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OSSIER CAMPANIA L’INTERVENTO..........................................11 Ferruccio Dardanello Paolo Graziano Giancarlo Laurini

PRIMO PIANO IN COPERTINA.......................................16 Giorgio Fiore POLITICA ECONOMICA .....................20 Bruno Cesario Tommaso De Simone Maurizio Maddaloni Stefano Caldoro Antonio Gentile ESTERI.....................................................34 Franco Frattini Enrico La Loggia

OCCUPAZIONE .....................................62 Adriano Giannola Severino Nappi Lina Lucci

AMBIENTE ED ENERGIA

FOCUS AVELLINO ...............................70 Costantino Capone Sabino Basso Marco Pugliese

POLITICHE ENERGETICHE ............126 Giulio Volpi Marcella Pavan Stefano Saglia Alessandro Clerici Walter Righini Giovanni Lelli Massimo Pugliese Carlo Portofranco

IMPRENDITORI DELL’ANNO ...........78 Biagio Liccardo Michele Liguori Giuseppe de Martino Giuseppe Martinelli Mario e Sonia Cerase Elena Artese, Enrico e Danilo De Giovanni Gian Paolo Capaldo Giuseppe Sampietro Giancarlo Molinario Aniello Fattoruso

MEDITERRANEO..................................42 Enzo Scotti Giancarlo Elia Valori Paolo Magri

RISCHI FINANZIARI ..........................104 Margherita Ricciardi

ECONOMIA E FINANZA

IL COMPARTO FARMACEUTICO....108 Salvatore Cincotti

FONDI COMUNITARI ..........................48 Raffaele Fitto STRATEGIE PER LO SVILUPPO.....50 Bruno Scuotto Federico Frattasi QUOTE ROSA ........................................56 Mara Carfagna Lella Golfo

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CONCILIAZIONE .................................106 Gaetano Cerino

IL COMPARTO AGRICOLO...............112 Massimo Di Vincenzo ENOLOGIA .............................................114 Antonio Capaldo OPPORTUNITÀ DI SVILUPPO PER I COMUNI......................................116 Gerardo Alfano

MOBILITÀ SOSTENIBILE ................122 Stefania Prestigiacomo

MONITORAGGIO AMBIENTALE....150 Giovanni La Barbera GESTIONE DEI RIFIUTI ....................152 Giovanni Romano Sergio D’Alessio


Sommario TERRITORIO APPALTI ................................................159 Aurelio Misiti Sergio Santoro Edoardo Cosenza Nunziante Coraggio EDILIZIA.................................................174 Luciano Polito Marino Tartaglia Angelo D’Agostino Roberto Sampietro Antonio Costantino Salvatore Telese Bruno Sansone Angelo Antonio Vega

PROGETTAZIONE ..............................190 Francesca Frendo LOGISTICA E TRASPORTI ..............192 Enrico Lo Conte SISTEMA PORTUALE.......................194 Sergio Vetrella Luciano Dassatti Andrea Annunziata Giovanni La Mura NAUTICA ..............................................204 Anton Francesco Albertoni Luigi Cesaro Bruno Caiazzo Curzio Buonaiuto Giuseppe Dalla Vecchia

GIUSTIZIA LEGALITÀ..............................................214 Amedeo Laboccetta Giuseppe Caruso Giacomo Di Gennaro EVASIONE FISCALE ........................224 Victor Uckmar Carlo Federico Grosso

SANITÀ TOSSICODIPENDENZE ..................230 Giovanni Serpelloni DIAGNOSTICA....................................234 Antimo Cesaro ORTOPEDIA ........................................238 Alfonso Schiavone Virgilio Barletta

RUBRICHE TRA PARENTESI ...............................244 Antonio Catricalà IL COMMENTO...................................246 Raffaele Guariniello

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L’INTERVENTO

Custodi della legalità di Giancarlo Laurini Presidente del Consiglio nazionale del Notariato

nche se esercitano in regime di libera professione i notai sono titolari di pubblica funzione e, in quanto tali, sono i primi custodi della legalità, almeno per quanto attiene le transazioni tra privati. Va sottolineato, prima di tutto, che la funzione pubblica ci viene delegata dallo Stato e, in quanto tale, come notai non ne disponiamo né possiamo ovviamente stabilire dove e in che termini sia necessaria. Detto ciò, i modi di esercizio della professione possono certo essere modificati. Per quanto riguarda l’organizzazione del territorio, ad esempio, si può pensare all’accorpamento di alcuni distretti troppo piccoli per

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garantire una maggiore possibilità di scelta per il cittadino. Come sta avvenendo per gli avvocati, andrebbero anche ripristinate, a mio avviso, le tariffe inderogabili. E questo come garanzia non per il notaio, ma per il cittadino, che deve sapere quando costa un servizio a Napoli come a Milano. Non c’è dubbio che semplificare le procedure, disboscando la selva enorme di leggi e regolamenti esistenti, sia necessario. In ogni riforma, però, bisogna sempre avere presente il rapporto costi-benefici. Un intervento i cui effetti negativi sono superiori ai benefici che ne ricava il cittadino non va attuato perchè non è un miglioramento, ma un vulnus al sistema. Il notaio di fronte a un trasferimento immobiliare è tenuto a verificare ogni dettaglio, controllando la legalità dell’operazione dall’impostazione generale fino alla minima clausola. Nel sistema anglosassone, invece, l’intermediario può anche fornire informazioni approssimative, se non false, col solo fine di aumentare le vendite. La cessione delle quote Srl, ad esempio, che permette di andare dal commercialista anziché dal notaio, con certe complicazioni informatiche, pagando le stesse somme, ma senza la garanzia assoluta della legittimità dell’atto che il notaio per vocazione e compito deve assicurare, è davvero una semplificazione? Ecco le domande che bisogna farsi. CAMPANIA 2011 • DOSSIER • 11


L’INTERVENTO

Le politiche di rilancio dell’economia partenopea di Paolo Graziano Presidente dell’Unione Industriali di Napoli

l rilancio di Napoli deve partire da una crescita civile e sociale, prima ancora che economica. La sfida è difficile, ma sicuramente è alla nostra portata se riusciremo ad aggregare intorno a un forte progetto di sviluppo le forze migliori della città, dal mondo dell’impresa fino a quello delle istituzioni. Il nostro progetto punta a far sì che Napoli e il Sud diventino un territorio più vivibile per la cittadinanza, più competitivo per le imprese che vi operano. L’economia dell’area metropolitana di Napoli, con i suoi tre milioni di abitanti, non può non avere una forte ossatura industriale da coniugare con il turismo, la cultura e i servizi. Vogliamo realizzare nuovi cluster, individuare le filiere strategiche, attrarre capitali e nuove aziende, radicare lo strumento del contratto di rete. Tra le priorità figurano innanzitutto la rete ferroviaria e la banda larga, asset strategici su cui investire e impegnarsi per assicurare precondizioni ineludibili per lo sviluppo, previste d’altronde dallo stesso Piano per il Sud delineato dal governo. Occorre selezionare degli obiettivi, nella consapevolezza che le risorse sono limitate e vanno pertanto utilizzate su interventi atti a ridurre strutturalmente il divario territoriale. Proporremo un piano per rendere il nostro territorio capace di attrarre nuovi investimenti e generare occupazione sana, duratura ed emersa. Gli investimenti, tuttavia, si fanno lì dove vi sono condizioni favorevoli. Per questo lavoreremo a un piano finalizzato a ridurre le carenze infrastrutturali

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così come quelle della formazione, della ricerca, della sicurezza, dell’accesso al credito per le pmi, della gestione delle aree industriali. Affrancato dai nodi strutturali e dai vincoli esterni che richiedono risposte istituzionali, il potenziale imprenditoriale di cui disponiamo saprà esprimere il meglio di sé, ridando linfa all’occupazione e dimostrando che Napoli può finalmente essere parte della storia nazionale come esempio virtuoso di crescita e di sviluppo e non come il territorio delle mille emergenze. La nostra Associazione dovrà essere dinamica e operativa nel campo dei servizi. Vogliamo puntare sull’economia della conoscenza, della creatività, delle competenze, rendendo tendenzialmente pari a zero il tempo di trasferimento del sapere dal luogo in cui esso si forma (università, centri di ricerca, centri di competenza) al luogo in cui esso viene applicato alla produzione creando valore aggiunto. È su questo decisivo passaggio che oggi si gioca gran parte della concorrenza internazionale tra aziende e prodotti. Infine, siamo e saremo sempre di più in prima fila nel rivendicare la lotta all’illegalità, all’abusivismo e alla criminalità pretendendo risultati tangibili. La sicurezza e la legalità rappresentano i principali fattori di attrattività. Inutile discutere se il territorio non è saldamente nelle mani dello Stato. Per dare una prospettiva alle nostre aree coniugheremo con decisione una politica di repressione dell’illegalità, di prevenzione del crimine e di rilancio degli investimenti perchè il benessere sociale sconfigge il malaffare. CAMPANIA 2011 • DOSSIER • 13


VAGH IN COPERTINA LINDABS

RECUPERARE LA CENTRALITÀ DELLA POLITICA INDUSTRIALE Giorgio Fiore, presidente di Confindustria Campania, indica le linee guida del nuovo modello di sviluppo regionale: «Siamo nel pieno della più grande crisi di tutti i tempi, è necessario porre la vertenza Campania sul piano nazionale. Ma c’è anche un Mezzogiorno in cui si consolidano germogli di vitalità, come dimostra l’aumento dei contratti di rete» Riccardo Casini

na regione con sempre meno occupati e più emigrati (33.800 nel 2009, un terzo dell’intero Mezzogiorno), e con una popolazione residente sempre più anziana e povera (16.372 euro il Pil pro capite, il dato più basso del Sud). La fotografia dell’ultimo rapporto Svimez sull’economia del Mezzogiorno sembra non lasciare scampo alla Campania, intrappolata in una recessione che potrebbe sfociare, si legge, in uno «tsunami demografico». Dall’altra parte le poche note positive, secondo Bankitalia, vengono dall’export: lo scorso anno il valore a prezzi correnti dei prodotti manifatturieri esportati dalla Campania, dopo il calo del 16,1% nel 2009, è aumentato del 12,8%. Ciononostante il Pil regionale è diminuito dello 0,6%, a fronte di una crescita (+1,3%) registrata a livello nazionale.

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Dati che ovviamente non possono lasciare indifferente Giorgio Fiore, presidente di Confindustria Campania, secondo cui «oggi siamo nel pieno della più grande crisi di tutti i tempi». E il peggio deve forse ancora arrivare, viste le previsioni di «un’incombente stagnazione economica». Come evitarla? «Occorre ora più che mai – spiega – fare delle scelte, adottando una strategia di politica economica tesa allo sviluppo e alle riforme. La giunta di Confindustria

ha deciso di porre all’attenzione del governo quattro grandi temi, a livello nazionale si parla di taglio della pressione fiscale, taglio della spesa pubblica, liberalizzazioni e semplificazione. A livello regionale, invece, occorre certamente intervenire su fondi europei, fondi Fas, contratti di programma, pagamenti dei debiti della pubblica amministrazione verso le imprese e investimenti privati da favorire attraverso strumenti come il project financing». Uno dei principali campanelli d’allarme in regione riguarda il tasso di occupazione, sceso per la prima volta al di sotto del 40%. Come intervenire? Come arginare il flusso migratorio verso il Centro-Nord, in particolare di laureati, denunciato dal rapporto Svimez? «Il tasso di disoccupazione giovanile nella nostra regione, così come il


Giorgio Fiore

continuo flusso migratorio dei nostri migliori cervelli al Nord, potrà essere arginato solo se i nostri giovani laureati saranno accompagnati da idonei strumenti in grado di guidarli nella transizione, sempre più lunga e difficile, che va dalla fine degli studi all’ingresso nel mercato del lavoro. Tra tali strumenti, che possiamo inserire nella categoria della “formazione sostenibile”, possiamo certamente annoverare l’apprendistato professionalizzante, che può essere ancora migliorato e perfezionato, anche rispetto agli ultimi interventi legislativi». Secondo il rapporto Svimez, la vostra è una tra le aree con la maggiore ricchezza geotermica. Ciononostante, non vi sono impianti di questo tipo in regione. Può trattarsi di una via da seguire per il rilancio dell’economia? «Mi trovo sostanzialmente d’accordo

con chi predica l’utilizzo delle energie rinnovabili nella nostra regione e nel Mezzogiorno. Basta che il tema non venga troppo enfatizzato, finendo per diventare il “cavallo di Troia” di molti manifesti per il rilancio dell’economia meridionale». La stima di Bankitalia riguardante un timido incremento del Pil regionale nel 2011 (+0,1%) è attendibile? «Pur rimanendo molto prudente nel commentare dati riferiti a grandezze non così rilevanti, mi fa piacere sottolineare che l’ultimo “Check up Mezzogiorno” a cura dell’Area Mezzogiorno di Confindustria e di Srm ha rilevato che, a fronte di un Sud che non mostra ancora segnali di uscita dalla morsa della crisi, “zavorrato” com’è da deficit strutturali che non accennano a migliorare, da una persistente fragilità economica e patrimoniale del suo apparato pro-

duttivo e da evidenti difficoltà a rispettare il cronogramma di spesa dei sostegni messi a disposizione dall’Europa, c’è anche un Mezzogiorno in cui si consolidano i germogli di vitalità che pur tra tante difficoltà stanno affiorando nella sua struttura produttiva. Germogli testimoniati anche dal rafforzamento degli atteggiamenti cooperativi, dimostrato dall’aumento della quota di imprese manifatturiere che ha fatto ricorso al nuovo strumento del contratto di rete, passata dal 4,8% del 2009 al 6,7% nel 2010». Una delle poche note liete del rapporto Bankitalia viene dall’export, lo scorso anno in netto incremento rispetto al 2009. Quali sono stati i settori trainanti? Come dare seguito a questo trend? «L’agroalimentare e la moda costituiscono negli ultimi anni certamente i settori trainanti dell’export made in  CAMPANIA 2011 • DOSSIER • 17


VAGH IN COPERTINA LINDABS

 Campania. Gli interventi necessari per dare seguito a questo trend sono principalmente subordinati alla costituzione di consorzi export che aiutino le pmi, altrimenti incapaci da sole di occuparsi di esportazioni, ad affrontare i mercati stranieri. Anche il contratto di rete può risultare, in tal senso, uno strumento adatto a mettere insieme le competenze e le risorse delle pmi coinvolte in vista di un comune obiettivo di internazionalizzazione». A proposito di infrastrutture, molti fondi europei del programma 2007-2013 rischiano di andare persi per ritardi nell’attuazione dei relativi interventi. E c’è anche il rischio che nella programmazione successiva l’Europa non stanzi più fondi per le regioni inadempienti. Come rimediare entro fine anno? Come riacquistare credibilità in questo senso? «Il modo più virtuoso per l’impiego dei fondi europei consiste nel dare rapido seguito ai grandi progetti già approvati dalla Commissione europea, molti dei quali riguardano proprio infrastrutture materiali. In particolare, è necessario far partire subito i lavori per gli interventi già progettati e cantierabili e procedere speditamente alla fase di progettazione per gli interventi che ne fossero ancora privi. Un’azione strategica finalizzata all’adozione di un modello di sviluppo economico produttivo che deve caratterizzare la Campania per il prossimo decennio non può che essere fondata sul recupero della centralità della politica industriale». Quali dovranno essere le linee 18 • DOSSIER • CAMPANIA 2011



L’agroalimentare e la moda costituiscono negli ultimi anni i settori trainanti dell’export

guida di questo modello? «Confindustria Campania, il coordinamento regionale delle pmi e della cooperazione e le organizzazioni sindacali hanno recentemente deciso di fare fronte comune sulla strategia di sviluppo da sottoporre al governo regionale, che vede come obiettivo principale la salvaguardia del capitale umano e del patrimonio industriale esistente attraverso la creazione delle condizioni favorevoli a nuovi investimenti, l’attivazione di politiche ambientali volte a incrementare la competitività del



territorio e l’attenzione al welfare sociale e alle politiche scolastiche, distinguendo interventi con ricadute nel breve e nel lungo termine. Tra i primi citiamo una cabina di regia per le politiche di sviluppo e le crisi industriali, oltre a pagamento dei crediti verso le imprese, i fondi Ue, contratti di programma e credito d’imposta regionale. Gli interventi a lungo termine che invece auspichiamo sono monitoraggio della spesa, riforme, infrastrutture e integrazione degli strumenti per lo sviluppo».


POLITICA ECONOMICA

Infrastrutture e innovazione, la strada per la crescita Secondo Bruno Cesario, sottosegretario al Ministero dell’Economia, la «precondizione per lo sviluppo» è data dal riaffermarsi del principio della legalità. «Ma bisogna anche saper spendere bene le risorse pubbliche». E sul condono: «Non credo che alla fine si farà» Riccardo Casini

entre nel governo prosegue il dibattito tra chi vorrebbe mettere in campo risorse per lo sviluppo e chi vede la necessità di riforme «a costo zero», gli ultimi rapporti (Svimez su tutti) fotografano un Mezzogiorno ancora in ginocchio, con una recessione economica che si accompagna a nuovi allarmi demografici. Bruno Cesario, deputato del gruppo Popolo e territorio e da qualche mese sottosegretario al Ministero dell’Economia, è innanzitutto campano, motivo per cui non può non condividere le preoccupazioni sullo stato di salute della sua regione. E da profondo conoscitore di quella realtà, non ha esitazioni quando gli si chiede di cosa necessita oggi per ripartire. «Innanzitutto – spiega – occorre reintrodurre un principio che costituisce una precondizione per lo sviluppo: il principio della legalità. Ma per fare in modo che la legalità si possa affermare occorre anche saper iniettare risorse nel sistema produttivo. La situazione generale dei conti pubblici è nota, ma sulle ri-

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sorse finanziarie disponibili non si possono più accettare ritardi. E poi bisogna anche saper spendere bene le risorse pubbliche». Come i fondi europei. «A due anni dal termine il programma 2007-2013 ha delle percentuali di avanzamento ridicole se confrontate con la domanda di servizi di cittadini e imprese: stando ai dati del ministero, per il fondo Fesr

gli impegni sono inferiori al 30% e i pagamenti al 10%, mentre per il fondo Fse impegni e pagamenti sono pari addirittura al 2%. In verità anche molte altre regioni del Centro e del Nord sono in forte ritardo, ma in un territorio come la Campania, con la disoccupazione giovanile che sfiora il 30%, si tratta di un lusso che non ci possiamo permettere. Tuttavia, anche su que-


Bruno Cesario

Bruno Cesario, sottosegretario al Ministero dell’Economia

sto fronte dei segnali positivi ci sono: sulla base dei dati Istat di settembre, in Campania si registra per la prima volta dal 2005 un saldo positivo dell’occupazione, con una crescita di 30mila unità. I movimenti in ingresso nel mercato del lavoro sono in attivo di 55mila unità, l’occupazione giovanile è in crescita di 25mila, le donne che lavorano sono aumentate di 15.500 unità, i contratti di apprendistato crescono del 50%». Altri danni sono arrivati però dalla questione rifiuti, con l’Europa che torna a minacciare sanzioni. «A causa di questa nota vicenda la regione ha perso di credibilità, e oggi occorre riconquistarla proprio

nel settore dei rifiuti, dimostrando al mondo intero che si è voltato pagina definitivamente. La raccolta differenziata e il ciclo integrato dei rifiuti rappresentano le chiavi di volta del nuovo approccio da seguire. Sono sicuro che anche i cittadini napoletani, se correttamente indirizzati, sapranno svolgere il loro dovere: non ci dimentichiamo che il comune di Portici, a pochissimi chilometri da Napoli, nonostante la sua fortissima densità abitativa ha delle percentuali di raccolta differenziata superiori a quelle dei comuni più virtuosi del Nord Italia». A quel punto anche il turismo potrebbe riacquistare slancio. «In questo senso tutto il patrimonio culturale della nostra terra deve es-

sere valorizzato in un’ottica imprenditoriale, anche per riqualificare le aree degradate. La Campania continua nonostante tutto a essere un punto di riferimento del turismo italiano, ma occorre, come detto, riacquistare credibilità e quote di mercato. Importante infine, per un rilancio definitivo dell’economia, sarà non ripetere gli errori del passato e concentrare la strategia della programmazione e delle risorse su pochi obiettivi prioritari: infrastrutture e beni pubblici, ricerca e innovazione, istruzione e competenze». Intanto, mentre diversi Comuni campani hanno aderito al protocollo d’intesa con l’Agenzia delle Entrate per il contrasto dell’evasione fiscale, si torna a parlare di  CAMPANIA 2011 • DOSSIER • 21


VAGH LINDABS POLITICA ECONOMICA



Tutto il patrimonio culturale della regione deve essere valorizzato in un’ottica imprenditoriale



 condono. È un’ipotesi praticabile

in questa fase? Come giudica finora la risposta degli enti locali al provvedimento contenuto nell’ultima manovra economica? «Il condono è un’ipotesi al vaglio in questi giorni ma non credo che alla fine si farà. Gli enti locali hanno subìto una significativa contrazione delle risorse a causa delle esigenze di bilancio nazionali ma non sono esenti da responsabilità: per troppi anni si è fatto un uso disinvolto delle risorse pubbliche e ora se ne pagano le conseguenze. A oggi, tra l’altro, i Comuni che hanno aderito al protocollo d’intesa con l’Agenzia delle Entrate per la lotta all’evasione sono ancora pochi. Ma sono sicuro che nei prossimi mesi aumenteranno». Qual è invece l’impegno del governo e del Ministero dell’Economia in favore del Mezzogiorno? Cosa è possibile fare con le risorse a disposizione? Quali dovrebbero essere a suo avviso le priorità da seguire? «Le priorità sono quelle indicate nel Piano per il Sud: infrastrutture e beni pubblici, ricerca e innovazione, istruzione e competenze. Tra le grandi opere strategiche nazionali prescelte dal governo per essere finanziate con il Piano, occorre sicu-

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ramente ricordare il collegamento ferroviario Napoli-Bari». Nel 2009 secondo l’Istat la Campania era la regione del Mezzogiorno con il Pil più elevato. Quale dovrà essere ora il suo ruolo nella ripresa dell’economia del Sud e del Paese in generale? Quali settori produttivi presentano ancora i più ampi margini di sviluppo? «La nostra è una grande regione con una grande tradizione produttiva. Occorre rilanciare i settori tradizionali con una prospettiva che è quella dell’economia del terzo millennio: penso all’agroalimentare,

alla pesca, all’industria aeronautica, alla cantieristica, alle eccellenze nell’enogastronomia, alla lavorazione del corallo, alla ricettività e al turismo, per arrivare alle energie alternative. Per fortuna non partiamo da zero, abbiamo punte di eccellenza in tutti questi settori anche se ci sono delle sacche di arretratezza. Ma abbiamo anche molte università e molti giovani qualificati. La Campania è sempre uscita a testa alta nei momenti di difficoltà, saprà farlo anche questa volta se ognuno saprà svolgere il proprio ruolo. Da parte mia garantirò, come sempre, il massimo impegno».


Xxxxxxx Xxxxxxxxxxx Tommaso De Simone

Pmi, il nodo da sciogliere è l’accesso al credito Per il presidente di Unioncamere Tommaso De Simone «le difficoltà frapposte dalle banche possono alimentare l’usura». Soprattutto in un sistema costituito per due terzi da ditte individuali Riccardo Casini Tommaso De Simone, presidente di Unioncamere Campania

n marcato dualismo produttivo, con un tessuto imprenditoriale in grado di esprimere importanti forme di competitività sui mercati internazionali attraverso localizzazioni a elevata capacità di innovazione, ma per lo più caratterizzato dalla presenza di circa 300mila imprese costituite sotto forma di ditta individuale. È anche questo il quadro delineato dall’Osservatorio economico di Unioncamere Campania, secondo cui nel 2010 le imprese attive della regione erano oltre 474mila, con una riduzione dello 0,4% rispetto al 2009 e una crescita, in termini di numerosità e incidenza, delle società di capitali (+2,8%). Secondo Tommaso De Simone, presidente di Unioncamere Campania, «nel primo semestre dell’anno in corso il trend negativo si è confermato con un calo dello

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0,5%. Si tratta in particolare di imprese individuali che hanno cessato la loro attività, mentre per quel che concerne le società di capitali si registra un incremento dell’1,6%: nel primo caso siamo di fronte a una ristrutturazione del sistema produttivo con la scomparsa delle piccole imprese, cui è venuto meno il loro naturale sbocco, ovvero l’economia locale. Cresce poi la realtà formata da società di capitali perché rappresenta la risposta più concreta e funzionale alle esigenze imposte dal mercato». Quasi i due terzi delle imprese in regione però sono ditte individuali. Come aiutarle in questa fase particolarmente critica per loro? «Le piccole e medie imprese sono la struttura portante dell’economia regionale. Perché possano continuare a esserlo, è indispensabile che si sciolga uno dei nodi fondamentali: l’accesso

al credito. Molte volte, troppe volte, 5mila o 10mila euro rappresentano lo spartiacque tra la sopravvivenza o la morte della microimpresa, che produce in maniera ragguardevole lavoro e ricchezza in comparti di nicchia e di eccellenza, cui si deve tanta parte del successo del “made in Campania”. Sono somme modeste nella loro consistenza ma essenziali, vitali per tanti operatori. Tra l’altro, una così insormontabile difficoltà frapposta dalle banche contribuisce ad alimentare il brodo di coltura per un crimine odiosissimo come l’usura. Noi dobbiamo impedire tutto ciò. Un’attività deve chiudere solo per incompetenza, per incapacità a occupare la scena produttiva; insomma per ragioni, più in generale, naturalmente legate alle leggi dell’economia». Quali misure occorrono?  CAMPANIA 2011 • DOSSIER • 23


VAGH LINDABS POLITICA ECONOMICA



Occorre intervenire sulle infrastrutture e sull’offerta alberghiera



 «Penso a misure che facilitino l’ero- che nel loro genere, che il mondo ci spensabile che anche il sistema forgazione del credito. La Camera di Commercio di Caserta, come le altre camere campane, ha istituito dei fondi da erogare attraverso i confidi: è una strada che, dati alla mano, si sta rivelando utile e funzionale. Bisogna insistere su questo percorso». Occupazione in calo, Pil pro capite sempre inferiore e consumi interni in conseguente diminuzione. Come invertire il circolo vizioso? Quale aiuto potrebbe venire dal turismo, se adeguatamente incentivato? «Il turismo è un elemento strategico di un’economia in generale e di quella campana in particolare. Dire Capri o Pompei o la Reggia vanvitelliana significa identificare il nostro territorio con autentiche perle della cultura, dell’archeologia e della storia e con bellezze naturali, oggettivamente uni24 • DOSSIER • CAMPANIA 2011

invidia. Ma la Campania è anche altro: dalle coste alle aree interne non c’è lembo della nostra regione che non si proponga col suo bagaglio di ricchezze naturali, storiche, ambientali e culturali. Il solo possederle, tuttavia, non basta a innescare un turismo capace di rappresentare un autentico e concreto volano per l’economia: soprattutto per le aree lontane dalla costa, il turista è ancora occasionale e si ispira al principio del “mordi e fuggi”». Come trattenerlo? «Occorre intervenire su carenze storiche come l’infrastrutturazione. Ma anche sull’offerta alberghiera, che deve puntare sul consumatore medio con promozioni autenticamente competitive, nel rispetto ovviamente di standard qualitativi degni di un paese civile. Si rende peraltro indi-

mativo si innovi, in modo da proporre giovani professionisti del settore con competenze e professionalità adeguate». Quale dev’essere invece in questo momento l’impegno del sistema camerale? Quali sono i progetti di Unioncamere Campania a sostegno del tessuto produttivo regionale? «Internazionalizzazione, qualificazione per gli imprenditori e sviluppo dell’innovazione attraverso i distretti e le reti di impresa sono alcuni degli strumenti indispensabili per una strategia di rilancio. Non va peraltro trascurata l’esigenza di individuare sistemi di sostegno economico alle imprese che si affidino a standard di qualità; più in generale, vanno adottate forme di partecipazione alla nuova programmazione territoriale».


POLITICA ECONOMICA

Più programmazione contro la crisi Maurizio Maddaloni, presidente della Camera di Commercio di Napoli e di Confcommercio Campania, commenta il quadro economico della regione e del capoluogo. E dice: «Senza coordinamento tra tutti i player istituzionali non si va da nessuna parte» Riccardo Casini

eppur a livelli meno intensi rispetto al 2009, è proseguita anche lo scorso anno la flessione delle attività produttive napoletane. Secondo l’ultimo rapporto sull’economia della provincia stilato dalla Camera di Commercio, infatti, nel 2010 hanno mostrato segno negativo produzione (-9,3%), ma anche fatturato (-6,8%) e occupati (-3,1%). Al contempo il bilancio anagrafico tra le aziende nate e quelle che hanno cessato l’attività ha mostrato un incremento dell’1,59%, superiore anche alla media nazionale. Maurizio Maddaloni, presidente dell’ente camerale del capoluogo e di Confcommercio Campania, prende però con le molle questo dato. «Si tratta – spiega – di una vivacità imprenditoriale tutta da decriptare. Lo abbiamo ribadito con forza anche ai vertici delle forze dell’ordine e al prefetto: è necessario sempre vigilare e contrastare i tentativi di

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infiltrazione della criminalità nelle attività economiche, che utilizza sistemi sempre più sofisticati di finanza innovativa e soprattutto schermi societari con nuove imprese fittizie di breve e brevissima durata». Secondo il rapporto della Camera di Commercio intanto nel 2010 le esportazioni regionali sono aumentate del 18%, recuperando quasi completamente i valori pre-crisi del 2008. Tale andamento è stato determinato in gran parte dai buoni risultati conseguiti da Salerno e Napoli. Oggi che momento vive il commercio estero in Campania e nel suo capoluogo? «Il trend positivo fatto registrare dall’export a Napoli e in regione non è un segnale di superamento della crisi o comunque di spinta costante al riavvio delle attività: le rilevazioni partono da situazioni pregresse internazionali che sco-

raggiavano gli investimenti in area euro. Per confermare nei prossimi anni la crescita dell’export e la conseguente espansione internazionale delle nostre imprese, è necessario mettere in moto l’intera macchina economica: per la Campania significa riavviare gli investimenti, a partire dal superamento dello scoglio del patto di stabilità che impedisce la spesa dei fondi. Stato e Regione devono tornare a investire per sostenere la crescita e rilanciare i consumi». Un altro punto critico riguarda il turismo. Nonostante l’indubbia attrattività del territorio, solo il 6% dei turisti sceglie Napoli e la Campania per le proprie vacanze italiane, almeno secondo i dati Unioncamere. Come incentivare il turismo in regione? La problematica legata ai rifiuti costituisce ancora un danno all’immagine del territorio, come sostiene il 78% delle imprese napoletane?


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Le istituzioni devono investire per sostenere crescita e consumi

A sinistra, Maurizio Maddaloni, presidente della Camera di Commercio di Napoli e di Confcommercio Campania

«C’è carenza di governance politica e operativa nel turismo in Campania. Siamo in attesa di una legge regionale di riforma del comparto da più di trent’anni. C’è un gap di competitività con altri mercati regionali ed esteri che si fa sempre più ampio. Bisogna investire sulla qualità dell’offerta e sulle infrastrutture turistiche. Ma senza programmazione e coordinamento tra tutti i player istituzionali non si va da nessuna parte. Se all’interno di questo scenario si inseriscono poi anche le cicliche emergenze ambientali dettate dalle crisi dei rifiuti, allora il danno diventa incalcolabile, con ripercussioni immediate sugli arrivi e con conseguenze drammatiche sul lungo periodo per gli operatori e per l’indotto economico generato dal turismo». Nella provincia di Napoli l’indice medio di disoccupazione giovanile per il 2010 ha raggiunto il 42,7%, il livello più alto

registrato dal 2004. Come intervenire per contrastare questo trend negativo? «Al presidente della Regione Stefano Caldoro, a nome del coordinamento delle 13 sigle imprenditoriali campane di cui sono il portavoce, ho chiesto un impegno supplementare per avviare un tavolo per lo sviluppo. Sul fronte degli incentivi per il lavoro, penso alla necessità di estendere gli ammortizzatori sociali anche alle imprese con meno di 15 dipendenti e alla possibilità di puntare sulla fiscalità di vantaggio ed estendere il credito d’imposta alle nuove imprese e a quelle che generano nuova occupazione». In questi giorni la Camera di Commercio partenopea ha firmato un protocollo d’intesa per la concessione di contributi alle imprese che vogliono dotarsi di sistemi di videosorveglianza. Si tratta della strada da seguire? Quanto incide



ancora oggi la criminalità sull’attività delle imprese? «La criminalità è una zavorra pesantissima sulle spalle delle imprese. Sul fronte del contrasto siamo impegnati in prima linea e in strettissima collaborazione con prefettura e forze dell’ordine. Con il recente bando varato dall’ente camerale partenopeo per il finanziamento di strumenti di sicurezza passiva a favore di alcune categorie di commercianti più esposti, abbiamo incluso anche l’acquisto di porte blindate, i servizi di guardie giurate e collegamenti telematici con le centrali operative, oltre ai tradizionali sistemi di videosorveglianza. Ma siamo impegnati anche sul fronte della prevenzione e stiamo organizzando corsi di formazione per le imprese e servizi informativi mirati per contrastare a tutto campo l’incidenza della criminalità nelle attività economiche». CAMPANIA 2011 • DOSSIER • 27


POLITICA ECONOMICA

Una nuova stagione di confronto e cooperazione

Sanità, rifiuti, infrastrutture, legalità: sono queste le priorità, e i nodi ancora da sciogliere, della Campania. I passi fatti e le questioni da affrontare in futuro nel punto del presidente della Regione, Stefano Caldoro

bbiamo invertito la rotta». Così il presidente della Regione, Stefano Caldoro, commenta il risultato ottenuto dalla Campania al tavolo interministeriale di verifica sul rientro dal debito sanitario, che ha consentito lo sblocco di circa 450 milioni di euro sulle risorse complessive destinate alla Regione e vincolate al conseguimento di precisi adempimenti di rientro. «I risultati conseguiti in questi mesi sono il segnale che la strada intrapresa è quella giusta – aggiunge –. Dobbiamo proseguire in questo percorso, che coniuga rigore e qualità dei servizi. Stiamo ottenendo risultati straordinari grazie agli interventi messi in campo: piano dei pagamenti, riassetto della rete ospedaliera, riduzione della spesa farmaceutica e dei costi delle spese di funzionamento, nomine dei manager delle Asl e degli ospedali. La nostra organizzazione sta portando a una buona sanità. Non sarà facile questa fase, ma riusciremo con il tempo a dare ai campani le giuste risposte a garanzia del diritto alla salute». Una partita non ancora chiusa, quella della sanità, alla quale se ne aggiungono altre non meno importanti. Il trasferimento all’estero dei vo-

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Michela Evangelisti

Stefano Caldoro, presidente della Regione Campania

stri rifiuti, come ha recentemente sottolineato, è una soluzione transitoria. Una volta superata la fase di emergenza, quali passi sarà necessario compiere? «Il trasferimento all’estero dei rifiuti non è un elemento d’orgoglio. Scontiamo gravi ritardi del passato, ma ora la regione deve dotarsi di un sistema di smaltimento rifiuti completo, fatto di discariche, poche ma necessarie, di impianti intermedi e di termovalorizzatori. Non lo diciamo noi, ce lo prescrive l’Europa, e al momento non ci sono alternative valide. Solo con la collaborazione di tutte le istituzioni, ognuna per i propri compiti, possiamo arri-

vare alla totale autosufficienza del sistema». Ha proposto un piano per il rilancio dei porti di Napoli e Salerno: quali investimenti in infrastrutture e intermodalità sono necessari? «Abbiamo in programma investimenti per circa 700 milioni di euro complessivi. Sono in corso di valutazione da parte dell’Unione europea due grandi progetti per il sistema logistico integrato dei due porti, per un finanziamento complessivo di circa 500 milioni di euro dei nuovi fondi Por Campania 2007-2013. Tra pochi giorni firmeremo con il governo l’intesa quadro sulle infra-


Xxxxxxx Xxxxxxxxxxx Stefano Caldoro



Scontiamo gravi ritardi, ma ora la regione deve dotarsi di un sistema di smaltimento rifiuti completo



strutture, per realizzare e completare importanti opere, tra le quali l’adeguamento e il potenziamento dei collegamenti stradali e ferroviari dei porti di Napoli e Salerno e degli interporti di Nola, Marcianise-Maddaloni e Battipaglia». A novembre si terrà in regione il primo incontro annuale del Club dei governatori delle regioni che affacciano sul Mediterraneo. Esiste già un’agenda dei lavori? Quali sono gli obiettivi del club? «La Campania, per la sua posizione strategica, per la sua storia e le sue potenzialità, è un naturale ponte di collegamento nel Mediterraneo: il mare non è più un confine. Indire in Campania il primo incontro del Club dei governatori significa dare un segnale alla nostra regione, centrale nel processo di sviluppo del bacino del Mediterraneo, che nei prossimi anni sarà di crescente interesse nel panorama economico internazionale. In occasione della conferenza internazionale promossa a Napoli da Ipalmo e Regione Campania

lo scorso mese di giugno, abbiamo deciso, d’intesa con il ministero degli Esteri, di riunire i presidenti delle regioni mediterranee per inaugurare una stagione di confronto su esperienze e metodologie, per rafforzare le relazioni e allargare i settori della cooperazione. Un’occasione per favorire l’internazionalizzazione, promuovere il made in Campania e favorire la creazione di reti tra sistemi regionali della ricerca e dell’innovazione». Secondo i dati aggiornati a settembre, la Campania è seconda nella classifica per numero di beni confiscati alla mafia dopo la Sicilia. Come procede in regione la lotta alla mafia a partire dalla sua economia? «L’Agenzia nazionale dei beni confiscati certifica che al primo settembre 2011 in Campania sono stati confiscati oltre 1.700 beni. Questi numeri rappresentano il segno del nostro impegno concreto nel contrasto alla criminalità organizzata, ma anche una grande sfida: dare ulteriore impulso a un’economia virtuosa e solidale, restituendo i beni confiscati a tutta la comunità. A tal fine la Regione, attraverso la fondazione Pol.i.s. e il commissario antiracket e antiusura, effettua un’attività di monitoraggio quantitativo e qualitativo sui beni confiscati, affiancando i Comuni e creando una rete di rapporti sul territorio tra le associazioni e le cooperative. La Regione ha finanziato la ristrutturazione di più di 50 beni confiscati, alcuni dei quali sono già un modello di riferimento importante a livello nazionale delle buone pratiche di riuso sociale. È necessario proseguire su questa strada e non abbassare mai la guardia». CAMPANIA 2011 • DOSSIER • 29


MEDITERRANEO

Logistica e trasporti in primo piano Il sottosegretario Enzo Scotti illustra le finalità dell’accordo stretto tra il ministero degli Affari esteri e la Regione Campania, a partire da un piano strategico per l’internazionalizzazione. «Lo sviluppo del Mezzogiorno - dice - è lo sviluppo del Mediterraneo» Michela Evangelisti

rogrammare congiuntamente tutte le attività volte alla promozione del sistema regionale all’estero. È questo l’obiettivo del protocollo d’intesa firmato il 17 giugno scorso tra il ministero degli Affari esteri e la Regione Campania. «Il ministro Franco Frattini e il presidente Stefano Caldoro hanno convenuto per una collaborazione interistituzionale molto stretta sui temi dell’internazionalizzazione del sistema produttivo campano e per il sostegno all’insieme delle iniziative e dei grandi eventi che si svolgeranno a Napoli nel corso del 2012 e del 2013 – commenta il sottosegretario Enzo Scotti –. Abbiamo dato vita a una cabina di regia comune ed è in corso di definizione un piano strategico per l’internazionalizzazione». In che direzioni andrà questo piano? «Guarderà allo sviluppo delle esportazioni e degli accordi di produzione tra le imprese della regione e i paesi emergenti, e, al tempo stesso, all’attrazione di investimenti non generica, ma focalizzata sui settori portanti dell’economia campana: faccio riferimento all’agroalimentare, al meccanico, allo spaziale, ma anche alle confezioni di nicchia, soprattutto nel comparto

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Enzo Scotti, sottosegretario al ministero degli Affari esteri

dell’abbigliamento, che vanno sostenute fortemente perchè mettono in moto una produzione di alto valore aggiunto». Quali saranno, invece, i grandi eventi internazionali di cui Napoli sarà prossimamente teatro? «Il ministro Frattini e Joan Clos, direttore esecutivo dell’agenzia dell’Onu Un-Habitat, hanno siglato un accordo per il World Urban Forum che si svolgerà a Napoli nel 2012, che porterà migliaia di partecipanti in una settimana a confrontarsi sul tema del futuro urbano delle città; il ministero è presente nella cabina di regia del forum Un-Habitat e anche in quella del forum delle culture 2013, i cui programmi verranno

concordati con l’Unesco. A tutto questo si aggiunge il sostegno dato dal governo ai processi di internazionalizzazione delle università e dei centri di ricerca in Campania. Ecco che cosa è già stato messo in moto dall’accordo». L’intesa prevede, tra l’altro, l’istituzione del Club dei governatori, che riunisce i presidenti delle regioni del Mediterraneo. Quali sono gli obiettivi di questa struttura? «L’idea è che il governatore della Campania, con il supporto del ministero, inviti a Napoli i più importanti governatori dell’area del Mediterraneo, per studiare insieme forme di cooperazione sui temi della logistica e dei trasporti, delle


Xxxxxxx Xxxxxxxxxxx Enzo Scotti



Il governo sostiene i processi di internazionalizzazione delle università e dei centri di ricerca campani

energie rinnovabili, della tutela dell’ambiente nel Mediterraneo (in particolare delle acque), nonché sinergie nel campo universitario e del trasferimento delle tecnologie. Abbiamo cominciato a lavorare all’organizzazione del primo incontro del club; l’intenzione è che non si tratti di un evento singolo ma di un organismo permanente molto snello, che dia continuità al monitoraggio dell’elaborazione e al sostegno di progetti, anche in raccordo con gli organismi dell’Unione per il Mediterraneo con sede a Barcellona». Cosa possono fare di più e meglio dei capi di Stato i governatori delle Regioni? «Nell’ambito delle loro responsabilità e competenze possono, ad

esempio, indirizzare l’utilizzo di fondi comunitari verso pochi progetti di integrazione fondamentali: il problema centrale per l’area del Mediterraneo rimane infatti quello della logistica e dei trasporti, la premessa per ogni integrazione e sviluppo produttivo. I governatori possono poi sostenere gli imprenditori del Mezzogiorno sul tema delle energie rinnovabili, laddove i governatori stessi sono responsabili di queste politiche sul loro territorio, a partire dall’installazione degli impianti. Si è aperta, insomma, una strada nuova». Ci sono già partner che hanno dato con certezza la loro adesione? «Al momento la rete diplomatica sta lavorando per prendere contatti con tutti i governatori dell’area».



Quale importanza può avere il Mediterraneo per lo sviluppo del nostro Paese e, in particolare, del Mezzogiorno? «Gioca un ruolo determinante. Non è pensabile, in un mondo iglobalizzato come quello attuale, uno sviluppo del Mezzogiorno che non avvenga all’interno della trasformazione produttiva ed economica dell’intera area del Mediterraneo». Quali politiche e quali investimenti sono necessari per agganciare queste opportunità? «Servono infrastrutture per trasporti e logistica, banda larga, energie rinnovabili e reti di ricerca, senza la quale non c’è innovazione: fondamentale è che la ricerca sia legata alle imprese, finalizzata al mercato». CAMPANIA 2011 • DOSSIER • 43


MEDITERRANEO

Nuove strategie competitive La sua collocazione fisica nel Mediterraneo assegna all’Italia un vantaggio geografico assoluto. Ma per coglierne appieno le opportunità, secondo Giancarlo Elia Valori, occorre promuovere la leva rappresentata dall’innovazione logistica Michela Evangelisti

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n’iniziativa utile per la realizzazione di una strategia di sviluppo economico e sociale fondata su una cooperazione con al centro il rafforzamento dei legami storici, ambientali e culturali fra i popoli dell’area euromediterranea». Così Giancarlo Elia Valori descrive la nascita del Club dei governatori dell’area del Mediterraneo, una struttura stabile di incontro frutto del protocollo d’intesa siglato dal presidente della Regione Campania, Stefano Caldoro, e dal ministro Frattini. «Può aprire scenari importanti per il nostro sistema produttivo – aggiunge –, consolidando il ruolo dell’Italia come crocevia di sviluppo socioeconomico del Mediterraneo e l’apertura di collaborazioni industriali e d’investimento per le imprese nazionali, nonché il rilancio dell’export». Che conseguenze può avere l’affermarsi delle regioni come nuovi attori sul bacino del Mediterraneo? «Sarà in grado di produrre progetti comuni sia in senso strategico che operativo. Questa forma di partenariato può identificare anche uno strumento efficace per la riuscita di obiettivi collettivi, nonché un laboratorio comune e sinergico per l’in-

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tera regione, in grado di assicurare sviluppo e crescita ai popoli rivieraschi nella prospettiva di una maggiore collaborazione e integrazione». Come può e deve evolversi il ruolo dell’Italia nell’area mediterranea? «Una delle principali armi su cui l’Italia deve puntare, per fungere da collante nell’intera regione e garantirne uno sviluppo equo e prosperoso, è rappresentata dal sistema produttivo. Il settore dell’imprenditoria sta ricoprendo un ruolo sempre più importante e le pmi, in quanto soggetti in crescita sempre più esponenziale sui mercati, figurano come quelle realtà che, non rispecchiandosi nelle politiche espansionistiche e di profitto a tutti i costi che caratterizzano la fase economica attuale condotta dalle società multinazionali, si presentano in una veste più accomodante e, dunque, più vicina alle realtà economiche locali, accingendosi meglio ad affrontare le occasioni e i rischi insiti nelle congiunzioni economiche contemporanee». Quale importanza può avere oggi l’area mediterranea per il rilancio del nostro Paese? «Assume grande rilevanza, perché l’Italia è una delle principali “porte

Giancarlo Elia Valori, presidente de La Centrale finanza generale

d’accesso” all’intera economia europea, per le merci provenienti da altri continenti e per le imprese in cerca di nuove localizzazioni strategiche. Ma la sua collocazione, in particolare, le assegna un vantaggio geografico assoluto per i flussi economici e commerciali con l’Estremo Oriente, il sub-continente indiano, il Medio Oriente e il nord Africa, ossia con le economie emergenti più rilevanti e dinamiche o con interessanti prospettive di sviluppo». Quali politiche e quali investi-


Xxxxxxx Xxxxxxxxxxx Giancarlo Elia Valori



L’Italia ha bisogno di una logistica portuale moderna, che abbia adeguate aree retroportuali e di smistamento nell’entroterra

menti sono necessari per agganciare queste opportunità? «L’elemento in grado di agganciare queste opportunità è dato dal crescente ruolo della logistica moderna, in grado di aprire nuovi scenari geoeconomici e geostrategici. L’uso del web, che offre opportunità di globalizzazione virtuale e disponibilità di informazioni e contatti impensabili con tradizionali strumenti di marketing, ha spinto la competizione dei mercati nella necessità di ridimensionare la “logistica dell’abbondanza” per promuovere l’estensione dell’innovazione logistica. A questo innovativo sistema è oggi affidato il successo delle nuove strategie competitive». Quali sono le premesse necessarie affinché questa nuova logica competitiva possa rivelarsi vincente? «Lo sarà solo se si riesce a costruire



un modello operativo di sistema, capace di inserire il recinto portuale italiano nel tessuto economico complessivo, sia su scala nazionale che internazionale, allo scopo di poter sfruttare le opportunità offerte dalle nuove consolidate rotte dei traffici commerciali internazionali risultanti dal posizionamento del fulcro economico a Oriente, che darebbe al Mediterraneo le redini per giocare un ruolo di preminenza in qualità di snodo a livello globale». Quali sono gli ostacoli che la politica può porre alla cooperazione economica? «In Italia il sistema portuale, sebbene possa godere di una condizione di privilegio vista la propria collocazione fisica, ha registrato una progressiva perdita di attivismo in una prospettiva europea, dovuta sia a una bassa efficienza di

sistema che all’insufficiente fungibilità dei servizi di continuazione della rete ferroviaria. Più che altro, vista la crescita sbalorditiva degli hub di transhipment nelle nostre acque, e alla luce del fatto che nel Mediterraneo dal 2015 la domanda di container dei sistemi portuali è destinata a crescere maggiormente rispetto a quella dell’Europa settentrionale, è necessario attivare efficaci scelte sistemiche. E bisognerà farlo anche per non permettere ad altri paesi, come la Spagna, di trarne profitto a nostre spese, attraverso una logistica portuale moderna, che abbia adeguate aree retroportuali e di smistamento nell’entroterra, con efficienti piani regolatori portuali, unitamente a opere di ristrutturazione che permettano di rendere più profondi i fondali d’attracco». CAMPANIA 2011 • DOSSIER • 45


MEDITERRANEO

Una mirata politica di investimenti Secondo il direttore dell’Ispi, Paolo Magri, il quadro politico dell’area del Mediterraneo si presenta ancora estremamente fluido. «L’Italia, in virtù dei profondi legami con i paesi della sponda sud, ha un ruolo rilevante da giocare» Michela Evangelisti

area del Mediterraneo va incontro a un futuro a tinte fosche. È quanto emerge dall’analisi di Paolo Magri, direttore dell’Istituto per gli studi di politica internazionale. Qualsiasi progetto di sviluppo e di cooperazione deve quindi tenere conto di un quadro composito e in fieri; «bisognerà attendere almeno il risultato delle elezioni tunisine ed egiziane per capire in che direzione si sta andando – precisa –, tendendo presente che la democrazia come risultato dei processi di transizione è solo una delle opzioni». Che prospettive e scenari si aprono, dunque, per l’area del Mediterraneo? «A nove mesi dallo scoppio delle rivolte in Nord Africa, la situazione dei paesi investiti dalla primavera araba, anche di quelli in cui si è aperta una fase di transizione come Tunisia ed Egitto, è ancora molto fluida e incerta. La Libia, nonostante i proclami di vittoria del Consiglio nazionale di transizione, è lontana dall’essere pacificata e per il paese si prospetta una ricostruzione politico-istituzionale lunga e difficile. La Siria continua a essere scossa dalle rivolte popolari, duramente represse da un re-

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gime che, nonostante tutto, rimane ancora al potere. In altri paesi, come Marocco e Giordania, le monarchie, dietro la pressione della piazza, hanno avviato timidi processi di riforma nel tentativo di venire incontro alle istanze popolari di cambiamento, pur mantenendo intatte le loro prerogative. Le prossime scadenze elettorali in Tunisia ed Egitto sono di cruciale importanza per comprendere quali forze politiche emergeranno e in quale direzione traghetteranno i rispettivi paesi». Come si configurerà nel prossimo futuro il ruolo dell’Italia? «In virtù della vicinanza geografica e dei profondi legami storici, politici ed economici con i paesi della sponda sud del Mediterraneo, ma anche di importanti interessi energetici, l’Italia ha un ruolo rilevante da giocare. Resta da capire se c’è la volontà e la capacità per farlo». Qual è l’importanza del bacino del Mediterraneo per lo sviluppo economico del nostro Paese e quali sono gli ostacoli che la politica può porre alla cooperazione economica? «Il nostro paese è uno dei principali partner commerciali degli stati del Nord Africa (soprattutto Egitto e Tunisia) ed è importante mantenere le posizioni, anche attraverso

una mirata politica di investimenti, una volta che il quadro politico si sarà stabilizzato. Di particolare rilevanza sono le relazioni energetiche con la Libia. Se, da un punto di vista politico, l’Italia non si avvantaggerà della riconoscenza del Consiglio nazionale di transizione quanto altri paesi, è verosimile pensare che i vecchi legami con i funzionari libici dell’industria petrolifera saranno una buona base di partenza dell’Italia in Libia». Con quali strumenti si può rafforzare la cooperazione tra i paesi europei e non del bacino del Mediterraneo? «Gli aiuti finanziari che l’Unione europea e alcuni suoi Stati membri hanno promesso, e in alcuni casi allocato, ai paesi del Mediterraneo interessati dalla primavera araba, sono un importante primo passo, anche se forse non del tutto sufficiente, per sostenere la transizione politica e lo state and institution building nel caso della Libia. Nel fare ciò sarebbe importante far emergere e valorizzare le esperienze e le competenze locali ed evitare imposizioni esterne e atteggiamenti paternalistici, invisi ai nostri vicini della sponda sud».


XXXXXXXXXXX STRATEGIE PER LO SVILUPPO

Premesse più solide per attrarre investimenti Per Bruno Scuotto, presidente del comitato piccola industria di Confindustria Campania, c’è un indotto vasto e dinamico che ha retto bene: manifatturiero, servizi e turismo insistono sull’attrattiva del territorio e, a breve raggio, si preparano a cogliere i contratti di sviluppo Paola Maruzzi al 29 settembre sono attivi i cosiddetti contratti di sviluppo, la misura finanziaria che mira al rafforzamento della struttura produttiva del paese soprattutto nelle aree svantaggiate del Mezzogiorno. Nel presentare l’iniziativa, il ministro Paolo Romani l’ha definita un «provvedimento significativo che il governo attua concretamente sul fronte della crescita. Puntiamo a rafforzare i settori dell’industria, del turismo e dell’agricoltura attraverso uno strumento semplice e innovativo». Il ministro ha poi aggiunto che i contratti di sviluppo vanno nella «direzione delle manovre che abbiamo fatto in questi mesi». Il Ministero dello sviluppo economico, con il contributo delle Regioni, ha messo a disposizione 400 milioni, mentre l’importo complessivo per poter accedere al finanziamento non può essere inferiore a 30 milioni di euro in caso di programmi di sviluppo industriale o di sviluppo commerciale; 22,5 milioni di euro

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nel caso di programmi di sviluppo turistico; 7,5 milioni di euro nel caso di programmi riguardanti attività di trasformazione e commercializzazione di prodotti agricoli. Tra i principi prevalenti per l’assegnazione del finanziamento c’è quello secondo cui minore è la dimensione dell'impresa, più alto sarà l'incentivo, una notizia accolta positivamente anche da Bruno Scuotto. I contratti di sviluppo guardano soprattutto alle pmi del Mezzogiorno. Cosa pensa di questo nuovo incentivo? «È uno strumento per certi versi rodato perché sostituisce i contratti di programma, ma con una grande differenza: questa volta, come promesso dal ministro Paolo Romani, la burocrazia risulta semplificata. Sulla carta c’è stato un miglioramento, ma bisogna aspettare per dire se le procedure saranno davvero più snelle, sono comunque fiducioso. Questa semplificazione è un ulteriore passo verso la “normalità” degli altri paesi dell’Europa. Detto questo, il problema

serio non riguarda tanto gli strumenti, che paradossalmente potrebbero anche non esserci se solo il contesto economico in cui operiamo fosse diverso». Si spieghi meglio. «Gli strumenti finanziari rappresentano una delle tante condizioni sufficienti affinché un territorio divenga attrattivo, ma il presupposto necessario rimane il contesto economico nel suo complesso e, con tutta onesta, è proprio quest’ultimo a mancare in Campania. Non c’era all’epoca dei contratti di programma e non c’è oggi. A poco serve predisporre delle facilitazioni se la parte ambientale, della sicurezza, le infrastrutture, l’accesso al credito, il rapporto con le banche scoraggiano gli investimenti, sia locali che stranieri. Perché questi contratti possano servire bisogna riformare un contesto diverso, altrimenti si rischia di non utilizzarli al meglio». Si contano già centinaia di domande e progetti per usufruire dei contratti di sviluppo. Le pmi campane come stanno reagendo?

Bruno Scuotto, presidente del comitato piccola industria di Confindustria Campania


Xxxxxxx Xxxxxxxxxxx Bruno Scuotto

«C’è un grande interesse, ma la distanza tra quest’ultimo e l’operatività è ancora notevole. A fronte di una già difficile congiuntura, per ora non c’è stata una reazione immediata. A ogni modo è ancora presto per fare un bilancio con dati alla mano». In questa fase preliminare, quale sarà il contributo della vostra associazione di categoria? «Faremo dei seminari di approfondimento con l’appoggio dell’Ordine dei commercialisti e di quei professionisti che possono essere d’aiuto nella compilazione della domanda. Come spesso accade, durante questi incontri c’è





Ad aver mantenuto i numeri di pre-crisi sono alcuni prodotti dell'agroalimentare, tra tutti grano e pasta

sempre una buona affluenza dei consulenti e degli addetti ai lavori ma vi partecipano pochi imprenditori. Questa volta però, trattandosi di incentivi che favoriscono anche gruppi di imprese ed essendo, come Confindustria, da tempo sostenitori delle forme aggregative, nella promozione dei contratti di sviluppo cercheremo di coinvolgere direttamente gli imprendi-

tori che fanno rete». Tra gli obiettivi dei contratti di sviluppo c’è quello di favorire gli investimenti esteri. Declinato nella realtà campana, questo cosa significherà? «Avere nuove possibilità di mercato, con la speranza che si compia la futura mission della nostra regione, purtroppo sempre meno votata alla produzione industriale visto che ne è rimasta 

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STRATEGIE PER LO SVILUPPO



Se l'industria soffre, servizi e turismo dovranno rivestire un ruolo strategico



Sopra, Piazza del Gesù a Napoli



ben poca: le grandi imprese sono andate via e quello che era il volano dell’indotto sta scomparendo. Pensiamo a Pomigliano o alla chiusura delle fabbriche che sta riguardando la provincia di Avellino. Attrarre investimenti internazionali significa, quindi, rimettere in moto l’indotto, vasto e dinamico, delle piccolo imprese. Ma anche in questo caso serve un contesto che faccia da collante. Cito sempre due elementi: in Campania non ci sono né scuole né corsi universitari specifici per stranieri. Sembrerebbe irrilevante, ma mi chiedo come si possa sperare di accogliere un imprenditore non italiano se mancano alcuni presupposti». Nella nuova misura c’è anche la filiera turistica: quali chance per la Campania che vanta un patrimonio paesaggistico di prim’ordine ma ancora sottoutilizzato? «Questa è forse la novità più bella, perfettamente in linea con la principale potenzialità di sviluppo della nostra regione: se l’industria soffre, giocoforza servizi e turismo dovranno rivestire un ruolo strategico. Ultimamente il brand Campania, a Napoli in particolare, ha vissuto

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momenti terribili per via dell’immagine legata alla sicurezza e alla questione rifiuti, e a farne le spese sono stati soprattutto i piccoli imprenditori. I contratti di sviluppo capitano, quindi, nel momento giusto. Inoltre gli investimenti, in virtù del fatto che ci sono forti limitazioni, consentono al piccolo di fare un salto di qualità». Più in generale quali sono le previsioni per le piccole imprese campane? «Il 2011 era atteso come un anno complicato e selettivo. Lo stiamo avvertendo, ma non in misura così catastrofica. La piccola impresa ha retto perché non è stata abbandonata dal sistema bancario, almeno fino a oggi. L’accesso al credito è stato ga-

rantito, sopperendo ai tempi lunghi dei pagamenti della pubblica amministrazione che superano i 200 giorni». Quali settori sono stati più virtuosi? «Anche in questo caso è accaduto quello che ci si aspettava: una crisi diffusa del manifatturiero, dal tessile al metalmeccanico, una grande sofferenza dell’edilizia, mentre c’è stato un galleggiamento del turismo. Ad aver mantenuto i numeri di precrisi sembrerebbero solo alcuni settori dell’agroalimentare, tra cui il grano e la pasta supportati dai larghi consumi, mentre altri, come le conserve di pomodoro, hanno avuto dei cali anche per un fatto fisiologico: la produzione, infatti, si è spostata in Puglia».


Xxxxxxx Xxxxxxxxxxx Federico Frattasi

Contratti di sviluppo e nuove occasioni d’impresa A pochi giorni dall’entrata in vigore dei contratti di sviluppo, il nuovo strumento finanziario predisposto dal governo, sono già centinaia le domande pervenute. Secondo l’analisi di Federico Frattasi, responsabile di promozione e sviluppo di Invitalia, «è il Sud a fare la parte del leone» Paola Maruzzi

eppure in buona parte i contratti di sviluppo ripercorrono le linee guida tracciate dai contratti di programma e di localizzazione, quindi nascono per favorire l’attrazione di investimenti e la realizzazione di rilevanti progetti d’impresa, occorre soffermarsi sulle novità predisposte quest’anno. Da Invitalia, l’agenzia nazionale che si occupa di attuare la misura, il responsabile della promozione e dello sviluppo, Federico Frattasi, fa sapere che i programmi possono essere promossi da una o più imprese, sia italiane che straniere, di qualsiasi dimensione. Inoltre, possono avere a oggetto uno o più progetti d’investimento ed eventualmente progetti di ricerca industriale a prevalente sviluppo sperimentale. Tra i cambiamenti significativi c’è l’ampliamento dei settori di intervento: le agevolazioni finanziari potranno essere richieste non solo dal settore industriale, ma anche da chi opera nella filiera del turismo e del commercio, un passaggio innovativo accolto con entusiasmo dal ministro Michela Vittoria Brambilla. Passando poi alle modalità di presentazione

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delle domande, Frattasi spiega che la svolta Federico Frattasi, «consiste soprattutto nella semplificazione responsabile Promozione e sviluppo delle procedure: Invitalia, unico soggetto at- di Invitalia tuatore della misura, potrà finanziare i progetti senza intermediari e senza attendere il Cipe». Tradotto in altri termini significa tempi più rapidi e snellimento burocratico. Oggi la cifra messa a disposizione è di 400 milioni, uno stanziamento «interamente coperto dai fondi del Pon ricerca e competitività. Si tratta, quindi, di risorse europee», ma la speranza è che non ci si fermi qui: come già successo con Termini Imerese «confidiamo in una risposta positiva anche da parte delle altre Regioni, soprattutto meridionali». Le Regioni, infatti, oltre a esprimere pareri in merito alla finanziabilità dei progetti, possono anche decidere di cofinanziarli, indicando gli strumenti da utilizzare. I contratti di sviluppo sono attivi da pochi giorni. A oggi quante domande sono pervenute e, facendo particolare riferimento al Sud, da quali regioni è arrivato il numero più consistente? «In soli quindici giorni dall’apertura dello  CAMPANIA 2011 • DOSSIER • 53


XXXXXXXXXXX STRATEGIE PER LO SVILUPPO



Saranno finanziati solo i progetti delle imprese vere e in grado di reggere da un punto di vista tecnico, produttivo e finanziario

70% DOMANDE Secondo Invitalia, la maggior parte delle richieste di finanziamento proviene dal Mezzogiorno, in particolare da Campania, Puglia e Calabria

500 PROGETTI

È l’ammontare delle richieste, a fronte di 122 domande di finanziamento, pervenute a Invitalia a pochi giorni dall’entrata in vigore dei contratti di sviluppo

 sportello sono arrivate a Invitalia 122 domande per circa 500 progetti e investimenti pari a 6 miliardi di euro. La parte del leone l’ha fatta il Sud da cui è pervenuto il 70% delle richieste e, in particolare, dalle regioni Campania, Puglia e Calabria. Se le richieste fossero tutte approvate e finanziate avremmo di gran lunga già esaurito le risorse disponibili». A Invitalia spetta il compito di verificare la compatibilità delle domande: quali sono le priorità per ottenere i finanziamenti? «Ci sarà una forte selettività e soprattutto un dialogo diretto tra Invitalia e le imprese per verificare la sostenibilità e l’effettiva capacità dei proponenti di realizzare gli investimenti

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programmati. Saranno finanziati solo i progetti delle imprese vere e in grado di reggere da un punto di vista tecnico, produttivo e finanziario». Nei contratti di sviluppo trova spazio il settore turistico: qual è l’identikit dell’impresa che vuole accedere al finanziamento e cosa si propone di incentivare? «Secondo i primi dati disponibili delle domande arrivate a Invitalia, emerge in maniera netta il buon andamento dei progetti di investimento nel settore del turismo. Ben 59 richieste su un totale di 122 riguardano, infatti, questo comparto, il 48,4% del totale, per un valore complessivo degli investimenti pari a 3,8 miliardi di euro. Considerate le caratteristiche principali della misura si tratta per lo più di medie e grandi aziende». La dotazione finanziaria iniziale messa in campo dal Mise, con il contributo delle Regioni, è di 400 milioni di euro. Si prevede l’impiego di altre risorse? «Per ora i 400 milioni sono interamente coperti dai fondi del Pon ricerca e competitività. Si tratta, quindi, di risorse europee. A questi fondi le singole Regioni possono aggiungerne altre, a seconda delle loro disponibilità. Nel caso di Termini Imerese, ad esempio, dove nel sito della Fiat sarà utilizzato proprio il contratto di sviluppo, l’amministrazione siciliana è intervenuta con propri fondi. Si spera in una risposta positiva anche da parte delle altre Regioni, soprattutto meridionali».


OCCUPAZIONE

Un capitale umano da non disperdere Il rapporto Svimez, che fotografa annualmente le condizioni economiche e sociali del Mezzogiorno, non lascia dubbi sullo stato d’emergenza che condanna la Regione a fanalino di coda nazionale Elisa Fiocchi assa alla Campania il triste primato di regione più povera del Mezzogiorno con un Pil di 16.372 euro e dove è occupata meno del 40% della popolazione in età da lavoro. Nella fotografia del rapporto Svimez viene in aggiunta classificata, nel 2010, come la regione che ha registrato le perdite più consistenti, tra cui spiccano 27.900 posti di lavoro in meno. Il quadro socioeconomico appare ancora più complesso se si considera, come fa notare Adriano Giannola, presidente di Svimez, «che in questa rincorsa verso il basso, la Campania supera anche la Calabria che fino a ieri rappresentava per definizione la regione più problematica del Sud». Alla base di questi dati rientra poi il progressivo sgretolamento del tessuto economico e sociale del territorio che si manifesta con una preoccupante dinamica: «Il montare di emergenze sociali sempre più acute – sostiene Giannola – che accompagnano ormai da oltre quindici anni l’endemica emergenza ambientale e criminale». Quali conclusioni si possono trarre dal rapporto Svimez? «La Campania è, per dimensione, la seconda regione italiana dopo la Lombardia e tuttora il polo fondamentale del tessuto manifatturiero del Sud: un’area con potenzialità enormi. Il cor-

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tocircuito sembra perciò non solo preoccupante ma anche inspiegabile. In realtà i semi del dramma di oggi vanno ricondotti allo smantellamento della Sme e al connesso processo di una ben peculiare privatizzazione delle sue partecipazioni industriali; a un ancor più peculiare risanamento-esproprio del Banco di Napoli a uso e consumo del salvataggio del Banco nazionale del Lavoro, che ha confiscato d’un colpo e per sempre alla Campania e al Mezzogiorno un patrimonio di alcune migliaia di miliardi di vecchie lire; all’incapacità centrale e, ancor più, locale di iniziare una trasformazione dell'area metropolitana dopo lo smantellamento del polo siderurgico di Bagnoli. Inoltre, si aggiunge la recente notizia del trasferimento in Padania e

16.372 EURO Il Pil pro capite prodotto in Campania, inferiore anche a quello della Calabria

30% RISORSE

La spesa in conto capitale al Sud contro una previsione iniziale del 45%


Xxxxxxx Xxxxxxxxxxx Adriano Giannola



In Campania e nell'area metropolitana di Napoli, che da sola copre i due terzi della popolazione, si è privilegiato un modello “autarchico”



Adriano Giannola, presidente di Svimez

dintorni, della sede legale e della direzione dell’Alenia: un eloquente annuncio del ridimensionamento prossimo del polo aerospaziale campano». Cosa ha di fatto compromesso la strategicità dell’impianto della politica regionale di sviluppo, e con quali ripercussioni? «Lo Stato non ha affatto garantito risorse coerenti per cofinanziare adeguatamente i progetti da realizzare con fondi europei né, soprattutto, ha garantito interventi con risorse in conto capitale: la previsione del 45% della spesa in conto capitale al Sud si confronta da anni con una quota di poco superiore al 30%; e per la spesa in conto corrente la quota è stata di norma inferiore di un 6% alla quota della dimensione demografico-territoriale del Mezzogiorno. Inoltre, in Campania, come nelle altre regioni, e in particolare nell’area metropolitana di Napoli, che da sola copre i due terzi della popolazione, si è privilegiato un modello “autarchico” a discapito dell’apertura ai mercati e alle relazioni di sistema». Quali sono i punti di forza del territorio sui cui investire? «L’ampio spettro di capitale umano disponibile, che ora emigra specie se di eccellenza; la capacità di produrre e applicare ricerca; queste sono potenzialità uniche in Italia per dar vita a un settore energetico, in primis quello della geotermia, che dovrebbe rappresentare qui come nelle altre re-

gioni del Sud la risposta strategica nazionale al vincolo del costo energetico che penalizza l’intero sistema produttivo italiano. Il “fronte del porto” della logistica potrebbe contare su un’industria armatoriale campana, e di Napoli in particolare, che non teme confronti per attrezzatura ed efficienza a livelli internazionali; altro punto di forza è rappresentato dall’industria delle costruzioni che, in carenza di una significativa domanda locale e della latitanza di opere infrastrutturali, si caratterizza a livello nazionale per la massima capacità di esportazione». Il quadro strategico nazionale come aiuterà la Campania, in tema di produttività, competitività e innovazione? «In termini di logistica, andrà attribuito un ruolo leader alla Campania e al Sud in generale, attraverso una politica nazionale (finora inesistente) degna della dimensione mediterranea della globalizzazione; bisogna sviluppare il settore dell’energia (rinnovabile e non) e dell’ambiente, che per la Campania significherebbe soprattutto esplorare a praticare la frontiera della geotermia. Tra gli altri settori s’inserisce l’agroindustria, i beni culturali e il turismo sostenibile, e la realizzazione del piano integrato delle acque di superficie e sotterranee per il distretto idrogeologico dell’Appennino meridionale che coinvolge su progetti di investimento ben identificati tutte le regioni del Mezzogiorno continentale». CAMPANIA 2011 • DOSSIER • 63


OCCUPAZIONE

L’incertezza della Campania è frutto del passato Per la prima volta dal 2005, si registra un saldo positivo dell’occupazione regionale con un incremento di trentamila unità. È il dato più interessante del bilancio del primo anno di “Campania al Lavoro!”. «Non tutto va bene, ma le cose stanno migliorando» sostiene Severino Nappi Elisa Fiocchi assenza di dialogo tra istruzione, formazione e sistema produttivo ha da sempre rappresentato una delle principali fonti di ritardo strutturale della Campania. «Eravamo ultimi in Italia e ancora privi di un sistema informativo unitario» racconta l’assessore al Lavoro Severino Nappi, a cui è stato affidato un ruolo centrale nella gestione del piano straordinario per l’occupazione “Campania al Lavoro!”, che ha riservato 270 milioni alle politiche attive,

L’

Severino Nappi, assessore al Lavoro, formazione e orientamento professionale, politiche dell’emigrazione e dell’immigrazione della Regione Campania

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25 milioni per il potenziamento dei servizi per il lavoro e i restanti 238 milioni alle politiche passive.«Oggi siamo tornati operativi e contiamo, a fine anno, di disporre già di un sistema informatico unitario attraverso l’utilizzo di link che collegano tutti i soggetti, evitando così la dispersione di risorse in sistemini locali». La Campania ne disporrà finalmente di uno che vale per tutti ed è proprio questa la grande novità che individua nell’asse istruzione-formazione-lavoro un punto qualificante delle politiche attive in ambito occupazionale. Collegare direttamente il sistema educativo e formativo con il mondo delle imprese e la realtà produttiva, passando attraverso la formazione e la ricerca: «Stiamo cercando di ragionare in termini di corrispondenza tra esigenze di sistema e azioni che mettiamo in campo, facendo dialogare le parti». La formazione è così concepita e ripensata per accrescere le competenze dei lavoratori e la competitività del sistema produttivo e per questo realizzata nell’ambito dei contratti di lavoro e non più in astratto. Tutte le misure individuate dal piano, prevedono poi la semplificazione delle procedure burocratiche e l’accelerazione dei meccanismi d’attuazione. Come nel caso dei 25 milioni di euro finanziati per il miglioramento dei servizi di lavoro che mettono in piedi l’integrazione pubblico-privato: «È una riforma di sistema che consente di far parlare i centri per l’impiego con le università e con le agenzie inte-


Xxxxxxx Xxxxxxxxxxx Severino Nappi



Abbiamo puntato a sostituire un sistema assistenziale con uno occupazionale



rinali» sottolinea Nappi, parlando delle strategie contenute nell’intero programma da circa 600 milioni di euro e che coinvolge oltre 57mila persone tra giovani, donne, disoccupati e inoccupati di lungo periodo. Il bilancio del primo anno ha fatto registrare, per la prima volta dal 2005, un saldo positivo dell’occupazione in Campania, con una crescita di 30mila unità: 55 mila nei movimenti in ingresso nel mercato del lavoro, 25mila nell’occupazione giovanile, e un aumento dei contratti di apprendistato del 50 per cento. In che termini quest’ultima misura ha cambiato il mercato del lavoro? «Il programma per l’apprendistato prevede 24 milioni di euro e i risultati ottenuti hanno dimostrato che, a condizione di avere contratti gestiti con regole semplici, che lasciano spazio alle imprese di conoscere i lavoratori, senza lacci formali, esiste un margine per fare occupazione vera. Abbiamo puntato a sostituire un sistema assistenziale con un sistema di occupazione coinvolgendo un numero notevole di persone non soltanto attraverso le politiche passive, e quindi la cassa integrazione, che comunque stiamo sostenendo». A chi si rivolgono le politiche attive messe in campo? «Contiamo quasi 30mila persone destinatarie di provvedimenti di incentivi all’occupazione, di formazione continua e iniziale e attività funzionale alla ricollocazione sul mercato. Sul tema della crisi d’impresa, abbiamo promosso

un programma che incentiva proprio quelle aziende che si riprendono i cassa integrati in deroga e finanziamo anche la formazione per riqualificarli. Un meccanismo che ha condotto a grandi risultati». Quali bandi saranno attivati in futuro per rilanciare l’occupazione? «Accanto alle misure appena illustrate che concernono l’organizzazione del mercato del lavoro esistente, abbiamo misure in itinere con interventi che sostengono in modo particolare i giovani. Alcune sono già operative, come ad esempio l’intervento rivolto ai dottorati in azienda, che prevede lo stanziamento di 8 milioni e mezzo di euro in favore dell’università. La manovra non vuole finanziare dei meri percorsi accademici ma favorisce un reale inserimento in azienda di alcune centinaia di laureati  CAMPANIA 2011 • DOSSIER • 65


OCCUPAZIONE



L’incentivo va a quelle aziende che riprendono i cassa integrati in deroga e finanziano anche la formazione per riqualificarli



 e dottorandi del sistema universitario pub-

534

mln PIANO

L’investimento complessivo a cui ammonta il piano straordinario per l’occupazione “Campania al Lavoro!”

8,5

mln

RISORSE Il finanziamento rivolto alle università per i dottorati in aziende sostenuti dalla Regione Campania

blico affinché svolgano la tesi di dottorato presso le piccole e medie imprese principalmente. Ciò significa che per tre anni saranno sostenuti dalla Regione Campania che coprirà tutti i costi». Come cambia in tal modo il rapporto tra università e imprese? «Attraverso questa strada avviene un trasferimento di competenze che permette di capire alle piccole e medie imprese, cosa significa investire su un capitale umano di qualità. Pensiamo a giovani giuristi, economisti e via dicendo all’interno di aziende con meno di cinque dipendenti che a loro volta avranno un’occupazione di qualità e potranno migliorare in tema di formazione degli imprenditori. C’è, infatti, un’assoluta sovrapposizione tra proprietà e gestione, mentre sempre più spesso servono competenze tecniche per business plan, contrattazioni con i fornitori, investimenti internazionali. Se le imprese non dispongono di queste risorse, rischiano di cadere in molte difficoltà».

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Secondo il rapporto Formez 2011, le politiche anticrisi della Campania sono le più efficaci d’Italia. Eppure, il rapporto Svimez 2010 ha collocato la Regione all’ultimo posto a livello nazionale. Quali contraddizioni permangono sul territorio? «Il dato di fatto è che accanto a questi numeri positivi di “Campania al Lavoro!”, abbiamo comunque persone per strada, crisi occupazionale e altri problemi. Non vuol dire che tutto va bene infatti, ma semplicemente che le cose stanno migliorando. Le criticità rispondono ad una realtà diversa rispetto a ciò che stiamo facendo. Abbiamo due grandi comparti di crisi: la pubblica amministrazione e il sistema della grande impresa tendenzialmente sovranazionale. Nel primo caso scontiamo il gonfiamento degli organici avvenuto per anni, con attività che spesso non hanno avuto un vero significato e hanno comportato una dispersione di risorse e successivi e frettolosi tagli al personale. Stiamo gestendo questo tipo di processo per trovare una linea unitaria volta al recupero di funzioni che consentano a queste strutture di razionalizzare gli interventi. Il senso è: un soldino in meno ma lavoro per tutti, con un’allocazione prospettica rispetto al futuro. Nel secondo caso, il piano per il Lavoro è stato approvato da tutte le parti sociali regionali e l’obiettivo è di trovare una condivisione a livello nazionale».


Xxxxxxx Xxxxxxxxxxx Lina Lucci

Un tavolo unico per ricerca, sviluppo e lavoro n un quadro regionale dove il Pil diminuisce dello 0,6% e il tasso d’occupazione scende sotto la soglia del 40%, è il momento di passare da politiche passive come gli ammortizzatori sociali, suggerisce il segretario generale della Cisl Campania Lina Lucci, a politiche attive che permettano un percorso di emersione di professionalità e di competenze. Oltre al Pil che è diminuito di cinque volte negli ultimi dieci anni, anche gli investimenti nel settore industriale segnano percentuali al ribasso, per non parlare dell’andamento occupazionale: «I dati di Bankitalia e del recente rapporto Svimez stimano che in Campania, nei prossimi mesi, si perderanno oltre 10mila posti di lavoro». La Cisl chiede dunque un immediato e radicale cambio di rotta in tema di politiche per lo sviluppo, presentando un pacchetto con oltre trenta proposte concrete da attuare. «Dal rilancio del territorio e l’eliminazione degli sprechi al taglio dei costi della politica, oltre al recupero di risorse che possano essere utilizzate a favore delle famiglie più disagiate». Il tutto, lavorando principalmente sulle esigenze di liquidità. Da quali percorsi di certificazione delle competenze bisogna partire per favorire la rottura dei meccanismi sottesi al lavoro nero in Campania? «Nella nostra regione questo fenomeno è particolarmente sentito, basti pensare che almeno un lavoratore su quattro è irregolare. È necessario coinvolgere in questa direzione gli enti bilaterali, far emergere le competenze attraverso una prova d’arte e permettere, a chi le possiede, di utilizzarle per la ricerca di un’occupazione regolare. È inconcepibile che mentre, da un lato, in Campania ci sono oltre 620mila giovani che non studiano e non lavorano, dall’altro, le imprese, soprattutto quelle artigiane, faticano a trovare deter-

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Istituzioni e parti sociali devono assumere un atteggiamento proattivo per uscire dalla crisi. Lina Lucci illustra il pacchetto di proposte della Cisl: «Azioni incisive in termini di recupero del gettito dell’evasione fiscale e rimodulazione dei ticket su criteri di progressività e proporzionalità» Elisa Fiocchi

minate figure professionali». Un altro obiettivo sarà promuovere l’apprendistato professionalizzante oltre i 29 anni d’età. Quali vantaggi offre? «Il problema dell’occupazione riguarda anche chi ha più di 29 anni. Basti pensare che all’interno dei cosiddetti “Neet” s’includono persone tra i 15 e i 34 anni. Aprire l’apprendistato anche a chi ha più di 29 anni, consente di evitare di perdere sul piano dell’occupazione un’ampia fetta di persone che vanno invece coinvolte: a cominciare dai cassintegrati e da quanti sono fuoriusciti dal mercato del lavoro. Una seria programmazione dell’utilizzo dei fondi europei per lo sviluppo può puntare a riqualificare le risorse e impiegarle in nuovi tipi d’incentivi, da destinare ad

Lina Lucci, segretario generale di Cisl Campania



CAMPANIA 2011 • DOSSIER • 67


OCCUPAZIONE



È inconcepibile che mentre da un lato in Campania ci sono oltre 620mila Neet, dall’altro le imprese faticano a trovare determinate figure professionali



 esempio alle aziende che decidono di stabilizzare.

Cisl ha lanciato la proposta di prevedere un obbligo di placement per una percentuale dei partecipanti agli stessi corsi di formazione finanziati con risorse pubbliche, così si garantirebbe davvero la qualità e l’efficacia dei percorsi messi in campo». Uno dei problemi del mercato del lavoro in Campania riguarda la percentuale di finti disoccupati. Come sradicare il fenomeno? «La proposta di stanare i finti disoccupati - ma anche i finti poveri, i finti disabili e le aziende che ricevono risorse pubbliche per creare occupazione e poi rompono questo patto - è indicata come priorità per il rilancio dell’occupazione sul territorio. Le competenze, in tal senso, sono per lo più in capo alle Province, che poco o nulla hanno fatto finora. Ci deve essere un monitoraggio continuo e sinergico dei dati che giungono dalle aziende, dagli istituti di previdenza e dalle istituzioni e un controllo incrociato degli stessi. Oltre a pretendere da Roma la giusta attenzione per il Mezzogiorno, è necessario qualificare la spesa e dimostrare senso di responsabilità sul territorio».

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Ha affermato che ricerca, sviluppo e lavoro devono interagire come strumenti di un’unica orchestra. Da quali punti di forza settoriali ripartire? «Abbiamo chiesto da tempo un tavolo interassessoriale composto da chi ha le deleghe per queste tre materie. In Campania si formano molti giovani che devono spesso emigrare per trovare un lavoro. La misura che prevede i dottorati in azienda, voluta dall’assessore al Lavoro, Severino Nappi, e da quello alla Ricerca scientifica, Guido Trombetti, vanno in questa direzione. L’assessorato alle Attività produttive, invece, è latitante da troppi mesi. E senza piani per lo sviluppo è complicato far ripartire il sistema. Altre responsabilità sottovalutate sono quelle in capo a Province e Comuni: trasparenza nei loro bilanci, razionalizzazione delle partecipate e facilitazioni - non solo economiche - per chi vuole investire o deve decidere se rimanere sul territorio (come nei casi di Irisbus, Fincantieri e Alenia, per esempio) meritano da tutti non solo recriminazioni, ma proposte. Province e Comuni dicano cosa ci mettono loro in queste vertenze».


FOCUS AVELLINO

Reti d’impresa per fronteggiare la crisi Bisogna trovare nuove soluzioni per affrontare la congiuntura economica negativa. Per questo la Camera di Commercio di Avellino ha posto in essere varie iniziative, Costantino Capone illustra le strategie necessarie per il rilancio Nicolò Mulas Marcello

er uscire dalla crisi occorre muoversi su più fronti. Tra essi quello della rete d’impresa e quello dell’internazionalizzazione: «Saranno erogati servizi – spiega Costantino Capone, presidente della Camera di Commercio di Avellino – di assistenza specialistica per incrementare l’efficacia dell’azione promozionale e assistere le imprese nel concretizzare accordi di collaborazione con partner esteri. La Camera di Commercio, inoltre, pone grande attenzione al processo di sburocratizzazione». In che misura le imprese locali hanno risentito della crisi economica? «Lo scenario socio-economico attuale è estremamente delicato per il territorio provinciale e per tutto il sistema economico; la crisi globale è più che mai in atto e sta provocando un impatto recessivo sul tessuto imprenditoriale irpino, fatto prevalentemente di piccole e medie imprese, con una forte prevalenza di ditte individuali a conduzione familiare. Per questo risulta più esposto agli effetti della congiuntura negativa. In provincia nel 2011 si evidenzia, rispetto al precedente anno, una flessione di circa il 3% dell’apparato imprenditoriale che conta attualmente 44mila imprese. Il fenomeno è dovuto sia a un significativo numero di chiusure aziendali (1.400 nei primi sei mesi dell’anno) sia a una frenata dell’avvio di nuove imprese (-2,8% rispetto allo scorso anno), scaturita dalla fase di acuto pessimismo che per-

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vade soprattutto il mondo giovanile». Quali sono i settori che hanno avvertito maggiormente gli effetti della crisi e in che modo hanno cercato di reagire? «Va evidenziato un forte calo dell’agricoltura, del commercio e del manifatturiero, con riferimento al comparto dell’automotive, mentre è positiva la performance delle imprese alimentari nell’export: ciò mette in risalto che le imprese irpine, hanno strategicamente migliorato la propria posizione sui mercati esteri, confermando l’Europa quale prima area geografica di riferimento con oltre il 60% del totale delle esportazioni. Nel complesso i segnali positivi per l’economia provinciale sono le importazioni con un aumento del 24%, e le esportazioni con un +4%, quest’ultime guidate dall’agroalimentare che rappresenta il 25% del totale».

A destra, Costantino Capone, presidente della Camera di Commercio di Avellino


Xxxxxxx Xxxxxxxxxxx Costantino Capone

Dal punto di vista occupazionale qual è attualmente la situazione? «Continua nel 2011 il perdurare di dinamiche occupazionali negative, in particolar modo causato dalle chiusure aziendali e dall’effetto dei tagli adottati dalle imprese a seguito del ridimensionamento del volume d’affari hanno generato un ricorso fortissimo agli ammortizzatori sociali provocando circa 3.000 persone tra cassa integrazione e mobilità. Anche per il tasso di disoccupazione non ci sono buone notizie, ha raggiunto infatti il 12% ponendosi a un valore intermedio tra la pesante situazione regionale e la media nazionale. D’altro canto è diminuito il tasso di occupazione: solo una persona su due in Irpinia possiede un lavoro. Ancora più grave la situazione dei giovani: la disoccupazione giovanile dai 15 ai 24 anni è pari al 31% in media - anche se è la più bassa in Campania - più in linea con il dato nazionale (28%) che con quello regionale (42%)». Quali sono le prospettive per il futuro e quali sono le attività promozionali in programma da parte della Camera di Commercio? «In un momento così problematico per le imprese e per le famiglie, l’ente deve fungere da impulso, verso gli altri attori pubblici e privati, affinché vengano individuati gli strumenti più adeguati per agire in sinergia e per integrare

differenti punti di vista, valori, interessi e risorse al fine di raggiungere, con minori costi, adeguata velocità e maggiore efficacia, obiettivi complessi e comuni per contribuire a frenare la crisi e a far ripartire la crescita competitiva del territorio. In particolare si intensificheranno le azioni tese a migliorare la competitività delle imprese e la promozione del territorio, agendo sulla fornitura di servizi e attività che mirano a favorire lo svolgimento delle attività accrescendo il grado di efficienza e favorire l’innovazione di impresa anche attraverso il rafforzamento dell’economia verde e della qualità del vivere in Irpinia. Favorire la formazione di filiere industriali che mettano insieme grandi e piccole imprese attraverso lo sviluppo e il potenziamento delle stesse reti d’impresa sono uno degli obiettivi dell’ente camerale in quanto esse consentono alle aziende il duplice obiettivo di accedere più facilmente ai finanziamenti creditizi e allo sviluppo dell’internazionalizzazione delle loro attività. Non si tralascia ovviamente l’internazionalizzazione delle imprese favorendo l’accesso e l’espansione delle imprese sui mercati esteri, supportando la naturale inclinazione delle imprese irpine all’apertura internazionale attraverso l’organizzazione di partecipazioni collettive alle principali rassegne fieristiche di livello internazionale e l’attivazione di iniziative mirate per l’avvicinamento ai mercati target». CAMPANIA 2011 • DOSSIER • 71


FOCUS AVELLINO

Occorre un rilancio economico Per far ripartire l’economia locale occorre sbloccare i fondi del patto di stabilità. A sostenerlo è Sabino Basso, presidente di Confindustria Avellino, il quale disegna il quadro generale dell’economia provinciale Nicolò Mulas Marcello

fronte della crisi economica le imprese di Avellino stanno cercando di rialzarsi con le proprie forze puntando sui settori più innovativi. «In questo momento – spiega Sabino Basso, presidente di Confindustria Avellino – sta andando molto bene il settore delle energie rinnovabili, quindi eolico e solare, quello alimentare, quello informatico (abbiamo una delle aziende leader in Europa nel campo della programmazione legata all’edilizia) e quello aerospaziale. Soffre invece in maniera cronica il settore dell’automotive, con due stabilimenti Fiat di cui uno appena dismesso come l’Irisbus. E soffre anche il settore della concia. Sono in stand by infine i settori dell’edilizia e quello dei trasporti che stanno aspettando che ripartano le infrastrutture per potersi rilanciare». Ci sono iniziative in programma da parte di Confindustria Avellino per sostenere e promuovere le imprese del territorio? «Siamo quotidianamente a confronto con le istituzioni perché il Pil regionale viene in gran parte dai fondi che la Regione elargisce per la sanità e i trasporti. È così che si muove tutto l’indotto economico. Come Confindustria stiamo puntando su due grandi innovazioni, una è l’informatizzazione, attraverso l’applicazione “Io sono Confindustria Avellino”, la prima in Italia, l’altra è la formazione, che è l’unica ancora di salvezza rispetto ai grandi

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Sabino Basso, presidente di Confindustria Avellino

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Paesi dinamici, quelli un tempo considerati emergenti. Tutti i giorni ci impegniamo affinché le istituzioni pongano l’attenzione sulla parola sviluppo. I sindacati sono in sintonia con noi su questo argomento, sanno che gli operai per lavorare hanno bisogno delle aziende». Dal punto vista infrastrutturale come occorre migliorare le comunicazioni per rilanciare lo sviluppo del territorio? «C’è sicuramente molto margine di miglioramento. Come Confindustria abbiamo già da un anno indetto un tavolo con tutte le parti sociali. Abbiamo presentato un progetto, per quanto riguarda le infrastrutture materiali e immateriali, che è stato approvato dalla Provincia. In alcuni casi ci siamo anche sostituiti alle istituzioni, che a volte sono un po’ sorde da questo punto di vista, ma incontriamo poi difficoltà a relazionarci con chi deve realizzare le opere. Abbiamo bisogno di strade di collegamento, di piattaforme logistiche e di utility che potrebbero essere migliorate. Ci sono, ad esempio, aree industriali che non hanno ancora la banda larga. Si tratta di una serie di servizi che a mio avviso possono essere ottimizzati, bastano poche centinaia di migliaia di euro per dare un impulso a tutte le utility». Quali sono le previsioni per il prossimo anno? «Se si sblocca il patto di stabilità che ha legato Regioni, Province e Comuni, verrà immesso denaro nel sistema economico già a partire dal 2012. Peggio di così le cose non possono andare, l’economia locale può solo ripartire».


FOCUS AVELLINO

Proposte concrete per lo sviluppo del territorio l tessuto economico va maggiormente valorizzato dalle istituzioni. A lanciare l’allarme è il deputato avellinese Marco Pugliese, che denuncia una gestione non attenta alle esigenze dei cittadini e degli imprenditori del territorio: «Occorre sburocratizzare le procedure, uscendo anche dalle logiche sbagliate di quello che è il provincialismo. Molti, infatti, scelgono di fuggire dal caos di città invivibili per poter comprare casa in provincia». Quali sono attualmente le principali criticità della città di Avellino dal punto di vista economico? «Come tante città del sud, Avellino vive un problema serio, ovvero il fatto che i bilanci sono al limite del dissesto finanziario. La nostra città ha un bilancio ordinario che ha chiuso in perdita di 110 milioni di euro con altri 10 milioni di debito fuori bilancio, per settori anomali come consulenze, sentenze legali, ecc. Quindi se c’è una misura dei costi della politica, Avellino è uno dei comuni che sperpera di più. A questo si accumulano una serie di mutui che il Comune ha dovuto fare con le banche come ad esempio per l’arredo urbanistico. Quindi è vero che ci sono stati i tagli per gli enti locali operati dalla manovra ma è altrettanto vero che chi amministra ha il dovere di tagliare gli sprechi e gestire l’ordinario e lo straordinario per il bene della collettività. Avellino tra l’altro è uno di quei Comuni che ha messo in vendita i beni alienabili per un totale di 15 milioni di euro ma sono circa 2 anni che non riesce a cedere questi beni perché non hanno il certificato di agibilità». Per sostenere le imprese del territorio in tempo di crisi da che cosa bisogna partire?

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«Occorre una gestione a favore dei giovani e a sostegno della cultura imprenditoriale». Marco Pugliese è critico con l’amministrazione comunale avellinese, complice, secondo lui, di logiche assistenzialiste lontane da quelle di sviluppo Nicolò Mulas Marcello

«Questa amministrazione comunale è lontana anni luce dalle imprese radicate da tempo nella zona industriale. Pecca di una vera programmazione, manca ad esempio uno sportello informativo per dare informazioni ai giovani che hanno voglia di fare impresa. È una città provinciale che vive distante da quella che è l’economia reale, e la realtà economica di Avellino. Una città che è famosa per i vini, per le nocciole che esporta anche all’estero. Il Comune è distante da certe attività e con la scusa del debito non sostiene le imprese». Dal punto di vista infrastrutturale cosa occorre fare per migliorare le comunicazioni e dare un impulso allo sviluppo? «Da questo punto di vista qualcosa è stato

Marco Pugliese, deputato del Popolo della Libertà


Xxxxxxx Xxxxxxxxxxx Marco Pugliese

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Il tessuto economico avellinese va maggiormente valorizzato dalle istituzioni fatto ma bisognerebbe potenziare ciò che c’è per dare un impulso allo sviluppo. La strada che collega il centro città alla zona industriale, la cosidetta Bonatti, è una strada pericolosissima che versa in condizioni al limite dell’agibilità e della cui sicurezza si parla da tanto tempo con varie proposte di installazione di guard rail e di manutenzione dell’asfalto, ma in 30 anni non è ancora stato fatto niente di importante. Lungo questa strada purtroppo si verificano incidenti gravi ogni mese. Inoltre si parla anche di un ipotetico terzo casello dell’autostrada per snellire gli ingressi in città. So che a tal proposito sono state fatte riunioni con l’Anas per stabilire la fattibilità di questo progetto. Per quanto riguarda altri generi di infrastrutture c’è stato lo stanziamento nel Cipe dei fondi Fas per l’allargamento alla terza corsia della Avellino-Salerno. Ovvero la strada che potrebbe favorire anche i collegamenti con l’Università di Fisciano». Quali sono le proposte del Popolo della Libertà per favorire il rilancio economico di Avellino?

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«Qui continuano le note dolenti in quanto il Popolo della Libertà purtroppo non fa proposte, se non qualche consigliere che è stato eletto e abbandonato a sé stesso. Non c’è un partito che dovrebbe vigilare sugli sprechi del Comune e indignarsi per le mancate proposte. Purtroppo anche la provincia soffre della mancata gestione sul territorio e tutto tende a concentrarsi in città, così anche gli ospedali chiudono in provincia. Occorre sburocratizzare le procedure, uscendo anche dalle logiche sbagliate di quello che è il provincialismo. Molti infatti scelgono di fuggire dal caos di città invivibili per poter comprare casa in provincia. Dal punto di vista urbanistico Avellino è cresciuta moltissimo negli ultimi anni ed è quasi raddoppiata anche come numero di abitanti. La mia proposta in qualità di Grande Sud è quella di aprirsi a una logica di gestione dell’amministrazione della cosa pubblica più a favore dei giovani e a sostegno della cultura imprenditoriale. Prevale purtroppo l’assistenzialismo sotto tante forme ma con una buona e sana gestione fatta di professionalità e competenze anche piccoli comuni come Avellino possono emergere». CAMPANIA 2011 • DOSSIER • 75


IMPRENDITORI DELL’ANNO

Più sostegno al manifatturiero Orgoglio del made in Italy nel mondo, il comparto calzaturiero sta affrontando una fase di profonda riorganizzazione. E necessita di maggior attenzione da parte delle istituzioni. L’analisi di Biagio Liccardo Guido Puopolo

l settore calzaturiero è comunemente riconosciuto come uno dei pilastri del “Sistema Moda” italiano, e rappresenta da sempre una delle realtà di maggior rilievo all’interno del quadro economico nazionale, grazie soprattutto alla sua spiccata vocazione all’export. Sono diverse, infatti, le regioni che ospitano distretti specializzati proprio nella produzione di calzature, conosciute e apprezzate in tutto mondo. Circa cinquecento aziende e oltre tremila addetti rappresentano il cuore pulsante dell’industria calzaturiera campana, che ha il suo centro nell’area aversana. Qui, nel secondo dopoguerra, al sistema di aziende già collaudato nel settore tessile si affiancarono infatti i primi calzaturifici a conduzione familiare, che ancora oggi costituiscono una fonte di straordinaria creatività e manualità. Profondo conoscitore di questo mondo è Biagio Liccardo, presidente della Sezione Calzature di Confindustria Caserta e amministratore unico della Liccardo Manufacture Srl, azienda specializzata nella realizzazione di calzature, in cui le antiche tecniche artigianali si fondono con i più moderni strumenti tecnologici. Sulla base della sua esperienza di imprenditore, e in virtù del suo ruolo all’interno di Confindustria Caserta qual è, secondo lei, lo stato di salute delle imprese campane e quali sono in particolare le cri-

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ticità maggiori con cui oggi devono confrontarsi le aziende del settore manifatturiero? «I dati oggettivi parlano chiaro. Sul piano della produzione, dell’export e, di conseguenza, dell’occupazione purtroppo a livello generale sta andando rafforzandosi il trend negativo fatto registrare a partire dal 2009. Tuttavia nonostante le enormi difficoltà, legate anche a una situazione economica di assoluta instabilità, l’intero comparto campano, grazie all’implementazione di un’efficace strategia operativa, è riuscito comunque a limi-


Biagio Liccardo

Biagio Liccardo, amministratore unico della Liccardo Manufacture Srl di Teverola (CE) www.liccardomanufacture.com

tare i danni, registrando un calo della produzione pari a circa il 10 per cento, a fronte di una percentuale che oscilla tra il 20 ed il 30 per cento per altri distretti produttivi situati in regioni come Veneto, Marche, Puglia e Toscana. Al di là di questo risultato, però, permangono situazioni di disagio diffuso, dovute principalmente alle difficoltà che le imprese locali, soprattutto aziende familiari di piccole e medie dimensioni, incontrano nell’accesso al credito, non riuscendo così ad attuare quelle politiche di sviluppo e innovazione necessarie per non perdere competitività sul mercato». Cosa dovrebbe cambiare, dunque, nel rapporto tra imprese e istituzioni e come si potrebbero agevolare le aziende campane in questo momento di congiuntura negativa? «In alcuni paesi quali Stati Uniti, Gran Bretagna e Germania, storicamente a forte trazione industriale, si sta affrontando la crisi sostenendo in primo luogo il comparto manifatturiero, mentre in Italia le istituzioni sembrano non aver ancora recepito questa necessità, in particolare al sud. Sono infatti tantissimi gli artigiani campani che quoti-



La nostra è una delle poche aziende al mondo a essere dotata di macchinari robotici integrati in un processo produttivo di tipo artigianale



dianamente si trovano a dover combattere una guerra in perfetta solitudine, contro un nemico difficile da individuare e quindi da affrontare. Il rischio è che questo immobilismo possa provocare danni irreparabili per il tessuto produttivo locale, anche e soprattutto in chiave futura. Le imprese, in questo particolare momento, hanno bisogno di un sostegno concreto da parte della politica, più volte manifestato a parole ma che nei fatti tarda ancora ad arrivare». La Liccardo Manufacture, nella realizzazione delle sue calzature, collabora attivamente con diverse realtà locali. Quanto conta per la vostra impresa il legame con il territorio? «Lavoriamo in stretta sinergia con ben quattro tomaifici, con un indotto che dà lavoro a circa 450 persone. Sul nostro territorio, infatti, sopravvivono ancora numerose realtà  CAMPANIA 2011 • DOSSIER • 79


IMPRENDITORI DELL’ANNO



artigianali dotate di grande professionalità e di elevati standard qualitativi, che rappresentano per noi una risorsa fondamentale. Oltre a questo, però, la possibilità di creare e salvaguardare posti di lavoro in una regione come la Campania, storicamente caratterizzata da tassi di disoccupazione molto elevati, costituisce per l’azienda un indubbio motivo di soddisfazione, ma allo stesso tempo anche una grande responsabilità, che ci spinge ogni giorno a cercare di fare al meglio il nostro mestiere di imprenditori». Artigianalità e tecnologie innovative si



Nonostante le enormi difficoltà, legate anche a una situazione economica di assoluta instabilità, l’intero comparto campano, grazie all’implementazione di un’efficace strategia operativa, è riuscito comunque a limitare i danni



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coniugano perfettamente nella vostra produzione. Quale percentuale del fatturato destinate alla ricerca e allo sviluppo di nuove tecnologie? «È difficile valutare la percentuale di investimenti destinata a queste attività, perché la ricerca è continua. Per noi migliorare metodologie e tempi di lavorazione ha sempre rappresentato un obiettivo da perseguire costantemente, tanto che ad oggi, per quel che riguarda il settore calzaturiero, la nostra è una delle poche aziende al mondo a essere dotata di macchinari robotici perfettamente integrati in un processo produttivo di tipo artigianale. Grande attenzione è riservata anche alla tutela dell’ambiente e della salute dei nostri collaboratori, che cerchiamo di salvaguardare attraverso l’utilizzo di colle ad acqua e materiali atossici». La vostra è un’azienda storica, che distribuisce calzature in tutto il mondo. Quali sono, a questo proposito, i principali mercati di riferimento? «Grazie all’esperienza acquisita in decenni di attività, abbiamo avuto la possibilità di lavorare a stretto contatto con alcune tra le più importanti realtà presenti nel mondo delle calzature, per le quali produciamo scarpe che vengono poi esportate e commercializzate in tutto il mondo. Attualmente, nell’attesa che il mercato americano mostri stabili segnali di ripresa, l’Oriente, pur presentando al suo interno difficoltà non da poco, rappresenta senza dubbio l’area geografica dalla quale provengono le performance migliori». Quali sono le prerogative che permettono, a una produzione come la vostra, di competere con quella su larga scala, capace di offrire articoli a prezzi sempre più bassi? «In un mercato sempre più sensibile alla qualità dei prodotti, caratterizzato da una concorrenza agguerrita e da un’utenza oggi molto attenta al rapporto qualità/prezzo, la nostra azienda è riuscita ad acquisire credibilità perseguendo, con costanza, obiettivi quali la


Biagio Liccardo

Passione di famiglia

puntualità nelle consegne e la disponibilità e capacità ad adeguare la propria organizzazione alle esigenze dei committenti. Le nostre calzature si caratterizzano per l’elevata qualità dei materiali utilizzati, e per questo si rivolgono prevalentemente a quel segmento di mercato rappresentato dall’alta moda. Questo ci permette di non subire la concorrenza proveniente da articoli rivolti soprattutto a un pubblico di massa, che presentano magari costi più accessibili ma che, a livello qualitativo, non possono certo competere con le nostre creazioni». È possibile fare un bilancio dell’ultimo biennio della Liccardo Manufacture e delineare le prospettive per il prossimo futuro? «Fortunatamente la nostra azienda sta attraversando una fase molto positiva, tanto che già durante lo scorso anno siamo riusciti a recuperare le perdite fatte registrare nel 2009. Per il 2011 contiamo di arrivare a produrre trecento mila paia di scarpe, con un aumento rispetto all’anno precedente pari al 35 per

È una storia che parte da lontano quella della Liccardo Srl, frutto dell’intraprendenza del suo fondatore, Biagio Liccardo, che appena diciottenne emigrò in Toscana per cercare fortuna. Partendo da quella proficua esperienza Liccardo intraprese un percorso imprenditoriale di successo inaugurando, nel 1938, un piccolo stabilimento dedito alla produzione di calzature rigorosamente artigianali, commercializzate prima in Campania e successivamente in tutta Italia con il marchio “Biagio Liccardo”. Con l’ingresso in azienda dei figli l’attività cresce e si rinnova, fino ad arrivare ai giorni nostri, con la definitiva consacrazione, anche sulla scena internazionale, della Liccardo Manufacture Srl. Guidata oggi dagli eredi del fondatore, l’azienda è riuscita a fondere al meglio il background acquisito, relativo ad un processo produttivo estremamente artigianale quale quello della calzatura, con i più moderni principi industriali, per assicurare sempre un livello di eccellenza dei prodotti.

cento. Siamo però consapevoli del fatto che nei momenti difficili, e quello che stiamo attraversando senza dubbio lo è, offrire qualità e servizio rappresenta l’arma vincente. Per questo lavoriamo alacremente anche in chiave futura, per cercare di trasferire questa nostra convinzione alla prossima generazione dei Liccardo, che già scalpita per rendersi protagonista in azienda e che si troverà ad affrontare nuove ed entusiasmanti sfide, con la consapevolezza che per raggiungere i suoi obiettivi dovrà “fare le scarpe a tutti”». CAMPANIA 2011 • DOSSIER • 81


IMPRENDITORI DELL’ANNO

Il calzaturiero guarda a un packaging sostenibile La scelta di materiali riciclati e la realizzazione di scatole a loro volta riciclabili. Michele Liguori illustra quali sono i tipi di carta e cartone usati per l’imballaggio nel settore delle scatole per scarpe. E quali i processi di lavorazione per le produzioni particolari Manlio Teodoro

e scatole e gli imballaggi hanno al contempo un ruolo funzionale e uno estetico. Funzionale perché servono a garantire l’integrità del prodotto contenuto e a facilitare il trasporto e il deposito delle merci. Estetico perché il packaging è uno dei mezzi attraverso i quali ogni brand si rappresenta sul mercato. Com’è possibile riuscire a offrire un prodotto che sia, oltre che di qualità allo stesso tempo competitivo – considerando anche la presenza di nuovo competitor particolarmente aggressivi? «Mettendo al primo posto le esigenze dei marchi per i quali si realizzano le scatole e lavorando seguendo delle precise linee Michele Liguori, titolare e amministratore dello Scatolificio San Maurizio Srl, Carinaro (CE) guida, garantite dalle www.scatolificiosanmaurizio.com certificazioni aziendali,

L

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è possibile raggiungere una posizione invidiabile sul mercato». Questa è l’idea di Michele Liguori, titolare e amministratore dello Scatolificio San Maurizio, specializzato nella produzione di scatole in cartone teso, microonda e imballaggi americani. Quali sono i punti di forza della vostra produzione? «Poniamo la massima cura al rivestimento, realizzato con carte personalizzate, valorizzate con stampa offset verniciature, plastificazioni, stampe a caldo e applicazioni di anelli metallici di ogni colore. C’è, inoltre, la possibilità di scegliere fra un vasto campionario di carte, cartone, scatole foderate e personalizzate. Questi prodotti trovano collocazione in settori come quello delle calzature, della pelletteria, dell’abbigliamento e delle spedizioni». L’azienda è stata avviata nel 1976. Com’è cambiato il vostro modo di lavorare da allora? «Rispetto al nostro esordio c’è stata ovvia-


Michele Liguori

mente un’evoluzione, sia in termini di imprenditorialità che di sistema produttivo. All’inizio eravamo un’azienda artigiana, adesso abbiamo raggiunto i più alti livelli di imprenditoria non solo in Campania, ma in tutta Italia. Ci siamo specializzati, soprattutto nel settore calzaturiero, e copriamo circa il 70-80% del mercato campano, oltre a essere il punto di riferimento di molte aziende fuori regione. Cerchiamo di sperimentare sempre le soluzioni più innovative, in modo da offrire un servizio completo, che

3,5 mln EURO

Il fatturato dello Scatolificio San Maurizio relativo alla chiusura di bilancio dell’anno 2010

parta dalla realizzazione del prototipo e arrivi alla consegna di un prodotto finito che soddisfi le attese del committente». Per quanto riguarda la linea produttiva, qual è stato il progresso tecnologico? «Siamo stati attenti a seguire le innovazioni che riguardano sia il settore dei macchinari – utilizziamo soltanto macchine automatiche –, sia l’innovazione sui nuovi materiali. Compriamo la carta e il cartone teso e li lavoriamo, in particolare il cartone viene fustellato. Il progetto viene elaborato internamente

dai nostri grafici, che possono anche realizzare soluzioni particolari. Tutte le fasi di lavorazione – campioni, stampa litografica, stampa a caldo, plastificazione, fustellatura, confezionamento del prodotto, immagazzinaggio, consegna – sono eseguite direttamente da noi». Che differenza c’è fra cartone teso, microonda e imballaggio americano? «Il cartone teso ha la caratteristica di essere rigido ed è quello che si usa propriamente per le scatole delle scarpe. Il cartone microonda, invece, serve per confezionare delle grandi scatole che contengono le confezioni dei prodotti calzaturieri. L’imballaggio americano, infine, è quello che serve per i pacchi di spedizione e contiene sia il packaging e che i prodotti». In che modo si concretizza la vostra attenzione per l’ambiente? «Tutte le materie prime che usiamo sono prodotti riciclati – facciamo pochissimo uso di carte con cellulosa. Inoltre, che si tratti di scatole in cartone ondulato o scatole litografate, il nostro packaging è quasi totalmente riciclabile. Sempre su questa linea stiamo investendo per dotarci di pannelli fotovoltaici: lo scopo è quello di abbattere a zero l’impatto della nostra produzione sull’ambiente». In questo momento l’andamento del mercato è positivo? «Non abbiamo avuto alcuna flessione, né di produzione né di fatturato. La nostra forza è quella di assicurare la stessa attenzione sia al piccolo cliente sia al grande». CAMPANIA 2011 • DOSSIER • 83


IMPRENDITORI DELL’ANNO

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Giuseppe de Martino

La produzione dei freni cresce in chiave ecologica Si sono imposti sul mercato europeo proponendo materiali frenanti a basso impatto ambientale e tecnologicamente avanzati. Il caso della campana Italian Brakes, che ha conquistato i principali produttori e manutentori di veicoli, rendendo più ecologico e sicuro il trasporto pubblico Paolo Lucchi

l made in Italy non è più unicamente sinonimo di stile. È anche nell’innovazione, nell’avanzamento tecnico e tecnologico, che si gioca la sua competitività sui mercati internazionali. Napoli, in questo, è stata in grado di sfornare alcune eccellenze, vere e proprie bandiere nel mondo della qualità industriale italiana. Il caso della IB – Italian Brakes – Spa, ne è un esempio incalzante. Si trova infatti a Striano la sede tecnologica e operativa di quella che, a tutti gli effetti, si può definire l’unica azienda a capitale italiano impegnata nella produzione di freni innovativi, e ad alto contenuto high-tech, rivolto al mondo del trasporto pubblico. Un primato che il direttore generale, Giuseppe de Martino, sottolinea non senza nascondere un certo orgoglio. «Il nostro è un capitale soprattutto meridionale – spiega de Martino –. Rappresentiamo un caso di imprenditoria vincente in un Sud troppo spesso messo in luce solo ed esclusivamente per i suoi problemi economici». Alle origini di IB, nata nel 1990, si trovano non a caso gli sforzi di uno dei gruppi imprenditoriali più antichi e noti del napoletano, i Bellicoso de Martino. Ma il successo di questa industria non è stata osservata positivamente da tutti gli attori internazionali. «La crescita di Italian Brakes ha disturbato gli equilibri di mercato di alcune multinazionali operanti nel settore in regime di oligopolio – sottolinea il direttore generale – per questo stiamo conducendo una coraggiosa battaglia a difesa della tecnologia e dell’eccellenza italiana, che nulla ha da invidiare a quella straniera.

I

Difendiamo anche il sacrosanto diritto al lavoro per un’impresa virtuosa, considerati i vantaggi prestazionali, di impatto ambientale ed economici che i nostri prodotti consentono».

Nelle immagini, alcune delle componenti realizzate dalla Italian Brakes di Striano (NA) www.italianbrakes.com

LA PRODUZIONE La Italian Brakes produce da anni materiali frenanti non solo privi di amianto, ma anche di qualsiasi componente nocivo, impiegabili su ogni tipo di rotabile ferroviario (treni, metropolitane, tram), di veicolo su gomma (autobus, autocarri, furgoni, carrelli elevatori, autovetture, motocicli), su qualsiasi impianto civile (ascensori) e industriale (gru, carri ponte, presse). I ceppi e le pastiglie, proprio perché assolutamente ecologici, vengono commercializzati con l’esclusivo marchio Ecobrake®. Sono fabbricati con peculiari compositi organici, sottoposti a specifici processi di lavorazione appositamente progettati per garantire prodotti finali in grado di soddisfare le più svariate esigenze di impiego. A utilizzarli sono prevalentemente le grandi aziende del trasporto pubblico e privato, dai costruttori di veicoli ai principali manutentori. I FRENI ECOLOGICI L’azienda napoletana produce materiali frenanti “ecologici”, in grado cioè di garantire sicurezza e basso impatto ambientale a tutela di milioni di persone che ogni giorno viaggiano su ogni tipo di  CAMPANIA 2011 • DOSSIER • 85


IMPRENDITORI DELL’ANNO

Inventori dei freni senza amianto La IB Italian Brakes S.p.A. viene costituita nel 1990 su proposta di un gruppo imprenditoriale campano già operativo dagli anni sessanta nella produzione di materiali d’attrito per ogni tipo di veicolo e macchina industriale, tutti realizzati con tecnologie proprie brevettate. Gli azionisti di riferimento fanno capo a una antica famiglia di imprenditori napoletani, i Bellicoso de Martino, che operano da decenni nello specifico settore. Fu proprio Carmine Bellicoso, ricercatore e inventore di nuovi metodi di produzione di freni, a dare inizio all’attività nel 1965. E sempre lui, per primo, inventò i freni senza amianto nel 1976, anticipando di anni le grandi industrie straniere che operano nel settore. Attualmente la IB è l’unica azienda a capitale italiano e meridionale a produrre freni innovativi e ad alto contenuto tecnologico, capace di competere con le poche e agguerrite multinazionali straniere presenti nel mondo.



veicolo. Ad accertare l’ecologicità e le caratteristiche tecnico-prestazionali dei prodotti è stato direttamente il Dipartimento di Ingegneria dei Materiali e della Produzione dell’Università di Napoli. La validazione dei prodotti proposti sul mercato da IB è certificata da primari organismi preposti tra cui il Ministero dei Trasporti , il TUV, l’UIC e il Det Norske Veritas. Le guarnizioni freno IB, infatti, in frenata non producono fumi, odori, stridii, o scintille, spesso causa di incendi, abbattendo così ogni forma di inquinamento. Le guarnizioni freno ecologiche della società creata dai Bellicoso de Martino si sono imposte sul mercato anche per la loro semplicità di smaltimento. Al termine del loro ciclo di impiego possono venire catalogate come normali rifiuti speciali, non tossici. UNA TECNOLOGIA CHE PARTE DAL CALORE I componenti di sintesi utilizzati dalla IB in sostituzione dell’amianto, frutto di anni di ricerca e sviluppo, hanno consentito non solo di eliminare una delle maggiori fonti di inquinamento solitamente presente nei freni, ma di migliorare anche le caratteristiche prestazionali delle guar-

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nizioni d’attrito. Questo avviene per effetto delle basse temperature contenute in fase di frenatura. Il calore prodotto per attrito, anziché venire assorbito, come accadeva quando si utilizzava l’amianto, viene dissipato grazie ai componenti ecologici individuati e brevettati dalla società campana. Il migliore autoraffreddamento delle guarnizioni frenanti IB consente di ottenere frenate modulate ed efficaci in una qualunque condizione meteorologica e di impiego. Questa tecnica, inoltre, garantisce l’assenza di fenomeni di cristallizzazione, di pattinamento o “fade”, di aggressione meccanica e “fischio”. LA RICERCA SU ECOBRAKE All’ecologicità e alle migliori performance prestazionali in termini di sicurezza e impatto ambientale, evidenziate durante la frenata, si aggiunge l’ulteriore vantaggio offerto dalle guarnizioni frenanti della IB in termini di durata e, quindi, di maggiori percorrenze chilometriche e minori interventi di manutenzione e sostituzione. Un risultato pervenuto grazie agli sforzi indirizzati verso lo sviluppo e la ricerca all’interno dell’azienda. «La IB negli ultimi anni ha sviluppato numerosi progetti di ricerca – spiega il direttore generale de Martino –. Il risultato si è visto nella realizzazione di prodotti le cui caratteristiche innovative stanno contribuendo a soddisfare molteplici esigenze di sicurezza e di eliminazione di ogni forma di inquinamento». Tra questi progetti vale la pena di menzionare le pa-


Giuseppe de Martino

stiglie freno in composito organico per treni ad alta velocità – fino a 300 Km/h – e i ceppi freno organici, alternativi a quelli in ghisa per carri merci e treni passeggeri più datati. Le pastiglie freno organiche per alta velocità sono alternative a quelle sinterizzate, per intenderci quelle a matrice metallica, rispetto alle quali non provocano stridii o vibrazioni in frenata, non sono aggressive meccanicamente per il disco e costano la metà. I ceppi freno in composito organico realizzati, per sostituire quelli in ghisa ormai obsoleti e non più rispondenti alle esigenze di impiego del trasporto merci ferroviario, consentono di ottenere numerosi vantaggi, tra cui: assenza di pattinamento e scintillio in frenata dovuto dall’attrito tra metalli (ceppo ghisa, ruota, binario) causa di incendio dei sottocassa e possibile concausa di scoppi; assenza

25 mila

di forti stridii in frenata causa di inquinamento acustico; percorrenze chilometriche almeno quattro volte superiori rispetto a quelle consentite con la ghisa.

La IB realizza i suoi prodotti in un complesso industriale di oltre 25mila mq. all’interno del quale si trova anche il laboratorio di ricerca

INNOVAZIONE CERTIFICATA La IB è l’unica industria a capitale italiano del settore ad avere ottenuto, dall’1 Febbraio 2000, un importantissimo risultato tecnologico e di mercato. Si tratta dell’omologazione, conferita dal Sottocomitato Freno UIC di Parigi, per le guarnizioni freno senza amianto, piombo e zinco. Un dato che per i non addetti al lavoro potrebbe non rappresentare nulla, ma che nella realtà ha

MQ

consentito a IB l’ammissione al traffico internazionale delle sue guarnizioni. Nel campo delle applicazioni speciali, il Ministero della Difesa italiano ha conferito la certificazione che abilita le pastiglie IB per il loro impiego sui carri armati Staveco. Infine, le guarnizioni freno destinate all’impiego su treni, tram, metropolitane e autobus hanno conseguito importanti omologazioni da parte di primarie aziende di trasporto tra cui Trenitalia, Ferrovie Nord Milano, Atm Milano, Ami Genova, Atac, Metro di Roma, Anm, Circumvesuviana di Napoli e Metronapoli. Tutte aziende che da anni impiegano con soddisfazione i freni ecologici della IB, apprezzandone i vantaggi e la convenienza economica. Tra le altre collaborazioni in corso, anche quelle con Ansaldo Breda e Bombardier Italia». RICONOSCIBILITÀ INTERNAZIONALE Sono molte le qualificazioni e le omologazioni ottenute dalla IB. Fattori che consentono alla società di proporsi sempre di più in ambito internazionale, dove sono già in corso forniture ad aziende di trasporto su ferro e gomma. «Disponendo di prodotti innovativi, il gruppo ha saputo inserirsi in un mercato da sempre dominato da pochi grandi operatori stranieri, come Ferodo, Cofren, Bremeskerle, Textar e Iurid – sottolinea de Martino –. Ci siamo collocati, grazie alle nostre tecnologie, in una fascia alta del mercato, insieme ai più qualificati concorrenti internazionali. Come prodotto, ci posizioniamo nella fascia qualitativa superiore, caratterizzata delle più sofisticate applicazioni “non auto”, ottenendo ottimi riscontri dai segmenti del trasporto pesante su gomma, del ferroviario e dell’industriale». Un indirizzo rivelatosi strategico, consentendo all’industria napoletana di acquisire nel corso degli anni una forte visibilità, con quote di mercato significative nei settori di maggior interesse per il suo sviluppo futuro. CAMPANIA 2011 • DOSSIER • 87


IMPRENDITORI DELL’ANNO

Leghe di alluminio da materiali di recupero La tecnologia che sorveglia la selezione e la lavorazione del materiale di scarto utilizzato per la produzione delle leghe di alluminio. Controlli accurati impediscono che nei prodotti finiti vi siano tracce di radioattività. La parola a Giuseppe Martinelli Manlio Teodoro

l 2000 è stato l’anno della definitiva affermazione delle leghe di alluminio nell’industria automobilistica, che hanno raggiunto il terzo posto dei materiali più impiegati nella costruzione di veicoli, facendo retrocedere la plastica e avvicinandosi al primato dell’acciaio. Dopo questo sorpasso storico, l’utilizzo delle leghe è cresciuto costantemente nel corso degli anni, assumendo un ruolo sempre maggiore nelle applicazioni motoristiche. I vantaggi fondamentali di queste leghe sono il consistente risparmio di peso e la resistenza alla corrosione. Proprio ai componenti del settore automotive sono destinate le leghe prodotte da Rifometal, azienda con sede produttiva nel Comune di Nusco (AV), che produce leghe in alluminio per i processi di pressofusione. La parola a Giuseppe Martinelli, amministratore unico della società. A partire da quali materie prime arrivate

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Il geometra Giuseppe Martinelli, amministratore unico della Rifometal Spa, Nusco (AV) www.rifometal.com

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alla produzione delle vostre leghe di alluminio? «Le materie prime utilizzate per la produzione delle leghe di alluminio sono ricavate sostanzialmente da riciclo e recupero di scarti di lavorazioni di altre aziende, dalla raccolta di ogni particolare metallico che oramai ha esaurito la sua funzione d’origine. Nei nostri flussi produttivi utilizziamo frantumato di alluminio, frantumato di lastra, carter e radiatori in alluminio, flottato di alluminio puro non miscelato, vasellame frantumato, profili frantumati, radiatori in alluminio e rame, cerchi, pani offgrade, silicio (alligante)». I controlli vengono eseguiti solo in questa fase della catena produttiva? «Innanzitutto i materiali derivano da fornitori selezionati accuratamente, che ho scelto dopo aver visitato personalmente i loro stabilimenti per verificarne la capacità produttiva e l’impiantistica in dotazione, al fine di fornire una tipologia di materiale consona e coerente con la nostra struttura. Quindi, una volta in azienda, la materia in entrata viene sottoposta ai processi in accettazione, rivolti a una verifica radiografica per la sicurezza degli operatori e a un’analisi spettografica per stabilire le caratteristiche chimico-fisiche dei materiali. Una volta superata questa fase con l’omologazione dei materiali, sulla scorta delle analisi rilevate, si procede alla elaborazione tramite sofisticati software del “mix di carica forno”, alla definizione del dosaggio di materiale da immettere nei forni per ottenere la specifica tipologia di lega. Si riesce inoltre a conoscere preventivamente la quantità dei materiali ottenuti


Giuseppe Martinelli

dopo la fusione». Quindi ci sono lavorazioni diverse secondo le caratteristiche delle varie materie prime? «Esattamente. Il nostro ciclo produttivo prevede che si svolgano differenti lavorazioni a seconda della tipologia della materia prima in arrivo. Per esempio, il carter motoristico, dopo un’ulteriore selezione, viene deferrizzato; per quanto riguarda la famiglia dell’alluminio frantumato, esso viene sottoposto, prima di essere immesso nei forni, a un processo di essicazione mediante un impianto appositamente dimensionato che ha la duplice finalità: depurare la lega da elementi inquinanti quali plastica, gomma, oli ecc. e aumentarne la resa industriale in termini di produzione. Il diagramma di flusso del nostro processo produttivo è stato prima verificato negli ambienti di lavoro e



Per garantire la sicurezza e la qualità del prodotto eseguiamo rigorosi controlli in tutte le fasi: in ingresso, durante tutti i processi di lavorazione e prima della consegna



successivamente è stato recepito nelle procedure del sistema di gestione integrato Qualità/Ambiente/Sicurezza». Qual è il vostro ritmo produttivo? «Lo stabilimento è programmato per lavorare a ciclo continuo per sei giorni a settimana, impiegando cinquanta persone tra diretti e indiretti; la capacità massima produttiva è stimata in 2.500 tonnellate al mese. Recentemente ho proceduto a effettuare una ricognizione del processo produttivo – consolidatosi in oltre vent’anni di attività. La scelta di procedere a un riscontro sul campo è stata fatta per evidenziare eventuali miglioramenti da apportare al flusso di lavoro, individuando nel contempo quelli da preservare, perché coerenti con la nuova logica industriale. All’interno di questa ricerca di miglioramento

prestazionale è stata posta particolare attenzione agli aspetti che riguardano la sicurezza e l’ambiente, per questo ci siamo dotati di un sistema di gestione integrato Qualità, Ambiente e Sicurezza, ottenendo la certificazione Uni En Iso 9001:2008. Prossimo obiettivo in fase di studio è la certificazione alla norma 18000 riferita appunto a un processo procedurato nel campo della sicurezza sui luoghi di lavoro». Dunque c’è da parte vostra un impegno particolare per la salvaguardia del contesto locale. «La mia filosofia mi induce a ritenere che un’azienda deve integrarsi nella maniera migliore rispetto al contesto dove essa è collocata. Sono altresì convinto che la crescita del tessuto industriale e la tutela del patrimonio ambientale raffigurino un binomio per garantire uno sviluppo sostenibile. Il nostro impegno costante ci ha permesso di ottenere l’importante certificazione ambientale dell’unità produttiva (Uni Iso 14001:2004) e inoltre la società è in possesso dell’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA)». CAMPANIA 2011 • DOSSIER • 91


IMPRENDITORI DELL’ANNO

Tecnologie in acciaio inossidabile per l’oleodinamica ll’ultima edizione della più importante fiera del settore, la Hannover Messe, è stata presentata una nuova gamma di adattatori per tubo rigido. Questa nuova tipologia presenta notevoli vantaggi per quel che riguarda la resistenza alle pressioni elevate, che è aumentata grazie al forgiato a forma esagonale, l’assenza totale di perdite anche in condizioni estreme e l’assenza di grippaggio durante i montaggi ripetuti – oltre tutto il montaggio è adesso più sicuro e semplice. Questi adattatori sono stati collaudati fino alla pressione di scoppio del tubo rigido e si sono rivelati assolutamente conformi alle norme Iso 8434-1/DIN 2353. L’innovazione tecnologica è uscita dai laboratori della Mcs Hydraulics, azienda fondata dai fratelli Mario e Sonia Cerase. Con quali obiettivi è nata l’azienda e come avete impostato i vostri primi anni di attività? «La nostra è ancora un’azienda giovane, però nata con forti ambizioni. Un pensiero speciale va a nostro padre Giuseppe che ha costantemente guidato le nostre vite e illuminato le nostre strade. Il principale obiettivo è diventare un punto di riferimento nella produzione di raccorderia oleodinamica in acciaio inossidabile: per questo a partire dalla costituzione abbiamo guardato al mercato internazionale. Questo ha richiesto un forte impegno sulla qualità del prodotto che ha trovato un soddisfacente riscontro: attualmente esportiamo in 27 paesi. Inoltre, a soli due anni dalla fondazione abbiamo ottenuto il brevetto OneGC, una ghiera di nuova concezione, che può essere montata su più di dieci diverse tipologie di tubi flessibili». Quali sono le principali tipologie di prodotto che offrite e a quali settori sono destinate? «Il core business è rappresentato dalla progetta-

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Un’azienda che in meno di dieci anni ha conquistato il mercato internazionale, registrato un brevetto e presentato un’innovazione strategica all’Hannover Messe. Mario e Sonia Cerase raccontano questo percorso Luca Cavera

zione e produzione di raccorderia oleodinamica in acciaio inossidabile per tubo flessibile e per tubo rigido. La nostra gamma comprende raccordi a pressare, recuperabili, precrimpati, adattatori, innesti rapidi e riduzioni in una varietà di filettature e configurazioni diverse. Questi componenti sono utilizzati in una quantità di settori diversi, nell’industria navale, chimica, petrolchimica, cartaria, farmaceutica, alimentare e inoltre in tutte quelle applicazioni che richiedono un’elevata resistenza agli agenti chimici e corrosivi».

Mario e Sonia Cerase, titolari di Mcs Hydraulics Srl, Ariano Irpino (AV) www.mcshydraulics.com


Mario e Sonia Cerase

Quanta importanza hanno per voi le attività di ricerca e sviluppo? «I nostri maggiori sforzi sono rivolti al miglioramento delle prestazioni delle tecnologie che utilizziamo. Per questo sottoponiamo processi e macchinari a un’analisi che ne verifichi periodicamente il rendimento. Lo stesso tipo di analisi, con le dovute differenze, riguarda la progettualità. La gamma dei nostri prodotti viene costantemente aggiornata per rispondere alle richieste

del mercato e per adeguarsi agli standard tecnicoqualitatiti». Qual è la tecnologia che utilizzate per la progettazione e quali le caratteristiche del materiale lavorato? «Tutti i prodotti sono progettati internamente utilizzando sistemi Cad tridimensionali, che permettono di offrire la visualizzazione in rendering degli oggetti disegnati, permettendo anche la realizzazione di particolari speciali, rispondenti a richieste specifiche. Lavoriamo esclusivamente acciaio Inox certificato (Aisi 316L e Aisi 316Ti), proveniente dalle più importanti acciaierie italiane ed europee. Questo rappresenta il presupposto essenziale per l’ottenimento di un prodotto di qualità elevata». Che tipo di controllo qualità viene effettuato sul prodotto? «Innanzitutto, l’impiego di macchinari a controllo numerico garantisce il costante rispetto di strettissime tolleranze. Inoltre questo tipo di produzione presenta dei vantaggi decisivi per ottenere maggiori prestazioni. In seguito, tutti i raccordi sono sottoposti a un processo di marcatura – tramite incisione laser – che ne permette la tracciabilità. Un processo di lavaggio e asciugatura a ultrasuoni ci consente di eliminare dalla superficie ogni traccia di impurità e contaminazione: ne risulta un prodotto sterilizzato e pronto all’uso. Infine, sottoponiamo a controllo visivo e dimensionale il 100% dei pezzi lavorati». Com’è organizzata la struttura aziendale e quali sono le sue peculiarità più importanti? «La struttura organizzativa di Mcs Hydraulics è caratterizzata da un’estrema snellezza. Si tratta di un’azienda il cui management è legato da rapporti familiari e in cui tutto l’organico è composto da personale giovane e motivato. Teniamo molto a che qualsiasi soggetto dell’organizzazione senta l’appartenenza a un team che lavora con lo stesso obiettivo. Per questo il personale è coinvolto e reso partecipe di tutti i successi e i passi avanti compiuti, che sono stati possibili anche grazie alla professionalità e al rapporto di reciproca fiducia che lega tutti coloro che lavorano all’interno dell’azienda». CAMPANIA 2011 • DOSSIER • 93


IMPRENDITORI DELL’ANNO

Il settore ferramenta punta a diversificare l’offerta Il settore della ferramenta respinge i colpi della crisi. Le novità del mercato, caratterizzato da una grande versatilità e da una graduale apertura ai prodotti provenienti anche dalla Cina, nell’analisi di Gian Paolo Capaldo Giovanni D’Urso

Gian Paolo Capaldo, presidente della Capaldo Spa di Atripalda (AV) www.capaldo.it

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trumenti di uso quotidiano, i prodotti di ferramenta possono essere utilizzati tanto da esperti professionisti quanto da persone alle prime armi, desiderosi di cimentarsi in riparazioni e piccole attività tipiche del “fai da te”. Profondo conoscitore del settore e delle sue trasformazioni è senza dubbio Gian Paolo Capaldo, presidente della Capaldo Spa, azienda di Atripalda nata nel 1936 e affermatasi negli anni come realtà leader a livello nazionale nella commercializzazione all’ingrosso di articoli per ferramenta. In quale misura la crisi economica internazionale ha influito sul vostro settore e, in particolare, sull’azienda? «Per quel che riguarda il mondo dell’ingrosso della ferramenta, la crisi ha influito in maniera contenuta, senza particolari conseguenze. La nostra azienda, nello specifico, ne ha risentito in misura marginale, poiché l’ampia diversificazione dei prodotti offerti ha dato luogo a una sorta di compensazione tra settori entrati in crisi e altri che non ne hanno risentito affatto. Non abbiamo avuto, peraltro, né significative variazioni nei volumi finanziari né flessioni nel numero delle maestranze». La vostra infatti è un’offerta molto vasta. Quali tipologie di prodotto costituiscono il vostro core business? «L’azienda è impegnata nella distribuzione all’ingrosso di articoli per ferramenta, utensileria, giardinaggio e “fai da te”, con una potenzialità di offerta pari a oltre 25.000 referenze. Un assortimento a 360 gradi, dunque, con disponibilità totale di magazzino e scorte in grado di garantire consegne in tempi rapidissimi. Operiamo a stretto contatto con i nostri partner, per rispondere in maniera efficace a ogni specifica esigenza, attraverso un modus operandi che ci ha per-

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Gian Paolo Capaldo

messo di guadagnare la fiducia e il rispetto di tantissimi operatori del settore». Quali sono i vostri mercati di riferimento, intesi sia come settori industriali che come territori? «I distributori al dettaglio rappresentano i nostri partner principali. Il volume di fatturato, che supera i 100 milioni di euro annui, è il risultato di una presenza concentrata esclusivamente nelle regioni del Centro-Sud, all’interno delle quali siamo leader del mercato. È infatti una nostra precisa scelta strategica quella di non essere presenti al Nord». Da circa un ventennio le importazioni di prodotti dalla Cina hanno segnato una svolta determinante per parte considerevole dell’imprenditoria nazionale. In che misura la Capaldo Spa è stata interessata da questo fenomeno? «Senza dubbio numerose aziende di produzione hanno subìto colpi durissimi, a volte anche letali, dalle importazioni provenienti dall’Estremo Oriente. Per quel che ci riguarda importiamo dalla Cina circa il 20 per cento dei nostri articoli, con un trend in leggera crescita negli ultimi anni, mentre il restante 80 per cento è costituito rigorosamente da produzioni italiane. È innegabile il fatto che il mercato cinese offra prodotti a prezzi altamente competitivi, e per un’azienda com-



L’azienda è impegnata nella distribuzione all’ingrosso di articoli per ferramenta, utensileria, giardinaggio e “fai da te”



merciale come la nostra la ricerca del miglior prezzo sul mercato rientra in quel più ampio discorso di politica aziendale che consente di offrire, di conseguenza, il miglior prezzo all’utente finale». Com’è andato l’ultimo biennio in termini di fatturato e quali sono le prospettive per il prossimo futuro? «Negli ultimi due esercizi abbiamo confermato pienamente le previsioni di bilancio che avevamo stabilito. I risultati ottenuti fino a oggi e i positivi riscontri in termini di soddisfazione dell’utenza, confermano il valore della nostra politica aziendale. Per il futuro puntiamo al consolidamento della nostra presenza sul mercato con un ulteriore radicamento nel Centro-Sud. La Grande Distribuzione Organizzata, forse, ci darà qualche problema ma, come sempre, saremo in grado di reagire anche alle eventuali difficoltà, con la passione e la determinazione che da sempre caratterizzano la nostra attività». CAMPANIA 2011 • DOSSIER • 97


IMPRENDITORI DELL’ANNO

Come si evolve il settore termosanitario Impianti innovativi che prevedono l’uso di energie alternative e componenti d’arredobagno studiati per essere al passo con le tendenze del momento. Questi i prodotti commercializzati oggi dalle aziende del termosanitario. Il punto di Giuseppe Sampietro Emanuela Caruso

ell’ultimo decennio è aumentato il numero di settori che hanno dovuto adeguarsi alle nuove disposizioni legislative riguardanti l’ecocompatibilità ambientale e il risparmio energetico. Tra questi settori figura anche quello termosanitario, che ha sviluppato e commercializzato soprattutto impianti di riscaldamento a pavimento e impianti a energia alternativa. L’innovazione più importante registrata nel termosanitario è il riscaldamento ibrido, che consiste nello sfruttamento di diversi tipi di energia, come le pompe di calore e alcuni sistemi solari che all’impiego di energie rinnovabili associano l’utilizzo di combustibili fossili quali gas e ga-

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solio. Questo impianto è stato realizzato dalle aziende leader del settore, Rotex e Daikin, e viene commercializzato dalla Vemati, società avellinese specializzata nel settore termosanitario da quasi trent’anni. «La nostra impresa – spiega Giuseppe Sampietro, titolare della Vemati – tratta e vende prodotti termoidraulici quali condizionatori, caldaie, impianti di riscaldamento e raffrescamento, e componenti d’arredobagno. Avendo però una sensibilità spiccata nei confronti della tutela dell’ambiente e del risparmio energetico, abbiamo deciso di occuparci anche della vendita di impianti pensati per l’uso delle energie alternative, come il riscaldamento ibrido. Siamo infatti convinti che sfruttando al massimo le energie rinnovabili si possa ottenere un’efficienza insuperabile». E proprio a testimonianza della fiducia che la Vemati ripone nelle fonti energetiche alternative, è stato installato un impianto fotovoltaico sul tetto del capannone aziendale. «Questa particolare caratteristica va a formare, insieme alla zona espositiva e di vendita che si estende su 10mila metri quadrati, all’ampia gamma di prodotti che proponiamo al mercato e a un parco macchine completo e in grado di effettuare consegne puntuali, il valore aggiunto della nostra società». Ma a condurre l’impresa di Avellino verso il successo e il giudizio positivo dell’utenza, composta dalle maggiori attività edili della Campania, sono state anche le precise e oculate strategie di marke-


Giuseppe Sampietro

Sotto, Giuseppe Sampietro, titolare della Vemati Srl di Mercogliano (AV) vemati@tin.it



Solo un impiego massiccio delle energie rinnovabili porterà alla realizzazione e di conseguenza alla vendita di impianti termoidraulici e termosanitari dalle prestazioni perfette



ting adottate. «Sin dall’inizio del nostro operato, siamo stati grandi fautori della penetrazione nel mercato attraverso lo sport business, motivo per cui ad oggi siamo tra i principali sponsor della squadra cittadina di basket militante nel campionato di serie A, la Sidigas Avellino. Inoltre, grazie anche alla nostra presenza all’interno del gruppo Idroexpert, abbiamo pensato e poi realizzato un catalogo riepilogativo di tutti i prodotti trattati dalla Vemati. In questo modo disponiamo di uno strumento assai utile sia per noi che per tutti gli operatori del settore, in quanto possono avere una panoramica totale di ciò che commercializziamo». Un’altra mossa strategica portata avanti dalla società è stata quella di inglobare tra i prodotti venduti anche le cera-

miche e l’arredobagno. «Per essere certi di proporre sul mercato componenti e arredi d’avanguardia e appetibili, abbiamo messo insieme un personale altamente qualificato e aggiornato sulle mode e gli stili del momento, e partecipiamo in modo costante a fiere ed esposizioni del settore. Negli ultimi anni, la tendenza per i componenti e gli arredi da bagno è quella di un design rigoroso e minimalista, capace di rendere la stanza da bagno di un’abitazione o di un ufficio una parte funzionale e bella da vedere». Tutte le varie peculiarità della Vemati le hanno consentito di raggiungere un buon successo, di rimanere incolume alle oscillazioni del mercato e di sentirsi gratificata dalla propria attività. «Attualmente possiamo vantare un fatturato consolidato che si aggira intorno ai 10 milioni di euro e che si dimostra in costante crescita. La nostra continua espansione ci ha anche permesso di avere, oltre alla sede principale di Avellino, una filiale a Salerno e una a Lioni, per un totale di circa 20 unità lavorative, che svolgono il proprio compito con trasparenza e correttezza». CAMPANIA 2011 • DOSSIER • 99


IMPRENDITORI DELL’ANNO

Chi detta le regole del mercato? Non è solo il mercato a regolare il calendario produttivo. Anche la natura impone le sue ciclicità. I ritmi di realizzazione degli imballi metallici per alimenti seguono il ciclo di semina e raccolta e lavorazione. La parola ad Aniello Fattoruso Manlio Teodoro

industria del pomodoro è tipicamente italiana e questo prodotto è alla base di due piatti italiani conosciuti in tutto il mondo: la pizza e gli spaghetti. La sua produzione è limitata ad alcuni periodi dell’anno, in particolare all’estate, stagione in cui il frutto raggiunge la maturazione. Però, la salsa e i concentrati di pomodoro sono disponibili tutto l’anno. Questi infatti vengono lavorati quando il prodotto è ancora fresco e poi, adeguatamente conservati, possono essere consumati anche “fuori stagione”. L’industria conserviera del pomodoro ha quindi un picco di lavorazione concentrato in pochi mesi dell’anno, a questo modo di lavorare si devono adeguare le aziende che realizzano le scatole, come la FBS,

L’

La FBS Sr si trova ad Angri (SA) www.fbssrl.it

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una giovane impresa che è riuscita a ricavare una propria nicchia nel settore degli imballaggi metallici per alimenti, con una netta prevalenza nel settore conserviero. «L’80% della nostra produzione – spiega il dottor Aniello Fattoruso, amministratore unico – è dedicata alle scatole per la conservazione di pomodori pelati e loro derivati. Questo comporta un’impennata delle richieste durante i mesi estivi, che è il periodo in cui viene lavorato il pomodoro. Per far fronte alla richiesta e non trovarci di fronte a una superproduzione concentrata in pochi mesi – che comunque non ci permetterebbe di soddisfare tutti gli ordini, ci siamo organizzati. Iniziamo a produrre lo scatolame già a partire dalla primavera».


Aniello Fattoruso



La banda stagnata è un materiale dalla lavorazione facile e che protegge con estrema sicurezza il prodotto contenuto



I barattoli prodotti vengono quindi conservati in deposito nei magazzini o direttamente in quelli delle industrie conserviere, in attesa di essere utilizzati. «Noi lavoriamo la banda stagnata, che è un materiale dalla lavorazione facile e che protegge con estrema sicurezza il prodotto contenuto. Inoltre è un materiale sperimentato e che contribuisce alla costruzione di un futuro migliore, poiché completamente riciclabile. La scelta della materia prima è importante per il risultato finale, per questo abbiamo fra i nostri fornitori principali acciaierie nazionali ed estere, come Ilva (Italia), Arcelor Mittal (Lussemburgo), Comesa (Spagna), Kosice (Slovacchia), Csn (Brasile), Tata (India), Corus (Olanda), Nippon Steel (Giappone), Tytan Steel (Usa). Per quanto riguarda le capacità, realizziamo barattoli da 100 grammi a 3 chili per pelati, concentrati e legumi. Abbiamo una piccola produzione anche per scatolame per ortaggi, funghi e olive. Inoltre progettiamo e realizziamo anche qualsiasi tipo di pallet». Lo scatolificio ha due linee di produzione e ha investito sull’avvio di una terza. «Abbiamo avuto il coraggio di investire denaro ed energie in un momento di crisi globale e di recessione dei mercati in un settore alimentare su cui molti non avrebbero scommesso. Però i fatti ci stanno dando ragione. «Purtroppo il nuovo accordo Basilea 2 ha fatto in modo che i numeri e i calcolatori di rating – e non gli uomini – decidano delle banche. Questo ha comportato notevoli disagi alla piccola e media impresa, che non sempre riesce a essere vigile sui parametri di rating per l’accesso al credito. Inoltre, la crisi mondiale e bancaria ha ulteriormente aggravato l’accesso al credito delle piccole e medie imprese, che in questo momento sono strozzate dalla mancata elargizione

di liquidità da parte delle banche. Ciò ha creato l’attesa di un intervento centrale che aiuti a superare questo difficile momento di congiuntura economica». A ciò si aggiungono i problemi legati ai prezzi di terreni e materie prime. «Il nostro settore risente della crisi, anche se, rispetto ad altri, è meno colpito, visto che la produzione ha subito solo piccoli cali – principalmente dovuti all’ingresso dei Paesi asiatici nel mercato del concentrato di pomodoro. Però il costo delle materie prime è in continua ascesa, a causa del rialzo continuo dei metalli ferrosi. In più i terreni industriali hanno prezzi troppo alti. Tuttavia in Campania c’è fiducia in un prossimo superamento della crisi: le piccole e medie imprese hanno una storica solidità che ha solo bisogno di una boccata d’ossigeno da parte del credito».

20 mln

FATTURATO La cifra con la quale FBS ha chiuso il bilancio relativo all’anno 2010. Le prospettive per l’anno in corso fanno prevedere una chiusura del 2011 a quota 25 mln di euro

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IL COMPARTO FARMACEUTICO

Nuovi mercati per i farmaci italiani Cresce la ricerca in Italia, grazie anche al contributo di importanti player stranieri decisi a puntare sulle potenzialità delle nostre strutture. Il punto di Salvatore Cincotti di Altergon Italia Diego Bandini

Salvatore Cincotti, amministratore delegato della Altergon italia di Morra de Sanctis (AV) www.altergon.it

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industria farmaceutica, per potersi sviluppare, non può naturalmente prescindere da una costante attività di ricerca tecnica e scientifica, volta alla sperimentazione e alla produzione di strumenti sempre più innovativi in grado di produrre concreti benefici alla qualità della vita delle persone. L’Italia, pur in un contesto di crisi generalizzata che coinvolge tutti i mercati, cerca di fare la propria parte, grazie anche al lavoro di diverse realtà altamente specializzate presenti sul territorio. Tra queste spicca Altergon Italia, azienda con sede a Morra De Sanctis facente parte del gruppo svizzero Altergon SA, che il suo amministratore delegato Salvatore Cincotti ha trasformato nel giro di un decennio in un polo di eccellenza del settore farmaceutico. «L’azienda è stata creata con l’obiettivo di sviluppare innovative formulazioni farmacologiche e nuovi principi attivi per uso farmaceutico». La crisi economica e finanziaria in atto ha inevitabilmente interessato anche il comparto

L’


Salvatore Cincotti



Stiamo costruendo un modernissimo impianto per la produzione di materie prime farmaceutiche di origine biotecnologica



farmaceutico. Da parte vostra, avete dovuto riformulate le strategie manageriali e produttive per far fronte a questa situazione? «In una congiuntura internazionale molto difficile, stiamo lavorando attivamente per cercare nuovi sbocchi di mercato, ma anche per diversificare le attività. Stiamo investendo per qualificare i nostri impianti per l'autorizzazione alla produzione da parte della FDA - Food and Drug Administration – americana, in modo da approdare nel mercato più importante al mondo per l'industria farmaceutica. Allo stesso modo stiamo stringendo anche rapporti con nuovi partner per poter mettere la nostra esperienza e il nostro know-how al servizio di nuovi settori, tra cui ad esempio quello della diagnostica». La diversificazione produttiva rappresenta quindi lo strumento migliore per poter rimanere competitivi su un mercato come quello farmaceutico. A questo proposito, su quali progetti di ricerca vi state concentrando attualmente? «Come accennato, proprio in un’ottica di diversificazione, abbiamo firmato a settembre dello scorso anno un accordo quadro con importanti realtà del settore, come l’Istituto di Ricerche Biogem e Geoslab. Sulla base di questo accordo Altergon Italia proporrà idee e progetti per nuovi prodotti, impegnandosi alla successiva industrializzazione e commercializzazione dei prodotti in questione. Biogem e Geoslab apporteranno invece il loro contributo nel filone della ricerca, sviluppando e fornendo ad Altergon software innovativi, da utilizzare per la bioinformatica o nella diagnostica, come pure strumenti di analisi pre-clinica delle materie prime da portare sul mercato. Penso, in particolare, ai nuovi prodotti biotecnologici e di bio-

18 mln

PREVISIONE È il valore del fatturato aziendale previsto per il 2011

logia molecolare. Si tratta di un nuovo traguardo per una realtà aziendale che, come Altergon, sta portando avanti un’importante battaglia per lo sviluppo del settore farmaceutico nel sud Italia». Qual è attualmente il core business dell’azienda? «A oggi il nostro core business è rappresentato dalla fabbricazione di cerotti medicati hydrogel, prodotti in conto terzi per primarie multinazionali farmaceutiche e distribuiti sui maggiori mercati mondiali. La tecnica di rilascio del cerotto, infatti, costituisce uno dei più innovativi metodi di cessione di principi attivi, poiché permette la somministrazione di sostanze farmacologiche senza gli effetti collaterali dei metodi tradizionali. Inoltre, fin dall’inizio dell’esperienza  CAMPANIA 2011 • DOSSIER • 109


IL COMPARTO FARMACEUTICO

 italiana di Altergon, abbiamo avviato una proficua collaborazione con diversi attori del sistema della ricerca in Campania, tra cui BioTekNet – Centro Regionale di Competenza nel Campo delle Biotecnologie Industriali, il Dipartimenti di Farmacia e Ingegneria dei Polimeri dell’Università Federico II di Napoli e la Biogem di Ariano Irpino, con l’obiettivo primario di contribuire alla creazione di un polo biotecnologico di eccellenza. Tali collaborazioni ci hanno consentito di industrializzare innovativi processi di produzione biotecnologica che utilizzano le più fini e moderne tecniche di upstream e di downstream. È infatti dallo scambio continuo di idee ed esperienze con i nostri partner che è scaturito un nuovo impianto biotecnologico moderno, efficiente e altamente automatizzato, dedicato alla produzione di acido ialuronico, nel rispetto degli standard di qualità 110 • DOSSIER • CAMPANIA 2011

imposti dalla normativa nazionale e internazionale». Quali sono i principali risultati raggiunti dall’azienda nell’ultimo biennio? «Negli ultimi due anni, oltre ad aver consolidato il nostro primato nella produzione di cerotti transdermali, abbiamo convinto i nostri soci svizzeri a puntare ancora sull’Irpinia, con un ulteriore investimento di 12 milioni di euro utilizzati, come detto, per la costruzione di un impianto modernissimo per la produzione di materie prime farmaceutiche di origine biotecnologica. Abbiamo inoltre raddoppiato il personale a nostra disposizione, assumendo tecnici specializzati e giovani laureati in materia scientifiche che si sono formati presso gli Atenei del Sud Italia. Un fattore da non sottovalutare, soprattutto in un contesto come quello campano che spesso costringe i giovani a cercare fortuna altrove». Quali invece le prospettive e i principali obiettivi della società per il prossimo futuro? «Nonostante la crisi, il 2010 è stato per noi un anno assolutamente positivo, con un fatturato di oltre 16 milioni di euro. Per il 2011 prevediamo di proseguire in questo trend di crescita, tanto che il fatturato dovrebbe raggiungere i 18 milioni di euro. Nel prossimo futuro puntiamo a consolidare e incrementare in termini di qualità e quantità i prodotti di nostra proprietà, anche attraverso un attento processo di recruiting del personale e a piani di training continuo, per l’aggiornamento e l’ampliamento delle competenze. In questo modo, i giovani talenti che si inseriranno nella nostra struttura, avranno la possibilità di seguire un percorso di addestramento in aula e on the job che permette l’adeguamento delle loro competenze alle esigenze aziendali e normative in continua evoluzione».


Salvatore Cincotti

Dalla Svizzera all’Italia Nel 1985 un gruppo di manager attivi nel settore farmaceutico dà origine, in Svizzera, alla Altergon SA, con la mission di sviluppare innovative formulazioni farmacologiche e nuovi principi attivi per uso farmaceutico. L'attività viene sviluppata fin dall’inizio in collaborazione con importanti istituti internazionali di ricerca e università. Nel 2000, grazie al successo di alcuni prodotti concessi in licenza a multinazionali del settore, l'azienda svizzera decide strategicamente di dare vita ad un’attività produttiva sul territorio italiano, la Altergon Italia. L’azienda, ubicata a Morra de Sanctis su un’area di circa 40.000 mq dedicati comprende 5 reparti produttivi, magazzini, uffici tecnici e direzionali, aree tecniche e servizi, aree verdi attrezzate. Attualmente l’azienda, in un’ottica di ampliamento della proprio business, è impegnata nella realizzazione di un moderno magazzino automatizzato, di un nuovo reparto produttivo e un centro dedicato esclusivamente alle attività di ricerca e sviluppo.

Anche sulla base della sua esperienza, è possibile far decollare la sinergia pubblico-privato per salvaguardare lo sviluppo dell’entroterra irpino ed evitare che gruppi di investitori internazionali abbandonino il territorio? «Per quel che ci riguarda abbiamo puntato in maniera decisa allo sviluppo del settore delle biotecnologie anche perché certi di poter contare, in parte, sui fondi Europei destinati allo sviluppo industriale. Abbiamo più volte ribadito che esempi di sana e "virtuosa" imprenditorialità possono essere gravemente danneggiati quando si "promette", anche legiferando di conseguenza,

senza poi mantenere gli impegni presi. Non è possibile che al danno di non ricevere i fondi europei destinati ad iniziative come la nostra, si debba aggiungere anche la beffa di dover leggere sui giornali che la Campania non è stata in grado di spendere più di un miliardo di fondi Ue a sua disposizione. È chiaro che non possiamo subire ulteriori ritardi perché abbiamo una responsabilità personale e morale verso tutte le maestranze e le professionalità che abbiamo coinvolto in queste nuove attività». A cosa si riferisce? «Mi riferisco, in particolare, al contratto di programma che ha visto assegnati 44 milioni di euro al consorzio Cwb, di cui Altergon fa parte. Di questi, ben 33 milioni e 200 mila euro sono destinati a progetti del nostro campus, con investimenti in parte già realizzati con fondi degli azionisti e delle banche. Purtroppo però, senza la firma del contratto, saremo costretti a fermarci. Il caso Altergon è davvero una rarità nel panorama italiano: un gruppo elvetico è venuto a investire milioni di euro nell’entroterra irpino, apportando know-how, sviluppando tecnologie d’avanguardia e occupando centinaia di giovani. Ma, a causa di questi gravi ritardi politico/burocratici, si rischia di perdere l’opportunità di consolidare e sviluppare questa enorme ricchezza, che non ha ancora espresso appieno le sue potenzialità». CAMPANIA 2011 • DOSSIER • 111


IL COMPARTO AGRICOLO

Più attenzione per l’agricoltura e per il suo indotto La Valle del Sele, rappresenta il polmone produttivo dell'agricoltura salernitana e dell’intera economia della provincia. Ha favorito la crescita dell’agricoltura campana e dell’indotto a essa legato. Massimo Di Vincenzo ne descrive la situazione attuale Francesco Bevilacqua

na volta era un territorio malsano e paludoso, oggi è una delle aree più importanti del comparto agricolo italiano. È la Piana del Sele, formata dell’importante fiume campano che scorre nella provincia di Salerno. Oltre a rappresentare uno dei centri trainanti del settore, questo comprensorio ha generato un indotto notevole che, garantendo benessere e prosperità alle zone limitrofe, ha alimentato molti tipi di attività e favorito lo sviluppo di diverse aziende del territorio. Una di questa è la Ica Plastica di Bellizzi, che commercializza strumenti per la produzione agricola. Massimo Di Vincenzo è il titolare della società, che amministra insieme alla moglie Grazia Palladino.

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Massimo Di Vincenzo, titolare della Ica Plastica Srl di Bellizzi (SA) www.icaplastica.it

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Lavorando a stretto contatto con il comparto agricolo cilentano, che idea si è fatto della situazione in cui versa? «La Piana del Sele rappresenta uno dei territori più produttivi e importanti del Salernitano. Alle produzioni storiche di ortaggi, frutta e verdura, negli ultimi anni si è affiancato, sviluppandosi fortemente, il mercato delle insalatine, in particolar modo della rucola, tanto da rendere il territorio compreso tra Battipaglia, Bellizzi e Pontecagnano uno dei principali poli produttivi d'Italia per quanto riguarda queste colture. Ciononostante, oggi più che nel passato i nostri agricoltori risentono della crisi del settore, che sta stringendo sempre più la sua morsa. Problemi quali carenze strutturali, concorrenza proveniente dagli altri paesi e politiche agricole sbagliate fanno sì che il sostegno economico fornito non sia altro che un mero palliativo. Esso infatti non può sostituire un’adeguata pianificazione strutturale che parta dalla presa di coscienza della vitale importanza che l’agricoltura riveste per l’economia del nostro paese». Cosa suggerisce? «A noi che siamo quotidianamente a contatto con questa realtà risulta evidente che se non ci saranno dei cambiamenti radicali e decisi nell’impostazione e nella gestione del problema, si rischierà seriamente di perdere la prima grande ricchezza che dà vita e tiene in piedi ancora oggi l’agricoltura, ovvero la passione, l’amore per la terra e la tenacia dei contadini, ormai stanchi e disillusi. Un tale cambiamento può essere innescato solo da una presa di posizione seria da parte dei protagonisti della politica italiana, che sino a ora sono stati colpevolmente incapaci di affrontare la situazione». Quali sono i prodotti che trattate e com’è


Massimo Di Vincenzo

strutturata l’organizzazione aziendale? «La Ica Plastica si occupa della commercializzazione di film termici per coperture serri2 cole, film pacciamanti, prodotti per l'irrigazione e l'imballaggio, più tutta una serie di SUPERFICIE altri articoli inerenti al mondo della produL’estensione zione agricola. Per quanto riguarda invece la della Piana del Sele logistica, siamo dotati di una flotta di mezzi con i quali effettuiamo le consegne direttamente presso le aziende agricole e ovunque venga richiesto dall’acquirente. Questo è uno dei modi attraverso cui cerchiamo di essere vicini all'agricoltore, rispondendo in molti casi a richieste fatte all'ultimo momento dovute per esempio a rotture e guasti accidentali o ad altri tipi di urgenze». Qual è il vostro rapporto con il territorio e in che modo esso condiziona la vostra attività? «Sicuramente la nostra azienda è situata in una zona, la Valle del Sele, che rappresenta il polmone produttivo dell'agricoltura salerni-

500 km

tana e dell’intera economia della provincia. E noi ci rapportiamo quotidianamente con molte delle piccole e grandi aziende protagoniste di questo settore, studiando e affrontando insieme a loro le problematiche e le necessità che si trovano a fronteggiare. Il nostro lavoro consiste nel fornire loro buona parte dei materiali occorrenti alla preparazione del terreno per la produzione, dal telo per la copertura della serra al tubicino per l'irrigazione, il tutto cercando di individuare l’articolo più adatto alle singole esigenze, spesso diverse da un caso all’altro. La nostra è un'attività che va oltre la mera fornitura: il rapporto con il cliente prosegue fino a trasformarsi in una sorta di assistenza – come avviene per esempio nel caso in cui si renda necessaria la sostituzione del singolo telo accidentalmente danneggiato –, una presenza fisica sul luogo in cui si verificano i problemi e la ricerca, in collaborazione con il cliente stesso, della soluzione giusta». CAMPANIA 2011 • DOSSIER • 113


ENOLOGIA

Il rinascimento enologico dell’Irpinia Salvaguardare la tradizione secolare dei vigneti irpini, promuovendo la riscoperta di una cultura dell’accoglienza e del “buon bere”. Il successo di un nuovo modo di “fare impresa” nel racconto di Antonio Capaldo, presidente della Feudi di San Gregorio Guido Puopolo

Irpinia, regione storica dell'Appennino campano, è un territorio vitivinicolo unico, in cui i vigneti coesistono da sempre con alberi da frutta, boschi, ulivi ed erbe aromatiche. Non è un caso che nel corso del Novecento i vigneti e le cantine irpine producessero uva e vino per tutti i più importanti mercati, Francia compresa. «La peculiarità dei nostri vini risiede proprio nei vigneti presenti e nello straordinario territorio che dà loro vita», afferma Antonio Capaldo, presidente della Feudi di San Gregorio Spa, azienda fondata nel 1986 e divenuta il simbolo del rinascimento enologico del meridione d'Italia, attraverso la promozione di una cultura del bere volta a riscoprire l'identità dei sapori mediterranei.

L’ Antonio Capaldo, presidente della Feudi di San Gregorio di Sorbo Serpico (AV) www.feudi.it

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Recentemente Feudi ha ricevuto il premio “Azienda Vitivinicola dell’anno” da parte dell’Associazione Italiana Sommelier. Cosa ha significato per voi questo riconoscimento? «È stato il modo migliore per festeggiare i nostri 25 anni di storia, che ricorrono proprio in questi mesi. Essere premiati dall’Associazione dei Sommelier è, ovviamente, una ragione di orgoglio anche a livello personale, visto che io stesso ho ottenuto il diploma da sommelier qualche anno fa. Il premio è il coronamento di un percorso dell’azienda nel suo complesso, non solo per i vini prodotti, ma anche per l’organizzazione, l’attenzione ai consumatori e per il modo innovativo di comunicare l’essenza del nostro territorio. Uno stimolo per continuare a perseguire i nostri valori e migliorarci». Fra questi valori, c’è, da sempre, la “cultura dell’accoglienza”. Come si esplica tale filosofia nella pratica e quali sono le principali iniziative attuate a questo proposito? «Oggi Feudi di San Gregorio non è una semplice azienda, quanto piuttosto un luogo d'incontro, di confronto, di conoscenza e di meditazione, un laboratorio di idee e cultura. Vogliamo che la nostra sia un’azienda “aperta”. Per questo, sette anni fa, è nato il ristorante Marennà, che ha ottenuto nel 2009 la sua prima stella Michelin. Abbiamo sviluppato numerose proposte di visite all’azienda e ai vigneti, per permettere di conoscere le nostri tradizioni enogastronomiche e di degustarne i prodotti. Sempre in que-


Antonio Capaldo

st’ottica abbiamo recentemente inaugurato il nostro Wine Bar situato nel centro commerciale Vulcano Buono, a Nola, un avamposto dell’ospitalità dell’azienda, perché l’accoglienza dei nostri clienti è il modo migliore per comunicare i nostri valori». In cosa consiste invece la nuova campagna di comunicazione “Degusta il tuo tempo”, e qual è il messaggio che cercate di trasmettere con essa? «Vogliamo che il vino sia associato al piacere di potersi prendere una pausa, magari in compagnia, dedicandosi a passatempi semplici e sani. Il primo esempio di questa campagna è la nostra confezione in legno per i regali di Natale. Si trasforma in un gioco della dama, con le pedine all’interno della confezione e la scacchiera sul retro del coperchio. Questo è anche un modo per “riciclare” le confezioni in legno di cui non sappiamo mai cosa fare. Un’idea semplice ma di grande impatto. Forse perché, può sembrare un paradosso, in questo momento di grande innovazione tecnologica le persone vogliono riscoprire anche il piacere delle cose genuine, come una partita a dama con un amico sor-

seggiando un buon bicchiere di vino». In questi anni avete portato la vostra esperienza al di fuori dei confini regionali, con interventi significativi su particolari territori in Puglia e Basilicata. Quali sono gli obiettivi che vi ponete con questo progetto? «Siamo molto soddisfatti del lavoro che stiamo facendo, soprattutto in Basilicata. È una terra splendida che, senza alcun dubbio, crescerà molto in futuro, sia dal punto di vista turistico che commerciale. L’orizzonte in cui tali potenzialità si concretizzeranno è incerto, ma la direzione è chiara. Qui abbiamo dato vita a un polo “completo” che racchiude nel centro di Barile, città simbolo per l’Aglianico del Vulture, un albergo, un ristorante e l’azienda Basilisco, marchio storico del territorio. Anche la produzione di Primitivo, in Puglia, sta crescendo molto bene. In futuro, se ci sarà l’opportunità di operare in altre zone vitivinicole ad alto potenziale, la valuteremo senz’altro, anche perché, per chi crede in questo settore, è il momento giusto per investire e innovare».

+3 mln

PRODUZIONE Le bottiglie prodotte annualmente dall’azienda nei suoi 25 anni di storia

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OPPORTUNITÀ DI SVILUPPO PER I COMUNI

Il project financing a supporto dei servizi comunali Lo sviluppo economico del sistema Paese non può prescindere dalla modernizzazione delle piccole comunità. Per fare questo, Comuni e Pmi devono operare in maniera sinergica, utilizzando appieno le possibilità offerte dagli strumenti di Project Financing. Il punto di Gerardo Alfano Guido Puopolo

li investimenti per le infrastrutture e per lo sviluppo sostenibile, indispensabili per incrementare la competitività del nostro Paese e, talvolta, anche per rispondere ai bisogni fondamentali dell’individuo, trovano spesso limitazioni nei vincoli di bilancio imposti alla Pubblica Amministrazione e finalizzati al contenimento dell’indebitamento pubblico, nel rispetto del Patto di stabilità, per il raggiungimento del fatidico “pareggio di bilancio”. «Molti Comuni, anche per le ridotte dimensioni e i modesti mezzi, riscontrano sempre più difficoltà a farsi carico di investimenti infrastrutturali per l’erogazione di servizi pubblici essenziali, come ad esempio ampliamenti cimiteriali, parcheggi e mercati. Una situazione drammatica, se si pensa che nel 2011 si stima una diminuzione degli investimenti per le opere pubbliche pari al 9,7 per cento rispetto allo scorso anno». È un’analisi dura ma lucida quella effettuata da Gerardo Alfano, amministratore dell’Electra Sannio e titolare della stessa insieme alla moglie Daniela e ai figli Mattia e Alessio Gennaro. L’azienda di Benevento, specializzata nella gestione dei servizi cimiteriali e nella progettazione, costruzione e manutenzione degli impianti d'illuminazione votiva nelle cappelle sepolcrali e nei cimiteri di Enti pubblici e privati, è infatti da sempre impegnata in prima li-

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nea in un’opera di valorizzazione del territorio e delle risorse in esso presenti, tanto che, insieme a Confapi Campania, è stata tra le anime organizzatrici di un importante convegno svoltosi a Benevento lo scorso 28 settembre dal significativo titolo: “La Finanza di Progetto: la necessità di andare oltre il futuro. Una concreta opportunità di sviluppo per i Comuni”. Un’occasione di incontro e di confronto durante la quale i protagonisti del mondo imprenditoriale, politico e bancario campano hanno avuto la possibilità di condividere valutazioni e idee per far fronte alla situazione attuale, con l’obiettivo di analizzare le potenzialità offerte dallo strumento del Project Financing.

L’amministratore della Electra Sannio, Gerardo Alfano, con il figlio Alessio Gennaro www.electrasannio.com


Gerardo Alfano

In che modo il Project Financing potrebbe favorire la crescita dei piccoli Comuni e delle realtà produttive che operano in questi contesti? «I Comuni devono necessariamente superare i vecchi schemi e puntare sull’aggregazione per l’ottimizzazione delle modeste risorse a disposizione. In questo senso lo strumento della Finanza di Progetto, vale a dire il ricorso a capitali privati per la realizzazione di opere pubbliche, potrebbe rappresentare un’arma eccezionale, in grado di rilanciare il sistema economico locale, con enormi benefici anche in termini occupazionali. Purtroppo però, allo stato attuale, i Comuni di piccole dimensioni sono praticamente esclusi da questi meccanismi virtuosi, in quanto qualsiasi investimento, anche per opere di importanza strategica, non sarebbe in grado di generare idonei flussi per garantire il rientro del capitale di rischio e il pagamento del capitale di debito». Quali potrebbero essere, dunque, le soluzioni per far fronte a questa situazione di stallo? «È necessario un cambiamento radicale, e per es-



Le Pmi, se incentivate e supportate da idonei strumenti finanziari, possono divenire protagoniste nel processo di modernizzazione delle piccole comunità



sere tale la spinta al cambiamento deve provenire dal basso. Un’idea semplice, ma secondo me molto efficace, potrebbe essere quella di organizzare strutture e servizi intercomunali, al fine di razionalizzare la spesa a vantaggio dell’efficienza. Pensiamo a cosa potrebbero fare cinque o sei comuni tra loro confinanti se decidessero di realizzare, con l’apporto di capitali privati, un complesso polifunzionale nel centro del territorio, costituito, ad esempio, da un polo scolastico, da un centro polisportivo, da un piccolo centro commerciale comprensivo di spazi per i pittoreschi mercati settimanali, e perché no, da un ufficio postale unico, una stazione dei  CAMPANIA 2011 • DOSSIER • 117


OPPORTUNITÀ DI SVILUPPO PER I COMUNI

Un sostegno concreto Il Decreto Sviluppo, approvato dal governo nello scorso mese di luglio, incentivando la realizzazione di opere pubbliche con l’apporto di capitali privati a prescindere dalla loro previsione nella programmazione triennale, è certamente un primo segnale positivo per la diffusione dello strumento del Project Financing in Italia. L’implementazione di queste opere potrà infatti concretamente contribuire alla ripresa economica e al processo di modernizzazione del sistema Paese. «Per il raggiungimento di tali obiettivi – sottolinea Alfano - è evidente però che tutti gli attori coinvolti, dai Comuni alle banche, passando per i professionisti e le imprese, dovranno svolgere la loro parte».

 carabinieri, una farmacia e da strutture intercomunali preposte ai servizi condivisi. Sono convinto che, con un progetto di questo tipo, qualche impresa disposta a rischiare e soprattutto qualche banca pronta a finanziare l’opera si troverebbe». Quale dovrebbe essere, nello specifico, il ruolo delle PMI in questo contesto? «Le PMI, se incentivate e supportate da idonei strumenti finanziari, possono divenire protagoniste nel processo di modernizzazione delle innumerevoli piccole comunità e contribuire all’agognata ripresa economica. Certo anche le imprese dovranno superare le vecchie logiche basate sugli investimenti pubblici e rimettersi in 118 • DOSSIER • CAMPANIA 2011

gioco. Il futuro è rappresentato dall’iniziativa privata anche nei servizi pubblici essenziali, con la Pubblica Amministrazione che dovrebbe svolgere un ruolo di garanzia, limitandosi a verificare il rispetto degli impegni assunti. Le buone idee non mancano, è giunto il momento di tirarle fuori». La sua azienda già da diverso tempo collabora attivamente con gli Enti Locali, curando per diversi comuni la gestione dell’illuminazione votiva e, più in generale, dei sistemi cimiteriali. In che modo la Finanza di Progetto potrebbe aiutare a valorizzare questi luoghi così significativi per la nostra comunità? «I cimiteri rappresentano un “raccoglitore” della cultura e della memoria storica del nostro Paese. Proprio per questo abbiamo il dovere di curarli e, se necessario, di provvedere al loro restauro, poiché in fondo, così come raccontato dal Foscolo nella sua opera “I Sepolcri”, il cimitero è un luogo dedicato alla vita, grazie al quale il defunto può continuare a vivere nella memoria dei suoi cari. Purtroppo però i vincoli di bilancio, che costringono le piccole Comunità a tagliare sui costi di manutenzione, unitamente alla mancanza di una pianificazione ad ampio respiro, hanno trasformato questi luoghi della


Gerardo Alfano



I cimiteri rappresentano un “raccoglitore” della cultura e della memoria storica del nostro Paese. Per questo abbiamo il dovere di curarli e di provvedere al loro restauro



memoria in cimiteri-loculo, dove gli spazi sono stati sacrificati per far posto a orribili sepolture, singole e gentilizie, che hanno deturpato e offeso manufatti pregevoli anche da un punto di vista architettonico, che andavano invece tutelati e salvaguardati. Per valorizzare questo patrimonio di inestimabile valore per l’umanità occorre diffondere il rispetto per questi luoghi e per ciò che essi raccontano, ricercando un modo nuovo di divulgare il culto della memoria nelle future generazioni. La Finanza di Progetto, in questo senso, rappresenta uno strumento ideale per il raggiungimento di siffatti obbiettivi, soprattutto laddove la necessità di valorizzare l’impianto cimiteriale si accompagna al bisogno di ampliarlo per nuove sepolture». Nell’attesa che i meccanismi di Project Financing inizino a dare i loro frutti, quali soluzioni avete implementato per la gestione dei servizi cimiteriali? «L’Electra Sannio, forte di un’esperienza che si tramanda da tre generazioni, ha elaborato un modello di gestione del sistema cimiteriale ampiamente collaudato in diverse realtà del mezzogiorno, definito “global service”, che da una parte mira alla valorizzazione e alla tutela del patrimonio, con specifici interventi di riqualificazione e di manutenzione conservativa programmata e, dall’altra, garantisce il corretto svolgimento dei servizi, aumentandone l’efficienza e l’efficacia nei confronti dell’utenza. Quella del global service è una filosofia innovativa, che regola in maniera integrata, attraverso un contratto pluriennale con un unico soggetto imprenditoriale particolarmente qualificato,

l’esecuzione di modesti lavori e di tutti i servizi gestionali e manutentivi che abbiano attinenza con un determinato patrimonio immobiliare, in questo caso il Cimitero Comunale, e con le attività che in esso vi si svolgono, con lo scopo di creare i presupposti per economie di scala e significativi risparmi per le casse comunali». Qual è l’obiettivo che intendete perseguire attraverso questa politica? «Puntiamo a realizzare sistemi cimiteriali che facciano leva su nuove soluzioni di edilizia funeraria, che mirino all’integrazione con gli impianti esistenti e all’ottimizzazione degli spazi disponibili, per fare del cimitero un “Parco della Memoria”, luogo di riposo e di meditazione che rispetti le singole credenze religiose di chi vi è sepolto e dei suoi cari. La società sta cambiando e, nell’era della globalizzazione, è necessario innovare anche il sistema cimiteriale se non si vuole che la tendenza ad allontanare i morti dal luogo dei vivi svilisca anche il legame sociale e culturale coi defunti e tutto ciò che questo ha rappresentato per le generazioni che ci hanno preceduto».

In alto, Gerardo Alfano con il padre Gennaro e il figlio Alessio Gennaro

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Con il fotovoltaico Avellino conquista l’Europa È uno degli episodi di riconversione industriale più interessanti dell’ultimo decennio. Passando dall’elettronica alla produzione di moduli fotovoltaici, la El.Ital. è ora protagonista sul panorama europeo, avendo rilevato una sua società anche in Francia. Sotto la guida di Massimo Pugliese Carlo Sergi n piano strategico di riconversione industriale che ha salvato oltre 150 posti di lavoro, creando anche un indotto verso il mercato europeo. Ha certamente centrato il bersaglio la scelta compiuta dalla El.Ital., la società guidata da Massimo Pugliese che ha proiettato la propria expertise sul settore elettronico verso il più redditizio mercato delle energie rinnovabili. Dall’elettronica ai moduli fotovoltaici. Questo il passaggio, la diversificazione produttiva che ha aperto all’azienda avellinese le porte del continente. Un progetto avviato nel 2009 e concretizzatosi nel 2010 con l’apertura di due linee di produzione per moduli fotovoltaici all’interno dello

U Massimo Pugliese, amministratore di El.Ital. Spa www.elitalspa.com

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stabilimento avellinese. A riflettere sui risultati raggiunti, ma soprattutto sulle prospettive future, è proprio Pugliese. L’occasione è un evento internazionale, la presentazione dell’attività, in realtà già avviata da mesi, nella filiale francese del gruppo Pufin, la Eli.France. L’economia italiana è spesso accusata di essere nelle mani degli stranieri, in questo caso abbiamo un’azienda, del Sud, che apre e crea business oltre confine. «Per noi è un motivo di orgoglio. Ma al di là delle opportunità che si stanno aprendo anche all’estero, la cosa che ritengo più importante è l’aver salvato un’azienda italiana, preservandone i posti di lavoro e portando a termine un progetto di riconversione industriale tutt’altro che scontato. Tra l’altro, il tutto è avvenuto anche grazie ad un accordo siglato con il Ministero dell’Industria e i sinda-

cati. Ci avevano dato due anni di tempo e siamo riusciti a creare le nuove linee di produzione in 24 mesi, non abbiamo ecceduto di un solo giorno rispetto ai tempi prefissati ed inoltre per tutti i dipendenti in cassa integrazione straordinaria, abbiamo sempre integrato la busta paga permettendo loro di percepire, nonostante il momento di crisi, quasi la totalità dello stipendio». Facciamo un passo indietro. Come è cambiata El.Ital? «È cambiata profondamente, ma non nel suo livello qualitativo. Questa azienda, sorta sull’ex stabilimento Siemens di Avellino, venne rilevata dal Gruppo Flextronics, il colosso americano dell’elettronica. Nell’ultimo decennio, come è noto, questo settore in Europa ha perso moltissime posizioni di mercato a causa di una spietata concorrenza asiatica. Si rischiava la chiusura, ma abbiamo acqui-


sito lo stabilimento pensando a come valorizzare il suo potenziale, orientandolo verso un settore più redditizio». E così la scelta è ricaduta sulla produzione di moduli fotovoltaici. L’elettronica, però, non è stata del tutto abbandonata giusto? «Non del tutto, anche se in Italia, ormai, il fatturato deriva per almeno il 90% dal settore energia». A proposito di fatturato, quali previsioni ha per la chiusura del 2011? «Prevediamo di raddoppiare il risultato del 2010, superando la soglia dei 50 milioni di euro per la El.Ital. e di circa 30 milioni di euro per la Elifrance. Questo nonostante il prezzo di vendita dei moduli fotovoltaici rispetto al 2010 abbia registrato un calo di circa il 40%». L’elettronica in Italia ha perso molto a causa della con-



correnza straniera. Anche i moduli fotovoltaici, però, risentono della presenza dei competitor, su tutti quelli cinesi. «Questo purtroppo rimane uno dei problemi più gravosi. Ci confrontiamo con una concorrenza che non rispetta le nostre stesse regole, che non tutela i suoi lavoratori e che propone, nella maggior parte dei casi, produzioni dal costo tanto basso quanto poco qualitativo». Cosa rischiano gli utenti? «Moltissimo. Installare moduli di bassa qualità è certamente un rischio di cui purtroppo sono tutti poco consapevoli. Il fatto è che l’unico parametro osservato è quello relativo al costo. Ma qualcosa sta cambiando». Vale a dire? «Il Governo ha compiuto una scelta lungimirante concedendo un incentivo aggiuntivo del

Il nostro risultato più importante è l’aver salvato un’azienda italiana, preservandone i posti di lavoro e portando a termine un progetto di riconversione industriale tutt’altro che scontato



10% per tutti coloro che utilizzano, nel proprio impianto, almeno il 60% di prodotti realizzati nell’ambito europeo. La soglia del 60% non è casuale, in quanto il modulo, da solo, ricopre proprio tale percentuale. E grazie a questo incentivo i produttori europei si stanno nuovamente livellando a quelli asiatici, anche se di partenza c’è un divario nel costo ancora piuttosto alto. Ma non dobbiamo arrenderci, deve vincere la qualità e l’efficienza del prodotto europeo. Io credo moltissimo nel made in Europe». E proprio in Europa El.Ital. vanta notevoli collaborazioni. Quali le più importanti? «Su tutte va citata la Solland, un’azienda ubicata al confine tra Olanda e Germania che realizza uno dei prodotti migliori in assoluto sul settore. Sono loro a fornirci il componente principale, la cella in silicio. Anche il vetro lo acquistiamo in Europa. Purtroppo l’unica nota dolente è la Grecia, con cui stiamo lavorando di meno a causa dei noti problemi economici e politici in cui si trova il paese. Comunque, posso affermare senza paura di smentite  CAMPANIA 2011 • DOSSIER • 143


RINNOVABILI

 che i prodotti El.Ital. sono rea-

80 mln

FATTURATO È la previsione per il prossimo fatturato delle due aziende, italiana e francese. Di questi, il 30% si stima deriverà dal settore elettronico, il restante da quello energetico

Alcuni impianti fotovoltaici realizzati con i moduli prodotti dalla società di Avellino. Tra questi, a sinistra, la barriera fonoassorbente lungo la superstrada VeronaRovigo

lizzati al 95% da componenti europee». El.Ital. ora ha una società “sorella” anche in Francia. Di cosa si tratta? «Questo è l’altro grande passo. Da circa un anno abbiamo iniziato l’attività in terra d’Oltralpe. Abbiamo acquisito anche in questo caso uno stabilimento della Flextronics, applicando lo stesso modello di riconversione industriale seguito ad Avellino. L’operazione è stata portata a termine in tempi record, abbiamo impiegato soltanto 3 mesi. La sola differenza è che in Francia la divisione elettronica ricopre tutt’ora un buon 60% del fatturato nel 2011 per assestarsi al 50% negli anni successivi». In Francia la vostra società lavora anche nell’ambito della difesa. «Un caso più unico che raro. Un settore come quello della difesa francese si è affidato a una realtà italiana per la qualità

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delle sue produzioni elettroniche. Anche di questo andiamo orgogliosi. Riponiamo molte aspettative su Eli.France. Unendo i fatturati delle due aziende stimiamo di poter raggiungere gli 80 milioni di euro di fatturato già dal 2011. In realtà avevamo previsto di superare questo risultato di fatturato, ma con il crollo dei prezzi delle materie prime il ricavato ne ha risentito pur mantenendo lo stesso quantitativo produttivo. In pratica abbiamo prodotto quanto previsto, vendendo però a prezzi più bassi». Chi investirà su di voi in futuro? «Principalmente, per oltre il 50%, saranno grandi committenti privati, per intenderci coloro i quali ci chiedono ordinativi superiori al Mega Watt. Soprattutto, il settore del fotovoltaico conoscerà un’ulteriore espansione grazie alle sue nuove applicazioni. Non soltanto a terra o sui tetti. Un esempio su tutti è l’opera rea-

lizzata dall’azienda Tosoni, cui abbiamo fornito i moduli, che ha realizzato un’imponente barriera fotovoltaica fonoassorbente lungo la superstrada Verona-Rovigo, inaugurata a Maggio scorso». Da imprenditore del Sud, crede che l’esempio di El. Ital. potrà essere seguito anche da altre realtà del Mezzogiorno? «Il Sud ha un grandissimo potenziale, non soltanto nell’ambito delle rinnovabili. Purtroppo mancano le volontà, se non proprio gli strumenti, per crescere. È vero, il mondo politico ha le sue responsabilità ma siamo noi industriali, per primi, a dover migliorare la situazione. Il cambiamento deve necessariamente partire dal basso, dobbiamo investire sulle nostre capacità e puntare a quei segmenti di mercato su cui potremmo proporci al mondo in maniera efficiente e competitiva, lasciandoci alle spalle l’assuefazione dell’assistenzialismo».


ENERGIA ELETTRICA

algono gli investimenti rivolti all’ottimizzazione dei sistemi e dei processi di produzione per l’energia elettrica. Un trend che il gruppo internazionale Clyde Bergemann Power Group sta ampiamente cavalcando. Ai vertici del settore, la multinazionale trova nella sua società italiana, la Clyde Bergemann EP Tech, un centro di competenza tecnologica globale per i sistemi di movimentazione meccanica. Ma quali prospettive vengono riposte sul mercato nostrano? «Il periodo è difficile, e la legislazione in materia di energia non ci agevola» spiega l’amministratore delegato, l’ingegner Carlo Portofranco. Ciò nonostante, restano confermati gli obiettivi di crescita del gruppo che, «attraverso una serie di acquisizioni strategiche, in atto da alcuni anni, intende rafforzare la sua presenza sul mercato globale e integrare l’attuale portafoglio di prodotti fornendo soluzioni impiantistiche e tecnologiche sempre più complete e innovative». A trainare la crescita sarà dunque un ambizioso progetto di diversificazione produttiva, che vede Clyde Bergemann impegnata nella penetrazione di nuovi settori industriali, a integrazione di quello dell’energia. Con quale scenario vi state confrontando? «Anche se il periodo di recessione sembra terminato e le

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La sfida globale energetica, nuove prospettive per l’Italia Parte dal rinnovo della tecnologia l’evoluzione dell’energia elettrica per lo stivale. Un processo che vede protagonista la società italiana del Clyde Bergemann Power Group. Dagli effetti della crisi alle nuove strategie di investimento, ecco l’analisi di Carlo Portofranco, Ad di Clyde Bergemann Ep Tech Aldo Mosca


Carlo Portofranco

In basso, Carlo Portofranco, ad di Clyde Bergemann Ep Tech Srl. La società ha sede a Battipaglia (SA) www.clydebergemannpowergroup.com



Nonostante la regressione e le preoccupazioni ambientali che hanno ridotto gli investimenti, prevediamo un recupero grazie alla crescita della domanda di energia elettrica, con un maggior ricorso al carbone “pulito”



principali economie sono in recupero, il debito sovrano e la vulnerabilità del sistema bancario restano sfide molto impegnative per le economie più avanzate. Questo a causa degli scarsi progressi ottenuti nella risoluzione dei problemi legali della crisi. La crescita globale, negli ultimi anni, è stata guidata dai paesi emergenti dell’Asia, Cina e India su tutti, e dell’America del Sud». Cosa rappresenta per il vostro settore l’avanzamento di questi mercati? «La crescita delle economie emergenti supererà quella delle economie avanzate anche nel corso dei prossimi anni, tracciando chiaramente una linea guida di sviluppo che anche noi, che ci poniamo su una piattaforma globale con una vasta gamma di prodotti e tecnologie, stiamo adottando per livellare il nostro volume di affari, il tutto in un mercato il cui andamento resta comunque altalenante». Quale orientamento prenderà il settore dell’energia elettrica? «Intanto va ribadito il fatto che il carbone resta la principale fonte per la produzione di energia elettrica, la domanda nei suoi confronti continuerà a crescere nel corso dei prossimi decenni, in cui si prevede che ricoprirà ben oltre il 43% circa del fabbisogno globale. Siamo convinti che il raggiungimento degli obiettivi di crescita e diversificazione ai quali puntiamo

sia possibile solo attraverso la combinazione di vari fattori». Quali? «Mi riferisco in primis al miglioramento della profittabilità del business rispetto ai competitor, che ci sforziamo di realizzare tendendo a essere sempre i “migliori della classe” nei settori industriali in cui siamo impegnati. In secondo luogo occorre puntare a un aumento della nostra massa critica». In che modo? «Favorendo una particolare attenzione alla ricerca e al product development, aggiungendo business attraverso nuove acquisizioni strategiche, diffondendo il nostro esteso portafoglio prodotti nel mercato e allargando la nostra piattaforma globale. Dobbiamo penetrare in nuovi business fields e prodotti. Anche per questo siamo chiamati ad analizzare costantemente l’andamento del mercato, esercizio che ci consente di identificare le principali aree di sviluppo tecnologico o geografico. In aggiunta siamo sempre impegnati nel miglioramento professionale delle nostre risorse umane e dell’efficienza nel material sourcing, con particolare attenzione alla riduzione dei costi e alla standardizzazione». Lei ha già evidenziato una scarsa chiarezza sotto il profilo legislativo. Questo quali effetti comporta? «Continuiamo a rilevare questa mancanza di chiarezza in diversi paesi, specie in merito al controllo delle emissioni in at-  CAMPANIA 2011 • DOSSIER • 147


ENERGIA ELETTRICA

Leader nel mondo Con oltre 1500 dipendenti e 17 stabilimenti di produzione, Clyde Bergemann è il leader mondiale per i sistemi di pulizia caldaie e di trasporto pneumatico in fase densa di materiali sfusi. Nel suo portafoglio annovera sistemi di controllo, abbattimento e gestione delle emissioni inquinanti in atmosfera, sistemi per la gestione dei flussi gassosi, bruciatori e scambiatori di calore. I principali settori di interesse sono quelli delle centrali termoelettriche a carbone, termovalorizzatori e impianti a biomasse. Il gruppo, organizzato per aree geografiche e per centri di competenza tecnologica, è presente con le sue società in tutti i continenti. Ciascuna di queste ha particolari competenze tecnologiche e, contemporaneamente, provvede ad assicurare la presenza del gruppo nel proprio territorio di competenza. Fondata nel 2002 come Clyde Bergemann EP Tech Srl, la società italiana del gruppo rappresenta il centro di competenza tecnologico globale per i sistemi di movimentazione meccanica, nonché la realtà di riferimento per tutte le tecnologie Clyde Bergemann in Italia.

 mosfera. Resta molto forte il fronte degli attivisti ambientali che, molto spesso a torto, per mancanza di riferimenti tecnici chiari e aggiornati, continuano una intensa lotta contro la realizzazione di nuovi impianti a combustibili solidi, prevalentemente a carbone». Gli attivisti chiedono maggiori investimenti in fonti rinnovabili. «Prima di ragionare su tematiche di questo genere occorre prendere consapevolezza sui reali fattori tecnologici ed economici coinvolti. Il potenziale mercato delle fonti alternative rinnovabili, come eolico e fotovoltaico, è a mio parere molto sovrastimato. Anche il nucleare ha subito un rallentamento significativo. Il tutto unito al fatto che la domanda globale di energia è destinata ad aumentare». 148 • DOSSIER • CAMPANIA 2011

Per questo secondo lei vi sarà un forte ritorno al carbone? «Esatto. Proprio nel settore della produzione dell’energia elettrica, con un incremento di opportunità e un forte orientamento alle tecnologie come le nostre a “carbone pulito”». La crisi, comunque, nonostante le economie emergenti e l’aumento del fabbisogno energetico, gli mette i bastoni tra le ruote, non trova? «Ovviamente facciamo i conti con la regressione economica e le preoccupazioni ambientali che hanno ridotto gli investimenti nei mercati maturi, ma prevediamo un immediato recupero grazie alla crescita della domanda di energia elettrica, proprio a partire dai paesi emergenti. Incideranno anche i miglioramenti nell’efficienza dei si-


Carlo Portofranco

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STABILIMENTI Tanti sono quelli appartenenti al gruppo Clyde Bergemann. Una realtà che occupa oltre 1500 dipendenti nel mondo

stemi produttivi e le tecnologie per il “Carbon Capture” e gli interventi sull’età media degli impianti produttivi, che necessitano di importanti operazioni di ottimizzazione e modernizzazione». Quali sono i vostri punti di forza? «Vantiamo tecnologia innovativa per l’energia pulita, abbiamo una forte e consolidata reputazione mondiale nel settore energetico, ottime relazioni di lunga data con i clienti, siamo leader globali nel campo del boiler efficiency e del material handling, con impianti all’avanguardia e liste di referenze lunghe e consolidate con tutti i principali attori del mercato globale, risultando primi nei nostri settori chiave in Europa, Stati Uniti e Cina. Altri fattori fondamentali sono stati lo sviluppo

e la realizzazione di importanti sistemi innovativi per l’evacuazione e il trasporto a lunghe distanze di slurry in fase densa, che consentono di affrontare la domanda di soluzioni di questo tipo in mercati come quelli dell’area balcanica». Nel prossimo futuro su quali altre aree investirete? «Stiamo investendo molto in India, per diventare un fornitore chiave anche su questo grandissimo mercato. Inoltre stiamo migliorando la nostra posizione nei paesi dell’emisfero Sud come Australia, Sud Africa e Sud America. Presenziamo sempre di più in nuovi settori industriali, avendo identificato importanti aree di sviluppo del business con le nostre tecnologie per il material handling, che consentono applicazioni vantaggiose per i nostri clienti».

Parlando, nello specifico, dell’Italia, il gruppo soprattutto quali risultati ha raggiunto nell’ultimo biennio attraverso la Clyde Bergemann EP Tech? «L’introduzione nel mercato italiano della tecnologia del trasporto pneumatico in fase densa per l’evacuazione e la movimentazione delle “fly ash”, e della tecnologia Drycon per l’evacuazione a secco delle ceneri da fondo caldaia, sono state fondamentali. Abbiamo vinto enormi resistenze culturali, ma alla fine siamo riusciti a diffondere un elemento evolutivo nella cultura tecnologica di settore, anche qui in Italia, dove si tendeva a utilizzare soltanto soluzioni da sempre adottate. La profonda penetrazione del mercato italiano e la qualifica delle tecnologie del gruppo presso i più importanti protagonisti del settore ci hanno permesso di crescere. Abbiamo realizzato importanti impianti perfettamente funzionanti con performance che superano le aspettative. Siamo anche riusciti a conquistare importanti operatori stranieri del settore, in particolare giapponesi, tedeschi e francesi, che hanno utilizzato nei loro impianti di produzione, sia in Italia che all’estero, le nostre tecnologie e soluzioni impiantistiche con piena soddisfazione, dimostrando di voler continuare questa collaborazione potendo disporre sempre più di un riferimento globale per soluzioni package». CAMPANIA 2011 • DOSSIER • 149


GESTIONE DEI RIFIUTI

fine settembre l’Unione europea ha aperto una nuova procedura di infrazione nei confronti dell’Italia per non aver adempiuto a una sentenza di condanna del 2010 della Corte europea di giustizia sulla gestione dell’emergenza rifiuti in Campania. «La Commissione – si legge nella nota – chiede all'Italia di trovare soluzioni efficaci di gestione dei rifiuti a breve e lungo termine per la regione Campania», che «manca ancora di un’adeguata rete di installazioni per lo smaltimento dei rifiuti». La Commissione segnala che, «nonostante qualche miglioramento» dalla sentenza del 2010, la gran parte degli impianti previsti «sono ancora lontani dall'essere costruiti e i tempi forniti dalle autorità italiane sono spesso troppo vaghi». Ora c’è tempo fino al 29 novembre per rispondere con progetti o giustificazioni esaurienti, altrimenti il rischio di forti sanzioni è concreto. Anche per questo nei giorni scorsi si è aperto a Roma un tavolo tecnico presso il Dipartimento delle Politiche europee, tavolo al quale era presente anche Giovanni Romano, assessore regionale alla Programmazione e gestione dei rifiuti. «I richiami dell’Unione europea – spiega – derivano da una scellerata gestione del passato. Oggi la giunta ha adottato sia il Piano di gestione per i rifiuti

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Rifiuti, tempi certi contro le sanzioni Dopo la nuova procedura di infrazione della Ue, l’assessore regionale Giovanni Romano spiega come muoversi: «Serve un convincente programma transitorio. E per il futuro la differenziata da sola non basta: avremo ancora bisogno di discariche e inceneritori» Riccardo Casini

urbani che quello per gli speciali, e abbiamo stabilito con Bruxelles non solo un rapporto di dialogo che era ormai chiuso, ma addirittura una proficua collaborazione. L’Unione europea ha guardato positivamente a questo cambio di rotta e ha giudicato positivamente la nostra pianificazione». Come evitare allora le possibili sanzioni? «Le sanzioni si evitano fornendo tempi certi sulla realizzazione dell'impiantistica, recuperando il tempo perso in sterili dispute ideologiche e realiz-

zando un convincente programma transitorio efficace a evitare l'insorgere di ulteriori criticità nella raccolta e nello smaltimento quotidiano fino alla messa in esercizio degli impianti. La Regione, e lo ha già dimostrato, è pronta a fare la sua parte». Il sindaco di Napoli, De Magistris, ha annunciato una lotta ai rifiuti tramite la raccolta differenziata, escludendo nuove discariche o l’ampliamento di quelle esistenti. Si tratta della strada giusta?


Giovanni Romano



Abbiamo stabilito con Bruxelles non solo un rapporto di dialogo, ma una proficua collaborazione

Sopra, Giovanni Romano, assessore regionale alla Programmazione e gestione dei rifiuti

«La raccolta differenziata rappresenta certamente il punto di partenza per la corretta gestione del ciclo dei rifiuti, dal quale non è assolutamente possibile prescindere. Del resto anche il piano regionale parte da questa acclarata certezza. Ma la differenziata da sola non risolve il problema del corretto smaltimento dei rifiuti urbani: in primo luogo perché al momento solo il 40% dei materiali raccolti con sistemi differenziati viene effettivamente



riciclato ritornando a nuova vita, come dimostrano tutti gli studi scientifici del settore, mentre il resto è scarto che va smaltito in discarica o negli inceneritori; in secondo luogo perché il recupero e il riciclo di tutti i rifiuti è oggettivamente impossibile a meno di una repentina e improbabile modifica dei sistemi di produzione dei beni che quotidianamente usiamo. In altri termini, avremo ancora bisogno, anche se in quantità sempre più ridotte, di discariche e inceneritori. Ma la Regione sosterrà con tutte le risorse disponibili i sistemi di raccolta differenziata, finanziando direttamente Comuni e Province». A marzo lei parlava di “almeno 300 comuni virtuosi i cui standard di vivibilità e di attuazione di sistemi adeguati di raccolta dei rifiuti sono competitivi con le più evolute cittadine del nord Europa”. Uscendo da Napoli, qual è oggi la situazione nelle altre zone della regione? «In questo campo la Campania è ancora oggi una regione a due velocità: la provincia e la città di Napoli, con una parte della provincia di Caserta, sono caratterizzate da criticità che si

stanno faticosamente recuperando; le altre province sono invece più avanti, con il raggiungimento di percentuali di raccolta differenziata consolidate ampiamente al di sopra del 50%. Occorre che i sindaci dei Comuni in ritardo si diano da fare e, con convinzione, si adoperino per stimolare e sostenere quelle necessarie modificazioni delle abitudini e degli stili di vita indispensabili per implementare efficaci sistemi di raccolta differenziata dei rifiuti. È necessario un approccio culturale alla soluzione del problema che parta dalla diretta partecipazione dei cittadini. Inoltre occorre impegnarsi anche nel miglioramento della qualità della raccolta, passando dalla corsa alle percentuali di raccolta al conseguimento delle migliori percentuali di effettivo riciclo dei materiali raccolti. Stiamo anche lavorando al piano di riduzione della produzione di rifiuti, avendo la Regione Campania aderito al network di Agenda 21». Quali sono in concreto le misure previste? «Prevediamo incentivi ai Comuni, ma anche a scuole e me-  CAMPANIA 2011 • DOSSIER • 153


GESTIONE DEI RIFIUTI

 diatori sociali, per sostenere la riduzione e la successiva eliminazione dell’usa e getta e delle bottiglie di plastica, per realizzare la filiera corta per mense scolastiche e aziendali e per promuovere la cultura del riutilizzo. In Campania il recupero “vero di materia prima seconda” si attesta intorno al 40%, ossia al di sopra della media nazionale (33%), grazie a piccoli Comuni che rappresentano le punte di eccellenza e riescono a effettuare una raccolta più selettiva. Il nostro piano non a caso prevede la realizzazione di impianti meccanici di valorizzazione delle frazioni raccolte che riescono a eliminare le impurità dai materiali raccolti con la differenziata. Questo servirà anche ad attivare un ciclo industriale che lavori la materia prima seconda». Prima dell’estate la giunta ha anche approvato una delibera programmatica per il comple-

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Occorre che i sindaci dei Comuni in ritardo si adoperino per stimolare le necessarie modificazioni delle abitudini e degli stili di vita

tamento degli impianti di compostaggio di Giffoni Valle Piana, Eboli e San Tammaro, destinandovi 11 milioni di euro delle somme a valere sulle rinvenienze del Por 20002006. Quali altri interventi sono previsti oggi in termini di nuovi impianti o di adeguamento di quelli esistenti? «Uno degli effetti negativi della procedura di infrazione europea è stato anche il non poter utilizzare le risorse programmate sul Por 2007-2013 per finanziare la realizzazione degli impianti di smaltimento e il potenziamento dei sistemi di raccolta differenziata. In parte rimedieremo con l’impiego, ormai prossimo, dei 150 milioni di euro stanziati dalla Legge 1 del 2011 a valere sui fondi Fas della nostra Re-



gione. Nel frattempo i commissari nominati dal presidente Caldoro stanno lavorando alla realizzazione degli impianti di digestione anaerobica della frazione organica. È in gara quello da realizzarsi nell’area dello Stir di Tufino ed è prossima la gara anche per l'impianto da realizzarsi nell'area dello Stir di Giugliano. E saranno realizzati impianti per la frazione organica anche a Santa Maria Capua Vetere e a Pianodardine, cui si aggiungeranno gli altri impianti programmati dalle Province, titolari delle funzioni relative allo smaltimento. Questi impianti saranno realizzati con il ricorso a finanziamenti privati recuperabili attraverso la tariffa e la vendita dell’energia elettrica prodotta».


APPALTI: LEGALITÀ E TRASPARENZA • I progetti per unire l’Europa. Intervista a Aurelio Misiti • Occorrono snellimenti procedurali per l’assegnazione degli appalti. Intervista a Sergio Santoro • Il prezziario contro i fenomeni di illegalità. Intervista a Edoardo Cosenza • I ritardi nei pagamenti penalizzano il mercato. Intervista a Nunziante Coraggio


APPALTI

n Campania, storicamente, gli appalti pubblici hanno sempre avuto un notevole peso, facendo da leva per lo sviluppo economico della regione. Solo per l’anno 2010, il valore dei bandi per i lavori che hanno riguardato il territorio della provincia di Napoli è pari ad una cifra di circa 593 milioni di euro, cui vanno aggiunti oltre 677 milioni di euro dei bandi per servizi e 580 milioni di quelli per le forniture. Edoardo Cosenza indica le azioni della Regione in materia di appalti. Ritardo nei pagamenti dei lavori pubblici. Come possono le imprese recuperare i loro crediti nei tempi stabiliti? «I ritardi sono dovuti a una scellerata gestione del passato che ha causato un mancato rispetto del patto di stabilità. Siamo coscienti delle difficoltà che vivono le imprese poiché abbiamo attivato una cabina di regia e un gruppo di lavoro interassessorile che sta effettuando una ricognizione del

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Gare pubbliche: tra trasparenza e legalità La recente approvazione del prezzario rappresenta una valida soluzione per arginare fenomeni di illegalità ed è un impegno assunto dall’assessore regionale ai Lavori pubblici Edoardo Cosenza a tutela del settore edile, per garantire la corretta esecuzione dei lavori e la serietà delle imprese Renata Gualtieri debito, al fine di quantificarlo. In base alla cifra complessiva che ne deriverà, attueremo le azioni necessarie, assegnando priorità ai casi che derivano da gare pubbliche. I ritardi però non sono enormi: si stanno pagando ora i decreti approvati dall’ente nel mese di giugno». L’approvazione del prezzario è una valida soluzione per arginare fenomeni di illegalità? «Il prezzario costituisce certezza rispetto al valore dell’appalto e alla corretta esecuzione dei lavori: sui prezzi adeguati attraverso una recente delibera di giunta, le imprese possono lavorare con serietà e rispettare la qualità dei materiali e i canoni di legge anche, ad esempio, in materia di sicurezza sul lavoro. Il prezzario, inoltre, introduce una novità in relazione allo smaltimento dei rifiuti speciali, che stava bloccando molti appalti: sarà il progettista, o comunque la ditta che esegue i lavori, a dover verificare la natura esatta del rifiuto

che deriverà dall’opera stessa e a doverne garantire il corretto smaltimento; verranno rimborsate solo le spese vive opportunamente dimostrate». Con quali altre misure vengono garantite trasparenza e sicurezza negli appalti pubblici? «La Regione Campania è la prima amministrazione d’Italia ad aver approvato il Regolamento di attuazione della legge 3 del 2007, in vigore dal 13 aprile del 2010, e attivato la Consulta degli appalti, la cui funzione è quella di assistenza e consulenza alle aree generali di coordinamento regionale per l’uniformità delle procedure in tema di appalti ed esprime pareri obbligatori per gli appalti pubblici di lavori di importo pari o superiore a 5 milioni di euro. Proprio per garantire trasparenza è stato istituito l’osservatorio regionale Sitar, Sistema informativo telematico appalti regione Campania, per la pubblicazione di tutti gli eventi relativi agli appalti. In


Edoardo Cosenza



Con il Piano casa si demolirà nelle aree a rischio Vesuvio o di dissesto idrogeologico per ricostruire in zone sicure

Nella pagina a fianco, Edoardo Cosenza, assessore ai Lavori pubblici, protezione civile e difesa suolo della Regione Campania



più, la Regione Campania, sensibile alla tematica della trasparenza e legalità, è stata tra i soci fondatori di Itaca, a cui nel tempo poi si sono associate anche le altre Regioni». Nuove misure anche per il

rilascio dei provvedimenti di autorizzazione sismica dimostra lo sforzo della giunta per velocizzare le pratiche. Come proseguirà il lavoro in questa direzione? «Grazie all’attivazione di una

short list e al riparto dei carichi di lavoro tra gli uffici delle varie province, si sopperirà in un tempo ragionevole ai ritardi del passato. In particolare, per quanto riguarda il Genio civile di Caserta, dove si sono accumulate nel corso del tempo circa 900 pratiche, la doppia azione rappresentata dal supporto istruttorio garantito da 33 esperti in ingegneria sismica esterni alla pubblica amministrazione e del Genio di Avellino, Ariano Irpino e Salerno, garantiranno entro sei mesi il ritorno alla normalità. Da subito saranno smaltite almeno 80 pratiche al mese grazie alla “solidarietà” delle altre strutture regionali, mentre le restanti istanze saranno valutate dagli ingegneri esterni». Quali potrebbero essere le occasioni di rilancio dell’edilizia in regione? «Sicuramente lo sblocco del Piano casa, perché consente di attuare aumenti di volume e, in base ad un articolo approvato su mio impulso, di demolire nelle aree a rischio Vesuvio o di dissesto idrogeologico per ricostruire in zone sicure, grazie alla cosiddetta moneta urbanistica, ossia alla possibilità di ampliare le volumetrie del bene. Ma non dobbiamo trascurare le importanti opportunità offerte dai Grandi progetti europei approvati recentemente dalla giunta regionale e dall’Unione europea per oltre 1 miliardo di euro». CAMPANIA 2011 • DOSSIER • 169


APPALTI

I ritardi nei pagamenti penalizzano il mercato Sono tante le imprese edili che denunciano il ritardo di pagamenti da parte delle pubbliche amministrazioni e accanto a questo c’è una restrizione nella concessione al credito da parte delle banche. Il presidente Nunziante Coraggio spiega cosa rende vulnerabili le imprese edili campane Renata Gualtieri

risultati dell’indagine, presentati nell’Osservatorio congiunturale sull’industria delle costruzioni (giugno 2011), sottolineano che continua la dinamica di forte aumento dei tempi di pagamento della Pubblica amministrazione, in atto da più di 3 anni. Le sole imprese associate all’Ance Campania denunciano il ritardo di pagamenti di crediti scaduti da parte delle pubbliche amministrazioni di oltre 300 milioni di Euro e il blocco dei lavori per opere pubbliche già in corso di realizzazione per un ammontare di quasi 600 milioni di euro. «Praticamente, qualunque impresa abbia realizzato lavori pubblici è in gravissima sofferenza, tranne l’isola felice dei comuni con meno di 5.000 abitanti perché più precisi nei pagamenti in quanto svincolati dal patto di stabilità – precisa il presidente Ance Campania Nunziante Coraggio –. Agli effetti negativi dei ritardi nei pagamenti che arrivano anche a superare i due anni, si somma

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Il presidente Ance Campania Nunziante Coraggio

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l’indisponibilità delle banche a scontare fatture emesse verso creditori come alcuni enti pubblici tra i quali la Regione Campania, ritenuti non affidabili». Una ricerca che Ance ha svolto presso le imprese associate rileva inoltre che alle problematiche segnalate si aggiunge una generale restrizione nella concessione del credito alle imprese di costruzioni a fronte di un aumento delle esigenze di credito. Quale rilevanza hanno gli appalti pubblici in regione? «La maggior parte del mercato delle costruzioni in Campania è determinata dalle commesse pubbliche. Questa condizione rende le nostre imprese particolarmente vulnerabili in questo momento poiché i mancati pagamenti da parte delle stazioni appaltanti pubbliche determinano uno stato di difficoltà che, in un numero crescente di casi, sta diventando un vero collasso finanziario. In queste condizioni, con il sistema bancario sempre meno propenso a erogare credito, diventa pratica-

mente impossibile anche rivolgersi al mercato privato, nei confronti del quale occorrono capacità d’investimento e disponibilità di capitale di rischio. A questo si aggiunga che le nuove linee d’intervento pubblico si concentrano sulle grandi opere infrastrutturali, che determineranno appalti di grande caratura, a misura di aziende di rilevanti dimensioni, lasciando ai margini le nostre imprese, tutte di dimensione medio-piccola». Legalità e rispetto delle regole nel mercato degli appalti. Come vengono assicurati da Ance Campania? «Sono temi di grande attualità, soprattutto oggi. Adesso che le nostre imprese, in regola sotto tutti i punti, sono messe in ginocchio dalle situazioni di cui abbiamo appena parlato, si aprono grandi squarci attraverso i quali il mercato può diventare preda di soggetti che non hanno problemi finanziari, e non ne hanno perché non hanno le costruzioni come attività principale. Ecco perché la vigilanza e la presenza del sistema Ance,


Nunziante Coraggio



È necessario rilanciare l’edilizia popolare in Campania, un terreno sul quale la Regione ha cominciato a muoversi nella giusta direzione

che opera a stretto contatto con le istituzioni, sono fondamentali nell’ambito dell’azione di rilancio del settore per rendere esigibili le sue potenzialità sull’occupazione, sulle imprese, sui volumi di lavoro. Non è pensabile uno sviluppo che tolleri infiltrazioni criminali, corruzioni, evasioni fiscali, lavoro nero e grigio, forme di illegalità contrattuali, concorrenza sleale, forme di caporalato, tutti fattori di cui avvertiamo l’inquietante presenza nel settore edile e nel suo indotto». Tra le criticità che bloccano il mercato degli appalti in Italia si registra uno scarso livello concorrenziale, eccessiva litigiosità dei soggetti coinvolti, sproporzionata durata del-

l’esecuzione dei contratti e un frequente e immotivato ricorso a varianti che provocano un sensibile aumento dei costi contrattuali. Tali criticità si ritrovano anche nel mercato regionale degli appalti? «Da anni denunciamo il malcostume delle gare con massimo ribasso, che portano spesso le amministrazioni a raggiungere l’illusorio obiettivo di ottenere opere pubbliche a prezzi che non hanno né senso né logica. In questi casi si sviluppa una falsa concorrenza fra le aziende che partecipano alla gara: da un lato le imprese sane, in regola con tutti gli adempimenti, che non s’azzardano a proporre prezzi di cui già conoscono l’assurdità; dall’altro le imprese av-



venturiere, che s’affidano a procedure approssimative, lesinano sulla sicurezza dei cantieri, adoperano manodopera in nero e solo in questo modo possono riuscire a rientrare nelle somme con le quali hanno formulato l’offerta vincente al ribasso. Poi, nel mezzo, ci sono quelle situazioni in cui imprese in regola fanno l’impossibile per contenere i prezzi, si aggiudicano la gara, ma si trovano ulteriormente penalizzate da procedure e da tempistiche che s’allungano a dismisura rispetto ai programmi, provocando la conseguente lievitazioni dei costi. Per non parlare di quelle situazioni progettuali che aderiscono alle specifiche dell’appalto, ma poi, alla pratica 

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APPALTI

 realizzazione, incontrano diffi- disponibilità della quota di co- delle banche ad accettarli. È una coltà che la stessa amministrazione appaltante non aveva messo in preventivo. Sono, queste, situazioni, in cui il contenzioso diventa inevitabile. Ma posso assicurare che, da imprenditori, non viviamo di contenzioso, ma di valore aggiunto creato dalla nostra opera». Le previsioni del comparto dell’edilizia ribadiscono come la situazione persista nel mantenersi negativa e non solo per l’anno in corso ma anche per il prossimo. La situazione rimane così difficile anche in Campania? «Dico soltanto che operiamo in una regione che sul plafond 2011 dei fondi europei, unica fonte a cui è davvero possibile per sviluppare investimenti e creare sviluppo, ad oggi ha speso il 4,6% e si prevede che a consuntivo dell’anno non si vada oltre un misero 6%. L’in-

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finanziamento regionale, il 15% sull’ammontare degli investimenti, sta bloccando la possibilità di intervenire concretamente, con finanziamenti europei già deliberati. Una situazione paradossale, se si pensa che è questa l’unica maniera attraverso la quale si potrebbero recuperare risorse per investimenti. In un quadro simile, non è possibile professare ottimismo o coltivare attese per una ripresa a breve». Quali a livello regionale i provvedimenti urgenti per superare gli ostacoli normativi e burocratici che impediscono lo sviluppo del settore delle costruzioni? «Per noi è importante ottenere la disponibilità degli enti pubblici appaltanti a certificare i crediti, in modo da poterli cedere in pro soluto alle banche, fermo restando la disponibilità

precondizione per avere imprese vive, piuttosto che assistere al loro fallimento, sulle quali puntare per un rilancio che, a livello regionale, non può non passare per la rapida realizzazione delle opere immediatamente cantierabili che hanno una chiara utilità sociale. Iniziative come il completamento della linea 1 della metropolitana di Napoli e l’avvio della tratta che porta all’aeroporto di Capodichino, l’apertura dei cantieri dei grandi progetti “Più Europa” e quello che riguarda la riqualificazione del centro storico di Napoli, sono solo alcuni fra i tanti esempi di iniziativevolano di sviluppo e di grande beneficio per l’attività sul territorio. È anche necessario rilanciare l’edilizia popolare in Campania, un terreno sul quale la Regione ha cominciato a muoversi nella giusta direzione».


EDILIZIA

La riqualificazione, ossigeno per il settore edile Gli operatori edili specializzati nella riqualificazione degli immobili sono fra quelli che stanno fronteggiando meglio la recessione. Luciano Polito racconta la sua esperienza e il suo particolare approccio alla professione Francesco Bevilacqua scire dalla crisi edilizia puntando sulla ristrutturazione dell’esistente non solo è possibile, ma è anzi l’unica via percorribile». Luciano Polito, uno dei tre soci a capo della Polito Costruzioni, ha le idee chiare in merito alla situazione del settore edile, in cui opera da più di trent’anni. Coerentemente con questa sua idea, ben prima che il comparto entrasse in questa fase recessiva, Polito ha impostato l’attività dell’azienda puntando prevalentemente sulla ristrutturazione e in maniera minoritaria sulla costruzione. «In questo secondo ambito, che per noi è comunque una nicchia, non operiamo per conto di terzi: acquistiamo il terreno, costruiamo e rivendiamo gli immobili realizzati». Quali sono le linee guida della vostra attività? «Non lavoriamo con piccole realtà o franchising, ma ci occupiamo solo di grandi commesse, come centri commerciali e megastore. Intratteniamo sempre un rap-

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porto diretto con le aziende con cui lavoriamo, come Benetton, Zara, Coin, Louis Vuitton e Armani. Ci contraddistingue prima di tutto l’efficienza logistica. In questo momento di crisi siamo considerati l’impresa delle “missioni impossibili”, perché l’eccellente organizzazione, anche con doppi cicli di lavoro giorno/notte ci permette di ultimare i lavori nella metà del tempo rispetto ai concorrenti. Non abbiamo mai consegnato fuori dai tempi previsti. Questo ci porta a lavorare sempre più lontano da casa, spesso anche fuori dal territorio nazionale: in questo momento siamo presenti soprattutto a Milano, ma anche in Europa, a Parigi, Copenaghen, Londra». Può citare un progetto che avete realizzato? «Sarebbe riduttivo descriverne uno piuttosto che un altro. Posso però ricordare un’opera svolta a Salerno, una delle poche che abbiamo realizzato nella nostra regione. Si tratta della riqualificazione del vecchio cinema Metropol, ubicato nel centro storico. Nell’arco di


Luciano Polito

In apertura, Luciano Polito, in piedi a destra, insieme ai soci Umberto, seduto, e Alfredo Polito, della Polito Costruzioni di Napoli www.politocostruzioni.it

soli sette mesi, nonostante si trovasse sul corso principale, circondato da due fabbricati, l’abbiamo raso al suolo e ricostruito da zero, con l’aggiunta di due piani». Oltre alla scelta di lavorare principalmente nel campo della ristrutturazione, anche la vostra politica aziendale è particolare. «C’è un motivo preciso per cui ci relazioniamo principalmente con aziende del Nord Italia e dell’Europa in generale: esse hanno un approccio preciso e rigoroso, differente da quello che purtroppo si riscontra spesso in Meridione, dove non esistono certezze. A questo proposito vorrei però aggiungere che subappalti non ne facciamo mai, sono sempre gli uomini dell’azienda che seguono direttamente i lavori. Questo per-

ché, pur avendo scelto di non operare in Campania, vogliamo comunque far sì che la forza lavoro sia composta per quanto possibile da nostri corregionali. La nostra posizione ci porta anche a non partecipare ad appalti pubblici, nonostante possediamo una Soa di settimo livello e abbiamo già le condizioni per conseguire una Soa illimitata. Consideriamo infatti errato l’intero sistema: effettuare ribassi che arrivano al 40% per aggiudicarsi il lavoro e sperare di recuperare le spese con varianti o altri espedienti è per me un’autorizzazione a delinquere. I marchi della nostra società sono la serietà, la correttezza e la gratificazione di tutte le persone che lavorano con noi e il nostro modo di agire deve essere sempre conforme a questi valori». Quali sono i suoi suggerimenti per risollevare la situazione del settore edile, in par-

ticolar modo in Campania? «È essenziale che la politica e gli amministratori si facciano carico del problema, se necessario che rilevino parte del patrimonio edilizio costruito e oggi obsoleto, e che si accollino la responsabilità di riqualificarlo e di destinarlo a chi di dovere. Bisogna anche creare infrastrutture: la nostra potrebbe essere una regione dedita al turismo, ma questo settore è troppo trascurato. Milano, dove siamo molto presenti, ha meno attrattive della Campania ma riesce a valorizzarle tutte al meglio, al contrario di quanto accade qui. Propongo quindi di partire dalla riqualificazione di quello che abbiamo, procedendo però a piccole tappe: inizierei dai centri storici per poi arrivare alle periferie. Alla fine si potrà valutare se ci sarà bisogno di costruire ancora, anche se sono convinto che non sarà necessario». CAMPANIA 2011 • DOSSIER • 175


EDILIZIA

L’edilizia punta alla diversificazione Leggere le difficoltà e gli ostacoli come sfide e opportunità. Non arrendersi alle crisi di settore e guardare oltre, reinventandosi. Marino Tartaglia spiega come reagire e crescere seguendo la via di nuovi mercati Manlio Teodoro

na delle caratteristiche migliori dell’italianità è la capacità di adattarsi alle difficoltà, trasformandole in sfide e opportunità. Per un’impresa essere guidati da tale spirito può rappresentare la sopravvivenza o meno, specie dinanzi ai periodi posti da un mercato critico e altalenante. Di fronte alla chiusura a riccio delle banche nell’erogazione di credito, alcune imprese hanno puntato con successo sulla diversificazione, scoprendo nuove vocazioni. È il caso della Alto Sele, società di Salerno guidata da Marino Tartaglia. «Noi siamo nati come azienda di trasporti, specializzandoci nei materiali pesanti per l’edilizia e nel trasporto di cemento sfuso. Un passo alla volta abbiamo iniziato a commercializzare anche il materiale che trasportavamo, fino a trasformarci in grossisti di materiali da costruzione. In questo modo abbiamo stretto relazioni di partnership con grandi aziende». Ma la realtà di Tartaglia, e in questo emerge la

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sua strategia, non è si è fermata nemmeno a questo. «Abbiamo continuato a diversificare l’attività, potendo così fronteggiare le congiunture negative dei vari settori. Anche per questo al momento abbiamo escavatori per movimento terra, eseguiamo i trasporti di argilla per le migliori cementerie, attività tra l’altro tutt’altro che semplice e facciamo sbancamenti. Da un anno stiamo gestendo un impianto di calcestruzzo che abbiamo fatto rinascere» Come sta reagendo alla crisi il comparto edile campano? «Un metro di giudizio sulla

situazione, per noi, è la quantità di lavoro. E in questo periodo non manca, ciò perché in tutta la provincia di Salerno ci sono parecchi cantieri attivi». Come valuta il ruolo degli istituti di credito per l’uscita dalla crisi del settore edile? «La crisi è stata certamente aggravata, se non in alcuni casi motivata, dall’impossibilità per le imprese di accedere al credito, cosa che invece avveniva regolarmente nella situazione precrisi. Da un certo momento in poi le banche hanno smesso di “dare fiducia” alle imprese. Non ad alcune, ma a tutte indistintaMarino Tartaglia, titolare della Alto Sele Srl di Colliano (SA) altosele@altosele.it


Marino Tartaglia

7,2 mln EURO

Il fatturato con il quale la società Alto Sele ha chiuso il bilancio 2010

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mente, senza alcuna selezione. Se queste mutate condizioni hanno avuto un grosso impatto su una media-grande impresa come la nostra, mi chiedo cosa abbiano potuto significare per le realtà piccole». Su cosa occorre far leva per stimolare la crescita del settore? «Bisogna sostenere le piccole e medie imprese, aiutarle in primis economicamente». A contraddistinguervi è una forte propensione alla riconversione d’impresa e

La prospettiva di un’ulteriore espansione, per noi, include sempre la capacità di intraprendere nuove sfide

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alla flessibilità produttiva. Su quali mercati vorreste orientarvi? «L’attività commerciale è stata certamente per noi la più grande rivelazione in cui innestare il nostro spirito imprenditoriale. Attualmente è anche l’attività che ci permette le migliori performance in termini di redditività. È stato fondamentale però anche l’essere riusciti a integrarla all’attività originaria di servizi di trasporto per l’edilizia pesante, con la quale abbiamo dato al mercato la prova della nostra efficienza e puntualità. La pro-

spettiva di un’ulteriore espansione, per noi, significa mostrarsi flessibili per intraprendere nuove sfide, ma nel sceglierle conta molto la domanda contingente. Il nostro atteggiamento è di totale apertura, ciò che fa scattare l’investimento è l’intuizione di una buona opportunità». Quali aspettative ripone sul futuro della sua società? «Per il futuro siamo pronti ad affrontare le sfide che ci porrà il mercato. È in questo che un’azienda si distingue. Tutti i giorni riceviamo gli stimoli per continuare a crescere, migliorandoci». CAMPANIA 2011 • DOSSIER • 177


EDILIZIA

Il futuro dell’edilizia? Il prefabbricato Costruiti in cemento armato precompresso, i prefabbricati sono indicati sia per l’edilizia industriale che per quella civile, perché assicurano grande leggerezza e resistenza. L’analisi di Roberto Sampietro sullo sviluppo crescente del settore Emanuela Caruso

a prefabbricazione rappresenta da vari anni l’innovazione migliore che l’edilizia sia riuscita a immettere sul mercato. Questo nuovo metodo di costruzione, infatti, può vantare molti aspetti interessanti, tra cui la reale capacità di rispondere alle attuali esigenze di un mercato difficile e oscillante, ovvero ottime prestazioni, qualità e risparmio economico. Inoltre, al contrario dei sistemi tradizionali, quelli prefabbricati non presentano una grande necessità di manodopera, fattore che

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non farà altro che aumentare in modo graduale e continuo l’attenzione verso la prefabbricazione. Dall’inizio degli anni 60 la Lima Prefabbricati, situata a Flumeri e giunta ormai alla seconda generazione imprenditoriale, si impegna nel campo della prefabbricazione, offrendo un variegato ventaglio di soluzioni costruttive. «Il punto forte di questo settore – spiega Roberto Sampietro, titolare e amministratore della società – è la costante evoluzione tecnologica che spinge a nuovi investimenti in risorse umane e attrezzature».

In termini di realizzazione e utilizzo finale delle strutture, quali vantaggi apporta la prefabbricazione? «Rispetto ai sistemi costruttivi tradizionali la prefabbricazione industriale in cemento armato precompresso offre notevoli vantaggi. Tra questi: notevole velocità di realizzazione; economicità dei costi poiché il tutto è realizzato con sistemi industrializzati e maglie strutturali molto ampie; elevate resistenze al fuoco grazie alle proprietà di massa intrinseche del sistema costruttivo; sicurezza nei pro-


Roberto Sampietro

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Con l’ulteriore investimento di circa 5 milioni di euro la Lima Prefabbricati punta ad ampliare la gamma produttiva attraverso l’acquisizione di nuove tecnologie e nuovi marchi

cessi produttivi con attenzione all’ambiente; controllo in stabilimento dei prodotti utilizzati e degli elementi finiti». Quali sono i servizi proposti dalla Lima Prefabbricati e quali le fasi salienti del ciclo produttivo? «La nostra azienda è leader tra le industrie di prefabbricazione perché è in grado di offrire un servizio completo, che va dalla progettazione alla realizzazione. L’iter produttivo parte nel momento in cui si sottoscrive un contratto di fornitura: la prima fase consiste nell’interfacciarsi con il cliente e nella redazione del progetto esecutivo accompagnato da calcoli strutturali per il deposito al G.C. di competenza. Nella fase successiva si passa alla produzione degli elementi prefabbricati che compongono l’opera. A conclusione delle operazioni si eseguono trasporto e montaggio della struttura». La società propone varie linee di sistemi costruttivi, come Cup, Foropan, Wave, Evolution, Pantheon. Quali tra queste sono le più innovative? «Tutti i sistemi costruttivi presentano caratteri innovativi poiché permettono la realizzazione di qualsiasi tipo di edificio andando incontro alle più svariate esigenze, fornendo prodotti di elevata qualità. Primo fra tutti il solaio alveolare “Foropan”, so-

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laio autoportante fra i più leggeri sul mercato a parità di carichi, luci e spessori. La notevole capacità produttiva ci immette sul mercato, forti di un vantaggioso rapporto qualità/prezzo. Ulteriore risparmio lo si ha sul trasporto, servizio fra l’altro garantito dal settore logistico della Lima che dispone di un parco macchine efficiente, di proprie autogru e di quant’altro necessario al montaggio delle strutture commissionate, in maniera da poter operare su tutto il territorio nazionale. La Lima Prefabbricati da anni, opera in regime di qualità Uni En Iso 9001 e in marcatura CE». Quali sono i principali interlocutori commerciali verso cui la Lima Prefabbricati dirige la sua offerta? «Ci rivolgiamo in particolar modo alle aziende che realizzano nuovi stabilimenti o ampliamenti e alle grandi catene commerciali. Partecipiamo, poi, anche a gare nel settore pubblico avendo ottenuto dall’organismo di attestazione Italsoa la categoria OS13. Questi appalti giocano però sempre al ribasso, cioè al di sotto del prezzo minimo di sostentamento delle società, quindi vi prendiamo parte solo quando siamo sicuri che l’iniziativa possa garantire qualità e vantaggi per l’azienda e il committente finale».

Roberto Sampietro, titolare dell’azienda campana Lima Prefabbricati Srl di Flumeri (AV) e particolare di struttura prefabbricata con sistema costruttivo brevettato “Wave” www.limaprefabbricati.com

Quali progetti avete in serbo per irrobustire la forza imprenditoriale della vostra impresa? «Gli scenari del mercato stanno diventando davvero molto interessanti, motivo per cui abbiamo in programma l’acquisizione di nuovi marchi, così da essere ancora più competitivi e poter garantire la nostra presenza in modo più capillare sul territorio nazionale. Stiamo inoltre investendo ulteriori 5 milioni di euro circa in un progetto di ampliamento della gamma dei prodotti e valutando una joint venture in Arabia Saudita per la costruzione di un nuovo stabilimento per la produzione di solaio “Foropan”. La nostra filosofia aziendale è riassunta nel motto “innoviamo la tradizione”». CAMPANIA 2011 • DOSSIER • 181


EDILIZIA

Un nuovo impulso per l’edilizia a crisi edilizia sta penalizzando pesantemente le aziende che operano nel settore, ma sta aprendo anche nuove possibilità che, per chi ha la capacità di coglierle, potrebbero rappresentare addirittura un cambiamento positivo. In particolare, il forte rallentamento dell’edificazione ha lasciato spazio alle attività di ricostruzione e riqualificazione dell’esistente, spingendo molte imprese a specializzarsi in questo campo. Salvatore Telese ha un’idea chiara e completa della situazione, essendo coinvolto nel grande indotto dell’edilizia: «Occupandomi della vendita di materiali da costruzione – spiega – per non venire trascinato a fondo dalla crisi ho dovuto analizzare la situazione e pianificare una strategia commerciale capace di assecondare le tendenze del mercato». Così la sua azienda, la Editel, ha avviato un programma di ampliamento e diversificazione della gamma dei prodotti offerti. Come siete giunti a questa scelta? «L’input è arrivato da un lato dall’evoluzione della richiesta del mercato, dall’altro dall’aggravarsi della situazione del

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Diversificare l’offerta è una collaudata strategia per resistere alle intemperie del mercato. Ma nell’ostico settore dell’edilizia, un aiuto inaspettato può arrivare anche da una risposta pronta ed efficace da parte delle istituzioni, come spiega il dottor Salvatore Telese della Editel Amedeo Longhi

settore. Oggi si lavora soprattutto su ristrutturazione e risanamento, così abbiamo esteso la nostra gamma includendo i prodotti destinati a queste attività, dall’isolamento termoacustico ai trattamenti anti umidità, compresi quelli relativi alla termoidraulica, come impianti di riscaldamento e condizionamento. È questo il mercato che tira in questo momento. Abbiamo


Salvatore Telese

Salvatore Telese, titolare della Editel Srl di Bellizzi (SA). Nelle altre immagini, i magazzini dell’azienda www.editelsrl.it

dovuto diversificare la gamma prodotti per far fronte alle nuove richieste di mercato che non erano più quelle dell’edilizia tradizionale». Come avete selezionato i prodotti da commercializzare ? «La scelta è avvenuta principalmente attraverso il recepimento delle richieste che quotidianamente ci pervenivano dalla clientela in merito a prodotti non ancora trattati. Ci siamo quindi specializzati, abbiamo acquisito informazioni, abbiamo contattato marchi e

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Oggi si lavora soprattutto su ristrutturazione e risanamento, così abbiamo esteso la nostra gamma includendo i prodotti destinati a queste attività

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aziende produttrici e ci siamo fatti consigliare dai loro rappresentanti». Dal punto di vista economico inizialmente è stato impegnativo questo ampliamento di gamma? «L’acquisizione dei primi stock è stata abbastanza gravosa, ma questi materiali hanno la caratteristica di possedere un elevato indice di rotazione di magazzino, così nel giro di due o tre mesi siamo tornati a regime compensando l’esborso iniziale. Ora possiamo dire che la strategia scelta sta pagando, come testimonia il fatto che siamo cresciuti in termini di fatturato dal 2009 al 2010 e nel 2011 ci stiamo mantenendo abbastanza stabili nonostante le problematiche che gravano sul settore». All’aggiornamento della gamma è corrisposta una diversificazione della clientela? «I nostri acquirenti sono soprattutto di imprese di costruzione, anche se circa il dieci per cento è composto da privati. Questo rapporto si è mantenuto stabile e ancora oggi abbiamo più a che fare con le imprese. Se prima esse si rivolgevano ad altri fornitori per l’acquisto di prodotti specifici, oggi sanno che anche per questo tipo di esigenze possono venire da noi. La convenienza è anche loro, poiché in questo modo evitano di doversi rifornire presso due o più depositi di-

versi. Ciò che è cambiato non è quindi la composizione dei clienti, ma il tipo di lavoro che essi stessi svolgono e conseguentemente i materiali e le attrezzature di cui necessitano». Anche le amministrazioni della vostra zona, attraverso il nuovo Piano Casa, si sono rese conto che è meglio puntare sulla ristrutturazione piuttosto che sulla nuova costruzione? «Sì e questo vorrei sottolinearlo. In particolare le istituzioni della zona di Bellizzi, dove lavoriamo noi, si sono rese conto di questa situazione e sono state pronte nel rispondere, oltre ad aver provveduto allo sviluppo della nuova area industriale, importante infrastruttura che nei prossimi due o tre anni favorirà la ripartenza dell’economia locale. Da parte dei comuni di Bellizzi e di quello limitrofo di Montecorvino Rovello abbiamo avuto un riscontro positivo per quanto riguarda la celerità dell’istruzione delle pratiche e del rilascio delle concessioni. Anche in materia di ristrutturazione hanno adottato specifiche delibere a riguardo. Questo esempio positivo a livello locale ci fa sperare che anche a livello nazionale la situazione possa migliorare, perché il settore dell’edilizia è trainante e alimenta un indotto enorme». CAMPANIA 2011 • DOSSIER • 185


EDILIZIA

Il settore edile si rinnova n tanti ambiti produttivi la diversificazione rappresenta ormai un’esigenza imprescindibile, per far fronte ai cambiamenti del mercato e per riuscire a contrastare efficacemente le conseguenze prodotte dalla crisi economica. Questo discorso vale naturalmente anche in ambito edile, dove, soprattutto per quel che riguarda la fornitura dei materiali destinati ai cantieri, è necessario poter disporre di un catalogo variegato, per rispondere in maniera efficace agli input provenienti da un settore in grande trasformazione. «La commercializzazione di questi prodotti, per poter essere realmente esaustiva, deve però essere accompagnata anche da un adeguato servizio di supporto e di consulenza tecnica», specifica Bruno Sansone, tito-

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Comparto strategico per l’economia nazionale, l’edilizia prova a uscire dalla crisi. Per chi opera nel campo delle forniture diventa fondamentale poter proporre un’offerta differenziata, caratterizzata però da articoli di elevata qualità. Il punto di Bruno Sansone Matteo Rossi

lare della Edilcamaldoli Sansone Srl, storica realtà imprenditoriale divenuta, nel corso degli anni, un punto di riferimento per moltissime imprese edili presenti sul territorio di Napoli e provincia. Proprio in un’ottica di diversificazione del business, l’azienda ha iniziato a servire il settore edile a 360 gradi, esplorando nuovi ambiti e segmenti di mercato, come spiega Sansone: «Agli articoli tradizionali affianchiamo un’ampia scelta di prodotti selezionati, tra cui utensileria, materiali elettrici,

ferramenta, oggetti per il “fai da te” e abbigliamento da lavoro delle migliori marche, tra cui Kerakoll, Mapei, Sigma Coatings e Makita. Negli ultimi anni abbiamo dedicato particolare attenzione al settore delle pitture – prosegue Sansone - per il quale disponiamo di sistemi tintometrici e di un avanzato spettrofotometro capace di soddisfare le esigenze tanto delle grandi imprese quanto del piccolo consumatore. Per la clientela più esigente, infine, è stato allestito un apposito showroom,


Bruno Sansone

Bruno Sansone, titolare della Edilcamaldoli Sansone Srl www.grupposansone.com

denominato “La Riggiola”, in cui è possibile trovare una vasta gamma di pavimenti, rivestimenti, sanitari, rubinetteria, porte e parquet di altissima qualità». Edilacamaldoli si distingue sul mercato anche per la sua propensione all’innovazione del servizio offerto, come testimoniato dallo “sbarco” dell’azienda sul web. «Recentemente abbiamo inaugurato un nuovo portale, con l’obiettivo di diventare un punto di riferimento anche per il “popolo” del web», sottolinea Sansone. «Il nostro sito internet è infatti strutturato in modo da poter fornire informazioni dettagliate su prodotti e produttori, grazie alla pubblicazione di articoli e recensioni costantemente ag-

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Abbiamo in programma l'apertura di un ulteriore punto vendita, l'ampliamento del settore dedicato alla vendita di case prefabbricate in legno e del settore dedicato ai pannelli fotovoltaici

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giornate. Offriamo inoltre la massima assistenza agli utenti, mediante una chat di supporto attraverso la quale siamo in grado di fornire, praticamente in tempo reale, qualsiasi tipo di informazione per ogni singolo prodotto, comprensiva di dettagliate descrizioni, modalità di utilizzo e schede tecniche. I nostri operatori rispondono quotidianamente a innumerevoli richieste, suggerendo soluzioni e consigliando i prodotti da utilizzare per risolvere le problematiche indicate. In poco più di un mese abbiamo registrato una media di circa 250 contatti giornalieri, con un trend in continuo aumento che testimonia l’apprezzamento della nostra iniziativa da parte degli utenti». L’attività del gruppo nel settore edile, però, non si limita alla sola vendita e consulenza: «L’azienda fornisce anche una serie di importanti servizi legati al movimento terra. Disponiamo di tutte le autorizzazioni necessarie per il trasporto e lo smaltimento di materiali ingombranti, pericolosi e non e, grazie al vasto

parco veicolare a nostra disposizione, abbiamo la possibilità di operare anche nelle strette strade del centro di Napoli. Inoltre, in accordo con Hertz Italia, prestiamo il nostro servizio per il soccorso stradale, il recupero e il trasporto di automezzi di medie e grandi dimensioni su scala nazionale». Per il futuro sono diversi i progetti in cantiere, che il gruppo intende attuare nel corso dei prossimi mesi. «Tra questi i più significativi sono rappresentati dall'apertura di un ulteriore punto vendita da affiancare ai due già presenti, l'ampliamento del settore dedicato alla vendita di case prefabbricate in legno e del settore dedicato ai pannelli fotovoltaici. Ma, soprattutto – conclude Sansone - crediamo fortemente nelle potenzialità derivanti dal completamento e dalla messa in funzione di un’isola ecologica privata di circa centomila metri quadri, con un volume di circa due milioni di metri cubi, destinata al recupero di materiali provenienti dalle demolizioni edili». CAMPANIA 2011 • DOSSIER • 187


Verso un unico grande porto Un investimento di 700 milioni per potenziare e integrare il sistema portuale campano, da cui oggi transita il 50% delle merci provenienti dal Sud Italia: è l’ambizioso progetto regionale che punta soprattutto a Napoli e Salerno. Ne parla l’assessore ai Trasporti, Sergio Vetrella Paola Maruzzi apoli e la Campania sono diventate il baricentro, anche per ragioni geoecononomiche e geopolitiche, di attrazione e discussione del Mediterraneo»: con queste parole il governatore Stefano Caldoro, varando un progetto che dovrà integrare le attività commerciali e quelle turistiche per i porti di Napoli e Salerno, ha richiamato il ruolo strategico del sistema intermodale. Oggi dagli scali campani passano merci per 110 milioni di tonnellate, in praticata il 50% del mercato del Sud, ma «sono previsti complessivamente in-

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vestimenti per circa 700 milioni di euro – spiega l’assessore ai Trasporti Sergio Vetrella – in modo da potenziare l’infrastruttura portuale», un’operazione che secondo il presidente Caldoro comporterebbe 40mila posti lavoro. Assessore, da dove provengono questi fondi e a cosa serviranno? «Su un totale di 700 milioni, circa 200 deriveranno dalla legge obiettivo, grazie all’intesa generale quadro sulle infrastrutture che firmeremo a giorni con il governo per realizzare importanti opere, tra le quali l’adeguamento e il potenziamento dei collegamenti stra-

dali e ferroviari dei porti di Napoli e Salerno e degli interporti di Nola, Marcianise-Maddaloni e Battipaglia; gli altri 500 milioni provengono dai nuovi fondi Por Campania 20072013, per i quali abbiamo in corso di valutazione da parte dell’Unione europea due grandi progetti per il sistema logistico integrato dei porti di Napoli e Salerno». In ambito europeo si parla da anni di “autostrade del mare”, cioè di trasferire parte del trasporto su gomma verso i corridoi marini: in tal senso il sistema portuale campano dal 2001 al 2004 ha incrementato il volume dei




In programma ci sono importanti investimenti che serviranno a potenziare i collegamenti su strada e su ferro dei due principali porti della Campania

traffici del 170%. Oggi come stanno le cose? «Nonostante la grave crisi economica mondiale, i nostri porti sembrano aver retto bene l’onda negativa. Basti pensare che, ad esempio, il porto di Napoli nel 2010 rispetto all’anno precedente ha registrato due milioni e mezzo di tonnellate in più nei traffici commerciali e circa 16.500 teus in più per quanto riguarda i container. Nello stesso periodo il porto di Salerno ha avuto un incremento del 13,8% del totale delle tonnellate movimentate». Il complesso sistema portuale campano ha molti punti di forza ma anche diverse carenze. Su cosa crede sarà necessario intervenire? «Come dicevo prima, abbiamo in programma importanti investimenti che serviranno a potenziare innan-

zitutto i collegamenti su strada e, soprattutto, su ferro dei due principali porti della Campania, in modo da trasformarsi con gli interporti in un’unica grande piattaforma logistica integrata, in grado di svolgere un ruolo strategico nel Mediterraneo, grazie anche alla felice posizione geografica centrale. Inoltre si stanno risolvendo i problemi relativi al dragaggio dei fondali e alla carenza delle banchine, a cominciare dalla grande darsena di levante, che sta finalmente partendo, e che consentirà anche alla navi portacontainer di più grandi dimensioni di attraccare nel porto di Napoli. Certamente dovranno migliorare ancora le condizioni del waterfront e del molo Beverello, mentre sono a buon punto i lavori della stazione marittima di Salerno, che la Regione ha finanziato con i



fondi europei. Stiamo cercando infine di recuperare il molo San Vincenzo, finora parte del demanio militare». Il sistema portuale è anche volano del turismo: ogni anno la Campania propone il “metrò del mare”, il servizio che permette di raggiungere la costiera amalfitana. Sono previsti potenziamenti per la prossima stagione? «Quest’anno il servizio, che ha una valenza prettamente turistica, è stato gestito dall’assessorato regionale al Turismo, così che le risorse risparmiate dal settore trasporti si sono potute utilizzare per i servizi di collegamento marittimo ordinari, alle prese, come quelli su ferro e su gomma, con una difficile situazione, dovuta ai tagli dei trasferimenti governativi e alle condizioni del bilancio regionale che abbiamo ereditato dal passato».

In apertura, il porto di Napoli. A sinistra, Sergio Vetrella, assessore regionale ai Trasporti, viabilità attività produttive

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SISTEMA PORTUALE

Lo scalo partenopeo guarda al futuro Partiranno i lavori per la darsena di levante, l’atteso intervento che incrementerà il traffico merci. Per il presidente dell’Autorità portuale, Luciano Dassatti, c’è in cantiere un grande progetto che, se ben condotto, porterà a Napoli finanziamenti per 335 milioni di euro Paola Maruzzi

Autorità portuale di Napoli è intenzionata a fare ordine sui prossimi passi da compiere per incrementare il volume dei traffici: l’obiettivo, raggiungibile con la realizzazione della darsena di levante, è arrivare a 1 milione di teus. Luciano Dassatti, presidente dell’Autority, va dritto al punto: «La fortuna di un porto viene fatta dalle merci e non dalle piattaforme, come accaduto a Gioia Tauro che ha avuto un primo periodo di splendore, ma oggi ha perso una buona percentuale dei traffici». Il comitato portuale ha così sintetizzato e formalizzato un dettagliato piano d’azione «in modo da arrivare pronti a Bruxelles e chiedere finanziamenti per 335 milioni di euro». A chi pensasse che il progetto sia troppo ambizioso, Dassatti risponde che «non è un “libro dei sogni”, ma è frutto di un tavolo tecnico, nato esaminando le richieste degli operatori, i primi a volere un potenziamento».

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Il 27 settembre c’è stata la riunione del comitato portuale per discutere di questo “grande progetto”. Cosa è emerso? «Ci siamo dati venti punti che sintetizzano le esigenze e le criticità, valutandole sul breve, sul medio e sul lungo termine. Queste linee guida vanno a integrare il piano operativo triennale dell’anno scorso e sono state già tenute in considerazione nel bilancio di quest’anno, approvato entro il 31 ottobre. Inoltre ne terrà conto anche il piano regolatore. La ricerca è durata circa un anno: ci siamo interrogati sulle urgenze da affrontare per avere uno sviluppo del porto e abbiamo concluso che questo non deve essere indirizzato alla portata straordinaria, da 10 milioni di teus, delle piattaforme logistiche, bensì essere proporzionato alle effettive esigenze della merce». A breve termine su cosa bisogna stringere? «Sulla darsena di levante che

porterà a un milione i teus, contro gli attuali 530mila contenitori l’anno. Nei prossimi mesi è prevista la posa del cantiere. Chi si è aggiudicato la gara ha proposto un dimezzamento dei tempi, così tra un anno e mezzo avremo la nuova piattaforma,

Luciano Dassatti, presidente dell’Autorità portuale di Napoli


Luciano Dassatti

che sarà riempita da un 1 milione e 200mila metri cubi di fanghi provenienti dal porto di Napoli: più che di dragaggio, di fatto si tratta di una bonifica, con prescrizioni molto severe. È il secondo gol che facciamo: a questa darsena avranno accesso le navi portacontainer di nuova generazione. Inoltre, il 50% dei contenitori dovrà viaggiare su rotaie, riducendo il traffico su gomma». A che punto è il progetto del waterfront? «Purtroppo c’è stato un arresto, ne spiego il motivo: nel 2009, quando sono stati chiusi i con-



Alla darsena di levante avranno accesso le navi portacontainer di nuova generazione, l’obiettivo è arrivare a 1 milione di teus



tenziosi, abbiamo ripristinato l’attività di Nausicaa, la società partecipata da Regione, Comune e Autorità, che avrebbe dovuto realizzare il progetto. Ma di punto in bianco il comitato portuale ha votato a favore delle sua liquidazione, per cui le sue attività stanno confluendo nell’Autorità portuale. A breve ci sarà un’assemblea per attribuire il progetto, che con tutta probabilità verrà affidato all’Autorità portuale». Con la darsena di levante si vuole rispondere a un aumento del volume delle merci: da dove arriva questa richiesta? «La società concessionaria Terminal Canateco è partecipata per un 50% da Msc e per l’altro 50% da Cosco, un’azienda statale cinese. La Cina, almeno sulla carta, ha già pronti 1 milione di teus da portare a Napoli». È emerso che il porto di Napoli è tra i primi in Italia per qualità e quantità di controlli effettuati sui prodotti alimentari. Come continuare su questa strada? «Napoli è sempre stata considerata la patria del contrabbando, ma nel recente passato c’è stata una svolta notevole grazie all’agenzia generale della dogana. È azzardato dire che i traffici illegali siano sia stati azzerati, ma sui controlli non sono molto preoccupato. Se, infatti, in tutti i porti d’Europa il controllo riguarda il 5% dei contenitori, da noi è del 20%. Gli operatori si lamentano perché le operazioni doganali rallentano i movimenti, ma per noi va benissimo così». CAMPANIA 2011 • DOSSIER • 197


SISTEMA PORTUALE

ultimo riconoscimento risale allo scorso marzo ed è arrivato direttamente da oltreoceano: in occasione della fiera internazionale della crocieristica, il Seatrade di Miami, il porto di Salerno è stato premiato dalla Royal Caribbean per gli elevati livelli di soddisfazione dei passeggeri e l’accoglienza ricevuta in città durante la stagione 2010. «Ancora una volta si confermano la grande efficienza operativa e gli ottimi servizi di assistenza del nostro scalo, diventato una delle mete favorite dal turismo diportistico» spiega Andrea Annunziata, presidente dell’autority. Oggi sono 2.140 i posti barca, ma a fronte della crescente richiesta è previsto un raddoppio. Accanto al volto commerciale, si va quindi definendo un sistema d’accoglienza che chiama a raccolta tutti gli attori locali. «La sinergia tra le aree interne e lo scalo – continua Annunziata – è di fondamentale importanza se si vogliono rendere veloci ed efficienti le operazioni portuali. Ed è proprio guardando all’ottimizzazione che continuano il recupero economico e la propria crescita commerciale del porto». Dal 2007 al 2010, c’è stato un considerevole aumentare il traffico crocieri-

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Barra dritta verso il turismo crocieristico In attesa che il restyling del molo Manfredi disegnato dalla matita di Zaha Hadid sia pronto, il presidente dell’autorità portuale di Salerno, Andrea Annunziata, fa il punto sulla crescita del turismo crocieristico: «Anche per il 2011 le previsioni sono buone, chiuderemo con un +20%» Paola Maruzzi

stico: quali previsioni andranno a chiudere il 2011? «Già nel 2010 si è registrato un incredibile incremento rispetto al 2009 e per il 2011 sarà ancora maggiore, pari a più del 20%. Il nostro porto fa parte del circuito delle più importanti e prestigiose compagnie di navigazione di rilievo internazionale, ogni anno accogliamo le più belle navi da crociera che solcano il Mediterraneo, offrendo servizi veloci e multifunzionali. Lo sviluppo del turismo crocieristico è di importanza

strategica per l'economia di Salerno e dell'intero territorio provinciale e regionale ed è destinato a crescere». Più in generale, come intendete rafforzare la vocazione turistica del porto? «Siamo al confine con uno dei posti più belli del mondo: la costiera amalfitana. Pertanto proseguiamo il nostro lavoro di miglioramento infrastrutturale rendendo il porto e anche il territorio della provincia di Salerno più sicuri, ponendo altresì grande attenzione all’ambiente».


Andrea Annunziata



Il nostro porto fa parte del circuito delle più importanti e prestigiose compagnie di navigazione

Sopra, Andrea Annunziata, presidente dell’Autorità portuale di Salerno

Da anni si parla di restyling infrastrutturale del porto firmato dalla matita d’eccezione di Zaha Hadid. A che punto siamo? «Per quel che riguarda la sontuosissima opera dell’architetto anglo-iracheno, a forma di una gigantesca ostrica fiore all’occhiello del Molo Manfredi, i lavori sono ormai quasi in chiusura: rappresenterà il nuovo terminal passeggeri e si appresta a ricevere le migliaia di crocieristi nel nostro porto». A breve termine quali adeguamenti tecnici dovrà con-



durre l’Autorità? «Il programma degli interventi infrastrutturali che riguardano l’intero porto commerciale da realizzare entro la fine del 2011 è fittissimo e impegnativo ma, al tempo stesso, realistico e concreto. I nuovi finanziamenti che arriveranno dall’Europa, per il tramite della Regione Campania, permetteranno di realizzare le opere necessarie a potenziare le infrastrutture, sicuramente grazie anche al fatto che il porto di Salerno ha dimostrato efficienza nella gestione, nonché la dovuta attenzione al tema della sicurezza e della tutela ambientale. I finanziamenti sono stati ottenuti anche grazie alla grande collaborazione con il ministero delle Infrastrutture e dei trasporti». In termini di indotto e di occupazione che ruolo svolge il porto sull’economia locale? «Importantissimo è il ruolo che il porto ormai da anni svolge nello sviluppo dell’economia locale e nazionale e ciò sicuramente anche per merito della professionalità e capacità imprenditoriale degli operatori e dell'atmo-

sfera di armonia e pace sociale che regna tra tutti i protagonisti, sia privati che istituzionali, della realtà portuale salernitana. Nell’anno in corso, lo scalo salernitano si è riconfermato un porto di grande successo, con numeri da primato, per movimentazione merci e passeggeri rispetto allo spazio esistente. Inoltre, perfettamente inserito nella rete degli scambi commerciali europei, negli ultimi tempi stiamo guardando anche verso la sponda sud del Mediterraneo. Guardiamo avanti con tranquillità e fiducia, affinché i porti di Salerno e Napoli, inseriti direttamente e con non poche difficoltà nel contesto urbano, possano confidare, in tempi rapidi, in efficienti collegamenti con le aree interne. Sono proprio i territori dell’entroterra, infatti, che forniscono oggi garanzie per il futuro dei nostri porti e salvaguarderanno la sopravvivenza degli scali, garantendo altresì un’occupazione giovanile, oggi in forte crisi». CAMPANIA 2011 • DOSSIER • 199


SISTEMA PORTUALE

Cristallo e acciaio, ecco il gioiello del Mediterraneo Le linee eleganti di Fuksas, i restauri storici dei Fratelli Aprea e servizi innovativi fanno rivivere quel tratto di Tirreno che sembrava destinato all’isolamento, attraverso il porto del lusso di Marina di Stabia. Ne parla Giovanni La Mura Elisa Fiocchi

ella periferia nord di Castellammare di Stabia, in passato simbolo dell’industria siderurgica locale, sorge oggi il più grande porto turistico del Tirreno meridionale, secondo in Europa per transiti dopo quello di Montecarlo. Il progetto di realizzazione della struttura portuale è nato nel 1983 su iniziativa di un gruppo d’imprenditori locali che s’impegnò a riqualificare un’area ormai fatiscente dopo la chiusura di numerosi cantieri industriali. Il via libera al progetto è arrivato solo nel 1998 e due anni dopo è stato affiancato da Marina di Stabia spa, la società che attualmente si occupa della gestione dei servizi relativi a sicurezza, messa in opera e manutenzione di reti e impianti per la semplificazione complessiva e ottimizzazione dei costi. Il presidente, Giovanni La Mura, parla di un investimento che finora «ha superato i 100 milioni di euro e rappresenta il 50% del progetto complessivo, in considerazione

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Giovanni La Mura

dell’investimento relativo al centro polifunzionale». In quell’area dimessa, oggi location di prestigio internazionale, ormeggiano russi e indiani per godersi lo skyline del Vesuvio e una panoramica a 360 gradi sul golfo napoletano. Marina di Stabia ha partecipato al Salone di Genova, dove ha presentato il progetto di Massimiliano Fuksas. Come è nata questa prestigiosa collaborazione e come si articola il progetto? «Volevamo evidenziare i risultati raggiunti con il nostro cantiere e il porto turistico, diventati punti di riferimento per i megayacht del Mediterraneo. Marina di Stabia ha salutato l’estate con attracchi di imbarcazioni prestigiose per rilevanza storica ma anche per la classificazione della gamma di lusso. In banchina, nel settore megayacht, ad ago-

sto, si è vista sfilare la Indian Empress, tra le cento imbarcazioni più grandi a livello mondiali (102 metri), ma anche la Oasis, prima donna all’ultimo Festival di Cannes, rinomata appunto per le linee eleganti e i servizi lussuosi offerti a bordo. La collaborazione con l’architetto Fuksas risale al 1998 ed è rivolta, principalmente, al progetto per la costruzione del centro polifunzionale». In che cosa consiste esattamente la collaborazione con i Fratelli Aprea? «La società Cantieri navali Fratelli Aprea è entrata nella compagine sociale nel 2010, al fianco di imprenditori e professionisti stabiesi e di Monte dei Paschi di Siena, rilevando la gestione del cantiere navale (con 40mila mq di piazzale scoperto e 8mila mq di capannoni al coperto). Grazie a loro siamo oggi capaci di ga-

rantire il restauro d’imbarcazioni Giovanni Battista storiche ma anche la manuten- La Mura, presidente della società zione e la costruzione di moto- Marina di Stabia Spa navi in legno, vetroresina e alluminio. La nuova collaborazione ha il suo emblema nel restauro da poco completato dell’imbarcazione Alejandra, appartenuta a Re Juan Carlos di Spagna e oggi dell’imprenditore Fiorucci, un restauro esterno e interno, dal legno all’alluminio, che dimostra l’alta specializzazione raggiunta dal nostro cantiere, oggi capace di intervenire su qualsiasi tipo di materiale, conservando la storia con un continuo sguardo al futuro». L’attracco di megayacht, soprattutto indiani e russi, quale prestigio internazionale ha garantito finora all’intera regione dal punto di vista turistico? «La realizzazione del porto turistico di Marina di Stabia ha  CAMPANIA 2011 • DOSSIER • 201


SISTEMA PORTUALE

 consentito il raggiungimento Club, che a breve compren- tra colori spezzati dal verde dell’obiettivo di dotare la costa campana di un’infrastruttura portuale turistica adeguata alla domanda esistente sia di rimessaggio annuale che di ormeggio in transito, costituendo nello stesso tempo un importante punto di riferimento per lo sviluppo del turismo nautico. Le caratteristiche del porto sono state improntate alla massima efficienza e danno una risposta di supporto tecnico alla domanda di servizi nautici che si manifesta nell’area. Continuiamo a lavorare affinché gli armatori di megayacht allunghino sempre più la permanenza delle loro imbarcazioni nel Golfo di Napoli, in modo da poter apprezzare a fondo tutte le bellezze naturalistiche, storiche, paesaggistiche, archeologiche della regione». Quante risorse sono state destinate al lussuoso Yacht

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derà anche il recupero delle aree a terra? «È una moderna struttura in cristallo e acciaio progettata dall’architetto Massimiliano Fuksas, inaugurato la scorsa estate con concerti privati di Lucio Dalla e serate mondane a bordo piscina, con ristorante alla carta, sale per eventi e la romantica terrazza sul Golfo, da cui ammirare le bellezze della costa in un solo sguardo dall’area marina protetta di Punta Campanella a Capri. La prossima tappa è rappresentata dall’inaugurazione della nuova torre di controllo, con sottostante pub per la ristorazione veloce, che sarà un vero e proprio centro servizi di 20 metri d’altezza con copertura in vetro per godere dello spettacolo incantevole di mare e cielo, tra Stabia e Sorrento,

dei Monti Lattari e l’imponente presenza del Vesuvio». Quali future collaborazioni coinvolgeranno Marina di Stabia? «La società è impegnata nell’individuazione di partner con esperienza nel settore immobiliare, da affiancare nella costruzione del centro polifunzionale, i cui lavori dovranno essere avviati nel 2012. Il centro sarà costituito dai seguenti corpi di fabbrica: il circolo nautico, operativo da giugno 2010; la torre di controllo-capitaneria, operativa entro la fine del 2011; il parcheggio interrato per autovetture con 2mila posti; un hotel con 120 camere doppie, uno sport center, ristoranti, uffici, un parco commerciale, un cinema multisala, la scuola di vela e l’Atelier studio della città».


All’estero l’orgoglio del tricolore Dopo Genova è il turno di Navigare, il tradizionale salone partenopeo: le novità dello stile italiano convincono soprattutto i compratori esteri, ma per il presidente di Ucina, Anton Francesco Albertoni, è sul fronte interno che bisogna recuperare numeri Paola Maruzzi

onostante il calo del 13% dei visitatori rispetto all’edizione del 2010, il Salone genovese della nautica ha segnato comunque «un risultato eccezionale data l’attuale situazione di mercato». A sostenerlo è il presidente di Ucina Anton Francesco Albertoni secondo cui, tra i 1.300 espositori arrivati da ogni parte del mondo, l’eccellenza dello stile italiano ha convinto soprattutto chi ci guarda dall’estero: otto vendite su dieci sono state, infatti, a favore di clienti stranieri. «I risultati sono stati superiori alle aspettative – ha dichiarato a conclusione dei nove giorni della kermesse il numero uno della Confindustria nautica – e il Salone di Genova potrebbe

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rappresentare per l’industria italiana un primo passo verso quell’inversione di tendenza che si era manifestata nel primo trimestre del 2011. Gli imprenditori hanno continuato a credere e a investire nella ripresa, portando a questo Salone un grandissimo numero di novità, oltre 450 modelli solo per quanto riguarda le imbarcazioni». Dopo Genova, ora l’appuntamento è per la 24esima edizione di Navigare, in calendario fino al 30 ottobre: nel tempo l’appuntamento partenopeo è cresciuto e, per la prima volta, è stato accolto dal porto di Baia nel golfo di Pozzuoli. Mentre è ancora presto per un bilancio obiettivo sul 2011, appare chiaro il quadro congiunturale che ha chiuso il 2010: secondo il rapporto Ucina, il fatturato


Anton Francesco Albertoni



La nautica è un’industria che costituisce uno dei maggiori fiori all’occhiello del made in Italy e che dà lavoro a oltre 90mila persone nel nostro Paese

globale è stato quasi dimezzato rispetto ai valori raggiunti nel 2007-2008, attestandosi sui 3,3 miliardi, con un contributo al Pil di circa 2,8 miliardi, un andamento dovuto soprattutto al calo del mercato interno (-60%). Presidente, in che modo si può tornare ai numeri del 2008, quando sul mercato interno la nautica rappresentava circa il 5560%? «I dati relativi al 2011 tracciano alcuni elementi di positività dopo il quadro scoraggiante dell’ultimo biennio. È tuttavia opportuno considerare che l’arresto dell’emorragia di fatturato totale del comparto (-45% nel 2010 rispetto al 2008) è riconducibile prevalentemente ai buoni risultati ottenuti dai grandi gruppi internazionali, che hanno saputo rivolgere la propria offerta ai mercati stranieri individuando così nuove risorse e opportunità di crescita. Il mercato italiano, infatti, negli ultimi due anni si è ridotto fino a rappresentare circa il 20% del mercato complessivo e, per contro, l’export è cresciuto sino all’80% della “torta” totale. Purtroppo però la maggior parte delle imprese del comparto non dispone di mezzi sufficienti per guardare all’estero: è per questo che è necessario far ripartire il mercato interno anche con l’ausilio di una politica più presente e attenta». Quali restano le leve della qualità italiana nella nautica? «Le aziende italiane hanno un forte vantaggio concorrenziale in termini di eccellenza, stile, tecnologia, riconoscibilità, cura dei dettagli, orientamento al cliente. Questa capacità hanno reso la nautica italiana grande nel



mondo e ne hanno fatto, ad esempio, il maggior costruttore di megayacht. È chiaro che tale posizione di leadership assoluta vada adesso mantenuta e consolidata, con le sfide del mercato globale che chiamano in causa attori e mercati emergenti con inaudita rapidità. Sono tuttavia dell’avviso che l’eccellenza espressa dalla nautica italiana, tuttora quinta forza dell’export del nostro Paese, è e sarà anche in futuro un incredibile valore aggiunto per la clientela internazionale». La stagione autunnale dei saloni si è aperta a Cannes. Guardando la nautica italiana dall’estero che idea si è fatto? «A Cannes si è respirata un’aria relativamente positiva. Mi spiego meglio: purtroppo la crisi generale, acuita dalle vicende che hanno coinvolto la Grecia a inizio estate, non ha risparmiato nemmeno il salone francese che ha registrato una flessione significativa dei visitatori e, a quanto sembra dalle indicazioni ricevute dalle imprese italiane presenti, degli ordinativi. È però lampante che in Francia, sia dal punto di vista della chiarezza normativa, sia sotto il profilo del clima generale, vi sia un forte interesse verso la tutela del comparto della nautica da diporto. Esattamente l’opposto di quanto avviene in Italia, dove anzi negli ultimi mesi si è gettato discredito su un comparto troppo superficialmente assurto a simbolo di chi evade le tasse. Troppo spesso si dimentica che la nautica è invece un’industria, che costituisce uno dei maggiori fiori all’occhiello del made in Italy e che dà lavoro a oltre 90mila persone nel nostro Paese».

Anton Francesco Albertoni, presidente di Ucina (Unione nazionale dei cantieri e delle industrie nautiche e affini)

90 mila ADDETTI

Il settore nautico italiana dà lavoro complessivamente a oltre 90mila persone

+80% EXPORT Secondo i dati Ucina nel biennio 2008-2010 l’export della nautica è cresciuto dell’80%

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Una vetrina internazionale La Louis Vuitton Cup sarà un’opportunità di rilancio economico e di immagine per una città che merita maggiore attenzione. Luigi Cesaro illustra i programmi della Provincia in vista dell’evento Nicolò Mulas Marcello

a Louis Vuitton Cup approderà a Napoli per le pre-regate della Coppa America 2012-2013. È un evento fortemente voluto, e realizzabile solo grazie a una profonda sinergia tra Regione, Provincia, Comune di Napoli e Unione industriali di Napoli, che potrà contribuire a rilanciare il marchio Napoli. Ne è convinto Luigi Cesaro, presidente della Provincia, che sottolinea come «Napoli ha assoluto bisogno di due cose: la prima è una forte collaborazione istituzionale fra gli enti locali affinché lavorino a un rilancio dell’area metropo-

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litana con uno spirito che travalichi gli opportunismi politici di appartenenza; la seconda, una serie di eventi di carattere internazionale che ne rilancino un’immagine devastata dall’emergenza ambientale che abbiamo vissuto. La Coppa America risponde appieno ad ambedue queste esigenze. In questo caso il vero protagonista è il mare e la baia di Napoli: insieme al capoluogo avremo la promozione a livello mondiale delle nostre isole, delle nostre coste, del Vesuvio (che la Provincia sta sponsorizzando per essere votata come una delle sette meraviglie naturali del

mondo), dei nostri tesori culturali che hanno il loro apice in Pompei ed Ercolano. Insomma, vogliamo sfruttare appieno la possibilità di riappropriarci della nostra identità di capitale del mediterraneo». Come si muoverà la Provincia in previsione di questo evento? «Insieme alla Regione, al Comune di Napoli e agli industriali abbiamo costituito una società di scopo che gestirà con l’Acea l’evento. La Provincia di Napoli contribuirà con fondi per tre milioni di euro che sono spalmati nel bilancio 20112013. Mi piace vedere questo


Luigi Cesaro

Luigi Cesaro, presidente della Provincia di Napoli

evento come una delle perle che caratterizzeranno l’area metropolitana nel prossimo biennio. Ospiteremo infatti oltre all’America’s Cup, il World Urban Forum nel 2012 e il Forum delle Culture nel 2013. Sono convinto che i problemi di un’area e di una Città non si risolvono solo con gli eventi straordinari, ma in questa fase ritengo sia quanto mai opportuno affiancare a un lavoro quotidiano che ci deve portare alla corretta gestione dell’ordinarietà, anche eventi speciali che aiutino l’economia del territorio a un rilancio, che vista la situazione economica globale necessita di idee innovative e di

opportunità aggiuntive». Dal punto di vista delle strutture quali interventi sono necessari per ospitare l’evento? «È indubbio che dovranno essere create strutture a mare per ospitare i catamarani e le barche dell’organizzazione e di coloro che sono richiamati dall’evento sulle nostre coste. Parallelamente, a terra bisognerà lavorare per la logistica dell’organizzazione, delle televisioni e dei mass media in generale. Affianco a ciò è ovvio inoltre che stiamo pensando a una serie di eventi paralleli sul fronte dello spettacolo e della cultura. Il territorio sarà principalmente quello di Bagnoli, in attesa di un progetto di riconversione del territorio dai tempi della dismissione dell’Italsider e della Cementir. Stiamo, insieme a tutti i partner pubblici e privati, studiando le soluzioni migliori. Come si suol dire, i lavori sono in corso, ma mai come in quest’occasione il classico cartello “stiamo lavorando per voi” è veritiero». Quali sono le previsioni di un ritorno economico derivante da questo evento? «Gli studi di fattibilità, sempre utili, in casi come questo, vengono superati dall’evidenza delle cose. Il ritorno da un punto di vista turistico è

quanto mai chiaro, specie per un territorio che come detto, aveva bisogni di una bella “ripulita” della propria immagine. Ma se vogliamo approfondire l’analisi, il ritorno sarà molteplice. Oltre ai benefici che l’economia turistica registrerà, non sottovaluto l’occasione di una spinta allo sviluppo dell’area occidentale della Città che offre possibilità grandiose. La Coppa America poterebbe essere in piccolo quello che per Barcellona sono state le Olimpiadi. Inoltre c’è anche un aspetto psicologico da mettere in conto. Napoli è una città che in questi ultimi anni ha rischiato di avvilupparsi su se stessa, schiacciata da problemi ambientali e da una situazione lavorativa difficile: la Coppa America e tutto ciò che si muoverà nei prossimi anni, servirà anche al napoletano per tornare a credere in se stesso e riacquistare una fiducia indispensabile per amare, curare e coltivare il territorio che vive. L’urlo edoardiano “Fujtevenne” in questi anni si è concretizzato, e in molti sono andati via da Napoli. La mia speranza è che l’esodo si fermi e nell’area metropolitana tornino cervelli e braccia indispensabili per lo sviluppo e il rilancio». CAMPANIA 2011 • DOSSIER • 207


NAUTICA

a lista di atleti di fama internazionale, vincitori di campionati mondiali e Olimpiadi, prodotti dal Circolo Posillipo è lunghissima. Frutto di una formazione accurata e di una passione per gli sport acquatici che è radicata nella cultura napoletana da sempre. «La nostra – sottolinea il presidente Bruno Caiazzo – è una polisportiva che offre tante sezioni e cerca sempre di rimanere a livelli alti come è nella nostra tradizione. È uno dei pochi circoli che cura tutte queste attività». Qual è il bilancio delle attività del circolo Posillipo di quest’anno? «È un bilancio positivo, in quasi tutti gli sport abbiamo mantenuto un alto livello, a cominciare dalla pallanuoto in cui siamo arrivati terzi nella serie A1. Abbiamo avuto buoni piazzamenti anche nella pallanuoto maschile under 17 e under 20.

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208 • DOSSIER • CAMPANIA 2011

Una tradizione sportiva costellata di successi Coniugare passione e disciplina per le attività sportive marittime è uno degli obiettivi del Circolo Posillipo. I risultati finora ottenuti dimostrano che i livelli di allenamento sono altissimi. Bruno Caiazzo illustra tutte le attività in programma Nicolò Mulas Marcello

Due nostri atleti, Valentino Gallo e Amaurys Perez, hanno vinto i campionati del mondo con la nazionale. Anche nei campionati italiani assoluti di

canottaggio abbiamo avuto buoni risultati. Inoltre, abbiamo conquistato un argento con Luca Curatoli ai campionati del mondo cadetti di


Bruno Caiazzo

Una fucina di atleti olimpici

Nella pagina a fianco, Bruno Caiazzo, presidente del Circolo nautico Posillipo

scherma e la Marzocca ha vinto l’oro per la quarta volta nella sciabola femminile. Questi i nomi, solo per fare qualche esempio. Insomma una stagione sicuramente positiva testimoniata dai numeri». Come promuovete le attività sportive del circolo? «Il nostro circolo è una polisportiva che offre tante sezioni e cerca sempre di rimanere a livelli alti come è nella nostra tradizione. È uno dei pochi circoli che cura tutte queste attività. Per il prossimo anno abbiamo impostato una squadra di pallanuoto competitiva e stiamo facendo passi avanti nella vela e nel nuoto». Quali atleti noti sono usciti dal Circolo Posillipo? «In passato, ad esempio, Carlo Silipo, campione olimpionico di pallanuoto che è poi diventato l’allenatore della nostra squadra. Sempre in questa disciplina voglio ricordare Pino e Franco Porzio, Francesco Postiglione, campione europeo ora commentatore televisivo, e Sandro Cuomo che ha vinto la medaglia d’oro alle Olimpiadi. Ma l’elenco completo è davvero lunghissimo». La Louis Vuitton Cup può secondo lei attirare giovani nel mondo della vela? «È un grande richiamo per Napoli, il nostro circolo è a disposizione dell’organizzazione per dare ospitalità alle barche d’appoggio e a quelle che verranno

Sport e impegno sociale sono al primo posto tra gli obiettivi del Circolo Canottieri Napoli. «Per noi – spiega Curzio Buonaiuto, presidente del circolo – tutti gli sport sono sovrani, dal nuoto alla pallanuoto, dal canottaggio alla vela, dal tennis al triathlon. Sport essenziali con risultati brillanti per i quali abbiamo ricevuto anche lettere di complimenti». In 97 anni di attività il circolo ha prodotto numerosi atleti. «Abbiamo partecipato con successo alle Olimpiadi della vela, di canottaggio, di nuoto e di pallanuoto. In tutti questi sport abbiamo portato atleti vincitori alle Olimpiadi, tra tutti posso citare Massimiliano Rosolino nel nuoto, Andrea Palmisano nel canottaggio, Carlo Rolandi che ha vinto un’Olimpiade nella vela, ma la lista è davvero lunghissima e riguarda tutte le discipline che il nostro circolo offre. E la tradizione continua anche oggi, cercando di portare avanti i giovani e farli crescere nello spirito del nostro statuto, e ottenendo importanti risultati». La Louis Vuitton Cup toccherà Napoli. «Mi auguro prima di tutto che sia un rilancio per la città. Lo sport della vela qui è già molto sentito, pertanto non credo serva un vero e proprio rilancio. L’anno scorso abbiamo organizzato le World Series per quanto riguarda i Melges 32, per l’Audi Cup e abbiamo ricevuto elogi per questo evento e per l’ospitalità delle 32 barche. Pertanto la risposta dei giovani è molto buona e c’è un fermento importante per la formazione giovanile».

ad assistere all’evento. Il mio sogno è quello di ingrandire il porto per poter ospitare altri eventi internazionali, acquisire quella profondità necessaria per le barche a vela più grandi. Il nostro circolo sta portando avanti un programma per quanto riguarda la vela, rivolta ai ragazzi di età compresa tra 17 e 18 anni che partecipa con

successo anche ai campionati. Speriamo di tornare ai grandi fasti del passato. La Louis Vuitton Cup può costituire sicuramente un richiamo maggiore per questa disciplina, simili eventi servono anche a questo. I ragazzi vengono attirati verso gli sport dalla squadra che vince il titolo o dall’evento che li coinvolge di più». CAMPANIA 2011 • DOSSIER • 209


NAUTICA

a circa 120 anni il Reale Yacht Club Canottieri Savoia persegue e insegna ai giovani gli ideali di onestà ed educazione civica nelle attività sportive. Un impegno sociale strettamente legato allo sport e, in particolare, a discipline come la vela e il canottaggio. Il circolo offre diversi corsi di formazione in questi sport, richiamando molti ragazzi napoletani mossi dalla passione per il mare, e ospita importanti regate internazionali. «La sezione vela – spiega Giuseppe Dalla Vecchia, presidente dello Yacht Club Savoia – ha decine di allievi e quella di canottaggio ne ha ancora di più con un centinaio di partecipanti ai corsi di iniziazione a questa disciplina». Il 2011 sta per concludersi possiamo stilare un bilancio delle attività del circolo Savoia? «Il bilancio dell’attività sociale è in crescita ogni anno per quel che concerne la rappresentanza della città di Napoli. Non abbiamo pertanto mai avuto flessioni in questo settore. Siamo particolarmente soddisfatti di essere considerati il salotto della città di Napoli». Avete in programma iniziative per promuovere le attività sportive del circolo?

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210 • DOSSIER • CAMPANIA 2011

Oltre un secolo di storia velistica Una tradizione per gli sport marittimi che continua da oltre un secolo. Il Reale Yacht Club Canottieri Savoia rappresenta un punto di riferimento per la formazione velistica napoletana. Il presidente Giuseppe Dalla Vecchia racconta la storia del circolo, le ultime iniziative e competizioni Nicolò Mulas Marcello

«Abbiamo mantenuto tutto ciò che era in programma per le grandi regate. A cominciare dalla regata internazionale Trofeo Marcello Campobasso, che ha ospitato a gennaio il maggior numero di nazioni partecipanti, ovvero 23. Essendo una regata a invito andiamo sempre in overbooking e quest’anno abbiamo dovuto dire di no a diversi aspiranti in quanto non eravamo in condizioni di poterli ospitare tutti. Per questo si rende sempre più

necessaria la realizzazione di una struttura che consenta al Circolo Savoia e alla vela napoletana di trovare una sistemazione per ospitare le grandi regate che oggi vedono un numero di partecipanti sempre superiore alle 150 unità. Tutti questi team arrivano a Napoli con numerosi mezzi di trasporto, come camper, carrelli e container e diventa difficile ospitarli tutti. Quindi se Napoli non vuole uscire dal giro internazionale della vela si deve dare


Giuseppe Dalla Vecchia



Siamo particolarmente soddisfatti di essere considerati il salotto della città di Napoli

Nella pagina a fianco, Giuseppe Dalla Vecchia, presidente del Reale Yacht Club Canottieri Savoia

da fare. Il nostro circolo avverte più di ogni altro questa esigenza e sta mettendo in piedi a Pozzuoli una struttura intitolata Accademia Internazionale della Vela Circolo Savoia. In questo modo speriamo di poter rispondere maggiormente alla domanda che ogni anno è sempre più grande. Il nostro campo di gara è uno dei più belli del mondo». Per quanto riguarda il canottaggio? «Nel canottaggio abbiamo



sempre avuto uno staff di livello particolarmente alto. Questo perché Andrea Coppola, che è stato per tanti anni l’allenatore della Federazione canottaggio, da due anni è venuto a lavorare da noi e l’attenzione a questa disciplina sta crescendo sempre di più. Abbiamo ottenuto l’anno scorso un titolo mondiale assoluto. Quest’anno abbiamo sfiorato molte volte il podio, ma anche se non ci siamo riusciti abbiamo raggiunto un ottimo piazzamento». Organizzate anche corsi per i giovani? «Abbiamo una sezione per la vela e una per il canottaggio che sono sempre molto affollate da giovani che istruiamo noi stessi, tra questi i più talentuosi vengono inseriti nella sezione agonistica. La sezione vela ha decine di allievi e quella canottaggio ne ha forse ancora di più con un centinaio di partecipanti ai corsi di iniziazione a questa disciplina. Nel nostro circolo, che ha quasi 120 anni (abbiamo avuto il re d’Italia Vittorio Emanuele III per 46 anni presidente del Circolo), da sempre abbiamo abbattuto le barriere sociali

per cui i nostri ragazzi vengono anche dai quartieri più disagiati di Napoli purché abbiano i requisiti che noi richiediamo, ovvero l’onestà e la conoscenza dell’educazione civica che noi perseguiamo e insegniamo. Pertanto il circolo offre la possibilità ai ragazzi di talento di entrare nell’agonismo e a tutti gli altri offre l’opportunità di migliorare la propria qualità umana». Parliamo delle opportunità che può offrire la Louis Vuitton Cup a Napoli. «Napoli è una città sempre diffidente di fronte ai grandissimi eventi anche se è una città che ha visto tutto, perfino le Olimpiadi. Questa manifestazione ha forse più uno spirito di business che sportivo. Questo circuito internazionale di barche, che non è la Coppa America ma si tratta di imbarcazioni più piccole con un equipaggio di cinque persone, dà però alle città che ospitano queste gare un’immagine di presenza internazionale. È una manifestazione che sicuramente funziona ma che non lascia forse niente di costruttivo per la città. Noi guardiamo comunque questo evento con molta simpatia, siamo stati chiamati a dare una mano e abbiamo dato la nostra totale disponibilità per quanto riguarda l’ospitalità delle barche». CAMPANIA 2011 • DOSSIER • 211


LEGALITÀ

Sforzo congiunto antimafia Oggi le dinamiche della criminalità organizzata sono sempre meno locali perché presentano ramificazioni che si estendono ben oltre i confini regionali e nazionali. Amedeo Laboccetta, membro della Commissione parlamentare antimafia, individua le possibili strade da percorrere per arginare i tentacoli delle cosche Leonardo Testi

primi cittadini di Milano, Torino e Genova sono decisi a concretizzare l’istituzione di commissioni antimafia comunali per arginare le infiltrazioni della criminalità organizzata. «Queste strutture saranno utili per debellare le mafie se non diverranno luoghi per sterili confronti di tipo convegnistico ma strumenti operativi di contrasto alla criminalità», commenta Amedeo Laboccetta, deputato Pdl e membro della Commissione parlamentare antimafia, che fin dal primo intervento in commissione, aveva indicato le istituzioni locali tra quei soggetti che, in virtù della loro vicinanza al fenomeno mafioso, sono in condizione di poter svolgere un efficace ruolo di opposizione. «Chiaramente – prosegue Laboccetta – le competenze principali che appartengono alle forze dell’ordine e alla magistratura costituiscono un primo imprescindibile baluardo. La lotta alla mafia deve però vedere impegnata anche la polizia locale, in sinergia con le altre forze, di fronte alla penetrazione - e il caso di Milano è emblematico - del crimine organizzato nel tessuto economico delle piccole e medie città anche del Nord Italia». L’antimafia oggi si fa soprattutto aggredendo i patrimoni delle cosche. A che punto siamo in Italia e in Campania, seconda regione per beni sequestrati? «Gli strumenti normativi a disposizione di polizie e magistratura, finalizzati alla riappropriazione dei patrimoni illecitamente accumulati dalle organizzazioni criminali, hanno consentito di acquisire beni di rilevante valore venale e simbolico, in Campa-

I Sotto, Amedeo Laboccetta, deputato Pdl e membro della Commissione parlamentare antimafia. Nella pagina a fianco, beni sequestrati alla criminalità organizzata

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nia come praticamente in tutte le regioni d’Italia, a ulteriore riprova della pervasività dell’economia mafiosa e paramafiosa. Abbiamo il dovere di utilizzare, per le finalità previste, quei beni, immobili in particolare, che si prestano a un’immediata e proficua fruizione da parte della collettività, favorendo tutte le iniziative, pubbliche e private, con cui questi beni possono tornare utili. Bisogna poi avere il coraggio, senza ipocrisie, di alienare tutti i cespiti di difficile utilizzazione per i fini indicati che possono essere re-inseriti nel circuito economico, con le garanzie che l’ordinamento dispone per evitare che tornino nelle mani dei mafiosi». Il fenomeno estorsivo in Campania assume forme profondamente radicate. Come reagire all’illegalità, anche dal punto di vista culturale? «La cultura che, più di ogni altra, risulta efficace contro le estorsioni è quella della denuncia e dell’esempio. Le associazioni antiracket svolgono con puntiglio la loro missione, diffondendo questo messaggio tra gli operatori economici, piccoli e grandi, taglieggiati dai camorristi. Le vittime e l’opinione pubblica devono avvertire la vicinanza delle istituzioni, che hanno il dovere di attivare con celerità quegli strumenti, come i fondi antiusura, antiracket e le misure in favore dei danneggiati dai crimini mafiosi, che l’ordinamento ha predisposto». Come si connota oggi la lotta alle mafie? «Le attività storiche delle mafie sono state affiancate sempre più da una mafia “imprenditrice” che ha riciclato - con mirati investimenti - i profitti illeciti nei più svariati campi, privilegiando quelli immobiliari e dell’industria ricettiva, in Italia e al-


Amedeo Laboccetta



Gli strumenti normativi tesi alla riappropriazione dei patrimoni illecitamente accumulati, hanno consentito di acquisire beni di rilevante valore



l’estero. L’emigrazione criminale verso i paesi dell’Ue e anche oltre oceano, ci pone di fronte a organizzazioni criminali che dispongono di personale di seconda generazione, molto spesso poliglotta, culturalmente progredito e perciò estremamente pericoloso. A livello nazionale, andranno rafforzate le misure riguardanti la confisca dei patrimoni mafiosi». Quali sono le prossime sfide della Commissione antimafia? «Dovrà sollecitare l’emanazione di norme che sottraggano il settore delle espropriazioni immobiliari, mobiliari e fallimentari dal controllo della criminalità organizzata, che qui reinveste denaro sporco e lucra ingenti profitti. A tale proposito, l’immediata creazione di istituti per le vendite giudiziarie, nei Tribunali dove non sono ancora operanti, potrà interrompere questo circuito, garantendo al contempo le ragioni dei creditori, con

indubbio beneficio per tutta l’economia. A livello internazionale, sarebbe opportuna l’istituzione di uno spazio giuridico antimafia nell’Ue per combattere l’espansione delle mafie. A questo impegno, nessun governo dovrà sottrarsi. Anche il sistema bancario deve essere chiamato a fare la sua parte, abbandonando alcune posizioni di comodo che, nel passato, hanno consentito a imprese mafiose di ottenere dichiarazioni bancarie di solidità finanziaria dagli istituti di credito, presso i quali poi depositavano fondi e finanziamenti provenienti dall’Ue o dallo Stato». CAMPANIA 2011 • DOSSIER • 215


LEGALITÀ

Ottimizzare le risorse per destinare i beni confiscati Il nuovo Codice antimafia include misure anche in materia di confische di beni sottratti alle organizzazioni criminali e riassegnati per finalità sociali. A illustrarle è il direttore dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione di questi beni, Giuseppe Caruso Francesca Druidi

arà inaugurata a breve la sede palermitana dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata. Seguiranno poi quelle di Milano e Napoli. È un ulteriore passo in avanti nell’opera di contrasto ai patrimoni mafiosi che, al 1 ottobre, fa registrare la confisca di 11.699 beni, tra cui 1.472 aziende. «Per sottrarre i beni alla criminalità organizzata e restituirli alla collettività – spiega il direttore dell’agenzia, il prefetto Giuseppe Caruso – occorre essere ben radicati sul territorio in modo da sviluppare adeguati rapporti con l’autorità giudiziaria, le prefetture, le forze di polizia, le amministrazioni comunali e gli altri enti territoriali e le associazioni rappresentative della società civile». Con le aperture di queste nuove sedi, come si potenzierà l’agenzia? «Si rafforzerà la struttura sul territorio e verrà dato nuovo slancio all’azione dell’agenzia, che si appresta ad assumere la piena operatività anche in relazione ai beni oggetto di sequestro e di confisca non definitiva, in seguito alla prossima emanazione dei regolamenti

S

Giuseppe Caruso, direttore dell’Anbsc

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attuativi. In questo modo, viene superata la frammentazione delle competenze registratasi prima della creazione dell’agenzia nazionale che, insieme all’oggettiva difficoltà di gestire beni complessi come quelli confiscati, era causa di un’eccessiva dilatazione del periodo intercorrente tra il sequestro e il provvedimento finale di destinazione dei beni». Quali altre novità si prospettano? «Il ministro Maroni ha firmato il 13 luglio scorso un’articolata circolare diretta ai prefetti della Repubblica grazie alla quale è in corso l’istituzione presso ogni prefettura di un nucleo di supporto che sarà presieduto da un funzionario prefettizio e di cui faranno parte, oltre a rappresentanti delle forze dell’ordine, anche esponenti di altre amministrazioni, enti o associazioni. Un organismo che, da un lato, consentirà un più puntuale monitoraggio dei beni destinati e che, nel contempo, agevolerà l’attività dell’agenzia nel ripristino delle condizioni del loro effettivo utilizzo per finalità istituzionali e sociali». Qual è la situazione proprio sul fronte dell’effettiva assegnazione dei beni confiscati? Quali criticità ancora si propongono? «Finora poco meno del 70% dei beni confiscati ha già avuto una destinazione finale, mentre il 30% è in attesa di destinazione, a causa di numerose problematiche che storicamente affliggono tali beni quali, ad esempio, la pendenza di procedure giudiziarie, la


Giuseppe Caruso



Occorre sviluppare adeguati rapporti con l’autorità giudiziaria, le prefetture, le forze di polizia, i comuni

presenza di gravami ipotecari e di pignoramenti, il pessimo stato di conservazione degli immobili, le occupazioni abusive. I gravami ipotecari rappresentano, in assoluto, il fattore che maggiormente rallenta il riutilizzo dei beni confiscati, risultando necessaria una defatigante attività legale per ottenere la liberazione degli immobili. C’è poi l’occupazione abusiva, tenuto anche conto dell’elevato tasso di contenzioso che genera l’attività di sgombero, di fondamentale importanza, oltre che per la riaffermazione dei principi di legalità, anche per assicurare, a seguito della destinazione, la concreta disponibilità dei beni per gli assegnatari». Per quanto riguarda, nello specifico, la gestione delle società confiscate? «Esistono in questo caso problemi eterogenei, aggravati dal momento di crisi in cui versa la nostra economia. E si tratta di criticità non di immediata risoluzione: dalla fuga dei clienti



all’improvvisa “aggressività” dei creditori; dalla Sopra, la Prefettura chiusura dei rubinetti del credito al manteni- di Napoli. A sinistra, mento dei livelli occupazionali, per non parlare bene confiscato dei maggiori costi da sostenere per regolarizzare a Casal di Principe tutta una serie di situazioni illegali sotto il pro- e recuperato come centro di avviamento filo fiscale, contributivo e lavorativo». al lavoro artigianale Quali misure adottare? «Dobbiamo distinguere. Per i beni immobili sono previste importanti novità nel Testo unico antimafia di recente approvazione, che dovrebbero consentire un più celere iter per l’accertamento dei diritti dei terzi e la liberazione dalle ipoteche gravanti sui beni. Si sta poi compiendo uno sforzo importante nelle regioni cosiddette “Obiettivo convergenza” (Campania, Sicilia, Calabria e Puglia) con i fondi e i finanziamenti europei del Pon Sicurezza, che ha istituito un obiettivo specifico (2.5) finalizzato al recupero e al rilancio sul mercato dei beni confiscati: un obiettivo dotato di circa 92 milioni di euro, di cui oltre 53 impegnati a tutt’oggi. È, tuttavia, necessario compiere qualche passo in più, costruendo una vera strategia dell’ottimizzazione delle risorse che arrivano dall’Ue, ponendo a fattor 

CAMPANIA 2011 • DOSSIER • 217


LEGALITÀ



Finora poco meno del 70% dei beni confiscati ha già avuto una destinazione finale, il restante 30% è in attesa di destinazione



 comune i fondi del Pon Sicurezza e quelli dei lano. Quali nuovi scenari si stanno allora

Sopra, Villa Le Gloriette a Napoli, confiscata al boss Michele Zaza

Por attribuiti alle regioni». Sul versante delle amministrazioni delle aziende? «L’obiettivo è quello di mantenerle sul mercato e garantire i posti di lavoro. Occorre liberare le imprese dal condizionamento criminale, evitando che siano assistite dallo Stato, diventando un costo per la collettività. Nella consapevolezza di non poter raggiungere da soli tali difficili risultati abbiamo iniziato a tessere una rete di collaborazioni e di intese con gli organismi che esprimono le giuste professionalità, dalle grandi associazioni datoriali (Confindustria, Confagricoltura, Confcommercio) e quelle cooperative, per la realizzazione di sinergie utili a individuare risorse che consentano un più celere ed efficace reinserimento delle aziende nel circuito economico legale». La criminalità organizzata si sta insediando sempre più nel Nord Italia e, in particolare, nella sua capitale economica, Mi-

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delineando per i beni confiscati? «L’insediamento della criminalità organizzata al Nord è un fenomeno ormai acquisito e confermato in diverse indagini. Questo dato costituisce un punto di partenza per una riflessione più complessa che attiene più agli organi investigativi che all’agenzia nazionale. La risposta delle istituzioni locali resta comunque fondamentale, e diversificata secondo i vari territori considerati. Vanno registrati, a titolo di esempio, due atti importanti delle Regioni Lombardia ed Emilia Romagna che, in questo delicato momento, hanno messo a disposizione fondi importanti per la gestione e la ristrutturazione dei beni confiscati. È importante sottolineare che, essendo i fondi Pon dedicati esclusivamente a quattro regioni del Meridione, bisogna immaginare per il Nord Italia altre sinergie per liberare risorse da destinare al riutilizzo per fini sociali dei beni confiscati».


LEGALITÀ

Lotta all’estorsione Il sociologo Giacomo Di Gennaro scatta una fotografia attuale della camorra. Concentrandosi soprattutto sul fenomeno estorsivo e quantificando, insieme ad Antonio La Spina, l’impatto che genera nel Casertano e nel Napoletano Francesca Druidi

costi dell’illegalità. Camorra ed estorsioni in Campania. È il titolo di un’importante indagine condotta dai sociologi Giacomo Di Gennaro dell’Università Federico II di Napoli e Antonio La Spina dell’Università di Palermo, sul fenomeno dell’estorsione in due aree ad alta intensità criminale: Napoli e provincia, Caserta e provincia. «Abbiamo lavorato su vent’anni dell’attività estorsiva, dall’inizio del 1990 al 2009 – spiega Giacomo Di Gennaro – costruendo una stima degli effetti prodotti da quest’attività a partire da 1.124 atti giudiziari, analisi testuali di intercettazioni telefoniche e ambientali e una serie di interviste orientate a magistrati, operatori delle forze dell’ordine e vittime». Il valore complessivo dell’estorsione si colloca, solo in questi due distretti, tra un minimo di 700 milioni a un massimo di un miliardo e 200 milioni di euro all’anno. Ed è una stima al ribasso, che restituisce la portata dell’enorme «volume di risorse sottratte ogni anno agli investimenti produttivi». Per il sociologo partenopeo è un tema, quello dell’estorsione, probabilmente sottovalutato nelle sue ripercussioni, ma al quale si sta reagendo con una mobilitazione che vede nell’associazionismo anti-racket la sua punta più alta. Prendendo a prestito il titolo di un altro suo saggio, Dire camorra oggi, quali peculiarità contraddistin-

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Archivio ufficio stampa Festival dell'economia - Romano Magrone

Sotto, Giacomo Di Gennaro, professore associato di Sociologia e progettazione e gestione delle politiche sociali presso l’Università di Napoli Federico II

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guono quest’organizzazione criminale? «Il primo fondamentale elemento che emerge è che il fenomeno si manifesta con un’alta densità di presenza organizzata nel territorio. Da qui il delinearsi di un modello più orizzontale, meno piramidale e gerarchico, che costituisce però anche un grande limite, in quanto facilita il conflitto. Nella storia della camorra si registrano, infatti, diverse faide, guerre di cartelli, scissioni e forme di lotta tra clan per il predominio di un territorio o per l’esercizio di un’attività illegale. Questo modello organizzativo varia tra città e provincia e tra Caserta e Napoli. Nel Casertano, dove i Casalesi restano ancora oggi predominanti, nonostante i successi delle politiche di contrasto in questi ultimi anni, la struttura è maggiormente piramidale. Nell’area della provincia partenopea, sono egemoni clan a forte dominio locale; nella città di Napoli, invece, i clan a carattere ancora familiare sono più orizzontali e per questo più deboli e a influenza limitata. Tuttavia, le organizzazioni camorristiche hanno subìto una trasformazione di non poco conto e oggi si avvantaggiano di reti di relazioni professionali che delineano il volto camorristico della borghesia». Si sono verificati altri cambiamenti? «Molti clan hanno, per molti aspetti, esternalizzato diverse attività, anche quella estorsiva, data in concessione a gruppi minoritari, comunque controllati. La criminalità orga-


Giacomo Di Gennaro



L’associazionismo antiracket costituisce l’esperienza di contrasto più significativa in questi ultimi anni

nizzata campana si presenta oggi con un livello significativamente differenziato di gruppi, mostrando sul territorio più facce. Sebbene vi sia un tratto comune dettato dalla subcultura criminale, il modello organizzativo varia da un’articolazione orizzontale (con un reggente o nucleo familiare che governa e regola i rapporti sia verso l’interno che l’esterno del gruppo) a una verticale, sino a un modello a grappolo (quello federativo). Ecco perché si distinguono bande metropolitane, gang, clan familiari supportati dalla struttura parentale, gruppi a forte carattere imprenditoriale ma local-nazionali, sino a vere e proprie organizzazioni criminali internazionali, con una forte sovranità territoriale praticata attraverso l’attività estorsiva esternalizzata, il controllo delle piazze di spaccio e altre attività illegali, con una capacità di movimento internazionale dei traffici e degli investimenti. Basti pensare cosa è emerso dagli investimenti nell’ex Germania dell’Est o nella Costa del Sol spagnola». Quali sono gli effetti economici e sociali più dirompenti dell’estorsione che emergono dall’analisi? «L’attività estorsiva si presenta con un grado di differenziazione più elevato rispetto a quella praticata in Sicilia. Abbiamo costruito una tipologia delle modalità attuative: impo-



sizione periodica; estorsione una tantum; Sopra, da sinistra, estorsione multipla; estorsione esplorativa; arresto nel clan dei Casalesi, estorsione predatoria; estorsione a fini protet- e, a destra, Tano tivi. A queste forme si associano e combinano Grasso, presidente altre possibilità: l’imposizione e fornitura di onorario della Federazione servizi, beni, prodotti e il prelievo di o paga- nazionale antiracket mento con merce. In alcune zone, l’estorsione si declina come una vera e propria imposizione, come atto dimostrativo della sovranità del clan sul territorio. In vari Comuni della provincia di Napoli, invece, assume il carattere di un bene venduto: si mira a “proteggere” commercianti e imprenditori, offrendo loro una serie di servizi, agevolazioni, costi ridotti ad esempio per i rifiuti. In questi casi, è facile che con gli imprenditori s’intreccino rapporti di compromissione, cointeresse e affare». Come si delinea allora lo scenario? «Tra le due polarità - predatoria e protettiva - si profila una molteplicità di forme che risente della densità criminale del territorio, del breve ciclo di vita dei clan (mediamente 1015 anni), del loro radicamento territoriale (basso in alcuni contesti), del modello organizzativo, della tipologia di leadership. Questo permette di fare dell’attività estorsiva anche una prestazione che mostra il carattere di un servizio “truccato”: si impongono ai commercianti macchinette da gioco o la vendita  CAMPANIA 2011 • DOSSIER • 221


LEGALITÀ

 di beni di qualità scadente,



Il commercio al dettaglio e le costruzioni raccolgono insieme il 53% dell’attività estorsiva. Seguono settore alberghiero e commercio all’ingrosso

senza alcun vantaggio per loro. Quando si parla di attività estorsiva, bisogna collegarla ai settori più colpiti: il commercio al dettaglio e le costruzioni raccolgono insieme il 53% dell’attività, il 27% il commercio, il 26% l’edilizia. Seguono poi settore alberghiero e commercio all’ingrosso. Più l’economia presenta un carattere tradizionale più è vulnerabile nei confronti dell’estorsione; è, al contrario, meno praticabile in quei comparti che impiegano personale altamente qualificato e innovano nei processi organizzativi del lavoro». Quali possibili risposte mettere in campo per arginare questi fenomeni? «L’associazionismo antiracket costituisce di fatto l’esperienza di contrasto più significativa in questi ultimi anni, con importanti risultati di mobilitazione, partecipazione e convergenza di interessi. Grazie all’associazionismo (nella ricerca è incluso anche un intervento di Tano Grasso, ndr), si spezzano le condizioni entro le quali agisce la Camorra, permettendo alle vittime di essere

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sostenute e di entrare in un circuito di protezione legale dove viene effettuato anche un monitoraggio continuo delle situazioni di rischio. Bisogna lavorare sulla riqualificazione sia urbana - come antidoto al degrado - che del tessuto sociale. Non bisogna poi abbassare la guardia sull’attività investigativa ma qualificarla ulteriormente, orientandola alla dimensione internazionale. Occorre maggiore sinergia tra le istituzioni e anche l’università può fare molto sul piano formativo, per questo ho dato vita al master Analisi criminale e politiche di sicurezza urbana. Serve, infine, uno sforzo ancora superiore nella strategia di sequestro e confisca dei beni della criminalità, il cui affidamento a strutture della società civile e istituzioni locali identifica il segnale più evidente per il territorio della sconfitta del clan e della riqualificazione in atto del tessuto sociale».


DIAGNOSTICA

Nuove tecnologie per la diagnostica Il centro diagnostico e polispecialistico Igea di Sant’Antimo da sempre investe sulle più moderne tecnologie, al fine di garantire al paziente diagnosi precoci e cure efficaci, nonché tempi di attesa pressoché nulli. Il punto di Antimo Cesaro Carlo Gherardini

ausilio di tecnologie all’avanguardia può fare la differenza anche in campo sanitario. L’innovazione tecnologica non sta solo snellendo i tempi di raccolta dati e refertazione ma offre oggi strumenti di diagnosi rivoluzionari, in grado di rilevare precocemente diverse patologie, che possono così essere curate per tempo e nel miglior modo possibile. Il centro Igea di Sant’Antimo in provincia di Napoli è un centro diagnostico e polispecialistico di primo livello per strutture e personale opera-

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Nelle immagini, alcuni esempi di test ed esami. Il centro Igea Sant’Antimo ha sede a Sant’Antimo in provincia di Napoli www.igeasantimo.it

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tivo, convenzionato con il servizio sanitario nazionale, e che ha fatto dell’investimento in nuove tecnologie una costante del suo lavoro, al fine di offrire ai pazienti i migliori macchinari presenti sul mercato. «Da sempre ho deciso di investire buona parte degli utili in attrezzature moderne e strumentistica di ultima generazione - afferma il dottor Antimo Cesaro, l’amministratore della struttura -. Credo che sia l’unico modo per poter offrire un servizio pubblico a livello di una realtà privata». I macchinari presenti all’interno del centro Igea Sant’Antimo, infatti, sono sistematicamente sostituiti dopo un tempo massimo di cinque anni: ciò garantisce un servizio di alta qualità e di assoluta sicurezza nell’analisi delle questioni cliniche in gioco. «Attualmente – continua Antimo Cesaro - disponiamo di strumenti di radiologia e mammografia digitale, ecografia 4D, Tac multislices a 320 strati e a 64 strati, due risonanza magnetica 1.5 tesla. Nel futuro a breve termine, inoltre, il centro si arricchirà dell’“imagination experience”, apparecchiatura in grado di rendere meno traumatici alcuni particolari tipi di


Antimo Cesaro



La Tac Multislices a 320 strati permette di effettuare scansioni molto sottili e di ricostruire l’immagine tridimensionale del campo indagato, e dà la possibilità di sostituire tecniche invasive come la coronarografia e la colonscopia



esami come la risonanza magnetica. Si tratta di un investimento che evidenzia sempre di più l’attenzione che il centro rivolge al paziente a cui vengono dedicate cure e attenzioni di alto livello». Proprio l’attenzione alle novità tecnologiche e la cura verso le necessità del paziente fanno di Igea Sant’Antimo un punto di forza della sanità campana e rendono il centro un riferimento nel settore per tutto il territorio regionale, grazie anche alla sua posizione strategica, che lo rende facilmente raggiungibile. Ne è testimonianza la crescita che la struttura ha avuto dal 1997, anno della sua fondazione, a oggi. SERVIZI La struttura, dislocata su quattro piani e priva di barriere architettoniche, comprende un moderno centro polidiagnostico convenzionato con il servizio sanitario nazionale e un centro polispecialistico che garantisce al paziente procedimenti diagnostici all’avanguardia. Il personale medico e paramedico viene formato all’interno della struttura e aggiornato costantemente. La tecnologia è sofisticata anche per tutto ciò che concerne la gestione delle attività del centro: software di ultima generazione permettono di gestire con successo e velocemente le prenotazioni degli esami radiologici, ecografici, cardiologici fino alle visite specialistiche, passando attraverso la refertazione dei risultati e le attività dell’amministrazione. Il lavoro sulla qualità del servizio è sempre costante, al fine di garantire al paziente innanzitutto una permanenza lieta all’interno del centro, ma anche tempi di attesa nulli per quanto riguarda analisi, lavori di laboratorio, risonanza, Tac e medicina nucleare. Un aspetto importante, in special modo in un paese che solitamente richiede mesi per fare un semplice test, che è frutto degli investimenti fatti sulle importanti novità tecnologiche presenti sul mercato e della costante cura dell’azienda nei confronti del paziente. DIAGNOSTICA PER IMMAGINI Tra le diverse specialità del centro, la diagnostica per immagini è uno dei primi step utili a capire  CAMPANIA 2011 • DOSSIER • 235


DIAGNOSTICA



Software di ultima generazione permettono di gestire con successo le prenotazioni degli esami, delle visite specialistiche, la refertazione e le attività dell’amministrazione

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 le condizioni del paziente. La radiologia tradizionale, che per molti quesiti diagnostici è stata sostituita dalla TAC e dalla Risonanza Magnetica Nucleare, è sempre presente nel centro e resta l’indagine di prima istanza nell’iter diagnostico di molte patologie neurologiche, dell’apparato respiratorio, della mammella, delle vie urinarie, del tratto gastrointestinale, nonché l’esame di elezione nella diagnosi delle fratture e delle più note e frequenti patologie ortopediche. Nell’ambito dell’ecografia, il centro dispone di un nuovissimo macchinario, il 4D Real Time, attraverso il quale, nelle donne in gravidanza, è possibile vedere immagini in movimento del bambino mentre è ancora nel ventre materno, ottenendo informazioni molto dettagliate sulla salute del feto e avendo la possibilità di registrare le immagini stesse su dvd/vhs. «Effettuiamo ogni tipo di ecografia internistica e ostetrica, nonché l’esame con la tecnica Doppler e Color Doppler dei vasi degli arti inferiori per la diagnosi dell’insufficienza venosa» afferma Antimo Cesaro. Nell’ambito della risonanza magnetica, il centro ha adottato il nuovo modello di RM da 1,5 Tesla. «Si distingue per la struttura del tubo, aperta alle estremità, che allevia al paziente la sensazione claustrofobica “di chiuso”, permettendo così la realizzazione dell’esame anche a molte persone che soffrono per questo tipo di patologia. Con la RM da 1,5 Tesla è inoltre possibile eseguire l’esame dei distretti vascolari (Angio RM) del cranio, del collo, del torace, dell’addome, degli arti e della morfologia del cuore, circolo coronarico». Infine, il centro Igea S. Antimo è uno dei primi centri in Italia ad aver affiancato alla TAC tradizionale ad alta risoluzione, la Tac Multislices a 320 strati, una nuovissima apparecchiatura, posseduta da pochi nel nostro Paese, che permette di velocizzare il tempo di esecuzione dell’esame, garantendo al tempo stesso una risoluzione dell’immagine ancora più alta. «Questo strumento – spiega Antimo Cesaro - permette di effettuare scansioni molto sottili e di ricostruire l’immagine tridimensionale del campo indagato, e dà la possibilità di sostituire tecniche invasive come la coronarografia e la colonscopia».


Antimo Cesaro

IL CENTRO ANTIDIABETE Tra i tanti fiori all’occhiello della realtà campana, c’è anche il centro antidiabete, che offre al paziente tutte le prestazioni specialistiche di cui ha bisogno per la valutazione delle complicanze cardiologiche, neurologiche, angiologiche, nefrologiche e oculistiche. «La qualità della vita dei pazienti diabetici è cambiata in meglio nel corso degli ultimi decenni – afferma il dottor Cesaro - con l’introduzione di farmaci come gli ipoglicemizzanti orali e insuline analoghe di nuova generazione». Anche le metodiche diagnostiche sono divenute via via sempre più precise e aggiornate per dotare lo specialista diabetologo di mezzi sempre più efficienti per la diagnosi precoce e la cura di una malattia che oggi in Italia coinvolge circa 4 milioni di persone. «Il centro antidiabete Igea, oltre a offrire tutte le prestazioni specialistiche di cui ha bisogno per la valutazione delle complicanze della malattia, attraverso programmi di educazione sanitaria interviene nel cambiamento degli stili di vita, agendo anche sulla prevenzione».

CARDIOLOGIA E RIABILITAZIONE La patologia cardiaca rappresenta oggi una delle più frequenti cause di morte. È quindi fondamentale fornire all’utenza un servizio di Cardiologia convenzionato con il Servizio Sanitario Nazionale. «Il centro di Cardiologia ubicato presso la nostra struttura consente di effettuare: visita cardiologica, elettrocardiogramma, prova da sforzo al cicloergometro, monitoraggio elettrocardiografico secondo holter delle 24 ore, monitoraggio pressorio secondo holter delle 24 ore, ecografia cardiaca, eco color doppler cardiaco, eco color doppler dei vasi arteriosi e venosi sovra aortici, ecocolordoppler arterioso e venoso degli arti superiori e inferiori». Il Centro Igea S. Antimo dispone inoltre di altri reparti, come quello di riabilitazione Neuromotoria e Fisiokinesiterapia dotato di piscina riabilitativa, una sezione dedicata specificamente alla posturologia e una relativa alla specialistica riabilitativa che comprende: laser, psicomotricità, terapia manuale (Maitland), mèzières, osteopatia, onde d’urto, logopedia, podologia, tecarterapia, elettromiografia, elettroencefalogramma. CAMPANIA 2011 • DOSSIER • 237


ORTOPEDIA

Avanguardia tecnologica nelle soluzioni ortesiche Dagli ausili utili a chi soffre di patologie ortopediche al trattamento del piede diabetico, dagli screening più evoluti ai programmi mirati a migliorare le performance atletiche. Alfonso Schiavone fa una panoramica sui servizi del centro ortopedico Corpora Lucrezia Gennari

nche al Sud, in ambito sanitario, spiccano alcune realtà, veri punti di riferimento del Mezzogiorno nei loro rispettivi settori. Corpora è una di queste. Un centro ortopedico all’avanguardia situato in Gricignano di Aversa, un progetto orientato alla qualità totale, nato dalla volontà di offrire un miglioramento significativo alla vita dei pazienti con problemi ortopedici e di deambulazione, ma non solo. «Proprio in considerazione delle esigenze di operatori e assistiti – afferma Alfonso Schiavone, direttore del centro – abbiamo progettato gli spazi di Corpora in modo da realizzare una struttura pratica, confortevole, priva di

A In apertura, lo showroom del centro ortopedico Corpora di Gricignano di Aversa (CE) www.corporaortopedia.it

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barriere architettoniche e con ampi spazi destinati al trattamento dei pazienti nel più assoluto rispetto della privacy e della sensibilità». Anche la posizione geografica della struttura, situata al centro di uno tra i più efficienti sistemi viari dell’area, è stata scelta per rendere facilmente raggiungibile Corpora da almeno sei province diverse. «Anche se, per chi ha problemi di autonomia logistica, offriamo un servizio navetta che accompagna le persone presso la nostra struttura». Ma chi si rivolge, nello specifico, al centro ortopedico Corpora? «Siamo specializzati in diagnostica, riabilitazione e soluzioni ortesiche e il nostro operato si rivolge sia a chi - adulto, ragazzo o bambino - soffre di disturbi ortopedici, sia a chi deve semplicemente sottoporsi a uno screening o, ancora, agli sportivi che vogliono migliorare le proprie performance. Un’attenzione particolare viene inoltre riservata alla cura del piede diabetico». Per il trattamento di quest’ultimo tipo di patologia, Corpora offre uno tra i più efficaci protocolli attualmente operativi a livello nazionale. «L’approccio prevede la rilevazione e la misurazione dei picchi pressori sulla superficie plantare all’interno della calzatura, prima e dopo l’utilizzo del plantare, con il sistema computerizzato Parotec-System®, la progettazione e costruzione


Alfonso Schiavone



Lo showroom offre, pronti per la prova, ausili utili per la degenza, la riabilitazione, il movimento, l’igiene personale e articoli per la pratica sportiva



dell’ortesi plantare con la tecnologia Cad Cam Amfit e Paromed, la rilevazione 3D del piede con lo scanner Yeti e progettazione della forma con tecnologia Canfit™3D Foot Scanner. Per il piede diabetico – sottolinea il direttore tecnico Vito Muti – realizziamo anche calzature con materiale trasparente che consentono di ispezionare visivamente il piede all’interno della calzatura stessa e riusciamo a consegnare scarpe realizzate su misura in 12 giorni lavorativi, grazie a sistemi di valutazione e realizzazione unici in tutto il Sud Italia». A tutto ciò si aggiunge la realizzazione di plantari Amfit, plantari Paracontour, calzature post operatorie, calzature tecniche per piede diabetico sia per la prevenzione primaria che secondaria. Corpora è dotato infatti di un laboratorio all’avanguardia per la produzione su misura di plantari, grazie a innovativi sistemi digitali con tecnologia Cad/Cam, di busti correttivi, di protesi per amputati con tecnica tradizionale e di protesi trans-tibiali, nonché di una sala per affrontare con professionalità tutte le patologie del piede. L’ampio showroom offre, pronti per la prova, ausili utili per la degenza, la riabilitazione, il movi-

mento, l’igiene personale e articoli per la pratica sportiva. Per gli sportivi che desiderano migliorare le prestazioni atletiche, un team di specialisti, in collaborazione con i tecnici ortopedici, effettua lo studio e la valutazione delle performance atletiche con esami biomeccanici e baropodometrici. Inoltre, il centro dispone di macchinari di ultima generazione per valutazioni approfondite e non invasive, quali: Spinometria® Formetric, Baropodomtria Pedogait® (statica, dinamica e stabilometrica), Baropodometria Parotec-System® (statica e dinamica), Stabilometria, Screening con specialisti di livello nazionale. CAMPANIA 2011 • DOSSIER • 239


ORTOPEDIA E TRAUMATOLOGIA

Nuove tecniche chirurgiche Un centro di eccellenza per la chirurgia protesica dell’anca e del ginocchio. Nell’unità operativa di Ortopedia e Traumatologia diretta da Virgilio Barletta si applicano nuove modalità di intervento con tecniche mini-invasive e con impiego di materiali innovativi Manlio Teodoro a chirurgia ortopedica registra costantemente nuovi e importanti passi in avanti. Grazie all’utilizzo di materiali tecnologicamente all’avanguardia, alla messa in atto di nuove tecniche mininvasive e alla specializzazione dei professionisti che ne fanno ricorso, oggi è possibile sottoporsi a interventi chirurgici di straordinaria efficacia, fino a qualche tempo fa impensabili. Quale testimonianza di tali progressi, in Campania, uno dei centri di eccellenza per la chirurgia ortopedica è la Casa di Cura San Michele di Maddaloni, struttura ospedaliera accreditata con il Servizio Sanitario Nazionale. La parola al dottor Virgilio Barletta che dirige l’unità operativa di Ortopedia e Traumatologia. Quali sono le aree di intervento che maggiormente impegnano l’unità operativa? Al centro, in sala operatoria, il dottor Virgilio Barletta, «Dei circa duemila interventi eseguiti ogni direttore dell’unità operativa anno, una larga parte riguarda la chirurgia di Ortopedia e Traumatologia www.clinicasanmichele.com protesica dell’anca e del ginocchio. Per questo motivo abbiamo raggiunto un’elevata specializzazione in questi interventi, che eseguiamo con tecniche mininvasive e con l’utilizzo di materiali di ultima generazione. Un’altra area nella quale abbiamo acquisito una significativa esperienza è quella della chirurgia protesica di revisione. In questo ambito abbiamo ottenuto dei risultati soddisfacenti per quanto riguarda la sintomatologia dolorosa, il recupero funzionale e il grado di soddisfazione del paziente». Ci sono altri settori nei quali avete raggiunto

L

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grandi risultati? «Siamo all’avanguardia nella chirurgia artroscopica del ginocchio, della spalla e della caviglia e nella chirurgia del piede e della mano. Inoltre rivolgiamo una particolare attenzione al paziente sportivo. Infatti eseguiamo interventi su lesioni meniscali, lesioni tendinee, lesioni cartilaginee, lesioni legamentose semplici e complesse, inclusi gli interventi miranti a ripristinare la stabilità femoro-rotulea, come la plastica del legamento patello-femorale mediale. A carattere nazionale, il nostro è uno dei centri più avanzati per il trattamento delle lesioni traumatiche e non traumatiche della mano, grazie all’utilizzo di tecniche microchirurgiche per la sutura dei vasi e dei nervi». Quali sono le tecniche più moderne per il recupero della funzione motoria in seguito a traumi? «Negli ultimi anni ha destato parecchia attenzione la chirurgia rigenerativa, applicata a pazienti giovani. In questi casi è possibile praticare il trattamento delle lesioni condrali e osteocondrali con l’utilizzo di matrici biologiche, favorendo la rigenerazione osteocartilaginea e senza dover più


Virgilio Barletta

sioni di sangue autologo. Ultime strategie attuate per ridurre il sanguinamento in corso di intervento è stata l’introduzione di adesivo tissutale a base di fibrina. Inoltre la nostra unità operativa è stata fra i primi centri in Italia a utilizzare gli anticoagulanti orali nella profilassi delle tromboembolie, in sostituzione della classica terapia iniettiva con eparina a basso peso molecolare per la chirurgia protesica». La vostra attività terapeutica è affiancata da un’attività di ricerca?



La nostra unità operativa è stata fra i primi centri in Italia a utilizzare gli anticoagulanti orali nella profilassi delle tromboembolie, in sostituzione della classica terapia iniettiva con eparina



ricorrere al prelievo di cellule cartilaginee dal paziente stesso, risolvendo così la patologia in un unico tempo. Vengono inoltre utilizzati fattori di crescita, direttamente prelevati dal sangue del paziente e utilizzati nella cura e nel trattamento delle patologie degenerative, oltre che per i processi di riparazione ossea e tendinei». Può citare nuove strategie attuate per i pazienti sottoposti a interventi di chirurgia ortopedica maggiore? «Abbiamo attuato una misura di prevenzione, messa in pratica con l’uso di apparecchiature specifiche della chirurgia ortopedica, per il recupero intra e postoperatorio del sangue. In questo modo si riduce la necessità di ricorrere a trasfu-

«Tutti i medici del nostro reparto di Ortopedia partecipano periodicamente, anche in qualità di relatori, ai maggiori congressi, sia a carattere regionale che nazionale. Il nostro Centro organizza periodicamente convegni con il coinvolgimento di note professionalità sia in ambito nazionale che internazionale su tematiche di grossa attualità. L’ultimo evento organizzato in copresidenza con il prof. Greco della AO di Caserta è stato il congresso dell’Associazione Campana Ortopedici Traumatologi Ospedalieri, dedicato alla chirurgia di revisione delle protesi d’anca e alle lesioni complesse del ginocchio. Il prossimo appuntamento è fissato per il 26 novembre e tratterà della ricostruzione biologica articolare».

A sinistra, i dottori Crescenzo Barletta presidente del Cda, e Lucio Delli Veneri, direttore sanitario della casa di cura San Michele di Maddaloni (CE)

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Dossier Campania 10 2011