricerca di sostanze quali formaldeide, amalla sicurezza da parte del consu- mine aromatiche, nichel. La strumentazione almatore ha portato le aziende a l’avanguardia permette di rispondere in tempi essere pronte a rispondere a tali certi a tali richieste e i rapporti di prova emessi esigenze. Così, le imprese del set- hanno valore tecnico praticamente in tutto il tore oggi devono rispettare mondo. Oltre alle prove chimiche inerenti la sinorme ecologiche, classificare le curezza dei prodotti, si eseguono prove chimiche sostanze, non utilizzare quelle sulla resistenza dei colori, prove fisico meccanipericolose e attenersi alle restrizioni cui sono che sulla stabilità dei tessuti nei lavaggi e resisottoposti quei principi chimici che non pos- stenza meccanica alla lacerazione e allo strappo, sono superare determinate soglie di utilizzo o di prove fisiche di invecchiamento e comportaconcentrazione. «Si sono creati i presupposti mento nel tempo dei prodotti, prove di misura per una responsabilità diretta del produttore sul del grado di comfort dei prodotti e di comporcapo realizzato – continua Bonfiglioli -. Que- tamento al fuoco per quelli destinati ai mercati sta necessità di maggior sicurezza nel prodotto americani. «Il nostro laboratorio – conclude fornito, se da un lato può essere data e rilasciata Emilio Bonfiglioli -, oltre a effettuare le analisi, dalle autocertificazioni dei fornitori, dall’altro svolge anche una funzione di supporto alle necessita di periodici controlli per evitare l’in- aziende per informazioni e spiegazioni relative a sorgere di campagne negative che naturalmente nuove normative del settore e all’attuazione delle avrebbero un impatto disastroso sul consuma- nuove disposizioni».

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EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 161


PRODOTTI SARTORIALI

a piccola imprenditoria è la vera ricchezza del Paese. Proprio le piccole e medie imprese rappresentano la qualità del prodotto nazionale, soprattutto quelle 100% italiane, che non delocalizzano la produzione e sono legate al territorio. Queste realtà andrebbero incoraggiate e sostenute. «La piccola imprenditoria, che è la sola che paga le tasse – afferma Wally Bonvicini, imprenditrice, a capo della ditta Attilafashion - perché le grandi aziende hanno scelto di pagarle in Irlanda o in Olanda, in paesi dove al massimo pagano il 5%, è vessata a 360 gradi». Può sembrare un’affermazione azzardata. «Basta pensare alla concorrenza delle grandi aziende – incalza Wally Bonvicini - che vanno a produrre altrove, magari sfruttando finanziamenti a fondo perduto, e accedono a ogni forma di informazione continuando a beneficiare del made in Italy». Sì perché bisogna distinguere tra vero made in Italy e “made in Italy delocalizzato”. La scelta di restare a produrre in Italia per Attilafashion è stata premiante, perché «sempre più di frequente il mercato chiede un prodotto sartoriale, prezioso, rifinito a mano». Mentre la scelta di altre realtà di produrre in Paesi a basso costo, «ha sicuramente generato utili importanti per gli imprenditori che, sfruttando le lacune della legge, hanno potuto continuare ad applicare l’etichetta made in Italy là dove di italiano c’era solo l’idea, danneggiando chi realmente ha continuato a produrre in Italia». In che modo chi produce all’estero danneggia le realtà del paese? «Il danno è di proporzioni catastrofiche per-

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162 • DOSSIER • EMILIA ROMAGNA 2010

Tuteliamo chi fa il vero made in Italy Da sempre reale ricchezza del territorio nazionale, le piccole imprese che producono in Italia devono essere valorizzate e sostenute veramente, con un accesso al credito più agevole e interessi equi: l’analisi di Wally Bonvicini Lucrezia Gennari

ché anziché valorizzare quelli che erano i nostri punti di forza, li hanno sviliti, svenduti. Il vantaggio è stato di pochi a danno di tutto il Paese. Non si tratta di chiudere frontiere o imporre dazi, assolutamente no, bensì di incoraggiare e sostenere l’imprenditore che produce in Italia realizzando articoli che tutto il mondo ci ha sempre invidiato e che ha cercato di imitare: gioielli, mobili, oggetti, abiti, cibo». Crede che le imprese 100% made in Italy non vengano sostenute abbastanza? «Basta pensare alle difficoltà di accesso al credito e al trattamento che le banche hanno riservato alle piccole aziende nell’ultimo ventennio: anatocismo, usura, commissione di massimo scoperto, per arrivare ai derivati con i quali è stato toccato l’apice della fraudolenza nel momento in cui sono stati venduti a imprenditori che si fidavano e ai quali i derivati erano stati spacciati come prodotti assicurativi che avrebbero dovuto tutelarli


Creazioni

Una moda senza tempo L’azienda Attilafashion, con sede a Parma, realizza capi di alta moda femminile 100% made in Italy. Abiti che mirano a essere indossati tutto l’anno. Infatti, secondo Wally Bovicini, titolare dell’azienda, non ha più senso legare i prodotti alle stagioni. «In effetti – spiega - le fibre che utilizziamo sono tali da potersi indossare tutto l’anno e quando un capo è ben riuscito, prezioso, è un delitto farlo vivere una sola stagione». La filosofia aziendale di Attilafashion si impronta sulla realizzazione di modelli che i clienti possono ordinare non solo nella stagione in cui escono, ma anche due o tre anni dopo. «Questo – afferma Wally Bonvicini vuole essere un invito a eliminare i saldi o comunque gli sconti, e ad arrivare a progettare e realizzare solo prodotti di qualità e come tali senza tempo, sempre attuali perché il vero capo di moda è quello che la moda non segue». wally@attilafashion.it www.attilafashion.it

dalle variazioni dei tassi. Si sono rivelati invece prodotti truffa che mai avrebbero potuto generare utili se non per la banca e in molti casi hanno portato al fallimento dell’azienda senza nessuna conseguenza per la banca omicida, perché di omicidio si tratta». Lei sostiene quindi che il sistema bancario, che dovrebbe essere partner delle aziende, ne genera il fallimento? «Assolutamente sì, e nessuno o pochi hanno il coraggio di intervenire perché quello delle banche è un potere immenso che affonda le radici nella massoneria, non in quella illumi-

Sopra, una delle creazioni della collezione estate 2011 di Attilafashion; in apertura, Wally Bonvicini uno dei fondatori del forum antiusura bancaria antiusurabancariaemilia@attila.eu

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Noi del Forum abbiamo l’ambizioso obiettivo di diffondere conoscenza, perché armare il popolo di conoscenza significherà renderlo invincibile

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nata bensì in quella bieca, ammalata, assetata di potere, che porterà a un declino irreversibile il Paese. Quando nel 1993 Prodi, Ciampi e Draghi, sul famoso “Britannia”, messo gentilmente a disposizione dalla Regina Eliosabetta, svendettero il Paese, gettarono le basi dell’attuale declino e su quelle stesse basi hanno costruito il nulla, cioè la finanza allegra. Le banche hanno dato il colpo finale: anziché sostenere le aziende le hanno vessate condannandole a debiti eterni, sempre più rilevanti. La forza, il coraggio e l’amore per la propria azienda hanno spinto i piccoli imprenditori a unirsi per diffondere conoscenza e siamo ormai tantissimi in tutta Italia: ci riuniamo a Roma ogni 20 giorni per diffondere conoscenza, per far comprendere ai cittadini che la grande crisi oggi come nel 29 l’hanno generata le banche e che dalle stesse ci si può e ci si deve difendere». Quali obiettivi si prepone l’associazione? «La nostra associazione, il forum antiusura UU EMILIA-ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 163


PRODOTTI SARTORIALI

UU bancaria, accoglie quanti hanno bisogno di aiuto e chi questo aiuto può darlo:con la diffusione della conoscenza,la piccola imprenditoria acquisirà la consapevolezza di potersi difendere dallo strapotere bancario. Noi piccoli imprenditori italiani dobbiamo realizzare prodotti splendidi, dobbiamo riuscire a venderli, farci pagare, se poi vendiamo all’estero dobbiamo anche dimostrare che la merce è andata realmente all’estero altrimenti ci fanno pagare il 40% sulla base imponibile, poi dobbiamo difenderci dal fisco, da Equitalia e dalle banche che dovrebbero essere il nostro partner per eccellenza. Fisco equo, banche eque e politici che indipendentemente dal colore non sprecano il denaro dei cittadini e percepiscono retribuzioni propor-

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zionate ai risultati ottenuti: il Paese risorgerebbe, ma pare che sia un obiettivo che poco interessa a chi a suo tempo il Paese lo ha svenduto: non dimentichiamo che le più belle aziende italiane sono finite in mano straniera e l’immenso patrimonio immobiliare di Eni è finito nella avide mani della banca d’affari Goldman Sacks, che ancora oggi, in piena crisi mondiale, raccoglie utili stratosferici: oltre 9 miliardi il primo trimestre 2010. Noi del forum abbiamo l’ambizioso obiettivo di diffondere conoscenza, in maniera semplice, chiara, a tutti comprensibile, perché armare il popolo di conoscenza significherà renderlo invincibile». Lei come ha intrapreso la sua lotta contro il potere bancario? «È stato nell’estate 2008 che, a causa di un’errata segnalazione in centrale rischi di cui la banca non sapeva e non sa trovare giustificazione, ho avvertito la necessità di far periziare i conti. Avevo trovato in libreria un manuale di sopravvivenza destinato a noi piccoli imprenditori “Anatocismo e Vizi nei contratti bancari” dell’avvocato Roberto Di Napoli che e’uno dei soci fondatori del forum. Chiunque può comprendere, leggendo questo libro, in che modo le banche ci privano di somme importanti e non dovute che, diversamente investite, potrebbero generare benessere per l’azienda e per tutta l’economia del Paese. In un primo momento si rimane sconcertati perché si ha l’impressione che l’autore ci stia parlando di una realtà che non ci riguarda: per anni abbiamo riposto fiducia nelle banche e nel funzionario con il quale abbiamo cenato decine di volte, quindi viene spontaneo domandarsi “possibile che lui non sapesse?”, possibile che i funzionari che venivano sguinzagliati sul territorio a vendere derivati cioè truffe, non sapessero che truffando il piccolo imprenditore “amico” ne


Creazioni

avrebbero generato la morte? Molte aziende sono fallite solo a causa dei prodotti derivati e molti comuni oggi sono nella stessa situazione. Possibile che nessun funzionario si sia mai ribellato? Siamo un popolo di pavidi che per timore di perdere il posto di lavoro accetta di essere complice di un omicidio di massa?». Da quel momento cosa è cambiato? «Circa un anno fa, assistita dal mio legale di fiducia, l’ avvocato Luca Berni che non esitò a schierarsi contro le banche, intrapresi un percorso non facile. Sicuramente la meta è lontana anche perché quotidianamente ci si scontra con legali e magistrati filobancari: ancora oggi c’è chi ritiene le banche delle istituzioni dello Stato, c’è chi pensa che l’usura la possano praticare i criminali ma non le banche, c’è chi pensa che la Banca d’Italia appartenga al Paese anziché a Banca Intesa, Unicredit e altre. C’è necessità di diffondere conoscenza: si pensi solo all’anatocismo, cioè agli interessi calcolati sugli interessi!Quanti cittadini hanno chiesto la restituzione degli interessi illegittimamente pagati? Pochissimi e stiamo parlando di miliardi che possono tornare nelle casse delle aziende. Non dobbiamo avere paura di farci restituire ciò che ci hanno illegittimamente sottratto: ci sono legali, anche se pochi, che stanno dalla parte dell’imprenditore e non hanno paura delle banche. Il ricalcolo degli interessi è un’operazione semplice: se il rapporto è longevo, la somma che dovrà essere restituita dalla banca è veramente sorprendente». Cosa consiglia ai piccoli imprenditori italiani? «Di non dimenticarsi di far verificare se sia stato applicato un tasso usurario: non devono illudersi di pagare il tasso che viene indicato sull’estratto conto che ogni trimestre ricevono. È molto diverso ciò che viene pa-

A lato, una delle creazioni della collezione estate 2011 di Attilafashion

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Non si tratta di chiudere frontiere o imporre dazi, bensì di incoraggiare e sostenere l’imprenditore che produce in Italia realizzando articoli che tutto il mondo ci invidia

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gato nella realtà e spesso supera il tasso indicato da Banca d’Italia come soglia usura. Spesso, basta sommare al tasso la commissione di massimo scoperto, che altro non è che un ulteriore balzello applicato sulla stessa somma prestata, al quale ogni tanto cambiano nome per dargli una parvenza di legittimità che non ha, per superare il tasso soglia. Noi piccoli imprenditori dobbiamo certamente progettare oggetti meravigliosi che il mercato richiede, ma prima di tutto dobbiamo imparare a difendere le nostre aziende dalle banche e dal fisco, perché siamo i soli a pagare le tasse ed è per questo che le percentuali sono assurde,vessatorie e offensive». EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 165


PARCHI DI DIVERTIMENTO

Boom di presenze da nord a sud Il modello del resort si sta rivelando vincente e c’è ancora spazio per parchi tematici di medie e piccole dimensioni. Con Cesare Falchero, presidente dell’Unione dei parchi ricreativi italiani, fotografiamo la situazione di un settore in ascesa Michela Evangelisti

llacciate le cinture di sicurezza e trattenete il fiato. Seguire l’andamento economico dei parchi divertimento in Italia è come farsi un giro sulle montagne russe, ma solo in salita. Di discese o di rallentamenti finora neanche l’ombra: secondo uno studio pubblicato a giugno scorso, realizzato dall’area research di Banca Monte dei Paschi di Siena, nei primi nove mesi del 2009, l’anno della profonda crisi, in Italia sono stati venduti oltre 11 milioni di biglietti, cioè 500 mila in più rispetto allo stesso periodo del 2008, per un fatturato complessivo di 177 milioni e 300 mila euro, ovvero un +11,4%. Insomma, il settore si dimostra stabile e ben equipaggiato per superare la crisi e, con l’accelerazione della spesa per i consumi prevista per il triennio in corso, sembra destinato a continuare la propria corsa. Cesare Falchero ci spiega perché. Come mai gli italiani, anche se in un momento economicamente difficile, non rinunciano al divertimento? «Proprio la crisi economica porta la gente a viaggiare di meno, e a sostituire una vacanza di una o due settimane, che prevede uno spostamento di media o lunga distanza, con una vacanza più breve, come una semplice gita di uno o due giorni al parco. I parchi poi ultima-

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mente si stanno trasformando in veri resort, con alberghi e altre strutture di accoglienza al loro interno, diventando quindi un luogo di vacanza ideale. Vengono incontro agli utenti, soprattutto famiglie, per i quali il viaggio toccata e fuga diventa faticoso, anche se le distanze non sono troppo sostenute, e formulano pacchetti allettanti che comprendono entrata al parco, pernottamento e pasti. La spesa, a conti fatti, risulta molto più contenuta rispetto a quella necessaria per una “vera” vacanza». Quali gap esistono ancora in Italia e su quali tipologie di nuovi parchi bisognerebbe investire? «In Italia ci sono ancora pochissimi parchi riconducibili alla fascia medio piccola, che possano accontentare un’utenza regionale o interregionale. Bisognerebbe puntare soprattutto sui parchi tematici, ed evitare quelli acquatici, che finora sono andati molto di moda ma hanno una stagione molto ristretta, anche a causa delle estati tropicali che interessano ultimamente l’Italia, con piogge forti e improvvise. Per i parchi di una certa importanza, invece, non c’è più molto spazio in Italia, fatta eccezione per Roma, che da questo punto di vista è una piazza ancora vergine e potrebbe avere i numeri per accogliere strutture vincenti». Ci sono progetti di nuovi parchi già av-


Cesare Falchero

viati o che verranno avviati a breve? «Sì, riguardano appunto il territorio di Roma. C’è Rainbow Magicland, un grande parco divertimenti attualmente in costruzione nel comune di Valmontone, che si estenderà su una superficie di circa 600.000 metri quadrati e sarà suddiviso in diverse aree tematiche. Ma soprattutto è in elaborazione il progetto di un interessante parco tematico sul cinema da costruirsi dalle parti di Cinecittà, per il quale sono previsti importanti investimenti». Quali sono le principali difficoltà a livello di impatto ambientale che si incontrano nell’aprire un nuovo parco divertimenti in Italia? «Dipende da dove lo si vuole aprire. Una volta si pensava fosse più conveniente costruire i parchi vicino alle città, e quindi i problemi erano notevoli. Ora invece si cerca la campagna, anche per garantire facilità di accesso e grandi parcheggi. Oggi quasi tutti i parchi vanno a occupare degli spazi normalmente de- 



Proprio la crisi economica porta la gente a viaggiare di meno, e a sostituire una vacanza di una o due settimane con una vacanza più breve, come una semplice gita al parco



Albergo, pensione e viaggi organizzati/ spesa media mensile (%) 2.6 2.4

2.4

2.4

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2002

2003

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dallo studio Parchi divertimento: trends ed opportunità dell’area research di Banca Monte dei Paschi di Siena (giugno 2010)

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PARCHI DI DIVERTIMENTO



L’Emilia Romagna è stata la prima regione che ha costituto un sistema dei parchi e ha avuto l’intelligenza di promuoverli come forma di richiamo e di attrazione regionale



PIL* e consumi* delle famiglie a/a (%)

3.2 3.4 2.4

1.6 1.9

1.4

2.3 2.6

-1.9 -3.0

2008 PIL

2009

E2010

E2011

E2012

Consumi Famiglie

dallo studio Parchi divertimento: trends ed opportunità dell’area research di Banca Monte dei Paschi di Siena (giugno 2010)

 stinati all’agricoltura, effettuando una variante campagne pubblicitarie, improntate sul mesregionale sulla destinazione del terreno. Difficilmente quindi si incontrano problemi da un punto di vista di impatto ambientale e urbanistico». Quali fattori hanno determinato la leadership dell’Emilia Romagna nel settore dei parchi divertimento? «L’Emilia Romagna è stata la prima regione che ha costituto un sistema dei parchi e ha avuto l’intelligenza di promuoverli come forma di richiamo e di attrazione regionale. Le prime

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saggio “i parchi sono in Emilia Romagna”, hanno funzionato a meraviglia, perché offrivano un’interessante variante al solito segmento discoteca e spiaggia. Ormai il parco è da considerarsi un attrattore turistico a tutti gli effetti e l’Emilia Romagna ne ospita non solo tanti, ma anche di diverse tipologie, da Italia in miniatura, a Mirabilandia, ai parchi acquatici e a quelli naturalistici sugli animali. Ritengo che rimarrà a breve termine, da questo punto di vista, la regione più ricca d’Italia».


PARCHI DI DIVERTIMENTO

In regione divertimento a tutto tondo Nuove attrazioni, sinergia con le strutture del territorio e con brand affermati, offerte speciali per scolaresche e famiglie. Questo il futuro dei parchi della nostra regione. Ce lo spiegano Giovanni Scafoglio, responsabile comunicazione di Mirabilandia, e Achille Zavatta, direttore di Fiabilandia Michela Evangelisti

Emilia Romagna, terra di divertimento per vocazione, ha fatto da apripista in Italia nel settore dei parchi, e ancora oggi difende egregiamente il suo ruolo di leader. Lungo la riviera romagnola sorgono alcuni dei parchi più frequentati e amati dello stivale, come Italia in miniatura, di cui è stato recentemente avviato, con importanti investimenti, il rimodernamento. Ma i numeri più invidiabili li possono vantare Mirabilandia e Fiabilandia, ognuno in vetta con i suoi personali primati. Mirabilandia è al sedicesimo posto nella classifica “Europe top 20” dei parchi divertimento, ed è il più grande parco d’Italia per estensione, con una superficie di circa 850.000 metri quadrati. Quali sono i punti di forza che nel 2009 hanno portato il parco a registrare un +1,5% di presenze rispetto al 2008? «La continua ricerca di miglioramento e investimenti sempre maggiori in attrazioni spesso innovative – risponde Giovanni Scafoglio, re-

L’

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sponsabile della comunicazione di Mirabilandia –. Penso a Reset, prima dark ride interattiva in Italia, costata 12 milioni di euro, o a iSpeed, il primo launched coaster in Europa, che ne è costato 15». Fiabilandia, invece, può gloriarsi di essere, insieme a Edenlandia, il parco divertimenti più antico d’Italia. Una creazione fantastica che ha preso vita nel lontano 1966, e che oggi è più reale che mai. «È stato il primo parco permanente d’Italia, suddiviso in aree tematiche come i parchi americani – spiega il direttore Achille Zavatta –. La particolare vocazione della riviera romagnola, perfetta per le famiglie grazie ai bassi fondali del suo mare, ha trovato il suo giusto completamento nel sano divertimento offerto ai più piccoli da Fiabilandia. Negli anni il parco si è a più riprese rinnovato; la novità del 2010 è stato il cinema 4D, ed entro la fine dell’anno, nel corso di una conferenza stampa, verranno presentate le nuove attrazioni previste


Mirabilandia e Fiabilandia

FATTURATO MIRABILANDIA (milioni di euro)

20 09

20 08

20 07

58 57 56 55 54 53 52 51 50 49

dallo studio Parchi divertimento: trends ed opportunità dell’area research di Banca Monte dei Paschi di Siena (giugno 2010)

per i prossimi anni». Negli ultimi anni i parchi della Romagna hanno puntato non solo sulla novità delle attrazioni, ma anche su una strategia di marketing che si è rivelata vincente, fatta di offerte speciali e di sinergie con agenzie di viaggio e strutture ricettive del territorio. Si tratta, ad esempio, dei famosi pacchetti tutto compreso: ingresso al parco, pasti, pernottamento, e, nelle forme più raffinate, anche accesso agli stabilimenti balneari e alle strutture per il benessere della riviera. «Fin dagli anni Novanta Fiabilandia, in collaborazione con gli altri parchi della riviera, ha creato un circuito consentendo alle agenzie di viaggio e alle strutture ricettive locali di proporre, unitamente al



Continueremo a investire su pacchetti e offerte speciali e punteremo soprattutto sulla comunicazione, pianificando campagne radio e web ad hoc. I media digitali, in particolare il web 2.0, sono una risorsa fondamentale



soggiorno, la possibilità di visitare più parchi a scelta, con un notevole risparmio – ricorda Zavatta –. Negli anni l’offerta si è affinata e ora ogni parco, in assoluta autonomia, concorda con tali strutture la migliore offerta da inserire nei loro pacchetti soggiorno». Una strategia messa in campo con ottimi risultati anche da Mirabilandia, che nella stagione 2009 ha venduto 621.000 pernottamenti grazie al pacchetto parco+hotel, coinvolgendo circa 300 alberghi. «Continueremo a investire in questa direzione, relazionandoci in maniera capillare con tutte le strutture della Romagna, da Cesena a Riccione, ma soprattutto puntando sulla comunicazione, pianificando campagne radio e web ad hoc – anticipa 

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PARCHI DI DIVERTIMENTO

 Scafoglio –. I media digitali sono una risorsa solare all'eolico al termico». Mirabilandia, dal fondamentale, soprattutto il web 2.0». Anche il direttore di Fiabilandia ha fiducia nel web e nella sua capacità di sostituire progressivamente, con efficacia e risparmio, i tradizionali canali di comunicazione. «Il sito del parco è consultato quotidianamente da numerosi potenziali visitatori. Inoltre prevede la possibilità di acquistare i biglietti d'ingresso, evitando così le code all’entrata». Per quanto riguarda invece le offerte speciali, le più allettanti sono rivolte alle famiglie con bambini, da sempre il target privilegiato dai parchi divertimenti. «Il futuro di Fiabilandia è proiettato principalmente verso questo mercato – conferma Zavatta –. L’ultima iniziativa lanciata è l’abbonamento Family, che consente alle famiglie numerose di acquistare abbonamenti a un prezzo tanto più basso quanto più è grande la famiglia». Fiabilandia non trascura neppure il turismo scolastico, e si propone alle scuole con iniziative e laboratori didattici all’insegna dell’imparare divertendosi. «L’offerta per il 2011 si amplierà con due progetti molto accattivanti, per i quali Fiabilandia ha ottenuto il patrocinio del Comune di Rimini – annuncia Zavatta –. Il primo riguarda le macchine di Leonardo, e mostrerà ai bambini come le intuizioni del grande genio si ritrovano applicate anche nei giocattoli moderni. Il secondo, che ha preso le mosse dall'inserimento nel parcheggio del parco di circa 12.000 metri quadrati di pannelli fotovoltaici, riguarderà le energie rinnovabili, con laboratori che spazieranno dal 174 • DOSSIER • EMILIA ROMAGNA 2010

canto suo, controbatte con un invito difficile da rifiutare. «Per festeggiare Halloween – svela Scafoglio – nel mese di ottobre offriremo a tutti i bambini fino a 7 anni l’ingresso gratuito al parco». Oltre alle offerte e ai pacchetti, ad aumentare il fatturato dei grandi parchi divertimenti contribuiscono in larga parte anche la vendita di gadget e la sinergia con brand affermati, un marketing emozionale in continua ascesa. «Uno dei motti vincenti per il nostro parco è fare sistema. – spiega Zavatta –. La sinergia con brand affermati e l’alta specializzazione dei gadget proposti sono determinanti per affermare e far crescere il fatturato». Infine, la sicurezza, un tema importante in luoghi che sono sinonimo di divertimento e adrenalina senza rischi. «Il nostro input è zero rischi – afferma Scafoglio –. I controlli sono sistematici e quasi maniacali, nulla insomma è lasciato al caso. La sicurezza comporta un lavoro di ricerca che non si interrompe mai». Anche a Fiabilandia il settore controlli sicurezza è in continua evoluzione. «Negli anni sono stati inseriti su varie attrazioni sofisticati computer, che controllano centimetro dopo centimetro il percorso dei convogli e che, alla più piccola anomalia, attivano procedure di sicurezza e avvisano il personale di servizio – spiega Zavatta -. La figura dell'uomo è comunque ancora determinante per garantire il massimo della sicurezza».


PROPRIETÀ INDUSTRIALE

Le novità del nuovo codice della proprietà industriale Italia ha raggiunto un alto livello d’efficienza negli strumenti giuridici per la lotta contro la contraffazione in sede civile», sottolinea l’avvocato Loredana Gulino, responsabile dell’Ufficio italiano brevetti e marchi della Direzione generale per la lotta alla contraffazione del ministero dello Sviluppo economico. Questa considerazione emerge alla luce del recente aggiornamento del decreto legislativo 131/2010 inerente il codice della proprietà industriale. Semplificazione dei tempi e novità a livello processuale sono gli aspetti prioritari. Ma importanti novità sono state registrate anche per le biotecnologie e in merito a trattamenti chirurgici e terapeutici. Quali sono le innovazioni apportate nell’ambito delle procedure di registrazione per la validità dei brevetti e per la tutela amministrativa e processuale? «Per la registrazione, la scelta è stata effettuata nell’ottica della massima semplificazione compatibile con le esigenze di verifica da parte dell’ufficio: in particolare, i termini previsti sono stati adeguati il più possibile alle esigenze dell’utenza ed è stata disciplinata in termini più favorevoli ai richiedenti la continuazione della procedura dopo la perdita di un termine. Ancora più importanti le novità processuali, che possono riassumersi in quattro linee guida: maggiore facilità nell’ottenere misure d’urgenza contro i contraffattori dei diritti di proprietà industriale; semplificazione delle procedure giudiziarie; efficienza e rapidità della tutela; infine, “parità delle armi” tra chi accusa e chi si difende». Quali sono le misure previste contro i

L’

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Brevetti e marchi. Ecco le novità per quanto concerne il codice della proprietà industriale, illustrate dall'avvocato Loredana Gulino, a capo della Direzione generale per la lotta alla contraffazione del ministero dello Sviluppo economico Nike Giurlani

contraffattori dei diritti di proprietà industriale? «L’Italia ha raggiunto un alto livello d’efficienza negli strumenti giuridici per la lotta contro la contraffazione in sede civile. Specialmente a partire dal 2003, quando sono state istituite presso 12 tribunali e Corti d’appello altrettante sezioni specializzate in diritto della proprietà intellettuale, con competenza esclusiva a conoscere delle azioni civili in materia di marchi, brevetti, diritto d’autore e fattispecie di concorrenza sleale legate a questi diritti e alla loro violazione. Nel nostro Paese la reazione giudiziaria in sede civile contro la contraffazione è diventata estremamente efficace, con livelli di assoluta eccellenza per quanto riguarda il ricorso alle misure d’urgenza, che vengono esaminate e concesse con estrema rapidità, e agli strumenti di ricerca giudiziaria delle prove. L’Italia è poi uno dei pochi Paesi nei quali, oltre al risarcimento del danno, è

Loredana Gulino, a capo della Direzione generale per la lotta alla contraffazione del ministero dello Sviluppo economico


Loredana Gulino

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SEZIONI È il numero di sezioni specifiche specializzate in diritto della proprietà intellettuale istituite dal 2003 all’interno di altrettanti tribunali e corti d’appello



L’Italia è uno dei pochi Paesi che consente di chiedere provvedimenti d’urgenza anche sulla base di una semplice domanda di brevetto o di marchio, senza attendere la concessione



possibile chiedere la restituzione degli utili realizzati dal contraffattore». Quali le novità apportate dalla revisione del Codice? «Tra le novità più significative in questa prospettiva segnalo anzitutto la riunificazione della competenza per l’emanazione di descrizione, sequestro e inibitoria in capo allo stesso giudice e l’estensione della possibilità di adottare provvedimenti cautelari inaudita altera parte». Quali sono le azioni consentite per chi produce beni o servizi potenzialmente a rischio di violazione di un brevetto altrui? Che cosa comporta l’introduzione dell’azione di accertamento negativo? «A questi soggetti è consentito di rivolgersi al giudice senza aspettare di essere attaccati, chiedendo di verificare, naturalmente in contraddittorio col titolare del brevetto, se un prodotto o un procedimento è o meno contraffattorio.

Quest’azione non è una vera novità, perché già era praticata: la nuova norma servirà però a superare le incertezze che talvolta i giudici hanno manifestato al riguardo. La possibilità, che è stata ora espressamente codificata, di ottenere, anche in via d’urgenza, un accertamento di non contraffazione, rappresenta un’opportunità in più per chi si difende dalla contraffazione, utile per prevenire abusi e utilizzazioni strumentali dei diritti di proprietà industriale, e in particolare di brevetti per invenzione». Esiste una normativa che consente di anticipare la difesa dei propri diritti su marchi e brevetti anche nella fase di registrazione dell’idea? «Certamente. L’Italia è uno dei pochissimi Paesi che consente di chiedere provvedimenti d’urgenza anche sulla base di una semplice domanda di brevetto o di marchio, senza attendere la concessione. Naturalmente in que-  EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 177


PROPRIETÀ INDUSTRIALE

 sti casi i giudici sono molto più cauti ed infatti

di questa possibilità non risulta che si siano verificati abusi». Quali le novità per quanto riguarda le biotecnologie? E per i trattamenti chirurgici e terapeutici? «In materie di biotecnologie il nuovo codice ha introdotto un’innovazione davvero importante. Nel 2006, in quanto inadempiente alla direttiva comunitaria, l'Italia ha varato un decreto legge d’attuazione della direttiva in cui, tra le altre cose, era specificata la necessità di depositare una serie di attestazioni sulla provenienza del materiale biologico, anche se non era richiesto dalla direttiva. Il nuovo codice ha reso questo deposito facoltativo, così rendendo di nuovo altamente competitiva la brevettazione italiana. Per i trattamenti chirurgici e terapeutici, il Codice si è pienamente uniformato alla convenzione sul brevetto europeo, che esclude dalla brevettazione “i metodi per il trattamento chirurgico o terapeutico del corpo umano o animale e i metodi di diagnosi applicati al corpo umano o animale”, ma ammette la protezione

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Il Codice esclude dalla brevettazione “i metodi per il trattamento chirurgico o terapeutico del corpo umano o animale e i metodi di diagnosi applicati al corpo umano o animale”



dei prodotti diretti all’attuazione di tali trattamenti, anche sotto forma di invenzioni di secondo uso terapeutico di tali prodotti». Che cosa prevede la normativa in merito alle invenzioni universitarie? «La disciplina è rimasta invariata, perciò i brevetti su queste invenzioni continuano ad essere riconosciuti in capo ai ricercatori, salvo diversi accordi con le Università, e soprattutto salvo i casi di ricerche finanziate da altri soggetti, pubblici o privati, nel qual caso è l’Università o l’istituzione pubblica di ricerca a disciplinare contrattualmente con il finanziatore la spettanza dei diritti sulle eventuali invenzioni conseguite».


DIRITTO DEL LAVORO

Una riforma necessaria Semplificare il più possibile l’impianto normativo, adeguando il nostro mercato del lavoro alle regole dell’Europa. Puntando sulla flessibilità. Le priorità per il giuslavorista Salvatore Trifirò per risollevare le sorti dell’occupazione Francesca Druidi

on si arresta la crescita del tasso di disoccupazione. Ad aprile, secondo i dati dell’Istat, ha raggiunto l’8,9%, il picco più alto dal quarto trimestre 2001. A incidere, per Salvatore Trifirò, è stata innanzitutto la grave crisi economica globale, che ha colpito a prescindere dalle pregresse situazioni di ciascuno Stato. Ma non è la sola ragione. «Nel caso del nostro Paese la crisi ha contribuito a evidenziare il problema, già esistente, rappresentato dall’esigenza di coniugare la flessibilità, di cui le imprese hanno necessità, con un adeguato livello di sicurezza-protezione per i lavoratori». L’attuale sistema in vigore soddisfa solo in parte tali esigenze e la congiuntura negativa mondiale ne ha quindi evidenziato, ancor di più, i limiti. Il sistema di ammortizzatori sociali nel nostro Paese ha difeso durante la crisi, e continua a difendere, alcune categorie di lavoratori. Un sistema dal quale sono però escluse altre tipologie di lavoratori. Come arginare il divario? «Con la crisi si è accentuato il divario tra operai, impiegati, quadri, da una parte, e i dirigenti e i cosiddetti “precari” dall’altra. I primi, infatti, godono di maggiori garanzie anche grazie alla tutela dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, ed è a tali categorie che si rivolgono, per

N

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lo più, gli ammortizzatori sociali. I secondi, invece, non dispongono di tutele e dunque le aziende, per contenere i costi, tagliano proprio su di loro. Va da sé che un sistema fondato su un tale divario, sempre più crescente, rischia il collasso anche perché le aziende per tornare a essere competitive hanno bisogno dell’esperienza dei manager così come dell’entusiasmo e della vitalità dei giovani». Cosa servirebbe? «Occorrerebbe una riforma non solo degli ammortizzatori sociali, che dovrebbero essere concessi con criteri molto più selettivi e premianti per le sole aziende virtuose, con l’esclusione delle aziende in stato di crisi cronico, ma ancor prima dell’articolo 18. Il vincolo della “stabilità reale” ostacola la mobilità del lavoro nell’ambito dell’azienda, facendo sì che il datore di lavoro sia spinto a stipulare contratti a tempo determinato. Al contrario, liberando le aziende dalla rigidità della reintegrazione nel posto di lavoro, si disincentiverebbe la parte datoriale dal ricercare la flessibilità a mezzo di contratti a termine e contratto a progetto e si eliminerebbe, anche con-

A destra, il giuslavorista Salvatore Trifirò


Salvatore Trifirò

cettualmente, il “lavoro precario” con effetti politici-sociali e psicologici di grande impatto. Inoltre le aziende, in un’ottica di riduzione dei costi, avendo minori restrizioni, potrebbero fare scelte più ponderate e mirate, anziché vedersi costrette a sacrificare, come spesso accade oggi, anche bravi e validi manager, i soli a essere licenziabili senza il rischio della reintegrazione. Con ciò non si vuol dire che la tutela dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori debba venir meno del tutto». Come andrebbe modificato a suo avviso? «La tutela andrebbe limitata al solo caso di nullità del licenziamento per violazione della forma, come ad esempio la mancata contestazione nell’ambito di un licenziamento disciplinare, perché palesemente ritorsivo: si pensi alla lavoratrice che venga licenziata dopo aver rifiutato le avance del proprio superiore. In tutti gli altri casi, bisognerebbe prevedere la possibilità per il datore di lavoro di corrispondere al prestatore di lavoro un’indennità in sostituzione della reintegrazione nel posto di lavoro, tanto più pesante quanto più illegittimo è il licenziamento». Il governo si appresta ad avviare la riforme

del lavoro. Quali a suo avviso le principali linee da seguire? «A quanto già detto poc’anzi, aggiungo che occorrerebbe rifondare il diritto del lavoro abbandonando la cultura del rapporto di lavoro subordinato quale unica forma garantista e lasciare spazio al lavoro autonomo anche nell’ambito dell’impresa. Ciò che fa la differenza non è il posto fisso, ma le prospettive di crescita e di arricchimento professionale e non. Se un’azienda funziona e continua a crescere, perché mai un lavoratore dovrebbe guardarsi attorno? E perché mai l’azienda dovrebbe privarsi di un valido collaboratore? Insomma, la perdita del posto fisso intimorisce proprio quei lavoratori che concepiscono il posto di lavoro non come un punto di partenza, ma come un approdo e che, una volta assicuratisi l’assunzione a tempo indeterminato, si adagiano in attesa di maturare il diritto alle pensione. Ma chi sa di valere non teme nulla, avendo come unica preoccupazione quella di riuscire a dare sempre il meglio di sé». La legge sul’arbitrato contenuta nel collegato al lavoro è al centro di accese polemiche. Come questo strumento è destinato a cambiare il quadro occupazionale? «Alla luce della mia lunga esperienza sul campo, sono un convinto assertore del fatto che per deflazionare il contenzioso la sola strada da intraprendere sia quella di comporre i conflitti e non di esasperarli. Andare in tribunale, considerando i tempi lunghi della giustizia, è in qualche modo una sconfitta. È meglio mettersi d’accordo prima, giungendo a una conciliazione equa, che contemperi gli opposti interessi delle parti. Il ricorso all’arbitrato potrebbe essere, dunque, una soluzione. Nutro, tuttavia, grandi perplessità in merito alle novità che il collegato lavoro si propone di introdurre». Quali? «Allo stato attuale, sono previste molteplici forme di arbitrato, che potrebbero disorientare e così disincentivare a ricorrervi, ottenendo l’effetto opposto. Ciò che preoccupa maggiormente è, da un  EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 189


DIRITTO DEL LAVORO



lato, la possibilità di comporre la lite “secondo equità”, che non è tale senza il rispetto delle leggi, e. dall’altro lato, la mancata individuazione della figura degli arbitri. Il Collegato lavoro sul punto tace e, anzi, nel suo silenzio sembra aprire la strada anche a chi non sia operatore del diritto. Con grave pregiudizio per i diritti di tutti. Non è, infatti, pensabile far amministrare la giustizia in una materia così delicata a chi sia privo di studi e di esperienza adeguati». L’allungamento dell’età pensionabile inciderà in qualche modo? «Ritengo di sì, se l’allungamento dell’età pensionabile non si accompagnerà anche alla possibilità di adibire ad altre mansioni un lavoratore nella stessa azienda in maniera più elastica di quanto non si sia fatto nel passato, indubbiamente si creerà una barriera per i più giovani. Tuttavia, nel quadro di una politica complessiva che desse ampio respiro alla ricerca, allo sviluppo, a nuovi job, si potrebbero attenuare gli effetti provocati dall’allungamento dell’età pensionabile. In ogni caso, il nodo della questione resta quello della flessibilità. Quanto più ci sarà circolarità del lavoro tanto più ci sarà possibilità di occupazione». Si possono azzardare previsioni sul futuro andamento del mercato del lavoro? «È difficile fare previsioni in questo momento. C’è grande incertezza sotto il profilo normativo. Negli ultimi anni si sono susseguiti troppi prov-

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vedimenti che hanno creato una grande confusione, introducendo spesso istituti del tutto inutili e subito abbandonati. L’obiettivo che, invece, dovrebbe proporsi il legislatore è semplificare il più possibile l’impianto normativo, adeguando il nostro mercato del lavoro alle regole dell’Europa e realizzando le riforme strutturali di cui necessita da anni». Basandole su quali fondamenta da un punto di vista normativo? «Si dovrebbe, in primo luogo, ridurre la pressione fiscale e contributiva al fine di incentivare la competitività delle imprese e il recupero del potere d’acquisto dei salari. In secondo luogo, prevedere incentivi per le piccole o medie imprese virtuose, evitando che la crisi economica abbia effetti sull’occupazione, poiché ciò comporterebbe un’ulteriore ripercussione sui consumi con conseguente aggravamento della situazione. È fondamentale combattere l’evasione fiscale, intensificare le liberalizzazioni e infine aumentare i salari. Il lavoro è il bene più prezioso che abbiamo: genera ricchezza per noi e per il nostro Paese. Per questo deve essere ben retribuito con oneri fiscali sopportabili e ci deve permettere di crescere e progredire sotto il profilo professionale ed economico, guardando soprattutto all’impresa del futuro” che molto verosimilmente sarà un’impresa virtuale. Ed è in questa direzione che il mercato del lavoro dovrà andare». Come si può arginare la piaga del lavoro nero che colpisce in maggioranza gli immigrati? «L’unico modo è quello di abbattere i costi del lavoro. In Italia c’è un’eccessiva pressione fiscale che spinge le aziende, specialmente quelle di piccole dimensioni con meno risorse a disposizione, a non mettere in regola i lavoratori. In molti suggeriscono un inasprimento delle sanzioni, ma ciò potrebbe non bastare finché non si riformerà l’attuale sistema fiscale. Ci sono tanti imprenditori che preferiscono rischiare, sperando magari in un condono, piuttosto che regolarizzare sin da subito i propri dipendenti, esponendosi a tutti gli oneri che ciò comporta».


REATI D’IMPRESA

Rischio penale e operazioni azzardate «Oggi, la possibilità di imputare un provato difetto di organizzazione direttamente in capo alle imprese consente di dirigere l’attenzione verso i soggetti realmente coinvolti nella vicenda criminosa». Il parere dell’avvocato penalista Guido Magnisi Renata Gualtieri

lcuni grandi flop finanziari hanno sovvertito il sistema; in alcuni casi, però, l’intervento dei “rating Esg” hanno consentito negli ultimi tempi di evitare il crack. Ora forse bisogna andare oltre e fare in modo che i rating o indici di sostenibilità che valutano e analizzano la politica sociale, ambientale e di governance delle società siano sempre più trasparenti. Certamente si avverte una qualche resistenza al cambiamento forse per la difficoltà a cedere poteri di controllo sui mercati. Per salvaguardare, tuttavia, le società virtuose, immuni da eventuali azioni sanzionatorie, o che non cercano il rischio sfrenato, serve un'analisi pronta a rilevare da parte delle

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aziende il rispetto delle norme e delle procedure ambientali. La credibilità di un’azienda passa attraverso la trasparenza nelle operazioni, la redazione dei documenti contabili, il rispetto dei diritti dei lavoratori, la ripartizione reale delle responsabilità, e la fiducia degli investitori. Una società solida salvaguarda il proprio business e allontana il rischio penale e le operazioni azzardate. Quali sono gli ambiti in cui si manifesta più frequentemente il rischio penale per l’imprenditore o l’amministratore di una società? «La definizione del rischio penale d’impresa e dell’imprenditore muta nel 2001 a seguito dell’entrata in vigore della legge 231. L’esigenza di colpire l’impresa, prima dell’intervento normativo, si traduceva, spesso per non dire sempre, nell’acritica responsabilizzazione dei suoi apici. Oggi, la possibilità di imputare un provato difetto di organizzazione direttamente in capo alle imprese consente di dirigere l’attenzione verso i soggetti realmente coinvolti nella vicenda criminosa. Quanto agli ambiti di manifestazione, per mia diretta esperienza professionale, indicherei la sicurezza sui luoghi di lavoro e la materia ambientale, ma ripeto, in altre parole, si assiste oggi a una pan-penalizzazione di ogni sfera del vivere associato: l’attività d’impresa ne è solo una manifestazione».


Guido Magnisi

La crisi ha portato molte imprese a fare scelte sbagliate e operazioni azzardate. In che modo si è resa si è resa necessaria l’assistenza del penalista? Pensa che la crisi abbia evidenziato i difetti dei sistemi di controllo interno delle aziende? «Il penalista può intervenire solo a esaurimento della vicenda, cioè ad eventuale “misfatto” commesso. Cerca di evitare che la dirompenza delle conseguenze offuschi la capacità di discernimento critico in ordine ai soggetti realmente responsabili, da una parte; dall’altra, tenta di evitare che l’errore del singolo soggetto si traduca in un insanabile default aziendale. Sicuramente gli organi interni di controllo possono di più, ma è difficile dare un giudizio generalizzabile. Molto dipende dalla concreta ripartizione delle responsabilità all’interno di un’azienda, a prescindere da attribuzioni solo formali». Quando una società può incorrere nei reati di abuso del mercato come insider trading e manipolazione del mercato? «Le fattispecie presentano alcune differenze afferenti le finalità della condotta, ferma la prospettiva di massimizzazione dei profitti per il soggetto agente. Un agente che manipola l’andamento di un titolo ha interesse a rendere

manifesta sul mercato la propria condotta, mentre un agente che effettua transazioni con la finalità di sfruttare il valore di una informazione privilegiata cerca, al contrario e ovviamente, di non rendere percepibile la propria presenza sul mercato. Inoltre, l’insider trading è sempre fondato sullo sfruttamento di un’informazione privilegiata, mentre la manipolazione non lo è necessariamente. A differenza del manipolatore, l’insider agisce sempre nella direzione che il valore dell’informazione in suo possesso determina sull’andamento dei prezzi del titolo». Ritiene che siano necessari interventi riformatori in ambito penale nel campo del diritto societario? «Il reato di false comunicazioni sociali, per gli effetti che è in grado di determinare sulla società e il mercato, dovrebbe essere rivisto in alcune sue caratteristiche. Non mi riferisco tanto all’adeguatezza o meno del trattamento sanzionatorio: bensì penso all’incongrua procedibilità a querela e alla natura, in alcuni casi solo contravvenzionale, della fattispecie. D’altronde, anche nel campo del diritto penale dell’economia, non si deve confondere la necessità di una rigorosa ricerca della prova di fatti tassativamente previsti come reato con un ingiustificato trattamento sanzionatorio “bagatellare” ».

Sopra, l’avvocato Guido Magnisi

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MIGLIORARE IL PROCESSO

Bisogna ridisegnare il giudizio in Cassazione Si potrebbe aprire la strada per migliorare la funzionalità dei processi dinanzi la Corte di Cassazione «partendo dalla modifica dell’articolo 111 della Costituzione». L’analisi di Guido Uberto Tedeschi Filippo Belli

ulla necessità di riformare la giustizia sono tutti d’accordo: cittadini, politici, magistrati. Scendendo però nello specifico, sono molte le divergenze che emergono nell’opinione pubblica. Tra i punti centrali, il bisogno di riportare a normalità il giudizio dinanzi la Corte Suprema. E su questo riflette il professor Guido Uberto Tedeschi. Avvocato ed esperto sul tema delle esecuzioni e del giudizio di Cassazione, Tedeschi spiega che «È inutile voler ignorare che, mentre taluni si rendono conto della situazione critica e desiderano conseguire un effettivo miglioramento della giustizia in Italia, altre forze, anche nella stessa magistratura, sostanzialmente non vogliono mutare nulla, respingendo, con pretesti vari, ogni proposta di modifica per migliorare il funzionamento del giudizio di grado più elevato» E sarebbe a causa di queste resistenze, secondo l’avvocato di Parma,

S

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che non si perviene ad alcuna riforma effettiva. Di quali azioni necessita il nostro Paese? «Appare necessario, per riportare a un funzionamento normale il processo in cassazione, ridurre le possibilità di ricorso per cassazione e diminuire drasticamente il numero dei legali che possono patrocinare davanti al giudice di legittimità. Non è più tollerabile il fatto che in materia civile in cassazione venga deciso un numero così elevato di processi. Pensiamo al fatto che vengono pronunciate circa 30mila sentenze ogni anno. La garanzia del giudizio di cassazione per controversie, anche di valore infimo, in sostanza si rivela controproducente per le lungaggini che una simile mole di processi determina per la definizione dei giudizi dinanzi la Cassazione». In concreto quali soluzioni sono attuabili? «L’unico mezzo pare la modifica dell’art. 111 della Costituzione, generalmente considerato la base dell’ammissibilità senza limiti del giudizio di cassazione. Tentativi indiretti di risolvere il problema sono destinati all’insuccesso. Alludo Il professore avvocato Guido Uberto Tedeschi esercita nella città di Parma prof.avv.tedeschi@rsadvnet.it


Giudizi in cassazione

in particolare all’espediente del quesito di diritto, che poco dopo la sua introduzione è stato giustamente abbandonato. Trovo infelice anche la scelta dell’esame preliminare del ricorso per giudicarne appena possibile l’inammissibilità: in tal modo si compiono palesi ingiustizie, vi è un lavoro inutile da parte di un certo numero

L’urgenza della riforma, però, non rischia di confondersi con una mutevolezza, talvolta eccessiva, della nostra giurisprudenza? «Apprezzo sicuramente i tentativi volti a impedire un continuo e ingiustificato mutamento di giurisprudenza. Si debbono respingere i ricorsi infondati che cercano di ottenere senza un’adeguata giustificazione il mutamento di principi fondamentali. Dovrebbero in concreto essere dichiarati inammissibili i ricorsi estremamente generici, privi di riferimento ai fatti e non redatti secondo le regole. Riducendo il numero dei ricorsi e selezionando maggiormente i magistrati destinati alla Suprema Corte, si potrebbe conseguire anche un miglioramento della qualità delle decisioni, spesso non degne

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Dovrebbero essere inammissibili i ricorsi estremamente generici, privi di riferimento ai fatti e non redatti secondo le regole

di magistrati e vi sono anche dubbi di costituzionalità. In primo luogo si deve considerare il diritto delle parti del giudizio. E in secondo sembra necessario ridurre in modo drastico il numero degli avvocati in generale, e in particolare di quelli che possono patrocinare davanti alle giurisdizioni superiori». Troppi avvocati, ma anche tempi troppo dilazionati, non trova? «Nonostante la necessità di abbreviare i tempi dei giudizi, occorre sempre rispettare il principio costituzionale della necessità della motivazione di ogni provvedimento. Si tratta di una garanzia fondamentale per il cittadino, utile a evitare inconvenienti maggiori. Motivazioni troppo lunghe sono inutili e dannose, ma una precisa e concreta motivazione vale a fissare principi precisi e a impedire equivoci che si possono altrimenti facilmente ipotizzare».

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del giudice dell’ultimo grado per imperizia dell’estensore, per scarso impegno del medesimo e anche per la diffusa abitudine di non dichiarare inammissibili i ricorsi sostanzialmente proposti in fatto, anziché secondo i principi del giudizio di ultimo grado». Altro punto su cui lei pone spesso l’accento è quello del massimario. Per quali motivi? «Perché trovo deludente vedere pagine intere e ampi spazi dei massimari con l’indicazione della sentenza, ma con mancanza della massima “perché non pervenuta”. Dal mio punto di vista il più adatto a redigere in modo corretto e preciso la massima è l’estensore della motivazione della sentenza. Nessuno conosce meglio di lui il fatto alla base della sentenza e le ragioni della decisione. Non avrebbe senso farla redigere da un magistrato diverso dall’estensore del provvedimento. Riesce difficile giustificare l’affermazione tanto usata “massima non pervenuta”, che del resto fino a vari anni fa non si leggeva mai». EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 195


IL PROCEDIMENTO TRIBUTARIO

Legge costituzionale e statuto dei contribuenti La legge 212 resta una legge ordinaria, un contributo, ancora tutto da sviluppare, orientato verso una maggiore eguaglianza nel procedimento tributario. L’analisi di Renato Rimondini Paola Maruzzi

atto sociale, conquista bipartisan, strumento di tutela. Ogni giorno la retorica politica cade a pioggia sulle teste dei cittadini. Ma questa volta si parla di tasse. E di diritti. Un accostamento inedito, che merita di essere approfondito per non farlo apparire fuorviante. Fa il punto Renato Rimondini, avvocato bolognese ed esperto in tematiche fiscali, che parte subito con una precisazione: lo Statuto dei diritti dei contribuenti resta una legge ordinaria, dunque facilmente superabile. Il fisco è davvero un territorio sterminato ed eterogeneo. Vederci chiaro non è sempre possibile. Ma c’è chi non rinuncia a ritenerla un’impresa auspicabile. A un decennio dalla sua creazione, lo Statuto dei diritti dei contribuenti continua a destare critiche e perplessità. Quale impatto ha avuto, in generale, sul rapporto tra fisco e contribuenti? «Dopo oltre trent’anni di lavoro, riconosco che la legge 212 del 27 luglio 2000 ha avuto il pregio di raccogliere quanto era già previsto nel diritto amministrativo. Ma a parte un momento innovativo immediatamente successivo alla sua pubblicazione, pare che questo strumento di legittimità sostanziale sia stato dimenticato. Molti sono stati gli interventi significativi dello Statuto che qui è impossibile ricordare. Ma a essi si accompagnano lacune, quale ad esempio la previsione di nullità automatiche per le violazioni allo Statuto stesso. La necessità di creare

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Lo Statuto dovrebbe subire una trasformazione sul piano gerarchico delle fonti del diritto, assumendo la forma e la forza di legge costituzionale

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Verso l’uguaglianza

In basso, a sinistra, l’avvocato Renato Rimondini di Bologna

uno strumento legislativo che enunciasse e disciplinasse i principi generali del diritto tributario era stata più volte espressa. Per motivi sistematici la preferenza veniva accordata a un codice, come già in altri Stati europei. Tuttavia non si deve sottovalutare l’opera della legge 212/2000: il contribuente non è più soggetto unicamente passivo del rapporto tributario, ma diventa egli stesso agente, pur se debole, nella formazione degli atti del procedimento tributario. Quindi lo Statuto del contribuente non è, a mio avviso, una rivoluzione copernicana, ma un importante contributo alla maggiore eguaglianza di diritti tra dominanti e dominati che deve essere ulteriormente sviluppato». Sono oltre quattrocento le volte in cui la 212 è stata derogata. Perché lo Statuto è ancora così vulnerabile? «La risposta è particolarmente complessa, la limito a due valutazioni. La prima è rappresentata dalla posizione gerarchica

Il garante: organo decisivo o semplice palliativo? «La figura del Garante non è nuova nel nostro ordinamento giuridico – spiega l’avvocato Rimondini -. Sui poteri del Garante dei contribuenti si deve considerare che egli può solo chiedere la collaborazione degli Uffici, ma se questa non viene concessa, al Garante non rimane altro che reiterare le proprie richieste e segnalare il fatto ai dirigenti degli uffici interessati e al Ministero delle Finanze. Eppure il Garante ha il potere di attivare l’autotutela dell’Agenzia. È evidente che un pubblico dipendente deve essere molto vigile quando opera in autotutela a favore del contribuente, la Corte dei Conti potrebbe chiederne ragione. Quindi l’attivazione di questa facoltà, richiesta dal Garante, ha anche un potere tranquillizzante per chi avesse dubbi nella sua applicazione». avvocatorimondini@libero.it

dello Statuto. Si tratta di una legge ordinaria generale, superabile da deroghe o modifiche purché espresse palesemente. Altra riflessione è rappresentata dalla figura del contribuente stesso. Esistono altri statuti che, pur essendo leggi ordinarie dimostrano una soddisfacente resistenza. Per modificare lo Statuto dei lavoratori sono stati necessari referendum. Le organizzazioni sindacali sono bene organizzare i propri iscritti perché il legislatore possa modificare autonomamente quella legge, senza previe consultazioni con tutte la parti sociali. Il contribuente è, al contrario, una figura imperscrutabile a causa della sua disomogeneità, i tributi sono molti, si rivolgono a soggetti e momenti diversi. Nella stessa imposta, proprio a causa del sistema casistico, i contribuenti subiscono trattamenti diversi, così non esiste una categoria coesa di contribuenti. Questo fenomeno è sempre stato la causa di profonda debolezza dei contribuenti e delle norme poste a loro tutela». Quale impegno legislativo occorre per dare allo Statuto un potere decisionale e non prevalentemente “propositivo”? «Lo Statuto dovrebbe subire una trasformazione sul piano gerarchico delle fonti del diritto, assumendo la forma e la forza di legge costituzionale. Chiaramente questa forza va attribuita solo alla parte contenete i principi del diritto tributario, quindi applicabili a ogni imposta o tassa, non anche alle parti operative che potrebbero essere parte del capo, o libro, primo dell’auspicato codice tributario». Secondo l’autore della legge, Marongiu, uno dei nodi critici consiste nel processo tributario, accusato di non porre sullo stesso piano contribuenti e Pubblica amministrazione. Lei concorda? «Concordo pienamente. La differenza di posizioni riguarda molteplici aspetti del processo tributario che troppo ricalca, nonostante i rinvii al codice di procedura civile, il processo amministrativo. La più nota ed emblematica è rappresentata dall’inammissibilità di prove testimoniali. Si pensi poi al numero notevolissimo di presunzioni assolute e capovolgimenti l’onere della prova a favore degli uffici». EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 197


L’IMPIGNORABILITÀ DEI BENI

Il fermo amministrativo come tutela per la Pa L’articolo 515 prevede l’impignorabilità dei beni che rappresentano un mezzo necessario per l’esercizio di un mestiere. Ma, come spiega l’avvocato Piergianni Gualtieri, tale norma non riguarda il fermo attivato dalla Pubblica amministrazione Carlo Sergi l fermo amministrativo può, in taluni casi, bloccare un’intera attività aziendale. Ma quali sono i limiti del pignoramento? A parlarne è un esperto, l’avvocato Piergianni Gualtieri, il quale assieme al padre, l’avvocato Alberto Gualtieri, è consulente per alcuni agenti della riscossione nazionale riconducibili a Equitalia Spa, nonché per due società della riscossione degli enti locali. È abituato, dunque, a valutare le opposizioni al fermo amministrativo o all’iscrizione ipotecaria, talvolta eseguita sul fondo patrimoniale, nonché a predisporre azioni cautelari, conservative e procedure mobiliari, immobiliari e concorsuali. Ma è su un piccolo, significativo episodio recente che si concentra, il caso di un cittadino ravennate che ha subito il fermo di un autocarro, unico mezzo di sua proprietà. Quest’ultimo, titolare di una ditta di trasporto

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L’avvocato Piergianni Gualtieri di Ravenna

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merci su strada, ha adito il giudice civile, rendendosi protagonista di un processo civile «dai risvolti importanti» e capace di creare un precedente, spiega Gualtieri, difensore, in questo caso, dell’agente della riscossione. Cosa è accaduto esattamente? «Si tratta di un semplice fatto di vita quotidiana e di conseguente pratica giudiziaria. Il processo civile definito dal Tribunale di Ravenna riguardava la possibilità o meno, per l’agente, di “fermare” un bene mobile rappresentante lo strumento indispensabile per l’esercizio del mestiere di autotrasportatore. Quest’ultimo aveva promosso opposizione affermando che l’articolo 515 c.p.c., che prevede la “relativa” impignorabilità dei beni che rappresentano strumento indispensabile per l’esercizio di un mestiere, è norma generale di sistema posta a presidio di un’ordinata e civile convivenza. Una norma avente “lo scopo di non privare il debitore della possibilità di vivere con il proprio lavoro”, principio quest’ultimo affermato dalla Cassazione Civile con pronuncia n. 4000 del 23/02/2006». E cosa ha deciso il giudice? «Aderendo all’impostazione giuridica da me sostenuta negli scritti difensivi, il giudice ha affermato che, mentre il pignoramento si inquadra in un ambito privatistico, il fermo amministrativo è invece espressione del potere di autotutela esecutoria della Pubblica ammini-


Eccezioni

strazione, prevista per consentire a quest’ultima di raggiungere i propri fini, in questo caso rappresentati dal pubblico interesse alla riscossione dei tributi. E il tutto è regolato dalla specifica normativa esattoriale, che non prevede limitazioni alla pignorabilità dei beni mobili registrati. Sicché “non può ritenersi che l’articolo 515 si applichi al fermo amministrativo, strumento avente natura cautelare atipica, finalizzato a scopi diversi da quelli perseguiti con l’espropriazione forzata civilistica sfociante nel pignoramento”. L’opposizione pertanto è stata rigettata con conseguente dichiarazione di validità ed efficacia del fermo am- la pensino diversamente. ministrativo in questione, e con condanna del «Piaccia o non piaccia, il fermo è un atto che soccombente alla rifusione delle spese legali». incide su rilevanti interessi del contribuente Qual è la sua opinione circa questo esito? poiché comprime il suo diritto di disposizione «Come difensore dell’agente della riscossione del bene, con conseguente divieto di circolaposso affermare che la pronuncia è importante zione e impossibilità, teorica, di prosecuzione perché è una delle dell’attività. È bene riprime in Italia che gli cordare che l’articolo ha riconosciuto la pos214, 8° comma, del viIl fermo amministrativo sibilità di poter sottogente Codice della è espressione del potere porre alla misura cauteStrada statuisce che di autotutela esecutoria lare del fermo chiunque circola con della Pa, prevista per farle amministrativo i mezzi un veicolo sottoposto al utilizzati dall’autotrafermo amministrativo, raggiungere i propri fini, sportatore, piccolo imsalva l'applicazione in questo caso rappresentati prenditore, per l’esercidelle sanzioni penali dal pubblico interesse zio della propria per la violazione degli attività, senza limitaobblighi posti in capo zione alcuna. Il princial custode, è soggetto pio in diritto che se ne ricava, che è ciò che alla sanzione amministrativa del pagamento vado sostenendo da anni, è il riconoscimento di una somma che va dai 714 ai 2.859 euro, olche un veicolo, che in astratto non potrebbe es- tre alla possibile confisca del veicolo. Una resere oggetto di esecuzione mobiliare per l’im- cente sentenza della Cassazione Penale ha tutpignorabilità dettata dall’art. 515, può ben es- tavia mitigato le conseguenze di tale norma, sere invece colpito dalla misura del fermo affermando che non sussiste il reato quando la amministrativo, poiché si tratta di un istituto di materialità della condotta di sottrazione abbia diritto ‘diverso’ dal pignoramento civilistico». a oggetto beni sottoposti al provvedimento di Immagino che molti piccoli imprenditori fermo amministrativo».

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EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 199


MERCATO IMMOBILIARE

Crisi del mattone la lenta ripresa La lenta ripresa nei numeri di Nomisma e nelle parole del direttore Real Estate, Daniela Percoco. Segno positivo solo per il comparto residenziale, dove aumentano gli acquisti con capitale proprio. Prezzi e canoni in calo per le locazioni Riccardo Casini

rimi, timidi segnali di ripresa per il mercato immobiliare italiano: questo almeno dicono i dati forniti dall’osservatorio di Nomisma, la società di studi economici di Bologna che dal 1988 indaga quadrimestralmente il mondo del mattone. Ma mentre all’estero la ripresa è stata già avvertita da alcuni mesi con un riavvio di investimenti e incrementi dei prezzi di compravendita, in Italia è ancora presto per dire se l’uscita dal tunnel sia reale o se si tratti semplicemente del cosiddetto “effetto rimbalzo” dopo un triennio dal segno negativo. Come si legge nel secondo Rapporto sul mercato immobiliare 2010 di Nomisma, nel primo trimestre dell’anno si è registrato un piccolo recupero delle transazioni, ristretto però al comparto residenziale e alle grandi città: rispetto all’inizio del 2009 le compravendite di abitazioni sono infatti cresciute del 4,2%, ma il

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livello è comunque inferiore del 30% a quello del 2007, quando sull’anno se ne stipulavano oltre 800 mila. La ripresa, come detto, riguarda poi soprattutto i capoluoghi di provincia, dove le transazioni nel comparto abitativo sono aumentate del 9,7%, mentre nei comuni minori l’aumento registrato è solo dell’1,8%. Qual è però nello specifico la situazione dell’Emilia-Romagna? Daniela Percoco, direttore Real Estate di Nomisma, sottolinea che qui «i dati ricalcano in linea di massima quanto osservato a livello nazionale con la particolarità, però, che il 2009 ha segnato una riduzione delle compravendite più accentuata rispetto all’Italia, con un 16,2% a fronte del -11,3% italiano. I dati riferiti a Bologna per il primo trimestre 2010 riferiscono una crescita del 5% nel complesso, e anche in questo caso il capoluogo si comporta meglio rispetto agli altri comuni

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Sotto, Daniela Percoco, direttore Real Estate di Nomisma


I dati di Nomisma



Diverso dalle locazioni il discorso delle vendite, dove gli sconti hanno smesso di aumentare dopo aver raggiunto livelli record 13% per abitazioni e uffici e del 12,5% per negozi a livello nazionale

141 mila

COMPRAVENDITE

minori: Bologna segna una crescita quasi pari all’8%, mentre il resto della provincia si ferma al 3,3%». Se sul comparto abitativo si intravedono segnali positivi, lo stesso non può dirsi però degli immobili per le attività economiche, dove «la ripresa vera si riavrà solo quando e se riprenderà l’economia nel suo complesso». Che il mercato sia ingessato, secondo Nomisma, risulta comunque evidente se si vanno a vedere i tempi di vendita: nel caso delle abitazioni si sono stabilizzati poco oltre i 6 mesi, mentre per i negozi ne sono necessari più di 7. A Bologna le compravendite realizzate nel primo semestre del 2010 sono state connotate da tempi inferiori rispetto a

Le compravendite di immobili residenziali nel primo trimestre 2010 in Italia

8%

BOLOGNA L’aumento di compravendite nel comparto residenziale registrato a Bologna nel primo semestre 2010

quelli di fine 2009 (da 7 a 6,5 mesi) «a fronte di una disponibilità da parte dell’offerta di vedere ridotto il prezzo richiesto pur di smobilizzare il proprio patrimonio» (lo sconto infatti passa dall’11,8% di 6 mesi fa al 12,6%). Tempi lunghi (3,7 mesi la media attuale a Bologna) anche per le locazioni, che non riescono ad approfittare dell’impasse del mercato delle compravendite. A proposito di locazioni, per Nomisma continua la flessione di prezzi e canoni per tutte le tipologie immobiliari: i primi sono calati di un punto percentuale rispetto a fine 2009, mentre per i secondi il calo a livello nazionale si attesta tra l’1,5 e il 2%. Andrà valutato in proposito l’apporto che po-



trà derivare dall’introduzione della cedolare secca sugli affitti, attualmente al vaglio del governo: secondo Percoco si tratta di «un intervento volto a ridurre la pressione fiscale sull’immobile e incentivare contestualmente l’emersione di contratti totalmente o parzialmente in nero. Una minore tassazione aumenta la redditività e quindi l’attrattività dell’investimento immobiliare. Sarà comunque da verificare se il minor gettito verrà effettivamente compensato dall’emersione del sommerso». Diverso dalle locazioni il discorso delle vendite, dove gli sconti hanno smesso di aumentare dopo aver raggiunto livelli record (13% per abitazioni e uffici e 12,5% per ne- 

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MERCATO IMMOBILIARE



gozi a livello nazionale). A Bologna nel settore abitativo si è registrata un’ulteriore erosione dei valori di compravendita nel semestre (-1,5%) ma, se si guarda in retrospettiva, si tratta di un progressivo rallentamento nella flessione che ha avuto inizio nel secondo semestre del 2008. Più altalenante, invece, l’evoluzione dei canoni di locazione negli ultimi tre anni e mezzo anche se, rispetto al semestre scorso, si è registrata una riduzione di oltre la metà della flessione (da -4,8% a -2%). In particolare nei piccoli comuni italiani però i prezzi delle abitazioni sono rimasti sostanzialmente stabili: secondo Percoco questo si spiega con «un mix di fattori di natura strutturale e congiunturale: in primis il fatto che le famiglie italiane non

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Bologna segna una crescita quasi pari all’8%, mentre il resto della provincia si ferma al 3,3%



sono molto indebitate rispetto al resto d’Europa, pertanto non hanno avuto bisogno di svendere l’abitazione in tempi brevi per poter ripagare rate del mutuo, com’è avvenuto ad esempio negli Stati Uniti; inoltre i prezzi in Italia non erano cresciuti così tanto com’era avvenuto altrove e così il ribasso nei valori non è stato così violento. Infine, in Italia non si è avuta una massiccia costruzione di immobili così come all’estero, complici un atteggiamento piuttosto restrittivo delle nostre amministrazioni locali nel rilascio dei permessi da costruire oltre a un’erogazione del credito ban-

cario più restrittivo rispetto all’estero». A tal proposito, secondo Nomisma in tre anni gli acquisti di immobili residenziali con capitale proprio (cioè non assistiti da mutuo) sono aumentati del 10% (oggi sono il 30%), a causa della «stretta creditizia operata da circa un biennio dalle banche», ma le previsioni indicano un ritorno al ricorso a capitali di debito «non appena le banche muteranno l’approccio verso la clientela, visto che l’interesse verso l’investimento immobiliare e la domanda di alloggi sono sempre piuttosto elevati».


MERCATO IMMOBILIARE

I costruttori ripartono dal restauro Mentre il mercato lancia i primi segnali positivi, le imprese edili guardano agli appalti pubblici e agli immobili storici. L’opinione di Luigi Amedeo Melegari, presidente di Ance Bologna Riccardo Casini n attesa di capire se il mercato immobiliare stia finalmente uscendo dalla crisi che lo ha attanagliato nell’ultimo triennio, il mondo dei costruttori è già impegnato nella conta dei danni: secondo i dati dell’Associazione nazionale costruttori edili le imprese che hanno chiuso i battenti nel 2009 sono aumentate del 30 per cento rispetto all’anno preacedente, e il primo trimestre del 2010 non ha fatto altro che confermare questo dato. In totale, nel 2009 2 mila imprese sono fallite e altre 7 mila hanno cessato l’attività, per una perdita complessiva di 210 mila posti di lavoro. Il quadro, come spiega il presidente di Ance Bologna

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Luigi Amedeo Melegari, presenta insomma ancora tinte chiaroscure. «Nel nostro paese c’è un fabbisogno di abitazioni – spiega – ma le famiglie sono bloccate dalle incertezze economico-finanziarie legate alla crisi e alla restrizione del credito. L’investimento immobiliare comunque torna appetibile rispetto agli investimenti alternativi più consolidati come obbligazioni, titoli di stato e azioni per la redditività che garantisce sia attraverso il cambio di locazione che attraverso la rivalutazione patrimoniale del bene». Quali misure sono necessarie per giungere a una vera ripresa del mercato? Come giudica la proposta della Fiaip regionale che ha recentemente chiesto l’abolizione della Dia alla Regione? «Ci pare un buon compromesso quello di sostituire la Dia con una semplice comunicazione del professionista abilitato, ma solo qualora non si intervenga su strutture portanti degli immobili. La manutenzione straordinaria che invece

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500 CRISI

Le imprese del settore delle costruzioni in provincia di Bologna che hanno chiuso da agosto 2008 allo stesso mese del 2009, causando la perdita di 2 mila posti di lavoro

-66,6% APPALTI Il calo negli importi dei lavori pubblici messi a bando dagli enti locali della provincia di Bologna nei primi 8 mesi del 2009

interviene su strutture portanti impone, a nostro avviso, il ricorso alla Dia a tutela della qualità degli interventi edilizi e della sicurezza degli immobili. Lo snellimento burocratico sulle procedure urbanistiche (Psc, Poc e Pua) è viceversa essenziale per dare capacità al mercato di rispondere più velocemente alle esigenze delle imprese e dei consumatori: i tempi medi di elaborazione di un Psc sono purtroppo di 3-5 anni, mentre un Pua non ha termini perentori di approvazione qualora intervengano interferenze di organi tecnici come Ausl o Arpa. Questa indeterminatezza nei tempi è francamente inaccettabile». Ance ha contribuito con 10 mila euro al progetto di restauro del complesso di Santo


Luigi Amedeo Melegari



Palazzo d’Accursio e Santo Stefano, così come altri edifici storici, non possono essere restaurati con il ricorso esclusivo alla beneficienza

In basso a sinistra, il presidente di Ance Bologna Luigi Amedeo Melegari; in alto, il complesso di Santo Stefano

Stefano a Bologna, lanciando poi un appello allo Stato affinché la città sia presa maggiormente in considerazione a livello di finanziamenti per opere di recupero. Quanto sono importanti lavori di questo tipo per la ripresa del mercato dei costruttori edili? «Bologna ha un centro storico fra i più ampi d’Europa e del mondo. È necessario che le autorità pubbliche competenti, ovvero Comune e Sovrinten-



denza, garantiscano le condizioni d’uso degli immobili storici in grado di poterli continuare a utilizzare con confort d’uso allineati a quelli degli immobili di nuova costruzione. Occorre trovare un nuovo equilibrio fra esigenze della conservazione e uso degli immobili storici sottoposti a tutela. Per le chiese e gli edifici pubblici è necessario poter ricorrere a finanziamenti pubblici adeguati per il mantenimento degli stessi, oppure occorre promuovere la gestione e l’utilizzo privato di questi spazi qualora compatibile con la loro natura. Palazzo d’Accursio e la basilica di Santo Stefano, così come tanti altri edifici storici, non possono essere restaurati con il ricorso esclusivo alla beneficienza. I parlamentari bolognesi debbono impegnarsi perché Bologna non sia discriminata rispetto ad altre città che con presenze storiche e architettoniche di minore importanza ricevono finanziamenti più ampi». Che incidenza ha il Patto di stabilità in questo contesto? «Le amministrazioni locali sono colpite da tagli progressivi ai trasferimenti di risorse provenienti dallo Stato e dai vincoli posti dal Patto di stabilità che hanno di fatto bloccato pagamenti e nuovi investimenti.

La definizione dei bilanci degli enti locali per il 2011 sarà particolarmente complessa in seguito alla contemporanea azione dei tagli e dei vincoli. Ai tagli bisogna reagire con una politica più dinamica nella gestione del patrimonio immobiliare e mobiliare e della leva urbanistica, anche se queste azioni diventano più complesse in un momento di riflessione del mercato immobiliare e della congiuntura economica e finanziaria. I vincoli del Patto di stabilità vanno allentati in modo più deciso, le deroghe fin qui introdotte sono state insufficienti e inadeguate». Quali progetti ritiene necessari a Bologna per sbloccare l’impasse attuale che avete denunciato? «Bisogna poter appaltare la metropolitana, unico progetto di opera pubblica pronto per la gara finanziato pro-quota dallo Stato ma “non appaltabile” in seguito ai vincoli del Patto di stabilità. Sul piano urbanistico ci attendiamo un maggiore dinamismo dalla nuova amministrazione comunale con la finalità di promuovere l’attuazione degli strumenti urbanistici adottati con gradualità ed equilibrio, senza danneggiare i costruttori locali privilegiando le esigenze “speculative” di cassa legate alle aree ex militari e ferroviarie».

EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 211


MERCATO IMMOBILIARE

Modena si prepara per la ripresa Il calo produttivo e il blocco dei mercati esteri sono le cause della crisi dell’edilizia secondo Stefano Betti, amministratore delegato di Costruzioni Generali Due, secondo cui è necessario partire da «un’iniezione di fiducia nell’acquirente» Riccardo Casini ncremento dell’offerta e contemporanea contrazione della domanda. Questa, sia per quanto riguarda le abitazioni che gli uffici, è la situazione del mercato immobiliare a Modena nel 2009 secondo il rapporto dell’osservatorio immobiliare di Nomisma, dal quale emerge un altro dato in controtendenza rispetto al quadro nazionale: mentre in generale la domanda di immobili resta vivace soprattutto nel campo delle abitazioni di qualità, anche a livello di certificazioni energetiche, a Modena nel 2009 solo il 3,6 per cento della domanda ha espresso interesse per soluzioni di risparmio energetico (contro il 25 per cento del 2008). Ne parliamo con Stefano Betti, amministratore delegato di Costruzioni Generali Due, una delle realtà più importanti sul territorio. «Di certo – spiega – si registra un’attenzione particolare ai fattori energetici, ormai chiunque cerca casa chiede in-

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formazioni sulla classe di consumo dell’abitazione. La gente è informata e attenta, conosce quali sono i criteri di qualità in ambito energetico. Purtroppo in questa fase anche l’edilizia di grande qualità non attraversa un momento roseo, per cui spesso capita che l’interessamento non porti poi alla conclusione di una compravendita». In quale direzione dovrebbero svilupparsi le politiche per una ripresa del settore immobiliare? «A parte misure legislative di cui si discute da tempo, come l’abbattimento dell’Iva sull’invenduto che in questa fase risulterebbe decisiva, servono sgravi fiscali per chi punta sulla qualità in campo energetico. Sarebbe utile anche un’iniezione di fiducia nell’acquirente, che deve avere la certezza che la situazione volga presto al meglio: in questo senso gli istituti di credito non devono abbandonare settore e clienti, ma contano anche fattori come la

sicurezza del posto di lavoro». Quanto ha risentito la vostra realtà della crisi del mercato immobiliare? Quali settori sono andati maggiormente in difficoltà? «L’ultimo bilancio stilato non presentava segnali di crisi per il protrarsi di un positivo influsso di commesse a lungo termine, avviate prima della crisi. Volendo fare un calcolo realistico, il calo si potrebbe attestare sul 15-20 per cento del volume di affari complessivo. La crisi maggiore si è registrata nell’edilizia residenziale di medio

In alto, Stefano Betti, amministratore delegato di Costruzioni generali due


Stefano Betti

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L’unica soluzione al momento è quella di selezionare al meglio le iniziative, puntando su prodotti di qualità soprattutto sul mercato locale

livello; meglio va quella convenzionata. Anche il settore commerciale sta tenendo, mentre il direzionale si è decisamente spento». Si tratta di un riflesso della crisi che ha investito il sistema produttivo? «Premettiamo una cosa: i dati del settore immobiliare a Modena dicono che è in linea con le altre province della regione, in particolare con quelle confinanti. L’Emilia Romagna però sta risentendo in modo particolare della crisi rispetto al resto dell’Italia perché paga il suo

ruolo di traino economico: avendo puntato molto sull’export, ora risente del blocco economico che coinvolge l’estero. Meno peggio è andata a regioni dedite maggiormente al proprio territorio. In particolare, a Modena le difficoltà registrate ad esempio dal distretto ceramico hanno investito a cascata anche il settore immobiliare». Quali strategie possono essere adottate per superare questo periodo di difficoltà? «Nessuno ha la sfera di cristallo. L’unica soluzione al momento è quella di selezionare al meglio le iniziative, puntando su prodotti di qualità soprattutto sul mercato locale, dove la nostra è una realtà conosciuta. La vera ripresa ci dovrà trovare prontissimi, nel frattempo cerchiamo di tenere congelati gli investimenti in attesa che il mercato dia i primi segnali di ripartenza». Insieme ad altre realtà, la sua azienda si sta occupando di diversi interventi di restauro nel modenese, tra cui il

comparto San Paolo e il Museo Enzo Ferrari. In questo momento qual è l’importanza, a livello economico ma anche socio-culturale, di questi lavori? «Il recupero dei centri urbani è decisivo in un’ottica di sviluppo complessivo del tessuto delle città. Da un punto di vista culturale, gli interventi sono votati al ritrovamento della storia. Ma è necessario anche rendere gli edifici funzionali e fruibili per clienti pubblici o privati: serve insomma un compromesso tra recupero e sfruttamento, senza snaturare la valenza storica dell’edificio. Per quanto riguarda la Costruzioni Generali Due, il settore del restauro riguarda il 20 per cento dei nostri interventi, ma in passato ha toccato anche il 40. In proposito, il Patto di stabilità costituisce un punto critico nell’azione degli enti locali: serve un provvedimento a livello legislativo che permetta di sbloccare tanti interventi che al momento non è possibile avviare». EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 215


INFRASTRUTTURE

Come cambia il sistema Per rilanciare l’economia della Regione occorre attuare importanti opere infrastrutturali che sono già state individuate dal Piano regionale integrato dei trasporti 2010-2020. Gli obiettivi dell’assessore Alfredo Peri Nike Giurlani l Piano regionale integrato dei trasporti 2010-2020 intende affrontare e intervenire sulle più importanti arterie della regione al fine di migliorare la mobilità stradale. Una delle problematiche prioritarie è sicuramente la crescita consistente degli attraversamenti nord-sud del trasporto merci su strada. «Per dare nuovo slancio al trasporto delle merci su ferro, ridurre il numero di mezzi pesanti in circolazione e l’inquinamento ambientale, la Regione, con parere positivo dell’Unione europea, ha varato un’apposita legge, la numero 15 del 2009, che la impegna a stanziare tre milioni di euro l’anno per tre anni (dal 2010 al 2012) come contributo alle imprese logistiche e ferroviarie» mette in luce l’assessore alla Mobilità e trasporti della Regione, Alfredo Peri . «La condizione – chiarisce Peri – è che queste ultime “scontino” il contributo dallo schema tariffario applicato ai clienti». Dei tre milioni stanziati per l’anno in corso «due sono già stati assegnati con un primo bando, che ha consentito di attivare 23 servizi effettuati da 13 imprese, per un totale di

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In alto, l’assessore alla Mobilità e trasporti, Alfredo Peri

218 • DOSSIER • EMILIA ROMAGNA 2010


Alfredo Peri

oltre 1,5 milioni di tonnellate aggiuntive di merci trasportate». Per il milione ancora disponibile «è stato recentemente pubblicato un secondo bando: è un impegno a cui crediamo fortemente» rileva l’assessore. Quali le novità per quanto concerne il Passante autostradale nord e il nodo di Rastignano? «Sul Passante nord c’è stata di recente un’accelerazione, con il via libera dell’Unione europea e l’inizio della progettazione preliminare da parte di Autostrade per l’Italia. Per il nodo di Rastignano il 2010 è caratterizzato da importanti novità: è in corso di definizione un accordo che prevede la realizzazione da parte di Rfi di un primo stralcio funzionale, quello immediatamente a ridosso di Bologna, per un importo lavori che si aggira intorno ai 27 milioni di euro. Questo permetterà di utilizzare sin d’ora le risorse finanziarie disponibili previste negli storici accordi con Tav e con Anas, nell’attesa che diventino disponibili quelle ancora mancanti per il completamento dell’opera». Come conciliare le esigenze espresse dall’Unione europea per il Passante nord con quelle della Regione, Provincia, Comune e gli enti locali? «La Regione, insieme alla Provincia di Bologna e agli enti locali, ha delineato una soluzione su cui la Commissione europea si è espressa positivamente, e cioè la possibilità di trattare il nodo stradale di Bologna e il nuovo Passante nord come un sistema unitario, affidando pertanto all’attuale concessionario

+45% PASSAGGI

La crescita degli attraversamenti nord-sud del trasporto merci su strada

3 miln EURO

Contributo alle imprese logistiche e ferroviarie dal 2010 al 2012

dell’A14 la funzione di stazione appaltante e di gestione della nuova infrastruttura. Per quanto riguarda i nodi ancora da sciogliere, un’indicazione emersa dalla Commissione europea è la riduzione della lunghezza del tracciato. Motivo per cui la Regione ha recentemente costituito un tavolo tecnico-istituzionale con il governo, la Provincia di Bologna e gli enti locali per l’analisi delle proposte progettuali. In particolare deve essere affrontato il tema dell’uso del tratto di autostrada compreso fra le due carreggiate della tangenziale: il Passante deve infatti servire a dirottare il traffico di attraversamento lontano dalla città e ad ampliare la capacità dell’infrastruttura esistente a favore del traffico locale». Per quanto riguarda, invece, il nodo di Casalecchio? «Si tratta di un’opera che, dal punto di vista tecnico, ha una certa complessità, e un costo non certo indifferente: parliamo complessivamente di circa 218 milioni di euro, di cui 118 per la parte stradale e 100 per la

ferroviaria. In base a un vecchio accordo, Autostrade per l’Italia ha avuto l’incarico di redigere il progetto e, sulla base di trattative successive, si è fatta carico di una rilevante quota di finanziamento dell’opera, 160 milioni di euro, mentre la restante parte dovrebbe essere coperta da Rfi, nell’ambito del Contratto di programma recentemente approvato dal Cipe, il Comitato interministeriale per la programmazione economica. Al momento la società Autostrade sta rifinendo il progetto definitivo per portarlo in tempi brevi alla definitiva approvazione del Cipe; dopodiché potrà partire la gara per l’affidamento dei lavori». Quali sono le iniziative a livello di sostenibilità ambientale? «Sia per Rastignano che per Casalecchio, i progetti hanno tenuto conto di tutte le indicazioni previste dalla più recente normativa in materia, oltre che delle prescrizioni dagli enti territoriali durante la fase di approvazione, compresa la procedura di valutazione d’impatto 

EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 219


INFRASTRUTTURE

ambientale già svolta, non senza rilevanti conseguenze sul piano dell’aumento dei costi». Il ministro Matteoli ha dichiarato che si tratterà di un’opera da 1,4 miliardi di euro. Quale sarà l’iter burocratico e quali le tempistiche? «Poiché è un’opera inserita nell’Intesa generale quadro sottoscritta fra la Regione e il governo sulle infrastrutture strategiche per l’Emilia Romagna, l’iter approvativo seguirà la disciplina prevista dalla Legge obiettivo. Si tratta di un’approvazione che viene fatta dal Cipe sul progetto preliminare e che ingloba in un unico provvedi-

mento le valutazioni di carattere ambientale e quelle di carattere urbanistico, che normalmente seguirebbero iter separati. L’autorizzazione del Cipe sul preliminare tiene ovviamente conto del parere delle Regioni interessate, che si confrontano a loro volta con gli enti locali coinvolti a livello di territorio nella realizzazione delle opere. Lo stesso Cipe svolge infine sul progetto definitivo la verifica di ottemperanza alle prescrizioni impartite in sede di approvazione del preliminare. Sui tempi al momento non è possibile fare previsioni attendibili, se non al termine di questa fase di verifica



218 mln

CASALECCHIO Il costo complessivo per la realizzazione del nodo di Casalecchio

Sul Passante nord c’è stata di recente un’accelerazione, con il via libera dell’Ue e l’inizio della progettazione preliminare da parte di Autostrade per l’Italia

220 • DOSSIER • EMILIA ROMAGNA 2010



che Regione e Provincia stanno avviando». La SS 309 Romea presenta alti livelli di sinistrosità e una percentuale di mezzi pesanti elevati. Come far fronte a queste problematiche? «Il Piano regionale integrato dei trasporti del 1998 indica nell’E 55 da Cesena a Venezia l’arteria di collegamento principale per il traffico nazionale-regionale: una volta realizzata questa strada avrà come effetto immediato l’attrazione dei flussi, e il conseguente “alleggerimento” della SS 309, che diventerà anche meno pericolosa. Considerando la fragilità e le emergenze naturalistiche della zona è necessaria un’estrema attenzione nella progettazione della nuova infrastruttura, che avrà caratteristiche autostradali e sarà realizzata in project finacing. Occorre ricordare che nell’ambito del progetto dell’E 55, ora in fase di valutazione di impatto ambientale, sono previsti interventi di “rifunzionalizzazione” della sede stradale della SS 309, di traffic calming e la valorizzazione degli spazi di pertinenza stradale lungo gli assi in prossimità del corridoio autostradale. Per aumentare il livello di sicurezza dell’arteria l’Anas ha previsto fin d’ora interventi che riguardano il potenziamento di innesti, pavimentazione a elevata aderenza, segnaletica ad alta luminosità, barriere di sicurezza, rilevamento della velocità con i tutor e piazzole di sosta. Tutte opere in parte già realizzate, in parte in corso di esecuzione o appalto».


I ritardi dei lavori

Una visione manichea della mobilità «Integralismo ambientalista». Da qui parte la riflessione di Luigi Giuseppe Villani, capogruppo PdL in Regione, in merito ai ritardi infrastrutturali dell’Emilia Romagna Nike Giurlani

Emilia Romagna rappresenta uno degli snodi più importanti della mobilità nazionale, con un ruolo e una funzione strategica per il sistema infrastrutturale ed economico del Paese. Ma per molti anni la Regione «è rimasta vittima di un integralismo ambientalista che ha sistematicamente intralciato ogni progetto di rafforzamento del sistema viario, condannando la mobilità stradale al congestionamento» sottolinea Luigi Villani, capogruppo Pdl in Regione. «Il fondamentalismo dei Verdi e della sinistra radicale – continua – ha impo-

L’



sto alle Giunte Errani una visione manichea della mobilità, per cui non si è riusciti a sviluppare, adultamente, il sistema infrastrutturale ostacolando peraltro il contributo dei privati verso il trasporto pubblico». A queste problematiche politiche, secondo l’esponente del Pdl «si aggiunge un’oggettiva maggiore complessità dei contesti di riferimento per il settore delle infrastrutture viarie che porta, infine, a un quadro preciso delle ragioni che hanno depotenziato gli strumenti di programmazione e pianificazione territoriali e settoriali che avrebbero dovuto potenziare la

La Regione deve razionalizzare il sistema aeroportuale senza imporre una pianificazione e deve tutelare il diritto all’esistenza dei piccoli aeroporti



rete stradale della regione». Questa situazione ha causato una condizione di semi isolamento per molti distretti industriali. «Si pensi, ad esempio, al distretto ceramico modenese, ancora gravato da una sorta di strozzatura nonostante la dimensione produttiva e la rilevanza socio-economica, e le zone di montagna che hanno visto, salvo poche eccezioni, accentuarsi i fenomeni di spopolamento, depauperamento e marginalizzazione» mette in evidenza Villani. Per far fronte a questa situazione è stato realizzato il piano regionale integrato dei trasporti 2010-2020», che però, tiene a precisare il numero uno del Pdl in Regione è «ancora in fase di approvazione, infatti, la Giunta ha appena convocato la conferenza di pianificazione, che ha lo scopo di realizzare la concertazione sui




INFRASTRUTTURE

 documenti preliminari del

Piano insieme a Province, Comuni presenti nella Conferenza autonomie locali, Regioni contermini, gestori delle infrastrutture della mobilità di rilievo almeno regionale e associazioni economiche e sociali». Analizzando il Piano 20102010 emergono in particolare due obiettivi preliminari. «Qualificare le reti d’infrastrutture e i servizi relativi alla mobilità delle persone e delle merci e, inoltre, il trasporto pubblico regionale e locale. Questo per assicurare ai cittadini e alle imprese la migliore accessibilità e fruibilità del territorio regionale, anche in funzione delle relazioni con le regioni confinanti, e dei collegamenti con il territorio nazionale e dell’Unione europea» sottolinea Villani. L’altro aspetto, invece, concerne i consumi energetici e, quindi, «ridurre le cause d’inquinamento ambientale e atmosferico». Obiettivi, questi, «senz’altro condivisibili, 222 • DOSSIER • EMILIA ROMAGNA 2010

200 mln

INVESTIMENTO La spesa prevista, all’anno, per il trasporto pubblico locale

+RICAVI 35% La percentuale dei ricavi derivati dal trasporto pubblico

ma la Regione dovrà affrontare con determinazione alcuni nodi problematici non più eludibili» fa presente l’esponente del PdL. Prima di tutto il trasporto pubblico locale, «che costa quasi 200 milioni di euro l’anno a fronte di una continua diminuzione della velocità commerciale e a fronte di ricavi che coprono appena il 35% dei costi». Mentre, l’altro aspetto ormai divenuto prioritario riguarda il trasporto ferroviario regionale, «che presenta limiti notevoli, a causa del monopolio pubblico di Fer, a fronte di un costo significativo, per affrontare il quale occorre procedere a liberalizzazioni per consentire l’ingresso di soggetti privati e ad accorpamenti d’azienda per migliorare le economie di scala» rileva Villani. Per non parlare poi del sistema aeroportuale, rispetto al quale «la Regione deve razionalizzare il sistema senza imporre una pianificazione e deve tutelare il diritto all’esi-

stenza dei piccoli aeroporti, che sono al servizio del territorio, incentivando l’entrata nel sistema di operatori privati che possano rilanciare i piccoli scali». Infine, non si può tralasciare la rete stradale, la quale «dovrà vedere il completamento dell’autostrada Cispadana e della variante di valico, la realizzazione dell’autostrada Pedemontana, localizzata a sud della via Emilia nella fascia pede-appenninica, in un’area densamente industrializzata nella quale spicca, per importanza, il distretto delle ceramiche, e il Tibre (Tirreno-Brennero) autostradale Parma-Nogarole Rocca», sottolinea ancora Villani. Un argomento particolarmente spinoso resta, comunque, il passante Nord. «Respinta dall’Ue l’ipotesi di un affidamento senza gara del progetto, scelta fatta dagli enti locali bolognesi, la società Autostrade per l’Italia, su richiesta del ministero delle Infrastrutture, ha presentato alcuni mesi fa un’ipotesi di potenziamento fuori sede dell’attuale tracciato, compatibile con le prescrizioni dell’Europa». È su questa ipotesi di progetto che si è avviato il confronto, «soprattutto per impiegare con rapidità le risorse economiche accantonate dalla Società Autostrade». Non bisogna dimenticare, però, che «la virtuosità di un progetto sta nella sua concreta possibilità di realizzazione» conclude Villani.


INFRASTRUTTURE

Sciogliere il nodo Mobilità stradale in Emilia Romagna: individuati i problemi, ma troppi i ritardi nella pianificazione e nell’esecuzione dei progetti, come mette in luce Giovanni Torri coordinatore del comitato tecnico per le infrastrutture, la logistica e la mobilità di Confindustria Emilia Romagna Nike Giurlani

l nodo di Bologna? Una priorità.«Non solo sul territorio regionale, ma anche su quello nazionale e non vede una soluzione entro tempi brevi» sottolinea Giovanni Torri coordinatore del comitato tecnico per le infrastrutture, logistica e mobilità di Confindustria Emilia Romagna. Ma sono ancora tanti, troppi i progetti che si trovano in una fase di stallo. L’Emilia Romagna è situata in un luogo strategico tra nord e sud e «la mancanza d’infrastrutture adeguate aumenta moltissimo il costo dei trasporti, delle materie prime e dei prodotti finiti, diminuendo la competitività dell’intero sistema economico del territorio» fa presente l’esperto. È tempo di guardare al futuro e di portare a termini

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In alto, Giovanni Torri, coordinatore del comitato tecnico per le infrastrutture, logistica e mobilità di Confindustria Emilia Romagna

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progetti strategici per l’economia della regione. Come definirebbe il livello di mobilità stradale dell’Emilia Romagna? «I programmi regionali hanno ben individuato le problematiche connesse alla mobilità stradale. Purtroppo, però, riscontriamo forti ritardi per quanto concerne la pianificazione e l’esecuzione. Il problema deriva, infatti, dal continuo rinvio dei finanziamenti pattuiti e l’evidente ritardo nell’attivazione dei bandi che stanno creando delle criticità gravi nel nostro territorio. Sto parlando, per esempio, della direttrice E45-E55 e della Campogalliano-Sassuolo che sono pianificazioni già confermate nelle varie sedi, ma che sono momentaneamente in una fase di

stallo». Quanto tempo bisognerà ancora aspettare per l’inizio di questi lavori? «Per quanto riguarda le tempistiche sono molto preoccupato. Periodicamente esponenti del governo intervengono in merito alle problematiche connesse alla mobilità della nostra regione, ma ancora non abbiamo visto partire nessun progetto. La situazione sta diventando seriamente critica ed è l’intero territorio a pagarne le spese più pesanti. L’Emilia Romagna si trova in un punto strategico tra nord e sud e rappresenta una delle regioni più produttive d’Italia e ha quindi estrema necessità di dotarsi di certe infrastrutture». Quali ricadute negative ha comportato questa situazione


Giovanni Torri



La mancanza d’infrastrutture aumenta moltissimo il costo dei trasporti, delle materie prime e dei prodotti finiti, diminuendo la competitività



per lo sviluppo economico della regione? «L’Emilia Romagna è una regione leader per quanto riguarda la realizzazione di prodotti di qualità, e la qualità deve avere anche un prezzo, in grado di mantenere una certa concorrenzialità sui mercati

internazionali. La mancanza d’infrastrutture adeguate aumenta moltissimo il costo dei trasporti, delle materie prime e dei prodotti finiti, diminuendo la competitività dell’intero sistema economico del territorio. Penso, per esempio, alle ricadute economiche per quanto

riguarda le ceramiche del modenese o la meccanica, o alle potenzialità che potrebbe avere il porto di Ravenna che ultimamente ha attuato importanti opere infrastrutturali». Quali al momento le priorità? «Oltre agli interventi già citati, sicuramente il nodo di Bologna, che da anni pesa non solo sul territorio regionale, ma anche su quello nazionale e non vede una soluzione entro tempi brevi. Questa regione si è impegnata a sottoporre all’attenzione del governo solo pochi progetti, vista la delicata congiuntura economica, ma ora è giunto il momento di portarli a compimento».

EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 225


INFRASTRUTTURE

Cantieri in corso e nuovi progetti Tra infrastrutture già realizzate e cantieri ancora da aprire, l’ad di Autostrade per l’Italia, Giovanni Castellucci parla dei progetti di riqualificazione della Regione e, in particolare, del Passante Nord Nike Giurlani

Emilia Romagna rappresenta una delle principali regioni di transito del nostro Paese, visti anche gli elevati volumi di traffico giornalieri. Molti i cantieri già chiusi, come ricorda l’ad di Autostrade per l’Italia , Giovanni Castellucci. Ma ancora molti i progetti da portare a termine. Per il Passante nord di Bologna, però, non è ancora possibile parlare di tempistiche in quanto «il via libera della Ue è condizionato a una revisione del progetto e a un utilizzo del tratto attuale senza modifiche sostanziali». E, proprio per questo motivo, è stato attivato «un confronto con gli enti locali, per verificare la fattibilità e la migliore soluzione» tiene a precisare Castellucci. L’Emilia Romagna rappresenta un nodo strategico per i collegamenti nord sud. Quali sono mediamente i traffici giornalieri registrati? «Il traffico medio giornaliero registrato sulla rete autostradale della regione è pari a circa 70.000 veicoli. In particolare, sulle tre au-

L’ L’ad di Autostrade per l’Italia, Giovanni Castellucci

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tostrade che convergono sul nodo bolognese i valori medi giornalieri sono pari a quelli sull’A1 Milano-Napoli circa 75.000, con una punta massima di circa 120.000; e, inoltre, alla A13 Bologna-Padova circa 50.000, con una punta massima di circa 65.000 e alla A14 Bologna-Taranto circa 65.000, con una punta massima di circa 110.000». Passante nord. Argomento spinoso e fortemente dibattuto. Alla luce del recente via libera dell’Unione Europea quali sono i principali aspetti che caratterizzeranno il progetto definitivo? «Il via libera della Ue è condizionato a una revisione del progetto e a un utilizzo del tratto attuale senza modifiche sostanziali. È per questo che abbiamo attivato un confronto con gli enti locali, per verificare la fattibilità e la migliore soluzione». Quali i tempi e i modi per la realizzazione di questo progetto? «Visto il delicato momento, è

ancora un troppo presto stabilire tempi e modalità di realizzazione». Quali sono inoltre i punti critici a livello di mobilità stradale di questa Regione? A quando la chiusura dei cantieri già in corso? «Abbiamo già terminato l’ampliamento d’importanti tratte quali la 4a corsia sulla Modena-Bologna, il potenziamento del sistema autostradale e della tangenziale di Bologna (terza corsia dinamica dell’A14 di Borgo Panigale e S. Lorenzo), e l’ampliamento della terza corsia dell’A1 tra Casalecchio e La Quercia per altri 23 km. Stiamo lavorando all’ampliamento della terza corsia tra Rimini e Cattolica (29 km) la cui fine dei lavori è prevista per i primi mesi del 2014, ma è in corso un forte acceleramento di almeno 6 mesi. Infine per la variante di valico, l’apertura è prevista per la fine del 2013».


Giovanni Salizzoni

Metro e tram, il futuro di Bologna

I ritardi sotto le due Torri a livello di mobilità stradale. Ecco il punto di vista dell’ingegnere Giovanni Salizzoni, che ricorda quanto, invece, i Paesi del Nord Europa siano all’avanguardia su queste tematiche. Un esempio? L’Eurotram di Strasburgo Nike Giurlani

olti credono che se la legge finanziaria dello Stato iscrive un finanziamento specifico per realizzare un’opera pubblica, il grosso del lavoro sia fatto», ribadisce l’ingegnere Giovanni Salizzoni. In realtà, però, non è così. «Il vero “calvario” inizia dopo – continua l’esperto – quando il progetto, preliminare o definitivo, deve essere validato e completato di Via, e, inoltre, tutti i soggetti che intervengono nel procedimento devono regolarmente esprimersi. Infine, tutto ciò deve pervenire in tempo utile al vaglio del Cipe». Poi, vi è la fase della gara d’appalto, «che non è certo meno complessa, anzi, offre spesso il fianco a ricorsi, più o meno pretestuosi, che, comunque, rallentano il procedimento». Se poi, come spesso avviene, «più amministrazioni locali intervengono nel procedimento, e queste sono di segno politico diverso, ciò che è promosso dall’una viene bocciato dall’altra, paralizzando così il procedi-

«M

In apertura, l’ingegnere Giovanni Salizzoni

mento» conclude Salizzoni. La realtà bolognese ha evidenziato gravi ritardi negli iter burocratici connessi ai finanziamenti pubblici in merito ad importanti progetti. Quali sono i punti più critici? «Bologna soffre di due malattie strutturali: pur avendo ottimi dirigenti di settore segue con estenuante lentezza le procedure, secondo una liturgia autoreferenziale, vale a dire pensando di essere la prima e la migliore. E, inoltre, vi è una presenza radicata nel mondo coo-

perativo e delle imprese che mantiene sempre un filo diretto con l’apparato comunale. Questa situazione, di fatto, scoraggia chiunque sia al di fuori di certe dinamiche». Può fare un esempio? «Quello più grave e vistoso si è avuto quando la giunta Cofferati, che aveva ereditato il progetto per la metropolitana di Bologna finanziato e pronto per l’appalto, ha respinto, per mano del presidente della Regione, Vasco Errani, circa 650 miliardi di vecchie lire per dissapori nei 

EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 227


INFRASTRUTTURE

 confronti della passata giunta genza. Non è, quindi, solo una nel tempo. Bisognerebbe, in-

In basso, le linee della Metro di Bologna; nella pagina seguente, l’Eurotram di Strasburgo

Guazzaloca. Alla mattina, infatti, Errani aveva firmato col presidente Berlusconi l’accordo Stato-Regione riguardante tutti i progetti emiliano romagnoli, e nel pomeriggio, avendo già pronto nella sua borsa il ricorso, restituì i soldi alla Consulta. A pagare i danni di quest’azione sono ora i cittadini che non vedranno più il finanziamento e la metro». Come altre città hanno fatto fronte a questi problemi? «Dimostrando una maggiore determinazione politica nel perseguire gli obiettivi più complessi e non lasciando l’iniziativa e le decisioni strategiche all’apparato comunale. E, inoltre, cambiando, radicalmente le dirigenze che dopo troppi anni sono fisiologicamente incrostate da consuetudini fatte di frenate e accelerazioni spesso pilotate. È facile intuire che, data la complessità della materia, c’è solo l’imbarazzo della scelta per trovare un cavillo e bloccare il procedimento. Milano è un esempio d’efficienza perché a suo tempo ha rivoluzionato la diri-

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questione di colore politico e di compiacenza con i poteri forti. In ogni caso, è evidente che oggi, stando così le procedure è sempre più forte la tentazione di un commissariamento, come nel caso del Passante di Mestre». Alcuni progetti nel momento in cui ottengono l’approvazione diventano obsoleti a livello di materiali, strumentazione e spesso non risultano più efficienti a livello infrastrutturale. Quali le conseguenze? «Le conseguenze dei forti ritardi nella realizzazione d’opere pubbliche sono enormi e andrebbero correttamente calcolati. Per quanto concerne le tecnologie, i materiali previsti e, inoltre, la qualità del progetto stesso, ritengo che forse questi possano essere considerati i problemi minori, seppur deprecabili, trattandosi di beni pubblici destinati a durare

fatti, optare sempre per rendimenti elevati e manutenzioni più economiche possibili». Quali, quindi, i danni più gravi? «Il ritardo nello sviluppo dei servizi per la comunità e la mancata riduzione d’inquinamento. Una Metro efficiente può, per esempio, ridurre queste problematiche, portando anche ad una diminuzione delle ore di coda nel traffico. Senza dimenticare che il centro storico verrebbe liberato dalla presenza delle auto. Dietro a scelte sbagliate, va ricordato, c’è anche l’intervento di tecnici poco lungimiranti. Nel caso di Bologna, inoltre, dove il tema della Metro è al centro del dibattito pubblico da 40 anni, è emerso che la




Dovremmo imparare la lezione da Strasburgo, dove l’Eurotram che attraversa il centro ha investito due terzi del tempo a disposizione in progettazione e “consenso preventivo” illustrando ai cittadini nei dettagli i pro e i contro del progetto



politica del consenso elettorale, che ha sempre prevalso su quella del coraggio del fare, ha portato ad inevitabili disagi, causati dall’allungamento delle tempistiche». Che cosa pensa per esempio della questione Civis? «Il Civis è la soluzione meno invasiva, si basa su un tram in gomma otticoguidato, senza rotaie e più leggero, che ha sostituito l’idea precedentemente presentata dalla Giunta Vitali. Poi la Giunta Cofferati ha modificato il progetto, riducendo il percorso e aumentando la frequenza delle corse, trasformando così un filobus moderno e confortevole in una metropolitana di superficie, che impedirà ai pedoni di attraversare le arterie urbane principali. Per uscirne indenni, bisogna far pre-

valere al più presto il buon senso comune e, quindi, eliminare tutti gli autobus, vecchi e nuovi, dal centro storico (strada Maggiore, S. Vitale e le Due Torri) e avviare immediatamente un vero progetto di metro automatico, leggero e interrato, con un tracciato a sud di Piazza Maggiore. I Paesi del Nord Europa sono all’avanguardia sia a livello di tempistiche che di metodologie, come mai questo gap così evidente? «L’Italia continua a dimostrarsi purtroppo meno Nord Europea che mai, e Bologna non fa certo eccezione. Manca la visione del medio lungo periodo, del principio della Garanzia della qualità e della manutenzione fisiologica dei beni pubblici. Troppo spesso i politici chiamati ad am-

ministrare tendono a restringere i tempi di progettazione, privilegiando tecnici professionisti meno costosi e amici, salvo poi chiudere un occhio sui tempi di esecuzione delle opere e sulle riserve avanzate dalle imprese. Ritornando al Civis, questo progetto ha, per esempio, già oltre 60 milioni di riserve su un importo lavori di 180». C’è un modello particolarmente virtuoso? «Dovremmo imparare la lezione da Strasburgo, dove l’Eurotram che attraversa il centro ha investito due terzi del tempo a disposizione in progettazione e “consenso preventivo”. Inoltre, sono stati illustrati ai cittadini, nei dettagli, i pro e i contro del progetto, stabilendo con precisione, prima e, non dopo, i risarcimenti ai commercianti». EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 229


EDILIZIA STRADALE

Appalti pubblici. Chi giudica l’idoneità delle imprese? l decreto del presidente della Repubblica n. 34 del 25 gennaio 2000 riassume il regolamento del sistema di qualificazione rivolto alle imprese che intendono aggiudicarsi le gare d’appalto pubbliche. Di fatto, per poter partecipare ai bandi, le imprese devono dimostrare di possedere la certificazione Soa, Società organismi di attestazione. «Anche per la categoria OG3 attiva nell’edilizia stradale, la qualifica Soa rappresenta l’accertamento da parte delle autorità, della conformità dei requisiti che i soggetti esecutori di opere pubbliche devono possedere». Per descrivere le dinamiche implicite alla costruzione e manutenzione di strade e sottoservizi vari, il geometra Stefano Foschi della Edilstradale di Santarcangelo, rileva però come «la Soa, istituita per scremare le imprese con i requisiti necessari dalle aziende “fantasma”, non è giunta a debellare del tutto quel fenomeno di abbandono dei cantieri nel passato, ne quello di scarsa qualità delle opere ese-

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Per aggiudicarsi gli appalti di edilizia stradale le aziende devono possedere la certificazione Soa. Ma gli organi di certificazione oggi sono ancora, purtroppo, poco strutturati. Il punto di Stefano Foschi della Edilstradale Adriana Zuccaro guite molto spesso oggi». Quali sono i requisiti necessari per aggiudicarsi gli appalti di edilizia stradale? «Se fino a un decennio fa le aziende come Edilstradale, attive nel pubblico per la costruzione e manutenzione di strade e sottoservizi – acquedotti, gasdotti, impianti di illuminazione, fognature, pavimentazioni , marciapiedi e opere marittime – erano chiamate all’iscrizione all’Ance, l’Associazione nazionale costruttori edili, oggi devono possedere la certificazione Soa,


Requisiti e certificazioni

una qualifica redatta in base all’entità dei fatturati, del personale, del parco macchine e dell’organico aziendale. Per individuare le aziende idonee alla realizzazione di una determinata opera stradale, gli enti pubblici hanno definito infatti la categoria specifica di riferimento OG3 cui la Edilstradale, con i suoi 40 anni di esperienza, è stata già da tempo accreditata. Lavoriamo infatti per gli enti locali dal ravennate lungo la fascia adriatica fino a Cattolica». In cosa gli organi di certificazione Soa si sono rivelati inefficaci? «Credo che l’errore sia stato istituire un numero eccessivo di organi di certificazione Soa in forme poco strutturate e competenti per il riconoscimento delle aziende idonee al lavoro pubblico e di quelle invece inadeguate. Gli organi dovevano essere pochi, accreditati e controllati dal ministero. Combattiamo tutti i giorni Da sinistra, Stefano e Pasquale Foschi con il problema della classificadella Edilstradale di Santarcangelo (RN) durante un lavoro di rilevamento topografico zione delle imprese perché parteedilstradale@gmail.com

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L’appalto consiste nel formare una competizione numerica a vantaggio dell’Amministrazione, che garantisca non solo benefici in termini di ribasso ma anche un ottimo risultato sull’esecuzione delle opere

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cipare a una gara d’appalto di un piccolo Comune e concorrere con 150 aziende, quando ne basterebbero 30 davvero competenti, non offre poi una grossa soddisfazione». Cosa comporta la partecipazione a una gara d’appalto? «L’appalto consiste nel formare una competizione numerica a vantaggio dell’Amministrazione che garantisca, però non solo benefici in termini di ribasso ma anche un ottimo risultato sull’esecuzione delle opere che eviti il rischio di rifacimento dei lavori solo dopo pochi anni. Mi lascia perplesso però constatare come qui, nel nostro circondario, spesso giungano, anche da 1000 chilometri di distanza, aziende chiamate alla realizzazione di un’opera pubblica che sono però prive di mezzi e personale proprio; prendono i macchinari a noleggio e ingaggiano personale talvolta inesperto oltre che poco attento al rispetto delle norme di sicurezza». Cosa rende problematica l’esecuzione di un progetto pubblico? «La carente sinergia e cooperazione che invece dovrebbe esistere tra il progettista e l’azienda costruttrice. Ottimi studi di progettazione sono talvolta troppo chiusi in se stessi perché gestiti probabilmente da personale molto giovane e con competenze “da ufficio”. Un grande progettista deve avere anche l’esperienza di cantiere. Quando un progetto è fondato solo su studi teorici, è durante la sua esecuzione che sorgono poi i problemi. Le imprese esperte del settore conoscono bene l’importanza dell’affiancamento con gli autori del progetto; la Edistradale conta molto su questa attitudine perché solo attraverso un lavoro sinergico con i vari professionisti possiamo costruire strade più sicure». Quale altra abilitazione ha la Edistradale? «La Edilstradale è una delle poche imprese attive nel riminese ad avere l’abilitazione ai lavori marittimi per la categoria OG7. Realizziamo principalmente ripascimenti dell’arenile, riportiamo cioè la sabbia lì dove il mare la erode. Siamo abilitati alla fornitura di sabbia, alla ricarica e manutenzione delle scogliere già esistenti e al completo rifacimento delle banchine portuali. Ho lavorato molto nel porto di Riccione, di Rimini e di Cattolica». EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 231


SERVIZI DI INGEGNERIA

Verso un’ingegneria flessibile e integrata Coprire più settori. Con servizi di ingegneria che siano in grado di spaziare dall’Oil & Gas, alla chimica, all’ambiente. E in una fase ancora incerta per molti mercati, la chiave può essere la multidisciplinarietà. L’esperienza di Proeco Carlo Gherardini Istat ha presentato di recente un rapporto inerente il sistema energetico italiano nel 2009 e con riferimento all’ultimo decennio. L’analisi si basa su dati resi disponibili dai principali produttori di statistiche energetiche sul territorio: il Ministero dello Sviluppo Economico, l’Enea e la società Terna, oltre che, naturalmente, su quelli forniti dall’Istat stessa. Dal rapporto emerge come, nel 2009, sia risultata ancora predominante la quota dei combustibili fossili, e in particolare dei prodotti petroliferi, che incidono per il 41 per cento sul consumo interno lordo. I prodotti petroliferi, quindi, rappresentano ancora la principale fonte energetica del Paese seguita dal gas naturale, anche se, analizzando invece il periodo 2000-2009, risulta notevolmente diminuita la quota di disponibilità di energia da petrolio (-8,5 punti percentuali), mentre è salita la quota da fonti rinnovabili. Tuttavia, dati alla mano, il settore Oil & Gas sembra tenere e le aziende che, più o meno direttamente, ne fanno parte si adattano alle sue evoluzioni. La chiave sembra essere la multidisciplinarietà. «Proeco inizialmente si è proposta sul mercato come società unipersonale di ingegneria con prevalente attitudine alle specializzazioni elettriche e strumentali, svolgendo importanti ruoli di supporto ingegneristico a società

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Alcuni progetti per il settore Oil & Gas dell’azienda Proeco di Forlì www.proecosrl.it

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operanti nei settori Oil & Gas, chimica, energia e ambiente» afferma Catia Fabbrica, socio fondatore e responsabile amministrativo dell’azienda forlivese che, nell’ambito Oil & Gas, sostiene e realizza progetti ad elevato contenuto tecnologico come trattamento e trasporto dei combustibili e piattaforme off-shore. LA RIORGANIZZAZIONE «Nel 2003 abbiamo intuito che non si poteva affrontare il mercato con le sole capacità tecniche e ci siamo resi conto che i rapporti esterni richiedevano e richiedono tuttora una sempre crescente solidità dei sevizi offerti». Proeco decise pertanto di attivare un processo di trasformazione in società consolidata con l’ingresso di nuovi soci, con assunzioni di nuovo personale e con predisposizione stabile e duratura di attrezzature e strumenti per l’ingegneria organizzata. Con questa struttura rinnovata Proeco intraprense una nuova strada rivolgendosi a clienti


Multidisciplinarietà

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Ogni lavoro diventa una performance di alto livello in cui professionalità diverse, integrate full time in azienda, si affiancano a collaborazioni esterne

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che operavano in ambito nazionale e internazionale. «Ci siamo sviluppati rapidamente, avvertendo presto la necessità del mercato di affidare attività d’ingegneria complete e quindi multidisciplinari» continua Alessio Erani, Responsabile Gestione Commesse Proeco. Nel 2005, Proeco ha costituito una nuova società denominata Proeco Management nella quale convergono nuove risorse e soprattutto nuove specializzazioni nel settore meccanico e strutturale. Le due società hanno sviluppato in sinergia importanti commesse multidisciplinari e nel 2009, il processo si è completato con la fusione mediante incorporazione di Proeco Management da parte di Proeco. LA SITUAZIONE ATTUALE Oggi Proeco è un società di ingegneria multidisciplinare specializzata nei settori Oil & Gas offshore, on-shore e drilling, chimica, energia e ambiente. «Siamo in grado di fornire servizi ingegneristici per realizzare progetti dalla fase di feasibility study al basic design fino al construction design, comprendendo tra questi: project management, procurement assistance, surveys, commissioning assistance e tutti i servizi che richiedano la competenza di un’ingegneria multidisciplinare specializzata» afferma Roberto Cicognani, Responsabile Tecnico Proeco. L’azienda ha fatto della versatilità un elemento fondante della sua struttura e il principale strumento di successo. «Mettere a disposizione del cliente le proprie competenze con flessibilità, modulandole e adattandole alle specifiche esigenze di realizzazione, non significa carenza organizzativa, bensì aver consolidato con successo la propria identità di struttura». Proeco, volutamente, non

ha scelto una formula standard da applicare come metodo di lavoro, ma ha deciso di strutturarsi in maniera tale da poter riconfigurare la propria forza lavoro di volta in volta, declinandola, alla specifica occorrenza, nella maniera più conforme alle richieste che si trova a dover ottemperare, sempre nel rispetto delle proprie politiche di qualità interne. Ogni singolo progetto viene valutato per impostare il servizio nella maniera più efficiente e con il team professionale più qualificato. «Abbiamo scelto di non avvalerci di una sola chiave, per poterle avere tutte – conclude Giovanni Arzilli, direttore generale di Proeco -. Valutiamo, preliminarmente a ogni progetto commissionato, le professionalità più adatte al servizio richiesto. Ogni lavoro diventa così una performance di alto livello in cui professionalità provenienti da esperienze specialistiche, integrate full time in azienda, si affiancano a collaborazioni esterne con personalità dotate di esperienze specializzate, maturare nello specifico settore richiesto». EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 233


LAVORAZIONE RESINA

Il prodotto italiano si rinnova Continua ricerca, cura del particolare e forte attaccamento alle origini. Sono i punti cardine per l’affermazione delle aziende italiane nel mondo. L’esperienza di Ashanti attraverso le parole di Ilaria Sclavi Matteo Cavallari

alta qualità ormai non basta più. Al giorno d’oggi ogni azienda deve poter supplire alle congiunture economiche negative con una diversificazione del prodotto, in modo da rendersi flessibile verso più mercati, e non rimanere in quella fase di stagnazione che oggi attanaglia molte imprese italiane e interna-

L’

zionali. Ne è un esempio Ashanti, azienda che si occupa della lavorazione di materie prime in resina. Ilaria Sclavi, una dei titolari, insieme al fratello Gian Luca e alla madre Clementina Gonella, descrive la sua filosofia aziendale. La vostra azienda, pur essendo a conduzione familiare, ha saputo rinnovarsi in questi anni. Quali passaggi avete affrontato? «Da 10 anni a questa parte, osservando con attenzione il mercato, abbiamo deciso di utilizzare i materiali non solo per l’uso che ne è sempre stato fatto, ma anche per nuovi usi e nuovi mercati. Da un utilizzo iniziale per il settore degli accessori moda, si è arrivati alla riproduzione di mosaici

236 • DOSSIER • EMILIA ROMAGNA 2010

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La lavorazione artigianale è un aspetto fondamentale, perché permette una cura maniacale del particolare

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e pannellature in lastre, in corno, madreperle, con innumerevoli colori e fantasie. In questi ultimi anni abbiamo diversificato ulteriormente con la posateria e l’oggettistica per la tavola». Quali sono i vostri punti


Nuovi utilizzi

di forza? «Oltre a una fortissima impronta made in Italy, puntiamo sulla personalizzazione della produzione, cercando di dare massima attenzione al particolare. Infine, dedichiamo molto tempo a investimenti nella ricerca; disponiamo di un laboratorio apposito per la prova dei nuovi materiali e per la personalizzazione». In una società industrializzata e globalizzata, che ruolo ricopre l’artigianalità?

«Ashanti è industria dal punto di vista dell’organizzazione e della struttura. Se si guarda alla lavorazione, invece, essa risulta interamente artigianale. E la lavorazione artigianale è un aspetto fondamentale, perché permette una cura maniacale del particolare. Quella stessa cura che rende il prodotto unico nel suo genere e qualitativamente apprezzabile». Il vostro mercato sta risentendo di questo periodo di crisi economica? «Sicuramente sì, anche se la nostra azienda in particolare risente meno delle congiunture economiche negative, vi-

sto che i prodotti sono indirizzati verso una fascia di consumatori medio-alta. Inoltre abbiamo cercato di compensare l’andamento economico negativo stimolando sempre più la fantasia dell’utilizzatore finale e trovando usi alternativi dei prodotti». Che cosa rappresenta per voi il made in Italy? «Per noi è la grande tradizione traslata nella qualità industriale, che cerca allo stesso tempo di trovare una continua modernità nell’uso. Il suo significato può essere racchiuso in tre aspetti: cultura per l’azienda, amore per il lavoro e passione per quello che si fa».

In apertura, Ilaria Sclavi con il fratello Gian Luca, titolari azienda Ashanti srl www.ashanti–interiors.com www.ashanti–collections.com

EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 237


QUALITÀ DELL’ARIA

Maggiore attenzione alla qualità dell’aria Attraverso azioni di limitazione della circolazione per gli autoveicoli più inquinanti in regione, si sono potuti riscontrare alcuni effetti positivi sulla qualità dell’aria. Il direttore Stefano Tibaldi illustra i risultati delle rilevazioni Arpa Renata Gualtieri

a diversi anni la Regione è impegnata a progettare e realizzare piani ambientali triennali, che promuovono e finanziano le più diverse attività, istituzionali e private, volte alla sostenibilità ambientale. «Arpa ha un ruolo rilevante nell’ambito dell’iniziativa “Liberiamo l’aria” – sostiene Stefano Tibaldi, direttore generale di Arpa Emilia Romagna – che ogni inverno impegna le città capoluogo di provincia e i maggiori Comuni della regione ad adottare misure di contenimento delle emissioni da traffico (per lo più, divieto di circolazione al giovedì pomeriggio per i veicoli più inquinanti). Arpa coordina la comunicazione online di Liberiamo l’aria attraverso il sito www.arpa.emr.it/liberiamo, oltre a realizzare numerose ini-

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Stefano Tibaldi, direttore generale Arpa Emilia Romagna

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ziative e attività di comunicazione, informazione, educazione ambientale. Il sito Internet di Arpa conta circa 300.000 accessi di utenti diversi ogni mese; la rivista Ecoscienza, di recente uscita, eredita la più che decennale esperienza del bimestrale Arpa rivista, ed è un punto di riferimento per istituzioni, tecnici, esperti a e anche cittadini, singoli o organizzati, interessati alle tematiche ambientali. In generale, Arpa ritiene che la comunicazione ambientale faccia parte integrante delle strategie volte alla sostenibilità e alla difesa dell’ambiente, poiché le criticità ambientali sono sempre più legate ai comportamenti, alla sensibilità, alla cultura individuale in tema di rifiuti, di traffico, di uso dell’acqua e dell’energia, di stili di vita in generale». In base alle rilevazioni sul territorio, quali sono le aree dell’Emilia Romagna più a rischio d’inquinamento da

polveri sottili? «Le conoscenze sulla formazione e sulla dispersione delle polveri sottili, complessivamente comprese nella denominazione PM10 (cioè, di diametro inferiore a 10 micron) sono ormai ampiamente sviluppate, sia in virtù di reti di monitoraggio sofisticate e che rappresentano bene il territorio, sia grazie a modelli matematici che calcolano lo stato delle polveri e la previsione sulla base dei dati osservati (di misura e meteo). Ebbene, possiamo dire con certezza che non esistono sensibili differenze tra le diverse aree dell’intera pianura padana, non solo dell’EmiliaRomagna. La concentrazione di PM10 nell’aria (alta so-


Arpa



La concentrazione di PM10 nell’aria è omogenea nelle aree urbane ed extra urbane, così come la presenza di ozono troposferico, che è la “faccia estiva” di questa criticità ambientale



SUPERAMENTI

prattutto nei mesi invernali) è omogenea nelle aree urbane ed extra urbane, così come la presenza di ozono troposferico, che è la “faccia estiva” di questa criticità ambientale». Quali centri storici sono invece riconosciuti come esempi di aria libera da PM10? «Nessun centro abitato è, dunque, significativamente diverso dagli altri. Qualche differenza si riscontra solamente in virtù dei climi locali: per esempio, la vicinanza del mare o delle colline ai centri abitati». Si è comunque ottenuto qualche buon risultato? «Qualche risultato si è ottenuto, negli ultimi anni, con le misure di riduzione program-

mata del traffico veicolare, particolarmente efficaci in presenza di episodi acuti di sforamento dei limiti, ma di importanza minore o trascurabile nei casi di superamenti modesti». Quali sono le sue previsioni per l’inquinamento da polveri sottili in regione? «Negli anni più recenti la rete regionale di monitoraggio gestita da Arpa ha rilevato un modesto, ma significativo e inequivocabile segnale di diminuzione delle polveri, anche depurando i dati ottenuti dall’influenza (sempre determinante, in pianura) delle condizioni meteorologiche. Perciò, più che una previsione, si può formulare una razionale convinzione che il

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sono quelli rilevati nella stazione Giardini Margherita di Bologna dal 1-01-2009 al 31-12-2009

40 sono quelli rilevati nella stazione Cittadella di Parma dal 1-01-2009 al 31-12-2009

problema dell’inquinamento atmosferico è affrontabile positivamente, mantenendo e sviluppando un insieme di misure, di breve, medio e lungo periodo che fanno parte dei piani regionali e degli enti locali: aumento del trasporto pubblico e delle piste ciclabili; miglioramento dell’efficienza energetica degli edifici, rinnovamento del parco veicolare (probabilmente la misura che ha inciso maggiormente sulla qualità dell’aria), trasferimento del trasporto merci dalla gomma al ferro, pedonalizzazione di zone delle città, miglioramento degli abbattimenti degli inquinanti di origine industriale, e così via. Si può essere ottimisti solo se si considera un insieme di mi-  EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 243


QUALITÀ DELL’ARIA



Le misure adottate dall’Emilia Romagna, di limitazione alla circolazione degli autoveicoli più inquinanti, ha favorito il rinnovamento del parco circolante, con benefici sulla qualità dell’aria  sure e un contemporaneo sviluppo di una diffusa, nuova cultura della mobilità, del rispetto dell’ambiente, del risparmio energetico in ogni fase della vita produttiva e sociale». Le amministrazioni comunali con quali misure o accorgimenti possono limitare l’inquinamento da PM10?

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«Le misure adottate negli ultimi anni paiono essere state efficaci, ma andrebbero mantenute e sviluppate su scala più vasta. Per esempio, sarebbe indispensabile un piano del traffico di bacino padano, essendo le polveri diffuse ubiquitariamente. Le misure adottate dall’Emilia Romagna, di limitazione alla circolazione degli autoveicoli più

inquinanti, ha favorito il rinnovamento del parco circolante, con indubbi e misurabili benefici permanenti sulla qualità dell’aria (che si aggiunge, in misura ben più evidente e permanente, alla riduzione puntuale di polveri che si verifica nelle ore o nei giorni di limitazione del traffico). Arpa ha redatto in merito anche il bilancio ambientale dell’accordo di programma regionale per la limitazione del traffico (l’iniziativa pluriennale “Liberiamo l’aria”), che quantifica questo effetto positivo: una analitica descrizione degli effetti dell’iniziativa è pubblicata su www.arpa.emr.it. Ciò che più di tutto manca è un piano nazionale per la qualità dell’aria, che risponda positivamente alle numerose sollecitazioni che provengono dall’Europa e cha hanno già portato l’Italia a subire un procedimento di infrazione, che comporta pesanti oneri a carico della collettività. Tra l’altro, desidero far notare che le “multe” comminate dall’Unione europea all’Italia non vanno a carico del bilancio dello Stato o dei ministeri inadempienti, ma si traducono in minori trasferimenti alle Regioni e agli enti locali; anche a quelli che, come nel caso dell’Emilia Romagna, hanno operato con misure e programmi che stanno dando i primi, tangibili risultati e che non sarebbero di per sé certo passibili di procedure di infrazione».


QUALITÀ DELL’ARIA

Contro le polveri sottili la mobilità sostenibile La pianura padana è zona particolarmente sensibile al problema delle PM10. Il sindaco di Reggio Emilia, Graziano Delrio, e l’assessore all’Ambiente di Forlì, Alberto Bellini, illustrano le politiche ambientali adottate per tutelare la qualità dell’aria Renata Gualtieri

ondizionamento ambientale, traffico veicolare, traffico pesante, attività agricole e produttive in generale. Sono tra le maggiori cause di emissione di PM10, un problema che affligge non solo l’Emilia Romagna, ma anche l’Italia e il resto d’Europa. Come rileva un’analisi dell’Istat sulla qualità dell’aria nelle città europee, riferita agli anni 2004-2008 ed effettuata a partire dal database AirBase dell’Agenzia europea per l’ambiente, tra le prime 30 città europee maggiormente inquinate, più della metà, esattamente 17, sono italiane. Si tratta, quindi, di un tema che non può essere più a lungo trascurato, considerando anche le ripercussioni sul fronte sanitario e ambientale. Reggio Emilia e Forlì sono due dei territori maggiormente interessati negli anni scorsi dall’inquinamento da polveri sottili. Il sindaco di Reggio Emilia, Graziano Del-

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rio, e l’assessore all’Ambiente del Comune di Forlì, Alberto Bellini, fanno il punto sulle strategie attuate o in fase di studio per arginare tale fenomeno. Reggio Emilia: largo alla mobilità alternativa Il 2009 ha mostrato un significativo miglioramento della concentrazione delle PM10 a Reggio Emilia, con una riduzione media del 5% rispetto al 2008 e del 15% rispetto al 2007. Soddisfatto del risultato è naturalmente il sindaco Gra-

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ziano Delrio, che si augura di poter inanellare numeri ancor più positivi. «Occorre anche considerare che sulla qualità dell’aria da almeno due anni predisponiamo campagne informative molto incisive per rendere i cittadini consapevoli e informati di tutte le opportunità di mobilità alternativa». Alcuni esempi li offrono i parcheggi scambiatori con i minibus navetta e le bici a noleggio, oppure l’autobus notturno a prenotazione. «Sono campagne di cittadinanza, che interpellano il cit-

Sotto, a sinistra, il sindaco di Reggio Emilia, Graziano Delrio; a destra, l’assessore all’Ambiente del Comune di Forlì, Alberto Bellini


Graziano Delrio, Alberto Bellini



Diventa importante agire a livello sovraregionale con politiche territoriali condivise, altrimenti si rischia di vanificare il lavoro svolto finora tadino e i suoi comportamenti riguardo un bene comune come l’aria». Sul fronte delle politiche ambientali, il Comune di Reggio Emilia interviene in diversi campi, dalla raccolta differenziata dei rifiuti dove, come sottolinea il primo cittadino, «abbiamo la percentuale più alta rispetto a città delle nostre dimensioni», alle rete di teleriscaldamento «che ha ridotto drasticamente i camini privati». Due sono, in particolare, i risultati posti in luce da Graziano Delrio per quanto concerne la mobilità ecologica e sostenibile promossa dal Comune in questi anni: innanzitutto un notevole incentivo alla ciclabilità, «siamo infatti il primo comune italiano per chilometri percorribili in bici-

cletta, premiato anche dal ministero dell’Ambiente». Il secondo aspetto è la promozione dei mezzi privati elettrici per il trasporto del commercio in centro, «anche in questo caso con ottimi risultati a livello europeo». La minore incidenza di polveri sottili a Reggio Emilia è dovuta per il sindaco Delrio all’adesione del Comune al blocco settimanale frutto dell’intesa con la Regione Emilia Romagna. «Un’azione adottata lo scorso inverno dalle maggiori città, come Milano e Torino. Abbiamo sposato questa linea soprattutto nella convinzione che incidesse sui comportamenti e sulla consapevolezza dell’esistenza del problema. Ora sono arrivati i frutti. Il blocco adottato tempestivamente è servito, perché



ha portato al rinnovo del parco veicolare privato con automobili nuove e meno inquinanti». L’incertezza riguarda però ancora una volta il futuro: «i comuni virtuosi hanno fatto molto e sono improbabili nuove azioni in assenza di risorse, che è la condizione in cui si trovano oggi molti enti locali italiani». Per Graziano Delrio, diventa quindi importante agire a livello sovra-regionale con politiche territoriali condivise, «altrimenti si rischia di vanificare il lavoro svolto finora».

Forlì: agire sulle sorgenti inquinanti In base alle rilevazioni del 2009, nella provincia di Forlì si è oltrepassata la soglia dei  EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 247


QUALITÀ DELL’ARIA

 35 superamenti annui per in-

quinamento da PM10. Le condizioni climatiche della pianura padana e la concentrazione di attività antropiche e industriali sono fattori che tendono a favorire la formazione e la dispersione delle polveri sottili. Ma l’assessore all’Ambiente del Comune di Forlì, Alberto Bellini, tiene a precisare che: «i superamenti sono in linea con i dati relativi ai territori adiacenti». Le aree più a rischio sono quelle attraversate dai principali assi viari, autostrada e asse di arroccamento, e le zone industriali. «L’amministrazione, in accordo con la Regione – prosegue Bellini – ha intenzione di portare avanti azioni mirate a ridurre il traffico e a rendere più efficienti il condizionamento ambientale e le attività produttive, dal momento che sono queste le

248 • DOSSIER • EMILIA ROMAGNA 2010

SUPERAMENTI

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Sono quelli rilevati nella stazione Roma di Forlì dal 1-01-2009 al 31-12-2009

43 Sono quelli rilevati nella stazione Risorgimento di Reggio Emilia dal 1-01-2009 al 31-12-2009

principali sorgenti di inquinamento». Come risposta al fenomeno, la Regione sta attuando insieme alle Province e ai Comuni capoluogo o con una popolazione superiore ai 50 mila abitanti, un accordo di programma sulla qualità dell’aria. «Il Comune di Forlì propone, nello specifico, di attivare un divieto di circolazione per i diesel Euro 2 previsto nel periodo gennaio/marzo, insieme alla promozione di una serie di domeniche ecologiche». L’amministrazione comunale è impegnata, inoltre, nell’adozione di misure strutturali per agire su quelle che sono state individuate come le principali responsabili dell’inquinamento. «Si ritiene che occorra mettere in campo una serie di incentivi: innanzitutto per i mezzi pubblici destinati ai percorsi casa-lavoro, attraverso

opportuni accordi con enti pubblici e aziende, e in seconda istanza per realizzare corsie preferenziali». Come ricorda l’assessore, si ritengono altrettanto importanti azioni quali la sostituzione delle caldaie domestiche e dei sistemi di condizionamento ambientale con impianti a maggiore efficienza energetica, e la riqualificazione energetica degli impianti delle attività produttive più energivore. «Durante l’incontro tra i sindaci della pianura padana, svoltosi lo scorso febbraio a Milano – conclude Alberto Bellini – si è chiesto al governo di fornire gli opportuni strumenti per finanziare queste azioni, attraverso deroghe al patto di stabilità o con finanziamenti specifici, ad esempio per la riqualificazione degli istituti scolastici e degli edifici pubblici».


QUALITÀ DELL’ARIA

Un problema che viene da lontano «Il numero dei pazienti affetti da malattie dell’apparato respiratorio causate da PM10 è cresciuto in modo esponenziale». Lo rivela Mario Schiavina, direttore della Unità operativa di Pneumologia e terapia intensiva respiratoria del Policlinico S. Orsola Malpighi di Bologna Renata Gualtieri

econdo uno studio presentato da Nomisma, nell’ambito di un convegno sulla mobilità sostenibile «Bologna tra il 2006 e il 2008 è stata una delle città italiane con la più alta concentrazione di PM 10. Nel 2007 sono stati spesi oltre 677.000 euro per ricoveri relativi a patologie respiratorie e cardiocircolatorie attribuibili all'inquinamento da polveri sottili. All’inquinamento da PM 10 proprio a Bologna sono ascrivibili 291 morti di cui 23 dovuti a tumori alla laringe, della trachea, dei bronchi o dei polmoni». Mario Schiavina, direttore della Unità operativa di Pneumologia e Terapia intensiva respiratoria del Policlinico S. Orsola Malpighi di Bologna riflette su questi record negativi. Mentre le sostanze naturali non sono dannose per la salute, anzi in alcuni casi risultano benefiche, per le polveri antropiche invece è l’esatto contrario. Di quali patologie acute e croniche dell’apparato

S

respiratorio sono responsabili? «Le malattie principali sono l’asma bronchiale e la bronchite cronica. L’asma bronchiale in quanto viene ulteriormente stimolata dalle polveri e crea delle riacutizzazioni della malattia stessa e la bronchite cronica soprattutto in termini di irritazione e di danno vero e proprio dovuto alle polveri stesse. Possono essere responsabili anche di nuove malattie perché il

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danno che le polveri, e in particolare quelle sottili, determinano a livello delle vie più periferiche, può provocare una malattia ex novo. Non si può proprio parlare di una nuova popolazione di asmatici però possono sensibilizzare persone che prima non avevano nessun problema respiratorio». Quanto è cresciuto negli ultimi anni il numero dei pazienti affetti da malattie dell’apparato respiratorio causate

In apertura, Mario Schiavina, direttore della Unità operativa di Pneumologia e terapia intensiva respiratoria del Policlinico S. Orsola Malpighi di Bologna


Mario Schiavina

6 mila MORTI

È il numero dei decessi che il centro di ricerca Nomisma conta ogni nelle 15 città più popolose

677 mila EURO

È la cifra spesa a Bologna nel 2007 per ricoveri relativi a patologie respiratorie e cardiocircolatorie attribuibili all’inquinamento da polveri sottili secondo una ricerca di Nomisma

dalle polveri sottili? «È cresciuto sicuramente in modo esponenziale, considerevole. Gli asmatici stanno peggio, i bronchitici stanno peggio e si registra una numerosa presenza di persone che hanno subito questo danno». Quali sono le accortezze per tutelare la salute dei nostri polmoni e quali accorgimenti ci possono aiutare a limitare i danni delle polveri sottili? «Tra i suggerimenti utili sicura-

mente c’è quello di eliminare o ridurre quanto più possibile la causa che è rappresentata dai fumi dei gas delle automobili, dai fumi dei gas dei riscaldamenti nelle zone urbane. Questo però è un problema arduo da risolvere perché è difficile poter cambiare la qualità di queste emissioni. Dal punto di vista invece personale uno può almeno proteggersi dagli stimoli che provocano ai soggetti dei disturbi respiratori, anche con il

supporto dei farmaci». Come è possibile oggi curare i processi infiammatori a carico del polmone? «Esistono degli antinfiammatori per via inalatoria, per via bronchiale che proteggono o curano quando c’è il sintomo vero e proprio e ci sono dei provvedimenti terapeutici allo scopo». I principali studi condotti in Europa e negli Stati Uniti sulla correlazione fra inquinamento atmosferico e cancro sono concordi nel valutare che alti tassi di polveri sottili comportano sostanziali incrementi dell’incidenza del tumore ai polmoni. Come giudica i risultati di queste indagini? «Questi risultati sono assolutamente veri e per questo motivo vale sempre la pena monitorare e controllare le persone che sono particolarmente esposte. Nei centri urbani gli studi statunitensi da molti anni valutavano a rischio la popolazione di Los Angeles e San Francisco, che ha una grande esposizione al traffico, ma così è anche nelle città d’Europa. Negli anni l’incremento del traffico e dell’uso del riscaldamento ha determinato questo incremento della patologia tumorale. Ma il mondo è sempre stato inquinato lo diceva già una considerazione di Vasari del 1550 che si riferiva al carbone, al fumo delle candele e agli inquinanti che sporcavano gli affreschi».

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ACQUA POTABILE

Una risorsa da proteggere Trasparenza, purezza, rinascita. L’elenco dei cliché che riesce a racchiudere potrebbe continuare all’infinito. Eppure, mentre tutti ne tessono le lodi, l’acqua potabile diventa emergenza. Antonio Balzani ci aiuta a capirne le ragioni Paola Maruzzi

n bicchierino da liquore. Immaginiamo che sia questo il metaforico contenitore con cui misurare la quantità d’acqua potabile a nostra disposizione su di un litro di acqua esistente». Antonio Balzani, della Interstudio Tecnica e Ambiente di Parma, va dritto al sodo. Gli basta poco per spiazzare la più elementare delle domande: da cosa dipende la vita? Materia liquida: il nocciolo della questione è tutto qui. Bisogna, quindi, tornare sui luoghi comuni per scoprire quanto poco siano frequentati dall’opinione pubblica, ipocritamente trincerata dietro la logica degli sprechi. In controtendenza rispetto alla corrente generale, lo staff della Interstudio, composto da chimici, biologi e tecnologi alimentari, lavora per salvaguardare l’ecosistema. Con un’unica strategia: monitorare costantemente. Il pianeta è composto per due terzi da mari e oceani. È possibile, almeno in parte, depurare l’acqua salata per renderla potabile? «Esistono diversi modi per eliminare i sali, ma tutti comportano un enorme dispendio energetico e, per giunta, un uso smodato di risorse petrolifere. Recentemente alcuni Paesi arabi hanno persino tentato di trasportare alcune parti

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di iceberg. Il risultato? Un gran dispendio di soldi e scarsi risultati. La cosa migliore sarebbe preservare ciò che già abbiamo a disposizione». Che legame sussiste tra l’inquinamento e il ciclo dell’acqua? «Gli interventi di regimazione e cementificazione senza limiti stanno impedendo la realizzazione dei cicli di ricarica e depurazione naturale delle falde acquifere. Una delle conseguenze è l’aumento della velocità di scorrimento dei fiumi, che a sua volta provoca da una parte spreco delle risorse idriche, dall’altro danni ambientali. Questi ultimi sono sotto gli occhi di tutti: pensiamo, ad esempio, agli effetti devastanti di un violento temporale. La natura ci ha dato in dono un meccanismo perfetto capace di autoregolarsi. Sta a noi utilizzarlo al meglio, tenendo sempre presente che ogni nostro intervento inevitabilmente altera, spesso in modo irreversibile, equilibri delicati. Quando si parla d’acqua - il bene universale per eccellenza - non ci sono scusanti». Nonostante le campagne di sensibilizzazione, in Italia si continuano a sprecare grosse quantità di acqua potabile. Perché? «In media ogni abitante del pianeta consuma oggi il doppio di acqua rispetto all’inizio del Novecento. Non dovremmo andarne fieri. Per il momento, fingiamo di credere che il problema non ci riguardi. La disponibilità dell’acqua sul pianeta dipende da fattori geografici e climatici: per adesso siamo nella parte fortunata, quella dell’abbondanza. Il nostro stile di vita consumistico è determinato da false credenze, come per esempio quella di preferire prodotti in bottiglia, pagandoli. Eppure, come diceva un vec-


Sprechi ed emergenze

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L’oro blu non è solo una risorsa naturale ma soprattutto sociale ed economica. Ma la logica del profitto immediato ha spesso la meglio sul buon senso

chio maestro, la ruota gira e potremmo ritrovarci a essere il Sud del mondo. Stando ai dati ufficiali, sono novecento milioni le persone che non hanno accesso alla quantità giornaliera minima di acqua, che oscilla dai venti ai trenta litri. Nel 2025 si presume siano due miliardi: un dato senza dubbio allarmante, ma che speriamo incoraggi un po’ di buon senso». Il cosiddetto oro blu segna, dunque, una linea di demarcazione tra il Nord e il Sud del mondo. «Chi governa l’acqua governa anche la gente, ne regola i bisogni, ne definisce le necessità e le priorità. Tuttavia bisogna ricordare che questo bene, così come tutte le risorse energetiche naturali, primo fra tutti il cibo, è ingovernabile. E, infatti, vive di leggi proprie. Nessun uomo è in grado di intervenire sui meccanismi di riscaldamento, evaporazione e condensazione dell’acqua. È per questa sua completa indipendenza dall’uomo che il ciclo idrologico, a mio avviso, conserva un fascino tutto suo. Dunque,

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più che preoccuparsi del controllo locale, bisognerebbe pensare in termini di lungimiranza. Invece si sceglie di cavalcare l’onda dello sfruttamento a breve termine». Cosa dovrebbero fare i governi? «Pianificare, sensibilizzare e non speculare. Dovrebbero semplicemente preoccuparsi di rendere sicura, sanificata e disponibile l’acqua da bere. Certo, è un’impresa non di poco conto. Ma sarebbe già un buon inizio proporre e garantire utilizzi e riutilizzi differenziati per i vari stadi di consumo e contaminazione. Per cominciare, tanto per fare un esempio, basterebbe che le vaschette dei wc utilizzassero, obbligatoriamente, la doppia valvola per il piccolo scarico e per il grande: in questo modo si raggiungerebbe un risparmio idrico rilevante. Ma la logica del profitto immediato, sostenuto da campagne mediatiche di informazione mirata e parziale, hanno la meglio sul buon senso. L’oro blu non è solo una risorsa naturale ma soprattutto sociale ed economica».

In apertura, Antonio Balzani, della Interstudio Tecnica e Ambiente, con sede a Parma interstudio@rsadvnet.it

EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 253


IL COMPARTO AGRICOLO

Agricoltura. Strategie di sviluppo Crescita economica e tutela dell’ambiente devono andare a braccetto. Il comparto agricolo, grazie anche a misure come gli incentivi governativi per le fonti rinnovabili, può trovare le forze per una nuova risalita. L’analisi di Stefano Repetti Ezio Petrillo

onciliare produttività economica e rispetto dell’ambiente. Nonostante la congiuntura sia particolarmente difficile per il mondo agricolo e zootecnico in particolare, esistono concrete possibilità per cogliere opportunità di miglioramento del settore. Questi due aspetti sono legati indissolubilmente. Allo stesso tempo, non possono prescindere, però, da una valutazione puntuale della specifica realtà produttiva. «In questo contesto l’agronomo può diventare un riferimento grazie alla sua capacità di interloquire con tutte le altre figure professionali coinvolte quali veterinari, tecnici impiantisti, biologi, consulenti economici e legali, responsabili degli uffici territoriali». A parlare è Stefano Repetti, agronomo piacentino. Quali sono le problematiche più urgenti che deve affrontare il settore agricolo italiano? «Mai come oggi il settore agricolo nazionale ma anche europeo, in generale, è caratterizzato da un clima di incertezza legato non solo alla congiuntura economica, ma anche al particolare momento del sistema produttivo, che richiede di pensare alla sua sostenibilità in termini non solo economici, ma ambientali. È un processo estremamente delicato che necessariamente comporta la sintesi della valutazione di diversi aspetti per i quali l’imprenditore deve rivolgersi a figure professionali adeguatamente preparate». Quali i comparti più a rischio dell’agricoltura? «Tra i diversi settori, quello delle produzioni zootecniche è sicuramente in una fase delicata nella quale la ricerca dell’ottimizzazione econo-

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254 • DOSSIER • EMILIA ROMAGNA 2010

mica del processo produttivo non può prescindere da un corretto rapporto con le esigenze di tutela dell’ambiente. Si tratta di trasformare un possibile onere in una potenziale opportunità. Negli ultimi decenni abbiamo assistito ad un processo di concentrazione dell’attività zootecnica con una drastica riduzione del numero di aziende». Come è cambiato questo settore, rispetto al passato? «Oggi le strutture zootecniche hanno mediamente dimensioni ben superiori rispetto a vent’anni fa; ciò ha, da una parte, consentito di godere delle ovvie economie di scala e di una migliore valorizzazione delle risorse professionali, ma, dall’altra, ha accentuato l’impatto sull’ambiente dell’attività produttiva riconducibile sostanzialmente a due aspetti: emissioni in atmosfera e gestione degli elementi fertilizzanti presenti negli effluenti di allevamento». Con quali conseguenze? «Le emissioni di gas serra, soprattutto metano e di ammoniaca e di odori, seppur prive di una pericolosità specifica, condizionano l’accettazione a livello territoriale dell’attività zootecnica. Per quanto relativo alla gestione degli elementi fertilizzanti, si tratta di riequilibrare il

Sopra, l’agronomo Stefano Repetti di Piacenza studiorepetti@fastwebnet.it


Innovazioni

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Mai come oggi il settore agricolo nazionale è caratterizzato da un clima di incertezza legato alla congiuntura economica

loro impiego in agricoltura, come chiusura naturale del ciclo di produzione, in funzione del grado di vulnerabilità ambientale del territorio e del fabbisogno delle colture». Cosa andrebbe fatto per migliorare il contesto economico del settore? «Come in tutti i processi produttivi, l’efficienza del sistema non può avere come unico indicatore il bilancio economico, ma, necessariamente, deve considerare anche un risparmio energetico, ov-

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vero la riduzione del deficit tra input e output di energia. Per ciascuna azienda si tratta di trovare la migliore combinazione di management e soluzioni tecnologiche in grado di rispondere alle molteplici esigenze di una attività zootecnica sostenibile. In sintesi, si tratta di ottimizzare l’efficienza della distribuzione degli elementi fertilizzanti contenuti negli effluenti per minimizzare le loro perdite verso le diverse matrici ambientali senza, ovviamente, compromettere la remuneratività del processo produttivo. Oggi, anche grazie alle misure governative volte allo sviluppo della produzione di energia da fonti rinnovabili, è possibile adottare tecniche quali la digestione anaerobica degli effluenti di allevamento con o senza aggiunta di biomasse di origine agricola». Integrare, dunque, il ciclo produttivo con la filiera energetica può rappresentare un interessante valore aggiunto? «Certamente. Il processo di digestione anaerobica sostanzialmente azzera le emissioni di composti odorigeni e di metano, gas con un “effetto serra” circa 21 volte superiore a quello dell’anidride carbonica. La disponibilità di energia a basso costo a livello aziendale, può inoltre consentire l’adozione di tecniche che permettono la produzione di frazioni di effluenti più facilmente de-localizzabili e quindi rendere tecnicamente sostenibile la distribuzione di tali elementi su superfici di terreno maggiori». EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 255


MEDICINA RIABILITATIVA

’importanza delle gravi cerebrolesioni acquisite è legata al fatto che hanno un’incidenza notevole, interessano in modo prevalente giovani e adulti e comportano una complessità di sequele disabilitanti sul versante sensitivo motorio, sul versante cognitivo e una serie di alterazioni del comportamento. «Il problema – sottolinea il professor Nino Basaglia, direttore dell’Unità di medicina riabilitativa del San Giorgio di Ferrara – è che queste tre tipologie di menomazioni si intrecciano molto l’una con l’altra a volte potenziandosi in maniera negativa. Tenendo presenti questi aspetti si ha un grosso impatto emotivo e materiale sul sistema famiglia, sul nucleo sociale che sostiene la persona spesso portando a frequenti profonde modificazioni nello stile di vita dei componenti della famiglia stessa e così diventa una grossa patologia di famiglia. Tutte queste caratteristiche ne danno una peculiarità ed è uno delle condizioni più importanti di emergenza sanitario-organizzativa in tutti i Paesi evoluti». Sono previsti momenti d’incontro tra le famiglie e il team sanitario per affrontare al meglio le disabilità persistenti e le difficoltà di reinserimento familiare, sociale e lavorativo? «In Italia spendiamo una quantità di risorse per l’assistenza e la cura delle fasi più acute, quelle della rianimazione, delle neurochirurgie e di tutte le terapie intensive, però non si da continuità all’assistenza. Noi in Emilia Romagna abbiamo realizzato per la prima volta in Italia questo progetto che ha lo scopo di prendere in

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Un grave problema sanitario e sociale «La nostra grande soddisfazione è che il nostro modello è quello oggi maggiormente utilizzato nel mondo». L’esperienza di Nino Basaglia, direttore dell’Unità di medicina riabilitativa del San Giorgio di Ferrara, da anni struttura leader in Italia Renata Gualtieri

carico il paziente e la loro famiglia e guidarli nel miglior percorso possibile. È un lavoro di squadra ed è nel team che bisogna inserire la persona con grave cerebrolesione e la sua famiglia per poi costruire il percorso riabilitativo. Partiamo da un incontro con la famiglia in cui facciamo visitare la nostra struttura e in quella occasione presentiamo il diario di bordo. Dopo sette giorni, fatte le valutazioni di base organizziamo un nuovo incontro per definire il progetto riabilitativo assieme al team, formato da 5- 6 professionisti che sono i riferimenti principali per quella singola persona e la sua famiglia. Uno degli obiettivi che dobbiamo porci è gestire la risorsa famiglia sin da primi giorni e non farla stancare subito perché poi ne avremo bisogno, assieme al paziente per anni». Da dove nasce l’esigenza del “diario di bordo” e a chi è destinato? «È uno strumento di educazione del paziente, se quest’ultimo può utilizzarlo, o viene dato ai familiari di riferimento che diventano le persone che gestiranno il paziente in caso di condizioni di disabilità importanti. L’abbiamo chiamato diario di bordo perché il paziente e la sua famiglia si apprestano a fare un lungo viaggio con noi che può durare solo un paio di mesi se va bene ma se a volte le condizioni sono importanti può essere anche un anno e anche oltre. Per far questo bisogna condividere una serie di ele-


Nino Basaglia



Una struttura con gruppo esperto nella riabilitazione che approcci il paziente nella sua globalità, badando anche alle problematiche motorie

In apertura il professor Nino Basaglia, direttore dell’Unità di medicina riabilitativa del San Giorgio di Ferrara; sotto, l’esterno del San Giorgio di Ferrara; in alto, il personale medico con un paziente



menti compreso il glossario, con alcuni termini che spesso diamo per scontati, e delle pagine bianche dove prendere appunti quando si fanno le riunioni con il team di professionisti». Il Dipartimento di riabilitazione San Giorgio è divenuto uno dei punti di riferimento a livello nazionale. Come contribuisce a sviluppare e diffondere la cultura nell’ambito della riabilitazione italiana? «Il nostro dipartimento di riabilitazione ha una storia lunga, ha più di trentasei anni di esperienza specifica sull’assistenza di malati cerebrolesi ed è impegnato a vari livelli nel diffondere la cultura e ciò lo dimostrano anche le numerose pubblicazioni. Oltre a questo da moltissimi anni giriamo l’Italia per tenere corsi di formazione per professionisti, medici, infermieri, logopedisti, fisioterapisti e favorire l’assistenza dei pazienti. Io stesso in passato ho lavorato per molto tempo a livello ministeriale per predisporre degli strumenti organizzativi sulla riabilitazione. Basti ricordare le linee guida organizzative sulla riabilitazione del ’98, scritte proprio da noi. C’è un impegno anche di consulenze che stiamo avendo in varie regioni di Italia sul versante organizzativo e in Emilia Romagna siamo da molti anni i referenti per l’organizzazione della riabilitazione. Il successo da cui abbiamo tratto grandissima soddisfazione è che questo modello che noi abbiamo presentato negli anni 80, in Italia agli inizi degli anni 90, è quello che adesso è maggiormente utilizzato nel mondo. Anche le ultime linee guide nei college inglesi o del sistema sanitario nazionale scozzese riportano le cose che noi da anni predichiamo e non nel deserto». L’ictus rappresenta una delle più importanti problematiche sanitarie. Qual è il modello assistenziale dedicato al paziente con ic-  EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 265


MEDICINA RIABILITATIVA



È nel team che bisogna inserire la persona con grave cerebrolesione e la sua famiglia per poi costruire il percorso riabilitativo



 tus per poter migliorare la prognosi, e ri- menti innovativi come le termolisi per via arte-

Sopra, i familiari dei pazienti affetti da gravi cerebrolesioni all’interno del centro di riabilitazione del San Giorgio

durre la mortalità e la disabilità dopo l’evento? «L’ictus è una causa delle cerebrolesioni, ma non delle gravi che sono contraddistinte da un periodo di coma. Però lo stroke è certamente la causa più frequente di mortalità e disabilità dell’adulto anziano. Oramai è talmente chiaro, noto c’è evidenza scientifica importante che un adeguato modello assistenziale riduce notevolmente la mortalità e riduce l’entità della disabilità. Anche sullo stroke abbiamo nel nostro sito un diario di bordo specifico che ha le stesse identiche caratteristiche perché il modo di lavorare in team, in gruppo, la famiglia, non cambia, resta esattamente uguale». Cosa prevede dunque nel dettaglio questo modello assistenziale? «Il modello assistenziale è tutto sommato abbastanza semplice. Innanzitutto dovrebbe garantire la continuità assistenziale del paziente e ovviamente nelle fase critica, intervenire il più precocemente possibile per ridurre l’entità del danno celebrale al limite utilizzando anche stru-

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riosa e le trombolisi per via venosa che servono per ridurre l’entità del danno celebrale perché minore è il danno celebrale maggiori sono le possibilità di recupero. Dopo di che si passa la presa in carico assistenziale immediata dal punto di vista infermieristico e logopedico e dunque riabilitativa presso una struttura esperta, solo però dopo sette o dieci giorni dallo stroke, perché i primi giorni il paziente rimane ricoverato nei reparti di neurologia, neurochirurgia, ecc. Essere preso in carico da una struttura riabilitativa, significa affidarsi a un gruppo esperto nella riabilitazione della stroke che approcci il paziente nella sua globalità, badando alle problematiche motorie, i disturbi disfalgici,ecc. e fare una valutazione dei disturbi cognitivi, con grande attenzione ai disturbi del linguaggio, che sono quasi sempre presenti in queste tipologie di pazienti. Bisogna ovviamente anche garantire un’adeguata riconsegna del paziente alla propria vita e, se rimangono disabilità significative, effettuare un’adeguata manutenzione nel lungo termine delle disabilità residue».


TECNOLOGIE PER LA SANITÀ

Per una rete sanitaria integrata La conoscenza approfondita delle tecnologie permette di dare risposte orientate all’economicità di gestione e all’efficienza. Un’esigenza sempre più sentita, soprattutto in ambito sanitario. L’esperienza di Domenico Gualtieri Ezio Petrillo

idelizzazione dei collaboratori, immagine consolidata sul mercato, elevato dinamismo. «L’insieme di queste caratteristiche ci ha permesso di attraversare anche l’attuale crisi, registrando una crescita sia in termini di dimensioni che di mercato». A parlare è Domenico Gualtieri dell’azienda Finmatica di Bologna, che ci svela l’importanza dell’automazione nell’era contemporanea, specie in un settore chiave, come quello sanitario, consentendo, così, di eliminare totalmente il materiale cartaceo. Chi sono i fruitori dei vostri servizi? «Lavoriamo prevalentemente per la Pubblica Amministrazione e per il mercato della sanità, pubblica e privata. Abbiamo recentemente vinto gare per la realizzazione dei sistemi informativi amministrativi della Regione Marche e della Regione Calabria. Tra gli oltre trecento Comuni clienti annoveriamo Genova, Rivoli, Bologna. Tra le trentatre provincie cito Bologna, Modena, Torino, Reggio Emilia, Milano e Brescia. Nella sanità abbiamo realizzato importanti progetti con l’Azienda Ospedaliera Universitaria Policlinico S. Orsola-Malpighi di Bologna, l’Azienda Ospedaliera Carlo Poma di Mantova, l’Azienda Sanitaria di Reggio Emilia, l’Azienda Ospedaliera Cannizzaro di Catania».

F A destra, Domenico Gualtieri della Finmatica Spa d.gualtieri@ads.it

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Come si sviluppa un nuovo sistema? «La conoscenza approfondita delle tecnologie permette di dare risposte sempre orientate all’economicità di gestione e all’efficienza nel raggiungere gli obiettivi. Nel processo di realizzazione dei nuovi prodotti, i clienti rivestono un ruolo fondamentale e sono gli ispiratori dell’ergonomia delle funzioni e della necessità che i nuovi sistemi introducano innovazione in modo continuo e non traumatico. Nello sviluppo d e i nuovi sistemi informativi è importante suscitare la piena consapevolezza della necessità del focus sui processi, a livello di strategia, di organizzazione e di mansione senza stacchi di continuità». Quali sono le principali soluzioni informatiche che vengono adottate per la sanità e quali vantaggi possono comportare? «Le organizzazioni sanitarie, abbandonata la logica dei compiti e delle mansioni, si sono orientate alla razionalizzazione e semplificazione dei processi per migliorare costantemente la qualità dei servizi alla persona e stabilire un equilibrio sostenibile tra risorse


Automazione

messe a disposizione e utilizzate. Nell’era della “salute in rete”, le tecnologie informatiche agevolano l’integrazione informativa tra tutti gli attori, superando difficoltà dovute alla disomogeneità e alla distanze». E come si realizzano questi obiettivi? «Con applicazioni software orientate ai processi che pongono il cittadino al centro dell'attenzione e disegnano l’organizzazione sanitaria sul percorso che questi compie all'interno e all'esterno della struttura, al fine di costruire una base dati di conoscenza condivisa. Le informazioni così raccolte, integrate e distribuite

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Realizziamo applicazioni software orientate ai processi che pongono il cittadino al centro dell'attenzione e disegnano l’organizzazione sanitaria

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supportano la continuità dell’assistenza, la collaborazione tra le persone e il monitoraggio in una rete sanitaria integrata. Realizziamo, in sostanza, l’azienda sanitaria senza carta. Ogni documento, prodotto internamente o pervenuto dall’esterno, è archiviato elettronicamente in un repository documentale; il sistema fa circolare le informazioni elettronicamente, lo smistamento automatico dei documenti segue il flusso del processo; lo strumento di monitoraggio dei processi istanziati favorisce il miglioramento dell'efficienza». Nella produzione di software quanto bisogna puntare su ricerca e creatività? «Investiamo nella ricerca in media ogni anno il 10% del fatturato. Il mercato dell’IT è fortemente dinamico e comporta sfide sempre più difficili, ma anche stimolanti; le nuove opportunità si colgono grazie anche alla creatività di chi utilizza appieno le tecnologie disponibili per realizzare soluzioni d’avanguardia».

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DossER092010  

FONDI PUBBLICI..................................58 Morena Diazzi Ugo Ruffolo Giovanni Giorgini POLITICA ECONOMICA .....................24 Ra...