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FALSOPIANO

QUADERNO DI STORIA CONTEMPORANEA 47

SOMMARIO Laurana Lajolo, Questo numero STUDI E RICERCHE Ermanno Vitale Costituzione e ius resistendi Caterina Mazza La tortura in età contemporanea: metodo di interrogatorio o strumento di potere? Valentina Lenti La fine dell’era Ceausescu: la “rivoluzione” del 1989 in Romania Barbara D’Agostino Rom, storia di un popolo errante. NOTE E DISCUSSIONI Giorgio Barberis Civiltà o barbarie. Migranti e politica in Italia Simona Maria Mirabelli L’immigrazione straniera in Alessandria. Luoghi e percorsi di vita William Bonapace, Michael Eve, Maria Perino, Roberta Ricucci Giovani e territorio. Percorsi di integrazione di ragazzi italiani e stranieri in alcune province del Piemonte Maurilio Guasco, Marco Revelli, Enrico Ercole Lina Borgo Guenna. Un’esperienza educativa laica Fabrizio Meni Al di là dello strettamente personale: Scintille di Gad Lerner Cesare Panizza Fascismo e movimenti migratori Giovanni Avonto e Mario Dellacqua C’è un’etica per i sindacalisti? FONTI, ARCHIVI, DOCUMENTI Alessandro Hobel Luigi Longo, una vita per il socialismo e la democrazia Alberto Ballerino Lettere dal Don. L’epistolario di Mario Rossetti Cesare Panizza Per una ricerca sul sindacato alessandrino nella seconda metà del Novecento RECENSIONI - JUDAICA

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QSC

QUADERNO DI STORIA CONTEMPORANEA 2010

EDIZIONI

QSC 47 2010

QUADERNO DI STORIA CONTEMPORANEA

Avonto, Ballerino, Barberis, Bonapace, D’Agostino, Dellacqua, Ercole, Eve, Guasco, Hobel, Lenti, Mazza, Meni, Mirabelli, Panizza, Perino, Revelli, Ricucci, Vitale

47 Istituto per la storia della resistenza e della società contemporanea in provincia di Alessandria

www.isral.it

EDIZIONI FALSOPIANO

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FALSOPIANO


Redazione Giorgio Barberis, Giorgio Canestri, Franco Castelli, Graziella Gaballo, Cesare Manganelli, Fabrizio Meni, Daniela Muraca, Renzo Ronconi Federico Trocini, Luciana Ziruolo Quaderno di storia contemporanea semestrale dell’Istituto per la storia della resistenza e della società contemporanea in provincia di Alessandria Direttore Laurana Lajolo Direttore responsabile Maurilio Guasco Segretario di redazione Cesare Panizza Anno XXXIII, numero 47 della nuova serie Registrazione del Tribunale di Alessandria Via dei Guasco 49, 15100 Alessandria tel. 0131.44.38.61, fax 0131.44.46.07 e-mail: isral@isral.it Abbonamento a due numeri € 18,00 ccp: 26200998 intestato a Istituto per la storia della resistenza e della società contemporanea in provincia di Alessandria Per informazioni ISRAL: tel. 0131.44.38.61, e-mail: isral@isral.it

Realizzato con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria

© Edizioni Falsopiano - 2010 via Bobbio, 14/b 15100 - ALESSANDRIA http://www.falsopiano.com/isral/qsc.htm


Quaderno di storia contemporanea/47/Sommario Laurana Lajolo, Questo numero

STUDI

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E RICERCHE

Ermanno Vitale, Costituzione e ius resistendi

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Caterina Mazza, La tortura in età contemporanea: metodo di interrogatorio o strumento di potere?

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Valentina Lenti, La fine dell’era Ceausescu: la “rivoluzione” del 1989 in Romania

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Barbara D’Agostino, Rom, storia di un popolo errante

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NOTE

E

DISCUSSIONI

Giorgio Barberis, Civiltà o barbarie. Migranti e politica in Italia

101

Simona Maria Mirabelli, L’immigrazione straniera in Alessandria. Luoghi e percorsi di vita

113

William Bonapace, Michael Eve, Maria Perino, Roberta Ricucci, Giovani e territorio. Percorsi di integrazione di ragazzi italiani e stranieri in alcune province del Piemonte

133

Maurilio Guasco, Marco Revelli, Enrico Ercole, Lina Borgo Guenna. Un’esperienza educativa laica

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Fabrizio Meni, Al di là dello strettamente personale: Scintille di Gad Lerner

181

Cesare Panizza, Fascismo e movimenti migratori

195

Giovanni Avonto e Mario Dellacqua, C’è un’etica per i sindacalisti?

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FONTI, ARCHIVI

E

DOCUMENTI

Alessandro Hobel, Luigi Longo, una vita per il socialismo e la democrazia

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Alberto Ballerino, Lettere dal Don. L’epistolario di Mario Rossetti

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Cesare Panizza, Per una ricerca sul sindacato alessandrino nella seconda metà del Novecento

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RECENSIONI

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E SEGNALAZIONI

- JUDAICA


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Questo numero si caratterizza per due tematiche tra loro collegate: lo stato della democrazia e la convivenza tra stranieri e italiani. I saggi e i contributi di discussione, che pubblichiamo, pur mantenendo il taglio storico, sono attenti a focalizzare le problematiche attuali della trasformazione istituzionale, sociale e culturale in Italia e in Europa, perché la complessità del presente si impone nelle considerazioni dello storico. Apre la sezione StudI E RIcERchE il saggio di Ermanno Vitale, che, partendo dallo scenario politico italiano, ragiona sul diritto di resistenza e il suo possibile riconoscimento a livello costituzionale. È possibile, si chiede Vitale, che una costituzione liberal-democratica riconosca ai cittadini il diritto di resistere a chi, temporaneamente in possesso di un legittimo potere politico, si proponga di stravolgere concretamente, con leggi e comportamenti, il dettato costituzionale stesso? citando Bobbio e dossetti, l’autore propone il diritto-dovere alla resistenza non in senso conservativo, ma per ristabilire i principi. Il tema del secondo saggio, di caterina Mazza, è la tortura. Ancora nel corso del Novecento i regimi totalitari hanno fatto un uso sistematico della tortura come strumento di repressione del dissenso politico, ma vi hanno fatto e vi fanno ricorso anche stati democratici, come è avvenuto recentemente in Iraq con i bestiali episodi contro i prigionieri di Abu Ghraib da parte delle forze militari americane. Mazza descrive come la strategia della violenza del torturatore si basi sull’umiliazione e sulla degradazione della vitti-

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Laurana Lajolo


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ma fino alla destrutturazione della personalità. La tortura non è soltanto una forma estrema di interrogatorio, ma si trasforma in una relazione di potere crudele fra torturato e torturatore, che applica una strumentazione “professionale” per imporre il controllo a livello individuale sulla persona fisicamente e psicologicamente martoriata e la prevaricazione, a livello sistemico, del regime politico (e/o di un gruppo elitario) sul gruppo d’appartenenza della vittima, con una legittimazione della tortura, sostenuta dalla politica e dalle istituzioni gerarchiche. Il terzo saggio è la rielaborazione della tesi di laurea di Valentina Lenti, che ha ricostruito le vicende del crollo della dittatura di ceausescu (dicembre 1989), basandosi sulle opere di studiosi rumeni, che mettono in discussione l’interpretazione della spontanea rivoluzione popolare, così come è stata percepita nel mondo attraverso la pseudo informazione televisiva, e propendono per due ipotesi interpretative. La caduta del dittatore è stata causata dalla cospirazione premeditata degli insorti con l’aiuto di potenze straniere (la partecipazione degli Stati uniti e forse della stessa unione Sovietica) oppure da un complotto interno, maturato soprattutto nell’esercito. torniamo a occuparci della storia dei rom e dei sinti con il saggio di Barbara d’Agostino, che traccia un excursus delle persecuzioni subite da quei popoli fin dalla loro comparsa nella storia europea attorno alla fine del Medioevo. con l’avvio della formazione degli stati nazionali si sono messi in atto rigidi vincoli di controllo sulla libera circolazione dei popoli nomadi, legittimando l’atavico pregiudizio popolare sugli “zingari” alimentato anche dalla religione cristiana e non ancora superato nei nostri tempi. d’Agostino evidenzia anche come, a partire dall’Ottocento nell’Europa occidentale, siano soprattutto gli studi sociali, che, sulla base di dimostrazioni pseudoscientifiche, hanno elaborato rappresentazioni dei rom e dei sinti organiche alle politiche assimilazioniste (se non esplicitamente razziste), sfociate poi in poli-

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tiche persecutorie fino al genocidio nazista. d’Agostino sottolinea, infine, che in Italia permangano ancora difficoltà e pregiudizi, aggravati nell’ultimo periodo dal pacchetto sicurezza del governo, che produce una emarginazione ancora più marcata dei rom e dei sinti tanto da far pensare a un futuro incerto e problematico delle loro condizioni di convivenza nel nostro paese. Nella sezione NOtE E dIScuSSIONI presentiamo altre sfaccettature delle riflessioni sui diritti e sugli stranieri. Giorgio Barberis pone in modo esplicito la dicotomia tra civiltà e barbarie, esecrando le politiche governative sull’immigrazione. Riflette sui recenti episodi di razzismo, di sfruttamento e di emarginazione in relazione alle leggi vigenti e, sottolineando l’articolo della costituzione in cui si sancisce che tutti gli uomini sono uguali, sostiene che l’unica opzione praticabile di civiltà è quella di procedere rapidamente al riconoscimento del diritto di voto agli stranieri e di contrapporre i principi solidali alla demagogia razzista. Simona Maria Mirabelli, sulla base di dati statistici, delinea il quadro dell’immigrazione straniera nella città di Alessandria, da cui emerge la presenza di comunità ormai ampiamente strutturate, anche in virtù dei ricongiungimenti famigliari. L’intervento è corredato da una serie di interviste a ragazzi della scuola secondaria che propone un interessante spaccato del mondo delle seconde generazioni. E proprio sulla frequenza scolastica degli studenti stranieri fra i 15 e i 20 anni nelle scuole secondarie e negli istituti professionali delle province di Asti, Alessandria e torino si soffermano William Bonapace, Michael Eve, Maria Perino, Roberta Ricucci, presentando la ricerca realizzata dal fIERI e dall’università del Piemonte Orientale. Nella maggior parte gli studenti di origine marocchina e macedone scelgono i corsi di formazione professionale piuttosto che gli istituti tecnici o i licei sia per l’orientamento scolastico operato nelle medie, sia per il condizionamento economico delle famiglie di provenienza e per la prospettiva di un rapido inserimento nel mondo del lavoro. Si sottolinea come tale discriminazione, non

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solo economica ma anche etnica, possa produrre una dispersione di capitale umano, che non può qualificarsi culturalmente. La scuola, comunque, è il luogo in cui si avvertono meno le differenze e anche gli stili di vita di italiani e stranieri sono simili, semmai sono più marcate le differenze di genere tra la libertà di comportamenti delle ragazze italiane rispetto alle coetanee straniere, più condizionate dall’ambiente familiare. dalla ricerca emerge anche che più della cultura di origine sono determinanti nella formazione degli adolescenti gli ambienti sociali, cioè i paesi e i quartieri spesso segregati delle città, in cui i ragazzi crescono con poche occasioni di aggregazione interetnica. dunque, è la scuola il luogo privilegiato dell’integrazione e gli autori auspicano che la funzione formativa dell’istruzione e le competenze degli insegnanti siano sempre più adeguate alla realtà multietnica e riescano a modificare le differenze delle origini. Pubblichiamo gli interventi di Maurilio Guasco, Marco Revelli, Enrico Ercole alla presentazione all’università del Piemonte orientale ad Alessandria del volume Lina Borgo Guenna. Un’esperienza educativa laica di Agnese Argenta, Graziella Gaballo, Laurana Lajolo, Luciana Ziruolo. Lina Borgo Guenna è stata una personalità molto significativa del mondo educativo tra la fine dell’Ottocento e il primo trentennio del Novecento. Nata a Novi Ligure, vive esperienze interessanti a contatto con le istituzioni educative alessandrine dal 1895 al 1911, quando lascia la città per trasferirsi ad Asti a dirigere l’Asilo laico francisco ferrer, poi denominato Educatorio, con un’attività molto intensa e sperimentale nel campo della scuola dell’infanzia, dell’assistenza agli orfani durante la prima guerra mondiale, del primo asilo nido dell’OMNI. Nella discussione all’università sono state sottolineate dai relatori in particolare la volontà solidaristica e la convinzione che l’educazione fosse lo strumento privilegiato di miglioramento delle condizioni delle famiglie operaie. fabrizio Meni conduce un’originale lettura di Scintille di Gad

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Lerner, anche lui per molto tempo straniero e apolide in Italia. Il giornalista va alla ricerca delle proprie origini attraverso un viaggio nella memoria familiare, in larga parte non trasmessa, che spazia dalla Galizia del padre al Libano della madre e all’Israele della sua infanzia. Meni, interpretando Lerner, si interroga sui temi dell’identità composita e frastagliata a confronto con le vicende storiche di popoli e di stati e con la scomparsa delle memorie dei testimoni della Shoah. cesare Panizza, dà alcune anticipazioni di una ricerca, attualmente in corso all’università di torino, sulle politiche vincolistiche riguardo alla mobilità degli italiani assunte nel corso del ventennio dal fascismo in nome del ruralismo e della battaglia demografica, con l’obiettivo di frenare l’afflusso di nuovi abitanti nelle grandi città industriali. Giovanni Avonto e Mario dellacqua espongono i risultati di una indagine sull’etica del sindacato condotta dalla fondazione Vera Nocentini di torino. La ricerca, avvenuta attraverso la somministrazione di più di 500 questionari e 15 interviste, ha interessato i tre sindacati confederali e l’intero territorio piemontese ed è stata finalizzata ad analizzare come e quanto sia mutato il sistema di valori dei sindacalisti (rappresentanti di base, funzionari e dirigenti sindacali). un quadro interessante che, attraverso i soggetti, spiega la nuova dimensione dei sindacati e il loro ruolo nel mondo del lavoro e nella società. In fONtI, ARchIVI, dOcuMENtI Alexander hobel traccia un profilo di Luigi Longo, attingendo dalla prima documentazione raccolta per la stesura della biografia dell’uomo politico, commissionata dalla fondazione Luigi Longo, prefigurando uno studio approfondito e complessivo sull’attività di combattente e di dirigente del partito comunista di Longo, che, ricordiamo, nacque a fubine. Alberto Ballerino ricostruisce la vicenda di Mario Rossetti, di origine novese ma alessandrino di adozione, sergente dell’ARMIR

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morto nel campo sovietico di tombov. una testimonianza di grande umanità, ricca di spunti interessanti, che ci restituisce anche la tragedia del reggimento “Ravenna”, in cui la presenza alessandrina è stata molto importante. Infine cesare Panizza presenta il programma della ricerca dell’ISRAL sul sindacato in provincia di Alessandria nella seconda metà del Novecento, che si avvarrà, in mancanza di archivi strutturati, soprattutto del supporto della storia orale, con un’ampia campagna di interviste a rappresentanti delle tre principali organizzazioni sindacali.

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Studi e ricerche

Costituzione e ius resistendi

Ermanno Vitale

Ripensando a due termini quali “resistenza” e “costituzione”, vengono in mente, come prima immediata associazione di idee, la proposta di Giuseppe dossetti, nel corso dei lavori di commissione dell’assemblea costituente, di inserire nel testo un preciso riferimento al diritto/dovere individuale e collettivo di resistenza, qualora i pubblici poteri “violino le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla presente costituzione”. Poi le parole con cui nel 1952 Piero calamandrei chiuse la poesia “Il monumento a Kesselring”, suscitatagli dall’indignazione per la scarcerazione dell’ufficiale nazista: il monumento che Kesselring pretendeva dagli italiani sarà fatto “con la roccia di questo patto giurato tra uomini liberi” e si chiamerà “Ora e sempre resistenza”. Infine, più recentemente, il grido di francesco Saverio Borrelli – resistere, resistere, resistere! – allorquando all’ex Procuratore capo di Milano (che si definiva non un rivoluzionario, ma un vecchio liberale crociano) parve che i principi costituzionali fossero a rischio di svuotamento, di sostanziale tradimento, a causa dei provvedimenti in materia di “riforma” della giustizia che la maggioranza di destra di allora (sic!) aveva in animo di approvare. Ma dalle mere associazioni di idee, e dall’emozione che possono suscitare questi ricordi e questi riferimenti a personaggi di così alta statura morale, vorrei sforzarmi di passare subito alla definizione dei termini in questione e all’analisi della loro relazione. La

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Resistere, resistere, resistere!


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mia riflessione si concentrerà sul primo termine – resistenza – in quanto concetto più sfuggente e controverso, ma in ultima analisi sarà un tentativo di rispondere, ancora una volta, alla ricorrente domanda se esistano, o al contrario non esistano, buoni argomenti per inserire nel testo di una costituzione moderna – definibile in termini generali come la legge fondamentale che dichiara inalienabili un insieme di diritti della persona e del cittadino e ne predispone le garanzie attraverso un ordinamento ispirato al principio della separazione dei poteri – un articolo, un comma, insomma un riferimento alla resistenza, ovvero, così posta la questione, al diritto di resistenza. In altri termini, alla liceità, o addirittura al dovere, qualora si verifichino determinate circostanze, di resistere ai diversi tipi di potere presenti nella vita collettiva, anche se si tratta di poteri formalmente subordinati e rispettosi delle norme prodotte da un sistema politico e istituzionale costituitosi nelle forme e nei limiti dello stato democratico di diritto. Insomma, la questione che occorrerebbe porre è ancora più ampia. E appartiene solo in parte alla tradizione del pensiero politico: tradizionalmente, infatti, il diritto di resistenza era considerato come opposizione, attiva o passiva, al potere politico. In quanto segue vorrei invece considerare dalla prospettiva del (diritto di) resistenza anche – facendo riferimento alla tipologia moderna delle forme di potere proposta da Bobbio: potere politico, economico, ideologico – le altre due forme di potere, cioè quello ideologico ed economico. La riflessione che qui mi propongo di svolgere sarà però limitata alla più tradizionale resistenza al potere politico. Resistenza e costituzione Se prendiamo un dizionario della lingua italiana, del sostantivo “resistenza” e del verbo “resistere” troviamo due accezioni non solo ben distinte ma anche apparentemente opposte. Secondo la prima accezione, resistere significa “opporre forza alla forza”, sia

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in senso strettamente fisico, come nel caso di chi si oppone a un’aggressione, sia in senso più ampio, dove la forza è quella delle ragioni e delle procedure, come nell’espressione del linguaggio giuridico “resistere in giudizio”; in una seconda e altrettanto consueta accezione, resistere significa sopportare, non cedere, come nelle espressioni resistere al dolore, al freddo, alla tentazione ecc. Nel primo caso si tratta di commettere un’azione, di fare qualcosa – sferrare un pugno all’aggressore, o presentare un’istanza in tribunale –, nel secondo di omettere un’azione, di non fare, per esempio non dicendo una menzogna che pure saremmo tentati di raccontare. ciò che in comune hanno l’azione e l’omissione connesse all’idea di resistenza lo rivela l’etimo latino: re-sistere, dove re indica ripetizione e sistere significa fermare, fermarsi. In entrambi i casi, la resistenza denota una disposizione, un atteggiamento conservativo. chi resiste si sforza di continuare a stare nella condizione in cui si trova, o di recuperarla al più presto, opponendosi a un evento esterno che vorrebbe imporre o ha imposto una modificazione. di fronte a un’aggressione, conservare la propria integrità fisica; di fronte a una tentazione, conservare la propria integrità morale. Anche in politica, il termine resistenza può senza dubbio essere usato in senso generico, volto a designare o enfatizzare un’attitudine o una forma di opposizione particolarmente dura e duratura. Per esempio, l’ostruzionismo parlamentare del (o di un) partito di minoranza a questo o quel provvedimento legislativo può anche essere definito, in qualche misura, una maniera di resistere. Ma, a mio giudizio, il termine è usato nella maniera più corretta quando si fa riferimento a quell’opposizione, ai margini della legalità o fuori della legalità, che si propone però la conservazione di istituzioni ed ordinamenti che stanno per essere mutati – sovvertiti – o che di fatto sono stati già mutati o sovvertiti violando norme considerate fondamentali o comunque di rango superiore rispetto all’autorità e competenza di cui dispone chi agisce in tal senso; norme la

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cui abolizione o modificazione è ritenuta ingiustificata comunque, quando le si attribuisca alla divinità, alla natura o a ancestrali costumi, o giustificata solo con il consenso dei contraenti il patto sociale, qualora si tratti di principi o norme considerati fondamentali ma convenzionali, positivi, come quelli appunto che si trovano a partire dalle costituzioni settecentesche. Quando uno stato ha una costituzione nel senso moderno del termine – ripeto: una legge fondamentale che dichiara come inalienabili un insieme di diritti della persona e del cittadino e ne predispone le garanzie attraverso un insieme di pesi e contrappesi istituzionali ispirati al principio della separazione dei poteri –, allora si potrà dire di fare resistenza in senso stretto solo quando ciò che ci si propone è ristabilire principi e norme costituzionali in tutto o in parte disattesi da chi esercita la sovranità. Naturalmente, il carattere di conservazione del pensiero e della prassi che si richiamano alla resistenza non si trova mai puro negli accadimenti storici: è sempre frammisto ad altre intenzioni, ad altri progetti politici. Per fare l’esempio più scontato, la Resistenza con la maiuscola, che contribuì a liberare l’Italia dalla dittatura fascista e dall’occupazione tedesca, aveva per alcune sue componenti anche un significato rivoluzionario o pre-rivoluzionario. Ma il minimo comun denominatore era, mi pare, il ritorno allo status quo ante, ovvero il ritorno ai diritti di libertà, alle istituzioni democratiche e all’autodeterminazione nazionale. Insomma, il “conservatore della costituzione” è colui che agisce – nel caso estremo, una volta esaurite tutte le possibilità di opposizione legale, resiste – avendo come scopo la difesa dei principi e delle norme costituzionali quando li ritiene seriamente minacciati o già sovvertiti non solo dalla loro patente abrogazione ma anche da forme di indebolimento o svuotamento che ne pregiudichino la loro compiuta attuazione, nell’ordinamento giuridico e nella realtà sociale.

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In tema di diritto a resistere, lasciando da parte il racconto biblico di Adamo e il mito di Prometeo, un luogo classico è rappresentato dalla disobbedienza che, nell’omonima tragedia sofoclea, Antigone oppone a creonte, signore e tiranno di tebe. Senza soffermarmi troppo sull’intricata vicenda umana e politica dei due fratelli Eteocle e Polinice che si daranno reciprocamente la morte – il primo però in difesa di tebe, e quindi con tutti gli onori, il secondo come traditore, schierato dalla parte degli invasori argivi –, il punto interessante per il nostro discorso è che creonte, zio dei contendenti, non solo emetterà (inevitabilmente) un giudizio di condanna morale e politica del traditore Polinice ma gli irrogherà la sanzione più umiliante e sprezzante, il divieto assoluto di sepoltura del cadavere. ciò significa che creonte non riconosce alcun rango e dignità a Polinice, spingendosi a negare addirittura il rapporto di appartenenza alla sua stirpe (genos), rapporto del quale testimoniano gli onori funebri regolati da antichissimi riti e consuetudini, onori comunque dovuti a chi alla stirpe appartiene. Questa è la materia del contendere, il comando al quale si ribella la sorella Antigone, non riconoscendo a creonte l’autorità di impartire tale comando. In altre parole, le leggi non scritte della tradizione sono una fonte superiore del diritto rispetto al comando positivo di qualunque sovrano. Le antiche consuetudini di una stirpe, di un genos o gens, ovvero di una tribù, di questo o quel gruppo etnico hanno certo il carattere della particolarità, sono espressione di vincoli comunitari. Sotto questo aspetto sono all’opposto delle leggi naturali e/o divine, caratterizzate invece per la loro pretesa validità universale, validità che gli specifici ordinamenti di diritto positivo che regolano la vita di società distinte debbono comunque riconoscere e alla quale debbono conformarsi come sue specifiche declinazioni. All’idea di un ordine naturale e divino palesemente violato dal detentore del

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È legittimo resistere?


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potere politico, la cui legittimità o le cui norme positive risulterebbero in sistematico contrasto con la legge naturale e divina, si rifanno le varie teorie medievali del diritto di resistenza al tiranno ex defectu tituli (in assenza del titolo, cioè in quanto usurpatore) e quoad exercitium (in ragione dell’esercizio, vale a dire il caso di un governante legittimo che ha tuttavia cessato di agire in conformità con la legge naturale). Prospettive diverse e apparentemente financo opposte – particolaristica la prima, universalistica la seconda –, ma che condividono l’idea forte di una qualche forma di “naturalità” nella produzione del diritto, sia essa l’ipostatizzazione di una vicenda particolare e mitologica che diventa seconda natura (gli antichi costumi di una stirpe o di un popolo risalenti alla notte dei tempi) sia essa la convinzione di un’originaria natura intesa come cosmos anziché come caos, ossia di un ordine naturale ben riconoscibile capace di essere misura, norma, criterio di regolazione anche delle vicende umane, con forza di legge, fondato e garantito in ultima analisi dalla credenza in una divinità ordinatrice e sanzionatrice. Quando si verificasse la palese violazione da parte del diritto positivo, o meglio del sovrano terreno che lo produce, di tale ordine naturale si giustificherebbe il diritto a resistere di coloro che vi sono sottoposti. Se poi il tiranno comanda al suddito atti empi, che gli precluderebbero la salvezza ultraterrena, la vita eterna, allora la resistenza individuale, se necessario il martirio, si configurano non solo come diritto ma anche e soprattutto come dovere. tuttavia, volendo privilegiare il punto di vista politico-giuridico piuttosto che quello etico-religioso, la questione centrale da analizzare riguarda la giustificazione immanente del diritto di resistenza, non quella trascendente del dovere di resistenza in vista della salvezza dell’anima. ciò non toglie che la resistenza come dovere e non solo come diritto sia stata tematizzata anche in una prospettiva politicogiuridica, o meglio costituzionale, come vedremo ritornando sulle proposte dossettiane al riguardo.

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Nel pensiero dei cosiddetti monarcomachi – riassunto nelle celebri Vindiciae contra tyrannos (1579), ma che in senso ampio arriva a comprendere il cap. XXXVIII della Politica di Althusius (1603)– la giustificazione del tirannicidio viene fondata sulla mescolanza di due elementi: quello più tradizionale del contrasto insanabile tra l’ordine naturale e divino e l’azione del tiranno e quello contrattualistico che anticipa le tesi lockeane sulla legittimazione del diritto di resistenza anche a fronte di uno stato rappresentativo costituzionale, che nasce cioè dal consenso espresso di consociati cui sono attribuiti diritti, quei diritti che sono, visti dalla parte del sovrano, limiti costituzionali alla sua produzione di diritto positivo. Quanto all’istituzione del re, nella terza questione delle Vindiciae si afferma che, oltre a un primo patto stipulato tra dio, Re e popolo e riguardante l’impegno del Re al rispetto della legge divina (“l’obbligazione alla pietà”, “a obbedire religiosamente a dio”), ne ha luogo un secondo, i cui termini sono i seguenti: “Il popolo domandava al Re se voleva regnare con giustizia e secondo le leggi; il Re prometteva che l’avrebbe fatto. Allora il popolo rispondeva e prometteva che avrebbe fedelmente obbedito a colui che avesse impartito giusti comandi. Il Re pertanto prometteva semplicemente e assolutamentte, il popolo ad una condizione; se questa fosse venuta meno, il popolo sarebbe stato secondo diritto e ragione sciolto dalla sua promessa”. Sulla base di un analogo patto tra rappresentati e rappresentanti, in cui però la definizione del “giusto comando” è esplicitamente misurata sul rispetto dei diritti naturali dell’individuo, nel par. 227 del Secondo trattato sul governo civile (1690) Locke scrive: “Se coloro che con la forza sopprimono il legislativo sono ribelli, i legislatori stessi … non possono essere giudicati in modo diverso quando – proprio loro che sono stati preposti alla protezione e salvaguardia del popolo, della sua libertà e proprietà – con la forza usurpano quella libertà e quella proprietà e si adoperano a sopprimerle, onde, ponendosi in stato di guerra con coloro che li hanno istituiti protettori e guardiani della loro pace, sono

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propriamente, e con tutte le aggravanti del caso, rebellantes, ribelli”. divenuto secondario fino a scomparire l’elemento religioso, decisiva nell’argomentazione a favore del diritto di resistenza è il suo essere risposta ex parte populi alla sovversione ex parte principis, ossia risposta estrema ma necessaria alla sistematica violazione degli accordi costituzionali, del patto fondativo immaginato all’origine della società politica – patto che ovviamente stabilisce relazioni di comando/obbedienza, ma che non comporta, da parte del consociato-cittadino, l’alienazione di (quasi) tutti i diritti individuali, ovvero l’obbedienza semplice (hobbes) o la riduzione a membro organico dell’io comune (Rousseau). Ma, anche all’interno delle prospettive contrattualistiche sfociate non in forme di assolutismo o di utopica democrazia assembleare ma in modelli di governo rappresentativo e limitato, cioè in quei modelli (proto) liberali che la progressiva estensione del suffragio e la più consapevole e puntuale determinazione dei diritti e delle loro garanzie avrebbe trasformato in ciò che oggi si suole definire lo stato democratico di diritto, l’affermazione del diritto di resistenza non è affatto scontata, anzi è decisamente minoritaria. E non mi riferisco solo alla celebre espressione di Kant per cui lo stato liberale è quello in cui i cittadini possono discutere finché vogliono delle questioni pubbliche ma devono comunque obbedire alla legge emanata dal sovrano. Mi riferisco allo stesso Locke che, definendo la resistenza in termini di “appello al cielo”, di opposizione della forza alla forza, pare farne egli stesso una questione di fatto anziché di diritto. un fatto che può sempre accadere, date certe circostanze storiche, ma che non c’è ragione di prevedere nell’ordinamento giuridico, in una sorta di excusatio non petita che diventa accusatio manifesta di dubbia legittimità del potere costituito, nella fattispecie di un diritto positivo alla resistenza. E questo è vero quanto più lo stato territoriale moderno si trasforma in senso democratico e costituzionale, dotandosi, sulla via aperta dal principio della separazione dei poteri, di istituti positivi di resistenza ad eventuali arbitrii di questi

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Studi e ricerche

medesimi poteri, come ad esempio sono le corti costituzionali. In questo senso l’indicazione kantiana della libera discussione che deve lavorare per abolire o modificare le leggi ingiuste o inefficaci senza però disattenderle fintantochè sono in vigore ha nettamente prevalso nel pensiero liberale e democratico e nella dottrina costituzionalistica. L’art. 35 della costituzione giacobina (1793) che riconosceva come diritto “la resistenza all’oppressione” suscitò grandi perplessità già all’epoca: ma oggi sembra si possa ormai considerare appunto alla stregua di una curiosità storica e di una stravaganza concettuale proposta in tempi in cui la passione rivoluzionaria non permetteva di rendersi conto del suo carattere selfdefeating e autocontraddittorio.

Insomma, una cosa è resistere al tiranno o alle dittature, altra cosa è resistere allo stato democratico costituzionale. una costituzione che ha come obiettivo limitare il potere politico, prevedendone le forme e gli strumenti giuridici, non può accogliere nel suo testo un articolo, un comma che renda legale una resistenza extra ordinem, non importa ora se decisamente violenta o relativamente pacifica. Non può giustificare la ribellione proprio perché già prevede forme e modalità di resistenza legale in caso di violazione dei principi e delle norme costituzionali. Le costituzioni moderne, rigide o semi-rigide, incorporano infatti due fondamentali meccanismi di autoconservazione: il giudizio di costituzionalità delle leggi ordinarie e le procedure aggravate per la modifica del testo costituzionale (modifiche che la giurisprudenza costituzionale considera possibili relativamente alle disposizioni circa l’ordinamento dello stato, non agli articoli che concernono i principi e i diritti fondamentali). chi non passa per le procedure si pone di conseguenza fuori della legalità costituzionale.

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Ermanno Vitale, Costituzione e ius resistendi

“Resistenza costituzionale” come disobbedienza civile


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L’argomento sembra cogente e definitivo. A questa posizione si possono tuttavia muovere due obiezioni rilevanti. La prima: e che cosa si deve fare quando un potere politico forte – poniamo, con una maggioranza tanto larga da superare l’ostacolo delle procedure aggravate e con la capacità di impadronirsi anche delle istituzioni di garanzia – viola palesemente la costituzione? La seconda: dato che le società umane non sono statiche – e anzi è sempre stato un vanto dell’Occidente la rapidità dei suoi processi di trasformazione sociale e politica –, nuove rivendicazioni di diritti possono sorgere, e di fatto sorgono, attraverso lotte analoghe a quelle che hanno portato all’affermazione dei diritti che ora sono stati positivizzati dalle costituzioni vigenti. Si pensi allo sciopero, un tempo considerato illegale e ora riconosciuto come diritto costituzionale. I diritti, insomma, sono sempre stati riconosciuti e positivizzati a seguito di lotte sociali e politiche per la loro costituzionalizzazione. Quanto alla prima questione, si potrebbe dire che l’evoluzione del costituzionalismo – e in particolare la creazione delle corti costituzionali – ha fatto dell’appello al cielo lockiano una extrema ratio ancora più estrema, ma non l’ha cancellato dal novero delle opzioni politiche di difesa nei confronti di qualsivoglia forma di tirannia o dittatura, foss’anche quella di una maggioranza parlamentare democraticamente eletta. Il punto che resta controverso è se della resistenza si debba parlare in termini di fatto o di diritto. La risposta prevalente è stata data attraverso la distinzione tra lettera delle costituzioni positive e spirito del costituzionalismo moderno, ovvero di quell’articolato e plurale movimento di pensiero il cui denominatore comune è la limitazione del potere attraverso strumenti giuridici. chi deliberatamente e apertamente viola, come individuo o come collettivo (come minoranza), questa o quella legge considerata ingiusta – nel senso di incoerente con i principi ideali del costituzionalismo – non lo fa per qualche tornaconto personale o di categoria ma appunto perché, dopo aver già praticato senza

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ascolto tutte le forme costituzionalmente riconosciute di resistenza, ritiene di dover ricorrere a quella forma di resistenza che si esprime nella disobbedienza civile (e/o nell’obiezione di coscienza). Si tratta di un ultimo tentativo di usare uno “strumento intermedio”, cioè fuori della lettera della legalità (che prescrive l’obbedienza a tutte le norme positive) ma ancora intenzionato a restare dentro lo spirito della medesima, ovvero ancora disponibile al confronto e al riconoscimento di legittimità del potere politico costituito e della costituzione vigente. Scrive a questo proposito Rawls: “la teoria della disobbedienza civile arricchisce una concezione puramente legalista della democrazia costituzionale. Essa tenta di formulare i motivi per cui è possibile dissentire dall’autorità democratica legittima in modi che, pur essendo dichiaratamente contrari alla legge, esprimono purtuttavia una fedeltà ad essa e un appello ai principi politici fondamentali di un regime democratico. È perciò possibile aggiungere alla forme giuridiche del costituzionalismo certe modalità di protesta illegali che non violano gli scopi di una costituzione democratica, alla luce dei principi da cui tale dissenso è guidato” (Una teoria della giustizia, 1971, par. 57). Il rischio di comprimere la legittimità sulla legalità – ciò che in parole più semplici si potrebbe definire come l’incapacità di distinguere tra un disobbediente e un delinquente – è quello, pare suggerire Rawls, di produrre ribelli in senso lockiano, e dunque conflitto violento e reciprocamente delegittimante, là dove all’inizio lo scopo della protesta e della resistenza era comunque interno alla legittimità costituzionale e mirava in ultima analisi alla difesa o ad una più completa attuazione della democrazia costituzionale. In questa luce, scrive nel secondo volume di Principia iuris (2007) Luigi ferrajoli, la tesi di derivazione kantiana per cui negli stati democratici di diritto configurare un diritto di resistenza non è necessario “suppone aprioristicamente effettività delle funzioni di garanzia previste per sanzionare o rimuovere le rotture dell’ordine costituzionale: confonde, perciò, ideologicamente, tra diritto

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e fatto, tra normatività ed effettività”. tale tesi vale piuttosto a definire e contrario le condizioni eccezionali e patologiche della legittimità di tale diritto: “non è legittima alcuna resistenza, tanto meno in forme violente, allorquando sono normalmente praticabili e accessibili le funzioni e le isituzioni di garanzia secondaria. Ma è precisamente allorquando tali funzioni e istituzioni sono impraticabili – quando il patto costituzionale è rotto e lo stato civile è restitutito allo stato di natura – che il diritto di resistenza viene a configurarsi come l’estremo rimedio all’eversione dall’alto” (p. 109). un diritto di resistenza, sia esso esercitato singolarmente o collettivamente, la cui legittimità è morale, extragiuridica, che richiama la forma del diritto soggettivo hobbesiano nello stato di natura, cui non corrisponde, evidentemente, alcun obbligo da parte di istituzioni pubbliche che sono diventate, o tali sono comunque considerate dai ribelli, nemiche, strumenti dell’eversione dall’alto. La sottolineatura della completa attuazione delle norme costituzionali, o ancora dell’implementazione dei diritti, ci riporta alla seconda questione, relativa al rapporto tra costituzione vigente, nuove rivendicazioni di diritti, trasformazioni sociali e lotte politiche. Pur non trattandosi propriamente di resistenza, perlomeno nel senso che si è sopra definito di azione volta a conservare e difendere la costituzione, non a modificarla, sia pure allo scopo dell’estensione dei diritti in essa contenuti, si potrebbe tuttavia affermare che in senso più lato si intraprende una resistenza anche quando ci si batte per difendere la costituzione chiedendo di sviluppare con coerenza tutte le conseguenze giuridiche implicite nei diritti fondamentali previsti dalla costituzione e di colmare le lacune dell’ordinamento giuridico che la rendono parzialmente ineffettuale. di nuovo, quando ci trova dinnanzi il problema di determinare se tale resistenza è un diritto o un mero fatto, la soluzione più avanzata è quella che in fondo distingue tra lettera della costituzione e spirito del costituzionalismo moderno. “Sotto questo aspetto – scrive ancora ferrajoli – deve riconoscersi il primato, nella tras-

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formazione progressiva del diritto, del punto di vista ad esso ‘esterno’. In un duplice senso. In primo luogo, nel senso del primato pratico della morale e della giustizia sul diritto, che giustifica la disobbedienza civile contro il diritto ingiusto, la quale ovviamente – se realmente il diritto nel suo insieme è ‘ingiusto’ senza neppure essere in contrasto con le norme costituzionali – non può invocare a suo favore il diritto medesimo … la disobbedienza, in questo caso, è un dovere morale, pur se antigiuridico, di cui chi disobbedisce si assume la responsabilità, esponendosi alle sanzioni che per le sue violazioni sono previste dal diritto medesimo. In secondo luogo, e conseguentemente, nel senso che questo punto di vista esterno – quello dei soggetti che rivendicano, anche disobbedendo, nuovi diritti, oppure lamentano la mancanza delle relative garanzie, oppure denunciano le violazioni delle garanzie esistenti, oppure contestano privilegi e diseguaglianze sociali – è il motore della lotta per il diritto e della trasformazione giuridica ai diversi livelli dell’ordinamento: costituzionale, legislativo e giurisdizionale” (pp. 101-102). come si può vedere, in ferrajoli la disobbedienza civile si propone come una forma di resistenza parziale, su singole seppur importanti questioni, presuppone che lo stato democratico di diritto debba esser perfezionato ma non sia in serio pericolo, come invece si ritiene quando si invoca il vero e proprio “diritto di resistenza”, e che tale perfezionamento si alimenti dello spirito del costituzionalismo dei diritti e delle idee in esso implicite, ad iniziare dall’eguaglianza di tutti in diritti fondamentali. tuttavia, fintantoché l’ordinamento giuridico è quello contro cui si lotta, il disobbediente deve essere disposto a subire le conseguenze anche giuridiche delle sue azioni, secondo la lettera delle norme in vigore, ritenute conformi alla costituzione. La decisione su quanto punire e per quali reati punire è in buona misura affidata, nel caso di violazione motivata dalla disobbedienza civile, alla discrezionalità del giudice e risente, inevitabilmente, del clima politico del momento. Ma che possa arrivare una sanzione anche significativa va messo in conto.

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Il diritto di resistenza nelle costituzioni moderne e nella costituente italiana Alla luce di queste affermazioni, anche ferrajoli, che ritengo l’autore paradigmatico del fronte più avanzato del costituzionalismo dei diritti fondamentali, sembra considerare, se non contraddittorio, quanto meno inutile inserire nelle costituzioni degli stati democratici di diritto un articolo o un comma che renda non solo moralmente ma anche giuridicamente legittima, e quindi legale, la resistenza (attribuendo cioè ai cittadini o addirittura a tutti gli individui il diritto alla resistenza, in determinati casi, anche contro lo stato democratico costituzionale). come si è già detto, l’argomento “kantiano” contro la positivizzazione del diritto di resistenza è dominante e sembra incontrovertibile. una questione di logica, il rifiuto di cadere in assurdità, ancor prima che di diritto. Resta da chiedersi perché non solo nella dichiarazione del 1789 (art. 2) e nella costituzione giacobina del 1793, o nella dichiarazione della Virgina del 1776, ma in testi costituzionali ben più recenti si trovano tracce e tentativi di positivizzazione della resistenza. A mia conoscenza, tra i progetti di costituzione poi approvati, e dunque divenuti costituzioni effettive, nella Legge fondamentale tedesca e nelle costituzioni di alcuni Länder, così come nella dichiarazione del 1948 e in alcune costituzioni oggi vigenti (Portogallo, Nicaragua), si possono incontrare riferimenti al riconoscimento del diritto di resistenza: “tutti i tedeschi – recita l’art. 20.4 della Grundgesetz – hanno diritto di resistenza contro chiunque si appresti a sopprimere l’ordinamento vigente, se non è possibile alcun altro rimedio”. Ma anche il progetto di costituzione francese della IV repubblica (1946), poi bocciato dal referendum popolare, conteneva un articolo (il 21) che stabiliva: “quando il governo viola le libertà e i diritti garantiti dalla costituzione, la resistenza in qualunque forma è il più sacro dei diritti e il più categorico dei doveri”. (La costituzione che venne in seguito approvata cassò questo articolo).

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ho riportato questo articolo del progetto francese del 1946 perché fu la base, o almeno il riferimento più diretto, di cui si servì Giuseppe dossetti per proporre, nel lavori di commissione della Assemblea costituente italiana, un analogo articolo, che originariamente così recitava: “la resistenza individuale e collettiva agli atti dei pubblici poteri, che violino le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla presente costituzione, è diritto e dovere di ogni cittadino”. come è noto, questa proposta fece grosso modo la stessa fine di quella del progetto francese. La prima sottocommissione della commissione dei 75 lo approvò, ma, prima ancora di approdare alla discussione in Assemblea, il testo era già stato annacquato in sede di comitato di redazione (o dei 18): “quando i pubblici poteri violino le libertà fondamentali ed i diritti garantiti dalla costituzione, la resistenza all’oppressione è diritto e dovere del cittadino” (art. 50.2). Scompare il riferimento preciso agli atti dei pubblici poteri, e si ammette soltanto una generica resistenza all’oppressione. In ogni caso, anche in questa forma la proposta dossettiana viene respinta in assemblea. Può essere ancora di qualche interesse riprendere, per linee essenziali, gli argomenti che vennero esposti contro e a favore l’inserimento del diritto di resistenza nella costituzione italiana (utilizzo qui il saggio di u. Mazzone, Il diritto/dovere di resistenza nella proposta di G. Dossetti alla Costituente in A. de Benedictis, V. Marchetti, Resistenza e diritto di resistenza, cLuEB, 2000). Gli argomenti contrari sono riconducibili a due filoni: riconoscere il diritto di resistenza sarebbe un pericoloso errore tecnico (un’assurdità, come già si diceva) che aprirebbe le porte alla giustificazione di qualunque illegalità ideologicamente ammantata da rivoluzione, da lotta contro l’oppressione. Portato alla sue estreme conseguenze, questo articolo distruggerebbe l’idea stessa di diritto e di società (ubi societas ibi ius), ammettendo la resistenza non solo nei confronti di autorità e di scelte chiaramente politiche ma anche verso tutti poteri dello stato, per cui ciascuno potrebbe rivendicare, in ultimo, il diritto soggettivo di essere giudice in causa

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propria (come sapete, è la necessità di sventare questo rischio che, secondo Locke, determina il passaggio dallo stato di natura alla società civile o stato). È insomma il tradizionale argomento che paventa l’anarchia come conseguenza dell’ammissione del diritto di resistenza, al quale già Locke rispondeva che i cittadini, contrariamente a quanto alcuni temono, sopportano moltissime angherie e per lungo tempo prima di resistere allo stato rappresentativo costituzionale, ancorchè divenuto palesemente tirannico. un secondo argomento è, a mio giudizio, più sottile ed interessante. Accanto all’uso del primo argomento, fiorentino Sullo, democristiano, dopo aver dichiarato di capire chi sente l’esigenza di ricordare agli italiani che è opportuno resistere all’oppressione, afferma: “un autorevole costituzionalista della commissione dei 75 mi ha detto che attribuiva a questo articolo un valore pedagogico. Non capisco come la costituzione possa fare pedagogia. La pedagogia non è politica”. Questa critica – occorre riconoscerlo – coglie almeno parzialmente nel segno. tant’è vero che parte degli argomenti a favore sembrano appunto sostenere il valore “pedagogico”, in senso lato, dell’articolo sul diritto di resistenza: il valore appunto di una, per così dire, pedagogia del ricordo, un memento che le nasciture istituzioni rivolgono innazitutto a se stesse. carlo Ruggiero (PLSI) si esprime a favore, “perché l’art. 50 costituisce una remora per tutti i poteri ed una garanzia per i diritti dei cittadini”. E Antonio Giolitti (PcI) ribadisce: “la garanzia essenziale del regime democratico è infatti l’autogoverno, che è fondato evidentemente sul senso di responsabilità, sulla coscienza morale e politica del cittadino”, e ricorda che la costituzione che si sta per edificare trova le sue fondamenta appunto nella “resistenza meravigliosa che il popolo italiano ha opposto all’invasore”. Si potrebbe insomma, ribaltando l’argomento di Sullo, affermare che una costituzione ha, o può avere, anche un valore pedagogico, o meglio prescrittivo e programmatico, così come in effetti ha avuto ed ha la costituzione italiana vigente. Si pensi al suo

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primo articolo: l’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro. da più parti si è osservato che questo “diritto al lavoro” non è esigibile: nessun disoccupato potrebbe con qualche fondata pretesa rivolgersi a un giudice per vedersi riconosciuto e garantito tale diritto, se con questo si intende che quel giudice possa intimare a qualcuno di dargli o trovargli un’occupazione. In altre parole, è chiaro che al diritto al lavoro non corrisponde alcun dovere di soggetti ed istituzioni di dare lavoro a ogni singolo individuo o cittadino. ciò che tale articolo significa è evidentemente che la collettività e le istituzioni repubblicane riconoscono come fondativo del patto di convivenza la priorità e centralità del lavoro e della ricchezza – materiale e morale, civile e politica – che da esso deriva rispetto ad altre forme sociali in cui, per esempio, centrale è invece il ruolo attribuito al capitale nelle sue diverse forme. Insomma, che le leggi ordinarie e le politiche economiche e sociali debbono essere innanzitutto ispirate alla protezione del lavoro. Qualcosa di simile si potrebbe dire a proposito del diritto di resistenza: se si vuole, ancora più inesigibile del diritto al lavoro, essendo ancora più manifestamente assente il dovere corrispondente, ma di eguale significato pedagogico e prescrittivo. Il suo senso sarebbe consistito nel ricordare a tutti, singoli cittadini ed istituzioni, che le costituzioni moderne – e in ispecie quelle del secondo dopoguerra, basate sulla dichiarazione di diritti di libertà, politici e sociali cui fa seguito un coerente ordinamento dei poteri dello stato – si realizzano di norma proprio attraverso tale ordinamento, ma che non va escluso il caso-limite per cui nel tempo si generi una frattura profonda tra principi e norme costituzionali, da un lato, e, dall’altro, poteri che, pur costituzionalmente legittimati, di fatto producano una (paradossale) legalità anticostituzionale. Quando si verificasse quel caso, in presenza di un articolo sul diritto di resistenza, si potrebbe affermare che la costituzione, e non solo lo spirito del costituzionalismo, vive e si realizza non più attraverso l’ordinamento dei poteri da essa previsto ma attraverso la

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resistenza ad essi da parte di cittadini intenzionati a non accettare passivamente lo stravolgimento e il rovesciamento in forme autocratiche della loro concessio imperii. In questo modo viene superato anche l’argomento per cui le costituzioni che includessero tale diritto sarebbero illogicamente predisposte al suicidio. Al contrario, in tal modo si assicurerebbe una sorta di eterna giovinezza alla validità della costituzione, come sottolinea ancora Giolitti: sancire nella costituzione il diritto di resistenza significa esattamente “consacrare la legalità nell’ambito della costituzione stessa di un atto che altrimenti potrebbe apparire come una frattura nella validità della costituzione, la quale invece con tale norma assicura, in certo senso, la propria vita di fronte ad una violazione che determini legittima resistenza”. Resta in sospeso un’ultima questione. dossetti parlava di diritto-dovere di resistenza. Quel “dovere” probabilmente è di troppo, e implica il riferimento a un senso religioso dell’impegno civile che non può essere richiesto, da un punto di vista rigorosamente laico, al cittadino in quanto tale: non solo e non tanto perché tale obbligo sarebbe irrealistico ed inefficace, ma anche e soprattutto perché si rischia attraverso il ricorso all’idea di obbligo, di dovere, di mescolare di nuovo, e pericolosamente, etica e politica. Pensare alla resistenza “costituzionale” come diritto, invece, facendo riferimento a una mera “facoltà di”, che può essere esercitata o meno, significherebbe rinunciare a pretendere l’impegno civile dagli indifferenti distinguendo però già al livello costituzionale chi consapevolmente decide di assumersi il rischio di disobbedire e di resistere in difesa della costituzione dal delinquente comune.

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Vi sono oggi ragioni per gridare – di nuovo – con Borrelli “resistere, resistere, resistere”? Ritengo di sì. forse la mente corre subito al recentissimo “lodo Alfano”, che viola manifestamente il principio di eguaglianza davanti alla legge (art. 3), sottrae quattro citttadini al loro giudice naturale “precostituito per legge”(art. 25) e, nonostante quanto è stato falsamente sostenuto, non trova corrispondenza in nessun’altra norma vigente in altri stati democratici di diritto. Questa norma è scandalosa nel suo essere evidentemente ad personam, ma non rappresenta l’attacco più sistematico all’idea fondamentale del costituzionalismo: che la garanzia dei diritti si realizzi attraverso la limitazione del potere politico, strumento della quale è la separazione e il bilanciamento tra i poteri e le funzioni dello stato, che non deve venir meno neppure nei casi “straordinari di necessità ed urgenza” (art. 77) in cui l’esecutivo, “sotto la sua responsabilità”, è legittimato a intervenire “con provvedimenti provvisori” aventi forza di legge, cioè con lo strumento dei decreti-legge. Onde evitare facili abusi, il precedente art. 76 ne esplicita il principio generale: “l’esercizio della funzione legislativa non può essere delegato al Governo se non con determinazione di principi e criteri direttivi e soltanto per tempo limitato e per oggetti definiti”. ciò perché la funzione legislativa è propria del Parlamento che, democraticamente eletto dai cittadini, rappresenta appunto la sovranità popolare. Quando si fa evidente abuso degli strumenti della legge-delega, del decreto legge e della reiterata proroga di tali decreti con variazioni solo formali (in particolare dei decreti cosiddetti “milleproroghe”), quando si ricorre allo stratagemma del maxiemendamento o delle leggi di un solo articolo con moltissimi commi, così da sfuggire alla discussione e alla votazione delle leggi prima articolo per articolo e poi nel loro complesso, quando il Governo pone a ogni pié sospinto la questione di fiducia, e quando si aggiunge che tutto questo non basta ancora

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per “governare”, non si viola apertamente solo l’art. 76 della costituzione italiana. Si consuma la rottura con il più importante e decisivo principio del costituzionalismo moderno contenuto nel famoso art. 16 della dichiarazione del 1789: “ogni società nella quale la garanzia dei diritti non è assicurata né la separazione dei poteri non è determinata, non ha costituzione”. termino di rivedere questo saggio qualche giorno dopo la (provvisoria?) conclusione della vergognosa pagina di storia politica e costituzionale legata alla vicenda di Eluana Englaro. diciamolo in maniera più diretta: del tentativo di eversione dall’alto che ha cercato di sfruttare cinicamente questa vicenda. chi governa giurando sulla costituzione che gli conferisce i poteri in base ai (e nei limiti dei) quali governa l’ha definita – suppongo per trovare pretesti demolitori e liberarsi appunto di quei vincoli e controlli che essa impone, tra cui la firma del Presidente della Repubblica sui decreti-legge del governo – una carta filo-sovietica. un falso storico e teorico colossale e deliberato che può apparire un argomento presentabile solo a coscienze completamente assuefatte alla menzogna come cifra del politico. Non è stata – temo – una sortita maldestra, ma l’ennesima mossa all’interno di un processo da tempo avviato di svuotamento della democrazia costituzionale e di sua trasformazione in un regime plebiscitario, processo di fronte al quale gli italiani sembrano per lo più rassegnati, acquiescenti, assuefatti. Molti, forse, sono anche contenti. A tutti coloro i quali assistono invece con preoccupazione ai tentativi di demolizione – a quando il prossimo colpo? – di una delle costituzioni più democratiche del mondo, concepita e costruita come argine contro il ritorno di tentazioni autoritarie, l’invito non può che essere, ancora una volta, a fare nostro con forza il grido di francesco Saverio Borrelli.

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La tortura in età contemporanea: metodo di interrogatorio o strumento di potere?

L’immagine dell’agente speciale statunitense di stanza nella prigione di Abu Ghraib, Sabrina harman, con il volto sorridente, lo sguardo fisso nel teleobbiettivo, il pollice alzato in segno di approvazione e in una posa trionfante che sovrasta il corpo torturato di un detenuto iracheno documenta la brutalità dimostrata dal contingente americano nell’ambito della cosiddetta “global war on terrorism”. La fotografia descritta, nonché le altre simili rappresentazioni 1, oltre ad aver scosso l’opinione pubblica mondiale, hanno sollevato diversi quesiti relativi all’uso della tortura e in particolare alle ragioni per cui anche militari appartenenti a un paese democratico ricorrono a tal genere di violenza estrema. L’interesse per la tematica è sostenuto anche dalla consapevolezza che la tortura, nonostante la pressoché unanime condanna internazionale, sia oggi una realtà molto diffusa. Secondo il Rapporto Annuale 2009 redatto da Amnesty International infatti nel corso del 2008 hanno avuto luogo atti crudeli equiparabili a tortura in 80 paesi e il 79% delle violenze e maltrattamenti registrati sono stati inflitti in stati appartenenti al G20 2. tali evidenze spingono a indagare e riflettere sulle motivazioni alla base del continuo utilizzo della tortura; sulle condizioni politiche, militari e sociali che ne permetto il ricorso; sulle ragioni che sostengono anche paesi retti da un regime democratico a impiega-

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re metodi coercitivi e violenti e sulle conseguenze socio-politiche dell’uso della pratica. Per affrontare compiutamente i diversi aspetti che compongono la complessità della questione risulta importante individuarne le caratteristiche intrinseche, nonché le implicazioni umane. Risulta decisivo tentare di comprendere i reali obiettivi di chi si avvale di tale brutalità e riconoscere le dinamiche individuali e relazionali che consentono l’inflizione di pene severe. Al fine di inquadrare la problematica senza incorrere in eccessive generalizzazioni occorre considerare il contesto storico-politico di riferimento. Non bisogna difatti dimenticare che la tortura ha accompagnato per secoli la storia dell’uomo. Essa è stata però utilizzata e concepita in modi diversi e impiegata per finalità differenti a seconda dell’epoca. dall’antichità fino alla fine dell’Ancien régime per esempio la pratica violenta era ammessa in ambito giudiziario in quanto strumento funzionale al raggiungimento di un duplice obiettivo: avvalorare le testimonianze e fornire prove durante i processi (tortura come strumento di prova), sanzionare legalmente un reo (tortura come sanzione legale) 3. In particolare nell’Atene del VI secolo a. c., e poi nel diritto romano del II secolo a. c., il problema delle evidenze processuali era intrinsecamente legato alla questione della demarcazione e distinzione sociale tra i cittadini liberi e i non-cittadini, gli schiavi, i popoli barbari, i nemici. In tale prospettiva la tortura si rivelava utile per erigere profonde barriere sociali, per separare i meritevoli di diritti dagli indegni, per far emergere l’ambiguità dello status proprio degli schiavi marchiandone il corpo 4. Gli schiavi, gli stranieri erano infatti gli unici a essere sottoposti a sofferenze estreme, a essere soggetti a pene severe nel corso degli accertamenti processuali delle prove e nei tentativi di avvalorare le testimonianze rese. con l’instaurarsi del diritto imperiale e il radicamento della dottrina del tradimento (I – II secolo d. c.) e la conseguente emersione della rilevanza della gravità del reato commesso la funzione sociale della tortura come

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spartiacque tra i privilegi degli uomini liberi e l’assenza di diritti dei servi ha progressivamente perso di importanza. In luogo delle appartenenze sociali, il tipo e il livello di serietà del reato diventano gli elementi decisivi per determinare la necessità della tortura. Questa ultima, nel caso di crimini particolarmente gravi come laesae maiestatis (ingiuria all’autorità imperiale, regicidio, parricidio,… ) o perduellio (diserzione, resa di territori romani o aiuto al nemico, ribellione o incitamento ad opporsi al potere di Roma,…), era considerata uno strumento legittimo a cui ricorrere indipendentemente dallo status sociale del singolo imputato al fine di accertarne la colpevolezza e dar luogo a una “adeguata” punizione. Non bisogna dimenticare che quando si parla di tortura relativa all’età antica si fa sempre riferimento a brutalità fisiche, all’uso di tecniche coercitive che operano sul corpo come per esempio l’utilizzo della “ruota”, di ferri roventi, di acqua bollente, di fruste o bastoni 5. Aspetti particolarmente cruenti e brutali hanno caratterizzato anche la tortura giudiziaria propria dell’Europa dell’epoca medievale e poi dell’Ancien régime. Nel diritto canonico romano sviluppatosi in Italia nel XIII secolo e poi diffusosi in tutto il continente europeo, infatti, la pratica conservava la duplice funzione di strumento punitivo e di mezzo per estorcere confessione e avvalorare le prove processuali. Il IV concilio Laterano del 1215, pur abolendo le antiche dure prove accusatorie come le ordalie, i duelli giudiziari e i giudizi di dio, ha riaffermato la centralità del ruolo della confessione nel sistema giuridico. Nonostante l’intenzione originaria del concilio di diminuire l’arbitrarietà dei processi, la funzione essenziale dell’ammissione di responsabilità di un crimine come elemento determinante per consentire ai giudici di condannare l’imputato rendeva inevitabile il ricorso alla tortura. Questa ultima, elemento chiave nei processi dell’Inquisizione (Roma e Spagna) al fine di punire e colpire gli eretici, è stata ufficialmente dichiarata strumento ordinario del diritto canonico da Papa Innocenzo IV nel 1252 nel decreto Ad extirpanda 6.

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Nella maggior parte dei paesi europei la quaestio reggeva il sistema giudiziario. La confessione, ottenuta anche attraverso le sofferenze corporali, aveva valore penale. Essa, infatti, poteva essere considerata “spontanea”, indipendentemente dal fatto che fosse volontaria o imposta con la violenza, se ripetuta di fronte ai giudici. Secondo tale logica, la quaestio non era una pratica barbara e sregolata, ma uno strumento procedurale ben definito, calcolato, codificato e controllato da norme scrupolose. Precisione procedurale che tuttavia non attenuava la crudeltà e atrocità degli interrogatori giudiziari. La ragione di tale sistema di accertamento della verità può essere compresa, non alla luce della formula contemporanea per cui “si è innocenti fino a prova contraria”, ma in relazione al “principio di graduazione continua” secondo cui a un certo livello di dimostrazione penale corrisponde un certo grado di colpa. La semplice supposizione di colpevolezza rappresentava infatti una parziale responsabilità di un delitto e, quindi, legittimava il ricorso a pratiche coercitive prima ancora del verdetto finale amalgamando a un tempo atto istruttorio e punizione. A denunciare la gravità e l’assoluta inumanità della tortura, contribuendo alla sua progressiva abolizione sono stati i pensatori illuministi come cesare Beccaria, Pietro Verri, Voltaire, Montesquieu 7. Beccaria in particolare ha sottolineato e argomentato con efficacia riguardo alla totale disumanità e inutilità della pratica violenta. Questa ultima non produce verità, non rischiara i fatti e non individua le responsabilità. Essa serve solo a testare la solidità fisica del sospetto, ad “assolvere i robusti scellerati e condannare i deboli innocenti. [Serve solo a confondere e] far sparire le minime differenze degli oggetti per cui si distingue talora il vero dal falso” 8. Per garantire giustizia, come sostenuto dal pensiero illuministico, i giudici dovrebbero accertare i fatti in modo trasparente, pubblico e responsabile senza usare strumenti violenti e coercitivi, senza eccedere nell’esercizio del proprio potere. una società può essere preservata dai crimini solo se le leggi sono eque,

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chiare e conosciute da tutti, solo se vi è proporzione, stabilita da norme riconosciute, tra delitto e castigo, solo se vi è certezza della pena e solo se il fine acclarato e condiviso delle pene non è di affliggere e infierire sul reo, ma impedire che egli commetta ulteriori reati e dissuadere gli altri cittadini dal delinquere. tale riflessione filosofico-politica ha favorito il diffondersi e il radicarsi dell’idea che i castighi violenti non fanno altro che riprodurre l’efferatezza dei crimini e avviare una spirale di incontrollabili vendette e ha contribuito notevolmente al progressivo addolcimento delle pene e all’abolizione della tortura. Non bisogna, però, dimenticare che a livello pratico i cambiamenti sostanziali relativi al modo di punire e al graduale abbandono di procedimenti coercitivi sono legati alla riforma del sistema penale promossa e sostenuta dai magistrati e dai giuristi, più che dai pubblicisti 9. Nella seconda metà del XVIII secolo infatti emerge la necessità di punire con umanità e misura, piuttosto che continuare a consumare la vendetta del sovrano, imporre dominio e potere e far sfogare la rabbia del popolo eccitato dalla violenza del supplizio. L’abbandono della tortura, come supplizio di verità e di castigo, e l’addolcimento delle pene erano legati all’esigenza e al desiderio di regolamentare gli effetti del potere, di arginare l’arbitrarietà e gli eccessi di chi detiene l’autorità di far punire. L’abolizione della tortura deve essere inscritta nella prospettiva di tale riforma basata sulla libera valutazione giuridica delle evidenze. tale abrogazione, avvenuta nella maggior parte degli stati europei nella seconda metà del XVIII secolo, tuttavia non ha comportato la sua totale ed effettiva eliminazione. Nel corso del Novecento la tortura è difatti diventata un mezzo, utilizzato principalmente dai regimi autoritari, per reprimere il dissenso politico, per colpire tutti gli oppositori dell’élite dominante e del modello ideologico proposto. tale impiego è diventato la caratteristica intrinseca del modo di operare di diversi stati autoritari, come l’Iran (prima per mano della SAVAK, la polizia

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segreta del governo di Muhammad Reza Shah e, poi, a opera dei sostenitori dell’ayatollah Khomeini), l’Iraq, la Siria, la turchia, la Grecia dei colonnelli, il Portogallo di Salazar, solo per citarne alcuni. La tortura è, inoltre, diventata un “fenomeno di massa” 10 nelle diverse dittature latino-americane instauratesi negli anni Settanta del secolo scorso. Si pensi, per esempio, alla dolorosa vicenda dei desaparecidos argentini, o al tragico destino dei resistenti cileni, o boliviani, uruguayani, paraguayani, brasiliani. tale fenomeno, purtroppo, è ancora oggi diffuso in diversi regimi autocratici, come molti paesi africani. Bisogna sottolineare che il ricorso alla pratica violenta e a diversi metodi coercitivi e repressivi non sono, tuttavia, appannaggio esclusivo di dittature e totalitarismi. Alcuni governi democratici infatti, in particolari circostanze storico-politiche, si sono serviti della tortura come strumento per colpire i nemici. Si ricordino per esempio i casi della francia ai tempi della guerra in Algeria (1954’62) e dell’Inghilterra durante la campagna anti-terroristica nei confronti dell’IRA (inizio degli anni Settanta del Novecento) 11. Questo ultimo caso in particolare, con le cosiddette “cinque tecniche di interrogatorio” 12 usate nei confronti dei prigionieri irlandesi, ha messo in evidenza che nell’età contemporanea la tortura, oltre a essere una pratica ancora tragicamente diffusa, è diventata uno strumento di potere altamente sofisticato e professionalizzato.

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Significato e obiettivi della tortura in età contemporanea Analisi di studiosi appartenenti a discipline diverse hanno fatto emergere che il modo e le ragioni dell’utilizzo della tortura, nel corso dei secoli XX e inizio XXI , si sono modificati progressivamente tanto da trasformare la pratica stessa in una vera e propria strategia di violenza la cui “essenza è l’umiliazione e degradazione della vittima” 13. Il principale obiettivo di tale brutalità, come con-

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fermato da diverse testimonianze di ex-torturatori e da alcuni manuali di formazione per le forze speciali 14, risulta essere la destrutturazione della personalità dell’individuo torturato attraverso la distruzione dei suoi punti di riferimento culturali 15. Si pensi per esempio alle violenze di tipo coercitivo consistenti nel costringere la vittima a violare tabù sociali, a commettere atti contrari alle proprie idee e alla propria cultura o a compiere azioni umilianti in cambio della vita di un compagno di lotta, di un amico, di un parente o della propria 16. In tal modo il torturato viene continuamente posto di fronte a se stesso, alle proprie paure e incertezze, ai propri valori. La vittima, oltre a subire sofferenze fisiche, viene continuamente sfidata a livello psicologico, viene posta di fronte a dilemmi insolvibili, viene costretta a entrare in conflitto con se stessa. La tortura quindi non è una semplice inflizione di brutalità, ma è una strategia per bloccare la capacità di pensiero e piegare la volontà individuale. La pratica è una forma di violenza molto particolare perché implica una relazione personale e diretta tra vittima e carnefice, implica la costruzione di un rapporto di comunicazione e contatto tra i soggetti coinvolti. un torturatore, per raggiungere il proprio obiettivo cerca di conoscere l’individuo che intende colpire, cerca di scoprire le sue debolezze, le sue paure e fobie. Non a caso in diversi manuali per torturatori vengono fornite le istruzioni necessarie al fine di indurre una regressione psicologica basata sulla perdita di autonomia e di capacità di resistenza della vittima e vengono offerte le indicazioni per individuare le caratteristiche personali e i bisogni emotivi dell’individuo preso in custodia 17. La comprensione del carattere e della struttura personale del perseguitato, infatti, permette di scegliere il tipo e l’intensità di tortura più adeguati, di cogliere e strumentalizzare i punti deboli dell’individuo che si intende colpire. Il torturatore instaura una relazione personale con la vittima per poterne usare l’emotività e così colpire nell’intimo, nel profondo. L’intimità ricercata e istituita dal carnefice è però solo apparente e rappresenta un divario incolma-

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bile tra i due soggetti direttamente coinvolti nell’esperienza di tortura 18. La vittima è difatti bloccata dal dolore fisico, è privata della possibilità e capacità di riflettere liberamente, è in balia del proprio aguzzino e soggetta al suo volere. La vittima, non avendo alcun controllo sul proprio destino e non sapendo se la delazione sia la via per porre fine alle proprie sofferenze, rimane intrappolata in un eterno presente costituito da incertezza, instabilità e imprevedibilità. Il torturatore al contrario non prova alcun dolore, è padrone della situazione. tale relazione viene abilmente instaurata dal persecutore per potersi impossessare della vittima, per poter disporre del corpo e della mente del torturato e così attualizzare il proprio desiderio di dominio. umiliare e degradare il soggetto, costringerlo materialmente in luogo chiuso, privarlo della libertà e dei bisogni minimi, obbligarlo a prendere decisioni impossibili e forzarlo a vivere una realtà priva di senso sono gli elementi fondamentali della tortura in quanto permettono, uniti alla coercizione fisica, di suscitare la sensazione di impotenza e vulnerabilità nel torturato. Alcune tecniche, come la sovra-stimolazione sensoriale o la deprivazione del sonno e del cibo o la costrizione ad assumere per lungo tempo posizioni stressanti e dolorose, sono infatti finalizzate a indebolire il prigioniero, a renderlo vulnerabile sia fisicamente che intellettualmente, a renderlo malleabile e privo di volontà e di capacità di resistenza. Ogni gesto e ogni parola del carnefice sono infatti funzionali a reprimere materialmente e mentalmente il prigioniero, ad annullarne il mondo e il significato come singolo. tale obiettivo viene raggiunto anche coinvolgendo attivamente la vittima ai propri abusi, facendo in modo che essa si percepisca come causa del proprio dolore e della propria ansia e, quindi, si senta in colpa verso se stessa e verso il proprio corpo come se si fosse auto-tradita 19. Obbligare un individuo a scegliere tra alternative illogiche e tra opzioni egualmente dolorose, come decidere il tipo di violenza fisica a cui venire sottoposto, suscita in lui un senso di “ripugnanza”

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verso se stesso. In tal modo il perseguitato non prova solo sofferenza, ma viene degradato a mero oggetto, vene trasformato in un essere privo di senso completamente dominato dal persecutore la cui immagine viene interiorizzata trasfigurandosi nell’unico nuovo punto di riferimento. Il dolore diventa così l’elemento distintivo dell’esistenza della vittima imprimendosi nella psiche e rimando attivo anche dopo molti anni dalle sofferenze subite. Il rapporto tra persecutore e vittima appena descritto fa emergere che una delle caratteristiche fondamentali della tortura è la netta contrapposizione tra due mondi distinti, separati e antitetici, è l’opposizione tra “chi sta in alto” e ha il pieno controllo della situazione e “chi sta in basso” ed è privo di ogni libertà, “tra quelli puliti, il cui riso mostra che sono vivi e che in ogni azione quotidiana hanno il potere di dare e di togliere, e quelli sporchi, che puzzano e strisciano gemendo. I primi rappresentano il trionfo, i secondi l’abisso” 20. tale divisione riflette l’“ordine binario” che guida la percezione della realtà dei soggetti coinvolti nell’esperienza di tortura secondo la logica di pensiero per cui non esistono sfumature ma solo il buono e il cattivo, il pulito e lo sporco. tale contrapposizione viene oggettivizzata, resa concreta, quasi tangibile dalla fisicità stessa dei soggetti coinvolti. La vittima con il proprio corpo martoriato difatti rende visibile anche a chi è estraneo a tale esperienza il dolore subito e continuamente attivo. Il corpo del carnefice invece rappresenta il potere e l’assenza di dolore, simboleggia l’esistenza e la presenza del mondo di questi. In tale prospettiva, come hanno sostenuto molti studiosi che si sono occupati della tematica, la tortura è qualcosa di più di una tecnica di interrogatorio, è un modo di esercitare potere. Lo stesso “‘costringerli a parlare’ riguarda il potere [di chi tortura], più che la raccolta di informazioni specifiche” 21. L’interrogatorio, la serie continua di domande, la confessione, pur essendo elementi essenziali della tortura, in realtà non costituiscono, come generalmente si pensa, la ragione per cui si ricorre alla tecnica violenta e il moti-

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vo per cui si utilizza la pratica coercitiva. L’idea che porta ad associare tortura e confessione è infatti un costrutto, una “finzione politica” atta a giustificare le violenze inflitte, una messinscena che nasce dal “tono e dallo stile dell’interrogatorio [stesso] più che dal suo contenuto” 22, che cioè nasce dal fatto che le domande vengono poste come se motivassero la coercizione. Non si intende negare che l’atto verbale (l’interrogatorio), insieme all’atto fisico (l’inflizione di pene e sofferenze), non sia una componente strutturale della tortura, ma si cerca di far emergere che è la confessione in se stessa, indipendentemente del suo contenuto, a costituire l’ingranaggio decisivo che consente al carnefice di realizzare il proprio desiderio di dominio, di far trionfare il proprio mondo. Non sono dunque le informazioni, ma il fatto stesso che la vittima parli, confessi, ceda alle pressioni, e quindi tradisca se stessa, il proprio io, le proprie credenze, il proprio universo, a rappresentare il valore e il ruolo dell’interrogatorio sotto tortura. “domanda” e “risposta” pertanto non sono né casuali, né svincolate l’una dall’altra, ma hanno di per se stesse ruoli e funzioni specifiche. La prima, proprio perché interpretata e presentata come il motivo per cui si tortura, serve a de-responsabilizzare il persecutore e ad attribuire importanza e “bontà” alle sue azioni. La seconda proprio perché intesa e percepita come auto-tradimento del perseguitato, è utile per compiere uno spostamento, uno slittamento di responsabilità 23. un tipo di violenza così particolare sostenuta da dinamiche specifiche, studiate appositamente e strutturate in modo che siano funzionali ad acuire e prolungare le sofferenze e a lasciare un segno indelebile nella mente e sul corpo della vittima non può essere né casuale né improvvisata, ma richiede personale altamente preparato e formato. Le ragioni per cui si addestrano individui incaricati di infliggere materialmente brutalità estreme possono essere comprese se la tortura viene pensata come parte di una realtà più ampia e composita, come un veicolo per attualizzare un’intenzione più

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complessa e articolata. In tale prospettiva il torturatore può essere considerato il rappresentante del volere del regime politico a cui appartiene. di conseguenza le azioni e le parole del carnefice, l’imposizione della volontà e del potere del persecutore sulla vittima rappresentano le intenzioni e gli obiettivi propri del sistema gerarchico situato a monte di ogni singolo evento di tortura. Questa ultima è quindi il tramite per imporre potere e controllo sia a livello individuale nella relazione tra persecutore e perseguitato, sia a livello sistemico tra regime politico e/o gruppo élitario e gruppo d’appartenenza della vittima. Per cogliere appieno tali rapporti di potere si rivela fondamentale considerare e analizzare i diversi presupposti che rendono la tortura una realtà concreta: formazione del personale, strutture in cui infliggere le violenze, strumenti di tortura che vengono prodotti e commerciati, istituzioni compiacenti che permettano ai differenti soggetti coinvolti di operare senza eccessivi ostacoli. Come si diventa carnefici: formazione e addestramento torturare è un compito che richiede una grande forza di carattere e convinzione della “positività” del proprio agire, richiede un forte auto-controllo e disciplina, richiede una serie di caratteristiche che vengono acquisite attraverso un peculiare percorso formativo e processo di trasformazione dell’individuo. I torturatori, infatti, devono sia possedere conoscenze tecnico-pratiche che essere in grado di gestire lo stress psicologico legato all’inflizione di pene e sofferenze severe. Atti di violenza vengono quindi attuati in modo preciso, efficace, metodico da unità speciali debitamente addestrate i cui membri condividono ed esaltano fino al parossismo valori come il coraggio, la forza, la resistenza, la lealtà, l’obbedienza, l’onore, l’eccellenza. La maggior parte dei torturatori appartiene alle forze speciali

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dell’esercito soggette a un vero e proprio processo di “socializzazione alla violenza” 24 che si sviluppa in due momenti distinti: il corso di basic training e la fase di specializzazione, di professionalizzazione della tortura. durante la prima fase dell’addestramento di basic training, i cadetti acquisiscono sia competenze pratiche per svolgere operazioni di contro-terrorismo e contro-insorgenza, di salvataggio, di sopravvivenza e di resistenza a eventuali interrogatori, sia particolari caratteristiche individuali. I cadetti, oltre ad apprendere tecniche di sorveglianza, di spionaggio, di infiltrazione, di reclutamento di spie e di interrogatorio, devono imparare a resistere essi stessi se catturati ed eventualmente torturati 25. A tal fine i novizi seguano lezioni teoriche sulle diverse “tecniche di interrogatorio”, tenute da ex-militari o da ex-prigionieri di guerra e da persone che hanno subito tortura o altri maltrattamenti, e vengono sottoposti a diverse prove pratiche. Queste ultime sono generalmente molto dure e stressanti e sono costituite, non esclusivamente da semplici esercitazioni militari, ma da veri e propri atti umilianti e brutali. Si pensi che i cadetti sono essi stessi soggetti a tortura, vengono forzati ad assumere posizioni costrittive, vengono bendati e sottoposti a sovrastimolazioni sensoriali e vengono interrogati fino a 48 ore consecutive 26. Questi esercizi sono altamente ritualizzati e sono finalizzati a lasciare un segno nel profondo del soggetto, a trasformare l’identità stessa del cadetto generando in lui sofferenza fisica e profonda ansia. tale esperienza dolorosa serve a far diventare i novizi soggetti progressivamente insensibili alla sofferenza stessa sia inflitta che subita. La violenza diventa a poco a poco parte della realtà quotidiana, componente quasi naturale della vita. La trasformazione degli uomini in soggetti docili, obbedienti e affidabili si completa, diventando definitiva, durante il secondo momento formativo: la fase di special training. Questa parte conclusiva dell’addestramento coincide con il processo di professionalizzazione della tortura. Al fine di rimuovere definitivamente la sensazione di responsabilità personale per

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le azioni commesse e al fine di consentire agli stessi esecutori materiali di svolgere la propria missione senza alcun ostacolo, risulta importante trasformare la pratica violenta in un lavoro legittimo, normale, quasi necessario. convincere i soldati di essere i membri “scelti” di un corpo elitario separato dalle altre unità dell’esercito, governato da regole particolari ma inserito nella struttura gerarchica militare, e di appartenere a un gruppo speciale che ha come compito fondamentale quello di garantire la sicurezza nazionale, consente di giustificare e autorizzare atti crudeli e violenti come la tortura. Questa ultima viene progressivamente percepita, dagli stessi carnefici, come un semplice incarico professionale soggetto a standard e regole specifiche riconosciute come legittime e come un normale lavoro di routine per cui sono necessarie conoscenze e competenze particolari. tutto questo aiuta i torturatori ad assumere il “distacco professionale” necessario a rimuovere il fatto di infliggere violenze estreme ad altri esseri umani e a mantenere ben salda la convinzione di agire per il “bene” e di essere moralmente “buoni”. La fase di professionalizzazione della tortura, che avviene con l’uso di strategie di persuasione, di convincimento, di “indottrinamento” e di esaltazione di determinati valori e ideali, completa il percorso di cambiamento essenziale dei cadetti in veri professionisti della violenza, in persone “nuove”. Occorre ricordare che non tutti i torturatori appartengono alle forze speciali dell’esercito e non tutti hanno subito un organizzato processo di modifica iniziale dell’identità individuale. tutti i carnefici, però, condividono simili esperienze traumatiche di deculturazione e di violenza estrema o sistematica che li ha trasformati nel profondo inducendoli a uscire dal mondo comune e del quotidiano per diventare parte di un universo separato e superiore regolato da codici diversi rispetto a quelli che accomunano il resto della società. chi tortura è sostenuto dalla convinzione di essere al di sopra della legge e di star compiendo il proprio dovere: combattere e distruggere il nemico.

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Realtà alla base di ogni atto di tortura Ogni singolo atto di tortura per essere commesso, per diventare realtà necessita della presenza di personale specializzato e incaricato di infliggere materialmente pene severe nonché dell’esistenza di una complessa burocrazia a cui appartengono diverse figure professionali, come medici e psicologi, avvocati, scienziati, produttori e trafficanti di strumenti di tortura. Il coinvolgimento del personale medico-sanitario in eventi di tortura è ampiamente documentato e risulta essere un elemento essenziale della pratica stessa. diversi studiosi hanno messo in evidenza che la presenza di questa categoria professionale durante l’inflizione di violenze estreme è una costante storica 27. Già nel Medioevo i medici, oltre a curare i malati, si occupavano di assistere i condannati a tortura giudiziaria per cercare di evitarne il decesso durante gli interrogatori o per acuire e prolungare le sofferenze generate dalle tecniche coercitive. Essi inoltre con la propria autorità fornivano un’aura di legittimità alle stesse esecuzioni. La partecipazione dei medici durante atti di tortura, pur rimanendo una caratteristica durevole e costante nel tempo, si è modificata nelle modalità e tipologie a seconda dell’epoca storica. Occorre precisare che dopo l’esperienza nazista, durante la quale il ricorso alla tortura e a esperimenti pseudo-scientifici era diventato particolarmente frequente e funzionale a “migliorare” le tecniche coercitive usate, l’intervento e la complicità dei medici si è incrementata notevolmente. tale fenomeno è stato confermato da molte testimonianze di persone vittime di abusi e torture ed è stato comprovato da diversi documenti ufficiali, alcuni dei quali redatti dal comitato di croce Rossa Internazionale come il recente report incentrato sulla funzione svolta dal personale medico durante gli interrogatori effettuati dalla cIA nella base navale di Guantánamo Bay (cuba) 28. Il materiale documentario attesta il fatto che nel corso del Novecento fino ai giorni nostri le competenze dei medi-

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ci e psicologi coinvolti sono utili per assolvere funzioni diverse: fornire informazioni sulla condizione fisica e il profilo psicologico del soggetto che si intende colpire al fine di individuare il tipo di tortura più adeguata; somministrare farmaci psicotropi o droghe non terapeutiche; fornire certificati falsi o effettuare report autoptici; monitorare la salute della vittima per evitarne il decesso e partecipare, insieme ai militari, alla formazione dei torturatori. All’interno del sistema di cui si sta parlando svolgono un ruolo importante anche gli avvocati e i giuristi. Questi professionisti forniscono consulenze a persone o istituzioni coinvolte in atti di tortura per permettere loro di eludere le restrizioni legali ed evitare sanzioni e condanne penali 29. Occorre precisare che gli esperti di diritto che offrono il proprio sapere professionale a chi ha commesso crimini efferati si dividono in due diverse categorie. da una parte vi sono gli avvocati privati che difendono individui che appartengono al mondo del crimine organizzato o dispensano loro consigli su come eludere la legge. così facendo i giuristi spesso violano essi stessi il codice deontologico che dovrebbe guidarli nell’esercizio della professione. dall’altra parte vi sono i giuristi di governo che forniscono il quadro legale in cui si inscrivono le scelte politiche di uno stato e che, in relazione alla tortura, elaborano argomentazioni atte a legittimare o giustificare la pratica. In questo secondo caso il coinvolgimento dei legali è maggiormente significativo in quanto investe gli interessi della collettività e ha conseguenze che si riversano sulla società tutta. un’altra categoria professionale che appartiene al “mondo della tortura” è costituita da ricercatori e scienziati. L’individuazione di nuove e sofisticate tecniche coercitive che consentono di controllare la mente o le reazioni psico-fisiche dei prigionieri o che non lascino segni eccessivamente visibili sul corpo per evitare condanne penali future si rivela di fondamentale importanza. A tal fine vengono pianificati veri e propri programmi di ricerca scientifica che investono settori e discipline differenti, come la psicologia per

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lo studio delle dinamiche mentali e comportamentali dei singoli o la farmacologia e la chimica per la sperimentazione di nuove sostanze con effetti neuro-fisiologici atti a indebolire o confondere la vittima 30. Occorre ricordare che le innovazioni tecnologiche e scientifiche vengono poi diffuse. Attraverso una rete relazionale informale si creano i canali per lo scambio di informazioni tra esperti di settori diversi e per la formazione di personale abilitato a usare le nuove tecniche. tale rete relazionale non si limita allo scambio del sapere intellettuale, ma si amplia e sviluppa anche per la produzione e commercializzazione di strumenti di tortura. La fabbricazione e il commercio di equipaggiamenti atti a infliggere sofferenze o a costringere altre persone ad assumere un dato comportamento e posizioni stressanti costituiscono un business di dimensioni globali 31. tali strumenti possono essere di vario tipo, come “vincoli meccanici” (diversi modelli di manette, catene, ferri per immobilizzare le gambe, restraint chairs, hanging ropes,… ), o di “controllo chimico” (lacrimogeni, pepper spray o pepperball) o shocking weapons (manganelli elettrici, pistole elettriche, electroshock, stun belts,… ). La principale casa produttrice degli equipaggiamenti di tipo metallico è la compagnia britannica hiatt & co. Ltd, a cui seguono le industrie statunitensi Smith & Wesson, assorbita dalla tompkins plc., tryco Inc. e Sirchie fingerprint e la spagnola Larrañaga y Elorza. Le maggiori fabbriche di strumenti a “controllo chimico” sono invece le case statunitensi Jaycor tactical Systems e Jaymark Inc., oltre a diverse compagnie britanniche e francesi. Per quanto riguarda la tecnologia basata sull’uso dell’elettro-shock, sviluppatasi negli uSA a partire dagli anni Settanta, le manifatture sono localizzate, oltre che negli Stati uniti, anche in cina, taiwan, corea del Sud, Sud Africa, Russia, Israele, francia e Germania. Molte di queste industrie, la cui rete commerciale si estende su scala mondiale, non si occupano solo della produzione del materiale, ma organizzano anche corsi di formazione per for-

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Responsabilità politiche L’analisi delle caratteristiche strutturali della tortura mette in evidenza che la pratica violenta non è una semplice inflizione di brutalità, non è una realtà limitata nella relazione tra vittima e carnefice e non dipende dalla sola volontà nel singolo interrogante, ma è un vero e proprio fenomeno sociale. Il ricorso a tale pratica dipende nella quasi totalità dei casi dalla volontà della leadership delle forze armate che determina le procedure operative del personale militare e dalle intenzioni e obiettivi propri dell’élite politica al potere. Questo solleva la questione delle responsabilità per le modalità di svolgimento delle missioni militari, in particolare all’interno della struttura gerarchica dell’esercito in cui i vertici militari stabiliscono le regole d’ingaggio in conformità con le scelte governative e i soldati subordinati tendenzialmente negano ogni onere decisionale per il proprio agire in quanto frutto di ordini impartiti. di conseguenza le responsabilità effettive per le azioni, per i singoli atti violenti come eventi di tortura, commessi nel corso delle missioni militari risiedono principalmente nei vertici dell’establish-

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nire competenze adeguate riguardo al funzionamento dell’equipaggiamento. tali incontri si svolgono in modo occulto e non sono disponibili per tutti i potenziali clienti. Le informazioni riguardo alla produzione e al traffico di strumenti di tortura, nonché al coinvolgimento in tale realtà di differenti settori professionali, non possono essere complete ed esaustive a causa di problemi legati all’accessibilità e fruibilità delle fonti. È tuttavia possibile cogliere la dimensione del fenomeno e della rete relazionale che sostiene ogni singolo atto di tortura. Il sistema complesso descritto, costituito da una informale e occulta struttura di potere, può esistere e funzionare grazie alla presenza si istituzioni compiacenti.


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ment politico e delle forze armate. L’uso della tortura sembra quindi essere assai raramente il prodotto dell’arbitrarietà dei singoli militari o il risultato di negligenza e inoperosità. Molti analisti, in particolare psicologi sociali tra i quali Philip Zimbardo e Mika haritos-fatouros, hanno affermato inoltre che la tortura, quando non è determinata da un comando diretto e da un ordine dato esplicitamente, può dipendere dalla situazione e dalle caratteristiche proprie dell’ambiente in cui i soldati si trovano a operare. La creazione di particolari condizioni (luogo costrittivo – come centri di detenzione e carceri –, realtà coercitiva, violenta e separata dal resto della società e dalla “normalità” quotidiana, presupposti e vincoli di lavoro insostenibili ed esasperati) induce i singoli ad abusare del proprio potere e ad assumere un comportamento aggressivo e brutale. contesti particolarmente stressanti, violenti e in cui aleggia una forte sensazione di impunità quindi condizionano l’agire degli individui in senso aggressivo. Anche in tal caso l’onere della gravità per gli atti violenti poggia sui vertici delle forze armate che, anche quando non direttamente coinvolti nelle specifiche operazioni, sono coloro che di fatto creano l’atmosfera, che stabiliscono la struttura in cui i loro subordinati devono lavorare e che prendono le decisioni insieme ai detentori del potere politico. con questo non si intende tuttavia deresponsabilizzare i singoli per le proprie azioni: la consapevolezza della responsabilità del proprio comportamento dovrebbe rimanere sempre viva e presente in modo da costituire un monito e spingere i singoli ad agire rispettando le norme giuridiche e la dignità umana. Conclusioni Lo studio delle dinamiche, della logica e delle peculiarità proprie della tortura nell’età contemporanea ha messo in luce che il ricorso alla pratica violenta è difficilmente occasionale. Essa al

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contrario è uno strumento particolare che si inserisce in una realtà complessa e poggia su un’articolata struttura composta da relazioni umane ed economiche e rapporti di potere. Nel corso del Novecento fino ai giorni nostri, la tortura è diventata sempre più sofisticata e professionalizzata trasformandosi da semplice tecnica in vera e propria strategia di violenza, in strumento di potere. La tortura inizia a essere considerata come uno strumento efficace nel momento in cui le autorità valutano che la presenza di una grave minaccia per la stabilità interna e per la legittimità del proprio potere può essere affrontata efficacemente solo con mezzi inconsueti e straordinari. Questo avviene, nella maggior parte dei casi, nelle società chiuse, in regimi autocratici dove vi è una sola classe politica dominante retta da un’unica ideologia e intollerante di ogni opposizione. come si è affermato, tuttavia, i soggetti che si avvalgono della pratica violenta in qualità di mezzo politico e di potere non sono esclusivamente stati sovrani, ma possono anche essere attori privati come gruppi di guerriglia e movimenti di liberazione. Occorre sottolineare che anche paesi democratici pluralisti hanno fatto e purtroppo fanno ancora ricorso alla tortura come strumento per colpire i nemici. La scelta di usare un’“arma”così violenta generalmente dipende dalla concezione che si ha del nemico. tornando al caso statunitense richiamato in apertura del presente scritto si può affermare che gli eventi di tortura e atti coercitivi sono riconducibili alle scelte governative e al prevalere all’interno dell’amministrazione Bush di politici convinti che per affrontare e sconfiggere un nemico sia necessario terrorizzare, impaurire e mostrarsi forti e impavidi 32. una politica basata sulla paura, sulle preoccupazioni per la sicurezza nazionale e sulla necessità di agire con urgenza e fermezza anche utilizzando metodi coercitivi come la tortura e derogando ai diritti e libertà dell’individuo tuttavia non può che rivelarsi fallimentare. In particolare in relazione al caso statunitense, la decisione di utilizzare la guerra come mezzo per contrastare il fenomeno terroristico si è rivelata

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non solo improduttiva, ma anche dannosa. Bisogna ancora sottolineare che la scelta di avvalersi della pratica violenta ha implicazioni che si ripercuotono su tutti i settori della società. Gli atti di tortura per quando tenuti nascosti e avvolti da segreto non avvengono mai nel vuoto. In particolare in regimi democratici la “politica della tortura” per essere utilizzata deve essere accompagnata da alcuni processi sociali che ne facilitano il ricorso e l’accettazione collettiva comportando il rischio di abituare la popolazione e il personale di polizia a comportamenti aggressivi e di causare un aumento dilagante di azioni ed episodi brutali. La creazione di unità speciali dell’esercito capaci di infliggere sofferenze estreme e di effettuare “interrogatori” brutali, e la formazione di gruppi separati, rispettati ma anche molto temuti dagli altri reparti delle forze armate, può inoltre minare la stabilità organizzativa dello stesso establishment militare. tutto questo solleva anche il grave problema del reinserimento sociale di persone formate e abituate a lavorare al di fuori dalla legge, o meglio che si percepiscono come un’élite legittimata ad agire e vivere al di sopra della legge, e che quindi non riescono più a rispettare la catena di comando militare o a conformarsi alle regole comportamentali comuni al resto della società. La consapevolezza di ciò che la tortura significa e implica dovrebbe spingere a negare l’utilità della pratica e affrontare le questioni di politica estera sulla base di un’approfondita analisi delle loro specificità e caratteristiche riaffermando il principio della dignità umana.

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1. Le fotografie sono state diffuse per la prima volta dalla cBS durante il programma televisivo “60 Minutes 2” del 28 aprile 2004. Le immagini sono oggi visibili sul sito: http://www.rainews24.rai.it/ran24/inchieste/abughraib_foto.asp. Per un’analisi sul significato delle rappresentazioni e sulle probabili ragioni per cui tali fotografie sono state scattate si veda Philip Zimbardo, The Lucifer Effect. How Good People Turn Evil, 2007 (trad. it. P. Zimbardo, L’effetto Lucifero. Cattivi si diventa?, Milano, Raffaello cortina Ed., 2008; pagg. 510-572). 2. Amnesty International, Rapporto Annuale 2009, http://www.amnesty.it/Rapporto-Annuale-2009.html. 3. John h. Langbein, Torture and Law of Proof: Europe and England in the Ancien Regime, chicago, university of chicago Press, 1977. Si veda inoltre Michel foucault, Sorvegliare e punire. Nascita della prigione, torino, Einaudi,1975. 4. Per un approfondimento si veda Page duBois’s, Torture and Truth, London, Routledge, 1991. 5. Ivi., pagg. 35-36; William f. Schulz, The Phenomenon of Torture, Philadelphia, university of Pennsylvania Press, 2007; pagg. 16-18. 6. Si veda Edward Peters, Torture, Philadelphia, university of Pennsylvania Press, 1999; pag. 42 e ss. 7. cesare Beccaria, Dei delitti e delle pene, 1764. Si veda inoltre Pietro Verri, Osservazioni sulla tortura, 1777; Voltaire, Dizionario filosofico, 1764; Montesquieu, L’Esprit des lois, 1748. 8. cesare Beccaria, Dei delitti e delle pene,, torino, Einaudi, 1994, pagg. 38 e 42. 9. Per un approfondimento si veda John h. Langbein, Torture and Law of Proof: Europe and England in the Ancien Regime, cit.; pag. 27 e ss. 10. Antonio cassese, I diritti umani oggi, Roma-Bari, Laterza, 2006; pag. 175. 11. Riguardo ai diversi episodi ed esperienze richiamati, si veda Pierre Vidal-Naquet, Torture: Cancer of Democracy, France and Algeria 1954-62, New York, Penguin Books, 1963 (trad. it. Lo Stato di Tortura. La Guerra d’Algeria e la crisi della democrazia francese, Bari, Laterza, 1963); henri Alleg, La question, Parisi, Editions de Minuit, 1958 (trad. it. La tortura, torino, Einaudi, 1958); Edward Peters, Torture, cit. Si vedano anche darius Rejali, Torture and Modernity: Self, Society, and State in modern Iran, Boulder, Westview Press,

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1994; Alfred W. Mccoy, A Question of Torture: CIA interrogation from the Cold War to the War on Terror, New York, henry holt and c., 2006; Jennifer K. harbury, Truth, Torture, and the American Way. History and Consequences of US involvement in Torture, Boston, Beacon Press, 2005. 12. Si fa specifico riferimento alle seguenti tecniche: a. “wall standing” – costringere il prigioniero a stare contro il muro con le mani giunte sul capo e in punta di piedi in modo che tutto il peso poggi sulle dita; b. “hooding” – incappucciamento del detenuto; c. “subjection to noise” – il prigioniero viene tenuto in una stanza in cui si odono rumori molto forti e sibili continui; d. “sleep deprivation” – deprivazioni del sonno; e. “deprivation of food and drink” – drastica riduzione della dieta durante la detenzione. 13. Jean M. Arrigo e Vittorio Bufacchi, Torture, Terrorism and the State: a Refutation of the Ticking-Bomb Argument, in “Journal of Applied Philosophy”, vol. 33 n. 3, 2006; pagg. 356-7. 14. Si veda Ronald crelinsten, In Their Own Words, in Ronald crelinsten e Alex P. Schmid, The Politics of Pain: Torturers and their Masters, Boulder, Weatview Press, 1995. 15. cfr., françoise Sironi, Bourreaux et victimes. Psychologie de la torture, Paris, Éditions Odile Jacob 1999 (trad. it. Persecutori e vittime. Strategie di violenza, Milano, feltrinelli, 2001, pag. 20). 16. Ivi., pag. 29 e ss. 17. cfr., William E. Schulz, The Phenomenon of Torture, cit.; pag. 155 e ss. in cui viene analizzato criticamente l’Human Resource Exploitation Training Manual (1983). Si veda anche il Khmer Rouge Manual, cit. in Ronald crelinsten e Alex P. Schmid, The Politics of Pain: Torturers and their Masters, cit.; pag. 38. 18. cfr., Elaine Scarry, The Body in Pain. The Making and Unmaking of the World, New York, Oxford university Press, 1985 (trad. it., La Sofferenza del Corpo. La distruzione e la costruzione del mondo, Il Mulino, Bologna 1990, pag. 61) e françoise Sironi, Bourreaux et victimes. Psychologie de la torture, cit.; pag. 28. 19. Si veda Jean M. Arrigo e Vittorio Bufacchi, Torture, Terrorism and the State: a Refutation of the Ticking-Bomb Argument; cit.; pag. 357, ed Elaine Scarry, The Body in Pain. The Making and Unmaking of the World, cit..; pag. 77. 20. françoise Sironi, Bourreaux et victimes. Psychologie de la torture, cit.; pagg. 35-36. 21. Ronald crelinsten, In Their Own Words, in Ronald crelinsten e Alex P.

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Schmid, The Politics of Pain: Torturers and their Masters; pag. 37. Questa posizione viene sostenuta anche da altri autori. Si veda Edward S. herman, The Real Terror Network, Boston, South and Press, 1982; h. huggins, M. haritos-fatouros e P. Zimbardo, Violence Workers: Police Torturers and Murderers Reconstruct Brazilian Atrocities, Berkeley, university of california Press, 2002; Alfred W. Mccoy, A Question of Torture: CIA interrogation from the Cold War to the War on Terror, cit.; William f. Schultz, The Phenomenon of Torture, cit.; Jean M. Arrigo, An Utilitarian Argument Against Torture Interrogation of Terrorists, in “Science and Engineering Ethics”, n. 10, 2004; Elaine Scarry, The Body in Pain. The Making and Unmaking of the World, cit.; françoise Sironi, Bourreaux et victimes. Psychologie de la torture, cit.; christopher W. tindale, The Logic of Torture: A Critical Examination, in “Social theory and Practice”, vol. 22 n. 3, 1996. 22. Elaine Scarry, The Body in Pain. The Making and Unmaking of the World, cit.; pag. 51. 23. Ivi., pagg. 60-61. 24. Martha K. huggins, Mika haritos-fatouros e Philip G. Zimbardo, Violence Workers: Police Torturers and Murderers Reconstruct Brazilian Atrocities, cit.; pag. 143. 25. Si veda Jessica Wolfendale, Training Torturers: A critique of the “Ticking Bomb” Argument, in “Social theory and Practice”, vol. 32 n. 2, Apr. 2006. 26. Ivi.; pagg. 275-6. 27. Riguardo alla problematica, si veda Robert J. Lifton (e al.), Doctors and Torture, in “New England J. Med.”, vol. 351 n. 5, 2004; Steven h. Miles, Doctors’ complicity with torture: It is time for sanctions, in “British Med. J.”, n. 338, 2008; Steven h. Miles, Abu Ghraib: its legacy for military medicine, in “Lancet”, n. 364, 2004. 28. IcRc, ICRC Report on the Treatment of Fourteen ‘High Value Detainees’ in CIA Custody, february 2007, www.nybooks.com/icrc-report.pdf. 29. christopher Kutz, The Lawyers Know Sin: Complicity in Torture e Richard B. Bilder e detlev f. Vagts, Speaking Law to Power: Lawyers and Torture, in Karen J. Greenberg (a cura di), The Torture Debate in America, New York, cambridge university Press, 2006. Richard h. Weisberg, Loose Professionalism, or Why Lawyers Take the Lead on Torture, in Sanford Levinson (a cura di), Torture. A Collection, Oxford-New York, Oxford university Press, 2004.

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Caterina Mazza, La tortura in età contemporanea

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30. Per un approfondimento si veda Jean. M. Arrigo, An Utilitarian Argument Against Torture Interrogation of Terrorists; cit.; françoise. Sironi, Bourreaux et victimes. Psychologie de la torture, cit. 31. Si veda per esempio Amnesty International, European Union: Stopping the Trade in Tools of Torture, A. I. Index: POL 34/001/2007; Amnesty International, Controlling a Deadly Trade, 2007, http://www.amnesty.ie/anmesty/upload/immages/amnesty_ie/campaigns/controlarms/controllingadaeadlytrade.pdf. 32. Si veda Benjamin R. Barber, Fear’s Empire. War, Terrorism and Democracy, 2003 (trad. it, B. R. Barber, L’impero della paura. Potenza e impotenza dell’America nel nuovo millennio, torino, Einaudi, 2004).

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La fine dell’era Ceauçescu: la “rivoluzione” del 1989 in Romania

Valentina Lenti

Il film vincitore della camera d’Or al festival di cannes nel 2006, A est di Bucarest 1, diretto dal regista romeno corneliu Poromboiu, rappresenta il fulcro del dibattito sulla “rivoluzione” del 1989 in Romania. c’è stata o non c’è stata la rivoluzione? Se la risposta fosse positiva i quesiti da porsi sarebbero altri. chi l’ha guidata o manipolata? Qualcuno se n’è “impossessato”? Per quale mano sono morte le vittime di questa “rivoluzione”? La frase con cui una donna chiude la discussione, che nel film si svolge in un diroccato studio televisivo, sull’esistenza o meno della rivoluzione nel paese a est di Bucarest in cui si svolge il film, è significativa: “Vi ho chiamato per dirvi che fuori nevica […] come una volta. Siate felici per questa neve, perché domani sarà di nuovo tutto fango”. La “rivoluzione” pose fine a un quarantennio di regime totalitario in meno di due settimane, sconvolgendo una realtà che appariva ormai immutabile alle generazioni di romeni che fino a quel momento l’avevano vissuta. La speranza che pervase inizialmente i cittadini fu quella di un cambiamento radicale nella misera vita quotidiana a cui la dittatura li aveva costretti. Le analisi del processo di transizione democratica romena, soprattutto quella effettuata dagli studiosi locali, mostra in quanti ambiti la realtà abbia disatteso le aspettative dei romeni che, parafrasando il commento della donna del film, dopo aver gioito alla vista della neve si sono ritrovati impantanati nel fango.

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I “dieci giorni” che sconvolsero la Romania: 15-25 dicembre 1989 Secondo l’autore inglese Peter Siani-davies, la carenza di forti segnali di ribellione durante il regime di ceauçescu (con poche eccezioni), fu dovuta soprattutto a tre motivi: il clima di terrore che la Securitate era riuscita a infondere nella popolazione, la cultura tradizionalista e conformista del mondo contadino unita al fatalismo e alla passività della religione ortodossa e una struttura economica basata sul minimo essenziale 2. La rigida centralizzazione dell’economia romena e gli sforzi per saldare il debito estero, uniti alle follie del dittatore, avevano però condotto il paese sull’orlo del collasso. Questo secondo Siani-davies, non era di per sé sufficiente per scatenare un processo rivoluzionario, occorrendo perché ciò accadesse ben altro: un gruppo organizzato (dall’alto e/o dal basso), un potere istituzionale indebolito (soprattutto nei confronti delle forze di sicurezza) e un’autorità politica sull’orlo del crollo, unito all’assenza dall’esterno di una potenza straniera che cerchi di evitare l’evento (come accadde invece in ungheria nel 1956 con l’intervento dell’uRSS) 3. Il processo rivoluzionario romeno si innescò fra il 15 e il 16 dicembre 1989. La causa scatenante fu il tentativo di espellere dalla sua parrocchia di timisoara il pastore ungherese László tökes, impegnato nella difesa della libertà della minoranza ungherese e contrario alla politica del regime di sistematizzazione territoriale e urbana 4. La resistenza della popolazione locale all’espulsione del parroco diede inizio a un ventaglio di manifestazioni che cominciarono a espandersi in pochi giorni nel resto della città e del paese. Quando gli slogan dei manifestanti vicini alla chiesa di tökes cominciarono ad assumere un tono politico generale, il pastore capì di aver innescato un processo al di fuori del suo controllo: la massa prese coscienza della sua forza dando inizio al corso rivoluzionario 5. Nei primi due giorni della protesta non vi furono scontri particolarmente violenti e i danni registrati

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riguardarono principalmente negozi (vetrine rotte, saccheggi, incendi) 6. Il 17 dicembre 1989 la contestazione si fece più accesa, i manifestanti cominciarono a distruggere le immagini del dittatore, a tagliare lo stemma comunista al centro delle bandiere e a urlare e cantare motti contro il regime 7. Nel tardo pomeriggio del 17 dicembre cominciarono le sparatorie, ma le autorità non riuscirono a riprendere il controllo della città 8. furono inviati allora rinforzi dall’esercito, dalle diverse sezioni della Securitate e dalla Guardia Patriottica che nell’arco di poche ore repressero le manifestazioni 9. La mattina seguente ceauçescu, rassicurato dal responsabile per la sicurezza e l’esercito, decise di partire come previsto per l’Iran allo scopo di rinnovare il contratto di scambio di armi e petrolio tra i due Paesi 10. Il gesto di assentarsi in un momento così delicato diede spazio a numerose polemiche in Romania: forse il dittatore stava cercando rifugio per un eventuale esilio, oppure stava contrattando il reclutamento di mercenari nel caso la situazione fosse peggiorata, o semplicemente credeva che il pericolo fosse davvero passato e che sarebbe stato importante dare una parvenza di normalità anche all’esterno 11. Il 18 dicembre fu un giorno di tregua. Le autorità furono impegnate, a quanto pare, ad occultare le violenze del giorno precedente e la distruzione dei registri ospedalieri del 17 e 18 dicembre non fece che incrementare questo sospetto 12. tra il 18 e il 20 di dicembre, la protesta di timisoara fu riorganizzata in particolar modo nelle fabbriche, in cui le notizie degli avvenimenti di piazza si diffondevano rapidamente, nonostante gli sforzi delle autorità per dare una loro versione dei fatti durante gli incontri con i lavoratori 13. ceauçescu fece una dichiarazione in televisione la sera del 20 dicembre, per comunicare che a timisoara gruppi di vandali si erano opposti a una sentenza giudiziaria giusta, distruggendo tra

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il 16 e il 17 dicembre numerosi edifici e proprietà pubbliche 14. Il Conducator sembrò essere convinto della responsabilità straniera delle agitazioni: la minoranza ungherese con il supporto della loro madre patria, gli agenti segreti sovietici e occidentali infiltrati nel paese per organizzare un colpo di stato 15. Nelle città più piccole e nei villaggi ci si accorse della rivoluzione quasi esclusivamente dalla televisione. L’autore romeno di minoranza tedesca dieter Schlesak parlò proprio di “telerivoluzione” per mettere in risalto il modo in cui la “menzogna mediatica” aveva inciso sull’evoluzione stessa degli eventi 16. I fatti del dicembre 1989 furono così percepiti in maniera completamente diversa dai cittadini in base alle zone di provenienza. Nei centri minori, le persone uscirono nelle piazze o in strada solo dopo la notizia della fuga dei ceauçescu. A cluj la protesta e gli incidenti furono particolarmente brutali, a Sibiu, la città controllata dal figlio del conducator, Nicu ceauçescu, tutto rimase tranquillo fino al 21 dicembre e a Brasov gli scontri furono meno duri della rivolta del 1987 17. A Bucarest permase un clima di relativa tranquillità fino il pomeriggio del 21 dicembre, anche se vi era il sentore di una crisi: dopo il discorso televisivo alla nazione della sera del 20 dicembre ceauçescu decise di tenerne un altro il giorno successivo 18. Si tratta del famoso monologo del 21 dicembre dal balcone del comitato centrale durante il quale il Conducator fu improvvisamente interrotto dalle urla della folla (a quanto pare allarmata da un rumore sospetto), e tutto il paese poté vedere la sua espressione di sorpresa 19. A quel punto il dittatore pose l’accento sugli sforzi del PcR per mantenerne la sovranità del Paese e l’indipendenza della Romania e dichiarò che il comitato Esecutivo Politico aveva appena deciso un innalzamento dei salari, indennità aggiuntive per le madri e i bambini 20. Poco dopo la fine del discorso, le prime truppe di militari cominciarono ad insediarsi nei punti strategici della città, soprat-

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tutto nelle piazze del centro e ad effettuare controlli sulle persone. Nel primo pomeriggio gruppi di manifestanti invasero le vie del centro e in particolare Piazza dell’università, la piazza in cui, oltre al teatro Nazionale e l’università, è collocato l’hotel Intercontinental, luogo in cui alloggiavano principalmente stranieri (anche giornalisti che dall’alto potevano vedere benissimo tutta la piazza e il lungo corso del centro di Bucarest). Nonostante le truppe familiarizzassero con i manifestanti, nel tardo pomeriggio si verificarono le prime sparatorie e la capitale vide cadere le prime vittime della sua rivoluzione 21. La mattina del 22 dicembre l’esercito rimase senza guida dato che il capo ufficiale di tutte le forze armate, Vasile Milea si era tolto la vita, anche se vi furono forti sospetti di un coinvolgimento del dittatore nella sua morte 22. Il conducator fuggì con la moglie Elena in elicottero intorno all’una del pomeriggio, a quanto pare cambiando spesso idea sul luogo in cui rifugiarsi 23. I mezzi di comunicazione nazionali, furono occupati poco dopo da un gruppo di intellettuali e artisti che annunciarono la fuga del dittatore 24. La televisione diventò uno strumento fondamentale nella prosecuzione degli eventi “rivoluzionari”, così come era stato un mezzo fondamentale per saldare l’autorità di ceauçescu negli anni della dittatura quando il culto della personalità coltivato durante la lunga dittatura comunista aveva abituato la popolazione a una politica populista e fortemente incentrata sul carisma personale 25. Il fSN (frontul Salvării Naţionale) fu la formazione politica che emerse dopo la fuga del dittatore in cui Ion Iliescu, vecchio componete del PcR, assunse presto il ruolo di leader del movimento. Lo stesso 22 dicembre anche Iliescu fece la sua dichiarazione alla televisione romena: rivolgendosi ancora ai cittadini con il termine “compagni”, mostrò di non rinnegare il socialismo come sistema, accusando unicamente ceauçescu di aver infangato il nome del PcR e dei suoi martiri. Allo stesso tempo sostenne

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la necessità per i cittadini di organizzarsi per evitare la caduta nell’anarchia che, nelle strade della capitale, stava portando alla distruzione di negozi, case, costruzioni pubbliche 26. dopo questa dichiarazione, che fece temere una continuazione del comunismo, fu necessario tranquillizzare la popolazione sulla fine del regime e sull’accorpamento della Securitate all’esercito 27. Nei giorni seguenti fu fatto più volte cenno a mercenari stranieri che ceauçescu avrebbe pagato per combattere i rivoluzionari, a “terroristi” che avrebbero continuato a rimanere fedeli al Conducator, lottando contro l’esercito ormai schierato con la popolazione in rivolta. tra il 22 e il 25 dicembre si diffuse una vera e propria guerriglia e il numero delle vittime crebbe rispetto ai giorni precedenti la fuga di ceauçescu. Si sparse la voce che i responsabili delle sparatorie di quei giorni erano “terroristi” che appoggiavano il regime del dittatore, ma sulla loro reale esistenza e natura vi sono seri dubbi (nessuno di questi fu mai identificato) 28. L’esito della rivoluzione non parve immediatamente chiaro, così come non fu chiaro (e forse non lo è ancora) quanto potere aveva ancora il dittatore e come avrebbe potuto usarlo. La paura di quello che sarebbe accaduto dopo la “rivoluzione” e il timore di essere uccisi dai “terroristi”, amplificati dai mezzi di comunicazione, gettarono la popolazione nello scompiglio. In questi momenti di tensione, in cui il nemico da combattere non era ben individuabile e in cui le armi circolavano con più facilità, il numero delle vittime aumentò rapidamente 29. dalla sera del 22 dicembre, i coniugi ceauçescu si trovarono in un presidio militare a tîrgoviste senza sapere quale sarebbe stato il loro destino e, a quanto pare, senza capire se quella fosse una prigione o un rifugio 30. La decisione di sottoporre i due coniugi a un processo repentino e di dubbia legittimità scaturì all’apparenza dalla necessità di stroncare i “terroristi” che agitavano il paese e chiudere definitivamente i conti con il passato 31.

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La sera del 24 dicembre l’organo di potere provvisorio controllato dal fSN decise per il processo sommario e la mattina del 25 dicembre (dopo aver provveduto da Bucarest all’insulina per il diabete del Conducator) i coniugi ceauçescu furono condannati a morte per fucilazione 32. I due furono accusati di genocidio (per l’uccisione di sessantamila persone) e arricchimento a danno della popolazione 33. Le accuse non furono supportate da elementi di prova e il dittatore rifiutò più volte di rispondere alle domande, dichiarando che quella farsa costituiva un attacco al popolo romeno, di cui lui era ancora Presidente, e che continuava a combattere per liberarsi dei golpisti 34. Sul processo e sull’esecuzione dei ceauçescu restano molte ombre: il filmato del processo è visibilmente tagliato 35. e anche il testo che circola oggi in rete come verbale ufficiale contiene delle parti riassunte. La sentenza fu di piena colpevolezza e la pena la fucilazione immediata. Le immagini dei due corpi furono trasmesse in televisione (e il volto di ceauçescu non fu colpito dai proiettili durante l’esecuzione per renderlo chiaramente riconoscibile )36, per lanciare il messaggio che un ritorno al passato non sarebbe più stato possibile. Questa discussa esecuzione fu presentata come la definitiva vittoria della rivoluzione e la fine del regime comunista. Resta ad ogni modo discutibile il fatto che questo gesto di vendetta mirata abbia davvero cancellato quarantacinque anni di dittatura 37. Gli scontri nel Paese continuarono sporadicamente fino ai primi giorni di gennaio, in circostanze poco chiare 38. La discussione sulla correttezza o meno del processo al dittatore e sulla realtà dei fatti rivoluzionari lasciò presto il posto all’emergenza per la creazione di un nuovo sistema politico ed economico in Romania. Le teorie del complotto e i misteri della “rivoluzione” La Romania fu l’unico paese del blocco sovietico a rovesciare

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violentemente il suo regime comunista e gli eventi del dicembre del 1989 sono tuttora al centro di polemiche e controversie nel mondo culturale romeno e internazionale in quanto non sembra facile riuscire a comprendere la natura di quella che è comunemente definita “rivoluzione” del 1989. dalle fonti reperibili sull’argomento, avvalorate da colloqui con persone che hanno vissuto personalmente quei momenti – avuti da chi scrive nel lavoro di preparazione della tesi di laurea – si evince che non c’è completo accordo sulle cause che portarono alla caduta del dittatore romeno. A non essere chiare sono soprattutto le responsabilità dei personaggi che furono protagonisti degli eventi di quei – pochi – giorni. Alcune domande restano prive di risposte certe: chi erano i “terroristi” a cui fu fatto riferimento nei giorni della rivoluzione? Qual era l’origine del fSN? Quale ruolo ricoprirono gli agenti della Securitate durante e dopo la “rivoluzione”? Risulta difficile trovare un’intesa anche sul numero delle vittime: i giornali dell’epoca resero note cifre oltre i quattromila morti nella sola timisoara 39. Non è facile conoscere l’entità reale delle vittime: in alcuni testi fu indicato che “secondo le stime ufficiali furono uccise 17 persone”) 40, mentre secondo altre stime (definite sempre ufficiali) le vittime della rivoluzione furono 1033 41 mentre la stampa romena nel 1994 indicò (sempre come ufficiale) la cifra di 1.104 morti e 3.352 feriti 42. Il dato che compare più frequentemente è quello attorno alle mille vittime e nel Rapporto finale della commissione presidenziale per l’analisi della dittatura comunista in Romania (cPAdcR) redatto nel 2006, sono indicate le seguenti cifre: 162 morti fino al 22 dicembre e 942 tra il 22 e il 27 dicembre, per un totale di 1104 vittime. La carenza di informazioni, la presenza di numerosi e contrastanti interessi e l’incertezza su quello che sarebbe accaduto se il Conducator non fosse stato deposto, sono elementi che possono spiegare la varietà e l’ambiguità delle ipotesi sulla realtà dei fatti. dopo la fuga del dittatore, le violenze parvero aumentare for-

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temente. La televisione trasmise le immagini inquietanti dei segni dei proiettili sui palazzi e le finestre rotte 43, a dimostrazione del fatto che non si fosse al sicuro neppure in casa. I responsabili di questi spari, i famosi “terroristi”, rimasero sconosciuti e le ipotesi sulla loro identità sono molte: agenti della Securitate, mercenari stranieri, macchine automatiche comandate a distanza forse da golpisti. Nel (discusso) testo del processo ai ceauçescu risulta che Elena dichiarò che i (presunti) “terroristi” erano in realtà agenti della Securitate 44. L’unica certezza che sembrò emergere nei “giorni rivoluzionari” fu quella dell’esistenza di un nemico, non facile da identificare, che stava minacciando la costituzione del nuovo ordine nazionale. L’esercito si schierò con la rivoluzione e le dichiarazioni televisive dei vertici della difesa appena dopo la fuga del dittatore ne diedero conferma 45. I sospetti più gravi caddero sulla Securitate. Questa organizzazione, molto vasta e articolata in numerose direzioni, suscitò paura nella cittadinanza per tutto il periodo di vita del regime e addossare l’etichetta di “terroristi”, vera o falsa che fosse, ai membri di questa organizzazione, voleva dire fornire alla popolazione la spiegazione che si aspettava 46. ufficialmente si parla del dicembre del 1989 come il mese in cui “la rivoluzione romena” pose fine alla dittatura comunista, ma l’ipotesi del colpo di stato è dura da contrastare. un’inchiesta del Senato romeno del settembre del 1996 fu approvata in una duplice versione: sette membri della commissione (guidati da Sergiu Nicolaescu, del Partito social-democratico romeno erede del fSN) furono propensi a definire gli eventi del 1989 come una rivoluzione; quattro membri, incluso il presidente della commissione (Valentin Gabrielescu del Partito nazionale contadino cristiano democratico) optarono per la definizione di colpo di stato suscitando la protesta di varie associazioni di ex rivoluzionari 47.

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L’ipotesi del complotto sovietico-statunitense La Romania (insieme all’Albania) è stato l’unico paese ad aver mantenuto un regime di stampo stalinista fino alla fine della sua esistenza. Arretrato dal punto di vista economico nel 1989 si trovava al di fuori della sfera di influenza del Vaticano e di quella della comunità Europea 48. Stati uniti e unione Sovietica in quel momento potevano avere interessi comuni a indebolire la dittatura di ceauçescu in Romania, non a caso rimasta isolata per la perversità di un regime non più accettabile al termine della Guerra fredda. I primi perché interessati a sconfiggere il comunismo e a diffondere la democrazia occidentale (e l’economia capitalista) nel mondo. La seconda, guidata da Gorbachev, per dimostrare che il comunismo poteva andare di pari passo con le riforme economiche e con un maggiore rispetto dei diritti umani: per farlo occorreva però rovesciare le ultime dittature di stampo totalitario. La vicinanza alla linea “gorbacheviana” o il comportamento di alcuni personaggi diventati protagonisti del dopo rivoluzione (come Ion Iliescu, il Generale Militaru e Silviu Brucan) lasciarono pensare a una cospirazione premeditata con l’aiuto di potenze straniere. Nel 1989 la politica di ceauçescu andava in direzione del tutto opposta a quella del leader sovietico. Mentre Gorbachev si impegnava nell’apertura all’Occidente e agli altri alleati del Patto di Varsavia, il Conducator teneva in piedi la cortina di ferro con l’ungheria per impedire la fuga della minoranza magiara 49. La tesi del colpo di stato guidato da potenze straniere fu, a quanto pare, enunciata dallo stesso ceauçescu nel corso del processo sommario a cui fu sottoposto insieme alla moglie Elena da parte del tribunale militare istituito ad hoc 50. Per buona parte degli anni Ottanta il dittatore era stato ossessionato dall’idea di un putsch sovietico per deporlo. Alcuni sostenitori delle teorie del complotto russo-statunitense guardarono con sospetto al vertice uSA-uRSS tra Bush e Gorbachev (il 2-3

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dicembre 1989) avvenuto a Malta 51. una serie di convergenze storiche e alcune ipotesi giudicate attendibili potrebbero far pensare effettivamente ad un colpo di stato portato avanti da ex sostenitori del regime di ceauçescu, con l’aiuto dell’uRSS e degli Stati uniti 52, preceduto o spinto da una rivolta popolare. Gli uSA avevano sospeso la condizione di paese favorito alla Romania (concessa dal 1975), in seguito alla rivolta di Brasov del novembre 1987 53. Il Generale Stefan Kostyal sostenne che nel 1984 due gruppi di cospiratori avrebbero agito per rovesciare il dittatore. del primo gruppo, nel quale rientrò lo stesso generale Kostyal, facevano parte alcuni militari legati in qualche modo all’uRSS o appartenenti alla minoranza ungherese; del secondo gruppo facevano parte i futuri protagonisti del periodo post-rivoluzionario come il Generale Nicolae Militaru e Ion Iliescu 54. Lo stesso Gen. Militaru e Silviu Brucan, membri del fSN, affermarono che l’uRSS, sebbene favorevole alla destituzione di ceauçescu, non prese attivamente parte agli avvenimenti romeni del 1989 55. Brucan e Iliescu ammisero comunque di aver preso parte a gruppi di cospiratori che negli anni Ottanta cercarono di gettare le basi per un rovesciamento del regime, ma le difficoltà di trovare appoggio da parte del PcR e lo scarso potere della casta militare (forse unito alla mancanza di un concreto e importante sostegno straniero) fecero desistere i congiurati 56. L’ipotesi del complotto interno Silviu Brucan e il Gen. Militaru affermarono di aver avuto un ruolo importante negli eventi del dicembre 1989, in particolare nel tradimento delle forze armate che si schierarono a favore dei rivoltosi 57. Analizzando gli eventi di quei dieci giorni che condussero alla fine della dittatura del Conducator, sembrerebbe che que-

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sto “tradimento” sia stato determinato anche da altri elementi. Il primo tra questi può essere ravvisato nel malcontento tra l’esercito per il trattamento meno favorevole rispetto a quello riservato alla Securitate 58. Il “suicidio” molto sospetto del Ministro della difesa Vasile Milea, che disobbedì al comando del dittatore di sparare sulla folla di manifestanti attorno al comitato centrale la mattina del 22 dicembre, lasciò l’esercito al comando diretto del dittatore e del Gen. Militaru, che a questo punto, dopo il volo dei ceauçescu, poté davvero avere influenza sulle forze armate 59. È nota l’importanza del ruolo delle forze di sicurezza di uno Stato nel destino di una rivolta popolare 60. durante tutto il suo regime, il Conducator non tentò mai di creare una casta militare che potesse costituire un’elite rispetto alla società civile (cosa che fece invece con la Securitate): i militari erano spesso impiegati nelle fabbriche e nelle opere di costruzione, avevano salari più bassi rispetto alla polizia segreta e subivano le stesse ristrettezze economiche della popolazione 61. Lo stesso ceauçescu ripeté al processo di essere stato tradito e il suo sguardo al Generale Stănculescu, presente alla funzione, alla domanda sul motivo della sua fuga del 22 dicembre, lascia pochi dubbi sul pensiero del dittatore 62. ulteriori ipotesi sul coinvolgimento della Securitate nella fine del regime potrebbero essere alimentate dal fatto che i futuri leader del Paese in quei giorni agirono indisturbati, mentre avrebbero dovuto essere contrastati dalla polizia politica. Le informazioni di cui la Securitate era in possesso resero questo organo del sistema più consapevole del suo capo sulla reale situazione del Paese e sulle possibilità che l’economia capitalistica stava offrendo ai loro “simili” degli altri (ormai) ex Paesi comunisti 63. Il trattamento più favorevole che il dittatore riservò a questa categoria non sembra sufficiente ad affermarne l’assoluta fedeltà 64. Il dissenso nei confronti dei programmi economici del dittatore all’interno della polizia segreta crebbe negli ultimi anni del regime 65. un punto di difficile soluzione rimane quello sulla natura dei

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“terroristi” a cui Ion Iliescu fece riferimento nelle sue dichiarazioni televisive e radiofoniche dopo la fuga del dittatore. L’autore dennis deletant ipotizza che l’uso di questo termine sia stato un pretesto per unificare il nemico della rivoluzione e per nascondere il fatto che soldati, elementi della guardia nazionale e della Securitate furono tutti coinvolti nell’uccisione di civili 66. Questi atti terroristici sarebbero stati opera di mercenari stranieri (prevalentemente arabi, la cui somiglianza con gli zingari contribuiva alla loro immagine negativa) 67 assoldati dal dittatore e agenti di una parte della Securitate (in particolare dell’uSLA, l’unità speciale di lotta antiterrorista) 68 e che, secondo le notizie diffuse dai “rivoluzionari” del fSN, non si sarebbero fermati se non alla morte dei ceauçescu. Sta di fatto che l’incertezza sull’identità dei gruppi di “terroristi” ha reso discrezionale la definizione di nemico e questo ha portato all’aumento delle vittime uccise dal fuoco amico 69. La definizione legale di “terrorista” data dal fSN in un comunicato ufficiale del 28 dicembre 1989, appare totalitaria: qualsiasi persona in possesso di armi o munizioni o che diffonda dicerie sul nuovo fSN per seminare il panico tra la popolazione 70. Il dilemma dei “terroristi” lascia spazio alle ipotesi del complotto interno, insieme ad un’altra questione irrisolta: perché durante i giorni di violenza a Bucarest i punti strategici come la stazione televisiva o il comitato centrale rimasero “illesi” in mezzo ai palazzi disastrati dagli incendi o dalle armi da fuoco nelle immediate vicinanze? 71. tali teorie non possono non tenere conto delle origini del nuovo gruppo di potere che è andato a sostituirsi al regime “rovesciato”. Militaru e Brucan si trovano su posizioni opposte: per il primo il fSN fu creato sei mesi prima della rivoluzione come testimoniato dalle lettere di questo gruppo inviate a Radio free Europe nell’agosto e nel novembre del 1989; per il secondo il fSN dei mesi precedenti alla rivoluzione non era lo stesso che emerse successivamente 72. Le due ipotesi darebbero sostegno rispettiva-

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mente alla tesi del colpo di stato oppure a quella della rivoluzione. I contrasti nelle dichiarazioni dei diversi leader del fSN sull’origine del movimento diede adito ai sospetti diffusi dalla stampa straniera 73. La verità è stata completamente politicizzata: i sostenitori dell’ipotesi del colpo di stato così come quelli dell’ipotesi rivoluzionaria sembrano avere la certezza di ciò che accadde, come se esistessero effettivamente due verità assolute e contrapposte sul dicembre del 1989 74. Probabilmente, come sostenuto da Sianidavies, il rovesciamento del regime di ceauçescu è stato frutto di una spontanea rivolta popolare alimentata e strumentalizzata da un insieme di cospiratori emersi dal malcontento nelle schiere dei militari, nel Ministero degli Interni, nel Partito 75. Il Rapporto finale della cPAdcR del 2006 sostiene che nel dicembre del 1989 la popolazione romena, impoverita e umiliata dal regime di ceauçescu, generò una rivolta spontanea, elemento essenziale nel determinare la caduta del regime 76. L’importanza che alcuni personaggi del nuovo fSN hanno avuto nello sviluppo degli eventi, non è sufficiente a sostenere che la caduta del regime sia stata esclusivamente dovuta ad un colpo di stato ben organizzato 77. L’unico punto innegabile è che questo gruppo ha assunto il controllo della situazione durante lo scompiglio che ha sorpreso la Romania nel dicembre del 1989, e ha avuto la prontezza di presentarsi al paese come unica alternativa al passato regime 78. Si è parlato di “rivoluzione rubata”, “espropriata” 79, per indicare la spontanea rivolta popolare che aveva risvegliato per un momento i romeni in letargo da anni sotto il totalitarismo comunista, di cui i cospiratori approfittarono per prendere (o mantenere) il potere. fu in questo modo che la Romania iniziò il suo percorso di transizione verso la democrazia.

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1. A est di Bucarest (titolo originale A Fost sau N-a Fost?), regia di corneliu Poromboiu (Romania: 2006). 2. P. Siani-davies, The Romanian Revolution of December 1989, New York, cornell university Press, 2005; pag. 14. 3. Siani-davies, The Romanian Revolution cit.; pag. 15. 4. d. deletant, Ceauçescu and the Securitate. Coercion and Dissent in Romania, 1965-1989, Armonk, New York. M.E. Sharpe, 1995; pag. 143. 5. Siani-davies, The Romanian Revolution, cit.; pag. 59. 6. Ivi; pagg. 60-62. 7. Ibidem. 8. Ivi; pag. 63. 9. Ivi; pagg. 67-68. 10. Ivi; pagg. 67-70. 11. Ibidem. 12. Ivi; pag. 71. 13. Ivi; pagg. 70-73 14. un estratto del discorso di ceauçescu alla televisione nazionale nel telegiornale del 20 dicembre 1989 delle ore 20 è visibile all’indirizzo http://it.youtube.com. Il titolo del video, inserito in rete il 1 ottobre 2007 è Discurs Ceauçescu: 20 decembrie 1989. Accesso 30 novembre 2007. 15. Siani-davies, The Romanian Revolution cit.; pag. 65. 16. d. Schlesak, Bandiere Bucate. Viaggio dentro una rivoluzione, Bergamo, Moretti & Vitali, 1997; pag. 35. 17. Siani-davies, The Romanian Revolution cit.; pagg. 78-82. 18. Sul sito http://it.youtube.com sono visibili alcuni video delle trasmissioni nazionali dei discorsi del dittatore, tra cui quelli del 20 e del 21 dicembre 1989. Accesso 30 novembre 2007. 19. Siani-davies, The Romanian Revolution, cit.; p. 84. 20. un estratto del discorso di ceauçescu dal Palazzo del comitato centrale del Partito il 21 dicembre 1989 è visibile all’indirizzo web http://it.youtube.com. Il titolo del video è Ceauçescu Discurs, inserito il 16 agosto 2006. Accesso 23 novembre 2007. 21. Siani-davies, The Romanian Revolution cit.; pagg. 86-87. 22. Ivi; pag. 88.

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note


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23. Ivi; pagg. 94-96. 24. Ivi; pagg. 104-105. Occuparono la televisione e comunicarono la notizia della fuga dei ceauçescu, l’attore Ion caramitru, il poeta Mircea dinescu e il regista Sergiu Nicolaescu. 25. Ivi; pag. 107. 26. discorso di Ion Iliescu alla televisione romena il 22 dicembre 1989, parzialmente visibile all’indirizzo web http://it.youtube.com. Il titolo del video è Ion Iliescu, discurs “revoluçionar”, inserito in rete il 4 maggio 2007. Accesso 24 novembre 2007. 27. Siani-davies, The Romanian Revolution cit.; pag. 109. 28. I. Alexandrescu, S. Stoica, România după 1989. Mică enciclopedie, Bucuresti, Meronia, 2005; pag. 134. 29. Siani-davies, The Romanian Revolution cit.; pagg. 128-130. 30. Ivi; pag. 137. 31. cPAdcR, Raport Final (Bucuresti: 2006), www.presidency.ro, p. 625. Accesso 10 gennaio 2008. 32. Siani-davies, The Romanian Revolution cit.; pagg.136-137. 33. Alexandrescu, Stoica, România după 1989 cit.; pag. 135. 34. Transcript of the closed trial of Nicolae and Elena Ceauçescu, tîrgoviste, 25 dicembre 1989, www.timisoara.com; pag. 3. Accesso 27 settembre 2007. 35. Schlesak, Bandiere Bucate cit.; pag. 122. 36. 25.12.1989 La morte di Ceauçescu, BBc e cinehollywood, 2007. 37. Schlesak, Bandiere Bucate cit.; pag. 153. 38. Siani-davies, The Romanian Revolution, cit.; pagg. 142-143. 39. Nell’introduzione del libro Un mensonge gros comme le siècle. Roumanie, histoire d’une manpulation di Michel castex, l’autore sostenne che i giornali occidentali indicarono cifre false, ad esempio 4630 cadaveri scoperti nella sola timisoara. M. castex, Un mensonge gros comme le siècle. Roumanie, histoire d’une manpulation, Ed. Albin Michel, 1990 ; pagg. 11 e pagg. 67-68. 40. Gökay, L’Europa orientale, cit., pag. 134. 41. deletant, Ceauçescu and the Securitate, cit. ; pag. 368. 41. Siani-davies, The Romanian Revolution, cit.  ; pag. 97. fonte utilizzata dall’autore: Adevărul, 22 dicembre 1994. Gli autori Alexandrescu e Stoica indicano la stessa cifra per le vittime (1104 di cui 944 dopo il 22 dicembre), mentre per i feriti si parla di 3321 (di cui 2214 dopo il 22 dicembre). Alexandrescu, Stoica, România după 1989 cit., pag. 135.

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42. cPAdcR, Raport Final cit., pag. 624. 43. Siani-davies, The Romanian Revolution, cit.; pag. 122. 44. Transcript of the closed trial, cit.; pag. 6. 45. Siani-davies, The Romanian Revolution cit.; pag. 145. 46. Idem; pag. 165. 47. Siani-davies, The Romanian Revolution cit.; pag. 4. 48. S. P. huntington, La terza ondata. I processi di democratizzazione alla fine del XX secolo, Bologna, Il Mulino, 1995; pag. 129. 49. deletant, Ceauçescu and the Securitate cit.; pagg. 118-119. 50. Parte del testo del processo si ritrova in castex, Une mensonge cit., cap. 1. Per la trascrizione in inglese Transcript of the closed trial cit., p. 3. 51. Siani-davies, The Romanian Revolution cit.; pagg. 180-181. 52. castex, Une mensonge cit., p. 18. “Pour la première fois, cIA et KGB marcheront la main dans la main, pour faire tomber ceauçescu”. 53. S. A. Panebianco, La Romania di Ceauçescu, 1965-1989, catanzaro, Rubbettino, 2000; pag. 67. 54. deletant, Ceauçescu and the Securitate cit.; pag. 344. 55. Ivi; pagg. 365-366. 56. Siani-davies, The Romanian Revolution, cit.; pagg. 174-175. 57. deletant, Ceauçescu and the Securitate cit.; pagg. 352-353. 58. Ivi; pag. 335. 59. Ivi; pag. 357. 60. Siani-davies, The Romanian Revolution cit.; pag. 36. 61. Ivi; pagg. 36-39. 62. 25.12.1989 La morte di Ceauçescu, BBc e cinehollywood, 2007. 63. Siani-davies, The Romanian Revolution cit.; pag. 40. 64. Ivi; pag. 37. 65. deletant, Ceauçescu and the Securitate cit.; pag. 339. 66. Ivi; pag. 369. 67. Siani-davies, The Romanian Revolution, cit.; pag. 163. 68. deletant, Ceauçescu and the Securitate cit.; pag. 364. 69. Siani-davies, The Romanian Revolution, cit.; pag. 131. 70. Ivi; pagg. 147-148. 71. Ivi; pag. 99. 72. deletant, Ceauçescu and the Securitate cit.; pagg. 290-291. 73. Siani-davies, The Romanian Revolution cit.; pag. 171.

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74. Ivi, pag. 5. 75. Ivi, pag. 190. 76. cPAdcR, Raport Final cit.; pag. 626. 77. Siani-davies, The Romanian Revolution, cit.; pag. 176. 78. Ivi; pag. 198. 79. Sia l’autore Schlesak, Bandiere Bucate cit.; pag. 124, che Siani-davies, The Romanian Revolution, cit.; pag. 277, usano questo termine. Per il primo il colpo di stato si è indiscutibilmente appropriato della pacifica e spontanea “rivoluzione popolare”, mentre il secondo parla di “mito della rivoluzione rubata” fomentato dalla stampa internazionale.

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Rom, storia di un popolo errante

Barbara D’Agostino

Ognuno di noi è stato abituato a riconoscere coloro che siamo soliti definire “zingari”. Li vediamo girovagare nelle nostre città e li identifichiamo immediatamente a causa del loro abbigliamento caratteristico, per la lingua così diversa dalla nostra, per la mendicità cui spesso sono dediti. In realtà quello che si conosce degli “zingari” è una minima parte di un universo culturale complesso e per molti tratti misterioso. Un popolo dai mille nomi Gli appartenenti ai gruppi di origine nomade non identificano se stessi con il vocabolo zingari, che è un eteronimo attribuito loro dai non appartenenti all’etnia nomade, ma con due termini dalla comune origine indiana, Rom (o anche Lom in Armenia, dom in Persia e in Siria) e Manus (nel linguaggio corrente francese Manouche), espressioni entrambe sinonimo di uomo libero. Inoltre, per identificare ogni persona che non appartenga alla loro etnia utilizzano l’appellativo di gagio (femminile gagi, plurale gage o gagè). I gagè, a loro volta, hanno utilizzato molti appellativi per identificare gli zingari. Nomi che, in alcuni casi, si riferiscono a particolari fisici, come il colore della pelle, in genere scura: calourets, tartari neri, Karachi. In altri casi, al nomadismo come harami,

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Le origini della cultura zigana


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oppure alle parti del mondo da cui si credeva fossero originari: Egiziani 1, tartari, Boemi. L’origine del termine generico zingaro è da ricercarsi in tempi ormai lontani: è probabile che esso derivasse dal nome di un’antica setta eretica, gli Atsinganoi (Egiziani), i cui appartenenti arrivarono in Grecia provenienti dall’Asia Minore. Questa setta era nota per essere dedita alla magia e all’arte divinatoria e, poiché i membri delle prime popolazioni nomadi che apparvero nell’impero bizantino, spesso, erano dediti alla divinazione e alla magia, vennero chiamati Atsinganos e poi con mille altri nomi derivanti da storpiature di Atsiganos, a seconda dei vari territori che solcarono. Oggi Rom e Manus sono i principali gruppi di origine nomade presenti in Europa. I Rom sono le popolazioni arrivate più recentemente dall’Europa orientale. I Manus rappresentano le popolazioni che da più tempo risiedono in Europa, in particolare in francia e sono, quindi, quelli maggiormente occidentalizzati. A loro possono essere assimilati i Kalè della Spagna, dell’Inghilterra e della finlandia e i Sinti della Germania, della Jugoslavia, della cecoslovacchia, della Polonia e dell’Italia. Molteplici sono gli appellativi che identificano i vari gruppi, sottogruppi e clan con riferimento alle zone di insediamento o ai mestieri tradizionali del gruppo, ad esempio si parla di Sinti tedeschi o piemontesi oppure Rom calderaia – calderai, o lovara – mercanti di cavalli. Nell’etimo abituale il vocabolo zingaro è diventato evocativo di significati dispregiativi. un po’ come è successo alla parola negro che, nel tempo, attraverso un utilizzo improprio, è stata caricata di significati negativi 2. Per questo motivo e anche perché si tratta di un eteronimo che le comunità nomadi non riconoscono, diversi autori ne sconsigliano l’uso. Il termine generico rom, appare oggi quello più rispondente alle esigenze di denominazione di questo gruppo etnico anche se è da precisare che alcuni gruppi non si considerano tali. d’altra parte classificare le popolazioni di origine nomade è

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estremamente difficile per la grande varietà e numerosità dei gruppi e sottogruppi che ne fanno parte, ed è un esercizio che inevitabilmente tradisce una buona dose di etnocentrismo culturale 3.

L’idioma comunemente parlato, ancora oggi, dalla quasi totalità dei gruppi rom e sinti è il romanés, che vuol dire “al modo dei rom”. una vera e propria lingua dalle origini antichissime. Infatti, la lingua romanés, strettamente imparentata con lingue neo-indiane come l’hindi, il punjabi, il kasmiri e il rajastani, deriva dal sànscrito. Si tratta del risultato dell’evoluzione di forme popolari e mai scritte di idiomi indiani, mentre il sànscrito è il risultato di una lingua scritta da eruditi in forma colta e artificiale. Essendo stata tramandata oralmente per oltre dieci secoli, la lingua romanés è andata arricchendosi dei lasciti dei popoli con cui è venuta in contatto. dei tratti indiani la lingua romanés conserva soprattutto la similitudine del sistema fonologico. In Europa il romanés si è arricchito dei vocaboli delle lingue e dei dialetti delle popolazioni ospitanti, a seconda dell’itinerario seguito. Nel tempo, però, soprattutto a causa delle persecuzioni sistematiche, in molte regioni e in molti Stati, la lingua romanés si è fortemente indebolita, tanto che oggi vengono adottate le grammatiche delle lingue dei paesi ospitanti, arricchite con il lessico rom. Proprio grazie allo studio del romanés si è potuto svelare una parte del mistero delle origini dei gruppi “zingari”. La maggior parte degli studiosi è convinta che la patria originaria di queste popolazioni sia il Nord-Ovest dell’India e che essi appartenessero alla casta dei paria. una supposizione derivante dalle similitudini esistenti tra alcuni gruppi dell’India contemporanea e le popolazioni che identifichiamo come zingari. Essi presentano un analogo

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Le origini territoriali delle popolazioni rom attraverso lo studio della lingua romanés


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modo di abbigliarsi e sono particolarmente abili nelle stesse attività artistiche o artigianali come la musica, la danza o l’arte di lavorare i metalli. Per non parlare poi delle somiglianze fisiche, della lingua e del modo di vita. Se è abbastanza certo che una parte di popolazione indiana abbandonò l’India per iniziare una lunga e ininterrotta migrazione, oggetto di dibattito, e tutt’oggi ancora oscure, sono le cause che hanno determinato questo massiccio spostamento di popolazione. È ancora molto controversa anche la datazione dell’epoca di questa grande migrazione, che sembra avvenuta, verso i territori bizantini, nel IX secolo d.c. Grazie alle meticolose ricerche d’archivio svolte dallo storico francese françois Vaux de foletier siamo in grado di stabilire con precisione la progressiva diffusione della presenza rom fino ai nostri giorni. Gruppi nomadi vengono segnalati a creta nel 1322, a Nauplia (Peloponneso) nel 1378. Il viaggiatore fiorentino Lionardo di Niccolò frescobaldi li incontra nel 1384 a Modone, sulla costa della Messenia, nella Morea Sud-Occidentale. Nella cronaca di cipro verso il 1468 essi vengono menzionati con il termine di “cingani”. Popolazioni zigane vivevano in Valacchia intorno nella seconda metà del XIV secolo. Nel 1386 Mircea I, voivoda della Valacchia, confermò una donazione fatta una quindicina di anni prima dallo zio Vladistas al Monastero di Sant’Antonio presso Voditza da una quarantina di famiglie di Atsingani. fin dagli inizi del 1400, diversi gruppi di rom alla ricerca di zone più sicure, muovendosi dai Balcani, penetrarono in Europa. Lo spostamento dai Balcani verso ovest, a differenza di quanto era accaduto nei secoli precedenti, interessò nuclei numericamente più consistenti e investì, nel giro di pochi decenni, ogni angolo d’Europa 4. In Italia, in particolare, nella prima metà del 1400, gruppi di nomadi si insediarono nel centro e nel Sud della nostra penisola. Gli stanziamenti più antichi si trovano in Abruzzo, in calabria e in Sicilia anche se si pensa che la presenza rom nel meridione d’Italia

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sia ben anteriore rispetto a quella riportata dai documenti scritti, se è vero che l’appellativo “cingaro”, in Sicilia, compare già alla fine del 1300 e che, da allora, si è diffuso come cognome sia nella provincia di Messina che in quella di Reggio calabria. All’inizio del XV secolo le popolazioni rom ripresero la marcia. Ovviamente, in ogni paese attraversato, qualcuno vi si stabiliva definitivamente. Per questo, disseminate lungo il percorso verso occidente, comunità, anche importanti sotto il profilo demografico, si sono sedentarizzate, dando origine a tutte le implicazioni che può comportare l’impatto con una società culturalmente diversa. Le ragioni che hanno spinto verso l’Europa occidentale e l’Italia gruppi numericamente consistenti di popolazioni zigane, provenienti dai Balcani, possono essere state molteplici: accanto ad alcuni push factors come il desiderio di sfuggire a situazioni sfavorevoli, ad es. la schiavitù a cui essi erano costretti in Moldavia e in Valacchia, o l’avanzare dei turchi giunti da conquistatori alle porte di costantinopoli, in Serbia ed in Bulgaria, agirono anche importanti pull factors, primo la migliore situazione sociale ed economica dell’Europa occidentale che determinò intorno al 1400 una vera e propria fuga dai Balcani, per sfuggire le guerre di religione, con consistenti spostamenti di carovane organizzate in marcia verso nord. Inoltre, crisi, epidemie e guerre avevano indotto una più generale mobilità rendendo il tessuto sociale più elastico e in parte disponibile, almeno in un primo periodo, a nuovi insediamenti di popolazione. E ancora, la frammentazione e il disordine politico del tempo conferivano ai nomadi una certa libertà di movimento. Si può dire che nel XVII secolo la popolazione rom si era insediata pacificamente in tutta l’Europa, mentre già verso la fine del secolo successivo ebbe inizio la sua diffusione fuori dal continente europeo, dovuta anche alle deportazioni forzate verso le colonie attuate da parte di molti stati europei. I secoli successivi hanno visto, dunque, il consolidarsi in tutto il mondo di una comunità al suo interno molto eterogenea, ma che

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si ripresenta sempre e ovunque adottando costumi e comportamenti simili e con quello che, forse, ne costituisce il principale denominatore comune: il senso di appartenenza ad una società diversa da quella maggioritaria, dei gagé.

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Le origini dei pregiudizi e primi conflitti con le popolazioni sedentarie A partire dalle loro prime apparizioni in Europa e, in maniera crescente con il trascorrere dei secoli, la presenza di rom e sinti fu oggetto di forti opposizioni da parte delle popolazioni stanziali. Già nel XV secolo le società europee erano caratterizzate da una disciplina sociale rispetto alla quale i cosiddetti zingari non potevano non destare sospetti, a causa del loro colorito scuro, dei vestiti bizzarri, del loro modo di vita e del linguaggio incomprensibile ai più. da allora in poi rom e sinti suscitano nel mondo occidentale una reazione di negazione e di esclusione, di diffidenza, di rifiuto e di pregiudizio. Erano evidentemente “stranieri” e, tra tutti gli stranieri, i più temibili. Nei loro confronti ci sarà un susseguirsi di episodi di intolleranza e discriminazione. “Zingari” e vagabondi vennero associati a briganti, ladri e truffatori, personaggi guardati con sospetto e di cui era consigliabile evitare la compagnia. È documentato che, certamente, le popolazioni zigane operavano furti di generi alimentari, di pollame e di cavalli e che praticassero truffe di ogni genere, ad esempio barando al gioco o dedicandosi al contrabbando, soprattutto di tabacco. Molto spesso venivano accusati di falsificare i salvacondotti e di sfruttare la credulità del pubblico predicendo il futuro, vendendo filtri e false medicine. Il furto di bambini che, di tanto in tanto, venne loro attribuito è, invece, da considerarsi alla stregua di una leggenda popolare alla quale si è sempre creduto, soprattutto nelle campagne, nata dal timore che i nomadi incutevano ai sedentari con il loro stile di vita

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inconsueto. divenuto un tema usuale nella letteratura, in realtà esistono pochissimi casi di rapimento di bambini che potrebbero sembrare autentici. È certo che i rom e i sinti non lesinarono l’uso delle armi, soprattutto quando si trattava di difendere la propria libertà o la loro stessa vita. Le popolazioni sedentarie non vedevano di buon occhio l’avvicinarsi di un gruppo di “zingari” ai villaggi o alle città perché questo quasi sempre coincideva con l’aumento di furti. Spesso la collera nutrita nei loro confronti, unita alla paura di un pericolo incombente, faceva sì che gli scontri si trasformassero in tragedia. Le cronache del tempo lasciano intendere che quanto più si rafforzò la repressione, tanto maggiore fu la resistenza dei gruppi nomadi. disposti a tollerare pene corporali come la fustigazione, se la minaccia era una lunga detenzione in carcere mettevano allora in atto strenui tentativi di difesa. Anche a causa dei frequenti casi di omicidi registrati all’interno delle comunità nomadi e aventi spesso i motivi più svariati (gelosie e rivalità in amore, litigi familiari, risse), rom e sinti erano generalmente ritenuti di temperamento sanguigno. fra le molte accuse mosse ai rom l’accusa di antropofagia risulta essere la più orrenda e la meno veritiera. È documentato che alcuni “zingari” abbiano confessato di aver ucciso e divorato i corpi delle loro vittime, ma tali confessioni, sempre successivamente smentite dai fatti, furono sempre estorte dopo aver sottoposto i sospettati alle più orribili torture. Come i pubblici poteri hanno affrontato la questione zigana La società europea, impegnata in un continuo processo di definizione e ri-definizione dei propri confini, reagì all’incontro con le popolazioni zigane attribuendo loro, non diversamente da altre

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componenti più vulnerabili della società, una serie di colpe e responsabilità funzionali a giustificare la necessità di disciplinarli e controllarli. È il meccanismo che in sociologia si suole descrivere con il termine blaming. Nell’arco di quattro secoli, dal 1500 al 1800, “zingari” e poteri pubblici ingaggiarono una continua lotta: i primi per la sopravvivenza e i secondi perché interessati a ristabilire l’ordine mediante la cacciata di questo corpo estraneo 5. La loro esclusione era funzionale alla formazione di una coscienza nazionale. Per questa ragione nomadi e viandanti divennero oggetto privilegiato di rigetto. Nei confronti dei gruppi zingari, si sviluppò una legislazione repressiva che attraverso bandi, editti, decreti del potere civile e condanne del potere religioso continuamente escluse e mantenne ai margini queste popolazioni, con l’accusa ora di vagabondaggio, ora di stregoneria o di spionaggio, passando poi, in tempi più recenti, ad adottare una più raffinata politica di controllo, attraverso la quale si perseguiva il tentativo di annullarne l’identità attraverso l’assimilazione forzata 6. Lo “zingaro”, inizialmente visto con curiosità perché esotico, misterioso e pellegrino, venne poi considerato ladro, pigro ed imbroglione 7. Alla descrizione negativa del loro aspetto fisico, si aggiunse ben presto la condanna morale per il loro stile di vita: vagabondi senza patria né legge, parlanti un gergo oscuro, dediti a pratiche magiche, eretici, spie dei turchi. un marchio di infamia che venne sempre più rafforzato da stereotipi mitici: discendenti di caino, avrebbero addirittura forgiato i chiodi della crocifissione di Gesù 8. dal 1500 al 1700 i decreti penali contro gli zingari, che fioccarono in tutti gli Stati europei, furono di una tale gravità che sembravano persino non riguardare esseri umani. Essi arrivarono non solo a sancire l’impunità di coloro che uccidevano gli zingari ma anche a mettere in palio premi in denaro per incentivarne la cattura. Secondo le circostanze, i nomadi, passarono da un paese all’al-

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tro, da una provincia all’altra, scegliendo per il proprio soggiorno le zone di confine, soprattutto dove queste offrivano asili naturali, foreste e montagne, come fra la francia e la Spagna, fra la Lorena e l’Impero; così nei “border” della Gran Bretagna, fra l’Inghilterra e la Scozia; nella foresta di Ravensboos, circondata da paludi, fra il Brabante e l’Olanda. Agli occhi del lettore attento non possono che risultare ovvie le ragioni storico-sociali di questo rifiuto del nomadismo. Il 1500 è stato il secolo durante il quale in Europa si formarono i moderni stati nazionali o in assenza di questi, come in Italia e in Germania, comunque si rafforzano gli attribuiti della sovranità statale. Si tratta di un processo gravido di conseguenze per rom e sinti 9. fino a quando il nomadismo rimase un fenomeno momentaneo e controllato dalle autorità, esso venne tollerato e talvolta anche incoraggiato. Quando però divenne un fenomeno più strutturato, allora fu considerato motivo di disgregazione e di disordine sociale. Lo stile di vita nomade era ben altra cosa rispetto alla mobilità di alcuni frammenti della società sedentaria 10. Il dispotismo illuminato e l’assimilazione forzata Nemmeno durante il secolo dei lumi, le condizioni di rom e sinti migliorarono. Il dispotismo illuminato ebbe l’ambizione di mettere fine a secoli di persecuzioni. L’oscurantismo dei secoli precedenti vacillò aprendo la strada alla ragione e ai presupposti di fraternità e tolleranza. Ma con l’intento di assimilare completamente gli “zingari” e di farne cittadini come tutti gli altri, minacciava di spogliarli di tutte le loro tradizioni. Insomma senza espulsione né genocidio, tendeva ad annullarli come popolo. Gli zingari che vivevano allora in alcuni paesi europei, rischiarono di scomparire per via dell’assimilazione forzata, perdendo per sempre la propria identità culturale 11.

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Si instaurò una più raffinata politica di controllo, che pretese di razionalizzare anche la composizione etnica dei popoli. L’imperatrice Maria teresa d’Austria e, in seguito, suo figlio, l’imperatore Giuseppe II, tra il 1768 e il 1782, affrontarono il problema delle popolazioni zigane emanando disposizioni volte alla loro sedentarizzazione forzata. Per effetto di queste nuove leggi i rom dell’ungheria e della transilvania furono obbligati al lavoro dei campi, all’istruzione religiosa e all’assunzione in luogo del proprio del nome di “nuovi coloni” o “nuovi magiari”. Inoltre, essi non poterono più vivere secondo i propri costumi né parlare la propria lingua, essendo stati obbligati ad abitare in alloggi invece che in tende o capanne e dovendosi vestire come i gagé. Infine, furono separati dai figli affinché i bambini lontani dalla famiglia di origine potessero ricevere un’educazione all’ungherese. In cambio il governo distribuì ai “nuovi coloni” case, bestiame, attrezzi agricoli. Questa politica però si rivelò un fallimento che comportò incidenti penosi. Anche il re di Spagna carlo III affrontò il problema dei “gitani”. Lo fece proclamando che questi fossero del tutto assimilati alla popolazione spagnola dalla quale non dovevano distinguersi né per lingua, né per costume, né per modo di vivere. I “gitani” dovettero tutti, entro tre mesi dal provvedimento, abbandonare il vagabondaggio, scegliere un domicilio e una professione. chi non si fosse adeguato sarebbe stato punito con l’arresto e la marchiatura a fuoco tra le spalle. L’inizio del XIX secolo non significò la fine del regime di soprusi amministrativi e polizieschi: in parecchi Stati, gli zingari continuarono ad essere trattati come individui sospetti, se non come dei fuorilegge. Nell’Ottocento le autorità abbandonarono gradualmente tutte le giustificazioni sulla necessità del controllo della popolazione, sostituendole con la nozione di ordine pubblico che diventerà ben presto un valore in sé 12. L’Ottocento, tuttavia, deve essere ricordato soprattutto per lo sviluppo di una più approfondita attenzione scientifica verso rom e sinti.

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L’affermazione del positivismo che trovava il suo fondamento nell’esaltazione del progresso e del metodo scientifico fece sì che anche la società fosse studiata in modo analitico, rifiutando ogni considerazione non fondata sulla realtà dei fatti concreti. Questo tipo di approccio, se da un lato ebbe il merito di introdurre nuovi ed interessanti elementi di analisi delle popolazioni zigane, dall’altro, però, enfatizzò alcuni dei pregiudizi storici esistenti su di essi. Nel 1841 l’italiano francesco Predari, funzionario imperiale della biblioteca di Brera, pubblicò la prima ampia dissertazione sul mondo “zingaro”. Il trattato riguardava le origini degli “zingari” in Europa, il loro carattere fisico e morale, i loro costumi, il matrimonio e l’educazione dei figli, l’approccio alla religione, l’autogoverno delle loro comunità, la loro condizione nei vari Stati d’Europa e, infine, anche la lingua. Nella sua pubblicazione Predari condivise i più comuni pregiudizi, restituendo al lettore una visione d’insieme fortemente viziata da preconcetti e inesattezze. Nel libro rom e sinti vennero definiti 13 come “rettili umani”, “antropofagi che uccidevano e divoravano i propri padri” 14, “naturalmente infingardi e avversi ad ogni sorta di fatica”, o ancora come “bruti che non possiedono né un sentimento religioso, né alcun principio morale” 15. Anche cesare Lombroso, si occupò del tema nelle sue opere condividendo il sentimento fortemente negativo nei confronti delle popolazioni zigane e arrivando a definire quella dei nomadi come una “razza di delinquenti”, “spergiuri anche tra loro”, “ingrati, vili e nello stesso tempo crudeli”, “vendicativi all’estremo grado”, “amanti dell’orgia e del rumore”, “feroci, assassinano senza rimorso, a scopo di lucro”. L’opinione di Lombroso su rom e sinti è inequivocabile, una razza di delinquenti nati, non civilizzati, inutili, senza vergogna, fastidiosi, violenti e licenziosi che bisogna estinguere impedendone la riproduzione. Lombroso fa proprio e consolida lo stereotipo negativo che imperversava a quel tempo sugli “zingari”, al fine di rendere legittimi e accettabili atteg-

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giamenti violenti verso questi presunti criminali, per poi proporre misure preventive come la detenzione a vita, la deportazione, i lavori forzati e la pena di morte. Queste interpretazioni danno il via, verso la fine del XIX secolo, ad un’antropologia di derivazione positivistica con connotazioni marcatamente razziste. tra i penalisti si formarono due correnti di pensiero: i sostenitori della scuola positiva, da un lato, e i sostenitori della scuola classica, dall’altro. tra questi ultimi si distinse Napoleone colajanni, che ebbe il merito di tentare, per primo, di costruire un pensiero antirazzista. Nella sua opera egli criticava fortemente le posizioni di Lombroso rifiutando l’idea che la razza potesse essere considerata come un fattore di maggiore propensione al delitto e che la delinquenza fosse una caratteristica innata delle popolazioni zingare. Nel 1891 il criminologo austriaco hans Gross, contribuì, con le sue pubblicazioni, a dare nuovo vigore al pregiudizio basato sullo stereotipo dello “zingaro” criminale e della pericolosità sociale dei nomadi. Lo studioso attribuisce loro un’indole vendicativa e crudele, incredibilmente vigliacca, dominata da una cupidigia insaziabile che esige soddisfazione immediata. Inoltre, sempre secondo il criminologo austriaco, negli zingari “non si può trovare che amore per l’ozio, voracità animale, amor sensuale e vanità”. Molto distante dalle posizioni degli studiosi che identificano gli zingari come criminali, si pose il contributo, preziosissimo, fornito da colui che può essere considerato il padre della ziganologia italiana, il marchese marchigiano Adriano colocci. Affascinato da questa etnia, detentrice di un posto a sé nella grande famiglia umana, colocci, concentrò tutte le sue considerazioni sulla comunità gitana nella pubblicazione dal titolo Gli zingari. Storia di un popolo errante, del 1889. L’opera di colocci, a differenza di quelle di Predari, Lombroso e Gross, raccoglie tutta una serie di informazioni e di notizie sulle comunità gitane. L’approfondimento storico e il rigore scientifico

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non cedono mai il passo a facili e sensazionalistiche descrizioni. In particolare, il testo del 1889, contiene precise ricostruzioni sulle origini di rom e sinti, sulla loro diffusione in Europa, sulle persecuzioni da loro subite nel corso degli anni, sulle loro credenze religiose, sui costumi e sulle manifestazioni artistiche. Le idee di colocci erano però ampiamente minoritarie. Assai più diffusa era la posizione di chi pretendeva un intervento repressivo sempre più deciso nei confronti delle popolazioni zigane. Va in questa direzione la posizione del giudice napoletano Alfredo capobianco che tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento svolse la sua attività giuridica in campania, Puglia e Basilicata, prendendo parte a numerosi processi che avevano per imputati dei nomadi. Ne scaturì un saggio intitolato Il problema di una gente vagabonda in lotta con le leggi (1914). In essa capobianco affrontava il tema della presenza di popolazioni nomadi solo in termini di ordine pubblico, di una normalità indegnamente turbata dalla presenza degli “zingari”. Egli fu convinto sostenitore della tesi secondo la quale le popolazioni zigane costituissero un’etnia portatrice di disordine a causa del loro nomadismo, un modus vivendi definito da capobianco come un “camping organizzato etnicamente” 16 foriero di precarietà e caos. La pianificazione di un intervento statale tempestivo contro il dilagare del “crimine zingaresco” diventò l’obiettivo primario del giudice napoletano, secondo il quale la disciplina da applicare agli zingari doveva essere diversa dalla disciplina applicata ai normali cittadini e molto più severa. Pochi anni più tardi, come è noto, con l’avvento dell’era fascista l’antropologia viene utilizzata per sancire la presunta superiorità della razza italica. In Vita dei popoli (1925) Pietro Ellero, fra i futuri firmatari del Manifesto per la difesa della razza, sottoscritto da centottanta scienziati del regime, riecheggiando le idee di Predari, Lombroso e capobianco, descriveva i nomadi come “gente sfornita di mentale cultura” oppure come “razza inferiore”. teorie a

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sostegno delle quali egli avanzava dimostrazione pseudo-scientifiche che in realtà avevano il solo scopo di rendere più accettabili le atrocità commesse ai danni delle popolazioni zigane. La teorizzazione della presunta inferiorità razziale delle popolazioni sinti e rom italiane, in epoca fascista, sembra però legata principalmente alla figura di Renato Semizzi, docente universitario di medicina sociale, che nel 1939 ebbe a scrivere: “Le qualità psicomorali degli zingari noi le definiamo ‘mutazioni psicologiche regressive razziali”. Secondo Semizzi, rom e sinti rappresentavano un esempio lampante di razza segnata da tare ereditarie comuni a un intero gruppo. Non era necessario che un rom o un sinti mettesse in atto azioni contrarie alla legge e alla società. La sua pericolosità era già inscritta nel sangue. L’indizio forse più chiaro della natura razziale della persecuzione fascista ai danni delle popolazioni nomadi si ha quando, riconoscendo ufficialmente “la teoria razzista”, il fascismo utilizzerà l’antropologia con lo scopo di sancire la purezza e la superiorità della razza italiana. I contenuti di questa nuova tendenza saranno minuziosamente elencati, come noto, nel Manifesto degli scienziati razzisti del 1938. tra i suoi autori merita una citazione particolare Guido Landra. Già direttore dell’ufficio Razza al Ministero della cultura popolare, Landra diventò uno dei personaggi di spicco nella lotta alla “piaga zingara”. Sottolineando tutta la carica asociale e perversa degli zingari, egli andava auspicando per la nazione italiana una presa di posizione simile a quella tedesca, votata cioè all’adozione di seri provvedimenti contro gli “eterni randagi, privi in modo assoluto di senso morale”. Nel continuo tentativo di stigmatizzare i sistemi di vita altrui, l’antropologia fascista elaborò, attraverso un’ingarbugliata commistione tra contenuti folklorici ed etnologici, un concetto di razza piuttosto fumoso e contraddittorio, quello di “razza storica”. Era lo sviluppo graduale di concetti già impliciti nelle premesse e nelle posizioni ideali del nazionalismo fascista, che riuniva in sé tutti i

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significati storici, filosofici ed ideali dei termini nazione, stato e per l’appunto, razza nella sua accezione scientifica. Per perseguire l’obiettivo del potenziamento della stirpe, il Regime preferì una condotta votata, essenzialmente, all’irrobustimento ed alla sanità della stirpe italiana, più che allo sterminio di razze straniere. Per il regime fascista, infatti, gli zingari venivano esclusivamente considerati come semplici “asociali e criminali incalliti” 17. tuttavia, con il progressivo consolidamento dell’Asse, e la relativa convergenza tra nazismo e fascismo, la situazione per i rom iniziò a degenerare. L’ingresso dell’Italia nella Seconda guerra mondiale e l’allineamento del fascismo con il nazismo segnerà il definitivo inasprimento delle misure di controllo e repressione. Anche in Italia, come in tutto il resto d’Europa, gli zingari vennero considerati esponenti di una razza inferiore, portatrice di caos. così dalla fine del 1940 a tutto il 1944, in Italia più di seimila zingari vennero internati dalle squadre fasciste nei campi di concentramento italiani ed esteri. La politica fascista nei confronti degli zingari Non è facile ricostruire le vicende storiche che hanno riguardato le popolazioni zigane nell’Italia fascista perché nel nostro Paese mancano quasi del tutto le fonti documentarie. I dati storici raccolti a oltre cinquant’anni dai fatti sono scarsi, tanto da non permettere ancora di stabilire con certezza come e quanto gli zingari siano stati perseguitati nell’Italia fascista e per quali ragioni. Inoltre, l’assenza di documentazione scritta ha reso poco attendibili le testimonianze orali. A differenza del caso tedesco non disponiamo dunque di acquisizioni storiografiche certe, mancando di un numero rilevante di studi storici in merito. I pochi studiosi che si sono dedicati a que-

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sto tema si dividono tra quanti ritengono che la politica fascista fosse giustificata da ragioni di ordine pubblico e quanti, all’opposto, sostengono che le politiche persecutorie messe in atto – almeno a partire dal 1936 – seguissero il disegno più ampio di costruire uno stato razziale. di sicuro è certo che la dittatura fascista fornì tutti i presupposti per nuove e ben più feroci persecuzioni. considerando gli anni che vanno dal 1928 al 1943, si possono distinguere due fasi ben precise che caratterizzarono l’opera del Regime in materia di controllo e restrizione della libertà. durante la prima fase, che arriva fino al 1940, gli “zingari” che venivano fermati dagli organi di polizia erano poi respinti con accompagnamento fino al confine. All’espulsione seguiva però spesso il ritorno clandestino sul territorio italiano. Nella seconda fase, coincidente con gli anni della Seconda guerra mondiale, fino all’8 settembre, la politica di repressione degli “zingari” si fece più organizzata, assumendo i contorni di una politica di vero e proprio internamento. È in questo secondo periodo che le misure adottate contro le popolazioni nomadi assunsero i connotati della persecuzione razziale e non si ravvisò più alcuna differenza rispetto alle persecuzioni già in atto nei confronti degli ebrei. La documentazione d’archivio e le testimonianze orali, ci restituiscono un quadro ancora contraddittorio ma di grande interesse. coloro che si sono occupati dell’argomento, finora, hanno generalmente affermato che la politica discriminatoria fascista fosse indirizzata in particolare contro gli zingari stranieri presenti in territorio italiano e fosse dovuta a ragioni di ordine pubblico. Secondo questa ipotesi fu essenzialmente l’occupazione della Jugoslavia e la conseguente fuga delle popolazione nomade da quel paese verso l’Italia a costringere le autorità italiane a internare rom e sinti. di fatto però la volontà di persecuzione si esplicitò formalmente con misure di controllo e provvedimenti espulsivi anche contro gli zingari italiani.

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L’11 settembre 1940 vennero emanate le prime disposizioni per l’internamento di questi ultimi: una circolare telegrafica del Ministero degli Interni, firmata dal capo della polizia Bocchini e indirizzata a tutte le Prefetture fa esplicito riferimento all’internamento degli “zingari” italiani, dando per scontato che, in base ad altre direttive quelli stranieri debbano essere respinti e allontanati dal territorio del regno. Si tratta di un ordine importante anche perché, nei documenti d’archivio, è seguito da una fitta corrispondenza in cui i prefetti descrivono le operazioni di rastrellamento degli zingari in corso nelle loro province: esistono lettere e telegrammi delle prefetture di campobasso, udine, ferrara, Ascoli Piceno, Aosta, Bolzano, trieste e Verona, che, rispondendo agli ordini, indicano come, rapidamente, gli “zingari” diventino una preoccupazione urgente e importante ovunque, tanto che una seconda circolare in merito all’“internamento degli zingari italiani” è diramata dal Ministero dell’Interno il 27 aprile del 194118. Le persecuzioni, come pure l’esistenza di campi di concentramento per rom e sinti sono documentate quasi esclusivamente dalle testimonianze orali. I ricordi dei testimoni sono frammentari, spezzati dalla riservatezza della memoria e dalla mancanza di una tradizione scritta che caratterizza la cultura zigana, ma raccontano l’esistenza di luoghi di detenzione come Perdasdefogu, in Sardegna, il convento di San Bernardino ad Agnone, in provincia di campobasso, o tossicia, in provincia di teramo. tranne che in studi più recenti, la memoria custodita nelle comunità rom è stata di fatto ignorata, tralasciando di indagare i racconti dei perseguitati e di incrociarli con i dati riscontrabili negli archivi statali, comunali, delle questure e dei giornali dell’epoca, rimuovendo e tacendo una grave responsabilità collettiva.

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Gli zingari nella Germania nazista Rispetto alle vicende italiane, ciò che accadde nella Germania nazista è ben documentato e permette di cogliere senza alcun dubbio la natura razziale delle persecuzioni operate in quel periodo contro gli zingari. Questi ultimi furono uccisi per gli stessi motivi e con gli stessi metodi adottati nei confronti degli ebrei. L’unica differenza è che dello sterminio degli zingari nei processi di Norimberga non vi è traccia. Ancora prima dell’avvento di hitler al potere, in Germania, alcuni studiosi propagandavano teorie sulla nocività delle popolazioni zigane. Nel 1890 si svolse un congresso sul tema Zigeunergeschmeiss (“La schiuma zingara”) e nel 1899 venne istituito un corpo di polizia con specifici compiti di controllo dei movimenti degli zingari e di speciale vigilanza su di essi. un grosso lavoro di catalogazione fu compiuto dal direttore di quell’ufficio, Alfred dillmann il quale, in collaborazione con le polizie locali, raccolse tutte le informazioni disponibili sulla presenza zingara nei territori del Reich. I risultati della sua ricerca furono pubblicati nel 1905 in un volume, che prese il titolo di Zigeuneurbuch. Il testo, nel quale gli zingari vengono descritti come un pericolo contro il quale la popolazione tedesca doveva stare all’erta, comprendeva un censimento di tutti i tremila “zingari” individuati e informazioni capillari, complete di fotografie. un’altra pubblicazione, del 1920, contribuì a destare interesse negativo nei confronti dei nomadi. In quest’ultima pubblicazione, che introduce il concetto di “vite indegne di essere vissute”, l’intera comunità rom è stigmatizzata come geneticamente criminale e si arriva a proporne la sterilizzazione e l’eliminazione. da allora e fino al crollo del Regime nazista, fu intensissima l’opera di repressione nei confronti dei rom e sinti da parte della polizia. In breve tempo i provvedimenti si fecero estremamente restrittivi anche nei confronti dei rom tedeschi. Si passò dai divie-

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ti e da alcune restrizioni della libertà personale, alla detenzione e alla sterilizzazione “per evitare l’ulteriore propagarsi di generazioni asociali e criminali” 19. da quel momento in poi Rom e Sinti furono oggetto di una spietata politica razziale. Il dilagare “zingaro” era, per i gerarchi nazisti, un male da estirpare con qualunque mezzo. Secondo gli studiosi della sezione Igiene Razziale e Politica demografica del centro di Ricerche sull’Ereditarietà dell’ufficio di Sanità del Reich di Berlino, infatti, era del tutto inconfutabile la pericolosità sociale delle popolazioni zigane che, sebbene fossero di razza ariana, portavano in sé il Wandertieb, il gene dell’istinto al nomadismo a causa dei rapporti con elementi deteriori di popoli e razze diverse dell’Asia sud occidentale e dell’Europa sud orientale. Indicati come “sottouomini”, divennero così oggetto di una feroce persecuzione. Oltre alle leggi che, a tutela della razza, proibivano ai tedeschi di sposarsi con “ebrei, zingari e negri”, negli anni che vanno dal 1934 al 1936 si legalizzarono le procedure di sterilizzazione forzata, si consolidarono i metodi di schedatura e si attuarono le prime deportazioni verso i campi di concentramento di dachau, dieselstrasse e Sachsenhausen. Nel 1937 un decreto di heinrich himmler, capo della Polizia del Reich e delle SS, sulla “prevenzione della criminalità” comportò l’internamento per migliaia di zingari, vagabondi, mendicanti alcolizzati e prostitute. L’attività persecutoria si intensificò ulteriormente. Nel giugno 1938 si verificò la cosiddetta “settimana di pulizia degli zingari”, ossia l’arresto e l’imprigionamento di centina di rom e sinti in Germania e in Austria. Nel 1939 venne varato “L’editto di insediamento”, un provvedimento in ottemperanze del quale essi erano obbligati a risiedere in appositi quartieri ghetto. Nel 1940 nel campo di concentramento di Buchenwald 250 bambini Rom vennero usati come cavie per verificare gli effetti letali delle sostanze utilizzate nelle camere a gas. A partire dal 1942 si abbandonò la pratica della sterilizzazione e si preferì ricorrere all’e-

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liminazione. Nella sola notte del 25 luglio 1944, a Birkenau, circa 4000 zingari internati furono uccisi con il gas 20. La sorte toccata agli zingari nel corso del regime nazista fu infatti identica a quella degli ebrei, lo sterminio di massa, il barò porrajmos che in lingua romanés vuol dire il grande genocidio (letteralmente, divoramento) durante il quale circa cinquecentomila rom, pari al settanta-ottanta per cento dell’intera popolazione, trovarono la morte.

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Il dopoguerra e la negazione del carattere razziale della persecuzione Subito dopo la fine della guerra, sullo sterminio di rom e sinti calò il silenzio. Lo stesso processo di Norimberga non vi fece cenno. Non solo: in tutti gli altri processi successivi, mai nessun rom o sinti venne chiamato a testimoniare 21. Nondimeno, durante i processi più volte venne alla luce il terribile destino a cui erano votati i nomadi, in particolare le sevizie subite durante gli esperimenti medici cui furono sottoposti. Anche al processo contro Adolf Eichmann, celebrato a Gerusalemme nel 1961 22, pur essendo stato affrontato il tema dello sterminio dei nomadi, senza peraltro nessuna testimonianza degli interessati, questo capo di imputazione cadde poiché “non è stato provato – recitava la sentenza – che l’imputato sapesse che gli zingari erano portati via per essere sterminati” 23. Il governo tedesco, da parte sua, aveva tutto l’interesse a non riconoscere il carattere razziale della persecuzione delle popolazioni zigane, dato che solo i perseguitati per motivi di “nazionalità, razza o religione” potevano accedere agli indennizzi previsti dalla convenzione di Bonn. In risposta alle prime richieste di risarcimento, il Ministero degli Interni tedesco diramò una circolare, nel 1950, in cui si sosteneva che la convenzione non riguardava rom e sinti dato che essi erano stati “perseguitati sotto il regime nazista, non già

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per motivi razziali, bensì per i loro precedenti asociali e delinquenziali”. Nel 1956 si espresse anche la corte Suprema della Germania federale, negando nuovamente il carattere razziale della persecuzione e sostenendo – come ricorda Giovanna Boursier – che si era trattato solo di misure dovute a una “campagna preventiva contro i crimini”. Solo i deportati dal 1° marzo 1943, data di inizio delle deportazioni in grande stile ad Auschwitz, videro loro riconosciuto il diritto all’indennizzo, poiché solo da quella data la persecuzione avrebbe acquisito un inequivocabile carattere razziale 24. Solo nel 1980 il governo tedesco ha finalmente riconosciuto il carattere razziale della persecuzione di rom e sinti 25, quando ormai molti dei sopravvissuti e dei familiari delle vittime erano scomparsi o rassegnati a non vedere riconosciuti i propri diritti, dopo anni di lotte infruttuose. Anche queste ultime vicende confermano che la civile Europa è stata attraversata da un vero e proprio antigitanismo, soprattutto nella prima parte del Novecento, che si è nutrito di pregiudizi e di stereotipi coltivati per secoli e che ha conosciuto la sua manifestazione più estrema e criminale nel genocidio di rom e sinti attuato dalla Germania nazista. Il disinteresse con cui i governi europei, anche in anni recenti, hanno guardato al “caso zingari” ha però contribuito a rallentare il riconoscimento di quella tragedia. un analogo disinteresse è riscontabile dal punto di vista storiografico. È significativo che la prima ricostruzione specifica e complessiva dello sterminio degli zingari sia stata pubblicata solo nel 2000, ossia l’opera dello storico tedesco-americano Guenter Lewy 26, apparsa in lingua italiana nel 2002. fino a quel momento queste vicende erano state rievocate, in Italia, solo da studiosi non professionisti, legati in qualche maniera al mondo dei nomadi, seppure con una loro incisività, come il volume del 1990 di Loredana Narciso, La maschera e il pregiudizio. Storia degli zingari, o come il citato saggio di Giovanna Boursier, Lo sterminio degli zingari durante la seconda guerra mondiale del 1995, non-

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ché gli scritti sul tema di Mirella Karpati. Ma lo sterminio non può rappresentare una questione che riguarda esclusivamente gli stessi rom e sinti o i pochi addetti ai lavori vicini al loro mondo. d’altra parte, anche a livello internazionale non si è registrata un’attenzione particolare alle minoranze zigane. Basti dire che nonostante il prezzo pagato in termini di vite umane durante il nazismo, il primo documento delle Nazioni unite in cui esse vengono specificatamente menzionate fu una risoluzione del 1977, che definì i nomadi come la minoranza peggio trattata nei diversi Paesi europei 27. Solo nel 1992, a distanza di ben quindici anni dalla prima, una seconda risoluzione rinnovò l’invito all’Assemblea generale degli Stati membri a prestare attenzione alle particolari condizioni in cui sono costrette a vivere le minoranze rom e sinti e a eliminare ogni forma di discriminazione. Esiste, invero, una oggettiva difficoltà di adottare strumenti giuridici internazionali che siano facilmente applicabili alla tutela di queste etnie. I rom, per esempio, non hanno mai reclamato la sovranità di un territorio e, anche per questo, risulta impossibile non solo l’applicazione del principio dell’autodeterminazione dei popoli, ma anche difficile far rientrare questo popolo nel concetto tradizionale di minoranza etnica, religiosa o linguistica, o tutelarlo in assenza della cittadinanza dello Stato in cui soggiornano. una volta constatata l’assenza di strumenti giuridici internazionali specificamente rivolti alla minoranza zigana, si deve altresì rilevare che in realtà ve ne sono molti altri (convenzioni internazionali, dichiarazioni, raccomandazioni e risoluzioni) che, pur non facendo specifico riferimento ai rom, sarebbero in ogni caso applicabili anche a loro, se solo vi fosse una volontà di interpretarli in tal senso. Resta inoltre da segnalare che spetta agli ordinamenti interni dei singoli Stati recepire correttamente le sollecitazioni generali provenienti dall’ordinamento internazionale e che, dunque, prima ancora della sensibilità giuridica e dell’assenza di specifiche risoluzioni, molto più verosimilmente si tratta di

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un problema di volontà politica 28. Se ne trova una conferma nelle condizioni in cui rom e sinti sono costretti a vivere, all’incirca le stesse in tutta Europa. Quasi sempre i conflitti insorgono su alcuni nodi principali quali le politiche abitative, l’istruzione, la giustizia, l’accesso ai servizi sociali, a quelli sanitari e al lavoro. È importante anche sottolineare il ruolo svolto dai media i quali, spesso palesemente, continuano ad essere un sottile strumento di diffusione del pregiudizio antizigano, proponendo immagini di avvilente degrado e messaggi che rinforzano e rinnovano quello stereotipo che vede un binomio indissolubile tra lo zingaro e il delinquente. Per quanto riguarda più specificatamente il contesto italiano, si può affermare che, sebbene sul problema degli alloggi qualche iniziativa positiva sembra stia prendendo piede, sono ancora molte le difficoltà per accedere alle facilitazioni, dal momento che i criteri e i requisiti che sono stati finora elaborati sono ancora troppo generali per essere applicabili anche alle popolazioni nomadi. La situazione relativa all’accesso ai servizi sociali non è delle migliori e molte difficoltà emergono pure sul fronte delle politiche scolastiche e delle politiche giudiziarie. Le problematiche connesse alla presenza dei rom e dei sinti sono stati affrontate quasi esclusivamente in un’ottica di ordine pubblico. Esistono delle leggi regionali che riconoscono alle popolazioni zigane lo status di minoranza e ne tutelano la cultura; ma nei fatti, si registra una forte ritrosia da parte delle amministrazioni locali ad applicarle e a farne propri i principi ispiratori 29. Questo vuoto legislativo e l’ampio margine di discrezionalità con cui è possibile interpretare le norme esistenti amplificano una situazione già critica che a volte arriva ad assumere contorni drammatici. Rom e sinti, per ragioni burocratiche, legate prevalentemente alla specificità del loro gruppo etnico e alla difficoltà di classificarlo esaustivamente in una categoria ben precisa – un po’ italiani, un po’ immigrati, un po’ rifugiati, un po’ richiedenti asilo

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– vengono molto spesso espulsi, esclusi dai benefici della legge sull’immigrazione e, quando stranieri, hanno difficoltà ad ottenere il permesso di soggiorno. Per questo motivo quella dei nomadi in Italia è una storia di diritti negati, di segregazione e di isolamento politico, economico e culturale 30. La questione zigana varca i confini degli Stati nazionali, interessando tutti i Paesi europei e, in modo particolare, quelli dell’Europa centrale, orientale e balcanica, dove si trovano ben i due terzi dei circa sette-nove milioni di rom e sinti che vivono in Europa. Questa dimensione europea del problema condiziona la definizione delle politiche italiane, sia sul piano dell’evoluzione futura della presenza zigana nel nostro Paese, sia su quello degli standard politici fissati a livello europeo e internazionale. Malgrado le numerose sollecitazioni in questo senso, l’Italia non ha ancora provveduto né al riconoscimento della lingua romanés, e quindi della comunità rom di cittadinanza italiana come minoranza linguistica, né ad elaborare politiche di accoglienza finalmente liberate dal falso assunto del nomadismo, in nome del quale viene negato loro sia lo status di rifugiato, sia quello di profugo 31. L’utilizzo della locuzione “problema zingari” sintetizza bene l’ambivalenza e l’ambiguità degli amministratori locali e nazionali che hanno come preoccupazione principale quella di risolvere il problema che i rom rappresentano piuttosto che a elaborare interventi utili per risolvere i problemi di queste comunità 32.

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Un difficile rapporto di convivenza In Italia i problemi delle popolazioni zingare sono anche giuridici e si dividono in due ordini differenti: quelli relativi ai rom italiani e quelli relativi ai rom stranieri. Gli italiani, sia quelli ancora nomadi che quelli sedentarizzati o in via di sedentarizzazione, incontrano problemi di ogni tipo, alimenta-

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ti da un sentimento xenofobo latente, che si manifesta con l’ostruzionismo burocratico e il difficile accesso a quei diritti elementari che la costituzione italiana ha sancito per tutti i cittadini. Esistono difficoltà nel reperimento dell’abitazione, nell’iscrizione anagrafica, nel diritto al lavoro, all’assistenza sanitaria, a un’istruzione che ne rispetti e ne valorizzi la specificità culturale di provenienza. I rom e sinti che hanno ottenuto delle abitazioni continuano di fatto a vivere nell’isolamento, nella marginalità sociale ed economica. Quelli che ancora praticano il nomadismo vanno a volte incontro ad episodi d’intolleranza simili a quelli di cui sono vittime rom e sinti di recente immigrazione. La situazione di questi ultimi è però sicuramente peggiore. Ad essi viene negato praticamente ogni diritto sancito sia dalle leggi italiane che dagli accordi internazionali. Sino a pochi anni or sono, ma succede qualche volta anche oggi, era assolutamente normale che gli organi di polizia piombassero senza preavviso nei campi e ne ordinassero la distruzione, allontanando in malo modo i nomadi dalle città. Purtroppo la situazione attuale non è migliore. Le recenti disposizioni contenute nel cosiddetto “pacchetto sicurezza” da poco entrato in vigore hanno peggiorato ulteriormente una situazione già di per sé difficile, inasprendo i requisiti per il soggiorno nel territorio nazionale degli stranieri e ampliando l’elenco dei reati per i quali è prevista l’espulsione che, viene estesa anche ai cittadini comunitari. Sui problemi di questa emarginazione così marcata agiscono in Italia diverse associazioni del terzo settore, solitamente composte da volontari, operatori sociali, insegnanti e religiosi che, a forza di insistere, hanno ottenuto tra le altre cose anche qualche provvedimento legislativo di buona fattura: diverse regioni italiane hanno provveduto ad emanare specifiche leggi tese a tutelare l’etnia zigana. di fatto però l’ostracismo manifestato dalle amministrazioni locali rispecchia il reale atteggiamento della popolazione, che quasi sempre è poco comprensivo se non ostile. Il problema degli amministratori diventa sempre più spesso un

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problema di consenso elettorale finalizzato a non provocare le ire dei propri elettori, così poco disponibili all’idea che parte di denaro pubblico venga investito a favore dei nomadi. L’arte della gestione della cosa pubblica si esprime sempre più in modo “spettacolare”. capita così che gli amministratori locali cerchino di mantenere sufficienti rapporti con le associazioni che tutelano i nomadi, delegando questi rapporti agli organi di assistenza sociale e magari finanziando progetti di tipo culturale come convegni, progetti educativi, mostre artigianali oppure attrezzando punti sosta ben al di fuori dei centri abitati. Il tutto dando grande risalto a queste iniziative marginali. dall’altra parte si utilizza l’abnorme groviglio legislativo-burocratico italiano, con competenze che vanno dagli uffici tecnici comunali a quelli dell’anagrafe, dalle ASL alle Polizie municipali, dalle camere di commercio agli uffici “stranieri” delle Questure, per rendere impossibile di fatto per i rom una vita di relazione che non sia improntata all’emarginazione più abietta. L’Italia si caratterizza oggi per una duplice immagine: è il Paese dove si pubblicano libri sui rom, si organizzano convegni, seminari all’interno delle università, trasmissioni televisive e mostre artigianali, ma è anche il Paese nel quale uno “zingaro” talvolta non riesce ad ottenere il permesso di soggiorno, l’iscrizione anagrafica, l’assistenza sanitaria, la licenza di commercio, il permesso di fermarsi dove, come e per quanto tempo voglia in una località qualsiasi. ciò accade perché il rapporto tra i gagé e gli zingari, è ancora un rapporto conflittuale, seppur mediato dalla presenza del volontariato religioso e laico. Quanto gli zingari dicono, chiedono e fanno non è accettato dalla popolazione sedentaria e, naturalmente, i rom non accettano regole e costumi imposti dagli altri. In questa reciproca estraneità, alimentata da secoli di fobie, pregiudizi e persecuzioni, ma anche da una marginalità economica di nuovo tipo che probabilmente sta ridisegnando la vita nomade nelle società post-industriali, il futuro di questo popolo appare sempre più incerto e problematico. Le popolazioni di origine

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nomade hanno attraversato la storia, fino ai nostri giorni, superando persecuzioni di ogni genere, compresi i rigurgiti xenofobi dell’epoca attuale, testimoniando una capacità di resistenza alle avversità non comune ad altri popoli e oggi rappresentano una sfida pacifica al mondo occidentale. La loro sopravvivenza sarà possibile solo nella misura in cui la società saprà rispettare tutte le diverse espressioni culturali di cui l’universo zigano si compone e ciascuno opererà per costruire ponti anziché erigere muri divisori 33.

1. Il nome di “egiziani” non indicava che gli zingari provenissero dall’odierno Egitto, bensì derivava dal fatto che fin dal 1100 esistevano villaggi zingari nel Peloponneso, zona che i viaggiatori chiamavano anche piccolo Egitto. 2. L. Monasta, I pregiudizi contro gli zingari spiegati al mio cane, Pisa, BSf Edizioni, 2009; pag. 7. 3. Mosè carrara Soutur, Multicultura, antiziganismo e rappresentatività dei mondi rom, in “Quaderno di storia contemporanea”, n. 4, 2008; pagg. 9 e sg. 4. G. Viaggio, Storia degli Zingari in Italia, Roma, centro Studi Zingari, 1997; pag. 17. 5. Ivi; pag. 29. 6. M. Mannoia, Zingari che strano popolo, Roma, Edizioni Sas, 2007. 7. Ivi; pag. 36. 8. M. Karpati, Zingari ieri e oggi, Roma, Lacio drom,1993; pag. 25. 9. G. Viaggio, Storia degli Zingari in Italia, cit.; pag. 31. 10. Ivi; pag. 34. 11. Ivi; pag. 88. 12. Ivi ;pag. 90. 13. f. Predari, Origine e vicende degli Zingari, Milano, Lampato, 1841; pag.79. 14. Ivi; pag. 81. 15. Ivi; pag. 92. 16. Alfredo capobianco, Il problema di una gente vagabonda in lotta con le leggi; pag. 18.

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17. A. Masserini, Storia dei nomadi. La persecuzione degli zingari nel XX secolo, Padova, Edizioni GB, 1990; pag. 62. 18. http://www.storiaxxisecolo.it/deportazione/deportazionezingari1.htm. 19. A. Masserini, Storia dei nomadi. La persecuzione degli zingari nel XX secolo, cit.; pag. 24. 20. Ivi; pag. 25. 21. d. Kenrick, G. Puxon, Il destino degli zingari, Milano, Rizzoli, 1975; pag. 209; G. Boursier, Lo sterminio degli zingari durante la seconda guerra mondiale, in “Studi Storici” n. 2, 1995; pag. 378. 22. S. Minerbi, Eichmann. Diario del processo,Milano-trento, Luni, 2000. 23. G. Boursier, Lo sterminio degli zingari durante la seconda guerra mondiale, cit.; pagg. 378-9. 24. Ivi; pagg. 380-1. Vedi anche d. Kenrick, G. Puxon, Il destino degli zingari, cit.; pag. 210. 25. Ivi; pag. 383. 26. G. Lewy , La persecuzione nazista degli zingari, torino, Einaudi, 2002. 27. M. Mannoia, Zingari che strano popolo, cit.; pag. 40. 28. Ivi; pag. 41. 29. G. Zincone, Secondo rapporto sull’integrazione degli immigrati in Italia, Bologna, Il Mulino, 2001; pag. 695. 30. Ivi; pag. 697. 31. M. Mannoia, Zingari che strano popolo, cit.; pag. 43. 32. N. Sigona, Figli del ghetto: gli italiani, i campi nomadi e l’invenzione degli zingari, Roma, Ed. Nonluoghi, 2002; pag.14. 33. S. franzese, M. Spadaro, Rom e Sinti in Piemonte, A dodici anni dalla Legge Regionale 26/1993. Interventi a favore della popolazione zingara, torino, Istituto di Ricerche Economico Sociali del Piemonte, 2005. Per ulteriori approfondimenti, molto utili gli studi sociologici e politologici di tommaso Vitale e Marco Revelli sul popolo Rom e sul complesso rapporto con la Pubblica Amministrazione e la società italiana.

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ho avuto la fortuna di incontrare in diverse occasioni don Andrea Gallo, il mitico prete anarchico che ha fondato a Genova la comunità di San Benedetto al Porto e che da mezzo secolo lotta per diffondere la cultura della pace, della solidarietà, dell’accoglienza, del valore delle differenze. Ogni volta ne sono uscito arricchito. di vita, di umanità, di una sana voglia di ribellione. Nel 2005 ne recensii il primo libro autobiografico, che con spietata lucidità denunciava l’ingiustizia del nostro tempo, raccontava il quotidiano soffrire dei disperati, e richiamava con parole semplici ma di straordinario impatto la magistrale lezione cristiana di fabrizio de André, il cantore di coloro che non si conformano alle leggi del branco e che viaggiano – con tutta la loro fragilità – in direzione ostinata e contraria 1. Ora ho appena concluso di leggere d’un fiato Così in cielo, come in terra, un secondo volume di riflessioni autobiografiche del prete che ha scelto di portare il Vangelo sul marciapiede. La stessa intensità, la stessa straordinaria forza, lo stesso rabbioso sgomento contro le derive xenofobe e le ipertrofie paranoidi nelle quali siamo dolorosamente immersi. curiosa coincidenza. La mia lettura si è conclusa il giorno stesso nel quale i “barbari” sembrano avere vinto. Le elezioni regionali del maggio 2010 hanno consegnato quasi per intero l’Italia settentrionale alle destre e – ciò che più sorprende – il Piemonte alla Lega Nord. Ma perché oso parlare di barbari? Non è forse una sconfitta – quella del centrosinistra e della “Zarina” che lo guidava nelle

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nostre lande – in buona parte meritata, frutto magari di un governo non così incisivo, di un’identità smarrita, di una miope autoreferenzialità e perfino di una certa arroganza (diciamo che in Val di Susa se ne erano accorti già da qualche tempo…)? Probabilmente sì, le responsabilità sono molte, e la ricerca di un indefinito “consenso al centro” non ritengo abbia aiutato granché. Ma questo non ci può far dimenticare chi c’era dall’altra parte, e che ora è chiamato a governare per i prossimi cinque anni. Non credo che sia qui il caso di far riferimento alla classica distinzione tra le categorie politiche fondamentali di destra e Sinistra, certamente da ripensare in epoca di iperliberismo globale, e sulle quali continuano ad arrovellarsi qualificati politologi 2. Probabilmente è meglio chiamare in causa l’alternativa – ancora drammaticamente valida – tra civiltà e barbarie, appunto. Atteniamoci ai fatti. fine gennaio 2010, Reggio calabria. Sono ancora aperte le terribili ferite lasciate nelle coscienze di chiunque non sia disceso al di sotto di una soglia minima di umanità dal pogrom di Rosarno contro migranti brutalmente cacciati dai luoghi delle loro misere esistenze, che il nostro Presidente del consiglio rilascia dichiarazioni sconcertanti. Lo slogan è semplice e diretto: “Meno immigrati, meno criminali”. Poco importa che quelle siano le terre dove imperversa la ‘ndrangheta, e dove lo Stato mostra da sempre tutta la propria debolezza. Il problema non è la mafia (del resto ben rappresentata nelle alte sfere); no, il problema sono i disperati che raccolgono arance o pomodori, a seconda delle stagioni, per pochi euro al giorno e in condizioni di lavoro insostenibili, senza diritti, senza tutele, senza voce. In una sola parola, Servi, come li ha giustamente chiamati in un suo eccellente volume l’autore toscano Marco Rovelli, che dopo la vergogna dei cPt (veri e propri centri di detenzione, con una legittimità giuridica più che discutibile) si è dedicato a studiare il fenomeno dello sfruttamento dei migranti, in particolare dei cosiddetti “irregolari” 3.

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Mi permetto qui di richiamare incidentalmente le efficaci parole di un appello scritto e firmato da una rete di associazioni di stranieri e di realtà antirazziste alessandrine: “Rosarno oggi è l’esempio più crudo della logica che guida le politiche di questo Governo ed è il risultato più compiuto di questi anni di politiche sull’immigrazione. uomini e donne divorate senza la minima remora dalla volontà di creare nuove e più astute forme di schiavitù, persone ricattate in egual modo dalla violenza mafiosa e dalle Leggi, tenute in ostaggio e quindi oggetto di sperimentazioni giuridico-criminali di spogliazione di ogni diritto, della dignità, della parola. uomini considerati e trattati come pura forza-lavoro. […] Rosarno è questo Paese Italia impaurito, che soffre di vertigini perché sull’orlo del burrone e si muove a casaccio”. Ottima, per una volta, la replica alle esternazioni del premier da parte dell’opposizione parlamentare, che per bocca di una dei suoi esponenti più acuti, Anna finocchiaro, ha con prontezza ribattuto: “Altro che immigrati. diciamo meno premier, meno crimini”. Eh già, perché ormai quasi ci si è dimenticati delle escort di Stato, dell’orgia del Potere inscenata a Villa certosa (una tregua breve, invero, visti gli scandali delle settimane immediatamente successive, che hanno intaccato l’immagine di una figura chiave del nostro panorama politico, il super-capo della Protezione civile Guido Bertolaso); mica c’è più tanta cautela a delegittimare apertamente la magistratura e a far scempio della giustizia, tra processo breve, legittimo impedimento e preoccupanti tentazioni bipartisan per reintrodurre l’immunità parlamentare. Anche la conferenza Episcopale italiana, attraverso il suo Segretario generale, Mariano corona, ha preso chiaramente le distanze dall’equazione più migranti uguale più reati: “Le nostre statistiche dimostrano che le percentuali di criminalità fra italiani e stranieri sono uguali”; soprattutto, “la dignità di ogni persona umana non può essere oggetto di pregiudizio o discriminazione”. La Lega Nord non ha gradito, e una delle sue più impresentabili

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bocche da fuoco, Mario Borghezio, ha tuonato le solite litanie xenofobe. E dietro di lui molti altri, soprattutto dopo i fatti di via Padova a Milano, con scontri tra alcuni migranti in un’area di forte (e talora problematico) insediamento multiculturale. Per fortuna il buon senso ha prevalso, il tandem Bossi – Maroni (il ministro degli Interni, ricordiamolo, a cui si deve la conversione in legge del ddL governativo noto come “pacchetto sicurezza” – invero già impostato dal predecessore Giuliano Amato –, dal quale discendono a cascata i respingimenti, le ronde, i poteri “straordinari” concessi ai sindaci, finalmente liberi di spiccare ordinanze contro lavavetri e questuanti) è stato costretto per una volta a gettare acqua sul fuoco, e i residenti hanno saputo prendere con fermezza le distanze da iniziative improvvisate e strumentali di vecchi e nuovi fascisti. In quest’Italia “ladra e corrotta” – come l’ha opportunamente definita Giorgio Bocca – i migranti regolari sono ad oggi circa quattro milioni. La stima degli immigrati irregolari è più o meno il venti per cento di tale cifra. Insomma, stiamo parlando complessivamente di non più di cinque milioni di persone (quindi nemmeno uno straniero ogni dieci italiani). In questo caso la chiarezza e la precisione sui numeri è fondamentale. Molto utile, pertanto, il contributo proposto di seguito da Simona Maria Mirabelli, che limitatamente alla realtà alessandrina, dà conto con precisione dell’oggettiva portata del fenomeno migratorio, al di là di ogni strumentale interpretazione 4. I dati quantitativi che abbiamo richiamato non giustificano affatto coloro che parlano di una vera e propria invasione. Piuttosto, il sistematico tentativo di alimentare il pregiudizio nei confronti dell’Altro, del diverso, può essere facilmente ricondotto a una classica strategia per ottenere un facile consenso politico, facendo peraltro in modo che la conflittualità sociale rimanga confinata tra gli ultimi e i penultimi. La rabbia dei delusi, dei poveri, dei frustrati si scaglia contro chi è ancora più debole; l’ostilità di chi si sente respinto o confinato ai margini si concentra contro chi sta

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più sotto; non guarda in alto, ma si rivolge inesorabilmente verso il basso. In fondo, è più semplice, immediato. Molti ricorderanno certamente – caso quanto mai paradigmatico – l’assalto ai Rom a Ponticelli nel maggio 2008. La giustificata rabbia del popolo di uno dei quartieri sfortunati di Napoli dinanzi all’illegalità impunita e ostentata a ogni angolo, la frustrazione di fronte a emergenze endemiche mai realmente affrontate – camorra, clientelismo, abusivismo, rifiuti o disoccupazione, per limitarci a un elenco sommario – si è però abbattuta sull’obbiettivo sbagliato. Non contro una politica serva, truffaldina e vigliacca, che garantisce i suoi privilegi e guarda con sfacciata indifferenza la città affondare. Non contro “il sistema” che controlla ogni cosa, e che reprime con spietatezza tutti coloro che si ribellano 5. Ma allora contro chi si è sfogato quel crescente disagio? Ovvio, contro gli ultimi degli ultimi. Gli Zingari, certo. un popolo tanto straordinario quanto misconosciuto e bistrattato, che il saggio di Barbara d’Agostino – contrastando i luoghi comuni più radicati – ci aiuta a conoscere meglio, in tutta la sua complessità 6. Quegli scomodi vicini una casa neppure ce l’hanno. E poi – come sentenzia un atavico pregiudizio, affatto superato –, rubano, sporcano, insultano. E allora ecco il bersaglio perfetto della frustrazione dei napoletani più poveri, che non vanno in piazza per chiedere lavoro e giustizia, bensì gioiscono perché la camorra brucia le baracche dei Rom. urlano contro bambini inermi e terrorizzati, ridando spazio a quel meccanismo mai tramontato del capro espiatorio. ha funzionato anche per gli Ebrei. E chi allora minimizzava ha avuto torto. Le scene che vedemmo a Ponticelli, ma anche qualche mese prima, in un contesto completamente differente, a Opera, alle porte di Milano, dove solo la carità radicale di persone straordinarie come don Virginio colmegna e Massimo Mapelli con il loro sollecito interessamento hanno salvato la faccia alla metropoli meneghina (pronta a tollerare lo sgombero forzato di inermi famiglie rom da parte di un comitato di “buoni” cittadini, acce-

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cati da piccoli privilegi ed enormi pregiudizi), oppure scene identiche che abbiamo visto ripetersi in altri mille analoghi casi, sono un vulnus insopportabile alla nostra idea di civiltà. Purtroppo, con tutta evidenza, non si tratta più di fenomeni isolati. ce ne stiamo accorgendo tutti. Ormai si è aperta nel nostro Paese la caccia allo straniero. Si esasperano i toni, e il sistema mediatico, irresponsabilmente, soffia sul fuoco. I cittadini non ne possono più! E di che cosa? delle badanti che per ottocento euro al mese accudiscono i nostri anziani lasciando i propri figli a migliaia di chilometri? dei manovali che rischiano la pelle lavorando in nero per costruire le nostre case? della miseria e della desolazione di persone costrette (loro malgrado) a vivere in abominevoli campi di baracche abusive e sgangherate ai margini delle nostre città? “tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti”. Non inizia forse così la dichiarazione universale dei diritti umani, solennemente promulgata il 10 dicembre 1948? Era solo uno scherzo durato sessant’anni? E allora perché tante persone vivono di stenti, in tende e roulottes di fortuna, senz’acqua, senza riscaldamento, senza i minimi servizi, e circondate pure dall’ostilità della popolazione e delle istituzioni? 7. Non devono star lì, si dice. Verissimo. Ma quali sono le alternative? cosa facciamo per gli ultimi e per chi vive ai margini? Se non sono direttamente sotto i nostri occhi, tutto va bene? Basta non vederli e il problema è risolto? Possibile che sia così complicato ampliare lo sguardo al contesto globale, fatto di disparità sfacciate e crescenti, frutto malato di un modello di sviluppo non solo terribilmente iniquo, ma anche del tutto insostenibile, tra l’esaurirsi progressivo delle risorse energetiche e l’incombere di drammatiche emergenze ecologiche? come si può pensare di bloccare i flussi migratori quando perfino nel cuore dell’Europa – in Romania, ad esempio – il costo del lavoro è ridicolmente basso, e operai senza diritti fanno la fortune degli imprenditori nostrani che “delocalizzano” la produzione in nome della sacralità del profitto?

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Perché allora non si dovrebbe tentare la fortuna nei Paesi più ricchi? Quanto conosciamo della complessità e della drammaticità dei contesti dai quali i migranti si allontanano, della loro storia 8, delle responsabilità di un Occidente predatorio e di un liberismo senza limiti e senza pudori? È vero che non ci sono nell’immediato soluzioni del tutto convincenti. che la situazione è particolarmente complessa. Quello che però non possiamo fare è tacere di fronte allo scempio che si sta perpetrando nei confronti delle nostre leggi e dei fondamenti del nostro Stato di diritto. La tentazione può essere quella di sottrarsi alle brutture che ci circondano. di ripiegarci nel privato pensando soltanto ai problemi del nostro quotidiano. Ma l’unica cosa davvero sbagliata in questo momento mi sembra che sia proprio l’indifferenza. In Italia centinaia di migliaia di clandestini vivono in condizioni insostenibili, sfruttati, isolati, accerchiati, stigmatizzati, assolutamente non garantiti. E la differenza – peraltro assai discutibile – tra chi ha i “papelli” in regola e chi no va sempre più sfumando. Estraneo e cattivo sono troppo spesso intesi come sinonimi. La xenofobia striscia pericolosamente. E il potere la alimenta. che sia il premier che ammicca allo sbarco di belle ragazze dall’Albania, raggiungendo vertici di machismo idiota e villano, o che siano manifesti elettorali di oscuri candidati, che inneggiano apertamente all’odio razziale. “donna o terrorista?”, campeggiava su uno di questi fogli in occasione delle recenti elezioni all’ingresso della nostra città sotto la foto di una donna velata. Non ci sono parole adeguate a commentare tanta stupidità. E lo scoramento rischia di avere il sopravvento se prendiamo consapevolezza che il nostro Paese, pur scivolato progressivamente lungo una china pericolosa di razzismo aperto – ormai sotto osservazione critica e costante delle Istituzionali internazionali 9–, non rappresenta affatto un caso isolato. Pensiamo solo alle destre xenofobe recentemente premiate da un largo successo

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elettorale in ungheria, ma anche all’attenzione e al consenso che cominciano a ottenere slogan e schieramenti politici xenofobi in uno degli stati più civili d’Europa come l’Olanda. un segnale inequivocabile – scrive Marco Revelli nel suo ultimo saggio, significativamente intitolato Controcanto – della “sempre maggiore difficoltà del rapporto con l’altro nell’epoca della de-localizzazione”, nonché “di un ritorno brutale, rapido, in buona misura inconsapevole, ma devastante, alle logiche di una società di caste: universi sociali separati e gerarchicamente sovrapposti. Signori, e servi. Eletti, e paria. uomini, e topi” 10. Il risultato di una crisi globale, che sembra mettere all’angolo le classiche risposte dei movimenti progressisti, in Italia come e forse più che altrove. Ma quando capiremo, alfine, che gli uomini sono davvero tutti uguali? che senza migranti siamo tutti più poveri, e non solo dal punto di vista economico? che la differenza è ricchezza, e che isolati si vive male? Bello, molto bello, l’embrionale tentativo di auto-organizzazione dei migranti, che il primo marzo 2010 hanno dichiarato uno sciopero, dai forti tratti simbolici, e utilissimo a far riflettere su quanto dicevo poc’anzi. Più migranti uguale più lavoro, più cultura, più apertura, più ricchezza economica e umana. Senza i lavoratori stranieri il nostro sistema economico sarebbe al collasso. Per rendere l’idea, sono quasi due milioni i cittadini rumeni che lavorano per imprese italiane, nel nostro Paese o in patria. Se da un giorno all’altro non ci fossero più? E tutti costoro di quali diritti e di quali tutele godono? Ad esempio, qualcuno può spiegarmi come mai coloro che producono e pagano le tasse non dovrebbero avere voce in capitolo sull’uso delle risorse pubbliche? Per questo la prossima battaglia di civiltà nella quale impegnarsi credo che debba essere proprio in funzione dell’introduzione del diritto di voto per i migranti, almeno nelle elezioni amministrative. E di pari passo una lotta serrata al lavoro nero e allo sfruttamento di ogni tipo. I diritti di ciascuno sono i diritti di tutti. dobbiamo ricordarcelo

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sempre, e oggi più che mai. La vera democrazia – costituita da cittadini consapevoli, e non semplicemente da spettatori – è a forte rischio, anche perché in troppi contesti, in troppe occasioni, ci siamo dimenticati di che cosa significa essere autenticamente democratici. Si tratta forse solo di procedure elettorali, e chi ottiene la maggioranza (come tendono a indicare la crescente personalizzazione della politica e forme più o meno nette di un nuovo pericoloso plebiscitarismo) fa poi ciò che vuole? O si tratta, invece, di un insieme di valori e di principi di solidarietà, giustizia, libertà? Se è questa l’opzione che condividiamo, allora dobbiamo essere massimamente inclusivi: diritti e doveri valgono, appunto, per tutti. Gli sfigati di Rosarno non contano certo di meno degli inquilini di Palazzo chigi. E i reati degli uni non sono più gravi dei reati degli altri. Anzi. certo, la demagogia rende. Ma è fasulla, fragile, pericolosa. chi starnazza in difesa di micro-identità esclusive ed escludenti in realtà cerca solo di costruirsi un facile consenso, facendo leva sulle paure e sugli istinti peggiori delle persone. dobbiamo forse ricordare ancora, per fare un esempio tra i molti possibili, gli emolumenti da capogiro che parlamentari ed eurodeputati leghisti percepiscono, al pari di tutti gli altri, da Roma ladrona e dall’unione Europea traditrice del popolo padano? Oppure il mare di consulenti e portaborse prezzolati dalle camicie verdi di lotta e di governo, tra i quali il figliolo del capo, il buon Renzo Bossi, che deve ripetere l’esame di Stato tre volte prima di diplomarsi, e di diventare infine il più giovane consigliere regionale della Lombardia?! Il populismo sembra in effetti rendere bene (in tutti i sensi). Almeno per un po’. Poi il popolo, quello vero, di solito inizia a capire. E il vento cambia. forse parole come solidarietà, accoglienza, condivisione, avranno presto un risveglio nelle coscienze dei più, e la giusta rabbia contro iniquità e soprusi troverà nuove forme per esprimersi e organizzare comunità più libere, coese,

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gioiose. dobbiamo rimboccarci le maniche e non smettere mai di “osare la speranza”, come ostinatamente ci ricorda don Gallo nei suoi libri, dai quali abbiamo preso le mosse: “So di non essere onnipotente”, scriveva nel 2005, e tutti noi sappiamo di non esserlo; tuttavia, egli subito aggiungeva: “ma non voglio concedermi la scusa dell’impotenza”. Ecco il punto fondamentale. Non possiamo rassegnarci al pensiero che non cambi mai nulla; che gli ultimi – con un palese stravolgimento del messaggio evangelico – saranno sempre gli ultimi. Occorre invece moltiplicare gli sforzi affinché faccia finalmente breccia l’idea di una “solidarietà liberatrice” che sappia coniugare le libertà, i bisogni e i diritti dei singoli e della collettività tutta, e vincere l’indifferenza, l’ipocrisia, l’egoismo, l’intolleranza e il razzismo. ci attende un lungo e periglioso cammino comune in difesa della civiltà, ossia di una società meticcia fiera della ricchezza delle sue ibridazioni, dei suoi incontri, dei suoi scambi e dei suoi legami solidali. Non ci sono alternative, almeno se condividiamo l’obiettivo di porre un argine alla barbarie trionfante. Io non voglio vivere in un Paese xenofobo. Non voglio rassegnarmi all’ingiustizia, all’iniquità, allo sfruttamento. devo forse emigrare? O una speranza ancora c’è?

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1. A. Gallo, Angelicamente anarchico. Autobiografia, Mondadori, Milano 2005. 2. un nuovo contributo alla riflessione – che ovviamente non può prescindere dal classico studio di Norberto Bobbio, Destra e Sinistra. Ragioni e significati di una distinzione politica [prima ed., donzelli, Roma 1994] – è dato dal breve ma denso saggio di carlo Galli, Perché ancora destra e sinistra?, Roma-Bari, Laterza, 2010. 3. M. Rovelli, Servi. Il Paese sommerso dei clandestini al lavoro, Milano, feltrinelli, 2009. 4. L’immigrazione straniera in Alessandria: luoghi e percorsi di vita, infra, pagg. 113. 5. Per la cronaca, negli ultimi vent’anni le bande di camorra hanno commesso circa quattromila omicidi, e la faida tra la vecchia Organizzazione e gli “scissionisti” ha devastato in questi anni Scampia e Secondigliano, e Napoli tutta. 6. Rom. Storia di un popolo errante, infra, pagg. 73 e seg. 7. Inequivocabile, in tal senso, il discorso che il ministro degli Interni Roberto Maroni ha tenuto ad Avellino il 2 febbraio 2009, in risposta alle critiche di uno dei suoi (rimpianti) predecessori Giuseppe Pisanu: “Per contrastare l’immigrazione clandestina non bisogna essere buonisti ma cattivi, determinati, per affermare il rigore della legge”. E a caratteri cubitali il quotidiano “Libero” – come noto, di nome ma non di fatto – titolava all’indomani “finalmente cattivi!”. Apoteosi di quelle che l’amico e collega Marco Revelli definisce giustamente “retoriche del disumano”; si giunge infine all’elogio esplicito della cattiveria, e per giunta da parte di chi propone contestualmente di impreziosire il tricolore con il crocifisso. 8. Sul caso rumeno, interessante la ricostruzione di uno snodo storico decisivo proposta nel saggio di Valentina Lenti, La fine dell’era Ceauçescu: la “rivoluzione” del 1989 in Romania, infra, pag. 55 e seg. 9. Per limitarci ad un solo esempio, l’Alto commissario delle Nazioni unite per i diritti umani, la canadese Louise Arbour, si è espressa in modo chiaro sul decreto legge sulla sicurezza e sull’introduzione del “reato” di clandestinità in Italia: si tratta semplicemente di un obbrobrio giuridico. 10. M. Revelli, Controcanto. Sulla caduta dell’altra Italia, Milano, chiarelettere, 2010, pag. 157 e pag. 54. Si veda anche pag. 163: “La spazialità nuova ridisegnata dalla ‘grande trasformazione’ (la sua logica di

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Giorgio Barberis, Civiltà o barbarie. Migranti e politica in Italia

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flusso) tende a condensarsi e a mordere sulla carne viva dei territori (a ‘incontrare i corpi’) producendo i propri effetti non solo economicofinanziari, ma (bio)-politici e ‘antropologici’”. E quanto siano devastanti questi effetti ce lo mostrano appunto le cronache dei nostri orrori quotidiani, per giunta “con uno spazio pubblico esploso, un meccanismo della rappresentanza lesionato al limite dell’inagibilità, un universo del lavoro frantumato ed eroso nel profondo dal cancro della precarizzazione e delle delocalizzazioni” (pag. 135).

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L’immigrazione straniera in Alessandria. Luoghi e percorsi di vita*

Simona Maria Mirabelli

La popolazione straniera residente nel comune di Alessandria: intensità, dinamica e principali caratteristiche dai dati più recenti di fonte istituzionale risulta che al 1° gennaio 2009 i cittadini stranieri residenti nel comune di Alessandria sono complessivamente 10.333 pari all’11% della popolazione complessiva (93.676 unità), di cui il 98,3% provenienti dai così detti “Paesi a forte pressione migratoria” (PfPM) 1. La crescita è stata notevole: infatti si è passati da poco meno di 400 immigrati nel 1991 a oltre 2.164 dieci anni dopo, superando il confine delle 10 mila unità nel corso del 2008. Se ci limitiamo ad analizzare la dinamica di crescita del periodo più recente emerge che, tra il 2002 e il 2008, il numero di stranieri residenti nel comune è aumentato del 287,7%, pari ad un tasso medio annuo del 25,3%. L’incremento è dovuto sia a un saldo naturale in attivo (204 unità nel 2008 a fronte di 65 unità nel 2002), sia a una netta differenza positiva tra iscritti e cancellati. Infatti, il numero di iscrizioni supera costantemente quello delle cancellazioni: nel 2002 di 256 unità, nel 2008 di 1.200 (tab.1). Per quanto riguarda la composizione di genere, se la componente maschile rappresenta in media il 49,7% dell’intero collettivo di origine straniera, la sua incidenza appare assai differenziata in base alla nazionalità di appartenenza (tab. 2). La presenza maschi-

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le è dominante nella collettività tunisina, in cui il permanere di un disequilibrio tra i due generi potrebbe indicare sia la prevalenza di una migrazione individuale di ritorno 2, sia la presenza di fasce di popolazione di più recente immigrazione; mentre per quanto riguarda i cittadini provenienti dall’Europa dell’Est e dall’America Latina si osserva una netta prevalenza della componente femminile: il rapporto è di 5 donne per ogni uomo proveniente dalla federazione Russa, di 3 tra gli stranieri di origine ucraina e di 2 tra i dominicani. tra i cittadini di origine romena e macedone si è raggiunto un sostanziale equilibrio 3.

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dall’esame dei dati basati sulle registrazioni anagrafiche emerge inoltre una forte eterogeneità per quanto riguarda i paesi di provenienza: sono rappresentate complessivamente 94 nazionalità straniere, sebbene tre – Albania, Marocco e Romania – costituiscano nel loro insieme il 69,2% del totale. La collettività straniera maggiormente rappresentata è quella albanese (2.656 unità), seguita da quella romena (2.396 unità) e da quella marocchina (2.103 unità).

L’analisi in base alla struttura per età evidenzia come la popolazione straniera rispetto a quella italiana si caratterizzi per una più elevata presenza di minori: la componente straniera più giovane rappresenta infatti oltre il 25% del totale, mentre la stessa fascia di età (0-17 anni) fra i residenti non immigrati ha un peso di poco inferiore al 13% (tab. 3). dalla tabella emergono inoltre differenze significative in corrispondenza delle classi di età più avanzate: la popolazione italiana over 65 costituisce poco meno del 24% del

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totale, mentre la corrispondente quota di stranieri non raggiunge la percentuale del 3%. I luoghi di insediamento

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Per quanto riguarda la distribuzione della popolazione straniera residente nelle cinque circoscrizioni in cui è suddiviso il comune di Alessandria 4, osserviamo che alla fine del 2008 i cittadini stranieri sono per il 40% concentrati nella circoscrizione centro (4.255 unità, pari al 41% del totale) dove risiede il 26% della popolazione complessiva (tab. 4). In termini di densità, emerge inoltre che il 17% dei cittadini residenti nella circoscrizione centro è costituito da stranieri comunitari ed extracomunitari, a fronte di una media pari all’11%. Nelle altre circoscrizioni l’incidenza della componente straniera sulla popolazione complessiva è compresa tra il 6% (Alessandria Nord) e il 10% (Alessandria Sud) 5.

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dal punto di vista della distribuzione territoriale, se ci limitiamo a confrontare i primi tre gruppi stranieri più presenti nelle cinque circoscrizioni comunali, attraverso i dati resi disponibili dall’Anagrafe in occasione dell’approfondimento condotto alla fine del 2003 6, e consideriamo il rapporto di ciascuno di essi con il totale degli stranieri residenti nelle singole circoscrizioni, emergono differenze di un certo rilievo, come si può notare nella tabella 5. Infatti, mentre per la collettività albanese vi è una maggiore concentrazione nella circoscrizione centro (37%), per le collettività marocchina e romena si

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riscontrano i maggiori valori, rispettivamente, nelle circoscrizioni Alessandria Sud (34%) e fraschetta (24%). Se si procede inoltre all’analisi di ogni singola nazionalità – albanese, marocchina e romena – e per ciascuna di esse se ne determina l’incidenza sul totale dei connazionali residenti nelle cinque ripartizioni territoriali risulta che, mentre per i primi vi è una localizzazione prevalente al centro (60%) e una certa diffusione nelle altre circoscrizioni (dal 16% al 2%), la maggior parte della popolazione marocchina si concentra nelle circoscrizioni centro e Alessandria Sud (circa il 70% del collettivo). Nelle altre ripartizioni comunali si osservano percentuali comprese tra il 14% (fraschetta) e il 5% (Europista). Anche per quanto riguarda i cittadini romeni emerge come la maggior parte di essi risieda oltre che nella circoscrizione centro (37%) anche nella fraschetta (25%). Nelle circoscrizioni Alessandria Sud e Alessandria Nord vive, rispettivamente, il 18 e il 12% del collettivo, mentre nel Villaggio Europa e nel quartiere Pista (Europista) gli immigrati di origine romena raggiungono la percentuale del 9%. La distribuzione residenziale dei gruppi provenienti dall’Albania, dal Marocco e dalla Romania manifesta dunque tendenze residenziali analoghe nelle circoscrizioni centro (elevata concentrazione) e Alessandria Nord (bassa concentrazione); al contrario si riscontrano differenze nella distribuzione territoriale nelle altre circoscrizioni comunali, in particolare nelle circoscrizioni Alessandria Sud e fraschetta in cui le tre nazionalità considerate manifestano tendenze abitative differenti. Gli studi sui flussi migratori mettono in evidenza come le differenze insediative possono derivare da fattori di tipo strutturale (presenza di opportunità di lavoro, accessibilità al mercato immobiliare) o di tipo culturale (esistenza di reti, facilità di inserimento in comunità già presenti nel territorio). Si tratta indubbiamente di risorse importanti per inserirsi nel paese di immigrazione, tuttavia anche i fattori individuali, come la conoscenza di una lingua piut-

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tosto che la capacità di svolgere una determinata professione, possono costituire risorse preziose per intraprendere con successo il percorso di integrazione nella società di accoglienza. Le differenze nell’accesso al mercato della casa o del lavoro possono dunque dipendere sia da fattori di contesto (sociali, economici e culturali) che dalle caratteristiche individuali a cui abbiamo accennato. È su questi aspetti che focalizzeremo qui di seguito l’attenzione.

Percorsi di integrazione: frammenti di storie di vita dall’analisi della consistenza numerica e della distribuzione residenziale dei diversi gruppi stranieri insediati nella città di Alessandria sono emersi alcuni elementi di caratterizzazione sociale del territorio: – la consistenza numerica e l’incidenza degli stranieri residenti nel comune capoluogo alla fine del 2008 (10.333 unità, pari all’11% della popolazione complessiva);

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– la crescita numerica della popolazione immigrata registrata tra il 2002 e il 2008 (+ 287,7%); – l’eterogeneità delle provenienze (94 nazionalità straniere registrate in Anagrafe); – la struttura per età della componente straniera (più giovane rispetto a quella italiana); – le prime tre collettività straniere per numero di residenti (Albania, Romania e Marocco); – una distribuzione ‘diffusa’ della popolazione straniera nelle cinque circoscrizioni comunali, pur con una maggiore concentrazione nella circoscrizione centro dove risiede il 41% del totale. Sulla base di questi dati di scenario di tipo quantitativo può essere utile procedere a un approfondimento di tipo qualitativo, focalizzando l’attenzione sul rapporto che i giovani stranieri intrattengono con i luoghi della città. In particolare, i luoghi di incontro dei coetanei e la percezione della città. Su tali temi abbiamo raccolto le testimonianze di otto studenti stranieri di età compresa tra i quindici e i diciotto anni, originari dell’Albania, della Macedonia e del Marocco 7. Ovviamente le risposte dei ragazzi intervistati non vogliono avere la pretesa di rappresentare l’insieme dei giovani immigrati che vivono in questa città. Si tratta semplicemente di frammenti di storie di vita che, anche se non rappresentative di un’intera popolazione, descrivono il percorso di inserimento abitativo, formativo e relazionale che gli adolescenti immigrati intraprendono nel paese d’immigrazione. La prima domanda che è stata posta riguarda il momento e le modalità di arrivo nel nostro paese: “da quanti anni vivi qui? Sei arrivato/a con i tuoi genitori? da dove arrivi?”. dalle risposte emerge che il ricongiungimento familiare (al padre, alla madre, a un parente) è il motivo di ingresso in Italia più ricorrente:

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“Vivo qui da un anno e quattro mesi. Sono arrivato con il papà. Il papà vive qui da 6 anni.” [A.] “Vivo qui da nove mesi. La mia mamma è venuta qua per lavorare. La mamma ha fatto cinque anni, dopo ha fatto i documenti per me.” [I.] “Sono arrivata in Italia nel 2000 con il papà, con la mamma e mio fratello che ha abitato con noi un anno e poi è andato in francia. Il papà è arrivato prima.” [h.] “In Alessandria vivo dal 1999, però sono arrivata in Italia nel 1995. Solo che prima venivo nelle vacanze e poi tornavo a studiare in Marocco. In estate venivo qua in Italia passavamo le vacanze qua in Italia, poi al momento in cui c’era la scuola andavamo a fare i nostri studi in Marocco, dal 1995 al 1999 abbiamo fatto sempre la stessa cosa: andare in Marocco e tornare in Italia. In Italia c’era mio padre. Mio padre è partito ventidue anni fa. È andato in francia, poi è arrivato in Italia.” [A.] “Sono arrivata qua a Via Verona nel 1999. Sono arrivata io, mio padre, mia mamma e altre tre sorelle. Sono arrivata con un gommone. Abbiamo un po’ sofferto perché c’era brutto tempo, faceva anche freddo, era marzo. Sono sbarcata a Puglia sono arrivata qui grazie a un ragazzo che ci ha prese dalle coste di Puglia, fino in Alessandria ci ha portato grazie a lui. Qui avevo il fratello di mio padre, lui ci ha tenuti a casa sua fino a un anno senza il permesso di soggiorno e mio padre lavorava in nero e noi subito siamo andate a scuola.” [h.] “Vivo qui da tre anni, mio padre è venuto prima, da 10 anni, noi siamo venuti dopo.” [f.]

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dalle risposte è emersa anche la pluralità e la differenza sia dei luoghi di provenienza sia dei singoli percorsi di immigrazione: “Vengo dall’Albania, da durazzo sono nata proprio in città. durazzo è molto più grande di Alessandria. ci sono tanti abitanti, c’è il mare… io sono nata proprio vicino al mare. Mio padre è da durazzo, mia mamma è da Valona. Abitavo in una casa mia.” [h.] “Vengo dall’Albania, da durazzo, che è più grande di Alessandria. Vengo da un paesino vicino a durazzo. Abitavo in una casa.” [f.] “Vengo dal Marocco da Battou, un paese lontano 400 km. da Aredat, vicino a casablanca, abitavo nella casa della nonna.” [A.] “Vengo dal Marocco, da taza che è lontana da casablanca 190 km.” [I.] “Vengo dal Marocco, da Oujda, una città più grande di Alessandria. È come Milano. È lontana da casablanca 600 km.,come Alessandria e Roma. È sul mare. Abitavo in un appartamento con giardino, una grande piscina.” [h.]

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“Vengo dal sud-ovest del Marocco, da Errachidia. È una città grande, lì abitavo in una casa.” [A.] “Vengo dal Marocco, da State. È una città più grande di questa. Abitavo in una casa.” [M.] “Vengo dalla Macedonia, da tetono. È una città più piccola di questa. Abitavo in una casa nostra.” [R.] A questi ragazzi, che partendo da luoghi e situazioni differenti sono arrivati ad Alessandria tra la fine degli anni Novanta e i primi

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anni del 2000, si è chiesto di raccontare la loro giornata: “La mia giornata è soltanto quando vengo a scuola perché io di solito non esco finita la scuola. Sabato e domenica sto a casa, certe volte vado da mia sorella. ho molti amici italiani…ci incontriamo solo a scuola. Io non esco mai.”[f.] “dopo la scuola vado a casa. Non esco al sabato, sto a casa anche la domenica. ho amici italiani solo qui a scuola.” [A.] “Io non ho amici italiani… solo di scuola perché sono sempre a casa. tutto il giorno qui con i miei amici di scuola e il sabato non esco, sto a casa con la mamma. dopo la scuola vado a casa, aiuto la mamma.”[h.] “La mia famiglia è la scuola perché sono tutto il giorno qui, mi piace tanto.”[h] da queste, e da altre testimonianze raccolte in ricerche analoghe, l’istituzione scolastica appare come luogo di incontro di primaria importanza nella vita degli adolescenti stranieri. Qui i ragazzi trascorrono la maggior parte del loro tempo vivendo l’ambiente scolastico come l’unico luogo alternativo a quello domestico: si esce da casa per andare a scuola e dopo la scuola si ritorna in famiglia, spesso per rimanervi. La scuola quindi può rappresentare l’unica occasione per incontrare coetanei, per socializzare e stabilire rapporti di amicizia con alcuni di loro. dalle risposte di questi ragazzi la scuola, infatti, si presenta non soltanto come un luogo in cui si apprendono nozioni e si impara un mestiere. È molto di più. È uno spazio di aggregazione che offre loro un’occasione di interazione con il mondo giovanile locale, un luogo in cui persone di origine e culture diverse, partendo dalla condivisione della comune condizione di studente, possono vivere esperienze concrete di

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socializzazione diverse da quelle familiari. Al di fuori degli spazi scolastici non si rilevano particolari luoghi di aggregazione. La via principale, la pista di pattinaggio e lo spazio antistante un centro di telefonia internazionale sono gli unici spazi dove i ragazzi intervistati hanno dichiarato di incontrarsi: “Io non conosco bene i posti… soltanto Piazza della Libertà, Garibaldi, Piazza Genova. Mi piace corso Roma. Mi piace il centro. Molto. Mi piace tutto.” [f.] “con gli amici al pomeriggio facciamo un giro, ci vediamo vicino a corso Roma in Piazzetta della Lega. facciamo un giro in corso Roma e poi quando è la sette torniamo a casa. Alla sera non esco, ma di sabato sì. Andiamo al cinema.” [A.]

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“Mi piace corso Roma al sabato sera perché c’è tanta gente. Non mi piace corso Virginia Marini. Perché ci sono tanti stranieri, tanti marocchini, tanta gente lontana. Perché ci sono i ragazzi e quando io passo dicono parolacce. Non mi piace.” [h.] “corso Roma è una zona frequentata da molte persone, corso Roma mi piace perché è un bel posto. Lì ci sono negozi dove puoi andare a comprare, a volte vado anche in piazza se c’è il mercato. faccio trascorrere bene la giornata, stando a casa non faccio niente. Invece uscendo con gli amici mi diverto, compro, faccio tutto. I giardini ce ne sono pochi, io non ci vado mai ai giardini, ci andavo però adesso no, non mi attirano più. Non mi piace quel posto lì dove ci vanno tutti i ragazzi a pattinare perché lì ci sono troppi ragazzi albanesi che cominciano a picchiarsi, dove vendono delle sostanze, non mi piace come posto, certe volte ci passo però non è che mi fermo tanto.” [R.] Ampliando la scala spaziale di riferimento, dai singoli luoghi

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alla città nel suo complesso, si è indagato quale opinione avessero di essa i giovani intervistati: “Quali sono i luoghi di questa città che ti piacciono di più? E quelli che ti piacciono di meno? Se dovessi dare un voto a questa città che voto le daresti?”. “Secondo me, qui in Alessandria è molto meglio di durazzo, in durazzo non ci sono cose, per esempio parchi, giardini. In Albania non esistono. Secondo me, qua è bellissimo. tutto quello che c’è è bellissimo. Ma a dir la verità anche se qua mi piace, il mio paese è lì che sono nata, qua devo stare, ancora devo finire la scuola, tanti anni, però l’Albania…Qui però è tutto bellissimo, non mi dimenticherò mai. Io darei dieci a questa città. Mi piace molto. Penso di tornare in Albania con la mia famiglia.” [f.] “Non conosco bene la città. Mi piace il centro, corso Roma e basta. A questa città darei otto, otto e mezzo. Mi piace questa città perché è piccola, tranquilla. Non è come nelle città grandi.” [I.] Gli studenti hanno espresso un giudizio positivo, e dalle interviste, infatti, emerge l’immagine di una città “bella”, nella quale si ritiene di vivere bene, a prescindere dal desiderio di rimanervi in futuro. tale giudizio, ovviamente, nasce anche dal confronto con il contesto economico, sociale e culturale di origine: “A durazzo d’estate puoi anche andare per tutta la notte, puoi anche restare. È bello. Nessuno che ti tocca. È bello. Però rispetto l’Italia, se metto l’Italia contro Albania, è meglio l’Italia, perché c’è stata la guerra, è distrutto tutto. Adesso piano piano lì stanno facendo di nuovo le cose che mancano.” [h.] Ma quando il termine di comparazione è rappresentato dalle città del nostro paese, la valutazione sulla città di Alessandria risulta essere meno positiva, e in questo i giovani stranieri si allineano

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al giudizio dei coetanei “autoctoni”: “In confronto alle città che ho visto in Italia, a questa città darei uno. ho visto firenze e Pisa perché mia sorella abita tra firenze e Pisa. Rispetto al Marocco darei un po’ di più, perché qui si rispettano le regole della strada, là c’è più confusione.” [M.] “Ad Alessandria, non c’è niente da fare. A capodanno io vado a Genova o a Milano, sono città grandi, belle. Qui non c’è niente da fare. Non mi piace Alessandria, vorrei che fosse come il Marocco, a Oujda c’è il mare.” [h.] A Oujda c’è il mare, ma non solo. Il paese d’origine è anche il luogo in cui si desidera ritornare per ritrovare gli affetti, gli amici o per dare il proprio contributo al paese da cui si proviene: “Ritornare in Marocco… magari! Io voglio lavorare qui, prendo i soldi e poi torno in Marocco e faccio una casa più grande. Io là ho la famiglia, ho tanti amici, qua non c’è nessuno. Mio padre, mia mamma, io e basta. Qui non abbiamo parenti, solo amici marocchini.”[h.]

Note e discussioni

“Vorrei ritornare in Marocco, è sempre il mio paese, vorrei fare anch’io qualche cosa per il mio paese, in Marocco ho i miei parenti”. [A.] continuare a vivere in Italia può essere importante per garantirsi un futuro migliore, sia che si preferisca ritornare nel paese di origine, sia che si preferisca rimanere in Italia: “Non mi piace tornare in Marocco perché non c’è lavoro, non c’è tutto, perché anche quando studi non trovi lavoro.” [I.]

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“Nel mio paese ci vado tutti gli anni però, se i miei genitori dovessero fare una scelta di rimanere per sempre lì, io non sarei d’accordo.” [R.] “La mia vita è qua, perché mio padre dice: ‘La mia vita è qua, io vivo qua con i miei figli. La vita dei miei figli la voglio qua’. Perché mio padre e mia mamma hanno proprio sofferto, di lavoro, di tutto, hanno avuto difficoltà per mantenere noi. Mio padre dice così e io faccio come lui dice, è meglio anche per me, no? Qua c’è lavoro, qua non manca l’acqua, non manca la luce. di là manca tutto. Manca l’acqua, manca la luce. di là puoi anche morire di freddo. Mia nonna in Albania si alzava alle 4, andava a prendere l’acqua, noi qua c’è l’acqua, io quando sono venuta dicevo sempre: ‘Mamma l’acqua’ e mia mamma faceva: ‘Ma l’acqua c’è’ e poi piano piano mi sono abituata, ero abituata con la mia zia a prendere l’acqua con i secchi, qua è molto diverso da giù. I miei nonni sono rimasti lì perché dicono: ‘Ormai qua io vivo’. Quando sono andata quest’anno mia nonna si è messa a piangere perché ci vede grandi e belle, fa: ‘Mammamia, com’eravate piccoline, adesso guarda come siete!’”.[h.] Quanto al rapporto con la cultura del paese di origine, i pochi elementi emersi sono strettamente connessi con gli usi e le ricorrenze religiose: “Mia mamma è cristiana, mio padre mussulmano, sono a metà io. Mio padre pratica il Ramadân, mio padre dice: ‘fate quello che volete ma io sono mussulmano’. Anche le mie sorelle sono cristiane perché noi siamo a metà un po’ cristiane ma anche mussulmane. Io dico per me è uguale. Mia mamma è nata in Grecia, i miei nonni sono cristiani, mia mamma è nata cristiana. Mio padre festeggia il Ramadân, alla fine festeggia con altri parenti che sono mussulmani come lui, fanno un pranzo, il tavolo è pieno, anche noi

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partecipiamo, per me è uguale: un dio c’è, no? 8. Per me mangiare il maiale è uguale: è carne! Mia mamma fa il pollo per mio padre, per noi fa altre cose”.[h.] “Sono di religione mussulmana. Io pratico il Ramadân, in famiglia lo faccio soltanto io, anche la mamma certe volte però. Le feste di Ramadân le facciamo a casa con la famiglia, con i parenti. Non conosco il centro Islamico di Via Verona, me ne hanno parlato, però non sono mai andata. Noi le tradizioni le manteniamo molto. Io ho cominciato a 12 anni il Ramadân. Il Ramadân dura un mese, chi lo fa lo fa e chi non lo fa…e dopo c’è la festa.” [f.] “Sono mussulmano, faccio il Ramadân dura un mese, a ottobre. Alla fine del Ramadân facciamo una festa. Anche domenica prossima c’è una festa, per tutti i marocchini. Noi la facciamo qua ad Alessandria e mia mamma in Marocco, la festa si chiama Aid Adha.”9 [I.] Il legame con la cultura passa anche attraverso la lingua d’origine (l’albanese, il macedone, l’arabo, il berbero): le risposte dei ragazzi intervistati confermano l’uso orale e familiare della lingua madre, e il significato identitario che essa ha per loro:

Note e discussioni

“Io parlo l’arabo, lo scrivo. faccio tutto. ho amici marocchini con loro parlo in arabo e in italiano, con la mamma arabo sempre arabo. È la mia lingua.” [I.] “La mia lingua la conosco bene. Parlo un po’ il berbero e tanto l’arabo. Non c’è solo un tipo di berbero: come qua ci sono quelli che parlano il piemontese e quelli che parlano il siciliano, dipende dalla zona, non è lo stesso berbero. In famiglia parlo in arabo, delle volte anche a scuola.” [A.]

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“Parlo benissimo l’albanese. Lo parlo in famiglia, sempre in famiglia, con parenti albanesi, amici che abitano qui in Alessandria.” [f.] “L’arabo lo parlo a casa con la mamma, so scrivere piano e anche leggere piano, lettera per lettera, ha fatto dei corsi di arabo, ho imparato l’alfabeto. Mi piacerebbe imparare bene l’arabo, forse perché è la mia lingua, ogni anno vado in Marocco e cerco di imparare. con i fratelli parlo tutte e due: arabo e italiano. con la mamma parlo piuttosto in arabo, con il papà arabo. con gli amici marocchini parlo in arabo e in italiano.” [M.] Osservazioni conclusive Sulla base dei dati presentati è risultato come nel periodo considerato la presenza degli immigrati sia stata caratterizzata da una crescita numerica significativa: nel 2002 gli stranieri residenti erano 2.665, alla fine del 2008 se ne contano 7.668 in più con un aumento del 287,7%. Agli aspetti legati all’intensità della presenza e alla dinamica di crescita, si aggiungono quelli riferiti alle provenienze che alla fine del 2008 raggiungevano quasi il centinaio, anche se le tre nazionalità più rappresentate (Albania, Romania e Marocco) assorbivano quasi il 70% della popolazione straniera complessiva. Per quanto riguarda la composizione di genere sono emerse differenze significative tra le diverse collettività presenti sul territorio, in particolare tra i tunisini in cui è tuttora dominante la presenza maschile, e tra gli immigrati originari dei paesi dell’Est (federazione Russa e ucraina) e dell’America latina (Rep. dominicana) da cui provengono flussi migratori a connotazione prevalentemente femminile. un ulteriore elemento emerso dall’analisi delle registrazioni anagrafiche riguarda la distribuzione ‘diffusa’ della popolazione straniera nelle circoscrizioni comunali pur con una maggiore concen-

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trazione nella prima (centro) dove vive poco più del 40% del totale. dall’elaborazione dei dati è emerso inoltre che il rapporto tra immigrati e popolazione raggiunge nella circoscrizione centro la percentuale del 17,5%, mentre nelle altre tale rapporto si attesta tra il 6% e il 10%. Al carattere diffusivo che caratterizza la distribuzione territoriale degli stranieri si accompagnano tuttavia differenze, anche consistenti, tra le diverse collettività. I dati anagrafici hanno evidenziato infatti la tendenza da parte degli immigrati albanesi a insediarsi prevalentemente nella circoscrizione centro (60% del collettivo), mentre per gli stranieri originari del Marocco e della Romania le maggiori concentrazioni si determinano, oltre che nella circoscrizione centro (36-40%) rispettivamente nelle circoscrizioni Alessandria Sud (30%) e fraschetta (25%). Abbiamo inoltre osservato come i fattori di tipo strutturale presenti sul territorio (maggiori opportunità di lavoro, accessibilità al mercato immobiliare a condizioni più favorevoli, ecc.) e culturale dipendenti dal paese di origine rappresentino una chiave di lettura dei diversi percorsi di inserimento – abitativo, occupazionale e relazionale – che gli immigrati intraprendono nel paese di immigrazione. tuttavia, anche le caratteristiche sociali e culturali riferibili alla singola persona possono determinare il successo o, al contrario, il fallimento del processo individuale d’integrazione nella società di accoglienza. Ad evidenziare la dimensione della soggettività contribuiscono le testimonianze degli adolescenti stranieri che abbiamo intervistato. Attraverso la loro esperienza di giovani migranti emerge, infatti, un quadro differenziato rispetto sia ai percorsi di immigrazione sia al rapporto con il paese di origine e con la città di Alessandria, sia, infine, rispetto alla loro vita quotidiana, alle loro relazioni e alle loro aspirazioni.

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note * Il presente lavoro è tratto dalla tesi di laurea in Sociologia urbana, dal titolo “Alessandria e gli immigrati: luoghi e cultura”, relatore Prof. Enrico Ercole, università degli Studi del Piemonte Orientale “A. Avogadro”, facoltà di Scienze Politiche, Anno Accademico 2003/2004. 1. Oltre alle provenienze africane, asiatiche e latino americane, sono compresi tutti i Paesi dell’Oceania e dell’Europa dell’Est (inclusi i neocomunitari). Non ne fanno parte il Giappone, Israele, l’Australia e la Nuova Zelanda. 2. Si intende una migrazione caratterizzata da una durata limitata nel tempo del soggiorno nel paese di immigrazione e da una strategia del ritorno come promozione sociale nel paese di origine. cfr. A. Zehraoui, Migrazione individuale di ritorno e migrazione familiare di popolamento in Landuzzi, tarozzi e treossi (a cura di), Tra luoghi e generazioni. Migrazioni africane in Italia e in Francia, torino, L’harmattan, 1995; pag. 28). 3. Si ricordi che la tendenza all’avvicinarsi all’equilibrio tra i sessi indica il passaggio da una migrazione individuale di ritorno a una fase successiva in cui assumono rilevanza i ricongiungimenti familiari, l’immigrazione di interi nuclei, l’aumento dei nati nel luogo di arrivo (migrazione familiare di popolamento). I gruppi a connotazione femminile aderiscono normalmente a un modello di immigrazione dominato dalla figura della donna ‘primomigrante’ il cui percorso migratorio si configura come progetto autonomo legato alla ricerca di nuove e migliori opportunità di lavoro e vita. 4. Il comune di Alessandria ha un’estensione di 203.950 kmq e risulta suddiviso in 5 circoscrizioni e 23 quartieri. La circoscrizione centro, con una superficie molto ristretta (pari all’1% del totale), presenta la percentuale di popolazione più elevata e la maggiore densità di abitanti rispetto al totale. 5. Alla fine del 2003 gli stranieri provenienti dai PfPM rappresentavano poco più del 5% della popolazione complessiva. 6. Si veda la nota *. 7. Le interviste sono state realizzate presso l’Agenzia formativa IAL di Alessandria nella mattinata del 27 e del 30 gennaio 2004. 8. Si tratta della festa chiamata Aid Es Saghir o Aid El fitr con cui si celebra la fine del Ramadân. La festa in Marocco dura tre giorni durante i

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Simona Maria Mirabelli, L’immigrazione straniera in Alessandria. Luoghi e percorsi di vita

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quali si svolgono grandi pranzi familiari, si ricevono e si fanno visite ad amici e parenti, scambiandosi messaggi augurali. Adulti e bambini, nei limiti delle loro possibilitĂ , indossano abiti nuovi [da Feste nel mondo, centro come, Milano]. 9. La festa di Aid El Adha (grande festa o festa del sacrificio) commemora il miracolo compiuto da Allah, quando sostituĂŹ un agnello al figlio che Abramo stava per offrirgli in sacrificio. Si tratta della piĂš grande festa del mondo islamico e si svolge contemporaneamente al pellegrinaggio alla Mecca [da Feste nel mondo, centro come, Milano].

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Giovani e territorio. Percorsi di integrazione di ragazzi italiani e stranieri in alcune province del Piemonte*

William Bonapace, Michael Eve, Maria Perino, Roberta Ricucci

In quale parte della società italiana i giovani stranieri si stanno integrando? da alcuni anni gli studiosi e i responsabili politici e amministrativi si interrogano sull’“integrazione” dei figli degli immigrati, che costituiscono una fetta sempre più consistente della popolazione. La presente ricerca esplora alcuni aspetti della vita dei 1520enni stranieri, cercando di cogliere le loro traiettorie all’interno della società italiana e nello specifico piemontese. Si sono pertanto indagate le interazioni sociali degli adolescenti e dei giovani, immigrati e non, in tre realtà provinciali (Asti, Alessandria e torino), analizzando i fattori che condizionano tale processo. Per esaminare i numerosi ambiti entro cui si snodano i percorsi di integrazione, si è partiti dall’esperienza scolastica, per poi ampliare la prospettiva d’indagine e considerare le relazioni familiari e amicali, i rapporti con il territorio in cui vivono i giovani, le prospettive e i progetti per il futuro. L’indagine è stata condotta nelle scuole secondarie di secondo grado e negli istituti di formazione professionale, da sempre osservatorio privilegiato, anche se parziale, delle caratteristiche e dei percorsi di integrazione degli adolescenti e dei

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giovani di origine straniera. Non si tratta quindi di una ricerca solo sul rapporto fra figli dell’immigrazione e scuola. Si è cercato piuttosto di raccogliere informazioni sugli ambienti sociali in cui questi si muovono, sviluppano i loro progetti di vita, apprendono nuovi modi di passare il tempo libero, socializzano con i coetanei. I pari italiani non rappresentano semplicemente un campione di controllo: sono attori a pieno titolo. Semplificando, si potrebbe pensare la nostra indagine non tanto come una ricerca sugli studenti stranieri, ma piuttosto sulle scuole e gli altri ambienti in cui essi si stanno integrando. Il riferimento all’integrazione dei figli degli immigrati inevitabilmente evoca una serie di preoccupazioni diffuse tra i policy maker: dai problemi della riuscita scolastica e della disoccupazione giovanile alle paure suscitate da una gioventù “alienata”. Ma una realistica politica di prevenzione deve capire accuratamente le dinamiche in gioco. Non è “la seconda generazione” in sé ad essere problematica, ma piuttosto le scuole incapaci di conferire una solida formazione spendibile sul lavoro o i quartieri in cui si sviluppa una cultura giovanile centrata sulle prove di forza e di sfida: come dimostra l’esperienza di altri paesi, dalla francia agli Stati uniti, simili situazioni si creano però quasi sempre con la collaborazione determinante di attori sociali che provengono dalla maggioranza della popolazione, siano essi singoli o istituzioni 1. La domanda cruciale diventa allora non tanto se si integreranno – in un modo o un altro quasi tutti i figli degli immigrati si integrano – ma piuttosto in quale parte della società di arrivo l’integrazione si verifica. In questo senso è necessario re-indirizzare lo sguardo ai vari contesti locali, capaci di generare sia disuguaglianze e situazioni problematiche, sia percorsi virtuosi di mobilità ascendente e di positivi e qualificati inserimenti nel mondo del lavoro. È infatti fuorviante pensare a un processo di integrazione nella società italiana in astratto: sono piuttosto le varie scuole, i diversi quartieri, le differenti aree locali e i numerosi ambienti che diventano i palco-

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scenici in cui i giovani stranieri, generalmente accanto a coetanei italiani, creano specifiche competenze, atteggiamenti, comportamenti. Ma la presenza di scuole prive di direzione o di quartieri segregati certamente non è, come già detto, opera in primo luogo dei giovani. Infatti l’analisi dei processi in cui si sono create aree residenziali segregate 2 e scuole svalorizzate da cui rifuggono quei genitori che hanno alternative 3 pone l’accento in gran parte sugli attori istituzionali. In quale parte della società italiana i giovani stranieri si stanno integrando? Anche per loro (o per la maggioranza di loro) la scuola rappresenta l’ambiente istituzionale di riferimento ed è dall’osservazione dei loro percorsi formativi che occorre partire. Gli studenti stranieri, è noto, frequentano in modo molto più che proporzionale l’istruzione professionale (gli istituti e i centri di formazione). Questa tendenza ha indubbiamente conseguenze di lunga durata. Anche se la scelta di un percorso professionalizzante può essere razionale per la singola famiglia e per il singolo studente, la prevalenza di tale percorso fa temere uno spreco di capitale umano e la creazione di una futura struttura di classe della società italiana su basi etniche. Infatti l’istruzione professionale, pur non escludendone la possibilità, è solo raramente il preludio all’accesso all’università e alle professioni più qualificate 4. Il tipo di istruzione rappresenta una scelta cruciale 5 non solo per i giovani e le loro famiglie (che spesso scelgono sulla base di informazioni inadeguate); ma anche per le istituzioni. Se continuerà l’attuale concentrazione degli stranieri in questi canali d’istruzione non sembra un’esagerazione sostenere che una parte consistente della partita dell’integrazione della seconda generazione in Italia si giocherà in queste sedi. Non sappiamo quale sarà l’esito degli attuali tentativi di rivalutare l’istruzione professionale, a partire da quello di migliorarne i legami con il mondo dell’impresa 6, ma dal loro successo dipenderà il futuro delle seconde generazioni, ossia di una parte importante della popolazione residente in Italia. Esso sarà decisamente peg-

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giore se le scuole professionali saranno scuole di basso prestigio, conferme in qualche modo di precedenti fallimenti scolastici e percepite dai datori di lavoro come tali, scelte dagli studenti perché ritenute più facili, magari consigliate dagli insegnanti della scuola media perché “adatti ai figli dell’immigrazione”. Per questo motivo uno degli obiettivi originari della ricerca è stato quello di individuare aree problematiche rispetto alla disciplina e all’apprendimento nelle scuole dove i figli degli immigrati si inseriscono più massicciamente. Anche se non emergono chiari segni di scuole evidentemente in preda a problemi di disordine, riteniamo che la questione vada monitorata, anche con l’ausilio di metodi qualitativi. ciò vale anche per i quartieri periferici e per altri ambienti fondamentali per la crescita dei giovani, per quelli stranieri come per una fetta importante di quelli italiani, esposti a rischi in gran parte simili. Nel dibattito sull’integrazione, l’attenzione è spesso rivolta a misure che riguardano specificamente gli stranieri. Per quanto queste siano importanti (pensiamo per esempio alle iniziative linguistiche sviluppate nelle scuole), dovrebbe essere chiaro che l’“integrazione” non si giocherà primariamente in questa arena. come si vedrà anche dai risultati della ricerca svolta, molte delle abitudini e dei comportamenti dei giovani stranieri sono infatti simili a quelli dei coetanei italiani, a riprova del fatto che gran parte della “cultura” di un giovane si forma nel luogo in cui cresce. ciò sembra indicare che l’attenzione degli studiosi ma anche degli amministratori dovrebbe essere rivolta in primo luogo ai quartieri, alle scuole e altri ambienti frequentati dai giovani. Il questionario che ha costituito il principale strumento di ricerca è stato distribuito in 128 classi delle scuole superiori, compresi i centri di formazione professionale, delle province di Asti, Alessandria e torino, per un totale di 2.114 intervistati. Per motivi di economia abbiamo campionato le scuole e le sezioni che presentavano un minimo di studenti stranieri. Questo vuol dire che gli

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studenti italiani e stranieri del campione non sono rappresentativi di quelli italiani e stranieri nelle tre province e ancora meno degli italiani e stranieri 15-20enni in generale. Sono così risultati ovviamente esclusi i ragazzi (particolarmente numerosi tra gli stranieri) che non studiano, perché lavorano o che comunque hanno abbandonato la scuola. Inoltre l’esclusione delle classi, sezioni e scuole in cui gli stranieri sono poco presenti ha comportato l’assenza di un’importante fascia della popolazione scolastica (per esempio, il nostro campione include un solo liceo classico). Questa campionatura ha delle conseguenze anche per le famiglie incluse ed escluse. Infatti sembra assai probabile che le famiglie italiane del campione siano un po’ più modeste in termini di istruzione e di classe sociale rispetto alla popolazione piemontese nel suo complesso, mentre le famiglie immigrate con difficoltà economiche più pressanti sono quasi certamente sottorappresentate. Gran parte delle ricerche internazionali ha focalizzato l’attenzione sui centri metropolitani, formulando le sue ipotesi sui meccanismi in gioco anche a partire da queste esperienze. Anche in Italia le indagini svolte nelle grandi città sono state più numerose rispetto a quelle svolte altrove, sebbene la diffusione degli immigrati anche in piccoli centri sia una caratteristica della migrazione nel nostro paese, legata all’impiego nei servizi, nell’agricoltura e nel lavoro di assistenza alle famiglie. Non a caso il 59% degli studenti che hanno risposto al nostro questionario abitano in un comune con meno di 30.000 abitanti, mentre il 32% risiede nei tre capoluoghi di provincia e il restante 9% in centri urbani oltre i 30000 abitanti. Occorre dunque iniziare ad approfondire condizioni di vita, opportunità formative e dinamiche relazionali di giovani che crescono in realtà minori, naturalmente diverse da quelle che si sviluppano nelle aree metropolitane e di cui poco si conosce.

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I protagonisti della ricerca: i giovani e le loro famiglie Nonostante la presenza di studenti provenienti da tutti i continenti (esclusa l’Oceania), il 64% degli stranieri oggetto della ricerca è originario dall’Europa orientale e il 70% proviene da soli quattro paesi, tre europei e uno africano: Romania (28%), Albania (16%) e Macedonia (11%), Marocco (15%). Ne risulta confermato l’attenuato policentrismo delle provenienze migratorie, che per molti anni si è ritenuta una spiccata caratteristica dell’immigrazione italiana; se da un lato gli immigrati in Italia appartengono a 191 nazionalità differenti, dall’altro il nostro paese non si trova di fronte a una polverizzazione delle presenze, avendo ormai assistito alla strutturazione di una composizione migratoria prevalentemente mediterranea ed est europea. Gli studenti oggetto della ricerca sono il 17% iscritti in una classe di prima superiore, il 36% in una seconda, il 32% in una terza e il 15% in una quarta. La percentuale di coloro che hanno un ritardo scolastico è elevata, raggiungendo picchi particolarmente alti proprio all’interno della componente straniera. Rispetto alla scelta scolastica dei giovani, differenze rilevanti sia di genere sia di nazionalità emergono chiaramente dai dati raccolti dalla ricerca. Se ad una prima analisi risulta che circa il 40% del campione frequenta una scuola o un istituto professionale e il 60% un liceo o un istituto tecnico, uno sguardo più attento permette di osservare un quadro particolarmente articolato in cui le due variabili (quella di genere e quella della nazionalità) si intrecciano tra loro producendo un panorama composto da differenze date proprio dal sesso e dall’appartenenza nazionale e, come vedremo, dall’appartenenza sociale. cominciamo quindi a scorporare il dato a partire dalla nazionalità: i corsi professionali sono frequentati dal 12% degli italiani e dal 29% degli stranieri, agli istituti professionali a loro volta sono iscritti il 22% degli italiani e il 30% degli stranieri. frequentano gli

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istituti tecnici il 23% degli italiani e il 22% degli stranieri, ai licei infine sono iscritti il 43% degli italiani e il 19% degli stranieri. tra gli stranieri a loro volta queste percentuali debbono essere ulteriormente disarticolate e messe a confronto con le diverse nazionalità: tra i marocchini infatti, il cui capitale culturale e sociale familiare risulta essere mediamente basso, quasi il 90% è iscritto a una scuola a carattere professionale (l’87% dei maschi e il 91% delle femmine) e solo 7 ragazzi (4 femmine e 3 maschi) a un istituto tecnico o un liceo. Non molto diversa è la situazione dei ragazzi macedoni e albanesi, anch’essi provenienti da famiglie con un background scolastico nella media modesto e, per oltre il 70% dei casi, collocate socialmente nelle posizioni professionali meno qualificate o in una condizione di disoccupazione: tra loro il 70% frequenta un corso professionale o un istituto professionale e, nel caso dei primi, solo 12 studenti sono iscritti ad un istituto tecnico e 2 (un maschio e una femmina) a un liceo. Più equilibrata la situazione dei ragazzi di origine rumena, che presentano una realtà familiare in possesso di un capitale culturale mediamente più alto rispetto alle precedenti collettività nazionali, fattore quest’ultimo che, come osservato da numerose ricerche 7, è in grado di incidere sulle traiettorie sociali e scolastiche dei figli: un terzo dei rumeni frequenta una scuola liceale, quasi un altro terzo frequenta un istituto tecnico; e il restante 36% è iscritto ad un istituto o un centro di formazione professionale. Se prendiamo in esame la dimensione di genere, si nota che quasi il 40% del campione (il 40% dei maschi e il 37% delle ragazze) frequenta un corso o un istituto professionale, il 23% (il 19% dei maschi e il 27% delle ragazze) frequenta un istituto tecnico, e poco più di un terzo (il 43% dei ragazzi e il 34% delle ragazze) è iscritto a un liceo. La differenza tra i due sessi nella scelta della scuola è a sua volta decisamente più marcata all’interno della popolazione di riferimento italiana rispetto a quella straniera. Infatti, tra gli italiani quasi la metà delle ragazze è iscritta a un liceo rispetto a

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poco più di un terzo dei maschi, più propensi a rivolgersi a indirizzi tecnici o professionali, mentre nella popolazione straniera quasi il 60% di entrambi i generi frequenta un corso o un istituto professionale, a riprova di un orientamento scolastico che punta su di una formazione indirizzata verso un precoce ingresso nel mondo del lavoro. Se infine prendiamo in considerazione la classe sociale d’appartenenza familiare, emerge uno stretto rapporto tra stato socioeconomico della famiglia e il tipo di indirizzo di studio frequentato dagli studenti sia italiani che stranieri con una forte penalizzazione dei figli di immigrati che risultano appartenere a nuclei famigliari collocati in buona parte tra le fasce sociali più deboli: infatti tra i ragazzi italiani il 72% dei figli appartenenti a quella categoria sociale che la letteratura sociologica definisce “nuova borghesia” frequenta un liceo mentre questo è vero per il 63% dei figli dei “ceti impiegatizi”, raggiungendo in tal modo circa il 60% degli iscritti a tale ordine di scuola di nazionalità italiana. Allo stesso tempo, il 48% dei figli di famiglie provenienti dalla “classe operaia” e il 54% degli appartenenti a famiglie “disoccupate” frequentano corsi o istituti professionali raggiungendo insieme il 61% per i corsi professionali e il 47% per gli istituti professionali di tutti gli studenti frequentanti tali ordini scolastici. tra gli stranieri la distribuzione degli studenti nei diversi ordini di scuola è, sotto l’aspetto dell’appartenenza sociale, ancora più polarizzata, con percentuali che superano i valori riferiti alla popolazione scolastica italiana (da un minimo di dieci sino a un massimo di venti punti). A conferma di ciò, il 57% dei figli di famiglie appartenenti alla classe operaia frequenta una scuola o un istituto professionale, con la conseguenza che gli iscritti di origine straniera ai corsi professionali che provengono da questa classe raggiungono circa l’80% della popolazione scolastica straniera frequentante queste scuole.

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Struttura e background familiare dall’analisi dei dati raccolti nel corso della ricerca, emerge una realtà familiare riferita sia agli italiani sia agli stranieri, attraversata da molteplici tensioni di carattere culturale, economico e sociale, con effetti profondi sui diversi soggetti. L’esperienza migratoria e le condizioni d’inserimento nella società d’accoglienza si caratterizzano per essere un elemento di stress che pone i giovani di origine straniera in una posizione di debolezza sociale, e coloro che provengono da dinamiche familiari migratorie interne, a volte anche lontane, in una situazione di svantaggio rispetto ai coetanei originari del nord, con effetti critici che sembrano permanere nel tempo. Se prendiamo in esame la variabile dell’appartenenza sociale delle famiglie italiane e straniere, risulta rilevante la differenza tra i due gruppi al punto da poter rappresentare la situazione come l’una l’inversa dell’altra a conferma di una diffusa integrazione subordinata dei genitori immigrati, collocati in buona parte nelle fasce professionali meno ambite, nonostante il capitale culturale alquanto simile, e in alcuni casi superiore, a quello degli italiani. Alla domanda del questionario sulla professione dei propri genitori il 7% degli italiani ha infatti risposto in modo da collocare la propria famiglia nella categoria “nuova borghesia”, il 35% l’ha inserita tra i ceti impiegatizi, il 23% nella piccola borghesia, il 30% della classe operaia e il 6% tra i disoccupati. Ben diverse le risposte date dai giovani di origine straniera da cui emerge che la maggioranza delle famiglie si posiziona tra le fasce medio basse della scala sociale: solo l’8% ha ritenuto di collocare la propria famiglia nella “nuova borghesia” e nel “ceto impiegatizio”, il 16% ha ritenuto di posizionarla nella “piccola borghesia” mentre il 65% l’ha collocata nella “classe operaia” e ben l’11% in una situazione di disoccupazione. Particolarmente alta la media di appartenenti alla classe più modesta tra gli albanesi, dove quasi l’80% ha indicato per i propri genitori un’attività lavorativa che possiamo collocare all’interno

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della categoria della classe operaia, e tra i macedoni, dove la percentuale di genitori appartenenti a tale classe sociale raggiunge comunque il 70%. Sempre tra i macedoni, alta risulta anche la disoccupazione dei padri che arriva al 20%; stessa percentuale è raggiunta infine dai marocchini. È interessante notare che di fronte a una forte polarizzazione professionale tra stranieri e italiani, i titoli di studio degli italiani e degli immigrati sono tra loro molto simili e, nonostante sia alta la percentuale di chi afferma di non sapere quale sia il grado d’istruzione dei propri genitori 8, il capitale culturale in possesso delle famiglie di cittadinanza non italiana risulta superiore a quello degli autoctoni al punto che solo il 27% dei ragazzi stranieri afferma che il proprio genitore è senza titolo o ha un titolo di studio basso rispetto al 43% degli italiani. come abbiamo già osservato più volte però, al di là della suddivisione tra italiani e stranieri, le differenze di cittadinanza si intersecano con quelle sociali e una semplice lettura che si limitasse a contrapporre la componente italiana a quella straniera (a loro volta considerate entrambe in se stesse omogenee), senza prendere in considerazione il capitale sociale di partenza delle famiglie, il maggior o minore capitale culturale posseduto, la struttura così come lo stato del benessere socioeconomico familiare non permetterebbe di comprendere le dinamiche sociali in atto. Anche la componente italiana è infatti molto articolata al suo interno e un’analisi attenta permette di cogliere una realtà plurale in cui fattori legati alla migrazione interna, ai livelli d’istruzione posseduti dai genitori, alle posizioni lavorative e sociali così come al capitale sociale famigliare interno ed esterno, danno vita a realtà molto diversificate tra loro, mettendo in evidenza come le nuove disuguaglianze, risultanti dai processi migratori, si sovrappongono e si affiancano a profonde differenze di classe 9, al di là e oltre le origini nazionali, avvicinando socialmente tra loro migranti e fasce sociali autoctone deboli 10.

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La scuola come strumento di mobilità sociale o luogo di illusioni? come abbiamo già detto gli stranieri non si distribuiscono in maniera uniforme nei diversi canali formativi, concentrandosi (quasi il 60%) nei percorsi professionalizzanti, equamente divisi tra centri di formazione e istituti scolastici professionali. Gli italiani privilegiano i licei (43%) e in seconda battuta le scuole tecniche (23%) 11. In questa distribuzione fortemente ineguale fra italiani e stranieri, anche a parità di classe sociale, più evidente in relazione ai ceti medi e alla piccole borghesia, si può ipotizzare agisca una pressione esterna, esercitata soprattutto dalle scuole che orientano gli stranieri per lo più verso indirizzi professionalizzanti senza considerare il periodo di permanenza in Italia e le aspettative individuali. L’orientamento, solo recentemente venuto alla ribalta nella relazione fra allievi stranieri e scuola (troppo spesso centrata sull’accoglienza e sull’apprendimento della lingua italiana), è infatti estremamente rilevante, soprattutto per gli studenti stranieri che possono contare meno dei coetanei italiani sul capitale sociale della famiglia 12. Questa dispersione di “capitale umano” non è però solo imputabile alla scuola, vi concorrono altri fattori. uno di questi è legato al deficit conoscitivo che caratterizza le famiglie straniere nei confronti di un nuovo sistema scolastico. La ricerca ha poi dimostrato come un elemento discriminante per la scelta della scuola siano il momento di arrivo e, di conseguenza, il periodo trascorso in Italia: i ragazzi arrivati da poco tempo hanno il doppio delle possibilità di frequentare centri di formazione professionale rispetto alle seconde generazioni, che si distribuiscono tra i vari percorsi in maniera più uniforme. Si tratta di un tema noto e già emerso in altre ricerche 13: fra chi è in Italia da meno tempo il peso delle variabili della distanza della scuola dall’abitazione e del consiglio di amici/parenti è maggiore

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rispetto a chi è nato in Italia o ha qui svolto gran parte della carriera scolastica, in ragione paradossalmente anche di una maggiore socializzazione con l’istituzione scolastica. Non ci deve sorprendere il fatto che nella scelta della scuola da frequentare chi arrivi da adolescente sembri avere le idee più chiare rispetto a chi ha una carriera scolastica tutta italiana. Su questi ultimi hanno maggiore influenza il consiglio degli insegnanti e le attività di orientamento che si svolgono nelle scuole secondarie di primo grado onde offrire agli studenti e alle famiglie il maggior numero di informazioni sulla base delle quali delineare una scelta scolastica che tenga conto delle predisposizioni e delle aspirazioni dei ragazzi, cercando però anche di preservarli da probabili insuccessi. Lo spauracchio è infatti quello della dispersione. Rispetto a indagini qualitative in cui i docenti che principalmente si occupano dell’inserimento degli allievi stranieri nelle scuole secondarie lanciavano l’allarme sui radicati stereotipi degli insegnanti, cui si affiancavano genitori sprovvisti di informazione, sembrano dunque emergere segnali positivi di controtendenza 14. Almeno sul versante delle famiglie straniere il cui percorso di stabilizzazione ha infatti dei positivi riverberi sul rapporto con la scuola. Abbiamo in precedenza visto che mediamente i ragazzi con cittadinanza non italiana vivono in famiglie dotate di un capitale culturale leggermente più alto rispetto a quello dei coetanei italiani. Eppure, il valore associato all’istruzione si scontra – talora risultandone condizionato negli esiti – con le difficoltà della lingua, il disorientamento rispetto al contesto scolastico, le implicazioni giuridiche e i condizionamenti economici che si riverberano sulle famiglie straniere. È questa la ragione per cui in misura maggiore rispetto agli allievi italiani, nei percorsi della formazione professionale e dei canali dell’istruzione tecnico-professionale il background culturale degli allievi stranieri è più elevato. Essere italiani rappresenta dunque un vantaggio significativo a parità di capitale culturale, ad esempio al livello più basso un allie-

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vo straniero ha 8 possibilità su 10 di scegliere percorsi professionali, mentre un autoctono 1 su 2. Stesso discorso vale anche per chi ha livelli più alti, tra gli italiani 7 su 10 frequentano licei, mentre la stessa strada è scelta solo dal 30% degli stranieri. Perfino le seconde generazioni, seppur potenzialmente più avvantaggiate, non sfuggono da questo meccanismo: solo il 39% di chi ha un capitale culturale alto in famiglia frequenta un liceo. Sembra che le famiglie degli allievi stranieri abbiano più difficoltà ad innescare quei processi di difesa del prestigio sociale che avevano nel paese di origine e non esercitino appieno quelle “pressioni psicologiche” sui figli per far sì che conseguano un titolo di studio superiore, o almeno pari, a quello che loro stessi hanno. Allo stesso tempo si rilevano differenze significative nella relazione fra tipologia di scuola frequentata e cittadinanza degli allievi: il divario tra studenti dell’Est Europa e dell’Africa settentrionale è accentuato. Nemmeno la permanenza in Italia sembra incidere sulle scelte: la nazionalità, che si porta dietro catene migratorie e percorsi differenziati oltre a diverse concezioni del ruolo delle istituzioni scolastiche, continua ad avere il peso maggiore. dalla ricerca risulta come i rumeni, con una maggioranza di genitori altamente istruiti, hanno più possibilità di accedere a corsi liceali, mentre i marocchini, che appartengono a famiglie con un capitale culturale più modesto, nel 52% sono orientati verso la formazione professionale, sia i ragazzi che le ragazze. Si tratta solo di scelte familiari oppure come sottolineato da recenti ricerche 15, vi si sconta anche il ruolo ambivalente svolto dagli insegnanti nell’orientare i ragazzi nei confronti degli allievi stranieri, provengano dall’estero o dalla scuola media italiana? Il contesto scolastico Numerosi sono gli studi che guardano alle caratteristiche delle

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scuole per spiegare il successo degli studenti 16. La qualità della scuola, nei suoi aspetti strutturali, organizzativi e umani, rappresenta una variabile importante nella definizione degli esiti dei percorsi formativi degli studenti. Ancor di più nel caso di studenti di origine straniera, da cui la scuola – o meglio un particolare tipo di scuola – può essere percepita come un passpartout per superare processi di discriminazione nella ricerca del lavoro e può quindi essere un tassello importante nella costruzione del proprio futuro, in Italia o altrove. Il contesto scolastico si qualifica non solo come luogo in cui si svolgono attività didattiche, ma anche come ambiente di relazioni. Nel caso delle ricerche sugli allievi stranieri l’attenzione maggiore è dedicata alle relazioni orizzontali, ossia a quelle fra pari 17. Poca attenzione è invece stata dedicata alle relazioni verticali, a come gli allievi stranieri considerano gli insegnanti e in che modo si relazionano con loro. Eppure, il rapporto tra discente e docente è fondamentale in un contesto formativo: un rapporto da leggersi sia in quanto relazione di autorità sia in quanto rapporto di conoscenza e di formazione che si instaura tra una generazione e un’altra. Si tratta di un tipo di relazione che l’arrivo della popolazione scolastica straniera ha reso più difficile. da parte degli insegnanti, si lamenta la mancanza di una preparazione adeguata per gestire allievi provenienti dall’estero e si accentua molto la distinzione fra chi è nato in Italia e chi vi è arrivato, come se il luogo di nascita mettesse al riparo dalle difficoltà dell’inserimento, per esempio la lingua 18. da parte degli alunni, la relazione con il corpo docente assume valenze diverse a seconda del gruppo considerato, italiano o straniero. Il giudizio complessivo sugli insegnanti delinea un quadro di luci e ombre. Se gli allievi stranieri sembrano avere dei loro docenti un giudizio migliore rispetto agli italiani, l’atteggiamento diventa comunque più severo all’aumentare del numero degli anni trascorsi all’interno del sistema scolastico italiano, avvicinandosi a quello

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espresso dai compagni italiani. Se con il tempo i giudizi sugli insegnanti dunque si allineano, rimangono però delle differenze fra tipologie di scuole. Lo scenario più positivo emerge dalla formazione professionale, dove i docenti, forse per ruolo o forse per scelta dell’ente, vengono giudicati come più disposti ad ‘ascoltare’ e ad essere un ‘punto di riferimento’ per gli studenti più di quanto non accada negli altri canali di istruzione. All’estremo opposto, si collocano gli insegnanti dei licei, la cui immagine delineata dalla ricerca è non solo di poca disponibilità e apertura nei confronti degli allievi, ma anche, secondo i giudizi dei discenti, di poca professionalità e competenza. La percezione degli studenti della capacità di mantenere e manifestare l’autorità e l’autorevolezza da parte degli insegnanti è ancora una volta superiore fra gli stranieri rispetto agli italiani. Il tema è fra quelli più dibattuti nella relazione fra le famiglie straniere e la scuola, spesso vista come istituzione che ha in qualche modo abbandonato alcune sue funzioni educative in funzione di una maggiore democratizzazione dei rapporti fra insegnanti e studenti 19. Paradossalmente però sono gli studenti italiani ad essere più severi, giudicando i loro insegnanti poco capaci di mantenere la disciplina in classe. Esiti scolastici Prendiamo ora in esame le bocciature. Anche in questo caso non vi sono scostamenti significativi tra italiani e stranieri 20: i risultati vanno pertanto analizzati sotto altri punti di vista, come, ad esempio, la relazione tra la carriera scolastica alle scuole medie e la scelta formativa o scolastica immediatamente successiva. Se un ragazzo italiano è stato bocciato almeno una volta in un istituto secondario di primo grado ha circa una probabilità su 2 di scegliere un percorso di formazione professionale, se ha avuto una car-

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riera regolare potrebbe più facilmente proseguire in un liceo (46%). Per un ragazzo straniero con almeno una bocciatura le probabilità sono quasi identiche agli italiani, mentre sono decisamente peggiori nei casi di un percorso senza interruzioni: meno di 1 su 4 sceglie un liceo (vs. 1 su 2 italiani) e poco più di 2 su 5 si orientano verso la formazione professionale (vs. 8% degli italiani). Il tempo di permanenza in Italia offre maggiori garanzie di non iscriversi ad un corso regionale, ma non influisce sulle possibilità di scegliere un liceo. Se restringiamo l’attenzione alle bocciature relative alle esperienze scolastiche tuttora in corso e ai soli centri di formazione professionale, vediamo che addirittura il 45% degli studenti italiani è stato bocciato, contro solo il 15% degli stranieri. di nuovo, va ricordato che alcuni studenti stranieri saranno arrivati in Italia da poco tempo e non avranno semplicemente maturato il tempo sufficiente da permettere una ripetizione. tuttavia la differenza è così grande che è improbabile che sia spiegabile unicamente per questa via, piuttosto, come alcuni formatori sottolineano, si può ragionevolmente pensare che anche ragazzi stranieri con buone capacità (e che potrebbero anche frequentare altri corsi scolastici) ma scarse competenze linguistiche vengano orientati verso corsi professionalizzanti e abbiano dunque performance migliori degli italiani. Anche negli istituti professionali e negli istituti tecnici gli intervistati italiani dichiarano un po’ più frequentemente di aver ripetuto un anno della scuola superiore. Al liceo la tendenza si inverte: il 20% degli stranieri dice di aver ripetuto un anno, contro il 12% degli italiani. Sappiamo anche che il ritardo scolastico è enormemente più diffuso tra gli stranieri. Nei nostri dati ben il 79% degli stranieri è in ritardo, contro il 29% degli italiani. tuttavia questo dipende probabilmente in gran parte dal collocamento iniziale al momento dell’arrivo nella scuola italiana più che dal livello di preparazione inferiore, incidendo anche sull’età degli studenti che si ritrovano nelle stesse classi.

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Non va dimenticato che le famiglie straniere possono supportare meno efficacemente i ragazzi nello studio, a causa di una conoscenza della lingua italiana che non permette loro di aiutare i figli nello svolgimento dei compiti e nel recupero di lacune conoscitive dovute a programmi differenti nelle varie materie. A questo si somma talora una scarsa disponibilità di tempo, risultato di inserimenti lavorativi pesanti e, spesso, lontano da casa durante la settimana. Anche per questo, per gli studenti stranieri l’opportunità di accedere a risorse educative esterne alla famiglia, capaci di aiutarli nel percorso formativo, è importante. Si pensi alla possibilità di frequentare un doposcuola che può rappresentare una strategia efficace per superare il divario linguistico e curriculare. I risultati della ricerca vanno in questa direzione: la fruizione di attività di sostegno allo studio, seppur limitata, fra gli allievi stranieri, è maggiore fra chi è recentemente arrivato rispetto alle seconde generazioni (il 93% degli intervistati italiani non frequenta tali attività vs il 78% degli stranieri). L’intreccio fra le variabili fin qui prese in considerazione disegna esiti complessi, a conferma di come il tema dell’incontro degli allievi stranieri con la scuola sia molto più articolato della sola focalizzazione sulla comprensione della lingua o sul momento di inserimento nelle classi ordinarie. temi importanti, ma la cui centralità nel dibattito rischia di lasciare sullo sfondo altri aspetti, che se non considerati contribuiscono ad ipotecare negativamente la crescita formativa delle future generazioni. La riqualificazione dell’intero corpo docente è un tema centrale: il passaggio da una scuola in cui pochi sanno cosa significhi gestire una classe eterogenea per provenienza, per background linguistici e valoriali e per ambienti formativi attraversati, a una in cui tali conoscenze sono un patrimonio comune rappresenta una sfida da non procrastinare. come necessaria è l’implementazione di servizi di analisi delle competenze e delle conoscenze pregresse di chi entra in istruzione dall’este-

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ro e la revisione delle stesse per chi è in uscita dalla scuola secondaria di primo grado. In questo caso, i test di orientamento non tengono sufficientemente conto delle nuove caratteristiche degli studenti, che potrebbero non solo avere una insufficiente competenza linguistica, ma anche una limitata conoscenza del contesto generale italiano. Si tratta di elementi che ad oggi conducono verso percorsi di formazione professionale, equiparando tali mancanze ad un deficit cognitivo piuttosto che a una socializzazione (culturale e linguistica) esperita altrove.

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Somiglianze e differenze tra chi? I dati analizzati evidenziano un quadro complesso di somiglianze e di differenze in riferimento a vari fattori e ai vari ambiti considerati. Innanzitutto si può affermare che nel tempo extrascolastico si riscontrano livelli molto differenziati di impegno nello studio, con un terzo circa del campione che dichiara di non studiare affatto, e con differenze positive riguardo alle ragazze italiane, più impegnate rispetto ai loro compagni. Oltre alla componente di genere, considerando anche la classe sociale familiare e il capitale culturale familiare, due fattori che sono correlati al tipo di scuola frequentata, si può osservare su queste basi – che sostanziano la distinzione italiani/stranieri – che il livello di istruzione e le condizioni socioeconomiche della famiglia condizionano l’impegno nello studio. c’è da chiedersi se le caratteristiche del progetto formativo specifico dei vari tipi di corso prevedano strutturalmente le differenze di impegno che abbiamo riscontrato o se invece le “scuole più facili” siano tali per altri motivi. La formazione professionale e tecnica può essere strumento di mobilità sociale se fornisce solide competenze, altrimenti può contribuire all’abbassamento delle aspettative formative, con un adeguamento verso il basso e una segmentazio-

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ne scolastica che riproduce e rinforza la segmentazione sociale. È questo un aspetto cruciale; infatti, ci sono poche differenze tra italiani e stranieri. considerati astrattamente solo in base alla cittadinanza, essi sono sostanzialmente simili nei consumi, negli stili di vita, nella socialità, e neppure l’anzianità in Italia è così saliente, nel senso che il tempo non agisce in maniera lineare sui ragazzi stranieri. Emergono invece differenze sociali, di tipo di scuola, di genere. Queste ultime sono presenti trasversalmente alle stratificazioni socio-culturali e con valori importanti specialmente riguardo alle ragazze straniere, le quali svolgono meno attività, si muovono meno, sono meno presenti nei luoghi di svago e nella organizzazione attiva di iniziative varie. Le ragazze italiane si distinguono per studio, lettura, partecipazione all’associazionismo e uso di internet per le relazioni sociali; vanno al cinema, in discoteca e nei centri commerciali quanto o di più dei ragazzi. La collaborazione familiare è più intensa tra le ragazze, specialmente straniere. Si delinea pertanto un quadro in cui la presenza femminile straniera è minore nei luoghi pubblici di aggregazione e di incontro e maggiore nello spazio di casa, e che richiede di essere interpretato per le conseguenze che ne possono derivare. È verosimile che tali differenze si costruiscano in famiglia e che, assumendo che le occasioni di incontro con i pari aumentano il livello di inclusione, potrebbero delinearsi dei rischi di isolamento per alcune ragazze. tuttavia, a partire dalla nozione stessa di inclusione, che non è generica e astratta, è possibile che certe forme di aggregazione possano favorire l’inclusione, ma un’inclusione “verso il basso” e che quindi il non integrarsi ad esse, associato a una maggiore propensione allo studio, possa in taluni casi indicare una scelta e non un’esclusione subita. Occorre comunque prestare attenzione alle alte percentuali di ragazzi che non frequentano luoghi di aggregazione e associazioni, al fatto che i “frequentanti” preferiscano in particolare la discoteca e le attività sportive, e che in generale è forte la propensione

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per gli spazi informali (il bar, “fare un giro” in un centro commerciale o in un’altra città) e gli spazi privati, il consumo di tv e l’uso di internet. Anche in questo caso tuttavia ci sono differenze sociali e culturali; e le somiglianze tra italiani e stranieri non significano necessariamente che l’integrazione sia riuscita, piuttosto è necessario chiedersi: quale integrazione? In quale segmento della società 21? Poiché, in base ai risultati emersi, le somiglianze sono tra ragazzi con famiglie simili, per classe sociale e capitale culturale. Questi elementi condizionano le scelte scolastiche, le attività e le relazioni sociali anche fuori dalla scuola, in una parola, l’integrazione, di tutti, italiani e stranieri 22. Uno sguardo d’insieme. Alcuni risultati e temi da esplorare A conclusione di questa esplorazione dei dati, si coglie come la ricerca abbia permesso non solo di confermare risultati già assodati, ma anche – e soprattutto – evidenziato ambiti da approfondire.

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Similarità Va sottolineato innanzitutto il fatto che le risposte fornite al questionario da stranieri e italiani in gran parte si sovrappongono. dato che molti dei giovani stranieri del campione sono in Italia da non molto tempo (da 4 anni o meno nel 40% dei casi), ci si poteva aspettare maggiori differenze tra italiani e stranieri di quanto effettivamente sia stato rilevato. La cittadinanza costituisce una variabile in grado di spiegare solo una piccola parte della varianza totale tra le risposte fornite dai giovani. Se dividiamo il campione semplicemente tra stranieri e italiani, le risposte di questi due gruppi riguardo, ad esempio, al modo di trascorrere il tempo libero, agli atteggiamenti verso gli studi, all’identificazione con il quartiere e a

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una vasta gamma di altri temi mostrano differenze solo di piccola entità, spesso non significative statisticamente. Inoltre se si assumono come variabili di controllo la classe sociale, l’istruzione dei genitori o il tipo di scuola frequentato, molte differenze, invece di aumentare, si annullano o appaiono sotto una luce differente. come possiamo interpretare questo risultato? Nella discussione pubblica attorno agli stranieri è facile immaginare che sia proprio la cittadinanza la variabile fondamentale in grado di spiegare comportamenti e atteggiamenti: i comportamenti di una ragazza marocchina andrebbero così messi in rapporto con una cultura trasmessa dalla famiglia o formata nel paese di origine. Invece la modesta entità delle differenze italiani/stranieri nelle risposte raccolte sembra indicare l’importanza del contesto locale nella formazione di molti atteggiamenti e comportamenti. Se le ore di studio, molti aspetti dell’uso di internet, la frequenza di associazioni, di chiese/moschee, l’abitudine di andare in discoteca, la partecipazione alle attività organizzate dalla scuola, la probabilità di essere eletto rappresentante di classe, la composizione per genere del gruppo di amici non mostrano differenze particolarmente nette tra stranieri e italiani, questo sembra un indizio del ruolo determinante degli ambienti sociali all’interno dei quali vengono generati gli stili di vita in questione. Infatti gran parte dei comportamenti indagati nel questionario probabilmente non sono ereditati dagli anni vissuti all’estero ma sono l’esito di un percorso di socializzazione sviluppato all’interno della scuola o del quartiere o del gruppo di amici, più ancora che trasmessi all’interno delle famiglie, o di un’eventuale comunità di connazionali. Più che le “origini”, sembrano contare i vari ambienti in cui si “diventa adolescenti”. Per questo è auspicabile che il dibattito e la ricerca siano più consapevolmente focalizzati su alcuni ambiti sociali in cui crescono i figli degli immigrati, ma anche i figli degli italiani meno benestanti 23.

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Dove si trovano gli studenti stranieri? Nelle aule delle scuole superiori i figli degli immigrati si trovano spesso accanto a ragazzi italiani provenienti da famiglie meno abbienti della media e meno scolarizzate, in cui i genitori svolgono professioni manuali o autonome. Molti di questi compagni di banco italiani sono i discendenti degli immigrati arrivati durante la grande immigrazione interna attorno agli anni Sessanta. L’estrazione familiare tendenzialmente modesta e il passato scolastico spesso un po’ accidentato dei coetanei italiani sembrano condizionare la percezione del successo scolastico da parte degli stranieri soprattutto nei centri di formazione professionale e negli istituti professionali. Infatti l’autopercezione del successo scolastico degli stranieri è sorprendentemente simile a quella degli italiani. diciamo “sorprendentemente” perché sappiamo (dai dati del Ministero dell’Istruzione e da altre fonti istituzionali) che la proporzione di studenti costretti a ripetere un anno è molto più elevata tra gli stranieri che non tra gli italiani, mentre la percentuale che ottiene il voto “ottimo” o “distinto” è minore. I due tipi di dati probabilmente non sono in contraddizione tra loro: si tratta della differenza tra l’immagine “panoramica” fornita dalle medie nazionali o regionali e quella più “locale” fornita dai ragazzi che fanno riferimento agli altri ragazzi della propria classe. Si potrebbe ipotizzare che i ragazzi stranieri si adeguino al livello di risultati “locali” stabilito dalla classe. così, per esempio, se la maggior parte dei ragazzi di quella classe a casa non studia mai, anche gli stranieri si adegueranno a questa implicita norma; se gran parte dell’attività durante molte lezioni consiste nella ricerca di tattiche diversive per sviare l’attenzione, anche gli studenti recentemente arrivati – prima o poi – apprenderanno queste “competenze”. Si realizza così una socializzazione “fra pari”, che rende comportamenti e atteggiamenti degli allievi stranieri simili a quelli di coetanei meno dotati di capitale culturale, sociale ed economico. In

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questo senso potremmo immaginare un meccanismo di adeguamento e integrazione nelle nuove fasce “proletarie” della società italiana 24. Ma all’interno del quadro dell’incorporazione nelle fasce inferiori della società italiana, esistono diversi scenari possibili, alcuni più preoccupanti di altri. uno degli interrogativi originari della ricerca riguardava la possibilità che i figli degli stranieri potessero trovarsi concentrati nelle scuole più problematiche: si sta aprendo un varco tra scuole degradate e altre? Se si analizzano le differenze tra i vari tipi di scuola (centri di formazione professionale, istituti professionali, istituti tecnici, licei) le differenze sono chiare ma apparentemente non drammatiche. L’incidenza di comportamenti aggressivi e la probabilità di subire furti e aggressioni è nettamente più elevata nei centri di formazione professionale e negli istituti tecnici rispetto ai licei (o anche agli istituti professionali, nel nostro campione spesso rappresentati da corsi di studio che attirano di più le ragazze). Eppure è possibile che le differenze osservate tra tipi di scuola non siano maggiori rispetto a qualche anno fa. In ogni caso gli scontri non sono la normalità: il 63% degli studenti ha risposto di non aver mai subito nessuna delle esperienze sgradevoli elencate nel questionario. Allo stesso tempo va ricordato che lo strumento del questionario a risposta chiusa non è in grado di cogliere l’intensità dei conflitti subiti da una minoranza di studenti, né la tendenza di alcuni istituti a scivolare verso una situazione in cui, per esempio, l’uso della violenza tra studenti diventa frequente. I dati del questionario mostrano che i comportamenti che distolgono l’attenzione degli studenti dalla lezione (dall’uso del telefonino al gioco delle carte) sono assai diffusi. tuttavia non è facile capire se si tratta semplicemente di un cambiamento di costume e di una ridefinizione del comportamento accettabile in classe oppure di una vera e propria perdita di autorità da parte della scuola e dell’insegnante, con conseguenze sulla capacità di trasmettere conoscenze e di dare agli allievi una formazione che ser-

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virà nella vita professionale e civile. Al di fuori della scuola, in quali spazi si svolgono le attività che formano il mondo dei giovani? I dati raccolti indicano una prevalenza delle attività svolte nel paese o quartiere di residenza. Questo è vero per tutti, anche se le attività svolte in un altro comune o nel capoluogo sono ancora meno frequenti fra gli stranieri, forse a causa di maggiori problemi di trasporto. forse è significativa l’identificazione con il quartiere dichiarata da un quinto degli stranieri (percentuale identica anche tra gli italiani). tuttavia questo non esclude i viaggi (spesso in compagnia di familiari o di amici del quartiere) e l’uso di spazi meno locali, dalla discoteca al centro commerciale. La casa è un altro ambiente di prima importanza: il 91% degli italiani e l’85% degli stranieri dichiara di “andare a casa di qualcuno” tra le attività del tempo libero.

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Segregazione? una preoccupazione ricorrente del dibattito pubblico riguarda il rischio che i giovani si schierino su basi nazionali, da una parte gli autoctoni che “rifiutano” i nuovi arrivati, dall’altra gli stranieri che si “chiudono in se stessi”, isolandosi dalla società italiana. In generale, i dati di questa ricerca trovano pochi indizi di questo genere. ciò nonostante, ci si può evidentemente chiedere se, come testimoniato da alcune ricerche qualitative, i contatti sociali tra italiani e stranieri siano di mera cordialità superficiale 25. Al di fuori delle mura della scuola i rapporti tra italiani e stranieri si diradano? Le risposte alle domande del questionario testimoniano l’importanza della scuola come luogo in cui nascono le amicizie: per gli stranieri come per gli italiani la scuola è infatti l’origine più frequente dei legami amicali. Gli stranieri che dichiarano di avere un gruppo di amici composto prevalentemente di altri stranieri costituiscono una minoranza significativa (il 25%), ma probabilmente la

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composizione nazionale del gruppo di amici è determinata dagli ambienti frequentati (quindi non da questioni identitarie o da preferenze per i propri connazionali). Questi fattori sembrano spiegare il tasso molto elevato di gruppi mono-nazionali tra gli italiani. Se l’86% degli italiani dichiara di avere un gruppo amicale formato da “tutti o quasi tutti italiani” questo in parte dipende dal fatto che molti degli italiani del campione si trovano nei licei e quindi è più difficile l’interazione diretta con ragazzi stranieri a partire dall’esperienza in classe 26. un’altra dimensione importante riguarda non tanto il grado di separatezza o di mescolanza degli amici quanto il ruolo giocato dall’identità etnica e da un’eventuale frattura italiani/stranieri nelle classificazioni cognitive messe in atto dai giovani per pensare il mondo. Il questionario non contiene volutamente domande sugli atteggiamenti verso gli stranieri. tuttavia in qualche occasione le domande a risposta aperta hanno fornito uno spazio che alcuni fra gli interpellati hanno utilizzato per esprimersi sotto questo aspetto. Ad esempio, alla domanda “che cosa ti piace di meno del tuo paese/quartiere” alcuni studenti hanno fatto riferimento alla presenza di “troppi stranieri”, visti come segno di degrado e di disturbo. tuttavia resta da indagare quanto sia frequente l’uso di un’opposizione stranieri/italiani nei discorsi e nelle valutazioni più generali, come resta da capire in che modo gli epiteti nazionali entrino, ad esempio, nella conversazione dei ragazzi, nelle battute scherzose, negli insulti, nei litigi. Va ricordato in ogni caso che la presenza di riferimenti alla nazionalità nei discorsi non corrisponde necessariamente all’assenza di interazione tra ragazzi stranieri e italiani. Infatti anche alcuni fra quanti si esprimono in modo viscerale contro la presenza di troppi stranieri nel proprio quartiere/paese dichiarano di avere almeno un amico straniero. L’uso della lingua con gli amici è indicativo, naturalmente, della composizione nazionale dei gruppi amicali. Soprattutto a scuola, l’italiano chiaramente è la lingua dominante per la stragrande mag-

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gioranza degli studenti stranieri. tuttavia l’uso di un’altra lingua è diffuso. diminuisce con la permanenza in Italia (tra i ragazzi nati in Italia l’86% dichiara di usare solo l’italiano con gli amici a scuola, mentre questo è vero per il 54% dei ragazzi in Italia da meno di 3 anni), ma rimane significativo per molti.

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Minoranze Nell’analisi dei dati di un questionario, inevitabilmente gran parte dell’attenzione viene rivolta ai casi più numerosi. In generale, sembrano emergere maggiori indizi di un’integrazione culturale, scolastica e relazionale piuttosto che di emarginazione. tuttavia va notato che in quasi tutte le attività indagate dal questionario, dalle varie forme di associazionismo alle attività culturali organizzate dalla scuola, dalle attività sportive alle gite, la minoranza di “non partecipanti” è leggermente più grande tra gli stranieri, soprattutto ragazze. Potrebbe trattarsi di restrizioni imposte dalla famiglia, per motivi economici (i costi non indifferenti di alcuni tipi di attività) o per l’assenza di relazioni con amici/amiche che partecipano alle varie attività (gran parte delle quali sono svolte insieme e in base alle informazioni ricevute). Infine va anche considerato che talora si può trattare di una scelta. Anche in altri casi, al di là della questione di genere, l’attenzione va rivolta a specifici sottogruppi. Per esempio, se le domande rispetto all’esperienza di episodi spiacevoli di conflittualità e di bullismo non hanno rilevato livelli particolarmente elevati in generale, questo non esclude la possibilità di singole scuole o classi e di casi individuali in cui la conflittualità e l’aggressione esercitata da determinati ragazzi possa essere pesante.

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Generazione 2, generazione 1,5…il peso della classificazione Alcune differenze importanti tra i ragazzi stranieri possono essere comprese in termini di permanenza in Italia, distinguendo i ragazzi nati in Italia, arrivati prima dei sei anni, arrivati all’età di 712 anni, arrivati oltre i 12 anni ma in Italia più di 3 anni, arrivati oltre i 12 anni e in Italia meno di 3 anni. Le competenze nella lingua italiana sono naturalmente migliori tra i ragazzi arrivati in Italia da piccoli. I due terzi dei ragazzi nati in Italia dicono di avere un gruppo di amici “tutti o quasi tutti italiani”, mentre la percentuale è molto più bassa per i ragazzi nati all’estero e soprattutto tra quelli arrivati recentemente. Ma in ogni caso i dati del nostro questionario (come quelli di altre ricerche) sono difficilmente conciliabili con l’idea di un processo di assimilazione lineare e automatico, attraverso il quale ci si può aspettare che un ragazzo sia più simile ai ragazzi italiani in rapporto alla permanenza in Italia e magari più moderno nei suoi atteggiamenti 27. come abbiamo sottolineato le specifiche condizioni di “integrazione” nella società italiana sembrano essere più importanti. Prendiamo la questione della scelta di scuola. È già stato notato come, paradossalmente, i giovani che arrivano oltre l’età di 12 anni sembrano avere un’idea più chiara rispetto al tipo di scuola che vorrebbero. Evidentemente l’effetto di una lunga frequenza della scuola italiana non è necessariamente positivo: la scuola può anche scoraggiare e demotivare gli studenti, abbassando le loro aspettative. Anche per gran parte delle attività extrascolastiche o per la pratica religiosa non si può scorgere un rapporto lineare tra la durata del soggiorno e i dati effettivamente constatati. Sarebbe illusorio, ad esempio, immaginare che i giovani diventino necessariamente più laici in rapporto al numero di anni di contatto con una società “secolarizzata”.

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Differenze nazionali e traiettorie migratorie: il bisogno di ricerca I risultati della nostra ricerca condotta nei territori di Asti, Alessandria e torino, in sintonia con quelli di molte ricerche precedenti, evidenziano alcune differenze in base alla nazionalità dei soggetti. I dati del nostro questionario possono dare solo alcune indicazioni sulle cause delle differenze e disuguaglianze nazionali evidenziate, anche a causa della scarsa numerosità dei casi. tuttavia chiaramente la popolazione straniera non è una massa omogenea, resa uguale solo dal fatto di non essere italiana. Per esempio, è chiaro come i giovani di famiglie marocchine si trovino con una probabilità particolarmente elevata nell’istruzione professionale, mentre questa tendenza sia meno marcata per i coetanei rumeni. differenze su base nazionale sono note anche agli insegnanti: è stato anzi suggerito 28 che gli stereotipi rispetto ai giovani di determinate nazionalità possono condizionare l’orientamento fornito dagli insegnanti della scuola media rispetto al tipo di scuola superiore. Più in generale, conoscenze e pregiudizi sulle caratteristiche delle varie nazionalità giocano un ruolo significativo nel quadro cognitivo impiegato dagli attori sociali 29. Anche solo a causa di questa centralità nel quadro mentale degli attori locali le differenze tra persone di differente origine nazionale andrebbero chiarite. come abbiamo visto, nel nostro caso come in altri, una spiegazione parziale risiede nelle più tradizionali variabili sociologiche. Per riprendere i casi già esaminati, a scopi illustrativi, i genitori marocchini hanno un livello medio d’istruzione più modesta rispetto a quello delle famiglie dei paesi ex-comunisti come la Romania, in cui l’istruzione secondaria era più diffusa. tuttavia sarebbe un errore immaginare che una spiegazione in questi termini esaurisca la questione. Innanzitutto va ricordato che il significato della mancanza di un diploma di scuola secondaria non è uguale in un paese dove solo una minoranza della popolazione compie questo percorso rispetto a uno in cui quasi tutti hanno un

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diploma. del resto la letteratura internazionale contiene un certo numero di casi di figli di immigrati poco istruiti che mostrano nondimeno una buona riuscita scolastica 30. Nonostante i tentativi di capire le differenze in termini di diversi “reception contexts” 31, molto resta da scoprire circa i fattori che indirizzano i ragazzi verso alcuni percorsi sociali piuttosto che altri. crediamo che la ricerca debba interrogare le diverse “traiettorie migratorie” che marcano fortemente la logica d’inserimento in una catena di causalità in cui l’inclusione lavorativa iniziale e la forma assunta dal raggruppamento familiare hanno significativi effetti anche sui figli. Si tratta comunque di un terreno in gran parte ancora da esplorare. come già accennato, questa lacuna ha conseguenze significative: la letteratura spesso nota le differenze che emergono (a conferma delle informazioni spesso disponibili anche agli attori sociali), ma la mancanza di vere e proprie spiegazioni sociologiche lascia spazio alle spiegazioni culturaliste che vedono i membri di una determinata nazionalità come naturalmente destinati a un determinata posizione sociale.

note * Il presente articolo è una sintesi della ricerca “Giovani e territorio”, realizzata nel corso del 2009, promossa dal forum Internazionale ed Europeo di Ricerche sull’Immigrazione (fIERI) di torino in collaborazione con il dipartimento di ricerca sociale dell’università del Piemonte Orientale e grazie al contributo della compagnia di San Paolo di torino. 1. Per quanto riguarda i primi, Alejandro Portes (A. Portes, M. Zhou, The New Second Generation: Segmented Assimilation and its Variants, in “Annals of the American Academy of Political and Social Science, n. 530, 1993; pagg 74-98; A. Portes, R. Rumbaut, Legacies. The Story of the Immigrant Second Generation, Berkely, university of california Press, 2001; A. Portes, A. Stepick, City on the Edge, Berkeley, university of california Press, 1993) ha

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descritto la traiettoria dell’“assimilazione verso il basso” attraverso la quale alcuni figli di immigrati si sono “integrati” nella cultura di strada dei ghetti neri, con prevedibili conseguenze sulle prestazioni scolastiche e sulle chance di inserimento lavorativo. Questo tipo di traiettoria, distinta dall’apprendimento da parte di giovani figli di immigrati di valori antiscuola e anti-sistema non è forse – di fatto – particolarmente frequente negli Stati uniti (P. Kasinitz, J. Mollenknopf, M., Waters (a cura di), Becoming New Yorkers. Ethnographies of the second generation, New York, Russel Sage foundation, 2004), ma l’indicazione più generale contenuta nel concetto di assimilazione segmentata è di grande importanza. 2. d. Massey, N. denton, American Apartheid: segregation and the making of the underclass, cambridge (Mass.), harvard university Press, 1993. 3. A. van Zanten, L’école de la pèriphérie. Scolarità et ségrégation en banlieue, Paris, Presses universitaires de france, 2001. 4. Per comprendere l’importanza della questione delle diseguaglianze etniche per la società italiana nel suo complesso, va ricordato che, le proiezioni demografiche prevedono un’Italia del ventunesimo secolo costituita in parte assai consistente da immigrati e dai loro discendenti. Infatti, quasi tutti gli studiosi prevedono sostenuti flussi d’immigrazione per i prossimi decenni: cfr. f. Billari e G. dalla Zanna, La rivoluzione nella culla. Il declino che non c’è, Milano, EGEA, 2008 per un’efficace sintesi e M. Bruni, Il boom demografico prossimo venturo. Tendenze demografiche, mercato del lavoro ed immigrazione: secanti e politiche, università di Moderna e Reggio Emilia, dipartimento di Economia politica, Materiali di discussione, n. 607, 2008; per dati ulteriori anche a livello internazionale. Anche se la stima IStAt di circa 300 000 nuovi immigrati all’anno nel prossimo decennio si rivelerà non del tutto precisa, è difficile dubitare che gli immigrati e i loro discendenti formino un’elevata percentuale della popolazione totale dell’Italia del 2020 e 2030. In questo contesto numerico il rischio di disuguaglianze sociali che ripercorrono le linee delle discendenza da famiglie di immigrati ha una chiara rilevanza per la società italiana nel suo complesso. 5. A. cavalli e c. facchini, Scelte cruciali. Indagine IARD su giovani e famiglie di fronte alle scelte alla fine della scuola secondaria, Bologna, Il Mulino, 2001. 6. Il documento programmatico dei ministri Gelmini e Sacconi (2009), ad esempio, non fa riferimento a ciò che le imprese potranno offrire ai gio-

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vani in termini di una vera e propria opportunità. Eppure è forse questo elemento quello più cruciale nei sistemi che si sono mostrati capaci di creare solide competenze professionali richieste dalle imprese e di fornire garanzie di impiego duraturo. Nonostante le incertezze degli ultimi anni, il sistema duale tedesco rimane un punto di riferimento fondamentale. Va quindi ricordato che in Germania le scuole tecniche e professionali sono capaci di motivare gli allievi anche a causa della forte regolamentazione del mercato del lavoro che riserva ai titolari di un certificato professionale l’esercizio di molte professioni. Gli studenti dei percorsi professionali sono ben consapevoli dei concreti vantaggi che possano trarre da un titolo come Meister. Rispetto alla pertinenza del sistema tedesco per l’Italia, va ricordato come siano le imprese di piccole dimensioni che hanno trovato il sistema eccessivamente costoso. 7. M. Ambrosini e S. Molina, Seconde generazioni. Un’introduzione al futuro dell’immigrazione in Italia, torino, fondazione G. Agnelli, 2004; G. Ballerino e d. checchi, Sistema scolastico e disuguaglianza sociale, Bologna, Il Mulino, 2007; Gasperoni, Diplomati e istruiti. Rendimento scolastico e istruzione superiore, Bologna, Il Mulino, 1996; h. P. Blossfeld e Y. Shavit, Persistent inequality, Oxford, Westview Press, 1993. 8. Il 19% dei ragazzi di origine straniera e l’8% degli italiani rispondono “non so” riferito al proprio padre. 9. G. dalla Zuanna, P. farina, S. Strozza, Nuovi italiani. I giovani immigrati cambieranno il nostro paese?, Bologna, Il Mulino, 2009. 10. Abbiamo pertanto voluto verificare se si poteva osservare una correlazione tra 1) l’esperienza migratoria interna, che ha visto coinvolti i genitori e/o i nonni dei ragazzi del campione in esame, 2) la condizione sociale attuale del nucleo famigliare stesso e 3) la scelta scolastica dei giovani, figli e a volte nipoti, di coloro i quali si sono trasferiti al nord. In altre parole, l’obiettivo è stato quello di indagare il persistere tra questi ragazzi di una eventuale situazione di svantaggio strutturale di partenza. Il 30% del campione italiano ha il proprio padre nato nel centro sud (con l’esclusione della toscana, umbria, Marche) e molto probabilmente giunto al nord nell’infanzia o nell’adolescenza a seguito del trasferimento dal meridione della propria famiglia negli anni cinquanta e Sessanta, e solo il 51% in Piemonte. Allo stesso modo, il 25% del campione ha la propria madre nata in una regione del centro sud e il 58% nata in Piemonte. un

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quarto del campione ha poi i quattro nonni nati al sud, mentre un ulteriore 24% ha due dei quattro nonni di origine meridionale. Il primo dato interessante è riferito al capitale culturale che risulta differire nettamente rispetto all’origine geografica di appartenenza, risultando mediamente più elevato il titolo di studio dei genitori degli intervistati di origine piemontese rispetto a quelli immigrati da altre regioni italiane. Se poi prendiamo in considerazione il luogo di nascita del padre (e come vedremo anche dei nonni) e la classe sociale di appartenenza della famiglia attuale, dai dati risulta una evidente corrispondenza tra le due variabili. Nel caso del padre nato in Piemonte, i membri della classe operaia sono il 30%, i disoccupati il 10%, mentre gli appartenenti alle classi “alte” raggiungono a loro volta il 30%. Nel caso invece di padri nati in regioni meridionali la percentuale si inverte: gli appartenenti alla classe operaia sono il 46%; gli appartenenti alle classi sociali “alte” sono invece solo il 15% . I disoccupati risultano essere il 19% con oscillazioni che vanno dall’11% per i sardi al 30% dei campani. Prendendo in esame le realtà familiari dei ragazzi in una prospettiva temporale più ampia, includendo nell’analisi anche la generazione dei nonni, ciò che emerge è una scarsa mobilità sociale intergenerazionale ascendente e una certa continuità nel tempo della posizione sociale della famiglia con forti squilibri a favore dei nuclei originari dal nord Italia e in primo luogo piemontesi. Rispetto alla scuola frequentata dagli studenti oggetto dell’indagine, l’origine familiare ha a sua volta un peso rilevante come già osservato in altri studi sull’immigrazione interna di cittadini italiani (G. dalla Zuanna, P. farina, S. Strozza, Nuovi italiani. I giovani immigrati cambieranno il nostro paese?, cit.); infatti con 4 nonni nati nel sud Italia, la frequenza alle scuole e ai corsi professionali raggiunge una percentuale pari al 40%, mentre quella agli istituti tecnici è del 24% e del 36% ai licei. calano gli iscritti ai corsi e istituti professionali (37%) nel caso di soli 2 nonni di origine meridionale e aumentano i frequentanti ai licei (41%) mentre restano più o meno invariati gli iscritti agli istituti tecnici (23%). La situazione cambia radicalmente nel caso di nonni di origine nord occidentale. 11. Anche il genere influisce sui percorsi scolastici, le ragazze intervistate si ritrovano soprattutto nei percorsi liceali e sono ben rappresentate anche negli istituti professionali (in particolare negli indirizzi commerciali e turistici), mentre i maschi rappresentano il 76% della popolazione che

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frequenta i centri di formazione professionale. come accaduto nel passato, l’offerta dei corsi di formazione al lavoro risulta più appetibile per i ragazzi, anche in relazione alle tematiche e agli argomenti trattati. Le ragazze sono più propense ad ottemperare l’obbligo nelle istituzioni scolastiche tradizionali e si inseriscono nel canale formativo per lo più da adulte, per frequentare corsi di specializzazione e master. (Osservatorio formazione Professionale, La formazione professionale regionale in Piemonte nel 2007: i numeri e le persone, torino, IRES Piemonte, 2008) 12. In linea con quanto rilevato dall’ultima indagine IARd (c. Buzzi, A. cavalli, A. de Lillo (a cura di), Rapporto giovani. Sesta indagine dell’istituto IARD sulla condizione giovanile in Italia, Bologna, Il Mulino, 2007) è chiaro come “l’idea che l’orientamento sia chiamato a svolgere un ruolo fondamentale per il successo scolastico degli individui: far riconoscere tempestivamente allo studente i propri interesse e l’indirizzo scolastico che meglio risponde a questi è infatti cruciale per il loro rendimento futuro” (ibid.: 61). 13. comitato oltre il razzismo, Concentrazione e dispersione differenziale degli allievi stranieri nelle scuole di Torino: novembre 2006, torino, 2006; V. cotesta, Le domande delle famiglie straniere alla scuola italiana, Roma, cNEL, 2009. 14. comitato oltre il razzismo, Gli adolescenti immigrati tra integrazione, differenziazione, contrapposizione: rapporto finale, torino, 2008; 15. comitato oltre il razzismo, Gli adolescenti immigrati tra integrazione, differenziazione, contrapposizione: rapporto finale, cit., 2008; G. chiosso, “Presentazione” in fondazione per la scuola, Personalizzare l’insegnamento, Bologna, Il Mulino, 2008; pagg. 13-28. 16. G. fele e I. Paletti, L’interazione in classe, Bologna, Il Mulino, 2003; E. Perone, Una dispersione al plurale, Milano, franco Angeli, 2006. 17. d. Mantovani, Seconde generazioni all’appello: studenti stranieri e istruzione secondaria superiore a Bologna: una ricerca dell’Istituto Cattaneo, Bologna, Istituto cattaneo, 2008. 18. comitato oltre il razzismo, Gli adolescenti immigrati tra integrazione, differenziazione, contrapposizione: rapporto finale, cit., 2008; A. Ravecca, Studiare nonostante: capitale sociale e successo scolastico degli studenti di origine immigrata nella scuola superiore, Milano, franco Angeli, 2009. Anche nei confronti degli allievi italiani, di fatto, gli insegnanti mostrano debolezze e necessità di aggiornare gli strumenti con cui poter leggere ed interpretare la condizione degli stessi studenti italiani, il cui rapporto con la scuola è caratte-

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rizzato al tempo stesso da una sensazione di benessere (si trovano bene a scuola) e da un “malessere fatto di tensione rispetto agli impegni scolastici” (A. cavalli, G. Argentin (a cura di), Giovani a scuola. Un’indagine della Fondazione per la scuola realizzata dall’istituto IARD, Bologna, Il Mulino, 2007; pag. 11). 19. V. cotesta, Le domande delle famiglie straniere alla scuola italiana, cit. 20. I dati del nostro campione differiscono rispetto alle statistiche ufficiali del Ministero della Pubblica Istruzione che riportano tassi di bocciatura più elevati per gli studenti stranieri. una possibile chiave di lettura dello scostamento potrebbe trovarsi nella percezione dell’evento da parte di allievi di altre origini inseriti a scuola come uditori, perché arrivati verso la fine dell’anno scolastico (dopo aprile). tali studenti potrebbero non percepire la bocciatura come una ripetenza in piena regola e quindi non segnalarla nei questionari. 21. A. Portes, The Second Generation and the Children of Immigrants Longitudinal Study, in “Ethnic and Racial Studies”, n. 28, 2005. 22. Anche l’esperienza migratoria della famiglia, che è correlata alla posizione sociale attuale dei genitori e alla scelta scolastica dei figli, non riguarda, come si è visto, solo gli stranieri, ma anche gli italiani eredi di migranti interni. Il fatto che molti stranieri siano inseriti in filiere scolastiche in cui è rilevante la presenza di nipoti dei migranti meridionali, da una parte conferma che i processi migratori, interni e internazionali, hanno conseguenze sociali che si prolungano nel tempo, d’altra parte evidenzia che lo svantaggio sul quale intervenire riguarda ragazzi italiani e ragazzi stranieri. 23. L’esistenza di vaste aree di similarità tra ragazzi stranieri e italiani emerge da molte ricerche sui figli degli immigrati. A volte lo si nota, più spesso viene quasi taciuto come “risultato negativo” a conferma dell’ipotesi nulla. Eppure le implicazioni teoriche non sono trascurabili, per il modo in cui si pensano la seconda generazione e i meccanismi in gioco nell’integrazione, nonché il modo in cui la “cultura” di un individuo viene generata. Infatti se i problemi dell’integrazione possono essere compresi solo in modo limitato come difficoltà di assimilazione di un corpo estraneo nella cultura della società ricevente, questo implica un certo spostamento dell’attenzione. es. G. dalla Zuanna, P. farina, S. Strozza, Nuovi italiani. I giovani immigrati cambieranno il nostro paese?, cit.; pag. 8. dalla Zuanna e i suoi

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colleghi sono interessati soprattutto a contrastare la paura che i figli degli immigrati “snatureranno” la società italiana, importando valori sociali propri a società più arretrate. tuttavia, a parte questa questione specifica – a cui dalla Zuanna e colleghi danno una risposta assai efficace – ci sembra che siano in gioco anche questioni teoriche più generali, che meriterebbero maggiore discussione di quanto hanno ricevuto finora. 24. Questa prospettiva può anche aiutare a capire i dati del nostro questionario rispetto ai progetti professionali dichiarati dai giovani. Se si confrontano le aspirazioni professionali degli stranieri e degli italiani, troviamo che gli stranieri hanno delle aspirazioni nettamente più modeste (come sono anche meno propensi a voler continuare gli studi all’università). tuttavia i dati appaiono sotto una luce diversa se si analizzano per tipo di scuola; si vede infatti che nei licei le aspirazioni degli studenti stranieri sono un po’ più basse di quelle dei compagni italiani, mentre nei centri e istituti professionali sono un po’ più elevate. Questo sembra compatibile con l’ipotesi di un effetto della scuola e con l’idea che gli studenti stranieri non formano i propri progetti in isolamento o solo in relazione a suggerimenti dei genitori. I compagni di classe, non meno dei fratelli o degli amici, possono fungere da modello; ma possono anche fornire informazioni rispetto alle opportunità di lavoro (anche temporaneo) disponibili. Le stesse scuole prevedono istituzionalmente determinati tipi di sbocchi e forniscono informazioni rispetto a questi. 25. cfr. per esempio alcune testimonianze di studenti stranieri riportate in comitato oltre il razzismo, Gli adolescenti immigrati tra integrazione, differenziazione, contrapposizione: rapporto finale, cit., 2008; 26. E anche perché gli altri ambienti in cui le loro relazioni amicali si sono formate nel passato contenevano pochi stranieri. I legami di amicizia si formano spesso sulla base di legami pre-esistenti: si diventa, ad esempio, amico del fratello dell’amica della sorella, amico del figlio del collega della madre, amico del vicino del mio compagno di classe. 27. Per esempio, come dimostrano G. dalla Zuanna, P. farina, S. Strozza, Nuovi italiani. I giovani immigrati cambieranno il nostro paese?, cit., gli atteggiamenti verso i ruoli di genere sono spesso più “moderni” tra i giovani immigrati arrivati da poco rispetto a quelli dichiarati dagli italiani della stessa età. 28. Concentrazione e dispersione differenziale degli allievi stranieri nelle scuole di

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Torino: novembre 2006, cit. 29. Concentrazione e dispersione differenziale degli allievi stranieri nelle scuole di Torino: novembre 2006, cit. 30. M. Zhou e c. L. Bankston, Groving up American: How Vietnamese children adapt to life in the United States, New York, Russel Sage foundation, 1998. 31. A. Portes, R. Rumbaut, Legacies. The Story of the Immigrant Second Generation, Berkely, university of california Press, 2001.

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Lina Borgo Guenna. Un’esperienza educativa laica

Maurilio Guasco, Marco Revelli, Enrico Ercole

Riportiamo gli interventi di Maurilio Guasco, Marco Revelli, Enrico Ercole, in occasione della presentazione del volume Lina Borgo Guenna. un’esperienza educativa laica di Agnese Argenta, Graziella Gaballo, Laurana Lajolo, Luciana Ziruolo, avvenuta all’Università del Piemonte Orientale ad Alessandria il 16 Marzo 2010.

uno spaccato di storia locale La logica dei due nostri istituti, Alessandria e Asti, è quella di recuperare eventi e persone che hanno avuto un ruolo particolarmente significativo; qualcuna prima dimenticata e poi riemersa, qualcuna sempre ricordata, qualcuna magari dimenticata. di Lina Borgo Guenna avevo avuto notizia da Luciana Ziruolo ormai più di 2 anni fa. di quella personalità mi hanno colpito alcuni aspetti: i nove figli, dei quali tre morirono, che non le impedirono di occuparsi di molte cose, l’essere vissuta a Novi, ad Alessandria e poi ad Asti, insomma un percorso biografico particolarmente significativo. del libro Lina Borgo Guenna. Un esperienza educativa laica vorrei mettere in risalto come primo elemento l’ampio apparato di carat-

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tere archivistico. ci sono lavori che non facciamo perchè pensiamo manchino le fonti, poi uno prova a cercare e si accorge che su temi poco esplorati ci sono fonti significative. Spesso non è facile accedere agli archivi di famiglia, come in questo caso, perchè i famigliari credono di avere in casa un tesoro straordinario e non lo fanno vedere. Ma così quell’archivio non vale niente, perchè un archivio non studiato è come se non ci fosse. Nel caso di Lina Borgo invece i famigliari sono stati disponibili ed è avvenuta una cosa molto bella: se alcune persone non si fossero dedicate a quel tipo di lavoro, certamente questo straordinario personaggio, che pur rimaneva nelle memorie della famiglia, sarebbe rimasto sconosciuto. Il libro svela da un lato Lina Borgo Guenna come personaggio di grandissimo interesse e dall’altro uno spaccato di storia locale; e qui credo che si possa dire che si sta realizzando ciò che abbiamo sempre sognato a partire dagli anni Settanta, quando è nato l’istituto di Alessandria. Poi abbiamo generato, in senso molto spirituale, un altro istituto, che è quello astigiano, che poi, come si conviene in una buona famiglia, ha incominciato a camminare per i fatti suoi. Anche la rivista, in un primo momento, metteva insieme i due istituti, poi giustamente l’altro ha deciso che era meglio farsi una rivista per conto proprio, però ci ha dato Laurana Lajolo come direttrice. E quindi vedete come ci sia questo mescolarsi continuo di collaborazioni reciproche. Il libro è una storia dell’educazione, degli asili, dei convitti maschili e femminili che aiuta a conoscere meglio una realtà che in Alessandria era stata trattata da uno dei testi più significativi esistenti sul tema della scuola, quello scritto da delmo Maestri e Giorgio canestri. del resto noi abbiamo avuto personaggi che ebbero un grosso rilievo nella storia della scuola come Stelio Lozza. Nel libro che abbiamo recentemente presentato, Luciana Ziruolo e io, L’altro Piemonte, c’è un saggio di Luciana che racconta la storia delle istituzioni educative della seconda metà

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dell’Ottocento e che costituisce sostanzialmetne l’antecedente del saggio presente nel volume su Lina Borgo Guenna. concludendo dico perchè non mi piace il titolo: da quando sono nato, ma nessuno mi ascolta, continuo a dire che esiste una società dentro cui si muovono forze diverse. Per questo invece del sottotitolo, Un esperienza educativa laica, io avrei messo, Un esperienza educativa, punto. Perchè se la vogliamo mettere sul piano dei confronti per una esperienza educativa laica ne abbiamo 400 religiose. Allora facciamo un libro su un esperienza educativa religiosa? Io avrei preferito un altro titolo, ma non per sminuire quell’esperienza, piuttosto avrei fatto un capitolo per dire che, mentre ci sono certi modelli troppo ideologici, troppo religosi, ce n’è anche un altro. Ma non mi piace il termine laico, perchè si riferisce a un modello troppo francese, che non amo, le due francie, le due Italie, quella laica, quella religiosa. Esiste una società dentro cui si muovono diverse forze. Maurilio Guasco

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Lo spirito cooperativo di un’esperienza educativa Io faccio un po’ gli onori di casa per quanto riguarda il centro interdipartimentale per il volontariato e l’impresa sociale (cIVIS): Maurilio ha parlato a nome dell’università, io parlo perchè è il centro interdipartimentale che coorganizza e copromuove questo incontro. Il contenuto forte del libro Lina Borgo Guenna. Un’esperienza educativa laica è molto consonante con lo spirito e la ragione del cIVIS, il tessuto connettivo della storia qui raccontata è strettamente legato alla nostra ragione sociale. Questo libro descrive un’intensa esperienza di costruzione di processi solidaristici e di intervento territoriale, fatta di spirito cooperativo forte, spinto fino ai processi di auto-organizzazione, di auto-organizzazione produttiva e di auto-organizzazione culturale. A me il libro è piaciuto tantissimo, al di là delle aspettative. Io mi aspettavo un libro che ricostruisse la vicenda biografica di una figura rilevante della nostra storia culturale e sociale, ma non mi aspettavo un libro che ci illuminasse su alcuni processi storici importanti del nostro tempo. La vicenda di Lina Borgo Guenna è una vicenda esemplare che attraversa una fase di transizione fondamentale nel processo di costruzione della nostra modernità e della nostra contemporaneità; qui veramente noi abbiamo il passaggio e la testimonianza dell’emergere di una nuova società sul corpo della vecchia società. una nuova società che si costruisce immediatamente a ridosso del processo di unificazione nazionale, quindi è un elemento che sta alle radici del processo unitario e che ci illumina sugli aspetti di questa fase, non solo e non tanto politici, ma anche sociali, e sul tessuto connettivo: è illuminato il processo di formazione dei primi embrioni di industrializzazione, qui compaiono i primi nuclei operai o semi operai. Emerge una cultura nella transizione da una dimensione artigianale a una dimensione industriale. È delineato il

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processo di torsione e di destrutturazione della vecchia cultura liberale, attraverso gli stimoli e gli influssi del positivismo e poi della crisi della egemonia positivistica con le prime inserzioni idealistiche nelle culture profonde. dentro questa metamorfosi identitaria, sociale e culturale, la linea forte dei processi educativi, delle intuizioni e delle invenzioni in campo pedagogico, che non è la pedagogia astratta del filosofo che riflette sui processi cognitivi, ma è strettamente intrecciata con la dimensione sociale, con il mutuo soccorso, con l’auto-organizzazione, con la formazione di una cultura autonoma di sé da parte dei nuovi protagonisti sociali e storici che vengono emergendo. tutti questi processi sono nel libro allineati lungo il filo conduttore della vicenda biografica di Lina Borgo Guenna, devo dire raccontata benissimo, con un collage, con un mosaico di quattro tessere tutte realizzate da voci femminili, da ricercatrici che hanno con la protagonista anche una consonanza di genere, e che hanno realizzato una molto interessante divisione del lavoro. Nei primi due capitoli di tipo prettamente biografico, Graziella Gaballo e Laurana Layolo mettono in fila la biografia della protagonista: dalla giovane età, dalle origini famigliari, dalla storia della famiglia lungo le prime esperienze di Lina, quando ancora apparteneva alla borghesia benestante di Novi Ligure, alla caduta sociale e al riemergere nella propria ricostruzione di un ruolo, di un protagonismo culturale e sociale. Gli altri due capitoli di Agnese Argenta e di Luciana Ziruolo ne mettono a fuoco lo specifico educativo, pedagogico ed istituzionale. Quindi abbiamo l’intrecciarsi di un filo biografico e di un quadro istituzionale e culturale, con un risultato molto interessante. Il libro si struttura su un asse geografico che va da Novi Ligure ad Alessandria e ad Asti, quindi attraversa un cuore interessante del Piemonte, una cerniera sul confine tra Liguria e Piemonte, con influssi vari. tutto ciò mi ha ricordato altri due testi. uno è il libro di

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Antonio Bobbio, che ricostruisce una vicenda, anche questa alessandrina, anche in questo caso su un baricentro didattico-pedagogico, in un periodo non molto diverso rispetto a questo, tra Otto e Novecento. È la storia di un maestro che diventa direttore didattico e che assume un ruolo importante nella vicenda didattica-educativa della nostra area. un’altra figura, invece geograficamente e topograficamente distante, ma vicina per molti aspetti a queste tematiche, è Maurizio Gadino, anarchico torinese di origini alessandrine, emigrato a torino nel 1909 e coofondatore della scuola moderna francisco ferrer di torino, che avrà un ruolo fondamentale nel processo di formazione delle avanguardie sociali nel conflitto sociale tra il 1910 e 1920, che sono quelle che poi daranno il personale politico di formazione anarchica per l’occupazione delle fabbriche nel 1920. ho letto la vicenda di Lina Borgo Guenna sullo sfondo di queste altre due vicende biografiche, per certi versi consonanti e dissonanti. Antonio Bobbio aveva una formazione cattolica, se pur di un cattolicesimo liberale e non integralista, dichiaratamente antipositivista, eppure nella sostanza dell’esperienza che comunica e anche nelle indicazioni pedagogiche e organizzative, è molto consonante per una forte sensibilità sociale, per una attenzione fortissima alle domande e alle esigenze del ceto operaio emergente, per la consapevolezza dell’importanza delle educazione e della formazione, con un grande rispetto per l’autonomia sociale di questi protagonisti. La storia di Antonio Bobbio è, per certi versi, socialmente opposta a quella di Lina Borgo Guenna: è povero con un padre veterinario ma decaduto e si costruisce un percorso di ascesa. Lina Borgo Guenna nasce invece benestante, affronta un periodo di difficoltà e di caduta, incontra in questo percorso le classi emergenti, le nuove figure del lavoro, ne condivide in buona parte le ragioni. Ma insieme i due personaggi disegnano un mosaico sociale interessante.

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Mi ha colpito molto lo spessore che assume il processo educativo nel percorso di formazione di soggetti sociali collettivi nuovi. Non si tratta solo di istituzioni benefiche, è tutta la collana di asili, scuole, opere pie, società di mutuo soccorso, che racconta di un fitto tessuto di aggregazione sociale e di auto-organizzazione della società, che ha dentro anche un elemento politico: la costituzione in soggetto politico delle nuove figure del lavoro, non schiacciato dalla politica. È un processo, infatti, che non si risolve integralmente nei processi di organizzazione politica, ma che ha dentro un forte spirito cooperativistico e mutaualistico e l’orgoglio dei produttori, che si strutturano nel proprio processo di auto-organizzazione al punto tale che riescono ad attirare l’attenzione e il rispetto e, in qualche modo, la messa a servizio di figure di altre classi sociali che si spendono in questo processo. da questo punto di vista la storia della Vetreria operaia federale, delineata da Laurana Layolo, la “fabbrica senza padroni”, è di straordinario interesse. È infatti interessante cogliere la capacità che i lavoratori hanno di produrre istituzioni collettive. Sono in realtà artigiani, con una forte coscienza politica anarchica, sovversiva per certi versi, ma nello stesso tempo vivono la tradizione e l’orgoglio di mestiere e insieme la capacità di innovazione tecnica e organizzativa e decidono di disseminare i loro stabilimenti produttivi in diverse aree, una delle quali è Asti. Intorno all’impresa riescono a creare un mondo, a costruire la propria auto-organizzazione. Innanzitutto riescono a costituire il capitale facendo una sottoscrizione, fondano la fabbrica, vincono le resistenze conservatrici dell’amministrazine locale ostile al loro insediamento, costruiscono attorno alla fabbrica le case operaie, e strutturano la propria quotidianità fondando la cooperativa di consumo, il pronto soccorso croce Verde (auto-organizzazione della propria sicurezza e assistenza sanitaria). costruiscono la loro civitas. È un universo che viene strutturato e auto-gestito nel quale, sono significa-

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tivi anche la biblioteca e i suoi testi, ma soprattutto il metodo pedagogico del loro stare insieme con la volontà di avere un asilo per i loro figli che dedicano a francisco ferrer. francisco ferrer, pedagogista spagnolo, fu giustiziato dallo stato nel 1909. La sua condanna a morte sollevò un’ondata di proteste nell’intera Europa: a torino nascerà una leva di agitatori rivoluzionari che sarà poi protagonista prima dell’opposizione alla guerra di Libia, poi della settimana rossa e infine dell’insurrezione del 1917 e dell’occupazione delle fabbriche. Io ho avuto modo di vedere i documenti della “Scuola moderna francisco ferrer” di torino ed è interessante vedere ciò che veniva insegnato, come filosofia, storia dell’arte, astronomia, a lavoratori che lavoravano dodici ore al giorno e che poi la sera andavano alla camera del lavoro e, nei locali della Scuola moderna, discutevano di Nietsche, di Marx, leggevano il capitale. La connotazione laica nell’esperienza educativa è decisiva perchè il monopolio della formazione delle classi subalterne era, fino ad allora, nelle mani della chiesa, ed era una gestione che contrastava la nascita di una coscienza autonoma: era una educazione all’obbedienza, alla subalternità, era una scuola antimoderna. L’educazione che veniva dalle scuole religiose tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento era una barriera contro l’acquisizione di una cultura moderna. dentro a questa esperienza c’è una domanda di autonomia culturale e Gadino lo dice con molta chiarezza: “Noi li portavamo all’osservatorio delfino e facevamo vedere loro i pianeti e facevamo vedere loro che sopra non c’era niente e che potevano essere visti tramite gli strumenti della scienza”. Li portavano alla scuola di anatomia, che a torino era avanzatissima, perchè conoscessero il corpo umano e perchè imparassero a conoscere la medicina in modo tale da uscire dalla dimensione superstiziosa nella quale allora venivano tenute le classi subalterne.

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Il conflitto tra educazione religiosa ed educazione non religiosa o laica o scientifica o materialistica è un pezzo importante del processo di formazione di un autocoscienza autonoma. Alla lettura di questo libro la conoscenza di questo processo mi ha entusiasmato e mi sono accorto di quanto fossero consonanti esperienze che avvenivano molto lontane le une dalle altre. Esse si muovevano dentro un orizzonte spirituale e di prospettiva unitaria che, se non fosse intervenuto il fascismo a interrompere tale processo, avrebbero fatto del nostro paese un paese con una democrazia sicuramente piÚ solida. Marco Revelli

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Lina Borgo e il processo di innovazione come prima cosa devo chiarire come mai io che sono un sociologo e dovrei, dunque, occuparmi del presente, sono qui a parlarvi di Lina Borgo Guenna. Per prima cosa perchè sono astigiano e Lina Borgo ha lasciato una traccia molto evidente nelle memorie delle persone e della città, che col tempo si è persa. Mio padre, che ha 96 anni, è uno degli ultimi che è andato all’“Asilo ferrer”, prima che venisse cambiata per ragioni ministeriali la sua denominazione in Educatorio Infantile. L’“Asilo ferrer” e la sua memoria sono legate a persone che ormai non ci sono più, ma l’istituzione continua ad esserci. A pagina 157 del libro c’è una foto di alcuni bambini che disegnano per terra con dei gessetti. Quando mio padre ha visto questa foto ha ricordato che anche lui aveva disegnato per terra e che anche lui, come i bambini della foto di pag. 158, aspettava in piedi il momento in cui si poteva mangiare. La ragione del mio interesse per Lina Borgo sta anche nel fatto che nel suo periodo astigiano la Borgo è stata legata alla mia famiglia. Mio nonno era nel consiglio di amministarzione dell’Asilo, collaborandovi sia dal punto di vista amministrativo che economico. Mia zia era coetanea di Enrica, la figlia ultimogenita di Lina. Enrica si lamenta, ad un certo punto in una lettera citata nel libro, che deve fare la coda per vedere la mamma davanti al suo ufficio. Lina Borgo era però una mamma a tutti gli effetti e mio papà ricorda che aveva chiesto un aiuto al nonno per trovare una sistemazione ai figli maschi. Anche se i figli non se ne accorgono, le mamme fanno le mamme anche quando sembra che non lo facciano. L’asilo laico aveva da una parte regole molto precise, ma dall’altra lasciava molto spazio alla creatività. Molti altri miei familiari sono andati a quell’asilo, generazione dopo generazione, e anche loro hanno ricordi interessanti. come quel detto cinese che dice quando si vuole augurare del male “che tu viva in tempi interes-

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santi”. Quello era un tempo interessante, che ha prodotto personaggi come Lina Borgo ed altri che sono citati nel libro. Io ho studiato, ormai ai tempi del dottorato, la sociologia dell’innovazione e posso dire che ci sono innovazioni che avvengono a grappoli, non una dopo l’altra, a scadenza. ci sono così dei grappoli, dei cluster di innovazioni. Nel caso dell’asilo c’è stato un cluster, un grappolo di personaggi che hanno creato qualcosa che poi è rimasto a lungo nel tempo, nonostante in mezzo si siano avuti dei periodi di risacca. E nell’ambito dell’innovazione ci sono delle persone che ad un certo punto cambiano le cose, sono prodotti del tempo, ma sono anche personaggi individuali. uno di questi è Lina Borgo. Riguardo allo sviluppo locale, che è uno dei temi che frequento maggiormente dal punto di vista professionale, ho trovato molto interessante vedere come ad Asti i rappresentanti dell’innovazione, cioè i vetrai toscani e l’alessandrina Lina Borgo, arrivino dall’esterno. Noi siamo abituati a ragionare secondo il modello “dal basso” e “dall’alto” ma c’è anche un “dall’interno” e un “dall’esterno”. Arriva dall’esterno Lina Borgo, secondo le vicende che sono ben racontate nel libro, e arriva dall’esterno anche il fascismo, poichè Asti vive un fascismo esportato da casale e da Alessandria. Il secondo aspetto dell’innovazione che mi ha colpito riguarda i blocchi sociali, la loro rappresentanza politica e le loro alleanze. Ad Asti Lina Borgo incrocia personaggi come Giovanni Penna, come mio nonno Michele Ercole, che hanno un’origine socialista. Mio nonno è stato al convegno nazionale di Ancona nel 1914, e si dimette quando diventa imprenditore, perchè la gente parlava male di un imprenditore iscritto al partito socialista. Penna era un liberale, sensibile ai problemi sociali. Questo dato di appartenenza politica mi porta a ragionare sulle alleanze. Lina Borgo si trova in mezzo a una tempesta e cerca di tenere la barra del timone, veleggia più o meno in mezzo a un mare turbinoso, avendo anche la for-

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Maurilio Guasco, Marco Revelli, Enrico Ercole, Lina Borgo Guenna. Un’esperienza educativa

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tuna di stare in un posto che non era nell’occhio del ciclone; non so che fine avrebbe fatto un’esperienza come quella di Lina Borgo in un posto più caldo come torino. E a un certo punto si crea un’allenza tra la vetreria, “fabbrica senza padroni”, e i padroni. Penna era grande un impesario della siderurgia e il suo diventare Presidente dell’Asilo rappresenta l’allenza tra il lavoro e l’industria, contrapposta all’altro blocco, rendita e agricoltura. Ai tempi di Lina Borgo avviene una grande trasformazione: l’industrializzazione, il suffragio universale maschile, l’organizzazione dei partiti di massa. Oggi, sempre per la mia deriva da sociologo, mi è difficile capire se viviamo in un tempo altrettanto interessante o se è un tempo di bonaccia. L’industrializzazione ha finito la sua onda lunga e c’è una società basata sui servizi, in cui la ricchezza si produce nei servizi finanziari, il suffragio è diventato totalmente universale, ma c’è una crisi di rappresentanza politica (basti pensare alle percentuali di astensionismo alle ultime elezioni regionali), e non sembra più funzionare il processo di selezione della dirigenza politica. Non mi sembrano esiti felici.

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Enrico Ercole

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Fabrizio Meni

L’ultimo libro di Gad Lerner, Scintille, oltre a essere un successo editoriale è un testo che appare come inusuale nel panorama letterario italiano. È un libro che riflette e fa riflettere, denso di parole che appaiono – per dirla con Gadda – “non parole colluttorio sputacchiate di bocca in bocca ma pianerottoli di sosta”. La chiave che detta l’interpretazione più immediata del racconto è quella che l’autore stesso ci suggerisce nella prefazione. come dire, ho voluto fare i conti con i miei genitori, dar loro il giusto peso, il che equivale al rispetto che le loro storie hanno avuto su di me, l’importanza che le loro vicende hanno avuto nel determinare quel dna non genetico, quel genoma culturale che si incide nella carne perché è fatto anche di gesti, di modi di dire, tic e stereotipi che fanno di noi quello che siamo. E allora ci poniamo sulla strada di una ricostruzione autobiografica, ripercorrendo, così, il personale viaggio, reale e concreto nei luoghi, ideale e spirituale nelle tracce e nei racconti, che l’autore ha compiuto per ricostruire quel passato di sé, rappresentato dalla memoria dei suoi cari. una memoria tuttavia, “complicata”: “Visto che la confidenza con i genitori si è ridotta a mero ricordo dell’infanzia, è nato in me l’impulso di visitare i loro luoghi. Non so perché ma ero sicuro di riconoscerli. frugando nel mosaico di felicità perdute, rintracciabili nei loro accenni, volevo capire cosa ci fosse di inenarrabile nella vicenda che li ha schiacciati entrambi.

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Fabrizio Meni, Al di là dello strettamente personale: Scintille di Gad Lerner

Al di là dello strettamente personale: Scintille di Gad Lerner


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ho deciso di fare da me, essendo la trasmissione naturale del racconto ostruita da grumi di imbarazzo e avversione. I miei genitori non erano stati capaci di fare i conti con i conflitti dolorosi della storia che ne avevano pervaso la vita. Sinchè l’inconsapevolezza è ricaduta come un peso insopportabile su di noi, la generazione successiva”. Ma è un viaggio nella memoria anche “esigente” e impegnativo: fare i conti con il presente – “cerco l’oggi e non l’ieri” – storico e personale insieme. Viaggio dentro al vortice di anime irrequiete, quel gilgul di scintille dei morti che può trovare quiete nei vivi che accettano di farsene carico: “senza di loro non esisterei e non esisterebbero i miei figli. Ma questo è un dettaglio irrilevante. Le loro anime vagabondano nel gilgul, senza pace e così mi hanno raggiunto. Attraverso il dolore inconsapevole che si porta dentro il vero Lerner” (pag. 132). da questo punto vista – come Lerner stesso ha confidato nella sua presentazione il 27 febbraio al Liceo classico di casale – ancora una volta la grande Storia interseca i destini con la piccola storia e con la sua “ascia” – come direbbe Perec alludendo all’ambiguità del termine francese hache, che indica la lettera h di histoire ma anche l’ascia assassina – riesce a falciare anche chi a distanza di generazioni sembra apparentemente uscirne indenne. Ma il libro è qualcosa di più che questa autobiografia spirituale collettiva tracciata con una scrittura a tratti commovente, lirica e spietata allo stesso tempo. È la ricerca del giusto peso da dare agli eventi della storia del Novecento accanto e al di là dello “strettamente personale”. come dire: “le anime dei morti ti aprono strade che da soli non avremmo mai intrapreso” (pag. 187). Ecco che allora il testo si apre a nuovi scenari, tutti tra loro intrecciati: 1) l’interrogarsi sul ruolo della memoria nel percorso inevitabile che essa intreccia con l’inevitabile oblio del passare del tempo, ben al di fuori dello “strettamente personale”; 2) le riflessioni sullo spaesamento “non strettamente personale” generato dalla Storia 3) la necessità di fare i conti con la Shoah e con Israele al di là dello

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“strettamente personale”. Il libro di Lerner è innanzitutto un testo che apre una prospettiva sul dovere della memoria della “terza generazione”, quella che vive nel tempo in cui – come direbbe david Bidussa – se ne è andato anche l’ultimo testimone, un tempo in cui non solo sono scomparsi i superstiti, in grado di dire “ecco, questo è stato”, ma scompare anche la seconda generazione che è cresciuta tra racconti e silenzi ancora più gravidi di memoria. Era più semplice quel tipo di memoria. Lo ricordo a scuola: gli ex deportati e il silenzio improvviso che li circondava al momento di iniziare a parlare. Le lacrime e i cuori degli studenti per sempre incisi dalle mille scintille delle anime perdute in quei luoghi atroci che si facevano spazio tra le pieghe delle loro parole. Poi, quando pure i superstiti sono diventati scintille, il rischio palese è che tutto si faccia solo “storia”. che è già qualcosa ma non basta, nel momento in cui non occorre soltanto ricordare eventi, fatti, nomi, date e luoghi ma i valori, il senso, il significato, la portata di tutto quel quanto. Occorre essere “portavoce dei morti”. Oggi ci provano il cinema e la letteratura. dalla seconda generazione in poi è lecito scrivere ancora poesie dopo Auschwitz. Grazie anche ad essi è ormai alla portata di tutti la conoscenza del percorso e delle modalità che hanno portato alla persecuzione e allo sterminio, il funzionamento del sistema concentrazionario (in questo caso non importa se nazista o stalinista). Ma come comunicare il senso pieno di quei vissuti? E il significato che quel dramma riveste? come comunicare il senso e non la storia di quelle vite? Vite scese ad un livello ontologico al di sotto del quale vi è solo la nuda terra, vite di persone ridotte a vermi umani il cui unico progetto esistenziale è elevarsi a una vita “di solo pane”, sola speranza e solo riscatto possibile per chi, pochi attimi prima, aveva il diritto di sognare altro: “Avevamo imparato la rassegnazione, avevamo disimparato a stupirci. Non c’erano rimasti né orgoglio, né egoismo, né amor proprio; e gelosia e passione ci sembravano concet-

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ti da marziani, futili per giunta. Era molto più importante imparare a riabbottonarsi i pantaloni in inverno, con il gelo: cosa tutt’altro che facile, ho visto uomini adulti piangere per questo. capivamo che la morte non era per niente peggiore della vita e non temevamo né l’una né l’altra” come scrive herling in Un mondo a parte. Oggi è certo è più difficile anche perché la terza generazione non vive neanche più il dramma dei figli che non hanno “potuto dire addio” o dei figli “candele della memoria” che non hanno retto e hanno fatto un naufragio imprevisto e incomprensibile per chi poi era costretto a confrontare quel piccolo naufragio personale, con quello incomparabile di chi è stato a treblinka. In questo Lerner è categorico: “la condizione di vittima non è ereditaria. Non abbiamo il diritto di pretendere anche un surplus di compatimento, spruzzato sopra il nostro privilegio” (pag. 134), “l’ascendenza perseguitata non concede alcuno status a noi eredi beneficiari della fortuna conseguita alla fuga […] non esistono sopravvisuti per procura. La memoria va onorata con dovuta cautela”. di più: occorre anche saper riconoscere che in fondo la disgrazia ha portato bene: “talmente fortunati siamo, rispetto ai coetanei che vivono oggi là dove nacquero i nostri nonni, da dover riconoscere che quell’immane sciagura a noi ha portato buono” (pag. 211). Quindi il vero problema non è la storia e nemmeno la memoria. Oggi il problema vero è la cautela nella memoria di chi deve e vuole essere “portavoce dei morti”. E cinema e letteratura hanno un indubbio vantaggio nei mezzi evocativi anche se rimane il sospetto, che la linea che separa ciò che è stato dalla finzione si assottigli, o peggio che non si usi “cautela”. che cosa e come fare, allora, affinché la memoria della Shoah non si riduca alla storia della Shoah soltanto e come tale scarnificata nell’essenziale e ridotta così a qualunque altro evento della storia, come le campagne di Napoleone, che non ci riguardano più, in quanto non intersecano la parabola dei significati delle nostre esistenze e non si connettono più con i progetti dei nostri futuri?

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Lerner vive su di sé questo dilemma. E quando lo vive in prima persona, come dramma biografico, la conclusione è netta e lineare: il “vero” Lerner , sembra in fondo dirci, non sono io ma mio padre che ha nel codice genetico della propria memoria, il senso profondo di ciò che la Shoah è stata. Malgrado tutto ciò che io possa avere appreso, conoscere e sapere. Ed ecco allora la condizione esistenziale di Lerner: una “candela della memoria” al contrario. Anziché crescere nell’abbondanza di racconti, di moniti di “obblighi a ricordare”, di parossistici terrori dell’oblio, quella di Lerner è invisibilmente una vita di “sottrazione”, fatta di anni di silenzi, di reticenze, di “tu cosa ne sai”, a tal punto da sostituire l’ulisse ritornato che si mette a raccontare, con un telemaco che cerca di ripercorrere le rotte del padre per recuperare il senso di quel vissuto che il naufragio gli aveva tolto, ma che sente che gli appartiene: “Nulla, ma proprio nulla, della sua storia e dei suoi ricordi riuscì a comunicarmi. Ignoravo perfino che fosse nato a haifa, anziché a tel Aviv. tanto meno fece accenno alle origini polacche, o galiziane, o ucraine, forse troppo complicate da spiegare. Nessun racconto delle estati trascorse a Boryslaw mi è giunto prima che lo sollecitassi io, quarant’anni dopo”. “Ignoravo allora quasi del tutto la vicenda dei Lerner e dei Borgma a Boryslaw. Mio padre non me ne aveva mai parlato. Aleggiava in famiglia, ma vaga, censurata, indicibile” (pag. 157). Ma allora basta ascoltare, basta riandare sui luoghi, fare “i turisti della memoria”, per riappropriarsi di quel senso e in fondo di quel peso? fare del proprio tempo un’ossessione, come l’ossessione del collezionista di Safran foer, è sufficiente per poter essere anche noi “candele della memoria”? Nel caso di Safran foer e di molti altre operazioni di quel genere sembra di sì. Ma è proprio a questo riguardo che la posizione di Lerner si fa precisa e distante. Perché per Lerner non è sufficiente. O lo è solo se si è disposti a barare con se stessi o perlomeno ad accettare di essere “candele della memoria” solo in superficie.

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Ma se ci si limitasse a questo il libro non avrebbe il senso che ha. Se si va “al di là dello strettamente personale” le cose si fanno più complicate e la narrazione di Lerner si fa al contempo individuale e universale, convergendo verso descrizioni esistenziali di più ampia portata. Prima di tutto è un libro che esprime un punto di vista sulla Shoah: ovunque vi siano state persecuzioni, ovunque la soluzione finale nazista è stata attuata essa ha beneficiato delle solerti mani dei popoli europei infettati di antisemitismo. Sotto questo aspetto il testo di Lerner si allinea con altre recentissime fonti di memorie, peraltro di genere differente: i romanzi di Jonathan Safran foer e di Peter Monseau e la ricostruzione biografica e intellettuale del proprio antenato del filosofo Peter Singer. Ovunque, polacchi, ucraini, austriaci, e poi italiani e poi francesi, nessun popolo ha manifestato una decisa e compatta opposizione allo sterminio. da questo punto di vista Goldhagen ha avuto torto. Se la soluzione finale non fu possibile senza una società che ampiamente condivideva l’immagine nazista degli ebrei, senza una disponibilità alla persecuzione e allo sterminio della maggioranza della popolazione coinvolta, Goldhagen sembra aver torto nell’indicare questo tipo di società soltanto in quella tedesca. “Volenterosi carnefici” non furono soltanto i tedeschi. certo la Shoah, le camere a gas e i forni furono soprattutto tedeschi. Ma fu necessaria, nei territori occupati, la collaborazione anche di tutti quegli altri popoli. Se poi estendiamo il significato di “carnefice” includendo ogni tipo di vessazione nei confronti di vittime innocenti, la già larga schiera si allarga a dismisura, includendo tutte quelle forme di comportamenti, atteggiamenti, pregiudizi, modi di rapportarsi all’altro che hanno generato, nell’Europa di quegli anni, non solo il disprezzo nei confronti dell’ebreo ma anche il “sentimento di sgradevolezza”, di “minorità impacciata”, frutto di “un’umiliazione perseguita nel tempo” di cui spesso inconsapevolmente gli stessi ebrei sentivano di soffrire come di una “specie di complesso di inferiorità colletti-

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vo”, lo stesso che traspare dalle pagine di Maus di Art Spiegelman: “dentro di me si agitava e si agita ancora, una domanda: se ci denudavano e ci deridevano prima di massacrarci, non era forse per un’insita sgradevolezza che riconoscevano in noi? A tal punto da vilipendere, in quanto non desiderabili, perfino i corpi delle donne ebree sottomessi al loro dominio? […] c’è forse in noi qualcosa di inadeguato, respingente, sgraziato che spieghi il trattamento riservatoci? Sarà forse la parlata aspra, il pensiero contorto, la sospettosità istintiva, l’ansia mal dissimulata nel tentativo di presentarsi ‘alla pari’?” Ecco una prima forma di “spaesamento esistenziale”. Ed è proprio il tentativo di dar voce e corpo ai vari modi di vivere uno “spaesamento”, generato dal destino e insieme dalla storia, ad essere uno dei nodi centrali del libro. In Lerner esso nasce, innanzitutto, non dall’aver perso la propria patria quanto dal fatto di non averne una sola, ma di averne più di una: il Libano e la cultura mediterranea e levantina della mamma tali e della famiglia taragan, affiancata alla Galizia yiddish del padre Moshè, l’Israele dell’infanzia e l’Italia della gioventù e della maturità. come dire, mettersi in cammino alla ricerca di radici e scoprire di possedere piuttosto un rizoma le cui diramazioni sono sotterranee, imprevedibili e a volte irraggiungibili, generando un più complicato senso di spaesamento: “Lo spaesamento: che non è solo malinconia degli immigrati”, è Unheimlich, ancora una volta l’assenza dell’Heimat, ma anche il perturbante freudiano, quel qualcosa che sai e non sai, che ti resta in fondo e non scopri se non quando ti metti alla fine a ricercarlo: “ho avuto per madre tali, cioè una Beirut solare. fatico ad accettare che di mio padre resti solo il buio di una Boryslaw indecifrabile, sepolta nelle fosse comuni” (pag. 82). Ed è proprio lo spaesamento – come leit motiv interiore – ad essere l’unica eredità consegnata dal “vero Lerner” al figlio, fino almeno all’inizio della “impresa” (o “gioco dell’oca che è in fondo la mia vita” come preferisce chiamarla), al termine della quale,

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ritrova il senso e il significato non solo della sofferenza ma anche del riscatto e dell’orgoglio del ramo paterno unitamente alla consapevolezza di poter stare “al di là della falsità della retorica dell’identità da recuperare”. E in quest’ottica non c’è solo il finale “inatteso” dichiarato, quello cioè della scoperta che il “rozzo” ramo paterno di quella nonna chiamata in arabo con un punta di disprezzo “teti” era non solo sul piano dell’identità e della memoria ebraica più puro e integerrimo, potendo contare senza vantarsene (ecco “la cautela” della memoria tanto importante) sul riconoscimento del proprio valore da parte delle autorità israeliane per aver dato aiuto a persone e salvato i preziosi rotoli della torah. Ma c’è un altro sotterraneo “inatteso finale”: anche il felice e solare ramo materno è portatore di un profondo spaseamento simboleggiato dal non voler ricordare, dal voler rimanere “ibernata in un altrove”, il Libano degli anni Quaranta, cioè quello precedente a tutto, Shoah compresa. Il Libano da recuperare nei vissuti, da ricostruire tra carte, parole, case abbandonate, spiagge e cartoline per poter dar corpo ai luoghi della propria provenienza è il Libano levantino, la “Svizzera del mediterraneo”, avamposto europeo per cultura e raffinatezza, che chiama “quindici anni di guerra civile che hanno provocato più di centocinquantamila morti, les événements”. È il Libano dell’infanzia fatto di quel “fazzoletto di terra in cui c’erano ebrei che potevano sentirsi felici. Vicinissimi geograficamente ma psicologicamente lontani dai conflitti, sia dalla tragedia della Shoah, sia dall’epopea della patria nascente” in un chiaro “meccanismo di dissimulazione”. una dissimulazione che non ha più senso a tragedia avvenuta. Per Lerner il Libano non è solo un luogo in cui rintracciare il proprio “certificato di nascita”. diventa parte integrante della propria patria interiore e come tale ha messo radici (anche se a rizoma). Ed è per questo che conta anche il “Libano di oggi” che è poi il Libano di chabra e Shatila e degli hezbollah.

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diviene pertanto urgente domandarsi come sia stato possibile che l’evoluzione della storia della sua patria, di una delle sue patrie, abbia potuto generare la guerra civile e chabra e Shatila. un po’ come da italiani interrogarsi sugli anni di piombo, in quanto parte della memoria del nostro paese. La guerra civile libanese e gli hezbollah sono per Lerner memoria e non storia. Ma il punto fondamentale è che quegli eventi, intrecciandosi indissolubilmente con quelli di Israele, – e quindi necessariamente con ciò che è venuto dopo la Shoah – entrano necessariamente a far parte della memoria di tutti quelli che con la storia della Shoah intendono fare i conti. E non è da poco. Perché sul piano “non strettamente personale” il Libano è il luogo emblematico di una storia che intreccia la Shoah di ieri e il Medioriente di oggi, una zona condannata a terminare quel processo “di balcanizzazione” che ha contraddistinto il Novecento occidentale, la cui drammatica storia ebbe inizio simbolicamente nei Balcani, ebbe come epicentro la Shoah dell’Europa per poi confluire nella tragedia mediorientale, avendo però come costante il sopruso di un popolo su un altro: gli ebrei in fuga ieri dall’Oriente europeo si trovano oggi schiacciati in un medio oriente asiatico. E di tutto questo proprio il Libano sembra essere il segno, dal momento in cui la sua vocazione secolare alla multietnicità sembra essere stata distrutta tanto quanto a Sarajevo. E per gli stessi motivi: “il processo di creazione di nazionalismi che ha contagiato popoli da secoli abituati alla convivenza comunitaria, e laddove non basta, il pericoloso ritorno dell’integralismo religioso, sia nel mondo ebraico sia in quello arabo, che sta distruggendo quanto di positivo il nazionalismo perlomeno aveva prodotto: la laicità dello stato. […] Il Libano rappresenta un’enclave naturale. Riparate dalla sua inaccessibilità, sui pendii e nelle valli fertilissime, il tempo vi ha sedimentato come strati geologici le diciotto comunità capricciosamente incastonate a mosaico l’una di fianco o dentro l’altra. Per questo, fin dal 1932, vige il divieto assoluto di bandire censi-

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menti della popolazione: servirebbero solo a turbare il fragile equilibrio costituzionale che ripartisce le cariche pubbliche dosandole su base confessionale” (pag. 43). La Storia del Novecento, caratterizzata dalla Shoah, finisce in Medioriente e con il Medioriente occorre fare i conti. E per chi intende agire con “cautela” ciò comporta dover necessariamente fare i conti anche con Israele, in un’impresa non da poco per chi ha le proprie radici recise dalla Shoah. Proprio la Shoah ha prodotto una frattura irreversibile nello spirito e nella cultura ebraica. Se prima il mondo ebraico poteva dividersi tra sionisti e antisionisti (la comunità ebraica di casale era uno dei principali centri dell’antisionismo ebraico italiano) dopo la Shoah non è ammissibile una linea politica che contrasti il progetto sionista anteponendogli le buone ragioni dell’integrazione nazionale: nessuno contesta “la visione tolemaica dell’ebraismo – con Israele al centro e la comunità della diaspora che gli ruotavano attorno – che era stata assunta come dogma dopo la Shoah”. chi è sopravvissuto alla Shoah o chi di essa comunque si sente figlio, non può più guardare a Israele come ad un progetto alternativo non condiviso. Rimettere in discussione Israele, contestandone certe scelte politiche rischia di essere, nel mondo ebraico, il peggiore dei tradimenti “del padre”. E su questo credo che Lerner alluda sottilmente quando ricostruisce quella sottile trama di silenzi e incompresioni tra lui e il padre, il “vero” Lerner, in quell’intimità mai compiuta nata peraltro attorno a quell’“epicentro del nostro non detto”. tuttavia, in questo Lerner è sincero: “inutile girarci intorno: amavamo Israele ma non era casa nostra”. coniugare il rispetto della memoria della Shoah con la difesa di un punto di vista su Israele è possibile farlo in due modi differenti. Il primo è quello comune a tutta la memorialistica comune: Eretz Israel è l’emblema della Patria dove hanno non solo trovato rifugio gli scampati alla Shoah, finalmente in possesso di una terra che gli appartiene, ma anche tutti quelli che alla Shoah non sono

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scampati e che proprio grazie a una terra coltivata dai superstiti in loro memoria, e per loro procura, possono far cessare quel peregrinare inquieto delle loro anime, rappresentato da un luogo che è soprattutto pietra per le loro tombe, custodia per la loro memoria. Non a caso di Israele si venera lo Yad Vashem come altri la tour Eifel. Ma in questo caso si continua a “cercare l’ieri, quel sogno rappresentato da un luogo in cui si ricompone l’infranto”. Se come fa Lerner, si cerca “l’oggi e non l’ieri” la prospettiva si sfuma e si complica: “ancora me lo chiedo: il vagabondaggio delle anime, il pulviscolo del gilgul, l’andare e venire di quelle scintille di umanità dispersa dentro di noi, possono trovare infine un esito pacificatore, l’interezza cui allude la parola shalom, dentro a un’idea di nazione?” Ma ancor di più deve farsi questo sguardo disincantato fino ad essere disposti a mettere in discussione molti presupposti, validi come dogmi altrove, e saper comprender che per i “bambini randagi fra i tuguri di fango di chatila” la “distruzione di Israele, il ritorno a una casa mai vista e magnificata dalle leggende familiari restano l’unica speranza di un futuro migliore”. Stessa sorte di “candele della memoria”? certo è che “quando la storia infrange il mosaico della convivenza, prorompe il rancore delle vittime impossibilitate a rifarsi una vita. E intorno a loro si propaga l’ignoranza ben oltre i protagonisti del dramma, trasformando il senso comune; scavando un fossato incolmabile di estraneità negli stessi luoghi che per secoli, prima della separazione forzata, erano fioriti solo grazie alla loro capacità di far tesoro della convivenza”. (pag. 57) che uno dei centri drammatici del libro sia la ricostruzione del massacro di chabra e chatila è certamente significativo per un testo che ricostruisce la storia di una famiglia all’interno della grande Storia del Novecento contraddistinta da guerre, persecuzioni, genocidi e esili, cancellazioni di luoghi, cartine stravolte. come se chabra e chatila inaugurasse una nuova fase di una stessa storia,

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figlia della stessa logica e dello stesso male. E a dirlo è chi di quella storia, seppure in modo fortunamente indiretto, ha subito i colpi più mortali: “la sorte ha voluto che mi recassi al cospetto delle fosse comuni di chatila pochi giorni dopo aver deposto una pietra in ricordo dei miei famigliari nella foresta di tustanowice, sopra Boryslaw, e non sono riuscito ad evitare una scivolosa associazione di idee. fra il massacro di Sabra e chatila in Libano e la Aktion numericamente analoga che inaugurò lo sterminio dei 13 mila ebrei di Boryslaw intercorre un periodo molto breve. Sono i quattro decenni di storia che io sto inseguendo, per via del segno che hanno lasciato nella mia famiglia” (p. 157). fare i conti con la Shoah ed insieme con Israele sembra allora proprio questo e proprio questo sembra simbolicamente avere inizio con Sabra e chatila, “una ferita aperta” che brucia “in maniera speciale e ci riguardava in maniera speciale, perché chiamava in causa il dovere di testimonianza che tocca in sorte a noi, figli di un popolo sterminato”. Questa è uno dei tanti insegnamenti della vera lezione di Primo Levi: “l’obbligo morale aggiuntivo” non solo di chi come Israele ha un maggior potere, ma anche da parte di chi non deve e non vuole dimenticare lo sterminio che lo ha generato. un’immagine che nella storia del secondo dopoguerra è stata minoritaria rispetto a quella dell’orgoglio ebraico, di chi ha smesso finalmente i secolari panni dell’ebreo “mansueto che si lascia trascinare come pecora al macello”, “l’ebreo combattente, alla buon’ora, che non chiede pietà ma rispetto”. E lo fa con uno degli eserciti più addestrati e motivati a combattere. In questo caso Lerner trasfigura la sua condizione di apolide e la fatica di dover fare i conti con “il gioco del passaporti” in un valore ideale, persino erede della stessa cultura ebraica. tra Sionismo e antisionismo che dopo la Shoah inevitabilmente per un ebreo significa pro Israele o rischio di essere confusi con chi nega la legittimità di Israele, la terza via scelta da Lerner è quella indica-

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ta da Martin Buber: “Buber valorizza al contrario, l’ebraico viaggiare, ricordandoci che il concetto di ‘dottrina’ nella lingua della Bibbia, si traduce derech eretz, cioè la ‘via della terra’ .” E questo contro “il fanatismo del Blut und Boden, sangue e terra, perché la nazione e l’identità non saranno mai racchiudibili nella zolla, il mero ‘pezzetto di terra dove si è nati e cresciuti’”. Ma questa presa di distanza da Israele coincide anche con un cammino spirituale, fatto anche di preghiera, proprio “sulla via della terra”. Proprio un pezzo di terra e una preghiera intensamente sentita come il ricordo della tradizione, intrisa della dottrina, recitata con spirito laico e forse anche con disincantata distanza da ogni fede vissuta in modo integralistico, costituisce simbolicamente quella che Lerner chiama “operazione Kaddish”: portare, avendo il privilegio di poter arrivare in quei luoghi, per conto dei genitori, un pezzo di terra “intriso di dottrina” nel punto in cui sono caduti il figlio di david Grosmann e di Avraham dviri, in un viaggio che lo porta a sostare sul confine tra le sue tre patrie, oggi divise dalla guerra. un confine su cui Lerner sembra stare a proprio agio, un agio esistenziale, ontologico come il necessario vivere “sulla soglia” descritto da Walter Benjamin. Stare sulla soglia, in paziente attesa, con lo sguardo messianico sul futuro ma avvertendo dietro di sé il vento della storia del passato, fatta di macerie e rovine, è in fondo la posizione di chi intende difendere il diritto a rimanere una minoranza, invocato già da quelli che si ergono in fondo a numi elettivi, Primo Levi e Marek Endelman: “il mite Primo Levi e il roccioso Marek Endelman sono due figure gigantesche dell’ebraismo contemporaneo che Israele non riesce a comprendere in sé. Soprattutto ora che deve fare i conti con le contraddizioni del tragitto sionista. cioè con le contraddizioni che un movimento nazionalista deve affrontare nell’epoca che impone come obbligatoria una convivenza plurale”. L’essere in minoranza, anche se con questa buona compagnia, ha il suo prezzo da pagare, dato che essere in minoranza significa

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Fabrizio Meni, Al di là dello strettamente personale: Scintille di Gad Lerner

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una presa di posizione contro il proprio “padre” ideale: anche e soprattutto per questo la frattura tra l’autore e il proprio padre, raccontata nel libro come di uno scontro fatto anche di incomprensioni e di piccole beghe in fondo appianabili, non potrà essere ricomposta: è una frattura che va “al di là dello strettamente personale”.

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Fascismo e movimenti migratori.

L’analogia per lo storico costituisce un esercizio pericoloso, una tentazione cui è però talvolta difficile resistere. usata con avvertenza, senza cioè trarne conclusioni generali improprie, con il rischio di appiattire la distanza che inevitabilmente separa contesti storici differenti, può restituirci qualcosa del nostro presente e ancor più del nostro passato. fra le tante che, cum grano salis, potrebbero essere istituite, una non priva di senso è certo quella instaurabile fra le politiche di governo dei movimenti migratori transnazionali – e di repressione della migrazione irregolare – attualmente seguite nel nostro paese e le misure volte a regolare le migrazioni interne introdotte dal fascismo. Stiamo parlando del cosiddetto antiurbanesimo fascista, più che un corpo organico di leggi, una serie abbastanza scoordinata di provvedimenti, determinati da un insieme di motivazioni non sempre facili da chiarire, molte delle quali anche solo transitorie, ma tutti ideologicamente ispirati da quella “battaglia demografica” annunciata da Mussolini con il famoso discorso dell’Ascensione del 26 maggio 1927. fu infatti in nome della “difesa della stirpe” dal declino demografico che, visto il tasso di natalità notoriamente più elevato nelle campagne rispetto alle aree urbane, il fascismo si propose di frenare l’afflusso dei rurali verso le città e di contrastarvi la tendenza in atto alla riduzione del numero di figli per coppia – la tanto deprecata diffusione delle pratiche “neomalthusiane” –, frutto delle trasformazioni che lentamente, anche in Italia, si andavano producendo nella mentalità e nella struttura famigliare 1.

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Cesare Panizza


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Si iniziò in sordina, nello stesso ’27, con il legiferare una serie di nuove autorizzazione necessarie per stabilire impianti industriali in centri urbani superiori ai 100000 abitanti, in nome appunto della lotta all’urbanesimo, ma acquisendo così uno strumento discrezionale di politica industriale, in grado di condizionare le scelte imprenditoriali 2. Si continuò alla fine del 1928 con il dare facoltà ai prefetti di emanare ordinanze finalizzate a diminuire la popolazione in eccesso presente nei centri urbani, provvedimento reso urgente dalla prossima fine del blocco delle locazioni, una misura introdotta durante il conflitto mondiale, ora per ragioni economiche e politiche non più prorogabile, la cui soppressione generava però qualche fondata preoccupazione di ordine pubblico 3. Nel 1931 si rafforzarono le competenze del comitato per la colonizzazione e le migrazioni interne, che rinominato commissariato – alle dirette dipendenze del Presidente del consiglio – veniva in un certo senso a completare gli interventi di riforma del mercato del lavoro, avviati dalla legge del 1928 con la creazione della rete degli uffici di collocamento 4. In un paese storicamente caratterizzato da una forte segmentazione regionale del mercato del lavoro e al tempo stesso massicciamente interessato dal fenomeno delle migrazioni stagionali, il commissariato avrebbe dovuto svolgere una funzione unificatrice. Esso avrebbe supervisionato non più soltanto l’invio di coloni nelle zone di bonifica, tentando una improbabile inversione di tendenza dei flussi spontanei della popolazione, ossia indirizzando masse di braccianti dalla pianura padana verso l’Italia centrale e meridionale, ma avrebbe coordinato in base ai differenti livelli occupazionali ogni movimento di manodopera da provincia a provincia. Pensato soprattutto per le esigenze dell’agricoltura e dei numerosi cantieri aperti dal regime, il commissariato, in un periodo di disoccupazione crescente, avrebbe presto rivendicato le proprie competenze anche nel settore industriale, dando luogo a non pochi conflitti con altri organi del regime 5.

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L’ultimo intervento di grande rilevanza, e che di fatto, se applicato alla lettera, revocava per la grande maggioranza della popolazione la libertà di muoversi alla ricerca di una occupazione, fu il circolo vizioso istituito dalla nuova legge sul collocamento del ’38 6 e da quella contro l’urbanesimo del ’39 7. La prima prevedeva infatti l’impossibilità di ottenere l’iscrizione al collocamento senza avere già stabile residenza sul territorio di competenza dello stesso; la seconda, approvata nel luglio 1939, subordinava il trasferimento della residenza nei comuni capoluogo di provincia, nei comuni con più di 25000 abitanti, nei centri di “notevole importanza industriale” all’essersi “assicurati una proficua occupazione stabile” e ad altri giustificati motivi, “sempre che siano assicurati preventivamente adeguati mezzi di sussistenza”. Questa nuova legge contro l’urbanesimo – che peraltro interveniva a vietare ai contadini la possibilità di iscriversi al collocamento, salvo “giustificato motivo”, in categoria diversa da quella dei lavoratori della terra! – non avrebbe però avuto una vera attuazione. Le lungaggini della burocrazia ministeriale, l’insorgere di notevoli problemi di natura interpretativa ne rinviarono l’applicazione di molti mesi, a guerra già iniziata, in un momento cioè in cui i termini della questione demografica erano decisamente mutati di segno. Il regime vincolistico fascista fu però ereditato dalla Repubblica che lo abrogherà assai tardi, solo nel 1961, nonostante gli appelli in tal senso del Presidente della Repubblica Luigi Einaudi, che all’inizio degli anni cinquanta parlerà in proposito di moderna “schiavitù della gleba” 8. Strettamente intrecciato con gli interventi di riforma del mercato del lavoro, l’antiurbanesimo fascista rispondeva dunque innanzitutto alla volontà di realizzare quel controllo totale sui movimenti della manodopera che doveva sempre sfuggire al regime, nonché di dotarsi di uno strumento flessibile di mantenimento dell’ordine pubblico che permettesse sì, come aveva scritto Mussolini su “Il Popolo d’Italia” avviando la campagna contro l’urbanesimo, di “sfollare le città” 9, ma in maniera per lo più discre-

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zionale, in base cioè alle necessità del momento. Né le numerose ordinanze prefettizie emanate in base alla legge del ’28 né la stessa legge del ’39 pur prevedendo il rimpatrio forzoso di quanti non fossero in regola con le nuove disposizioni in materia, né le altrettanto numerose disposizioni e iniziative assunte centralmente e localmente 10, valsero realmente – come ha dimostrato ormai più di trent’anni fa Anna treves nel suo pionieristico lavoro, Le migrazioni interne nell’Italia fascista (Einaudi, 1976) – a diminuire l’intensità del flusso migratorio che si riversava dalle campagne nei grandi centri urbani e in cui cominciavano a prendere lentamente forma quelle tendenze strutturali (dal nord est al nord ovest, dal Sud verso il triangolo industriale) che avrebbero caratterizzato i flussi migratori negli anni del “miracolo economico”. Il fallimento di quella politica di governo della mobilità della popolazione è indubbio se si guarda alla mera evoluzione del dato demografico o se si valuta l’esiguità degli spostamenti programmati dal regime nell’ambito della colonizzazione interna e della politica di “sbracciantizzazione” rispetto a quelli avvenuti spontaneamente 11. E non poteva essere diversamente, visto la forza dei fattori che spingevano, pur in anni di crisi economica e di disoccupazione di massa, i rurali ad abbandonare le campagne e ad affollarsi nelle città. fattori spesso innescati o rafforzati dallo stesso fascismo, che se da un lato con la sua politica economica aveva fortemente contribuito ad aggravare la situazione delle campagne – dove i redditi agricoli, come è noto, subirono una erosione ben superiore a quella che andava colpendo i salari operai –, dall’altro con la sua politica sociale, proprio per la parzialità e il particolarismo che ne caratterizzava le prestazioni assistenziali, forniva piuttosto nuovi motivi ai rurali per stabilirsi, anche solo temporaneamente, nelle città 12. Senza contare il richiamo esercitato – a lunghissimo raggio – dall’espansione conosciuta in quegli anni dai lavori pubblici. Se da questo punto di vista quello fascista sembra il tentativo di

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chi con un secchiello voglia svuotare la barca che sta affondando, quella politica appare meno fallimentare se si rifletta su un altro suo aspetto, che non ne costituì un obiettivo secondario: il consenso che simili iniziative incontrarono nella società italiana, fra i ceti medi come in parte della stessa classe operaia. come detto, l’antiurbanesimo fascista fu una componente della più generale “battaglia demografica” nel cui contesto esso assunse una funzione sostanzialmente speculare a quell’ideologia ruralista che a partire dalla seconda metà degli anni Venti avrebbe caratterizzato la propaganda fascista. In realtà, come aveva già notato la stessa treves, proprio lo studio delle applicazioni pratiche dell’antiurbanesimo svela definitivamente la natura sostanzialmente mistificatoria del ruralismo fascista, nella sua pretesa di convincere i “rurali” – assegnando loro una funzione speciale nella genesi di un italiano di tipo nuovo, ontologicamente fascista – della maggiore desiderabilità della vita in campagna, rispetto a quella nelle grandi città, dipinte come pericoloso focolaio di infezione morale per la diffusione di costumi e mentalità – naturalmente di derivazione straniera – contrastanti con i virtuosi carattere originari, “strapaesani”, del popolo italiano che il fascismo intendeva al tempo stesso restaurare e trasfigurare 13. fu anche per molti versi la storia di un autoinganno, come dimostra la preoccupazione sincera e irata per l’effettivo corso delle cose che Mussolini riservò personalmente alla battaglia demografica e alla lotta contro l’urbanesimo, facendo segno i prefetti di continui richiami e sollecitazioni a una maggiore severità 14. Al suo fondo vi possiamo forse rintracciare l’ambiguità del rapporto che il fascismo intrattenne con la modernità: per quanto stigmatizzasse a livello ideologico alcuni dei processi di modernizzazione in corso nella società italiana, il regime non fu in grado né di arrestarli né di governarli ed, anzi, finì inevitabilmente, per ragioni oggettive, ma soprattutto per la natura totalitaria del suo progetto di dominio, col promuoverli e accelerarli 15. un controcircuito visibile anche nella stessa politica demografica del regime

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nella misura in cui la necessità di controllo che esso avanzava sulla mobilità degli individui lo costringeva inevitabilmente a sanare, magari per vie traverse e tortuose, le molte irregolarità anagrafiche, generate dagli spostamenti spontanei della popolazione 16. Al di là dell’ideologia, i provvedimenti contro l’urbanesimo furono in realtà interventi a difesa delle città contro le campagne assunti sotto la spinta dell’ancor lento ma irreversibile indebolirsi della distanza fra mondo urbano e mondo rurale. da questo punto di vista essi trovavano la loro reale legittimazione altrove, in un universo culturale di segno opposto a quella che avrebbe dovuto sostenere il ruralismo fascista, ossia in una concezione del rapporto città/campagna, da sempre diffusa nella mentalità delle classi dirigenti, che voleva la seconda strettamente subordinata alla prima, e in una pratica di governo degli spazi urbani che affondava le sue radici in un positivismo volgarizzato, nella sua sostanza ampiamente condiviso dai ceti medi come da parte del mondo operaio. Sotto questo profilo, paradossalmente, la politica vincolistica fascista potrebbe apparire allora non molto diversa da quella seguita in epoca liberale, quando, in regime di apparente massima libertà di movimento del fattore lavoro, si scelse attraverso la prassi della rigida applicazione in funzione antimigratoria della norme sul domicilio di soccorso, di favorire l’esodo verso l’estero della manodopera in esubero – una strada, è noto, preclusa al fascismo – onde evitare la formazione nelle principali città di situazioni pericolose sotto il profilo dell’ordine pubblico, o comunque sgradevoli perché arrecanti un danno all’immagine di ordine e decoro che il mondo urbano intendeva veicolare di se stesso 17. Sono motivazioni che ritroviamo intatte nella ricezione che le disposizioni contro l’urbanesimo conobbero a livello locale. Il caso di torino che chi scrive sta studiando è esemplare 18. Nel capoluogo subalpino, capitale industriale d’Italia, la prefettura si avvalse per ultima fra le grandi città italiane, e molto più tardi, dei poteri accordati ai prefetti dal governo centrale in merito con la legge del

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1928, assumendo provvedimenti specifici contro l’urbanesimo solo nell’aprile del 1933. Le ragioni di questo ritardo sono diverse, dalle difficoltà interne al fascismo torinese ai rapporti difficili con il mondo industriale 19, che probabilmente consigliarono un approccio più flessibile alla materia (peraltro la flessibilità e la precauzione erano state caldeggiate dallo stesso Mussolini licenziando la legge) 20. Il relativamente più basso profilo inizialmente mostrato a torino dalla campagna contro l’urbanesimo non volle però affatto significare disinteresse a livello locale verso il problema. tutt’altro. La Prefettura, in linea anche con alcuni suggerimenti giunti da Bocchini 21, scelse piuttosto di avvalersi di uno strumento più flessibile di intervento: nel dicembre del ’28 venne infatti costituito presso la Questura un ufficio contro l’urbanesimo per procedere all’espulsione, valutando caso per caso e applicando le norme di pubblica sicurezza già esistenti, di tutti quei “forestieri” che per un motivo o per l’altro erano considerati un “peso morto per l’economia cittadina”. furono così espulsi dalla città, solo nei primissimi anni della campagna contro l’urbanesimo e in un momento in cui i livelli occupazionali non erano ancora precipitati, alcune migliaia di persone. Si trattò della razionalizzazione e dell’estensione di una prassi di gestione dei flussi migratori già precedentemente avviata nel contesto torinese, quando nel 1926, anche per dare una “occupazione” ai fascisti più esagitati, ormai politicamente emarginati nel quadro della “normalizzazione” dello squadrismo, la locale Milizia volontaria per la sicurezza nazionale aveva costituito una sezione incaricata di perlustrare le vie della città per reprimere le presenze indesiderate, i “rifiuti umani” – questa era la definizione ricorrente sulle pagine dei giornali locali – da indirizzare, o meglio “tradurre”, chi alla congregazione di carità affinché ne avviasse il percorso di riabilitazione sociale attraverso la “terapia del lavoro” e chi alla Questura per i provvedimenti sanzionatori del caso o il rinvio alla località di provenienza. Si trattava, infatti, stando ai resoconti della stampa locale, per lo più di non torine-

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si, spesso persone senza fissa dimora, nella maggioranza dei casi questuanti, venditori o suonatori ambulanti, prostitute, lavoratori “marginali”, per motivi diversi impossibilitati a conseguire un lavoro con un minimo di stabilità nel tempo. Presenze indesiderate e considerate inutili in un contesto urbano che in quegli anni si andava riqualificando velocemente – si pensi al successivo rifacimento di via Roma che inciderà non solo nel tessuto urbanistico del centro storico, ma anche sulla sua composizione sociale, espellendo dal centro, in virtù dell’aumento delle pigioni, i ceti popolari – e che intendeva dare di sé un immagine di luminosa, e asettica, modernità. Le misure contro l’immigrazione, pur se più discrete che altrove, suscitarono reazioni entusiastiche nel fascismo torinese, in cui si assistette alla consueta competizione a far proprie il più velocemente possibile le nuove parole d’ordine del regime, come fra la gente comune. Il Prefetto di torino ricevette più di un lettera di encomio per il suo impegno contro l’urbanesimo. Esse pervennero non solo da “benpensanti” desiderosi di stigmatizzare con una buona dose di “perbenismo” e di misoginia il comportamento di tante giovani coppie operaie, di recente inurbamento, a loro parere dedite ai piaceri della vita cittadina, piuttosto che a dare alla patria una prole numerosa, ma anche da settori del mondo operaio. Ne citiamo solo due, che si vanno ad aggiungere a quelle già note 22, entrambe risalenti all’avvio della campagna contro l’urbanesimo. Nella prima, un pendolare, operaio alla fIAt, proveniente dal contado torinese, denunciava essergli stato rifiutato il rinnovo dell’abbonamento tranviario – probabilmente in maniera arbitraria, per eccesso di zelo di qualche funzionario – con il pretesto della lotta all’urbanesimo. figlio di contadini, proprietari di un piccolo appezzamento di terreno insufficiente a mantenere una famiglia numerosa (9 persone di cui 6 donne), e dunque costretto a lavorare in fabbrica, sentendosi minacciato dalla propaganda che vorrebbe dare la precedenza nei licenziamenti agli operai/contadini, invitava piutto-

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sto le autorità a rimpatriare veneti e meridionali, veri responsabili dell’affollamento di torino 23. tre giorni dopo, invece, un gruppo di operai plaudiva alle ventilate iniziative prefettizie e all’opposto sosteneva che per “pacificare gli operai” si dovessero rimpatriare immediatamente proprio tutti i contadini senza prole impiegati nelle fabbriche, di cui si stigmatizzavano i comportamenti e in particolare l’uso di fare regali in natura a capi reparto e capi squadra 24. Sono solo alcuni esempi di una vera e propria “guerra fra poveri” (operai torinesi contro operai/contadini e immigrati meridionali e veneti, piemontesi contro gli immigrati da altre regioni) destinata a divenire ancora più aspra negli anni successivi, quelli della crisi economica mondiale, e certo resa possibile anche dal venir meno della tradizione del movimento operaio le cui organizzazioni nei decenni precedenti avevano concretamente operato per superare la frattura fra “indigeni” e “forestieri”, avendo ragione dei radicati pregiudizi dei primi e socializzando al lavoro di fabbrica (e all’universo di valori e di pratiche ad esso connesso) i secondi 25. A torino ne approfittò soprattutto il sindacato fascista che pose al centro della sua propaganda la difesa dei lavoratori originari del capoluogo dalla minaccia rappresentata dall’afflusso ininterrotto (e “ingiustificato”) di contadini del contado piemontese, ma soprattutto di veneti e meridionali, considerati inadatti al lavoro di fabbrica. Nel fomentare queste divisioni il sindacalismo fascista prima richiese una traduzione radicale – in un certo senso “spettacolare” – in ambito locale della politica contro l’urbanesimo, assumendo in una prima fase anche iniziative unilaterali e mettendo a disposizione della Questura la rete, peraltro assai inefficace, degli uffici di collocamento, quindi negli anni successivi denunziò costantemente la presenza di gruppi di lavoratori irregolari sul territorio torinese, chiedendone il rimpatrio immediato, talvolta in implicito contrasto con il commissariato per le migrazioni interne. Si trattava soprattutto di veneti e meridionali, giunti magari in Piemonte nella vana speranza di essere assunti in qualcuno dei

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numerosi cantieri apertisi in quegli anni (dalla costruzione delle autostrade torino-Milano o della Genova-Serravalle, ai lavori di rifacimento del centro cittadino o a quelli di costruzione di nuovi impianti industriali, ai lavori di fortificazione del confine con la francia) o rifiutatisi di rimpatriare a lavoro terminato, verso i quali, con accenti spesso razzistici, non solo veniva mossa l’accusa di sottrarre il lavoro agli “onesti e laboriosi” piemontesi e in prospettiva di voler gravare sulle già limitate risorse della pubblica assistenza, ma anche di molestare la popolazione locale, dando luogo per effetto delle condizioni di precarietà in cui erano costretti a vivere, a comportamenti degradanti (risse, ubriacatezza, molestie di vario tipo, accattonaggio) quando non a fenomeni di microcriminalità. È in questo “avvelenamento dei pozzi”, divenuto strumento di governo, che è possibile rintracciare l’analogia più profonda con il nostro presente. Impossibilitato a frenare i processi di urbanizzazione, a vincere cioè una tendenza di lungo periodo che già allora doveva apparire irreversibile, l’antiurbanesimo fascista valse solo a consegnare alla parziale clandestinità centinaia di migliaia di persone, divenute soggetti senza diritto di cittadinanza, facilmente ricattabili da chiunque, dal datore di lavoro, al proprietario di casa fino al portinaio dello stabile in cui esse vivevano o lavoravano. Esso inoltre contribuì – e non poco – al ritardo con cui nel secondo dopoguerra la società italiana seppe farsi carico delle problematiche conseguenze sociali delle migrazioni interne sollecitate dallo sviluppo industriale degli anni del miracolo economico, che avrebbero riproposto, seppure in dimensioni diverse e certo in un contesto storico molto differente, tensioni simili. Si pensi solo – un’altra analogia con il nostro presente – alle decine o forse centinaia di migliaia di persone costrette per tutti gli anni cinquanta a vivere in una sostanziale clandestinità e condannate al lavoro nero o a occupazioni marginali e precarie dalla mancata abrogazione – benché in palese contrasto con il dettato costituzionale – delle disposizioni contro l’urbanesimo che per quanto eluse nei suoi aspetti repressi-

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vi impedivano di regolarizzarne la posizione anagrafica 26. È probabile, anzi è purtroppo certo, che un simile esito, con costi umani e sociali molto alti, abbiano per il nostro futuro anche gli indirizzi di politica migratoria attualmente seguiti nel nostro paese, e ancor più le retoriche con cui esse vengono elaborate e propagandate, capaci oggi come allora di creare un effettivo consenso all’interno di un’opinione pubblica timorosa e disorientata di fronte a cambiamenti indubbiamente radicali. con che stato d’animo dobbiamo allora oggi riflettere su una vicenda che rendeva razionali richieste come quella avanzata dal podestà di Sommariva Bosco al Prefetto del capoluogo subalpino affinché promuovesse il distacco della comunità da lui amministrata dalla provincia di cuneo e la sua aggregazione a quella di torino, onde permettere ai sommarivesi di continuare a cercare lavoro nel capoluogo piemontese, pena un destino di sicura miseria per i suoi concittadini? 27. con sgomento, perché il nostro presente sembra riproporre su scala diversa, con una regressione angosciante in termini di valori di civiltà e umanità, un passato che si pensava superato, o con un senso di consolazione, al pensiero che senza dubbio fra qualche decennio le nostre attuali disposizioni di legge in materia migratoria parranno ai nostri figli e nipoti assurde almeno quanto assurde a noi oggi paiono quelle di epoca fascista?

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note 1. Per una ricostruzione complessiva della politica demografica fascista si veda il volume di carl Ipsen, Demografia totalitaria: il problema della popolazione nell’Italia fascista, Bologna, Il Mulino, 1997. 2. Si tratta del Regio decreto legge “Norme per l’impianto di stabilimenti industriali” emesso il 3 novembre 1927. Per un commento del provvedimento in relazione alle politiche contro l’urbanesimo, cfr. Anna treves, Le migrazioni interne nell’Italia fascista, torino, Einaudi, 1976; pag. 70 e ss. 3. “È data facoltà al Prefetto, sentito il consiglio provinciale dell’economia, di emanare ordinanze aventi forza obbligatoria allo scopo di limitare l’eccessivo aumento di popolazione residente nelle città”. Legge n. 2961 del 24 dicembre 1928, “conferimento al prefetto della facoltà di emanare ordinanze obbligatorie allo scopo di limitare l’eccessivo aumento di popolazione residente nelle città”. Anche su questo cfr. Anna treves, Le migrazioni interne nell’Italia fascista, cit.; pag. 72 e ss. 4. Legge n. 358 del 9 aprile 1931. cfr. Anna treves, Le migrazioni interne nell’Italia fascista, cit.; pag. 76 e ss.; Stefano Musso, Le regole e l’elusione. Il governo del mercato del lavoro nell’industrializzazione italiana, torino, Rosenberg & Sellier, 2004; pag. 237 e ss. 5. una rivendicazione che trova anche sanzione legislativa, cfr. il decreto del capo del governo del 22 luglio 1933, “Norme concernenti le migrazioni da provincia a provincia dei gruppi di operai e quelle delle famiglie coloniche”. Quanto ai conflitti di competenza così innescatisi, il più tipico fu, almeno stando alle ricerche effettuate da chi scrive a partire dal caso torinese, quello con i sindacati e la rete degli uffici di collocamento. Spesso infatti il commissariato finiva per inviare lavoratori disoccupati da una regione all’altra – prelevati soprattutto dalle regioni con un tasso di disoccupazione più elevato – senza consultare previamente le autorità localmente competenti nel collocamento della manodopera. Era poi assai diffuso il caso che le maestranze selezionate dal commissariato per svolgere lavori a tempo in una regione diversa dalla propria al termine dei lavori non facessero ritorno alle località di provenienza o chiamassero presso di essi senza alcuna autorizzazione compaesani e congiunti. 6. Regio decreto legge n. 1934 del 21 dicembre 1938, “Riordinamento della disciplina nazionale della domanda e dell’offerta di lavoro”. cfr.

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Stefano Musso, Le regole e l’elusione. Il governo del mercato del lavoro nell’industrializzazione italiana, cit.; pag. 237 e ss. 7. Legge n. 1082 del 5 luglio 1939, “Provvedimenti contro l’urbanesimo”. cfr. Anna treves, Le migrazioni interne nell’Italia fascista, cit.; pag. 77. 8. Luigi Einaudi, Sui paesi di emigrazione e principalmente sulla Calabria: ovverosia della servitù della gleba in Italia, memoria inviata il 15 dicembre del 1951 al Presidente del consiglio, Alcide de Gasperi, riprodotta in Luigi Einaudi, Lo scrittorio del Presidente, torino, Einaudi, 1956. 9. Benito Mussolini, Cifre e deduzioni. Sfollare le città, in “Il popolo d’Italia” del 22 dicembre 1928. 10. Molti altri provvedimenti, oltre a quelli già ricordati, in materia di disciplina del lavoro ebbero indirettamente effetti antimigratori. Non vanno poi dimenticate le disposizioni assunte localmente, caso per caso, dalle amministrazioni locali come dagli organi periferici del regime. 11. un dato su tutti a dimostrazione della rilevanza delle migrazioni interne durante il periodo fascista e del sostanziale fallimento, da questo punto di vista, della politica fascista: negli anni trenta si registrano mediamente 1240000 cambi di residenza all’anno, pari al 29,1 per mille della popolazione: si tratta di una percentuale quasi identica a quella registrata fra il ’64 e il 1970 (29,5 per mille), gli anni conclusivi delle grandi migrazioni interne del dopoguerra. Per contro l’emigrazione nell’Agro pontino in seguito alle opere di bonifica, fra il 1934 e il 1939, avrebbe interessato poco meno di 30000 persone! cfr. Oscar Gaspari, Bonifiche, migrazioni interne, colonizzazioni (1920-1940), in Piero Bevilacqua, Andreina de clementi, Emilio franzina, Storia dell’emigrazione italiana. Partenze, Roma, donzelli, 2001; pagg. 323-341. 12. Si veda per es. l’oscillazione con cui l’Ente opere assistenziali avrebbe regolato le sue prestazioni, passando di fronte all’incalzare della crisi economica dall’assunzione di pratiche rigidamente anti-immigratorie per cui le prestazioni assistenziali erano erogate solo a soggetti in regola con la residenza, a un impianto tendenzialmente universalistico. [cfr. Silvia Inaudi, A tutti indistintamente. L’Ente opere assistenziali nel periodo fascista, Bologna, clueb, 2008; passim]. Non è un caso che da più parti si insistesse sull’importanza di portare l’assistenza e le provvidenze del partito anche al di fuori delle città, direttamente nelle campagne, onde diminuire l’attrattività per i rurali della migrazione, ancorché temporanea, in città.

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13. Su questi aspetti del regime fascista la messe di studi è ormai imponente. In questa sede, anche per il suo valore di ricognizione generale sui diversi aspetti che componevano la ideologia fascista richiamiamo le pagine dedicate al ruralismo da Pier Giorgio Zunino in L’ideologia del fascismo. Miti, credenze e valori nella stabilizzazione del regime, Bologna, Il Mulino, 1995; pag. 281 e ss. 14. Lo testimoniano le periodiche, continue raccomandazioni inviate al prefetto di torino circa gli insoddisfacenti risultati della battaglia demografica nel capoluogo piemontese, rintracciabili all’Archivio di Stato di torino. 15. Sul rapporto fra fascismo e modernità si potrebbe, anche in questo caso, richiamare un numero assai copioso di studi, a partire dall’opera storiografica di Emilio Gentile che ha fatto di questo nesso il tema centrale della sua ricerca. cfr. Emilio Gentile, Le origini dell’ideologia fascista, 19181925, Roma-Bari, Laterza, 1975. 16. L’impegno messo in quegli anni dal regime per star dietro ai mutamenti demografici, rafforzando il ruolo dell’IStAt, implementando gli strumenti a disposizione dei servizi anagrafici municipali, di cui si favorì l’uniformità nelle modalità e negli standard operativi, alcune disposizioni di legge come l’abbassamento a tre anni del periodo di residenza necessario per accedere al cosiddetto domicilio di soccorso, lo sforzo, anche propagandistico, fatto, anche lontano dai censimenti, affinché i cittadini fossero in regola con i crescenti adempimenti anagrafici, andavano tutti nella direzione, per forza di cose, di regolarizzare la mobilità spontanea degli italiani. In questo modo, a livello di realtà locali, si realizzava un governo dei flussi migratori imposto dalla forza stessa del fenomeno che in realtà confliggeva con i desiderata del regime, sanando molte posizioni irregolari o comunque allentando le maglie delle disposizioni contro l’urbanesimo le quali peraltro si reggevano sulle normative relative alla disciplina del collocamento, come è noto ampiamente eluse. 17. Valerio castronovo ricorda come già con la crisi di fine secolo la stampa locale torinese invocasse provvedimenti di repressione dell’immigrazione dal contado verso il capoluogo cittadino avanzando preoccupazioni di ordine pubblico e di tipo economico [cfr. Valerio castronovo, Economie e società in Piemonte dall’Unità al 1914, Milano, Banca commerciale, 1969, pag. 101]. cfr. anche Marino, La formazione dello spiri-

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to borghese in Italia, firenze, La Nuova Italia, 1974, pagg. 323-44; Ercole Sori, L’emigrazione italiana dall’Unità alla seconda guerra mondiale, Bologna, Il Mulino, 1977; pag. 72 e ss. 18. La rilevanza del caso torinese è evidente: torino, al pari di Roma e di Milano, conosce fra le due guerre una fortissima crescita della popolazione, da poco meno di mezzo milione a poco più di settecentomila abitanti, pressoché interamente dovuta a un saldo migratorio fortemente positivo. dopo una leggera flessione all’inizio degli anni Venti, con la fine della crisi economica post-bellica l’immigrazione tende infatti ad intensificarsi: dai 16337 immigrati registrati dall’anagrafe torinese nel ’25 si passa rapidamente ai 21625 del ’26, ai 27465 del ’27, ai 37315 del ’28, per assestarsi sui 38085 del ’30 dopo la brusca flessione (28826) del ’29. La crisi economica successiva ridimensiona solo parzialmente il numero degli arrivi (gli immigrati sono 23835 nel ’31, 27585 nel ’32, 26245 nel ’33 e 29452 nel ’34, ultimo anno di crisi) che riprende a crescere negli anni successivi, toccando i suoi massimi: 36196 nel ’35, 26779 nel ’36, 44223 nel ’37, 38115 nel ’38, 33897 nel ’39. Sull’immigrazione a torino fra le due guerre si veda in particolare franco Ramella, Variazioni sul tema delle donne nelle migrazioni interne. Torino anni Venti e Trenta in Angiolina Arru, daniela Luigia caglioti, franco Ramella, Donne e uomini migranti. Storie e geografie tra breve e lunga distanza, Roma, donzelli, 2008; pag. 107 e ss. 19. Sul fascismo torinese e i suoi rapporti con il mondo dell’impresa si veda Valeria Sgambati, Il regime fascista a Torino, in Nicola tranfaglia (a cura di), Storia di Torino. Dalla Grande Guerra alla Liberazione (1915-1945), Vol. VIII, Einaudi, torino, 1998; e Guido Sapelli, Fascismo, grande industria e sindacato. Il caso di Torino 1929/1935, feltrinelli, Milano, 1975. 20. “Lotta contro l’urbanesimo”, 4 gennaio 1929, circolare del capo del Governo e Ministro dell’Interno ai Prefetti del Regno, Archivio di Stato di torino, Prefettura, Gabinetto, I° versamento, mazzo 322/2. 21. “Azioni di polizia nei riguardi della difesa demografica”, circolare della direzione Generale della Pubblica Sicurezza, divisione della Polizia Politica, a firma Arturo Bocchini, ai Prefetti del Regno, 6 dicembre 1928 [Archivio di Stato di torino, Prefettura, Gabinetto, I° versamento, mazzo 322/2]. 22. È nota, per essere stata citata sia da Anna treves che da Valerio castronovo (Il Piemonte, torino, Einaudi, 1977; pag. 418) la missiva di

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Cesare Panizza, Fascismo e movimenti migratori

Note e discussioni


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Quaderno di storia contemporanea/47

alcuni operai torinesi al “signor Mussolino” affinché si desse «lavoro a noi qui Piemonte e di torino che noi siamo a spasso e i forestieri lavorano tutti». [AcS, Ministero dell’Interno, direzione Generale Pubblica Sicurezza, divisione Affari Generali e Riservati, 1930-1931, busta 60]. 23. Lettera anonima al prefetto di torino, 11 dicembre 1928, Archivio di Stato di torino, Prefettura, Gabinetto, I° versamento, mazzo 322/2. 24. Lettera anonima al prefetto di torino, 14 dicembre 1928, Archivio di Stato di torino, Prefettura, Gabinetto, I° versamento, mazzo 322/2. 25. cfr. Laura francesca Sudati, Tutti i dialetti in un cortile. Immigrazione a Sesto San Giovanni nella prima metà del Novecento, Milano, Guerini e Associati, 2008. 26. La già ricordata memoria del Presidente della Repubblica, Luigi Einaudi, a quello del consiglio, Alcide de Gasperi (1951), insieme alle molte richieste di chiarimento provenienti dalle amministrazioni locali e dalle stesse Prefetture (spesso sollecitate dagli amministratori comunisti), aveva sortito solo una circolare del ministro dell’Interno Scelba in cui se da un lato si ribadiva la validità della legge del ’39, si sosteneva che eventuali rimpatri decisi dall’autorità prefettizia erano da considerarsi illegittimi, in quanto in contrasto con il dettato costituzionale. Non è possibile quantificare il numero dei “clandestini” ma è invalso nella storiografia delle migrazioni interne l’abitudine a considerare i dati relativi ai trasferimenti di residenza del triennio ’61-’64 fortemente viziati per effetto della regolarizzazione di movimenti di popolazione avvenuti nel decennio precedente. 27. La richiesta del Podestà di Sommaria Bosco viene avanzata nel corso del ’36 per ovviare all’impossibilità per gli abitanti della provincia di cuneo di iscriversi all’ufficio di collocamento di torino per effetto delle varie disposizioni assunte contro il fenomeno dell’urbanesimo. cfr. Archivio di Stato di torino, Prefettura, Gabinetto, Primo versamento, busta 247.

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Etica e sindacato

Giovanni Avonto e Mario Dellacqua

Il tema indagato nella ricerca promossa dalla fondazione Vera Nocentini, Etica e sindacato. La dimensione etica del lavoro del sindacalista 1 non sorge adesso: il problema etico percorre la storia del sindacato ed è una questione che suscita la sensibilità dei lavoratori nei confronti di coloro che svolgono i compiti di rappresentanza, orientamento e guida del mondo del lavoro. Poiché ogni pratica professionale ha teso a darsi delle regole di comportamento che vengono chiamate “etica professionale” (per insegnanti, medici, giudici…), è lecito chiedersi se col tempo si sia consolidato un analogo codice anche per i sindacalisti. Ma la tradizione ha inteso il lavoro del sindacalista più come una missione (scelta liberamente) “per fare il bene dei lavoratori”2, cioè la loro tutela e la loro promozione. Perciò il problema etico appare intrinseco a questa missione, in cui esistono valori e finalità da praticare. Non sempre l’etica del sindacalista è esplicitamente formulata: è una cosa che si impara sul campo e che poi ha bisogno di essere praticata, in particolare nello stile di vita. Il sindacalista deve muoversi in terreni irti di contraddizioni; pur tuttavia il sindacato è luogo di ricomposizione sociale. Ma descrivere ciò che è bene comune non sempre ha una risposta univoca, perché l’etica della pluralità assume le differenze e ha l’obiettivo di ricomporle a unità. Perciò il sindacato è sollecitato a costruire l’eticità nella democrazia partecipata della pluralità dei soggetti rappresentati, nelle

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Giovanni Avonto e Mario Dellacqua, Etica e sindacato

c’è un’etica per i sindacalisti?


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loro differenze, ma anche nei rapporti umani con la singola persona e con la collettività sociale. Infatti, quando un lavoratore si rivolge a un sindacalista si instaura una “situazione etica” che significa valori condivisi e comportamenti responsabili. E così anche quando il sindacalista si rivolge ai lavoratori di un’azienda, egli chiede convergenza sui valori condivisi e fa appello a comportamenti etici e responsabili. dunque la ricerca (nella cui realizzazione siamo stati impegnati fra il 2007 e il 2008) non nasce dalla domanda “esiste un problema morale oggi anche per il sindacato?”, interrogativo che la pubblicistica ha tentato di porre con il libro di Stefano Livadiotti, L’altra casta (Bompiani, 2008). Non intendeva rispondere a questa provocazione, anche se “Repubblica” (24 gennaio 2009) nelle pagine torinesi l’ha presentata come una documentata contrapposizione a difesa del sindacato in Piemonte. Nasce invece dall’idea di sondare la coscienza dei sindacalisti oggi, e l’identità del sindacato stesso, interrogando le sue rappresentanze. Perché viviamo una realtà del nostro paese dove il problema morale si pone oggi gravemente a livello politico, istituzionale e anche sociale. L’atmosfera politica, sociale e civile del paese è oggi inquinata dal corrompersi dei rapporti fra politica e istituzioni, ma anche dei rapporti fra la politica in generale e interessi privati… Appare dunque lecito porre ai sindacalisti la domanda sul ruolo che svolge l’etica nella loro vita e in quella associativa dell’organizzazione sindacale. Vale ancora la pena rimarcare che non si è ritenuto di prendere in considerazione il livello degli “iscritti”, normalmente interpellato in molte indagini, perché si è progettato di sondare la coscienza dell’organizzazione associativa strutturata, che esercita le funzioni di rappresentanza, tutela e contrattazione come parte sociale. Avendo presenti queste motivazioni della ricerca, la si può riassumere in tre passaggi:

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Note e discussioni

Per svolgere l’indagine rivolta ai sindacalisti sui due livelli di rappresentanza (cioè a livello di base sul posto di lavoro, e a livello di operatori/dirigenti che svolgono le loro funzioni a tempo pieno in ambito territoriale e categoriale) bisogna conoscere l’organizzazione sindacale in Piemonte nelle sue strutture e dimensioni: chi sono e quanti sono coloro che orientano, governano, dirigono e decidono per l’organizzazione. In sintesi si possono riportare questi dati: sono 17.900 le RSu (rappresentanze sindacali unitarie sui luoghi di lavoro) a cui vanno aggiunti 1.271 dirigenti e operatori a tempo pieno. La componente di genere femminile varia fra il 30% (t.p.) e il 38% (RSu). dopo discussioni e confronti la realizzazione del sondaggio si è basata su questa ipotesi: questionari chiusi (cioè con varie risposte già predisposte) autocompilati volontariamente; in situazioni di compresenza dei due livelli di rappresentanza; possibilmente in compresenza unitaria di sindacalisti cGIL, cISL, uIL; raccogliere più di 500 questionari validi. Le condizioni scelte si sono verificate nel corso del 2007 in occasione delle riunioni unitarie per la piattaforma e per il negoziato col governo Prodi sulla riforma del welfare: cioè in una fase di buoni rapporti fra le tre organizzazioni sindacali. Sono stati distribuiti 800 questionari nelle 6 zone in cui è suddiviso il territorio piemontese, ne sono stati raccolti come validi (cioè compilati)

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Giovanni Avonto e Mario Dellacqua, Etica e sindacato

la descrizione dell’organizzazione sindacale in Piemonte (nelle sue componenti confederali più rappresentative, cioè cGIL, cISL, uIL); il sondaggio; le interviste.


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575 (72%). hanno risposto alle 64 domande del questionario sindacalisti di età compresa fra i 24 e i 79 anni, di cui l’80% di età maggiore ai 40 anni e il 26% donne. Sulla questione generale delle esigenze culturali, malgrado l’80% abbia già frequentato un corso formativo, il 90% esprime l’esigenza di una maggior formazione per affrontare i problemi reali che li sovrastano. Sulle questioni sensibili dell’etica appare significativo una diffusa omogeneità culturale che interpreta il senso dell’etica nello “stile di vita” e “nella fedeltà ai valori”. Il proprio orientamento etico proviene dagli ambiti della famiglia e dell’organizzazione sindacale: queste dunque appaiono come le principali agenzie formative per il sindacalista. Sulla base dell’impostazione weberiana, a seconda della cultura della propria organizzazione sindacale prevale l’etica della convinzione sui valori (cGIL), o l’etica della responsabilità per i risultati (uIL), oppure si realizza un equilibrio fra valori e risultati (cISL). Appaiono poi come elementi critici sottolineati dai sindacalisti la prevalenza nel sindacato dell’enunciazione dei valori rispetto alla loro pratica, come anche la prevalenza degli interessi dell’organizzazione rispetto a quelli delle persone; e ancora le incertezze che pesano sul futuro dei propri figli e su quello del sindacato. una seconda parte della ricerca è stata realizzata con una quindicina di interviste a sindacalisti distribuiti fra i due livelli. Sono riflessioni di vita, particolarmente incentrate sui valori, come vengono promossi e realizzati, e come guidano l’azione collettiva e l’impegno personale. Soffermiamoci su alcuni aspetti delle riflessioni dei sindacalisti intervistati. I valori sono sottoposti a cambiamento nel tempo, però alcuni non possono cambiare (come i diritti dei lavoratori all’acculturamento, a condizioni dignitose di lavoro e retribuzione). Viviamo in una società che ha bisogno di flessibilità, per cui siamo abituati a contrattare la flessibilità e quindi ad applicare anche i

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valori e i risultati con flessibilità, col rischio di cadere in una deriva o relativismo degli stessi valori e risultati. c’è tuttavia una condizione che prevale rispetto alla precarietà in cui incorre anche il sindacato, e cioè che “la vicinanza ai bisogni dei lavoratori, con un approccio sociale e di servizio, costituisce un deterrente alle tentazioni delle corruttele”. circa il conflitto fra persona e organizzazione, nella riflessione viene richiamata l’importanza dell’associazionismo e della sua organizzazione per fare coalizione fra i lavoratori; ma la persona può esprimersi solo se c’è partecipazione e democrazia, in modo che la persona del sindacalista possa esprimersi come valorizzazione di sé e della propria funzione (cioè come autorealizzazione). Sul doppio aspetto etico (convinzione e responsabilità) l’opinione presente fra i sindacalisti è che lo stile di vita coerente con i propri valori non confligga necessariamente con la prassi mediatrice dell’organizzazione. Ma la situazione può diventare paradossale quando il sindacato non abbia più al suo interno sindacalisti con un senso forte dei valori e della loro promozione. Giovanni Avonto

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Giovanni Avonto e Mario Dellacqua, Etica e sindacato

Note e discussioni


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un muto bisogno di decenza deve prendere la parola Le riflessioni sull’etica nell’impegno sindacale, sociale e politico si affacciano con ciclica e inesorabile puntualità, non appena la grammatica quotidianamente adottata dalle imprese, dal sindacato e dalla politica subisce uno scacco brusco. Non appena patisce il mancato beneficio della “saetta previsa” che “vien più lenta” a infliggere la ferita. Nella comune procella, accade che il più saggio tra i vincitori intraveda nella caduta verticale dell’avversario il pericolo di essere rovinosamente trascinato nel naufragio e perciò gli offra la sponda lungimirante e generosa di una riflessione comune, utile a preservare la navigabilità delle acque che non devono diventare il teatro di una perenne lotta omnium contra omnes. Se questo non avviene, il ripiegamento solitario sospinge un silenzio spasmodico a cercare le ragioni dell’insuccesso oltre le consolazioni del risentimento, oltre le architetture del complotto, oltre la sindrome da accerchiamento, oltre forme di vittimismo compiaciuto, magari ostentato, per coltivare in segreto uno stigma che distingue, rincuora ed esalta. L’esempio di Giuseppe di Vittorio rimane magistrale, quando affermò dopo la sconfitta della cGIL alla fIAt nel 1955, che “se anche il 99 per cento delle colpe di questa sconfitta risiedesse nei comportamenti padronali e solo l’1 per cento nei nostri, siamo chiamati a indagare su questo 1 per cento”. Avrebbe potuto fare appello alle risorse dell’eroismo e della disperazione, alle energie non ancora sopite dell’identità e della tradizione, ma era un’etica debole. Aggrapparsi orgogliosamente al dovere della coerenza e far brillare la propria irriducibile diversità nell’onorevole sconfitta, non scalfiva il successo dell’avversario, non lo spiegava e distribuiva ai combattenti le stesse armi che non avevano saputo e potuto arginare la disfatta. Ancora oltre, il tormento avventuroso spinge a rivisitare le origini delle nostre scelte, a cercare a ritroso le sorgenti dell’impegno

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giovanile per vedere se da lì sgorga e scorre ancora la stessa acqua, se la fonte si sia irrimediabilmente inaridita o si sia inaspettatamente arricchita con l’ispirazione aggiornata di nuove affluenze. È la durezza della condizione lavorativa a favorire l’azzardo della ribellione. Ma allo stesso bivio è in paziente attesa la passività e la rinuncia che non escludono affatto appuntamenti periodici con esplosive manifestazioni di rabbia pronta a rientrare nei ranghi innocui della normalità. Ma è una molla etica a indurre il gran salto verso l’impegno, dopo il quale ogni ritorno indietro verrebbe visto e vissuto non come segno di comprensibile arretramento, ma come deprecabile tradimento della propria coerenza liberamente scelta. Stupisce che il movimento sindacale non prenda la parola in questo gran ribollire di offese quotidiane alla dignità e alle povertà. Quasi come se avesse introiettato la convinzione diffusa a piene mani in base alla quale i ceti subalterni stanno male perché hanno avuto torto a dare l’assalto al cielo, mentre i titolari della proprietà e della ricchezza avevano ragione a tutelare i loro privilegi, a presentarli come una garanzia da proteggere e da cui far sgocciolare qualche lacrima di compassionevole stato sociale. Quasi come se il movimento sindacale potesse presentarsi neutro nella contesa in atto. Quasi come se avesse il diritto di avvalersi della facoltà di non rispondere. Quasi come se potesse rivendicare una sua estraneità alla malattia che colpisce tutto il corpo sociale e potesse trasformare in vantaggio la propria afasia. da qualche parte, indipendentemente dal nostro mestiere, fede religiosa, appartenenza politica o condizione economica, sentiamo “in un angolo male esplorato dell’anima, una spinta, uno stimolo, come una molla compressa: una cosa da fare, da fare subito”. È Primo Levi a dirci che quella necessità di scegliere è difficile, perché da una parte “c’è una stanchezza vecchia di mille anni”. dall’altra c’è “quella piccola molla compressa” che forse sarebbe “più appropriato descrivere come un muto bisogno di decenza”.

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Giovanni Avonto e Mario Dellacqua, Etica e sindacato

Note e discussioni


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La dignità basta cercarla nelle pieghe della quotidianità ma, come ognuno sa, non la si trova per caso. Mario dellacqua

note

Note e discussioni

1. Etica e sindacato. La dimensione etica del lavoro del sindacalista, “Itinerari”, 3/2008 (periodico della GIOc), numero speciale pubblicato nell’aprile 2009. 2. Michele Gesualdi (a cura di), Lettere di Don Lorenzo Milani, priore di Barbiana, Milano, Mondatori, 1970.

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Alessandro Hobel

desta stupore e amarezza il fatto che il ricordo di Luigi Longo sia – anche a sinistra – così debole. Lo stupore è forte poiché Longo, per più di mezzo secolo, è stato tra i personaggi più importanti e significativi della storia del PcI – e dunque di una componente essenziale della democrazia italiana –; braccio destro di togliatti per vent’anni e poi suo successore alla guida del Partito; e in generale protagonista di tutti i principali momenti di svolta, di tutti gli sviluppi e i salti di qualità che l’azione dei comunisti nel nostro Paese ha avuto. È possibile che proprio questo sia il motivo che ha provocato una sorta di rimozione della sua figura: Longo non può essere presentato né come un “socialdemocratico ante litteram” né come una figura connotata da un generico radicalismo; è stato un comunista “al cento per cento”, dall’inizio alla fine, e pertanto non è utilizzabile nella costruzione di identità tutte basate sull’“ex” e sul “post”. Va detto, però, che una considerazione non adeguata dell’opera e della figura di Longo non comincia adesso. Per Alessandro Natta, “la parte di Longo nella storia del PcI, del nostro paese, del movimento operaio internazionale è stata incomparabilmente più rilevante di quanto oggi non appaia”. Emanuele Macaluso lo ha definito “un segretario sottovalutato”, sottolineando il suo essere profondamente democratico e aperto all’ascolto: “Nel PcI – ha scritto – non ho visto un’altra persona che, come Longo, conside-

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Luigi Longo, una vita per il socialismo e la democrazia


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rasse le opinioni degli altri così degne da fargli cambiare le proprie”. Per Giuseppe Boffa, è stato “il più democratico fra i segretari del PcI”, ma anche “il migliore segretario generale” 1. Molti testimoni, tra cui Aldo tortorella, ne parlano come del segretario “più a sinistra” 2. La vita stessa di Longo procede parallelamente a quella del partito, e la segue in tutti i suoi principali passaggi, in tutti i più significativi punti di svolta. Piemontese, figlio di contadini, studente al Politecnico, l’esperienza della prima guerra mondiale lo avvicina alle idee socialiste. Entrato nella federazione giovanile, si avvicina alla frazione bordighiana, e partecipa al congresso di Livorno del 1921: è dunque tra i fondatori del Pcd’I, ed entra subito nel comitato centrale della fGc. In Piemonte promuove la formazione di squadre armate contro la violenza fascista, e nel 1923 è arrestato nell’ambito della “battuta anticomunista” che porta in carcere molti quadri del partito. tornato libero, Longo matura il distacco dalle posizioni della sinistra bordighiana, cui imputa l’incapacità di concepire una politica di alleanze di stampo leninista, che consenta di opporsi al fascismo e riprendere il processo rivoluzionario. dal 1926, Longo è responsabile del centro estero della fGcI (con Secchia alla guida del centro interno), e in questa veste trascorre vari mesi a Mosca come membro dell’Esecutivo dell’Internazionale giovanile comunista 3. Sul piano internazionale, si schiera a favore della linea del “socialismo in un solo paese”, mentre sul piano interno – sostenuto da Secchia – chiede di abbandonare la parola d’ordine dell’Assemblea repubblicana, cara a Gramsci, per sostituirla con quella del “Governo operaio e contadino”. La battaglia condotta dai giovani, dirà Longo, è originata dal fatto che “essi avevano la sensazione, sia pur vaga, che qualcosa stava radicalmente mutando nella situazione del paese e che, perciò, piuttosto che appellarsi alla continuità di una linea politica” – e a parole d’ordine poco com-

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prensibili e mobilitanti – occorreva “mettere in primo piano la presenza organizzata del partito” 4. Sebbene rimasto in minoranza, Longo diviene membro candidato dell’ufficio politico del Pcd’I, tra i responsabili del nuovo centro interno, e infine membro della Segreteria. In queste vesti, Longo (ormai “Gallo”) è il principale fautore della politica della svolta, ossia di quel mutamento di orientamento che matura alla fine del 1929 e porta a concentrare tutte le forze nell’azione all’interno del Paese, preparando il ritorno dello stesso gruppo dirigente. In Italia, infatti, i primi effetti della crisi economica stanno stimolando una nuova “combattività delle masse”, una disponibilità, soprattutto “della gioventù operaia, studentesca, a una più attiva partecipazione alla lotta e all’antifascismo”. di qui la necessità che il Partito raccolga questa spinta e ne sia l’interprete più conseguente 5. Bisogna – dice Longo nel suo progetto di risoluzione – che tutto l’apparato del partito [...] sia decisamente orientato verso il ritorno in Italia non solo come lavoro (il che è sempre stato) ma anche come sede 6.

Su questo si consuma la rottura con tresso, Leonetti e Ravazzoli. Ma sarà proprio questa politica – pur con i suoi errori di valutazione sulla radicalizzazione delle masse, e pur con gli alti costi umani che implicherà – a consentire quella capillare presenza dei comunisti nel Paese, e quell’emergere di una nuova leva di quadri, che saranno alla base della loro egemonia nella lotta antifascista e poi nella Resistenza. Scriverà infatti Secchia: Il contributo del PcI alla lotta di liberazione fu così alto perché il partito, impegnandosi senza risparmio [...] alla lotta clandestina contro il fascismo [...] avendo saputo effettuare nel 1929-31 una ‘svolta’ di intensa presenza nel

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paese a tutti i costi, popolando i penitenziari del regime mussoliniano con i suoi migliori uomini, aveva fatto una scelta giusta, sparso una semina, accumulando un patrimonio umano, politico e rivoluzionario che poté raccogliere e spendere nella Resistenza7.

E Amendola aggiungerà: È con la svolta che il PcI sfugge al destino di diventare un partito emigrato come gli altri, riafferma la sua presenza organizzata nel Paese, svolge un reclutamento che in alcuni momenti e in alcune località diventa di massa, capovolge i vecchi rapporti di forza in seno al movimento operaio [...] conquista insomma, una egemonia nello sviluppo della lotta antifascista, che manterrà fortemente nelle battaglie della Resistenza8.

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Nel 1929-30, dunque, Longo, è forse il principale fautore della svolta. In particolare, esorta a riprendere il proselitismo fra gli operai, rafforzare la cGL clandestina, costituire comitati di lotta, “squadre di difesa” e gruppi di “giovani arditi antifascisti”. Nei mesi seguenti, i risultati non mancheranno, anche se la repressione poliziesca colpirà duramente il quadro militante. Allo stesso modo, e sulla base di una correzione di rotta, Gallo è protagonista della fase dei fronti popolari. Nel 1934 firma assieme a Nenni un primo manifesto unitario coi socialisti, contro il fascismo e la guerra, base del patto di unità d’azione tra i due partiti. Alla vigilia dell’aggressione fascista all’Etiopia, Longo pone al gruppo dirigente del Pcd’I la prospettiva della creazione di un fronte popolare in Italia, ma anche l’obiettivo del “partito unico operaio”, assieme ai socialisti. “Noi vogliamo il Partito unico – dice Longo – lo vogliamo non come lontana aspirazione ma come

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assicurare al proletariato [...] la direzione della lotta politica. Il proletariato unito [...] è condizione per il raggruppamento attorno ad esso di tutti gli strati malcontenti della popolazione, di tutti quelli che vogliono farla finita con il [...] fascismo [...]. [...] strati notevoli di lavoratori sono ancora lontani dalle posizioni del nostro programma, pur essendo decisamente antifascisti e contro la guerra, e noi abbiamo il dovere di non disinteressarci di queste masse, ma di andare loro incontro, di collegarci con gli aggruppamenti politici in cui esse hanno ancora fiducia, di stabilire con questi aggruppamenti delle intese [...]. È il problema, cioè, del fronte popolare che si pone anche per l’Italia9.

Per Gallo, dunque, la rivoluzione italiana deve essere una “rivoluzione popolare antifascista”, in cui il proletariato sia alla testa di un fronte di alleanze più vasto. Al tempo stesso, Longo è tra i primi a cogliere il processo di internazionalizzazione del fenomeno fascista, e tra i più tenaci a tentare di contrastarlo. All’indomani dell’aggressione all’Etiopia da parte dell’Italia, è tra gli organizzatori del congresso di Bruxelles contro la guerra e il fascismo. Nel settembre 1936, poco dopo il golpe di franco e lo scoppio della guerra civile, è già in Spagna, dove organizza la componente italiana di quelle Brigate internazionali che – dopo l’appello di Stalin a favore del governo repubblicano – diventano un fenomeno di massa. In Spagna, dove partecipa alla difesa di Madrid e dove sarà anche ferito, il “comandante Gallo” diventa leggendario e – come ha scritto Spriano – si rivela, “per il suo spirito pratico e per le sue doti umane”, l’uomo adatto a risolvere le situazioni più delicate. Non a caso, Longo – coadiuvato da Giuseppe di Vittorio e André Marty – diviene ispettore generale (e dunque innanzitutto dirigente politico) delle Brigate, che raccoglieranno circa 50.000 volontari di 52

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realtà immediata”. Questa unità – continua – può e deve


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paesi. Nelle stesse settimane, è anche nella delegazione del comintern all’incontro di Annemasse coi dirigenti della II Internazionale, per verificare le possibilità di un’azione comune in favore della Spagna e contro il fascismo 10. dopo la Spagna, il prestigio internazionale di Longo è ormai grande. Assieme a Buozzi, è eletto presidente dell’unione Popolare, che in francia raccoglie cinquantamila emigrati italiani e appare il nucleo di una più vasta alleanza antifascista. Per Longo, occorre “l’unità del popolo italiano nella lotta contro il fascismo. In essa gli interessi della classe operaia italiana si identificano con quelli di tutto il popolo”. tuttavia, quell’esperienza unitaria subisce presto una battuta d’arresto, e, all’indomani del patto Molotov-Ribbentrop, Longo è arrestato a Parigi, e inviato al campo del Vernet con altri dirigenti comunisti. All’inizio del ’42, la polizia francese lo consegna a quella italiana, cosicché finisce prima a Regina coeli e poi in confino a Ventotene, in quella che fu una vera e propria “accademia dell’antifascismo” 11. dopo il 25 luglio 1943, Longo viene liberato, e partecipa alle prime riunioni della direzione del PcI, che si divide nei gruppi di Roma e Milano, nel quale entrerà. Siamo ormai alla fine di agosto, il disorientamento è generale, il governo Badoglio reprime le manifestazioni popolari e intanto i tedeschi occupano una parte del Paese. È a questo punto – ricorderà Amendola – che Longo assume la direzione della lotta di liberazione: Lo vedo ancora camminare in silenzio per la stanza e poi mettersi a scrivere quello che sarà il Promemoria sulla necessità urgente di organizzare la difesa nazionale contro l’occupazione e la minaccia di colpi di mano da parte dei tedeschi 12.

Siamo al 30 agosto, e sulla scorta del documento di Longo le forze della sinistra – PcI, PSI e Partito d’Azione – decidono di promuo-

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vere e coordinare un movimento partigiano di resistenza armata, rivendicano un nuovo governo diretto dalle forze antifasciste, e costituiscono una giunta militare in cui Longo rappresenta i comunisti, assieme a Pertini per il PSI e Riccardo Bauer per il Pd’A. Prima di tornare al nord, Gallo fa in tempo a partecipare ai combattimenti per la difesa di Roma. Sul piano politico, contrapponendosi a Scoccimarro, si schiera per un’unità operativa ampia, fino ai badogliani, ma ribadisce anche la necessità di un governo popolare, emanazione dei cLN, che sostituisca il governo Badoglio. coadiuvato da Secchia, Longo dirige le Brigate Garibaldi e – attraverso il foglio “La nostra lotta” – porta avanti la riorganizzazione dei quadri comunisti. In particolare, mira a un’azione di massa della classe operaia settentrionale, che dia alla lotta “il colpo decisivo”. Questo verrà innanzitutto coi grandi scioperi del marzo 1944, che Longo legge come la conferma della direzione della lotta antifascista da parte della classe operaia, e quindi della possibilità di realizzare “un taglio netto” col passato e costituire un governo “veramente popolare”, basato sul protagonismo dei cLN. È questa la lettura di Longo della “democrazia progressiva”, che egli vede in primo luogo come strumento per allargare le basi popolari del potere, anche attraverso l’estensione capillare dei cLN 13. In quei mesi, sottolinea ancora Natta, Longo “si colloca sempre un po’ più ‘a sinistra’ rispetto a togliatti, “non solo quando accetta l’ingresso dei comunisti nel governo Badoglio a fatica, come necessità tattica”, ma anche perché – nel quadro della politica di unità antifascista, “resta in Longo più presente l’esigenza dell’unità della sinistra”, di un rapporto privilegiato con socialisti e azionisti 14. Allorché il movimento partigiano si dà una direzione unica nel corpo Volontari della Libertà, è Gallo a dirigerlo, assieme a Parri e cadorna. Longo, come Secchia, vede la guerra di liberazione – e la necessità di portarla a termine autonomamente dagli Alleati – come l’occasione per assicurare alle classi popolari un ruolo decisivo anche nel dopoguerra. Proprio per questo, allorché il gen.

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Alexander invita i partigiani a interrompere la lotta in vista dell’inverno, Gallo dà una “interpretazione” del suo messaggio che di fatto ne capovolge il senso. Anche qui c’è la testimonianza di Amendola. È quest’ultimo infatti a dare a Longo la notizia del proclama, suggerendogli di chiedere una presa di posizione del cVL che ribadisca la propria autonomia e rifiuti il messaggio di Alexander. Gallo non è d’accordo:

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No, così non va, si arriverebbe a una rottura. E del resto gli ordini superiori non possono essere respinti. Ma – aggiunge – occorre interpretarli. Gli ordini vanno applicati tenendo conto delle condizioni concrete in cui si trovano ad operare le formazioni. Spetta a noi, dunque interpretare quelle direttive15.

E così Longo scrive la bozza di risoluzione del cVL, la quale afferma che “ogni richiamo alle direttive di Alexander per giustificare proposte di smobilitazione [...] è assolutamente ingiustificato”, poiché nel proclama “non si afferma [...] che si deve cessare la battaglia” ma solo le “operazioni organizzate su vasta scala”, e dunque che si avrà, a causa dell’inverno, “un rallentamento del ritmo della battaglia”. dunque comincia una “campagna invernale”, con le sue caratteristiche particolari, e non una “stasi invernale”. del resto – concluderà la risoluzione – Nessuno dei patrioti può tornare alla sua casa, né al suo lavoro: lo ghermirebbe la reazione nazifascista. una smobilitazione, anche solo parziale, dei combattenti della libertà costituirebbe, di fatto un invito a capitolare [...] a lavorare per i nazifascisti [...] oppure sarebbe una spinta a darsi all’azione incontrollata e disorganizzata, ciò che è proprio compito del comando di evitare con la sua attività di inquadramento, di direzione e di educazione politica 16.

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dopo la Liberazione, Longo è tra i massimi dirigenti del partito nuovo. È tra i pochi – assieme al socialista Rodolfo Morandi – a insistere sul tema della pianificazione democratica di settori strategici dell’economia, esaltando forme di controllo dal basso e chiedendo la nazionalizzazione delle industrie chiave. Al V congresso tiene una relazione sulla prospettiva del “partito unico della classe operaia”, che non sia la mera sommatoria di PcI e PSI, ma sia la base di una più ampia unificazione di tutte le forze “sinceramente democratiche e progressive”. Subito dopo, è eletto vicesegretario di togliatti, con Secchia responsabile dell’organizzazione 17. Negli anni seguenti, sarà deputato (alla costituente e poi alla camera) e rappresentante del PcI nel cominform, alla cui riunione costitutiva Longo deve tener testa alle critiche di Zdanov, che accusa il PcI di arrendevolezza dopo la cacciata dal governo de Gasperi 18. dopo le elezioni del ’48 e l’attentato a togliatti, Longo rilancia l’idea di un’ampia alleanza delle forze progressiste di fronte a una situazione in cui – dice – “lo Stato italiano torna ad essere in modo pieno e aperto lo strumento dei gruppi industriali e agrari più reazionari”; occorre invece – ribadisce ancora – “un governo veramente democratico, veramente popolare” 19. Ma ormai siamo agli anni della Guerra fredda e del duro confronto coi governi centristi e con la celere di Scelba. In quegli anni Longo è tra l’altro il principale creatore del giornale “Vie Nuove” che rappresenta un primo, avanzato tentativo di usare i mezzi di comunicazione di massa – in questo caso la stampa – in termini popolari, divulgativi ma al tempo stesso con quell’intento di pedagogia politica e civile che caratterizzava il partito allora 20. dopo la strage di Modena, Longo chiede il divieto dell’uso di armi da fuoco da parte della polizia. Al VII congresso del PcI denuncia la gravità

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E infatti la lotta proseguirà fino al 25 aprile 1945, e Longo sarà protagonista anche di quella giornata, nel triumvirato insurrezionale di Milano con Pertini e Valiani.


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della reazione antipopolare in atto:

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Per aver sostenuto i propri diritti, sanciti tra l’altro dalla costituzione [...] i lavoratori, i loro alleati e le loro organizzazioni sono stati fatti oggetto di ogni sorta di provocazioni, di arbitrii, di violenze. come ‘sobillatori’, ‘quinta colonna’, ‘agenti del cominform’ furono tacciati [...] gli organizzatori e i dirigenti della resistenza operaia e delle lotte popolari [...]. Oltre i quattro quinti di tutti i caduti, i feriti, gli arrestati, i condannati sono comunisti [...].

In questo quadro – insiste Longo – va costituito “un largo fronte del lavoro”, che alle lotte per la pace e la difesa della costituzione affianchi la lotta per l’attuazione del Piano del lavoro proposto dalla cGIL. L’attenzione di Longo, dunque, è sempre rivolta alla tenuta democratica del Paese e ai suoi possibili progressi. In questo senso, allorché alla metà degli anni cinquanta inizia un dialogo tra dc e PSI, egli lo giudica positivamente, come occasione per “spostare un po’ più a sinistra i confini della discriminazione scelbiana” e aprire la strada ad una “nuova maggioranza”. Nel 1956 Longo si impegna nella polemica contro Antonio Giolitti e il “revisionismo nuovo e antico” 21. tuttavia in Longo l’idea dell’unità del movimento operaio rimane una costante, assieme al tema della democrazia e del suo sviluppo. Alla vigilia dell’VIII congresso, è lui a definire la costituzione come “il programma stesso del partito”, un asse fondamentale della “via italiana al socialismo” 22. In tutto questo periodo, Longo è il braccio destro di togliatti, e al momento della morte del segretario, nel 1964, la successione è naturale e scontata. Ricorderà Amendola: Egli ci pose immediatamente, e con grande franchezza, il problema di accelerare la formazione di un nuovo gruppo

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Longo in effetti dà subito un’impronta nuova al ruolo di segretario, avviando una direzione collegiale in cui egli è una sorta di primus inter pares, e sforzandosi di svolgere una funzione di sintesi fra le diverse letture della “via italiana al socialismo” che subito emergono, polarizzandosi attorno alle figure di Amendola e Ingrao. Più che mediare, Longo cerca di valorizzare gli elementi più vitali delle proposte dei due dirigenti (l’unità delle forze socialiste chiesta da Amendola, l’elaborazione ingraiana sulla programmazione e un nuovo “modello di sviluppo”), temperandone eccessi e unilateralità, e “legittimandone” la circolazione – e dunque la discussione, anche aspra – all’interno del Partito. Al tempo stesso, Longo caratterizza la sua segreteria anche per gesti innovativi dal forte valore politico, tanto che sull’“unità” Adriano Guerra ha scritto di lui come “l’‘uomo delle svolte’” 24 si consideri la decisione di pubblicare il Memoriale di Yalta (di fatto un documento interno del movimento comunista internazionale), “non solo – osserverà Berlinguer – perché con esso togliatti metteva nuovamente in luce [...] la peculiarità delle posizioni del nostro partito [...], ma soprattutto perché quel documento esprimeva idee, critiche e giudizi chiarificatori che interessavano l’intero movimento operaio mondiale” 25; o la sua relazione alla conferenza dei partiti comunisti europei a Karlovy Vary, con la rivendicazione netta del superamento dei blocchi contrapposti e di una politica di sicurezza collettiva europea, che desse un nuovo ruolo al Vecchio continente; e in questo quadro – e con l’obiettivo di una maggiore unità d’azione fra i vari settori del movimento operaio – le prime aperture alla SPd di Brandt; il dialogo col movimento studentesco, che egli vede come un alleato naturale e rispetto al quale – dice –

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dirigente, capace di assumere, al più presto, la piena direzione di un partito comunista chiamato [...] ad avere un peso crescente nella vita nazionale e nel movimento operaio internazionale 23.


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occorre “superare una certa posizione di diffidenza”; la ripresa del rapporto unitario con l’area che fa capo a Parri e l’“invenzione” degli indipendenti di sinistra; e ancora, il sostegno espresso all’esperimento di dubcek – in cui vede anche un incoraggiamento per la stessa “via italiana” e per il tentativo di coniugare democrazia e socialismo; e infine la condanna dell’intervento sovietico in cecoslovacchia, non perché Longo non veda i pericoli che pure si addensano in quella situazione, ma perché intende differenziarsi nel modo di affrontarli 26. In particolare, la sua riflessione sul nuovo internazionalismo si riallaccia a quella dell’ultimo togliatti, che aveva insistito sulla necessità di un più forte ruolo propulsivo e di una maggiore assunzione di responsabilità e iniziativa da parte delle forze comuniste – e di sinistra in genere – dell’Europa capitalistica, in stretto legame coi paesi socialisti ma anche con i movimenti di liberazione nazionale, al fine di indirizzare il quadro dei rapporti internazionali verso una situazione meno irrigidita dalla contrapposizione fra i blocchi, e di ridare protagonismo alla classe operaia europea in unione con gli altri settori del proletariato internazionale. Il “nuovo internazionalismo”, infatti, non significò mai volontà di rottura con l’uRSS e i paesi socialisti. Nello stesso comitato centrale in cui condanna l’intervento sovietico in cecoslovacchia e ribadisce il “principio irrinunciabile della autonomia, indipendenza e sovranità nazionale di ogni Stato, e dell’autonomia e sovranità di ogni partito comunista”, Longo precisa che va rilanciata la lotta contro “la politica dei blocchi”, poiché “a questa logica devono essere in larga misura ricondotte le difficoltà dello stesso processo di sviluppo e di rinnovamento delle società socialiste, e la stessa crisi cecoslovacca”. In ogni caso – aggiunge – “la discriminante tra socialismo e capitalismo resta per noi ben ferma”: Il problema reale non può essere quello di essere o di non essere parte di un movimento internazionale, come quello

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operaio e comunista. Il problema vero [...] è quello del modo e del senso della nostra presenza e della nostra azione in uno schieramento che non si limita certo nei confini del sistema degli stati socialisti [...] ma che abbraccia [...] un complesso poderoso di forze antimperialistiche, rivoluzionarie, comuniste e socialiste. Si tratta non di estraniarsi da queste forze, ma di esserne parte attiva.

In questo senso, ribadendo “una concezione nuova dell’internazionalismo”, Longo evita sia il rischio di una chiusura nazionale del PcI, sia quello di un suo essere “schiacciato” sul blocco socialista. “Autonomia e diversità nell’unità” sono i due principi fondamentali affermati, sulla scia dell’elaborazione togliattiana, che viene ripresa anche sul tema della “responsabilità che incombe sul movimento operaio dei paesi capitalisti avanzati”. Per svolgere un’azione proficua [...] – conclude Longo – è indispensabile [...] che siano ben precise e ferme la collocazione e le posizioni internazionali del nostro Partito. Qualsiasi forma di chiusura o di isolamento nazionale, qualsiasi gesto di allentamento dei nostri rapporti internazionali [...] sarebbero un errore profondo, un colpo per la stessa linea politica che vogliamo difendere27.

come scriverà Armando cossutta, che fu tra i più stretti collaboratori del segretario, il punto era quello di come riuscire ad avere e perseguire le nostre posizioni, anche quando esse comportavano una polemica molto marcata, senza rompere i rapporti con il Partito comunista sovietico. dissenso sì, diceva Longo, rottura mai28.

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Infine, l’altro cardine dell’impostazione di Longo – da segretario, ma anche nei decenni precedenti – è il tema della democrazia, sia come lotta contro tutti i tentativi di involuzione autoritaria dello Stato, sia come affermazione del legame inscindibile fra lotta per la democrazia e lotta per il socialismo, fra democrazia rappresentativa e potere popolare. Specie dopo il ’68, rilancia con forza questa tematica, sottolineando ancora una volta la centralità della partecipazione e iniziativa di massa. dirà infatti al XII congresso: Nella nostra repubblica le assemblee rappresentative debbono poggiare – se si vuole che siano davvero vive, funzionanti e democratiche – sulla organizzazione e permanente mobilitazione delle masse, sui partiti e sui sindacati, sulle autonomie locali, su organi democratici di base. [...] Noi dobbiamo lottare, al tempo stesso, per un rinnovamento profondo degli istituti democratici rappresentativi e per conquistare, con nuove forme di democrazia diretta, nuove posizioni e possibilità di direzione per i lavoratori e per tutti i cittadini. Senza la lotta delle masse organizzate, senza la pressione democratica del paese, la vita delle assemblee elettive inevitabilmente degrada nel parlamentarismo e nel trasformismo. Ma è del tutto errato non vedere come la lotta delle masse, l’azione democratica del paese possono provocare spostamenti e crisi all’interno dei partiti [...] e all’interno delle assemblee elettive 29.

Mobilitazione “dal basso” e azione politico-istituzionale non sono dunque per Longo momenti contrapposti, ma assolutamente complementari. colpito da ictus alla fine del 1968, Longo sarà affiancato da Berlinguer come vicesegretario già nel febbraio ’69. comincia allo-

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ra una nuova fase della vita del Partito e della sua stessa funzione dirigente. Negli anni successivi, non mancherà di far sentire la sua voce, sia nel dibattito sulla Resistenza, i suoi limiti e il ruolo dei comunisti al suo interno; sia nella fase difficile della solidarietà nazionale, rispetto a cui prenderà una posizione critica, cogliendo il rischio che quella complessa operazione politica finisse per assicurare la continuità degli assetti di potere consolidati anziché utilizzare la grande forza del PcI per superarli e batterli. Il 16 ottobre 1980, Longo si spegne, dopo una vita che non è retorico definire eroica. come dirà Berlinguer, la sua è stata la vicenda “di un leggendario combattente e insieme di un politico acuto, di un organizzatore infaticabile ma anche di un creatore pieno di fantasia, di un realizzatore amante della concretezza”. un dirigente – ha scritto ancora Guerra – dotato “di una intelligenza politica continuamente presente” 30. di figure del suo calibro, oggi, non si può non sentire la mancanza. Intervistato da Salinari, a proposito del costume di partito, Longo diceva: Ogni ascesa a posti di responsabilità, lo stesso riconoscimento di togliatti come capo indiscusso [...] furono sempre la conseguenza della stima e del consenso sincero degli organismi di direzione e dell’insieme del partito. L’esibizionismo, la ricerca di popolarità non ebbero mai tra di noi diritto di cittadinanza. È a questa scuola di probità e di sincero e onesto spirito di solidarietà collettiva [...] che si vennero formando, nella lotta, nei pericoli, nel sacrificio, i quadri dirigenti comunisti e un costume di lavoro che fecero del nostro un partito diverso non solo dagli altri aggruppamenti antifascisti, ma anche da molti altri partiti comunisti [...].

E ancora:

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Se nello spirito di disciplina e di sacrificio, se nel centralismo, se nel voler fare politica in qualsiasi situazione per incidere sul suo sviluppo e guidarlo verso le necessarie soluzioni, consiste il segreto della nostra sopravvivenza e del nostro continuo progredire, dobbiamo concludere che questo spirito e questa volontà sono sempre stati [...] nel nostro partito, sono stati e sono tuttora causa determinante e necessaria dei progressi che ci hanno sempre accompagnati 31.

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note 1. A. Natta, Per un profilo di Luigi Longo, in Luigi Longo. La politica e l’azione, Roma, Editori Riuniti, 1992; pag. 23; E. Macaluso, 50 anni nel PCI, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2003; pag. 165; G. Boffa, Memorie dal comunismo. Storia confidenziale di quarant’anni che hanno cambiato volto all’Europa, firenze, Ponte alle Grazie, 1998; pagg. 131-132. 2. tAA di Aldo tortorella. 3. cfr. P. Spriano, Storia del Partito comunista italiano, torino-Roma, Einaudil’unità, 1990, vol. I, Da Bordiga a Gramsci; vol. III, Gli anni della clandestinità. 4. L. Longo, c. Salinari, Dal socialfascismo alla guerra di Spagna. Ricordi e riflessioni di un militante comunista, Milano, teti, 1976; pagg. 150, 155. 5. Longo-Salinari, Dal socialfascismo alla guerra di Spagna. Ricordi e riflessioni di un militante comunista, cit.; pag. 354. 6. cfr. Spriano, Storia del Partito comunista italiano, cit., vol. IV, Gli anni della clandestinità; pag. 239. 7. cit. in Longo-Salinari, Dal socialfascismo alla guerra di Spagna. Ricordi e riflessioni di un militante comunista, cit.; pag. 332. cfr. P. Secchia, L’azione svolta dal Partito comunista in Italia durante il fascismo, Milano, feltrinelli, 1969. 8. cit. in Spriano, Storia del Partito comunista italiano, cit., vol. IV; pag. 287. 9. Longo-Salinari, Dal socialfascismo alla guerra di Spagna. Ricordi e riflessioni di un militante comunista, cit.; pagg. 264-265.

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10. Spriano, Storia del Partito comunista italiano, cit., vol. V, I fronti popolari, Stalin, la guerra; pagg. 93-94, 130-135; Longo-Salinari, Dal socialfascismo alla guerra di Spagna. Ricordi e riflessioni di un militante comunista, cit.; pagg. 184222. 11. Spriano, Storia del Partito comunista italiano, cit., vol. V, I fronti popolari, Stalin, la guerra; pagg. 305-318. 12. G. Amendola, Lettere a Milano. Ricordi e documenti 1943-1945, Roma, Editori Riuniti, 1973; pag. 155. 13. Spriano, Storia del Partito comunista italiano, cit., voll. VII-VIII, La Resistenza. Togliatti e il partito nuovo; pagg. 20, 113-119, 188-189, 260-281. 14. Natta, Per un profilo di Luigi Longo, cit.; pag. 31. 15. Amendola, Lettere a Milano. Ricordi e documenti 1943-1945, cit.; pag. 475. 16. cfr. L. Longo, Continuità della Resistenza, torino, Einaudi; pagg. 57-58. 17. R. Martinelli, Storia del Partito comunista italiano. Il “Partito nuovo” dalla Liberazione al 18 aprile, torino, Einaudi, 1995; pagg. 27, 33-4, 47-48, 6162. 18. Ivi; pagg. 242-244. 19. G. Gozzini, R. Martinelli, Storia del Partito comunista italiano. Dall’attentato a Togliatti all’VIII Congresso, torino, Einaudi, 1998; pag. 67. 20. S. Gundle, I comunisti italiani tra Hollywood e Mosca. La sfida della cultura di massa (1943-1991), firenze, Giunti, 1995; pag. 149. 21. f. Barbagallo, Socialismo e democrazia: la polemica tra Giolitti e Longo nel 1956, in Luigi Longo. La politica e l’azione, cit.; pagg. 253-259. 22. Gozzini-Martinelli, Storia del Partito comunista italiano. Dall’attentato a Togliatti all’VIII Congresso, cit.; pagg. 231-232, 377, 575. 23. G. Amendola, Il compagno Luigi Longo, in Una vita nella storia, in “I comunisti”, marzo 1970; pagg. 6-7. 24. A. Guerra, La via di Longo a un comunismo diverso, in “l’unità” del 16 ottobre 2005. 25. E. Berlinguer, Nell’ottantesimo compleanno del comandante Longo, in “Il calendario del popolo”, agosto-settembre 1980; pag. 7493. 26. A. höbel, Luigi Longo segretario del PCI, in “Il calendario del popolo”, 2004, nn. 685-686; Id., Il PCI di Longo e il ’68 studentesco, in “Studi storici”, 2004, n. 2; Id., Il PCI, il ’68 cecoslovacco e il rapporto col PCUS, in “Studi storici”, 2001, n. 4. 27. cfr. höbel, Il PCI, il ’68 cecoslovacco e il rapporto col PCUS, cit.

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28. A. cossutta, Un pranzo per bavardare, in “Il calendario del popolo�, agosto-settembre 1980; pag. 7530. 29. L. Longo, Il Partito comunista italiano di fronte ai problemi nuovi della lotta democratica e socialista in Italia e dell’internazionalismo proletario, relazione introduttiva, in XII Congresso del Partito comunista italiano. Atti e risoluzioni, Roma, Editori Riuniti, 1969; pagg. 36-39, 45. 30. Guerra, La via di Longo a un comunismo diverso, cit. 31. Longo-Salinari, Dal socialfascismo alla guerra di Spagna. Ricordi e riflessioni di un militante comunista, cit.; pagg. 324, 328.

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Lettere dal Don. L’epistolario di Mario Rossetti

La tragedia dell’esercito italiano rivive nell’epistolario di Mario Rossetti, sergente dell’ARMIR morto nel campo sovietico di tombov. una testimonianza di grande intensità che ci permette anche di focalizzare l’attenzione su un reggimento come il “Ravenna”, in cui la presenza alessandrina era molto importante. Rossetti era nato nel 1918 a Novi ma abitava ad Alessandria e, prima di entrare nell’esercito, lavorò per un brevissimo periodo come barbiere in un esercizio in corso Roma, gestito da una sua zia. Suo padre, Antonio, era maresciallo maggiore, di stanza ad Asti. La moglie Lucilda Bussi era casalinga, dopo la guerra trovò lavoro presso la fabbrica Paglieri. I genitori, carlo Bussi e Linda de Silvestri, erano due operai specializzati della Borsalino. Entrambi non erano originari di Alessandria: lui proveniva da Parma e lei dalla zona di Arona. Prima di essere assunti alla Borsalino, avevano lavorato in un cappellificio di più modeste dimensioni. Mario e Lucilda vivevano insieme ai genitori di lei, in via Milano. dalla loro unione nacque una figlia, Ezia, che quando il padre partì per la Russia aveva solo 3 anni. È merito suo la conservazione di questo epistolario che comprende 56 lettere e 18 cartoline postali delle forze armate. Rossetti racconta dettagliatamente ogni aspetto della sua esperienza in terra sovietica e allo stesso tempo dialoga con la moglie sui problemi della famiglia. Lo spazio delle lettere così è spesso

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insufficiente, anche se si tratta di fogli di più pagine o di grande formato, in quanto la grafia si fa minuta e non sempre di facile comprensione. Le cartoline postali vengono utilizzate come fossero lettere. Rossetti nel poco spazio a disposizione riesce a scrivere tantissimo. Nelle ultime settimane diventa difficile procurarsi la carta: i fogli sono più piccoli, a volte pezzi di carta già lacerati. dalla scrittura emerge un livello di istruzione abbastanza buono: il periodare è generalmente corretto, gli errori di sintassi abbastanza rari. Rossetti è avvezzo alla scrittura: non ci troviamo di fronte alle grafie stentate di tante altre lettere di soldati che denunciano la fatica delle parole scritte. L’epistolario non è completo: scrivendo alla moglie, a volte Rossetti fa riferimento a lettere precedenti che devono essere andate perdute. Evidentemente qualcosa manca. Nel suo insieme il fondo si configura quasi come un diario, dall’8 giugno del 1942 fino all’11 dicembre dello stesso anno. Rossetti, con il grado di sergente, faceva parte della seconda compagnia del primo battaglione del 37° reggimento fanteria “Ravenna”. dato per disperso nel disastro dell’ARMIR del dicembre 1942, solo nel 1994 la sua famiglia ha potuto sapere cosa fosse successo. catturato dall’Armata rossa, era morto poco dopo, il 15 gennaio 1943 nel campo di prigionia di tombov. Sepolto in una fossa comune, non è stato possibile restituire la salma ai suoi cari. dalle lettere, si ha l’impressione che Rossetti abbia preso parte ad altre precedenti campagne militari ma mancano riferimenti precisi. Non c’è traccia di questo nella memoria familiare e non è stato possibile trovare una documentazione in grado di dare indicazioni esaustive. Rimangono però queste lettere che se da un lato colpiscono per il forte legame del giovane militare con i propri familiari, dall’altro ci offrono una testimonianza diretta e di grande impatto sulla spedizione italiana in Russia. Rossetti infatti scriveva sovente alla

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moglie e nelle sue parole troviamo ricostruite le tappe del calvario del soldato italiano mandato a combattere una guerra terribile in condizioni improponibili. Il rapporto epistolare con la moglie Lucilda fu continuo dalla primavera fino al collasso dell’esercito italiano nel dicembre del 1942. Il reggimento “Ravenna” era di stanza ad Alessandria dal 1 gennaio 1920. Nel 1935 fornì volontari per la guerra d’Etiopia e rimase nel nostro capoluogo fino al 1939, quando in vista della guerra fu trasferito sul fronte occidentale nella zona del col di tenda e della Valle Roja sotto il comando del colonnello Bernardo cetroni. dopo i combattimenti sul fronte francese, per tre mesi rimase a presidiare la linea dell’armistizio. Quindi rientrò ad Alessandria (con il III Battaglione a castellazzo) dove rimase fino al marzo 1941 quando venne mandato in Jugoslavia. Nei primi mesi del 1942 era di nuovo ad Alessandria: l’addestramento, in particolare quello delle marce prolungate, si intensificava in vista della partenza per il fronte russo che avvenne alla fine di maggio sotto il comando del colonnello Giovanni Naldoni 1. È da qui che inizia la fitta corrispondenza di Rossetti che si fa anche racconto della storia della “Ravenna”, dei suoi movimenti, dei suoi combattimenti che vengono presentati dalla prospettiva di uno dei suoi tanti soldati. Nel complesso, questo epistolario non si discosta molto da quanto emerso dalle lettere di altri militari italiani in Russia. Le testimonianze di Rossetti potrebbe benissimo fare parte delle voci dei vinti raccolte da Nuto Revelli in volumi come L’ultimo fronte o La strada del Davai 2. Si inizia con la descrizione del viaggio di nove giorni in tradotta che porta il reggimento attraverso l’Europa fino alla Russia nella zona di Karkow. due aspetti subito colpiscono Rossetti: le condizioni miserabili della popolazione e la presenza dei partigiani, che anche successivamente sarà descritta come un pericolo incombente, sempre pronto a colpire.

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Specialmente attraversata la frontiera tra la Germania e la Russia non abbiamo visto che campi minati e paludi abitate soltanto da zingari nomadi o abitanti in misere capanne di paglia da far pietà. Però questo tratto di terreno che abbiamo attraversato era molto pericoloso perché non pochi treni, (e li ho visti) sono stati fatti saltare dai ribelli che ancora infestano quella regione 3.

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La descrizione di una realtà drammatica non costituisce una novità così come la descrizione dei partigiani e della loro pericolosità: verso i quali nelle lettere dei soldati non c’è quasi mai la capacità di capirne le ragioni. Il soldato italiano, cresciuto nella dittatura, spesso non è in grado di capire una guerra di popolo. Però è ottimista, pensa che la guerra non durerà a lungo. Rossetti, per esempio, scrive alla moglie che ormai la Germania ha vinto la guerra e che presto ci sarà la pace. Stai tranquilla, io sto benissimo e a quanto si sente dire qua sembra (e tu lo saprai meglio di me) che la guerra finirà molto presto. Probabilmente non saremo impegnati in veri combattimenti. tutt’alpiù (sic!) dovremo rastrellare gli immensi e numerosi boschi che ci circondano per snidare gli ultimi di quel misero esercito di Stalin che ormai va a rotoli 4. La descrizione dei primi incontri con la popolazione è in linea con la propaganda del regime: l’esercito italiano sta portando la civiltà in una terra rimasta barbara sotto il dominio bolscevico. Anche in questo caso, le lettere di Rossetti non si discostano da

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Questa gente primitiva credono che noi nelle nostre patrie si stia più male di loro, la dottrina falsa di Stalin li ha convinti di essere i più civili della terra. Pensate che sono vestiti di stracci e senza scarpe e non parliamo della sporcizia” 5. Il “Ravenna” deve ora iniziare una lunga e durissima marcia di quasi novecento chilometri, con un caldo torrido, alimentazione insufficiente e acqua spesso imbevibile se non infetta. c’è già nella memorialistica una larga testimonianza intorno a questa incredibile prova cui vengono sottoposti i soldati italiani. Le descrizioni di Rossetti, per intensità e drammaticità, meritano, però, una collocazione significativa nella memorialistica che riguarda la storia di questo reggimento. Scrive alla moglie di essersi salvato solo grazie a un ufficiale, il tenente Angelo, che lo ha confortato e sorretto nei momenti più duri. È stata una fortuna inaspettata questa sosta di due giorni (dopo 7 di marcia e uno solo di riposo) in un paesino sperduto in mezzo a questa desolata ucraina. Riposo che mi metterà in forze e a posto i piedi per riprendere poi quella che per me sarà una marcia che mai potrò dimenticare. certo che chi mi ha sorretto in questo faticoso tirocinio è stato il tenente Angelo.

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tante altre. La miseria degli altri ci consola, confermandoci nella nostra superiorità. La propaganda rimane l’unico strumento di comprensione per i nostri soldati, che non hanno gli strumenti culturali per interpretare l’universo sconosciuto con cui stanno venendo in contatto.


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Senza di lui non so come me la sarei cavata nei momenti critici in cui mi sono trovato. Lui ha avuto parole di conforto nei momenti che io forse mi sarei abbandonato al mio destino di essere abbandonato in questa terra che non dà scampo a nessuno di quelli che si fermano 6. Non è stato possibile, per ora, identificare il tenente Angelo, che ricorre nelle lettere di Rossetti. un superiore, ma anche un amico a cui, magari, si può persino chiedere di scrivere qualche riga alla moglie per appianare piccole incomprensioni dovute alla burocrazia militare. Anche questo non costituisce una particolare eccezione. Epistolari e memorialistica della guerra italiana in Russia mostrano, generalmente, un buon rapporto tra ufficiali e soldati, lontano dalle divisioni che invece caratterizzavano la Prima guerra mondiale. Le motivazioni ideologiche sono accettate solo superficialmente da entrambi con le solite frasi propagandistiche che ogni tanto fanno capolino nelle lettere. Gli ufficiali non sono portatori di quel convinto patriottismo che aveva caratterizzato la borghesia durante la Grande guerra. Le motivazioni ideologiche del conflitto non vengono introiettate, rimangono soltanto negli slogan propagandistici. Non rappresentano certo un’eccezione le lettere in cui Rossetti chiede a Lucilda dell’anice per rendere decente il sapore del’acqua, chinino per difendersi da malattie, calze per poter fronteggiare le marce. Sono richieste frequenti da parte dei nostri soldati che denunciano anche l’insufficienza organizzativa del nostro esercito. Avanzando vede i micidiali segni della guerra condotta dai tedeschi e probabilmente per via della censura si riserva di raccontare meglio alla moglie cosa accade quando potrà tornare a casa. comunque, dimostra una sensibilità che non sempre compare nelle lettere dalla Russia dei nostri soldati in questa fase della guer-

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I paesi sono rasi al suolo e non si vedono altro che pochi abitanti ritornati a bivaccare in mezzo alle macerie. Gente lacera ed affamata con poca roba sopra di un carrettino che cerca la pace in altre contrade più tranquille. Quando sarò a casa molte cose dovrò e avrò da raccontare che ti faranno rabbrividire 7. La “Ravenna” infine raggiunge il don e, finalmente, si trova di fronte l’esercito russo. L’undici agosto, Rossetti scrive di essere con la mitragliatrice in una postazione da cui vede bene il nemico. Mentre ti scrivo, avanti a me scorre il maestoso fiume don, bellissimo e imponente che divide il mio battaglione dai combattenti russi. Sono in una postazione di mitragliatrice con 6 dei miei uomini non più di 100 metri di distanza dalle postazioni russe, che io vedo molto bene dal mio osservatorio situato sopra una collina sovrastante il fiume. Ogni movimento del nemico è da me controllato durante la notte che per sempre sarà insonne per me essendo io, con altri quattro uomini, di servizio dalle ore 18 alle ore 6 del mattino, di continuo senza poter dormire. durante il giorno gli altri due che riposano alla sera ci danno il cambio e permettono il riposo a noi per tutta la giornata. certamente io però anche durante il giorno sono quasi sempre sveglio dovendo controllare, essendo il comandante, anche quelli che fanno tale

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ra. Le certezze della propaganda sembrano svanire in una scrittura, peraltro, attentamente prudente.


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servizio perciò dormo ben poco, e poi di giorno è ben difficile dormire perché c’è sempre da lavorare per fare camminamenti tra un osservatorio e una postazione, per fare i nostri ricoveri sottoterra per le eventuali piogge e i bombardamenti che continuamente ci minacciano. Ogni giorno siamo fatti oggetto di bersaglio dai colpi di grosse bombarde russe che cercano di colpire i nostri appostamenti ancora non individuati e i colpi cadono senza che tu abbia il tempo di ripararti in luogo sicuro, col pericolo di venire colpiti da un istante all’altro. Speriamo che tutti questi colpi abbiano a cadere sempre lontani da me perché sono molto pericolosi per il loro effetto micidiale. Già una postazione è stata colpita con l’esito di tre morti e alcuni feriti che però non sono della mia compagnia. Il pericolo è di notte, dovendo vigilare che non abbiano ad attraversare il fiume e venirci a disturbare nei nostri ricoveri, ciò che è molto difficile perché non si vede nulla durante le ore notturne 8. Rossetti descrive una situazione quasi disperata e, in effetti, era davvero così. da agosto a settembre la “Ravenna” dovette affrontare da sola, con perdite ingenti, forze superiori favorite in partenza dall’avere già una testa di ponte sulla riva destra del don e dal poter bombardare le posizioni italiane da tre lati, data la conformazione dell’ansa di Werch Mamon. Rossetti inizialmente ne risente anche sul piano psicologico. Pur minimizzando, deve ammettere di non riuscire a digerire per un attacco di nervi 9. Si riprende presto e in una lettera successiva descrive con stupore se stesso come un uomo trasformato che, addirittura, si espone volontariamente al fuoco nemico.

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Rossetti è davvero coraggioso. In un attacco notturno al paese sfollato in cui si trova, resiste in condizioni di inferiorità, senza ricevere per tempo adeguati rinforzi. Scrive indignato alla moglie: dopo mezzora (sic) ecco giungere i rinforzi che non distavano da me che 300 metri e che però non appena avevano sentito fischiare le pallottole e gli scoppi delle bombe a mano erano scappati tutti nel rifugio che ogni casa nel paese è provvista per i bombardamenti 11. Per il comportamento coraggioso tenuto nell’occasione, viene elogiato dai suoi superiori. Alla moglie scrive di aspettarsi o una promozione, o una medaglia al valor militare. Verrà proposto per la medaglia d’argento al valor militare. Le perdite italiane, però, diventano sempre più pesanti, come ammette Rossetti. I russi non tralasciano un attimo di sparare e i morti si cominciano a contare più celermente 12. Alla fine di agosto l’ottimismo di due mesi prima è definitivamente tramontato. E, in vista dell’inverno, il morale crolla. Rossetti esprime tristi presagi alla moglie:

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La paura che è sempre stata il mio forte mi è sparita fino a far sbalordire me stesso, essere così vicino al pericolo per me è nulla quasi io fossi un essere che mai loro potranno colpire 10.


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certo è che quest’inverno loro che resistono di più al freddo cercheranno di sfondare le nostre posizioni e io non so come faremo noi. certo è che del valore del coraggio ne abbiamo molto e sappiamo farci onore come sempre. Senza tante precauzioni cara Lucilda ti dico che la mia vita (come penso quella di tutti) giorno per giorno, ora per ora è in serio pericolo e francamente ti confesso che se ritornerò da questa guerra sarà per una fortuna inaspettata, perciò cerca di essere forte e rassegnata ad ogni eventuale notizia. che i miei genitori sappiano pure loro quanto ti ho detto 13.

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La reazione di Lucilda deve essere stata di grande sconforto, tanto che nella lettera successiva Rossetti scrive: Oggi, giornata di vento e pioggia come pure stanotte, e triste e quasi non avrei voluto scriverti per tema di farti piangere con qualche mia frase o notizia allarmante che io dovrò abituarmi a non più scriverti per farti stare tranquilla. Ma è tanta la volontà mia di farti sempre sapere la verità che qualunque cosa accada non so tacertelo 14. In attesa del temuto inverno, si diffondono tra i soldati in prima linea le voci più incredibili. Rossetti chiede alla moglie se è vero che hitler avesse annunciato per settembre la fine della guerra e se il duce avesse fissato per il 28 ottobre (anniversario della marcia su Roma) la sfilata di tutte le truppe dell’ARMIR nella capitale 15. È una lettera impressionante, forse tra le più significative tra quante espri-

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Mentre tutti gli altri fronti hanno il nemico al di là del fiume, il mio battaglione è schierato su di una ansa del fiume stesso con i Russi a non più di 400 metri di distanza. Le nostre postazioni sono scavate entro terra perché la zona è nuda di alberi e siepi, e non ci resta che rimanere tutto il giorno entro i rifugi che noi stessi abbiamo fatto sotto terra. Per ora un solo attacco abbiamo sostenuto (terribile) contro i Russi che hanno cercato di sfondare le nostre posizioni…17. Rossetti viene ferito anche a una spalla, ma rassicura la moglie sulle sue condizioni. Mi chiedi a quale spalla sono stato ferito, alla destra ma è cosa da nulla, tant’è vero che non mi sono nemmeno fatto medicare dal dottore. La piccola scheggia di bomba a mano che ho dentro verrà fuori da lei un giorno o l’altro. Non avere pensiero che sto più che bene e se non mi è successo nulla in queste due o tre battaglie, che sono state terribili e sanguinose, non mi succederà più nulla 18. Rossetti torna in prima linea. Spera di avere il cambio per il mese di novembre, ma è un’illusione. Rimane, invece, al fronte mentre il

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mono l’idea di un soldato italiano che ormai, per dirla con Nuto Revelli, “è un prigioniero, non un combattente” 16. La guerra invece continua e il I battaglione di Rossetti si trova in una posizione particolarmente difficile:


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tempo peggiora drammaticamente. Il terribile vento che qui soffia fa gelare qualunque cosa anche se al sole tutto il giorno. Pensa che dopo aver lavato la gavetta con l’acqua bollente e lasciata fuori il tempo di lavarsi le mani e l’acqua nella gavetta è già ghiaccio 19. Il 5 dicembre viene nuovamente ferito, questa volta a una gamba, da una scheggia di bombarda nel corso di un violento combattimento. Scrive che i russi

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vennero tutti vestiti di bianco tanto da non riuscire a vederli che a soli trenta metri quando urlando come dannati vennero all’assalto con le baionette (e le loro sono terribili) innestate e le loro bombe a mano 20. Ottiene quattro giorni di riposo durante il quale incontra un amico fraterno che non vedeva da molto tempo. così, non è in prima linea quando scrive l’ultima lettera, l’undici dicembre, proprio il giorno in cui i sovietici lanciano il primo durissimo attacco decisivo in forze: la temperatura è di 25 gradi sotto zero di giorno e scende sotto i 35 di notte. L’allarme arriva mentre Rossetti sta concludendo la lettera: Avrei voluto scriverti altre cose ma devo interrompere perché è stato dato l’allarme in paese che i Russi hanno attaccato in massa e dobbiamo tenerci pronti

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Invece non avrebbe più potuto scrivere nulla. La “Ravenna”, tra l’11 e il 17 dicembre, subì un’offensiva di proporzioni incredibili, quale nessuna divisione italiana dovette mai affrontare nell’intero corso della Seconda guerra mondiale: quasi un’intera armata, sceltissima, contro una sola divisione, non equipaggiata per sopravvivere all’inverno russo e insufficientemente armata per affrontare una guerra moderna. Le perdite furono altissime, circa il 75/80 per cento delle forze in quel momento in linea. Non sapremo mai in quali circostanze Rossetti venne fatto prigioniero, la sua tragedia si perde in quella di un’armata mandata irresponsabilmente al macello. Le lettere di Rossetti, scritte quasi quotidianamente, costituiscono una straordinaria testimonianza del calvario della “Ravenna”. Allo stesso tempo, però, offrono il commovente ritratto di un uomo profondamente legato alla sua famiglia e anche alla sua città. Ogni lettera si divide in pratica in due parti: una sulla guerra e una di carattere più privato, che raggiunge spesso toni commoventi e di una certa intensità. Ecco, è questo che distingue le lettere di Rossetti da tante altre: sono la testimonianza anche di una bellissima storia di amore per la propria donna, la propria famiglia, la propria figlia. Rossetti, più volte, antepone i propri affetti alla drammatica situazione personale e questo permette alla sua scrittura di innalzarsi sopra le miserie e gli orrori della guerra di Mussolini. certo, in più di un’occasione, elogia il valore dell’esercito italiano e non manca di sottolineare le miserie del popolo russo, “oppresso dal bolscevismo”, a cui l’Italia porterà la civiltà. Ma sono frasi che riprende acriticamente dalla propaganda, prive di

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a respingerli se riusciranno a passare (per poco però) attraverso qualche varco tra i caposaldi. ti dirò nella mia prossima come è andata 21.


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sentimento e di verità. In realtà, la sua unica vera aspirazione è dimenticare la guerra e ritornare dai suoi cari: Speriamo che tutto finisca presto perché possa ritornare a casa tranquillo con te. Quando potremo restare soli senza tanti pensieri noi due soli con la nostra piccola Ezia? Quello sarà il momento più bello che io possa aspettare. Sono stanco di fare questa vita… 22.

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Non a caso, la prima lettera tradisce il solito schema dualistico, incentrandosi solo sull’amata figlia Ezia, per la quale trascrive la “Ninna Nanna grigioverde” chiedendo a Lucilda di leggergliela. Mandava l’intera paga alla moglie, come spiega in un’altra lettera. Attendo sempre mi paghino per poterti fare il vaglia e perché come già sai non ne ho bisogno. Nei rimanenti mesi ti invierò anche i rimanenti che non ti avevo delegato. Io per il momento con quelli che ho comperando pure qualche cosa allo spaccio militare che ora è aperto potrei andare avanti per quattro o cinque mesi, e pensa che in tasca non ho che 30 marchi 23. Il bisogno del contatto quasi quotidiano con la moglie è fondamentale per Rossetti. Quando la posta non arriva per la difficoltà dei trasporti si lamenta subito: “influisce molto sul mio morale anche il non ricevere posta” 24. d’altra parte anche le lettere e cartoline faticano ad arrivare a Lucilda, problema peraltro comune a tanti altri soldati.

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con Lucilda parla anche di parenti e amici, delle questioni quotidiane. forte anche il legame con la città e la sua vita, ricorda le gite in bicicletta alla Bormida, fantasticando come sarebbe bello farne di simili, con la moglie, negli splendidi paesaggi naturali della Russia. Struggente il riferimento al campanile, simbolo della comunità di appartenenza. Parlami un poco della mia Alessandria - scrive alla moglie - che, tanto lontana, ricordo solo come l’ho vista l’ultima volta quando già ero fuori di stazione. Quando potrò ancora vedere il campanile avvicinarsi da lontano? 26. come tanti altri soldati, mandati allo sbaraglio da Mussolini nella più insensata delle guerre, non lo avrebbe mai più visto.

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Spero che finalmente avrai ricevuto le numerosissime lettere e cartoline che ti ho scritto, se non saranno state tolte dalla censura. Potrai allora credere ancora che io sono pigro nello scriverti? Io non faccio altro tutti i giorni 25.


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note 1. Per le vicende del 37° Reggimento “Ravenna”, si veda: Associazione Reduci 37° Reggimento “Ravenna”, Il 37° Reggimento Fanteria “Ravenna”: cenni storici 1859-1975, 1975, Saronno, pagg. 92; le pubblicazioni sulla guerra italiana in Russia e soprattutto la memorialistica sono imponenti per numero. Per un approfondimento bibliografico, Giorgio Rochat, Memorialistica e storiografia sulla campagna italiana di Russia 1941-1943 in AAVV, Gli italiani sul fronte russo 1941-1943, 1982, Bari, de donato. 2. Nuto Revelli, L’ultimo fronte: lettere di soldati caduti o dispersi nella Seconda guerra mondiale, torino, Einaudi, 1971; Nuto Revelli, La strada del Davai, torino, Einaudi, 1966. 3. fondo Rossetti (da ora in avanti, fR), lettera del 16 giugno 1942. 4. fR, lettera del 18 giugno 1942. 5. fR, lettera del 19 giugno 1942. 6. fR, lettera del 29 giugno 1942. 7. fR, lettera del 30 giugno 1942. 8. fR, lettera dell’11 agosto 1942. 9. fR, lettera del 13 agosto 1942. 10. fR, lettera del 14 agosto 1942. 11. fR, lettera del 27 agosto 1942. 12. fR, lettera del 16 agosto 1942. 13. fR, lettera del 30 agosto 1942. 14. fR, lettera del 1 settembre 1942. 15. fR, lettera del 4 settembre 1942. 16. Nuto Revelli, L’ultimo fronte: lettere di soldati caduti o dispersi nella Seconda guerra mondiale, torino, Einaudi, 1971; pag. XLVIII. 17. fR, lettera del 16 settembre 1942. 18. fR, lettera del 20 settembre 1942. 19. fR, lettera del 10 novembre 1942. 20. fR, lettera dell’8 dicembre 1942. 21. fR, lettera dell’11 dicembre 1942. 22. fR, lettera del 29 giugno 1942. 23. fR, lettera del 21 giugno 1942. 24. fR, lettera del 29 giugno 1942. 25. fR, lettera del 7 luglio1942. 26. idem. 252


Per una ricerca sul sindacato alessandrino nella seconda metà del Novecento

Cesare Panizza

con il numero precedente, il “Quaderno di storia contemporanea” ha voluto porre nuovamente al centro dell’attenzione il tema del lavoro, in particolare il lavoro manifatturiero e salariato – un tempo si sarebbe detto il “lavoro per eccellenza” –, a lungo oggetto privilegiato della ricerca storica come della riflessione politica e sociologica, oggi invece ampiamente dimenticato, soprattutto dai mezzi di comunicazione di massa che come ha osservato nel suo saggio Andrea Sangiovanni se ne ricordano solo in occasione di incidenti tragici e sensazionali 1. Eppure il lavoro non è certo finito, né nel senso di una liberazione dal lavoro né in quello di una sua definitiva e irreversibile degradazione/sparizione. Neppure quello in fabbrica, sebbene – è noto – la classe operaia abbia conosciuto nel corso degli ultimi decenni un sensibile ridimensionamento numerico cui ha tenuto dietro un ancor più accentuato ridimensionamento sociale e politico: dalla centralità all’invisibilità operaia. Né il lavoro ha certo cessato di incidere in maniera decisiva sulla qualità delle nostre vite per il fatto di essere divenuto in gran parte immateriale o per aver perso in rigidità organizzativa, in ragione delle trasformazioni tecnologiche ed economico-sociali intervenute a partire dagli anni Settanta. tutt’altro, visto che i vantaggi della flessibilità sono stati pagati in termini di minore stabilità dell’occupazione e che il caleidoscopio di competenze oggi richiesto da un mercato del lavoro quanto mai frastagliato allunga

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all’infinito i tempi dell’inserimento lavorativo e impone la cosiddetta formazione permanente, pena la rapida obsolescenza del proprio profilo professionale. Ad essere tramontata – probabilmente per sempre – è invece l’etica – o l’ideologia – del lavoro che aveva attraversato tutto il Novecento – al punto che esso è stato a ragione definito il “secolo del Lavoro” –, si trattasse dell’“ideologia borghese dell’operosità” o “dell’ideologia operaia del riscatto” 2. Ne parlava già Aris Accornero in un testo ormai lontano – Il lavoro come ideologia, significativamente del 1980 – in cui, riflettendo su quanto accaduto nel corso degli anni Settanta, leggeva precocemente in quel decennio una cesura storica di fondamentale importanza per la storia del lavoro, visti i molteplici fattori di crisi che vi si erano delineati – innanzitutto un sistema di valori in “sommovimento” e un sistema di produzione in “ristagno” –, tutti convergenti nel “prosaicizzare” la realtà del lavoro 3. difficile dire che cosa abbia sostituito la novecentesca “civiltà del Lavoro”, fondata sul riconoscimento della sua natura innanzitutto “sociale” e sull’idea conseguente che esso fosse il fondamento della cittadinanza, il diritto/dovere da cui generavano tutti gli altri, ed esauritasi per via del suo stesso successo, per effetto, cioè, di quella straordinaria rivoluzione dei consumi – e della mentalità – resa storicamente possibile dal pieno dispiegarsi della modernità industriale e tecnologica 4. Se, cioè, la transizione che da ormai più di un terzo di secolo stiamo vivendo sia destinata a concludersi, certo per vie tortuose, con l’emergere di un nuovo modello di società caratterizzato da un atteggiamento che potremmo definire laico nei confronti del lavoro, in linea con un contesto sociale sempre più pluralista dal punto di vista dei valori; oppure – meno ottimisticamente – se non vi sia alternativa, almeno in un periodo di tempo compatibile con l’esistenza umana e con le nostre capacità di previsione, a una società in cui quella centralità che il lavoro aveva nel plasmare le identità, collettive ed individuali, è ora interamente rivestita dal consumo, in cui cioè si sarebbe interamente compiuto “quel trasferimento fuori del

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lavoro, e del tempo di lavoro, degli attributi che fondano l’identità sociale” da cui deriverebbe “la difficoltà sempre più grande a tenere il baricentro dei valori piantato nella produzione, mentre slitta verso il consumo” di cui già parlava Accornero 5. una condizione che ci avrebbe reso dimentichi di essere anche – tutti, in qualche modo e innanzitutto – dei “produttori”, e quindi non degli individui isolati, come vorrebbero i messaggi pubblicitari, ma persone inserite – a partire innanzitutto (ma certo non soltanto) dal lavoro di ciascuno – in una trama di relazioni sociali dalla crescente complessità. È probabile siano vere entrambe le cose e che si abbia tutti simultaneamente esperienza in forme e gradazioni diverse sia della tendenza secondo cui il lavoro sarebbe – o dovrebbe essere – destinato a estinguersi in un’attività creativa, non più faticosa o degradante, ma anzi piacevole, e quindi appagante in sé e per sé, sia di quella che invece ci vorrebbe inesorabilmente irretiti in una nuova e più sofisticata forma di alienazione, con il denaro come unica misura del proprio valore e della propria dignità e il corollario dal punto di vista dei diritti e della consapevolezza degli stessi lavoratori di un sostanziale, irreversibile arretramento. O forse la prima non è altro che una giustificazione ideologica della seconda – le tanto decantate virtù del lavoro flessibile –, un’ingannevole prospettiva di liberazione, peraltro solo personale, vista l’incapacità del lavoro a dar luogo oggi a identità collettive. Quello che è certo è che con il venir meno di quell’universo di valori – per quanto apparentemente monistico –, il lavoro, soprattutto quello operaio o più genericamente quello manuale – cioè il lavoro di una fetta ancora assai consistente di popolazione nel mondo occidentale e della stragrande maggioranza nel resto del pianeta – spogliato di ogni connotazione sociale, ridotto a un fatto meccanico sul quale si è rinunciato ad esercitare un controllo, da “strumento di riscatto” – individuale e collettivo – si è rovesciato per lo spirito del tempo in un disvalore, in una “maledizione” e in uno “stigma” sociale da fuggire.

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Non è certo compito della ricerca storica sciogliere nodi di tale portata, le cui implicazioni politiche sono peraltro evidenti a tutti, basti pensare all’attuale incapacità della sinistra – nelle sue diverse componenti – di rappresentare larga parte del mondo del lavoro salariato. Essa può e deve indagare le ragioni che presiedettero a una così rilevante trasformazione delle mentalità, fornendo, al pari di altre discipline, un importante contributo alla comprensione del nostro presente. E verificando, attraverso la ricostruzione e l’interpretazione di fatti e vicende specifiche, che le compete, l’attendibilità dei modelli per forza di cose astratti adoperati da altre scienze umane. In tal senso, meglio si comprenderà la scelta di approfondire la riflessione avviata nel numero precedente dal “Quaderno di storia contemporanea”, focalizzando l’attenzione proprio sul sindacato, inteso nella sua funzione di istituzione di tutela degli interessi di lavoratrici e lavoratori e di promozione dei loro diritti, ma anche come luogo virtuale in cui leggerne il vissuto concreto, il loro complesso relazionarsi con il lavoro e coi suoi mutamenti. fu del resto senza dubbio il sindacato il primo ad essere investito – e più direttamente – dall’esaurirsi di quell’universo di valori e di comportamenti sociali cui tenne immediatamente dietro, con il profilarsi del passaggio dal fordismo al post-fordismo, una altrettanto radicale trasformazione delle basi materiali del lavoro, della sua quantità e qualità. Nel passaggio dagli anni Settanta, consegnati alla storia come quelli di massima forza sindacale, agli anni Ottanta, segnati, soprattutto la prima fase, da una serie di impreviste sconfitte, si sarebbe aperta una crisi di rappresentanza – manifestatasi nel calo complessivo del tasso di sindacalizzazione e nelle frequenti contestazioni di cui è fatta oggetto la leadership sindacale – che avrebbe costretto il sindacato a rivisitare – sotto certi aspetti forse non senza successo – il proprio ruolo nella società italiana, aggiornandone funzioni e prospettive. Seguendo l’impostazione che ha sostanziato il “Quaderno di storia contemporanea” e il lavoro dell’Istituto per la storia della resistenza e della società contemporanea in provincia di Alessandria fin

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dalle origini, la ricerca potrà così verificare a livello locale la validità delle ricostruzioni della storia sindacale nazionale proposte complessivamente dalla nostra storiografia – che da questo profilo ha ormai acquisito una elevata maturità 6 – fotografando sincronie, ritardi e specificità nello sviluppo delle vicende alessandrine. In particolare, la ricerca conta di soffermarsi sui riflessi locali del ciclo di lotte iniziatosi a livello nazionale alla fine degli anni Sessanta, con il ’68 e l’“autunno caldo”, e sulla successiva stagione dell’unità sindacale, che – vero spartiacque nella storia sindacale italiana – segnarono complessivamente una trasformazione del ruolo giocato del sindacato – a partire dal suo rapporto con la politica: da «cinghia di trasmissione» a soggetto con ruoli istituzionali – con l’assunzione di funzioni di rappresentanza degli interessi dei lavoratori anche al di fuori della fabbrica, su una pluralità di temi (casa, scuola, sanità, previdenza, assistenza, ambiente, trasporti, formazione professionale, per elencarne solo alcuni) in vista della promozione di nuovi diritti sociali. una funzione di supplenza rispetto ai partiti politici su cui si è molto insistito 7 e che potrà essere concretamente verificata a livello locale, ricostruendo il contributo dato dal mondo sindacale al governo locale dello sviluppo (dalla programmazione economica ai servizi sociali). Non si tratta però solo di ricostruire la dinamica centro/periferia, solo parzialmente sovrapponibile a quella alto/basso, osservando quale applicazione abbiano avuto le direttive e le linee di azione decise dai vertici nazionali (o regionali) dell’organizzazione sindacale e stabilire in che misura gli indirizzi generali venissero modificati nella loro ricezione locale, se non addirittura disattesi, soprattutto nelle fasi di più forte mobilitazione, quando cioè i livelli organizzativi più vicini ai lavoratori sembrano disporre di un maggior grado di autonomia nei processi decisionali. Né solo di studiare il modificarsi nel tempo delle strutture del sindacato o perlomeno dei loro rapporti, non solo dei diversi livelli di rappresentanza sindacale sui luoghi di lavoro (commissioni interne, consigli di fabbrica, rappresentanze sindacali unitarie) ma della stessa organizzazione confederale (il rapporto cioè

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fra la dimensione verticale e quella orizzontale dell’organizzazione sindacale, le categorie e gli organi direttivi a livello di camera del lavoro o di unione sindacale). La ricerca si propone infatti anche di essere un tessera del più ampio mosaico nella storia del territorio alessandrino nella seconda metà del Novecento, un territorio certo caratterizzato da forti peculiarità: una certa eccentricità, non solo economica, rispetto al resto della regione; il forte radicamento dei partiti di sinistra che ricoprono – anche quello comunista – a lungo e da sempre responsabilità di governo locale; una vocazione industriale mai compiutamente realizzata ed anzi nel capoluogo entrata precocemente in crisi, mentre il resto del territorio avrebbe visto una presenza solo parziale della cosiddetta industria diffusa, con cui si configurerà solo imperfettamente il modello dei distretti proprio della cosiddetta “terza Italia” 8. In tal senso, all’origine della ricerca vi è, fortemente, l’aspirazione di contribuire a conservare la memoria del lavoro e del sindacato nella nostra provincia. Per questa ragione essa inizialmente si concretizzerà nella raccolta di un numero cospicuo di testimonianze orali (sul modello delle “storie di vita”) di sindacalisti appartenenti a generazioni diverse e rappresentativi delle diverse componenti del sindacato, come dei suoi diversi livelli organizzativi (dai delegati di fabbrica ai componenti delle segreterie). Reso necessario dall’esiguità delle fonti altrimenti disponibili, sopratutto a livello archivistico, il ricorso alle fonti orali è tanto più prezioso in quanto in grado più di altre metodologie di indagine di restituirci il significato attributo agli avvenimenti da chi li ha vissuti, per la dimensione soggettiva intrinsecamente connessa alla loro natura innanzitutto narrativa 9. L’intervista sembra essere infatti il principale strumento a disposizione, naturalmente se utilizzato in modo metodologicamente avvertito, per ricostruire l’intreccio, altrimenti difficilmente districabile, alla base delle ragioni e delle motivazioni che spingono alla militanza politico-sindacale (formazione culturale, peso della memoria famigliare e del contesto sociale cui si appartiene, modalità di socializzazione al lavo-

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ro), e viceversa per comprendere come questo background di partenza, con il suo carico di valori e aspirazioni, venga modificato dalla attività sindacale concreta, a qualunque livello essa venga realizzata. In questo senso possono essere un valido supporto per conoscere il modificarsi della cultura del sindacato, registrando tanto le continuità e le sovrapposizioni quanto le trasformazioni e le rotture che da una generazione all’altra di sindacalisti e di lavoratori si producono negli atteggiamenti e nelle aspettative con cui si vive l’azione sindacale, e più in generale nella concezione stessa che del sindacato e dei suoi obbiettivi e funzioni viene così elaborata. Né il ricorso alle fonti orali è meno prezioso per indagare gli aspetti apparentemente banali della vita – si sarebbe tentati di dire – quotidiana delle organizzazioni sindacali, che in quanto tali risultano spesso ai margini delle fonti coeve, quando disponibili, e che invece sono di straordinario interesse, soprattutto per ricostruire il rapporto dialettico fra l’organizzazione e i lavoratori. Né, infine, va dimenticato il contributo che il loro studio può comunque apportare alla ricostruzione degli aspetti politici e istituzionali della storia di un territorio, un contributo tanto più notevole quando si tratti di collegare fra loro una miriade di vicende apparentemente minori, che non hanno lasciato che un debole traccia di sé, se non – appunto – nel vissuto delle persone. A partire naturalmente dalla storia delle relazioni sindacali nella nostra provincia, cui la ricerca darebbe naturalmente un contributo, integrando i risultati in questo senso già raggiunti dalla storiografia economica. Questo permetterebbe di verificare il livello di rappresentatività del sindacato stesso, nelle diverse realtà e nei diversi settori produttivi dell’economia provinciale (le poche grandi e medie imprese, le piccole imprese, le realtà artigiane, i servizi, eccetera). Si tratta, in estrema sintesi e conclusivamente, di dare così avvio a un’esperienza di ricerca che a partire dagli anni Sessanta/Settanta – lungo una linea già indicata dal “Quaderno di storia contemporanea” con alcuni suoi recenti numeri monografici –, possa contribuire a

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nuovo interesse per la storia del mondo e del movimento operaio nel territorio alessandrino nella seconda metà del Novecento – su cui esistono alcuni studi pioneristici, molti dei quali peraltro ospitati sulle pagine di questa rivista – in grado in prospettiva di investire altri campi di ricerca.

Fonti, Archivi, Documenti

note 1) Andrea Sangiovanni, Passato prossimo e futuro anteriore: la classe operaia nell’immaginario collettivo italiano, in “Quaderno di storia contemporanea”, n. 46, 2009; pagg. 29 e ss. 2)Aris Accornero, Era il secolo del Lavoro, Bologna, Il Mulino, 1997. 3) Aris Accornero, Il lavoro come ideologia, Bologna, Il Mulino, 1980. 4) Marco Revelli, La sinistra sociale. Oltre la civiltà del lavoro, Bollati Boringhieri, torino, 1997; pag.9. 5) cfr. Aris Accornero, Il lavoro come ideologia, Bologna, Il Mulino, 1980; pag. 14. 6) A partire dalla Storia del sindacato in Italia nel Novecento, diretta da Adolfo Pepe per le Edizioni Ediesse, di cui è recentemente apparso il quarto ed ultimo volume, Il sindacato nella società industriale (di cui insieme a Pepe sono autori Lorenzo Bertucelli e Maria Luisa Righi), in cui vengono ricostruire le vicende sindacali dell’ultima parte del Novecento. 7) cfr. Marco Revelli, Movimenti sociali e spazio politico, in Storia dell’Italia repubblicana, torino, Einaudi, 1995, p. 460 8) Si veda in proposito le rilevazioni IStAt relative all’Ottavo censimento generale dell’Industria e dei Servizi, dove per la provincia di Alessandria vengono indicati solo due distretti industriali: Alessandria e Valenza per oreficeria e strumenti musicali, Ovada per la meccanica. 9) cfr. Luisa Passerini, Storia orale. Vita quotidiana e cultura materiale delle classi subalterne, torino, Risemberg & Sellier, 1978; Luisa Passerini, Storia e soggettività. Le fonti orali, la memoria, firenze, La Nuova Italia, 1988; Alessandro Portelli, Storie orali. Racconto, immaginazione, dialogo, Roma, donzelli, 2007.

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La “Biblioteca Migrante”. un progetto dell’ISRAL.

Nel corso del 2009 l’Istituto per la storia della resistenza e della società contemporanea in provincia di Alessandria “carlo Gilardenghi” ha costituito all’interno della propria biblioteca una “Biblioteca Migrante”, una raccolta di libri di storia, anche in lingua originale, rappresentativi delle culture delle comunità straniere presenti nella provincia e nella città di Alessandria.

La seconda sezione, denominata “culture”, è invece costituita da testi in italiano relativi ai paesi di origine delle diverse comunità straniere presenti in provincia di Alessandria e più in generale sul nostro territorio nazionale; l’utente può così facilmente reperire tutti i libri posseduti dalla biblioteca relativamente a un dato Paese. Albania, cina, le Repubbliche ex sovietiche, Romania, Libia, Algeria e più in generale i Paesi del Medioriente sono gli ambiti geografici più rappresentati. La terza “anima” della “Biblioteca Migrante” raccoglie invece libri in lingua, acquistati con la consulenza di mediatori culturali. Si è inizialmente deciso di puntare su una dotazione di base comprendente corsi di storia per le scuole secondarie, vocabolari, dizionari specializzati e atlanti storici. L’Istituto, nel tentativo di accrescere e diversificare questa raccolta, della quale esiste un catalogo consultabile sul

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La “Biblioteca Migrante”

una prima sezione comprende i libri già posseduti dalla biblioteca, riguardanti temi quali le migrazioni, la cittadinanza e la convivenza democratica. Questi testi sono stati suddivisi in base ad alcune parole chiave come identità, multiculturalismo e minoranza in modo da facilitare l’utente nella ricerca.


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nostro sito (http://www.isral.it/web/web/biblioteca/labiblioteca.htm), si è rivolto a diverse ambasciate, come quella del Brasile che ha già donato alcuni libri. La Biblioteca Migrante accoglierà naturalmente anche donazioni di privati, associazioni o istituzioni pubbliche che volessero contribuire ad arricchirne la dotazione. Oltre che una raccolta libraria, la “Biblioteca Migrante” vorrebbe rappresentare anche un’occasione per contribuire ad attivare una rete di collaborazione tra quanti operano in quest’ambito nella nostra provincia.

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Il libro di Gad Beck non è un tipico libro di memoria, e neanche un récit della Shoah (il tipico racconto del sopravvissuto): ha una precisa dimensione cronologica (dagli anni Venti sino al 1945), spaziale (Berlino e in particolare il “quartiere ebraico” del Prenzlauer Berg) e anche sessuale (la consapevole e vissuta omosessualità del narratore ha già trovato testimonianza nel bel film documentario Paragraph 175 del 1999 di Rob Epstein e Jeffrey friedman). La prima parte del libro narra dell’infanzia di un ragazzino curioso e precoce, unico intellettuale di una famiglia “mista” – solo il padre infatti è ebreo. La famiglia Beck rappresenta quel tipo di integrazione tollerante abbastanza frequente nella mitteleuropa del primo Novecento. Il periodo felice si interrompe quando, una mattina, mentre i ragazzi fanno il saluto alla bandiera come imposto dal nuovo governo nazista, gli allievi ebrei vengono esclusi. Beck, come tanti che come lui non provenivano da un ambiente religioso o osservante, nota come è proprio la persecuzione a renderlo consapevole della sua ebraicità, in un certo senso a sceglierla, mentre in casa i genitori avevano costruito un ambiente misto (lo stesso autore ammette, molto più cristiano che ebraico). Oltre alla scoperta della sua identità religiosa, che in realtà per l’autore ha i caratteri dell’appartenenza a un gruppo, sin da adolescente il giovane Beck è, sebbene in modo ancora confuso, consapevole della propria diversità sessuale. Anche in questo caso è la scuola a consentirgli le prime esperienze, di cui ingenuamente riferisce alla madre: il suo coming out, secondo Beck, è accolto con straordinaria accettazione da parte della madre “‘Beh, me l’ero già immaginata’ disse in tono distaccato. conosceva suo figlio e vedeva il bambino delicato e piuttosto effeminato” (pag. 28): un atteggiamento che certo non doveva essere comune in quell’epoca. Nonostante questo la famiglia Beck vive in modo tipicamente tedesco, segue le regole, e

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Gad Beck, Dietro il vetro sottile. Memorie di un ebreo omosessuale nella Berlino nazista, torino, Einaudi, 2010; pagg. 198, € 19,00.


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anche durante le persecuzioni cerca di mantenere il proprio decoro borghese (unico neo, proprio il ritorno a Prenzlauer Berg in abitazione coatta, mentre nei momenti in cui il benessere familiare non era minacciato, si erano potuti trasferire in un quartiere più periferico, ma “misto”). tra le righe del racconto di Beck si può leggere una storia emblematica dell’atteggiamento di tanti tedeschi nei confronti degli ebrei che erano, spesso i loro vicini di casa: incredulità nei confronti delle persecuzioni, dapprima, poi progressiva accettazione (“Alcune sere più tardi il mio ex compagno di scuola Werner Schulz, il figlio del nostro fornaio, arrivò da noi in divisa della Wermacht […] Passò la serata buttando giù alcool e alla fine, ubriaco fradicio, cominciò a singhiozzare. ‘Ma cosa avete fatto voi ebrei, per essere trattati così?’“ pag. 54). Gli Schulz, per la verità rimangono sempre amici della famiglia Beck, conservano sino alla fine della guerra una parte dei loro beni e si adoperano in ogni modo per rifornirli di viveri; allo stesso modo si comporta in generale il ramo cristiano della famiglia Beck, anche se alcuni cugini, semplicemente, smettono di far loro visita. Questa è una delle conseguenze dell’antisemitismo, viste da vicino, la perdita di un tessuto di relazioni amicali e parentali; il protagonista ritiene di essere stato fortunato rispetto ad altri, poiché grazie anche alla propria famiglia cristiana ha la possibilità di trovare nascondigli per sé, per i genitori e per la sorella e di far valere la propria presenza quando il singor Beck viene portato come tanti coniugi di matrimonio misto nella caserma della Rosenstrasse. un altro aspetto molto interessante è il racconto delle attività di protezione e di supporto delle associazioni sioniste: la rete sionista in Germania, anche se sotto il controllo del nazismo continua a operare apertamente anche durante la guerra. Quando non è più possibile l’emigrazione dei simpatizzanti si trasformano in organizzazioni clandestine dedite a nascondere e salvare gli ebrei berlinesi superstiti. durante queste attività anche il protagonista viene tradito da un informatore e arrestato; solo la fine della guerra e

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l’occupazione di Berlino da parte dei sovietici gli salverà la vita. All’interno della sua attività politica, tuttavia, Beck rievoca anche il candore delle sue relazioni sentimentali e sessuali con altri ragazzi e adulti, in una Berlino che prima dell’avvento del nazismo era una la capitale europea della cultura gay, e che non sembra particolarmente intimorita dalle persecuzioni del famigerato paragrafo 175. Queste avventure sono narrate in modo nostalgico, come si fa con gli amori di gioventù. Il libro di Gad Beck è una piacevolissima lettura e più di altri contribuisce a ricostruire la vita quotidiana a Berlino durante la guerra, da un punto di vista assolutamente particolare. Antonella ferraris

Lidia Beccaria Rolfi (1925-1996) è una figura significativa tra le donne del Novecento sia per la sua caparbia volontà di costruire una testimonianza femminile dell’esperienza concentrazionaria sia per la sua ribellione rispetto ai ruoli, alle convenzioni, al conformismo e all’esclusione. Nasce a Mondovì (cuneo) in una famiglia non antifascista, ma infastidita dagli aspetti più rozzi del fascismo; e infatti il primo schiaffo della sua vita lo riceve dal padre, quando torna a casa tutta eccitata per aver ascoltato il discorso di Mussolini che annuncia l’entrata in guerra dell’Italia contro la francia: Lidia è entusiasta, ma il padre sa cos’è la guerra per aver fatto la Prima guerra mondiale e sa che porta solo lutti. divenuta maestra elementare, al suo primo incarico scolastico in una frazione della Valle Varaita, entra in contatto con i partigiani e diventa una “staffetta”; catturata, non ancora ventenne conosce l’orrore del lager, quello di Ravensbruck, che lei definisce come una sorta di università, un’esperienza alla luce della quale rileggere la sua vita precedente. È nel lager che impara che cos’è la cittadi-

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Bruno Maida, Non si è mai ex deportati. Una biografia di Lidia Beccaria Rolfi, Milano, utEt, 2008; pagg. 220, € 18,00.


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nanza: lo apprende da una detenuta francese, comunista, che le dà il secondo schiaffo importante, il giorno in cui lei cerca di saltare la fila; il messaggio è che è giusto ribellarsi al campo, ma non quando a rimetterci sono le compagne di prigionia. Riuscita a sopravvivere alla tragica esperienza concentrazionaria, la attendono le difficoltà e le umiliazioni del reinserimento nella vita civile; dopo la liberazione e il rientro in patria, infatti, anche Lidia vive il conflitto, che lacera tutti i testimoni, tra la parola e il silenzio, in quell’Italia del dopoguerra che non ha voglia di ascoltare ciò che dicono i reduci dei campi, e che ancor meno è interessata alla deportazione femminile, perché la Resistenza è quella delle armi: e a lei, che vorrebbe raccontare la propria esperienza, viene replicato che gli eroi sono quelli che muoiono combattendo, non quelli che si fanno prendere prigionieri. Ma, alla fine, si imporrà come testimone della memoria, attraverso il suo racconto, la sua presenza, i numerosi incontri – soprattutto con i giovani – e la scrittura di tre importanti volumi di testimonianza: Le donne di Ravensbrück, insieme a Anna Maria Bruzzone; L’esile filo della memoria e Il futuro spezzato, scritto in collaborazione con Bruno Maida. E proprio a Bruno Maida (docente di Storia contemporanea presso l’università degli studi di torino) tocca ora restituircene la storia, guidandoci nella sua vita prima e dopo il campo di concentramento e restituendocene l’autenticità, anche attraverso alcuni inediti taccuini – fabbricati nel lager, mettendo insieme dei fogli trovati in fondo ad alcuni cassetti durante un turno di notte alla Siemens, e scritti con un mozzicone di matita avuto in dono da un’infermiera – e la documentazione privata conservata dal figlio. In particolare, sono interessanti proprio quegli appunti presi da Lidia durante la prigionia, divisi in paragrafi, la maggior parte dei quali è contrassegnata da un titolo: diversi dagli scritti editi della Beccaria per il linguaggio usato – qui le emozioni, sia la rabbia per le ingiustizie subite che la nostalgia struggente dei genitori, vengono espresse in forma diretta e intensa, lontana dai toni rigorosi e controllati, ad esempio, di Le donne di Ravensbrück – ma anche e

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soprattutto per i temi affrontati: nel Diario si parla infatti di egoismo, di invidia, di privilegi insopportabili, perfino di omosessualità, argomenti che in seguito Lidia Rolfi non ha invece mai trattato, non solo per pudore, ma proprio per il rigore scientifico con cui ha affrontato il dovere della testimonianza. Ma se il profilo biografico di Lidia Beccaria Rolfi – lo sottolinea lo stesso autore – non può ovviamente prescindere dall’esperienza del lager (come ben evidenzia anche il titolo) e ne è anzi fortemente condizionato – perché essa costituisce il dato rilevante che rende esemplare la sua vicenda, ed è cartina di tornasole attraverso la quale leggere le scelte, l’impegno, i conflitti, le vittorie e le sconfitte nella sua dimensione tanto pubblica quanto privata – tuttavia Bruno Maida spiega di non aver voluto tracciare qui solo un resoconto della deportazione, ma una compiuta biografia di Lidia Rolfi, a partire dalla sua giovinezza, per concludere con il periodo successivo al ritorno in Italia, restituendo in questo modo al lettore non la storia di una deportata, ma quella di una persona. Graziella Gaballo

Marisa Ombra, partigiana nelle Langhe e attiva nei clandestini “Gruppi di difesa della donna”, nel dopoguerra ha fatto parte dell’udI (unione donne italiane) nazionale; negli anni Settanta ha presieduto la cooperativa Libera Stampa, editrice del settimanale “Noi donne”, in seguito è stata presidente dell’Associazione nazionale Archivi dell’udI e nel 2006 è stata nominata Grande ufficiale della Repubblica. Io avevo imparato a conoscerla attraverso una sua testimonianza sulla resistenza, pubblicata sul numero 15 della prima serie di questa rivista, con un titolo particolarmente significativo e che ho cita-

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Marisa Ombra, La bella politica. La resistenza, “Noi donne”, il femminismo, torino, Edizioni Seb 27, 2009; pagg. 115, € 12, 50.


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to più volte, parlando della resistenza delle donne: La fine di una trasgressione; l’avevo poi incontrata di persona, un altro 25 aprile, ad Atri, in Abruzzo, dove ci eravamo trovate insieme, lei, Maria Grazia camilletti ed io a parlare di soggettività e storia di genere. E, ancora, il suo nome, tornava sempre nei ricordi e nei racconti di una delle sue più care amiche, claudia Balbo, la Breda cui ho voluto tanto bene e che tanto mi manca. E adesso, questo libro: che ci restituisce il suo percorso biografico, ma anche la sua personalità, la sua forza, la sua dolcezza e la sua determinazione. con poche frasi, la inquadra e la descrive Anna Bravo nella prefazione: “È una vita così ricca che viene spontaneo pensare a Marisa come a una donna fortunata. Già alle origini. ha un padre dirigente del PcI e comandante partigiano, una madre dolcissima che ha avuto il coraggio di concepirla prima del matrimonio, una nonna così aperta da accogliere con naturalezza la futura nuora incinta (negli anni Venti!). Intorno, il clima caldo di un borgo metà operaio metà campagnolo. Presto arrivano la passione politica, la resistenza, la militanza, in cui porta le sue timidezze, la salute a volte fragile, il piacere dell’eleganza, non ultimo il dono di una bellezza delicata, raffinata, duratura”. Qui, Marisa si racconta: ma il suo non è un racconto diretto, bensì filtrato attraverso il rapporto con un’altra donna, Ilaria Scalmani, di mezzo secolo più giovane. Più volte Marisa Ombra aveva infatti cercato di scrivere di sé, ma era un’operazione che non le riusciva, forse anche per quel lato esibizionistico che necessariamente il far questo comporta e che è quanto di più lontano si possa pensare rispetto alla sua riservatezza; diverso è invece questo raccontarsi interattivo in cui le domande di Ilaria la costringono a chiarire, approfondire, sciogliere nodi. E, stimolata e incalzata da queste domande, Marisa parla dell’esperienza del partigianato, che visse come staffetta, macinando in solitudine centinaia di chilometri fra le colline dell’Astigiano e delle Langhe; delle discussioni con i compagni e le compagne, nel PcI, nei Gruppi di difesa della donna, nell’unione donne italiane; del-

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l’impegno in “Noi donne”, il primo giornale politico femminile del dopoguerra e la prima impresa cooperativa editoriale, di cui come abbiamo già detto Marisa fu presidente. E, ancora, delle tante campagne elettorali e del lavoro politico fatto; e dell’incontro con il femminismo, punto di svolta, nuovo sguardo sul mondo: “dalle femministe avevamo appreso il ‘partire da sé’ e questo capovolgeva l’ordine del discorso al quale eravamo abituate”. Le luci e le ombre di quella stagione inducono Marisa Ombra a una riflessione attualissima sulla “bella politica”, intesa come giusto equilibrio fra riscoperta di sé e impegno collettivo (“Impossibile immaginare oggi la gioia che il fare politica poteva dare, il piacere che provavi nel momento in cui avevi la sensazione di avere fatto capire qualcosa a qualcun altro”): rapporto che molte donne vorrebbero poter ricuperare, ma che oggi meno che mai pare possibile intravedere, e in particolare, forse, proprio al femminile. Graziella Gaballo

francesco Scotti è stato un combattente per la libertà. Questa definizione non deve suonare retorica perché è ampiamente documentata da una biografia scritta dal figlio Giuseppe e da Giorgio cosmacini, che ricostruisce, in occasione del centenario della nascita, il percorso politico di Scotti, sulla base delle carte dell’archivio personale, inserendolo nel contesto storico in cui il protagonista si trova a vivere: il fascismo, la guerra di Spagna, la Resistenza, fino all’inizio degli anni Settanta (Scotti muore nel 1973). francesco Scotti è di casalpusterlengo e suo padre, artigiano, è aderente al partito popolare. Non viene minimamente influenzata dal regime e quando va a Milano a studiare medicina trova subito

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G. cosmacini, G. Scotti; Francesco Scotti. 1910-1973. Politica per amore, presentazione di Arturo colombo, Milano, franco Angeli, 2010; pagg. 304, € 27,00.


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i collegamenti con l’antifascismo milanese. conosce il carcere, trova rifugio a Parigi e quindi va in Spagna nelle Brigate internazionali a difesa della Repubblica democratica aggredita dal golpe militare del generale franco. Nell’acceso scontro tra fascisti e antifascisti Scotti si occupa di organizzare i servizi sanitari al fronte e diventa un capo militare sui fronti di Aragona, di Madrid e dell’Ebro fino all’amara sconfitta dei repubblicani. È questa forse la fase più importante della sua vita sia per l’esperienza politica e militare sia per il suo incontro, nel fuoco degli scontri, con carmen Espanol, giovane miliziana di intensa bellezza e di grande intelligenza, che condividerà la sua vita, accettando l’esilio dalla sua terra e la vita clandestina in francia e che lo seguirà poi in Italia con i tre figli. dopo un periodo di clandestinità in francia, dove sbarca il lunario facendo l’ortolano con Emilio Sereni e altri antifascisti italiani, si aggrega ai maquis francesi e alla caduta del regime rientra in Italia, lasciando carmen e i due figli in francia, assumendo il comando delle Brigate Garibaldi prima in Lombardia e poi in Piemonte. E nel Monferrato incontra davide Lajolo, il partigiano “ulisse”, che ricostruirà le loro due storie ne Il voltagabbana (1963). Lajolo, dopo aver aderito al fascismo e aver combattuto contro le brigate internazionali in Spagna, ha aderito alla Resistenza. E sarà proprio Scotti a dare la tessera del PcI a “ulisse” dopo un’importante azione militare. Il dopoguerra vede Scotti impegnato sul fronte politico come deputato a partire dalla costituente e nell’Associazione partigiani d’Italia, mantenendo sempre viva la passione per la politica e l’adesione al Partito comunista anche nei momenti cruciali e altamente drammatici come la rivolta ungherese e l’occupazione della cecoslovacchia. Il libro è interessante perché delinea una storia che è esemplare di una generazione e anche perché è un atto di affetto di un figlio che vuole continuare a dialogare con il padre per conoscerlo meglio. Laurana Lajolo

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Il libro che ci troviamo di fronte ha, sostanzialmente, due valenze, e non è facile dire quale delle due sia la più importante. Si tratta della storia di un ex deportato, Giorgio ferrero, che a diciannove anni lasciò la facoltà di Ingegneria di torino per salire sulle Alpi liguri a fare il partigiano: arrestato, venne deportato a Mauthausen e poi nel sottocampo di Ebensee dove fu impiegato, come manovale comune, per spostare pietre prima che i tedeschi scoprissero le sue competenze nell’uso degli esplosivi. da quel momento, divenne un Technik Arbeit, un operaio specializzato. Riuscì a sopravvivere al campo di concentramento e, dopo la Liberazione, lavorò alle trivellazioni del petrolio in Arabia, non parlando per anni a nessuno del suo passato. Ma poi, si assunse fino in fondo, invece, il ruolo di testimone e trasmettitore di memoria, ed è in questa veste che l’ho conosciuto, lo scorso maggio, quando ho accompagnato un gruppo di studenti dell’Ipsia fermi di Alessandria, vincitori del concorso regionale Storia del ‘900, in un viaggio studio in Germania. fino a qui, quindi, saremmo nel campo della trasmissione della memoria, del faticoso racconto di un pesante passato e degli orrori del lager. Ma c’è di più, in questo libro. che non è stato scritto dallo stesso Giorgio ferrero e nemmeno da uno storico, cui lui ha affidato il suo racconto: il libro, infatti, è il frutto di una interessante e complessa operazione didattica, essendo il risultato di una serie di interviste che alcuni giovani della classe quarta del liceo scientifico “Amaldi” di Orbassano hanno effettuato al protagonista tra ottobre e dicembre 2007. Per ogni incontro erano state preparate una quindicina di domande a risposta aperta, articolate ogni volta intorno a un diverso nucleo tematico: l’esperienza partigiana, il carcere, la deportazione, la liberazione, il rientro in Italia e le vicissitudini in Medio Oriente

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Paola Albertetti, Stefano Bertolotto, Nadia Orecchio e Alessandro trollari, Storia partigiana. La guerra, la deportazione, la liberazione nelle memorie di Giorgio Ferrero, Milano, Mursia, 2009; pagg. 247, € 17, 00.


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nel dopoguerra. Partendo da questi spunti, Giorgio ferrero ha cominciato a raccontare, nell’atmosfera allo stesso tempo corale e intima della classe. La conversazione, di diciotto ore, è stata prima registrata e trascritta e poi rielaborata collettivamente in forma narrativa, eliminando le domande e i commenti di passaggio che si allontanavano del tutto dall’argomento trattato, ma cercando di conservare il tono del racconto orale e il modo di esprimersi del narratore, con una sintassi semplice e incisiva e un lessico concreto, con tratti dialettali e espressioni familiari e proverbiali e con l’atteggiamento antieroico di chi racconta gli eventi dal punto di vista di una persona comune coinvolta in una tragedia collettiva. Insomma, un testo che è il risultato di una paziente co-costruzione, concertata tra gli autori, la loro insegnante e Giorgio ferrero. Il risultato è una narrazione autobiografica in prima persona, suddivisa in ventuno capitoli, che raccoglie l’intera esperienza vissuta dal narratore nella Resistenza, nei lager nazisti e nel suo successivo soggiorno nei deserti del Medioriente. Il progetto del liceo Amaldi di Orbassano, premiato all’edizione 2008 del concorso nazionale “Eustory”, indetto dalla fondazione per la scuola della compagnia di San Paolo di torino, è poi continuato durante l’anno scolastico 2008-2009, con una seconda fase avviata con alcune classi del Liceo “Amaldi” e una classe terza media del territorio per permettere ai ragazzi di conoscere l’importante testimonianza di Giorgio ferrero e trasmetterla in prima persona ad altri allievi e cittadini. tutti i diritti d’autore sono stati devoluti in beneficenza per la ricerca contro la leucemia. Graziella Gaballo

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In questo libro, Mimmo franzinelli, autore di numerosi saggi sulla storia d’Italia e in particolare sul periodo fascista, analizza le carte dimenticate, i documenti, le testimonianze e gli indizi trascurati di due eventi tragici, due stragi che hanno rappresentato i punti culminanti della stagione dell’eversione nera (responsabile, tra il 1969 e il 1974, dell’85 per cento dei circa quattromila attentati politici che hanno colpito l’Italia nei cosiddetti “anni di piombo”): quella di Piazza fontana, del 12 dicembre 1969, quando a Milano, nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura, esplose una bomba che uccise diciassette persone e ne ferì ottantotto e quella del 28 maggio 1974, a Brescia, durante una manifestazione antifascista in piazza della Loggia, con un bilancio di otto morti e un centinaio di feriti. E lo fa intrecciando, con taglio originale, fonti d’epoca e carte processuali, memoriali e interviste, documenti inediti e fotografie molto note o mai viste: oltre un migliaio di documenti, che franzinelli ha scandagliato con la pazienza di un certosino per cercare di fare un po’ di luce nel buio dell’eversione nera degli anni Settanta, dando vita a un’importante ricostruzione storica di una delle pagine più drammatiche della nostra storia recente e illuminando la complessa rete di complicità e strumentalizzazioni reciproche tra gruppi estremisti, criminali comuni, servizi segreti italiani e stranieri, ampie porzioni di apparati dello Stato e le logiche tortuose per cui molti di quei drammatici fatti non hanno ancora un colpevole giudiziario. Infatti alle vicende di chi aveva scelto di influire sulla vita politica del paese con le bombe piuttosto che con la dialettica parlamentare o di movimento, si aggiungono altri due risvolti, altrettanto drammatici e forse più inquietanti: da un lato le complicità e i depistaggi di parte dei servizi segreti italiani e di alcuni esponenti delle forze dell’ordine, dall’altro le difficoltà ad arrivare ad una verità giudiziaria: basti ricordare che i principali prota-

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Mimmo franzinelli, La sottile linea nera. Neofascismo e servizi segreti da Piazza Fontana a piazza della Loggia, Milano, Rizzoli, 2008; pagg. 475, € 20,00.


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gonisti delle strategie destabilizzanti restarono impuniti o scontarono pene irrisorie, che l’iter processuale per punire i colpevoli della strage di piazza della Loggia, dopo trentaquattro anni, è ancora aperto, e che i responsabili ormai non sono più imputabili a causa di depistaggi, deviazioni ed errori giudiziari. E forse anche per questo un’opera di questo genere è particolarmente importante: perché là dove la giustizia, per malafede e inefficienza non ha saputo o voluto arrivare, può arrivare la ricerca storica che, con metodo scientifico, ridisegna fatti, ideologie, personaggi e connivenze sulla base di un enorme patrimonio documentale. Ritroviamo in queste pagine personaggi neri ben noti alle nostre memorie di quel periodo, quali Stefano delle chiaie, carlo fumagalli, franco freda e Giovanni Ventura, accanto a individui sbandati, esaltati, frustrati dal predominio della sinistra nelle piazze, manipolabili ma al tempo stesso difficili da controllare, o ai casi clinici di paranoia come Ermanno Buzzi, condannato in primo grado per la bomba di piazza della Loggia e poi assassinato in carcere dai “camerati” Pierluigi concutelli e Mario tuti; ma anche i generali Vito Miceli e Gianadelio Maletti, ai vertici dei servizi segreti; Gianbattista Palumbo, comandante della divisione “Pastrengo”, ossia di tutti i carabinieri del Nord; Guido Giannettini, agente del SId. E franzinelli ci spiega e documenta come si debba proprio a interlocutori come questi se la bassa manovalanza neofascista, altrimenti confinata nel folclore e nel delirio paranoide, sia riuscita a trovare gli appoggi operativi per mettere a segno le proprie azioni: se un ambiente del genere produsse danni tanto gravi, fu infatti anche perché settori dell’apparato statale pescarono nel torbido per giochi occulti di potere, forse finalizzati a una svolta autoritaria; e, alla fine, molti camerati duri e puri s’accorsero in prigione di esser stati semplici pedine di un gioco più grande di loro. Ma per quanto esplicito nell’indicare le responsabilità all’interno degli apparati istituzionali, il saggio di franzinelli si distacca dalla tipica letteratura cospirazionista, proprio grazie al suo rigore scientifico e al suo approccio problemati-

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co, che critica anche gli eccessi della dietrologia e sottolinea la pluralità e persino la conflittualità dei soggetti eversivi. Graziella Gaballo

Il libro raccoglie interventi dell’antropologa Annamaria Rivera scritti per quotidiani e periodici nell’ultimo decennio e che, pur affrontando temi svariati, ruotano tutti intorno alla questione della realtà e delle rappresentazioni dei migranti, delle politiche migratorie praticate nel nostro paese nei loro confronti – o sarebbe meglio dire contro di loro? – e degli atteggiamenti e dei comportamenti che tali politiche suscitano nella popolazione. Gli articoli, che conservano pienamente la loro attualità, sono preceduti da un ampio saggio sul razzismo “nell’epoca della sua riproducibilità mediatica” e sul caso italiano, lunga e raffinata introduzione che affronta la questione nei suoi aspetti generali, che il sottotitolo del libro, Metamorfosi del razzismo, chiarisce e individua senza lasciare adito a dubbi: livello e modalità di espressione del razzismo sono infatti cambiati, ahimè in peggio, negli ultimi anni. con grande attenzione a questo processo di imbarbarimento guidato dall’alto, Annamaria Rivera opera un’interessante distinzione fra i diversi livelli di razzismo – quello istituzionale, quello politico e quello popolare – che sono però strettamente intrecciati tra di loro, con una forte capacità e tendenza del livello politico di influenzare quello popolare. Infatti il razzismo istituzionale, che consiste essenzialmente nella vocazione a praticare discriminazioni nei confronti di coloro che non presentano le caratteristiche “ascrittive” – fisiche o di altro genere – del gruppo dominante e che, nel caso specifico dell’Italia, si esprime nella forma della xenofobia e riguarda gli immigrati tout court – veicolato e rafforza-

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Annamaria Rivera, Regole e roghi. Metamorfosi del razzismo, Bari, dedalo, 2009, pp. 254, € 16, 00.


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to dal sistema mediatico, alimenta la xenofobia popolare e se ne serve a sua volta per legittimarsi. Legato a quello istituzionale è poi il razzismo politico, espresso dai rappresentanti istituzionali, e che può mostrarsi anche in forme più blande o equivoche. Questa questione specifica è affrontata in particolare dall’autrice in un passaggio del libro dedicato al cosiddetto “razzismo democratico”: quello, cioè, di coloro che, lungi dal considerarsi xenofobi o razzisti, propagandano però idee e pratiche discriminatorie o che – “da sinistra” – propongono politiche sicuritarie. E qui – come in altri casi – salta il quadro delle categorie tradizionali con cui si era soliti differenziare le concrete politiche di “destra” e “sinistra”: nelle leggi emanate in materia dai vari governi in carica (turco-Napolitano, Bossi-fini) e nella serie di eventi commentati puntualmente nel libro, infatti, è venuta sempre più chiaramente in luce, di “emergenza” in “emergenza”, la sudditanza della sinistra rispetto alla manipolazione mediatica e alla politica “sicuritaria”. uno dei meriti di questa raccolta è proprio quello di mostrare le tappe e lo sviluppo di tendenze oggi del tutto palesi: la manipolazione politica e mediatica di diversità culturali e religiose o di fatti di cronaca in funzione anti-immigrati e anti-rom; l’uso demagogico del tema della sicurezza e la strategia del capro espiatorio; il riemergere di forme di antisemitismo; la dialettica perversa fra il razzismo “democratico” e quello senza aggettivi. Amaramente, conclude così le sue riflessioni Annamaria Rivera: “Il caso italiano mi sembra sia oggi caratterizzato nettamente dal circolo vizioso del razzismo. Spezzarlo non è alla nostra portata immediata; offrire alcuni strumenti per ricostruirne la storia recente, per decifrarlo e interpretarlo criticamente è ciò che ho cercato di fare con questa raccolta. È poco ma in tempi grami anche molto”. E noi la ringraziamo per averci, in questi tempi grami, messo a disposizione analisi chiare e lucide e utili strumenti di riflessione; che, davvero, non sono poco. Graziella Gabello

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Giovane storico dell’università di firenze, già autore di un volume sulla storia del divorzio in Italia, Giambattista Scirè con questa pubblicazione offre una ampia panoramica sulla complessa questione dell’aborto, dal dibattito culturale al lungo cammino per l’approvazione della legge 194 sulla regolamentazione dell’interruzione volontaria di gravidanza in Italia, fino al referendum abrogativo, utilizzando un grandissimo apparato di fonti: resoconti parlamentari, documenti dei partiti, pubblicazioni a stampa, ma anche lettere inedite e interviste, articoli dell’epoca, interventi su riviste specialistiche di giurisprudenza, bollettini medici, manifesti e opuscoli dei movimenti femminili e radicali, testi ufficiali degli episcopati e della Santa Sede. La spinta iniziale all’avvio di un dibattito parlamentare sull’aborto fu data in Italia dalla proposta di un disegno di legge, l’11 febbraio 1973, che portava la firma del socialista Loris fortuna e che intendeva affrontare e risolvere il problema degli aborti clandestini e illegali, vera e propria piaga sociale. fino ad allora, alla chiusura della chiesa su questi temi corrispondeva l’inadeguatezza della legislazione in Italia, che vietava perfino l’uso degli anticoncezionali (previsto solo nel 1971, a seguito di una sentenza della corte costituzionale): sull’aborto, infatti, non era prevista alcuna regolamentazione, salvo poi punirlo, come ai tempi del fascismo, in quanto “delitto contro l’integrità e la sanità della stirpe”, con la reclusione da due a cinque anni. Subito si delinearono il contraddittorio atteggiamento della dc – stretta tra il no assoluto del Vaticano, supportato dalle campagne del Movimento per la Vita e di comunione e Liberazione, e le posizioni più sfumate di alcuni importanti prelati come Monsignor Bettazzi e di una parte del mondo cattolico già impegnato contro il referendum sul divorzio – e la posizione titubante del PcI, incapace di cogliere in pieno le sollecitazioni del movimento femmini-

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Giambattista Scirè, L’aborto in italia. Storia di una legge, Milano, Bruno Mondadori, 2008; pagg. 310, € 22,00.


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sta e che si limitava sostanzialmente a evitare di aprire un dibattito interno, rischioso per il proseguimento del confronto con la chiesa sul concordato. Il testo dà conto, in maniera molto precisa e accurata, del vasto dibattito culturale che ha accompagnato questa vicenda e del suo iter parlamentare molto travagliato, che viene qui ricostruito in tutte le sue altalenanti ma appassionanti fasi. Infatti, nel 1975, prendevano corpo le altre proposte di legge: dei socialdemocratici, dei comunisti, dei repubblicani, dei liberali e infine, dei democristiani. E finalmente il 18 maggio 1978, dopo un iter tormentato, veniva promulgata la “legge 194”, in base alla quale l’aborto, attuato in determinate condizioni, non era più perseguibile penalmente: la soluzione finale trovata rispettava l’autodeterminazione della donna; ma, per andare incontro alle esigenze dei cattolici, il legislatore riconosceva espressamente il diritto per i medici all’obiezione di coscienza. contemporaneamente però iniziava, a partire dal 1979, tutta una serie di attacchi alla legge “194”, da parte del mondo cattolico come dai radicali, che lasciava presagire che la battaglia sull’aborto si sarebbe rilevata molto più dura e lunga del previsto. Alla fine del 1980, si profilava il successo della raccolta di firme per un referendum contro la legge, espressione della protesta popolare del mondo cattolico, che intendeva azzerare la legge “194” nell’autodeterminazione della donna, ammettendo soltanto l’aborto terapeutico, stabilito dal medico. Esisteva però, sul fronte opposto, una richiesta di referendum da parte dei radicali, che mirava a raggiungere la piena liberalizzazione dell’aborto, mentre da parte socialista, il deputato fortuna segnalava quelle che gli parevano due delle carenze più gravi della legge: il problema delle minorenni che potevano abortire esclusivamente col consenso del padre o del giudice tutelare, e l’esclusione della possibilità di abortire nelle case di cura private. La schiacciante vittoria dei no contro l’abolizione della legge nel referendum del 17-18 maggio 1981, a cui si accompagnava anche

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la bocciatura di quello dei radicali sulla totale depenalizzazione, sembrò segnare la fine della discussione sull’aborto. Ma il dibattito era destinato a ripresentarsi ventisette anni dopo, quando, come dimostra l’autore nelle ultime pagine del libro, sarebbe riemerso prepotentemente durante l’ultima campagna elettorale dell’aprile del 2008.

Il volume raccoglie gli atti dell’omonimo convegno, organizzato da R. Gherardi e S. testoni Binetti a Bologna nel giugno del 2008. In tale occasione, con il patrocinio dell’Associazione italiana degli storici delle dottrine politiche, sono stati invitati gli animatori delle principali riviste che il mondo accademico italiano riserva allo studio delle tematiche politiche, affidando ad alcuni giovani ricercatori e dottorandi il compito di estendere l’analisi alle più note riviste europee. La centralità della rivista come strumento di approfondimento scientifico e luogo privilegiato del dibattito fra gli studiosi della materia politica è messa in luce nell’introduzione di G. M. Bravo, che sottolinea l’interessante rapporto che si instaura fra questo genere di pubblicazioni e i giovani ricercatori. Le riviste – in particolare attraverso le sezioni tradizionalmente dedicate alle recensioni e alle rassegne bibliografiche, che spesso si reggono sul contributo volontario di redattori alle prime armi, come testimonia A. colombo nella relazione dedicata a “Il Politico” – offrono a chi si avvia sulla strada della ricerca scientifica l’opportunità di cimentarsi con la scrittura accademica, costituendo dunque un’utile occasione formativa. In tale apertura, Bravo coglie il tratto “democratico” insito nelle riviste. La panoramica prende il via con “Il Politico”, espressione della

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Gherardi, Raffaella e testoni Binetti, Saffo (a cura di), La Storia delle Dottrine Politiche e le Riviste (1950-2008), Soveria Mannelli, Rubbettino, 2008; pagg. 194, € 19,00.


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scuola pavese di Bruno Leoni, che debuttò nel 1950. Soprattutto alle origini, tale rivista pareva caratterizzarsi per la chiara linea culturale ed editoriale conferitale dal fondatore. La realtà contemporanea era infatti termine di confronto ineludibile e talvolta oggetto di aspre critiche, alla luce dei valori condivisi dal comitato scientifico: si pensi, per esempio, ai saggi dedicati alla pianificazione economica, messa in discussione dal punto di vista radicalmente liberale e liberista dello stesso Leoni e di hayek. come suggerito dal richiamo a Platone sulla seconda pagina di copertina, “Il Politico” muoveva dall’idea che fosse necessario elevare il sapere a guida della società, allo scopo di demistificare le apparenze e denunciare gli errori dei governanti. In termini disciplinari, era la scienza politica a occupare il centro della scena, lasciando meno spazio alla storia del pensiero politico in quanto tale. Pur in presenza di cambiamenti fisiologici nell’impostazione editoriale, questo elemento pare essersi mantenuto costante nel tempo. “Il Pensiero Politico” rappresenta viceversa il periodico di riferimento per gli storici delle dottrine politiche. V. I. comparato evidenzia come alla prospettiva storica – anche a costo di non trarre tutte le conseguenze dalla distinzione fra la storia dei fatti e quella delle idee, da cui la rivista vide la luce – fossero chiaramente affezionati i fondatori. Rifiutando limiti temporali stringenti, i saggi e i contributi ospitati spaziano dall’antichità all’età contemporanea, benché il peso relativo di Ottocento e Novecento sia cresciuto con il passare degli anni, soprattutto grazie all’impulso di L. firpo e degli studiosi torinesi. dal canto suo, c. carini attira l’attenzione sulla familiarità (nel rispetto delle rispettive peculiarità) che intercorre fra scienza politica e storia del pensiero politico. Nel tracciare una storia della scienza politica, iniziativa che rende efficacemente l’intreccio fra le due discipline, carini enuclea due alternativi filoni interpretativi. da un lato, la lettura prevalente individua la nascita della moderna scienza politica nell’opera di G. Mosca, come esito di una genealogia intellettuale che dei classici Bodin e hobbes valorizza l’immagine della trasmissione del potere dall’al-

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to verso il basso. dall’altro, la storia del pensiero politico potrebbe invece fornire i mezzi per riscoprire il filone che, partendo dai medesimi riferimenti culturali, ne enfatizza gli aspetti embrionalmente democratici, rovesciando i rapporti di forza e concependo il potere come trasmissione dal basso verso l’alto (per il tramite di autori, assai differenti fra loro, come Althusius, Spinoza, Montesquieu, Rousseau, tocqueville). La metodologia propria della storia delle dottrine politiche è ampiamente presente anche nelle note critiche e negli studi presentati su “trimestre”, come ricordato da L. Russi. Per converso, L. Bonanate, illustrando la traiettoria della “sua” “teoria politica”, ammette che la storia del pensiero politico non è stata particolarmente sviluppata da una rivista per lo più segnata dall’incontro-scontro fra scienza politica e filosofia politica, rilevando tuttavia che – fra le discipline storiche – a presentare il maggior interesse per la dimensione teorica è proprio la storia delle dottrine politiche. da quest’ultima ha voluto prendere le distanze anche “filosofia politica”, che, nelle parole di N. Matteucci rievocate da c. Galli, le contestava un’eccessiva vocazione all’erudizione e la scelta di sacrificare la riscoperta dei classici a favore dello studio dei cosiddetti “minori”. L’analisi delle modalità in cui le dottrine, anche non strettamente politiche ma tuttavia in grado di influenzare la politica, sono state tramandate, insegnate e rielaborate nella storia, fino a tradursi in istituzioni (su tutte lo Stato moderno), è invece il principale compito in cui si riconosce “Scienza & Politica”, come spiegano P. Schiera e M. Ricciardi nel loro contributo. Per quanto concerne le riviste europee, M. Brighenti prende atto che la “Revista de Estudios Políticos” ha nel tempo ridotto l’interesse per la storia del pensiero politico, contribuendo indirettamente alla nascita di nuovi periodici spagnoli specializzati in tale settore. L’ambizione di occuparsi di un “pensiero pratico”, legato a doppio filo all’attualità e all’azione concreta, connota l’impostazione scelta dal “Politisches denken”, di cui relaziona S. Lagi, rintracciando almeno tre fasi nell’evoluzione della giovane rivista tedesca, scandita da sconvolgimenti geopolitici destinati a orientarne i con-


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tenuti: la riunificazione tedesca e la transizione verso la democrazia in Europa orientale, l’approfondimento dell’integrazione europea dopo Maastricht, le conseguenze dell’11 settembre 2001. In francia, la “Revue française d’histoire des idées politiques” ha voluto porre al centro dell’attenzione un oggetto volutamente vago – tutto ciò che, con la formula di G. de Ligio, “contribuisce alla modificazione delle rappresentazioni sociali della legittimità delle relazioni di potere o a strutturare i rapporti di forza e il più ampio immaginario sociale a partire dal quale vengono definite le componenti, le forme e le finalità della vita in comune” – per liberarsi dai vincoli che soffocano discipline come la storia della filosofia politica o delle dottrine politiche, riservandosi la possibilità di esaminare fonti eterodosse, tra cui i testi letterari. N. Stradaioli puntualizza come, al contrario, l’anglofona “history of Political thought” muova dalla consapevolezza di dover individuare uno spazio di autonomia per la storia del pensiero politico rispetto ai luoghi tradizionalmente frequentati dalla storiografia e dalla politologia generaliste. una sintesi feconda è stata trovata nella metodologia tipica di studiosi come J. dunn, Q. Skinner e J. G. A. Pocock, inclini a collocare il pensiero degli autori in un preciso contesto storico, benché la rivista non rinunci completamente all’apporto concettuale dell’analisi filosofica à la Rawls.

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Judaica a cura di Aldo Perosino

Il libro di Marek Edelman fa bene all’anima. “Ma perché nessuno mi chiede se nel ghetto c’era l’amore?”, domandò un giorno Marek Edelman. “Sull’amore nel ghetto qualcuno dovrebbe fare un film. È l’amore che permetteva di sopravvivere”. È da questa domanda che nasce, C’era l’amore nel ghetto, il nuovo, bellissimo libro di uno dei grandi insorti del XX secolo. Edelman si è spento un mese fa, ultimo dei capi della resistenza ebraica nel ghetto di Varsavia. Questo suo splendido libretto è curato da Vlodek Goldkorn e Adriano Sofri. Il capitolo più bello è proprio quello dedicato all’amore nel ghetto di Varsavia, che Edelman omaggia attraverso queste sue tragiche micro storie. L’impazienza degli anni non consentiva altri rinvii a quello che è stato anche uno dei leader dell’opposizione al comunismo polacco. Bisognava raccontare, come si viveva, nonostante il ghetto, nel ghetto. I medici che curavano i condannati a morte, gli scrittori e gli storici che non smisero mai di lasciare testimonianze, gli insegnanti che volevano salvare la lingua e la cultura dei padri. Edelman fa rivivere questo mondo che ci appare irreale, in cui la morte di massa coesisteva con la voglia di vivere. Si organizzavano concerti, si faceva l’amore, si stampavano libri, mentre ogni mese morivano cinquemila persone. “ho letto che la gente urlava, piangeva, mentre veniva portata via dal ghetto”, diceva Edelman. “Non è vero”. Spinta nei carri merci per il breve tragitto umschlagplatz

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Edelman M., C’era l’amore nel ghetto, Palermo, Sellerio, 2009; pagg. 188, € 11.00.  


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- treblinka, dai vagoni non usciva un grido. “E questa era la dignità, una dignità che sgomentava i tedeschi. Per loro era incomprensibile che nessuno chiedesse pietà”. forse di tante memorie Edelman ha preferito non fare parola, ha scelto di portarle con sé. L’insurrezione ebraica fu condotta da “220 ragazzi male armati” contro il potente esercito del terzo Reich, ma durò comunque tre settimane. fu la prima azione armata su vasta scala nella storia delle occupazioni naziste. A Berlino si parlava di loro. Edelman non recita il copione del coraggio, dell’eroismo, di gesta sovrumane, della resistenza. Bronislaw Geremek, altro sopravvissuto al ghetto, di Edelman diceva che è “un eroe che non ama l’eroismo”. Il suo libro parla dell’amore, comune e ordinario, che pervase la vita nel ghetto, fino all’ultimo, fino all’umschagplatz, dove i treni partivano per le camere a gas. Edelman parla di esseri umani soli e impauriti che si abbracciano, fanno l’amore, si tengono compagnia, si fanno calore, mentre viene loro scavata la fossa. Edelman non lasciò mai la Polonia, qualcuno doveva pur restare a vigilare sui 500 mila che vide avviare alla morte. “Quando si è accompagnato un popolo alle camere a gas, bisogna avere il dovere di ricordare. Sotto le macerie del ghetto, ci sono le ossa del popolo ebreo e anche queste ossa vivono finché c’è qualcuno che ricorda”. Questo medico e resistente faceva parte del ramo dell’ebraismo che non abbracciò mai il sionismo, mentre tutti gli altri leader dell’insurrezione (Yitzhak Zuckerman, Zivia Lubetkin, Simha Rotem, Israel Gutman) andranno in Israele. Edelman rimase un bundista, il partito socialista dei lavoratori ebrei. È lì che aveva imparato a fare resistenza: le squadre di autodifesa sorte all’inizio del secolo per contrastare i massacri, difendevano le sinagoghe, pur essendo formate da militanti atei dichiarati. Il suo senso radicale dell’ingiustizia lo ha portato ad appoggiare l’operazione Iraqi freedom e la Sarajevo assediata negli anni Novanta. “Io penso che sempre, quando la vittima è oppressa, bisogna stare dalla sua parte. Bisogna darle una casa, nasconderla, senza paura e sempre

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opponendosi a coloro che vogliono opprimere”. Nel libro scrive crudo e asciutto Edelman, da vero “guardiano delle tombe” ricordava tutti i compagni, “non erano poi così tanti per dimenticare le loro facce, i loro nomi”. fra le storie, Edelman ricorda quella di una donna, Ester, che dopo la morte della madre invece di sfruttare la possibilità di vivere fuori dal ghetto ha preferito restare dentro insieme al fidanzato. celebra la storia di una ragazzina, che per non lasciare soli i genitori si era rifiutata di fuggire da umschlagplatz, da dove partivano i treni della morte per i campi dello sterminio. c’è il ricordo di una madre suicidatasi per lasciare alla figlia il documento che “autorizzava” la vita. fa bene all’anima leggere queste sue paginette immortali.

fossoli, frazione di carpi, fu il luogo ove si svolse una delle pagine più cupe della nostra storia: qui fu attivo, tra il dicembre 1943 e i primi giorni dell’agosto 1944, un campo di concentramento in cui vennero reclusi 2844 ebrei arrestati in tutta l’Italia centrosettentrionale  sotto l’occupazione nazista.  L’offensiva fascista contro gli ebrei iniziata con le leggi razziali  del 1938, conobbe  una brutale accelerazione con la Repubblica sociale. I governanti italiani scelsero infatti di adeguare la propria politica antiebraica a quella dell’alleato-occupante, che aveva già messo in atto autonomamente una serie di retate in diverse città nell’autunno del 1943. Il 30 novembre emanarono dunque un provvedimento che prescriveva l’arresto degli ebrei, e il loro trasferimento in un unico luogo, individuato nel complesso di fossoli, in precedenza utilizzato come campo per prigionieri di guerra e destinato anche ad altri internati, come i detenuti politici. Le autorità di

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Picciotto L., L’alba ci colse come un tradimento. Gli ebrei nel campo di Fossoli 1943-1944, Milano, Mondadori, 2010; pagg. 312, € 20.00.


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Salò e quelle del terzo Reich definirono una sorta di divisione dei compiti: gli italiani si occuparono dell’arresto e dell’internamento  degli ebrei; i tedeschi, che dal marzo  1944 assunsero anche formalmente il comando  del campo di concentramento, ne organizzarono  la progressiva deportazione verso i lager  in Germania e Polonia, attuata con modalità  disumane.  Liliana Picciotto, studiosa della persecuzione antiebraica, avvalendosi di un ricco apparato di documenti, in parte inediti, fa rivivere questa terribile vicenda attraverso le voci delle vittime, dei carnefici e degli “spettatori”. Alle testimonianze angosciate dei prigionieri si contrappone l’impassibilità burocratica dei funzionari italiani e l’indifferenza interessata dei fornitori di autobus e vettovagliamento, che non si fanno scrupoli nel concludere affari persino in occasione di quello che per la maggior parte dei deportati sarà il viaggio senza ritorno verso le camere a gas. L’alba ci colse come un tradimento, oltre a rendere  un omaggio ai deportati di fossoli, di cui si ricordano tutti i nomi e la sorte, mette in risalto  una tragica verità: nella persecuzione degli  ebrei italiani le autorità della Repubblica sociale non ebbero il ruolo di riluttanti comprimari,  ma quello di consapevoli e zelanti  protagonisti. Sulle torrette del campo dove venivano rinchiusi gli ebrei c’erano agenti di pubblica sicurezza. A scortare il treno per Auschwitz c’erano carabinieri. Ed è stato un commissario italiano ad arrestare una bambina di sei anni, individuata a Venezia nella famiglia dove i genitori l’avevano nascosta, e ad accompagnarla fino a quel recinto di filo spinato alle porte di carpi: il primo passo di un cammino che si sarebbe concluso nella camera a gas. così come erano italiani i loro colleghi delle forze dell’ordine che dal novembre 1943 alla fine della guerra hanno dato la caccia agli ebrei in tutte le città del Nord. Retate ricostruite nel dettaglio in un volume che spazza via i luoghi comuni sulle responsabilità della Repubblica di Salò nella Shoah e ci costringe a guardare un capitolo della nostra storia che da 65 anni nessuno vuole approfondire. Il lavoro di Liliana Picciotto sintetizza

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anni di ricerche. Nelle 312 pagine non fa mai ipotesi: elenca fatti, si limita ai documenti. calcola le presenze nelle anticamere padane dei lager in base alle razioni di pane fornite, confronta diari e testimonianze, atti di processi nascosti nel dopoguerra in nome della ragione di Stato. Non usa un solo aggettivo. Non servono, perché il risultato del suo lavoro è agghiacciante: la ricostruzione della vita e della morte di migliaia di ebrei, arrestati da italiani nei territori della Repubblica sociale, spediti nel campo modenese di fossoli, deportati nei lager. chi prese parte a questa colossale caccia all’uomo poteva ignorare la “soluzione finale”? Poteva ignorare la strage a cui stava collaborando? Era difficile credere che ultrasettantenni e bambini venissero trasferiti nel Reich per lavorare e contribuire alla macchina bellica tedesca. Quando anche i vecchietti dell’ospizio israelita di firenze vengono caricati sui treni, nessuno a fossoli si fa più illusioni.

Negli ultimi mesi della Seconda guerra mondiale, gran parte dei 700.000 prigionieri ancora internati sono costretti a evacuare i campi di concentramento: con l’avanzata dell’Armata Rossa e l’arrivo delle forze alleate è urgente smobilitare per cancellare le tracce. tra l’estate del 1944 e la primavera del 1945 migliaia di deportati, incalzati dai loro aguzzini, si avviano in una drammatica ritirata di massa che non di rado si svolge nel caos, sovrapponendosi a quella dell’esercito tedesco e alla fuga dei civili. un esodo in condizioni disperate che passerà alla storia come “le marce della morte”. Persino nella brutalità inaudita che caratterizza la storia del terzo Reich, sono pochi gli esempi di un massacro così feroce, crudele ed efficiente. E tra i molti studi

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Blatmam d., Le marce della morte, Mondadori, Milano, 2009; pagg. 672, € 28.50.


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sull’Olocausto, nessuno aveva ancora approfondito questo aspetto meno conosciuto: l’ultimo tentativo di liquidare i nemici della “razza ariana” e gli avversari politici prima della sconfitta definitiva, nonostante l’apparato burocratico e gerarchico del sistema concentrazionario fosse al collasso. Lo storico daniel Blatman ricostruisce qui per la prima volta le marce della morte: interroga i documenti, i luoghi, le voci dei sopravvissuti, allargando l’indagine anche alla temperie culturale e sociale in cui avvenne l’evacuazione. Le piccole comunità locali percepirono, infatti, le colonne di deportati di passaggio come una minaccia e affrettarono la fine dei prigionieri, già decimati dalla fame, dal freddo e dalle armi delle guardie. come nell’eccidio di Gardelegen, episodio ricostruito nei dettagli: uno sterminio di massa che illustra e simboleggia tutte le complesse dinamiche che in pochi mesi terribili causarono la morte di oltre 250.000 persone.

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friedlander S., Gli anni dello sterminio La Germania nazista e gli ebrei (1939-1945), Milano, Garzanti, 2009; pp. 975, € 43. Gli anni dello sterminio porta a compimento uno dei maggiori sforzi compiuti da uno storico contemporaneo per ricostruire e comprendere l’evento chiave del Novecento: la persecuzione e lo sterminio di milioni di ebrei nell’Europa occupata dai nazisti. Per portare a termine il loro piano, i tedeschi avevano bisogno della collaborazione delle autorità locali e dei vari corpi di polizia e della passività delle popolazioni, a cominciare dalle élite politiche e spirituali. Ma era necessaria anche la disponibilità a obbedire agli ordini da parte delle vittime, che così speravano spesso di veder alleviate le loro sofferenze o di sopravvivere abbastanza a lungo da ottenere un visto per sfuggire agli aguzzi-

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ni. Saul friedländer studia la macchina nazista ai suoi diversi livelli e nei diversi paesi: ci permette finalmente di capire la scala, la complessità e l’interdipendenza dei vari fattori che resero possibile lo sterminio. Il materiale esaminato è enorme: non solo documenti ufficiali, ma anche diari, lettere e memorialistica. Questa poderosa sintesi non addomestica la memoria dell’orrore, ma ci restituisce una terribile pagina di storia in tutte le sue sfaccettature, erigendo un autentico monumento alle sue vittime. L’opera di friedländer – lo sforzo dell’intera vita di un grande studioso – rappresenta una svolta nella storiografia del Novecento: grazie a lui disponiamo finalmente della ricostruzione definitiva dell’Olocausto.

Il Regio decreto legge del 17 novembre 1938 n. 1728 sui provvedimenti per la difesa della razza italiana unificava, in un primo corpo legislativo organico, i principi che erano stati fissati il 6 ottobre precedente dal Gran consiglio del fascismo nella sua celebre dichiarazione sulla razza. Per la prima volta nella storia dell’Italia unita, un testo legislativo aveva per oggetto una parte dei cittadini dello Stato, identificati sulla base di criteri razziali. Per tutto il periodo fascista tale testo legislativo rappresentò il punto di riferimento per la successiva legislazione razziale, o meglio antisemita, nonché per i numerosi provvedimenti amministrativi – che resero più penetranti e incisivi i provvedimenti discriminatori adottati dal legislatore – successivamente emanati a tale riguardo. In questo lavoro, facendo riferimento alle fonti vaticane di recente desecretate e a quelle inedite della civiltà cattolica, si esamina l’atteggiamento di critica e di opposizione

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Sale G., Le leggi razziali in Italia e il Vaticano, Milano, Jaca Book, 2009; pagg. 303, € 28.


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assunto dalla Santa Sede nei confronti di tale provvedimento, in particolare della sua prima parte, quella riguardante il matrimonio tra cittadini ariani e persone appartenenti a razze diverse: materia molto delicata per la chiesa, sulla quale Pio XI in particolare non era minimamente disposto a transigere. Nella seconda parte del lavoro si tratta invece della difficile e farraginosa applicazione delle leggi razziali. Infatti, agli organi governativi responsabili della politica razziale risultò ben presto chiaro che l’applicazione di queste avrebbe creato al regime più problemi di quanto si fosse previsto, soprattutto nella materia dei “matrimoni misti”. di fatto, negli anni successivi, più volte furono presentati al duce, da parte della “demorazza”, progetti di revisione della legge sulla difesa della razza in modo da renderla più efficace e “applicabile”. dalle fonti ecclesiastiche risulta che la Santa Sede, approfittando del nuovo clima che si era creato tra le due autorità con l’elezione al pontificato di Pio XII, cercò di ottenere dal Governo un “alleggerimento” della suddetta legislazione, che poco alla volta dalla fase della discriminazione delle persone passava a quella dei “campi di internamento”, e appoggiò, attraverso l’infaticabile opera di padre tacchi Venturi, le richieste di “arianizzazione” o simili presentate agli organi competenti da migliaia di ebrei. Mussolini su tale materia adottò, seppure senza troppa convinzione, la politica della linea dura, e, per ingraziarsi l’alleato tedesco, respinse la maggior parte delle richieste vaticane.

Morpurgo G. , La busta gialla, Milano, Mursia, 2009; pagg. 100, € 9,00. Nel 1938 le leggi razziali promulgate dal governo fascista e ratificate da Vittorio Emanuele III colpirono il giovane ebreo Gualtiero Morpurgo, di colpo privato dei diritti di un normale

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suddito italiano e bersagliato da una pioggia di provvedimenti restrittivi e persecutori. La sua carriera di ingegnere nei cantieri Navali di Genova fu bruscamente interrotta e per lui diventò sempre più difficile trovare nuovi posti di lavoro. un giorno una raccomandata in busta gialla portò la notizia che, in quanto ebreo, era stato anche radiato dal Regio Esercito: cancellato come cittadino da un timbro. Morpurgo intreccia i ricordi del passato (la morte del padre, le lezioni di violino, il servizio di leva) alle emozioni del presente (l’angoscia delle persecuzioni, l’indifferenza degli italiani, ma anche la sventatezza della gioventù e la speranza in un futuro di soddisfazioni) lasciando una toccante testimonianza. Morpurgo, ingegnere, violinista e giornalista, è nato ad Ancona nel 1913. Nel periodo 1943-45 si rifugiò in Svizzera, esperienza che ha raccontato nel libro Il violino rifugiato. Ritornato in Italia, ha collaborato alle operazioni clandestine per l’emigrazione dei superstiti dei campi di sterminio verso la Palestina, opera per la quale nel 1992 Rabin lo ha insignito della Medaglia di Gerusalemme.

È la testimonianza di uno dei rarissimi superstiti di treblinka, che ha ricostruito il suo “anno all’inferno”, tra il 1942 e 1943, nel campo di sterminio dove sono scomparsi – si calcola per difetto – tra i 700 e i 900 mila ebrei. La forza di questo piccolo libro è la prosa diaristica, semplice, che narra efficacemente l’abominio della macchina di morte dei forni crematori, resa sempre più efficiente mese dopo mese, con circa 10 mila vittime al giorno. E, poi, c’è la discesa del protagonista lungo la scala della condizione umana: prima barbiere di coloro che entravano rasati nelle camere a gas,

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Rajchman c., Io sono l’ultimo ebreo, Milano, Bompiani, 2009, pagg. 120, € 15.


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quindi porta cadaveri e infine cava denti dei condannati. con le frustate incessanti delle SS e le immagini del dolore senza limiti di donne e uomini sviliti a “cose da smaltire”. È una testimonianza dall’impatto tremendo che rende plasticamente fino nella quotidianità una realtà intollerabile anche solo da immaginare. Pagine vere da contrapporre, oggi più che mai, a chi mette in dubbio che quell’impossibile sia accaduto.

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Ottolenghi M, Per un pezzo di patria, torino, ediz. Blu, 2009; pagg. 196, € 16. Il libro attraversa infanzia, adolescenza e giovinezza, e si conclude con il 1946, quando Massimo Ottolenghi ha da poco raggiunto i trent’anni. È il percorso di una sorta di educazione all’età adulta e alla maturità, che trova compimento nel periodo cruciale 1936-1946 (dalle prime gravi insorgenze di antisemitismo alla vigilia dell’Italia repubblicana), sulla soglia di un “ritorno alla realtà” che lascia scorgere impegni, incertezze e delusioni. Nato in un ambiente borghese colto, da una famiglia ebrea nelle ultime generazioni laica e pienamente assimilata: un prozio Giuseppe, primo ebreo divenuto generale, era stato istruttore di Vittorio Emanuele III e ministro della Guerra nel governo Zanardelli. Il ricordo della malattia vissuta da bambino e dei luminari al suo capezzale; la figura riservata e austera del padre, docente a Giurisprudenza, di cui s’intravedono illustri colleghi; i personaggi e i luoghi dell’infanzia: le dimore e le frequentazioni torinesi e collinari, l’amatissima “maman”, la nonna nata nel ghetto, che nella Vigna, la villa in collina anch’essa amatissima, raccoglie attorno a sé i parenti e recita la sera la preghiera ebraica, talvolta accanto al fratello salesiano della cuoca, curvo sul suo breviario. Poi, la Resistenza, una resistenza civile, piuttosto

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che militare. Personalmente poco propenso all’uso delle armi, fu investito di compiti di alto livello nei contatti fra comandi militari, formazioni partigiane e istituzioni locali, sia nelle Valli di Lanzo, sia fra le valli e torino, e si adoperò efficacemente e con frequente grave rischio personale anche per proteggere combattenti, sfollati, ebrei e popolazione civile da arresti, rastrellamenti e rappresaglie. I personaggi, che compaiono nei diversi capitoli a decine e decine, danno vita a una galleria di ritratti che percorre l’intera trama. Ignoti o conosciuti (dalla nonna alla cuoca Margherita, da certe figure dell’infanzia all’anziana portinaia di via Pigafetta che protegge i partigiani, dallo zio socialista Innocente Porrone a Emanuele Artom, Massimo Mila, Luigi firpo, Oreste Pajetta, Ada Marchesini Gobetti, monsignor O’flaherty, Giulio Bolaffi e ferruccio Parri, per ricordarne solo alcuni), sono delineati con tratti sobri ed efficaci, che in poche righe fissano caratteri psichici e fisici essenziali con una forte carica evocativa. Per alcuni, come nei casi di Artom e di Bolaffi, l’amicizia e la frequentazione consentono a Ottolenghi di soffermarsi più diffusamente, con ricordi e testimonianze che offrono significativi squarci biografici. Al termine dell’ultimo capitolo, intitolato significativamente Liberi e sconfitti, compare un “Omaggio ai martiri”. Ricordando la mesta discesa dalla collina torinese dei resti dei morti al Pian del Lot (tra i quali l’amato cugino diciottenne Walter Rossi), Ottolenghi evoca le “voci cantilenanti in latino e in ebraico nella piazza sul Po”, e “l’andare incerto del vecchio rabbino, alto e dinoccolato, con il cappello a larghe tese calato a oscurare il volto distrutto dalle sciagure […] L’immagine di un Giobbe indifeso, disperato”. dinanzi a questa visione di caduti e di superstiti, Per un pezzo di patria fa proprio, prima di congedarsi, il motto del Qoelet: “cercavo invano una qualsiasi parola, un respiro di preghiera. Avrei ritrovato un niente di niente, un “Havel havalim”. Solo un dolore sordo, cieco e profondo”.


Quaderno di storia contemporanea/47

Schlesak d., Il farmacista di Auschwitz, Milano, Garzanti, 2009; pagg. 445, € 18.60.

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un libro che per l’agghiacciante verità è come un pugno nello stomaco. Victor capesius era farmacista a Sighisin in transilvania, buon vicino di casa della famiglia Schlesak. una fotografia del 1929 lo mostra sorridente in uno stabilimento balneare della cittadina, con alcuni conoscenti. Anni dopo, capesius si trova ad Auschwitz, a inviare tanti di questi suoi vicini nella camera a gas, selezionandoli personalmente e dicendo loro di spogliarsi per andare a prendere un bagno. dalla farmacia del Lager distribuisce le dosi dello Zyklon B, il gas letale. L’idillio di provincia diviene il più atroce e fetido mattatoio della storia, i commensali di liete tavolate domenicali nelle colline transilvane si dividono in assassini e assassinati, il familiare nido di provincia cova le uova di mostri. capesius, condannato a nove anni di carcere, è poi vissuto e morto serenamente. Il possente libro di Schlesak – in cui c’è un unico personaggio immaginario, il deportato Adam, che tuttavia riferisce fatti oggettivi e parole realmente dette da vittime e da boia e in cui il narratore è solo un impersonale protocollo di eventi, deposizioni e dichiarazioni raccolte. come scrive nella prefazione claudio Magris il libro è “un indimenticabile affresco del male, degno dell’Istruttoria di Peter Weiss e, nella sua secca sobrietà epica, altrettanto intenso”.

Zucchelli M., Questo strano coraggio Mauro Canessa un livornese Giusto fra le nazioni, Livorno, comune notizie, 2009; pagg. 63, s.i.p. L’autore, Mauro Zucchelli, giornalista di professione, con bravura e rigore storico, è riuscito a ricostruire la vita e quindi l’im-

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pegno per la Liberazione di Mario canessa negli anni bui dell’occupazione nazista del nostro Paese e del fascismo. canessa, appartenente alla Polizia, scelse di servire lo Stato stando dalla parte della libertà, della democrazia e del rispetto della dignità umana: grazie alla sua azione centinaia di  persone furono salvate dai campi di sterminio. canessa è stato riconosciuto un “uomo giusto”: lo Stato di Israele lo ha onorato, dedicandogli un olivo sulle colline di Gerusalemme e una mattonella nel Museo della Memoria di Israele, lo Yad Vashem; il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, gli ha conferito la Medaglia d’Oro al Valor civile. un uomo normale che ha scelto la “banalità del bene” mettendosi in gioco a rischio della propria vita.

Quasi ogni giorno in Israele ci sono cerimonie funebri per le vittime del terrorismo. Persone uccise per il solo fatto di essere ebree. In banca, nei centri commerciali, in pizzeria. Sul pullman, davanti a un cinema, per strada. da sole e in gruppo. Giovani e vecchi. uomini e donne. tutti condannati dalla furia del fondamentalismo islamico, bersagli di un odio quotidianamente alimentato da decenni. Questo lento e inesorabile stillicidio di morti – migliaia e migliaia – è il risultato di una guerra che ha avuto inizio nel 1972, alle Olimpiadi di Monaco, quando undici atleti della delegazione israeliana vennero trucidati da un commando di guerriglieri dell’organizzazione palestinese Settembre Nero. da allora ogni cittadino di Israele sa che può morire in qualsiasi istante. Giulio Meotti racconta le storie dei “caduti in battaglia” di questa guerra condotta a fari spenti dal terrorismo islamico, abilmente dissimulata tra i fatti di cronaca della “questione palestinese”, dietro la quale si cela

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Meotti G., Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri d’Israele, torino, Lindau, 2009; pagg. 360, € 24.


la vera causa di una simile strage: l’antisemitismo. complice la distrazione dei media occidentali, queste storie ci appaiono sinistramente inedite, come se le leggessimo per la prima volta. come se neanche fossero vere. Eppure nelle parole e nel dolore dei sopravvissuti – mogli, mariti, figli, padri, madri, nonni, sorelle, fratelli, amici, commilitoni, compagni di studi, conoscenti – ogni particolare suona autentico, definitivo, indimenticabile. Parecchie di queste storie si intrecciano con quelle tristemente note della Shoah: chi muore oggi negli attentati è spesso figlio o nipote di un sopravvissuto ai campi di sterminio e diventa così parte di una sola, tragica, incomprensibile sequela. L’ebraismo insegna che l’hazkarah, l’atto del ricordare, è l’unico modo per chi sopravvive di provare l’ingiustizia sofferta da ogni innocente e di opporsi al destino che molti vorrebbero riservare agli ebrei, anche in Israele: l’esilio, la fuga, il martirio. Leggere queste pagine è quindi già un atto di resistenza alla barbarie.

Mayer A., Mabruk! Storie di vita e di morte dei kamikaze palestinesi, Roma, castelvecchi, 2010; pagg. 281, € 16. È una raccolta di testimonianze, documenti e storie che non ha nulla di prevedibile. L’autore, italiano, si addentra per la prima volta nel labirinto di complicità familiari, condizionamenti sociali e vita di clan che da anni ha condotto centinaia di uomini, donne e ragazzi palestinesi a diventare shahid ovvero martiri – e a scegliere un attentato suicida come mezzo di lotta politica contro Israele. Il libro è basato sulle cronache e sulle inchieste condotte da più parti in Israele e nel mondo, come pure su decine di documenti originali di rivendicazione che le organizzazioni estremistiche diffondono in rete e nella propaganda. Molti interrogativi attraversano la ricerca: se centinaia, migliaia di persone si dichiarano disposte a immo-


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larsi, stiamo assistendo al suicidio di un popolo? cosa dobbiamo aspettarci in Italia, visto che anche da noi serpeggia il fenomeno degli estremisti islamici “fai da te”? fino a che punto il terrorismo palestinese è un fenomeno locale, o piuttosto uno dei tanti tentacoli di una jihad globale? E soprattutto: c’è qualcosa che possiamo fare, tramite il dialogo e la politica, per porre fine all’odio?

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quaderno di storia contemporanea 47  

Rivista dell'Istituto per la Storia della Resistenza e della Società Contemporanea in provincia di Alessandria

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